Haruki Murakami
I SALICI CIECHI
E LA DONNA ADDORMENTATA
Traduzione di Antonietta Pastore
Ventiquattro racconti che ci conducono verso il nucleo più profondo
della poetica di Murakami, dove piccoli fatti, all'apparenza insignificanti, rivelano universi sconosciuti eppure stranamente, magicamente
famigliari.
I salici ciechi e la donna addormentata
Birthday Girl
La tragedia nella miniera di carbone di New York
L'aeroplano – o come lui parlasse da solo con l'aria di recitare una poesia
Lo specchio
Il folclore dei nostri tempi Preistoria del capitalismo avanzato
Coltello da caccia
La giornata giusta per vedere i canguri
Il tuffetto
I gatti antropofagi
Storia di una zia povera
Nausea 1979
Il settimo uomo
Nell'anno degli spaghetti
Tony Takitani
Splendore e decadenza delle ciambelle a cono
L'uomo di ghiaccio
Granchi
La lucciola
Percorsi del caso
Hanalei bay
In un posto dove potrei trovarlo
La pietra a forma di rene che si spostava ogni giorno
La scimmia di Shinagawa
Glossario
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I salici ciechi e la donna addormentata
Chiudendo gli occhi, sentii l'odore del vento. Un vento di maggio gonfio
come un frutto, che aveva in sé la ruvidità della buccia, la morbidezza della
polpa e innumerevoli semi. Quando il frutto si spaccò nel cielo, i semi
vennero a mitragliarmi il braccio nudo, soffici proiettili che mi lasciarono
una leggera sensazione di dolore.
– Che ore sono? – chiese mio cugino. Essendo quasi venti centimetri più
basso di me, quando mi parlava mi guardava sempre da sotto in su.
Detti un'occhiata all'orologio.
– Le dieci e venti.
– Il tuo orologio va bene?
– Sì, penso di sì.
Mio cugino mi afferrò il polso per verificare. Aveva dita affusolate, ma
sorprendentemente forti.
– È di marca? – mi chiese.
– No, no, non vale granché, – gli dissi, voltandomi a guardare la tabella
degli orari dell'autobus.
Nessuna reazione.
Girandomi verso di lui, vidi che mi stava osservando con aria preoccupata. Tra le sue labbra si intravedevano denti bianchissimi che parevano
ossa atrofizzate.
– Non vale granché, – ripetei guardandolo in faccia e scandendo bene le
parole. – Non vale granché, ma è preciso.
Lui annuì in silenzio.
Mio cugino non sente bene dall'orecchio destro. Il suo udito è rimasto
danneggiato all'inizio della prima elementare, quando è stato colpito da una
palla da baseball. Ma è una menomazione che non gli crea particolari disagi, se non saltuariamente.
Frequenta una scuola normale, conduce una vita normale, e in classe
occupa sempre il primo banco a destra, in modo da stare con l'orecchio si5
nistro rivolto verso l'insegnante. Anche i suoi risultati scolastici sono discreti. Il problema è che il suo udito funziona a fasi alterne, come la marea:
in certi periodi ci sente relativamente bene, in altri no. E un paio di volte
all'anno gli succede di non sentire più nulla da entrambe le orecchie. Come
se il silenzio dell'orecchio destro diventasse tanto profondo da propagarsi
al sinistro. Queste crisi, che lo obbligano ad assentarsi da scuola, ovviamente scombussolano la sua vita. Per quale motivo la sordità si aggravi
tanto, nemmeno i medici sanno spiegarlo. Perché non esistono casi analoghi al mondo. Di conseguenza non si conosce la cura al suo male.
– Gli orologi, non è che più costano più sono precisi, – disse mio cugino
come per convincersi. – Quello che avevo prima era piuttosto caro, ma ritardava. Me l'avevano regalato i miei quando sono entrato alle medie, ma
dopo un anno l'ho perso, e da allora ne ho sempre fatto a meno. Perché non
me l'hanno ricomprato.
– Non dev'essere molto pratico, stare senza orologio.
– Come?
– Non ti crea problemi, stare senza orologio? – gli chiesi guardandolo in
faccia.
– No, non particolarmente, – rispose lui scuotendo la testa. – Mica vivo
su una montagna come un eremita, posso sempre chiedere l'ora a qualcuno.
– Già, è vero, – dissi.
Per un po' restammo in silenzio.
Mi rendevo conto che avrei dovuto mostrarmi più gentile con lui, parlargli. Aiutarlo a sentirsi meno teso prima di arrivare all'ospedale. Ma erano trascorsi cinque anni dall'ultima volta che ci eravamo visti. Mio cugino,
che all'epoca aveva nove anni, nel frattempo ne aveva compiuti quattordici,
e io venticinque. Quell'intervallo di tempo aveva creato fra noi una barriera
traslucida difficile da attraversare. Quando volevo dirgli qualcosa di importante, le parole non mi venivano. E ogni volta che esitavo o rinunciavo, lui
alzava sempre gli occhi e mi guardava con una certa apprensione. Tendendo un poco l'orecchio sinistro verso di me.
– Adesso che ore sono? – mi chiese.
– Le dieci e ventinove, – risposi.
L'autobus arrivò alle dieci e trentadue.
Erano cambiati, gli autobus, da quando andavo al liceo. Con quell'enorme parabrezza, sembravano dei cacciabombardieri senza le ali. Quello
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su cui salimmo era molto più affollato di quanto avessi previsto. Non c'erano passeggeri in piedi, ma quasi tutti i posti a sedere erano occupati, non
ne trovammo due liberi vicini. Decidemmo di restare in piedi davanti all'uscita posteriore, tanto il tragitto non era lungo. Però non riuscivo a spiegarmi perché a quell'ora ci fosse tanta gente. Era una linea che partiva da
una stazione ferroviaria privata, faceva il giro di una zona residenziale collinare, e tornava alla stazione. Lungo il percorso non c'erano luoghi famosi
o edifici di particolare interesse. Solo alcune scuole, ragion per cui all'inizio e alla fine delle lezioni l'autobus si riempiva di studenti, ma a quell'ora
del mattino avrebbe dovuto essere vuoto.
Mio cugino e io ci tenevamo rispettivamente a una maniglia e a una
sbarra verticale. L'autobus era nuovo fiammante, sembrava appena uscito
dalla fabbrica. Sulle superfici in metallo, lucide come specchi, non c'era un
granello di polvere, e il rivestimento dei sedili era perfetto, senza una grinza. Come tutti i macchinari nuovi, aveva un aspetto fiero e baldanzoso che
si trasmetteva persino ai bulloni, a ogni singola piccola vite.
Il fatto che l'autobus fosse nuovo, e più affollato di quanto mi aspettassi,
mi mise un po' in apprensione. Che a mia insaputa il percorso della linea
fosse cambiato? Guardai con attenzione l'interno della vettura, poi osservai
il paesaggio fuori dal finestrino. Era il solito paesaggio di una tranquilla
zona residenziale di periferia, quello di sempre.
– Siamo sull'autobus giusto, vero? – mi domandò con aria inquieta mio
cugino. Forse cominciava a preoccuparsi anche lui, vedendomi disorientato
da quando eravamo saliti.
– Tranquillo, – gli risposi, più che altro per convincere me stesso. –
Credo proprio che sia quello giusto. Anche perché da queste parti non passano altre linee.
– È l'autobus che prendevi quando andavi al liceo?
– Sì.
– Ti piaceva, la scuola?
– No, non molto, – risposi sinceramente. – Però a scuola potevo vedere i
miei amici, quindi non ci andavo malvolentieri.
Mio cugino rifletté su quanto gli avevo appena detto.
– Li vedi ancora, i tuoi amici?
– No, ormai ci siamo persi di vista, già da un bel po', – risposi scegliendo bene le parole.
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– Come mai? Perché non vi vedete più?
– Be', siamo stati lontani per tanto tempo... – Non era il motivo vero, ma
non mi veniva in mente una spiegazione migliore.
Vicino a noi sedeva un gruppo di anziani. Dovevano essere una quindicina ed erano loro a riempire l'autobus. Avevano tutti una bella abbronzatura uniforme, fin sulla nuca. E tutti, dal primo all'ultimo, un fisico asciutto.
La maggior parte degli uomini indossava spesse camicie da montagna, le
donne semplici camicette senza motivi ornamentali. Sulle ginocchia tenevano degli zainetti adatti a una breve escursione ad alta quota. Si assomigliavano in maniera sorprendente, sembravano campioni di qualche merce
esposti uno accanto all'altro e portati lì con tutto il cassetto. Però era strano:
lungo il percorso dell'autobus non partivano sentieri collinari. Dove diavolo stavano andando? Aggrappato alla maniglia mi spremevo le meningi,
ma non trovavo una spiegazione plausibile.
– Chissà se questa volta il dottore mi farà male, – mi chiese mio cugino.
– Mah, chi lo sa... – risposi. – Su questo non mi è stato detto niente.
– Sei già andato da un otorino?
Scossi la testa. A pensarci bene no, non ne avevo mai avuto bisogno in
vita mia.
– Le altre volte hai sentito dolore? – gli domandai.
– No, non proprio, – rispose con un'aria leggermente contrariata. – Certo, non è che non faccia male per niente, ogni tanto un po' di fastidio lo
sento. Però è sopportabile.
– Be', sarà la stessa cosa anche oggi. Tua mamma mi ha detto che più o
meno non sarà diverso dalle altre volte.
– Sì, ma se sarà uguale alle altre volte, non servirà di nuovo a nulla.
– Questo non si sa. Magari è anche questione di cogliere il momento
giusto.
– Cioè? Come quando si fa saltare un tappo? – chiese mio cugino. Gli
gettai un'occhiata: non sembrava voler fare dell'ironia.
– Con un nuovo medico ti sentirai più fiducioso, e poi può darsi che un
piccolo cambiamento nel modo di procedere si riveli molto significativo.
Credo che non dovresti rassegnarti con tanta facilità.
– Mica mi sto rassegnando.
– Però mi sembri stufo, no?
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– Un po', – rispose mio cugino facendo un sospiro. – La cosa più difficile da sopportare è la paura. Più che il dolore reale, quello che detesto, che
mi spaventa, è immaginare che avrò male. Riesci a capirmi?
– Sì, credo di sì, – risposi.
Nella primavera di quell'anno erano successe diverse cose. Si erano verificate circostanze che mi avevano spinto a lasciare la piccola agenzia
pubblicitaria di Tōkyō dove lavoravo da due anni. Io e la mia ragazza, con
cui stavo dai tempi dell'università, ci eravamo lasciati. Un mese dopo mia
nonna era morta di tumore all'intestino, e per essere presente al funerale
ero tornato in città, dopo cinque anni d'assenza, con una piccola valigia per
bagaglio. A casa avevo ritrovato la mia camera come l'avevo lasciata. C'erano ancora i libri allineati sugli scaffali, il mio letto, la mia scrivania, i
miei dischi... Ma ogni cosa nella stanza sembrava essiccata, aveva perso il
colore e il profumo di una volta. Solo il tempo era rimasto fermo.
Dopo il funerale della nonna, avevo intenzione di restare altri due o tre
giorni, poi me ne sarei tornato a Tōkyō. Nuove occasioni di lavoro non
mancavano e volevo tastare un po' il terreno. Mi sarebbe anche piaciuto
cambiare casa, per ricominciare da zero. Ma più passavano i giorni, più
trovavo difficile decidermi a partire. Anzi, per essere preciso, la decisione
l'avevo presa, però non riuscivo a scuotermi. Me ne stavo chiuso nella mia
stanza ad ascoltare vecchi dischi, a rileggere vecchi libri, e ogni tanto tagliavo l'erba del prato. Non vedevo nessuno, a parte i miei famigliari non
parlavo con nessuno.
Un giorno venne mia zia e mi chiese se potevo accompagnare mio cugino da un medico nuovo, presso il quale aveva prenotato una visita. In realtà
avrebbe dovuto andarci lei, mi disse, ma in quella data aveva un impegno
improrogabile. Visto che sapevo dove si trovava la clinica – vicino al mio
vecchio liceo – e non avevo nient'altro da fare, non c'era motivo di rifiutare. Mia zia allora mi dette una busta contenente dei soldi, perché portassi
mio cugino a pranzo da qualche parte.
Se aveva cambiato clinica, era perché la cura prescritta in quella precedente non aveva dato risultati. Al contrario, i periodi di sordità totale erano
diventati molto più frequenti di prima. Quando la zia se ne era lamentata
col medico, si era sentita rispondere che forse la causa non era da cercarsi
in fattori esterni, ma nell'ambiente famigliare, e ne era nata una lite. A essere sinceri, nessuno si illudeva che il problema uditivo di mio cugino po9
tesse migliorare solo cambiando medico. I suoi genitori sembravano quasi
rassegnati, ma ovviamente non era una cosa da dirsi.
Malgrado le nostre case fossero vicine, tra me e mio cugino non c'era
mai stata molta confidenza. Quando le nostre famiglie si incontravano lo
facevo giocare un po' e ogni tanto lo portavo da qualche parte, ma niente di
più, perché ci separavano dieci anni d'età. Ciononostante a un certo punto
tutti avevano preso a considerarci molto uniti. Cioè erano convinti che mio
cugino mi fosse particolarmente legato, e che io provassi per lui una grande tenerezza. Per molto tempo non riuscii a capirne la motivazione. Ora però, guardandolo mentre stava voltato verso di me con la testa un po' piegata
e l'orecchio sinistro teso, stranamente mi sentivo commosso. Quella sua
vaga goffaggine mi toccava il cuore, come il suono della pioggia udito in
tempi lontani. Cominciai a capire perché i nostri genitori ci tenessero tanto
a vederci affiatati.
Quando l'autobus ebbe superato la settima o l'ottava fermata, di nuovo
mio cugino alzò su di me uno sguardo inquieto.
– È ancora avanti?
– Sì, è ancora avanti. La clinica è piuttosto grande, non c'è pericolo che
non la vediamo.
Intanto guardavo distratto gli anziani: il vento che entrava dai finestrini
agitava piano le falde dei loro cappelli e le sciarpe che avevano intorno al
collo. Ma chi erano, queste persone? E dove diavolo andavano?
– Senti, verrai assunto nell'azienda di mio padre? – mi chiese mio cugino.
Lo guardai sorpreso. Suo padre, cioè mio zio, era titolare di una grossa
tipografia a Kōbe. Io però non avevo mai pensato all'eventualità di lavorare
per lui, né qualcuno me l'aveva mai suggerito.
– No, è la prima volta che sento questa cosa, – risposi. – Ma perché me
lo chiedi?
Mio cugino divenne paonazzo.
– No, ho solo pensato che magari era possibile. Però sarebbe bello, non
credi? Così staresti sempre qui. Tutti sarebbero contenti.
Una voce registrata annunciò il nome della fermata successiva, ma nessuno schiacciò il pulsante, né alla fermata c'era gente ad aspettare l'autobus.
– Sì, ma devo tornare a Tōkyō, ho delle cose da fare... – dissi. Mio cugino annuì in silenzio. Non c'era assolutamente nulla che «dovessi fare», a
Tōkyō. Però escludevo la possibilità di restare lì.
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Man mano che l'autobus saliva lungo il fianco della collina, le case si
facevano più rade e gli alberi più fitti, grossi rami proiettavano la loro ombra sulla strada. Si cominciarono a vedere delle ville con i muri intonacati e
basse recinzioni, forse erano abitate da stranieri. Soffiava un vento freddo
che rinvigoriva. A ogni curva della strada il mare in basso appariva e spariva. Noi due seguivamo con gli occhi il panorama, finché non arrivammo
alla clinica.
La visita sarebbe durata un bel po', tuttavia mio cugino mi assicurò che
se la poteva cavare da solo, preferiva che lo aspettassi da qualche altra parte. Dopo aver scambiato due parole di saluto col medico, uscii dall'ambulatorio e andai alla caffetteria. Non avevo quasi fatto colazione e avevo fame,
ma nel menu non trovai nulla che mi ispirasse. Finii per ordinare soltanto
un caffè.
Era il mattino di un giorno feriale, nel locale oltre a me c'era soltanto
una famiglia. Il padre, che doveva avere circa quarantacinque anni, indossava un pigiama a righe blu e teneva i piedi infilati in pantofole di plastica.
La moglie e le figlie – due gemelle – erano venute a trovarlo. Le bambine
avevano due vestitini bianchi uguali, e bevevano entrambe con aria assorta
un succo d'arancia, chine sul tavolo. La malattia del padre non doveva essere molto grave, perché tutti, sia i genitori che le figlie, avevano sul viso
un'espressione un po' annoiata.
Fuori dalla finestra si vedeva un giardino tenuto a prato. Qua e là degli
irrigatori a girandola ruotavano rumorosamente facendo piovere sull'erba
spruzzi luminosi. Due uccelli dalla lunga coda attraversarono lo spazio al
di sopra del prato levando un verso stridente, poi scomparvero dalla mia
visuale. Oltre il giardino si vedevano dei campi da tennis, ma erano deserti,
e mancavano le reti. Al di là dei campi da tennis c'era una fila di olmi, tra i
cui rami si scorgeva il mare. Tante piccole onde riflettevano la luce abbagliante del sole d'inizio estate. Il vento faceva fremere le foglie degli olmi e
ondeggiare leggermente gli spruzzi d'acqua.
Avevo l'impressione di aver già visto quella scena in un lontano passato:
c'era un grande prato, due bambine gemelle che bevevano un succo d'arancia, alcuni uccelli dalla lunga coda che volavano verso chissà quale meta,
dei campi da tennis senza rete e, al di là, il mare... ma la mia impressione
era illusoria. L'immagine era vivida e quasi tangibile, eppure ingannevole,
lo sapevo bene. Era la prima volta che mettevo piede in quella clinica.
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Posai le gambe sulla sedia davanti a me, inspirai a fondo e chiusi gli occhi. Nell'oscurità vidi una massa bianca. Si espandeva e si restringeva in
silenzio, come un microbo sotto la lente di un microscopio. Cambiava forma, si scomponeva, si disperdeva, si ricompattava.
Erano passati otto anni da quando ero andato in quell'altra clinica. Una
piccola casa di cura vicino al mare. Dalle finestre della caffetteria si vedevano soltanto gli oleandri. Era un edificio vetusto dove stagnava sempre un
odore di pioggia. La ragazza di un mio amico era stata operata al petto e io
ero andato a trovarla insieme a lui. Durante le vacanze estive del mio penultimo anno di liceo.
Non si trattava di un'operazione grave, la ragazza aveva una malformazione congenita, un osso del petto leggermente spostato verso l'interno che
bisognava mettere a posto. Non era un intervento urgente, ma dal momento
che prima o poi si doveva fare, tanto valeva farlo subito. L'operazione richiedeva poco tempo, ma la degenza era lunga e la ragazza era rimasta ricoverata dieci giorni. Avevamo raggiunto la clinica su una Yamaha 125.
All'andata aveva guidato il mio amico, al ritorno io. Era stato lui a chiedermi di accompagnarlo: «non ho nessuna voglia di andare in un ospedale
da solo», mi aveva detto.
Sulla moto, con una mano mi tenevo alla sua cintura, con l'altra stringevo la scatola di cioccolatini che lui aveva comprato alla pasticceria davanti
alla stazione. Faceva un caldo tremendo, le nostre camicie continuavano a
bagnarsi di sudore, ad asciugarsi al vento, e a bagnarsi di nuovo. Guidando,
lui cantava una canzone del cavolo, con una voce orrenda. Ricordo ancora
l'odore del suo sudore. Poco tempo dopo quel mio amico morì.
La sua ragazza aveva addosso i pantaloni di un pigiama blu e una specie
di leggera camicia da notte lunga fino alle ginocchia. Ci sedemmo tutti e
tre a un tavolo della caffetteria, a fumare Short Hope, bere Coca-Cola e
mangiare un gelato. Lei aveva una fame da lupi, si sbafò anche due
doughnuts con la glassa e bevve una cioccolata con un sacco di panna. Eppure non sembrava ancora sazia.
– Quando uscirai di qua, sarai grassa come un maiale, – disse il mio
amico un po' sconcertato.
– Non è il caso che ti preoccupi, – rispose lei asciugandosi con un tovagliolino di carta le dita unte, – mi devo riprendere.
Mentre parlavano, io guardavo gli oleandri fuori dalla finestra. Erano
grandi e formavano quasi un boschetto. Si sentiva anche il rumore delle
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onde. A causa del vento umido che soffiava dal mare, il telaio della finestra
era tutto arrugginito. Sul soffitto un ventilatore antiquato girava smuovendo l'aria afosa nella caffetteria. Stagnava un odore di ospedale, lì dentro.
Quell'odore impregnava tutto, persino il cibo e le bevande. La ragazza teneva una piccola biro dorata infilata in una delle due tasche sul petto della
camicia. Ogni volta che si chinava in avanti, dallo scollo a V intravedevo il
suo seno piatto e bianco, senza abbronzatura.
A quel punto i miei ricordi si fermavano bruscamente. Cercai di pensare
a quel che avevo fatto dopo. Avevo bevuto la mia Coca-Cola, guardato gli
oleandri, gettato un'occhiata al seno di lei, e poi? Cambiai posizione sulla
sedia di plastica e con la faccia appoggiata alle mani scandagliai la memoria alla ricerca di altre reminiscenze. Come quando si vuole far uscire un
tappo con la punta di un coltello.
... distolsi gli occhi e cercai di immaginare i medici che incidevano la carne
della ragazza, le infilavano in petto le dita guantate di gomma e rimettevano a
posto l'osso. Però la scena era del tutto irreale, sembrava un'allegoria.
Ecco, dopo avevamo parlato di sesso. Cioè, ne aveva parlato il mio amico. Cos'è che aveva detto? Ah sì, qualcosa su di me. Che ci avevo provato
con una ragazza ma mi era andata male, di sicuro una roba del genere. In
realtà si trattava di una storia piuttosto banale, ma lui era riuscito a gonfiarla in modo spiritoso, e lei era scoppiata a ridere. Avevo riso persino io. Era
bravo a raccontare, il mio amico.
– Non farmi ridere, – disse la ragazza con aria un po' sofferente, – se rido mi fa male il petto.
– Dov'è che ti fa male? – chiese lui.
Lei aveva posato un dito sul seno sinistro, poco al di sopra del cuore.
Subito era seguita un'altra battuta del mio amico che l'aveva fatta sghignazzare di nuovo.
Guardai l'orologio. Le undici e quarantacinque. Mio cugino ancora non
ricompariva. Era quasi l'ora di pranzo e la caffetteria cominciava a riempirsi. Rumori diversi si mescolavano alle voci delle persone, come il fumo
che circola in una stanza. Tornai nel territorio della memoria. Pensai alla
piccola biro dorata nel taschino della camicia di lei.
... ah ecco, con quella biro lei aveva scritto qualcosa sul retro del tovagliolino di carta!
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Aveva voluto fare un disegno. Ma il tovagliolino era troppo morbido e
la punta della biro si impigliava nella carta. Comunque era riuscita a disegnare una collina. E in cima alla collina una casetta. All'interno, una donna
addormentata. Tutt'intorno alla casa crescevano dei salici ciechi. Erano stati i salici a far sprofondare la donna nel sonno.
– I salici ciechi? Che roba sono? – domandò il mio amico.
– Sono delle piante che si chiamano così, esistono.
– Mai sentite.
– Le ho create io, – continuò la ragazza ridacchiando. – I salici ciechi
hanno un polline molto forte, i moscerini carichi di polline si introducono
nell'orecchio della donna e la fanno addormentare –. Poi prese un altro tovagliolino e disegnò anche i salici ciechi, alti più o meno quanto le azalee.
Erano tutti fioriti, ma i fiori erano completamente avvolti da spesse foglie
verdi, come fossero circondati da code di lucertola. Non assomigliavano
affatto agli alberi di cui portavano il nome, quei salici ciechi.
– Mi dai una sigaretta? – mi chiese il mio amico. Attraverso il tavolo
spinsi verso di lui il pacchetto di Short Hope e la scatola di fiammiferi
umidi di sudore.
– I salici sono piccoli, ma hanno radici profondissime, – ci spiegò la ragazza. – Perché a partire da una certa età smettono di crescere verso l'alto e
cominciano a espandersi verso il basso, sempre più in fondo. Come se volessero nutrirsi del buio.
– E i moscerini si caricano di polline, si intrufolano nell'orecchio della
donna e la fanno addormentare... – continuò per lei il mio amico che cercava di accendersi la sigaretta con i fiammiferi umidi. – E poi? Cos'altro fanno questi moscerini?
– Stanno nel suo corpo e lo mangiano dall'interno, è ovvio, – disse la
ragazza.
– Pazzi di gioia, – concluse lui.
Quell'estate lei aveva composto una lirica sui salici ciechi, ce ne raccontò il contenuto per intero. Era l'unico compito delle vacanze che avesse fatto. Si era inventata una storia ispirata a un sogno e in una settimana, seduta
sul letto, l'aveva messa per iscritto in quella lunga poesia. Il mio amico
avrebbe voluto leggerla, ma lei non glielo permise, disse che ancora non
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aveva messo a punto i dettagli; in compenso ce ne raccontò la trama, facendo anche quel disegno.
Per salvare la donna, sprofondata nel sonno a causa del polline dei salici
ciechi, un giovane era salito in cima alla collina.
– Quello sono io, di sicuro, – intervenne il mio amico.
– No, non sei tu, – fece lei scuotendo la testa.
– Come fai a saperlo?
– Lo so e basta, – disse la ragazza con un'espressione molto seria. – Il
perché lo ignoro, ma è così. Ti senti ferito?
– Naturalmente, – rispose il mio amico, con una smorfia scherzosa
solo a metà.
Il giovane, scostando i fitti rami che gli sbarravano la strada, saliva lentamente lungo il fianco della collina. Era il primo essere umano ad arrampicarsi lassù da quando i salici ciechi avevano invaso il terreno. Col berretto in testa, avanzava scacciando con una mano le mosche che gli ronzavano
intorno. Per incontrare la fanciulla addormentata. Per svegliarla dal suo
lungo e profondo sonno.
– Peccato che arrivato in cima, ne trovi il corpo roso all'interno dai moscerini, – disse il mio amico.
– In un certo senso, – rispose lei.
– Se in un certo senso la fanciulla è stata mangiata dai moscerini, in un
certo senso la storia è ben triste.
– Sì, in effetti... – ammise la ragazza dopo averci pensato un po' su. –
Tu cosa ne pensi? – mi chiese.
– Be', sembra piuttosto triste anche a me, – risposi.
Mio cugino finì alle dodici e venti. Sul viso aveva un'espressione disorientata, come se non mettesse a fuoco le cose. Teneva in mano una busta
con le medicine. Dopo essere apparso sulla soglia della caffetteria, prima
di dirigersi verso il mio tavolo impiegò un po' di tempo per vedermi. Dal
modo legnoso di camminare, sembrava che non riuscisse a trovare l'equilibrio. Si sedette di fronte a me e fece un profondo sospiro, quasi fosse stato
troppo occupato per ricordarsi di respirare.
– Com'è andata? – gli chiesi.
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– Mmh, – fece lui. Rimasi in attesa che aggiungesse qualcosa, ma niente, non si decideva a parlare.
– Hai fame?
Annuì in silenzio.
– Vuoi che mangiamo qui? O preferisci prendere l'autobus e andare da
qualche parte in centro?
Mio cugino si guardò attorno con aria perplessa, poi disse che andava
bene lì. Andai alla cassa a ordinare due menu a prezzo fisso e feci lo scontrino. Fino a quando non ci portarono i nostri vassoi, lui restò in silenzio a
contemplare il paesaggio fuori dalla finestra – il mare, gli alberi in fila, gli
irrigatori, tutto quello che fino a poco prima stavo guardando io.
Al tavolo accanto al nostro erano seduti un uomo e una donna di mezza
età vestiti in maniera formale – probabilmente marito e moglie –, che mangiavano dei sandwich e intanto parlavano di un amico malato di tumore ai
polmoni. Cinque anni prima aveva smesso di fumare, stavano dicendo, ma
evidentemente troppo tardi, perché una mattina quando si era alzato aveva
sputato sangue. La moglie faceva le domande, il marito rispondeva. Un
tumore, sosteneva, in un certo senso è il condensato di tutto il modo di vivere di una persona.
Il pranzo consisteva in pesce bianco fritto, hamburger con contorno di
insalata e una pagnottina. Uno di fronte all'altro, mangiammo in silenzio.
Nel frattempo i due di fianco a noi parlavano infervorati di tumori: come si
sviluppavano, perché negli ultimi tempi erano in aumento, perché i farmaci
erano inefficaci...
– Più o meno, è sempre la stessa solfa, – disse mio cugino in tono vagamente apatico, guardandosi le mani. – Mi domandano tutti le stesse cose,
mi fanno gli stessi test...
Eravamo seduti su una panchina davanti al cancello della clinica e
aspettavamo l'autobus. La brezza ogni tanto faceva muovere le foglie sopra
la nostra testa.
– Qualche volta ti capita di perdere completamente l'udito, vero? – chiesi.
– Sì, appunto. Non sento più niente.
– E che effetto ti fa?
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Mio cugino piegò la testa di lato con aria pensosa. – A un certo punto
mi accorgo che i rumori, tutti i rumori, sono scomparsi. Prima che me ne
accorga però passa un sacco di tempo. Quando me ne rendo conto, ormai
non sento più nulla. Come se fossi sul fondo del mare con dei paraorecchie. Questo stato dura per un po'. Per tutto il tempo le mie orecchie non
sentono, è vero, ma non si tratta soltanto di questo. Essere sordo è soltanto
una piccola parte del disturbo.
– È molto fastidioso?
Mio cugino scosse forte la testa due volte.
– No. Non so perché, ma non mi dà fastidio. È solo scomodo quando
faccio certe cose. Non sentire i rumori, cioè.
Ci pensai su. Ma non riuscivo a figurarmi bene la situazione.
– Hai visto Fort Apache, di John Ford? – mi chiese mio cugino.
– Sì, tanto tempo fa, – risposi.
– L'ho di nuovo visto l'altro giorno, alla televisione. È proprio un bel film.
– Già, – convenni.
– All'inizio c'è un colonnello che sta raggiungendo un fortino nel West,
e c'è un capitano – John Wayne – che gli è andato incontro: è un veterano,
mentre il colonnello non conosce ancora bene la situazione da quelle parti.
In tutto il territorio gli indiani sono in rivolta.
Mio cugino prese dalla tasca un fazzoletto bianco piegato e si asciugò
gli angoli della bocca.
– Quando arrivano al forte, il colonnello si volta verso John Wayne e gli
dice: «Ho visto diversi indiani, lungo la strada». Allora John Wayne, con
aria distaccata, gli risponde: «Non si preoccupi, signore. Se ha visto degli
indiani, è segno che lì non ce ne sono». Le parole esatte le ho dimenticate,
ma più o meno il succo era questo. Tu capisci cosa vuol dire?
Non ricordavo quelle battute in Fort Apache, mi sembravano un po'
troppo sibilline per un'opera di John Ford. Ma erano passati tanti anni da
quando l'avevo visto.
– Forse significa che quello che è sotto gli occhi di tutti non è molto importante... Credo, non so, – dissi.
Mio cugino aggrottò la fronte.
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– Neanch'io so bene cosa voglia dire, ma ogni volta che qualcuno mostra di preoccuparsi per le mie orecchie, mi viene sempre in mente quella
frase: «Se ha visto degli indiani, è segno che lì non ce ne sono».
Risi.
– È buffo? – mi domandò mio cugino.
– Sì, è buffo, – gli risposi. Rise anche lui. Era da molto tempo che non
lo vedevo ridere.
Dopo un breve silenzio, finalmente sembrò lasciarsi andare, perché mi
chiese: – Senti, hai voglia di guardarmi un momento dentro l'orecchio?
– Guardarti dentro l'orecchio? – ripetei stupito.
– Sì, basta che guardi dall'esterno.
– Va bene, ma perché vuoi che lo faccia?
– Così, – rispose mio cugino arrossendo, – tanto per sapere che aspetto ha.
– D'accordo, – dissi, – allora ci guardo.
Mio cugino si sedette voltandomi le spalle e tese verso di me l'orecchio
destro: era molto ben fatto, piuttosto piccolo, col lobo paffuto come una
madeleine appena sfornata. Era la prima volta che osservavo con tanta attenzione l'orecchio di qualcuno. A guardarlo bene, in confronto agli altri
organi del corpo umano l'orecchio ha qualcosa di misterioso. Per la sua
forma strana, tutta circonvoluzioni tortuose, avvallamenti e rilievi. Forse
nel corso dell'evoluzione, lo sviluppo ottimale delle funzioni di ascolto e
protezione l'ha portato a prendere questo aspetto singolare. Il foro, circondato da una barriera asimmetrica, si apre buio come l'ingresso di una caverna segreta.
Pensai ai microscopici moscerini annidati nell'orecchio della donna. Alle sei zampette cariche di dolce polline che si intrufolavano nella calda
oscurità del suo corpo, ne rosicchiavano le morbide carni rosa e ne succhiavano gli umori, deponendo minuscole uova nel suo cervello. Però non
si vedevano. Non si sentiva nemmeno il rumore delle loro ali.
– Fatto, – dissi.
Mio cugino si risedette nel verso giusto.
– Allora? Ha qualcosa di strano?
– Be', visto dall'esterno si direbbe di no.
– Neanche una vaga impressione, un dettaglio?
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– No, è un orecchio normalissimo.
Sembrava deluso. Forse avevo detto la cosa sbagliata.
– Il medico ti ha fatto male? – chiesi.
– Non particolarmente. Come le altre volte, cioè. Mi frugano sempre
nello stesso punto allo stesso modo, come se dovessero raschiarmi via
quella parte. Non mi sembra nemmeno più il mio orecchio.
– Ecco il 28, – disse dopo un po', voltandosi per guardarmi. – Dobbiamo
prendere il 28, vero?
Io ero immerso nei miei pensieri. A quelle parole alzai il viso, vidi l'autobus sbucare dalla curva in cima alla salita e rallentare. Non era un autobus nuovo di zecca come quello di prima, ma una delle solite vecchie vetture. Sul parabrezza era attaccato un cartello col numero 28. Feci per alzarmi. Ma non ci riuscii. Non riuscivo a muovere mani e piedi come volevo, quasi fossi trascinato nel vortice di una corrente.
Stavo pensando alla scatola di cioccolatini che avevamo portato in regalo quel pomeriggio d'estate. Quando aveva sollevato il coperchio tutta contenta, la ragazza aveva visto i dodici cioccolatini completamente sciolti e
spiaccicati contro la carta della confezione. Prima di andare all'ospedale io
e il mio amico eravamo passati dalla spiaggia, avevamo parcheggiato lì la
moto e ci eravamo sdraiati sulla sabbia a parlare di tante cose. Lasciando
per tutto il tempo la scatola sotto il sole rovente di agosto. Per nostra arroganza e mancanza di attenzione avevamo rovinato quei cioccolatini, ormai
senza forma, da buttare. Avremmo dovuto provare a scusarci, al riguardo.
Uno di noi, non aveva importanza chi, avrebbe dovuto dire qualcosa che
avesse almeno un po' di senso. Invece quel pomeriggio eravamo rimasti indifferenti, poi ci eravamo separati scambiandoci le solite battute idiote. E
lasciando quella collina invasa dai salici ciechi.
Mio cugino mi afferrò con forza il braccio destro.
– Tutto bene? – mi chiese.
La mia coscienza tornò alla realtà, mi alzai dalla panchina. Questa volta
ci riuscii senza problemi. Sentivo di nuovo sulla pelle il dolce vento di
maggio. Poi, per qualche secondo, mi ritrovai in uno strano luogo. Un luogo buio dove le cose visibili non esistevano, e quelle invisibili sì. Ma alla
fine davanti a me si fermò, ben reale, l'autobus numero 28, le sue porte ben
reali si aprirono. Dovevo salirci, per andare altrove.
– Tutto a posto, – dissi posando una mano sulla spalla di mio cugino.
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Birthday Girl
Voi cos'avete fatto il giorno del vostro ventesimo compleanno? Lo ricordate? Io sì. Il 12 gennaio 1969 – una giornata buia e fredda – per guadagnare qualcosina lavoravo come cameriere in un caffè. Non avendo trovato nessuno che mi sostituisse, finii col passare una giornata squallida,
dall'inizio alla fine, una giornata che in quel momento mi parve un presagio di tutta la mia vita futura.
Anche la protagonista di questo racconto, quando era ragazza, ha trascorso il suo ventesimo compleanno in modo poco entusiasmante. Era piovuto dal mattino alla sera. Ma chissà, forse all'ultimo momento l'aspettava
una sorpresa.
Il giorno in cui compì vent'anni, come ogni venerdì era di turno al ristorante, ma aveva chiesto alla collega di fare uno scambio e in teoria era libera. Desiderio comprensibile. Portare ai tavoli gnocchi alla zucca e fritto
misto di pesce sotto gli improperi del cuoco non si poteva certo considerare
un bel modo di festeggiare il raggiungimento della maggiore età. Peccato
che la ragazza che doveva sostituirla, a letto con l'influenza, si fosse aggravata. Con la febbre a 40° e la diarrea, non era certo in condizioni di lavorare. Così all'ultimo momento lei aveva dovuto precipitarsi al ristorante.
– Non ti preoccupare, non fa niente, – aveva detto al telefono, quasi per
consolarla, all'amica che si scusava. – È vero che oggi compio vent'anni,
ma non avevo in programma nulla di speciale.
Diceva la verità, non si sentiva particolarmente delusa. Una delle ragioni era che qualche giorno prima aveva avuto un terribile litigio con il suo
ragazzo, col quale avrebbe dovuto passare quella serata. Stavano insieme
dai tempi del liceo, e la lite era nata da un futile motivo, ma prima che se
ne rendessero conto era degenerata. Avevano continuato a scambiarsi accuse pesanti, con la sensazione che il legame che li aveva uniti fino ad allora si fosse fatalmente spezzato. Lei sentiva che qualcosa dentro di sé era
diventato duro come una pietra, era morto. Dopo la lite lui non le aveva telefonato, né lei aveva voglia di chiamarlo.
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Il locale dove lavorava era un ristorante italiano abbastanza noto nel
quartiere di Roppongi. Esisteva fin dalla metà degli anni Sessanta, e la sua
cucina, se non raffinatissima, era semplice e gustosa, e non stancava.
Quanto all'atmosfera, era tranquilla e rilassante, senza quella formalità che
può essere oppressiva. La clientela in genere non era formata da giovani,
ma da persone di una certa età, fra cui capitava di vedere attori famosi o
scrittori.
I due camerieri a tempo pieno lavoravano sei giorni alla settimana, lei e
l'altra studentessa part-time a giorni alterni. Oltre a loro, in sala c'era il direttore. Alla cassa sedeva una donna magra avanti negli anni che era lì – si
diceva – da quando il ristorante aveva aperto, e ricordava una di quelle tristi figure di vecchie che compaiono in Little Dorrit. Perennemente seduta
alla cassa, si occupava dei clienti che andavano a pagare il conto e rispondeva al telefono. Non faceva nient'altro. Sempre vestita di nero, parlava
soltanto quando era strettamente necessario. Tutto in lei evocava qualcosa
di duro e secco, messa a galleggiare sul mare, di notte, avrebbe fatto affondare qualunque nave l'avesse urtata.
Quanto al direttore di sala, doveva andare per i cinquanta. Alto, spalle
larghe, in gioventù aveva di sicuro vantato un fisico da sportivo, ma ora
cominciava a mettere su pancia e un po' di doppio mento. I capelli corti e
neri si stavano diradando in cima alla testa. Si portava addosso l'odore inequivocabile dello scapolo che invecchia da solo. Un odore di pasticche per
la tosse e giornali dimenticati in un cassetto, lo stesso che aveva sempre
uno zio della protagonista di questa storia.
La tenuta invariabile del direttore di sala era un completo nero con camicia bianca e farfallino. Una vera cravatta a farfalla, non una di quelle finte che si attaccano con una spilla da balia. Riusciva a fare il nodo alla perfezione senza bisogno di guardarsi allo specchio. Cosa di cui andava molto
fiero. Il suo lavoro consisteva nel controllare il viavai dei clienti, tenere a
mente le prenotazioni, ricordare il nome degli avventori abituali, accoglierli – quando venivano – con espressione sorridente, ascoltare con rispetto le
eventuali lamentele, rispondere nella maniera più esaustiva e professionale
possibile alle domande riguardanti il vino, tener d'occhio camerieri e cameriere. Tutte queste mansioni lui le svolgeva in modo eccellente giorno dopo
giorno. Inoltre portava la cena al titolare nel suo alloggio.
– Il titolare aveva un appartamento al sesto piano del palazzo dove si
trovava il ristorante. Non so se fosse la sua abitazione o il suo ufficio, – mi
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disse la mia amica. In riferimento a non so più cosa, avevamo finito per
parlare del nostro ventesimo compleanno, del modo in cui l'avevamo trascorso. È un anniversario che la maggior parte delle persone ricorda bene.
Il suo era già passato da più di dieci anni.
– Il titolare, non so per quale motivo, non compariva mai. Nessuno del
personale l'aveva mai visto in faccia. Soltanto il direttore era ammesso alla
sua presenza.
– Insomma, ogni giorno si faceva portare la cena a domicilio dal proprio
ristorante, – dissi io.
– Praticamente sì. Ogni sera, alle otto, il direttore gliela doveva portare
nel suo alloggio. Per noi era seccante che si assentasse proprio a quell'ora,
nel momento di maggior lavoro, ma la cosa funzionava così da molti anni e
non ci si poteva fare niente. Il cibo veniva messo su un carrello come quelli
che si usano negli alberghi per il servizio in camera, il direttore lo spingeva
con espressione molto compunta dentro l'ascensore, saliva al sesto piano e
dopo un quarto d'ora tornava a mani vuote. Passata un'ora andava di nuovo
su e riportava giù il carrello con piatti e bicchieri sporchi. Quest'operazione
si ripeteva ogni giorno, sempre uguale. All'inizio mi era parso davvero
strano, quasi fosse una sorta di rito religioso. Poi ci ho fatto l'abitudine e
non ci ho più pensato.
Il titolare mangiava sempre pollo. Il modo di cucinarlo e il contorno variavano un poco ogni sera, ma il cibo principale doveva per forza essere
pollo. Un cuoco giovane aveva raccontato alla mia amica, in confidenza,
che una volta per fare una prova gli aveva mandato su pollo arrosto per una
settimana di fila, ma non c'erano state lamentele. I cuochi tuttavia amavano
inventare ricette originali e ogni nuovo chef, cambiando ora gli ingredienti
ora la preparazione, si ingegnava a cucinare il pollo in tutti i modi possibili
e immaginabili. Lo serviva con salse raffinate. Provava fornitori diversi.
Ma era tutta fatica sprecata, come buttare pietruzze nel vuoto. Non si otteneva la minima reazione. Di conseguenza tutti i cuochi, prima o poi, finivano per gettare la spugna e gli servivano giorno dopo giorno piatti di pollo del tutto banali. Dal momento che non veniva chiesto loro altro...
Il compleanno della mia amica cadeva il 17 novembre e anche quel
giorno aveva iniziato a lavorare al solito orario. Poco dopo le dodici era
cominciata a venir giù una pioggerellina che nel tardo pomeriggio si era
trasformata in un vero e proprio diluvio. Alle cinque il personale si era riunito e il direttore aveva annunciato il menu di quella sera. I camerieri e le
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cameriere dovevano impararlo a memoria nell'ordine stabilito, voce per
voce. Senza scrivere nulla. Cotoletta di vitello alla milanese, pasta con
sarde e cavolo, mousse di castagne... A volte il direttore fingeva di essere
un cliente e ordinava qualcosa, e loro dovevano rispondere alle sue domande. Poi al personale veniva servita la cena, offerta dall'azienda. Non
fosse mai che a qualcuno si mettesse a gorgogliare lo stomaco mentre
prendeva le ordinazioni ai tavoli!
Il ristorante apriva alle sei, ma a causa della pioggia violenta i clienti
tardavano ad arrivare. Alcune prenotazioni vennero annullate. Con tutta
quell'acqua, era probabile che le signore non avessero voglia di inzupparsi i
vestiti. Il direttore di sala stringeva le labbra con aria contrariata e i camerieri ammazzavano il tempo lucidando le saliere, parlando di cucina con i
cuochi. La mia amica, guardandosi attorno nella sala dove c'era soltanto un
gruppo di clienti, ascoltava le note di un clavicembalo che gli altoparlanti
sul soffitto diffondevano a basso volume. In quella sera d'autunno, l'odore
intenso della pioggia arrivava fin dentro il locale.
Il direttore aveva cominciato a sentirsi male poco dopo le sette e mezza.
Gli erano mancate le forze e si era accasciato su una sedia, le mani sulla
pancia. Come se fosse stato colpito da una pallottola. Aveva la fronte imperlata di sudore. Con voce grave, aveva chiesto di essere portato all'ospedale. Era rarissimo che il direttore si sentisse poco bene. In dieci anni di lavoro in quel ristorante, non si era mai assentato una volta. Non era mai stato malato né si era mai fatto male. Anche di questo andava molto fiero. Ma
la sua faccia contorta dal dolore dimostrava che la situazione era seria.
La mia amica era uscita in strada con l'ombrello e aveva fermato un taxi. Un cameriere aveva aiutato il direttore a salire in macchina, sostenendolo, e l'aveva accompagnato all'ospedale più vicino. Prima di salire sul taxi
il direttore, con voce rotta, le aveva detto:
– Alle otto porta la cena all'appartamento numero 604. Suona il campanello, di' che hai portato la cena e lasciala lì. Non devi fare altro.
– Al numero 604? – aveva ripetuto lei.
– Sì, alle otto in punto, – le aveva risposto preoccupato. Poi di nuovo
una smorfia gli aveva contratto il viso. Il tassista aveva azionato la chiusura automatica della portiera e l'auto si era messa in moto.
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Anche dopo la partenza del direttore, la pioggia non aveva accennato a
diminuire e i clienti scarseggiavano. Per tutta la serata i tavoli occupati furono solo uno o due alla volta, così l'assenza del direttore e di uno dei camerieri non costituì un problema. Era una fortuna nella disgrazia, perché
spesso lo staff al completo riusciva a stento a star dietro al servizio.
Alle otto la cena del titolare era pronta. La mia amica spinse il carrello
nell'ascensore e salì al sesto piano. Sul carrello c'erano le solite cose: una
mezza bottiglia di vino già stappata, un bricco di caffè, un piatto di pollo
con contorno caldo di verdura, delle pagnottine servite con del burro. Lo
stretto ascensore fu subito saturo dell'odore greve della carne, cui si mescolava quello della pioggia. Qualcuno doveva esserci entrato con un ombrello
grondante perché sul pavimento c'erano pozze d'acqua.
La mia amica avanzò lungo il corridoio e si fermò davanti alla porta
604, ripetendo mentalmente il numero che il direttore le aveva detto. Poi si
schiarì la gola e schiacciò il campanello.
Non ottenendo risposta, aspettò una ventina di secondi ferma dove si
trovava. Si stava chiedendo se suonare un'altra volta, quando all'improvviso la porta si aprì e apparve un vecchietto mingherlino. Doveva essere quasi una ventina di centimetri più basso di lei. Indossava un completo scuro,
una camicia bianca e una cravatta color foglia secca. Ogni capo era pulitissimo e perfettamente stirato. Con i suoi capelli candidi pettinati con cura, il
vecchio pareva sul punto di recarsi a un ricevimento o qualcosa del genere.
La fronte solcata da rughe profonde faceva venire in mente delle gole fra i
monti fotografate da un aereo.
– Le ho portato la cena, – disse lei con voce roca. Poi si schiarì leggermente la gola. Quando era tesa, la voce le si velava sempre un po'.
– La cena?
– Sì. Il direttore all'improvviso si è sentito male, allora stasera gliel'ho
portata su io.
– Capisco, – fece il titolare, sempre con la mano sul pomo della porta,
come se cercasse di convincersi. – Mmh. Quindi si è sentito male?
– Sì. Di colpo gli sono venuti dei dolori al ventre. Così è andato all'ospedale. Può darsi che si tratti di appendicite, lo ha detto lui stesso.
– Oh, mi dispiace, – disse il vecchio. – È un bel guaio, – ripeté accarezzandosi adagio le rughe sulla fronte.
Di nuovo la mia amica si schiarì la gola.
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– Allora... posso entrare, posso portare il carrello dentro casa?
– Sì, certo, – rispose il vecchio. – Certo. Per me va bene. Se è questo
che desidera.
«Se è questo che desidero? – pensò lei. – Che modo strano di esprimersi. Chissà perché dovrei essere io a desiderarlo?»
Il vecchio spalancò la porta, lei entrò spingendo il carrello davanti a sé.
All'interno dell'appartamento il pavimento era coperto da una sottile moquette grigia su cui si poteva camminare con le scarpe, non era necessario
toglierle prima di entrare: più che di un'abitazione doveva trattarsi di un ufficio. Infatti subito oltre la porta si apriva un vasto studio. Al di là dei vetri
si vedeva, vicinissima, la Tōkyō Tower illuminata. Davanti alla finestra
c'era una grande scrivania, e su un lato un piccolo divano con due poltrone.
Il vecchio indicò il tavolino davanti al divano, un tavolino basso in stile art
déco, lungo e stretto. Lei vi dispose sopra la cena: prima una tovaglietta di
cotone bianco, poi le posate, il bricco del caffè con la sua tazza, la bottiglia
e un calice da vino, pane e burro, infine il piatto col pollo arrosto e il contorno di verdure bollite.
– Fra un'ora passo a ritirare. Può lasciare i piatti nel corridoio come fa
sempre, per favore? – chiese.
Il vecchio osservò con molto interesse il cibo disposto sul tavolino, poi,
come se si ricordasse finalmente di rispondere, disse:
– Ah, sì, certo. Le lascio tutto in corridoio. Sopra il carrello. Fra un'ora.
Se è questo che desidera.
«Sì, adesso è questo che desidero», ripeté lei in cuor suo.
– Ha bisogno di qualche altra cosa? – chiese poi.
– No, nient'altro, va bene così, – rispose il vecchio dopo averci pensato
un po' su. Aveva ai piedi delle scarpe nere tirate a lucido. Scarpe piccole e
molto chic. Era un uomo elegante. E con un bel portamento, per la sua età.
– In tal caso mi permetta di ritirarmi, – disse lei.
– No, aspetti un momento, – la fermò il vecchio.
– Sì? Prego?
– Le dispiace dedicarmi cinque minuti del suo tempo, signorina? – chiese lui. – Vorrei dirle due parole.
«Signorina?» Sentendosi chiamare in modo così riguardoso, la mia amica divenne rossa.
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– Sì, uhm... va bene. Cioè, se si tratta di cinque minuti... – Insomma,
quell'uomo era il datore di lavoro che la pagava un tanto all'ora. Non era
questione di dedicargli del tempo, o di farselo rubare da lui. Inoltre non
sembrava il tipo d'uomo capace di molestarla.
– A proposito, quanti anni ha? – chiese il vecchio, che in piedi accanto
alla scrivania, con le braccia conserte, la guardava diritto negli occhi.
– Ho compiuto vent'anni.
– Ha compiuto vent'anni? – ripeté lui. Poi socchiuse le palpebre come se
volesse sbirciare attraverso una fessura. – Questo significa che non è passato molto tempo da quando li ha compiuti?
Lei esitò un poco.
– Proprio così, – disse poi. – A dire la verità, oggi è il mio compleanno.
– Ah, ecco! – fece il vecchio con aria convinta, accarezzandosi il mento.
– Ah, ecco, ecco... Oggi è il suo ventesimo compleanno, insomma.
Lei annuì in silenzio.
– Esattamente vent'anni fa veniva al mondo.
– Sì. È così.
– Ecco, ecco. Molto bene. Allora tanti auguri, – disse il vecchio.
– La ringrazio, – rispose la mia amica. A pensarci bene, il titolare era la
prima persona che le faceva gli auguri, quel giorno. Anche se tornando a
casa, nella sua stanza, probabilmente avrebbe trovato sulla segreteria telefonica un lungo messaggio dei genitori.
– Le faccio davvero i miei più sentiti auguri, – ripeté il vecchio. – È
proprio una bella cosa. Propongo un brindisi col vino rosso, signorina, è
d'accordo?
– La ringrazio, ma non posso. Sono in orario di lavoro.
– Solo un sorso, cosa vuole che importi? Se glielo permetto io, nessuno
le può rimproverare nulla. Giusto un sorso per celebrare.
Il vecchio tolse il tappo dalla bottiglia e versò un po' di vino per lei nel
calice. Poi da una vetrinetta prese un comune bicchiere di vetro e ci versò
del vino per sé.
– Tanti auguri di buon compleanno, – disse. – Signorina, che la sua vita
sia piena di sincerità e di abbondanza. Che nulla vi getti la sua ombra oscura.
Sollevarono i bicchieri.
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«Che nulla vi getti la sua ombra oscura». Mentalmente lei ripeté le parole del vecchio. Perché si era espresso in quella maniera inusuale?
– Il ventesimo compleanno viene una volta sola nella vita. Ed è il giorno
più importante di tutti, signorina, senza paragone.
– Sì, – rispose lei. Poi bevve solennemente un sorso di vino.
– E in questo giorno così importante, lei è venuta fin qui a portarmi la
cena. Come una fata gentile.
– Ho soltanto eseguito un ordine.
– Sì, ma questo non importa, – disse il vecchio. Dopo qualche istante,
con un lieve oscillare del capo, ripeté: – Questo non importa. Mia bella signorina.
Si sedette sulla sedia in pelle dietro alla scrivania e la invitò ad accomodarsi sul divano. Lei, sempre col calice in mano, si sedette sul bordo e si
tirò bene la gonna sulle ginocchia. Poi si schiarì di nuovo la gola. Guardò
le righe tracciate dalla pioggia sul lato esterno dei vetri. Nella stanza c'era
una calma quasi allarmante.
– Oggi si dà il caso che sia il suo ventesimo compleanno, e che lei mi
abbia fatto la cortesia di portarmi fin qui un ottimo pasto caldo, – disse
nuovamente il vecchio come se verificasse i fatti. Quindi posò il bicchiere
sul vetro della scrivania, con un urto leggero. – È una fortunata combinazione di circostanze. Non trova?
Ancora una volta lei annuì senza convinzione.
– Di conseguenza, signorina, – proseguì il vecchio portando la mano al
nodo della cravatta, – è mia intenzione offrirle un regalo. Si dica quello che
si vuole, ma di un giorno particolare come questo, è bene che lei conservi
un ricordo particolare.
La mia amica scosse precipitosamente la testa.
– No, la prego, non si preoccupi per questo. Io ho solo eseguito gli ordini del direttore, portandole qui la cena.
Il vecchio alzò le mani con i palmi rivolti verso di lei.
– No, no, è lei che non deve preoccuparsi. Quando dico regalo, non intendo qualcosa di concreto, qualcosa che ha un prezzo. Io vorrei, – proseguì posando entrambe le mani sulla scrivania e facendo un profondo respiro, – insomma, vorrei esaudire un suo desiderio, mia bella fata. Qualunque
cosa sia. Quello che vuole. Se c'è qualcosa che desidera, ovviamente.
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– Qualcosa che desidero? – ripeté la mia amica con voce secca.
– Qualcosa che vorrebbe fosse diverso, signorina. Che spera si verifichi.
Se ha un desiderio, uno soltanto, io lo voglio esaudire per lei. Questo è il
regalo che posso farle per il suo compleanno. Ma gliene è concesso uno solo, quindi ci rifletta bene –. Il vecchio sollevò in aria un dito. – Uno soltanto. Una volta espresso il suo desiderio, non potrà tornare indietro.
Lei era senza parole. Un desiderio? A tratti si sentiva il rumore della
pioggia, che spinta dal vento picchiava contro il vetro delle finestre. Il silenzio durava, e intanto il vecchio la guardava negli occhi senza dire nulla.
Nelle sue orecchie il tempo pulsava con un ritmo irregolare.
– Se io esprimo un desiderio, lei lo esaudirà?
Il vecchio non rispose. Le mani posate una accanto all'altra sulla scrivania, si limitò a sorridere. Un sorriso estremamente naturale e benevolo.
– Lei ce l'ha un desiderio, signorina? Oppure no? – chiese in tono pacato.
La mia amica mi guardò in faccia.
– È successo veramente, sai? Non mi sto inventando tutto.
– Lo so, – dissi. Non era il tipo da inventarsi una storia di sana pianta. –
Allora che desiderio hai espresso, quella volta?
Lei continuò a fissarmi per un po'. Poi fece un piccolo sospiro.
– Be', non è che abbia preso le parole di quel vecchio signore troppo sul
serio. Avevo già vent'anni e non credevo più alle favole. Ma se la sua era
una manifestazione estemporanea di umorismo, la trovavo piuttosto divertente. Aveva eleganza, quell'uomo, e mi venne voglia di assecondarlo. Se il
giorno del mio ventesimo compleanno mi capitava qualcosa di insolito,
non c'era niente di male. Questo pensai. Non si trattava di crederci o meno.
Io annuii in silenzio.
– Capisci cosa provavo? Mi preparavo a finire quella giornata vuota così, servendo tortellini al sugo di acciughe, senza che succedesse niente di
speciale, senza che nessuno mi facesse gli auguri. Il giorno in cui compivo
vent'anni.
Di nuovo annuii.
– Ti capisco benissimo, – dissi.
– Quindi feci quello che mi chiedeva, espressi un desiderio.
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Il vecchio per un po' restò a guardarla senza dire nulla. Sempre con le
mani posate sulla scrivania. Sul ripiano c'erano dei registri molto spessi che
sembravano libri di conti. Oltre a penne, matite, un calendario, una lampada con un abat-jour verde... Fra quella roba anche le sue piccole mani sembravano degli articoli di cartoleria. Gocce di pioggia continuavano a colpire i vetri della finestra, oltre la quale brillavano le luci della Tōkyō Tower.
Le rughe del vecchio si fecero un poco più profonde.
– Allora questo è il suo desiderio, vero?
– Sì. Esatto.
– Un desiderio piuttosto strano, per una ragazza della sua età, – disse
lui. – A dir la verità, mi aspettavo qualcosa di molto diverso.
– Se non va bene, posso cambiarlo, – rispose lei. Poi si schiarì la gola. –
Per me è indifferente, posso trovarne un altro.
– No, no, – fece il vecchio alzando le mani e agitandole in aria come
bandierine. – Non ha nulla che non vada, il suo desiderio. Affatto. Semplicemente sono rimasto sorpreso. Voglio dire... siamo sicuri che non sogna
qualcos'altro? Per esempio, che ne so, non vorrebbe diventare più bella, più
intelligente, avere più soldi, insomma questo genere di cose? Le cose che
desiderano di solito le ragazze?
La mia amica prese tutto il tempo necessario per trovare le parole giuste. Nel frattempo il vecchio non parlava, aspettava in silenzio, le mani
poggiate tranquillamente sulla scrivania.
– È ovvio che vorrei diventare più bella, più intelligente, più ricca. Però
se questo genere di desiderio si avverasse, chi può dire quali conseguenze
porterebbe, alla fine? Magari per me si muterebbe in un danno. Per il momento io non ho ancora afferrato il senso della vita. Sul serio. Non capisco
bene come funzioni.
– Ah, ecco, – disse il vecchio incrociando le dita delle mani, poi separandole di nuovo. – Ecco.
– Allora il mio desiderio può andare?
– Certamente. Certamente. Da parte mia non ci sono obiezioni.
Tutt'a un tratto il vecchio prese a fissare un punto nell'aria. Le rughe sulla fronte gli si fecero più profonde, quasi fossero le circonvoluzioni del suo
cervello concentrato a riflettere. Sembrava osservare qualcosa che fluttuava
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nell'aria, come minuscole, invisibili piume. Poi spalancò le braccia, si sollevò un poco dalla sedia e giunse le mani con vigore. Producendo un breve
schiocco secco. Quindi si risedette. Si accarezzò lentamente la fronte come
per lisciare le rughe e sorrise tranquillo.
– Ecco fatto, – disse. – Il suo desiderio è esaudito.
– L'ha già esaudito?
– Sì, l'ho esaudito. È stato facilissimo. Bella signorina, oggi è il suo
compleanno, ancora tanti auguri. Le lascerò il carrello nel corridoio non si
preoccupi. Torni pure al suo lavoro.
La mia amica prese l'ascensore e scese al ristorante. Adesso che era a
mani vuote, provava una sgradevole impressione di leggerezza, di instabilità, come se camminasse su un terreno infido.
– È successo qualcosa? – le chiese il cameriere più giovane. – Hai un'aria così frastornata...
Lei scosse la testa con un sorriso ambiguo.
– Davvero ho un'aria frastornata? No, non è successo nulla.
– Di', che tipo è il capo?
– Boh! Non l'ho nemmeno visto bene, – tagliò corto la mia amica.
Un'ora e mezza dopo andò a prendere il carrello. Lo trovò nel corridoio.
Nel piatto non restava più nulla. Anche la bottiglia e il bricco di caffè erano vuoti. La porta dell'appartamento 604 era chiusa e muta. La contemplò
in silenzio per qualche secondo. Sembrava doversi aprire da un momento
all'altro. Ma non si aprì. Allora lei spinse il carrello nell'ascensore, scese, lo
portò in cucina. Lo chef guardò il piatto, vuoto come ogni sera, e annuì con
indifferenza.
– Da quella volta non ho mai più incontrato il titolare, – mi disse la mia
amica. – Il direttore in realtà aveva avuto un semplice mal di pancia, dal
giorno successivo ricominciò a portargli i pasti di persona, e io con l'anno
nuovo lasciai quel lavoro. Da allora non sono più andata in quel ristorante.
Non so perché, ma avevo l'impressione che mi convenisse starne alla larga.
Così, una sorta di presentimento.
Assorta nei suoi pensieri, giocherellava con una barchetta di carta.
– A volte ho l'impressione che tutto quello che è successo la sera del
mio ventesimo compleanno sia stata un'illusione. Come se per qualche ragione credessi reali cose che non sono accadute veramente. Ma non è così,
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ne sono sicura. Ancora adesso ricordo alla perfezione, come se li vedessi,
ogni mobile, ogni oggetto di quell'appartamento 604. È una cosa successa
davvero, e che forse ha un significato profondo.
Per un po' non parlammo, bevevamo ognuno dal proprio bicchiere, forse
pensando a cose diverse.
– Posso farti una domanda? – dissi. – Anzi, a dir la verità le domande
sarebbero due.
– Prego, – mi incoraggiò lei. – Ma lo immagino cosa vuoi sapere. Prima
di tutto, che desiderio ho espresso quel giorno.
– Però mi è parso che tu non avessi voglia di dirlo.
– Ti ho dato quest'impressione?
Annuii.
Lei posò la barchetta di carta e strinse gli occhi, come se volesse guardare lontano.
– Quando si esprime un desiderio, non bisogna rivelarlo a nessuno.
– Non ho intenzione di obbligarti a farlo. Quello che vorrei sapere, innanzi tutto, è se sia stato esaudito o meno. E poi, se ti sei mai pentita di
aver scelto, quella volta, quel desiderio lì. Qualunque cosa fosse. Non hai
mai pensato che avresti fatto meglio a trovarne un altro?
– Alla prima domanda rispondo sì, ma anche no. Ho ancora un bel
po' di anni da vivere davanti a me, e non posso sapere come andranno a
finire le cose.
– Era un desiderio che richiedeva del tempo?
– Già, – disse la mia amica, – era una cosa in cui il tempo aveva un ruolo essenziale.
– Come cucinare un piatto importante?
Lei annuì.
Riflettei un poco su quell'informazione. Ma nella mia mente appariva
soltanto l'immagine di una gigantesca torta che cuoceva a bassa temperatura nel forno.
– E riguardo alla seconda domanda? – chiesi.
– Qual era la seconda domanda?
– Se ti sei mai pentita di aver scelto quel desiderio.
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Un breve silenzio. Lei mi rivolse uno sguardo distratto. Sulla bocca le
affiorò l'ombra di un sorriso spento. Che mi fece capire che a un certo punto c'era stata una rinuncia.
– Adesso io sono sposata con un commercialista che ha tre anni più di
me, – disse. – Ho due bambini, un maschio e una femmina. Un setter irlandese. Posseggo un'Audi e due volte alla settimana vado a giocare a tennis
con le amiche. Questa è attualmente la mia vita.
– Niente male, mi sembra, – risposi.
– Anche se sul paraurti dell'Audi ci sono due ammaccature?
– Be', i paraurti servono proprio a questo, a prendersi le ammaccature.
– Dovrebbero creare uno sticker con questo motto: «I paraurti servono a
prendersi le ammaccature».
Io guardavo la sua bocca.
– Ciò che voglio dire... – prosegui in tono pacato, strofinandosi il lobo
dell'orecchio, un lobo molto ben fatto, – ciò che voglio dire è questo: che
una persona, qualunque cosa desideri, per quanto faccia, non potrà mai diventare altro che se stessa. Tutto qui.
– Anche uno sticker così non suonerebbe male: «Una persona, per quanto faccia, non potrà mai diventare altro che se stessa».
Lei scoppiò in una risata. E quell'ombra stentata di un sorriso che aveva
sulle labbra di colpo si dileguò.
Appoggiò i gomiti al bancone e mi guardò.
– Dimmi, se ti fossi trovato al mio posto, che desiderio avresti espresso?
– Cioè io, la sera del mio ventesimo compleanno?
– Sì.
Riflettei a lungo su quella domanda. Eppure non mi venne in mente nulla.
– No, non riesco a immaginarlo, – risposi con sincerità. – Ormai è passato troppo tempo dal mio ventesimo compleanno.
– Non c'è proprio niente, davvero?
Feci cenno di no con la testa.
– Nemmeno una cosa?
– Nemmeno una cosa.
Di nuovo lei mi guardò negli occhi. Uno sguardo molto diretto, molto
franco.
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– Allora significa che lo hai già realizzato, il tuo desiderio, – disse.
«Solo uno, badi, quindi ci rifletta bene. Mia bella fata». Da qualche parte nell'oscurità, un vecchietto con una cravatta del colore delle foglie secche alzava un dito nell'aria. «Soltanto uno. Dopo non potrà più tornare indietro».
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La tragedia nella miniera di carbone di New York
C'è un uomo che da dieci anni ha l'abitudine relativamente strana di recarsi allo zoo ogni volta che si annuncia l'arrivo di un tifone accompagnato
da pioggia violenta. È un mio amico. Abita a cinque minuti di cammino dal
giardino zoologico.
Quando un tifone si avvicina alla città, mentre tutte le persone ragionevoli si affrettano a chiudere le imposte, corrono a comprare acqua minerale
e verificano che le radio a transistor e le pile elettriche funzionino, lui si
avvolge in una mantella impermeabile – un residuato dell'esercito americano che si è procurato al tempo della guerra in Vietnam –, si infila una lattina di birra per tasca e se ne va allo zoo. A tal fine, all'annuncio di un tifone
prende sempre un giorno di ferie dal lavoro.
A volte non ha fortuna e trova il cancello sbarrato: «Oggi chiusura causa
cattivo tempo».
È un motivo più che accettabile. Chi può aver voglia di andare a vedere
le giraffe e le zebre durante un uragano?
Il mio amico si rassegna senza malumore, si siede su una statua a forma
di scoiattolo davanti al cancello, beve le sue birre ormai tiepide e se ne torna a casa.
Quando però la fortuna è dalla sua, il cancello è aperto.
Il mio amico paga il biglietto, entra, e fumando con difficoltà una sigaretta subito inzuppata d'acqua passa in rassegna gli animali, uno per uno,
osservandoli scrupolosamente. È l'unico visitatore. Gli animali sono tutti
rintanati in fondo alle gabbie. Alcuni guardano con occhi svagati la pioggia
che cade a secchi dal cielo, altri, resi nervosi dal vento, vanno avanti e indietro; altri ancora, spaventati dall'improvviso abbassamento della pressione atmosferica, diventano aggressivi.
La prima birra il mio amico la beve sempre seduto davanti alla gabbia
della tigre del Bengala – è l'animale che il tifone innervosisce di più –, la
seconda quando arriva al recinto del gorilla. Il gorilla sembra del tutto indifferente alle condizioni atmosferiche. Invece pare molto interessato alla
presenza del mio amico e osserva con espressione vagamente impietosita la
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figura di quell'uomo che beve da una lattina, seduto sul cemento nella posa
di una sirena.
– È come trovarsi con un estraneo in un ascensore bloccato, – mi ha detto una volta il mio amico.
A parte questa storia dei tifoni, è una persona a posto. Lavora in un'azienda di esportazioni – una società poco nota ma solida, dall'atmosfera
piacevole, – dove si occupa di investimenti all'estero, vive solo in un lindo
appartamentino e cambia ragazza ogni sei mesi. Per quale ragione senta il
bisogno di cambiarla con tanta regolarità, non l'ho mai capito. Anche perché si assomigliano tutte, quasi fossero dei cloni. Perlomeno io non ho mai
notato alcuna differenza fra loro.
Molta gente, non so come mai, si è fatta l'idea – del tutto arbitraria – che
sia un tipo banale e un po' tardo, ma lui non sembra farci caso. Possiede
un'automobile di seconda mano niente male, la raccolta completa delle
opere di Balzac, un abito nero, una cravatta nera e delle scarpe nere adatte
ai funerali.
Infatti ogni volta che devo andare a un funerale gli telefono per chiedergli in prestito vestito, cravatta e scarpe. Il vestito e le scarpe sono una misura in più della mia, ma ovviamente non posso permettermi di fare il difficile.
– Scusami, – gli dico ogni volta, – ho di nuovo un funerale in agenda.
– Prego, figurati, – risponde lui. – Immagino che tu ne abbia bisogno
subito, puoi venire a prendere la roba adesso, se vuoi.
Quando arrivo a casa sua, trovo già sul tavolo il vestito bello stirato e la
cravatta. Le scarpe sono perfettamente lucidate, della birra d'importazione
ghiacciata è al fresco nel frigorifero. Perché lui tiene sempre tutto in ordine, pronto per essere usato in qualsiasi momento. È questo tipo d'uomo.
Per forza, solo uno così può prendersi la briga di cambiare ragazza ogni sei
mesi.
– A proposito, poco tempo fa allo zoo ho visto un gatto, – mi disse facendo saltare la linguetta della lattina di birra.
– Un gatto?
– Sì. Due settimane fa sono andato nello Hokkaidō per lavoro. Nella zona c'è uno zoo e ci ho fatto un salto. C'era una piccola gabbia con attaccato
un cartello, «gatto», e dentro c'era un gatto che dormiva.
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– Che tipo di gatto?
– Un gatto normalissimo. Come se ne trovano ovunque. Marrone tigrato, con la coda corta e spaventosamente grasso. Se ne stava sdraiato sul
fianco, e dormiva tranquillo.
– Be', forse nello Hokkaidō i gatti sono rari, – dissi.
– Vuoi scherzare? – fece lui sconcertato. – Figurati, nello Hokkaidō!
Non sono né rari né niente.
– Da un altro punto di vista, perché non dovrebbero esserci dei gatti in
uno zoo? – chiesi. – Sono animali anche loro, no?
– Sì, ma ci siamo abituati. Di gatti e di cani ce ne sono anche troppi, in
giro. Non sono rarità che uno va a guardare allo zoo. Se ne vedono ovunque. Esattamente come le persone.
Bevemmo una mezza dozzina di birre in due, poi il mio amico prese un
sacchetto di carta col marchio di un grande magazzino e ci mise la cravatta,
il vestito infilato in un involucro di cellofan e le scarpe.
– Scusami se approfitto ogni volta, – gli dissi. – Penso sempre che dovrei comprarmene uno anch'io, e poi non lo faccio. Se vado a comprare un
vestito da mettere ai funerali, non so, ho l'impressione di ammettere la possibilità che qualcuno muoia.
– Non ti preoccupare. Tanto io non lo uso. E il vestito è di sicuro più
contento di venire usato che di starsene appeso inutilmente.
Lui quell'abito nero se lo era fatto fare tre anni prima, ma non l'aveva
messo nemmeno una volta.
– Da quando ce l'ho, non è mai morto nessuno di mia conoscenza, – disse.
– Già, succede sempre così.
– È proprio vero.
Manco a farlo apposta, in quell'anno ci fu un numero spaventoso di funerali. Intorno a me amici ed ex amici morivano uno dopo l'altro, come
spighe di granoturco in un campo bruciato dai raggi del solleone. All'epoca
avevo ventotto anni.
I miei amici erano tutti più o meno della mia età. Ventisette, ventotto,
ventinove anni... Di sicuro l'età sbagliata per morire. Un poeta può morire a
ventun anni, un rivoluzionario e una rock star a ventiquattro. Passata
quell'età, dai per scontato che in qualche modo le cose andranno per il ver36
so giusto. Hai superato la curva della morte leggendaria, sei uscito dal tunnel buio. Ormai non ti resta che procedere dritto verso la meta su un'autostrada a sei corsie. Ti sei tagliato i capelli, ti fai la barba ogni mattina. Non
sei più né un poeta, né un rivoluzionario, né una rock star. Finito il tempo
in cui ti addormentavi ubriaco in una cabina telefonica, bevevi fino a perdere coscienza, ascoltavi gli Lp dei Doors a tutto volume alle quattro del
mattino. Adesso sottoscrivi l'assicurazione sulla vita che ti propone un tuo
conoscente, bevi solo nei bar degli alberghi, conservi la fattura del dentista
per poterla scalare dalle tasse. È normale, ormai hai ventotto anni...
Fu a quel punto che inaspettatamente iniziò l'ecatombe. Si potrebbe dire
che si trattò di un vero e proprio attacco a sorpresa. Mentre ci cambiavamo
i vestiti al tiepido sole primaverile. Le taglie non erano più quelle giuste, le
maniche delle camicie erano rovesciate, infilavamo la gamba destra in pantaloni reali e quella sinistra in pantaloni immaginari, insomma facevamo
un gran pasticcio.
Il massacro arrivò insieme a un sorprendente rumore di spari.
Come se qualcuno dall'alto di una collina metafisica imbracciasse una
mitragliatrice metafisica e ci inondasse di pallottole metafisiche.
Comunque, in ultima analisi, la morte è soltanto la morte. In altre parole,
che salti fuori da un cappello o da un campo di grano, un coniglio resta sempre un coniglio. Una stufa rovente è solo una stufa rovente e il fumo nero
che esce da una ciminiera è soltanto fumo nero che esce da una ciminiera.
Il primo ad attraversare il baratro oscuro tra la realtà e l'irrealtà – o forse
l'irrealtà e la realtà – fu un mio amico dei tempi dell'università, uno che insegnava inglese alle medie. Si era sposato tre anni prima e la moglie alla
fine dell'anno era tornata dalla sua famiglia, nello Shikoku, per partorire.
In gennaio, una domenica pomeriggio troppo calda per la stagione, andò
in un grande magazzino, comprò al reparto coltelleria un rasoio di fabbricazione tedesca in grado di tagliar via l'orecchio a un elefante e due flaconi
di crema da barba. Poi tornò a casa, riempì d'acqua la vasca, accese lo
scaldabagno, prese del ghiaccio dal frigorifero e si scolò una bottiglia di
whisky. Dopodiché si immerse nella vasca, si tagliò i polsi e morì. Fu sua
madre a trovare il cadavere due giorni dopo. La polizia, chiamata subito,
scattò una serie di fotografie della scena. L'acqua del bagno mista al sangue aveva preso il colore del succo di pomodoro. La polizia dichiarò che si
trattava di suicidio. Perché la porta di casa era chiusa a chiave e soprattutto
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perché era stato lui, il morto, a comprare un rasoio quello stesso giorno.
Ma come mai aveva comprato la crema da barba – addirittura due flaconi –
se non aveva alcuna intenzione di usarla? Mistero.
Può darsi che non si fosse ancora abituato all'idea che dopo qualche ora
sarebbe morto. Oppure aveva temuto che il commesso del grande magazzino intuisse le sue intenzioni.
Non aveva lasciato né un testamento né un ultimo messaggio, nulla. Sul
tavolo della cucina erano rimasti soltanto un bicchiere, la bottiglia di Haig
vuota, il contenitore del ghiaccio e i due flaconi di crema da barba. Di sicuro, mentre mandava giù un bicchiere di whisky dopo l'altro in attesa che
l'acqua del bagno fosse calda, avrà osservato per tutto il tempo quei due
flaconi sul tavolo. Probabilmente pensando: «Non avrò mai più bisogno di
farmi la barba».
La morte di un giovane di ventotto anni è triste come la pioggia in inverno.
Nei dodici mesi seguenti morirono altre quattro persone.
Una a marzo, in una riserva petrolifera in Arabia Saudita o nel Kuwait,
due a giugno. Infarto e incidenti d'auto. Da luglio a novembre ci fu una tregua, ma a metà dicembre di nuovo morì qualcuno, di nuovo in un incidente
stradale.
A eccezione di quel primo amico che si era suicidato, tutti se ne andarono in un attimo, senza nemmeno rendersi conto che stavano morendo. Così, come se stessero salendo su una scala che conoscevano bene e tutt'a un
tratto fosse venuto a mancare il gradino.
– Puoi tirare fuori il futon? – aveva chiesto uno di loro alla moglie. L'amico che era morto di infarto a giugno. Questo succedeva alle undici del
mattino. Si era alzato alle nove, aveva lavorato un po' nel suo studio – era
un designer di mobili –, poi gli era venuto un sonno tale che era andato in
cucina e si era fatto un caffè. Che non era servito però a scacciare il sonno.
– Mi stendo un momento, – aveva detto. – Non so, sento come il rumore
di qualcosa che mi pulsa dietro la testa.
Erano state le sue ultime parole. «Non so, sento come il rumore di qualcosa che mi pulsa dietro la testa». Si era infilato nel futon, si era addormentato e non si era più svegliato.
La persona che morì a dicembre era la più giovane, e l'unica donna.
Aveva ventiquattro anni. Ventiquattro anni, l'età giusta per i rivoluzionari e
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per le rock star. In una fredda sera di pioggia, poco prima di Natale, finì
nello spazio che si era tragicamente, ma banalmente creato fra un camion
che trasportava birra e un palo della luce in cemento: morì schiacciata.
Alcuni giorni dopo l'ultimo funerale, con il vestito che avevo ritirato
dalla tintoria e una bottiglia di whisky, andai a casa del mio amico.
– Non so come ringraziarti. Mi hai salvato, come al solito, – gli dissi.
Il frigorifero era pieno di birra ghiacciata e il comodo divano odorava di sole.
Sul tavolo c'erano un portacenere appena lavato e un vaso di stelle di Natale.
Lui prese il vestito con tutto l'involucro di cellofan e con molta cautela,
come se infilasse nella tana un orsacchiotto appena uscito dal letargo, lo
rimise a posto nell'armadio.
– Spero che non sia impregnato dell'odore di funerale, – dissi.
– Non fa nulla. Tanto l'ho comprato apposta. L'importante non sono gli
abiti, ma quello che c'è dentro.
– Mmh.
– Il fatto è che quest'anno hai avuto un funerale dopo l'altro, – proseguì
lui sedendosi sul divano di fronte a me e versandosi la birra in un bicchiere. – In tutto quanti sono stati?
– Cinque, – risposi mostrando le dita allargate della mano sinistra. – Ora
basta però, non ce ne saranno altri.
– Credi?
– Be', è morto un numero sufficiente di persone.
– Ehi, mi ricorda la maledizione delle piramidi, – disse lui. – Ho letto
qualcosa in proposito. La maledizione ha continuato a colpire finché non è
morto un numero sufficiente di persone. O magari finché nel cielo non è
apparsa una stella rossa o l'ombra della luna non ha nascosto il sole.
Dopo aver bevuto una mezza dozzina di birre, passammo al whisky. I
raggi del sole invernale al tramonto entravano nella stanza leggermente
obliqui.
– Di questi tempi però hai l'aria triste, – osservò il mio amico.
– Dici?
– Sono sicuro che la notte ti arrovelli in mille pensieri. Sai, io la notte
ho smesso di pensare.
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– E come hai fatto?
– Quando mi vengono le paturnie, faccio il vuoto nella mente e mi metto
a fare le pulizie. Anche se sono le due o le tre del mattino. Lavo i piatti dal
primo all'ultimo, pulisco la cucina a gas, passo lo straccio per terra, metto gli
asciugamani in candeggina, riordino i cassetti, stiro tutte le camicie che trovo nell'armadio, – disse lui facendo girare col dito il ghiaccio dentro il bicchiere. – Poi, una volta esausto, bevo qualcosa d'alcolico e vado a dormire. È
molto semplice. Al mattino quando mi alzo, il tempo di infilarmi le calze e
ho già dimenticato tutto, tutte le cose che mi preoccupavano.
Di nuovo gettai un'occhiata attorno alla stanza. Come sempre, era
straordinariamente pulita e ordinata.
– Alle tre del mattino viene in mente ogni sorta di strane idee. Ogni sorta. Succede a tutti. Quindi ognuno di noi deve trovare un modo per reagire.
– Sì, può darsi che tu abbia ragione.
– Alle tre del mattino persino gli animali riflettono, – proseguì lui, come
se all'improvviso si fosse ricordato di qualcosa. – Sei mai stato in uno zoo
alle tre del mattino?
– No, – risposi. – No, mai. È ovvio.
– Io una volta ci sono stato. Un tale che conosco lavora allo zoo, gli ho
chiesto di lasciarmi entrare quando faceva il turno di notte. Anche se in
realtà è vietato, – disse il mio amico facendo girare il liquido nel bicchiere.
– È stata un'esperienza singolare. Non so spiegarlo bene, ma ho avuto
un'impressione strana, come se la terra silenziosamente si spaccasse e ne
venisse fuori qualcosa, strisciando. Poi, nel buio della notte, quella cosa
invisibile che era sbucata dalla terra prese il sopravvento su tutto. Pareva
quasi una condensazione dell'aria. Come aria congelata. Non la vedevo. Gli
animali però la sentivano. E io potevo sentire quello che sentivano loro.
Cioè, che questo suolo sul quale camminiamo prosegue fino al nucleo centrale della terra, e quel nucleo centrale assorbe una quantità esorbitante di
tempo.
Io tacevo.
– Non ho alcuna voglia di ripetere l'esperienza. Di andare di nuovo allo
zoo di notte.
– Meglio durante un tifone?
– Sì, – disse lui. – Cento volte meglio.
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Squillò il telefono. Il mio amico si alzò e andò a rispondere in camera
da letto. Doveva essere una di quelle interminabili telefonate clonate con
una delle sue ragazze clonate. Volevo dirgli che non potevo trattenermi oltre, ma lui tardava a tornare. Rinunciai e accesi il televisore, un televisore a
colori da ventisette pollici. Il telecomando era a portata di mano, bastava
sfiorarne i tasti per cambiare canale. Grazie ai sei speaker di cui era dotato,
l'apparecchio aveva un ottimo suono. Non avevo mai visto un televisore
così bello.
Dopo aver passato in rassegna due volte i canali dal primo all'ultimo,
decisi di guardare un programma di attualità. Parlavano di un conflitto di
frontiera, dell'incendio di un palazzo, del cambio della valuta, dei limiti
sull'importazione di automobili, di un raduno di gente che nuotava in pieno
inverno, del suicidio di una famiglia intera. Ognuno di quegli eventi sembrava collegato agli altri, come ragazzi in una foto di classe.
– Qualche notizia interessante? – chiese il mio amico tornando in soggiorno.
– Più o meno... – risposi.
– Guardi spesso la televisione?
Scossi la testa.
– No, non ce l'ho.
– La televisione ha perlomeno un punto a suo favore, – disse lui dopo
qualche secondo di riflessione. – La puoi spegnere quando vuoi. Senza che
nessuno protesti.
Prese il telecomando e schiacciò OFF. In un secondo l'immagine sparì.
Nella stanza calò il silenzio. Fuori dalla finestra, nei palazzi di fronte, cominciavano ad accendersi le luci.
Per cinque minuti, non sapendo di cosa parlare, ci limitammo a bere
ogni tanto un sorso di whisky. Squillò di nuovo il telefono, ma questa volta
lui fece finta di non sentire. Quando gli squilli cessarono, schiacciò di nuovo ON, come per un impulso improvviso. In un attimo l'immagine tornò,
un presentatore stava parlando delle recenti variazioni del prezzo del petrolio e intanto indicava con una bacchetta un grafico alle sue spalle.
– To', guarda quello lì. Non si è nemmeno accorto che per cinque minuti
abbiamo spento il televisore.
– Già... – feci.
– E perché?
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Non avendo voglia di pensarci, scossi la testa.
– Nel momento in cui ho schiacciato OFF, l'esistenza di una delle due
parti è stata annullata. O noi, o quell'uomo. In entrambi i casi, basta toccare
un tasto per bloccare la comunicazione. E questo è molto rilassante.
– Sì, è un modo di pensare, – dissi.
– Di modi di pensare ce ne sono milioni. In India coltivano la palma da
cocco. In Venezuela buttano gli oppositori politici giù dagli elicotteri, –
disse spegnendo di nuovo il televisore. – Non vuole suonare come una critica, ma al mondo ci sono modi di morire che non si concludono con un
funerale, sai? E che non hanno odore.
Io annuii in silenzio. Mi pareva di comprendere quello che voleva dire.
E al tempo stesso di non comprenderlo affatto. Ero stanco, e mi annoiavo
anche un po'. Per qualche minuto giocherellai con le foglie verdi della stella di Natale.
– Senti, ho dello champagne, – fece a un certo punto lui con un'espressione seria in viso. – L'ho portato dalla Francia, ci sono stato poco tempo fa
per lavoro. Non me ne intendo, di champagne, ma questo dev'essere proprio buono. Mi fai compagnia? Dopo una serie di funerali, niente di meglio
che una coppa di champagne per tirarsi su il morale.
Andò a prendere la bottiglia gelata e due bicchieri puliti. Posò tutto con
garbo sul tavolo. Poi fece un sorriso un po' scettico.
– Non vale niente, lo champagne. Il bello è solo quando si fa saltare il
tappo, – disse.
Stappammo la bottiglia, poi parlammo dello zoo di Parigi e degli animali che aveva. Lo champagne era davvero eccellente.
Alla fine di quell'anno ci fu una piccola festa. Una festa che si teneva
sempre la sera di Capodanno in un locale affittato per l'occasione, dalle
parti di Roppongi. C'era un trio col pianoforte, un ottimo buffet, ottime bevande. A volte incontravo persone che conoscevo, e in tal caso mi intrattenevo con loro discorrendo del più e del meno. Per una ragione precisa –
una ragione legata al mio lavoro – ero tenuto a parteciparvi ogni anno. A
me i party non piacciono, ma quello era sempre piuttosto rilassante. Tanto
la sera dell'ultimo dell'anno non avevo niente da fare e mi bastava starmene
seduto in un angolo a bere e ad ascoltare la musica. Non incontravo persone invadenti, non mi veniva presentata a tutti i costi gente strampalata, né
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ero obbligato ad ascoltare per delle mezz'ore intere monologhi sui benefici
della dieta vegetariana nella cura del cancro.
Quella sera però qualcuno mi fece conoscere una signora. Dopo aver
chiacchierato per un po', come al solito mi ritirai nel mio angolo. Ma lei,
col bicchiere di whisky in mano, mi seguì fino alla sedia.
– Sono stata io a chiedere di esserle presentata, – mi disse in tono affabile.
Non era una bellezza da far voltare la gente per strada, ma aveva qualcosa di molto attraente. E indossava a meraviglia un bel vestito di seta azzurra che le era probabilmente costato un occhio della testa. Quanto all'età,
doveva avere circa trentadue o trentatré anni. Volendo, senza molti sforzi
sarebbe riuscita a dimostrarne di meno, ma sembrava non le interessasse
farlo. Alle dita aveva tre anelli in tutto e sulla bocca le aleggiava un sorriso
che ricordava un tramonto soffuso di nebbia.
– Lo sa che assomiglia moltissimo a una persona che conosco? – disse.
– I lineamenti, la corporatura, l'atmosfera, il modo di parlare... è identico,
c'è da non crederci. È da quando è arrivato che la osservo.
– Se c'è un uomo al quale somiglio tanto, prima o poi mi piacerebbe conoscerlo, – dissi. Poi tacqui, non sapendo cosa aggiungere.
– Veramente?
– Sì, certo. Mi piacerebbe sapere cosa si prova, a incontrare qualcuno
identico a sé.
Per un attimo, un attimo solo, il suo sorriso si fece più intenso.
– Purtroppo non è più possibile, – disse. – È morto cinque anni fa. Aveva giusto l'età che ha lei adesso.
– Ah, davvero?
– L'ho ucciso io.
Il trio aveva appena finito la seconda performance, ci furono applausi
distratti.
– Le piace la musica?
– Solo se è buona musica in un mondo buono, – risposi.
– In un mondo buono non esiste, la buona musica, – disse lei con l'atteggiamento di chi rivela un gran segreto. – In un mondo buono l'aria non vibra.
– In effetti, – dissi. Cos'altro potevo rispondere?
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– Ha visto quel film in cui Warren Beatty suona il piano in un night-club?
– No, non l'ho visto.
– Elizabeth Taylor è una cliente. È al verde e ha il morale a pezzi.
– Ah.
– Allora Warren Beatty le domanda se vuole che le suoni qualcosa in
particolare.
– E lei? Cosa chiede?
– Non ricordo. È un vecchio film –. Bevve un sorso dal suo bicchiere,
l'anello che aveva al dito sfavillò. – Ad ogni modo io detesto quando mi
chiedono se desidero una canzone in particolare, mi mette tristezza. È come quando in biblioteca prendo un libro in prestito. Appena lo comincio
non vedo l'ora di finirlo.
Si portò alle labbra una sigaretta, io gliela accesi con un fiammifero.
– Comunque, stavamo parlando dell'uomo che le assomiglia, – proseguì lei.
– In che modo l'ha ucciso?
– Gli ho tirato addosso un alveare.
– Non ci credo.
– Infatti non è vero.
Invece di sospirare bevvi un sorso di whisky anch'io. Il ghiaccio si era
sciolto, e non sapeva quasi più di nulla.
– È ovvio che per la legge non sono un'assassina, – disse lei. – E non lo
sono nemmeno moralmente.
– Non è un'assassina né legalmente né moralmente, – concordai con poca convinzione, – però ha ucciso un uomo.
– Sì, – fece la donna, annuendo come se niente fosse. – Ho ucciso un
uomo che le assomigliava molto.
Dall'altra parte della stanza qualcuno stava ridendo forte. In risposta,
anche altre persone risero. Si udì il suono di bicchieri che si toccavano. Un
suono al tempo stesso lontano e tremendamente chiaro. Non so perché,
sentii un'agitazione in petto. Il mio cuore si gonfiò e oscillò su e giù. Ebbi
l'impressione di camminare su un terreno galleggiante sull'acqua.
– Non ci sono voluti nemmeno cinque secondi, – proseguì la donna. –
Per ucciderlo, cioè.
Seguì un silenzio che lei sembrava gustare a fondo.
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– Le capita mai di pensare alla libertà? – mi chiese dopo un po'.
– Qualche volta, – risposi. – Ma perché me lo chiede?
– È in grado di disegnare una margherita?
– Forse... ma cos'è, un test psicologico?
– Ci è andato vicino, – fece la donna ridendo.
– E l'ho superato?
– Sì, – rise. – Va tutto bene, stia tranquillo. Credo che vivrà a lungo, lei,
sa? Me lo dice il mio intuito.
– La ringrazio.
Il trio iniziò a suonare Auld Lang Syne.
– Le undici e cinquantacinque, – disse la donna guardando il suo orologio d'oro impreziosito da un pendente. – Mi piace Auld Lang Syne. E a lei?
– Io preferisco Home on the Range. Con tutti quei cervi e quei bufali.
Di nuovo lei fece un sorriso cordiale.
– Allora di sicuro le piacciono gli animali.
– Sì, mi piacciono molto, – dissi. E di colpo mi venne in mente il mio
amico che amava andare allo zoo, e il suo vestito per i funerali.
Per risparmiare l'aria spensero le lampade, e vennero avvolti da tenebre
fitte come inchiostro. Nessuno fiatò. Nell'oscurità risuonava soltanto il rumore delle gocce d'acqua che cadevano dalla volta ogni cinque secondi.
– Ragazzi, cercate di respirare meno possibile. Ci resta poco ossigeno.
Così disse un minatore anziano. Lo disse a voce molto bassa, eppure le
travi sul soffitto scricchiolarono leggermente. I minatori si strinsero uno
all'altro nel buio, tesero le orecchie, in attesa di udire un rumore solo: quello dei picconi, quello della vita.
Attesero così per ore. La realtà poco a poco si dissolse nelle tenebre.
Ogni cosa sembrava loro avvenuta in un tempo remoto, da qualche parte in
un mondo dimenticato. O forse doveva ancora accadere, in un tempo e in
un mondo altrettanto lontani.
Ragazzi, cercate di respirare meno possibile. Ci resta poco ossigeno.
Fuori naturalmente si continuava a scavare. Sembrava la scena di un film.
45
L'aeroplano – o come lui parlasse da solo con l'aria
di recitare una poesia
– Di', l'abitudine di parlare da solo ce l'hai da sempre? – gli chiese lei
quel pomeriggio. Lo disse alzando gli occhi dal tavolo con tranquillità,
come se la domanda le fosse venuta in mente in quel momento. Ma di sicuro non nasceva da una curiosità improvvisa, probabile che l'avesse in testa
da molto tempo. In quelle occasioni nella sua voce si sentiva un'ombra di
vaga, appena percettibile durezza. Aveva esitato prima di pronunciare quelle parole, facendole rotolare più e più volte sulla lingua.
Erano seduti uno di fronte all'altra al tavolo della cucina. A parte il rumore del treno che passava ogni tanto sulla ferrovia vicinissima, tutt'intorno regnava la calma. Anche troppa, in certi momenti. Le ferrovie sono
qualcosa di sorprendentemente silenzioso, quando non ci passa sopra il
treno. Il pavimento della cucina era in piastrelle di plastica, piacevolmente
fredde sotto le piante dei piedi nudi di lui. Si era tolto le calze e le aveva
infilate nella tasca dei pantaloni. Era un pomeriggio di aprile un po' troppo
caldo per la stagione. Lei aveva arrotolato fino al gomito le maniche della
camicetta a quadri color pastello. E le sue dita bianche e affusolate giocherellavano con il manico del cucchiaino da caffè. Lui le guardava la punta
delle dita. A forza di osservarle, provava una strana sensazione, come se la
sua coscienza si appiattisse. Lei dava l'impressione di aver sollevato il
lembo estremo del mondo, per disfarne adesso poco a poco la trama. In
maniera metodica, senza emozione, come se fosse un compito che doveva
svolgere per forza, anche se ci voleva del tempo.
Lui osservava i suoi gesti senza fare commenti. Se taceva, era perché
non sapeva cosa dire. Nella sua tazza restava un po' di caffè, ormai freddo
e torbido.
Il ragazzo aveva appena compiuto vent'anni. Forse per lui quella donna,
che ne aveva sette di più, era sposata e aveva anche un figlio, era come la
faccia nascosta della luna.
Il marito di lei lavorava in un'agenzia di viaggi che operava soprattutto
con l'estero. Motivo per cui era assente per una buona metà del mese. An46
dava a Londra, a Roma, a Singapore... Doveva amare l'opera lirica perché
in casa c'era una serie di spessi album contenenti tre o quattro Lp, disposti
per compositore: Verdi, Puccini, Donizetti, Richard Strauss. Più che una
collezione di dischi, sembravano quasi il simbolo di una visione del mondo. Se ne stavano lì saldi e immobili. Lui, quando gli mancavano le parole
o non sapeva che atteggiamento prendere, seguiva sempre con gli occhi le
lettere sul dorso di quegli album. Da destra a sinistra e da sinistra a destra.
E mentalmente leggeva i titoli uno a uno: La Bohème, Tosca, Turandot,
Norma, Fidelio... Non aveva mai ascoltato, neanche una volta, quel genere
di musica. Non era nemmeno questione di apprezzarla o meno, semplicemente non aveva mai avuto l'occasione di sentirla. Perché nel suo ambiente
– sia in famiglia che tra gli amici – non c'era una sola persona a cui piacesse. Sapeva che al mondo esisteva qualcosa come l'opera lirica e delle persone che l'amavano. Ma era la prima volta in vita sua che posava gli occhi
su un angolo di quell'universo. Quanto a lei, l'opera non l'appassionava.
– Non mi dispiace, – gli aveva detto, – ma dura troppo.
Accanto allo scaffale dei dischi c'era un magnifico impianto stereo. Le
grandi e pesanti casse di fabbricazione straniera troneggiavano come tartarughe ubbidienti in attesa di ordini. Fra gli altri mobili, piuttosto modesti, si
notavano subito. La loro presenza si imponeva, saltava agli occhi. Il ragazzo
però non aveva mai ascoltato il suono di quell'impianto. Lei non sapeva
neanche come accenderlo, quanto a lui, non desiderava nemmeno toccarlo.
La donna sosteneva di non avere problemi nella sua vita matrimoniale.
Gliel'aveva detto e ripetuto più volte. «Mio marito è un uomo gentile e affettuoso, ho una figlia che adoro, credo di essere felice», gli aveva spiegato
in tono tranquillo e distaccato. Né dava l'impressione di trovare delle scuse
alle proprie scelte. Parlava della propria situazione con l'obiettività con cui
avrebbe parlato del regolamento stradale o dei fusi orari. «Credo di essere
felice, non ho nessun problema che si possa davvero chiamare tale».
«Allora perché viene a letto con me?» si chiedeva lui. Ma per quanto riflettesse sulla questione, non riusciva a trovare una risposta. Perché in pratica non capiva cosa significasse, avere dei problemi nella vita matrimoniale. Aveva pensato di chiederlo direttamente a lei, ma non sapeva da che
parte cominciare. Cosa doveva dirle? «Se sei tanto felice, perché vieni a
letto con me?» Così, semplicemente? Ma se le avesse chiesto una cosa del
genere, di sicuro lei si sarebbe di nuovo messa a piangere.
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Piangeva già abbastanza senza bisogno di domande. A lungo, sommessamente. Per quali ragioni piangesse, era un mistero, ma quando attaccava
non la finiva più. Non smetteva finché non ne aveva abbastanza, malgrado
lui cercasse di consolarla. In compenso, quando era passato un tempo sufficiente, smetteva da sola senza che lui avesse bisogno di fare nulla. Chissà
perché le persone erano tutte diverse una dall'altra? In precedenza il ragazzo aveva avuto storie con altre donne, e tutte ogni tanto piangevano, ogni
tanto si arrabbiavano. Ma ognuna di loro piangeva, o rideva, o si arrabbiava per cose diverse. Per certi aspetti erano simili, sì, ma erano molte di più
le differenze. E pareva che l'età non c'entrasse nulla. Era la prima volta che
stava con una donna più grande di lui, ma la differenza d'età contava meno
di quanto avesse pensato. Sentiva invece che aveva un peso molto più profondo la diversità di carattere. Ed era convinto che quella fosse una chiave
importante per risolvere l'enigma della vita.
Quando lei aveva finito di piangere, di solito facevano l'amore. Era solo
dopo aver pianto che la donna lo cercava. Altrimenti era lui a prendere l'iniziativa. Qualche volta lei rifiutava. Scuoteva la testa senza dire nulla. In
quei momenti i suoi occhi sembravano lune bianche in un angolo del cielo
sul far dell'alba. Lune piatte e suggestive che fremevano al canto del primo
uccello. A vedere i suoi occhi così, lui non riusciva a insistere. Non si sentiva triste né irritato per il rifiuto. «È così e basta», pensava soltanto. In
fondo al cuore provava persino un senso di sollievo. In quelle occasioni si
sedevano al tavolo della cucina, bevevano un caffè e parlavano a voce bassa. Di solito si trattava di conversazioni frammentarie. Nessuno dei due era
molto loquace, né avevano tanti argomenti in comune. E in realtà adesso
lui non ricordava bene neanche di cosa parlassero di solito. Ricordava solo
che chiacchieravano distrattamente, dicendo qualcosa ogni tanto. Mentre il
treno passava e ripassava fuori dalla finestra.
Il loro rapporto fisico era sempre quieto, pacato. Non era un piacere della carne nel vero senso della parola. Sembra assurdo dire questo a proposito di un uomo e una donna che fanno l'amore, eppure c'erano, mescolati al
piacere, troppi altri pensieri, elementi, forme... Era qualcosa di diverso da
tutte le esperienze sessuali che il ragazzo aveva avuto in precedenza. Gli
faceva venire in mente una piccola stanza dove si sentiva a suo agio. Una
bella stanza pulita e ordinata, con tanti nastri colorati che pendevano dal
soffitto, ognuno di forma e lunghezza diversa. Nastri che sembravano invitarlo, facendogli vibrare il cuore. Voleva tirarne uno, era ciò che i nastri si
aspettavano da lui. Però non sapeva quale scegliere. Quale avrebbe disvela48
to un panorama meraviglioso davanti ai suoi occhi? Quale al contrario
avrebbe rovinato tutto in un secondo? Nel dubbio, si angosciava. E in quest'incertezza trascorreva la giornata.
Sopportava male l'assurdità di quella situazione. Pensava di essere vissuto fino ad allora con una propria scala di valori. Ma quando teneva fra le
braccia quella donna taciturna più vecchia di lui, in quella casa, ascoltando
il rumore del treno che passava, ogni tanto provava un opprimente senso di
smarrimento e di confusione. Si era chiesto più volte se l'amava davvero.
Ma non riusciva a trovare la risposta giusta. Tutto ciò che riusciva a comprendere erano i nastri colorati che pendevano dal soffitto di una piccola
stanza. Cioè che c'erano, che erano lì.
Una volta concluso quello strano rapporto sessuale, lei gettava sempre
un'occhiata all'orologio. Girava un attimo la testa, che teneva posata sul
suo braccio, e guardava l'orologio sul comodino. Era una radiosveglia nera.
Di quelle che si usavano all'epoca, che non avevano cifre digitali, ma cartellini che giravano regolarmente col rumore di uno scatto. Ad ogni occhiata alla sveglia, un treno passava vicino alla finestra. Era strano come il rumore si sentisse ogni volta, in modo sistematico. Pareva un riflesso condizionato voluto dal destino: lei guardava l'orologio e un treno passava.
Teneva d'occhio l'ora per sapere se la figlia di quattro anni stesse per
tornare dalla scuola materna. Lui la figlia l'aveva vista soltanto una volta,
per un caso fortuito. Gli era parsa una bambina pacata. Quanto al marito
che lavorava in un'agenzia di viaggi e amava l'opera lirica, non l'aveva mai
incontrato. Per sua fortuna.
Fu nel mese d'aprile, di primo pomeriggio, che la donna gli fece quella
domanda riguardo al fatto di parlare da solo. Anche quel giorno lei pianse,
poi fecero l'amore. Il motivo di quelle lacrime, il ragazzo non lo ricordava.
Forse era un semplice impulso. Oppure stava con lui soltanto per avere
qualcuno fra le cui braccia abbandonarsi al pianto, gli capitava persino di
pensare così: «Magari ha bisogno di me perché non riesce a piangere
quando è sola».
Chiusero la porta a chiave, tirarono le tende, portarono il telefono sul
comodino e fecero l'amore. Senza eccessi, come al solito. A un certo punto
qualcuno suonò alla porta di casa, ma lei non andò a vedere. Non si stupì
né si spaventò. Scosse soltanto la testa, come per dire: «Non ti preoccupare, non è nulla». Chiunque fosse, fece squillare il campanello più volte, poi
rinunciò e se ne andò. Aveva ragione lei, non doveva essere nessuno di
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importante, un venditore ambulante o qualcosa del genere. Già, ma come
faceva a saperlo? A intervalli si sentiva il rumore del treno. Anche il suono
di un pianoforte, molto lontano. La melodia non era nuova al ragazzo. L'aveva sentita anni prima, da bambino, durante le lezioni di musica. Però non
riusciva a ricordarne il titolo. Il furgone di un venditore di verdura passò
sferragliando sulla strada davanti alla casa. Lei chiuse gli occhi e fece un
profondo respiro. Lui venne. Quietamente.
Andò in bagno e si fece una doccia. Quando tornò strofinandosi con un
telo di spugna, la trovò bocconi sul letto, con gli occhi chiusi. Si sedette accanto a lei. Poi prese a carezzarle la schiena con le dita, e intanto seguiva con
gli occhi le lettere sul dorso degli album d'opera lirica, come faceva sempre.
Poco dopo la donna si alzò, si vestì con cura, andò in cucina e preparò il
caffè. Quindi gli chiese:
– Di', l'abitudine di parlare da solo ce l'hai da sempre?
– Parlo da solo? – domandò il ragazzo a sua volta, sorpreso. – Cioè... in
quei momenti?
– No, non in quei momenti. Lo fai sempre. Per esempio quando sei sotto
la doccia, oppure quando io sono in cucina, e tu di là a leggere il giornale...
Lui scosse la testa.
– Non lo so. Non mi sono mai accorto di parlare da solo.
– Invece lo fai. Veramente.
– Sì, sì, ti credo, – rispose lui. Dalla voce sembrava un po' imbarazzato.
Poi si portò alle labbra una sigaretta e l'accese con un accendino che tolse
dalle dita della donna. Da poco era passato alle Seven Stars. Perché erano
le sigarette che fumava il marito di lei. Prima aveva sempre fumato Hope.
Non gliel'aveva chiesto lei di cambiare sigarette, si era convinto da solo
che fosse meglio così, che in quel modo avrebbe evitato guai. Quel tipo di
guai che avvengono sempre negli sceneggiati televisivi.
– Anch'io da bambina parlavo spesso da sola.
– Davvero?
– Mia madre però non voleva. Diceva che era una cosa che non si fa.
Ogni volta che mi sentiva parlare da sola si arrabbiava moltissimo. Mi
chiudeva nell'armadio a muro. A me l'armadio faceva una paura tremenda.
Era buio e puzzava di muffa. A volte me le sono anche prese. Bacchettate
sulle ginocchia, con un righello. Così poco a poco ho smesso di parlare da
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sola. Ma proprio smesso del tutto. Al punto che anche volendo, non ci riuscivo più.
Non sapendo cosa dire, lui restò in silenzio. Lei si morse le labbra.
– Ancora adesso, quando mi viene da dire qualcosa, per impulso ringoio
le parole. A causa di quelle bacchettate che ho preso da bambina. Ma cosa
c'è di male a parlare da soli? Non capisco. Se le parole vengono fuori così,
spontaneamente... Se mia madre fosse ancora viva, glielo chiederei. Cosa
c'è che non va, a parlare da soli?
– È morta?
– Sì. Però avrei proprio voluto chiederglielo. Perché mi hai fatto questo?
Continuò a giocherellare con il cucchiaino. Poi alzò gli occhi all'orologio attaccato al muro. Nello stesso momento fuori dalla finestra si sentì il
rumore di un treno che passava.
La donna aspettò che il treno si allontanasse.
– Sai, il cuore umano, – disse poi, – a me dà l'impressione di un pozzo
profondissimo. Nessuno sa cosa ci sia laggiù. Si può solo cercare di immaginarlo dalle cose che ogni tanto vengono a galla.
Entrambi per un po' pensarono a quell'idea del pozzo.
– E cosa dico, quando parlo da solo? – chiese lui. – Fammi un esempio.
– Be', ecco... – lei scosse adagio la testa più volte, come se volesse assicurarsi con cautela che le giunture del collo funzionassero normalmente. –
Per esempio, parli di aeroplani.
– Aeroplani?
– Sì, – disse lei. – Sai, quelle cose che volano in cielo...
Lui rise. Cosa c'entravano gli aeroplani?
Rise anche lei. Poi con gli indici delle mani misurò la lunghezza di un
oggetto immaginario per aria. Era una sua abitudine. Qualche volta, per
contagio, lo faceva anche lui.
– In realtà fai discorsi chiarissimi. Non ricordi nulla?
– No, nulla.
La donna prese dal tavolo una biro e per un po' la fece girare fra le dita,
poi guardò di nuovo l'orologio. La lancetta era avanzata di cinque minuti.
– Sai, quando parli da solo, sembra che tu stia recitando una poesia.
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Dopo aver detto quelle parole, lei arrossì un poco. «Strano, – pensò il
ragazzo, – perché è diventata rossa?» Lo trovò divertente.
Ripeté:
Quando parlo da solo
sembra che stia
recitando una poesia.
Lei prese di nuovo la biro fra le dita. Era una biro di plastica gialla, con
una scritta che commemorava il decimo anniversario dall'apertura della filiale di una banca.
– Senti, d'ora in poi, quando parlo da solo, puoi annotare le mie parole
con quella? – disse lui indicando la biro.
La donna lo guardò negli occhi, valutando il suo sguardo.
– Lo vuoi sapere davvero?
Il ragazzo annuì.
Lei prese un notes e ci scrisse sopra qualcosa. Muoveva su e giù la biro
lentamente, ma senza esitare né fermarsi. Nel frattempo lui posò il mento
sulle mani e osservò le sue lunghe ciglia. Le palpebre che battevano a intervalli irregolari di qualche secondo. Mentre guardava quelle ciglia che
fino a poco prima erano bagnate di lacrime, di nuovo sentì di non capire.
Che cosa diavolo significava quella cosa, andare a letto con lei? Provava
uno strano senso di perdita, come se un elemento di un sistema complesso
venisse deformato fino a diventare spaventosamente semplice. Si disse che
continuando così, non sarebbe arrivato da nessuna parte. E a quel pensiero
provò un'insopportabile paura. Come se stesse per dissolversi da un momento all'altro. Sì, era ancora giovane, giovane come fango appena formato, e parlava da solo con l'aria di leggere una poesia.
Quando finì di scrivere, la donna gli porse il notes attraverso il tavolo.
Lui lo prese.
Nella cucina, lo spettro di qualcosa tratteneva in silenzio il respiro. Uno
spettro di cui il ragazzo a volte, quando stava con lei, avvertiva la presenza.
Lo spettro di qualcosa che si era perso da qualche parte. Lo spettro di qualcosa che lui non ricordava.
L'aeroplano
l'aeroplano vola
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io, sull'aeroplano
l'aeroplano
vola
però, anche se vola
l'aeroplano
il cielo?
– È tutto? – chiese perplesso.
– Sì, è tutto.
– Non ci posso credere. Non ho il minimo ricordo di aver detto queste
cose.
Lei si morse leggermente il labbro inferiore, poi sorrise appena appena.
– Però le hai dette.
Il ragazzo fece un sospiro.
– È proprio strano. Figurati che non ci penso mai, agli aeroplani. Non
evocano proprio nulla, nella mia memoria. Come mai di punto in bianco
tiro fuori queste cose su un aereo?
– Eppure era quello che dicevi poco fa, in bagno. Quindi, anche supponendo che non pensassi agli aerei, da qualche parte in fondo al tuo cuore,
in un bosco lontano, l'idea di un aeroplano c'era.
– Oppure, da qualche parte in un bosco lontano, lo stavo costruendo, un
aereo.
Lei posò la biro sul tavolo – il rumore fu molto leggero – poi alzò gli
occhi e lo guardò fisso in faccia.
Per un po' rimasero in silenzio. Sul tavolo il caffè era sempre più freddo
e torbido nelle tazze. La terra girava sul suo asse mentre la luna, zitta zitta,
spostava la forza di gravità e attirava le maree. Nel silenzio il tempo trascorreva, sulla ferrovia i treni passavano e si allontanavano.
Entrambi pensavano alla stessa cosa. A un aeroplano. All'aereo che lui
stava costruendo in un bosco in fondo al suo cuore. A quanto era grande,
alla forma e al colore che aveva, alla destinazione cui era diretto. E lo immaginavano che aspettava tranquillo, nel bosco, che qualcuno – chi? – ci
salisse.
Passò un po' di tempo e lei pianse di nuovo. Non le era mai successo di
piangere due volte nello stesso giorno. E non le capitò mai più. Perché
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queste lacrime erano diverse. Lui protese il braccio e attraverso il tavolo le
carezzò i capelli. Per qualche motivo, il gesto gli diede una sensazione
estremamente reale. La sensazione di qualcosa di duro, e soffice, e anche
lontano, come la vita stessa.
«Sì, – pensa oggi, – a quell'epoca parlavo da solo, ed era proprio come
se leggessi una poesia».
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Lo specchio
Le esperienze che avete vissuto e che mi avete appena raccontato, credo si
possano classificare in due categorie. Alla prima appartengono le storie in cui
il mondo della vita e quello della morte, in virtù di qualche energia, a un certo
punto vengono in contatto. Ad esempio le storie di fantasmi e roba del genere.
Nella seconda categoria troviamo invece quei poteri e quei fenomeni che hanno a che fare con il paranormale. Cioè la capacità di predire il futuro, le premonizioni e via dicendo. Grosso modo ci sono dunque questi due gruppi.
In sintesi, mi sembra che le persone rientrino sempre e solo o nell'uno o
nell'altro. Cioè chi è in grado di vedere fantasmi ogni tanto ne vede, ma non
ha mai premonizioni, mentre chi ha premonizioni non vede mai fantasmi. Il
perché non lo so, ma ogni individuo ha una delle due tendenze, in modo ben
determinato. Questa perlomeno è la mia impressione.
Ovviamente c'è anche chi non appartiene a nessuna delle due categorie.
Io, tanto per fare un esempio. Ho trenta e passa anni, ma non ho mai visto un
fantasma, nemmeno una volta. Né ho mai fatto sogni premonitori o esperienze simili. Una volta ero in ascensore con due amici, e loro vedevano un
fantasma, mentre io non percepivo nulla. Continuavano a dirmi che accanto
a me c'era una donna con un tailleur grigio, eppure io non me ne accorgevo.
Nell'ascensore c'eravamo soltanto noi tre. Non sto scherzando. Né quei due
erano il genere di persona che si diverte a prendere in giro gli amici. Comunque sia, resta il fatto che in vita mia non ho mai visto un fantasma.
Insomma, sono uno che non vede spettri e non ha capacità paranormali.
Come dire... conduco una vita del tutto prosaica.
Eppure anch'io una volta, una volta soltanto, ho avuto veramente paura.
Sono passati più di dieci anni, e non ho mai confidato questa storia a nessuno. Mi vengono i sudori freddi solo a parlarne. Perché ho l'impressione
che se ne parlo, succederà di nuovo, quindi me la sono sempre tenuta per
me. Ma visto che stasera a turno avete avuto la gentilezza di raccontare
un'esperienza che vi ha spaventato, non sarebbe carino se soltanto io, il padrone di casa, chiudessi la serata senza fare altrettanto. Così ho deciso di
prendere il coraggio a quattro mani.
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No, fermi, non c'è bisogno di applaudire. La storia non è niente di eccezionale.
Come vi ho già detto, niente fantasmi, niente fenomeni paranormali.
Può anche darsi che non faccia paura quanto immagino, che restiate delusi.
Be', fa lo stesso. Vado.
Ho preso la licenza liceale alla fine degli anni Sessanta, nel periodo dei
moti studenteschi contro il sistema. Anch'io, trascinato dalla corrente generale, rifiutavo di iscrivermi all'università, e per alcuni anni ho girato per
tutto il Giappone svolgendo lavori manuali. Pensavo che fosse il modo giusto di vivere. Mah, errori di gioventù. Ripensandoci adesso, però, è stato
un periodo divertente. Giusto o sbagliato che fosse, se dovessi rinascere,
penso che rifarei la stessa cosa. Sì, proprio così.
Nell'autunno del secondo anno di vagabondaggio, per due mesi ho fatto
la guardia notturna in una scuola media. Una piccola scuola nella provincia
di Niigata. Durante l'estate avevo svolto un lavoro piuttosto faticoso, quindi per un po' volevo prendermela comoda. E non c'è nulla di più comodo
che fare la guardia notturna. Di giorno potevo dormire nella stanza a uso
del bidello e la notte bastava che facessi due volte la ronda per tutto l'istituto. Per il resto del tempo ascoltavo dischi nell'aula di musica, leggevo libri
in biblioteca, giocavo a pallacanestro da solo in palestra. Passare la notte
nella scuola deserta non era niente male. No, non mi faceva affatto paura.
Niente di strano, avevo diciotto o diciannove unni e a quell'età non si ha
paura di nulla.
Probabilmente nessuno di voi ha mai fatto la guardia notturna in una
scuola media, quindi è meglio che vi spieghi quali erano le mie mansioni.
Dovevo fare due ronde, una alle nove di sera e una alle tre del mattino.
Questo diceva il regolamento. L'edificio, di costruzione recente, era in cemento, una ventina di aule ripartite su tre piani. Sì, una scuola piuttosto
piccola, come vi ho detto. Però aveva la sua aula di musica, quella di economia domestica, quella di arte, più la sala professori e la presidenza. Oltre
all'edificio principale, c'erano la mensa, la palestra, la piscina e un auditorium. Durante le ronde dovevo fare il giro di tutto il complesso.
I punti da controllare erano venti, io li ispezionavo uno a uno facendo il
mio giro, e ogni volta segnavo un OK con la biro su un foglio apposito. Sala-professori OK, aula di scienze OK, e così via. Ovviamente avrei anche
potuto scrivere una serie di OK e restare a dormire senza muovermi dalla
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portineria, ma non osavo. Fare la ronda non era un compito tanto faticoso,
e in più, se fosse entrato qualche balordo, a essere attaccato nel sonno sarei
stato io.
Così alle nove e alle tre, munito di una grossa pila elettrica e di una spada da kendo, facevo il giro della scuola. La pila nella mano sinistra, la spada di legno nella destra. Avendo praticato il kendo al liceo, mi sentivo piuttosto sicuro di me. Un avversario dilettante non mi faceva paura, nemmeno
armato di una spada vera. All'epoca. Ora me la darei subito a gambe, non
c'è bisogno di dirlo.
Tutto accadde in una notte di vento fortissimo, all'inizio di ottobre. Non
faceva freddo. Anzi, si può dire che la stagione era piuttosto calda e umida.
Dal tramonto all'alba le zanzare imperversavano. Ricordo che avevo acceso
due zampironi, nonostante fosse ormai autunno. Il rumore del vento non
cessava un attimo. Il cancello che dava accesso alla piscina era rotto e lo
sentivo sbatacchiare di continuo. Avrei voluto ripararlo, ma col buio non
sapevo come fare. Così continuò a sbattere per tutta la notte.
Durante la ronda delle nove non successe niente. Tutti i punti da controllare erano OK. Le porte erano chiuse a chiave, ogni cosa era al suo posto. Non vidi nulla di strano. Tornai in portineria, regolai la sveglia alle tre
e mi misi a dormire.
Alle tre, quando la sveglia suonò, avvertii subito che qualcosa non andava. Non riesco a spiegarlo bene, ma era una sensazione davvero strana.
In concreto, non avevo nessuna voglia di alzarmi. Come se qualcosa bloccasse la mia volontà. Era assurdo, perché di solito balzavo in piedi senza
alcuna difficoltà. Ad ogni modo, con uno sforzo tremendo mi tirai su e mi
preparai per il giro di ronda. Udivo ancora il cancello sbatacchiare, però il
rumore era diverso da prima, o così mi pareva. Forse era un'impressione,
ma il corpo rifiutava di ubbidirmi. Non volevo assolutamente fare quella
dannata ronda. Alla fine però raccolsi tutto il mio coraggio e decisi di andare. Perché se si comincia a trasgredire una volta, si finisce col farlo sempre. Armato di pila e spada di legno, uscii dunque dalla portineria.
Era una notte da far paura. Il vento si era fatto ancora più forte, l'aria ancora più umida. Mi venne uno strano prurito che mi impediva di concentrarmi. Prima di tutto passai in rassegna la palestra, l'auditorium e la piscina.
Lì era tutto a posto. Il cancello che si apriva e si chiudeva di continuo faceva
venire in mente un pazzo che sbattesse la testa di qua e di là in modo incoe57
rente. Come se dicesse di sì, di sì, poi di no, di sì, di no, di no, di no... So che
suona strano, ma era la sensazione che provavo in quel momento.
Anche nell'edificio della scuola non c'era nulla di anomalo. Tutto era
come sempre. Feci un rapido giro, poi segnai OK su ogni voce della lista
dei punti da ispezionare. Insomma, non era successo nulla. Così mi rilassai
e decisi di ritornare in portineria. L'ultimo posto controllato era lo stanzino
della caldaia accanto alla mensa, che si trovava sul lato est della scuola. La
portineria era dalla parte opposta, quindi per arrivarci dovevo percorrere un
lungo corridoio al pianterreno. Ovviamente nel buio totale. Quando c'era la
luna entrava un po' di luce, altrimenti non si vedeva proprio nulla, dovevo
avanzare illuminando qualche metro di pavimento davanti ai miei piedi.
Quella notte la luna non c'era perché si stava avvicinando un tifone. Solo a
tratti appariva tra le nuvole, per un attimo, poi di nuovo spariva, lasciando
il mondo nelle tenebre.
Percorsi il corridoio a passo molto più veloce del solito. Sul pavimento
di linoleum, la suola di gomma delle mie scarpe da tennis faceva un rumore di risucchio. Il linoleum era verde. Un verde scuro, come quello del muschio. Me lo ricordo ancora adesso.
A metà del corridoio si trovava l'ingresso della scuola, e quando ci passai davanti, tutt'a un tratto qualcosa mi spaventò. Cosa diavolo...? Nell'oscurità, mi sembrava di percepire la presenza di qualcuno. Cominciai a sudare freddo. Strinsi bene la spada e mi girai da quella parte. Con la pila
elettrica feci luce verso il muro, accanto agli scaffali per le scarpe.
E sapete chi c'era, lì? Io. Riflesso in uno specchio. Insomma, vidi soltanto la mia immagine. Fino al giorno prima quello specchio sul muro non
c'era, chissà quando ce l'avevano messo. Ecco cosa mi aveva spaventato.
Un grande specchio in cui ci si poteva vedere per intero. Provai un senso di
sollievo, ma al tempo stesso mi sentivo molto stupido. «Che razza di cretino», pensai. Poi, in piedi davanti allo specchio, abbassai la pila elettrica,
presi di tasca una sigaretta e me l'accesi. Tirai una boccata guardando la
mia figura riflessa. Attraverso le vetrate, un barlume di luce arrivava dai
lampioni sulla strada e si perdeva dentro lo specchio. Alle mie spalle si
sentiva sempre il rumore del cancello della piscina che sbatteva.
Dopo aver tirato due o tre boccate, tutt'a un tratto mi accorsi di qualcosa
di strano. La persona riflessa nello specchio non ero io. Nell'aspetto era
identica a me. Su questo non avevo dubbi. Eppure non ero io, assolutamen58
te. Lo sentivo per istinto. Anzi no, non è esatto. A dire la verità ero io, sì,
ma un io diverso. Quale non avrei dovuto essere.
Non so come spiegare ciò che provai, è difficile da raccontare.
Però compresi una cosa in quell'occasione: quello lì mi odiava dal profondo del cuore. Un odio grande come un iceberg che galleggi su un mare
buio. Un odio che nessuno avrebbe mai potuto placare. Soltanto questo capivo.
Rimasi per un po' fermo dov'ero, disorientato. La sigaretta mi cadde sul
pavimento. Anche la sigaretta nello specchio cadde a terra. Io e quello lì ci
osservavamo l'un l'altro. Ero paralizzato, come se mi avessero legato mani
e piedi.
Alla fine la sua mano si mosse. Le dita della sua mano destra si avvicinarono lentamente al mento, poi poco per volta salirono a percorrere tutta
la faccia, come insetti. Mi accorsi che stavo facendo la stessa cosa. Come
se fossi io l'immagine di quel tipo nello specchio. E che lui cercasse di controllarmi.
A quel punto raccolsi le forze che mi restavano e urlai. Grida incoerenti,
«Ooh!» «Aah!» Allora i lacci che mi tenevano legato si allentarono e d'impulso scagliai la spada contro lo specchio. Udii il rumore del vetro che andava in frantumi. Mi misi a correre senza voltarmi a guardare indietro, entrai di volata nella mia stanza, chiusi la porta a chiave e mi cacciai sotto le
coperte. Mi venne in mente la sigaretta che era caduta accesa sul pavimento dell'ingresso. Ma per nulla al mondo sarei tornato lì. Il vento continuava
a soffiare, il cancello della piscina a sbattere... andò avanti fino all'alba, sì,
sì, no, sì, no, no, no...
Credo che immaginiate come finisce la mia storia: ovviamente, non c'era mai stato uno specchio.
All'alba il tifone si era già allontanato. Il vento era cessato e il sole
inondava la terra di luce limpida e calda. Andai a controllare nell'ingresso.
Trovai un mozzicone di sigaretta. Anche la spada di legno. Ma nessuno
specchio. Non era mai esistito. Non c'era mai stato uno specchio sul muro
accanto alla scarpiera. Proprio così.
Ciò che voglio dire, è che quella volta non vidi uno spettro. Quello che vidi... ero semplicemente io. Però ancor oggi non riesco a dimenticare il terrore
provato quella notte. E mi sono convinto di una cosa: non c'è nulla al mondo
che l'essere umano debba temere più di se stesso. Voi non lo pensate?
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A proposito, vi siete accorti che in questa casa non ci sono specchi? Sapeste quanto tempo ci vuole per pettinarsi senza guardarsi allo specchio!
No, dico sul serio.
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Il folclore dei nostri tempi
Preistoria del capitalismo avanzato
Sono nato nel 1949. Nel '61 ho iniziato la scuola media, nel '67 sono entrato all'università. E ho raggiunto l'agognata maggiore età – vent'anni –
nel pieno trambusto della rivolta studentesca. In questo senso credo di poter essere definito il tipico figlio degli anni Sessanta. Nel periodo più vulnerabile, più ardente e immaturo della vita, e al tempo stesso più prezioso,
respiravo a pieni polmoni l'aria sfrenata di quegli anni incuranti del domani, e com'era prevedibile ho finito col restarne inebriato. C'erano delle porte da sfondare. Che cosa fantastica avere davanti agli occhi una porta da
sfondare! Tutti insieme appassionatamente, con la musica di Jim Morrison,
dei Beatles e di Bob Dylan in sottofondo.
C'era qualcosa di speciale negli anni Sessanta. Lo penso adesso e a
maggior ragione lo pensavo allora, mentre venivo trascinato nel vortice.
Quel qualcosa di speciale ci ha conferito – a noi, alle persone della mia generazione – una luminosità particolare? Se dovessi esprimere la mia opinione in proposito, avrei qualche dubbio. Esiterei a dare una risposta. Tutto
non si riduceva forse a quel senso di esaltazione che si prova quando si
guarda un buon thriller, coinvolti dalla storia al punto da ritrovarsi il palmo
delle mani sudato, ma che passa non appena le luci si accendono e si esce
dal cinema? Non abbiamo forse, per qualche motivo, perso l'occasione di
imparare una lezione preziosa?
Non lo so. Sono troppo profondamente implicato negli eventi di quell'epoca per poter dare una risposta obiettiva a queste domande.
Vorrei soltanto che mi lasciaste spiegare una cosa: non mi sto affatto
vantando dell'esperienza di quel periodo. Sto solo raccontando la verità così com'è, niente di più. Cioè che in quegli anni c'era davvero qualcosa di
speciale. Se dovessi analizzare uno a uno tutti gli elementi che formavano
quel qualcosa, ne risulterebbe che nessuno di essi era particolarmente raro.
La febbre generata da cambiamenti epocali, lo splendore di ciò che ci veniva promesso, la luminosità che nasce da certe cose in certi periodi e in certi
luoghi, e soprattutto, quel senso di insopportabile irritazione, come quando
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si guarda al contrario in un cannocchiale. Eroismo e viltà, euforia e disillusione, martirio e tradimento, analisi e sintesi, silenzio ed eloquenza, oltre
all'attesa interminabile e noiosa che il tempo passasse, eccetera, eccetera...
Fenomeni che sono sempre esistiti, in qualunque epoca, anche adesso. E
con ogni probabilità esisteranno anche in futuro. Il fatto è che ai nostri
tempi (permettetemi quest'espressione un po' retorica) tutte queste cose esistevano con estrema vividezza, sembrava di poterle toccare con mano.
Erano tutte equamente in fila davanti a noi, come se fossero disposte su
uno scaffale, in ordine alfabetico.
Al giorno d'oggi, quando prendi qualcosa c'è sempre attaccato qualcos'altro: pubblicità camuffata, buoni sconto sospetti, punti che si dovrebbero buttare via ma non lo si fa, opzioni che ci vengono praticamente imposte e altre complicazioni che una volta non c'erano. Non ti venivano
messi in mano istruzioni per l'uso in tre volumi, quasi illeggibili. Quando
dico «equamente», voglio dire proprio questo. Potevamo prendere una cosa
e portarcela a casa, così... Come quando si compra un pulcino in uno stand
aperto fino a tarda notte. Le cose erano semplici, dirette. Causa ed effetto si
tenevano la mano, teoria e pratica andavano d'accordo come se fosse la cosa più naturale del mondo. E probabilmente è stata l'ultima epoca in cui le
cose funzionavano così.
Preistoria del capitalismo avanzato – è così che l'ho battezzata.
Parliamo di ragazze. All'epoca erano ancora vergini, e noi maschi avevamo organi genitali quasi nuovi di zecca. Nel piacere dei nostri irruenti
rapporti sessuali c'era qualcosa di triste. È uno dei temi di questo racconto.
Prendiamo la verginità, tanto per cominciare (la parola verginità mi fa
sempre venire in mente un campo in una bella giornata di primavera).
Negli anni Sessanta, la verginità aveva un peso molto maggiore che al
giorno d'oggi. La mia impressione – ovviamente non ho condotto un'inchiesta, quindi posso solo parlare in generale – è che a quei, tempi la percentuale delle ragazze che avevano perso la verginità prima dei vent'anni
era inferiore al cinquanta per cento. Perlomeno tra quelle di mia conoscenza. Insomma circa metà delle ragazze, non so quanto consapevolmente, tenevano ancora la verginità in gran conto.
A ripensarci ora, credo che la maggior parte di loro (cioè di quelle che
rientravano nel novero della ragazza media, se posso esprimermi così), in
fondo al cuore nutrisse mille esitazioni, vergine o meno che fosse. Ma non
per questo sembrava in grado di asserire che la verginità era importante,
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oppure che era una sciocchezza senza significato. Quindi alla fin fine – per
dire tutta la verità – era solo questione di lasciarsi andare al corso degli
eventi. Questione di circostanze, di partner. A me sembra un modo valido
di vivere e di pensare.
Alle due estremità di questa maggioranza relativamente silenziosa c'erano le ragazze progressiste e quelle conservatrici. Quelle che consideravano il sesso una sorta di sport, e quelle convinte che bisognasse restare vergini fino al matrimonio. E tra i maschi c'era chi rifiutava l'idea di sposarsi
con una donna che non fosse vergine.
Come in ogni epoca, c'erano persone di tutti i tipi, con valori diversi.
Ma la grande differenza tra gli anni Sessanta e le decadi precedenti e seguenti, è che eravamo convinti che procedendo di quel passo prima o poi
saremmo arrivati tutti ad avere la stessa scala di valori.
Peace.
Questa storia è successa a un mio conoscente.
Eravamo compagni di liceo. In sintesi, era il tipo che riusciva bene in
tutto. Aveva voti eccellenti, era bravo in ginnastica, era gentile e possedeva
doti da leader. Non si può dire che fosse veramente un bel ragazzo, ma
aveva una faccia aperta e simpatica. Come prevedibile, faceva sempre parte del comitato scolastico. Aveva una bella voce virile e cantava pure bene.
Disponeva di un'ottima eloquenza e quando in classe c'era una discussione,
era sempre lui che alla fine faceva il punto della situazione tirandone le
somme. È vero che non aveva opinioni particolarmente originali, ma che
bisogno c'è di originalità in una discussione di classe? Tutto ciò che chiedevamo era che si arrivasse alla conclusione il più presto possibile. E
quando era lui a prendere la parola, riusciva sempre a finire nel tempo stabilito. In questo senso si può dire che fosse un tipo piuttosto utile. Al mondo ci sono un sacco di circostanze in cui l'originalità non è necessaria. Anzi, forse è quasi sempre così.
In fatto di disciplina e di buona condotta, era ineccepibile. Se qualcuno
faceva baccano durante le ore di studio, lo ammoniva con garbo. Difficile
trovargli una pecca. Io però non riuscivo nemmeno a immaginare cosa passasse nella testa di un ragazzo come lui. A volte mi veniva voglia di staccargliela dal collo e scuoterla ben bene. Per sentire che rumore faceva. Eppure con le ragazze aveva molto successo. Durante le lezioni, quando si alzava per dire qualcosa, tutte si voltavano a guardarlo con occhi pieni di
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ammirazione. E se non capivano un problema di matematica, andavano a
chiedere spiegazioni a lui. Insomma aveva ventisette volte più successo di
me. Sì, era uno fatto così.
Se qualcuno di voi è andato alle scuole pubbliche sa di cosa parlo, sa che
ci sono veramente dei tipi del genere. Ce n'è più o meno uno in ogni classe, e
se per caso manca, la classe non funziona bene. Attraverso la nostra lunga
carriera scolastica assimiliamo in modo del tutto naturale diverse regole di
vita, e una di quelle che ho imparato con la pratica è che in un sistema cooperativo è necessario accettare un elemento così, che ci piaccia o meno.
Tuttavia, come avrete già capito, a me personalmente questo genere di
persone non va molto a genio. È una questione di pelle. A me piace la gente... come dire? Meno perfetta, la gente che prende la vita con più passione.
Di conseguenza, anche se per un anno eravamo stati compagni di classe,
non ci frequentavamo. Anzi, non ci eravamo quasi mai parlati. Fu solo
quando ero già al primo anno di università, durante le vacanze estive, che
ebbi la prima vera conversazione con lui. Per combinazione frequentavamo
la stessa scuola guida, e quando ci incontravamo facevamo due chiacchiere. Durante le attese prendevamo insieme un tè. Le scuole-guida sono i
luoghi più noiosi che si possano immaginare, e se si incontra un conoscente, viene spontaneo scambiare due parole. Adesso non ricordo di cosa parlassimo, ma non conservo una brutta impressione di quei momenti. Non
conservo nessuna impressione, né brutta, né bella, né strana.
Un'altra cosa che ricordo di lui è che aveva una ragazza. Lei era in un'altra classe ed era una delle poche ragazze veramente belle della scuola. Non
solo era stupenda, ma aveva anche ottimi voti, era brava negli sport, possedeva doti da leader e alla fine delle discussioni sapeva fare il punto della
situazione. In tutte le classi c'è una ragazza così.
Per farla breve, i due formavano una coppia ben assortita. Avrebbero
potuto comparire nella pubblicità per un dentifricio, Mister & Miss Clean.
Li vedevo da tutte le parti. Durante la pausa di mezzogiorno se ne stavano seduti uno accanto all'altra a parlare, in un angolo del cortile. Dopo le
lezioni tornavano a casa insieme. Prendevano lo stesso treno, ma scendevano a stazioni diverse. Lui faceva parte della squadra di calcio, lei del circolo di conversazione inglese. Quando le riunioni dei rispettivi club terminavano a ore diverse, chi dei due finiva prima andava a studiare in biblioteca. Passavano insieme ogni minuto libero. E parlavano sempre, in conti64
nuazione. Ricordo che mi chiedevo meravigliato come potessero avere tanti argomenti di conversazione.
A noi (cioè al mio gruppo) quei due non stavano antipatici. Non li prendevamo in giro né li criticavamo. Diciamo piuttosto che non ci interessavano minimamente. Perché in loro non sembrava esserci nulla che potesse
stimolare la nostra immaginazione. Esistevano, erano un dato di fatto, come le condizioni del tempo. Chi mai si poneva questioni riguardo alla
pioggia o al vento che soffiava da sud? Cosa ci importava di loro, eravamo
troppo assorti nella ricerca di ciò che ci appassionava, di tutte le cose eccitanti e vitali di quell'epoca. Che cosa? Il sesso, il rock, i film di Jean-Luc
Godard, il movimento studentesco, i libri di Ōe Kenzaburō... Ma soprattutto il sesso.
Ovviamente eravamo dei ragazzi ignoranti e presuntuosi. Non avevamo
la minima idea di cosa fosse davvero la vita. Nel mondo reale non ci sono i
Mister Clean e le Miss Clean. Gente così forse esiste soltanto negli spot televisivi. Insomma, il livello delle nostre illusioni non era molto diverso da
quello delle loro.
Questa è la loro storia. Non è molto felice e, a posteriori, è difficile trarne una lezione. Ad ogni modo è la loro storia, e al tempo stesso la nostra.
Quindi entra per così dire a far parte del folclore. Folclore che ho raccolto e
ora mi accingo a trasmettervi, nella mia maniera un po' grezza.
È stato lui a raccontarmela. Di punto in bianco, dopo aver parlato di tante altre cose e bevuto qualche bicchiere di vino. Quindi può darsi che non
sia del tutto fedele alla verità. Ci sono anche delle parti che non ho ascoltato bene e altre che ho dimenticato, quindi i dettagli me li sono inventati.
Inoltre, per non recar danno a nessuno, ho intenzionalmente modificato alcuni fatti (senza però alterare la trama). Comunque credo che le cose siano
andate proprio così. Perché anche se ho scordato i particolari della vicenda,
il tono in cui lui ne parlava lo ricordo benissimo ancor oggi. Quando si riferisce ciò che ci ha raccontato qualcuno, l'essenziale è ricreare il tono. Azzeccato quello, la storia diventa vera. Forse inesatta per molti aspetti, eppure vera. Al punto che le parti di fantasia la rendono più credibile. Al contrario, può succedere invece che alcune storie riportate fedelmente in ogni
dettaglio, alla fine suonino false. Di solito sono noiose, in certi casi persino
pericolose. E le si può fiutare subito.
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Un'altra cosa che vorrei chiarire subito è che quel mio ex compagno di
scuola era un pessimo narratore. Non so perché, mentre in tutto il resto eccelleva, non aveva il minimo talento per il racconto orale (è un talento che
nella vita non serve praticamente a nulla). Ascoltandolo reprimevo a stento
gli sbadigli. Spiegava cose inutili, girava in tondo sullo stesso argomento e
impiegava un tempo infinito a ricordarsi i fatti. Prendeva i pezzi della sua
storia, li osservava attentamente, poi, quando si era convinto che non c'erano
errori, li allineava uno a uno sul tavolo. L'ordine però a volte era sbagliato.
Così io in quanto scrittore – in quanto narratore professionista, insomma –
ho rimesso quei pezzi nell'ordine giusto, li ho riattaccati e incollati.
Ci incontrammo per caso a Lucca, una città del centro Italia.
Sì, in Italia.
All'epoca vivevo a Roma, in un appartamento in affitto. Durante un'assenza di mia moglie, che era dovuta tornare in Giappone per degli impegni,
stavo facendo un viaggetto in treno. Ero stato a Venezia, a Verona, poi a
Mantova e a Modena, e alla fine ero arrivato a Lucca. Era la seconda volta
che mi fermavo in quella cittadina tranquilla. Subito fuori città c'era un ottimo ristorante.
Il mio ex compagno di scuola era a Lucca per affari. Per caso eravamo
capitati nello stesso albergo.
Com'è piccolo il mondo.
Quella sera cenammo insieme. Entrambi viaggiavamo soli, entrambi ci
annoiavamo. Più si avanza negli anni, più viaggiare da soli diventa noioso.
Da giovani è diverso: da soli o in compagnia, ovunque si vada bene o male
ci si diverte. Ma dopo una certa età non funziona più. Soltanto i primi due
o tre giorni sono piacevoli, poi poco a poco il paesaggio ci tedia, la voce
delle persone ci infastidisce. Se chiudiamo gli occhi, subito veniamo assaliti da sgradevoli ricordi. Mangiare al ristorante diventa problematico. Si ha
l'impressione di passare ore nelle stazioni ad aspettare i treni, guardando in
continuazione l'orologio. E farsi capire in una lingua straniera diventa una
seccatura.
Così quando ci imbattemmo uno nell'altro, tirammo tutti e due un sospiro di sollievo. Come quando ci incontravamo alla scuola guida. Ci sedemmo a un tavolo vicino al camino, ordinammo una buona bottiglia di vino
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rosso e mangiammo antipasti ai funghi, pasta al sugo di funghi, arrosto con
i funghi.
Lui era venuto a Lucca per acquistare dei mobili. Era titolare di un'azienda specializzata nell'importazione di mobilia dall'Europa. E, neanche a
dirlo, i suoi risultati erano strepitosi. Non è che si sia vantato o abbia lasciato intendere qualcosa (mi porse semplicemente il suo biglietto da visita
dicendo: «Ho una piccola azienda») ma si capiva subito che era un uomo
di successo: dai vestiti che indossava, dal modo di parlare, dall'espressione,
dall'atteggiamento generale. Il successo gli era arrivato così, senza sforzo.
Il successo gli andava a pennello, faceva quasi piacere vederlo.
Mi disse che aveva letto tutti i miei libri.
– Tu e io abbiamo modi di pensare diversi e anche obiettivi diversi, – disse. – Però credo che sia una cosa bellissima raccontare alla gente delle storie.
Era un'opinione sensata.
– A patto di saperlo fare bene, – risposi.
All'inizio parlammo dell'Italia. Ci lamentammo del fatto che i treni erano sempre in ritardo, che si passava troppo tempo a tavola. Ad ogni modo,
quando ci portarono la seconda bottiglia, lui aveva già cominciato a raccontarmi la sua, di storia. Non ricordo come ci fosse arrivato, ma lo ascoltavo facendo di tanto in tanto un cenno di assenso. È probabile che avesse
sempre voluto parlarne a qualcuno, senza riuscirci mai. E se non ci fossimo
trovati in un piacevole ristorante di una cittadina toscana, davanti a un profumato Coltibuono dell'83, con un bel fuoco che ardeva nel camino, probabilmente lui quella storia non l'avrebbe mai raccontata.
Invece lo fece.
– Ho sempre pensato di essere una persona noiosa, – attaccò. – Fin da
bambino, ero il tipo che non si rilassava mai. Vedevo sempre dei limiti
tutt'intorno a me, e facevo in modo di non superarli. Sì, avevo sempre davanti agli occhi una sorta di percorso guidato. Come se fossi su un'autostrada e mi venisse ricordato di tenermi sulla destra, di fare attenzione alla
curva, di rispettare il divieto di sorpasso e così via. Se mi fossi attenuto alle
indicazioni ricevute, sarei andato avanti senza problemi. Bastava che mi
comportassi così, qualsiasi cosa facessi, e tutti mi avrebbero apprezzato.
Ammirato. Da piccolo pensavo che funzionasse così anche per gli altri, ma
poco a poco mi resi conto che mi sbagliavo.
Io alzai il bicchiere e per un po' guardai il fuoco attraverso il vetro.
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– La mia vita, perlomeno la prima parte della mia vita, in questo senso è
stata molto facile. Non avevo nessuna vera difficoltà. In compenso non riuscivo a capire il significato della mia esistenza. E man mano che crescevo,
quel confuso pensiero diventava più forte. Non sapevo cosa volessi. Avevo
la sindrome del primo della classe. Cioè ero bravo in matematica, bravo in
inglese, in ginnastica, in tutto. I miei genitori erano contenti di me, gli insegnanti dicevano che non avevo problemi, che sarei di sicuro entrato in
un'ottima università. Ma io, io, dove stavo andando, cosa volevo fare? Non
ne avevo la minima idea. Non sapevo nemmeno che facoltà scegliere all'università. Dovevo iscrivermi a giurisprudenza? A ingegneria? Oppure a
medicina? Era indifferente, credo che sarei riuscito bene in qualunque cosa. Ma non c'era nulla che mi attirasse. Quindi seguii il consiglio dei miei
genitori e degli insegnanti, e mi iscrissi alla facoltà di giurisprudenza
dell'Università di Tōkyō. Perché mi avevano detto che era la scelta più
adatta a me. Senza prendere in considerazione nessun altro criterio.
Bevve un altro sorso di vino.
– Te la ricordi la ragazza che avevo quando eravamo al liceo?
– Di cognome non faceva Fujisawa? – dissi, visto che stranamente non
l'avevo scordato. Non ero sicuro di averci azzeccato, ma si chiamava proprio così.
Lui annuì.
– Esatto. Fujisawa Yoshiko. Ne ero innamorato. Mi piaceva stare con lei
a parlare di tante cose. Potevo dirle tutto quello che avevo nel cuore, lei mi
comprendeva a meraviglia. Le parlavo per ore e ore. Era veramente una
cosa fantastica. Be', sai, prima di mettermi con lei, non avevo mai avuto un
amico con il quale confidarmi davvero.
Spiritualmente, lui e Yoshiko erano come due gemelli. Erano cresciuti
in ambienti incredibilmente simili. Entrambi belli, bravi a scuola e dotati di
carisma, erano le superstar delle rispettive classi. Venivano tutti e due da
famiglie benestanti, con genitori che non andavano d'accordo. Madri più
vecchie dei padri, padri che avevano un'amante e a casa ci stavano poco.
Se non divorziavano, era per timore di ciò che avrebbe detto la gente. A
casa erano le madri a comandare. E davano per scontato che i figli fossero i
primi in tutto. Né lui né lei avevano amici intimi, non erano riusciti a farsene di veri, malgrado il successo di cui godevano. Il motivo non lo sape68
vano. Forse perché la gente comune, imperfetta, cerca persone altrettanto
imperfette. Loro due erano sempre soli, sempre un po' tesi.
Eppure a un certo punto avevano simpatizzato. Si erano confidati l'un l'altra e si erano innamorati. Pranzavano sempre insieme, insieme lasciavano la
scuola. Se non avevano niente da fare, sedevano vicini a chiacchierare. Avevano un sacco di cose da dirsi. La domenica studiavano insieme. E non si
sentivano mai tanto rilassati come quando erano loro due soli. Ognuno capiva i sentimenti dell'altro come se fossero i propri. E parlavano senza stancarsi mai di tutto ciò che avevano provato fino ad allora: la solitudine, il senso
di perdita, la paura, e anche i sogni che in qualche modo nutrivano.
Una volta alla settimana pomiciavano. Di solito nella stanza dell'uno o
dell'altra. Era facile perché nelle rispettive case non c'era quasi mai nessuno (i padri inesistenti, le madri spesso fuori a far commissioni). La regola
che si erano dati era di non togliersi i vestiti. E usavano soltanto le dita. Per
dieci o quindici minuti pomiciavano come pazzi, poi si sedevano uno accanto all'altra allo stesso tavolo e si mettevano a studiare.
– Be', ora può bastare, no? – diceva a un certo punto lei tirandosi giù la
gonna. – È meglio che ci mettiamo a studiare –. I loro risultati scolastici
erano di pari livello, quindi facevano volentieri i compiti insieme, per loro
era una sorta di gioco. Come fare a gara a chi riusciva prima a risolvere i
problemi di matematica.
– Studiare per noi non era una fatica, ma una seconda natura, per questo
lo trovavamo divertente, – proseguì lui. – Forse a te sembrerà un'idiozia,
ma era così, ci divertivamo. Temo che solo le persone come lei e me siano
in grado di capire questo genere di piacere.
Tuttavia non si può dire che lui fosse del tutto soddisfatto della loro relazione. Sentiva che mancava qualcosa. Avrebbe voluto andare a letto con
lei. Avere dei rapporti sessuali veri. «Essere fisicamente una cosa sola»,
questa è l'espressione che usò.
– Ne avevo bisogno. Pensavo che se fossimo andati fino in fondo, ci saremmo sentiti più liberi e ci saremmo capiti meglio.
Lei però aveva un'opinione del tutto diversa in proposito. Stringeva le
labbra e scuoteva la testa. «Io ti amo. Però ho intenzione di restare vergine
fino al matrimonio», gli diceva in tono pacato. E per quanto lui cercasse di
convincerla con mille argomenti, le sue parole le entravano da un orecchio
e le uscivano dall'altro. «Ti amo, ma sono due cose diverse. Per quel che
mi riguarda, è una decisione presa una volta per tutte. Mi dispiace per te,
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ma devi portare pazienza. Ti prego. Se mi ami veramente, dovresti essere
in grado di sopportare questo sacrificio».
– A quelle parole, cos'altro potevo fare se non rispettare la sua volontà?
Era una scelta di vita e non potevo obbligarla. Per me che una ragazza fosse vergine o meno non aveva molta importanza. «Se mi sposo, e scopro
che mia moglie non è vergine, – mi dicevo, – non credo che ci rimarrò male». Non sono una persona dalle idee radicali, e neppure un sognatore. Né
per questo un conservatore. Sono semplicemente realista. La verginità per
me non è un problema vero, importante. Quello che conta, è che un uomo e
una donna si comprendano l'un l'altra veramente. La pensavo così. Questa
però era la mia opinione, e non potevo imporla a un'altra persona. Lei aveva un modo diverso di vedere la vita. Quindi portavo pazienza. Siamo andati avanti così, limitandoci a toccarci sotto i vestiti. Insomma, capisci cosa
voglio dire, no?
– Sì, certo. Anch'io ho ricordi simili.
Lui diventò un po' rosso, poi sorrise.
– Non era poi tanto male, – proseguì, – ma arrivare sempre e solo fino a
un certo punto mi rendeva nervoso. Avevo sempre l'impressione di fare le
cose a metà. Ciò che desideravo era diventare fisicamente una cosa sola
con lei, annullare ogni distanza, ogni segreto fra noi. Possederla, ed essere
posseduto. Avevo bisogno di un segno di questa reciproca appartenenza.
Ovviamente c'era anche il desiderio. Ma non era l'unico motivo. Volevo
formare con lei un'unica entità fisica. In vita mia non avevo mai provato un
senso di unione con nessuno. Ero sempre stato solo. E mi sentivo sempre
teso, chiuso in una sorta di recinzione. Volevo uscirne. Se fossi riuscito a
superare quella barriera insieme a lei, mi sarei liberato di ciò che fino ad
allora mi aveva tenuto legato.
– Invece non ce l'hai fatta, vero? – chiesi.
– No, non ce l'ho fatta, – rispose lui. Poi rimase un buon momento a fissare la legna che ardeva nel camino. – Non ce l'ho fatta per tutta la durata
della nostra relazione, fino alla fine.
Aveva pensato seriamente di sposarla. E un giorno gliel'aveva proposto,
così, d'impulso.
– Quando finiremo l'università, – le disse, – potremo sposarci subito.
Non c'è nulla che ce lo impedisca. E possiamo fidanzarci anche prima –.
Lei lo guardò a lungo. Poi sorrise. Un sorriso stupendo che le illuminò il
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volto. Di sicuro le parole di lui l'avevano resa felice. Al tempo stesso però
nella sua espressione c'era un'ombra di tristezza e di condiscendenza, come
quando una persona che conosce bene il mondo ascolta i discorsi immaturi
di qualcuno più giovane. Perlomeno così gli parve.
– Non è possibile, – disse Yoshiko. – Noi non possiamo essere marito e
moglie. Io sposerò un uomo di qualche anno più vecchio di me, tu una
donna di qualche anno più giovane di te. È così che funzionano queste cose. Una donna diventa matura più in fretta di un uomo. E invecchia più in
fretta. Vedi, tu ancora non sai bene come va il mondo. Se ci sposassimo
subito dopo l'università, di sicuro il nostro matrimonio sarebbe un fallimento. Non potremmo continuare a essere felici come ora. Io sono innamorata di te, questo è ovvio. Non sono mai stata innamorata di nessun altro
in vita mia. Ma sono due cose diverse, – «sono due cose diverse» sembrava
essere un'espressione ricorrente nei discorsi di lei.
Adesso noi siamo liceali, e viviamo in un ambiente protetto. Il mondo là
fuori però è differente. È un mondo grande, reale. E noi dovremo essere in
grado di affrontarlo.
Il mio ex compagno capiva ciò che lei voleva dire. Perché in confronto
agli altri ragazzi della sua età, aveva una mentalità ben più realistica. E
probabilmente in circostanze diverse, se qualcuno avesse espresso idee simili sull'argomento, in linea di massima sarebbe stato d'accordo. Qui però
non si trattava di discorsi astratti. Era un suo problema personale.
– Non posso accettarlo, – le disse. – Io ti amo immensamente, voglio
diventare una cosa sola con te. Non ho dubbi, per me è qualcosa di vitale.
Cioè, anche se ci dovesse essere in questo mio desiderio un lato poco realistico, sinceramente credo che non sarebbe un problema grave. A tal punto
sono innamorato di te. A tal punto ti amo.
Di nuovo lei scosse la testa. Come a dire no, non è possibile. Poi gli accarezzò i capelli.
– Cosa ne sappiamo noi due dell'amore? – chiese. – Il nostro amore non
è ancora stato messo alla prova. Quali responsabilità abbiamo? Siamo ancora due ragazzi. Sia tu che io.
Lui non rispose. Si sentiva soltanto molto triste. Triste di non poter abbattere il muro che lo circondava. Fino a poco prima aveva pensato che
fosse una recinzione destinata a proteggerlo. Adesso invece era una barriera che gli sbarrava la strada. Non poteva non soffrire per la propria impo71
tenza. «Non riuscirò a fare mai nulla, – si disse. – Invecchierò così, passerò
una vita vuota chiuso dentro questo muro, senza poter mai evadere».
In conclusione, per tutto il liceo i due continuarono come prima. Si
aspettavano in biblioteca, studiavano insieme, pomiciavano senza spogliarsi. Lei non sembrava rendersi conto che alla loro unione mancava qualcosa. Anzi, dava quasi l'impressione di trovare piacere in questa mancanza.
Intorno a loro tutti erano convinti che passassero una giovinezza spensierata e priva di problemi. Mister Clean e Miss Clean. Lui invece continuava a
covare da solo la sua insoddisfazione.
Nella primavera del 1967 lui entrò all'Università di Tōkyō, lei in un'università femminile di Kōbe. Un'ottima accademia, ma una scelta modesta
rispetto alle sue possibilità. Se avesse voluto, avrebbe potuto superare anche lei il concorso all'Università di Tōkyō. Non ci provò nemmeno, pensava che non fosse necessario.
– Non ho poi tutta questa voglia di studiare, – diceva. – Non ho intenzione di entrare al ministero delle Finanze. Sono una ragazza. Per me è diverso. Tu sei destinato a salire molto in alto. Io per questi quattro anni vorrei prendermela un po' comoda. Concedermi una vacanza. Perché una volta
che mi sposo, non potrò più divertirmi né fare niente.
Il mio ex compagno rimase molto deluso dalla decisione di lei. Sperava
che sarebbero andati tutti e due a Tōkyō, e lì avrebbero potuto ricominciare
da zero. Provò a convincerla: – Dai, vieni anche tu a studiare a Tōkyō –.
Ma ancora una volta lei scosse la testa.
Il primo anno d'università, durante le vacanze estive, lui tornò a Kōbe
(era la stessa estate in cui lo incontravo alla scuola guida) e ogni giorno si
vedeva con Yoshiko. Prendevano la macchina di lei e si recavano in qualche posto dove poter pomiciare come ai tempi del liceo. Però tra loro qualcosa stava cambiando, lui non poteva fare a meno di percepirlo.
Non che ci fosse stato un mutamento concreto. Anzi, in pratica tutto era
rimasto come prima, anche troppo: la maniera di parlare di lei, il modo di
vestirsi, le opinioni, gli argomenti che la interessavano, tutto esattamente
identico. Lui però sentiva di non potersi più adattare a quel mondo. Sentiva
che c'era qualcosa che non andava. Era come un movimento a ripetizione
che perdeva slancio poco a poco. Non che la cosa in sé gli desse fastidio.
Ma non riusciva a capire dove stessero andando.
«È probabile che sia cambiato io», pensava.
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A Tōkyō viveva solo. All'università non si era ancora fatto degli amici.
La città era disordinata e sporca, il cibo cattivo. La gente parlava in modo
volgare. Perlomeno così gli pareva. Perciò pensava in continuazione a Yoshiko. La sera si chiudeva nella sua stanza e le scriveva lunghe lettere. Lei
gli rispondeva (anche se con meno frequenza). Gli raccontava in ogni dettaglio come passava le giornate. Lui quelle lettere le leggeva e le rileggeva,
più volte. Senza quelle lettere, pensava, sarebbe uscito di senno. Si mise a
fumare e a bere. Qualche volta saltava anche le lezioni.
Quando però, durante le vacanze estive tanto agognate, tornò finalmente
a Kōbe, rimase deluso. Malgrado fosse stato via solo tre mesi, ogni cosa gli
pareva coperta di polvere e priva di spirito vitale. Parlare con sua madre lo
annoiava a morte. Il paesaggio intorno a casa, di cui nutriva tanta nostalgia
quando era a Tōkyō, aveva qualcosa di logoro, di appassito, e anche Kōbe
non era altro che una città di provincia soddisfatta di sé. Non aveva voglia
di parlare con estranei, e trovava deprimente persino andare dal barbiere
che conosceva da quando era bambino. La spiaggia dove ogni giorno aveva
portato a passeggio il suo cane era deserta, si vedevano soltanto rifiuti.
Le ore passate con Yoshiko non gli tiravano su il morale. Quando tornava a casa si metteva a rimuginare su mille pensieri. Cos'era che non andava? Da parte sua l'amava ancora, su questo non aveva dubbi. Il suo sentimento era sempre lo stesso. Però non gli bastava. «Devo fare qualcosa, –
si disse. – La passione per un certo tempo si nutre della sua stessa energia,
ma non dura così in eterno. Se in questo momento non faccio qualcosa, con
ogni probabilità la nostra relazione arriverà a un punto di non ritorno, la
nostra passione verrà soffocata e si spegnerà».
Un giorno decise di rimettere sul tappeto, solo una volta, la questione
dei rapporti sessuali, cui non si era più fatto cenno. Poi non ne avrebbe
parlato mai più.
– Per tre mesi, a Tōkyō, ho pensato sempre a te. Ti amo immensamente.
Nonostante la distanza, il mio amore non cambia. A stare lontano da te per
tanto tempo, però, mi vengono mille timori. Mille pensieri neri che vanno
gonfiandosi. Gli esseri umani stando soli diventano fragili. Tu questo non
lo puoi capire. Non mi sono mai sentito così solo in vita mia. È stato terribile. Quindi vorrei che tra te e me ci sia un'unione più forte. Vorrei la prova che anche se viviamo lontani, siamo comunque legati l'uno all'altra.
Lei però come sempre scosse la testa. Fece un profondo respiro e lo baciò. Con molta dolcezza.
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– Scusami. Ma non posso darti la mia verginità. Farei qualsiasi cosa per
te, tutto ciò che è in mio potere. Quello però, soltanto quello, no. Se mi
ami, non toccare più l'argomento. Ti prego.
Lui allora di nuovo le parlò di matrimonio.
– Nel mio corso ci sono delle ragazze già fidanzate, – disse lei. – Solo
due, in realtà. Ma i loro fidanzati hanno un lavoro come si deve. Fidanzarsi
significa questo. Sposarsi implica delle responsabilità. Diventare indipendenti e accettare un'altra persona nella propria vita. Se non si prendono le
proprie responsabilità, non si ottiene nulla.
– Ma io le mie responsabilità intendo prenderle, – le rispose lui senza
esitare. – Sono entrato in un'eccellente università. Otterrò ottimi voti. Non
c'è azienda o ministero in cui in futuro non possa entrare. Posso fare quello
che voglio. Dimmi dove vuoi che lavori, vedrai che verrò assunto col punteggio più alto. Se mi metto in testa un obiettivo, stai sicura che lo ottengo,
di qualunque cosa si tratti. Allora dov'è il problema?
Lei chiuse gli occhi e appoggiò la testa contro lo schienale. Poi rimase
un po' in silenzio.
– Ho paura, – disse poi. Si coprì la faccia con le mani e scoppiò a piangere. – Ho una paura tremenda. Cosa ci posso fare? Paura della vita. Paura
di esistere. Fra qualche anno dovrò affrontare la realtà vera, e questo mi
spaventa. Perché non lo capisci? Perché non fai un piccolo sforzo per capirlo? Perché mi tormenti così?
Lui l'abbracciò stretta.
– Ci sono qua io, – le disse, – non devi avere paura di niente. Anch'io, sai,
ho paura. Tanto quanto te. Se stiamo insieme, però, non abbiamo nulla da
temere. Se mettiamo insieme le nostre forze, di cosa dobbiamo avere paura?
Lei scosse la testa.
– Non capisci. Io sono una donna. Sono diversa da te. Questo tu non lo
capisci, non lo capisci.
Dopo, a nulla valsero le parole di lui. Yoshiko continuò a piangere. E
quando smise, gli disse una cosa molto strana:
– Senti, se... se ci dovessimo lasciare, io non ti dimenticherò mai, finché
vivrò. Sul serio. Non ti dimenticherò mai. Perché ti amo veramente. Sei
stato il primo uomo che ho amato, e quando sto insieme a te mi sento feli74
ce. Di questo devi esserne certo. Però sono due cose diverse. Se vuoi che te
lo prometta, te lo prometto. Cioè di andare a letto con te.
Ma non adesso. Quando sarò sposata, sposata con un altro, verrò a letto
con te. Non sto scherzando. È una promessa.
– Cosa cercasse di dirmi quella volta, all'epoca non ne avevo la minima
idea, – proseguì lui guardando le fiamme nel camino. Intanto il cameriere
ci portò il secondo, poi aggiunse al fuoco qualche ceppo. Faville si alzarono crepitando. La coppia di mezza età al tavolo accanto al nostro era assorta nella scelta del dessert. – Ero confuso, per me era un vero e proprio
enigma. Tornato a casa, pensai e ripensai alle sue parole, a lungo, ma non
riuscivo a capire che idea avesse in testa. Lo capisci, tu?
– Be', fino al matrimonio voleva restare vergine, ma una volta sposata
questa necessità veniva meno, e poteva avere un rapporto con te. Quindi
forse ti chiedeva di aspettare fino a quel momento.
– Già, forse era proprio quello che voleva dire. Non c'è altro modo di interpretare le sue parole.
– È un concetto molto originale, ma non manca di logica.
Lui fece un sorriso un po' triste.
– Sì, hai ragione. Non manca di logica.
– Si sposa vergine. E quando ha un marito, lo tradisce. Sembra un romanzo francese d'altri tempi. Senza i balli, la servitù e tutta quella roba lì...
– Eppure era la sola soluzione realistica che le fosse venuta in mente, –
disse lui.
– Povera ragazza, – feci.
Lui per qualche secondo mi guardò in faccia. Poi lentamente annuì.
– Già, povera ragazza. Proprio così, hai ragione. Hai capito perfettamente –. Di nuovo annuì. – Adesso la penso anch'io come te. Perché sono arrivato all'età che ho. A quell'epoca però non potevo immaginare una cosa del
genere. Non avevo nemmeno vent'anni... Non avevo ancora capito che ogni
cuore umano ha i suoi tremori. Ero stupefatto. Se devo essere sincero, ero
del tutto disorientato.
– Lo credo bene, – dissi.
Per qualche minuto mangiammo senza dire nulla.
– Com'era prevedibile, – prosegui lui dopo un po', – finimmo col lasciarci. Non che uno dei due abbia preso l'iniziativa. Le cose tra noi si sono
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concluse da sole. Pacatamente. Di sicuro sia lei che io ci eravamo ormai
stancati di quella relazione. Dal mio punto di vista, la sua visione della vita
era... come dire? Mi sembrava poco onesta. Anzi no, non è giusto. Per essere esatti, sentivo che lei avrebbe potuto vivere una vita più vera. E la cosa mi deludeva un po'. La verginità, il matrimonio... avrebbe dovuto smettere di pensarci e vivere in modo più naturale, più pieno.
– Sì, però riusciva a vivere soltanto così, – dissi.
Lui annuì.
– Già, lo penso anch'io, – rispose. Poi tagliò un grosso fungo e ne portò
un pezzo alla bocca. – Si finisce col perdere elasticità. Me ne rendo conto
molto bene. A forza di tendersi in una direzione sola ci si irrigidisce. Sarebbe potuto succedere anche a me. Fin da bambini ci eravamo sentiti ripetere in continuazione «vai avanti, vai avanti!» In questo modo l'intelligenza
imbocca stoltamente la strada che le viene indicata e procede solo in quel
senso. Peccato che la formazione della personalità non tenga il passo. Così
un giorno si arriva a un punto di non ritorno. Moralmente, cioè.
– A te questo non è capitato? – chiesi.
– Bene o male, credo di essere riuscito a evitare quel pericolo, – rispose
lui dopo averci pensato un po', poi posò sul piatto coltello e forchetta e si
pulì la bocca con il tovagliolo. – Dopo essermi separato da lei, mi sono
messo con un'altra, a Tōkyō. Una brava ragazza. Per qualche tempo abbiamo vissuto insieme. A essere sincero, non è che il mio cuore palpitasse
per lei quanto per Yoshiko. Però mi piaceva, le volevo molto bene. Ci capivamo, e abbiamo avuto un rapporto sincero. Ho imparato da lei quanta
bellezza ci possa essere nelle persone, e quanta debolezza. E poi mi sono
fatto degli amici. Ho cominciato a interessarmi di politica. Con questo non
voglio dire che la mia personalità sia cambiata più di tanto. Ho continuato
a essere una persona molto realistica, forse lo sono ancora adesso. Non
scrivo libri, io, così come tu non importi mobili. Tutto qui. All'università
però ho imparato che al mondo ci sono tanti tipi di realtà. Che viviamo in
un mondo molto vasto. Un mondo dove esistono parallelamente valori diversi. Dove non c'è alcun bisogno di essere sempre il primo della classe. E
dopo l'università sono entrato a far parte della società adulta.
– E hai avuto successo.
– Be', sì... – ammise lui. Poi fece un breve sospiro impacciato e mi
guardò con uno sguardo complice. – Da un punto di vista pratico, sì. In
confronto alle persone della mia generazione, guadagno molto bene.
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Dette queste parole, il mio ex compagno tacque di nuovo per un po'.
Rendendomi conto che non aveva finito, rimasi in silenzio ad aspettare che
continuasse.
– Dopo quell'estate, per molto tempo non vidi più Yoshiko, – riprese lui.
– Per molto tempo. Mi laureai, entrai in un'azienda commerciale. Vi rimasi
cinque anni. Andai anche in trasferta all'estero. Avevo giornate di lavoro
intensissime. Venni a sapere che due anni dopo aver finito l'università, lei
si era sposata. Me lo disse mia madre. Non chiesi neanche con chi. La prima cosa cui pensai quando seppi quella notizia fu: «Sarà davvero rimasta
vergine fino al matrimonio?» Ecco cosa mi venne in mente prima di tutto.
Poi mi sentii un po' triste. E il giorno seguente più triste ancora. Non so
perché, mi sembrava che fosse definitivamente finito qualcosa. Che una
porta si fosse per sempre chiusa alle mie spalle. Be', è naturale, no? L'avevo amata davvero. Eravamo stati insieme per quattro anni. Avevo anche
pensato di sposarla. Lei si era presa una parte grandissima della mia giovinezza. Era naturale che mi sentissi triste. Ad ogni modo, le auguravo di essere felice. Lo pensavo veramente. Perché... come dire? Ero un po' preoccupato per lei. Per certi aspetti era molto fragile.
Il cameriere venne a togliere i piatti, poi portò il carrello dei dolci. Rinunciammo al dessert e ordinammo due caffè.
– Mi sono sposato tardi, avevo trentadue anni. Quando Yoshiko mi telefonò, ne avevo ventotto ed ero ancora celibe. Sì, ventotto. Ora che ci penso, sono già passati più di dieci anni. Avevo appena lasciato l'azienda
dov'ero impiegato fino ad allora e mi ero messo per conto mio. Grazie alla
garanzia di mio padre avevo ottenuto un prestito in banca e avviato una
piccola impresa. Ero convinto che il mercato dell'importazione di mobili
sarebbe cresciuto. Era un'intuizione giusta, ma non è che le cose siano andate a gonfie vele fin dall'inizio. Le consegne tardavano, parte della merce
restava invenduta, le spese di stoccaggio si accumulavano, e poi c'erano i
prestiti da rimborsare... a dire tutta la verità, fu un periodo difficile, ero
stanco e stavo quasi per gettare la spugna. Probabilmente il periodo più duro della mia vita. E fu proprio allora che Yoshiko mi telefonò. Non so come si fosse procurata il mio numero. Fatto sta che una sera, verso le otto e
mezza, mi chiamò. Capii subito, dalla voce, che era lei. Sono cose che non
si dimenticano. Provai tanta nostalgia. Ero in un momento di debolezza, e
ascoltare la voce della mia ex ragazza mi faceva bene.
77
Il mio vecchio compagno di scuola si mise a guardare fisso i ceppi che
ardevano nel camino, come se fosse perso nei suoi ricordi. Intanto mi resi
conto che il ristorante si era riempito, c'era un vocio costante di persone
che parlavano e ridevano, rumore di piatti e stoviglie. I clienti sembravano
essere tutti gente del posto. Molti di loro chiamavano i camerieri per nome:
«Giuseppe!», «Paolo!»
– Non so da chi lo avesse saputo, ma era al corrente di tutto quel che
avevo fatto, per filo e per segno. Che non mi ero ancora sposato, che avevo
vissuto all'estero per lavoro, che un anno prima avevo lasciato l'azienda e
mi ero messo per conto mio. Sapeva ogni cosa. «Stai tranquillo, sei in grado di farcela, tu. Abbi fiducia in te stesso. Sono sicura che avrai successo.
Non c'è ragione perché non sia così», mi disse. Io ero felice di sentire quelle parole. Come suonava dolce la sua voce! Tornai a pensare che ce l'avrei
fatta, che per me era possibile. La voce di lei mi riportò alla memoria l'antica fiducia in me stesso. Finché la realtà non fosse cambiata, sarei sopravvissuto. Perché il mondo era fatto per me, – disse il mio ex compagno ridendo. – Poi le chiesi di lei. Con chi si era sposata, se aveva dei bambini,
dove abitava... No, non aveva bambini. Aveva sposato un uomo più vecchio di quattro anni, uno che lavorava per un'emittente televisiva, mi spiegò. Un regista. «Immagino che lavori dal mattino alla sera», le dissi. «Sì, è
davvero molto occupato, – rispose lei. – Al punto che non ha il tempo di
fare dei figli». Poi rise. Viveva a Tōkyō. In un appartamento a Shinagawa.
Io all'epoca abitavo a Shiroganedai. Non proprio a due passi, ma nemmeno
troppo lontano. «Che strana combinazione», dissi. Insomma parlammo di
cose così. Di tutto ciò di cui possono parlare due persone che sono state insieme ai tempi del liceo, Mi sentivo un po' a disagio, ma ero contento. Tanti anni prima ci eravamo lasciati e ora chiacchieravamo come due vecchi
amici che abbiano preso strade diverse. Erano secoli che non parlavo con
tanta sincerità. Andammo avanti a lungo. E quando finimmo di dirci tutto
quello che avevamo da dirci, fra noi calò il silenzio. Come dire... un silenzio terribilmente denso. Al punto che chiudendo gli occhi, nella mia mente
affioravano tante immagini.
Per qualche tempo il mio ex compagno si osservò le mani che teneva
poggiate sul tavolo. Poi alzò gli occhi per guardarmi.
– Da parte mia, avrei voluto che la telefonata finisse lì. «Grazie di
avermi chiamato, fare due chiacchiere con te è stato davvero un piacere».
Mi capisci, vero?
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– Effettivamente, sarebbe stata la cosa più opportuna, – convenni.
– Lei però non riattaccò. E mi invitò a casa sua. «Perché non vieni a
trovarmi, ora?», mi chiese. Suo marito era via per lavoro e da sola si annoiava. Non sapendo cosa risponderle, rimasi in silenzio. Lei pure. Per un
po' nessuno dei due parlò. Poi lei disse: «Tanto tempo fa ti ho promesso
che un giorno avrei fatto l'amore con te... non l'ho dimenticato, sai?»
Il mio ex compagno non capì subito il significato di quelle parole. Poi di
colpo si ricordò: Yoshiko un giorno gli aveva detto che una volta sposata
avrebbe accettato di andare a letto con lui. Ma non aveva mai pensato,
neanche per un istante, che fosse una promessa. Era convinto che a indurla
a dire una cosa del genere fosse soltanto un momentaneo stato di confusione mentale. Che si fosse lasciata scappare di bocca quelle parole perché
aveva perso la capacità di ragionare lucidamente.
Invece non era così, lei non era affatto confusa, in quel momento. Gli
aveva fatto davvero una promessa. Un giuramento bello e buono.
Per un attimo si sentì disorientato. Qual era il comportamento giusto da
tenere? Non lo sapeva. Si guardò intorno smarrito. Ma non vide nulla che
potesse fornirgli dei parametri. Nulla che potesse guidarlo. Ovviamente
moriva dalla voglia di andare a letto con lei. Non c'è nemmeno bisogno di
dirlo. Quante volte, anche dopo la separazione, aveva immaginato di fare
l'amore con Yoshiko! Persino quando era con altre ragazze, nel buio. E dire
che non l'aveva mai nemmeno vista nuda. Tutto quel che sapeva del suo
corpo era la sensazione che provava sulle dita quando la toccava sotto i vestiti. Neppure le mutandine era riuscito a farle togliere. Le aveva soltanto
infilato le mani tra la stoffa e la pelle.
Però sapeva bene quali rischi comportasse ora andare a letto con lei.
Forse avrebbe finito col perdere molte cose. Inoltre non voleva risuscitare
un passato che si era lasciato alle spalle. Sentiva che non sarebbe stato saggio. Che c'era in quella situazione un elemento irrealistico, qualcosa che
non c'entrava niente con lui.
Tuttavia non seppe rifiutare. E come avrebbe potuto? Gli pareva di vivere una fiaba sempiterna. Una fiaba straordinaria, di quelle che capitano una
volta nella vita. L'incantevole ragazza con la quale aveva passato il periodo
più vulnerabile della vita lo invitava ad andare a casa sua perché voleva fare l'amore con lui. E non abitava neanche troppo lontano da lì. E poi c'era
quella promessa leggendaria scambiata tanto tempo prima in mezzo a un
bosco.
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Rimase per qualche momento immobile in silenzio, a occhi chiusi. Si
rendeva conto che gli mancavano le parole.
– Pronto? – fece lei. – Sei... sei ancora lì?
– Sì, ci sono, – rispose lui. – D'accordo. Vengo subito. In meno di
mezz'ora sono da te. Mi dai l'indirizzo?
Si segnò il nome del condominio e il numero dell'appartamento, il numero di telefono. Poi si fece la barba alla svelta, si cambiò d'abito, scese in
strada e fermò un taxi.
– Tu cosa avresti fatto? – mi chiese.
Scossi la testa. Non ero assolutamente in grado di rispondere a una domanda del genere.
Lui rise, fissando la tazzina di caffè sul tavolo.
– Magari avessi potuto evitare di rispondere anch'io. Ne sarei stato felice.
Ma non mi era concesso. Ho dovuto prendere una decisione. Vado o non vado? O l'una o l'altra cosa, non c'era una via di mezzo. Così andai da lei. Bussai alla sua porta. Augurandomi di non trovarla in casa, sarebbe stato meglio.
Invece c'era. Bella come la ricordavo. Seducente come la ricordavo. E aveva
lo stesso odore di sempre. Abbiamo bevuto qualcosa, parlato dei vecchi
tempi. Ascoltato vecchi dischi. E poi cosa pensi che sia successo?
Gli dissi la verità, che non riuscivo a immaginarlo.
– Una volta da bambino ho letto una fiaba, – riprese lui guardando per
tutto il tempo il muro di fronte a sé. – Adesso non ricordo la storia. Però l'ultima riga non me la sono mai scordata. Perché terminava in un modo stranissimo. Diceva così: «E dopo che tutto fu finito, il re e i suoi cortigiani scoppiarono a ridere a crepapelle». Non pensi che sia un finale un po' assurdo?
– Sì, in effetti.
– Vorrei tanto ricordarmi la trama, ma niente da fare. Ricordo solo
quell'ultima riga spiazzante: «E dopo che tutto fu finito, il re e i suoi cortigiani scoppiarono a ridere a crepapelle». Che storia poteva mai essere?
A quel punto avevamo finito di bere il caffè.
– Siamo stati uno fra le braccia dell'altra. Ma non abbiamo fatto l'amore.
Non ci siamo nemmeno spogliati. Come ai vecchi tempi, abbiamo usato
soltanto le mani. Mi è parsa la cosa più giusta da fare. Ed è parso giusto
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anche a lei. Ci siamo baciati e toccati a lungo. Per capire quello che c'era
da capire, non potevamo agire altrimenti. Quando eravamo ragazzi naturalmente le cose non stavano così. Se avessimo fatto l'amore in modo libero e spontaneo, credo che saremmo riusciti a conoscerci meglio. E forse saremmo stati più felici. Ma ormai era tardi. Era una storia chiusa, suggellata.
E nessuno avrebbe mai più potuto porvi rimedio.
Il mio ex compagno fece girare sul piattino la tazzina vuota. Andò avanti così per parecchio tempo, tanto che il cameriere venne a vedere cosa
succedeva. Alla fine il mio amico lasciò perdere. Poi ordinò un altro
espresso.
– Credo di essere rimasto da lei un'ora in tutto. Adesso non ricordo bene.
Ma mi sembra che fosse un'ora, più o meno, sì, qualcosa del genere. Se fossi
rimasto più a lungo, forse sarei andato fuori di testa, – fece sorridendo. – La
salutai e uscii sul pianerottolo. Mi salutò anche lei. Era un addio. Ne eravamo ben consapevoli entrambi. La guardai un'ultima volta, ferma sulla soglia
di casa a braccia conserte. Sembrava volesse aggiungere qualcosa. Ma non
disse nulla. Io lo sapevo cosa voleva dirmi, anche senza chiederglielo. Mi
sentivo terribilmente... terribilmente vuoto. Un'entità cava. I rumori avevano
una strana risonanza. Le cose mi apparivano distorte. Vagai senza meta nel
quartiere. Tutto il tempo vissuto fino a quel momento mi pareva senza significato, buttato via. Volevo tornare da lei, prenderla fra le braccia e fare l'amore. Ma non ne ho avuto la forza. Non potevo averla.
Chiuse gli occhi e scosse la testa. Poi bevve il secondo caffè, che intanto
era arrivato.
– Mi vergogno a raccontarti questo, ma quella sera finii in un quartiere
del centro dove andai con una prostituta. Era la prima volta che lo facevo
in vita mia. E credo che sarà anche l'ultima.
Per un po' io tenni gli occhi sulla mia tazzina di caffè. Stavo pensando
che da ragazzo ero un gran presuntuoso. Avrei voluto dirglielo. Ma non mi
sembrava il momento.
– A raccontare le cose in questo modo, sembra quasi che siano accadute
a qualcun altro, – disse lui ridendo. Poi tacque, assorto nei suoi pensieri.
Rimasi in silenzio anch'io.
– «Dopo che tutto fu finito, il re e i suoi cortigiani scoppiarono a ridere a
crepapelle», – ripeté. – Ogni volta che penso a quella volta, mi torna in men81
te questa frase. È come un riflesso condizionato. Suppongo che anche nelle
cose più profondamente tristi ci sia sempre un elemento un po' comico.
Come ho già detto all'inizio, ritengo che da questa storia non si possa
trarre una lezione. Credo però che non sia una cosa accaduta soltanto a lui,
ma anche a tutti noi. Per questo motivo, ascoltandolo non avevo alcuna voglia di ridere, come non ce l'ho neanche adesso.
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Coltello da caccia
Al largo, due grandi boe – due zattere quadrate che a occhio e croce misuravano quattro metri per lato – galleggiavano affiancate, come due isole
gemelle. Dalla spiaggia alle boe si arrivava in cinquanta bracciate di crawl,
la distanza ideale per fare una bella nuotata, mentre da una boa all'altra ce
ne volevano trenta.
L'acqua, profonda tre o quattro metri, era di tale prodigiosa limpidezza
che dall'alto si vedevano benissimo le spesse catene d'ancoraggio, giù fino
ai blocchi di cemento sul fondo. Poiché eravamo al di qua della barriera
corallina, le onde erano quasi inesistenti, e le boe praticamente immobili.
Sembravano rassegnate a starsene ferme nello stesso posto sotto i raggi cocenti del sole. Ognuna aveva una scaletta fissata su un lato ed era ricoperta
da un tappeto verde d'erba artificiale.
Guardando verso riva dalle boe, si vedeva la lunga spiaggia bianca, la
torretta del bagnino dipinta di rosso e una fila di palme dal fogliame verde.
Era un panorama stupendo. Forse faceva un po' troppo cartolina illustrata,
ma non era davvero il caso di sollevare obiezioni. Seguendo con gli occhi
la costa sulla destra, dove la spiaggia finiva e lasciava il posto a scogli neri
sparpagliati qua e là, si vedeva l'albergo dove alloggiavo: un complesso di
cottage a due piani con i muri bianchi e il tetto di un verde un po' più scuro
di quello delle palme. Alla fine di giugno la stagione turistica non era ancora al culmine e le persone sulla spiaggia si potevano contare.
Nel cielo al di sopra delle boe passavano gli elicotteri da combattimento
che tornavano alla base militare americana.
Arrivavano in linea retta dal largo, sorvolavano lo spazio in mezzo alle
due zattere e sparivano verso terra al di là della fila di palme. Volavano
tanto bassi che guardando bene si poteva quasi vedere la faccia dei piloti.
Gli apparecchi erano di un cupo verde oliva e sul muso erano provvisti di
un'antenna che sporgeva come il tentacolo di un insetto. A parte il passaggio di quegli elicotteri, la spiaggia era estremamente calma e silenziosa, ci
si potevano fare belle dormite.
83
La nostra stanza era al pianterreno di uno dei cottage e dava sul mare.
Subito fuori dalla finestra c'erano cespugli di fiori rossi che assomigliavano
ad azalee, e al di là un vasto prato tenuto con molta cura, con irrigatori a
girandola che venivano azionati mattino e sera e facevano un monotono
rumore a scatti. In fondo al prato c'erano la piscina e file di grandi palme le
cui foglie ondeggiavano al soffio degli alisei.
Ogni cottage era diviso in quattro suite, due al pianterreno e due al primo piano. In quella accanto alla nostra c'erano una signora e il figlio. Davano l'impressione di essere arrivati lì molto prima di noi. La madre doveva essere vicina ai sessanta, lui avrà avuto più o meno la nostra età, ventotto o ventinove anni. Entrambi avevano il viso sottile, la fronte ampia e tenevano le labbra strette in una linea dritta. Era la prima volta che vedevo
una tale somiglianza tra madre e figlio. Lei, per una donna della sua generazione, era sorprendentemente alta; si teneva molto eretta e camminava
con movimenti secchi delle braccia e delle gambe.
Anche il figlio sembrava alto, però non si poteva verificare se lo fosse
davvero. Perché era seduto su una sedia a rotelle dalla quale non si alzava
mai. E la madre era sempre in piedi dietro di lui, a spingere la carrozzella.
Erano due persone veramente tranquille. Nelle loro stanze c'era un silenzio da museo, non si sentiva nemmeno il suono della televisione. Solo
un paio di volte udimmo venire della musica, da lì, un quintetto di Mozart
per clarinetto la prima volta, un pezzo per orchestra che non conoscevo la
seconda. Forse era Richard Strauss. Con queste due eccezioni, nella loro
suite c'era sempre una quiete assoluta. Tenevano il condizionatore spento e
lasciavano la porta aperta, in modo che la brezza fresca che soffiava dal
mare entrasse liberamente, eppure non li ho mai sentiti dirsi una parola.
Dovevano parlare – ammesso che lo facessero – a voce molto bassa. Con la
conseguenza che anche mia moglie e io, quando eravamo nella nostra stanza, senza rendercene conto parlavamo piano.
Li incontravamo in continuazione – in sala da pranzo, nella hall o quando facevamo una passeggiata in giardino. L'albergo era un posto piccolo e
accogliente, quindi, che ci piacesse o meno, non potevamo evitare di trovarci spesso faccia a faccia con quei due. E ogni volta ci salutavamo, non
so se noi o loro per primi. La madre e il figlio non salutavano allo stesso
modo. Lei faceva un chiaro cenno con la testa, mentre lui si limitava ad
abbozzare un movimento col mento e con gli occhi. L'impressione che se
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ne ricavava però era identica: si trattava solo di un saluto, lì cominciava e lì
finiva, non andava più in là.
Non scambiammo mai una parola con loro. Io avevo tante cose di cui
parlare con mia moglie – dovevamo fare delle scelte di lavoro, capire se
volevamo cambiare casa, se volevamo bambini o no... Insomma, era l'ultima estate dei nostri «anni venti», ben presto ne avremmo entrambi compiuti trenta. Riguardo alla signora col figlio, non riesco a immaginare quali
fossero i loro argomenti di conversazione. Cioè, non ricordo di averli mai
visti dirsi qualcosa.
Dopo aver fatto colazione, seduti sui divani della hall si immergevano
nella lettura del giornale. Ne avevano uno ciascuno e lo leggevano scrupolosamente dalla prima all'ultima riga, come se volessero prolungare al massimo una durata di tempo stabilita. A volte, al posto del giornale leggevano
spessi libri dalle copertine rigide che si erano portati dietro. Più che madre
e figlio, sembravano una coppia di anziani che avessero perso da tempo
l'interesse reciproco.
Ogni mattina alle dieci mi incamminavo con mia moglie verso la spiaggia, entrambi muniti di una borsa termica. Ci ungevamo di olio solare, ci
stendevamo sui tappetini e ci abbronzavamo. Io mi bevevo una birra,
ascoltavo sul mio walkman i Rolling Stones o Marvin Gaye, mentre mia
moglie rileggeva Via col vento in un'edizione tascabile. Lei sostiene che
molte delle cose che sa sulla vita le ha apprese da quel libro. Io però, non
avendolo mai letto, non ho idea di cosa possa aver imparato.
Il sole si alzava dall'entroterra e calava nel mare all'orizzonte, seguendo
il percorso contrario a quello degli elicotteri. Verso le due del pomeriggio
arrivavano sulla spiaggia anche il giovane sulla sedia a rotelle e la madre.
Lei aveva vestiti leggeri in tinta unita, di colore sobrio, e un cappello di
paglia a falde larghe, mentre il figlio era sempre a testa nuda, indossava
camicie hawaiane, pantaloni di cotone e portava un paio di occhiali da sole
verde scuro. Sedevano all'ombra delle palme e restavano lì senza fare nulla, a guardare il mare e godersi la brezza. La madre usava una sedia da
spiaggia pieghevole, ma il figlio non lasciava mai la sua carrozzella. Ogni
tanto si spostavano, in modo da restare sempre all'ombra. Avevano un
thermos argentato, dal quale si versavano da bere in bicchieri di carta. Inoltre mangiavano delle specie di cracker. In spiaggia non leggevano mai,
semplicemente guardavano il mare.
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C'erano giorni in cui si ritiravano dopo una trentina di minuti, altri in cui
rimanevano in spiaggia anche tre ore. Quando nuotavo, sentivo il loro
sguardo su di me. Dal momento che le boe erano piuttosto distanti dalle
palme, può anche darsi che fosse soltanto una mia impressione, che mi
immaginassi cose inesistenti, ma ogni volta che salivo in piedi su una boa e
osservavo la riva, mi sembrava che guardassero proprio me. A volte il loro
thermos argentato mandava bagliori di luce, come un coltello. Mentre restavo sdraiato sulla boa, gli occhi vagamente fissi su di loro, poco a poco
perdevo il senso della distanza. Mi pareva che sporgendo un poco la mano
avrei potuto toccarli. La distesa d'acqua che attraversavo con cinquanta
bracciate non esisteva più. Perché provassi quella strana sensazione, non
avrei saputo dirlo.
Le giornate passavano così, pigre e metodiche, senza che nulla di particolare permettesse di distinguerle una dall'altra. Anche cambiandone l'ordine, nessuno ne avrebbe risentito, forse nessuno l'avrebbe notato. Il sole
sorgeva a est e tramontava a ovest, gli elicotteri verdi passavano in cielo, io
bevevo birra e mi sfogavo a nuotare quanto mi pareva.
Il pomeriggio del giorno prima di partire, decisi di concedermi un'ultima
nuotata. Mia moglie stava facendo un sonnellino, quindi andai solo. Era
sabato, e sulla spiaggia c'era più gente del solito, ma non si può dire che
fosse affollata. Un gruppo di soldati della base navale americana avevano
teso una corda fra due palme e giocavano a pallavolo. Erano molto abbronzati, avevano i capelli tagliati cortissimi e le braccia tatuate. Sul bagnasciuga alcuni bambini avevano costruito dei castelli di sabbia, e quando arrivava un'onda più grossa si mettevano a strillare tutti eccitati. C'erano famiglie intere, ma poche persone nuotavano. Sulle boe non mi sembrava di
vedere nessuno. Il sole era alto, la sabbia rovente, e nel cielo non c'era
nemmeno una nuvola. Le due erano già passate da un pezzo, ma la madre e
il figlio non erano ancora comparsi.
Entrai in acqua, mi immersi fino a metà petto, poi iniziai a nuotare verso
la boa di sinistra. A nuotare lentamente, sentendo la resistenza dell'acqua
contro il palmo delle mani, e intanto contavo le bracciate. L'acqua era fresca e piacevole sulla schiena arsa dal sole. Il mare era così trasparente che
la mia ombra si disegnava sul fondo sabbioso; avevo l'impressione di essere diventato una nuvola che vagava in cielo. Dopo aver contato quaranta
bracciate guardai avanti, la boa era a pochi metri. Altre dieci bracciate, poi
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con la mano sinistra ne urtai il lato. Come sempre. Rimasi un po' a galleggiare per riprendere fiato, poi afferrai la scaletta e salii.
Rimasi sorpreso di trovare già qualcuno sulla zattera: una donna americana bionda, prodigiosamente grassa. Guardando dalla spiaggia mi era parso di non vedere nessuno sulle boe, ma forse lei era arrivata mentre io stavo nuotando. Aveva un costume da bagno rosso – un bikini con balze svolazzanti che mi ricordava una di quelle banderuole che i contadini mettono
nei campi per avvisare che hanno sparso prodotti chimici – e stava sdraiata
a pancia in giù. Su di lei, grassa e rotonda com'era, il bikini sembrava piccolissimo. Doveva essere arrivata sull'isola da poco, perché aveva ancora la
pelle bianchissima.
Quando salii sgocciolando sulla zattera, la donna mi gettò una breve occhiata, poi chiuse di nuovo gli occhi. Io mi sedetti sul bordo opposto a
quello dov'era sdraiata lei, lasciai penzolare i piedi nell'acqua e guardai la
riva.
Sotto le palme, la madre e il figlio ancora non si vedevano. Né lì né altrove. La sedia a rotelle di lui, con le parti in metallo sempre belle lucide,
non poteva passare inosservata. Impossibile non vederla, ovunque si trovasse. Arrivavano in spiaggia sempre alle due, puntualmente, e ora la loro
assenza mi deludeva, avevo l'impressione che mi mancasse qualcosa. Forse
avevano già lasciato l'albergo e avevano fatto ritorno a casa – chissà dove.
Eppure poco prima, quando li avevo visti al ristorante all'ora di pranzo,
nulla del loro atteggiamento faceva supporre una partenza. Come sempre,
avevano ordinato il piatto del giorno e mangiato senza fretta, poi avevano
bevuto in silenzio un caffè.
Mi sdraiai anch'io bocconi come la donna, e tendendo le orecchie allo
sciacquio delle piccole onde contro il lato della boa, rimasi una decina di
minuti a prendere il sole. Poco a poco sentivo scaldarsi le gocce d'acqua
che mi erano entrate nelle orecchie.
– Che caldo tremendo! – disse a un certo punto la donna dall'altra parte
della zattera, sollevandosi su un fianco. Aveva una voce squillante e un po'
leziosa.
– Già, infatti, – risposi.
– Sa per caso che ora sia?
– Non ho l'orologio, ma credo le tre e mezza, le tre e quaranta.
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– Ah, – disse lei, e sospirò, come se la cosa non le facesse piacere. Ma
può darsi che l'ora fosse l'ultima delle sue preoccupazioni.
Piccole gocce d'acqua le stavano attaccate addosso come insetti su una
preda. Nel suo corpo il grasso cominciava subito sotto le orecchie, scendeva sulle spalle disegnando una dolce curva e andava direttamente a gonfiare le braccia. La linea dei polsi e delle caviglie era quasi scomparsa. Mi ricordava l'omino della pubblicità delle gomme Michelin. Nella sua obesità,
la donna non dava l'impressione di essere in cattiva forma fisica. Anche di
viso non era brutta. Semplicemente aveva troppa carne addosso. Doveva
avere un trentaquattro o trentacinque anni.
– Fa sempre così caldo? – chiese.
– Più o meno, – risposi. – Anche se ogni tanto piove.
– È qui da molto? Si direbbe di sì, a giudicare da com'è abbronzato.
– Da nove giorni.
– Ha proprio un'abbronzatura magnifica! – disse lei in tono di ammirazione. – Come la invidio.
Invece di rispondere, mi schiarii leggermente la gola. L'acqua che avevo
nelle orecchie fece un gorgoglio.
– Sto in un albergo riservato alla base americana, – proseguì lei.
Conoscevo quell'albergo, era a pochi passi dalla spiaggia.
– Mio fratello è un ufficiale della marina militare e mi ha invitato a passare qualche tempo qui. Non è male, la marina. La paga è abbastanza buona e ci sono molte facilitazioni, tipo l'albergo... Quando studiavo all'università c'era la guerra in Vietnam, solo a dire che uno della famiglia faceva
il militare di carriera c'era di che vergognarsi. Le cose cambiano, a questo
mondo.
Annuii vagamente.
– A proposito, anche il mio ex marito era nella marina. Pilota di cacciabombardiere. Si è fatto due anni di Vietnam, poi è stato assunto dalla United Airlines. Io all'epoca facevo la hostess, per questo ci siamo messi insieme e ci siamo sposati... in che anno era? Nel Settanta e qualcosa. Insomma, circa sei anni fa. Sono cose che succedono tutti i momenti.
– Cos'è, che succede tutti i momenti?
– Queste storie. Sa, i dipendenti delle compagnie aeree hanno orari di
lavoro assurdi, così tendono ad avere delle relazioni fra loro. Perché non
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possono fare la stessa vita della gente normale, avere le stesse abitudini.
Comunque, quando eravamo già sposati e io non lavoravo più, lui si è messo con un'altra hostess. E in seguito si è risposato con quella lì. Succede
tutti i momenti anche questo.
– Adesso lei dove vive? – chiesi per cambiare argomento.
– A Los Angeles. Ci è mai stato, a Los Angeles?
– No.
– Io ci sono nata. Poi ci siamo trasferiti a Salt Lake City, a causa del lavoro di mio padre. E a Salt Lake City ci è stato?
– No.
– Be', tanto meglio, non ne vale assolutamente la pena, concluse la donna scuotendo la testa, poi si asciugò il sudore sulla fronte.
Ero sbalordito, non avevo mai visto una hostess grassa come lei. Ne
avevo incontrate certe che avevano un fisico da lottatrici, altre con grosse
braccia robuste e persino un po' di baffi, ma di hostess tanto grasse, mai.
Chissà, poteva darsi che alla United Airlines non dessero importanza a certe cose. Oppure all'epoca la donna era molto più magra.
– Lei dove alloggia? – mi chiese.
Le mostrai con la mano il mio albergo.
– È qui da solo?
– No, – dissi scuotendo la testa, – sono qui con mia moglie.
Lei sorrise, piegando un poco il capo di lato.
– In viaggio di nozze?
– No, sono sei anni che siamo sposati.
– Ah. Be', la credevo più giovane.
Guardai di nuovo verso la spiaggia. La signora e il figlio sulla sedia a
rotelle ancora non si vedevano. I marinai americani giocavano sempre a
pallavolo. Il bagnino sulla torretta di guardia scrutava il mare con un grosso binocolo. A un certo punto al largo apparvero due elicotteri; come due
personaggi della tragedia greca che portino un messaggio infausto, ci passarono fragorosamente sopra la testa e scomparvero nell'entroterra. Per tutto il tempo noi restammo in silenzio col naso per aria a seguire con gli occhi i velivoli verde oliva.
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– Guardandoci da lassù, quelli lì, penseranno che siamo proprio fortunati, non crede? Che ce ne stiamo qui tranquilli a prendere il sole, senza pensieri, senza preoccupazioni...
– Sì, può darsi.
– Visto dall'alto, tutto sembra più bello, – disse la donna, poi rotolò di
nuovo sulla pancia e chiuse gli occhi.
Qualche minuto trascorse in silenzio. Colsi l'occasione per alzarmi. Le
dissi che era ora che tornassi a riva, mi tuffai in mare e nuotai fino alla
spiaggia. A metà strada mi fermai e mi voltai verso la boa, lei mi salutò
con la mano. Risposi alzando un poco il braccio. Vista da lontano sembrava un delfino. Da un momento all'altro le sarebbero spuntate le pinne e sarebbe tornata in fondo al mare.
Tornai in albergo, feci un sonnellino, poi al calar della sera cenai con
mia moglie in sala da pranzo, come sempre, ma la coppia madre-figlio non
comparve. Andando in camera notai che la loro suite, contrariamente al solito, era chiusa. Dal pannello di vetro traslucido inserito nella porta si vedeva che le lampade dentro la stanza erano accese, ma non era possibile
capire se loro due fossero ancora lì.
– Magari sono andati via... – dissi a mia moglie. – Sulla spiaggia non
c'erano, non sono venuti a cena...
– Prima o poi tutti se ne vanno. Nessuno può fare indefinitamente questa vita.
– Già, hai ragione, – ammisi. Però non ero del tutto convinto. Non riuscivo a immaginarmi quei due in un altro posto.
Ci mettemmo a fare i bagagli. Quando posammo le nostre due valigie ai
piedi del letto, all'improvviso l'aria ci sembrò più fredda. La vacanza era finita.
Aprii gli occhi e guardai l'orologio posato sul comodino: l'una e venti.
Mi ero svegliato in preda a fortissime palpitazioni, col battito cardiaco a
mille. Mi alzai a sedere sul letto, incrociai le gambe, distesi bene la schiena, inspirai a fondo, poi espirai l'aria lentamente. Rilassai le spalle e cercai
di concentrare l'energia sull'ombelico. Ripetei più volte questi esercizi, finché le palpitazioni poco a poco cessarono. Forse avevo nuotato troppo, mi
dissi. E avevo preso troppo sole. Mi alzai e mi guardai attorno. Ai piedi del
letto le nostre valigie sembravano due animali acquattati. «Già, – pensai, –
domani non sarò più qui».
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Illuminata dai raggi lunari che entravano dalla finestra, mia moglie era profondamente addormentata. Non la sentivo nemmeno respirare, come se fosse
morta. Lei ogni tanto dorme così. Nei primi tempi del nostro matrimonio mi è
capitato più volte di prendere un bello spavento, credendola davvero senza vita. Invece era soltanto immersa in un sonno di piombo. Mi tolsi il pigiama bagnato di sudore e misi una maglietta e degli shorts puliti. Poi mi infilai in tasca
la bottiglietta di Wild Turkey che si trovava sul tavolo, aprii piano piano la
porta in modo da non svegliare mia moglie e uscii dalla stanza.
Fuori l'aria della notte era fresca, impregnata dell'odore umido dell'erba
e delle foglie. La luna era piena e dava un colore insolito ai fiori, alle grandi foglie, al prato. Era come guardare il mondo attraverso un filtro, alcune
cose apparivano più splendenti e vivaci di quanto non fossero in realtà, altre avevano perso la loro vitalità per fondersi nel grigiore.
Non riuscivo a dormire. La mia mente era lucida come porcellana, come
se il sonno non fosse mai esistito. Tutt'intorno era silenzio; alle mie orecchie, se tendevo l'udito, arrivava soltanto il rumore delle onde.
Feci un lento giro intorno al cottage, poi alla luce della luna attraversai
in orizzontale il prato che sembrava uno stagno gelato. Avanzavo adagio,
con molta cautela, per non romperne lo strato di ghiaccio. Dall'altra parte
del prato c'erano degli stretti gradini di pietra che portavano al bar in stile
tropicale. In quel bar ogni sera, prima di cena, avevo bevuto una vodka tonic, ma a quell'ora naturalmente era chiuso. Le serrande del chiosco erano
abbassate e nel giardino, su una dozzina di tavolini rotondi, gli ombrelloni
chiusi sembravano enormi uccelli addormentati.
Il giovane sulla sedia a rotelle era lì, solo, teneva un gomito appoggiato
su uno di quei tavolini e guardava il mare. Il metallo della carrozzella, illuminato dai raggi lunari, splendeva come ghiaccio. Vista da lontano, quella sedia sembrava uno strumento di precisione particolare, fabbricato per le
ore più profonde della notte.
Era la prima volta che lo vedevo solo. Ormai avevo finito col considerare quei due – il figlio in carrozzella e la madre che lo spingeva – un'unica
entità, e incontrare lui senza di lei mi metteva a disagio, mi sentivo come
se stessi commettendo un atto riprovevole. Indossava una camicia hawaiana arancione che gli avevo già visto e dei pantaloni bianchi di cotone. E
guardava in silenzio il mare senza fare il più piccolo movimento.
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Rimasi per un po' dove mi trovavo, incerto se chiamarlo o no. Mentre
ancora esitavo, lui dovette avvertire la mia presenza, perché si voltò verso
di me. Riconoscendomi, fece un lieve cenno di saluto.
– Buonasera, – dissi.
– Buonasera, – rispose lui a bassa voce. Era la prima volta che lo sentivo parlare. La sua voce era un po' assonnata, ma a parte ciò del tutto normale, né grave né acuta nel timbro.
– Una passeggiata notturna? – mi chiese.
– Non riuscivo a dormire, – risposi.
Il giovane mi studiò, dalla testa ai piedi. Poi sorrise appena appena.
– Nemmeno io, – disse. – Se le va, perché non si siede un momento?
Esitai un attimo, poi annuii e mi diressi verso il suo tavolino. Presi una
sedia da giardino e mi sedetti di fronte a lui. Seguii con gli occhi la direzione del suo sguardo: in fondo alla spiaggia, certe rocce che sembravano
muffin tagliati a metà occupavano un ampio tratto della riva, lambite a intervalli dalle onde. Piccole onde spumeggianti che sembravano regolate
con la squadra. Non c'era quasi nient'altro da osservare.
– Oggi non l'ho vista, in spiaggia, – gli dissi attraverso il tavolino.
– È perché sono rimasto tutto il tempo in camera. Mia madre non stava bene.
– Mi dispiace.
– Cioè... non fisicamente, non voglio dire questo. È piuttosto un problema psichico. Nervoso, insomma.
Parlando, si strofinava su e giù sulla guancia il dito medio della mano
destra. Anche se eravamo già in piena notte, sulle sue guance non c'era
ombra di barba, la sua pelle era liscia come porcellana.
– Ormai però è tutto a posto. A quest'ora mia madre dorme profondamente. Il suo problema, al contrario delle mie gambe, si risolve con una
notte di sonno. Non che guarisca davvero, è ovvio, ma perlomeno i sintomi
passano. Al mattino sta di nuovo bene.
Il giovane stette zitto per trenta secondi, forse un minuto. Io disincrociai
le gambe sotto il tavolo, aspettando il momento opportuno per andarmene.
Ho l'impressione di passare la vita aspettando il momento opportuno per
andarmene. Ma quella volta persi l'occasione: prima che aprissi bocca per
dire che dovevo tornare in camera, lui riprese a parlare.
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– Le malattie nervose si manifestano in mille modi diversi. Anche se
hanno la stessa origine, i sintomi possono essere un'infinità. È come per i
terremoti. L'energia che li scatena è la stessa, ma a seconda del luogo in cui
si producono, i risultati sono diversissimi. Qui possono far sorgere un'isola,
e in un altro posto sommergerla.
Sbadigliò. Un lungo sbadiglio educato, si potrebbe quasi dire elegante.
– Mi scusi, – disse quando ebbe finito. Sembrava stanchissimo, gli occhi sul punto di chiudersi da un momento all'altro. Feci per guardare l'ora,
ma non avevo messo l'orologio. Sul polso sinistro ne conservavo soltanto
l'impronta, bianca e nitidamente disegnata sulla pelle abbronzata.
– No, stia tranquillo, – disse il giovane. – Lo so, sembra che caschi dal
sonno, ma in realtà non ho alcuna voglia di dormire. A me quattro ore di
sonno a notte bastano, e mi addormento solo verso l'alba. Infatti a quest'ora
di solito sono qui, a non fare niente. Quindi non si preoccupi.
Così dicendo prese dal tavolo il portacenere con la pubblicità della Cinzano, lo osservò per qualche momento come se si trattasse di un oggetto
raro, poi lo rimise a posto.
– Ritornando a mia madre... quando si innervosisce, la metà sinistra del
viso le si paralizza. Non riesce più a muovere la bocca e l'occhio. Vista da
quel lato la sua faccia sembra un vaso incrinato. Per essere un sintomo
strano lo è, ma non porta a nessun esito fatale. Una notte di sonno e le passa.
Non sapendo se fosse meglio rispondere o no, feci un vago cenno con la
testa. Un vaso incrinato?
– Mi raccomando, non dica a mia madre che gliel'ho detto. A lei dà
molto fastidio, che si parli delle sue condizioni fisiche.
– Naturalmente, – lo rassicurai. – E poi domani noi andiamo via, non
avrei nemmeno l'occasione di farlo.
– Peccato, – fece lui. Sembrava che gli dispiacesse davvero.
– Sì, spiace anche a me, – dissi, – ma devo tornare a casa, ho del lavoro
che mi aspetta.
– E dov'è, la sua casa?
– A Tōkyō.
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– Tōkyō, – ripeté lui. E di nuovo si mise a guardare il mare, socchiudendo gli occhi. Sembrava quasi che in quel modo riuscisse a vedere la città al di là della linea dell'orizzonte.
– Lei si ferma qui ancora a lungo? – chiesi.
– Non saprei... – rispose il giovane passando più volte le dita sul corrimano della sedia a rotelle. – Un mese, due mesi... dipende da come vanno
le cose. Non sono io a decidere. Il marito di mia sorella possiede molte
azioni di quest'albergo, e ci permette di soggiornare qui per poco e niente.
Mio padre ha una grossa azienda che produce mattonelle a Cleveland, e
mio cognato in pratica ha preso il suo posto nella gestione. Se devo dire la
verità, non è che mi vada proprio a genio, mio cognato, ma come saprà anche lei, la famiglia non la si può scegliere. E poi non è detto che sia davvero un uomo sgradevole. Sa, le persone che non sono in buona salute a volte
diventano un po' meschine –. Il giovane tirò fuori di tasca un fazzoletto, si
soffiò delicatamente il naso, poi ripiegò il fazzoletto e lo rimise in tasca. –
Comunque sia, – continuò, – giorno dopo giorno mio cognato produce
montagne di mattonelle. E possiede azioni di molte società. E anche diversi
terreni. Insomma è un tipo in gamba. Anche mio padre lo è. Il fatto è che
noi, cioè la mia famiglia, siamo nettamente separati in due gruppi: quelli
sani e quelli malati, quelli efficienti e quelli inutili. Un quadro molto chiaro. Non sono ammessi altri criteri di valutazione. Ma questo non importa.
Noi funzioniamo benissimo così. Le persone sane fabbricano mattonelle,
gestiscono con profitto capitali, evadono come possono le tasse – questo
però resti fra noi – e mantengono le persone malate. È un sistema di ripartizione.
Dette queste parole, il giovane tacque e fece un profondo sospiro, poi,
per qualche secondo, si mise a tamburellare con le unghie sulla superficie
del tavolino. Io aspettavo in silenzio che continuasse.
– Decidono tutto loro. «Vai a stare lì per un mese». «Vai a stare là per
due mesi». E io mi sposto, come la pioggia: un giorno piove qui, un giorno
lì... Cioè, con mia madre, per la precisione.
Le onde venivano a lambire le rocce, si allontanavano lasciando una
spuma bianca, tornavano. Guardavo distratto quel moto inarrestabile. Nel
cielo non c'erano nubi e la luce della luna disegnava fra i massi ombre frastagliate.
– È un sistema di ripartizione, le ho detto. Il che significa che anche noi
abbiamo a modo nostro un ruolo specifico. Non è il solito rapporto in cui
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c'è chi dà e chi riceve. Mi spiego: mia madre e io, per il fatto di non fare
niente, controbilanciamo l'eccesso di attività degli altri. Manteniamo l'equilibrio. Compensiamo per così dire la troppa energia che generano. È questa
la nostra ragione di vivere. Capisce quello che voglio dire?
Gli risposi che credevo di comprendere, ma non ne ero affatto sicuro.
Lui fece una risatina.
– Che strana cosa, la famiglia... – proseguì. – Una famiglia deve avere
dei requisiti propri, è questa la sua caratteristica. Altrimenti il sistema non
funziona. In questo senso io, con le mie gambe paralizzate, per la mia famiglia sono una sorta di insegna. Perché tante cose si muovono intorno alle
mie gambe...
Di nuovo tamburellò con le dita contro il tavolino, ma non era un gesto
d'irritazione. Semplicemente teneva occupate le dita mentre rifletteva con
calma, nella propria dimensione temporale.
– La mancanza tende verso una mancanza maggiore, e l'eccesso verso un
eccesso maggiore, questa è la mia teoria riguardo al sistema che le ho illustrato. Debussy, per far capire che si era bloccato, che non riusciva ad avanzare nella composizione di un'opera, diceva «posso soltanto inseguire il nulla
che nasce da essa». Il mio compito consiste proprio nel creare quel nulla.
Tacque, di nuovo sprofondato nel silenzio dell'insonnia. La sua coscienza, dopo aver vagato in territori a me sconosciuti, o forse nel suo personale
«nulla», tornò indietro, ma sembrava un po' sfasata rispetto al punto da cui
era partita. Mi carezzai una guancia. La barba che già sentivo spuntare mi
ricordò che il tempo passava inesorabilmente.
Presi dalla tasca la bottiglia di whisky e la misi sul tavolino.
– Ne vuole un sorso? – chiesi. – Non ho bicchieri, però.
– No, – rispose lui scuotendo la testa, – non bevo alcolici. Perché se
comincio, non so dove vado a finire. Ma prego, non faccia complimenti.
Non mi disturba veder bere gli altri.
Inclinai la bottiglia, bevvi un sorso e lasciai colare lentamente il liquido
in gola. Provai una sensazione di calore nello stomaco, che per qualche secondo mi gustai a occhi chiusi. Dall'altra parte del tavolino, il giovane mi
osservava.
– A proposito, scusi se le faccio una domanda strana, ma lei se ne intende di coltelli? – mi chiese di punto in bianco.
– Di coltelli? – ripetei sorpreso.
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– Sì, di coltelli. Per tagliare le cose. Coltelli da caccia.
Risposi che in campeggio di coltelli ne avevo usati, ma non si poteva dire che fossi un esperto.
– Non fa niente. Senta, ne ho uno che vorrei farle vedere. Me lo sono
procurato un paio di mesi fa, ma io di coltelli non ci capisco niente, e non
so giudicare se sia di buona qualità o meno. Vorrei la sua opinione. Se per
lei non è troppo disturbo.
Gli dissi che non mi dava alcun fastidio.
Il giovane prese con cautela dalla tasca un oggetto di legno lungo una
decina di centimetri che disegnava una bellissima curva, e lo pose sul tavolo. Dal rumore che fece si capiva che era duro e pesante. Era il suo coltello
da caccia.
– Non si faccia idee strane, – mi disse. – Non ho intenzione di usarlo contro nessuno. Neanche contro di me. Semplicemente un giorno mi è venuta
una voglia irresistibile di avere un coltello. Il perché non lo so. Forse a causa
di una cosa che ho visto o letto da qualche parte, non ricordo. Comunque mi
è preso un desiderio tremendo di avere un coltello anch'io. Tutto qui. Così
l'ho comprato per corrispondenza. Nessuno sa che ne ho uno in tasca. Nemmeno mia madre. È il mio segreto. Lei è la prima persona cui lo riveli.
– E io domani parto per Tōkyō, – dissi.
– Infatti, – rispose il giovane con un accenno di sorriso.
Mise il coltello sul palmo della mano e lo soppesò. Come se quel peso
avesse per lui un significato profondo. Poi me lo porse attraverso il tavolo.
Il coltello aveva una pesantezza strana, era come se possedesse una volontà
propria. Il manico di ottone aveva intarsi di legno, e il metallo, nonostante
fosse rimasto per tanto tempo in una tasca, era freddo.
– Lo apra, per favore, – mi disse il giovane.
Schiacciai una molla nella parte superiore del manico e con le dita
estrassi una spessa lama. Si udì uno scatto e la lama si fissò saldamente.
Doveva essere lunga otto centimetri, Presi in mano il coltello aperto e di
nuovo rimasi stupito dal suo peso. Un peso non casuale, ma calcolato in
modo che aderisse al palmo. Provai a spostare la mano in su e in giù, a destra e a sinistra: il coltello seguiva docile le traiettorie senza sfuggire di un
millimetro alla presa. Obbedendo al movimento delle mie dita, la lama, che
era provvista di un'inquietante scanalatura per far scorrere il sangue, tracciava nell'aria un solco tagliente.
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– È un ottimo coltello, – dissi. – Non sono un esperto, ma è facile da tenere in mano, ed è ben bilanciato.
– Meno male, – fece lui. – Ma non è un po' piccolo, per essere un coltello da caccia?
– Mah... non saprei, dipende da cosa si vuole cacciare.
– Ha ragione, – disse il giovane, poi annuì più volte, come per convincersi. – Dipende dall'uso che se ne fa, non si può generalizzare.
Chiusi il coltello e lo restituii al proprietario. Lui lo aprì di nuovo e lo
fece roteare con destrezza diverse volte nella mano. Poi all'improvviso,
come se prendesse la mira con una pistola, chiuse un occhio e puntò il coltello contro la luna. I raggi lunari, riflettendosi sulla lama, per un attimo illuminarono il suo profilo.
– Posso chiederle un favore? Può provare a tagliare qualcosa, per cortesia? – mi domandò tutt'a un tratto.
– Tagliare qualcosa? Ad esempio?
– Qualsiasi cosa. Quello che c'è qui intorno, non ha importanza. Io vivo
inchiodato su questa sedia a rotelle, non ho molte cose da tagliare a portata
di mano. Allora lo faccia al posto mio, per piacere, tagli qualcosa lei con il
coltello.
Non avevo ragione di rifiutare. Presi il coltello e colpii più volte un ramo di palma lì vicino, finché non lo feci cadere sezionando in diagonale un
pezzo di corteccia. Poi raccolsi una delle tavolette da nuoto in polistirolo
posate accanto alla piscina e la recisi in due. Il coltello tagliava a meraviglia, ancora meglio di quanto mi fossi immaginato.
– È fantastico! – esclamai.
– Lo ha fatto a mano un artigiano. Se devo essere sincero, mi è costato
un occhio della testa.
Puntai anch'io il coltello verso la luna, e lo guardai. Nella luce del plenilunio, la lama sembrava il germoglio di una pianta feroce che avesse appena spaccato la superficie del suolo. Qualcosa che con ogni probabilità connetteva il nulla con l'eccesso.
– Tagli, tagli di più! – mi esortò il giovane.
Presi a tranciare tutto quello che mi capitava sotto tiro. Le noci di cocco
cadute a terra, le enormi e spesse foglie delle piante tropicali, il menu affisso all'ingresso del bar, dei pezzi di legno portati sulla spiaggia dalla risac97
ca. Quando non trovai più nulla da tagliare, iniziai a muovermi con lentezza, come se facessi Tai-Chi-Chuan, e a dare silenziosi fendenti nell'aria
notturna. Non c'era nulla che ostacolasse i miei movimenti. La notte era
profonda, il tempo flessibile. Una profondità e una flessibilità che la luce
della luna esaltava.
Mentre tranciavo l'aria a grandi gesti, all'improvviso mi tornò in mente
la donna grassa che avevo incontrato nel pomeriggio. Quella che era stata
hostess all'United Airlines. Avevo l'impressione che il suo corpo bianco e
grasso fosse diventato una nebbia informe che fluttuava intorno a me. La
boa, il mare, il cielo, gli elicotteri, persino i piloti... ogni cosa era contenuta
in quella nebbia. Cercai di tagliare anche loro, ma avevo perso il senso della distanza e la punta del coltello li mancava sempre di pochi centimetri.
Che fossero presenze illusorie? O forse ero io un'illusione... Ma che importanza poteva avere? Tanto l'indomani non sarei più stato lì.
– Ogni tanto faccio un sogno, – disse il giovane sulla sedia a rotelle. La
sua voce aveva una strana risonanza, come se salisse dal fondo di una caverna. – Dentro la mia testa, nella parte soffice dove risiede la memoria, c'è
un coltello. Profondamente infilzato. Non è che mi faccia male. E nemmeno mi pesa. È soltanto piantato lì. Lo osservo da fuori, come se fosse conficcato in un'altra persona. Poi chiedo a qualcuno di estrarlo. Ma nessuno
sa che ho quel coltello in testa. Allora cerco di tirarlo via da solo, ma non
riesco a infilare la mano nel cranio. È una cosa molto strana: ho potuto
piantarmi quella lama nel cervello, ma poi non riesco a togliermela. Subito
dopo, tante cose poco a poco svaniscono. Comincio a scomparire anch'io.
Alla fine resta solo il coltello, il coltello resta sempre fino all'ultimo. Come
l'osso sbiancato di un animale preistorico, portato sulla spiaggia dalle onde... Faccio sempre questo sogno...
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La giornata giusta per vedere i canguri
C'erano quattro canguri in tutto: un maschio, due femmine e un piccolo
nato da poco.
Davanti al recinto eravamo soltanto in due, lei e io. Perché, tanto per
cominciare, non era uno zoo molto rinomato, e in più era lunedì mattina.
Forse il numero degli animali superava quello dei visitatori. Non sto esagerando. Doveva essere proprio così.
Quello che ci interessava, naturalmente, era il canguro neonato. D'altronde, cos'altro c'era che valesse la pena?
Avevamo letto della nascita di un canguro il mese precedente, nelle pagine regionali di un quotidiano. Così per tutto il mese avevamo aspettato
con pazienza che si presentasse il mattino adatto per andarlo a vedere. Mattino che però non arrivava. Un giorno pioveva, quello seguente pure. Poi
c'era troppo fango sul terreno, poi seguirono alcune giornate di vento fastidioso. Una volta lei aveva mal di denti, un'altra io dovevo andare in municipio. A me non piacciono le frasi altisonanti, ma permettetemi di dire questo: così va la vita.
Trascorse in tal modo un mese.
Un mese, va da sé, passa in un baleno. Come l'abbia passato io, non me
lo ricordo assolutamente. A volte ho l'impressione di aver fatto un sacco di
cose, a volte proprio nulla. Non mi accorsi che i giorni volavano finché
l'incaricato del giornale non venne a riscuotere la quota dell'abbonamento a
fine mese. Già, così va la vita.
Ad ogni modo, malgrado tutto, il mattino adatto per andare a vedere i
canguri finalmente arrivò. Quando alle sei ci alzammo e aprimmo le tende,
ci rendemmo subito conto che quella era la giornata giusta. Il tempo di lavarci la faccia in fretta, buttare giù di corsa la colazione, riempire la ciotola
del gatto, cacciare la roba in lavatrice, mettere un berretto per ripararci dal
sole e via!
– Di', pensi che sia ancora vivo il canguro neonato? – mi chiese lei nel
treno.
99
– Certo. Be', sul giornale non c'era niente. Se fosse morto l'avrebbero
scritto.
– Sì, ma anche se non è morto, può darsi che sia malato e l'abbiano portato dal veterinario.
– Anche in quel caso il giornale l'avrebbe scritto.
– O magari è in piena depressione e se ne sta tutto il tempo nella parte
coperta della gabbia.
– Chi? Il canguro neonato?
– No, ovviamente. La madre. Magari ha avuto uno shock tremendo, si è
portata il figlio in un angolo buio e se ne sta tutto il tempo rintanata lì.
«Le donne hanno il talento di immaginare mille possibilità diverse», mi
dissi pieno di ammirazione. «Uno shock», diceva. Ma cosa mai poteva
causare uno shock a un canguro?
– Se perdo quest'occasione di vedere un canguro neonato, non ne avrò
mai più un'altra in vita mia. Lo sento.
– Può darsi.
– Tu ne hai già visti, di canguri neonati?
– No, mai.
– E credi di avere buone prospettive di vederne in futuro?
– Mah... non saprei.
– Vedi? È proprio questo che mi preoccupa.
– Sì, è possibile che tu abbia ragione. Però, – obiettai, – non ho nemmeno visto una giraffa partorire, o una balena nuotare. Allora perché ti preoccupi tanto per il canguro neonato?
– Che domande fai? Perché è un canguro neonato. Non c'è altra ragione.
Rassegnato, mi misi a sfogliare il giornale. Non mi era mai successo,
nemmeno una volta, di avere una discussione con una ragazza e uscirne
vincitore.
Il canguro neonato naturalmente era vivo e vegeto. Era già molto più
grosso rispetto alla fotografia pubblicata sul giornale – anzi, molto più
grossa –, stava benone e scorrazzava qua e là nel recinto. Più che un canguro neonato, ormai era un piccolo canguro. Cosa che per la mia ragazza fu
un po' deludente.
– Non è più un neonato.
100
– Sì che lo è. A me pare che lo sia, – dissi per consolarla.
– Saremmo dovuti venire prima.
Le passai un braccio intorno alla vita e le diedi due piccole pacche.
Avrei voluto confortarla in qualche modo. Riguardo al fatto che il canguro
neonato fosse già cresciuto parecchio. Ma cosa potevo dirle? Era cresciuto
e non c'era più niente da fare. Quindi rimasi zitto.
Andai al chiosco a comprare due gelati al cioccolato, e quando tornai la
trovai ancora attaccata al recinto che guardava i canguri.
– Non è più un neonato, – ripeté.
– No? – dissi porgendole un gelato.
– È ovvio. Se fosse un neonato, starebbe nel marsupio della madre.
Annuii e mi misi a mangiare il gelato.
– Invece non è nel marsupio.
Cercammo con gli occhi la madre. Il padre capimmo subito quale fosse.
Era il più grande, e il più tranquillo. Se ne stava immobile a osservare le
foglie verdi dentro la cesta del cibo, sul muso lo sconforto di un compositore che abbia perso il suo talento. Gli altri due canguri erano femmine,
identiche in tutto: corporatura, colore, espressione. Sia l'una che l'altra potevano essere la madre della piccola.
– Eppure una lo è, e l'altra no, – dissi.
– Già.
– Ma allora, quella che non è la madre chi è?
– E cosa ne so?
Senza preoccuparsi di questi problemi, il piccolo canguro correva in
tondo, e ogni tanto si metteva a scavare delle buche con le zampe anteriori,
così, per divertirsi. Maschio o femmina che fosse, sembrava un essere vivente che ignora la noia. Girava intorno al padre, mangiava un po' di foglie, andava a rompere le scatole alle due femmine, si rotolava per terra,
poi si alzava e riprendeva a correre.
– Chissà perché i canguri corrono facendo balzi così lunghi... – disse lei.
– Per sfuggire ai nemici.
– Quali nemici?
– Gli esseri umani, – risposi. – Gli esseri umani uccidono i canguri servendosi di un boomerang e ne mangiano la carne.
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– E perché i piccoli stanno nel marsupio sulla pancia della madre?
– Per scappare insieme a lei. I piccoli non potrebbero correre tanto veloce.
– Cioè vengono protetti?
– Sì, – dissi. – I piccoli vengono sempre protetti.
– Per quanto tempo?
Prima di andare allo zoo, avrei dovuto consultare l'enciclopedia e documentarmi dettagliatamente sui canguri. Perché sapevo benissimo che sarebbe finita così.
– Un mese o due, credo.
– Be', quel piccolo lì ha soltanto un mese, – disse lei, – dovrebbe stare
nel marsupio della madre.
– Già. Forse.
– Dev'essere fantastico stare nel marsupio della madre, non credi?
– In effetti.
Il sole era ormai alto. Da una piscina nei dintorni arrivavano voci di
bambini. Nel cielo vagavano alcune nuvole estive dai contorni netti.
– Vuoi mangiare qualcosa? – chiesi.
– Sì, un hot dog. Con una Coca-Cola.
Al chiosco degli hot dog – un furgoncino – lavorava uno studente che
teneva sul bancone un grosso stereo portatile. Mentre aspettavo che gli hot
dog fossero pronti, Stevie Wonder e Billy Joel mi tennero compagnia.
Tornai al recinto dei canguri.
– Guarda, – disse lei indicando una delle femmine.
– Oh, è dentro il marsupio!
Proprio così, il piccolo se ne stava raggomitolato nel marsupio rigonfio
di quella che evidentemente era la madre. Fuoriuscivano soltanto le piccole
orecchie a punta e l'estremità della coda: una cosa bellissima da vedere! In
fin dei conti, ne era valsa proprio la pena, andare apposta fin lì.
– Deve pesare un accidenti, non credi?
– Tranquilla. I canguri sono molto forti.
– Davvero?
– Certo. Per questo sono sopravvissuti fino all'epoca attuale.
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Sotto i raggi cocenti del sole, mamma-canguro non pareva per nulla accaldata. Sembrava una signora che avesse appena fatto la spesa in un supermarket di Aoyama-dōri, e ora si stesse riposando un momento in un caffè.
– Lo sta proteggendo, vero?
– Sì.
– Chissà se il piccolo si è addormentato...
– Probabilmente.
Mangiammo gli hot dog, bevemmo le nostre Coca-Cola, poi ci allontanammo dal recinto dei canguri.
Nel frattempo papà-canguro continuava a cercare nella cesta del cibo le note perdute. La madre e il piccolo, diventati un corpo solo, si abbandonavano al
fluire del tempo, mentre la femmina dall'identità misteriosa, quasi volesse verificare le condizioni della propria coda, saltava tutt'intorno al recinto.
La giornata si annunciava calda, dopo un lungo periodo di maltempo.
– Ti va di andare a bere una birra da qualche parte? – chiese lei.
– Buon'idea, – risposi.
103
Il tuffetto
Quando arrivai in fondo alla stretta scala di cemento, vidi un lungo corridoio dritto che pareva non finire mai. A causa del soffitto assurdamente
alto, più che un corridoio sembrava un canale di scolo prosciugato. Era del
tutto privo di decorazioni. Si sarebbe detto l'essenza stessa del corridoio.
Qua e là lampade al neon coperte di polvere emettevano una luce esangue e
asimmetrica, quasi fossero finite lì dopo averne viste di tutti i colori. Come
se non bastasse, una su tre non funzionava. Non riuscivo a distinguere bene
nemmeno le mie mani. Il silenzio era totale. Nell'oscurità del corridoio si
sentiva soltanto lo strano, monotono rumore che la suola di gomma delle
mie scarpe da tennis faceva sul cemento.
Camminai per due o trecento metri, o forse per un chilometro. Procedevo spedito, senza pensare a nulla. Non esistevano più né distanza né tempo.
Poco a poco venne meno anche la sensazione di avanzare. Eppure avanzavo, sì, avanzavo. Finché all'improvviso mi fermai a un'intersezione a T.
Un'intersezione a T?
Presi di tasca la cartolina sgualcita e la rilessi lentamente.
«Avanzi lungo il corridoio. In fondo troverà una porta», c'era scritto.
Osservai bene, con attenzione, il muro davanti a me, ma non vidi nessuna
porta. E neppure c'era traccia di un ingresso preesistente. Né qualcosa che
ne lasciasse presupporre la prossima apertura: era un semplice e solido muro di cemento, senza alcuna caratteristica se non quelle comuni a ogni muro di cemento. Niente porte metafisiche, simboliche o allegoriche. Tenni a
lungo la mano contro il muro, per prova. Era soltanto una superficie liscia.
Doveva esserci un errore.
Mi appoggiai al muro e accesi una sigaretta. E adesso cosa dovevo fare?
Andare avanti? Tornare indietro?
Cioè, per essere sincero, non è che esitassi veramente. Dovevo per forza
avanzare, non avevo scelta. Ero stufo di quella vita miserabile. Stufo dei
pagamenti a rate, dell'indennità da pagare alla mia ex moglie, del mio appartamento angusto, degli scarafaggi nel bagno, della metropolitana nelle
ore di punta, stufo di tutto. Ed ecco che alla fine trovavo un impiego come
104
si deve. Il lavoro in sé era facile, lo stipendio prodigiosamente alto. Due bonus all'anno, lunghe vacanze estive. La porta non c'era? Non era una ragione
sufficiente per rinunciare. Sarei andato avanti finché non l'avessi trovata.
Presi dalla tasca una moneta da dieci yen, la lanciai in aria e la placcai
sul dorso della mano: testa. Avrei preso a destra.
Il corridoio girava due volte a destra, una volta a sinistra, poi bisognava scendere una decina di scalini, svoltare di nuovo a destra. L'aria era
fredda e stranamente densa, mi ricordava la gelatina al caffè. Pensai al
mio futuro stipendio, a quel bell'ufficio con tanto di aria condizionata.
Che cosa meravigliosa avere un buon lavoro! Accelerai il passo e andai
avanti, sempre avanti.
Finché di fronte a me non vidi una porta. Da lontano mi era sembrata un
vecchio francobollo usato, ma man mano che mi avvicinavo andava assomigliando sempre più a una porta, sì, era proprio una porta.
Mi schiarii la gola, bussai piano, poi feci un passo indietro e attesi la risposta. Passarono cinque secondi. Niente. Bussai ancora, questa volta un
po' più forte, e di nuovo feci un passo indietro. Nessuna risposta.
Tutt'intorno a me l'aria poco a poco si stava solidificando.
In preda al panico, stavo per bussare una terza volta, ma non feci in
tempo ad avanzare di un passo che la porta si aprì senza rumore. In modo
estremamente naturale, come sotto la spinta di un vento venuto da chissà
dove. Ma non era concepibile che si fosse aperta da sola. Udii lo scatto di
un interruttore della luce, e davanti a me apparve un uomo.
Doveva avere venticinque o ventisei anni, ed era più basso di me di circa cinque centimetri. Addosso aveva solo un accappatoio beige, e i capelli
appena lavati gli gocciolavano ancora. Le sue gambe erano di un bianco
innaturale e i piedi piccolissimi. Aveva la faccia piatta e inespressiva come
un foglio di carta, ma sulle labbra gli aleggiava un vago sorriso di scusa.
Non sembrava una cattiva persona.
– Abbia pazienza, stavo facendo il bagno, – disse l'uomo.
– Il bagno? – ripetei gettando automaticamente un'occhiata al mio orologio.
– È la regola. Dopo aver pranzato, dobbiamo sempre fare il bagno.
– Ah, capisco.
– Ad ogni modo, cosa desidera?
105
Tirai fuori dalla tasca della giacca la cartolina e gliela porsi. L'uomo la
prese con la punta delle dita in modo da non bagnarla, e la lesse più volte.
– Sono in ritardo di cinque minuti... – mi scusai.
Lui annuì e mi restituì la cartolina.
– Bene, bene. Così lei lavorerà qui, a quanto pare.
– Esatto, – dissi.
– Strano, non sono al corrente di nuove assunzioni. Comunque la annuncerò al mio capo. È questo il mio compito, aprire la porta e annunciare
le persone al capo.
– Molto gentile da parte sua.
– A proposito, la parola d'ordine?
– La parola d'ordine?
– C'è una parola d'ordine. Non lo sapeva?
Scossi la testa, interdetto.
– Non... non ricordo che qualcuno mi abbia detto qualcosa in proposito.
– Be', è un peccato. Perché vede, se una persona non conosce la parola
d'ordine, non posso farla entrare, il capo me l'ha assolutamente proibito.
Nessuno mi aveva parlato di una parola d'ordine. Presi di nuovo dalla
tasca la cartolina, ma al riguardo non c'era scritto nulla.
– Avranno dimenticato di scriverla, – dissi. – Anche le istruzioni per arrivare fin qui non erano del tutto esatte. Non potrebbe annunciarmi lo stesso? Penso che sia il modo migliore per chiarire ogni cosa. Sono stato assunto ed è stato deciso che da oggi lavorerò qui. Se ha la cortesia di chiedere al suo capo, sono sicuro che è al corrente di queste disposizioni..
– Sì, ma per annunciarla ho bisogno della parola d'ordine, – così dicendo l'uomo fece per prendere una sigaretta dalla tasca sul petto, dimenticando che l'accappatoio non ne aveva. Gliene offrii una io, e gliel'accesi con il
mio accendino.
– Ah, grazie, molto gentile. Comunque... senta, non le viene in mente
nulla che potrebbe essere una parola d'ordine?
Che consiglio assurdo. Come potevo ricordarmi così, di punto in bianco,
una parola d'ordine che non avevo mai visto né sentito? Scossi la testa.
– Sa, nemmeno a me piace fare tante storie, ma il capo avrà i suoi motivi. Mi capisce, vero? In realtà non so neanche che genere di persona sia, il
106
capo, non l'ho mai visto. Però... come dire? I superiori hanno sempre tutto
programmato, tutto pianificato. Quindi niente di personale, mi creda.
– Sì, sì, ne sono certo.
– Il tipo che era qui prima di me si è lasciato impietosire e ha fatto
passare una persona che aveva dimenticato la parola d'ordine. Be', è bastata una volta ed è stato licenziato in tronco. Il giorno seguente ha dovuto lasciare l'azienda. E lei sa bene quanto sia difficile, al giorno d'oggi,
trovare un lavoro.
Annuii.
– Senta, allora come facciamo? – chiesi. – Non mi darebbe un piccolo
indizio?
Appoggiato allo stipite della porta, l'uomo soffiò il fumo della sigaretta
verso l'alto.
– È vietato dal regolamento, – disse.
– Mi basta un indizio minimo.
– Sì, ma se per caso si viene a sapere, per il sottoscritto sono dolori.
– Io non fiato di certo. Lei nemmeno. Chi può venirlo a sapere? – insistetti. Per me era una faccenda estremamente seria, quella. Non avevo intenzione di rassegnarmi tanto in fretta.
L'uomo esitò un poco, poi mi disse all'orecchio, a bassa voce:
– Allora ascolti: è una parola sola, qualcosa che ha a che fare con l'acqua. Si può tenere nel palmo della mano, ma non si può mangiare.
Adesso toccava a me, dovevo riflettere.
– Con cosa comincia?
– Con la T, – disse l'uomo.
– Tappo.
– Sbagliato. Ancora due.
– Due cosa?
– Possibilità. Se sbaglia altre due volte, ha perso. Mi spiace, ma io sto
correndo un rischio, a infrangere il regolamento, non posso lasciarla provare all'infinito.
– Lo so e gliene sono davvero grato, – dissi, – ma non potrebbe darmi
ancora un piccolo indizio? Non so... è una parola composta da quante sillabe?
L'uomo prese un'aria contrariata.
107
– Bravo, già che c'è perché non mi chiede di dirle la parola intera?
– No, no, si figuri! – protestai. – Basta che mi dica di quante sillabe si
compone.
– Tre, – disse lui con un sospiro, ormai rassegnato. – Aveva proprio ragione mio padre: dai a una persona la mano, e ti prende tutto il braccio.
– Sono desolato.
– Comunque sono tre sillabe.
– Ed è qualcosa che ha a che fare con l'acqua, sta nel palino della mano,
ma non si può mangiare.
– Esatto.
– Una parola che inizia con la T, ed è composta da tre sillabe.
– Esatto.
Ci pensai su a lungo.
– Tuffetto, – dissi alla fine, – il piccolo dello svasso.
– No. Si può mangiare, un tuffetto.
– Ne è sicuro?
– Be', forse non è tanto buono... – disse l'uomo con poca convinzione. –
Comunque non sta nel palmo della mano.
– L'ha già visto, lei, un tuffetto?
– No. Non ci capisco niente, di volatili. Sono nato e cresciuto a Tōkyō.
Se vuole posso dirle nell'ordine tutte le fermate della linea Yamanote, ma
non ho mai visto un tuffetto. Non so neppure che aspetto abbia.
Neanch'io avevo mai visto un tuffetto in vita mia. Ma era l'unica parola
che cominciasse per T, di tre sillabe, che avessi trovato. Mi era venuta in
mente così, di riflesso.
– Tuffetto, – insistetti. – Un tuffetto ha un gusto così schifoso che non
lo mangerebbe nemmeno un cane.
– Fermo, fermo un momento! È inutile che insista, tanto per cominciare
«tuffetto» non è la parola d'ordine. E se non è quella non è quella, ci può
ricamare sopra quanto vuole.
– Eppure un tuffetto ha a che fare con l'acqua, sta nel palmo di una mano, non si può mangiare e ha un nome composto da tre sillabe. Corrisponde
perfettamente.
– Peccato che la sua logica sia sbagliata.
– Perché?
108
– Perché «tuffetto» non è la parola d'ordine.
– Allora qual è?
Per un attimo l'uomo rimase in forse.
– Non gliela posso dire.
– Perché non esiste, – me ne uscii nel tono più gelido che mi venne. –
«Tuffetto» è l'unica parola di tre sillabe che designa qualcosa che ha a che
fare con l'acqua, sta nel palmo della mano, ma non si può mangiare. Non
ce ne sono altre.
– Invece una c'è. Certo che c'è, – disse lui col pianto nella voce.
– Non c'è. – C'è.
– Non lo può provare. Mentre «tuffetto» rispetta tutte le condizioni.
– Be', può darsi che... può darsi che da qualche parte ci sia un cane al
quale i tuffetti piacciono.
– Ah, sì? Quale cane? Dove? Me lo faccia vedere, per favore.
– Be'...
– Io so tutto, sui cani. E non ne ho mai visto uno mangiare un tuffetto.
– Hanno davvero un gusto tanto cattivo? – chiese lui con voce incerta.
– Sì. Fanno schifo.
– Li ha già assaggiati?
– Certo che no. Perché avrei dovuto, visto che non sono buoni?
– Già, questo è vero...
– Comunque sia, vuol essere tanto cortese da annunciarmi al suo capo?
– dissi nel tono più autorevole possibile. – Tuffetto.
– Mi arrendo, – disse l'uomo. E prese ad asciugarsi i capelli con un
asciugamano. – Be', io l'annuncio. Anche se credo che sia inutile.
– Grazie. Molto obbligato, – dissi.
– Ma esiste davvero un tuffetto che sta nel palmo della mano?
– Certo che esiste, da qualche parte c'è, – risposi. Chiedendomi perché
mai mi fosse venuta in mente quella parola.
Il tuffetto che sta nel palmo della mano pulì le lenti degli occhiali con
una pezza di velluto, e di nuovo fece un sospiro. Il molare in fondo a destra
gli dava delle fitte lancinanti. Doveva tornare dal dentista, si disse. Che rottura di scatole. Il mondo era pieno di seccature: il dentista, la dichiarazione
109
dei redditi, le rate della macchina, il condizionatore d'aria rotto... Si lasciò
andare contro lo schienale della poltrona in pelle, appoggiò la testa e chiuse gli occhi. Provò a pensare alla morte. La morte silenziosa come il fondo
del mare, bella come una rosa di maggio. Negli ultimi tempi pensava spesso alla morte, il tuffetto. Nella sua mente immaginava se stesso che moriva, e dormiva per l'eternità...
Qui riposa il tuffetto che sta nel palmo della mano. Così c'era scritto
sulla lapide della sua tomba.
In quel momento si udì la suoneria dell'interfono.
– Cosa c'è? – sbraitò seccato il tuffetto che sta nel palmo della mano.
– Una visita, – rispose la voce del segretario. – Un tale che dice che da
oggi lavorerà qui. Sapeva anche la parola d'ordine.
Il tuffetto che sta nel palmo della mano aggrottò la ironie e guardò il suo
orologio.
– È in ritardo di un quarto d'ora, – disse.
110
I gatti antropofagi
Sul giornale che comprai al porto c'era un articolo che parlava di un'anziana donna divorata dai suoi tre gatti. Era successo in una cittadina nelle
vicinanze di Atene. La donna aveva settant'anni e viveva sola. Conduceva
una vita tranquilla insieme ai gatti nel suo appartamento. Un giorno però si
era sentita male – forse un infarto –, si era sdraiata sul divano e in quella
stessa posizione aveva smesso di respirare. Impossibile stabilire quanto
tempo fosse passato dal momento del malore alla morte. In ogni caso, non
si era più alzata. Non avendo parenti che venissero a trovarla periodicamente, e nemmeno amiche intime, era trascorsa una settimana prima che il
suo corpo venisse scoperto.
Dato che porte e finestre erano chiuse, dopo la morte della padrona i
gatti non erano potuti uscire. Nell'appartamento non c'era nulla da mangiare. Naturalmente nel frigo ci sarà stato del cibo, ma purtroppo i gatti non
sanno come aprire i frigoriferi. Torturati dalla fame, a un certo punto non
avevano resistito e si erano nutriti della carne della loro padrona.
Lessi l'articolo a Izumi, che era seduta di fronte a me al tavolino di un
bar. Nelle belle giornate, camminare fino al porto, comprare il quotidiano
in inglese edito ad Atene e prendere un caffè al bar accanto all'Ufficio delle
imposte era diventata una delle nostre abitudini su quell'isola: se c'era
qualche articolo interessante, io lo traducevo grossolanamente in giapponese per Izumi, e quando l'argomento valeva la pena ne discutevamo. Izumi
parlava bene l'inglese e volendo avrebbe potuto leggere il giornale da sola,
ne sono certo, ma non l'ho mai vista prenderne uno in mano.
– Mi piace che qualcuno legga per me ad alta voce, – mi disse, – fin da
quando ero bambina. Ho sempre desiderato sedermi in un posto al sole e
farmi leggere qualcosa: un giornale, un libro di testo, un romanzo... è indifferente. Sognavo di starmene in silenzio ad ascoltare, guardando il cielo, o
il mare. Finora però non ho mai trovato nessuno che volesse leggere per
me. Quindi si può dire che tu, ora... sì, insomma, con te sto recuperando il
tempo perduto. In più, hai una bellissima voce.
Lì c'era il cielo, e anche il mare. E per una fortunata combinazione –
forse è il caso di sottolinearlo –, a me non dava alcun fastidio leggere ad
111
alta voce per un'altra persona. Non si contavano i libri illustrati che avevo
letto a mio figlio, quando stavo in Giappone. In quei momenti, succedeva
spesso che nella mia mente si generassero una risonanza e una dimensione
particolari, perché seguire le frasi con gli occhi e pronunciarle ad alta voce
sono due cose molto diverse. Era una sensazione fantastica.
Bevendo ogni tanto un sorso di caffè amaro dalla tazzina, leggevo lentamente l'articolo. Ogni cinque o sei righe mi fermavo, mentalmente le traducevo in giapponese e le ripetevo a Izumi. Alcune vespe arrivarono da
chissà dove e si affollarono sulla marmellata che un avventore precedente
aveva fatto cadere sul tavolino. Mangiarono per qualche minuto, poi per un
impulso sconosciuto si alzarono in volo con un ronzio d'ali e girarono un
po' in tondo; per tornare poco dopo, mosse da un nuovo stimolo, sulla
marmellata. Quando finii di leggere l'articolo, Izumi rimase in silenzio ad
aspettare il seguito della storia, senza cambiare posizione, i gomiti appoggiati al tavolino. Con la punta delle dita della mano destra copriva la punta
delle dita della sinistra. Posai il giornale sulle ginocchia, e per un po' rimasi
a osservare le sue dita affusolate, attraverso le quali mi stava guardando.
– E poi? – chiese.
– È tutto qui, – risposi, piegando il giornale in quattro, tirai fuori dalla
tasca dei pantaloni il fazzoletto e mi pulii le labbra sporche di caffè. – Perlomeno, qui non dicono altro.
– Sì, ma i gatti che fine hanno fatto?
La guardai.
– Non lo so, – dissi rimettendo il fazzoletto in tasca. – Qui non c'è scritto.
Izumi tirò le labbra da un lato. Era una sua abitudine. Quando stava per
dare il suo parere – che prendeva sempre la forma di una breve dichiarazione – tirava un po' le labbra da una parte, come se volesse lisciare una
grinza. Quando l'avevo conosciuta avevo trovato quella sua abitudine adorabile.
– Ovunque si vada, i giornali sono tutti uguali, – disse. – Quello che
vorresti davvero sapere, puoi stare sicuro che non te lo dicono.
Aprì un pacchetto di sigarette, ne tirò fuori una, se la mise fra le labbra e
l'accese con un fiammifero. Fumava un pacchetto di Salem al giorno. Lo
iniziava al mattino e nel corso della giornata lo finiva. Io invece non fumavo. Avevo smesso cinque anni prima, me l'aveva chiesto mia moglie quando era incinta.
112
– Quello che vorrei sapere, – continuò lei mentre volute di fumo fluttuavano nell'aria, – è cosa è successo a quei gatti. Secondo te li hanno uccisi perché
hanno mangiato carne umana? Oppure li hanno perdonati, hanno fatto loro
due coccole dicendo: «Poverini, ve la siete vista brutta anche voi...»?
Osservando le vespe sul tavolino, riflettei brevemente sulla questione.
Nella mia testa l'immagine dei tre gatti che divoravano il cadavere della
vecchia si confondeva con quella delle vespe indaffarate a mangiare la
marmellata. Le strida lontane di un gabbiano coprivano il ronzio delle vespe. Per qualche secondo la mia coscienza restò in bilico tra la realtà e l'irrealtà. Dove mi trovavo? Cosa stavo facendo? Ero del tutto disorientato.
Feci un profondo respiro, alzai lo sguardo verso il cielo, poi tornai a posarlo su Izumi.
– Non ne ho la minima idea, – dissi.
– Prova a pensarci. Se tu fossi il sindaco di quella città, o il questore,
cosa decideresti riguardo a quei gatti?
– Be', forse li affiderei a una istituzione che facesse cambiare loro vita.
Che li facesse diventare vegetariani, magari.
Izumi non rise. Aspirò una boccata di fumo e la buttò fuori lentamente.
– A me, questa storia, ha fatto venire in mente un sermone che mi
sono dovuta sorbire quando sono entrata alla scuola media, il primo
giorno. Te l'avevo detto? Che per sei anni ho frequentato una scuola cattolica severissima? Le elementari le ho fatte in una scuola pubblica, le
medie e il liceo dalle suore. Subito dopo la cerimonia d'inaugurazione,
una delle suore-capo ci ha tenuto un discorso. Ha riunito tutte noi nuove
iscritte in una classe, è salita sulla predella e ci ha parlato della dottrina
cattolica. Ci ha raccontato diverse parabole, ma quella che ricordo meglio, anzi, a dir la verità l'unica che ricordo, è quella del naufragio su
un'isola deserta insieme a un gatto.
– Sembra interessante.
– Supponi che la nave affondi e tu vada alla deriva in una scialuppa di
salvataggio. Insieme a te sulla scialuppa c'è soltanto un gatto. In qualche
modo riuscite ad approdare su un'isola, un'isola deserta dove non c'è niente
da mangiare. Nella barca c'è una scorta d'acqua e di pane secco sufficiente
a far sopravvivere una persona per una decina di giorni. La storia è tutta
qui. A quel punto la suora ci ha detto: «Ciascuna di voi immagini di trovarsi in una situazione del genere. Chiudete gli occhi e figuratevi la scena.
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Siete da sole insieme a un gatto su un'isola deserta. Il pane è quasi finito. E
quando non ci sarà più niente, non vi resterà che morire. È chiaro? Avete
fame, avete sete e state per morire. In tale circostanza, come vi comportereste? Quel pochissimo cibo che avete, pensate che dovreste dividerlo con
il gatto? No, non sarebbe giusto. Perché ognuna di voi è un essere prezioso
scelto da Dio, invece il gatto no. Quindi quel pane ve lo dovreste mangiare
voi, tutto voi». Questo discorso la suora ce l'ha fatto molto seriamente. Io
sono rimasta allibita. Andare a raccontare una cosa del genere a delle ragazzine il primo giorno di scuola. Ricordo che pensai di essere finita in una
gabbia di matti.
In quella piccola isola greca avevo affittato con Izumi una stanza con cucina. Ci costava pochissimo, perché il posto non era turistico, e in più eravamo fuori stagione. Prima di andarci, nessuno di noi due aveva mai sentito
il nome di quell'isola. Si trovava vicino alla Turchia e nelle belle giornate si
potevano vedere sulla terraferma monti dalle sfumature azzurrine.
I greci ci scherzavano su, dicevano che quando tirava vento l'odore del
kebab arrivava fin lì. Era un fatto però che l'Asia Minore era davanti ai nostri
occhi, talmente vicina che la storia del kebab era più che verosimile: la costa
turca si trovava a una distanza minore rispetto all'isola greca più vicina.
Nella piazza davanti al porto c'era la statua di un eroe della guerra d'indipendenza. Aveva guidato una rivolta sulla terraferma greca e preparato
l'insurrezione dell'isola che all'epoca era sotto l'occupazione turca, ma era
stato catturato e condannato a morte. I turchi l'avevano spogliato e posizionato su un palo dalla punta acuminata che avevano montato sulla piazza. Il
peso dell'uomo aveva fatto si che il palo entrasse dall'ano, trapassasse lentamente il corpo e gli uscisse dalla bocca: a morire quel poveraccio ci aveva messo un sacco di tempo. La statua d'ottone l'avevano eretta proprio nel
punto dove era stato piantato il palo, pareva. Probabilmente i primi anni
aveva fatto la sua figura, ma ora a causa del vento salmastro, della polvere,
degli escrementi di gabbiano e delle abrasioni inevitabili nel tempo, non se
ne distingueva bene nemmeno la faccia. Nessuno sull'isola prestava la minima attenzione a quella statua sporca e deprimente, e da parte sua l'eroe
della guerra d'indipendenza ormai sembrava infischiarsene regalmente dei
gabbiani, del paese, di tutto quanto al mondo. Noi bevevamo il nostro caffè
o la nostra birra sulla terrazza del bar di fronte alla statua e lasciavamo passare con indolenza il tempo contemplando le barche nel porto, gli uccelli
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marini, o la catena di monti che si intravedeva lontano, sulla costa turca.
Eravamo letteralmente sul bordo estremo dell'Europa. Tutto – il vento, le
onde, l'odore che aleggiava nell'aria – aveva una qualità da confine del
mondo. Che mi piacesse o meno, il confine del mondo non poteva essere
che un posto così. Un posto che aveva un colore un po' rétro cui non si
sfuggiva. Avevo la sensazione di venir inghiottito da un'entità aliena, da
qualcosa di vago e stranamente affabile che si trovava ancora più in là, e la
cui ombra si stendeva sul volto delle persone che si riunivano al porto, sullo sguardo, sul colore della loro pelle.
A volte non riuscivo a persuadermi del fatto che facevo parte di quel
luogo. Mi davo un gran da fare a guardarlo e a inspirarne l'aria, ma non
riuscivo a trovarci un legame organico con la mia persona. Cosa diavolo ci
facevo, lì?
Fino a due mesi prima, vivevo in un tre-camere-cucina a Tōkyō, dalle
parti di Unoki, insieme a mia moglie e a mio figlio, che fra poco avrebbe
compiuto quattro anni. L'alloggio non era molto spazioso, ma comodo. C'erano due camere da letto, una per me e mia moglie e l'altra per il bambino;
la terza stanza la usavo come studio. Era un posto tranquillo, con una bella
vista. Nei fine settimana ce ne andavamo tutti e tre a passeggiare sul letto
asciutto del fiume Tama, sulle cui sponde in primavera fiorivano i ciliegi.
A volte mettevo mio figlio sulla bicicletta, nel suo seggiolino, e lo portavo
con me a vedere i Giants che si allenavano.
Ero impiegato in un'agenzia di design di media grandezza, specializzata
nella veste tipografica di libri e riviste. Dal momento che mi occupavo del
lavoro d'ufficio e non avevo nulla di particolarmente divertente o creativo
da fare, non potevo certo considerarmi un designer, ma tutto sommato quel
posto non mi dispiaceva. Non sto dicendo che le mie giornate trascorressero serene senza frustrazioni. Lavoravo troppo, mi succedeva spesso di andare avanti fino a notte fonda. E parte delle mie funzioni erano noiose e insopportabili. Ma in ufficio l'atmosfera era tutto sommato tranquilla, e poiché ero in quell'azienda da molto tempo, in una certa misura potevo scegliere il lavoro da svolgere, gestirlo come mi pareva ed esprimere senza
mezzi termini la mia opinione. Non avevo capi detestabili né colleghi antipatici. Lo stipendio non era male. Quindi, se nulla avesse scosso la mia vita, credo che non me ne sarei mai andato da lì. E la mia esistenza sarebbe
trascorsa come scorre la Moldava – o per meglio dire come l'acqua senza
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nome che forma la Moldava – in direzione del mare verso cui era destinata.
Fu a quel punto che incontrai Izumi.
Aveva dieci anni meno di me. Ci eravamo conosciuti a una riunione per
la messa a punto di un progetto. E fin dal primo momento, dal primo
sguardo, avevamo provato una forte attrazione reciproca. Succede, nella
vita. Raramente, ma succede. In seguito ci eravamo visti due o tre volte per
esigenze di lavoro. Andavo io nella sua azienda, o veniva lei nella mia. Durante quegli incontri non passavamo molto tempo insieme, né eravamo soli. E non parlavamo di argomenti personali. A progetto realizzato però,
quando non ci fu più motivo di vederci, mi sentii terribilmente triste. Come
se un'ingiustizia mi avesse privato di qualcosa di essenziale per la mia vita.
Era da molto tempo che non provavo un sentimento del genere. E credo
che per Izumi fosse la stessa cosa. Non era passata nemmeno una settimana
che mi telefonò in azienda con un pretesto qualunque. Parlammo del più e
del meno. Feci una battuta, lei rise. Dopodiché le proposi di andare a bere
qualcosa insieme. Ci recammo in un piccolo bar, dove chiacchierammo a
lungo. Non ricordo quasi di che parlammo, quella volta. Ma era sorprendente quante cose avessimo da dirci. Qualunque fosse l'argomento, conversare insieme era piacevole e avremmo potuto andare avanti per ore. Comprendevo quello che lei voleva dirmi con una precisione palpabile, e da
parte mia riuscivo a spiegarle con chiarezza cose che non ero mai riuscito a
raccontare a nessuno, ne ero stupito io stesso. Entrambi eravamo sposati, e
non potevamo lamentarci della nostra vita matrimoniale. Sia lei che io
amavamo i nostri rispettivi consorti, e li rispettavamo. Eppure sapevo per
esperienza quanto fosse raro trovare qualcuno con cui intendersi alla perfezione. Se non era un miracolo, ci andava vicino, era un eccezionale colpo
di fortuna. Di sicuro un'infinità di persone trascorreva la vita senza incontrare quest'interlocutore ideale. Era un sentimento molto diverso da quello
che viene comunemente chiamato «amore». Si trattava di una condizione
ben più vicina all'empatia.
Da allora prendemmo l'abitudine di andare ogni tanto a bere qualcosa
insieme e a parlare. Il marito di Izumi per motivi di lavoro spesso rincasava
tardi, lasciandole così una relativa libertà negli orari. Così, tra un discorso
e l'altro, il tempo passava senza che ce ne accorgessimo. Spesso, quando
guardavamo l'orologio, mancava poco alla partenza dell'ultimo treno. Se-
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pararmi da lei ogni volta mi addolorava. Avevo ancora tante cose da dirle,
e lei a me.
Poi andammo a letto insieme. Accadde in maniera molto spontanea,
senza che la proposta venisse da nessuno dei due in particolare. Sia per lei
che per me era la prima volta, da quando eravamo sposati, che avevamo
rapporti sessuali fuori dal matrimonio. Eppure posso dire con tranquillità
che nessuno dei due provò al riguardo un senso di colpa. Perché era una
cosa di cui avevamo veramente sentito la necessità. Svestirla, carezzare la
sua pelle, stringerla a me, entrare e venire dentro di lei fu una parte del tutto naturale della nostra conversazione. Talmente naturale che se è vero che
non provammo senso di colpa, è altrettanto vero che non fummo travolti da
un piacere dei sensi eccezionale. Fu un atto calmo, gradevole, semplice,
essenziale. La parte più bella venne dopo, quando restammo tranquilli a
chiacchierare nel letto. Fu un'ora davvero fantastica. Io abbracciato al suo
corpo nudo, lei rannicchiata nelle mie braccia, sussurravamo tra noi a bassa
voce, parlavamo di cose che capivamo soltanto noi.
Ci incontravamo ogni volta che si poteva. Andavamo da qualche parte a
bere qualcosa e a parlare, se ce n'era il tempo facevamo l'amore, altrimenti
eravamo felici lo stesso. Non aveva importanza, per nessuno dei due. Stranamente – ma può darsi che non fosse strano per nulla –, eravamo sicuri
che quel nostro legame potesse continuare per sempre. Cioè, eravamo convinti che la nostra vita matrimoniale fosse una cosa, e la nostra relazione
un'altra: esistevano ognuna per conto proprio. Perché mai avrebbero dovuto entrare in conflitto? Avevamo la certezza che la seconda non interferisse
minimamente nella prima, non l'avremmo permesso. Facevamo sesso insieme, era vero. Ma questo, in pratica, a chi poteva creare problemi? Be',
quando andavo a letto con Izumi tornavo a casa tardi e dovevo inventarmi
qualche scusa con mia moglie, e un po' di rimorso lo provavo. Ma il fatto è
che non pensavamo di tradire nessuno. Oserei dire che la nostra relazione
era, nella sua totalità, un evento separato della nostra vita.
Se le cose fossero continuate così, non so che piega avrebbe preso quel
rapporto. Forse tutto sarebbe andato bene, forse avremmo continuato per
sempre a parlare davanti a una vodka tonic per poi finire in un albergo.
Oppure, passato un certo tempo, ci saremmo stancati di raccontare menzogne ai nostri famigliari, avremmo messo termine spontaneamente a quella
relazione e saremmo tornati alla vita tranquilla che conducevamo prima. In
tutti e due i casi non credo che sarebbe finita male. Non ne sono certo, ma
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ho questa sensazione. Ma per una sfortunata combinazione – forse però era
una cosa che prima o poi doveva accadere –, il marito di Izumi venne a sapere del nostro legame. Dopo aver sottoposto Izumi a un interrogatorio,
venne direttamente a casa mia. Era fuori di sé dalla collera, fece una scenata. E per colmo di sfortuna in casa trovò solo mia moglie. Risultato, un disastro. Mia moglie mi chiese di darle spiegazioni. Dato che Izumi ormai
aveva confessato tutto, negare non aveva senso. Raccontai la verità, spiegai
come stavano le cose. Le dissi che non si trattava né di amore né di nulla di
simile. Che il rapporto con Izumi aveva una dimensione particolare. Che
non aveva niente in comune col sentimento che nutrivo per lei, mia moglie.
Che non era della stessa qualità. La prova? Non si era mai resa conto del
fatto che mi incontravo con Izumi. Mia moglie però non volle sentir ragioni. Lo shock fu terribile, ne rimase letteralmente paralizzata. Rifiutò di
ascoltare anche solo una parola di più. Il giorno seguente caricò le sue cose
in macchina, prese nostro figlio e se ne tornò dritta dritta a casa dei genitori, a Chigasaki. Io la chiamai non so quante volte, ma non riuscii mai a parlare con lei. Una volta venne al telefono il padre: «Non ho voglia di ascoltare le tue scuse ridicole, – disse, – e non lascerò che mia figlia torni da un
vigliacco come te». Fin dall'inizio era stato contrario al nostro matrimonio,
e nel tono vibrante della sua voce era implicito un «Lo sapevo!»
Non sapendo bene cosa fare, presi alcuni giorni di ferie che passai da solo
in casa, in uno stato di prostrazione. Finché non mi telefonò Izumi. Era sola.
Anche suo marito se n'era andato di casa, ma a differenza di mia moglie l'aveva riempita di botte, poi aveva preso i suoi vestiti e con un paio di forbici
li aveva fatti a pezzi dal primo all'ultimo, dai cappotti alla biancheria, senza
lasciarne intero nemmeno uno. Dove fosse andato non si sapeva.
– Sono distrutta, – mi disse lei, – distrutta. Lui non tornerà mai più, ormai
non c'è più nulla che io possa fare E si mise a piangere. Era dai tempi del liceo che stavano insieme. Cercai di consolarla, ma senza molto successo.
– Senti, perché non andiamo a bere qualcosa da qualche parte? – propose lei. Ci trovammo a Shibuya, in un bar aperto tutta la notte, e lì restammo
fino al mattino. A bere, io vodka gimlet e lei daiquiri. Tanti da non poterli
contare. Quella notte non parlammo molto. Verso l'alba per smaltire la
sbornia camminammo fino a Harajuku e ci fermammo in un Royal Host a
prendere un caffè e fare colazione. Fu a quel punto che Izumi lanciò l'idea
di andare insieme in Grecia.
– In Grecia? – chiesi.
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– Be', tanto cosa ci restiamo a fare in Giappone? – disse lei guardandomi fisso in faccia.
Ci pensai su. Ma il mio cervello annebbiato dall'alcol funzionava a rilento e non riuscivo a seguire bene il filo del discorso. In Grecia?
– Ho sempre voluto visitare la Grecia. È sempre stato il mio sogno.
Avrei voluto andarci in viaggio di nozze, ma non avevamo soldi e abbiamo
rinunciato. Dai, andiamoci adesso, noi due. Stiamocene lì un po' di tempo,
tranquilli, senza pensare a nulla. Restando qua in Giappone non facciamo
altro che deprimerci, il che non è certo una cosa positiva.
Io non nutrivo particolare interesse per la Grecia, ma ero d'accordo sul
fatto che restare in Giappone non ci avrebbe portato nulla di buono. Facemmo il conto dei soldi che avevamo. Lei aveva messo da parte due milioni e mezzo. Io potevo disporne subito di uno e mezzo. In tutto facevano
quattro milioni di yen.
– Con quattro milioni, in Grecia ci possiamo restare alcuni anni, se scegliamo un posto fuori mano, – disse Izumi. – Un volo charter ci costa circa
quattrocentomila yen, rimangono tre milioni e seicentomila. Supponendo
che per vivere ne spendiamo centomila al mese, bastano per tre anni. Diciamo due e mezzo, tenendoci larghi sulle spese. Ce la facciamo, no? Dai,
partiamo! A tutto il resto penseremo dopo!
Mi guardai intorno. A quell'ora del mattino la caffetteria era piena di ragazzi e ragazze. Di persone che avessero superato i trent'anni, forse c'eravamo soltanto noi due. E di sicuro eravamo gli unici ad aver progettato di
scappare in Grecia con tutto il nostro denaro dopo essere stati scoperti a
tradire i rispettivi consorti e aver distrutto ciascuno la propria famiglia. Cose da pazzi, pensai. Mi osservai a lungo i palmi delle mani. Quell'assurda
faccenda stava davvero capitando nella mia vita?
– Okay, – dissi. – Partiamo!
Il giorno seguente presentai una lettera di dimissioni. Il direttore, cui
erano arrivate voci su quanto accaduto, gentilmente decise di mettermi per
il momento in congedo prolungato. In azienda tutti sembravano sorpresi
che me ne volessi andare, ma nessuno cercò con alcun mezzo di farmi
cambiare idea. Tutto sommato era stato più facile di quanto avessi pensato.
Al mondo non c'è quasi nulla che non si possa buttare via, volendo. Anzi,
forse si può dire che non c'è assolutamente nulla. E una volta presa la deci119
sione, viene voglia di gettare via proprio tutto. Come i giocatori che avendo perso la maggior parte del denaro di cui disponevano, finiscono col
mettere sul piatto anche quel poco che gli resta. Quasi provassero fastidio a
fare le cose a metà.
In conclusione, infilai alla rinfusa qualche vestito e qualche oggetto da
toilette in una valigia Samsonite di media grandezza e insieme a Izumi presi un aereo per l'Europa, un aereo che seguiva la rotta sud. Il bagaglio di lei
pesava esattamente quanto il mio.
Mentre sorvolavamo il cielo d'Egitto, all'improvviso venni colto dal timore che in un aeroporto di scalo la mia valigia fosse stata presa per sbaglio da un altro. Poteva succedere benissimo. Al mondo c'erano decine di
migliaia di Samsonite blu come la mia. E se una volta arrivato a destinazione l'avessi aperta per trovarla piena delle cose di uno sconosciuto? A
quel pensiero provai un'ansia spaventosa, incredibile. Se quel la valigia
fosse scomparsa, Izumi sarebbe rimasta l'unico legame con la mia vita precedente. E in quel caso, mi pareva, avrei perso di vista la mia stessa persona. Era una sensazione strana, che non avevo mai provato prima. Mi pareva di non essere più io. Non lo ero, ero un altro che aveva trovato comodo
prendere il mio aspetto. La mia coscienza però non se n'era accorta e per
sbaglio mi aveva seguito. Era in un grosso guaio, la mia coscienza. Doveva
tornare in Giappone e rientrare nel suo corpo originario. Ma si trovava su
un aereo che stava sorvolando l'Egitto! Non aveva modo di tornare indietro. Mi sembrava che il corpo di quel mio sostituto fosse fatto di stucco.
Bastava grattare un po' con le unghie per sgretolarlo. Si stava sbriciolando
tutto. E io non riuscivo a fermarlo. Di quel passo avrei finito col ridurmi in
polvere, pensai. Nonostante il condizionatore funzionasse bene, ero inondato di sudore, avevo la camicia tutta bagnata. Emanavo cattivo odore. Per
tutto il tempo Izumi mi tenne la mano. Ogni tanto mi abbracciava. Non diceva nulla, ma dava l'impressione di capire cosa stavo provando. Il malessere durò una trentina di minuti. Volevo morire. Infilarmi la canna di una
grossa pistola nell'orecchio e tirare il grilletto. E spappolare in un colpo solo sia la mia coscienza che il mio corpo. In quel momento farla finita era il
mio unico desiderio.
Come il tremito passò, di colpo mi sentii molto leggero. Mi rilassai e mi
abbandonai al trascorrere del tempo. E finii con l'addormentarmi profondamente. Quando mi svegliai, sotto i miei occhi c'era la distesa azzurra del
mare Egeo.
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Il problema più serio nella nostra vita su quell'isola era che non avevamo
quasi nulla da fare. Non lavoravamo, non conoscevamo nessuno. Non c'erano cinema né campi da tennis. Non c'erano libri da leggere. Essendo partiti
dal Giappone in fretta e furia, non avevamo pensato a farne una scorta. I due
romanzi che avevo comprato all'aeroporto li avevo già letti due volte, la raccolta di tragedie di Eschilo che si era portata Izumi pure, e ora non mi restava più niente. Nel chiosco del porto vendevano diversi giornali in inglese,
per i turisti, ma nessuno era particolarmente interessante. Per me che adoravo leggere era davvero dura. Avevo sempre pensato che se ne avessi avuto il
tempo, avrei letto fino alla nausea. Per ironia del destino però, qui di tempo
ne avevo finché ne volevo, ma di libri nemmeno uno.
Izumi studiava il greco moderno su una grammatica che aveva portato
con sé, si era fatta una tabella delle coniugazioni verbali da cui non si separava mai e appena aveva un momento libero si metteva a declamarle, sembrava che recitasse un sortilegio. Quando facevamo qualche acquisto, parlava con i proprietari dei negozi in un greco stentato. Nei bar, con i camerieri. Grazie ai suoi sforzi riuscimmo a fare qualche conoscenza. Mentre lei
si dedicava al greco, io rispolveravo il mio francese. L'avevo studiato tempo addietro dicendomi che in Europa prima o poi mi sarebbe stato utile, ma
su quell'isola sperduta non incontrai mai una sola persona che parlasse
francese. In città bene o male si riusciva a comunicare in inglese. Fra gli
anziani c'era chi capiva l'italiano o il tedesco. Il francese invece non era di
nessun aiuto.
Avendo a disposizione tutto il tempo che volevamo, facevamo passeggiate interminabili. Passammo un mucchio di tempo a cercare di pescare
qualcosa nel porto, ma non prendemmo mai nulla. Non che non ci fossero
pesci. Soltanto che l'acqua era così limpida che quelli potevano vedere benissimo la lenza. Potevano vedere benissimo persino la faccia di chi la teneva. Quale pesce era tanto idiota da abboccare all'amo? Allora comprai un
album da disegno e degli acquarelli in una bottega che vendeva un po' di
tutto, e presi l'abitudine di disegnare paesaggi o fare ritratti alla gente. Izumi si metteva vicino a me e osservava i miei schizzi, oppure ripassava la
grammatica greca. Mentre disegnavo, spesso gli abitanti del luogo venivano a guardare. Per passare il tempo io li ritraevo, cosa di cui tutti sembravano molto contenti. Quando consegnavo loro il ritratto, in cambio ci offrivano una birra. Un pescatore ci regalò un polpo.
121
– Potresti venderli, i ritratti, farne una professione, – mi disse Izumi. –
Ti vengono molto bene. Un giapponese ritrattista! Saresti una rarità e avresti un gran successo.
Io risi, ma guardando Izumi mi resi conto che non stava affatto scherzando. Provai a immaginarmi mentre girovagavo per le isole a ritrarre Tizio e Caio in cambio di un po' di soldi, di una birra... Be', la prospettiva
non mi parve affatto assurda. Non era poi un'idea tanto malvagia. In fin dei
conti la pittura mi era sempre piaciuta ed era il motivo per cui mi ero iscritto all'Accademia di belle arti.
– Io potrei fare da tour-operator per i giapponesi che vengono in Grecia.
Per questo però prima devo imparare perfettamente il greco, – propose Izumi.
– Ma non abbiamo detto che per due anni e mezzo possiamo vivere senza fare un bel niente?
– Se non accadono imprevisti. Se non veniamo derubati, non ci ammaliamo... Sì, diciamo che per un paio d'anni dovremmo farcela. Ma non si sa
mai, ad ogni buon conto potremmo cominciare a programmare qualcosa,
non credi?
– Non ho mai avuto bisogno del medico in vita mia, – dissi.
Per qualche istante Izumi mi guardò negli occhi. Poi tirò un poco le labbra da un lato.
– E supponi... è solo una supposizione, intendiamoci! Metti che resti incinta. Cosa faresti, tu? Per quanto stiamo attenti, uno sbaglio può sempre capitare. In un'eventualità del genere, i soldi se ne andrebbero in un batter d'occhio.
– In un'eventualità del genere possiamo tornare in Giappone.
– No, tu non hai capito. Guarda che noi in Giappone non ci possiamo
tornare più, – disse Izumi con un tono molto calmo.
E fu così che lei continuò a studiare il greco e io a fare schizzi. Fu il periodo più tranquillo della mia vita. Mangiavamo cibi semplici, bevevamo
con parsimonia vino da quattro soldi. Ogni giorno ci arrampicavamo sulla
collina più vicina. In cima c'era un villaggetto da cui si vedevano isole lontane. Aguzzando la vista, anche la costa turca. Grazie all'aria pura e al moderato esercizio, eravamo in ottima forma fisica. Quando calava la sera,
ogni rumore intorno a noi cessava. In quell'atmosfera silenziosa, Izumi e io
ci abbracciavamo, lontani da sguardi indiscreti. E parlavamo di tante cose,
a bassa voce. Non dovevamo più preoccuparci dell'orario dell'ultimo treno,
né mentire a nostra moglie o nostro marito. Già solo questo era fantastico.
122
Intanto poco a poco l'estate cedette il posto all'autunno, e l'autunno all'inverno. Arrivarono giornate di vento forte, mentre sul mare si alzavano onde spumeggianti.
Fu in quel periodo che leggemmo la storia dei gatti che avevano mangiato
la loro padrona. Sul giornale c'era anche un articolo sullo stato di salute
dell'imperatore giapponese, che era malato e andava peggiorando. Ma ciò
che a noi premeva sapere era il valore dello yen, compravamo il giornale solo per quello. Lo yen continuava a salire nei confronti della dracma. E più
saliva, più soldi ci ritrovavamo in tasca, cosa per noi di primaria importanza.
– A proposito di gatti, – dissi a Izumi alcuni giorni dopo la lettura del
famoso articolo, – quando ero piccolo a casa ne avevamo uno, un gatto di
tre colori, ma è scomparso in modo strano.
Lei sembrò interessata alla storia. Alzò il viso dalla tabella dei verbi e
mi guardò.
– Cioè? – chiese.
– È successo quando avevo sette o otto anni, più o meno. All'epoca vivevo in una casa con un grande giardino. Nel giardino c'era un vecchio pino altissimo, non riuscivo quasi a vederne la cima. Una volta ero seduto
nella veranda a leggere un libro, e intanto il gatto giocava fuori. Spiccava
salti di qua e di là, da solo, sai come fanno i gatti, no? Era sovreccitato e
credo che non si accorgesse nemmeno che lo stavo guardando. Che avevo
smesso di leggere e lo osservavo. È andato avanti a saltare per un bel po'.
Non la smetteva più, sembrava posseduto da qualche spirito. Rimbalzava
come una palla avanti e indietro, il pelo dritto. Più lo guardavo, più mi veniva paura. Avevo l'impressione che nei suoi occhi si riflettesse qualcosa
che non potevo vedere, e che fosse questo a eccitarlo. Poi a un certo punto
si è messo a correre intorno al pino a tutta velocità, con un'energia tale che
sembrava la tigre in Little Black Sambo. Ha fatto una serie di giri, poi di
colpo si è arrampicato su per il tronco, fino in cima. Alzando lo sguardo ho
intravisto il suo muso, sul ramo più alto. Sembrava ancora molto nervoso.
Se ne stava nascosto tra le foglie e guardava fisso qualcosa. Ho provato a
chiamarlo. Ma era come se non mi sentisse.
– Che nome aveva, quel gatto?
Le dissi che non me lo ricordavo.
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– Intanto si stava facendo sera, – proseguii, – e poco a poco calava l'oscurità. Io ero preoccupatissimo e stavo lì ad aspettare che il gatto tornasse
giù. Lui però non è sceso. Ormai era buio. Non l'ho visto mai più.
– Be', non mi sembra una cosa tanto strana, – disse Izumi – Succede
spesso che i gatti scompaiano in quel modo. Soprattutto quando sono in calore. Diventano sovreccitati e non trovano più la strada di casa. Di sicuro è sceso
quando tu non stavi più a guardare e se n'è andato da qualche altra parte.
– Sì, forse hai ragione. Io però all'epoca ero piccolo ed ero convinto che
il gatto ormai vivesse in cima al pino. Che per qualche motivo non potesse
più scendere. Così ogni giorno, appena avevo un po' di tempo, andavo a
sedermi nella veranda e tenevo d'occhio l'albero. Sperando di vedere il muso del mio gatto sbucare fra i rami.
Izumi sembrava aver perso l'interesse per quella storia. Si accese la seconda sigaretta con aria annoiata. Poi tutt'a un tratto alzò il viso e mi guardò.
– A tuo figlio ci pensi, qualche volta? – mi chiese.
Non sapevo cosa rispondere.
– Solo ogni tanto, – ammisi sinceramente. – Solo ogni tanto. Ci penso
quando me lo fa venire in mente qualcos'altro, per associazione di idee.
– Non ti manca?
– Sì, mi manca, – dissi. Ma non era la verità. Mi sforzavo di crederlo
perché mi pareva che fosse più giusto. Quando vivevo con lui gli volevo
bene. Ogni volta che la sera tornavo tardi, prima di tutto andavo nella sua
stanza a guardarlo dormire. In certi momenti provavo il desiderio di stringerlo a me con tutte le forze, tanto da spezzargli le ossa. Da quando ero
lontano, però, l'avevo quasi dimenticato, mio figlio. Le sue espressioni, la
sua voce, il suo modo di muoversi, ormai era tutto talmente distante...
Quello che ricordavo benissimo invece era l'odore del suo detergente. Facevo spesso il bagno con lui e lo lavavo bene da capo a piedi. Dato che
aveva la pelle delicata, mia moglie gli comprava un sapone speciale. Tutto
ciò che riuscivo a ricordare di mio figlio era l'odore di quel sapone.
– Senti, quando ti viene voglia di tornare in Giappone, vai pure, lasciami qui, – disse Izumi. – Non devi preoccuparti. Io qui me la cavo benissimo anche senza di te.
Annuii. Però sapevo che non l'avrei fatto. Che non avrei mai lasciato lì
quella donna per tornarmene da solo al mio Paese.
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– Quando sarà grande, tuo figlio, – riprese Izumi, – magari di te conserverà un ricordo simile a quello che tu hai del gatto. Quel gatto che un giorno si è arrampicato in cima al pino ed è sparito per sempre.
Risi.
– Sì, più o meno ho fatto la stessa cosa anch'io, – dissi.
Izumi spense la sigaretta nel portacenere. Poi sospirò.
– Perché non andiamo a casa, ci infiliamo nel letto e facciamo l'amore?
– chiese.
– È ancora mattina.
– Perché, di mattina non si può?
– Certo che si può.
Mi svegliai in piena notte. Accanto a me Izumi non c'era. Presi l'orologio sul comodino: mezzanotte e mezza. A tastoni accesi la lampada e mi
guardai intorno. La stanza era fin troppo quieta. Come se qualcuno fosse
entrato mentre dormivo e avesse sparso tutt'intorno la polvere del silenzio.
Nel portacenere c'erano due mozziconi tutti contorti. Accanto, accartocciato, un pacchetto vuoto di Salem. Mi alzai e andai in soggiorno. Izumi non
c'era nemmeno lì. Né in cucina né in bagno. Aprii la porta di casa e guardai
in giardino. Vidi soltanto le due sedie bianche di plastica, illuminate dalla
luce della luna. Una meravigliosa luna piena.
– Izumi! – chiamai sussurrando. Nessuna risposta. La chiamai di nuovo,
più forte. Al suono della mia voce, provai una fitta al cuore: non la riconoscevo, sembrava quella di un altro. Era assordante, aveva un timbro innaturale. Comunque anche questa volta non mi rispose nessuno. Vidi la cima
dell'erba-della-pampa ondeggiare alla brezza che soffiava dal mare. Chiusi
la porta, tornai in cucina e per calmarmi mi versai mezzo bicchiere di vino.
Dalla finestra della cucina entrava la luce splendente della luna, che
proiettava sul pavimento e sulle pareti ombre grottesche. Avevo l'impressione di essere sul palcoscenico di una pièce teatrale d'avanguardia. Tutt'a
un tratto mi tornò in mente una cosa: anche la notte in cui il gatto era sparito sul pino c'era il plenilunio e il cielo era senza nuvole. Quel la sera, dopo
cena, ero tornato a sedermi da solo nella veranda e avevo osservato a lungo
la cima dell'albero. Più la notte avanzava, più intenso si faceva il chiarore
lunare: era così smagliante che mi dava quasi fastidio. Per qualche motivo
ignoto, non riuscivo più a staccare gli occhi dai rami di quel pino. Ogni
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tanto mi sembrava di veder luccicare per un istante tra le foglie gli occhi
del mio gatto. Ma forse era soltanto un'impressione. Perché la luce della
luna ha questa capacità, far vedere a volte l'invisibile.
Indossai una maglia pesante e i jeans, poi infilai in tasca le monete che
c'erano sul tavolo e uscii. Forse Izumi, non riuscendo a dormire, era andata
a fare una passeggiata notturna. Fuori c'era una quiete strana, tutto era assolutamente immobile. Il vento era diminuito. L'unico rumore che si udiva
era quello delle suole di gomma delle mie scarpe da tennis che calpestavano la ghiaia. Era come sentire in un film un effetto sonoro troppo forte.
Izumi doveva aver preso la direzione del porto, pensai. Dove altro poteva
andare, se no? Dal momento che la strada era una sola, ero sicuro di incontrarla nel caso fosse tornata indietro. Impossibile che passasse da un'altra
parte, tutt'intorno c'era solo terreno scosceso. Nelle case lungo i bordi della
carreggiata le luci erano spente, il chiarore lunare tingeva d'argento il suolo. Era un paesaggio da fondo marino. A metà strada dal porto, mi parve
vagamente di sentire una musica. Mi fermai. In un primo momento pensai
di avere un'illusione uditiva. Come il fischio che ogni tanto si sente per il
cambiamento di pressione. Ma ascoltando meglio mi resi conto che in quel
suono c'era una melodia. Trattenni il fiato e tesi spasmodicamente l'udito,
lasciando che la mente sprofondasse nelle tenebre del mio corpo: non c'era
dubbio, era musica. Era il suono di uno strumento musicale. Un suono vivo
e genuino, non alterato da amplificatori o altoparlanti. Mi arrivava alle
orecchie attraverso l'aria limpida della notte. Che strumento era? Un bouzouki, quella sorta di mandolino che Anthony Quinn suona in Zorba il greco? Strano però che qualcuno si fosse messo a suonare a quell'ora di notte,
chi mai poteva essere?
La musica sembrava venire dalla cima della collina, dal villaggio che
raggiungevamo a piedi ogni giorno per tenerci in esercizio. Mi fermai al
bivio, indeciso: da che parte dovevo andare? Di sicuro Izumi, arrivata
all'incrocio, aveva sentito anche lei quel suono. E qualcosa mi diceva che
se l'aveva sentito, di sicuro aveva seguito la direzione da cui proveniva.
Perché grazie alla luna ci si vedeva come in pieno giorno, e in quella musica c'era una vibrazione che conquistava il cuore.
Sì, dovevo svoltare a destra, decisi, e mi incamminai lungo la salita che
conoscevo bene. A quell'altitudine non c'erano alberi, solo arbusti spinosi
che mi arrivavano alle ginocchia e crescevano all'ombra delle rocce. Man
126
mano che avanzavo la musica si faceva più forte e vibrante. Anche la melodia si percepiva meglio. Aveva un brio gioioso. «Di sicuro al villaggio
stanno festeggiando qualcosa», mi dissi. Poi di colpo mi ricordai: «Certo, il
matrimonio!» Vicino al porto quel mattino avevamo incontrato un allegro
corteo nuziale. Probabilmente la festa continuava fino a notte fonda.
Poi, di colpo, persi il senso della mia identità.
Forse era a causa della luce della luna. Oppure della musica in piena
notte. Mentre mettevo un piede davanti all'altro, scivolai nelle profonde
sabbie mobili della perdita della coscienza... la stessa sensazione che avevo
provato sorvolando il cielo d'Egitto. Non ero io quell'uomo che camminava
nel chiarore lunare. Non ero il vero me stesso, ma un sostituto fabbricato
con lo stucco. Mi strofinai la faccia con le mani. Ma non era la mia faccia.
Non erano le mie mani. Il cuore mi batteva all'impazzata. Pompava il sangue nelle arterie a una velocità folle. Il mio corpo era una figurina di gesso
in cui qualcuno aveva soffiato una vita provvisoria, come fanno gli stregoni nelle isole delle Indie Occidentali. Ma quel simulacro non aveva il fuoco
della vita. Imitava soltanto i movimenti muscolari. Perché era una figurina
di gesso raffazzonata, plasmata in fretta e furia per venire usata in qualche
sacrificio.
«Allora il mio vero io dov'era in quel momento?», mi chiesi. «È stato
mangiato dai gatti!», mi rispose la voce di Izumi, che veniva da non so dove. «Mentre te ne stavi lì tranquillo, il tuo vero io è stato divorato da quei
gatti affamati. Divorato completamente, restano soltanto le ossa». La cercai
con gli occhi, ma intorno a me c'erano soltanto gli arbusti che crescevano
sul terreno sassoso e l'ombra breve che proiettavano. Di sicuro avevo avuto
un'allucinazione uditiva, la voce che avevo sentito si era generata nella mia
mente.
Pensai di nuovo a una pistola di grosso calibro. Alla sua gelida canna.
Immaginai di infilarmela in bocca e di tirare il grilletto. Immaginai il mio
cervello, il cranio, i globi oculari che schizzavano via. E le tenebre terrificanti e silenziose in cui sarei piombato l'attimo seguente.
«Basta con questi pensieri neri», mi dissi. Quando si vuole evitare
un'onda impetuosa, ci si acquatta sul fondo del mare, ci si aggrappa a una
grossa pietra e si trattiene il fiato. L'onda prima o poi passa. «Sei stanco e
hai i nervi a fior di pelle, tutto qui. Resta attaccato alla realtà. A qualunque
cosa, purché sia reale». Infilai la mano nella tasca dei pantaloni e strinsi le
monete che trovai. In pochi istanti furono tutte bagnate di sudore.
127
Mi sforzai di pensare ad altro. Al mio appartamento soleggiato di Unoki. Alla collezione di dischi che lì avevo lasciato. Una collezione jazz assolutamente fantastica. Comprendeva soprattutto pianisti bianchi di tutti gli
anni Cinquanta fino all'inizio dei Sessanta. Avevo messo insieme uno dopo
l'altro album di Lennie Tristano, Al Haig, Claude Williamson, Lou Levy,
Russ Freeman... La maggior parte erano fuori edizione, e per procurarmene
una tale quantità mi ci era voluto tempo e denaro. Ero arrivato ad averne
tanti rovistando nei negozi di dischi usati e facendo scambi con altri collezionisti interessati allo stesso tipo di musica. Non si può dire che le riproduzioni fossero di qualità straordinaria, ma io amavo la particolare atmosfera di intimità che quei vecchi dischi dall'odore di muffa sapevano creare.
Perché il mondo sarebbe un posto ben noioso, se fosse formato esclusivamente da cose di prima categoria, pensavo in tutta modestia. Nella mente
rividi le copertine di tutti quei dischi in ogni dettaglio, sentii di nuovo il loro peso sulle mani.
Ora però erano svaniti nel nulla. Ero stato io a farli sparire. E non avrei
potuto ascoltarli mai più.
Poi ripensai a quando baciavo Izumi, al suo odore di tabacco. Ricordai
la sensazione delle sue labbra e della sua lingua. Chiusi gli occhi. Avrei
voluto averla vicino a me. Avrei voluto che mi tenesse la mano, come
quando sorvolavamo l'Egitto.
Quando l'onda gigantesca fu finalmente passata sopra il mio capo, la
musica non si sentiva più. Di colpo mi resi conto che tutto taceva. Che regnava un silenzio tanto profondo da far quasi male ai timpani. La luce lunare rischiarava impassibile il terreno. Ero solo in cima alla collina. Potevo
vedere il mare, il porto, la città buia, la luna... Come prima, non una nuvola
in cielo. Il paesaggio era sempre lo stesso. Semplicemente non si udiva più
la musica.
Avevano smesso di suonare? Era possibile. Ormai doveva essere quasi
l'una di notte. Ma poteva darsi che quella musica non fosse mai esistita.
Anche questo era possibile. Non avevo più alcuna fiducia nelle mie facoltà
uditive. Chiusi gli occhi e mi lasciai di nuovo sprofondare nelle tenebre
dentro di me. Vi calai una sonda sottile. Ma non udii alcun suono. Non ne
restava nemmeno l'eco. C'era soltanto un profondo silenzio che nulla poteva disturbare.
Feci per guardare l'orologio. Non l'avevo messo. Sospirai e misi le mani
in tasca. Ma desideravo davvero sapere che ora fosse? Alzai lo sguardo al
128
cielo. La luna era un freddo ammasso di rocce dalla scorza erosa dalla violenza degli anni. Le ombre sulla sua superficie parevano un focolaio canceroso che allungava tentacoli malefici in fondo all'animo, tentacoli che
spargevano al suolo i semi della discordia. La sua luce distorceva i suoni,
disorientava le persone. E faceva sparire i gatti. «Probabilmente da quella
sera lontana ogni cosa era stata pianificata con cura», mi dissi.
Dovevo andare avanti o tornare da dove ero venuto? Non mi sapevo decidere. Stanco di pensare, mi sedetti lì dove mi trovavo. Dov'era finita
Izumi? Il pensiero di non vederla più mi era insopportabile. Se fosse scomparsa così, per non tornare più indietro, cos'avrei fatto io d'ora in poi? Da
solo, su quell'isola assurda, come avrei vissuto? Perché lì, al posto mio, c'era soltanto quel sembiante di me stesso. Se potevo conservare bene o male
una vita provvisoria, era soltanto grazie a Izumi. Se lei se ne andava, la mia
coscienza non avrebbe più avuto un corpo dove tornare.
Ripensai ai gatti affamati. Li immaginai mentre mi divoravano il cervello, mi rosicchiavano il cuore, mi succhiavano il sangue, mi mangiavano il
pene. Potevo sentire il rumore delle loro bocche. Tre gatti che accerchiavano il mio cranio, come le streghe in Macbeth, e si cibavano del liquido
denso all'interno. Le loro lingue raspose leccavano le morbide pieghe della
mia mente. Ad ogni leccata la mia coscienza palpitava come una fiamma e
si offuscava un po' di più.
Izumi non c'era, da nessuna parte. E la musica ormai era svanita.
Probabilmente avevano smesso di suonare.
129
Storia di una zia povera
1.
Tutto iniziò in una magnifica, perfetta giornata di sole. Il pomeriggio
della prima domenica di luglio. Lontano, due o tre fiocchi di nuvola bianca
macchiavano il cielo, come punteggiatura ben distribuita in un testo. La luce incontrastata del sole inondava senza riserve il mondo. In quel luglio
sovrano, persino la carta appallottolata di una tavoletta di cioccolato luccicava nell'erba con un bagliore orgoglioso, quasi fosse un cristallo leggendario sul fondo di un lago. Se si guardava con attenzione, si avvertiva nella
luminosità, come in un sistema di scatole cinesi, una luce di qualità diversa. Un concentrato di innumerevoli granelli di polline, morbidi e opachi,
fluttuavano indolenti nel cielo, finché volteggiando non si depositavano sul
terreno, lentamente, senza fretta...
Al ritorno dalla passeggiata, la mia amica e io passammo sul piazzale
davanti alla pinacoteca. Ci sedemmo sul bordo della fontana e restammo
oziosi a guardare le due statue di unicorno dall'altra parte della vasca. La
lunga stagione delle piogge era appena finita. Una brezza estiva tutta nuova
faceva fremere il fogliame delle querce e a tratti sollevava sul piccolo
specchio d'acqua piccole onde. Con la stessa volubilità, il tempo avanzava
e si fermava, si fermava e avanzava Sul fondo della vasca, nell'acqua pulita, si vedevano delle lattine vuote. Mi facevano venire in mente le rovine di
un'antica città sommersa. Davanti a noi passarono i membri di una squadra
di softball in tenuta da gioco, un bambino in bicicletta, un vecchio che portava a spasso il cane, un ragazzo occidentale che indossava degli shorts da
jogging. Il vento ci portava debolmente alle orecchie, da una grossa radio
posata sull'erba, la melodia sdolcinata di una canzone pop. Parlava di un
amore perduto, o sul punto di finire. Mi sembrava di averla già sentita,
quella canzone, ma non ne ero sicuro. Forse me ne ricordava semplicemente un'altra. L'ascoltavo senza prestarvi molta attenzione. La mia pelle assorbiva quieta i raggi del sole. Ogni tanto sollevavo le braccia ad altezza
del viso e le stiravo in avanti. L'estate era arrivata.
130
Perché in quella domenica pomeriggio il mio animo abbia concepito il
pensiero che da qualche parte esistesse una zia povera, non riesco proprio a
immaginarlo. Intorno a me non si vedevano donne povere, né nulla che potesse suscitare quella fantasia. Eppure arrivò, e se ne andò. Seppure per
qualche frazione di secondo, aveva occupato il mio cuore. E dopo essere
svanita, aveva lasciato nell'aria uno strano vuoto dai contorni umani. Era
una sensazione simile a quella che si prova quando si vede passare qualcuno in fretta davanti alla finestra. Ci si precipita a guardar fuori, ma non c'è
più nessuno.
Una zia povera?
Di nuovo gettai uno sguardo intorno, alzai gli occhi verso il cielo estivo.
Era venuta e se n'era andata. Come il percorso trasparente di una pallottola,
le parole erano state assorbite dal primo pomeriggio di quella domenica. È
sempre così: a un certo punto tutto è presente, e l'attimo successivo non c'è
più nulla.
– Penso di scrivere qualcosa su una zia povera, – dissi alla mia amica.
Sì, sono uno che cerca di scrivere romanzi.
– Una zia povera? – fece lei un po' sorpresa, guardandomi per qualche
secondo con occhi inquisitori. – Perché? Come mai vuoi scrivere su una
zia povera?
Il perché veramente non lo sapevo nemmeno io. Per qualche ragione, le
cose che catturano la mia attenzione mi sono sempre incomprensibili.
Per un po' restammo in silenzio. Nel frattempo io carezzavo con le dita
il vuoto dai contorni umani che era rimasto nell'aria.
– Può darsi che a nessuno venga voglia di leggerla, una storia del genere, – disse la mia amica.
– Sì, forse hai ragione. Come lettura forse non è molto allettante. – ammisi.
– Allora perché vuoi scrivere su un argomento del genere?
– Be', è difficile da spiegare. Per spiegarti perché voglio scrivere una
storia su una zia povera, prima devo scriverla, e una volta scritta, non c'è
più motivo di spiegarti per quale motivo la volessi scrivere. Non credi?
Lei sorrise in silenzio, tirò fuori da una tasca una sigaretta tutta contorta
e se l'accese. Le sigarette le riduce sempre così. A volte sono talmente
malconce che non riesce ad accenderle. Questa volta però ce la fece.
– A proposito, – disse, – una zia povera tu ce l'hai?
131
– No, – risposi.
– Io invece sì. Una vera, autentica zia povera. E ho anche vissuto con lei
diversi anni.
La guardai negli occhi. Lei ha sempre un'espressione molto calma, negli
occhi.
– Però non ho voglia di scrivere proprio nulla su di lei, proseguì, –
nemmeno una parola.
La radio a transistor ora trasmetteva un'altra canzone Non era molto diversa dalla prima, ma questa volta non ricordavo di averla già sentita.
– Non hai nemmeno una zia povera, – proseguì la mia amica, – eppure
vuoi scrivere qualcosa su di lei. Io ce l'ho e non voglio scrivere nulla. Non
trovi che sia un po' strano?
Annuii.
– Secondo te qual è la ragione? – chiesi.
Lei chinò un po' la testa di lato con aria perplessa, ma non mi rispose.
Dandomi le spalle, muoveva nell'acqua la punta delle dita affusolate. Avevo l'impressione che attraverso le sue dita la mia domanda venisse portata
giù, giù, fino alle rovine sul fondo della vasca. Sono sicuro che il mio punto interrogativo è ancora lì, silenzioso e brillante come un frammento di
metallo ben lucidato. E probabilmente sta facendo la stessa domanda a tutte le lattine vuote sparse intorno.
Qual è la ragione? Qual è la ragione? Qual è la ragione?
La mia amica fece cadere a terra la cenere contorta della sua sigaretta
contorta.
– Se devo essere sincera, – riprese, – ci sono molte cose che vorrei dire
a proposito di quella mia zia. Ma non saprei trovare le parole giuste. Non
sono all'altezza. Perché l'ho conosciuta davvero –. Si morse leggermente le
labbra. – Perché è una cosa che ha radici molto più lontane di quanto tu
possa immaginare.
Di nuovo guardai gli unicorni. Tenevano le zampe anteriori protese in
avanti, furenti contro il corso del tempo che a un certo punto li aveva abbandonati. Lei si strofinò più volte le dita bagnate sul bordo della camicia,
poi si voltò verso di me.
– Vuoi scrivere qualcosa su una zia povera, – disse. – Vuoi assumerti
questa responsabilità. Sai cosa penso? Che assumersi la responsabilità di
132
qualcosa significa salvarla. Ma sei in grado di farlo, tu, adesso? Quando in
realtà non ce l'hai nemmeno, una zia povera?
Feci un profondo sospiro.
– Scusami, – disse lei.
– No, non fa niente. Forse hai ragione tu.
Era proprio così. Non ce l'avevo nemmeno una zia povera, io...
2.
Può darsi che nemmeno voi abbiate una zia povera. In tal caso questa è
una caratteristica che abbiamo in comune. Una caratteristica ben strana.
Come condividere uno stagno in una quieta mattina.
Sono convinto però che in qualche matrimonio, la figura di una zia povera l'abbiate vista. Come in ogni libreria c'è un libro che non è mai stato
letto e in ogni comò una camicia mai indossata, così in ogni ricevimento di
nozze c'è una zia povera.
Nessuno si sogna di presentarla, e quasi nessuno le rivolge la parola.
Non le viene chiesto di fare un discorso. Se ne sta semplicemente seduta al
tavolo, come una vecchia bottiglia di latte. Beve il suo consommé a piccoli
sorsi maldestri, tirando un po' su con le labbra, mangia l'insalata con la forchetta per il pesce, non riesce a prendere bene i fagioli e alla fine è l'unica a
rimanere senza il cucchiaino per il gelato. Se va bene, il suo regalo finirà in
fondo a un armadio, ma è più probabile che nel corso di un trasloco venga
gettato via insieme a qualche ridicolo trofeo coperto di polvere.
Nell'album che ogni tanto gli sposi sfogliano, c'è anche la sua foto, sulla
faccia un'espressione incoraggiante come quella del cadavere di un annegato.
– E questa chi è? Questa qui con gli occhiali, in seconda fila...?
– Oh, figurati, nessuno... – risponde il giovane marito. – È solo una
zia povera.
Non ha nemmeno un nome. È una zia povera, chiuso l'argomento.
In genere i nomi, prima o poi, finiscono nell'oblio.
Tuttavia possono farlo in molti modi. Ci sono quelli che spariscono insieme alla persona che li portava. Sono i casi più semplici: se il fiume è in
secca i pesci muoiono, se il bosco va in fiamme gli uccelli finiscono carbo133
nizzati. Non ci resta che piangere la loro morte. Poi ci sono i nomi che fanno come i vecchi televisori, che continuano a mandare qualche bagliore
anche quando non funzionano più, finché un bel giorno non si spengono
definitivamente. Anche questi non sono male. Sono come le orme di un
elefante indiano che si è smarrito, ma non sono male. Per ultimi vengono
quelli che sono già finiti nel dimenticatoio prima che i proprietari morissero. I nomi delle zie povere, insomma.
Anche a me succede qualche volta di trovarmi nelle stesse condizioni di
un'anonima zia povera. Nel caos pomeridiano di una stazione, di colpo dimentico dove stavo andando, come mi chiamo, dove abito. Per un tempo
brevissimo, naturalmente, cinque o dieci secondi al massimo.
Oppure capita che qualcuno mi dica:
– Scusa, non riesco proprio a ricordarmi il tuo nome!
– Non fa niente, non ti preoccupare. Tanto per cominciare, non è un
nome tanto importante.
– No, ma ce l'ho qui, sulla punta della lingua, – insiste l'altro puntando
un dito contro la propria bocca.
In quei momenti mi sento come se mi avessero seppellito, lasciando
fuori terra solo le dita del piede sinistro. Ogni tanto qualcuno ci inciampa e
inizia a scusarsi:
– Mi spiace, davvero. Ma ti assicuro che ce l'ho sulla punta della lingua...
Allora dove vanno a finire i nomi dimenticati? Nel labirinto delle nostre
città le loro probabilità di sopravvivenza sono minime. Alcuni vengono investiti da un camion che li appiattisce come ciambelle, altri muoiono in un
fosso per il semplice motivo che non hanno nemmeno quei pochi spiccioli
per prendere il treno; altri ancora finiscono in fondo a un fiume, le tasche
appesantite da un bel po' di orgoglio.
Eppure alcuni di loro riescono a sopravvivere e a raggiungere la città dei
nomi perduti, dove forse hanno creato una piccola comunità tranquilla.
Vietato l'ingresso ai non addetti ai lavori.
Per chi infrange questo divieto ed entra senza motivo, naturalmente è
prevista una piccola sanzione.
Forse si trattava di una sanzione creata apposta per me. Perché attaccata
alla mia schiena c'era una piccola zia povera.
134
Fu verso la metà di agosto che mi accorsi della sua presenza. Non perché qualcosa in particolare me l'avesse segnalata. Semplicemente a un certo punto me ne resi conto: sulla mia schiena c'era una zia povera.
Non era affatto una sensazione sgradevole. Non pesava molto, né mi
fiatava sul collo alito cattivo. Aderiva perfettamente alla mia schiena, come
un'ombra sbiadita. Nessuno, a meno che non osservasse con attenzione, si
accorgeva che era lì. I gatti che vivevano con me, i primi due o tre giorni la
guardarono con diffidenza, ma quando capirono che non aveva intenzione
di portare disordine nel loro territorio, accettarono la sua presenza.
Alcuni dei miei amici, tuttavia, sembravano molto a disagio. Perché
ogni tanto, quando bevevamo qualcosa insieme, standomi di fronte la vedevano fare capolino alle mie spalle.
– Senti, non riesco proprio a farci l'abitudine, – mi disse uno di loro.
– Tu non ci fare caso, – risposi. – Se ne sta lì tranquilla, non mi crea il
minimo fastidio.
– Questo l'ho capito. Però è deprimente, dai!
– Allora cerca di non guardarla.
– Va be'... – fece l'amico con un sospiro. – Ma quand'è che te la sei ritrovata sulla schiena, quella lì?
– Non c'è un momento preciso, – spiegai. – Stavo soltanto pensando ai
fatti miei, e... è successo.
L'amico di nuovo fece un sospiro.
– In un certo senso non mi stupisce. Sei sempre stato così, tu, per carattere.
– Infatti.
Continuammo a bere whisky per un'ora, senza metterci molto entusiasmo.
– Comunque, – proseguii, – perché la trovi tanto deprimente?
– Be', ho l'impressione di essere osservato tutto il tempo da mia madre.
– Come mai?
– Come mai? – ripeté il mio amico con aria seccata. – E se fosse davvero mia madre, quella attaccata alla tua schiena?
A giudicare dall'effetto che produceva su diverse persone (io naturalmente non potevo vederla) la zia povera che portavo sulla schiena non
135
aveva un aspetto definitivo, ma cambiava forma a seconda dell'immagine
mentale di chi la guardava.
Uno dei miei amici sosteneva che si trattava del suo cane, un akita morto nell'autunno precedente per un tumore all'esofago.
– Aveva già quindici anni, era agli sgoccioli. Ma morire di un cancro
all'esofago, poveraccio...
– Gli era venuto un tumore all'esofago?
– Sì, esatto. Brutto modo di morire. Per quel che mi riguarda, non ci
tengo proprio. Si lamentava tutta la giornata. Ma non riusciva quasi a emettere suoni, era debolissimo. Io volevo farlo abbattere, ma mia madre era
contraria.
– Perché?
– E chi lo sa? Perché non voleva averlo sulla coscienza, forse... – disse
il mio amico per nulla divertito. – Ad ogni modo l'abbiamo nutrito artificialmente ed è vissuto altri due mesi. Sul pavimento del ripostiglio. Non ti
dico l'odore!
Il mio amico rimase qualche secondo in silenzio.
– Non che valesse granché, quel cane. Era un fifone, abbaiava a tutti
quelli che vedeva... Non era di nessuna utilità, sapeva soltanto far rumore e
una volta si è preso anche la scabbia.
Annuii.
– Sarebbe stato molto più felice se fosse nato cicala, invece di cane.
Avrebbe potuto cantare finché voleva senza dar fastidio a nessuno, e non si
sarebbe beccato un tumore all'esofago.
Invece era un cane, e se ne stava sulla mia schiena, un tubo di gomma
infilato in bocca.
Per un agente immobiliare, era la sua vecchia maestra della scuola elementare.
– Doveva essere nel '50, l'anno in cui è iniziata la guerra in Corea, – disse detergendosi il sudore dalla faccia con uno spesso asciugamano. – L'ho
avuta per due anni, quella maestra, che nostalgia... cioè, non è che veramente ne senta la mancanza, me l'ero quasi dimenticata.
Sembrava convinto che quella sua ex insegnante fosse una mia parente
o qualcosa del genere, così mi offrì una tazza di tè freddo.
136
– Certo che non ha avuto molta fortuna, povera donna. L'anno stesso in
cui si è sposata, il marito è stato chiamato sotto le armi, si è imbarcato su
una nave da trasporto e boom! È saltato per aria. Dev'essere stato nel '43.
Lei ha continuato a insegnare alle elementari, ma l'anno seguente è rimasta
ustionata durante un bombardamento. Dalla guancia sinistra giù fino al
braccio, – disse l'uomo tracciando una lunga linea sul proprio corpo. Poi
bevve un sorso di tè e di nuovo si asciugò il sudore. – Pare che fosse bella,
prima, poveretta... alla lunga anche il suo carattere ne ha risentito. Se è ancora viva, dev'essere vicina ai sessanta. Sì, era nel '50...
In questo modo riprendevano forma piantine topografiche e segnaposto
alle feste di nozze. Intanto il circolo della zia povera poco a poco andava
allargandosi intorno alla mia schiena.
Al tempo stesso i miei amici poco per volta si allontanavano da me, come i denti di un pettine cadono uno dopo l'altro.
– Tu sei un buon diavolo, – dicevano, – solo che vedere la faccia deprimente di nostra madre, del nostro cane morto di tumore all'esofago o della
maestra con le cicatrici delle ustioni ogni volta che ti incontriamo, be', non
è che sia proprio il massimo.
Quanto a me, mi sentivo come se fossi diventato la poltrona del mio
dentista. Nessuno aveva motivo di biasimarmi o di odiarmi. Eppure tutti mi
evitavano, e se per caso mi incontravano da qualche parte, con una scusa
qualsiasi si affrettavano a dileguarsi.
– Stare con te mi mette in imbarazzo, – mi disse con evidente disagio,
ma con sincerità, una ragazza. – Se sulla schiena tu avessi un ombrello o
qualcosa del genere, ancora ancora sarebbe sopportabile, ma così...
Un ombrello!
«Pazienza», mi dissi. Già per natura non sono uno che ami molto la
compagnia degli altri. E poi chi aveva voglia di vivere con un ombrello
sulla schiena?
Gli amici mi sfuggivano, ma in compenso ero assediato dai media in
cerca di notizie. Riviste settimanali, per lo più.
I giornalisti venivano un giorno sì e un giorno no, cercavano di scattare
foto di noi due, non riuscendo a mettere a fuoco la zia si arrabbiavano e mi
assillavano di domande che non c'entravano niente, poi finalmente se ne andavano. Io speravo che grazie ai loro articoli sarei riuscito a scoprire qualco137
sa riguardo alla zia povera, che ci sarebbe stato qualche sviluppo. Ma non
venni a sapere assolutamente nulla. In compenso ero sempre più stanco.
Sono anche apparso in televisione, in uno show che andava in onda al
mattino. Mi hanno tirato giù dal letto alle sei e mezza e mi hanno portato in
macchina agli studi televisivi, dove mi hanno fatto bere un caffè inqualificabile. Intorno a me un manipolo di zombi faceva cose assurde. Mi venne voglia di prendere la porta e andarmene. Prima che riuscissi a decidermi, però,
toccò a me. Il conduttore del programma era un vanesio collerico che quando non era in onda dimostrava un'arroganza inaudita. Per la minima cosa faceva delle sfuriate tremende a tutti. Lo trovai insopportabile appena lo vidi.
Ma nell'istante in cui la spia rossa si accese sulla telecamera, l'uomo di colpo
si trasformò in un affabile, civilissimo intellettuale di mezza età.
– Ed ecco arrivato il momento della nostra rubrica: Al mondo succede
anche questo, – disse rivolto all'obiettivo. – Il signor ***, che vedete qui
con me, un bel giorno si è ritrovato con una zia povera sulla schiena, così,
di punto in bianco. Non ci sono molte persone al mondo gravate da un tale
fardello, quindi stamattina vorrei domandare al nostro ospite come si è venuto a trovare in una situazione simile. Quali sono le difficoltà che deve
sormontare, – esordì. Poi, rivolto a me: – Allora, come si sente? La zia le
procura molti fastidi?
– No, non posso dire che mi dia fastidio, – risposi. – Non è molto pesante, inoltre non beve e non mangia nulla.
– E non le causa un irrigidimento dei muscoli delle spalle?
– No, per niente.
– E quando è successo, quand'è che se l'è trovata attaccata?
Cercai di raccontargli brevemente quel che era successo sul piazzale con
le statue degli unicorni, ma lui non sembrò afferrare bene la situazione.
– Insomma ci sta dicendo, – proseguì dopo essersi schiarito la gola, –
che mentre lei era seduto sul bordo di una vasca, la zia povera se ne stava
acquattata nell'acqua e a un certo punto le è saltata sulla schiena.
– No, non è così, – risposi scuotendo la testa. «Per carità, – pensavo intanto, – lo sapevo che non ci dovevo venire, qui. Tutto quello che vogliono
è farsi due risate, o sentire una stupida storia di fantasmi». – La zia povera
non è uno spettro. Non sta acquattata da nessuna parte, non salta addosso a
nessuno, – spiegai annoiato. – È soltanto un'espressione verbale. Si tratta
soltanto di parole.
138
Nessuna risposta.
– Cioè, le parole sono come elettrodi collegati alla mente, – proseguii. –
Se attraverso un collegamento si inviano di continuo gli stessi stimoli, prima o poi ci sarà di sicuro una qualche reazione. Va da sé che il genere di
reazione varia da individuo a individuo, nel mio caso è il senso di una presenza autonoma. Una sensazione simile a quella che si prova quando la
lingua si gonfia dentro la bocca. Attaccate alla mia schiena ci sono le parole «una zia povera», ma non hanno né significato né forma. Se devo proprio darne una definizione, si tratta di una specie di segnale concettuale.
– Non hanno né significato né forma? – chiese il conduttore che aveva
assunto un'espressione contrariata. – Noi però possiamo vedere chiaramente che sulla sua schiena c'è la forma di qualcosa, qualcosa di reale... Qualcosa che assume un significato diverso per ognuno di noi.
– Appunto, – risposi stringendomi nelle spalle, – è ciò che viene chiamato un segnale.
– In ogni caso, – intervenne la giovane donna che fungeva da spalla al
conduttore per impedire che la conversazione finisse in un vicolo cieco, –
che si tratti soltanto di immagine o di una presenza reale, se volesse farla
sparire, potrebbe farlo quando e come le pare?
– No, questo mi è impossibile, – risposi. – Una volta creatasi, continua a
esistere, indipendentemente dalla mia volontà. Come la memoria. Ci sono
ricordi che non riusciamo a cancellare, nemmeno volendo. È la stessa cosa.
– Sì, ma questo processo di cui ci ha appena parlato, trasformare qualcosa in un segnale concettuale, – prosegui la donna, che non sembrava per
nulla convinta, – è una performance che potrei fare anch'io?
– In teoria sì, anche se non so in quale misura ne sia capace.
– E mettiamo invece che io, – riprese a quel punto il conduttore, – ogni
giorno ripetessi di continuo la parola «concettualmente». Prima o poi una
forma concettuale dovrebbe apparire sulla mia schiena, no?
– Forse sì. In teoria è possibile, – risposi senza riflettere.
– Questo significherebbe trasformare la parola «concettualmente» in un
segnale concettuale.
– Esatto.
Le luci accecanti e l'aria viziata dello studio televisivo mi stavano facendo venire un gran mal di testa. E il timbro stridulo delle voci peggiorava ancora di più la situazione.
139
– Allora potrebbe spiegarci, – mi chiese ancora il conduttore, – che
aspetto può avere qualcosa di «concettuale»?
Alcuni degli spettatori risero.
Dissi che non lo sapevo. Non avevo voglia di pensarci. Tenermi addosso una zia povera dotata di vita autonoma mi bastava già. Tanto per cominciare, a quei due non importava nulla della mia storia. Continuavano a farmi domande così, tanto per parlare, per far passare il tempo fino alla pausa
pubblicitaria successiva.
Naturalmente tutto al mondo è farsa. Chi può sottrarsi a questa verità?
Alla radice di ogni cosa – dallo studio televisivo illuminato a giorno alla
capanna di un eremita in fondo ai boschi – c'è sempre lo stesso elemento.
Continuavo a camminare in quel mondo farsesco con la zia povera sulla
schiena, ed ero ovviamente il buffone principale. Proprio perché me la portavo addosso. Come aveva detto quella ragazza, avrei fatto meglio a mettermi sulla schiena un ombrello. Mi avrebbe forse attirato la simpatia della
gente. Lo avrei ridipinto di fresco ogni settimana e mi sarei presentato a
tutte le feste.
– Oh, questa volta è rosa! – avrebbe esclamato qualcuno.
– Già. La settimana prossima invece lo pitturo di verde.
E può anche darsi che al mondo ci siano ragazze curiose di andare a letto con un uomo che ha un ombrello rosa sulla schiena.
Purtroppo però sulla schiena ho una zia povera, non un ombrello. Col
passare del tempo, la gente ha smesso di occuparsi sia di lei che di me. In
conclusione – come aveva detto la mia amica –, le zie povere non interessano a nessuno. Una volta esauritasi la curiosità iniziale per il fenomeno
insolito, è rimasto un silenzio da profondità abissali. Un silenzio che suggerisce che io sono diventato una cosa sola con la zia povera.
3.
– Ti ho visto in televisione, l'altro giorno, – mi disse la mia amica.
Stavamo seduti sul bordo della vasca, come quella volta. Erano tre mesi
che non ci incontravamo, e adesso si era già in autunno. I giorni erano passati in un baleno. Non avevamo mai lasciato trascorrere tanto tempo senza
vederci.
– Mi sei parso un po' affaticato.
140
– Ero «molto» affaticato.
– Non sembravi nemmeno tu.
Annuii. Aveva ragione.
La mia amica piegava e dispiegava, senza sosta, una felpa a maniche
lunghe che teneva sulle ginocchia. Come se facesse andare il tempo avanti
e indietro.
– Bene o male, sembra che tu ce l'abbia fatta ad avere la tua zia povera.
– Bene o male.
– E che effetto ti fa?
– L'effetto di un'anguria caduta in fondo a un pozzo.
Lei rise, e intanto carezzava la morbida felpa arrotolata sulle ginocchia,
come se fosse un gatto.
– E ti sei fatto un'idea, su di lei?
– Un pochino sì, credo. Qualcosa mi sembra di averlo capito.
– Sei anche riuscito a scrivere qualche pagina?
– No, – dissi scuotendo leggermente la testa. – Non ci riesco. E nemmeno ho voglia di farlo. Può darsi che non riesca a scrivere più niente.
– Forza di volontà, zero.
– Se con la scrittura non posso salvare proprio nulla, come mi hai detto
tu una volta, qualunque cosa io scriva sulla zia povera, che senso avrebbe?
La mia amica si morse leggermente il labbro e rimase così per un po', in
silenzio.
– Perché non mi fai delle domande? – disse poi. – Magari a qualcosa
servono.
– Cos'è, sei diventata un'autorità in materia?
– Esatto. Fammi delle domande riguardo alla zia povera. Perché non
penso che mi succederà di nuovo, di aver voglia di parlare di lei.
Solo per decidere da dove cominciare mi ci volle un sacco di tempo.
– A volte mi chiedo che genere di persona finisca col diventare una zia
povera, – dissi. – È una prerogativa congenita o il risultato di circostanze
particolari? Come se una formicaleone stesse in agguato all'angolo di una
strada con la bocca aperta, inghiottisse tutti quelli che passano e li trasformasse in zie povere?
La mia amica annuì più volte. Come per dire che era una buona domanda.
141
– Di sicuro è la stessa cosa.
– La stessa cosa?
– Già. Una zia povera, può darsi che abbia avuto un'infanzia da zia povera e una giovinezza da zia povera. Ma può anche darsi di no. Comunque
non ha importanza. Ci sono milioni di ragioni al mondo che portano a milioni di risultati. Milioni di ragioni per vivere, milioni di ragioni per morire. E milioni di ragioni per trovare una ragione. Basta una telefonata per
procurarsene montagne. Ma non è questo che tu stai cercando, vero?
– Esatto, – dissi. – Non è questo.
– Lei esiste, punto, – proseguì la mia amica. – Devi riconoscere questo
dato di fatto e accettarlo. Lascia perdere le ragioni o le cause, non hanno
importanza. Le zie povere semplicemente esistono. La ragion d'essere delle
zie povere è la loro esistenza stessa. Come noi adesso siamo qui, senza
nessuna ragione o causa particolare.
Restammo a lungo seduti sul bordo della vasca, nella stessa posizione,
senza dire nulla. La luce trasparente dell'autunno disegnava piccole ombre
sul viso di lei, che vedevo di profilo.
– Perché non mi chiedi se c'è qualcosa sulla tua schiena? – mi domandò.
– C'è qualcosa sulla mia schiena?
– No, nulla, – disse lei con un sorriso. – Vedo soltanto te.
– Grazie.
Il tempo annienta in maniera equanime ogni persona. Come fa il cocchiere che frusta il suo cavallo fino a farlo crepare sulla strada. Però il tempo distrugge in modo terribilmente pacato. Sono poche le persone che se
ne accorgono.
Eppure in una zia povera potevamo vedere la tirannia del tempo all'opera, come se l'avessimo davanti agli occhi, come attraverso la finestra di un
acquario. Nella scatola di vetro troppo affollata, il tempo la spremeva come
un'arancia, tanto che non le restava più nemmeno una goccia di liquido.
Ciò che mi attirava era la perfetta completezza dentro di lei.
Davvero non le resta più nemmeno una goccia!
Proprio così: la perfezione sta nel nucleo dell'esistenza della zia povera,
come un cadavere racchiuso in un ghiacciaio. Un magnifico ghiacciaio che
142
sembra fatto di acciaio inossidabile. Un ghiacciaio che la luce del sole impiegherebbe milioni di anni a sciogliere. La zia povera però non può vivere
dieci milioni di anni. Lei vivrà insieme alla sua perfezione, insieme a lei
morirà e verrà sepolta.
La zia povera e la perfezione sotto terra.
In quei dieci milioni di anni il ghiacciaio si scioglierà nel buio, e la perfezione riuscirà forse a forzare la sua tomba e mostrarsi sulla faccia della
terra. Troverà ogni cosa cambiata. E se per caso si terrà quella cerimonia
che viene chiamata «banchetto di nozze», la perfezione lasciata dalla zia
povera sarà invitata, mangerà ogni portata del menu con maniere impeccabili, poi forse si alzerà e farà un discorso mettendoci tutto il cuore.
Meglio lasciar perdere questo argomento, tanto sarebbe qualcosa che
accadrebbe nell'anno 11980.
4.
Fu verso la fine dell'autunno che la zia povera si staccò dalla mia schiena.
Mi ero ricordato di una faccenda che dovevo assolutamente sistemare
prima dell'arrivo dell'inverno, così un pomeriggio presi un treno di periferia insieme alla zia povera. A quel l'ora sul treno c'era pochissima gente, e
poiché non uscivo dalla città da molto tempo, non mi stancavo di guardare
il paesaggio fuori dal finestrino. Nell'aria trasparente le montagne erano incredibilmente azzurre, e nella vegetazione lungo la ferrovia si vedevano
bacche rosse.
Al ritorno, sul sedile di fronte a me dall'altra parte del corridoio, prese
posto una signora magra sui trentacinque anni con i due figli, un maschio e
una femmina. Alla sua sinistra sedeva la bambina, che era la più grande e a
giudicare dal vestito che indossava – il tipico grembiulino di lana blu – doveva frequentare la scuola materna; in testa aveva un cappello di feltro grigio nuovo fiammante, un delizioso cappellino dal piccolo bordo rotondo,
ornato da un nastro rosso. Il maschietto sedeva alla destra della madre e
doveva avere più o meno tre anni. Nessuno dei tre aveva qualcosa che potesse attirare l'attenzione, erano una madre e due bambini come ce ne sono
tanti. Lei aveva con sé una grossa sacca e sembrava stanca. Ma è anche vero che quasi tutte le madri hanno l'aria stanca. Insomma, non badai loro più
di tanto. Li osservai brevemente quando salirono sul treno e vennero a se143
dersi di fronte a me, poi tornai ad abbassare la testa sul libro in edizione tascabile che stavo leggendo.
A un certo punto però sentii che la bambina stava sussurrando qualcosa
alla madre. Sembrava che protestasse, nella sua voce c'era un'urgenza irritata.
– Piantala, quante volte ti ho detto che in treno devi fare silenzio, – le rispose la signora, che aveva aperto una rivista ed era assorta nella lettura.
La sacca la teneva sulle ginocchia.
– Ma mamma, il mio cappello... – insistette la bambina.
– Ti ho detto di stare zitta! – fece la madre con un tono seccato.
La bambina stava per aggiungere qualcosa, ma ringoiò le parole e fece
silenzio, l'aria scontenta. Il fratellino, sempre seduto dal lato opposto della
madre, le aveva preso il cappello dalla testa e ora lo tirava e lo rigirava in
tutti i sensi. La bambina protese una mano e fece per riprenderselo. Il fratello però si tirò indietro, deciso a non mollarlo.
– Finirà col rovinarmelo... – disse la bambina, il pianto nella voce.
La madre gettò un'occhiata al figlio, un'espressione annoiata sul viso,
quindi protese un braccio per togliergli il cappello. Lui però non voleva
cedere, lo teneva stretto con tutte e due le mani. Allora la madre lasciò perdere, senza preoccuparsi più di tanto.
– Lascialo giocare un po', tanto fra un minuto si stufa, disse alla figlia,
che dall'espressione non sembrava affatto d'accordo. Però non fece obiezioni. Sapeva benissimo che le sarebbe servito solo a farsi sgridare. Strinse
le labbra, senza staccare gli occhi dal suo cappello in mano al fratellino.
Nel frattempo la madre non aveva smesso di leggere. A un certo punto il
bambino, reso arrogante dal disinteresse della madre, cominciò a tirare il
nastro rosso che adornava il cappello. Si rendeva conto che in quel modo
faceva arrabbiare la sorella. Se ne rendeva conto, e per questo continuava a
tirare il nastro. Era un comportamento davvero maligno. Irritava persino
me. Al punto che ero tentato di intervenire.
Intanto la bambina continuava a guardare in silenzio il fratello. Sembrava meditare qualcosa. Poi all'improvviso si alzò, gli mollò un ceffone, approfittò del suo sconcerto per strappargli di mano il cappello e tornò a sedersi. Fu un'azione rapidissima. Non durò più di un attimo, tanto che alla
madre e al fratello ci volle il tempo di inspirare ed espirare profondamente
per capirne il significato. Il bambino scoppiò a piangere forte, e la madre
diede una sberla col palmo della mano sulle ginocchia nude della figlia.
144
Poi si voltò verso il figlio e prese a strofinargli la guancia per consolarlo,
ma lui continuò a piangere.
– Ma mamma, mi stava rovinando il cappello... – cominciò la bambina.
– Basta, non la voglio una bambina che fa tutte queste storie in treno, –
la interruppe la madre.
La bambina strinse le labbra e abbassò la testa, guardando il suo cappello.
– Vatti a mettere lì! – le ordinò la madre indicando il sedile accanto al mio.
Senza alzare gli occhi, la bambina cercò di ignorare il dito teso della
madre, ma questa continuò a tenerlo dritto nell'aria, puntato sul posto alla
mia sinistra.
– Forza, muoviti! Non la voglio una bambina cattiva come te!
Rassegnata, la bambina prese il cappello e la cartella, attraversò il corridoio, venne a sedersi vicino a me e chinò la testa. Poi si mise a carezzare
con le dita il bordo del cappello che aveva posato sulle ginocchia. Con l'aria di pensare che la cattiva non era lei, ma suo fratello. Suo fratello che
voleva strapparle il nastro dal cappello. Sul viso chinato vidi scorrere lacrime copiose.
Ormai era quasi sera. Nel treno la fioca luce gialla delle lampade vacillava come le ali di una farfalla morente, ali che spandevano nell'aria il loro
polline e in silenzio lo inoculavano nel corpo delle persone, attraverso le
narici e la bocca. Io chiusi il libro, posai sulle ginocchia le mani coi palmi
rivolti all'insù e le guardai a lungo. Era da moltissimo tempo che non lo facevo. In quella luce livida apparivano sgradevolmente scure e sporche.
Non sembravano nemmeno le mie. Questo mi rattristò. Mi pareva che non
avrebbero più potuto dare felicità a nessuno. Che non avrebbero più potuto
soccorrere nessuno. Avevo voglia di posare una mano sulla spalla della
bambina singhiozzante di fianco a me, per consolarla. Dirle che non era
stata cattiva, che aveva fatto una cosa splendida quando si era ripresa il
cappello. Ovviamente però non la toccai e non le parlai. Se l'avessi fatto,
con quelle mani scure e sporche che avevo, lei si sarebbe sentita ancora più
confusa e spaventata.
Quando scesi dal treno, si era levato un freddo vento invernale. Era finita la stagione in cui si poteva uscire con solo una maglia addosso, ormai
era quasi ora di mettere il cappotto. Riflettei un momento su quel problema. Se mi convenisse comprarne uno nuovo o no. Poi scesi le scale, oltre145
passai i tornelli e fu in quel momento che me ne accorsi. Sulla mia schiena
la zia povera non c'era più.
In che momento se n'era andata, non lo sapevo. Come quando era arrivata, pure adesso era scesa zitta zitta senza farsi vedere da nessuno. Era
tornata al suo luogo d'origine, e anch'io ero tornato a essere come prima.
Peccato non avessi più la certezza di come ero prima. Avevo l'impressione
di essere diventato qualcun altro che mi assomigliava molto. E ora cosa potevo fare? Non ne avevo la minima idea. Ero completamente solo, come un'insegna scolorita in mezzo al deserto. E avevo perso il senso dell'orientamento.
Mi frugai le tasche, presi alcune monete, le infilai in un telefono pubblico e
feci il numero della mia amica. Dopo nove squilli lei rispose.
– Stavo dormendo, – disse con voce assonnata.
– Alle sei del pomeriggio? – chiesi un po' sorpreso.
– Avevo del lavoro arretrato, sono andata avanti tutta la notte, ho finito
solo due ore fa.
– Oh, mi spiace averti svegliata. Senti, lo so che suona strano, ma volevo controllare che tu fossi ancora viva. No, sul serio.
Potevo sentirla ridacchiare all'altro capo del filo.
– Grazie del tuo interessamento. Va tutto bene, sono viva. Per sopravvivere lavoro come una dannata, col risultato che poi muoio di sonno. Soddisfatto? Ti ho rassicurato?
– Sì, mi hai rassicurato.
– Sai, – continuò lei come se mi rivelasse un segreto, – è faticoso, vivere.
– È vero, – risposi. Aveva ragione. Vivere era proprio una gran fatica. –
Senti, – le chiesi, – perché non andiamo a mangiare qualcosa insieme?
– Scusami, ma non ho voglia di mangiare. Ora vorrei s lo dormire, dormire come un sasso senza pensare a nulla.
– Nemmeno io ho fame. Volevo solo parlare un po' con te. Ho diverse
cose da dirti.
All'altro capo del filo per qualche secondo ci fu silenzio. Con molte
probabilità si stava mordendo il labbro, il dito mignolo poggiato contro il
sopracciglio. Mi sembrava di vederla.
– Dopo, adesso voglio dormire, – disse lentamente, staccando bene le
parole. – Almeno un poco. Se mi lasci dormire un poco, poi vedrai che andrà tutto bene. Quando mi sveglio ti chiamo a casa. D'accordo?
146
– D'accordo, – dissi. – Allora buonanotte.
– Buonanotte, – rispose lei. Poi dopo un attimo di esitazione: – Ma... è
una cosa urgente, quella che hai da dirmi?
– No, non troppo. Posso aspettare.
Certo che potevo aspettare. Anche diecimila, ventimila anni. Anche per
sempre.
La mia amica mi augurò di nuovo la buonanotte e riattaccò. Io rimasi a
guardare per un momento la cornetta gialla che tenevo in mano, poi la
poggiai adagio sulla forcella Immediatamente dopo sentii di avere una fame tremenda C'era da impazzire a sentire la pancia tanto vuota. Volevo
mangiare, mettere qualcosa sotto i denti. Qualsiasi cosa, purché fosse cibo.
Se qualcuno mi avesse offerto del cibo, sarei andato da lui strisciando, gli
avrei leccato le dita.
Proprio così, avrei leccato le vostre dita. Poi sarei sprofondato in un
sonno letargico, come una traversina battuta dalla pioggia. E non mi sarei
più svegliato, nemmeno se qualcuno mi avesse preso a calci. Avrei dormito
per diecimila anni.
Mi appoggiai al telefono, svuotai la testa e chiusi gli occhi. Il rumore
dei piedi di migliaia e migliaia di persone mi passava sopra come un'onda.
La gente camminava, camminava indefinitamente. Sempre avanti, un passo
dopo l'altro, un passo dopo l'altro. In quale posto aveva fatto ritorno la zia
povera? E io, dov'ero tornato?
Se tra diecimila anni ci sarà mai una società formata soltanto da zie povere, mi apriranno le porte della loro città? Avranno un governo di zie povere scelto da zie povere, un municipio di zie povere, treni guidati da zie
povere e probabilmente pure dei libri per zie povere scritti da zie povere.
Anzi no, credo che non ne abbiano affatto bisogno. Né di un governo,
né di treni, né di libri.
Forse ciò che loro desiderano è fabbricare delle gigantesche bottiglie
d'aceto, infilarcisi dentro e vivere lì tranquille, in pace. Chi guardasse
dall'alto vedrebbe quelle bottiglie decine, centinaia di migliaia – coprire
tutta la terra a perdita d'occhio. E sarebbe sicuramente uno spettacolo magnifico, bello da togliere il fiato.
Sì, e se in quel mondo ci fosse un po' di spazio per farci entrare una
poesia, vorrei scriverla io. Così diventerei il primo poeta a ricevere una corona d'alloro nel mondo delle zie povere.
147
«Niente male», mi dissi.
Canterei il bagliore del sole sul vetro verde delle bottiglie, canterei il
mare d'erba luccicante di rugiada su cui riposano.
In conclusione però, questo succederebbe nell'anno 11980. Ma io non ce
la faccio ad aspettare diecimila anni. Dovrei superare troppi inverni prima
di arrivarci.
148
Nausea 1979
Essendo dotato della rara e straordinaria capacità di tenere un diario per
un tempo lunghissimo senza saltare nemmeno un giorno, poteva indicare
con precisione la data in cui gli erano iniziate le nausee e quella in cui erano cessate. Il 4 giugno 1979 (soleggiato), e il 14 luglio dello stesso anno
(coperto). Era un giovane illustratore che una volta mi aveva fatto un disegno per la rivista con cui collaboravo.
Come me, collezionava vecchi dischi, e l'altro suo hobby era fare sesso
con le ragazze e le mogli degli amici. Se ne era già portate a letto un numero considerevole in vita sua, nonostante fosse più giovane di me di due o
tre anni. Gli era persino successo di andare a casa di amici, e mentre il marito si faceva una doccia o andava a comprare la birra in un negozio poco
distante, lui si scopava la moglie. Queste sue prodezze me le raccontava
sempre volentieri.
– Fare sesso in fretta e furia non è niente male, sai? – diceva. – Una
sveltina, senza nemmeno spogliarsi. Di solito la gente ha tendenza a tirarla
per le lunghe, no? Allora perché non fare il contrario, una volta tanto? Si
cambia prospettiva, è una vera goduria.
Naturalmente non aveva soltanto questi rapporti frettolosi, ogni tanto gli
piaceva anche prendersela comoda, metterci tutto il tempo che ci voleva.
Insomma, quello che lo attirava era portarsi a letto le donne degli amici, in
un modo o nell'altro.
– Non è che abbia il desiderio malsano di portargliele via, il fatto è che
quando faccio l'amore con loro provo... come dire, un senso d'intimità. Mi
sento in famiglia, ecco. E poi in fin dei conti si tratta soltanto di sesso, se la
cosa non si viene a sapere, nessuno ne soffre.
– E finora nessuno ha mai scoperto nulla? – gli chiesi.
– No, è ovvio, – rispose lui un po' sorpreso. – Sono piccoli segreti che,
se uno non ha il desiderio inconscio di farsi scoprire, restano tali. Naturalmente bisogna stare attenti a non dire o fare niente che possa mettere la
pulce nell'orecchio. Inoltre è essenziale stabilire patti chiari fin dall'inizio.
Cioè far capire bene che si tratta soltanto di un gioco, di qualcosa che si fa
149
per il puro piacere di farlo. Senza coinvolgimenti profondi, senza l'intenzione di ferire nessuno. Be', è chiaro che occorre spiegarlo con qualche giro di parole.
A me era difficile credere che quelle faccende funzionassero con la facilità che diceva lui, ma dal momento che non sembrava uno sbruffone, mi
dissi che forse era tutto vero.
– In fin dei conti, nella maggior parte dei casi sono loro, le donne, che lo
vogliono. I loro mariti o fidanzati – insomma, i miei amici – sono ottime
persone, molto migliori di me. Più belli, più intelligenti, e magari ce l'hanno anche più grosso. Però le donne a tutto questo non danno grande importanza. A loro basta avere dei compagni abbastanza seri e gentili con i quali
potersi più o meno capire. Al tempo stesso però desiderano qualcuno che si
accorga veramente di loro, fuori dall'immagine in un certo senso statica
della «fidanzata» o della «moglie». Questo è il principio di base. Naturalmente a questa motivazione si aggiungono ragioni più futili.
– Ad esempio?
– Ad esempio rendere la pariglia al marito che le ha tradite. Oppure ammazzare la noia, o provare la soddisfazione di essere desiderate da un uomo
che non sia il fidanzato. Insomma, questo genere di ragioni. Che io intuisco
subito, mi basta guardarle in faccia una volta. Non è necessario avere una
scienza particolare. È un talento innato. Alcuni ce l'hanno, altri no.
Non aveva una fidanzata fissa.
Come ho detto, entrambi collezionavamo dischi di musica jazz e ogni
tanto ce li prestavamo per registrarli. Fare degli scambi era interessante,
perché nonostante fossimo appassionati dello stesso periodo, le nostre collezioni coprivano aree leggermente differenti. Io avevo soprattutto dischi di
jazzisti bianchi della West Coast, mentre lui preferiva le ultime registrazioni di musicisti un po' meno sofisticati, gente come Coleman Hawkins o
Lionel Hampton. Quindi se lui aveva un disco del Pete Jolly Trio della
Victor, e io avevo Mainstream di Vic Dickenson, ce li scambiavamo con
reciproca soddisfazione. Potevamo benissimo passare una giornata intera a
verificare la condizione dei dischi e la qualità delle esecuzioni, e intanto
bevevamo qualche birra. Di scambi di questo genere ne facemmo un certo
numero.
Fu dopo una di queste sedute che mi parlò delle sue nausee Eravamo nel
suo appartamento, sorseggiavamo un whisky e intanto parlavamo di musica, di alcolici, e anche di sbornie.
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– Tanto tempo fa, mi è successo di vomitare per quaranta giorni. Ogni
giorno, senza saltarne uno. E non perché avessi bevuto troppo. Non si può
nemmeno dire che fossi in cattive condizioni fisiche. Semplicemente vomitavo, senza nessuna ragione. Per quaranta giorni. Quaranta giorni, ti rendi
conto? Pazzesco.
La prima volta gli era successo il 4 giugno. In quell'occasione non ne fu
sorpreso: la notte precedente aveva ingurgitato una notevole quantità di
whisky e di birra. E come al solito era andato a letto con la moglie di un
amico. La notte del 3 giugno del '79.
Di conseguenza il fatto che il mattino seguente alle otto rigurgitasse nella tazza del gabinetto tutto quello che aveva nello stomaco, secondo il buon
senso comune non aveva nulla di strano. Da quando aveva lasciato l'università era la prima volta che vomitava dopo una sbornia, ma non per questo l'evento si poteva definire fuori dall'ordinario. Tirò l'acqua per far scorrere via quei resti disgustosi, poi si sedette alla sua scrivania e si mise al
lavoro. Non si sentiva particolarmente male. Anzi, semmai era piuttosto in
forma. Riuscì a lavorare in maniera soddisfacente, e a mezzogiorno aveva
di nuovo fame, come sempre.
A pranzo si preparò un panino col prosciutto e cocomero e bevve una
birra. Mezz'ora dopo aveva ancora voglia di vomitare, e anche il panino finì nel cesso. Pezzi di pane rammollito e di prosciutto galleggiavano
sull'acqua. Eppure a livello fisico non provava alcun malessere. Né era di
cattivo umore. Semplicemente aveva vomitato. Sentendo che qualcosa gli
era rimasto in fondo alla gola aveva provato a inginocchiarsi davanti alla
tazza del gabinetto, ed ecco che il contenuto del suo stomaco era venuto
fuori a fiotti, come le colombe e le banderuole saltano fuori dal cappello di
un prestigiatore. Tutto qui.
– Da studente bevevo come una spugna e della nausea avevo una lunga
esperienza. Mi è anche successo di soffrire la macchina. Ma questa volta
era diverso. Non provavo nemmeno quel tipico senso di restringimento allo
stomaco. Non lo sentivo affatto, il mio stomaco, semplicemente spingeva
su il cibo. Senza incontrare alcuna resistenza. Nessun disagio, nessun odore soffocante. Allora ho cominciato a preoccuparmi. Cavoli, non mi era
successo una volta sola, ma ben due. Preoccupato, decisi di non bere alcol
per un bel po'.
151
Ciononostante, il mattino del terzo giorno la nausea arrivò puntuale. I
resti della cena della sera prima e il muffin alla marmellata che aveva mangiato a colazione vennero fuori dal suo stomaco quasi intatti.
Subito dopo, mentre era in bagno che si lavava i denti, squillò il telefono. Andò a rispondere: un uomo lo chiamò per nome, e subito riattaccò.
Nient'altro.
– Non sarà stato per caso il marito o il fidanzato di una con cui eri andato a letto? Per spaventarti? – chiesi.
– Figurati! La voce dei miei amici la riconoscerei subito. Quell'uomo
invece non l'avevo mai sentito in vita mia. Mi ha fatto un'impressione molto sgradevole. E da allora quella telefonata è arrivata ogni giorno. Dal 5
giugno al 14 luglio. Che ne dici? Praticamente per tutto il periodo in cui ho
avuto le nausee.
– Be', non vedo che nesso ci possa essere tra le nausee e quelle telefonate.
– Nemmeno io! Infatti ancora adesso non ho mica le idee chiare riguardo
a tutta quella faccenda. Comunque le telefonate erano sempre uguali. Il telefono squillava, qualcuno diceva il mio nome, poi riattaccava all'improvviso.
Una telefonata al giorno. A ore diverse, a volte al mattino, altre la sera, persino a notte fonda. Ho pensato di non rispondere, ma aspettavo anche delle
telefonate di lavoro, e ogni tanto mi chiamava qualche ragazza...
– Sì, certo... – dissi.
– Intanto nausea e vomito continuavano senza saltare un giorno. Rimettevo tutto quello che mangiavo. Subito dopo mi veniva una fame terribile,
mangiavo, e vomitavo anche quello. Un circolo vizioso. Per fortuna più o
meno un pasto su tre riuscivo a tenerlo nello stomaco, e così ho potuto
mantenermi in vita. Se ne avessi vomitati tre su tre, avrebbero dovuto nutrirmi artificialmente a forza di flebo.
– Sei andato a farti vedere da un medico?
– Certo che ci sono andato. In una clinica qui vicino, dove sono piuttosto efficienti. Mi hanno fatto radiografie, analisi delle urine, ogni genere di
controlli. Perché sospettavano un tumore. Niente, non avevo nulla che non
andasse. Ero la personificazione della salute. Mi han detto che si trattava
probabilmente di debolezza cronica dello stomaco, o un sintomo nervoso
dovuto allo stress, e mi hanno rispedito a casa con un pacco di medicine.
Raccomandandomi di andare a dormire presto e alzarmi di buon'ora, smettere di bere e non farmi il sangue cattivo per delle sciocchezze. Mi prende152
vano per scemo o cosa? Se avessi avuto una debolezza cronica dello stomaco, sarei stato il primo a saperlo. Qual è il cretino che ne soffre e non lo sa?
Uno stomaco debole dà pesantezza, bruciori, inappetenza. E anche se causasse il vomito, questo verrebbe in seguito. Nausea e vomito sono sempre
preceduti da altri sintomi, non arrivano da soli. Invece io vomitavo soltanto,
per il resto stavo benissimo. Non fosse stato per la fame costante, mi sentivo
in forma e avevo la mente lucidissima. Quanto allo stress, per quel che mi
riguardava non sapevo cosa fosse. È vero che avevo del lavoro arretrato, ma
non sono mai andato nel pallone per questo genere di cose. Di ragazze ne
avevo e mi ritenevo soddisfatto. Ogni tre giorni andavo in piscina a farmi
lunghe nuotate... insomma non avevo motivo di lamentarmi, non credi?
– In effetti.
– Però vomitavo, tutto lì.
Vomitò per due settimane, e per due settimane continuarono le telefonate. Il quindicesimo giorno decise che ne aveva abbastanza sia dell'una che
dell'altra cosa, e infischiandosene del lavoro prese una camera in albergo.
Per il vomito non sarebbe forse servito, ma almeno alle telefonate sarebbe
scampato. Aveva intenzione di passare lì le giornate guardando la televisione e leggendo. All'inizio tutto sembrò andare bene: a pranzo mangiò un
sandwich con l'arrosto e un'insalata di asparagi, riuscì a tenerli nello stomaco e anche a digerirli perfettamente. Forse il cambiamento d'ambiente
gli aveva giovato. Alle tre e mezza aveva appuntamento con la ragazza di
un suo caro amico al caffè dell'albergo, dove prese una tortina alle ciliegie
e un caffè. Anche questa volta non vomitò. Poi andò a letto con la ragazza
dell'amico. Riguardo al sesso, nessun problema. Dopo averla riaccompagnata, cenò da solo. In un ristorante vicino all'albergo mangiò del tōfu con
del merluzzo arrostito alla maniera di Kyōto, verdura sott'aceto, brodo di
miso e una scodella di riso bianco. Non bevve neppure un goccio d'alcol.
Questo succedeva alle sei e mezza.
Tornò in albergo, guardò il telegiornale e si mise a leggere un nuovo
romanzo della serie 87° Distretto di Ed McBain. Alle nove, vedendo che
non gli era venuta la nausea, tirò un sospiro di sollievo. Poteva finalmente
godersi in pace la sensazione di avere lo stomaco pieno. Forse le cose avevano preso la piega giusta, si disse, sperando che tutto tornasse come prima. Chiuse il libro, accese il televisore con il telecomando, fece un po' di
zapping finché scelse di guardare un vecchio western. Dopo il film, che finì alle undici, guardò il telegiornale della notte, poi spense il televisore.
153
Aveva una voglia tremenda di bere un whisky, tanto che era tentato di salire
al bar dell'albergo e chiederne uno per conciliarsi il sonno, ma ci ripensò e
rinunciò. La giornata era andata bene, perché rovinarla per un bicchiere di
whisky? Spense la lampada sul comodino e si raggomitolò sotto le coperte.
Il telefono squillò in piena notte. Aprì gli occhi e guardò l'orologio: segnava le due e un quarto. Sulle prime era talmente intontito dal sonno che
si chiese perché mai sentisse una suoneria in quel posto, non se lo spiegava. Scosse la testa e quasi inconsciamente sollevò la cornetta e la portò
all'orecchio.
– Pronto? – disse.
La voce ben nota lo chiamò per nome, come al solito, poi la comunicazione venne bruscamente interrotta. Nelle orecchie gli rimase soltanto il
suono della linea libera.
– Avevi detto a qualcuno che saresti andato in quell'albergo? – gli chiesi.
– No, a nessuno ovviamente. Lo sapeva soltanto la ragazza con cui ero
stato a letto.
– E non è possibile che lei si sia confidata con una terza persona?
– Perché mai avrebbe dovuto farlo?
Già, a pensarci bene, aveva ragione.
– Subito dopo nel bagno vomitai tutto quanto: il pesce, il riso, ogni cosa. Come se la telefonata avesse aperto una porta dalla quale la nausea era
potuta entrare. Dopo aver vomitato mi sedetti sulla vasca e cercai di riordinare le idee. Una possibilità era che quelle telefonate fossero molestie o
scherzi ben congegnati da parte di qualcuno. Come facesse a sapere che ero
andato in quell'albergo non riuscivo a immaginarlo, ma quello era un problema di cui mi sarei occupato dopo. In ogni caso si trattava dell'opera di
una persona. La seconda ipotesi era che fosse tutta una mia allucinazione.
Al pensiero di poter avere delle allucinazioni mi sentivo un cretino, ma
analizzando freddamente la questione, era una possibilità che non si poteva
escludere. Insomma, avevo avuto «l'impressione» che il telefono squillasse
e «l'impressione» che qualcuno dicesse il mio nome. In realtà non era successo nulla di tutto ciò. Teoricamente sono cose che possono accadere, no?
– Mah, forse... – dissi.
– Chiamai subito la reception, e chiesi di controllare se qualcuno mi
avesse appena telefonato in camera, ma non venni a capo di nulla. Il sistema operativo dell'albergo permetteva di controllare tutte le telefonate in
154
uscita, ma quelle in entrata non venivano rilevate. Di conseguenza non ne
restava traccia.
Quella notte fu per me un punto di svolta, iniziai a prendere quel che mi
accadeva in seria considerazione. Cioè le nausee e le telefonate. Prima di
tutto, tra le due cose doveva esserci un nesso, non sapevo se globale o parziale. Inoltre questo nesso, di qualunque natura fosse, non era qualcosa da
prendere alla leggera come avevo fatto fino ad allora, ormai era evidente.
Dopo aver passato due notti in albergo tornai a casa, dove nausee e telefonate continuarono esattamente come prima. Più volte andai a dormire da
questo o quell'amico, per vedere cosa succedeva, ma ovunque mi trovassi
le telefonate mi raggiungevano inesorabili. E sempre quando il mio amico
era uscito e io ero solo in casa. La mia inquietudine andava crescendo.
Avevo l'impressione che alle mie spalle ci fosse un essere invisibile che mi
teneva costantemente d'occhio, e quando giudicava che fosse il momento
opportuno mi faceva quelle telefonate, o mi infilava un dito nello stomaco.
I primi sintomi della schizofrenia sono proprio questi, no? Non credi?
– Sì, ma non ho mai sentito di schizofrenici che si preoccupino di accusare sintomi di schizofrenia.
– Infatti. E poi non ci sono casi di schizofrenia che provochino nausea e
vomito. Me l'ha detto uno psichiatra di un ospedale universitario. Uno che
non mi ha quasi dato retta. «Qui ci occupiamo di pazienti che presentano
patologie molto più definite, – mi ha detto. – Di malati del suo livello, in
un vagone affollato della linea Yamanote ce ne sono da due virgola cinque
a tre, e in nessun ospedale i medici hanno il tempo di occuparsi di tutte
quelle persone una per una». Mi consigliò di rivolgermi al reparto di medicina interna per le nausee, e alla polizia per le telefonate.
Peccato che ci siano due tipi di crimini che non vengono presi in considerazione dai poliziotti, come forse saprai: gli scherzi telefonici e i furti di
biciclette. Perché sono troppi, e di entità troppo lieve. Occuparsi di certe
quisquilie porterebbe a una paralisi dei commissariati. Di conseguenza non
mi hanno nemmeno ascoltato. «Scherzi telefonici? E cosa le dicono? Il suo
nome, tutto lì? Non aggiungono altro? Be', riempia questo formulario, per
favore. Se dovesse verificarsi qualche episodio più grave, ce lo comunichi». Questa è stata la loro reazione. «Ma come fa quello lì a sapere ogni
volta dove mi trovo?», ho chiesto, ma non li ho impressionati più di tanto.
Anzi, ho avuto la sensazione che non mi convenisse insistere, che cominciassero già a sospettare che non fossi del tutto a posto.
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Per farla breve, ho capito che non potevo fare affidamento né sui medici, né sulla polizia, né su nessuno. Se volevo risolvere il problema, dovevo
contare sulle mie uniche forze. Sono arrivato a questa conclusione più o
meno verso il ventesimo giorno da quando la faccenda era iniziata. Credo
di essere una persona piuttosto forte, sia fisicamente che spiritualmente, ma
a quel punto temevo di non farcela.
– Con la ragazza del tuo amico però le cose andavano a gonfie vele.
– Sì, abbastanza. Lui era andato per due settimane nelle Filippine, per
lavoro, e nel frattempo io e lei ci siamo proprio divertiti.
– E mentre ti divertivi con lei, non hai ricevuto telefonate?
– No, non mi pare. Ma posso controllare sul mio diario. Comunque non
credo, perché l'uomo mi chiamava sempre quando ero solo. Anche le nausee
arrivavano sempre quando ero solo. A quel punto mi è venuta in mente una
cosa: perché io passavo tanto tempo da solo? In una giornata, sto da solo in
media dalle ventitré alle ventiquattro ore. Vivo solo, le persone che incontro
per ragioni di lavoro sono poche perché di solito faccio tutto per telefono, le
mie amanti sono le donne di altri, i pasti li faccio quasi tutti fuori, e l'unico
sport che pratico è il nuoto, lunghe nuotate solitarie. Il mio hobby è ascoltare
questi vecchi dischi, che sono praticamente dei pezzi di antiquariato. Quanto
al mio lavoro, se non mi concentro in solitudine non combino niente. Amici
ne ho, ma tutti hanno molto da fare e non è che ci possiamo vedere tanto
spesso... Insomma, capisci il genere di vita che conduco?
– Sì, direi di sì, – risposi.
Lui si versò altro whisky nel bicchiere, lo mescolò facendo girare adagio il ghiaccio con la punta del dito, poi bevve un sorso.
– Cominciai a riflettere con attenzione sul da farsi, – proseguì. – Dovevo continuare così, accettare di essere perseguitato da nausee e telefonate?
– Perché non ti sei messo seriamente con una ragazza? Una solo tua,
voglio dire.
– A dire la verità, ci ho pensato. All'epoca avevo ventisette anni, provare a sistemarmi non era una cattiva idea. Però non avrebbe funzionato, non
sono il tipo. E non mi andava di rassegnarmi. Rassegnarmi con tanta facilità a cambiare stile di vita a causa di quelle assurde nausee e quelle stupide
telefonate. Decisi che avrei lottato con tutte le mie forze, fino all'ultimo
soffio di energia, fisica e spirituale.
– Però!
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– Tu cos'avresti fatto?
– Mah, non saprei. Non riesco nemmeno a immaginarlo, – dissi. Era vero, non ne avevo la minima idea.
– Nausee e telefonate sono continuate, per giorni e giorni. Ero molto
dimagrito. Un momento, fammi controllare... ecco: il 4 giugno pesavo sessantaquattro chili, il 21 giugno ne pesavo sessantuno, il 10 luglio cinquantotto. Cinquantotto chili, ti rendi conto? C'è da non crederci, considerata la
mia altezza. Non c'era più un vestito che mi stesse, camminando dovevo
tenermi i pantaloni.
– Permettimi una domanda: perché non hai installato una segreteria telefonica o qualcosa del genere?
– Perché non volevo scappare, naturalmente. Se l'avessi fatto, quello lì
avrebbe capito che non ne potevo più. Era diventata una prova di forza. O
lui si stufava, o io crepavo. Riguardo al vomito presi lo stesso atteggiamento. Decisi di considerarlo una sorta di dieta ideale. Per fortuna le mie forze
non erano allo stremo, più o meno riuscivo a condurre una vita normale,
anche nel lavoro. Così ripresi a bere alcol. Cominciavo con una birra al
mattino, e la sera passavo al whisky. Che bevessi o meno, vomitavo lo
stesso. Allora tanto valeva bere, almeno mi toglievo quella soddisfazione.
Poi presi un po' dei miei risparmi in banca e andai a comprarmi dei vestiti
nuovi della mia taglia, un completo e due pantaloni. Guardandomi allo specchio, nel negozio, trovai che non stavo affatto male, più magro. A pensarci
bene, vomitare non era poi un dramma. Era meno doloroso delle emorroidi o
di un dente cariato, e più elegante della diarrea. Tutto è relativo. Avendo trovato bene o male il modo di nutrirmi, e visto che la possibilità di un tumore
era esclusa, vomitare non era per niente dannoso. Be', in America si vendono
delle sostanze che provocano il vomito, per far dimagrire.
– Comunque, sia il vomito che le telefonate continuarono fino al 14 luglio?
– Esatto. Aspetta un momento... per la precisione, l'ultima volta che ho
vomitato è stato il 14 luglio alle nove del mattino: pane tostato, pomodori
in insalata e latte. E l'ultima telefonata l'ho ricevuta quella sera alle dieci e
venticinque, mentre ascoltavo Concert by the Sea di Erroll Garner e bevevo un Seagram's VO che mi avevano regalato. Tenere un diario serve, non
credi?
– Be', si, – ammisi. – E dopo di allora più nulla? Tutto finito?
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– Più nulla. Come in quel film di Hitchcock, Gli uccelli. Il mattino
aprono la porta, e scoprono che è tutto tranquillo. Non ho mai più vomitato, né ho più ricevuto telefonate. Ho recuperato i miei sessantatré chili, e i
vestiti che mi ero fatto fare non li ho più tirati fuori dall'armadio. Li ho tenuti per ricordo, diciamo.
– E le telefonate sono state sempre uguali, dall'inizio alla fine?
Lui scosse leggermente la testa, guardandomi con aria un po' distratta.
– No, – disse, – l'ultima telefonata è stata diversa dalle altre. Prima il tipo ha detto il mio nome. Come al solito. Poi ha aggiunto: «Hai capito chi
sono?», ed è stato zitto. Sono stato zitto anch'io. Per dieci o quindici secondi, nessuno dei due ha fiatato. Poi lui ha interrotto la conversazione. La
linea era di nuovo libera.
– Ha detto proprio così? «Hai capito chi sono?»
– Queste parole esatte. Parlando lentamente, in tono educato. «Hai capito chi sono?» Peccato che la sua voce non mi ricordasse nessuno. Perlomeno, tra le persone che avevo frequentato negli ultimi cinque o sei anni, nessuno aveva una voce simile alla sua. Naturalmente poteva essere qualcuno
che conoscevo da bambino, oppure qualcuno con cui non avevo parlato
spesso, ma quale motivo di odiarmi avrebbe avuto una persona così? Non
ricordavo di aver fatto qualche torto grave a chicchessia, né ottenevo tanto
successo sul lavoro da attirarmi l'odio dei colleghi. Riguardo alle mie storie
di donne, be', come ti puoi immaginare qualche rimorso l'avevo. Lo ammetto. A ventisette anni non ero più innocente come un neonato. Ma come
ti ho detto, la voce dei miei amici l'avrei riconosciuta subito.
– Resta il fatto che una persona seria non va a letto solo e soltanto con le
donne degli amici.
– Insomma, mi stai dicendo che forse era il rimorso che mi tenevo dentro, senza che ne fossi conscio, a prendere la forma di nausee e a darmi delle allucinazioni uditive?
– Non sono io che lo dico. L'hai detto tu.
– Ah! – fece lui bevendo un sorso di whisky e levando gli occhi al soffitto.
– Inoltre c'è un'altra possibilità: uno dei mariti di cui hai sedotto la moglie ha ingaggiato un investigatore privato che ti seguisse, e per darti una
lezione, oppure per spaventarti, gli ha chiesto di farti quelle telefonate.
Forse le nausee e il vomito erano dovuti semplicemente a cattive condizioni fisiche, e per puro caso sono avvenute nello stesso periodo.
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– L'una e l'altra cosa sono possibili, – disse lui con ammirazione. – Si
vede che sei un romanziere, Murakami. Ma riguardo alla seconda ipotesi,
non è che in seguito io abbia smesso di andare a letto con le donne degli
amici. Allora perché le telefonate di colpo sono cessate? Non è logico.
– Forse il tipo si è stufato. Oppure l'investigatore gli costava troppo e
non poteva più permetterselo. In ogni caso, è soltanto un'ipotesi. Ne potrei
tirar fuori quante ne vuoi. La cosa importante è quale ipotesi scegli tu. E
cos'hai imparato da questa storia.
– Imparato? – chiese lui sorpreso. Poi per qualche secondo tenne il bicchiere appoggiato contro la fronte. – Cioè? Cosa intendi dire?
– Intendo dire cosa faresti se dovesse capitarti di nuovo, naturalmente.
Può darsi che la prossima volta non duri soltanto quaranta giorni. Ciò che
inizia senza una ragione, finisce senza una ragione. E viceversa.
– Che cattiveria mi stai dicendo! – esclamò lui ridacchiando. Poi, tornando serio: – Eppure è strano. Fino a quando non me l'hai fatto notare tu,
non mi è mai venuto in mente. Che potrebbe verificarsi di nuovo, cioè.
Pensi che succederà?
– Come potrei saperlo? – risposi.
Ogni tanto faceva roteare il whisky nel bicchiere e beveva un sorso.
Quando il bicchiere fu vuoto lo posò sul tavolino e si soffiò il naso più volte in un fazzoletto di carta.
– Però può anche darsi che succeda a qualcun altro, – disse poi. – Per
esempio a te, Murakami. Forse nemmeno tu hai la coscienza del tutto pulita.
In seguito, ci siamo incontrati ancora diverse volte, per scambiarci dischi che non si potevano certo definire d'avanguardia e bere qualcosa insieme. Due o tre volte all'anno. Non so esattamente quante, dato che non
sono il tipo da tenere un diario. Grazie al cielo, fino a oggi né lui né io abbiamo avuto nausee o ricevuto telefonate.
159
Il settimo uomo
– Quando avevo dieci anni, un'onda stava quasi per portarmi via. È successo nella seconda metà di settembre, – iniziò in tono quieto il settimo uomo.
Era l'ultimo cui toccava raccontare, quella sera. Le lancette dell'orologio
segnavano già le dieci. Le persone sedute in cerchio nella stanza potevano
sentire, fuori nelle tenebre profonde, il vento proveniente da est che agitava le
foglie degli alberi in giardino, faceva tremare i vetri delle finestre e proseguiva
la sua corsa, levando un lamento stridulo come il suono di un fischietto.
– Era un'onda anomala, gigantesca, come non ne avevo mai viste, – proseguì. – Per un soffio non riuscì a travolgermi. In compenso si prese qualcosa di molto più importante per me e se lo portò via, in un mondo diverso.
Per ritrovarlo e riprendermelo mi ci sono voluti lunghi anni. Lunghi anni
preziosi che nessuno mi potrà ridare.
Il settimo uomo doveva avere cinquantacinque o cinquantasei anni. Era
alto, magro, portava i baffi e di fianco all'occhio destro aveva una breve cicatrice profonda, forse inferta da una lama sottile. Tra i capelli corti, qua e
là ce n'era qualcuno grigio più spesso. Sul viso aveva quella tipica espressione che le persone assumono quando non riescono a esprimersi bene, ma
gli donava, come se gli fosse abituale. Sotto la giacca di tweed grigia indossava una camicia blu in tinta unita. Ogni tanto portava la mano al colletto. Nessuno sapeva il suo nome. Nessuno sapeva cosa facesse.
– Nel mio caso, è stata un'onda. Per altri non so cosa possa essere, naturalmente. Ma per me ha preso l'aspetto accidentale di un'onda, una grande
onda fatale che un giorno mi è apparsa davanti all'improvviso, senza nessun segno premonitore.
Sono cresciuto in una città di mare nella provincia di S. Una cittadina
molto piccola, potrei dirvi il nome, ma dubito che qualcuno di voi la conosca. Mio padre era medico, quindi nella mia infanzia non ho conosciuto
privazioni. Avevo un amico con cui andavo molto d'accordo, fin da quando
ero piccolo. Si chiamava K. Viveva nel mio stesso quartiere e aveva un anno meno di me. Andavamo e tornavamo da scuola insieme, giocavamo
160
sempre insieme. Eravamo come due fratelli, in tanti anni di amicizia non
abbiamo mai litigato. In realtà io un fratello l'avevo, ma non eravamo tanto
in confidenza perché lui era più grande di sei anni, e per dirla tutta anche
per carattere era assai diverso da me. Di conseguenza ero molto più legato
e volevo molto più bene a quel mio amico che a lui.
K era un bambino magro dalla carnagione chiara, con un viso bello come quello di una femmina. Ma aveva un difetto di pronuncia e non riusciva
a parlare bene, cosa che poteva farlo apparire un po' ritardato a chi non lo
conosceva. Inoltre era gracile. Io invece ero piuttosto robusto e riuscivo
bene negli sport, motivo per cui tutti mi rispettavano, così quando giocavamo avevo preso nei confronti di K un atteggiamento protettivo, sia a casa che a scuola. Se mi piaceva tanto passare il mio tempo con lui, era perché aveva un animo dolce e buono. Benché non fosse per nulla ritardato, a
causa del suo difetto di pronuncia i suoi risultati scolastici erano tutt'altro
che brillanti, riusciva appena a seguire le lezioni. In pittura però era bravissimo, gli bastavano un foglio, una matita o un pennello per fare meravigliosi disegni pieni di forza vitale, che lasciavano senza parole perfino l'insegnante. Aveva partecipato a diversi concorsi e ricevuto moltissimi premi.
Se crescendo avesse conservato il suo talento, sarebbe diventato un pittore
di fama, ne ero sicuro. Poiché amava i paesaggi, non si stancava mai di stare sulla riva del mare a dipingere scene marine. Spesso io mi sedevo accanto a lui a guardare i movimenti veloci e precisi del suo pennello. Pieno di
ammirazione e di stupore, mi chiedevo come facesse a ricreare in un attimo, in modo tanto vivido, forme e colori su una superficie vuota e bianca,
A ripensarci ora, si trattava di puro e semplice talento.
Un anno, a settembre, la mia provincia fu investita da un violento tifone.
A sentire le previsioni del tempo alla radio, era il più forte degli ultimi dieci anni. Per misura preventiva, a scuola decisero di mandarci a casa prima,
e tutti i negozi della città tirarono giù le saracinesche. Mio padre e mio fratello, armati di chiodi e martello, fin dal mattino andavano inchiodando tutte le imposte di casa, mentre mia madre era occupata in cucina a bollire riso e preparare onigiri. Nell'eventualità che venissimo fatti evacuare, riempimmo d'acqua borracce e bottiglie e stipammo le cose essenziali in quattro
zaini. Per gli adulti, un tifone che si abbatteva sulla costa era soltanto una
causa di scompiglio e di pericolo, ma per noi bambini, lontani dalla realtà
degli eventi, era un'attrattiva straordinaria e terribilmente eccitante.
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Poco dopo mezzogiorno il colore del cielo cambiò di colpo, prese una
sfumatura del tutto irreale. Rimasi a guardarlo al riparo dello spiovente del
tetto finché la pioggia non cominciò a colpire la nostra casa, mentre il vento
levava uno strano rumore, secco, come una gragnola di sabbia. Riuniti in una
sola stanza, al buio con tutte le imposte chiuse, i miei genitori, mio fratello e
io ascoltavamo il notiziario alla radio: la quantità di pioggia non era eccessiva, ma i danni provocati dal vento erano gravi, molte case erano state divelte
dalle fondamenta e spazzate via, e diverse navi si erano capovolte. Alcune
persone, dopo essere state colpite da pesanti oggetti che turbinavano nell'aria, erano morte o avevano riportato gravi ferite. L'annunciatore ripeté più
volte che non bisognava per nessun motivo uscire dalle proprie abitazioni.
Ogni tanto la casa scricchiolava tutta, come se venisse scossa da una mano
gigantesca. A volte sentivamo un tonfo contro le imposte, quando venivano
colpite da un oggetto pesante. «Probabilmente qualche tegola volata via dal
tetto di un'altra casa», disse mio padre. Pranzammo con gli onigiri e la frittata che ci aveva preparato la mamma, e intanto ascoltavamo la radio, in attesa
che il tifone passasse oltre e si allontanasse.
Il tifone però non se ne voleva andare. Alla radio dissero che aveva rallentato da quando aveva raggiunto la parte orientale della provincia, e ora
si stava lentamente spostando verso nord, alla velocità di una persona che
corre. Il vento non si stancava di fare un baccano d'inferno e di sollevare
tutto quel che trovava sulla superficie della terra per farlo volare chissà dove.
Fu dopo circa un'ora da quando si era levato il vento, che tutt'intorno calò il silenzio. Non si sentiva più alcun rumore. Anzi, da qualche parte dei
passeri stavano cinguettando. Mio padre dischiuse con cautela un'imposta e
guardò fuori. La bufera si era calmata e aveva smesso di piovere. Spesse
nubi grigie si spostavano lente nel cielo. Tra una nuvola e l'altra, qua e là,
si intravedeva qualche sprazzo di cielo azzurro. I salici del giardino erano
grondanti di pioggia, e lasciavano cadere grosse gocce dall'estremità dei
rami.
«In questo momento siamo nell'occhio del ciclone, – ci spiegò papà. –
Questa pausa durerà poco, quindici o venti minuti. Poi tornerà il putiferio
di prima».
«Posso uscire?» gli chiesi. Lui mi rispose che potevo fare due passi, ma
non mi dovevo allontanare.
«Al minimo soffio di vento, torna immediatamente a casa», aggiunse.
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Uscii di casa e mi guardai intorno. Era difficile credere che fino a poco
prima lì si era scatenato il finimondo. Levai gli occhi al cielo. Tra le nuvole
si apriva l'enorme occhio rotondo del ciclone, che sembrava guardarci con
indifferenza dall'alto. Ma era ovvio che quell'occhio non esisteva realmente, eravamo soltanto nel bel mezzo di quella zona calma al centro del mulinello creato dalla pressione atmosferica.
Mentre gli adulti facevano il giro della casa per controllare se c'erano
danni, io mi avviai da solo verso la riva del mare. La strada era disseminata
di rami spezzati dal vento. Alcuni erano così grossi che una persona adulta
avrebbe fatto fatica a sollevarli. Tegole frantumate erano sparse ovunque.
Molte automobili dovevano essere state colpite perché avevano i vetri incrinati. Persino una cuccia per cani era rotolata in mezzo alla strada. Era
uno spettacolo spaventoso, si sarebbe detto che una mano gigantesca fosse
scesa dal cielo e si fosse messa a spazzare la terra a suo capriccio. Stavo
camminando quando K, che mi aveva visto passare, uscì di casa e mi venne incontro. Mi chiese dove stessi andando. Gli risposi che volevo vedere il
mare, allora lui senza dire una parola mi si affiancò. Anche il suo cane, un
bastardino bianco, ci venne dietro.
«Appena si alza un po' di vento, però, dobbiamo tornare indietro di corsa», gli dissi. Lui annuì in silenzio.
Il mare era a circa duecento metri da casa. All'epoca un argine frangiflutti, alto quanto me, correva lungo la riva. Salimmo i gradini e guardammo il mare. Ci andavamo tutti i giorni a giocare su quella spiaggia,
quindi conoscevamo quel tratto di costa come le nostre tasche. Adesso
che eravamo nell'occhio del ciclone, però, tutto sembrava diverso. Il colore del cielo, il suono delle onde, l'odore del sale, l'ampiezza dello scenario, in quel panorama marino nulla era più come prima. Per un po' restammo a contemplarlo seduti sull'argine, senza scambiarci una parola.
Per essere in pieno tifone, era inquietante quanto fosse calmo il mare. Le
onde si infrangevano molto più lontano dalla riva rispetto al solito, lasciando scoperta una distesa sconfinata di sabbia bianca. Nemmeno
quando la marea era bassa avevamo mai visto una cosa del genere. La
spiaggia aveva l'aspetto desolato di una grande camera vuota. I rifiuti
portati dalle onde formavano una lunga striscia.
Scendemmo dall'argine e con molta circospezione ci mettemmo a camminare sul bagnasciuga, osservando attentamente le cose che si erano arenate lì. C'erano giocattoli di plastica, sandali, pezzi di legno che dovevano es163
sere stati parti di mobili, vestiti, bottiglie dalle forme strane, scatole di legno
con scritte in lingua straniera e tante altre cose irriconoscibili... ovunque
guardassimo c'era una confusione degna di una drogheria. Probabilmente il
tifone aveva sollevato onde altissime che avevano portato fin lì tutta quella
roba da rive lontane. Ogni volta che trovavamo qualcosa di originale lo
prendevamo e lo guardavamo da tutte le parti. Il cane di K ci seguiva scodinzolando e annusava tutto quello che lasciavamo cadere a terra.
Restammo sulla spiaggia a curiosare per circa cinque minuti, credo. A
un certo punto però ci accorgemmo che l'acqua si era avvicinata moltissimo. In silenzio, senza preavviso, aveva proteso una lingua quieta fino ai
nostri piedi. Non avevamo immaginato che in un tempo così breve potesse
arrivare tanto vicino a noi. Essendo nato e cresciuto vicino al mare, malgrado la mia giovane età sapevo benissimo quanto potesse diventare pericoloso. Conoscevo la furia imprevedibile con cui ogni tanto si scatenava.
Per questo avevo fatto molta attenzione a non avvicinarmi con K alla linea
delle onde. A restare in una zona dove eravamo al sicuro. Invece il mare,
senza che ce ne accorgessimo, si era allungato fino ad arrivare a una decina
di centimetri da noi, poi di nuovo silenziosamente si era ritratto. E lì era restato. L'onda che ci aveva quasi raggiunto non era impetuosa, era venuta a
lambire con delicatezza la sabbia. Però aveva qualcosa di funesto che per
un attimo mi aveva fatto correre brividi freddi lungo la schiena, quasi avessi toccato la pelle di un rettile Era una paura irrazionale, ma ben reale.
Un'intuizione mi fece capire che quell'onda era viva. Sì, era dotata di vita
propria. Aveva percepito chiaramente la mia presenza lì e ora cercava di
afferrarmi. Come una bestia carnivora che mi avesse preso di mira e se ne
stesse zitta e acquattata in un campo, sognando di sbranarmi a morsi con i
suoi denti affilati «Via, devo scappare!» pensai.
«Ehi, andiamo via!» urlai a K voltandomi verso di lui.
A una decina di metri da me, lui mi dava le spalle e stava accovacciato a
guardare non so cosa. Non sembrava avermi sentito, nonostante avessi gridato piuttosto forte. Oppure era talmente assorto in quello che stava guardando che non vi fece caso. Era fatto così, K, si lasciava affascinare da tutto e dimenticava ciò che gli stava attorno. O può darsi che la mia voce non
fosse forte quanto avevo pensato. Ricordo che in quel momento non mi
sembrò nemmeno la mia.
Fu a quel punto che udii un rombo lontano. Un rombo possente che
sembrava dover scuotere tutta la terra. Anzi no, prima del rombo sentii un
164
suono diverso, lo strano gorgoglio che fa l'acqua quando fuoriesce da un
buco. Durò qualche secondo, e subito dopo arrivò quel rombo raggelante,
quel terribile boato. K però continuava a restare a testa china, accoccolato a
osservare qualcosa ai suoi piedi. Era talmente concentrato su ciò che vedeva che forse non l'aveva nemmeno sentito, quel rombo. Perché un rumore
forte come un terremoto non giungeva alle sue orecchie? Non lo capivo. O
forse l'avevo sentito soltanto io, forse, per quanto strano possa parere, era
un suono di natura speciale percepibile soltanto da me. Perché nemmeno il
suo cane, che stava accanto a lui, sembrava averlo udito. E dire che i cani,
come sapete, sono estremamente sensibili ai suoni.
Pensai di precipitarmi da lui, afferrarlo per un braccio e trascinarlo via.
Non c'era altro da fare. Io sapevo che l'onda stava per arrivare, e lui no. Ma
prima che me ne rendessi conto i miei piedi stavano già correndo in direzione opposta. Mio malgrado, stavo scappando da solo verso l'argine. Ciò
che mi spingeva a farlo era probabilmente il terrore. Un terrore che mi
aveva rubato la parola e faceva muovere i miei piedi a suo capriccio. Corsi
sulla sabbia morbida come se rotolassi, raggiunsi l'argine e da lì chiamai K.
«Attento, K, l'onda sta arrivando!» urlai. Molto forte, questa volta. Poi
di colpo mi resi conto che il rombo era cessato. K finalmente si accorse che
lo chiamavo e alzò il viso. Troppo tardi. Un'onda gigantesca stava già
avanzando verso la spiaggia, come un drago pronto ad attaccare. Era la
prima volta in vita mia che vedevo un'onda del genere, alta quanto una casa
di due piani. E silenziosamente, perlomeno nella mia memoria arrivò in silenzio, coprì il cielo alle spalle di K. Per qualche secondo lui mi guardò
senza capire cosa volessi. Poi di colpo si rese conto che stava succedendo
qualcosa, e si voltò. Cercò di scappare. Ma non ce la fece. L'attimo seguente fu travolto. Fu come se venisse investito frontalmente da una locomotiva
lanciata a tutta velocità.
Con un boato, l'onda venne a infrangersi sulla spiaggia, si, ruppe in
un'esplosione di spruzzi che volarono in alto e ricaddero contro l'argine in
cui mi trovavo. Accovacciato dall'altra parte del muro, aspettai che si ritirasse. L'acqua che arrivò al di qua riuscì soltanto a bagnarmi i vestiti. Subito dopo mi arrampicai in fretta e furia sull'argine e guardai verso il mare:
l'onda aveva invertito la rotta e con un urlo selvaggio stava galoppando a
tutta velocità verso il largo. Avevo l'impressione che qualcuno all'altro capo della terra stesse scuotendo con tutte le forze un gigantesco tappeto.
Scrutai attentamente la spiaggia in lungo e in largo, ma K era scomparso.
165
Anche il suo cane non c'era più. L'onda ora si era ritirata tanto lontano dalla
riva che metteva a nudo il fondo marino. Io rimasi in piedi sull'argine, solo.
Quel terribile silenzio tornò. In quella quiete raggelante si aveva l'impressione che ogni suono fosse stato sradicato dall'universo. L'onda aveva
travolto K e se l'era portato via, lontano. Ero disperato, non sapevo cosa fare. Pensai di scendere sulla spiaggia, di cercare... Magari era sepolto da
qualche parte nella sabbia... Ma non feci nulla, rimasi lì sull'argine dove mi
trovavo. Sapevo per esperienza che un'onda lunga, che viene dal fondo, di
solito torna due, anche tre volte.
Non ricordo quanto tempo passò. Non molto, credo. Dieci, forse venti
secondi al massimo. Come avevo previsto, dopo quell'inquietante pausa di
silenzio, l'onda tornò. Di nuovo un boato fece tremare la terra, e quando
cessò un muro d'acqua si erse minaccioso, come prima, e avanzò fatalmente verso di me comprimendo l'aria. Questa volta però non scappai, rimasi
fermo sull'argine, a guardare stregato quel muro d'acqua che veniva all'attacco. K era scomparso, a cosa mi serviva ormai fuggire? Credo di aver
provato questo sentimento. Oppure ero soltanto paralizzato da una paura
più forte di me. Non so, non ricordo bene.
La seconda onda era grande quanto la prima. Anzi, di più Cominciò a
infrangersi lentamente, come una parete di mattoni che crolli, e stava per
precipitare sulla mia testa. Era così grossa che non sembrava nemmeno
un'onda reale, ma qualcosa di diverso, qualcosa che veniva da un mondo
alieno e aveva assunto l'aspetto di un'onda. Decisi di restare lì, ad attendere
l'attimo in cui sarei stato travolto dal buio. Non chiusi nemmeno gli occhi.
Ricordo di aver sentito nelle orecchie il battito del mio cuore. Quando fu
davanti a me, però, l'onda di colpo perse vigore e restò sospesa nell'aria. Si
fermò letteralmente, anche se solo per un attimo, proprio nel momento in
cui stava per crollarmi addosso. E nella sua frangia estrema, in quella cresta trasparente e crudele, vidi in modo distinto K.
È probabile che voi non mi crediate, signori. Credo sia inevitabile. Se
devo dire tutta la verità, ancora oggi non riesco a convincermi che una cosa
del genere sia accaduta, e infatti non me la so spiegare. Eppure non fu né
una visione né un'illusione ottica. Vi sto raccontando senza inventarmi nulla ciò che accadde quel giorno. Il corpo di K, girato su un fianco, fluttuava
nel lembo estremo dell'onda, come se fosse racchiuso in una capsula trasparente. E non è tutto. Mi sorrideva. Vedevo la sua faccia davanti a me,
tanto vicina da poterla toccare, la faccia del mio amico che era stato appena
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inghiottito dai flutti. E sono sicuro che mi sorrideva. Ma non in maniera
normale. La sua bocca era aperta in un ghigno che gli arrivava letteralmente da un orecchio all'altro. E mi fissava con due occhi di ghiaccio. Protese
la mano destra verso di me, come se volesse afferrarmi e trascinarmi con sé
nel mondo delle onde. Per un soffio però non ce la fece. Allora sorrise di
nuovo, poi fece un ghigno ancora più largo.
A quel punto persi i sensi. Quando mi svegliai, ero disteso in un letto
nell'ambulatorio di mio padre. Vedendo che aprivo gli occhi, l'infermiera
lo chiamò subito, lui si precipitò al mio capezzale. Mi prese il braccio e mi
misurò il polso, mi esaminò i globi oculari, mi pose una mano sulla fronte
per controllare la temperatura. Cercai di alzare una mano, ma non ce la feci. Mi sentivo il corpo in fiamme, la mente offuscata, non riuscivo a pensare a nulla. Per tre giorni avevo avuto la febbre molto alta. «Hai dormito tutto il tempo», mi disse mio padre. Ero stato portato a casa in braccio da un
vicino che abitava poco distante dalla spiaggia e aveva visto quanto era accaduto. «K è stato travolto da un'onda e il suo corpo non è ancora stato trovato», aggiunse mio padre. Volevo rispondere qualcosa. «Dovevo» rispondere qualcosa. La mia lingua però era gonfia e intorpidita, non riuscivo a
parlare. Avevo la sensazione che un essere vivente altro da me fosse venuto a installarsi nel mio corpo. Mio padre mi chiese come mi chiamavo.
Cercai di ricordare il mio nome, ma prima di poterlo dire persi di nuovo i
sensi e sprofondai nel buio.
In tutto rimasi a letto una settimana, venivo nutrito solo di liquidi. Vomitavo e spesso deliravo. Mio padre era seriamente preoccupato che lo
shock e la febbre alta mi avessero causato danni cerebrali permanenti. E
infatti ero in condizioni così gravi che non ci sarebbe stato nulla di strano.
Comunque fisicamente riuscii a ristabilirmi. Dopo qualche settimana potei
riprendere la vita di prima. Tornai a mangiare normalmente e ad andare a
scuola. Però non ero più lo stesso bambino, non c'è bisogno di dirlo.
Il corpo di K non venne mai restituito dai mare. E non fu mai trovato
nemmeno quello del cagnolino che era stato travolto insieme a lui. Le persone che annegano in quel tratto di costa di solito vengono trasportate dalla
corrente in una piccola baia che si trova un po' più a est, si arenano sulla
spiaggia dopo pochi giorni. Soltanto K scomparve per sempre. Probabilmente durante il tifone quelle onde altissime lo portarono al largo, troppo lontano
perché potesse arenarsi sulla costa. Forse era sprofondato negli abissi, dov'e167
ra finito in pasto ai pesci. Le ricerche del suo corpo continuarono a lungo,
grazie all'aiuto dei pescatori della zona, finché non si perse ogni speranza e
si rinunciò. In mancanza della salma, non fu possibile celebrare il funerale. I
genitori di K uscirono quasi di senno, ogni giorno vagavano senza meta lungo la spiaggia, oppure si chiudevano in casa a recitare sutra.
Eppure, benché avessero subito un colpo tanto crudele, nemmeno una
volta mi rimproverarono di aver portato K sulla spiaggia durante il tifone.
Consci del fatto che io gli volevo bene come a un fratello, che avevo avuto
per lui mille attenzioni. Anche i miei genitori non parlarono mai dell'accaduto davanti a me. Io però sapevo. Sapevo che volendo avrei potuto salvarlo. Che avrei potuto correre da lui, quel giorno, prenderlo per mano e trascinarlo con me fino a un punto dove l'onda non ci avrebbe raggiunti. Forse
avrei potuto farcela. Per un soffio, per pochi secondi, ma riandando con la
memoria a quei momenti, mi sembrava che ne avrei avuto il tempo. Purtroppo però, come ho appena raccontato, ero stato preso da una paura incontrollabile ed ero scappato via per primo, da solo, abbandonando il mio
amico. II fatto che i genitori di K non mi accusassero di nulla e che tutti
evitassero di parlare davanti a me di quanto era successo, mi faceva soffrire
ancora di più. Per molto tempo non riuscii a guarire da quel trauma spirituale. Restavo tutto il giorno disteso a guardare il soffitto, rifiutando di andare a scuola e di mangiare.
Non riuscivo a dimenticare K nella cresta dell'onda, il suo viso ghignante. La sua mano protesa verso di me come per invitarmi, le sue dita aperte,
erano sempre lì, in un angolo del mio cervello. Quando mi addormentavo,
apparivano nei miei sogni, quasi mi aspettassero al varco. Nel sogno, K
saltava fuori dalla sua capsula d'acqua, mi afferrava per il polso e mi trascinava dentro l'onda.
Avevo spesso anche un altro incubo. Era estate e stavo nuotando nel mare, in un bel pomeriggio di sole. Nuotavo tranquillamente a rana verso il largo. Il sole mi scottava la schiena, l'acqua era fresca e piacevole. Tutt'a un
tratto però qualcuno da sotto mi afferrava il piede destro. Sentivo attorno alla
caviglia la stretta di una mano fredda come il ghiaccio. Una stretta fortissima, di cui non riuscivo a liberarmi. Venivo trascinato sott'acqua. Vedevo la
faccia di K: aveva lo stesso sorriso di quella volta, un ghigno che gli fendeva
il viso da una parte all'altra, e mi guardava fisso. Cercavo di gridare. La voce
però non mi usciva. Bevevo, l'acqua mi riempiva i polmoni.
Mi svegliavo nel buio urlando, ansimando, madido di sudore.
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Alla fine dello stesso anno, dissi ai miei genitori che avrei voluto andar
via da quella città, via, in un'altra regione. Non potevo continuare a vivere
di fronte a quella spiaggia dove K era stato rapito dall'onda sotto i miei occhi, ogni notte ero tormentato da incubi terribili. Volevo andarmene da lì, il
più presto possibile. Altrimenti c'era il rischio che perdessi la ragione. Dopo avermi ascoltato seriamente, mio padre fece tutto il necessario per organizzare il mio trasferimento. In gennaio mi spostai nella regione di Nagano, dove cominciai a frequentare la scuola elementare locale. Mio padre
era originario di quella zona e i miei nonni, che abitavano in un villaggio
vicino a Komoro, accettarono di tenermi con loro. Così feci lì sia le medie
che il liceo. Non tornavo a casa nemmeno durante le vacanze, erano i miei
genitori che ogni tanto venivano a trovarmi.
Abito tuttora in quella regione. Mi sono laureato in ingegneria all'università della città di Nagano e ho trovato posto in un'azienda di macchinari
di precisione dove lavoro ancora adesso. Sono una persona come tante altre, conduco una vita del tutto normale. Non ho caratteristiche particolari,
come potete vedere. Non sono molto socievole, ma dato che mi piace la
montagna, ho qualche amico intimo con cui condivido la passione dell'alpinismo. Poco dopo aver lasciato la mia città natale, smisi di avere incubi
in ogni momento. Non posso dire però che scomparvero del tutto dalla mia
vita. A volte mi venivano a trovare, come esattori delle tasse che bussassero alla mia porta. Quando restavo troppo tempo senza pensare a quella storia, eccoli che arrivavano puntualmente E il sogno era sempre lo stesso.
Identico, fin nei minimi dettagli. Ogni volta mi svegliavo urlando. Urlando
e col pigiama intriso di sudore.
Probabilmente è per questo motivo che non mi sono sposato. Non volevo svegliare in piena notte, con le mie grida, la moglie che avrebbe dormito accanto a me. Sono stato attratto da diverse donne, ma fino a oggi non
ho mai passato una notte intera con nessuna di loro. Perché la paura mi era
entrata dentro fino al midollo, e questa era una cosa che non potevo condividere con nessuno.
In conclusione, per più di quarant'anni non sono tornato nella mia città
natale, e non mi sono avvicinato a quella spiaggia. E non solo a quella
spiaggia, ho sempre evitato di andare al mare. Perché temevo che succedesse una cosa simile a quella del sogno. Nuotare un tempo mi piaceva
moltissimo, ma da quel giorno non ho più messo piede nemmeno in una pi169
scina Mi sono tenuto alla larga da fiumi profondi e laghi. Ho fatto in modo
di non salire mai su una barca o su una nave. Non ho mai preso un aereo e
non sono mai andato all'estero. Eppure, in una zona nascosta del mio animo c'era l'immagine di me che morivo annegato da qualche parte, non riuscivo a cacciarla via Era un presagio funesto che attanagliava la mia coscienza e non la mollava, come la mano gelida di K nel sogno.
È soltanto nella primavera dell'anno scorso che sono tornato sulla
spiaggia dove è stato travolto K.
L'anno prima mio padre era morto di tumore e per dividere la proprietà,
la casa di famiglia era stata messa in vendita. Mio fratello, ripulendo il ripostiglio, aveva trovato una scatola di cartone contenente tante cose mie di
quando ero bambino, e me l'aveva mandata. Dentro c'erano soprattutto
cianfrusaglie inutili, ma nel mucchio trovai anche un rotolo di disegni che
K aveva fatto per me. Probabilmente i miei genitori me li avevano messi da
parte, pensando che costituissero un caro ricordo. Per il terrore mi sentii
soffocare, avevo l'impressione che sotto i miei occhi lo spirito di K stesse
resuscitando da quei disegni. Li avvolsi di nuovo nel foglio che li proteggeva e li rimisi nella scatola, con l'intenzione di sbarazzarmene al più presto. Invece non ci riuscii, non potevo buttarli. Esitai per diversi giorni, poi
finii di nuovo col tirarli fuori e guardarli.
Me li ricordavo bene, quegli acquarelli di K; erano quasi tutti paesaggi –
marine, angoli di città, boschi – dipinti nei colori nitidi che erano una sua
caratteristica. Era quasi strano come le tinte non fossero sbiadite: conservavano la stessa vivacità di quando li avevo visti per la prima volta. Guardandoli, provai una grande nostalgia. Erano molto più belli di quanto ricordassi, eseguiti con abilità straordinaria. In quei paesaggi potevo sentire
tutta la profondità d'animo di quel bambino che era stato K, percepire il suo
sguardo sul mondo come se fosse il mio. Mi fecero tornare in mente uno a
uno, quei disegni, tutti i luoghi in cui eravamo stati, tutte le cose che avevamo fatto insieme. Sì, quando ero bambino quello era anche il «mio»
sguardo. A quel tempo K e io, uno accanto all'altro, vedevamo il mondo
con gli stessi occhi limpidi e attenti.
Ormai ogni giorno, quando tornavo a casa dal lavoro, mi sedevo alla
scrivania e guardavo quei disegni, uno per uno. Potevo restare a contemplarli per ore. C'erano in essi i dolci i paesaggi della mia infanzia, che per
tanto tempo avevo scacciato dalla coscienza. Sentivo che qualcosa stava
quietamente insinuandosi dentro di me.
170
Un giorno – era passata forse una settimana – di punto in bianco pensai
una cosa: che magari per tutto quel tempo avevo commesso un terribile errore. Magari K, mentre era lì disteso nella cresta dell'onda, non provava
verso di me né odio né risentimento, e nemmeno cercava di trascinarmi via
con sé. Mi era sembrato che sogghignasse, ma forse era soltanto una mia
impressione, dovuta a chissà cosa. In quel momento lui non doveva più
avere né coscienza né nulla. Oppure mi aveva sorriso con affetto per l'ultima volta, per salutarmi prima che ci separassimo per sempre. L'intensa
espressione d'odio che avevo creduto di vedere sul suo viso forse era soltanto l'espressione di uno spirito tenero e puro.
Per molte ore rimasi seduto alla scrivania. Non riuscivo ad alzarmi. Il
sole tramontò e il buio cominciò a invadere la stanza. Finché non venne la
notte con il suo silenzio profondo. Dopo un tempo che mi sembrò infinito,
quando il peso delle tenebre raggiunse un'intensità quasi insopportabile, finalmente arrivò l'alba. Il sole nascente tinse di viola il cielo, gli uccelli si
svegliarono e iniziarono a cinguettare.
Fu allora che mi dissi che dovevo tornare su quella spiaggia. Subito,
senza aspettare.
Riempii una sacca con poche cose, telefonai in ufficio dicendo che mi
sarei assentato per un impegno improvviso, presi il treno e tornai alla mia
città natale.
Ormai non era più la tranquilla cittadina di mare che ricordavo. Il paesaggio aveva subito forti cambiamenti, perché durante il boom economico
degli anni Sessanta la periferia si era trasformata in una zona industriale.
Davanti alla stazione, dove un tempo c'era solo un chiosco di souvenir, ora
si susseguivano negozi di vario genere, e il solo cinema della città era diventato un grande supermercato. La mia casa non c'era più. Era stata demolita diversi mesi prima, tutto quel che ne restava era un terreno incolto. Gli
alberi del giardino erano stati tutti abbattuti, qua e là sulla terra scura crescevano soltanto ciuffi di erbacce. Anche la vecchia casa dove viveva K
era sparita, al suo posto c'era un parcheggio asfaltato con file di automobili
e furgoni. Comunque non provavo alcuna emozione, ormai quella non era
più la mia città da molto tempo.
Camminai fino alla spiaggia, salii i gradini che portavano sull'argine. Al
di là, sempre uguale, incontrastata, c'era la vasta distesa del mare. Un mare
immenso. La linea dell'orizzonte era lontanissima. Anche la spiaggia era la
stessa di un tempo: sabbia, onde che venivano a infrangersi sulla battigia,
171
gente che passeggiava lungo la riva. Erano già le quattro del pomeriggio, a
occidente il sole stava tramontando lentamente, con una solennità pensosa,
e avvolgeva il paesaggio nella morbida luce dei suoi raggi serali. Mi sedetti
sulla sabbia, posai la sacca accanto a me, e restai a guardare in silenzio il
mare. Era uno scenario così dolce e tranquillo... sembrava impossibile che
lì un tempo si fosse scatenato un tifone, e un'onda altissima avesse inghiottito il mio migliore umico. E probabilmente non restavano molte persone
che ricordassero quanto era accaduto su quella spiaggia più di quarant'anni
prima. Si poteva quasi pensare che fosse tutta una fantasia che avevo concepito io nella mia mente, in ogni dettaglio.
A un tratto mi resi conto che le tenebre profonde che avevano offuscato
il mio animo si erano dissolte. Così, all'improvviso, come quando erano arrivate. Mi alzai lentamente. Poi avanzai fino alla battigia e feci qualche
passo in mare, senza sollevare l'orlo dei pantaloni, senza nemmeno togliermi le scarpe. Mi lasciai bagnare dalle onde che arrivavano una dopo
l'altra. Le stesse onde di quando ero bambino ora mi lambivano dolcemente
i piedi, quasi cercassero di fare la pace. L'acqua tingeva di nero le mie
scarpe e i miei pantaloni. Un'onda si avvicinava pigra, si ritirava, e dopo
una lunga pausa ne giungeva un'altra. Le persone che passavano mi gettavano occhiate perplesse. A me però non importava nulla. Perché finalmente, dopo tutti quegli anni, ero approdato lì.
Alzai lo sguardo al cielo. C'erano delle piccole nuvole grigie, sembravano matassine di cotone. Davano l'impressione di stare sempre ferme nello stesso posto, perché non c'era quasi vento. Forse non mi esprimo bene,
ma era un po' come se stessero lì soltanto per me. Ricordai che quella volta, da bambino, avevo alzato gli occhi al cielo allo stesso modo, per scrutare il grande occhio del ciclone. In quel momento dentro di me l'asse del
tempo scricchiolò forte. I quarant'anni che erano trascorsi crollarono come
una casa diroccata, il passato e il presente si mescolarono nello stesso vortice. Ogni suono cessò, la luce vacillò brevemente. Poi persi l'equilibrio e
caddi nell'onda che stava arrivando. Sentivo il battito del cuore in fondo alla gola, braccia e gambe erano intorpidite Rimasi prostrato in quella posizione per molto tempo, non riuscivo ad alzarmi in piedi. Però non avevo
paura. Non c'era più nulla di cui avere paura. Era tutto passato.
Da allora non ho più fatto quei sogni terrificanti. Non mi sono più svegliato in piena notte urlando. Ho intenzione di ricominciare da capo. Cioè,
forse è un po' tardi per ripartire da zero. Forse non mi restano tutti questi
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anni da vivere. Ma non fa niente se è tardi, provo un senso di riconoscenza
perché alla fine ho potuto salvarmi, sono riuscito a riscattarmi Proprio così.
C'era anche la possibilità che finissi la mia vita senza conoscere redenzione, urlando di paura nelle tenebre.
Il settimo uomo rimase in silenzio alcuni secondi, guardando una dopo
l'altra le persone sedute intorno a lui. Nessuno fiatava, non si udiva un sospiro. Nessuno cambiò posizione. Tutti aspettavano che continuasse. Anche fuori regnava il silenzio, il vento sembrava essere cessato del tutto. Di
nuovo il settimo uomo si portò la mano al colletto della camicia, con l'aria
di cercare le parole.
– Sapete cosa penso? – proseguì dopo un po'. – Che noi esseri umani
non dobbiamo temere la paura in sé. La paura esiste, è vero. Si mostra
prendendo forme diverse, e a volte opprime la nostra vita... La cosa più
temibile, però, è voltare le spalle alla paura, chiudere gli occhi per non vederla. Perché così facendo consegniamo la cosa più preziosa che abbiamo
in noi a qualcos'altro. Nel mio caso... questo qualcosa era un'onda.
173
Nell'anno degli spaghetti
Il 1971 fu l'anno degli spaghetti. Nel 1971, cucinavo spaghetti per vivere, e vivevo per cucinare spaghetti. Il vapore che si alzava dalla pentola di
alluminio era il mio orgoglio, il sugo di pomodoro che gorgogliava nella
padella la mia speranza.
In un negozio di articoli casalinghi mi ero procurato una casseruola dove avrei potuto fare il bagno a un pastore tedesco e un timer da cucina, poi
avevo fatto il giro dei supermercati specializzati in cibi stranieri e avevo
comprato spezie e condimenti dai nomi strani. Infine in una libreria avevo
trovato un manuale sul modo di cucinare gli spaghetti, e avevo comprato
scatole di pelati a dozzine. Mi ero procuralo ogni possibile tipo di pasta, e
preparato ogni possibile tipo di salsa. Particelle finissime di origano, cipolle, olio d'oliva e altro ancora turbinavano nell'aria, e combinandosi in un
tutto armonioso si insinuavano in ogni angolo e in ogni fessura del monolocale dove abitavo. Permeavano il soffitto, il pavimento, le pareti, i vestiti,
i libri, i dischi, la racchetta da tennis, i fasci di vecchie lettere. L'odore era
quello di un antico acquedotto romano.
Questa è la storia dell'anno degli spaghetti, il 1971 d.C.
Fondamentalmente, li cucinavo da solo, e da solo li mangiavo. Poteva
capitare che qualcuno mi facesse compagnia, ma io preferivo di gran lunga
di no. All'epoca pensavo che gli spaghetti fossero un piatto da mangiare da
soli. Perché avessi questa convinzione, non ne ho idea.
Con gli spaghetti, bevevo sempre del tè. Mi preparavo anche un'insalata.
Di solito una semplice ma abbondante insalata di lattuga e cetrioli. Dopodiché apparecchiavo con cura la tavola e mangiavo senza fretta i miei spaghetti, leggendo il giornale posato accanto a me. I giorni degli spaghetti si
susseguivano dalla domenica al sabato, e quando la settimana era finita,
dalla domenica successiva iniziava un'altra serie di giorni degli spaghetti.
E ogni volta, davanti ai miei spaghetti, avevo l'impressione che da un
momento all'altro qualcuno avrebbe bussato al la porta e sarebbe entrato.
Le persone che immaginavo stessero per arrivare erano ogni volta diverse. A volte si trattava di perfetti sconosciuti, altre volte di gente nota. Pote174
va essere una ragazza dalle gambe snelle con cui ero uscito una volta sola
ai tempi del liceo, un me stesso più giovane di alcuni anni o William Holden accompagnato da Jennifer Jones.
Perché William Holden?
In realtà non si presentò mai nessuno. Tutte quelle persone si limitavano
ad aggirarsi al di là della soglia, altrettanti frammenti della mia memoria,
ma in conclusione non bussavano alla porta e finivano con l'andarsene via,
chissà dove.
Primavera, estate, autunno, inverno, continuavo a cucinare spaghetti.
Quasi fosse una sorta di rivincita. Giorno dopo giorno, in silenzio, li facevo
bollire come una donna abbandonata dal fidanzato che getta nel camino le
vecchie lettere d'amore ricevute da lui.
Davo all'ombra calpestata del tempo la forma di un pastore tedesco, la
buttavo nell'acqua che bolliva nella pentola e ci aggiungevo del sale. Poi,
in piedi davanti ai fornelli con lunghi bastoncini in mano, aspettavo senza
allontanarmi di un passo che il timer facesse sentire il suo triste tintinnio.
Gli spaghetti erano estremamente furbi. Non mi potevo permettere di
perderli di vista un istante. Da un momento all'altro erano capaci di scivolare
oltre il bordo della pentola e sparire nel buio della notte. Come la giungla
tropicale aspetta in silenzio di inghiottire nell'eternità del tempo le farfalle
colorate, così la notte attendeva col fiato sospeso l'arrivo degli spaghetti.
Spaghetti alla parmigiana
Spaghetti alla napoletana
Spaghetti alla prematura
Spaghetti al cartoccio
Spaghetti all'aglio e olio
Spaghetti alla carbonara
Spaghetti della Pina
E poi c'erano i tristi spaghetti avanzati, senza nome, infilati come capita
nel frigorifero.
Nati in mezzo al vapore, gli spaghetti scendevano come la corrente di
un fiume lungo il pendio del 1971, finché non scomparvero.
175
Ne piango la perdita.
Gli spaghetti del 1971.
Quando squillò il telefono, alle tre e venti, ero sdraiato sui tatami e guardavo il soffitto. I raggi del sole invernale formavano una pozza luminosa
esattamente nel punto dove mi trovavo io. Da diverse ore giacevo lì come
una farfalla morta, la mente vuota, nella luce di quel dicembre del 1971.
Sulle prime, non capii che era il telefono. Sembrava piuttosto il frammento di un ricordo rimosso che si fosse intrufolato esitante fra le pieghe
del tempo. Dopo diversi squilli, finalmente cominciai a riconoscerlo, finché non divenne il suono del telefono al cento per cento. Il suono del telefono al cento per cento in una dimensione al cento per cento reale. Sempre
sdraiato, protesi una mano e sollevai la cornetta.
Dall'altra parte del filo c'era una ragazza, una ragazza che mi faceva
un'impressione talmente vaga che poteva evaporare da un momento
all'altro, anche in piena giornata. Una volta era stata fidanzata con uno
che conoscevo. Quel tale e quella ragazza evanescente per qualche ragione si erano messi insieme, e per qualche ragione si erano poi separati. Se si erano incontrati, quei due, era anche grazie a me – benché non
l'avessi fatto intenzionalmente.
– Scusa se ti disturbo, – mi disse, – ma potresti dirmi dove si trova
lui adesso?
Seguii con gli occhi il filo del telefono. Era collegato, non c'era dubbio.
Detti una risposta molto vaga. Nella voce di lei sentivo una certa angoscia,
e possibilmente volevo evitare quel genere di grane.
– Nessuno me lo vuole dire, – proseguì la ragazza in tono gelido. – Tutti
fanno finta di non saperlo. Per me però è una cosa importante. Per favore,
dimmi dov'è. Giuro che non ti procurerò alcun fastidio. Dove si trova, adesso?
– Ma non lo so, davvero! È un sacco di tempo che non lo sento, – dissi,
con una voce che non mi sembrava nemmeno la mia. Perché era vero che
non lo vedevo da anni, però conoscevo sia il suo indirizzo che il numero di
telefono. Quando mento, non riesco a parlare col mio solito tono di voce.
Lei stette zitta.
La cornetta del telefono era diventata fredda come il ghiaccio. Poi ogni
cosa intorno a me si trasformò in un pezzo di ghiaccio. Come in un libro di
fantascienza di J. G. Ballard.
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– Non lo so, veramente, – dissi di nuovo. – Se n'è andato tanto tempo fa,
senza avvisare nessuno.
Dall'altra parte del filo lei rise.
– Vuoi scherzare? Non è mica tanto furbo. A me lo vieni a dire? A parte
lamentarsi di tutto, non sa fare nulla.
Aveva perfettamente ragione. Non era un uomo molto furbo.
Non per questo però avevo il diritto di rivelare dove abitava. Se avesse
saputo che la soffiata era venuta da me, questa volta a telefonarmi sarebbe
stato lui. Non avevo alcuna intenzione di lasciarmi coinvolgere in un pasticcio, no grazie. Un giorno ero andato nel giardino sul retro, avevo scavato una buca profonda, ci avevo buttato dentro tutto quanto e l'avevo ricoperto di terra. E ora nessuno poteva mettersi a scavare e tirare di nuovo
fuori ogni cosa.
– Mi spiace, ma...
– Senti, lo so che non mi puoi sopportare, – disse la ragazza di punto in
bianco.
Cosa potevo risponderle? In realtà non avevo per lei una particolare antipatia. Il fatto è che non l'avevo mai trovata interessante. E le persone poco interessanti non mi sono nemmeno antipatiche.
– Mi spiace, – ripetei, – ma adesso ho la pasta sul fuoco.
– Cosa?
– Ho messo a bollire degli spaghetti, – inventai. Chissà perché mi venne
in mente quel pretesto. Però era una bugia che si adattava perfettamente al
mio stato d'animo. In quel momento non mentivo del tutto.
Riempii d'acqua immaginaria la pentola, con un fiammifero immaginario accesi il fornello.
– E allora? – chiese lei.
Misi del sale immaginario nell'acqua bollente, vi gettai dentro una manciata di spaghetti immaginari e regolai il timer a dodici minuti.
– Allora non posso lasciarli sul fuoco, se no scuociono.
La ragazza non rispose.
– Scusami, ma la cottura della pasta è una cosa delicata.
Ancora silenzio dall'altra parte del filo. Nella mia mano la temperatura
della cornetta tornò sotto lo zero.
177
– Però puoi richiamarmi più tardi, se vuoi, – mi affrettai ad aggiungere.
– Perché hai gli spaghetti sul fuoco? – chiese lei.
– Sì. Appunto.
– E li stai preparando per qualcuno, o hai intenzione di mangiarli da solo?
– Li mangio da solo.
La ragazza trattenne il fiato per lunghi secondi, poi fece un profondo respiro.
– Probabilmente non sei in grado di capire, ma io sono davvero nei guai,
– riprese. – Non so dove sbattere la testa.
– Sono desolato di non poterti essere di aiuto.
– C'è anche il problema dei soldi. – Ah.
– Vorrei che me li restituisse. Gli ho prestato una bella somma. Non
avrei mai dovuto farlo. Però non potevo nemmeno rifiutare.
Rimasi zitto un momento a pensare ai miei spaghetti.
– Scusami, ma...
– Ma devi occuparti dei tuoi spaghetti, vero?
– Già.
Lei fece una debole risata.
– Arrivederci, – disse. – Salutami gli spaghetti. E buon appetito.
– Arrivederci, – risposi.
Quando riattaccai, la pozza di luce sul pavimento si era spostata di qualche centimetro. Di nuovo mi ci sdraiai sopra, e mi misi a guardare il soffitto.
Pensare a degli spaghetti che bollono in eterno, ma non sono mai cotti, è
molto triste.
Forse quella volta avrei dovuto dirle la verità, adesso me ne pento un
po'. Tanto lui era un uomo da poco. Si credeva un artista, ma dentro era
vuoto, sapeva solo parlare. Comunque nessuno lo prendeva sul serio. Inoltre era probabile che lei avesse davvero bisogno di soldi. E poi, se uno si fa
prestare del denaro, lo deve restituire, a qualunque costo.
Ogni tanto mi chiedo che fine abbia poi fatto quella ragazza, di solito
questo pensiero mi viene quando sto mangiando gli spaghetti. Chissà se
dopo aver messo giù è sparita anche lei nelle ombre delle quattro e mezza
del pomeriggio? In questo caso, la responsabilità in parte è anche mia. Però
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vorrei che capiste una cosa. All'epoca non avevo voglia di avere rapporti di
alcun tipo con nessuno. Per questo continuavo a prepararmi spaghetti da
solo. In quella pentola dove avrebbe potuto entrare un pastore tedesco.
Farina di grano duro.
Grano dorato, cresciuto nei campi d'Italia.
Chissà come sarebbero stupiti gli italiani, se sapessero che ciò che
esportavano nel 1971 era la solitudine...
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Tony Takitani
Si chiamava proprio così: Tony Takitani.
A causa del nome – ufficialmente Takitani Tony, va da sé –, dei tratti
scolpiti del viso e dei capelli ondulati, da piccolo veniva spesso preso per
un meticcio. Questo succedeva nel periodo postbellico, quando c'erano
molti bambini nelle cui vene scorreva il sangue di qualche militare dell'esercito americano. In realtà entrambi i genitori erano giapponesi doc. Il padre, che si chiamava Takitani Shōzaburō, negli anni Trenta era stato un
trombettista jazz piuttosto noto, ma quattro anni prima che scoppiasse la
Seconda guerra mondiale aveva dovuto lasciare Tōkyō a causa di grane riguardanti una donna. E visto che gli era giocoforza andarsene, tanto valeva
passare in Cina con il solo trombone come bagaglio. A quei tempi, partendo da Nagasaki, in un giorno di navigazione si arrivava a Shangai. Shōzaburō non possedeva nulla che gli dispiacesse lasciare, né a Tōkyō né in tutto il Giappone. Di conseguenza non aveva rimpianti. Inoltre gli pareva che
in quel periodo Shangai, con il suo glamour, si addicesse meglio alla sua
personalità. Aveva subito adorato quella città, da quando aveva visto le sue
strade eleganti dal ponte della nave che risaliva il Fiume Azzurro nella luce
abbagliante del mattino. Aveva ventun anni, e quella luce sembrava promettergli qualcosa, qualcosa di radioso.
Così aveva attraversato tutto il terribile periodo bellico dall'invasione
della Cina, all'attacco di Pearl Harbor fino allo scoppio delle due bombe
atomiche – suonando allegramente il trombone nei night-club di Shangai.
La guerra era passata in pratica senza toccarlo. Il fatto è che Takitani
Shōzaburō, per quel che riguardava le vicende storiche, era un uomo privo
del minimo interesse o discernimento. Per essere felice gli bastava suonare
il suo trombone, mangiare i suoi tre pasti al giorno ed essere circondato di
donne. Era al tempo stesso arrogante e modesto. Fondamentalmente di un
egoismo assoluto, di solito con la gente che gli stava intorno si mostrava
gentile e affabile. Col risultato che riusciva simpatico a tutti. Giovane, di
bella presenza, e in più musicista dotato, dovunque andasse si faceva notare come un corvo sulla neve. Era andato a letto con un numero incredibile
di donne: giapponesi, cinesi e russe bianche, prostitute e signore sposate,
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belle e meno belle... le cambiava una dopo l'altra, come gli venivano sotto
mano. Il suo trombone dolcissimo e il suo grosso pene battagliero avevano
fatto di lui a Shangai, in quei giorni, un personaggio di spicco.
Inoltre era dotato – magari senza rendersene conto – di un talento particolare per farsi amicizie utili. Era in ottimi rapporti con alti ufficiali dell'esercito, ricchi cinesi e ogni sorta di persone influenti, capaci di trarre profitti immensi dalla guerra con mezzi ambigui. La maggior parte di costoro
portava una pistola sotto la giacca, e non usciva mai da una casa senza
prima aver controllato la strada da un lato e dall'altro; eppure per qualche
ragione questa gente si intendeva a meraviglia con Takitani Shōzaburō. E
si occupava di lui. In caso di necessità, lo tirava fuori dai guai. Per Shōzaburō all'epoca la vita era davvero facile.
Succede a volte però che il talento di farsi amici influenti abbia risvolti
negativi. Terminata la guerra, le sue relazioni con individui sospetti attirarono su di lui l'attenzione dei militari cinesi, che lo sbatterono in galera per
molto tempo I suoi compagni di prigionia venivano giustiziati uno dopo
l'altro senza un vero processo. Un giorno le guardie li trascinavano nel cortile, senza alcun preavviso, e facevano saltar loro le cervella con una pistola automatica. Le esecuzioni avevano luogo sempre alle due del pomeriggio. Il sibilo compresso dello sparo risuonava nel cortile della prigione.
Nella sua vita, Takitani Shōzaburō non si era mai trovato in una situazione tanto pericolosa. In quel luogo, tra la vita e la morte c'era letteralmente la differenza di un capello Lui stesso era convinto che sarebbe crepato lì dentro. La morte tuttavia non gli faceva paura. Gli avrebbero sparato un colpo in testa, e tutto sarebbe finito. Avrebbe sofferto solo un breve
istante. «Fino a ora sono vissuto come mi è piaciuto, – si diceva, – e ho
avuto un'infinità di donne. Ho mangiato ogni genere di squisitezze e fatto
esperienze bellissime. Nei riguardi della vita, non ho particolari rimpianti.
Se mi ammazzano qui in pochi secondi, non posso certo lamentarmi. Le
cose sono andate così. Non si può pretendere troppo. In questa guerra sono
morti milioni di giapponesi. Un sacco di gente è crepata in modo ben peggiore». Rassegnato al suo destino, Shōzaburō passava il tempo in cella fischiettando tranquillo. Giorno dopo giorno, guardava passare le nuvole al
di là delle sbarre della piccola finestra e dipingeva mentalmente l'immagine
delle donne con cui aveva fatto l'amore – il loro viso, il loro corpo – sui
muri macchiati della cella.
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Destino volle però che Takitani Shōzaburō fosse uno dei due giapponesi
che uscirono vivi da quella prigione e tornarono sani e salvi in Giappone.
Nel frattempo l'altro sopravvissuto, un alto ufficiale, era quasi uscito di
senno. In piedi sul ponte della nave che lo riportava indietro, Shōzaburō
guardava le strade di Shangai allontanarsi e rimpicciolirsi sempre più, come se rivedesse al contrario il filmato del suo arrivo, e intanto pensava che
la vita era qualcosa di incomprensibile.
Era la primavera del '46 quando arrivò in Giappone, dimagrito, con i soli vestiti che portava addosso. A Tōkyō, trovò la sua casa natale distrutta,
era andata bruciata nel grande attacco aereo che aveva avuto luogo nove
mesi prima. Sotto le bombe erano morti anche i suoi genitori. Il suo unico
fratello era dato per disperso sul fronte di battaglia birmano. Insomma, della famiglia restava soltanto lui, completamente solo. La cosa però non lo
rattristava, deprimeva o sconvolgeva più di tanto. È ovvio che provava un
gran senso di perdita. Ma pensava che gli essere umani, nel corso della vita, chi più chi meno, conoscono tutti situazioni del genere. Che qualunque
strada seguano, prima o poi finiscono col ritrovarsi soli. All'epoca aveva
trent'anni. Non era un'età in cui potesse prendersela con qualcuno per la
sorte che gli era toccata. Aveva l'impressione di essere invecchiato all'improvviso di molti anni, questo sì. Ma a parte ciò, non provava altre emozioni.
Così Takitani Shōzaburō bene o male era sopravvissuto, e dal momento
che faceva ancora parte di questo mondo, doveva inventarsi qualcosa per
tirare avanti.
Poiché non sapeva fare altri lavori, andò a cercare alcune vecchie conoscenze e riuscì a mettere insieme un piccolo gruppo con il quale iniziò a
suonare nelle basi dell'esercito americano. Grazie al suo talento innato per
le relazioni umane, fece amicizia con un maggiore appassionato di musica
jazz. Il maggiore, un uomo di origine italiana nato nel New Jersey, se la
cavava piuttosto bene al clarinetto, e dal momento che per servizio era in
contatto con l'ufficio rifornimenti, riusciva a far venire dall'America tutti i
dischi che voleva. Nei momenti liberi i due uomini suonavano insieme.
Nell'alloggio del maggiore bevevano birra, ascoltavano le allegre esecuzioni di Bobby Hackett, Jack Teagarden o Benny Goodman e si divertivano a imitarne i fraseggi. Il maggiore procurava al suo amico cibo, latte, alcol e altri prodotti all'epoca quasi introvabili. Dopo tutto le cose non gli
andavano male, pensava tra sé Shōzaburō.
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Nel '47 si sposò. La moglie era una lontana cugina da parte di madre.
Un giorno si erano imbattuti l'uno nell'altra per strada ed erano entrati in un
caffè, dove si erano scambiati informazioni sui parenti e avevano parlato
dei vecchi tempi. Da allora si erano visti spesso e avevano finito per andare
a vivere insieme – probabilmente a causa di una gravidanza di lei.
Perlomeno questo è ciò che Shōzaburō raccontò in seguito al figlio.
Quanto avesse amato la moglie, Tony lo ignorava. Sapeva solo quello che
gli aveva detto il padre: che era una bella ragazza dal carattere tranquillo,
ma non molto robusta.
Dunque i due si sposarono, e un anno dopo nacque un bambino. Trascorsi tre giorni dalla nascita del figlio, la madre morì. In poche ore, e subito dopo venne cremata. Una morte estremamente quieta. Se n'era andata
così, era svanita, senza complicazioni e senza sofferenza. Come se qualcuno fosse passato zitto zitto sul retro e avesse spento l'interruttore.
Takitani Shōzaburō non capiva che genere di sentimento dovesse provare al riguardo. Era del tutto estraneo a quel tipo di emozioni. Cosa significava morire? Era un concetto che non riusciva ad afferrare bene. Quanto
alle conseguenze che quella morte avrebbe comportato per lui, non sapeva
immaginare o decidere nulla. Poteva soltanto accettarla come un dato di
fatto. Il risultato era la sensazione che qualcosa di piatto e rotondo gli si
fosse insediato nel petto. Ma che genere di cosa fosse, perché si trovasse lì,
non lo comprendeva. Semplicemente era dentro di lui, sempre, e fatta questa considerazione, smise di lambiccarsi il cervello. Passò una settimana
intera senza pensare a nulla. Dimenticando perfino il neonato che aveva lasciato in ospedale.
Il maggiore gli fu molto vicino e cercò in ogni modo di consolarlo. Ogni
sera andava a bere qualcosa con lui al bar della base americana. – Devi tirarti su, chiaro? – lo esortava. – Quel che è successo è successo, ora devi
pensare a tuo figlio, fare per lui tutto ciò che è necessario –. Shōzaburō si
limitava ad annuire in silenzio, senza capire una parola di quanto gli raccomandava il suo amico. Però sapeva che parlava per affetto.
Un giorno, quasi gli fosse venuto in mente all'improvviso, il maggiore
gli propose: – Senti, cosa ne diresti se gli mettessi nome io, al bambino? –
Shōzaburō infatti non aveva ancora pensato a come chiamare suo figlio. Al
maggiore sarebbe piaciuto dargli il proprio nome, Tony, senza soffermarsi
un istante a considerare che non era molto indicato per un giapponese.
Shōzaburō, da parte sua, quando tornò a casa scrisse Takitani Tony su un
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foglio, lo attaccò a una parete e per diversi giorni se lo guardò e riguardò.
Takitani Tony. «Niente male, – si diceva. – Qui gli americani resteranno al
comando per un bel po' di tempo, e può darsi che a mio figlio torni utile
avere un nome americano».
Invece, per il bambino cui era stato affibbiato quel nome, la vita non fu
un letto di rose. A scuola lo prendevano in giro pensando che fosse un
mezzosangue, la gente quando sentiva come si chiamava assumeva un'aria
meravigliata, a volte anche sconcertata. Molti pensavano che fosse uno
scherzo di cattivo gusto, e qualcuno si arrabbiava pure. Altri, solo a trovarsi davanti a un bambino che aveva un nome così, sentivano riaprirsi vecchie ferite.
Il risultato fu che Tony Takitani divenne un ragazzo chiuso e introverso.
Non aveva veri amici, eppure non ne soffriva. Per lui stare solo era una cosa
naturale e, a dirla tutta, nella sua vita la solitudine era una sorta di presupposto. Da quando aveva memoria, ricordava suo padre sempre in tournée con il
gruppo. Nella prima infanzia venne accudito da una domestica, ma fin dalle
elementari fu in grado di badare a se stesso: si preparava da mangiare, chiudeva le imposte quando calava la sera, andava a dormire... tutto da solo La
cosa non lo rattristava: non voleva avere accanto qualcuno che lo seccava
con continui consigli, preferiva mille volte fare da sé. Quanto al padre, per
qualche ragione dopo la morte della moglie non si risposò. Continuava ad
avere molte ragazze, le cambiava in continuazione, ma non ne portò mai
nessuna a casa. Anche lui, come il figlio, probabilmente si era abituato a stare solo. La relazione tra padre e figlio non era distaccata come si sarebbe potuto pensare dal loro stile di vita. Tuttavia, essendo entrambi in egual misura
profondamente solitari, nessuno dei due prese mai l'iniziativa di aprire il
cuore all'altro. Nessuno dei due ne sentì mai il bisogno. Shōzaburō non era
adatto a fare il padre, Tony non era adatto a fare il figlio.
A Tony Takitani piaceva il disegno, ogni giorno si chiudeva in stanza
per dedicarsi alla sua passione. Amava soprattutto disegnare macchinari.
Temperava bene le matite e riproduceva con precisione in ogni dettaglio
biciclette, radio, motori... era bravissimo. Se raffigurava un fiore, ne tratteggiava con cura ogni foglia, ogni nervatura. Questo era l'unico modo in
cui riuscisse a procedere, non ascoltava consigli da nessuno. A scuola
prendeva ottimi voti in arte, benché non fosse molto bravo nelle altre materie. Se partecipava a un concorso, vinceva sempre il primo premio.
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Di conseguenza, terminato il liceo, si iscrisse all'Accademia di belle arti
– l'anno in cui entrò all'università, andò a vivere per conto suo, decisione
che per tacita intesa sia lui che il padre trovavano naturale –, e in seguito,
com'era nell'ordine naturale delle cose, divenne un illustratore. In fondo,
non aveva bisogno di prendere in considerazione altre possibilità. Mentre
gli altri ragazzi conoscevano angosce e sofferenze, e avanzavano a tastoni,
Tony continuava spensierato a disegnare in silenzio macchinari con estrema precisione. Era un'epoca in cui i giovani si ribellavano con ardore e violenza contro il sistema e il potere istituito, e intorno a lui non c'era quasi
nessuno che attribuisse qualche valore ai suoi disegni che riproducevano
fedelmente la realtà. I professori dell'Accademia guardandoli sorridevano
con ironia, gli altri allievi li disprezzavano per la loro prosaicità. Tony Takitani, da parte sua, non capiva proprio cosa ci fosse di buono nelle opere
«idealistiche» dei compagni. Ai suoi occhi erano soltanto immature, brutte
e imprecise.
Una volta laureato, la sua situazione cambiò dalla notte al giorno. Grazie all'utilità pratica del suo talento, Tony trovò lavoro in un battibaleno.
Perché non c'era nessuno in grado di disegnare un edificio o una macchina
con la sua stessa precisione. «I suoi disegni sono più realistici della realtà,
– dicevano tutti all'unisono, – più somiglianti di una fotografia, più chiari e
comprensibili di qualunque spiegazione».
In men che non si dica Tony divenne l'illustratore più richiesto. E lui
accettava tutto, dalle copertine di riviste automobilistiche alle pubblicità.
Lavorare gli piaceva, e gli faceva guadagnare dei bei soldoni.
Nel frattempo, Shōzaburō suonava il trombone. Le mode cambiavano,
dal modern jazz si era passati al free jazz poi al jazz elettronico, ma lui restava fedele al suo vecchio stile. Non si poteva dire che fosse un musicista
di primo piano, però il suo nome attirava ancora il pubblico e gli ingaggi
non mancavano. Mangiava bene e aveva donne. In termini di soddisfazione, la sua vita si poteva considerare un successo.
Tony invece passava tutto il tempo libero a lavorare, e dato che non
aveva degli hobby dispendiosi, all'età di trentacinque anni aveva messo da
parte una discreta fortuna. Su consiglio di alcune persone comprò una casa
spaziosa a Setagaya, e riuscì anche ad acquistare un certo numero di appartamenti da dare in affitto. Un contabile si occupava della gestione.
Negli anni ebbe alcune relazioni sentimentali. Di breve durata quando
era molto giovane, in seguito gli successe anche di convivere con una don185
na per qualche tempo. Tutta via non pensava a sposarsi. Non sentiva il bisogno di farlo se la cavava benone in tutti i lavori di casa – cucinare, lavare, fare pulizie – e quando era troppo occupato chiamava una domestica ad
aiutarlo. Non desiderava avere figli. E non aveva amici intimi con cui consigliarsi o a cui confidare i suoi sentimenti. Non aveva nemmeno qualcuno
con cui andare al bar a bere qualcosa. Eppure non si può certo dire che fosse una persona eccentrica. Non possedeva il fascino del padre, ma era in
grado di avere rapporti mediamente cordiali con le persone intorno a lui.
Non era né presuntuoso né arrogante Non si vantava e non parlava male
degli altri. Preferiva ascoltare che raccontare di sé. Di conseguenza molte
persone lo trovavano simpatico. Eppure non riusciva assolutamente a stringere con qualcuno rapporti che andassero oltre il livello dello scambio superficiale. Col padre si vedeva una volta ogni due o tre anni, sempre per
qualche motivo pratico. E una volta concluso quello che avevano da fare,
non sapevano più cosa dirsi. La vita di Tony Takitani scorreva così, monotona e tranquilla. «Probabilmente non mi sposerò mai», pensava.
Eppure un giorno, senza alcun preavviso, si innamorò. Fu un evento
davvero irrazionale e inaspettato. Lei lavorava part time per una casa editrice ed era venuta nel suo studio di design a prendere un'illustrazione.
Aveva ventidue anni. Per tutto il tempo trascorso nello studio, mantenne
sempre un sorriso tranquillo sulle labbra. I suoi lineamenti erano gradevoli,
ma a essere obiettivi, non si poteva certo definire una bellezza. Però aveva
qualcosa capace di provocare in Tony un forte scossone al cuore. Appena
la vide si sentì opprimere il petto, non riusciva più a respirare. Cosa c'era in
quella ragazza che lo aveva colpito con tanta forza? Non sapeva dirlo
nemmeno lui. E anche se l'avesse capito, non sarebbe riuscito a tradurlo in
parole.
Subito dopo la sua attenzione fu attratta dal modo in cui la ragazza vestiva. Non era certo il tipo d'uomo da interessarsi alla moda o da badare a
cosa avesse addosso una donna, ma lei sembrava così incredibilmente disinvolta nei propri abiti, che Tony non poté fare a meno di ammirarla. Non
è esagerato dire che ne fu commosso. C'erano tante ragazze che sapevano
vestirsi, e tante che lo facevano allo scopo di stupire. Lei però era diversa,
portava le cose con una naturalezza e una grazia particolari, come un uccello che prenda il vento per volare verso un altro mondo. Non aveva mai visto una donna che indossasse gli abiti con tanto piacere. Quanto ai vestiti,
su di lei sembravano prendere vita.
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Dopo che la ragazza ebbe preso l'illustrazione e se ne fu andata ringraziando, Tony per un po' non riuscì a dire una parola. Si fece sera e nello
studio poco a poco calò l'oscurità, ma lui restò seduto dietro la scrivania
senza fare nulla, la mente altrove.
Il giorno dopo chiamò la casa editrice e inventò un pretesto per far tornare la ragazza; disse che doveva assolutamente parlarle. Creò apposta un
problema che risolse alla svelta con lei, dopodiché la invitò a pranzo. Mangiando, i due parlarono di tante cose. Nonostante fra loro ci fossero quindici anni di differenza, riuscivano a intendersi a meraviglia. Su qualunque
argomento si scoprivano pienamente d'accordo, Era la prima volta che sperimentavano una cosa del genere. All'inizio lei era un po' tesa, ma aveva
finito col rilassarsi, e alla fine parlava e rideva spensierata.
– Sai, hai un modo fantastico di portare gli abiti, – le disse Tony al momento di separarsi.
– È che mi piacciono, – rispose lei sorridendo imbarazzata. – Al punto
che il mio stipendio se ne va quasi tutto in roba da mettermi addosso.
Da quel giorno uscirono diverse volte insieme. Non che andassero chissà dove, a loro bastava sedersi a chiacchierare in un posto tranquillo. Parlavano di se stessi, del proprio lavoro, del loro modo di sentire e di pensare
riguardo a tante cose. Potevano andare avanti per ore. Sembrava quasi che
l'uno venisse a colmare una mancanza dell'altra, e viceversa. La quinta volta che si incontrarono, lui le propose di sposarlo. Lei però aveva un fidanzato, dai tempi del liceo. Solo che col passare degli anni la loro relazione si
era deteriorata e adesso, ogni volta che si vedevano, finivano col litigare
per le cose più futili. Se doveva essere sincera, quando stava con il suo ragazzo non si sentiva nemmeno lontanamente rilassata e contenta come
quando stava con Tony, ma non poteva lasciarlo così su due piedi. Bisognava capirla. E poi c'erano quei quindici anni che la separavano da Tony.
Lei era ancora giovane, aveva poca esperienza di vita. Non riusciva a immaginare cosa avrebbe significato in futuro quella differenza d'età. Voleva
un po' di tempo per pensarci, disse la ragazza.
Mentre lei ci pensava, Tony passava giorni d'inferno. Trascurava il lavoro e ogni giorno beveva parecchio. Tutt'a un tratto sentiva il peso angosciante della solitudine. Arrivò a considerarla una prigione. Semplicemente
fino ad allora non se n'era accorto. Guardava con occhi disperati lo spesso
muro di freddezza che lo circondava. «Se lei non vuole sposarmi, – si diceva, – è probabile che morirò».
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Le chiese di vederla e le spiegò senza giri di parole ciò che provava.
Quanto la sua vita fosse stata solitaria fino ad allora, quante cose si fosse
lasciato sfuggire. E se finalmente adesso se ne rendeva conto, era grazie a
lei.
La ragazza era intelligente. Cominciò a sentirsi attratta da Tony. Fin
dall'inizio aveva provato simpatia per lui, una simpatia che poco per volta
stava diventando qualcosa di più Doveva chiamarlo amore? Non lo sapeva.
Però sentiva che in quell'uomo c'era qualcosa di bellissimo. E si disse che
unendosi a una persona così, sarebbe stata felice. Così i due si sposarono.
Il matrimonio con quella ragazza mise fine alla solitudine di Tony Takitani. Al mattino, quando si svegliava, per prima cosa la cercava con gli occhi. Vedendola dormire accanto a sé, respirava sollevato. Se invece lei si
era già alzata, si metteva in ansia e cominciava a cercarla per tutta la casa.
Vivere con un'altra persona era per lui una situazione nuova. Proprio perché non era più solo, veniva colto dal terrore di tornare a esserlo, non
avrebbe potuto sopportarlo. Ogni tanto, quando pensava a quella possibilità, per la paura gli venivano i sudori freddi. Quella condizione durò circa
tre mesi. Poi poco a poco, man mano che si abituava alla vita matrimoniale
e si convinceva che non era probabile che la moglie sparisse da un momento all'altro, finì col tranquillizzarsi. E quando finalmente si tranquillizzò,
conobbe un'immensa felicità.
Una volta andarono insieme ad ascoltare Shōzaburō e la sua banda. Lei
voleva sapere quale tipo di musica suonasse il suocero.
– Pensi che a tuo padre dispiaccia, se andiamo a sentirlo? – chiese al
marito.
– No, non credo, – rispose lui. Così andarono al club di Ginza dove Takitani Shōzaburō suonava. Da quando era bambino, era la prima volta che
Tony riascoltava suo padre. La musica era quella di un tempo, tale e quale.
Tutti brani che da piccolo aveva sentito e risentito nei dischi. Il trombone
di Shōzaburō era vellutato, sicuro, dolcissimo. Certo, forse non era arte.
Ma era musica creata dalle mani di un bravo professionista che sapeva
mettere di buon umore il suo pubblico. Tony rimase ad ascoltarlo, bevendo
più di quanto fosse solito fare.
Tuttavia, mentre si lasciava cullare in silenzio dalla musica, qualcosa in
quelle note cominciò a procurargli un senso di disagio, rendendogli difficile il respiro, come se della polvere andasse a infiltrarsi quietamente, ma
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con regolarità, in un tubo sottile. Aveva l'impressione che la musica avesse
una qualità un po' diversa rispetto al passato. Certo era trascorso tanto tempo, e lui l'aveva ascoltata con l'orecchio di un bambino. Eppure sentiva una
differenza. Una differenza minima, ma essenziale. La percepiva in modo
estremamente chiaro. Avrebbe voluto salire sul palco, afferrare suo padre
per un braccio e chiedergli: «Papà, ma cosa diavolo stai suonando?» Però
non lo fece. Tanto per cominciare, non sapeva spiegarsi cosa provasse.
Rimase in silenzio a bere il suo whisky con acqua e ghiaccio, ad ascoltare
fino alla fine il padre sul palco. Poi insieme alla moglie applaudì e se ne
tornò a casa.
Nulla gettava ombra sulla vita matrimoniale della coppia. Lui continuava a lavorare con successo, non litigavano mai. Andavano spesso a passeggio e al cinema, facevano viaggi. Per essere così giovane, lei era una casalinga efficiente e sapeva essere equilibrata in tutto. Nei lavori di casa era
brava e veloce, non dava al marito preoccupazioni inutili. C'era però una
cosa, una sola, che inquietava Tony. Il fatto che lei comprasse troppi abiti.
Appena posava gli occhi su un capo di vestiario, non è esagerato dire che
perdeva il controllo di sé. Di colpo il suo viso cambiava colore, persino la
sua voce non sembrava più la stessa. Al punto che le prime volte Tony
aveva temuto si sentisse male. Già prima di sposarsi aveva notato in lei
quella tendenza, ma solo a partire dal viaggio di nozze in Europa la cosa
gli era parsa grave. La moglie aveva comprato un numero incredibile di
vestiti. A Milano e a Parigi aveva girato come una pazza per le boutique,
dal mattino alla sera. Non visitarono nulla. Non videro né il Duomo né il
Louvre. Di quel viaggio, Tony ricordava soltanto i negozi di abbigliamento: Valentino, Missoni, Saint Laurent, Givenchy, Ferragamo, Armani, Cerruti, Gianfranco Ferré... Lo sguardo stregato, la moglie era passata da una
boutique all'altra comprando, comprando, mentre lui la seguiva e pagava.
Al punto che aveva temuto che le cifre impresse sulla carta di credito si
consumassero.
Di ritorno in Giappone, quella febbre non si era calmata. Sua moglie
continuava a comprare vestiti ogni giorno, il loro numero aumentava vertiginosamente. Cosa che lo obbligò a ordinare alcuni grandi armadi. Dovette
anche farsi costruire una scarpiera speciale. Ciononostante, ben presto dovette trasformare una stanza intera in guardaroba. Per fortuna la casa era
grande e di stanze ce n'erano tante. Né aveva problemi di soldi. E poi la
moglie portava quegli abiti con tanta eleganza, e ad ogni nuovo acquisto
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sembrava così felice… Per questi motivi Tony non protestava. «Pazienza,
fa lo stesso, – si diceva, – a questo mondo nessuno è perfetto».
Quando i vestiti di lei riempirono una stanza intera, tuttavia, cominciò a
provare un po' di apprensione. Una volta, in assenza di sua moglie, provò a
contarli. Secondo i suoi calcoli, anche cambiandosi due volte al giorno, per
metterli tutti le ci sarebbero voluti due anni. Comunque la si girasse, erano
veramente troppi. Non capiva che bisogno ci fosse di comprarne tanti, uno
dopo l'altro. Era così occupata a girare per negozi, che non aveva nemmeno
il tempo di indossarli. Cominciò a chiedersi se non si potesse parlare di una
forma di nevrosi. In tal caso, a un certo punto bisognava fermarla.
Un giorno – avevano appena finito di cenare –, di punto in bianco Tony
portò il discorso sull'argomento.
– Non sarebbe meglio che comprassi meno vestiti? – chiese alla moglie.
– Non ne faccio assolutamente un problema di soldi. Se sono cose di cui
hai bisogno, benissimo. Sono il primo a essere felice di vederti bella. Ma
hai davvero bisogno di una tale quantità di capi firmati?
Lei abbassò lo sguardo e per qualche secondo rifletté.
– Hai ragione, – disse poi, – tanta roba non è necessaria, questo lo so
anch'io. Ma non posso farci niente. Quando vedo dei bei vestiti, non resisto, li devo comprare. Il problema non è se siano necessari o meno, se siano troppi o no. Il fatto è che non riesco a controllarmi, è più forte di me.
Comunque cercherò di curarmi, – aggiunse, quasi parlasse di una tossicodipendenza. – Altrimenti la casa intera finirà col riempirsi di abiti.
Per una settimana evitò di recarsi nelle boutique, rimase chiusa in casa.
Furono giorni di sofferenza, per lei. Aveva l'impressione di camminare su
un pianeta dove l'aria era troppo rarefatta. Ogni giorno andava nella stanza
dei vestiti e passava il tempo a prenderli e guardarli, uno per uno. Li carezzava, li annusava, poi li indossava e si guardava allo specchio. Non si stancava mai di ammirarli. E più li guardava, più le veniva voglia di comprarne
altri. E a quel punto sentiva di non poter resistere.
Semplicemente non ce la faceva.
Però amava moltissimo il marito, e lo rispettava. E sapeva che lui aveva
ragione. Tanti abiti non le erano necessari, considerato che aveva un corpo
solo. Telefonò alla boutique dove si serviva più spesso e chiese alla gerente
se poteva restituire il cappotto e il vestito che aveva comprato dieci giorni
prima e che non aveva ancora indossato. La donna le disse che non c'erano
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problemi, se li avesse portati indietro li avrebbe ripresi. Faceva volentieri
quel favore a una delle sue migliori clienti. Allora lei mise nella macchina
il cappotto e il vestito e guidò fino ad Aoyama. Restituì i due capi alla boutique e si fece cancellare l'addebito dalla carta. Ringraziò, uscì dal negozio
e tornò alla macchina più in fretta possibile, cercando di non guardarsi intorno. Prese subito la strada di casa. Aver restituito quei vestiti la faceva
sentire più leggera. «Non erano cose necessarie, – continuava a ripetersi. –
Ho abbastanza cappotti e vestiti da bastarmi finché campo». Però, mentre
aspettava in prima fila a un incrocio che il semaforo diventasse verde, non
riusciva a smettere di pensare a quel cappotto, a quel vestito... Il colore, la
forma, la sensazione della stoffa... tutto ricordava. Le tornava in mente con
precisione ogni dettaglio, come se l'avesse davanti Sentì che la fronte le si
imperlava di sudore. Le mani strette sul volante, fece un profondo respiro.
Poi chiuse gli occhi Quando li riaprì, vide che il semaforo era verde. Quasi
senza rendersene conto, schiacciò l'acceleratore.
In quel momento, un grosso camion che aveva cercato di passare col
giallo investì a tutta velocità la sua Renault blu nel fianco. Lei non ebbe il
tempo di sentire nulla.
Tony Takitani rimase con una montagna di vestiti taglia 40 che riempivano una stanza intera. Di scarpe ce n'erano centododici paia. Cosa poteva
mai farne? Non riusciva nemmeno a immaginarlo. Non volendo conservare
in eterno le cose che aveva messo sua moglie, chiamò un rigattiere e gli fece portar via, per il prezzo che l'uomo stabilì, gli accessori e la bigiotteria.
Appallottolò calze e collant e li bruciò nel braciere in giardino. Scarpe e
abiti però erano troppi, li lasciò dov'erano. Dopo il funerale della moglie, si
chiuse nella stanza dei vestiti e fino a sera rimase a contemplare quella roba pigiata negli armadi.
Dieci giorni dopo il funerale, Tony Takitani mise sul giornale un annuncio in cui cercava un'assistente donna. «Taglia 40, altezza 161 centimetri,
scarpe numero 36, ottimo stipendio e ambiente gradevole». Poiché la paga
che offriva era eccezionalmente alta, nel suo studio a Minami Aoyama si
presentarono per un colloquio ben tredici ragazze. Di queste, cinque avevano
palesemente mentito riguardo alla loro taglia. Tra le otto restanti, scelse
quella che più assomigliava a sua moglie nella corporatura: una donna sui
venticinque anni, con un viso insignificante. Indossava una camicetta bianca
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in tinta unita e una gonna a tubo blu. Sia i vestiti che le scarpe erano puliti e
ben tenuti, ma a guardar bene erano già un po' consumati.
– Il lavoro in sé non è difficile, – disse Tony alla ragazza – L'orario è
dalle nove del mattino alle cinque del pomeriggio, ogni giorno: deve rispondere al telefono, consegnare le illustrazioni in mia assenza, ritirare il
materiale, fare le fotocopie. C'è una condizione, però. Il fatto è che ho appena perduto mia moglie. A casa ho una montagna di vestiti suoi. Sono tutti nuovi o quasi. Desidero che lei li indossi qui durante l'orario di lavoro, al
posto dell'uniforme che mettono di solito le impiegate. Per questo motivo
cercavo una persona alta un metro e sessantuno, taglia 40, e 36 di piede. È
probabile che questo discorso le sembri molto strano. Anzi, di sicuro lo
troverà sospetto. Ne sono perfettamente consapevole. Ma non ho alcuna intenzione recondita. Ho soltanto bisogno di tempo per abituarmi al fatto che
mia moglie è morta. Come se dovessi adeguarmi per aggiustamenti progressivi a un cambiamento della pressione atmosferica. È una fase necessaria. In questa fase lei indosserà i suoi vestiti e mi starà vicino. Così riuscirò
forse a rendermi conto veramente che mia moglie non c'è più.
Mordendosi un labbro, la donna fece una rapida valutazione mentale di
quella proposta. Per essere strana, lo era. A dire tutta la verità, non aveva
afferrato bene il senso del discorso che le aveva fatto Tony Takitani. Aveva capito che la moglie era morta da poco. Che aveva lasciato una gran
quantità di vestiti. Però non le era chiaro perché dovesse metterli lei, quei
vestiti, e portarli mentre lavorava. La cosa più logica era sospettare che ci
fosse qualcosa sotto. Quell'uomo però non sembrava una cattiva persona.
Bastava vederlo mentre parlava per rendersene conto. Poteva darsi che la
morte della moglie gli avesse un po' scosso il cervello, ma non pareva il tipo capace di far del male intenzionalmente a qualcuno. In più, lei aveva bisogno di lavorare. Erano due mesi che cercava un impiego. Ancora un mese e non avrebbe più avuto nemmeno il contributo di disoccupazione. E in
quel caso, come avrebbe fatto a pagare l'affitto? Un'occasione così, con una
paga tanto alta, non le sarebbe capitata due volte.
– Va bene, – rispose. – Credo di poter fare quello che chiede, anche se
mi è difficile comprendere perfettamente la situazione. Prima di accettare,
però, vorrei che lei mi permettesse di dare un'occhiata a quei vestiti, se è
possibile. Credo sia meglio controllare se mi vanno davvero o no.
– Certo, – disse Tony. La portò a casa sua e le mostrò la stanzaguardaroba. Fatta eccezione dei grandi magazzini, la donna non aveva mai
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visto una tale quantità di abiti in un posto solo. Ed erano tutti di qualità,
dovevano essere costati un occhio della testa. Cose di ottimo gusto. Davanti a quello spettacolo abbagliante si sentiva mancare il respiro. Il cuore le
batteva forte, senza una ragione. Si rese conto che era una sensazione molto vicina all'eccitamento sessuale.
Tony Takitani disse che la lasciava sola per provare i vestiti, e si ritirò.
La donna si riprese e indossò alcuni capi a portata di mano. Calzò qualche paio di scarpe. Tutto sembrava fatto su misura per lei. Uno dopo l'altro,
prese gli abiti in mano, li guardò. Li accarezzò, li annusò. Ce n'erano a centinaia, appesi in fila lì dentro, tutti stupendi. Alla fine le vennero le lacrime
agli occhi. Non riusciva a cacciarle indietro, a impedire che le scorressero
sul viso una dopo l'altra. Con gli abiti della donna morta addosso, piangeva
in silenzio, soffocando i singhiozzi. Poco dopo Tony tornò, per vedere come andavano le cose.
– Perché piange? – le chiese.
– Non lo so, – rispose lei scuotendo la testa. – Non avevo mai visto tanti
begli abiti tutti insieme, e forse sono un po' confusa. Mi scusi –. E si asciugò le lacrime con un fazzoletto.
– Se per lei va bene, vorrei che cominciasse domani mattina, – disse
Tony in tono professionale. – Quindi prenda la roba che le serve per una
settimana e se la porti via.
La donna selezionò senza fretta i vestiti per sei giorni. Poi le scarpe
adatte. Mise il tutto in una valigia. Tony Takitani le disse di prendere anche un cappotto, altrimenti avrebbe avuto freddo. Lei ne scelse uno di cachemire grigio, che aveva l'aria di essere molto caldo. Era leggero come
una piuma. In vita sua non aveva mai tenuto in mano un cappotto tanto
leggero.
Quando se ne fu andata, Tony Takitani tornò nel guarda roba, chiuse la
porta e per un po' rimase a contemplare tutta quella roba che era stata della
moglie. Non capiva perché quella donna davanti ai vestiti avesse pianto. A
lui sembravano ombre di una morta. Ombre taglia 40 che si susseguivano
fila dopo fila, appese agli attaccapanni. Gli parevano altrettanti esempi degli infiniti modi – in teoria, perlomeno – in cui può connotarsi un essere
umano.
Quelle ombre avevano avvolto il corpo di sua moglie, ne avevano assorbito il calore, si erano mosse insieme a lei. Adesso però erano soltanto
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delle misere larve disseccate, strappate alla loro fonte di vita. Vecchi abiti
ormai privi di qualsiasi significato. A forza di guardarli, Tony cominciò a
respirare a fatica. I colori volteggiavano nell'aria come polline di fiori, infilandoglisi negli occhi, nelle orecchie, nelle narici. Balze, bottoni, spalline,
tasche e cinture erano creature voraci che rendevano strana e rarefatta l'aria
nella stanza. L'odore della naftalina abbondantemente sparsa creava un
suono impercettibile che poteva essere il fremito delle ali di innumerevoli
insetti. Di colpo, Tony si rese conto che odiava quei vestiti. Si appoggiò al
muro, incrociò le braccia e chiuse gli occhi. La solitudine di nuovo lo pervase, come la linfa viva e calda dell'oscurità. «Ormai è tutto finito, – pensò.
– Qualsiasi cosa io faccia, è tutto finito».
Chiamò la donna a casa e le disse di dimenticare quel lavoro. Non sapeva come scusarsi, ma il posto non era più disponibile.
– Ma perché? – gli chiese lei stupita.
– Mi scusi, ma ci sono stati dei cambiamenti, – rispose Tony. – I vestiti e
le scarpe che ha preso glieli regalo. Anche la valigia. Quindi vorrei che lei
dimenticasse tutta questa storia, e che non ne facesse parola con nessuno.
La donna non capiva assolutamente cosa stesse succedendo, e mentre
ascoltava le era anche passata la voglia di chiedere ulteriori spiegazioni.
– D'accordo, – disse alla fine, e riattaccò.
Dopo quella telefonata, per qualche tempo si sentì molto irritata nei confronti di Tony Takitani. Poco a poco tuttavia finì col convincersi che era
stato meglio così. Tanto per cominciare, la cosa era poco chiara fin dall'inizio. Certo era un peccato aver perso quel lavoro, ma in qualche modo se la
sarebbe cavata.
Quanto ai vestiti che aveva portato via dalla casa di quel tipo, li tirò fuori uno a uno dalla valigia e li appese nell'armadio, le scarpe le sistemò nella
scarpiera. In confronto, le sue cose apparivano spaventosamente misere.
Sentiva che quegli abiti erano diversi, sembravano fabbricati con materiali
provenienti da un'altra dimensione. Si tolse la camicetta e la gonna che
aveva indossato per il colloquio, si mise in jeans e maglietta, andò a prendere nel frigo una lattina di birra e la bevve seduta per terra. Al ricordo di
quella montagna di roba che aveva visto a casa di Tony Takitani, sospirò.
«Tutti quei vestiti stupendi!» pensò. Pazzesco, riempivano una stanza più
grande dell'appartamento dove viveva lei! Per metterli insieme, c'era voluto di sicuro un mucchio di tempo e di denaro. Eppure quella donna ormai
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era morta. Lasciando una stanza piena di abiti taglia 40. Chissà che impressione faceva, morire lasciando tutte quelle meraviglie.
Le sue amiche, sapendo che non aveva soldi, ogni volta che la vedevano
arrivare con uno di quei vestiti addosso restavano allibite. Ed era tutta roba
alla moda, di marche famose che costavano un occhio della testa! Le chiedevano come se la fosse procurata, dove. Lei rispondeva di non poter dare
spiegazioni, l'aveva promesso. E scuoteva la testa.
– Tanto anche se ve lo dicessi, – aggiungeva, – non mi credereste.
Tony Takitani finì col chiamare un mercante di indumenti usati affinché
portasse via tutti gli abiti lasciati dalla moglie. Non ne ricavò granché. Forse nemmeno un ventesimo del denaro speso per comprarli. Ma non gliene
importava nulla. Che li prendesse anche gratis, non li voleva più vedere.
La stanza-guardaroba, ormai vuota, la lasciò così com'era per diversi anni.
Ogni tanto ci entrava e restava lì senza fare nulla, lo spirito assente. Era
capace di restare seduto per terra a guardare le pareti nude anche per un'ora
o due. A guardare le ombre delle ombre di una persona morta. Gradualmente però, col passare degli anni, ebbe sempre più difficoltà a rammentare cosa ci fosse stato, lì dentro. Anche i colori e gli odori finirono per svanire. Finché persino la vivida emozione che provava un tempo si ritirò al di
là dei confini della sua memoria. I ricordi mutarono lentamente forma, come nebbia mossa dal vento, diventando sempre più labili. Diventando
l'ombra dell'ombra dell'ombra. L'unica cosa che riuscisse ormai a percepire
in quella stanza era un senso di perdita, il vuoto lasciato da una persona
esistita un tempo. A volte non ricordava nemmeno il volto della moglie.
Però non aveva dimenticato quella sconosciuta che una volta, guardando
quei vestiti rimasti lì, aveva pianto. Non aveva dimenticato il suo viso insignificante, le sue scarpe di vernice consumate. Nella sua memoria rivivevano i suoi singhiozzi silenziosi. Aveva scordato tante cose, eppure stranamente ricordava quella donna di cui non sapeva più nemmeno il nome.
Due anni dopo sua moglie, morì anche suo padre.
Shōzaburō non soffrì molto, il ricovero in ospedale durò poco. Fu quasi
come se si fosse addormentato. In questo senso, si può dire che fino all'ultimo fu protetto dalla sua buona stella. A parte un po' di denaro e qualche
azione, non lasciò in eredità praticamente nulla. Soltanto il suo trombone e
una bella collezione di dischi di vecchio jazz. Tony non li tirò nemmeno
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fuori dalle scatole di cartone e accatastò le casse della ditta di trasporti una
sull'altra sul pavimento della stanza-guardaroba. Per dissipare l'odore di
muffa, ogni tanto doveva aprire le finestre e cambiare l'aria. Ma a parte
quelle occasioni, non gli capitava mai di mettere piede lì dentro.
Passò così un anno. Poco a poco però l'idea di quella montagna di dischi
che teneva in casa cominciò a tormentarlo. A volte solo a pensarci si sentiva soffocare. Si svegliava in piena notte e non riusciva più ad addormentarsi. I suoi ricordi si erano fatti molto vaghi, però rimanevano dentro di
lui, con tutto il peso che devono avere i ricordi.
Chiamò un mercante di dischi usati e gli chiese di dire un prezzo. Dato
che molti erano pezzi rari fuori commercio da anni, gli fruttarono una bella
somma. Sufficiente a comprarsi un'utilitaria, ma pure questo per lui non
aveva importanza.
Quando anche quella montagna di dischi scomparve dalla sua vista, Tony Takitani fu veramente solo.
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Splendore e decadenza delle ciambelle a cono
Stavo leggendo distrattamente il giornale, quando un annuncio in un angolo attirò la mia attenzione: «Famose ciambelle a cono, cerchiamo creatori di nuovi prodotti, grande seminario informativo». Che cos'erano queste
«ciambelle a cono»? Dal momento che venivano definite «famose», doveva trattarsi di dolci conosciuti. In fatto di dolci io sono molto ferrato, e visto che non avevo granché da fare, decisi di partecipare all'evento.
Il seminario aveva luogo nella vasta sala di un albergo, venivano serviti
anche tè e dolci. I dolci naturalmente erano le ciambelle a cono. Provai ad
assaggiarne una, ma la trovai niente di eccezionale. L'interno era troppo
zuccherato e gommoso, la crosta grossolana. Non mi pareva vero che ai
giovani piacesse quella roba.
Eppure la gente che riempiva la sala aveva per lo più la mia età o qualche anno di meno. Io ero il numero 952, ma dopo di me arrivarono ancora
un centinaio di persone, quindi in tutto quelle venute ad ascoltare il seminario superavano il migliaio. Impressionante.
Accanto a me sedeva una ragazza di una ventina d'anni che portava occhiali dalle lenti spesse. Non era una bellezza, ma sembrava simpatica.
– Senti, tu le conoscevi già, le ciambelle a cono? – le chiesi.
– Certo che le conoscevo! Le conoscono tutti!
– Sì, ma non è che siano particolarmente... – iniziai, quando lei mi dette
un calcio a un piede. La gente intorno mi stava gettando occhiate malevole.
Un'atmosfera sgradevolissima Allora presi la mia aria innocente da Winnie
the Pooh.
– Sei impazzito? – mi sussurrò poco dopo la ragazza all'orecchio. – Venire qui e metterti a parlare male delle ciambelle a cono. Se ti sentono i
Corvi delle ciambelle, non torni vivo a casa.
– I corvi delle ciambelle? – chiesi, al colmo dello stupore. – Che cosa
sono i corvi...
– Sssh! – fece la ragazza. Il seminario stava per iniziare.
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Prima ci fu un lungo discorso del presidente della «Ciambelle a cono
S.p.a.» che parlò della storia dell'azienda. Sciorinò una spiegazione improbabile secondo la quale nel periodo Heian un tizio aveva fatto qualcosa che
aveva dato origine alla prima ciambella. A sentire lui, nel Kokinshū c'era
un waka dedicato alle ciambelle a cono. Trovandolo assurdo stavo per
scoppiare a ridere, ma la gente intorno a me ascoltava con aria assorta, così
mi trattenni. Anche perché avevo paura dei corvi.
Il discorso del presidente durò un'ora. Era mortalmente noioso. Gira e
rigira, quello che voleva dire era solo che le ciambelle avevano una tradizione. Sarebbero bastate poche parole.
Poi prese la parola l'amministratore delegato, che ci spiegò come mai la
ditta cercasse di creare prodotti nuovi. Disse che anche le ciambelle a cono,
pur essendo una famosa specialità dolciaria nazionale che si era gloriosamente tramandata di epoca in epoca, avevano bisogno di sangue fresco per
conoscere uno sviluppo dialettico. Belle parole, ma in sostanza voleva dire
che il gusto delle ciambelle ormai era fuori moda, le vendite erano calate e
quindi c'era bisogno di giovani con idee nuove. Se le cose stavano così,
perché non dirlo chiaramente?
Uscendo, presi una copia del modulo di sottoscrizione. Si doveva creare
un dolce basato sulle ciambelle a cono e presentarlo un mese dopo. Il primo premio consisteva in due milioni di yen. Con due milioni avrei potuto
sposare la mia fidanzata e traslocare in un appartamento più bello. Così decisi di provare.
Come ho già detto, in fatto di dolci sono piuttosto ferrato. Sono in grado
di preparare ogni tipo di pasta di fagioli, crema e fondo di torta. Inventare
in un mese un nuovo tipo di ciambella a cono, una ciambella adatta ai
giorni nostri, per me era un gioco da ragazzi. Ne preparai due dozzine e il
giorno stabilito le portai allo stabilimento dolciario.
– Sembrano buone, – disse la ragazza alla reception.
– Certo che lo sono, – risposi.
Un mese dopo ricevetti una telefonata in cui mi si chiedeva di presentarmi allo stabilimento. Misi una cravatta e ci andai subito. L'amministratore delegato mi accolse nel salotto.
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– In azienda, – mi disse, – le nuove ciambelle a cono proposte da lei sono piaciute molto. Soprattutto... soprattutto i giovani hanno dato un giudizio favorevole.
– Ne sono lieto, – risposi.
– Tuttavia... mmh... tra i più anziani, c'è chi sostiene che le sue non sono
delle vere ciambelle a cono. Insomma, sulla questione è in corso una discussione.
– Ah, – dissi. Dove voleva arrivare? Molto strano.
– Così il comitato direttivo ha deciso di appellarsi al giudizio delle Loro
Eccellenze, i Corvi delle ciambelle a cono.
– I corvi delle ciambelle a cono! – esclamai. – Ma chi sono, questi corvi?
L'amministratore delegato mi guardò con aria sconcertata.
– Mi sta dicendo che ha partecipato a questo concorso senza sapere chi
sono i Corvi delle ciambelle a cono? – mi chiese.
– Chiedo umilmente scusa, sono del tutto all'oscuro delle cose del mondo.
– È un bel problema, – sospirò lui scuotendo la testa. – Ignorare l'esistenza dei Corvi delle ciambelle a cono... Va be', pazienza, voglio chiudere
un occhio. Mi faccia il piacere di seguirmi.
Lui davanti e io dietro, uscimmo dalla stanza, attraversammo il corridoio e dopo essere saliti in ascensore al quinto piano percorremmo un altro
corridoio. In fondo c'era una grande porta di ferro. Quando la mia guida
schiacciò un pulsante, comparve un guardiano grande e grosso, che dopo
aver verificato l'identità dell'amministratore delegato ci lasciò passare. Un
sistema di controllo piuttosto severo.
– Qui dentro vivono le Loro Eccellenze i Corvi delle ciambelle a cono,
– mi disse l'amministratore. – Sono una specie particolare di corvi che fin
dai tempi antichi mangia soltanto ciambelle a cono.
Non c'era bisogno di altre spiegazioni. Nella stanza c'erano almeno un
centinaio di corvi. Era una sorta di vasto magazzino dal soffitto alto cinque
metri, attraversato da travi dove i corvi stavano appollaiati in fila. Erano
molto più grandi del normale, i più grossi dovevano essere lunghi un metro. I più piccoli non misuravano meno di sessanta centimetri. A guardar
bene, mi accorsi che non avevano occhi. Al loro posto avevano soltanto un
grumo adiposo bianco. Inoltre erano grassi da scoppiare.
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Quando ci sentirono entrare, all'unisono si misero a sbattere le ali e a
lanciare grida. All'inizio mi sembrava soltanto un baccano indistinto, ma
quando il mio orecchio si abituò, capii che stavano dicendo: «Ciambelle a
cono, ciambelle a cono!» Non ci voleva molto a rendersi conto che erano
animali terrificanti.
L'amministratore delegato prese delle ciambelle a cono da una scatola
che aveva portato con sé e le sparse al suolo. I cento e passa corvi ci si gettarono sopra tutti insieme. E nella foga di cercare le ciambelle si beccavano
gli occhi. Ecco perché non li avevano più, per forza!
Poi l'amministratore prese da un'altra scatola delle ciambelle simili a
quelle a cono e le gettò qua e là.
– Guardi bene, – mi disse, – questa è una ricetta che al concorso non è
passata.
Come prima, i corvi si precipitarono sulle ciambelle, ma appena si accorsero che non erano quelle autentiche le sputarono e cominciarono a protestare a gran voce:
Ciambelle a cono!
Ciambelle a cono!
Ciambelle a cono!
Gridavano come pazzi. Le loro grida si ripercuotevano contro il soffitto,
tanto forti da far venire male alle orecchie.
– Visto? Se non sono quelle vere, non le mangiano, – disse l'amministratore con aria d'intesa. – Le imitazioni non le assaggiano neppure.
Ciambelle a cono!
Ciambelle a cono!
Ciambelle a cono!
– Adesso proverò a distribuire le ciambelle che ha fatto lei. Se le mangiano, ha superato il concorso, se non le mangiano, verrà eliminato.
«Chissà come andrà», mi chiedevo un po' inquieto. Avevo un presentimento funesto. Mi sembrava un grosso sbaglio affidare il giudizio a quella
frotta di zombi. All'amministratore delegato però il mio parere non interessava, prese una manciata di ciambelle fatte da me e le lanciò al suolo. Di
nuovo i corvi ci si avventarono sopra. E a quel punto iniziò il parapiglia.
Qualche corvo le mangiava contento, altri le sputavano subito e si mettevano a gridare «Ciambelle a cono!» Altri ancora, non riuscendo a prender200
le, per la smania cercavano di beccare la gola dei corvi che le avevano già
mangiate. Il sangue sgorgò. Un corvo volò su una ciambella sputata, ma
venne catturato da un esemplare gigantesco al grido di «Ciambelle a cono!» Lo scompiglio divenne caos. Il sangue chiamava sangue, l'odio chiamava odio. Si trattava soltanto di dolci, ma per i corvi era una questione di
vita o di morte. La loro sopravvivenza dipendeva dal fatto che fossero autentiche ciambelle a cono o meno.
– Guardi cosa ha fatto! – dissi all'amministratore delegato. – È stato uno
stimolo troppo forte, buttar loro tutt'a un tratto quella roba!
Poi uscii dalla stanza, lasciandolo lì. Presi l'ascensore e me ne andai. Era
un peccato per i due milioni di premio, ma non avevo alcuna voglia di passare il resto della mia vita a vedermela con quelle bestiacce.
D'ora in poi avrei preparato solo le cose che piacevano a me. I corvi potevano pure beccarsi a morte l'un l'altro e crepare tutti quanti.
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L'uomo di ghiaccio
Ho sposato un uomo di ghiaccio.
L'ho conosciuto in un hotel di una stazione sciistica. Si può dire che fosse il posto ideale per incontrare un uomo di ghiaccio. Nella hall dell'albergo, rumorosa per la presenza di tanti giovani, lui leggeva tranquillamente
un libro, seduto nell'angolo più lontano dal camino. Era quasi mezzogiorno, ma avevo l'impressione che la fredda e sfolgorante luce invernale illuminasse solo lui.
– Sai, quello è l'uomo di ghiaccio, – mi disse a bassa voce un'amica. A
quel tempo però non avevo la minima idea di cosa significasse. Non lo sapeva nemmeno la mia amica. Aveva soltanto sentito dire che quel tipo veniva chiamato «l'uomo di ghiaccio».
– Probabilmente è fatto di ghiaccio, per questo lo chiamano così, – mi
sussurrò con aria molto seria. Come se stesse parlando di un fantasma o di
qualcuno con una malattia contagiosa.
L'uomo di ghiaccio era alto e aveva un viso piuttosto giovane, ma ciocche argentate spuntavano qua e là tra i capelli duri come fili di ferro, parevano chiazze di neve rimasta al suolo. Le guance erano scolpite come gelide rocce e le dita imperlate da un velo di brina che non si sarebbe mai
sciolta. Ma a parte questi dettagli, per il resto sembrava un uomo del tutto
normale. Non si poteva dire che fosse bello, ma aveva un fascino innegabile. Qualcosa di lui colpiva con straordinaria intensità. Erano soprattutto i
suoi occhi. Il suo sguardo limpido, quieto, che brillava come ghiaccio in un
mattino invernale. Era l'unico elemento vitale in un corpo messo insieme in
modo provvisorio. Per qualche minuto rimasi a guardarlo da lontano. Lui
però non alzò il viso neanche una volta, leggeva il libro senza muovere
nemmeno un muscolo Come se cercasse di convincersi che intorno non c'era nessuno.
Il giorno dopo l'uomo di ghiaccio era di nuovo lì, a leggere nello stesso
posto. Sia a mezzogiorno, in sala da pranzo, sia il pomeriggio, quando tornai con tutti gli altri dalle piste, lo vidi seduto sulla stessa sedia, con lo
stesso sguardo negli occhi mentre scorreva le pagine dello stesso libro.
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L'indomani fu uguale. Il sole tramontava, calava il buio, ma lui era sempre
lì, seduto in silenzio a leggere, personificazione dell'inverno al di là della
finestra.
Il pomeriggio del quarto giorno, con un pretesto non andai a sciare. Rimasi da sola in albergo e per un po' passeggiai avanti e indietro nella hall.
Gli altri clienti erano già tutti sulle piste e la hall sembrava una città deserta. L'aria era troppo calda, troppo umida, e c'era un odore strano, deprimente. L'odore della neve che la gente portava dentro attaccata alla suola degli
scarponi, che finiva per sciogliersi davanti al camino. Per un po' guardai
fuori da una finestra, poi da un'altra; mi misi a sfogliare un giornale... finché non mi avvicinai all'uomo di ghiaccio e di punto in bianco gli parlai.
Di carattere sono piuttosto timida e non rivolgo mai per prima la parola
agli sconosciuti, se non in casi eccezionali. Quella volta però volevo assolutamente dirgli qualcosa. Era l'ultima sera che passavo in albergo, se mi
lasciavo sfuggire quell'occasione di conoscerlo non ne avrei avuta un'altra.
– Lei non va a sciare? – gli chiesi con finta noncuranza Lui alzò lento la
testa, sul viso un'espressione distratta, come se avesse sentito l'eco lontana
del vento. Con la stessa espressione mi guardò. Poi scosse in silenzio il capo.
– No, non scio, – disse. – Mi basta restare qui a leggere –, guardando
la neve.
Nell'aria le sue parole diventavano nuvolette bianche, come le bolle dei
fumetti. Me le vedevo passare davanti, letteralmente. L'uomo di ghiaccio
con un gesto delicato strofinò via la brina dalle dita.
A quel punto non sapevo più cosa dire. Restai lì impalata, arrossendo.
Lui mi guardò negli occhi. Mi sembrò che un lieve sorriso gli affiorasse
sulle labbra. Ma non mi rendevo bene conto. Sorrideva veramente? O era
stata solo una mia impressione?
– Perché non si siede qui un momento? – mi chiese. – Parliamo un po'.
Lei prova curiosità per me, vero? E vorrebbe sapere cosa significhi essere
un uomo di ghiaccio. Poi fece una risatina. – Va tutto bene, non si preoccupi. Non rischia di prendere un raffreddore standomi vicina.
E così iniziai a parlare con l'uomo di ghiaccio. Seduti uno accanto all'altra sul sofà in un angolo della hall, scambiammo qualche frase imbarazzata, guardando la neve che volteggiava fuori dalla finestra. Io ordinai una
cioccolata calda, ma lui non bevve nulla. A conversare, non valeva più di
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me. D'altronde non avevamo argomenti in comune. Cominciammo col parlare del tempo, poi passammo alla qualità dell'albergo.
– Lei è venuto qui da solo? – gli chiesi.
– Sì, – mi rispose lui. Poi mi domandò se mi piaceva sciare.
– No, non particolarmente, – risposi. – Ma la mia amica ha voluto a tutti
i costi che venissi anch'io, così eccomi qui. Se devo essere sincera, scio
malissimo.
In realtà morivo dalla voglia di sapere qualcosa di lui. Sapere se era fatto davvero di ghiaccio e cosa mangiava di solito, come viveva durante l'estate, se aveva una famiglia... questo genere di informazioni. Ma lui di sua
spontanea volontà non parlava di sé. Né io osavo fargli domande, dicendomi che forse non amava rivelare dettagli della sua vita.
Invece mi parlò di me. Mi rendo conto che è difficile crederlo, ma per
qualche ragione mi conosceva benissimo. Sapeva com'era composta la mia
famiglia, quanti anni avevo, quali interessi, il mio stato di salute, l'università che frequentavo, gli amici che vedevo di solito... tutto, sapeva tutto. Era
al corrente perfino di eventi lontani che io avevo dimenticato. – Non capisco, – gli dissi arrossendo. – Ho l'impressione di trovarmi nuda davanti a
un estraneo. Come fa a sapere tante cose di me? Lei riesce a leggere nel
cuore della gente?
– No che non riesco a leggere nel cuore della gente, – rispose l'uomo di
ghiaccio. – Però queste cose le so. Semplicemente le so. Come se guardassi
attraverso un blocco di ghiaccio. Se la guardo con intensità, posso vedere
molto a fondo in lei.
– Anche il mio futuro? – chiesi.
– No, il futuro no, – disse l'uomo di ghiaccio senza scomporsi. Poi scosse lentamente la testa. – Il futuro non mi interessa. A essere sincero, dentro
di me il concetto di futuro non esiste. Perché nel ghiaccio non c'è futuro.
Saldamente bloccato nel ghiaccio, c'è soltanto il passato. Ogni cosa al
mondo vive sigillata lì dentro, chiara e distinta. Il ghiaccio è capace di conservare tutto, in modo estremamente puro e nitido. Così com'è. È questo il
ruolo del ghiaccio, la sua natura.
– Sono contenta, – dissi. E gli sorrisi. – Per me è un sollievo sentire
questo. Perché non ho alcuna voglia di conoscere il mio futuro.
204
Di ritorno a Tōkyō, ci vedemmo diverse volte. Poi cominciammo a incontrarci ogni weekend. Però non andavamo mai né al cinema né ai caffè.
E nemmeno al ristorante Perché lui non mangiava quasi nulla. Così ci sedevamo sempre uno accanto all'altra su una panchina in un parco e parlavamo. Parlavamo di tutto. Lui però non voleva mai raccontare nulla di sé.
– Perché? – gli chiesi una volta. – Perché non mi dici niente di te? Io
vorrei sapere tante cose, dove vivi, chi sono i tuoi genitori, come hai fatto a
diventare di ghiaccio...
L'uomo di ghiaccio rimase qualche secondo a guardarmi, poi scosse lento la testa.
– Ma io tutto questo non lo so, – disse semplicemente, in tono pacato.
Poi soffiò nell'aria una nuvola di fiato bianchissimo. – Io non ho un passato. Il passato, ogni passato, io lo conosco. Lo conservo. Però non ne ho uno
mio. Non so dove sono nato. Non so che faccia abbiano i miei genitori.
Non so nemmeno se li abbia avuti davvero, dei genitori. Figurati che non
conosco neppure la mia età. Ammesso che ce l'abbia, un'età.
L'uomo di ghiaccio era solo, come un iceberg nell'oscurità.
E proprio di quest'uomo finii coll'innamorarmi profondamente. Non
aveva né passato né futuro, ma mi amava, ora com'ero nel presente. Così
come io amavo lui ora, nel presente. Ci sembrava una cosa stupenda.
Quindi cominciammo a parlare di matrimonio. Io avevo appena compiuto
vent'anni. Ed ero la prima donna di cui l'uomo di ghiaccio si fosse mai innamorato. Che significato poteva avere amare un uomo di ghiaccio? All'epoca non riuscivo nemmeno a immaginarlo. Ma tanto, anche se si fosse
trattato di un altro, credo sarebbe stato esattamente lo stesso, non avrei capito granché.
Mia madre e mia sorella maggiore si opposero con fermezza al nostro
matrimonio, dicendo che ero troppo giovane. Che non sapevo neppure da
che famiglia venisse lui. Dove era nato e quando. Se avessi sposato
quell'uomo, cos'avrebbero potuto dire ai nostri parenti? E poi, insistevano,
se per qualche motivo quel marito di ghiaccio si fosse sciolto, cos'avrei fatto? Il matrimonio comportava delle responsabilità, anche se io non sembravo capirlo. E un uomo di ghiaccio era in grado di assumersi le sue responsabilità di marito?
Ma le loro preoccupazioni erano inutili. L'uomo di ghiaccio non correva il
rischio di sciogliersi al calore. Per essere gelido, lo era. Però il suo corpo non
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era fatto di ghiaccio. Era soltanto spaventosamente freddo, ma non il genere di
freddo che potesse far calare la temperatura corporea di qualcun altro.
Ci sposammo. Nessuno celebrò le nostre nozze. Perché nessuno ne era
contento, né gli amici, né mia madre, né le mie sorelle. Non facemmo
nemmeno un ricevimento. L'uomo di ghiaccio non aveva neppure un registro di famiglia dove iscrivermi. Quindi decidemmo semplicemente, lui e
io, che eravamo sposati. Comprammo una piccola torta e la mangiammo
noi due. Fu la nostra piccola festa di nozze. Prendemmo in affitto un appartamentino, e l'uomo di ghiaccio per guadagnarsi da vivere iniziò a lavorare
presso un magazzino di carne congelata. Be', era resistente al freddo, è ovvio, e per quanto sfacchinasse non conosceva fatica. Non mangiava quasi.
Così il capo lo prese in simpatia e lo pagava molto più degli altri magazzinieri. Insomma eravamo felici, conducevamo una vita tranquilla senza dar
fastidio a nessuno, e senza che nessuno desse fastidio a noi.
Quando facevamo l'amore, mi immaginavo sempre un blocco di ghiaccio che doveva esistere zitto zitto da qualche parte. E pensavo che l'uomo
di ghiaccio doveva sapere dove si trovasse. Ghiaccio duro, duro al punto
che non ne esisteva di più duro al mondo. Il pezzo di ghiaccio più grande
che ci fosse al mondo. Però si trovava in un posto lontanissimo. E lui ne
portava in questo mondo il ricordo. All'inizio mi sentivo un po' disorientata, fra le braccia di quell'uomo di ghiaccio. Poi poco a poco mi abituai, e
alla fine lo trovavo bellissimo. Lui continuava a non dire nulla di se stesso.
Né io gli chiedevo perché fosse diventato un uomo di ghiaccio. Semplicemente, ci abbracciavamo nel buio e in silenzio condividevamo quel gigantesco pezzo di ghiaccio. Dov'era conservato così com'era, allo stato puro, il
passato di milioni di anni del mondo.
Nella nostra vita matrimoniale non c'erano veri problemi. Ci amavamo
profondamente, e nessuno disturbava il nostro amore. La gente intorno a
noi non sembrava abituarsi alla presenza dell'uomo di ghiaccio, ma col
passare del tempo un po' alla volta cominciò a rivolgergli la parola. «Sarà
anche un uomo di ghiaccio, ma non è diverso da una persona normale», dicevano tutti. In fondo al cuore però non lo accettavano, né accettavano me
che l'avevo sposato. Eravamo persone di un genere diverso dal «loro», e
per quanto il tempo passasse, il fossato non si poteva riempire.
Non riuscivamo ad avere figli. O forse era geneticamente difficile che
nascessero figli dall'unione tra un essere umano e un uomo di ghiaccio. In
ogni caso, forse anche perché non avevo bambini di cui occuparmi, comin206
ciai a trovare il tempo troppo lungo. Il mattino svolgevo in poche ore i lavori di casa, dopodiché non avevo nulla da fare. Non avevo amiche con cui
parlare o uscire, e con i vicini non avevo legato. Mia madre e le mie sorelle
erano ancora arrabbiate con me perché avevo sposato l'uomo di ghiaccio e
non mi parlavano. Mi ritenevano la vergogna della famiglia. Nessuno mi
telefonava. Mentre l'uomo di ghiaccio lavorava al magazzino, passavo il
tempo da sola, a leggere o ascoltando musica. Dato che per carattere mi
piace di più stare in casa che uscire, la solitudine non mi pesava. Però ero
ancora giovane, e quelle giornate che si susseguivano tutte uguali alla lunga divennero insopportabili. Non era la noia a farmi soffrire, ma la ripetitività quotidiana. Cominciai a sentirmi come un'ombra in una vuota routine.
Un giorno proposi una cosa a mio marito:
– Per staccare un po', perché non facciamo un viaggio?
– Un viaggio? – disse l'uomo di ghiaccio. E mi guardò socchiudendo gli
occhi. – Perché dovremmo fare un viaggio? Non sei felice, qui con me?
– Certo che sono felice, – risposi. – Non c'è nessun problema, tra noi.
Però mi annoio. Vorrei andare lontano, da qualche parte, vedere cose che
non ho mai visto. Respirare aria che non ho mai respirato. Mi capisci? Non
siamo nemmeno andati in viaggio di nozze! Abbiamo qualche risparmio e
tu hai diritto a molti giorni di ferie pagate, no? Possiamo anche concederci
un viaggetto, noi due tranquilli.
L'uomo di ghiaccio fece un gelido, profondo respiro, che nell'aria, con
un suono secco, divenne un cristallo di ghiaccio. Incrociò sulle ginocchia
le lunghe dita imperlate di brina.
– Va bene, se ci tieni tanto, non ho obiezioni, – disse. – A me viaggiare
non piace molto, ma se per la tua felicità è necessario, faccio qualsiasi cosa, vado in qualunque posto. Al magazzino posso prendere tutti i giorni di
ferie che voglio, finora ho lavorato senza sosta. Credo che non ci siano
problemi. Però dove vorresti andare, ad esempio?
– Cosa ne pensi del Polo Sud? – gli chiesi. Se proposi il Polo Sud, era
perché credevo che l'uomo di ghiaccio preferisse un luogo freddo. Inoltre,
se devo essere sincera, da sempre desideravo andarci, almeno una volta.
Volevo vedere l'aurora australe e i pinguini. Mi immaginavo mentre giocavo con i pinguini alla luce dell'aurora boreale, con indosso una pelliccia col
cappuccio.
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Alle mie parole, mio marito, l'uomo di ghiaccio, mi guardò a lungo.
Senza un battito di ciglio, con uno sguardo fermo, uno sguardo che mi trafisse gli occhi come un ghiacciolo appuntito e mi arrivò fino in fondo al
cervello. Per un po' rimase in silenzio: rifletteva.
– Va bene, – disse alla fine con un tremito nella voce. – Se è quello che
desideri, andiamo pure al Polo Sud. Sei sicura di volerlo?
Feci cenno di sì.
– Fra due settimane posso prendere delle ferie piuttosto lunghe. Nel frattempo puoi occuparti dei preparativi, non credi? Per te va bene?
Trovavo estremamente difficile rispondergli: lui mi guardava in maniera
così intensa, che nella mia testa si era creato un freddo paralizzante.
Col passare dei giorni, però, mi pentii di aver proposto a mio marito
quel viaggio. Non so spiegare con esattezza il perché. Ma da quando avevo
pronunciato le parole «Polo Sud», avevo l'impressione che qualcosa in lui
fosse cambiato. Il suo sguardo era diventato tagliente come una stalattite,
ancora più di prima, aveva il fiato più bianco e sulle sue dita si condensava
una maggior quantità di brina. Era diventato più silenzioso, e più ostinato.
Non mangiava quasi, cosa che mi preoccupava moltissimo. Cinque giorni
prima della partenza, mi decisi a parlargliene.
– Lasciamo perdere, – gli dissi. – Rinunciamo al Polo Sud. Ripensandoci, deve fare un freddo tremendo, laggiù, e può darsi che sia nocivo alla
nostra salute. Forse sarebbe meglio andare in un posto meno originale. In
Europa, per esempio. Potremmo fare un viaggetto tranquillo in Spagna.
Bere vino, mangiare paella, vedere la corrida...
Lui però non mi ascoltò. Rimase qualche secondo in silenzio, lo sguardo
assente. Poi mi fissò a lungo negli occhi, con una intensità tale che ebbi
l'impressione che il mio corpo si stesse sciogliendo.
– No, non ho alcuna voglia di andare in Spagna o in un altro posto, –
disse quell'uomo di ghiaccio che era mio marito. – Mi spiace, ma per me fa
troppo caldo, in Spagna, e c'è troppa polvere. La cucina è troppo speziata.
E poi ho già preso due biglietti aerei per il Polo Sud. Ti ho comprato una
pelliccia e degli stivali foderati di pelo. Non si può buttare via tutto. Non
possiamo rinunciare proprio adesso.
A essere del tutto sincera, avevo paura. Un brutto presentimento mi diceva che una volta arrivati laggiù, ci sarebbe successo qualcosa di irrimediabile. Avevo incubi frequenti Era sempre lo stesso sogno. Mentre facevo
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una passeggiata cadevo in una buca profonda e finivo col congelarmi lì
dentro, senza che nessuno vi badasse. Accerchiata dal ghiaccio che si
stringeva intorno a me, guardavo il cielo sopra la mia testa. Ero perfettamente cosciente, ma non potevo muovere nemmeno un dito. E questo mi
dava una strana sensazione come se mi stessi trasformando nel passato,
istante dopo istante. Non avevo più futuro. Andavo soltanto accumulando
il passato, strato su strato. Sotto gli occhi di tutti. Perché tutti guardano solo il passato. Ero un paesaggio che ci si lascia alle spalle.
A quel punto mi svegliavo. Accanto a me l'uomo di ghiaccio dormiva.
Non lo sentivo nemmeno respirare. Come se fosse morto, del tutto congelato. Però io l'amavo. Mi mettevo a piangere. Le mie lacrime gli bagnavano
le guance. Allora lui si svegliava e mi prendeva fra le braccia.
– Ho avuto un incubo, – gli dicevo. Nel buio, lui scuoteva lentamente la
testa.
– Era soltanto un sogno, – mi rispondeva. – I sogni sono qualcosa che
viene dal passato. Non dal futuro. Non possono tenerti sotto controllo. Sei
tu che devi controllare loro.
– Sì, certo, – gli rispondevo, ma non ne ero convinta.
In conclusione, prendemmo l'aereo per il Polo Sud. Perché non riuscii a
trovare una ragione valida per mandare a monte il viaggio. Il pilota e le hostess erano tutti spaventosamente silenziosi. Volevo guardare il panorama
fuori dal finestrino, ma la spessa coltre di nuvole non lasciava vedere nulla.
Poi uno strato di ghiaccio ricoprì il vetro. Per tutto il tempo mio marito rimase in silenzio a leggere. Quanto a me, non sentivo affatto l'eccitazione e
la gioia che si provano quando si parte. Stavo semplicemente seguendo il
programma che avevamo stabilito.
Mentre scendevamo la scaletta dell'aereo e mettevamo piede sul suolo
antartico, sentii che mio marito tremava tutto. Nessun altro se ne accorse
perché durò solo un istante, e il suo viso non tradì alcuna emozione, ma a
me quel tremore non sfuggì. Dentro di lui qualcosa vibrava violentemente,
seppure in silenzio. Io non staccavo gli occhi dal suo profilo. Fermo in piedi, guardò il cielo, le proprie mani, poi fece un profondo respiro. Dopodiché si voltò verso di me e mi sorrise.
– È qui che volevi venire, no? – mi chiese.
– Sì, – gli risposi.
209
In una certa misura avevo immaginato che il Polo Sud fosse una terra
desolata, ma ciò che trovai superava ogni mia previsione. Non ci abitava
quasi nessuno. C'era soltanto una cittadina anonima, con un albergo anonimo. Non era un posto turistico. Non si vedevano pinguini. E nemmeno
l'aurora boreale. Provai a chiedere alle rare persone che passavano dov'erano i pinguini, ma tutti scuotevano la testa in silenzio. Non capivano neanche quello che dicevo. Allora disegnavo su un foglio la figura di un pinguino, ma la reazione era la stessa. Mi sentivo molto sola. Appena mettevo
un piede fuori dall'albergo, c'era solo ghiaccio. Una vasta distesa di ghiacciò, a perdita d'occhio.
Mio marito però, soffiando fiato bianco dalla bocca, le dita coperte di
brina, lo sguardo che vagava lontano, si spostava da un posto all'altro pieno
di energia. Imparò subito la lingua del posto e scambiava con gli abitanti
parole che suonavano dure come il ghiaccio. Conversavano per ore, un'espressione assorta sul viso, ma di cosa discutessero con tanto ardore, non
mi era dato capirlo. In quel luogo mio marito aveva preso un'aria trasognata. C'era lì qualcosa che lo attirava. All'inizio ne ero molto irritata. Mi sentivo trascurata Abbandonata e tradita.
Tuttavia, in quel mondo silenzioso avvolto dal ghiaccio, poco per volta
ogni energia mi abbandonò. Finché non ebbi più nemmeno la forza di arrabbiarmi. Avevo smarrito l'ago della bilancia delle mie emozioni; il senso
dell'orientamento, del tempo, persino la percezione della mia persona. Non
sapevo quando tutto questo fosse iniziato né quando sarebbe finito. A un
certo punto mi accorsi che ero imprigionata, sola e del tutto apatica in quel
mondo di ghiaccio, in quell'inverno eterno privo di colore. Ma pur avendo
perso la capacità di provare emozioni, una cosa mi era chiara: mio marito,
ora che si trovava lì al Polo Sud, non era più quello che avevo conosciuto
io. Non che il suo atteggiamento nei miei confronti fosse mutato: era sempre pieno di attenzioni verso di me, e mi diceva parole affettuose. Un comportamento che gli veniva dal cuore, di questo ero sicura. Eppure sapevo
che era cambiato. Che ormai l'uomo di ghiaccio non era più lo stesso che
avevo incontrato in quell'albergo in montagna. Però non potevo lamentarmi
con nessuno. Le persone che vivevano lì avevano tutte simpatia per lui, e
non capivano una parola di quello che dicevo. Soffiavano fiato bianco dalla
bocca, avevano il viso imperlato di brina e scherzavano, discutevano, cantavano in quella lingua secca del Polo Sud. Io restavo chiusa per tutto il
tempo nella camera d'albergo, da sola, a guardare il cielo grigio che proba210
bilmente non si sarebbe schiarito per mesi, a studiare la grammatica complicata di quella lingua che non avrei mai imparato.
All'aeroporto non c'erano aerei. Quello che ci aveva portati ormai se n'era andato, e non ne atterravano più. E un duro strato di ghiaccio ben presto
ricoprì la pista. E insieme alla pista, il mio cuore.
– È arrivato l'inverno, – disse mio marito. – Un inverno lunghissimo.
Non verranno più aerei né navi. Tutto si congelerà. Pare che non possiamo
fare altro che aspettare la primavera.
Fu circa tre mesi dopo il nostro arrivo al Polo Sud che mi accorsi di essere incinta. Sapevo già che il bambino che avrei messo al mondo sarebbe
stato un piccolo essere di ghiaccio. Il mio utero si era congelato, e un sottile velo di ghiaccio si era mischiato al liquido amniotico. Potevo sentirne il
gelo nel ventre. Sapevo che quel bambino avrebbe avuto gli stessi occhi
del padre, due pezzi di ghiaccio, che sulle sue dita si sarebbe formata la
brina. E sapevo anche che la nostra nuova famiglia non avrebbe mai lasciato il Polo Sud. Un passato eterno ci teneva prigionieri col suo peso irragionevole, e non avremmo mai potuto liberarcene.
Ormai non ho quasi più sentimenti. Anche il mio calore se n'è andato
lontano. A volte mi dimentico persino di averlo avuto. Eppure ogni tanto
riesco ancora a piangere. Perché mi sento veramente sola. Perché mi trovo
nel posto più freddo e desolato al mondo. Quando piango, l'uomo di ghiaccio mi dà un bacio sulla guancia. Allora la mie lacrime gelano. Lui prende
in mano quelle lacrime di ghiaccio e se le posa sulla lingua. «Lo sai che ti
amo, vero?» mi dice. Non è una bugia. Lo so bene. Lui mi ama immensamente. Ma un vento che viene da non so dove soffia via le sue parole bianche e ghiacciate, le sospinge verso il passato. Piango. Lacrime gelate mi
rotolano giù per le guance. Nella nostra casa di ghiaccio, nel lontano, gelido Polo Sud.
211
Granchi
Fu per puro caso che trovarono quel ristorantino. La prima sera che trascorsero a Singapore, mentre facevano un giro a piedi vicino alla spiaggia,
tutt'a un tratto venne loro l'idea di imboccare una viuzza laterale e così passarono davanti a quel posto. Era una casa a un piano circondata da un muro
che arrivava alla vita, con un giardino dove crescevano piccole palme. I
muri intonacati dell'edificio erano dipinti di un rosa vivace, e sui cinque tavoli di legno sistemati nel giardino erano aperti degli ombrelloni scoloriti.
Dato che era ancora presto, non c'erano quasi avventori. Solo due vecchi
dai capelli tagliati a spazzola, probabilmente due cinesi, bevevano birra seduti a un tavolo, uno di fronte all'altro, e mangiavano senza sosta degli
snack. Non si scambiavano una parola. Ai loro piedi, per terra, era sdraiato
un grosso cane nero che teneva gli occhi socchiusi, l'aria stanca. Dalla finestra della cucina usciva un vapore biancastro che sembrava la coda di un
fantasma, portando l'aroma di qualcosa che cuoceva. Arrivavano anche le
voci allegre delle persone che stavano cucinando e lo sbatacchiare di pentole e padelle. Le foglie delle palme, mosse dalla brezza, si stagliavano
contro il sole calante.
La ragazza si fermò e rimase un momento a guardare la scena.
– Perché non ceniamo qui? – disse.
Il giovane lesse il nome del ristorante scritto all'ingresso, e cercò il menu. Fuori però non era affisso.
– Mah, – fece con aria perplessa, – non saprei. Ci sarà da fidarsi? Mangiare in un posto che non si conosce, in un paese straniero...
– Io ho un senso innato, per i ristoranti. Riesco sempre a scovare quelli
buoni. Fidati. Sono sicura che qui si mangia bene. Sicura al cento per cento. Dai, proviamo.
Lui chiuse gli occhi e inspirò a fondo. Non capiva che tipo di cucina si
facesse in quel posto, ma l'odore era buono, questo era sicuro. E poi l'atmosfera aveva qualcosa di attraente.
– Pensi che sia pulito?
La ragazza lo tirò per il braccio.
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– Sei troppo diffidente, tu, in queste cose. Tranquillo. Abbiamo preso
l'aereo e siamo venuti fin qui, possiamo anche arrischiarci in una piccola
avventura, no? Che gusto c'è a mangiare sempre nel ristorante dell'albergo?
Dai, forza, entriamo.
Appena entrati, si resero conto che la specialità di quel ristorante erano i
granchi. Il menu era scritto in inglese e in cinese. La clientela abituale doveva essere gente del posto, perché i prezzi erano molto modesti. Sul menu
si spiegava che a Singapore c'erano diverse decine di varietà di granchi e
un centinaio di modi di cucinarli. I due ordinarono birra locale e per la
scelta dei piatti tirarono a sorte. Condividendo quel che arrivò in tavola,
constatarono che le porzioni erano abbondanti, gli ingredienti freschi e il
condimento leggero.
– È proprio buono, sai? – disse il giovane con convinzione.
– Te l'ho detto, no, che per i ristoranti ho fiuto. Ora mi credi?
– Sì, pare proprio che tu abbia ragione, – ammise lui.
– È un talento utilissimo, – proseguì la ragazza. – Il cibo è molto più
importante di quanto la gente pensi. Nella vita, ci sono momenti in cui si
ha davvero bisogno di mangiare qualcosa di buono. E in quei momenti, a
seconda che uno entri in un buon ristorante o meno, l'esistenza può prendere un corso del tutto differente. È come cadere da questa o da quella parte
di un muro.
– Ehi! – fece il giovane. – C'è da avere paura se la vita è così.
– Esatto, – disse lei alzando un dito indice ammonitore.
La vita è qualcosa che fa paura. Più di quanto tu immagini.
Il giovane annuì.
– Vuol dire che noi siamo caduti dalla parte interna del muro.
– Appunto.
– Meno male, – fu il commento di lui. – A te piacciono, vero, i granchi?
– Sì. Mi sono sempre piaciuti. E a te?
– Anche a me, da pazzi. Li potrei mangiare ogni giorno.
– È un altro punto che abbiamo in comune, – disse la ragazza. Poi sorrise.
Sorrise anche il giovane. Allora alzarono i bicchieri di birra e fecero un
altro brindisi.
213
– Dobbiamo tornare qui anche domani, – dichiarò lei. – Un ristorante dove
si mangiano granchi così buoni per così poco, non ce n'è un altro al mondo.
Per tre giorni i due cenarono nello stesso posto. Passavano la mattinata in
spiaggia a nuotare e a prendere il sole, il pomeriggio gironzolavano per la
città e compravano souvenir nei negozi di artigianato locale. Poi la sera,
sempre più o meno alla stessa ora, andavano in quel ristorante nella stradina
laterale e mangiavano granchi cucinati in tanti modi diversi Dopodiché tornavano in albergo, facevano l'amore senza fretta e cadevano in un sonno privo di sogni. Erano giornate da favola. Lei aveva ventisei anni e insegnava
inglese in una scuola media. Lui ne aveva ventotto e lavorava come revisore
dei conti in una grande banca. Prendere le ferie nello stesso periodo era stato
quasi un miracolo, e adesso si godevano quelle giornate di libertà, loro due
in santa pace, senza seccatori intorno. Entrambi evitavano di toccare argomenti che potessero rovinare il tempo prezioso che passavano insieme.
Il quarto giorno – l'ultimo di quella vacanza – per cena andarono di
nuovo a mangiare granchi. Mentre con i sottili ferretti tiravano fuori la
polpa dalle chele, si dicevano che stando lì, a passare la mattinata in spiaggia e la sera a rimpinzarsi di granchi squisiti, la vita frenetica di Tōkyō
sembrava qualcosa di irreale, appartenente a un mondo lontano Di solito
parlavano soprattutto del presente. Durante il pasto più volte fra loro calò il
silenzio mentre pensavano, ognuno per conto proprio, a cose diverse. Però
non era un silenzio sgradevole. A unirli c'era la birra gelata e il granchio
caldo.
Usciti dal ristorante tornarono in albergo e come ogni sera si sdraiarono
sul letto a fare l'amore. Con una placidità che li soddisfaceva pienamente.
Poi fecero una doccia e si misero a dormire.
Dopo un poco però il giovane si svegliò, si sentiva malissimo. Aveva
l'impressione di aver inghiottito una nuvola dura. Si precipitò in bagno, si
piegò sul gabinetto e vomitò tutto quello che aveva nello stomaco. Cioè la
carne bianca del granchio. Non aveva avuto il tempo di accendere la luce,
ma al chiarore della grande luna che splendeva sul mare, più o meno riusciva a vedere quello che c'era nella tazza. Fece un profondo respiro, chiuse gli occhi, e in quella posizione lasciò passare un po' di tempo. Aveva un
terribile mal di testa che gli impediva persino di pensare. Poteva solo
aspettare. Un altro conato di vomito arrivò come un'onda. Di nuovo rigettò
con impeto quello che gli restava nello stomaco.
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Quando riaprì gli occhi, nell'acqua del gabinetto vide che la roba da lui
vomitata formava un ammasso biancastro. Enorme. «Possibile che abbia
mangiato tutto questo granchio? – si chiese incredulo il giovane. – Cose da
pazzi. Per forza ho rimesso, se ogni giorno ho ingurgitato tutta questa roba.
Ho veramente esagerato, in quattro giorni ho mangiato la quantità di granchi che di norma mangerei in due o tre anni».
Guardando meglio, vide che quell'ammasso che galleggiava nell'acqua
si muoveva debolmente. Sulle prime pensò di avere un'illusione ottica.
«Sarà un'impressione creata dal chiarore lunare», si disse. Perché ogni tanto le nuvole nascondevano la luna e per un attimo l'oscurità diventava più
densa. Il giovane di nuovo chiuse gli occhi, inspirò lentamente e a fondo,
poi li riaprì. Eppure quell'ammasso si muoveva, non si era sbagliato. Non
era stata un'allucinazione. La superficie tremolava come se tante rughe si
contorcessero. Si alzò e con un gesto deciso accese la luce. Guardando di
nuovo da distanza ravvicinata, vide che ad agitarsi erano dei piccoli vermi
bianchi, innumerevoli vermi del colore del granchio che ricoprivano completamente la polpa rimessa.
Di nuovo gli venne da vomitare, ma il suo stomaco ormai era quasi vuoto, si era ridotto alla grandezza di un pugno. Fiotti di bile verde gli salirono
in gola. Come se non bastasse, anche il disinfettante per i gargarismi che
aveva ingoiato gli tornò subito su. Alla fine il giovane tirò l'acqua per far
sparire dal gabinetto tutto quello che galleggiava. Più e più volte, finché
non rimase assolutamente nulla. Poi si lavò con cura la faccia e si asciugò
bene la bocca con un asciugamano pulito. Si lavò i denti per un tempo lunghissimo. Dopodiché appoggiò le mani sul bordo del lavandino e si guardò
allo specchio. Aveva il volto sbattuto, le rughe più evidenti, il colorito terreo. La sua faccia non era più la stessa, si sarebbe detta quella di un vecchio spossato.
Uscì dal bagno, si appoggiò alla porta e si guardò attorno. La sua ragazza giaceva bocconi sul letto, profondamente addormentata. Pareva non essersi accorta di nulla. Il viso affondato nel cuscino, respirava tranquilla. I
lunghi capelli le coprivano le guance e le spalle come un ventaglio. Appena sotto le scapole aveva due piccoli nei, uno accanto all'altro, sembravano
due gemelli. Sulla schiena le era rimasto il segno del costume da bagno. La
luce bianca della luna trapelava dalle tende e si udiva il rumore monotono
delle onde nella notte. Sul comodino i numeri fosforescenti dell'orologio
lucevano nel buio. Nulla era cambiato. Eppure anche dentro di lei c'era
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quella polpa di granchio, quella sera avevano mangiato la stessa cosa, dallo
stesso piatto. Soltanto che lei non lo sapeva.
Il giovane si lasciò cadere sulla poltrona di vimini accanto alla finestra,
chiuse gli occhi e si mise a respirare lentamente. Mandava l'aria pulita giù
nei polmoni e la buttava fuori, ormai viziata. Cercava di rinnovare più aria
possibile dentro di sé. Avrebbe voluto aprire tutti i pori della pelle. Sentiva
il suo cuore battere con un rumore sordo, come un vecchio orologio in una
stanza vuota.
Guardando la sua ragazza addormentata sul letto, si immaginava le migliaia di vermi che si muovevano nel suo intestino. Doveva svegliarla e
dirglielo? Doveva fare qualcosa al riguardo? Dopo qualche esitazione, rinunciò a quell'idea Non sarebbe servito a niente. Lei non si era accorta di
nulla. Quello era il vero problema.
Aveva la sensazione che il mondo si fosse messo a girare nel verso sbagliato. Poteva percepire il rumore di quella rotazione distorta e silenziosa.
Qualunque cosa succedesse, ormai il mondo non era più lo stesso, pensò.
Molte cose erano andate sottosopra, e non sarebbero più tornate come prima. Potevano soltanto avanzare così, nel loro nuovo assetto. L'indomani
sarebbe tornato a Tōkyō, alla solita vita. In apparenza non era successo
niente. Ma ormai non avrebbe più potuto stare insieme a lei, non avrebbe
più ritrovato il sentimento che nutriva per lei fino al giorno prima. Lo sapeva. E non era tutto. Lui stesso non si sarebbe più sopportato. In un certo
senso, entrambi erano caduti dalla parte esterna di un muro altissimo. Senza far rumore, senza farsi male. Ma lei non si era accorta di nulla.
Fino all'alba il giovane rimase seduto in poltrona, limitandosi a respirare
in silenzio. Durante la notte ogni tanto arrivavano degli scrosci di pioggia,
le gocce colpivano i vetri della finestra come una sorta di punizione. Poi le
nuvole si allontanavano, e di nuovo appariva la luna. La cosa si ripeté a più
riprese. Lei però non si svegliò. Non si girò nemmeno una volta. Solo ogni
tanto le sue spalle fremevano leggermente. Il giovane aveva un sonno tremendo. Se avesse potuto fare una bella dormita, forse al suo risveglio tutto
si sarebbe risolto, tutto sarebbe tornato come prima e le cose avrebbero ripreso il loro corso naturale. Anelava a quel sonno ristoratore. Ma per quanto tendesse le mani per afferrarlo, il sonno gli sfuggiva, ritirandosi al di là
della sua portata.
Gli tornò in mente la prima sera, quando erano passati davanti a quel ristorante. Ricordò i due vecchi cinesi dai capelli cortissimi che mangiavano
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snack in silenzio, il cane nero che dormiva ai loro piedi, gli ombrelloni
sbiaditi. E lei che lo tirava per il gomito. Gli sembravano tutte cose avvenute in un lontano passato. Eppure erano successe solo tre giorni prima. E
in quei tre giorni, sotto l'effetto di qualche strana forza, lui si era trasformato in un miserabile vecchio dal colorito terreo. In quella bella e tranquilla
città sul mare che era Singapore.
Si portò le mani davanti al viso e le guardò con attenzione. Prima il dorso, a lungo, poi il palmo. Comunque le tenesse, tremavano un po'.
Sentì la voce di lei che diceva: «Sì, il granchio mi è sempre piaciuto. E a te?»
«Non lo so», pensò il giovane.
Il suo cuore era prigioniero di qualcosa che non aveva forma. Era avvolto da qualcosa di misterioso, morbido e profondo. Verso quali luoghi sarebbe avanzata la sua vita? E cosa c'era ad attenderlo, una volta arrivato?
Non riusciva proprio a immaginarlo. Ma quando finalmente il cielo a est
cominciò a schiarirsi, di colpo fu certo di una cosa: che ovunque fosse andato, con i granchi aveva chiuso.
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La lucciola
Un tempo – ma in realtà saranno passati solo quattordici o quindici anni
– abitavo in un dormitorio per studenti. Avevo diciott'anni ed ero appena
entrato all'università. Non conoscevo per nulla Tōkyō ed era la prima volta
in vita mia che vivevo da solo, così i miei genitori, preoccupati, avevano
trovato per me quella sistemazione. Naturalmente c'era anche il problema
economico. La retta del dormitorio, in confronto a quello che avrei speso
per un alloggio indipendente, non era molto alta. Per quanto mi riguardava,
avrei preferito prendere in affitto una stanza dove starmene comodamente
per i fatti miei, ma non potevo chiedere tanto, considerato quel che costavano i corsi e quel che ricevevo ogni mese per le spese giornaliere.
Il dormitorio si trovava nel quartiere di Bunkyō, una zona da dove si poteva godere di una bellissima vista sulla città. Aveva un grande cortile circondato da un alto muro di cemento. Subito al di qua del cancello c'era un
enorme olmo del Caucaso che doveva avere centocinquant'anni o forse anche più. Quando si stava sotto quell'albero, se si alzava la faccia non si riusciva quasi a vedere il cielo, che restava nascosto dalla chioma verde.
Un sentiero asfaltato contornava il grande olmo e tornava a formare una
linea retta che attraversava il cortile. Ai lati del cortile, paralleli, c'erano
due imponenti fabbricati di tre piani, in cemento armato: i dormitori degli
studenti. Le tende erano tutte dello stesso color crema, una tinta che si scolorisce poco al sole. Da una finestra aperta arrivava sempre la voce di un
disc-jockey alla radio.
Il sentiero finiva davanti all'edificio principale, che aveva solo due piani. Al pianterreno c'erano la mensa e una gran de stanza da bagno comune,
al primo un auditorium, una sala per le riunioni e alcune camere per gli
ospiti di riguardo. Accanto all'edificio principale c'era un terzo dormitorio,
pure questo di tre piani. Il cortile era spazioso, e sul prato verde gli irrigatori giravano sotto la luce del sole. Dietro l'edificio principale si trovavano
i campi sportivi: uno da calcio, uno da baseball e sei da tennis. Non si poteva desiderare di meglio.
L'unico aspetto problematico di quel dormitorio – dal mio punto di vista, perlomeno – era il fatto che fosse gestito da un'oscura fondazione fa218
cente capo a un esponente dell'estrema destra. Per rendersene conto bastava leggere l'opuscolo del regolamento: «L'obiettivo fondamentale dell'educazione è formare degli individui utili alla patria». Ecco qual era lo spirito
dell'istituto. Spirito condiviso da molti uomini d'affari, i quali davano un
contributo di tasca propria. Questa perlomeno era la versione ufficiale. Cosa ci fosse sotto però, come spesso succede, non era chiaro. La verità non
la conosceva nessuno. C'era chi diceva che la gestione di quel dormitorio
fosse una maniera per eludere le tasse, chi era convinto che fosse un mezzo
fraudolento per mettere le mani sui terreni. E c'era anche chi sosteneva che
si trattasse semplicemente di un modo di farsi pubblicità. In ogni caso, per
me non cambiava nulla. Dalla primavera del 1967 all'autunno dell'anno seguente vissi in quel dormitorio. Per quel che riguardava la mia vita quotidiana, che dietro ci fosse gente di destra o di sinistra, degli ipocriti o dei
delinquenti, il risultato era lo stesso.
La giornata al dormitorio iniziava con l'alzabandiera. Naturalmente veniva suonato anche l'inno nazionale. Le due cose erano inseparabili. Come i
notiziari sportivi e le marce musicali. Dal momento che la piattaforma della
bandiera era in mezzo al cortile, la si poteva vedere da tutte le finestre.
Alzare la bandiera era compito del responsabile del dormitorio est –
quello dove stavo io. Costui era un uomo dallo sguardo penetrante, alto,
sulla cinquantina. Fra i capelli tagliati a spazzola ne spuntava già qualcuno
grigio, e sulla nuca abbronzata aveva una lunga cicatrice. Si diceva che si
fosse diplomato all'Accademia militare di Nakano. Lo affiancava uno studente incaricato di aiutarlo nella cerimonia. Di questo studente nessuno sapeva nulla. Aveva anche lui i capelli cortissimi e portava l'uniforme come
tutti noi, ma ignoravamo sia il suo nome, sia in quale camera dormisse.
Nella stanza da bagno o alla mensa non lo vedevamo mai. Non eravamo
nemmeno sicuri che si trattasse davvero di uno studente, lo presumevamo
soltanto dal fatto che indossava l'uniforme. Al contrario del tipo dell'Accademia militare, era basso, mingherlino e piuttosto pallido. Questa coppia
ogni mattina alle sei alzava la bandiera.
All'inizio li guardavo spesso dalla finestra. Alle sei in punto, quando
suonava la campanella, i due comparivano in cortile. Lo studente portava
una leggera scatola di legno, l'ex militare un registratore a cassette della
Sony, che posava ai piedi della piattaforma. Lo studente apriva la scatola,
prendeva la bandiera accuratamente piegata e la passava al responsabile del
219
dormitorio est, il quale a sua volta la attaccava alla corda. Poi lo studente
azionava il registratore.
Possa il regno dell'Imperatore...
E la bandiera saliva leggera su per il palo.
Alla strofa «Finché quelli che oggi...» era già a metà dell'asta, alla fine
dell'inno era arrivata in cima. Dopodiché i due scattavano sull'attenti, la testa alta, lo sguardo levato verso la bandiera. Se il cielo era azzurro e soffiava un po' di vento, non era uno spettacolo da poco.
La sera la cerimonia si svolgeva più o meno come al mattino, ma al contrario. La bandiera scivolava giù per il palo e veniva riposta nella scatola.
L'inno nazionale ci era risparmiato.
Mi chiedevo perché durante la notte la bandiera non rimanesse innalzata. Il paese continuava a esistere e molte persone erano al lavoro. Non mi
sembrava giusto che tutti costoro non potessero stare sotto la sua protezione. Ma poteva darsi che la cosa non avesse molto valore. Nessuno ci faceva caso. Forse ero soltanto io a preoccuparmene. E poi era un pensiero peregrino che non aveva molta importanza.
Riguardo alla ripartizione delle camere nel dormitorio, gli studenti del
primo e del secondo anno erano due per stanza, mentre quelli del terzo e
del quarto avevano ognuno la propria.
Quella dove stavo io era lunga e stretta e misurava soltanto sei tatami.
Sulla parete in fondo si apriva una finestra dal telaio in alluminio. La mobilia, sebbene ridotta al minimo, era solida: due scrivanie, due sedie, un letto
a castello, due armadietti. E degli scaffali inseriti nel muro. In quasi tutte le
stanze su questi scaffali c'era un ammasso di roba: transistor, fon, bollitori
elettrici, scatole di caffè solubile, zucchero, pentole per cuocere rāmen
istantaneo, qualche piatto... Ai muri erano attaccati poster di pin-up presi
da «Playboy». Sulle scrivanie c'erano pile di libri di testo e qualche romanzo di successo.
In quel dormitorio per soli maschi, le stanze erano sudicie. Sul fondo dei
cestini della spazzatura c'era uno strato di bucce ammuffite di mandarino,
nelle lattine vuote che servivano da portacenere si accumulavano una decina di centimetri di mozziconi. Le tazze erano sporche di caffè. Il pavimento era costellato di buste di plastica e di lattine vuote. Se entrava una folata
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di vento sollevava nugoli di polvere. Poiché tutti cacciavano i vestiti sporchi sotto il letto, la puzza era tremenda. I futon erano impregnati di sudore
e di odore corporale perché nessuno li metteva mai fuori all'aria aperta.
In confronto, la mia stanza era un modello di pulizia. Per terra non c'era
una cartaccia, i portacenere erano sempre ben lavati. I futon venivano
arieggiati una volta alla settimana, le matite stavano nel loro contenitore.
Sui muri non erano attaccati poster di pin-up, ma fotografie dei canali di
Amsterdam. Questo perché il mio compagno di stanza era un maniaco della pulizia. Faceva tutto lui. Persino il bucato. Io non avevo bisogno di alzare un dito. Appena posavo una lattina di birra vuota sulla scrivania, l'istante
seguente spariva nel cestino della spazzatura.
Il mio compagno di stanza era uno studente della facoltà di geografia.
– Studio le map-map-mappe, – mi aveva detto quando ci eravamo
conosciuti.
– Ah sì? Ti interessano? – gli avevo chiesto.
– Sì. In futuro mi p-piacerebbe lavorare all'Istituto geografico nazionale
e disegnare map-map-mappe.
«Il mondo è bello perché è vario, – mi ero detto, – ognuno desidera cose
diverse». Era la prima volta in vita mia che mi soffermavo a considerare
che tipo di persone disegnasse le mappe e per quali motivazioni. Tanto per
cominciare, già era strano che uno che sperava di entrare all'Istituto geografico balbettasse ogni volta che pronunciava la parola «mappa». Non
balbettava sempre, solo ogni tanto, ma quando incappava in quella parola
si poteva scommettere che avrebbe balbettato.
– Tu che cosa studi? – mi aveva chiesto.
– Teatro.
– Teatro? Vuoi dire recitazione?
– No, non recitazione. Semplicemente studio i testi teatrali. Racine, Ionesco, Shakespeare...
Lui mi disse che a parte Shakespeare, gli altri autori non li aveva mai
sentiti nominare. Gli risposi che neanch'io li conoscevo. Avevo trovato i
loro nomi sul libro di testo.
– Ad ogni modo ti p-piace quel genere di cose, insomma, – fece lui.
– No, non così tanto.
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Mi guardò stupito. Quando era perplesso si metteva a balbettare terribilmente. Tanto che avevo l'impressione di avergli fatto uno sgarbo.
– Mi andava bene qualsiasi cosa, – cercai di spiegargli. – Filosofia indiana, storia orientale... per me era lo stesso. Mi sono iscritto alla facoltà di
teatro perché è capitato così.
– Non ti capisco, – disse lui. – P-p-per quanto mi riguarda, se studio le
map-map-mappe, è p-perché amo la geografia. Sono venuto ap-posta a fare
l'università a Tōkyō, ho fatto una fatica tremenda p-per convincere i miei a
pagarmi gli studi. E tu invece...
Il suo ragionamento era ben più sensato del mio, quindi rinunciai a
dargli spiegazioni. Tirammo a sorte il posto nel letto a castello: toccò a
lui andare sopra.
Indossava sempre una camicia bianca e dei pantaloni neri. Era alto, portava i capelli molto corti e aveva gli zigomi sporgenti. Quando andava in
facoltà metteva l'uniforme degli allievi universitari, scarpe nere incluse.
Dall'aspetto sembrava il tipico studente di estrema destra, e probabilmente
tutti nel dormitorio erano convinti che lo fosse, ma in realtà lui non aveva
il minimo interesse per la politica. Se prediligeva quell'uniforme era perché
gli evitava la seccatura di scegliere i vestiti, non c'era altra ragione. Gli
unici eventi che attirassero la sua attenzione erano le mutazioni del profilo
di una costa, l'apertura di un nuovo tunnel su una linea ferroviaria e altre
variazioni topografiche. Quando si metteva a parlare di quegli argomenti,
poteva andare avanti per una o due ore, chi l'ascoltava poteva solo mettersi
a urlare o addormentarsi.
Ogni mattina si svegliava alle sei in punto. L'inno nazionale gli faceva
da sveglia, prova inconfutabile che anche la cerimonia dell'alzabandiera
aveva la sua utilità. Si vestiva e andava in bagno a lavarsi la faccia. Ci metteva un tempo infinito. Tanto che mi chiedevo se non si togliesse i denti
uno a uno per strofinarli bene. Quando tornava lisciava bene le pieghe
dell'asciugamano, l'appendeva a un attaccapanni, poi rimetteva lo spazzolino e il sapone al loro posto su uno scaffale. Quindi accendeva la radio e faceva ginnastica seguendo il programma di esercizi fisici del mattino.
Quanto a me, poiché la sera andavo a letto tardi e avevo il sonno pesante, anche con la radio accesa di solito continuavo a dormire come niente
fosse. Ma appena lui si metteva a saltare su e giù, mi svegliavo di colpo.
Perché ad ogni salto – e spiccava davvero balzi notevoli – la mia testa si
sollevava dal cuscino di cinque centimetri. Come avrei potuto dormire?
222
– Scusami, sai, – gli dissi verso il quarto giorno, – ma non potresti farli
in terrazza gli esercizi mattutini? Ogni volta mi svegli!
– Non p-posso. Se vado a farli in terrazza quelli del terzo p-piano protestano. Qui siamo al p-pianterreno e sotto di noi non c'è nessuno.
– Be', potresti farli in giardino.
– E come faccio? Non c'è mica una radio a transistor, in giardino. Non
p-potrei sentire la musica. E senza musica non ci riesco.
Era vero che la sua radio aveva bisogno di una presa elettrica. Avrei potuto prestargli la mia a pile, ma prendeva solo i programmi in FM.
– Be', dovresti abbassare il volume e rinunciare ai salti. Il rimbombo è
tremendo. Scusa se te lo chiedo, ma...
– I salti? Di quali salti stai p-parlando?
– Della parte degli esercizi in cui vai su e giù come una palla.
– Non c'è una p-parte così.
Cominciavo ad avere mal di testa. Sarebbe stato meglio lasciar perdere.
Ma ormai non potevo tirarmi indietro. Mi misi a saltare su e giù canticchiando la musica che accompagnava gli esercizi mattutini del programma
della NHK.
– Sto parlando di questa roba qui. C'è una parte così, no?
– Sì, è vero. C'è. Non ci avevo fatto caso.
– Quindi potresti rinunciare a quella parte, non credi? Le altre non mi
danno fastidio.
– Non p-posso, – rispose lui, infischiandosene delle mie rimostranze. –
Non p-posso fare come dici. Sono dieci anni che seguo questo pprogramma. Quando comincio, vado avanti senza rendermene conto. Se
salto una p-parte, va tutto a rotoli.
– Allora smetti di fare ginnastica!
– Come ti p-p-permetti di p-parlarmi così? Di darmi ordini?
– Ascolta. Non ti sto dando ordini. Vorrei soltanto dormire fino alle
otto. E anche se mi sveglio più presto, vorrei farlo in modo più naturale.
Non mi va di venir tirato giù dal letto dal putiferio che fai. Almeno questo lo capisci?
– Sì. Sì, ti capisco, – ammise lui.
– Allora come pensi di fare?
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– P-perché non ti alzi anche tu e fai ginnastica con me?
Rassegnato, mi rimisi a dormire. E lui continuò a fare i suoi esercizi
senza saltare nemmeno un giorno.
Quando le avevo raccontato del mio compagno di stanza, lei si era messa a ridere. Solo per qualche secondo, ma era da molto tempo che non le
succedeva. Non le avevo raccontato quella storia perché la ritenessi divertente, ma alla fine avevo riso anch'io.
Eravamo scesi alla stazione di Yotsuya e stavamo camminando lungo la
strada che segue i binari in direzione di Ichigaya. Era il pomeriggio di una
domenica di maggio. Era piovuto quasi fino a mezzogiorno, poi il vento
che soffiava da sud aveva cacciato via le basse nuvole plumbee. Le foglie
dei ciliegi, di un verde smagliante, oscillavano luccicando. I raggi del sole
avevano già il profumo vivificante dell'estate. La maggior parte delle persone che passavano per la strada si era tolta giacche e maglioni e li teneva
su una spalla. Sui campi da tennis i ragazzi giocavano in calzoncini corti.
Nel sole pomeridiano, i bordi dorati delle loro racchette mandavano bagliori.
Soltanto due suore, sedute una accanto all'altra su una panchina, portavano il nero abito invernale. Eppure sembravano piacevolmente assorte in
una conversazione, guardandole mi dissi che in fin dei conti l'estate era ancora lontana.
Dopo aver camminato per una quindicina di minuti, mi sentivo la schiena sudata. Indossavo una maglietta e una spessa camicia di cotone, e lei
una felpa grigio chiaro di cui aveva arrotolato le maniche sopra il gomito.
Una felpa ormai scolorita dai numerosi lavaggi. Mi pareva di avergliela già
vista addosso, parecchio tempo prima. Ma forse era solo una mia impressione. C'erano tante cose che non ricordavo più molto bene. E tutto sembrava essere accaduto in un passato lontanissimo.
– Vivere con altre persone è divertente? – mi chiese lei.
– Non saprei. Non è da molto che sto in un dormitorio.
Lei si fermò davanti a una fontanella d'acqua potabile, bevve un sorso,
poi prese il fazzoletto dalla tasca dei pantaloni e si asciugò la bocca. Quindi si riallacciò bene le scarpe da tennis.
– Mi chiedo se ci sono portata, per quel genere di vita.
– Vuoi dire la vita comunitaria?
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– Sì.
– Mah! Le cose fastidiose sono molte di più di quanto si pensi. Un sacco
di regole e regoline da rispettare, gli esercizi di ginnastica di quello lì...
– Già, immagino... – disse lei. Per qualche secondo parve immersa nelle
sue riflessioni, poi mi osservò a lungo. I suoi occhi avevano una trasparenza
innaturale. Non mi ero mai accorto di questa sua peculiarità. Era davvero
qualcosa di molto strano, avevo l'impressione di guardare attraverso l'aria.
– Eppure a volte mi chiedo se non sia necessario provare. Cioè... – dette
quelle parole si morse un labbro, senza staccare gli occhi da me. Poi distolse lo sguardo. – Non lo so. Be', fa lo stesso.
Smettemmo di parlare, perché lei aveva ripreso a camminare.
Erano circa sei mesi che non la vedevo. In quel mezzo anno era incredibilmente dimagrita. Le guance paffute che erano state una sua caratteristica
si erano incavate e anche il collo era diventato più snello. Comunque non si
poteva neanche dire che fosse troppo magra. Ed era molto più bella di come me la ricordavo. Avrei voluto dirle qualcosa al riguardo, ma non mi
veniva in mente nulla di appropriato e lasciai perdere.
Eravamo venuti a Yotsuya senza uno scopo preciso. Ci eravamo incontrati per caso su un treno della linea Chū-ō, e visto che nessuno dei due
aveva impegni impellenti, lei aveva proposto di andare da qualche parte.
Così eravamo scesi alla prima stazione, che era per l'appunto Yotsuya. Ritrovandoci soli, non sapevamo bene di cosa parlare. Non capivo nemmeno
perché mi avesse proposto di scendere dal treno. Tanto non avevamo mai
avuto granché da dirci, noi due.
Appena usciti dalla stazione, lei si era incamminata a passi energici. E
io l'avevo seguita, a una distanza costante di un metro. Camminavo guardando la sua schiena davanti a me. Ogni tanto lei si girava e mi diceva
qualcosa. A volte avevo la risposta pronta, a volte mi trovavo in difficoltà.
E poi succedeva che lei non mi sentisse. Però non sembrava importarle
molto. Quando aveva detto quello che le interessava dire, si voltava e continuava a camminare in silenzio.
A Iidabashi svoltammo a destra, seguimmo il terrapieno del Palazzo
imperiale fino all'incrocio di Jinbōchō e dopo aver attraversato la strada
scendemmo lungo la discesa di Ochauomizu fino a Hongō. Da lì procedemmo costeggiando un lato della ferrovia fino a Komagome. Una bella
scarpinata! Quando arrivammo a Komagome cominciava a fare buio.
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– Dove siamo, qui? – chiese lei.
– A Komagome. Praticamente abbiamo girato in tondo.
– Perché siamo finiti qui?
– Mi ci hai portato tu. Io ti ho solo seguita.
Entrammo in un ristorantino vicino alla stazione e mangiammo qualcosa. Dall'inizio alla fine non scambiammo una parola. Io ero spossato dalla
lunga camminata; lei, per tutto il tempo, aveva pensato ad altro.
– Sei veramente in forma, – le dissi quando terminai il mio soba.
– Sorpreso?
– Sì.
– Alle medie ero bravissima nella corsa di fondo. E quando ero piccola,
la domenica con mio padre andavamo sempre a camminare in montagna, a
lui piaceva molto. Per questo le mie gambe sono ancora robuste.
– Però non si direbbe.
Lei rise.
– Ti accompagno fino a casa, – le dissi.
– No, non fa niente, – rispose. – Ci posso andare da sola, non ti preoccupare.
– Ma per me non è un problema.
– Sì, ma non è necessario. Davvero. Sono abituata a tornare a casa da sola.
A essere del tutto sincero, quando lei mi disse così provai un senso di
sollievo. Per arrivare a casa sua ci voleva più di un'ora di treno, e la prospettiva di passare tutto quel tempo seduto vicino a lei senza dire una parola non era delle più allegre. Così in conclusione decisi di non accompagnarla. In compenso però pagai il conto al ristorante.
– Senti, se ti va... cioè se non ti dà fastidio... magari potremmo rivederci, – fece lei prima di alzarsi. – Anche se mi rendo conto che non c'è alcun
motivo di proporti una cosa del genere.
– Non è necessario che ci siano dei motivi particolari, risposi un po' stupito.
Lei arrossì un po'. Forse si era accorta della mia sorpresa.
– Non riesco a spiegarmi bene, – si giustificò. Srotolò le maniche della
felpa, poi le arrotolò di nuovo. La luce delle lampade dava un bel riflesso
dorato alla peluria sulle sue braccia.
– Non volevo parlare di «motivi». Intendevo un'altra cosa.
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Appoggiò i gomiti sul tavolo, chiuse gli occhi e si sforzò di cercare le
parole giuste. Peccato che non le trovasse.
– Ma fa lo stesso, – le assicurai.
– Non riesco mai a dire le cose come vorrei, – proseguì lei.
Di recente mi succede sempre. Davvero, non mi so esprimere. Faccio
per parlare, ma mi vengono in mente le parole sbagliate. Sbagliate o addirittura tutto il contrario di quello che intendevo. E se cerco di correggermi,
mi ingarbuglio e sbaglio ancora di più. Così finisco col non sapere più
nemmeno io cosa volevo dire in partenza. Come se mi dividessi in due persone, e una corresse dietro all'altra. Ho sempre questa sensazione. Due persone che si rincorrono intorno a una spessa trave posta nel mezzo. Le parole giuste ce l'ha quella che scappa, e l'altra che l'insegue non riesce mai a
raggiungerla.
Posò i palmi sul tavolino e mi guardò.
– Capisci cosa voglio dire?
– A chiunque, chi più chi meno, succede di provare una cosa del genere,
– le risposi. – Non riusciamo a esprimere bene il nostro pensiero e questo
ci irrita.
A quella mia risposta, lei mi parve un po' delusa.
– No, è qualcosa di ancora diverso, – si lamentò. Ma non proseguì.
– Comunque possiamo vederci, per me va bene, – dissi.
– Tanto ho un sacco di tempo libero. Per la salute è meglio camminare
che starsene tutta la giornata a ciondolare.
Alla stazione ci separammo soltanto con un «arrivederci».
L'avevo vista per la prima volta quando avevo diciassette anni, in primavera. Aveva la mia stessa età e frequentava un liceo cristiano femminile
che aveva un'ottima reputazione. Era la ragazza di un mio amico, era stato
lui a presentarmela. Si conoscevano dai tempi delle elementari e abitavano
a meno di duecento metri di distanza.
Come tutte le coppie che si frequentano dall'infanzia, non avevano particolare desiderio di isolarsi e andavano spesso a casa l'uno dell'altra per
pranzare o cenare con le rispettive famiglie. A volte eravamo usciti in quattro, loro due, io e qualche altra ragazza, ma dal momento che le mie modeste storie non duravano mai a lungo, di solito eravamo in tre. E in fin dei
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conti era la cosa più rilassante. Quanto ai nostri ruoli, io facevo la parte
dell'ospite, il mio amico del padrone di casa e lei della sua assistente, nonché prima donna.
Lui era bravissimo in questo genere di cose. Anche se aveva una certa
tendenza al sarcasmo, fondamentalmente era un ragazzo gentile ed equanime. Scherzava e ci prendeva in giro, lei e me, con perfetta imparzialità.
Se uno di noi due stava zitto, subito gli diceva qualcosa che lo stimolava a
parlare. Aveva la capacità di cogliere all'istante la situazione e adattarvisi;
e il particolare talento di trovare qualche aspetto degno di attenzione anche
nel discorso dell'interlocutore più banale. Così quando parlavo con lui, a
volte avevo l'impressione di essere anch'io un tipo brillante.
Appena lui si assentava un attimo, però, con la sua ragazza non avevamo più nulla da dirci. Non riuscivamo a trovare un solo argomento di conversazione. Per il semplice motivo che non condividevamo il più piccolo
interesse. Così, nell'attesa che lui tornasse, ci limitavamo a guardare in silenzio il portacenere o a bere qualche sorso d'acqua. Appena lui ricompariva, la conversazione riprendeva.
Dopo il funerale del mio amico, con lei ci eravamo rivisti solo una volta, tre mesi dopo. Ci eravamo dati appuntamento in un caffè per una piccola faccenda, sistemata la quale non sapevamo più di cosa parlare. Più volte
avevo provato ad avviare il discorso, ma mi ero sempre arenato. Come se
non bastasse, nel tono di lei avvertivo una certa durezza Sembrava che ce
l'avesse con me per qualche ragione che non comprendevo. Allora ci salutammo e ci separammo.
Può darsi che il suo risentimento fosse dovuto al fatto che non era stata
lei l'ultima persona a vedere il mio amico, ma io. Credevo di capire quel
che provava, e potendo le avrei ceduto volentieri il mio posto. Però la realtà era quella che era e non ci potevo fare nulla, anche se non è una bella
cosa da dirsi. Per quanto lo si desideri, ciò che è stato è stato e non lo si
può cambiare.
Quel pomeriggio di maggio tornando da scuola – a dire la verità avevamo saltato una lezione –, io e il mio amico eravamo andati in una sala da
biliardo e avevamo giocato quattro partite. La prima la vinsi io, le altre tre
lui. Come pattuito, toccava a me pagare il conto.
Lui morì quella notte, nel suo garage. Aveva attaccato un tubo di gomma al tubo di scappamento della sua N360, l'aveva fatto passare all'interno
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dell'abitacolo, e dopo aver coperto con il nastro adesivo la fessura del finestrino aveva acceso il motore. Non so quanto tempo abbia impiegato a morire. Quando i suoi genitori, che si erano recati in visita a un parente malato, tornarono a casa, lo trovarono morto. La radio era accesa a tutto volume. Sotto il tergicristallo era infilata la ricevuta di una stazione di servizio.
Non aveva lasciato scritta una parola, né si poteva immaginare un motivo che l'avesse indotto a quel gesto. Poiché ero stato l'ultimo a vederlo,
venni convocato dalla polizia che mi interrogò riguardo a quell'incontro.
Risposi che il suo atteggiamento era del tutto normale, nulla lasciava prevedere la disgrazia. È assurdo che una persona determinata a suicidarsi,
poco prima vinca tre partite di seguito a biliardo. I poliziotti non sembravano avere una buona opinione né di me né di lui. «Niente di strano, –
avevano l'aria di pensare, – se un ragazzo che salta le lezioni per andare a
giocare a biliardo finisca per suicidarsi». Sul giornale comparve un breve
articolo, e la vicenda si concluse così. I suoi genitori si disfecero della
N360 rossa. A scuola, sul suo banco, venne posato un mazzo di fiori bianchi che restò lì per un po'.
Quando terminai il liceo e mi trasferii a Tōkyō avevo soltanto una cosa
da fare: smettere di lambiccarmi il cervello. Decisi di dimenticare il panno
verde del tavolo da biliardo, la N360 rossa, il mazzo di fiori bianchi sul
banco. E il fumo che si innalzava dalla ciminiera del crematorio, il massiccio fermacarte nella stanza degli interrogatori al commissariato... All'inizio
rimuovere dalla mia memoria ogni cosa mi parve facile. Dentro di me però
rimase una sensazione, vaga come l'aria. Una sensazione che col passare
del tempo cominciò a prendere una forma semplice e precisa. Volendo
esprimerla a parole, direi: la morte non è la fine della vita, esiste in quanto
parte di essa.
Così, però, la frase suona odiosamente banale. Semplice buon senso.
All'epoca però non la percepivo come un'espressione verbale, ma come una
presenza aerea dentro di me. La morte esisteva nel fermacarte, nelle quattro
palle sul panno del biliardo. E noi passavamo la nostra vita a inalarla, come
una polvere impalpabile.
Fino al momento dell'incidente, avevo sempre concepito la morte come
un'entità indipendente e separata da noi. Come qualcosa che a un certo
punto ci afferrava. O per dirla al contrario, che ci lasciava campare fino al
giorno fatidico. Ed ero seriamente convinto che quel mio pensiero fosse
logico Da una parte c'era la vita, dall'altra la morte.
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Ma a partire dalla sera in cui il mio amico si suicidò, questa concezione
semplicistica non mi soddisfaceva più. La morte non era un'entità opposta
alla vita. Era già dentro di noi Questo non lo potevo dimenticare. Perché
quando aveva portato via il mio amico diciassettenne, in quella sera di
maggio, si era impadronita anche di me.
Ne ero perfettamente cosciente. E al tempo stesso su quel pensiero mi
arrovellavo. Facevo davvero una gran fatica. Perché avevo diciott'anni ed
ero troppo giovane per riflettere profondamente su un tema così grave.
Dal giorno di quel lungo giro a piedi, presi l'abitudine di vedere quella
ragazza una o due volte al mese. Si può quasi dire che uscissimo insieme,
non riesco a trovare un'espressione più appropriata.
Lei frequentava un'università femminile nell'hinterland di Tōkyō.
Un'accademia piccola ma di buon livello, a meno di dieci minuti a piedi dal
suo alloggio. Lungo la strada c'era un bacino d'irrigazione molto gradevole,
così ogni tanto andavamo a passeggiare da quelle parti. Lei non aveva quasi amici. E al suo solito parlava pochissimo. Non avendo nulla in particolare da dirle, anche io per lo più stavo zitto. Quando ci incontravamo, non
facevamo altro che camminare.
Ciononostante la nostra amicizia progrediva. Verso la fine delle vacanze
estive lei prese spontaneamente l'abitudine di mettersi accanto a me. Uno
di fianco all'altra andavamo Su per le salite, giù per le discese, attraversavamo ponti e strade. Senza una meta precisa né un programma. Dopo aver
camminato un bel po', andavamo a bere un caffè da qualche parte, dopodiché riprendevamo la nostra marcia. Soltanto le stagioni cambiavano, come
diapositive in un proiettore. Quando venne l'autunno, nel cortile del mio
dormitorio le foglie dell'olmo ricoprirono il suolo. Mettemmo dei pullover
che portavano l'odore della nuova stagione. Mi comprai un paio di scarpe
in pelle scamosciata.
Sul finire dell'autunno, quando cominciò a soffiare un freddo vento invernale, ogni tanto lei si stringeva al mio braccio. Attraverso la stoffa del
mio pesante giaccone potevo sentire il suo respiro. Ma era tutto lì. Le mani
infilate nelle tasche, procedevo. Sia lei che io portavamo scarpe dalla suola
di gomma che smorzavano il rumore dei nostri passi. Solo le foglie secche
dei platani scricchiolavano quando le calpestavamo. Ciò di cui lei aveva
bisogno non era il mio braccio, era il braccio di qualcuno. Non era il mio
calore, era il calore di qualcuno. Perlomeno, questa era la mia convinzione.
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I suoi occhi avevano sempre quella trasparenza. Una trasparenza priva
di destinazione. A volte, senza alcun motivo, mi guardava a lungo negli
occhi, e in quei momenti provavo una gran tristezza.
Quando mi telefonava, o quando uscivo con lei la domenica mattina, i
miei compagni del dormitorio mi prendevano sempre in giro. Com'era naturale, tutti erano convinti che fosse la mia ragazza. Né io avevo modo o
ragione di dare spiegazioni. Lasciai che pensassero quello che volevano.
Quando tornavo dai miei incontri con lei, c'era sempre qualcuno che mi
domandava se avessimo fatto sesso, com'era andata... «Non male», rispondevo invariabilmente.
In questo modo passò il mio diciottesimo anno. Il sole si levava, tramontava, la bandiera saliva, scendeva. E quasi tutte le domeniche uscivo
con la ragazza del mio amico. Senza capire cosa stessi facendo o a cosa mirassi. All'università leggevo Claudel, leggevo Racine, leggevo Ėjzenštejn.
Riconoscevo che tutti scrivevano molto bene, ma nulla di più. Nel mio corso non mi ero quasi fatto amici. E neppure al dormitorio, praticamente. Visto che ero sempre assorto nella lettura, tutti pensavano che volessi diventare uno scrittore, ma io non ci tenevo affatto. Non volevo diventare proprio nulla.
Cercai più volte di parlarle di quel mio stato d'animo, perché avevo
l'impressione che fosse in grado di capirmi. Però non mi riuscì mai di spiegare veramente quello che provavo. Mi succedeva la stessa cosa che mi
aveva detto lei all'inizio: quando cercavo di esprimere un pensiero, le parole giuste sparivano sempre in fondo alle tenebre, dove io non potevo raggiungerle.
Il sabato sera andavo a sedermi nella hall e aspettavo la sua telefonata.
A volte si faceva attendere per tre settimane, a volte arrivava due sabati di
seguito. Così passavo intere serate su una sedia. La hall era deserta perché
quasi tutti gli altri studenti erano fuori, a divertirsi. Osservando il pulviscolo luminoso che volteggiava nel vuoto e nel silenzio, mi sforzavo di veder
chiaro nei miei sentimenti. Ognuno cerca qualcosa in qualcun altro, su
questo non avevo dubbi. Ma la mia comprensione non andava oltre. Mi bastava protendere un poco la mano per sentire la resistenza di una confusa
cortina d'aria.
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Durante l'inverno, trovai un lavoro part time in un piccolo negozio di dischi a Shinjuku. A Natale le regalai un trentatré giri di Henry Mancini che
conteneva una canzone che le piaceva molto, Dear Heart. Feci un bel pacchetto e lo legai con un nastro rosa. La carta era stampata con motivi di pini natalizi Lei mi diede dei guanti di lana che aveva fatto a maglia per me.
Il pollice era un po' troppo corto, ma comunque erano caldi.
Dal momento che durante le vacanze invernali non era tornata a casa, a
Capodanno e nei giorni seguenti mi invitò a mangiare nel suo alloggio.
Successero tante cose, quell'inverno.
Alla fine di gennaio il mio compagno di stanza restò a letto due giorni,
con la febbre quasi a quaranta. Di conseguenza finii col saltare l'appuntamento con lei. Il malato stava così male che sembrava dovesse andarsene
all'altro mondo da un momento all'altro, e non potevo uscire abbandonandolo al suo destino. Né c'era qualcuno, a parte me, che potesse occuparsene. Gli mettevo sulla fronte buste di plastica piene di ghiaccio che andavo a
comprare, gli asciugavo il sudore con un asciugamano freddo, ogni ora gli
misuravo la temperatura. Per due giorni interi la febbre non gli calò di un
decimo. La mattina del terzo giorno si alzò fresco come una rosa, la temperatura gli era scesa a 36,2°.
– È strano, – disse. – Non ho mai avuto la febbre prima d'ora.
– C'è sempre una prima volta, – gli risposi. Poi gli mostrai i due biglietti
omaggio per un concerto che grazie a lui erano andati sprecati.
– Meno male che non ti erano costati nulla, – fu il suo commento.
In febbraio nevicò diverse volte.
Alla fine di quel mese litigai per una sciocchezza con un compagno più
grande, uno che stava come me al pianterreno, e lo presi a botte. Lui sbatté
la testa contro il muro di cemento. Per fortuna non si ferì gravemente, ma
io venni convocato dal direttore che mi fece una lavata di capo tremenda.
Col risultato che l'atmosfera al dormitorio divenne pesantissima.
Compii diciannove anni ed entrai nel secondo anno di università. Diversi esami mi andarono male, i miei risultati erano sempre C o D, con l'eccezione di qualche rara B. Quanto a lei, aveva terminato il primo anno con
una media molto alta. Cominciava un nuovo ciclo scolastico.
A giugno compì vent'anni. Mi faceva un effetto strano che fosse diventata maggiorenne. Entrambi avevamo l'impressione che fosse più giusto
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andare e venire tra i diciotto e i diciannove. Però ora lei ne aveva venti. Io
li compii nell'inverno seguente. Soltanto il mio amico morto avrebbe avuto
per sempre diciassette anni.
Il giorno del suo ventesimo compleanno pioveva. Comprai una torta a
Shinjuku e andai col treno a casa sua. Nel vagone affollato si oscillava parecchio. Col risultato che quando arrivai, la torta era tutta schiacciata e
sembrava una rovina romana. Ad ogni modo vi piazzai sopra venti candeline e le accesi con un fiammifero. Quando chiusi le tende e spensi la luce,
bene o male ero riuscito a creare l'atmosfera di un compleanno. Lei stappò
una bottiglia di vino. Poi mangiammo una fetta di torta e cenammo con un
pasto frugale.
– Che cosa stupida, compiere vent'anni, – disse. Avevamo lavato i piatti,
e ora stavamo seduti sul pavimento a finire il vino. Io ne bevvi un bicchiere, lei due.
Stranamente, era molto loquace quella sera. Mi parlò della sua infanzia,
della scuola elementare, della sua famiglia. Su ogni argomento si soffermava con dovizia di particolari Dal tema A insensibilmente passava al tema B, che a sua volta includeva il tema C, sul quale si dilungava. Sembrava dovesse andare avanti in eterno. All'inizio io interloquivo qua e là, ma
ben presto smisi di farlo. Mettevo un disco, e quando finiva sollevavo la
puntina e ne mettevo un altro. Li ascoltai tutti uno dopo l'altro e ricominciai da capo. Fuori dalla finestra pioveva sempre. Il tempo scorreva con
lentezza, lei continuava il suo monologo.
Quando la sveglia segnò le undici cominciai a provare una certa inquietudine. Erano quattro ore che parlava ininterrottamente. L'ora dell'ultimo
treno si avvicinava. Non sapevo cosa fare. Da una parte mi pareva fosse
meglio lasciare che si sfogasse, dall'altra mi chiedevo se non dovessi cogliere il momento giusto per farla smettere. Ero davvero incerto, poi optai
per la seconda idea. Perché a parte ogni considerazione, stava parlando
davvero troppo.
– Senti, mi spiace, ti ho fatto fare tardi. Forse è meglio che vada, – dissi.
– Ci vediamo uno di questi giorni.
Non ero sicuro che avesse sentito le mie parole. Chiuse la bocca per
qualche secondo, poi riprese a parlare. Rassegnato, mi accesi una sigaretta.
Vista la situazione, era più saggio non contrariarla. Quanto al dopo, non mi
restava che affidarmi al corso naturale delle cose.
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Lei però non continuò a lungo. A un certo punto mi accorsi che aveva
smesso. Frammenti di parole vagavano nell'aria, quasi le fossero stati
strappati. A dire la verità, non è che il suo discorso fosse finito. All'improvviso era svanito. Lei voleva portarlo avanti, ma non c'era più. Era stata
come defraudata. Le labbra socchiuse, mi guardava vagamente negli occhi.
Con uno sguardo che sembrava voler trapassare una membrana opaca. Sentii di aver fatto qualcosa di molto brutto.
– Non volevo interromperti, – dissi lentamente, valutando ogni parola. –
Ma si è fatto tardi e...
Dai suoi occhi traboccò una lacrima che in meno di un secondo le scivolò lungo la guancia e cadde con un piccolo tonfo sulla copertina di un disco. Alla prima lacrima ne seguì un'altra, e un'altra ancora. Si mise a piangere con le mani appoggiate al suolo come se stesse per vomitare. Protesi
con cautela una mano e le toccai una spalla. Tremava leggermente. A quel
punto, quasi senza rendermene conto, la strinsi a me. Lei pianse in silenzio
contro il mio petto, bagnandomi la camicia con le lacrime e col fiato caldo.
Le sue dita percorrevano la mia schiena come se cercassero qualcosa. Con
la mano sinistra la sorreggevo, con la destra le accarezzavo i capelli, e in
quella posizione aspettai a lungo che smettesse di piangere. Ma lei non
smetteva.
Quella notte facemmo l'amore. Non sapevo se fosse giusto o no. Ma
quale alternativa avevamo?
Era da tanto tempo che non andavo a letto con una ragazza. Per lei era la
prima volta. Le chiesi perché non l'avesse mai fatto con il mio amico. Non
avrei dovuto domandarglielo. Non mi rispose. Si staccò da me, mi voltò le
spalle e si mise a guardare la pioggia fuori dalla finestra. Io fumai una sigaretta contemplando il soffitto.
Al mattino aveva smesso di piovere. Lei, sempre di spalle, dormiva. Ma
può anche darsi che fosse rimasta sveglia per tutto il tempo. In ogni caso,
per me non cambiava niente. Era sprofondata nello stesso silenzio di un
anno prima. Per un po' rimasi a guardare la sua schiena bianca, poi mi rassegnai ad alzarmi.
Fodere di dischi erano sparse sul pavimento dalla sera prima. Sul tavolo
c'era ancora metà della torta schiacciata. Ebbi l'impressione che lì dentro il
tempo si fosse fermato. Sulla scrivania c'erano un dizionario francese aperto e una tabella di verbi. Alla parete di fronte era appeso un calendario. Un
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calendario di sole cifre, senza una foto o un'illustrazione. Pagine vergini,
senza un appunto o un segno.
Raccolsi i vestiti che avevo lasciato cadere ai piedi del letto e me li misi.
La camicia era ancora umida sul petto. Avvicinandola al viso, sentii l'odore
dei capelli di lei.
Presi un foglio da un taccuino sulla scrivania per scriverle che speravo
mi chiamasse presto. Poi uscii dall'appartamento e chiusi piano la porta.
Passò una settimana senza che lei telefonasse. Dato che nella sua portineria non prendevano messaggi, le scrissi una lunga lettera in cui le spiegavo nel modo più chiaro possibile i miei sentimenti.
Ci sono tante cose che non capisco, e per quanto mi sforzi, ho bisogno di
tempo. Ma col passare del tempo la mia confusione aumenta. Comunque non ho
intenzione di riflettere troppo a lungo. Perché più rifletto, più il mondo mi appare precario, e come risultato finirei forse per imporre qualcosa a qualcuno. E
per me imporre la mia volontà agli altri è inaccettabile. Vorrei vederti. Ma come ti ho già detto, non so se sia giusto o meno.
Grosso modo, queste sono le cose che le scrissi.
La risposta arrivò all'inizio di luglio. Una lettera piuttosto breve.
Ho deciso di sospendere gli studi per un anno. Sto usando una formula burocratica, «sospendere gli studi», ma probabilmente li interromperò del tutto.
Domani lascio la mia stanza. Ti sembrerà una decisione improvvisa, ma è qualcosa cui pensavo già da tempo. Molte volte ho cercato di parlartene, ma non ho
potuto. Avevo paura.
Non te la prendere, per favore. Credo che comunque sarebbe finita così,
qualunque cosa fosse o non fosse successa tra noi. Ma può darsi che queste mie
parole ti feriscano. In tal caso, perdonami. Vorrei dirti soltanto questo: non accusare te stesso o qualcun altro per lo stato in cui mi trovo ora. È qualcosa di
cui devo assumermi la responsabilità io, totalmente. Per un anno ho rimandato,
ho rimandato, col risultato che ti ho creato parecchi problemi. Ma credo di essere arrivata al limite.
Sulle colline di Kyōto pare ci sia una bellissima clinica e ho deciso di andare lì per ritrovare la serenità. Non è un ospedale, è un posto dove si è liberi di
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fare quello che si vuole. Ti scriverò di nuovo per raccontarti le cose in modo più
dettagliato. Adesso non me la sento. Anche questa lettera, è la decima volta che
la riscrivo. Riguardo al fatto che per un anno mi sei stato vicino, te ne sono molto grata, a un punto tale che non so esprimere la mia gratitudine a parole. Almeno a questo devi credere. Non so dirti altro. Ascolto sempre con emozione il
disco che mi hai regalato.
Se in questo mondo precario ci capiterà di incontrarci di nuovo da qualche
parte, credo che forse saremo capaci di parlare con più facilità di tante cose.
Ciao.
Lessi e rilessi la sua lettera centinaia di volte. E più la leggevo, più mi
sentivo triste. Insopportabilmente triste. Un'angoscia senza sfogo, pari a
quella che provavo quando lei mi guardava in silenzio negli occhi. Un'angoscia che non potevo né ignorare né sopprimere, che non aveva né forma
né peso, come il vento, e non riuscivo nemmeno a tenermi addosso. Il paesaggio mi passava lentamente davanti. E le parole che mi mormorava non
arrivavano alle mie orecchie.
Continuavo a trascorrere il sabato sera seduto nella hall, in attesa. Non
speravo che arrivasse una telefonata, ma non sapevo cos'altro fare. Accendevo il televisore e fingevo di guardare la partita di baseball, lo sguardo
perso nello spazio confuso che mi separava dall'apparecchio. Lo separavo
in due, poi ancora in due, e andavo avanti così finché non ne restava soltanto un brandello talmente piccolo da stare sul palmo della mano.
Alle dieci spegnevo, tornavo nella mia stanza e mi cacciavo nel letto.
Verso la fine di luglio, il mio compagno di stanza mi dette una lucciola
che teneva in un barattolo di caffè solubile. Nel recipiente di vetro, sul cui
coperchio erano stati praticati tanti piccoli fori, c'erano la lucciola, un po'
d'erba e dell'acqua. Dato che era ancora chiaro, sulle prime mi sembrò soltanto uno di quei piccoli insetti neri che vivono nei pressi dei fiumi. Ma osservando meglio, vidi che era proprio una lucciola. Cercava di risalire lungo le lisce pareti di vetro, ma ogni volta scivolava giù. Era da molto tempo
che non vedevo una lucciola tanto da vicino.
– L'ho trovata in giardino, – disse il mio compagno di stanza infilando
in una sacca dei vestiti e dei quaderni. – Un albergo del quartiere ne ha liberate parecchie per attirare clienti, e sarà finita qui –. Le vacanze estive
erano già iniziate da diverse settimane e nel dormitorio eravamo rimasti
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forse solo noi due. Io perché non avevo voglia di tornare a casa, lui perché
aveva delle esercitazioni pratiche da fare. Ma anche quelle erano terminate
e adesso si apprestava ad andarsene.
– Potresti darla a una ragazza. Sono sicuro che le faresti piacere, – mi
disse.
– Grazie.
Quando calava la sera, nel dormitorio c'era un silenzio assoluto. La bandiera veniva ammainata, nella mensa si accendevano le lampade. Metà soltanto, perché eravamo rimasti in pochissimi. Il lato sinistro era illuminato,
il lato destro no. Aleggiava un lieve odore di cibo. Di stufato alla panna.
Presi il barattolo con la lucciola e salii sul terrazzo. Non c'era nessun altro, lassù. Vidi soltanto una camicia bianca dimenticata da chissà chi: appesa al filo per stendere la biancheria, ondeggiava al vento della sera come
la spoglia della muta di un animale. Mi arrampicai per una scala arrugginita che da un angolo del terrazzo portava su alla cisterna dell'acqua. Il contenitore cilindrico conservava ancora il calore accumulato durante la giornata. Mi sedetti nel poco spazio disponibile e appoggiai la schiena alla ringhiera, di fronte a una luna lattiginosa quasi piena. Alla mia sinistra vedevo
Shinjuku, a destra Ikebukuro. I fari delle automobili formavano uno splendente fiume di luce che scorreva da un quartiere all'altro, i rumori si fondevano in un brusio attutito che si alzava dalla città come una nube.
In fondo al barattolo la lucciola brillava. Ma la sua luce era troppo fioca,
e il colore troppo pallido. Nel mio ricordo le lucciole rischiaravano le notti
estive. Doveva essere così.
Forse si era indebolita e stava morendo. Presi il barattolo per il coperchio e lo scossi più volte, ma la lucciola svolazzò soltanto un pochino, andando a sbattere contro le pareti di vetro. Senza diventare più luminosa.
Forse ero io a non ricordare bene. Forse la luce delle lucciole in realtà
era meno intensa di quanto pensassi. Oppure le avevo sempre viste quando
intorno a me era molto più buio. Me l'ero scordato. Quand'era stata l'ultima
volta? Avevo dimenticato pure quello.
L'unica cosa che ricordavo era un rumore cupo di acqua nella notte. Una
vecchia chiusa in mattoni, i cui portelli si potevano bloccare o aprire girando una maniglia. Un piccolo corso d'acqua, quasi nascosto dalle piante che
dalle sponde si protendevano sulla corrente. Intorno era buio pesto, e sul
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bacino formato dalla chiusa volavano centinaia di lucciole. Tutte quelle lucine gialle erano come faville che si riflettevano nell'acqua.
Ma quando succedeva, questo? E perché?
Non lo ricordavo.
Confondevo le date degli eventi, non sapevo più cosa venisse prima e
cosa dopo.
Chiusi gli occhi, e per calmarmi respirai a fondo più volte. Stando fermo
così, avevo l'impressione che il mio corpo da un momento all'altro venisse
inghiottito dalla notte estiva. A pensarci bene, era la prima volta che salivo
alla cisterna di sera. Il suono del vento era molto più nitido del solito. Mi faceva uno strano effetto, perché malgrado non fosse molto forte, mi passava
accanto sibilando e lasciando una vivida risonanza. Con calma, senza fretta,
la notte si insediava sulla terra. Per quanto le luci della città cercassero con
tutte le forze di sovrastarla, inesorabilmente la notte le cacciava via.
Aprii il coperchio del barattolo, presi la lucciola e la posai sul bordo della cisterna, non più largo di tre centimetri. La lucciola non sembrava capire
bene la sua nuova situazione. Fece titubante il giro di un bullone, protese
una zampina su un punto dove la vernice era scrostata. Avanzò un poco
sulla destra, poi si rese conto che da quella parte il cammino era bloccato e
tornò indietro. Allora si arrampicò in cima al bullone, mettendoci un sacco
di tempo, e si rannicchiò lì sopra senza più muoversi, come se fosse morta.
Io rimasi ad aspettare...
Fu dopo un tempo infinito che la lucciola prese il volo Tutt'a un tratto
dispiegò le ali, come se si fosse ricordata di un impegno urgente, e l'istante
dopo fluttuava nel buio al di là della ringhiera. Poi, come per recuperare il
tempo perduto, disegnò a tutta velocità un cerchio intorno alla cisterna, sostò il tempo necessario per accertarsi che la sua scia luminosa si disperdesse nel vento e volò via verso est.
Quando sparì, il riflesso della sua luce restò a lungo dentro di me. Una
luce vivida che vagava indefinitamente nel buio intenso al di qua dei miei
occhi chiusi, come uno spettro che abbia smarrito la via.
Più volte protesi adagio la mano nel buio. Ma le mie dita non toccavano
nulla. Quella piccola luce era sempre un po' più in là, un po' più in là...
238
Percorsi del caso
L'io narrante, qui, sono io, Murakami, che ho scritto questa storia. Fondamentalmente è un racconto in terza persona, ma all'inizio faccio capolino
anch'io. Come negli spettacoli teatrali d'altri tempi, quando il novelliere
compariva sul palco prima che si alzasse il sipario, faceva un prologo, poi
si inchinava e se ne andava. Ad ogni modo sarò breve, quindi spero che
avrete la cortesia di ascoltarmi.
Il motivo per cui mi faccio avanti adesso? Perché penso sia meglio che
vi parli io stesso di un paio di eventi «strani» che mi sono accaduti in passato. A dire la verità, di episodi del genere negli anni me ne sono successi
diversi. Alcuni erano di scarsa rilevanza. Altri invece avevano un significato e hanno portato a cambiamenti più o meno importanti nella mia vita.
Eppure quando racconto queste mie esperienze nel corso di qualche party, non ottengo quasi nessuna reazione. Nella maggior parte dei casi la gente si limita a dire «Be', sì, sono incidenti che succedono», e la cosa finisce
lì. Mai che il mio intervento dia adito a una discussione animata, o che induca una persona a rivelare di aver vissuto un episodio analogo. Come acqua finita nel canale sbagliato, le mie parole si perdono in una palude anonima. Dopo un breve silenzio, gli altri si mettono a parlare di qualcosa che
non c'entra niente.
Ho persino pensato che il difetto fosse nel mio modo di raccontare. Così
ho provato a raccogliere quelle storie in un saggio da pubblicare su una rivista. Sperando che mettendole nero su bianco, la gente vi prestasse più attenzione. Ma pare che nessuno abbia creduto a una parola di quanto leggeva. Diverse volte mi sono sentito dire «Tanto sono tutte cose inventate,
no?» Soltanto perché sono uno scrittore, tutto quello che metto per iscritto
viene considerato frutto di fantasia. È vero che nei miei romanzi la fantasia
ha un ruolo importante (d'altronde non è questa la funzione della fiction?),
ma fuori dal contesto del mio lavoro, non mi invento delle storie assurde
solo per il gusto di farlo.
Quindi approfitto di questo spazio per narrare brevemente, come una
sorta di prefazione, due fatti strani che mi sono accaduti. Mi limiterò a
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questi episodi insignificanti. Se cominciassi a raccontare quelli che hanno
cambiato la mia vita, finirei per usare la metà dei fogli.
Dal 1993 al 1995 ho vissuto a Cambridge, nello stato del Massachusetts.
Lavoravo come «writer in residence» presso un'università, e stavo scrivendo un lungo romanzo intitolato L'uccello che girava le viti del mondo. In
Charles Square c'era un jazz club che si chiamava Regattabar, dove si poteva ascoltare musica live. Si trattava di un bar di media grandezza dall'atmosfera rilassata. Spesso vi suonavano artisti conosciuti, e le consumazioni
non costavano molto.
Una volta era in programma il trio del pianista Tommy Flanagan. Quella
sera mia moglie aveva altro da fare, quindi ci andai da solo. Tommy Flanagan è uno dei miei pianisti jazz favoriti. Di solito si limita a fare accompagnamento, ma nelle sue esecuzioni mette sempre calore e profondità, ed
è di un equilibrio raffinato. I suoi assolo sono stupendi. Così mi ero seduto
a un tavolino proprio sotto il palcoscenico, e sorseggiando un California
Merlot mi godevo la musica. Tuttavia, se posso esprimere con sincerità
un'opinione personale, quella sera Tommy Flanagan non dava il meglio di
sé. Può darsi che fisicamente non fosse in forma. Oppure era troppo presto
e non aveva ancora trovato la vena giusta. Non che la sua performance fosse scadente, ma non aveva quella qualità capace di far sognare. Mancava di
quel fulgore magico che in genere lo connotava. Comunque lo ascoltavo,
dicendomi che non era ancora il vero Flanagan, che di sicuro di lì a poco
avrebbe trovato l'ispirazione.
Eppure il tempo passava e non succedeva nulla. Man mano che il concerto si avvicinava alla fine, provavo un sentimento molto simile all'irritazione. «Non è possibile che finisca così», mi dicevo. Avevo sperato in
un'esecuzione memorabile, invece di quella sera mi sarebbe rimasto un ricordo molto sbiadito. O addirittura nulla. E probabilmente non avrei avuto
altre occasioni di ascoltare Tommy Flanagan dal vivo (infatti non ne ho
avute). Rammento che a un certo punto pensai: «Se ora avessi l'opportunità
di domandargli di suonare due pezzi, quali sceglierei?» Dopo averci riflettuto un poco, mi decisi per Barbados e Star Crossed Lovers.
Il primo è di Charlie Parker, il secondo di Duke Ellington, lo dico per le
persone che non conoscono bene il jazz. Ad ogni modo nessuno dei due
pezzi è molto conosciuto, né viene suonato spesso. Barbados ogni tanto mi
capita di ascoltarlo, ma fra tutti quelli che ha composto Charlie Parker è
uno dei meno noti. Quanto a Star Crossed Lovers, credo che la maggior
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parte della gente vi dirà di non averlo mai sentito. Quello che vorrei far capire è che da parte mia si trattava di una scelta veramente sofisticata.
Avevo le mie ragioni per volere due pezzi così originali: in passato
Tommy Flanagan li aveva interpretati con indimenticabile bravura. Barbados faceva parte dell'album Dial JJ 5 in cui Flanagan suonava come pianista del J. J. Johnson Quintet, mentre Star Crossed Lovers l'aveva registrato
nell'album Encounter!, con Pepper Adams e Zoot Sims. Nella sua lunga
carriera Tommy Flanagan aveva suonato un numero infinito di volte in vari
gruppi, ma a me erano sempre piaciuti soprattutto quei due brevi, intensi
assolo. Di conseguenza se avessi potuto ascoltarli lì, in quel locale, mi sarei ritenuto più che soddisfatto. Lo guardavo sperando che a un certo punto
scendesse dal palco, venisse dritto al mio tavolo e mi dicesse: «Ehi, è da un
po' che ti tengo d'occhio, ho l'impressione che tu abbia voglia di sentire
qualcosa in particolare. Allora forza, spara, di cosa si tratta?» Però mi rendevo conto che difficilmente questo si sarebbe avverato.
Invece alla fine della sua performance Flanagan senza dire una parola,
senza gettarmi una sola occhiata, suonò uno dopo l'altro proprio quei due
pezzi. Prima la ballata Star Crossed Lovers e poi Barbados. Rimasi attonito, col mio bicchiere in mano. Gli appassionati mi capiranno. Nella miriade
di brani che compongono il firmamento del jazz, la probabilità che alla fine
lui suonasse proprio quei due era infinitesimale. E soprattutto – e questo è
il punto essenziale della storia – li eseguì in maniera stupenda.
Il secondo episodio avvenne più o meno alla stessa epoca. Di nuovo riguarda il jazz. Un pomeriggio ero in un negozio di dischi usati vicino alla
scuola di musica Berklee e cercavo un album. Frugare in uno scaffale stipato di vecchi Lp, per me è uno dei pochi piaceri che rendono la vita degna
di essere vissuta. Quel giorno trovai una vecchia edizione di 10 to 4 at the
5 Spot, registrata dal Pepper Adams Quintet per la Riverside durante un
concerto al Five Spot Club di New York, con Donald Byrd alla tromba. 10
to 4 significa che mancano dieci minuti alle quattro del mattino. Insomma,
quella volta i musicisti erano talmente carichi che avevano finito per suonare fino all'alba. Il disco era una prima registrazione ed era come nuovo.
Costava, mi pare, solo sette o otto dollari. Io ne avevo la versione giapponese, ma a forza di ascoltarlo si era rigato tutto. Trovare a quel prezzo l'originale poteva definirsi un piccolo miracolo. Lo comprai, felice della fortuna che mi era capitata, e stavo per uscire dal negozio quando un giovane
mi chiese:
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– Hey, you have the time?
Guardai l'orologio e risposi meccanicamente:
– Yeah, it's 10 to 4.
Appena dette quelle parole, folgorato dalla coincidenza inghiottii. Cosa
stava succedendo intorno a me? Dal cielo di Boston il dio del jazz – ammesso che tale divinità esista – mi sorrideva facendomi l'occhiolino? Dicendomi: «Allora, ti stai divertendo?»
In entrambi i casi, si tratta di episodi davvero da nulla. Il fatto che siano
accaduti non ha apportato alcun cambiamento alla mia vita. Sono cose che
a volte succedono. Semplicemente, la loro singolarità mi ha colpito.
Se devo essere sincero, non ho alcun tipo di relazione con la sfera
dell'occulto. La divinazione non mi ha mai attirato Piuttosto che andare da
un indovino per farmi leggere la mano, preferisco spremermi le meningi e
trovare da solo una soluzione ai miei problemi. Non perché pensi di avere
facoltà intellettive straordinarie, solo mi pare la cosa più semplice da fare.
Nemmeno per le facoltà paranormali ho il minimo interesse. O per la trasmigrazione delle anime, i fantasmi, i presagi, la telepatia, la fine del mondo. Non voglio dire che non credo affatto in tutte queste cose. Possono benissimo esistere, ma per quel che mi riguarda, non potrebbe importarmene
di meno. Eppure, malgrado questa disposizione d'animo, diversi fenomeni
inspiegabili hanno messo qua e là colore nella mia vita tranquilla.
Pensate che io li abbia studiati con attenzione? No, non l'ho fatto. Li ho
accettati così com'erano con semplicità e ho continuato a vivere normalmente. Pensando che queste cose nella realtà succedono, e che forse esiste
un dio del jazz.
La vicenda di cui parlerò adesso è capitata a un mio amico. Un giorno,
dopo avergli raccontato per qualche motivo i due episodi appena citati, lui
prese un'espressione pensierosa.
– In un certo senso, anch'io ho vissuto qualcosa di simile, – mi disse. – È
una storia che mi è successa per caso. Non che sia davvero straordinaria, ma
non riesco a spiegarmi perché sia accaduta. Ad ogni modo, per una serie di
coincidenze, sono finito dove non mi sarei mai nemmeno immaginato.
A parte alcuni dettagli che ho cambiato per proteggere l'identità di quel
mio amico, la storia è la stessa che mi ha raccontato lui.
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È un accordatore di pianoforti. Abita nella parte est di Tōkyō, vicino al
fiume Tama. Ha quarantun anni e non nasconde il fatto di essere gay. Il suo
boyfriend è di tre anni più giovane, ma dal momento che lavora nell'immobiliare, non può rivelare la propria omosessualità. Così i due vivono in due
alloggi separati. Il mio amico, anche se fa l'accordatore, si è laureato in
un'accademia musicale e come pianista è piuttosto bravo. È un ottimo esecutore, intenso e profondo, di compositori francesi come Debussy, Ravel
ed Erik Satie.
Il suo preferito comunque è Francis Poulenc.
– Poulenc era gay, – mi ha raccontato un giorno, – e non cercava di tenerlo nascosto, cosa estremamente coraggiosa all'epoca. «Se facessi astrazione dal fatto di essere omosessuale, la mia musica non prenderebbe vita», sosteneva. Capisco molto bene cosa voleva dire. Doveva essere sincero riguardo alla propria sessualità quanto riguardo alla musica. Così è la
musica, e così è la vita.
A me Poulenc è sempre piaciuto, di conseguenza, quando il mio amico
veniva ad accordare il mio vecchio pianoforte, alla fine gli chiedevo di
suonare per me alcune sue brevi composizioni. La Suite française, per
esempio, o la Pastorale.
Il mio amico aveva «scoperto» la propria omosessualità dopo essere entrato all'accademia musicale. Prima il pensiero non l'aveva mai nemmeno
sfiorato. Era un ragazzo bello e ben educato, di carattere quieto, e al liceo
aveva successo con le ragazze. Non ne aveva una fissa, ma usciva spesso
con questa o con quella. Adorava passeggiare con una di loro, guardarle i
capelli vaporosi, sentire il profumo che si sprigionava dalla sua nuca o tenerle stretta la piccola mano. Ma di approcci sessuali non se ne parlava. Si
rendeva conto che all'ennesimo appuntamento la ragazza si aspettava che
lui prendesse l'iniziativa. Però non si risolveva a compiere quel passo. Né
sentiva dentro di sé il bisogno impellente di farlo. I suoi amici maschi, tutti
senza eccezione, erano in preda a tremendi appetiti sessuali; alcuni facevano resistenza, altri si abbandonavano senza ritegno alle proprie pulsioni
Lui però non provava questi stimoli urgenti. Forse era in ritardo, si diceva,
oppure non aveva ancora incontrato la persona giusta.
Una volta entrato all'accademia, cominciò a uscire con una ragazza
iscritta come lui al corso di strumenti a percussione Parlavano volentieri e
quando stavano insieme provavano un senso di intimità. Poco dopo essersi
conosciuti fecero l'amore, nella stanza di lei. Avevano bevuto parecchio ed
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era stata la ragazza a prendere l'iniziativa. Il rapporto si svolse senza problemi, anche se il mio amico non lo trovò esaltante come tutti dicevano.
Semmai gli parve qualcosa di rozzo, di grottesco. E l'odore del sudore di
lei quando si era eccitata non gli era piaciuto affatto. Con la ragazza, piuttosto che andare a letto, preferiva cento volte parlare di cose intime ascoltare la musica, mangiare fuori. E col passare dei giorni fare sesso gli divenne
sempre più insopportabile.
Nonostante tutto, era ancora convinto di essere semplicemente poco
portato per la cosa. Un giorno però... no, non voglio parlare di questo. Perché il discorso sarebbe lunghissimo, e non avrebbe un nesso diretto con la
storia che voglio raccontare. Basti dire che successe qualcosa che lo portò
a scoprire, senza possibilità di errore, la propria omosessualità. E non
avendo voglia di trovare pretesti con la sua ragazza, le spiegò senza tentennamenti di essere gay. Nel giro di una settimana nel suo ambiente lo sapevano tutti, e persino la sua famiglia ne venne presto al corrente. Questo gli
fece perdere alcuni amici e gli creò attriti con i genitori, ma tutto sommato
fu meglio così. Non era nella sua natura tenere per sempre la verità nascosta in fondo a un armadio.
La cosa che più lo fece soffrire, però, fu il deterioramento del rapporto
con sua sorella che aveva due anni più di lui e in famiglia era la persona
cui si sentiva più vicino. Infatti alcune voci sulla sua omosessualità arrivarono alle orecchie dei futuri suoceri di lei, i quali cercarono di mandare a
monte il matrimonio ormai prossimo. I due giovani riuscirono a convincerli e le nozze vennero celebrate lo stesso, ma a causa di quella storia la sorella ebbe un mezzo esaurimento nervoso e se la prese molto col fratello.
Perché aveva scelto proprio un momento così delicato per sollevare quella
tempesta?, gli gridò furibonda. Naturalmente lui difese le proprie ragioni,
ma da allora non andò più molto d'accordo con la sorella ed evitò di farsi
vedere al matrimonio.
Il mio amico è piuttosto soddisfatto della sua esistenza di gay che vive
da solo. Si presenta bene, è gentile e corretto, ha senso dell'umorismo e
quasi sempre un leggero sorriso gli aleggia sulla bocca. Di conseguenza la
maggior parte della gente – a parte gli omofobi irriducibili – lo trova simpatico. Nel suo lavoro è bravissimo, ha una numerosa clientela e guadagna
bene. Gli succede anche di venire raccomandato da pianisti famosi. È proprietario di un alloggio di tre stanze vicino a una facoltà, alloggio del quale
ha già finito di pagare il mutuo. Possiede un superbo impianto stereo, ec244
celle nella cucina macrobiotica e si tiene in forma frequentando una palestra cinque giorni alla settimana. Ha avuto rapporti con diversi uomini, poi
si è messo con il partner attuale, con il quale già da dieci anni vive una relazione stabile, serena e soddisfacente dal punto di vista sessuale.
Il martedì mattina, a bordo della sua Honda verde decappottabile, attraversa il fiume Tama e si reca nella regione di Kanagawa, in un centro
commerciale dove si trovano grandi negozi di marche famose: Gap, Toys
R Us, Body Shop e così via. Nei fine settimana il centro è tanto affollato
che non si trova posto facilmente nel parcheggio, ma nei giorni feriali i
clienti sono pochi. Il mio amico fa un giro nell'immensa libreria, se vede
un libro interessante lo compra, poi va a sedersi nel piccolo caffè interno e
comincia a sfogliarne le pagine mentre beve qualcosa. Ecco come passa
tutti i suoi martedì.
– Il centro commerciale in sé è una mostruosità, come ti puoi immaginare. Però quel caffè è davvero accogliente, – mi ha detto. – L'ho trovato per
caso. Non c'è musica, è vietato fumare e le poltroncine sono veramente l'ideale per chi vuole leggere. Né troppo dure né troppo soffici. E poi è quasi
sempre vuoto perché il martedì mattina al centro commerciale non ci va
quasi nessuno. E chi ci entra, di solito procede per lo Starbucks.
Così ogni martedì, dalle dieci del mattino all'una, lui trascorre le ore in quel
caffè, assorto nella lettura. All'una va in un fast food vicino dove ordina un'insalata di tonno e beve acqua minerale, poi in palestra a sudare un bel po'.
Un martedì, come al solito, stava leggendo nel caffè della libreria. Era
un romanzo che conosceva già – Casa desolata di Charles Dickens –, ma
quando l'aveva visto su uno scaffale gli era venuta voglia di rileggerlo.
Perché ricordava di averlo amato moltissimo, ma dopo tanti anni ne aveva
completamente dimenticato la trama. E poi Dickens è uno dei suoi autori
preferiti, quando è assorto nelle sue opere riesce a scordare ogni altra cosa.
E anche quel libro lo catturò fin dalla prima pagina.
Dopo un'ora di lettura intensa, si sentiva un po' stanco Chiuse il romanzo, lo posò sul tavolo, chiamò la cameriera e ordinò un altro caffè. Poi andò alla toilette che si trovava all'esterno del locale. Mentre tornava al suo
posto, una donna che se ne stava tranquilla a leggere come lui, seduta a un
tavolino d'angolo, di punto in bianco lo interpellò.
– Mi scusi, posso chiederle una cosa? – gli disse.
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– Prego, – rispose lui, guardandola con un sorriso affabile. Doveva avere più o meno la sua età.
– È molto maleducato da parte mia importunarla così, ma c'è una cosa che
mi incuriosisce già da un po', – proseguì la donna arrossendo leggermente.
– Non c'è problema, ho tutto il tempo. Non faccia complimenti.
– Posso... posso sapere cosa sta leggendo? Non è un libro di Dickens,
per caso?
– Sì, proprio così, – rispose lui prendendo in mano il libro e voltandolo
verso la donna. – Casa desolata, di Charles Dickens.
– Lo sapevo, – fece lei con aria soddisfatta. – Gettando un'occhiata alla
copertina, mi sono detta che doveva essere Casa desolata.
– Anche a lei è piaciuto?
– Sì. Ma quello che volevo dire è che... che per tutto questo tempo sono
rimasta al tavolo vicino al suo a leggere la stessa cosa, – disse la donna
mostrando anche lei la copertina del volume.
Era veramente una coincidenza straordinaria. Una mattina di un giorno
feriale, in un caffè semideserto di un centro commerciale semideserto, due
sconosciuti leggono lo stesso libro a due tavoli vicini. E non il best seller
mondiale del momento, ma un'opera di Charles Dickens, nemmeno fra le
più conosciute. La sorpresa per l'eccezionale combinazione aiutò i due a
superare l'imbarazzo che si prova di solito quando ci si presenta.
La donna viveva in un'area residenziale costruita di recente vicino al
centro commerciale. Aveva comprato Casa desolata cinque giorni prima,
in quella stessa libreria. Poi era andata a sedersi in quel caffè, aveva ordinato un tè e aveva iniziato a leggere con noncuranza il romanzo, ma fin
dalle prime pagine non era più riuscita a staccarsene. Due ore erano passate
senza che se ne accorgesse. Era dai tempi dell'università che non si infervorava tanto per un libro. Le ore trascorse in quel modo erano state così
piacevoli che era tornata nello stesso posto. Per leggere il seguito di Casa
desolata.
Era una donna piccolina. Non si poteva dire che fosse grassa, ma iniziava ad arrotondarsi nei punti sbagliati. Aveva un seno molto pieno e un viso
dai tratti piacevoli. Vestiva con buon gusto, si capiva che doveva essere
benestante. I due rimasero a chiacchierare per un po'. Lei faceva parte di un
circolo di lettura dove Casa desolata era stato scelto come libro del mese.
L'aveva proposto un membro del club, una signora patita di Dickens.
246
Avendo due bambine – una di otto anni e una di sei – durante la giornata
difficilmente trovava tempo per la lettura. Ogni tanto però riusciva a ritagliarsi qualche ora e se ne andava a leggere da un'altra parte. Le persone che
frequentava più spesso erano le madri delle compagne delle figlie, che parlavano sempre e solo di programmi televisivi o delle carenze degli insegnanti,
di conseguenza con loro aveva pochi argomenti di conversazione. Per questo
si era iscritta al circolo di lettura del quartiere. Anche il marito da giovane
era stato un fervido lettore, ma di recente era troppo occupato col lavoro e
riusciva a malapena a leggiucchiare qualche saggio di economia.
Anche il mio amico le raccontò brevemente di sé. Le disse che era un
accordatore di pianoforti. Che viveva dall'altra parte del fiume Tama. Che
non era sposato e ogni settimana veniva apposta fin lì con la macchina per
leggere in quel caffè che gli piaceva moltissimo. Però non le disse di essere
gay. Non che volesse tenere la cosa nascosta, ma non gli sembrava nemmeno il caso di fare rivelazioni estemporanee.
Pranzarono insieme in un ristorante all'interno del centro commerciale.
La donna era una persona franca, non assumeva pose. Passato il primo
momento di imbarazzo, rideva volentieri. Una risata quieta e naturale. Era
facile immaginare il genere di vita che aveva condotto, anche senza che lei
lo raccontasse: nata nel quartiere di Setagaya da una famiglia benestante
che l'aveva allevata con affetto e attenzione, aveva studiato con buoni risultati in un'università di discreto livello; molto popolare fra i compagni (forse
più fra le ragazze che fra i maschi), aveva sposato un uomo più vecchio di
tre anni che guadagnava bene, e da lui aveva avuto due figlie. Le bambine
frequentavano una scuola privata. I dodici anni di vita matrimoniale non
erano sempre stati entusiasmanti, ma non se ne poteva nemmeno lamentare, veri problemi non ce n'erano. Mangiando, i due parlarono dei libri che
avevano letto di recente, della musica che amavano. Restarono a conversare per un'ora.
– È stato bello parlare con lei, – disse la donna arrossendo, quando ebbero finito di pranzare. – Intorno a me non ci sono persone con cui possa
fare questi discorsi.
– È stato un piacere anche per me, – rispose lui. E non era una bugia.
Il martedì seguente il mio amico andò a leggere lo stesso libro nello
stesso caffè, e poco dopo arrivò anche lei. Appena si videro i due si salutarono con un sorriso, poi, seduti in silenzio su tavolini separati, si immerse247
ro nella lettura di Casa desolata. Quando si fecero le dodici, lei si alzò e
andò a parlargli, dopodiché, come la settimana precedente, andarono a
pranzare insieme.
– Se è d'accordo, qui vicino c'è un piccolo ristorante francese niente male, potremmo andare lì, – propose la donna.
– Perfetto, – rispose lui. – In questo centro commerciale non ci sono
buoni ristoranti.
I due raggiunsero il posto con la macchina di lei – una Peugeot 306 blu
col cambio automatico – e ordinarono branzino alla griglia con insalata di
crescione. Insieme a un bicchiere di vino bianco. Poi, uno di fronte all'altra,
parlarono delle opere di Dickens.
Dopo pranzo, tornando verso il centro commerciale, lei fermò la macchina nel parcheggio di un giardino pubblico e gli prese la mano.
– Perché non andiamo in un posto tranquillo, dove possiamo stare soli?
– gli chiese. Lui rimase stupito dalla velocità con cui stava evolvendo la situazione.
– Non ho mai fatto una cosa del genere da quando sono sposata, nemmeno una volta, – aggiunse la donna come per scusarsi. – Veramente. Ma
in questa settimana non ho mai smesso di pensare a lei. Non ho intenzione
di importunarla con le mie richieste o causarle fastidi. A meno che lei non
mi trovi poco attraente, è ovvio.
Lui le strinse con affetto la mano, e in tono pacato le spiegò come stavano le cose.
– Se non fossi omosessuale, sarei felice di portarla in un posto tranquillo. La trovo affascinante e sono sicuro che passare con lei dei momenti di
intimità dev'essere meraviglioso La verità è che io sono attratto dalle persone del mio sesso Di conseguenza non posso avere rapporti sessuali con
una donna. Ci sono degli uomini gay che ci riescono, ma io no. La prego di
capirmi. Posso essere suo amico. Ma purtroppo non posso essere suo
amante.
A lei ci volle un po' di tempo per afferrare il significato di quel discorso
– era la prima volta in vita sua che incontrava un omosessuale –, e quando
finalmente capì, pianse. Il viso contro la spalla dell'accordatore di pianoforti, pianse a lungo. Forse per lo shock.
– Mi dispiace, – disse lui, mettendole un braccio attorno alle spalle e accarezzandole i capelli.
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– Mi scusi, – rispose la donna. – L'ho obbligata a rivelarmi una cosa di
cui forse preferiva non parlare.
– No, non fa niente. Non tengo nascosta la verità. È colpa mia, avrei dovuto farle capire prima. In modo da non creare malintesi. Piuttosto, ho
l'impressione di essere stato io a comportarmi male nei suoi confronti.
Con le dita affusolate continuò ad accarezzarle i capelli a lungo, con
dolcezza, e questo poco a poco ebbe un effetto calmante. Notando un piccolo neo sull'orecchio destro della donna, sul lobo, il mio amico provò un
senso di nostalgia simile all'affanno. Sua sorella maggiore aveva un neo
della stessa grandezza nello stesso punto. Da piccolo, quando lei dormiva,
tante volte per gioco aveva cercato di cancellarlo strofinandolo con un dito.
Ogni volta lei si svegliava e si arrabbiava.
– Ad ogni modo, dopo averla incontrata, – disse la donna, – per tutta la settimana ho passato le mie giornate in preda all'agitazione. Era da un'infinità di
tempo che non mi succedeva. Mi pareva di essere tornata a quando avevo diciott'anni, è stato bello. Quindi va bene così. Sono andata dal parrucchiere, mi
sono messa un po' a dieta, ho comprato della biancheria italiana...
– Insomma, le ho fatto spendere un sacco di soldi, – disse lui ridendo.
– In questo momento della mia vita, forse ne avevo bisogno.
– Bisogno di cosa?
– Di esprimere in qualche maniera i miei sentimenti.
– Comprando biancheria intima sexy?
Lei arrossì fino alle orecchie.
– Non è sexy, per niente. È soltanto molto bella.
Lui sorrise e la guardò negli occhi. Mostrandole che voleva soltanto
scherzare, per allentare la tensione. Lei capì e gli restituì il sorriso. Per
qualche secondo rimasero così, occhi negli occhi.
Poi lui prese il fazzoletto e le asciugò le lacrime. La donna si tirò su e
controllò il trucco guardandosi nello specchietto dietro l'aletta parasole.
– Dopodomani devo andare in centro, all'ospedale, per una seconda visita di controllo al seno, – disse mentre fermava la macchina nel parcheggio
del centro commerciale e tirava il freno a mano. – La mammografia periodica ha messo in evidenza un'ombra sospetta. Mi hanno chiamato per dirmi
che vogliono fare un esame più approfondito. Se si trattasse davvero di un
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tumore, dovrei essere ricoverata e operata d'urgenza. Può darsi che sia questo il motivo per cui oggi mi sono comportata così. Cioè...
Tacque per qualche secondo. Poi scosse più volte la testa. Lentamente,
ma con forza.
– Oh, non lo so nemmeno io! – concluse.
Il mio amico valutò la profondità del suo silenzio. Tese le orecchie come per cogliervi l'eco tenue di un suono.
– Il martedì mattina, sono sempre qui, – disse alla fine.
Non posso fare granché per lei, ma parlare sì. Se le va di parlare con
uno come me.
– Non l'ho ancora detto a nessuno. Nemmeno a mio marito.
Lui coprì con la sua mano quella della donna, che era posata sul freno a mano.
– Ho paura, – continuò lei. – Ci sono momenti in cui non riesco a
pensare a nulla.
Nel posto accanto al loro si fermò un furgoncino blu, dal quale scesero
un uomo e una donna di mezza età dall'aria scontenta. Li si sentiva parlare,
stavano litigando a proposito di una quisquilia insignificante. Quando si allontanarono, di nuovo calò il silenzio. Lei chiuse gli occhi.
– Io non sono certo nella posizione di dare lezioni, – disse lui, – ma
quando non so come fare, seguo sempre una regola.
– Una regola?
– Se devo scegliere tra qualcosa che ha una forma e qualcosa che non ne
ha, opto per la cosa che non ce l'ha. È questa la mia regola. L'ho seguita
ogni volta che mi sono trovato in un vicolo cieco, e col senno di poi, ha dato buoni risultati. Anche se sul momento è stato difficile.
– È una regola che ha stabilito lei?
– Sì, – rispose il mio amico guardando l'orologio sul cruscotto della
Peugeot. – Sulla base dell'esperienza.
– Se devo scegliere fra qualcosa che ha una forma e qualcosa che non ne
ha, meglio optare per la seconda, – ripeté lei.
– Esatto.
La donna ci pensò su un momento.
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– Sì, ma nelle circostanze attuali, non saprei dire cos'abbia una forma
per me e cosa non ne abbia.
– Può darsi. Ma forse a un certo punto dovrà fare questo genere di scelta.
– Ne è sicuro?
Lui annuì.
– Un gay di lungo corso come me, poco per volta acquisisce tante capacità.
La donna rise.
– Grazie, – disse.
Di nuovo i due rimasero in silenzio.
– Arrivederci, – riprese lei. – Non so davvero come ringraziarla. È stata
una fortuna incontrarla, finalmente sono riuscita a parlare. E sento che mi
ha dato anche un po' di coraggio.
Lui sorrise e le strinse la mano.
– Stia bene.
Scese e rimase in piedi a guardare la Peugeot blu che si allontanava.
Agitò la mano in segno di saluto. Poi si diresse verso il posto dove aveva
lasciato la sua Honda.
Il martedì seguente pioveva. La donna non si fece vedere al caffè. Lui
rimase lì a leggere fino all'una, poi se ne andò.
Quel giorno rinunciò ad andare in palestra, non aveva alcuna voglia di
fare ginnastica. Non pranzò nemmeno, tornò direttamente a casa e si sedette sul divano ad ascoltare alcune ballate di Chopin suonate da Arthur Rubinstein, senza fare nulla. Chiudendo gli occhi, gli sembrava di vedere il
viso di quella piccola donna al volante della Peugeot blu, di sentire sotto le
dita la consistenza dei suoi capelli. Gli tornò in mente la forma del neo sul
lobo dell'orecchio destro. Col passare delle ore l'immagine del viso e quella
della Peugeot poco a poco svanirono, solo quel neo gli restò nella mente.
Che tenesse gli occhi aperti o chiusi, quella macchia nera, quieta ma tenace, gli agitava l'animo come un marchio indelebile.
Verso le due e mezza del pomeriggio, decise di telefonare alla sorella.
Erano già diversi anni che non la sentiva. Quanti? Dieci? Ormai il loro
rapporto era diventato molto freddo. Quando il matrimonio di lei aveva rischiato di saltare, in preda alla collera si erano rinfacciati l'un l'altra cose
che non si dovrebbero dire, e questa era una delle ragioni. L'altro motivo
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era che lui non sopportava il cognato, un uomo gretto e presuntuoso che
considerava l'omosessualità una brutta malattia contagiosa. Se non in caso
di necessità impellente, preferiva tenersi lontano da quell'individuo, almeno a cento metri di distanza.
Dopo aver esitato a lungo con la cornetta in mano, alla fine compose il
numero. Lasciò squillare una decina di volte, poi, quasi con sollievo, stava
per rinunciare e riattaccare quando la sorella rispose. Da quanto tempo non
sentiva la sua voce!
Riconoscendolo subito, per un attimo lei rimase in silenzio.
– Perché mi chiami? – chiese poi in tono inespressivo.
– Non lo so, – disse lui con sincerità. – Avevo l'impressione che fosse
meglio telefonarti, tutto qui. Mi chiedevo come stavi.
Di nuovo lei tacque, a lungo. Che fosse ancora arrabbiata?
– Non ho una ragione particolare. Mi basta sapere che stai bene.
– Aspetta un momento, – disse la sorella. Dal suo tono, lui si rese conto
che stava piangendo, anche se cercava di non farlo capire. – Scusami,
aspetta solo un attimo.
Seguì un altro silenzio, durante il quale il mio amico stette con l'orecchio incollato al telefono. Non udiva più nulla. Neppure il minimo segno di
vita. Poi la sorella riprese a parlare.
– Hai un poco di tempo, oggi? – chiese.
– Sì. Sono libero tutto il pomeriggio, – rispose lui.
– Posso venire da te? Adesso?
– Certo. Vengo a prenderti in macchina alla stazione.
Un'ora dopo stava già guidando verso casa insieme alla sorella. Incontrandosi dopo dieci anni, non poterono fare a meno di constatare uno sul
viso dell'altra i cambiamenti avvenuti, i giorni trascorsi. Il tempo si prende
sempre la sua parte. Lei aveva ancora un bel fisico snello e dimostrava cinque anni in meno della sua età. Ma la linea incavata delle guance era più
dura di una volta. Anche i suoi penetranti occhi neri avevano perso l'antico
splendore. Pure lui sembrava più giovane di quanto non fosse in realtà, ma
si notava subito che l'attaccatura dei capelli sulla fronte era un po' arretrata
Nella macchina si scambiarono poche frasi imbarazzate. Come andava il
lavoro? Come stavano i bambini? Parlarono di conoscenze comuni, della
salute dei genitori.
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Quando arrivarono, lui andò subito in cucina a scaldare l'acqua per il
caffè.
– Suoni ancora il piano? – gli chiese la sorella guardando il pianoforte
verticale in soggiorno.
– Per divertimento. Solo pezzi facili. Con quelli difficili ormai le mie dita non ce la fanno.
La sorella sollevò il coperchio e sfiorò con la mano i tasti ingialliti
dall'uso.
– Ero sicura che saresti diventato un famoso concertista, disse.
– Il mondo della musica è il cimitero dei bambini prodigio, – rispose lui
mentre macinava il caffè. – Naturalmente anche a me è dispiaciuto dover
rinunciare alla carriera da pianista. È stata una delusione tremenda. Avevo
l'impressione che tutti gli sforzi che avevo fatto fino ad allora fossero sprecati. Sarei voluto sparire da qualche parte. Però dovevo ammettere che il
mio orecchio era molto migliore delle mie dita. C'è un sacco di gente più
brava di me a suonare, ma nessuno ha il mio orecchio. Me ne sono accorto
poco dopo essere entrato all'accademia. Così ho pensato che era preferibile
diventare un accordatore di prima categoria che un pianista di seconda.
Prese dal frigo la panna per il caffè e ne versò un poco in una piccola
brocca.
– La cosa strana è che da quando mi sono messo a studiare da accordatore, ho cominciato a trovare divertente suonare. Fin da bambino mi ero
esercitato al piano come un pazzo. Diventare bravo a forza di esercizio mi
dava soddisfazione. Però non era un piacere. Mai, nemmeno una volta.
Suonavo soltanto per superare le difficoltà, era il mio solo obiettivo. Per
non fare sbagli, per non ingarbugliarmi le dita. Per essere ammirato. Ma
dopo aver rinunciato a diventare un pianista, finalmente ho provato la gioia
di fare musica. E ho capito che la musica è qualcosa di meraviglioso. Mi è
parso di togliermi un fardello dalle spalle. Un peso che non mi rendevo
conto di portare fino a quando non me lo sono scrollato di dosso.
– Non me ne hai mai parlato, di tutto questo.
– Veramente?
La sorella scosse la testa in silenzio.
«Può darsi, – pensò lui. – Può darsi che non le abbia mai detto nulla.
Non in questo modo, perlomeno».
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– È stata la stessa cosa quando mi sono accorto di essere gay, – proseguì. – Tante cose di cui non riuscivo assolutamente a convincermi, di colpo
trovavano una soluzione. «Ah, ecco perché», mi dicevo. Mi sentivo molto
più sereno. Come se una visuale fino ad allora offuscata all'improvviso si
liberasse. Forse molte persone sono rimaste deluse vedendo che rinunciavo
alla carriera da pianista e mi dichiaravo gay. Ma vorrei che fosse chiara
una cosa: in questo modo sono potuto tornare a essere me stesso. Alla mia
vera natura.
Posò una tazza di caffè davanti alla sorella seduta sul divano. Poi se ne
versò una per sé e andò a sederle di fianco.
– Forse avrei dovuto fare uno sforzo e cercare di capirti, – disse lei. –
Anche tu, però, forse avresti potuto spiegarci un po' meglio come stavano
le cose. Aprirti con noi, dirci cos'avevi nel cuore, e nella mente...
– Ma io non volevo dare spiegazioni, – la interruppe il fratello. – Volevo essere capito senza dover spiegare tutto per filo e per segno. Soprattutto da te.
La sorella non rispose.
– In quel momento, non potevo pensare a quello che provavano le persone intorno a me. Avevo ben altro di cui preoccuparmi –. Al ricordo di
quel periodo, la voce gli tremò un poco. Gli venne persino voglia di piangere. Ma riuscì a trattenersi. – In un tempo brevissimo, la mia vita ha subito un cambiamento drammatico. Stavo precipitando, e sono riuscito a restare aggrappato alla vita per un pelo. Non sapevo come fare, avevo una paura
tremenda. Sono momenti in cui non si riesce a dare spiegazioni agli altri.
Avevo l'impressione di venire espulso dal mondo. Per questo avrei voluto
che mi capiste, soltanto che mi capiste. E che mi abbracciaste stretto. Senza discussioni e senza spiegazioni. Invece non c'è stato nessuno...
Lei si nascose il viso tra le mani. Cominciò a tremare e si mise a piangere. Il fratello le posò una mano su una spalla.
– Mi dispiace, – disse la sorella.
– Non fa niente,– rispose lui. Poi si versò un po' di panna nel caffè e
mescolò col cucchiaino. – Non c'è motivo di piangere. È stata anche colpa
mia.
– Senti, perché mi hai telefonato proprio oggi? – domandò lei alzando il
viso e guardandolo negli occhi.
– Oggi?
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– Sì. Dopo dieci anni di silenzio, perché proprio oggi? Questo vorrei sapere.
– È successa una cosa che mi ha fatto pensare a te. Allora mi sono chiesto come stavi. Mi è venuta voglia di sentirti. Tutto qui.
– Non è che ti hanno raccontato qualcosa, per caso?
Nella voce della sorella c'era una particolare vibrazioni che lo mise in
allarme.
– No, nessuno mi ha detto nulla. Perché, cos'è successo?
La sorella rimase per qualche secondo in silenzio, come per riprendere il
controllo delle proprie emozioni. Lui attendeva paziente la sua risposta.
– Domani verrò ricoverata.
– Ricoverata?
– Dopodomani mi operano al seno. Mi asportano la mammella destra.
Completamente. Ma non si sa ancora se sarà sufficiente a bloccare l'avanzata del tumore. Per capirlo, bisogna tagliare.
Per un po' di tempo lui non fu in grado di dire una parola. Sempre con la
mano sulla spalla della sorella, guardò distratto gli oggetti nella stanza, uno
dopo l'altro. L'orologio, un soprammobile, il calendario, il telecomando
dello stereo... Erano tutte cose che gli erano famigliari, in una stanza famigliare, eppure non riusciva a percepire la distanza fra l'una e l'altra.
– Ho pensato a lungo se telefonarti o meno, – proseguì la sorella. – Ma
avevo l'impressione che fosse meglio non farlo, così non ti ho detto niente.
Avevo una voglia tremenda di vederti. Di parlarti con calma. C'erano cose
di cui dovevo chiederti scusa. Ma non mi andava di rivederti in queste circostanze. Capisci cosa voglio dire?
– Sì, certo.
– Se dovevo rivederti, preferivo farlo in una situazione migliore. Quando ero in grado di guardare al futuro con un po' più di ottimismo. Per questo avevo deciso di non chiamarti. Ed ecco che arriva la tua telefonata,
proprio adesso...
In silenzio, lui strinse forte la sorella tra le braccia. Sentì contro il petto
la forma dei suoi seni. Lei gli posò il viso su una spalla e si abbandonò al
pianto. Rimasero così, in quella posizione, a lungo.
Alla fine fu lei a parlare.
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– Hai detto che è successo qualcosa che ti ha fatto venire in mente me,
ma cos'era? Lo posso sapere?
– Come spiegarti? Non è facile, così, in due parole. Ma è una storia senza importanza. Una serie di coincidenze. Coincidenze che mi hanno portato... – Si morse le labbra. Il senso della distanza faticava a tornare. Il telecomando era lontano anni luce dal soprammobile.
– No, non te lo so spiegare, – disse.
– Fa lo stesso. Comunque è stato un bene. Veramente.
Lui protese una mano verso il lobo destro della sorella e le sfiorò il neo.
Poi, come se chiudesse un muto sussurro in uno scrigno prezioso, le posò
un bacio leggero sull'orecchio.
– Mia sorella è stata operata, le hanno tolto il seno destro, ma per fortuna il tumore non si era ancora esteso. Ha solo dovuto fare una leggera
chemioterapia. Non le sono nemmeno caduti i capelli. Adesso sta benissimo. Sono andato a trovarla all'ospedale ogni giorno. Per una donna dev'essere dura perdere un seno. Dopo che l'hanno dimessa, ho preso l'abitudine
di andare a casa sua. Con i miei nipoti vado d'accordissimo, do anche qualche lezione di piano alla bambina. Non dovrei dirlo io che sono lo zio, ma
mi pare che sia molto dotata. Quanto a mio cognato, ora che lo conosco un
pochino lo trovo migliore di quanto credessi. Naturalmente è sempre un po'
borioso e un po' rozzo, ma è un gran lavoratore, soprattutto ama mia sorella
e la ricopre di attenzioni. Inoltre sembra aver finalmente capito che l'omosessualità non è una malattia contagiosa, non rischio di attaccarla ai suoi
figli. È un passo avanti. Piccolo, ma importante.
Dette quelle parole, il mio amico si è messo a ridere.
– Ritrovare l'accordo con mia sorella credo abbia costituito un enorme
progresso. In confronto a prima, cioè, mi sembra di vivere in maniera più
naturale... È una verità che devo guardare in faccia: per molto tempo, in
fondo al cuore ho sempre sperato di poter fare la pace con lei e stringerla
tra le braccia.
– Però avevi bisogno di un'opportunità? – gli ho chiesto.
– Si, infatti, – ha risposto lui annuendo più volte. – L'opportunità è stata
determinante, più di ogni altra cosa. Quella volta mi sono detto che le
coincidenze, forse, sono dei fenomeni molto comuni. Si verificano in ogni
momento intorno a noi, nella nostra vita quotidiana. Ma della metà non ce
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ne accorgiamo neanche, le lasciamo passare così. Come dei fuochi artificiali che vengono fatti scoppiare in pieno giorno. Fanno un po' di rumore,
ma nel cielo non si vede nulla. Però se desideriamo fortemente qualcosa, le
coincidenze affiorano nel nostro campo visivo portando il loro messaggio.
E noi siamo in grado di decifrarne il significato in modo chiaro. Notandole
restiamo sorpresi, pensiamo «Ma guarda cos'è successo, che strano». Anche se in realtà non c'è proprio nulla di cui stupirsi. Non posso fare a meno
di provare questa sensazione. Cosa ne dici? Trovi che sia una forzatura?
Ci ho pensato su. Sì, forse aveva ragione. Ma non ero sicuro che il fenomeno si potesse spiegare in quel modo.
– Per quanto mi riguarda, preferisco credere in qualcosa di più semplice.
Nel dio del jazz, per esempio.
Lui ha riso.
– Niente male, il dio del jazz. E sarebbe apprezzabile anche l'esistenza
di un dio dei gay.
Non so a quale destino sia andata incontro la donna che il mio amico ha
conosciuto nel caffè della libreria. Sono più di sei mesi che non viene ad
accordare il mio pianoforte, così non ho avuto occasione di parlargli di
nuovo. Sono sicuro che ancora adesso ogni martedì attraversa il fiume Tama e va in quel caffè, probabilmente l'avrà incontrata. Ma non conoscendo
il seguito della storia, per il momento la chiudo qui.
Spero soltanto con tutto il cuore che da qualche parte ci sia qualcosa –
non mi importa se il dio del jazz, il dio dei gay o un'altra divinità – che protegga quella donna, senza farsi notare, magari facendo finta di essere una
coincidenza. Semplicemente.
257
Hanalei bay
Il figlio di Sachi è morto a diciannove anni, attaccato da un enorme pescecane nella baia di Hanalei. Questo non significa che sia stato divorato.
Stava facendo surf da solo, al largo, quando lo squalo gli ha strappato con
un morso la gamba destra: lui per il trauma è stato preso dal panico ed è affogato. Di conseguenza la causa ufficiale del decesso è l'annegamento. Il
morso ha quasi spezzato in due persino la tavola da surf. Agli squali non
piace mangiare carne umana, non l'apprezzano particolarmente. Succede
che addentino una persona, ma di solito mollano subito la preda perché non
la trovano di loro gradimento. Infatti chi non cede al panico riesce a sopravvivere, anche senza una gamba o senza un braccio è già accaduto diverse volte. Ma Takashi per il terrore avrà avuto un attacco cardiaco, avrà
bevuto una gran quantità d'acqua e di conseguenza è annegato.
Quando Sachi venne informata dell'accaduto dal consolato giapponese a
Honolulu, scivolò seduta sul pavimento Nella testa aveva il vuoto, non riusciva a pensare a nulla. Accasciata al suolo, guardava soltanto un punto
sulla parete di fronte. Non sapeva nemmeno lei quanto tempo fosse rimasta
così. Quando finalmente tornò in sé, riuscì a cercare il numero di una compagnia aerea e a prenotare un volo per Honolulu. Come le aveva detto il
funzionario del consolato doveva arrivare sul posto il più presto possibile
per accertarsi che la vittima fosse veramente suo figlio. Poteva anche esserci un errore di identità.
Poiché l'incidente era capitato in un periodo festivo, non c'era un solo
posto libero né sul volo di quel giorno né su quello dell'indomani. E la situazione era la stessa per tutte le compagnie aeree. Tuttavia un'impiegata
della United Airlines, messa al corrente delle circostanze, le consigliò di
presentarsi subito al counter dell'aeroporto:
– In qualche modo la facciamo imbarcare, – le disse.
Sachi mise in fretta due cose in una sacca e si precipitò a Narita, dove
trovò ad aspettarla un'incaricata che le consegnò un biglietto di business
class.
258
– Non c'erano altri posti, – spiegò la donna, – ma le applicheremo la tariffa economy. Per lei dev'essere terribile, cerchi di farsi forza.
– Non so come ringraziarvi, come avrei fatto senza di voi? – rispose Sachi.
Quando arrivò all'aeroporto di Honolulu, si rese conto che per l'agitazione aveva dimenticato di comunicare al consolato giapponese l'ora del
suo arrivo. Era previsto che un impiegalo l'accompagnasse sull'isola di
Kauai. Per evitare la seccatura di telefonare e fissare un appuntamento, decise di andarci da sola. Una volta sul posto, in qualche modo si sarebbe arrangiata. Prese un altro aereo e prima di mezzogiorno giunse all'aeroporto
di Kauai. Qui noleggiò una macchina e si recò al commissariato della cittadina di Lihue, che non era lontano.
– Vengo da Tōkyō, – disse, – mi hanno avvisata che mio figlio è morto,
è stato attaccato da un pescecane nella baia di Hanalei.
Il poliziotto, un uomo dai capelli grigi che portava gli occhiali, l'accompagnò all'obitorio, dove faceva freddo come in un frigorifero. E le mostrò il
cadavere del figlio, cui mancava la gamba destra. Era stata strappata poco
al di sopra del ginocchio. Dal moncherino spuntava uno spezzone d'osso
bianchissimo. Si trattava di suo figlio, senza ombra di dubbio. Pareva che
dormisse, il viso privo di espressione. Non si, sarebbe detto che era morto.
Forse qualcuno gli aveva ricomposto i tratti. Sachi aveva l'impressione che
se l'avesse scosso per la spalla, si sarebbe svegliato brontolando. Come faceva sempre quando era più piccolo.
In un'altra stanza firmò un foglio in cui dichiarava che la vittima era suo
figlio. Il poliziotto le chiese come intendesse disporre della salma.
– Non lo so, – rispose Sachi. – Di solito come si fa?
– In questi casi, la procedura più comune è cremare il corpo e consegnare le ceneri, – spiegò il poliziotto. – È anche possibile mandare la salma in
Giappone, ma le pratiche sono lunghe, ed è molto più costoso. C'è anche la
soluzione di una sepoltura qui nel cimitero di Kauai.
– No, preferisco che venga cremato, porterò le ceneri con me a Tōkyō, –
rispose Sachi. Suo figlio era morto. Fossero ceneri, ossa o il corpo intero,
che importanza poteva avere? Firmò un modulo per autorizzare la cremazione e pagò le spese.
– Ho solo l'American Express, – disse.
– Va benissimo.
259
«Eccomi qui a pagare la cremazione di mio figlio con una carta dell'American Express», pensò Sachi, che provava un forte senso di irrealtà. Così
come non le sembrava reale il fatto che suo figlio fosse stato ucciso da uno
squalo. La cremazione avrebbe avuto luogo l'indomani mattina.
– Parla molto bene l'inglese, – le disse il poliziotto mentre metteva a posto le carte. Era di origine giapponese e si chiamava Sakata.
– Da giovane ho vissuto in America per un certo periodo, rispose Sachi.
– Ah, ecco, – fece l'uomo, poi le consegnò gli effetti personali del figlio:
alcuni vestiti, il passaporto, il biglietto di ritorno, il portafoglio, il walkman, una rivista, gli occhiali da sole, una busta con gli articoli da toilette.
Stava tutto in una piccola sacca. Di nuovo Sachi dovette firmare un foglio
con la lista degli oggetti.
– Ha altri figli? – le chiese ancora il poliziotto.
– No. Avevo solo questo, – rispose lei.
– Suo marito non ha potuto accompagnarla?
– Mio marito è morto tanti anni fa.
Il poliziotto fece un profondo sospiro.
– Mi dispiace veramente. Se c'è qualcosa che posso fare per lei, la prego...
– Sì, vorrei che mi indicasse il posto in cui è morto. E l'albergo dove alloggiava. Penso che ci sia un conto da pagare. Inoltre dovrei chiamare il
consolato giapponese a Honolulu. Posso usare questo telefono?
L'uomo andò a prendere una cartina locale e fece due segni: uno intorno
al luogo dove il ragazzo aveva fatto surf e l'altro intorno all'area in cui si
trovava l'albergo. Poi indicò a Sachi un piccolo hotel dove avrebbe potuto
passare la notte, a Lihue stessa. Lei decise di andare lì.
– Avrei anch'io qualcosa da domandarle, – le disse al momento di salutarla l'anziano poliziotto. – Quest'isola ogni tanto si prende una vita umana.
Come può vedere, qui la natura è splendida, ma a volte si fa violenta e uccide. La gente che vive qui è consapevole di questa eventualità. Sono sinceramente addolorato per suo figlio, mi creda. Però vorrei chiederle di non
odiare l'isola a causa di quanto è successo. So che le sembrerà una pretesa
assurda da parte mia, ma glielo chiedo dal profondo del cuore.
Sachi si limitò ad annuire.
– Sa, signora, il fratello di mia madre è morto in battaglia in Europa, nel
'44. Sul confine tra la Francia e la Germania. Faceva parte di un'unità for260
mata da soldati di origine giapponese, mandata a portar soccorso a un battaglione texano circondato dai nazisti. È stato colpito in pieno da un colpo
di cannone. Di lui sono rimasti soltanto la piastrina e dei brandelli di carne
sparsi qua e là. Scagliati tutt'intorno nella neve. Mia madre gli voleva molto bene, e dalla sua morte non è più stata la stessa persona. Naturalmente io
non so come fosse prima. Ed è una cosa che mi fa molto male.
Dicendo quelle parole, il poliziotto scosse la testa.
– I nobili ideali saranno una bella cosa, ma la morte in battaglia è causata soltanto dall'odio e dalla rabbia tra i due contendenti. Nella natura invece
è diverso. Nella natura non ci sono contendenti. So che per lei è un momento veramente duro, ma se ci riesce, vorrei che tenesse conto di questo.
Suo figlio è tornato a far parte del ciclo naturale; i nobili ideali, l'odio e la
rabbia non c'entrano niente con la sua morte.
Il giorno dopo, al termine della cremazione, Sachi ricevette una piccola
scatola di alluminio contenente le ceneri. Poi noleggiò una macchina e raggiunse la baia di Hanalei, sulla costa nord dell'isola. Da Lihue, dove si trovava il commissariato, ci volle un'ora. A causa di un terribile tifone che si
era abbattuto sull'isola alcuni anni prima, tutti gli alberi erano deformati. Si
vedevano ancora i resti di alcune case di legno il cui tetto era stato portato
via dal vento. Persino le colline avevano cambiato forma. La natura poteva
essere terribile, in quel posto.
Sachi superò il piccolo borgo di Hanalei, che pareva mezzo addormentato, e poco dopo trovò la spiaggia dove si faceva surf, dove suo figlio era
stato ucciso da uno squalo. Fermò la macchina nel parcheggio vicino, si
sedette sulla sabbia e rimase a guardare i cinque surfisti in mare. Galleggiavano al largo, aggrappati alle loro tavole, in attesa di un'onda più impetuosa. E quando la vedevano arrivare si mettevano in piedi sulla tavola e
sfruttandone la corsa la cavalcavano quasi fino a riva. Poi, quando l'onda si
indeboliva, perdevano l'equilibrio e cadevano in acqua. Allora voltavano la
tavola, e remando con le braccia tornavano al largo. E ricominciavano da
capo. Sachi non capiva come non avessero paura degli squali. O forse non
avevano saputo che pochi giorni prima un pescecane, in quello, stesso posto, aveva ucciso suo figlio?
Seduta sulla sabbia, rimase un'ora a guardarli. Non riusciva a pensare a
nulla di preciso. Il passato, con il suo peso gravoso, si era dileguato, e il futuro era troppo lontano, confuso in una vaga oscurità. In quel momento non
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si sentiva legata a nessuna delle due dimensioni temporali. Ferma nel presente che si spostava di continuo, seguiva in modo meccanico con gli occhi
lo spettacolo delle onde e dei surfisti che si ripeteva sempre uguale a se
stesso. Quello di cui aveva soprattutto bisogno, pensò a un certo punto, era
il tempo.
Poi andò all'hotel in cui aveva alloggiato suo figlio, un alberghetto sporco con un giardino incolto. I clienti erano tutti surfisti. Due giovani occidentali dai capelli lunghi, a torso nudo, bevevano birra seduti su due sedie
di tela. Diverse lattine vuote di Rolling Rock erano buttate ai loro piedi
nell'erba. Uno dei due era biondo e l'altro bruno, ma a parte questo particolare avevano lo stesso tipo di faccia e lo stesso fisico. Entrambi sfoggiavano vistosi tatuaggi sulle braccia. Nell'aria aleggiava un leggero odore di
marijuana. E di escrementi di cane. Vedendo Sachi avvicinarsi, i due la
guardarono con aria sospettosa.
– Mio figlio stava in quest'albergo, tre giorni fa è morto, ucciso da un
pescecane, – spiegò lei.
I due giovani si guardarono.
– Sta parlando di Tekashi?
– Sì, di Takashi.
– Era un tipo a posto, – disse il ragazzo con i capelli biondi. – Ci dispiace.
– Quel mattino, un sacco di tartarughe sono venute a riva, – spiegò l'altro in tono tranquillo. – I pescecani sono venuti per le tartarughe. Cioè... di
solito non attaccano i surfisti. Ci andiamo d'accordo, noi, con gli squali.
Però... be', non so, probabilmente c'è squalo e squalo.
Sachi disse che era venuta a pagare l'albergo. Forse c'era un conto da
saldare?
Il tipo biondo sogghignò.
– No, signora, non ha capito, – disse facendo volteggiare per aria la lattina vuota. – Qui si accettano solo i clienti che pagano anticipato. È un albergo modesto dove vengono solo i surfisti, che sono sempre al verde. Stia
tranquilla, non ci sono conti da saldare.
– Ah, senta... la tavola di Tekashi se la porta via? – chiese il giovane
bruno. – Be', veramente lo squalo l'ha spezzata in due coi denti, è tutta frastagliata... È una vecchia Dick Brewer. La polizia non ha voluto prenderla.
Credo... credo che sia ancora qui da qualche parte.
Sachi scosse la testa. Non voleva nemmeno vederla.
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– Ci dispiace davvero, – ripeté il ragazzo biondo, come se non gli venisse in mente null'altro da dire.
– Era uno a posto, – fece l'altro. – Un tipo corretto. E anche un bravo
surfista. Ora che ci penso, la sera prima l'abbiamo passata insieme... Cioè,
abbiamo bevuto tequila, qui.
Sachi finì col restare un'intera settimana nel borgo di Hanalei. Prese in
affitto il cottage più decente che trovò e si trasferì lì, dove poteva cucinarsi
da sola delle cose semplici. Prima di tornare in Giappone, voleva ritrovare
il proprio equilibrio. Aveva comprato una sedia di plastica, un paio di occhiali da sole, un cappello e una crema solare; ogni giorno andava a sedersi
sulla spiaggia a guardare i surfisti. Pioveva più volte nella stessa giornata,
scrosci violenti, come se qualcuno rovesciasse secchi d'acqua dal cielo. In
autunno il tempo è instabile, sulla costa nord di Kauai. Quando la pioggia
iniziava, Sachi si rifugiava nella macchina e restava a guardarla. Appena
smetteva, tornava a sedersi sulla spiaggia a contemplare il mare.
Da allora Sachi è tornata a Hanalei ogni anno, nello stesso periodo. Arriva poco prima dell'anniversario della morte del figlio e resta tre settimane. Ogni giorno porta la sedia di plastica fino alla spiaggia e si siede a
guardare i surfisti. Passa la giornata così, senza fare nient'altro. Ormai sono
più di dieci anni che la cosa va avanti. Affitta sempre lo stesso cottage e va
a mangiare da sola nello stesso ristorante, un libro davanti a sé. Dopo tutto
questo tempo, a forza di fare le stesse cose, ha finito per entrare in confidenza con diverse persone. Nel piccolo borgo ormai la conoscono tutti. Per
la gente del posto è la mamma giapponese che da quelle parti ha perso il
figlio, ucciso da uno squalo.
Un giorno era andata all'aeroporto di Lihue per cambiare macchina, perché quella noleggiata le dava dei problemi; al ritorno, nella cittadina di
Kapaa, vide due giovani giapponesi che facevano l'autostop. Avevano in
spalla delle grosse sacche sportive e fermi davanti all'Ono Family Restaurant attendevano le automobili, il pollice alzato, l'aria esitante Uno era alto
e allampanato, l'altro piuttosto tracagnotto. Entrambi avevano i capelli tinti
di castano lunghi fino alle spalle, indossavano magliette lise, shorts sformati ed erano in sandali. Sachi li superò, ma dopo qualche istante, ripensandoci, fece inversione di marcia e tornò indietro.
– Dove siete diretti? – chiese dopo aver abbassato il finestrino.
263
– Ah, lei parla giapponese! – disse lo spilungone.
– Per forza, sono giapponese... ma dove volete andare?
– A Hanalei, – rispose ancora il più alto.
– Allora salite. È lì che sto andando.
– Ci fa davvero un favore, – disse il tracagnotto.
Misero le sacche nel portabagagli, poi stavano per sedersi entrambi sul
sedile posteriore della Neon quando Sachi li bloccò:
– No, non mettetevi tutti e due dietro. Questo non è un taxi, uno di voi
venga davanti. È più educato.
Allora quello più alto andò a sedersi accanto a lei, l'aria un po' a disagio.
– Che macchina è, questa? – chiese, piegando le lunghe gambe per farle
stare nello spazio ristretto.
– Una Dodge Neon. Una Chrysler, insomma.
– Ah sì? In America fanno delle automobili così piccole? Mia sorella ha
una Corolla, ma credo sia più grande di questa.
– Non è che tutti gli americani abbiano grosse Cadillac.
– Sì, ma questa è microscopica...
– Se non ti piace, puoi anche scendere qui, – fece Sachi.
– No, mica l'ho detto per quello! Mi scusi. Ero solo sorpreso che fosse
così piccola. Credevo che le macchine americane fossero tutte enormi.
– E cosa andate a fare a Hanalei? – chiese Sachi, le mani sul volante.
– Be', a fare surf.
– E le tavole?
– Pensiamo di procurarcele lì, – disse il tracagnotto.
– Portarcele dal Giappone era troppo complicato, ci hanno detto che qui
si possono comprare di seconda mano per poco e niente, – fece il suo amico.
– Anche lei è qui in vacanza, signora? – Sì.
– Da sola?
– Sì, da sola, – rispose Sachi senza dare spiegazioni.
– Non sarà mica una di quelle surfiste leggendarie, per caso?
– Non dire sciocchezze! – fece Sachi un po' seccata. – Voi, piuttosto,
sapete già dove andare, a Hanalei?
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– No, ci siamo detti che una volta lì, qualcosa troveremo, – rispose lo
spilungone.
– E se non troviamo niente, possiamo dormire sulla spiaggia, sotto le
stelle, – aggiunse il tracagnotto. – Abbiamo pochissimi soldi.
Sachi scosse la testa.
– No. In questa stagione, sulla costa nord, di notte fa piuttosto freddo.
Persino dentro casa bisogna mettere una maglia. Vi prendereste un accidenti, a dormire all'aperto.
– Ma non è sempre estate, alle Hawaii? – chiese lo spilungone.
– Le Hawaii sono nell'emisfero nord, ci sono quattro stagioni. Durante
l'estate fa caldo, ma l'inverno può essere freddo.
– Allora dobbiamo trovarci un posto al coperto, – disse il tracagnotto.
– Lei non saprebbe indicarci qualcosa, signora? – chiese il suo amico. –
Il fatto è che non parliamo quasi per niente inglese.
– Ci avevano detto che alle Hawaii dappertutto capiscono il giapponese,
per questo siamo venuti qui. Invece non è affatto vero.
– È ovvio! – disse Sachi sconcertata. – Il giapponese lo parlano soltanto
a Oahu e in una parte di Waikiki. Perché lì ci vanno i turisti che possono
spendere, quelli che comprano roba di Louis Vuitton e di Chanel. Per questo nei negozi i commessi parlano giapponese, vengono assunti apposta.
Anche nei grandi alberghi, allo Hyatt o allo Sheraton. Ma fuori di lì si usa
solo l'inglese. Dopo tutto siamo sul suolo americano. Siete venuti fino a
Kauai senza sapere nemmeno questo?
– No, non lo sapevamo. Mia madre ha detto che alle Hawaii si parla
giapponese dappertutto.
– Figuriamoci! – disse Sachi.
– Senta, qual è l'albergo che costa meno? – chiese il tracagnotto. – Perché non abbiamo soldi.
– Nell'albergo che costa meno, a Hanalei, voi che venite qui per la prima
volta è meglio che non ci mettiate piede Non è un posto raccomandabile.
– Perché non è raccomandabile? – domandò lo spilungone.
– Perché tra i surfisti ci sono tipi pericolosi. Ma soprattutto perché circola droga. Fosse solo marijuana non sarebbe grave, ma quando tirano fuori l'ice, può finire malissimo.
– L'ice? Che roba è? – fece il tracagnotto.
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– Mai sentito, – aggiunse il suo amico.
– Ascoltate ragazzi, due ingenui come voi, ignari di tutto, quelli lì ne
fanno un boccone solo, – disse Sachi. – L'ice è una droga pesante, diffusa
ovunque nelle Hawaii. Non ne so molto, ma credo si tratti di un cristallo
eccitante. Costa poco, è maneggevole e fa sballare, ma una volta che è entrato nel sangue, può causare la morte.
– Per carità! – fece lo spilungone.
– La marijuana invece non fa male? – chiese l'altro.
– Questo non lo so, comunque non si muore. Il tabacco ti porta di sicuro
alla tomba, ma la marijuana no. Ti manda solo fuori di testa. Più o meno
come siete già adesso, insomma.
– Grazie, molto gentile! – fece il tracagnotto.
– Scommetto che lei è una di quelle del boom, – aggiunse lo spilungone.
– Che boom?
– Della generazione del boom delle nascite.
– Non sono di nessuna generazione. Sono io e basta. Cerca di non mettermi nel mucchio con altre persone.
– Invece sono proprio quelli del boom che parlano così, – disse il tracagnotto. – Che prendono tutto sul serio. Come mia madre.
– Senti, vedi di non paragonarmi a quella svampita di tua madre. Comunque sia, a Hanalei è meglio che stiate in un posto come si deve. Per il
vostro bene. Succede anche che ammazzino qualcuno, a volte.
– Altro che paradiso delle Hawaii! – fece il tracagnotto.
– Be', non sono più i tempi di Elvis, – disse Sachi.
– Non sono molto informato, ma credo che Elvis Costello sia già piuttosto vecchio, – disse lo spilungone.
Allora Sachi per un po' rimase in silenzio, limitandosi a guidare.
Il gestore dei cottage, su preghiera di Sachi, trovò una stanza ai due ragazzi. Per usarle una cortesia era anche disposto a far loro una bella riduzione sul prezzo settimanale, ma chiedeva comunque più di quanto avessero previsto.
– No, non possiamo. Non abbiamo tutti questi soldi, – disse lo spilungone.
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– Non ci resta quasi niente, – aggiunse il suo amico.
– Ma avrete del denaro da usare in caso di emergenza, no? – chiese Sachi.
Il più alto si strofinò il lobo dell'orecchio.
– Be', ho una carta di credito della Diners Club, ma mio padre mi ha
raccomandato di servirmene solo in caso di vita o di morte. Perché se comincio, non c'è più limite, dice. Se la uso per un motivo così, quando torno
in Giappone chi lo sente?
– Sei proprio furbo, – gli disse Sachi. – Perché questa non è una situazione grave, secondo te? Se ci tieni alla vita, tira fuori la tua carta adesso,
per fissare quella stanza. Oppure vuoi che la polizia ti arresti e ti sbatta in
galera, dove un hawaiano grosso come un lottatore di sumo ti fa la festa
durante la notte? Se la cosa ti alletta, naturalmente è un altro paio di maniche, ma ti avverto che fa male.
Il ragazzo prese subito la carta della Diners dal portafoglio e la porse al
gestore dei cottage. Sachi chiese all'uomo se conoscesse un posto dove
vendevano tavole da surf di seconda mano. Lui indicò un negozio dove i
due amici avrebbero potuto anche rivenderle prima di lasciare l'isola. I ragazzi posarono le sacche nella stanza e andarono immediatamente a comprare le tavole.
Il mattino dopo, Sachi era seduta sulla spiaggia a guardare l'oceano,
quando vide arrivare i due giovani giapponesi. Subito si misero a fare surf.
Al contrario di quanto ci si poteva aspettare da due imbranati come loro,
erano piuttosto bravi. Se vedevano formarsi un'onda più alta, in un attimo
erano in piedi sulla tavola e mantenendosi abilmente in equilibrio planavano con leggerezza quasi fino a riva. Continuarono così per ore senza stancarsi. Quando cavalcavano le onde davano un'impressione di estrema vitalità. Erano pieni di fiducia in sé, gli occhi splendenti, senza traccia di indecisione. Di sicuro a scuola non combinavano niente, passavano le giornate
al mare, sulla tavola. Proprio come faceva un tempo suo figlio.
Sachi aveva cominciato a suonare il piano quando era già al liceo. Per una
pianista, era un inizio molto tardivo. Prima di allora non aveva mai nemmeno sfiorato una tastiera. Ma aveva preso l'abitudine, dopo le lezioni, di
strimpellare sul pianoforte che si trovava nell'aula di musica, così finì per
imparare da sola a suonare con scioltezza. Perché era dotata di un orecchio
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straordinario e di un'estrema sensibilità musicale. Le bastava ascoltare una
volta una melodia per saperla riprodurre immediatamente, trovando anche
gli accordi per accompagnarla. Nonostante non avesse mai preso lezioni, le
sue dita si muovevano con facilità sulla tastiera. Un vero dono di natura.
Un giovane insegnante di musica, sentendola suonare, rimase impressionato e le diede le nozioni di base, correggendole la posizione delle dita.
«Non è indispensabile, ma se fai così vai più veloce», le disse mostrandole
concretamente come fare. Sachi afferrò l'idea in men che non si dica. L'insegnante era un patito di jazz e dopo le lezioni le spiegava le basi teoriche
per suonarlo al pianoforte. La formazione e la successione degli accordi.
L'uso del pedale. Il concetto di improvvisazione. Lei assimilava voracemente tutto. L'insegnante le prestava anche dei dischi: Red Garland, Bill
Evans, Wynton Kelly. Lei li ascoltava più e più volte, poi ne riproduceva i
motivi alla perfezione. E afferrato il metodo, imitarli le divenne facilissimo. Non aveva nemmeno bisogno di trascrivere le note, le venivano spontanee alle dita.
«Hai talento, tu. Se studi, puoi diventare una professionista», le diceva
l'insegnante, pieno di ammirazione.
Invece Sachi tutto questo talento non l'aveva. Perché sapeva soltanto
imitare alla perfezione l'originale. Riprodurre la musica tale e quale non le
richiedeva alcuno sforzo, ma non riusciva a creare nulla. «Improvvisa in
libertà», le dicevano, ma lei non sapeva come farlo. Iniziava, ma a un certo
punto si ritrovava a imitare. Inoltre non era brava a leggere uno spartito.
Quando si vedeva davanti una pagina coperta di note fitte fitte, si sentiva
soffocare. Era cento volte più facile per lei ascoltare la musica e riprodurla
direttamente sulla tastiera. Di conseguenza, si era detta, non sarebbe mai
diventata una pianista.
Terminato il liceo, Sachi decise di dedicarsi con serietà allo studio della
cucina. Non che nutrisse una grande attrazione per i fornelli, ma dal momento che non aveva altre aspirazioni particolari e che suo padre era titolare di un ristorante, pensava di prenderne prima o poi la gestione. Per seguire dei corsi specializzati andò a studiare a Chicago. Chicago non era certo
una città rinomata per l'arte culinaria, ma ci vivevano dei parenti che accettarono di ospitarla.
Mentre frequentava la scuola di cucina, iniziò a suonare in un piccolo
piano-bar del centro, dov'era stata presentata da un compagno di corso.
All'inizio pensava di lavorarci saltuariamente per guadagnare qualcosina.
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L'assegno dei genitori le bastava appena e una piccola entrata in più era
benvenuta. Al padrone del locale Sachi andò subito a genio. Perché poteva
suonare all'istante qualsiasi pezzo, una volta che l'aveva ascoltato non lo
dimenticava più. E anche una canzone mai sentita prima, bastava accennarle a voce la melodia perché lei riuscisse a metterla in musica seduta stante.
Inoltre, benché non fosse una bellezza, aveva un viso dolce che riscuoteva
simpatia, e molti clienti cominciarono a venire apposta per lei. Con le
mance riusciva a mettere insieme una bella somma. Così finì col non andare più a scuola. Stare seduta al piano era infinitamente più rilassante e piacevole che tagliare carne sanguinolenta, grattugiare formaggio duro come
una pietra o lavare padelle sporche.
Memore di quest'esperienza, vedendo che suo figlio saltava le lezioni
per dedicarsi al surf dal mattino alla sera, si disse che non ci poteva fare
nulla. Come poteva prendersela con lui, visto che da giovane si era comportata allo stesso modo? Probabilmente era una tendenza che avevano nel
sangue.
In quel locale lavorò per un anno e mezzo. Aveva imparato l'inglese e
guadagnava bene. E aveva un boyfriend, un bel ragazzo afroamericano che
voleva diventare attore (l'aveva poi visto in Die Hard 2, in un ruolo secondario). Un giorno però un funzionario dell'ufficio immigrazione, un tipo
che portava un distintivo sul petto, si presentò al piano-bar: ormai Sachi si
era fatta notare troppo. L'uomo le chiese di mostrargli il passaporto e l'arrestò subito per lavoro illegale. Pochi giorni dopo Sachi venne imbarcata su
un jumbo diretto all'aeroporto di Narita, con un biglietto che naturalmente
si era dovuta pagare lei, con i suoi risparmi. Così si concluse la sua avventura americana.
Tornata in Giappone, rifletté sulle possibilità che aveva per il futuro, ma
a parte suonare il piano, non le vennero in mente altri mezzi per guadagnarsi da vivere. La sua incapacità di leggere la musica limitava la scelta
professionale, ma d'altra parte quel particolare talento di suonare a orecchio una canzone dopo averla sentita una sola volta era apprezzato in molti
posti. Lavorò nelle sale da tè degli alberghi, nei night-club, nei piano-bar.
Sachi sapeva suonare ogni stile possibile, adattandosi all'atmosfera del luogo, al livello e alle richieste dei clienti. Era diventata una specie di «camaleonte della musica» e il lavoro non le mancava mai.
A ventiquattro anni si era sposata e due anni dopo aveva avuto un figlio.
Il marito era un chitarrista jazz di un anno più giovane. Un disgraziato che
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non guadagnava quasi nulla, faceva uso sistematico di droghe e correva
dietro alle donne. Spesso la sera non rientrava, e quando era a casa gli capitava di diventare violento. Tutti erano stati contrari a quel matrimonio; anche dopo le nozze non avevano smesso di consigliare a Sachi di divorziare.
C'è da dire però che il marito era sì un tipo brusco, ma possedeva per la
musica un talento originale e nel mondo del jazz si stava facendo un nome,
era considerato una giovane promessa. È probabile che fosse questo a tenere legata Sachi. Il matrimonio comunque durò soltanto cinque anni. Lui
ebbe un infarto in piena notte nell'appartamento di un'altra donna e morì
mentre lo trasportavano nudo in ospedale. Si era trattato di overdose.
Poco tempo dopo la morte del marito, Sachi aprì un piccolo piano-bar
nel quartiere di Roppongi. Aveva qualche risparmio e i soldi dell'assicurazione sulla vita del marito – una polizza che aveva stipulato in segreto. Anche la banca le concesse un mutuo, il direttore della sua filiale era un cliente abituale del club dove Sachi suonava all'epoca. Comprò un piano a coda
di seconda mano e fece costruire un bancone che ne seguisse il contorno.
Poi chiamò a gestire il locale un uomo di grandi capacità, portandolo via a
un altro bar per uno stipendio ragguardevole. Così ogni sera Sachi poteva
sedere al piano, suonare le canzoni che le chiedevano, accompagnare chi
voleva cantare. Sul pianoforte era posata una boccia di vetro per i pesci
rossi dove si potevano lasciare le mance. Ogni tanto i musicisti di qualche
jazz-club vicino passavano e suonavano un pezzo o due. Ben presto Sachi
ebbe clienti regolari, gli affari presero ad andare meglio di quanto avesse
immaginato. Riuscì a rispettare tutte le scadenze del mutuo. Delusa dall'esperienza della vita matrimoniale, non si risposò, ma ogni tanto aveva una
storia con qualcuno. Di solito si trattava di uomini sposati, cosa che le
semplificava la vita. Intanto il tempo passava e il figlio cresceva diventando un surfista, finché un giorno non le annunciò che voleva andare a fare
surf a Hanalei, nell'isola di Kauai. Lei non ne fu affatto entusiasta, ma
stanca di litigare finì col pagargli il viaggio. Le lunghe discussioni non
erano il suo forte. E fu così che laggiù il figlio, mentre aspettava l'arrivo di
un'onda più grossa, venne addentato da uno squalo venuto nella baia per
inseguire una tartaruga, e a soli diciannove anni perse la vita.
Dopo la morte del figlio, Sachi lavorò con più ardore di prima. Tutto
l'anno, quasi senza riposare, andava al locale, si metteva al piano e suonava. Verso la fine dell'autunno però si prendeva tre settimane di ferie, comprava un biglietto di business class della United Airlines e si recava a Kauai. In sua assenza, qualcuno la sostituiva.
270
Anche a Hanalei ogni tanto suonava. In un ristorante c'era un pianoforte
a mezza coda, al quale nei fine settimana veniva a sedersi un pianista allampanato sui cinquantacinque anni. Strimpellava canzonette ingenue, Bali
Hai, Blue Hawaii e roba del genere. Come pianista non valeva granché, ma
aveva una personalità calorosa che sapeva infondere nella musica. Sachi
divenne sua amica e ogni tanto ne prendeva il posto al piano Visto che lo
faceva per divertimento non chiedeva un soldo, naturalmente, ma il padrone del ristorante le offriva sempre un piatto di pasta e un bicchiere di vino.
Il fatto è che a lei suonare piaceva. Le bastava posare le dita sulla tastiera
per sentirsi allargare il cuore. Il talento non c'entrava nulla e nemmeno il
compenso aveva importanza. Forse suo figlio, immaginava Sachi, quando
era sulla tavola da surf provava la stessa cosa.
Se doveva essere del tutta sincera, però, Takashi in quanto persona non
le piaceva. È ovvio che gli voleva bene. Era la persona che più amava al
mondo. Ma come essere umano – e le ci era voluto molto tempo per ammetterlo – non lo stimava affatto. Se tra loro non ci fosse stato un legame
di sangue, non avrebbe voluto avere nulla a che fare con lui. Era capriccioso, incapace di concentrarsi e di portare a termine quello che intraprendeva.
Evitava i discorsi seri e trovava subito un pretesto per defilarsi. I libri non
li apriva quasi mai e a scuola aveva risultati pessimi. L'unica cosa in cui
mettesse entusiasmo era il surf, ma nessuno poteva dire quanto sarebbe durata quella passione. Dato che aveva dei lineamenti molto dolci, le ragazze
non gli mancavano mai, ma lui ci si divertiva soltanto, poi quando si stufava le gettava via come giocattoli. Sachi si chiedeva se non l'avesse viziato
troppo, se non gli avesse dato troppi soldi. Forse avrebbe dovuto essere più
severa. Ma in che modo? Concretamente, non lo sapeva nemmeno lei. Era
sempre troppo occupata col lavoro e non capiva i bisogni di un ragazzo, né
quelli mentali né quelli fisici.
Stava suonando in quel ristorante di Hanalei, quando entrarono i due
giovani surfisti giapponesi. Erano già passati sei giorni dal loro arrivo.
Adesso erano abbronzatissimi e davano l'impressione di essere diventati
più robusti.
– Oh, ma è quella signora! Suona il piano! – esclamò il tracagnotto.
– Ehi, è fortissima! Una vera professionista! – aggiunse l'altro.
– Mi diverto soltanto, – disse Sachi.
271
– Conosce qualche canzone dei B'z?
– No, quella roba non la suono. Ma non eravate al verde, voi due? Potete permettervi di cenare in un posto come questo?
– Abbiamo la carta della Diners! – disse lo spilungone con aria d'intesa.
– Ma non dovevi usarla solo per le emergenze?
– Oh, in qualche modo me la caverò. Però è vero che quando si comincia, ci si fa subito l'abitudine. Aveva ragione mio padre.
– Ah, certo che siete davvero spensierati, voi due! – fece Sachi quasi
con ammirazione.
– Volevamo invitarla, una volta, – disse il tracagnotto. – Ci ha fatto un
sacco di favori, e dopodomani mattina torniamo in Giappone. Prima di partire volevamo ringraziarla in qualche modo.
– Se le va, potrebbe mangiare con noi adesso. Ordiniamo anche del vino. Offriamo tutto noi.
– Ho già cenato, ha offerto il padrone, – rispose Sachi. Poi alzando il
bicchiere di vino rosso aggiunse: – Anche questo. Ma vi ringrazio per il
pensiero.
Poco dopo un occidentale grande e grosso si avvicinò al loro tavolo e si
fermò accanto a Sachi. In mano teneva un bicchiere di whisky. Sulla quarantina, capelli corti, braccia come dei pali della luce. Su un bicipite aveva
un vistoso tatuaggio: un drago e sotto le lettere USMC. Doveva risalire a
molti anni prima, i colori erano sbiaditi.
– Ehi, lei ci sa fare al piano! – disse.
– Grazie, – rispose Sachi dandogli appena un'occhiata.
– Giapponese? – Sì.
– Ci sono stato, in Giappone. Tanto tempo fa. A Iwakuni, per due anni.
– Ah. Io invece per due anni sono stata a Chicago. Tanto tempo fa. Così
siamo pari, no?
L'uomo ci pensò su un momento, poi decise che doveva trattarsi di uno
scherzo e fece una risata.
– Perché non suona qualcosa? Qualcosa di allegro. Conosce Beyond the
Sea, di Bobby Darin? Così la canto.
– Io non suono qui per lavoro, e ora sto parlando con questi due ragazzi.
Il pianista di questo ristorante è il signore stempiato, magro, che sta seduto
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allo strumento. Se vuole sentire qualcosa, lo deve chiedere a lui. E non dimentichi di lasciare la mancia.
L'uomo scosse la testa.
– No, quell'impiastro sa solo suonare lagne per finocchi Non me ne faccio niente di quello lì, voglio sentire lei al piano, lei sì che ha stoffa. Le do
dieci dollari.
– Non accetterei neanche per cinquecento.
– Ah no?
– No davvero.
– Senta un po', perché voi giapponesi non combattete per difendere il
vostro paese? Perché devono sbattere noi a Iwakuni, per proteggervi?
– Mi sta dicendo che per questa ragione io dovrei mettermi al piano
senza fare storie?
– Esattamente, – disse l'uomo. Poi spostò lo sguardo sui due giovani seduti di fronte a Sachi. – E voi? Scommetto che siete due di quegli inutili
cretini che vengono a fare surf. Chi vi ha chiamati qui alle Hawaii, voi musi gialli? In Iraq...
– Posso farle una domanda? – lo interruppe Sachi. – È una cosa che mi
sto chiedendo già da un po'...
– Parli pure.
Sachi piegò la testa di lato e lo guardò dritto negli occhi.
– Come fa una persona a diventare come lei? Ci ho riflettuto a lungo,
sa? Nasce già così, oppure a un certo punto le succede qualcosa di terribile
che la fa cambiare? Sul serio, lei cosa ne pensa?
L'uomo per qualche secondo prese un'espressione perplessa, poi sbatté
con un colpo il bicchiere di whisky sul tavolo.
– Dica un po', signora...
A quel punto il padrone del ristorante, sentendolo alzare la voce, accorse. Era un tipo mingherlino, ma prese l'ex militare per il braccio robusto e
lo portò via. Dovevano conoscersi bene perché l'uomo non fece resistenza,
si limitò a buttare lì ancora una parola o due.
– Mi spiace per quello che è successo, – disse il padrone poco dopo tornando da Sachi. – Non è una cattiva persona, ma quando alza il gomito diventa aggressivo. Stia tranquilla, non accadrà più. Mi permetta di offrirle
qualcosa, e dimentichi questo sgradevole incidente, per favore.
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– Non si preoccupi, sono abituata a questo genere di cose, – rispose Sachi.
– Cosa voleva dire, quello lì? – chiese il tracagnotto.
– Non ci ho capito niente, – aggiunse il suo amico. – «Musi gialli»
però l'ho sentito.
– Non fa niente se non avete capito, non era nulla di importante, – rispose Sachi. – A proposito, voi due vi siete divertiti a Hanalei? Il surf è
andato bene?
– Sì, è stato fantastico, – disse il tracagnotto.
– Uno sballo, la nostra vita è cambiata da così a così. Davvero, sa?
– Mi fa piacere. Quando ci si può divertire, è bene approfittarne. Perché
prima o poi la vita ti presenta il conto.
– Nessun problema, ho la carta di credito, – disse lo spilungone.
– Beati voi, che siete senza pensieri, – fece Sachi scuotendo la testa.
– Posso farle una domanda, signora? – chiese il tracagnotto.
– Sì?
– Lei l'ha visto il surfista giapponese con una gamba sola che gira da
queste parti?
– Un surfista giapponese con una gamba sola? – chiese Sachi socchiudendo gli occhi e guardando il ragazzo dritto in faccia. – No, non l'ho visto.
– Noi l'abbiamo visto due volte. Ci osservava dalla spiaggia. Aveva
una tavola rossa, una Dick Brewer, e gli mancava una gamba da qui in
giù, – disse il ragazzo tracciando con la mano una linea a una decina di
centimetri sopra il ginocchio. – Sembrava tagliata di netto. Quando siamo tornati a riva però se n'era già andato. Sparito. Volevamo parlargli e
l'abbiamo cercato dappertutto, ma non l'abbiamo trovato. Doveva avere
più o meno la nostra età.
– Qual era la gamba che gli mancava? La destra o la sinistra?
Il tracagnotto ci pensò un po' su.
– Euh... la destra, credo. Vero?
– Sì, la destra. Ne sono sicuro, – confermò lo spilungone.
– Oh... – fece Sachi, poi bevve un sorso di vino per calmare l'arsura in
bocca. Il cuore le batteva all'impazzata.
– Siete sicuri che fosse giapponese e non per metà americano?
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– Sicurissimi. Si capisce subito la differenza, a prima vista. È uno venuto dal Giappone a fare surf, come noi, – disse lo spilungone.
Sachi si morse forte il labbro. Poi disse con voce secca:
– Però è strano, no? Qui sono quattro case, se ci fosse un surfista giapponese con una gamba sola, volente o nolente darebbe nell'occhio.
– Sì, è vero, lo si vedrebbe da lontano un miglio, – ammise il tracagnotto. – Infatti penso anch'io che sia strano. Però c'era, lo giuro. E ci guardava.
– Anche lei, signora, viene sempre a sedersi sulla spiaggia, no? – aggiunse il suo amico. – Quel ragazzo con una gamba sola era in piedi vicino
al posto dove si mette sempre lei.
E ci guardava fare surf. Stava appoggiato al tronco di un albero. Sa,
quegli alberi di fianco ai tavoli da picnic...
Sachi non rispose, bevve soltanto un sorso di vino.
– Sì, ma come fa a tenersi in equilibrio sulla tavola con una gamba sola?
– intervenne il tracagnotto. – Pazzesco. È già difficile con due...
Da quella sera Sachi ogni giorno, il mattino presto, si mise ad andare su
e giù per la lunga spiaggia. Ma il surfista con una gamba sola non lo vide.
Chiese in giro, alla gente del posto, se qualcuno l'avesse notato. Ma tutti
scuotevano la testa con espressione perplessa. Un surfista giapponese senza
una gamba? No, mai. Se l'avessero visto, non l'avrebbero certo dimenticato. Non passa inosservato un fenomeno simile. Ma come poteva fare surf
con una gamba sola?
La sera prima di tornare in Giappone Sachi fece i bagagli, poi si infilò
nel letto. Il verso dei gechi si mescolava al rumore delle onde. A un certo
punto si accorse che le lacrime le scorrevano sul viso. Se ne rese conto
perché il cuscino era tutto bagnato. «Perché non posso vedere mio figlio? –
pensò piangendo. – Perché si è mostrato a quei due stupidi surfisti e non a
me?» Le sembrava un'ingiustizia. Le tornò in mente il corpo di Takashi
all'obitorio. Avrebbe voluto scuoterlo per la spalla più forte che poteva, urlargli «Perché? Non ti sembra di esagerare?»
Rimase a lungo con la faccia nascosta nel cuscino, soffocando i singhiozzi. Forse non meritava di vederlo? Non lo sapeva. Capiva soltanto
una cosa, che volente o nolente doveva accettare quell'isola. Come le aveva
detto quell'anziano poliziotto in tono pacato, doveva prenderla per quello
che era. Che fosse giusto o no, che lei lo meritasse o no.
275
Quando si svegliò il mattino successivo, era una donna di mezza età che
aveva ritrovato la sua energia. Mise la valigia sul sedile posteriore della
Dodge Neon e si lasciò alle spalle la baia di Hanalei.
Otto mesi dopo essere tornata a Tōkyō, un giorno incontrò per caso il
tracagnotto. Per ripararsi dalla pioggia stava bevendo un caffè in uno Starbucks a Roppongi, vicino alla stazione della metropolitana, quando lo vide
seduto a un tavolino poco lontano. Vestiva con cura – una camicia Ralph
Lauren che non faceva una grinza e pantaloni di cotone nuovi – ed era insieme a una ragazza piccolina, dal viso grazioso.
– Ma è lei, signora! – esclamò, in faccia un'espressione piacevolmente
sorpresa, poi si alzò e le venne vicino. – Che combinazione, incontrarla in
questo posto...
– Be', come stai? Vedo che ti sei tagliato i capelli.
– È che sto per laurearmi, – spiegò il ragazzo.
– Non ci posso credere. Tu ti laurei?
– Già. Non si direbbe, ma non sono poi una frana totale.
Così dicendo il tracagnotto si sedette di fronte a lei.
– E il surf? Hai smesso?
– Ogni tanto ci vado, il weekend. Però non ho più tanto tempo, devo
cercarmi un lavoro.
– E il tuo amico allampanato?
– Oh, per lui è facile! Suo padre ha una grande pasticceria occidentale
ad Akasaka, ha detto che se accetta di lavorare con lui, gli compra una
Bmw. Una bella fortuna! Per me le cose non funzionano così.
Sachi guardò fuori. L'acquazzone estivo aveva bagnato l'asfalto, che
sembrava nero. Sulla strada c'era molto traffico e un tassista irritato suonava il clacson.
– È la tua ragazza, quella seduta lì?
– Sì, cioè, sono sulla buona strada, – disse il tracagnotto grattandosi la
testa.
– È molto carina. Anche troppo, per te. Scommetto che non ci combini
granché.
Il ragazzo non poté trattenersi dall'alzare gli occhi al soffitto.
276
– Non ha perso l'abitudine di dire alla gente quello che le passa per la
testa, lei! Comunque è vero, è così. Non ha qualche buon consiglio da
darmi? Per farmi fare progressi...
– Ci sono tre cose importanti per avere successo con una ragazza. Primo: ascoltarla in silenzio. Secondo: farle complimenti per quello che ha
addosso. Terzo: possibilmente portarla a mangiare cose buone. È molto
semplice. Se anche così non combini nulla, è meglio che lasci perdere.
– Grazie. Consigli pratici e facili da capire. Posso segnarli sulla mia
agenda?
– Certo. Ma non ce la fai a ricordare a memoria nemmeno tre cose?
– No. Sono come i polli, dopo tre passi dimentico tutto quello che ho in
testa. Quindi mi scrivo tutto. Pare che anche Einstein facesse così.
– Certo, Einstein.
– Non è che mi secchi essere smemorato, ma dimenticare le cose è un
problema.
– Fai come ti pare, – disse Sachi.
Il tracagnotto tirò fuori di tasca un'agendina e scrisse quello che lei aveva detto.
– Mi dà sempre buoni consigli, la ringrazio.
– Sperando che funzionino.
– Farò del mio meglio –. Il tracagnotto si alzò per tornare al proprio tavolo, ebbe un attimo di esitazione, poi tese la mano. – Mi raccomando, in
gamba anche lei, – disse.
– Sono contenta che non siate finiti in pasto a un pescecane, voi due,
nella baia di Hanalei, – rispose Sachi stringendogli la mano.
– Già, pare che ci siano degli squali da quelle parti.
– Ci sono. Sul serio.
Ogni sera Sachi siede alla tastiera del suo piano e muove automaticamente le dita, senza pensare a nulla. Soltanto il suono delle note passa attraverso la sua testa. Le entra da un lato ed esce dall'altro. E quando non
suona, pensa alle tre settimane che passerà a Hanalei alla fine dell'autunno.
Al rumore delle onde che vanno e vengono, al fruscio delle foglie degli alberi. Alle nuvole portate via dagli alisei, agli albatros che planano nel cielo
277
sulle grandi ali bianche. Pensa a ciò che l'attende lì, per il momento non ha
voglia di rivolgere la mente ad altro.
Hanalei bay.
278
In un posto dove potrei trovarlo
– Mio suocero è morto tre anni fa, investito da un tram, – disse la donna.
Poi fece una pausa.
Non commentai. Annuii solo due volte col capo, leggermente, guardandola in faccia. Dopodiché controllai se le sei o sette matite in fila nel vassoietto fossero ben temperate. Ne scelsi una, non troppo appuntita né consumata, con la stessa cura con cui un giocatore di golf sceglie la mazza
adeguata alla distanza.
– È una storia imbarazzante, – proseguì la donna.
Anche su questo punto non espressi la mia opinione. Avvicinai l'agenda
e, tanto per provare la matita, scrissi in alto su un foglio la data di quel
giorno e il nome della mia interlocutrice.
– Ormai a Tōkyō non se ne vedono quasi più, di tram. Sono stati sostituiti
dagli autobus. Ne restano pochissimi, sono quasi testimonianze del passato.
Be', mio suocero è stato investito proprio da uno di quei rari tram –. Dette
quelle parole, la donna fece un sospiro silenzioso. – La sera del primo ottobre di tre anni fa. Pioveva a dirotto in quel momento.
Annotai sull'agenda qualche breve appunto: suocero – tre anni fa – tram
– forte pioggia – 1° ottobre – sera. Dal momento che riesco a scrivere solo
in bella calligrafia, mi ci volle un po' di tempo.
– Mio suocero quella sera era ubriaco. Altrimenti non credo che si sarebbe sdraiato sulle rotaie del tram, di sera e sotto una pioggia scrosciante.
Mi sembra ovvio.
Di nuovo la donna tacque. Teneva le labbra serrate e mi guardava fisso.
Forse cercava il mio consenso.
– Si, è evidente, – dissi. – Doveva essere ubriaco fradicio.
– Al punto di perdere coscienza, pare.
– E gli capitava spesso, di ridursi così?
– Mi sta chiedendo se bere fino a perdere coscienza fosse per lui un
comportamento abituale?
Feci cenno di sì.
279
– Non gli succedeva spesso, ma è vero che ogni tanto si ubriacava. Non
al punto di mettersi lungo disteso sulle rotaie del tram, però.
Ma come giudicare a quale grado di ubriachezza si fanno cose del genere? Era un problema di quantità, di qualità, oppure di direzione?
– Insomma, mi sta dicendo che di solito si sbronzava, ma non a un tale
livello. Giusto?
– Sì, credo che sia un quadro fedele, – disse la donna.
– Mi scusi, posso chiederle quanti anni ha?
– Vuole sapere la mia età?
– Sì. Naturalmente non è obbligata a rispondere, se non lo desidera.
La donna si strofinò con l'indice il setto nasale. Aveva un naso dritto e
bellissimo. Poteva anche darsi che avesse fatto una rinoplastica, in un passato non molto lontano. Per un certo periodo ho avuto una fidanzata che si
era fatta rifare il naso, e anche lei quando rifletteva su qualcosa se lo strofinava con l'indice. Come se volesse assicurarsi che il naso nuovo di zecca
fosse sempre al suo posto. Per questo motivo davanti a quel gesto ebbi una
vaga impressione di déjà vu. E per associazione di idee, reminiscenze di
sesso orale.
– Be', non ho motivo di nasconderle la mia età, – disse la donna. – Ho
trentacinque anni.
– E quanti ne aveva suo suocero quando è morto?
– Sessantotto.
– Che cosa faceva? Come lavoro, intendo.
– Era un prete.
– Un prete? Un prete buddista, vuole dire?
– Sì. Un prete buddista. Della setta Jōdo. Era il priore di un tempio nel
quartiere di Toshima.
– Sarà stato un bello shock, per voi, – mi informai.
– Il fatto che mio suocero sia finito ubriaco sotto un tram?
– Sì.
– Certo che è stato uno shock. Soprattutto per mio marito, – disse la donna.
Scrissi sull'agenda: Sessantotto anni – prete – Jōdo.
Lei era seduta a un'estremità del divano a due posti, io su una sedia da
ufficio dietro la mia scrivania. Tra noi c'era una distanza di un paio di me280
tri. La donna indossava un tailleur verde chiaro dal taglio squadrato, aveva
le gambe inguainate nelle calze di nylon – gambe bellissime – e ai piedi
portava delle scarpe dal tacco alto che le stavano magnificamente. I tacchi
appuntiti potevano essere armi letali.
– Quindi, – proseguii, – lei oggi è venuta qui per parlarmi del suo defunto suocero.
– No, non è così, – rispose la donna, facendo con la testa due lievi cenni
di diniego. – Sono venuta per mio marito.
– Anche suo marito è un prete?
– No, mio marito lavora alla Merrill Lynch.
– La compagnia finanziaria?
– Esatto, – rispose la donna. Nella sua voce percepivo una sfumatura di
irritazione. Come se non esistessero altre Merrill Lynch al mondo. – È un
agente di cambio.
Non risposi; controllando la punta della matita aspettai che continuasse.
– Mio marito è figlio unico, ma diventare prete non gli interessava, preferiva le assicurazioni. Per questo non ha seguito la strada del padre e non
ha preso il suo posto come priore del tempio.
I suoi occhi sembravano dirmi che era una cosa del tutto ovvia, ma poiché non nutrivo alcun interesse né per il buddismo né per le assicurazioni,
non avevo un'opinione da esprimere in proposito. Presi soltanto un'aria
neutrale, per farle capire che la ascoltavo.
– Dopo la morte di mio suocero, mia suocera è venuta a vivere in un appartamento vicino al nostro, nel quartiere di Shinagawa. Un appartamento
nello stesso condominio. Noi siamo al ventiseiesimo piano, lei al ventiquattresimo. Vive sola. Prima era sempre vissuta al tempio col marito, ma
quando è arrivato il nuovo priore ha dovuto traslocare e si è sistemata sotto
di noi. Adesso ha sessantatré anni. E visto che ci sono, tanto vale dirle che
mio marito ne ha quaranta.
Se tutto va bene, la primavera prossima ne compirà quarantuno.
Sull'agenda scrissi: 240 piano, 63 anni, marito 40 anni, Merrill Lynch,
260 piano, Shinagawa.
– Dalla morte del marito, mia suocera dà segni di squilibrio psichico.
Soprattutto quando piove, le sue condizioni si aggravano. Forse perché mio
suocero è morto in una sera di pioggia. Sono cose che succedono spesso.
281
Annuii leggermente.
– Quando peggiora, è come se da qualche parte nella sua testa si fosse
allentata una vite. Ci telefona, e ogni volta mio marito deve scendere da lei
per cercare di calmarla, per convincerla a stare tranquilla. Quando mio marito non è in casa vado io, altrimenti ci va sempre lui.
La donna fece una pausa per aspettare la mia risposta, ma io non dissi
nulla.
– Mia suocera non è una cattiva persona. Non posso lamentarmi né di
lei né del suo carattere. È solo che ha i nervi fragili, e per tanti anni è stata
abituata ad appoggiarsi in tutto a qualcun altro. Capisce più o meno la situazione?
– Penso di sì.
Incrociò le gambe, in attesa che io annotassi altro sull'agenda. Ma questa volta non scrissi niente.
– Una mattina ci ha chiamati verso le dieci. Anche quel giorno pioveva
piuttosto forte. Era due domeniche fa, oggi è mercoledì, quindi... fanno
dieci giorni.
Guardai il calendario sulla scrivania.
– Cioè domenica 3 settembre?
– Esatto. Era proprio il 3. Quella mattina ci ha chiamati alle dieci, – ripeté la donna, poi chiuse gli occhi, come per ricordare. In un film di Alfred
Hitchcock, a questo punto l'immagine sullo schermo si sarebbe scomposta
e sarebbe seguito un flashback. Dopo un po' riaprì gli occhi e riprese a parlare.
– È andato mio marito a rispondere al telefono. Quel giorno aveva in
programma di giocare a golf, ma a causa della pioggia incessante ha rinunciato ed è rimasto a casa. Se quel giorno avesse fatto bel tempo, tutto questo non sarebbe accaduto. Be', parlo col senno di poi, naturalmente.
Segnai sull'agenda: 3 settembre – golf – pioggia – annullato – suocera –
telefonato.
– Mia suocera ha detto a mio marito che non riusciva a respirare bene,
che aveva le vertigini e non ce la faceva ad alzarsi dalla sedia. Allora lui si
è vestito alla svelta e senza nemmeno farsi la barba è sceso da lei. «Non
credo che ci metterò molto, nel frattempo sii gentile, prepara la colazione»,
mi ha detto mentre usciva.
282
– Che cosa indossava suo marito? – chiesi.
Di nuovo la donna si strofinò leggermente il naso.
– Aveva una vecchia camicia a maniche corte e dei pantaloni di tela. La
camicia era grigio scuro e i pantaloni beige. Tutta roba comprata per corrispondenza sul catalogo della J. Crew. Inoltre aveva gli occhiali, come
sempre, perché è miope. Occhiali Armani con la montatura dorata. Le
scarpe erano grigie, della New Balance. Le calze non le aveva messe.
Annotai tutto scrupolosamente.
– Vuole anche sapere quanto è alto e quanto pesa?
– Sì, sarebbe utile, – dissi.
– È alto un metro e settantatré e pesa settantadue chili, credo. Prima di
sposarsi ne pesava sessantadue, ma in questi dieci anni ha messo su un po'
di ciccia.
Scrissi pure quello. Poi controllai la matita: andava cambiata. Ne presi
un'altra che mi sistemai bene fra le dita.
– Posso andare avanti? – chiese la donna.
– Prego, continui, – risposi. Lei incrociò le gambe in senso inverso.
– Quando è arrivata la telefonata, io stavo preparando gli ingredienti per
fare i pancake. Faccio sempre i pancake, la domenica mattina. Se non va a
giocare a golf, mio marito ne mangia parecchi. Ben cotti, con il bacon.
Niente di strano che fosse ingrassato di ben dieci chili, pensai, ma ovviamente me lo tenni per me.
– Venticinque minuti dopo mi ha chiamato e mi ha detto che sua madre
si era calmata. «Sto salendo, metti in tavola che mangiamo subito, ho una
fame da lupi», ha aggiunto. Allora ho acceso il fornello sotto la padella e
ho iniziato a cuocere il primo pancake. Ho fritto anche delle fette di bacon.
Ho scaldato lo sciroppo d'acero. Fare i pancake non è difficile, ma bisogna
rispettare l'ordine giusto. Ad ogni modo aspetta e aspetta, mio marito non è
arrivato. I pancake ormai formavano una pila sul piatto e si stavano raffreddando. Allora ho telefonato a mia suocera, per chiederle se lui fosse
ancora lì. Mi rispose che se n'era andato già da un bel po'.
La donna mi guardò, ma io aspettavo in silenzio che lei continuasse.
Quindi spazzò via dalla gonna, poco al di sopra del ginocchio, un immaginario, metafisico bruscolino.
283
– Mio marito non è più ricomparso. Si è dissolto come fumo. Da allora
non ne ho avuto più notizie. È svanito per le scale tra il ventiquattresimo e
il ventiseiesimo piano, senza lasciare traccia.
– Naturalmente ha avvisato la polizia? – chiesi.
– È ovvio, – rispose la donna, con l'accenno di un sorriso ironico. – Visto che all'una non era ancora tornato, l'ho chiamata. Ma se devo dire la verità, non è che abbiano messo molto ardore nelle indagini. È venuto un
agente della polizia di quartiere, ma appena ha sentito che non c'erano stati
atti di violenza, ha perso subito interesse. «Aspetti un paio di giorni, – mi
ha detto. – Se suo marito non si fa vedere, vada al commissariato e denunci
la sua scomparsa». Alla polizia sembrano convinti che mio marito se ne sia
andato in preda a un raptus. Che sia scappato da qualche parte perché trovava la sua vita opprimente. Ma non ha senso! Ci pensi un po'. Non aveva
con sé né il portafoglio, né la patente, né una carta di credito... non aveva
nemmeno l'orologio, è andato da sua madre a mani vuote. Non si era neppure rasato. E mi aveva appena chiamato per dirmi di cuocere i pancake,
che stava arrivando. Una persona che sta per lasciare casa sua non fa una
telefonata del genere. Non crede?
– Sì, in effetti ha ragione, – concordai. – Comunque, quando scende al
ventiquattresimo piano, suo marito passa sempre dalle scale?
– Sì, non prende mai l'ascensore. Li detesta, gli ascensori. Dice sempre
che non sopporta di essere rinchiuso in uno spazio così ristretto.
– Ciononostante avete scelto di vivere al ventiseiesimo piano?
– Sì. Mio marito se li fa sempre tutti e ventisei a piedi, sia a salire che a
scendere. Non lo trova affatto faticoso. Gli rinforza i muscoli delle gambe
e gli fa perdere peso. Be', è chiaro che ci mette un po' di tempo, però.
Scrissi: pancake – dieci chili – scale – ascensore. Mi immaginavo i
pancake appena cotti e l'uomo che saliva le scale.
– Le ho fatto il quadro della situazione, – disse la donna. – Allora: accetta di occuparsi del caso?
Non avevo bisogno di pensarci su. Era il caso che stavo aspettando. Però sfogliai la mia agenda fingendo di organizzare il mio tempo. Se si accetta immediatamente, il cliente subodora qualcosa di sospetto.
– Oggi per fortuna sono libero fino al pomeriggio, – dissi, poi lanciai
un'occhiata all'orologio: erano le undici e trentacinque. – Ha voglia di ac284
compagnarmi adesso a casa sua? Vorrei vedere l'ultimo posto in cui è stato
suo marito.
– Certo, volentieri, – disse la donna. Poi aggrottò leggermente le sopracciglia. – Questo significa che accetta il caso?
– Sì, penso proprio di sì, – risposi.
– Però non abbiamo parlato del compenso.
– Non desidero essere pagato.
– Come dice? – fece la donna guardandomi sorpresa.
– Dico che non le costerà nulla –. Dopo quest'asserzione, le sorrisi.
– Ma investigare è il suo mestiere, se non sbaglio.
– No, non lo è. Non lo faccio per professione, è una forma di volontariato. Per questo non mi faccio pagare.
– Volontariato?
– Precisamente.
– Però avrà delle spese, immagino.
– Non chiedo nemmeno il rimborso spese. È volontariato puro, quindi
non ammetto alcuna forma di pagamento.
La donna non era affatto convinta, lo si capiva dalla sua espressione.
– Per mia fortuna, – le spiegai allora, – ho altre fonti di reddito. Sufficienti a farmi vivere comodamente. Il mio obiettivo non è il denaro. Desidero soltanto trovare le persone scomparse, per mio interesse personale –.
Per la precisione, le persone scomparse in un certo modo. Ma se glielo
avessi detto, il discorso rischiava di farsi lungo. – E penso di avere un discreto talento, in questo.
– Senta, non è che c'è sotto qualche organizzazione religiosa? O qualche
setta new age? – chiese la donna.
– No, non ho alcun rapporto con alcun tipo di culto.
La donna gettò un'occhiata ai tacchi a spillo delle sue scarpe. Chissà che
non intendesse servirsene contro di me, qualora la situazione avesse preso
una piega inattesa.
– Mio marito mi dice sempre di diffidare delle cose gratuite, – insistette.
– Le mie parole le sembreranno poco gentili, ma lui sostiene che quando le
cose sono gratuite da qualche parte si nasconde sempre una trappola, e non
finisce mai bene.
285
– In linea di massima, sono perfettamente d'accordo con suo marito, –
dissi. – In questa società capitalista ad alto livello di sviluppo, è meglio diffidare delle cose gratuite. Proprio così. Ciononostante, la prego di fidarsi di
me. Se accetta questa condizione, posso cominciare a occuparmi del caso.
La donna prese un portafoglio di Louis Vuitton che aveva posato sulla
sedia accanto, ne aprì la cerniera che scivolò con un suono gradevole ed
estrasse una spessa busta sigillata. Non sapevo quanto contenesse, ma
sembrava bella pesante.
– In ogni caso ho portato questi per le spese, – disse.
Scossi fermamente la testa.
– No, non accetto soldi né regali né pagamenti di nessun tipo. È la mia
regola. Perché se lo facessi, il significato di quello che sto per cominciare
si perderebbe. Se lei ha del denaro di troppo, e se il fatto di non pagare la
mette a disagio, può donare quei soldi a qualche ente di beneficenza. La
lega per la protezione animali, l'associazione a sostegno delle vittime di incidenti stradali, quello che vuole. Se questo può farla sentire spiritualmente
più leggera, cioè.
La donna prese un'aria corrucciata, fece un profondo respiro e rimise la
busta nel portafoglio, di nuovo bello gonfio. Poi lo posò sulla sedia accanto. Si strofinò il naso e mi guardò, negli occhi l'aspettativa di un cane in attesa che il padrone gli lanci il bastone.
– Quello che sta per cominciare, – ripeté con voce secca.
Annuii, e posai la matita con la punta ormai rotonda sul vassoietto.
La donna dai tacchi a spillo mi condusse sulle scale che nel suo palazzo
portavano dal ventiseiesimo piano al ventiquattresimo. Mi indicò il suo appartamento (il 2609) e quello dove viveva la suocera (il 2417). Le rampe
erano molto ampie. A scendere e salire, anche andando adagio, ci vollero
meno di cinque minuti.
– Se mio marito ha deciso di comprare quest'appartamento, è anche perché le scale sono larghe e ben illuminate. Di solito nei grattacieli sono il
punto debole. Perché tolgono spazio e gli inquilini non le usano quasi mai,
prendono tutti l'ascensore. Così i costruttori danno più importanza alle cose
che si notano. Per esempio un ingresso in marmo, o una libreria ben suddivisa. Mio marito però pensa che le scale siano essenziali. Che siano la spina dorsale di un edificio.
286
In effetti, erano scale davvero imponenti. Nel pianerottolo tra il venticinquesimo piano e il ventiseiesimo c'erano addirittura un divano a tre posti e un grande specchio sul muro. Notai anche un portacenere a piede e
una pianta in vaso. Dalla grande finestra si vedeva il cielo azzurro e qualche nuvola. Il vetro non si poteva aprire, era sigillato.
– In tutti i piani c'è questa installazione? – chiesi.
– No, non in tutti. Ogni cinque, così ci si può riposare, – mi spiegò la
donna. – Vuole visitare il mio appartamento e quello di mia suocera?
– No, per il momento non è necessario.
– Da quando il figlio è scomparso così, senza dare spiegazioni, le condizioni mentali di mia suocera sono peggiorate, disse la donna facendo oscillare la mano. – Per lei è stato un trauma, non c'è bisogno di dirlo.
– Lo credo. Ma probabilmente le mie ricerche non richiederanno che la
infastidisca.
– Gliene sarei grato. E vorrei anche che non facesse parola di questa vicenda con i vicini. Nessuno sa che mio ma rito è scomparso.
– Capisco, – dissi. – A proposito, signora, lei di solito usa queste scale?
– No, – rispose lei. Poi sollevò un po' le sopracciglia, come se le avessi
fatto una critica ingiustificata. – Uso l'ascensore, come tutti. Quando
usciamo insieme, con mio marito, mando giù prima lui, poi scendo con l'ascensore. E ci ritroviamo nella hall. Al ritorno io salgo in ascensore e lui
arriva molto dopo di me. Salire e scendere le scale con i tacchi alti è pericoloso, e non fa nemmeno bene.
– Lo immagino.
Volendo investigare un po' per conto mio, le chiesi di avvertire il custode del palazzo.
– Gli dica che il tipo che va su e giù tra il ventiquattresimo e il ventiseiesimo piano è uno che fa un controllo per la società di assicurazioni. Se
qualcuno mi prende per un ladro in avanscoperta e avverte la polizia, per
me è un guaio. Perché nulla giustifica la mia presenza qui.
– Vado a dirglielo, – rispose la donna. Salì le scale sui suoi rumorosi
tacchi a spillo e scomparve al piano di sopra. Anche dopo essere scomparsa dalla visuale, il suono dei suoi tacchi riecheggiò come quello di chiodi
piantati per affiggere un proclama funesto, poi poco a poco si spense e calò
il silenzio. Rimasi solo.
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Per ben tre volte andai su e giù tra il ventiquattresimo e il ventiseiesimo
piano. La prima alla velocità di una persona che cammini normalmente. Le
altre due con calma, guardandomi attorno con attenzione. Mi concentrai,
sforzandomi di non lasciarmi sfuggire il minimo dettaglio. Al punto che
non battevo quasi le ciglia. Qualunque evento lascia delle tracce. Trovare
quelle tracce è il mio lavoro. Le scale però erano pulite alla perfezione.
Non vidi un granello di polvere, una macchia, un'ammaccatura. Nel portacenere non c'erano mozziconi.
Quando fui stanco di spremermi le meningi percorrendo le scale su e
giù, mi sedetti sul divano del pianerottolo. Era di qualità mediocre, ricoperto di plastica. Ma il solo fatto di equipaggiare il pianerottolo con un mobile
che veniva usato raramente, o forse mai, era degno di lode. Sulla parete di
fronte al divano c'era lo specchio. Era immacolato e posizionato in modo
da riflettere la luce che entrava dalla finestra.
Per un po' guardai la mia immagine. Forse anche l'agente di cambio,
quella domenica mattina, si era fermato un momento a riposare e si era
guardato allo specchio. Non si era nemmeno fatto la barba.
Quanto a me, mi ero rasato, ma avevo i capelli troppo lunghi. Dietro le
orecchie si arricciavano come il pelo di un cane da caccia che abbia appena
guadato un fiume. Dovevo andare dal barbiere al più presto. Inoltre il colore dei miei pantaloni e quello delle calze facevano a pugni. Il fatto è che
non avevo trovato delle calze adatte. Era ora che facessi un bel bucato, di
certo nessuno avrebbe trovato nulla da ridire. A parte questi dettagli, ero la
solita persona. Quarantacinque anni, single. Del tutto indifferente sia al
buddismo che alla finanza.
Ora che ci pensavo, anche Paul Gauguin si occupava di transazioni di titoli
azionari. Ma in realtà voleva dedicarsi seriamente alla pittura, così un bel
giorno piantò moglie e figli e scappò a Tahiti. Mi venne un dubbio: non era
che per caso... No, prendi Gauguin, mica se n'era andato senza il portafoglio.
E se a quei tempi ci fossero state le carte di credito, non avrebbe dimenticato
la sua a casa, se la sarebbe portata dietro. Proprio perché era diretto a Tahiti. E
poi uno non sparisce dopo aver detto alla moglie «Prepara i pancake che sto
arrivando». Chi se ne vuole andare deve farlo con metodo.
Mi alzai, e riflettendo su quei famosi pancake di nuovo mi avviai su per
le scale. Concentrato al massimo, cercavo di immaginarmi la scena: domenica mattina, fuori piove a dirotto, sono un quarantenne che lavora in una
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compagnia finanziaria e sta salendo a casa per mangiare dei pancake. A quel
punto mi venne davvero voglia di pancake. Anche perché da quando mi ero
alzato, tutto quello che avevo messo sotto i denti era una piccola mela.
Perché non correre in una caffetteria della catena Denise e ordinare dei
pancake? Ricordai che lungo la strada ne avevo visto l'insegna. Non era
lontano, potevo andarci a piedi Non che i pancake di Denise siano questa
gran meraviglia (sia il burro sia lo sciroppo di acero che usano non valgono
granché), ma non avevo la pazienza di attendere. Il fatto è che adoro i pancake. Sentii che la saliva cominciava a riempirmi la bocca. «No», mi dissi,
e scossi la testa per scacciare l'immagine dei pancake. Per spazzare via le
fantasie. Li avrei mangiati dopo. Avevo cose più urgenti da fare.
«Ecco cos'avrei dovuto domandarle, – mi dissi. – Se suo marito avesse
degli hobby. Magari dipingeva anche lui».
No, non era pensabile. Un uomo che nutre per la pittura una passione tale da scappare abbandonando la moglie, la domenica non va a giocare a
golf fin dal mattino. Ve li immaginate Gauguin, Van Gogh o Picasso in
scarpe da golf, inginocchiati vicino alla decima buca a studiare il colpo?
Figuriamoci! Quell'uomo era semplicemente scomparso. Tra il ventiquattresimo e il ventiseiesimo piano. Con ogni probabilità per un evento imprevisto (nel suo programma in quel momento c'erano solo i pancake). Decisi di attenermi a questa ipotesi di partenza.
Tornai a sedermi sul divano e guardai l'orologio. L'una e trentadue.
Chiusi gli occhi e cercai di concentrarmi su un punto della mia coscienza.
Poi mi abbandonai allo scorrere del tempo, lasciai che mi portasse via con
sé. Senza pensare a nulla, senza fare il più piccolo movimento. Riaprii gli
occhi e di nuovo guardai l'orologio. Le lancette indicavano l'una e cinquantasette. Venticinque minuti erano svaniti nel nulla. «Niente male, – mi dissi. – Uno spreco di tempo del tutto inutile. Davvero niente male».
Di nuovo guardai lo specchio. C'ero sempre riflesso io. Se sollevavo la
mano destra, la mia immagine sollevava la sinistra. Se sollevavo la sinistra,
quella sollevava la destra. Stessa cosa quando la mano l'abbassavo. Tutto
regolare. Mi alzai e scesi nella hall facendomi tutti i venticinque piani a
piedi.
Presi l'abitudine di andare ogni giorno verso le undici a ispezionare
quelle scale. Ormai col custode ero in ottimi rapporti (anche grazie alla
scatola di dolci che gli portai in regalo), e potevo entrare e uscire dal palaz289
zo tutte le volte che volevo. Le rampe tra il ventiquattresimo piano e il ventiseiesimo le percorsi circa duecento volte. Quando ero stanco mi sedevo
sul divano del pianerottolo: da lì guardavo il cielo fuori dalla finestra e la
mia immagine riflessa nello specchio. Andai dal barbiere a farmi tagliare i
capelli, feci il bucato e riuscii persino a mettere delle calze che non stonassero col colore dei pantaloni. Le probabilità di passare inosservato aumentarono.
Per quanto mi sforzassi, la mia inchiesta non dava alcun risultato degno
di nota, ma non ero particolarmente deluso. Cercare degli indizi importanti
è come addomesticare un animale nervoso. È un processo difficile. Un'impresa che richiede pazienza e attenzione.
Recandomi sul luogo ogni giorno, scoprii che esistevano delle persone
che usavano le scale. Non molte ma c'erano, passavano abitualmente da
quel pianerottolo e se ne servivano. Lo capii dalle carte di caramelle che
trovavo ai piedi del divano, dai mozziconi di Marlboro nel portacenere, dai
giornali vecchi lasciati lì.
Una domenica pomeriggio incrociai un uomo che saliva le scale di corsa. Un giovane basso, sulla trentina, con l'espressione tesa. Indossava canotta e shorts da jogging, ai piedi portava scarpe Asics e al polso un grosso
orologio Casio.
– Buongiorno, – lo interpellai. – Scusi, posso farle qualche domanda?
– Prego, – rispose lui, premendo un pulsante sull'orologio. Poi fece alcuni profondi respiri. La canotta della Nike era bagnata di sudore sul petto.
– Lei fa sempre queste scale di corsa, su e giù? – gli chiesi.
– Salgo soltanto, fino al trentaduesimo piano. Per scendere prendo l'ascensore. È pericoloso scendere le scale di corsa.
– E lo fa ogni giorno?
– No, il lavoro non mi lascia tutto questo tempo. Vado su e giù quattro o
cinque volte nei weekend. Durante la settimana solo ogni tanto, quando in
ufficio finisco presto.
– Lei vive nel palazzo?
– Certo. Al diciassettesimo piano.
– Allora per caso conosce il signor Kurumizawa, che abita al ventiseiesimo?
– Il signor Kurumizawa?
290
– Porta occhiali Armani dalla montatura dorata, è agente di cambio e fa
sempre le scale a piedi. Ha quarant'anni ed è alto un metro e settantatré.
L'uomo ci pensò su un momento.
– Ah, quel signore! – fece poi, ricordandosi. – Sì che lo conosco. Una
volta gli ho anche parlato. Capita che ci incrociamo, in effetti. E ogni tanto
lo vedo seduto sul divano. È uno che usa le scale perché detesta gli ascensori, se non sbaglio.
– Esatto. Proprio lui, – confermai. – Tra parentesi, oltre al signor Kurumizawa, ci sono molte persone che usano abitualmente queste scale?
– Sì, ce ne sono. Non tantissime, ma un gruppetto che lo fa regolarmente c'è. Quelli cui non piace prendere l'ascensore. E due tipi che salgono di
corsa come me. Nei dintorni non esistono percorsi da jogging comodi, così
usiamo le scale. Inoltre alcune persone le fanno a piedi, senza correre, perché fa bene alla salute. In questo palazzo le scale sono larghe e luminose in
confronto agli altri grattacieli, e vengono usate relativamente spesso.
– E sa anche come si chiamano, queste persone?
– No, – disse l'uomo. – Le conosco soltanto di vista, ci scambiamo un
saluto quando ci incrociamo. Non so né il loro nome, né il numero
dell'appartamento in cui vivono. Questo è un palazzo gigantesco, in una
metropoli...
– Certo, capisco. Non so come ringraziarla, – dissi. – Mi scusi per averla trattenuta. E ce la metta tutta, mi raccomando!
L'uomo schiacciò di nuovo il pulsante sul suo orologio e riprese a salire
di corsa.
Un martedì me ne stavo seduto sul divano del pianerottolo, quando arrivò un vecchio che scendeva a piedi. Aveva i capelli bianchi, gli occhiali, e
doveva avere tra i settanta e gli ottant'anni. Indossava una camicia a maniche lunghe e dei pantaloni grigi, entrambi perfettamente stirati, e ai piedi
aveva dei sandali. Era alto e si teneva eretto. Non dava l'impressione di essere un pensionato, sembrava piuttosto il preside di una scuola.
– Buongiorno, – mi disse.
– Buongiorno, – gli risposi.
– Posso sedermi qui a fumare?
– Prego, prego. Non faccia complimenti.
291
Il vecchio si sedette sul divano accanto a me. tirò fuori dalla tasca dei
pantaloni un pacchetto di Seven Stars e se ne accese una con un fiammifero che gettò poi nel portacenere.
– Abito al ventiseiesimo piano, – disse espirando lentamente il fumo. –
Con mio figlio e mia nuora. Non vogliono che fumi in casa perché dicono
che poi l'appartamento puzza, così quando ho voglia di una sigaretta me ne
vengo qui. Lei fuma?
Gli risposi che avevo smesso già da dodici anni.
– Farei bene a smettere anch'io. Tanto ne fumo solo poche al giorno,
dovrei riuscirci senza troppe difficoltà, se mi decido, – proseguì il vecchio.
– Ma così posso andare a comprare le sigarette, venire a fumare qui... grazie a queste distrazioni il tempo passa più facilmente. Faccio un po' di movimento fisico, e non penso più del necessario.
– Continua a fumare perché le fa bene alla salute, insomma, – dissi.
– Esatto, – rispose il vecchio in tono serio.
– Ha detto che abita al ventiseiesimo piano, vero?
– Sì.
– Allora conosce forse il signor Kurumizawa, dell'appartamento 2609?
– Certo che lo conosco. Un signore con gli occhiali. Credo che lavori alla Salomon Brothers.
– Alla Merrill Lynch, – lo corressi.
– Giusto, giusto. Alla Merrill Lynch. Ho fatto due chiacchiere con lui
diverse volte. Ogni tanto viene a sedersi su questo divano.
– E che cosa fa, seduto qui?
– Be', questo non lo so. Se ne sta seduto qui con aria distratta. Non mi
sembra di averlo mai visto fumare.
– Chissà, magari viene qui per riflettere...
– Non saprei. Qual è la differenza fra essere distratti e pensare? Normalmente noi pensiamo. Non è che viviamo per pensare, ma non si può
nemmeno dire che pensiamo per vivere. Al contrario di quanto afferma Pascal, può darsi che a volte pensiamo al fine di non esistere. Essere distratti
però, inconsciamente può portare a un risultato opposto. Ad ogni modo è
una questione complessa.
Dette quelle parole, il vecchio aspirò una profonda boccata di fumo.
Feci un tentativo.
292
– Il signor Kurumizawa magari le ha parlato di stress sul lavoro, o di
problemi in famiglia...
Il vecchio scosse la testa e fece cadere la cenere nel portacenere.
– Come lei certamente saprà, l'acqua prende sempre la strada più corta.
Succede però che quella strada la formi proprio l'acqua. Il pensiero umano
funziona allo stesso modo. Ho sempre quest'impressione. Ma non ho risposto alla sua domanda. Il signor Kurumizawa e io non abbiamo mai parlato
di argomenti tanto seri. Abbiamo solo scambiato chiacchiere sul tempo, sul
regolamento condominiale... cose del genere.
– Capisco. Mi scusi per averle fatto perdere tempo, – gli dissi.
– A volte non abbiamo bisogno di parole, – proseguì lui, come se non
mi avesse sentito. – Sono le parole, va da sé, che hanno bisogno della nostra presenza. Se noi sparissimo, le parole non avrebbero più motivo di esistere. Non è d'accordo? Diventerebbero parole eternamente inespresse, e le
parole inespresse smettono di essere parole.
– Ha proprio ragione, – concordai.
– È un concetto sul quale vale la pena di pensare e ripensare di continuo.
– Sembra un precetto zen.
– In effetti, – disse il vecchio annuendo.
Dopo aver finito di fumare la sigaretta, si alzò e si avviò verso il suo appartamento.
– Mi stia bene, – fece.
– Arrivederci, – gli risposi.
Un venerdì pomeriggio, poco dopo le due, quando arrivai al pianerottolo
tra il venticinquesimo e il ventiseiesimo piano, seduta sul divano trovai una
bambina che cantava guardandosi allo specchio. Doveva avere sei o sette
anni. Indossava una maglietta rosa e degli shorts di pelle, portava una cartella verde sulle spalle e aveva posato il cappello dell'uniforme scolastica
sulle ginocchia.
– Ciao, – le dissi.
– Ciao, – rispose la bambina smettendo di cantare.
Avrei voluto sedermi vicino a lei, ma temendo che passasse qualcuno e
mi prendesse per un malintenzionato, mi appoggiai alla parete di fianco alla finestra, tenendomi a una certa distanza.
293
– Sei appena tornata da scuola? – le chiesi.
– Non voglio parlare di scuola, – rispose con un tono che non ammetteva repliche.
– Allora non ne parliamo. Abiti qui?
– Sì. Al ventisettesimo piano.
– Non è che ti fai sempre le scale a piedi, per caso?
– L'ascensore puzza.
– Sali ventisette piani a piedi perché l'ascensore puzza?
La bambina, rivolta alla sua immagine nello specchio, annuì con forza.
– Non sempre però, solo ogni tanto.
– E non ti fanno male i piedi?
– Sai, di tutti gli specchi che ci sono in questo palazzo, continuò lei senza rispondere alla mia domanda, – questo è quello che riflette meglio. È
molto diverso dagli specchi che ci sono a casa.
– Come diverso?
– Prova a guardarti!
Feci un passo avanti, mi voltai verso lo specchio e per qualche secondo
mi osservai. Era vero, la mia immagine lì dentro sembrava un poco diversa
da quella che mi rimandavano di solito gli altri specchi. Apparivo più paffuto, e anche più felice. Come se... come se avessi appena mangiato un
sacco di pancake ancora caldi.
– Senti, tu ce l'hai un cane? – mi chiese la bambina.
– No, non ce l'ho. Ma ho dei pesci tropicali.
– Ah, – fece lei con poco entusiasmo. I pesci tropicali evidentemente
non le interessavano.
– Ti piacciono i cani?
Invece di rispondere, mi fece un'altra domanda.
– Hai dei bambini?
– No, non ne ho.
Lei mi guardò con occhi molto sospettosi.
– Mia mamma mi ha detto di non parlare mai con gli uomini che non
hanno bambini. Perché ci sono molte probabilità che siano dei maniaci.
294
– Non è sempre così, però è meglio che non ti fidi troppo degli uomini
che non conosci. La mamma ha ragione.
– Tu però non sei un maniaco, vero?
– Non lo sono.
– Non è che tutt'a un tratto tiri fuori il pisello, vero?
– No, non lo tiro fuori.
– E neppure collezioni mutande di bambine.
– No.
– Che cosa collezioni?
Ci pensai un po' su. In realtà collezionavo prime edizioni di poeti contemporanei, ma parlarne a quella bambina non avrebbe avuto senso.
– Niente in particolare, sai? E tu?
Anche lei ci dovette riflettere. Dopodiché scosse più volta la testa.
– Neanch'io. Non colleziono niente in particolare.
Seguì un lungo silenzio.
– Senti, – riprese lei, – da Mister Donut, quali sono i tuoi doughnuts
preferiti?
– Gli old fashion, – risposi senza esitare.
– Mai mangiati, – disse la bambina. – Che nome strano. A me invece
piacciono i full moon e i bunny whips.
– Mai sentiti.
– Dentro hanno gelatina e crema di fagioli. Sono buonissimi. Ma la
mamma dice che se si mangiano troppi dolci si diventa scemi, e non me li
compra quasi mai.
– Devono essere proprio buoni...
– Sì, ma cosa stai facendo qui? C'eri anche ieri. Ti ho visto, sai?
– Sto cercando una cosa.
– Che cosa?
– Non lo so, – ammisi sincero. – Probabilmente qualcosa come una porta.
– Una porta? – fece la bambina. – Che porta? Ci sono porte di tante
forme e di tanti colori.
Riflettei. Forma, colore? Chi aveva mai pensato a questi dettagli! Era
strano, però.
295
– Non so neppure questo. Che forma e che colore avrà mai? Chissà,
magari non è nemmeno una porta.
– Potrebbe anche essere un ombrello?
– Un ombrello? Be', perché no? Non c'è nessuna ragione perché non sia
un ombrello.
– Sì, ma tra una porta e un ombrello c'è una bella differenza. Non sono
grandi uguali, non hanno la stessa forma, non servono alla stessa cosa.
– Già, c'è una bella differenza, è vero. Ma sono sicuro che mi basterebbe vederlo una volta, quello che cerco, e capirei subito di averlo trovato.
Che si tratti di un ombrello, di una porta o di un doughnut.
– Ah sì? È da tanto che lo cerchi?
– Sì, da tanto. Da prima che nascessi tu.
– Davvero? – fece la bambina. Poi si guardò il palmo delle mani. Stava
pensando a qualcosa. – Vuoi che ti aiuti? A cercare quella cosa, cioè.
– Ne sarei felicissimo.
– Dobbiamo cercare o una porta, o un ombrello, o un doughnut, o un
elefante... non lo sappiamo, quello che cerchiamo, giusto?
– Giusto. Però appena lo vediamo, capiamo che è quello.
– Mi piace. Però adesso devo andare. Ho lezione di ballo.
– Allora ciao. Grazie per aver parlato con me.
– Come hai detto che si chiamano i tuoi doughnuts preferiti?
– Old fashion.
La bambina aggrottò le sopracciglia e ripeté più volte a bassa voce old
fashion.
– Ciao, – disse poi.
– Ciao, – ripetei io.
Si alzò e si avviò su per le scale canticchiando. Io chiusi gli occhi e ancora una volta mi abbandonai allo scorrere del tempo, sprecandolo senza
uno scopo.
Il sabato ricevetti una telefonata dalla mia cliente.
– Mio marito è stato trovato, – mi annunciò di punto in bianco, senza
nemmeno salutarmi.
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– È stato trovato?
– Sì. Ieri verso mezzogiorno la polizia mi ha chiamata. Pare l'abbiano
fermato alla stazione di Sendai, dormiva su un banco della sala d'attesa.
Non aveva nulla con sé, né soldi, né documenti, ma poco a poco è riuscito
a ricordarsi come si chiamava, il suo indirizzo e il numero di telefono. Mi
sono precipitata subito sul posto, era proprio mio marito.
– Ma come ha fatto a finire a Sendai?
– Non lo sa nemmeno lui. Tutt'a un tratto si è reso conto di essere
sdraiato su un banco in una stazione, e che un inserviente lo stava scuotendo per una spalla. Come sia arrivato fin lì senza soldi, cos'abbia fatto in
questi venti giorni, dove sia stato, dove abbia mangiato... niente, non ricorda niente.
– Com'era vestito?
– Con gli stessi abiti che indossava quando è uscito di casa. Ha una barba di venti giorni ed è dimagrito di dieci chili. Gli occhiali li ha persi. La
sto chiamando da una clinica di Sendai. Gli stanno facendo tutti i controlli:
ecografie, radiografie, valutazione dello stato mentale... Al momento comunque pare che il suo cervello abbia ripreso a funzionare normalmente;
anche il fisico non presenta anomalie. Però non ricorda cosa sia successo.
Sa solo di essere uscito dall'appartamento di sua madre e di aver preso le
scale, da quel momento in poi, più nulla. Ad ogni modo penso che già domani possa tornare a Tōkyō con me.
– Oh, meno male.
– Le sono molto grata per aver continuato a investigare per tutto questo
tempo. Ma visto il nuovo sviluppo della situazione, penso che non sarà più
necessario, d'ora in poi.
– Certo, mi rendo conto, – dissi.
– È stata una cosa senza senso dall'inizio alla fine, non ci capisco niente.
Ma mio marito è tornato sano e salvo, questo è ciò che conta, non c'è bisogno di dirlo.
– Certamente, ha ragione. La cosa più importante è quella.
– Inoltre, riguardo al suo compenso, è sicuro di non volere nulla?
– Sicurissimo. Come le ho detto la prima volta che ci siamo visti, non
accetto alcuna forma di retribuzione. Quindi non si preoccupi. Comunque
apprezzo il pensiero.
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Ci fu un silenzio. Il silenzio rassicurante che segue un rifiuto dovuto e
atteso. Tacqui anch'io, per godermi l'effetto.
– Allora mi stia bene, – disse lei alla fine chiudendo la conversazione.
Nella sua voce sentii un accenno di simpatia.
Posai anch'io la cornetta, poi presi una matita nuova e me la rigirai lentamente fra le dita, guardando il foglio bianco dell'agenda. Mi ricordava
delle lenzuola candide appena ritirate dalla tintoria. Le lenzuola mi fecero
venire in mente un gatto che ci dorme sopra tutto contento, un pacifico gatto di tre colori. E l'immagine del gatto addormentato sulle lenzuola servì a
calmare il mio spirito. Allora mi misi a scrivere sull'agenda in bella calligrafia tutto quello che lei aveva detto. Stazione di Sendai – venerdì a mezzogiorno – telefonata – dimagrito di dieci chili – stessi vestiti – persi gli
occhiali – svanito il ricordo di venti giorni.
Svanito il ricordo di venti giorni.
Posai la matita sulla scrivania, mi appoggiai alla spalliera della sedia e
osservai il soffitto. Tutt'intorno c'erano dei motivi irregolari, guardandoli
con gli occhi socchiusi li si poteva scambiare per una mappa del firmamento. Contemplando quell'immaginario cielo stellato, mi chiesi se non mi
convenisse, per la mia salute, riprendere a fumare. Nel mio cervello risuonavano ancora quei tacchi a spillo che andavano su e giù per le scale.
– Signor Kurumizawa, – dissi ad alta voce rivolto a un angolo del soffitto. – Bentornato nel mondo reale. Nel suo bel mondo chiuso in un triangolo: sua madre mentalmente instabile, sua moglie che porta tacchi acuminati
come punteruoli per il ghiaccio e la Merrill Lynch.
Io continuerò la mia indagine da un'altra parte, alla ricerca di una porta,
o forse di un ombrello, di un doughnut, di un elefante... non lo so. Alla ricerca di qualcosa, in un posto dove potrei trovarlo.
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La pietra a forma di rene che si spostava ogni giorno
Quando Junpei aveva sedici anni, il padre gli tenne un sermone. Malgrado il legame di stretta parentela, non avevano la confidenza necessaria
per parlare di cose intime, anzi era molto raro che suo padre si mettesse a
fargli discorsi filosofici – se si possono definire così –, quindi Junpei ha
conservato un ricordo molto vivido di quella volta. Anche se ha scordato il
motivo che aveva portato a quella conversazione.
– Un uomo, nella vita, incontra solo tre donne davvero importanti, – gli
disse il genitore. Né una di più, né una di meno.
Era un'affermazione categorica. Detta in tono noncurante, eppure inconfutabile. Come quando si osserva che la terra impiega un anno a girare intorno al sole. Junpei ascoltava in silenzio. Sentendosi dire di punto in bianco una cosa del genere, per lo stupore lì per lì non seppe cosa ribattere.
– D'ora innanzi è probabile che tu conosca molte donne, – continuò suo
padre, – ma se ti metti con quella sbagliata, farai una cosa inutile. Meglio
che non lo dimentichi.
In seguito a quel discorso, mille domande si affollarono nella giovane
mente di Junpei. Suo padre aveva già incontrato quelle tre donne? Sua madre era una delle tre? In tal caso, cos'era successo con le altre due? Però
non osava chiedere spiegazioni. Come ho detto all'inizio, non era tanto in
confidenza col padre da parlargli a cuore aperto.
A diciotto anni Junpei lasciò la famiglia per frequentare l'università a
Tōkyō e da allora strinse relazioni sentimentali con diverse donne. Fra di
loro, una in particolare fu «davvero importante» per lui. Ne era convinto
allora e ne è convinto adesso. Prima di riuscire a manifestarle in modo
concreto i propri sentimenti, però – per natura, era piuttosto lento a esprimere le cose –, la ragazza aveva sposato il suo miglior amico. E ormai era
madre. Di conseguenza andava esclusa dalle opportunità che la sorte gli offriva. Junpei dovette farsene una ragione e rinunciare per sempre a lei. Così
ormai nella sua vita solo altre due donne potevano avere importanza –
sempre che accettasse per valida la teoria del padre.
299
Ad ogni nuova ragazza che conosceva, Junpei si chiedeva se fosse la
volta buona. E quella domanda comportava sempre un dilemma: mentre da
una parte sperava che quel nuovo incontro avesse veramente un significato
per lui – e chi non lo vorrebbe? –, al tempo stesso temeva di giocarsi troppo presto le poche carte rimastegli in mano. Non essendo riuscito a legarsi
con la donna che il destino gli aveva fatto incontrare, aveva perso fiducia
nella propria capacità – una capacità essenziale – di dare espressione concreta all'amore nel modo e nel momento giusto. Insomma, sospettava di essere una di quelle persone che si circondano solo di cose inutili, lasciandosi
sfuggire quelle che veramente contano nella vita Ci pensava spesso. E ogni
volta il suo spirito piombava in una fossa umida e buia.
Di conseguenza, ogni nuova relazione durava soltanto qualche mese,
ossia fino a quando Junpei non scovava nel comportamento o nel linguaggio della ragazza una pecca, seppur minima, che ai suoi occhi prendeva le
dimensioni di una mancanza intollerabile, di un difetto estremamente irritante. Cosa che da una parte lo tranquillizzava. Risultato, stringere legami
superficiali e ambigui con una donna dopo l'altra era diventato nella sua vita uno schema fisso. Ci stava insieme per un po', come se volesse studiare
la situazione, poi a un certo punto gli veniva naturale metter fine al rapporto Il distacco avveniva senza litigi e senza conflitti, perché fin dall'inizio
evitava di mettersi con donne incapaci di separarsi serenamente. Col tempo
Junpei aveva sviluppato il talento di scovare comode partner.
Lui stesso non sapeva se questa capacità fosse una prerogativa innata o un
carattere acquisito a causa delle circostanze. Nel secondo caso, poteva dire
grazie alla maledizione di suo padre. Dopo la laurea, aveva avuto una violenta discussione con lui e aveva tagliato ogni rapporto, ma quella teoria delle
«tre donne», non corredata da una spiegazione sufficiente, era diventata una
sorta di ossessione che gli condizionava la vita. Si era persino chiesto, scherzando solo a metà, se non gli convenisse darsi agli amori omosessuali. Sarebbe forse stato un modo per sottrarsi a quel conto alla rovescia. Ma bene o
male che fosse, provava attrazione soltanto per l'altro sesso.
Un giorno conobbe una donna di poco più vecchia di lui, come venne a
sapere dopo pochi minuti. Aveva trentasei anni, mentre Junpei ne aveva
trentuno. Era stato invitato alla serata inaugurale di un piccolo ristorante
francese che un suo conoscente aveva aperto a Tōkyō, dalle parti di Ebisu.
Per l'occasione aveva messo una camicia di Perry Ellis in seta blu con una
300
giacca estiva dello stesso colore. Al party contava di incontrare un caro
amico, che però all'ultimo momento non era venuto. Non sapendo bene
come passare il tempo, Junpei andò a sedersi al bar della saletta d'attesa e
per un po' rimase lì, a bere lentamente Bordeaux da un grande bicchiere,
finché non decise di andarsene: e stava cercando con gli occhi il padrone
del locale per salutarlo, quando una donna alta, un calice con un misterioso
cocktail viola in mano, venne verso di lui. Il suo primo pensiero fu: «Che
bel portamento!»
– Mi hanno appena detto che lei è uno scrittore, – disse la donna appoggiando un gomito al bancone. – È vero?
– In linea di massima sì, – rispose Junpei.
– Scrittore «in linea di massima»?
Junpei annuì.
– Ma quante opere ha già pubblicato?
– Due raccolte di novelle e una traduzione. Nessuno dei tre libri ha venduto molte copie, però.
La donna ispezionò di nuovo Junpei da capo a piedi. Poi sorrise con aria
soddisfatta.
– In ogni caso, è la prima volta in vita mia che conosco uno scrittore.
– Molto lieto.
– Piacere mio.
– Comunque non creda che sia tanto interessante, conoscere uno scrittore, – disse Junpei come se volesse giustificarsi. – Non c'è nulla in particolare che io possa fare per lei. Un pianista potrebbe suonare il piano, un pittore abbozzare uno schizzo e un prestigiatore fare qualche giochetto... uno
scrittore, invece, su due piedi non sa fare nulla.
– Be', magari potrei gioire della sua aura artistica o qualcosa del genere... non pensa?
– La mia aura artistica? – ripeté Junpei.
– Quella luminosità che nelle persone ordinarie si cerca invano.
– Ogni mattina mi guardo allo specchio, quando mi faccio la barba, ma
non ho mai notato nulla del genere.
Lei fece una risatina amichevole.
– E che genere di cose scrive?
301
– È una domanda che mi fanno spesso, ma per me è difficile rispondere.
Le mie storie non appartengono a un «genere» specifico.
– Voglio dire... – fece lei passando un dito lungo il bordo del bicchiere.
– È buona letteratura?
– Forse. Ma dal tono in cui l'ha detto sembrava che parlasse di lettere
anonime.
Di nuovo lei rise.
– A proposito, chissà se ho già sentito il suo nome...
– Legge le riviste letterarie?
Lei fece un breve, deciso cenno di assenso col capo.
– Allora non credo l'abbia sentito. Non sono famoso nel mondo letterario.
– È mai stato in lizza per il premio Akutagawa?
– Quattro volte in cinque anni.
– Ma non l'ha vinto.
Junpei sorrise soltanto. Allora lei, senza chiedere il permesso, si sedette
sullo sgabello accanto al suo e bevve quel che restava del cocktail.
– Che importanza può avere? I premi letterari sono solo un espediente
commerciale.
– Questo suonerebbe più vero se a dirlo fosse qualcuno che un premio
l'ha ricevuto.
Lei si presentò, si chiamava Kirie.
– È un nome da messa cantata, – disse Junpei.
La donna doveva essere due o tre centimetri più alta di lui. Aveva i capelli corti, una bella abbronzatura uniforme e un viso molto attraente. Indossava una giacca di lino verde chiaro e una gonna svasata che le arrivava
al ginocchio. Aveva arrotolato fino al gomito le maniche della giacca, sotto
la quale portava una semplice camicetta di cotone con una minuta spilla
turchese sul colletto. Il seno non era né troppo piccolo né troppo grosso.
Aveva stile nel vestire, il suo abbigliamento rifletteva senza forzature la
sua personalità. Le sue labbra erano piene, e ogni volta che finiva di parlare
le stringeva o le distendeva in modo espressivo. Il risultato era che tutto in
lei dava uno straordinario senso di vitalità e di freschezza. Tre rughe paral302
lele le si formavano sull'ampia fronte quando rifletteva su qualcosa, poi
sparivano appena smetteva di concentrarsi.
Junpei si accorse che si stava innamorando. Qualcosa in quella donna lo attirava in modo incoerente, ma ostinato. Sotto l'effetto dell'adrenalina, il cuore
gli inviava segnali segreti in forma di suoni. Sentendosi all'improvviso la gola
secca, chiese a un cameriere che passava un bicchiere d'acqua minerale. Chissà se era la volta buona, cominciò a domandarsi come al solito. Chissà se quella donna era una delle due che gli rimanevano. Se era la sua seconda chance...
In tal caso, doveva coglierla, quella chance, o lasciar perdere?
– Ha sempre voluto diventare uno scrittore? – gli chiese Kirie.
– Be', sì. Cioè, direi piuttosto che non c'era nient'altro che volessi diventare. Non mi sono venute in mente altre possibilità.
– Allora ha realizzato un sogno?
– Non lo so. Il fatto è che volevo diventare un «grande» scrittore. Tra le
due cose c'è una notevole distanza, – disse Junpei portando le mani a una
trentina di centimetri l'una dall'altra.
– Ma c'è sempre un punto di partenza, per chiunque. Ha ancora molto
tempo. Non si può ottenere la perfezione fin dall'inizio, – osservò la donna.
– Lei adesso quanti anni ha?
I due si confidarono le rispettive età. Lei non pareva dare la minima importanza al fatto di avere qualche anno in più. E nemmeno Junpei. In realtà, preferiva le donne adulte alle ragazze. Anche perché separarsi da una
donna più vecchia era meno complicato.
– Posso chiederle che lavoro fa? – le domandò.
Per la prima volta Kirie prese un'espressione seria.
– Lei cosa ne dice? Cosa potrei fare? – chiese.
Junpei fece ruotare il vino nel bicchiere.
– Un indizio? – disse.
– No, niente indizi. È troppo difficile? Ma osservare e giudicare è il suo
lavoro, no?
– Per nulla. Il metodo giusto, per uno scrittore, è osservare, osservare, e
osservare ancora, e rimandare il giudizio al più tardi possibile.
– Capisco, – disse la donna. – Allora osservi, osservi, e osservi ancora, e
poi cerchi di immaginare. Questo dovrebbe essere in linea con la logica del
suo mestiere.
303
Junpei alzò gli occhi e guardò attentamente il viso della donna. Cercava
di cogliervi qualche segno segreto. Lei gli restituì lo sguardo.
– È soltanto una supposizione, ma credo che faccia un lavoro molto
specializzato, – disse dopo un po' Junpei.
– Fin qui ha indovinato. Non è qualcosa che possa fare chiunque. Ha ragione. Ma sia più preciso.
– Ha a che fare con la musica?
– No.
– È stilista?
– No.
– Campionessa di tennis?
– No.
Junpei scosse la testa.
– È molto abbronzata, ha un fisico solido, delle braccia muscolose...
probabilmente è una sportiva. Non mi sembra il tipo da fare un lavoro manuale all'aperto, non dà quell'impressione.
Kirie si tirò su le maniche della giacca, appoggiò al bancone le braccia
nude e voltò gli avambracci all'insù, osservandoli.
– Ci si sta avvicinando, – disse.
– Però non mi vuol dire cosa fa.
– È importante avere qualche piccolo segreto. Non voglio privarla dei
piaceri della sua professione: osservare e immaginare... però le darò un indizio. Il mio caso è simile al suo.
– Simile al mio?
– Svolgo il lavoro che ho sempre voluto fare, fin da piccola. Come lei. E
arrivare fin dove sono arrivata non è stato facile.
– Sono felice per lei. È qualcosa di molto importante. Il lavoro dovrebbe
essere un atto d'amore. Non un matrimonio di convenienza.
– Un atto d'amore, – ripeté Kirie con aria trasognata. – È un paragone
stupendo.
– A proposito, è possibile che io abbia già sentito il suo nome? – chiese
Junpei.
Lei scosse la testa.
– Non credo. Non sono una persona famosa.
304
– Per tutti c'è un punto di partenza.
– Esatto, – disse Kirie ridendo. Poi, tornando seria: – Nel mio caso, però, contrariamente a lei, ho voluto ottenere la perfezione fin dall'inizio.
Non mi sono concessa errori. O la perfezione, o nulla. Nessuna via di mezzo. Nessuna possibilità di ricominciare.
– Anche questo è un indizio.
– Forse.
Un cameriere passò con un vassoio su cui erano posate alcune flûte di
champagne. Kirie ne prese due e ne porse una a Junpei.
– Salute, – disse.
– Alle nostre rispettive attività altamente professionali, – fece lui.
Toccarono i bicchieri, che tintinnarono con un suono suggestivo.
– A proposito, lei è sposato?
Junpei scosse la testa.
– Neanche io, – disse Kirie.
Quella sera Kirie si fermò a dormire da lui. Bevvero il vino che avevano
ricevuto in omaggio al ristorante, fecero l'amore e dormirono insieme. Il
mattino dopo Junpei si svegliò poco dopo le dieci, ma lei se n'era già andata. Nel cuscino accanto al suo restava soltanto un incavo, la forma di un ricordo perduto. Sul comodino c'era un messaggio: «Vado perché devo lavorare. Se hai intenzione di rivedermi, chiamami». Sotto, il numero del cellulare.
Junpei la chiamò. Si rividero il sabato seguente. Cenarono fuori, poi andarono a casa di lui, bevvero un po' di vino, fecero l'amore, dormirono insieme. Al mattino, di nuovo lei era scomparsa. Benché fosse domenica, anche questa volta aveva lasciato un breve messaggio che diceva: «Vado perché devo lavorare». «Ma che lavoro può fare?», si chiese Junpei che ancora
non lo sapeva. Una cosa era sicura, al mattino Kirie iniziava presto. Anche
la domenica – a volte, perlomeno.
Parlavano senza inibizioni di qualsiasi argomento. Kirie era intelligente
e aveva una conversazione brillante. Quanto alle letture, preferiva i libri di
mitologia, storia, psicologia o divulgazione scientifica ai romanzi. E in tutti
questi campi aveva conoscenze sorprendenti. Una volta Junpei rimase di
305
stucco sentendola raccontare in modo dettagliato la storia delle costruzioni
prefabbricate. Strano.
– Non è che per caso lavori nell'edilizia? – le chiese.
– No. Nutro soltanto un grande interesse per le cose pratiche, – rispose lei.
Ad ogni modo Kirie lesse i due libri scritti da Junpei e dichiarò che erano bellissimi. Molto più interessanti di quanto si fosse immaginata.
– In realtà ero un po' inquieta, – confessò. – Se li avessi trovati noiosi,
sarebbe stato un problema. Cos'avrei potuto dirti? Invece non c'era motivo
di preoccuparmi. Li ho letti con grande piacere.
– Meno male, – disse Junpei sollevato. Quando su richiesta di lei le
aveva prestato i libri, nutriva gli stessi dubbi.
– Non è un complimento, sai? – prosegui Kirie. – C'è un qualcosa in te.
Qualcosa che per diventare un grande scrittore è indispensabile. Nei tuoi
racconti c'è un'atmosfera tranquilla, ma anche una forte vitalità. E pure lo
stile è bello. Ma soprattutto, nella tua scrittura c'è equilibrio. Se devo essere sincera, l'equilibrio è l'elemento cui io do maggiore importanza, in ogni
cosa. Nella musica, nella letteratura, nella pittura... E quando capito su un
libro o un'esecuzione priva di equilibrio, in altre parole, su un'opera di livello mediocre, provo un senso di repulsione. Un senso di nausea simile al
mal di mare. Ed è questa la ragione per cui non vado quasi mai ai concerti
e non leggo quasi mai romanzi.
– Perché hai paura di trovarti davanti a un'opera priva di equilibrio?
– Sì.
– E per evitare questo rischio, eviti di andare ai concerti e di leggere
romanzi?
– Appunto.
– Mi pare una presa di posizione estrema.
– Il mio segno è la Bilancia. Non riesco a sopportare le cose sbilanciate.
Anzi, più che non sopportarle... – Kirie smise di parlare mentre cercava le
parole giuste. Senza trovarle, a quanto pareva. Allora fece un sospiro.
– Innanzi tutto però, – riprese, – la mia impressione è che dovresti scrivere opere più lunghe, più importanti. Vedrai che otterrai maggior riconoscimento come scrittore, lo sento. Anche se ci vorrà un po' di tempo.
– Ma io sono uno scrittore di novelle. Non sono portato per i lunghi romanzi.
306
– Non è un buon motivo.
Junpei non fece commenti. Tendeva in silenzio l'orecchio al fruscio del
condizionatore. La verità era che a più riprese si era cimentato in lunghe
opere di narrativa. Ma ogni volta, arrivato a metà aveva dovuto posare la
penna. Non riusciva assolutamente a conservare per molto tempo la concentrazione necessaria per scrivere un romanzo, non ne aveva la forza.
Quando iniziava, credeva di poter creare un capolavoro, le frasi gli venivano a meraviglia e il futuro gli pareva assicurato. La storia sembrava procedere da sola. Ma più avanzava nella scrittura, più vedeva affievolirsi, e
gradualmente spegnersi, vigore e lucentezza. Come una macchina che perda poco a poco velocità e alla fine si fermi.
Era autunno, Junpei e Kirie erano a letto. Nudi, poiché avevano appena
fatto l'amore, a lungo e senza inibizioni. Kirie stava rannicchiata nel braccio che lui le teneva intorno alle spalle. Sul comodino accanto al letto erano posati due bicchieri di vino bianco.
– Junpei? – fece Kirie.
– Mmh?
– Ma tu... tu sei innamorato di un'altra, vero? E non riesci a dimenticarla.
– Sì, – ammise lui. – Si capisce?
– È ovvio. Una donna è estremamente sensibile a certe cose.
– Non credo che tutte le donne lo siano.
– Nemmeno io sto parlando di «tutte le donne».
– In effetti.
– Però è una persona con cui non puoi avere una relazione.
– Ci sono degli ostacoli.
– E non c'è modo di eliminarli, questi ostacoli?
Con la testa Junpei fece un breve, deciso cenno di diniego.
– Allora devono essere ostacoli gravi.
– Non so quanto siano gravi, ma ci sono.
Kirie bevve un sorso di vino.
– Per me non è così, non ho nessun altro nel cuore, – mormorò. – E mi
sono innamorata di te. Quando stiamo insieme così, mi sento felice e tranquilla. Ma non ti preoccupare, non voglio avere una relazione fissa con te.
Questo ti rassicura?
307
Junpei le passò le dita fra i capelli, senza rispondere.
– Perché non vuoi? – le chiese invece.
– Cosa? Iniziare una relazione con te?
– Sì.
– Ti dispiace?
– Un po'.
– Il fatto è che non mi è possibile stringere legami regolari, quotidiani.
Non soltanto con te, con nessuno, – disse Kirie. – Perché voglio concentrarmi del tutto su quello che sto facendo. Se vivessi con qualcuno, e fossi
emotivamente coinvolta con questa persona, in modo profondo, è probabile
che non riuscirei a concentrarmi. Per questo mi va bene continuare così.
Junpei rifletté qualche momento su quelle parole.
– Insomma, non vuoi sentirti turbata.
– Esatto.
– Perché perderesti il tuo equilibrio, e questo costituirebbe un enorme
ostacolo alla tua carriera.
– Proprio così.
– E per evitare questo rischio, non vuoi vivere con nessuno.
Lei annuì.
– Perlomeno finché mi occupo di quello che sto facendo ora, – disse.
– Ma di che ti occupi? Non me lo puoi dire?
– Prova a indovinare.
– Sei una ladra.
– No, – rispose Kirie seriamente. Poi scosse la testa divertita. – Che
supposizione affascinante! Ma una ladra al mattino non va a lavorare.
– Un sicario.
– Semmai una sicaria, – lo corresse Kirie. – Comunque no. Ma perché ti
vengono in mente solo cose tremende?
– È un lavoro che resta nei limiti della legge?
– Certo. È perfettamente legale.
– L'agente segreto.
308
– No, – disse lei. – Per oggi credo che basti così. Piuttosto parliamo del
tuo lavoro. Perché non mi parli di quello che stai scrivendo in questo momento?
– Sto scrivendo una novella, – rispose Junpei.
– La storia com'è?
– Non l'ho ancora finita. Sono a metà, sto facendo una pausa.
– Allora dimmi cosa succede fino alla pausa. Se vuoi.
A quelle parole Junpei tacque. Era sua regola non raccontare mai a nessuno la trama delle storie prima di finirle. Pensava che portasse sfortuna.
Che qualcosa si perdesse, che svanisse come brina mattutina. Le sfumature
più delicate si sarebbero trasformate in frasi superficiali e vuote, i segreti
non sarebbero più stati segreti. Tuttavia, lì a letto, mentre passava le dita
nei corti capelli di Kirie, pensò che a lei poteva anche parlarne. Tanto si era
bloccato, e negli ultimi giorni non era riuscito ad avanzare di una riga.
– La vicenda è scritta in terza persona, la protagonista è una donna. Ha
poco più di trent'anni, – iniziò a raccontare. – È medico, una brava internista, e lavora in un grande ospedale. È single e ha una relazione segreta con
un chirurgo vicino ai cinquanta che lavora nello stesso ospedale. Lui è sposato con figli.
Kirie cercava di immaginarsi il personaggio.
– Lei è avvenente?
– Certo. Molto, credo, – rispose Junpei. – Ma non quanto te.
Kirie rise e gli diede un bacio sul collo.
– Risposta esatta, – disse.
– Be', quando è necessario cerco di dare la risposta giusta.
– Soprattutto a letto.
– Soprattutto a letto. A un certo punto lei prende delle ferie e se ne va a
fare un viaggio. Da sola. La stagione è l'autunno, come adesso. Si ferma in
una locanda termale fra i monti e fa passeggiate lungo il torrente. Ha un
hobby: il birdwatching. Le piace specialmente osservare il martin pescatore. Mentre cammina sulla riva, trova una strana pietra, nera, molto liscia,
con sprazzi di rosso. La forma le ricorda qualcosa: un rene, lo capisce subito. È un medico, dopotutto. Le dimensioni, il colore, il peso: la pietra è
uguale a un rene in ogni dettaglio.
– La raccoglie e se la porta via? – chiese Kirie.
309
– Sì, – disse Junpei. – La porta nel proprio studio all'ospedale, e la usa
come fermacarte. È del peso e della grandezza giusti.
– E poi si addice all'ambiente, no?
– Appunto. Pochi giorni dopo, però, si accorge di una cosa strana.
In silenzio, Kirie attendeva il seguito della storia. Junpei fece una pausa,
come per tenere in sospeso la sua ascoltatrice. Ma il motivo non era quello,
non voleva divertirsi alle sue spalle. La verità era che il seguito non l'aveva
ancora scritto. Non era riuscito ad andare avanti. Ora, fermo a quell'incrocio pericoloso, si guardava attorno e si spremeva le meningi.
– Il mattino, la pietra è sempre in un posto diverso, – proseguì. – Prima
di tornare a casa, la sera, lei la lascia sulla scrivania. Sempre nello stesso
punto, perché è una persona molto metodica. Eppure il mattino successivo
la trova da un'altra parte. Sulla sedia, per esempio, oppure accanto al vaso
di fiori, o sul pavimento. Le prime volte si dice che forse ricorda male. Poi
comincia a sospettare che la sua memoria le faccia dei brutti scherzi. Perché la notte nessuno può entrare nel suo studio, la porta è chiusa a chiave.
Naturalmente il custode la chiave ce l'ha, ma è un uomo che lavora lì da
molti anni e non si intrufolerebbe mai senza un valido motivo nello studio
di un medico. E poi che senso avrebbe per lui andare ogni sera a spostare
una pietra che serve da fermacarte? Riguardo agli altri oggetti nella stanza,
è tutto regolare. Non manca nulla, nulla è fuori posto. Solo la posizione
della pietra cambia ogni volta. A questo punto la dottoressa è completamente disorientata. Tu cosa ne pensi? Perché la pietra durante la notte si
muove?
– Probabilmente avrà le sue ragioni, – rispose Kirie senza esitare.
– Che razza di ragioni può avere una pietra a forma di rene?
– Magari vuole scuotere un po' quella donna. Gradualmente, senza fretta.
– E perché mai dovrebbe volere una cosa del genere?
– Be'... – fece Kirie, poi ridacchiò. – Perché le piace scuotere i medici.
– Guarda che non è uno scherzo, – disse Junpei in tono seccato.
– Ma sei tu che lo devi decidere. Lo scrittore sei tu, no? Io ascolto soltanto.
Junpei prese un'aria corrucciata. Sentiva un leggero dolore dietro le
tempie, forse per uno sforzo eccessivo di concentrazione. Aveva anche bevuto un po' troppo.
310
– Non riesco a connettere le idee, – disse. – Se non mi siedo alla mia
scrivania e non metto le frasi nero su bianco, la storia non avanza. Devi
portare pazienza. Parlando, ho l'impressione che mi sia venuta un'idea.
– Va bene, – disse Kirie. Poi tese la mano per prendere il bicchiere e
bevve un sorso di vino. – Posso aspettare. Comunque la storia è avvincente. Voglio sapere come va a finire, con quella pietra a forma di rene –.
Cambiò posizione nel letto e schiacciò i suoi bei seni sul fianco di lui.
– Junpei? Sai, a questo mondo tutto ha una volontà, – disse a bassa voce, come se stesse facendo una rivelazione. Lui stava già dormendo e non
poteva rispondere. Le parole di Kirie nell'aria notturna persero la loro forma sintattica, mescolandosi all'aroma leggero del vino, e si insinuarono segretamente in fondo alla coscienza di Junpei.
– Per esempio, il vento ha una volontà, – proseguì lei. – Noi di solito
non ce ne accorgiamo, ma a volte sì, a volte siamo obbligati a farlo. Perché
il vento ti afferra e ti scuote, con uno scopo ben preciso. Vuole sapere cosa
c'è dentro di te. Vuole sapere tutto. E non è solo il vento a fare così; ma
ogni singola cosa. Anche le pietre. Le cose ci conoscono molto bene. Dalla
testa ai piedi. A un certo punto finiamo col rendercene conto, e non possiamo fare altro che seguirle. Accettandole riusciamo a sopravvivere e diventiamo più profondi.
Nei cinque giorni seguenti Junpei non uscì quasi di casa, restò tutto il
tempo alla sua scrivania, a terminare il racconto. Come aveva predetto Kirie, poco per volta, ma sistematicamente, la pietra a forma di rene continuava a dare scossoni alla sua proprietaria. La quale, quando si trovava in
un'anonima stanza d'albergo con l'amante, dopo un frettoloso rapporto sessuale posava la mano sulla schiena di lui, e senza farsene accorgere tastava
la forma di un rene. Sapeva che la pietra era acquattata lì, era stata lei a
mettergliela nel corpo perché le fornisse informazioni segrete. La sentiva
contorcersi come un verme sotto le dita, viscida al tatto, e inviarle messaggi nel suo linguaggio. La dottoressa conversava e comunicava con lei.
Poco a poco aveva fatto l'abitudine agli spostamenti notturni della pietra. Li accettava come qualcosa di naturale. Era tanto strano che nel buio si
muovesse? Appena arrivava in ospedale, al mattino, andava a cercarla, la
prendeva e la rimetteva sulla scrivania. Era diventata una banale routine. In
sua presenza la pietra restava tranquilla dove si trovava, come fanno i gatti
311
che durante la giornata sonnecchiano. Ma appena lei chiudeva la porta a
chiave e andava via, si svegliava e cominciava a spostarsi.
Quando aveva un momento libero, la dottoressa allungava una mano per
carezzarne la superficie nera e liscia. E finiva che non poteva più staccare
gli occhi da lì, come ipnotizzata. Aveva perso interesse per qualunque altra
cosa. A leggere non ce la faceva più e aveva smesso di andare in palestra.
Riusciva a malapena a trovare la concentrazione necessaria durante le consultazioni, ma tutto il resto lo portava avanti per inerzia, alla meno peggio.
Conversare con i colleghi non le interessava più. Trascurava il suo aspetto,
e il suo appetito diminuiva sistematicamente. Persino fare l'amore con il
suo amante le dava fastidio. Quando intorno a lei non c'era nessuno, parlava a bassa voce con la pietra, tendeva l'orecchio per ascoltarne le mute parole. Come le persone sole che parlano con il cane o con il gatto. Ormai la
pietra nera a forma di rene controllava quasi tutta la sua vita.
Di sicuro non era un oggetto giunto dall'esterno – intuì Junpei mentre
avanzava nella scrittura –, il nucleo centrale era qualcosa che la dottoressa
aveva dentro di sé, qualcosa che dava vita alla pietra chiedendole di compiere delle azioni concrete. Per esempio, inviare dei segnali sotto forma di
spostamenti notturni.
Mentre scriveva quel breve racconto, Junpei pensava a Kirie. Aveva
l'impressione che fosse lei – o qualcosa dentro di lei – a farlo procedere.
Perché all'inizio la storia non doveva essere surreale. Quella che aveva vagamente messo insieme nella sua testa era una cosa più tranquilla, di genere psicologico. La pietra non si metteva a camminare all'improvviso.
La dottoressa – immaginò Junpei – finiva col lasciare il chirurgo che
aveva moglie e figli, forse iniziava persino a odiarlo. Probabilmente era
quello che nel suo inconscio aveva sempre desiderato.
Quando lo schema globale del racconto gli fu chiaro, scrivere il seguito
fu relativamente facile. Seduto al computer, nelle orecchie la musica di
Mahler a basso volume, buttò giù la parte finale a una velocità per lui
straordinaria. La dottoressa prendeva la decisione di separarsi dal suo
amante. Gli annunciava che non voleva più vederlo. L'uomo le chiedeva se
potevano discuterne. No, era la risposta inappellabile di lei. Un giorno di
ferie prendeva il ferry che fa il giro della baia di Tōkyō e dal ponte gettava
la pietra a forma di rene nel mare. La pietra affondava nelle acque scure,
andava giù verso il fondo dell'oceano, verso il centro della terra. Lei deci312
deva di dare un nuovo inizio alla sua vita. Una volta buttata via la pietra, si
sentiva più leggera.
Quando tornava all'ospedale, però, la ritrovava lì, ad aspettarla sulla
scrivania. Al suo posto. Nera, pesante, a forma di rene.
Terminato il racconto, Junpei chiamò subito Kirie, certo che morisse
dalla voglia di leggerlo. Perché in un certo senso l'aveva scritto lei. Al telefono però Kirie non rispose. «Il numero selezionato non è raggiungibile.
Riprovi dopo aver verificato, per favore», disse una voce registrata. Junpei
provò diverse volte, con lo stesso risultato. Quel numero non sembrava più
attivo. «Forse avrà il cellulare guasto», pensò.
Nella misura del possibile cercò di non allontanarsi da casa, in attesa
che Kirie lo chiamasse. Ma non arrivò nessuna telefonata. Passò così un
mese. Poi due, poi tre... Arrivò l'autunno, e anche l'anno nuovo. Il suo racconto uscì sul numero di febbraio di una rivista letteraria. Su un quotidiano
apparve un trafiletto che dava notizia dell'evento, citando il nome dell'autore e il titolo: La pietra a forma di rene che si spostava ogni giorno. Chissà,
forse Kirie vedendo quell'annuncio avrebbe comprato la rivista, letto il racconto, e lo avrebbe chiamato per fargli conoscere il suo giudizio. Junpei ci
sperava. Invece nulla, ancora silenzio.
La scomparsa di lei dalla sua vita lo fece soffrire molto più di quanto si
fosse immaginato. Il vuoto lasciato da Kirie lo sconvolgeva. «Come sarebbe bello se adesso lei fosse qui», pensava in ogni momento. Ricordava con
acuto rimpianto il suo sorriso, il suono della sua voce, la sensazione della
sua pelle quando la teneva fra le braccia. Nemmeno la musica preferita o la
lettura degli ultimi libri di autori prediletti riusciva a consolarlo. Erano tutte cose lontane, senza nesso con la sua persona.
– Può darsi che Kirie fosse la mia seconda donna, – si disse.
Fu un pomeriggio, all'inizio della primavera seguente, che la incontrò di
nuovo. Anzi, per la precisione non la incontrò, udì soltanto la sua voce.
Era su un taxi, in un'ora di traffico congestionato. Il giovane tassista
aveva sintonizzato la radio su un programma in FM. La voce di Kirie veniva da lì. Sulle prime Junpei non era del tutto sicuro che fosse la sua, gli era
soltanto parsa molto simile. Ma più l'ascoltava, più si convinceva che fosse
proprio lei, anche il modo di parlare era lo stesso. Il timbro morbido, il tono rilassante... Le sue pause caratteristiche...
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– Le dispiace alzare un po' il volume, per favore? – chiese al tassista.
– Si figuri, – rispose quello.
Era un'intervista condotta in uno studio radiofonico.
–... e ha sempre amato i luoghi elevati, fin da quando era piccola? – stava domandando la giornalista.
– Sì, – rispose Kirie, o comunque quella voce identica alla sua. – Ricordo che mi è sempre piaciuto salire in alto. Più in alto stavo, meglio mi sentivo. Per questo chiedevo sempre ai miei genitori di portarmi in cima ai
grattacieli. Ero una bambina strana –. Risatina.
– È così ha deciso di fare questo mestiere?
– All'inizio ero analista in una compagnia di assicurazioni. Ma sapevo
benissimo che non era un lavoro adatto a me. Allora dopo tre anni ho dato
le dimissioni e ho accettato un primo incarico come lavavetri in un grattacielo. In realtà avrei voluto partecipare alla costruzione, ma è un settore
dominato dagli uomini, per una donna è difficile entrarci. Così in via provvisoria mi sono accontentata di pulire saltuariamente le finestre.
– Da analista in una compagnia di assicurazioni a lavavetri. Un bel
cambiamento!
– Se devo essere sincera, mi sentivo più tranquilla. Perché a cadere, in
ogni caso, sarei stata solo io, non i titoli di borsa –. Risatina.
– Per lavare i vetri di un grattacielo, si sta su una piattaforma che scende
a tappe fino a terra, un piano dopo l'altro, vero?
– Esatto. Naturalmente si usa un'imbragatura. Ma a volte, per raggiungere certi punti, è necessario toglierla, e a me questo non fa alcuna impressione. Non ho mai paura, nemmeno ad altezze vertiginose. Infatti sono
molto apprezzata.
– Si dedica anche all'alpinismo?
– No, la montagna non mi piace. Ho provato a fare alcune scalate, ma
non mi diceva nulla. Provo interesse soltanto per i grattacieli, che sono costruzioni umane. Non saprei dirle perché.
– Attualmente lei è anche titolare di un'impresa specializzata nella pulizia delle finestre di edifici urbani molto alti.
– Esatto, – confermò Kirie. – Ho lavorato a contratto per molto tempo,
poi sei anni fa mi sono resa indipendente e ho messo su una piccola azienda. Naturalmente esco anch'io sulla piattaforma, ma in ogni caso sono la
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titolare. Non prendo ordini da nessuno e posso stabilire io le regole. È molto pratico.
– Cioè può togliersi l'imbragatura quando vuole?
– In poche parole, sì –. Risatina.
– I luoghi elevati la attirano, insomma.
– Sì, mi attirano. Stare ad alta quota è la mia vocazione. Non potrei
svolgere un mestiere diverso, non me ne vengono in mente altri. Il lavoro
in realtà dovrebbe essere un atto d'amore, non un matrimonio di convenienza.
– E adesso un po' di musica, James Taylor in Up on the roof, – disse la
giornalista. – Subito dopo parleremo della sua attività di funambola.
Si diffusero le note di una canzone. Nel frattempo Junpei si protese in
avanti verso il tassista.
– Ma che lavoro fa, questa donna? – gli chiese.
– Cammina su una fune tesa tra un grattacielo e l'altro, gli spiegò il giovane. – Per mantenersi in equilibrio tiene in mano una lunga pertica. Una
performance, credo che si dica così. Io soffro di vertigini, mi basta salire su
un ascensore a vetri che mi sento male. Bah, il mondo è bello perché è vario. Tra l'altro non è nemmeno più tanto giovane, quella lì.
– Ed è la sua professione? – chiese ancora Junpei, rendendosi conto che
la sua voce suonava secca e vuota. Gli sembrava la voce di un altro che gli
arrivasse da una fessura nel soffitto.
– Sì. Pare che sia sponsorizzata da diverse ditte. L'ultima volta che l'ha
fatto, è stato in Germania, su una cattedrale famosa, non ricordo quale. In
realtà vorrebbe esibirsi su edifici più alti, ma non le danno il permesso.
Perché oltre una certa altezza la rete di protezione non serve a nulla. Dice
che comunque gradualmente va sempre più su, che la sua è una sfida continua. Non so se potrebbe mantenersi solo facendo la funambola, comunque è anche titolare di quell'impresa di pulizie... Lavorare in un circo o
qualcosa del genere non le va, pare. Le interessano solo i grattacieli. Una
spostata, insomma.
– La cosa più bella, è che quando sto lassù, mi trasformo in una persona
diversa, – stava dicendo Kirie alla giornalista. – O piuttosto, devo trasformarmi per sopravvivere. Perché ci sono solo due cose a quell'altezza: io e il
vento. Nient'altro. Il vento mi avvolge e mi scuote. Il vento mi comprende.
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Al tempo stesso, io comprendo lui. Ci accettiamo l'un l'altra, e decidiamo
di vivere insieme. Solo io e il vento: fra noi non c'è posto per nessun altro.
È quello il momento che amo di più. No, non ho paura. Quando mi trovo
lassù e riesco veramente a concentrarmi del tutto, la paura svanisce. Siamo
lì, io e il vento nell'intimità del vuoto. È il momento che preferisco.
Junpei non avrebbe saputo dire se la giornalista comprendeva o meno le
parole di Kirie, che si era espressa con una certa noncuranza. Quando l'intervista terminò, Junpei chiese al tassista di fermarsi e scese. Poi fece il resto della strada a piedi. Ogni tanto alzava gli occhi su un grattacielo, sulle
nuvole che gli passavano sopra. Tra lei e il vento non c'era posto per nessuno, era così, se ne rendeva conto. Ed era in preda a un violento attacco di
gelosia. Ma gelosia di chi? Del vento? Chi mai potrebbe essere geloso del
vento?
Dopo quel giorno, per diversi mesi attese una telefonata da parte di Kirie. Voleva vederla, parlare con lei di tante cose. Anche della pietra a forma di rene. Ma Kirie non lo chiamava. Il numero del suo cellulare continuava a essere «non raggiungibile». All'inizio dell'estate finalmente Junpei
rinunciò a sperare. Era chiaro che lei non voleva più vederlo. Proprio così,
aveva messo fine alla loro relazione senza litigi né conflitti. Esattamente
come aveva fatto lui tante volte con altre donne. Bastava non telefonare
più. Così tutto finiva in modo tranquillo e naturale.
Doveva metterla nel conto alla rovescia? Tra le tre donne che avevano
un significato profondo per lui? Questo pensiero lo angosciava, eppure non
trovava una risposta. Decise di attendere altri sei mesi, poi avrebbe preso
una decisione.
Durante quei sei mesi, Junpei si concentrò sulla stesura di diversi racconti. E mentre scriveva una frase dopo l'altra, seduto alla sua scrivania,
pensava che forse in quel momento Kirie si trovava a chissà quale altezza,
insieme al vento. «Io me ne sto qui, seduto tranquillo a scrivere, – si diceva, – e lei è tutta sola da qualche parte, in alto, più in alto di chiunque.
Senza imbragatura». «Quando riesco a concentrarmi, la paura svanisce. Ci
siamo solo io e il vento». Junpei ricordava bene le sue parole. E si rese
conto che nutriva per Kirie un sentimento particolare, qualcosa che non
aveva mai provato per nessuna donna. Un'emozione profonda, che aveva
una forma ben definita e offriva resistenza. Non sapeva che nome dare, a
questa emozione, ma perlomeno una cosa era sicura: non la poteva scambiare con nient'altro. Una certezza che non l'avrebbe mai abbandonato, an316
che se non avesse mai più rivisto Kirie. Avrebbe continuato per sempre a
sentire la mancanza di lei, nel suo cuore, nel suo corpo, nel midollo delle
sue ossa.
Verso la fine di quell'anno, Junpei prese una decisione: Kirie era la numero due. Era una delle tre donne veramente importanti per lui. Un'altra
opportunità perduta. Ormai gliene restava soltanto una. Eppure non aveva
più paura. I numeri erano irrilevanti. Ciò che contava era la capacità di accettare una persona così com'era, finalmente lo capiva. E ogni volta doveva
essere la prima e l'ultima.
Nello stesso periodo, la dottoressa si accorse che la pietra a forma di rene non era più sulla sua scrivania. Un mattino si rese conto che era sparita.
E capì che non sarebbe più ricomparsa.
317
La scimmia di Shinagawa
Ogni tanto scordava il proprio nome. Per lo più succedeva quando qualcuno tutt'a un tratto le chiedeva come si chiamava. Per esempio, se in una
boutique comprava un vestito al quale bisognava accorciare le maniche e la
commessa le domandava: «Scusi, a che nome devo segnarlo?»; oppure se
faceva una telefonata di lavoro e alla fine del dialogo il suo interlocutore le
chiedeva: «Potrebbe ripetermi il suo nome, per favore?», in questi casi
perdeva di colpo la memoria. Dimenticava chi era. Per ricordarlo doveva
tirar fuori di corsa il portafoglio, prendere la patente e leggere a chi era intestata. Questo atteggiamento suscitava sempre una certa meraviglia in chi
le stava davanti; oppure – per quei secondi inattesi di silenzio – dava l'impressione alla persona dall'altra parte del telefono che ci fosse qualche problema.
Quando era lei a fare il proprio nome, tutto questo non succedeva. Bastava che fosse preparata agli eventi e la sua memoria funzionava senza intoppi. Ma quando aveva fretta o doveva rispondere a una domanda improvvisa, nella sua mente si faceva il vuoto, come se una serranda fosse calata di colpo. Cercava con frenesia qualche appiglio che l'aiutasse a ricordarsi come si chiamava, ma niente da fare, veniva inghiottita da un abisso
senza contorni.
Però scordava soltanto il suo nome, quello degli altri mai. E nemmeno il
suo indirizzo, il numero di telefono e di passaporto, la data del compleanno. Ricordava a memoria il numero degli amici intimi e delle conoscenze
di lavoro importanti. Aveva sempre avuto una buona memoria, fin da bambina, l'unico problema era il proprio nome. La cosa era iniziata l'anno precedente, prima non era mai successo, neanche una volta.
Si chiamava Andō Mizuki. Da nubile invece faceva Ōzawa. Nessuno di
questi nomi era particolarmente insolito o sensazionale, e in ogni caso che
ragione c'era perché sparissero nel corso della giornata?
Aveva cambiato cognome nella primavera di tre anni prima, sposando
un uomo che si chiamava Andō Takashi. All'inizio non riusciva ad abituarsi al nuovo nome, «Andō Mizuki», sia il suono che gli ideogrammi che lo
componevano le davano un senso di disagio. Ma a forza di ripeterlo, di
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scriverlo, finì col trovarlo passabile. Se le fosse capitato un binomio come
Mizuki Mizuki, o Miki Mizuki (per un breve periodo era stata con un tale
che di cognome faceva Miki), allora sì che sarebbe stato un guaio; in confronto Andō Mizuki era magnifico. Così poco a poco l'aveva accettato.
Un anno prima, tuttavia, quel nome aveva cominciato a sfuggirle. Nei
primi tempi le succedeva circa una volta al mese, ma col passare dei giorni
la frequenza era andata aumentando. Al momento il ritmo era di almeno
una volta alla settimana, e quando accadeva diventava una donna senza
identità: nessuno, insomma. Finché aveva con sé il portafoglio poco male,
le bastava prenderlo e guardare la patente. Ma se per caso l'avesse perso,
forse non avrebbe più saputo né chi era né dove si trovava. Naturalmente,
anche se per qualche istante dimenticava il suo nome, sapeva di essere se
stessa, e dal momento che ricordava l'indirizzo e il numero di telefono, non
si può dire che la sua esistenza venisse annullata. Era un caso diverso da
quello degli smemorati totali che si vedono nei film. Ad ogni modo quelle
temporanee dimenticanze erano terribilmente problematiche e le davano
insicurezza Una vita senza nome, pensava, era come un sogno dal quale
non c'è modo di svegliarsi.
In una gioielleria comprò un sottile braccialetto, molto semplice, sul
quale si fece incidere Andō (Ōzawa) Mizuki. Niente indirizzo o numero di
telefono. «Eccomi diventata come un cane o un gatto», pensò avvilita.
Quando usciva di casa metteva sempre il braccialetto, di modo che, se si
fosse dimenticata come si chiamava, le sarebbe bastato gettarvi un'occhiata. Non avrebbe più avuto bisogno di tirar fuori il portafoglio, e la gente
non l'avrebbe più guardata con aria stupita.
Al marito non aveva fatto cenno di quel problema che si verificava di
frequente, sicura che lui le avrebbe detto: «È perché non sei contenta della
tua vita con me, perché non sei felice». Era uno cui piaceva polemizzare.
Non per malignità, semplicemente doveva trovare una spiegazione logica
ad ogni cosa. A lei invece quel modo di interpretare gli eventi non piaceva.
Inoltre quando discuteva col marito, che era un abile parlatore, non riusciva a tenergli testa. Così aveva deciso di lasciarlo all'oscuro.
In ogni caso, la prevedibile interpretazione di lui non coglieva nel segno. Mizuki non era insoddisfatta o delusa dalla vita matrimoniale. Non
era scontenta del marito – malgrado la sua eccessiva razionalità la infastidisse – né poteva lamentarsi della sua famiglia: il suocero era un medico
con studio a Sakata, nella regione di Yamagata, e né lui né la moglie erano
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cattive persone. Certo non avevano una mentalità progressista, ma la lasciavano abbastanza tranquilla dal momento che aveva sposato il secondogenito. Essendo nata e cresciuta a Nagoya, Mizuki avrebbe sopportato male il gelido inverno di una regione fredda e ventosa come Yamagata, ma
andarci una o due volte all'anno per un breve periodo era piacevole. Col
marito, dopo due anni di matrimonio, aveva acceso un mutuo e comprato
un appartamento in un palazzo nuovo nel quartiere di Shinagawa, a Tōkyō.
Ora lui aveva trent'anni ed era ricercatore in un'azienda farmaceutica, mentre lei ne aveva ventisei e lavorava presso una concessionaria della Honda.
Rispondeva al telefono, accoglieva i clienti, li faceva accomodare e portava
loro un caffè o un tè; se necessario faceva le fotocopie, teneva in ordine la
documentazione, aggiornava la lista dei clienti sul computer.
Dopo aver preso una laurea breve in un college della sua città, Mizuki era
stata assunta in quella concessionaria grazie a uno zio, che era un dirigente
della Honda. Non si poteva dire che fosse un lavoro esaltante, ma ogni tanto
comportava delle responsabilità e a suo modo era coinvolgente. Vendere le
auto non faceva parte delle sue mansioni, ma in assenza degli incaricati era
perfettamente in grado di rispondere alle domande dei potenziali acquirenti.
A forza di osservare i colleghi ne aveva imparato con facilità i trucchi, e
aveva anche acquisito la competenza necessaria. Spiegava con ardore che la
monovolume Odyssey era docile e scattante, conosceva a memoria il prezzo
di ogni modello. Avendo una bella parlantina e un sorriso accattivante, riusciva sempre a sciogliere le riserve del cliente. Intuiva la personalità di chi le
stava davanti ed era in grado di variare con scioltezza la sua strategia. Diverse volte era arrivata a un passo dalla firma di un accordo, ma l'ultima fase
delle negoziazioni, purtroppo, doveva sempre lasciarla all'incaricato delle
vendite. Non poteva fare sconti, discutere i prezzi o concedere gratis elementi opzionali, erano mansioni che non le spettavano. Anche se conduceva a
buon fine metà delle trattative, all'ultimo interveniva qualcun altro che si
prendeva la commissione. L'unica ricompensa che a volte le toccava era un
invito a cena da parte del fortunato venditore.
«Se mi lasciassero fare, – pensava a volte, – venderemmo più automobili e nell'insieme avremmo un fatturato maggiore. Se mi ci metto, posso ottenere risultati ben migliori di quei ragazzotti appena usciti dall'università».
Peccato che nessuno le dicesse mai: «Hai talento, è uno spreco tenerti a gestire cartelle e rispondere al telefono. D'ora in poi ti occuperai delle vendite». È così che funziona un'azienda. Ognuno al suo posto. Una volta stabilite le competenze, a meno che non si verifichi un evento straordinario, la
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struttura non si altera. Inoltre Mizuki non nutriva veramente l'ambizione di
operare in un settore professionale più vasto e fare carriera. Preferiva avere
un orario di lavoro fisso – dalle nove alle cinque – prendere tutte le ferie
che le spettavano durante l'anno e godersi in pace il tempo libero. Era fatta
così.
In azienda continuava a usare il cognome da nubile. Informare del cambiamento tutte le persone con cui conduceva ogni giorno transazioni sarebbe stata una gran seccatura, il motivo principale era questo. Quindi sui biglietti da visita, sulla targhetta che portava sul petto e sulla tessera c'era ancora scritto Ōzawa Mizuki. Tutti la chiamavano così, e anche lei quando rispondeva al telefono si presentava come tale: «Pronto? Sono Ōzawa della
concessionaria Honda di XX». Non perché rifiutasse il suo nuovo nome,
semplicemente non aveva voglia di dare spiegazioni.
Il marito era al corrente di questa circostanza – succedeva che le telefonasse in ufficio –, ma non ne era infastidito più di tanto. Sua moglie poteva
usare sul lavoro il nome che le pareva, era una semplice questione di praticità. Se una cosa era logica, non aveva obiezioni da fare. In questo senso
era una persona accomodante.
Temendo che dimenticare il proprio nome fosse il sintomo di una grave
patologia, Mizuki si sentiva inquieta. E se si trattava di Alzheimer? O di
qualcos'altro? Al mondo c'erano migliaia di malattie mortali! Per esempio,
fino a poco prima aveva ignorato l'esistenza della miastenia o della malattia di Huntington. E chissà quanti altri malanni c'erano di cui lei non aveva
mai sentito parlare! Nella maggior parte dei casi i primi sintomi erano insignificanti. Sì, insignificanti, per quanto strano potesse sembrare... la tendenza a dimenticare il proprio nome, ad esempio, poteva essere uno di quei
sintomi. Da quando quel pensiero le si era insinuato in testa, non riusciva a
calmare l'angoscia: mentre lei si lambiccava il cervello, chissà che nel suo
corpo i germi di una malattia assurda non stessero gradualmente diffondendosi!
Andò all'ospedale a consultare un medico al quale spiegò la situazione.
Ma il dottorino che la visitò – con il viso esangue e l'aria spossata sembrava piuttosto un paziente – non la prese molto sul serio.
– Ci sono altre cose che dimentica, oltre al suo nome? – le chiese.
– No, per il momento no, – rispose Mizuki.
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– Mmh. Be', credo che dovrebbe piuttosto rivolgersi a uno psicanalista,
– disse il medico in tono del tutto inespressivo. – Se dovesse incominciare
a dimenticare altri elementi della sua vita quotidiana, torni a consultarmi.
A quel punto faremo delle analisi specialistiche mirate –. Aveva l'aria di
dire che in quell'ospedale arrivavano pazienti con malattie ben più gravi, e
loro medici erano già oberati di lavoro. Dimenticare ogni tanto il proprio
nome non era una tragedia; che si desse una calmata insomma.
Un giorno, sul gazzettino di Shinagawa che arrivava con la posta, lesse
un trafiletto nel quale veniva annunciata l'apertura, da parte del municipio
della circoscrizione, di un «Centro di sostegno psicologico». Erano solo
poche righe, cui in altre circostanze non avrebbe fatto caso. C'era scritto
che una volta alla settimana, per una modica spesa, era possibile avere un
colloquio privato con uno specialista. Qualunque persona residente a Shinagawa, purché avesse compiuto i diciotto anni, poteva avvalersi liberamente del servizio. Le consultazioni erano strettamente personali, e la privacy garantita.
Un Centro di sostegno sponsorizzato dal Comune? Chissà se poteva
davvero rivelarsi utile... Be', valeva la pena provare, si disse Mizuki. Cosa
ci perdeva? Lavorando alla concessionaria il sabato e la domenica, durante
la settimana per lei era relativamente facile prendere un giorno di ferie e
adeguarsi all'orario delle consultazioni – un orario che non teneva conto
delle esigenze generali, visto che cadeva nelle ore lavorative. Mizuki telefonò per prendere appuntamento, come veniva richiesto. Il costo era di
duemila yen per una seduta di trenta minuti. Una spesa che poteva permettersi senza problemi. Prenotò per il mercoledì successivo, all'una.
Quel giorno, quando si presentò alla «sala di consultazione», al terzo
piano del palazzo municipale, scoprì di essere l'unica paziente.
– È un programma che abbiamo messo su di recente, in poco tempo, – le
spiegò la donna alla reception, – può darsi che la gente non ne sappia ancora nulla. Vedrà che quando si spargerà la voce, ci saranno molte persone. È
fortunata, lei, a essere la sola.
La psicologa, che si chiamava Sakaki Tetsuko, era una simpatica donna
di mezz'età, piccolina e piuttosto in carne. Aveva i capelli corti, un po'
schiariti, e un viso largo su cui aleggiava un sorriso affabile. Indossava un
tailleur leggero color pastello sopra una camicetta di seta lucente, al collo
aveva una collana di perle finte e ai piedi scarpe dal tacco basso. Più che
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una psicologa, sembrava una di quelle vicine premurose, sempre pronte a
dare una mano.
– A dire la verità, mio marito lavora in questo municipio, – disse in tono
confidenziale dopo essersi presentata. – È il direttore dell'ufficio lavori
pubblici. È una delle ragioni che ci hanno permesso di ottenere un finanziamento e aprire questo Centro di sostegno. Lei è la prima a presentarsi.
Grazie per la fiducia. Oggi non sono previsti altri pazienti, quindi possiamo
parlare senza fretta, in tutta tranquillità.
– Lieta di conoscerla, – disse Mizuki, chiedendosi in cuor suo se si fosse
rivolta alla persona giusta.
– A prescindere da quanto le ho detto, io sono una psicologa qualificata,
e ho anche una lunga esperienza professionale. Quindi non si preoccupi, la
nave su cui è salita è solida, – aggiunse sorridendo la donna come se le
avesse letto nel pensiero.
La signora Sakaki era seduta dietro una scrivania in alluminio, mentre
Mizuki si era accomodata su un divano a due posti. Un vecchio divano che
aveva tutta l'aria di essere stato tirato fuori in fretta e furia da un ripostiglio.
Aveva le molle allentate e mandava un odore di polvere che irritava il naso.
– Ci vorrebbe un divano come si deve, la stanza avrebbe un aspetto più
professionale, – disse la psicologa, – ma per il momento non l'abbiamo trovato. Sa, trattandosi di un'amministrazione pubblica, non allentano facilmente i cordoni della borsa. Mi spiace doverla accogliere in un posto così
disadorno. Ma abbiamo intenzione di apportare dei miglioramenti, vedrà
che la prossima volta troverà tutto cambiato. Per oggi la prego di portare
pazienza.
Sprofondata in quel pezzo d'antiquariato, Mizuki raccontò, cercando di
esporre i fatti con ordine, come le capitasse con frequenza di dimenticare il
proprio nome. La signora Sakaki non faceva domande, non mostrava sorpresa. Non la incoraggiava. Si limitava ad annuire in silenzio ascoltando
attentamente le sue parole con un accenno di sorriso sulle labbra, un sorriso placido come una luna di primavera. Solo ogni tanto aggrottava le sopracciglia, come se riflettesse.
– È stata una buona idea, mettere un braccialetto con il suo nome, – disse finalmente quando Mizuki finì di parlare. – Ha avuto una risposta corretta. Cercare di ridurre nella misura del possibile i disagi effettivi è essenziale. Meglio affrontare il problema concretamente, evitando di sentirsi in
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colpa, di arrovellarsi e perdere la testa. È una persona intelligente lei, sa? E
poi è stupendo, quel braccialetto. Le sta d'incanto.
– E... pensa che il fatto di dimenticare come mi chiamo possa degenerare in qualche grave malattia? – chiese Mizuki.
– Oh, be', non credo. Non ci sono malattie con sintomi iniziali così circoscritti, – rispose la psicologa. – Tuttavia mi preoccupa un po' il fatto che
nell'ultimo anno sia peggiorata. Può anche darsi che il sintomo innesti
qualche altra patologia, oppure che il vuoto di memoria si estenda ad altri
campi... diciamo che c'è questa possibilità. Quindi credo sia meglio trovare
fin da ora l'origine del fenomeno, facendoci qualche bella chiacchierata. A
parte il fatto che dimenticare il suo nome deve causarle non pochi problemi
pratici, sul lavoro.
Per cominciare, la psicologa pose a Mizuki alcune domande sulla sua
vita quotidiana. Da quanti anni era sposata? Quali erano le sue mansioni
presso la concessionaria? Fisicamente si sentiva in forma? Poi la fece parlare un po' della sua infanzia. Si informò sulla sua famiglia, sulla vita scolastica. Sulle cose che le erano piaciute e su quelle che invece non le erano
andate giù. Sulle cose in cui era brava e su quelle in cui non lo era. Mizuki
rispondeva sinceramente ad ogni domanda, con prontezza e precisione.
Era cresciuta in una famiglia come tante. Il padre lavorava in una grande compagnia di assicurazioni. Non erano particolarmente facoltosi, ma
non ricordava che in casa ci fossero mai stati problemi di soldi. Aveva una
sorella maggiore. Il padre era una persona seria, la madre un po' pignola e
rompiscatole. La sorella a scuola era bravissima, ma aveva una mentalità
piuttosto superficiale e opportunista – a detta di Mizuki. Ad ogni modo con
i suoi famigliari andava d'accordo, non c'erano motivi di attrito. Non avevano mai litigato veramente. Quanto a lei, era stata una bambina tranquilla
che non amava farsi notare. Con una salute di ferro – mai una malattia –
ma non per questo brava negli sport. Riguardo al proprio aspetto non aveva
complessi, ma era anche vero che non si aspettava complimenti da nessuno. Non si riteneva una stupida, tutt'altro, eppure non eccelleva in nessun
campo. I suoi voti a scuola erano nella media, ma in graduatoria si faceva
prima a cercare il suo nome partendo dall'alto piuttosto che dal basso. Da
ragazza aveva diverse amiche, ma tutte prima o poi si erano sposate ed
erano andate a vivere in altre zone, e adesso non ne aveva nessuna con cui
si sentisse davvero in confidenza.
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Anche riguardo alla sua vita matrimoniale, non aveva particolari lagnanze
da fare. All'inizio lei e suo marito avevano commesso i tipici errori, ma ora
conducevano insieme una vita soddisfacente. Suo marito era lungi dall'essere
perfetto – era polemico, e in più non aveva alcun gusto nel vestirsi –, ma
aveva anche tante qualità: era gentile, responsabile, pulito, mangiava qualunque cosa gli si mettesse davanti e non si lamentava mai. Sul lavoro Mizuki non aveva problemi nei rapporti personali, andava d'accordo sia con i colleghi che con i superiori, e non sembrava accusare stress. Naturalmente ogni
tanto accadevano cose spiacevoli, ma in un ufficio dove molte persone lavoravano gomito a gomito tutti i giorni, be', era inevitabile, no?
Mentre rispondeva con zelo ad ogni domanda sulla sua vita passata e
presente, Mizuki si meravigliava di quanto fosse banale. A pensarci bene,
nella sua esistenza non c'era un solo elemento drammatico. Se ne avessero
tratto un film, poteva essere solo uno di quei pessimi documentari sull'ambiente che sembrano fatti apposta per conciliare il sonno. Paesaggi piatti e
incolori che si susseguono indefinitamente. Senza cambiamenti di scena,
senza zoom su qualche evento particolare. Nessun entusiasmo, nessuna delusione. Nessun episodio che meriti attenzione. Niente presentimenti o
suggestioni. La cinepresa ogni tanto si ricorda di cambiare leggermente
angolazione, tutto lì. Doveva essere una bella seccatura ascoltare la storia
di una vita così monotona, anche per chi lo faceva per lavoro, pensava Mizuki con un moto di solidarietà verso la psicologa. C'era da aspettarsi che
da un momento all'altro la brava donna si mettesse a sbadigliare. Lei non
ce l'avrebbe fatta a sopportare ogni giorno la recita di litanie del genere, a
un certo punto sarebbe morta di noia.
La signora Sakaki invece stava a sentire con molta attenzione, e ogni
tanto con una biro prendeva qualche appunto. Se le pareva necessario, a
volte poneva qualche domanda, altrimenti si concentrava nell'ascolto, senza intervenire. Quando parlava, però, lo faceva con un tono pacato in cui si
percepiva un profondo interesse, senza il minimo accenno di noia. Al suono di quella voce che aveva una lentezza peculiare, Mizuki si sentiva invadere da uno strano senso di calma. Era forse la prima volta in vita sua che
qualcuno stava a sentirla con tanta partecipazione. Quando la consultazione, passata poco più di un'ora, terminò, ebbe l'impressione di sentirsi alleggerita di un fardello.
– Allora, signora Andō, può venire mercoledì prossimo alla stessa ora?
– le chiese la psicologa con un bel sorriso.
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– Sì, certo che posso venire, – rispose Mizuki. – Se per lei va bene.
– È ovvio. Sempre se a lei non dispiace. Per fare qualche passo avanti,
in queste cose, bisogna parlarne e riparlarne diverse volte. Qui non siamo
alla radio, non è uno di quei programmi dove se la cavano con una risposta
qualunque: «Bene, abbiamo terminato, ora tocca a lei, ce la metta tutta».
Penso che ci vorrà del tempo, ma abitiamo entrambe a Shinagawa, e non
abbiamo fretta.
– Mi dica, le è mai successo qualcosa che avesse un rapporto con i nomi? – le chiese la signora Sakaki la seconda volta. – Con il suo o con quello di un'altra persona. Di un animale che aveva, di un posto dov'è andata.
Non so, un soprannome, qualunque cosa può essere utile. Se ha qualche ricordo anche lontanamente legato a un nome, vorrei che me ne parlasse.
– Qualcosa che ha un rapporto con i nomi?
– Sì. Epiteti, firme, nomignoli... qualunque cosa abbia a che fare con i
nomi, anche la più piccola, non fa niente se le sembra insignificante. Provi
a frugare nella sua memoria.
Mizuki rifletté a lungo.
– No, non riesco a ricordare nessun episodio, – disse poi. – Perlomeno
adesso, così di punto in bianco, non mi viene in mente nulla. Solo... be', sì,
una cosa ci sarebbe. A proposito di un cartellino, di quelli su cui si scrivono i nomi.
– Un cartellino? Benissimo, me ne parli.
– Non era il mio, però. Era il cartellino di un'altra persona.
– Non fa nulla. Vada avanti.
– Come le ho detto la settimana scorsa, le medie e il liceo li ho fatti
presso un istituto privato femminile, – proseguì Mizuki. – La scuola era a
Yokohama, mentre la mia famiglia abitava a Nagoya, quindi ero un'alunna
pensionante, vivevo nel collegio annesso all'istituto. Ogni fine settimana
tornavo a casa, prendevo il treno il venerdì e la domenica sera rientravo in
collegio. Da Yokohama a Nagoya ci vogliono solo due ore, quindi non mi
sentivo particolarmente triste.
La psicologa annuì.
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– Sì, ma anche a Nagoya ci sono delle ottime scuole private femminili,
se non sbaglio, – disse. – Che bisogno c'era di mandarla fino a Yokohama,
allontanandola dalla sua famiglia?
– Perché era stata la scuola di mia madre. Lei ne aveva un ottimo ricordo e desiderava tanto che almeno una delle sue figlie la frequentasse. D'altra parte anch'io ero attratta dall'idea di vivere lontana dai miei genitori.
Era una scuola missionaria, ma l'atmosfera era piuttosto liberale e mi sono
fatta diverse amiche. Venivano tutte da lontano, come me, e anche le loro
madri da ragazze avevano frequentato quella scuola. Per sei anni sono stata
bene, lì, veramente. Anche se la mensa faceva schifo.
La psicologa sorrise.
– Mi ha detto che ha una sorella maggiore, vero? – chiese.
– Sì, ha due anni più di me. Non ho altri fratelli.
– Sua sorella però non ci è andata, in quell'istituto di Yokohama.
– No, lei ha fatto le scuole a Nagoya. È sempre rimasta a casa. Non è il
tipo da andare a vivere lontano. E poi fin da piccola è sempre stata un po'
fragilina... per questo mia madre ha mandato me, benché fossi la minore.
Io sono piuttosto robusta, e per natura sono più indipendente di mia sorella.
Quando ho finito le elementari e mia madre mi ha chiesto se volevo continuare gli studi a Yokohama, ho subito detto di sì. Mi attirava anche l'idea
di prendere il treno per tornare a casa nei fine settimana, pensavo che sarebbe stato divertente.
– Scusi se l'ho interrotta, – disse la psicologa, sempre col sorriso sulle
labbra. – Prego, continui pure.
– Nel collegio, la regola era che stessimo due per stanza, solo all'ultimo
anno, in terza liceo, avevamo ognuna la propria. L'episodio di cui parlavo è
successo appunto quando ero in terza. In quanto senior, ero stata eletta rappresentante delle allieve interne. All'ingresso del collegio c'era un pannello
dov'erano esposti dei cartellini con il nome delle alunne, ognuna aveva il
suo. Su un lato il nome era scritto in nero, sull'altro in rosso. Quando uscivamo dovevamo girare il nostro cartellino dalla parte rossa; al ritorno occorreva rimetterlo com'era. Insomma, se il nome era scritto in nero voleva
dire che la ragazza era nel collegio, se era rosso voleva dire che era uscita.
Se poi eravamo assenti per un certo periodo, durante le vacanze per esempio, il cartellino veniva tolto. Le allieve lavoravano a turno nella portineria
all'ingresso, così quando arrivava una telefonata per una delle ragazze, ba327
stava gettare un'occhiata al pannello per capire se c'era o no. Era un sistema
molto pratico.
La psicologa fece un piccolo cenno di incoraggiamento.
– È successo una sera di ottobre. Mancava poco all'ora di cena, ero nella
mia stanza che facevo i compiti per l'indomani, quando è venuta a trovarmi
Matsunaka Yūko, una ragazza che frequentava la seconda liceo. Era senza
dubbio la più bella della scuola e tutte la chiamavano Yukko. Aveva la pelle chiara, i capelli molto lunghi e un viso dai tratti delicati come quelli di
una bambola. I genitori erano proprietari di una vecchia locanda tradizionale nella regione di Kanazawa, e avevano parecchi soldi. Io Yukko non la
conoscevo bene perché aveva un anno meno di me, ma avevo sentito dire
che a scuola era brava. Insomma era una che spiccava sulle altre. Molte
delle ragazze più giovani la idolatravano. Lei però non si dava arie, per
nulla, ed era piuttosto riservata: una persona tranquilla che non esprimeva
facilmente i propri sentimenti. Simpatica sì, ma un po' chiusa. Perlomeno
dava quest'impressione. Forse era ammirata, ma non credo che avesse delle
amiche intime.
Mizuki era seduta alla scrivania della propria stanza – la radio diffondeva musica a basso volume – quando aveva sentito bussare leggermente alla
porta. Aveva aperto e si era vista davanti Matsunaka Yūko.
– Scusa, vorrei parlarti un momento, ti disturbo? – chiese la ragazza,
che indossava un paio di jeans e una maglia aderente a collo alto.
– No, prego, – rispose Mizuki, benché fosse piuttosto sorpresa. – Entra
pure, non stavo facendo niente di speciale –. Fino ad allora non aveva mai
parlato a quattr'occhi con Yukko e non si aspettava certo di vederla arrivare
in camera sua. Le offrì una sedia e le preparò un tè, versando dal thermos
acqua calda in una tazza dove aveva messo una bustina.
– Sei mai stata invidiosa, tu? – le chiese senza preamboli Yukko.
Mizuki trovò strana quella domanda improvvisa, ma ci pensò un po' su.
– No, non credo, – rispose.
– Nemmeno una volta?
Mizuki scosse la testa.
– Non che me ne ricordi in questo momento, perlomeno. Invidiosa... invidiosa di che, per esempio?
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– Metti che tu sia innamorata di un ragazzo, e lui invece sia innamorato
di un'altra. Oppure che desideri assolutamente una cosa, e questa cosa invece se la prenda qualcun altro. O anche che tu faccia sforzi tremendi per
ottenere un risultato, e un'altra persona ci arrivi facilmente, come niente
fosse... questo genere di sentimento, insomma.
– No, ho l'impressione che non mi sia mai successo, – disse Mizuki.
– A te sì?
– Sempre, in continuazione.
A quelle parole Mizuki rimase a bocca aperta. Cos'altro poteva desiderare, quella ragazza, oltre a tutto quello che già aveva? Era bella, ricca, a
scuola i risultati erano ottimi, aveva successo... I suoi genitori le volevano
bene, e aveva anche sentito dire che usciva con un ragazzo molto carino,
uno studente universitario con cui si vedeva spesso nei fine settimana. Cosa poteva volere di più? C'era da non crederci.
– Ma per che cosa provi invidia? Puoi farmi un esempio? – chiese.
– Senti, non vorrei entrare nei dettagli, se possibile, – rispose Yukko
scegliendo con cura le parole. – Mi sembra che non abbia senso mettermi a
raccontare adesso ogni cosa nei particolari. Volevo soltanto domandarti,
già da molto tempo, se capiti anche a te di provare invidia o gelosia.
– Era da molto che volevi domandarmelo?
– Sì.
Mizuki non ci capiva niente. Ad ogni modo decise di rispondere francamente.
– No, credo di non aver mai provato qualcosa del genere. Il perché non
lo so, e può anche darsi che sia strano. Sai, il fatto è che non ho tanta fiducia in me stessa, non mi aspetto di poter ottenere tutto quello che voglio,
anzi, direi piuttosto che ho un sacco di frustrazioni. Ma non per questo sono invidiosa delle altre persone, o perlomeno non credo di esserlo particolarmente. Chissà come mai...
Sulle labbra di Yukko affiorò un lieve sorriso.
– Sai, l'invidia credo non abbia niente a che fare con le condizioni reali,
oggettive in cui ci si trova. Non è che uno non è invidioso perché è stato
favorito dalla sorte, mentre lo diventa se è stato sfortunato. Non funziona
così. È come un tumore che si forma a nostra insaputa nel nostro corpo e
va espandendosi sempre più, senza una ragione. E anche se ne siamo a co329
noscenza, non abbiamo modo di fermarlo. I tumori mica risparmiano le
persone fortunate e colpiscono quelle sfortunate, no? È la stessa cosa.
Mizuki ascoltava in silenzio. Era molto raro che Matsunaka Yūko si
esprimesse con frasi così lunghe.
– È difficile spiegare cosa sia l'invidia a qualcuno che non l'ha mai provata. Tutto quello che si può dire, è che vivere giorno dopo giorno con
questo sentimento non è piacevole. È come stare dentro un piccolo inferno.
Se non l'hai mai provato, puoi ritenerti davvero fortunata.
Dette quelle parole, Yukko tacque. Guardava Mizuki dritto in faccia,
sempre con quell'accenno di sorriso sulle labbra. «Che viso stupendo!»
pensò di nuovo Mizuki. Aveva anche un bel fisico, e un magnifico seno.
Chissà come ci si sentiva quando si nasceva così, una bellezza mozzafiato
che faceva voltare la gente per la strada? Non riusciva neppure a immaginarlo. Era qualcosa di cui andare fiera, di cui rallegrarsi? Oppure comportava anche tante angosce?
Ad ogni modo, stranamente, lei non era stata mai invidiosa di Yukko,
nemmeno una volta.
– Sto tornando a casa per il funerale di un mio parente cui è successa
una disgrazia, – proseguì Yukko guardandosi le mani che teneva sulle ginocchia. – Ho già avuto il permesso dalla direttrice. Lunedì mattina sarò di
ritorno, ma nel frattempo volevo chiederti di tenermi il cartellino, se puoi.
Così dicendo Yukko estrasse dalla tasca il biglietto con il proprio nome
e lo porse a Mizuki.
– Figurati, nessun problema, – rispose lei, benché fosse perplessa. – Ma
perché vuoi che lo tenga io? Basta che lo metti in un cassetto della tua
scrivania.
Matsunaka Yūko la fissò in modo ancora più intenso di prima. Sotto
quello sguardo insistente, Mizuki si sentiva a disagio.
– Questa volta vorrei che lo tenessi tu, – disse la ragazza in tono deciso.
– C'è una cosa che mi preoccupa, e non voglio lasciarlo in camera mia.
– Va bene, – disse Mizuki.
– Attenta che una scimmia non lo rubi mentre non ci sei, – aggiunse
Yukko. Strano, non aveva l'abitudine di scherzare.
– Tranquilla, qui di scimmie non ne entrano, – rispose Mizuki in tono
allegro. Poco dopo Yukko uscì dalla stanza, lasciandosi dietro il cartellino,
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la tazza di tè che non aveva nemmeno toccato e un inspiegabile senso di
vuoto.
– Il lunedì, Matsunaka Yūko non rientrò in collegio, – disse Mizuki alla
psicologa. – La direttrice, preoccupata, telefonò ai genitori, e venne a sapere che la ragazza non era tornata a casa. Nessuno dei suoi parenti era morto, né c'erano stati funerali. Insomma, aveva inventato una storia e se n'era
andata. Il suo cadavere venne ritrovato alla fine della settimana successiva,
me lo dissero quando rientrai da Nagoya la domenica sera. Si era suicidata.
Era andata nel folto di un bosco, si era tagliata le vene con una lama ed era
morta dissanguata. Nessuno riusciva a capire perché lo avesse fatto. Non
aveva lasciato un messaggio d'addio, né venivano in mente delle ragioni
plausibili. La ragazza che condivideva la stanza con Yukko disse che non
aveva notato in lei nulla di insolito. Era del tutto normale e non sembrava
preoccupata per qualche motivo. È morta così, senza dire niente a nessuno.
– Sì, ma perlomeno a lei voleva comunicare qualcosa, non crede? – disse la psicologa. – Per questo è venuta nella sua stanza, le ha dato il cartellino e le ha parlato dell'invidia.
– Certo, è vero. Infatti, ripensandoci dopo, mi sono chiesta se Yukko
non avesse voluto sfogarsi prima di morire. Sul momento però non mi è
sembrata una cosa tanto grave.
– E ha raccontato a qualcuno di quella visita che ha preceduto di poco la
sua morte?
– No, a nessuno.
– Come mai?
Mizuki prese un'espressione perplessa.
– Be', mi sono detta che raccontando una cosa del genere, rischiavo di
creare ancora maggior confusione. Nessuno avrebbe capito, non sarebbe
servito a nulla.
– Vuol dire che secondo lei quel profondo e costante sentimento di invidia può essere stato la causa del suicidio?
– Sì. Se ne avessi parlato, avrei solo ottenuto di essere guardata con diffidenza. Perché una ragazza come Yukko avrebbe dovuto invidiare qualcuno? In quel momento tutti erano nervosi e agitati, ho pensato che la cosa
migliore fosse starmene zitta. Lei ha presente qual è l'atmosfera in un col331
legio di ragazze? Parlare, in quel momento, sarebbe stato come accendere
un fiammifero in una stanza satura di gas.
– E cos'ha fatto di quel cartellino?
– Ce l'ho ancora. In fondo a un armadio, dentro una scatola. L'ho messo
lì insieme al mio.
– Perché ha continuato a tenerlo per tutto questo tempo?
– Con la confusione che regnava in quel momento nella scuola, non ho
avuto occasione di restituirlo. Poi, più passavano i giorni più diventava difficile consegnarlo così, come se niente fosse. Però non me la sentivo neppure di buttarlo via, forse Yukko voleva che lo conservassi per sempre. Per
questo era venuta nella mia stanza a darmelo, prima di suicidarsi. Anche se
non capisco perché abbia scelto proprio me.
– Sì, è strano. In fin dei conti non eravate tanto in confidenza.
– Be', vivevamo insieme in un collegio piuttosto piccolo, e ci conoscevamo, ci salutavamo, a volte abbiamo anche scambiato qualche parola. Ma
non abbiamo mai parlato di cose personali, in fin dei conti io ero un anno
avanti a lei. Può darsi che sia venuta da me solo perché ero la rappresentante delle interne, – disse Mizuki. – Non riesco a immaginare un altro motivo.
– Oppure Matsunaka Yūko, per una ragione che ignoriamo, era attratta da lei.
– Questo non lo so proprio.
Per alcuni secondi la signora Sakaki osservò in silenzio il viso di Mizuki, come se vi cercasse qualcosa.
– Comunque, a prescindere da questo episodio, – riprese, – lei sul serio non
ha mai provato invidia nei confronti di nessuno? Mai una volta in vita sua?
Mizuki fece una pausa.
– No, – rispose poi. – No, non credo.
– Questo significa che lei non capisce in cosa consista l'invidia?
– Grosso modo lo capisco. Perlomeno capisco cosa può causarla. Ma
non mi rendo conto di cosa si provi concretamente. Se sia una sensazione
forte, quanto duri... quanto faccia soffrire... Tutto questo non lo so.
– È vero, – disse la psicologa. – Si fa presto a dire invidia, ma l'invidia
ha diversi gradi di intensità. Come tutti i sentimenti umani. Quando è leggera la gente la chiama in tanti modi, ma in maggiore o minor misura la
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provano tutti nella vita quotidiana. Quando un collega viene promosso
prima di noi, quando un compagno di classe diventa il beniamino dell'insegnante... se un vicino di casa vince alla lotteria... Questa è un'invidia molto
comune, semplice irritazione per quella che ci sembra un'ingiustizia. Nella
psiche umana direi che è una cosa del tutto normale. Non ha mai provato
nemmeno questo tipo di invidia? Non ha mai pensato, di qualcuno, beato
lui o beata lei?
Mizuki ci pensò un po' su.
– No, mi sembra proprio di no. Neanche una volta. Ovviamente ho conosciuto molta gente più fortunata di me. Ma non è mai stato un motivo
per sentirmi invidiosa, ogni persona è diversa dall'altra...
– E visto che le persone sono tutte diverse, fare paragoni non ha senso?
– Forse. Credo che le cose stiano così.
– Mmh, interessante, – disse la psicologa incrociando le dita sopra la
scrivania. Nel suo placido tono di voce c'era una sfumatura di divertimento. – Be', comunque sia, finora ho parlato dell'invidia leggera. Però c'è anche quella profonda, e il discorso si fa complicato. È qualcosa che si insedia saldamente nel cuore, come un parassita, e in certi casi diventa un cancro che rode l'anima. Esattamente come diceva quella sua compagna. A
volte può anche portare alla morte. Perché non la si può controllare, e la vita diventa a tutti gli effetti un inferno.
Tornata a casa, Mizuki tirò fuori dall'armadio la grossa scatola di cartone chiusa col nastro adesivo. I due cartellini che vi aveva messo – il suo e
quello di Matsunaka Yūko – dovevano essere ancora lì, infilati in una busta. La scatola era piena di vecchie cose conservate per ricordo: letterine
scritte alle elementari, diari, album di fotografie, pagelle... tutto cacciato
dentro alla rinfusa. Si era sempre ripromessa di mettere ordine, in quella
scatola, ma tra una cosa e l'altra non aveva mai trovato il tempo, e se l'era
portata dietro così com'era di trasloco in trasloco. La busta con i cartellini
però non c'era. Mizuki estrasse il contenuto oggetto per oggetto, guardò
bene ovunque, ma della busta non trovò traccia. Non ci poteva credere. Ricordava di aver gettato un'occhiata nella scatola poco dopo essere venuta
ad abitare in quell'appartamento, e di aver visto la busta in quell'occasione.
«Ma guarda, ho ancora quei cartellini», aveva pensato con profondo turbamento. Poi aveva sigillato la scatola e da allora non l'aveva più toccata.
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Quindi la busta doveva esserci. Non c'erano altre possibilità. Dov'era andata a finire?
Ad ogni modo, da quando aveva preso l'abitudine di andare una volta alla settimana al Centro di sostegno a parlare con la signora Sakaki, il fatto
di dimenticare il proprio nome non la preoccupava più tanto. La cosa continuava a succederle con la stessa frequenza di prima, ma perlomeno la situazione non peggiorava, e non le capitava mai di scordare altro. E grazie
al braccialetto riusciva a cavarsela senza imbarazzo. Al punto che quelle
occasionali dimenticanze finirono col sembrarle eventi naturali della vita.
Mizuki non aveva parlato al marito delle sue visite al Centro di sostegno. Non che volesse tenergliele nascoste, ma spiegargli ogni cosa nei particolari sarebbe stata una seccatura tremenda. Perché di sicuro ad ogni seduta le avrebbe chiesto un racconto dettagliato. Inoltre, che fastidio poteva
dare a lui, concretamente, il fatto che lei dimenticasse il proprio nome e si
recasse al municipio una volta alla settimana a consultare una psicologa?
La spesa era insignificante. Anche alla signora Sakaki Mizuki non rivelò
tutto, non le disse di non aver trovato i due cartellini con i nomi, per quanto
li avesse cercati. Tanto non pensava che potessero avere un qualche significato per le sedute.
Passarono così due mesi. Ogni mercoledì Mizuki andava al terzo piano
del municipio di Shinagawa per parlare con la psicologa. Le persone che
andavano a consultarla erano aumentate, e la durata dei colloqui si era ridotta da sessanta a trenta minuti, ma essendo ormai abituate l'una al ritmo
dell'altra, riuscivano a sfruttare al meglio quella mezz'ora. C'erano volte in
cui Mizuki avrebbe voluto dilungarsi un po', ma per una spesa così modesta non poteva chiedere troppo.
– Con oggi ha già fatto nove sedute... – le disse un mercoledì la signora
Sakaki, cinque minuti prima dello scadere del tempo. – La frequenza con
cui dimentica il suo nome non è diminuita, ma al momento neppure aumentata, vero?
– No, non è aumentata, – rispose Mizuki. – Mi sembra che la situazione
sia stabile.
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– Magnifico, magnifico, – disse la psicologa. Poi rimise nel taschino
della giacca la biro nera che teneva in mano e incrociò saldamente le dita
sopra la scrivania. A quel punto fece una pausa.
– Può anche darsi... – riprese poco dopo, – che la settimana prossima, se
torna a trovarmi, possiamo fare un grosso passo avanti riguardo al problema di cui abbiamo discusso finora. Ripeto, è solo una possibilità.
– Riguardo al fatto che dimentico il mio nome?
– Sì. Se tutto va bene, forse sarò in grado di determinare concretamente
una causa, e di mostrargliela.
– Vuol dire... il motivo per cui mi succede?
– Per l'appunto.
Mizuki non comprendeva bene il significato di quelle parole.
– Cosa intende con «concretamente»... che è qualcosa che si vede?
– Certo. Certo, qualcosa che si vede, – ripeté la psicologa strofinandosi
le mani con aria soddisfatta. – È possibile che possa mostrarglielo posato
su un vassoio. «Ecco qui, guardi!» Però mi spiace, ma fino alla settimana
prossima non posso dirle nulla di più preciso. E a questo stadio non posso
nemmeno assicurarle che la cosa funzioni. Per il momento è solo una speranza. Ma se le cose andranno come mi auguro, le darò tutte le spiegazioni
del caso.
Mizuki annuì.
– Comunque, quello che vorrei dirle, – continuò la psicologa, – è che se
finora ci sono stati progressi e regressioni, adesso stiamo decisamente
avanzando verso una soluzione. D'altronde, non si dice che nella vita di solito si fanno tre passi avanti e due indietro? Non si deve preoccupare. Andrà tutto bene, si fidi di me, di questa vecchia Sakaki. L'aspetto la settimana prossima, mi raccomando. Non dimentichi di prenotare alla reception.
Così dicendo, la psicologa le strizzò l'occhio.
Il mercoledì seguente, quando all'una si recò al Centro di sostegno, Mizuki trovò la signora Sakaki seduta alla sua scrivania, un sorriso più largo
del solito sulla faccia.
– Ho scoperto il motivo per cui scorda sempre il suo nome, – le annunciò
la donna in tono trionfante. – E credo di avere anche trovato la soluzione.
– Cioè... può fare in modo che d'ora in poi io non lo dimentichi?
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– Esattamente. Vedrà che non le succederà più. Perché ho capito la causa del problema, e anche il modo di risolverlo.
– E quale sarebbe, questa causa? – chiese Mizuki, fiduciosa solo a metà.
La signora Sakaki estrasse dalla borsa di vernice nera accanto a sé qualcosa e lo posò sulla scrivania.
– Credo che questi le appartengano, – disse.
Mizuki si alzò dal divano e si avvicinò. Sul ripiano della scrivania vide
due cartellini: su uno c'era scritto Ōzawa Mizuki, sull'altro Matsunaka
Yūko. Sbiancò in viso. Tornò verso il divano e vi si lasciò cadere. Per lunghi secondi non riuscì a dire nulla. Teneva le mani schiacciate contro la
bocca, come per impedire che ne uscissero parole inopportune.
– Capisco che lei sia sorpresa, – disse la signora Sakaki. – Ma non si
preoccupi. Adesso le spiego tutto per bene, dunque stia tranquilla. Non c'è
nulla da temere.
– Sì, ma non...
– Non capisce perché io sia in possesso di questi cartellini, che risalgono ai tempi del suo collegio?
– Infatti. Io...
– Le sembra assurdo, vero?
Mizuki annuì.
– Li abbiamo recuperati per lei, – disse la psicologa. – Le erano stati rubati, per questo non riusciva più a ricordare il suo nome. Quindi, se voleva
ritrovarlo, doveva assolutamente tornare in possesso dei due cartellini.
– Ma chi è che...
– Chi è entrato in casa sua e li ha rubati? E a che scopo? Senta, adesso
invece di mettermi qui a spiegarle quello che è accaduto, credo sia meglio
che lo chieda lei direttamente al ladro.
– Perché, il ladro è qui? – chiese Mizuki sbalordita.
– Certo. L'abbiamo preso, e abbiamo recuperato i cartellini. È ovvio che
non sono stata io a prenderlo, sono stati mio marito e un suo sottoposto.
Gliel'ho detto che mio marito è il direttore dei lavori pubblici del Comune
di Shinagawa, no?
Di nuovo Mizuki annuì, anche se continuava a non capirci niente.
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– Bene, venga con me per favore. La porto dal ladro. Così potrà dirgli in
faccia quello che si merita.
Mizuki seguì la signora Sakaki fuori dalla sala di consultazione, lungo il
corridoio e in ascensore. Scesero al primo piano interrato. Qui percorsero
un altro corridoio deserto e si fermarono davanti all'ultima porta in fondo.
La signora Sakaki bussò.
– Avanti, – disse una voce maschile. La psicologa aprì.
Nella stanza c'erano due uomini, uno alto e magro sulla cinquantina e
uno robusto sui venticinque anni, entrambi in abiti da lavoro color caffè. Il
più vecchio aveva sul petto una targhetta su cui c'era scritto Sakaki, mentre
sulla targhetta dell'altro si leggeva Sakurada. Sakurada aveva in mano uno
sfollagente nero.
– Lei è la signora Andō, vero? – chiese il primo. – Io sono Sakaki Yoshio, il marito della sua psicologa. Sono direttore dei Lavori pubblici qui al
Comune di Shinagawa. Questo è Sakurada, del mio dipartimento.
– Molto lieta, – disse Mizuki.
– Quella lì cosa fa? Si è calmata? – chiese la signora Sakaki al marito.
– Sì, alla fine si è data per vinta, – rispose il marito. – Sakurada, qui, è
da stamattina che la tiene d'occhio. Non ha creato problemi, a quanto pare.
– Esatto. È rimasta tranquilla, – confermò il giovane con aria un po'
delusa. – Se si fosse agitata, pensavo di darle una lezione, ma non è stato
necessario.
– Sakurada era capitano della squadra di karate all'università, è uno dei
nostri ragazzi più promettenti, – fece Sakaki.
– Sì, ma... insomma, chi è stato a intrufolarsi in casa mia per rubarmi
quei cartellini? – chiese Mizuki.
– Giusto, è il momento di presentarle il ladro, – disse la psicologa.
Sakurada andò ad aprire un'altra porta in fondo alla stanza. Poi pigiò
l'interruttore della luce sulla parete. Si guardò attorno per ispezionare la seconda stanza e si voltò verso gli altri.
– Sembra tutto tranquillo, potete entrare, – disse.
Andò avanti il signor Sakaki, seguito dalla moglie. Mizuki entrò per ultima. Era una stanza molto piccola, sembrava quasi un ripostiglio. Mobili
non ce n'erano, a parte una sedia. Su quella sedia era seduta una scimmia.
Piuttosto grossa, in verità. Non alta quanto una persona adulta, ma più di
337
un bambino delle elementari. Aveva il pelo più lungo di quello del comune
macaco giapponese, e chiazzato di grigio qua e là. Impossibile dire che età
avesse, ma di sicuro non era giovane. Le zampe anteriori e posteriori erano
legate alla sedia di legno con una corda sottile e la coda penzolava mollemente fino al suolo. Quando vide entrare Mizuki, l'animale le gettò un'occhiata, poi tornò a guardare per terra.
– Una scimmia? – chiese lei.
– Esatto, – rispose la psicologa. – Questa scimmia ha portato via da casa
sua i cartellini dei nomi.
«Attenta che una scimmia non lo rubi mentre non ci sei», aveva detto
Matsunaka Yūko. Allora non era stato uno scherzo. Aveva previsto
quell'eventualità. Mizuki senti un brivido freddo percorrerle la schiena.
– Ma come ha fatto a...?
– Come ho fatto a capirlo? – anticipò la signora Sakaki. – Be', è il mio
mestiere. Gliel'ho detto fin dall'inizio, no? Sono una psicologa qualificata e
ho una lunga esperienza. Le apparenze ingannano. Se svolgo un lavoro mal
pagato presso il Comune, quasi una forma di volontariato, non vuol dire
che in quanto analista valgo meno dei colleghi che hanno studi lussuosi.
– Certo, certo, questo lo so. Sono semplicemente stupita che...
– Fa lo stesso, fa lo stesso. Stavo scherzando, – disse ridendo la signora
Sakaki. – Se devo essere sincera, come psicologa sono una voce fuori dal
coro. Per questo non vado tanto d'accordo con le accademie e le associazioni di categoria. Preferisco lavorare per diletto in posti come questo, è
più nel mio carattere. Come può constatare, i miei metodi non sono molto
ortodossi.
– Efficaci, però, – intervenne in tono convinto il marito.
– Allora è stata questa scimmia a rubare i cartellini?
– Esatto. Si è intrufolata nel suo appartamento, ha tirato fuori dall'armadio la scatola e li ha presi. Circa un anno fa. È verso quel periodo che lei ha
cominciato a dimenticare il suo nome, giusto?
– Esatto, più o meno in quel periodo.
– Mi dispiace sinceramente, – disse allora la scimmia, intervenendo per
la prima volta. Aveva una voce bassa e tesa, ma non priva di una certa musicalità.
– Ma parla! – esclamò Mizuki al colmo dello stupore.
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– Sì, parlo, – disse la scimmia senza quasi cambiare espressione. – E ci
sono altre cose per le quali devo chiederle scusa. Quando le ho rubato i
cartellini con i nomi, ho preso anche due banane. Avevo intenzione di limitarmi ai cartellini, ma avevo fame, e anche se sapevo benissimo di fare male, è stato più forte di me, ho afferrato le due banane che erano sul tavolo e
le ho mangiate. Avevano un'aria così appetitosa...
– Che impudente! – esclamò Sakurada battendo lo sfollagente nero contro il palmo della mano. – Può darsi che abbia rubato anche altre cose.
Vuole che la metta un po' sotto torchio?
– Piano, piano, – intervenne Sakaki.– Delle banane ha parlato di sua
spontanea volontà, è stata sincera. E poi non sembra viziosa. Aspettiamo di
sapere qualcosa in più. E soprattutto evitiamo la brutalità. Se si sparge la
voce che qui al municipio è stato maltrattato un animale, apriti cielo!
– Perché hai preso quei cartellini? – chiese Mizuki alla bestia.
– Perché sono una scimmia che ruba i nomi, – rispose lei. – È la mia
malattia. Se vedo un nome, non resisto alla tentazione di prenderlo. Non
tutti i nomi, naturalmente. Solo quelli che mi affascinano. Soprattutto i
nomi di persone, è più forte di me. Quando ce n'è uno che mi piace, mi intrufolo nella casa e lo rubo. So bene che non dovrei, ma non riesco a correggermi.
– Allora eri tu che cercavi di prendere il nome di Matsunaka Yūko,
quando eravamo in collegio!
– Sì. Adoravo Yūko. Non credo che una scimmia abbia mai amato tanto
qualcuno. Però non potevo farla mia, non era un sogno realizzabile, in fin
dei conti sono solo un animale. Così avevo deciso di impossessarmi del
suo nome, a tutti i costi. Almeno del nome. Sarebbe bastato per colmarmi il
cuore di felicità. Cos'altro potevo desiderare, essendo ciò che sono? Prima
che potessi realizzare il mio sogno, però, lei si è tolta la vita.
– Non vorrei mai che il suo suicidio avesse qualche rapporto con la tua
presenza.
– No, no, – disse la scimmia scuotendo forte la testa. – Non è così. Io
non c'entro assolutamente nulla col suo suicidio. Yūko era in preda alle tenebre che le attanagliavano il cuore, non aveva via d'uscita. Nessuno
avrebbe potuto salvarla, credo.
– Sì, ma come sei venuta a sapere che il cartellino col suo nome l'avevo
io? E perché l'hai capito solo di recente?
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– Be', mi lasci spiegare, è una lunga storia. Quando Yūko è morta, ho
subito cercato di impossessarmi del cartellino. Però non l'ho trovato, era
scomparso. E nessuno sapeva dove fosse. Mi sono fatta in quattro per trovarlo, ho rovistato ovunque. Tutto inutile. All'epoca non mi è nemmeno
venuto in mente che Yūko l'avesse consegnato a lei. Perché, alla fin fine,
non eravate molto amiche.
– Questo è vero, – ammise Mizuki.
– Poi un giorno ho avuto una specie di rivelazione. «Vuoi vedere che
l'ha dato a Ōzawa Mizuki?», mi sono detta. Questo è successo nella primavera dell'anno scorso. Per rintracciarla, scoprire che nel frattempo si era
sposata, aveva preso il nome di Andō e viveva nel quartiere di Shinagawa,
ci ho messo un bel po' di tempo. Perché essere una scimmia è un grosso
svantaggio, in questo tipo di ricerche. Così sono arrivata a intrufolarmi in
casa sua.
– Ma perché hai preso anche il mio cartellino? Non ti bastava quello di
Yūko? Mi hai messo nei guai. Non ricordavo più il mio nome.
– Sono davvero mortificata, – disse la scimmia chinando la testa con
aria contrita. – Quando vedo un nome che mi affascina, mi prende l'impulso irresistibile di portarlo via. Mi vergogno moltissimo a dirlo, ma anche il
suo nome, Ōzawa Mizuki, mi fa battere forte il cuore. Come le ho spiegato,
è una malattia. Non riesco a controllarmi. So che non dovrei, eppure allungo la mano, è un attimo. Le chiedo sinceramente perdono per averle arrecato tanto disturbo.
– Questa scimmia viveva nelle fognature del quartiere, – disse la signora
Sakaki. – Così mio marito ha chiesto ad alcuni dipendenti più giovani di
catturarla. Sa, in quanto direttore dei Lavori pubblici, lui gestisce anche la
rete fognaria. Una circostanza che capitava a proposito.
– Il merito della cattura va soprattutto al nostro Sakurada qui, che è stato
molto efficiente, – disse Sakaki.
– Quando un elemento sospetto si nasconde nelle fognature, noi dei Lavori pubblici dobbiamo intervenire, a qualunque costo, – disse Sakurada
con aria trionfante. – Questa qui si era fatta una tana dalle parti di Takanawa, e da lì seguendo i canali sotterranei si spostava in vari punti della città.
– Perché a Tōkyō non possiamo vivere da nessuna parte, – intervenne la
scimmia. – Gli alberi scarseggiano, e durante il giorno è impossibile trovare un po' d'ombra. Se saliamo in superficie, tutti ci danno la caccia e cerca340
no di catturarci. I bambini ci tirano addosso biglie e ci sparano con i fucili
a pallini. Cani enormi con collari chiodati ci corrono dietro. Se ci arrampichiamo sugli alberi, arrivano i reporter della televisione a illuminarci con i
riflettori. Non c'è un posto dove noi scimmie possiamo starcene in pace.
Per questo dobbiamo rifugiarci nelle fognature. Perdonatemi, vi prego.
– Ma lei, signora Sakaki, come faceva a sapere che quest'animale si nascondeva là sotto? – chiese Mizuki alla psicologa.
– Per due mesi l'ho ascoltata attentamente, e poco a poco tante cose mi
sono diventate chiare. Come quando la nebbia si dissipa, – rispose la donna. – Ho capito che c'era lo zampino di qualche creatura che aveva l'abitudine di rubare i nomi, e che quella creatura si rintanava nel sottosuolo. E
quando si parla del sottosuolo di una città, ci sono solo due possibilità: la
metropolitana e la rete fognaria. Così ho provato a chiedere a mio marito.
Gli ho detto: «Credo che qualcuno, non un essere umano però, sia venuto a
vivere qui sotto, nelle fognature. Perché non date un'occhiata, voialtri?» E
avevo ragione, è saltata fuori questa scimmia.
Per qualche secondo Mizuki rimase senza parole.
– Sì, ma da quello che le ho detto, come ha fatto a capire tutto questo? – chiese.
– Forse non spetta a me dirlo, essendo il marito, – intervenne il signor
Sakaki con un'espressione grave sul viso, – ma mia moglie è dotata di poteri eccezionali. In questi ventidue anni di matrimonio ne sono stato testimone innumerevoli volte. Per questo ho mosso mari e monti per farle aprire
questo Centro di sostegno qui al Comune. Sapevo che se avesse avuto un
posto dove far valere il suo talento, gli abitanti di Shinagawa avrebbero
avuto soltanto da guadagnarci. Sono davvero felice che questo caso dei
cartellini rubati sia stato risolto. Ora mi sento più tranquillo.
– E adesso cosa succederà a questa scimmia? – domandò Mizuki.
– Non si può lasciarla vivere, – rispose con decisione Sakurada. – Una
volta che prendono un vizio, non la smettono più. Non ascolti quello che
dice, prima o poi commetterà di nuovo lo stesso crimine da qualche altra
parte. Dobbiamo abbatterla, è la cosa migliore. Una bella iniezione di disinfettante concentrato, e ce ne liberiamo in pochi secondi.
– Piano, piano, – disse Sakaki. – Se si viene a sapere che abbiamo ucciso un animale, qualunque sia la ragione, di sicuro ci piovono addosso proteste da ogni parte e finiamo nei guai. Non ricorda il pandemonio che è
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successo l'altra volta, quando abbiamo catturato tutti quei corvi e li abbiamo sterminati? Vorrei evitare altre frizioni.
– Vi prego, non uccidetemi, – disse la scimmia chinando la testa con
aria avvilita. – Perché non faccio soltanto danni. Ho agito male, lo riconosco. Ho causato problemi a voi, egregi esseri umani. Però c'è anche un
aspetto positivo, nel mio operato. Non lo dico per giustificarmi.
– Quale lato positivo ci può essere nel rubare il nome alle persone? Forza, spiegati, – ingiunse il direttore dei Lavori pubblici in tono perentorio.
– Sì, ecco. È vero. Rubo i nomi. Al tempo stesso però porto via parte
degli elementi negativi associati a quei nomi. Non per vantarmi, ma se
all'epoca fossi riuscita a impossessarmi del nome di Matsunaka Yūko, forse lei non si sarebbe tolta la vita. È solo una supposizione, intendiamoci,
ma...
– Perché lo pensi? – chiese Mizuki.
– Perché forse sarei riuscita a portare via, insieme al suo nome, parte
delle tenebre che lei aveva nel cuore. A portarle con me nel mondo sotterraneo.
– Sono solo scuse, – intervenne Sakurada. – Chi credi che se le beva? Ti
stai spremendo il cervello perché ne va della tua pelle, furbastra.
– No, può darsi che non sia così. Può darsi che ci sia del vero in quello
che dice, – si intromise la signora Sakaki, che per un po' era rimasta a riflettere a braccia conserte. Poi si rivolse alla scimmia:
– Quando rubi i nomi, insieme agli elementi positivi devi prendere anche quelli negativi?
– Sì, per forza, – rispose la scimmia. – Non ho scelta. Se al nome sono
associati fattori negativi, noi scimmie dobbiamo accettare anche quelli.
Accettare tutto quanto in blocco. Vi supplico, non uccidetemi. Sono una
scimmia con un brutto vizio, è vero, ma ho anche dei lati che possono tornare utili a tutti.
– Allora dimmi: quali elementi negativi c'erano nel mio nome? – domandò Mizuki.
– È qualcosa che non vorrei rivelare proprio a lei, – rispose la scimmia.
– Parla, per piacere, – insistette Mizuki. – Se me lo dici con onestà,
prometto che ti perdono. E chiederò alle persone qui presenti di chiudere
un occhio.
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– Sul serio?
– Se questa scimmia mi dirà sinceramente di cosa si tratta, fatemi il favore di scusarla, – disse Mizuki rivolta al signor Sakaki. – Non è poi tanto
cattiva, e si è già presa una bella lezione. Quindi lasciatela parlare, poi magari potete portarla sul monte Taka e liberarla, non credo che farà ancora
del male.
– Se per lei va bene così, io non ho obiezioni, – disse Sakaki. Poi si voltò verso la scimmia:
– Ehi, tu! Se ti liberiamo, giuri di non tornare più in città?
– Sì, signor direttore. Non ci tornerò mai più. Non darò più fastidio a
nessuno e la smetterò di nascondermi nelle fognature. Ormai non sono più
tanto giovane nemmeno io, e questa è una buona occasione per cambiare
vita, – promise la scimmia con un'espressione sottomessa.
– Per essere sicuri, perché non la marchiamo a fuoco sul sedere, in modo da riconoscerla subito? – propose Sakurada. – Dovremmo avere un saldatore con il marchio del Comune di Shinagawa, da qualche parte.
– No, vi prego, non lo fate! – strillò l'animale, già con le lacrime agli
occhi. – Se avrò un marchio sul sedere, le altre scimmie si metteranno in
allarme e non mi accetteranno più. Racconterò tutto quello che so, ma non
segnatemi col fuoco.
– Va be', lasciamo perdere questa cosa del saldatore, – concesse il direttore dei Lavori pubblici. – Tanto più che andandosene in giro col marchio
del Comune sul sedere, questa qui potrebbe procurarci delle grane.
– D'accordo, se lo dice lei... – fece Sakurada a malincuore.
– Allora? – chiese a quel punto Mizuki guardando la scimmia dritto negli occhietti rossi. – Quali erano, questi elementi negativi associati al mio
nome?
– Se glielo dico, può darsi che non le faccia piacere.
– Fa lo stesso, parla.
Per qualche secondo la scimmia rifletté, come se si trovasse in difficoltà. Le rughe sulla sua faccia si accentuarono.
– No, penso sia meglio che lei ne resti all'oscuro, – concluse.
– Ti ho detto che fa lo stesso. Voglio sapere la verità.
– Allora va bene, – sospirò la scimmia. – Parlerò. Il fatto è che sua madre non le vuole bene. Non le ha mai voluto bene, neanche quando era pic343
cola. Per quale ragione, non lo so, ma le cose stanno così. Lo stesso vale
per sua sorella, non le vuole bene neppure lei. Se sua madre l'ha mandata in
quella scuola di Yokohama, è perché desiderava liberarsi di lei. Sia sua
madre che sua sorella volevano mandarla il più lontano possibile. Suo padre non è affatto una cattiva persona, ma purtroppo è un debole. Per questo
non ha saputo proteggerla. Così, da quando era bambina, non è mai stata
amata a sufficienza da nessuno. Penso che in qualche modo l'abbia sospettato anche lei, Mizuki. Però ha rifiutato di ammetterlo consciamente. Ha
distolto gli occhi da questa verità, l'ha relegata in un piccolo buco nero in
fondo al cuore, ha chiuso il coperchio ed è vissuta così, cercando di non
pensare alle cose tristi, di non vedere le cose sgradevoli. Ha soppresso tutte
le emozioni negative. Quest'atteggiamento difensivo è diventato parte della
sua personalità. Non ho ragione? Peccato che così facendo si sia preclusa
la possibilità di amare veramente, dal profondo del cuore.
Mizuki non fiatava.
– In questo momento lei non ha problemi. Vista dall'esterno, la sua vita
matrimoniale sembra felice. E può darsi che lo sia davvero. Però lei non
ama suo marito di un amore profondo. Non ho ragione? Se per caso avrà
dei figli, di questo passo credo che anche con loro si verificherà né più né
meno la stessa cosa.
Mizuki non rispose. Si accovacciò a terra e chiuse gli occhi. Aveva
l'impressione che il suo corpo si smembrasse. Riusciva a sentire solo l'affanno del proprio respiro.
– Una scimmia che si permette di dire tali assurdità! – esplose Sakurada.
– Direttore, io non resisto. Adesso la gonfio di botte!
– Aspetti, – lo fermò Mizuki. – Le cose stanno proprio così, come dice
la scimmia. E io l'ho sempre saputo. Eppure ho continuato a fare finta di
niente, per tutta la vita. Mi sono tappata gli occhi e le orecchie. La scimmia
sta solo dicendo la verità. Quindi lasciatela stare, portatela sui monti e liberatela.
La signora Sakaki posò con dolcezza una mano sulla spalla di Mizuki.
– A lei questa soluzione va bene, vero? – le chiese.
– Sì, benissimo. Basta che mi venga restituito il mio nome. D'ora in poi
mi assumerò il peso di tutto ciò che comporta. In fin dei conti è il mio nome, ed è la mia vita.
A quel punto la signora Sakaki si rivolse al marito.
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– Allora, caro, questo fine settimana potremmo prendere la macchina,
andare a fare un giro dalle parti del monte Taka, e lasciare libera questa
scimmia nel posto più adatto. Sei d'accordo?
– Certo, nessun problema, – rispose il marito. – Anzi, è la distanza ideale per prendere dimestichezza con la macchina nuova.
– Vi ringrazio infinitamente, – disse la scimmia. – Non so come esprimervi la mia riconoscenza.
– Non è che soffri di mal d'auto, per caso? – si informò la signora Sakaki.
– No, no, stia tranquilla. Le assicuro che non vomiterò e non farò pipi
sui sedili nuovi. Me ne starò buona buona, non darò fastidio a nessuno, –
promise la scimmia.
Prima di salutarla, Mizuki le consegnò il cartellino con il nome di Matsunaka Yūko.
– Questo è meglio che lo tenga tu, – le disse. – La amavi, no?
– Sì, la amavo molto.
– Allora conserva con cura questo nome. E non rubare più quello di altre persone.
– Sì, questo cartellino sarà il mio bene più prezioso. E prometto di non
rubare mai più nulla in vita mia, – disse la scimmia con aria molto seria.
– Ma perché Yūko, prima di morire, me lo ha consegnato? Perché ha
scelto proprio me?
– Questo non lo so nemmeno io. In ogni caso, grazie a quella decisione,
oggi ho potuto conoscerla, Mizuki, e parlare con lei. Può darsi che sia la
mano del destino.
– Sì, hai ragione.
– Quello che le ho detto prima l'ha ferita, vero?
– Sì, – ammise Mizuki. – Mi ha ferito molto, in profondità.
– Ne sono mortificata. Infatti non volevo parlargliene.
– Fa lo stesso. Tanto lo sapevo già, in fondo al cuore. Prima o poi dovevo guardare in faccia la realtà.
– Mi sento sollevata, ora che mi ha detto queste parole.
– Arrivederci. Probabilmente non ci incontreremo più.
– Mi stia bene, Mizuki, – disse la scimmia. – Non so come ringraziarla
per avermi salvato la vita.
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– Bada bene a non farti rivedere a Shinagawa, – intervenne Sakurada
battendo lo sfollagente sul palmo della mano. – Oggi, anche grazie al direttore, in via eccezionale ti abbiamo perdonato, ma la prossima volta che ti
trovo qui intorno, stai certa che non ti lascio andare via viva, me ne assumo
io la responsabilità.
La scimmia sembrava aver capito che non era una minaccia a vuoto.
– Allora la settimana prossima cosa facciamo? – chiese la signora Sakaki a Mizuki quando tornarono nella sala di consultazione. – Desidera ancora venire a parlare con me?
Mizuki scosse la testa.
– No. Per merito suo il problema è risolto, credo. La ringrazio di tutto,
le sono molto riconoscente.
– Riguardo a ciò che ha detto la scimmia su di lei, poco fa, non è necessario che io aggiunga altro, vero?
– No. Penso di essere in grado di affrontare la situazione da sola. Prima
di tutto, so di doverci riflettere profondamente.
La signora Sakaki annuì.
– Sono sicura che ce la farà. Lei può diventare molto forte, basta che lo
decida.
– Sì, ma se non dovessi farcela, posso tornare qui da lei?
– È ovvio, – disse la signora Sakaki, poi il suo volto gentile si distese in
un sorriso affabile. – Così potremo di nuovo catturare qualcuno, noi due
insieme.
Le due donne si strinsero la mano e si salutarono.
Tornata a casa, Mizuki prese il cartellino con la scritta Ōzawa Mizuki e
il braccialetto d'argento sul quale aveva fatto incidere Andō (Ōzawa) Mizuki, li infilò in una di quelle buste marroni che usava in ufficio, poi mise tutto nella scatola di cartone in fondo all'armadio. Finalmente aveva recuperato il proprio nome, ora era libera di tornare a vivere. Poteva darsi che i suoi
problemi si risolvessero, e poteva darsi di no. Ma perlomeno adesso aveva
il suo nome, suo e di nessun altro.
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Glossario
Kokinshu: antologia poetica della tradizione classica (905), compilata
dal poeta Ki-no Tsurayuki (morto nel 945 ca.).
Miso: impasto di fagioli di soia bolliti e fermentati. Si usa anche per
preparare una minestra molto comune.
Onigiri: polpette di riso bianco bollito, avvolte in alghe; possono essere
ripiene di pesce o verdure.
Rāmen: tagliatelle cinesi in brodo.
Soba: pasta di grano saraceno dalla forma simile ai nostri tagliolini, ma
di colore più scuro. I soba si mangiano di solito in un brodo caldo.
Tōfu: cagliata di fagioli di soia, di colore bianco. Si può mangiare sia
cruda che in brodo.
Waka: componimento poetico di 31 sillabe complessive, divise in cinque versi di 5-7-5-7-7 sillabe.
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