La primavera precedente il nostro incontro di Sarah Rees Brennan Tradotto da: www.thelynburnlegacy.com DISCLAIMER: La novella che troverete qui di seguito è proprietà esclusiva di Sarah Rees Brennan ed è stata rilasciata online, gratuitamente, nella versione originale in lingua inglese, che potete trovare qui. * La traduzione è opera di www.thelynburnlegacy.com, che ha ricevuto il permesso di tradurla dall’autrice stessa e la rende disponibile altrettanto gratuitamente. Buona lettura. 1 La primavera precedente il nostro incontro di Sarah Rees Brennan Tradotto da: www.thelynburnlegacy.com La primavera precedente il nostro incontro La notte era braccia vuote e tu uno spettro immobile. E di giorno la tua luce tenue baluginava nella strada. Non sono mai stato pazzo per l’amore, ma morivo per la voglia di te. --Rupert Brooke Certi ragazzi, a scuola, potevano solo essere descritti come studenti impossibili, pazzi e cattivi; Jared Moore era il loro re. Mariel l’aveva visto solo da lontano, mentre vagava con una giacca di pelle addosso e un’espressione accigliata in viso, e tanto le era bastato per farle prendere la decisione di stargli il più lontana possibile. Così, quando le chiesero di parlargli, Mariel sentì l’esigenza di puntualizzare: “Non sono io la vera consulente, sapete?” Non lo era per davvero. La consulente in carica aveva lasciato il lavoro all’inizio di quell’anno, a causa di “problemi di salute”. Una mezza verità, se sostituivi “alcol” a “salute”, e certi giorni Mariel proprio non riusciva a biasimarla. Il liceo Hunters Point, a San Francisco, non si trovava nell’area che Mariel avrebbe scelto per lavorare se le fosse stato concesso farlo, né era la scuola dei suoi sogni, ma aveva dovuto accontentarsi di ciò che le era capitato. Aveva insegnato arte part-time per un po’, e poi un giorno uno studente era arrivato in classe con un’espressione decisamente sconvolta, e lei gli aveva parlato. Dopo, il preside l’aveva chiamata nel suo ufficio e si era messo a mormorare vaghe osservazioni sul fatto che Mariel era brava con i ragazzi, vicina a loro per età, e che non c’erano altri candidati validi, quindi non le sarebbe andato, per caso, di ricoprire la carica di consulente in maniera non ufficiale per la durata di quell’anno scolastico? Per la scuola era economico, e quei soldi servivano a Mariel per pagare l’affitto. Le piaceva ascoltare i ragazzi, nella maggior parte dei casi; quelli che si presentavano da lei di loro spontanea volontà erano alla ricerca di un amico, e a Mariel dava una bella sensazione poterlo essere. Il tredicenne Vincent Carrera era andato da lei perché vittima di bullismo, e quindi Mariel aveva parlato con gli altri ragazzi; anche se questo non li aveva spinti a diventare tutti amici, le cose erano decisamente migliorate. La quindicenne Cindy St. Clair si era presentata nel suo ufficio principalmente per piangere e farsi dare una Coca Cola, ma dopo il loro incontro Mariel aveva parlato con gli altri insegnanti della situazione di Cindy, che doveva barcamenarsi tra la scuola e un bambino piccolo. Questo aveva fatto sì che le cose si alleggerissero abbastanza da permetterle di continuare a frequentare il liceo. Fare la differenza nelle vite dei ragazzi non era certo il sogno spensierato che aveva accompagnato gli anni del college per insegnanti di Mariel, ma la faceva sentire utile, ed era a questo che si aggrappava nei giorni in cui tornava stanca morta nel suo orribile appartamento, da quella compagna di stanza che arrivava addirittura a scrivere il suo nome sui gusci delle uova. Mariel sentiva di aver scelto la strada giusta, di avere un posto solido in cui vivere e su cui costruire la sua vita. Ma c’erano anche altri ragazzi. Sin dall’inizio, sin da prima di incontrarlo sul serio, Mariel aveva avuto la ferrea convinzione di non poter aiutare Jared Moore. Aveva ragione. * “Quello con la motocicletta?” chiese all’interno della stanza degli insegnanti, accoltellando la sua insalata con una forchetta di plastica; ci mise così tanta forza da trapassare la lattuga e colpire il contenitore. “È un classico CFISS.” La sigla stava per “Come Fa l’Idiota a Stare a Scuola?”. La prima volta che l’aveva sentita pronunciare, lì alla Hunters Point, Mariel era inorridita, ma era bastato appena un mese perché cominciasse a usarla a sua volta. I ragazzi più grandi erano sempre i peggiori; non c’è una grande differenza d’età tra i diciassette e i ventitré anni, e alcuni di loro possedevano una spavalderia cattiva, un desiderio inespresso di farle capire che erano più grandi e forti di lei. Le facevano proposte e la insultavano, in entrambi i casi solo per vedere la professoressa un po’ spaventata. Mariel non aveva avuto particolari contatti con Jared Moore, che chiaramente non aveva un’indole artistica. Era uno dei ragazzi più grossi. Mariel non era di certo euforica all’idea di restare intrappolata nel suo piccolo ufficio da consulente con un adolescente problematico alto sei piedi. Jared era il tipo di ragazzo che cresce più velocemente a livello fisico che mentale: sebbene fosse infantile era anche molto forte; il risultato era che finiva col combinare guai più grandi di quelli che aveva intenzione di fare. “Ha le sue buone ragioni per essere problematico, comunque,” commentò Susan, l’unica altra insegnante della scuola a essere nata 2 La primavera precedente il nostro incontro di Sarah Rees Brennan nella stessa decade di Mariel. “Suo padre è morto all’inizio di quest’anno.” Nel petto di Mariel fiorì una compassione riluttante, lo stesso tiepido bisogno di aiutare che aveva provato con Cindy. Bisogno che morì appena un momento dopo, dopo che Susan ebbe detto, con fare pensoso: “Gira voce che l’abbia ammazzato Jared.” “Sono abbastanza sicura che ti spediscano nell’ufficio del preside, in caso di omicidio,” commentò Mariel. “Come minimo.” Alcuni dei ragazzi della Hunters Point erano nel giro del crimine, e questo Mariel lo sapeva. Non si sarebbe sorpresa se le avessero parlato di un’auto rubata o di un coltello o di un qualche genere di droga. Ma l’assassinio era un concetto troppo grande, così terribile da risultare ridicolo. Un sussurro che conduceva sinistramente a un ragazzino… Doveva esserci qualcosa, in lui, qualcosa di sbagliato. Lo stavano spedendo da lei, dopotutto. Non era stata un’idea di Jared. Il pensiero di doverlo incontrare divenne un carico sempre più pesante sulle spalle di Mariel; la fece addirittura scattare, quella mattina, contro la sua compagna di stanza, e rese più gravoso ogni passo che faceva per raggiungere le classi. La madre di Mariel era solita dire “Il corvo sta volando su di te” quando aveva la sensazione che stesse per succederle qualcosa di brutto, e per tutto il giorno il corvo volò su Mariel, un terrore irrazionale che la seguiva come un’ombra. Per quando arrivò l’ora di avviarsi riluttante verso il suo ufficio, però, Mariel scoprì di sentirsi sollevata: non importava quanto tutta la situazione avrebbe potuto rivelarsi sgradevole, e quanto cattivo Jared avrebbe potuto essere, presto sarebbe tutto finito. E dopotutto quanto poteva essere stronzo un ragazzino? Quanto spaventoso? Aprì la porta, una lastra di legno così sottile da permettere a tutte le persone fuori dalla stanza di sentire i pianti all’interno, e l’anta scricchiolò. La luce era già accesa, e il ragazzo stava stravaccato su una sedia davanti alla sua scrivania, sistemato in maniera così strana e sprofondato così tanto da non poter assolutamente stare comodo, anche se la piega del suo corpo lungo e sottile sembrava disinvolta. Di lui riusciva a vedere quasi solo pezzi della giacca di pelle malconcia e spalle accasciate. Stava leggendo un libro. Non appena sentì il rumore della porta, Jared si lanciò una rapida occhiata intorno e nascose il romanzo nella giacca. “Cosa stavi leggendo?” domandò Mariel in tono casuale e piacevole. Bisognava cominciare con leggerezza. “I Tre Moschettieri,” rispose il ragazzo; aveva una voce roca e adulta. “Oh,” fece Mariel. “Per scuola?” “Sì,” confermò Jared lentamente, come se le stesse rivelando un segreto di Stato. “Lo sto trovando davvero rozzo. Troppe parole lunghe, Tradotto da: www.thelynburnlegacy.com capisce? Ma spero che le cose migliorino con l’arrivo dei moschettieri.” “I moschettieri?” chiese Mariel. Non l’aveva mai letto, quel libro, ma era praticamente certa che quei tizi comparissero sin dall’inizio. “Sì,” ripeté Jared, stavolta un po’ più rapidamente, come se si sentisse sicuro dell’argomento. “Sono quasi certo che si tratti di armi, giusto? Moschettieri? Fa pensare a un’arma. Per certi versi spero che faranno esplodere qualcosa.” “Davvero?” “Tutti i lavori di finzione migliorano con un’esplosione,” spiegò Jared. “È uno dei fondamenti dell’esistenza.” Mariel non era certa di sapere come rispondergli. Si prese un attimo per sedersi alla scrivania e riordinare delle carte, come se queste fossero di qualche importanza per la discussione e la riguardassero. Da vicino Jared Moore era persino più grosso di quel che si era aspettata: alto, uno di quei ragazzi che ovviamente fa un sacco di palestra. Però non pareva star facendo alcuno sforzo per sembrare più grande di quanto non fosse. A Mariel non sembrò che stesse cercando di intimidirla. Aveva avuto a che fare, in precedenza, con elaborate pretese di indifferenza, messe in scena che servivano solo per farla sentire piccola; ma in questo caso era diverso. Jared l’attraversava con lo sguardo con una quasi totale assenza di interesse; la sua espressione non era vuota, quanto piuttosto distante. Aveva degli occhi strani, molto pallidi, di un grigio freddo che sembrava continuare per tante tristi miglia. Mariel si scoprì a sopprimere un brivido. Le venne in mente che Susan l’aveva definito un ragazzo pieno di problemi. Guardandolo negli occhi, non era difficile da credere. Jared era un giovane bellissimo, pensò, ma non era questa la prima cosa che notavi di lui: a primo acchito ti colpivano il suo sguardo freddo e cristallino e la cicatrice. La cicatrice era un taglio bianco sulla parte sinistra del suo viso, che partiva dalla mascella per finire sull’alto zigomo; una linea così rigida da dare al resto del suo viso ossuto un’aria segreta e sinistra. Mariel ricordò a se stessa che Jared era solo un ragazzo. Si supponeva che lei dovesse dargli una mano. O almeno provarci. “C’è qualcosa di cui vuoi parlare?” chiese, e con sforzo piegò le labbra in un sorriso disinvolto. “Visto che siamo qui.” “No,” rispose Jared, con un tono che voleva prendere in giro la voce zelante di lei. “C’è qualcosa di cui vuole parlarmi lei?” Nessuna risposta. “Bella chiacchierata,” commentò Jared. “Posso andarmene, adesso?” “Direi proprio di no,” fece Mariel. 3 La primavera precedente il nostro incontro di Sarah Rees Brennan Jared non se ne andò, anche se per un attimo Mariel aveva quasi pensato che l’avrebbe fatto e che non sarebbe riuscita a fermarlo. Ma da quel momento in poi tutto ciò che le riuscì di cavargli di bocca furono risposte monosillabiche tipo: “Come va con la scuola?” “Bene.” “Alcuni tuoi voti sembrano star peggiorando.” “D’accordo, non bene.” “Come ti senti a riguardo?” “Bene.” Gli occhi del ragazzo la disturbavano più di quanto avrebbero dovuto; Jared la osservava con la sua testa bionda inclinata all’indietro, come se tutta quella conversazione fosse un gioco a cui stava giocando, ma che non lo stava divertendo. Mariel non si era aspettata neppure ciò che successe alla fine: Jared si alzò con un unico, fluido movimento e raggiunse precipitosamente la porta, allontanandosi da lei; sembrava star cercando di tenere una certa distanza loro, come se Mariel fosse una specie di minaccia. * “Chi sta facendo leggere ai ragazzi I Tre Moschettieri?” domandò Mariel il giorno dopo, mentre si preparava il caffè. Seguì un momento di confusione generale, finché non divenne chiaro a tutti che non lo stava facendo nessuno, e che Jared si era semplicemente preso gioco di Mariel. “Ho notato che legge un sacco,” osservò Deirdre Monaghan, l’insegnante d’inglese. “È un peccato che questo non giovi alle sue tremende performance scolastiche.” Mariel continuò a sentirsi imbarazzata per un po’; tuttavia, proprio non riuscì a scacciare il pensiero di ciò che era successo durante le ore di lezione. Il ragazzino aveva avuto tutta l’intenzione di essere maleducato, ma quest’evidente prova di immaginazione e senso dell’umorismo lo rendeva più accessibile, giovane; il genere di persona a cui Mariel avrebbe potuto dare una mano. Diede un’occhiata ai documenti che lo riguardavano: non controllò solo i voti, ma anche la roba delle scuole medie, le annotazioni fatte da consulenti qualificati. Ne aveva incontrati un sacco. Suo padre era morto proprio prima dell’inizio della scuola, in quello che nei documenti veniva descritto come un incidente. Tra le carte c’erano un sacco di richiami dovuti alle scazzottate a cui Jared aveva partecipato, ma questo per Mariel non era una novità; ad attirare la sua attenzione fu qualcos’altro. Apparentemente, quel ragazzo era pieno di sorprese. Mariel gli chiese di incontrarla un’altra volta. Non era sicura che Jared si sarebbe presentato, ma lo fece, aprendo la porta senza neppure bussare. Tradotto da: www.thelynburnlegacy.com “Mi ha chiamato, Ms. Delgado?” “Sì,” confermò Mariel. “Vieni a sederti.” Il ragazzo le obbedì. Aveva un approccio diffidente, e una volta sulla sedia ricominciò a fissare il vuoto, guardando in direzione di Mariel senza osservarla davvero. Mariel scoprì che era molto più semplice provare compassione per lui, se non era costretta a incrociare il suo sguardo. Ma aveva preso una decisione; ci aveva lavorato su prima che lui arrivasse. “Insomma, cosa stai leggendo, oggi, ragazzaccio?” gli chiese. Jared batté le palpebre, come se ci stesse riflettendo su, e poi tirò fuori una vecchia copia dell’Ivanhoe dalla sua logora giacca marrone. “C’è qualche esplosione?” domandò Mariel. “Non ho ancora perso la speranza,” le disse Jared. “Sono un ragazzo davvero ottimista.” La ricompensò con un piccolo sorriso, probabilmente più un ghigno: un angolo della sua bocca si sollevò appena. Mariel lo accettò; era abituata ad accontentarsi di ogni più piccola vittoria, quando si parlava di cercare di conquistare un ragazzino. “Ho sentito dire che leggi un sacco.” “Io e mamma non abbiamo la televisione.” “Come va tra te e tua madre?” “Bene,” rispose Jared, tornando alle sue annoiate risposte monosillabiche. Il suo sguardo perso nel vuoto divenne più intenso, gli occhi grigi distanti come il cielo e freddi. Mariel pensò che presto avrebbe avuto anche lei la sensazione di non essere lì. Sorprenderlo di nuovo le parve la sua migliore possibilità. “Da bambino avevi un amico immaginario.” Jared si raddrizzò sulla sedia. “Mi stai chiedendo come vanno le cose tra me e lei?” La sua voce sembrava un po’ affilata; per la prima volta, a Mariel parve che Jared le stesse rivolgendo una lieve minaccia. Notò anche che si era rivolto all’amico immaginario come a una “lei”, e che ne aveva parlato al presente. “Forse,” fece Mariel. “Non ho mai avuto un amico immaginario, ma so che ce l’hanno in molti. Come ti fa sentire averne uno? Per favore, non rispondere ‘bene’.” “Okay,” le rispose paradossalmente Jared, e Mariel pensò che non avrebbe ottenuto altro. Ci fu una pausa, e all’improvviso Jared parve diventare leggermente più piacevole; era come se si fosse ammorbidito qualcosa sul suo viso. “Non è troppo problematica,” disse, il tono canzonatorio; non sembrava star prendendo in giro Mariel, però. “Credo che la terrò ancora con me.” “Quindi è ancora qui?” domandò Mariel, salvo poi decidere di cambiare approccio, perché la risposta era ovvia e Jared sembrava di nuovo annoiato. “Che tipo di cose ti dice?” 4 La primavera precedente il nostro incontro di Sarah Rees Brennan “Per la maggior parte del tempo mi dice di bruciare le cose,” rispose Jared. “Secondo lei è una buona idea?” Mariel sentì di starsi abituando a restare impassibile. Inarcò solo un sopracciglio. “Non mi dice di bruciare le cose,” ammise Jared dopo un attimo. “Non è così. Lei è… insomma. È gentile. Pensa che la scuola sia importante.” “Sembra dolce,” commentò Mariel cautamente. “Somiglia un po’ a una... piccola mamma?” Jared sorrise di nuovo, stavolta lasciando intravedere i denti. “Non è per niente come una mamma.” “Non come tua madre?” “No,” confermò Jared. “Ha la mia età. E a mia madre non piaccio molto. Non che io la biasimi per questo.” “Non biasimi tua madre per… Pensi di non piacerle? Jared, sono sicura che non è così.” Jared rimase fermo e indifferente come una pietra. C’era un solo modo per restituire al suo viso un lampo di interesse, e Mariel lo conosceva. “Ma a lei piaci?” domandò. “All’amica immaginaria?” Jared restò in silenzio per un pochino di più, anche se il suo volto non ricordava più tanto un sasso. “Sì,” rispose alla fine; la sua voce roca era un po’ più gentile. “E a mia madre no. E ora lei mi crede pazzo,” aggiunse, recuperando il suo zaino. “Non posso biasimare neppure lei.” Aveva tutta l’intenzione di andarsene, adesso; Mariel non pensava ci fosse un modo per fermarlo. “Sarei felice se tornassi di nuovo,” disse. Non era sicura che l’avrebbe fatto. * Lo fece. Mariel non era certa del perché; per giorni continuò a interrogarsi, chiedendosi se non fosse per caso una richiesta d’aiuto che non le era riuscito di interpretare correttamente. Notò, comunque, che era cauto su ogni argomento meno uno. E arrivò alla conclusione che Jared andava lì per la stessa ragione per cui i ragazzini sono attratti dalle persone interessate a discutere di ciò di cui vogliono discutere loro: videogiochi o film, un amico speciale o il parente che preferiscono o una cotta. Jared voleva parlare della sua amica immaginaria, e non aveva nessun’altro con cui farlo. “Mi fa ridere,” spiegò volontariamente durante il loro terzo incontro; sulle labbra aveva un sorriso di autoderisione, ma non aspro come il solito. “Il che a volte è un problema. In classe è distruttivo. Mi fa sembrare matto.” “Questo ti infastidisce?” gli domandò Mariel. “No,” rispose Jared. “È un problema, ma mi piace parlare con lei. È divertente, ed è… è gentile. Mi parla di questi libri gialli che le piace leggere, Tradotto da: www.thelynburnlegacy.com libri in cui l’omicidio l’ha commesso il maggiordomo con un candeliere, e vive in una casa dal tetto di paglia e ha due fratelli.” “Sai un sacco di cose su di lei,” commentò Mariel, cercando di suonare il più naturale possibile. “Non mi dice più tante cose come quando eravamo bambini,” disse Jared. “Ma io ricordo tutto.” Era pietoso, sentir parlare un ragazzino di una casa immaginaria, abitazione di qualcuno che aveva creato con la mente. Ma era anche parecchio strano osservare quel ragazzone grande e dall’aspetto pericoloso parlare della sua amica immaginaria, della sciocca idea di una ragazzina che abitava in una casa dal tetto di paglia. Nei suoi occhi, quando parlava di lei, c’era una luce che nient’altro riusciva a far comparire. Era tutto tremendamente triste. “Mi hai detto che stavi pensando di tenerla ancora con te,” azzardò, dal momento che l’unica altra cosa che le veniva in mente era: “Forse la tua amica immaginaria avrebbe bisogno di un ordine restrittivo immaginario.” Jared rispose: “Sì.” Mariel si era abituata ad aspettarsi delle pause nei discorsi di Jared. Questa volta il viso del ragazzo non si ammorbidì: guardava Mariel con la stessa espressione con cui avrebbe osservato un ladro. “Lei è mia,” disse. “È l’unica cosa a essere stata sempre e solo mia.” “Quindi non ci sono altri parenti nel quadro?” domandò Mariel. “Non hai dei nonni, o un cugino?” “Non c’è nessuno a parte noi due,” le rispose Jared, e Mariel non riuscì a capire se stava parlando di se stesso e di sua madre, o di se stesso e la ragazza immaginaria. “La tua amica ha un nome?” gli chiese, morbosamente curiosa di scoprire fino a che punto si era spinta l’illusione. Jared esitò. Poi, come se avesse deciso di potersi fidare di lei e raccontarle un segreto, disse: “Kami.” Mariel pensò tra sé a cosa poteva significare quell’amica immaginaria; tirò fuori dalla libreria volumi riguardo la schizofrenia, ma non li lesse del tutto. Era una cosa troppo grande, troppo spaventosa; quando ci pensava troppo a lungo, gli orizzonti della sua mente si scurivano per il panico. Era solo un’insegnante di arte, lei; voleva aiutarlo, ma non poteva dargli una mano con una cosa simile. Dal momento che voleva prestargli aiuto, disse a se stessa che l’intera faccenda dell’amica immaginaria non era altro con una confortevole finzione, una specie di sorella, una ragazzina inesistente la cui storia poteva rendere migliore la sua orribile vita familiare; una persona da cui ricevere affetto, e a cui darne. Era triste pensarla a 5 La primavera precedente il nostro incontro di Sarah Rees Brennan questo modo, ma almeno così tutto sembrava aggiustabile. Jared stesso sembrava aggiustabile. “Se non ti secca rispondere,” gli chiese durante uno dei loro incontri, “hai una fidanzata? Una ragazza qui a scuola che ti piace?” Le studentesse del loro liceo guardavano in direzione di Jared, anche se Mariel non ricordava di aver mai visto nessuna di loro tentare davvero di approcciarlo. Le era venuto in mente che magari dargli qualche opzione salutare sarebbe stato d’aiuto. Si rese però immediatamente conto di aver detto la cosa sbagliata. “Le ragazze qui a scuola pensano che io sia un assassino. Proprio come tutti gli altri.” “Sono sicura che non è così,” negò Mariel, e si beccò per questo un’occhiata più piatta del solito, il che significava che Jared non aveva alcuna intenzione di rispondere a un’affermazione che considerava stupida. “Jared,” mormorò debolmente, “io non lo penso.” “È gentile da parte sua, Ms. Delgado,” le rispose Jared. “Ma lei non può diventare la mia ragazza. Sarebbe incredibilmente inappropriato, e la licenzierebbero.” Dopo essere riuscito a zittire Mariel in maniera efficiente, Jared sembrò calmarsi. Mariel aveva notato che spesso, dopo una pausa, pareva ingentilirsi, come se si fosse consultato con qualcuno. “Non si preoccupi per questo,” disse Jared. “Non c’è nessuno, qui a scuola. Non voglio una ragazza.” “Tu…” cominciò a dire Mariel, e poi si fermò a riflettere. C’erano degli opuscoli, sulla sua scrivania, e dei poster sulle pareti. Poteva farcela; poteva riuscire a essere cordiale e incoraggiante, a spingerlo a confidarsi con lei. “Kami,” domandò con delicatezza, “lo vuole, un ragazzo?” Jared sembrò allo stesso tempo sia parecchio a disagio che divertito. Mariel non sapeva come gestire il suo divertimento. “Immagino di sì. Cerco di stare alla larga da questo genere di cose.” “Davvero?” disse Mariel. “Capisco.” “Non credo,” commentò Jared. “I confini tra voi diventano mai… sfocati?” gli domandò. “Confusi?” Il divertimento prese decisamente il sopravvento. Jared inarcò un sopracciglio; Mariel si stava beccando un’occhiata condiscendente da un sedicenne. “Non così confusi,” le rispose, e ghignò. Non sembrava offeso da quell’insinuazione, come invece avrebbero reagito altri ragazzi. Mariel lasciò le cose come stavano. Era un ragazzo strano, la preoccupava e, talvolta, spaventava, ma si rese conto con stupore che era diventato uno dei suoi progetti speciali, come Vicente e Cindy, un ragazzino che sentiva il Tradotto da: www.thelynburnlegacy.com bisogno di aiutare. Non gli stava nessun’altro una mano. Se solo lei avesse saputo come fare. dando * Mariel stava tornando a scuola dopo il pranzo quando vide cominciare la lotta. Era lontana sulla ghiaia, vicino al parcheggio. Scorse un ciuffo di capelli rossi che identificò come quelli di Brad Rowe, un ragazzo che teneva d’occhio; la piccola, scura figura di Karina Casique, che poi era la ragione per cui teneva d’occhio Rowe; e la oramai familiare giacca di pelle marrone di Jared, e i suoi scompigliati capelli biondo scuro. Proprio quei capelli finirono sulla ghiaia dopo attimo dopo: Brad Rowe aveva davvero un brutto gancio sinistro. “Fermi!” gridò Mariel in tono allo stesso tempo di minaccia e di comando. Brad si fermò, strizzando gli occhi nella sua direzione; Jared, invece, gli si buttò addosso di nuovo, i denti scoperti e lo sguardo da folle, e nel farlo quasi colpì anche Mariel. “Andiamo,” fece, sfidandolo. “Vieni qui da me.” Era troppo vicino e troppo arrabbiato. Sembrava starsi per scagliare contro Mariel, oppure anche peggio. Osservando il suo volto furioso, Mariel scorse qualcosa al di là della rabbia: un sentimento freddo che non sapeva come chiamare. Incespicò all’indietro. Per un attimo le passò di mente che quello era il ragazzo per cui provava compassione; voleva solo stargli il più lontana possibile. Jared si fermò con uno sforzo evidente e straziante, impallidendo. Tutti i presenti erano immobili. E poi Karina si scagliò in direzione di Jared. Lui indietreggiò per evitarla, ma a Mariel sembrò che Karina non volesse tanto arrivare a lui, quanto piuttosto al suo viso. “Sei un fottuto psicopatico, che cazzo di problemi hai?” urlò Karina. “Lascialo in pace. Hai già ammazzato una persona e l’hai fatta franca, non capiterà un’altra volta!” Jared sorrise, i denti ricoperti di sangue. “E chi lo sa? Potrei anche riuscirci.” “Sei così incredibilmente pazzo,” disse Karina, zittendosi, come se la forza della follia di Jared l’avesse sottomessa. “Tutti voi, venite con me,” ordinò Mariel, prendendo le redini della situazione. “Dobbiamo andare dal preside. Subito!” Nell’ufficio del preside, Jared si stravaccò sulla sedia e accettò in silenzio la punizione. Ma il giorno dopo, nell’ufficio di Mariel, lei gli disse: “Perché hai pensato che fare a botte si sarebbe rivelata una cosa utile o di qualche aiuto?” Jared smise di ciondolare. “Karina,” spiegò. “Rowe non dovrebbe afferrarla in quel modo.” Mariel sapeva bene quello che intendeva Jared: Brad aveva l’abitudine di agguantare la ragazza 6 La primavera precedente il nostro incontro di Sarah Rees Brennan troppo all’improvviso e con troppa forza, spingendola o tirandola in qualsiasi direzione volesse lui. È per questo che lo teneva d’occhio. Ma non era certo una ragione sufficiente per prenderlo a pugni in viso. “E com’è che l’hai deciso tu?” gli chiese. “O l’ha fatto Karina? Perché adesso l’hai spinta a difendere Brad, a pensarsi schierata contro di te e al fianco di lui. Continuerà a stare dalla sua parte. È questo che volevi?” Jared era silenzioso, la bocca piegata in una maniera orrenda, come filo spinato. “Lascia che le persone prendano da sé le decisioni che le riguardano, e poi aiutale,” disse Mariel. “Io faccio così.” Jared mormorò qualcosa e poi puntò lo sguardo nel vuoto, aspettando che fosse la sua mente a dargli conforto. Dopo un attimo, disse: “Sì. È un buon consiglio. Ma…” Si fermò e non aggiunse nient’altro. Mariel ebbe la sensazione di star mettendo a posto i vari pezzi di un puzzle. Una madre che non l’aveva chiesto; un padre morto. Non desiderava mettere a posto i pezzi, però. Le dava la stessa sensazione di quando pensava all’amica di Jared, alla sua possibile follia; una sensazione così grande e così oscura da somigliare alle nuvole temporalesche, quelle che riempiono il cielo da sponda a sponda e non lasciano filtrare neppure un raggio di luce. Mariel voleva con tutta se stessa credere che Jared sarebbe potuto stare bene. Voleva crederlo innocente. * L’appartamento in cui viveva Mariel era una schifezza, ma almeno era in una parte della città migliore rispetto alla scuola. Il Punto non era un posto in cui si sentiva sicura a camminare di notte. Ogni giorno guidava la sua auto, un vecchio catorcio, avanti e indietro da casa sua a quel posto; sapeva perfettamente che i suoi studenti vivevano tutti lì, che questo influenzava ogni loro azione, e che aver paura del Punto dopo il tramonto era come avere paura di una parte di loro. Ma non poteva evitare di sentirsi così. Un giorno fu abbastanza sprovveduta da restare a scuola fino a tardi per lavorare, quindi una volta uscita dal cancello per raggiungere la sua auto il cielo era già buio e stava piovendo con così tanta forza che l’intero mondo sembrava essersi trasformato in una doccia nera e lievemente spaventosa. Bastò il primo minuto sotto l’acqua per farle diventare i vestiti zuppi. Quando provò a girare la chiave nell’accensione, l’auto tossì, per poi morire come un gatto malato. Mariel si lasciò sfuggire un’imprecazione, controllò il suo telefono, che era scarico, e dal momento che stando chiusa in macchina non c’era nient’altro che potesse fare uscì dall’abitacolo e fissò il motore. Riusciva a Tradotto da: www.thelynburnlegacy.com stento a vedere qualcosa, al buio e sotto le pioggia, figurarsi se sarebbe stata in grado di trovare il problema. Dall’altra parte della strada c’era un magazzino ricoperto di graffiti gialli, che sotto la flebile luce aveva un’aria lurida: i lampioni erano troppo distanti, e l’unico più vicino era rotto. Sembrava che qualcuno l’avesse preso in pieno con l’auto, il che, visto che quel lampione si trovava vicino sia a una scuola che a un parcheggio, non pareva troppo surreale. Le strade intorno alla Hunters Point Public per Mariel erano familiari, noiose quanto il retro della sua mano, ma l’oscurità donava loro dei tratti sinistri, con vicoli inquietanti e oggetti rotti che somigliavano a denti frastagliati. “Ehi,” chiamò una voce dietro di lei, e Mariel non poté evitare di sobbalzare violentemente. Anche quella voce sembrava sinistra, come se fosse parte della notte. “Ms. Delgado?” Era improbabile che una creatura della notte o, più probabilmente, un rapinatore decidesse di rivolgersi a lei chiamandola Ms. Delgado. Si portò una mano sul cuore, cercando di rallentare e calmare i battiti, e guardò dall’altra parte del cofano della sua auto; lì c’era Jared in sella alla sua motocicletta, il collare della giacca sollevato a fare da debole scudo contro la pioggia insistente. Aveva i capelli scuri per colpa della pioggia, e sembrava più adulto e pericoloso di quanto le fosse mai parso all’interno di quel rassicurante spazio che era il suo ufficio. “Posso darle una mano?” “Sai qualcosa di motori?” gli chiese. “No,” rispose Jared. Dopo un attimo aggiunse: “Kami sì, ma questo non è molto…” “Non sono dell’umore giusto per sentirti parlare della tua amica immaginaria!” scattò Mariel. Un attimo dopo si sentiva già in colpa. Certo, era spaventata e infreddolita, ma questo non bastava a scusare il modo in cui aveva perso la calma con un ragazzo disturbato. Jared non rispose, né si rinchiuse nel porto sicuro che era la sua mente come invece si era aspettata Mariel. Si allungò sopra il manubrio della moto e la guardò come se per una volta si stesse davvero concentrando su di lei. “Deve chiamare qualcuno?” le chiese. “Ho un telefono.” Mariel si vergognò immediatamente per quello che aveva detto e annuì. Jared le allungò il cellulare facendo attenzione a non toccarla, ancora diffidente come un animale selvatico anche dopo tutti i loro incontri. Mariel fece una telefonata per far rimorchiare da lì la sua auto, poi restituì il cellulare a Jared. “Grazie,” disse. “Sei stato molto gentile.” “Sono uno che dà,” commentò Jared in tono di beffa, ma a Mariel parve che si stesse prendendo gioco di se stesso più che di lei. 7 La primavera precedente il nostro incontro di Sarah Rees Brennan “Tornerò in auto ad aspettare,” spiegò Mariel. “Starò bene. Puoi tornare a casa; ti sei già inzuppato abbastanza.” Jared non disse niente che potesse indicare che non l’avrebbe ascoltata, ma quando Mariel tornò in auto attese un po’, e Jared era ancora lì. Abbassò il finestrino. “Vuoi aspettare qui dentro?” “No,” le rispose. “Sto bene.” Mariel esitò. Quel ragazzino non avrebbe dovuto starsene seduto sotto il diluvio; avrebbe dovuto ordinargli di tornarsene a casa. Ma non era certa che l’avrebbe ascoltata, cocciuto com’era, e poi non voleva soffocare un suo impulso gentile. Inoltre, avendolo lì con lei si sentiva più al sicuro. Era una compagnia silenziosa, ma a Mariel bastava lanciare un’occhiata attraverso il vetro ricoperto di pioggia del finestrino, appena sfiorato dal bagliore giallastro di un lampione lontano, per vedere il profilo di Jared. Aveva ancora le braccia incrociate sul manubrio, la testa china, le spalle rigide, e la pioggia correva su quel suo viso strano, sfregiato, con zigomi alti. Sembrava la statua di una guardia di un tempio. Mariel lasciò che restasse, e quando la AAA venne a rimorchiare l’auto Jared si allontanò senza una parola. Guidava la moto come un lunatico, con uno stridio di pneumatici e uno spruzzo d’acqua. “Spero non finisca male,” commentò il ragazzo nel carro attrezzi. “Sì,” rispose Mariel. “Lo spero anch’io.” * Durante il loro incontro successivo, in quell’ambiente confortevole e familiare che era il suo ufficio, Mariel disse: “Grazie di nuovo per l’altra notte.” La frase le uscì fuori goffa, ma Jared non la prese in giro per questo. Al contrario sembrò illuminarsi, un po’ imbarazzato, e per la prima volta Mariel intravide uno spiraglio nell’armatura di spigolosa e duramente conquistata maturità di Jared: sembrava un normale ragazzo della sua età. “Lascia che le persone decidano da sé e poi aiutale, giusto?” le disse. “Giusto,” confermò Mariel. * Gli incontri scuola-famiglia serali per Mariel non erano mai stressanti, non come lo erano per gli insegnanti di matematica e scienze, che avevano trascorso le settimane precedenti nella tormentata attesa delle scenate angosciate a cui avrebbero dovuto assistere. Mariel doveva invece presentarsi e basta, sorridere e descrivere l’arte di buona parte degli studenti come “unica”. I genitori Carrera e Vincent trascorsero in sua compagnia una buona mezz’ora, per la maggior parte del tempo sorridendo e congratulandosi tra loro per la Tradotto da: www.thelynburnlegacy.com situazione attuale di Vincent, mentre il ragazzo si agitava sulla sua sedia, diviso tra soddisfazione e un profondo imbarazzo. Mariel si era guardata intorno alla ricerca di Jared. Era curiosa di incontrare sua mamma. Quando i due le si avvicinarono, Mariel comprese di essere sorpresa, anche se non avrebbe saputo dire come si era immaginata la madre di Jared prima di vederla. “Sono Rosalind Moore,” si presentò la donna al fianco di Jared, stringendo la mano di Mariel. “Ms. Delgado? Jared mi ha parlato di lei.” Le parole erano banali; la donna che le aveva pronunciate no. Il suo modo di parlare la identificava come sia decisamente acculturata che distintamente inglese, diverso dall’accento di Jared in ogni modo concepibile. Usava anche un tono molto flebile. Era alta, ma più piccola del figlio, sottile e con lunghi capelli biondo chiaro che le scorrevano simili a un fiume lungo le spalle. Sembrava una naiade irrimediabilmente strappata dalla sua pozza d’acqua, e cresciuta in un mondo confuso. La maggior parte dei genitori si era vestita con più attenzione del solito, e Jared stesso aveva rinunciato alla sua onnipresente giacca di pelle per l’occasione. Rosalind Moore indossava un prendisole sbiadito. Lei e Jared stavano l’uno accanto all’altra, ma non si sfioravano per niente. Mariel prese mentalmente nota che Jared aveva parlato di lei a sua madre, e se ne compiacque: non solo perché questo significava che aveva avuto un qualche effetto su di lui, ma anche perché ciò implicava che lui avesse cercato di trovare un qualche contatto con la mamma. Jared allontanò la sua sedia da quella della madre e i due presero posto. “Beh, Jared non fa arte, come ben sa,” disse Mariel, “ma abbiamo avuto numerose e piacevoli discussioni riguardo al suo andamento e sui libri che legge. Legge molto.” Rosalind sembrava distante, anche se in modo diverso rispetto a Jared. Di norma, lui sembrava intensamente concentrato, sebbene l’oggetto del suo interesse non fosse reale. Rosalind sembrava assente persino da se stessa, come se niente al mondo, lei inclusa, fosse importante. Evitò semplicemente di rispondere a Mariel. “Anche mamma legge molto,” si inserì Jared, facendo scorrere lo sguardo dall’una all’altra. Le sue enormi spalle sembravano leggermente curve, come se avesse la sensazione che la discussione non sarebbe andata a finire bene. “Qualcosa di cui voi due potete parlare,” propose Mariel ottimisticamente. Era abituata ai genitori belligeranti; quelli che sembravano confusi dall’intera faccenda, come se non sapessero il motivo della loro presenza lì, erano… una novità. “Sa, sono certa che Jared si metta abbastanza spesso nei guai qui a scuola, ma penso…” 8 La primavera precedente il nostro incontro di Sarah Rees Brennan “È davvero gentile da parte sua essere preoccupata,” mormorò Rosalind. “Non ce n’è bisogno, però, mi creda. Dovrebbe cercare di capire che è perfettamente inutile tentare di salvarlo.” L’intero corpo di Jared si tese, pronto a ricevere un colpo. “Mamma,” la richiamò a bassa voce Jared. Rosalind non lo guardò, ma aggiunse, in tono gentile: “Non è colpa sua. È nato già così, un caso disperato. Siamo entrambi creature di rosso e oro. La nostra eredità è fatta di sangue e lacrime. Ha ucciso suo padre, sa.” Mariel pensò con estrema chiarezza: non sono qualificata per questo genere di cose. Jared non corresse la madre. Non parlò affatto, dopo che lei aveva ignorato il suo unico appello; rimase seduto lì con la mascella stretta e gli occhi più pallidi del solito, come il cielo invernale quando sta per arrivare la neve, osservando e ascoltando qualcosa che non esisteva. “Rosalind, sono certa che lui non…” “E io sono sicura di sì,” disse Rosalind. “Ha lanciato suo padre giù dalle scale, una notte, gli ha rotto il collo. Le sto dicendo tutto ciò solo per farle capire che è inutile tentare di redimerlo. La nostra famiglia non ha pietà. Il sangue e le lacrime non sono nostri. Noi siamo quelli che li bevono.” “Vero,” confermò Jared, la voce determinatamente indifferente. “Sono proprio un vampiro. È per questo che sono così scolpito. È ciò che deriva dall’essere nel territorio dei non-morti: un’insaziabile sete di sangue e una struttura ossea invidiabile.” Rosalind non parve notare la battuta. “Siamo peggio di così, molto peggio,” mormorò. “Okay,” disse Jared. “Ne ho avuto abbastanza.” Si alzò. Rosalind gli lanciò un’occhiata; gli occhi azzurri come fiordalisi le si sbarrarono e trasalì, come se avesse pensato, fino a quel momento, che l’incontro si era svolto normalmente. Gli altri genitori e gli studenti si guardarono intorno, quando notarono Jared in piedi, quando sentirono che aveva alzato la voce. Jared rimase lì. Per un momento Mariel penso che avrebbe afferrato la madre e l’avrebbe costretta ad alzarsi. Jared sembrava desideroso di farlo, ma c’era un leggero tremolio che gli scuoteva il corpo, e non provò neppure a toccarla. Se ne andò, allontanandosi lungo il pavimento incerato della palestra; le gambe di metallo di una sedia di plastica fecero un rumore stridulo mentre se ne andava. Rosalind rimase seduta, guardando educatamente Mariel. “Qualcuno dovrebbe corrergli dietro,” puntualizzò Mariel. Un’ombra attraverso il volto pallido di Rosalind. Sembrava improvvisamente molto stanca. “Non servirà a niente,” disse. “Lei non può fare niente per nessuno di noi. La gentilezza non ci Tradotto da: www.thelynburnlegacy.com aiuterà; distruggiamo tutto ciò su cui mettiamo le mani.” “Lo farò io, allora, se lei non vuole,” fece Mariel, alzandosi. Cerco di lasciare la stanza con fare casuale, come se dovesse andare in bagno. Non era certa di esserci riuscita. Jared era un ragazzino ferito, e sua madre era molto peggio e molto più strana di quel che si era aspettata. Voleva solo aiutarlo, desiderava che ci fosse un modo, ma non ne vedeva nessuno. Trovò Jared nell’atrio. “Vieni nel mio ufficio per un attimo,” disse, e lui deviò bruscamente lontano da lei, mettendo spazio tra loro; ma la ascoltò, procedendo parecchi passi davanti a lei. Quando raggiunsero l’ufficio Jared sbatté la porta per aprirla, e si precipitò alla finestra. Nel farlo andò a sbattere contro la scrivania, facendo volare a terra penne e lampade, ma non ci fece caso. Stette lì in piedi guardando fuori, le braccia incrociate sul petto, l’intero corpo che si sforzava contro il vetro come se volesse trovare una via di fuga. Non aveva acceso la luce, quindi l’ufficio era immerso nel buio. Mariel rimase accanto alla porta e lo osservò. “Mi dispiace così tanto,” disse. “Di solito non è così male, mia madre,” spiegò Jared. “Le ho detto che ho parlato con lei di… di Kami. A mamma non fa piacere che io ne parli.” Mariel questo poteva capirlo, ma non riusciva a comprendere come una madre potesse definire suo figlio come un caso disperato, ammesso che Jared non avesse davvero… ma non era possibile. Le persone non la fanno franca dopo aver ammazzato qualcuno. Rosalind Moore era una donna piena di problemi. “Le sue parole erano terribili,” disse Mariel. “Sai benissimo che ciò che ha detto non è vero. Se c’è qualcosa di cui vuoi parlarmi, riguardo alla tua vita familiare, sarei davvero felice di ascoltarti.” “No.” Il tono di Jared era piatto, i suoi occhi pieni della luce della luna, luminosi e vuoti. “Non voglio parlare di nulla eccetto Kami. È per questo che vengo da lei.” “Non ci sono altre ragioni?” domandò Mariel quasi con disperazione. Perché lei potesse fare qualcosa Jared doveva voler aiuto, doveva voler cercare qualcosa di più salutare di quella folle di sua madre e dell’interno della sua testa. Jared sembrava un po’ più piccolo e decisamente molto più vulnerabile senza la sua giacca; la lunga curva della sua schiena, coperta da una sottile camicia grigia, era piegata come se stesse reggendo un peso pesantissimo. Jared aveva ancora lo sguardo fisso fuori dalla finestra, il volto colpito da luci bianche e occhi freddi. “Non c’è un’altra ragione,” disse, la voce morbida tanto quanto quella della sua folle madre. “Non per me.” 9 La primavera precedente il nostro incontro di Sarah Rees Brennan “Vuoi una via di fuga?” domandò Mariel, e si sforzò di essere più specifica. “Preferiresti non vivere con tua mamma?” “Certo. Vorrei potermi allontanare da lei e da tutti gli altri. Vorrei poter avere un appartamento in cui vivere da solo, senza nessun’altro; così non ci sarebbe nessuno a voltarmi le spalle o accusarmi. Non voglio avere nessuno intorno.” “Jared,” lo chiamò Mariel. Cercò di suonare gentile anche se aveva paura, perché quel problema era di dimensioni così enormi che proprio non le riusciva di trovare un modo per aggirarlo, perché Jared era pazzo quanto sua madre. “Non puoi vivere tutta la vita da solo.” Jared si guardò intorno. All’ombra il suo viso e i suoi capelli sembravano della stessa sfumatura dorata; “creatura di rosso e oro”, l’aveva definito sua madre, tutto d’oro eccetto che quella striscia d’argento che era la sua cicatrice. Aveva la voce gelida quanto il sussurro del vento invernale. “Non sarei solo. Non lo sono mai.” Era così, si disse Mariel. Jared non voleva aiuto, non l’avrebbe mai accettato, e dunque lei non poteva fare niente per dargli una mano. Rosalind era pazza, ma su una cosa aveva ragione: era perfettamente inutile tentare di salvarlo. * La settimana seguente ci furono un paio di appuntamenti che richiesero più tempo del previsto a Mariel; ormai passava più tempo nell’ufficio del consulente che nell’aula di arte. Chiarì le cose con Karina Casique – “Solo perché quel Moore è un coglione non significa che non lo sia anche Brad. Un sacco di persone sono coglioni,” le spiegò. E Karina sbuffò e disse: “Vero”, e sembrava pensierosa. “È un peccato che quel Jared sia un tale maniaco,” aggiunse Karina. “Perché è decisamente eccitante. Perché buttar via così tanta figaggine dandola a un pazzo?” Mariel cercava di non pensare a lui come a un pazzo. Karina fraintese la sua espressione preoccupata. “Non si preoccupi,” chiarì. “Penso che per un po’ starò lontana dai cattivi ragazzi.” Dopo che Karina se ne fu andata Mariel aprì la porta e si trovò davanti sia Vincent che Jared. Esitò, controllando Vincent per assicurarsi che non fosse spaventato, ma se c’era qualcuno che sembrava essere a disagio, quello era Jared. Vincent sbriciava con fare dubbioso la copia stropicciata de “La caduta della casa degli Usher e altre storie” di Jared. “È davvero una bella storia, sul serio,” fece Jared con voce burbera. Mariel si disse che stava tentando di essere gentile, anche se non aveva idea di come fare. “Questo tizio va in vacanza a casa di un amico, e l’amico è, tipo: ‘La mia casa respira! Mia sorella no!’ E le persone corrono per l’abitazione durante una tempesta vomitando Tradotto da: www.thelynburnlegacy.com sangue, e a un certo punto la casa esplode. Non esattamente una vacanza rilassante, dico io.” “Immagino sia breve,” concesse Vicente. “Ma avrebbero dovuto dargli un titolo migliore. Qualcosa tipo ‘Omicidio sull’Isola dei Morti’.” “Buon titolo,” concordò Jared. “Fa sembrare un po’ idiota l’eroe, però. Intendo, vai in vacanza in un posto chiamato Isola dei Morti, ti becchi quel che ti sei cercato.” “Puoi entrare, Vincent,” gli disse Mariel. “Jared, magari potremmo rimandare a domani?” Jared annuì alle svelta e nascose il suo libro come sei si trattasse della prova di un crimine. Non era un cattivo ragazzo; ed era proprio questa la parte peggiore, quella che più le spezzava il cuore. Era solo un ragazzo in una situazione terribile, e non aveva voglia di uscirne, forse perché non pensava ci fossero per lui vie di fuga al di fuori della sua stessa mente. Ha lanciato suo padre giù dalle scale, una notte, gli ha rotto il collo. Almeno, era quasi sicura che non fosse cattivo. * Il giorno dopo, Mariel stava bevendo la sua seconda tazza di caffè quando le dissero che c’era una scenata in corso in palestra. Due tazze di caffè non erano sufficienti per affrontare una cosa simile, ma decise di andare comunque a vedere subito: poteva trattarsi di uno dei suoi ragazzi. Entrata in palestra, per un attimo pensò che fosse così. A una prima occhiata, quelli che vide davanti a sé furono Jared, Rosalind Moore e un uomo strano, e si chiese chi fosse lui. Poi, sentendo la porta chiudersi, il ragazzo biondo si voltò, e lei lo vide in viso. Non era Jared, anche se gli assomigliava parecchio. La vista di quel giovane la spinse a pensare a Jared, ovunque lui fosse… Immaginate di trovarvi davanti una copia identica di voi stessi, ma perfezionata. Qualcosa era andato nel verso giusto coi lineamenti di questo ragazzo qui, quindi aveva un viso di una bellezza dolce, classica, un volto che sembrava un dipinto o un libro, assolutamente perfetto e privo di cicatrici o macchie. Non aveva tratti spigolosi, e, pur essendo alto, era sottile; nessuno mai avrebbe potuto avere paura di lui. Aveva i capelli di un biondo molto più chiaro di quello di Jared, brunito, e gli occhi di un blu azzurro e perfetto. Quando vide Mariel le sorrise, e lei pensò che di sicuro le ragazze della sua età non si ritraessero vedendolo, come invece facevano con Jared. “Voglio sapere immediatamente dov’è Rosalind!” ruggì la donna col ragazzo, l’accento tanto inglese quanto quello di Rosalind; la sua voce però tagliava l’aria come un paio di falci brandite da mani esperte. “Rosalind Lynburn. 10 La primavera precedente il nostro incontro di Sarah Rees Brennan Deve lavorare qui. È stata qui, lo so. Posso dirlo con certezza. Non raccontatemi bugie.” Mariel la guardò e spalancò la bocca. La donna non somigliava a Rosalind nel modo in cui il ragazzo somigliava a Jared. Quella donna era Rosalind; aveva il suo stesso viso, che però nascondeva una personalità differente. I capelli biondo limone di questa donna erano tenuti in alto da uno stretto chignon, aveva la bocca dipinta di rosso e sogghignava; indossava inoltre degli abiti neri costosi, ma tremendamente pratici. I grandi occhi blu di Rosalind erano ridotti in questo viso, e guardavano Mariel con un’espressione di disprezzo e comando. “Perdonate mia moglie,” disse l’uomo che stava accanto alla donna. “È estremamente ansiosa di ricevere notizie di sua sorella.” Anche lui era alto e biondo, con tratti molto simili a quelli della moglie e del figlio, come pure ai tratti di Jared e Rosalind; almeno in questo caso, però, non sembrava lo strano specchio di un viso che Mariel aveva già incontrato. L’uomo le sorrise, anche se non con il riflessivo e rilassante fascino del figlio; era piuttosto un sorriso pratico e rassicurante. Mariel sbirciò i visi dei suoi colleghi. Avevano tutti un’aria assolutamente confusa, fatta eccezione per alcune persone che parevano lievemente traumatizzate. La donna bionda che sembrava identica a Rosalind Moore si aggirava col fare del cacciatore che cerca la sua preda; il modo in cui si muoveva le ricordò un po’ Jared. “Potrei parlarvi nel mio ufficio?” domandò. Tutti parvero sollevati dalla proposta di Mariel eccetto la donna bionda, che continuò ad avere un’aria imperiosa. “Il mio nome è Mariel Delgado,” si presentò Mariel una volta sedutasi dietro la sua scrivania. “Sono il consulente scolastico.” Evitò di precisare che in verità era una semplice insegnante di arte, e che non aveva alcuna qualifica per fare da consulente. Sarebbe stato di meno impatto, e la donna bionda era ovviamente arrivata lì già con dei preconcetti. “Sono Rob Lynburn,” fece l’uomo alto; gli occhi gli si incresparono con un altro sorriso. “Questo è mio figlio, Ash. E lei è…” “Sono Lillian Lynburn,” scattò la donna. “E ora che ci siamo lasciati alle spalle tutti gli inutili convenevoli, sa dirmi dov’è mia sorella?” “La somiglianza è eccezionale,” commentò Mariel. “Dunque l’ha incontrata,” disse Lillian Lynburn. “Avevo ragione a dire che non eravamo stati sviati. Sapevo che era venuta qui. Perché è stata in questo posto, in questo luogo infelice? Cosa le è successo? Dov’è?” “È venuta qui per i nostri incontri scuolafamiglia,” spiegò Mariel. “Con suo figlio.” Non aveva immaginato che quell’informazione li avrebbe colpiti con la forza di un fulmine, lasciando dietro di sé silenzio al posto del fuoco. Il Tradotto da: www.thelynburnlegacy.com ragazzo, Ash Lynburn, sembrò particolarmente turbato, anche se il suo viso tornò calmo nel giro di qualche attimo. “Un ragazzo,” buttò fuori Lillian Lynburn. “C’era un ragazzo?” “Mamma,” disse Ash. “Siamo in una scuola.” “Lillian, il figlio di quell’uomo…” cominciò Rob. “Se è solo…” cominciò nello stesso momento anche Ash. “Silenzio, entrambi,” le zittì Lillian, recuperando la sua compostezza nel giro di un respiro, come se non l’avesse mai persa. Rob indirizzò a Mariel un’occhiata per metà divertita e per metà di scusa, ovviamente avvezzo al modo di fare di sua moglie. Lillian irrigidì le spalle. “Dunque c’è un bambino,” disse. “Li voglio entrambi.” “Rosalind incontrò un uomo che noi tutti consideravamo sbagliato, per lei,” spiegò Rob in tono conciliante. “L’abbiamo cercata per anni, e non siamo mai arrivati così vicini a lei quanto oggi. Rosalind non ha mantenuto alcun contatto con la sua famiglia, ed eravamo tutti profondamente preoccupati per la sua sicurezza e felicità – e ovviamente per la sicurezza e la felicità di qualsiasi bambino lei avesse potuto generare. Mia moglie è agitata.” “David Moore è morto,” disse loro Mariel, incerta. Lillian aggrottò le sopracciglia, che si inarcarono come archi disegnati insieme. “Moore?” chiese. “Era quello il nome?” Rob si allungò per prendere la mano della moglie, che però la respinse con fare irritato. “Immagino abbia usato un falso nome,” fece Rob dopo un minuto. “Non importa,” decise Lillian. “Il ragazzo frequenta questa scuola. Mi dica dov’è.” “Calmati, mamma,” mormorò Ash in tono sommesso. Mariel notò in quel momento che, pur avendo sia Rob che Lillian accenti inglesi, Ash parlava con una sfumatura del sud. Si chiese silenziosamente quanto tempo avessero trascorso in America. Vide Ash e Rob scambiarsi delle occhiate al di sopra della testa di Lillian, un’occhiata tra familiari che significava che dovevano tener d’occhio un altro membro della loro famiglia. Lillian non sembrava intimidita dal figlio più di quanto non fosse intimidita dal marito. “No,” disse, tagliente. “Quel ragazzo è mio. Rosalind è mia. Non permetterò a questa persona di tenermi anche solo un altro attimo lontana dalle persone che mi appartengono!” Lillian si alzò in piedi, le mani poggiate sulla scrivania. I suoi occhi non erano come quelli di Rosalind, benché il colore fosse identico: erano intensi e minacciosi. Quella famiglia era terribile. “Jared Moore è uno studente di questo istituto.” 11 La primavera precedente il nostro incontro di Sarah Rees Brennan “Jared Lynburn,” la corresse Lillian. “Non abbiamo il permesso di divulgare le informazioni degli studenti,” spiegò pazientemente Mariel. “Sono sicura che Rosalind sia nell’elenco. Può farle una telefonata e…” “E se non dovesse esserci?” chiese Rob in tono ragionevole. “Può vedere da sé quanto siamo preoccupati per lei.” Mariel poteva, sì. E poteva anche vedere che Lillian Lynburn, benché non meritasse alcun premio sul fronte personalità, aveva rivendicato Jared senza indugi. Rob Lynburn sembrava un uomo gentile, affidabile; il ragazzo, Ash, non era stato nient’altro che educato. Le apparenze potevano ingannare. Rosalind poteva aver abbandonato la sua famiglia per un numero qualsiasi di buone ragioni. Mariel lo sapeva, ma sapeva anche che Jared era davvero solo. Non c’era nessuno che lo aiutasse. Non ho nessuno, le aveva detto Jared quando lei gli aveva chiesto se non avesse qualche parente, ma si era sbagliato. Aveva una famiglia. Jared aveva bisogno più di chiunque altro al mondo di persone vere che si interessassero a lui, che lo considerassero qualcosa più di un caso disperato. Mariel non poteva prendersi responsabilità per lui. Si alzò dalla sedia e raggiunse la finestra vicino a cui si era rimasto immobile Jared qualche sera prima, il viso inondato di luce lunare e la voce piena di desiderio per una persona che lui aveva soltanto immaginato. Poteva prendersi la responsabilità almeno di quest’azione. Aprì lo schedario accanto alla finestra, tirò fuori il file di Jared e lo lasciò deliberatamente sulla scrivania. “Se volete scusarmi,” disse, “devo uscire un secondo.” Quando tornò nella stanza se n’erano già andati tutti, la donna imperiosa, il suo paziente compagno e il loro bellissimo figlio. Il file di Jared era stato lasciato aperto, con le pagine che venivano scompigliate dal vento proveniente dalla finestra. Fu solo in quel momento che Mariel ricordò di nuovo le parole di Rosalind: “La nostra famiglia non conosce pietà”, e sentì un fremito di apprensione correrle lungo il corpo. Ma che altro avrebbe potuto fare? Non poteva lasciare che Jared continuasse a vivere così. Mariel suppose che i Lynburn dovevano aver trovato Jared e sua madre. Non ne ebbe mai la certezza. Non lo rivide mai più. Ma negli anni successivi, dopo essere tornata a scuola per diventare una consulente qualificata, nel pensare ai suoi primi ragazzi, quelli che aveva desiderato aiutare, che aveva desiderato difendere, per cui aveva desiderato parlare, avrebbe sempre ricordato anche Jared. Non lo considerava uno dei suoi successi. Alla fine, non Tradotto da: www.thelynburnlegacy.com aveva avuto la possibilità di aiutarlo in nessun modo. Ma si sarebbe concessa un attimo per ricordarlo e augurargli di aver trovato qualcuno che tenesse a lui, alla fine, e di stare bene. Non pensava che i Lynburn fossero creature di rosso e oro, che bevevano sangue e lacrime; almeno, non più di quanto si fermava a riflettere sulla possibile pazzia di Jared, o sull’omicidio che tutti credevano avesse commesso lui spingendo i padre dalle scale perché si spezzasse il collo. Si sforzò di credere che Rosalind avesse avuto torto, e che Jared non fosse senza speranza. 12