Domenica La di DOMENICA 14 AGOSTO 2011/Numero 339 Repubblica l’immagine Quando la fotografia divenne a colori MICHELE SMARGIASSI cultura Brodskij, poesie, disegni e gatti VIKTOR EROFEEV e NICOLA LOMBARDOZZI ALAIN DELON Bello delle Donne FOTO JEAN-PIERRE BONNOTTE /GAMMA-RAPHO VIA GETTY IMAGES Il Amori e dolori, rimorsi e rimpianti Tutti al femminile Le confessioni di un divo MARIO SERENELLINI S BRIGITTE BARDOT PARIGI ono tante, anzi, tutte. Tutte perfette, quasi astratte: da concorso di bellezza, un seriale One Miss Show, bellezze in gara con lui. Ma, stringi stringi, passandolo al setaccio psicoanalitico, il granserraglio d’una vita d’amori si riduce a due. Due donne chiave: la madre e la figlia. A loro volta risucchiate in uno, uomo: il “figliopadre” Alain Delon. Il figlio assurto a star per «dar soddisfazione» alla madre, dalle sopite aspirazioni d’attrice, ansiosa di vederlo trionfare sul grande schermo, e il padre che ha trovato in Anouchka, da lui avuta a cinquantacinque anni, la staffetta ideale, il Delon 2 di domani. (segue nelle pagine successive) I l mioamico Alain Delon è una belva, uno di quegli animali superbi e non addomesticabili in via d’estinzione. Il suo sorriso carnivoro e tellurico è uno scacco matto ulteriore, come il blu del suo sguardo che perfora, scandaglia, strega e seduce. “Lui è”. In tutta semplicità e senza interrogatori alla Shakespeare...! Conosce il mondo intero e il mondo intero lo conosce. Ha girato con gli attori più prestigiosi e i più celebri registi, rimane il più grande e l’ultimo rappresentante di un’era di talenti, di cui conserva in fondo al cuore una nostalgia malinconica. Difficile, anche per lui, ammettere e accettare l’attuale mediocrità, la nostra società disumanizzata. (segue nelle pagine successive) spettacoli I predatori del cinema perduto MAURIZIO FERRARIS e CLAUDIA MORGOGLIONE i sapori Ferragosto, abbuffata sotto il sole LICIA GRANELLO e MICHELE SERRA l’incontro Di Gregorio, “L’età non è un limite” MARIA PIA FUSCO Repubblica Nazionale 36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA la copertina Alain Delon DOMENICA 14 AGOSTO 2011 Ha finalmente autorizzato una biografia, dopo averne mandate tante all’indice Ha deciso di parlare di sé attraverso ciò che conosce meglio: le sue compagne, mogli, amanti. Ma alla fine il più bello degli attori confessa a “Repubblica” che forse solo due di loro sono davvero importanti: la madre e la figlia MARIO SERENELLINI (segue dalla copertina) es femmes de ma vie(Le donne della mia vita), prima autobiografia ufficiale, uscita in Francia da Didier Carpentier non rivela nulla di nuovo, se non a sua insaputa, sull’ultimo divo del pianeta, lesto nel bloccare biografie non autorizzate come quella di Bernard Violet di dodici anni fa. In 162 pagine e 200 immagini, accompagnate da esclamativi appunti di suo pugno («Duomo di Milano: Rocco e i suoi fratelli, con la mia Annie [Girardot]», «Mia Bri...[Brigitte Bardot], 50 anni d’amore puro e d’amicizia fedele e sincera»), il lussuoso volume appare, insieme, un funereo album di nozze (multiple) e una solare sinossi d’epilogo, come la sequenza finale de L’uomo che amava le donnedi Truffaut: anche se Delon si riconferma l’uomo che amava se stesso e il libro potrebbe intitolarsi, non Le donne della mia vita, ma I Delon delle mie donne. Perché, a scandire il foto-défilé di coppie, cronologico e di pedante classificazione — donne del cuore, partner (da Monica Vitti ne L’eclisse a Claudia Cardinale nel Gattopardo), amiche (Edith Piaf, Juliette Gréco...) e, persino, le adorate cagnette, che, a differenza delle donne, gli sono «rimaste fedeli» — c’è sempre lui, in testa a ogni capitolo, con primi piani dal fascino malandrino, specchi d’acqua di clic narcisi. Ma nello snodo figlio-padre Delon si scrolla di dosso ogni icona, svelando quella sua umanità disarmata, senza carismatiche finzioni, che i più intimi, come la sua “Bri”, gli riconoscono: tenerissimo, terso, senza più maschere, quando, finalmente, si fa vivo al telefono da una località misteriosa, dopo settimane d’assiduo assedio, iperprotetto da coorti d’assistenti e uffici stampa. «Quando Nathalie e io abbiamo divorziato, dopo le riprese di Frank Costello faccia d’angelo— risuona la sua bella voce, appena grattata dall’età — nostro figlio Anthony aveva quattro anni. La mia stessa età il giorno del divorzio dei miei genitori, quando “Mounette”, mia madre, mi ha messo in un collegio cattolico. Ero angosciato: mai avrei voluto far rivivere a mio figlio quel che avevo provato io da bambino». Ora Anthony ha quarantotto anni, la nuova emergenza si chiama Alain-Fabien, diciassette anni (difficilmente controllabile, come al recente “revolver party” nella villa svizzera del padre), di cui ha ottenuto lo scorso settembre l’affidamento dopo una lunga battaglia legale contro l’ultima ex, Rosalie Van Breemen, che nel 1990 gli aveva dato Anouchka, oggi unica scintilla in un universo di bellezze al passato. «Uno dei più grandi momenti della mia vita» è stato per lui il tapis rouge percorso insieme a Cannes, una simbiosi che l’attore ha voluto replicare in teatro, nei mesi scorsi, in Une journée ordinaire, sullo struggente distacco tra figlia e padre. Altra autobiografia, che stavolta pesca nel profondo, nel suicidio simbolico e spavaldo dell’arruolamento tra i paracadutisti, a diciassette anni, per la guerra in Indocina, riscatto da un’infanzia dolorosa lontano dalla madre, e nel suicidio annunciato, sei anni fa, dopo l’abbandono di Rosalie e l’allontanamento dei due figli. Ma “Mounette” e Anouchka, la madre e la figlia di Delon, si sono date, a distanza, una complicità d’amore, risollevando l’attore da solitudini stremate. «È stata mia figlia a rimettermi in piedi, quando, ancora ragazzina, mi ha detto: “Papà, non voglio che te ne vada, desidero essere al tuo braccio il giorno del mio matrimonio”. Sono parole che valgono tonnellate di antidepressivi». Sua figlia. Sua madre. Gli unici amori perduti e ritrovati. Gli altri sono tutti perduti, specie i primissimi. Lui ancora anonimo, dinoccolato nella facile bohème di Pigalle anni Cinquanta, loro già dive e più adulte, come Brigitte Auber di Hitchcock o Michèle Cordoue, sposa e musa di Yves Allégret, che spingerà il marito a farlo esordire nel premonitore Quando s’immischia la donna. Sfioriti e lontani anche gli amori più mediatizzati. Anni Sessanta, Nathalie («l’unica che ho sposato: ha anche conservato il mio cognome, ultima prova d’amore. Merci, Madame Delon!»). Anni Settanta, “Mimì”, cioè Mireille Darc («quindici anni di vita di coppia, felicemente ricomposta in teatro nel 2007 in Sur la route de Madison»), suo sostegno incondizionato durante l’affaire Stefan Markovic, amante di Nathalie, trovato ucciso nell’ottobre 1968, «un complotto politico d’oltre cortina, in cui hanno cercato inutilmente di trascinarmi come pedina sporca». E, ancora, Anne Parillaud — poi sposata e lanciata da Luc Besson in Nikita— due stagioni di torrida passione, che inducono Delon «pazzo d’amore», come lui stesso confida, a farsene pigmalione negli unici film da lui diretti, Per la pelle di un poliziotto e Braccato. In tanta costellazione rimangono ancor oggi in un angolo di pudore due amori, il più famoso e il più segreto, Romy Schneider e Dalida, entrambe morte drammaticamente, le prime a riapparire e tappezzare le pareti del camerino, invidiabile altarino del cuore, quando Delon torna al teatro. Nel libro, Romy e Dalida hanno lo stesso spazio delle altre. Ma non è così nei ricordi e nei sentimenti dell’attore. «Romy è il grande amore della mia vita, l’amore dei miei vent’anni. Io m’affacciavo al cinema, lei era la star internazionale, la Sissi di tutti. Ci siamo conosciuti e innamorati sul set di Christine, nel ’58. Ci siamo scoperti una stessa infanzia solitaria: è come se avessimo ripreso a crescere insieme. Le platee ci sono state immediatamente solidali, ci hanno battezzato gli eterni fidanzati». Fidanzamento ininterrotto, se Romy ha lasciato scritto «Parigi è stata per me, prima di tutto, Alain Delon» e se Delon le dedica il programma di Variations énigmatiques, suo ritorno alle scene nel 1996, con le parole: «Angelo mio bello, ovunque tu sia, stasera come nel passato sono accanto a te». «E alla prima — rivela l’attore — avevo appeso in camerino l’abito, da me recuperato, che in- L L’uomo che amava le donne LE IMMAGINI Nella foto grande, Alain Delon nel 1965 in Francia Nella foto piccola a sinistra, l’attore da bambino con la madre “Mounette” mentre fa il bagnetto in una tinozza di rame © Alain Delon collection privée In copertina, Delon a Parigi nel maggio del 1969 Repubblica Nazionale DOMENICA 14 AGOSTO 2011 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37 LE IMMAGINI Alain Delon con le donne della sua vita 1. Dalida © Philippe Barbier 2. Monica Vitti durante le riprese de L’eclisse (1962) di Michelangelo Antonioni, © Philippe Barbier 3. Simone Signoret, © Gamma-Rapho 4. Annie Girardot durante le riprese di Rocco e i suoi fratelli (1960), © Philippe Barbier 5. Romy Schneider © Gamma-Rapho 6. Jane Fonda, © Philippe Barbier 7. Marianne Faithfull © Gamma-Rapho 8.Claudia Cardinale, © Philippe Barbier 9. Edith Piaf, © Gamma-Rapho Infine, con Brigitte Bardot in una foto con i loro autografi © Philippe Barbier IL LIBRO Les femmes de ma vie (Le donne della mia vita), con la prefazione di Brigitte Bardot che pubblichiamo in queste pagine, è uscito in Francia da Didier Carpentier (162 pagine e 200 immagini, 29,90 euro). Tutte le fotografie — per la maggior parte inedite e provenienti dalla sua collezione privata — sono accompagnate da appunti scritti a mano dallo stesso Alain Delon. Dalla mamma “Mounette” alla figlia Anouchka, da Romy Schneider ad Anne Parillaud, da Jane Fonda a Claudia Cardinale e Annie Girardot: in ogni immagine il divo è ritratto insieme a una delle donne che lo hanno accompagnato nella vita. In Italia il volume si può trovare alla libreria Hoepli di Milano 1 2 3 5 6 9 che da allora conservo nel portafogli, qui, sul mio cuore” 4 8 7 Il mio amico belva fragile BRIGITTE BARDOT (segue dalla copertina) ui, che si è dato per obiettivo il superamento di sé, l’intransigenza, la grandeur, il talento, la voglia infinita di perfezione e bellezza. Quando si mostra in pubblico — di rado: e questa è la sua forza — spazza via tutto quel che gli si trova attorno. È uno tsunami! Ma dietro la facciata si nasconde un uomo estremamente fragile, una tenerezza segreta traboccante d’amore, un dono di sé a quelli che ama, ai figli, il suo sangue, l’avvenire del suo passato. Con loro gioca le sue ultime carte, lui, che è stato perpetuamente alla ricerca dell’assoluto, dell’insondabile, della rarità, di ciò che non si trova: lui, che con tanto sdegno disprezza la facilità, la menzogna, il tradimento, la decadenza. Alain è vero, autentico e insopportabile: vuole tutto, e L “Quando Romy Schneider è morta, davanti alla sua bara, ho voluto fissare per l’eternità la sua ultima immagine: in tre polaroid, subito, è impaziente, ha fretta. Ma se dà l’idea di un uomo che morde la vita con gran gusto, sa anche accarezzare la morte... Forse sarà lei l’ultima “donna della sua vita”? Per cicatrizzare le sue numerose ferite, profonde e segrete, si rifugia, in solitudine, in seno a una natura a sua immagine, con i suoi cani, i suoi gatti, lontano dalle pazze folle... Quest’uomo unico, magnifico, coraggioso, forte e fragile, è un’aquila a due teste. Come per tutti gli esseri d’eccezione, la sua vita e il suo favoloso destino sono comunque la prova di questa frase superba di Madame de Staël: «La gloria è il lutto accecante della felicità». Traduzione di Mario Serenellini © Editions Didier Carpentier © RIPRODUZIONE RISERVATA dossava Romy al nostro debutto parigino in Peccato che sia una puttanacon la regia di Luchino Visconti... come se il tempo fosse cancellato e lei, da un momento all’altro, potesse uscire dalle quinte». Questo non c’è nel suo libro. «Non c’è nemmeno che, al funerale, nel 1982, non mi sono fatto vedere (per non dare in pasto ai paparazzi il mio dolore), ma pochi istanti prima, davanti alla sua bara, ho voluto fissare per l’eternità la sua ultima immagine: in tre polaroid, che da allora conservo nel portafogli, qui, sul mio cuore. Foto che mai nessuno ha visto né vedrà mai». Rimpiange di non averla sposata? «Sì. Ma sarebbe per questo cambiato il suo destino? Non penso nemmeno che avrebbe accettato il passare degli anni. È brutto confessarlo, ma non avrei voluto vederla a settant’anni. Preferisco che sia partita così, che ci abbia lasciato nel pieno della bellezza, restando un mito». Anche Dalida, idillio furtivo nel 1963 sotto il cielo di Roma, è oggi una leggenda tragica: «Mi è rimasto il rimorso: se mi avesse telefonato, quel 2 maggio 1987, avrei forse trovato le parole per dissuaderla dal suicidio». Vi eravate conosciuti per caso quando non eravate nessuno, lei facchino alle Halles e Dalida, ancora Yolanda Gigliotti, Miss Egitto 1954: all’alba, a due passi dall’Arc de Triomphe, sul pianerottolo delle vostre minuscole mansarde i primi incontri, le confidenze sottovoce, la voglia di futuro. «Parole parole parole. Con la storia tutta nostra alle spalle, ci siamo ritrovati nel 1973 per registrare insieme la canzone: chi ha mai sospettato che, dietro l’ironia del testo, ripetevamo le nostre vere parole d’amore?». Parole parole... «Les femmes de ma vie sono quelle che ho amato, che mi hanno amato e alle quali devo tutto quel che sono». Una centralità tolemaica, con rotazione di ruoli-satellite? Ad esempio, gli incitamenti di Romy alla lettura di romanzi, teatro, filosofia, di cui poi lei, da brava tedesca, pretendeva il resoconto, primo contatto di Delon con i libri (dai tempi delle funeste, ripetute espulsioni da scuola) davanti al caminetto, la sera, dopo giornate trascorse in campagna, lei a cavallo, lui a esercitarsi alla pistola. «Le donne sono sempre state il centro e la guida della mia vita — ribalta prontamente Delon — È nei loro occhi che ho cercato ogni volta l’approvazione di me stesso». Di qui, storiche guasconerie, come l’approdo in elicottero bianco, da lui pilotato, al Festival du policier di Cognac nel 1995 o le acrobazie senza controfigura in Ventiduesima vittima, nessun testimone per impressionare il flirt di turno, Kiki (Catherine Bleynie). Les femmes de ma vie continua a indorare il guscio di star, anche se lo charme vero del Delon delle donne sta forse altrove: nelle brecce scoperte della sua parabola fotogenicamente intatta, nel difficile coraggio della fragilità, nello strazio fuori copione di tre polaroid. © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale 38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 14 AGOSTO 2011 l’immagine Anniversari Un secolo e mezzo fa i membri della Royal Society di Londra guardavano sbalorditi la prima fotografia non in bianco e nero della storia: un nastrino di tartan Così incominciava, tra sfide, gelosie e fenomeni di massa, la lunga corsa per catturare la tavolozza della natura MICHELE SMARGIASSI a prima fotografia a colori della storia non esiste. Non è mai materialmente esistita, neanche quando apparve, centocinquant’anni fa, davanti agli occhi sapienti e stupiti dei membri della Royal Society di Londra. Quel nastrino di tartan scozzese leziosamente annodato a farfalla fluttuava sullo schermo, prodotto impalpabile dell’incrocio dei fasci luminosi di tre lanterne magiche, ciascuna delle quali proiettava una diapositiva monocroma: una verde, una azzurra, una rossa. James Clerk Maxwell, fisico e matematico, in quel 1861 aveva risolto col metodo della sintesi additiva il problema che assillava da vent’anni i chimici e gli ottici: catturare la tavolozza della Natura. E così la prima fotografia a colori della storia fu anche la prima delle immagini virtuali. Il cerchio si chiude, tutte le foto che vediamo oggi sui monitor sono fatte così: mosaici di pixel di colori separati che, mescolati dal nostro occhio imperfetto, producono l’illusione di sfumature infinitamente diverse. Questo anniversario dunque non è solo nostalgia, è il riconoscimento di una profezia. Maxwell offrì alla società vittoriana, così sospettosa verso le figure, un assaggio della nostra civiltà delle immagini sintetiche. Del resto, l’Ottocento bramava, reclamava il suo arcobaleno da tasca. Il mondo si era accorto di possedere i colori solo quando Daguerre bruscamente glieli tolse. Quanto giubilo nelle strade di Parigi nel gennaio del 1839 per la «meravigliosa esattezza» della fotogra- L Quando il mondo riprese colore fia appena inventata, peccato che i boulevard, sulle lastrine di rame argentato, risultassero grigi come visti da un daltonico. Il colore era una promessa che la fotografia solo molto faticosamente mantenne. Ci vollero decenni di tentativi, genialità, vicoli ciechi, imposture e colpi di fortuna. Furono gli scienziati, non i fotografi, a incaponirsi. Ci provarono in tutti i modi. Insistendo su una strada senza uscita: cercavano sostanze chimiche in grado di catturare direttamente le tinte degli oggetti, in un colpo solo. Prima di Maxwell, un pastore battista di Westkill, a nord di New York, di nome Levi Hill, giurò di esserci riuscito: a partire dal 1851 pubblicò opuscoli, cercò di raccogliere fondi, si guadagnò una cele- brità mondiale, ma non riuscì mai a fornire le prove di quanto affermava, e morì in odore di ciarlataneria. Solo nel 1933 il ritrovamento dei suoi hillotype dimostrò che qualche risultato, forse per un caso che non riuscì a padroneggiare, il reverendo Hill l’aveva ottenuto. Andò ben diversamente al fisico Gabriel Lippman, che prese il Nobel per un pappagallino che era riuscito a fotografare in tutto lo splendore del suo piumaggio, nel 1892, con il metodo interferenziale, una specie di ologramma: splendido, ma impraticabile. La strada giusta era quella intuita da Maxwell: non si possono strappare alla natura le sue infinite sfumature, si può solo simularle artificialmente, partendo dalle tre tinte base. Bisognava «mettere in “Mamma, non portarmi via la mia Kodachrome”, cantavano Simon e Garfunkel Ma anche il rullino più famoso del mondo è stato ucciso dalla svolta digitale mano al sole una tavolozza con tre colori già pronti, e chiedergli di usare solo quelli», scrisse Ducos du Hauron, poliedrico inventore francese che brevettò il suo metodo a tre negativi separati nello stesso giorno del 1869 in cui un altro bello spirito, Charles Cros, faceva la stessa cosa col suo, del tutto identico. Quando si dice che un’invenzione è matura. Ma al secolo delle masse non interessava che un paio di scienziati riuscissero a catturare i colori: pretendeva che tutti potessero farlo. Facilmente, comodamente. E qui entrarono in scena i grandi fratelli dell’immagine di massa, i Lumière, padri del cinema che nel 1903 fabbricarono uno strano “sandwich” di fecola di patate, sali d’argento e carbone dal quale si otteneva, magicamente, una diapositiva dai delicatissimi colori pastello. Quel che più contava, la loro lastra Autochrome poteva finalmente essere usata con qualsiasi macchina fotografica comune. Fu un trionfo: nel 1909, a Parigi, prima esposizione mondiale di fotografie a colori. Restava un ultimo ostacolo sulla strada della diffusione di massa: la riproducibilità. Gli Autochrome, come i dagherrotipi, erano copie uniche. Ma era già l’era della concorrenza industriale: tra le due guerre, la corsa alla stampa a colori diventò una sfida quasi politica fra Usa e Germania, ossia fra Kodak e Agfa. Vinse la prima, sul filo di lana: la pellicola Kodachrome, destinata a regnare per oltre settant’anni, vie- Repubblica Nazionale DOMENICA 14 AGOSTO 2011 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39 LE TAPPE / 1 Da sinistra in senso orario, la prima foto a colori: Nastro scozzese (sintesi additiva di James Clerk Maxwell, 1861); Veduta di Angoulème (eliocromia di Charles Cros e Luis Ducos du Hauron, 1872); Natura morta (Autochrome dei Fratelli Lumière, 1903) LE TAPPE / 2 Sopra, Pappagallo (procedimento interferenziale di Gabriel Lippman, 1891); a destra, Ragazzo nero di Cincinnati (Kodachrome di John Vachon, 1935) Nell’altra pagina, Autoritratto (Polacolor di Andy Warhol, 1963) ne messa sul mercato nel 1935. Ma, benché riproducibile, era ancora una diapositiva: e l’Agfa si prese la rivincita l’anno dopo con l’Agfacolor, primo vero negativo a colori. E qui, il paradosso. Ingrato, il mondo si pentì, e preferì continuare a vedersi daltonico. I rotocalchi come Life erano già tecnicamente in grado di stampare foto a colori, ma è proprio negli anni Trenta che fiorisce, rigorosamente in bianco e nero, il grande fotogiornalismo. Liquidata la tecnica, fu un problema di estetica, o forse di ideologia. I critici d’arte, da Warburg al nostro Venturi, rifiutarono le «infedeli» riproduzioni a colori dei dipinti. Diffidenti verso il colore anche tutti i grandi della Leica, che pure di soppiatto qualche scappatella tricromatica se la concessero. Paul Strand: «Colore e fotografia non hanno nulla in comune», Walker Evans: «Il colore tende a corrompere la fotografia», Edward Weston, il più cauto: «Sono mezzi differenti per scopi differenti», Henri Cartier-Bresson: «Gamma troppo limitata di toni». Temevano tutti l’ingovernabilità di quella presenza troppo invadente, troppo esuberante e chiassosa, e plebea. «La fotografia a colori può essere solo bella, o insopportabile», sentenziava il critico Claude Lemagny. Sospettavano forse anche un’ideologia autoritaria dietro l’apparente maggior realismo delle emulsioni cromatiche. Non avevano tutti i torti. Fu il nazismo a utilizzare intensivamente le nuove pellicole per la propaganda: anche i Lager, fotografati a colori, furono fatti passare per puliti e quasi confortevoli campeggi. «Colorare il mondo è sempre un mezzo per negarlo», sostenne Roland Barthes nei suoi Miti d’oggi. Tre anni fa il Comune di Parigi fu travolto da polemiche feroci per aver messo in mostra i fotocolor scattati tra il 1940 e il 1944 dal collaborazionista André Zucca: baciata dai toni caldi del sole, sovrastata da cieli azzurri, squillante di verdi ippocastani e di rossi accesi (bandiere con svastica comprese) la capitale sotto il tallone di Hitler appariva troppo gradevole e rassicurante. Solo una generazione diversamente inquieta, negli anni del pop, riuscì a trascinare la fotografia cromatica nel territorio dell’arte; anche il fotogiornalismo incalzato dalla televisione cedette. Ma nel frattempo, ingoiate da milioni di Instamatic, la Kodachrome e le sue sorelle erano già diventate l’accessorio indispensabile della vita familiare. Non realismo, ma nostalgia consolatoria: ogni generazione ha il suo colore. Ancora oggi i ricordi dei figli del boom italiano hanno le tinte surreali delle pellicole Ferrania. «Ti fa pensare che tutto il mondo sia una giornata di sole», cantavano Simon e Garfunkel implorando: «mamma non portarmi via la mia Kodachrome». Be’, anche il rullino Kodachrome alla fine se n’è andato, nel 2009, ucciso dalla svolta digitale. Ma i colori restano. Sempre più necessari, sempre più irreali: pompati da un clic di Photoshop, infiammano i nostri album elettronici su Facebook. Mamma prenditi pure la Kodachrome, ma non portarci mai via i nostri occhiali rosa. © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale 40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA CULTURA* DOMENICA 14 AGOSTO 2011 A San Pietroburgo, nella “kommunalka” dove viveva, sta per nascere un museo per celebrare la dote meno conosciuta del Nobel finito al confino perché inviso al regime sovietico Schizzi, bozzetti, caricature per rendere più leggera la malinconia dei versi e dei pensieri. Fogli sparsi accanto alla risposta che diede al suo giudice: “Chi sono? Un essere umano” NICOLA LOMBARDOZZI Q SAN PIETROBURGO ualche schizzo, due tratti di penna, un paio di figurine leggere che sdrammatizzano la profondità dei versi. Al secondo piano di Litejnj Prospekt 24/27, in un palazzo che risuonò a lungo di rime vietate e di critiche coraggiose al regime sovietico, i foglietti con i disegni improvvisati di Iosif Brodskij sono il tesoro più atteso. Dopo una mostra itinerante durata quasi un anno, i bozzetti del poeta diventeranno l’attrazione principale della casa museo in tormentato allestimento da oltre dieci anni. Poeta e dunque «parassita» per le logiche di regime, condannato ai lavori forzati e poi a una vita da esiliato, Brodskij è adesso uno degli autori più amati dai russi. Anche per questo il comune di San Pietroburgo si aspetta un grande successo dalla prossima apertura del museo a lui dedicato, allestito proprio nelle due camere dell’appartamento all’interno 28, in cui il poeta viveva con la famiglia, all’interno di una kommunalka, le abitazioni collettive del sistema sovietico. Anni difficili ma fecondi nei «dieci metri quadri più felici della mia vita» come egli stesso li definì successivamente quando si divideva, famoso e celebrato premio Nobel, tra l’Europa e gli Stati Uniti. L’anteprima, del resto, ha dato già l’idea dell’amore e della curiosità del pubblico: in migliaia sono arrivati da tutta la Russia per la mostra “Orologio a polvere” allestita qualche mese fa in una sala della Biblioteca nazionale con una raccolta inedita o quasi, di disegni, schizzi, bozzetti di Brodskij raccolti con un lungo lavoro I disegni segreti del poeta che amava i gatti in giro per il mondo, tra gli amici del poeta e varie collezioni private. In molti hanno scoperto quello che si sapeva da tempo. Oltre che uno dei più straordinari poeti del Novecento, Brodskij era un ottimo disegnatore. Amava adornare i suoi manoscritti con schizzi improvvisati così come faceva del resto il suo punto di riferimento culturale più forte, Aleksandr Pushkin, padre immortale della letteratura russa. La capacità tecnica la si vede a cominciare dalla pagelle dei primi anni di scuola dove Brodskij disegnava accanto al voto 3 (sufficiente) degli elaborati e decoratissimi numeri 5 (ottimo). E poi gatti, fiori, autoritratti in tunica romana con tanto di corona d’alloro, proprio come alcuni ritrovati a margine dei manoscritti di Pushkin, adornano i foglietti con le poesie più tristi e dolorose. Un sorriso e un po’ di autoironia per allontanare la malinconia. Perfino sul foglio dove scrisse «La vecchia sta da sola alla finestra...», una delle poesie più cupe su una donna “dekulakizzata” finita in un gulag con tre figlie, disegnò se stesso come un giovane dal sorriso presuntuoso che guarda compiaciuto i suoi versi con un fiore nella cintura dei pantaloni. E mentre già alla vigilia dell’esilio il successo delle sue poesie diffuse in samizdat (le pubblicazioni clandestine) gli conferiva un ruolo fondamentale nella poesia russa di tutti i tempi, disegnava una vignetta che ridimensionasse la sua autostima crescente: Pushkin vi è ritratto solenne a bordo di una elegante carrozza trascinata da un cavallo con la faccia di Brodskij con tanto di sigaretta tra le labbra. Il cielo è stellato e un vigile urbano rivolge allo strano convoglio un saluto militare. Lo sfogo del disegno servì soprattutto per rendere più sopportabili i diciotto mesi di lavori forzati impostigli dal regime in una cittadina del nord siberiano nei pressi di Arkangel. In una lettera da inviare ai genitori per tranquillizzarli disegna se stesso in forma di centauro mentre trascina un aratro. Ai margini, perfino il filo spinato e le torrette d’avvistamento dei guardiani hanno un’aria rassicurante da cartone animato. Poi l’esilio, la fama, e disegni meno complessi e più leggeri: tanti gatti ancora, fiori, caravelle con vele e bandiere al vento. Secondo la sua decisa volontà di minimizzare le sue sofferenze, di non sentirsi l’unica vittima di un sistema ottuso e prevaricatore: «Qualunque boat-people o tutti quei venditori di accendini che vengono da chissà quale paese, hanno un’esperienza dell’esilio ben più drammatica della mia». Tutti i disegni, quelli simbolici e quelli di puro divertimento arriveranno presto ad arredare le due stanze dell’ex kommunalka. Insieme al celebre dialogo tra il poeta e il suo giudice nel processo che portò alla sua condanna. Giudice: «Qual è la tua professione?» Brodskij: «Traduttore e poeta». Giudice: «Chi ti ha riconosciuto come poeta? Chi ti ha arruolato nei ranghi dei poeti?» Brodskij: «Nessuno. Chi mi ha arruolato nei ranghi del genere umano?» © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale DOMENICA 14 AGOSTO 2011 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41 VIKTOR EROFEEV C he lo si voglia o meno, Brodskij resta senz’altro il più grande poeta russo della seconda metà del Ventesimo secolo. Se Stalin aveva acclamato Majakovskij come il più grande poeta sovietico, fu proprio grazie alla sua avversione per il potere sovietico, che gli procurò l’esilio in un villaggio dell’estremo nord della Russia, che Brodskij ebbe l’opportunità di diventare un genio. L’intellighenzia liberale degli anni Sessanta lo vide dapprima come un martire, ma approfondendo la conoscenza della sua poesia, ne scoprì poi la forza del talento. «Anche se a malincuore, non si può non riconoscere il suo genio», confessò una volta in una conversazione privata Bella Akhmadulina, uno degli astri poetici dell’epoca del disgelo kruscioviano. A differenza di un’intera pleiade di poeti suoi contemporanei, Iosif Brodskij mostrò un’autentica incondizionata libertà nei confronti del potere, ma anche della cultura internazionale, cantando, come fece Cechov, il dramma esistenziale della vita umana, senza temerne le intrinseche contraddizioni. Genio prematuramente scomparso — oggi avrebbe avuto settant’anni — ci sollecita a indagare tutti gli aspetti della sua vita e della sua opera. Così scopriamo che affollava i manoscritti dei suoi versi e i suoi taccuini con una moltitudine di brillanti e deliziosi disegni. Una mostra di disegni a penna, allestita a San Pietroburgo nella sede della Biblioteca nazionale, avvicina inevitabilmente Brodskij al più grande maestro della poesia russa, Aleksandr Pushkin. Esaminando i lavori, si ha l’impressione che in Iosif Brodskij Genio ragazzino immune al potere TACCUINI I disegni di queste pagine sono i taccuini originali di Iosif Brodskij esposti nella mostra Orologio a polvere a San Pietroburgo Il ritratto è di Tullio Pericoli entrambi i poeti le rime scaturiscano insieme coi disegni e che disegni e immagini poetiche si combinino e si completino a vicenda. Tuttavia, mentre Pushkin ritrae di preferenza testoline e spalle di incantevoli dame, Brodskij sembra prediligere i gatti, suoi animali diletti, e nei suoi disegni le dame sono assenti. Entrambi si dedicano a tratteggiare il proprio autoritratto: Pushkin di profilo, Brodskij en face. E il volto di Brodskij, simile a quello di un patrizio romano, si distingue per la sua nobiltà. Quanto ai temi politici, nelle pagine dei manoscritti di Pushkin scorgiamo i ritratti di alcuni amici impiccati, eroi del moto decabrista del 1825, mentre in quelle di Brodskij ritroviamo un’autentica caricatura del busto di Lenin. Tali busti ai tempi dell’Unione Sovietica erano disseminati ovunque nei palazzi pubblici. Brodskij, i cui versi sono indubitabilmente filosofici, ritrae nei suoi disegni minuti dettagli di vita quotidiana: tavoli, stoviglie, suppellettili. Quest’amore per i semplici oggetti della sfera più intima lo distingue radicalmente da un altro poeta, Vladimir Majakovskij, valente caricaturista e appassionato propagandista politico, che ritraeva immagini di capitalisti in cilindro, vittime di trionfanti combattenti rossi pronti a conficcare la punta delle loro baionette nel grasso ventre dei nemici di classe. Persino durante la deportazione, confinato dal potere per un anno e mezzo nella provincia di Archangelsk, Brodskij si appassionò alla scoperta della vita rustica: era giovane, tutto lo incuriosiva e aveva tutta la vita dinanzi a sé. Lo rammento a Mosca, appena tornato dal confino, giovane, bello, la chioma fulva, l’aria un po’ altera, mentre attraversavamo in taxi la città notturna, che borbottava sottovoce. Mi voltai a guardarlo. «Non è nulla… — disse — Sto componendo», quasi a giustificarsi, stranamente timido. Ecco che nella fisiologia compositiva, quel suo borbottio notturno, quei disegni sui fogli e nelle raccolte samizdat da lui stesso prodotte, decorati dall’estro della sua fantasia, appaiono come un trampolino nel mondo della sua poesia, che di anno in anno diveniva sempre più matura e raffinata. Della poesia di Brodskij quello che amo di più è il periodo leningradese, al quale si riferiscono anche i disegni dei manoscritti. Sarà Brodskij stesso a rievocare una volta in America, con una nostalgia insolita per un poeta caduto in disgrazia, quel periodo della sua vita, quando viveva in una stanzetta di dieci metri quadri in una kommunalka e frequentava la grande Anna Achmatova, immergendosi nella scoperta della poesia di lingua inglese e prediligendo fra tutti Auden. Non saprei dire che cosa disegnasse quando viveva a New York e viaggiava per la sua amata Italia. Forse, ormai non disegnava quasi più. Era diventato importante; il volto da quello di un patrizio si era trasformato in quello di un imperatore della poesia russa. Era stato insignito del Nobel. Per i disegni gli restava sempre meno tempo. Si dedicava alla stesura di ampi saggi e all’insegnamento e quelle occupazioni fagocitavano il suo tempo. Ma ricordando Brodskij, mentre osservo i suoi disegni, non faccio che ripensare al temerario ragazzo dalla testa fulva, che scoprendo dentro di sé il giovane vino della poesia, ne adornava le etichette con le sue ridenti immagini. Traduzione di Nadia Cigognini © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale 42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 14 AGOSTO 2011 SPETTACOLI I venti minuti di “2001: Odissea nello spazio” tagliati per rabbia da Kubrick. Lo spezzone censurato di “Metropolis” di Fritz Lang. Il quarto d’ora della “Dolce vita” eliminato da Fellini. Fino all’ultimo caso, pochi giorni fa: “The White Shadow”, il primo film scritto da Hitchcock Ecco come per tenacia, passione o fortuna, si ritrovano i capolavori scomparsi del CLAUDIA MORGOGLIONE alle viscere della terra. Da magazzini sommersi dalla polvere, ai quattro angoli del globo. Da un archivio che nessuno aveva mai spulciato. Da un’eredità, una battaglia legale, un restauro. I capolavori perduti del cinema, interi o a spezzoni, vengono alla luce così. Per caso, per fortuna, per la tenacia di appassionati e studiosi. Gioielli poi destinati ai festival, agli extra dei dvd, qualche volta alle sale. E spesso la storia di questi ritrovamenti di grandi autori — da Alfred Hitchcock a Stanley Kubrick, da John Ford a Orson Welles, da Federico Fellini a Pier Paolo Pasolini — è avventurosa quanto il materiale recuperato: un vero e proprio film sul film. Il dibattito sul valore di queste scoperte è aperto. Specie quando a saltare fuori non sono opere sconosciute, ma sequenze inedite di cult stranoti come La dolce vita: su blog e siti specializzati i cinefili si dividono tra gli entusiasti, convinti come Martin Scorsese che «ogni fotogramma sparito fa sparire un pezzetto della nostra cultura»; e gli scettici, secondo i quali una scena eliminata deve restare tale. Forse perché, come sosteneva il leone della vecchia Hollywood Howard Hawks, «se si fanno due riprese buone, poi se ne fanno due mediocri e una brutta»: alla faccia della D cinema sacralità dell’arte. Alcuni reperti, però, hanno un’importanza tale da mettere d’accordo entrambe le fazioni: pochi giorni fa, ad esempio, sono ricomparsi i primi tre rulli di The White Shadow (1923), diretto da Graham Cutts ma attribuibile a Hitchcock, che ne fu aiuto regista, sceneggiatore e scenografo. L’opera, storia di due gemelle dall’opposto temperamento, apparteneva a uno stock di 75 pellicole (tra cui Upstream di John Ford, dramma sentimentale del 1927) abbandonate da anni nell’Archivio cinematografico della Nuova Zelanda. Erano state donate nel 1993 dalla famiglia del defunto Jack Murtagh, un proiezionista che invece di distruggere le pellicole, come d’abitudine nei primi decenni del Novecento, le collezionava. Ma il riconoscimento è avvenuto solo adesso: «Uno dei ritrovamenti più significativi di sempre», secondo David Sterritt, presidente della statunitense National Society of Film Critics. Qui in Italia sarà proiettato, il prossimo ottobre, alle “Giornate del muto” di Pordenone. Spesso poi, i recuperi avvengono in modo rocambolesco. Come la scoperta, lo scorso dicembre, di quasi venti minuti inediti di 2001: Odissea nello spazio in una miniera di sale del Kansas perduto (il sottosuolo è ideale per la conservazione dei vecchi film). Sequenze che Stanley Kubrick tagliò per rabbia, dopo una prima proiezione col pubblico andata malissimo. I fan del regista, adoratori feticisti di ogni suo ciak, ne discutono da anni. Peccato che la Warner Home Video, titolare dei diritti, abbia per ora deciso di non pubblicarle: «Il film così com’è rispecchia la volontà del suo autore — è scritto in un comunicato della società — e noi non lo vogliamo cambiare». Il caso più fortunato riguarda invece la comica A Thief Catcher (1914), titolo perduto della filmografia del Charlie Chaplin attore e interprete di Charlot, scovata per puro caso dal collezionista Paul Gierucki a una fiera dell’antiquariato. Mentre la caccia più tenace è quella che ha portato al ritrovamento della copia integrale di Metropolis, coi 28 minuti eliminati all’epoca, per motivi politici, contro la volontà di Fritz Lang: è rispuntata tre anni fa al Museo del cinema di Buenos Aires grazie alla testardaggine di un cinefilo, Fernando Pena. Da due decenni chiedeva ai curatori di controllare se nei loro magazzini ci fosse questo tesoro nascosto: e alla fine, forse per levarselo di torno, i responsabili hanno deciso di acconten- tarlo. Per la gioia di chiunque ami il cinema. E quello delle pellicole sepolte in luoghi lontani è un elemento ricorrente. Racconta Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca nazionale di Bologna: «Uno dei posti più incredibili che ho visitato è la Cineteca di Montevideo: un magazzino quasi abbandonato; i custodi mi consegnarono le chiavi per entrare e trovai di tutto. Ad esempio una versione mai vista, non censurata, di Diario di una donna perduta con Louise Brooks». Non solo scenari esotici, però. A volte il bottino, banalmente, arriva da un lavoro di restauro: «L’anno scorso, mentre ripulivamo La dolce vita, abbiamo ritrovato la penultima versione del film, montata da Fellini, con quindici minuti in più. Compare un’intera scena con Mastroianni, che anticipa sorprendentemente i toni intimisti di 8½». Ci sono poi casi di recupero ben più estremi, come quello che ha riguardato La rabbia (1963). Una bella fetta della straordinaria prima parte (docu- mentaristica) del film, diretta da Pier Paolo Pasolini, fu eliminata dai produttori; ma tre anni fa Giuseppe Bertolucci l’ha ricostruita in base alle indicazioni della sceneggiatura originale, servendosi di immagini di repertorio dell’Istituto Luce. Un’operazione coraggiosa, per salvare una grande opera dall’oblio. E chissà se dal buio emergerà The Other Side of the Wind, l’ultima fatica incompiuta di Orson Welles, con protagonista John Huston nel ruolo di un vecchio regista. Il film è al centro di un intrigo internazionale, una disputa sui diritti che ha coinvolto negli anni la moglie di un produttore iraniano (Welles ottenne fondi dal fratello dello Scià di Persia), l’attrice croata sua ultima compagna, la figlia Beatrice, il cineasta Peter Bogdanovich. In gennaio fu annunciato che la querelle si sarebbe risolta in poche settimane, sbloccando finalmente il film. Invece nulla: il capolavoro, maledetto come colui che lo girò, resta nel limbo dei “quasi” ritrovati. © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale DOMENICA 14 AGOSTO 2011 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43 La sindrome dell’inedito dal Laocoonte a Maigret MAURIZIO FERRARIS no può ovviamente chiedersi cosa ci facessero 17 minuti di 2001: Odissea nello spazio in una miniera di sale nel Kansas, ma tant’è: c’è stato questo ritrovamento, che ricorda un poco quello dei manoscritti del Mar Morto, se non altro per l’ambiente salino in cui ha avuto luogo. Scoperte di questo genere non sono affatto infrequenti, e spesso producono, per dir così, un’azione a scoppio ritardato. Per esempio, l’opera ritrovata può far scomparire opere precedentemente note. È stato il caso delle cosiddette opere “esoteriche” di Aristotele, quelle che lui adoperava a lezione, diversamente da quelle “essoteriche”, destinate alla circolazione pubblica. Scomparse per alcuni secoli, le opere esoteriche, quando vennero ritrovate, fecero sì che non si leggessero (e non si copiassero più) le opere essoteriche, oggi in gran parte perdute. Talora invece dobbiamo rivedere la nostra immagine dell’autore. Per molti anni, il lettore italiano ha visto in Simenon soltanto l’autore di Maigret, ignorando il romanziere non di genere. Non necessariamente, però, la revisione è una crescita di immagine, potrebbero riemergere dall’oblio testi che demoliscono la reputazione di un autore, o quantomeno la diminuiscono (come saggiamente temeva padre Leo Van Breda, a lungo responsabile dello sconfinato lascito manoscritto di Husserl: come escludere che in quella montagna di pagine non si nascondesse qualche stupidaggine?). In altri casi viene da chiedersi chi davvero sia l’autore, non tanto perché la scoperta comporti una sorta di autorialità (di qui le terre, le stelle e le specie animali o vegetali che hanno preso il nome dal loro scopritore), ma perché ci può essere l’intervento di un secondo autore. Come in Grizzly Man(2005) di Werner Herzog, che ha selezionato e montato le più di cento ore di riprese del naturalista Timothy Treadwell, che per tredici anni aveva osservato i grizzly in Alaska, ma che alla fine era stato divorato da un esemplare particolarmente vorace. Venendo poi ai ritrovamenti di portata epocale, si pensi al Laocoonte scoperto a Roma nel 1506, dove si vedono l’eroe e i suoi figli avvinti dai serpenti. Apprezzato e ammirato da rinascimentali e barocchi, quel gruppo statuario finì per mettere in discussione l’idea stessa della “compostezza” come carattere del classico, visto che Laocoonte e figli si agitano come forsennati. Questo effetto, il più potente, ebbe però luogo duecento anni dopo il ritrovamento, quasi come una nuova rivelazione. Il che ci suggerisce quanto fragile e complessa sia la nozione di “capolavoro”. Perché non solo il Laocoonte, ma ogni opera ha un lato nascosto, cioè qualcosa del “capolavoro sconosciuto” (per riprendere il titolo di una bellissima novella di Balzac, a sua volta relativamente sconosciuta). Soprattutto, ritrovamenti e inediti dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio quanto sia vero che non c’è nulla di tanto inedito quanto gli editi. Perché moltissimi autori e opere noi li conosciamo semplicemente per sentito dire e affiorano alla nostra mente solo quando si trovano delle opere disperse o dimenticate. E solo allora ci accorgiamo del fatto che tante opere note noi le ignoriamo peggio che se fossero sepolte in una miniera di sale nel Kansas. U OMBRE E RABBIA A sinistra, cinque fotogrammi di The White Shadow (1923) scritto da Alfred Hitchcock; in basso, tre immagini de La rabbia (1963) di Pier Paolo Pasolini LOUISE E MARCELLO A sinistra, due scene inedite del Diario di una donna perduta (1929) di Georg Wilhelm Pabst con Louise Brooks; sotto, una scena de La dolce vita (1960) eliminata da Federico Fellini Chissà se dal buio emergerà “The Other Side of the Wind”, l’ultima fatica di Orson Welles con John Huston La pellicola è al centro di un intrigo internazionale © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale 44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA le tendenze Casual chic DOMENICA 14 AGOSTO 2011 Lunghi vestiti a fiori, caftani, sandali ultrapiatti e mini pochette che contengono solo cellulare e rossetto. Da Ibiza a Mykonos, ma anche alle Eolie, le feste vista mare impongono un rigoroso galateo. A partire dal look: finto stropicciato e rivisitato con eleganza IRONICI Miu Miu interpreta con ironia i suoi gioielli per l’estate come questi orecchini laccati IRENE MARIA SCALISE rriva direttamente da Ibiza ed è la nuova mania dell’estate. Unisce un lieve tasso alcolico, abiti leggeri e la voglia di divertirsi sino all’alba. Ecco il “beach party”: termine tecnico che sta a indicare una festa ambientata rigorosamente sulla spiaggia di qualche località di mare all’ultima moda. Per sopravvivere allegramente, però, ci vuole un fisico bestiale. Spesso, infatti, il beach party comincia al tramonto e termina all’alba. In totale, tra un chiringuito, uno spritz e una colonna sonora di musica lounge, un percorso netto di quasi dodici ore senza passare dal via. Ma tant’è. Gli aspiranti ospiti, ben lungi dal dare segnali di cedimento di fronte al tour de force, aumentano di giorno in giorno. E chi sino a oggi non ha partecipato almeno a un beach party, assicurano i massimi esperti di tendenze, farebbe meglio a recuperare il tempo perduto. Per fortuna non è mai troppo tardi per correre ai ripari: c’è persino un sito internet dedicato all’argomento: www.beachparty.it. Si tratta di una sorta di social network della movida in grado di fornire in tempo reale informazioni agli utenti interessati a partecipare a qualsiasi genere di festa. Chiunque decida d’iscriversi riceverà tutte le notizie riguardanti orario, indirizzo e date dei vari incontri sulle spiagge italiane. Di più. Se desidera pubblicizzare una festa, potrà inserire la notizia sul database del portale. Anche su Facebook impazzano i “gruppi” dedicati alle feste A SEXY Abito mini ma con frange di chiffon di seta lavorato con la tecnica tie&die. Di Dior ACQUA In oro bianco e oro giallo 18 carati con 58 diamanti, un’acquamarina e 13 grani di opale di fuoco Piaget FIORATA È un abito lungo stile impero di chiffon di seta tutto a fiori il look D&G per le sere in spiaggia Tutti in spiaggia dal tramonto all’alba VELATA marine. L’ultima novità sono i beach party online, la deriva estrema per chi in vacanza proprio non riesce ad andare ma vuole comunque sognare. Nella società degli eventi, in pratica, il beach party si trasforma nel corrispondente marino di vernissage, inaugurazioni e aperitivi. L’elemento che entusiasma, assicurano i partecipanti con una certa esperienza alle spalle, è che in queste serate è tutto perfettamente organizzato. Una macchina oliata che non lascia nulla al caso: mai una bibita troppo calda o (tanto per dire una cosa teoricamente possibile) della sabbia fastidiosa che possa rovinare il divertimento. Gli organizzatori di beach party sono dei professionisti del mestiere. Autentici guru del divertimento a cinque stelle. Una spiaggia, è bene precisarlo, non è uguale all’altra. All’estero sono Ibiza, Mykonos e Formentera a dettare le regole. Ma anche l’Italia si difende con la riviera romagnola, Napoli, la Sardegna e le isole più piccole come Panarea e Stromboli. Le feste in spiaggia impongono un rigoroso galateo da seguire. Anche nel look. Presentarsi con i tacchi dodici, per esempio, è rigorosamente vietato salvo rare quanto temibili eccezioni. Idem per gioielli tradizionali, abiti luccicanti e look troppo seriosi. Quello che può funzionare meglio è un certo stile shabby chic, definizione mutuata dall’arredamento che sta a indicare qualcosa di stropicciato e malconcio ma elegantemente rivisitato. Via libera, dunque, a vestiti lunghi e fiorati, caftani e stoffe trasparenti. Non possono mancare gli occhiali da sole dalle forme più stravaganti, anche se le suddette feste si svolgono nelle tenebre, sandali ultrapiatti e coloratissimi e mini pochette decisamente graziose ma utili solo per contenere cellulari e rossetto. © RIPRODUZIONE RISERVATA Emilio Pucci abbina al bikini un abito-pareo in chiffon di seta sottile come un velo INFRADITO SFUMATI In acetato, con lenti sfumate, gli occhiali da sole di Sonia Rikiel disponibili in rosso, nero e naturale Sergio Rossi rende chic il classico sandalo in plastica colorata perfetto per la spiaggia Piatto in Pvc, con suola in morbida pelle Repubblica Nazionale DOMENICA 14 AGOSTO 2011 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45 CAPRI In suede blu con cinturini il sandalo infradito a tema “Capri” proposto da Chanel RÉTRO Molto femminili e sofisticati gli occhiali da sole di Marc Jacobs con divertenti pois colorati PICCOLA È in gros grain la pochette con fibbia firmata e smaltata pensata da Fendi COLORATA Who’s Who propone una mini tuta a fiori Perfetta da indossare in spiaggia Anna Molinari / Blumarine MACULATA Caftano lungo in seta lamé stampa maculata con scollo a barchetta e plissettatura Di Blumarine “Trasparenze e tinte brillanti la parola d’ordine è leggerezza” AMERICANA Lungo abito in seta e lurex con scollatura all’americana e spacco Louis Vuitton LAURA ASNAGHI nna Molinari, lei che con la sua linea Blumarine è cultrice degli abiti glamour, che abbigliamento suggerisce per un beach party? «È importante un abbigliamento casualchic, con colori brillanti che esaltino l’abbronzatura. Spesso si pensa che in queste occasioni una donna debba scoprirsi a tutti i costi e sfoggiare abiti con spacchi e décolleté abissali. Io no. Una donna è molto più elegante e fascinosa se lascia intravedere o immaginare le forme. Dunque via libera a trasparenze, tagli anatomici e lunghezze strategiche dell’orlo». Ma esiste un abito passepartout per i beach party? «No. Bisogna sempre tenere conto del contesto. A Miami valgono codici estetici diversi da quelli di un party su una spiaggia esotica o di una festa a bordo piscina». Tracciamo un identikit dell’abito giusto per questi tre tipi di feste. «Miami è una meta sempre più gettonata da chi ama le spiagge ma anche le gallerie d’arte e tutta la zona con l’architettura déco. Quindi è perfetto un abito in pizzo macramè corto, con colori vivaci, come giallo, arancio e viola. Pensando all’accessorio, sicuramente la mia ultima creazione, Elettra Bag, preziosa clutch rivestita di pizzo della stessa tonalità dell’abito. Completerei con un paio di décolleté con cinturino e tacco altissimo». La spiaggia esotica? «Qui un tocco più romantico non guasta. Sceglierei un abito in chiffon con stampe multicolor, di estrema leggerezza e adattabilità. Gli accessori giusti possono essere una cintu- A ra gioiello oppure tanti bracciali gold. Fondamentali però sono gli occhiali, grandi e avvolgenti da diva». E per la festa a bordo piscina? «Un abito lungo, in seta, con spalle scoperte. Per le più audaci consiglio una stampa maculata. L’importante è che l’abito sia essenziale, rigoroso e senza fronzoli. Ai piedi, un sandalo dal tacco vertiginoso che a metà sera può essere tolto per camminare a piedi nudi». Quando disegna abiti per l’estate a che donne si ispira? «Penso sempre a tante donne. E di ognuna cerco di cogliere il lato più interessante: il coraggio dirompente di Coco Chanel, l’indipendenza di Katherine Hepburn, l’anticonformismo di Lady D, la seduzione di Marilyn, la maliziosa ingenuità di Brigitte Bardot, la bellezza dolce di Audrey Hepburn e quella sofisticata di Grace Kelly, l’eleganza di Jackie Kennedy e la frizzante energia di Twiggy». E una icona di oggi chi è? «Un modello interessante è Kate Middleton: ha uno stile fresco ed elegante. Un’altra donna di fascino è Rania di Giordania, che coniuga estrema semplicità e grande stile in ogni occasione». Per un beach party quale tipo di make up bisogna scegliere? «La parola d’ordine è leggerezza. Il trucco deve essere il più naturale possibile. Un po’ di mascara per valorizzare gli occhi e un tocco di gloss trasparente per le labbra. I capelli devono essere morbidi e sciolti per non appesantire troppo il look». © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale 46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 14 AGOSTO 2011 i sapori Con chi vuoi Fritto di paranza Insalata russa Spiedo Nell’irresistibile finger food estivo convivono alicette e moscardini, incipriati di farina e cotti rapidamente in olio extravergine leggero (ligure o lombardo) La ricetta originale — piselli, carote, patate — diventa fresca e stuzzicante con briciole di tonno, capperi e cetrioli sott’aceto, maionese acidulata al limone Per tutti gli appassionati dell’arrosto rotante immancabili sono maiale (maialino da latte, porchetta), agnello e pollo. Tutta sarda la tradizione della pecora Passi per il prosciutto e melone. Va bene i pomodori col riso. Al limite l’insalata russa. Ma chi pensa che il menù estivo debba essere light è costretto ad arrendersi alla festa. Perché non c’è caldo che tenga: bisogna esagerare LICIA GRANELLO «G razia! Ma tutta la pasta al forno te sei magnata?!» Gianni Di Gregorio, alias Giovanni, protagonista del film Pranzo di Ferragosto, sigilla in una frase il concetto stesso di Feriae Augusti, festa varata in età imperiale da Augusto in persona: un giorno dedicato per legge a riposo, svago, vacanza da regole e restrizioni, alimentari in primis. Che c’è di più trasgressivo per un diabetico di una teglia di lasagne? Si scrive Ferragosto, si legge pranzo speciale, specialissimo. Poco importa il luogo, la compagnia e perfino la disponibilità economica. Perché nulla è più trasversale e democratico del menù delle ferie di Augusto. Se le altre feste imprescindibili — Natale, Capodanno — rappresentano vere esibizioni di gastronomia muscolare a colpi di caviale e champagne, tortellini da manuale della perfetta sfoglina e arrosti succulenti, super cotechini e panettoni costosi come foie gras, a Ferragosto trionfa la creatività della cucina a basso impatto economico. Dovrebbe essere la storia di un gastro-disastro annunciato: riesce quasi sempre come uno dei pranzi più golosi dell’anno. Da una parte all’altra d’Italia, non c’è prato, spiaggia, terrazzo, riva di lago o parco cittadino che sfugga all’occupazione rituale e affamata di famiglie e gruppi di amici, coppie consolidate e conoscenze dell’ultimo momento, aggregati e coordinati secondo l’imperativo del chi porta cosa. Il menù divide i partecipanti in due categorie distinte e complementari: prima e al momento, formiche e cicale, la cura paziente e la performance in diretta. I praticanti della cucina dotta sacrificano il pomeriggio del 14 per preparare parmigiana e pasta al forno, pesche ripiene e panna cotta, verdure in carpione e torte salate, pomodori farciti e tiramisù, ricette che si completano con il riposo in frigorifero. Mentre alla vigilia, i seguaci di fritture e barbecue, non vanno al di là del reperimento degli ingredienti. Pranzo di Ferragosto L’importante è farlo Tutto rimandato alla tarda mattinata del 15, quando si allestiscono braci, gratelle e condimenti. Secondo i comandamenti dell’antropologia, il rito della griglia è di spettanza maschile, ricordo della mitologia guerriera, del rapporto diretto tra cibo e fuoco senza la mediazione delle pentole, strumenti successivi, che prevedevano un accudimento femminile. Un’eredità tradotta in bistecche e salsicce, sardoni e melanzane, provole traditrici (si squagliano in un attimo) e peperoni bruciacchiati. Il bello è che per una volta nessuno ci obbliga a scegliere: primo o secondo, carboidrati o proteine, pranzo o cena. Possiamo assaggiare di tutto e di più. E bere con l’allegra certezza di avere il tempo per riportare il tasso alcolico a quota zero, regalandoci un dopo pranzo sonnolento o un pomeriggio da sportivi. Se siete anguria-dipendenti, tagliatela a lingottini, da tuffare nel cioccolato fondente sciolto a bagnomaria (o nel microonde, con molta attenzione). Poi, tutto in frigo, fino al momento dei dolci. In un sol colpo, conquisterete i palati dell’intera tavolata, farete scorta di potassio anti-crampi e non darete altri motivi alla bilancia per rovinarvi la mattina del 16. © RIPRODUZIONE RISERVATA Parmigiana Grigliata mista Insalata di riso Il trionfo del Mediterraneo in teglia: melanzane fritte, bi-fritte o alla piastra, mozzarella di bufala o fiordilatte Va preparata rigorosamente il giorno prima Solo l’imbarazzo della scelta per i campioni della cottura alla brace. Sulla griglia, salsicce e costolette, peperoni e melanzane da ungere con oli aromatizzati Tramontata finalmente la moda del parboiled, si parte dal super riso integrale, rosso (selvaggio) o nero (Venere) Dentro, dadini di formaggi e salumi, sottaceti, uova sode Repubblica Nazionale DOMENICA 14 AGOSTO 2011 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47 Peperonata Prosciutto & melone Pomodori ripieni Peperoni arrostiti e sbucciati per gli stomaci più delicati, qualche foglia di basilico a fuoco spento. Per invogliare i bambini, frullatura a mo’ di salsa con crostini Solo la frutta matura permette di sbizzarrirsi con l’affettato, grazie all’effetto dolce-succoso che arrotonda perfino le ruvidezze degli insaccati umbri e toscani I più rossi e sodi perdono semi e polpa ma guadagnano farciture sfiziose e creative: riso, pasta, verdure, ragù Qualche ora di riposo ne concentra il sapore LA RICETTA Gualtiero Marchesi è il cuoco che ha reinventato la cucina tradizionale italiana in chiave moderna. Tra i suoi piatti simbolo, la squisita costoletta alla milanese in versione puzzle Stoici come i nostri avi di fronte alla grande bouffe Costoletta milanese MICHELE SERRA Ingredienti per 4 persone •• •• • 4 costolette di vitello spesse 30 gr di burro chiarificato 120 gr di mollica di pan carrè 2 uova, sale q.b. e pepe bianco Grattugiare il pan carrè in un setaccio a trama larga. Sbattere le uova con una forchetta. Tagliare le costolette a dadi, mantenendo l’osso. Impanare in uovo e pan grattato. Scaldare e salare il burro in padella. Rosolate la carne 2’ per lato. Ricomporre le costolette nei piatti e servire caldissime connesse una dopo l’altra dalle loro antiche ragioni agricole, tutte le nostre feste, o quasi, sono ridotte a ricorrenze gastronomiche (e cioè: sono ben connesse alle moderne ragioni del consumo obbligatorio). Il pranzo di Ferragosto, per evidenti ragioni climatiche, ha qualcosa di stoico. Nell’afa urbana o sotto il solleone, il profluvio di teglie roventi, griglie sfrigolanti, forni accesi risulta spavaldamente contronatura. Ho il ricordo indelebile di un’orgia a base di arancini su una spiaggia siciliana, con una temperatura africana, come se clima e cibo si alleassero per brutalizzare insieme il genere umano. Ho visto teglie di pizza da un ettaro che tenevano in ostaggio villeggianti inermi (anche i non consenzienti) di fronte a un mare, quello ligure, solitamente dai costumi sobri. E sul litorale ravennate, con gli uomini saldamente inerti attorno al tavolaccio, ho visto gruppi di donne sortire da borsoni e frigobar una quantità di cibo mostruosa, con porzioni pro-capite di gramigna e salsiccia che avrebbero stordito un gigante, fritture di pesce che olezzavano fino alla costa croata, eserciti di bottiglioni di vino rosso e, verso le quattro del pomeriggio, sotto un sole bruciante, interi cocomeri che andavano a gorgogliare dentro stomaci già dilatati a dismisura, e gli uomini abbattersi a dormire in pineta e risvegliarsi verso le sette per chiedere se era rimasto qualcosa per cena. Il dosaggio dei pasti quotidiani, nella media dei ristoranti e delle trattorie, si sta lentamente adeguando ai tempi, e a parte le porzioni decisamente più piccole quasi nessuno mangia più, come un tempo, antipasto primo secondo dolce caffè e ammazzacaffè. Non così al tavolo della festa, che si concede ancora quantità tarate sul metabolismo dei nostri avi lavoratori, ciascuno dei quali aveva un fabbisogno calorico più o meno doppio del nostro. Il pranzo di Ferragosto, poi, si avvale del vizio specifico di cadere nel cuore di un periodo dell’anno dai ritmi allentati e dalle regole molto indulgenti. Né le radici religiose della festa (l’Assunta) né quelle contadine (una sorta di saluto all’estate declinante) ci sono così familiari, anche perché l’artificiosità della vita urbana e industriale nasconde a quasi tutti noi la solennità delle stagioni. Ed ecco che l’abbuffata resta il solo tratto rituale evidente, con vaghe tracce (nei barbecue, nella vampa dei fornelli) dei grandi fuochi rituali che in mezza Europa illuminavano la notte di mezzo agosto, quasi in simmetria terricola con le stelle cadenti. Ovviamente ciascuno si regola, per l’occasione, come meglio crede. Quasi obbligatori, anche per ragioni familiari, la cena di Natale e il cenone di Capodanno, quasi inevitabile almeno una mangiata a Pasqua, il pranzo di Ferragosto è soggetto a vaste deroghe, e a diserzioni anche consistenti. L’estate 2011, mutevole e piuttosto fresca, aiuta a concepire un Ferragosto leggero, divagante come le soffici nuvole bianche che non ci hanno quasi mai abbandonato per l’intera estate. Siamo pronti per un Ferragosto non troppo oberato dai riti di massa. Per esempio: saltare il pranzo (si rimane al mare, o si cammina in montagna) per poi concedersi, con quattro amici scelti, una felice cena di Ferragosto in un ristorantino di buona qualità e soprattutto con pochi coperti, rigorosamente senza musica in diffusione. Festa vera, insomma, e una vacanza insperata anche per stomaco, fegato, pancreas e tutti gli altri lavoratori del metabolismo. S © RIPRODUZIONE RISERVATA Cheese cake Sorbetto Dalle crostate agli sformati, la ricotta regna sovrana nelle torte estive (anche in versione salata) Compagni di ricetta: miele, uvetta, pinoli, canditi, cacao Gelatiera o frullatore per il non-gelato di sola frutta, ghiaccio e zucchero (ma sarebbe meglio fruttosio), che i più trasgressivi battezzano con acquavite (vodka o grappa) Repubblica Nazionale 48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 14 AGOSTO 2011 l’incontro L’infanzia a Trastevere, la gavetta come assistente sul set, sceneggiatore per Matteo Garrone. Poi tre anni fa l’esordio con “Pranzo di Ferragosto” È subito un caso, replicato dal successo del suo secondo film dedicato alle donne che, dice, “amo moltissimo ma ne sono succube Colpa di mia madre Per questo la rendo sempre così cattiva nelle storie che racconto, per esorcizzarla” Registi operai Gianni Di Gregorio a sua fortuna è stata che nessun produttore e nessun regista volevano fare un film in cui la più giovane delle protagoniste doveva avere 84 anni e le altre dai novanta in su. «Ci provavo a vendere la sceneggiatura, la caldeggiavo con tutte le mie forze, chiedevo duemila, tremila euro, datemi quello che vi pare. Macché. Allora ho deciso. Nessuno vuole fare il film? Lo faccio io». Così nel 2008, a quasi sessant’anni, Gianni Di Gregorio esordisce felicemente come regista e attore con Pranzo di Ferragosto. È subito un caso, un successo e non solo in Italia, qualcosa di sconvolgente per uno che raramente era uscito da Trastevere, il quartiere romano dove è nato nel 1949. Se dividesse la sua vita in capitoli, questo sarebbe l’inizio del terzo, il più imprevisto. «Già mi stupiva la popolarità che avevo raggiunto a Roma, ma quando a Berlino, Parigi o Londra qualcuno mi riconosceva per strada ho avuto attimi di vero panico, oddio che sta succedendo, mi sono messo quasi paura. E quando proiettarono il film a New York, al Moma, l’idea che il mio lavoro fosse a pochi passi da Picasso e da altri grandi dell’arte mi faceva sentire un extraterrestre caduto in un mondo meraviglioso». Gianni Di Gregorio nella vita è esattamente come nei suoi film. Simpatico, gentile, disponibile, lo sguardo diretto, la timidezza sfumata nella tendenza a ridere soprattutto di se stesso, un’incredibile capacità di stupirsi, sottolinea il racconto della sua vita con costante ironia. Soprattutto quando ricorda il primo periodo. «Una noia mortale. Il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza è stato dif- collaborato a tutte le sue sceneggiature ma ho anche seguito le riprese, sono tornato a respirare la polvere del set, ho riunito le due anime. Matteo è stato determinante, solo un pazzo come lui poteva convincermi a fare la regia». Ma l’elemento che ha segnato la vita di Di Gregorio è un altro: la mamma. Sullo schermo, in Pranzo di Ferragosto e in Gianni e le donne, è impersonata da Valeria De Franciscis Bendoni, scelta senza esitazioni. «Quando l’ho conosciuta, dopo dieci minuti era come mia madre. “Visto che sei lì, prendimi quello, fammi questo favore…” Come con mia madre. Era una donna bellissima, rompicoglioni stratosferica». In Pranzo di Ferragosto la mamma, e non solo quella di Gianni, è decisamente protagonista. In Gianni e le donnela mamma ritorna, anche se il film «viene da una riflessione che avevo dentro da tempo sul fatto che, con gli anni, le donne non ti guardano più, sull’autobus diventi trasparente, devi darti fuoco per attirare l’attenzione di una bella ragazza. Non è stato facile, dopo il successo di Pranzo di Ferragosto, fare il secondo film. Mi sentivo responsabilizzato, la Col passare del tempo non ti guardano più, diventi trasparente Ma un uomo deve fare i conti con i propri limiti: l’anomalia sono i settantenni in cerca di giovani fanciulle FOTO MILESTONE L ROMA ficile. Ho avuto un’educazione formale, mio padre era uno di quegli uomini con la mentalità dell’Ottocento, mi comprava tanti libri. Figlio unico, me ne stavo lì a leggere, solo. La mia tendenza a ridere, lo sviluppo del lato comico è nato lì, per difendermi dalla solitudine, da ’sta casa tenebrosa, con la carta da parati, i tappeti, le tende pesanti». Roma negli anni Cinquanta era ancora una città sicura, un bambino di sei, sette anni poteva passeggiare tranquillamente con i compagni di scuola e Gianni, che veniva dalla parte alta di Trastevere, considerata più borghese, scoprì l’altra faccia del quartiere, quella popolare. «Mi piaceva sentire la gente nei bar e nelle botteghe, passavo molto tempo con loro. Fu un altro modo per uscire dalla solitudine, la scoperta di un’altra vita. In quel periodo cominciò a svilupparsi la mia voglia di comunicare». Sarà anche per via di Trastevere e della sua doppia anima che Di Gregorio è arrivato a una constatazione: «Io sono diviso in due. Sono in parte un intellettuale, tra virgolette, uno che lavora con la testa, ma sono anche un operaio. Ho fatto una lunga gavetta sui set come ultimo degli assistenti, facevo l’autista, portavo i caffè, spostavo gli arredi». Più “intellettuale” forse la passione giovanile per il teatro e la scelta di iscriversi all’Accademia Alessandro Fersen, una scuola importante in quegli anni. Scelta accolta con orrore in famiglia. «Mio padre non si rassegnava. Poi ho cominciato a lavorare come aiuto in teatro e nel cinema. Erano gli anni Settanta, si faceva tanto cinema d’autore ma anche western, polizieschi, commedie. Lavoravo tantissimo, guadagnavo bene e portavo i soldi a casa, e mio padre si è un po’ pacificato». Il cinema ha prevalso sul teatro, soprattutto quando, sul set de Il diario di un maestro di Vittorio De Seta, ha capito che un film poteva raccontare la realtà e avvicinarsi alla verità della vita. A trent’anni Gianni decide di tentare un lavoro “con il cervello”. «Mi sono seduto alla scrivania e ho cominciato a scrivere sceneggiature. È il secondo capitolo della mia vita, durato anni. Ho collaborato con tanti, ho scritto di tutto, anche piccoli film. Fino al 2000, all’incontro con Matteo Garrone, importantissimo». Non è stato il regista a rivolgersi allo sceneggiatore, ma il contrario, perché dopo aver visto il cortometraggio di Garrone Terra di mezzo Di Gregorio ricorda di non aver resistito all’impulso di cercarlo. «Ho capito che il ragazzo aveva un talento particolare. Io ero già grandino, Matteo ha vent’anni meno di me, eppure gli ho chiesto di lavorare con lui e ho paura “e adesso che faccio” è durata mesi. Alla fine la riflessione sul tempo che passa mi è sembrata così naturale che ho deciso di raccontarla». Gianni e le donneè uscito dopo che da mesi sui media si parlava di settantenni ben diversi da Gianni, uomini che non avevano nessun problema a circondarsi di giovani fanciulle, tanto che il film è sembrato quasi una provocazione. «Giuro che quando l’ho scritto il caso delle escort non era esploso. So che oggi, con i mezzi e le pillole a disposizione, tutto si può fare. Ma un uomo dovrebbe fare i conti con se stesso, con i propri limiti, pacificarsi. L’anomalia sono i settantenni in cerca di ragazze giovani, mi auguro siano pochi. La normalità dovrebbe essere quella che raccontiamo nel film. E il fatto che sia piaciuto a tanti è un buon segno, almeno c’è un’Italia che vede le donne in modo diverso, più sano». Gianni e le donne sarà anche «un atto d’amore» per le donne in genere, ma la mamma c’è ed è piuttosto ingombrante. «Credevo di averla esorcizzata, di essermi liberato di certi complessi nei suoi confronti con il primo film sulle mamme multiple. Invece, durante le riprese un mio amico, Gianni Tabet, è venuto sul set e ho visto che rideva. Gli ho chiesto perché. “Tua madre è morta quindici anni fa, ma la sua presenza riemerge di continuo. Per te non è morta”. Sono rimasto malissimo, ma ha ragione lui». E nel secondo film riemerge con la solita petulanza ma anche con sublimi momenti di perfidia, come quando comunica di aver venduto la nuda proprietà della casa sottraendola al figlio. «Ho un po’ esagerato nella finzione, ma è vero che mia madre mi ripeteva spesso “lascio tutto ai preti!”. Mi terrorizzava, conoscendola sapevo che sarebbe stata capace di farlo». E dopo un silenzio: «Se cerco nella memoria trovo l’immagine di mio padre che mi prendeva per la manina ed era spesso affettuoso. Mia madre no, lei era sempre dominante. È vero, nel secondo film l’ho resa ancora più cattiva. Se tornasse in un terzo chissà che mostro ne farei!», conclude ridendo e sorseggiando vino bianco, una costante, con la sigaretta, nella vita e sullo schermo. «Magari ero portato al bere, è diventata un’abitudine nel periodo in cui accudivo mia madre, mi occupavo delle sue amiche e, avendo già la mia famiglia, non era facile, bevevo sempre di più. Oggi è il mio sostentamento». È naturale che una presenza materna così forte abbia influenzato il suo rapporto con le donne. «Amo moltissimo le donne, ma ne sono succube. Penso che casi come il mio siano frequenti nella cultura mediterranea, soprattutto per i figli unici. Sono sposato, ho due figlie, e anche nel matrimonio sono succube, mi piace provare una sorta di devozione. Mia moglie ride, sopporta le mie crisi. È un’artista, dipinge, è stata lei a fare la scenografia dei miei due film, ha seguito le disavventure sentimentali del personaggio con divertimento, senza gelosia». In Gianni e le donne c’è una specie di coro di commento. Sono gli avventori del bar di Trastevere, «quelli veri, più autentici di qualunque attore. Mi hanno fatto impazzire, “domani non vengo”, “oggi non mi va”, mi facevano i dispetti, ma li trovo fantastici. Uno di loro, quello che interpreta l’elegantone che ha la storia con la tabaccaia, è rimasto fregato. Mi chiede sempre di lei, si è innamorato: il cinema è entrato nella vita». Preso dall’impegno di accompagnare il film nel mondo e godersi il successo, Gianni Di Gregorio rinvia il pensiero di un possibile terzo film. Ma c’è una riflessione che gli gira per la testa. «Gianni e le donne è piaciuto di più al pubblico femminile che agli uomini, forse si sono sentiti toccati sul problema dell’età. “Io non sono così”, mi dicono. L’età avanza, ma c’è un lato molto bello. Per come sono fatto io, che ho due figlie, mi viene da ridere a pensare alle ragazze: se mai ci sono le signore di mezza età. Lo dico ai miei amici che idealizzano le donne giovani, cerco di spiegare che c’è un mondo che si apre proprio adesso, un’infinità di donne bellissime di cinquanta, sessant’anni, spesso sole, disponibili. Su quelle bisogna puntare, sono più vicine a noi, la comunicazione è molto più facile e piacevole. L’età non è una chiusura, è un’apertura a tanti possibili, nuovi incontri importanti». E se fosse questa la riflessione per un altro film? © RIPRODUZIONE RISERVATA ‘‘ MARIA PIA FUSCO Repubblica Nazionale