L’ ALBERO
Un grande albero
alzava le sue mani
rugose fino al cielo.
Si sforzava di
toccarlo con dolore.
Pregava il sole di
farlo vivere ancora.
Come un fuoco spento
ora si è riacceso.
CASTAGNETI
da
FRUTTO
Coordinamento editoriale:
Lucia Rovedatti
Testi:
Italo Buzzetti
Foto:
Archivio ERSAF,
E. Della Ferrera, G. Giumelli,
V. Martegani, G. Mazzoni,
S. Vaninetti
CASTAGNETI
da FRUTTO
Un patrimonio
valtellinese da
salvaguardare
Progetto grafico:
MOTTARELLA Studio Grafico
www.mottarella.com
Iniziativa prevista
nell’ambito del progetto:
“Progetto pilota per il
recupero dei castagneti da
frutto nel Comune di
Castello dell’Acqua (SO)”
Committente:
Comunità Montana
Valtellina di Sondrio
Area Agricoltura
tel. 0342.210331
www.cmsondrio.it
Redazione progetto ed
esecuzione lavori:
ERSAF
Ente Regionale per i Servizi
all’Agricoltura ed alle Foreste
Struttura “Biodiversità e
Valorizzazione Demanio
Forestale”
Unità Operativa “Gestione
sostenibile delle foreste
demaniali e
delle Riserve Naturali”
Morbegno (SO)
tel. 02 67404.581
www.ersaf.lombardia.it
Realizzato nel mese
di marzo 2005
L’utilizzo, in qualsiasi forma
e modo, dei contenuti della
presente pubblicazione è consentito dietro autorizzazione scritta
della Comunità Montana V.na di
Sondrio, con obbligo di citazione
della fonte.
Introduzione
2
Presentazione
La castanicoltura in provincia di Sondrio
4
Diffusione della coltura castanicola
in provincia di Sondrio
11
Aspetti storici
19
Caratteristiche dei castagneti nel
comune di Castello dell’Acqua
26
Il Progetto Pilota di Castello dell’Acqua
Schede tecniche
31
Il recupero dei castagneti da frutto
Operazioni colturali
Conclusione
43
L’attuazione del “Progetto pilota recupero castagneti da frutto in Comune di Castello dell’Acqua” (il primo realizzato nel nostro
mandamento) nasce dalla convinzione che i
castagneti sono un patrimonio da salvaguardare.
L’importanza dei castagneti da frutto presenti nella Comunità Montana Valtellina di
Sondrio, supera ormai largamente il significato produttivo che hanno avuto per molto tempo nella storia
della nostra economia
locale, soprattutto grazie al valore naturalistico e ambientale che questi alberi ormai rappresentano per i territori di mezza costa.
Consapevoli di questa nuova realtà e del dovere di tutelare questi particolari ambiti territoriali, abbiamo ritenuto che ciò fosse possibile attraverso una crescente sensibilizzazione
nei confronti dei proprietari e garantendo loro
l’opportunità di finanziamento ed
assistenza tecnica.
L’intervento pilota citato e la predisposizione di specifico materiale divulgativo e didattico, fra cui questa pubblicazione, vuol essere
un punto di partenza per dimostrare in pratica le tecniche innovative per il recupero e il risanamento dei castagneti, e un esempio da
seguire per tutti coloro che possiedono castagneti da frutto e vorrebbero preservarli dai danni causati
dall’incuria e dall’abbandono.
Licio Compagnoni
Assessore all’Agricoltura
Costantino Tornadù
Presidente della Comunità Montana
BIBLIOGRAFIA
Pubblicazioni consultate per la realizzazione
dell’opuscolo:
“Progetto Pilota per il recupero dei castagneti da frutto nel Comune di Castello dell’Acqua” - anno 2003
ERSAF
Manuale tecnico-descrittivo “Castagne e castagneti
delle terre lariane” - anno 2003
Provincia di Como - Assessorato Agricoltura
Tesi di laurea “La castanicoltura in provincia di Sondrio
- Caratteristiche dei castagneti da frutto di Castello
dell’Acqua ” - anno 1989 - Dott. Umberto Clementi
Si ringraziano coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questa pubblicazione, in particolar modo per il
materiale fornito: Umberto Clementi, Amministrazione
Provinciale di Como, Elio Della Ferrera, Gianpiero Mazzoni, Vincenzo Martegani, Serafino Vaninetti.
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
LA
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
CASTANICOLTURA
IN PROVINCIA
DI SONDRIO
DIFFUSIONE DELLA
CASTANICOLTURA
Nella bassa
Valchiavenna il
castagneto da
frutto è favorito dal
mite clima lacustre
e si diffonde lungo
tutto il versante
a Est
L’area di diffusione del castagno in Valtellina e Valchiavenna rientra essenzialmente nell’orizzonte montano inferiore e nell’orizzonte sub-montano: dal
punto di vista fito-climatico possiamo
in linea generale porre tale zona tra il
Castanetum ed il Fagetum caldo.
Procediamo ora ad una più precisa individuazione delle aree di diffusione
della coltura: nella bassa Valchiavenna, ossia dall’imbocco sino all’abitato
di Chiavenna, il castagneto da frutto
è favorito dal più mite clima lacustre
e si diffonde lungo tutto il versante a
Est, dal fondovalle fino a circa 900 m.
Nell’alta valle, oltre Chiavenna, esso
predomina invece nel versante a 0vest
arrestando la sua penetrazione poco
oltre l’abitato di San Giacomo Filippo.
Molto diffusa è la coltura in Val Bregaglia su entrambi i versanti: in quello esposto a Sud, beneficiando di una
maggiore insolazione, essa si spinge
fin oltre i 1000 m. di quota; nella stessa zona sono stati rinvenuti esemplari
isolati e cespugliosi a circa 1400 m., in
piena foresta di conifere, limite massimo di cui si abbia notizia in provincia.
Nel basso e medio settore valtellinese,
fino grosso modo a Tirano, la distribuzione dei castagneti risente della forte
asimmetria climatica tra i due opposti
versanti: direttamente, per le evidenti esigenze ecologiche della pianta; indirettamente per le differenti modalità
dell’insediamento umano e della distri-
4
buzione delle altre colture. Nel versante retico, a solivo, da sempre è stato
favorito lo sviluppo delle colture agrarie e dei centri abitati: frutteti, seminativi e soprattutto vigneti occupano
quasi ininterrotti la parte bassa della pendice, assai di rado intercalati da
boschetti termofili a Carpino nero, Orniello e Roverella, o da piccoli castagneti. Questi ultimi li ritroviamo più
estesi ed abbondanti in alto, in una
fascia comunque piuttosto discontinua posta tra i 500 e i 900-1000 m.
di quota; questa, sempre più ridotta
e frammentata, dall’imbocco vallivo
giunge sino circa a Tirano e prosegue,
ormai ricongiunta al fondovalle, sino
alla conca di Sondalo. I castagneti
della pendice retica, favoriti dall’ottima esposizione, sono spesso rigogliosi
e possono superare i 1000 m. di quota
(per esempio nella zona di Teglio).
Il versante orobico, a vago, è caratterizzato dal bosco e dalla scarsa presenza di centri abitati e colture, per
la maggior parte posti sui conoidi allo
sbocco delle valli laterali o sui terrazzi glaciali più esposti. E’ in questo settore che i castagneti trovano la loro
massima diffusione; ora puri, ora alternati o frammisti ad altra vegetazione boschiva che vi penetra inesorabilmente con l’abbandono, essi occupano
una fascia quasi continua dall’imbocco vallivo fino a oltre Tirano: verso
il basso le selve si spingono spesso a
lambire il fondovalle; verso l’alto raggiungono gli 800 m. circa, a volte sorpassando i 900 m.
Provincia di Sondrio:
diffusione della
castanicoltura
Bormio
Chiavenna
Tirano
Sondrio
Morbegno
5
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
Castagneti
all’imbocco della
Valmasino, la
distribuzione dei
castagneti risente
della differente
esposizione tra
i due opposti
versanti
L’area più caratteristica della coltura è
però tra i 400 e i 700 m. circa. Anche
in questo versante, proseguendo oltre
Tirano, i castagneti si fanno più rarefatti e si avvicinano al fondovalle che
nel contempo va ergendosi più rapidamente; qualche chilometro oltre Sondalo si arrestano.
Situazione attuale
L’esame dello stato attuale della coltura castanicola in provincia evidenzia un generale ed ormai spinto abbandono.
Nel 1964 secondo un’analisi approfondita dei vari aspetti dell’agricoltura provinciale, i 3229 ha. di castagneto erano quasi tutti ancora coltivati,
mantenuti a prato e/o a pascolo; la
produzione media in castagne fresche,
calcolata in base ad un periodo di 7-8
6
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
anni, risultava di 6,7 q.li/ha/anno, con
punte di 10 q.li/ha nei Comuni di Rogolo, Pedesina, Sacco, Castione Andevenno e Bianzone.
La produttività in Valchiavenna (circa
7,4 q.li/ha) era maggiore che in Valtellina certamente per la più favorevole situazione climatica. Nei castagneti a prato, posti nella fascia più bassa
e nei luoghi meno acclivi, con terreno
profondo, si stimava una produzione
di 19,8 q.li/ha/anno in fieno normale;
in quelli a pascolo essa ammontava a
8,9 q.li/ha/anno.
La foglia per lettiera, raccolta assai
regolarmente, era stimata in 19,5 q.li/
ha/anno.
La fase più drastica di abbandono ha
dunque preso il via a partire dalla seconda metà degli anni ‘60; del resto
molti in provincia rammentano come
gran parte di quei castagneti oggi invasi da una ricca varietà d’arbusti ed
alberelli fosse, fino ad una quarantina
d’anni fa, ancora regolarmente coltivata e mantenuta a prato o a pascolo.
Oggi nei castagneti coltivati ci si limita alla raccolta del frutto e raramente della lettiera, a qualche ripulitura
del sottobosco tramite sfalcio o pascolamento e, nelle situazioni migliori
(piante di marrone prossime agli abitati) a qualche concimazione con letame;
molto rara è ormai divenuta la pratica
dell’innesto, che ha assunto un carattere quasi amatoriale.
L’abbandono dei castagneti è un aspetto particolare del ben più vasto fenomeno di dissesto socio-economico
che ha investito la montagna italiana a partire dagli anni ‘50, coinvolgendo un po’ tutte le colture più povere.
Per quanto riguarda la castanicoltura
valtellinese e valchiavennate le cause
possono essere essenzialmente ricondotte alle seguenti:
a) mutamento del rapporto (o vincolo) terra-popolazione;
b) frazionamento e frammentazione
della proprietà;
c) avvento del cancro corticale.
a) Fino al periodo post-bellico l’importanza della coltura è rimasta quasi immutata nel corso dei secoli; a partire dagli anni ‘50 il graduale aprirsi di
nuovi sbocchi occupazionali e l’avvento di nuove fonti di utilità intra ed extra-provinciali, quali la frutticoltura
intensiva di fondovalle, l’industria, il
terziario ed il turismo, ha distolto la
popolazione contadina - soprattutto
nella componente giovanile - da quel
vincolo diretto con la terra che solo,
7
Veduta di Sacco,
i castagneti
terrazzati
scendevano tra le
forre lungo i dossi
solatii fino al greto
del torrente Bitto
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
time si può notare il seccume di ampi
settori della chioma. La diffusione del
cancro ha dunque coinciso proprio con
il periodo di massimo abbandono, costituendone certo una causa aggravante; oggi la malattia, dopo la fase
di ipervirulenza, si è stabilizzata nella fase ipovirulenta, ovvero il patogeno attacca le piante ma non le conduce alla morte.
Cenni sull’attuale
utilizzazione di castagne
e marroni
Vigneti e boschetti
di castagno nel
versante retico
La frutticoltura
intensiva di
fondovalle
nel passato, ne garantiva il sostentamento. L’agricoltura più povera e senza
grossi sbocchi di mercato è così divenuta gradualmente un onere non corrisposto da un beneficio adeguato, soprattutto se confrontato con quello
fornito da altre attività: è il caso anche dei castagneti.
b) Lo stato di polverizzazione fondiaria che, con molte altre colture, caratterizza i castagneti provinciali.
c) Pur mancando una datazione precisa, l’avvento del cancro corticale in
provincia può farsi risalire agli anni ‘50
(si sa infatti che la prima segnalazione
in Lombardia è del 1950); esso ha poi
avuto un fortissimo sviluppo durante
gli anni ‘6O e ‘70, interessando quasi
tutti i soggetti più giovani e gran parte delle piante mature: su queste ul-
8
Le quantità di frutto oggi raccolte
sono difficilmente stimabili a causa
della grande frammentarietà e variabilità delle utilizzazioni.
Il prodotto in parte è destinato al consumo diretto da parte dei componenti l’azienda; in parte è usato come alimento per il bestiame (suini, conigli);
in altra parte ancora è destinato alla
vendita; infine notevole è il quantitativo raccolto, spesso abusivamente, da
terzi.
I produttori destinano i frutti migliori
alla vendita; la parte restante è dagli
stessi consumata per lo più allo stato fresco, mentre ormai molto rara si
è fatta la pratica dell’essiccazione: in
genere ci si limita alla disposizione dei
frutti su terrazzi assolati, senza più ricorrere ai tradizionali seccatoi.
In alcune zone tuttavia (es. Villa di
Chiavenna, Piuro) questi vengono ancora utilizzati. Il mercato, che riguarda essenzialmente i marroni e le castagne di pezzatura più grossa consta di
un complesso di compravendite al minuto, in cui gli acquirenti - generalmente fruttivendoli o meno frequentemente grossisti - si recano presso i
singoli produttori pattuendo un certo prezzo. Quest’ultimo è quindi piuttosto variabile: a Castello dell’Acqua i
9
Ormai molto rara
si è fatta la pratica
dell’essiccazione:
in genere ci
si limita alla
disposizione dei
frutti su terrazzi
assolati
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
marroni di buona pezzatura (in numero di ca. 55-70 per Kg) nel 2004 hanno
spuntato 4-4,15 euro/Kg, mentre per
le castagne il prezzo è stato di 3-3,40
euro/Kg. Sono prezzi che sembrerebbero alti, se riferiti a grossi quantitativi, ma non sorprendono certo in una
situazione come quella valtellinese, in
cui l’offerta è quanto mai frammentata, incostante e scarsamente coordinata: residuo di un sistema colturale
in cui la castagna era destinata principalmente al diretto sostentamento
della famiglia contadina; cosa che se
nel passato trovava ragioni decisive,
oggi non è certo più proponibile.
La coltivazione
della vite ha
contribuito
all’abbandono della
castanicoltura
La presenza di
esemplari di
notevoli dimensioni
è un’altra
testimonianza
di un ambiente
favorevole alla sua
diffusione
ASPETTI STORICI
La diffusione e lo stato attuale della
coltura castanicola in provincia sono
strettamente legati alle vicende del
passato, che quindi meritano un approfondimento.
Origini e sviluppo della
coltura
Non è stato possibile sapere con certezza se il castagno esistesse già come
entità arborea originaria nei boschi
valtellinesi o se vi fu introdotto dall’uomo in epoca remota; certamente
però, se esso già era presente, se ne
deve all’uomo la massiccia diffusione.
Nel vicino Canton Ticino il castagno
è da considerare specie introdotta ma
10
nulla ci autorizza ad estendere detta
ipotesi al territorio valtellinese; notiamo invece che quivi l’ambiente appare
piuttosto favorevole alla sua diffusione, come dimostrano l’abbondanza di
rinnovazione, il suo buon affermarsi e
la presenza di esemplari di notevoli dimensioni. Per quanto riguarda la Lombardia la diffusione originaria del castagno è provata da vari reperti: foglie
fossili dello stesso genere botanico furono rinvenute in depositi interglaciali presso Sellere-Pianico (BG) e legni
palafitticoli presso Cazzago (VA); numerosi sono inoltre i ritrovamenti di
polline fossile nei principali depositi
lacustri delle Alpi meridionali.
E’ allora probabile che il castagno fosse presente originariamente in val-
11
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
le, non certo in forma di boschi puri,
bensì sporadico e consociato alle altre
specie del bosco di latifoglie; è altresì
verosimile che la coltura castanile sia
stata introdotta e diffusa ad opera degli antichi Romani e che tale processo
sia poi continuato durante la dominazione longobarda.
Il documento valtellinese più antico
in cui si citino le castagne risale comunque al 1265. In un manoscritto del
1381, riguardante la locazione di una
selva, si faceva già la distinzione fra
marroni e castagne: non possiamo asserire con certezza che si trattasse dei
cosiddetti “marroni veri”, ma certo il
solo fatto che venissero distinti dalle
castagne comprova l’appartenenza ad
una varietà di pregio.
L’importanza della coltura era già allora grandissima e la castagna, con il
miglio e il panìco, costituiva la parte essenziale della magra dieta contadina.
Anche dopo l’introduzione del frumento, della segala, del granoturco e assai
più tardi della patata, detta importanza non accennò a diminuire, anzi numerosi furono i tentativi di estendere
la coltura anche in aree completamente inadatte: molto significativo a proposito è un documento del 1557 in cui
la Comunità di Bormio assegnava al
proprio canonico un terreno sul monte Reit (quindi a non meno di 1300 m
di quota) col patto che esso vi impiantasse una selva di noci e castagni.
Nei luoghi più acclivi la coltura veniva
introdotta previo terrazzamento della
pendice con muretti a secco, sì da consentire una migliore accessibilità e limitare il rotolamento dei frutti.
A partire dal secolo XVII si ebbe la
grande espansione della coltura viticola, che interessò soprattutto le basse
pendici del versante retico nella bassa
12
e media Valtellina. Sebbene il vigneto si diffuse in gran parte nei terreni più assolati, rocciosi, inospitali ed
ancora incolti, tuttavia data la vastità
del fenomeno, non è da escludere che
ad esso corrispose anche una sensibile
contrazione di altre colture, tra cui la
castanicola; possiamo anche ipotizzare una certa espansione del ceduo castanile a svantaggio della selva, causa la crescente richiesta di paleria per
le viti. A riprova della prima ipotesi si
osserva che mentre nel versante orobico, interessato in minima parte dai vigneti, i castagneti si spingono sino al
fondovalle, sull’opposta pendice retica
essi occupano una fascia più alta, sopra i vigneti, a partire da 200-300 m.
dal fondovalle: questo non può attribuirsi alle sole differenze climatiche.
Nel corso del secolo XIX la coltura subì
un certo regresso.
Già nel 1833 il REBUSCHINI osservava
nella sua “Descrizione statistica della provincia di Valtellina” che “mentre sembrerebbe una tal coltivazioPagina a fianco:
espansione del
ceduo castanile a
svantaggio della
selva, anche per la
crescente richiesta
di paleria per le viti
Sopra: oltre alla
castagna dal
castagneto si
otteneva la legna
per riscaldamento
A lato: si evidenzia
il carattere più
agricolo che
forestale nel
passato della selva
castanile
13
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
Ancora nel 1876 la produzione media
era di ben 11 q.li/ha/anno e nel 1907
la superficie a castagneto da frutto in
provincia veniva stimata in 5200 ha.
Successivamente, pur con alti e bassi,
la coltura continuò a regredire piuttosto rapidamente.
Le modalità colturali
Sopra:
caratteristico
trasporto di tronchi
di castagno per
legname da opera
Sopra a destra:
raccolta delle
foglie per la
lettiera degli
animali
ne dovrebbesi conservare... scorgesi
dessa invece assai trascurata, a segno
che l’annua sostituzione delle piante
è quasi generalmente omessa, per cui
non viene supplito in alcun modo alle
piante che, o per la scure o pel tempo,
vengono di continuo a mancare”.
Lo stesso autore segnalava la cattiva
abitudine, invalsa in alcuni settori della valle, di abbattere le selve castanili per ottenerne carbone da destinare
alle numerose ferriere sorte presso il
lago di Como, oltre che per la costruzione di numerosi ponti sul fiume Adda
(è dell’epoca la sistemazione e l’arginatura del fiume); egli termina menzionando l’ottima qualità dei marroni
e delle castagne, l’abbondante produzione e l’esistenza di un attivo mercato dei frutti con il confinante comasco
e con la Svizzera.
Nonostante il sensibile regresso, cui
corrispose tra l’altro una generale contrazione delle superfici boscate, il Catasto austriaco censiva ancora nel 1857
una superficie di ben 5167 ha. a castagneto da frutto, corrispondente a circa
il 18% del territorio provinciale posto
fra i 500 e i 1000 m di quota.
14
Possiamo considerare i sistemi di coltivazione del castagno poco mutati nel
corso dei secoli. Essi risultano legati
ad una economia autarchica di sussistenza, in cui il castagneto ricopriva
una parte essenziale del fabbisogno:
innanzitutto con la produzione di castagne, ma anche con quella di legname, di fieno, di lettiera per gli animali
e a volte di estratti tannici concianti.
La selva castanile appariva così strettamente integrata con le altre colture
agrarie, e non solo dal punto di vista
economico: quasi tutte le selve erano
infatti costituite dal piano arboreo disetaneo di castagni cui sottostava il
prato falciabile alle quote più basse e
nei terreni migliori, oppure il pascolo o addirittura il seminativo (segale,
grano saraceno, patata).
Si evidenzia, insomma, il carattere più
agricolo che forestale della coltura nel
passato; carattere che oggi si avverte
assai di meno a causa dell’abbandono
e della conseguente invasione da parte del bosco.
Oltre alla castagna, di cui si dirà in seguito, dal castagneto si ottenevano sistematicamente:
a) le foglie, con lo scopo principale di lettiera per gli animali, nonchè
per la letamazione e secondariamente per pagliericci e per uso medicinale
(estratto contro la tosse).
b) la legna e il legname, provenienti
dalle potature o dall’abbattimento di
piante deperienti.
La legna veniva utilizzata generalmente per riscaldamento o per estrazione
di tannini; dai tronchi migliori si otteneva, invece, legname da opera usato
A sinistra: pascolo
ovino nella selva
Scelta della
pezzatura delle
castagne e
allontanamento
di quelle non
commerciabili
15
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
Sotto e pagina
a fianco in alto:
grossi cesti agitati
ritmicamente
per togliere
dalla castagna
l’episperma (detto
localmente gea)
ad esempio per travature dei tetti, infissi, oppure per mobili e per vasi vinari; la paleria proveniva solitamente
dai cedui;
c) il fieno per il bestiame: a tal proposito pressochè tutti i castagneti erano mantenuti a prato falciabile o a pascolo;
d) i ricci, a volte impiegati a scopo
conciante tramite estrazione del tannino.
Le cure colturali consistevano nelle ripuliture, nelle spollonature, nell’innesto con varietà di castagna o di marrone, nell’abbattimento e sostituzione
di piante deperienti (tale sostituzione,
sempre graduale, dava luogo ad un soprassuolo disetaneo) e nelle potature:
quest’ultima operazione, peraltro non
16
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
molto diffusa, era piuttosto delicata e
pericolosa. Ad essa nel versante retico
spesso si ovviava tramite un’intensa
bacchiatura. Frequentemente si provvedeva alla concimazione con letame
e con ceneri: essa serviva ad un migliore sviluppo dei castagni e del cotico erboso.
I frutti venivano distinti in castagne
e marroni: questi ultimi, più pregiati,
erano generalmente destinati al consumo fresco e, se possibile, allo scambio: pur prevalendo una economia di
autoconsumo, era infatti presente un
attivo mercato dei marroni, soprattutto nelle zone più prossime alle
principali vie di comunicazione, quale
ad esempio tutta la Valchiavenna.
La coltura del marrone era diffusa soprattutto in Valchiavenna (Val Bregaglia) e nel settore orobico valtellinese, mentre più sporadica era presente
nel versante retico. Pur spingendosi, a
volte, oltre 300 m di quota, essa interessava la fascia più bassa dei castagneti. La data della sua introduzione in provincia è certo assai remota,
presumibilmente medioevale o addirittura anteriore. Le piante di marrone
erano generalmente sparse nei castagneti, tra soggetti selvatici o innestati con altre varietà di castagna; oppure si trovavano isolate nei prati, o
ancora, con i noci, nei cortili adiacenti alle abitazioni; in tutti i casi ad
esse si dedicava una cura particolare, giustificata dal pregio e dal fatto
che ogni nucleo familiare ne possedeva uno o pochi soggetti. La perpetuazione si effettuava tramite innesto su
piede selvatico (generalmente a zufolo) di marze prelevate da piante adulte. L’impollinazione e la fecondazione
erano assicurate dalla vicinanza dei
soggetti selvatici.
Le modalità di raccolta e conservazio-
ne di castagne e marroni variavano da
luogo a luogo; le differenze principali
si riscontrano confrontando i due opposti versanti valtellinesi, cui del resto si accompagnano diverse abitudini e condizioni di vita. Nel versante
orobico, ove la coltura castanicola era
nettamente prevalente sulle altre e la
dipendenza da essa era vitale, tutte le
operazioni erano effettuate con particolare cura; la raccolta iniziava in ottobre o già sul finire di settembre per
alcuni tipi di selvatico (es. le cosiddette “catot”, castagne molto piccole
e piatte); continuava poi fino ai primi di novembre a causa della maturazione scalare delle varie qualità. I ricci
caduti e contenenti ancora le castagne
venivano adunati e battuti per estrarne il frutto; raramente si ricorreva alla
pratica della bacchiatura, preferendo
attendere la caduta naturale. Le castagne cadute nel terreno del vicino
erano considerate tradizionalmente di
proprietà di quest’ultimo e ciò a volte
provocava delle liti.
Una volta raccolti, i frutti erano in
gran parte destinati all’essiccamento, mentre una parte minore (i marroni per esempio) era destinata al consumo fresco.
L’essiccamento era effettuato in appositi locali interni all’abitazione oppure,
nei luoghi a maggiore produzione, costituiti da appositi edifici detti “grat,
graa, grée, grad” a seconda dei paesi.
Al centro del locale vi era un bracere
entro cui si faceva un fuoco il più possibile lento, regolare e continuo: a tal
fine si utilizzavano ceppi non troppo
secchi, spesso mescolandoli a bucce
secche di castagna in modo da provocare un forte fumo; le castagne venivano depositate in strato di 20/40 cm.
o anche più su di un graticcio di legno
posto al di sopra del focolare, ad una
altezza di 150-200 cm. Lo strato andava spesso rimestato e dopo un mese o
più di affumicamento continuo (giorno e notte) l’operazione era terminata. Nel condurre a buon termine tale
processo era necessaria una certa perizia cosicchè, mentre inizialmente
ogni famiglia contadina possedeva un
suo seccatoio, col passare dei secoli
in molte località orobiche si crearono
dei veri e propri specialisti del mestiere ai quali i vari proprietari affidavano le castagne da seccare, dietro compenso in natura o in danaro. Terminato
l’essicamento occorreva procedere pri-
17
In alcune
località (Faedo,
Albosaggia,
Piateda, Castello
dell’Acqua) la
battitura veniva
effettuata nella Pila
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
le castagne potevano così conservarsi per vari mesi, cosa assai più difficile nell’opposto versante, ove le condizioni di elevata umidità favorivano lo
sviluppo di muffe e insetti. La conservazione veniva effettuata anche mediante essiccamento, ma la pratica era
meno diffusa che nel settore orobico.
Per conservare le castagne fresche era
diffusa anche la cosiddetta “novena”,
ossia l’immersione in acqua per nove
dì e nove notti, con l’accorgimento di
cambiare l’acqua tutti i giorni o di lasciarla corrente.
CARATTERISTICHE
DEI CASTAGNETI NEL
COMUNE DI CASTELLO
DELL’ACQUA
Ambiente fisico
ma possibile alla battitura per eliminare le bucce e l’episperma; a tal fine
si estraevano le castagne dal seccatoio e si infilavano in appositi e robusti sacchetti di canapa, lunghi 50-80
cm., riempiendoli fino a metà. Questi
venivano battuti ritmicamente contro
un ceppo e, se l’essiccazione era stata buona, dopo una ventina di colpi
si otteneva la separazione dalle bucce e soprattutto dall’episperma (detto
localmente “gea”). In alcune località
(Faedo, Albosaggia, Piateda, Castello
dell’Acqua) la battitura veniva effettuata invece ponendo le castagne en-
18
tro un grosso ceppo opportunamente
scavato e pestandole poi con un grosso martello chiodato; oppure, dopo
averle raccolte in un mucchio, si pestavano direttamente sul terreno con
apposito strumento. In ogni caso, terminata anche questa operazione, (cui
tutti erano tenuti a partecipare) il
proprietario della grat provvedeva alla
ripartizione delle castagne secche fra
i clienti in ragione della quantità fresca da essi recatagli.
Nel versante retico la concorrenza con
altri tipi di coltura, quali vite, cereali,
patata, diede al castagneto un’esten-
sione assai minore, come del resto minore fu l’incidenza della castagna dal
punto di vista alimentare. Qui i tempi di lavoro al castagneto dovevano essere necessariamente accelerati: per questo motivo, forse, era molto
più diffusa la pratica della bacchiatura, effettuata a mezzo di lunghe pertiche. Ricci e castagne caduti, ovunque
andassero a finire, erano considerati proprietà del padrone della pianta,
che poteva quindi recarsi a raccoglierli
sul terreno altrui. I ricci venivano raggruppati nelle “riscére”, ossia in mucchi posti all’aperto o in locali asciutti;
Il comune di Castello dell’Acqua è situato nella media Valtellina, circa 10
Km ad est del capoluogo Sondrio ed è
posto interamente sulla sinistra idrografica del fiume Adda. Il suo territorio occupa per la maggior parte le pendici della catena orobica, mentre con
una porzione assai più ridotta interessa il fondovalle.
Esso rappresenta la porzione basale
e di un contrafforte che, diramandosi
dal Pizzo di Coca (3052 m.), separa le
valli Armisa (o d’Arigna) e Malgina.
Oltre che dai corsi d’acqua che ne segnano il confine, il territorio comunale
è solcato da una serie di torrentelli minori che scorrono verso l’Adda con direzione nettamente Sud-Nord scavando numerose vallecole (le principali
sono la Valpiccola e la Valgrande).
La superficie comunale è nel complesso di 1391 ha.
La matrice geologica è costituita es-
19
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
senzialmente dagli “Scisti di Edolo”,
che rappresentano anche l’ossatura
principale di tutto il sistema orobico. Su questa matrice di rocce scistose si sovrappongono ampi depositi morenici post-würmiani che nel territorio
in esame raggiungono una particolare estensione, tanto da costituire essi
stessi la matrice di quasi tutti i terreni. Il ridotto tratto di fondovalle è invece costituito dal conoide del torrente Malgina e dal materiale alluvionale
del fiume Adda.
Il tipo pedologico dominante (si tralasciano i terreni di fondovalle) è dato
dalle terre brune, caratterizzate da una
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
più o meno intensa lisciviazione; data
la matrice morenica questi terreni godono in genere di una discreta fertilità
e di una profondità anche notevole nei
luoghi meno acclivi. Dove emerge l’ossatura scistosa, invece i terreni sono
ridotti a un debolissimo strato di alterazione dotato di scarsa fertilità sia fisica che chimica.
Il territorio comunale ha i caratteri
morfologici tipici di tutta la pendice
orobica; la pendenza è piuttosto accentuata (dal 60 al 100% e oltre) ma
spesso interrotta da terrazzi morfologici piuttosto ampi e da numerosi ripiani minori che movimentano ulte-
riormente il paesaggio.
In tutte queste zone poco acclive si
sono sviluppati i centri abitati come
pure, trovandovi buone condizioni di
fertilità, le colture prative ed i seminativi. Al loro margine, dove il suolo
è ancora piuttosto profondo, si notano castagni particolarmente sviluppati; altrettanto vigorose appaiono
le piante isolate nei prati o prossime
alle abitazioni. L’insediamento umano
è frammentato in molti piccoli centri
abitati facenti capo a Castello dell’Acqua: oltre a quest’ultimo, ricordiamo
Luviera, Cortivo, Cavallaro (nel fondovalle), Annunziata, Raina, Gabrielli,
etc. Nel complesso gli abitanti censiti sono circa 700 (dati del 2001) di cui
molti risiedono nel comune solo durante i fine settimana (pendolarismo)
o in estate; in tale periodo il territorio
è interessato inoltre da un certo flusso di turisti, sia occasionali che residenti.
Si può osservare come le precipitazioni, pur mantenendosi elevate durante tutto il periodo estivo, tendano a
massimizzarsi in autunno e nella tarda
primavera: si tratta di una situazione
di passaggio tra regime pluviometrico
nord-mediterraneo e regime continentale, l’impronta del quale si manifesta
col netto minimo invernale; questo
aspetto di transizione, comune del resto a tutta la catena orobica ed a molte altre zone delle Prealpi, viene appunto chiamato “regime prealpino”.
Una siffatta piovosità sembra abbastanza adatta alla coltura castanicola:
le elevate precipitazioni estive infatti evitano ai castagni di soffrire per le
carenze idriche cui essi sono piuttosto
sensibili in tale periodo; può avvenire
tuttavia che, in annate particolari, la
piovosità influisca negativamente sulla fruttificazione: questo allorchè du-
20
21
Castagneto in
progressivo
abbandono
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
Le parti della castagna
TORCIA
PERICARPO
ILO
EPISPERMA
SEME
rante l’antesi (giugno) si abbiano piogge persistenti tali da compromettere la
fecondazione. Inoltre se l’umidità atmosferica risulta troppo elevata, nella tarda estate, favorisce lo sviluppo di
pericolosi defogliatori fungini.
Per quanto riguarda le temperature
mancano dati relativi al territorio in
esame; inoltre le stazioni termometriche sono in numero carente per tutta
la fascia orobica interessata dalla castanicoltura.
In relazione alla temperatura la diffusione del castagno nel territorio comunale appare un po’ forzata verso l’alto; del resto alle quote più elevate la
rinnovazione è quasi assente, le piante
sono meno vigorose mentre una flora
climaticamente più adatta (abete rosso, betulla, larice, etc.) si insedia assai
rapidamente nelle selve abbandonate.
22
I castagneti e la
vegetazione
La superficie boschiva secondo i dati
catastali è poco più di 800 ha.
Il bosco misto (per il catasto il bosco
misto è un soprassuolo risultante dalla
commistione di ceduo e fustaia) occupa circa il 58% della superficie comunale totale, comprendendo associazioni del Picetum, del Fagetum e del
Castanetum.
L’alto fusto, circa 50 ha, è costituito
essenzialmente dalla pecceta montana, fortemente alterata dai massicci
interventi del passato e dal pascolamento, fenomeni oggi entrambi assai
ridotti.
In questi soprassuoli fa spicco l’abbondanza della betulla, che a volte
forma addirittura boschetti puri o mi-
sti al pioppo tremolo; frequente anche il larice e, nella parte più bassa,
l’abete bianco. Nella fascia sottostante e praticamente fino al fondovalle le
associazioni più comuni sono l’acerofrassineto ed il querco-tilieto: la prima è caratteristica degli avvallamenti
e delle aree meno esposte, ove è alta
l’umidità atmosferica ma soprattutto
quella edafica; tuttavia dove il suolo
è saturo essa viene sostituita dalla tipica vegetazione ripicola ad Alnus glutinosa, Alnus incana, Populus tremula
e Populus alba. Il querco tilieto è invece proprio di suoli meno umidi e caratterizzato da specie igro-mesofile. Il
passaggio tra le due associazioni è comunque molto sfumato. Su entrambe è
evidente la prolungata azione dell’uomo che o le ha modificate sin da epoche remote in castagneti, o è interve-
nuto con tagli spesso troppo intensi
dando luogo ad aspetti degradati, o
infine ne ha ottenuto prati falciabili.
L’aspetto dominante è dunque quello a
castagneto, nel quale, per il progressivo abbandono, si sono insediate altre
specie tipiche delle due associazioni
quali il frassino, l’ontano nero, l’acero di monte (peraltro non molto frequente), il tiglio, la rovere, il ciliegio,
la betulla, il pioppo tremolo e spesso
anche l’abete rosso.
Molto comuni in questa fascia sono
anche gli aspetti degradati a nocciolo, betulla o pioppo tremolo e sambuco
nero, derivanti da improvvise aperture
del piano dominante (conseguenti per
esempio all’abbattimento di un castagno) e dal concomitante impoverimento del terreno per erosione e asportazione dello strame; queste stesse
23
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
specie fanno massiccia comparsa nei
coltivi abbandonati sviluppandosi assai rapidamente in boschetti pionieri.
Merita infine menzionare l’associazione
forestale più exerica del territorio comunale: il querco-betuleto. La sua diffusione è assai modesta ed interessa
solo la sommità di dossi rocciosi (per
esempio quello che separa la Valpiccola dalla Valgrande) e parte del versante destro della valle Armisa, anch’esso roccioso per l’emergere dell’ossatura
cristallina e discretamente esposto.
In queste condizioni la presenza del
castagno è più ridotta mentre prevalgono la betulla, la rovere, la roverella,
il pioppo tremulo, cui si aggiungono
il larice, il peccio e meno frequente il
pino silvestre: nel sottobosco domina
il ginepro, col brugo e le graminoidi.
Dei quasi 180 ettari di castagneto,
tutti di proprietà privata, quelli ancora regolarmente sottoposti a ripuliture, concimazioni, scacchiature, ecc.
sono ormai una piccola parte, la superficie restante è ripartita tra soprassuoli semi-abbandonati e altri oramai
tendenti al bosco misto. La superficie
a castagneto è polverizzata in più di
2000 particelle catastali.
Varietà coltivate
Si riporta di seguito una breve descrizione delle varietà coltivate nel comune di Castello dell’Acqua.
• Fugascèra: pianta a chioma piuttosto slanciata, con foglie piccole, verdi anche sotto, ovato-acute, a denti
poco profondi e mucroni lunghi; picciolo lungo circa 2 cm. I ricci restano
in parte secchi sull’albero fino all’autunno successivo. Le castagne sono di
dimensioni medio-grosse, scure e appiattite nel senso dello spessore. La
cicatrice ilare è molto espansa, la pelosità quasi assente. E’ una castagna
24
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
ottima per farina. La produzione è abbondante.
• Savòn: pianta a chioma slanciata,
con foglie lanceolate di medie dimensioni (ca. 20 cm), biancastra di sotto, a denti molto pronunciati e mucroni brevi; picciolo lungo ca. 3 cm.
Castagne di medie dimensioni, piuttosto alte e spesse, molto scure, con ilo
di media estensione. Molto frequentemente si hanno 2 castagne per riccio
o addirittura una. La qualità è mediocre, frequentemente attaccate da Carpocapsa spp.
• Rossera: chioma con foglie piccole,
a volte biancastre di sotto, con mucroni piuttosto lunghi e picciolo di ca.
2 cm. Castagne analoghe al Sàvon per
forma e dimensioni, ma molto più chiare, di colore rossastro; ilo molto ampio, torcia sottile e lunga. Qualità buona.
• Selvatiche: anche tra i soggetti non
innestati si riscontrano alcune varietà, coltivate e frammiste alle altre nei
castagneti. Ricordiamo il “Catot”, a foglie ovali, larghe, verdi anche di sotto,
a denti assai profondi e mucroni lunghetti; picciolo corto; castagne piccole e piuttosto precoci (fine settembre),
con ilo ampio e torcia breve. La “pelosa”, con foglie piccole, lanceolate,a
denti poco profondi e mucrone breve, pagina inferiore verdastra, picciolo breve; castagne di medie dimensioni, molto pelose.
La “Tardiva”, la “Pezzadina” ed altre.
• Marrone: la pianta ha chioma ampia, con foglie piuttosto lanceolate, biancastre di sotto. Il frutto è di
media grandezza, ma c’è una evidente variabilità tra le piante, tanto che
si distinguono un cosiddetto “marrone maschio”, a frutto più grosso, da un
“marrone femmina” a produzione più
abbondante ma di pezzatura inferiore. Il colore è marrone piuttosto scuro
con striature molto evidenti; la stella
è assai evidente, come pure la pelosità. I caratteri sono abbastanza simili a
quelli del marrone fiorentino o casentinese. La pezzatura di campioni commerciali è di circa 60-75 frutti per Kg.
25
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
“PROGETTO PILOTA
PER IL RECUPERO
CASTAGNETI DA
FRUTTO” IN COMUNE
DI CASTELLO
DELL’ACQUA
Nell’ambito delle azioni previste dalla convenzione tra ERSAF e Comunità
Montana Valtellina di Sondrio, l’ Ente
mandamentale ha incaricato ERSAF
di progettare e realizzare il “Progetto pilota per il recupero di castagneti
da frutto“ nel territorio del comune di
Castello dell’Acqua.
Va ricordato che negli ultimi anni vi è
stata una ripresa di interesse nei confronti del castagno sia per gli stimoli
tecnico-scientifici diffusi da tecnici e
ricercatori appassionati, sia per gli incentivi di carattere economico erogati
nell’ambito di alcune normative comunitarie e regionali di sostegno al settore forestale.
Le indagini condotte dall’Azienda Regionale Foreste (ora ERSAF) in collaborazione con Istituti Universitari nei
primi anni ‘90 sullo stato fitosanitario
e nell’acquisizione dettagliata di informazioni legate al castagno di natura
economica, sociale, paesaggistica, colturale ecc. sono un contributo fondamentale per individuare ed analizzare
le problematiche di gestione selvicolturale, di prevenzione e cura fitosanitaria, di applicazione di tecniche di risanamento.
L’intervento, il primo a livello mandamentale, seppur limitato per finanziamento, è considerato un punto di partenza per dimostrare ai castanicoltori
privati e agli Enti territoriali tecniche
innovative per il recupero e il risanamento dei castagneti per poi proseguire con attività divulgative e didatti-
26
che dei risultati ottenuti con questo
lavoro e , possibilmente, con interventi futuri.
Azioni preliminari
Di concerto tra i tecnici ERSAF e quelli
della C. M. sono stati presi in considerazione quegli aspetti generali per la
realizzazione di interventi dimostrativi del recupero di alcune selve castanili da frutto e principalmente le funzioni paesaggistico-ricreative, quelle
biologiche di conservazione del germoplasma, quelle sociali di mantenimento di tradizioni rurali e quelle protettive seppur in maniera indiretta.
Pertanto le aree scelte per i lavori
sono essenzialmente dislocate in tre
località del territorio comunale:
1. località “Cà Romana”, dove vi è
una notevole presenza di “marroni”;
2. località “ Cà dell’Albert “, zona
27
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
dove è presente una Pila e un Mulino
ristrutturati per la lavorazione delle
castagne, tappe del sentiero etnografico collegato con il sentiero Valtellina;
3. località “Luviera”, dove la presenza dei castagneti si fonde con le attività agricole ancora presenti;
Successivamente è stata fatta una ricerca catastale per individuare i proprietari privati interessati a recuperare il proprio castagneto da frutto. Per
la realizzazione dei lavori e per richiedere le relative denunce di taglio o
nulla-osta, sono state fatte sottoscrivere ai proprietari delle dichiarazione
d’impegno con le quali, oltre a fissare
alcuni criteri basilari per la gestione
futura del castagneto, si è autorizzato il personale di ERSAF ad accedere al
fondo, ad eseguire i lavori e ad espletare le necessarie procedure amministrative. Complessivamente sono stati coinvolti n. 20 proprietari di selve
castanili.
Recupero dei castagneti da
frutto
I lavori hanno riguardato esclusivamente la potatura dei castagni da
frutto, operazione completamente abbandonata per la sua difficoltà, mentre le ripuliture del sottobosco seppur
in modo blando continuano ad essere
praticate.
Le potature hanno interessato l’eliminazione delle branche secche, quelle
colpite da cancro corticale e il contenimento delle chiome troppo sviluppate o non equilibrate, ottenendo insieme al risanamento, l’abbassamento e il
ringiovanimento della chioma, anche
un incremento di illuminazione laterale e superiore.
Il grado di difficoltà dell’intervento,
effettuato con le moderne tecniche
del tree-climbing, non è stato uguale per tutti i castagni interessati, ma
correlato alle loro dimensioni e conformazione, nonché al tipo di potatura
richiesta. Per tale motivo è stata adottata la suddivisione del grado di difficoltà nella potatura in tre categorie:
pianta di grande dimensione, media dimensione e piccola dimensione. La selezione dimensionale dei castagni avviene con metodo speditivo secondo il
criterio illustrato nella tabella sottostante.
In sintesi l’operazione di potatura è
stata condotta da tre operai (due ope-
Selezione dimensionale dei castagni
Punteggio attribuito
1
2
3
Dimensione fusto
< 60 cm
60 - 100 cm
> 100 cm
Castagno piccolo
5-8
Altezza
< 15 m
15 - 20 m
> 20 m
Castagno medio
9 -11
Diametro chioma
< 10 m
10 - 15 m
> 15 m
Castagno grande
12 - 15
semplificata
media
complessa
scarsi
medi
diffusi
Complessità chioma
Disseccamenti
28
Punteggio totale
29
LA CASTANICOLTURA IN PROVINCIA DI SONDRIO
SCHEDE TECNICHE
SCHEDE
TECNICHE
IL RECUPERO DEI
CASTAGNETI DA
FRUTTO
Tra ripuliture, potature e
nuovi impianti
Località “Cà Romana”
VOCE
NUMERO
Potatura castagni grandi
9
Potatura castagni medi
3
Potatura castagni piccoli
0
TOTALE
12
Località “Cà dell’Albert”
VOCE
NUMERO
Potatura castagni grandi
37
Potatura castagni medi
9
Potatura castagni piccoli
0
TOTALE
46
Località “Luviera”
VOCE
NUMERO
Potatura castagni grandi
38
Potatura castagni medi
19
Potatura castagni piccoli
3
TOTALE
60
30
ratori sulla chioma ed uno a terra per
dirigere il lavoro e per la sicurezza)
attraverso più fasi: pulizia preliminare
della pianta, salita e messa in sicurezza, potatura vera e propria con attrezzi
manuali e motosega, parziale disinfezione delle ferite, discesa dalla pianta,
depezzamento, raccolta ed allestimento andante della ramaglia di risulta sul
letto di caduta. Prima delle potature
in alcune selve castanili si è proceduto
a un vero e proprio taglio delle specie
arboree invasive e a una drastica ripulitura del sottobosco.
Nell’eseguire le operazioni di potatura,
particolare attenzione è stata riservata al mantenimento della duplice funzione che tali castagneti rivestono:
produttiva e paesaggistica.
Nelle tabelle a lato sono
riportati il numero dei
castagni sui quali si è
intervenuti, suddivisi per località e
per classe diametrale.
Un castagneto da frutto, la selva, anche se incolto e invaso da altre specie
arboree e arbustive, è facilmente riconoscibile perché conserva l’originario
caratteristico impianto rado strutturato sui grandi alberi innestati. Alcuni
vetusti soggetti fruttiferi sono magari
stati abbattuti, ma tra i vigorosi polloni riscoppiati dalle ceppaie è quasi
sempre ben visibile ciò che rimane dei
fusti originari. Le vecchie selve castanili sono spesso aggregati di notevole
valore ecologico e culturale perché costituite da piante di varietà locali, ben
adattate alle condizioni stazionali, che
testimoniano il lungo e paziente lavoro di selezione e di coltivazione realizzato dai nostri avi nel corso dei secoli. Per questo, quando le condizioni
ambientali e logistiche lo consigliano,
il loro ripristino
è un’operazione
importante e preziosa: da un lato permette
infatti di riattivare un filone produttivo, con ricadute di tipo economico, dall’altro consente di recuperare
scenari, conoscenze e attività tipici della media montagna, con ricadute di tipo ambientale ed ecologico, paesaggistico e turistico, culturale
e tradizionale. Le operazioni fonda-
mentali per attuare il recupero delle
selve castanili fruttifere sono la ripulitura del castagneto, l’eventuale taglio dei castagni irrecuperabili, la ripulitura e la potatura dei castagni,
l’eventuale impianto di nuovi castagni, la concimazione e la ricostituzione del prato.
Intervento di ripulitura
Il castagneto da frutto prima dell’intervento di ripulitura.
Il castagneto da frutto dopo l’intervento di ripulitura.
Tutta la vegetazione invadente va asportata.
31
SCHEDE TECNICHE
SCHEDE TECNICHE
do di produrre vigorosi e sani polloni,
oppure estirpati se la ceppaia è malata e deperiente. Gli impianti di remota formazione sono spesso molto fitti
(150-180 piante/ettaro): è perciò necessario valutando caso per caso, operare un leggero diradamento a scapito dei castagni meno vigorosi o peggio
conformati. I materiali vegetali di risulta vanno distrutti o comunque allontanati dalla selva.
Ripulitura dei castagni da
frutto
Ripulitura del castagneto
La vegetazione arborea insediatasi
spontaneamente rappresenta un forte elemento di disturbo per le piante da frutto, soprattutto in riferimento alla disponibilità di luce, di acqua
e di nutrienti nel suolo. Le chiome di
questi “colonizzatori” entrano velocemente in competizione con quelle del
castagno, ostacolandone la crescita
e la fruttificazione, che come sappiamo avviene sui germogli dell’anno. A
seconda delle zone, le specie che più
frequentemente si sviluppano sono:
robinia, frassino maggiore, acero montano, betulla, pioppo tremulo, ciliegio,
carpino nero, orniello e rovere. L’intervento consiste nel tagliare al piede
tutte le piante indesiderate e anche i
giovani soggetti di castagno da seme,
i selvaggioni, sviluppatisi spontanea-
32
mente. Si lasceranno i selvaggioni più
sani e vigorosi da innestare, solo per
colmare eventuali vuoti, già presenti
o che si formeranno con l’abbattimento di piante da frutto molto malate e
sofferenti, che non offrono possibilità di recupero. L’operazione si completa con la ripulitura e l’allontanamento
del materiale vegetale di scarto, che
sempre costituisce una potenziale fonte di diffusione delle fitopatie.
Taglio dei castagni da
frutto irrecuperabili
I soggetti fruttiferi più malati, malformati e stentati, pertanto irrecuperabili ai fini produttivi e privi di particolari valori estetici, agronomici e
culturali (legati all’età, alla struttura,
alla tradizione e alla varietà), vanno
tagliati, se la ceppaia è ancora in gra-
Una volta eliminata la vegetazione
spontanea e rimossi i soggetti fruttiferi irrecuperabili o soprannumerari, si
può cominciare a valutare l’aspetto dei
castagni su cui si interverrà. L’investimento medio ad ettaro di un castagneto realizzato con varietà locali di
castagno da frutto, comunque dipendente dalle condizioni stazionali e dalle varietà messe a dimora, si aggira in
media sulle 80-120 piante (pari ad una
distanza tra gli alberi di 9-11 m). Quasi sempre gli impianti realizzati in passato non hanno però un sesto regolare,
ma le piante sono state disposte assecondando la morfologia del terreno. Se
la densità è abbastanza regolare non
vale la pena di inserire nuovi soggetti per raggiungere il valore ottimale.
Quindi si può intervenire direttamente
sui castagni presenti.
ne delle potature. Vanno pertanto recisi con tagli netti, a filo del fusto o
con il rilascio di monconi lunghi non
più di 5 cm, evitando in maniera assoluta strappi o rotture.
Asportazione dei succhioni
Lungo il fusto e le branche principali, analogamente a quanto accade con
i polloni, dalle gemme avventizie si
possono sviluppare getti epicormici più o meno vigorosi, detti succhioni, che sottraggono preziose sostanze
nutritive ai rami produttivi e rendono difficoltosi l’accesso alla pianta e
l’effettuazione delle potature. Il loro
sviluppo è spesso più intenso in corrispondenza del punto d’innesto, dove
talvolta l’anello cicatriziale è ingrossato. I succhioni collocati sopra il punto
d’innesto possono essere rilasciati nel
caso se ne ipotizzi uno sfruttamento
per la riforma della chioma. La loro eliminazione avviene con le stesse modalità descritte nella spollonatura. Si
deve assolutamente evitare il taglio
delle escrescenze o accrescimenti anomali, posti di solito nella parte basale
del tronco o sotto il punto di innesto.
Spollonatura, asportazione
succhioni o getti epicormici.
Spollonatura
Uno degli aspetti più evidenti in una
selva fruttifera in abbandono è la densa fascia di getti, più o meno giovani
e sviluppati, che a foggia di “corona”
circonda il colletto degli alberi adulti: sono i cosiddetti polloni, germogli radicali che nel loro sviluppo sottraggono preziose sostanze nutritive
ai rami produttivi e rendono difficoltosi l’accesso alla pianta e l’effettuazio-
Il taglio dei polloni (spollonatura), a sinistra, deve essere effettuato con
attrezzi da taglio, senza strappi, così come l’asportazione dei succhioni
o getti epicormici lungo il fusto, a destra.
In blu i tagli e gli interventi corretti, in rosso quelli errati.
33
SCHEDE TECNICHE
Potatura dei castagni da
frutto
II castagno da frutto, come tutte le
essenze fruttifere, necessita di periodiche potature. Dopo anni di mancati
interventi colturali, le chiome dei castagni fruttiferi sono irregolari, arruffate, con parti dense e altre assai rade
e con rami o intere branche morte a
causa di malattie o per la mancanza di
un’adeguata illuminazione. Talvolta la
chioma è in buono stato ma talmente
estesa da interferire con quella di altre piante. Scopo della potatura è perciò quello di riequilibrare lo sviluppo
della chioma e di dare la giusta densità alle branche al fine di migliorare
l’illuminazione di tutti i rami e accrescere così il vigore vegetativo e la produttività dell’albero. Solo con l’emissione di nuovi getti è infatti possibile
ottenere rami fruttiferi. Con la pota-
Gerarchia delle ramificazioni
I rami di I ordine sono inseriti su fusto, quelli di II ordine su quelli di
I ordine, quelli di III ordine su quelli di II ordine e così di seguito.
Il disegno attraverso i colori, individua solo quattro ordini gerarchici,
ben più numerosi nella realtà.
34
SCHEDE TECNICHE
tura si sfrutta la naturale attitudine
del castagno a rigenerare rapidamente
le parti di chioma asportate, selezionando e direzionando nuovi e più produttivi rami in posto di quelli vecchi
e stentati. L’intensità delle potature
e l’opportunità di effettuare un intervento di drastica riduzione della chioma, con tagli che interessino le branche principali o addirittura il fusto,
vanno valutate in base alle condizioni
vegetative e sanitarie della pianta da
un tecnico esperto in materia.
Alcune regole sulla potatura
Le operazioni di potatura, per essere efficaci e nel contempo rispettose
dell’albero su cui vengono compiute,
perciò delle sue caratteristiche vegetative e sanitarie, necessitano di
una serie di conoscenze e accorgimenti tecnici. La buona riuscita della potatura è anche legata alle capacità di
chi la realizza. Sono assolutamente da
evitare interventi a rischio, senza accorgimenti protettivi e attrezzature
adeguate. Si consiglia pertanto di affidare a personale specializzato l’effettuazione di interventi significativi, limitando quelli “in proprio” ai tagli da
terra, con svettatoio o segaccio telescopico. La moderna tecnica del treeclimbing consente di operare con assoluta sicurezza e precisione anche su
alberi difficili,di grandi dimensioni o
posti in aree prive di accesso carrabile.
Periodo. Sulle piante adulte di castagno la potatura si effettua durante la fase di riposo vegetativo, dopo
la caduta e prima dell’emissione delle foglie. Ciò dipende dall’andamento
stagionale e dalla collocazione del castagneto (localizzazione, esposizione
e quota): le piante si spogliano di norma tra ottobre e novembre e vegetano
tra aprile e maggio. Si consiglia inol-
Fasi di taglio di un grosso ramo
Incisione del ramo
dal basso verso
l’alto, per evitare
scosciature.
Taglio del ramo
appena sopra la
prima incisione.
Rimozione del
moncone
rispettando il
“collare”.
Il tratteggio blu indica la linea del taglio finale.
tre il fermo delle operazioni nelle fasi
di freddo più intenso,durante le quali i rami si spezzano con maggiore facilità.
Criteri per l’esecuzione dei tagli. I
tagli devono essere eseguiti con attrezzi molto affilati e puliti, per ottenere recisioni nette e regolari e limitare al minimo il rischio di infezioni. Nel
caso interessino rami a sviluppo verticale vanno inoltre effettuati obliquamente, per facilitare lo sgrondo delle
acque. Per quanto possibile vanno evitati interventi sulle branche maggiori
(rami di I e II ordine), sia per preservare la struttura principale dell’albero
che per limitare il rischio di infezioni
(ampie superfici di taglio) e l’eccessivo
e disordinato ricaccio di nuovi getti.
Nel caso non si possa fare altrimenti si
cercherà comunque di garantire un assetto equilibrato alla chioma. Dovendo
asportare grosse branche si effettueranno tre tagli: con il primo si incide
il lato inferiore del ramo, fino ad 1/3
del suo diametro, per evitare strappi
alla corteccia (scosciature); con il se-
condo taglio si recide il ramo stando
poco sopra il primo taglio; con l’ultimo
si rimuove il moncone facendo attenzione a non ledere il “collare’. II collare, formato dai tessuti sovrapposti del
tronco e del ramo, permette di isolare la parte di ramo rimasta evitando la
propagazione di eventuali infezioni al
tronco. Un ramo va sempre eliminato
completamente, effettuando il taglio
in prossimità del punto di inserzione, oltre il collare,o della biforcazione, senza il rilascio di monconi. Questi
possono essere mantenuti, con funzioni di gradino solo per facilitare la risalita di alberi difficilmente accessibili.
L’accorciamento dei rami va effettuato sempre poco sopra un nodo, laddove insiste una gemma laterale, oppure
poco sopra un ramo, mediante il cosiddetto “taglio di ritorno”. In quest’ultimo caso il ramo rilasciato, detto gergalmente “tiralinfa”, funge da cima di
sostituzione: deve perciò essere vigoroso e dominante. È infine importante
mantenere un adeguato rapporto diametrico tra i rami: il ramo di sostitu-
35
SCHEDE TECNICHE
SCHEDE TECNICHE
Potatura di rimonda
Esempi di potatura con esecuzione del “taglio di ritorno”
e mantenimento dei rami di I e II ordine
In blu i tagli corretti, in rosso quelli errati
Pianta da frutto prima della potatura di rimonda.
In blu la linea dei tagli corretti.
zione deve avere un diametro non inferiore a 1/3 di quello della branca su
cui è inserito.
Disinfezione dei tagli. Le ferite da taglio costituiscono un potenziale punto
d’ingresso dei parassiti, in particolare
del Cancro della corteccia. Si consiglia
perciò il trattamento delle superfici di
taglio con fungicidi rameici miscelati
a collanti, in maniera da ottenere una
poltiglia facilmente applicabile e aderente al tessuto legnoso. La funzione
del collante è quella di far permanere
il più a lungo possibile il fungicida sopra la ferita. In particolare si consiglia
l’utilizzo di una miscela costituita da
200 g di ossicloruro di rame e 1 litro di
olio di lino cotto. La miscela, affinché
esplichi al meglio la sua funzione protettiva, va preparata giornalmente. Il
Cancro corticale colpisce quasi esclusivamente i rami giovani, con corteccia liscia e sottile: si intervenga perciò
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solo su questi, evitando inutili trattamenti su branche di grosso diametro
rivestite da cortecce suberose. Va in
ogni caso valutata l’opportunità economica dell’intervento sulla base dello
stato fitosanitario della selva e perciò
della possibilità oggettiva che forme
virulente e letali della malattia abbiano a causare danni all’albero. È importante, al fine di evitare la diffusione
delle forme più virulente e letali del
Cancro della corteccia, operare sempre
in modo da non contaminare l’attrezzo utilizzato: il taglio va perciò effettuato a debita distanza dall’infezione,
sulla parte sana del ramo.
Portamento dell’albero. Per quanto
possibile la potatuta deve rispettare il
naturale sviluppo dell’albero, che cambia in base alla varietà. Ogni forzatura
o intervento drastico di potatura comporta un continuo e oneroso controllo
della chioma. Dunque il modello finale
della chioma potata deve assecondare il portamento naturale della pianta.
I tipi di potatura
La potatura su un castagno fruttifero
da tempo privo di cure colturali deve
considerare numerosi fattori: le condizioni vegetative e sanitarie dell’albero, la vigoria del soggetto, anche in
relazione alla varietà, la densità dell’impianto, le disponibilità economiche
e gli obiettivi del castanicoltore. Sulla
base di questi e altri fattori si sceglierà quella più opportuna.
Potatura di rimonda. Il primo scopo
dell’intervento di potatura è quello di
eliminare tutte le parti morte e morenti dell’albero. Questa operazione, detta di mondatura, può essere assai lunga e onerosa per la mole di materiale
da asportare, spesso localizzato nelle
parti più distali della chioma. In genere viene effettuata contestualmen-
Pianta da frutto dopo la potatura di rimonda.
Vengono asportate tutte le parti morte, malate
e senescenti.
te alla potatura delle branche vive.
Oltre alle parti morte verranno asportate quelle più senescenti e ammalate,
senza alcuna prospettiva di ripresa. Il
materiale di risulta dovrà essere allontanato e distrutto,soprattutto se interessato da infezioni di Cancro corticale virulento. Ciò vale anche per le parti
disseccate, giacché molti funghi patogeni riescono a vivere e riprodursi anche su legno morto.
Potatura di riduzione o ringiovanimento. È il classico intervento straordinario, effettuato su soggetti da
tempo privi di cure colturali. Questi presentano chiome irregolari, senescenti, eccessivamente elevate o
espanse. Si effettua di norma contestualmente alla rimonda del secco.
L’intervento può essere più o meno intenso, a seconda dei casi. Si cercherà di preservare quanto più possibile
la struttura dell’albero, evitando di in-
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SCHEDE TECNICHE
Potatura di ristrutturazione,
regolarizzazione o riforma
Anche nelle potature più intense, come quella di ringiovanimento, i
tagli non devono interessare le branche inferiori.
In rosso la linea dei tagli errati.
SCHEDE TECNICHE
tervenire sulle branche di I e II ordine, se non danneggiate, abbassando
la chioma, valorizzando le impalcature
più basse e favorendo la migliore illuminazione di tutti i rami.
Potatura di ristrutturazione, regolarizzazione o riforma. Con questo
intervento si regola lo sviluppo della chioma dopo il taglio di riduzione
o ringiovanimento. Deve essere eseguito a 2-3 anni dall’intervento principale al fine di selezionare i getti più
sani e vigorosi, oltre che meglio disposti. Questi costituiranno la struttura
periferica della nuova chioma. Senza
l’intervento di regolarizzazione anche
l’intervento di riduzione perde presto
gran parte del suo valore. Durante la
selezione si possono asportare anche
grosse branche in aggiustamento agli
interventi precedentemente eseguiti.
Potatura di alleggerimento, sfoltimento o mantenimento. Come già
Potatura di alleggerimento, sfoltimento o mantenimento
Sia negli interventi più intensi che in quelli più leggeri i tagli devono concentrarsi sui rami di III e IV ordine, abbassando
la chioma, rispettando la parte bassa dell'albero e selezionando i rami produttivi. L'albero prima (a sinistra) e dopo
l'intervento (a destra).
In blu la linea dei tagli corretti.
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detto nella parte generale, il castagno
da frutto è un albero da sottoporre a
periodica potatura, al fine di mantenere un adeguato equilibrio tra le strutture vegetative e quelle riproduttive.
In linea di massima si può dire che la
potatura andrebbe effettuata quando i
getti annuali riducono il vigore vegetativo e presentano una lunghezza inferiore ai 20 cm. Si interviene perciò
su piante ben strutturate ed equilibrate ogni 3-5 anni con il diradamento e
raccorciamento dei rami, mediante la
tecnica del taglio di ritorno, e l’asportazione di quelli secchi e malati. Selezionando e favorendo l’insolazione dei
rami più produttivi si regola la fruttificazione, aumentando la pezzatura dei
frutti ed evitando fenomeni di alternanza. La regolare esecuzione del taglio di mantenimento evita la realizzazione di interventi straordinari di
riduzione. Se l’altezza degli alberi non
è eccessiva gli interventi possono essere eseguiti con svettatoio e segaccio
telescopici.
Capitozzatura. Nel caso le parti morte dell’albero siano numerose e le parti vive, poco vigorose, risultino distribuite in maniera irregolare, con
un forte sbilanciamento dell’albero, si
può pensare ad una completa ricostituzione della chioma. In questo caso
viene effettuata la capitozzatura, ossia l’asportazione totale della chioma
con un taglio direttamente sul fusto,
sopra il punto d’innesto. Si tratta di
un’operazione colturale drastica, da
evitare nella maggior parte dei casi.
Troppo spesso la capitozzatura è stata utilizzata come “soluzione” per migliorare la produttività della selva,con
l’unico risultato di stravolgerne la fisionomia e compromettere la vitalità
di alcuni alberi. È perciò attuabile solo
come estremo tentativo di recupero di
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SCHEDE TECNICHE
SCHEDE TECNICHE
Capitozzatura
Al taglio di capitozzatura, sopra il punto d’innesto, fa seguito il riscoppio di numerosi getti che devono essere
opportunamente tagliati e selezionati
In blu la linea dei tagli corretti.
soggetti meritevoli. La capitozzatura
provoca il riscoppio di una fitta vegetazione su cui in seguito, con cadenza annuale, si deve effettuare un’opera di selezione e diradamento. Nel giro
di qualche anno, in base alla vigoria
dell’albero, è possibile ricostruire una
chioma vigorosa e ben distribuita.
Impianto di nuovi castagni
da frutto
La presenza di eventuali vuoti, generati dall’estirpazione di vecchi e irrecuperabili soggetti fruttiferi, può essere colmata con l’innesto di selvaggioni
appositamente rilasciati durante le ripuliture o con l’impianto di giovani alberi innestati in vivaio. Per ciò che
attiene l’utilizzo dei selvaggioni si rimanda al relativo capitolo. La messa a
dimora di nuovi alberi va effettuata in
autunno, dopo la caduta delle foglie e
prima dei geli: questa fase si verifica
indicativamente nei mesi di novembre
e dicembre. In alternativa si può operare all’inizio della primavera, dopo i
geli, ovvero a partire da marzo e fino
all’inizio-metà di aprile, a seconda delle zone. È fondamentale ricordare che
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il castagno richiede terreni acidi o moderatamente acidi (pH 4,5-6,5),al limite neutri (pH 7,0), profondi, freschi
e privi di ristagni idrici. Nella scelta delle varietà si sceglieranno quelle più consone agli obiettivi (produttivi, estetici e turistici, tradizionali e
culturali) del castanicoltore e meglio
adattate o adattabili alle condizioni stazionali locali. Si tenga presente che alcune varietà, come il Marrone,
sono autosterili (in quanto criptostaminee o astaminee) e perciò necessitano di essere impollinate da altre
varietà. L’impollinazione prevalentemente anemofila (favorita dal vento)
e il discreto peso del polline impongono inoltre distanze tra i soggetti non
superiori a 15-20 m. Nella scelta dell’esatto sito d’impianto si deve considerare la fertilità del terreno e la vigoria della varietà,tenendo comunque
presente che per un’adeguata illuminazione della chioma di una varietà lariana di castagno europeo sono indicativamente necessari 100 m2 per albero
(sesto d’impianto di m 10x10; 9x11;
8x12). Le buche, ampie cm80x80 circa e profonde cm 70 circa, devono es-
sere preparate con qualche mese di anticipo per favorire la disinfezione del
terreno e poi nuovamente colmate, un
mese circa prima dell’impianto, per favorirne l’assestamento. Al momento
del riempimento, sul fondo della buca,
va apportato abbondante letame bovino maturo (10-15 Kg), coperto da uno
strato di circa 25 cm di terra per evitare contatti diretti con le radici. L’impianto si realizza scavando una buca
sufficiente a contenere l’apparato radicale della piantina, che deve essere ridotto e sanato,con appositi tagli, mediante accorciamento delle radici più
lunghe e asportazione dalle parti lesionate o spezzate.
Il punto d’innesto deve sporgere dal
suolo e la piantina essere assicurata a
un tutore, possibilmente non di castagno per evitare la diffusione del Cancro della corteccia, sporgente da terra
circa 2,5 m. È sufficiente che le radici superiori siano coperte da uno strato di circa 10 cm di terra fine e fresca,
compressa con i piedi. Prima dell’impianto è buona norma disinfettare l’apparato radicale immergendolo per cinque minuti circa in una soluzione di
ossicloruro di rame al 20% (100 g in
10 litri d’acqua), allo scopo di prevenire marciumi da trapianto. Per favorire l’attecchimento, dopo la riduzione e
la disinfezione, è inoltre utile praticare l’inzaffardatura immergendo l’apparato radicale in una poltiglia costituita
dal 50% di acqua, 25% di terra molto fine e 25% di stereo bovino fresco.
Al termine dei lavori la nuova piantina
deve trovarsi su un piano leggermente
più elevato di quello del campo, per favorire lo sgrondo dell’acqua eccedente
in prossimità del piede. Nei primi anni
d’impianto è infine necessario provvedere ad eventuali irrigazioni di soccorso, meglio se con interventi frequenti
e ridotti volumi di acqua non calcarea,
giacché gli astoni sono sensibili alle
carenze idriche.
Concimazione
Un castagneto abbandonato da tempo,
invaso da alberi, arbusti ed erbe, presenta sul terreno una lettiera costituita da sostanza organica decomposta e
in via di decomposizione. Il maggiore
afflusso di luce al suolo, conseguente all’eliminazione della vegetazione
spontanea invadente e agli interventi
di potatura, comporta la veloce mineralizzazione della lettiera e un aumento della fertilità. Questo effetto benefico dura naturalmente solo per gli
anni immediatamente successivi all’intervento. È quindi opportuno conoscere le eventuali carenze nel terreno dei
principali elementi fertilizzanti, anche mediante analisi chimica, per poi
intervenire con concimazioni mirate.
Se tutti gli elementi sono presenti in
quantità sufficiente la concimazione
può essere limitata ad un’abbondante
distribuzione di concimi organici.
Ricostituzione del manto
erboso
II manto erboso, tradizionalmente
utilizzato a prato-pascolo, costituisce
uno degli elementi caratteristici della selva fruttifera. L’eliminazione della
vegetazione arborea invadente determina un maggiore afflusso di luce a livello del suolo, che favorisce l’insediamento e lo sviluppo di nuove essenze
erbacee e arbustive. Al fine di evitare
la crescita di specie infestanti si consiglia di effettuare l’inerbimento mediante rapida lavorazione superficiale del suolo e semina o trasemina con
miscuglio di graminacee e leguminose,
meglio se integrato con fiorume locale
(deposito dei fienili).
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CONCLUSIONE
CONCLUSIONE
CONCLUSIONE
La castanicoltura in provincia di Sondrio si presenta globalmente in condizioni piuttosto precarie. Vari motivi tuttavia indurrebbero allo studio e
all’attuazione di interventi di miglioramento e di risanamento.
Fra questi vanno ricordati:
1) frutti di caratteristiche pregevoli per pezzatura e qualità organolettiche;
2) situazione climatica nel complesso
abbastanza favorevole;
3) ridotti costi d’esercizio e precarietà
di altre colture concorrenti (soprattutto la frutticoltura).
Da non dimenticare inoltre le funzioni
ambientali e paesaggistiche oltre che
la necessità del mantenimento di attività agricole in montagna.
Gli interventi dovrebbero mirare innanzitutto alla individuazione dei popolamenti più vocati alla produzione
del frutto, sia per la loro ubicazione, che per le condizioni vegetative delle piante e per la
loro appartenenza a varietà
richieste dal mercato.
In questa fase si potrebbe ricorrere anche ad analisi economiche. Nei soprassuoli individuati occorrerà
effettuare una intensa opera di ristrutturazione e di risanamento, soprattutto con
energiche potature delle piante malate, con l’eliminazione dei
soggetti ormai deperienti ed irrecuperabili, con la loro sostituzione tramite l’innesto di nuovi polloni o
piante da seme, con ripuliture del sottobosco e con l’eventuale impiego dei
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nuovi metodi di lotta contro il cancro
corticale.
Nei casi in cui non sembra conveniente il recupero del castagneto si potrà assecondare la naturale evoluzione al bosco misto favorendo le specie
a migliore produzione legnosa, quali lo
stesso castagno (di cui fra l’altro sono
presenti buone piante selvatiche da
legno, quale ad esempio la cosiddetta “Rufera” di Piuro) , il frassino, il tiglio, il ciliegio e l’acero.
In tutti i casi si tratta di interventi
piuttosto onerosi da attuarsi tramite l’aiuto di organismi pubblici, quali soprattutto le Comunità Montane e
la Regione.
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ERSAF
SEDE CENTRALE
CONCLUSIONE
CONCLUSIONE
Via Copernico, 36/38
20124 MILANO
Tel. 02 67404.1
Fax 02 67404.299
www. ersaf.lombardia.it
L’ERSAF
del territorio rurale, in un’ottica di tra-
(Ente Re-
sversalità, multifunzionalità ed inte-
gionale per i
Servizi all’Agricoltura e alle Foreste) è l’ente strumentale della Regione Lombardia,
che svolge attività tecniche e pro-
grazione.
ERSAF, con le sue 11 sedi, è presente
su tutto il territorio lombardo e svolge principalmente attività di supporto
al governo regionale, sostegno, valorizzazione, tutela e promozione del patri-
mozionali per lo sviluppo dei setto-
monio agro-forestale ed agro-alimenta-
ri agricolo e forestale e per la tutela
re regionale.
Il ruolo della Comunità Montana è quello
programmati e realizzati in stretta colla-
di essere elemento propulsivo per la tu-
borazione con le 21 realtà municipali che
tela e lo sviluppo del territorio montano,
fanno parte della Comunità Montana Val-
per la crescita economica e sociale della
tellina di Sondrio.
collettività, per la conservazione e pro-
Le iniziative attivate sono finalizzate ad
mozione del patrimonio culturale ed am-
assicurare la permanenza delle attivi-
bientale.
tà agricole e garantire la tutela del terri-
L’azione dell’Ente è quindi di ampio respi-
torio, la salvaguardia e la valorizzazione
ro su diversi “fronti”, frutto d’interventi
dell’ambiente rurale.
COMUNITA’ MONTANA
VALTELLINA DI SONDRIO
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Via N. Sauro, 22
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