Pierleone M. Porcu ODIARE LA GIUSTIZIA L'indagatore e l'indagato un solo rapporto (Scritti scelti) IL DOMINATORE E L'INDOMABILE Edizioni Cerbero Premessa L'opuscolo è il risultato di una ricerca molto più vasta che investe tutti gli scritti e articoli di Pierleone Porcu. Il lavoro che si prefigge la Edizioni Cerbero è suddividere a tema i suoi articoli che, sparsi nel tempo sui giornali e testate anarchiche hanno trovato uno spazio d'importanza per una critica essenziale e radicale. Nihil (1995) N.0 Il governo dei giudici e la fine del garantismo Normali o Normalizzati? L'inquisitore e l'indagato:Un solo rapporto N.3 L'anarchia in tribunale? Avvoltoi e sciacalli due considerazioni sui sequestri L'importanza di un processo romano Giustizia o Libertà L'esplosione (2001) Il nemico e i suoi d'intorni Illegalismo e propaganda con i fatti ProvocAzione (1987-1991) Antagonismo e autocontrollo – n.2 L'antagonismo criminalizzato – n.5 Uno spettacolo di consenso – n.7 Fuori dei tribunali – n.9 I mutanti della delegittimazione – n.22 Considerazioni sul potere – n.26 Note editoriali-“La penna e la pistola sono fatte dello stesso metallo.”(CCF) Vengo subito al dunque...le nostre intenzioni sono quelle di propagandare tramite opuscoli,libri e azione il messaggio del qui e ora come metodo di lotta per la totale liberazione individuale e definitiva da qualsiasi sovrastruttura etico-morale e repressiva:Lo Stato come Le religioni. Non cerchiamo consenso nelle masse inermi,nessuna propaganda speculativa al riguardo è affar nostro. Detto questo per ora abbiamo stampato i nostri opuscoli seguendo una linea precisa che cerca di fornire al singolo i mezzi teorici per riflettere e approfondire sulla sua autoliberazione -partendo sempre dal principio che ognuno dispone a se di questi mezzi-da non vedere, ne come forma consigliare ne come opera caritatevole verso chi di questi mezzi non ne ha coscienza,ma come metodo di confronto per rendere la propria lotta più radicale possibile. Non solo teoria però,alcuni dei nostri opuscoli già stampati e da stampare,hanno come punto d'attenzione il metodo d'azione pratica,dove si gioca il confronto vero e violento,ogni metodo illegale e amorale sarà un riferimento costante e indispensabile. "Io so che vivo e che voglio vivere. E’ molto difficile mettere in azione questo voglio. Siamo circondati da un’umanità che vuole quello che vogliono gli altri. La mia affermazione isolata è delitto de’ più gravi. Legge e morale, a gara, m’intimoriscono e persuadono. Il “biondo rabbi” ha trionfato. Si prega, s’implora, si bestemmia, ma non si osa. La vigliaccheria, carezzata dal cristianesimo, crea la morale, e questa giustifica la viltà e genera la rinuncia." "Mi strappo dalla fronte le spine della rinuncia cristiana e bevo il profumo delle rose." (Bruno Filippi "il me faut vivre ma vie") Il Dominatore e l'Indomabile annotazioni al di fuori del codice penale “Sicuro. Voi soffrite di un caso complicato.Prima d tutto questa inquietante febbre di giustizia;e poi quel che è peggio ...voi siete sempre nel torbido delirio di un'adorazione;sempre dovete avere un oggetto da ammirare fuori di voi.” (Henrik Ibsen,”L'anitra selvatica”) Finire,certo,nelle mani lorde dell'Autorità -quale essa sia- eticomorale esecutiva,dai G.I.P o G.U.P 1 ai loro cani da guardia e maiali vari,disposti appunto al giudizio e alla carcerazione(di qualsiasi forma stessimo parlando,da l'obbligo di firma al fine pena mai),senza nessuna distinzione tra colori e gradazioni cromatiche diverse di tonaca(per esperienza personale ho notato che la così detta toga Rossa,o come si vuol far credere,il Magistrato compagno, è assai peggiore,nella misura del suo credo ostinato e perverso verso il c.p.),è affare assai sgradevole per l'imputato;questo senso di sgradevolezza è percepibile a chi non sottostà al volere di chi che sia,e non rifugia le sue speranze nella giustizia costituita. Uno dei sinonimi di speranza è Illusione,a sua volta,il sinononimo di quest'ultimo è apparenza. Quella situazione che si viene a presentare puntualmente in un aula di tribunale è mera apparenza;un fantasma tra quelli stirneriani che ha dalla sua anche il grottesco pirandelliano. Il Novatore si pronuncia in questo senso: “...La vera Libertà un privilegio dei grandi despoti che dominano e dei grandi ribelli che non sanno ubbidire. Ma gli uni e gli altri sono fuori della legge e della regola,sono fuori della mediocrità.”2 L'approccio manicheo della questione è inevitabile quando esistono due forze,contrapposte,di cui una vuole sopraffare l'altra. Quanto può valere,e con quale diritto(parola sacra hai tempi d'oggi) un tribunale può poter decidere il corso e gli eventi della mia vita?Tema questo non di ultima scoperta;lo stesso già citato Novatore e Stirner,Nietzche,Ibsen e molti altri filosofi e poeti della sovranità dell'individuo hanno potuto arricchire l'argomento. All'orizonte ci sono solo terre irridente. L'individuo nella nebbia del potere popolare accresce la sua proiezione di forza in essa e ne denomina l'attributo di giustizia. Come dicevo,l'individuo si crea un sistema di delega legittimata dalla propria incapacità di volere o di esigere qualcosa. Ecco che ,come scrive P.Porcu,la Morale e l'Etica e così lo Stato và creandosi a colpi di sentenze in tribunale...il nuovo Dio: “Grazie all'industria del pentitismo e del giustizialismo si è giunti ad una inversione dei rapporti tra potere giudiziario e potere politico fino al configurarsi di una situazione di netta predominanza del primo sul secondo e per conseguenza su tutti gli altri.” [...] “Sarebbe bene,quindi,che tutti prendessero atto che si prospetta un governo definitivo sotto la tutela della magistratura,e che le scelte politico-istituzionali le faranno i giudici tramite la politica giudiziaria.Tutela che gode del consenso popolare,ha l'immagine di governo sancito dalla moralizzazione,e prospetta lo “Stato etico” interiorizzato nel buon cittadino,ligio e zelante verso tutte le leggi promulgate sottoforma di misure di prevenzione sociale atte a combattere ogni forma di opposizione alle regole da essi emanate.” (da “Il governo dei giudici e la fine del garantismo” ,P.Porcu ) “La sua compattezza è limite generatore di un orizonte:il codice penale come misura su cui si regge ogni ordine sociale.E due sono le forze che essa impiega per soffocare l'individuo:La legge e la morale.” (da “Giustizia o Libertà”,P.Porcu) Quasi in maniera profetica,ci ritroviamo in quel mondo che descrive P.Porcu con acutezza di 1 Giudice Indagini Preliminari,Giudice Udienza Preliminare 2 Il corsivo è mio analisi,basti pensare alla ristrutturazione del consenso verso lo Stato fatta in questi anni. I processi etico-morali (quei processi che intaccano la reputazione comportamentale,privata e pubblica, dei soggetti politici) alla classe dirigente o a chi svolge attività istituzionali è il nuovo credo del popolo che illusioramente si crede sovrano. Un credo,questo,promosso dal messia di turno R.Saviano e prima di lui i vari De Magistris e Di Pietro(nomi che mi fa schifo persino a scriverli), e tutta quella cricca di magistrati,politici,giornalisti,che fanno capo al codice penale.Che agenti politici conservatori e reazionari di destra e aggiungerei di sinistra abbiano a cuore il mantenimento dello status quo è cosa non nuova,in quel caso però si conosce bene il volto del nemico,altra cosa è invece la propaganda mossa da i nuovi predicatori,che solo gli ingenui credono come alleati. Questi nuovi profeti si spacciano a furor di popolo come portatori di innovazioni e come vaccino al virus della corruzione dell'uomo di potere e della sua inadeguatezza a svolgere tale compito;risulta facile affermare per costoro che non è la legge il male (per loro anzi è l'unica cosa vera) ma l'uso arbitrario e il non uso in tal casi di quest'ultima.Come affermavo sopra,ingenuo è chi pende da queste affermazioni di uguaglianza e di rigore verso la legge. “[...]Questa promessa era una menzogna,e noi lo sappiamo:ma a quell'epoca era un progresso,un omaggio reso alla verità.E perciò quando i salvatori della borghesia minacciata,i Robespierre e i Danton,basandosi sugli scritti dei filosofi borghesi,i Rousseau e i Voltaire,proclamarono “il rispetto della legge,uguale per tutti”,-il popolo,il cui slancio rivoluzionario cominciava già ad affievolirsi contro un nemico sempre più solidamente organizzato,accettò il compromesso.Egli piegò il collo sotto il giogo della Legge,per salvarsi dall'arbitrio del signore.” “[...]Ed è riuscita tanto nel suo intento che oggi stesso assistiamo a questo fatto esacrabile:quando al risvegliarsi dello spirito critico gli uomini vogliono essere liberi,cominciano a chiedere ai loro padroni di proteggerli meglio,modificando le leggi create dai padroni stessi. Ma i tempi e le coscienze da un secolo sono cambiate;e dappertutto si trovano dei ribelli che non vogliono più ubbidire alla legge senza sapere di dove essa viene,quale è la sua utilità,di dove deriva l'obbligazione di obbedire ed il rispetto che si ha per essa.La rivoluzione che si matura è una “rivoluzione” e non una semplice sommossa,appunto perchè i ribelli dei nostri tempi sottomettono alla loro critica tutte le basi della società,venerata sinora,e primo fra le altre,questo feticcio, - la Legge.” (da “La legge e l'autorità”,P.Kropotkin) Se potesse vedere il rivoluzionario russo quanta strada è stata fatta a proposito! Neanche un sol passo per quella “rivoluzione”! Non bisognerebbe neanche aggiungere che è un gioco fatto tutto da parole chiave,come legalità(applaudita da tutti gli schieramenti politici) e politica del fare,ma soprattutto galera,galera democratica...ma Galera. Due poteri e due nomi per la stessa persona,lo Stato. Il potere politico emana le leggi,e il potere giudiziario le attua,questo è quello che fin'ora è stato.Le parti,ora,si sono invertite:”il potere giudiziario è incaricato di fare la legge,il potere politico è incaricato di attuarla”. Il politico di turno al governo in quanto proiezione del cittadino modello ,deve santificare la sua posizione,nella maniera in cui se non lo facesse perderebbe di credibilità l'intero assetto Istituzionale Statale di consenso e rappresentanza. Ecco che nella critica anarchica,che nel momento di crisi statale trova materiale per avvalorare le sue tesi,vede intromettersi il nuovo credo popolare :”appoggiare i giudici che riporteranno l'ordine dove l'ordine “è venuto a mancare”. Riformismo,merdosissimo riformismo che non ha nulla a che vedere con l'individuo anarchico. Lo Stato getta le basi per il suo dominio; Riporto ora,sotto,uno stralcio epistolare tra me e un compagno del catanese,in risposta a metodi di lotta legale: “Come ti dicevo...parlare di difesa legale è già scendere a patti con il nemico. Ragionamento radicale è invece porre un anarchico nelle due uniche scelte: Omerta totale(nessun rapporto con la legge) Contraddizione nell'anarchismo(qualsiasi modo "LEGALE" per non finire dentro) è lontano l'anarchismo fatto da anarchici che accolgono l'evasione come metodo di lotta contro la prigione.Ora(seppur ognuno ha la sua libera scelta)si consiglia la via legale - dei cosi dettì compagni AVVOCATI - che faranno di tutto (quello che è scritto sul codice penale) per tirare i compagni fuori dalla galera.E con questa pratica vorrebbero pure un bel Grazie!(accompagnato dalla "donazione" di svariate centinaia di euro).Come dissi ad una delle guardie che mi arrestavano e che per pietà cristiana mi "faceva il favore di non mettermi le manette": "non fare complimenti...mettimi quelle manette...non ti consiglio di lasciarmi a mani libere... e poi non devo dire grazie a nessuno!". La solidarietà a mio avviso non è donare quei due o quattro cento euro per le spese legali*.Come ti dicevo quello è un metodo da colletta per i poveri.La solidarietà è colpire chi ha arrestato il compagno,o farlo evadere dalla detenzione,o nasconderlo in caso di latitanza. Il resto è voler ficcare delle pratiche cristiane nell'anarchismo per così poter senza timore affermarsi rivoluzionari.“3 Per chi si auto-definisce anarchico,quanto sopra scritto, è il metodo a mio avviso più coerente per risolvere il problema giudiziario.Che dire però quando anche un'autorevolezza dell'anarchismo come M.Bakunin si inchinò verbalmente allo Zar di tutte le russie – suo acerrimo nemico - con lettere di grazia per la sua condanna?4 Sento già le voci contrarie a questa affermazione,”Meglio fuori che dentro!” -che banalità,e questo sarebbe un buon motivo? - oppure “lo ha fatto per poi evadere dalla Siberia” -quest'affermazione è già più interessante in quanto poneva un metodo che non prevedeva la costante sudditanza morale appena uscito dalla prigionia,ma era invece un mezzo per rimarcare tramite evasione la costante illegalità:”la Latitanza”. Cosa differente ai giorni nostri però. Chi,un compagno,scriverebbe una lettera di grazia -o anche semplicemente uno sconto di pena -al presidente della repubblica verrebbe tacciato giustamente come un infame,perchè sarebbe evidente – lo spero – l'incompatibilità fra i due ruoli che entrano in relazione. Eppure se si utilizza la teoria del “meglio fuori che dentro” che male ci sarebbe? E' un esempio troppo estremo?Chi riesce a trovare la differenza tra una lettera di grazia e farsi rappresentare da un avvocato è un vero campione del compromesso;anzi la differenza c'è,è che almeno uno dei due non è ipocrita. Nella Russia di M.Bakunin la massima autorità era lo Zar,un ragionamento superficiale porterebbe alla rapida conclusione che la massima autorità-morale ,sia nella democrazia, il presidente della Repubblica. Ecco qui l'errore! Come abbiamo analizzato poco sopra l'autorità morale-esecutiva si trova nelle aule di tribunale;esagero dicendo che chiedere o riporre fiducia nei tribunali è come mandare una lettera allo zar di Russia?. Nei tempi dove la Chiesa di Roma era la padrona,nel senso che governava apertamente,l'unico modo per uscire indenne da un processo con capi d'accusa “gravi” come l'omicidio e tutte le diverse pratiche correlate era riconoscere l'autorità della Chiesa e delle sue leggi emanate per volontà di Dio in Cristo.Quindi essere devoti era come avere la tessera di partito in tempo di regime. Quanti delle nostre conoscenze dichiaratamente “rivoluzionarie” si sarebbero poste a questo espediente per “restare fuori invece che dentro(in quel caso nel sepolcro)”? Non stò affermando che tutto il movimento e le individualità anarchiche non abbiano la loro integrità,ma voglio far notare quanto alcune pratiche consolidate dal movimento anarchico siano delle infiltrate che nulla hanno a che vedere con la distruzione del dominio,anzi,consolidano quest'ultimo dandogli quella credibilità che basta per permettere ad una critica anarchica di fallire.L'integrità di cui parlo è appunto rara...troppo rara.(Da non leggere come di chi spara sentenza da un pulpito,ma con consapevolezza delle difficoltà che comportano queste scelte,da leggere, in senso autocritico) Cerbero 3 aggiungo ora:”Questa pratica è attribuibile solo nella coerenza del compromesso,e non nella coerenza anarchica.In quanto non risolve il problema ma lo addolcisce superficialmente,mentre nel complesso aumenta il consenso alla legge scritta,il c.p.” 4 Michail Bakunin,Confessione;Edizioni La Fiaccola. Il Governo dei giudici e la fine del garantismo Viviamo ormai in un paese d'indagati e di indagatori,ove gli indagatori diventano a loro volta indagati.L'informazione non fa che registrare questa situazione nel modo più palese possibile,affermando tutto e il contrario di tutto,a seconda di quello che è l'andamento prevalente nel borsino di affari legato al governo della magistratura.E' noto l'interscambio tra scoop,inchiesta giudiziaria e relativa denuncia,ora di questo ora di quell'indagato o indagatore per violazione del segreto istruttorio.Così si costruiscono le carriere tanto del giornalista quanto del magistrato,che corrono in questo modo in parallelo. Grazie all'industria del pentitismo e del giustizialismo si è giunti ad una inversione dei rapporti tra potere giudiziario e potere politico fino al configurarsi di una situazione di netta predominanza del primo sul secondo e per conseguenza su tutti gli altri. L'industria dell'informazione si è adeguata alla nuova situazione e si evidenzia nel suo farsi strumento della sovraesposizione del potere dei giudici. I più rincoglioniti da questa democrazia nella loro verve di garantisti credono che il ruolo preminente attuale della magistratura finisca quando la classe politica sarà nuovamente legittimata dal voto,e quella nuova imprenditorialtecnocratica dal produttivismo legato alla ripresa economica del paese;ma tralasciano il fatto che la prima è già composta da ex-magistrati candidatisi nei vari partiti e la seconda è altrettanto rappresentata da ex-magistrati in veste di consiglieri legali. Sarebbe bene,quindi,che tutti prendessero atto che si prospetta un governo definitivo sotto la tutela della magistratura,e che le scelte politico-istituzionali le faranno i giudici tramite la politica giudiziaria.Tutela che gode del consenso popolare,ha l'immagine di governo sancito dalla moralizzazione,e prospetta lo “Stato etico” interiorizzato nel buon cittadino,ligio e zelante verso tutte le leggi promulgate sottoforma di misure di prevenzione sociale atte a combattere ogni forma di opposizione alle regole da essi emanate. Tutto ciò verrà presentato come necessario per l'abbattimento,con mezzi sempre più duri,della criminaltià organizzata,per cui ogni oppositore radicale al dominio sarà indicato non come oppositore politico,ma come criminale e in quanto tale con ogni mezzo perseguibile,compreso il più bieco,quello del ricorso alla costruzione di pentiti e l'uso di testimoni compiacenti col PM. All'elogio dell'infamia e al pensare poliziesco l'opinione pubblica si è ormai abituata fino a considerare ogni problema risolvibile ricorrendo all'autorità giudiziaria. La fine del “garantismo”,anche come ideologia,è ormai cosa certa.Non esiste più un “diritto penale”,non è il reato attribuito a sancire la detenzione dell'imputato ma unicamente la messa in atto di questo o quel progetto emergenziale perseguito dai corpi giudiziari e polizieschi dello Stato. Non esistendo alcuna reale divisione dei ruoli nel funzionamento della macchina statale,ma un “tuttocompatto” dato dalla informatizzazione intervenuta,appellarsi al garantismo in un qualsiasi processo fa ridere o piangere a seconda dei casi presi in questione,poichè le uniche “garanzie” di cui gode l'imputato non dipendono tanto dalla formale procedura giudiziaria seguita,quanto dalla “benevolenza” del PM e dei giudici.E' quanto accade nei processi penali di una certa portata,dove le sentenze emesse sono espressione di giudizi pilotati da questa o quella emergenza sociale agitata sulla piazza tramite i media.I magistrati giudicanti,zelanti nei confronti di tali esigenze e in vena di far carriera,non fanno altro che applicare quanto formalizzato dai PM.Non esiste,nella pratica,alcuna separazione fra magistratura inquirente e quella giudicante;entrambi rappresentano l'interesse generale contro quello particolare dell'imputato,per cui non esiste alcuna “pari possibilità” tra le due parti,alcuna dialettica a tutela della difesa dell'imputato. L'imputato è succube dell'onnipotenza della magistratura,essere imputato è gia un crimine,in quanto si ritiene l'accusato capace o propenso a fare quanto gli viene contestato dall'accusa.Essere imputati per questo o quel reato è già un “indizio” di colpevolezza.E poiché tutto si regola sulle rivelazioni di “pentiti”,di “testimoni” compiacenti,e sull'indiscussa attendibilità delle forze dell'ordine anch'esse rappresentanti l'interesse generale,traete voi la conclusione di quali armi di difesa goda l'imputato. Le accuse in un qualsiasi procedimento penale o civile sono sempre pubbliche,ma le indagini segrete.L'avvocato difensore è di fatto un complice prima del PM,quindi del G.I.P e poi nel processo,della Corte giudicante,in quanto è chiamato non tanto a difendere o tutelare gli interessi paricolari del suo assistito ma a fare da notaio,con la sua presenza,alla procedura penale seguita. Per capire lo sviluppo dell'attuale situazione,più che guardare alle consultazioni tra i due poli(centro destra e centro sinista)sarebbe opportuno guardare a quel che avviene nei palazzi di giustizia,perchè è qui che ormai si fa la politica e si decidono,in buona parte,le sorti del paese. Il garantismo era la strada seguita dai riformisti di ogni coloritura politica in quanto volevano costruire uno “Stato di giustizia sociale”;i rivoluzionari,specie gli anarchici hanno sempre indicato la strada della violenza insurrezionale per liberarsi da ogni dominio.Lo Stato si abbatte e abbattendolo si distrugge anche la macchina della “giustizia” unitamente al sistema ad esso strettamente connesso:il capitalismo. La giustizia,a qualsiasi titolo presentata,va attaccata senza perdere tempo e con tutti i mezzi a nostra disposizione. Il resto? Il resto sono chiacchiere di chi vorrebbe sempra qualcosa di nuovo,ma non ha il coraggio di prenderselo,qui e ora. PierLeone M. Porcu Normali o Normalizzati? Nella vita di ogni giorno la giustizia viene accettata come altre migliaia di cose che ognuno fa sue per quieto vivere. Le coattive attività quotidiane che ciascuno svolge nel rapporto convenzionale inautentico intrattenuto con gli altri,lo portano ad annegare il proprio destino giorno per giorno nell'indistinto oceano del “non si sa chi sono”.Ognuno accentua la repressione e la frustrazione per non sentirsi tagliato fuori dal gregge. Il non esserci più spazio interiore per la riflessione e per l'intimo desiderio di godimento che deriva dalla concordanza di ciò che si fa con quelle cose che sono le sue personali inclinazioni,spinge ognuno a sentire se stesso come un semplice interscambiabile ingranaggio del motore sociale ben lubrificato da divieti,proibizione ed includibili norme. Così,presi nella tranquilla routine delle programmazioni sociali,procediamo tutti come il topolino da laboratorio in quel labirinto ipercodificato della scienza e della tecnologia quale è diventata la società attuale. Nel nostro vivere totalmente immediatizzato diamo corso al consumo coatto di tutto,mentre i media ci segnalano che siamo diventati componenti anonimi di questa o quella statistica tracciata su questo o quell'evento sociale,politico,culturale.Siamo ormai un tot percento dei loro calcoli giornalieri.In tal modo anche la morte è divenuta un banale evento statistico. Siamo normali perchè insignificanti come tutti. Ed è bello,tranquillizzante vivere nella realtà,persuasi che il giudizio sopra noi stessi e su ciò che si vive non dipende da noi.Afferrare il principio che tutte le cose vanno sentite e pensate come tutti le sentono e le pensano,ci fa sentire uniti e tutti normali,o meglio normalizzati. PLP L'inquisitore e L'indagato:Un solo rapporto Il 16.11.95,com'è accaduto a decine d'altri compagni/e,dietro decreto del dr.Antonio Marini della Procura romana,i ROS di Cagliari affettuano la perquisizione dell'abitazione di Pierleone Porcu e contestualmente gli notificano l'avviso di garanzia per i seguenti reati:”artt.270 e 270bis c.p.”Commessi in territorio nazionale fino al 1995”.Il compagno ha spedito,per tutta risposta,la seguente lettera al PM dr.Antonio Marini “Sicuro di non sbagliare riguardo l'autore di questo “Fiordicotto penale – c'è la sua firma in calce – glielo rimando indietro a casua della non utilizzabilità della carta del prodotto per fini post-bisogni corporali. Infatti le sue “stronzate” (legga reati c.p.) hanno su di me un alto potere lassativo.Per cui,se intende iviarmi altre comunicazioni tenga conto questa mia esigenza primaria. Insomma,scriva e faccia scrivere ai suoi collaboratori solo su morbidi rotoli di carta igenica.A questo proposito,la mia carta preferita è la “SCOTTEX” quattro veli. Per il momento questo è quanto avevo da comunicarvi urgentemente. Augurandole tutte le peggiori “sfighe” di questo mondo,La saluto e saluto tutte le sue prossime ROVINOSE CADUTE Pier Leone Porcu P.S. Il ritardo dell'arrivo di questo comunicato è dovuto esclusivamente alla mia momentanea scarsa disponibilità “pecuniaria”. L'anarchia in tribunale? La gran parte dei processi a carico dei compagni hanno finora avuto come base imputazioni specifiche:rapine,imbrattazioni di edifici o altro,occupazioni abusive,manifestazioni spontanee,resistenza e oltraggio,furtarelli... I compagni hanno risposto.quasi sempre,mobilitandosi su due livelli in certo qual modo simpatetici e complementari:da un lato la denuncia degli obiettivi e metodi di polizia,carabinieri e magistratura;dall'altro l'utilizzo degli avvocati che sul piano strettamente tecnico riuscissero a dimostrare l'estraneità dei compagni ai “delitti” loro attribuiti,nonchè la pretestuosità ed artefazione delle “prove” a loro carico.All'occasione non si è mancato di ricorrere anche al rito abbreviato,o ad argomentazioni concilianti ed umanitarie,facendo leva,ad esempio,sulla giovane età dei compagni,sulle particolari circostanze,sulle attenuanti del caso... Pur se bisogna convenire che spesso una tale strategia non ha impedito la comminazione di pesanti condanne,che scrive queste righe non ha affatto nulla da dire con chi effettua,ha effettuato ed effettuerà una simile scelta. A parte questo,però,è evidente che una tale impostazione presenta dei “limiti” giganteschi per non dire giganti contraddizioni nel momento in cui la si applica tal quale a processi come quello in corso a Roma contro una cinquantina di compagni e compagne. Nel caso di accuse specifiche.e cioè di reati specifici,l'esito processuale può essere determinato,in piccola o grande misura,da quella sorta di compromesso dovuta da un lato all'apertura mentale dell'autorità giudicante,che riscontra,dall'altro lato,la buona volontà,o predisposizione dei giudicanti in funzione della conservazione dell'ordine costituito. Tale compromesso non potrebbe scaturire,invece,nei processi più propriamente politici in quanto mirano a far fuori dal consorzio sociale il nemico dello Stato-capitale,il sovversivo,l'anarchico in quanto tale e non perchè si è reso responsabile di questo o quel reato specifico. La finalità che il potere persegue in processi simili è l'eliminazione diretta del nemico dichiarato e,in prospettiva,la riduzione a zero anche dei margini di “libertà” e di azione “alla luce del sole” di cui dispongono tutte le forze di opposizione rivoluzionaria presenti nel sociale. L'attacco di questa portata richiede una risposta che sia contrattacco,controffensiva che isa il proseguimento della dichiata guerra totale all'assetto poliziesco-giudiziario e politico-economico. Una risposta in sintonia con queste veloci considerazioni è stata espressa già da alcuni degli imputati,cosapevoli che di fronte ad un procedimento penale di simile portata non si può assumere alcun atteggiamento di formale docilità e acquiscenza:sarebbe un accorto e tartufesco atteggiamento di formale riconoscimento-osservanza – dietro il pretesto della difesa tecnico-giudiziaria – della legalità e della legge. E che senso potrebbe avere il lottare,in quanto ANARCHICI,contro lo Stato,per poi riconoscergli in certo qual modi il diritto di giudicarci,peraltro con il nostro consenso? Tantomeno possiamo condividere giochi di prestigio come quello di far difendere in modo miserevole e vittimista,l'anarchia e l'anarchismo dai propri avvocati,salvo poi affermare che ciò sarebbe nientaltro che la strategia tecnico-difensiva del proprio legale! E' evidente che se non siamo in grado di difendere noi IL NOSTRO ANARCHISMO e le sue ragioni,nessun altro potra mai farlo,tantomeno nelle aule dei tribunali. Ciò non significa affatto che non ci si voglia difendere.Significa bensì che non è accettabile il discorso secondo cui “cosi fan tutti”;non siamo affatto disposti a prostituire in una qualsiasi farsa giudiziaria quelle che sono le nostre proprie ragioni di vita,e quindi il nostro stesso ESSERE ANARCHICI RIBELLI. D'altro lato,una cosa è che l'avvocato riesca a dimostrare la nostra estraneità ad un fatto,ad un avvenimento ben individuato;ben altra cosa è che il legale renda appetibile e gradevole ai giudici – perchè sterilizzato nei suoi momenti sovversivi e radicali – il nostro anarchismo,in vista di scansare,a torto o a ragione,poco o tanto tempo di galera. Dal momento che la repressione,il carcere sono parte intima,connaturata e permanente dello Stato-capitale,mettiamo in conto l'una e l'altro,sapendo bene quanto ci costerebbero se qualcosa ci va male.Ciò che vuol dire che in qualsiasi situazione,dentro o fuori dalle galere,miriamo a lottare,e quindi a difenderci,essendo difesa e lotta la medesima cosa,fidandoci esclusivamente nei nostri mezzi ed energie. Costantino e Pierleone Avvoltoi e sciacalli due considerazioni sui sequestri Una qualsiasi attività commerciale Un motivo del battage pubblicitario scatenato dalla lotta antisequestro è quello secondo cui i sequestri rovinano l'immagine della nostra isola e spingerebbero gli imprenditori ad abbandonarla.Dato che una parte della massa dei rincoglioniti sociali foraggiati da padroni ed enti locali ha fatto proprio questo scattarrosso punto di vista,ci soffermiamo un attimino sulla vicenda. Partiamo col dire che viviamo in un sistema di oppressione,di sfruttamento e alienazione che,se dovesse andare in rovina,non può che farci piacere.Ciò significa che l'immagine della nostra terra colonizzata,pacificata e servilmente dedita ad accudire vecchi e nuovi padroni,governanti e militari,non solo non ci piace,ma la combattiamo,prima acora che per ragioni sociali,per ragioni di pura dignità. Riteniamo ogni imprenditore,nostrano o forestiero che sia,non certo un benefattore dell'umanità,ma sfruttatore che investe i propri capitali per estrarre profitto dalla pelle dei subalterni.Per cui se sfugge la Sardegna,o viene dato in pasto a i maiali,isquartarau o crocefisso,hanno da gioire tanti sardi perchè in certo qual modo si elimina una situazione oppressiva determinata anche dalla sua indesiderata attività. Da questo punto di vista,possiamo dire di essere solidali con chi sequestra,se ciò porta a farli sfuggire,o fuggire dall'isola,e non certo possiamo sentirci vicino a chi,invece,essendo servo,combatte chi sequestra. Questo nostro punto di vista non si fonda né sulla legge né sulla illegalità,ma unicamente sulla prospettiva basata di una rapportazione libera o egualitaria che fa a meno sia della legge sia di ciò che essa punisce. La legge non è che un complesso di regole che legalizza un dato numero di attività commerciali ed estorsive e ne criminalizza altre,che essa stessa genera,ma non può riconoscere.Vale a dire che la legge protegge,essendo forza armata organizzata dello Stato,tutte le attività di sfruttamento ammesse nei suoi codici,mentre combatte quelle stesse attività svolte senza la sua previa autorizzazione.Il sequestro non ha nulla di diverso dal mettere su un supermercato:è una attività commerciale altamente remunerativa per chi vi si dedica,eccetto che per gli sfigati. Non si vuole di certo dire che il sequestro sia più giusto del mettere su una qualsiasi fabbrichetta,ma semplicemente sosteniamo che entrambe queste attività fanno parte dell'economia del capitale,e ci sembra ipocrita non riconoscerlo.Noi combattiamo lo Stato e il capitale globalmente intesi,non certo prendiamo posizione contro le attività che essi ritengono illegali. Una vita vale l'altra Una cosa solo risulta chiara e inquivocabile:il sequestro è un business,un lucroso business per tutte le parti che ne sono coinvolte,come pure per coloro che se ne occupano per motivi cosiddetti professionali.Il resto non è che un fiume di untuose chiacchiere moraliste,utili ad imbottire il cervello di chi agita lenzuola e cartelli antisequestri nelle piazze e nei vari spettacoli televisivi. Molti si chiederanno i come e i perchè di questa nostra tesi.Non ci piacciono i paraocchi e la bigotteria moraleggiante di coloro che si scagliano contro i sequestri agitando a mo' di sfollaggente cose come l'impegno civile,il rispetto della vita umana ed altre baggianate del genere. E' vero che chi sequestra trae il suo utile dal riscatto,anche se non si sa più chi lo paga,i parenti del sequestrato oppure lo Stato,o entrambi(da qui la famosa querelle tra i sequestrati di serie A e di serie B). Il sequestrato,a sua volta,trae l'utile rifacendosi con la vendita della propria vicenda nel mercato dell'informazione,oltre che con la pubblicità gratuita fattagli dai media che in certo qual senso sponsorizzano le sue attività imprenditoriali. I magistrati e le varie forze di polizia hanno anch'essi di che guadagnarci,occupandosi di sequestri,in quanto è uno dei modi più veloci per far carriera.Medesima cosa vale per i gionalisti. I politici,i sindacalisti e i vari rappresentanti della società civile hanno di che ricavare un indubbio utile occupandosi dei sequestrati di persona in quanto per la loro attività hanno un rientro in termine di immagine e di consenso presso i propri elettori. Tale business è alimentato dalla considerazione che il sequestro di persona è il più orrendo dei crimini,il più riprorevole tra gli atti che un uomo può compiere.Valutazione condita dalla solita inappellabile condanna,non solo penale,ma eticomorale,in quanto la motivazione -quale essa sia- adotta da chi lo compie,viene ritenuta sempre e comunque ingiustificabile. Con queste terroristiche argomentazioni si mira a convincere le masse subalterne che vi sia una differenza qualitativa,da accettarsi compiutamente,tra violenza diretta e quella medita delle istituzioni vigenti nella società.Sussisterebbe tale differenza,ad esempio,tra le forme di segregazione e detenzione sociale praticate dagli apparati di dominio del capitaleStato e quelle invece messe in atto da un individuo a scopo di estorsione.Le prime sarebbero moralmente giustificabili,le seconde esecrabili e condannate a priori. E' questo tipo di ragionamento che rende esecrabile l'omicidio provocato da un bandito o sequestratore e moralmente accettabile l'omicidio derivante da incidenti sul lavoro,o commesso in un posto di blocco,o quello dovuto ad una carcerazione. Chi sostiene questa differenza ha una buona dose di ipocrisia,vigliacchieria ed una abbietta e servile accondiscendenza con il potere,dal momento che valuta la vita di un proletario o sottoproletario come un nulla,e la morte di questi è sempre giustificata,mentre la vita di uno sfruttatore o serivitore dello Stato viene valutata evidentemente di più,un tutto,e la sua morte per mano altrui giudicata come crimine da perseguire con tutti i mezzi.A noi ci sembra che non ci sia differenza alcuna,nè di metodo né di finalità.L'unica differenza è d'ordine legale,in quanto le prime sono imposte per legge le seconde punite dalle medesime. Pier Leone Mario Porcu L'importanza di un processo romano parecchi motivi mi spingono a dire due parole sul carattere cruciale che il processo di Roma rappresenta,e sull'importanza della posta in palio in questo frangente. La preminenza del processo rispetto agli altri che sono stati celebrati negli anni '90 contro i compagni(fatta eccezione per “il processo Silocchi”,che comunque è ben dentro questa storia)consiste,nel fatto che qui viene rispolverato l'intero armamentario inquisitoriale in uso nei processi svoltisi per il terrorismo negli anni di piombo.Si intende,infatti,mettere in questione e considerare come reato l'appartenenza e la collaborazione con una determinata area dell'antagonismo sociale,nella fattispecie l'area dell'insurrezionalismo anarchico,e il fatto stesso di professare determinate idee rivoluzionarie. I compagni che in questi ultimi anni sono stati i più attivi nelle manifestazioni e nelle agitazioni sociali varie,oltre ad essere fautori di stili di vita fuori dai normanti e imperanti parametri del legalismo,sono stati incriminati per reati specifici(manifestazione e occupazioni non autorizzate,blocchi stradali,danneggiamenti vari,oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale,truffa,furto,rapina...)e cioè per la loro presunta partecipazione a questi fatti.Anche i cosidetti reati d'opinione e quelli di stampa che costituivano l'oggetto di imputazione in taluni processi, a prescindere dalla solita solfa delle eccezioni d'incostituzionalità che gli avvocati della difesa sollevano,si riferivano,per lo più,ad affermazioni o espressioni particolari,e non mettevano in questione l'atteggiamento di antagonismo sociale radicale assunto dal soggetto nel suo complesso.Con l'impiego di strumenti di ordinaria criminalizzazione giudiziaria,la magistratura poteva rendere la vita difficile tanto al singolo compagno – o al gruppo – particolarmente attivo,che ai giornali aventi le opinioni più radicali nel movimento,ma non potevano minacciare in modo diretto ed immediato la loro stessa esistenza. Rispetto a questo tipo di processo,quello di Roma ha carattere diverso.Poiché, se la magistratura romana e le forze che la ispirano(Ministero dell'interno,forze di polizia e procure di mezza Italia in attesa)riuscissero a raggiungere il loro intento,cioè a condannare i compagni in base alla loro appartenenza all'area incriminata,si aprirebbbe la via alla sua messa fuori legge in tutto il paese;la minaccia d'incriminazione di pene detentive peserebbero su tutti i compagni anarchici che si riconoscono in questa area radicale del movimento anarchico e su tutte le espressioni sociali sovversive che vi intratterrebbero dei rapporti.L'effetto intimidatorio non si limiterebbe certamente ai membri e alle iniziative intrapese da quest'area di antagonismo sociale,ma colpirebbe,in maniera più o meno ampia,anche l'attività di tutte le altre componenti del movimento antagonista.Il processo,in una parola,se dovesse concludersi con una serie di condanne,segnerebbe una modifica profonda e sostanziale nel quadro della rapportazione sociale in cui siamo vissuti sino ad oggi,e l'inizio di un processo di clandestinizzazione sociale a cui sarebbero costrette da le componenti più dure e radicali del movimento,mentre quelle più deboli e disponibili al dialogo con le istituzioni adotterebbero prassi legaliste e parlamentariste per poter continuare a muoversi senza rischi,entro gli spazi consentiti dalla violenza e arroganza del dominio democratico,che in cambio permetterebbe loro di recitare una innocua opposizione di servizio.A questo scopo sono stati rispolverati alcuni articoli attinenti alle forme associative politiche di carattere “criminale” come l'associazione sovversiva e la banda armata.Il fatto stesso di ricorrere a questi strumenti è indicativo delle intenzioni dei promotori dell'iniziativa e della rottura ch'essi hanno inteso operare,sia sul piano della straordinarietà giudiziaria rispetto alla “normale” criminalizzazione,che su quello politico e sociale. Il carattere radicale dell'operazione intrapresa con il processo in atto appare in qualche modo perfettamente allineato con il processo di forzata legalizzazione di tutte le situazioni sociali non ancora omologate ai parametri previsti dall'U.E.(vedi il movimento delle occupazioni). E' inutile aggiungere che il processo di Roma è solo uno degli elementi di un quadro che vede manifestarsi in molti altri modi la strategia repressivo-criminalizzante attualmente portata avanti dallo Stato per ridurre al silenzio e all'impotenza l'opposizione sociale rivoluzionaria ancora attiva nel paese. Pierleone Mario Porcu Giustizia o Libertà La giustizia è il belante agnello agitato come “capro espiatorio” sulla piazza alle torme di impotenti risentiti,nelle giornate di quaresima sociale.La giustizia è sempre quella orrenda maschera crocifissa che sta appesa alle pareti delle aule di tribunale.La sua è sempre e solo una vendetta presa sulla vita che ha voluto escluderla da sé.E' una triste carnevalata che obbliga l'uomo cile la insegue a farsi carceriere di una folla di sogni impossibili e di speranze inesaudite.E,nella finzione del giudice o dell'imputato,sottra l'uomo alla febbre del vivere reale,per farne un essere anlcorato e quel vitreo regno dell'immboile,del già fatto,del già divenuto,che è quel che è e più non muta.La giustizia è una bestemmia,un attaccar discorsi con lo sputo.La sua compattezza è limite generatore di un orizonte:il codice penale come misura su cui si regge ogni ordine sociale.E due sono le forze che essa impiega per soffocare l'individuo:La legge e la morale.Due prepotenze,per sottrarsi alle quali,all'individuo,gli si offrono due sole vie:la prima è quella della fuga,uno scampo,un ricovero nella pazzia,la seconda è quella dell'attacco aperto e violento della rivolta individuale contro l'ordine sociale istituito.Il giudice e il legislatore – se fossero uomini giusti e non carogne quali sono – dovrebbero a nostro avviso non imporre la propria giustizia a coloro che non accettano la pena.La legge,questa prostituta della morale dominante,è stata sempre oggetto di attacco da parte dei rivoltosi e dei refrattari ad ogni gendarmeria sociale.I giudici – da Mosè in poi – sono i guardiani della convenzione e dell'ordine sociale dominante e puniscono i ribelli con tutte le armi a disposizione della legge.L'anarchico è un uomo così giusto che arriva a non riconoscere più la giustizia;il giudice,uomo non giusto dinanzi al criterio naturale che ogni uomo attribuisce al suo senso del giusto,ma giusto dinanzi alla legge,determina,regola,soffoca,la vita degli uomini entro i limiti di una sola legge.Il giudice non ristabilisce il giusto su ciò che è stato violato,nè mai risarcisce nessuno,ma pratica una forma codificata di quella che è ammessa come giustizia,vale a dire ciò che è permesso dalla legge.La giustizia è parcellare ed unilaterale,perchè il suo senso del vero e del giusto è appesantito da una formula:la legge.Tutti coloro che sostengono la democrazia hanno come centro di orientamento la ragione sociale,e giudicano colui che non si ritrova allineato a tali ragioni come un corpo estraneo alla collettività(vedi banditi,i criminali,i pazzi e i rivoltosi di ogni specie).Tutto questo nasce dal fatto che essi,essendo degli integrati nel sistema di dominio,giornalmente si sottomettono a tutti i criteri sociali in uso,contenti di poter lapidarechi rifiuta di accettare quelle catene,non fucinate da loro,ma che pure brontolando internamente,anche loro trascinano.L'essere tutti caricatidi pesi rassicura e li fa sentire uguali.L'uguaglianza nell'identità è data dalla loro rassegnazione alle leggi scritte e quelle non scritte:La morale.E la giustizia?La giustizia è un filo rotto tra le maschere e gli uomini.Questi non possono dar nulla a quelle,ed esse si rivelano per ciò che sono:Inutili pretesti scovati da disperati,che nella loro squallida e tormentosa esistenza hanno bisogno di oblio!Ridano allora,tra le lacrime,coloro che portano un cuore di cartone! E voi? Via quegli abiti,basta con quella carnevalata che obbliga tutti,coscientemente volontariamente,freddamente,alla finzione di rappresentare- con la coscienza di rappresentarla- questa opera di gendarmeria sociale.E giù nella vita,nella vita piena e vera,che è quella che non soffoca né crocefigge l'individuo insorto contro la legge e la morale. Pier Leone Porcu Il nemico e i suoi dintorni Non è compito facile,nè è comodo il perseverare,quando tutto implica il sapere con se stessi di dover resistere quotidianamente alle piccole soddisfazioni allettatrici del vivere comodo e spensierato.È difficile lottare con costanza mantenendo intatta e incorrotta la propria volontà di non cedere ai compromessi. La lotta è aspra,dura,aperta,violenta,procura dolore e indurisce i cuori.Molte volte non vi è nulla di piacevole né di soddisfacente,salvo il sapere con noi stessi,che su questa strada passa la nostra autoliberazione individuale e sociale. Non dobbiamo mai dimenticare che ogni qualvolta si cerca il compromesso,la mediazione in cambio di un po' di tregua,ci si confonde,ci si accosta al nemico che combattiamo,fino a divenire un suo utile supporto,simili in tutto e per tutto a quelle forze che giornalmente lo sostengono. Come rivoluzionari anarchici,ad ogni momento sosteniamo che non sappiamo concepire soluzioni della questione sociale che non passino per la strada della diretta e radicale distruzione di tutte le istituzioni presenti,ma al di là dei limiti di vaghe promesse teoriche,sono ben pochi i compagni che vanno a verificarle nell'azione. Si concorda tutti che non si vive di sole chiacchiere,nè di bonarie e ben predisposte affettività ideologiche che ci fanno sentire “tutti fratelli”,ma in concreto quello che si fa è poco o nulla. E i più mirano ad allontanare da sé i rischi e i pericoli che la lotta sempre comporta quando è tale e non ridotta a spettacoli simbolici recitati in piazza. Esiste,nelle situazioni sociali,una vocazione a collaborare,a partecipare per non sentirsi tagliati fuori,con tutte quelle rappresentanze democratiche che sappiamo benissimo quanto concorrano,con la loro azione cloroformizzante,a disarmare e frenare gli impeti della rivolta,a smorzare ogni bisogno della vendetta,a mantener nell'apatia,nella sonnolenza le masse proletarizzate.Così,più che radicalizzare il conflitto sociale tra padroni e schiavi,finiamo per ritrovarci in quel calderone di forze politiche e democratiche che tendono a sanarlo sul terreno della partecipativa e alienante dimensione della collaborazione di classe.Tutto questo è dannoso e letale alla causa sociale rivoluzionaria,che a ogn pie' sospinto diciamo sostenere. Quel che muove a sdegno e fa rabbia in questo momento,è che alla trista genìa dei ruffiani e sensali e mercanti della carne proletaria,agli impudichi giullari del potere,ai castratori di ogni tensione rivoluzionaria,ai miopi della questione sociale,ai coccodrilli religiosi o laici della non violenza,non si riesca a dare una chiara e precisa risposta. Anche perchè si continua a vivere di bugiarde promesse fatte a se stessi,rattoppando a destra e a manca le proprie manchevolezze,sfuggendo alle proprie contraddizioni,fino ad aderire ad iniziative che non disturbano l'ordine costituito e la terrificante pace sociale che contribuisce a conservarlo. Quando ogni cosa che si fa appare un igienico laggio volto a sterilizzare preventivamente ogni germe di rivolta,tutto diventa accettabile,anche la merda.Il tutto in cambio di una meschina e miserabile tranquillità socio-domestica. In una società dove tutti corrono verso il giustificare le proprie debolezze,dove a prevalere sono i livellamenti verso il basso,dove a dominare sono la mediocrità e la miseria,le coscienze sono flessibili e plasmabili per ogni esigenza,e tutto ciò è espressione di quanto va producendo il sistema democratico. Nel nostro movimento,molti di coloro che si dicono anarchici,non sono animati da un bisogno intimo di rivolta,ma di essere constantemente affllitti da un mal celato desiderio di voler emergere e possedere una “attraente immagine” come parvenza alternativa ai modelli dominanti nei circuiti sociali della massamarea dei dormienti che ci circonda. Costoro deviano sul terreno delle piccole felicità,accettano supinamente tutti i compromessi per salvaguardars da ogni rischio di conflitto,portano con sé il suicidio di ogni radicale tensione alla rivolta,indossano una umana “maschera” fatta di ipocrite convenzioni e miserevoli giustificazioni,che cela l'aver fatto propria nella tirannia della debolezza,l'abiezione,inconfessabile persino a se stessi nella loro fragilità. Afflitti dalla paranoia repressiva,sostengono,dietro un contorto e fumoso giro di parole,la tesi che non si deve far nulla in sostanza,al di fuori di quanto legalmente consentito dal sistema,facendosi così apertamente fautori della pacificazione sociale contro la rivolta. Ma perchè non dicono apertamente che hanno paura della lotta,che non sanno dire di no alle proprie debolezze,che il rischio di volersi liberare da ogni tutela li spaventa.Evidentemente preferiscono vivere come animali addomesticati,piuttosto che giocarsi la vita per conquistarsi la libertà.Certo,io li capirei se dicessero chiaramente di amare la comodità,la via dolce e tappezzata di velluto,di non avere il coraggio di rispondere alle angherie ed ai soprusi cui quotidianamente siamo sottoposti. Tutto ciò è umano;e sappiamo benissimo che “il coraggio uno non se lo può dare”.A che serve nascondersi dietro tanta ipocrisia? Molti di costoro vivono aggrappati tenacemente ai tanti piccoli miserabili privilegi dati dalla propria condizione sociale,che li vede svolgere diligentemente ruoli dirigenti sui rispettivi posti di lavoro.E così”giocano”a tacere tutto ciò che rovina l'estetica del loro dorato e ovattato mondo in cui se ne stanno ben rintanati,e danno un'immagine addomesticata della realtà del tutto funzionale agli attuali progetti di dominio del capitale e dello Stato. Non è un caso,che il contrapporsi con durezza di chi si rivolta contro questo stato di cose,si scontri all'interno del Movimento proprio con costoro,che cercano in tutti i modi di dissuaderlo dall'intraprendere la strada dell'insorgenza,volendolo ricondurre all'adozione dei loro innocui e disarmanti metodi di lotta,come l'uso della piazza a mo' di teatro,dove si rappresentano spettacoli simbolici,utili soltanto a dare di se stessi un'immagine perbenista,gratificante e compatibile con quello che è l'andazzo del più generale spettacolo offerto dai network televisivi. Per altri versi,c'è chi da tempo immemorabile si è lasciato andare al muoversi come uno zombie per forza d'inerzia dentro il circolo chiuso della “militanza-testimonianza”,che,alla stregua di un dopolavoro consiste nell'aprire la sede e star lì in attesa di qualche mitico evento,tipo “il risveglio dell'iniziativa di massa”o,nel migliore dei casi,nel diffondere la stampa nei “centri sociali”,nelle case occupate e nelle manifestazioni,per poi finire la giornata al cinema o in qualche locale “alternativo”,gestito da ex compagni,reduci del '68 o del '77 e dintorni.È in questo modo che si esaurisce,nell'ambito dell'amministrazione-gestione dell'esistente,la dimensione del loro agire,come vuota ripetizione ritualizzata di ciò che è stato e che in quella veste non tornerà mai più.L'accentuarsi della precarietà sociale,l'aggravarsi generalizzato dello stato di cose esistenti,sempre più invivibile,spinge iniziative di lotta per la difesa del proprio status quo e relegate nella mera sopravvivenza.Sempre più chiusi in questi luoghi della resistenza e della conservazione della propria misera quotidiana,il luogo fisico,è una dimensione-divisa mentale. Non si criticano le cose che si fanno a partire dal voler dar corso ad una radicalizzazione dello scontro sociale,dal voler dare una maggiore incisività all'azione rivoluzionaria,ma tutto viene criticato a partire da quei tratti caratteriali espressione delle proprie paure e attaccamento alle proprie inveterate abitudini.Si mira soprattutto a non mettere in discussione l'attuale essenza di iniziative,in quanto il farlo comporta il rischio di perdere il piccolo spazio ritagliatosi all'interno del Movimento. L'illegalismo o meglio il muoversi fuori dalla legge,viene esorcizzato e represso,prima ancora che dagli organi polizieschi e giuridici dello Stato,dai fantasmi che assediano la mente di certi compagni. Il destino del progetto insurrezionale anarchico,sembra oggi giocarsi attraverso una compiacente adesione data al succedersi di fatti serviti come spettacolo altamente repressivo del potere,che può in questo contare su quella parte di compagni che vogliono con tutte le loro forze che vengano allontanati da sé simili e così pericolosi fantasmi inerenti la possibile guerra sociale. Oggi tutto l'interesse dei compagni viene puntualmente deviato in modo sempre più totalizzante,sui soli aspetti spettacolari e commerciabili,come lo spettacolo di una solidarietà evirata dai conflitti sociali,con la collaborazione anche da parte dei compagni che non condividono questo modo di operare.In questo tipo di iniziative non vi è nulla di inerente a quel che più di ogni altra cosa dovrebbe interessarci:le modalità di una propaganda anarchica rivoluzionaria tesa a sviluppare un'azione insurrezionalista. Se siamo rimasti noi stessi,testardi più di prima,a lottare e sostenere,al di là di ogni repressione e criminalizzazione quello che contro ogni compromesso abbiamo portato avanti sul piano rivoluzionario,con chiarezza e consapevolezza,perchè dovremmo abbandonare questa strada proprio ora.Se esiste una teoria e una pratica rivoluzionaria ancora degna di questo nome,questo è l'anarchismo rivoluzionario.Se esiste uno spiriro di rivolta dell'individuo,un desiderio di insorgenza per dar corso alla totale autoliberazione individuale e sociale,questo è quanto abbiamo e sosteniamo e portiamo avanti da sempre. Noi non abbiamo bisogno di rifarci il “maquillage”,nè abbiamo da rinnegare nulla del nostro passato,se c'è qualcosa che ci rimproveriamo,è la nostra insufficienza mostrata quando ci siamo adagiati. Oggi noi dobbiamo approfondire tutto,ma per poter far meglio di quanto fin qui c'è riuscito di fare è sempre sulla strada aperta e violenta della rivolta “esplosiva” e dello scontro sociale armato contro lo Stato,il capitale,la Chiesa e tutti i loro innumerevoli rappresentanti e servitori. No,noi non chiudiamo gli occhi sulla realtà,nè ci stordiamo e ci lasciamo incantare dalle prefiche di “Liber asinorum” a tal punto,da non riuscire a più a distinguere chi è il nemico(e i suoi dintorni),ciò che va facendo per rendersi più attraente,patecipativo e accettabile. Non ci interessano le “minestre” riscaldate della critica-critica,nè i bigotti ripetitori delle formule sonanti,quanto vaghe e fors'anco vane,sia tra gli spaccamonti funesti e superflui,quanto per i contemplativi e i salmodianti della teoria “insurrezionalista”.Noi non abbiamo fiducia nelle chiacchiere,nè ci interessano le battaglie cartacee,noi ci vogliamo confrontare unicamente sul terreno dell'agire e su quello ragioniamo,perchè lì stanno sempre i nostri problemi veri,in quanto ineriscono il qui e ora dell'azione rivoluzionaria anarchica all'interno dei conflitti sociali in corso. Noi non agiamo solo per distruggere il presente sistema sociale,ma anche contro chi all'interno delle lotte intraprese mira a creare nuove autorità e nuovi istituti di coercizione sociale al posto di quelli annientati. Noi agiamo per risvegliare la rivolta contro i capi che comandano,contro il gregge che ubbidisce,per affermare la libera autonomia individuale,responsabile solo di fronte alla propria coscienza,il rispetto della sovranità del singolo di fronte alla stupida ed eunuca concordia pecorile delle masse,sempre prone agli ordini di vecchi e nuovi capi. L'anarchia che incendia i nostri cervelli e infiamma i nostri cuori è inestinguibile fonte di entusiastico palpito rivoluzionario,che ci porta a voler abbattere iconoclasticamente tutte le divinità del cielo e della terra che albergano nella conservatrice e statica mentalità umana. Siamo dei perfetti nichilisti e individualisti perchè anarchici,e siamo anarchici perchè amiamo la libertà e la solidale acrazia tra gli uomini.Saremo e resteremo ancora,forse,degli incompresi e saremo forse maledetti,calunniati,derisi;ma avremo l'orgoglio e la gioia serena,ragionata,convinta,cosciente,così facendo di aver dato sempre tutto per ciò che fa di un uomo un uomo,ossia vivere nell'orizzontalità della vita sulla strada degli uomini liberi. PierLeone Porcu ILLEGALISMO E PROPAGANDA CON I FATTI Rivolta permanente con la parola, con gli scritti,col pugnale,col fucile,con la dinamite. Per noi,è buono tutto ciò che non è legale. P.Kropotkin,”Le Rèvolte” (dicembre 1880) Sgombriamo il campo,anzitutto,della flora parassitaria che vi si infittisce e rende sterili molti sforzi:equivoci,antiquate impostazioni generali,pessimismi aprioristici,pregiudizi fondati su moralismi bottegai-preteschi,ostilità dovute a miopia e ostilità dovute a un brutto calcolo d'interesse. La formula,”illegalismo e Propaganda con i fatti”,deve essere presa e trattata con spirito libero e con estrema spregiudicatezza.Essa non è il titolo di una nuova scienza social-rivoluzionaria.E' il nome che nel nostro movimento si è convenuto assegnare,per comodità del discorso,alla convergenza di tutte quelle pratiche rivoluzionarie che uscendo dal terreno della legalità attaccano direttamente con mezzi esplosivi – dinamite,plastico,tritolo – tutte le istituzioni attuali e con le armi in pugno attentano ai loro rappresentanti e vari servitori,come pure armi in pugno si procacciano i mezzi per finanziare tale attività(furti,rapine,sequestri,ecc.),e difendono sempre armi in pugno la propria libertà personale dalle aggressioni mosse loro dalla sbirraglia pubblica e privata. L'attentato,l'incendio,il saccheggio,il sabotaggio,loscontro armato (organizzato o meno) sono parte integrante della “guerra sociale” portata avanti senza esclusione di colpi,senza più limiti prescostituiti dati dall'azione rivoluzionaria. Le ragioni del perchè,io insurrezionalista anarchico,sia partigiano dell'illegalismo e della “propaganda con i fatti “,sono date dal fatto che ritengo di stretta necessità-ieri come oggi- di fare tutti gli sforzi possibili per propagandare e diffondere “con la parola,con gli scritti,con la dinamite” l'idea rivoluzionaria dell'Anarchia e lo spirito di rivolta fra le masse dei proletarizzati.Reputo il più semplice fatto o atto di rivolta,diretto contro lo Stato,il capitale,la Chiesa e i loro innumerevoli rappresentanti e servi,che parli meglio al cuore e alla mente di ogni oppresso e sfruttato che migliaia di stampati e fiumi di parole.Inoltre,questa è la sola pratica fin qui elaborata in campo rivoluzionario che,senza ingannare nessuno,senza creare deleghe di nessuna specie,miri direttamente allo scopo,che è quello dell'attacco diretto ed esplosivo per disintegrare l'intero stato di cose esistenti. La mia è una scelta di campo e di vita,che sul terreno della globalità di ciascuno di noi implica il fatto di giocarsi la vita sulla materialità della rivolta intrapresa,senza più transazioni vissute come aspettative di un futuro sedicente paradiso terrestre. Per non creare inutili aspettative e periucole illusioni sono contro ogni specie di opportunismo e ogni specie di politica.Non avendo nessuna fiducia nell'efficacia dei mezzi legali e non volendo in nessun modo prendere parte alla cosiddetta vita “politica ufficiale” né a quella sedicente “rivoluzionaria”. Quello che cerco – da solo o assieme ad altri – di mettere in pratica è esclusivamente diretto a rendere evidente a tutti che io confido unicamente nella forza materiale per abbattere la forza materiale che ci opprime,e che bisogna strappare con la forza ciò che dalla forza ci è conteso. Rifiuto ogni confronto dialettico con la controparte,nè mi servo del suo costituzionale democratico armamentario di difesa giuridica quando mi incrimina,io – fuori come dentro le aule di qualsiasi tribunale- rivendico a viso aperto come metro di rapportazione la guerra sociale armata.Il rifiuto di stilare copiose autodifese ed altro ancora,è una logia conseguenza di questo mio modo di agire fiero,franco e intransigente di fronte al nemico.Permettetemi questa citazione “Di fronte ai poliziotti e ai giudici – diceva Victor Serge in un suo scritto del 1925 – non cedere alla tendenza inculcata dall'educazione idealista borghese di stabilire o 'ristabilire' la verità.Nei conflitti sociali non esiste verità comune alle classi sfruttatrici e alle classi sfruttate.Non esiste verità – né piccola né grande – impersonale,suprema,al di sopra della guerra di classe.(...) La loro veritànon è la nostra.Il militante non deve rendere conto di alcuno dei suoi atti ai giudici della classe borghese [io qui aggiungi a nessuna specie di giudice],non deve alcun rispetto di una pretesa verità.(...) La veritò noi la dobbiamo solo ai nostri fratelli e compagni...”. Da quanto fin qui sostenuto,è solare che io – rispetto a quei compagni nostri ammalatisi di legalismo e giuridismo – ho fiducia esclusivamente nei nostri mezzi rivoluzionari anarchici,e su quelli in ogni circostanza confido.AL di là di tutte le chiacchiere e le polemiche intrattenute sull'argomento “solidarietà rivoluzionaria”,io penso che il primo passo da compiersi è quello che fra compagni deve vigere l'omerta più assoluta di fronte a sbirri,magistrati e media.Un altro punto è quello che unica e vera solidarietà tra rivoluzionari è quella di rendersi complici nell'azione di attacco demolitorio intrapreso contro tutte le strutture.grandi e piccole,del dominio esistente. Rifiuto di atteggiarmi a scopritore di un nuovo modi di fare le cose,perchè i problemi che abbiamo si sono presentati sempre nella storia fin qui percorsa del nostro movimento,e le soluzioni fin qui adottata per risolverli sono più o meno le stessi di quelle adottate da chi ci ha precedeuto su questa strada.Si deve dar porva di intransigenza in quel solo punto nel quale il nostro sistema d'attacco può dirsi relativamente nuovo.Ci sono problemi,difficoltà limiti,inadeguatezze di ogni specie al nostro interno,per uscirne occorre dare misura della nostra potenza di azione nel concreto di ogni situazione,avendo chiara e insindacabile l'esigenza di annientare l'autorità e tutti i suoi innumerevoli istituti di governo,di amministrazione e coercizione presenti nel sociale.Non esistono a questo proposito ricette pronte all'uso,ma ci si può dare la possibilità di potervi pervenire nel migliore dei modi.Per questo ritengo indispensabile che all'interno del nostro movimento ci sia la totale libertà di critica,di azione e di associazione. La totale libertà di critica significa che ogni singolo compagno – associato o meno – deve poter dire,quale che ai la circostanza,la sua liberamente,vale a dire senza abbia a subire preventive censure,malcelate pressioni o minacce da parte di chiunque,questo perche si deve mettere fine al fatto che ci creino capi,capetti e gregariato vario, e si affermi senza infingimenti ideologici formali e informali la concreta libera autonomia individuale del singolo,responsabile solo di fronte alla propria coscienza,quindi totale rispetto della sovranità dell'individuo.Alle critiche, fossero pure le peggiori e velenose di questo mondo,si risponde con l'argomentazione o non si risponde affatto,altro discorso è invece la calunnia e via discorrendo.Io qui tengo fermo il principio che tra compagni si deve sempre discutere,avendo chiaro che chi tira calci prende calci. La totale libertà di azione verte sul fatto che nessuno può mettere veti e limiti all'azione di un altro compagno,come pure stabilire – salvo che per lui stesso – quel tipo di azione che si crede meglio rispetto ad altre.Per cui,il tipo di azione che uno adotta vale per tutti quelli che la condividono,tutti gli altri saranno sempre anarchicamente liberi di fare e adottare quelle che credono più rispondenti e opportune alle proprie esigenze. Questa è da sempre la caratteristica prassi di rapportazione anarchica:basata sempre sul rispetto assoluto dell'autonomia individuale ed il rifiuto totale da parte del singolo di farsi assoggetare ad idee e pratiche che non sente come proprie. Ciò che è insurrezionalismo anarchico da ciò che non lo è,per me non lo stabilisce certo l'elucubrazione teorico-intellettualistica di questo o quel compagno che ama ritenere se stesso il massimo dell'anarchismo insurrezionalista,nè quanto si scrive oggi in molti nostri giornali,ma solo ciò che emerge dalla pratica messa in atto nel concreto della guerra sociale intrapresa. Si possono avere progetti insurrezionalisti anarchici basati sulle piccole azioni come pure su quelle più grandi e spettacolari,come pure si può essere per l'azione in “ordine sparso” e senza organizzazione,come pure all'inverso ci può essere chi pensa utile e indispensabile dotarsi di organizzazione specifica armata. Dire ad un compagno:”Tu non hai un progetto”,o altre scemenze del genere per il solo fatto che questo non segue le tue indicazioni, rivela una sorta di mania monopolistica e dirigistica che afflige molto di coloro che fanno queste affermazioni. Per me,non sono mai esistiti livelli,nè precostituiti limiti da darsi all'azione insurrezionalistica che portiamo avanti.Chi,sotto il pretesto dell'efficacia o di altro,vorrebbe uniformare gli altri al suo modi di vedere la lotta rivoluzionria,bisongna rispondergli: “ No,grazie!Per oggi faccio a meno della tua lezione di 'scienza rivoluzionaria'.Preferisco sbagliare da solo,come pure pagare da solo i miei errori”: Libertà totale di associarsi come meglio si crede.Ritengo l'associarsi necessario,utlie ed indispensabile.Ma,l'associazione fra noi,deve prodursi come manifestazione di esigenza spontanea,fraterna,che avviene tra indivualità che si scoprono in tante cose affini,per scopi ben definiti,sempre revocabile e sempre ricostruibile;associazione su basi e prassi essenzialmente e permanentemente antiautoritarie e inssurezzionaliste,con il più libero accordo,nella più sovrana autonomia dei singoli e senza nessun impedimento reciproco.Mai organizzazione codificata o informalmente monopolista e negatrice di altre forme di organizzazone anarchica. L'etica come l'intendo io,non è morale,nè immorale,ma puramente AMORALE,è cioè al di sopra e al di fuori di quella cerchia che si vuole porre come limite circoscritto alle idee di “unici”. Per concludere,non faccio parte di nessuna congrega “ufficiale” o informalizzata che dir si voglia. Il resto lascio a voi giudicare. PierLeone Mario Porcu Antagonismo e autocontrollo Spesso ci è capitato di sentire dei compagni affermare che lo Stato tende a controllare e reprimere violentemente tutto ciò che nella realtà sociale si presenta come opposizione ai suoi progetti di dominio.In questo modo,secondo questi compagni,la azione repressiva dello Stato si rivolgerebbe indiscriminatamente contro tutti i suoi oppositori. Noi pensiamo invece in modo diverso da quanto sopra che consideriamo affermazione giusta ma espressa in modo acritico.In effetti,lo Stato cerca di scongiurare l'eventualità di una repressione immediata e brutale,in quanto cerca di evitare accuratamente che tutti i suoi oppositori si ritrovino schierati compatti contro di lui su di un unico piano. In effetti lo Stato non ha interesse che questo accada.Per rinnovare ed adeguare la propria strategia di dominio,sempre più totalitario,lo stato ha bisogno anche dell'opera modificativa degli oppositori.Quindi,il suo problema centrale non è tanto quello di negare l'esistenza all'interno della società,dell'opposizione,ma quello che,dentro certi limiti,questa opposizione risulti pilotata(cinicamente)in modo funzionale alla strategia di dominio.Tutto ciò accade attraverso la realizzazione di vasti processi di reperimento del consenso. Quindi,come si vede,nella realtà le cose si presentano in modo molto più complesso di quanto,per esigenze di propaganda spicciola,molte volte i compagni affermano.Infatti,tra lo spettro di un'opposizione globale e radicale al sistema,e l'insieme di coloro che sostengono la politica del dominio,si inserisce una vastissima gamma di posizioni intermedie che costituiscono il filtro che rende possibile l'emergere,all'interno della società,di separazioni nette e precise. Questa stratificazione non può essere ignorata,sia da noi che spingiamo per la radicalizzazione dello scontro di classe,sia dallo Stato che attraverso di essa cerca di recuperare facendo perno per apportare razionali modificazioni all'interno della gestione del proprio dominio sulla società. Quello che una volta costituiva la debolezza dello stato dittatoriale,cioè l'essenza di un processo di reperimento del consenso sociale,oggi è diventato un punto di forza per il moderno Stato socialdemocratico,il quale ha capito che non si può controllare e governare la società basandosi semplicemente sull'azione repressiva svolta dall'apparato poliziesco. In questo senso viene svolta tutta una vasta azione politica diretta a promuovere socialmente un processo di riforme per reperire,nei diversi strati sociali proletari,quel consenso indispensabile a dare stabilità al regime. Inoltre,non potendo lo stato eludere od escludere,all'interno della società,l'esistenza del conflitto della società,l'esistenza del conflitto di classe,può solo cercare,per quanto possibile,di pilotarlo in senso favorevole ai propri interessi,evitando che lo stesso si radicalizzi trasformandosi in guerrra di classe dichiarata. Per questo motivo oggi è lo Stato stesso a sostenere,a livello istituzionale,la necessità dell'opposizione riformista.All'interno di queste forze politiche di opposizione non c'è alcun bisogno di sorveglianza o di repressione in quanto i metodi e i mezzi di lotta impiegati consentono un diretto ed immediato controllo degli oppositori. A ben guardare,la questione del controllo e della repressione viene circoscritta,dallo Stato,solo nei riguardi di quei gruppi,o spezzoni sociali,che sono antagonisti e che non si identificano con le istituzioni,in quanto rifiutano le regole stabilite dal gioco democratico. Sono questi gruppi a creare i veri problemi allo Stato dal punto di vista della gestione indolore della società,in quanto cercano di stravolgere i piani dell'opposizione riformista volta a pilotare lo scontro di classe all'interno delle istituzioni.Sono proprio questi gruppi che effettivamente mettono in discussione lo Stato,e sono essi che possiamo identificare come opposizione antagonista e rivoluzionaria,in contrasto con tutti i progetti di dominio attuati dal capitale e dallo Stato. Ma occorre anche addentrarsi all'interno di questa opposizione antagonista per come oggi si presenta.Questa necessità nasce dal fatto che anche qui si affacciano proposte di lotta che hanno lo scopo di una specie di “autocontrollo”,proposte che causano solo una limitazione dello sviluppo di questa opposizione reale impedendo che essa vada oltre i binari della legalità stabilita dall'ordine costituito. Bisogna quindi smascherare color che,pur partendo da indicazioni di obittivi di lotta radicale,finiscono poi per ripiegare nell'azione simbolica,andando a contrastare chiunque cerchi si superare quanto da loro proposto. Per prima cosa nella loro analisi gli antagonisti effettivi rifiutano qualsiasi prospettiva sociologica,in quanto l'analisi antagonista ha sempre ed esclusivamente lo scopo di rilevare quanto accade nello scontro di classe per raggiungere una maggione incisività. L'adozione di una certa metologia indica il tipo di logica che si intende impiegare per raggiungere certi obiettivi.Quindi,la scelta di certe pratiche e il rifiuto di altre non è un fatto casuale,così come lo sviluppo di certe analisi che servono a dare forza ai propri intendimenti. L'antagonismo sociale si manifesta al di là del semplice dato analitico,il quale in se stesso può essere anche discutibile.La lotta antagonista emerge con chiarezza solo nell'attuazione di un intervento di attacco concreto. Bisogna quindi evitare di appiattire le cose,andando al contrario ad accentuare le ragioni della necessità dello scontro di classe,evidenziando il processo di differenziazione e gli interessi materiali che esistono tra sfruttati e sfruttatori.Solo così si può rompere il quadro istituzionale della stratificazione sociale,costruito sui complessi ma fragili equilibri ottenuti attraverso l'azione riformista svolta dalle forze politiche socialdemocratiche. Dobbiamo quindi rifiutare qualsiasi motivazione che non sostenga questa inderogabile necessità,dato che in caso contrario non si allargherebbe il fronte della lotta sociale rivoluzionaria,ma piuttosto lo si circoscriverebbe,esponendosi al rischio di nefasti ripiegamenti verso le istituzioni. La logica rivoluzionaria spinge gli sfruttati verso la rottura degli argini della legalità stabilità dall'ordine costituito.Quindi la stessa strategia di controllo è repressione e va attaccata proprio nel momento in cui cerca di vanificare il processo sociale di radicamento dell'antagonismo. La recente esperienza dettata da malcelate paure di tanti compagni riguardo il fatto di non volersi attirare addosso la repressione statale,ha portato all'affermazione che pur essendo antagonisti,la sola soluzione era quella di ripiegare pesantemente dentro alcune pratiche di lotta considerate più sicure,le quali però finiscono per costituire un limite e un freno all'espandersi sociale dell'antagonismo stesso. L'unica preoccupazione di questi compagni è diventata adesso solo quella di evitare che la lotta si spinga oltre certi limiti,in quanto ciò comporterebbe dei rischi.In questo modo essi non combattono tanto la repressione e il controllo sociale dello Stato,ma gli altri compagni che indicano le pratiche del sabotaggio e la necessit della radicalizzazione dello scontro di classe. È questo ciò che chiamiamo”autocontrollo dell'antagonismo”ed è proprio questo che li porta a tacciare gli altri di provocatori una volta che non si riconoscono nelle loro teorie.Quando ciò non avviene allora gli altri compagni vengono tacciati di essere delle “teste calde”o”compagni che sbagliano”. Così cercano di trovare tutti i modi per isolarli,cosa che può arrivare anche alla esplicita delazione attraverso l'uso del distinguo,fornendo il materiale per l'identificazione di chi batte strade diverse dalle loro.Lotta Continua,il Manifesto ed altri,a questo proposito,insegnano. Sta ai compagni cogliere la gravità di molte affermazioni di costoro,mettendole a confronto con la necessità di sviluppo del movimento antagonista,smascherandole per quel che sono:il frutto di paure su cui si costruiscono alibi fondati sulla ipotetica impossiblità di cambiamento sociale nell'immediato. Pierleone Porcu L'antagonismo criminalizzato Siamo alle solite. Mentre un esercito di manichini invade le piazze,per decantarci le virtù di questo sistema democratico e tollerante,la sua faccia sporca e repressiva passa sotto silenzio,lontano dai riflettori dello spettacolo inscenato dai mass media. Al contrario del movimento dei verdi e dei partiti che compongono l'opposizione riformista,il movimento antagonista,non risultando funzionale ai progetti di controllo e di consenso allo Stato,deve essere represso preventivamente,giacchè il suo espandersi costituisce per tutti un pericolo. L'pparato giuridico e repressivo dello Stato si sta muovendo più o meno silenziosamente con questa logica già da parecchi mesi.Su segnalazione delle forze dell'ordine la magistratura sta portando avanti un vasto processo sommerso di criminalizzazione e di intimidazione,attraverso denunce e comunicazioni giudiziarie contro quei compagni che,a loro dire,si sarebbero resi responsabili di atti di lotta che travalicano l'ambito della legalità,quindi punibili in base al codice penale. Ora,la stessa logica rivoluzionaria tende a superare questi asfittici ambiti legali,per porre in discussione i rapporti di dominio.Da qui la necessità di ampliare la propria libertà d'azione,che è diventata vitale per il movimento antagonista. Tutte le forze socialdemocratiche presenti nel movimento antinucleare si stanno dando da fare per sabotare dall'interno lo sviluppo autonomo della lotta antinucleare ed accrescere il proprio consenso,incanalandola nei consunti binari istituzionali,attraverso la proposta dei referendum e sfruttando tale protesta per fini elettorali. Così,in accordo con gli apparati polizieschi e giuridici dello Stato,cercano di cancellare e di annientare tutte le espressioni antagoniste presenti nel movimento.Con solerte metodicità appoggiano l'azione repressiva delle forze dell'ordine nel loro compito di individuare e di colpire i compagni antagonisti più attivi,emettendo in diverse occasioni comunicati di condanna nei confronti di quei gruppi che praticano l'azione diretta(vedi Trino Vercellese,Montalto di Castro,Caorso).Si tratta di una vera e propria delazione atta a fornire una preventiva giustificazione alle azioni repressive,anche future,della polizia e della magistratura. Conosciamo tutti il ricatto permanente che grava sulle pratiche sociali antagoniste,come ad esempio le famigerate leggi speciali sull'ordine pubblico,che legittimano le pratiche terroristiche attuate dallo Stato contro chi non si trova allineato con le tesi della pacificazione sociale. Non dobbiamo far passare sotto silenzio quel che sta accadendo.È in atto un'attivita collaborazione fra l'opposizione riformista e la repressione poliziesca e giudiziaria,dato che si tratta di due facce di uno stesso progetto che vorrebbe,da un lato una lotta antinucleare pilotata e addomesticata,dall'altro la criminalizzazione di quelle pratiche che tentano di infrangere l'idilliaco scenario di una realtà sociale che si vuole rappacificata,tollerante e priva di conflitti.Per cui,chi le condivide si trova di fatto ad essere criminalizzato e bollato come potenziale “terrorista”. Il movimento antagonista ha dunque l'esigenza di vanificare questa logica terroristica che mass media,polizia,magistratura,partiti e sindacati producono per far deistere gli sfruttati da intraprendere lotte autonome e per isolare i compagni che spingono in questa direzione. L'astensionismo rivoluzionario è un'efficace arma per smascherare quanto è in atto e costituisce una risposta concreta a questo attacco tendente a clandestinizzare le pratiche di lotta sovversive. L'azione diretta,contro la delega a qualsiasi livello,è il primo strumento con cui bisogna da battaglia contro la truffa dei referendum,le elezioni ed ogni altra manifestazione di consenso alle istituzioni. Il secondo strumento è una costante informazion unita ad una capacità di proposte di lotta autonome,volte alla individuazione di obiettivi immediati,la cui praticabilità non è possibile delegare,così da rompere il quadro dei fragili equilibri istituzionali raggiunti dai partiti e dai sindacati,i quali mirano a ridurre lo scontro di classe a puro spettacolo da recitare in parlamento. E,soprattutto,è necessario rivendicare pubblicamente quanto finora si è fatto,sebbene talvolta in modo parziale e limitato. Questa ci sembra la miglior maniera per vanificare il processo repressivo di criminalizzazione che è in corso,oltre ad essere il miglior modo per solidarizzare con i compagni inquisiti. Plp Uno spettacolo di consenso Un manipolo di detenuti condannati all'ergastolo o a lunghe pene detentive dopo un fallito tentativo di fuga dal carceremodello di Porto Azzurro,si barrica nell'infermeria prendendo in ostaggio una ventina di persone,fra cui il direttore Cosimo Giordano. Lo starnazzare immediato dell'umanitario sindaco democratico Papi che,appena appreso il fatto,mobilita la popolazione locale,impedisce la probabile rapida azione di forza dei corpi speciali di polizia(NOCS)e dei carabinieri(GIS),scongiurando così il massacro di detenuti ed ostaggi da parte di questi rambo al servizio dello Stato(che si erano già “dati da fare” nel corso della rivolta di Trani e nel caso Dozier).Le forze dell'ordine,fin dalle prime ore dell'accaduto,sbarcano in forze sull'isola ponendola in stato d'assedio ed isolando militarmente l'area che circoscrive il perimetro del penitenziario. Abbiamo così assistito al rituale spettacolo di schieramenti interni ai racket del riformismo,col contrapporsi fittizzio fra falchi e colombe,sulla linea che il governo doveva tenere in questa situazione.La linea politica scelta è stata quella della fermezza dello Stato democratico che,non ricorrendo alla forza brutale,nè al mercanteggiamento,non accoglie alcuna richiesta dei detenuti in rivolta(vedi la questione dell'elicottero o del motoscafo),tuttavia si dichiara a favore della trattativa ad oltranza,disposto a raccogliere richieste inerenti gli eventuali benefici previsti dalla legge e stabiliti dai magistrati competenti. I mass media amplificano questa linea di condotta,generando un rapporto quasi idilliaco con l'opinione pubblica,che da spettatrice passiva applaude lo spettacolo,parteggiando ovviamente per lo Stato. Intanto,nei detenuti barricati con gli ostaggi nell'infermeria,passato il momento più critico che ha visto fallire il loro tentativo di fuga,dopo le prime ore subentra progressivamente la riflessione mista ad una consapevole paura delle probabili ritorsioni che ci potrebbero essere nei loro confronti.Per loro il problema,man mano che tracorrono le ore,è quindi trovare il modo per uscire col minor danno possibile da quella situazione. Così,l'attesa logora le vittime,strumenti di un disegno di consenso ricamato sulla loro pelle dallo Stato,il vero padrone e gestore della vicenda,dato che il passare del tempo gioca a suo favore per accrescere il consenso nel suo operato e,tramite i mass media,regala momenti di alta tensione ai telespettatori,che aspettano la conclusione col fiato sospeso. I detenuti e gli ostaggi si rendono conto che lo Stato sta divertendosi a giocare con la loro pelle una partita di consenso e sitrovano così costretti a sottostare,per sfuggire al massacro.In cambio otterrano come compenso,briciole:ai primi vengono promessi tutti i benefici di legge,gli altri potranno godere di viaggi premio e di compensi in denaro. Un bel drammone all'italiana con lieto fine. In realtà allo Stato non interessava fare fuori i detenuti,e avrebbe potuto farlo accontentando le loro richieste dato che,appena fuori dalle mura dell'infermeria,sarebbero diventati facile bersaglio per i numerosi tiratori scelti appostati,ma ciò non gli avrebbe portato sicuramente nessun vantaggio.Nemmeno i detenuti ormai confidavano nella possibilità di una fuga ed erano impegnati più che altro a salvare la pelle. Bisogna considerare inoltre che a gestire la situazione nell'infermeria non era il nazifascista Tuti,e tantomeno i prigionieri sardi,ma il direttore del carcere Giordano,che ha giocato il ruolo di mediatore con l'altro personale dello Stato che li assediava all'esterno.Costui ha dimostrato di essere un personaggio intelligente e perfettamente funzionale alla situazione cosidetta post-emergenziale legata all'attuale strategia di riforma carceraria,un legittimatore diretto della scelta politica attuata dal governo. Giordano è infatti uno dei fautori più convinti del recupero,della risocializzazione e del reinserimento dei detenuti che si mostrano disponibili.Le iniziative che ha realizzato a Porto Azzurro in questi anni sono inserite nel progetto pilota di un penitenziarioo aperto alla realtà esterna,grazie anche alla pubblicazione di una rivista carceraria intitolata “La grande promessa”,a cui collaborano come redattori alcuni detenuti(per lo più condannati all'ergastolo)insieme al direttore,i quali si presetano in veste di nuovi animali addomesticati ormai disposti a redimersi,e costituiscono il fiore all'occhiello per le istituzioni ed in specifico per Cosimo Giordano. I prigionieri rivoltosi di Porto Azzurro molto probabilmente possono essere considerati oggi nuovi soggetti recuperati dallo Stato:ne sono testimonianza le loro dichiarazioni rese dopo la conclusione della vicenda.Quello che rimane,al di là di tutto,è la realtà interna ed esterna di un carcere-modello che ci mostra ogni atto di ribellione come una denuncia diretta dell'assenza di libertà che ci circonda. All'interno del circuito carcerario,l'applicazione della legge Gozzini(parte della quale è stata pubblicata sul n.4 di Aprile di questo gionarle – ProvocAzione .ndr)ha accentuato notevolmente la differenza di trattamento dei detenuti.A farne le spese sono coloro che,comuni o politici,vengono ritenuti “irriducibili”.Cioè quelli che rifiutando qualsiasi contrattazione con lo Stato,si trovano a fare i conti anche con i dissociati di ogni ordine e colore,diventati i nuovi puntelli mobilitati in funzione di controllo e repressione interni.Dove non arriva il comune sbirro secondino,arriva il detenuto dissociato,nuovo carceriere che contratta la propria progressiva uscita dal carcere garantendone il buon andamento interno. Gli “umanitari”democratici del garantismo difendono una legge come questa che porta il marchio dell'infamia e dell'abizione dell'individui,che soggettivizza le pene ponendole nei confronti di chi è funzionale ai progetti statuali di integrazione.Il tutto sulla pelle di chi non si è rassegnato,nè si è cosparso il capo di cenere,ma continua a lottare e a rivoltarsi. La stessa logica che ha guidato Gozzini è quella che ritroviamo ovunque nei territori del vivere sociale,dove la strategia di controllo,repressione ed amplificazione del consenso,attuata dagli apparati giuridici e polizieschi dello Stato porta a reprimere brutalmente chiunque non sia funzionale al suo disegno e a premiare chi si adopera a rinnovare le vecchie catene,lasciandosi docilmente risocializzare. Il movimento deve oggi fare i conti con le migliaia di leggi Gozzini in circolazione,che gravano come strumenti di ricatto,costituendo uno spauracchio per la lotta rivoluzionaria.Sta a noi provare a dissolvere questo ricatto assieme a quello delle nuove forme di detenzione e di esportazione nel sociale del carcere,che stanno attuando(vedi pene alternative,lavoro esterno del detenuto teso a redimersi,ecc.) Non vogliamo alcuna società di carcerieri e carcerati. La logica in evoluzione del sistema democratico è la permanente detenzione degli uomini,condannati ad adattarsi a norme e modi di vita estranei alle loro vere inclinazioni,all'interno di un apparato che esercita il controllo ventiquattr'ore su ventiquattro. I gulag del socialismo reale ad est e quelli socialdemocratici ad ovest non sono poi cosi dissimili:in ognuno di questi sistemi vige la massima nazista dei campi di concentramento “il lavoro rende liberi”. Lo spettacolo offertoci,in fondo è stato l'espressione di questa massima,secondo la quale ognuno lavora per mantenere se stesso e gli altri,prigionieri della propria alienazione. La vicenda di Porto Azzurro ci ha fatto venire in mente che tutti noi trascorriamo le vacanze,al mare o in montagna,nei rigeneranti bagni penali del consumismo,per essere poi pronti a riprendere le nostre abituali occupazioni.Anche se ogni tanto anche noi abbiamo qualche reazione del tutto simile a quella di quei sei detenuti che,in un giorno di mezza estate,hanno provato ad evadere dalla propria prigione. Pierleone Porcu Fuori dei tribunali La difesa dei compagni greci arrestati è stata correttamente impostata sulla base del rifiuto di una logica basata sull'alternativa innocentismo-colpevolismo.In questo modo si è rivendicato,non solo propagandisticamente,ma in pratica,ciò che di più reale ha il movimento rivoluzionario specifico,cioè l'autonomia di pensiero e di azione dei suoi militanti sulla base delle loro singole particolari attitudini ed inclinazioni personali. In questo modo non è possibile fare passare la criminalizzazione di una singola organizzazione,ad esempio l'Unione anarchica greca,che lo Stato vuole fare diventare oggetto di una repressione preventiva. Gli anarchici,essendo fuori da ogni modello organizzativo basato sul partito,si muovono nella realtà in base all'affinità e quanto loro fanno,singolarmente ,appartiene esclusivamente agli individui che l'hanno fatto. Non esistono principi di delega,nè di responsabilità collettiva.Ci si regola,senza fare ricorso ad alcuna autorità,partendo dal principio che tutto quello che si fa si basa sulla responsabilità individuale. Così i compagni greci stanno rispondendo alla repressione,andando contro il linciaggio giornalistico in atto che impiega metodi calunniosi e diffamatori. Non si tratta di entrare nel merito di quello che i compagni hanno fatto,ciò è compito dei poliziotti.Il nostro lavoro deve essere quello di vanificare ogni criminalizzazione e rendere inservibile ogni metodo inquisitore impiegato contro lo sviluppo sociale del movimento rivoluzionario. Il movimento anarchico greco nel suo insieme è adesso impegnato in una difficile battaglia di libertà,che può vincere se saprà agire con sufficiente determinazione,conscio dei propri mezzi,partendo dal fatto che bisogna battersi in piazza attraverso le lotte sociali per non farsi clandestinizzare ed imbrigliare dalla azione dei riformisti.In altre parole,di fronte ad un attacco del genere,bisogna fare di tutto per restare radicati nei tessuti sociali proletari.La lotta passa sempre fuori dei tribunali e nella realtà dello scontro di classe. p.p. I Mutanti della delegittimazione Nella ricerca di un ordine sociale nuovo che li rassicuri,i sostenitori della delegittimazione riconfermano la validità dei valori su cui si basa il progetto dominante di produzione e controllo.Al massimo sono o potrebbero essere degli ottimi riformatori di una società basata sulla ragione e non sulla violenza e la sopraffazione. I fautori delle pratiche della delegittimazione sono soggetti reattivi che basano la propria lotta sul raggiungimento dei valori esistenti e stabiliti,aspirano in sostanza a realizzare un ordine razionale in modo da generare un processo di giustizia sociale più equa.Intendono così sul piano del linguaggio dei diritti misurarsi con lo Stato. Queste strane creature demissorie hanno per oggetto la contesa e mai la critica,così,sia che risultino perdenti o vincenti,la loro battaglia con lo Stato è persa in partenza,in quanto battersi per il conseguimento dei valori stabiliti non è che l'espressione di un'avvenuta interiorizzazione delle logiche che governano il vecchio mondo.La loro non può che essere una lotta etico-coservativa col potere.Chiunque accetti come fatto definitivo l'ordine dei valori esistenti,rimane sottomesso ai pregiudizi e ai tabù che da questo derivano. I delegittimatori di ogni grado e colore si agitano sempre dentro lo specchio di un rinnovamento,quale estensione della statualità sul piano politico sociale.Pur reputandosi a modo loro rivoluzionari,non credono in realtà ad un mondo totalmente altro da questo:ecco perchè pensano a riformarlo che ad abbatterlo.Essi plasmano la propria lotta sul principio di realtà,tutta la loro azione si inscrive all'interno della necessità e dei limiti imposti dallo Stato,per questo tendono continuamente ad integrarsi in base ad un fatiscente neoriformismo pragmatico che,pur non presentandosi immediatamente nella sfera istituzionale,la rifonda sotto altre motivazioni. L'impotenza li spinge ad ingigantire i codici del potere fino al punto di non cencepire di meglio che pensare di gestirlo alternativamente. Dietro la maschera dell'aggiornamento costoro celano la propria miserabile ricerca di un ordine sociale che li rassicuri.Giocano nelle condizioni presenti ad inventarsi ambigue identità,diverse e contradditorie,per poter giustificare le proprie debolezze di individui rivolti alla pacificazione,alla coesistenza col vecchio mondo,finendo col consolidare accordi con gli emergenti gruppi dominanti. C'è in loro una volontà tale di integrarsi da diventare parte costitutiva del meccanismo di produzione e riproduzione delle forme di controllo attuate dallo Stato.Il loro evanescente rifiuto radicale delle istituzioni diventa una cristallina menzogna,quando si dissolve alla luce delle conclusioni che traggono dalle lotte inscenate,che sfociano in richieste di interventi statali,spaziando da una più equa redistribuzione del reddito,ad una razionalizzazione dei servizi,alla richiesta delle operazioni di salvataggio ecologico degli ambienti inquinati,fino alla costituzione di un neoantimilitarismo filoistituzionale.Da qui la necessità per loro di intrattenere rapporti di amicizia con le strutture più periferiche dello Stato(comune,regione,ecc.)che sovente non manca di dargli una mano in alcune costruttive iniziative sociali. p.p. Considerazioni sul potere le forme e le strutture più avanzate del potere.Repressione e recupero.Gli aspetti dell'autorepressione degli sfruttati.Il funzionamento della giustizia.La necessità di un rifiuto immediato e totale di ogni meccanismo giudiziario:dal tribunale all'avvocato.L'importanza rivoluzionaria del rifiuto dello spettacolo giudiziario.Considerazioni sul recente processo contro i compagni del Leoncavallo a Milano. In questa società disciplinare,il potere si presenta in forme realmente anonima,consistendo nel puro e semplice funzionamento della mostruosa macchina sociale allestita dal capitale e dallo Stato. Questa macchina appare tanto più perfetta,quanto più un individuo qualunque è in grado di assicurare il buon funzionamento come sorveglianza che a sua volta può essere sorvegliato.L'individuo,amministrato fin nel più piccolo dettaglio,nel suo modi di pensare,si rapporta e circola dentro le società che lo riproduce. L'organizzazione del potere non si contenta di reprimere e di controllare,fa oggi molto di più:promuove attraenti processi di omogenizzazione sociale a partire dall'esaltante”diversità”dell'individuo frammentizzato e ridotto a pura appendice terminale.In assenza di conflitti reali,il potere ne promuove dei fittizzi,per poi pianificarli,sotto l'egida dell'emergenza applicata ora a questo ora a quel problema sociale.Tutto ciò va sotto il termine di “normalizzazione”. L'intera società istituita è il luogo reale del potere.Il potere produce la realtà.Dovunque c'è il potere,e il potere si esercita,gli uni sugli altri,senza interruzione,ventiquanttr'ore su ventiquattro.Il potere non è una proprietà della classe dominante,nè la pura espressione degli interessi di questa su quella dominata,sennò come spiegarsi l'atteggiamento assunto in molte occasioni dalle masse che docilmente si sono sottomesse ora a questa,ora a quella strategia di dominio ben sapendo che tutto ciò era contro i propri reali interessi di liberazione.La socialdemocrazia,come del resto le dittature,non portano certo sulla strada dell'autoemancipazione sociale,ma a soggiacere di continuo alla strategia del potere che passa da una classe dominate ad un'altra. Il potere è quindi una strategia impiegata da chi domina,applicata a tutti gli ambiti della vita sociale.L'estendersi ora dell'economia,del politico,del culturale,del giudiziario o di ogni altra forma isituzionale su cui poggino le basi di questa società del dominio,rivela che il sistema è sostanzialmente unitario ed ogni campo appare interdipendente e sempre in relazione con tutti gli altri.Tutto questo non esclude affatto la più severa e rigida delle gerarchie e il mantenimento dei modelli piramidali,anzi li funzionalizza a beneficio di una perpetua razionalizzazione della macchina stessa.La posizione del capo non è che un pezzo di questa macchina.È la macchina intera che riproduce il potere su tutte le facce e dal vertice alla base.Esiste dunque un rapporto di complicità tra l'aguzzino e le sue vittime. Riguardo le possibili strategie di liberazione che si possono adottare,bisogna verificare se queste coincidono con i desideri di reale autoliberazione di chi prende parte alla lotta.È da questa coincidenza che può nascere e realizzarsi una rivoluzione,mentre dalla loro contraddizione scaturisce solo un nuovo dominio.Sotto questo aspetto si spiega il successo ottenuto dal teorema Modigliani-Tarantelli. Milioni di operai accettarono il licenziamento,senza opporsi,andando contro i propri interessi.Il loro reazionario desiderio di ordine e di stabilità delle istituzioni prevalse,e per questo non esitarono a sacrificarsi.Questa è anche la più potente delle polizie su cui fa leva il potere per salvaguardare se stesso da potenziali nemici. Quando le masse invasate di giustizia reclamano il carcere ora per questo ora per quel ladron di Stato o pescecane dell'industria,pur lottando,non sono affatto rivoluzionarie,il loro investimento di desiderio è profondamente reazionario ed animato dal resentiment che spinge a voler rilevare il ruole dei propri aguzzini.Noi possimo uccide un uomo,ma non torturarlo.Prendendoci,nel farlo,la nostra totale responsabilità non rivestendola di valori superiori a noi stessi.Questo,se si vuole realmente distruggere la macchina della giustizia e non riprodurla. Noi non siamo obiettivi,l'obiettività è una convinzione-carcere,tutti gli uomini possiedono la propria verità,ciò che fa la differenza è la loro collocazione all'interno della struttura sociale,la qualità del loro giudizio rispetto a tanti altri e le scelte che di conseguenza si operano all'intenro dei conflitti sociali in corso.E' questo anche lo spartiacque che divide e rivela,senza equivoci di sorta,da che parte della barricata si sta in questa guerra sociale. Mettere in carcere qualcuno,vigilarlo,privarlo di nutrimento,sottoporlo a sevizie varie,impedirgli di uscire,di fare l'amore ,ecc.Ecco la manifestazione più delirante di potere che si possa immaginare.Pensare di fare questo al nemico,non è essere rivoluzionari,ma assomigliargli;aspirando a diventare un suo simile si cessa di essere proprio quello che a spada tratta si vorrebbe rivendicare. Nel carcere,luogo di tutte le aberrazioni della macchina del potere,il potere si manifesta allo stato puro,nelle sue dimensioni eccessive,e si giustifica come potere morale.Il potere,qui dentro,non si nasconde,marchia gli individui come bestiame,non si maschera di regole,si mostra come puro esercizio della tirannia esercitata nei più infimi dettagli.In questa società,non sono solo i carcerati ad essere trattati come bambini,ma più o meno tutti gli sfruttati,anche i bambini.I bambini stuprati mentalmente dai vari educatori umanitari subiscono la crudeltà mentale delle convinzioni degli adulti tramite un processo di infantilizzazione che non è il loro.In questo senso,gli asili,le scuole,sono le prigioni per i più piccoli,le frabbriche ammorbidite e produttive di questa società alle quali si affiancano le oasi-prigioni dorate comunitarie o domestiche che fungono da luoghi di riposo mentre sono luoghi di preparazione produttiva per rimettersi dallo stress.Tutte le strutture della vita sociale parlano la stessa lingua,la grammatica è la stessa del potere che si insinua e si riproduce in tutti i rapporti,anche quelli più nascosti,fra gli individui che istituiscono speciali codici di comunicazione,pensando di sfuggire alla comunità materiale del capitale/Stato. Io odio la Giustizia,i giudici,i tribunali,le prigioni,non perchè ho idea di un'altra giustizia più giusta,migliore,a dimensione umana come i sostenitori della giustizia proletaria.Provo un'istintiva repulsione ed orrore al pensiero di istituire una macchina dispensatrice di gioie e di pene chiamata “Giustizia”.Forse perchè in tutto questo vi è sempre l'ombra del patibolo con i suoi tecnici,i boia. La giustizia è l'esercizio più manifesto del potere che come macchina aberrante cala come una mannaia incidendo i corpi e gli animi dei condannati.In ogni tempo e luogo i tribunali,compresi quelli popolari,sono stati lo specchio del procedere della reazione,strumento controrivoluzionario che formalizza la fine di ogni rivoluzione in atto.La forma stessa del tribunale appartiene ad un'ideologia della “giustizia” che è appunto quella del dominio perpetuo. Il capitale e lo Stato hanno bisogno,in questo momento,di associare alla maschera paternalista e liberale del pieno impiego,quello di un tempo senza lavoro(disoccupazione),divenuto anch'esso un fattore produttivo per il controllo e la repressione.Questa strategia trova la sua applicazione nella limitazione dell'immigrazione,nella guerra fra poveri.Una volta poi che si affidano lavori più duri,rischiosi e ingrati agli immigrati,la repressione nelle fabbriche e in tutti gli altri luoghi di lavoro diventa più dura e serrata,così come i ricatti,dato che si tratta di mantenere non solo le gerarchie. La lotta antigiudiziaria è una lotta da condursi sul piano della pratica insurrezzionalista anarchica contro il potere,Non è una lotta per una giustizia migliore,non è una lotta contro le ingiustizie della “Giustizia”,nè una lotta assistenziale per un miglioramento funzionale della macchina giudiziaria e penale.L'apparato Giudiziario,la struttura carceraria(non solo il carcere),quella militare,al pari di tutte le strutture di potere,microdiffuse nel territorio,divengono oggetto di attacco,escludendo ogni ambito di contrattazione.Insomma la fine dei giochi e dello Spettacolo,compreso quello svolto dall'avvocato,parte integrante dell'Amministrazione e del buon funzionamento della “Giustizia”. Sarà compito dei compagni scegliere i modi e i tempi di questo attacco,da condursi sull'immediato.Il rifiuto radicale della legge,dei tribunali e di ogni altro luogo dove si insegue una trasformazione tecnica degli individui,mostra il senso reale di chi è realmente fuori e contro ogni logica di potere ed è per l'immediata distruzione dell'esistente,non certo aspirante ad una sua nuova gestione alternativa.Non sottostare ad un interrogatorio,rifiutare radicalmente tutta la prassi giuridicoincriminatoria,significa rifiutarsi non solo di avallare le regole del gioco democratico evidenziando cos'è lo Stato,ma rifiutare di farsi edipizzare dal magistrato di turno.Ristabilire le giuste distanze fra lo Stato e noi,suoi irriducibili nemici. Contro ogni senso di colpa,ecquivalente della logica statuale del “colpevole”o”innocente”che conduce fra le braccia del burbero padre buono(vedi magistrato alla Caccamo),teso a scoprire”chi a rubato la marmellata”,che,a quanto pare,ha mostrato come si devono gestire i pargoli discoli,ma buoni per lo Stato.Noi non siamo certo suoi figli,nè,in questo modo,siamo tutti fratelli. La favola del figliol prodigo dei tempi post-industriale,emarginato e agitatesi nelle discarche metropolitane,si è consumata nell'ultimo spettacolo giudiziario svoltosi a Milano con ragazzi reduci in forte ritardo sui tempi(vedi riferimenti '68 o giù di lì).Non vi è niente di più obsoleto e scontato di un magistrato,come pure di imputati volti a dargli corda assumendo un attegiamento francescano. Essendo anarchico e insurrezionalista,dico solo che disertare lo spettacolo giudiziario,non avallare le sue regole,poteva essere un buon inizio.Purtroppo non lo è stato.Dimenticavo:questo spettacolo si è concluso con una pena di un anno e sei mesi per i ventitre imputati,condannati a giudizio con lode dell'idiota sociologo di turno:vedi riconoscimento degli alti valori sociali ai ragazzi e la rirata d'orecchie del magistrato Caccamo al Comune.Certamente qualcuno dirà che non sono obiettivo nel mio giudizio su tale faccenda,e questo qualcuno ha perfettamente ragione. Perleone Porcu Cerbero ha nella stessa collana i seguenti opuscoli: Cospirazione delle Cellule di Fuoco – Gruppo di guerriglia Frazione Nichilista (Fuori catalogo) ….........................................................................................................................................................................................N.000 Renzo Novatore Sono la Mia Causa................................................................ …..........................................................................................N.001 Cospirazione delle Cellule di Fuoco Niente meno che il Tutto...................................................................................................................................................N.002 PierLeone M. Porcu – Le Ragioni del Nichilismo Il Nichilismo della Ragione...............................................................................................................................................N.003 PierLeone M.Porcu – Odiare la Giustizia – L'indagatore e l'indagato un solo rapporto ….........................................................................................................................................................................................N.004 Cospirazione delle Cellule di Fuoco Il sole sorge ancora............................................................................................................................................................N.005 In attesa di stampa Sergej G.Necaev Il catechismo del Rivoluzionario...........................................................................................................................................006 Bruno Filippi – Parla la Dinamite.............................................................. ....................................................................................................007 - raccolta degli scritti di Bruno Filippi *i testi in attesa di stampa hanno titolo provvisorio Cerbero-Mostro “mitologico” a tre teste: ”Rappresentano la distruzione del passato,del presente e del futuro”. Da tempo covava dentro noi un desiderio: ”Portare avanti e attuare nel “reale” delle scelte esclusive”. Scelte che possono passare attraverso tante esperienze: ”Le nostre sono quelle tra affinità elettive”. Supportiamo l'egoismo,nella forma e nella concezione che per noi è: ”Liberarsi e “spezzare” quella morale imposta,che porta il singolo a dipendere da un altro singolo. Per noi l'egoismo è una forma(rara) di individualità propria. ”l'Io” rappresenta il nostro punto focale:accentra -dentro se stesso- tutto quello che percepisce,per poi “esplodere” nella realtà,senza “dipendere” da niente e nessuno! La realtà è fatta di visioni,sensazioni,emozioni: Le nostre sono quelle della distruzione dell'ordine esistente. E qua ritorna la scelta di rieditare dei testi sotto il nome di Ed.Cerbero : “La distruzione deve passare attraverso le basi che ci hanno imposto e inculcato(Il passato),la realtà che viviamo (il presente)e tutto quello che nel caos primordiale di una rivolta generalizzata futura per noi rappresenta la negazione dei nostri desideri ormai ridotti al nulla esistenziale. Per noi il futuro è vedere le rovine di questo mondo “putrido”, dal nulla-L'esistente attuale-Verso il nulla. La nostra priorità attuale attraverso la riedizioni di testi sull'individualismo anarchico e il nichilismo è quella della riappropriazione individuale delle nostre passioni. Senza accettare imposizioni o dogmi dei puristi dell'anarchia,e individuando nell'essenza della nostra singolarità e delle nostre scelte il punto cardine delle Ed.Cerbero. Federico Buono – testo apparso per la presentazione della collana Edizioni Cerbero Edizioni Cerbero Libreria Anomalia – Centro di documentazione anarchica Via dei Campani 71/73 – 00185 (per la posta) Per contatti : [email protected] “La nostra anima volitiva è multiforme... È attraversata da palpiti ardenti di sole e da brividi frementi di stelle! Siamo dei poeti ribelli e dei filosofi della distruzione. Siamo degli anarchici. Iconoclasti! Individualisti, atei, nichilisti! Siamo i portatori di bandiere nere. Camminiamo nella notte con nel cervello un sole. Con negli occhi ardenti due immense stelle d’oro! Camminiamo!... E nel teatro dell’umanità il nostro posto è alla più estrema di tutte le estreme sinistre.” “Bandiere Nere” (Renzo Novatore)