La primavera precedente il nostro incontro
di Sarah Rees Brennan
Tradotto da: www.thelynburnlegacy.com
DISCLAIMER:
La novella che troverete qui di seguito è proprietà esclusiva di
Sarah Rees Brennan
ed è stata rilasciata online, gratuitamente, nella versione originale
in lingua inglese, che potete trovare qui.
*
La traduzione è opera di www.thelynburnlegacy.com, che ha
ricevuto il permesso di tradurla dall’autrice stessa e la rende
disponibile altrettanto gratuitamente.
Buona lettura.
1
La primavera precedente il nostro incontro
di Sarah Rees Brennan
Tradotto da: www.thelynburnlegacy.com
La primavera precedente il nostro incontro
La notte era braccia vuote e tu uno spettro
immobile. E di giorno la tua luce tenue
baluginava nella strada. Non sono mai
stato pazzo per l’amore, ma morivo per la
voglia di te.
--Rupert Brooke
Certi ragazzi, a scuola, potevano solo essere
descritti come studenti impossibili, pazzi e cattivi;
Jared Moore era il loro re. Mariel l’aveva visto solo
da lontano, mentre vagava con una giacca di pelle
addosso e un’espressione accigliata in viso, e tanto
le era bastato per farle prendere la decisione di
stargli il più lontana possibile. Così, quando le
chiesero di parlargli, Mariel sentì l’esigenza di
puntualizzare: “Non sono io la vera consulente,
sapete?”
Non lo era per davvero. La consulente in carica
aveva lasciato il lavoro all’inizio di quell’anno, a
causa di “problemi di salute”. Una mezza verità, se
sostituivi “alcol” a “salute”, e certi giorni Mariel
proprio non riusciva a biasimarla.
Il liceo Hunters Point, a San Francisco, non si
trovava nell’area che Mariel avrebbe scelto per
lavorare se le fosse stato concesso farlo, né era la
scuola dei suoi sogni, ma aveva dovuto
accontentarsi di ciò che le era capitato. Aveva
insegnato arte part-time per un po’, e poi un
giorno uno studente era arrivato in classe con
un’espressione decisamente sconvolta, e lei gli
aveva parlato.
Dopo, il preside l’aveva chiamata nel suo
ufficio e si era messo a mormorare vaghe
osservazioni sul fatto che Mariel era brava con i
ragazzi, vicina a loro per età, e che non c’erano
altri candidati validi, quindi non le sarebbe
andato, per caso, di ricoprire la carica di
consulente in maniera non ufficiale per la durata
di quell’anno scolastico?
Per la scuola era economico, e quei soldi
servivano a Mariel per pagare l’affitto. Le piaceva
ascoltare i ragazzi, nella maggior parte dei casi;
quelli che si presentavano da lei di loro spontanea
volontà erano alla ricerca di un amico, e a Mariel
dava una bella sensazione poterlo essere. Il
tredicenne Vincent Carrera era andato da lei
perché vittima di bullismo, e quindi Mariel aveva
parlato con gli altri ragazzi; anche se questo non li
aveva spinti a diventare tutti amici, le cose erano
decisamente migliorate. La quindicenne Cindy St.
Clair si era presentata nel suo ufficio
principalmente per piangere e farsi dare una Coca
Cola, ma dopo il loro incontro Mariel aveva
parlato con gli altri insegnanti della situazione di
Cindy, che doveva barcamenarsi tra la scuola e un
bambino piccolo. Questo aveva fatto sì che le cose
si alleggerissero abbastanza da permetterle di
continuare a frequentare il liceo.
Fare la differenza nelle vite dei ragazzi non era
certo
il
sogno
spensierato
che
aveva
accompagnato gli anni del college per insegnanti
di Mariel, ma la faceva sentire utile, ed era a
questo che si aggrappava nei giorni in cui tornava
stanca morta nel suo orribile appartamento, da
quella compagna di stanza che arrivava
addirittura a scrivere il suo nome sui gusci delle
uova. Mariel sentiva di aver scelto la strada giusta,
di avere un posto solido in cui vivere e su cui
costruire la sua vita.
Ma c’erano anche altri ragazzi.
Sin dall’inizio, sin da prima di incontrarlo sul
serio, Mariel aveva avuto la ferrea convinzione di
non poter aiutare Jared Moore.
Aveva ragione.
*
“Quello con la motocicletta?” chiese all’interno
della stanza degli insegnanti, accoltellando la sua
insalata con una forchetta di plastica; ci mise così
tanta forza da trapassare la lattuga e colpire il
contenitore. “È un classico CFISS.”
La sigla stava per “Come Fa l’Idiota a Stare a
Scuola?”. La prima volta che l’aveva sentita
pronunciare, lì alla Hunters Point, Mariel era
inorridita, ma era bastato appena un mese perché
cominciasse a usarla a sua volta.
I ragazzi più grandi erano sempre i peggiori;
non c’è una grande differenza d’età tra i diciassette
e i ventitré anni, e alcuni di loro possedevano una
spavalderia cattiva, un desiderio inespresso di
farle capire che erano più grandi e forti di lei. Le
facevano proposte e la insultavano, in entrambi i
casi solo per vedere la professoressa un po’
spaventata.
Mariel non aveva avuto particolari contatti con
Jared Moore, che chiaramente non aveva
un’indole artistica. Era uno dei ragazzi più grossi.
Mariel non era di certo euforica all’idea di restare
intrappolata nel suo piccolo ufficio da consulente
con un adolescente problematico alto sei piedi.
Jared era il tipo di ragazzo che cresce più
velocemente a livello fisico che mentale: sebbene
fosse infantile era anche molto forte; il risultato
era che finiva col combinare guai più grandi di
quelli che aveva intenzione di fare.
“Ha le sue buone ragioni per essere
problematico, comunque,” commentò Susan,
l’unica altra insegnante della scuola a essere nata
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La primavera precedente il nostro incontro
di Sarah Rees Brennan
nella stessa decade di Mariel. “Suo padre è morto
all’inizio di quest’anno.”
Nel petto di Mariel fiorì una compassione
riluttante, lo stesso tiepido bisogno di aiutare che
aveva provato con Cindy.
Bisogno che morì appena un momento dopo,
dopo che Susan ebbe detto, con fare pensoso:
“Gira voce che l’abbia ammazzato Jared.”
“Sono abbastanza sicura che ti spediscano
nell’ufficio del preside, in caso di omicidio,”
commentò Mariel. “Come minimo.”
Alcuni dei ragazzi della Hunters Point erano
nel giro del crimine, e questo Mariel lo sapeva.
Non si sarebbe sorpresa se le avessero parlato di
un’auto rubata o di un coltello o di un qualche
genere di droga. Ma l’assassinio era un concetto
troppo grande, così terribile da risultare ridicolo.
Un sussurro che conduceva sinistramente a un
ragazzino…
Doveva esserci qualcosa, in lui, qualcosa di
sbagliato. Lo stavano spedendo da lei, dopotutto.
Non era stata un’idea di Jared.
Il pensiero di doverlo incontrare divenne un
carico sempre più pesante sulle spalle di Mariel; la
fece addirittura scattare, quella mattina, contro la
sua compagna di stanza, e rese più gravoso ogni
passo che faceva per raggiungere le classi. La
madre di Mariel era solita dire “Il corvo sta
volando su di te” quando aveva la sensazione che
stesse per succederle qualcosa di brutto, e per
tutto il giorno il corvo volò su Mariel, un terrore
irrazionale che la seguiva come un’ombra.
Per quando arrivò l’ora di avviarsi riluttante
verso il suo ufficio, però, Mariel scoprì di sentirsi
sollevata: non importava quanto tutta la
situazione avrebbe potuto rivelarsi sgradevole, e
quanto cattivo Jared avrebbe potuto essere, presto
sarebbe tutto finito. E dopotutto quanto poteva
essere stronzo un ragazzino? Quanto spaventoso?
Aprì la porta, una lastra di legno così sottile da
permettere a tutte le persone fuori dalla stanza di
sentire i pianti all’interno, e l’anta scricchiolò. La
luce era già accesa, e il ragazzo stava stravaccato
su una sedia davanti alla sua scrivania, sistemato
in maniera così strana e sprofondato così tanto da
non poter assolutamente stare comodo, anche se
la piega del suo corpo lungo e sottile sembrava
disinvolta. Di lui riusciva a vedere quasi solo pezzi
della giacca di pelle malconcia e spalle accasciate.
Stava leggendo un libro.
Non appena sentì il rumore della porta, Jared
si lanciò una rapida occhiata intorno e nascose il
romanzo nella giacca.
“Cosa stavi leggendo?” domandò Mariel in
tono casuale e piacevole. Bisognava cominciare
con leggerezza.
“I Tre Moschettieri,” rispose il ragazzo; aveva
una voce roca e adulta.
“Oh,” fece Mariel. “Per scuola?”
“Sì,” confermò Jared lentamente, come se le
stesse rivelando un segreto di Stato. “Lo sto
trovando davvero rozzo. Troppe parole lunghe,
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capisce? Ma spero che le cose migliorino con
l’arrivo dei moschettieri.”
“I moschettieri?” chiese Mariel. Non l’aveva
mai letto, quel libro, ma era praticamente certa
che quei tizi comparissero sin dall’inizio.
“Sì,” ripeté Jared, stavolta un po’ più
rapidamente, come se si sentisse sicuro
dell’argomento. “Sono quasi certo che si tratti di
armi, giusto? Moschettieri? Fa pensare a un’arma.
Per certi versi spero che faranno esplodere
qualcosa.”
“Davvero?”
“Tutti i lavori di finzione migliorano con
un’esplosione,” spiegò Jared. “È uno dei
fondamenti dell’esistenza.”
Mariel non era certa di sapere come
rispondergli. Si prese un attimo per sedersi alla
scrivania e riordinare delle carte, come se queste
fossero di qualche importanza per la discussione e
la riguardassero.
Da vicino Jared Moore era persino più grosso
di quel che si era aspettata: alto, uno di quei
ragazzi che ovviamente fa un sacco di palestra.
Però non pareva star facendo alcuno sforzo per
sembrare più grande di quanto non fosse. A
Mariel non sembrò che stesse cercando di
intimidirla. Aveva avuto a che fare, in precedenza,
con elaborate pretese di indifferenza, messe in
scena che servivano solo per farla sentire piccola;
ma in questo caso era diverso. Jared l’attraversava
con lo sguardo con una quasi totale assenza di
interesse; la sua espressione non era vuota,
quanto piuttosto distante.
Aveva degli occhi strani, molto pallidi, di un
grigio freddo che sembrava continuare per tante
tristi miglia. Mariel si scoprì a sopprimere un
brivido. Le venne in mente che Susan l’aveva
definito un ragazzo pieno di problemi.
Guardandolo negli occhi, non era difficile da
credere.
Jared era un giovane bellissimo, pensò, ma non
era questa la prima cosa che notavi di lui: a primo
acchito ti colpivano il suo sguardo freddo e
cristallino e la cicatrice.
La cicatrice era un taglio bianco sulla parte
sinistra del suo viso, che partiva dalla mascella per
finire sull’alto zigomo; una linea così rigida da
dare al resto del suo viso ossuto un’aria segreta e
sinistra.
Mariel ricordò a se stessa che Jared era solo un
ragazzo. Si supponeva che lei dovesse dargli una
mano. O almeno provarci.
“C’è qualcosa di cui vuoi parlare?” chiese, e con
sforzo piegò le labbra in un sorriso disinvolto.
“Visto che siamo qui.”
“No,” rispose Jared, con un tono che voleva
prendere in giro la voce zelante di lei. “C’è
qualcosa di cui vuole parlarmi lei?”
Nessuna risposta.
“Bella chiacchierata,” commentò Jared. “Posso
andarmene, adesso?”
“Direi proprio di no,” fece Mariel.
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La primavera precedente il nostro incontro
di Sarah Rees Brennan
Jared non se ne andò, anche se per un attimo
Mariel aveva quasi pensato che l’avrebbe fatto e
che non sarebbe riuscita a fermarlo. Ma da quel
momento in poi tutto ciò che le riuscì di cavargli
di bocca furono risposte monosillabiche tipo:
“Come va con la scuola?”
“Bene.”
“Alcuni tuoi voti sembrano star peggiorando.”
“D’accordo, non bene.”
“Come ti senti a riguardo?”
“Bene.”
Gli occhi del ragazzo la disturbavano più di
quanto avrebbero dovuto; Jared la osservava con
la sua testa bionda inclinata all’indietro, come se
tutta quella conversazione fosse un gioco a cui
stava giocando, ma che non lo stava divertendo.
Mariel non si era aspettata neppure ciò che
successe alla fine: Jared si alzò con un unico,
fluido movimento e raggiunse precipitosamente la
porta, allontanandosi da lei; sembrava star
cercando di tenere una certa distanza loro, come
se Mariel fosse una specie di minaccia.
*
“Chi sta facendo leggere ai ragazzi I Tre
Moschettieri?” domandò Mariel il giorno dopo,
mentre si preparava il caffè.
Seguì un momento di confusione generale,
finché non divenne chiaro a tutti che non lo stava
facendo nessuno, e che Jared si era
semplicemente preso gioco di Mariel.
“Ho notato che legge un sacco,” osservò
Deirdre Monaghan, l’insegnante d’inglese. “È un
peccato che questo non giovi alle sue tremende
performance scolastiche.”
Mariel continuò a sentirsi imbarazzata per un
po’; tuttavia, proprio non riuscì a scacciare il
pensiero di ciò che era successo durante le ore di
lezione. Il ragazzino aveva avuto tutta l’intenzione
di essere maleducato, ma quest’evidente prova di
immaginazione e senso dell’umorismo lo rendeva
più accessibile, giovane; il genere di persona a cui
Mariel avrebbe potuto dare una mano.
Diede un’occhiata ai documenti che lo
riguardavano: non controllò solo i voti, ma anche
la roba delle scuole medie, le annotazioni fatte da
consulenti qualificati. Ne aveva incontrati un
sacco.
Suo padre era morto proprio prima dell’inizio
della scuola, in quello che nei documenti veniva
descritto come un incidente. Tra le carte c’erano
un sacco di richiami dovuti alle scazzottate a cui
Jared aveva partecipato, ma questo per Mariel
non era una novità; ad attirare la sua attenzione fu
qualcos’altro.
Apparentemente, quel ragazzo era pieno di
sorprese.
Mariel gli chiese di incontrarla un’altra volta.
Non era sicura che Jared si sarebbe presentato,
ma lo fece, aprendo la porta senza neppure
bussare.
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“Mi ha chiamato, Ms. Delgado?”
“Sì,” confermò Mariel. “Vieni a sederti.”
Il ragazzo le obbedì. Aveva un approccio
diffidente, e una volta sulla sedia ricominciò a
fissare il vuoto, guardando in direzione di Mariel
senza osservarla davvero. Mariel scoprì che era
molto più semplice provare compassione per lui,
se non era costretta a incrociare il suo sguardo.
Ma aveva preso una decisione; ci aveva
lavorato su prima che lui arrivasse.
“Insomma,
cosa
stai
leggendo,
oggi,
ragazzaccio?” gli chiese.
Jared batté le palpebre, come se ci stesse
riflettendo su, e poi tirò fuori una vecchia copia
dell’Ivanhoe dalla sua logora giacca marrone.
“C’è qualche esplosione?” domandò Mariel.
“Non ho ancora perso la speranza,” le disse
Jared. “Sono un ragazzo davvero ottimista.”
La ricompensò con un piccolo sorriso,
probabilmente più un ghigno: un angolo della sua
bocca si sollevò appena. Mariel lo accettò; era
abituata ad accontentarsi di ogni più piccola
vittoria, quando si parlava di cercare di
conquistare un ragazzino.
“Ho sentito dire che leggi un sacco.”
“Io e mamma non abbiamo la televisione.”
“Come va tra te e tua madre?”
“Bene,” rispose Jared, tornando alle sue
annoiate risposte monosillabiche.
Il suo sguardo perso nel vuoto divenne più
intenso, gli occhi grigi distanti come il cielo e
freddi. Mariel pensò che presto avrebbe avuto
anche lei la sensazione di non essere lì.
Sorprenderlo di nuovo le parve la sua migliore
possibilità. “Da bambino avevi un amico
immaginario.”
Jared si raddrizzò sulla sedia. “Mi stai
chiedendo come vanno le cose tra me e lei?”
La sua voce sembrava un po’ affilata; per la
prima volta, a Mariel parve che Jared le stesse
rivolgendo una lieve minaccia.
Notò anche che si era rivolto all’amico
immaginario come a una “lei”, e che ne aveva
parlato al presente.
“Forse,” fece Mariel. “Non ho mai avuto un
amico immaginario, ma so che ce l’hanno in molti.
Come ti fa sentire averne uno? Per favore, non
rispondere ‘bene’.”
“Okay,” le rispose paradossalmente Jared, e
Mariel pensò che non avrebbe ottenuto altro. Ci fu
una pausa, e all’improvviso Jared parve diventare
leggermente più piacevole; era come se si fosse
ammorbidito qualcosa sul suo viso. “Non è troppo
problematica,” disse, il tono canzonatorio; non
sembrava star prendendo in giro Mariel, però.
“Credo che la terrò ancora con me.”
“Quindi è ancora qui?” domandò Mariel, salvo
poi decidere di cambiare approccio, perché la
risposta era ovvia e Jared sembrava di nuovo
annoiato. “Che tipo di cose ti dice?”
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La primavera precedente il nostro incontro
di Sarah Rees Brennan
“Per la maggior parte del tempo mi dice di
bruciare le cose,” rispose Jared. “Secondo lei è una
buona idea?”
Mariel sentì di starsi abituando a restare
impassibile. Inarcò solo un sopracciglio.
“Non mi dice di bruciare le cose,” ammise
Jared dopo un attimo. “Non è così. Lei è…
insomma. È gentile. Pensa che la scuola sia
importante.”
“Sembra dolce,” commentò Mariel cautamente.
“Somiglia un po’ a una... piccola mamma?”
Jared sorrise di nuovo, stavolta lasciando
intravedere i denti. “Non è per niente come una
mamma.”
“Non come tua madre?”
“No,” confermò Jared. “Ha la mia età. E a mia
madre non piaccio molto. Non che io la biasimi
per questo.”
“Non biasimi tua madre per… Pensi di non
piacerle? Jared, sono sicura che non è così.”
Jared rimase fermo e indifferente come una
pietra. C’era un solo modo per restituire al suo
viso un lampo di interesse, e Mariel lo conosceva.
“Ma a lei piaci?” domandò. “All’amica
immaginaria?”
Jared restò in silenzio per un pochino di più,
anche se il suo volto non ricordava più tanto un
sasso.
“Sì,” rispose alla fine; la sua voce roca era un
po’ più gentile. “E a mia madre no. E ora lei mi
crede pazzo,” aggiunse, recuperando il suo zaino.
“Non posso biasimare neppure lei.”
Aveva tutta l’intenzione di andarsene, adesso;
Mariel non pensava ci fosse un modo per
fermarlo.
“Sarei felice se tornassi di nuovo,” disse.
Non era sicura che l’avrebbe fatto.
*
Lo fece. Mariel non era certa del perché; per
giorni continuò a interrogarsi, chiedendosi se non
fosse per caso una richiesta d’aiuto che non le era
riuscito di interpretare correttamente.
Notò, comunque, che era cauto su ogni
argomento meno uno. E arrivò alla conclusione
che Jared andava lì per la stessa ragione per cui i
ragazzini sono attratti dalle persone interessate a
discutere di ciò di cui vogliono discutere loro:
videogiochi o film, un amico speciale o il parente
che preferiscono o una cotta. Jared voleva parlare
della sua amica immaginaria, e non aveva
nessun’altro con cui farlo.
“Mi fa ridere,” spiegò volontariamente durante
il loro terzo incontro; sulle labbra aveva un sorriso
di autoderisione, ma non aspro come il solito. “Il
che a volte è un problema. In classe è distruttivo.
Mi fa sembrare matto.”
“Questo ti infastidisce?” gli domandò Mariel.
“No,” rispose Jared. “È un problema, ma mi
piace parlare con lei. È divertente, ed è… è gentile.
Mi parla di questi libri gialli che le piace leggere,
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libri in cui l’omicidio l’ha commesso il
maggiordomo con un candeliere, e vive in una
casa dal tetto di paglia e ha due fratelli.”
“Sai un sacco di cose su di lei,” commentò
Mariel, cercando di suonare il più naturale
possibile.
“Non mi dice più tante cose come quando
eravamo bambini,” disse Jared. “Ma io ricordo
tutto.”
Era pietoso, sentir parlare un ragazzino di una
casa immaginaria, abitazione di qualcuno che
aveva creato con la mente. Ma era anche parecchio
strano osservare quel ragazzone grande e
dall’aspetto pericoloso parlare della sua amica
immaginaria, della sciocca idea di una ragazzina
che abitava in una casa dal tetto di paglia.
Nei suoi occhi, quando parlava di lei, c’era una
luce che nient’altro riusciva a far comparire. Era
tutto tremendamente triste.
“Mi hai detto che stavi pensando di tenerla
ancora con te,” azzardò, dal momento che l’unica
altra cosa che le veniva in mente era: “Forse la tua
amica immaginaria avrebbe bisogno di un ordine
restrittivo immaginario.”
Jared rispose: “Sì.”
Mariel si era abituata ad aspettarsi delle pause
nei discorsi di Jared. Questa volta il viso del
ragazzo non si ammorbidì: guardava Mariel con la
stessa espressione con cui avrebbe osservato un
ladro.
“Lei è mia,” disse. “È l’unica cosa a essere stata
sempre e solo mia.”
“Quindi non ci sono altri parenti nel quadro?”
domandò Mariel. “Non hai dei nonni, o un
cugino?”
“Non c’è nessuno a parte noi due,” le rispose
Jared, e Mariel non riuscì a capire se stava
parlando di se stesso e di sua madre, o di se stesso
e la ragazza immaginaria.
“La tua amica ha un nome?” gli chiese,
morbosamente curiosa di scoprire fino a che
punto si era spinta l’illusione.
Jared esitò. Poi, come se avesse deciso di
potersi fidare di lei e raccontarle un segreto, disse:
“Kami.”
Mariel pensò tra sé a cosa poteva significare
quell’amica immaginaria; tirò fuori dalla libreria
volumi riguardo la schizofrenia, ma non li lesse
del tutto. Era una cosa troppo grande, troppo
spaventosa; quando ci pensava troppo a lungo, gli
orizzonti della sua mente si scurivano per il
panico. Era solo un’insegnante di arte, lei; voleva
aiutarlo, ma non poteva dargli una mano con una
cosa simile.
Dal momento che voleva prestargli aiuto, disse
a se stessa che l’intera faccenda dell’amica
immaginaria non era altro con una confortevole
finzione, una specie di sorella, una ragazzina
inesistente la cui storia poteva rendere migliore la
sua orribile vita familiare; una persona da cui
ricevere affetto, e a cui darne. Era triste pensarla a
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La primavera precedente il nostro incontro
di Sarah Rees Brennan
questo modo, ma almeno così tutto sembrava
aggiustabile. Jared stesso sembrava aggiustabile.
“Se non ti secca rispondere,” gli chiese durante
uno dei loro incontri, “hai una fidanzata? Una
ragazza qui a scuola che ti piace?”
Le studentesse del loro liceo guardavano in
direzione di Jared, anche se Mariel non ricordava
di aver mai visto nessuna di loro tentare davvero
di approcciarlo. Le era venuto in mente che
magari dargli qualche opzione salutare sarebbe
stato d’aiuto. Si rese però immediatamente conto
di aver detto la cosa sbagliata.
“Le ragazze qui a scuola pensano che io sia un
assassino. Proprio come tutti gli altri.”
“Sono sicura che non è così,” negò Mariel, e si
beccò per questo un’occhiata più piatta del solito,
il che significava che Jared non aveva alcuna
intenzione di rispondere a un’affermazione che
considerava
stupida.
“Jared,”
mormorò
debolmente, “io non lo penso.”
“È gentile da parte sua, Ms. Delgado,” le
rispose Jared. “Ma lei non può diventare la mia
ragazza. Sarebbe incredibilmente inappropriato, e
la licenzierebbero.”
Dopo essere riuscito a zittire Mariel in maniera
efficiente, Jared sembrò calmarsi. Mariel aveva
notato che spesso, dopo una pausa, pareva
ingentilirsi, come se si fosse consultato con
qualcuno.
“Non si preoccupi per questo,” disse Jared.
“Non c’è nessuno, qui a scuola. Non voglio una
ragazza.”
“Tu…” cominciò a dire Mariel, e poi si fermò a
riflettere.
C’erano degli opuscoli, sulla sua scrivania, e dei
poster sulle pareti. Poteva farcela; poteva riuscire
a essere cordiale e incoraggiante, a spingerlo a
confidarsi con lei.
“Kami,” domandò con delicatezza, “lo vuole, un
ragazzo?”
Jared sembrò allo stesso tempo sia parecchio a
disagio che divertito. Mariel non sapeva come
gestire il suo divertimento.
“Immagino di sì. Cerco di stare alla larga da
questo genere di cose.”
“Davvero?” disse Mariel. “Capisco.”
“Non credo,” commentò Jared.
“I confini tra voi diventano mai… sfocati?” gli
domandò. “Confusi?”
Il
divertimento
prese
decisamente
il
sopravvento. Jared inarcò un sopracciglio; Mariel
si stava beccando un’occhiata condiscendente da
un sedicenne.
“Non così confusi,” le rispose, e ghignò.
Non sembrava offeso da quell’insinuazione,
come invece avrebbero reagito altri ragazzi. Mariel
lasciò le cose come stavano.
Era un ragazzo strano, la preoccupava e,
talvolta, spaventava, ma si rese conto con stupore
che era diventato uno dei suoi progetti speciali,
come Vicente e Cindy, un ragazzino che sentiva il
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bisogno di aiutare. Non gli stava
nessun’altro una mano.
Se solo lei avesse saputo come fare.
dando
*
Mariel stava tornando a scuola dopo il pranzo
quando vide cominciare la lotta. Era lontana sulla
ghiaia, vicino al parcheggio. Scorse un ciuffo di
capelli rossi che identificò come quelli di Brad
Rowe, un ragazzo che teneva d’occhio; la piccola,
scura figura di Karina Casique, che poi era la
ragione per cui teneva d’occhio Rowe; e la oramai
familiare giacca di pelle marrone di Jared, e i suoi
scompigliati capelli biondo scuro.
Proprio quei capelli finirono sulla ghiaia dopo
attimo dopo: Brad Rowe aveva davvero un brutto
gancio sinistro.
“Fermi!” gridò Mariel in tono allo stesso tempo
di minaccia e di comando. Brad si fermò,
strizzando gli occhi nella sua direzione; Jared,
invece, gli si buttò addosso di nuovo, i denti
scoperti e lo sguardo da folle, e nel farlo quasi
colpì anche Mariel.
“Andiamo,” fece, sfidandolo. “Vieni qui da me.”
Era troppo vicino e troppo arrabbiato.
Sembrava starsi per scagliare contro Mariel,
oppure anche peggio. Osservando il suo volto
furioso, Mariel scorse qualcosa al di là della
rabbia: un sentimento freddo che non sapeva
come chiamare. Incespicò all’indietro. Per un
attimo le passò di mente che quello era il ragazzo
per cui provava compassione; voleva solo stargli il
più lontana possibile.
Jared si fermò con uno sforzo evidente e
straziante, impallidendo.
Tutti i presenti erano immobili.
E poi Karina si scagliò in direzione di Jared.
Lui indietreggiò per evitarla, ma a Mariel sembrò
che Karina non volesse tanto arrivare a lui, quanto
piuttosto al suo viso.
“Sei un fottuto psicopatico, che cazzo di
problemi hai?” urlò Karina. “Lascialo in pace. Hai
già ammazzato una persona e l’hai fatta franca,
non capiterà un’altra volta!”
Jared sorrise, i denti ricoperti di sangue. “E chi
lo sa? Potrei anche riuscirci.”
“Sei così incredibilmente pazzo,” disse Karina,
zittendosi, come se la forza della follia di Jared
l’avesse sottomessa.
“Tutti voi, venite con me,” ordinò Mariel,
prendendo le redini della situazione. “Dobbiamo
andare dal preside. Subito!”
Nell’ufficio del preside, Jared si stravaccò sulla
sedia e accettò in silenzio la punizione. Ma il
giorno dopo, nell’ufficio di Mariel, lei gli disse:
“Perché hai pensato che fare a botte si sarebbe
rivelata una cosa utile o di qualche aiuto?”
Jared smise di ciondolare. “Karina,” spiegò.
“Rowe non dovrebbe afferrarla in quel modo.”
Mariel sapeva bene quello che intendeva Jared:
Brad aveva l’abitudine di agguantare la ragazza
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La primavera precedente il nostro incontro
di Sarah Rees Brennan
troppo all’improvviso e con troppa forza,
spingendola o tirandola in qualsiasi direzione
volesse lui. È per questo che lo teneva d’occhio.
Ma non era certo una ragione sufficiente per
prenderlo a pugni in viso.
“E com’è che l’hai deciso tu?” gli chiese. “O l’ha
fatto Karina? Perché adesso l’hai spinta a
difendere Brad, a pensarsi schierata contro di te e
al fianco di lui. Continuerà a stare dalla sua parte.
È questo che volevi?”
Jared era silenzioso, la bocca piegata in una
maniera orrenda, come filo spinato.
“Lascia che le persone prendano da sé le
decisioni che le riguardano, e poi aiutale,” disse
Mariel. “Io faccio così.”
Jared mormorò qualcosa e poi puntò lo
sguardo nel vuoto, aspettando che fosse la sua
mente a dargli conforto. Dopo un attimo, disse:
“Sì. È un buon consiglio. Ma…”
Si fermò e non aggiunse nient’altro.
Mariel ebbe la sensazione di star mettendo a
posto i vari pezzi di un puzzle. Una madre che non
l’aveva chiesto; un padre morto. Non desiderava
mettere a posto i pezzi, però. Le dava la stessa
sensazione di quando pensava all’amica di Jared,
alla sua possibile follia; una sensazione così
grande e così oscura da somigliare alle nuvole
temporalesche, quelle che riempiono il cielo da
sponda a sponda e non lasciano filtrare neppure
un raggio di luce.
Mariel voleva con tutta se stessa credere che
Jared sarebbe potuto stare bene. Voleva crederlo
innocente.
*
L’appartamento in cui viveva Mariel era una
schifezza, ma almeno era in una parte della città
migliore rispetto alla scuola. Il Punto non era un
posto in cui si sentiva sicura a camminare di notte.
Ogni giorno guidava la sua auto, un vecchio
catorcio, avanti e indietro da casa sua a quel
posto; sapeva perfettamente che i suoi studenti
vivevano tutti lì, che questo influenzava ogni loro
azione, e che aver paura del Punto dopo il
tramonto era come avere paura di una parte di
loro. Ma non poteva evitare di sentirsi così.
Un giorno fu abbastanza sprovveduta da
restare a scuola fino a tardi per lavorare, quindi
una volta uscita dal cancello per raggiungere la
sua auto il cielo era già buio e stava piovendo con
così tanta forza che l’intero mondo sembrava
essersi trasformato in una doccia nera e
lievemente spaventosa. Bastò il primo minuto
sotto l’acqua per farle diventare i vestiti zuppi.
Quando
provò
a
girare
la
chiave
nell’accensione, l’auto tossì, per poi morire come
un gatto malato. Mariel si lasciò sfuggire
un’imprecazione, controllò il suo telefono, che era
scarico, e dal momento che stando chiusa in
macchina non c’era nient’altro che potesse fare
uscì dall’abitacolo e fissò il motore. Riusciva a
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stento a vedere qualcosa, al buio e sotto le pioggia,
figurarsi se sarebbe stata in grado di trovare il
problema.
Dall’altra parte della strada c’era un magazzino
ricoperto di graffiti gialli, che sotto la flebile luce
aveva un’aria lurida: i lampioni erano troppo
distanti, e l’unico più vicino era rotto. Sembrava
che qualcuno l’avesse preso in pieno con l’auto, il
che, visto che quel lampione si trovava vicino sia a
una scuola che a un parcheggio, non pareva
troppo surreale. Le strade intorno alla Hunters
Point Public per Mariel erano familiari, noiose
quanto il retro della sua mano, ma l’oscurità
donava loro dei tratti sinistri, con vicoli
inquietanti e oggetti rotti che somigliavano a denti
frastagliati.
“Ehi,” chiamò una voce dietro di lei, e Mariel
non poté evitare di sobbalzare violentemente.
Anche quella voce sembrava sinistra, come se
fosse parte della notte. “Ms. Delgado?”
Era improbabile che una creatura della notte o,
più probabilmente, un rapinatore decidesse di
rivolgersi a lei chiamandola Ms. Delgado.
Si portò una mano sul cuore, cercando di
rallentare e calmare i battiti, e guardò dall’altra
parte del cofano della sua auto; lì c’era Jared in
sella alla sua motocicletta, il collare della giacca
sollevato a fare da debole scudo contro la pioggia
insistente. Aveva i capelli scuri per colpa della
pioggia, e sembrava più adulto e pericoloso di
quanto le fosse mai parso all’interno di quel
rassicurante spazio che era il suo ufficio.
“Posso darle una mano?”
“Sai qualcosa di motori?” gli chiese.
“No,” rispose Jared. Dopo un attimo aggiunse:
“Kami sì, ma questo non è molto…”
“Non sono dell’umore giusto per sentirti
parlare della tua amica immaginaria!” scattò
Mariel.
Un attimo dopo si sentiva già in colpa. Certo,
era spaventata e infreddolita, ma questo non
bastava a scusare il modo in cui aveva perso la
calma con un ragazzo disturbato.
Jared non rispose, né si rinchiuse nel porto
sicuro che era la sua mente come invece si era
aspettata Mariel. Si allungò sopra il manubrio
della moto e la guardò come se per una volta si
stesse davvero concentrando su di lei.
“Deve chiamare qualcuno?” le chiese. “Ho un
telefono.”
Mariel si vergognò immediatamente per quello
che aveva detto e annuì. Jared le allungò il
cellulare facendo attenzione a non toccarla, ancora
diffidente come un animale selvatico anche dopo
tutti i loro incontri. Mariel fece una telefonata per
far rimorchiare da lì la sua auto, poi restituì il
cellulare a Jared.
“Grazie,” disse. “Sei stato molto gentile.”
“Sono uno che dà,” commentò Jared in tono di
beffa, ma a Mariel parve che si stesse prendendo
gioco di se stesso più che di lei.
7
La primavera precedente il nostro incontro
di Sarah Rees Brennan
“Tornerò in auto ad aspettare,” spiegò Mariel.
“Starò bene. Puoi tornare a casa; ti sei già
inzuppato abbastanza.”
Jared non disse niente che potesse indicare che
non l’avrebbe ascoltata, ma quando Mariel tornò
in auto attese un po’, e Jared era ancora lì.
Abbassò il finestrino.
“Vuoi aspettare qui dentro?”
“No,” le rispose. “Sto bene.”
Mariel esitò. Quel ragazzino non avrebbe
dovuto starsene seduto sotto il diluvio; avrebbe
dovuto ordinargli di tornarsene a casa. Ma non era
certa che l’avrebbe ascoltata, cocciuto com’era, e
poi non voleva soffocare un suo impulso gentile.
Inoltre, avendolo lì con lei si sentiva più al
sicuro. Era una compagnia silenziosa, ma a Mariel
bastava lanciare un’occhiata attraverso il vetro
ricoperto di pioggia del finestrino, appena sfiorato
dal bagliore giallastro di un lampione lontano, per
vedere il profilo di Jared. Aveva ancora le braccia
incrociate sul manubrio, la testa china, le spalle
rigide, e la pioggia correva su quel suo viso strano,
sfregiato, con zigomi alti. Sembrava la statua di
una guardia di un tempio.
Mariel lasciò che restasse, e quando la AAA
venne a rimorchiare l’auto Jared si allontanò
senza una parola. Guidava la moto come un
lunatico, con uno stridio di pneumatici e uno
spruzzo d’acqua.
“Spero non finisca male,” commentò il ragazzo
nel carro attrezzi.
“Sì,” rispose Mariel. “Lo spero anch’io.”
*
Durante il loro incontro successivo, in
quell’ambiente confortevole e familiare che era il
suo ufficio, Mariel disse: “Grazie di nuovo per
l’altra notte.”
La frase le uscì fuori goffa, ma Jared non la
prese in giro per questo. Al contrario sembrò
illuminarsi, un po’ imbarazzato, e per la prima
volta Mariel intravide uno spiraglio nell’armatura
di spigolosa e duramente conquistata maturità di
Jared: sembrava un normale ragazzo della sua età.
“Lascia che le persone decidano da sé e poi
aiutale, giusto?” le disse.
“Giusto,” confermò Mariel.
*
Gli incontri scuola-famiglia serali per Mariel
non erano mai stressanti, non come lo erano per
gli insegnanti di matematica e scienze, che
avevano trascorso le settimane precedenti nella
tormentata attesa delle scenate angosciate a cui
avrebbero dovuto assistere. Mariel doveva invece
presentarsi e basta, sorridere e descrivere l’arte di
buona parte degli studenti come “unica”. I genitori
Carrera e Vincent trascorsero in sua compagnia
una buona mezz’ora, per la maggior parte del
tempo sorridendo e congratulandosi tra loro per la
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situazione attuale di Vincent, mentre il ragazzo si
agitava sulla sua sedia, diviso tra soddisfazione e
un profondo imbarazzo.
Mariel si era guardata intorno alla ricerca di
Jared. Era curiosa di incontrare sua mamma.
Quando i due le si avvicinarono, Mariel comprese
di essere sorpresa, anche se non avrebbe saputo
dire come si era immaginata la madre di Jared
prima di vederla.
“Sono Rosalind Moore,” si presentò la donna al
fianco di Jared, stringendo la mano di Mariel.
“Ms. Delgado? Jared mi ha parlato di lei.”
Le parole erano banali; la donna che le aveva
pronunciate no. Il suo modo di parlare la
identificava come sia decisamente acculturata che
distintamente inglese, diverso dall’accento di
Jared in ogni modo concepibile. Usava anche un
tono molto flebile. Era alta, ma più piccola del
figlio, sottile e con lunghi capelli biondo chiaro
che le scorrevano simili a un fiume lungo le spalle.
Sembrava una naiade irrimediabilmente strappata
dalla sua pozza d’acqua, e cresciuta in un mondo
confuso.
La maggior parte dei genitori si era vestita con
più attenzione del solito, e Jared stesso aveva
rinunciato alla sua onnipresente giacca di pelle
per l’occasione. Rosalind Moore indossava un
prendisole sbiadito. Lei e Jared stavano l’uno
accanto all’altra, ma non si sfioravano per niente.
Mariel prese mentalmente nota che Jared
aveva parlato di lei a sua madre, e se ne
compiacque: non solo perché questo significava
che aveva avuto un qualche effetto su di lui, ma
anche perché ciò implicava che lui avesse cercato
di trovare un qualche contatto con la mamma.
Jared allontanò la sua sedia da quella della
madre e i due presero posto.
“Beh, Jared non fa arte, come ben sa,” disse
Mariel, “ma abbiamo avuto numerose e piacevoli
discussioni riguardo al suo andamento e sui libri
che legge. Legge molto.”
Rosalind sembrava distante, anche se in modo
diverso rispetto a Jared. Di norma, lui sembrava
intensamente concentrato, sebbene l’oggetto del
suo interesse non fosse reale. Rosalind sembrava
assente persino da se stessa, come se niente al
mondo, lei inclusa, fosse importante. Evitò
semplicemente di rispondere a Mariel.
“Anche mamma legge molto,” si inserì Jared,
facendo scorrere lo sguardo dall’una all’altra. Le
sue enormi spalle sembravano leggermente curve,
come se avesse la sensazione che la discussione
non sarebbe andata a finire bene.
“Qualcosa di cui voi due potete parlare,”
propose Mariel ottimisticamente. Era abituata ai
genitori belligeranti; quelli che sembravano
confusi dall’intera faccenda, come se non
sapessero il motivo della loro presenza lì, erano…
una novità. “Sa, sono certa che Jared si metta
abbastanza spesso nei guai qui a scuola, ma
penso…”
8
La primavera precedente il nostro incontro
di Sarah Rees Brennan
“È davvero gentile da parte sua essere
preoccupata,” mormorò Rosalind. “Non ce n’è
bisogno, però, mi creda. Dovrebbe cercare di
capire che è perfettamente inutile tentare di
salvarlo.”
L’intero corpo di Jared si tese, pronto a
ricevere un colpo.
“Mamma,” la richiamò a bassa voce Jared.
Rosalind non lo guardò, ma aggiunse, in tono
gentile: “Non è colpa sua. È nato già così, un caso
disperato. Siamo entrambi creature di rosso e oro.
La nostra eredità è fatta di sangue e lacrime. Ha
ucciso suo padre, sa.”
Mariel pensò con estrema chiarezza: non sono
qualificata per questo genere di cose.
Jared non corresse la madre. Non parlò affatto,
dopo che lei aveva ignorato il suo unico appello;
rimase seduto lì con la mascella stretta e gli occhi
più pallidi del solito, come il cielo invernale
quando sta per arrivare la neve, osservando e
ascoltando qualcosa che non esisteva.
“Rosalind, sono certa che lui non…”
“E io sono sicura di sì,” disse Rosalind. “Ha
lanciato suo padre giù dalle scale, una notte, gli ha
rotto il collo. Le sto dicendo tutto ciò solo per farle
capire che è inutile tentare di redimerlo. La nostra
famiglia non ha pietà. Il sangue e le lacrime non
sono nostri. Noi siamo quelli che li bevono.”
“Vero,”
confermò
Jared,
la
voce
determinatamente indifferente. “Sono proprio un
vampiro. È per questo che sono così scolpito. È ciò
che deriva dall’essere nel territorio dei non-morti:
un’insaziabile sete di sangue e una struttura ossea
invidiabile.”
Rosalind non parve notare la battuta.
“Siamo peggio di così, molto peggio,”
mormorò.
“Okay,” disse Jared. “Ne ho avuto abbastanza.”
Si alzò. Rosalind gli lanciò un’occhiata; gli
occhi azzurri come fiordalisi le si sbarrarono e
trasalì, come se avesse pensato, fino a quel
momento, che l’incontro si era svolto
normalmente. Gli altri genitori e gli studenti si
guardarono intorno, quando notarono Jared in
piedi, quando sentirono che aveva alzato la voce.
Jared rimase lì. Per un momento Mariel penso
che avrebbe afferrato la madre e l’avrebbe
costretta ad alzarsi. Jared sembrava desideroso di
farlo, ma c’era un leggero tremolio che gli
scuoteva il corpo, e non provò neppure a toccarla.
Se ne andò, allontanandosi lungo il pavimento
incerato della palestra; le gambe di metallo di una
sedia di plastica fecero un rumore stridulo mentre
se ne andava.
Rosalind
rimase
seduta,
guardando
educatamente Mariel.
“Qualcuno
dovrebbe
corrergli
dietro,”
puntualizzò Mariel.
Un’ombra attraverso il volto pallido di
Rosalind. Sembrava improvvisamente molto
stanca. “Non servirà a niente,” disse. “Lei non può
fare niente per nessuno di noi. La gentilezza non ci
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aiuterà; distruggiamo tutto ciò su cui mettiamo le
mani.”
“Lo farò io, allora, se lei non vuole,” fece
Mariel, alzandosi.
Cerco di lasciare la stanza con fare casuale,
come se dovesse andare in bagno. Non era certa di
esserci riuscita. Jared era un ragazzino ferito, e
sua madre era molto peggio e molto più strana di
quel che si era aspettata. Voleva solo aiutarlo,
desiderava che ci fosse un modo, ma non ne
vedeva nessuno.
Trovò Jared nell’atrio.
“Vieni nel mio ufficio per un attimo,” disse, e
lui deviò bruscamente lontano da lei, mettendo
spazio tra loro; ma la ascoltò, procedendo
parecchi passi davanti a lei.
Quando raggiunsero l’ufficio Jared sbatté la
porta per aprirla, e si precipitò alla finestra. Nel
farlo andò a sbattere contro la scrivania, facendo
volare a terra penne e lampade, ma non ci fece
caso.
Stette lì in piedi guardando fuori, le braccia
incrociate sul petto, l’intero corpo che si sforzava
contro il vetro come se volesse trovare una via di
fuga. Non aveva acceso la luce, quindi l’ufficio era
immerso nel buio. Mariel rimase accanto alla
porta e lo osservò.
“Mi dispiace così tanto,” disse.
“Di solito non è così male, mia madre,” spiegò
Jared. “Le ho detto che ho parlato con lei di… di
Kami. A mamma non fa piacere che io ne parli.”
Mariel questo poteva capirlo, ma non riusciva a
comprendere come una madre potesse definire
suo figlio come un caso disperato, ammesso che
Jared non avesse davvero… ma non era possibile.
Le persone non la fanno franca dopo aver
ammazzato qualcuno. Rosalind Moore era una
donna piena di problemi.
“Le sue parole erano terribili,” disse Mariel.
“Sai benissimo che ciò che ha detto non è vero. Se
c’è qualcosa di cui vuoi parlarmi, riguardo alla tua
vita familiare, sarei davvero felice di ascoltarti.”
“No.” Il tono di Jared era piatto, i suoi occhi
pieni della luce della luna, luminosi e vuoti. “Non
voglio parlare di nulla eccetto Kami. È per questo
che vengo da lei.”
“Non ci sono altre ragioni?” domandò Mariel
quasi con disperazione. Perché lei potesse fare
qualcosa Jared doveva voler aiuto, doveva voler
cercare qualcosa di più salutare di quella folle di
sua madre e dell’interno della sua testa.
Jared sembrava un po’ più piccolo e
decisamente molto più vulnerabile senza la sua
giacca; la lunga curva della sua schiena, coperta da
una sottile camicia grigia, era piegata come se
stesse reggendo un peso pesantissimo. Jared
aveva ancora lo sguardo fisso fuori dalla finestra,
il volto colpito da luci bianche e occhi freddi.
“Non c’è un’altra ragione,” disse, la voce
morbida tanto quanto quella della sua folle madre.
“Non per me.”
9
La primavera precedente il nostro incontro
di Sarah Rees Brennan
“Vuoi una via di fuga?” domandò Mariel, e si
sforzò di essere più specifica. “Preferiresti non
vivere con tua mamma?”
“Certo. Vorrei potermi allontanare da lei e da
tutti gli altri. Vorrei poter avere un appartamento
in cui vivere da solo, senza nessun’altro; così non
ci sarebbe nessuno a voltarmi le spalle o
accusarmi. Non voglio avere nessuno intorno.”
“Jared,” lo chiamò Mariel. Cercò di suonare
gentile anche se aveva paura, perché quel
problema era di dimensioni così enormi che
proprio non le riusciva di trovare un modo per
aggirarlo, perché Jared era pazzo quanto sua
madre. “Non puoi vivere tutta la vita da solo.”
Jared si guardò intorno. All’ombra il suo viso e
i suoi capelli sembravano della stessa sfumatura
dorata; “creatura di rosso e oro”, l’aveva definito
sua madre, tutto d’oro eccetto che quella striscia
d’argento che era la sua cicatrice. Aveva la voce
gelida quanto il sussurro del vento invernale.
“Non sarei solo. Non lo sono mai.”
Era così, si disse Mariel. Jared non voleva
aiuto, non l’avrebbe mai accettato, e dunque lei
non poteva fare niente per dargli una mano.
Rosalind era pazza, ma su una cosa aveva ragione:
era perfettamente inutile tentare di salvarlo.
*
La settimana seguente ci furono un paio di
appuntamenti che richiesero più tempo del
previsto a Mariel; ormai passava più tempo
nell’ufficio del consulente che nell’aula di arte.
Chiarì le cose con Karina Casique – “Solo perché
quel Moore è un coglione non significa che non lo
sia anche Brad. Un sacco di persone sono
coglioni,” le spiegò. E Karina sbuffò e disse:
“Vero”, e sembrava pensierosa.
“È un peccato che quel Jared sia un tale
maniaco,” aggiunse Karina. “Perché è decisamente
eccitante. Perché buttar via così tanta figaggine
dandola a un pazzo?”
Mariel cercava di non pensare a lui come a un
pazzo. Karina fraintese la sua espressione
preoccupata. “Non si preoccupi,” chiarì. “Penso
che per un po’ starò lontana dai cattivi ragazzi.”
Dopo che Karina se ne fu andata Mariel aprì la
porta e si trovò davanti sia Vincent che Jared.
Esitò, controllando Vincent per assicurarsi che
non fosse spaventato, ma se c’era qualcuno che
sembrava essere a disagio, quello era Jared.
Vincent sbriciava con fare dubbioso la copia
stropicciata de “La caduta della casa degli Usher
e altre storie” di Jared.
“È davvero una bella storia, sul serio,” fece
Jared con voce burbera. Mariel si disse che stava
tentando di essere gentile, anche se non aveva
idea di come fare. “Questo tizio va in vacanza a
casa di un amico, e l’amico è, tipo: ‘La mia casa
respira! Mia sorella no!’ E le persone corrono per
l’abitazione durante una tempesta vomitando
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sangue, e a un certo punto la casa esplode. Non
esattamente una vacanza rilassante, dico io.”
“Immagino sia breve,” concesse Vicente. “Ma
avrebbero dovuto dargli un titolo migliore.
Qualcosa tipo ‘Omicidio sull’Isola dei Morti’.”
“Buon titolo,” concordò Jared. “Fa sembrare
un po’ idiota l’eroe, però. Intendo, vai in vacanza
in un posto chiamato Isola dei Morti, ti becchi
quel che ti sei cercato.”
“Puoi entrare, Vincent,” gli disse Mariel.
“Jared, magari potremmo rimandare a domani?”
Jared annuì alle svelta e nascose il suo libro
come sei si trattasse della prova di un crimine.
Non era un cattivo ragazzo; ed era proprio
questa la parte peggiore, quella che più le spezzava
il cuore. Era solo un ragazzo in una situazione
terribile, e non aveva voglia di uscirne, forse
perché non pensava ci fossero per lui vie di fuga al
di fuori della sua stessa mente.
Ha lanciato suo padre giù dalle scale, una
notte, gli ha rotto il collo.
Almeno, era quasi sicura che non fosse cattivo.
*
Il giorno dopo, Mariel stava bevendo la sua
seconda tazza di caffè quando le dissero che c’era
una scenata in corso in palestra. Due tazze di caffè
non erano sufficienti per affrontare una cosa
simile, ma decise di andare comunque a vedere
subito: poteva trattarsi di uno dei suoi ragazzi.
Entrata in palestra, per un attimo pensò che
fosse così.
A una prima occhiata, quelli che vide davanti a
sé furono Jared, Rosalind Moore e un uomo
strano, e si chiese chi fosse lui.
Poi, sentendo la porta chiudersi, il ragazzo
biondo si voltò, e lei lo vide in viso.
Non era Jared, anche se gli assomigliava
parecchio.
La vista di quel giovane la spinse a pensare a
Jared, ovunque lui fosse… Immaginate di trovarvi
davanti una copia identica di voi stessi, ma
perfezionata.
Qualcosa era andato nel verso giusto coi
lineamenti di questo ragazzo qui, quindi aveva un
viso di una bellezza dolce, classica, un volto che
sembrava un dipinto o un libro, assolutamente
perfetto e privo di cicatrici o macchie. Non aveva
tratti spigolosi, e, pur essendo alto, era sottile;
nessuno mai avrebbe potuto avere paura di lui.
Aveva i capelli di un biondo molto più chiaro di
quello di Jared, brunito, e gli occhi di un blu
azzurro e perfetto. Quando vide Mariel le sorrise, e
lei pensò che di sicuro le ragazze della sua età non
si ritraessero vedendolo, come invece facevano
con Jared.
“Voglio
sapere
immediatamente
dov’è
Rosalind!” ruggì la donna col ragazzo, l’accento
tanto inglese quanto quello di Rosalind; la sua
voce però tagliava l’aria come un paio di falci
brandite da mani esperte. “Rosalind Lynburn.
10
La primavera precedente il nostro incontro
di Sarah Rees Brennan
Deve lavorare qui. È stata qui, lo so. Posso dirlo
con certezza. Non raccontatemi bugie.”
Mariel la guardò e spalancò la bocca.
La donna non somigliava a Rosalind nel modo
in cui il ragazzo somigliava a Jared. Quella donna
era Rosalind; aveva il suo stesso viso, che però
nascondeva una personalità differente. I capelli
biondo limone di questa donna erano tenuti in
alto da uno stretto chignon, aveva la bocca dipinta
di rosso e sogghignava; indossava inoltre degli
abiti neri costosi, ma tremendamente pratici. I
grandi occhi blu di Rosalind erano ridotti in
questo viso, e guardavano Mariel con
un’espressione di disprezzo e comando.
“Perdonate mia moglie,” disse l’uomo che stava
accanto alla donna. “È estremamente ansiosa di
ricevere notizie di sua sorella.”
Anche lui era alto e biondo, con tratti molto
simili a quelli della moglie e del figlio, come pure
ai tratti di Jared e Rosalind; almeno in questo
caso, però, non sembrava lo strano specchio di un
viso che Mariel aveva già incontrato. L’uomo le
sorrise, anche se non con il riflessivo e rilassante
fascino del figlio; era piuttosto un sorriso pratico e
rassicurante.
Mariel sbirciò i visi dei suoi colleghi. Avevano
tutti un’aria assolutamente confusa, fatta
eccezione per alcune persone che parevano
lievemente traumatizzate. La donna bionda che
sembrava identica a Rosalind Moore si aggirava
col fare del cacciatore che cerca la sua preda; il
modo in cui si muoveva le ricordò un po’ Jared.
“Potrei parlarvi nel mio ufficio?” domandò.
Tutti parvero sollevati dalla proposta di Mariel
eccetto la donna bionda, che continuò ad avere
un’aria imperiosa.
“Il mio nome è Mariel Delgado,” si presentò
Mariel una volta sedutasi dietro la sua scrivania.
“Sono il consulente scolastico.”
Evitò di precisare che in verità era una
semplice insegnante di arte, e che non aveva
alcuna qualifica per fare da consulente. Sarebbe
stato di meno impatto, e la donna bionda era
ovviamente arrivata lì già con dei preconcetti.
“Sono Rob Lynburn,” fece l’uomo alto; gli occhi
gli si incresparono con un altro sorriso. “Questo è
mio figlio, Ash. E lei è…”
“Sono Lillian Lynburn,” scattò la donna. “E ora
che ci siamo lasciati alle spalle tutti gli inutili
convenevoli, sa dirmi dov’è mia sorella?”
“La somiglianza è eccezionale,” commentò
Mariel.
“Dunque l’ha incontrata,” disse Lillian
Lynburn. “Avevo ragione a dire che non eravamo
stati sviati. Sapevo che era venuta qui. Perché è
stata in questo posto, in questo luogo infelice?
Cosa le è successo? Dov’è?”
“È venuta qui per i nostri incontri scuolafamiglia,” spiegò Mariel. “Con suo figlio.”
Non aveva immaginato che quell’informazione
li avrebbe colpiti con la forza di un fulmine,
lasciando dietro di sé silenzio al posto del fuoco. Il
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ragazzo, Ash Lynburn, sembrò particolarmente
turbato, anche se il suo viso tornò calmo nel giro
di qualche attimo.
“Un ragazzo,” buttò fuori Lillian Lynburn.
“C’era un ragazzo?”
“Mamma,” disse Ash. “Siamo in una scuola.”
“Lillian, il figlio di quell’uomo…” cominciò
Rob.
“Se è solo…” cominciò nello stesso momento
anche Ash.
“Silenzio,
entrambi,”
le
zittì
Lillian,
recuperando la sua compostezza nel giro di un
respiro, come se non l’avesse mai persa.
Rob indirizzò a Mariel un’occhiata per metà
divertita e per metà di scusa, ovviamente avvezzo
al modo di fare di sua moglie.
Lillian irrigidì le spalle. “Dunque c’è un
bambino,” disse. “Li voglio entrambi.”
“Rosalind incontrò un uomo che noi tutti
consideravamo sbagliato, per lei,” spiegò Rob in
tono conciliante. “L’abbiamo cercata per anni, e
non siamo mai arrivati così vicini a lei quanto
oggi. Rosalind non ha mantenuto alcun contatto
con la sua famiglia, ed eravamo tutti
profondamente preoccupati per la sua sicurezza e
felicità – e ovviamente per la sicurezza e la felicità
di qualsiasi bambino lei avesse potuto generare.
Mia moglie è agitata.”
“David Moore è morto,” disse loro Mariel,
incerta.
Lillian aggrottò le sopracciglia, che si
inarcarono come archi disegnati insieme.
“Moore?” chiese. “Era quello il nome?”
Rob si allungò per prendere la mano della
moglie, che però la respinse con fare irritato.
“Immagino abbia usato un falso nome,” fece
Rob dopo un minuto.
“Non importa,” decise Lillian. “Il ragazzo
frequenta questa scuola. Mi dica dov’è.”
“Calmati, mamma,” mormorò Ash in tono
sommesso. Mariel notò in quel momento che, pur
avendo sia Rob che Lillian accenti inglesi, Ash
parlava con una sfumatura del sud. Si chiese
silenziosamente quanto tempo avessero trascorso
in America.
Vide Ash e Rob scambiarsi delle occhiate al di
sopra della testa di Lillian, un’occhiata tra
familiari che significava che dovevano tener
d’occhio un altro membro della loro famiglia.
Lillian non sembrava intimidita dal figlio più di
quanto non fosse intimidita dal marito.
“No,” disse, tagliente. “Quel ragazzo è mio.
Rosalind è mia. Non permetterò a questa persona
di tenermi anche solo un altro attimo lontana
dalle persone che mi appartengono!”
Lillian si alzò in piedi, le mani poggiate sulla
scrivania. I suoi occhi non erano come quelli di
Rosalind, benché il colore fosse identico: erano
intensi e minacciosi.
Quella famiglia era terribile.
“Jared Moore è uno studente di questo
istituto.”
11
La primavera precedente il nostro incontro
di Sarah Rees Brennan
“Jared Lynburn,” la corresse Lillian.
“Non abbiamo il permesso di divulgare le
informazioni
degli
studenti,”
spiegò
pazientemente Mariel. “Sono sicura che Rosalind
sia nell’elenco. Può farle una telefonata e…”
“E se non dovesse esserci?” chiese Rob in tono
ragionevole. “Può vedere da sé quanto siamo
preoccupati per lei.”
Mariel poteva, sì. E poteva anche vedere che
Lillian Lynburn, benché non meritasse alcun
premio sul fronte personalità, aveva rivendicato
Jared senza indugi. Rob Lynburn sembrava un
uomo gentile, affidabile; il ragazzo, Ash, non era
stato nient’altro che educato.
Le apparenze potevano ingannare. Rosalind
poteva aver abbandonato la sua famiglia per un
numero qualsiasi di buone ragioni. Mariel lo
sapeva, ma sapeva anche che Jared era davvero
solo. Non c’era nessuno che lo aiutasse.
Non ho nessuno, le aveva detto Jared quando
lei gli aveva chiesto se non avesse qualche parente,
ma si era sbagliato.
Aveva una famiglia. Jared aveva bisogno più di
chiunque altro al mondo di persone vere che si
interessassero a lui, che lo considerassero
qualcosa più di un caso disperato. Mariel non
poteva prendersi responsabilità per lui.
Si alzò dalla sedia e raggiunse la finestra vicino
a cui si era rimasto immobile Jared qualche sera
prima, il viso inondato di luce lunare e la voce
piena di desiderio per una persona che lui aveva
soltanto immaginato.
Poteva prendersi la responsabilità almeno di
quest’azione.
Aprì lo schedario accanto alla finestra, tirò
fuori il file di Jared e lo lasciò deliberatamente
sulla scrivania.
“Se volete scusarmi,” disse, “devo uscire un
secondo.”
Quando tornò nella stanza se n’erano già
andati tutti, la donna imperiosa, il suo paziente
compagno e il loro bellissimo figlio. Il file di Jared
era stato lasciato aperto, con le pagine che
venivano scompigliate dal vento proveniente dalla
finestra.
Fu solo in quel momento che Mariel ricordò di
nuovo le parole di Rosalind: “La nostra famiglia
non conosce pietà”, e sentì un fremito di
apprensione correrle lungo il corpo.
Ma che altro avrebbe potuto fare? Non poteva
lasciare che Jared continuasse a vivere così.
Mariel suppose che i Lynburn dovevano aver
trovato Jared e sua madre.
Non ne ebbe mai la certezza. Non lo rivide mai
più.
Ma negli anni successivi, dopo essere tornata a
scuola per diventare una consulente qualificata,
nel pensare ai suoi primi ragazzi, quelli che aveva
desiderato aiutare, che aveva desiderato
difendere, per cui aveva desiderato parlare,
avrebbe sempre ricordato anche Jared. Non lo
considerava uno dei suoi successi. Alla fine, non
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aveva avuto la possibilità di aiutarlo in nessun
modo.
Ma si sarebbe concessa un attimo per
ricordarlo e augurargli di aver trovato qualcuno
che tenesse a lui, alla fine, e di stare bene.
Non pensava che i Lynburn fossero creature di
rosso e oro, che bevevano sangue e lacrime;
almeno, non più di quanto si fermava a riflettere
sulla possibile pazzia di Jared, o sull’omicidio che
tutti credevano avesse commesso lui spingendo i
padre dalle scale perché si spezzasse il collo.
Si sforzò di credere che Rosalind avesse avuto
torto, e che Jared non fosse senza speranza.
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