Torino, 20 marzo 2013
Alle Segreterie delle Camere del Lavoro
Alle Segreterie delle Categorie Regionali
Ai/le Responsabili Politiche per la Disabilità
All'Inca regionale
All'Auser Piemonte
Prot. n. 095/2013/AC/lm
Oggetto: Nota Progetto Area Disabilità 2/2013
Care compagne e compagni
vi invio di seguito una serie di documenti sui temi della disabilità:
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Disabilità: Daita (Cgil), il programma d'azione sulla disabilità ora si traduca in
piano concreto
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AUSER e UILDM, iniziativa comune in favore di anziani e disabili
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Approvato il Piano d'Azione italiano sulla disabilità
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Linguaggio facile da leggere e da capire per i disabili intellettivi
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Guida alle agevolazioni fiscali per i disabili aggiornata a marzo 2013
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Disabilità intellettiva: imparare a lavorare. Intervista a Carlo Lepri
Si invitano le strutture in indirizzo ad inviare la presente nota alle categorie territoriali.
Saluti
Antonio Canalìa
Progetto Area Disabilità
CGIL Piemonte
Disabilità: Daita (Cgil), il programma d'azione sulla disabilità ora si traduca in
piano concreto
L'approvazione da parte dell'Osservatorio Nazionale del primo Programma d'azione italiano per la
promozione dei diritti e l'integrazione delle persone con disabilità rappresenta ''un importante primo
passo''. E' il commento di Nina Daita, responsabile dell'ufficio Politiche per la disabilità della Cgil,
che auspica ''una maggiore attenzione del prossimo governo ai bisogni e ai diritti delle persone con
disabilità e alle loro famiglie''.
''Le buone politiche però -sottolinea Daita -devono essere accompagnate da congrue risorse, e non
come l'ultima finanziaria che ha azzerato il fondo nazionale per il lavoro delle persone con
disabilità. L'auspicio – conclude - è che il piano nazionale che ha visto l'impegno delle parti sociali
si traduca in un piano concreto di azioni positive verso le persone svantaggiate''.
Fonte: Cgil.it
AUSER E UILDM, INIZIATIVA COMUNE
DISABILI
IN FAVORE DI ANZIANI E
Le associazioni Auser e UILDM insieme per implementare le attività sul territorio in favore di
anziani e disabili
Diffondere una cultura dell’attività di volontariato; sostenere le persone, migliorarne la qualità della
vita e delle relazioni, orientarle all’esercizio della solidarietà; difendere e sviluppare le capacità
conoscitive e attive, anche residue, delle persone grazie al continuo scambio di esperienze,
conoscenze e di abilità individuali;promuovere la cittadinanza attiva favorendo la partecipazione
responsabile delle persone alla vita e ai servizi della comunità locale.
Sono alcuni degli scopi dell'intesa tra l'associazione UILDM e Auser. Forti della decennale
esperienza nel volontariato, i due soggetti mettono a disposizione la propria esperienza, e il proprio
sapere, coinvolgendo i volontari delle due Associazioni.
Insieme, cercheranno di valorizzare sempre più il capitale umano per sviluppare una collaborazione
diretta tra le due realtà attraverso un continuo scambio relazionale.
Fonte: vita.it
APPROVATO IL PIANO D’AZIONE ITALIANO SULLA DISABILITÀ
L'Osservatorio sulla disabilità ha approvato ieri il Piano d'azione biennale sulla disabilità, il primo
per l'Italia. Al primo posto c'è la necessità di rivedere l'intero sistema di accertamento. «Un punto di
non ritorno», dice Matilde Leonardi
Per la prima volta nella storia l’Italia ha un Piano d’Azione biennale per la promozione dei
diritti delle persone con disabilità. Lo ha approvato ieri l’Osservatorio sulla condizione delle
persone con disabilità, un organismo previsto dalla Convenzione Onu, in carica dal 16 dicembre
2010.
Si tratta a onor del vero di un documento che dovrà poi passare dal Consiglio dei Ministri e dalla
Conferenza Unificata, per poi essere adottato come Decreto del Presidente della Repubblica, ma
poiché all’Osservatorio (diversamente da quel che accade in analoghi soggetti di altri Paesi) sono
già presenti tutti gli stakeholder coinvolti, l’agreement raggiunto ieri è senza dubbio un punto di
non ritorno.
Il Programma d’azione nasce dal lavoro di sei gruppi di lavoro e segue l’analisi della
situazione italiana fatta per monitorare l’attuazione della Convenzione ONU in Italia,
dettagliato in un report inviato all’Onu a dicembre 2012.
Sicuramente il Piano d’Azione parte da un nuovo approccio culturale: «Passando da un modello
medico/individuale, che vedeva nelle persone con disabilità “dei malati e dei minorati”, a cui
doveva essere garantita solo protezione sociale e cura, ad un modello biopsico-sociale della
condizione di disabilità basata sul rispetto dei diritti umani, la CRPD valorizza le diversità umane –
di genere, di orientamento sessuale, di cultura, di lingua, di condizione psico-fisica e così via – e
rileva che la condizione di disabilità non deriva da qualità soggettive delle persone, bensì dalla
relazione tra le caratteristiche delle persone e le modalità attraverso le quali la società organizza
l’accesso ed il godimento di diritti, beni e servizi», dice la premessa.
Matilde Leonardi è la presidente del Comitato Tecnico Scientifico di questo Osservatorio e del
traguardo raggiunto è «assolutamente orgogliosa».
Perché, in particolare?
Perché l’Osservatorio aveva due compiti: redigere il report per l’Onu e scrivere il Piano d’azione.
Abbiamo fatto entrambe le cose e le abbiamo in tempi molto più brevi del previsto: era
assolutamente importante per noi consegnare al nuovo Governo un lavoro finito. Il Governo che
verrá, qualunque sarà, non potrà prescindere da questo importante lavoro. Poi si tratta di un Piano
per il Paese, non per il Ministero della Salute o per quello del Welfare. Infine, ma importantissimo,
è un documento che è stato ampiamente partecipato, condiviso e concordato.
Quali sono le novità?
Nello stendere il Piano ci siamo appoggiati sul monitoraggio effettuato per il report sulla
Convenzione Onu, quindi la prima novità discende proprio dalla Convenzione Onu, che prevede
che tutte le politiche e tutte le azioni vengano reimpostate sui diritti. Per questo l’elemento che
attraversa tutto il Piano è la necessità di rivedere i criteri e i processi per l’accertamento e la
certificazione della disabilità, una cosa che condiziona tutto il resto.
Un secondo elemento trasversale è la necessità di raccogliere dati statistici in maniera più completa
e organica, perché quelli che abbiamo adesso non consentono di fare una lettura compiuta della
situazione. Le faccio un esempio: sappiamo con certezza quanti disabili lavorano, ma non sappiamo
che percentuale siano, né quanti potrebbero lavorare ma non lavorano… è evidente che avere un
quadro completo influenzerebbe l’approccio politico. Poi ci sono novità che derivano direttamente
dalla Convenzione Onu, come la creazione di «PUA-Punti unici di accesso».
Piani nazionali in altri settori ce ne sono, ma poi restano quasi sempre dei libri dei sogni…
Per esempio questo Piano ha o avrà un finanziamento?
No, le azioni indicate dovranno essere finanziate nel limite degli stanziamenti già previsti,
rimodulando i soldi che già ci sono. Però di certo non sarà un libro dei sogni. Un elemento di forza
è che diamo proposte e creiamo una cornice di riferimento per tutti i livelli di governance, andando
a dettagliare – un po’ come fa il Piano Infanzia – azioni, obiettivi, interventi e soggetti coinvolti.
Quello che abbiamo fatto è “operazionalizzare un diritto”. Mi spiego: alla persona disabile non
interessa il diritto al lavoro, ma un lavoro: bene, noi abbiamo indicato i percorsi operativi per
rendere questo diritto esigibile. Diciamo che abbiamo lavorato più sulla giustizia che sulla bontà. E
comunque il fatto di aver raggiunto un agreement sulla necessità di riforma del sistema
dell’invalidità è un grandissimo risultato, non era così scontato. Tutti i principi dell’ICF sono stati
introdotti.
Quali sono le macro-aree su cui avete lavorato?
Il Piano d’Azione prevede sei aree di priorità: revisione del sistema di accesso, riconoscimento e
certificazione della disabilità; lavoro e occupazione; vita indipendente; accessibilità; inclusione
scolastica; salute, diritto alla vita, abilitazione e riabilitazione. In più c’è un settimo punto sulla
cooperazione internazionale, in collaborazione con il Mae. Vorrei sottolineare ancora una cosa: il
primo problema delle persone con disabilità oggi è la solitudine. È ovvio che la coesione sociale
non si può imporre in un piano d’azione, però ogni volta che ci è stato possibile abbiamo messo a
tema questo tema.
Fonte: vita.it
E’ disponibile la versione aggiornata a marzo 2013 della “Guida alle
agevolazioni fiscali per i disabili”.
La pubblicazione presenta il quadro attuale dei numerosi benefici fiscali che i
contribuenti portatori di disabilità possono usufruire e spiega, utilizzando un
linguaggio semplice, regole e modalità da seguire per richiedere le agevolazioni.
Questa nuova edizione tiene conto delle ultime disposizioni normative – in particolare, la legge di
stabilità per il 2013 – e dei più recenti documenti di prassi amministrativa.
Tra le principali novità segnalate dalla guida: l’aumento delle detrazioni Irpef riconosciute ai
contribuenti con figli a carico, l’agevolazione dell’Iva ridotta al 4% per l’acquisto di veicoli in
leasing, l’esenzione dalla tassa annuale sulle imbarcazioni dei disabili con determinate patologie, le
semplificazioni introdotte dal decreto legge n. 5/2012 riguardo alle certificazioni delle persone con
disabilità.
Nuove detrazioni Irpef
La legge di stabilità per il 2013 (legge 228/2012) ha elevato l’importo delle detrazioni di base
spettanti per i figli a carico. Dal 1° gennaio di quest’anno, per ogni figlio portatore di handicap si ha
diritto alle seguenti detrazioni:
1.620 euro, se il figlio ha un’età inferiore a tre anni (fino al 2012 la detrazione era pari a 1.120 euro)
1.350 euro, se il figlio ha un’età pari o superiore a tre anni (era 1.020 euro, fino al periodo
d’imposta 2012).
La guida spiega, inoltre, come ripartire la detrazione tra i genitori e indica il procedimento da
seguire – con la formula per il calcolo – per determinare la detrazione Irpef effettiva.
Le agevolazioni per il settore auto
Ampio spazio della pubblicazione è dedicata alle agevolazioni previste per i mezzi di locomozione
utilizzati, in via esclusiva o prevalente, dal portatore di handicap (autovetture, motoveicoli,
motocarrozzette e altri veicoli): la detrazione per l’acquisto e la riparazione del mezzo, l’Iva ridotta
al 4%, l’esenzione dal bollo auto e dall’imposta di trascrizione sui passaggi di proprietà.
In questo settore la principale novità è forse rappresentata dalla possibilità per la persona disabile di
usufruire dell’aliquota Iva agevolata anche quando l’acquisto del veicolo avviene attraverso un
contratto di leasing. Su questo argomento l’Agenzia delle Entrate ha fornito importanti precisazioni,
indicando le istruzioni che società di leasing e acquirenti devono osservare per l’applicazione
dell’aliquota ridotta al 4% (risoluzione 66/E del 20 giugno 2012).
In particolare, è stato affermato che il beneficio può essere richiesto solo nell’ipotesi in cui il
contratto di leasing sia di tipo “traslativo”, che contenga, quindi, una particolare clausola
contrattuale che preveda, a fine locazione, il trasferimento della proprietà del veicolo locato al
soggetto utilizzatore.
Solo in questo caso la società di leasing è autorizzata ad applicare l’aliquota agevolata sia sul
prezzo di riscatto del veicolo sia sui canoni di locazione finanziaria.
Gli altri benefici fiscali
Nel terzo capitolo della pubblicazione sono spiegate, in dettaglio, le regole, le modalità da seguire e
la documentazione necessaria per richiedere le altre agevolazioni. Tra queste:
la detrazione Irpef per le spese sostenute per gli addetti all’assistenza, nei casi di non
autosufficienza nel compimento degli atti della vita quotidiana;;
la detrazione del 36% (del 50% fino al 30 giugno 2013) per i lavori di abbattimento delle barriere
architettoniche;
le agevolazioni per il sostenimento delle spese sanitarie e per l’acquisto di mezzi di ausilio (sussidi
tecnici e informatici, cane guida per i non vedenti, servizi di interpretariato per i sordi).
L’opuscolo è completato da tre modelli di autocertificazione – utili per la richiesta delle
agevolazioni fiscali previste per l’acquisto dei veicoli e dei sussidi tecnici e informatici – e da un
pratico prospetto riepilogativo delle varie spese agevolate.
Fonte agenziaentrate.gov.it
Il testo integrale della “Guida alle agevolazioni fiscali per i disabili aggiornata a
marzo 2013 su: http://www.cgilpiemonte.it/pubblicazioni
LINGUAGGIO FACILE DA LEGGERE E DA CAPIRE PER I DISABILI
INTELLETTIVI: OGGI ANCHE IN ITALIA
ROMA. “Il linguaggio facile da leggere fa bene a tutti e non fa male a nessuno”: si potrebbe
sintetizzare così il principio su cui si radica il progetto “Pathways 2. Creazione di percorsi di
apprendimento permanente per adulti con disabilità intellettiva”, presentato a Roma dall'Anffas.
L'iniziativa, finanziata dall'Unione Europea, è realizzata dalla rete “Inclusion Europe” con otto
associazioni di altrettanti paesi membri: Croazia, Estonia, Lettonia, Repubblica Ceca, Repubblica
Slovacca, Slovenia, Spagna e Ungheria, oltre all'Italia, rappresentata appunto dall'Anffas. Scopo del
progetto è diffondere il cosiddetto “linguaggio facile da leggere e da capire”, elaborato per le
persone con disabilità intellettiva, ma soprattutto insieme a loro, per facilitare e sostenere
l'inclusione sociale e lavorativa delle persone con disabilità intellettiva e
relazionale.
Dal punto di vista operativo, il progetto fa seguito a “Pathways 1”, realizzato nel 2009, che ha visto
la realizzazione, da parte di altri paesi europei, di documenti e materiale per l'elaborazione e la
promozione di questo linguaggio: tra questi, le Linee guida. Ora, la seconda fase del progetto,
prevede l'allargamento della platea di paesi coinvolti, attraverso la traduzione e l'adattamento del
materiale, la realizzazione di iniziative formative e, di conseguenza, la diffusione di questo metodo
comunicativo all'interno del maggior numero possibile di contesti.
“Per produrre un'informazione facile da capire, sono state elaborate, insieme alle persone con
disabilità intellettiva, semplici regole, che però devono essere seguite con una certa attenzione – ha
spiegato Roberta Speziale, responsabile della comunicazione dell'Anffas nazionale e formatrice
nazionale del progetto –
Parlare lentamente, o scrivere brevi periodi, usare parole semplici e spiegare quelle più complesse,
evitare concetti difficili, oppure ripetere i passaggi più impegnativi: sono solo alcune delle
indicazioni messe a appunto e che abbiamo iniziato ad adottare in molti contesti,anche al di fuori
del progetto. Il seminario di oggi, per esempio, come pure gli opuscoli prodotti e i documenti
diffusi, sono tutti facili da leggere e da capire”.
22 febbraio
Fonte: redattore sociale
DISABILITÀ INTELLETTIVA: IMPARARE A LAVORARE
Intervista a Carlo Lepri a cura del Gruppo Solidarietà
Psicologo e formatore, docente a contratto nell’Università di Genova, Carlo Lepri – che ha
acquisito
un’esperienza ultratrentennale in materia di inserimento lavorativo delle persone con disabilità,
prevalentemente di tipo intellettivo – ha partecipato qualche mese fa al seminario di Jesi (Ancona),
denominato Lavoro e disabilità intellettiva.
È così difficile?, incontro organizzato dal Gruppo Solidarietà, che lo ha intervistato su alcuni temi
approfonditi anche durante quello stesso seminario, al quale avevamo dato a
suo tempo ampio spazio.
Nell’incontro dello scorso anno a Jesi, lei hai affermato che «l’essere adulti è il tema ed il
lavoro è uno strumento per vivere questa condizione. Non il contrario». Ci aiuta a capire
meglio?
«Nella mia attività professionale mi sono occupato prevalentemente di inserimento lavorativo di
persone con una difficoltà di funzionamento di tipo intellettivo.
Come è noto, uno dei tratti caratteristici di questa “categoria”, accanto ai deficit cognitivi, è quella
di presentare una certa immaturità relazionale.
Si tratta di quella caratteristica che per molto tempo ha fatto sì che si pensasse a queste persone
come a degli “eterni bambini”, dei “Peter Pan” da accudire in luoghi appositamente dedicati a loro.
I processi di integrazione scolastica e nel mondo del lavoro hanno dimostrato invece che nel
momento in cui cambiano i contesti, cambiano anche le aspettative verso le persone e con esse le
rappresentazioni che noi abbiamo della disabilità.
Nello specifico ci siamo resi conto che anche le persone con disabilità intellettive possono diventare
adulte e non solo anagraficamente. Quindi, poter vivere una vita adulta, con i diritti e i doveri che
questo comporta, è diventato un obiettivo possibile anche per queste persone.
Come sappiamo, il lavoro è uno dei mezzi che caratterizzano la vita delle persone adulte. Esso offre
autonomia economica, ma è anche un potente strumento identitario e di socializzazione. Questo è
vero in generale e lo è a maggior ragione per persone che possono avere qualche difficoltà
aggiuntiva proprio sul piano della identità e delle relazioni sociali.
Tuttavia il lavoro è uno strumento per accedere a questa condizione di adultità e non può
trasformarsi nel fine.
Ciò significa che non possiamo proporre percorsi lavorativi in modo generalizzato poiché in alcuni
casi il lavoro potrebbe non essere coerente con i bisogni di una persona disabile. In più il lavoro non
può essere proposto in modo “astorico” a una persona. Occorre infatti che la possibilità di
“diventare grande”, attraverso il lavoro faccia parte di un progetto educativo che deve avere inizio
prima possibile».
Lei dice che per le persone con disabilità intellettiva non si tratta tanto di imparare un lavoro
ma di imparare a lavorare. Perché e come si riesce ad “imparare a lavorare”?
«In effetti su questi temi, a volte, si commettono errori grossolani. Ovviamente si tratta di una
distinzione molto schematica poiché questi due processi, imparare a lavorare e imparare un lavoro,
sono sempre intimamente connessi.
E tuttavia, mentre l’imparare un lavoro fa riferimento all’apprendimento di una serie di compiti
spesso riducibili a delle sequenze operative, imparare a lavorare fa riferimento a qualcosa di più
complesso, che ha a che vedere con la capacità di “introiettare” il ruolo lavorativo.
In altre parole alla capacità di fare proprie, di “mettersi dentro”, tutta una serie di regole, norme,
criteri che hanno a che vedere con ciò che gli altri si aspettano che io faccia in quel contesto
lavorativo. Quello che in termini tecnici viene definito come il role taking, cioè proprio la capacità
di assumere il ruolo lavorativo. Questo apprendimento può essere particolarmente complesso,
soprattutto se una persona non è stata abituata a confrontarsi con i ruoli e con le aspettative che li
accompagnano».
L’esperienza genovese del Centro Studi dell’ASL 3 ha sostanzialmente fatto nascere i Servizi
di Integrazione Lavorativa (SIL) in Italia. Il radicale cambiamento del mondo del lavoro, che
ripercussioni ha avuto e ha sul lavoro dei SIL?
«Credo che l’esperienza genovese, anche grazie all’azione di Enrico Montobbio, abbia avuto due
meriti. Il primo è quello di avere proposto una metodologia innovativa e di averla sperimentata con
coraggio.
Dico con coraggio perché ricordo che quando abbiamo avviato le prime esperienze, la Legge
482/68 [“Disciplina generale delle assunzioni obbligatorie presso le pubbliche amministrazioni e le
aziende private”, N.d.R.], allora vigente, prevedeva espressamente che le persone con disabilità
psichica e intellettiva non potessero essere inserite al lavoro. La nostra azione, per lungo tempo, è
stata pertanto “ai margini”, se non “contro” la legge.
E questo mi pare dimostri ancora una volta che le cose veramente innovative nascono sempre da
una qualche deviazione dalla norma.
Il secondo è quello di aver cercato di mantenere una memoria di ciò che si faceva attraverso la
pubblicazione di saggi e di libri. Ciò ha dato una certa visibilità al nostro lavoro e per un lungo
periodo l’esperienza di Genova è stata al centro dell’attenzione sia a livello nazionale che
internazionale. Alcuni di noi hanno così contribuito, attraverso l’attività formativa, alla nascita di
numerosi Servizi di Integrazione Lavorativa in diverse parti del nostro Paese.
Questi Servizi, attraverso la loro azione, sono stati dei precursori nell’attuazione del “collocamento
mirato e mediato” che, com’è noto, è oggi alla base della Legge 68/99, dimostrando concretamente
l’efficacia di questo principio.
Oggi, i cambiamenti nel mondo del lavoro a cui stiamo assistendo – o forse sarebbe più
corretto dire che stiamo subendo – stanno avendo numerose ripercussioni anche sull’azione
dei SIL. Mi limito ad indicare due aspetti: uno qualitativo e l’altro quantitativo.
Sul piano qualitativo stiamo assistendo a un’impressionante delocalizzazione dei siti produttivi
tradizionali, con l’eliminazione o lo spostamento in altri Paesi di gran parte della produzione labour
intensive. Questo penalizza molto le persone disabili che proprio in questo tipo di lavori trovavano
una loro collocazione più agevole.
L’altro aspetto, banalmente quantitativo, è legato al fatto che il lavoro scarseggia sempre di più,
mettendo tra l’altro in concorrenza tra loro soggetti appartenenti a diverse fasce deboli.
In questo difficile scenario, l’unico elemento rassicurante è che le metodologie messe a punto dai
SIL, sia in termini di strumenti di mediazione che di sostegno psicoeducativo, risultano davvero
efficaci. Quando possono essere attuate».
Crede che la Legge 68/99 abbia un po’ tradito le aspettative che in essa erano state riposte?
«Personalmente credo di no. Continuo a pensare alla Legge 68/99 come a una buona legge. Il
problema semmai riguarda la sua piena applicazione. Sappiamo che esiste un’applicazione
cosiddetta “a pelle di leopardo”.
In alcune Regioni è stato fatto uno sforzo importante di messa in rete dei servizi già esistenti prima
della 68 e di attivazione dei servizi mancanti. Il tutto creando un sistema che garantisse, allo stesso
tempo, servizi alle persone disabili e servizi alle aziende sottoposte agli obblighi. Laddove si è fatto
questo, i risultati non sono mancati.
Dove, invece, le persone disabili e le aziende non sono sostenute e non si facilitano i processi di
mediazione, può accadere che la legge venga disattesa oppure che si preferiscano pagare le multe.
Ma ciò non mi pare sia imputabile alla struttura della legge quanto, appunto, alla sua applicazione
concreta.
Direi infine che – grazie agli ampi margini nell’individuazione delle persone disabili da assumere
che la legge riconosce alle aziende – sempre più vengono inserite “categorie” specifiche di
disabilità.
E questo mi sembra un problema poiché nonostante nella legge siano presenti alcuni facilitazioni
per le aziende che assumono persone con una “disabilità complessa” queste “doti” non sembrano
sufficienti per garantire l’inserimento lavorativo anche a persone con maggiori difficoltà.
Ma su questo aspetto alcuni SIL hanno messo a punto sperimentazioni interessanti che in alcune
Regioni hanno già trovato importanti supporti sul piano istituzionale».
Carlo Lepri è psicologo e formatore, oltreché docente a contratto nell’Università di Genova.
La presente intervista è l’estratto, con lievi riadattamenti, di un più ampio servizio apparso
nel numero 1/2013 di «Appunti sulle Politiche Sociali», periodico del Gruppo Solidarietà, alla
cui redazione rimandiamo gli interessati alla versione integrale ([email protected]).
Fonte: suprando.it
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Nota Progetto Area Disabilità 2-2013