Raffaele Colapietra
Benedetto Croce,
presidente del Partito Liberale Italiano (1944-1948)
di Raffaele Colapietra
1. Classi sociali e realtà politica
Mentre gli alleati entravano a Roma, il 4 giugno 1944, Benedetto Croce concludeva con un importante discorso1 il primo congresso del partito liberale delle
terre liberate, che istituzionalizzava in certo senso, a Napoli, la leadership da lui
tenuta di quello specifico movimento politico fin da quell’embrione di adunanza
organizzativa cittadina che si era raccolta il 9 febbraio precedente2 ed a prescindere,
s’intende, dal ruolo individualmente protagonistico da lui rivestito già all’indomani
dell’8 settembre, e ben prima e ben più complessamente di quella tragica data, quanto
1
Oggi col titolo Il Partito Liberale, il suo ufficio e le relazioni con gli altri partiti in Per la nuova vita dell’Italia (19431944) ora in Benedetto CROCE, Scritti e discorsi politici (1943-1947), Bari, Laterza 1973, 2 voll.: vol. I, pp. 119 e segg.
2
Cfr. sub data, Benedetto CROCE, Quando l’Italia era tagliata in due – Estratto di un diario in ibid., da
vedere anche 23 febbraio 1944. In essa Croce aveva sbozzato quel rifiuto pregiudiziale di un programma
economico che sarebbe rimasto costantissimo in lui e che ha fatto parlare forse un po’ ottimisticamente di
aperture, proprie di questo periodo, ad un radicalismo non alieno da accentuate venature riformistiche larghe
ad abbracciare lo stesso comunismo ed il cui unico documento sarebbe rappresentato dal foglio dattiloscritto
distribuito ai primi del 1943 e pubblicato ne «Il Mondo» 1° marzo 1966, in cui si parla a tutte lettere di
statizzazione, partecipazione ai profitti, tassazione progressiva, assicurazioni sociali, il tutto nella prospettiva
di una ‘giustizia sociale’ altrimenti, in quanto tale, anche e soprattutto sotto il profilo terminologico, altrettanto tenacemente esorcizzata dal Croce, che il 9 febbraio si era limitato ad auspicare, non meglio precisandolo, quel provvedimento “che, in concreto, e nelle condizioni date, promuove, e non già deprime, la libertà e la
vita morale e civile” ed il 4 giugno a parlare di un liberalismo “puro” in quanto svincolato da preconcetti
monarchici e liberisti, ma anche e soprattutto da possibili degenerazioni democratiche vaghissime rimanendo
le modifiche da apportare “nella produzione e distribuzione della ricchezza e nell’ordinamento del lavoro”. Il
“mortificante egualitarismo” delle “palle da bigliardo” della democrazia è del resto sullo sfondo anche de Il
pensiero politico di Benedetto Croce e il nuovo liberalismo che Macchiaroli stampava ad Alfredo Parente nel
marzo e poi nell’ottobre 1944 e che, allargando al campo istituzionale l’indifferentismo dei liberali, si preoccupava di bollare come “spurio” il liberalismo degli azionisti ove non si fosse ridotto al metodo liberale del
vecchio socialismo riformista (è l’obiettivo che Croce aveva indicato ad Omodeo nel suggerirgli l’ingresso in
quel partito a correggerne “contraddizioni e spropositi”; cfr. Marcello GIGANTE (a cura di), Carteggio CroceOmodeo, Napoli, Istituto Italiano per gli studi storici, 1978, p. 210 il 26 marzo 1944 per rivendicarne la
“purezza” ed il radicalismo richiamati per i liberali già nell’agosto 1943 con la nota politica di propaganda del
2 e La libertà innanzi tutto e sopra tutto ne «Il Giornale d’Italia», 10 agosto 1943, oggi in CROCE, op cit., pp.
102 e 108 a sfumare nella nostalgia e nella delusione sentimentale la propria fede monarchica che non riesce ad
adattarsi alla repubblica mazzinianamente invocata da Omodeo “nel lavoro sulle moltitudini […] contro le
tergiversazioni clericali” ed in concorrenza schiettamente liberale, e perciò non condizionata da plutocrati e
conservatori, con i comunisti.
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Benedetto Croce, presidente del Partito Liberale Italiano
meno formalmente super partes in rappresentanza della militanza antifascista di
un’aristocrazia cospicua della cultura nazionale.
Classi sociali e realtà politica era del resto, non a caso, il primo messaggio problematico che Croce rivolgeva a Roma liberata dalle colonne del «Risorgimento Liberale» del 10 giugno3 presente egli stesso, in quel medesimo giorno, alla commemorazione di Giacomo Matteotti tenuta felicemente da Pietro Nenni sul luogo stesso del
rapimento e, insieme con Carlo Sforza, breve introduttore della cerimonia, prima di
essere sollevato a spalla dalla piccola folla e trasportato al ponte che dal martire socialista avrebbe preso il nome, lungo il lungotevere Arnaldo da Brescia4.
La rivendicazione individualistica nei confronti di classi disinvoltamente affiancate a masse in quanto “astrazioni e perciò incapaci di pensare e operare” era
infatti quello scritto pronunziatissima, ed allargata ad abbracciare i “demagoghi”
che, ancorché con riflesso negativo, pretendessero d’interpretarle; e Panfilo Gentile
non esitava il 17 giugno a trarne le conseguenze, checché se ne fosse detto o pensato
a Napoli, deducendone che “nel campo politico, non meno e non diversamente che
in quello economico, la libera concorrenza contiene la garanzia della selezione e del
trionfo dei migliori” nonché, il 24 giugno, la definizione per il proletariato reale, e
non per quello fittizio dei demagoghi, di “una classe come tutte le altre, con diritti
e ragioni non superiori a quelli di tutte le altre classi, senza privilegi e senza rappresentanze ideali di eccellenza”.
Il giorno prima, col trasferimento dei membri del nuovo gabinetto Bonomi
da Roma a Salerno e con la firma del documento sul proprio onore dinanzi al luogotenente, dalla quale Croce ministro senza portafoglio si era astenuto, era cominciata l’aggrovigliata vicenda culminata con le dimissioni del Nostro, annunziate
3
Vedilo oggi, come il successivo Libertà combattente del 13 giugno 1944, con i titoli mutati rispettivamente
ne La concezione delle classi come entità reali e Interpretazioni storiche, in Benedetto CROCE, Discorsi di varia
filosofia, Laterza Bari, 1945, vol. II, pp. 163 e 164. Il primo di questi scritti fu prontamente discusso da Mario
Alicata su «L’Unità» del 13 e da Tullio Vecchietti e Franco Lombardi sull’«Avanti!» del 17 e 20 giugno 1944,
inserendosi nel dibattito Carlo Antoni per parte liberale il 21 e replicandogli «Il Popolo» il 24 giugno, a testimoniare la felicissima tempestività non esclusivamente culturale delle annotazioni crociane, tanto più in quanto il 27
sul quotidiano comunista Valentino Gerratana sottolineava il “bagno crociano” dei giovani fascisti approdati al
marxismo che Croce affettava di trascurare e che Parente aveva, con sintomatica attenzione, stigmatizzato.
4
Il resoconto in «Risorgimento Liberale» dell’11 giugno 1944 che durante la clandestinità aveva fortemente
corretto in senso crociano, basti pensare alla “esigenza della reggenza” ed alla collocazione di centro del partito,
vedi rispettivamente 23 novembre 1943 e 15 aprile 1944, l’originaria connotazione prevalentemente einaudiana
del gruppo romano costituitosi nel maggio 1943 e che tra l’agosto e il gennaio 1944 aveva dato vita ad una mezza
dozzina di assai interessanti fascicoli di propaganda in cui anche la suggestione azionista si fa avvertire con forza.
Si veda su «La libertà» del 10 agosto 1944 la documentazione della sgradevole ed infelice polemica suscitata da
Palmiro Togliatti contro Croce nel primo numero de «La Rinascita» del 15 giugno, e ben al di là dalla riproposizione
degli scritti gramsciani del 1932 già fatti conoscere da «Stato Operaio», con un attacco a fondo, e del tutto
esorbitante, contro Per la storia del comunismo in quanto realtà politica che, non lo si dovrebbe dimenticare,
apparso ne «La Critica» marzo 1943, non costituisce altro che l’ultima tessera di un ricco e variegato mosaico
cominciato a costruire giusto sei anni prima con Sul carattere ateoretico del marxismo. Non si trascurino del
resto in Classi sociali e realtà politica la presentazione di Marx “semitico profeta di rivoluzioni e possente creatore di moti sociali, ma privo di vigoroso genio filosofico e scientifico che è genio di verità” con i suoi “concetti
mostriciattoli” che danno vita ad un’arida ed insulsa “mostruosa storia di fantasticherie”.
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Raffaele Colapietra
dalla stampa il 14 luglio e sulle quali non ci soffermiamo, trattandosi di cosa abbastanza conosciuta anche nel risvolto più o meno scandalistico rappresentato dalla
lettera, certo rimaneggiata presumibilmente da Edmondo Cione nella forma, pur se
non del tutto apocrifa nella sostanza, e pubblicata a Milano dai fascisti del «Corriere della Sera».
Più importa in questa sede cercare di seguire il chiaroscuro che accompagna
l’anzidetta vicenda, e che sembra indicare malgrado tutto negli scrittori di «Risorgimento Liberale» lo sforzo d’interpretare la nuova realtà sociale che sta prendendo forma in conseguenza della guerra e con movenze quanto meno più articolate
rispetto ai rigidi schematismi dottrinari crociani, da Mario Ferrara che affida alla
Costituzione l’espressione e l’inquadramento di tale realtà a Gabriele Pepe pensoso
del recupero politico della piccola borghesia che “dà vita alla nazione”.5
Da Napoli, peraltro, dove si era ritirato Croce, e donde venivano significativi
suggerimenti di cultura e di strategia politica6 fino, il 6 agosto, a Intorno ai criteri
dell’epurazione che, datato Sorrento 12 gennaio ma reso noto in un’atmosfera elettrizzata dal ricordo delle violenze naziste, non poteva non suscitare un vespaio ben
al di là dell’evocazione più o meno erudita del “ripurgo” di borbonica memoria7 da
Napoli, diceva, parte l’8 agosto ed appare il 13 su «Risorgimento Liberale» che
commenta l’evento come grande e confortante chiarificazione allo scopo d’instau-
5
Gli articoli sono rispettivamente del 23 e 27 giugno 1944 (ma il 29 era nella sede liberale romana di via
Frattina che i costruttori romani davano vita ad un’associazione “democratica” che tuttavia si qualificava
apolitica, così come giusto un mese prima era nel PLI che erano confluiti i cosiddetti liberali monarchici
napoletani!). Di Ferrara si veda anche, nello schiettissimo gusto crociano dell’imminente discorso dell’Eliseo,
l’articolo del 14 luglio 1944 sul ventennio di “ribellione” vissuto dagli italiani nei confronti del fascismo,
sconfessato ed espulso dal popolo dopo il delitto Matteotti e culturalmente confinato, dal manifesto Croce, a
Gentile ed ai gentiliani “cacciatori di cattedre universitarie e di ben retribuiti incarichi”, un rifiuto dello Stato
etico vivacemente ribadito da Manlio Lupinacci il 19 luglio, lo stesso giorno in cui il commento redazionale al
ritiro di Croce presagiva acutamente per la sua futura attività politica una connotazione “anche più crociana
di quella che egli esercitò come ministro”. La commemorazione di Giovanni Amendola tenuta sempre da
Ferrara sarebbe stata invece censurata da Vincenzo Mazzei in «Domenica» del 20 agosto 1944 per l’agnosticismo
monarchico, anche questo un influsso crociano, nel quale si era preteso d’inquadrare, e perciò restringere e
soffocare, il delicatissimo problema dell’opposizione costituzionale, quella dialettica la cui attuale mancanza
era stata fin dal 6 luglio deplorata da Lupinacci.
6
La gioventù italiana dolorosa meditazione del marzo 1944 (“Forse nessuna generazione […] porterà i
suoi fiori”), Libertà e rivoluzione da «La Critica» del marzo 1944, La superiorità ai partiti rispettivamente in
«Risorgimento Liberale» del 25 giugno, 16 e 30 luglio 1944 ora in Croce, Scritti e discorsi politici, cit. vol. I, pp.
34 e 38; CROCE, Discorsi…, cit. vol. II, p. 156 fino, il 3 agosto, allo scambio di lettere con Einstein che si legge
in CROCE, Scritti…, cit. vol. II, p. 80.
7
Si veda la lettera del 12 gennaio 1944 in CROCE, op. cit., vol. I, p. 44 in ripresa della prefazione 7 marzo
1943 alla pubblicazione del carteggio di Fabrizio Ruffo che Laterza avrebbe stampato con evidente intento
polemico e politico a danno del ministero Parri nel novembre 1945, testo che si può leggere ora in Benedetto
CROCE,Varietà di storia letteraria e civile, Bari, Laterza 1949, vol. II, p. 184. Nenni avrebbe reagito sull’«Avanti!»
del 19 agosto 1944 con la formula apocalittica del ferro e del fuoco minacciati quale alternativa ad una vera ed
efficace legge sull’epurazione e soprattutto come risposta alla minimizzazione del problema delineata da De
Gasperi al convegno napoletano della DC a fine luglio, ripresa il 17 agosto su «Ricostruzione» da Enrico
Molé e fortemente a livello giuridico da un manifesto elaborato già il 10 luglio ed apparso su «Domenica» del
20 agosto 1944 a firma, tra gli altri, di Astuti, Capograssi, D’Avack, Dominedò, Giannini e Jemolo.
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Benedetto Croce, presidente del Partito Liberale Italiano
rare un costume politico8 tutto nuovo, un comunicato annunziante la fusione del
PLI con la democrazia liberale di Raffaele De Caro, tutta una selva di telegrammi
congratulatori ai savants che avevano patrocinato l’operazione, Croce, Orlando e
De Nicola, e la soddisfatta constatazione di come “i due movimenti politici concordino sostanzialmente in un orientamento progressista e democratico tendente a
realizzare le più ampie riforme sociali nell’ordine e nella libertà”.
Si tratta, è appena il caso di rilevarlo, di un linguaggio che sembra fatto apposta per attirare gli strali caricaturali del Croce dei bei tempi: ed invece egli lo accompagna con un proprio personale commento nel quale, dopo aver precisato l’avvenuta comune rinunzia ad ogni pregiudiziale monarchica, non si esitava a proporre
l’aggiunta di quella che nel liberalsocialismo di Guido Calogero era stata beffeggiata
come una ridicola coda, e cioè l’aggettivo riformista, già suggerito ad Omodeo in
chiave socialista, ma qui più che mai a rischio di degenerazione nella “mentalità
massonica” per indicare che il partito “è aperto e pronto ad assumere le responsabilità dei tempi nuovi” e ciò nell’evocazione veneranda di Giovanni Giolitti e di quel
vaghissimo riformismo più o meno democratico di cui due mesi prima si era parlato al Teatro Bellini con i liberali napoletani.9
Vale la pena peraltro di rilevare che queste novità venivano ad inserirsi tutt’altro che agevolmente nelle prese di distanza dai conservatori in particolare e dalle
fusioni in genere che, in nome del liberalismo ‘puro’, Alfredo Parente aveva ribadito a Napoli su «La Libertà» il 22 giugno e Niccolò Carandini in modo da farsi
smentire sulle stampe il 26 luglio, lo stesso giorno in cui sottentrava a Croce come
ministro senza portafoglio.
E tuttavia l’allineamento sulla direttiva e sull’interpretazione crociana dell’episodio e dell’atmosfera che lo giustificava e determinava era rapido ed integrale,
non tanto e non solo a proposito dell’epurazione, il 1° agosto Mario Pannunzio, il
7 Gabriele Pepe, allargando il discorso alla gioventù traviata da un becero fascismo
antiborghese ed anti-intellettuale, quanto proprio in merito alla contestata fusione,
e stavolta alla luce della “sana provincia italiana”, che entrava a sostenere nel Mezzogiorno, con la saggezza e forza dell’equilibrio e senso dello Stato, la resistenza
“nella prossima rivoluzione”10 e che Pepe il 27 agosto su «Domenica» leggeva quale
portatrice “di un tipo di civiltà tipicamente europea e profondamente nostra, la
8
Non la pensava così Togliatti intitolando con una certa ovvietà Cavallo di Troia il suo commento ne
«L’Unità» del 19 agosto 1944 che in «Rinascita» agosto-settembre 1944 sarebbe stato sviluppato senza particolare originalità.
9
Da «L’Unità» del 18 luglio e dall’«Avanti!» del 26 luglio 1944 risulta che la concentrazione, arieggiante la
vecchia democrazia costituzionale di Giolitti, evocato a tempo e luogo ne La superiorità ai partiti ed esorcizzato vivacemente da Guido Gonella su «Il Popolo» del 17 agosto 1944 in nome della tradizione cattolica
popolare e moderna tenacemente antigiolittiana alla Sturzo, andò a monte per la pregiudiziale repubblicana e
le pretese egemoniche di Mario Cevolotto leader della democrazia del lavoro.
10
Lo accennava «Risorgimento Liberale» del 20 agosto 1944 e lo avrebbe esplicitato Lupinacci il 16 settembre su «Il Giornale» di cui il giorno prima aveva come direttore inaugurato la pubblicazione con le crociane
Verità attuali oggi in CROCE, Scritti…, cit, vol. II, p. 25.
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civiltà del piccolo centro rurale, delle famiglie rurali e piccolo borghesi” che andava
dunque schiettamente conservata e valorizzata attraverso l’immissione della democrazia meridionale dei ceti medi e della piccola proprietà nelle grandi fila liberali.
Questa pagina mi sembra di fondamentale importanza per intendere l’immobilismo arcaico ed intimamente reazionario che, sotto il profilo sociale, si cela
dietro gli orpelli ideologici, razionalistici, anticlericali, di certa sinistra liberale che
sarà al centro dell’atmosfera culturale ‘frontista’ degli anni successivi, specialmente
nel Mezzogiorno, con vistosi influssi di populismo eversivo ed emotivo sulla politica e la cultura dell’estrema sinistra.
A noi compete per il momento limitarci a registrare questa tendenza (che
vedremo ancora largamente documentata) osservando sintomaticamente che anche
Roberto Lucifero, in quelle settimane al centro di un vasto movimento di unificazione monarchica meridionale ed autore di un libro significativo11 reputava il 15
agosto su «Italia Nuova» insostenibile la permanenza dei liberali nel CLN dopo la
fusione che rendeva anacronistica la persistenza autonoma di un PLI in quanto tale,
come lo stesso Croce aveva adombrato due giorni prima12 e possibile, viceversa
finalmente, la costituzione di un governo ‘omogeneo’ su quella base schiettamente
conservatrice e meridionale che affascinava anche il radicale Pepe e che sembrava
tutt’altro che discara agli Alleati.
È appunto questa base, al contrario, che Mario Pannunzio, il cui retroterra
culturale europeo e le cui inclinazioni politiche si volgono verso la democrazia socialista già tra gli autonomisti del partito di Nenni, si sforza di negare e vanificare.
Lo vedremo così il 20 agosto contestare che il liberale sia “un partito di pochi
intellettuali, di qualche illuminato industriale e di vari gentiluomini di provincia”
(si tratta invece di “partito progressista che considera la realtà dell’oggi”, un’avance
concretista a mezzo tra La Malfa e Salvemini), il 29 agosto definire tout court il
11
Si tratta di Umanità della politica accentrato sulla natura essenzialmente esecutiva dello Stato, il potere
legislativo appartenendo ai cittadini ed il giudiziario all’etica, sulla valutazione esclusivamente economica, e
non politica, da attribuire alla politica economica dello Stato, sul rifiuto della monopolizzazione della vita
pubblica da parte di un singolo gruppo di partiti (il CLN), tra i quali inesorabilmente affiora una “dittatura di
parte” (il PCI), sulla condanna del suffragio universale ed in genere del sistema dei partiti politici responsabili
di aver consegnato il potere agli “incoscienti” determinando la decadenza del parlamentarismo, una perfezione assoluta e infallibile racchiudendosi nello Stato simboleggiato dalla figura del monarca rispetto al governo
“relativo e mutevole”.
12
La fusione, aveva precisato Croce in un’intervista a «Il Tempo» che appariva contemporaneamente ai
documenti già citati del 13 agosto 1944 e può leggersi ora in CROCE, op. cit., vol. II, p. 62, “doveva necessariamente accadere, perché, lasciando da parte le differenze teoriche e storiche tra liberalismo e democrazia, sulle
quali io stesso ho molto battuto, e che tengo ferme, sta di fatto che, nell’uso sempre nuovo che assumono le
parole, (sic!) democrazia nei paesi liberi d’Europa e d’America è diventato sinonimo di quel che noi chiamiamo liberalismo […]. Il liberalismo democratico accetta, secondo le circostanze storiche, monarchia o repubblica, solo se questa gli garantisce la libertà”. Ma le critiche continuavano a piovere da ogni parte, Giovanni
Conti sulla «Voce Repubblicana» del 29 agosto ravvisante “forza negativa […] ostacolo opposto al progresso
del paese” in un’operazione che rievocava “uomini del passato ed errori del passato”, il richiamo crociano a
Giolitti che anche Tommaso Fiore deplorava il 3 settembre all’Università di Bari mentre la redazione di «Rinascita» nell’agosto-settembre 1944 insinuava il malcontento della borghesia settentrionale dinanzi ad un
risultato così vistosamente ragionalistico.
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Benedetto Croce, presidente del Partito Liberale Italiano
liberale un partito giovane e prendersela sintomaticamente col “conservatorismo
dei rivoluzionari” dei cui “miti impossibili” è giocoforza sorridere, così come anche della “ingenua propaganda dei neofiti marxisti”, botte che sembrano alludere
scopertamente agli appassionamenti di Gabriele Pepe.13
Coronamento di questa impostazione ‘moderna’ venuta fuori quasi per contraccolpo e reazione alla fusione con i democratici liberali, è il discorso che il 2
settembre il leader dei giovani Niccolò Carandini pronunzia al Teatro Brancaccio,
divenuto in quei mesi una sorta di passerella di rappresentazione e propaganda per
le principali personalità della nuova democrazia.
Carandini giustifica con “alta intenzione e pratica necessità” la discussa fusione “colpita ingiustamente da giudizi sommari”, ma risolleva subito le bandiere
del PLI “giovane e progressista” rivendicando crocianamente ad esso una posizione di centro, rigorosamente conservatrice della libertà ma in relazioni “chiare e
perciò buone” con i partiti di massa, al cui blocco socialcomunista i liberali sono
anzi addirittura avvicinati da una comune “aspirazione alla giustizia.”14
Fidente in un compromesso tra statalismo ed individualismo, pensoso d’ammonire i ceti medi ad abbandonare la paura del comunismo, ironico al pari di
Pannunzio sul ‘superficiale sinistrismo’ di certi suoi compagni di partito, Carandini
sembra liberarsi dalla genericità e dalle buone intenzioni solo quando parla, e con
grande impegno, di “parallelismo d’azione” con la DC, con la quale auspica anzi
“duratura collaborazione nella reciproca indipendenza” dal momento che la mancanza di un serio partito conservatore impedisce la concentrazione della democrazia laica.15
Carandini conclude da ministro un discorso che aveva iniziato da uomo politico nel delicato tentativo di enucleare un risultato progressista, o quanto meno
una giustificazione strategica, dalla fusione con De Caro, e lo conclude su alcuni
postulati largamente condivisi, risanamento monetario, né vendetta né punizione
13
Era tuttavia proprio Pepe che su «Risorgimento Liberale» del 10 settembre 1944 doveva esternare la
propria “dolorosa delusione” per il mancato venir fuori, dal consiglio nazionale del PSIUP tenuto a Napoli,
di quella grande democrazia mazziniana, proudhoniana, idealista in cui era lecito sperare evolvesse almeno
una parte del socialismo italiano, alla quale non a caso il 25 ottobre ancora Pepe avrebbe rivolto un aperto
invito scissionista in nome del “riformismo di domani”. Si veda anche Alberto CONSIGLIO, Socialismo al bivio,
in «Italia Nuova» del 4 ottobre 1944.
14
Ma in merito era stato significativamente lo stesso Benedetto Croce a reiterare le sue distinzioni ed i
suoi ammonimenti con Noterelle politiche apparse ne «La Critica» del luglio 1944 non senza una ribadita
squalifica degli orripilanti infantilismi filosofici di Lenin e Stalin. “La libertà – aveva ripetuto Croce – come
principio morale contiene in sé la giustizia e la promuove ed attua sempre, ed anzi non fa altro che questo, ma,
beninteso, attua quella giustizia che è storicamente attuabile […] e non più la giustizia intesa come eguaglianza (sic!) che è concetto matematico e non morale e non politico e non sociale, ed è negato perfino nella Russia”.
15
Ma proprio contro la caratterizzazione inevitabilmente borghese di questa illusoria concentrazione
avrebbe continuato a tuonare il Gonella sul «Popolo» del 20 settembre 1944, il fascismo confinato “nei suoi
covi a rimestare le impure ideologie e le prepotenti passioni di menti malate” se non fosse intervenuta a
valorizzarlo la borghesia.
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nell’epurazione, integrità del territorio nazionale, ma anche con un paio di sprazzi
programmatici ardimentosi, il consiglio di fabbrica come organo di cooperazione
con la proprietà privata, la gestione collettiva della terra quale preambolo alla sua
concessione ai contadini in piccola proprietà privata o governo cooperativistico.
Ben diversa la linea politica più autenticamente crociana che «Risorgimento
Liberale» aveva felicemente presagito fin dall’indomani delle dimissioni e che si
sintetizza nel discorso dell’Eliseo del 21 settembre 194416 alla presenza dell’intero
ministero Bonomi.
Eliminato Vittorio Emanuele e tenuta in serbo la soluzione monarchica magari attraverso il mai accantonato escamotage della reggenza, il nuovo centro di
ralliement, di concentrazione patriottica che stavolta non ha neppure bisogno di
etichettarsi e perciò limitarsi come antifascista17 diventa il trattato di pace, su cui
saggiare la disponibilità e realizzare la subordinazione, se non addirittura l’emarginazione, dei partiti ‘antinazionali’.
La ricostruzione, il movimento partigiano, l’internazionalismo della coalizione antinazista, tutte queste che non erano soltanto parole d’ordine contingenti
del momento, sono assenti nella prospettiva crociana di un’Italia completamente
astratta, astrattamente contrapposta agli ‘invasori’ fascisti (la famosa immagine degli Hyksos donde, storiograficamente parlando, la parentesi dell’heri dicebamus) e
perciò rivendicante “il diritto di stare tra i vincitori”, un appello che solo Saragat
avrebbe raccolto l’indomani sull’«Avanti!» come la “voce stessa dell’Italia” tornata
ad una tradizione liberale non più che interrotta dal fascismo, quel metodo liberale
del riformismo socialista, insomma, che Croce aveva evocato al Teatro Bellini e che,
nelle sue volute patriottiche, risorgimentali e carducciane era in grado di coinvolgere, stemperandone il giacobinismo tutto appassionato e sentimentale, anche un vecchio interventista come Pietro Nenni.18
“Non si tratta – avrebbe ribadito e sintetizzato Croce il 7 novembre dinanzi
al Comitato liberale che aveva poc’anzi sancito, su sua proposta, l’agnosticismo del
16
Per un maggiore approfondimento, cfr. CROCE, Scritti…, cit. vol. II, pp. 87 e segg.
«Il Corriere della Sera» del 23 e la radio repubblicana fascista del 25 settembre riconoscevano a Croce il
merito innegabile ed il coraggio di aver denunziato per primo la “servitù italiana” e la situazione invivibile in
cui le condizioni armistiziali ponevano l’Italia.
18
Non a caso sarebbe stato proprio Nenni a negare il 19 novembre 1944 agli Alleati l’identificazione tra
Italia e fascismo sulla base dell’aneddoto crociano del ciabattino fascista e perciò indispettito col Croce di cui
al «Giornale» del 29 ottobre col titolo Chi è fascista? oggi in CROCE, op cit., vol. II, p. 46 (nel frattempo
Giovanni Cassandro e Giorgio Granata avevano fervidamente risposto all’apertura di Saragat ribadita il 3
ottobre e mancante soltanto di un franco riconoscimento del primato dell’iniziativa privata al quale, per parte
socialista, Umberto Calosso ed Achille Corona aggiungevano ben più gravemente il rifiuto della difesa “in
generale, così per aria” della borghesia fatta dal Croce “senza darle un significato storico articolato”, quel
significato viceversa che i liberali fiorentini, Artom, Medici Tornaquinci, Devoto, Fossombroni, Santoli, delineano in senso progressista all’interno del CLN da cui rimanga escluso un partito conservatore che eviti la
reazione nel Mezzogiorno, come tra il 17 e il 21 ottobre 1944 si legge vivacemente sulla «Nazione del Popolo»
prima del bello e sodo articolo di Eugenio Montale, il 4 novembre, e della partenza per Roma, l’8, della
delegazione del CLN toscano che sarebbe stata protagonista della crisi del primo gabinetto Bonomi).
17
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Benedetto Croce, presidente del Partito Liberale Italiano
partito in materia istituzionale19 – di riformare socialmente ed economicamente l’Italia, come certamente si dovrà quando il popolo, tutto il popolo italiano, sarà in
grado di eleggere i suoi rappresentanti al Parlamento, ma si tratta di ridargli ed
assicurargli le condizioni elementari della vita”.20
I liberali, infatti, avrebbe spiegato il 18 novembre Pannunzio ad illuminare
un’arrière pensèe molto significativa, si sono “adattati” alla coalizione ciellenista
del giugno 1944 solo per volontà di concordia, pur disponendo essi delle “più illustri tradizioni di governo”: e la direzione del PLI lo avrebbe confermato l’indomani, precisando che i liberali “non ammetteranno in alcun modo che, attraverso uno
spostamento di forze a loro danno, si preparino le vie di una conquista violenta del
potere e di una soppressione della libertà a beneficio di nuove dittature”.
Il Parlamento di cui parla Benedetto Croce è insomma né più né meno che
un’accolta di savants d’anteguerra, lo slogan azionista per il conferimento di ogni
potere ai CLN non rappresentando altro, leggiamo il 26 novembre, quando Bonomi
ha già presentato le sue dimissioni al luogotenente, con una prassi che costituisce
essa stessa vivacissima materia del contendere, che “il mezzo di screditare il governo di unione nazionale e farne il fantoccio da abbattere al momento propizio”.
I liberali, in poche parole, ribadiscono senz’altro, ovviamente con grande e forse
remotamente concertata agevolazione tattica di De Gasperi, come giusto un anno più
tardi si sarebbe ben più clamorosamente e decisivamente realizzato con Parri, il loro
pesante ruolo di freno all’interno della compagine governativa, forti com’essi erano ora
non solo della presenza sempre attivissima di Croce, della quale si farà cenno più avanti,
ma anche di una coppia d’interventi su «Risorgimento Liberale» esemplari in chiave
anti-ciellenista il 13 dicembre (“il governo non può essere l’emanazione delle parti politiche singole ed associate”) e liberista il 24 allo scopo di “aprire, anzi spalancare le
porte di casa nostra all’invasione, all’inondazione delle merci straniere”.
2. Per una vera democrazia
Nell’intervallo tra essi, il 15 dicembre, Giorgio Granata aveva indirizzato
personalmente a Saragat un invito dal titolo eloquente Per una vera democrazia
quasi a voler forzare i tempi di una rottura dell’unità d’azione fino ai limiti della
scissione all’interno del socialismo, una forzatura a cui reagivano negativamente lo
19
Si veda in proposito CROCE, op. cit., vol. II, pp. 40 e 44.
Si legge in merito su «Risorgimento Liberale» del 24 novembre 1944 l’intervento del Cassandro, la cui
‘prossimità’ al Croce andrebbe precisata e chiarita molto al di là dei risvolti culturali e di quelli meramente
politici, per un’assemblea con equa rappresentanza delle regioni e dei partiti anche se estranei al CLN, attraverso vecchi parlamentari, tecnici e sindacalisti “all’infuori di pretese monopolistiche”, la Consulta, s’intende,
ma in un clima tutt’altro che ‘convenzionale’ come appariva, e veniva in effetti prospettata, la Costituente di
Nenni. Ma nel frattempo quest’ultimo, e per lui l’«Avanti!» del 9 novembre 1944, non esitava a tracciare
senz’altro di reazionario l’atteggiamento del Croce e di poco netto e leale sul problema istituzionale quello
del PLI di cui andava pertanto valutata la funzione progressista o reazionaria per dedurne il limite della
possibile collaborazione.
20
228
Raffaele Colapietra
stesso Saragat contestando il 19 sull’“Avanti!” che potesse essere la borghesia a
presiedere al processo di una ricostruzione autenticamente democratica, sia soprattutto Manlio Brosio, nuovo ministro senza portafoglio con la segreteria affidata a
Leone Cattani affiancato sempre da Cassandro, il quale il 16 dicembre mostrava di
voler accogliere la formula degasperiana di una soluzione di governo tripartita “di
massima” che potesse fare a meno delle singole specifiche componenti partitiche
socialista ed azionista, la “continuità dello Stato” essendo stata sostanzialmente interpretata nell’ambito di una differente valutazione della democrazia, che prescindesse comunque dalle tentazioni reazionarie dalle quali si poteva a torto supporre
che fossero stati contagiati i liberali.
E Croce? Egli il 23 novembre sul «Giornale» di Lupinacci, pur occupandosi
di tutt’altro argomento, non aveva mancato di stigmatizzare le “agitazioni infeconde” e le “questioni inattuali e, direi, accademicamente irritanti” che conferivano
“un che di goffo e di provinciale” alla vita pubblica italiana: e con questa tematica
non aveva potuto fare a meno di misurarsi nei giorni successivi, e aggrovigliatissimi, della crisi del primo ministero Bonomi, qui, il 29 novembre, ispirando la conferma di fiducia al presidente dimissionario nell’auspicio di un governo “fondato
sui partiti ma non di partito” quale quello contro il quale i socialisti non esitavano
ad invocare “un’opera di salute pubblica”, a prevenirne gli eventuali risvolti monarchici ed antidemocratici di cui erano i liberali a sopportare le maggiori responsabilità, lì, il 1° dicembre, facendo confermare l’appoggio “anche nel caso di un’eventuale deprecabile mancata partecipazione di altri partiti”, qui, il 13 dello stesso mese,
protestando espressivamente, ma prendendosi dal «Popolo» una vivace rimbeccata, contro “la formula di moda la quale differenzia i partiti, non secondo le idee
direttive ma secondo le cosiddette masse”, lì, due giorni più tardi, nell’intervista a
Cecil Sprigge per la Reuter, pubblicata il 24 dicembre sul «Il Tempo» ed il 27 sul «Il
Giornale», deprecando la subalternità che ancora una volta il Bonomi aveva dimostrato nei confronti dei partiti politici in quanto tali anziché “comporre il ministero
in modo più organico e meno meccanico” ed agitando una volta di più lo spauracchio di “qualche estremismo con le congiunte tendenze alla dittatura.”21
Ancora una volta, insomma, il problema centrale della meditazione politica
crociana, abbracciante e comprendente in sé tanto la polemica antimarxista quanto
la religione della libertà, rimane quello impostato ed enunciato nel discorso di Oxford
del 1930 contro l’antistoricismo vitalista ed irrazionalista, le “turbe nemiche” del
mondo contemporaneo contro l’individuo liberale, occidentale e cristiano, una chiusura drastica, una frattura irrimediabile, una visione squisitamente intellettualistica,
e solo latamente morale, della lotta politica, di remota ascendenza aristocratica e
risorgimentale fin dai tempi dei discorsi pedagogici di oltre trent’anni addietro.
Posto che l’educazione popolare ottocentesca non è riuscita a rendere le masse
21
Si vedano rispettivamente La Germania prepara la terza guerra mondiale ora con titolo modificato in
CROCE, op. cit., vol. II, pp. 18 e 77 per la lettera 10 pubblicata 13 dicembre 1944 e vol. II, p. 71 per l’intervista
Sprigge con la presentazione di Nenni, “carduccianamente” calda di simpatia umana.
229
Benedetto Croce, presidente del Partito Liberale Italiano
politicamente e tanto meno scientificamente pensanti, sicché non resta che procurare di sottarle ai miti, onde i demagoghi le agitano e le inebriano22 le Considerazioni sul problema morale del tempo nostro, datate Sorrento 15 dicembre 1944 ed apparse nel marzo successivo sul primo “Quaderno” de «La Critica» come il più
significativo forse tra i lavori crociani di questo periodo, non possono che prendere
a loro volta le mosse della confutazione ennesima della “forza misteriosa e prodigiosa” del “mito delle masse” ma per approdare, in una confutazione a sua volta
tutt’altro che nuova dell’irrazionalismo antistoricista e vitalista che non ammette
soluzione di continuità tra comunismo e fascismo, ed alla rovescia, ad una calda
celebrazione della razionalità non soltanto occidentale ed europea ma specificamente tomistica e cristiana che chiudeva il circolo aperto due anni prima con Perché non possiamo non dirci cristiani ma ora in una situazione politica generale radicalmente alterata che non poteva non responsabilizzare a fondo il liberalismo, e per
esso il partito che lo rappresentava e Croce che lo presiedeva ben al di là del
‘prepartito’ delle precedenti riflessioni teoriche, nei confronti di una presenza tutt’altro che esclusivamente dottrinaria e spirituale, e che si avviava con chiarezza a
divenire preponderante o quanto meno protagonista (“razionali dobbiamo mantenerci e vivere perché cristiani, e profondamente cristiani perché razionali: e cristianesimo e razionalità, se anche ora sembri il contrario, non possono essere mai sorpassati e antiquati”).
Lo scritto crociano23 era stato preceduto da messe a punto che avevano insolitamente suscitato pronte e vivaci reazioni nel campo stesso più latamente omogeneo a quello del Nostro, sintomo questo di un’insofferenza crescente che l’appressarsi della conclusione della guerra, e perciò anche, per quanto attinente all’Italia,
del suo esito istituzionale e costituzionale, non poteva che rendere sempre più concitato, Correttezza nei concetti politici, il cui pedagogismo eccitava entro le quarantott’ore la replica drastica di Antonio Calvi (“non credo sia arbitrario distinguere
[…] perché tutta la storia dei partiti politici è stata di frazioni e di gruppi contrastanti”), Libertà e forza, la cui machiavellica identificazione Saragat rendeva di carne e sangue “nei lineamenti fraterni dei partigiani”.24
E tuttavia, per quanto attiene più strettamente al PLI in quanto tale, l’odg
unanime che concludeva i lavori del comitato nazionale riunito fra il 1° ed il 3 mar-
22
Verità politica e mito popolare ora in CROCE, Discorsi…, cit. vol. I, p. 161 con la data generica 1944 che
qui si colloca a fine anno per opportunità logica e cronologica.
23
Già in Pensiero politico e politica attuale, 1945 ora in CROCE, Scritti…, cit. vol. II, pp. 139-159.
24
Da «Risorgimento Liberale» del 21 e 23 febbraio 1945 (quest’ultimo lo stesso numero in cui appare la
replica di Calvi) le postille crociane sono ora in CROCE, op. cit., vol. II, pp. 159 e 212, l’articolo di Saragat è
sull’«Avanti!» del 24 febbraio 1945. Non si trascuri invece su «Nuova Europa» del 21 gennaio e «Mercurio»
del 28 febbraio 1945 l’avance che Pepe e Riccardo Bauer rinnovano al socialismo di Saragat e di Silone come
“movimento umanistico europeo”, affinché liberi le sue ideologie da ogni irrazionalismo e particolaristico
interesse economico per confluire nella libertà quale “specchio consapevole della solidarietà umana”. E si
ricordi la replica di Einaudi La forza solo contro la forza a temperare le idee crociane («Risorgimento Liberale» 9 marzo 1945) donde un’interessante inchiesta promossa da «Città Libera».
230
Raffaele Colapietra
zo 1945 con un discorso del Croce deplorante ancora una volta, significativamente,
l’assenza di un raggruppamento che in modo esplicito si definisse di destra per
lasciare il centro sotto la rassicurante ipoteca liberale25 non faceva che confermare,
dalla relazione Cattani al discorso Brosio che ne aveva caratterizzato e dominato lo
svolgimento e la stesura, il saldo compattamento del partito intorno al suo presidente, semmai con un’accentuazione che non poteva non venir notata e sottolineata
alla vigilia della liberazione e del più o meno temuto scatenarsi del vento del Nord26.
L’unanimità liberale si scontrava peraltro, sintomo di un drammatico obiettivo
isolamento del partito, con l’unanimità o quasi delle reazioni contrarie, Guido de
Ruggiero, dalle colonne de «La Nuova Europa», la bella rivista dell’azionismo moderato da lui fondata e diretta con Luigi Salvatorelli, prendendosela con “l’arbitrio di una
irragionevole passione” a cui ci si esponeva col persistere nell’agnosticismo istituzionale, i monarchici di «Italia Nuova» irridendo alla pretesa liberale di rappresentare il centro quando la destra rimaneva scoperta, Franco Lombardi ponendo dall’«Avanti!» quella
scelta tra conservatorismo ed “esigenza liberale nel seno del programma socialista” che
erano stati i liberali a sollecitare a Saragat e che ora si ritorceva a loro danno, pena la
scomparsa del partito e il suo dissolversi in un “prepartito” di crociana memoria e tutt’altro che inteso e vissuto dal Nostro come tale.
Se del resto Cassandro non riusciva ad invocare che una “intrinseca necessità” per la scelta centrista mancando purtroppo (Granata) una destra “intelligentemente conservatrice”, e Cattani giustificava l’agnosticismo con l’opportunità di
evitare un’opinione passionale che, sotto nuove suggestioni totalitarie, avrebbe potuto far degenerare in tal senso la repubblica o nel dispotismo la monarchia, unica
solida acquisizione, nel ritorno allo Stato prefascista che più o meno direttamente
ne discendeva, rimaneva quella dell’iniziativa privata e dell’economia di mercato,
alternativa alla quale, insisteva Cassandro,27 non era che una pianificazione necessariamente autarchica, e perciò dittatoriale.
25
Si veda CROCE, op. cit., vol. II, p. 217.
L’odg, prendendo le mosse dal centrismo di Cattani e della sua pratica identificazione tra monarchia e
repubblica secondo ben noti capisaldi crociani, auspicava un rinnovamento dello Stato senza sovvertimenti
rivoluzionari né privilegi né distinzioni di sapore classista, ampie riforme sociali in ordinata libertà sulla base
di una rete di medi e piccoli proprietari, difesa della lira e freno alla circolazione, consulte regionali, l’iniziativa privata, “base più che mai necessaria della nostra ricostruzione e della nostra vita economica” salvo casi ben
precisi e delimitati d’intervento statale. Quanto a Manlio Brosio il suo heri dicebamus ultracrociano esorcizzava e rovesciava il privilegiamento della giustizia sociale a scapito della libertà, segnatamente in campo economico, meritando l’inattesa lode di modernità antitradizionalistica da parte de «La Città Libera» testé nominata, la rivista ufficiosa che nella stessa sede liberale di via Frattina, sotto la direzione di Giorgio Granata,
aveva iniziato le pubblicazioni il 15 febbraio 1945 con uno scritto classicamente antimonopolistico di Einaudi
ed uno tecnocratico ed industrialistico del suo brillante luogotenente, ed il più alieno dall’influsso crociano,
Guido Carli.
27
Forniamo le indicazioni bibliografiche di quanto citato nel testo «La nuova Europa» dell’11 marzo 1945,
«Italia Nuova» del 4 marzo 1945 con una bella immagine giornalistica (“Il senatore Croce chiede ansiosamente
che un certo numero di uomini dabbene, di ex fascisti o fascisti convertiti si stringano in partito politico e si
chiamino di destra, quasi ad altro scopo che per evitare al partito liberale di fastidio di dover occupare una
posizione bersagliata”), «Avanti!» del 20 marzo 1945, «La Città Libera» dell’8, 15 e 22 marzo 1945.
26
231
Benedetto Croce, presidente del Partito Liberale Italiano
Non mancava che l’accenno polemico al concordato ed alla convenienza di
una sua revisione, venuto fuori dal Consiglio nazionale comunista del 10 aprile
1945, per appaiare a questa economica l’altra fondamentale acquisizione ideologica
e culturale che volgarizzava le recentissime Considerazioni crociane, la difesa dell’unità nazionale contro la minaccia di un conflitto religioso “che è una forma, e
delle peggiori, di guerra civile”.28
Ci sarà il vento del Nord? si era chiesto maliziosamente «Risorgimento Liberale» fin dal 12 aprile, quando ancora si combatteva duramente sulle propaggini
appenniniche: ed aveva risposto rovesciando la domanda retorica a favore di quel
che Rodolfo Morandi avrebbe chiamato letterariamente “muro di gomma” e delle
sue funzioni benefiche, “gli italiani del Nord […] si attendono molte cose da noi”.
Che cosa precisamente? In primo luogo, forse, la dissoluzione della “nebulosa”
armata della Resistenza in un processo di differenziazione a Roma già avanzatissimo,
con i socialisti per la Seconda Internazionale, per Trieste, per il divorzio, a distinguersi confortevolmente, secondo i ripetuti auspici liberali, dai dogmatismi e dai
tatticismi comunisti («Risorgimento Liberale» 18 aprile 1945).
Secondariamente, ed assai più probabilmente, atteso il fervore patriottico e
regionalistico che saliva in proposito con solo apparente incongruenza unitaria specialmente da Napoli,29 i grandi ideali morali e civili di libertà, tolleranza, carità,
bontà, di cui Pannunzio disserta con eloquenza il 30 aprile dinanzi al cadavere di
Mussolini, non soffermandosi magari tanto sul significato e la portata della caduta
del fascismo quanto, in certo senso con l’afflato shakespeariano che aveva animato
28
«Risorgimento Liberale» dell’11 aprile 1945, mentre Croce il 5 maggio ribadisce l’agnosticismo istituzionale in termini più che mai vaghi (“Io sto per l’Italia e per la libertà”) in una lettera a Gabriele Pepe che
avrebbe inaugurato la rivista «Ethos» nel settembre successivo e che fa da chiaroscuro all’aspro laicismo del
Pepe anche in queste circostanze, mentre Granata sul «Risorgimento Liberale» del 14 aprile procurava di
staccare anche Nenni dall’abbraccio dello spregiudicato realismo comunista, riconducendo anche lui, con
Silone e Saragat, all’interno della dialettica de La doppia anima del socialismo. Il Pepe dava nel frattempo alle
stampe La crisi dell’uomo che, partendo da un’analisi puramente intellettualistica così del fascismo come della
democrazia, visti rispettivamente quale prodotto della controriforma e degenerazione del liberalismo, approdava ad una drastica negazione patriottica di qualsiasi internazionalismo così rosso come nero, ad una nebulosa
subordinazione del lavoro al “pensare e volere rettamente” con accentuazione del momento morale di tale
subalternità che si rispecchia nell’immorale razionalismo comunista contrapposto al socialismo quale “nuova
redenzione umana ed associazione dei lavoratori”, la prima da affidare all’azione educatrice privata di “parrocchie laiche” dedite a “cose buone e semplici” nell’intesa tra proletariato e piccola borghesia che richiama il
Mezzogiorno utopistico caro al Pepe, come sappiamo, con tutto il suo filisteismo patriarcale che appunto nel
“buon gusto” e nella “superiore cultura” della piccola e media borghesia con la sua “aspirazione umana al
progresso ed al miglioramento sociale” rinviene una soluzione che si pretende di etichettare come socialista.
29
Ne è protagonista «Il Giornale» a partire dall’appello di Epicarmo Corbino alla stessa storica data del
25 aprile (“Ricordiamoci di esser tutti italiani”) fino al giudizio municipalistico di giusto un mese più tardi,
sempre di Corbino, a gloria dello scugnizzo “il più grande partigiano” nella spontanea autonoma liberazione
di Napoli contrapposta all’opera di coloro che “hanno avuto aiuti tali che solo l’ottenere risultati più modesti
avrebbe potuto essere oggetto di sorpresa (sic!)” passandosi attraverso ammonimenti tempestivi (“A nessuno
è consentito tentare di accaparrarsi un predominio […]”), lo sfruttamento altrettanto ben calcolato dell’ escamotage triestino a danno del “nazicomunismo o comunfascismo che dir si voglia […] erede del fascismo”, la
pregiudiziale della continuità affermata da Guido Cortese contro le “strida di passioni malsane” di cui parlava
Lupinacci ne «La Città Libera».
232
Raffaele Colapietra
Croce alla fine della grande guerra di fronte al crollo dei quattro imperi secolari,
sottolineando imparzialmente il “tremendo ammonimento” che da ciò viene ad
ogni aspirante dittatore.
Senonché la “unità di intenti e di propositi” tra Roma e Milano su cui ci si era
fiduciosamente assestati il 6 maggio veniva revocata in dubbio, drammaticamente,
dal viaggio al Nord di quello stesso Cattani che poche settimane innanzi era stato in
prima fila nel propugnare piuttosto avventurosamente la ‘soluzione Nenni’ con i
liberali all’Interno per il nuovo ministero di finalmente ricostituita unità nazionale,30 sì da far mutare in modo radicale l’impostazione del PLI e da far incentrare
anch’essa, col valore e il vigore di un’alternativa globale, posta soprattutto alla DC,
sul problema dei CLN non solo nei rapporti col governo, ma specialmente nella
prospettiva della edificazione del nuovo Stato democratico.
E poiché una prima proposta Cattani, il 15 maggio, per i CLN come primi
nuclei delle future giunte comunali e provinciali paritetiche fra i sei partiti della
coalizione, e quindi con una visione parlamentaristica che distorceva alla base la
‘filosofia’ resistenziale insita nei comitati militanti, era restata senza esiti apprezzabili, Parole chiare del 29 maggio prospettò senz’altro “uno stato di anarchia che è
sboccato nella tirannide” quale risultato inesorabile comprovato dalla storia di tutti
i governi dei comitati, a cui l’esarchia aveva il dovere di provvedere preliminarmente onde evitare “una rivoluzione in forme pseudo-legali […] il soffocamento della
pubblica libertà”, quel gran quadro di delinquenza comune, di esigenza di
elementarissima sopravvivenza fisica, che Leone Cattani delineava contemporaneamente nella sua famosa lettera ai colleghi segretari di partito, un’apocalisse il cui
sottofondo politico è costituito assai più modestamente dall’alternativa tra esarchi
e CLN, a rappezzare la quale non poté che escogitarsi la soluzione Parri come il
minor male temporaneo ed il meno sconveniente tra i compromessi possibili in uno
stato di cose in corso di decantazione naturale senza l’ultimativo irrigidimento di
Cattani.
Esso era stato congenialmente anticipato, sia pure con ovvia ben diversa misura e discrezione, da Benedetto Croce a Firenze il 27 maggio proemiando ad un
discorso di Medici Tornaquinci con un appello alla legalità ed all’ordine pubblico
contro i propositi di violenza, di sopraffazione e di dittatura che solo le circostanze,
e la sede fiorentina, sconsigliavano di attribuire scopertamente ai CLN.31
Questi ultimi erano del resto già il 2 giugno ridotti a funzione meramente
consultiva accanto ai prefetti in preparazione delle elezioni amministrative sicché
30
Non potendo nel caso attuale soffermarci a dovere sui risvolti squisitamente politici e partitici del
nostro argomento, ci limiteremo a ricordare che il difetto comune all’impostazione liberale, sublimata e crollata con la manovra Cattani per De Gasperi ai tempi del ministero Parri, consiste nel presupposto egemonico
della ‘grande intesa’ laica con i socialisti, quasi che la DC potesse essere posta in merito in condizione subalterna
o addirittura strumentalizzata.
31
Si veda CROCE, op. cit., vol. II, p. 226 l’intervista alla Reuter del 23 maggio 1945 che anticipa i medesimi
concetti.
233
Benedetto Croce, presidente del Partito Liberale Italiano
Croce, che di ritorno a Napoli aveva incontrato De Gasperi a Roma, poteva il 4
giugno cordialmente abboccarsi con Nenni, sempre presidente in pectore, il cui discorso al S. Carlo si era accentrato sulla rivendicazione di Trieste italiana, sicché i
due patrioti risorgimentali e carducciani si erano trovati d’accordo, recitava un comunicato ufficioso, “nel riconoscere la necessità di una soluzione che aderisca alle
esigenze del popolo italiano”. 32
Di lì ad un paio di settimane Ferruccio Parri sarebbe stato presidente del
Consiglio senza che qui sia possibile né opportuno seguire nel dettaglio le vicende
della crisi se non per quanto attiene al Croce ed al ruolo rilevantissimo in essa da lui
rivestito tra la residenza dell’Aventino, via Frattina ed il Quirinale, la presidenza
della giunta liberale, l’ipotesi di De Gasperi, la candidatura dell’asse Croce-Nenni
nell’escludere la soluzione cattolica mentre Meuccio Ruini metteva fuori la sua ‘pensata’ geniale d’invitare Parri nella capitale e Forza e violenza, la noterella dal nostalgico titolo soreliano33 metteva in guardia il 10 giugno rispetto al vero o presunto
revival terroristico nella ripresa quanto meno formale del vento del Nord.
Esso, com’è noto, si andò rapidamente placando nei giorni seguenti non senza che la perdita dell’Interno, implicita nel tramonto della candidatura Nenni, scombussolasse i liberali e più li esasperasse, e particolarmente il Croce, la richiesta “precisa e ferma”, il 18 giugno, del dicastero dell’Istruzione da parte della DC, la “presa
di possesso del partito democristiano, cioè della Chiesa cattolica, dalla quale sia
pure soltanto idealmente questo partito dipende” di cui avrebbe parlato il Croce
nella lettera ben nota del 20 a De Gasperi34 nell’autodefinirsi “personalmente disonorato” se mai avesse acconsentito ad una capitolazione siffatta, che per il momento, si sa, poté evitarsi con la conferma di Vincenzo Arangio Ruiz e l’offerta alla DC
di un quarto portafoglio.
Ma il definirsi obiettivo di una “Italia di Parri”, quella “umile Italia”, quel
“partigiano qualunque” di cui in quelle settimane di tarda primavera non poté non
parlarsi e con una concretezza tangibile, indiscutibile, pur nel molto ciarpame retorico e nella moltissima fumisteria politica, tutto ciò allarmava irresistibilmente i
partiti, preoccupava le forze politiche qualificate, con un avvertimento implicito ad
esaminarsi, a contarsi, per riprendere in mano la situazione in prima persona.
Ancora una volta «Risorgimento Liberale» prendeva la testa di questa cam-
32
Nenni aveva del resto prospettato una maggioranza legale a socialisti e comunisti in conseguenza di
libere elezioni, l’unità d’azione essendo intesa e definita nel suo contenuto primario di “adesione senza riserve
e senza sottintesi delle classi lavoratrici alla democrazia”: e «Risorgimento Liberale» aveva per parte sua titolato
il 3 giugno La ragione ha vinto in commento al ridimensionamento dei CLN, sicché anche le schermaglie in
corso in proposito su «La Città Libera» tra Lupinacci e Pepe venivano a perdere molto di mordente.
33
Si veda CROCE, op. cit., vol. II, p. 164.
34
La lettera fu pubblicata in luglio a chiaro scopo provocatorio da Giulio Andreotti, Concerto a sei voci,
p. 96 e riproposta in ottobre 1945 su «Ethos» con una seconda lettera crociana a Pepe (entrambe in CROCE, op.
cit., vol. II, p. 231) che riportava alla Conciliazione l’esordio nel filosofo di una specifica “corda anticlericale”
che in questo senso può essere assunta come giannoniana, non vogliamo dire massonica, rispetto al costantissimo laicismo risorgimentale.
234
Raffaele Colapietra
pagna, già tra giugno e luglio 1945 riprendendo il ‘muro contro muro’ di Cattani
una volta messa da parte ‘la grande intesa’ con i socialisti ed assumendo su di sé
l’onere integrale dell’opposizione conservatrice all’interno dell’esarchia, il disagio
dei ceti medi, i tumulti pugliesi non colpiti da “punizione esemplare” in quanto
“opera di partiti organizzati, che usano la violenza come strumento di conquista
del potere, l’intimidazione come mezzo per avvincere i tentennanti” quelle sopraffazioni agresti nei cui confronti, senza rinunziare ad ogni possibile venatura classista, “c’è soltanto la colpevole complicità con chi pretende di sostituire alla legge il
suo particolaristico e intollerabile arbitrio” mirante tra l’altro a sbarrare ai contadini la strada della piccola proprietà “per ridurli domani a docili schiavi salariati di un
onnipotente governo”, salvo strumentalizzarli oggi con l’arma demagogica dello
sciopero politico “evidente tentativo di deviare il corso di una sana ed efficiente
democrazia verso la strada della violenza e della sopraffazione”.35
Una frattura consapevolmente, sistematicamente imposta con un piano a lunga
scadenza i cui obiettivi consistono nell’isolamento comunista, nella ‘punizione’ della
‘prepotenza’ clericale, nella ripresa se non altro del dialogo con i socialisti, questa la
strategia liberale nell’estate 194536 in attesa dell’inizio dei lavori della Consulta e
della riunione subito precedente del Consiglio nazionale del partito fissata al 20
settembre, una data quasi patetica atteso il risultato a cui tutta l’operazione impostata in quella sede sarebbe andata a parare.
«Risorgimento Liberale» vi proemiava in un’atmosfera sua malgrado fortemente commossa per l’insorgere impetuoso del qualunquismo, donde “la sfiducia
nei partiti” insolitamente al primo posto nell’enumerazione del consueto chaier, e
con essa il discredito dei governanti, la negazione del “ciellenismo”, tutto ciò che
induceva a ribadire con forza che “i tempi eccezionali sono finiti” e con essi la
necessità della coalizione di governo e della stessa permanenza in esso da parte dei
liberali ove di essa non si fissassero una buona volta “limiti precisi”.
Il discorso inaugurale di Benedetto Croce37 trascende in verità queste contin-
35
Ho citato e riassunto da «Risorgimento Liberale» del 27, 29 e 30 giugno, 3, 10, 14 e 21 luglio 1945,
protagonisti Pannunzio e Vittorio Zincone con lo pseudonimo di Ricimero (si veda anche con analoga e più
acre aspirazione Cassiodoro de «La Città Libera» che è Vittorio Gorresio). Si veda la prefigurazione della
terza forza fiancheggiante a sinistra della DC coalizzando azionisti, repubblicani, liberali radicaleggianti e
democratici del lavoro non trasformisti che Calvi delinea su «Realtà Politica» del 15 luglio 1945 e Felice
Ippolito vorrebbe condire di neocrocianesimo e rivoluzionarismo gobettiano per accentuarne il carattere
“audacemente riformista” ne «La Città Libera» 16 agosto 1945, salvo due settimane più tardi nella stessa sede
la medesima concentrazione venire assunta da Gentile, Lupinacci ed Armando Zanetti quale promotrice di
una ferma resistenza, spinta fino alla crisi di governo, contro le “ideologie faziose” diffuse dal ministero Parri
ed accolte dall’opinione pubblica “con fastidio ed irritazione”.
36
Da essa risulta pressoché del tutto svincolata l’attività personale del Croce, concentrata in questi mesi
nell’acre e personalistica polemica con Salvemini, nella lettera sulla bomba atomica, nella noterella Russia ed
Europa che ripropone postulati interpretativi vecchi e ben conosciuti, nella lettera al «Manchester Guardian»
e nella noterella Politica irridente all’astratto umanitarismo infondatamente attribuito ai trionfanti laburisti
inglesi, cfr. CROCE, op. cit., vol. II, pp. 182, 188, 189 e 260.
37
Ibid. p. 234.
235
Benedetto Croce, presidente del Partito Liberale Italiano
genze occasionali ma per mantenersi in un campo ad un tempo ‘metafisico’, come
gli avrebbe aspramente rimproverato Umberto Calosso sull’«Avanti!», nella riproposizione di formule antiche quali “l’ufficio imparziale del pensiero e della cultura” ovvero “l’esigenza superiore ed eterna di vita mentale e morale” addossate sulle
spalle di una borghesia risorgimentalmente, e perciò anacronisticamente, intesa rispetto alle mille sue difficoltà e meschinità dell’ora presente, ed opportunamente
polemico nella squalifica drastica di qualsiasi suggestione regionalistica e della stessa Costituente “molto risonante ma non del pari ancora molto meditata parola”
foriera di un “assolutismo d’assemblea”, di gusto giacobino e perciò senz’altro rivoluzionario ove un referendum preventivo, di cui ora per la prima volta si comincia a parlare, conferendo alle masse tante volte esorcizzate capacità di discernimento e di guida in questo caso assolutamente singolare, non la orienti nel suo iter e
nelle sue deliberazioni.
Queste masse, anche qui per la prima volta positivamente considerate nella
relazione Cattani, debbono pregiudizialmente essere differenziate da quelle tendenti
alla repubblica, circa le quali occorre esaminare “se non siano costituite in maggioranza dai residui più o meno mascherati della repubblica sociale fascista o da sognatori di nuovi sistemi totalitari”, in secondo luogo inquadrate di fatto nella prospettiva
delle “relazioni cordialissime” instaurate, anche qui una novità, con la DC, alla luce
del rispetto per la religione e del tramonto del vieto anticlericalismo di cui pur in
quegli stessi giorni parlava Croce con Pepe, e tutt’altro che in termini ‘vieti’.
Queste relazioni debbono dunque venir sperimentate alla verifica di quelle
complementari ed integrative con i CLN, e qui naturalmente le posizioni si diversificano, dall’estrema destra di Gentile e Lupinacci per l’uscita dai comitati in nome
di una continuità istituzionale puramente e semplicemente affermata, alla destra
moderata di Edgardo Sogno fautrice dell’isolamento intransigente all’interno dei
CLN, fino alla maggioranza dell’80% dei votanti che si raggruppa intorno all’odg
Artom il quale, sottolineato nel paese un “indubbio disagio morale”, chiede anzitutto, all’Einaudi, l’eliminazione delle bardature economiche fasciste e, riconosciute post eventum nei CLN “indimenticabili benemerenze”, ne ribadisce il ruolo
consultivo, provvisorio ed integrativo ormai largamente e quasi pacificamente ratificato.38
“Noi abbiamo il più bello, nobile, ricco, collaudato, programma politico,
quello del liberalismo, sfrondato delle sciocchezze dei vecchi e nuovi fregnoni del
sedicente PLI e principalmente ripulito di quella criminosa e infruttifera cretinaggine
38
Alla specifica iniziativa di Croce, affiancato da Alessandro Casati, si deve l’acclamato odg per la sicurezza nazionale, la garanzia delle minoranze, il controllo sulla gestione internazionale del porto di Trieste,
mentre l’odg nuovamente di Casati, e con lui di Merzagora e Cortese, perché le colonie prefesciste rimanessero all’Italia non faceva che parafrasare quanto Croce aveva auspicato già in una delle primissime interviste
postfasciste, quella dell’8 ottobre 1944 ora in CROCE, op. cit., vol. II, p. 69. Non risulta invece l’adesione del
Croce, che peraltro poco più tardi avrebbe manifestato prevedibile analogo pensiero, alla dichiarazione di
Artom per il ritorno all’uninominale.
236
Raffaele Colapietra
che è l’anticlericalismo di maniera”: queste parole che, a parte la forma, sembravano anticipare la soda sostanza della relazione Cattani, potevano leggersi alla vigilia
dell’adunanza di via Frattina a firma di Guglielmo Giannini su «L’Uomo Qualunque», una sigla che ormai diventa inscindibile, nel bene e nel male, in chiaroscuro o
in contrappunto, da quella del PLI (non vogliamo dire propriamente del liberalismo)
così nell’“accettare e professare” le idee di Benedetto Croce come nel proposito di
realizzare in Europa l’unica rivoluzione necessaria, quella liberale, col collocarsi
“avanti” rispetto alla destra ed alla sinistra tradizionali, una forma insolita, ma tutt’altro che stravagante, d’interpretare popolarescamente la religione della libertà.39
E poiché il 22 settembre su «Italia Nuova» il Lucifero dichiarava di aver riconosciuto finalmente “il Maestro” nella tutt’altro che peregrina, ma fitta di luoghi
comuni tradizionali, “orazione” da lui pronunziata a via Frattina,40 se ne deve dedurre che il compattamento conservatore, per non dire reazionario, alle spalle personalmente di Croce, si fosse organicamente realizzato ben al di là degli schemi
formali del PLI allorché il 26 settembre 1945, all’indomani dell’inizio dei lavori
della Consulta, egli ebbe con Ferruccio Parri il famoso scambio d’idee, o piuttosto
incidente clamoroso, circa la natura più o meno democratica dell’Italia prefascista,
incidente risolto il 27 con la precisazione tra lo storico e l’autobiografico che il
Nostro rivolse al presidente del Consiglio41 e che quest’ultimo avrebbe suggellato
con l’onesta e dimessa replica del 2 ottobre, ma che non può venir scompagnato da
tutto ciò che lo precede e l’accompagna, l’acclamazione a Trieste italiana con cui il
democristiano Paolo Cappa aveva accolto il discorso inflessibilmente repubblicano
del decano e presidente provvisorio Gregorio Agnini, quella ad Orlando ed a Vittorio Veneto che altrettanto tendenziosamente aveva commentato, dai banchi della
destra, le parole di Parri, il CLN “prezzemolo” posto in caricatura da Lucifero, il
fascismo “mostruosa macchina di tortura” per Corbino esclusivamente perché interventista e regolatore in economia, il “feticismo” del CLN ridicolizzato da Cattani
39
Non granché diversa era infatti la coeva ortodossa interpretazione crociana in Lavoro manuale e lavoro
spirituale ora in Benedetto CROCE, Filosofia e storiografia, Bari, Laterza, 1949, p. 231 nel delineare la reverenza insuperabile delle masse rispetto agli intellettuali “ancorché rinunzino ad intendere i loro concetti, troppo
difficili per loro”, nonostante la disposizione a loro volta “a servire” che costoro manifestano “democratici o
comunisti che dicano di essere”, i fregnoni, insomma, di cui parlava corposamente Giannini.
40
“Rimanemmo crociani anche quando Croce crociano non era più – ricordava Lucifero con l’occhio
rivolto ad un lungo e complesso passato che non va mai perduto di vista – e da allora noi soli difendemmo la
libertà d’Italia. L’uomo Croce si separò dal pensiero di Croce” fino, s’intende, alla via di Damasco del 20
settembre 1945 in funzione anti Parri ed anti Costituente.
41
Si veda CROCE, Scritti…, cit. vol. II, p. 199 con l’annotazione tendenziosissima circa l’ispirazione “sovietica” del giudizio di Parri e la scarsità delle adesioni che esso avrebbe raccolto. Si ricordi del resto che, in
un’intervista immediatamente rilasciata al «Tempo», Croce non aveva esitato a dichiarare: “La democrazia
deve coincidere, nel pensiero dei comunisti, con quella del loro partito. L’applauso dei comunisti sta chiaramente ad indicarlo”. Si veda invece l’importante intervista Brosio al «Giornale del Mattino» del 6 ottobre
1945 che, nel tramonto del ciellenismo e nell’esclusione degli opposti radicalismi del fronte popolare e del
qualunquismo, auspica la concentrazione democratica di “larghissimi ceti” comprendenti le sinistre ma senza
“avventure rivoluzionarie”.
237
Benedetto Croce, presidente del Partito Liberale Italiano
al pari di Lucifero, insieme con la politicizzazione dei sindacarti e l’artificiosa esasperazione della questione istituzionale “ad avvelenare la nostra vita nazionale”.
Tutta quest’atmosfera avrebbe trovato la sua sintesi e la sua sublimazione nel
discorso che non a caso al di fuori della Consulta, il 3 ottobre al S. Carlo, sarebbe
stato pronunziato da Nitti sullo sfondo irrequietissimo che fa da cornice alla lotta a
distanza tra qualunquismo e ciellenismo come autentici protagonisti del momento,
ma non può a sua volta andar disgiunta dalle confutazioni che il parere del Croce
aveva incontrato immediatamente nell’aula medesima di Montecitorio, il democristiano Piccioni, il comunista Longo, l’azionista Cianca, il repubblicano Reale, tutti
latamente concordi nello stigmatizzare le responsabilità ed i limiti dei ceti dirigenti
prefascisti i quali, per dirla duramente con Oronzo Reale, “non hanno più niente
da dire in Italia e su di essi non si può costruire la nuova democrazia”.
E tuttavia era proprio accanto ai loro più prestigiosi esponenti, a cominciare da
Nitti, che Croce apponeva la propria firma ad un manifesto diffuso il 17 ottobre
1945, lo stesso giorno in cui «Risorgimento Liberale» auspicava “un atto di generosa
pacificazione”, per la difesa della libertà democratica e l’abbandono della proporzionale, salvo ricorso in merito ad un referendum popolare che sottraesse al ministero la
discrezionalità relativa, sul che conveniva Cattani, egli stesso peraltro perplesso dinanzi ad una così scoperta ed aggressiva difesa notabilare dell’uninominale clientelerale e paternalistica, “opera magnifica di conservatorismo anarchico” come la bollava
con vecchio fervore democratico Luigi Salvatorelli ne «La Nuova Europa».
Erano, l’abbiamo anticipato più sopra, i giorni nei quali Laterza, con squisita
tempestività politica, pubblicava l’opuscolo crociano sulla reazione e l’epurazione
borboniche prontamente commentato a dovere da Gorresio su «Risorgimento Liberale» del 16 novembre 1945, due giorni prima che Pannunzio intitolasse
emblematicamente in senso risorgimentale Le speranze d’Italia il proprio editoriale auspicante “un governo di vera concordia nazionale”, non altro che la riesumazione
della triade di vegliardi a cui Giannini si era rivolto fin dal 10 ottobre col titolo
famoso destinato a far le spese del sarcasmo avversario Salvate la Madre Nostra, i
“solitari esponenti dell’antifascismo” con la loro “lunga esperienza”, per dirla con
Guglielmo Emanuel nuovo direttore del «Giornale», che la pubblica opinione già
designava al governo (e qui è il nocciolo sodo e crudo di tutto l’argomentare) “in
contrapposizione a quello attuale”, un governo dei quarantacinque giorni senza
Badoglio e con la monarchia nell’ombra, e dunque una forzatura restauratrice rispetto all’obiettivo immediato dell’offensiva, il ciellenismo, ed al risultato politico
di essa, la “presidenza al di sopra dei partiti” che si identifica, e sarà proprio Croce
a ratificarlo, con la candidatura De Gasperi, non più l’anti Nenni del giugno 1945,
ma il demiurgo del mito della Ricostruzione, al di là e al di sopra così dell’antifascismo
come della Resistenza fine a se stessi.
Benedetto Croce, ancora una volta, non negava il proprio contributo all’impostarsi di tutta l’operazione, e sia pure nella forma pedagogica che la situazione
ormai suggeriva, alla vigilia delle dimissioni ben calcolate dei ministri liberali, l’intervista al «The New York Times» che appariva in Italia il 21 novembre, a constata238
Raffaele Colapietra
re il pericoloso disordine dell’opposizione suscitatasi contro il ministero Parri ma
giustificandola con le storture della sua costituzione e del suo procedere, a cui la
competenza e il buon senso avrebbero potuto mettere finalmente riparo.
Unità antifascista ai fini dell’unità nazionale, così Cassandro illustrava e motivava l’apertura della crisi prima ancora che il previsto e il preventivato logorarsi dell’esperimento Orlando aprisse la strada irresistibilmente a De Gasperi: e perciò Croce parla il 29 novembre alla giunta liberale42 in senso unitario che vuol essere, ed è,
essenzialmente antinordista perché antipartigiano (“Tutti siamo del pari l’Italia”), non
a caso ravvisando anch’egli in Parri le tendenze mussoliniane ducistiche e dittatoriali
che erano state denunziate già da Emanuel e che sembrano attestare in questa singolare polemica liberale contro il più o meno presunto estetismo dannunziano ed attivismo futurista delle sinistre in genere, ed in particolare del partito d’azione, un residuo
culturale interessante del pedagogismo delle cose sacre e delle grandi parole del Croce del primo anteguerra.43
La natura eminentemente passionale di un atteggiamento del genere, così veemente da coinvolgere lo stesso Croce, è del resto testimoniata come meglio non si
potrebbe dalla fuga in avanti, quanto meno inopportuna, che egli compie con la “lettera scarlatta” che «Risorgimento Liberale» ospita già il 12 dicembre 1945 e quindi,
per così dire, a scatola chiusa,44 nella quale si applaude a De Gasperi come all’uomo
che saprà porre la propria persona al di sopra dei partiti e “compiere il distacco mentale e morale richiesto” che sei mesi prima, presumibilmente, non sarebbe stato possibile con un clericale all’Istruzione, la “presa di possesso” che avrebbe “personalmente disonorato” il Croce del discorso sulla Conciliazione e della Storia d’Europa.
In realtà a lui non importa scorgere in De Gasperi il cattolico (solo in seguito
lo inquadrerà nel razionalismo cristiano ed occidentale europeo) bensì esclusivamente l’anti Parri, il liquidatore definitivo del vento del Nord, l’uomo che avrebbe
posto continuità a ricostruzione come parole d’ordine fondamentali, e perciò un
giudizio squisitamente strumentalistico e politico, privo di qualsiasi sovrastruttura
ideologica, come del resto si poteva verificare un po’ in tutto il variegato ventaglio
della manovra liberale, fino alle punte estreme del Gentile e del Lupinacci.45
42
Si veda CROCE, op. cit., vol. II, p. 248.
Si noti peraltro che la crisi Parri, oltre alle ben note e memorabili stroncature di Omodeo, indusse anche
Gabriele Pepe a fondare «Civiltà liberale» con una presa di distanza assai risentita nei confronti dell’ormai
insanabile orientamento a destra dei liberali, i cui “meschini calcoli elettorali e furori anticomunisti” mettevano a rischio l’essenza medesima dell’antifascismo. Fin dal 1° dicembre del resto, egli, Eugenio Garin, Enzo
Forcella, Ippolito, Abbate ed altri avevano pubblicato su «Realtà Politica» una lettera di dimissioni poi momentaneamente rientrate che per la prima volta denunziava apertamente la sfasatura tra l’azione pratica del
partito e gli ampi orizzonti e compiti ad esso delineati dal Croce, per restare fedele ai quali il vero liberale,
l’autentico crociano, si spostava a sinistra, e magari all’estrema sinistra, per fedeltà consequenziale al maestro,
aprendo un discorso culturale e politico straordinariamente complesso che qui è possibile soltanto enunciare.
44
Ibid., p. 253.
45
Quest’ultimo, lasciata ad Emanuel la direzione del napoletano «Giornale», aveva assunto a Genova
quella del «Secolo XX» sviluppando appunto con Gentile, con Lorenzo Giusso ed Agostino Degli Espinosa,
un’interessante tematica al cui centro rimaneva il socialismo nelle sue multiformi più o meno prevedibili
evoluzioni.
43
239
Benedetto Croce, presidente del Partito Liberale Italiano
3. Il superamento del “bagno crociano”
È l’eresia liberale o una diversa concezione dinamica e dialettica del riformismo socialista, la percezione del fascismo come una frattura e rivelazione anziché
quale parentesi ed invasione, il superamento del “bagno crociano” in una militanza
attivistica culminata nella Resistenza armata, ciò che rende il partito d’azione l’avversario più vero e maggiore del Croce, incurante che di quel ‘bagno’ si fossero ristorati
anche molti giovani e meno giovani comunisti una volta che essi fossero approdati a
lidi ormai squalificati e combattuti dal Croce da parecchi decenni, da gran tempo
alieno dal seguire con attenzione e partecipazione il travaglio socialista se non in quanto
sfociasse nell’adozione più o meno ortodossa del metodo liberale, paralizzato e sostanzialmente subordinato, l’abbiamo appena visto, ai cattolici della reciproca elisione fra la tradizione storicistica del laicismo risorgimentale e la pregiudiziale ideologica anticlericale suscitata dal clericofascismo, da un lato e, dall’altro, l’altrettanto storicistica imperiosa valutazione del cristianesimo quale componente essenziale di una
civiltà che, malgrado tutto, era quella medesima della religione della libertà e, di fatto,
ben al di là della contrapposizione manichea tra le fedi religiose opposte postulata per
l’Ottocento della Storia d’Europa, il solo garante spirituale e politico di una continuità spirituale, di coscienza, d’ambiente, che trascendeva e dissolveva in sé la stessa
nostalgia sentimentale dell’istituzione monarchica.46
Essa sembrava prender vita, addirittura nella tangibilità fisica di un’evocazione
di fantasmi richiamati sul palcoscenico della storia a testimoniare la continuità, con la
gestazione dell’Unione Democratica Nazionale accompagnata, a metà gennaio 1946,
da un’adunanza della dirigenza liberale che, assente il Croce ed a maggioranza di
quasi due terzi su proposta sintomatica di Gentile, rinviava ogni discussione politica
al prossimo congresso nazionale del PLI, rifiutando di fatto il centrosinistra
progressista alla De Sanctis su cui Pepe avrebbe voluto assestare il partito (e che avrebbe
46
La valutazione del fuoriuscitismo e della sua proiezione europea fa un po’ da cartina al tornasole per
questo atteggiamento crociano nei confronti dell’antifascismo militante, da un lato, tra il gennaio e il febbraio
1946, le gelose riserve ortodosse ragionate dallo stesso Croce sulla Vita di Carlo Rosselli di Aldo Garosci
all’unisono sostanziale di ciò che il ministro Corbino avrebbe rivendicato al S. Carlo in pro del primato e della
primogenitura del maestro ed Emilio Patrissi ripetuto assai più rozzamente alla Consulta, dall’altro, la
deplorazione solenne che alle parole di Patrissi sarebbe stata inflitta dalla Consulta medesima e l’apologia del
fuoriuscitismo tracciata nella stessa occasione crociana da Guido de Ruggiero, che pur dell’ortodossia era
stato con Omodeo il più costante ed autorevole testimone. Pro e contro Elvidio Prisco, la noterella apparsa
nell’aprile 1946, ora in Benedetto CROCE, Varietà di storia letteraria e civile, Bari, Laterza, 1948 vol. II, p. 25,
è un po’ la sintesi di pensiero a proposito di tale ortodossia, e della relativa militanza, mentre Agli amici che
cercano il trascendente pubblicato nel dicembre 1945, nei giorni dell’avvento di De Gasperi, ma scritto in
quelli della fine della guerra europea, ora nel Contributo alla critica di me stesso, rifuso nelle successive edizioni di Etica e Politica, ribadisce una posizione teorica immanentista nei confronti così della religione come
dell’illuminismo che i fatti della politica quotidiana s’incaricavano di smentire, dalla fusione con De Caro al
“presidente al di sopra dei partiti”. Non si trascuri infine la lettera dell’11 febbraio 1946 ad Enzo Santarelli
come prefazione a Il problema della libertà politica in Italia, ora in CROCE, Scritti…, cit., vol. II, p. 311 in cui
è confessata l’origine passionale e contingentemente antifascista della religione della libertà ponendo la sordina, in chiave che si direbbe di reciproco irrazionalismo, a ciò che essa aveva rappresentato nei confronti della
Chiesa cattolica ed in genere dell’antistoricismo di ieri e di oggi.
240
Raffaele Colapietra
goduto di non poca fortuna negli anni del frontismo) e vagheggiando viceversa un
ribadito condizionamento della DC sulla confluenza tra liberali e socialismo
autonomista ovvero, in mancanza di questo “processo di frattura fatale” all’interno
del PSIUP, la costituzione di quel centro della grande destra rinnovata su cui aveva
insisito Brosio con le sue proposte di un triplice referendum a circoscrivere al massimo l’incidenza della Costituente ed a risolvere la questione istituzionale, ma soprattutto con l’accettazione del voto obbligatorio propugnato dalla DC e la cui adozione,
a metà febbraio 1946, avrebbe per la prima volta spaccato decisamente la Consulta in
una lieve maggioranza di destra sull’opposizione di sinistra.47
“Referendum e Costituente s’integrano, sono due momenti di un unico atto
politico”, questa la formula del 22 febbraio 1946 di «Risorgimento Liberale» che
perciò il 1° marzo avrebbe salutato come “conquista della libertà” e “prova di schietta
democrazia” l’ottenuto referendum istituzionale, lodando con accortezza la politica realisticamente pacata e conciliante seguita dal PCI in queste circostanze, sì da
far pensare addirittura a “nuove tattiche e nuovi orientamenti”, un po’ difficili, per
la verità, dopo che il 13 febbraio l’appello ai ceti medi di Ivanoe Bonomi, primo
nucleo concettuale dell’imminente Unione, aveva ribadito in termini squisitamente
crociani la contraddizione insuperabile tra invididuo e masse, dopo che nelle file
liberali si andava ritornando sempre più accentuatamente ad un’atmosfera emotiva
tutta diciannovista48 donde il rinnovato invito di Brosio, a Palermo il 4 marzo, nel
corso del suo improvviso e significativo revirement repubblicano, a sbarrare quanto meno la strada alla marea dell’Uomo Qualunque.
L’appello di Bonomi procedeva frattanto rapidamente sul piano organizzativo
fino a sfociare, dopo tempestose vicende di cui Croce sarebbe stato protagonista,
sia nel recuperare e subordinare Nitti, sia nel mantenere differenziata ed autonoma
la posizione dei singoli partiti del raggruppamento in materia istituzionale, sia soprattutto nello stendere il manifesto programmatico pubblicato con qualche ritocco il 2 aprile 194649 e di cui parleremo tra breve, dell’Unione Democratica Nazionale, il blocco elettoralistico non soltanto differenziato nei confronti dell’Uomo
Qualunque ma in primo luogo concepito con finalità conservatrice anticomunista,
una concorrenza a destra alla DC quale esponente e palladio ad un tempo dei ceti
medi di Bonomi contro i partiti di massa.
Smentita da numerose alleanze locali tra liberali e qualunquisti, la funzione
di centro che ufficiosamente Pannunzio attribuiva al blocco all’atto della proposta
47
Solo col discorso di Teramo del 24 febbraio 1946 Manlio Brosio avrebbe iniziato, fervida mediatrice
«Civiltà Liberale» con sullo sfondo una concentrazione democratica repubblicana, la sua inopinata marcia
d’avvicinamento ad Ugo La Malfa, perdente e secessionista a destra nel Congresso del Partito d’Azione.
48
“La libertà è in pericolo […]. Vogliamo diventare schiavi di un immane sistema? […] Volete vivere in un
mondo in cui si distribuisce la minestra di Stato una volta al mese? In cui ognuno è noto con un numero? […]
La massa è la materia umana la quale non chiede di meglio che di essere plasmata dai capi”, non sono che
esempi del linguaggio schiettamente demagogico di «Risorgimento Liberale» del 27, 31 marzo e 11 aprile
1946.
49
Si veda CROCE, op. cit., vol. II, p. 293.
241
Benedetto Croce, presidente del Partito Liberale Italiano
programmatica, la sinistra liberale usciva l’indomani dal partito su presupposti polemici non tanto e non solo anticonservatori quanto soprattutto anticonfessionali
nei confronti di una subordinazione alla DC che da destra non poteva che confermarsi e radicalizzarsi in funzione di copertura, un postulato, questo, che sospingeva Pepe ed i suoi compagni di cordata assai più a sinistra, e comunque molto al di là
dell’occasionale fiancheggiamento repubblicano di Parri e La Malfa, di quanto le
loro effettive convinzioni politiche individualiste e tradizionaliste avrebbero consentito, fino ad una convivenza difficile ed acrobatica col PCI da cui sarebbe venuta
fuori, specie nel clima frontista del Mezzogiorno, la figura emblematica dell’“utile
idiota”.50
L’Unione, inevitabilmente, si richiamava in modo espresso al modello di Giovanni Amendola di cui peraltro nel 1924 gli attuali promotori avevano tutt’altro
che condiviso le finalità e le sorti, la libertà degli italiani e la convivenza tra Stato e
Chiesa nella pace religiosa del manifesto crociano non essendo altro che fumosità
generiche al pari, molto più concretamente e gravemente, dell’agnosticismo istituzionale “esempio funesto di diserzione civile” da parte di chi si rimette oggi con
ipocrita ossequio, anche mediante l’arma formale del voto obbligatorio, alla volontà ed alla decisione degli elettori pur altrimenti teoricamente e sprezzantemente a
più riprese “considerati come un gregge di gente immatura a cui non bisogna parlar
chiaramente di libertà”.51
Un discorso liberale si sarebbe peraltro di lì a poco, il 13 aprile 1946,
inattesamente e gioiosamente ascoltato al Congresso socialista di Firenze, quello
memorabile di Giuseppe Saragat che Pannunzio titolava appunto così per «Risorgimento Liberale», quel “colpo di vento infuocato” da cui il letteratissimo scrittore
aveva visto pervasa con un senso “di forza e di stupore” l’assemblea di un partito
che altrimenti sarebbe restato quale “fantasma esangue di altri partiti”, la “contrizione” socialista dinanzi alle istituzioni dello Stato liberale e democratico di cui
avrebbe parlato con ben maggiore freddezza, ma con altrettanta soddisfazione,
Gentile su «Civiltà Liberale» del maggio 1946.
E senza dubbio un’eco di Firenze è nel ritorno all’evocazione di un socialismo pre o post marxista “quasi all’estremo del liberalismo e della democrazia” che
si riscontra il 29 aprile 1946 al Teatro Quirino di Roma nel discorso d’apertura di
Benedetto Croce52 al Congresso nazionale del PLI, ultimo tra quelli dei grandi partiti nazionali, ed affrontato in clima di profonda prostrazione per i catastrofici risultati delle elezioni amministrative, dovuti anche all’approssimazione della segre-
50
Naturalmente, la fedeltà al maestro “autentico” di cui si è parlato più sopra permaneva vivissima, almeno in questi primi tempi, nella sinistra liberale, tipico Gabriele Pepe che già il 13 aprile evocava la religione
della libertà ma, altrettanto ovviamente, nel senso della Storia d’Europa anziché in quello della meschina
cronaca quotidiana.
51
Le citazioni sono tratte rispettivamente da Fernando SCHIAVETTI in «Italia Libera» del 2 aprile 1946 e da
Piero CALAMANDREI in «Il Ponte», del maggio 1946.
52
Si veda CROCE, Scritti…, cit. vol. II, p. 298.
242
Raffaele Colapietra
teria Cassandro, subentrata in dicembre a quella Cattani, di perplessità dinanzi ad
un elettoralismo smaccato come quello dell’UDN intimamente estraneo alla tematica
dei ceti medi tanto appassionatamente dibattuta in campo liberale, di subalternità
tutt’altro che significativa e stimolante alla leadership De Gasperi, di concorrenza
perdente di fronte al neosalandrismo agrario dei qualunquisti del Mezzogiorno.
Posto dunque che il PLI fosse ormai obiettivamente costretto a scegliere tra
permanenti ambizioni politiche di massa, di alternativa e di governo, ed una più
realistica reductio a gruppo intellettuale di pressione e d’orientamento, anche qui
escludendosi la fuga in avanti radicaleggiante e prefrontista degli scissionisti della
sinistra ma dubitandosi tra il fiancheggiamento critico della coalizione al potere e la
laboriosa ricucitura della sinistra democratica, quello che in seguito sarebbe stato,
senza troppo successo, il doppio binario di Ugo La Malfa, non si può proprio dire
che il discorso di Croce rispondesse ad alcuna di queste sollecitazioni,53 “il programma dei programmi” non potendo che in via paradossale, con una svalutazione
che ricorda i discorsi pedagogici del primo anteguerra con la loro apologia dell’aristocrazia e della fede, essere da lui sintetizzato con “il bene del nostro popolo ed il
continuo progresso civile della nostra patria”.
Non è un caso del resto che, chiamato per la prima volta il 2 maggio alla
conta dei voti, il PLI54 condannasse ad una minoranza inferiore al 40%, com’è noto,
l’unica concreta presa di posizione assunta dal Croce, quella per la conferma
dell’agnosticismo istituzionale, nulla rinvenendosi in lui del rappel anticonfessionale
di Cassandro, del pronto contatto col socialismo temperato auspicato da Carandini
alla luce irrinunciabile dell’iniziativa privata fatta propria anche da Brosio ma in
prospettiva repubblicana, del “neoliberalismo” sindacale e “laburista” delineato da
Cattani ben al di là della querelle istituzionale come ulteriore sfumatura dialettica
nei confronti dei fratelli rivali di quella che ormai con sempre crescente chiarezza e
corposità andava definendosi come socialdemocrazia.
Ecco dunque Benedetto Croce candidato alla Costituente55 e con espressa
dichiarazione, il 23 maggio,56 di fedeltà al sovrano che da quel mese avrebbe preso il
nomignolo, “simbolo di unità nazionale e stabilità”, ma soprattutto in concorrenza
clientelare ed elettoralistica con la DC in conseguenza della quale la religione della
53
Perciò Achille Corona sull’«Avanti!» del 30 aprile 1946 lo liquidava come quello di un pedagogo dimentico di sé stesso e della propria stessa funzione pedagogica, “che arriva a cose fatte, per rivedere una
soluzione conquistata senza di lui e assai probabilmente contro di lui”.
54
Se ne veda su «Il Popolo» del 1° maggio 1943, a firma di Giuseppe Sala, l’arguta presentazione caricaturale come “simpatico mondo di sognatori e di affaristi, di idealisti e di arrivisti, di cultori di alte scienze e di
tromboni del vecchio parlamentarismo che stanno miracolosamente assieme”.
55
Si ricordi che a Milano-Pavia Croce non sarebbe stato eletto e così, al pari di Bonomi, neppure a Roma,
risultando penultimo a Napoli tra i sei eletti dell’UDN, poco più di un terzo, quanto ai voti di preferenze,
rispetto a Giannini, ma poco meno di un quarto nei confronti di De Gasperi (di Giannini si vedano articoli
polemici ne «L’Uomo Qualunque» del 10 e 24 aprile 1946).
56
Leggila in CROCE, op. cit., vol. II, p. 317. Fin dal 30 aprile «L’Unità» aveva denunziato “la cortina di
fumo di astratte elucubrazioni” con cui Croce al congresso liberale aveva cercato di palliare con l’agnosticismo
la sua fede monarchica “a caccia di quozienti elettorali”.
243
Benedetto Croce, presidente del Partito Liberale Italiano
libertà faceva letteralmente bancarotta e l’estremismo confessionale si palesava in
tutta la sua pochezza e crudezza di espediente, Porzio, Cortese e Corbino battistrada in materia, ma anche Croce l’11 maggio rivendicante sul «Giornale» il proprio
favore alla presenza del crocifisso ed all’introduzione dell’insegnamento religioso
ai tempi del primo Gentile (e con la Conciliazione a far di nuovo da discrimine, il
“trescar coi clericali” del fascismo imperante e imperiale degli anni ‘30), il 19 maggio comiziante a Frattamaggiore a fianco di Pasquale Improta vivente esempio del
liberalismo agrario meridionale fiancheggiatore del fascismo, il 30 negante a S.
Anastasia di essere massone e di propugnare il divorzio, parole che «Il Giornale»
riporta il giorno stesso della votazione accoppiando UDN e monarchia ma altresì
“l’atto della religione della patria” rappresentato dal voto monarchico secondo
l’estremo proclama di Umberto II.
Un meritato riposo a Bari attendeva Croce all’indomani delle votazioni, non
senza che egli avesse preventivamente ribadito con Piero Operti la distinzione da
tener ferma tra l’inadeguatezza dell’individuo e quella della monarchia come istituto, e reputato con Maurizio Barendson “effusione di sentimento, manifestazione di
gentilezza, non d’inciviltà” i sanguinosi tumulti monarchici di Napoli, deplorando
bensì le compromissioni elettoralistiche del clero (per la DC anziché per l’UDN!),
ma nulla accennando alla crisi confusissima che in quella prima metà di giugno
1946, dopo la disfatta elettorale ed il disgregamento della coalizione, investiva il
PLI, conducendolo al passo disperato della dirigenza in favore della monarchia ed
all’espulsione di Brosio,57 due episodi forieri della vera e propria paralisi del partito58 proprio mentre le carte subivano un rimescolamento generale nella constatazione unanime della fine definitiva dell’esarchia.
A questa constatazione corrispondeva la candidatura di Benedetto Croce quale
capo provvisorio dello Stato avanzata personalmente da Nenni e circa la quale non
abbiamo qui modo di soffermarci, trattandosi di argomento ben noto,59 se non per
sottolineare l’istruttiva varietà delle reazioni all’interno dello stesso PSIUP nei con-
57
“Il partito liberale – avrebbe scritto epigraficamente Brosio ne «Il Momento» del 28 giugno 1946 – non
ha più la simpatia né la fiducia non dico della sinistra ma neppure delle forze sociali medie italiane”.
58
Il 24 giugno 1946, dopo che il giorno prima aveva preso atto della Repubblica anziché lealmente accettarla come aveva proposto Brosio, che perciò usciva dal PLI così come, per tutt’altro motivo, facevano Corbino
e Medici Tornaquinci (sia Cattani che Brosio erano esclusi dalla Costituente), il Consiglio nazionale del PLI,
presieduto da Raffaele De Caro, si pronunziava per caso nei confronti del gabinetto che De Gasperi metteva
insieme senza i liberali, dopo aver respinto sia la proposta di partecipazione avanzata dai due dimissionari sia
quella di un’intesa col PRI messa avanti da Brosio. A Guido Cortese sarebbe stata affidata, il 25 luglio, l’illustrazione dell’odg liberale di sfiducia anche nei confronti della “tendenza di libertà economica e difesa della
lira” che Corbino, ministro del Tesoro, come tecnico indipendente non avrebbe potuto far convivere con “un
indirizzo pianificatorio ed inflazionistico”, odg che avrebbe visto i liberali all’opposizione pressoché isolati,
come anche nella richiesta di sottoporre a referendum la costituzione, firmata da Bozzi, Martino e Perrone
Capano, e condivisa ed anticipata da Giannini.
59
Si veda piuttosto, subito successivo, l’intervento del 4 luglio 1946 sul «Correyo Paulistano» intitolato
significativamente, all’Orlando ed in chiave esasperatamente patriottica, La depredazione dell’Italia ora in
CROCE, op. cit., vol. II, p. 322.
244
Raffaele Colapietra
fronti del suo leader indiscusso che era peraltro anche il vecchio democratico e
repubblicano patriota risorgimentale e carducciano tutt’altro che discaro a Croce
ed in grado di egemonizzare la sinistra del suo partito, ma non il labriolano e
‘soviettista’ Basso, non l’antico autentico turatiano Modigliani (e con lui Mondolfo
tanto legato a Salvemini), non l’antifascista militante e cospiratorio Faravelli, non il
giovane dissidente dal ‘bagno crociano’ Zagari, quel ‘bagno’ che era invece così
vivo ed operante sul Saragat degli anni ‘30 e della Storia d’Europa.
Croce era del resto in quelle settimane, come scriveva il 7 luglio 1946 a Filippo Burrio60 “non dirò sfiduciato (perché la mia filosofia nega questa parola) ma
talvolta soverchiato dall’accavallarsi e passar degli eventi: senso di debolezza che
attribuisco ai miei molti anni” e che viceversa, com’è chiaro, travalica di molto il
mero elemento anagrafico per dilagare nel disorientamento, nell’oppressione man
mano addirittura soffocante che avvolgono in termini anche umanamente quanto
mai drammatici il pensatore che per decenni aveva predicato la fatalità della
rinascenza, del trionfo, della perenne giovinezza, e che ora comincia a scorgersi
intorno non altro che l’abisso e le tenebre.
Imponendoci peraltro il nostro compito attuale un’ardua dissociazione tra la
pratica funzione politica e partitica del Croce ed il tormentoso rovello di meditazione che le è inesaustamente alle spalle, spesso in dimensioni e forme che non
possono e non debbono che monopolizzare l’attenzione dello studioso,61 ci limiteremo a ritrovare Croce a fine settembre 1946, allorché egli “seppellisce”, per servirci del termine enfatico e generoso degli azionisti superstiti di «Italia Libera», la
fusione del PLI con l’Uomo Qualunque dopo aver passato sotto silenzio la confluenza dei monarchici di Enzo Selvaggi ratificata con Cassandro da un documento
vagamente crociano nell’accenno alla garanzia indiscriminata della libertà e della
pace religiosa ma privo di accenni al Concordato che costituiva la conditio sine qua
non dell’estremismo confessionale di Giannini.
E poiché sulla proprietà privata e sull’iniziativa individuale insiste Cassandro
nel commentare la confluenza sul «Risorgimento Liberale» del 24 settembre 1946
come vecchio postulato liberale da un pezzo più che scontato un po’ in tutte le file
conservatrici, c’è da ritenere che appunto questo superstite ideologismo crociano
nei confronti della Conciliazione, il liberalismo che “non si muove”, per dirla dispettosamente con «Il Buonsenso» gianniniano, abbia costituito l’unico elemento
di differenziazione e riluttanza nei confronti di un problema che le amministrative
60
Benedetto CROCE, Dal superuomo al demiurgo, Bologna, 1952, p. 6.
Si ricordino almeno la lettera del 23 settembre 1946 a Cesare Merzagora I pavidi in forma di prefazione
che si legge ora in CROCE, op. cit., vol. II, p. 323 come contributo importante da ambo le parti al ridimensionamento critico della querelle ebraica con connesso mito antistoricistico del popolo eletto, la prefazione
neorisorgimentale, con l’occhio volto alla Resistenza, alla biografia di Gaetano Bernardi su Silvino Olivieri
ora in Aneddoti di varia letteratura, vol. IV, p. 315, gli scritti di argomento germanico, più che mai tormentosi
e pensosi, dell’agosto e del novembre 1946, intervallati da Osservazioni sulla scienza economica ora in CROCE,
Filosofia e storiografia, cit. p. 224 che, nel rifiuto dell’economicismo totalitario e demagogico, scorge un inganno sistematico derivante in Marx da aridità d’amore e d’entusiasmo “e dello spirito di sacrificio che questo
culto richiede”.
61
245
Benedetto Croce, presidente del Partito Liberale Italiano
del novembre 1946, col ‘vento del Sud’ di qualunquistica ispirazione, sarebbero
dopo poche settimane tornate a far diventare di scottante attualità.
In preparazione ad esse, il 5 ottobre, Croce aveva parlato all’apertura dei
lavori del Consiglio nazionale liberale62 senza raccogliere la prospettiva ragionata
alla vigilia da Selvaggi per una coalizione tra liberali, qualunquisti e cattolici che,
pur avendo a fine comune la difesa della libertà e della democrazia, non poteva non
tener conto dell’elemento confessionale privilegiato da Giannini, ma parlando anch’egli di “partiti che sono sostanzialmente tutti liberali”, donde l’esigenza di evitarne il “frazionamento”, ma facendo a meno dell’ipoteca cattolica sicché, tanto da
parte sua quanto di Cassandro, l’accento veniva posto esclusivamente sulla lotta da
sostenere contro i partiti “illiberali e dittatoriali”, tra i quali il segretario del PLI
non esitava a porre la stessa DC per certi aspetti interventistici e dirigistici della sua
politica economica che avevano costretto al ritiro l’intransigente “vero liberale”
Corbino.
La libertà quale privatismo inflessibile ed esasperato era dunque la protagonista esclusiva di tutta la tematica con cui il PLI si accingeva ad affrontare la nuova
prova elettorale, Croce aggiungendovi magari discretamente la monarchia e la Chiesa
quali elementi omogenei e coerenti di una comune e concorde forma di civiltà63 ma
Gentile, Lupinacci, Cassandro, Cattani, Pannunzio, facendo a gara nell’esorcizzare
il diritto al lavoro sancito dalla costituzione, nell’auspicare l’inserimento in essa dei
Patti Lateranensi quale garanzia inconcussa di pace religiosa, nel paragonare De
Gasperi a Facta nei confronti di Togliatti fin quando avesse tollerato nel governo la
presenza dei comunisti.64
Si tratta dunque, a parte il persistere presumibile della vecchia intelligenza
alla Cattani secondo la quale De Gasperi potesse e dovesse apparire premuto a
62
Vedi il discorso, col titolo fin troppo impegnativo, Intransigenti sui principi, in CROCE, Scritti…, cit.,
vol. II, p. 326, ed il commento durissimo di Lucio Lombardo Radice su «L’Unità», del 17 ottobre 1946.
63
Rispettivamente nell’intervista del 7 ottobre 1946 a «Risorgimento Liberale» sugli errori della repubblica che potranno di per se stessi restaurare la monarchia ora in CROCE, op. cit., vol. II, p. 331 e nell’importante
conferenza torinese La fine della civiltà ora in CROCE, Filosofia e storiografia, cit. p. 303 con la quale, il 28
ottobre al Teatro Carignano in sostegno della campagna elettorale di Cassandro, Croce esortava a combattere
contro “l’imminente paurosa barbarie […] ciascuno di noi, nella sua cerchia e nei suoi mezzi, pro aris e focis,
per le nostre chiese e le nostre case, difendendole fino all’estremo”, le chiese, s’intende, quali simbolo dell’Occidente europeo e cristiano, rimanendo sullo sfondo la qua e là richiamata e discussa divergenza, se non
addirittura contrapposizione, tra la libertas medievale e guelfa e la “libertà dei moderni”.
64
Si veda «Risorgimento Liberale» del 9, 13 e 30 ottobre, 7 e 10 dicembre 1946, in vari giornali il resoconto del discorso Cassandro del 4 novembre al Teatro Valle a Roma. Va rilevato che Giannini e Patrissi colsero
il peso della freddezza crociana rispetto ad una chiara caratterizzazione cattolica della campagna antimarxista
e la denunziarono a più riprese, il 4 e il 7 novembre 1946, a Napoli, Roma e Torino, insieme con l’angusto
intellettualismo aristocratico contrapposto, per dirla con Giannini al S. Carlo, al “nuovo liberalismo, quello
che cammina, quello che è vivo e che non è il liberalismo antiquato […] una folla di milioni di aderenti” (ma
proprio il ricordo del “rozzo clericalismo” manifestatosi a Napoli in favore della DC doveva bruciare in
particolare a Croce ed al suo auspicio di mantenere la spiritualità laica in arduo equilibrio con quella confessionale contro il nemico comune). E si ricordi anche che il 19 febbraio 1947 alla Costituente sarebbe stato
Togliatti a rinfacciare la richiesta d’esclusione dei comunisti dal governo esclusivamente al PLI ancorché ridotto a “fenomeno folcloristico”.
246
Raffaele Colapietra
destra per quella liquidazione delle sinistre che faceva parte remota di tutta la sua
strategia, di una base che Croce procura alla meglio di mantenere se non altro laica,
ma che per il resto risulta schiettamente conservatrice, quando non reazionaria, sì
da collocare appieno il PLI alla destra estrema dello schieramento politico nazionale, nell’ambizione fallace di poter sgretolare da quell’arroccamento la gran nebulosa
ultracattolica del confessionalismo da parte del liberalismo laico di risorgimentale,
se non settecentesca, matrice.
Questa prospettiva d’azione, il cui esito Selvaggi ebbe il torto di voler precipitare proponendo la fusione immediata con l’Uomo Qualunque, si assestò sulla
piattaforma cosiddetta di Rinascita Liberale resa pubblica l’8 dicembre 1946 e notoriamente patrocinata da Croce su antichi suoi capisaldi del resto semplicissimi e
consentanei alla sua nozione del liberalismo quale ‘prepartito’ costantemente aperto a ricevere ed assimilare chi intendesse confluire in esso, come appunto era sembrato poter verificarsi, almeno formalmente, con i monarchici di Selvaggi, ma non
disposto a compromessi ed incontri a mezza via con altre formazioni politiche, una
linea moderatissima se è vero che furono le astensioni della consorte del monarchico
Lupinacci e quella del monarchico Lucifero a far fallire d’un soffio la manovra di
Selvaggi, non senza che Pannunzio, una settimana dopo il contrastato voto della
sala Capizucchi, esortasse malgrado tutto a non perder di vista il liberalismo “a suo
modo” di Giannini, ed a farlo oggetto, anzi, di seria attenzione, una “intransigenza
sui principí”, in poche parole, che si rinsecchiva nei fatti in un precario e tatticista
autonomismo.
Neppure Palazzo Barberini e la subito successiva crisi ministeriale avevano
del resto fornito ala e respiro a codesto autonomismo, ormai strutturalmente incapace di seguire le travagliate articolazioni della sinistra democratica e soltanto, semmai, pronto ad imprecare qualunquisticamente con Pannunzio, il 28 gennaio 1947,
a De Gasperi che consegnava una volta di più, e forse per sempre, l’Italia a Togliatti,
o con Cassandro, tre giorni più tardi, ad invocare la panacea dell’uninominale e ad
attendere, persa ogni fiducia in Saragat “marxista rivoluzionario” anziché liberale
come avrebbe dovuto e non aveva avuto il coraggio di essere e dichiararsi, che “concordanza di finalità programmatica” consentisse la ripresa del colloquio con l’Uomo Qualunque, per ora semplicemente sospeso.65
65
Sul «Buonsenso» del 12 gennaio 1947 poteva leggersi uno dei più interessanti articoli sulla mancata
professione di fede liberale di Saragat, prodromo della lunga e importante discussione tra Giannini e Togliatti
sul “muro di ghiaccio” che divideva qualunquisti da comunisti, ma pur ne consentiva la reciproca osservazione e valutazione, nonché, a fine febbraio 1947, la presentazione dell’espulsione di Patrissi dichiaratamente
nazionalista e neofascista in nome del liberalismo democratico “amministrativo” che contraddistingueva l’Uomo
Qualunque contro qualsiasi forma di legittimismo ed al quale si era intitolato accortamente il Fronte, su
proposta di Giannini ed a maggioranza di due terzi nel consiglio nazionale, fin da metà dicembre 1946 dopo
la grande affermazione elettorale alle amministrative nel Mezzogiorno. Sul “muro di ghiaccio” si veda in
«Civitas» dell’aprile 1947 il commento di Paolo Emilio Taviani che vi scorge una comune discendenza
razionalistica cartesiana nel cui ambito l’Uomo Qualunque rappresenterebbe “l’individualismo adatto alle
esigenze della politica di massa del Novecento”.
247
Benedetto Croce, presidente del Partito Liberale Italiano
Al Consiglio nazionale liberale che mediocremente si attestava su questa linea nella manifesta sua impotenza a controllare e tanto meno a dominare gli eventi,
Benedetto Croce indirizzava una conversazione privata66 insolitamente fondata,
dopo che per decenni si era sostenuto l’opposto nella concezione “prepartitica” del
liberalismo e della religione della libertà, sull’esigenza di un “netto programma”
onde evitare di andare popolarescamente “di male in peggio”.
Ma questo programma si riduce poi in buona sostanza all’auspicio disarmato
e patetico che si torni a vivere “come si è vissuto nei tempi che ora chiamiamo
vecchi […]. Se si arriverà a ciò, sarà una fortuna”, un ritorno, giova sottolineare,
tutto ottocentesco nella celebrazione delle “idealità” che avevano animato l’Europa
nel “chiamare l’Africa alla civiltà”, ben al di là di qualsiasi cupidigia di preda o di
arricchimento, una visione tanto patriottica da evocare mazzinianamente “il rispetto dell’indipendenza dei popoli” ma non già, con più o meno calcolato equivoco,
quelli che andavano proprio in quegli anni così laboriosamente svincolandosi dallo
status coloniale, bensì ancora una volta l’Italia, le cui colonie prefasciste le sarebbero dovute dunque indipendentisticamente restare malgrado il contrario avviso del
trattato di pace, che stava per essere firmato e sottoposto alla ratifica della Costituente.
Non è meraviglia pertanto che, del tutto estraneo ad una valutazione adeguata del popolarismo strutturale e sociale di massa che le elezioni avevano pure nella
DC rivelato a luce meridiana, Croce si limiti in merito ad una dimensione non più
che confraternale e clericale, agevolmente egemonizzabile, ancora una volta secondo uno strumentalismo tutto sette-ottocentesco, dal ceto medio “che per cultura e
riflessione sta più in alto degli altri”,67 essenzialmente liberale e, una volta inglobato
ed assimilato il socialismo “ragionevole” nella prospettiva riformista di cui più non
si parla, tuttavia, in modo espresso, sarà in grado, eliminati comunisti e cattolici, di
restaurare i vecchi tempi, sul cui ritorno conviene dunque sperare, magari all’eco di
un rinnovato “Dio lo vuole!” di una vaga crociata, che rianimerà nei cuori degli
uomini “l’entusiasmo disinteressato per il vero, per il bene, per il bello”.
Ad eliminare i cattolici avrebbe senza dubbio giovato la difesa e lo sviluppo
della scuola nazionale, il cui manifesto programmatico, aderente Croce e moltissimi intellettuali d’ogni parte politica non democristiana, era apparso su «Belfagor»,
la rivista di Luigi Russo, il 15 gennaio 1947, denunziando “i segni di una pericolosa
politica scolastica che, lungi dall’aprire la scuola alla rinnovata coscienza nazionale,
vi riconferma l’autorità di forze e di uomini retrivi incapaci di rappresentarla e,
mentre frena iniziative generose, tende a favorire l’interesse privato ed a perpetrare
66
Si veda CROCE, Scritti…, cit. vol. II, p. 349.
Analogamente sul «Tempo» del 2 marzo 1947 Croce parlerà del ceto medio come “formazione morale
e politica” indifettibilmente nutrita di fede liberale “che è il miglior frutto della cultura e della intelligenza”. Si
veda in merito un importante scritto di Giuseppe Maranini in «Europa Socialista», la bella rivista che vedeva
significativamente Silone come direttore e Vecchietti quale redattore capo, e sulla quale andava svolgendosi
un altrettanto interessante dibattito intorno a palazzo Barberini, concluso il 20 aprile da Silone con Perché la
politica deve emanciparsi dalle ideologie.
67
248
Raffaele Colapietra
il disordine e l’arbitrio a danno della serietà degli studi, degli interessi del paese,
dell’autorità dello Stato”.68
E tuttavia proprio il responsabile massimo di quella politica scolastica e l’interprete di una ‘presa di possesso’ che non corrispondeva soltanto ad una metafora
letteraria, il ministro Guido Gonella, era presente, e parlava, il 17 febbraio, insieme
con Croce e Casati69 all’inaugurazione di quell’Istituto italiano per gli studi storici
che era senz’altro fra le più significative delle ‘iniziative generose’ di necessità, peraltro, in bilico tra le esigenze politiche di un mantenimento di contatto con la DC
in quanto tale, in comune funzione antimarxista ed i postulati ideologici di un conflitto nell’ambito del quale i cattolici ricambiavano a mille doppi l’intransigenza
crociana.70
Una sfasatura del genere è testimoniata nel modo più evidente e cospicuo
con la chiusa famosissima del discorso dell’11 marzo 1947 alla Costituente71 il Veni
Creator Spiritus, non esprimendo che un fervido auspicio di solidarietà spirituale
proiettata nel futuro, ma non certo una direttiva d’azione immediata nell’edificazione in corso dello Stato repubblicano, l’esclusione dei Patti Lateranensi dal testo
costituzionale dovendo di necessità convivere con una loro sanatoria di fatto, accantonando l’ipoteca fascista che fin qui, come sappiamo, aveva pesato così
decisivamente in proposito.
Non a caso, se su un punto Croce rompe in battaglia aperta contro la DC, è
in merito al regionalismo, cioè ad uno dei postulati più intelligenti e moderni della
tematica cattolica, che a lui vuole apparire invece, con estremismo risorgimentale
unitario che va ben oltre il patriottico giacobinismo di Nenni, “favoreggiamento ed
istigazione, avviamento pauroso verso un vertiginoso sconvolgimento del nostro
ordinamento statale ed amministrativo andando incontro all’ignoto”.
68
Russo commentava il manifesto con un cenno di lode a Croce ormai disinteressato alle ‘beghe’ del PLI
di cui lasciava di fatto la presidenza nelle mani dell’ ‘agrario’ Carandini, una voce di corridoio che Mario Paggi
riprendeva il 5 maggio 1947 su «Stato Moderno» insieme con la riluttanza all’avvicendamento da parte dell’ambasciatore a Londra.
69
Poco conta a questo proposito che Croce distribuisse imparzialmente nel suo intervento lodi e biasimi
alternando l’imbarazzo nel ministro Gonella e nel suo collega comunista Emilio Sereni (era presente anche
Giorgio Amendola) come riferisce spiritosamente Sandro De Feo in «Risorgimento Liberale» del 18 febbraio
1947.
70
Si veda per tutti il veemente intervento di Igino Giordani sul «Popolo» del 23 novembre 1946 secondo
il quale il liberalismo anacronistico di Croce, battistrada un tempo all’amoralismo fascista e scudiero oggi
dell’immoralismo comunista, aveva preso vita da quando “sull’Europa nazionale si rovesciò lo spurgo d’irrazionalità che da Hegel per Marx e Bismarck scolò in Hitler, rigurgito delle barbarie contro la civiltà, morale
dell’omicidio”. È dunque per protestare contro siffatte aberrazioni, ed altre consimili, che Croce, nel clima
incandescente di dibattito sull’art. 7 della costituzione, di cui più avanti nel testo, precisa in «Risorgimento
Liberale» del 21 marzo 1947 di essere tutt’altro che fautore “della sovranità assoluta dello Stato” e men che
meno nel senso delle farneticazioni hitleriane.
71
Si veda CROCE, op. cit., vol. II, p. 365 ed a p. 394 la lettera al «Corriere della Sera» del 29 aprile 1947 che
conferma, malgrado l’assenza assai commentata all’atto della votazione, il rifiuto del Croce all’art. 7 ma in pratica anche al divorzio, pur se le sue osservazioni di costume non fanno che risalire al periodo murattiano, quando
esso era stato istituito fallimentarmente nel Mezzogiorno, senza alcuna considerazione per uno stato di cose
ovviamente modificato in proporzioni radicali, e riflettendo acquisizioni erudite dalla prima giovinezza.
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Benedetto Croce, presidente del Partito Liberale Italiano
Dietro quest’apocalisse, lo vede bene Giannini sul «Buonsenso» del 13 marzo, c’è ancora una volta, e sia pure come “la cosa più intelligente” dell’intero dibattito, il rifiuto dell’evoluzione postfascista dello Stato e della società, nella circostanza quella che già ora viene etichettata e squalificata come partitocrazia, rispetto alla
quale, avrebbe precisato Croce il 30 marzo a Cassandro in partenza per il Congresso internazionale liberale di Oxford72 compito del PLI avrebbe dovuto consistere
“non direttamente ed in primo luogo nel cercare di attirare in sé e guadagnare masse e moltitudini, ma nel possedere sempre meglio sé medesimo”, uno scavo assiduo
di autocoscienza e autocritica che le infiltrazioni monarchiche e le suggestioni qualunquiste73 non potevano in verità che mettere incessantemente in discussione, come
si sarebbe constatato proprio nello squallido sparpagliarsi dei deputati liberali nelle
più svariate direzioni a proposito dell’art. 7.
Se dunque “lo Stato liberale è fallito e indietro non si torna, appartiene al
passato”, come fin dal 7 marzo aveva sentenziato Emilio Lussu negando che la
prospettiva attuale del dibattito potesse essere quella medesima del 1929, la religione della libertà aveva ancora non poco da dire ben al di fuori delle esigue e
discordi fila del PLI, sul socialismo umanistico di Paolo Rossi, ad esempio, che il
14 marzo batteva in breccia il clericofascismo scettico ed opportunista in nome
del ponte “fra il passato e l’avvenire” tornato a gettare da Croce “rappresentante
di quel pensiero liberale che diede all’Italia una struttura unitaria ed un volto
civile”, o su quello analogo e più laicisticamente risentito di Luigi Preti, che il 26
marzo avrebbe rintuzzato la sprezzante stroncatura di Togliatti sul Croce “passato in quest’aula come un’ombra, l’ombra di un passato molto lontano” e che si
riferiva ovviamente al laicismo giurisdizionalista ormai accantonato per sempre,
rivendicando “la tradizione liberale del Risorgimento che considerò sempre la
libertà religiosa come la più sacra di tutte le libertà” e che veniva rinnegata dal
privatismo angusto e intrattabile dei liberali odierni ma non da Croce venuto “a
rincuorarci […] con il suo appoggio morale” e con “l’ultima fiammella” di quella
tradizione.74
72
Si veda CROCE, op. cit., vol. II, p. 383.
Le aveva denunziate Togliatti all’indomani della manovra Selvaggi su «L’Unità» del 18 dicembre 1946
(“Il partito che Benedetto Croce aveva pensato di rendere invincibile battezzandolo col nome di un’idea
universale se ne va a pezzettini, in una lotta ineguale con un branco d’istrioni, senza essere ancora riuscito a
dire una parola sua, aderente alla realtà”) e le avrebbe liquidate il 28 maggio 1947 l’«Avanti!» che pur il 20
marzo con Francesco Perri aveva mostrato di condividere l’unitarismo antiregionalistico crociano come “l’unico
bene che ci è rimasto” (“I liberali non rappresentano più niente, né il giovane liberalismo morto con Piero
Gobetti né il vecchio liberalismo laico unitario che sopravvive nel pensiero di Benedetto Croce, ma del quale
si cerca invano la traccia nell’azione alla Costituente e nella stampa, che è quasi più reazionaria della
qualunquista”).
74
Ma Croce avrebbe presenziato il 28 aprile al S. Carlo all’apologia di quel privatismo svolta da Cassandro
reduce da Oxford, mostrando di essere ben lungi dalla dissociazione obiettiva, implicita nel discorso di Preti,
dall’oltranzismo del PLI, sia «Risorgimento Liberale» del 27 marzo 1947 sull’art. 7 che Badini e Confalonieri
il 15 aprile sul divorzio rifacendosi puramente e semplicemente a Croce senza che questi trovasse alcunché da
precisare.
73
250
Raffaele Colapietra
In realtà il PLI non fa che attendere e sollecitare la fine del tripartito per
iniziativa ormai non più procrastinabile di De Gasperi, che il 14 maggio 1947 è
finalmente accolta da «Risorgimento Liberale» in termini rigorosamente conservatori, prestigio dello Stato, tutela dell’iniziativa privata e dell’ordine pubblico, salvataggio della moneta, ancora una volta, come s’è visto poc’anzi in nota, la presenza
di Croce a Torre Annunziata il 2 giugno ratificando l’etichetta di “governo di salute
pubblica” a quello che vedeva Einaudi al Bilancio, formulata da Cassandro e suggellata dal voto favorevole dei liberali, che a quel ministero avrebbe consentito la
risicata maggioranza.
Benedetto Croce non avrebbe mancato di anticipare autorevolmente tale voto
con l’intervista al «The New York Times» apparsa il 19 giugno sulla stampa italiana, l’ordine, la tranquillità, la difesa della lira, magari anche l’innocua “sana prassi
dei governi liberali che resero grande l’Italia” questi i ribaditi elementi che differenziavano nettamente dai precedenti il nuovo gabinetto De Gasperi, nonostante che
esso portasse avanti e vittoriosamente, ai primi di luglio, il regionalismo tanto ostico al Croce, nonostante il dissenso sulla gestione dell’Istruzione da parte del Gonella
e quello assai più grave che concerneva il trattato di pace, che sarebbero entrambi
venuti al pettine nella seduta del 24 luglio 1947 della Costituente, dopo che il 21
giugno l’altezzosa presa d’atto da parte di Gronchi dell’avvenuta subordinazione
liberale aveva indotto e pressoché costretto Croce in aula ad un’ennesima evocazione di Cavour e di Carducci in ben più modesta funzione di lealismo nei confronti della DC, che infatti plaudiva compatta e compiaciuta anche perché Croce,
con un paio di colloqui riservati con De Nicola dispettosamente dimissionario all’inizio di una lunga serie, aveva ed avrebbe dimostrato di non voler creare in proposito imbarazzo, con una sua eventuale candidatura o successione, a De Gasperi
ed alla sua tranquillizzante maggioranza.75
Tutt’altra cosa è da dirsi per il discorso d’opposizione alla ratifica del trattato
di pace, pronunziato con occhio di storico volto al passato ed al futuro anziché al
presente come commentava riservatamente l’«Avanti!», simile al “maggior tempio
di Pesto sulla palude” per la sua “condanna non solo della politica internazionale
fondata sulla vendetta moralistica ma anche sulla politica interna fondata sui medesimi principi”, come acclamavano con enfasi i monarchici di «Italia Nuova»76 affiancati da «Risorgimento Liberale» che acclamava al “giudice dei giudici […] cittadino di tutte le nazioni […] interprete della coscienza morale di tutta l’umanità”,
ma non, ed è interessante rilevarlo, dai qualunquisti del «Buonsenso» che giudica-
75
Malgrado il permanere di “alcuni punti sostanziali” di contrasto con la DC il voto favorevole, spiegava
Croce il 21 giugno 1947, derivava dalla circostanza imperiosa secondo la quale “il dovere di salvare la nostra
patria primeggia sugli altri […] e ci unisce nel sostegno che diamo al conseguimento di questo unico fine”.
76
Che due giorni prima avevano invece accolto acerbamente le critiche rivolte da Croce agli eccessi ed alle
prepotenze di Gonella, che aveva suscitato “molto scontento ed opposizione negli animi” così come Croce
aveva ben previsto con l’opporsi alla “presa di possesso” nel giugno 1945 “perché temevo gli effetti della lunga
brama e della lunga astensione”.
251
Benedetto Croce, presidente del Partito Liberale Italiano
vano il discorso più che mai intellettualistico ed astratto nei confronti dell’obiettiva
realtà di un’Italia sconfitta in guerra, quella realtà ben presente anche a Mario Paggi
su «Stato Moderno» per cui i vegliardi, con in testa Croce, “sono crollati proprio il
giorno in cui bisognava dar prova, difficile prova, di aver capito la novità dei tempi.
Le incertezze degli uni e lo sdegno moralistico degli altri di fronte a un problema
così nettamente e squisitamente politico […] li ha definitivamente allontanati dal
gioco politico”.
In realtà Benedetto Croce aveva inteso come tutto morale ed ideologico quel
problema, e vi si era accostato con un atto religioso analogo a quello con cui nel
1929 aveva affrontato la Conciliazione, ma in un atteggiamento mentale e spirituale
se possibile ancora più astorico, privo dell’evocazione laicistica e giurisdizionalista
che allora era ancora in grado di sostenersi su una lunga ed illustre tradizione politico-culturale sette-ottocentesca e fermo ora ad una religione della libertà tornata
ad essere carduccianamente religione della patria senza il crudo volto machiavellico
delle Pagine sulla guerra, ad un neoumanitarismo di pensiero nazionale da Vico a
De Sanctis che soppianta l’internazionale della cultura, né l’Oxford dell’antistoricismo né la Storia d’Europa, insomma, né la parentesi dell’antifascismo che inglobava, giustificava e riassumeva in sé quella dell’anticlericalismo, ma un ritorno consapevole sulla via regia nazionale dove è possibile incontrare Antonio Gramsci prima
e al di là di quella parentesi, nel vivo fervore del primo ventennio del Novecento in
cui entrambi avevano fraternamente contribuito ad edificare e strutturare “una mente
filosofica e storica adeguata ai problemi del presente”.77
Quest’incontro evocativo del passato e di una continuità nazionale irrinunciabile, quella secondo la quale Einaudi e De Gasperi avevano potuto finemente considerare il discorso come la pagina conclusiva della Storia d’Italia in
prospettiva di perpetuità liberale, risorgimentale e patriottica ma non nazionalistica come le destre avevano creduto di poter interpretare78 quest’incontro, dicevamo, è contemporaneo, a fine giugno 1947, all’analisi spietatamente esistenziale
de L’Anticristo che è in noi,79 la dissacrazione sistematica delle grandi parole
ottocentesche e carducciane che si realizza “nel disconoscimento, nella negazione, nell’oltraggio, nell’irrisione dei valori dichiarati, parole vuote, fandonie, peggio ancora, inganni ipocriti”, e dal “tiranno stupido dell’universalismo astratto”
di settecentesca e più o meno massonica e positivista memoria si fa ora carne e
77
Il discorso sul trattato di pace è in CROCE, op. cit., vol. II, p. 404, preceduto alle pp. 389-393 dalle
risposte ai quesiti dell’Unesco del 15 aprile e 6 luglio 1947 che danno bene la misura della vaghezza velleitaria
in cui in Croce si è sfrangiato il robusto telaio storicista delineato ad Oxford nel 1930 per l’Internazionale
della cultura, la recensione a Gramsci appare a fine giugno 1947 ed è ora in CROCE, op. cit., vol. II, p. 415 senza
che qui sia naturalmente il caso neppure di delibare il dibattito che venne a suscitarsene.
78
Leo Valiani e Paolo Treves avrebbero preteso di far convivere quest’eredità con i dettami della Filosofia
della pratica che Meuccio Ruini si limitava invece a rammentare freddamente al Croce e Togliatti trascendeva
in un’ampia visione della giustizia internazionale dei popoli che chiamava al redde rationem le responsabilità
collettive dell’Italia in quanto tale, obiettivamente inscindibili da quelle del fascismo.
79
Oggi in CROCE, Filosofia e storiografia, cit. p. 313.
252
Raffaele Colapietra
sangue, attraverso una pioggia fragorosa di formule anatemizzanti onde il Croce
lo percuote, in un ben circoscritto e concreto e tangibile gruppo d’individui i
quali “sotto la formula del materialismo storico soddisfano la loro cupa bramosia
e lasciano prorompere l’Anticristo”.
Se perciò la contingenza individua di Gramsci può assurgere, tra mille distinguo e contraddizioni, a rappresentare un momento importante di snodo della cultura e della politica dell’Italia unita sul cui sfondo la presenza crociana è senza paragone protagonistica, l’evocazione imponente dell’Anticristo si rimpicciolisce ben
presto nelle dimensioni più che mai contingenti di un ben preciso e ben determinato partito politico, nei cui confronti, accantonando una volta per sempre il prepartito,
la superfluità dei programmi, la scelta spregiudicata dei mezzi e degli espedienti più
opportuni “dal più cauto al più ardito”, e così via, si evoca ora senz’altro80 “benefico correttore e risanatore” il liberismo di Luigi Einaudi e Giuseppe Pella contro le
“gravi rovine” minacciate dall’“eccesso delle statizzazioni e delle pianificazioni”, il
fascismo figlio del socialismo e padre del comunismo, in poche parole, in una continuità ininterrotta di aberrazioni, non ultima, sembrerebbe di comprendere, la repubblica, che quei figli e quei padri hanno più o meno subdolamente imposto, nata
infatti “non già come conclusione di un processo e di un progresso etico-politico
italiano ma unicamente perché il fascismo avvolse e compromise il re”, un succube,
dunque, e non il principale responsabile del fascismo, come a Napoli si era a più
riprese fulminato allorché la reggenza appariva ancora, ed apparve a lungo, l’espediente più acconcio di salvataggio dell’istituto monarchico.
4. Le dimissioni di Croce
Con L’immaginario passaggio del comunismo marxistico dall’utopia alla scienza che esce nel novembre 1947, alla vigilia del Congresso nazionale del PLI che
sarebbe stato inaugurato dalle dimissioni di Benedetto Croce dalla presidenza del
partito, l’Anticristo già calato corposamente nel materialismo storico e perciò nel
PCI assume dimensioni non meno apocalittiche, ma slargate in proporzioni smisurate da finis Europae dinanzi alle invasioni barbariche, gli Attila e i Totila del discorso di Oxford dirimpetto ai quali non si levano peraltro più i Boezi ed i Gregori
dello storicismo razionalista, cristiano e occidentale, la Russia e il panslavismo “dal
quale la classica Europa rifugge vedendovi la sua propria morte e la morte della
civiltà” e nei cui confronti la classe operaia va distolta dall’utopia di una “impossi80
Ancora di liberalismo, liberismo e statalismo ed introduzione alla stampa del Mazzini di Francesco de
Sanctis, entrambi del settembre 1947, ora in CROCE, Scritti…, cit. vol. II, pp. 435-437. Come sempre Croce lascia
la porta formalmente aperta, le pianificazioni eventualmente sperimentabili ma “in certe condizioni e con certe
precauzioni” quanto dire nel libro dei sogni. «Stato Moderno» del 20 dicembre 1947, all’indomani della crisi
Lucifero e delle dimissioni Croce di cui si parlerà tra breve, nel qualificare il PLI “partito padronale di estrema
destra reazionario” non aveva dunque tutti i torti nel rifiutare di distinguerlo dal liberismo, la cui relativa reticenza, al pari dell’agnosticismo, non era servita ad altro che a diffamarlo ed a farlo vivere e morire acefalo.
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Benedetto Croce, presidente del Partito Liberale Italiano
bile eguaglianza di fatto” che “non potrà mai raggiungere” ed il socialismo “che
nacque ad un punto col liberalismo […] ed è stato operoso e benefico lungo il corso
dell’800” differenziato dal comunismo e più in generale dal marxismo rispetto al
quale i “signori professori” gareggiano in vanità e servilità dimentichi di tutto ciò
che la Russia, e dunque il panslavismo ed il catechismo marxistico, debbono, nel
bene e nel male, al pensiero occidentale.81
Il congresso liberale, abbiamo detto, che Mario Albertini su «Stato Moderno» citato poc’anzi in nota avrebbe commentato lapidariamente come segue: “Benedetto Croce ha preferito l’estrinseco del metodo all’intrinseco della religione.
Oggi il partito liberale non ha più bisogno di lui: ed il liberalismo, che pure l’onora
a maestro, deve, difronte alle sue concrete responsabilità, procedere con lui oltre di
lui”: e Giuseppe Cappi aveva scritto sul «Popolo» il 2 dicembre proemiando al
congresso nelle sue inconcludenti conclusioni finali: “Appunto perché è un metodo, la libertà non può costituire il contenuto programmatico di un partito […].
Prima potersi muovere, giusto: ma poi muoversi, agire politicamente […]. A parte
la difficoltà d’individuazione dei ceti medi, la tesi della loro difesa, portata alle sue
logiche conseguenze, condurrebbe ad una politica classista. Noi attendiamo quindi
ancora di conoscere il programma liberale” e magari su un interrogativo malizioso,
che Cappi lasciava cadere lì con affettata noncuranza, ma che andava insinuandosi
nelle pieghe e negli anfratti della carta costituzionale, quale potesse e dovesse in
concreto essere la funzione sociale della proprietà privata.
Benedetto Croce non si poneva certo un interrogativo siffatto nel deporre la
presidenza il 30 novembre 1947 con parole non più che di circostanza nel ribadire
motti d’ordine e formule ormai consuete nel linguaggio suo proprio ed in quello
formale ed esteriore del partito,82 il centro, la qualità contrapposta alla quantità, la
borghesia “non nel senso materiale ma morale e culturale”, le fusioni “che non
siano confusioni” e così via.
Ma proprio a quest’ultimo proposito, com’è ben noto, il congresso avrebbe
dato torto, sia pure di strettissima misura, a lui, al Cassandro che non aveva escluso
aperture a repubblicani e socialdemocratici, ad Einaudi, ed a Corbino che proprio
sulla pregiudiziale del rifiuto di una fusione a destra avevano ricusato, sia pure con
espressioni temperatissime, di succedere a Croce nella presidenza del partito, ed
avrebbe sancito, dopo discorsi applauditissimi suoi e di Giuseppe Perrone Capano,
la mozione Lucifero per un blocco nazionale della destra borghese nel partito liberale cristiano ed occidentalista mediante l’alleanza elettorale con l’Uomo Qualunque e contro la proposta di Gentile, Cattani e Carandini per un grande partito medio indipendente tra comunismo e capitalismo.
81
Raccolto in opuscolo nel febbraio 1948 L’immaginario passaggio del comunismo marxistico dall’utopia
della scienza presenta una prefazione che si legge in Benedetto CROCE, Nuove pagine sparse, Napoli, Ricciardi,
2 voll.: vol. 1, p. 129 e si sintetizza nella scontata contrapposizione tra il particolarismo del proletariato e la
verità universale.
82
Si veda CROCE, Scritti…, cit. vol. II, p. 453.
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Raffaele Colapietra
“Da un pezzo – avrebbe postillato l’«Avanti!» del 5 dicembre 1947 dinanzi al
larghissimo franamento seguito alla votazione83 – non ci sono più liberali in Italia
ed è dubbio che ci siano mai stati, a prescindere da alcune grandi personalità del
Risorgimento e del post Risorgimento formati alla scuola e sull’esempio del
liberalismo inglese, e da pochi scrittori, filosofi o parlamentari che hanno cercato, e
non sono sempre riusciti a differenziarsi dai ceti più bestialmente conservatori e
reazionari, e di cui Croce è la vivente illustrazione. Il congresso di Roma ha messo
in soffitta tutta l’eredità laica e progressista del liberalismo”.
Il blocco sarebbe stato stretto da Lucifero con Nitti e Giannini il 10 gennaio
1948, giusto un mese dopo il suo incontro napoletano col Croce che ne era stato
indubbiamente suggestionato in chiave di vitalità ed efficientismo e dopo che su
«Risorgimento Liberale» del 24 dicembre era apparso un programma di formale
ortodossia centrista e crociana a difesa di una libertà “borghese” ed appunto perciò
non di classe.
Tutto ciò faceva sì che il 13 gennaio il Consiglio nazionale, nell’eleggere significativamente De Caro alla successione di Croce acclamato presidente onorario,
approvasse anche a grandissima maggioranza l’accordo elettorale e ratificasse le
dimissioni degli sconfitti al congresso, con l’eccezione di Gentile, assestandosi tutto il partito, o quanto meno ciò che rimaneva di esso, sulla scelta per il Piano Marshall,
la libertà e l’Europa che Manlio Lupinacci contrapponeva il 27 gennaio senza mezzi termini alla miseria, all’oppressione ed all’Asia.
Ma Croce, pur vedendo di massima accolti formalmente i suoi postulati, pur
irritato con gli scissionisti e colpito dall’attivismo di Lucifero, che non dubitava di
prendere contatti diretti con De Gasperi in vista di una grande concentrazione in
difesa della libertà e della democrazia, un cui manifesto illustrativo il Nostro non
avrebbe esitato il 19 marzo a firmare per contrastare la propaganda demagogica
della cosiddetta Alleanza della Cultura promossa dal Fronte, Croce, dicevamo, era
tutt’altro che persuaso della china in cui il partito si era posto, anche se la sua ansietà non assumeva per il momento contorni espliciti e netti, e con significativa
83
Tra i protagonisti, accanto a Pannunzio, la cui successiva esperienza al «Mondo» avrebbe costituito un
momento centrale ed eminente nella storia di una democrazia laica solo parzialmente destinata a confluire
nell’avventuroso calderone del centrosinista, Leone Cattani, fautore nel suo intervento dalla “santità della
famiglia” nell’ambito della civiltà cristiana ed occidentale, dell’autorità dello Stato e della pace sociale nella
prospettiva vaghissima di un “partito di tutti gli italiani che lavorano per il bene collettivo, soprattutto a
vantaggio dei più umili” e tuttavia sospinto ad una opposizione che non avrebbe trovato grazia neppure
presso Croce, inflessibile nel tacciare di “irresponsabili” gli scissionisti alla Gentile con la loro “pericolosa
impazienza” e malgrado tutto fiducioso nella “energia organizzativa” del nuovo segretario Lucifero ed ostile
alla “disgregazione” che sarebbe stata provocata da uno “sconsiderato moto a sinistra” sulla traccia nella
riproposta Rinascita liberale, a metà novembre 1947, e che il Croce tacciava di “ibridismo liberale”, una
corrispondenza importante che si legge in Sandro SETTA (a cura di), Benedetto Croce e la “sinistra” liberale nel
carteggio con Leone Cattani (1947-1948), in «Storia Contemporanea», XIX, n. 1 febbraio 1988, pp. 115-142 e
che va tenuta presente in chiaroscuro a quanto si riassume nel testo.
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Benedetto Croce, presidente del Partito Liberale Italiano
defaillance psicologica si circoscriveva in amari sfoghi confidenziali con l’amico
Alessandro Casati84, la necessità di evitare il peggio, e cioè un’ulteriore scissione,
anche con minaccia di dimissioni, in attesa di “raddrizzare” il partito “se l’Italia
non andrà in rovina” (28 febbraio 1948), l’aver cercato, e ottenuto, che il partito
“non si sfasciasse del tutto” anche se il suo presentarsi alle elezioni non poteva che
risultare meno logico e dignitoso che non nel 1946, dove pure si era trattato di
coalizioni, ma evidentemente assai più coerenti ed omogenee (30 marzo 1948) in
attesa, ovviamente, appunto del decisivo responso elettorale, alla cui vigilia era lo
stesso Cattani sul «Tempo» ad invitare a votare DC per evitare al Senato una maggioranza frontista.
Il 18 aprile fu quel che fu: e Croce, alla pari di Cattani lo commentava il 26 sul
«Corriere della Sera» dichiarando di non biasimare “coloro che in buona fede hanno stimato prudente non disperdere i voti in una questione che era di vita o di
morte”.
Ma se la libertà rimaneva ben viva e vitale in Italia, non lo era con pari effetto
per il Partito Liberale che Croce, in una lettera diffusa il 3 maggio, deprecava essere
stato sospinto ad un’alleanza con una formazione come l’Uomo Qualunque, già
respinta quando era fortissima ed ora in evidente dissoluzione.
Questa prima pubblica ed inequivocabile presa di posizione del Nostro costituiva il colpo di grazia per Lucifero, che l’indomani reiterava dinanzi al Consiglio nazionale le dimissioni già presentate giusto due mesi prima, allorché gli era
fallito l’approccio con De Gasperi e ci si era dovuti acconciare al meschino rimpannucciamento elettorale ed al suo meschinissimo risultato.
A questo punto, dopo che, per insistenza soprattutto di Corbino, presidente
del gruppo parlamentare autonomo rispetto al partito secondo la vecchia prassi
prefascista, era stato fissato al settembre 1948 il nuovo congresso, Croce incontrava
De Gasperi in occasione dell’elezione del primo Presidente della Repubblica, ed il
15 confidava a Casati che se Lucifero non si fosse effettivamente ritirato dopo essersi impadronito del PLI con quello che era anche a lui Croce appariva un colpo di
mano “noi avevamo tracciato la nostra via sicura: raccogliere intorno a noi le migliori forze del partito e affrontare il nuovo congresso. Ma se ciò non riuscisse
lasceremmo in massa il partito contaminato e faremmo noi un altro partito liberale
[…]. Per ora non dobbiamo abbandonare il posto […]. E perciò non lascio che in
me il disgusto e lo sdegno prevalgano”.
Benedetto Croce è dunque ora per la prima volta non più teorico di ‘prepartito’
o leader più o meno carismatico di partito, ma uomo pugnacissimo di frazione, e
84
Benedetto CROCE, Epistolario: lettere ad Alessandro Casati (1907-1952), Napoli, Istituto Italiano per gli
studi storici1969, pp. 269-272. Si veda anche la lettera 24 febbraio 1948 a Carlo Antoni sempre rancorosa nei
confronti del vero e presunto “sinistrismo” dei dissidenti ma umanissima nella confidenza analoga a quella
espressa al tanto più vecchio amico Casati: “Non ho ragione di essere lieto: ma ho sentito il dovere che mi tocca
da antico presidente a non concorrere al disgregamento del partito con la speranza che si potrà raddrizzarlo
nell’avvenire”, Marcello MUSTE (a cura di), Carteggio Croce-Antoni, introduzione di Gennaro Sasso, Bologna,
Il Mulino, 1996, p. 79.
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Raffaele Colapietra
perciò naturaliter politico, con alcuni suoi amici ed altri irredimibili avversari, col
“gretto e mal concepito conservatorismo” che va rifiutato al pari dello Stato confessionale, dei monopoli privati, della “tirannica depressione dello statalismo”, in
nome di un’economia di mercato che non riconosca classi ma propugni un’eguaglianza di fatto delle possibilità nella lotta per la vita, così come suonava il 30 maggio un manifesto per la ricostruzione del PLI apparso sulla stampa, primo firmatario
Casati, ultimo Cassandro, quasi a suggellare in un circolo un’ortodossia crociana
che le circostanze rendono più che mai militante.
E di militare avrebbe prontamente, lo stesso giorno, accettato il Croce, dimettendosi da presidente onorario di un partito del quale constatava bensì la divisione e la dissidenza ma non senza affermare apertamente che “i sentimenti e i concetti espressi dai dissidenti sono anche i miei”.
Questo ci sembra il nocciolo centrale e decisivo del documento, al di là della
rivendicazione consueta del ruolo di mediatore del PLI o della presa di distanza
altrettanto prevedibile dall’Uomo Qualunque in meri termini di stile e di gusto, la
rinascita del gregario non come ostentata metafora ma come richiamo all’‘onesto
lavoratore’ di quarant’anni prima, non il pedagogo ma l’uomo di parte, non l’angusta religione della libertà ma la libertà attiva e operante, l’albero crudo e verde della
vita di goethiana memoria.
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Benedetto Croce, presidente del Partito Liberale Italiano