L’Istat: Pil sottozero anche nel terzo trimestre. Ma Padoan fa finta di
niente e scrive il solito Def ottimista. Come Berlusconi, Monti e Letta
Mercoledì 1 ottobre 2014 – Anno 6 – n° 270
e 1,30 – Arretrati: e 2,00
Redazione: via Valadier n° 42 – 00193 Roma
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Art. 1 comma 1 Roma Aut. 114/2009
LA PROVA DEL NAZARENO
IL PARTITO UNICO C’È GIÀ
PD & FI, I VOTI FOTOCOPIA
Nel primo anno e mezzo di legislatura, i due partiti “avversari” hanno votato quasi sempre
allo stesso modo: Zanda e Verdini nel 99,8% dei casi, Boschi e Gelmini nel 90,3. Ieri l’Agcom
ha regalato 200 milioni a Mediaset e Rai: il commissario pidino s’è astenuto
Tecce » pag. 3 - 6
Udi Andrea Scanzi
IL CAIMANO, SALLUSTI
E I RENZIANI
DELL’ALTRA SPONDA
» pag. 6
LaPresse
» ALZO ZERO » ”Il Paese non sta col sindacato”
Renzi spara: “Altri
100 euro”. E sfida
la Cgil in piazza
Domani Jobs Act in Senato: i dissidenti ci provano.
Ma ormai i giovani furbi – da Orfini a Speranza –
stanno con Matteo
d’Esposito e Marra » pag. 2 - 3
» NOMINATA E POI BOCCIATA » È ufficiale: la consigliera Pd “non ha i titoli”
80 euro e Tfr
nel materasso:
gli italiani
non spendono
Cannavò » pag. 11 - 14
DON CAMILLO ADDIO
Brescello, la gente
tifa per il sindaco
che stringe
la mano al boss
Csm, ennesima figuraccia:
la Bene non va bene
Il nuovo Consiglio Superiore si insedia,
elegge Legnini vicepresidente ed “espelle”
l’avvocatessa ex consulente del ministro
Orlando quando era all’Ambiente.
Napolitano furioso: “Parlamento
frettoloso e disattento”. In serata altro
schiaffo al Colle: fumata nera numero 15
per Violante e per l’indagato Bruno
alla Consulta
Mascali e Massari » pag. 5
USA, LE NUOVE REGOLE
“Sì dev’essere sì”:
come fare sesso
nei campus, senza
rischiare lo stupro
L’avvocatessa
Teresa Bene,
eletta membro
laico del Csm
in quota Pd
e rimandata
indietro
perché
ineleggibile
Ansa
» I “CIE” PRIVATI
Una Guantanamo
in Germania:
botte ai migranti
Eccheli » pag. 16
LA CATTIVERIA
Milosa » pag. 9
y(7HC0D7*KSTKKQ( +&!=!z!"!#
Ambrosi » pag. 18
Il premier: “Io sto con chi si alza presto la mattina”. Di solito
arriva dopo caffè e sigaretta
» www.spinoza.it
L’asineria al potere
di Marco Travaglio
er dire come siamo ridotti, ci tocca pure dar
P
ragione a D’Alema: Renzi parla di cose che
non conosce, confidando nel fatto che non le co-
nosca nessuno, grazie alla collaborazione straordinaria dei tg e dei giornali. Sulla giustizia dice che
in “20 anni di derby ideologico fra berlusconiani e
antiberlusconiani” non s’è fatta una sola riforma:
invece se ne sono fatte 120, con i bei risultati a tutti
noti; e lui prepara la 121esima, degno coronamento delle altre 120. Sull’abolizione delle elezioni per il Senato dice che “se ne parla da trent’anni”,
mentre nessuno – a parte Gelli nel Piano di Rinascita del 1976 – ne aveva mai parlato né sentito
il bisogno. Sulle Province dice “le abbiamo abolite”, invece s’è limitato a cambiare loro il nome,
ad abolire le elezioni e a moltiplicare le poltrone.
Sull’articolo 18 dice che è “vecchio di 44 anni”:
invece è stato riformato due anni fa, quando lui
era contrario. Dice pure che “D’Alema ha avuto la
fortuna di governare quando c’era la crescita: è
allora che bisognava riformare il mercato del lavoro”. Infatti fu riformato con la legge Treu del
1997, con la Maroni-Sacconi del 2003 e con la
Fornero del 2012: col risultato di moltiplicare i
precari e i disoccupati che lui, perseverando sulla
stessa strada, vorrebbe ridurre. La cialtroneria, il
pressappochismo, l’ignoranza crassa e la menzogna sistematica per nascondere le tracce sono i
tratti distintivi di questa “nuova” classe politica
che dà lezioni alla “vecchia guardia”. E, come diceva Goethe, “nulla è più terribile dell’ignoranza
attiva” tipica di chi vuol dimostrare ogni giorno di
essere giovane e nuovo.
Per dirne una: lo sapevano e lo scrivevano tutti
che l’avvocatessa Teresa Bene non aveva i titoli
per entrare al Csm: non è docente ordinario e non
ha 15 anni di professione forense. Ma l’han votata
lo stesso: ieri è stata cacciata perché ineleggibile.
Un figurone. Renzi, almeno, conserva un punto a
suo favore: quando la vecchia guardia faceva danni, lui non c’era. Ma i nove decimi dei suoi renzini,
riciclati dell’ultima o penultima ora, c’erano e facevano danni anche loro. Eppure fanno i bulli con
la stessa sua protervia nuovista, manco fossero
nati ieri. Sentite questa: “Non credo che un dirigente del Pd dovrebbe provare imbarazzo a stare vicino a metalmeccanici che difendono il proprio lavoro e i propri diritti solo perché qualche
estremista passa di lì”. È di Matteo Orfini
quand’era ancora dalemiano e spiegava “perché
sarò in piazza con la Fiom”. Era il 22 febbraio 2012
e la Fornero si accingeva a una riforma dell’art. 18
molto più blanda di quella annunciata da Renzi
col consenso di Orfini (ma non della Fornero, che
li scavalca entrambi a sinistra). Oggi Orfini annuncia: “Se ci sarà una manifestazione della Cgil,
la guarderò in tv, il sindacato ha la colpa di essersi
voltato dall’altra parte”. Lui invece ha cambiato
verso, ma soprattutto poltrona: presiede il Pd renziano. Nel 2002 Cofferati portò 3 milioni di lavoratori al Circo Massimo contro B. che voleva
levare l’articolo 18. E a spellarsi le mani c’era Piero
Fassino: “Sull’articolo 18 il governo ha fatto una
sciocchezza” urlava, eccitatissimo per la “manifestazione serena e compatta di un grande movimento di opposizione”. Per Paolo Gentiloni, “la
straordinaria manifestazione di Roma non è in
contrasto col nuovo riformismo”. Non poteva
mancare Enrico Morando, ora viceministro
dell’Economia e gran tifoso di Renzi contro l’articolo 18, come pure Gentiloni e Fassino. Ieri Roberto Giachetti contava quanti giorni han governato Bersani, D’Alema, Bindi e altri antirenziani,
dimenticando quanti giorni han governato i neorenziani: “Sono stati al governo migliaia di giorni
e ancora pontificano e propongono soluzioni miracolose come se non avessero mai potuto mettere alla prova i loro messaggi salvifici”. Vuoi vedere che Giachetti è appena atterrato da Marte?
Può essere, sempreché sia solo omonimo del Giachetti che dal ‘93 al 2001 fu il braccio destro di
Rutelli al Comune di Roma, poi 13 anni fa entrò
alla Camera per non uscirne più: prima Margherita, poi Ulivo, infine Pd. E ancora pontifica. Perché Renzi è come il Dash: lava più bianco.
2
DISACCORDI
MERCOLEDÌ 1 OTTOBRE 2014
LdiaMatteo:
settimana
Londra,
Ferrara e Assisi
A METÀ settimana Renzi torna turbo Renzi: e così inanella una serie di
appuntamenti, tutti a scopo autopromozionale (e all’occorrenza elettorale), in giro per l’Europa e per l’Italia.
Domani va a Londra: vedrà il primo
ministro britannico David Cameron,
ma avrà anche incontri con l’editorial
board dell’Economist e del Financial
Times e con un gruppo di imprenditori alla Guildhall della city di Londra.
Pronto a vendersi la vittoria in direzione sull’articolo 18. Venerdì è la
volta del Festival di Internazionale a
Ferrara: lo interrogheranno Michael
Braun della Die Tageszeitung, Irene
il Fatto Quotidiano
Hernendez Velasco per El Mundo e
Ferdinando Giugliano del Financial
Times. Peraltro, bagno di folla garantito per un appuntamento molto frequentato, soprattutto da giovani. Sabato, invece, è la volta della Chiesa:
rappresenterà la Nazione alle celebrazioni in onore di San Francesco
d’Assisi Patrono d’Italia. Dopo la
Messa e l’accensione della lampada
del Santo, il Presidente parlerà alla
Nazione. Ovviamente in diretta su
Rai1. E non finisce qui: il pomeriggio
potrebbe andare alle acciaierie di
Terni. Appuntamento più delicato.
Palazzo Chigi non ha confermato.
RENZI PROMETTE CENTO EURO
E VA ALLA PIAZZA CONTRO PIAZZA
IL 25 OTTOBRE, CON I SINDACATI A SAN GIOVANNI, PRESIDIA LA LEOPOLDA A FIRENZE
di Wanda Marra
C
i hanno anche risolto
il problema di chi ci fa
la
manifestazione
contro mentre facciamo la Leopolda”. Così Matteo
Renzi che si fa intervistare da
Ballarò nel cortile di Palazzo
Chigi, il giorno dopo la direzione del Pd. E va al frontale con
Susanna Camusso. Un’altra
promessa: “Cento euro in busta
paga dal recupero del Tfr”. E la
leader Cgil derubrica “un altro
annuncio roboante”. Mentre
promette un autunno caldo:
“Non è finita qui”, dice. E giura
al Jobs act “una strada costellata
dalla mobilitazione”.
La contrapposizione fisica oltre
che ideologica è in programma
per il 25 ottobre: manifestazione sindacale a Roma a San Giovanni, a Firenze la Leopolda
renziana. Un po’ l’altro partito,
l’altra direzione, l’altro popolo.
E via di questo passo. “Ho grande rispetto per i sindacati. Ma
dov’erano negli anni in cui si
creava il precariato e i diritti dei
ragazzi venivano cancellati?
Tornano in piazza ora? Bene!
Viva! Che bello! Ma io nel frattempo non mollo”.
C’È DA GIURARE che le esclamazioni di giubilo del presidente del Consiglio siano sincere.
Ieri, Confindustria attraverso il
Sole24 ore, gli ha fatto qualche rilievo sulle modifiche votate in
direzione all’articolo 18: il reintegro previsto per motivi disciplinari produrrebbe una rifor-
ma “annacquata” per gli elementi di incertezza introdotti
alle imprese. “Se D’Alema non
ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Tutte le volte che parla guadagno un punto nei sondaggi”,
dice, non a caso, Renzi. E in effetti, senza l’attacco in direzione
del Lìder Maximo e di Bersani
alla fine sarebbe risultato evidente che il premier una mediazione comunque l’ha fatta,
mentre invece è passato esattamente il messaggio che lui voleva trasmettere: l’asfaltamento
dell’articolo 18.
I nemici a Renzi non dispiacciono. Ma è anche alla ricerca di
OPPOSITORI
Al Senato i dissidenti
sono una quarantina.
Ma per adesso
si tratta col primo
ministro che già mette
la fiducia nel piatto
amici: tant’è vero che sabato va
ad Assisi, per le celebrazioni di
San Francesco, con tanto di discorso alla nazione. La Chiesa è
meglio non averla contro.
La Camusso comunque tiene
aperto un fronte caldo, proprio
il giorno dopo le divisioni di una
minoranza dem, che stenta a
trovare una linea politica. E che
a Palazzo Madama, dove il jobs
act è alla prova dell’aula, avrebbe pure i numeri per contare.
Non per niente, l’inizio delle votazioni è slittato da oggi alla settimana prossima: si cerca una
mediazione. Ma poi, Renzi vuole chiudere per mercoledì notte.
E la fiducia è un’ipotesi che sale.
Il governo sulla Carta ha 167 voti. Ma l’incognita sono 30-40 senatori del Pd. In 38 hanno firmato degli emendamenti (Magda Zanoni, dei “giovani turchi”
ritirerà la firma). Al netto di
questi, ci sono circa 25 bersaniani e una decina tra civatiani
(Ricchiuti, Albano, Casson, Mineo, Lo Giudice, Tocci) e dissidenti spuri (come Corsini e Dirindin). Che faranno? Ieri mattina in Senato c’è stata la riunione del gruppo dem. Nessun voto, mentre il capogruppo Zanda
annunciava un “possibile emendamento del governo” alla legge
delega. Toni bassi. “A nessuno
gliene importa niente del merito”, racconta chi c’era. Ognuno
cerca di capire come si metterà.
Non a caso sia Vannino Chiti (il
portabandiera dell’opposizione
alla riforma costituzionale), che
il bersaniano Gotor o Casson
parlano di aperture positive e di
ricerca di una mediazione.
La palla comunque è al governo.
“Terremo conto di tutta la nostra ampia maggioranza”, spiega il vice segretario Pd, Guerini.
Perché Ncd non è proprio contenta di come la direzione ha indicato la strada. E poi, il governo
vuole evitare che il licenziamento disciplinare diventi una variabile troppo ampia: dunque,
bisognerà capire come scriverlo.
La strada più semplice per trattare con la minoranza, ovvero
recepire alcuni emendamenti,
potrebbe non essere quella da
percorrere. Se la mediazione è
troppo complicata il governo
metterà la fiducia. Con la promessa di modificare qualcosa
alla Camera e tenendosi le mani
libere per inserire le cose vere
nei decreti attuativi. Il più ribelle
di tutti, Civati: “Allora servirà
una valutazione politica. Perché
far cadere il governo potrebbe
essere disastroso. Ma sia chiaro
che mettere la fiducia è una
sconfitta di Renzi”.
Chiara Geloni
ontinuano a dire che la
C
gestione Bersani ha
sprecato i soldi del Pd, che
Pier Luigi ha sempre perso,
che adesso interviene solo
alla ricerca di un suo interesse personale”. Chiara
Geloni, ex direttrice di
Youdem (a 6000 euro al
mese), fedelissima dell’ex
segretario, una delle poche
a essere fatta fuori da tutto
nell’era renziana, così si
spiega il riferimento al
“Metodo Boffo” di Bersani
lunedì in direzione.
Ma ci tiene a fare una premessa: “Non ho parlato
con nessuno, non sto interpretando il pensiero di
Metodo Boffo
“Ci accusano
anche sui soldi”
nessuno.
Sono io
che la vedo così”.
“Metodo
Boffo”
non è
un’espressione pesante?
Sì, ma sono state fatte accuse durissime. Per carità,
certe cose in un partito si
dicono. Ma visto che si
parla solo in streaming, allora finisce che si dicono
così.
Renzi e Bersani non si parlano?
Non mi risulta che ci siano
altre occasioni di dialogo.
Anche a Renzi sono state
fatte accuse molto pesanti.
L’Unità gli diede del fascistoide, per esempio.
L’Unità non era Bersani. Si
trattava di un’espressione
in un pezzo di Michele
Prospero. Non è un caso
paragonabile.
wa.ma.
VOLTI NUOVI
I giovani furbi che sotterrano i loro vecchi
di Fabrizio d’Esposito
nteso come sede nazionale
I
del Pd non come sinonimo
del patto segreto tra B. e il pre-
D’Alema e Ulisse Bersani. La
vecchia guardia della ditta postcomunista. Quando però è arrivato il momento topico di
contarsi e schierarsi, una decina
di figli si è divincolata dalla mano paterna ed è andata incontro, festante, ai Proci renziani.
Per loro, la scheda bianca ha incarnato il fragile punto di equilibrio tra la poltrona e l’antica
fedeltà. In tutto undici astensioni, mentre i padri arrabbiati e altri diciotto votavano contro il
documento renziano sul lavoro.
mier, il Nazareno non è Itaca. È
Giuseppe Civati detto Pippo,
che è anche filosofo, a fare la didascalia perfetta per la tragedia
greca di lunedì sera: “Ulisse è ritornato ma non ha trovato il figlio Telemaco a casa, che è fuggito e si è alleato coi nemici Proci”.
Fu Matteo Renzi a intestarsi la
roboante definizione di generazione Telemaco, ma l’altro giorno nella storica direzione demo- IN POLITICA si tramanda che il
crat sull’articolo 18 è successo tradimento non esiste. Laddove
pure che taluni padri si sono non c’è sentimento ma solo cipersi altri figli. Di Ulisse, ne so- nismo e calcolo le convenienze
no tornati addirittura due e in- prevalgono sempre. Ma ha fatto
sieme hanno
sommato
i
venti minuti
più roventi CIVATI E LA SORTE DELLA DITTA
della riunio- “Ulisse è ritornato ma non ha trovato
ne. In ordine
il figlio Telemaco a casa, che è fuggito
d’apparizione:
Ulisse e si è alleato coi nemici Proci”
effetto vedere il calabrese Nico
Stumpo votare in maniera differente da Pier Luigi Bersani. Il
primo astenuto, il secondo contrario. Stumpo è stato il Pietro
Secchia del bersanismo. Sul finire del 2012, toccò a lui confezionare e gestire le primarie più
complesse della storia politica
universale per evitare la vittoria
dell’Usurpuratore di Firenze.
Dice Stumpo: “La politica è
comportarsi in funzione di
quello che accade. E Renzi ha
fatto delle aperture. Sia chiaro:
la mia astensione non sposta di
una virgola il mio rapporto con
Bersani”. Sarà il tempo a dirlo.
Poi, Speranza. Come Roberto
Speranza, ex giovane dalemiano
lucano, che nella drammatica
primavera del 2013 Bersani innalzò sullo scranno autorevole
di capogruppo della Camera.
Da allora Speranza è diventato il
modello del soldatino democratico del terzo millennio. Un po’
come accadeva un tempo per togliattiani e berlingueriani. Col
piglio del capogruppo, Speranza
ha scoperto il poterismo in
un’altra drammatica circostanza: il mortale accoltellamento
del governo di Enrico Letta dopo il trionfo renziano nel dicembre del 2013. Speranza, con la
complicità di Luigi Zanda e Dario Franceschini, intonò, allo
stesso tempo, il De Profundis per
Letta e la gioiosa antifona d’ingresso per Renzi a Palazzo Chigi. Adesso ha concesso il bis, con
la sua astensione. Bersani avrebbe voluto trasformarlo nel leader di Area Riformista, il cor-
rentone che riunisce più di un
centinaio parlamentari dell’opposizione interna, ma Speranza
è destinato a incrociare sempre
più il renzismo. Del resto, lunedì
scorso, mentre gli ex padri tuonavano dal microfono lui trattava con gli emissari del premier
per ottenere miglioramenti.
Stumpo, Speranza, persino Paola De Micheli. Nota come indomita guerriera del lettismo (nel
senso di Enrico) che impalma il
bersanismo, anche lei ha ceduto
alla tentazione opportunista
Matteo Orfini Ansa
Paola De Micheli Dlm
Roberto Speranza Ansa
Nico Stumpo Ansa
E ACCORDI
il Fatto Quotidiano
L’
autore di House
of Cards al premier:
“Non è un manuale”
HOUSE of Cards non è un manuale di
politica. Michael Dobbs, l’autore britannico dei libri da cui è tratta la celebre
serie sulle trame del potere, ha lanciato
un monito al premier Renzi. “Quando
ho saputo che Renzi aveva acquistato
una copia in libreria a Roma, ho ritenuto
prudente inviargli una nota per ricor-
dargli che il libro è solo intrattenimento
e non un manuale d'istruzioni” ha detto
Dobbs durante l’International Communication Summit Europe. Renzi è un
estimatore della serie, che racconta la
vita di Frank Underwood, un politico
senza scrupoli, tanto che a maggio disse che “la formazione politica può pas-
MERCOLEDÌ 1 OTTOBRE 2014
3
sare anche attraverso le serie televisive”. E l’entourage renziano aveva capito
perfettamente a quale serie si riferiva.
Anche se Renzi ha preso le distanza dal
personaggio nell’ultima intervista di Fabio Fazio, Sir Michael Dobbs, che è
membro della House of Lords, ha pensato che fosse meglio ammonirlo.
CONSONANZE
Sono tutti Nazareni
Tra Camera e Senato
il voto è già bipartisan
OPENPOLIS DÀ LA POSSIBILITÀ DI CONFRONTARE LE DIVERSE
VOTAZIONI DEI PARLAMENTARI: FI E PD SONO COMPATTI
di Carlo Tecce
LA SFIDA
Susanna Camusso,
segretario della Cgil
e Matteo Renzi, primo ministro
democratico Ansa/LaPresse
fatto
a mano
della scheda bianca. E si arriva
così ai dalemiani. L’astensione
di Enzo Amendola, campano, è
compatibile con il suo incarico
nella nuova segreteria renziana.
Idem per la bersaniana Campana. Spiega Amendola, lapidario:
“Io non ho mai avuto il complesso dei padri e mi sono attenuto al merito perché abbiamo
ottenuto delle concessioni”.
FINO A QUALCHE anno fa, il da-
lemismo, per i cultori della materia, è stato una sorta di materialismo scientifico della sinistra
italiana. Una severa scuola di
tattica, dove apprendere l’arte
della guerra e i rudimenti del
realismo togliattiano. E Matteo
Orfini, presidente dell’assemblea e della direzione, si è ricordato degli antichi insegnamenti
dalemiani quando il bersaniano
Davide Zoggia si è avvicinato a
lui, sempre lunedì, e gli ha chiesto il voto del documento per
parti separate. Orfini l’ha liquidato da vero commissario del
popolo (renziano): “Mi dispiace
ma non si può fare. Altrimenti
non finiamo più”. Chiosa Gianni Cuperlo, che con Bersani,
D’Alema, Civati e Fassina, for-
ma il quintetto base dell’opposizione antirenziana: “Orfini,
respingendo il voto per parti separate, è venuto meno ai suoi
doveri di presidente garante”.
Senza dimenticare, l’immagine
di Orfini che picchietta sul microfono per far capire a D’Alema e Bersani che il loro tempo
per gli interventi è scaduto. Non
solo quello a dire il vero.
Dopo la fase calva dei lothar alla
Velardi e Rondolino, il dalemismo rinacque con i barbudos alla Orfini. Da quel ceppo sono
venuti fuori i Giovani Turchi, ribattezzati Giovani Furbi, che
due anni fa si proponevano di
fare i neolaburisti. Erano Orfini,
Orlando e Fassina. Oggi i primi
due, uno presidente dell’assemblea, l’altro Guardasigilli, ambiscono a fare la sinistra del renzismo in un recinto dove il Capo
non fa toccare palla a nessuno.
Ma nel fu dalemismo, il volto
più cangiante è quello dello storico Roberto Gualtieri. D’Alema
lo inventò europarlamentare
per dimostrare la sua forza e i
due erano davvero padre e figlio. Lunedì, Gualtieri non si è
astenuto, ha votato direttamente a favore.
L
uigi è di Cagliari, rigoroso, avvocato, dirigente per il Giubileo, ex democristiano, ulivista, unionista. Denis è
di Fivizzano, ex macellaio, inquisito, uomo di pallottolieri
parlamentari. Luigi è il capogruppo democratico al Senato;
Denis è il manovratore di Silvio
Berlusconi. I renziani possono
stare sereni: seppur non sia così
plateale, visibile, la sintonia tra
Luigi Zanda e Denis Verdini risplende tra le statistiche di
Open Polis (riportate da Piazzapulita) che misurano la “coincidenza” nel pigiare i tasti di Palazzo Madama, dire sì, no, forse
cioè astenuto. In 551 occasioni
su 552, assieme presenti, assieme si sono espressi e assieme si
sono trovati d’accordo il 99,8%
delle volte. Verdini non frequenta molto l’aula, anzi è un
abituale disertore: quando va a
visitare i colleghi, soprattutto
per impartire la lezione di scuderia, potrebbe sedere tra i banchi democratici. Perché non ci
sono differenze sostanziali, e
non s’offenda il senatore Ugo
Sposetti, estremo custode di
una rottamata memoria comunista e poi diessina, se i suoi voti
somigliano a quelli di Verdini,
99.VO8TI%
UGUALI
90.VO3%
TI
UGUALI
82VO.1TI%
UGUALI
90.7
%
VOTI
UGUALI
I tagli al Parlamento? Pure
il Questore dice che sono finti
di Gianluca Roselli
ll’annuncio nel luglio scorso i dipendenti
A
della Camera avevano protestato con forza,
tanto da suscitare l’ira di Laura Boldrini. Ieri il
famoso taglio degli stipendi, con l’adeguamento
al tetto dei 240 mila euro come per tutti i dipendenti pubblici, è finalmente arrivato. Il vento della
spending review soffia anche sul Palazzo. Ma per
alcuni si tratta di una bufala. Soldi che escono dalla porta per rientrare dalla finestra. Il nuovo tetto
delle retribuzioni di Montecitorio sarà di 240 mila
euro per i consiglieri; 166 mila per documentaristi, ragionieri e tecnici; 115 mila per i segretari;
106 mila per collaboratori tecnici; 99 mila per collaboratori e assistenti. Un’operazione che, secondo la Boldrini, porterà a un risparmio in quattro
anni di 60,15 milioni a Montecitorio e 36,76 a Palazzo Madama per un totale di 97 milioni di euro.
“Abbiamo preso una decisione senza precedenti”,
esulta il presidente della Camera. Le retribuzioni
del Palazzo, infatti, sono altissime. Basti pensare
che un semplice barbiere a Montecitorio può guadagnare 120 mila euro, mentre il segretario generale arriva a 480 mila.
MA ANCHE IN QUESTA RIFORMA c’è l’inghippo.
Il tetto dei 240 mila, infatti, non tiene conto degli
oneri previdenziali e delle indennità di funzione.
Netto invece che lordo, quindi. Se invece vengono
compresi, ecco che la cifra sale a 360 mila. I tagli
inoltre saranno scaglionati su quattro anni, quindi
la riforma avrà piena applicazione nel 2018. Non
cambia, infine, l’aumento del 2,5 per cento annuo
automatico, che non ha pari in nessun’altra categoria professionale. “I tagli sono modesti. La situazione emergenziale del Paese avrebbe richiesto
più coraggio. Peccato, perché era una buona occasione per accorciare la distanza siderale tra il
Paese reale e le istituzioni”, afferma Stefano Dambruoso, deputato questore di Scelta civica, che si è
astenuto. Ma Dambruoso ha fatto di più. Calcolatrice alla mano, ha dimostrato come un consigliere parlamentare con questi tagli nel 2015 avrà
una retribuzione di 360 mila euro. Anche i grillini protestano.
“È una riforma truffaldina, il taTRUCCHI CONTABILI
glio è un falso, un’illusione ottica”. L’azzurro Maurizio GaDambruoso (Sc) fa i conti: il tetto a 240
sparri, invece, è soddisfatto, ma
mila euro l’anno è solo sul netto. Con
chiede che la sforbiciata tocchi
le indennità si arriva a 360 mila
anche al Quirinale.
s’incastrano quasi a perfezione,
si sommano con tremenda benedizione matematica: al 99,7%
il marchigiano Ugo e il toscano
Denis sono uguali. Sposetti non
batte Zanda, però lo tampina in
questo primato tra alleati che
mal si vogliono e ben si pigliano.
CI SONO DEI MESI di oppri-
mente distanza da recuperare,
ma il rapporto (statistico, sia
chiaro) tra Paolo Romani, il capo dei forzisti, e la truppa dem è
un rapporto che va oltre gli abbracci e le carezze dopo la riforma del Senato. Zanda è l’omologo di Romani, anche se i partiti (in teoria) non sono per
niente omologhi: superati i dissensi, la coppia viaggia sul 90%
d’intesa al momento di schiacciare il pulsante. A questa media
viaggia anche il ribelle Miguel
Gotor, bersaniano, aspramente
critico con Matteo Renzi, dolcemente vicino ai forzisti. Anna
Finocchiaro fa meglio di Gotor:
in 2003 casi su 2188 (91,5%), la
siciliana ha votato come Romani.
I numeri sono spietati e ci sarà
un motivo a noi sconosciuto,
ma il sodalizio Antonio Razzi e
Domenico detto Mimmo Scilipoti è sfaldato, usurato: 2373 su
3429 votazioni (69,2%), i due ex
Responsabili sono stati ancora
un corpo unico, il 31,8 no. Ora si
potrebbe tirare una riga su questa immaginaria lavagna, come
ordinava la maestra agli scolari,
e notare come il duo Verdini-Zanda (o Verdini-Sposetti o
Romani-Zanda o Romani-Gotor, cambiate a scelta) sia molto
più granitico degli amici Razzi-Scilipoti. Smaltito lo stupore
(per chi ne aveva), va verificato
lo strumento. Non è che qui,
dentro il Parlamento di finte o
vere diatribe, capita di approvare o respingere troppo spesso alla stessa maniera? E allora prendiamo due senatori Cinque Stelle, Rocco Crimi e Paola Taverna,
e li confrontiamo con Verdini e
Romani. Taverna-Verdini: mai
voto fu identico. Taverna-Romani: 30,1%. Crimi-Verdini:
0,1%. Crimi-Romani: 29,8%.
QUESTA GENIALE macchina di
Open Polis consente anche di
separare i “voti chiave” di una
legislatura da quelli marginali o
d’impatto più internazionale
che politico. All’odierna opposizione (M5s, Sel, Fdi), dunque
senza comprendere i forzisti, è
successo di votare in passato come Romani per contestare il governo di Enrico Letta. Ma trasferiamoci a palazzo Montecitorio, dove la maggioranza renziana è più stabile e il supporto forzista meno necessario. Daniela
Garnero Santanchè è sempre
più gonfia di fastidio per il partito-riserva di Renzi che ormai è
diventato Forza Italia, eppure in
371 “chiame” su 455 (81,5%) s’è
comportata come Maria Elena
Boschi o come Lorenzo Guerini,
vicesegretario dem (82,1%).
Un’altra Maria è la preferita del
ministro Boschi: Mariastella
Gelmini. All’unisono hanno votato 1303 volte su 1444 (90,3%).
Non occorrono ulteriori patti al
Nazareno, basta organizzare
una cena e festeggiare il partito
unico di R. e di B.
4
OTTIMISMO
MERCOLEDÌ 1 OTTOBRE 2014
ITreu
nps, l’ex ministro
è il nuovo
commissario
CAMBIA IL VERTICE dell’Inps, l’istituto nazionale di previdenza: il Consiglio dei ministri di ieri sera ha nominato l’ex ministro del Lavoro Tiziano Treu come nuovo commissario, che
prende il posto di Vittorio Conti, il reggente dell’istituto che si era insediato
dopo le di missioni dello storico capo
Antonio Mastrapasqua, indagato dalla Procura di Roma. L’arrivo di Treu come commissario è il segnale di una
sua probabile nomina a nuovo presidente con pieni poteri, una volta che ci
sarà stato il parere favorevole delle
commissioni parlamentari competenti. Treu è stato a lungo parlamentare,
il Fatto Quotidiano
da ministro del governo Dini ha varato
la prima delle grandi riforme delle
pensioni (quella che ha introdotto il
calcolo contributivo) e poi nel 1997 ha
curato il “pacchetto Treu” su apprendistato e lavoro interinale. Nel 2012 è
stato, da senatore del Pd, il relatore
della riforma Fornero in Senato.
IL DEF È APPENA NATO E GIÀ MENTE:
RECESSIONE SOTTOSTIMATA NEL 2014
L’ISTAT: PIL GIÙ ANCHE NEL TERZO TRIMESTRE. IL -0,3% DEL GOVERNO È GIÀ SUPERATO
di Marco Palombi
D
a qualche anno a
questa parte è una
simpatica tradizione, ma così si esagera: i Def (Documenti di economia e finanza), come i loro predecessori Dpef, sono sempre
pieni di previsioni sbagliate, ma
raramente si assiste alla smentita in tempo reale di un testo di
tale rilievo.
I fatti. Nella serata di ieri il governo ha approvato la nota di
aggiornamento al Def, quella in
cui si ammette che si sono fatti
errori nel testo precedente
(quello di aprile): la crescita del
Pil per quest’anno, ad esempio,
passa da un fantasmagorico
+0,8% a -0,3; quella dell’anno
prossimo da +1,3 a +0,6%; il
rapporto deficit-Pil è previsto
intorno al 3% o poco sotto nel
biennio (invece che all’1,8%
promesso ad aprile); il debito
pubblico al 131,7% nel 2014 e al
133,4 nel 2015; pure la disoccupazione rimane sui livelli attuali
fino al 2016 (12,5%), dopo il record per quella giovanile
(44,2%) registrato ieri.
Qual è il problema? Ieri l’Istat
INFORMAZIONE ASIMMETRICA
Stiglitz, l’ultimo
dalemiano da Nobel
M
odificando le tutele dei lavoratori attuali si
modificano gli assetti contrattuali, bisogna
essere molto cauti”. E ancora: “Secondo me questi
cambiamenti indebolirebbero l’economia senza
portare ulteriori vantaggi”. Il premio Nobel Joseph
Stiglitz, mentre parlava alla Camera una settimana
fa, non lo sapeva di candidarsi a fare la clava di Massimo D’Alema nella sua lotta contro il renzismo.
Due giorni fa D’Alema ha agitato Stiglitz nella direzione del Pd per sostenere che la riforma dell’articolo 18 è sbagliata. I renziani hanno accusato il
colpo, un Nobel è sempre un Nobel. E il premio
l’economista americano l’ha vinto i suoi studi
sull’informazione asimmetrica. Non tutti, sul mercato, hanno le stesse conoscenze. Infatti, questa
volta, i renziani ne sapevano meno di D’Alema.
Giuseppe Berta
nella sua nota mensile ha diffuso le sue previsioni per il Pil nel
terzo trimestre scrivendo quanto segue: gli indici economici
sono “in rallentamento, suggerendo una nuova flessione del
Pil nel terzo trimestre”. E ancora: “L’attuale fase di debolezza
del ciclo economico è attesa
proseguire anche nel terzo trimestre”. Infine: “Questa fase di
debolezza ciclica dell’economia
italiana si accompagna al rallentamento dell’area euro”. Bene, il risultato cumulato sull’anno dei primi due trimestri - secondo gli stessi dati Istat - è già
un calo del Pil dello 0,3%, se il
Prodotto scende anche nel
prossimo significa che il governo ha sottostimato la recessione
in corso (l’Ocse, per dire, già stima un -0,4%).
NON SOLO. L’altra notizia che si
desume dall’aggiornamento del
Def è che faremo austerità, ma
solo un po’. “Il pareggio di bilancio - ha spiegato ieri sera Pier
Carlo Padoan - è rinviato al
2017, la discesa al ritmo dello
0,5% del disavanzo strutturale
riprenderà dal 2016”. Quest’anno e il prossimo l’idea è rimanere sotto il 3%, ma facendo finta che gli accordi tipo Fiscal
Compact non esistono proprio
(d’altronde, essendo inapplicabili, è il comportamento più comodo).
In ogni caso, il governo - a quanto risulta al Fatto - si è pure preso
qualche spazio di manovra sul
2015: bisognerà controllare i testi che verranno depositati in
Parlamento, ma lo stesso Pa-
-0,IL PIL
3%
NEL 2014
3%
IL DEFICIT
QUEST’ANNO
BRUTTE NOTIZIE
LA SOLITA FORTUNA
Crescita asfittica nel 2015
(+0,6%) ma per magia
il deficit scende e regala
a Renzi qualche miliardo.
Padoan: “Il pareggio
di bilancio? Nel 2017”
doan ha parlato ieri di “margini
di bilancio” come una delle voci
che copriranno la conferma degli 80 euro e altre eventuali riduzioni del cuneo fiscale “sul lato delle imprese”. In sostanza, il
rapporto deficit-Pil l’anno prossimo è stato stimato a politiche
invariate più in basso del 2,9%
finale: sulle bozze c’era scritto
un 2,3%, il che consente di liberare un mezzo punto di Pil (7,5
miliardi) da spendere senza do-
L’Istat prevede una fine 2014 in recessione Ansa
verli coprire con corrispondenti
tagli di spesa. Non si vede, però,
come sia possibile che una mancata crescita del Pil di quasi due
punti percentuali (30 miliardi)
in due anni rispetto alle previsioni di aprile non peggiori in
maniera significativa anche l’indebitamento netto. Di certo
avrà ragione il Tesoro, ma i precedenti ci rendono sospettosi.
I SEGNALI, d’altronde, non so-
no incoraggianti. La deflazione
spinge in giù persino il Prodotto
interno nominale - cioè quello
che tiene conto anche del solo
aumento dei prezzi - e questo,
come vedremo, è insieme il segnale e una delle cause delle difficoltà prossime venture: la stessa Istat ieri ha previsto “il permanere dell’inflazione italiana
su livelli vicini allo zero nei prossimi mesi”. I dati di settembre
diffusi ieri dall’Istituto statistico, d’altronde, sono in linea con
questo scenario (-0,3% su base
mensile): “L’ulteriore diminuzione tendenziale dei prezzi al
consumo è sintomo e causa della debolezza dell’economia spiega Sergio de Nardis capo
economista di Nomisma - È sintomo perché è il portato dell’insufficienza della domanda rispetto all’offerta, è causa perché
l’inflazione negativa influisce
sulle attese future dei prezzi, aumenta i tassi di interesse reali,
deprime l’economia”. E, infatti,
guardando all’indice di fiducia
delle imprese dell’Istat si vede
questo: “Negli ultimi due mesi è
arretrata sui valori di inizio anno”. Come si vede, basta solo
abolire l’articolo 18 perché le
imprese ricomincino ad assumere per produrre merci da far
invecchiare in magazzino. Oppure era a questo che si riferiva
Padoan quando parlava di “cause della crisi ancora non ben
comprese”?
Da Blair e Schröder in poi
“La sinistra? Guarda a destra. Ed è finita”
di Carlo Di Foggia
l cambiamento è epocale.
I
Immaginiamo l’articolo 18
come un perno: “Ci si appoggia
per rivoltare la sinistra in qualcosa di diverso, senza una matrice socialista e lungo il solco
tracciato da quelle che un tempo furono le sinistre socialdemocratiche europee”. E che oggi, per Giuseppe Berta, storico
dell’industria e docente alla
Bocconi di Milano, sono agonizzanti: “Se Matteo Renzi vede
in Tony Blair il suo mentore, allora è normale che cerchi di
spezzare il legame con i sindacati: lo hanno fatto i laburisti inglesi e i socialdemocratici tedeschi. I primi non si sono ancora
ripresi e vivono delle disgrazie
altrui, i secondi fanno parte di
una coalizione su cui non riescono a incidere, a parte il salario minimo, lo strumento che
dovrebbe far salire gli stipendi
dei mini job creati durante il
mandato del socialdemocratico
Gerhard Schröder”.
Il premier sull’articolo 18 rischia
di spaccare il suo partito.
guito con Blair e Schröder.
Nessuno pensa che questo, in
una fase recessiva, generi posti
di lavoro.
Blair non fece nulla per sanare
gli squilibri creati dalla Lady di
Ferro, Schröder fece di peggio:
affidò le riforme del mercato del
lavoro a Peter Hartz, capo del
personale della Volkswagen,
poi condannato per corruzione
dei rappresentanti sindacali.
A cosa serve allora?
Ci si rivolge all’Europa, ma soprattutto a un pubblico più ampio: quello che apprezza la politica antisindacale.
L’elettorato di destra?
Il ceto medio, che è poi quello
che si deve sobbarcare il peso
maggiore delle tutele sociali.
Così si aumenta la base elettorale: è la sfida che si è posta di
fronte ai partiti socialisti europei dopo la lunga fase degli anni
80 lontani dal governo.
Tutti contro i sindacati?
Perché il welfare state è rimesso
in discussione?
Con quali risultati?
La fine della sinistra come la conoscevamo. E con essa il difensore del welfare state (le tutele
dello stato sociale, ndr) e
dell’economia mista: la compresenza di due poli - il pubblico e il privato - come motori
dell’economia. Un declino iniziato negli anni 80 con le idee di
Margareth Thatcher e prose-
Giuseppe Berta Ansa
Perché costa, tanto. Perfino i
partiti socialdemocratici scandinavi si sono indeboliti difendendolo. Nel ’76, prima della
Thatcher, dopo 40 anni al governo la socialdemocrazia svedese perse le elezioni: era il segno dell’insofferenza verso una
forma di tutele che comporta
una pressione fiscale elevata,
ma è anche l’unica via per ridurre le disuguaglianze.
L’ECLISSI
SOCIALISTA
Il premier vuole spezzare
il legame coi sindacati
e corteggiare il ceto
medio come hanno fatto
i socialdemocratici
europei: che infatti
si sono suicidati
E adesso?
La sinistra è in disarmo. La svolta a favore della globalizzazione, se all’inizio li ha riportati al
governo, li ha poi svuotati della
loro stessa natura. Ora ne pagano le conseguenze: i socialisti
francesi sono al minimo storico. Zero idee e mancanza di coraggio: hanno perfino accolto
l’euro senza porsi il problema
delle conseguenze.
Colpa della globalizzazione?
Vi hanno aderito convinti, come se contenesse un moltiplicatore di ricchezza, ma la globalizzazione riduce l’autonomia
degli Stati - consentendo alla
grande industria di trasferire gli
investimenti dove più conviene
- e la sinistra ha sempre fatto
perno sullo Stato-Nazione.
Renzi ha in mente questo piano?
Segue la stessa logica.
Ma una riforma del lavoro può
essere utile.
Certo, ma c’è un paradosso incredibile: si riforma il mercato
del lavoro senza sapere qual è il
modello economico che voglia-
mo adottare, e con una gigantesca incertezza sugli ammortizzatori sociali. In Europa si
vuole tutelare il lavoratore sul
mercato e non all’interno del
luogo di lavoro. Lo Statuto dei
Lavoratori fa l’esatto opposto,
perché è nato in un contesto
molto diverso. Nessuno dei due
è giusto o sbagliato a prescindere, ma bisogna saper scegliere.
Invece si attacca il sindacato.
Che però si è dimenticato di milioni di lavoratori precari.
Ha colpe gigantesche, ma i problemi sono altri: abbiamo perso
un quarto dell’apparato produttivo.
Ora si parla di “modello tedesco”.
Lì si è fatto perno sulla potenza
di fuoco di alcune grandi imprese, con buoni ammortizzatori sociali. Ma si rischia l’implosione. Se lei fa un giro a Berlino si accorge che i supermercati sono vuoti e la vita costa
meno che a Torino: significa
che la domanda interna è depressa.
ITALIE
il Fatto Quotidiano
D
al governo
a Palazzo
dei Marescialli
di Antonella Mascali
È
la giornata nera del
presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano quella
appena trascorsa ieri.
Finalmente si insedia il Csm
dopo due mesi di attesa per la
nomina dei componenti laici da
parte del Parlamento e uno di
loro, Teresa Bene, area Pd, proprio quella voluta dal ministro
della Giustizia Andrea Orlando,
non ha i requisiti. Contemporaneamente il Parlamento, infischiandosene dei ripetuti appelli del capo dello Stato, è arrivato alla quindicesima fumata
nera per l’elezione dei due giudici della Corte costituzionale.
Al presidente non resta che dirsi “rammaricato” per i mancati
requisiti di Bene e “auspicare”
nuovamente che il Parlamento
si decida a votare i due membri
della Consulta.
Il capo dello Stato arriva alle 10
a Palazzo dei Marescialli per
presiedere il Plenum che avrebbe solo dovuto votare il vicepresidente. Invece, ai consiglieri
tocca votare sulla proposta della Commissione verifiche titoli
che si è espressa per escludere
dal Consiglio Teresa Bene per
due motivi: non è professore
ordinario ma associato all’Università di Napoli e non ha esercitato per 15 anni la professione
di avvocato, come richiede la
norma.
Il Plenum approva all’unanimità la decadenza della consigliera
ex consulente, a titolo gratuito,
del ministro Orlando quando
era al dicastero dell’Ambiente.
Non era affatto difficile per i
collaboratori del ministro della
Giustizia trarre le stesse conclusioni della Commissione del
Csm ed evitare così a Orlando la
figuraccia istituzionale di ieri
davanti al presidente della Repubblica. Invece, a quanto pare,
hanno ritenuto che le consulenze di questi anni potessero
essere equiparate alla profes-
LA POLITICA la scopre e l’abbraccia in casa,
anche se a piccole dosi, poco impegno, qualche
soddisfazione. Giovanni Legnini, classe 1959, inizia la scalata dal suo paese a 17 anni, Roccamontepiano, appena 1.700 anime in provincia di
Chieti (Abruzzo). Sembra poco, non lo è visto il
proseguo. Nel 1990 è sindaco, incarico ricoperto
fino al 2002. Eletto senatore nel 2004 con i Ds, è
stato componente della commissione Bilancio e
Programmazione economica, della quale è stato
anche vicepresidente dal 2006 al 2008 e membro della Giunta per le elezioni e le immunità
parlamentari.
Dal 2008 è segretario d’aula al Senato del gruppo
del Pd. Nel 2013 è eletto alla Camera dei deputati.
Fino a qualche settimana fa ricopriva il ruolo di
LA LAICA ELETTA DAL PD COSTRETTA A LASCIARE IL PLENUM
L’EX SOTTOSEGRETARIO LEGNINI ELETTO VICEPRESIDENTE
MA A NAPOLITANO NON BASTA: “PARLAMENTO DISATTENTO”
Giovanni Legnini con Giorgio Napolitano al Plenum del Csm Ansa
sione forense, esercitata dal
1994 al 2002. “Si è stati ingannati – ci dicono da via Arenula –
dall’iscrizione all’albo speciale”. Ma la presidente dell'Antimafia Rosy Bindi, Pd, aveva avvertito: “Avevo segnalato” l’incompatibilità, ha detto a Coffee
Break, “e sono stata inascoltata”.
Orlando oltre a Bene aveva proposto le parlamentari del Pd
Anna Rossomando e Cinzia Capano, però è stata scelta Bene
perché ritenuta una candidata
meno “organica alla politica”.
E così il Parlamento, che ha impiegato quasi due mesi per eleggere gli otto laici del Csm, è riu-
scito a sceglierne uno senza requisiti. Ora dovrà eleggerne un
altro.
“Sono rammaricato per quanto
è accaduto, ha dichiarato Napolitano, può esserci stata frettolosità e disattenzione in Parlamento, nel pur laborioso processo di selezione per i rappresentati del Csm”. E poi ha ammonito: “Il tempo che ha richiesto l’elezione dei componenti del Csm e che non si è ancora concluso, va rapidamente
recuperato”. La diretta interessata, Teresa Bene, ha accusato il
Consiglio di aver preso una decisione “errata, infondata e
strumentale”. Forse farà ricorso.
Dopo la sua esclusione, il Plenum ha, dunque, votato con un
componente in meno il vicepresidente. Come previsto, è
stato eletto con una netta maggioranza(20 su 23) l’unico candidato, Giovanni Legnini, fino a
qualche giorno fa sottosegretario all’Economia, già sottosegretario anche nel governo Letta.
La funzione della magistratura
“è e dovrà essere sempre autonoma, indipendente e imparziale” ha detto Legnini, che ha
promesso “pareri puntuali” del
Csm su tutti i progetti di legge
che riguardano la Giustizia “segnalando le norme eventualmente lesive del ruolo e della
funzione costituzionale dei magistrati”.
Napolitano ha espresso “vivo
compiacimento” per la sua elezione, ma si è rallegrato solo un
attimo. Subito dopo, il presidente ha appreso che in Parlamento c’ è stata un’altra fumata
nera, la quindicesima, per la
Consulta: “Il mio auspicio –
aveva detto prima della votazione – è che ci sia una fumata
bianca, ma devo solo aspettare”. E anche stavolta il presidente ha aspettato invano.
“NASCOSTO ALLE CAMERE” IL PROTOCOLLO CHE CONSEGNÒ I MAFIOSI AL SISDE. IL PREMIER: MAI PIÙ
na storia di silenzi e di
U
omissioni. Il muro che
doveva nascondere “la Gladio
delle carceri”, forse “utile a organizzare depistaggi”, a fermare possibili testimoni scomodi.
“Ci hanno detto tutti di non saperne nulla, compresa la Cancellieri” scuote la testa Claudio
Fava, vicepresidente della
Commissione antimafia. Parla
delle audizioni in commissione
sul Protocollo Farfalla, l’accordo stipulato tra il Sisde guidato
allora dal generale Mario Mori
e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, diretto
all’epoca da Giovanni Tinebra,
per permettere agli agenti dei
servizi segreti di ascoltare in
carcere boss mafiosi detenuti in
regime di carcere duro (articolo 41 bis). Senza che la magistratura ne sapesse nulla. Ora la
Procura di Palermo ha scoperto
che l’accordo, attivo nel 2003,
nel 2004 era stato messo nero su
bianco nel 2004, in sei pagine. E
5
sottosegretario all’Economia e nel precedente
esecutivo guidato da Enrico Letta quello di sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Editoria e all’Attuazione del programma. È
avvocato cassazionista specializzato in diritto
dell’impresa e della Pubblica amministrazione. È
stato il primo dei membri laici del Csm eletto dal
Parlamento, il 10 settembre.
IL CSM ESCLUDE LA BENE
PER LA CONSULTA
°
FUMATA NERA N 15
Farfalla, la denuncia di Fava
di Luca De Carolis
MERCOLEDÌ 1 OTTOBRE 2014
che quei boss venivano perfino
pagati in cambio delle loro informazioni. “Ma noi non sappiamo ancora nulla di quanto
veniva versato, e perché” spiega
Fava. Il deputato parla in conferenza stampa nel giorno in
cui Renzi viene ascoltato dal
Copasir (il comitato parlamentare di controllo sui servizi) sui
temi caldi della sicurezza.
GLI HANNO CHIESTO anche
del Protocollo Farfalla. E il premier ha speso poche parole:
“Ho desecretato gli atti relativi
al Protocollo, ora non esiste più
e non verrà di certo più avviato”
Il generale Mario Mori Dlm
ha risposto in sostanza. Ma
sull’accordo va ancora scoperto
quasi tutto. E allora si torna a
Fava: “Molto di quello che abbiamo appreso in questi giorni
sul Protocollo non è stato detto
dall’ex ministro dell’Interno
Annamaria Cancellieri. L’avevamo sentita su questo tema alla
fine dello scorso anno, ma disse
di non avere alcuna informazione”. Poi è stata la volta del
direttore del Dap Giovanni
Tamburino: “Ci ha detto che
non c’è alcuna prova cartacea
del Protocollo, e che della sua
esistenza ha appreso leggendo i
giornali. Non ha sentito il bisogno di cercare la documentazione sull’ccordo”. Fava (ri)sale
fino al vertice dello Stato: “Ho
ragione di pensare che sia stato
ben informato del Protocollo
anche l’allora premier Silvio
Berlusconi, mi pare inconsueto
che un accordo così impegnativo sia stato condotto per un
arco di tempo ampio all’insaputa del capo del governo”. Arriva
l’accusa: “Tutti questi silenzi so-
no comportamenti gravi, mezze verità”. Ma quel che è conta è
il dubbio: “Il sospetto è che
l’operazione sia servita a capire
chi intendeva collaborare, cosa
voleva dire, e forse a organizzare qualche depistaggio”.
FAVA CITA anche un precedente: “Il capomafia Giuffrè cominciò a collaborare nel 2003, raccontando il rapporto tra la nascita di Forza Italia e quella dei
corleonesi”. Proprio nell’anno
in cui partì il Protocollo Farfalla. A margine, le parole pesanti
del giudice Alfonso Sabella, ex
capo del servizio ispettivo del
Dap: “Del 'Protocollo Farfalla
avevo già sentito parlare diverso tempo fa: mi sconvolge il fatto che si agisca su delle possibili
potenziali fonti di prova
dell’autorità giudiziaria”. Oggi
l’Antimafia ascolterà il procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato. Si parlerà
molto anche di Protocollo Farfalla. Solo ieri la documentazione è arrivata in Parlamento.
Teresa Bene insegna Procedura penale a Napoli LaPresse
RESPINTA
La prof protesta:
“Violati i miei diritti”
SOSTENUTA DA ORLANDO, DI CUI FU CONSULENTE:
”I TITOLI CE LI HO, LA DECISIONE È ERRATA”
di Antonio Massari
n “simulacro formale”. Questo è il giudizio della proU
fessoressa Teresa Bene sul procedimento che l’ha accompagnata alla porta di Palazzo dei Marescialli. La voce
trema per l’emozione quando parla di “violazione” dei suoi
“diritti di partecipazione” e “preordinata volontà” d’impedirle “un proficuo confronto”. Il suo intervento dura circa
quattro minuti. Poi Teresa Bene, membro laico del Csm indicato dal Pd, saluta il Plenum con un record senza precedenti: deve lasciare la poltrona dove s’è appena seduta,
poiché è stata sì eletta dal Parlamento, ma senza i titoli necessari (esercizio della libera professione da 15 anni o insegnamento come professore ordinario). Una catastrofe. La
scena, che si consuma sotto gli occhi del presidente Giorgio
Napolitano, sarà impossibile da dimenticare.
“PER ME È UN MOMENTO DELICATO – ci risponde mentre
viaggia in treno – e ora devo solo tutelare la mia immagine”. Se
potesse tornare indietro, domandiamo, accetterebbe la candidatura? Il suo silenzio vale più di qualsiasi risposta. Poi riprende: “Guardi, quello che avevo da dire, l’ho detto dinanzi al plenum”. Resta comunque un dato: è un gran pasticcio politico.
“Mi hanno chiesto una disponibilità, io l’ho data, i titoli ce li
ho... del dato politico non discuto: è una valutazione che non
spetta a me”.
La valutazione di Napolitano
intanto è tranciante: il ParlaI REQUISITI
mento è stato “frettoloso” e “disattento”. La professoressa BeAll’università
ne, secondo la “commissione
verifica titoli” del Csm, difetta
è docente associata,
del requisito necessario – l’esernon ordinaria.
cizio della professione da avvocato per almeno 15 anni – e mai
Insegna a tempo pieno si era verificata una situazione
e quindi non ha i 15 anni simile: il disastro politico è evidente. Sui titoli, Bene commendi anzianità da avvocato ta che si tratta di una “decisione
errata sia nel merito sia nella
procedura”. Poi denuncia che la
contestazione, rispetto la “continuità” della sua professione forense, è “infondata e strumentale”. Accusa di non aver ricevuto
“alcuna puntuale contestazione scritta” e lamenta la mancanza
di un “congruo termine per documentare l'attività svolta”.
ESPERTA DI DIRITTO PROCESSUALE PENALE, insegna come
professoressa associata nella seconda università di Napoli, con
incarico a tempo pieno, sin dal 2002, il che le impedisce di
svolgere la libera professione di avvocato. Ed è vero che risulta
abilitata a esercitare la professione sin dal 1994, ma poi ha traslocato nell’albo speciale, quello che non prevede la “libera”
professione, ma la possibilità di offrire la propria consulenza e
solo a determinate condizioni. Che la situazione fosse quantomeno controversa, insomma, lo sapevano tutti. Ma gli sponsor della Bene avevano deciso di tirare dritto.
Al guardasigilli Andrea Orlando, per il quale prestò una consulenza gratuita quando era ministro dell’Ambiente, la professoressa era stata presentata da Raffaele Cantone, il magistrato oggi a capo dell’Autorità anticorruzione. È stata sponsorizzata soprattutto dagli ambienti napoletani, convinti che
l’ufficio “verifiche titoli” del Csm, nel dubbio, avrebbe giudicato
positivamente il suo curriculum. È andata diversamente.
6
ITALIE
MERCOLEDÌ 1 OTTOBRE 2014
Cviaambia
L’Espresso:
Manfellotto,
tocca a Vicinanza
ANCHE IL SETTIMANALE L’Espresso “cambia
verso”, o almeno cambia direttore. Dopo i quattro
anni di direzione di Bruno Manfellotto, oggi sarà
nominato Luigi Vicinanza. Manfellotto era arrivato all’Espresso nel febbraio del 2002, dopo gli
otto anni e mezzo di Giulio Anselmi. Alla direzione del settimanale del gruppo guidato da Carlo De Benedetti arriva Luigi Vicinanza. È l’attuale
il Fatto Quotidiano
direttore editoriale di Finegil, la controllata che
edita i quotidiani locali del gruppo. Oggi la decisione dei vertici aziendali sarà illustrata all’assemblea dei giornalisti dal presidente De Benedetti e dell’amministratore delegato Monica
Mondardini.
Vicinanza dovrebbe firmare già il numero della
prossima settimana. Il nuovo direttore, nato a
ARRIVA IL MEGASCONTO AGCOM
RAI E MEDIASET FESTEGGIANO
REGALO DA 200 MILIONI SULLE FREQUENZE. IGNORATA LA UE. PAGANO LE PICCOLE TV
di Carlo
Tecce
A
parole, nessuno
voleva confezionare questo regalo per Viale Mazzini e Mediaset, un megasconto da quasi 200 milioni
di euro sul canone per la concessione delle frequenze televisive, che sono un bene
pubblico. Non lo voleva il
ministero per lo Sviluppo
economico, non lo voleva il
Tesoro di Pier Carlo Padoan,
non lo voleva la Commissione di Vigilanza. Non l’ha voluto, e il dissenso resta a verbale, il professor Angelo Cardani, presidente dell’Autorità di Garanzia (Agcom): i
commissari Antonio Martusciello, Francesco Posteraro,
Antonio Presto si sono addirittura sbrigati a ratificare
la pratica, il collega Antonio
Nicita (in quota dem) si è
astenuto, e non è stato un atto di coraggio.
Con la scusa di dover riformare lo spettro e aggiornare i
prezzi, come ha scritto il Fatto
Quotidiano la settimana scorsa, l’Agcom ha cambiato le
regole per la tassa sulle frequenze. Non verrà più prelevata dai bilanci di Rai e del
Biscione, pari all’1% del fatturato, ma verrà applicata
una tariffa fissa e sarà un obbligo per le società che gestiscono le antenne: Rai-Way
(che sarà quotata in Borsa
per venderne il 40%) per Viale Mazzini ed Elettronica In-
Castellammare di Stabia, ha 58 anni e ha cominciato la sua carriera come cronista sindacale
all’Unità di Napoli. È passato allo stesso quotidiano nella redazione romana, per poi trasferirsi
a Repubblica dove tra l’altro ha guidato la redazione napoletana. È stato direttore de La Città di
Salerno e de Il Centro di Pescara e vicedirettore
del Mattino di Napoli.
EXPO Voli per Tokyo,
nuove accuse a Maroni
ul piatto 6.500 euro. Il costo di un viaggio a Tokyo
S
con volo in business e pernottamento in hotel di
lusso. Obiettivo: pubblicizzare l’Esposizione univer-
sale attraverso il World Expo Tour. Tra gli ospiti Maria Grazia Paturzo dipendente della società Expo
2015, nonché amica del governatore lombardo Bobo
Maroni. Voli pazzi e viaggi da “Prima Repubblica”
con il codazzo degli amici degli amici. Così li definiscono gli investigatori coordinati dal pm Eugenio
Fusco titolare dell’inchiesta che da luglio vede indagato Maroni per concussione e turbata libertà del
contraente e da ieri anche il suo braccio destro nonché segretario generale della Regione, Andrea Gibelli.
Al vaglio della magistratura milanese le assunzioni
della Paturzo e di Mara Carluccio per la società pubblica Eupolis. Per quest’ultima è indagato Gibelli. Ma
c’è di più: Maroni risponde di concussione anche per
i viaggi perché il pm interpreta i 6.500 euro come
un’utilità incassata dal presidente della Regione. Utilità solo sulla carta perché sul volo per Tokyo la Paturzo non è mai salita dopo che l’ad di Expo Giuseppe
Sala si è rifiutato di saldare il conto. Un particolare che
se da un lato non salva Maroni dall’ennesima accusa,
dall’altro svela il motivo per il quale il 2 giugno il presidente leghista decide di restare a Berna e di non proseguire il tour verso Tokyo. Tour al quale parteciperà
il vicepresidente Mantovani. Maroni minimizza:
“Resto tranquillo, sono cose vecchie”.
Da. Mil.
L’Agcom ha fissato ieri il canone per le frequenze tv Ansa
dustriale per Cologno Monzese. Dai 25-30 milioni pagati in questi anni, la tv di
Stato e il Biscione dovranno
all’Erario non più di 12 milioni a testa (2 in più dei previsti), e li potranno anche dilazionare.
NEI PROSSIMI 7 ANNI, il pe-
riodo in cui sarà vigente questo accordo, lo Stato incasserà
103,7 milioni in meno. Per
zittire una contestazione che
proviene da un gruppo sparuto di democratico e da Cinque Stelle e Sel, l’Agcom assicura che una parte di questo
denaro verrà recuperato al-
trove. Come? Non ci sono alternative: saranno stangati gli
altri operatori di rete. Ci sono
Persidera (Telecom-Espresso), H3G, e tanti, tantissimi
editori locali che dovranno
aumentare gli introiti per sopravvivere a questa norma.
Con la pubblicità costantemente in calo, sarà complicato per i più piccoli resistere
sul mercato. Viale Mazzini e
Cologno Monzese possono
festeggiare: la Rai risparmia
(almeno) 113 milioni, Mediaset (almeno) 67.
Non sappiamo se quest’enorme regalo sia nascosto nel
patto del Nazareno, ma i
commissari Agcom – i tre favorevoli e anche l’astenuto –
erano davvero motivati, perché si sono schierati anche
contro l’Unione europea.
A metà luglio, una lettera da
Bruxelles, firmata dai burocrati Linsley McCallum e Anthony Whelan, ordinava di
rispettare “le pari opportunità” e di non “peggiorare il
mercato tv per le aziende minori”. Com’è andata? L’Agcom ha fatto esattamente
l’opposto. Gli autori sono
protagonisti, non comparse.
Eccoli. Martusciello, ex dirigente di Publitalia, fondatore
di Forza Italia, sottosegreta-
rio nel governo di Berlusconi.
Preto, in passato collaboratore di Antonio Tajani e Renato
Brunetta. Posteraro, spedito
in Agcom dai centristi
dell’Udc con il nullaosta dei
forzisti. E il governo? Il renziano Antonello Giacomelli,
sottosegretario allo Sviluppo
economico con delega alle
Telecomunicazioni,
aveva
chiesto l’ennesimo rinvio. E
adesso viene citato in un comico passaggio di un comico
comunicato Agcom: “L’approvazione del provvedimento è stata preceduta da
un’interlocuzione con il sottosegretario Antonello Gia-
comelli, il quale ha preannunciato l’intendimento del
governo di procedere a un
riordino complessivo della
disciplina in materia di frequenze, contributi e canoni,
nell’ambito di un disegno di
riforma unitario e coerente”.
Vuol dire tutto e niente. Tipo:
il governo farà, il governo vedrà. Per la tv di Luigi Gubitosi
e il Biscione dei Berlusconi
l’affare è concluso, sigillato.
Per adesso, protestano i deputati dem, Michele Anzaldi,
Vinicio Peluffo e l’ex senatore
Vincenzo Vita. L’associazione dei consumatori ha già
presentato un esposto.
BERLUSCONES
Sallusti, Formigoni e i “renziani” dell’altra sponda
di Andrea Scanzi
n fantasma si aggira per gli studi
U
televisivi: si chiama Alessandro
Sallusti e somiglia all’uomo che ricor-
davamo, ma non sembra più lui. È
stanco e spento. Per nulla convinto di
quello che dice. Per carità, gli capitava
anche prima, ma la passione nel difendere posizioni improponibili era –
se non proprio autentica – vibrante.
Ora che si trova non più a supportare
Berlusconi ma a incensare Renzi, come un Menichini qualsiasi, ne soffre.
Comprensibilmente. Lo si è visto giovedì a Servizio Pubblico e lunedì a Piazzapulita. Quando gli dicono che è ormai più renziano dei renziani, non
prova neanche più a difendersi: prende, incarta e porta a casa, da persona
(quando vuole) intelligente e arguta
qual è.
LUNEDÌ SERA, ospite di Corrado For-
migli, ha implorato gli elettori di votare Forza Italia, non perché ci sia ancora qualcuno che creda in Berlusconi
(neanche Sallusti arriva a tanto) ma
per un imprecisato “bisogno di rendere il centrodestra abbastanza forte
da condizionare Renzi e liberarlo dal ta, il sindaco di Firenze Nardella ha
ricatto dei D’Alema”. Sallusti è il pri- sostenuto che, finora, la sinistra itamo a sapere che la realtà è esattamente liana ha avuto una grande colpa: quelopposta, sia perché D’Alema ormai la di essere stata troppo di sinistra.
non conta nulla (anzi: più attacca Ren- Doppio delirio, perché la sinistra quezi, più lo rafforza) e sia perché il Pd è sto dovrebbe fare e perché in Italia
pressoché perfettamente coincidente non lo ha fatto quasi mai. Mentre Narcon il centrodestra. Berlusconi o Ver- della parlava, esponenti di Forza Italia
dini non hanno bisogno di “condizio- e imprenditori ieri berlusconiani e ognarlo”, perché la sintonia è totale o gi renziani ribadivano che “la rivoluquasi. Siamo ben dentro i Sepolcri: zione culturale di Renzi” (stessa im“Celeste è questa corrispondenza magine usata nel ’94 con Berlusconi) è
d’amorosi sensi”. Berlusconi è Renzi e stata quella di appropriarsi di quasi
Renzi è Berlusconi. Infiniti i punti di tutto il programma del centrodestra.
contatto, dal programma (legge elet- Ecco perché non c’è più bisogno di
torale, riforma del lavoro, non-rifor- Berlusconi: perché ce n’è già uno più
ma della giustizia,
efficace e giovane di
distruzione
della
lui. I renziani fanno
Costituzione) alla
bene a rivendicare la
IL DRAMMA
tecnica
elettorale
capacità attrattiva
(slogan, promesse,
che
esercitano
Il direttore
bugie, circondarsi di
sull’elettorato altrui:
yesmen e vestali, indel Giornale è stanco il problema non è casistere sul “quasi 41
lamitare i voti degli
e spento, conscio
ex berlusconiani, ma
percento che ci ha
votato”). Sallusti è
come li si calamita.
che al momento
conscio che, al moSe si è disposti a comento, di lui non c’è
piarne il programma,
non c’è più bisogno
bisogno. E ne soffre.
ci si trova davanti al
di lui. E ne soffre
paradosso attuale:
Sempre a Piazzapuli-
non la contrapposizione
tra un centrosinistra e
un centrodestra, ma la
coincidenza di due centrodestra. E – come unica alternativa – un movimento di opposizione
che combatte battaglie
giuste ma non sa comunicare quello che fa
(M5S).
Ormai i più grandi sostenitori di Renzi sono i
Sallusti e i Formigoni, e
c’è da capirli: Renzi, godendo dei favori di quasi
tutta l’informazione italiana perché non indossa la maglia dei “cattivi” ma dei “buoni”, può ottenere tutto quello che non
ha ottenuto Berlusconi. Nanni Moretti gridò che “con questa classe dirigente non vinceremo mai”: ora che ha
vinto, sarebbe bello domandargli come si sente (e se ne è valsa la pena).
L’ULTERIORE PARADOSSO è che
questa “sinistra” più a destra della destra, al punto che ormai la Fornero in
confronto pare il subcomandante
Alessandro Sallusti LaPresse
Marcos, imbarazza più i berlusconiani
dei piddini. I secondi, al di là di qualche bizza irrilevante civatiana, tutto
ingoiano. Di contro i primi, se per certi versi godono, avvertono comunque
il loro essere periferici. Il Capo è
all’angolo e i sondaggi piangono: i berluscones si trovano così costretti ad
accucciarsi ai piedi dei renziani, scodinzolando a comando delle Picierno.
Un contrappasso spietato, che non si
augura a nessuno. Gli siamo vicini.
ITALIE
il Fatto Quotidiano
Esuldoardo
Bennato
palco della festa
del Circo Massimo
ANNUNCIATI i cantanti che suoneranno al Circo
Massimo il 10, 11 e 12 ottobre per la festa del Movimento 5 Stelle. Il nome più noto è quello di Edoardo Bennato, unico esponente della vecchia guardia
musicale. Presenza inaspettata perché il cantante,
prima delle elezioni politiche del 2013, era stato attaccato per la sua canzone “Al diavolo il grillo parlante” che si riferiva a un “predicatore venditore di
MERCOLEDÌ 1 OTTOBRE 2014
7
morale”. Nel post si legge che “sul palco si alterneranno i portavoce e i musicisti che hanno deciso,
rischiando un po' della loro carriera, di partecipare a
Italia 5 Stelle” e poi segue l’elenco dei musicisti, quasi tutti della galassia delle etichette indipendenti:
dai Meganoidi ai Vallanzaska, da sempre legati alle
contestazioni, fino a Pino Scotto, metallaro celebre
per le sue invettive su Rock Tv.
NUOVE PROVINCE, LARGHISSIME INTESE
DOPO LA RIFORMA SONO “ENTI DI SECONDO LIVELLO”: GLI ELETTORI NON HANNO PIÙ VOCE IN CAPITOLO, GLI ELETTI FANNO TUTTO DA SOLI
FERRARA
TARANTO
Il “grillino”
nella lista
pigliatutto
Harakiri Pd,
un cazzotto
a Emiliano
di Tommaso Rodano
uel pasticciaccio brutto
Q
della provincia di Taranto. Nel capoluogo ionico,
n sindaco a 5 stelle in una
U
delle “odiate” province,
quelle da abolire. Marco Fabbri,
29 anni, primo cittadino di Comacchio, è sfuggito al diktat di
Beppe Grillo e si è fatto eleggere
nel consiglio provinciale di Ferrara. Peraltro, grazie a un maxi
accordo tra partiti: il suo nome
era nel listone unico con i candidati di tutte le formazioni politiche dell’arco costituzionale;
Pd, Forza Italia e Lega (esclusi
solo Fratelli d’Italia).
IL LEADER del Movimento 5
stelle, sul suo blog, prima del voto era stato chiaro: “M5s alle
provinciali non avrà candidati –
aveva scritto Grillo –. Non presenteremo le nostre candidature
in un organo politico del quale
auspichiamo la soppressione.
Non ci facciamo lusingare dalla
prospettiva di acquisire poltrone. Anche perché in parlamento
siamo stati gli unici a proporre
l’abolizione delle province”.
Il sindaco di Comacchio però ha
fatto orecchie da mercante e ha
tirato dritto per la sua strada. A
risultato ottenuto, Fabbri dice di
non aver nulla da dichiarare. La
Rapper a 5 Stelle
di Luca De Carolis
sua posizione l’aveva chiarita
settimane fa, spiegando le ragioni per cui aveva deciso di aderire
al listone “multicolore” Provincia
Insieme, insieme ai colleghi di
(quasi) tutti gli altri partiti:
“Questa è la lista degli amministratori – aveva dichiarato Fabbri – fatta di persone che tutti i
giorni lavorano nel territorio
per i propri cittadini: questo è lo
spirito con cui ho deciso di aderire”.
I cinque consiglieri del Movimento 5 stelle eletti a Ferrara
avevano preso le distanze, dichiarando di non avere alcuna
intenzione di candidarsi nel listone per la provincia.
Eppure il sindaco di Comacchio
ha ottenuto un risultato più che
soddisfacente: è addirittura il secondo degli eletti nelle provinciali di Ferrara. Evidentemente
(a meno che le preferenze non
siano arrivate dai partiti “alleati”), molti dei consiglieri del
M5s sono andati a votare il proprio collega, in barba alle indicazioni del “megafono” Beppe
Grillo.
Oggi il primo cittadino di Comacchio, neo consigliere provinciale di Ferrara, si prepara al
doppio incarico in punta di pie-
Marco Fabbri, sindaco M5s Ansa
CHE FAI, MI CACCI?
Il sindaco di Comacchio
Marco Fabbri ha ignorato
le indicazioni del leader
del M5S, che sul blog era
stato categorico: “Non
candidiamo nessuno”
di, evitando accuratamente di
risponde a chi gli chiede numi
sulla disubbidienza alla linea del
Movimento. Con una battuta
allusiva via sms, Fabbri si limita
a far notare un’incongruenza:
perché in provincia non ci si poteva candidare e invece nelle città metropolitane sì? A Bologna
– il sottotesto – un 5 stelle è stato
eletto in consiglio, ma in questo
caso nessuno ha polemizzato.
il sistema figlio della riforma
Delrio ha prodotto una copia disordinata delle larghe
intese nazionali. Con la differenza che, oltre agli elettori, stavolta ne è stato tenuto all’oscuro anche il leader locale del Partito democratico Michele Emiliano
(candidato strafavorito nelle
primarie per la regione Puglia). Di più: il tentativo
dell’ex sindaco di Bari di evitare l’inciucio è stato sabotato nel segreto delle urne.
IL PRESIDENTE della pro-
vincia sarà Michele Tamburrano, sindaco berlusconiano
del comune di Massafra.
Forzista doc, con al carico
una richiesta di rinvio a giudizio per abuso d’ufficio.
Tamburrano è stato eletto
con il 63,8 per cento di preferenze contro il 36,2 per
cento di Gianfranco Lopane,
sindaco di Laterza e candidato renziano del Pd.
I numeri parlano chiaro: sul
sindaco di Forza Italia c’è
stata un’ampia convergenza
di preferenze democratiche.
È un’elezione di larghe (e taciute) intese, quindi. Un’ipotesi già agitata dalla direzione provinciale tarantina, che
prima del voto aveva stabilito a maggioranza di “verificare le condizioni per la più
ampia convergenza di forze
politiche disponibili”. In sostanza, una piccola “grande
coalizione” locale con Forza
Italia, da attuare con un listone unico.
L’OPERAZIONE, sulla carta,
era stata bloccata personalmente da Emiliano, coordinatore regionale del Pd, con
in ballo una grossa fetta di
credibilità in vista delle primarie del centrosinistra per
il candidato alla regione. Ma
nonostante lo stop di Emiliano, sindaci e consiglieri
comunali democratici hanno fatto di testa propria. Risultato: vince Forza Italia e il
Pd si deve “accontentare”
della vicepresidenza provinciale.
Il voto, tra i democratici, è
diventato il pretesto per una
resa dei conti locale. Uno dei
candidati alle primarie, Gu-
Fedez
“L’X Factor ce l’ha Di Battista
ma su Casaleggio serve chiarezza”
econdo me l’unica alternativa a questo sisteS
ma marcio è la rivoluzione. Però mi riconosco in tante delle cose che dice il Movimento Cin-
que Stelle”. Federico Leonardo Lucia, in arte Fedez, è un rapper da copertine e dischi di platino.
Giudice di talenti nel programma tv X Factor, un
cd appena uscito (Pop-Hoolista), il 25enne milanese ha composto l’inno per il raduno dei 5Stelle
al Circo Massimo a Roma, Non sono partito. “Me
l’ha chiesto Beppe Grillo una settimana fa, l’ho
composto in una sera”.
D’ora in poi tutti diranno che Fedez è la voce del
Movimento.
Io non sto sposando una causa, casomai è una
liason. Io porto il mio mondo e le mie idee: non è
propaganda, semplicemente quello che stanno
organizzando è un bellissimo evento.
Ma Grillo come l’ha convinta?
Beppe mi ha raccontato che tanti artisti non se la
sentivano di schierarsi con loro. Poi mi ha spie-
gato le linee guida dell’evento di Roma, il suo
spirito.
Perché proprio lei? Vi sentivate già?
No, prima della scorsa settimana mai. Credo che
mi abbia scelto anche perché ha ascoltato un mio
brano con Elisa, inserito nel nuovo cd. E perché
gli piace la mia analisi sociale.
Di che parla l’inno?
Non sono partito ha un doppio significato: si ri-
ferisce ai 5Stelle che non sono un partito e al punto di vista di un ragazzo che non ha lasciato l’Italia, a differenza di tanti altri. Mi hanno chiesto un
pezzo breve, dura un minuto e 28 secondi.
Testo?
‘Ti fidi ciecamente, repubblica non vedente, non
si spiega, in pratica è la repubblica cieca... Caro
Napolitano, te lo dico con il cuore, o vai a testimoniare, oppure passa il testimone. Dove sono i nastri dell’inchiesta? Si dice che Nicola Mancino scriva meglio con la destra’.
Michele Emiliano LaPresse
LOTTE INTESTINE
L’ex sindaco di Bari,
coordinatore regionale,
aveva vietato l’inciucio.
Ma nell’urna, molti dei
suoi hanno votato
per il berlusconiano
glelmo Minervini, ha attaccato Emiliano: “La colpa è
sua”. L’ex sindaco ha risposto chiedendo la convocazione dell’assemblea regionale:
se non arriveranno le dimissioni dei consiglieri che hanno votato “contro” il proprio
partito, Emiliano è pronto a
far votare il commissariamento del Pd tarantino.
To.Ro.
leggere. E dovrebbero definire meglio il ruolo di
Casaleggio. In più, non mi piace che nell’ufficio
stampa ci sia Rocco Casalino.
Perché?
In un’intervista a Pif spiegò che si faceva il botox
alle labbra, pareva il suo problema centrale.
Lei in X Factor distribuisce voti. Diamone uno
a Grillo.
Un frontale contro Napolitano...
Penso che i 5Stelle abbiano trovato tantissimi muri, per loro è molto difficile.
Non voglio dare un voto a Grillo.
Penso che un’istituzione così importante dovrebbe fare chiarezza sulla trattativa Stato-mafia. Dovrebbe metterci la faccia.
Paletta per Renzi.
I giudici lo sentiranno.
Quattro. Si sta impuntando sull’articolo
18, ma non è quello il modo in cui
risolvi i problemi dell’economia.
Beh, mi pare che venga di fatto obbligato a deporre.
Perché le piacciono i 5Stelle?
Berlusconi.
Il Movimento viene finanziato dal
popolo, mentre Renzi è stato sostenuto da amministratori delegati a
botte di 100 mila, 200 mila euro.
Dovrebbe stare lontano dai pubblici uffici, e invece scrive le riforme con Renzi. Meno dieci.
E i 5Stelle? Di Maio?
Ha sempre votato per loro?
È molto preparato. Solo per come
ha retto lo streaming con Renzi gli
do 7.
Sì, da quando ho 18 anni. Da minorenne partecipai anche al primo
V-Day, e fu incredibile.
Di Battista.
E cos’è che non le piace dei 5Stelle?
È la grande star del Movimento.
Penso che creda davvero nelle cose che dice.
Aspetto che si esprimano sui matrimoni omosessuali e sulle droghe
Twitter @lucadecarolis
Fedez LaPresse
ME L’HA CHIESTO BEPPE
Grillo mi ha spiegato che tanti artisti
non se la sentivano di schierarsi
con loro. Gli piace la mia analisi sociale
“
IL VERSO PER IL PRESIDENTE
Caro Napolitano, te lo dico
con il cuore. O vai a testimoniare
oppure lasci il testimone
“
GIOVANI DI BELLE SPERANZE
Di Maio è preparato, merita un voto alto
per lo streaming con Renzi. Di Battista
è una star e crede davvero in quello che dice
“
ARMI IMPROPRIE
il Fatto Quotidiano
Sdi cattone,
l’omicida
Marta Russo,
torna in cattedra
di Mattia
Piola
U
n innocuo strumento di autodifesa per la polizia
o una pericolosa
arma che può provocare l’arresto cardiaco della persona
sottoposta alla scossa? Una
risposta univoca non c’è eppure, da ieri, lo storditore
elettrico è (quasi) entrato nella dotazione delle forze
dell’ordine di vigilanza negli
stadi italiani. La commissione Giustizia e Affari costituzionali della Camera ha approvato un emendamento al
decreto stadi che prevede
l’avvio della sperimentazione
della pistola elettrica. Ora sarà l’aula a dover dire l’ultimo
‘sì’. La proposta per introdurre il controverso strumento
anche in Italia è stata avanzata dal deputato di Forza
Italia Gregorio Fontana ed è
stata votata dai partiti di
maggioranza, Partito democratico compreso. La pistola
“produce una scarica elettrica che rende la persona colpita inoffensiva per alcuni secondi” facilitando così l’operato delle forze dell’ordine, è
la
versione
ufficiale
dell’azienda e di Fontana. Di
tutt’altro avviso Sel e Movimento 5Stelle, che accusano
il governo di trovare i soldi
per le pistole elettriche ma
non per gli stipendi degli
agenti.
IL TASER È UN’ARMA da difesa che le enciclopedie di settore classificano come non letale. In passato però non sono
mancati i casi in cui qualcuno, di regola persone deboli
di cuore, hanno perso la vita
dopo essere state sottoposte a
una scarica. Il Taser nasce come evoluzione del manganello elettrico. A brevettarlo è
stato, nel 1969, il ricercatore
della Nasa John Cover. La pistola elettrica lancia due dardi
GIOVANNI SCATTONE è tornato in classe a
insegnare. L’ex assistente universitario era stato
condannato insieme a Salvatore Ferraro per omicidio colposo di Marta Russo, la studentessa di
giurisprudenza che il 9 maggio 1997 uccisa da un
proiettile mentre camminava in un viale dell’Università La Sapienza. Scattone ha da pochi giorni
ricevuto l’incarico per una supplenza. Insegnerà
storia al liceo scientifico Cannizzaro di Roma.
Stando a quanto racconta il Messaggero, l’accoglienza non è stata delle migliori: alcuni colleghi e docenti lo evitano. Il dirigente del liceo
Cannizzaro, Antonino Micalizzi, smorza i toni: “A
scuola c’è serenità”. Già in passato, per la verità,
il suo ritorno in cattedra era stato contestato.
Nel 2011, infatti, Scattone era stato supplente al
MERCOLEDÌ 1 OTTOBRE 2014
9
liceo Cavour, la stessa scuola dove si era
diplomata Marta Russo. Le proteste e le tensioni
con genitori e colleghi lo avevano spinto a
lasciare l’incarico. Scattone, condannato a 5 anni
e 4 mesi, ha passato in cella complessivamente
poco più di due anni. Poi il tribunale di sorveglianza decise di concedergli l’affidamento
ai servizi sociali.
UN COLPO AL CUORE
PER I TIFOSI: IL TASER
ENTRERÀ NEGLI STADI
APPROVATO UN EMENDAMENTO DI FORZA ITALIA CHE
DOTEREBBE GLI AGENTI DELLO STORDITORE ELETTRICO, RITENUTO
RESPONSABILE DI TANTI MORTI PER ARRESTO CARDIACO
che colpiscono il corpo o il
vestiario del bersaglio provocando una scarica da 50 mila
Volt. L’elettricità arriva alla
muscolatura, immobilizzandola. La persona colpita cade
a terra per le contrazioni e rimane in posizione fetale. Il
costo di un Taser – oggi già
acquistabile dai cittadini muniti di porto d’armi – si aggira
sui 500 euro per i modelli più
sofisticati, quelli a forma di
pistola e con puntatore laser.
Per le evoluzioni meno raffinate, quelle a forma di scatola, il costo è circa la metà.
Il primo utilizzo su larga scala
di pistole elettriche avvenne
negli Stati Uniti, Paese nel
quale è ancora oggi largamente impiegato dalle forze
di polizia. La questione aperta
è se le pistole elettriche siano
davvero pericolose. Ovviamente la società che le produce, la Taser International,
ha smentito in varie occasioni
che l’arma possa rivelarsi fatale. Di tutt’altro avviso l’Onu
che, nel 2007, le equiparò a
una forma di tortura. Ma l’avversario più irriducibile dello
storditore elettrico è Amnesty
International che, negli anni
scorsi ha sollecitato più volte
il Congresso americano chie-
L’ULTIMA VITTIMA
Il writer 18enne Israel Hernandez
COME FUNZIONA
Due dardi causano
una scossa da 50mila
volt che immobilizza
a terra in posizione
fetale il bersaglio
per vari secondi
dendone la messa al bando.
Secondo i rapporti di Amnesty oltre 500 persone avrebbero perso la vita negli Usa
dal 2001 al 2012 dopo essere
state colpite da una scossa
elettrica durante l’arresto o,
più raramente, in prigione.
Non di rado i casi di decesso
successivi a una scarica elet-
trica di Taser sono finiti sulle
cronache di mezzo mondo.
Nel 2006, Ryan Wilson un
22enne americano morì per
una scarica sparata al termine
di un inseguimento. Nell’ottobre 2007 in Canada un cittadino polacco morì, terzo in
pochi mesi, per arresto cardiaco sopraggiunto in seguito
a una scarica di Taser. Ma la
vicenda che ha creato più
scalpore risale al 2013, quando a Miami la polizia ha sparato una scarica addosso a un
writer appena 18enne: Israel
Hernandez-Llach.
LA SUA UNICA COLPA era
quella di ridipingere un vecchio fast-food abbandonato.
Una volta notata la polizia il
ragazzo ha cominciato a correre. Raggiunto dalla scossa, è
crollato a terra ed è morto.
Una fine che scatenò un’ondata di proteste e polemiche
in tutti gli Usa.
Sempre ieri è stato deciso l’avvio di una sperimentazione di
microcamere sulle divise degli agenti dei reparti mobili di
Torino, Milano, Roma e Napoli. La prima occasione potrebbe essere il vertice Bce in
programma domani a Napoli.
Lo storditore elettrico Ansa
CAPITANI CORAGGIOSI
“Schettino ha provato
a fuggire in elicottero”
I
passeggeri della Costa Concordia stavano in fila
per le scialuppe. Intanto, Francesco Schettino
aspettava, nascosto sul ponte 11, un elicottero che
lo portasse in salvo. Le
nuove rivelazioni sulla
notte dell’affondamento della Costa Concordia arrivano da Domnica Cemortan, la moldava amica ‘particolare’
del capitano. Secondo la
sua nuova ricostruzione
affidata al settimanale
Oggi (di cui però non c’è traccia nelle carte del processo), Schettino avrebbe aspettato in compagnia
della fidanzata e del maitre della nave (e fratello
dell’allora direttore generale di Costa Crociere) il
soccorso dall’alto, lasciando i passeggeri in balìa
degli eventi. Secondo Cemortan, una telefonata ha
poi informato Schettino che nessun elicottero sarebbe arrivato a trarlo in salvo e ha costretto Schettino a trovare un’altra via per abbandonare la nave.
Dai capitani coraggiosi di Kipling, ai capitani vergognosi italiani.
IL CASO DI BRESCELLO
Mafia al nord? Non c’è, e se c’è è “cordiale”
di Davide Milosa
egare. Negare sempre. Di
più: indignarsi. Di rito la
N
frase più gettonata è: “La mafia
sta a Roma”. Ma non qui. Al
nord poi. Solo il minimo accenno basta a far sentire diffamati
cittadini e amministratori. Capita oggi, dopo che le ultime
operazioni hanno rotto il tabù
della piovra al nord come “solo
una bella fiction”.
E CAPITA soprattutto nei picco-
li comuni, dove i clan puntano
maggiormente a infiltrarsi nella
politica. Un nuovo modo di
operare segnalato proprio ieri
dal presidente del Commissione parlamentare antimafia Rosi
Bindi. Ed ecco allora che nel
cuore dell’Emilia rossa a Brescello, patria di don Camillo e
Peppone, il giovane sindaco Pd
Marcello Coffrini, in un documentario di cronisti locali, definisce “una persona educata” il
boss della ‘ndrangheta Francesco Grandi Aracri originario di
Cutro, ma da anni residente in
terra emiliana dove ha la sorveglianza speciale e una condanna
definitiva per mafia. Coffrini
scivola e fa di più: incontra il
boss vicino a un cantiere. I cronisti filmano. Lui parla con
Grande Aracri, stringe la mano
e se ne va sorridente. Per lui non
c’è nulla di male e nemmeno
per il parroco del paese che pochi giorni dopo rincara dicendo
che “qui la mafia non esiste”. Il
Partito democratico bacchetta
Coffrini. Non il suo consiglio
comunale e nemmeno i cittadi-
GALANTUOMINI
Il sindaco del paese di
Peppone e Don Camillo
ha incontrato il boss
Francesco Grandi Aracri
vicino a un cantiere. Poi
se n’è andato sorridendo
ni che due giorni fa in piazza
hanno raccolto firme in suo favore. Non c’è la mafia, si sente
dire. Raccontano, naturalmente, altro le inchieste giudiziarie
della Dda di Bologna. Indagini
che descrivono l’Emilia come
una delle ultime frontiere del riciclaggio mafioso. Per gli investigatori non è immune nemmeno la Romagna. Qui il turismo è una torta golosa per i
clan. Come racconta un documentario di Michela Monte. Risponde, lo scorso gennaio, l’ex
assessore regionale al Turismo
Maurizio Melucci. “L’immagine che la riviera romagnola sia
in mano alla mafia la ritengo
una bella barzelletta. A me non
risulta infiltrazione mafiosa, nel
senso classico del termine”. Già
perché in questi casi non è questione di collusione ma di banale ignoranza e incapacità di
riconoscere il pericolo mafioso.
Ben diverso, il caso eclatante
rappresentato dal comune di
Leinì in provincia di Torino.
Protagonista l’ex primo cittadi-
no Nevio Coral, imputato e poi
condannato in primo grado per
concorso esterno, il quale in aula davanti ai giudici ha dichiarato: “Se c’è un paese che non ha
infiltrazioni mafiose questo è
Leinì”. Per la cronaca nel 2012 il
comune è stato sciolto per infiltrazioni mafiose.
PIÙ SFUMATA , invece, la po-
sizione di alcuni amministratori di Rivarolo Canavese (altra
amministrazione sciolta per infiltrazioni dei clan), i quali davanti all’evidenza si sono giustificati con questo ragionamento:
pensavamo che ci fosse la
’ndrangheta, ma ce l’aspettavamo con la coppola e non in doppiopetto. Sovrana ignoranza,
dunque. Come nel caso dell’attuale consigliere regionale ligure Marco Melgrati, il quale, nel
2012, da ex primo cittadino di
Alassio e a pochi giorni dalla
maxi-operazione ‘La svolta’
sulla ’ndrangheta nell’imperiese affermava: “La mafia qua non
esiste, non esiste nel nostro
Dna”. Distrazione, forse. E la
Lombardia? Nella regione che
ospiterà l’Expo e che i magistrati definiscono il quarto mandamento della ‘ndrangheta, in pochi oggi si azzardano a dire che
la mafia non esiste. È capitato
solo pochi mesi fa a Vimercate,
quando gli amministratori locali di centrosinistra hanno manifestato contro alcuni articoli
del Fatto che, seguendo le carte
di un’inchiesta della Dia, rappresentavano il comune brianzolo come ennesima meta di interessi mafiosi. “Fango”, hanno
urlato. Eppure basta tornare indietro di pochi anni, prima del
luglio 2010 e del maxi-blitz Infinito, per contare i comuni dove cittadini e amministratori
urlavano allo scandalo al solo
sentire parlare di infiltrazioni
mafiose. Due su tutti: Buccinasco (all’epoca retto da una giunta di centrodestra) e Lonate
Pozzolo, dove fino al 2010 i
conti mafiosi si regolavano per
strada o nei bar. Come nella Palermo degli anni 80.
Il sindaco Coffrini Facebook
10
ANTI-FURBI
MERCOLEDÌ 1 OTTOBRE 2014
Ilalva,cassa
a Genova parte
integrazione
per 765 operai
PARTIRÀ OGGI la cassa integrazione in deroga per 765 lavoratori dello
stabilimento di Ilva di Genova Corgnigliano. Lavoratori che hanno tirato un sospiro di sollievo, visto che
ieri a mezzanotte terminavano i
contratti di solidarietà. Per coloro
che ne faranno richiesta sarà pos-
sibile integrare il reddito con i lavori
di pubblica utilità, pagati con i fondi
della Società per Cornigliano destinati alla bonifica dell’Ilva, resi disponibili grazie alla modifica dell’accordo di programma. La cassa in deroga viene garantita dal governo fino a dicembre quando con la legge
di Stabilità verranno stanziate le risorse per coprire anche i primi cinque mesi del 2015. Cessata la cassa
in deroga per 70 giorni sarà l’azienda a garantire il reddito ai lavoratori.
Dal 10 agosto si attiverà fino al 30
settembre un periodo di cassa integrazione straordinaria fino a
APPLE E FIAT, “FISCO SU MISURA”
LA COMMISSIONE UE INDAGA
IRLANDA, LUSSEMBURGO E OLANDA AVREBBERO APPLICATO UNA TASSAZIONE
AD HOC AI GRUPPI: COSTI NEI PAESI IN CUI SI PAGANO TASSE, UTILI DOVE SI VERSA MENO
di Camilla
Conti
L
Milano
e società la chiamano “ottimizzazione
fiscale” ma per l'Unione europea il
nome è un altro: aiuti di Stato.
Aiuti che avrebbero chiesto
un gigante come la Apple
all’Irlanda, la Fiat al Lussemburgo e Starbucks (il gigante
della caffetteria) all’Olanda.
Tutte e tre sono infatti finite
nel mirino di Bruxelles che
nei mesi scorsi ha deciso di
aprire un'indagine sui colossi
di ogni settore, dall'alimentare al tech, e sugli Stati che
hanno concesso loro benefici.
L’obiettivo? Vederci chiaro su
come le grandi corporation
saldano il conto con il fisco
grazie alla pratica del cosiddetto transfer-pricing, che con-
sente di ridurre al minimo
l'imposizione fiscale grazie ai
trasferimenti
infragruppo,
avvalendosi di volta in volta
dei regimi di tassazione agevolati dei diversi Paesi in cui
hanno sede le società di uno
stesso gruppo. In sostanza la
tattica è quella di concentrare
i costi nei Paesi in cui si pagano tasse e nello spostare gli
utili là dove si paga il meno
possibile. Non solo. I meccanismi al centro dell'attenzione riguardano anche gli ac-
cordi che le società prendono
con le autorità fiscali nazionali (tax ruling), in modo da
sapere in anticipo con che regime verranno trattati i loro
affari.
DALL’IRLANDA, in particolare, i regolatori comunitari vogliono più dettagli sugli accordi fiscali raggiunti con Apple
nel 1990 e nel 2007, mettendo
in guardia dal fatto che si possa trattare di aiuti lesivi della
concorrenza. In una lettera
della Commissione europea
indirizzata al governo di Dublino, il braccio esecutivo della Ue fornisce una visione preliminare delle ragioni dietro la
decisione di aprire un'inchiesta in merito al trattamento
riservato al colosso degli
iPhone nel Vecchio continente.
“Attraverso questi accordi le
autorità irlandesi hanno conferito un vantaggio ad Apple”,
ha dichiarato la Commissione
a proposito della vicenda che
2%
75
mld
L’ALIQUOTA I PROFITTI
PER APPLE
NEL 2013
vede coinvolta la società americana. Il trattamento infatti
sarebbe stato accordato in
maniera discrezionale e ha determinato ora e in passato un
privilegio riconducibile al fatto che le parti hanno concordato a priori con le convenzioni del 1991 e del 2007 l'onere fiscale futuro. Un’altra
lettera è partita alla volta di
Lussemburgo. Nel mirino, la
Fiat. O meglio, il trattamento
fiscale agevolato in Lussemburgo a Fiat Finance and Trade (Fft). La società, controllata
al 40% da Fiat Spa e al 60% da
Fiat Finance Spa, fornisce servizi di tesoreria e di finanziamento alle imprese del grup-
I FURBI
La Apple
e Fiat (nella foto Sergio
Marchionne) nel mirino
della Ue per il fisco troppo
amico LaPresse/Ansa
il Fatto Quotidiano
quando ad ottobre potranno ripartire i contratti di solidarietà. Sono
questi i dettagli dell’accordo firmato
ieri a Genova da Regione, Comune,
sindacati, e azienda e che verrà inviato a Roma per la firma della Presidenza del consiglio dei ministri e
dei ministeri competenti.
SBLOCCA ITALIA Visco:
c’è rischio corruzione
ra le pieghe dello Sblocca Italia emergono rischi
T
di corruzione e di anticoncorrenzialità. A sollevare i dubbi sono state le Autorità Garanti, affiancate
da Bankitalia, la più esplicita, nel corso di una serie di
audizioni alla Camera, nel denunciare la possibilità
che la deroga alle norme ordinarie, inseguita per accelerare la realizzazione di infrastrutture, possa portare ad una nuova "vulnerabilità" alla corruzione. Via
Nazionale è critica per due motivi. Il primo sta nel
fatto che questo esige, per essere efficace, dei decreti
attuativi, che spesso in Italia finiscono nel dimenticatoio. In più, "il ricorso a meccanismi derogatori,
pur motivato dal condivisibile obiettivo di ridurre i
tempi in fase di aggiudicazione delle gare, si è già rivelato in passato non sempre pienamente efficace,
con ripercussioni negative sui tempi e sui costi nella
successiva fase di esecuzione dell’opera e di vulnerabilità ai rischi di corruzione". Mentre a non convincere il presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, è
anche il doppio incarico dell’ad di Fs che riveste anche
il ruolo di commissario straordinario per alcune opere al Sud (come la Napoli-Bari).
po in Europa, Italia esclusa.
Fft controlla il 100% di Ffna
(che svolge gli stessi servizi
negli Usa) e di Ffc (Canada).
Analizzando i prezzi delle
operazioni infragruppo, applicando i criteri di economicità e tenendo conto della disciplina sugli aiuti di stato, la
Commissione conclude che il
Lussemburgo, innanzitutto,
ha fissato una sorta di piano
fiscale invariabile per Fft che
non corrisponde alla realtà
economica; inoltre, Bruxelles
“dubita che il calcolo del piano fiscale di Fft rifletta correttamente una remunerazione appropriata della concorrenza piena”; e ancora, non
convince l'utilizzo dei mezzi
propri, né il fattore di ponderazione dei rischi; infine, il
rapporto in materia di prezzi
dei trasferimenti approvato
dalle autorità fiscali lussemburghesi “sembra contenere
un errore per ciò che concerne
i fabbisogni minimi di fondi
propri previsti da Basilea II”.
La Commissione ritiene dunque che il trattamento fiscale
di Fft “non rispetti il principio
di concorrenza piena”, perché
si traduce in un vantaggio per
Fiat. Un vantaggio che si ripete ogni anno e che è selettivo.
“Nuovogiorno” della stampa ciociara
Le parti hanno un mese di
tempo per replicare dopo che
la notizia sarà pubblicata nella
Gazzetta Ufficiale della Ue.
Dal momento della replica solitamente le cause di questo
tipo richiedono fino a diciotto
mesi per essere concluse. Se
l’Antitrust europeo constaterà
la violazione delle norme, potrà chiedere agli Stati di recuperarli dalle aziende, il che
si tradurrà in una maxi-multa.
LE INDAGINI Ue riguardano
infine l'Olanda, in relazione ai
rapporti con la catena americana di caffetterie Starbucks.
Un altro fronte delicato è l’offensiva dell’antitrust europeo
contro Google. Prendere al
laccio le multinazionali e costringerle a pagare le tasse non
è mai stato facile, anche quando la new economy non esisteva. Oggi però, con il boom
del commercio digitale, la fuga oltre-confine dei profitti da
tassare sta diventando una valanga. E le autorità europee,
dopo anni di disinteresse e di
connivenze varie ma soprattutto con la recessione che
colpisce duro al fianco delle
finanze pubbliche, sono costrette ad alzare il cartellino
rosso.
In Ciociaria nasce
un nuovo giornale
Wikipedia cc
IN TUTTA LA PROVINCIA DI FROSINONE AL VIA LA DISTRIBUZIONE DEL NUOVO QUOTIDIANO INDIPENDENTE
on il calo delle vendite e la crisi diffusa della
C
stampa, decidere di aprire un nuovo giornale,
per di più cartaceo, è una scelta coraggiosa, ai li-
miti dell’incoscienza. I giornalisti de Il Nuovogiorno, quotidiano che arriverà oggi per la prima volta
nelle edicole di 91 Comuni in provincia di Frosinone, ci credono comunque. Il nuovo giornale
parte con una società editoriale aperta agli industriali locali, che saranno proprietari della testata.
Una cooperativa di giornalisti, PressItalia24, si
occuperà invece di gestire integralmente la parte
editoriale, dalla scrittura all’edizione. A formarla
saranno sei giornalisti professionisti. La squadra
di redazione conterà in totale su undici redattori e
trenta collaboratori esterni, coadiuvati da quattro
poligrafici. Inizialmente il giornale sarà solamente cartaceo, ma – già tra 15 giorni – la stessa squadra redazionale darà vita anche al sito web. “In
entrambi i casi le testate non hanno mai preso un
euro di contributo pubblico e intendiamo rispettare questa linea anche con Il nuovogiorno”, spiega
il direttore responsabile Massimo Pizzuti, che da
dodici anni ricopre ruoli dirigenziali in testate locali ciociare. “I nostri free press hanno sempre
puntato molto sulla satira e sull’irriverenza, qualcosa completamente fuori dagli schemi per una
provincia come Frosinone”. Il nuovo quotidiano
partirà con una linea editoriale chiara: “Critici
verso la giunta regionale romanocentrica guidata
da Zingaretti, come in passato ci siamo opposti a
quella di Polverini”. Tra i membri della nuova
squadra ci saranno Corrado Trento, ex cronista
politico del Messaggero, Katia Valente ex caporedattrice di Ciociaria Oggi, Cristiano Ricci ex redattore del Tempo e Daniele Ciardi, lo storico corrispondente del Corriere dello Sport da Frosinone.
“Il primo numero aprirà sulla rottura all’interno
del Pd sulle candidature a presidente della Provincia. Il partito è diviso e in corso ci sono due renziani di ferro:
Antonio Pompeo, il sindaco di
IL DOPO CIARRAPICO
Ferentino, ed Enrico Pittiglio,
primo cittadino di San Donato
Il ras storico della stampa locale è l’ex senatore Pdl
Val Comino”, spiega Pizzuti.
Quello che è stato per anni il suo quotidiano,
Il nuovogiorno uscirà in una pro“Ciociaria oggi”, è fallito e ha cambiato nome tre volte
vincia in cui ci sono già due quo-
tidiani: il Quotidiano di Ciociaria (erede di Ciociaria Oggi
di Ciarrapico) e La
Provincia. Da un
punto di vista finanziario,
entrambi navigano
in acque difficili. Nelle redazioni di Ciociaria oggi
tutti ricordano ancora le telefonate dell’allora editore e senatore del Popolo della libertà, Giuseppe
Ciarrapico: “Ogni due mesi telefonava incazzato
perché voleva sapere con quanti voti era stato eletto – racconta un giornalista che chiede di rimanere anonimo –. E noi ogni volta a tentare di spiegargli che era stato eletto in un listino proporzionale bloccato, senza preferenze”.
A.S.
1 OTTOBRE 2014
I PIRATI
DELL’AUTOSTRADA
il FATTO
ECONOMICO
» Concessioni senza
gara e non solo: ecco
cosa c’è dietro il regalo
che il governo ha fatto
alle lobby del casello
11
REFERENDUM
SULL’AUSTERITÀ
CARIGE, TRA
FIDI E QUADRI
» Per gli analisti la banca
non passerà gli stress test
della Bce. Dubbi sui fidi
concessi all’ex dg,
appassionato d’arte
» Il voto popolare
sull’austerità è l’unico
modo per smontare
l’aritmetica stupida del
rigore che ci strozza
All’interno
PROPENSIONE AL RISPARMIO Cresce la quota di risorse
finanziarie a portata di mano e di bancomat. De Rita:
“Le elargizioni di Renzi avrebbero bisogno di un senso”
TFR & 80 EURO?
3.896
MLD
RICCHEZZA
L’ITALIA SFIDUCIATA LAFINA
NZIARIA
METTE I SOLDI
1.320
MLD
NEL MATERASSO
DEPOSITI
di Salvatore Cannavò
I
l problema degli 80 euro di Renzi è che
non hanno un senso”. Giuseppe De
Rita, presidente del Censis, al termine
di una conversazione su cosa sta accadendo al risparmio degli italiani,
commenta così quello che è avvenuto
con gli stimoli all’economia ideati dal presidente
del Consiglio. “Visto il contesto in cui ci troviamo
quella somma è stata troppo poco ma soprattutto
non ha avuto una chiara finalità, qualcosa che
motivasse davvero la spesa. Nessuno impegna i
pochi soldi a disposizione se non ha un buon motivo per farlo”.
IL GIUDIZIO NON VUOLE ESSERE IMPIETOSO.
Anzi, assomiglia più a un consiglio. I numeri di cui
parla il Censis sono tratti dal Diario della transizione
da cui emerge una fotografia sul risparmio degli
italiani che ben descrive l’attuale situazione di stallo. “Negli anni della crisi - si legge - gli italiani hanno preferito tenere i soldi cash o fermi sui conti
correnti, a disposizione per ogni evenienza”. Il
punto che Renzi ha sottovalutato è esattamente
questo. Il valore di contanti e depositi bancari è
aumentato di 234 miliardi di euro negli ultimi sette anni. “Le consistenze sono passate dai 975 miliardi di euro del 2007 a una massa finanziaria di
1.209 miliardi nel marzo 2014, con un incremento
del 9,2% in termini reali”. Si tratta del 30% delle
attività finanziarie delle famiglie mentre erano solo il 25% nell’anno prima della crisi. A descrivere il
quadro di una incertezza crescente c’è anche il dato sugli investimenti in assicurazioni e fondi pensione aumentati nel periodo preso in esame di 125
miliardi di euro (+7,2%).
Allo stesso tempo si sono azzerati i
consumi (-7,6% dal 2007 a oggi), dimezzati gli investimenti immobiliari (dalle 807 mila compravendite
di abitazioni del 2007 alle 403mila
del 2013), con una frenata complessiva dettata dalla crisi.
L’impatto della crisi è, secondo De
Rita, fondamentale. “Gli italiani
non vedono nel risparmio un valore
tradizionale, il loro comportamento è legato al periodo storico”. E l’attuale periodo storico è legato a quella che il sociologo chiama “sobrietà” . “Torna in auge il ‘genio contadino’, lo stesso che si è messo
all’opera subito dopo la guerra.
Non si tratta di paura, come crede
Renzi, ma di prudenza, cautela, attesa di una prospettiva”.
I dati pubblicati dalla Banca d’Italia
confermano questo giudizio. Su oltre 9 mila miliardi di ricchezza delle
famiglie, la parte del leone, oltre 5
mila miliardi, è fatta dalla ricchezza
“reale”, per lo più le abitazioni
(4.800 miliardi) i cui prezzi però sono scesi. In aumento, invece, la ricchezza finanziaria che nel 2013 è
cresciuta del 2,1% arrivando alla cifra di 3.896 mila miliardi di euro.
Questa “ricchezza” è concentrata
nelle attività più liquide: il 27% (da-
to di fine del 2013 ma la percentuale, come visto, è
in salita) in depositi bancari e il 7% in altre voci
ancora più liquide come biglietti e monete, conti
correnti postali, crediti commerciali. In totale fanno 1.320 miliardi di euro a disposizione degli italiani, tenuti a portata di mano o di bancomat. Meno liquidi, ma percepiti come molto sicuri, le assicurazioni e i fondi pensione, compresa la la liquidità del Tfr, quella stessa che Renzi vorrebbe
mettere direttamente in busta paga: si tratta di oltre 700 miliardi, il 18,2% del totale. Le obbligazioni,
cioè i titoli pubblici, ma non solo, ammontano a
624 miliardi e rappresentano il 18,6% mentre è più
alta, anche grazie all’aumento del valore dei titoli
in Borsa, la quota di azioni che ammonta a 916
miliardi, il 22,1% del totale. Più ridotta, anche se in
forte crescita, la quota dei fondi comuni: 308 miliardi, il 7%.
A questa ricchezza complessiva occorre però detrarre la passività composta dai debiti. Soprattutto
quelli bancari che ammontano a 602 miliardi, il
65% del totale di 921 miliardi. All’interno di questo quadro c’è un alto grado di diseguaglianza. Come sottolinea il rapporto della Banca d’Italia, nel
2012 - ultimo anno in cui i dati sono disponibili - la
ricchezza detenuta dal 10% delle famiglie più ricche ha raggiunto il 46,6% del totale. Era “solo” il
45,7% nel 2010.
I DATI NON DEVONO TRARRE IN INGANNO per-
ché la complessiva propensione al risparmio in
Italia è in discesa libera da circa venti anni. Nel
periodo 1992-‘96 (dati Istat) la percentuale del risparmio sul reddito disponibile ammontava al
20,7% mentre nel 2012 si è ridotto all’8,2. Questo
in un contesto di contrazione drastica del potere di
acquisto delle famiglie che nei cinque anni di crisi,
E CONTANTI
921
MLD
I DEBITI DEGLI
ITALIANI
dal 2008 al 2012, è scesa del 9,8%. “Con gli anni 90
– dice ancora De Rita – è iniziata una fase di ‘galleggiamento’ e di attesa anche per effetto del differente sistema di conteggio monetario dovuto
all’euro. Gli italiani si sono pian piano abituati a
prezzi che di fatto erano il doppio di prima. A metà
degli anni 2000, poi, è cominciata la crisi”. Tutto
diverso da quanto avveniva tra la fine degli anni 60
e la metà degli anni 80 quando la propensione al
risparmio, pur alta, si è tradotta in una grande disponibilità a investire. “Il numero delle imprese
industriali, ricorda De Rita, è passato da 480 mila
del 1971 a 980 mila nel 1981”. Segno di una “voglia
di crescere e di investire”.
Oggi nessuno ha voglia di investire e lo dimostrano gli oltre mille miliardi lasciati su depositi bancari con tassi di interesse quasi nulli. “Per investirli
occorre dare incentivi, costruire finalità efficaci
come la spinta alle ristrutturazioni domestiche”.
In fondo, conclude De Rita, il senso complessivo
di un Paese è dato dalla somma di tante finalità
individuali”. Renzi ha offerto 80 euro e altrettanti
si appresta a offrirne con il Tfr in busta paga. Ma
non ha ancora trovato un senso a questa storia.
SOTTO
AL LETTO
Gli italiani e la loro propensione al risparmio visti da
Emanuele Fucecchi
NEGOZIANTI
Si può lavorare
solo quando
vuole la politica
di Stefano Feltri
olete capire perché l’Italia non riesce
ad agganciare la ripresa? Guardate il
V
caso delle aperture domenicali dei negozi.
In Parlamento un fronte trasversale di
anime belle ha deciso che bisogna santificare le feste (le parrocchie soffrono la
concorrenza dei supermercati) e che la liberalizzazione degli orari di apertura voluta dal governo Monti andava ribaltata.
Dimentichiamo per un attimo le discutibili premesse economiche (aumentare gli
orari di apertura non serve ad aumentare
l’occupazione) e concentriamoci sul risultato, cioè sulla legge approvata alla Camera il 25 settembre. Funziona così: viene introdotto l’obbligo di chiusura per almeno
sei dei dodici giorni festivi dell’anno indicati nel testo. Quali? Ognuno può scegliere, ma deve comunicarlo al Comune
competente, sulla base delle indicazioni di
un apposito decreto che il ministero dello
Sviluppo emanerà dopo aver consultato
l’Anci, cioè l’associazione dei Comuni. Finito qui? Neanche per idea: ogni Comune,
coordinandosi con quelli vicini, può “predisporre accordi territoriali non vincolanti per la definizione degli orari e delle
chiusure degli esercizi commerciali”. Le
Regioni e i Comuni possono addirittura
dare incentivi e agevolazioni fiscali per
spingere le imprese ad aderire a questi accordi (e perché? Boh). E comunque per
decidere in quali zone applicare questi accordi, le Regioni devono consultare le associazioni di categoria, che così hanno
qualcosa da fare. Una montagna di burocrazia legislativa solo per costringere i negozi a stare aperti un po’ meno.
Regole così farraginose hanno almeno
una validità universale? Ovviamente no,
siamo in Italia, il Paese delle eccezioni: sono esenti dai vincoli le “attività di somministrazione di alimenti e bevande”. I
parlamentari sono ancora nell’Ottocento:
non sanno che molti di noi possono passare una domenica o il giorno di Pasqua
senza pane o birra ma non privi di un caricabatterie dell’iPhone. E chi vuole sfidare la legge? Sanzione da 2 mila a 12 mila
euro, i recidivi possono vedersi chiudere il
negozio anche per dieci giorni.
Le grandi potenzialità del capitalismo italiano saranno forse frenate dall’articolo
18, ma i nostri parlamentari non si rendono conto che i famosi “lacci e lacciuoli”
con cui la politica ama imbrigliare le imprese possono diventare cappi letali in
tempo di recessione. E che il modo migliore per garantire la domenica libera a
commessi e clienti è lasciarli tutti disoccupati. Alla Ducati di Bologna (controllata dai tedeschi dell’Audi) gli operai, inclusi quelli della Fiom, sono soddisfatti di
aver firmato un accordo che stabilisce
massima flessibilità, anche sui turni domenicali. In cambio le 30 ore settimanali
saranno pagate come se fossero 40 e ci saranno 13 assunzioni. Tutti contenti. Non
parlatene troppo in giro, però, o alla Camera vieteranno anche quello.
12
MERCOLEDÌ 1 OTTOBRE 2014
il FATTO ECONOMICO
di Giorgio Ragazzi
L
a produzione industriale è
crollata, migliaia di imprese chiudono, ma c’è un settore che non conosce crisi:
le autostrade. Nel 2012-13 il traffico è
diminuito del 10% ma, grazie agli aumenti tariffari, gli introiti complessivi
da pedaggi sono persino aumentati.
Dal 2010 i pedaggi (in media) sono cresciuti del 15%, il doppio dell’inflazione
del periodo. Come si spiega?
La regolamentazione tariffaria si è sviluppata in modi contorti negli ultimi
due decenni (si veda il mio libro I Signori delle Autostrade, il Mulino, 2008)
con la sovrapposizione di sempre nuove norme, lasciando scegliere alla concessionaria quale sia per lei più conveniente. La convenzione di Autostrade
per l’Italia (ASPI) prevede incrementi
tariffari senza alcuna relazione col livello di profitto. La maggior parte delle
altre concessionarie si è avvalsa della
facoltà di richiedere il “riequilibrio del
piano economico-finanziario”, facoltà
introdotta con la delibera Cipe
39/2007. All’inizio di ogni periodo regolatorio (ogni 5 anni) si definisce, su
proposta della concessionaria, un piano economico-finanziario che deve
prevedere incrementi di tariffa tali da
assicurare alla concessionaria, sulla base delle previsioni di costi e ricavi, una
“congrua remunerazione” sul capitale
investito. Lo Stato assicura comunque
a queste imprese un “congruo” profitto, al riparo anche da ogni possibile “rischio traffico”. Sul capitale proprio investito il rendimento assicurato è di 4
punti sopra il rendimento medio dei
buoni del Tesoro decennali: davvero
ottimo, per i tempi che corrono, e a rischio zero.
La formula segreta
del profitto garantito
Ma come viene determinato l’ammontare del capitale proprio da remunerare? Nelle concessionarie gli azionisti
non hanno mai versato capitali se non
per importi irrisori: tutto è stato finanziato a debito, e i debiti sono stati rimborsati coi pedaggi. Qual è dunque
l’origine e come è determinato il capitale proprio da remunerare? È un mistero sepolto nei piani finanziari, rigorosamente secretati. Le rivalutazioni
monetarie effettuate ancora pochi anni
addietro da varie concessionarie, in
particolare quelle dell’ASTM (gruppo
Gavio), vengono considerate come
maggior capitale proprio investito? Pare che sia questo il motivo per il quale
quelle concessionarie, richiedendo il
riequilibrio economico-finanziario,
hanno ottenuto elevati incrementi tariffari.
Ci dicono che il motivo principale degli aumenti di tariffa sia la necessità di
remunerare gli investimenti. Dai dati
risulta però che di investimenti le concessionarie ne hanno sempre fatti mol-
MISTERI CONTABILI
Se una nuova corsia non è
in grado di ripagarsi grazie
al maggior traffico, perché
costruirla? E se invece lo è,
perché vengono concessi
gli incrementi delle tariffe?
to pochi, e con ritardi di decenni rispetto ai piani concordati. Nel 2013 le concessionarie hanno incassato 4.900 milioni per pedaggi e registrato utili di
1.100 milioni ma hanno fatto investimenti per poco più di 900 milioni. La
maggiore concessionaria, Autostrade
per l'Italia, ha avuto un flusso di cassa
operativo di 1.230 milioni ma ha investito solo 470 milioni (dato della Vigilanza). Paghiamo un altissimo scotto
sulla mobilità a fronte di investimenti
modestissimi.
Vediamo comunque come vengano
remunerati questi investimenti. La delibera CIPE del 2007 prevede che l’in-
SUPERLOBBY.
IL SORPASSO Tutti i segreti dietro l’enorme regalo
del governo alla lobby del casello: concessioni
prorogate senza gara in cambio (forse) di investimenti
IL GRANDE IMBROGLIO
DEI SIGNORI
DELLE AUTOSTRADE
incrementi di tariffa. Ma su una rete già
tanto congestionata come quella italiana l’aggiunta di corsie parrebbe invece
essenziale per sostenere ulteriori incrementi di traffico i cui proventi vanno
interamente a vantaggio della concessionaria: se si quantificasse questo beneficio potrebbe non esservi bisogno di
aumentare i pedaggi. Se una nuova
corsia non è in grado di ripagarsi con
maggior traffico nell’arco dei quasi 30
anni di vita residua di una concessione
come quella dell’ASPI, perché realizzarla? E se è in grado di ripagarsi, perché concedere incrementi di tariffa?
Chissà perché i lavori
sono sempre “urgenti”
15 luglio 1959, inaugurazione del tratto Milano-Bologna dell’autostrada del Sole Ansa
cremento di tariffa debba essere determinato in modo che “il valore attualizzato dei ricavi previsti sia pari al valore attualizzato dei costi ammessi…
scontando gli importi al tasso di congrua remunerazione”. Il criterio è perfetto ma la sua applicazione discrezionale. L’eventuale incremento del pedaggio dipende dalla redditività attesa
dell’investimento nell’arco della sua vita utile. Sarebbe necessario aumentare
il pedaggio solo se la redditività attesa
dell’investimento fosse inferiore al tasso di rendimento che si intende assicurare al concessionario. Ma, in tal caso, perché l’Ispettorato autorizza inve-
stimenti non remunerativi? Se per finanziare nuovi investimenti occorre
aumentare di molto i pedaggi anno dopo anno significa o che si fanno pessimi
investimenti o che il ministero sbaglia i
conti.
Quantificare i benefici degli investimenti è difficile. Consideriamo l’investimento più rilevante, la costruzione
di nuove corsie. Le concessionarie
(Autostrade per l'Italia in particolare)
sostengono che questi investimenti
migliorano la qualità del servizio, ma
non generano apprezzabili incrementi
di proventi da maggior traffico e devono pertanto essere remunerati con
In Francia e in Spagna non sono previsti incrementi di tariffa per finanziare investimenti in nuove corsie o in migliori sistemi di esazione: la scelta di
convenienza viene lasciata alla concessionaria. In Italia invece gli investimenti sono proposti dalle concessionarie ma “assentiti” dal ministero che
ne garantisce quindi la redditività ex
ante con incrementi di tariffa. Nella logica del sistema italiano le concessionarie hanno tutto l’interesse a sottovalutare la redditività attesa dei loro investimenti per farseli remunerare con
incrementi di pedaggi, visto che se poi
in futuro la redditività risulterà maggiore di quella concordata con l’Ispettorato tutto il beneficio resterà acquisito alla concessionaria stessa.
Gli investimenti sono poi proposti dalle concessionarie e pertanto il sistema
tende a selezionare quelli che appaiono
I numeri dei
concessionari della rete autostradale
dal sito di Aiscat, l’associazione di
categoria guidata da Fabrizio Palenzona
Infografica di Pierpaolo Balani
ANTITRUST
“Lo Sblocca Italia
viola la concorrenza”
La decisione di prolungare
le concessioni stradali
senza gara nel decreto
Sblocca Italia del governo
viene duramente bocciata
dal garante della Concorrenza, il
presidente dell’Antitrust Antonio
Pitruzzella: “Abbiamo fortissime
perplessità sulle norme che riguardano le concessioni autostradali che si collocano in un
contesto in cui molte concessioni
sono già scadute e altre scadranno prima del 2020. La norma pare muoversi nel senso di eliminare una delle due forme di incentivi concorrenziali possibili, la
concorrenza per il mercato, cioè
la possibilità di gare, con una
proroga implicita delle concessioni esistenti". Questo il duro attacco di Pitruzzella durante
un’audizione, ieri alla Camera, relativa allo Sblocca Italia. La proroga prevista dal decreto “non
appare giustificabile con l'esigenza di 'assicurare investimenti”.
Tradotto: è soltanto un regalo alla
lobby dei concessionari.
di volta in volta più utili alle concessionarie stesse piuttosto che al paese.
Un tipico esempio storico può essere
quello dell’autostrada Torino-Milano.
Negli anni 90, questa autostrada aveva
tre corsie con piazzole d’emergenza ed
era ampiamente sufficiente per il traffico. Allargare l’autostrada e costruire
una corsia d’emergenza non era certo
un investimento prioritario per il Paese, ma lo era invece per la concessionaria che, proponendo questo e altri
minori investimenti è riuscita a ottenere che la concessione in scadenza nel
1999 fosse prorogata prima sino al
2014 e poi ancora sino al 2026. I lavori
1 OTTOBRE 2014
per la corsia di emergenza non sono
ancora terminati mentre i pedaggi negli ultimi anni sono addirittura raddoppiati. Parrebbe che in questo caso
gli investimenti vengano pagati due
volte: prima con le proroghe della concessione e poi con gli aumenti di tariffa.
Ogni concessionaria a rischio di scadenza della concessione individua
nuovi lavori “urgentissimi” che ne giustifichino la proroga: nuove corsie o
nuovi tratti come il prolungamento da
Parma a Nogarole Rocca che ha consentito alla Cisa di ottenere una proroga della concessione dal 2010 al 2031
(oltre a forti aumenti di tariffa). Per la
Serenissima (Brescia-Padova) è assolutamente necessario costruire il tratto
Piovene Rocchette-Rovigo (Valdasticco nord), anche se non pare di per se né
essenziale né remunerativo, perché solo così potrebbe ottenere anch’essa una
bella proroga della concessione già scaduta ed evitare quindi il rischio da tutte
più temuto, quello che si faccia una gara per il rinnovo. Per le concessionarie
non esistono investimenti a rischio: la
remunerazione in tariffa è garantita e
c’è sempre la possibilità di richiedere il
“riequilibrio” del piano economico finanziario.
Anche quando si sbagliano di molto le
previsioni di costo e di traffico, come
nel caso della Asti-Cuneo, ecco che viene prospettata (dalla ASTM) una soluzione facile ed anche profittevole: accorpare quella concessione ai due tronchi (Torino-Milano e Torino-Piacenza) ed ottenere pure un’altra bella proroga per quelle due concessioni che altrimenti scadrebbero prima della
Asti-Cuneo. Gli ignari utenti continueranno a pagare pedaggi sempre
crescenti e le concessionarie ad incassare profitti sicuri per altri decenni. Ed
è proprio per agevolare questo tipo di
operazioni che è stato inserito nel decreto “sblocca Italia” l’artico 5, che prevede appunto la possibilità di unificare
tratte “attigue, interconnesse o complementari” in una nuova concessione
che assicurerà comunque, anche in futuro, l’equilibrio dei conti.
I cantieri infiniti
per evitare le gare
Di gare per rinnovi di concessioni in
Italia non si è riusciti sinora a farne nessuna e pare che il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi sia determinato a non
farne neanche in futuro, cercando di
ottenere dall’Unione europea deroghe
all’obbligo di rimettere in gara le concessioni scadute con l’usuale appiglio
del completamento di tratte, magari
previste in concessioni di 40 o 50 anni
fa ottenute senza gara.
Con un’inflazione ormai prossima allo
zero appare sempre più inaccettabile
per gli utenti e imbarazzante per il governo continuare ad aumentare di tanto i pedaggi (3,91% nel 2013 e 3,9% nel
2014). Per contenere in futuro questi
aumenti è stato istituito un tavolo di
lavoro tra Aiscat – l'associazione di categoria dei concessionari – e governo
che considererebbe interventi in quattro direzioni: 1) prolungamento delle
concessioni; 2) accorpamenti di concessioni e proroghe alle scadenze più
lontane; 3) maggiori indennizzi di subentro a fine concessione; 4) slittamenti, cioè riduzioni, degli investimenti previsti.
Tutte queste misure, a fronte di una
eventuale moderazione degli incrementi tariffari nei prossimi anni, hanno in comune un chiaro obiettivo: prolungare sempre di più verso un orizzonte infinito la durata delle attuali
concessioni, e quindi gli utili delle concessionarie e l’onere dei pedaggi, rendendo anche sempre più difficile l’effettuazione di gare a fine concessione
per il crescere degli indennizzi richiesti all’eventuale subentrante. I pedaggi, introdotti all’origine per finanziare opere come l’autostrada
del Sole, sono divenuti per le
concessionarie una rendita
pressoché perpetua sulla
quale poi lo Stato carica
anche l’Iva e parte dei
costi dell’Anas.
[email protected]
SOLDI FACILI Ombre sui fidi concessi all’ex direttore generale
La Monica, grande amante di quadri contemporanei
IL TESORO DI CARIGE
PROSCIUGATO AD ARTE
Finita l’era Berneschi, i problemi di Carige non sembrano essere finiti Ansa
di Carlotta Scozzari
FUTURO INCERTO
Per gli analisti l’istituto
potrebbe non passare
gli stress test della Banca
centrale europea, in quel
caso finirebbe in bocca a
qualche gruppo più solido
È
passato un
anno dalla
storica assemblea
degli azionisti di Carige
del 30 settembre 2013
che ha spodestato il padre padrone Giovanni
Berneschi, dopo 25 anni
al potere. Da allora, le
notizie non sono mai
mancate. Nell'autunno
del 2013, Piero Montani, noto per le sue doti di
risanatore, ha preso in
mano le redini come
amministratore delegato dopo avere lasciato in
fretta e furia la Popolare
di Milano. A maggio,
nell'ambito dell'indagine sulla banca ligure
della Procura di Genova, sono stati arrestati
l'ex presidente Berneschi (che è appena tornato libero, sia pure con
l’obbligo di dimora,
esprimendo il desiderio
di andare a vivere in
campagna, come Toto
di Carl. Scoz.
Cutugno in una vecchia
canzone), sua nuora
Francesca Amisano e
l'ex numero uno di Carige Vita Nuova Ferdinando Menconi, accusati di associazione a
delinquere, truffa aggravata, riciclaggio e intestazione fittizia di beni per operazioni realizzate tra il 2000 e il 2006.
A luglio, l’istituto genovese ha chiuso con successo l'aumento di capitale da 800 milioni che
fin dal 2013 era stato
sollecitato da Consob e
Banca d'Italia. Il tutto
mentre negli ultimi mesi la Fondazione Carige
ha venduto a mani basse le azioni, portandosi
da oltre il 45% a poco
più del 19% e restando
comunque prima azionista.
TUTTO a posto quindi
ora che la banca è ricapitalizzata, i presunti
cattivi sono stati (quasi)
puniti e la Fondazione
controllante è scesa nell'azionariato? Non proprio. Innanzitutto perché i cosiddetti stress test della Bce, che misura-
no la solidità delle banche europee in scenari
particolarmente complessi, sono dietro l'angolo (i risultati saranno
annunciati il 17 ottobre)
e molti analisti indicano
Carige come una delle
italiane che, in ottima
compagnia di Mps, incontrerà le maggiori
difficoltà a superare la
prova. E siccome per gli
istituti che non passeranno gli stress test è
possibile che cominci il
valzer delle fusioni, non
si può escludere che il
gruppo genovese presto
o tardi possa confluire
in una banca dalle spalle
più larghe. Le ipotesi degli analisti sono due: o
Bpm, la Popolare che sta
riprendendo in mano il
tema della trasformazione in società per
azioni (spa) da cui arriva lo stesso Montani, o
qualche gruppo straniero come ad esempio Cariparma (Crédit Agricole), sempre tirata in ballo quando c’è da fare
questo tipo di congetture. Il tutto mentre, proprio ieri, Carige ha deciso di prendere ancora
un po’ di tempo prima
di chiudere la vendita
delle controllate assicurative al fondo americano Apollo, operazione
necessaria per fare cassa.
Ma i problemi dell’istituto ligure, che ancora
nel primo semestre ha
perso per strada 45 milioni (certo, nulla rispetto al rosso di 550 milioni
dello stesso periodo del
2013), non sembrano
essere soltanto finanziari. A livello giudiziario,
qualcuno teme che a
breve la procura di Genova - che indaga sulla
banca - possa prendere
nuovi provvedimenti.
Del resto, i temi su cui
accendere il proverbiale
faro non mancano.
A cominciare dalle prime linee del gruppo.
L'ad Montani, fin dal
suo arrivo, è stato impegnato in un processo di
13
FED sotto accusa:
“La Lehman poteva
essere salvata”
L
ehman Brothers aveva le carte in regola per
essere salvata, ma la conclusione raggiunta
nelle analisi preliminari della Federal Reserve
di New York, che vigila su Wall Street, non è
mai giunta ai vertici e al presidente Ben Bernanke prima che decidessero il fallimento. A
ricostruire gli eventi e gettare una nuova luce
uno dei momenti più drammatici della crisi
finanziaria è il New York Times, sulla base delle
informazioni raccolte fra gli ex e gli attuali
componenti della Fed. Conclusioni e informazioni che alimenteranno probabilmente il dibattito e le critiche nei confronti delle autorità
e della Fed, già criticata per essere ‘succube’ di
Goldman Sachs, come hanno dimostrato registrazioni audio divulgate nei giorni scorsi.
“Le conclusioni degli esperti finanziari della
Fed di New York erano che Lehman Brothers
era candidata al salvataggio, ma gli esperti non
hanno mai informato” l’allora presidente della
Fed di New York, Timothy Geithner. Molti
all’interno della Fed sono convinti - sottolinea
il New York Times - che il governo americano
avrebbe avuto l’autorità di salvare Lehman
Brothers: “è stata una decisione politica, non
una legale”. Le ricostruzioni del New York Times gettano una nuova luce su uno dei momenti più pericolosi nella storia di Wall Street,
con molti che hanno criticato la decisione di
lasciare fallire Lehman Brothers, causando
problemi non necessari. Alan Blinder, ex della
Fed, dice: “La Fed ha spiegato la decisione di
abbandonare Lehman come un problema legale. ma è vero e valido? È abbastanza? Queste sono domande importanti”.
pulizia che ha fatto saltare parecchie teste.
Una delle ultime, la primavera scorsa, è stata
quella dell'ex responsabile per Carige delle aree
Sicilia e Puglia, Rosario
Chiaramonte, messo alla porta con la contestazione di presunte irregolarità nell'erogazione
dei fidi.
POI C'È la delicata situa-
zione di Ennio La Monica, ex direttore generale di Carige nell'era
Berneschi e dallo scorso
autunno “a disposizione dell'ad” (citazione
dal comunicato stampa). L’ex dg, proprio con
l’ex presidente, è stato di
recente sanzionato dalla
Banca d'Italia, che al termine dell'ispezione di
un anno fa gli aveva
contestato di non essersi
opposto come avrebbe
dovuto e potuto allo
strapotere - spesso messo al servizio di amici e
conoscenti, come docu-
mentato dalla stessa autorità di via Nazionale –
di Berneschi. Grande
appassionato di quadri e
oggetti di arte moderna,
con cui aveva tappezzato il proprio ufficio al
quattordicesimo piano
della sede genovese della banca, prima di svuotarlo per l’arrivo di
Montani. La Monica ora
si trova in una posizione
delicata anche alla luce
di alcuni finanziamenti
ricevuti durante l’era
Berneschi direttamente
dalle casse Carige. Dalla
banca precisano che si è
trattato rigorosamente
“di affidamenti valutati
in base al merito di credito” dell’ex dg. Ma di
quelle esposizioni, negli
ultimi tempi, si è discusso spesso ai piani alti di
Carige, ora spogli di
quei circa cinquanta
quadri e oggetti di arte
moderna che un tempo
rendevano la sede della
banca così chic.
Twitter @scarlots
GIORDANO LOMBARDO Il doppio
ruolo su Mediobanca all’ombra di Unicredit
L
o smacco del 2011, per Assogestioni, probabilmente ancora brucia. Tre anni fa,
l'associazione dei fondi comuni di investimento, per il rinnovo del consiglio di amministrazione di Mediobanca, aveva presentato come candidato dei soci di minoranza
niente meno che Francesco Giavazzi, docente di Economia alla Bocconi ed editorialista del Corriere della Sera. Ma la lista
di minoranza concorrente a quella di Assogestioni, presentata dalle Fondazioni,
ha avuto la meglio e l'unico posto disponibile per i piccoli soci è stato occupato
dall’ex numero uno dell'ente Carisbo,
Fabio Roversi Monaco (poi dimessosi).
E ora che Piazzetta Cuccia è alle prese con
il rinnovo del consiglio, che sarà votato dal-
l'assemblea dei soci del 28 ottobre, c'è da
scommettere che il presidente dell'associazione, Giordano Lombardo, stia soppesando
ogni minima mossa. Assogestioni presenterà la sua lista di minoranza? E, se sì, questa
volta farà asse con le Fondazioni? E chi proporrà? In attesa di scoprirlo – per proporre
candidature c'è tempo fino al 3 ottobre – la
posizione di Lombardo non appare semplice.
E non soltanto perché, salito ai vertici dell'associazione la scorsa primavera dopo le dimissioni di novembre del suo predecessore
Domenico Siniscalco per il conflitto di interessi in Telecom Italia, è impegnato a trasmettere il concetto che la musica è cambiata. Ma Lombardo, classe 1962 e laurea alla
Bocconi, deve anche accertarsi che passi un
altro messaggio: gli eventuali candidati di
Assogestioni nel consiglio di Mediobanca
sono scelti rigorosamente dal comitato dei
gestori dell'associazione, coordinato da
Marco Vicinanza e dove il presidente al momento nemmeno siede. Un concetto che viene ribadito con forza anche da un portavoce
di Assogestioni. Perché in caso contrario, in
modo analogo a quanto accaduto al suo predecessore Siniscalco, il conflitto di interesse
di Lombardo non sarebbe da poco: oltre a
guidare l’associazione dei fondi, è presidente
di Pioneer Investment. Cioè della società del
risparmio gestito ora in vendita ma pur sempre di Unicredit. Che a sua volta è prima azionista di Mediobanca con l'8,76 per cento.
Twitter @scarlots
14
il FATTO ECONOMICO
1 OTTOBRE 2014
MEDIOBANCA Anche a Parigi tengono famiglia
di Giorgio Meletti
E A LORO CHI GLIELO toc-
ca l’articolo 18? Quando
uno nasce signore il posto
non è solo a tempo indeterminato ma anche ereditario. E così i privilegiati di
seconda fascia – che hanno
un posto di lavoro presuntamente rubato a chi non
ce l’ha – apprendono con
invidia che la privilegiata
di prima fascia Marie Bolloré, 26 anni, in forza di
una laurea in gestione e di
un master in marketing and
business process manage-
ment, ma soprattutto
dell’essere figlia dell’omonimo Vincent, entrerà nel
consiglio d’amministrazione di Mediobanca, 100
mila euro l’anno per qualche riunione nel tempio
milanese del potere finanziario. Anche i francesi
dunque vengono a inzuppare il croissant nel nostro
familismo. In fondo Bolloré padre è il secondo azionista di Mediobanca con il
7,5 per cento del capitale.
Azionista in senso lato, visto che gestisce soldi non
suoi, mentre Marie è
di Leonardo Becchetti
P
er qualche sfortunata
congiunzione astrale
ci è toccato di nascere
nel regno del Fiscal
Compact, nel cono
d’ombra ideologico
nel rigorismo e del sadomonetarismo.
In altre aree del pianeta la risposta alla
crisi finanziaria globale è stata molto
più appropriata. Se non ci mobiliteremo firmando il referendum per l’abolizione del pareggio di bilancio (referendumstopausterita.it) non usciremo
mai dall’incantesimo di una regola
dissennata che si propone di ridurre di
un ventesimo il rapporto debito/Pil
che eccede il 60 per cento e sulla quale
ci siamo autoimposti l’ulteriore cilicio
del pareggio di bilancio in costituzione. Violando un principio fondamentale per il quale la costituzione deve occuparsi dei fini e mai dei mezzi per raggiungerli. Come se, invece di mettere
nella propria “carta costituzionale”
l’aspirazione alla vittoria, una squadra
di calcio scrivesse che bisogna sempre
giocare con il modulo del 4-4-2.
piezz’e core al cento per
cento.
La tradizione di usare le
grandi società quotate italiane come camera dei giochi per i figli dei potenti
non è nuova e i manager,
quelli veri, sono abituati da
decenni a sentirsi dire
dall’ereditiero di turno frasi del tipo “questa sua
mossa non piacerà a papà”.
Tutti ricordiamo i fasti di
Ivan Gardini, figlio di
Raul, proiettato al vertice
del gruppo Ferruzzi a 21
anni, senza che la precoce
esperienza abbia propizia-
to alcunché. Le scorciatoie
dei piezz’e core prodigio
non hanno mai portato
fortuna, e a Mediobanca lo
sanno bene. Hanno visto
sfilare Jonella Ligresti, figlia dell’azionista (con soldi altrui) Salvatore, prima
che la sua caratura manageriale venisse bocciata dai
magistrati che l’hanno arrestata. Ma non è solo
l’amore paterno a farla da
padrone, i nostri capitani
di sventura hanno insegnato ai loro amici francesi
anche un’idea proprietaria
delle aziende di tutti. Pro-
RACCONTANO
BALLE
prio in questi giorni lascia
il cda di Mediobanca Carlo
Pesenti, figlio di Giampiero e nipote di Carlo il vecchio, che per 15 anni ha
avuto la poltrona in cambio di un investimento
quasi simbolico ma più
uguale degli altri. Così come Silvio Berlusconi, coronato il sogno del salotto
buono, ha offerto un giro
nel blasonato consesso prima a Marina e poi a Pier
Silvio. Un modo meravigliosamente arcaico di ringiovanire il capitalismo.
Twitter@giorgiomeletti
RIGORE Il referendum sul pareggio di bilancio è l’occasione
per rimettere in discussione le politiche che hanno ridotto
l’Europa come gli Usa dopo il ‘29. Ma senza New Deal
MATTEO
E SERGIO,
SIMILI PURE
NELLE BUGIE
paesi che hanno fatto scelte simili e se
ne infischiano della regola del 3 per
cento, figuriamoci del pareggio di bilancio. Il regno del Fiscal Compact è un
po’ come gli Stati Uniti dopo la crisi del
’29 se Roosevelt e le sue politiche keynesiane non fossero mai arrivate.
POSTO CHE LA PRIMA preoccupazione dei rigoristi dominati dalla lobby
dei creditori è quella della sostenibilità
del debito, il rigore di bilancio è almeno riuscito a migliorare la situazione
dei debiti pubblici ? Niente affatto perché le ricette rigoriste hanno prostrato
i Paesi che le hanno praticate. La Grecia
in primis in deflazione e con un rapporto debito/Pil oltre il 177 per cento
anche con un tasso d’interesse sul debito calmierato al 3 per cento non ce la
farà mai a ridurre di un ventesimo il
proprio debito oltre il 60 per cento (dovrebbe crescere oltre il 5-6 per cento
all’anno). E ha pagato il rigore con il
crollo di un quarto del Pil e due ristrutturazioni del debito. Il Portogallo si
trova in analoghe condizioni di difficoltà. Ha un avanzo primario dello 0,4
per cento, un tasso d’inflazione leggermente negativo, una crescita prevista
dell’1,2 per cento e un rapporto debito/Pil al 129 per cento. In queste condizioni il rapporto debito/Pil non si riduce ma cresce, per ridursi come previsto dal Fiscal Compact la crescita dovrebbe viaggiare al 5 per cento.
E l’Italia? A bocce ferme (crescita e inflazione zero o debolmente negative,
costo del debito sopra il 3 per cento e
avanzo primario attorno al 2) il nostro
rapporto debito/Pil cresce del 2-3 per
cento all’anno. Uno scenario ben di-
so e tutti capiscono la regola elementare per la quale la sostenibilità del rapporto debito/Pil si realizza stimolando
la ripresa del denominatore con politiche fiscali e monetarie espansive e
non cercando di comprimere il numeratore con misure che deprimono più
che proporzionalmente quello che sta
sotto (il Pil) peggiorando il rapporto.
Negli Stati Uniti la risposta è stata una
banca centrale che ha messo al centro
la riduzione della disoccupazione e in
76 mesi l’ha riportata ai livelli pre-crisi
mentre nella Unione europea è ancora
oggi del 4 per cento superiore. Fiscal
compact? Pareggio di bilancio? Tutto il
contrario. Politiche fiscali rooseveltiane che hanno rilanciato gli investimenti pubblici e privati e la domanda interna assieme all’espansione monetaria. Per non parlare della risposta giapponese e del Regno Unito, altri due
I SOLDI
DATI
DA RENZI
ALLA FIAT
MARCHIONNE ha costruito una Fiat che
dal mio governo non ha preso un centesimo”. La frase detta da Matteo Renzi a Fabio
Fazio è mistificatoria. Non solo per i circa 10
mila dipendenti in cassa integrazione o solidarietà (a Termini Imerese c'è la cassa in
deroga), pagata con soldi pubblici - e la Fiat
riceve più di quanto versa (nel 2013 il ricorso agli ammortizzatori sociali supera i contributi) - ma perché Sergio Marchionne
(che ha sostenuto la stessa cosa) è Ad della
Fiat dal 2004. Da allora, come ha scritto il
giornalista Marco Cobianchi, ha ricevuto oltre 350 milioni di euro dallo Stato e perfino
incassato fondi europei per la ricerca (cofinanziati dall’Italia). È così da trent’anni.
L’aritmetica sbagliata
del Fiscal Compact
IN ALTRE PARTI DEL MONDO è diver-
0
verso da quello delle nostre previsioni
alla “Lucio Dalla” nelle quali l’anno che
verrà è sempre quello dell’inversione
di tendenza.
LA BATTAGLIA referendaria è impor-
tante perché può aiutare i passeggeri
della nave Italia a concentrarsi sul problema dell’iceberg e non sulla musica
dell’orchestrina. Possiamo parlare di
mercato del lavoro, riforma degli ammortizzatori sociali, riduzione delle
tasse su cittadini e imprese, investimenti sulla banda larga, riforma della
scuola ma le risorse per tutto questo
non ci sono se restiamo sotto l’incantesimo del pareggio di bilancio.
Nell’eurozona dove la Germania da
anni sfora i limiti del surplus senza alcun intervento correttivo, la Francia si
“prende” la flessibilità” sul deficit, la
Bce viene meno al suo impegno statutario di combattere la deflazione che
peggiora i debiti pubblici portando la
crescita dei prezzi vicina al livello del 2
per cento, è arrivato il momento di non
essere gli unici a rispettare regole che
nessuno rispetta per sedersi al tavolo e
ridiscutere tutto. O l’eurozona diventa
un sistema di obblighi simmetrici, di
politiche fiscali e monetarie europee
coraggiose in grado di sfruttare la leva e
il peso specifico sovranazionale, o la
rotta di collisione sulla quale ci troviamo, che ha prodotto il “miracolo” di
rinfocolare rancori e nazionalismi, ci
porterà presto alla rottura con conseguenze difficilmente calcolabili.
Il referendum è pertanto il primo passo
necessario per superare la rimozione e
discutere del vero problema che abbiamo di fronte, democraticamente e alla
luce del sole. Perché la storia recente e
le “cronache del Regno del Fiscal Compact” ci hanno ampiamente dimostrato che non è il caso di fidarsi e di affidarsi in toto all’intellighentia dei suoi
funzionari e delle sue élite.
Professore di Economia a Roma Tor
Vergata, è membro del comitato
promotore del referendum sull’austerità
SPOT Come ti convinco a comprare il deodorante giusto
C’
FARE MARKETING RIMANENDO BRAVE PERSONE di Giuseppe
Morici Feltrinelli,
pagg. 176, 9,00 ¤
è un modo per convincere i potenziali acquirenti
che il deodorante anti-traspirante davvero non vi lascerà
l’alone sulla maglietta? E a chi
si deve rivolgere l’invito all’acquisto, a chi già usa deodoranti
di quel tipo di altre marche? O a
chi è scettico che un prodotto
antitraspirante abbia tutte
quelle virtù di solito tipiche di
spray meno aggressivi?
Il libro di Giuseppe Morici Fare
marketing rimanendo brave persone si presenta come il solito
(inutile) saggio con velleità so-
ciologiche e un po’ filosofiche
che alcuni esperti di marketing
sentono la necessità di scrivere
quando hanno successo. Ma
Morici, ex Procter&Gamble e
oggi dirigente della Barilla, abbina considerazioni sulla natura umana ad analisi di spot efficaci e alla dissezione di messaggi di comunicazione non
soltanto pubblicitari (Pretty
Woman fa buoni ascolti a ogni
replica perché ha copiato la
storia di Cenerentola, Avatar è
un plagio di Pocahontas). Noi
consumatori siamo sempre
diffidenti verso il marketing, ci
sembra una specie di truffa, un
modo per spingerci a comprare
qualcosa di cui non abbiamo
bisogno. Anche Giuseppe Morici era diffidente, poi ha visto
le quote di mercato di un prodotto triplicare in una settimana grazie al nuovo spot. E ha
capito che l’economia è fatta di
messaggi, oltre che di tecnologia e costi. Quello che si impara
dalle analisi di Morici è utile.
Primo: gli spot non germogliano nel vuoto, devono evocare e
richiamare tutto il sostrato cul-
turale dello spettatore (chi
l’avrebbe detto che dietro “Dove c’è Barilla c’è casa” c’era
Omero e Ulisse che torna a Itaca?). Secondo: le regole di base
sono semplici, devi convincere
il tuo potenziale cliente a comprare proprio il tuo prodotto,
togliendogli il dubbio di poterne fare a meno o che qualche
concorrente offra di meglio. Facile a dirsi, molto difficile da
realizzare. Perché, e questo è il
terzo spunto utile, la comunicazione razionale è soltanto
una parte del marketing. E una
parte residuale, visto che i
messaggi più potenti sono
quelli che parlano al “cervello
rettiliano”, quello che elabora
le emozioni. Per avere un po’ di
energia, il Pocket Coffee è meglio della Red Bull o di un
espresso? Lo spot non te lo
spiega, ma ti convince che gustarlo è un’esperienza irripetibile. Il libro di Morici non ci immunizza dall’effetto degli spot,
ma rende molto più interessante guardare le interruzioni
pubblicitarie in tv.
Ste. Fel.
UN GIORNO IN ITALIA MERCOLEDÌ 1 OTTOBRE 2014
il Fatto Quotidiano
Brevi
SPATUZZA ”RESPONSABILE DI 40 OMICIDI”
“Sono responsabile di una quarantina di omicidi,
chiedo perdono”. È quanto ha detto il collaboratore
di giustizia Gaspare Spatuzza, ascoltato in collegamento dal carcere nel corso dell’udienza a Milano
del processo a carico di Tutino, il presunto basista
della strage di via Palestro del 1993.
CROLLO A PORTICI UN MORTO E DUE FERITI
Un morto e due feriti. È il bilancio del crollo di un solaio alla stazione
ferroviaria di Pietrarsa-San Giorgio a Cremano, Portici (Na). Gli operai feriti sono zio e nipote di 42 e 46 anni. Il loro collega, Raffaele Di
Francesco, 56 anni non ce l’ha fatta ed è deceduto sul colpo. LaPresse
15
SANITÀ TICKET PIÙ CARI E ATTESA INFINITA
Ticket sempre più cari, tempi di attesa biblici e difficoltà di accesso alle cure. È il quadro della sanità
italiana fornito nella 17ma edizione del Rapporto
Pit Salute. A lamentare le liste di attesa è il 58,5%
dei pazienti, mentre i ticket sono in forte aumento
di piu' di 20 punti in percentuale rispetto al 2012.
Bimbo rapito a Torino, il papà
inventa: “È stato un rom”
DOPO AVER PERSO IL FIGLIO DURANTE UNA FESTA PATRONALE, UN UOMO DI 31 ANNI ACCUSA
FALSAMENTE UNO “ZINGARO”. ORA È LUI A ESSERE INDAGATO. LA REAZIONE SUL WEB: “CACCIAMOLI”
di Andrea
Giambartolomei
A
veva salvato il suo
bambino da un
tentato rapimento
fatto da un rom.
Era questa la versione che
Alex Giarrizzo, un operaio di
31 anni, aveva fornito ai carabinieri domenica pomeriggio a Borgaro Torinese, vicino
Torino. Ai giornali locali l’uomo aveva detto di aver perso il
bambino mentre erano distratti dalla festa patronale. E
aveva puntato il dito contro
un “nomade”, uno “zingaro”,
forse uno slavo. Tutto falso.
Ma lui aveva addirittura fornito altri dettagli.
Aveva raccontato che lui in
persona aveva ritrovato il figlio tra le braccia di un uomo e
l’aveva liberato dando un pugno al rapitore, che poi è scap-
pato facendo perdere le sue
tracce. Pure la moglie, davanti
alle telecamere di Pomeriggio 5
condotto da Barbara D’Urso,
aveva ricostruito la vicenda
nei dettagli.
ALCUNI PARTICOLARI però
non collimavano. Nonostante
la mobilitazione di un intero
paese, nonostante gli appelli
per trovare testimoni e immagini e nonostante il tam-tam
sui social network, un
tam-tam carico di odio per i
rom, nessuna telecamera aveva ripreso la scena. E così lunedì sera i carabinieri di Venaria Reale, guidati dal capitano Roberto Capriolo, e quelli del Nucleo operativo radiomobile del luogotenente Diego Mannarelli, hanno convinto Giarrizzo a parlare: “Ci dica
chi tra queste è la persona che
ha preso suo figlio”, gli hanno
chiesto mostrandogli delle foto segnaletiche. Giarrizzo ne
ha indicata una tra le tante, ma
era quella di un uomo in carcere da parecchio tempo e così, messo di fronte alle discrepanze del suo racconto, ha ammesso di essersi inventato tutto. Non c’è stato nessun rapimento da parte di nomadi, una
diceria detta sulla base della
leggenda urbana che li vuole
rapitori di bambini, sebbene
una ricerca fatta nel 2008 dalla
Fondazione Migrantes e
dell’Università di Verona abbia dimostrato come di 40 casi
di sparizioni e rapimenti avvenuti in Italia dal 1986 al 2007
nessuno fosse a opera di rom.
Il papà 31enne ha raccontato
ai carabinieri di aver inventato
questa bugia perché aveva
paura: mentre cercava il bim-
IL PRECEDENTE
Nel 2011 una ragazza
denunciò: “Due nomadi
mi hanno violentata”.
Così in molti diedero
fuoco a delle capanne.
Ma la storia non era vera
bo, che si era allontanato con
un amichetto, una donna gli
ha detto che i servizi sociali
glielo avrebbero sottratto e allora ha preferito dare la colpa
ad altri. Tuttavia ha peggiorato
la sua condizione: adesso
Giarrizzo è indagato per calunnia, simulazione di reato,
procurato allarme e abbandono di minore dal sostituto pro-
Un campo nomadi a Torino Ansa
curatore Giuseppe Drammis
della Procura di Ivrea e, se
condannato, rischia parecchi
anni di carcere.
QUESTA VICENDA però pote-
va finire pure peggio. In molti
su Facebook hanno commentato la notizia accusando i
rom: “Sono stati gli zingari?”,
chiede un’amica al fratello di
Giarrizzo. “Perché non ci leviamo dai coglioni questi zingari di merda”, scrive un certo
Paolo su una pagina dedicata a
Borgaro Torinese, mentre la
nonna di Giarrizzo, prima che
il nipote ammettesse lo sba-
glio, scriveva sulla sua bacheca: “Purtroppo in Italia si protegge chi non è italiano”. Già
qualche anno fa, a Torino, ci fu
una vicenda simile. Nel dicembre del 2011 una ragazza
denunciò ai carabinieri di essere stata violentata dai due
rom vicino alla Continassa,
nella periferia della città. Poche sere dopo, un gruppo di
persone, tra cui molti ultras
della Juventus, manifestarono
vicino a un accampamento e
diedero fuoco ad alcune capanne. Solo dopo aver saputo
questo la giovane ammise di
essersi inventata tutto.
16
ALTRI MONDI
MERCOLEDÌ 1 OTTOBRE 2014
Pianeta terra
il Fatto Quotidiano
LAMPEDUSA AL VIA IL FESTIVAL SABIR
Si apre oggi sull’isola il “festival diffuso delle
culture mediterranee”, promosso da Arci, Comitato 3 ottobre e Comune di Lampedusa. Incontri,
dibattiti, concerti e spettacoli fino a domenica.
Venerdì sarà il giorno del ricordo della strage
di un anno fa in cui persero la vita 368 migranti.
GERMANIA LUFTHANSA SENZA SOLDI, PILOTI SCIOPERANO
Quindici ore di sciopero, dalle 8 alle 23 di ieri, per i piloti della compagnia tedesca nello scalo di Francoforte. Lufthansa, in difficoltà economiche a causa della concorrenza delle compagnie low cost, non
riesce e pagare i pensionamenti anticipati. Ansa
Germania come Guantanamo
Violenze sui migranti con foto
SOPRUSI SEGNALATI IN TRE CENTRI PER RICHIEDENTI ASILO GESTITI DA AGENZIE PRIVATE
di Mattia
Eccheli
L
Düsseldorf
a Germania, spesso indignata per i
soprusi a danno
dei migranti in altri paesi europei, deve fare i
conti con uno scandalo maturato dentro casa, una faccenda grave, se qualcuno ha
paragonato i casi di maltrattamenti come quelli che si
sono registrati negli anni
scorsi a Guantanamo, la prigione cubana dedicata dagli
americani alla detenzione
dei terroristi catturati durante la guerra in Afghanistan prima e Iraq dopo. Foto
e video parlano chiaro. Un
immigrato in ginocchio,
presumibilmente già picchiato, accanto ad un materasso pieno di vomito che si
sente chiedere se “ne vuole
ancora”. Una foto che immortala un agente della si-
curezza che schiaccia a terra
un uomo legato, con le suole
delle scarpe. Il caso è esploso
con inaudita violenza ed è
subito arrivato fino al governo.
A farne le spese è stata immediatamente l'agenzia che
si occupava del servizio di
guardia in due dei centri dove sarebbero avvenute le violenze e che, a quanto pare,
aveva ingaggiato alcuni elementi con precedenti penali.
MESSICO La polizia spara:
45 studenti scomparsi
enerdì scorso erano
V
scesi in piazza a
Iguala, per protestare
contro
la
riforma
dell’istruzione, e per celebrare il 46esimo anniversario del massacro di Tlatelolco del 2 ottobre 1968:
300 giovani uccisi da
dall’esercito a pochi giorni dall’inaugurazione delle Olimpiadi di Città del
Messico. Per cinque giorni 58 studenti,
per lo più indigeni, sono scomparsi: 13
sono stati trovati ieri, sani e salvi. Non appena giunti a Iguala erano stati affrontati
da alcuni uomini armati, spalleggiati da
una ventina di agenti della polizia municipale che li avevano accusati di aver rubato i bus su cui viaggiavano. La discussione è degenerata e gli agenti hanno
aperto il fuoco contro gli studenti, che so-
no scappati. Alcune ore
più tardi ci sono stati altri
scontri: prima un commando armato ha sparato contro un gruppetto di
giovani che stavano raccontando l’episodio precedente ad alcuni giornalisti, poi un altro gruppo
di agenti ha sparato contro un pullman su cui
viaggiava una squadra di
calcio. Negli scontri sono
morte sei persone, due
studenti, due calciatori e
un tassista. Altre 25 risultano ferite. Secondo il
procuratore generale di Guerrero, Inaky
Blanco Cabrera il gruppo si sarebbe rifugiato
nella foresta, temendo altre azioni violente.
Tuttavia, le autorità sono intervenute sulla
vicenda solo dopo due giorni dall’accaduto.
Il governo federale ha inviato l’esercito. A
Guerrero altri studenti si sono scagliati contro i palazzi del governo, chiedendo di sapere
la sorte dei loro compagni.
Mariateresa Totaro
E così la Germania – inorridita per quello che accadeva a Lampedusa – adesso deve arrendersi ad un'evidenza
scomoda. Ma difficile da digerire. Le violenze sarebbero
state segnalate in almeno tre
diversi centri (a Burbach,
Essen e Bad Berleburg) per
richiedenti asilo del Nord
Reno Westfalia, il land più
popoloso ed a guida socialdemocratica.
L'ULTIMO EPISODIO riguar-
da due uomini della security
di 30 e 37 anni, ma di una
società diversa da quella
coinvolta fino a questo momento. I funzionari sotto osservazione per i loro comportamenti sono almeno una
dozzina. Lo scaricabarile sulle responsabilità è già cominciato e si delinea anche in
Germania il grande business
dell'accoglienza, perché i
centri costano ed i comuni
lamentano di non avere fondi e strutture a sufficienza. I
privati sopperiscono in qualche modo, naturalmente con
ricarichi e, a quanto pare, oltre i limiti della legalità. I politici assicurano che i colpevoli verranno perseguiti. La
polizia indaga ad ampio
spettro. Anche perché sull'onda dello scandalo non è
da escludere una serie di
nuove denunce. Come era
accaduto a Guantanamo o i
altri centri di detenzione, gli
aguzzini non intendono sottrarsi al sadico piacere di immortalare i loro soprusi. E le
Il centro rifugiati di Burbach, e nel riquadro, una delle foto incriminate LaPresse
IL GRANDE AFFARE
Le strutture costano
e i Comuni lamentano
di non avere fondi.
Gli appalti vengono
affidati a strutture
senza controlli preventivi
immagini circolate finora
sembrano già sufficientemente chiare: quelle che dovevano essere delle foto da
esibire come “trofei” si sono
rivelate un boomerang per
coloro che si erano fatti immortalare.
“SONO CRIMINALI all'ope-
ra”, ha accusato Ralf Jäger,
ministro degli interno del
Nord Reno Westfalia, dichiarando in una conferenza
stampa che ora tutto il personale verrà indagato, ordi-
nando ai funzionari di polizia di verificare tutti i 19
centri di accoglienza nella regione. “Non permetteremo
che le persone che sono venute qui in cerca di rifugio
dalle persecuzioni e dalla
guerra subiscano violenze”,
ha aggiunto.
È emerso che uno degli indagati aveva rilasciato un'intervista nella quale indicava
esplicitamente una “chiara
matrice di destra” in alcuni
dei propri colleghi. Anche
per questo è stato sollecitato
l'intervento ai più alti livelli
per verificare i curriculum
degli agenti ingaggiati dalle
diverse società.
Il governo ha fatti sapere che
si aspetta circa 200mila domande di asilo per quest’anno, la cifra più alta a partire
dai primi anni ‘90. Fino alla
fine di agosto, 99.592 persone avevano cercato asilo in
Germania, quasi il 60% in
più rispetto ai primi otto mesi del 2013.
Decapitate anche tre curde. Isis: “Obama sapeva”
PUNITE GUERRIGLIERE PESHMERGA. I SERVIZI NEL 2013 PARLARONO DELLA PERICOLOSITÀ DEI JIHADISTI. FALLA NELLA SICUREZZA DELLA CASA BIANCA
di Angela
Vitaliano
New York
L’
orrore dell'Isis non si
ferma e dopo il video
del giornalista inglese John
Cantile, in mano ai terroristi
da quasi due anni, diffuso Ieri, in cui si sente l'uomo, come sempre vestito di arancione, attaccare la strategia
americana in Iraq e Siria, arriva anche la notizia di altre
quattro decapitazioni. Si
tratta, questa volta, di miliziani curdi, fra cui tre donne,
fatti prigionieri durante i
combattimenti vicino alla
città siriana di Kobane. La
notizia è stata diffusa dalla
ong Osservatorio nazionale
per i diritti umani che ha anche riferito che le teste delle
vittime sono state esposte in
luogo pubblico nella città di
Jarablus.
Una situazione sempre più
critica che il ministro dell'interno britannico, Theresa
May, non prova affatto a “ri-
dimensionare”, ma anzi analizza in tutta la sua preoccupante portata. “L’Isis - ha
detto il ministro parlando dal
palco del congresso dei conservatori a Birmingham - potrebbe presto entrare in possesso di armi chimiche, biologiche o persino nucleari.
Questo è di fatto il primo vero e proprio stato terrorista al
mondo”. La May ha anche
aggiunto che “questa battaglia dovrà essere combattuta
per molti anni in futuro. La
lezione della storia ci dice che
Julia Pierson LaPresse
quando i nostri nemici dicono di volerci attaccare, lo vogliono fare veramente”.
Per Barack Obama, poi, l'Isis
sta diventando una grana
enorme anche a livello interno. Hanno innestato un
fronte polemico senza fine,
infatti, le sue parole durante
l'intervista rilasciata domenica alla trasmissione “60 minuti”, secondo cui, la responsabilità di aver sottostimato
la minaccia dello Stato Islamico e di aver sovrastimato
le potenzialità dell'esercito
iracheno sia da attribuire ai
servizi segreti.
I QUALI, PERÒ, non ci stanno
a prendersi colpe che, secondo dichiarazioni rilasciate in
forma anonima al New York
Times, non avrebbero affatto.
Secondo quanto riferito al
quotidiano, la Casa Bianca
avrebbe ricevuto dettagliati
rapporti sulla situazione già a
partire dalla fine dello scorso
anno e che non è possibile
che questi siano stati tenuti
“riservati”. I rapporti inviati
con regolare frequenza, secondo alcuni addetti ai servizi segreti, avrebbero ricevuto scarso rilievo dalla Casa
Bianca che non “gli avrebbe
prestato attenzione perché
erano occupati con altre crisi
e questa, semplicemente, non
era una priorità”.
L'armonia, se possiamo definirla così, fra l'amministrazione e i servizi segreti, peraltro, in questi giorni sembra del tutto persa. Proprio
ieri, Julia Pierson, capo dei
servizi, ha dovuto testimoniare di fronte alla commissione della Camera per chiarire le dinamiche delle due
intrusione che hanno interessato la Casa Bianca, fra cui
quella di Omar J. Gonzalez
che, armato di coltello, il 19
settembre, è riuscito ad arrivare fin nei pressi della residenza del presidente, superando, senza problemi, una
serie di stanze.
La terza “lezione”
dell’ostaggio inglese
PRESTATEMI ascolto” e “Messaggi del detenuto britannico
John Cantlie”. É l'ultimo drammatico video diffuso dall'Isis che
riprende l'ostaggio britannico John Cantlie. Cinque minuti e
mezzo in cui il giornalista 43enne, vestito con la stessa tuta
arancione (quella di solito indossata dai detenuti), è seduto a
un tavolo a chiedere agli Usa di smettere con i bombardamenti.
L'uomo critica la strategia dei raid contro l'Is e cita il discorso del
presidente americano Obama in occasione dell'anniversario
dell'11 settembre: “Con i raid non guadagnerete terreno” e la
campagna militare in Siria e Iraq, "non renderà l'Occidente più
sicuro”. Cantlie evoca lo spettro di un
nuovo Vietnam e
conclude il discorso
invitando gli spettatori a seguire il prossimo video. Nella
schermata del videomessaggio si vede
che sono previste almeno sette puntate.
Poi i terroristi decideranno della sua vita.
il Fatto Quotidiano
ALTRI MONDI
VENEZUELA ITALIANO UCCISO IN AGGUATO
Sei colpi di pistola al petto hanno ucciso Cristiano
Vecchiatini a Guarnare, in Venezuela, dove abitava dal 2006 . Due killer, poi scappati su una moto,
lo hanno freddato davanti alla sua famiglia: avevano suonato alla porta e non appena Vecchiatini
ha aperto, hanno fatto fuoco. Ansa
UCRAINA NATO: ”PRESENTI 20 MILA RUSSI”
La Nato denuncia: nonostante il ritiro di truppe restano 20 mila soldati russi sul fronte dell'Ucraina
orientale. E nel paese non si placano i bombardamenti nelle zone calde, a Donetsk e Lugansk: bilancio, un morto e due feriti. Intanto l’Unione europea ha confermato le sanzioni alla Russia. Ansa
di Cecilia Attanasio Ghezzi
L
Pechino
asciate che Hong
Kong si democratizzi per prima”. Ecco
uno dei tweet che
circolavano oggi nell'intranet
cinese. Riecheggia lo storico
motto con cui Deng Xiaoping
aprì quel periodo di riforme e
aperture che hanno portato la
Cina a essere quella che è oggi:
lasciate che alcuni si arricchiscano prima. In quegli stessi
anni Deng incontrava la Lady
di Ferro Thatcher per discutere
il destino di Hong Kong. Lei
minacciava: “Chi ha soldi e capacità lascerà immediatamente
il territorio e il collasso economico sarà irreversibile”.
Ma la storia le ha dato torto. Se
Shanghai negli anni Trenta era
considerata “la Parigi d'Oriente”, Hong Kong in mano agli
inglesi era divenuta “la piccola
Shanghai”. Un rifugio dei “nemici del popolo” che negli anni
Cinquanta scappavano dalla
Cina maoista e portavano con
se capitali, artigianato e cultura.
Negli anni Sessanta era già diventata un polo della manifat-
MERCOLEDÌ 1 OTTOBRE 2014
HONG KONG E MACAO, LA SFIDA
DELLE EX COLONIE ALLA MADREPATRIA
LA PARABOLA DEI RICCHI POSSEDIMENTI INGLESI E PORTOGHESI RIPRESI DA PECHINO
tura tessile mondiale e da allora
la sua economia, non ha fatto
altro che crescere. Nel 1997 il
pil era già 180 volte quello del
1961 e nel 2011 il pil pro capite
era più alto di quello degli Stati
Uniti, il 6° a livello mondiale.
Intanto il suo porto è diventato
uno dei più attivi del mondo e la
sua borsa una delle più fiorenti.
TUTTO QUESTO nonostante la
Repubblica si sia ripresa la colonia britannica nel 1997. L'accordo fu firmato nel 1984. Nella
Dichiarazione congiunta sino-britannica si concordò per
Hong Kong lo status di regione
amministrativa speciale “in tutti i settori ad eccezione della difesa e della politica estera”. E si
stabilì che la zona avrebbe man-
Kim tradito dal tacco “cubano”
tenuto il suo sistema economico capitalista e garantito diritti e
libertà ai suoi cittadini per altri
cinquant'anni. Cioè fino al
2047. Tali garanzie vennero
sancite dalla costituzione, la
legge fondamentale di Hong
Kong, che fu formulata sulla base del Common Law britannico.
Tuttavia, si specificò, quest'ultima sarebbe stata soggetta all'interpretazione del Comitato
permanente dell'Assemblea nazionale del popolo.
La stessa Assemblea che a luglio
ha decretato che Hong Kong
avrebbe avuto sì le prime elezioni a suffragio universale nel
2017, ma che si sarebbe potuto
candidare solo “chi amava la
Patria”, ovvero la Repubblica
popolare. Questa la miccia delle
proteste di questi giorni. Anche
perché 17 anni non sono bastati
agli hongkonghesi per abbandonare l'orgoglio di sentirsi diversi, in qualche modo superiori alla Cina propriamente detta.
Negli ultimi anni c'è chi addirittura ha comprato pagine di
giornali per lanciare campagna
contro le “cavallette” cinesi che
ora, forti di una ricchezza impensabile fino solo a qualche
anno fa, arrivano a frotte a fare
shopping nell'ex colonia.
“UN PAESE, DUE SISTEMI” è la
soluzione che ha consentito alla
Repubblica popolare di continuare a governare aree “speciali” come Hong Kong e Macao
(un'ex colonia portoghese) nonostante queste adottassero, a
causa della loro storia recente,
sistemi politici ed economici di-
versi. Entrambe infatti hanno
una sorta di Parlamento distinto e un governatore che chiamano amministratore delegato. Ed
entrambe sono tra le economie
più liberiste del mondo nonostante sulla carta facciano parte
del “socialismo di mercato” cinese. Anzi. Ormai sono stretta-
Le manifestazioni a Hong Kong
e lo skyline dei casinò di Macao
LaPresse/Ansa
mente correlate. Macao vive di
turismo e di gioco d'azzardo attirando milioni di cinesi. E
Hong Kong di finanza. E ormai
circa il 60 per cento del valore
della borsa di Hong Kong dipende da imprese cinesi. Oggi
Hong Kong è di fatto il ponte tra
la Cina e il resto del mondo per
quanto riguarda il commercio
e, ancor più, la finanza.
Nonostante la nuova Zona economica speciale di Shanghai si
appresti a fargli concorrenza, se
oggi Hong Kong dovesse perdere la sua reputazione di hub della
finanza mondiale, la moneta cinese potrebbe perdere ogni speranza di competere direttamente con il dollaro. Per questo la
Cina è spaventata. E al di là della
richiesta di democrazia, le manifestazioni degli ultimi giorni
hanno di fatto bloccato la città.
Anche economicamente. Tanto
che l'autorità monetaria di
Hong Kong, di fatto la sua banca centrale, si è dichiarata pronta “a iniettare liquidità nel sistema bancario qualora si rendesse
necessario”.
FEDE POLITICA
Suicidi di massa in India
dopo l’arresto di “Mamma”
l’amata ministra-ladrona
di Carlo
Pizzati
Chennai (Tamil Nadu)
lmeno 16 persone si sono suicidate
A
dandosi fuoco, impiccandosi o gettandosi sotto i pneumatici degli autobus
DOPPIA FRATTURA ALLE CAVIGLIE
Il “tacco cubano”, ovvero interno alle calzature, ha
tradito Kim Jong-un, leader della Corea del Nord,
costretto a sottoporsi a un doppio intervento alle
caviglie. La sua assenza dagli eventi pubblici, da un mese
aveva dato vita alle ipotesi più disparate Ansa
DIVERSITÀ DIFESE
Con lo slogan “Un paese,
due sistemi” il regime
comunista ha mantenuto
il valore economico
del porto “britannico”
e della città-casinò
17
in Tamil Nadu, nel sud dell’India. Decine di attacchi cardiaci, studenti che si
cospargono di benzina, donne che si
strappano i capelli urlando come antiche prefiche tra le strade già infuocate
dalle rivolte, gli autobus carbonizzati e i
continui scontri tra partiti politici, in
questo stato con 60 milioni di abitanti.
La reazione dei suicidi è un caso di isteria collettiva, così com’è accaduto in
passato durante i Mondiali in Brasile e
com’è già successo proprio in Tamil
Nadu alla vigilia del Natale dell’87,
quando 30 seguaci si suicidarono per la
disperazione alla notizia della morte del
loro leader, il Chief Minister ed ex divo
del cinema noto con la sigla “Mgr”. La
protesta nasce per l’arresto a sorpresa,
nel weekend, della governatrice dello
stato, la Chief Minister Jayalalitha (ex at-
trice ed ex amante di Mgr), condannata per arricchimento illecito
e frode. La pena per “Amma”
(Mamma, com’è chiamata dai sostenitori) è 4 anni di carcere che
sta già scontando, anche se con tutta
probabilità uscirà presto su cauzione ed
ha già nominato un uomo di fiducia alla
guida del Tamil Nadu.
LA COLPA DI “AMMA” è di aver accumulato case e terreni tramite 32 società diverse e d’aver acquisito, tramite
decine di parenti-prestanome dell’amica del cuore Sasikala, immense proprietà per il valore di 10 milioni di euro in
tutto il Tamil Nadu, oltre a lingotti
d’oro e una sontuosa collezione di sari.
Com’è possibile che accada una cosa del
genere nella New India presentata l’altro ieri al Madison Square Garden di
New York come una potenza moderna
e aperta, dal premier Narendra Modi?
Il Tamil Nadu è un caso tutto speciale.
Jayalalitha, già responsabile da giovane
dell’ufficio propaganda del suo partito,
Jayaram Jayalalitha LaPresse
da anni costella il ciglio delle strade con
le sue ossessionanti e spesso ridicole gigantografie, che la ritraggono anche avvolta in uno scuro mantello anti-proiettile che le ha fatto guadagnare il soprannome di Batwoman. Il suo faccione
tumido e serafico perseguita gli automobilisti dello Stato da anni. La sua presa sul potere e sulla psiche del popolo
dravidiano del Tamil Nadu è profonda
così come lo è sulle tasche dei tanti elettori che ricevono spesso qualche indispensabile regalino nel periodo elettorale. Dietro la condanna, qualche dietrologo vede la longa manus del partito
di Modi, il Bjp. La parziale uscita di
scena di Jayalalitha potrebbe creare opportunità anche se, come dimostrato da
questi suicidi, la presa sull’elettorato è
sempre forte e difficilmente espugnabile.
18
il Fatto Quotidiano
MERCOLEDÌ 1 OTTOBRE 2014
PRINCE: ECCO IL NUOVO DOPPIO
ALBUM TUTTO DA ASCOLTARE
Doppio album per Prince. Uno più
rilassato ed elegante, suonato con Joshua
Welton, l’altro, più rock realizzato con
la band femminile “3rdEyeGirl”
MAGLIA JUVE VIETATA AL BIMBO,
L’ATALANTA PROVA A RIMEDIARE
NON SOLO ROMA: MUTI E LO SCIOPERO
DELL’ORCHESTRA DI CHICAGO
Uno steward ha impedito a un bambino di
entrare in tribuna con la maglia bianconera. Il
club bergamasco invita la famiglia allo stadio,
ma il papà rifiuta: motivi di privacy
SECONDO
Il maestro Muti è inseguito dagli scioperi: dopo
l’Opera di Roma, i musicisti della Chicago
Symphony Orchestra, della quale è direttore
musicale, scioperano da sabato 20 settembre
TEMPO
SPETTACOLI.SPORT.IDEE
THOM YORKE L’anti-Spotify:
il disco è mio e lo vendo io
di Guido Biondi
ecidivo. Il 10 ottobre 2007, poco dopo la scadenza con
R
il loro contratto con una multinazionale – la Emi –
i Radiohead di Thom Yorke spiazzarono critica e pubblico
Il governatore della California, Jerry Brown, per arginare il fenomeno degli stupri nei college, ha varato la legge “Yes means yes” LaPresse
“Sì e ancora sì”: così
il sesso non è stupro
IL TESTACODA DELLE NUOVE REGOLE DI COMPORTAMENTO NEI CAMPUS USA
S
di Elisabetta
Ambrosi
cena n.1: il ragazzo si avvicina alla ragazza semisvestita
e sorridente, sta per toccarla
ma accanto al letto vede una
bottiglietta che non riesce a
identificare. “Oddio, e se fosse una birra? Allora mi fermo. Ma no, forse è un crodino (Signore fa che sia un
crodino), allora mi butto”.
Nella paralisi decisionale
l’erezione viene meno e tutto
finisce.
SCENA N. 2. Un ragazzo am-
micca disteso, mentre tutto il
suo corpo esprime con eloquenza il suo consenso a proseguire. Eppure la ragazza
continua a frugare nervosa i
pantaloni. “Magari ha preso
un tavor, magari si è fatto una
canna, allora non posso”. Così, mentre l’amico attonito
grida “lo vogliooooooo” lei
decide di non rischiare, e
prende la fuga.
Scene di questo tipo saranno
sempre più frequenti, d’ora
in poi, nei campus universitari californiani e forse presto
statunitensi. Perché il sesso
non sia stupro, infatti, non
basterà l’assenza di un no
esplicito – la declinazione californiana di “vedi d’annattene,
stai a sgravà, stai fori coll’accuso,
plachete, nun t’arrapà, accanna i
giochi” etc– ma un politicamente corretto “Sì, lo voglio”.
A stabilirlo il provvedimento
SB 967, chiamato Yes means
yes, del governatore della California Jerry Brown. Secondo il quale d’ora in poi ogni
attività sessuale all’interno
delle università, per non essere tacciata di violenza, dovrà presupporre un “consenso esplicito, consapevole e
volontario”, che potrà essere
anche un consenso non verbale anche se, specifica il testo, “la mancanza di protesta
o di resistenza non significa
consenso, né tantomeno il silenzio”. Di più: il consenso
potrà essere revocato in qualsiasi momento – anche sul
più bello – ma soprattutto
non vale se la persona con cui
si vorrebbe fare sesso è addormentata o inconsapevole,
oppure influenzata da droghe, alcol o medicine”.
Va detto che negli Stati Uniti
i campus stanno diventando,
stando alle denunce, luoghi
di ammucchiate tra impasticcati e ubriachi. Oltre a coinvolgere oltre cinquanta università, tra cui la Columbia,
Harvard, Yale, Princeton,
Dartmouth e Florida University, alcune delle quali sotto
inchiesta, la situazione è così
grave (una studentessa su
cinque e uno studente su sedici subiscono violenza) che
il Congresso Usa ha approvato il Campus Sexual Violence
Elimination Act per obbligare
le università a fornire cifre su
violenze e stalking. E lo stesso
Obama ha nominato una vera e propria task force, che sul
sito Not Alone.gov ha pubblicato una guida poderosa per
chi ha subito violenza, dove
vengono forniti numeri di telefono e moduli da compilare, più un impressionante
elenco di associazioni antiviolenza, uffici e programmi
di prevenzione.
MA ALLORA c’era davvero
bisogno del Yes means Yes, che
più che rientrare nel filone
delle cosiddette “affirmative
action” tanto care al dibattito
americano (ad esempio posti
riservati nei concorsi a minoranze o categorie speciali),
sembra espressione della mania di regolare tutto, sesso
compreso? Sì, secondo le
femministe e le rappresentanti delle associazioni studentesche, no secondo commentatori di giornali come il
Los Angeles Time o il Time o
associazioni come la National Coalition For Men (che
grida alla rovina di tantissimi
YES MEANS YES
Secondo la nuova legge
californiana il consenso
deve essere consapevole
e volontario. Niente
droghe né alcol. “E se
mi faccio tatuare yes”?
uomini, cui spetterà l’onere
della prova, un po’ come
quando ti arriva la raccomandata dell’Agenzia delle entrate). E poi basta farsi un giro
tra i commenti dei principali
siti statunitensi per capire gli
esiti grotteschi dello slogan
“Un sì è un sì, tranne che sotto droga, medicine o alcol”:
“Ma se lei beve un whisky e
dice sì è sì, se ne beve due è
con l’annuncio della vendita online di In Rainbows, settimo
album ufficiale, con offerta libera sul prezzo.
È stata vera rivoluzione: lo
“zoccolo duro” dei fan comprò l’album pagandolo una
media di 5 dollari destinando al gruppo tutto il ricavato
del loro lavoro senza più intermediari. Atteggiamenti
da freak? La rete ne parlò per
mesi con il risultato di creare propellente per diventare
– nuovamente – avanguardia pura nella storia del rock
e dell’industria musicale.
Tomorrow’s Modern Boxes è –
invece – il secondo disco solista di Yorke, dopo l’acclamato The Eraser del 2006; è
stato pubblicato il 26 setThom Yorke, 45 anni Ansa
tembre con uno scarno e
inaspettato annuncio sul
suo profilo twitter. Otto brani e un video contenuti in un
unico file scaricabile a pagamento (6 dollari) su Bittorrent,
il portale più “frequentato” da ogni internauta a caccia di
musica e film, spesso illegali.
QUARANTAMILA download in meno di due ore (a oggi sfio-
rano il mezzo milione) è il primo bilancio dell’esperimento –
secondo le parole dell’artista – “per capire se può funzionare
questo nuovo metodo senza nessun altro attore all’infuori
del titolare dell’album”. Con un pensiero agli emergenti, a
chi non può entrare nell’ormai effimero circuito della major
multinazionali con hit preparate a tavolino. E un sorriso
beffardo rivolto a Bono e al suo gruppo – gli U2 – scottati da
una operazione di marketing grossolana, tornata indietro al
mittente come un boomerang. La Apple, infatti, su pressione
degli utenti irritati di essersi trovati il disco della band irlandese nella libreria personale di iTunes, hanno preteso una
pagina “tutor” con le indicazioni per rimuovere il disco non
desiderato. Tanto è “embedded” la band di Bono – completamente complice e succube del colosso Apple –, tanto è
libero il folletto dei Radiohead, ancora una volta capace di
sovvertire le regole e seguire il puro istinto artistico.
no?”. “Dovrò scavare nella
sua interiorità?”. “E se sono
tutti e due ubriachi, di chi è la
colpa?”. “E se lei mi dice sì,
ma lì sotto è tutto asciutto,
sarà un diniego non verbale?
Ma se quando lei è ubriaca e
vuole fare sesso non è consenziente, allora perché se lui
è ubriaco e vuole fare sesso è
uno stupratore se lei non ci
sta? E se uno studente ubriaco uccide qualcuno e poi fa
sesso, potrà essere dichiarato
colpevole dell’uccisione ma
non consenziente al sesso?”.
“Ma Freud non diceva che
per fare sesso bisognava aggirare la coscienza?”. “E come
la mettiamo col pentimento
della mattina dopo?”. “Ma se
mi faccio tatuare yes sulla
panza va bene?”.
Nel frattempo, mentre c’è chi
si è inventato un’app anti stupro per i college o smalti spe-
ciali per capire, infilandoci il
dito, se il drink che qualcuno
ti offre è stato drogato, le università si stanno dando da fare per cercare di spiegare che
“chiedere il consenso è sexy”.
Niente banale “Wanna have
sex?”. Meglio frasi come “I’ve
got the ship. You’ve got the
harbor. Can I dock for the night?” (Io sono la nave, tu il porto, posso attraccare stanotte?),
anche se gli effetti sull’eccitazione non sono ancora
chiari. Intanto qui, in Italia,
possiamo consolarci. Perché i
nostri studenti non si impasticcano e non si ammucchiano? Macché. Ma siccome le
residenze universitarie non ci
sono, e stanno tutti infilati in
stanzette in nero a cinquecento euro al mese, non è un
affare pubblico. Però, almeno, per fare sesso non serve il
modulo.
SECONDO TEMPO
il Fatto Quotidiano
L’attrice
MERCOLEDÌ 1 OTTOBRE 2014
19
Monica Guerritore
“Alda Merini come Vasco: canto
la più grande poetessa rock”
di Camilla
Tagliabue
A
lda Merini è una
rockstar, “travolgente e potente
come Vasco Rossi,
o Franco Battiato”: parola di
Monica Guerritore che, insieme a Giovanni Nuti, sta per
portare in scena Mentre rubavo la vita…!, uno spettacolo
musicale su testi della poetessa. “In un’epoca di cover e di
jingle ripetitivi e monotoni,
abbiamo deciso di allestire un
concerto forte, con canzoni
inedite scritte da Nuti sui versi della Merini: non si troveranno rime baciate, non sarà
un reading né un’ingessata
lettura al leggio né una pièce
teatrale in forma di amarcord. Sul palco Merini riprende vita, con tutta la sua
passione incandescente, le
sue contraddizioni, i suoi tormenti, la sua femminilità
bruciante, la sua sensualità, la
sua dolente personalità”.
È LA PRIMA volta che l’attrice
affronta un concerto e si esibisce come cantante pura: è
stato Nuti a volerla in scena
per interpretare la protagonista. “L’ho trovata perfetta per
questo difficile e intenso ruo-
lo”, spiega il musicista e cantautore che ha lavorato con
Alda Merini per 16 anni, mettendo in musica le sue poesie.
“Tra me e Alda c’è stato un
lungo “matrimonio artistico”,
come lo chiamava lei: era una
donna ipersensibile, spesso
indossava una corazza per difendersi dal mondo. Poi, però, quando si scioglieva ritornava bambina, era dolcissima.
Ci telefonavamo tutte le mattine, e mi diceva: ‘Se non mi
senti arrabbiata vuol dire che
c’è qualcosa che non va’... Per
me, lei resta la più grande
poetessa del Novecento, con
un eccezionale talento musicale, oltre che letterario. Dal
nostro sodalizio è nato un nutrito repertorio di canzoni,
scritte da lei apposta per me, a
cui ora si aggiungono pure alcuni scritti originali di Monica. Mettiamo in scena poesie che scuotono: un viaggio
dell’anima che tutti possono
esperire, che tutti percepiscono, anche chi non è abituato a
leggere versi o raramente entra in libreria. Quest’estate
abbiamo fatto alcune date in
anteprima a Napoli, ad Asti e
alla Versiliana: è stato ovunque un successo; il pubblico
era entusiasta, commosso e
LA COPPIA
Monica
Guerritore e Giovanni Nuti
“Non c’è una trama”, spiega
lei, “ma un intreccio di fili
rossi, di temi cari alla poetessa: il conflitto tra sacro e profano, Dio e corpo, paillettes e
stracci, passione e dolore...
Non l’ho conosciuta personalmente ma, come interprete, e come donna, la percepisco: sul palco non fingo una
improbabile immedesimazione con lei; porto le sue qualità
femminili, la sua psicologia
cangiante, la libertà e la mutevolezza di colei che si sen-
UN VIAGGIO
MUSICALE
Con Giovanni Nuti
facciamo un concerto:
canzoni inedite scritte
da lui sui versi della
scrittrice. Non troverete
rime baciate o letture
ingessate al leggio
contento allo stesso tempo”.
Il debutto ufficiale sarà al Teatro Vittoria di Roma il 9 ottobre; poi seguirà una lunga
tournée a Milano, Genova,
Rimini e Lugano: sul palco,
oltre a Guerritore e Nuti, ci
saranno una band (Stefano
Cisotto, Massimo Ciaccio,
Daniele Ferretti, Massimo
Germini, Sergio Pescara e Simone Rossetti Bazzaro) e i video di Lucilla Mininno e
Mimma Nocelli, che firma la
regia. La drammaturgia, invece, è curata dalla stessa attrice:
FORZA
E PAROLE
Porto in scena la sua
femminilità, la sua
psicologia cangiante,
la libertà e la mutevolezza
di chi si sentiva bestia
e tempesta, notturna
e delicata insieme
tiva bestia e tempesta, notturna e delicata insieme. Dobbiamo rompere con il cliché del
poeta esangue e svenevole, togliere alla poesia quell’aurea
di santità che l’allontana dalla
vita”.
COME ORFEI contemporanei,
i due autori credono fermamente che la poesia non sia
un’arte da far ammuffire tra le
pagine dei libri, ma materia
viva, febbricitante, da far risuonare e cantare perché
“tocca le corde interiori, e ha
la forza e l’attualità delle canzoni rock”. Il concerto non si
configura, pertanto, come un
omaggio postumo alla Merini
che fu (di cui ricorreranno i
cinque anni dalla morte il
prossimo primi novembre),
ma sarà un “tradimento fecondo” che riporta in vita i
versi, e la carne, della grande
artista: “Non abbiamo imbastito uno spettacolo-cartolina, né facciamo una celebrazione con la bara. Il teatro si fa
con il corpo a corpo, non con
il copia e incolla di parole, pur
belle e preziose”. E “allora il
miscuglio delle voci/ scenderà
fino alle nostre carni,/ a strapparci il gemito oscuro/ delle
nascite ultraterrestri”.
20
SECONDO TEMPO
MERCOLEDÌ 1 OTTOBRE 2014
il Fatto Quotidiano
LA MOKA SI METTE
IN MOSTRA
Roma, Palazzo Ruspoli,
fino al 12 ottobre
ARTE
Storia d’Italia
con la Moka sul gas
IN MOSTRA LA MACCHINETTA CHE HA CAMBIATO
GLI ITALIANI (E CHE ORA RISCHIA DI MORIRE)
di Carlo Di Foggia
N
el declino industriale italiano, il
genio si specchia.
Le versioni differiscono, ma forma e materiali
non sono cambiati: la Moka è
sui fornelli da più di ottant'anni.
Dopo Milano, anche Roma (alle
scuderie di Palazzo Ruspoli) celebra un prodotto delle vallate
IL FUMETTO
industriali dell’Ossola – Piemonte del Nord – che ha conquistato il mondo, e ora si costruisce in Romania mentre la
storica Bialetti è ormai bresciana e tenta una riconversione
verso il redditizio mercato delle
capsule da caffè.
In quella che fu la creatura di Alfonso Bialetti c’è il dna dei grandi marchi storici italiani entrati
nel mito: l’officina in provincia,
di Stefano
Feltri
Solo l’usuraio sa
tutti i tuoi segreti
L’USURAIO VOL. 1 - 2
di Shohei Manabe, Planet Manga, 224 pagg., 4,50 euro cad.
Puoi mentire a tua moglie, agli amici, al fisco.
Ma non all’usuraio. La Buy buy Finance di Kaoru Ushijima si occupa dei clienti “non bancabili”, disperatamente bisognosi di soldi ma
considerati troppo inaffidabili per le banche
normali e perfino per le spregiudicate finanziarie. Ushijima presta a tutti, con un sistema
infallibile: promette finanziamenti da un milione di yen (circa 7.500 euro), ma in realtà si
comincia con soli 50 mila. Se dopo una settimana il debitore li ha restituiti con un tasso di interesse del 50 per
cento, allora ne avrà altri. L’effetto valanga è inevitabile, non si
salva nessuno. “L’usuraio” di Shohei Manabe è un manga spietato,
che ha tutto il fascino di serie come Gomorra, con quella violenza
così efferata e gratuita da risultare magnetica per noi che invece ci
ostiniamo a vivere in un mondo regolato da leggi diverse da quella
del più forte. Come in Gomorra, le punizioni per chi non si sottomette sono terribili: torture, ossa rotte, istigazioni al suicidio. Ma
il fascino de “L’usuraio” non è tanto nel racconto delle dinamiche
criminali, quanto nella possibilità che offre di spiare i vizi e le bassezze della società giapponese. Al centro c’è l’ossessione per il
pachinko: la versione nipponica delle slot machine, si introduce
l’intuizione geniale e un figlio
che raccoglie l’eredità, trasformandola in un oggetto di culto.
La caffettiera dell’omino coi
baffi deve il suo funzionamento
alla “bollitura” dei panni delle
donne di Omegna – anno
1933 (quello dell’Africa italiana che produce caffè) –, e
la sua fortuna a Renato Bialetti, il figlio che intuì prima di
tutti la portata rivoluzionaria
del tubo catodico e degli investimenti pubblicitari. Se in dieci
anni Alfonso ne vende solo 70
mila pezzi, la commercializzazione di fine anni 50 – quando
dalla matita di Paul Campani
nasce uno dei più noti protagonisti di Carosello (liberamente
ispirato proprio a Renato) –
proietta il marchio nell’immaginario collettivo. Con il ritornello “Eh sì, sì, sì... sembra facile
fare un buon caffè” i primi spot
– gennaio 1958 – entrano nelle
case degli italiani. L’omino coi
baffi, tra brevi indovinelli e quiz
musicali, dimostra l’assioma
che una sola cosa è facile da indovinare: come preparare un
ottimo espresso con la Moka.
L’impatto sul fatturato è enorme: in breve tempo sostituisce i
rivali e macina miliardi di lire.
In numeri, fanno 200 milioni di
esemplari e un mito segnato
dall’ingresso della caffettiera
piemontese ottagonale nella
collezione permanente al Mo-
TEATRO / ARTE
di Camilla
ma di New York e al design museum di Milano. Nel giro di poche decadi i vecchi sistemi vengono archiviati, dalla caffettiera
in terracotta a quella francese a
infusione (il sistema Melior, inventato del 1947), la Bialetti
pensiona anche la napoletana
elettrica Ape e la torinese helvetik, bloccando l’arrivo in Italia del metodo americano, quello del bollitore con filtro, e del
“caffè lungo”. Quella di Roma è
la seconda tappa di un cammi-
Tagliabue
Chiacchiere e iPod,
lo spettacolo è qui
© 12 Parole 7 Pentimenti
Milano, Teatro i, fino al 4 ottobre
PIÙ CHE UNO spettacolo è un esperimento sociale, crudele e spiazzante: Rubidori Manshaft ha carpito a tradimento
stralci di dialoghi tra comunissimi mortali,
ignari di essere registrati; poi li ha rimontati
in quattro tracce tematiche (Sesso, Amore, Morte, Denaro), li ha salvati su quattro
iPod collegati a quattro cuffie e ha dislocato gli iPod in quattro diversi luoghi. Da
qui inizia la messinscena, fruibile da 16
“spettatori” alla volta, divisi in quattro
gruppi, itineranti tra le quattro postazioni
audio e spediti a casa con chiavetta usb per
godersi il cortometraggio finale.
“12 Parole 7 Pentimenti”, prodotto da un
ensemble svizzero, è ospite del milanese
Teatro i che, per festeggiare i 10 anni di
attività in Conca del Naviglio, ha inaugurato la stagione con “Città Balena”, un
PATRIMONIO ALL’ITALIANA
progetto di teatro diffuso nel quartiere, su
palcoscenici inconsueti come il bancone
del bar, il negozio di antiquariato, un’auto
parcheggiata, la sala d’attesa del veterinario… Il connubio tra la performance
multimediale e gli spazi cittadini è felice e
fecondo, un’esperienza curiosa di teatro
solipsistico, un viaggio dell’immaginazione a piedi e con le cuffie, come sempre se
ne fanno sull’acciottolato urbano: eppure
i file non contengono musica, ma le
chiacchiere rubate ai colleghi umani, che
ciarlano di sesso come al mercato del
pesce, di amore come sofferenza, di morte come commedia, di denaro come latrocinio. “L’accaduto altrui diventa specchio e banalità del proprio accaduto”,
spiega l’autrice, e nel riflesso balenano i
mostri: chi brucerebbe i barboni, chi preferirebbe drogarsi anziché innamorarsi,
chi “si accorge di avere dei figli quando
sono morti”… Alla fine, vien voglia di tor-
di Tomaso
nare alla playlist preferita, incappucciandosi e isolandosi nelle proprie cuffiette
auricolari, anche solo per non sentire il
terribile blablabla altrui: tutti parlano di
niente e non c’è nemmeno un Mercuzio
cui dire: “Basta”.
Montanari
Siena, musica per il “for profit”
una sfera di metallo in una specie di flipper senza comandi e si
spera che cada nella direzione giusta accumulando punti, non è
richiesta alcuna abilità. La dipendenza che genera è fatale, enormi
i capitali necessari per giocare ancora fino a sperare di rifarsi dalle
perdite. Un episodio è dedicato a una giovane impiegata che deve
rivolgersi all’usuraio perché non osa tenere uno stile di vita diverso
da quello delle colleghe, tra vestiti firmati e ristoranti costosi (l’affermazione dell’individualità non è necessariamente un valore
nella società giapponese). L’usuraio non ha scrupoli, considera il
suo operato una forma di ecologia sociale, anche quando costringe la madre di un suo collaboratore a prostituirsi per pagare i debiti
da pachinko. “L’usuraio” non è una lettura rilassante, un po’ di
empatia con le vittime dello strozzino è inevitabile, e non si intravede alcuna possibilità di riabilitazione. Ma Shohei Manabe è
un autore col gusto del racconto sociologico e un tratto nel disegno
affilato e violento, che rende impossibile arrestarsi nella lettura.
no che ne celebra l’ottuagenario. Un percorso in quattro parti nella storia, dalla pianta alla
miscela araba (che Papa Clemente VIII a fine ‘500 rifiutò di
dichiarare “bevanda del diavolo”, spalancandogli le porte
dell’Europa) alla tazzina, fino
all’evoluzione della
specie: le eredi Dama e
Break, dalle forme più
arrotondate, lontane
dallo stile art déco
dell’antenata. A cui il
tempo non ha intaccato il fascino, ma ridotto i margini. Design e ricerca provano a
sopravvivere all’uscita di scena della dinastia: il brevetto della
valvola di sicurezza
(che non si ottura
mai), per dire, rimane
italiano. Il resto è stato delocalizzato e si vive dei fasti del passato. L’ultimo passaggio è il matrimonio col gruppo Rondine
(pentole d’alluminio). Ora
l’azienda dell’omino con i baffi
è entrata nella black list della
Consob delle società in precario
equilibrio finanziario e non ne è
mai uscita. L’azionista di maggioranza lotta con le banche per
tenere in piedi il gruppo che vede come socio di minoranza anche Diego Della Valle.
©Siena
Accademia Musicale Chigiana
L’ACCADEMIA Musicale Chigiana è una delle istituzioni più
importanti di Siena, e non solo
per la musica, vista l’estensione
e la qualità delle sue collezioni
d’arte. Ma in queste ore è anche
il campo di battaglia in cui il nuovo presidente della Fondazione
del Monte dei Paschi (che per
tradizione presiede anche la Chigiana), Marcello Clarich, combatte le sue prime scaramucce. E
non è un bell’avvio, almeno a leggere i giornali e i blog senesi, oltre a un’interrogazione parlamentare presentata dalla Lega
Nord. Senza ancora essere formalmente insediato alla Chigiana, Clarich ha convocato i consiglieri d’amministrazione nominati dalla Fondazione, e ne ha
chiesto privatamente le dimis-
sioni. A questi colloqui era presente Giovanna Barni, membro
del cda della Fondazione Monte
dei Paschi. Nonché figlia dell'ex
sindaco di Siena, Mauro, e sorella di Monica, attuale rettora
dell’Università per Stranieri di
Siena: istituzione che nomina un
suo rappresentante nella Fondazione. Ma perché Giovanna Barni si occupa della Chigiana? Perché Clarich ha individuato nella
(Giovanna) Barni la sua più promettente proconsola nel prossimo cda della Chigiana: una nomina che determinerebbe un
inestricabile intreccio di influenza familiare, potere bancario,
controllo sulla cultura. Già, per-
ché Giovanna Barni è anche la
presidente di Coopculture, che
nel 2012 ha avuto un fatturato di
quasi 39 milioni di euro, ed è la
più grande cooperativa sul mercato del patrimonio culturale nazionale, gestendo, tra gli altri, i
Musei comunali di Venezia, la biglietteria del Colosseo e l’Opera
del Duomo di Siena, insieme ad
una controllata di Civita. Ora,
mettere nel cda della Chigiana
(che possiede 12.000 opere
d’arte mobili) la presidente di
un’impresa for profit che organizza mostre e gestisce musei
vuol dire costruire a tavolino le
condizioni per un monumentale
conflitto d’interessi. Se a questo
si aggiunge l’agonia del Santa
Maria della Scala e la trasformazione della Fondazione Musei
Senesi nel gestore unico della
cultura in città e in provincia, il
quadro è chiaro: la privatizzazione è alle porte.
SECONDO TEMPO
il Fatto Quotidiano
MERCOLEDÌ 1 OTTOBRE 2014
21
FABIO FAZIO
conduce l’undicesima
stagione di “Che tempo che fa” LaPresse
ONDA SU ONDA
IL PEGGIO DELLA DIRETTA
Caro Renzi, un consiglio:
legga subito Guglielmi
di Loris Mazzetti
enzi in tv è intervenuto
R
sulla Rai rispondendo alla domanda di Fazio su come fare ad ave-
re un servizio pubblico indipendente dai partiti: “Sono interessato alla
Rai come progetto culturale non sono interessato alla Rai dei partiti”.
Replica del conduttore: “Perché la
Rai non sia in mano ai partiti bisogna però occuparsene”. Questo è il
nocciolo del problema al di là delle
lapalissiane frasi che durano il tempo della battuta. I partiti sono all’interno dell’azienda per legge. L’azionista di maggioranza è il ministero
del Tesoro (Economia) che nomina
un consigliere e suggerisce il nome
sia del presidente che del dg, mentre
gli altri componenti del cda sono
nominati dalla Vigilanza, cioè dai
partiti. Il cda Rai rappresenta in fotocopia il rapporto di forza in parlamento. Solo una nuova legge di riforma può far uscire i partiti dalla
Rai. Renzi, come i suoi predecessori,
che interesse avrebbe a modificare
lo stato attuale essendo lui la proprietà? È uscito un libro scritto da
Angelo Guglielmi, il mitico direttore di Rai 3 e non solo, e Angelo Balassone che lo affiancò come vice tra
il 1987 e il 1994: Finalmente la Riforma
della Rai! (Bompiani, 11 euro), che
dovrebbe essere letto da tutti gli
utenti del servizio pubblico, da Ren-
zi e soprattutto dal fido Giacomelli che nel governo detiene la
delega alle Comunicazioni. Il sottosegretario è colui che dovrebbe
partorire la riforma. Il libro dà risposta alle domande di chi pensa che il
“problema” non sia più rinviabile.
AL SERVIZIO pubblico dovrebbero
rimanere due reti generaliste: una finanziata dal canone e una dalla pubblicità “con netta distinzione tra
identità e missione”, quella finanziata dal canone dovrebbe prevedere “la
ricostruzione dell’intero campo
dell’emissioni locali” attraverso un
accordo pubblico-privati. Renzi, se è
veramente disinteressato a fare il padrone della Rai, dovrebbe rilanciare
il servizio pubblico renderlo esempio di pluralismo, non solo informativo, ma sociale, religioso, un luogo
di rispetto delle idee, impedendone
quella manipolazione che ha caratterizzato l’era Berlusconi, in particolare gli anni dopo l’approvazione
della legge Gasparri, più volte condannata dall’Unione europea. Guglielmi e Balassone sostengono che
“il metodo, obbligato, è quello di osservarci rispetto a quegli altri paesi
con i quali abbia senso confrontarci”
come Francia e Gran Bretagna. Uno
sguardo sul servizio pubblico attraverso le “sue complesse problematiche di lavoro”. Detto alla Guglielmi:
“La Rai è parte di tutto”.
Che tempo che Fazio,
l’anno d’oro del tritatutto
di Nanni Delbecchi
uesto potrebbe essere l’anno di Fabio Fazio. Sollevato dal peso di SaQ
nremo, il conduttore nazional-chic agi-
sce quasi in regime di monopolio: non si
vede chi possa impensierirlo, a meno
che Massimo Giannini non faccia l’unica mossa possibile per raddoppiare lo
share, ospitare in studio Giovanni Floris. Quando si inaugura la nuova stagione – l’undicesima – con una tre quarti
d’ora di Matteo Renzi in camicia bianca,
è detto tutto. A Renzi gli puoi dire qualunque cosa, ma non che non abbia un
fiuto infallibile per il pulpito da cui lanciare gli slogan. La differenza tra Che
tempo che fa e la direzione del Pd è che
anche a Che tempo che fa parlano Renzi,
D’Alema, Civati, Bersani... però con calma, e uno alla volta. Le interviste di Fazio sono un format universale come certi robot tritatutto, si tratti di presentare il
film su Pasolini o l’abolizione dell’articolo 18; il fatto stesso di apparire lì, la
domenica sera, per l’intervistato è un
valore aggiunto, è rimasto solo Brunetta
a offendersi, e tutto il resto è gufo. Fabio
Fazio resta la cosa più vicina a David
Letterman che ci è dato di incontrare in
video. Non il giornalista che si scopre
entertainer, piuttosto l’enterteiner (di razza) che si scopre intervistatore: ma dopotutto siamo in Italia.
OGNI TANTO Fazio vorrebbe fare l’ame-
ricano, e ripercorrere le orme del suo
vecchio mentore Mike Bongiorno, così
adesso medita di resuscitare il Rischiatutto; però è nato in Italy, oltretutto a Savona, una terra dove non è che si ami
molto il rischio (se si esclude la centrale a
carbone di Vado ligure). Per ora si è accontentato di rinfrescare il sabato del
suo contenitore, ribattezzato Che fuori
tempo che fa, e sembra una buona idea.
Meno interviste, più spazio agli amici.
Superlavoro per Massimo Gramellini in
veste di copilota, a commentare le notizie della settimana sulla porta girevole
tra ironia e moralismo; il duo funziona, e
di sicuro non si rimpiange il cavernoso
millenarismo di Roberto Saviano (“Me
ne vado?” “Resto qui?” Ma sì, dai, vai pure).
È il momento di riscoprire le buone
compagnie e si notano anche frammenti
di recupero da Quelli che il calcio, il vero
Gli ascolti
di lunedì
COMMISSARIO MONTALBANO
Spettatori 6,07 mln Share 23,6%
PECHINO EXPRESS 3
Spettatori 2,20 mln Share 8,68%
programma autoritratto del conduttore.
Perché Fazio, più ancora che un buonista, è un altruista; consapevole della propria natura anfibia, ha una visione corale
della Tv, sa usare bene gli inviati come
nessun altro. Ecco apparire Fabio Volo
in motoscafo, inviato sul Canale grande,
a caccia di George Clooney per raccontarci il matrimonio del secolo, ma soprattutto il tormentone del weekend. E
mentre il più venduto dei romanzieri italiani cercava invano di infilarsi sul pontile e di impietosire i buttafuori, la triste
metafora di un paese ridotto a lista nozze
diventava perfino divertente. Anche il
cazzeggio di Volo, che come aspirante
Letterman fa cascare le braccia, qui funzionava, perché l’inviato è un ruolo cazzaro di suo. Speriamo che a Che fuori tempo che fa gli inviati aumentino ancora, e le
tutte le interviste slittino a domenica.
Questo potrebbe essere l’anno di Fabio
Fazio, il più bravo a fare le cose che fanno
tutti in Tv in modo differente dagli altri.
Capiamo che Renzi lo abbia scelto per
prepararsi alla direzione del Pd; se c’è un
conduttore che non deve temere l'abolizione dell’articolo 18, quello è proprio
lui.
SQUADRA ANTIMAFIA 6
Spettatori 4,37 mln Share 17,78%
VI PRESENTO I NOSTRI
Spettatori 2,02 mln Share 7,65%
22
SECONDO TEMPO
MERCOLEDÌ 1 OTTOBRE 2014
il Fatto Quotidiano
IL BADANTE
CASO NAPOLI
De Magistris
si fa male da solo
di Bruno Tinti
B
rutta storia quella di
De Magistris. Ma
occasione per riflettere.
1) I reati sono composti da un
elemento oggettivo, la condotta,
e un elemento soggettivo, il dolo
o la colpa. Nel caso di De Magistris, la condotta che gli è stata
contestata consiste nell’aver acquisito tabulati concernenti
utenze telefoniche di parlamentari senza l’autorizzazione delle
Camere, pur prevista dalla legge. L’elemento soggettivo potrebbe consistere, alternativamente, nel dolo o nella colpa.
Dolo, se De Magistris avesse saputo che quelle utenze erano in
uso a parlamentari e avesse deciso di acquisirle senza autorizzazione, magari per non pregiudicare l’inchiesta, mettendo sul
chi vive la mala gente su cui indagava. Colpa se avesse ignorato l’esistenza della legge che imponeva l’autorizzazione o se
avesse omesso di accertare a chi
appartenevano le utenze prima
di chiederne i relativi tabulati; o
comunque se non avesse fatto
tutti gli accertamenti possibili.
Si avrebbe colpa anche nel caso
in cui avesse detto al suo consulente Genchi qualcosa del tipo: fa tu poi mi racconti; un pm
non può delegare in maniera così generica l’attività investigativa. Infine l’elemento soggettivo
potrebbe mancare completamente se Genchi, pur avendo ricevuto direttive precise, avesse
agito di sua iniziativa senza avvertirlo di quello che stava facendo. Siccome è stato condannato per abuso di ufficio, reato
per cui è richiesto il dolo, evidentemente il Tribunale ha ritenuto sussistente la prima ipotesi. Se avesse agito con colpa il
reato non sussisterebbe, ma De
Magistris sarebbe esposto a richieste di risarcimento danni in
base alla legge sulla responsabilità civile dei magistrati. Con la
motivazione si saprà perché i
giudici hanno ritenuto che De
Magistris sapeva e tuttavia ha
acquisito senza autorizzazione.
2) De Magistris se l’è presa con i
giudici che lo hanno condannato. Tra le altre cose, ha detto che
il reato di abuso in atti di ufficio
a contenuto non patrimoniale
(aver volontariamente cagionato a terzi un danno ingiusto)
non è mai stato contestato a nessuno e che questa sarebbe la prova della persecuzione cui lui è
sottoposto. In realtà, ad oggi,
Italgiure (il sistema di ricerca dei
precedenti giurisprudenziali)
riporta 83 sentenze di Cassazione in merito a questo reato. Ora,
è vero che, per le intercettazioni
e acquisizioni di tabulati, la legge che garantisce ai parlamentari l’impunità è particolarmente odiosa e che si fa fatica ad accettare che non richiedere una
preventiva autorizzazione (che
di fatto rende inutili le intercettazioni e permette accorte predisposizioni difensive quanto ai
tabulati che provassero equivoche frequentazioni) provochi
un danno ingiusto a chi, magari,
Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris Ansa
UNA BRUTTA STORIA
Temo sia anche lui vittima
di un virus tipicamente
italiano, quello che induce
chi ricopre cariche elettive
a ritenere di essere
passati di categoria
ne ha fatte di cotte e di crude. Ma
il magistrato è schiavo della legge, per sbagliata che possa essere. E, se non la osserva, le persone che questa protegge subiscono un danno “ingiusto”.
3) De Magistris ha annunciato
la sua volontà di non dimettersi
nonostante la legge Severino
preveda la sua decadenza dalla
carica di sindaco. Ha anche illustrato una sua irritante strategia, volta a vanificare lo spirito
della legge qualora venisse dichiarato decaduto: lascerò l’incarico al vicesindaco e tornerò
con tutti gli onori nel 2016. Questo suo atteggiamento è inaccettabile, e – per quanto mi riguarda – particolarmente fastidioso.
Il disprezzo per la legge così volgarmente esibito è criminogeno: “se il sindaco di Napoli se ne
fotte”, ovviamente anche io... E
che questa condotta vergognosa
la tenga un magistrato, per me
–magistrato – è causa di forte disagio.
4) Io De Magistris lo conosco;
non è un mostro di simpatia, ma
non avrei mai pensato che arrivasse a queste pubbliche manifestazioni di disprezzo per la legge che ha pur servito per qualche
anno. Mi sono fatto l’idea che,
anche lui, sia rimasto vittima di
un virus tipicamente italiano,
quello che induce le persone che
ricoprono cariche pubbliche
elettive a ritenere di essere passati di categoria: “Mi hanno eletto, le sentenze dei giudici non
possono privare i cittadini della
persona che hanno scelto per governarli, rappresentarli in Parlamento, fare il sindaco ... è un attentato alla democrazia”. Si tratta di un virus introdotto nel nostro Paese da B. (prima idiozie
del genere nemmeno si pensavano) e che deve essere particolarmente contagioso se ha infettato
perfino uno che ha applicato la
legge per molti anni. De Magistris dovrebbe rendersi conto
che questo esibito disprezzo per
la legalità autorizza pensieri
malvagi: “Forse, anche quando
faceva il magistrato la pensava
nello stesso modo...”.
5) Nonostante tutto, De Magi-
stris conserva un consenso importante. E più ne aveva quando
venne eletto parlamentare europeo (400.000 preferenze, una
mostruosità) e poi sindaco di Napoli. Le ragioni del consenso sono evidenti: aveva indagato i potenti che si erano vendicati. I suoi
elettori sapevano poco o nulla di
lui e delle indagini che aveva iniziato; certamente non erano in
grado di comprenderne gli aspetti giuridici. Ma lui era quello che
tutti loro avrebbero voluto essere:
quello che – finalmente – gliela
faceva vedere a questi ladri che ci
malgovernano e ai loro complici.
Non vi viene in mente B.? Capite
come la democrazia abbia bisogno di cultura e consapevolezza?
E che, in mancanza di ciò, questa
panacea delle elezioni basate sulle
preferenze rischia di essere una
pericolosa illusione?
Ok House of Cards,
ma Renzi non è Spacey
di Oliviero Beha
INFURIA il dibattito mediatico e paramediatico su un
quesito irrinunciabile: l’Auditel sta decretando la fine dei
talk-show? O solo di “questi”
talk-show, essendo invece il
genere immortale quanto il
teatro? E nel caso, è la fine della contrapposizione politica
tra i due schieramenti postumi del maggioritario, a sancire
il disinteresse del pubblico?
Se persino Santoro princeps
materiae fa il gambero con i
numeri, dopo il rimpicciolimento del cadetto Floris, lo
sgonfiamento del “conte zio”
Giannini e la generale atomizzazione dei minori, siamo davvero alla frutta? Come spesso,
si arriva al punto dopo che i
fuochi si sono spenti. Non ricordo negli ultimi 15 anni, tanto per avere un’idea di un lasso
di tempo serio, che ci si sia interrogati su che cosa sia un
talk-show politico, che cosa
faccia di un conduttore un titolare autorevole di cattedra e
non solo un mestierante lacché dei partiti, quale opinione
si abbia della metapolitica che
esce dal tradizionale recinto
della politica partitica ecc. Anche perché nel frattempo politica e tv si incontrano altrove
con un successo e una tempestività contemporanea che noi
neppure ci sogniamo. Prendiamo House of Cards, la ormai
famosissima serie tv americana che ha come protagonista
Kevin Spacey. Non mi interessa qui recensirla dal punto di
vista televisivo, mi basta notare come sia difficile trovarle
dei difetti, di forma e contenuto. È invece la lettura che dà
del potere che mi sembra collegabile sia alla crisi della nostra tv politica che a quella
n
della nostra politica televisiva.
Nel tramare con venature post-trotskiste usando chiunque
nella vita come nella morte, il
vicepresidente finto Usa del
“castello di carte”, Spacey, è
un credibilissimo Mazzarino
che gioca sempre e solo la sua
partita, fisicamente e mentalmente adatto al ruolo ambiguo che gli è stato affidato. Ebbene, benché Matteo Renzi
abbia tutta l’aria e l’atteggiamento di “un uomo solo al comando”, sia nel panorama politico nostrano che in tv, qualunque opinione si abbia di lui
è certo totalmente diverso dal
personaggio interpretato da
Spacey. Non dà l’impressione
di tramare, non è ambiguo,
passa da rullo compressore su
situazioni e istituzioni “al ser-
PARALLELISMI
Benché il premier abbia
tutta l’aria dell’uomo
solo al comando, è certo
totalmente diverso
dal personaggio
della serie tv Usa
Kevin Spacey LaPresse
vizio della nazione”. Avesse
anche ragione chi obietta che
in realtà è al servizio di se stesso o di eventuali pupari interni
o esteri, certo non lo fa corredato da alcuna equivocità.
Dice tutto quello che vuole anche più del necessario, sfiorando spesso il velleitarismo o
nel caso più impegnativo allumando l’azzeramento della
politica, almeno per come
l’abbiamo conosciuta fino ad
ora. L’uso che fa delle persone,
fidate o avversarie, è un uso
dichiarato, esplicito, reboante, in definitiva trasparente, il
contrario della politica in penombra del protagonista di
House of Cards.
BERLUSCONI dice di lui che
“è più cattivo di me”, e questo
può essere. Ma lo è alla luce
del sole, lontano mille miglia
dagli arcana imperii andreottiani: il rischio che corre è casomai che non ci sia nulla di
segreto, e che grattando rimanga solo lui, nella sua sagomatura pubblica ormai affermatissima. Il paradosso di
tutto ciò, che la tv ovviamente
amplifica parossisticamente,
è che così facendo Renzi sta
stritolando le vecchie strutture, fatte di persone e di simboli
più o meno pregiudiziali (cfr.
l’art.18), proprio perché esse
hanno invece molto di Spacey
e delle sue caratteristiche velate. Tradotto, ancora e sempre il passato sfuggente e i segni distintivi equivoci di D’Alema & company stanno facendo campagna elettorale per
Renzi, anti-Spacey. E sembrano non accorgersene, come
appunto non se ne accorgono i
talk-show morenti della nostra tv, specchio fedele del
precipizio del Paese.
www.olivierobeha.it
n
PIOVONO PIETRE
Riposa in pace, art. 18: togliere
a pochi per uccidere tutti
di Alessandro Robecchi
on la cerimonia funebre dell’articolo
C
18 si apre un nuovo capitolo di pace,
prosperità e progresso per il mondo del
lavoro in Italia. Cerimonia all’irlandese: la
bara è aperta, il caro estinto pare che dorma e tutti intorno si dedicano ai drink e
alle molte speranze che il trapasso di quel
vecchio, polveroso, barbogio diritto apre
per tutti. Il prete ha parlato chiaro: con la
dipartita del vecchio articolo 18 ora tutti
avranno di più. Parole nette e chiare:
“L’imprenditore deve poter licenziare, se
rimani senza lavoro ci pensa lo Stato”. Bene. Odiosi privilegiati come operai attaccati al posto di lavoro, cassintegrati in deroga e cinquantenni in mobilità, non potranno più dettare legge: è il momento di
tutti gli altri, ci pensa lo Stato.
Sull’onda di questa solenne promessa,
cardine dell’omelia, la cerimonia funebre
assume toni garruli e divertiti. Ecco la ragazza che vuol fare un bambino col suo
innamorato, lei precaria con contratto di
tre mesi, lui in cerca di lavoro. Ora che è
morto quell’egoista dell’articolo 18, i loro
problemi sono finiti: ora ci penserà lo Stato. Lo stesso Stato che penserà anche al
licenziato fresco fresco, perché come ha
insegnato la legge Fornero (l’ultimo
bypass messo al vecchio articolo 18, appena due anni fa) ora che licenziare è più
facile qualche contracrate – lo Stato dovrebbe
CARO ESTINTO
colpo ci sarà, ovvio, è la
trovare il petrolio, o giavita. Tranquilli, arriva lo
cimenti d’oro, o vincere
Quando l’ubriacatura
Stato e stacca un asseall’Enalotto tutti i giorni
per qualche anno. Invece
gno mensile. Poi ti trova
da funerale passerà,
un lavoro. Naturalmenquel che c’è – lo dicono
ci si renderà conto che
unanimi sia quelli che
te lo Stato penserà anche
alle famose partite Iva.
piangono i vecchi diritti,
in cassa non c’è un euro
sia quelli che li hanno
Chi ha dovuto aprirla
ammazzati – è un miliarper fingersi libero proper pensare a coloro i cui
fessionista invece che
do e mezzo, meno di quel
diritti sono stati cancellati che si spende oggi per la
dipendente licenziabile
in cinque minuti ha ficassa integrazione. Innito di soffrire. Ora che
somma, basta aspettare
il vecchio articolo 18 finisce dove merita, un po’: che la veglia funebre finisca, che il
avrà anche lui giustizia e prosperità: un caro estinto sia sotto terra, che le corone di
sussidio appena l’imprenditore finisce di fiori appassiscano tristemente. Poi qualpronunciare la frase “siamo costretti a fa- cuno, reduce da quel bicchiere di troppo
re a meno del suo apporto”.
che il lutto ha suggerito, ricorderà le paA credere alla propaganda renziana, in- role del prevosto e si farà avanti a dire:
somma, ora che non ci sono più lavoratori beh, ora che abbiamo levato un diritto a
di serie A, tutti i lavoratori di serie B fe- quelli là per darlo a tutti, lo diamo o no? E
steggiano a champagne: sono finiti i tem- scoprirà che non ci sono i soldi, che non si
pi cupi, ora che ad avere i diritti non sono può, che mancano i decreti attuativi, che
più pochi (non pochissimi, a dire il vero, la coperta è corta, che la frase dell’omelia
ma questo la propaganda non lo dice), fi- aveva due parti. La prima: leviamo diritti.
nalmente li avranno tutti. È un abbaglio La seconda: li diamo a tutti. E che nel rimcosì clamoroso e grossolano, naturalmen- bombo delle navate della cattedrale, la sete, che non ci credono nemmeno loro. Per conda frase si è persa, dimenticata, evapensare a tutta quella gente – disoccupati, porata. È rimasta un’eco, pare che dica:
cassintegrati, precari tra un contrattino e “Bravi! Ci siete cascati ancora!”. E poi: “È
l’altro, aspiranti mamme, sottoccupati, tutto. Andate in pace”.
flessibili a vario titolo, partite Iva masche@AlRobecchi
SECONDO TEMPO
il Fatto Quotidiano
23
MERCOLEDÌ 1 OTTOBRE 2014
A DOMANDA RISPONDO
Furio Colombo
L’articolo 18
non è solo un simbolo
È la prima volta che vi
scrivo, sono un vostro
lettore sin dal primo numero apparso in edicola.
Il motivo che mi spinge a
farlo è legato all’articolo
di Stefano Feltri “Il bastone dei mercati”; ecco
io sono un dipendente
tutelato dal famoso articolo 18 e vi posso assicurare che la battaglia per
abbattere questa tutela
non è affatto simbolica,
anzi. Ecco il punto è questo: la guerra dei ricchi
contro i poveri, la lotta di
classe al contrario, come
la definisce Luciano Gallino. Mi fa tristezza leggere un articolo che tratta un tema così drammatico come la cancellazione di diritti di dignità in
maniera così superficiale, mi fa male perchè lo
leggo sulla prima pagina
del mio quotidiano proprio il giorno dopo una
giornata che per i lavoratori sarà purtroppo ricordata amaramente nei
prossimi decenni.
litica è cambiata. In circolazione ci sono personaggi dalla parlantina
sciolta; che sappiano poi
fare politica, cioè il bene
comune, è altra faccenda.
In Italia, Berlusconi ha
fatto scuola: basta vedere
le nuove leve: Maria Elena Boschi, Pina Picierno,
Alessandra Moretti, per
esempio, non frequentano casa Renzi, come capitava con le fedelissime
del Cavaliere, ma seguono la linea del premier in
carica, senza scostarsi di
un millimetro, e sono
sdraiate sulla linea del
Capo, con una dedizione
straordinaria. Loro dico-
promesse non mantenute (a parte gli 80 euro). Il termometro della
gente comune dice che
l’Italia sta soffrendo, altro che ripresa. Renzi invece di andare negli Usa
una settimana, in un
momento delicato e
drammatico come quello che sta attraversando
la politica italiana,
avrebbe dovuto restare a
Roma a risolvere i quotidiani problemi. È veramente inammissibile
che il nostro ex bel Paese
stia a galla con le entrate
di Gratta e vinci, Lotto e
Superenalotto, marche
da bollo, accise su siga-
Hong Kong
contro
l’Italicum
CARO FURIO COLOMBO, forse ricordi
anche tu che ci era stato detto molto solennemente, non tanto tempo fa, che la
nuova legge elettorale (chiamata “Italicum” dal co-premier Silvio Berlusconi)
era pronta e stava per andare in aula. Poi è
successo di tutto, dalla cancellazione del
Senato alla cancellazione dell’art. 18. Ma
la legge elettorale?
Goffredo
LA RISPOSTA è semplice. La “nostra”
nuova legge elettorale (liste bloccate e controllo assoluto dei partiti sui candidati) è la
stessa contro cui centomila ragazzi di Hong
Kong si stanno battendo. Infatti tutte le voci
di tutti i nostri telegiornali, quando ci mostrano le grandiose immagini di una grande
rivolta di veri giovani, sussurrano appena la
regione: non vogliono subire una legge elettorale in cui i candidati siano scelti dal partito-governo di Pechino. Sarebbe una dittatura come prima, dicono gli indomabili ragazzini di Hong Kong (il loro leader, Wong,
anni 17, potrebbe essere il figlio di Renzi) e
non c’è verso di fermare le immense dimostrazioni. Evidentemente gli anziani che
pretendono di tenere in pugno la generazione giovane impedendo che si esprima da sola e sottoponendola alle scelte precotte esistono dovunque nel mondo. Ma doveva toccare proprio a noi di averne in casa uno così
longevo politicamente come Berlusconi, e
così potente da stabilire, caso per caso (dalla
legge elettorale bloccata all'articolo 18 dello
la vignetta
Alessandro Regazzetti
Lavoratori: paghiamo
sempre noi
Questa fissazione del governo Renzi sull’articolo
18, oltre a togliere un diritto importante del lavoro, porta via tempo ed
energie a ciò che si dovrebbe veramente fare.
Per creare occupazione
va combattuta la corruzione, semplificata la burocrazia, contrastata seriamente l’evasione fiscale. Vanno ridotte le
imposte sul lavoro, incentivate le imprese a rimanere in Italia rendendole competitive e vanno
disincentivate quelle che
si trasferiscono all’estero. E soprattutto, vanno
fatti investimenti nei settori dove l’Italia può essere competitiva. Tutto
questo non c’è nei suoi
progetti.
Monica Stanghellini
Renzi e le fedelissime
distruggeranno il Pd
Con l’avvento della tv
commerciale, in Italia, e
in tutto il mondo la po-
no di essere le innovatrici, al servizio del Capo innovatore, contro i conservatori, e di tutta la storia della sinistra sono disposte a fare un falò. Ha
ragione Berlusconi: non
si capisce cosa distigua
Renzi, politicamente, da
lui. Non è riuscito Greganti a mandare a gambe
all’aria il Pci, ci penserà
Renzi e le sue fedelissime.
Marino Pasini
La finta ripresa
raccontata dal premier
Mi sembra lampante che
il segretario generale della Cei, monsignore Nunzio Galantino, abbia dato
l’”ultimatum” al governo
Renzi. Basta slogan e
rette e benzina e introiti
delle
“drammatiche”
slot machine.
Rolly Marchi
Scuola, la brutta fine
della Geografia
Secondo quanto abbiamo sentito da Renzi, si
doveva effettuare un’importante modifica negli
istituti superiori. Il Presidente Renzi ha sventolato nella suddetta conferenza alcuni opuscoli che
dovevano contenere tutti
i temi della riforma. Invece all’inizio dell’anno
scolastico ci si è trovati
coi tanti problemi irrisolti riguardanti le strutture,
i docenti e le discipline da
insegnare, in questo modo l’ennesimo sogno del
premier Matteo Renzi è
svanito. Per conto mio,
voglio riferirmi alla mia
materia, la Geografia, che
ho sempre definito ambientale e del turismo. È
una disciplina che invece
di essere potenziata è stata ridotta ad un’ora alla
settimana sempre e solo
negli Istituti Tecnici
Commerciali. Mi sembra
l’ennesima assurdità. La
Geografia è sempre più
necessaria. Questa materia è sparita per merito
dell’onorevole Gelmini.
Un vero e proprio disastro perchè in un mondo
globalizzato non si può
concepire la mancata conoscenza del nostro Pianeta. Nei mesi scorsi abbiamo raccolto firme in
il Fatto Quotidiano
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Editoriale il Fatto S.p.A.
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Consiglio di Amministrazione:
Luca D’Aprile, Peter Gomez,
Marco Tarò, Marco Travaglio, Lorenzo Fazio
Statuto dei lavoratori da liquidare) che si fa
come dice lui oppure lui rovescia il tavolo.
Resta il fatto che nessun commentatore si è
soffermato, finora, sulla maturità politica e
il coraggio personale dei giovanissimi dimostranti cinesi (il grosso della rivolta è composto da studenti liceali, a cui si sono uniti i
professori) che hanno capito subito che cosa
distingue una democrazia finta. Puoi avere
tutte le elezioni che vuoi e vantartene nel
mondo, ma se i cittadini non sono in grado
di scegliere chi votare e devono mettere disciplinati segnetti dove vuole chi ha già il potere (e non intende discuterlo), si dà luogo a
una penosa finzione che non ha niente a che
fare con la democrazia. Ecco, i ragazzini cinesi sono arrivati fin qui: hanno capito tutto e non intendono fare un passo indietro a
meno che la vecchia Cina ripeta il rito sanguinoso di Tien an men. Sono riusciti, cioè,
a far capire a tutti, qualunque cosa accada,
di chi è la responsabilità, e a impedire che si
denunci un complotto per dividere il partito, oppure dichiarare che i ragazzi di Hong
Kong sono in mano ai poteri forti. In Cina
riderebbero tutti. In Italia la storia imbarazzante dei poteri forti circola come un argomento valido che si può dire mostrando
tempestosa serietà. Insomma quando vedete notizie lontane da una provincia cinese,
ricordatevi che ci riguardano.
Furio Colombo - Il Fatto Quotidiano
00193 Roma, via Valadier n. 42
[email protected]
tutta Italia, inviate alla
neo Ministra. Nella riforma sbandierata da Renzi
non si è tenuto conto di
queste richieste e quindi
povera geografia!
Luciano Baruzzi
Sassano:
una strage annunciata
Mi fa tanta pena e rabbia
vedere quei quattro ragazzi investiti e uccisi da
un altro giovane, pazzo
della velocità e ubriaco.
Mi pare di capire che il
guidatore sia recidivo in
quanto coinvolto in un
altro incidente del 2012
in cui perse la vita un altro
ragazzo. Non è il caso,
quindi, di imprecare contro il destino. Non è concepibile che ci si metta al
volante dopo aver assunto alcol o sostanze stupefacenti. Bisogna fermare
subito questi soggetti pericolosi. La vita è bella per
tutti e non può essere lasciata nelle mani di questi
sconsiderati. Evitiamo,
per favore, altro spargimento di sangue!
Fanco Petraglia
Boschi e Picierno:
sorridere sempre
Renzi ha migliorato il sistema usato in tv dai sostenitori di Berlusconi
(dire vistosamente di no
con la testa mentre parla
l’avversario): le sue gradevoli parlamentari “devono” sorridere sempre.
Campionissime la Boschi
e la Picierno. Dice Renzi
che il lavoro è un dovere e
non un diritto: partito per
rottamare tutto si rivela
capace solo di colpire i
più deboli. Regrediamo al
peggior modello cinese
perchè se è il governo a fare guerra ai diritti conquistati si creano il clima
e gli alibi adatti al ritorno
di ogni sopruso nei posti
di lavoro. I licenziati senza giusta causa dovranno
confidare nello Stato, che
prima toglie loro il diritto
e poi cerca con calma i
fondi per aiutarli, non si
sa per quanto tempo e come, ma con il grande conforto degli ampi sorrisi
della Boschi e della Picierno.
Giampiero Buccianti
Le primarie soporifere
dei Dem in Emilia
Egregio direttore, dopo il
flop della partecipazione
degli elettori alle primarie
del Pd, molti se ne chiedono la ragione, fino a
ipotizzare una disaffezione dei cittadini del centrosinistra al sistema delle
primarie. Non mi pare
che sia proprio così. Le
primarie in un partito sono un atto di democrazia
e mantengono il loro significato e l'attrazione dei
cittadini, se sanno suggerire un'alternativa di governo o di programma.
Invece facilmente perdono appeal fino a diventare
soporifere, se danno una
rappresentazione di cose
scontate. Nella scelta del
presidente della Regione
Emilia Romagna erano in
lizza due renziani, uno
saltato sul carro del vincitore, dopo aver rappresentato la vera sinistra
bersaniana, e l'altro già
sindaco di Forlì, più portato all'azione che alla
sudditanza. Non c'era
una vera alternativa,
mancava un rappresentante di quella sinistra Pd
che ormai rappresenta il
cuore pulsante del partito, ma che viene messa all'angolo dalla fazione del
segretario nazionale.
Mauro Bortolani
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