A cura di Stefano Pifferi
Sentieri ripresi
ES
TR
AT
TO
Studi in onore di Nadia Boccara
CIRIV
testi e studi
- 10 -
Collana diretta da Gaetano Platania
Comitato Scientifico
Antonello Biagini, Università di Roma “La Sapienza”
Dino S. Cervigni, Università della North Carolina at Chapell Hill
Luigi de Anna, Università di Turku
Marilena Giammarco, Università di Chieti-Pescara
Danuta Quirini-Popławska, Università “Jagellonica”, Cracovia
Giovanna Scianatico, Università di Bari
Ljerka Šimunkovič, Università di Spalato
Daniel Tollet, Università di Paris IV-Sorbonne
Brigitte Urbani, Università di Aix en Provence
SENTIERI RIPRESI
Studi in onore di Nadia Boccara
a cura di Stefano Pifferi
3
SETTE CITTÀ
Indice
p.
Università degli Studi della Tuscia
Dipartimento di Scienze Umanistiche,
della Comunicazione e del Turismo
Centro Studi sull’Età dei Sobieski e
della Polonia Moderna
Proprietà letteraria riservata.
La riproduzione in qualsiasi forma,
memorizzazione o trascrizione con qualunque
mezzo (elettronico, meccanico, in fotocopia,
in disco o in altro modo, compresi cinema,
radio, televisione, internet) sono vietate senza
l’autorizzazione scritta dell’Editore.
©2013 Sette Città
Via Mazzini, 87 • 01100 Viterbo
Tel 0761 304967 Fax 0761 1760202
www.settecitta.eu • [email protected]
isbn: isbn ebook: 978-88-7853-341-7
978-88-7853-504-6
Finito di stampare nel mese di novembre 2013 da
Press.up – Roma
Caratteristiche
Questo volume è composto in Jenson Pro
disegnato da Robert Slimbach e prodotto in
formato digitale dalla Adobe System nel 1989; è
stampato su carta ecologica Serica delle cartiere
di Germagnano; le segnature sono piegate a
sedicesimo (formato 13,5 x 21) con legatura
in brossura e cucitura filo refe; la copertina è
stampata su carta patinata opaca da 250 g/mq
delle cartiere Burgo e plastificata con finitura
lucida.
La casa editrice, esperite le pratiche per acquisire
tutti i diritti relativi al corredo iconografico della
presente opera, rimane a disposizione di quanti
avessero comunque a vantare ragioni in proposito.
7
Gaetano Platania
Premessa
9
Stefano Pifferi
Introduzione
13
Cristina Benicchi
The Enigma of Arrival. In viaggio con V.S. Naipaul verso l’inaspettato cuore di
tenebra
33
Alessandro Boccolini
Un rappresentante del papa di Roma alla corte di Varsavia: la Relazione di Monsignor
Galeazzo Marescotti in viaggio per la Polonia.
57
Raffaele Caldarelli
Spazio e viaggio nel Pan Tadeusz di Adam Mickiewicz
73
Cinzia Capitoni
Le mura poligonali: nella scienza e nell’arte. Giambattista Brocchi e Marianna
Dionigi
85
Cristina Carosi
Joseph Addison e Livorno, porto franco d’Italia
99
Antonio Ciaschi
Lo sguardo di Luigi Ciofi degli Atti
109
Piera Cipriani
Viaggiando per la Tuscia tra Risorgimento e Restaurazione
123 Francesca De Caprio
Le guide postali del Seicento e le strade che portano a Roma
157
Daniela Giosuè
Dal Somerset alla corte del Gran Mogol: l’ultimo viaggio di Thomas Coryate, l’instancabile camminatore di Odcombe
179 Alba Graziano
I viaggi di Swift tra le parole del moderno
193 Anna Lo Giudice
Varietà italiana in Paul Valéry
215 Masha Mattioli
Tamasha. Théâtralités dans le miroir: France et Perse au XVIIème siècle
225 Sonia Maria Melchiorre
I am a bluestocking, if to love knowledge better than ignorance entitles me to the
name
243
Daniele Niedda
Controcorrente: tre opere italiane di James Barry
p.
259
Selena Perco
Il passaggio in Italia di Maria Anna D’Asburgo nella relazione di Naborio Grazioli
(1631)
281
Stefano Pifferi
La guidistica romana tra ’700 e ’800. Dinamiche interne, elaborazioni formali, modalità informative nelle opere di Giuseppe Vasi e Cesare Malpica
299 Gaetano Platania
Diplomatici moscoviti a Roma (1673)
321
Maria Antonietta Rossi
La regolarizzazione e l’istituzione degli studi di arabistica in Portogallo: un viaggio
diacronico dagli albori all’epoca contemporanea
341 Mariagrazia Russo
Dal fiume Wouri al rio dos Camarões: non solo gamberi lungo la linea vulcanica del
Camerun
357 Matteo Sanfilippo
Camille de Tournon, prefetto napoleonico del Tevere, e il Viterbese
375 Francesca Romana Stocchi
Viaggio in Umbria, Marche e Romagna (1844) e Viaggio da Perugia a Roma
(estate 1844) di Giancarlo Conestabile della Staffa, studioso d’arte.
385 Valerio Viviani
Amleto, il teschio, il burattino e una riflessione sul “non essere”
399
Beata Dagmara Wienska
L’immagine di Parigi nei romanzi di Manuela Gretkowska
Premessa
Per sempre me ne andrò per questi lidi,
Tra la sabbia e la schiuma del mare.
L’alta marea cancellerà le mie impronte,
e il vento disperderà la schiuma.
Ma il mare e la spiaggia dureranno
In eterno
Kahlil Gibran, poeta libanese.
Potrei iniziare il ricordo di Nadia Boccara dai versi di Gibran per
far comprendere quanto sia stato ed è forte il legame che ci unisce.
La sabbia, la schiuma del mare cancellano le impronte e quindi potremmo pensare che tutto sia effimero oppure sia fugace ma ciò non
è del tutto vero.
Le impronte spariscono ma il mare e la spiaggia durano in eterno. Così è il legame che unisce Nadia e la mia persona. Siamo mare
e spiaggia e dunque la nostra amicizia eterna.
Ho conosciuto Nadia fin dal lontano 1989 e mi ha accolto con
simpatia, come se ci conoscessimo da sempre. Ho trovato in lei una
Collega intelligente, colta, amabile e sensibile. In lei spesso mi sono
rifugiato e in me Nadia ha trovato rifugio. Amica e studiosa di Jean
Starobinski che ha fatto conoscere agli studenti dell’allora Facoltà di Lingue, ha fortemente indirizzato i suoi studi su Montaigne,
Rousseau e tanti altri dopo essere partita dal ’700 scozzese ed aver
analizzato la teoria e fenomenologia delle passioni in David Hume e
le sue fonti letterarie francesi.
Nel campo della problematica morale del noto scozzese ha scan7
Gaetano Platania
dagliato la differenza tra “Filosofia profonda”, coltivata dai filosofi astratti, e “Filosofia facile” espressa nei moralisti francesi quali,
ad esempio La Rochefoucauld, La Bruyère; ma ha anche studiato il
tema delle “Passioni altruistiche” e “Passioni egoistiche” sempre in
David Hume.
Solo in questi ultimi anni ho scoperto una nuova Nadia studiosa
di “se stessa” ovvero personaggio che ha cercato nel suo io e nel suo
passato le risposte ai tanti perché della vita, della sua propria vita.
Dunque un viaggio a ritroso, un viaggio verso casa.
Il tema del viaggio non era, e non è certamente nuova a Nadia
Boccara. É un tema che ha affrontato da studiosa della Filosofia morale con passione e dedizione offrendo a studenti e studiosi pagine
originali e indimenticabili.
Nadia Boccara in tutti questi anni di servizio prima presso la Facoltà di Lingue e poi migrata come tanti altri suoi colleghi nel Dipartimento DISUCOM è stata per me un punto di riferimento. Sapevo
che potevo contare su di lei che mai sarebbe venuta meno alla parola
data. Infine proprio per sottolineare quanto siamo uguali per certi
aspetti, Nadia Boccara ha posto sempre al centro della sua azione
educativa lo studente ed ha sempre condiviso con me la convinzione
che noi esistiamo in quanto docenti perché ci sono gli studenti che
hanno sentito parlare di questo o di quel docente ed hanno letto
questa o quell’opera.
A nome del Dipartimento e mio personale voglio ringraziare
Nadia Boccara per tutto il lavoro fatto, la voglio ringraziare per la
sua amicizia, la sua vicinanza sapendo che il suo pensionamento è
solo una tappa del viaggio che ci accomuna.
Il Direttore
Prof. Gaetano Platania
8
IntroduzionE
A far da collante in questo omaggio che il Disucom vuole giustamente spendere a favore della collega Nadia Boccara c’è ovviamente il
legame affettivo e professionale che a vari livelli e a vario titolo ha unito
tutti gli appartenenti al Dipartimento di Scienze Umanistiche, della
Comunicazione e del Turismo e prima alla Facoltà di Lingue alla squisita e sempre disponibile amica. Ad osservare, però, più approfonditamente la raccolta di contributi che ho avuto l’onore di curare, c’è anche
qualcosa d’altro. Ad amalgamare gli interventi di studiosi così diversi
per interessi accademici, provenienza e finalità, a divenire terreno comune in grado di omogeneizzare i vari linguaggi dei numerosi scritti è
infatti un terreno per sua natura di confine, multidisciplinare, aperto
a commistioni e deflagrazioni tra materie: quello che genericamente
chiameremmo del “viaggio” e delle “scritture di viaggio”.
È infatti questo il terreno d’incontro sul quale gli amici e i colleghi
hanno deciso di incontrarsi perché è su quel terreno che le ricerche “filosofiche” di Nadia Boccara si sono sviluppate negli ultimi anni d’accordo con una scelta di Facoltà, prima, e di Dipartimento, poi, che ha
prediletto in maniera quasi naturale e simbiotica, com’è possibile in
una terra di transito come quella della Tuscia viterbese, l’approfondimento e l’analisi di una tematica insieme così vasta e suggestiva, varia
e stimolante quale è quella legata al fenomeno del viaggio: affrontata
di volta in volta dal punto di vista storico o letterario, filosofico o antropologico, in grado di interessare l’esperto del documento così come
il traduttore, il filologo come l’italianista, lo storico delle società, l’informatico umanista, l’anglista, il lusitanista ecc ecc..
9
Stefano Pifferi
Introduzione
È così che leggendo gli eterogenei contributi dei colleghi si noterà come questa tendenza sottotraccia – fortemente voluta tra gli altri dalla stessa Nadia Boccara sul finire degli anni ’90, quando con
un seminario intercattedra si affrontò per la prima volta, nella allora Facoltà di Lingue, la tematica del “viaggio” attraverso le numerose
prospettive e sfaccettature che le varie discipline coinvolte potevano
offrire – sia in realtà un vero e proprio asse portante su cui la Facoltà e il Dipartimento hanno costruito e stanno costruendo la propria
credibilità. Ecco così un Dottorato incentrato sui temi del “viaggio” e
dell’Odeporica in Età Moderna, affrontato, col supporto e l’impegno
della stessa Nadia Boccara, attraverso la lente dello sviluppo teoricometodologico così come da quello della storia del documento, della
filosofia come dell’antropologia, a testimonianza di questa apertura e
dei vari travasi tra discipline che una tematica così ampia può offrire.
Ecco così l’affastellarsi di indagini in apparenza distanti cronologicamente e tematicamente ma in realtà figlie di una unica sensibilità
verso l’alterità, passando con nonchalance dall’area degli anglisti (la
Livorno di Addison, l’Inghilterra dei “nuovi inglesi” come Naipaul,
lo Swift viaggiatore tra le parole offertoci da Alba Graziano, ecc.) a
quella della francesistica (il Valery “italiano” propostoci da Anna Del
Giudice) o della lusitanistica (il “viaggio” nell’arabistica portoghese di
Maria Antonietta Rossi o le “esplorazioni” portoghesi in terra d’Africa di Mariagrazia Russo), attraversando l’Età Moderna degli outsider (penso agli interessi e alle scritture di viaggio di Mariana Candidi
Dionigi e Gianbattista Brocchi analizzati da Cinzia Capitoni) e quella
contemporanea, passando per l’Europa dell’Est (i diplomatici moscoviti diretti verso la città Caput Mundi di Platania così come gli sguardi “altri” donati da Raffaele Caldarelli e Beata Dagmara Wienska),
coinvolgendo dottorandi e collaboratori (Cristina Carosi, Alessandro
Boccolini, Selena Perco, Piera Cipriani, Francesca Romana Stocchi)
come colleghi e amici, allungando lo sguardo su scritture di viaggio
“particolari” come la guidistica o filtrando quello sguardo altro attraverso la lente “fotografica” ed amatoriale di un uomo della contemporaneità come Luigi Ciofi degli Atti. Una serie infinita di frammenti,
tessere di un mosaico che si riuniscono in un affresco più ampio e in
continua evoluzione da cui non è e non è mai stata esente anche Nadia
Boccara stessa.
Quello del viaggio filosofico, infatti, è stato anche uno dei temi di
ricerca e approfondimento prediletti dalla collega Boccara, di cui il titolo della presente raccolta non è che una minima testimonianza. Dal
caro Michel de Montaigne, sviscerato come pensatore “in movimento”, al viaggio come conoscenza e riconoscimento di sé, come momento di (auto)identificazione nella ricerca di una posizione nel mondo o,
per rubare le parole al Direttore Platania, di scavo nel proprio io e nel
proprio passato alla ricerca delle “risposte ai tanti perché della vita, della sua propria vita. Dunque un viaggio a ritroso, un viaggio verso casa”.
10
11
Stefano Pifferi
Daniela Giosuè
Dal Somerset alla corte del Gran Mogol:
l’ultimo viaggio di Thomas Coryate,
l’instancabile camminatore di Odcombe
L’ultimo, straordinario viaggio di Thomas Coryate non durò dieci anni come quello di Ulisse, che l’eccentrico viaggiatore avrebbe voluto emulare, ma iniziò il 20 ottobre del 1612 e terminò tragicamente
a Surat, in India, nel mese di dicembre del 1617.
I ricordi di questo viaggio sono giunti fino a noi solo in forma
frammentaria, in tre pubblicazioni realizzate immediatamente prima e pochissimo tempo dopo la morte dell’autore.
Attraverso una serie di brevi premesse, il presente studio fornirà alcune notizie essenziali sull’autore1, sui testi che consentono
di ricostruire il suo viaggio in India, e su altri due personaggi che,
con le testimonianze lasciate nei loro scritti, hanno aggiunto elementi rilevanti alla storia dell’ultima prodezza del «camminatore
di Odcombe»2: Sir Thomas Roe (1581-1644), primo ambasciatore
1
Le notizie biografiche e sulle opere sono tratte principalmente da M. Strachan, The Life and Adventures of Thomas Coryate, London 1962; W. Foster,
Early Travels in India, 1583-1619, London 1921, pp. 234-287; R. C. Prasad, Early
English Travellers in India, Delhi 1980 (1965), pp. 164-201; C. Nicholl, The Field
of Bones, Thomas Coryate’s Last Journey [1999], in C. Nicholl, Traces Remain.
Essays and Explorations, London 2011 (edizione elettronica Google Books, pagine non disponibili). Il testo di Nicholl è disponibile, con lievi variazioni,
anche in: http://www.lrb.co.uk/v21/n17/charles-nicholl/field-of-bones. Cfr.,
inoltre, E. F. Oaten, European Travellers in India during the Fifteenth, Sixteenth
and Seventeenth Centuries, London 1909, pp. 104-167; J. G. Singh, Colonial Narratives/Cultural Dialogues. “Discoveries” of India in the Language of Colonialism,
London 1996, pp. 17-44; R. Barbour, Before Orientalism. London’s Theatre of
the East, 1576-1626, Cambridge 2003, pp. 132-145; D. Moraes, S. Srivatsa, The
Long Strider: How Thomas Coryate Walked from England to India in the Year
1613, London 2003; R. E. Pritchard, Odd Tom Coryate, The English Marco Polo,
Stroud 2004.
2
T. Coryate, Coryats Crudities, London 1611 (fine della Epistle to the Reader, pri157
Daniela Giosuè
Dal Somerset alla corte del Gran Mogol
inglese alla corte del Gran Mogol tra il 1614 e il 16193, e il reverendo
Edward Terry (1591-1660), il cappellano che dal mese di febbraio del
1617, dopo la morte del reverendo John Hall, viaggiò al seguito di Sir
Thomas Roe, e che per un periodo compreso tra il mese di settembre
e la metà di novembre del 1617 condivise i suoi alloggi con Coryate4.
Alle premesse seguirà una ricostruzione dell’itinerario del viaggio, e ogni qualvolta sarà possibile si cercherà di dar voce direttamente al protagonista per mezzo di citazioni dai testi.
Thomas Coryate (c. 1577-1617) nacque a Odcombe, nel Somerset.
Figlio di George Coryate (m. 1607), parroco della cittadina, e di Gertrude Williams (?) (m. 1645), studiò a Winchester dal 1591 e a Oxford
dal 1596, ma dopo circa tre anni lasciò l’università senza laurearsi.
Dotato di una fortissima memoria e di una particolare attitudine
all’istrionismo, durante gli anni della sua formazione acquisì una
profonda conoscenza dei classici greci e latini e sviluppò una grande
passione per la retorica.
Grazie all’aiuto dei suoi mecenati, Sir Edward Philips of Montacute (c. 1555/60-1614) e Sir Robert (c. 1586-1638), figlio di Sir Edward,
dopo l’ascesa al trono di Giacomo I entrò a far parte del seguito di
Enrico Stuart (1594-1612), principe di Galles e primogenito del re.
Sebbene non risulti che egli sia mai stato assunto ufficialmente
come buffone, la sua presenza a corte come intrattenitore, o meglio
– a causa del non certo avvenente aspetto fisico, che sembra lo rendesse buffo anche solo a vedersi – come zimbello, gli consentì di entrare in contatto con molti personaggi influenti e con gli intellettuali
più famosi dell’epoca.
Da questi ultimi, oltre che dal principe stesso, Coryate ottenne
un sostegno decisivo per la pubblicazione dell’opera che nel 1611 lo
rese famoso, intitolata Coryats Crudities, nella quale ha lasciato un
dettagliatissimo resoconto di un viaggio da lui intrapreso sul continente che, secondo l’opinione di molti studiosi, inaugurò ufficialmente la tradizione del Grand Tour.
Durante questo viaggio, iniziato nel maggio del 1608 e durato
cinque mesi, Coryate visitò la Francia, l’Italia settentrionale, la Svizzera, la Germania e i Paesi Bassi, percorrendo spesso da solo e prevalentemente a piedi o, come egli stesso dice, sul suo cavallo con dieci
dita, 1975 chilometri.
Originale già a partire dal titolo, che significa «crudezze», «verdure crude miste», l’opera ebbe anche una singolare storia editoriale,
e dopo una serie di difficoltà fu pubblicata con più di sessanta divertenti panegirici a farle da prefazione scritti da letterati e personaggi
in vista, molti dei quali amici di Coryate, tra cui John Donne, Inigo
Jones e Ben Jonson, che contribuì anche con un divertente profilo
dell’autore.
Pur restando sostanzialmente fedele a schemi e contenuti tradizionali e conservando tratti in comune con altre opere consimili del
secolo precedente, nelle quali vengono riferite in modo personale e
spontaneo notizie derivanti da esperienze dirette, il testo sorprende spesso il lettore per la presenza di passi narrativi caratterizzati
da uno stile insolitamente vivace e soggettivo. Accanto alle notizie
usuali si trovano, infatti, interessanti digressioni su aspetti della vita
quotidiana dei luoghi attraversati e sulle persone che il viaggiatore
incontrò lungo il cammino e con le quali condivise una parte del
percorso, e divertenti narrazioni in stile eroicomico delle avventure
vissute durante il viaggio. Dopo aver letto le pagine su Venezia e le
osservazioni sull’uso da parte degli italiani degli ombrelli per ripararsi dal sole, e delle forchette, allora quasi sconosciute in Inghilterra, non si può non provare dispiacere al pensiero di quali testimonianze Coryate avrebbe potuto lasciarci se, come fecero molti altri
me pagine ed. 1611 non numerate). I testi delle citazioni, a partire dalla presente, sono stati tradotti da chi scrive.
3
Su Sir Thomas Roe, oltre alle altre opere dedicate al viaggio in India di Coryate già citate alla nota 1 cfr., in particolare, R. C. Prasad, Early English Travellers,
cit., pp. 128-163; M. Strachan, Sir Thomas Roe, 1581-1644: A Life (1989), in DNB
http://www.oxforddnb.com/templates/article.jsp?articleid=23943&back=;
R. Barbour, Before Orientalism, cit., pp. 146-185. I manoscritti da cui sono
tràditi il giornale e le lettere di Roe, conservati presso la British Library di
Londra, sono stati in parte pubblicati in S. Purchas, Hakluytus Posthumus, or
Purchas his Pilgrimes, vol. IV, Glasgow 1905 (London 1625), pp. 310-468 e in T.
Roe, The Embassy of Sir Thomas Roe to the Court of the Great Mogul, 1615-1619,
ed. by W. Foster, 2 vols., London 1899.
4
Cfr. E. Terry, A Voyage to East India, London 1777 (1655). Sul reverendo
Edward Terry, tra le opere dedicate al viaggio in India di Coryate già citate
alla nota 1 cfr., in particolare, W. Foster, Early Travels, cit., pp. 288-332; R. C.
Prasad, Early English Travellers, cit., pp. 267-310.
158
159
Daniela Giosuè
Dal Somerset alla corte del Gran Mogol
suoi connazionali, avesse visitato anche il resto d’Italia5.
La grande voglia di viaggiare per il semplice gusto di viaggiare,
l’«insaziabile bramosia di vedere paesi sconosciuti, pratica che è in
verità la vera sovrana di tutti i piaceri del mondo»6 e, non ultimo,
il desiderio di accrescere la propria fama ad ogni costo, non molto
tempo dopo spinsero l’eruditissimo e oltremodo ambizioso viaggiatore a tentare un’impresa ancora più spettacolare, e il 20 ottobre 1612,
pochi giorni prima della morte del principe Enrico, suo protettore,
avvenuta il 6 novembre, egli partì alla volta di Costantinopoli, probabilmente senza avere neppure un’idea precisa di dove volesse veramente arrivare. Questo, almeno, sembra suggerire quanto si legge in
una delle lettere scritte dopo l’arrivo in India:
Nel vivacissimo clima culturale della Londra dell’epoca, erano
molti coloro che, dopo essersi dilettati con la prima opera e con le
due appendici che ad essa fecero seguito nello stesso anno, intitolate
Coryats Crambe, or his Colwort Twise Sodden8, e The Odcombian Banquet9, contenente una copia pirata dei versi compresi nelle Crudities,
attendevano con grande curiosità di conoscere i dettagli della nuova
avventura di Coryate in Oriente.
I più impazienti erano naturalmente gli editori che, conoscendo
la prolificità, l’originalità e l’accuratezza nello scrivere di colui che
Ben Jonson, nel profilo pubblicato all’inizio delle Crudities, definì
molto efficacemente «un grande e ardito carpentiere della parola»10,
non vedevano l’ora di poter stampare le memorie che Coryate avrebbe scritto dopo il suo ritorno in patria.
Fu così che, sull’onda del grande successo riscosso dalle Crudities, nell’attesa, gli editori non si lasciarono sfuggire l’occasione di
dare alle stampe alcune lettere inviate dall’India di cui riuscirono
ad entrare in possesso, che furono pubblicate in due opuscoli quasi
subito dopo il loro arrivo in Inghilterra.
Il primo opuscolo, intitolato Thomas Coriat Traueller for the English Wits, pubblicato nel 161611, ebbe subito una seconda ristampa e
contiene quattro lettere provenienti da Ajmer, dove Coryate arrivò
intorno alla metà di luglio del 1615, la cui stesura risale al periodo
compreso tra il «giorno della festa di San Michele»12, cioè il 29 settembre e, stando all’ultimo riferimento temporale certo presente in
uno dei testi, l’8 novembre del 161513.
Indirizzate rispettivamente al suo mecenate, Sir Edward Philips, al segretario di Sir Edward Philips, Laurence Whitaker (c.
1578-1654), «all’Alto Siniscalco della molto onorevole confraternita dei gentiluomini sirenaici che si incontrano il primo venerdì di
Ora, sebbene sia stato in me molto ardente e irresistibile, in questi
anni, il desiderio di osservare e contemplare alcune delle parti più importanti di questa bella fabbrica del mondo oltre al mio paese natale,
non avrei mai pensato che sarebbe esploso nel tanto ambizioso sfogo
di viaggiare a piedi da Gerusalemme fino al luogo dal quale ho scritto
questa lettera7.
5
Cfr. T. Coryate, Coryats Crudities, cit.; Id. Coryats Crudities, London 1776; Id.,
Coryat’s Crudities, 2 vols., Glasgow 1905; Id., Coryats Crudities, 1611, with an
introduction by W. M. Schutte, London 1978. Tra i numerosi studi dedicati alle Crudities cfr. A. Hadfield, Literature, Travel, and Colonial Writing in
the English Renaissance, 1545-1625, Oxford 2002 (1998), pp. 59-68; R. Barbour,
Before Orientalism, cit., pp. 115-131; M. Ord, Provincial Identification and the
Struggle over Representation in Thomas Coryat’s Crudities (1611), in Archipelagic
Identities: Literature and Identity in the Atlantic Archipelago, 1550-1800, ed. P.
Schwyzer and S. Mealor, Aldershot 2004, pp. 131-140; D. J. Baker, ‘Idiote’:
Politics and Friendship in Thomas Coryate, in Borders and Travellers in Early
Modern Europe, ed. T. Betteridge, Aldershot 2007, pp. 129-146; C. Nicholl,
The Field of Bones, cit. Per studi su aspetti particolari dell’opera e ulteriori
indicazioni bibliografiche cfr. D. Giosuè, Da Thomas Coryate a John Clenche e
oltre. Evoluzione del libro, compagno di viaggio per eccellenza, attraverso l’analisi
di alcuni autori inglesi del Seicento, in Compagni di viaggio, a c. di V. De Caprio,
Viterbo 2008, pp. 111-114; Ead., Ritratti di donne italiane nei resoconti di alcuni
viaggiatori britannici del Seicento, in Immagini di donne in viaggio per l’Italia, a
c. di F. De Caprio, Viterbo 2011, pp. 99-116.
8
Cfr. T. Coryate, Coryats Crambe, or his Colwort Twise Sodden, London 1611.
9
Cfr. The Odcombian Banquet, London 1611.
10
T. Coryate, Coryats Crudities, cit. (prime pagine ed. 1611 non numerate).
11
T. Coryate, Thomas Coriat Traueller, cit.
6
T. Coryate, Thomas Coriat Traueller for the English Wits, London 1616, p. 6.
12
Ivi, pp. 9, 31.
7
Ivi, pp. 3-4.
13
Ivi, p. 43.
160
161
Daniela Giosuè
Dal Somerset alla corte del Gran Mogol
ogni mese all’insegna della Sirena in Bread Street a Londra»14, e alla
madre, le lettere furono inviate tramite il reverendo Peter Rogers,
cappellano della piccola colonia di mercanti e impiegati della Compagnia delle Indie Orientali allora residenti nella città, che nel mese
di novembre del 1615 fece ritorno in Inghilterra partendo dal porto di
Surat. Ciò è attestato dalla lettera a Sir Edward Philips, nella quale
Coryate scrive al suo mecenate che potrà essere certo che la missiva
gli è stata davvero inviata dal suo «vicino di Odcombe»15 in parte per
discorso pronunciato in italiano per difendersi da un maomettano
che lo aveva insultato chiamandolo giaurro, cioè infedele19.
Come emerge più volte dalle lettere, oltre all’italiano, di cui ricevette i primi rudimenti nel periodo trascorso a Costantinopoli da
William Ford, il predicatore inglese allora residente nella città20, durante il viaggio Coryate studiò l’arabo, il turco e il persiano, che era
la lingua usata alla corte del Gran Mogol. Sebbene non lo dichiari
mai, imparò anche l’indostano, come risulta da alcuni passi del diario del reverendo Terry:
la forma dello stile, esattamente corrispondente al modo di parlare che avete udito e osservato in me, a volte nelle mie orazioni rozze e
robuste come la mezzalana16, a volte nei miei discorsi stravaganti, e in
parte per la testimonianza del latore della stessa, il signor Peter Rogers, ministro […] dei mercanti inglesi residenti alla corte del monarca
più potente, il Gran Mogol, nella città di Ajmer, della cui piacevole
e dolce compagnia ho goduto presso la stessa corte per lo spazio di
quattro mesi17.
In entrambe [le lingue, il persiano e l’indostano], egli raggiunse
presto una conoscenza e una padronanza tali che, in seguito, ciò lo
avvantaggiò straordinariamente nei suoi viaggi su e giù per i territori
del Mogol, ed egli indossava sempre gli abiti di quelle popolazioni e
parlava la loro lingua21.
Avendo egli raggiunto una grande padronanza anche dell’indostano, o lingua volgare, c’era una donna, una lavandaia che faceva parte
della famiglia del signor ambasciatore, che era talmente libera di poter
parlare come voleva che a volte sbraitava, litigava e inveiva dalla mattina alla sera; un giorno egli la redarguì nella sua lingua, e fin dalle otto
di mattina la mise così bene a tacere che lei non ebbe più neppure una
parola da dire22.
Il secondo opuscolo, intitolato Mr Thomas Coriat to his Friends
in England Sendeth Greeting, pubblicato nel 161818, contiene una lunga
lettera alla madre inviata da Agra il 31 ottobre del 1616, e include i
testi in persiano e in inglese di un’orazione pronunciata da Coryate
davanti al Gran Mogol Jahangir (1569-1627), e il testo in inglese di un
14
Ivi, p. 37. Sebbene l’identità del destinatario sia rimasta finora sconosciuta,
la lettera all’Alto Siniscalco dei gentiluomini sirenaici è un’importante testimonianza dell’esistenza della Taverna della Sirena. Di questo gruppo di intellettuali, di cui Coryate faceva evidentemente parte, secondo alcune ipotesi
potrebbe aver fatto parte anche William Shakespeare. Cfr. I. A. Shapiro, The
“Mermaid Club”, in «The Modern Language Review», 45, 1 (1950), pp. 6-17; M.
Strachan, The Mermaid Tavern Club: A New Discovery, in «History Today»,
August 1967, pp. 533-538 and October 1967, p. 691.
15
T. Coryate, Thomas Coriat Traueller, cit., p. 2.
16
Linsey-woolsey, in italiano mezzalana, tessuto rozzo e resistente di lana e lino o
cotone.
17
T. Coryate, Thomas Coriat Traueller, cit., pp. 2-3.
18
Cfr. T. Coryate, Mr Thomas Coriat to his Friends in England Sendeth Greeting,
London 1618. Le pagine di questo opuscolo non sono numerate; nelle citazioni
che seguiranno non saranno pertanto indicati i numeri di pagina.
162
Sia nel primo che nel secondo opuscolo sono presenti anche componimenti in versi scritti dall’autore e da altri in suo onore, alcuni
allegati alle lettere da Coryate stesso, altri aggiunti dagli editori al
momento della pubblicazione.
Negli opuscoli si possono inoltre osservare alcune illustrazioni,
molto ingenue nella concezione e proprio per questo interessanti.
Sulla copertina del primo Coryate è rappresentato in abiti occiden19
I testi dell’orazione in persiano e del discorso al maomettano meriterebbero
un approfondimento a parte, che non può purtroppo trovare spazio nel presente studio.
20
T. Coryate, Thomas Coriat Traueller, cit., p. 44.
21
E. Terry, A Voyage, cit., p. 66.
22
Ivi, p. 67.
163
Daniela Giosuè
tali, con tanto di cappello con la piuma, spada e speroni, e senza alcuna bardatura, sul dorso di un elefante di dimensioni troppo ridotte
rispetto alla figura del viaggiatore. Il fatto che la stessa illustrazione
si ritrovi per ben due volte anche all’interno dell’opuscolo, dimostra
che l’immagine di un elefante avesse allora una forte attrattiva sui
lettori, e forse anche che gli editori abbiano in questo modo voluto soddisfare il desiderio di farsi ritrarre su un elefante espresso da
Coryate nella seconda lettera:
Dopo il mio arrivo a questa corte ho cavalcato un elefante, e ho
deciso che un giorno, col permesso di Dio, nel prossimo libro farò
stampare il mio ritratto seduto su un elefante23.
Sempre nello stesso opuscolo si vedono un ritratto dell’autore
vestito da pellegrino e le immagini di un’antilope e di un unicorno,
animali di cui, oltre agli elefanti, sui quali torna più volte, egli parla in alcuni passi delle lettere. Nella parte della lettera a Laurence
Whitaker in cui tratteggia il profilo del Gran Mogol, Coryate scrive:
Egli tiene una grande quantità di bestie selvagge, e di diverse specie, come leoni, elefanti, leopardi, orsi, antilopi, unicorni; di questi ne
ho visti due a corte, le bestie più strane del mondo, sono stati portati
qui dal paese del Bengala24.
E più avanti prosegue:
Due volte alla settimana gli elefanti combattono davanti a lui, lo
spettacolo più bello del mondo: molti di essi sono alti tredici piedi e
mezzo e sembrano scontrarsi l’un l’altro come due piccole montagne,
e se nel mezzo della lotta non venissero separati con dei fuochi d’arti23
24
T. Coryate, Thomas Coriat Traueller, cit., p. 26. Per uno studio particolareggiato delle illustrazioni degli opuscoli e sulla simbologia legata alla figura
dell’elefante cfr. M. Aune, An Englishman on an Elephant: Thomas Coryate,
Travel Writing and Literary Culture in Early Modern England, ETD Collection
for Wayne State University, 2002, in http://digitalcommons.wayne.edu/dissertations/AAI3071754; Id., Elephants, Englishmen and India: Early Modern
Travel Writing and Pre-Colonial Movement, in «Early Modern Literary Studies», 11, 1 (2005), pp. 4.1-35, in http://extra.shu.ac.uk/emls/11-1/auneelep.htm.
T. Coryate, Thomas Coriat Traueller, cit., p. 25.
164
Dal Somerset alla corte del Gran Mogol
ficio, si ferirebbero e si combatterebbero in modo troppo cruento con
le loro zanne micidiali. Il re di elefanti in tutto il regno ne tiene 30.000
a un costo incommensurabile, e per nutrirli, e i leoni, e le altre bestie,
spende una massa di denaro incredibile, almeno diecimila sterline al
giorno25.
Sulla copertina del secondo opuscolo l’autore compare, ancora
una volta in abiti occidentali, ma sul dorso di un dromedario, e anche in questo caso l’illustrazione è stata riprodotta all’interno insieme a un altro suo ritratto.
Da quanto sopra detto appare chiaro che gli illustratori degli
opuscoli non solo non avevano idea di quanto potesse essere grande un elefante, ma neppure tennero in alcun conto le indicazioni
sull’altezza degli stessi fornite dall’autore, né compresero che parlando degli unicorni egli si riferiva ovviamente ai rinoceronti. Inoltre, con altrettanto scarso senso della realtà, non si preoccuparono
di considerare che durante il lungo viaggio Coryate dovette presto
disfarsi dei pochi vestiti con cui partì perché divenuti troppo vecchi,
e indossare abiti locali.
Come già si è avuto modo di notare, che egli vestisse sempre secondo gli usi dei luoghi in cui soggiornava è testimoniato anche dal
diario del reverendo Terry26. Nonostante fornisca alcune notizie dimostratesi inesatte sulla base di altre testimonianze, il testo di Terry
è importante perché riporta preziosi dettagli su alcuni spostamenti
di Coryate non documentati dai suoi scritti, e rappresenta praticamente l’unica fonte di informazioni disponibile sugli ultimi mesi di
vita del viaggiatore27.
Un’altra fonte autorevole sugli anni trascorsi da Coryate in India
e su altri particolari del suo viaggio è costituita, come già evidenziato
nelle premesse, dal giornale e dalle lettere di Sir Thomas Roe. Prima
di procedere oltre è opportuno sottolineare che da questi ultimi testi emerge la storia della complicatissima impresa dell’ambasciatore,
che per tutta la durata della sua missione fu costretto a seguire la
25
Ivi, pp. 25-26.
26
V. supra, citazione e nota 21.
27
Cfr. W. Foster, Early Travels, cit., p. 239.
165
Daniela Giosuè
Dal Somerset alla corte del Gran Mogol
corte itinerante dell’imperatore per convincerlo a firmare un accordo commerciale con l’Inghilterra. Sia lui che i suoi collaboratori non
avevano alcuna conoscenza delle lingue e della cultura locale, e dovettero superare immense difficoltà per stabilire un dialogo proficuo
con il Gran Mogol28.
Poiché anche l’ambasciatore aveva frequentato la corte del principe di Galles, Coryate e Roe si conoscevano molto bene, ed è così
che l’autore parla del suo arrivo nel secondo poscritto alla lettera a
Laurence Whitaker:
mento altamente lesivo dell’immagine dell’Inghilterra, in fondo non
poteva fare a meno di averlo con sé, per godere del piacere che indubbiamente la sua compagnia procurava31 ma anche, malgrado non
lo dichiari apertamente, per potersi avvalere delle sue straordinarie
competenze linguistiche.
Dagli scritti dell’ambasciatore sappiamo inoltre che Coryate,
non potendo portarle con sé perché divenute troppo pesanti, lasciò
una parte delle sue note di viaggio ad Aleppo, in Siria, e un’altra
parte a Isfahan, in Persia. Anche durante gli anni trascorsi in India
egli accumulò sicuramente una grande quantità di appunti, ma di
questi – ad eccezione di alcune note sparse conservate dall’ambasciatore – come pure delle carte lasciate a Isfahan, allo stato attuale
delle conoscenze non resta alcuna traccia.
Solo le note lasciate ad Aleppo, probabilmente perché l’autore
fece in tempo a provvedere alla loro spedizione, arrivarono in Inghilterra, e nel 1625 Samuel Purchas (1575?-1626) ne pubblicò una
versione fortemente abbreviata nella sua opera dal titolo Hakluytus
Posthumus, or Purchas his Pilgrimes32.
Oltre ad alcune parti delle lettere, nell’Hakluytus Posthumus Purchas pubblicò anche le note custodite da Roe. Queste ultime, risalenti al periodo in cui Coryate raggiunse il seguito dell’imperatore a
Mandu e condivise gli alloggi con Terry, furono consegnate a Purchas dall’ambasciatore stesso33.
Ricchissimi di particolari e osservazioni di ogni genere, e soprattutto avvincenti, come tutti gli scritti di Coryate, i testi che parlano
del viaggio fino ad Aleppo pubblicati da Purchas risentono purtroppo dei drastici tagli da lui operati e dei suoi frequenti interventi
esplicativi, che contribuiscono a renderli a tratti confusi. Rimandando a studi successivi l’analisi di tali testi, saranno ora fornite alcune
brevi notizie sulle tappe principali della prima parte del viaggio in
essi documentate.
L’otto di ottobre, nono giorno dalla scrittura della presente (essendo questa rimasta non sigillata per nove giorni), a corte abbiamo ricevuto la notizia dell’arrivo di quattro grandi navi inglesi nel porto di Surat,
in India e, nello stesso, di un cavaliere inglese molto generoso e illustre,
un mio caro amico, Sir Thomas Roe, che arriverà a corte con una certa
celerità in veste di ambasciatore della molto onorevole Compagnia dei
mercanti di Londra trafficanti in India. Egli viene con lettere del nostro
re e con alcuni doni eccellenti di grande valore da parte della Compagnia, tra cui una splendida carrozza del valore di 150 sterline. Con lui
sono inoltre arrivati 15 impiegati, tutti inglesi. Di qui a quaranta giorni
al più tardi attendiamo il suo arrivo a corte. Questa notizia rifocilla (uso
la vecchia frase a voi ben nota) il mio umore, poiché spero che egli mi
tratterà con favore in ricordo della vecchia amicizia29.
Il 22 dicembre del 1615, quando giunse nei pressi di Ajmer, l’ambasciatore, pur se stremato dal lungo viaggio, dovette sopportare una
lunga orazione di benvenuto pronunciata in suo onore da Coryate.
Come si vedrà, a partire da questo momento e fino alla metà di novembre del 1617, allorché a Mandu decise di proseguire il suo cammino da solo, Coryate restò quasi sempre al seguito dell’ambasciatore.
Dall’analisi delle carte di Roe appare più volte chiaro che, sebbene egli reputasse Coryate un «molto onesto povero disgraziato»30 e,
poiché viaggiava come un mendicante, considerasse il suo comporta28
Su queste vicende cfr., oltre al giornale e alle lettere di Roe, J. G. Singh, Colonial Narratives, cit., pp. 17-44.
29
T. Coryate, Thomas Coriat Traueller, cit., p. 35.
30
Cfr. E. Terry, A Voyage, cit., pp. 70-71.
166
31
Cfr. W. Foster, Early Travels, cit., p. 237.
32
Cfr. S. Purchas, Hakluytus Posthumus, cit., vol. X, pp. 389-447.
33
Cfr. S. Purchas, Hakluytus Posthumus, cit., vol. IV, pp. 469-494. Le lettere
sono parzialmente riprodotte con utili annotazioni anche in W. Foster, Early
Travels, cit., pp. 241-276; anche le note sull’India si trovano ivi alle pp. 276-282.
167
Daniela Giosuè
Dal Somerset alla corte del Gran Mogol
I primi dati disponibili sull’itinerario del viaggio dopo la partenza, avvenuta, come già detto, il 20 ottobre 1612, riguardano l’isola di Zante, dove l’autore arrivò il 13 gennaio del 1613, seguiti da
alcune osservazioni sull’isola di Chio. Il 22 febbraio Coryate raggiunse la Turchia. Alla dettagliatissima descrizione delle rovine
di Alessandria Troade, scambiate dall’autore e dai suoi compagni
per le poco distanti rovine di Troia, segue la narrazione di una
esilarante finta cerimonia di ordinazione di Coryate a primo cavaliere inglese di Troia, inscenata dai suoi amici, ammirati dalla passione con cui egli prese nota di tutte le antichità incontrate
lungo il percorso. Il resoconto riprende quindi dal primo di aprile,
quando l’autore è già a Costantinopoli, e si presenta ricco di informazioni sulla città e sulle esperienze riguardanti il periodo in
essa trascorso. Il 21 gennaio del 1614 il viaggiatore lasciò Costantinopoli e fece scalo a Gallipoli. Il 14 febbraio sbarcò a Lesbo, il 18
di nuovo a Chio, il 24 a Scanderone. Dopo aver visitato Aleppo, il
15 marzo 1614 iniziò il pellegrinaggio a piedi verso Gerusalemme
in compagnia di un suo connazionale originario del Kent che si
chiamava Henry Allard. Il 26 marzo Coryate si trovava a Damasco, e il 12 aprile 1614 arrivò a Gerusalemme per la Pasqua e, come
molti pellegrini dell’epoca, si fece tatuare sui polsi l’immagine di
una croce. Dalle note di Purchas risulta che delle molte notizie su
Gerusalemme e sui riti della Pasqua registrate da Coryate ne vengono fornite solo alcune, mentre quelle relative ad altri luoghi della
Terra Santa vengono omesse ad eccezione della parte in cui viene
descritta la visita al fiume Giordano il 28 aprile.
L’itinerario dalla Terra Santa ad Aleppo e, di qui, attraverso la
Mesopotamia e la Persia fino in India, coperto durante il periodo
compreso tra il mese di maggio del 1614 e la metà di luglio del 1615,
così come gli spostamenti in territorio indiano, possono in parte
essere ricostruiti grazie alle lettere che, pur essendo prive degli innumerevoli dettagli che avremmo potuto conoscere se le note non
fossero andate perdute, prese nel loro insieme possono essere considerate una particolareggiata relazione di viaggio in miniatura, e finiscono per rivelarsi uno strumento altrettanto prezioso e, per certi
aspetti, ancor più seducente.
Utilizzando toni e stili differenti, Coryate racconta le sue espe-
rienze ai diversi destinatari fornendo spesso più volte le stesse informazioni. Rispetto ai testi delle prime tre lettere, caratterizzate da
un linguaggio più ricercato che assume chiare movenze eufuistiche
nella lettera all’Alto Siniscalco, le due lettere inviate alla madre sono
contraddistinte da un linguaggio più semplice.
Per la ricostruzione dell’itinerario dalla Terra Santa all’India
risultano molto utili la prima lettera alla madre per la sinteticità
delle notizie e, per i particolari assenti in quest’utima, quella all’amico Laurence Whitaker. Nella lettera alla madre Coryate scrive:
168
169
Con il propizio aiuto dell’onnipotente Geova, ho fatto un viaggio
tanto degno di nota nell’Asia maggiore, con l’acquisto di grandi ricchezze di esperienza, che dubito che altri inglesi in questi cento anni
abbiano fatto una cosa simile, avendo visto e osservato nei particolari
tutte le cose principali della Terra Santa, detta nei tempi passati Palestina, come Gerusalemme, la Samaria, Nazareth, Betlemme, Gerico, Emmaus, Betania, il Mar Morto, chiamato dagli antichi Lacus
Asphaltites, dove un tempo si trovavano Sodoma e Gomorra. Dopo
quello, molte città e nazioni famose e rinomate: la Mesopotamia, nella quale sono entrato attraversando il fiume Eufrate, che bagnava il
Paradiso, e dove si trova la città di Ur dove Abramo nacque; le due
Medie, l’alta e la bassa, la Partia, l’Armenia, la Persia, attraversando
la quale ho raggiunto l’India orientale. Ora sono alla corte del Gran
Mogol, in una città chiamata Ajmer, che si trova alla distanza di duemilasettecento miglia da Gerusalemme34, e ho percorso tutto questo
tedioso cammino a piedi con non poca fatica fisica e disagio. Poiché mi
trovo tanto straordinariamente lontano dal dolce e assai delizioso mio
suolo natìo d’Inghilterra, forse dubiterai di come sia possibile per me
tornare di nuovo a casa, ma spero di allontanare da te quel pensiero
sconfortante (se almeno ne concepirai uno tale), perché voglio che tu
sappia che viaggio sempre da un luogo all’altro in modo sicuro, in compagnia di carovane. Carovana è una parola molto usata in tutta l’Asia,
con la quale si intende una grande moltitudine di persone che percorrono la strada insieme con cammelli, cavalli, muli, asini, eccetera, su
cui portano mercanzie da un paese all’altro, e tende e padiglioni sotto i
quali, invece che nelle case, si riparano nei campi aperti, essendo anche
forniti di tutte le provviste necessarie e degli oggetti idonei ad arredarli. In queste carovane ho sempre viaggiato in modo molto sicuro
34
In realtà Coryate percorse almeno tremilatrecento miglia.
Daniela Giosuè
tra Gerusalemme e questa città, un viaggio di quindici mesi e alcuni
giorni, di cui quattro meno una settimana trascorsi ad Aleppo, e due
e cinque giorni circa trascorsi a Isfahan, la città capitale della Persia,
dove il re di Persia tiene corte più di frequente. E il motivo per cui ho
passato sei mesi degli anzidetti quindici in queste due città è stato che
ho dovuto attendere che vi fossero carovane per viaggiare, che non è
sicuro che un viaggiatore trovi subito, quando è pronto per il viaggio,
ma deve attendere con pazienza il momento opportuno. E la carovana
nella quale ho viaggiato tra Isfahan e l’India comprendeva 2000 cammelli, 1500 cavalli, oltre 1000 muli, 800 asini e seimila persone. Che ciò
ti dia dunque, cara madre, una forte speranza in un mio felice ritorno
in Inghilterra35.
Nel corrispondente passo della lettera a Laurence Whitaker
sono presenti indicazioni più precise su alcune tappe intermedie
e sui tempi di percorrenza e di sosta, e brevi passi descrittivi e
apprezzamenti sui luoghi, particolari su cui non vale la pena soffermarsi. Il testo di questa lettera risulta invece molto utile per
ricostruire a grandi linee la parte successiva dell’itinerario, dalla
partenza da Isfahan nel mese di febbraio 1615 all’arrivo ad Ajmer
a metà luglio.
Coryate racconta all’amico che seguendo la carovana attraversò
parte della Persia e dell’India, visitando Lahore, «una delle città più
grandi di tutto l’universo […], ma una dozzina di giorni prima di arrivare a Lahore attraversai il famoso fiume Indo, che è ancor più largo del nostro Tamigi a Londra»36. Più avanti aggiunge che il tragitto
tra Lahore e Agra, la «città […] in cui il Mogol, ad eccezione che in
questi due anni, ha sempre tenuto corte»37 lo percorse in venti giorni,
e quello tra Agra e Ajmer in dieci, precisando infine che il viaggio da
Gerusalemme alla corte del Gran Mogol lo fece tutto «a piedi, ma
con diverse paia di scarpe»38. Per chi conosce Coryate il particolare
delle scarpe è estremamente importante, perché fa tornare alla memoria quelle con cui compì il viaggio sul continente che lasciò appese
Dal Somerset alla corte del Gran Mogol
nella chiesa di Odcombe, dove sembra siano rimaste almeno fino al
diciottesimo secolo39.
Giunto ad Ajmer, dove restò circa quattordici mesi, Coryate fu
accolto presso la stazione commerciale della Compagnia delle Indie
Orientali dove trovò, oltre al reverendo Peter Rogers, «uno dei capi
dei mercanti inglesi [Mr. William Edwards, un onesto gentiluomo
che mi tratta con molto amorevole rispetto]40, con altri nove miei
connazionali»41. Sempre parlando del soggiorno ad Ajmer egli scrive
che abitò «nella casa dei mercanti inglesi, miei amati connazionali,
senza spendere nulla di nulla per mangiare e bere, per il bucato, per
l’alloggio o qualsiasi altra cosa»42.
In un passo della lettera a Laurence Whitaker l’autore dà una
serie di notizie sull’entità delle ricchezze e sull’estensione dei possedimenti del Gran Mogol Jahangir, mettendoli a confronto con
quelli degli altri due grandi imperi, quello persiano e quello turco
ottomano43.
Come già precedentemente accennato, nella stessa lettera Coryate delinea il ritratto del sovrano, che non chiama mai Jahangir, ma
con altre parti del suo lunghissimo nome, Selim44 e Shaugh Selim45,
offrendo nel contempo sguardi suggestivi sul fastoso scenario della
corte e dei suoi cerimoniali:
Il principe attuale è una persona di grande valore di nome Selim
[…]. Ha 53 anni46, il giorno della sua nascita essendo stato celebrato
con splendida pompa dopo il mio arrivo qui. Quel giorno egli si è pesato su una bilancia d’oro, cosa che per grande fortuna ho visto il giorno
stesso, [ed è] un’usanza che egli osserva con grande piacere ogni anno,
39
C. Nicholl, The Field of Bones, cit.
40
T. Coryate, Thomas Coriat Traueller, cit., p. 28.
41
Ivi, p. 18.
42
T. Coryate, Mr Thomas Coriat to his Friends, cit.
35
T. Coryate, Thomas Coriat Traueller, cit., pp. 49-50.
43
T. Coryate, Thomas Coriat Traueller, cit., pp. 21-23.
36
Ivi, pp. 13-14.
44
Ivi, p. 20.
37
Ivi, p. 18.
45
Ivi, p. 43.
38
Ivi, p. 19.
46
Essendo nato nel 1569, nel 1615 Jahangir aveva in realtà quarantasei anni.
170
171
Daniela Giosuè
Dal Somerset alla corte del Gran Mogol
ponendo sull’altro piatto un quantità d’oro corrispondente al peso del
suo corpo, e poi ha distribuito lo stesso ai poveri47.
che io abbia mai sentito dire sia stato inviato a un principe in tutta la mia
vita; questo consisteva di diverse parti, una erano elefanti, [in numero
di] 31, e di questi, due tanto magnificamente adornati che mai ho visto
[…], né mai rivedrò nulla di simile finché vivrò: avevano quattro catene
attorno al corpo tutte d’oro battuto, due catene intorno alle zampe dello
stesso, ornamenti di oro puro per i glutei e due leoni sulla testa del medesimo oro. Gli ornamenti di ciascun elefante ammontavano a un valore
di quasi ottomila sterline, e l’intero dono valeva dieci leak […]: essendo
un leak diecimila sterline, in tutto centomila sterline54.
Più avanti Coryate scrive che il sovrano ha una carnagione olivastra ed è fisicamente gradevole, poi continua:
La sua statura è di poco diversa […] dalla mia, ma è molto più corpulento di me»48. […] Si dice che sia incirconciso, e in ciò egli si differenzia da tutti gli altri principi maomettani che siano mai esistiti al mondo. Parla in modo molto riverente del nostro Salvatore chiamandolo in
lingua indiana Isazaret Eesa, cioè il grande profeta Gesù, e tratta tutti
i cristiani, specialmente noi inglesi, tanto benevolmente quanto nessun
principe maomettano49. […] Il re si presenta ai nobili infallibilmente tre
volte al giorno: al sorgere del sole, che adora con l’elevazione delle mani,
a mezzogiorno e alle cinque della sera; ma sta in una stanza in alto, da
solo, e guarda su di loro da una finestra che ha una sontuosa copertura ricamata sostenuta da due pilastri d’argento per dargli ombra50 […].
[Egli] mantiene un migliaio di donne per il proprio corpo, la più importante delle quali, la sua regina, si chiama Normal51.
Ripensando ai «doni eccellenti di grande valore da parte della Compagnia, tra cui una splendida carrozza del valore di 150
sterline»52 portati da Roe a Jahangir, e fermo restando che i parametri di valutazione dell’entità dei doni nella società indiana di allora
non si basavano sul loro prezzo in denaro, ma erano strettamente
correlati con l’autorità del donatore e del destinatario53, vale la pena
di mettere a confronto il passo citato con un altro in cui risulta chiaro che genere di regali il sovrano fosse abituato a ricevere:
Dopo il mio arrivo qui, è stato inviato al re uno dei doni più ricchi
Durante il lungo periodo trascorso ad Ajmer Coryate si dedicò con
passione allo studio del persiano, del turco e dell’arabo. Nella seconda
lettera alla madre scrive che nei paesi che dovrà attraversare sulla via
del ritorno la conoscenza di queste lingue gli sarà «tanto utile quanto
i soldi nella borsa, essendo il principale o, meglio, l’unico mezzo per
ottenere denaro se mi dovesse accadere di trovarmi senza»55.
Fu probabilmente nel mese di agosto del 1616 che Coryate, di
nascosto dall’ambasciatore e suscitando le sue ire, pronunciò un discorso in persiano davanti al Gran Mogol presentandosi come un fachiro, un derviscio56, quindi certamente come un povero mendicante
ma, secondo la mentalità orientale – e ciò a Coryate non sfuggiva di
certo – un mendicante degno di grande rispetto:
E per quanto riguarda la lingua persiana, che ho studiato molto
seriamente, ho raggiunto una tale ragionevole abilità, e questo in pochi mesi, che ho fatto un’orazione al re davanti a molti dei suoi nobili
in questa lingua, e dopo aver terminato la stessa, ho anche conversato
con sua maestà in tale lingua senza difficoltà e con familiarità57.
Uno dei punti del discorso di Coryate era la richiesta al Gran
Mogol di un lasciapassare per la Tartaria, poiché era suo desiderio
visitare la tomba di Tamerlano a Samarcanda. Il sovrano lo dissuase
ardentemente dal portare avanti il suo proposito, spiegandogli che a
47
T. Coryate, Thomas Coriat Traueller, cit., pp. 20-21 passim.
48
Ivi, p. 21.
49
Ivi, pp. 23-24.
50
Ivi, p. 25.
54
T. Coryate, Thomas Coriat Traueller, cit., pp. 31-32.
51
Ivi, p. 26.
55
T. Coryate, Mr Thomas Coriat to his Friends, cit.
52
Ivi, p. 35; vedi supra, citazione e nota 29.
56
Ivi.
53
Cfr. J. G. Singh, Colonial Narratives, cit., p. 27 e passim.
57
Ivi.
172
173
Daniela Giosuè
causa dell’inimicizia tra lui e i tartari le sue lettere non lo avrebbero
assolutamente aiutato e che, considerato l’odio dei tartari verso i cristiani, sarebbe stato sicuramente ucciso.
Terminata l’udienza, il Gran Mogol gli gettò dalla finestra alla
quale stava affacciato «cento monete d’argento, ognuna del valore di
due scellini, equivalenti a dieci sterline […] dentro un telo annodato
ai quattro angoli»58. Riguardo all’entità della somma elargitagli, il
reverendo Terry scrive:
Dal Somerset alla corte del Gran Mogol
siano acqua pura) mi sostenteranno molto discretamente tre anni nel
mio viaggio per mangiare, bere e vestirmi61.
Sperando di ricevere altro denaro per coprire le spese, e non essendo riuscito a vedere il re di Persia all’andata, Coryate parla alla
madre del suo progetto per ottenere un’udienza dal sovrano durante
il viaggio di ritorno:
Finora non ho avuto l’opportunità di vedere il re di Persia […], ma
ho deciso di andare da lui quando arriverò vicino ai suoi territori, e di
cercarlo ovunque io possa trovarlo nel suo regno per vedere di poter discorrere con lui in lingua persiana. Non dubito che andando da lui in
forma di pellegrino, non solo mi riceverà con buone parole, ma mi darà
una degna ricompensa che si addica alla sua dignità e alla sua persona;
per la qual causa mi sono premunito in anticipo con un pezzo eccellente
scritto in persiano che ho intenzione di presentargli. In tale maniera
spero di ottenere benevolenze da persone illustri per mantenermi in
modo adeguato per tutto il pellegrinaggio fino al mio ritorno in Inghilterra, e ritengo che questo sia un corso altrettanto lodevole e più sicuro
[da seguire] che se portassi continuamente molto denaro con me62.
Guardando a lui come a un derviscio, un devoto, un pellegrino
[…], e coloro che portano quel nome in quel paese non sembrano curarsi molto del denaro, quella, immagino, fu la ragione per cui [il Gran
Mogol] non gli diede una ricompensa più abbondante59.
In altri passi delle lettere Coryate riferisce da chi e come ha ricevuto somme di denaro e quanto ha con sé, e si preoccupa costantemente di procurarsi risorse sufficienti per andare avanti senza problemi e senza correre il rischio di essere derubato come gli accadde
in Mesopotamia, ben sapendo, sulla base dell’esperienza dell’andata,
che per sostentarsi nel viaggio di ritorno gli sarebbe bastato molto
poco. Nella lettera a Laurence Whitaker scrive:
Durante i miei dieci mesi di viaggio tra Aleppo e la corte del Mogol ho speso solo tre sterline, eppure a tavola mi sono trattato ragionevolmente bene ogni giorno, essendo le vettovaglie così a buon mercato
in alcuni paesi in cui ho viaggiato, che molte volte ho vissuto discretamente per un centesimo al giorno60.
Questo è invece quanto si legge nella seconda lettera alla madre:
Nel mese di settembre del 1616 la corte del Gran Mogol lasciò
Ajmer per spostarsi a Mandu, e l’ambasciatore e i suoi più stretti
collaboratori furono costretti a seguirla. Da più passi delle lettere
risulta chiaro che per il viaggio di ritorno, messa da parte l’idea di
arrivare fino a Samarcanda per rendere onore alla tomba di Tamerlano, Coryate aveva in mente di fare la stessa strada dell’andata, e per
questo decise di non seguire l’ambasciatore e di dirigersi di nuovo
ad Agra in compagnia di due mercanti. Nella seconda lettera alla
madre egli scrive:
Attualmente […] ho circa dodici sterline che, secondo il mio
modo di vivere lungo il cammino a due centesimi al giorno (poiché
con tale somma posso vivere abbastanza bene, tanto è basso il prezzo
delle cose da mangiare in Asia, mentre le bevande non costano nulla,
dato che nel mio pellegrinaggio raramente bevo altri liquidi che non
Il luogo dal quale ho scritto questa lettera è Agra […], la capitale di tutto il dominio del […] Mogol, a 10 giorni di viaggio dalla sua
corte nella detta Ajmer […], da cui sono partito il giorno 12 settembre
dell’anno 1616 dopo avervi dimorato 12 mesi e 60 giorni63.
58
Ivi.
61
T. Coryate, Mr Thomas Coriat to his Friends, cit.
59
E. Terry, A Voyage, cit., p. 67.
62
Ivi.
60
T. Coryate, Thomas Coriat Traueller, cit., pp. 28-29.
63
Ivi.
174
175
Daniela Giosuè
Dall’inizio del 1617 Coryate riprese a viaggiare e visitò, tra altri
luoghi, Kangra e Hardwar, come documentato in parte nelle lettere
e in parte negli scritti di Roe e Terry. Nel passo seguente egli parla
alla madre della sua prossima visita ad Hardwar in occasione del
capodanno Indù64:
In questa città di Agra dove sono ora resterò ancora circa tre settimane, al fine di attendere un’eccellente opportunità, che allora mi si
offrirà, di andare al famoso fiume Gange, a circa cinque giorni di viaggio, per osservare un raduno memorabile del gentile popolo di questo
paese, chiamato Baieans, al quale circa quattrocentomila persone si recano allo scopo di bagnarsi e radersi nel fiume, e sacrificare un mondo
d’oro al fiume stesso, parte in monete e parte in grandi pezzi massicci
e [barrette in forma di] cunei, gettandolo nel fiume come sacrificio e
compiendo altri strani cerimoniali molto degni di osservazione [...].
Questa celebrazione la fanno una volta l’anno, recandosi là da luoghi
lontani quasi mille miglia, e onorano il fiume come dio, creatore e salvatore65.
Nel mese di luglio del 1617 Coryate tornò ad Agra e l’ambasciatore, avuta notizia del suo rientro, in una lettera del 20 luglio
inviata da Mandu a un agente della stazione commerciale chiese
di conoscere se il viaggiatore avesse deciso di prendere la strada
del ritorno o restare e, nella seconda ipotesi, se avesse intenzione
di raggiungerlo e seguirlo. L’ambasciatore era infatti in attesa di
istruzioni dall’Inghilterra, e non sapeva ancora se avrebbe dovuto trasferirsi in Persia o, come sperava, tornare in patria via mare
all’inizio del 1618.
Poiché entrambe le opzioni risultavano per lui interessanti,
Coryate decise di unirsi di nuovo al seguito dell’ambasciatore e arrivò a Mandu all’inizio di settembre. Fu allora che conobbe il reverendo Terry e condivise con lui la camera e, durante gli spostamenti,
la tenda. Dalle notizie fornite da Terry per questo periodo risulta
chiaro che lo stato di salute dell’instancabile camminatore non era
Dal Somerset alla corte del Gran Mogol
affatto dei migliori, e che egli stesso cominciava a temere per la propria vita66.
Nel frattempo dall’Inghilterra arrivarono per Roe ordini molto
diversi da quelli che attendeva, che gli imponevano di continuare a
seguire l’imperatore ovunque andasse e che, a causa del lentissimo
andamento delle negoziazioni, non gli lasciavano alcuna speranza di
poter tornare a casa prima che fosse trascorso un altro anno.
Così, quando il 24 ottobre del 1617 la corte del Gran Mogol lasciò
Mandu per una destinazione non certa, sperando che fosse Agra, il 29
ottobre Coryate partì con Roe. Raggiunta Dhar fu però chiaro che il
sovrano era diretto a Gujarat, e il camminatore, ormai troppo stanco,
decise di proseguire da solo fino a Surat, dove avrebbe trovato certa
ospitalità presso la stazione della Compagnia. Egli lasciò l’accampamento intorno al 13 novembre, e al suo arrivo a Surat fu accolto con
gioia dai mercanti, i quali gli offrirono un vino chiamato sack67.
Abituato a bere quasi esclusivamente acqua68, il povero Thomas
fu ben felice di dissetarsi con il buon vino spagnolo arrivato dall’Inghilterra, ma ciò non fece che peggiorare la dissenteria che lo perseguitava da chissà quanto tempo, conducendolo rapidamente alla
morte nel mese di dicembre del 1617.
Sulla via del ritorno egli avrebbe voluto visitare di nuovo la Persia
e rendere onore al suo re e poi, come scrisse alla madre, passando per
Babilonia e Ninive e il monte Ararat, dove l’arca di Noè si posò, [tornare] ad Aleppo dai miei connazionali e […], per la via di Damasco,
ancora una volta a Gaza nella terra dei Filistei fino al Cairo, in Egitto.
Di là, lungo il Nilo, ad Alessandria, da dove, finalmente, spero di potermi imbarcare per qualche parte del mondo cristiano69.
Tra le altre possibili vie per il ritorno che il viaggiatore pensava di seguire vi era quella attraverso la Turchia e Costantinopoli,
66
Cfr. E. Terry, A Voyage, cit., pp. 71-72.
67
Vino bianco secco importato in Inghilterra dalla Spagna e dalle Canarie durante i secoli XVI e il XVII.
64
Cfr. W. Foster, Early Travels, cit., p. 238.
68
V. supra, citazione e nota 61.
65
T. Coryate, Mr Thomas Coriat to his Friends, cit.
69
T. Coryate, Thomas Coriat Traueller, cit., p. 51.
176
177
Daniela Giosuè
la Grecia continentale e la Slavonia, dalla quale avrebbe raggiunto
«l’inestimabile diamante incastonato nell’anello dell’Adriatico […]
la venerea Venezia»70.
Il suo ultimo desiderio prima di rientrare in patria sarebbe stato,
infine, quello di viaggiare per altri «due anni in Italia e sia nell’alta
che nella bassa Germania»71.
I suoi sogni furono sepolti con lui in un’anonima, misera tomba
che il reverendo Terry andò a visitare nel 1619, segnalandola in un
luogo poco lontano da Surat72 che sembra non corrispondere affatto
con i siti in cui altri due viaggiatori, Sir Thomas Herbert nel 162773,
e John Fryer circa cinquant’anni dopo74, credettero di individuare la
tomba del «fachiro inglese»75.
70
Ivi, p. 40.
71
Ivi, p. 51.
72
Cfr. E. Terry, A Voyage, cit., p. 55.
73
T. Herbert, Some Yeares Travels into Divers Parts of Asia and Afrique, London
1638, p. 35.
74
J. Fryer, A New Account of East India and Persia, London 1698, p. 100.
75
Ibidem.
178
Scarica

Sentieri ripresi - Unitus DSpace - Università degli Studi della Tuscia