I valori della famiglia.
La prima famiglia fu quella di Adamo ed Eva. Liberi e felici, i due sposi
vivevano nel Paradiso terrestre e dialogavano con Dio. Poi ci fu il
peccato originale e tutto cambiò. Altre famiglie le “incontriamo” nella
Bibbia. Grandi, patriarcali famiglie, di cui ci sembra di fare parte
anche noi. Perché tutto ciò che è letteratura sacra ci appartiene, non
solo come memoria, ma anche come forza dello spirito. Ma la famiglia che più ci è vicina è quella di
Cristo, Giuseppe e Maria. Una piccola, unita famiglia che, per
sopravvivere alla notte di Erode,
deve fuggire in Egitto. Poi tornerà
nella sua Nazareth, nella quale
Cristo diverrà fanciullo, poi uomo.
Agli inizi della sua vita pubblica, lo
troviamo alle nozze di Cana dove,
ad un certo punto, venne a mancare il vino. Su invito della Madre,
trasformerà dell’acqua in vino. La
festa di nozze proseguì con la
tranquillità degli sposi.
La famiglia è dunque al centro
della nostra storia. Senza di essa
non esisterebbe la società. I tempi
in cui si vive non le conferiscono
più quell’importanza che dovrebbe
avere. Oggi, molti, vivono dentro famiglie “allargate”: un padre o una
madre tengono sotto lo stesso tetto figli avuti dalle prime o seconde
unioni e, spesso, anche da terze o quarte. Non sono, senz’altro,
ragazzi felici. Vivono tra angosce e conflitti: è venuto loro a mancare
quel punto di riferimento che sono i genitori nei quali i giovani identificano non soltanto se stessi e la sfera dei loro affetti, ma anche i
sogni e le speranze. Tutto questo, con la separazione o il divorzio di
una coppia con prole, viene a mancare. Di contro si dirà che è meglio,
per i genitori e per i figli,avere e vivere in una seconda o terza famiglia, anziché nella prima, dove i rapporti fra i coniugi si erano guastati, e i figli altro non erano che spettatori impotenti di liti e altri tristi spettacoli. In questo c’è, di sicuro, una parte di verità. Solo che i
matrimoni non dovrebbero naufragare così spesso come purtroppo
avviene. Nell’amore di una coppia dovrebbe, tra l’altro,
esservi anche quella ricerca spirituale, propria, di un sacramento come il matrimonio. Ossia, la vita coniugale intesa
anche come preghiera; e una preghiera fatta, oltre di azioni
e opere, di comunione dello spirito come ricerca di Dio. La
Chiesa, quando una coppia chiede al parroco di sposarsi,
prevede un corso pre-matrimoniale, in cui vengono impartiti i
principi basilari che riguardano la
vita coniugale. Il resto, spetta agli
sposi. Nel senso che non debbono solo pensare a un cammino
fisico ed economico, ma anche a
un cammino di conquiste spirituali, cioè di quell’amore dell’anima che vede in Dio la sua mèta.
Un concetto che dovremmo cercare di riscoprire, per ridare alla
famiglia quei valori e quei principi i quali, più che perduti, si sono
offuscati, complice una società la
cui cassa di risonanza sono il
consumismo e le apparenze che
gli sono correlate, insomma, le
vanità e le loro chimere.
Vincenzo Pardini.
Via del Brennero - S.S. 12 S.PIETRO A VICO (LU) - Tel. 0583 409111
Via Pistoiese, 91 - 51011 BUGGIANO (PT) - Tel. 0572 770350
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Sommario:
Pag. 2................................................................I valori della famiglia
Pag. 3...............................................................................Chi Siamo?
Pag. 4...........................................................Breve storia del Rwanda
Pag. 5...........................................................................Vado in Africa
Pag. 6............................................Un'amicizia nel nome del Rwanda
Pag. 7............................Forum sull'immigrazione Africana in Europa
Pag. 10....................................Consumismo, progresso e solidarietà
Pag. 11.......................................Lo sviluppo dell'uomo viene da Dio
Pag. 12.........................Da Nyiamata a Ntarama per non dimenticare
Pag. 13................................................................Diario di un ricordo
Pag. 14...........................................................L'esperienza di Patrick
Pag. 15..............................................................Due passi al mercato
Pag. 16......................................Una lettera dalla Papa Nuova Guinea
Pag. 16..........................Fiaccolata natalizia; un viaggio verso il bene
Pag. 17..............................................................A messa all'Equatore
Per offerte e donazioni c/c postale: 32268427
Pag. 18......................................................................Lascio l'Africa!!!
Pag. 19.......................................................Sotto la punta dell'Iceberg
Pag. 20......................................................A tu per tu con Clementina
Pag. 21..........................Rubrica: le nostre radici, l'oracolo della città
Pag. 22..............................................................Il mondo in miniatura
Pag. 23..........................................Il gruppo Missioni sceglie Kwizera
Pag. 24.................................................................Il valore della carità
Pag. 25...................................Adottare a distanza: un gesto che vale!
Pag. 26..................................................Costruire la civiltà dell'Amore
Pag. 27................Riscopriamo alcuni componenti della fede cristiana
Pag. 28...................................................Incontro con un missionario
Pag. 29....................Grazie al vostro aiuto fino ad oggi abbiamo fatto
Pag. 30....................................Progetti per la missione Kwizera 2008
Pag. 32.....................................................Un invito alla cooperazione
2
Chi siamo…..?
….. Un gruppo di persone che hanno deciso di non rimanere indifferenti alle problematiche dei
paesi sottosviluppati ad economia emergente.
La nostra Associazione, Kwizera, porta aiuti quasi esclusivamente in Rwanda, minuscolo paese
situato nell’Africa sud Sahariana immediatamente sotto l’equatore.
Il motto che anima e guida il gruppo è… “a piccoli passi cambieremo il mondo”… per questo
abbiamo deciso di spendere un po’ delle nostre energie e del nostro tempo per realizzare questo grande proposito.
Far sorridere uno, dieci, cento bambini e dare speranza a un popolo non è solo un grande traguardo…è il sogno della nostra vita!
Accresci anche Tu la schiera degli amici dei poveri, cont@ttaci.
ASSOCIAZIONE KWIZERA ONLUS
Gruppo Missionario di Gallicano
Via Cavour.37 - 55027 Gallicano LU
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Giornalista e redattore responsabile:
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Hanno collaborato:
Composizione del Comitato Direttivo:
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Bertolucci Antonella
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Lucchesi Gloria
Lucchesi Sabrina
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Mazzanti Rinaldo
Raffaelli Antonietta
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Don Fiorenzo Toti
Salotti Enrico
Consulente Missionario:
Don Giancarlo Bucchianeri
Simonini Luca
Simonini Maria Rina
Baldi Brunello
(Consulente tecnico)
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(Insegnante)
Bertolucci Angelo
(Segretario Ass. Kwizera)
Buriani Alessandro
(Studente Universitario)
Castelvecchi Alma
(Insegnante)
Cassettai Marco
(Studente Universitario)
Cinelli Lorenza
(Amica di Colle di Compito)
Don Gahutu Paolo
(Sacerdote Rwandese)
Don Giovanni
(Parroco di Fosciandora)
Ghilotti Martino
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LAKE ANGELS
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Lemetti Duse
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(Medico)
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Mwiseneza Florent
(Sacerdote Rwandese)
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Pardini Vincenzo
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Tutto il comitato direttivo
dell’Associazione Kwizera Onlus
” Non restringete l’azione alle vostre comunità..….
Sentitevi cittadini del mondo, chiamati ad aprire i sentieri
di fraternità e di speranza al di là di ogni frontiera”.
Giovanni Paolo II
Ringraziamo inoltre:
Tutti gli sponsor, che con la loro
viva generosità, hanno permesso di
realizzare questa rivista
missionaria.
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Breve storia del Rwanda.
Per rinfrescarsi le idee, ma soprattutto per dare un’infarinata a chi
si avvicina solo adesso alla nostra attività umanitaria, non fa male
ripercorrere con estrema sintesi alcune delle tappe principali che
hanno caratterizzato la storia del paese delle mille colline.
Il Rwanda ha una lunga e complicata storia alle spalle, ma come per
tanti altri paesi africani, se ne sono ormai perdute le tracce. Fino al
1880 il Paese praticamente non esisteva neanche come entità politica: l’area era un agglomerato senza confini nel quale convivevano
due etnie principali, gli Hutu e i Tutsi. In realtà è improprio definirli
“etnie differenti” poiché i due gruppi parlano la stessa lingua, condividono gli stessi riti, la stessa fede. I Tutsi erano ricchi proprietari
terrieri e allevatori di bestiame, giunti nell’area oggi conosciuta sotto
il nome di Rwanda tra il XIV e il XV secolo.
A quell’epoca gli Hutu vivevano già nella zona e la loro popolazione
era di gran lunga superiore in termini numerici rispetto a quella dei
Tutsi. Ciononostante la minoranza Tutsi riuscì con il tempo a sottomettere gli Hutu, governandoli con un sistema che si ispirava ad
una sorta di monarchia feudale. Tale divisione andò avanti senza
troppe tensioni per centinaia di anni.
Nel 1894 i primi occidentali giunsero in Rwanda e nel 1899, senza
alcuna resistenza da parte degli abitanti locali, i Tedeschi trasformarono il Rwanda in un protettorato che entrò a far parte dell’Africa
Orientale Tedesca.
Durante la prima Guerra Mondiale, l’esercito belga, di stanza nel
vicino Zaire (l’attuale Repubblica Democratica del Congo) assunse
il controllo del Rwanda. Dopo la guerra, questo controllo venne consolidato dalla lega delle Nazioni che affidò al Belgio un mandato territoriale su “Rwanda-Urundi”, una zona che comprendeva l’attuale
Rwanda e il Burundi.
Nel governare il nuovo territorio, le autorità belghe si servirono dell’esistente monarchia Tutsi per tenere sotto controllo la popolazione, ma così facendo esacerbarono le differenze già istituzionalizzate tra le due etnie.
Il dominio belga e il trattamento di favore riservato ai Tutsi- che
spesso relegavano gli Hutu ai margini della società- crearono enormi tensioni all’interno del paese, che esplosero dopo la Seconda
Guerra Mondiale. Negli anni Cinquanta il governo belga cominciò a
seguire la via delle riforme, per tentare di risolvere gli innumerevoli
problemi che affliggevano il paese e insediare un governo democratico, ma i tradizionalisti Tutsi si opposero. Allora i Belgi incoraggiarono la rivolta degli Hutu che nel 1959 cacciarono i Tutsi dal
potere.
Nel 1962 si tennero delle regolari elezioni, che portarono alla vittoria della maggioranza Hutu e all’indipendenza dal Belgio. Nei primi
anni di indipendenza l’inefficienza del sistema e la corruzione dilagarono nel paese e nel 1973 il generale Juvenal Habyarimana, di
etnia Hutu, organizzò un colpo di stato, assumendo il controllo del
paese, diventando un dittatore e bandendo qualunque attività politica tranne quella del suo partito.
Habyarimana governò il paese con il pugno di ferro fino a quando
dovette piegarsi alla volontà delle Nazioni Unite, che lo costrinsero
ad attuare delle profonde riforme per il bene del Paese.
Nel frattempo un gruppo formato soprattutto da rwandesi di etnia
Tutsi in esilio diede vita al Fronte Patriottico Rwandese (RPF) e
invase il paese partendo dall’Uganda, dando inizio a una sanguinosa guerra civile. I negoziati di pace vennero formalizzati dall’accordo di Arusha nel 1994, con la promessa di adottare delle riforme
democratiche.
Il 6 aprile 1994, rientrando in Rwanda dopo aver partecipato alla
firma degli accordi di pace, il generale Habyarimana e il presidente
del Burundi vennero assassinati in un incidente aereo.
Non è ancora stato stabilito chi furono i veri responsabili dell’attentato, ma molto probabilmente a provocarlo furono i membri del loro
stesso partito, gli estremisti dell’Hutu Power, che però accusarono
i Tutsi dell’attentato. Quella stessa notte cominciò l’esecuzione pianificata da tempo degli alti funzionari Tutsi e degli Hutu moderati.
Nei tre giorni che seguirono, tutti i funzionari Tutsi e tutti gli Hutu
moderati vennero sistematicamente giustiziati, ma le violenze non
si fermarono. Bande armate di una milizia Hutu conosciuta con il
nome di Interahamwe scorrazzavano per il paese, e il numero delle
uccisioni crebbe in maniera esponenziale in tutti gli angoli del
paese: il massacro andò avanti per tre mesi senza che nulla o nessuno lo fermasse.
La Croce Rossa ha stimato che in quei tre mesi vennero uccise
centinaia di migliaia di persone, quasi tutte a colpi di machete. In
quello stesso periodo le Nazioni Unite ridussero il loro contingente
di pace di stanza nel paese da 2.500 a 270 soldati.
Alla fine l’RPF invase di nuovo il Paese penetrando dall’Uganda,
riuscì ad avere la meglio e nel luglio del 1994 mise fine al genocidio. A quel punto, la maggior parte degli estremisti di etnia Hutu fuggirono nello Zaire. Durante il genocidio persero la vita circa un
milione di persone e più di tre milioni furono costretti a fuggire, causando la peggiore crisi di rifugiati mai conosciuta.
Fu solo allora che l’occidente reagì, mettendo in piedi la più ingente campagna di aiuti umanitari mai conosciuta dall’uomo, che si
concluse due anni dopo, nel marzo del 1996. Subito dopo, però
scoppiò la guerra in diversi paesi vicini e questo spinse quasi tutti i
rifugiati a fare ritorno in patria nel 1997. Dopo il genocidio venne
formato un governo di Unità Nazionale e nel 2000 Paul Kagame, ex
presidente dell’RPF, venne eletto presidente di transizione.
Lo stesso Kagame venne confermato presidente a seguito delle
prime elezioni democratiche tenutesi nel paese nel 2003. Le
Nazioni Unite hanno creato un tribunale penale internazionale per
il Rwanda, che in questi anni ha processato i funzionari di alto
rango di etnia Hutu accusandoli di crimini contro l’umanità, mentre
i governi locali si sono rivolti ai consigli tribali, o macaca, per punire le circa 80.000 persone coinvolte nel genocidio.
Nel 2003 sono state applicate numerose riforme e sono stati adottati programmi scolastici per eliminare qualsiasi riferimento all’etnia; oggi i termini Hutu e Tutsi sono banditi, così come come qualunque comportamento che inciti “alle divisioni”. Inoltre il Fondo per
i Sopravvissuti del Rwanda, creato dal Governo, riceve il 5% del
prodotto nazionale lordo del paese per aiutare le vedove e gli orfani.
Mentre il paese cerca di crescere alla svelta, la ripresa procede lentamente. La popolazione continua a vivere a livelli inferiori a quelli
del 1994 e la nazione deve far fronte a moltissime emergenze, tra
le quali la corruzione, i conflitti con i paesi confinanti (tra i quali una
lunga guerra con la Repubblica Democratica del Congo) e uno dei
più gravi tassi di povertà dell’Africa sud-sahariana.
CALCESTRUZZO
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Fax 0583.723107
4
Vado in Africa.
Un uomo entra in una stanza, ci sono un computer, una televisione ed
un’enciclopedia. Quell’uomo ha potenzialmente accesso ad ogni tipo di
esperienza, è indirettamente abilitato ad esplorare l’universo, a visitare
ogni paese del globo ed ogni informazione che lo interessi gli si rivela disponibile, conoscibile, seppure di rimbalzo, in maniera mediata.
Oggi, che viviamo nel mondo dei mass-media, della grande comunicabilità, della tempesta di informazioni, perché partire alla volta di lunghi viaggi, perché arrischiarsi in esperienze inedite quando potremmo conoscere
le avventure di altri che già ci sono passati?
Per molti di noi il viaggio è un’esperienza insostituibile nella formazione
dell’individuo attraverso l’esplorazione diretta della variegata realtà
umana. L’intreccio delle relazioni moltiplica i punti di vista, dal confronto
con la diversità nasce una coscienza critica, che accantonando il pregiudizio, pone il soggetto in condizione di vedere più nitidamente la realtà.
Eppure questa stessa consapevolezza rende il viaggio tradizione proprio
nel momento in cui il suo scopo dovrebbe essere quello di superarla.
Viaggiare aspettando di trovare qualcosa, sarà come
viaggiare senza trovarla. O
per lo meno viaggiare
sapendo ciò che ci attende
infonde il ragionevole timore
di non trovarlo. Proprio in
questo si traduce infatti il
pensiero dominante di chi è
in procinto di partire. Alle
fantasie personali, alle evasioni intellettive, vengono
miseramente fornite le
immagini trasmesse da chi
prima di noi ha già veduto.
Così la nostra realtà immaginale si riempie di contenuti
non nostri e questi ci precludono la possibilità di sapere
che cos’è che veramente
aspettiamo da un viaggio. La
stessa funzione deleteria dal
punto di vista immaginativo
personale è, come dicevo,
svolta dai grandi mezzi di comunicazione che se sono in grado di avvicinarci alla differente realtà che ci attende, contribuiscono a spersonalizzare la nostra immaginazione, fornendoci informazioni di cui altrimenti non
potremmo disporre.
Se partire significasse solo andare a vedere quello che già sappiamo, se i
nostri sensi fossero meri strumenti di sperimentazione alla stregua di
conoscenze pregresse, l’esperienza sarebbe ridotta a parametro oggettivo
della realtà. Se queste fossero le nostre convinzioni il partire non meriterebbe di essere atteso, pensato, sognato e finalmente vissuto.
Peraltro, prendere parte ad una missione di solidarietà in uno stato, come
appunto il Rwanda, che è lontano dal nostro non solo geograficamente,
ma anche per molteplici altri aspetti, comporta necessariamente un lavoro di preparazione preliminare che è propedeutica al contatto con la difficile realtà quotidiana di quello sfortunato paese. Come chi ha trascorso
lungo tempo nel buio più completo ha bisogno di riabituarsi progressivamente alla luce, senza fare dell’immediatezza la sua cecità. Tuttavia questo graduale impersonarsi in un contesto tanto diverso da quello abituale, non dovrebbe spingersi fino a permettere al soggetto una prefigurazione precisa e pressoché totale di quello che l’attende. Questo infatti procura uno spostamento emotivo, le sensazioni che dovrebbero essere
suscitate dall’arrivo sono già state percepite, quell’arrivo è in qualche
modo già stato vissuto, quella realtà è già stata visitata.
Se questo tipo di esperienza deve essere forte, difficile, forse choccante
bisogna che lo sia nel momento in cui viene vissuta e non prima.
Il vero problema sono gli stereotipi o i luoghi comuni che in qualche
misura ci impediscono di vivere la nostra avventura liberi da condizionamenti e da altrui suggestioni ed ingerenze. Alla notizia della mia decisione di partire per il Rwanda quasi tutti mi posano addosso uno sguardo
stupito e ostentano la convinzione che sarà un’esperienza dura, di quelle
che cambiano la vita. Tutta questa sicurezza che intravedo negli altri, mi
infonde il sincero timore di non
essere abbastanza percettivo
per rimanere colpito dal viaggio
che mi attende, anche se su di
me ha sempre esercitato un
certo fascino una trasferta africana, effettivamente quello che
ci si aspetta saranno situazioni
umane tremendamente difficili
e piuttosto toccanti. In ogni
caso non è detto che la realtà
sia effettivamente quello che
noi crediamo.
Riflettendo ricordo a me stesso
che la mia scelta di partire non
è determinata dalla sete di
avventura o dalla ricerca di un
qualcosa che mi arricchisca
interiormente, la mia volontà è
semplicemente quella di dare
una mano a chi purtroppo soffre e non ha accesso al necessario, mentre io vivo annegato
nel superfluo. L’associazione
Kwizera mi offre questa possibilità ed io mi aggrego alla spedizione per
giovare al compimento dei lavori in programma, non vado a fare il turista;
l’esigenza personale è unicamente quella di fiancheggiare il gruppo, di
fare un piccolo passo, che contribuisca a cambiare il mondo.
Vado in Africa a cercare una rivincita, perché ancora credo che l’esperienza abbia un suo valore implicito che non è semplificabile, né trasmissibile attraverso parole o immagini. Grazie a questa convinzione anch’essa mantiene in me una sua dignità che non la espone alla contaminazione di informazioni narrate. Vado soprattutto ad aiutare, per quanto lo
possa un dilettante allo sbaraglio, e con la valigia in mano, mi compiaccio pensando che mi lascio alle spalle una stanza, un computer, una televisione e un’enciclopedia, filtri della mia realtà non vissuta.
Marco Cassettai
Associazione KWIZERA ONLUS Gruppo Missionario di Gallicano Via Cavour, 37 - 55027 Gallicano LU - Tel. 0583.730440 - Cell. 328.1888534 - e.mail: [email protected] - www.kwizera.it
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Un’amicizia nel segno del Rwanda.
La prima volta che sentii parlare del Rwanda fu, come per molti, nella primavera del 1994 quando giunse a conclusione nella maniera più tragica
la feroce guerra civile che, da anni, insanguinava quel piccolo stato africano.
Di quel periodo ricordo le immagini che venivano trasmesse dai network
internazionali in cui si alternavano i corpi, sfigurati dai colpi di machete,
abbandonati sui cigli delle strade o trascinati dalle correnti dei fiumi, con
le colonne di profughi che scappavano dagli orrori di simile carneficina.
Proprio allora arrivarono a Grosio tre di quei profughi: Cirillo, Paolo e
Roberto, tre seminaristi sfuggiti a tale scempio grazie a un ponte aereo
della Croce Rossa che da Kigali li portò in Italia. Ospitai per qualche giorno Cirillo e conobbi gli altri due. Tutti e tre tornarono ben presto ai propri studi in un collegio romano sempre seguiti dalla comunità di Grosio in
questo loro percorso verso il sacerdozio.
I rapporti si mantennero nel tempo grazie anche ai frequenti soggiorni presso
le famiglie grosine. Per anni le tragiche
storie, che i tre avevano alle spalle,
rimasero ammantate di una cortina
mista di dolore, paura e pudore.
Ordinati sacerdoti, don Cirillo e don
Roberto rimasero in Italia, mentre don
Paolo fece ritorno in Rwanda. Altri
seminaristi rwandesi vennero a studiare
a Roma e conobbero l’ospitalità grosina. Proprio aderendo all’invito di uno di
questi, Don Vicenzo, ad assistere alla
sua ordinazione sacerdotale che si teneva in Rwanda scaturì l’occasione per il
primo viaggio africano. Così nell’agosto
del 2003, con mia moglie Daniela partimmo per un viaggio che forse non
poteva definirsi banalmente turistico,
come passare una settimana a Malindi,
ma che non era ancora alimentato dalla
fiammella dell’impegno.
Sul volo Bruxelles-Kigali successe qualcosa che nella sua banalità segnò, nel
tempo, quel viaggio. Dopo oltre un’ora
di volo, quando ci trovavamo sulla verticale di Roma, il responsabile di cabina
annunciò che a causa di imprecisati
problemi tecnici l’aereo doveva far rientro alla base. Un signore, seduto
davanti a noi, che non aveva prestato attenzione all’annuncio, vedendo il
trambusto creatosi tra i passeggeri si rivolse, con accento toscano,
verso di noi per chiedere ragione dell’accaduto. Gli risposi che c’erano
problemi tecnici e che dovevamo fare rientro a Bruxelles e che comunque
l’hostess aveva tranquillizzato tutti escludendo che ci fossero rischi;
aggiunsi “ e noi facciamo finta di crederle”.Atterrammo felicemente a
Bruxelles accompagnati sulla pista da un imponente dispiego di autopompe dei vigili del fuoco. Finì tutto bene e, all’indomani, ripartimmo per
Kigali. Nella fase di sbarco mi imbattei nuovamente nel signore del giorno prima che si presentò come appartenente a un Gruppo missionario
toscano, che avrebbe passato qualche giorno nella diocesi di Byumba,
impegnato nella realizzazione di non ricordo quale progetto. Era in perfet-
ta tenuta da sbarco in Africa con tanto di cappello in pelle da cacciatore
da safari. Tra me e me, lo confesso, pensai ironicamente: “ecco uno che
vuol cambiare il mondo”!
Nei giorni successivi non ebbi più modo di rivederlo. Con Daniela passammo in Rwanda una decina di giorni, sempre accompagnati da don
Paolo Gahutu impegnato a spiegarci quello che passava sotto i nostri
occhi e, soprattutto, quello che non vedevamo.
Al rientro tutto fu diverso. Nonostante le vaccinazioni e le pastiglie
assunte, un virus insidioso s’insinua subdolamente in noi: l’interesse per
quello che si era visto, la simpatia per la gente che si era incontrata, il
tarlo per l’incolmabile sproporzione tra le necessità che ti vengono sbattute in faccia da una realtà dura e la pochezza del nostro impegno. Allora
si comincia a “smanettar,, su internet per raccogliere materiale di ogni
tipo per conoscere meglio questa realtà con cui ci si è scontrati. E’ qui
che nelle videate che Google rilascia
dopo aver digitato “Rwanda” che fa la
sua comparsa il sito dell’Associazione
Kwizera . Vi sono illustrate le prime realizzazioni portate a termine nel 2003 e i
progetti per l’immediato futuro. Parlando
con Don Paolo scopro che sono “quelli di
Lucca”, impegnati nella diocesi di
Byumba. Dopo averli seguiti da lontano
su internet nel progredire del loro impegno, che inanellava via via realizzazioni
sempre più importanti, finalmente in
occasione della permanenza di Don
Paolo a Barga si presenta l’occasione per
fare la conoscenza di “quelli di Lucca”. Ci
si trova alla sede dell’Associazione. Sulla
porta dell’ufficio, unitamente a mia
moglie, vengo accolto con un sorriso
smagliante da quel signore del volo
Bruxelles-Kigali. Ci riconosciamo subito,
anche se Angelo è senza cappello da
safari. Un abbraccio suggella l’incontro.
Da lì, unitamente a Franco, il presidente
di Kwizera, inizia un percorso comune
fatto di successivi incontri, di confronti
di idee, di approfondimenti su possibili
nuovi progetti. Ogni volta mi trovo a
guardare con ammirazione a quanto fatto
da questi due trascinatori e dalla comunità che rappresentano. Nel maggio scorso sono tornato in Rwanda e ho visto, una per una, tutte le realizzazioni che l’Associazione Kwizera ha portato a termine in questi anni;
ogni euro che tanti benefattori hanno affidato all’Associazione, come il
seme evangelico, è stato messo a dimora e ha dato concretezza a tutto
quello che possiamo leggere e ammirare sul sito dell’Associazione.
Dopo aver toccato con mano, in loco, quanto fatto in questi anni dagli
amici di Kwizera credo che debba rivedere quel cattivo pensiero che mi
passò per la testa nel 2003.
Questi, vogliono veramente cambiare il mondo anche se ……a piccoli
passi.
Martino Ghilotti
Studio Odontoiatrico
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Pineschi Giancarlo
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Forum sull’immigrazione Africana in Europa:
Bamako (Mali)
Il problema dell’immigrazione dei giovani africani verso l’Europa
preoccupa i due continenti: l’Europa e l’Africa, ma in un modo particolare i giovani africani e le loro famiglie. Dopo che i giovani
dell’Africa occidentale furono respinti violentemente dalla polizia spagnola e quella marocchina a Ceuta e Melilla il 29 Settembre 2005, e
dopo le misure sempre più drastiche contro l’immigrazione clandestina portate avanti dai governi europei, è stato organizzato un incontro
detto “Forum Sociale”in cui gli stessi giovani respinti dovevano parlare della loro situazione. Gli organizzatori sono le associazioni africane
che si occupano del problema dell’immigrazione. La principale è quella chiamata : “Retour- Travail- Dignité” fondata dalla signora Aminata
Dramane Traoré. Questa signora ha
messo a disposizione la sua casa
(Centro Amadou Hampaté Ba) che è
diventato un punto di riferimento
non solo per i giovani del Mali che
sono stati respinti ai confini europei,
ma anche per quelli provenienti da
altri paesi dell’Africa occidentale e
centrale (RDC, Cameroun, Guinea,
Senegal, Burkinafaso, Nigeria,
Benino, Togo, Ghana, Sierra Leone
etc...). Questi ultimi si sono riuniti in
un’altra associazione che si chiama
“Association des victimes de
l’Emigration
Réunies
-VER
(Associazione
delle
vittime
dell’Emigrazione riunite) che conta
circa 200 membri ed è riconosciuto
dallo stato del Mali. Circa 600 giovani stranieri presenti a Bamako non
ancora hanno aderito all’associazione, perché molto probabilmente
vogliono ancora tentare di entrare in
Europa. Presentiamo il riassunto dei
dibattiti che si sono svolti durante la
settimana del congresso:
Nonostante il progresso economico e tecnologico in Occidente,
l’Africa continua a sprofondare nella povertà totale. In più è da 40 anni
che gli stati europei fanno transitare i soldi della cooperazione destinati all’Africa per il canale dei governi. In tanti casi, essi sono corrotti e in questo modo, gli aiuti che arrivano ai loro destinatari, sono solo
una minima parte che non basta per assicurare uno sviluppo vero. Il
liberalismo economico e la privatizzazione delle società hanno provocato il soffocamento della capacità produttiva dell’Africa, di fronte alla
strapotenza delle società multinazionali e all’aumento del tasso di disoccupazione giovanile. Le stesse società vantano i risultati del progresso tramite gli spots pubblicitari televisivi ai giovani e quest’ultimi
finiscono per farne un ideale da raggiungere. L’unica possibilità che
rimane per farlo è la via dell’immigrazione in Europa.
Questi immigrati non vanno trattati come dei criminali come fecero la
Spagna e il Marocco, come del resto gli altri paesi del Maghreb .
Come l’abbiamo sottolineato prima, essi sono delle vittime di una
situazione socio-economica ingiusta che colpisce le loro società.
Nell’ultimo incontro fra i rappresentanti dell’Unione Europea e i governi africani, si sono decise delle misure che sfortunatamente risultano
sbagliate perché non in grado di risolvere il problema. In effetti,
l’Unione Europea ha deciso di stanziare dei fondi per i governi africani per rinforzare le operazioni di contenimento perché ognuno si tenga
i propri giovani all’interno dei confini nazionali. Si avrebbe preferito i
fondi per creare dei progetti di
sviluppo e occupare questi giovani. C’è da sperare che ci si
riesca davvero a contenerli, perché altrimenti la situazione diventerà esplosiva. Da una parte non
si risolve il problema della povertà e dall’altra si impedisce ai
poveri di tentare delle vie di uscita dalla povertà, anche se possono essere ritenute sbagliate, cosa
difficilmente dimostrabile. Il caso
del Mali è emblematico, ma questo è vero anche per tanti altri
paesi del continente. In effetti,
questa città è stata costruita dagli
emigrati in Europa. Tanto è vero
che nelle famiglie, il figliolo prodigo non è quello che parte,
bensì quello che non parte per
tentare la sua fortuna in Europa e
provvede ai bisogni della sua
famiglia. E’ per questo che le
stesse famiglie pagano per il
viaggio del figliolo in questa
impresa molto dignitosa. Da qui
forse si capisce anche il rifiuto di tanti di questi giovani a rientrare a
casa quando vengono respinti alle porte dell’Europa e vedono andare
in frantumi il sogno di un mondo migliore.
A Bamako, uno si chiede cosa ci fanno i giovani stranieri che sono
stati buttati nel deserto per ritornare a casa. Come mai si fermano lì?
Come abbiamo appena detto, tanti non vogliono affrontare la vergogna di aver fallito la missione. Hanno sprecato tanto denaro per il
viaggio, le famiglie si sono impoverite e non vogliono ritornare senza
la possibilità di soddisfare coloro che li avevano aiutati a partire. Ci
sono altri giovani che vi sostano perché sono in viaggio per l’Europa.
In attesa di trovare le guide aspettano lì. Oltre a questo, il Mali è l’unico paese della zona del Maghreb e del Sahel che ha accettato che i
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giovani respinti possono sostare ad eccezione dei Nigeriani che il
governo vuole che rientrino subito a casa una volta espulsi.
Però i problemi sono enormi per questi giovani a Bamako: la maggior
parte di loro sono senza alloggio e dormono fuori dalle parti della stazione ferroviaria. Devono mendicare da mangiare e da bere. Fra di loro
ci sono ancora degli andicappati di Ceuta e Melilla che non hanno
cure; alcune ragazze sono state violentante e sono incinte, quindi non
hanno la possibilità di accedere ai servizi medici per portare la gravidanza fino al parto senza correre i rischi di nascite premature che in
questi casi peggiorerebbero la situazione. Alcuni vorrebbero rientrare
a casa nei loro paesi, ma non hanno neanche la possibilità di pagarsi
la spesa per il viaggio. Insomma, al di la delle soluzioni durature da
trovare, i giovani si trovano di fatto in una situazione di emergenza che
merita una attenzione particolare da parte
delle istituzioni, ma soprattutto gli organismi internazionali e quelli umanitari.
Sarebbe opportuno costruire una casa dormitorio a Bamako e in altri villaggi come
Didiéni (160 km da Bamako) e Kayes, (confinante con il Senegal) altri due posti da cui
partono e arrivano gli emigranti.
Quali soluzioni intraprendere? Oggi la crescita dei candidati all’immigrazione fra le file
dei giovani africani è una dimostrazione del
fallimento dei vari piani di sviluppo portati
avanti finora sul continente. I soldi della
cooperazione non hanno risolto i problemi
di disoccupazione dei giovani africani, perché in realtà i più sono cascati nelle mani di
coloro che governano questi paesi.
Seguitare a farli passare per il canale dei
governi significa essere complici della miseria che continua a colpire le popolazioni africani. Inoltre, se da una parte questi governi
non riescono ad assicurare uno sviluppo
capace, a creare un benessere minimo ai
loro cittadini, non si può pretendere di impedire a questi ultimi di tentare altre soluzioni,
anche se disperate. Per il caso del Mali, la
sfida più grande in campo agricolo è la scarsità dell’acqua perché piove soltanto durante tre mesi all’anno. Nello stesso tempo, il
paese è attraversato dal grande fiume Niger
che se sfruttato bene, offrirebbe delle grandi
possibilità produttive. Questo può essere una delle soluzioni per occupare i giovani. Inoltre, le comunità economiche regionali sono da incoraggiare in un modo tale da creare l’unione doganale e facilitare la libera circolazione dei beni, dei servizi, ma anche delle persone. Questo
potrebbe ampliare per i giovani le possibilità lavorative. In questo
caso, i soldi dati per rinforzare le capacità operative delle polizie contro l’immigrazione, potrebbero servire per lottare contro la delinquenza e scoraggiare chiunque si approfittasse della libera circolazione per
commettere dei crimini.
E’ molto difficile immaginare le enorme difficoltà che sono dissemina-
Per offerte e donazioni c/c postale: 32268427
te sulla via dell’emigrazione dei giovani africani verso l’Europa. Dai
loro racconti, esce fuori prima di tutto la consapevolezza di non contare niente se non hai l’autosufficienza economica per fronteggiare la
tua vita e quella della tua famiglia. In tanti casi si arriva a risparmiare
delle somme per fare un pezzo di viaggio, fermarsi mesi o anni lavorando come schiavi, pagare quel poco acquisito per un altro pezzo di
viaggio fino ad arrivare al confine europeo. Tutto potrebbe funzionare, se almeno non ci fossero le sorprese delle espulsioni brutali per
persone che intendono solo tentare la loro fortuna. Per capirlo, lasciamo agli stessi giovani raccontare la loro esperienza:
“Qui da noi nel Mali, le difficoltà dovute alla mancanza di soldi ci spingono ad emigrare per cercarli e rientrare ed occuparci delle nostre
famiglie. In effetti, secondo l’usanza nostra, i genitori si prendono l’incarico di uno fino a che è piccolo; quando il piccolo diventa grande, egli deve a
sua volta provvedere per i suoi genitori”
“ Per quattro volte ho tentato di superare il recinto del confine spagnolo, camminando ogni volta a piedi per 1250 km.
Entravo, mi mandavano fuori fino all’ultima volta che ho tentato di forzare l’ingresso. “Sfortunatamente, ogni volta
che lo facevamo, ci fermano al confine,
ci buttavano in galera, poi ci rilasciavano e ci mandavano via. Dopo un pò
ritentavamo ma eravamo fermati di
nuovo. Io sono stato in carcere tante
volte. E lì dentro non ci davano né da
mangiare né altro. Addirittura era complicato fare i propri bisogni. Alla fine ci
scarcerarono per mandarci via, ma noi
ci siamo fermati a Maghria per lavorare
e tornare indietro e tentare di entrare in
Spagna… Avevo degli amici che sono
stati bastonati fino alla morte lì al recinto; altri 3 miei amici sono stati uccisi dai
Marocchini e Spagnoli”.
“Sono nato a Bamako, sono del comune 5 e mi chiamo A. S. Sono arrivato al
recinto del confine spagnolo e sono
riuscito ad entrare in Spagna nel 2003.
Subito mi hanno espulso assieme a
numerose altre persone. Ho avuto la fortuna di entrare per la seconda volta a
Melilla, poi la terza e la quarta volta senza riuscire ad avere i permessi di soggiorno. In questi due luoghi ci sono rimasto per un periodo
di un anno e sette mesi. Ho visto davanti a me 6 persone morte fucilate. Hanno sparato sei volte, alla settima volta una pallottola mi ha
colpito al piede. Allora mi sono detto che non valeva la pena seguitare a tentare l’impossibile, ma che era meglio tornare indietro perché
era tanto il rischio di morire. A questo punto mi hanno messo su una
macchina e mi hanno scaricato nel deserto del Saharaoui. Prima di
iniziare il cammino nel deserto siamo rimasti in carcere per 3 mesi a
Nador dove ci hanno picchiati almeno per un mese.
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“Ho pagato 950 euro alla persona che ci ha aiutato ad attraversare il
confine spagnolo, ma inutilmente. Dopo quattro giorni mi hanno fatto
rientrare.”
“Sono un cittadino del Mali e mi chiamo M.K. Per motivi di povertà
ho lasciato il Mali nel 2001 e sono partito per tentare di entrare in
Europa. Speravo di fare un pò di soldi e poi rientrare ed aiutare i miei.
Arrivato a Fez insieme ad altri ci hanno arrestati. Non ci davano da
mangiare e non avevamo i soldi per comprarcelo. In realtà poi ci volevano portare verso il deserto del Sahara per sterminarci tutti noi neri.
Questo è normale: viaggiare nei camion per tre giorni in pieno deserto del Sahara senza cibo ne acqua per vie completamente sconosciute, rispondeva ad piano ben preparato per sterminarci tutti quanti. Una
cosa mi stupisce: se uno decide di espellere un immigrato lo dovrebbe mandare a casa sua. So che l’Unione Europea ha dato dei fondi al
Marocco per questo scopo. Purtroppo loro i Marocchini si tengono
questi soldi e si accontentano di buttare la gente nel deserto del
Sahara e basta. Tanti sono stati ritrovati morti di fame e di sete, altri
non si muovevano più perché i loro piedi erano stati danneggiati dal
lungo viaggio nel deserto. Tanti sono morti, altri hanno perso le
gambe, altri hanno avuto le braccia rotte, altri non hanno più gli occhi.
Veramente se vedete che ci sono tanti matti o criminali qui a Bamako,
tanti sono di questi disgraziati. (rientrati espulsi). Quando uno pensa
a tutte queste cose brutte vissute, diventa facile cascare nei crimini
che non avrebbe mai osato commettere prima del viaggio”.
“Mi chiamo H.C ho fatto 18 giorni nella foresta. In realtà il primo giorno che sono arrivato al confine spagnolo sono riuscito ad entrare, ma
mi hanno fermato e respinto subito. Sono andato allora nel bosco e vi
sono rimasto 18 giorni. Il 19° giorno sono rientrato di nuovo in
Spagna, ma dopo 3 giorni ci hanno fermati e messi in carcere. Ci
siamo rimasti 15 giorni, prima che ci rilasciassero e ci mandassero
nel deserto. Io stesso mi sono ammalato lì nel deserto. Vi siamo rimasti 3 giorni senza magiare né bere, tanti si sono ammalati tanti sono
morti. Un amico ha perso un occhio, oggi è ancora vivo, un altro del
mio stesso villaggio è stato ammazzato e tanti sono morti. Io stesso
ho visto con i miei occhi tanti cadaveri. I Marocchini credono di essere musulmani, ma in realtà non lo sono perché trattano gli esseri
umani come delle bestie.
“ Dalla parte dei marocchini c’erano gli “ALY” (la polizia del re) che
rispondendo agli ordini di un colonnello sparavano all’impazzata su di
noi dicendo: “Il Marocco non è la spazzatura d’Africa, bisogna pulire il
bosco da quelle cavallette”. Dalla parte spagnola la guardia civile
armata di fucili con pallottole di plastica e manganelli tirava contro
ogni cosa che si muoveva. E’ in quella occasione che io fui fermato e
dopo avermi picchiato, e insultato mi buttarono nel bosco. Imboccai
allora la strada verso il “ghetto” dopo un pò ebbi la sorpresa di trovare un mio amico per terra. Mi sono sdraiato accanto a lui e sono svenuto. Quando mi sono svegliato gli dissi che era meglio rientrare nel
“ghetto” ma lui non mi rispondeva perché era semplicemente morto
per le ferite di 8 pallottole di plastica. Allora siamo scappati correndo
verso il “ghetto”. Non saprei dirvi quanti sono morti lì; la polizia
marocchina ha vietato di identificare i morti che venivano buttati semplicemente in una fossa comune. Che sadismo! Siamo rimasti accampati nel bosco per una settimana e una mattina la polizia marocchina
ci ha presi e condotti nel centro di espulsione di Nador. Dopo 4 giorni
in questo centro carcere alle ore 5 della mattina ci hanno imbarcati e
portati a Rabat e dopo alcuni istanti ci siamo ritrovati buttati nel
deserto del Saharaoui. E lì è iniziato un nuovo calvario. Nel mio gruppo eravamo 200 persone sfinite e affamate. C’era nel mio gruppo un
senegalese che aveva un cellulare e con questo abbiamo chiesto aiuto
ad alcuni medici senza frontiere. Sono venuti e ci hanno raggiunto
dopo tre giorni dicendo che avevano provato ad interessare le nostre
ambasciate che non hanno voluto saperne più di tanto. Dopo tante
trattative con Rabat, alla fine decisero di riportarci là dove ci spedirono con aerei ognuno per il suo paese, nel mio caso per il Camerun.
Mi ricordo che come bagaglio avevo solo un pezzo di pane tondo con
una scatola di sardine. Arrivati all’aeroporto di Douala, siamo stati
accompagnati sotto scorta alla base della marina; ci hanno fatto l’esame del sangue, hanno esaminato il casellario giudiziario di ognuno
di noi; dopo un pò è arrivato il comunicato del Presidente della repubblica che autorizzava il nostro ingaggio nell’esercito e in più dava a
ciascuno di noi 65 euro (40000 CFA). Dopo 5 ore uscii dalla base per
pensare meglio a quello che dovevo fare. Io dicevo dentro di me: in
quali condizioni devo rimanere qui? Come mi sarei presentato dinanzi ai miei fratelli le mie sorelle e soprattutto alla mia mamma che
anche se è vedova, mi aveva pagato 2500 euro per il viaggio? Con
quali risultati mi sarei presentato davanti a loro? La soluzione era
sicuramente di ripartire. Prima di concludere, permettetemi di raccontarvi qualcosa sulla nostra alimentazione quando eravamo lì nel
bosco al confine fra Marocco e Spagna. Andavamo a rifornirci nella
spazzatura che proveniva dalla parte spagnola tre volte al giorno. Ad
esempio, un giorno, un camion arriva e scarica dei sacchetti di spazzatura. Nel primo momento ci vanno i senzatetto marocchini e dopo
arriva il nostro turno. Nei sacchetti uno ci trova i pannolini per i bimbi,
gli oggetti femminili già usati, un pezzo di pollo o una caramella e in
questo caso uno separava ciò che era commestibile da quello che
non lo era e così aveva il suo piatto per la cena.
Questa è la sintesi di alcune testimonianze rilasciate alla conferenza
sull’immigrazione Africana in Europa che Don Giovanni, vicedirettore
dell’Ufficio Missionario Diocesano di Lucca, ha riportato dal Forum
che si è svolto a Bamako (Mali) dal 28/09/06 al 08/10/06. Abbiamo
voluto inserirle nella rivista per dare ai nostri lettori l’idea su questo
fenomeno che sempre più sta interessando i continente Europeo.
Ancora una volta abbiamo cercato di dare voce a coloro che non
hanno voce, facendo vedere l’avvenimento dell’immigrazione, dal
punto di vista dei disperati che si avventurano in questi veri e propri
“viaggi della speranza”. Credo che questo ci aiuti a riflettere!!!
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Consumismo, Progresso e Solidarietà.
Sono questi gli anni in cui la nostra civiltà occidentale sta vivendo all’inseguimento di un non si sa cosa, con una fretta che solo chi non sa dove
andare può avere, inconsapevoli delle nostre ricchezze, del nostro benessere e di quanta fortuna ci ha riservato la sorte. Siamo parte di un mondo
dove noi stessi consumiamo l’oggi con scarso entusiasmo, sovente
annoiati ed insoddisfatti, molto spesso assillati da una atroce domanda:
Non so cosa voglio, ma vorrei averlo subito!!!
Questo accade probabilmente perché abbiamo talmente tanto che non
sappiamo più nemmeno noi cosa volere. Inseriti in un globo dove centinaia di milioni di esseri umani soffrono e muoiono di fame ogni anno,
dove un gran numero di persone non ha neppure l’acqua non dico per
lavarsi, ma per bere e sono costretti a percorrere chilometri per reperire
questo indispensabile elemento che è alla base stessa della vita.
In un mondo dove ancora oggi si smette di vivere per una puntura di zanzara o per un’infezione, o meglio, si muore perché non si hanno gli spiccioli necessari per acquistare il prezioso “chinino o un antibiotico” e
migliaia di persone muoiono di malaria e di
malattie curabilissime ogni giorno.
Accanto alla civiltà del nulla, della miseria
totale, della lotta per la sopravvivenza, c’è il
mondo del superfluo e dell’inutile “il nostro
mondo”, che trova la sua massima espressione nel consumismo sfrenato, dove l’uomo perde la propria identità e diventa “cittadino consumatore”. Un posto dove l’essere
umano è solo una macchina per consumare, ingerire, usare e gettare, quotidianamente bombardato da nuovi stimoli, per (fargli)
credere che deve consumare questo o quel
prodotto, che per essere alla moda deve
indossare quel particolare vestito o per
stare al passo con i tempi, sfoggiare il nuovissimo videotelefonino con navigatore
satellitare incorporato e bluetooth.
È la nostra civiltà, la civiltà del terzo millennio, figlia della “televisione spazzatura”, stracolma di Reality show che di
reale non hanno un bel nulla, interpretati da ragazzi che fanno carte false
per conquistare un posto in prima fila davanti alla telecamera e magari,
con qualche puntata sul piccolo schermo, sperano di sistemarsi per tutta
la vita ed entrare, con un solo balzo, nell’olimpo delle persone veramente
importanti: i cosiddetti vip.
Nella civiltà delle veline, delle pubblicità con ragazze scosciate che gridano al mondo: “meglio cambiare… no?”. Cosa ci si può aspettare se non
la creazione di un esercito di baby prostitute che come massima aspirazione mirano ad entrare nel letto di un calciatore, magari di mezza tacca,
pur che ciò serva ad inserirle in quel magico mondo incantato.
In questa era della grande comunicazione le vecchie enciclopedie scritte
da luminari, sono state surclassate del famigerato “mondo internet”. Un
universo dove tutti possono scrivere senza nessuna restrizione e le cose
di grande valore si mescolano a sciocchezze super mega galattiche, alla
rete del commercio on line e alla comunicazione totale.
Con i telegiornali e notiziari che si nutrono quasi esclusivamente di cattive notizie e documentano nel quotidiano le nostre sciagure, le nostre tragedie, ben lieti di scovare nell’umana debolezza una notizia da prima serata che riesca a tenere incollati un minuto di più allo schermo milioni di
ascoltatori. Questi mezzi di informazione si danno tanto da fare per farci
vedere quanto male c’è nel mondo che, come forma di autodifesa mentale, siamo diventati quasi indifferenti a tutto e ci vuole la super tragedia,
lo tsunami di turno, per darci una svegliata, scuotere le nostre coscienze
e mettere in moto una gigantesca operazione umanitaria.
Credo sia in questi momenti “difficili” che l’essere umano mette in luce il
suo lato migliore.
Tutto questo conforta la speranza e la consapevolezza che, soprattutto
chi è impegnato attivamente nel volontariato può avere e cioè che all’interno del nostro mondo, in apparenza superficiale ed egoista, disumano
ed insensibile, c’è un vero e proprio esercito di persone generose e caritatevoli che, come piccole formiche operose, si danno tanto da fare per
portare aiuto la dove c’è più bisogno.
Ad un primo impatto potremmo essere indotti a pensare che quell’universo di bisogni e di miseria, che pervade una grande parte del pianeta
non sia sanabile con le “piccole” offerte che ognuno di noi può donare.
Ma la realtà non è così! Esiste una vera e
propria miriade di associazioni di volontariato, sostenute da centinaia di migliaia di
persone di buona volontà, che come un
sistema arterioso raggiunge anche le zone
più impensabili e remote. L’effetto benefico
si amplifica perchè, assieme ad una boccata di ossigeno si affianca la speranza, quella speranza che molto presto si trasforma
nella consapevolezza di non essere soli per
superare le difficoltà.
Le gocce di carità, che ognuna di queste
persone versa nel catino dell’aiuto reciproco, vengono rovesciate e scorrono in quei
rigagnoli di solidarietà che, trasformati in
ruscelli, finiscono per creare un vero e proprio fiume di compassionevole carità che
finisce per riversarsi nell’oceano della speranza per la creazione della tanto desiderata
civiltà dell’amore.
Vero è, che non sono tutte rose e fiori, che la strada da percorrere è lunga
e c’è più sudore che gloria su questo duro cammino. Mentre le difficoltà
si presentano con inesorabile costanza, le formiche operose si danno da
fare, tra successi e sconfitte lavorano con gioia e consapevolezza che ciò
che fanno è veramente importante. Questo rinnovato slancio di solidarietà, che coinvolge oggi un gran numero di persone, ci lascia ben sperare
per il futuro ed apre (allo sguardo) la possibilità di nuovi orizzonti.
La cosa importante è, ancora una volta, fare la nostra parte per aiutare gli
ultimi. Adoperandoci per migliorare il nostro mondo, sforzandoci di comprendere che l’importante non è avere ma essere.
Credo che sia giunto il momento in cui uomini e donne di buona volontà
inizino una pacifica “insurrezione culturale” nei confronti del consumismo sfrenato e ingiustificato, del business a tutti i costi. Sono certo che
in un periodo non lontano anche il progresso, diventato finalmente vecchio e maturo, voterà contro questo modello di “consumismo senza ritegno” che mira all’esaurimento graduale e si adopererà con successo per
ridare all’uomo la dignità perduta.
Angelo Bertolucci
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Lo sviluppo dell’uomo viene da Dio.
C’è un discorso da fare, che spesso viene ignorato o sottinteso dalla stessa stampa e animazione missionaria. Diceva Madre Teresa, “la prima
povertà dei popoli è di non conoscere Cristo” : perché, quando noi cristiani parliamo di quel che si può fare per aiutare i
fratelli africani, Gesù Cristo e la missione della chiesa a volte non sono nemmeno nominati?
Prendiamo, per esempio, la campagna “Chiama
l’Africa” lanciata negli ultimi anni da istituti e riviste
missionarie, centri missionari diocesani, organizzazioni di volontariato cattolico, ecc. Ottima idea rilanciare il tema Africa e aiuti all’Africa, ma l’impostazione è parziale, crea confusione nell’opinione pubblica. Ho raccolto opuscoli e articoli, testi di conferenze e temi di convegni della campagna sull’Africa:
si parla solo e sempre di problemi economici, rapporti commerciali, prezzi delle materie prime, debito estero, malnutrizione, vendita di armi all’Africa.
La missione della Chiesa è del tutto ignorata. Anche
l’Africa ha bisogno di Cristo! I 7.000 missionari e
missionarie italiani in Africa si limitano a scavare
pozzi e curare lebbrosi? No, annunziano con la
parola e la testimonianza di vita che la salvezza
viene da Cristo, il Messia atteso anche dagli africani. A forza di tacere
quello in cui crediamo, presentiamo la missione come una specie di
Croce Rossa, di pronto intervento dove ci sono piaghe da sanare, profughi da assistere, affamati da nutrire.
Giovanni Paolo II scrisse nella Redemptoris Missino: “ La tentazione oggi
è di ridurre il cristianesimo a una sapienza meramente umana, quasi
scienza del buon vivere. In un mondo fortemente secolarizzato è avvenuta una graduale secolarizzazione della salvezza, per cui ci si batte si per
l’uomo, ma per un uomo dimezzato, ridotto alla sola dimensione orizzontale. Noi invece sappiamo che Gesù è venuto a portare la salvezza integrale, che investe tutto l’uomo e tutti gli uomini…”.
L’Africa ha bisogno di una “rivoluzione culturale”. Le culture africane, pur
appezzabili per i loro valori, non portano in sé i germi dello sviluppo,
hanno troppi elementi incompatibili con i diritti dell’uomo e della donna.
Enrico Bartolucci, per lunghi anni direttore di Pigrizia (poi Vescovo di
Equador), scriveva: “Gli Africani prima che venissero tratti fuori dal loro
isolamento, non cercavano il progresso, ma l’equilibrio, il mantenimento
dello status quo. Non si preoccupavano di progredire, ma di non cambiare. Non si trattava di dominare la natura, ma di adattarvisi. Voler trasformare la natura all’africano sembra un atto di arroganza contro le forze
misteriose che dominano la natura stessa”. Si legga l’ultima biografia del
beato Daniele Combini e le relazioni sull’Africa dei suoi tempi, per capire
l’estremo degrado umano del continente prima dell’incontro-scontro con
la colonizzazione europea: il mito “terzomondista” di un’Africa felice
prima del colonialismo è radicalmente contro la realtà dei fatti.
Alioune Diop, direttore di Prèsence africane, scriveva nel 1951: ”Le nozioni di progresso, di rivoluzione, di cambiamento sono specifiche del genio
europeo. Né la Cina né il mondo nero riescono a giustificare razionalmente i cambiamenti” Axelle Kabou, camerunese, ha scritto: “Noi africani diamo la colpa ai bianchi perché non vogliono guardare e correggere le
nostre colpe; non ci sviluppiamo non per colpa dei bianchi, ma perché
nella nostra cultura non accettiamo il principio dello sviluppo, del cambiamento”. Il contributo più importante che la Chiesa offre ai popoli afri-
Via della Rena
55027 Gallicano LU
Tel. 0583.74346 - Fax 0583.730288
cani è l’annunzio del Vangelo. Giovanni Paolo II scrive nella Redemptoris
Missino (58-59) : “La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire al sottosviluppo in quanto tale, ma dà il suo primo contributo alla soluzione
dell’urgente problema dello sviluppo, quando
proclama la verità su Cristo, su se stessa, sull’uomo, applicandola a una situazione concreta… Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro, né dalle strutture
tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei
costumi. È l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica”.
Bellissimo! Non si può impostare tutto il discorso sullo sviluppo in Africa centrandolo solo
sui temi economico-tecnici! Continua la
Redemptoris Missino (n.58) : “ La Chiesa educa
le coscienze, rivelando ai popoli quel Dio che
cercano ma non conoscono, la grandezza dell’uomo creato a immagine di Dio e da lui amato,
l’eguaglianza di tutti gli uomini come figli di
Dio, il dominio della natura creata e posta al
servizio dell’uomo…”
L’unica via per lo sviluppo dell’Africa è l’educazione: una via lunga, ma
non ci sono scorciatoie, non si passa dalla preistoria al mondo moderno
in pochi decenni!
Estratto da “La rivista del clero Italiano”, Febbraio 2001
di Piero Gheddo
Materiale didattico, donato dagli Amici di Piano della Rocca.
Agenzia Generale di
CASTELNUOVO DI GARFAGNANA
Agenti Generali Canini Stefano e Canini Adriana
Tel. 0583.62728 (ra) Fax 0583.648470
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Da Nyiamata a Ntarama…per non dimenticare!
Historia magistra vitae solevano dire i latini secoli fa ed anche se non pentravi del soffitto e lungo le pareti laterali gli abiti delle vittime proiettavasavano certo alle mille colline ed alla rossa laterite della terra rwandese
no le loro ombre sinistre, dando vita ad un’atmosfera spettrale, su uno
sarebbe auspicabile che anche questo paese di tale massima facesse
scaffale erano esposti i poveri averi dei cinquemila malcapitati: collane,
tesoro. Purtroppo la recente storia della piccola nazione africana si conrosari, scarpe, borsette; raccolte in una cesta stavano ammassate lettetraddistingue per eventi cruenti e dolorosi, eventi che hanno nuociuto non
re, diari e scritti vari: ultime memorie di vite spezzate.
poco alla salute dello stato, eventi che se ricordati e compresi, se interroSulla parete del lato opposto all’altare un’enorme scaffalatura raccogliegati e ascoltati ricorderebbero gli errori e gli orrori, ammonendo lo sforva le ossa degli uccisi che, seppur ordinate, non nascondevano innumetunato popolo rwandese affinché simili fatti non si ripetano.
revoli segni di svariate violenze: fori di pallottole nei teschi, ferite da armi
E’ possibile sentire la voce della storia a Nyiamata ed a Ntarama, basta
da taglio, crani fracassati, frecce conficcate nelle ossa e nella penombra,
saperla ascoltare. Questi due piccoli
quasi nascosti, gli strumenti di un tale
villaggi, come molti altri, sono infatti
abominio: dei machete arrugginiti dal
stati teatro di tragici massacri durante
tempo. Nessuno era stato risparmiail periodo del genocidio. Nel corso del
to, uomini, donne, bambini tutti accomio soggiorno in Rwanda ho avuto
munati da un sinistro destino.
occasione di recarmi a visitare le due
L’aria dentro la chiesa è pesante, i
chiese in cui hanno perso la vita in
miei occhi non sopportano più quella
tutto quindicimila persone.
vista, esco e la luce di mezzogiorno
Appena disceso a Nyiamata, non potemi riconcilia con la vita. Lasciamo
vo immaginare quello che mi stava
Ntarama. La mia mente non può fare
nascondendo la piccola e ordinata
a meno di interrogarsi, di cercare una
chiesetta che avevo davanti, nel
valida motivazione che in qualche
momento in cui sono entrato però il
modo assegni una logica agli eventi,
mio sguardo si è posato su segni inema invano. Mi dico che ad una persoquivocabili: le lamiere del tetto perfona che vive simili momenti da una
rate da pallottole e scaglie di bombe a
prospettiva esterna e defilata è
mano, la tovaglia dell’altare ancora
impossibile comprendere quali siano
intrisa di sangue, i muri scalfiti dalle energie e le forze che si accumulal’impatto coi proiettili, tutti indizi
no liberandosi improvvisamente in
Cripta di Nyiamata: vista interna. (10.000 vittime)
insomma, che mi consentivano di ben
gesti di una violenza spietata ed intrifigurarmi quello che era accaduto sul suolo sotto i miei piedi tredici anni
sa di follia.
prima.
Guardo Elias, il nostro autista rwandese, anche lui ha visitato con noi
Vicino all’ingresso inoltre, in un piccolo stanzino, erano stipati gli abiti
Ntarama per la prima volta, mi pare seriamente nervoso, scosso e teso,
raccolti alle vittime, mentre poco più lontano, tra le panche della chiesa,
quello sguardo attento che scorre la strada è adesso più inquieto del solisarcofagi lignei contenevano i resti di svariate decine di persone.
to. Ho la netta sensazione che di fronte agli abazungu (noi bianchi) provi
Malgrado l’atmosfera fosse già piuttosto pesante e difficile da sopportare,
un misto di vergogna e di responsabilità, lo stesso che dovremmo sentidelle viste ancor più crude mi attendere noi europei o occidentali per non
vano nella parte retrostante la chiesa,
esserci minimamente adoperati al fine
dove si spostò la nostra visita. In un
di evitare un inutile genocidio.
cortile esterno erano state edificate
“Sarebbe bastato l’invio di pochi milidue cripte che mostravano, ordinatatari europei con mezzi avanzati per
mente raccolte, le ossa di migliaia di
impedire a sparute e male equipagpersone di cui era stato impossibile
giate milizie di mettere in atto tutto
accertare l’identità, mentre in una
questo” commenta sicuro Angelo; mi
fossa comune pochi metri oltre erano
rispecchio nelle sue parole, ma la stoseppelliti gli individui riconosciuti
ria non va d’accordo con i ma e con i
attraverso le carte d’identità e di cui
se.
una grande lapide in pietra ricordava
La verità degli eventi è una ed una
uno ad uno i nomi. Avvolto in un silensola, non avendo la possibilità di torzio meditabondo che mi accomunava
nare indietro bisogna necessariamenai miei compagni di viaggio, torno
te continuare lungo la strada che si è
all’ingresso della chiesetta dove, dopo
intrapresa. Tuttavia il passato, anche
una firma sul registro dei visitatori,
se terribile, ed immutabile, non va
con un saluto ci congediamo dalla
lasciato alle spalle e gettato nel
guida che aveva accompagnato la
dimenticatoio, al contrario come un
Ossario di Ntarama (5.000 vittime)
nostra visita.
monito che guida il nostro cammino,
Le buche della strada che scandiscono il nostro silenzio mentre ci spova considerato capace di indicarci come vivere affinché gli stessi errori
stiamo verso Ntarama si susseguono irregolari per sei chilometri. Anche
non vengano più commessi.
i miei compagni paiono molto colpiti da quello che avevamo appena visto,
Parlano ancora i teschi fatti a pezzi a Ntarama e Nyiamata, parlano e dicoma le parole in quel momento erano superflue.
no: siamo l’esempio, imparate da noi e cambiate rotta, mai più altri noi,
All’arrivo ad Ntarama avevo maggiore consapevolezza di ciò a cui stavo
solo così non saremo morti invano. A volte il tempo ci fornisce la consaandando incontro, quindi i colpi di mortaio che avevano aperto le brecce
pevolezza e la coscienza degli errori passati, speriamo che sia vero anche
nei muri della chiesetta arroccata sulla collina non mi sorpresero più di
in questo caso, che un nuovo clima di pace rinfreschi questa nazione vittanto, ma all’interno le cose si presentarono immediatamente differenti
tima delle sue contraddizioni e che in futuro la sua fama sia quella del
rispetto a Nyiamata. Tutto quello che c’era da vedere era all’interno della
sole, delle mille colline, dei gorilla e di Kibeho.
chiesa: ogni cosa era rimasta dove si trovava, era solo stata ordinata. Alle
Alessandro Buriani
Per offerte e donazioni c/c postale: 32268427
12
Diario di un ricordo.
15 agosto 2007, Byumba (Rwanda)
rivoluzioni. Ebbi occasione, negli anni seguenti, di tornare a
Era la fine del 1957, quando io, 26 anni, con mia moglie Liana, di
Kigali; dopo il disastro del 1994 si guardava ad un nuovo futuro,
20, approdammo a Kigali un mare di verdi colline, infatti il Rwanda
si era predicata la riappacificazione, la tolleranza, l'eguaglianza
è definito il paese dalle mille colline. La mia società aveva condelle etnie, mentre la piccola Kigali era diventata una città da 0,9
cluso un contratto per la costruzione di una linea elettrica, che
milioni di abitanti. Molte organizzazioni erano calate in Rwanda
dalla centrale idroelettrica di Taruka scendeva a Kigali e finiva a
per aiutare questa nazione a risorgere, ma un altro flagello si era
Rinkuavu; erano circa 250 km che io, da bravo geometra topoabbattuto nel paese: l'AIDS – SIDA'. Sebbene queste organizzagrafo, ho percorso tutti a piedi, controllandone il tracciato e stabizioni facciano molto, la povertà impera; vi è, nonostante tutto, un
lendo la posizione dei tralicci, comunemente definiti “pali”.
aumento demografico, ma vi sono molti orfani e molti bambini di
Ero continuamente estasiato dal panorama circostante: verdi colstrada che dormono nei cunicoli. Vi sono anche 10 banche con
line coperte di boschi e disseminate di piccoli villaggi dalle capancorrispondenze internazionali e 20 alberghi da una a 5 stelle.
ne rotonde di fango, con tetti di paglia e foglie di banano. I terreI boschi, con l'aumento demografico, hanno ceduto all'avanzare
ni erano coltivati in piccoli campi atti a produrre quel poco che
delle coltivazioni, perfino nel parco “Virunga” i famosi ma pochi
bastava al sostentamento della famiglia, il traffico era praticagorilla di montagna stazionano, ora, a 4000 mt., ma anche a tali
mente inesistente, qualche vecchio camion arrancava sulla straaltezze nel Virunga, parte congolese, i bracconieri ed i militari
da in terra battuta; di vetture private, appartenenti ai funzionari
ribelli, non più di un mese fa, ne hanno massacrati a colpi di mitra
belgi, ne transitavano pochissime.
ben quattro, non si sa se per rapire i
Noi avevamo delle camionette pick- up
piccoli o per impedire lo svilupparsi
e qualche camion per l'attività del candel turismo.
tiere.
Le grandi organizzazioni internazionaA quei tempi il Rwanda, dopo esser
li, troppo grandi, con i loro funzionai
stato una colonia tedesca, era divenstranieri dai lauti stipendi e Toyota
tato protettorato belga, fino all'indipennuove fanno, ma costano troppo.
denza, raggiunta nel 1961, Kigali,
Fortunatamente vi sono altre organizcapitale politica e geografica del
zazioni, piccole, ma efficienti. L'ultimo
Rwanda, si limitava ad alcune strade
mio cantiere in Rwanda risale al 2000,
in terra battuta, una chiesa, la
feci un'elettrificazione nella cittadina
Cattedrale della Sacra Famiglia, una
di Byumba ed è lì che mi sono inconbanca, una farmacia, un hotel con sei
trato con i quattro componenti del
camere e, naturalmente, il solito pitto“Gruppo missionario di Gallicano”, nel
resco mercato africano.
2006.
A Kigali vi era il centro della nostra
Loro, con il nome di Kwizera (speranlinea, pertanto, ero costretto ad alterza), hanno finanziato più progetti, con
narmi con la mia attività, a nord e a
l'aiuto dei sostenitori di Gallicano e
sud di Kigali, in modo da assicurare un
dintorni: aule scolastiche, stalle,
avanzamento costante alle due squacisterne, case per i pigmei, ma sopratdre, che lavoravano in opposte diretutto hanno sviluppato una meritoria
zione della costruzione della linea eletazione di adozioni a distanza: fino ad
trica.
oggi; circa 200 bambini vengono
Mia moglie alloggiava all' hotel pensioannualmente assistiti. Io mi sono
ne di Kigali dove rientravo alla sera,
aggregato a loro ed essendo pensiofino a che si operava in prossimità,
nato vengo a Byumba due volte l'anpoi, allontanandoci, stabilivamo campi
no.
sempre più lontani ed in quel caso,
Colgo così l'occasione di trascorrere
rientravo il sabato e ripartivo la dome- Brunello Baldi “un giovanotto di 77 anni”
un pò di tempo in Rwanda, dove ho passato i migliori anni di gionica sera.
ventù, dove è nata la mia prima figlia e dove posso rivedere,
Non eravamo nuovi a quell'esperienza, infatti avevamo già
dopo 49 anni, i miei “pali” che oggi ancora mi guardano dall'alto
costruito altre due linee elettiche, una in Katanga (Congo belga),
delle verdi colline e mi salutano con il mormorio e lo sfrigolio della
ed una in Burundi.
corrente elettrica che transita nei loro cavi e, con loro, i pali del
Con la popolazione locale eravamo in buoni rapporti, ci accoglieCongo belga, Congo Brazzaville, Zaire, Burundi, Ghana, Nigeria,
vano con rispetto e con sopportazione quando, per esigenze di
Egitto, Zimbabwe, Iran, Iraq, Kirghistan ed i paletti di Byumba,
tracciato o per la localizzazione dei pali, dovevamo tagliare molti
mormoreranno in coro, attraverso mezzo emisfero e ricordandobanani. In città perfino il Mwami (re dei Watussi) frequentava il bar
si di me, mi saluteranno.
dell' hotel, dove si dilettava a giocare a dadi con i clienti e qualCome si vede l'Africa ha accompagnato grande parte della vita
che volta anche con mia moglie; la vita scorreva tranquilla, la prodella mia famiglia, anche il mio secondo figlio è nato in Africa, ma
duzione della linea era buona ed alcune volte si poteva assistere
di tutte le nazioni dove abbiamo vissuto, la più cara e che restealle famose danze dei watussi.
rà sempre nei nostri cuori è il Rwanda.
Tante volte mi son chiesto quali forze oscure nel '94 abbiano potuIl ricordo, la nostalgia ed il richiamo dell'Africa non ci abbandoto generare un genocidio da un milione di morti tra i contendenti
nerà mai.
watussi e wautu. Nel novembre del 1958 nacque a Kigali la nostra
Non so per quanto tempo ancora potrò intraprendere questi viagprima figlia, Daniela, in una piccola clinica tenuta dalle suore e da
gi, ho 77 anni, ma ringrazio il gruppo missionario di Gallicano per
un dottore belga, poi, la mia famiglia rimpatriò nel 1960 ed io a
avermi fatto ritornare periodicamente nel mio Rwanda.
fine anno.
In Italia, dopo alcuni cantieri al nord ed al sud fino in Sicilia, fui
Brunello Baldi
inviato in Iraq, dove rimanemmo 7 anni, passando attraverso a 3
Associazione KWIZERA ONLUS Gruppo Missionario di Gallicano Via Cavour, 37 - 55027 Gallicano LU - Tel. 0583.730440 - Cell. 328.1888534 - e.mail: [email protected] - www.kwizera.it
13
L’esperienza
di Patrick.
Mi chiamo Patrick e sono nato nel 1987. Desidero raccontarvi
qualche cosa della mia vita. Alla mia nascita, dopo due giorni, la
mia mamma è morta ed io sono stato allevato dai miei nonni.
Quando sono cresciuto ed ho iniziato a prendere coscienza, anche
se un po’ in ritardo, i nonni mi hanno portato in una scuola per
darmi la possibilità di imparare qualche cosa. Ho studiato fino ad
apprendere le cose principali, ma non mi impegnavo, e cosi passavo da una classe all’altra senza capire pienamente l’importanza
che riveste lo studio nella vita di una persona.
Al quinto anno non andavo troppo bene, però, grazie all’attitudine
allo studio di cui sono dotato, sono riuscito ad entrare nel sesto
anno.
In realtà non sono rimasto contento del voto che ho preso, quindi
ho deciso di cercare il
modo di approfondire le
mie conoscenze e far
crescere la mia intelligenza. Per portare a
compimento questa mia
intenzione ho scelto di
tornare a frequentare il
quarto anno invece di
andare
nel
sesto.
Essendo ripetente ed
impegnandomi molto ho
finito il quarto anno
come primo nella classe.
Anche se mi sentivo più
preparato, spesso cadevo in crisi, soprattutto
quando mi ricordavo le
difficoltà della mia vita:
perdevo subito la forza,
veramente! Sono arrivaIn fila per le adozioni.
to al sesto anno di scuola meditando sempre sulla mia vita, sulle profonde difficoltà della
mia infanzia, ma anche sulle prospettive per il mio futuro. Non
riuscivo a capire che cosa mi sarebbe aspettato dopo la scuola primaria.
Ad un certo punto degli studio sono entrato in una profonda crisi
ed ho abbandonato la scuola. Sentivo che anche se fossi riuscito a
superare l’esame statale, non avrei avuto i mezzi per continuare
perchè le spese a carico delle famiglie aumentano molto alle scuole secondarie ed i miei sono molto poveri. Sono rimasto a casa
pascolando la mucca del nonno, rendendomi utile, aiutando la mia
famiglia ad andare avanti con piccoli lavori domestici.
Per due settimane continuavano a chiamarmi dalla scuola senza
trovarmi.
A quel punto una mamma insegnante che si chiamava Agata è
venuta a cercarmi e mi ha convinto a riprovare a riprendere gli
studi. Così il giorno seguente, tra molte perplessità, sono tornato
alla scuola ed ho confidato le mie preoccupazioni alla compagna
che sedeva accanto a me in classe. Quando le ho spiegato la situazione è rimasta molto triste perché aveva appreso cose che non
immaginava esistessero, sia del mio passato che del mio presente.
Ha raccontato questo alla sua mamma che mi ha chiamato a casa
sua e mi ha detto che se fossi riuscito nell’esame statale, lei avrebbe pagato per me la scuola secondaria. Anche se sapevo bene che
questo non sarebbe stato possibile, la ringraziai di cuore, perché
mi aveva aiutato a tornare a scuola, mi aveva dato coraggio e mi
aveva assistito per superare
quel momento difficile.
Da lì a poco è venuta a cercarmi una suora che si
chiama Pascasia. Mi ha
detto che potevo rientrare
in un programma di aiuto
per i bambini in difficoltà
che un gruppo di europei
portava avanti da alcuni
anni qui in Rwanda. Non ha
dettato condizioni particolari, mi ha solo detto che
dovevo impegnarmi molto
negli studi ed approfittare di
questo provvidenziale aiuto
per dare una svolta alla mia
vita. Non so chi abbia mandato da me questa suora,
ma sono certo che questo è
un dono di Dio, un dono per
dare a me ed ai miei vecchi
nonni, una luce di speranza.
Da allora sto studiando nella scuola secondaria, frequento la terza,
studio bene senza particolari problemi.
Il cammino della mia vita è stato lungo e difficile, ma è bastato un
aiuto per cambiare tutto, questo è quello che voglio ricordare.
Termino ringraziando tutti coloro che offrono la generosità verso di
noi, donandoci un aiuto per continuare a vivere ed a sperare.
Una cosa vi garantisco: mi impegnerò con tutte le mie forze nello
studio, perché ho imparato, che solo con la conoscenza potremo
sconfiggere la nostra povertà.
Ecco la mia vita, grazie a voi, qualcosa è cambiato.
Questa è la storia che Patrick, uno dei tanti ragazzi adottati a
distanza, ci ha raccontato.
Marlia - Capannori (LU)
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14
Due passi al mercato.
Ogni volta che mi reco in Rwanda non posso fare a meno, durante la permanenza, di visitare i mercati sparsi nei piccoli villaggi; questi rappresentano il principale punto di commercio e scambio di merci, ma sono anche,
luogo di incontro per le tanto preziose relazioni umane.
Uno dei mercati più belli e caratteristici che ho visitato in questi anni è
quello di Byumba. Situato vicino alla stazione dei minibus, piccoli pulmini, che stracolmi di persone attraversano in lungo e in largo il paese delle
mille colline trasportando uomini e merci alle destinazioni più disparate.
Il mercato è una vera e propria “isola” densa di colori, di odori forti e persistenti, ma anche di merci improbabili ed inaspettate. Puoi trovare di
tutto, dalle bottiglie di plastica usate, ai barattoli d’olio bruciato chiamato
“vidange” che viene utilizzato come vernice per rendere più resistente al
tempo le strutture costruite con il duro legno africano. Non mancano gli
oggetti usati, come le pile, le scarpe, mentre i venditori di caramelle e
sigarette sfanno i pacchetti e vendono i loro prodotti anche uno alla volta.
Passeggiando tra le numerosissime bancarelle si resta stupiti dalla varietà di colori che animano le straordinarie rivendite. Tavoli pieni di frutta
dagli inconsueti profumi si affiancano a banchi di pesce, dall’odore fastidioso e penetrante, che anche molti rwandesi evitano di mangiare. I venditori chiamano volentieri alla loro rivendita noi bianchi gridando:
“muzungu nguino ano” (bianco vieni qui) convinti di poter strappare un
buon affare e magari, approfittando della nostra inesperienza,
affibbiarci qualche cosa difficile
da piazzare. Ti chiedono un prezzo
più alto, ma quando gli fai capire
che non sei disposto a pagare in
eccesso ti dicono:” angahi?” che
vuol dire (quanto offri?) e dopo
una breve trattativa ti chiedono il
prezzo onesto. Sono cortesi, ti
invitano a visionare la merce
esposta, ma non sono insistenti,
sperano che tu possa trovare
qualche cosa che ti piace e riuscire così a chiudere l’affare e portare a casa qualche cosa per sfamare i numerosi bambini. Oltre alle
piccole ma organizzate bancarelle,
molte famiglie si recano al mercato per vendere quello che è avanzato della produzione familiare. È
facile incontrare per la strada
donne che si recano alle contrattazioni, accompagnate dai figli,
per vendere magari un casco di banane, un po’ di magnoca o di maracuja e perché no, un pollo o un piccolo capretto. Gli uomini invece portano,
per destinare alla vendita, pesanti taniche di birra fatta in casa con le banane, chiamata urgwagwa, o realizzata dalla lavorazione del sorgo, cereale
molto utilizzato nella zona dei Grandi Laghi.
Mentre passeggio curioso, tra le numerose bancarelle del popoloso mercato, poso lo sguardo su una originale vendita di stoffe che i Rwandesi
chiamano “pagnes”. Vengono utilizzate per realizzare vestiti, ma le donne
più povere se le avvolgono ai fianchi ed ecco fatta una bella sottana, mentre chi può permettersi di pagare il sarto riesce ad ottenere graziosi e
variopinti indumenti.
Seduta al centro della colorata bancarella, una ragazza sorride e mostra ai
potenziali acquirenti le numerose stoffe, preoccupandosi di sfilarle prontamente per dimostrare l’ottima qualità del tessuto e conquistare la vendita.
Lo stand più sgradevole da visitare è dove si vendono le carni macellate:
non esistono frigoriferi, le bestie squartate sono appese in bella vista, le
mosche affollano la bancarella e si lanciano in picchiata come aerei da
caccia in combattimento sui capretti dilaniati. L’odore è forte, il clima non
aiuta la conservazione di prodotti delicati come la carne e i tempi di man-
tenimento sarebbero brevissimi, della serie “visto e mangiato”, ma qui
usa così e o per amore o per forza, chi è così fortunato da potersi permettere un pezzo di carne, deve adattarsi anche a questo.
Mi allontano velocemente dall’infausta visione e continuo a vagabondare
curioso sotto gli sguardi sorridenti di commessi e acquirenti.
Diventa inevitabile fare il paragone tra questi mercati dell’Africa sub
Sahariana ed i centri di distribuzione dei nostri piccoli paesi di provincia
e, come al solito, c’è un abisso che ci divide. Ripenso a quando vado a
fare la spesa al centro commerciale del mio paese, scaffali ricolmi di
generi di tutte le qualità, adagiati con maestria per mettere in evidenza i
prodotti che più ci vogliono vendere. Scaffalature interminabili piene di
ogni ben di Dio per stimolare i nostri acquisti ed accendere la nostra
curiosità, tanto è vero che, abbiamo presto imparato a nostre spese che
per evitare di ritrovarsi un carrello pieno di cose gustose ed allettanti, ma
del tutto inutili, cerchiamo di andare a fare la spesa a stomaco pieno, in
modo da subire meno stimoli emozionali ed acquistare ciò che veramente serve. Fare la spesa è diventato come prendere un antibiotico, meglio
farlo a stomaco pieno. Abbiamo nelle grandi rivendite metri e metri di
scaffali pieni di prodotti analoghi ma con molte micro varianti ed alternative. Ad esempio ci sono scaffali ricolmi di acqua di tutti i tipi, liscia, gassata, effervescente naturale, leggermente gasata o a basso contenuto di
sodio, dove spicca tra tutte la “mitica”
Perrier dal prezzo proibitivo che
supera di non poco quello della benzina. Corridoi stracolmi di detersivi di
tutti i generi che quotidianamente ci
siamo abituati ad adoperare, alla
ricerca del bianco più bianco, del pulito più profondo ed igienizzato.
Vogliamo tutto pulito perfino le tubature degli scarichi domestici, non
contenti e pienamente soddisfatti dei
profumi ci stanno rifilando i mangia
odori che lavorano sulle micro particelle dello sporco, ma credo che finiscano per distruggere le poche cellule attive che ci sono rimaste nel cervello. E siccome anche qui, dall’uso
all’abuso il passo è breve, stiamo
riducendo il mondo ad una immensa
discarica. Siamo riusciti perfino ad
abbassare il nostro sistema immunitario a tal punto che, non appena
usciamo dai nostri schemi igienici,
rischiamo di prendere quantomeno
una gigantesca dissenteria.
Abbiamo scaffali ricolmi di cibi per i nostri “cari” animali domestici, con
scatolette dalle molte variazioni di gusto per non annoiare gli affettuosi
compagni di vita, alcune costose quanto e più del cibo che noi stessi
ingeriamo. La ciliegina sulla torta, il vero non plus ultra, che evidenzia
con estrema chiarezza l’evoluzione della nostra società ed il notevole
livello di civiltà raggiunto, è rappresentato dallo scaffale accanto a quello
dei cibi per animali cioè quello dei giocattoli e dei passatempi per cani
gatti ecc… dove, d’improvviso, entri e ti rendi conto di essere in un vero
e proprio “mondo cane”.
Noi, che ormai siamo abituati a vivere in questo contesto, non ci rendiamo neppure conto di certi particolari che sono entrati a far parte del
nostro quotidiano. Molte cose si possono capire su una civiltà osservando i modi di scambio e le abitudini commerciali.
Vi ringrazio per avermi accompagnato in questa passeggiata virtuale alla
scoperta dei differenti modi di intendere i di vivere il commercio e se,
girando per il mondo, vi capitasse l’opportunità, non perdete l’occasione
di fare anche voi, due passi al mercato.
Angelo Bertolucci.
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Una lettera dalla Papua Nuova Guinea
Carissimi amici di Padre Gaetano e di Puang, vi scrivo con piacere per
informarvi sulla situazione di Puang. Intanto io mi presento: sono
Padre Gianni Gattei e sono in Papua
dal 1994. Ho assistito Gaetano fino
all’ultimo e dopo la sua morte il
Vescovo e il mio Superiore mi hanno
affidato il compito di portare avanti
alcuni progetti che Gaetano aveva a
cuore. Ho speso molto tempo a Puang,
la gente mi vuole bene e mi avrebbero
voluto con loro, ma non è stato possibile per i compiti che mi hanno dato
nell’Ordine. Tuttavia vado su spesso.
Da Ottobre c’è un nuovo sacerdote
polacco che è parroco di Puang, ma i
progetti li ho in cura ancora io. Appena
dopo la morte di Gaetano abbiamo
completato il progetto Chiesa, dove
Gaetano desiderava sistemare le panche in modo diverso e il lavoro è
completato. Abbiamo poi tenuto un corso per maneggiare la macchi-
na per pulire il riso che Gaetano aveva appena comprato ed ora la parrocchia la usa.
Al mio ritorno dall’Italia, in Ottobre,
abbiamo cominciato il progetto della
scuola, classe doppia e i lavori procedono bene; allego alcune foto. C’è
ance il progetto della clinica che inizierà appena finita la scuola, con una
clausola, che la gente aiuti un po’ di
più in certi compiti che abbiamo affidato a loro. Io non vi conosco, non so
che rapporto avevate con Gaetano e in
che modo lo aiutavate; io cerco sempre di coinvolgere la gente più che
posso nelle mansioni che possono
svolgere, non mi piace fare tutto,
richiedo anche il loro buon contributo
in materia locale e manodopera.
Aspetto vostre notizie e sono disponibile per aiutarvi a continuare
questo vostro gemellaggio con Puang.
Pace e bene!
Fiaccolata Natalizia: un viaggio verso il bene
Nello scorrere degli anni dal 1978 ad oggi, la Fiaccolata Natalizia ha
acceso cuori e fiaccole con molte iniziative di carattere sociale, sportivo, ricreativo e molti uomini dello spettacolo e dello sport l’hanno
onorata con la loro presenza. La Nazionale Italiana Cantanti, Gino
Bartali, Mario Cipollini, Paolo Brosio e altri.
C’è forse chi l’ha dimenticato e la considera una manifestazione come
tante ma sono ancora molti coloro che chiedono notizie e partecipano, sostenuti dalla convinzione che il Bene è una fonte inesauribile di
bene. È doveroso ringraziare queste operose persone che, pur nello scorrere veloce
del tempo, s’impegnano con le mani e con
il cuore, senza alcun compenso se non il
grazie di coloro che hanno bisogno del
nostro aiuto. Infatti nei vari paesi della valle
le donne lavorano per il mercatino, in silenzio, con fervore; poi arriva la cesta da
Calomini, da Piano di Coreglia, da
Castelvecchio, da Barga, colma di preziosi
manufatti.
Le varie iniziative e sono molte, iniziano a
pulsare da ora in poi: c’è da distribuire il
materiale, c’è chi visita i negozi e le ditte
della Valle per raccogliere doni, oggetti e
tutto ciò che può servire a realizzare una
piccola cosa. I negozi di Lucca, quelli storici, che da 28 anni visitiamo, riconoscono
quel simbolo rotondo con lo sfondo delle Apuane e accompagnano il
loro saluto con un gentile sorriso e quasi sempre con un grazie. Allora
si potrebbe dire che la fiaccolata è un’espressione del cuore, non ha
tempo, se riusciamo a sentirla e ad apprezzarla come la vollero i 40
ragazzi delle classi aperte che la idearono e ne fecero un loro progetto di vita. Una manifestazione di carattere socio-culturale a scopo
benefico ha sempre qualche cosa di valido, di trascinante: è la volontà che aiuta, la coscienza, la verità.
Il Comitato invita, pertanto, i giovani a crederci, a dare una mano con
proposte, iniziative o esprimendo un loro modo di partecipare.
Quest’anno, dopo la perdita di Sandro, saranno presenti alla manife-
Per offerte e donazioni c/c postale: 32268427
stazione le figlie che telefonicamente hanno assicurato di essere con
noi. Siamo molto lieti di questo evento poiché la loro presenza è la
testimonianza più vera che, ciò che Sandro ha voluto, continuerà. Da
queste pagine ringraziamo il Sindaco della Sua disponibilità a porre
un lapide in ricordo di Sandro, cittadino onorario di Gallicano nella
piazza dalla quale sfilò la prima Fiaccolata Natalizia.
E siccome “… il bene è contagioso…” le fiaccole accese per la Papua
Nuova Guinea hanno acceso altre fiaccole per il Rwanda, dove da
parecchi anni, volontari di Gallicano e paesi
limitrofi vanno a operare con incessante
spirito d’amore e sapienza concreta.
Ci auguriamo che questo viaggio continui:
la strada verso il bene è ampia e percorribile.
Chi era Sandro?
“Un veterano della carità che vende la sua
vita ai lebbrosi, ai malati, ai poveri.”
Giunse a Gallicano nel Luglio 1978 chiamato da 40 ragazzi ai quali si erano uniti genitori, parenti e amici in una gara di solidarietà. L’accoglienza fu calorosa, una festa
potremmo dire, tanta fu l’immediata simpatia che i ragazzi gli dimostrarono e Lui a
loro. Quel giorno iniziò un legame di amicizia che avrebbe dato, nel tempo i suoi frutti.
Lo vogliamo ricordare, riconoscenti, con le Sue parole:
“Nell’intento di continuare a convincere me stesso e gli altri che ognuno, a ogni livello, con po’ di buona volontà e carica umana, può aiutare il prossimo, affido, con fede, questa piccola goccia di ottimismo
alle ali della speranza, perché lo donino al mondo, assetato di cose
buone”.
Sandro Strohmenger
16
A messa all’equatore.
Siamo in un sobborgo di Kigali, capitale del Rwanda, in un locale
posto al centro di una spianata fangosa per la pioggia della sera
prima, dall’aspetto di un garage se non fosse per la croce fissata
sul tetto, si celebra la S. Messa. Quasi duecento persone sono
assiepate all’interno e sotto la tettoia esterna, che copre quello che
dovrebbe essere il sagrato, ci sono tantissimi giovani, molte
donne, tutti vestiti con dignità e con abiti da festa.Tre celebranti,
compreso Don Paolo Gahutu che i Grosini conoscono, officiano la
S. Messa, 4 chierichetti molto compresi nel ruolo, vestiti con lunghe tuniche bianche, si muovono attorno all’altare con movimenti
misurati, coscienti del ruolo che stanno svolgendo. A lato dell’altare, un coro misto è pronto ad intervenire nella cerimonia non appena il direttore, vestito con una sgargiante camicia gialla, una cravatta dai colori particolarmente vivaci, dei pantaloni neri perfettamente stirati che gli cadono molli
sulle scarpe lucide che contrastano
con tanti piedi scalzi che s’incontrano
in giro, darà il via con la sua bacchetta da direttore d’orchestra.
Il rito prende il via con un canto introduttivo, quindi, alla proclamazione
della parola fa seguito l’omelia. Segue
l’offertorio con l’accompagnamento
di nuovi canti; si entra poi nel
momento della consacrazione, quando tutto si fa più intenso. I sacerdoti
proclamano la formula della consacrazione facendo comprendere e
vivere la solennità del momento;
quindi viene innalzata l’ostia e di
seguito il calice, con movimenti lenti
e con un lungo momento di ostensione che i fedeli accompagnano con il
battito delle mani, come si farebbe al presentarsi di un ospite
importante, a cui fa da sottofondo una specie di sibilo, quasi una
sirena, proveniente dalle donne più anziane.
Come non pensare alle nostre messe italiane, in cui la consacrazione è la meccanica lettura delle formule riportate sul messale,
come se il celebrante non se le ricordasse. Come si fa a credere
che in quel momento c’è stato il ripetersi del mistero della trasformazione del pane e del vino nel corpo e nel sangue del Salvatore?
La messa prosegue, senza capire da parte mia una sola parola, ma
vivendo i momenti del Padre nostro e dell’Agnello di Dio con lo
scambio del segno della pace , fatto con molto trasporto.
Moltissimi si accostano alla Comunione che viene impartita con
l’accompagnamento del coro che canta una canzone dalle parole
sconosciute, ma dalla melodia tante volte sentita riecheggiare
nelle nostre chiese. E’ bello toccare con mano, anche in questo, l’u-
Tel. 0583 74041
niversalità della nostra fede: ci si sente partecipi di una grande
famiglia.
Alla fine della messa molti si fermano a recitare il rosario, mentre
i tre celebranti si accomodano sulle panche, una semplice asse di
legno fissata al pavimento con supporti di ferro, agli angoli della
chiesa, per ricevere la confessione di alcuni fedeli. Mentre un
ragazzo entra in chiesa per una preghiera, fuori il direttore del
coro, sempre armeggiando la sua inseparabile bacchetta, raccoglie i suoi coristi e inizia quelle che a me sembrano delle prove di
canto che si dilungano per qualche tempo. Gli altri fedeli defluiscono, mischiandosi con le persone che, sulla strada e sul piazzale, si stanno muovendo verso il vicino mercato o verso le proprie
incombenze quotidiane.Inizia una normale giornata di lavoro.
Sono le ore 6,45 di mercoledì 25 aprile
2007, un giorno come tanti nell’Africa che
si aggrappa alla propria fede per guardare a
un futuro migliore.
Martino Ghilotti
Don Paolo Gahutu, (nelle foto) il sacerdote rwandese che per alcuni mesi ha prestato il proprio servizio
sacerdotale presso l'ospedale di Barga (Lucca),
ricorda ai tanti amici conosciuti in quel periodo
che, su internet al seguente indirizzo è possibile
visionare un breve filmato girato nella parrocchia di
Niyagahanga di cui è parroco dall'ottobre 2006.
http://video.google.it/videoplay?docid=78
36591600691350606&hl=it
Loc. Pontetetto - Lucca
Tel. 0583.37141
www.autobielle.it
Associazione KWIZERA ONLUS Gruppo Missionario di Gallicano Via Cavour, 37 - 55027 Gallicano LU - Tel. 0583.730440 - Cell. 328.1888534 - e.mail: [email protected] - www.kwizera.it
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Lascio l’Africa!!!
ci ai venticinque gradi centigradi per tutto l’anno, dategli costantemente
Lascio l’Africa con la convinzione ferma che un’esperienza vissuta vale più
dodici ore di luce e dodici di buio, dategli due stagioni delle piogge e
di molte parole, quindi per quanto mi sforzi di descrivere o di affinare l’equello che otterrete sarà veramente il paese dalle mille colline e dall’eterloquenza, non riuscirò mai a mettere nero su bianco quello che ha signina primavera, una terra talmente fertile da rendere paradossale che chi
ficato per me l’ avventura della mia prima volta quaggiù.
la abita possa morire di fame.
Questa necessaria premessa tuttavia non mi impedisce di condividere
Ho camminato per immensi bananeti, ammirato le piantagioni di tè e di
quello che ha colpito i miei sensi in Rwanda, anzi mi spinge a soppesare
caffè, respirato l’aria profumata di ombrosi e fittissimi boschi. Immerso
adeguatamente le parole che seguono, ma sappiate però, ripeto, che la
nel verde ho contemplato misteriose piante secolari, apprezzato le bizvostra immaginazione non è la realtà vissuta.
zarre morfologie di alcune specie del ricchissimo patrimonio floreale che
Essere cresciuti in una società come la nostra, implica l’essere abituati a
avevo costantemente attorno. Ho osservato la magnoka, la papaia, l’avodeterminati oggetti, stili di vita, relazioni con gli altri. Lasciare queste
cado e la maracuja e molte altre varietà che, purtroppo, la mia ignoranza
nostre consuetudini e partire alla volta di paesi lontani, significa in primo
non mi consente di elencare.
luogo relativizzare il contesto a cui eravamo abituati, vedere che non tutto
Anche se il tempo non mi ha concesso di fare una visita ai parchi natuil mondo è fatto come noi; in secondo luogo conoscere una realtà diverrali della zona, nelle mie brevi ma frequenti escursioni ho incontrato alcusa, scoprire con interesse, curiosità e talvolta un pizzico di ironia che ci
ni dei numerosi animali che costituiscono la fauna rwandese. Sulle rive
sono maniere, abitudini, sistemi altri dai nostri, come dice il caro amico
del lago Muhazi, ad esempio, mi sono imbattuto per la prima volta nella
Brunello, uno che di mondo ne ha visto parecchio: le cose guardate dalTilapia, tipico pesce africano d’acqua dolce ed ammirato numerose ed
l’esterno hanno un altro aspetto. Immaginate ora che queste due diverse
insolite specie di volatili. Rwanda quindi significa immergersi in impensensazioni si fondano l’una all’altra a contatto con la nuova realtà in cui ci
sabile tracotanza ed opulenza naturale, significa qualcosa di selvaggio e
ritroviamo immersi. Vedere persone scontrarsi con il nostro modo di
di incontaminato in una misura a noi ignota.
essere, signori, fa pensare. Quelle chi fino a ieri mi parevano certezze, fonLa fertilità che ho cercato di descrivere non trova nello sguardo il suo
damenta su cui improntare il mio vivere, non hanno retto alla prova del
parametro più adeguato, essa ha la sua più nobile manifestazione in cucimartelletto, del contatto con l’altro ed anche qualora volessimo continuana. Avete capito bene, mettete pure da parte l’idea che i prodotti di casa
re a seguire la strada che già credevamo giunostra siano i più saporiti del pianeta,
sta, di questa abbiamo inevitabilmente perqui si trova di meglio. Certo la dieta è
duto la sicurezza in quanto sappiamo che ci
umile, povera ed il livello di elaboraziosarebbe stata un’alternativa possibile.
ne culinaria non è comparabile con
Il Rwanda mi ha dato molti schiaffi sul viso,
quello a cui siamo abituati, ma gusto e
mi ha mostrato la povertà in abiti strappati,
completezza certo non mancano. Vero
bucati, lisi e sporchi, in occhi strabiliati alla
pilastro sono le banane che sia fritte, sia
vista di una macchina fotografica, in fatilesse, sia crude ci sono sempre, non
scenti alloggi di fortuna. Mi ha mostrato al
mancano mai neppure legumi e tuberi
contempo la mia infinita ricchezza: i miei
spiccatamente appetitosi, ma c’è anche
averi limitati, gli stessi che ieri lasciavano
la carne, di capra soprattutto, che si
spazio all’invidia dell’altrui, li ho di colpo
gusta cucinata in deliziose brochette
sentiti come immensi immeritati tesori.
accompagnate da banane grigliate. C’è il
Ho avuto modo di vedere della gente che
riso che cresce nelle valli tra le colline,
muore di stenti: questo paese mi ha fatto
dove quelle che un tempo erano paludi
capire attraverso occhi perpetuamente spensono state convertite in risaie dai cinesi,
ti dalla sofferenza, attraverso bocche rese
Pista sterrata all’interno di una foresta.
veri esperti del mestiere. Infine la frutta
dalla vita incapaci di un nuovo sorriso, attrain un campionario variegato e di rara prelibatezza che si esibisce in speverso ventri gonfiati dalla malnutrizione quello che vuol dire “Fame”.
cie esotiche a noi poco conosciute.
Dall’alto della vostra rispettabile agiatezza, pensate forse di aver mai visMeravigliosi qui sono anche i mercati che durante la settimana si formasuto un’esperienza più dolorosa di una bocca che non è più capace di un
no nei vari villaggi e dove per le famiglie rwandesi c’è la possibilità di
sorriso? Io non mi aspettavo niente del genere, non credevo che avrei
vendere ed acquistare quello che si è prodotto o di cui si abbisogna, e
potuto vedere davvero del dolore. Il dolore non piange, il dolore non grida,
che sono uno spettacolo caotico comunicante, un senso di grande vitaliil dolore non si racconta…nasce dentro di te alla vista di gente sfortunatà ed energia. Un mercato non si limita alla superficie in cui sono espota, gente che, malgrado tutto, ad amakuru? (Che notizie mi dai?)
ste e scambiate le merci, è anche il traffico intenso sulle strade che a
Risponde sempre nimeza! (Tutto bene!)
quello spazio conducono, è anche la gente che sotto il peso di grandi
Il Rwanda ha gettato in pasto ai miei occhi i suoi giovani figli spogliati
some a passo svelto si reca a procurarsi di che vivere, è l’evento, è la tradalla povertà, malati di AIDS, sfiniti dalla malaria, senza padri, madri,
dizione, è l’incontro. Quello che pare esteriormente un semplice caos, è
nonni, maltrattati, violentati, senza cibo, senza soldi per studiare, senzain realtà un insieme di persone, ciascuna delle quali persegue un suo pretetto, senza futuro, senza speranza, senza pace. Quello che ho avuto occacisissimo scopo. Le merci non sempre sono esposte sui banchetti, molte
sione di vedere non è un semplice elenco di disgrazie, è una loro somma
sono adagiate al suolo su drappi di stoffa o di nylon. L’offerta è molto
in capo al singolo, è quello che le parole separano, ma che la realtà uniricca; accanto ai venditori di abiti e scarpe si notano caschi di banane,
sce, è quel pizzico di insensata sofferenza con cui la nostra finta realtà di
artigiani del tabacco, cosmetici, trappole per topi, insomma beni di ogni
plastica non ci permette di confrontarci.
genere. In tutto questo gioco di colori, voci, urla, odori si realizza non
Ci sono cose che tutti dovrebbero vedere, non per riuscire a provare pietà,
solo un mero scambio commerciale, una semplice unione tra domanda e
ma soltanto per vivere. Qui, per la prima volta nella mia vita, la povertà, la
offerta ma anche un incontro con l’altro che trascende il prezzo e la quafame ed il dolore mi hanno mortificato.
lità e che avvicina la gente che sia adulta, vecchia o bambina.
Ma il Rwanda, contraddittorio com’è, il mio viso l’ha anche accarezzato
Il Rwanda mi ha mostrato infine la sua voglia di crescere, in infiniti canostentandomi le sue mirabilia, le sue immense e preziose ricchezze. Mi ha
tieri di scavi, di miniere, di strade da costruire e da migliorare, in gente
mostrato quei panorami eccezionali che si spiegano innanzi agli occhi
ricca che veste all’ultima moda, in Kigali, capitale dalle evidenti fratture
facendo capolino da una delle infinite colline, la complessità di un ecosisociali. Come dice Francois, l’economia è da qualche hanno in crescita
stema variegato ed incontaminato. Mi aspettavo tanto, ma non mi aspetcostante, ed i fatti sembrano dargli assolutamente ragione: sintomatico
tavo abbastanza. Prendete un paese ricchissimo di acqua, dategli una
l’aumento di anno in anno dei prezzi. La benzina si paga ormai quasi un
composizione geologica vulcanica, una temperatura che varia dai quindi-
Per offerte e donazioni c/c postale: 32268427
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euro, la rete stradale è in fase di grande miglioramento, l’energia elettrica
sta arrivando un po’ ovunque e sembra che un nuovo aeroporto internazionale sarà costruito a Nyamata, soppiantando quello di Kigali che sarà
convertito in scalo militare. Nella capitale l’aria è resa pressoché irrespirabile dai gas di scarico, la pubblicità è oppressiva come nelle nostre
grandi città, e in generale chi può cerca di condurre un’esistenza all’occidentale, l’american way of life sembra il modello da imitare.
Riflettendo mi chiedo cosa resterà tra qualche lustro di quello che il
Rwanda ha oggi voluto mostrarmi? Cerco di figurarmi i cambiamenti che
porterà con sé il prossimo, imminente futuro. La mia speranza è quella
che questa piccola nazione non si limiti ad imitare il modello di sviluppo
capitalista, ma che cogliendone anche gli aspetti negativi ed imparando
dagli altrui errori, sappia a questi porre rimedio. Spero di poter ancora
trovare qui un domani la natura selvaggia, il silenzio, i sorrisi, i sogni
intrecciati con strade rosse e piene di buche, con foreste di alberi e non
di ferro e cemento. Altrimenti dove dovremo andare per relativizzare le
nostre certezze, per regalarci un’opportunità di metterci in discussione,
per scoprire quella strada alternativa che ci si nascondeva? Forse il piccolo grande Rwanda ha già la sua risposta.
Marco Cassettai
Sotto la punta dell’iceberg.
In questi anni, nel mondo della solidarietà e del volontariato, se ne sono
viste e sentite di tutti i colori e quelli che svolgono l’attività umanitaria con
totale onestà e dedizione si sforzano di documentare ogni intervento
benefico in modo da fugare qualsiasi dubbio su dove sono finiti i soldi
devoluti dai donatori. Nella stragrande maggioranza dei casi, la divulgazione dettagliata degli interventi, non viene presentata come esaltazione
delle abilità personali o per dimostrare quanto si è bravi, ma come resoconto doveroso e trasparente, sui risultati dell’operato dell’associazione,
senza trionfalismi o esaltazioni. Inoltre, con una totale limpidezza sulle
attività e sui programmi, diventa molto più facile perfino il reperimento di
fondi per finanziare i progetti futuri che molto spesso nascono dalle idee
che scaturiscono spontaneamente dagli stessi finanziatori.
In questo breve spazio vogliamo parlarvi di tutti quegli interventi che
stanno sotto la punta dell’iceberg e cioè quelle iniziative che non danno
grande risalto d’immagine, perché apparentemente banali e semplici
come bere un bicchier d’acqua, ma in realtà sono proprio quelle che
sostengono lo spirito missionario e danno
supporto all’intera complessa struttura
umanitaria. Sono iniziative che si fotografano male e sono difficili da presentare,
ma sono importanti quanto e più delle
opere di ingegneria costruttiva “ad alta
visibilità”, che spesso finiscono per essere la principale fonte di evidenza dell’
Associazione.
Se valutiamo l’intervento umanitario
esclusivamente sotto l’aspetto della capacità costruttiva il risultato appare, agli
occhi dell’osservatore, come una grande
opera di imprenditoria. I successi vengono misurati in ettari di terreno bonificati,
in decine di migliaia di mattoni murati, in
tonnellate di prodotti agricoli raccolti, nel
numero di capi di bestiame allevati o in giornate di lavoro procurate.
Se così fosse, l’opera umanitaria avrebbe un valore modesto o quanto
meno marginale, perchè quando si investono le nostre energie sulle cose
e non sulle persone ed il metro del nostro successo è solo il risultato
materiale, manca qualcosa. Che si vinca o si perda, che le realizzazioni
ottengano più o meno successo, generalmente si fa poca strada ed è probabile che quella intrapresa finisca per andare nella direzione sbagliata.
Se viceversa si mette al centro del nostro progetto l’essere umano ed il
successo si misura con quanto abbiamo sorretto ed aiutato l’uomo, allora si vince sempre!. È in quel momento che cose in apparenza piccole ed
insignificanti come asciugare una lacrima, curare le ferite di un bambino
ammalato di aids, rendere possibile una visita medica o l’acquisto di qualche medicinale, come anche strappare un sorriso al fratello che soffre,
assumono un grande valore. Oppure cose banali come rimediare un
abito, magari privandosene, o offrire un pasto caldo ad un fratello che
non ha neppure la forza di impugnare una zappa, diventano grandi gesti
d’amore. Cercare di ridargli vitalità e coraggio, standogli vicino con la
nostra umanità e compassione, facendogli capire che non è solo e che il
domani potrà essere migliore di oggi… questa sì, a mio parere, è vera
carità!.
In questi anni di attività missionaria in aiuto del popolo delle mille colline, abbiamo cercato di adoperarci con umiltà ed impegno, vivendo il
nostro incarico come un servizio a questi fratelli meno fortunati. Abbiamo
concretizzato un buon progetto di adozioni a distanza affiancato ad una
iniziativa di sostegno all’infanzia che non si limita all’aiuto dei bambini
adottati, ma sostiene le famiglie e si ripercuote, anche a livello morale,
sull’intera comunità dei piccoli villaggi. Abbiamo per così dire “adottato”
la scuola di Kibali, piccolo centro che dista pochi chilometri dalla città di
Byumba, una struttura che ospita circa 1900 bambini provenienti dal circondario per partecipare alle lezioni in questo grande Istituto per l’educazione di base.
Stiamo portando avanti un progetto di integrazione sociale del popolo
Batwa “Pigmei” situato nelle vicinanze di Kibali e questa sarà la nostra
grande sfida per i prossimi anni. Stiamo cercando di far capire alle famiglie della minuscola comunità, inserendo i loro figli nel programma di
sostegno all’infanzia, che devono mandare a scuola i bambini per apprendere un’istruzione di base. Tutto questo con
la speranza che con il passare degli anni,
qualcuno di loro riesca ad ottenere un titolo
di studio ed aiuti il suo popolo, che ancora
oggi vive ai margini, ad inserirsi pienamente
nella società Rwandese.
Lo sforzo costante che abbiamo messo in
ogni progetto, portato avanti fino ad oggi, è
quello di fare solidarietà senza fare assistenzialismo, cercando di spiegare alla popolazione, ma soprattutto ai nostri referenti in loco,
che è l’Africa che deve salvare l’Africa e noi
siamo lì “solo” per dare un aiuto ed accompagnarli in questo difficile momento. Tra
mille difficoltà andiamo avanti, consapevoli
dei nostri limiti, con le nostre fragilità e debolezze affrontiamo le difficoltà quotidiane con impegno e con la cognizione esatta che in posti come quelli in cui operiamo si vive in un’altra realtà, tanto è vero che, per esempio, poche cose sono difficili come bere un
bicchier d’acqua.
L’opera del missionario guarda all’essere umano e tutto quello che di
materiale egli realizza serve per migliorare le condizioni degli individui
che dalle opere stesse traggono beneficio e sollievo. Il suo ruolo è quello di essere cooperatore e collaboratore all’opera di redenzione di Dio ed
il suo aiuto al fratello bisognoso si estende ben oltre la sfera materiale,
perché: dov’è carità e amore lì c’è Dio. San Paolo, nella lettera di ai Corinzi
(13,7- 8,13) scrive: “la carità tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto
sopporta. La carità non avrà mai fine. Queste dunque le tre cose che
rimangono: la fede, la speranza, la carità: ma di tutte più grande è la carità!”
Sacrificio, dono di sè e tanto amore: ecco cosa c’è sotto la punta dell’iceberg!
Angelo Bertolucci.
Associazione KWIZERA ONLUS Gruppo Missionario di Gallicano Via Cavour, 37 - 55027 Gallicano LU - Tel. 0583.730440 - Cell. 328.1888534 - e.mail: [email protected] - www.kwizera.it
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A tu per tu con Clèmentine.
Intervista di Alessandro Buriani e Marco Cassettai
Durante l’esperienza missionaria 2007, abbiamo incontrato una giovane
ragazza di Byumba e abbiamo pensato di chiederle un’intervista per cercare di approfondire alcuni aspetti della vita rwandese attraverso gli occhi
di una persona del posto.
Clementine Uwkjeneza ha vent’anni, è nata il primo agosto 1987 a
Giseniyi nell’ovest del Rwanda.
A quattordici anni si è trasferita a Byumba, ha perduto entrambi i genitori e vive con un fratello più grande e quattro sorelle più piccole. Ha terminato la scuola secondaria con indirizzo biochimico a Byumba.
Che cosa fai per vivere?
“Attualmente sono disoccupata, come molti giovani rwandesi, ma sono
molto impegnata a badare e accudire le mie sorelle più piccole. Una di
esse gioca in una squadra di calcio e il distretto di Gikumbi ci versa un
contributo ogni anno. Abbiamo un pezzo di terra da coltivare e anche se
talvolta non è sufficiente le famiglie dei nostri zii e zie ci danno una
mano.”
Ci racconti una tua giornata tipo?
“La mia giornata è piena d’impegni: curo e semino il piccolo orticello che è accanto alla mia casa,
insieme a mio fratello maggiore ci occupiamo
delle sorelle più piccole e infine cucino per tutti.
Purtroppo la giornata non è sempre buona perché talvolta non abbiamo abbastanza da mangiare, ma è vero anche che spesso ne abbiamo a
sufficienza. Inoltre quando le mie sorelle minori
si ammalano devo recarmi all’ospedale per ottenere dei medicinali. Non sono sufficientemente
forte per andare a lavorare la terra di altri e arrotondare, ma per fortuna c’è mio fratello maggiore che lo fa.”
Clementine Uwkjeneza
Hai una vita sociale?
“Si, assieme ad alcuni amici faccio parte del gruppo di scout con cui mi
ritrovo a Byumba una volta alla settimana o due volte al mese.
Sfortunatamente non ci sono molti posti dove ritrovarsi tra ragazzi.”
Parlaci del rapporto dei rwandesi con la religione.
“Abbiamo più religioni: cattolica, islamica, protestante e l’antica religione
animista. Malgrado differenze di pratiche, modi di partecipazione e dottrina non abbiamo particolari problemi di convivenza. Mentre tra cristiani le
relazioni sono ottime, con i mussulmani non c’e alcun tipo di rapporto.”
Ma perché la religiosità del popolo rwandese è così intensa?
“Anche se non dispongo di adeguati termini di paragone, ritengo che il
popolo rwandese sia molto religioso. Ne è testimonianza la gente che partecipa numerosissima alle funzioni sacre anche percorrendo molta strada
per giungervi, tutte le mattine preghiamo ed anche gli allievi della scuola
di Byumba ogni martedì e giovedì si recano in chiesa a farlo.”
Parlaci del sistema scolastico.
“La scuola è obbligatoria sia a livello primario che secondario, in pratica
studiamo fino a diciotto anni. Generalmente i bambini vanno volentieri a
scuola, ce ne sono molti veramente assetati di cultura. Abbiamo poi i
cosiddetti Enfants de la rue (ragazzi di strada) che non vanno a lezione
anche se dovrebbero, d’altra parte non hanno un posto dove abitare, sono
sempre in giro in cerca di soldi e spesso per vivere sono costretti a rubare.”
Cosa pensi quando vedi un Muzungo (uomo bianco)?
“La prima volta che ho avuto un contatto con un uomo bianco ero con gli
scout quest’anno. Vedere un Muzungo è stato come vedere un posto per
la prima volta. Per noi Rwandesi vedere un europeo è un evento molto
raro e suscita sempre una certa curiosità.”
Di fronte a qualcosa di sconosciuto talvolta abbiamo paura, a voi non
succede?
“Si, ma nel caso dei Muzungo non è così perchè so di avere davanti un
essere umano come me, l’unica differenza immediatamente evidente è il
colore della pelle. Inoltre per noi un uomo bianco è sinonimo di grande
ricchezza, abbiamo la sensazione che i Muzungo portino con sé dello sviluppo, per questo gli accogliamo festosamente”
Hai dei ricordi della guerra?
“Era il 1994, ero ancora una bambina, non avevo ancora studiato, non
capivo niente di politica e non mi accorgevo di quello che stava succedendo. Ho vissuto però le riconciliazioni tra le famiglie che precedentemente si erano uccise a vicenda.
Ho conosciuto molta gente che è rimasta orfana o
vedova. Oggi mi rendo conto che in Rwanda abbiamo delle difficoltà nel fidarci del prossimo, mi
accorgo inoltre che molta gente innocente è stata
arrestata e molti colpevoli sono rimasti liberi ”
Pensi che il Rwanda oggi abbia trovato la pace?
“Credo che la maggioranza del Rwanda oggi senta il
bisogno di vivere in pace, tuttavia ci sono ancora
delle minoranze che coltivano l’odio.”
Che cosa cambieresti del tuo paese?
“Vi dico solo che se non ci fosse stata la povertà
non ci sarebbe stata neppure la guerra”
Che cosa invece non cambieresti mai?
“Non cambierei mai la regione dell’ovest perché è
una terra meravigliosa e molto fertile, con il lago Kivu che permette molti
scambi commerciali con la città di Goma. Inoltre non cambierei l’ottimismo collettivo che è il nostro modo di affrontare la vita e che lascia sempre spazio ad un sorriso, anche di fronte a mille difficoltà.”
Cosa faresti per aiutare il Rwanda?
“In generale il sogno è sempre la pace, ho preso parte anche a delle
marce in Congo e Burundi per sensibilizzare le popolazioni. In particolare vorrei che la mia gente non avesse più paura di niente ed inoltre eliminare l’AIDS.”
Hai un sogno nel cassetto?
“Vorrei imparare l’italiano e trascorrere un po’ di tempo in Europa perché
lo ritengo un continente con molte possibilità e senza guerra. Amo particolarmente l’Italia perchè penso che gli italiani vogliano molto bene agli
africani e specialmente ai rwandesi.”
Il nostro motto è “a piccoli passi cambieremo il mondo…”: quale
sarebbe il tuo prossimo passo?
“Aiuterei gli orfani perché spesso le loro situazioni sono molto difficili; ne
conosco alcuni che non hanno nemmeno gli zii, altri che vivono soli.
Bisogna sostenerli soprattutto concedendogli la possibilità di studiare”
Ringraziamo Clèmentine per la disponibilità accordataci, grazie al suo
contributo sarà possibile ai nostri lettori meglio figurarsi uno squarcio di
quotidianità rwandese.
Via della Repubblica, 346 A/B
FORNACI DI BARGA (LU)
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GALLICANO (LU)
Cell. 340.9807067
20
Le nostre radici, il passato da salvare.
Domenico Bertini, l’oracolo della città.
Domenico Bertini, il prestigioso lucchese che venne dalla Garfagnana, riposa nella cattedrale di S.Martino, a pochi metri dalla cappella del SS.Sacramento. Un raro privilegio questo,
riservato al Bertini per le sue alte benemerenze e per i titoli acquisiti nella sua lunga e illuminata carriera diplomatica. Nacque a Gallicano (1417) e fin dall'infanzia si trasferì a Lucca,
portandosi però nel cuore il suo paese natale. Fedele al suo motto: "Ut Vivam vera vita", egli
visse realmente una vita piena, intensa, in continua ascesa verso le mete più alte e sublimi dello
spirito.
Di una cultura elevatissima, raggiunse in diplomazia livelli eccezionali. Chiamato come scrittore e abbreviatore apostolico presso la Curia Romana da Papa Nicolò V, firmò oltre centomila bolle papali, avendo espletato tale incarico anche sotto il pontificato di Callisto III, Pio
II e Paolo II. Tra i più rilevanti successi diplomatici, ricorderemo un suo brillante e decisivo
intervento in terra francese per la pianificazione dei contrasti e discordie tra le case dei
Borgogna e degli Orleans. Nella Firenze medicea perorò con successo la causa affinchè i confini lucchesi non venissero decurtati dai Medici, mentre determinante fu il suo intervento a
favore della Repubblica Lucchese per l'assegnazione di alcune terre di Garfagnana sotto il
dominio Estense. Oltre ad appartenere ad una famiglia agiata, ebbe per i suoi alti meriti, denaro, onori e numerosi riconoscimenti, tra i quali l'appellativo di "Oracolo della città". Ciò gli
permise di divenire uno dei più grandi mecenati dell'era rinascimentale. Amante dell'arte, fu
prodigo sia per i giovani, che per alcuni famosi artisti. La sua figura di rilievo gli permise di
mettersi in contatto con i più celebri artisti dell'epoca: il Ghirlandaio, il Botticelli, Signorelli,
il Perugino. Al celebre Luca Della Robbia commissionò per la sua Gallicano la stupenda pala
della "Sacra Famiglia",una meravigliosa opera d'arte che impreziosisce ancor più la bella
chiesa romanica di S.Jacopo, meta di molti visitatori, e un medaglione raffigurante la
"Madonna col Bambino"che si può ammirare sotto la volta di palazzo comunale. Un altro dono
del Bertini fu la chiesa di S.Giovanni Battista, fatta costruire a ridosso della casa natale. Ma
chi si avvantaggiò di più di questa generosa munificenza fu proprio la Repubblica Lucchese.
Amico e grande estimatore dell'insigne scultore Matteo Civitali, gloria e vanto di Lucca, ne
divenne il suo più fervente protettore. Tra le numerose opere a lui commissionate, che si possono ammirare nelle più disparate chiese di Lucca e d'intorni, tra tutte si staglia l'impareggiabile tempietto del Volto Santo (1482) e il ciborio con i due angeli adoranti, che ornano la
cappella del SS.Sacramento, sempre in S.Martino. Vere sinfonie d'arte, sublimi e impareggiabili, che impreziosirono la pur magnifica Lucca. Entusiasta il Bertini di così eccelsi capolavori volle gratificare il Civitali (oltre ai 750 Ducati d'oro stabiliti),di una casa con un vasto
appezzamento di terreno. La riconoscenza e l'affetto per il suo protettore, l'artista volle eternarli in molte sue opere, scolpendoci lo stemma gentilizio del mecenate (un gallo simbolo del
suo paese natìo) che si può osservare insieme al suo nome anche sul tempietto del Volto Santo.
Ma lo scalpello del grande Civitali si superò nello scolpire il sarcofago che custodisce le spoglie del celebre garfagnino. Ci dispiace terminare questo ricordo con un' amara constatazione e cioè, che il prezioso retaggio lasciato da uno dei personaggi più eminenti del XV sec. sia
stato inspiegabilmente dimenticato nel tempo. Raramente e marginalmente ci è capitato di trovare tracce di Domenico Bertini nelle recensioni dei molteplici simposi e conferenze culturali
cittadine.
Giulio Simonini.
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Se potessimo ipotizzare di ridurre la popolazione mondiale ad un piccolo villaggio di 100 abitanti, mantenendo le proporzioni attualmente esistenti, avverrebbe probabilmente qualcosa del genere.
Ci sarebbero:
57 Asiatici, 21 Europei, 14 Persone delle Americhe, 8 Africani. 52 sarebbero donne, 48 uomini. 70 non
sarebbero Bianchi, 30 sarebbero bianchi. 70 non cristiani, 30 cristiani. 6 persone deterrebbero il 59% della
ricchezza di Tutto Il Villaggio. Delle 100 persone, 80 vivrebbero in condizioni Subumane. 70 non saprebbero leggere. 50 soffrirebbero di denutrizione. 1 persona sarebbe in punto di morte e 1 bambino starebbe
per nascere. 1, si solo 1, avrebbe un’istruzione adeguata. Analizzando il nostro pianeta da una prospettiva
così ridotta si rivela pressante la necessità di lanciarci in una piccola considerazione.
Ora rifletti:
Se ti sei alzato questa mattina con più salute che malattie, allora tu sei più fortunato dei milioni di persone che non sopravvivranno questa settimana. Se non hai mai vissuto le atrocità della guerra, la solitudine
di essere carcerato, l’agonia di essere torturato o l’afflizione della fame, stai meglio di 500 milioni di esseri umani. Se puoi andare alla tua chiesa senza paura di essere umiliato, arrestato, torturato o ucciso… allora sei più fortunato di 3 miliardi di persone nel mondo. Se hai cibo nel frigo, vestiti nell’armadio, un tetto
sulla testa ed un posto dove dormire, sei più ricco del 75% della popolazione mondiale. Se hai dei soldi in
banca, nel portafoglio e qualche moneta nel salvadanaio… sei tra l’8% dei più ricchi al mondo. Se stai leggendo questa rivista sei più fortunato dei 2 miliardi di persone nel pianeta che non sanno nemmeno leggere.
Comunica questo messaggio a coloro che consideri amici. Aiuta gli altri a vedere il mondo anche sotto questo punto di vista. L’unica cosa che può succedere è che grazie a te qualcuno si renda conto della propria
fortuna ed inizi a guardare il mondo con occhi nuovi.
Gioisci c’è Speranza!!!
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22
Il gruppo “Missioni” sceglie Kwizera.
L’arte di cucire, ricamare, preparare manufatti servendosi di ago
e filo è tanto antica quanto nobile e complessa; ed è un’arte ben
nota ad un cospicuo drappello di energiche signore del paesino
di Piazza al Serchio, organizzate nel gruppo “Missioni” che
opera in favore della Caritas Parrocchiale. Pertanto le nostre
amiche, continuando quella che per loro è ormai una tradizione,
hanno trascorso le loro giornate invernali dedicandosi con
impegno, sudore e precisione alla elaborazione di variopinti e
fantasiosi manufatti tessili di
ogni genere: dai calzini alle
tovaglie, dai cuscini ai centri
da tavola passando per
magliette, cappelli e molto
altro ancora; tutto questo con
in testa un generoso e
magnanimo obiettivo: organizzare un mercatino di beneficenza in occasione della
fiera annuale paesana che ha
luogo nel giorno del patrono
locale.
La settimana che precede il
tanto atteso giorno è
anch’essa all’insegna del
duro lavoro. Tutti i prodotti
vengono separati per genere
e organizzati in gruppi distinti, si procede quindi alla loro
ripiegatura ed infine alla disposizione in grandi ceste che
elemento dopo elemento si trasformano in attraenti composizioni.
La domenica della festa poi, che quest’anno ha avuto luogo il
primo luglio, la sveglia suona presto al mattino ed alle 08.30 il
cartellino è già stato timbrato. Il piccolo stanzino lungo la strada è tutto uno sfavillare di colori, forme, luce. Le nostre amiche
già si stanno muovendo con sapienza in quello che pare il loro
habitat naturale, davanti ad un sipario di tovaglie e tessuti di
grandi dimensioni, sono loro le protagoniste della scena:
mostrano i loro prodotti, ne spiegano le caratteristiche, danno
prezzi e dimensioni, chiacchierano con la clientela, calcolano
importi senza sosta. Mentre la giornata compie il suo corso,
anche quando la temperatura comincia ad essere fastidiosa,
l’organizzazione non viene meno ed il loro alternarsi al lavoro,
procura il tempo per un po’ di sperato riposo.
Il rossore dei volti attaccati dal caldo è niente se paragonato alla
grande esplosione di vitalità comunicata dai loro vivaci sguardi, mi fanno pensare a come possa un piccolo corpo umano
sprigionare una forza così immensamente più grande di lui, alla
potenza della determinazione.
Alla fine della giornata il bilancio sarà giustamente premiante:
1204 Euro. Appresa la notizia lo stupore cede presto il posto
alla consapevolezza della mia ingenuità: se all’operosità e
solerzia della compagnia aggiungete l’assolutamente ottima
fattura dei prodotti
esposti, la fama che il
gruppo si è conquistato
negli anni e lo scopo
benevolo, non può sorprendere un consistente
afflusso di acquirenti sin
dal primo mattino e
quindi un notevole e
legittimo incasso.
La volontà del gruppo
Missioni di Piazza al
Serchio, quest’anno, è
stata quella di destinare
il loro ricavato all’associazione Kwizera Onlus,
perché venga investito
in favore della popolazione rwandese. Le
motivazioni che hanno
spinto il gruppo verso
questa scelta sono una
maggiore conoscenza delle persone che operano nell’associazione Kwizera, la vicinanza territoriale, ma soprattutto la possibilità di veder realizzati concretamente i frutti del generoso
impegno attraverso la realizzazione di un’opera autonoma che
sia parte di uno dei progetti che la Onlus di Gallicano ha in programma.
Quello che l’associazione Kwizera ha il piacere e il dovere di
fare è di porvi un caloroso ringraziamento e di impegnarsi a
realizzare la vostra volontà di contribuire alla realizzazione di un
progetto: un primo premio non sufficiente, ma certamente
necessario che vorrebbe ripagarvi per le vostre fatiche e per la
vostra generosità che fanno di voi delle portatrici di speranza e
dispensatrici di amore, gente semplice e dal cuore grande,
gente che può cambiare il mondo.
Marco Cassettai.
Associazione KWIZERA ONLUS Gruppo Missionario di Gallicano Via Cavour, 37 - 55027 Gallicano LU - Tel. 0583.730440 - Cell. 328.1888534 - e.mail: [email protected] - www.kwizera.it
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Il valore della carità.
Prima di parlare della carità, vorrei riprendere le parole di Santa Caterina
da Siena, che rintraccia il quadro dentro il quale la carità si muove. “ Che
cosa è la carità? È un amore ineffabile che l’anima ha tratto dal suo
Creatore con tutto il suo affetto e con tutte le sue forze. Ho detto che lo
ha tratto dal suo Creatore: e cosi è la verità. In questo amore si consuma
ogni attimo d’amore proprio di sé, e l’anima diventa simile al fuoco dello
Spirito Santo. L’amore infatti trasforma e fa dell’ amato e di colui che ama
una sola cosa. Tanto che il cuore e l’affetto di chi ama non si sarebbe trovato in lui ma in ciò ch’egli ama e dove ha posto il suo amore. È tanta la
forza dell’amore di colui che ama e di colui che è amato che fa un solo
cuore e un solo affetto; perché se vi fosse la divisione nell’amore, questo
non sarebbe veramente perfetto. È veramente l’anima che, per amore è
unita e trasformata in Dio, fa come il fuoco che consuma in sé l’umido
delle legna; quando esse sono ben riscaldate le arde e le converte, dà loro
lo stesso colore e la forza che ha in sè medesimo . La carità cosi descritta da Santa Caterina è capace di trasformare,
quando viene accolta con umiltà. Anche il
dialogo tra l’uomo e Dio in un’atmosfera di
fiducia e di abbandono si realizza concretamente nella carità operosa quale forma
esterna e espressiva dell’essere rivestito di
Dio. Mediante la carità operosa, cioè attenta
alla sofferenza, alla povertà del prossimo,
siamo inseriti nella vita divina e si accede
alla sua conoscenza. Scrive San Paolo “Per
questo anch’io, udendo la vostra fede nel
Signore Gesù e la vostra carità verso i santi,
non cesso di rendere grazie per voi, ricordandovi nelle mie preghiere, affinché il Dio
del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre
della gloria, vi conceda spirito di sapienza e
di rivelazione nella conoscenza di lui, illuminando gli occhi dei vostri cuori perché possiate conoscere qual è la speranza della sua
chiamata , quale la ricchezza della gloria
della sua eredità verso i santi”( Ef. 1,15-19 ).
La carità è sempre sostenuta dalla fede quale abbandono fiducioso a Dio
e dalla speranza quale apertura ottimista e attesa serena della sorpresa del
domani. In qualche modo si può dire che la carità senza la fede e senza la
speranza zoppica, anzi rischia di estinguersi come un fuoco che si spegne
se non è alimentato. Il sostengo che viene dalla speranza ce lo precisa il
poeta Péguy: “La piccola speranza avanza tra le due sorelle grandi (la fede
e la carità ) e non si nota neanche”. Quasi invisibile la “piccola” sorella
sembra condotta per mano dalle due più grandi, ma col suo cuore di
bimba vede ciò che le altre non vedono e trascina con la sua gioia fresca
e innocente la fede e l’ amore nel mattino di Pasqua: “ è lei, quella piccina, che trascina tutto”. È la speranza che vede il regno, che vede il
Signore veniente, che vede l’ invisibile e narra questo nell’ oggi. Per sintetizzare, la speranza e la fede fortificano la carità e la carità fortifica tutte
e due. Da questa comunione deriva la conseguenza che non si ama senza
fede e non si crede senza amore. L’amore è la mediazione insostituibile
nel processo del conoscere Dio e di testimoniare la fede che abita in noi
per mezzo dello Spirito Santo. Il concilio Vaticano II precisa infatti “Il
dono primo e più necessario fatto da Dio all’uomo e il compito preminente e decisivo di questi consiste nell’amore, “ con il quale amiamo Dio
sopra ogni cosa e il prossimo per amore di lui “. È l’amore che ci fa intuire che la diversità tra le razze, le culture, le religioni e i colori della pelle
non sono una maledizione ma una fortuna e una ricchezza. È la stessa
intuizione di San Paolo, quando, trovandosi di fronte ai suoi uditori richiama ad avere lo sguardo, i sentimenti e la compassione di Cristo in modo
da distruggere il muro che separa le persone costruito su base di stato di
vita: ricco e povero, schiavo e libero…Mettiamoci all’ascolto di Paolo “
Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisi o incirconcisi, barbaro o Scita,
schiavo o libero, ma Cristo tutto e in tutti. Voi dunque, come eletti di Dio,
santi e amati, vestitevi di tenera compassione di Dio, di misericordia, di
bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza sopportandovi a vicenda e
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perdonandovi scambievolmente, se qualcuno avesse di che lamentarsi
nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, cosi fate anche
voi. Al di sopra di tutto vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione. La
pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in
un solo corpo. E siate riconoscenti! “(Col 3,11-15 ).
Chi ama non conosce soltanto Dio-amore, ma conosce anche l’uomo
quale creatura più amata da Dio. Amando il prossimo, inoltre, uno si realizza e giunge alla perfezione“ L’amore del prossimo è la pienezza dell’
adempimento della legge, ( Rm 13,8.10 ) oppure, come afferma
Sant’Agostino, anche tutti i comandamenti sono perfezionati e completati dalla carità, ma non eliminati. A più forte ragione, senza l’amore la fede
stessa è morta ed è muta e i carismi che si possiede sono inutili. Come
si può vivere l’amore quindi inseriti nella vita di Dio e dell’uomo perfetto?
Ognuno di noi può trovare le risposte, ma io vorrei suggerire qualche
risposta. Si può infatti, vivere l’amore, impegnandosi quotidianamente
negli ambiti abituali in cui si trascorre il
tempo: a casa, al lavoro, nella comunità
parrocchiale, nelle associazioni come questa “ Kwizera”. Soprattutto bisogna essere attenti ai bisogni del prossimo, sapendo
che nel cuore dell’uomo vibra grande il
bisogno di Cristo che “ per mezzo della
sua croce, ha riconciliato tutti gli uomini
con Dio e ristabilendo l’unità di tutti in un
solo popolo e in solo corpo, ha ucciso
nella sua carne l’odio e nella gloria della
risurrezione, ha diffuso lo Spirito d’ amore
nel cuore degli uomini”. Cosi il gesto di
carità che ci spinge diventa non una pura e
semplice regola, ma una espressione concreta di quei sentimenti che furono in
Cristo. San Giovanni lo ricorda “ Non
amiamo a parole, né con la lingua, ma coi
fatti e nella verità“. Questo senso della
carità, in quanto risposta al grande amore
che Gesù ci ha dato, “noi amiamo perché
egli ci ha amato per primo”, deve allargare gli orizzonti e aprirsi alla
dimensione universale e all’ intera umanità per poter guardare ai problemi del mondo con compassione. In questa ottica Il Venerabile Giovanni
Paolo II fa eco” Non restringete l’azione alle vostre comunità…Sentitevi
cittadini del mondo, chiamati ad aprire i sentieri di fraternità e di speranza al di là di ogni frontiera”. L’amore del prossimo nella sua purezza e
nella sua gratuità è testimonianza del Dio nel quale noi crediamo e dal
quale siamo spinti ad amare. Il cristiano sa quando è il tempo di parlare
di Dio e quando è giusto tacere di Lui e lasciare parlare l’ amore … Di
conseguenza la migliore difesa di Dio e dell’ uomo consiste nell’ amore.
È segno evidente che l’ amore di Dio è stato riversato su di noi e porta
frutto, come suggerisce, la lettera agli Efesini “Il Cristo abiti nel vostro
cuore per mezzo della fede, in modo che, radicati e fondati nella carità,
diveniate capaci di comprendere con tutti i santi quale sia la larghezza e
la lunghezza, la profondità e l’ altezza, ed anche di conoscere l’ amore di
Cristo che sorpassa ogni conoscenza, affinché siate ripieni di tutta la pienezza di Dio “( Ef 3,19 ).
Kazubwenge Florien.
Sacerdote Rwandese.
24
Adottare a distanza; un gesto che vale!
tà, nella sua più radicale ed estrema manifestazione. In Rwanda molti
Che cosa rappresentano per noi 115,00 Euro, un paio di buoni pantabambini versano in queste condizioni drammatiche. Ragionando in
loni? Una borsetta firmata? Onestamente tale cifra è quasi irrisoria in
questi termini, quegli stessi
un mondo dispendioso e
banali 115,00 Euro diventano
svalutato come il nostro,
uno strumento della lotta alla
tanto che probabilmente se
povertà, diventano garanti e
in fondo all’anno mancasse
custodi di diritti fondamentali,
una simile somma dal
alla base di ogni esperienza
nostro bilancio, faremmo
umana, che purtroppo ancora
fatica ad accorgercene.
oggi, nel 2007, anacronisticaEppure questo ammontare
mente alcuni contesti non
per noi poco significativo
sono in grado di assicurare.
potrebbe, se ci trovassimo
Inoltre, altro vantaggio di un
in un paese più povero ed
simile progetto è quello di forarretrato del nostro, assunire un aiuto diretto ed immemere una ben diversa
diato alla popolazione, senza
valenza, un valore reale che
ulteriori passaggi o attraverso
potremmo difficilmente
alcun apparato statale o socieimmaginare.
In
tario che sia. Un sostegno
Rwanda115,00 Euro hanno
quindi che arriva spedito nelle
il potere d’acquisto che per
mani dei bisognosi senza sranoi hanno circa 4.000,00
L'Arcivescovo Italo Castellani in visita al villaggio Batwa "Agosto 2007"
dicarli dal contesto in cui sono
Euro, sono una cifra la cui
cresciuti, senza separarli dalla propria terra, ma agevolando proprio
disponibilità non lascia indifferenti, sono in ultima analisi un generoquelle condizioni di vita con cui hanno da sempre convissuto.
so aiuto materiale.
Tuttavia non c’è solo questa fredda retorica astratta, dietro ad un
Se veramente ad un nostro piccolo sacrificio corrisponde un grande
gesto per noi semplice, ci sono esseri umani che vedono la propria
beneficio altrui, perché essere tanto egoisti da non riuscire a privarci
vita migliorata e semplificata, che riacquistano un po’ di fiducia ed
di 30 eurocent al giorno, quasi niente, quando abbiamo la consapevohanno la facoltà di progredire; c’è per chi adotta la possibilità di seguilezza che per qualche fratello a noi lontano significherebbero molto di
re e monitorare gli sviluppi di un essere umano che cresce. Queste
più?
opportunità peraltro non sono limitate al singolo bambino adottato,
Già a questo primo interrogativo stentiamo a trovare risposte convincome se questo fosse un compartimento stagno, ma si propagano
centi, se poi consideriamo che tale sussidio sarà destinato al sostegno
anche agli individui del suo (se presente) nucleo familiare, un contridi un bambino, abbiamo un motivo in più per aderire al progetto
buto del genere quindi è destinato al miglioramento delle qualità di
“Adozioni a Distanza,,. I fanciulli infatti sono sempre le vittime più
vita di più persone ed acquista per questo motivo un peso ed una
ingiustificate di situazioni che spesso altri hanno scelto per loro. Sono
forza ancora maggiori.
perseguitati dall’indigenza e dalle difficoltà con cui nascendo si ritroC’è l’incontro con l’altro, la corrispondenza, l’affezione, la soddisfavano a convivere. Ogni persona ragionevole sa quali siano i diritti elezione di sentirsi attivi, solidali ed amati da qualcuno lontano, ma infimentari che dovrebbero esser sempre garantiti ad un bambino: alinitamente riconoscente, povero, ma senza dubbio felice.
mentazione, istruzione, vestiario, famiglia. Ebbene purtroppo in alcuni
Aderisci anche tu al progetto di “Adozione a Distanza,, donerai ad un
casi, per la verità molto numerosi, avviene che la realtà sia poi l’esatbambino, la speranza di un futuro migliore.
to contrario della teoria e che questi diritti elementari manchino, in
tutto o in parte. Quando questo si verifica siamo di fronte alla pover-
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Costruire la civiltà dell’amore.
Quando gli adulti vedono i loro bambini che non riescono ad andare fuori dalla culla, cercano di aiutarli per uscire da questo stato
d’infanzia. Oggi più che mai, l’umanità ha bisogno di qualcuno che
bussi alla sua coscienza, per cercare di farla uscire da questo stato
di profonda crisi interiore. Infatti, di fronte alle guerre sanguinose
e ingiuste, al terrorismo sfrenato, al commercio degli organi umani
e della droga, dinanzi allo sfruttamento dei poveri, alla prostituzione dei minori, di fronte ai cambiamenti climatici per colpa dell’uomo…, ci vuole qualcuno che gridi più forte per risvegliare il
mondo pieno di gente in stato di
“ crollo della coscienza”.
Di fronte a tutto questo, mi sono
chiesto: Signore dove sei? Fino
a quando gli empi trionferanno?
Perché non proteggi il ceppo
che la tua mano ha piantato?
Non senti forse il grido del tuo
popolo crocifisso? Non vedi i
loro crocifissori? Tuttavia, invece di lamentarmi, mi sembra
che anche Dio può fare all’uomo
una domanda: “Dov’è il tuo fratello” ? “Adamo, dove sei” ?
Il mondo di oggi, paradiso degli
ipocriti e degli arroganti, nel
quale i ricchi decidono tutto di
tutto e programmano la sorte
amara dei poveri, chi deve predicare la civiltà dell’amore?
Oggi, il mondo è diventato grazie all’informazione, come un
Florent Mwiseneza, 15 Agosto 2007
piccolo villaggio. Tutti desiderano che i media diano spazio ad un’informazione seria, completa e
dettagliata su paesi e problemi di cui si parla poco: lo sfruttamento, la povertà, la fame, le malattie, le guerre e le cause vere di
questi problemi. La realtà odierna, purtroppo, sembrerebbe smentire questa sete di sapere e questa speranza. Infatti, spesso, i maestri che predicano la democrazia, sono loro che hanno nelle mani
le fabbriche delle armi; coloro che si definiscono avversari del terrorismo, sono i primi a non rispettare i diritti fondamentali della
persona umana; coloro che si chiamano benefattori, sono i primi
a sfruttare il pane del povero, dell’orfano e della vedova. Questa è
civiltà? Questa è modernità? Questa è davvero democrazia?
Ha scritto Martin Luther King: “Sulla collina del Calvario , tre uomini venivano crocifissi per lo stesso crimine, il crimine di estremismo. Due erano estremisti nel peccato e cadevano, perciò, al
disotto del livello della loro società; il terzo, Gesù Cristo, era un
estremista dell’amore, della verità e della bontà e, perciò, si innalzava al disopra della società”.
E noi dove siamo…? A quale gruppo di estremisti apparteniamo…? A dire la verità, nessuno può insegnare e trasmettere ciò
che non è e nessuno può educare a ciò che non vive. Anche se le
parole sono impotenti per predicare la civiltà, la giustizia, la verità, la bontà e infine l’AMORE, dobbiamo prima assumerle, praticarle, viverle. Guai a noi se non lo facciamo. Prima di fare ogni
discorso sulla democrazia, sulla giustizia, sulla civiltà e sull’amore, non è forse necessaria una coraggiosa e lucida analisi delle
motivazioni soggiacenti? Ad esempio: agli attacchi terroristici,
non potremo forse impegnarci più a fondo, per
rimuovere le cause che
stanno all’origine di situazioni di ingiustizia, di
sfruttamento… che generano la fame, l’odio, il rancore, le guerre, le malattie
ecc...
Il nostro dovere è forse
riassunto in ciò che
Sant’Agostino diceva: “ Se
taci, taci per amore, se
parli, parla per amore, se
perdoni, perdona per
amore, se lotti, lotta per
amore, se scrivi, fallo per
amore”. Infatti, la tragedia
della vita non è che gli
uomini muoiono, ma che
non amano; la tragedia del
mondo di oggi non è la
crisi economica, non sono
i cambiamenti climatici, non è la mancanza dell’alimentazione,
visto che se ci fosse l’equità ci sarebbero i viveri per tutti, anzi
avanzerebbero. La tragedia del mondo di oggi è il crollo della
coscienza, è l’eclissi della civiltà, della giustizia, della verità e dell’amore. Insomma, per uscire dal circolo vizioso nel quale l’umanità armai nuota da secoli, bisogna costruire la civiltà dell’amore,
che è la prima strada da imboccare per giungere alla vera pace.
Solo tramite l’amore, realtà che rende migliore ogni cosa e con lo
splendore vitale che ci sostiene, la terra diventerà più abitabile.
Solo nell’amore, l’umanità godrà di pace autentica e duratura, perché solo “l’amore vince tutto”. Senza l’amore l’uomo si avvia
verso una via senza uscita e senza vita, verso la strada che conduce alla morte; cosi l’uomo diventa come il serpente che si
morde la coda: è l’esperienza storica a confermarlo.
Florent Mwiseneza
Sacerdote Rwandese.
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Riscopriamo alcuni componenti della fede cristiana.
Aderire a Gesu Cristo significa da parte dell’uomo credere nel suo vangelo nel vissuto della chiesa (Tradizione o parola non scritta) lungo i secoli.
Oggi alcuni cristiani credono di poter vivere la loro fede personalmente
senza aver bisogno di nessun tipo di aiuto, ritenendo che basti a loro credere in Dio. Invece il Dio cristiano ha una identità che va cercata giorno
per giorno nel modo in cui egli ha voluto consegnarsi al mondo. È importante che ciascun cristiano riscopra i fondamenti della fede cristiana in un
modo tale da averne una forte consapevolezza, per non correre il rischio
come ad alcuni accade, di abbandonare ciò che in realtà non hanno mai
conosciuto. Le precisazioni seguenti mirano a giungere a questo scopo.
Il segno della croce: La croce è il simbolo dei cristiani da quando Gesù è
stato crocifisso il Venerdi Santo. Essa è fatta da due assi una verticale e
una altra orizzontale. Quella verticale significa il rapporto fra il credente e
Dio. Quella orizzontale determina il rapporto tra il credente e il suo prossimo, cioè i componenti della comunità umana. La messa si colloca al
punto di incontro delle due assi e mette l’accento sui due aspetti: la relazione con il Signore e la relazione con gli altri. Ogni preghiera cristiana
comincia con il segno della croce, sottolineando prima il rapporto con il
Signore da cui prende avvio quello con il prossimo. In questo modo ogni
preghiera cattolica confessa il legame fra le due relazioni, e cioè che, l’essere in comunione con Dio ci rimanda sempre e direttamente verso i
nostri fratelli. Quando faccio il segno della croce, accetto di farmi lo strumento della salvezza che Dio ha iniziato e che intende portare a termine a
favore di tutta l’umanità.
La preghiera cattolica: Esistono quattro tipi di preghiera nella religione
cattolica: a) l’adorazione o orazione: lode fatta a Dio; b) contrizione: richiesta del perdono a Dio; c) l’invocazione: richiesta di un favore a Dio; d) ringraziamento: gratitudine resa a Dio. La messa viene considerata la preghiera più alta e contiene tutte e quattro i tipi di preghiera.
La Novena: la novena è una preghiera tradizionale che viene recitata senza
interruzione per nove giorni. Questa durata è stata scelta in riferimento ai
nove giorni trascorsi tra l’Ascensione (ascensione di Gesù in cielo) e la
Pentecoste (discesa dello Spirito Santo sugli apostoli 50 giorni dopo
Pasqua). La tradizione cristiana ritiene che gli apostoli e Maria rimasero a
pregare nel cenacolo sopra la stanza dell’ultima cena per un periodo di
nove giorni. Questa loro preghiera fu la prima novena della storia. Ai giorni d’oggi, la novena viene indirizzata ad un santo perchè interceda per il
popolo presso Gesù per un favore particolare.
Il rosario: I buddisti e i musulmani utilizzano il rosario fatto a modo loro
per pregare. Anche gli Ebrei avevano l’abitudine di fare 150 nodi ad una
cordicella per rappresentare i 150 salmi della Bibbia. Questa forma di preghiera fu resa popolare da San Bernardo nel XII° secolo, ma un’altra pia
leggenda attribuisce la preghiera del rosario a San Domenico da Guzman
(XIII°secolo). Maria Madre di Gesù sarebbe apparsa a San Domenico e gli
avrebbe regalato un rosario fatto di perle e di rose. Poi ha chiesto al santo
di sostituire i 150 salmi dalla recita delle preghiere di Ave Maria; Padre
Nostro; Gloria al Padre, per lottare contro l’eresia degli Albigesi. In questo
senso il rosario domenicano contava all’inizio quindici decine di rosari che
furono ridotti in seguito e riportati alla forma attuale del rosario. Oggi tanti
pregano il rosario omettendo le preghiere che precedono il primo mistero. Anzi, alcuni non sanno quale preghiere metterci. Prima del primo
mistero si collocano le preghiere seguenti: segno della croce, credo,Padre
Nostro, tre Ave Maria, Gloria al Padre, e poi il primo mistero, Padre
Nostro, 10 Ave Maria, Gloria al Padre, 2° mistero...
Pellegrinaggio: I cristiani, come del resto gli Ebrei e i Musulmani fanno
dei lunghi viaggi per recarsi nei luoghi che considerano santi per consolidare la loro fede. Nell’etimologia della parola “pellegrinaggio”è rinchiuso
il senso di andare lontano dalla propria patria, in una terra straniera, e
recarsi in uno spazio o un luogo sacro, considerato come fonte di quello
in cui credo. Quando mi avvicino al luogo sacro in questione, da credente, vivo spiritualmente ed in anticipo quello che vivrò concretamente nel
futuro, quando giungerò nel regno di Dio. La visita ad un luogo sacro
viene resa necessaria dal fatto che i luoghi della vita ordinaria sono come
un esilio, lontano dal Dio Creatore. L’essere umano è dunque straniero in
questa vita non concreta, diversa da quella che c’è nella vera patria a cui
si avvicina visitando un luogo di pellegrinagio. Nella storia cristiana, l’impossibilità di recarsi in pellegrinaggio in Terra Santa provocò le Crociate.
Nello spirito di rendere presente la Terra Santa nelle chiese, San
Francesco di Assisi fu l’iniziatore del presepe di Natale e delle immagini
delle 14 stazioni della passione di Gesù nel Medioevo (882-1226), un
periodo tormentato, che non offriva facilemente la possibilità di recarsi in
Terra Santa.
Don Giovanni
(Parroco di Fosciandora)
Con questo messaggio l’amico e maestro Don Giovanni, parroco di Fosciandora (Lu), ci invita a riscoprire le nostre radici cristiane, le loro tradizioni,
la loro simbologia e le proprie liturgie, in modo da non permettere che il nostro cammino di vita si allontani dalla strada che Cristo ha tracciato per
noi. La crescita spirituale, come quella di un fiore, ha bisogno di essere seguita, curata e nutrita in modo da non appassire o quanto meno prendere
una direzione sbagliata. Maria, Regina della Pace e madre di Gesù, costantemente ci invita a seguire il disegno divino e ci offre, con parole dalla disarmante semplicità, quelli che sono i primi cinque passi che dobbiamo muovere per avvicinarci sempre più al Creatore
Associazione KWIZERA ONLUS Gruppo Missionario di Gallicano Via Cavour, 37 - 55027 Gallicano LU - Tel. 0583.730440 - Cell. 328.1888534 - e.mail: [email protected] - www.kwizera.it
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Incontro con un Missionario.
Il Missionario è l’Angelo dell’umanità, ne ho incontrato uno tra le popolazioni indigene della Colombia. Un giorno mentre con alcuni amici andavamo a caccia accompagnati da una guida del luogo, in mezzo alla boscaglia
incontrammo un villaggio nomade occupato da indigeni; li ci imbattemmo
in un missionario: era un frate cappuccino Italiano, aveva la barba bianca,
segnato già dall’età, vestito con camicia lunga bianca fino ai piedi, ci disse
che era quarant’anni che viveva con quella popolazione e che, dopo tante
difficoltà, era riuscito a fondare quella Missione.
Ci venne naturale chiedergli spiegazioni e lo pregammo di raccontarci chi
l’aveva spinto a vivere in questi luoghi selvaggi, ci rispose che era stata la
volontà di Dio. Raccontò che l’inizio non fu facile, nessuno di quegli indigeni nella loro scarsa cultura lo tollerava e lo capiva. Alla periferia del villaggio si era costruito una capanna, ma per lungo tempo non era riuscito
ad avvicinare nessuno, per loro era un intruso indesiderato nella loro
Grazie al vostro aiut
8) Costruzione di una fattoria di bestiame, nella collina di
Cyeza; realizzata nel 2003.
11) Terrazzamento 2004
comunità; pian piano, finalmente riuscì ad entrare nel villaggio ed a capire
la loro lingua e cominciare la sua opera di Missionario, fu per lui la cosa
più bella che incoraggiò il suo scopo umanitario. Faceva parte della
Missione anche un altro frate dello stesso ordine che lo aveva raggiunto
dopo qualche anno assai più giovane, ma non lo incontrammo perché ci
disse che era fuori del villaggio. Con il suo aiuto, e la popolazione, era
riuscito a creare un laboratorio di falegnameria, ingrandire la sua baracca
e costruire una chiesa dove ogni giorno i frati potevano celebrare la S.
Messa e cercare di far conoscere a quegli infedeli la parola di Dio.
Ora era circondato da molti bambini giovani e ragazze che lo aiutavano nei
lavori giornalieri, se li sentiva vicini, amato e rispettato. Non mancava una
specie di ambulatorio attrezzato alla meglio per le prime necessità che
gestiva come poteva, con pochi medicinali e l’occorrente per curare eventuali ferite. Ci disse che stava bene in questo suo mondo, che era felice di
aver dato la sua vita missionaria per portare aiuto a quei diseredati, che
avevano bisogno di tutto e ringraziava Dio per avergli dato quella possibilità di vita. Da queste sue parole rimanemmo molto impressionati dalla sua
umana bontà; prima di lasciarlo ci disse di pregare per loro, di far conoscere al mondo quello che avevamo visto e quanto fosse necessario portare aiuto a quella umanità sofferente.
Nel salutarlo e ringraziarlo, capimmo quale privilegio gli aveva concesso
Dio.
16) Adozioni a distanza, dal 2003
18) Stalla di Nyinawimana 2005
Dot. Gastone Lucchesi
20) Apicoltura moderna 2005
Per offerte e donazioni c/c postale: 32268427
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to, fino ad oggi abbiamo fatto:
1) Acquisto di un terreno nei pressi dell’ospedale di Muhura, destinato alla costruzione di uno spaccio e di alloggi per infermieri e personale sanitario.
2) Acquisto di un terreno di circa due ettari con annessa una piantagione di banane, destinato alla produzione di alimenti per la scuola
superiore di Cyeza.
3) Acquisto di due piccoli terreni adatti alla costruzione di abitazioni
da destinare alle famiglie più bisognose, anche questi nella collina di
Cyeza.
4) Acquisto del terreno dove ora sorge la fattoria di Cyeza.
5) Contributo per l’acquisto di un mezzo fuoristrada.
6) Finanziato la costruzione di un alloggio per i responsabili dei progetti.
7) Acquisto di un terreno di circa due ettari, destinato alla coltivazione di alimenti da distribuire alla mensa scolastica di Cyeza.
8) Costruzione di una fattoria di bestiame, nella collina di Cyeza.
9) Realizzato un progetto di apicoltura nella diocesi di Byumba.
10) Erogato un contributo economico per la spedizione di un container in Rwanda.
11) Realizzato dei terrazzamenti radicali sulla collina di Nyinawimana
12) Consegnato materiale didattico per i bambini dalla scuola di
Kibali.
13) Realizzato un progetto moderno per l’allevamento di polli con l’incubatrice.
14) Inviato attrezzature didattiche (televisione, DVD, fotocopiatrice,
computer, cancelleria ecc) alla scuola superiore di Cyeza.
15) Portato un contributo annuale alle missioni che ogni anno visitiamo.
16) Dal 2003 abbiamo iniziato un progetto di adozioni a distanza, che
prosegue con successo donando speranza ad un numero sempre
maggiore di bambini.
17) Erogato un contributo in sostegno delle Missioni del Burkina
Faso.
18) Realizzato una stalla per mucche e capre a Nyinawimana.
19) Acquistato bestiame selezionato per dare inizio alla produzione.
20) Potenziato il progetto di apicoltura, sulla collina di Nyinawimana,
con tecniche moderne.
21) Contribuito alla costruzione di un edificio per gli orfani dello Sri
Lanka colpiti dal maremoto del 26 Dicembre 2004.
22) Realizzato una struttura multifunzionale per lo stoccaggio e la
lavorazione della produzione agricola della fattoria di Nyinawimana.
23) Fabbricato una cisterna di circa 150.000 litri per la raccolta di
acqua piovana da destinare all’irrigazione dei terrazzamenti di
Nyinawimana.
24) Riforestato il lato sud ovest della collina di Nyinawimana.
25) Erogato un contributo economico in aiuto di Radio Maria Rwanda.
26) Iniziato un progetto di microcredito nella Diocesi di Byumba.
27) Realizzato tre aule scolastiche presso l’istituto di Kibali.
28) Dal 2007 abbiamo dato vita ad un progetto di sostegno ai sacerdoti.
29) Dato inizio alla costruzione di un villaggio BaTwa (pigmei) di
Kibali.
21) Per gli orfani dello Sri Lanka 2005
22) ) Magazzino di Nyinawimana 2006
23) Cisterna di Nyinawimana 2006
27) Aule scolastiche di Kibali 2007
29) Abitazioni BaTwa ( in costruzione)
Associazione KWIZERA ONLUS Gruppo Missionario di Gallicano Via Cavour, 37 - 55027 Gallicano LU - Tel. 0583.730440 - Cell. 328.1888534 - e.mail: [email protected] - www.kwizera.it
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I nostri progetti per la Missione Kwizera
1) Completamento del villaggio Batwa:
Il progetto ha comportato un grande impegno, sia sotto l’aspetto economico, ma anche sotto quello gestionale. Dall’inizio dei lavori (febbraio
2007) molte cose sono cambiate: nuove leggi sull’abbattimento degli
alberi, sulla realizzazione delle tegole per la copertura dei tetti.
Anche l’avvicinarsi all’orizzonte delle prime difficoltà burocratiche, non
sono state di aiuto e ci hanno costretto ad allungare i tempi di consegna
delle abitazioni alla popolazione Twa di Kibali.
Se non sopraggiungeranno altre difficoltà o complicazioni burocratiche
contiamo di completare la realizzazione dell’intera opera per il mese di
giugno 2008.
Naturalmente i costi di realizzazione sono notevolmente lievitati, contiamo quindi, di spendere circa il 15 % in più rispetto alle previsioni iniziali.
Questo progetto abitativo si aggiunge ad un programma formativo per l’educazione di base che mira alla piena integrazione della comunità dei piccoli uomini nella società Rwandese.
È nostra intenzione di adoperarci per migliorare le condizioni di vita di
questi “originali e stravaganti” abitanti delle foreste aiutandoli, con estrema cautela, ad integrarsi nel mondo che li circonda.
2) Recupero strutture parrocchiali:
A Nyagahanga esistono diversi immobili parrocchiali che necessitano di
interventi di recupero, così come prospettato da Don Paolo in una sua
richiesta.
Dopo esserci recati sul posto, abbiamo potuto fare una valutazione sulla
portata dell’intervento.
Abbiamo deciso quindi di inquadrare questa iniziativa in un progetto di più
ampio respiro di seguito riportato: realizzazione di una scuola professionale a Nyagahanga.
Il progetto consiste nel recupero e riadattamento di quattro vecchi stabili, facenti parte di una antica missione retta fino alla fine del 2006 dai Padri
Bianchi e attualmente facenti parte della Parrocchia di Nyahaganga, diocesi di Byumba nel nord del Rwanda, per destinarli a ospitare una scuola
professionale.
Il progetto prevede l'attivazione di corsi di formazione professionale con
cicli di circa sei mesi ciascuno, con variazione delle specializzazioni ad
ogni ciclo al fine di consentire un più facile sbocco lavorativo. Ogni ciclo
dovrebbe ospitare una cinquantina di ragazzi/e di cui almeno 20 dovrebbero essere ragazzi di strada o senza famiglia che verrebbero ospitati in
un regime convittuale, con la conseguente previsione di attrezzare degli
spazi per il dormitorio e per la cucina e il refettorio.
La scuola sarà affidata alla Parrocchia, retta attualmente da Don Paolo
Gahutu che parla correntemente l'italiano, mentre la realizzazione del progetto e la supervisione di tutte le iniziative sarà seguita dal Dottor Martino
Ghilotti.
3) Sostegno ai Sacerdoti:
Nzakamwita Servilien, Vescovo di Byumba, chiede all’ Associazione
Kwizera di continuare il servizio di dare la speranza alla comunità rwandese, portando il desiderio ai nostri cari amici e benefattori di sostenere i
sacerdoti della Diocesi di Byumba offrendogli le Sante Messe da celebrare per i loro defunti e per le loro intenzioni.
Dice il Vescovo: “Sarebbe non soltanto un aiuto materiale per questa
generazione di sacerdoti molto entusiasti di portare avanti la missione
2008
riconciliatrice del nostro popolo, ma anche una solidarietà tra le chiese
offrendosi gli uni agli altri nell’unità di lode e di ringraziamento, donando
al Signore le intenzioni particolari di ciascuno di noi”.
L’augurio del Vescovo è che questo scambio di preghiere e di aiuto fraterno possa dare ancor più vitalità all’ Associazione Kwizera Onlus che è
il solido ponte di collegamento e di incontro tra il nostro popolo in cammino di liberazione dalle povertà ed i nostri cari benefattori.
Giriamo questa richiesta di sua eccellenza a tutti i nostri sostenitori.
Chiunque desiderasse far celebrare delle Sante Messe per i propri defunti o per le private intenzioni è pregato di contattarci per E-Mail [email protected] oppure per telefono al: 0583 730440, oppure: 328 1888534.
4) Attrezzature agricole per la fattoria di Rwesero:
Questa fattoria, situata sul lago Muhazi, copre una superficie di circa 10
ettari ed è caratterizzata dalla particolare fertilità del terreno e dalla costante presenza di acqua, indispensabile alla produzione agricola ed all’allevamento di bestiame.
Anche se quasi privi di attrezzature specifiche da lavoro, i volenterosi
lavoratori della fattoria, riescono ad ottenere ottimi e abbondanti raccolti.
Le coltivazioni prevalenti dell’azienda agricola sono: le banane, la papaia e
tutti i tipi di ortaggi. Notevole anche l’allevamento di maiali, conigli, mucche, galline.
Metteremo a disposizione della struttura un quantitativo adeguato di
attrezzi da lavoro, in modo da agevolare lo sviluppo e la crescita di questa importante realtà produttiva.
5) Attrezzature didattiche e contributo economico alla scuola di Kibali:
Continua questa iniziativa in aiuto dei bambini indigenti del nord del
Rwanda.
La scuola dista pochi chilometri dalla città di Byumba, situata in una zona
molto povera del paese. È una struttura scolastica abbastanza grande; gli
alunni dell’anno scolastico 2006-2007 sono stati 1936, molti di loro sono
privi di mezzi e non riescono nemmeno ad acquistare un quaderno o una
penna. Porteremo loro il materiale didattico necessario per consentirgli
di ottenere una buona istruzione di base.
Assegneremo inoltre alla direzione didattica un contributo economico da
investire nell’ambito scolastico. L’istituto scolastico si occupa anche del
programma di istruzione di base per i bambini Batwa del vicino villaggio.
Il delicato progetto di integrazione dei bambini Pigmei è strettamente collegato al programma di adozione a distanza.
6) Progetto di microcredito:
Potenzieremo il fondo speciale destinato al microcredito in modo da
aumentare gli interventi.
Il microcredito rappresenta, a nostro parere, la nuova frontiera della solidarietà.
Il progetto consiste nel dare accesso al credito alle famiglie o ai gruppi
che intendono realizzare iniziative produttive nel campo dell’allevamento,
dell’agricoltura e del commercio.
I prestiti di piccola entità, potranno essere erogati per l’acquisto di bestiame, per la realizzazione di bonifiche agricole o l’acquisizione di sementi
di buona qualità.
Riteniamo questo progetto molto importante, sia sotto l’aspetto sociale
che psicologico, in quanto al contrario dell’assistenzialismo, il microcre-
Tel. 0585 256075
Per offerte e donazioni c/c postale: 32268427
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dito, stimola alla produttività, dà dignità alla persona e soprattutto alimenta la speranza.
Le operazioni di finanziamento e di riscossione del credito sono gestite
dalla piccola banca che la Diocesi di Byumba ha istituito per aiutare i più
bisognosi.
Il tasso di interesse applicato al Prestito della Speranza è molto basso e
serve a coprire le piccole spese di gestione ed al finanziamento di altre
erogazioni.
Ogni anno stanzieremo una parte delle nostre risorse per incrementare
questo fondo di solidarietà e dare la possibilità al maggior numero di persone di investire per il proprio futuro.
Dimostreremo alle comunità dei piccoli villaggi Africani che non sono soli,
che noi crediamo nelle loro capacità, nella loro iniziativa e nel loro futuro.
Soprattutto daremo loro la possibilità di risolvere dignitosamente i problemi del lavoro, dell’alimentazione e della denutrizione, senza assistenzialismo ne donazioni a fondo perduto che impoltroniscono e disincentivano alla produttività.
7) Progetto adozioni a distanza:
Continua il progetto di adozione a distanza che fino ad oggi ha riscosso
un grande interesse.
Che cosa è: un servizio alla vita, nel nome della Speranza.
Un gesto solidale e concreto, alla portata di tutti: singoli, famiglie, gruppi…
Consiste nel sostegno economico mirato a garantire ad uno o più bambini i beni primari: alimenti, medicinali, vestiario, istruzione ed educazione.
L’espressione “adozione a distanza” ha in sé alcune intuizioni importanti;
gli aiuti vanno ai bambini che sono, presso tutti i popoli, la parte più debole ed indifesa, ancor più laddove regnano la guerra, la fame e molte altre
difficoltà.
La parola “adozione” contiene in sé l’idea di continuità; non basta dare un
aiuto una tantum, ma trattandosi di bambini, bisogna essere loro vicini
per un periodo relativamente lungo, come una madre si cura dei suoi figli
e li aiuta fino a quando non sono grandi ed autonomi.
A distanza perchè i piccoli vengono aiutati dove sono nati, senza sradicarli
dal loro mondo, dalla loro cultura, dalla loro terra e dall’ambiente familiare.
L’adozione a distanza offre a tutti, giovani ed adulti, ma soprattutto alle
famiglie ed alle comunità, la possibilità di “accendere” nella vita di questi
bambini una luce di speranza e di gioia, contribuendo, con questo gesto
di solidarietà concreta, ad offrire ad un bambino rwandese un’infanzia più
serena.
Informiamo chi fosse interessato, che il contributo per l’adozione è di
115,00 Euro annui.
Accendi un sorriso
con il 5 x Mille.
Già dallo scorso anno, l’Associazione Kwizera, rientra nell’elenco delle Onlus che beneficiano del 5 x
mille. Informiamo quindi tutti i lettori della rivista
affinché possano valutare la possibilità di devolvere
alla causa degli “ultimi del mondo” la loro offerta. Vi
ricordiamo che la donazione di questa oblazione non
è a vostro carico (non vi costa niente), ma verrà erogata dallo stato, detraendo dalla dichiarazione dei
redditi la suddetta percentuale.
Passaparola!!!
Associazione Kwizera Onlus
Sono questi i progetti che ci sono stati presentati come prioritari dai
nostri referenti locali, sono questi i programmi che, con il vostro contributo, cercheremo di realizzare.
INSERISCI SULLA TUA
DICHIARAZIONE DEI REDDITI:
C.F. 90006470463
Visiona i progetti su:
www.kwizera.it
A piccoli passi, cambieremo il mondo
Info: [email protected]
Tel. 0583 730440 Cell. 328 1888534
Associazione KWIZERA ONLUS Gruppo Missionario di Gallicano Via Cavour, 37 - 55027 Gallicano LU - Tel. 0583.730440 - Cell. 328.1888534 - e.mail: [email protected] - www.kwizera.it
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Un invito alla cooperazione.
Gentile lettore, hai avuto la pazienza di arrivare all’ultima pagina di questo giornalino, tanto vale allora dedicarci qualche altro secondo del tuo tempo prezioso.
Il nome non casuale che contraddistingue questa associazione, come ogni nome che si rispetti, è intimamente collegato con la sua identità reale. KWIZERA: SPERANZA. Fine ultimo e supremo del nostro lavoro è
infondere e diffondere un messaggio di speranza a chi potrebbe averla perduta, lasciare intravedere un
minuscolo spiraglio di luce a chi, forse, ha davanti a sé un futuro tenebroso, tendere una mano a chi, caduto, cerca di rialzarsi.
Devi sapere che, a volte, la realtà ci appare più complessa di quanto non sia, così tendiamo a chiuderci
dinanzi ad essa, abbandonandoci contemplativi di fronte all’opera altrui o interrogandoci su come sia stato
possibile per loro arrivare a costruire qualcosa.
Ebbene, questo vuol essere un appello a non demordere ed a non chiudersi dentro sé stessi; se di fronte
alla sofferenza di un popolo qualcosa si agita dentro il tuo petto, se un senso di dolore ti punge la pelle, se
il sangue ti gonfia le vene di rabbia, non lasciare che questo passi e scivoli via lentamente, non permettere
che siano le tue mille distrazioni ad annichilire la tua sensibilità, non cadere schiavo della tua passività…ti
viene qui concessa la possibilità e (perché no) la speranza di agire, la speranza di renderti un attivo dispensatore di sorrisi, la speranza di trasformare in qualcosa di utile e positivo la grande energia che percepisci.
Ti chiedi come questo sia possibile? Come dicevamo la realtà è molto più semplice di quanto credi e proprio questo giornalino che stringi tra le mani è il tuo lasciapassare. Puoi sostenere la nostra causa, ammesso che sia anche la tua, in molti modi differenti.
Almeno una volta l’anno persone della Kwizera, si recano personalmente in Rwanda. Portano enormi valigie stracariche di medicinali, cancelleria, abiti e speranza, visionano l’avanzamento dei progetti, documentano le opere realizzate e lavorano attivamente e direttamente ai programmi.
Orbene, perché invece di impazzire cercando la vacanza ideale dove trascorrere le ferie, non munirsi di un
po’ di spirito di avventura, di un pizzico di coraggio ed unirsi ad una spedizione missionaria di questo tipo?
C’è bisogno di qualsiasi genere di competenza lavorativa e non importa il livello di esperienza, requisiti sono
semmai la buona volontà e tanta tanta energia.
Se per i più svariati motivi, sei impossibilitato ad unirti ad una missione, non mollare; puoi adottare a distanza uno dei tantissimi bambini rwandesi che hanno urgente bisogno di nutrimento, cure mediche, istruzione. Qualora poi entrambe le possibilità ti fossero inaccessibili, hai ancora l’ opportunità di sostenere questa
associazione, ma soprattutto il suo scopo, attraverso un piccolo contributo in denaro, che, nelle mani giuste, saprà essere di grande aiuto per il popolo rwandese.
Non credere di dover necessariamente donare grandi somme, destini il tuo denaro ad un paese povero, un
paese dove pochi euro hanno un potere d’acquisto per noi impensabile, ma soprattutto non credere che il
tuo contributo non arriverà dove vorresti; versandolo lo affidi nelle mani di una persona che la vede esattamente come te, di una persona impegnata, la quale, stanne certo, farà di tutto perché sia la TUA volontà ad
essere rispettata.
Non è piacevole pensare che non ci sia nessuno capace di donare e di donarsi senza alcuna contropartita…siamo abituati a dare un prezzo a tutto, ma finiamo per non capire il valore di niente.
C’è ancora una cosa che aiuterebbe questa causa: pregare per tutti coloro che si prestano e contribuiscono
a questa missione, tenendo accesa la fiamma della speranza. Puoi anche fornirci dei consigli, delle prospettive di miglioramento o semplicemente un tuo punto di vista senza timori reverenziali; il saggio sa che
la migliore armonia è dissonanza. Infine hai facoltà di aiutaci facendo conoscere le iniziative che stiamo realizzando, perché ciò che conta non è partire per il Rwanda, ma portare i rwandesi nel cuore.
Come vedi le possibilità di agire si dispiegano sotto i tuoi occhi, adesso non ti resta che dare ascolto alla
tua coscienza e non lasciarti imbrigliare da mille difficoltà puramente immaginarie; come vedi la realtà è
semplice, più semplice di quanto potessi pensare, non esitare mettiti in contatto con noi!
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