VERDONE
EDITORE
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ABRUZZO
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Con il patrocinio ed il contributo di
Provincia di Teramo
Comune di Giulianova
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Antico Laboratorio Orafo “Armando Di Rienzo”- Scanno
Questo volume è stato pubblicato con il contributo della
Grafica e composizione
ALFREDO VERDONE
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TEL. 0861. 979402 - FAX 0861. 979236
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ASSOCIAZIONE ITALIANA INSEGNANTI
di GEOGRAFIA SEZIONE ABRUZZO
abruzzo
dignità antiche e identità future
Giulianova Lido (Te) 16-21 ottobre 2010
53° Convegno Nazionale Associazione Italiana Insegnanti di Geografia
5° Convegno Nazionale Associazione Italian Insegnanti di Geografia - Giovani
14° Corso Nazionale di aggiornamento e sperimentazione didattica
geografie
verdone editore
Il Presidente della Repubblica ha inteso manifestare
il proprio riconoscimento al 53° Convegno dell’Associazione Italiana degli Insegnanti di Geografia assegnando una speciale medaglia commemorativa.
Q
uesto fascicolo, che vede la luce in occasione del 53° Convegno Nazionale dell’AIIG, raccoglie pensieri sulla geografia proposti da autori con formazioni e competenze eterogenee.
Se è vero che i pensieri appaiono talvolta liminari rispetto ai canoni istituzionali della disciplina, è tuttavia vero che è proprio
della geografia non escludere aspetti dell’agire umano che, combinandosi con gli elementi della natura, li modificano modificandosi, nel contempo, essi stessi.
La varietà dei punti di vista e dei metodi di approccio, dalla trattazione compiuta ai frammenti alle citazioni letterarie, si offre, allora, come intenzione di produzioni contaminanti e provocatorie.
Agnese Petrelli
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nicola aversano
gianfranco battisti
rolando d’alonzo
emilio de grazia
gino de vecchis
valeria di felice
franco farinelli
cristiano giorda
lucia lo presti
peris persi
agnese petrelli
maria pitì
carlo brusa
cristina morra, alessandra borgi
daniela pasquinelli d’allegra
geografie
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Presunzione e fatti
Vincenzo Aversano
C
he la Geografia non goda, in generale parlando, di buon apprezzamento e “trattamento” sul versante scolastico, accademico e nella comune considerazione da parte degli operatori e
osservatoriesterni, è un dato indiscusso, come dimostrano da ultimo gli scarsi risultati delle battaglie difensive che pur l’AIIG ha
generosamente condotto. Alla richiesta di scrivere qualche libera riga sulla nostra disciplina, in occasione del convegno nazionale d’Abruzzo, decido di rispondere con brevi riflessioni, quasi
“alla buona”, su qualcuna delle tante cause che sono all’origine,
a mio modesto avviso, di tale scarsa considerazione.
Ritrovo la prima di esse - e mi dispiace, ma lo dico prima di tutto a me stesso - nel fatto che la Geografia, oltre ad essere scienza di superficie, da molti viene praticata, nell’approccio concreto di ricerca e dei relativi risultati di conoscenza e nella trasmissione didattica, con una certa superficialità, che spesso rasenta la
banalità. E ciò a fronte di grandi enunciazioni e autoelogi di massima (che stavolta non mi appartengono), del tipo “La Geografia
è la sola scienza che studia i rapporti Uomo-Ambiente”.
Tale affermazione, di solito accettata acriticamente perché data
per scontata, se per un verso contiene una non veridica avocazione di esclusività, per un altro non esaurisce tutto l’oggetto di
studio e le potenzialità della nostra scienza. Essa ha il torto, in
primis, di essere troppo generica e omertosa, giacché, a proposito di tale interazione con la Natura, non specifica trattarsi di rapporti intrattenuti da Uomini non astrattamente considerati, ma localizzati, portatori di una loro civiltà e divisi in razza, sesso, età
e soprattutto in categorie socio-economico-culturali, per lo più all’interno di un’organizzazione politico-statuale estremamente
“mediante” e “filtrante”, quando non tragicamente “coattiva” nel
caso di realtà dittatoriali.
Dal canto suo, poi, la Natura, dopo il primo impatto con la componente antropica, comincia a umanizzarsi e perde sempre più la
sua “verginità” di ambiente fisico, per modo che non è più distinguibile in essa il tasso di “naturalità” e quello di “umanizzazione”: chi potrebbe negare che nemmeno i poli o i ghiacci eterni delle alte vette sono più intatti, se non altro per gli effetti indiretti dell’intervento umano, che comporta ad esempio le piogge
acide a distanza, la circolazione globale dei gas emessi e simildicendo? Dunque, la Natura si rapporta nel tempo in veste diversa,
via via più antropizzata, rispetto all’energia espressa dall’uomo
con le sue attività materiali e spirituali, comportando un tipo di-
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Carlo Emilio Gadda
LA COGNIZIONE
DEL DOLORE
Di ville, di ville!; di villette otto
locali doppi servissi; di principesche ville locali quaranta ampio terrazzo sui laghi veduta panoramica del Serruchòn - orto,
frutteto, garage, portineria, tennis, acqua potabile, vasca pozzonero oltre settecento ettolitri:
- esposte mezzogiorno, o ponente,
o levante, o levante-mazzogiorno, o mezzogiorno-ponente, protette d’olmi e antique ombre dei
faggi attraverso il tramontano e
il pampero, ma non dai monsoni delle ipoteche, che spirano a
tutt’andare anche sull’anfiteatro
morenico del Serruchòn e lungo
le pioppaie del Prado; di ville! di
villule!, di villoni ripieni, di villette isolate, di ville doppie, di
case villerecce, di ville rustiche,
di rustici delle ville, gli architetti pastrufaziani avevano ingioiellato, poco a poco, un po’
tutti, i vaghissimi e placidi colli
delle pendici preandine, che, manco a dirlo, “digradano dolcemente”: alle miti bacinelle dei
loro laghi. Quale per commissione d’un fabbricante di selle di
motociclette arricchito, quale
d’un bozzoliere fallito, e quale
d’un qualche ridipinto conte o
marchese sbiadito, che non erano riusciti né l’uno a farsi affusolare le dita, né l’altro, nonché
ad arricchire, ma purtroppo nemmeno fallire, tanto aveva potuto
soccorrergli la sua nobiltà d’animo, nella terra dei bozzoli in
alto mare e delle motociclette per
aria. Della gran parte di queste
ville, quando venivan fuori più
“civettuole” che mai dalle robinie, o dal ridondante fogliame
del banzavòis come da un bananeto delle Canarie, si sarebbe
proprio potuto affermare, in caso di bisogno, e ad essere uno
scrittore in gamba, che “occhieggiavano di tra il verzicare
dei colli”. Noi ci contenteremo,
dato che le verze non sono il nostro forte, di segnalare come qualmente taluno dÈ più in vista tra
verso e più complesso di “sinergia”. E lascio da parte qui l’idea,
che merita ben altri approfondimenti socio-politici ed etici, secondo cui anche l’Uomo verrebbe “naturalizzato” dal “sistema
produttivo”, onde essere meglio sfruttato ed alienato...
Se, dunque, questo luogo comune sull’oggetto di studio della Geografia, per la sua genericità, omertosità e ipocrita neutralità va fortemente ridimensionato, non meno discutibile, per la sua parzialità, esso appare anche dal punto di vista scientifico: la Geografia, infatti, oltre i rapporti verticali tra comunità umane e natura
fisica, studia quelli orizzontali tra popolazioni, stati, enti, produttori e così via, ossia i contatti nello spazio tra uomini, conoscenze e cose materiali. In definitiva, allora, sulla superficie terrestre e nel tempo la combinazione tra interazioni verticali e orizzontali finisce per diventare nei fatti una catena di cause-effetti
incrociati, cioè il “sistema-territorio” (e non semplicemente ambiente o ecosistema), con le sue fattezze e la sua vitalità interna,
che è scientificamente analizzabile e socialmente controllabile
nella sua completezza solo, ovviamente, con un approccio sistemico, attraverso la costruzione, nella fase più avvertita e avanzata, di modelli, le cui variabili devono essere attentamente predeterminate (di vario tipo e incidenza nel fisico, nel demografico,
nel socio-economico, nel politico, ecc.). Niente paura: anche
quando non vuol o non sa far ricorso alla matematica, il geografo umano e/o umanista deve attivare, nel suo piccolo, un approccio sistemico, sforzandosi di prendere in considerazione, con mente libera e critica, quante più variabili possibili nella sua ricerca.
Solo così si può giungere a quel tipo di conoscenza utile e applicabile progettualmente sul territorio, volta cioè a rettificarne il
grado di entropia eco-socio-economico-culturale con interventi
anentropici. L’obiettivo non è semplice da conseguire, già solo
per il fatto che a questo punto subentra più pressantemente e talora drammaticamente il problema della scala di ricerca e di intervento (si pensi già solo ai costi...), che non può essere se non
un progetto pianificatorio volto a finalità di sviluppo sostenibile
e integrato.
È evidente che una geografia fatta, e magari applicata così, comporta non più una mente e un cuore soli, ma intere équipes di studiosi delle più varie branche dello scibile (fino ai tecnici) che però analizzino insieme interdisciplinarmente le problematiche che
si vogliono comprendere e risolvere. A ben vedere, siamo arrivati nel cuore della descrizione regionale, documentata, metodologicamente avvertita, pronta per l’uso pianificatorio verso obbiettivi condivisi anche dal basso. Ebbene, ognun sa che oggi,
paradossalmente, la corografia, che meglio sarebbe definire corologia, in quanto arricchibile da fonti e approcci sempre più raffinati e “sapienziali”, è stata quasi abbandonata e viene guardata
quei politecnicali prodotti, con
tetto tutto gronde, e le gronde
tutte punte, a triangolacci settentrionali e glaciali, inalberasse pretese di chalet svizzero, pur
seguitando a cuocere nella vastità del ferragosto americano:
ma il legno dell’Oberland era
però soltanto dipinto (sulla scialbatura serruchonese) e un po’
troppo stinto, anche, dalle dacquate e dai monsoni. Altre villule, dov’è lo spigoluccio più in
fuora, si raddrizzano su, belle
belle, in una torricella pseudosenese o pastrufazzianamente
normanna, con una lunga e nera stanga in coppa, per il parafulmine e la bandiera. Altre ancora si insignivano di cupolette
e pinnacoli vari, di tipo russo o
quasi, un po’come dei rapanelli o cipolle capovolti, a copertura embriacata e bene spesso
policroma, e cioè squamme d’un
carnevalesco rettile, metà gialle e metà celesti. Cosicchè tenevamo della pagoda e della filanda, ed erano anche una via di
mezzo fra l’Alhambra e il Kremlino.
Poiché tutto, tutto! era passato
pel capo degli architetti pastrufaziani, salvo forse i connotati
del Buon Gusto. Era passato
l’umberto e il guglielmo e il neoclassico e il neo-neoclassico e
l’impero e il secondo impero; il
liberty, il floreale, il corinzio, il
pompeiano, l’angioino, l’egiziosommaruga e il coppedè-alessio; e i casinos di gesso caramellato di Biarritz e il d’Ostenda, il P.L.M. e Fagnano Olona,
Montecarlo, Indinàpolis, il Medioevo, cioè un Filippo Maria
di buona bocca a braccetto col
Califfo: e anche la Regina Vittoria (d’Inghilterra), per quanto
stravaccata su un’ottomana turca: (sic). E ora vi stava lavorando
il funzionale novecento, con le
sue funzionalissime scale a rompigamba, di marmo rosa: e occhi di bue da non dire, veri oblò
del càssero, per la stireria e la
cucina; col tinello detto office:
(la qual parola esercitava un fascino inimmaginabile sui no-
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quasi con sospetto, in nome di una analisi territoriale “per problemi”, che spesso fa scomparire dalla presa in considerazione
proprio le base fondante della riflessione geografica: lo spazio.
Ecco perché chiunque voglia oggi svolgere attività o professione
di geografo, a vari livelli, deve mettere in conto una preparazione (o almeno buoni rudimenti) sulle più varie materie del versante
naturale, economico-sociale, demografico insediativi urbanistico, non senza una conoscenza storica dei meccanismi di stratificazione territoriale, cioè dei processi passati che hanno generato
le fattezze attuali di micro-meso-, macro-regioni, se non di tutto
il pianeta.
Non è poco! Pertanto, se un consiglio mi sento di dare a chi voglia incamminarsi nella avventura della ricerca-didattica geografica, lo richiamerei al massimo dell’umiltà e lo avvertirei così:
studiare studiare studiare, avere plurimi contatti personali e di
rete con esperti di differenziate branche dello scibile, evitare gli
approcci superficiali o banalizzanti e puntare su obiettivi di salvaguardia ecologica, di produttività efficiente e di giustizia socio-economico-culturale generalizzata (uso chiamarla eco-effiquity), a tutte le scale fino a quella globale.
Un consiglio che ho sempre dato a me stesso, non importa con
quanto effettivo profitto: l’importante è mettercela tutta nel provare a “far scienza” con coscienza...
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velli Vignola di Terepàttula). Coi
cessi da non poterci capire se non
incastrati, tento razionali erano,
di cinquantacinque per quarantacinque; o, una volta dentro, da
non arrivare nemmeno al sospetto
del come potervisi abbandonare: cioè a manifestazione alcuna
del proprio libero arbitrio. Ché,
per quanto libere, sono però talvolta impellenti e dimandano,
comunque, un certo volume di
manovra. Con palestra per i ragazzi, se mai volessero cavarsi
lo sfizio; non parendogli abbastanza flessuosi e snodati tra una
bocciatura e l’altra, tra il luglio
e l’ottobre. Con tetto a terrazzo
per i bagni di sole della signora,
e del signore, che aspiravano già
da tanto tempo, per quanto invano, sia lei che lui, all’abbronzatura permanente (delle meningi), oggi così di moda. Con
le vetrate a ghigliottina uno e sessanta larghe nel telaio dei cementi, da chiamar dentro la montagna ed il lago, ossia nella hall,
alla quale inoltre conferiscono
una temperatura deliziosa: da ova
sode.
Ma basti, l’elenco delle escogitazioni funzionali.
Fra le ville della costa di San
Juan, lungo lo stradone del Prado (saettavano i rimandi rossi dei
loro vetri avverso il taciturno crepuscolo), c’era anche, piuttosto
sciatta, e ad un tempo stranamente allampanata, Villa Maria
Giuseppina; di proprietà Bertoloni. Il crepuscolo, e il suo fronte malinconioso e lontano, appariva striato, ad ora ad ora, da
lunghe rughe orizzontali, di cenere e di sanguigno. La villa aveva due torri, e due parafulmini,
alle due estremità d’un corpo centrale basso e lungo; tanto da far
pensare a due giraffe sorelle-siamesi, o incorporàtesi l’una nell’altra dopo un incontro a culo
indietro seguito da unificazione
dei deretani. Dei due parafulmini, l’uno pareva stesse meditando un suo speciale malestro verso nord-est, oh! una trovata: ma
diabolicamente funzionale: e l’altro la stessa precisa cosa a sud-
Una scelta di vita
Gianfranco Battisti
“
Vede, dottor Battisti, la Geografia è una materia difficile.
Prima bisogna raccogliere la cartografia, indi documentarsi
sulle caratteristiche dell’ambiente fisico, quindi sull’evoluzione storica del territorio, sulle caratteristiche del popolamento,
la sua cultura scritta e materiale, gli assetti economici, le condizionanti politiche e solo allora si può cominciare ad affrontare il lavoro scientifico vero e proprio”. Questo, a un di presso, il discorso che mi fece un giorno il mio maestro, Eliseo Bonetti, quando stavo letteralmente muovendo i primi passi nel
mitico Istituto di Geografia della Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Trieste. Un discorso necessario, non
essendomi io laureato in Geografia, ma quanto pesante! Perfettamente congruente, del resto, con il carattere di un austero
professore, che mi aveva accolto nel “suo” Istituto con la serafica domanda: “Lei conosce il tedesco?”1
Pur essendo ordinario di Geografia economica, Bonetti mise
subito in chiaro che per lui, la Geografia era una disciplina
“integrale”. Convinzione che non smentì mai, pur avendomi
esonerato - fui il primo nell’Istituto - dalla tradizionale trafila di studi sul paesaggio e sulla casa rurale, per catapultarmi
direttamente nella “nuova Geografia” (teoretica e quantitativa) alla quale stava dedicando ormai tutte le sue energie. Erano i primi anni ’70, con l’avvento dei modelli quantitativi e
dell’approccio deduttivo anche nella Geografia italiana. Tutto un mondo, o meglio, una visione del mondo che per me si
rivelava quanto mai affascinante. Del resto, riandando con la
memoria a quegli anni, Angelo Turco scriverà con nostalgia
delle “mongolfiere” che Bonetti andava silenziosamente liberando nel cielo ancora piuttosto chiuso della nostra consociazione.
Iniziava così, in modo non tradizionale, la mia avventura accademica. Altrettanto casuale era stato il primo, fondamentale incontro con la nostra disciplina, segnato dalla fortissima
personalità di Alessandro Cucagna2. Incaricato di insegnare
la Geografia economica e commerciale all’altrettanto mitico
I.T.C: Leonardo da Vinci (una delle glorie perdute della Trieste di un tempo, dove insegnerà anche Giorgio Valussi3), il
Nostro irrorava le menti dei giovanetti a lui affidati con una
G. Battisti, “Eliseo Bonetti: ritratto di un geografo”, Riv: Geogr. It., vol. CXIII (2006).
G. Battisti, “Alessandro Cucagna (1917-1987)”, Boll. Soc. Geogr. It., Sr.XI, vol.V
(1998).
3.
A. Bissanti, G. Patrizi, P. Persi, G. Battisti, G. Zanetto (a cura di), Giorgio Valussi
per la Geografia, A.I.I.G., Urbino 1991.
1.
2.
est; e cioè d’infilare il parafulmine, non appena gli venisse a
tiro, sul “confinante” di destra:
e l’altro invece su quello di sinistra: rispettivamente Villa Enrichetta e Villa Antonietta. Accoccolate lì sotto, in positura assai vereconda, e un po’ subalterna rispetto alle due pròtesi di
Villa Giuseppina e, pittate di chiaro, avevano quell’aria mite e linfatica che vieppiù eccita, o ne
sembra, il crudele sadismo dell’elemento.
Questo sospetto della nostra immaginosa tensione era divenuto
scarica della realtà il 21 luglio
1931, durante l’imperversare d’una grandinata senza precedenti
nel secolo, che locupletò di pesos papel tutti i negozianti di vetri dell’arrondimiento.
Descrivedre lo spavento e i cocci di quella fulgorazione così inopinata non è nemmeno pensabile. Ma il diportamento scaricabarilistico dei due parafulmini
ebbe strascichi giudiziari, - subito instradati verso l’eternità tanto in sede civile, con rivendica di danni-interessi, perizie
tecniche, contro-perizie di parte, e perizie arbitrali, mai però
accettate contemporaneamente
dalle due parti; quanto in sede
penale, per incuria colposa e danneggiamento a proprietà di terzi. E ciò perché la causa apparì,
fin dal suo principio, delle più
controverse. “Che ce ne impodo io” , protestava il vecchio Bertoloni, un immigrato lombardo,
“se quello ludro non sapeva neanche lui dove andare?”. Il fulmine infatti, quando capì di non poter più resistere al suo bisogno,
si precipitò sul parafulmine piccolo; ma non parendogli, quella verga, abbastanza insigne per
lui, rimbalzò subito indietro, come una palla demoniaca e schiantò su quell’altro, un po’più lungo, della torre più alta, e cioè in
definitiva allontanandosi da terra, cosa da nemmen crederci. Lì,
sul riccio platinato e dorato, aveva accecato un attimo il terrore
dei castani, sotto la nuova veste
d’una palla ovale, - fuoco paz-
11
messe di nozioni - tutte splendide e splendidamente comunicate - che raddoppiavano praticamente il corso. Da una parte
infatti vi erano le tematiche economiche come da programma
ministeriale, dall’altra, come condimento sapientemente amalgamato, vi era una sintesi del corso di Geografia umana che
egli andava contemporaneamente impartendo nelle aule universitarie.
Così tanto era il sapere che ci pioveva addosso, che un’intera classe, stenografando a tutta velocità (ed eravamo talvolta ai vertici nazionali per questa tecnica) non riusciva a prender nota di tutto quanto veniva dalla cattedra e insieme dalla lavagna. Ché Cucagna era anche un bravissimo disegnatore di carte. Era, il suo, un sapere onnicomprensivo, in cui
tutto si tiene, che vuole rendere contezza della totalità delle
cose visibili sul pianeta: suolo, sottosuolo, soprassuolo, mari, atmosfera.
Un programma da ammazzare un bue e difatti a fine anno
non si contavano gli esami a settembre nonché le bocciature. Ma anche i bocciati, anche gli studenti ai quali il solo nome di Cucagna faceva (e talvolta fa ancora) drizzare i capelli in testa, concordavano sul carattere eccezionale delle sue
lezioni. Che erano di livello accademico, e di elevato spessore. Chi scrive, che fino ad allora aveva considerato la Geografia una materia arida e noiosa, non passò indenne da questa prova del fuoco. Cucagna mi aprì a forza il cervello, costringendomi ad accettare una visione della Geografia come
disciplina vincente, vera e propria sintesi del sapere. Il risultato fu che presi coscienza di avere delle esigenze intellettuali e che la professione del contabile proprio non era il
massimo a cui aspirare. Fu forse da lì che presi la decisione
di tentare la strada del giornalismo o meglio del giornalismo
scientifico, premessa naturale (ovviamente per me, oggi sono in grado di comprenderlo) per il lavoro che avrei fatto dopo la laurea. Due maestri hanno dunque segnato i miei primi anni, anche se Cucagna lo avrei rivisto solo molto dopo,
data la rigida compartimentazione che caratterizzava la vita
accademica del tempo.
Entrambi i maestri mi condussero ad una visione integrale
della Geografia, ma a dire il vero all’epoca non vi dedicai una
riflessione significativa. Tali e tante erano le carenze che andavo riscontrando nella mia preparazione, così forte era lo stimolo ad entrare in azione al più presto, così tanta la preoccupazione di mandare in istampa delle scempiaggini o delle ovvietà, che non c’era proprio il tempo per porsi questioni epistemologiche troppo elevate. Erano gli anni in cui si consumava anche in Italia la scissione tra la Geografia umana e
quella fisica, assorbita dal più promettente ambito delle Scienze della terra. Io avevo lavorato come giornalista scientifico,
ma la mia preparazione nel mare magnum delle scienze na-
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zo a bilicare sulla punta, - come
fosse preso da un bieco furore,
nell’impotenza: ma in realtà dispanando e addipanando un gomitolo e controgomitolo di orbite ellittiche in senso alternativo un paio di milioni di volte al
secondo: tutt’intorno l’oro falso del riccio, che difatti aveva
fuso, insieme col platino, e anche col ferro: e smoccòlatili anche, giù per la stanga, quasi ch’È
fussero di cera di candela.
Poi starnazzò un po’dappertutto sul tetto, sto farfallone della
malora, e aveva poi fatto l’acròbato e la sonnambula lungo
il colmigno e la grondaia, da cui
traboccò in cantina, per i buoni
uffici d’un tubo di scarico della
grondaia medesima, resuscitandone indi come un serpente,
intrefolàtosi alla corda di rame
del parafulmine piccolo, che aveva viceversa l’incarico di liquidarlo in profondo, sta stupida.
E in quel nuovo farnetico della
resurrezione si diede tutto alla
rete metallica del pollaio retrostante il casamento della Maria
Giuseppina (figurarsi i polli!),
alla quale metallica non gli era
parso vero di istradarlo issofatto sulla cancellata a punte, divisoria delle due proprietà confinanti, cioè Giuseppina e Antonietta: che lo introdusse a sua
volta senza por tempo in mezzo nella latrina in riparazione,
perché intasata, del garage dell’Antonietta, donde, non si capì bene come, traslocò immantinente addosso alla Enrichetta,
saltata a piè pari la Giuseppina,
che sta in mezzo. Ivi, con uno
sparo formidabile, e previo annientamento d’un pianoforte a
coda, si tuffò nella bagnarola
asciutta della donna di servizio.
Stavolta s’era appiattito per sempre nella misteriosa nullità del
potenziale di terra. - Furono le
diverse perizie che via via permisero di delineare, per successivi aggiustamenti, in un atlante di carta bollata, questo catastrofico “itinèraire”. Ciò in un
primo tempo. In un secondo tempo, furono le perizie stesse a in-
turali era giocoforza lacunoso. E poi, c’era tanta cultura economica da imparare, soprattutto nel suo versante storico.
Sarà l’esperienza sfortunata del primo concorso a cattedra ad
allargarmi gli orizzonti, visto e considerato che in quelle tormentate vicende mi avevano ritenuto non indegno di ricoprire un insegnamento di Geografia umana. Solo più tardi invece, e sempre in collaborazione, verranno piccoli contributi di
carattere ecologico.
Insomma, un procedere al modo dei gamberi, dato che si dovrebbe (ma ne siamo poi sicuri?) procedere dalle Scienze della terra e dall’ecologia biologica verso quella umana. Posso
dunque confessarlo: non so tutto, neanche in Geografia, ma
sembra che questo mi venga perdonato. Del resto, “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”.
Chi legge, potrà adesso comprendere meglio la mia visione
della disciplina, il modo in cui opero concretamente. Un modo assai semplice, anche se non propriamente comodissimo.
In breve, cerco sempre di ripercorrere nella mente le vicende
storiche che hanno portato alla “costruzione” dei fatti geografici che mi trovo ad indagare. Storia dell’uomo ed insieme della natura, delle opere e delle idee, soprattutto dei progetti e delle visioni sulle quali questi ultimi poggiano. In una
parola, la “mia” Geografia è essenzialmente storia della Geografia, dei singoli luoghi piuttosto che della disciplina. Sembrerebbe un approdo condiviso da un discreto numero di colleghi, eppure ci sono delle sfumature che mi distaccano da
molti, che pure stimo e di cui mi sento amico.
Ho infatti maturato la convinzione che la Geografia sia contemporaneamente una disciplina essenzialmente scientifica,
nel senso di un corpus di fenomeni misurabili in quanto concretamente inseriti in una realtà che per quanto attiene ai nostri sensi è estremamente concreta e dunque “vera”, “reale”.
Qualunque sia l’interpretazione culturale che di essa possiamo dare. Che poi dal punto di vista fisico la materia possa risultare composta di particelle, che magari queste possano avere una natura insieme corpuscolare e ondulatoria, nihil obstat.
Questo appartiene però al campo di altri specialisti, che operano ad una scala incommensurabilmente diversa dalla nostra. Tanto diversa da risultare all’atto pratico ininfluente.
La scala, elemento geografico per eccellenza, rimane dunque
un discrimine fondamentale fra le branche della scienza, per
la quale la parcellizzazione del reale costituisce un metodo
indispensabile di lavoro, non un limite invalicabile. E dunque, fisica e biologica, antropica ed economica, teorica ed applicata, regionale e generale, pur sempre di Geografia si tratta. Una disciplina, la nostra, che per sua natura coniuga assieme Uomo e Natura. Una correlazione di cui si sente un
enorme bisogno di questi tempi. Disciplina integrale, dunque,
intesa come opera collettiva dei suoi cultori. Non perché ce
torbidar le acque, ossia a mescolar le carte, a tal segno da rendere impensabile ogni configurazione di percorrenza. Il muratore di villa Enrichetta, con il
buon senso proprio dÈ paesani,
affacciò una sua ipotesi, d’altronde plausibilissima: che l’ultimo indietreggiamento del giallone, così lo chiamò, fosse dovuto al fatto d’aver trovata intasata la canna della latrina, per
cui non potè usufruire del passaggio necessario a un tanto fulmine. Ma gli elettròlogi non ne
vollero sapere d’una simile ipotesi, e sfoderarono delle equazioni differenziali: che pervennero anche a integrare, con quale gioia del cav. Bertoloni si può
presumere.
Parallelamente a ciò, nel mito
e nel folklore del Serruchòn si
fece strada l’idea che il pianoforte sia strumento pericolosissimo, da carrucolar fuori in
giardino senza perdere un istante, non appena si vede venire il
temporale.
La disgrazia, per il cav. Bertoloni, sarebbe stata ancora sopportabile, se durante l’elaborazione delle perizie di parte e la
celebrazione d’un primo tentativo di procedura arbitrale, a
complicare maggiormente le cose, e a stroncar netta ogni speranza di composizione, un secondo fulmine non fosse caduto sulle tre ville, omai affratellate dalla “lubido” celeste; e cioè
due anni dopo la scarica della
bagnarola, nel giugno del ’33.
Chiamati ad ennesima perizia i
più occhialuti ingegneri elettrotecnici di Pastrufazio, essi arrivarono in locum una stupenda
mattina di mezzo agosto, con
ogni sorta di strumenti in scatola, delicatissimi, e ohmetri e ponti di Wheatstone portatili, d’una fragilità estrema: ma in quel
giorno si celebravano a Terepàttola le esequie di Carlos Caconcellos, il grande epico maradagalese che era venuto a mancare due giorni prima, piombando nella costernazione il mondo letterario, e i poeti epici in
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lo hanno insegnato gli uomini di altre epoche, ma perché questa è la realtà dell’umana avventura. Un’avventura che si lascia ridurre solo per poi ricomporsi in sintesi via via più complesse, senza peraltro l’ambizione di poter un giorno chiudere con le nostre mani il “libro della vita”. Possiamo comprenderlo se poniamo mente all’opera di Karl Ritter. La sua
descrizione del mondo si arresta, per il naturale estinguersi
dell’autore, dopo 19 volumi, nei quali non riesce nemmeno
ad esaurire due continenti.4 Non a caso, tutti noi limitiamo
sempre più l’ambito territoriale (e temporale) delle nostre ricerche.
Si pone a questo punto il problema didattico. Così tante e variegate le Geografie, esse ci interrogano circa la natura e la
quantità delle nozioni che, pur senza rinunciare alla qualità
del messaggio, possiamo ragionevolmente pretendere di trasmettere ai nostri allievi. I quali, nella quasi totalità, non faranno mai i geografi né tanto meno ambiranno a diventarlo.
Alcuni episodi riportati nelle brevi note biografiche con cui
ho aperto queste considerazioni valgano da antidoto alle nostre pur legittime aspettative. Personalmente, in seguito di ciò
ho fatto tesoro.
L’opera riuscirà al suo allievo Elisée Reclus, il quale in 19 volumi compendia in effetti la Geografia universale. Ma siamo su un piano diverso, dati i tempi.
4
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particolare misura. Sicchè gli ingegneri, nella villa deserta, e privata anche del custode, non avevano potuto combinar nulla.
Il Conforto della Geografia
Rolando D’Alonzo
L
’ultima sezione dell’atlante comprende: avvertenze per la
ricerca dei nomi stranieri, terminologia geografica. È denominata indice dei nomi.
Nelle sue pagine compaiono, in colonna e in ordine alfabetico, nomi conosciuti e nomi sconosciuti. Accanto a essi, dopo
trattini o parentesi, sono allineati numeri interi e lettere dell’alfabeto maiuscole e minuscole. Indicano le pagine dove si
trovano le porzioni di terra o di mare che interessano, i quadranti particolari che riportano i nomi delle varie località e i
loro punti di riferimento e, inoltre, i gradi calcolabili della latitudine e della longitudine a essi riferibili.
Ma, oltre a questi percorsi grafici, le lettere indicano, con discrezione e infallibile esattezza, rotte particolari, cammini sinuosi e suggestivi, poco visibili a occhio nudo, strade lunghissime e sentieri brevi, intersezioni fatali, luoghi di uno spazio non geometrico; indicano a volte, a seconda delle stagioni e dell’inclinazione del sole o del colore del cielo al crepuscolo, le curve traiettorie della memoria o del sogno, gli angoli più intimi dell’anima.
Non so fino a che punto il pensiero possa avventurarsi su delle mappe colorate, fitte di nomi, segni e numeri precisi. Ma
so bene quanto l’incantesimo della fantasia debba alla tonalità del blu oltremare o del celeste, alle sfumature del verde o
dell’ocra, in che misura il ricordo può attingere la sua energia immaginativa dalla connessione dei nomi e dalle distanze, simbolicamente e proporzionalmente stabiliti dalle varie
scale e dai segni convenzionali.
So che la nostalgia e l’abbandono, il destino e l‘avventura si
commisurano spesso ai piccoli rettangoli colorati dell’altimetria o della batimetria e che in ogni slancio di entusiasmo
si accende una favilla più intensa delle altre, la quale indica
il punto nave del viaggio immaginario o ricordato. È certo che
ogni empito di ottimismo e di progettualità può avere, come
temporaneo riscontro visibile, la scelta di una determinata pagina di questo prezioso libro.
L’orizzonte che si intravvede al di là del nitido rilievo di un
luogo remoto, mai visitato, mai nominato prima è l’indefinibile linea di confine tra reale e irreale, tra magico e allusivo,
tra passato e futuro, tra eventi accaduti e quelli che accadranno.
È una linea di inchiostro nero che separa il cielo dalla terra,
la terra dal mare, una linea sulla quale si evidenziano e si succedono minuscole sillabe e sparse consonanti, cifre di una for-
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Dino Campana
CANTI ORFICI
Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita, arsa sulla
pianura sterminata nell’agosto
torrido, con il lontano refrigerio di colline verdi e molli sullo sfondo. Archi enormemente vuoti di ponti sul fiume impaludato in magre stagnazioni
plumbee: sagome nere di zingari mobili e silenziose sulla
riva: tra il barbaglio lontano di
un canneto lontane forme ignude di adolescenti e il profilo e
la barba giudaica di un vecchio: e a un tratto dal mezzo
dell’acqua morta le zingare e
un canto, da la palude afona
una nenia primordiale monotona e irritante: e del tempo fu
sospeso il corso.
Inconsciamente io levai gli occhi dalla torre barbara che dominava il viale lunghissimo dei
platani. Sopra il silenzio fatto
intenso essa riviveva il suo mito lontano e selvaggio: mentre
per visioni lontane, per sensazioni oscure e violente un altro mito, anch’esso mistico e
selvaggio mi ricorreva a tratti alla mente. Laggiù avevano
tratto le lunghe vesti mollemente verso lo splendore vago della porta le passeggiatrici, le antiche: la campagna intorpidiva allora nella rete dei
canali: fanciulle dalle acconciature agili, dai profili di medaglia, sparivano a tratti sui
carrettini dietro gli svolti verdi. Un tocco di campana argentino e dolce di lontananza:
la Sera: nella chiesetta solitaria, all’ombra delle modeste
navate, io stringevo Lei, dalle
carni rosee e dagli accesi occhi fuggitivi: anni ed anni ed
anni fondevano nella dolcezza trionfale del ricordo.
Inconsciamente colui che io
ero stato si trovava avviato
verso la torre barbara, la mitica custode dei sogni dell’adolescenza. Saliva al silenzio
delle straducole antichissime
lungo le mura di chiese e di
mula che conferiscono alla comune scrittura l’incorruttibile
splendore dell’oro, l’abbagliante riflesso del sole allo zenit,
il calcinante spaesamento del bianco totale, la sacrale mestizia della cenere, l’ineluttabile compiutezza di ogni dolore, di
ogni fine. E, soprattutto, il fulgore della resurrezione.
Perciò Lidia, dopo la scomparsa di Egeo, soleva trascorrere
tutte le notti col viso curvo sulle pagine dell’atlante e con la
matita rosso e blu segnava il percorso di quelle divisioni mandate allo sbaraglio. Pensava che il suo uomo non l‘avrebbe
mai abbandonata, se non con la morte. Ma no, che dico? Nemmeno con la morte. Sì, perché da quel giorno in cui i loro corpi si ebbero bagnati nell’acqua chiara del “ Turchino”, fondendosi nell’abbandono e nel piacere, all’improvviso scrosciare sprizzante dell’onda, da quel giorno nemmeno il fango, la decomposizione e i vermi avrebbero potuto dividere la
loro carne, il loro sangue che diveniva linfa verde. alito di
vento, rugiada.
“Beviti almeno questa tazza, chè sono già le due e mezza e
non hai cenato”.
Ester posava sul tavolino, lì, accanto all’atlante, il vassoio con
il the, lo zucchero e i biscotti. Ester Celeste.
“Non lo fai tornare, se segni quelle pagine con i tuoi geroglifici!”
Ogni notte la stessa canzone, ogni notte la stessa disperazione.
Lidia deperiva ed erano già cinque mesi che non giungeva
una lettera. I bollettini di guerra non parlavano di quel fronte, ma solo di vittorie italiche nei cieli e sui mari.
“Sarà prigioniero e non può scrivere”, proseguiva la donna.
“Vedrai che prima o poi verrà da oriente un colombo bianco...
e se bianco non sarà eia eia alalà!”
“Ecco, canti come la cicala ebbra di sole, pensava Lidia, la
quale mai rispondeva alle insinuazioni , e non sai che anche
te domani verranno a prelevare, per chiuderti ben bene nella
Casa di Lanciano! Tutti ci rinchiuderanno, una buona volta.
Così la faremo finita.”
Quando si levava il sole e i carri già cominciavano a muoversi
dall’Incoronata verso la marina e verso “shangai”, Ottavio si
scapicollava tra le ripe e i canneti per giungere al villino poco
prima che Celeste spalancasse le persiane del piano terra, quelle verso oriente, per fare entrare i raggi e il calore del giorno
nuovo. Era l’unica della casa che a quell’ora impossibile ciabattasse tra la cucina e la dispensa, per mettere ordine e preparare la colazione. Le signorine si rivoltavano ancora tra le lenzuola, nelle stanze di sopra: Anna sognava i lunghi abbracci di
Mario, lo studente del Politecnico conosciuto l’estate precedente
sulla spiaggia di Termoli, Elvira immaginava di correre sulla
Cisitalia color alluminio di Amedeo Nazzari, Olga gemeva per
conventi: non si udiva il rumore dei suoi passi. Una piazzetta deserta, casupole schiacciate, finestre mute: al lato in
un balenìo enorme la torre,
otticuspide rossa impenetrabile arida. Una fontana del
cinquecento taceva inaridita,
la lapide spezzata nel mezzo
del suo commento latino. Si
svolgeva in una strada acciottolata e deserta verso la
città.
Maria Corti
CATASTO MAGICO
[…] Secondo ragione si dovrebbe ritenere che la notte
stia finendo. È terminata la
lunga salita per le balze dell’Etna avvolte nella qualità
notturna di un buio stellato con
frammenti di luce. L’alba appare silenziosa all’orizzonte
coi suoi chiarori azzurri. L’uomo è sul filo esatto del cratere. Può chiamarsi il filosofo
presocratico Empedocle o l’inglese Patrick Brydone che guardava e pensava nel 1770 o un
viaggiatore dall’estro vagante della fine del nostro millennio. L’aria comincia appena a schiarirsi nello spazio immenso del quale a fatica si
scorgono i confini nella calma senza suoni. Mare Mediterraneo e terre sono nella penombra ancora indivisi, come
furono nel paziente corpo del
Caos, e attendono che la luce
della prima alba li separi.
Le stelle brillano ancora e segnano il misterioso legame cosmico tra il loro fuoco sidereo
e quello ipogeo entro l’Etna a
quindici chilometri di profondità. Una stessa fine forse li
attende nel catasto magico dell’universo. A poco a poco le
stelle si spengono, da est avanza la luce ed è un assistere alla biblica creazione del mondo. Dai tremila metri del vulcano nell’immenso silenzio si
scorge il tremolio lucido del
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il suo “amor fugace”, quell’amore avvampante e tenero, perduto nel giro della festa di san Valentino.
Celeste era il loro lare domestico. Conservava tutte le memorie della famiglia, ordinava con la sua mano veloce ed
esperta ogni angolo, ogni cassetto, custodiva i ricordi, proteggeva grandi e piccoli con occhio vigile, vivido di gioia e
bontà, benediceva i “signori” che l’avevano presa da bambina, all’orfanotrofio. Aveva sposato il destino della famiglia
ed era la donna più felice del mondo.
Perciò canticchiando a bocca chiusa quell’aria di Lehar, che
aveva udito fin dalla prima festa tenuta nel salone della vecchia casa di paese, la sera del giugno millenovecentoventinove, si accostò alle ante della persiana, per aprirle.
Il sole già striava con lame d’oro le mattonelle del pavimento, disegnando una scala orizzontale tra l’uscio del corridoio
e la basola della porta finestra. Lei vi frusciò sopra con le pianelle di lenci azzurro e fece scattare la serratura.
“Eccolo qui, il piantone!” sussurrò mentre scostava l’asse di
legno. “La sentinella dei nostri risvegli”.
Ottavio era già lì, appoggiato al tronco del pino che dominava lo spiazzo e la cancellata. Paonazzo e ansimante, le mani
chiuse a pugno, posate sui fianchi, seguiva con gli occhi il
movimento dell’alta persiana che girava sui cardini. Non appena essa fu accostata al muro, fece un passo in avanti, si mise sull’attenti.
“Buongiorno, Celeste”. Una pausa strategica, un guizzo tagliente che forò la penombra sonnolenta dell’ingresso, là dove il pendolo era sempre fermo alle ore undici.
“Anche a te”, aggiunse la donna, gettando un lungo sguardo
liberatorio al cielo, all’orizzonte marino, “Anche a te che hai
fatto la solita levataccia...”
Egli lasciò cadere e, preso dal compito della sua missione, si
schiarì la gola.
“In due giorni ci prenderemo Karcov!”.
“Certo, ceerto”, tagliava corto lei, accingendosi a rientrare.
“E le signorine? Stanno bene?”
“Benone. Dormono e sognano. Cantano pure.”
“Lidia ha notizie di...”
“Due dispacci abbiamo ricevuto ieri sera...” Replicò seccamente Celeste, salutando con la mano il suo interlocutore.
“... da quei nuvoloni neri del temporale!”
Per Ottavio era tutto. Se ne corse da Manlio, alla conceria,
per riferigli quanto aveva potuto scucire da Celeste: ossia la
disperazione della famiglia, le scarse notizie ricevute soltanto per mezzo di un nuvolone nero di temporale, il bla bla bla
delle tre sorelle, le quali invece di godersi il mare del mattino se ne stavano nelle stanze di sopra a cincischiare le loro
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mare azzurro che si separa dall’immobilità delle rocce nere.
Si tace, immobili. Forse non
siamo più capaci di sopportare la perfezione. Un culbianco, che stava su una roccia fissando l’oriente e l’avanzare
dell’alba, allorchè chiara la vide volò ad ali spiegate verso il
cono terminale del monte, avanzò lungo una navata di rocce
nere, le unghie levate e tese
nell’economia della difesa. Poi
lo zampettio di qualche martora, leggerissimo, pone fine
al silenzio delle vette.
A un tratto trionfante il fascio
luminoso del sole spunta dal
basso e batte felice sotto le cime sui fiori rosa disposti a corona attorno ai pulvini verdi
della saponaria, sui licheni grigio-argento, rossastri, gialli e
trasforma in una macchia dorata il giallo trionfante delle ginestre arboree. Più giù sui duemila metri la luce tocca i pulvini spinosi dell’astragalo, la
borraccina azzurra coi fusti fioriti azzurro-viola, il lupino selvatico e i pulvini grigio-argentati dello spino santo. La
natura ha l’arte della divagazione, le serve per approssimarsi alla complessità delle cose reali, dei fiori reali. Difatti
l’abbondanza a grandi altezze
della vegetazione colorata pulviniforme non è che naturale
difesa dai venti. L’esito visivo
è una pietra lavica coperta di
un morbido tappeto persiano.
Ora il sole avanza e da lassù si
vede la grande scena dell’isola Trinacria. Contemplarla vuol
dire entrare nello smarrimento di Pindaro, che ospite di Gerone da Siracusa guardava «l’Etna nevoso, colonna del cielo»
o nella curiosità degli abitanti
iblei, di Comiso ad esempio,
dove Bufalino fissando al lontano orizzonte il monte dei monti ne celebrava «la familiare innocenza, monte sì da slanci collerici e distruttivi, ma che non
ha mai ucciso nessuno se non
per accidente fortuito o imprudenza suicida (preoccupandosi in quest’ultimo caso
di restituire alla luce ameno un
pene d’amore, a fare chissà quali pensieri e chissà quali azioni, nell’intimità profumata e scura delle stanze da letto. E di
Lidia, soprattutto, di quella che faceva torcere le budella all’amico, notte giorno, e fermentargli il sangue dentro le vene. Corri, Ottavio, corri, ché c’è un posto per udire, un posto
per parlare e una parola buona ti vale una pelle di capra, immacolata e tenera.
“Non ci deve tornare qui! Che se lo porti via una granata, se lo
roda il tifo dei prigionieri, ma qui quello non ci deve tornare”.
Era l’ossessione di Manlio, Egeo.
Il Mirmidone, lo chiamava lui, da quando l’aveva visto un
giorno entrare in casa della ragazza.
Una settimana appena dopo che s’era smontato il campo estivo che i militari avevano organizzato sotto la piana del paese. Proprio come i soldati di Achille, davanti le mura di Troia.
Solo che lì, in paese,non c’era alcuna spiaggia. Sì, nei pressi
scorrevano il Trigno e il Treste; i due corsi d’acqua nostrani
potevano paragonarsi, con un salto di fantasia, a quelli che
bagnavano il territorio di Ilio. Insomma il Mirmidone era il
Mirmidone, lo straniero, venuto da lontano.
Il Mirmidone gli aveva portato via la donna che lui avrebbe
voluto sposare.
Bene, se pure avesse avuto la fortuna di scampare alle battaglie, alla prigionia, alla fame, alle malattie infettive, se pure
fosse riuscito a varcare le Alpi e scendere nella pianura padana, egli l’avrebbe fermato, accoppato con le sue mani, avvezze a squartare pecore, agnelli e capretti. Accoppato lì, sul
greto sabbioso del Po, in qualche golena abbandonata dove si
radunano cani randagi e speranze di fuggiaschi. Ecco.
Doveva apparire una disgrazia, oh, anche un suicidio perfetto, alla grande. “Io, fedele alla patria, capitano della cavalleria reale, io mi suicido, perché troppo grande è la gioia di rivedere le amate sponde, troppo grande il dolore di essere un
superstite, mentre i miei commilitoni sono stati massacrati dai
Russi, tutti fatti fuori sulla neve gelata. Io, bacio la mia terra
e mi sparo alla nuca, proprio come uno che conserva per sé
segreti inimmaginabili...”.
Manlio era cresciuto nella cattiveria, nella cattiveria vegetava, sognava e sperava.
E perciò godeva nel prestare soldi e tormentare poi i suoi creditori, godeva nel calunniare le ragazze che non lo guardavano nemmeno, godeva nel veder morire di consunzione vecchi e malati incurabili. Godeva dei fallimenti altrui, godeva
di tutto il male che avvolgeva la tranquilla vita dei comuni
mortali. Egli ne era immunizzato, non credeva in nulla, soltanto al possesso delle cose desiderate, al momento, certo, un
momento che poteva pure durare qualche anno, ma non si fa-
sandalo della vittima)». Chi se
lo fosse dimenticato, il sandalo che volò su apparteneva al
suicida filosofo Empedocle, il
quale a detta di Eliano nelle
Storie varie calzava sandali di
bronzo. L’incanto metafisico
della vetta alla luce dell’alba
ormai è svanito. Avanza lentamente l’ora meridiana, portatrice di demoni, che ha altro
compito nel ritmo naturale e
insinua nella mente speciale
attenzione all’isola di Sicilia,
emersa dal mare, nell’età mitica della sua genesi, come una
zattera, terra che tanti fantasmi nel corso dei secoli creò e
per un’oscura pulsione dei suoi
abitanti chiuse proprio dentro
le viscere di quella che affettuosamente chiamano «a muntagna».
Altra ancora l’attitudine all’ora crepuscolare, quando l’enorme ombra piramidale dell’Etna si stende per venti miglia sulla pianura sicula, invadendo così la metà occidentale dell’isola come fosse ombra di uno di quei giganti inghiottiti e incatenati nel ventre di fuoco, Encelado o Tifeo.
Può darsi non si tratti di puro
fatto tellurico-atmosferico, gesto fisico fondamentale del
monte, ma di cosmica metafora di quell’inaccessibile oscurità del Male che Lawrence attribuì a «un’ottusa gente sicula». L’ombra del monte sull’isola al tramonto entusiasmava il sobrio storico polacco Michal Wisniewski, che nel suo
Viaggio in Italia, Sicilia e Malta, edito nel 1848 a Varsavia,
scriveva: «Uno di questi tramonti basta per tutta la vita».
Anche Alexis de Tocqueville
nel Viaggio in Sicilia è colpito dalla visione di un’ombra
dell’Etna che si allunga fino a
coprire la terra attorno a Trapani, ma non è immobile, si
sposta a vista d’occhio, si allunga, si ritrae come l’ombra
di un essere animato. Anche
Tocqueville parla di «spettacolo com’è dato vederne una
volta sola nella vita».
In ogni storia d’amore si par-
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ceva illusioni su niente. Soltanto che lui voleva vincere, come vince il male sul bene. Perché il bene è soltanto una fantasia, un’ipotesi, mentre il male è reale, ci tiene sempre immersi nel suo gorgogliare universale, un mostocotto di sangue e porcherie che si chiama vita.
E di porcherie Lidia ne aveva fatte parecchie in quei giorni.
Disgustose, irraccontabili.
“Che ti sei messa in testa tu?”
Olga si spinzettava le sopracciglia seduta davanti lo specchio
della toelette. Non tollerava le scenate della sorella, la quale,
in un ennesimo scatto di isteria, aveva strappato tutti i santini della madre, conservati in un astuccio cremisi, tutti fatti a
pezzettini e gettati sotto il letto.
“Alza il sedere dalla tazza, acconciati come ti pare, vattelo
a cercare dove vuoi, quello lì, se hai tanta voglia di farla finita”.
Non lo chiamava per nome, Olga, il fidanzato della sorella:
“Quello lì!”. Non l’aveva ancora accettato. Ma forse non
aveva accettato il fatto che Lidia avesse avuto la fortuna di
assaporare l’amore vero prima di lei.
Lei aveva saputo sedurre soltanto uno sgarzellino, nipote del
fattore, a cui per due mesi doveva correggere le versioni di
latino. Una bravata da fata maligna, quella, soltanto per vedere la reazione del giovanottino.
“Tu non puoi immaginare come mi fa male il tuo sguardo di
commiserazione e di invidia!”
“Ma chi te lo invidia quello lì, che adesso magari sarà mezzo congelato nella tormenta... Quello lì domani... Sa il fatto suo quello lì. Finita la tormenta, quello lì si metterà a cercare le pecorelle russe, di isba in isba. Vedrai!”
“Tornerà prima degli altri, questo mi dice la testa”.
“Dentro un cappotto di legno tornerà, se non lo vai a salvare tu, da tutta quella neve, da tutti gli agguati, da tutte le vulve di segale!”
“Schifosa!”
Lidia le scaraventava addosso le pantofole, l’asciugamano
bagnato, il pettine e si precipitava giù a pianterreno, dove
Elvira già aveva cominciato a far scorrere sulla tastiera le
sue belle dita impazienti.
“... I tuoi capelli neri, le tue labbra...”
Mentre la sorella si svagava un poco con le romanze di Tosti, lei tentava di far fagotto, un pezzo di pane, una susina,
tre confettini alla cannella, ma poi, ecco il solito conato, il
solito crampo alla pancia, il capogiro. Si gettava allora in
un angolo, si contorceva come una biscia presa al laccio e
dava la testa al muro, una, due, tre volte fino a farsi tumefare la fronte.
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la di qualcosa di unico, che ha
avuto luogo una sola volta, e
perciò è indimenticabile. Tutti nella vita si è stati trafitti da
un irrepetibile, unico momento, donde la sua fascinazione.
Forse in ognuna delle tre ore
magiche, l’alba, l’ora meridiana, la crepuscolare scatta
l’insidia e il monte compie la
sua opera. Dunque si può guardarlo fino a morirne? Si può
esserne uccisi? L’uomo ascolta le voci forti dell’immaginario, in un drammatico mistero
di alta qualità sente l’impulso
a scivolare nel cratere, spiare
fra le caverne vulcaniche, i condotti sotterranei, passare da uno
strato di terra all’altro, divenire veramente terrestre sotto un
cielo di pietra. Lo sognò Italo
Calvino a proposito di un altro vulcano, il Vesuvio, nella
bella prosa Il cielo di pietra:
«Non so se quest’immagine
corrisponde a ciò che vidi o a
ciò che immaginai; stavo già
sprofondando nel mio buio, i
cieli interni si chiudevano a
uno a uno sopra di me: volte
silicee, tetti di alluminio, atmosfere di zolfo vischioso; e
il variegato silenzio sotterraneo mi echeggiava intorno coi
suoi boati trattenuti, coi suoi
tuoni sottovoce». […]
Gilles Clément
MANIFESTO
DEL TERZO PAESAGGIO
L’alternanza d’alberi e d’erba
solca il paesaggio, lo anima di
prospettive curve rilanciate da
un rilievo dolce e profondo.
L’equilibrio delle ombre e delle luci obbedisce a un dispositivo di cui si può intuire l’economia. L’immensità del territorio toccato da un simile
equilibrio può ingannare il viaggiatore: si tratta forse di un progetto? Di un prodotto casuale
della storia? Divisione dei lotti, dispersione degli insediamenti, variazione del rilievo:
“I tuoi capelli neri, le tue labbra...”
Il giorno dopo il solito scasso. Aveva fatto le ore piccole, spargendo la sua disperazione sulla pagine dell’atlante, segnando
per filo e per segno spostamenti, soste, ripiegamenti, avanzate e ritirate, aveva messo punti, stelle, cerchi e quadratini
accanto ai nomi delle città, dei fiumi, dei laghi. Aveva distribuito il suo sgomento alla Germania, alla Polonia, alla Russia Bianca. Ben cinque volte Celeste aveva insistito per farle
sorbire un sorso di tisana, masticare un biscotto al limone,
una fettina di pane e pomodoro. Niente. Ogni amorevole insistenza si spegneva sopra un guscio di indifferenza, di insensibilità, di anoressia. Sì, Lidia era partita, proprio partita
per altre dimensioni, per altre distanze.
E al mattino, appena posati i piedi sullo scendiletto, se l’era
portata via un flutto infernale di vomito e gemiti. Tutto schizzato, tutto imbrattato: lenzuola cuscini comodino tappeti specchi scale sedie tavolo, tutto invischiato nel muco verde-giallo del suo infinito disgusto.
Quando s’era ripresa, aveva chiesto una ciambellina dolce di
Guglionesi e un sorso di Cerasella.
Elvira l’aveva aiutata a lavarsi, perché ogni tanto perdeva l’equilibrio e se la tirava un po’ scanzonata, vaga, aerea come
dovesse salire ad un patibolo da palcoscenico. Oh, Andrea,
amato mio poeta!
Erano le dieci passate quando se ne uscì sulla terrazza. Celeste era andata a fare la spesa, Olga era corsa incontro al suo
discepolo ed Elvira, abbandonati gli spartiti alla corrente d’aria del salotto, si era sistemata sotto l’ombrellone, mollemente
distesa e sonnolenta, desiderabile. irraggiungibile, nel suo
nuovo costume da bagno di rayon bianco, sfavillante.
Erano le dieci passate e già il mattino teneva stretto in pugno
il destino del mondo, lo scuoteva come un mazzo di saggina
per i viali, per le piazze, per gli arenili quieti dove s’aprivano corolle rosse, gialle, bianche, azzurre. Erano le dieci passate di un mattino di luglio del ’43.
Lidia annusò l’aria salsa , spalancò le braccia e avvertì attorno al collo la carezza sensuale dello zefiro marino. La notte
insonne l’aveva resa leggera, anche se era stremata e dolorante, l’aveva assottigliata nel retaggio della carne, allentata
nella tenacia delle giunture, allungata in tutte le sue misure:
gambe schiena, dita, ombra. Sì, l’ombra di un altro giorno,
l’ombra di un’altra donna, l’ombra di quello che rimane dopo il crollo di una speranza.
Davanti a lei il mare, davanti a lei il cielo. Da quella parte si
apriva l’Oriente, con tutte le sue storie, con tutti i paesi che
lei conosceva, con tutte le distanze che il cuore cercava di accorciare, con tutti i misteri che ancora la disorientavano. L’o-
tutto questo forma un apparato radicato nella geografia e
nella società, in grado di affrontare durevolmente i meccanismi che spingono verso un
riaccorpamento. Resti di una
policoltura di cui molte configurazioni sono scomparse per
cedere il dominio a due ricchezze: l’albero, l’erba. Prodotti puri di un’attitudine “PAC”
il cui potere di riduzione non
ha tuttavia potuto sciogliere
tutte le diversità.
Se si smette di guardare il paesaggio come l’oggetto di un’attività umana subito si scopre
(sarà una dimenticanza del cartografo, una negligenza del politico?) una quantità di spazi
indecisi, privi di funzione sui
quali è difficile posare un nome. Quest’insieme non appartiene né al territorio dell’ombra né a quello della luce. Si
situa ai margini. Dove i boschi
si sfrangiano, lungo le strade
e i fiumi, nei recessi dimenticati dalle coltivazioni, là dove
le macchine non passano. Copre superfici di dimensioni modeste, disperse, come gli angoli perduti di un campo; vaste e unitarie, come le torbiere, le lande e certe aree abbandonate in seguito a una dismissione recente.
Tra questi frammenti di paesaggio, nessuna somiglianza
di forma. Un solo punto in comune: tutti costituiscono un
territorio di rifugio per la diversità. Ovunque, altrove, questa è scacciata.
Questo rende giustificabile raccoglierli sotto un unico termine. Propongo Terzo paesaggio,
terzo termine di un’analisi che
ha raggruppato i principali dati osservabili sotto l’ombra da
un lato, la luce dall’altro.
Terzo paesaggio rinvia a Terzo stato (e non a Terzo mondo). Uno spazio che non esprime né il potere né la sottomissione al potere.
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riente. Dietro di lei la collina, con le vigne, i canneti, i casolari bianchi, la ferrovia, i palazzi, il castello, i monti. Il suo
destino e il nulla.
Si appoggia alla balaustrata e resta un attimo immobile. Quindi si volta, si accosta al dondolo di vimini e lo fa oscillare,
toccandone la spalliera con l’indice teso. Sì, il mondo deve
entrare in lei, così come lei per giorni e giorni, per mesi, anni ha sparso i pensieri più belli, i sogni, le preghiere per le
strade di quel mondo di carta colorata, di numeri e parole.
Una pura restituzione d’amore. Una liberatoria riconoscenza
carnale.
Allora si toglie la vestaglia, si scioglie il reggiseno, si sfila le
mutandine alla parisienne e così nuda, così indifesa e innocente si siede di fronte all’avvenire. Le braccia rilassate, le
gambe si allargano sotto l’impeto di un’invisibile onda celeste che la forza, la possiede.
“Che tutte le vie della guerra e della pace possano entrare in
me!”
Ripete forsennatamente e forsennatamente apre le gambe, le
spalanca.
“Che mi rendano fertile di gioia, di fratellanza!”
E il sole lascia il suo mantello d’oro alla tremula marina e sale alla terrazza, agile e gentile viene a lambire la ragazza che
reclina il capo e s’abbandona al destino. Le lambisce le spalle, i seni, il ventre liscio da adolescente.
“Che tutte le strade del mondo entrino in me, con i morti e i
vivi. La grazia accompagni colui che si perde.”
Quando i raggi cominciano a scottare Lidia si alza, si riveste.
Dopo un cenno lieve al mare, rientra nell’ombra della scalinata, scompare.
Lentamente, passo dopo passo scende. Scende al suo nulla
quotidiano.
Sulle labbra appena socchiuse ondeggia un invisibile fiocco
di neve, un petalo di fiordaliso, il nome del suo uomo: Egeo,
Egeo.
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Stefano D’Arrigo
ORCINUS ORCA
Frammenti strabici
Emilio De Grazia
l’esercizio della geografia
è esercizio di descrizione
o esercizio di comprensione?
1. la geografia è il pensiero che se ne ha
* il pensiero a rigor di logica non va oltre la punta del
proprio naso: è immorale la duplicità è strategica, fatale
* perché un individuo viva non deve mirare sempre al
proprio interesse o al proprio ideale deve mirare altrove,
oltre, di lato, di sbieco, come il combattente nell’arte
marziale giapponese
2. la costruzione della geografia è costruzione di un pensiero nessun pensiero ha un’unica componente: quello di un pensiero che
si tenda fra soggetto ed oggetto è un modello ingenuo
ogni pensiero rinvia ad altro; costituisce un rapporto fra il sé ed
un altro che non è, tuttavia, né soggetto né oggetto (rispetto ad
altri, ad esempio, l’altro sono io)
l’altro è tanti soggetti
il pensiero rinvia ad altro come possibile: il pensiero stesso è pensiero della possibilità
* il cogito è un metodo d’azione piuttosto che un
modello del reale
* non c’è pensiero che nella sfida alla verità, non c’è
pensiero che nella sfida alla potenza della realtà
* il miglior pensiero è quello che può vantare il fascino
di una catastrofe
3. la geografia ha per oggetto la terra ed i suoi territorii
* la geografia è l’unico modo per mettere una fine
all’universo che, di per sé, non finirebbe mai
4. pensare la geografia è pensare il rapporto fra il territorio e la
terra
* sulla superficie non c’è segreto
caratteristica della superficie è di esporre ciò che era
segreto una sorta di oscenità, di pornografia, in cui
appare un vero
che non è verità di nulla e la cui verità si esaurisce nella
sua visibilità
* la comunicazione è un territorio di espunzione del
segreto, di avvicinamento al tutto, di sovraesposizione
5. la terra non è elemento fra gli altri: li contiene tutti e governa i
movimenti fra un territorio e l’altro, le deterritorializzazioni
6. la terra supera ogni territorio ed è oltre ogni territorio: è deter-
24
Il sole tramontò quattro volte
sul suo viaggio e alla fine del
quarto giorno, che era il quattro di ottobre del millenovecentoquarantatre, il marinaio,
nocchiero semplice della fu regia Marina ‘Ndrja Cambìa, arrivò al paese delle Femmine,
sui mari dello scill’ e cariddi.
Imbruniva a vista d’occhio e
un filo di ventilazione alitava
dal mare in rema sul basso promontorio. Per tutto quel giorno il mare si era allisciato ancora alla grande calmerìa di
scirocco che durava, senza mutamento alcuno, sino alla partenza da Napoli: levante, ponente e levante, ieri, oggi, domani e quello sventolio flacco
flacco dell’onda grigia, d’argento o di ferro, ripetuta a perdita d’occhio.
Solo da alcune ore, anche se lo
scirocco era sempre quello e
anzi aveva infocato la posta,
aveva cominciato sotto sotto
ad allionirsi. Era stato naturalmente nel farsi da mare rema,
intrigato e invelenito alle prime tormentose serpentine di
spurghi e di rifiuti, simili a gigantesche murene che egli, col
suo occhio di conoscitore andava scandagliando dal colore diverso, come di pietra muschiata, gelido e rabbrividente. Era stato perciò, dopo che
le isole erano scomparse alla
sua vista dietro Capo Milazzo,
e Stromboli, Vulcano, Lipari,
che intravvedeva per la prima
volta distanti e da terra, dopo
averle viste sempre dalla palamitara, salendo per il Giolfo
dell’Aria, sembravano vaporare nel sole come carcasse di
balene cadute in bonaccia.
Intanto che camminava verso
la punta del promontorio femminoto, il cielo davanti a lui
sullo Stretto passava dall’ardente imporporato a una caligine di guizzi catramosi. Quando s’affacciò sul mare, e ancora si vedeva chiaro per dei
barbagli madreperlacei dell’a-
ritorializzante e de territorializzata
* la campagna sembra un deserto privo di necessità
perché tutti gli eventi hanno luogo nella città che,
tuttavia, si sta riducendo, pure essa, a pochi centri
cruciali, connessioni di una rete
7. la terra consente fughe, deterritorializzazioni, che sono sempre
fughe verso il trascendente: dei pellegrini, dei mercanti, degli avventurieri
8. ogni deterritorializzazione comporta l’apertura di nuove territorialità; ogni tentativo di definire un territorio porta ad una deterritorializzazione
9. anche una nuova territorializzazione, ad opera della terra, del
territorio disertato
10. deterritorializzazione (dal territorio alla terra) e riterritorializzazione (dalla terra al territorio) sono processi non discernibili fra loro
* il sapere sul mondo è nelle parole che brulicano nella
mente di chi le ha imparate
* le parole sono ostacoli epistemologici perché creano
classificazioni nascoste che orientano le convinzioni
qualsiasi discorso è destinato a produrre errori
11. stato e città si definiscono rispetto ad un territorio: la territorialità eclissa la discendenza, la stirpe
12. ma quando una stirpe lascia un territorio per spostarsi su un
altro, essa si ridetermina attraverso la riterritorializzazione
13. la riterritorializzazione, a sua volta, si determina attraverso la
stirpe: la stirpe locale
14. stato e città operano territorializzazioni e deterritorializzazioni: lo stato misura il territorio con il catasto, la città si allarga nei
circuiti commerciali
15. lo stato si estende nella appropriazione di territorii locali e li
interiorizza nel “palazzo” la città si condensa con i trasferimenti
dall’entroterra e li riterritorializza nelle reti mercantili, nel lavoro, nella politica
16. negli stati assoluti la deterritorializzazione e la riterritorializzazione si producono secondo una linea verticale, trascendente:
è il trascendente che rifonda il territorio e, per farlo, deve assoggettare le libertà
17. nelle città deterritorializzazione e riterritorializzazione si realizzano in orizzontale, secondo una linea di immanenza; qui può
aver luogo la libertà che gli stati assoluti negano: mercato, socialità, pensiero, ma anche rivalità, crudeltà inimicizie, polemiche
* spazio come limitazione dei movimenti o spazio della
loro proliferazione?
sedentarietà o nomadismo?
ria, la notte senza luna sopraggiunse di colpo, con quel
repentino e temporalesco passare dalla luce all’oscurità con
cui cadono, anche nella più
chiara estate, le notti di luna
mancante. Nuvolaglie fumose, come rotolassero giù dalle cime dell’Aspromonte e dell’
Antinnammare, avevano sommerso e livellato, in un solo
nero miscuglio, il varco aperto fra le due sponde.
Qualcosa, in Sicilia, che per
la coloritura violacea riflessa
dall’acqua, sembrava una grande troffa di buganvillea pendente sulla linea dei due mari, brillò per un attimo dal mezzo della nuvolaglia, poi il brillio cessò e lo seguì un risplendere breve breve e bianco di pietra, e allora, nel momento in cui spartiva nella fumèa, riconobbe lo sperone corallino che dalla loro marina
s’appruava, quasi al mezzo,
come per spartirli, fra Tirreno
e Jonio.
Su quella punta abitava il loro Delegato di Spiaggia, in una
casipola a cubo, che era una
via di mezzo fra la cabina di
Bastimento e la garitta della
sentinella. Lo sperone serviva per consigli e conversari,
serviva pure da osservatorio
sul duemari durante la passa,
quando il sorteggio gli assegnava la posta ravvicinata rivariva; nella quale non avevano mare sufficiente per piazzarvi la feluca dal cui albero
l’intinnere scandagliava in circolo il primo appalesarsi di
spada, sicchè s’imponeva uno
scaglionamento di guardie a
terra ed era anche allo sbracciamento o scappellamento di
queste vedette, che il filere sull’ontro spiava, tutt’occhi, per
avere avvisaglia d’animale che
s’appropinquava.
E intanto che la notte s’inondava sempre più per Tirreno,
mangiandosi il mare di sangue pestato come ci dilagasse
dentro col suo nero inchiostro,
e tratto tratto sembrava accorciare la diagonale che si se-
25
18. anche il mare si è offerto alla deterritorializzazione delle città e degli stati (riterritorializzazione dell’imperialismo) così come oggi l’etere delle comunicazioni
* in conseguenza della virtualizzazione dell’economia
mondiale gli stati perdono rapidamente la loro sovranità
* la globalizzazione dei mercati e della finanza procede di
pari passo con la balcanizzazione della politica
* lo stato cede funzioni che un tempo custodiva
gelosamente. deregolazione.
* la politica si sposta dalla ricerca di un domani
migliore a quella di un oggi diverso
* l’utilizzo delle scienze ha finalità non sociali, ma di
controllo di massa e, in ultima analisi, costituisce una
aggressione alla democrazia
* i problemi della società moderna non concernono il
mantenimento di una eredità culturale, morale, etica,
pedagogica ecc., ma la permanente creazione di diversità.
19. la deterritorializzazione e la riterritorializzazione messe in atto secondo una linea trascendente (il dio, o chi per lui, scende sulla terra e la rifonda) devono declinarsi tuttavia su un piano immanente, quello del pensiero della natura, delle gerarchie, delle figure, dei simboli.
ma la divinità sarebbe vuota, o resterebbe nascosta, se non tracciasse i capisaldi della sua teofonia e così la proiezione della trascendenza popola il territorio della immanenza di figure (la figura è la emancipazione da un livello determinato per approdare ad
un nuovo piano di pensiero su cui le proiezioni ed i riferimenti
cambiano di natura)
dalla “città di Dio” alla “città ideale”, alla “città del Sole”, da Spalato a villa Adriana, a Sabaudia.
* il civico ed il naturale si escludono reciprocamente
la naturalezza è una non-forma della civiltà
* la città limita e provoca, determina ciò che non è più
possibile fare, ad esempio sputare in terra
20. quando la deterritorializzazione pervade, essa coinvolge il piano di immanenza trasformando gli elementi caratteristici originarii (amicizia, socialità, rivalità...).
è il passaggio dalla figura al concetto, all’astrazione: non più proiezione di una figura, ma connessioni nel concetto
21. il concetto ha una plurivocità alimentata da vicinanze, contiguità
22. è una sorta di campitura indeterminata, senza livelli distinguibili, con ordinate senza gerarchia.
suscita domande su cosa esso contenga o su quale collocazione
possa avere e con quali contiguità o con quali co-essenze o attraverso quali raccordi esso viva
26
guiva a occhio nudo fra lo sperone incontro Scilla e quel punto di bassa caviglia calabrese
dove si trovava, egli andava
misurando, come una volta,
stando a bordo all’ontro, la brevità di quel passo di mare, remando una palella dietro l’altra: oooh…oh… oooh…oh…
sul poco fiato dello spada agonizzante che smaniava, smaniava contempo che scappava,
nuotando nel suo ultimo sangue, e dentro quel breve miglio era già morto: e le acque
davanti al paese delle Femmine sentivano appena la punta
della sua spada, perché, da Cariddi a lì, il suo era un salto solo nella morte.
Quando capitava che nel suo
strano capriccio di morte, lo
spada sbattesse per là, erano
parole e scene sicure con quei
notorii armimbrogli. Snelli di
vita, delicati ed eleganti per natura, piacentissimi alle loro
femmine, che sembra li tengano solo a quell’uso, almeno una
volta, alla passa, il sorteggio
di là e di qua li metteva posta
a posta con loro, in uno stretto giro d’acque. I pescatori femminoti, i baffettini sul labbro,
se ne stavano come per figura
su ontri e feluche: sembrava,
a vederli di lontano, che aspettassero solo che uno spada stracquo e avvilito, meglio ancora
se perso di sangue, scapolasse, da quelle di Sicilia, nella
loro posta. Quando fatalità voleva che l’animale pigliasse
quell’indirizzo storto, avesse
pure la traffinera inalberata sulla schiena come stendardo di
riconoscimento, quei galantuomini facevano issofatto la
mossa d’incamerarselo, accampandoci sopra il diritto del
malandrino. Tante volte, alla
ladricella, tentavano persino di
liberarlo dalla traffinera e di
scaricare la corda in mano ai
cariddoti; e tante volte, per
strappargli il ferro, sottomano,
in fretta in fretta, lazzariavano
le belle carni.
23. ma se è vero che le figure tendono ai concetti è pur vero che
ogni volta che l’immmanenza è attribuita a qualcosa i concetti
producono figure: una dialettica fra mobilità e fissazione
24. ci si può domandare se la geografia abbia una necessità interna, da quali incontri essa tragga ragion d’essere, da quali connessioni di componenti
* non si sfugge al fatto che lo spazio sia dato prima di
noi
ogni cosa si trova presa nelle maglie di un potere che la
determina e la limita
tuttavia, se qualcosa inizia a vivere è perché passa
attraverso una seconda nascita che coincide con la fuga
dal territorio di appartenenza
* la deterritorializzazione si realizza ogni volta che si
conquista una funzione che non era assegnata
la bocca che smette di mangiare e canta, ad esempio
perché una descrizione abbia senso, ci vuole un minimo
di illusione, di sfida al reale, senza cui non si verifica
alcun evento
25. in effetti, la sua ratio dipende da una serie di connessioni che
avrebbero potuto anche essere diverse, o diversamente contigue
non c’è buona ragione, quindi, se non quella contingente come
non c’è storia universale se non quella delle contingenze
* i divenire si svolgono sul territorio o lo creano?
26. la geografia non è soltanto registrazione della forma storica
dei luoghi, essa è anche esperienza mentale, come il paesaggio
27. ogni paesaggio è paesaggio dell’anima
la geografia è registrazione dei luoghi in cui i divenire divengono
28. al di fuori della storia che designa, invece, le condizioni del
divenire
29. in un territorio si combinano alleanze e filiazioni
è attraverso queste che passa l’economia di un territorio
30. le filiazioni sono inalienabili, le alleanze sono fluttuanti
31. i legami parentali non costituiscono strutture, ma danno origine a processi ed a strategie
32. i sistemi parentali, pur originariamente chiusi, si aprono agli
influssi dell’economia e della politica; essi trovano nuovi assetti
in nuove accumulazioni, mercati, stock
* con la molteplicità delle informazioni e la mobilità sul
territorio si allentano le relazioni tradizionali di
parentela, di partnership, di associazione per lasciare
spazio a sistemi di
connessioni variabili, di reti in cui è permanentemente
possibile entrare ed uscire in/da contesti
le connessioni si aprono e si interrompono a seconda
Vincenzo Consolo
LUNARIA
Città caduta affranta, misericordia di quiete dopo il travaglio, silenzio, pace. Velata visione, in trasparenza, di cielo
che palpita di astri, profili di
palazzi, chiese, monasteri, cupole moresche, chiome di ficus e di palme, archi di porte
chiuse nella notte. E ancora,
se si chiede, lanterne, passi di
ronde in movimento, tocchi
dell’orologio al Sant’Offizio,
versi di Luigi D’Eredia per
musiche d’Emanuele d’Astorga
oppure questi:
voce
Origine del tutto,
fine d’ogni cosa,
eco, epifania dell’eterno,
grembo universale,
nicchia dell’Averno,
sosta pietosa, oblìo,
loto che nutre e schiude
la semenza.
Nutta, nuce, melània,
vòto, ovo sospeso,
immòto.
Oh notte di Palermo,
Mammuzza bedda,
lingua dulcissima,
parola suavissima,
ninna d’innocenti,
melassa di potenti,
tana di briganti,
tregua di furfanti,
smània monacale,
desìo virginale:
ddeh dura perdura,
dimora,
ristagna nella Conca,
non porgere il tuo cuore
alla lama crudele dell’Aurora.
27
del sentimento di sostenibilità che ne avverte il
soggetto.
ai tradizionali luoghi di incontro e di relazione si
sostituiscono siti per connessioni virtuali
33. si complica,così, il lavoro di decodificazione dei flussi
34. le alleanze si esprimono anche nelle parole, nei linguaggi, nei
codici, nelle feste
* nel mercato dei consumi si incontrano la razionalità del
calcolo dei venditori e la razionalità delle strategie di vita
dei compratori
* la sicurezza e la garanzia sulle merci si coniuga con la
reversibilità delle scelte che da luogo ad altri consumi. Il
flusso dei venditori intercetta quello degli acquirenti
35. lo stato suddivide i territorii, non i popoli; sostituisce la organizzazione geografica alla organizzazione gentilizia
36. questo produce flussi, catene, scambi, territorializzazioni e
deterritorializzazioni
anche allocazioni e dislocazioni di crediti e debiti, asimmetrie,
disequilibri così come conflitti, rivolte, mutamenti, significati: lo
squilibrio funzionale che produce le storie
* la minoranza è ambito privilegiato del divenire e della
variazione
dimensione dalla quale diviene possibile ripensare
l’agire e
le nuove modalità delle pratiche sociali
37. la geografia sottostà alla declinazione di significati sul corpo
della terra, alla dislocazione delle alleanze nei tradimenti, nelle
trasgressioni -che ne rivelano l’usura- nella disfunzione segmentale, negli scacchi e nei colpi a vuoto
38. la inefficacia delle alleanze è funzionale alla loro conservazione perché il timore della dissoluzione ne perpetua l’esistenza.
39. il timore della dissoluzione dell’alleanza proietta all’esterno
i soggetti agenti identificati come pericolosi invasori
* nelle attuali condizioni di fluttuazione e di mutevolezza lo
spazio globale ha assunto il carattere di una terra
di frontiera
dove i conflitti non hanno più dimensione territoriale. Il
nemico è sempre in movimento e la sua forza risiede nella
segretezza delle sue mosse. Egli prende forma nella non
padroneggiabile insicurezza globale.
* il trasferimento di sovranità dagli Stati a d un’Entità
superiore si dice Impero
la mappa dell’impero coincide con l’impero stesso, ma
essa viene sempre spiazzata dalle dinamiche che agiscono
al suo interno
è la mappa di nessun luogo?
28
40. il capitalismo interrompe i flussi di scambio e di produzione
che avevano caratterizzato le forme economiche primitive
* è una macchina sociale costruita su flussi di merci,
denaro,
lavoro, desiderio, liberati dalla territorialità, ma
irreggimentate
nella codificazione economica tramite l’equivalente
generale
del denaro
41. azzera i rapporti gerarchici e di subordinazione riducendoli
all’astrazione della moneta
de-codifica i flussi e nega le formazioni sociali precedenti
la de-codificazione non significa dis-organizzazione, ma organizzazione dura dove nuovi assiomi inglobano i codici sovvertendoli
42. ma non ha eliminato le tracce di caste e ranghi sebbene queste, già inseparabili dalle forme delle organizzazioni politiche e
territoriali primitive, siano state sostituite dal loro contrario: le
classi, derivate dal processo di produzione industriale e mercantile secondo codici proprii del capitalismo
43. oggi lo stato non forma più classi dominanti, ma è lui stesso
determinato da classi indipendenti che lo legano al servizio del
proprio interesse e dei compromessi che esse raggiungono con le
classi dominate
non determina più un sistema sociale, ma è determinato da un sistema sociale in cui si incorpora
si concretizza nella subordinazione alle classi dominanti
44. le forme di produzione si esercitano su un elemento di per sé
improduttivo
può essere il capitale, o il despota, o la politica, o la terra
45. l’alleanza impone alle connessioni produttive la forma di un
connubio di persone, ma allo stesso tempo, prescrive limitazioni
di quel connubio in funzione delle esigenze del processo di produzione
46. il capitalismo trascina l’Europa in una generale deterritorializzazione che rinvia alla storia delle città stato dell’antica Grecia: le produzioni, che lì si legavano alla capacità di solcare i mari, qui si legano alla capacità di far attraversare i continenti alla
ricchezza.
47. il capitalismo funziona con una assiomatica trascendente di
flussi decodificati (lavoro, prodotto, denaro...).
gli stati nazionali costituiscono i modelli attraverso cui si realizza questa assiomatica
forniscono una riterritorializzazione compensativa
48. i modelli di realizzazione sono molto diversi democrazia, dit-
29
tatura, oligarchia, monarchia...
tuttavia su tutti, dai democratici ai totalitarii, si estende, come ratio del mercato, la produzione delle disuguaglianze di sviluppo.
49. all’interno del mercato mondiale tutti gli stati sono legati e
compromessi fra loro
la difesa dei diritti dell’uomo non può che essere confinata nella
critica interna ad ogni stato
i diritti dell’uomo sono assiomi che possono coesistere, all’ interno di un territorio, assieme ad altri assiomi (quali, ad esempio,
la difesa della proprietà privata) per quanto li contraddicano: la
miseria delle bidonvilles controllata dalle polizie degli stati democratici; la marina militare di uno stato democratico che respinge i barconi di emigranti disperati e così via.
m. detienne:
f. chen:
f. nietsche
g. deleuze
g. deleuze
la vita quotidiana dei greci
il vuoto e il pieno
considerazioni inattuali
che cos’è la filosofia
l’antie-dipo. capitalismo
e schizofrenìa
e. husserl
la crisidelle scienze europee
e la filosofia trascendentale
f. braudel
civiltà materiale, economia
e capitalismo
j. baudrillard
le strategie fatali
a.negri, m. hardt impero
z. bauman
la società sotto assedio
30
laterza
guida
einaudi
einaudi
1989
1989
1981
1996
einaudi
1975
il saggiatore
1961
einaudi
es
rizzoli
laterza
1982
2007
2003
2005
Geo-analfabeti e non-luoghi
Gino De Vecchis
I
l titolo di questa riflessione, scaturita dalle recenti disavventure della geografia nella riformanda scuola secondaria di II
grado1, è costruito prendendo spunto da un recente breve scritto di Ilvo Diamanti, politologo e docente universitario a Urbino, comparso su Repubblica on-line il 1° luglio 2010.
Questo richiamo a un articolo di giornale ha alla base due motivazioni.
La prima vuol essere semplicemente un ringraziamento a uno
studioso, che ha mostrato sempre sensibilità nei confronti della geografia e che ha offerto uno stimolo essenziale al recente
appello lanciato dall’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia e dalle altre associazioni geografiche a favore della disciplina penalizzata dalla riforma. Rispondendo con immediatezza alla campagna con un articolo apparso sullo stesso quotidiano a gennaio 2010, Diamanti ha avuto il merito di smuovere le acque e di dare un impulso sostanzioso alla stessa. Infatti, pur non essendo riuscita - come peraltro era prevedibile a conseguire risultati concreti, ovvero l’eliminazione dei tagli
all’insegnamento della geografia decisi dal Ministero, la campagna ha suscitato tante reazioni e proposte: un patrimonio progettuale che andrebbe alimentato per costituire un punto di partenza per nuove analisi sul ruolo che la geografia può giocare
nella scuola (e non solo).
La seconda motivazione riguarda, invece, più propriamente
i contenuti che Ilvo Diamanti è riuscito a esprimere con molta efficacia, rendendoli vivaci e accessibili al grande pubblico. È un merito di non poco conto, anche perché la comunità dei geografi non sempre ha manifestato le stesse capacità
comunicative, pur avanzando elaborate e compiute argomentazioni scientifiche e didattiche.
Le brevissime riflessioni che seguono prendono spunto proprio
dall’articolo del 1° luglio.
La prima riguarda il legame che il sapere geografico ha con i
problemi dell’attualità, innanzi tutto quelli relativi al territorio
e al paesaggio. Sebbene il quadro socio-economico e politico
La Riforma penalizza fortemente una disciplina, già “mortificata” negli anni passati. La geografia, infatti, scompare in tutti gli Istituti Professionali e
in quasi tutti i Tecnici, dove rimane solo nell’Indirizzo economico (ma con
con decurtazioni di orario). Drastica è la riduzione anche nei Licei, nel cui
biennio è stata accorpata con la Storia antica (tre ore insieme).
1.
32
Dino Buzzati
IL DESERTO DEI TARTARI
Egli scrutava i bordi altissimi
della valle per scoprire la Fortezza. Immaginava una specie
di antico castello con muraglie
vertiginose. Passando le ore,
sempre più si convinceva che
Francesco gli aveva dato una informazione sbagliata; la ridotta da lui indicata doveva essere
già molto indietro. E si avvicinava la sera.
Guardateli, Giovanni Drogo e
il suo cavallo, come piccoli sul
fianco delle montagne che si
fanno sempre più grandi e selvagge. Egli continua a salire per
arrivare alla Fortezza in giornata, ma più svelte di lui, dal
fondo, dove romba il torrente,
più svelte di lui salgono le ombre. A un certo punto essi si trovano proprio all’altezza di Drogo sul versante opposto della
gola, sembrano per un momento rallentare la corsa, come per
non scoraggiarlo, poi scivolano
su per i greppi e i roccioni, il cavaliere è rimasto di sotto.
Tutto il vallone era già zeppo di
tenebre violette, solo le nude
creste erbose, a incredibile altezza, erano illuminate dal sole
quando Drogo si trovò improvvisamente davanti, nera e gigantesca contro il purissimo cielo della sera, una costruzione
militaresca che sembrava antica e deserta. Giovanni si sentì
battere il cuore poiché quella
doveva essere la Fortezza, ma
tutto, dalle mura al paesaggio,
traspirava un’aria inospitale e
sinistra.
Girò attorno senza trovare l’ingresso. Benchè fosse già scuro
nessuna finestra era accesa, né
si scorgevano lumi di scolte sul
ciglio dei muraglioni. Solo un
pipistrello c’era, che oscillava
contro una nube bianca. Finalmente Drogo provò a chiamare: “Ohilà!” gridò “c’è nessuno?”.
Dall’ombra accumulata ai piedi delle mura sorse allora un uomo, un tipo di vagabondo e di
per sua natura sia in movimento continuo e quindi, com’è naturale, le esemplificazioni addotte possano mutare, la geografia manifesta una costante: ha i suoi occhi volti alla realtà del
presente. Di conseguenza è utile sia per aprirsi in maniera consapevole al mondo nella sua vastità sia per afferrare e comprendere il proprio intorno: lo spazio praticato ogni giorno e
vissuto nel tempo. L’attualità, perciò, in primo luogo; pur se la
quotidianità del territorio, nel quale si agisce, riveste implicazioni importanti nell’esplorazione del tempo, che la geografia
coniuga nei tre “tempi”. È il presente, infatti, che allaccia nel
flusso temporale incessante passato e futuro. Il futuro - a breve e a lungo termine - va analizzato specialmente sotto il profilo delle responsabilità in merito alle conseguenze delle scelte effettuate nel presente. L’ambiente plasmato nel passato, attuale scenario nel quale tutti noi agiamo, costituisce anche materia prima per il futuro.
Una caratteristica del quadro politico attuale - e questa è un’altra riflessione - è lo sviluppo marcato di una chiara localizzazione, per cui la politica, espressa in particolare da alcuni partiti, è profondamente associata al territorio.
“La Lega, in particolare - scrive Diamanti - più del Nord, da
tempo, evoca la Padania. Come potrà spiegare di che si tratta, senza chiarirne i confini? Dove comincia e dove finisce?
E quando invoca il modello ‘catalano’ oppure ‘bavaresÈ: come riuscirà a chiarire, a un popolo di geo-analfabeti, che di
Comunità autonome della Spagna e di Länder tedeschi si tratta - e non (appunto) di dessert?”.
Anche il “federalismo” è materia di dibattito politico, importante e persistente. “Per la Lega, più che un progetto, il Progetto. Anzi, un’ideologia. Il Federalismo come la Riforma delle riforme. Che, ai contesti regionali, garantisce poteri, competenze, identità. Come crederci davvero, quando il governo
riduce loro le risorse? Se inibisce la geografia?”. La scienza,
sempre per utilizzare un’espressione di Diamanti, “dei confini: del territorio, della società, della persona. Dell’identità”.
L’identità, appunto. Conoscenza geografica è innanzi tutto sapersi collocare nel territorio, rispondere cioè a un’esigenza fondamentale della vita moderna, che si svolge in uno spazio nel
quale le distanze si riducono sempre di più, contribuendo a rompere i tradizionali e “rassicuranti” confini e mettendo bruscamente a confronto-scontro gruppi umani diversi; le risposte non
sono ancora adeguate a queste sfide, come purtroppo testimoniano le chiusure nelle piccole patrie locali.
Una geografia così intesa e praticata potrebbe offrire le premesse adeguate per affrontare nel modo migliore l’educazione
alla cittadinanza, così come le grandi sfide, che tutti dobbiamo
sostenere. Nella geografia possiamo trovare le grammatiche di
povero, con una barba grigia e
un piccolo sacco in mano. Nella penombra però non si distingueva bene, solo il bianco dei
suoi occhi dava riflessi. Drogo
lo guardò con riconoscenza.
“Di chi cerchi, signore?” domandò.
“La Fortezza cerco. È questa?”
“Non c’è più fortezza qui” fece lo sconosciuto con voce bonaria. “È tutto chiuso, saranno
dieci anni che non c’è nessuno.”
“E dov’è la Fortezza allora?”
chiese Drogo, improvvisamente irritato contro quell’uomo.
“Che Fortezza? Forse quella? e
così dicendo lo sconosciuto tendeva un braccio, ad indicare
qualcosa.
In uno spiraglio delle vicine rupi, già ricoperte di buio, dietro
una caotica scalinata di creste,
a una lontananza incalcolabile,
immerso ancora nel rosso sole
del tramonto, come uscito da un
incantesimo, Giovanni Drogo
vide allora un nudo colle e sul
ciglio di esso una striscia regolare e geometrica, di uno speciale colore giallastro: il profilo della Fortezza.
Oh, quanto lontana ancora. Chissà quante ore di strada, e il suo
cavallo era già sfinito. Drogo lo
fissava affascinato, si domandava che cosa ci potesse essere
di desiderabile in quella solitaria bicocca, quasi inaccessibile, così separata dal mondo. Quali segreti nascondeva? Ma erano gli ultimi istanti. Già l’ultimo sole si staccava lentamente
dal remoto colle e su per i gialli bastioni irrompevano le livide folate della notte sopraggiungente.
33
base per una conoscenza adeguata dei fenomeni legati alla globalizzazione: da quelli migratori agli “equilibri” geopolitici,
dai confini economici alle frontiere socio-culturali, dallo sviluppo sostenibile alle identità spaziali.
Altro tema, del quale Ilvo Diamanti è attento osservatore, riguarda le nuove tecnologie, che non dovrebbero soppiantare le
conoscenze di base del nostro territorio; anzi con queste dovrebbero integrarsi, arricchendo, così, le competenze dello studente. Ma il rischio, purtroppo, è grave, se eliminiamo alla base queste conoscenze, cancellando (o quasi) la geografia dalla
scuola: “Individui etero-diretti da navigatori satellitari e GPS.
Viaggiatori sperduti in un mondo di non-luoghi senza nome.
Un movimento immobile. Da un aeroporto all’altro. Da un villaggio turistico all’altro. Spaesati in un paesaggio sempre più
devastato”. Meglio non si sarebbe potuto dire.
34
Joseph Rhot
LE CITTÀ BIANCHE
Geografia dell’AIDS
Valeria Di Felice
G
ià a partire dagli anni ’80 nell’ambiente accademico cresce la consapevolezza da parte degli studiosi dell’importanza di integrare gli studi settorializzati di storia, economia,
antropologia, ecc. con la geografia, intesa come vera e propria
disciplina che, lungi dallo svolgere un ruolo subalterno, diventa
un angolo visuale strategico in grado di dare un valido contributo sia alla ricerca scientifica sia alla soluzione di problematiche concrete.
L’informazione di tipo geografico-spaziale è inevitabile se si
intende affrontare la complessità di alcune questioni che richiedono un approccio multidisciplinare: un esempio, a mio
avviso molto interessante sia per l’emergenza dei suoi risvolti
nel mondo contemporaneo e sia per le sue proporzioni sempre
più allarmanti a livello internazionale, è rappresentato dallo studio delle Aids Policies. I geografi, studiando la diffusione spaziale, i tassi di crescita della popolazione infetta, la tipologia
dell’epidemia, possono aiutare in modo concreto alla risoluzione di un problema, quello dell’AIDS, che sta riscrivendo le
coordinate geopolitiche. «In this disease, geography is destiny»
così affermava l’epidemiologo Lambert nel 1987, sostenendo
la necessità di ricorrere ad una “geografia” che non sia chiusa
nella sua accademica disciplina, ma dia impulso e stimolo per
un approccio integrato e multidisciplinare al problema dell’AIDS, vale a dire di una vera e propria realtà geopolitica, intesa non solo come forma di conoscenza delle dinamiche, ma
soprattutto come azione e progettualità.
In primis, a livello globale si possono individuare tre modelli
spaziali della diffusione epidemica: l’AIDS North, l’AIDS South
e l’AIDS North/South Hybrid.
L’AIDS North coinvolge le aree geografiche dell’America Settentrionale e dell’Europa, vale a dire i Paesi più ricchi e industrializzati, ed è caratterizzato da una maggior diffusione tra i
tossicodipendenti e tra le persone omosessuali, con un’alta concentrazione nelle zone urbane. Infatti, la presenza del virus nelle zone rurali continua ad essere limitata, poiché non sono presenti grandi comunità omosessuali a differenza delle grandi città americane. Dunque, nei paesi sviluppati, l’epidemia continua ad essere prevalentemente un fenomeno “urbano” che interessa la comunità omosessuale, nonostante le numerose campagne di safe sex and clean needles.
L’AIDS South, invece, coinvolge le aree geografiche dell’A-
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La rapidità con cui invecchiano
i moderni quartieri operai di
tutte le città del mondo è davvero incredibile. Si inventano continuamente materiali
nuovi e migliori, si piantano
alberi verdi e sani ai bordi dei
marciapiedi, si fanno opere di
canalizzazione, si sistemano
condutture, tubi di scarico, lavandini di porcellana e cancellate a prova di ruggine. Ma
in capo a due anni la porcellana si crepa e viene tenuta
insieme da una colla sudicia
e giallastra, gli alberi diventano grigi e sotto lo spesso
strato di polvere non possono respirare, i canali si intasano, i tubi scoppiano, dai soffitti delle stanze gocciola acqua e le cancellate di ferro
non arrugginiscono per il semplice fatto che da tempo sono scomparse. I muri anneriscono, la malta si sgretola, e
le case sembrano soffrire di
una orrenda malattia che fa
squamare la pelle. La loro non
è una decorosa vecchiaia, ma
un rapidissimo logorio.
Anche le fabbriche di seta sono nude, massicce, desolate
come tutte le fabbriche del
mondo. Ma gli operai sono
sereni. La sera guardano fuori dalla finestra come gente
che abbia ancora davanti a sé
un paio di giorni di vacanza
e un po’ di tempo per interessarsi a cose lontane. Le giovani operaie sono principesse brune, slanciate, che per
puro capriccio e non per necessità vivono in quelle nere
caserme. Ogni istante una piccola regina esce da una porta
buia.Gli uomini bevono volentieri ma si ubriacano di rado. Non si sentono voci concitate provenienti dalle osterie. Le donne siedono a gruppi sulle rive del Rodano. Si
pesca con la lenza e si legge
il giornale alla luce del giorno che si va spegnando. Si
frica Centrale e dei Caraibi. È caratterizzata da una maggior
diffusione del virus tra gli eterosessuali, soprattutto tra le prostitute e i soldati, e sta progressivamente decimando la popolazione infantile con un tasso di mortalità che aumenta di anno in anno. A differenza dell’AIDS North, in Africa Centrale e
nei Caraibi l’epidemia si sta espandendo anche nelle zone dell’hinterland per effetto dell’avanzamento dell’urbanizzazione.
Il terzo modello spaziale, l’AIDS North/South Hybrid, coinvolge le altre regioni, tra le quali il Sudafrica, in cui la trasmissione dell’infezione non dipende dall’orientamento sessuale (come gli altri due modelli), ma dal grado di attività sessuale in gruppi già sieropositivi, e in cui i fattori di diffusione
più importanti sono costituiti dal grande movimento migratorio verso aree infette, come le miniere, e dal mercato della prostituzione e del turismo sessuale. In particolare, in questi contesti, il rischio di infezione aumenta:
• dove il lavoro prevede grandi flussi migratori con l’obbligo di soggiornare lontano dal proprio coniuge per periodi molto lunghi;
• in ambienti lavorativi geograficamente isolati dove i servizi sanitari sono limitati;
• dove si verificano situazioni di convivenza esclusivamente tra persone di sesso maschile, come i dormitori
delle miniere o delle caserme;
• dove sono frequenti incidenti di lavoro con scarse norme per la tutela della salute;
• dove c’è mancanza di un’adeguata informazione sulle
modalità di trasmissione del virus.
L’epidemia di AIDS ha, dunque, una connotazione spaziale che
non può essere trascurata se si intende realizzare delle politiche e dei programmi efficaci. Infatti, studiare l’origine e la diffusione del virus, le dinamiche sociali ad essa connesse, gli spostamenti umani, i comportamenti e le attitudini culturali, contribuisce ad una migliore e più mirata programmazione degli
interventi e all’individuazione delle soluzioni e strategie più
adeguate al problema.
Oltre ad un’analisi della struttura geografica dell’AIDS che aiuti a conoscere e indirizzare meglio le operazioni di programmazione, lo spazio può essere usato a sua volta in modo strumentale, vale a dire come mezzo di partecipazione e costruzione di movimenti socio-politici di affermazione dei propri diritti soprattutto in campo sanitario. Sin dalle origini l’epidemia
dell’AIDS si configura come una questione dove la spazialità
riveste un ruolo importante. Lo spazio entra nel pieno dell’esperienza simbolica e rappresentativa: esso è emanazione non
solo dello stato cognitivo e percettivo di un gruppo, ma è an-
volge lo sguardo al grande,
splendido fiume che fu una
delle più importanti vie romane. Dunque già sedevano
qui, quasi duemila anni or sono, gli uomini e le donne dell’antica Roma, i guerrieri e
le mogli dei guerrieri e le giovani spose.
Di sera io vado volentieri in
questo quartiere. Vi trovo le
piccole botteghe con le vetrine impolverate e i commoventi, semplici oggetti che
compra soltanto la povera
gente: borse per il tabacco e
massicce catene d’orologio
e grandi zanne d’elefante e
piccoli cani e gatti di porcellana verde e tazzine da caffè
con una crepa soltanto e portatovaglioli di legno e perle
di vetro multicolori e una scatolina di nichel per gli stuzzicadenti. Vi trovo i piccoli
negozi di specialità gastronomiche con la frutta impolverata e un po’ ammaccata,
le cipolle, le patate, la carta
da giornale per incartare la
merce e i gatti accoccolati
qua e là tra i cibi e i bambini piccoli che giocano sulla
soglia del negozio. Tutto è
calmo, nessuno si agita. Le
ore sembrano scorrere più silenziose e tranquille che altrove. Persino le sorprese si
fanno annunciare. Le gioie
sono più intime e sommesse.
La morte è accettata come un
dono. La vita non ha valore
smisuratamente alto. La vita
non vale di più di una magra
paga settimanale, di una bottiglia di vino a buon mercato, di un cinema la domenica.
In questa parte di Lione, fra
l’altro, anche se non ci sono
monumenti e tutte le case sono nuove, sento più che mai
profondamente l’antico passato della città. I poveri, infatti, hanno chiaramente un
legame di impareggiabile intensità con la storia e il passato, più tardi di tutti stabiliscono un rapporto con le con-
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che espressione delle istanze fondamentali della struttura sociale, per cui riflette rapporti di interazione tra attori diversi,
sia a livello globale che locale. Lo spazio è una realtà che contribuisce al processo di socializzazione e, attraverso il confronto-scontro, porta allo sviluppo di meccanismi di consolidamento o innovazione in relazione agli obiettivi stabiliti e permette il superamento di situazioni di isolamento e impermeabilità.
Come fa notare Cornwall Andrea, «a space can be emptied or
filled, permeable or sealed; it can be an opening, an invitation
to speak or act. Spaces can also be clamped shut, voided of
meaning, or depopulated as people turn their attention elsewhere».
Pensare lo spazio come “una pratica della partecipazione” e
quindi come strategia politica, è un modo per evidenziare rapporti di potere e meccanismi di movimento sociale. Prendiamo
come esempio la lotta all’Aids in Sudafrica, che già di per sé
rappresenta un caso paradigmatico che ha catalizzato l’attenzione mediatica di tutto il mondo. Infatti, sebbene sia uno dei
paesi dell’Africa più avanzati e ricchi, l’epidemia in Sudafrica, con circa sei milioni di individui affetti da HIV, continua ad
essere una piaga che ha delle ripercussioni non solo a livello
sanitario, ma anche a livello politico, sociale, economico, minando alla base il processo di democratizzazione così faticosamente avviato dalla fine del regime dell’apartheid.
Possiamo individuare due tipi di spazialità: i cosiddetti “invited spaces” e i “popular spaces”.
Gli invited spaces sono luoghi ideali di intermediazione tra le
alte cariche politiche e la popolazione locale, una sorta di forum in cui la sinergia tra attori diversi crea un ponte per la comunicazione e può fungere anche da fattore di trasformazione.
Ne è un esempio l’ACT (Area Coordinating Teams) della città di Cape Town, intesa come uno spazio creato per la coordinazione e la formazione di consenso pubblico verso il quale
convergono le istanze di tre tipi di attori: gli ufficiali pubblici,
le organizzazioni comunitarie e i consiglieri locali. Si tratta di
uno spazio potenziale per la riconfigurazione delle relazioni di
potere e, conseguentemente, dell’individuazione degli obiettivi da raggiungere a livello governativo. Tuttavia, spesso esso
viene disatteso per molteplici motivi. Bisogna considerare:
• se il confronto e l’interazione tra i vari attori avviene in
conquered spaces, frutto di una richiesta consapevole e
partecipata, oppure in provided spaces, cioè luoghi che
vengono semplicemente imposti dall’alto;
• se sono garantiti la presenza e l’impegno da parte della
classe politica;
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vulse innovazioni del presente,
il loro legame con la tradizione è il più devoto che si
possa immaginare, essi sono
il “popolo” e nei tratti dei loro volti io riconosco le fisionomie romane che milleottocento anni or sono apparvero
per la prima volta in questa
città per non lasciarla mai più.
I poveri non possono viaggiare, sono gente sedentaria,
hanno un orizzonte geografico limitato, sposano le donne
del vicolo accanto, e benché
non scrivano le proprie genealogie, anche in assenza di
qualsiasi documento è evidente a chiunque sappia leggere nel viso di un uomo che
essi hanno “antiche” ascendenze e che nelle loro vene
scorre il sangue della storia.
• se ci sono rapporti di dominio o paure di ritorsioni tra i
consiglieri locali;
• in che modo e con quali criteri vengono stabiliti i meccanismi di rappresentatività del gruppo o dell’organizzazione.
La seconda tipologia di spazialità, intesa come “pratica della
partecipazione”, che è presente nelle dinamiche che hanno coinvolto molte organizzazioni nella lotta contro l’AIDS in Sudafrica fa riferimento ai “popular spaces”. Si tratta di luoghi di
mobilitazione e fermento, in cui confluiscono le proteste della
popolazione locale contro le politiche governative o delle potenze straniere, e in cui vengono prodotte reti di solidarietà e
di aiuto reciproco tra i membri della stessa compagine popolare. Inoltre, sono spazi che possono essere istituzionalizzati nella forma di gruppi o associazioni. Ne è un esempio la TAC
(Treatment Action Campaign), vale a dire un movimento sociale che, nel rispondere alle AIDS Policies dei vari governi sudafricani, ha costruito le sue arene d’azione e i suoi spazi di
partecipazione, introducendo delle innovazioni tattiche e organizzative che si basano sull’uso di una più diretta trasmissione dell’informazione, attraverso i media, internet, e altri circuiti telecomunicativi.
Come altri movimenti sociali, la TAC opera attraverso spazi
concreti locali, nazionali, globali e attraverso l’uso di spazi virtuali, mediatici che fanno riferimento alla cosiddetta network
society: essa ha il merito di aver convogliato le attenzioni dei
media, delle corti giuridiche e degli ambiti popolari verso le attività delle case farmaceutiche mondiali, di aver combattuto la
discriminazione contro le persone malate di HIV nelle scuole,
negli ospedali e nei posti di lavoro, di aver sfidato la scienza
dissidente di Mbeki in Sudafrica e aver informato centinaia di
persone sui trattamenti e i programmi disponibili per la lotta
contro l’AIDS.
La lotta degli attivisti della TAC per l’accesso al trattamento
antriretovirale per le persone affette dal virus in Sudafrica ha
fatto il giro del mondo, grazie a una innovativa strategia basata sulla congiunzione di una pluralità di spazi: dalle cliniche
cittadine alle aule giudiziarie, dalle strade di Cape Town agli
uffici delle case farmaceutiche multinazionali dell’Europa e
dell’America. Questa multispazialità è caratterizzata da una
eterogeneità di attori, movimenti, spinte che hanno avuto il merito di creare un ponte ideale tra i vari segmenti della società:
nel clima di protesta e di dissenso della TAC, è possibile scorgere madri sudafricane affette da HIV delle classi più marginalizzate vicino ad avvocati, dottori e attivisti delle classi più
abbienti, uniti in una lotta comune e da un linguaggio, quello
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dei diritti umani e della scienza internazionale, che non conosce stratificazioni sociali e confini statali.
La globalizzazione, nella sua complessità, è un processo che
travalica i confini nazionali, mette in comunicazione mondi
culturali diversi, permette il superamento di situazioni di isolamento e impermeabilità, attraverso lo scambio di beni, informazioni, esperienze e attraverso il confronto-scontro tra il
globale e il locale. Quella messa in atto dalla TAC è stata definita una globalisation from below oppure grassroots globalisation, ad indicare un movimento di protesta contro le AIDS
Policies governative che partendo dal basso, attraverso dimostrazioni, conferenze, marce, petizioni, è riuscito a coinvolgere l’Alta Corte giuridica e ad attrarre le attenzioni dei media a
livello mondiale.
Gli attivisti della TAC sostengono in primis che il segreto del
loro successo consista proprio in un lavoro di mobilitazione e
di informazione che è stato condotto in modo capillare a partire dagli ambienti pubblici locali quali chiese, scuole, fattorie,
luoghi di ristoro, ed anche attraverso visite domiciliari nei quartieri neri sudafricani dei maggiori centri urbani, come Cape
Town, Durban, Johannesburg.
Come risultato di questa contestazione multispaziale, la TAC
ha contribuito a rendere i cittadini più partecipi al potere decisionale statale, creando un nuovo spazio dove manifestare i propri diritti ed avanzare le loro richieste, e inaugurando una nuova fase politica post-segregazionista basata sulle logiche della
negoziazione, della partnership e del cosiddetto strategic engagement.
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Il discorso della carta muta*
Franco Farinelli
D
ice spesso chi insegna geografia, credendo di dire una
cosa intelligente, che la geografia non è l’elenco degli
affluenti di destra del Po. Dipende, nel senso che è vero e non
è vero, e in ogni caso è vero non nel senso che comunemente si crede. Così l’affermazione mostra comunque più mancanza di memoria (per non dire ignoranza) che intelligenza.
Come spiega una storia che quasi nessuno oggi più ricorda.
C’era in Germania all’inizio del Settecento un signore chiamato Polycarpus Leyser, che tra le altre cose era anche geografo e che nel 1726 pubblicò a Helmstedt, in latino, un suo
Commento sul vero metodo geografico. Si trattava di una proposta apparentemente molto modesta e innocua, avanzata in
tempi calamitosi per la geografia, tanto calamitosi che di lì a
qualche decennio l’Osservatorio geografico di Weimar allora uno dei più importanti in Europa, dichiarò la morte della
geografia stessa. A proclamarla fu Friedrich Justin Bertuch,
segretario del duca, esortando i geografi tedeschi a darsi direttamente alla storia, dal momento che ogni loro «descrizione del mondo» era destinata a mutarsi in breve in una «narrazione», per adoperare il linguaggio di Kant. E ciò perché, a
motivo del continuo vortice degli eventi militari e politici, i
loro libri e le loro carte perdevano dopo appena qualche giorno dalla loro pubblicazione ogni attualità. La proposta di Leyser, il primo dei geografi borghesi o civili che dir si voglia,
nasceva dalla stessa preoccupazione, e consisteva nel tentativo di sostituire all’ambito politico, come oggetto dell’analisi geografica, quello naturalmente definito. Per Leyser nessuno dei due ordini del discorso praticati dalla geografia aristocratico-feudale allora dominante appariva adeguato. Il primo, l’ordine alfabetico dei lessici topogeografici e degli inventari toponomastici, non si addiceva a «nessuna vera disciplina», a «nessuna vera scienza». Il secondo, quello politico, cioè fondato sui confini degli Stati, risultava oltremodo
instabile, perché le guerre e i trattati di pace modificavano in
continuazione i confini dei popoli. Sicchè Leyser avanza un
terzo tipo di ordine, un diverso sistema, e propone un modello descrittivo alternativo: quello fondato sulla « posizione naturale», sulla «situazione» delle sedi abitate rispetto alle «suddivisioni naturali», cioè «ai monti, alle valli, alle sorgenti, ai
corsi d’acqua, ai laghi, ai mari, insomma a tutte le svariate
cose presenti sulla Terra e dalla Natura stessa prodotte e collocate. Infatti, continua il Leyser, «questi segni sono i più sta-
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Italo Calvino
LE CITTÀ INVISIBILI
Non è detto che Kublai Kan
creda a tutto quel che dice Marco Polo quando gli descrive le
città visitate nelle sue ambascerie, ma certo l’imperatore
dei tartari continua ad ascoltare il giovane veneziano con più
curiosità e attenzione che ogni
altro suo messo o esploratore.
Nella vita degli imperatori c’è
un momento, che segue all’orgoglio per l’ampiezza sterminata dei territori che abbiamo
conquistato, alla malinconia e
al sollievo di sapere che presto
rinunceremo a conoscerli e a
comprenderli; un senso come
di vuoto che ci prende una sera con l’odore degli elefanti dopo la pioggia e della cenere di
sandalo che si raffredda nei bracieri; una vertigine che fa tremare i fiumi e le montagne istoriati sulla fulva groppa dei planisferi, arrotola uno sull’altro i
dispacci, che ci annunciano il
franare degli ultimi eserciti nemici di sconfitta in sconfitta, e
scrosta la ceralacca dei sigilli
di re mai sentiti nominare che
implorano la protezione delle
nostre armate avanzanti in cambio di tributi annuali in metalli preziosi, pelli conciate e gusci di testuggine: è il momento
disperato in cui si scopre che
quest’impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui
sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina. Solo nei resoconti di Marco Polo,
Kublai Kan riusciva a discernere, attraverso le muraglie e le
torri destinate a crollare, la filigrana d’un disegno così sottile da sfuggire al morso delle
termiti.
bili, perché non è molto facile rimuovere le montagne o deviare il corso dei fiumi o tramutare il mare in terraferma; e comunque, qualora qualcosa del genere accadesse, non sarebbe
passato sotto silenzio dagli storici» [Leyser 1726, pp.5-6].
Così riassume, polemicamente il prussiano imperial consigliere di guerra Gustav Conrad Hering, dopo aver tradotto per
i suoi lettori in tedesco il testo in questione: «Finora nessuno
ha impiegato nella trattazione geografica l’ordine corretto.
che non è né quello lessicale, cioè l’elenco alfabetico delle
varie località, né quello fondato sui confini politici delle regioni, ma è invece quello basato sulla situazione naturale, su
come le regioni e le località si dispongono in rapporto al mare, ai fiumi e agli altri immutabili dintorni. In poche parole:
«in ogni tempo le suddivisioni politiche e le denominazioni
da esse derivate hanno costituito la regola principale. Ma per
la cosiddetta geographia naturalis non è più così». In realtà,
conclude l’Hering, quest’ultima non può esistere perché nessuna carta la raffigura, nel senso che su nessuna rappresentazione cartografica appare il nome di un’unità che non sia di
natura politica, che cioè non sia uno Stato o una sua partizione. Quale sarebbe infatti il nome delle entità di cui il Leyser
afferma l’esistenza? Esse non esistono proprio perché non
hanno nome, come da ogni carta viene certificato. Di conseguenza, insiste un altro autorevole esponente della «corte della vecchia verità», la partizione politico-amministrativa deve
restare il fondamento della trattazione geografica, anche perché la maggior parte dei lettori è più disposta verso questa
che verso le altre, e come tale è molto più importante». Altrimenti, «quale disordine risulterebbe da un ordine invertito!» [Hauber 1727, p. 71].
Come il richiamo al pubblico dei lettori insinua, bisogna intendere alla lettera il «disordine» evocato da tale circolare argomentazione. La critica dell’ordine del discorso geografico
è in effetti la critica dell’ordine politico e sociale esistente.
La negazione della natura politica della realtà per imporre
clandestinamente il ruolo politico dell’immagine «semplicemente» fisica della Terra è, da parte del Leyser, soltanto un
tentativo di superare la situazione politica data. E lo schema
della mossa è evidente, è quello della «presa indiretta del potere» che per Reinhart Kosellech ha animato tutta la critica
della società borghese nei confronti dello Stato assoluto: critica che prende le distanze da quest’ultimo soltanto per occupare lo Stato in modo apparentemente apolitico, per potersi estendere ad esso in maniera apparentemente neutrale. Non
di questo ora si tratta. Però soltanto il riferimento al contrasto fra geografia borghese e geografia aristocratico-feudale
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permette di intendere, per il momento, il silenzioso ma interessato discorso delle mappe mute: prive di ogni nome per
poter essere appunto in apparenza prive di ogni riferimento
politico, ma in realtà polemicamente sganciate soltanto da
ogni relazione con l’antico ordine delle cose, e perfettamente funzionali all’instaurazione del nuovo.
Tale ottocentesca invenzione segna la definitiva vittoria della borghesia sulla cultura aristocratica, e resterà lo spauracchio di tutti gli studenti tra la metà dell’Ottocento e la prima
del Novecento. Da essa dipende l’idea che la geografia sia
l’elenco degli affluenti di destra del Po: pretesa due secoli fa
alla lettera rivoluzionaria, di cui oggi possiamo sorridere soltanto perché ne abbiamo dimenticato, a cose fatte, l’origine e
l’intenzione.
Il mondo di ieri. Però le mappe sono ancora lì, l’una di fronte all’altra, la carta fisica contro quella politica, sulle pareti
di ogni scuola. E dobbiamo ancora capire quel che da secoli
in silenzio vanno ripetendo, e di cui a nostra insaputa ancora
si convincono. Perché Pier Paolo Pasolini aveva ragione: le
«fonti educative più immediate sono mute, materiali, oggettuali, inerti, puramente presenti. Eppure ti parlano».
* da F. Farinelli “La crisi della ragione cartografica”, Einaudi
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La geografia che verrà
Cristiano Giorda
Q
uali saranno i temi al centro dell’attenzione dei geografi nei
prossimi anni? Quali ricerche e quali questioni potranno contribuire, se affrontate con rigore scientifico e originalità negli approcci di ricerca, a riportare la conoscenza geografica al centro
dell’attenzione culturale? Quali avanzamenti di conoscenza possiamo attenderci, nel campo degli studi geografici, nel prossimo
futuro?
Il Consiglio Nazionale delle Ricerche degli Stati Uniti ha da poco pubblicato un’ampia ricerca su questo argomento (National
Researh Council, National Academy of Sciences, 2010). Vale davvero la pena di prendere atto delle loro conclusioni, e di riflettere sulla loro rilevanza e sulla loro possibile influenza sulla ricerca e sulla didattica della geografia in Italia.
Il nucleo centrale su cui si basa il report americano è basato sui
problemi più urgenti generati dalle azioni di trasformazione dell’ambiente fisico del pianeta da parte dell’uomo.
Dagli oceani alle terre continentali, le attività umane hanno alterato le caratteristiche della superficie della Terra. Entro il 2050 la
popolazione del pianeta è destinata a superare gli otto miliardi e
lo stress del cambiamento climatico rende sempre più strategico
sapere dove e come avverranno i cambiamenti. Ne consegue che
la ricerca geografica dovrà prima di tutto cercare di conoscere e
prevedere l’impatto sociale ed economico del cambiamento climatico nei diversi luoghi, sviluppando il tema della sostenibilità.
In breve, il National Researh Council pone al lavoro del geografo a quattro domande:
• Come possiamo conoscere e affrontare il cambiamento climatico?
• Come possiamo promuovere la sostenibilità?
• Come possiamo riconoscere e fronteggiare la rapida riorganizzazione spaziale dell’economia e della società?
• Come possiamo fare leva sullo sviluppo tecnologico per
migliorare le condizioni della società e dell’ambiente?
Ogni domanda è una sorta di porta di accesso a una serie di filoni di ricerca direttamente collegati con i processi di pianificazione territoriale, con le politiche economiche e sociali, con le principali decisioni che riguardano le relazioni fra uomo e ambiente
sulla superficie della Terra.
La conoscenza del cambiamento climatico ci spinge a chiederci
come conservare la biodiversità presente sul pianeta, come pro-
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Wistawa Szymborska
DUE PUNTI
Si sono incrociati come estranei,
senza un gesto o una parola,
lei diretta al negozio,
lui alla sua auto.
Forse smarriti
o distratti
o immemori
di essersi, per un breve attimo,
amati per sempre.
D’altronde nessuna garanzia
che fossero loro.
Sì, forse, da lontano,
ma da vicino niente affatto.
Li ho visti dalla finestra
e chi guarda dall’alto
sbaglia più facilmente.
Lei è sparita dietro la porta a vetri,
lui si è messo al volante
ed è partito in fretta.
Cioè, come se nulla fosse accaduto,
anche se è accaduto.
E io, solo per un istante
certa di quel che ho visto,
cerco di persuadere Voi, Lettori,
con brevi versi occasionali,
quanto triste è stato.
teggere gli ecosistemi e come difendere i sistemi sociali dagli effetti dei rapidi cambiamenti ambientali.
Se la sostenibilità e l’educazione allo sviluppo sostenibile sono
la riposta più adeguata a questa questione, occorre però cercare
di capire quale sia la migliore applicazione concreta dei principi
sui quali la sostenibilità si basa.
Come e dove vivranno otto - dieci miliardi di persone? Dove troveranno le risorse (alimentari, energetiche, ecc) per la loro vita?
Quale sarà il nuovo rapporto con lo spazio e l’organizzazione degli spazi in un pianeta sempre più affollato? In quali luoghi si potrà vivere bene e in quali la vita sarà più difficile? Quali saranno
i nuovi paesaggi del mondo?
Il tema della mobilità umana sarà sempre più connesso ai temi
della diffusione delle infezioni, dei disastri ambientali, dei conflitti e della stabilità politica. Le trasformazioni sempre più veloci nei processi economici e nella società sono uno dei campi di
ricerca più stimolanti ma anche più complessi da affrontare: quali movimenti di persone, beni e idee cambieranno il mondo? La
globalizzazione economica aumenterà le disuguaglianze? Quali
saranno i nuovi equilibri geopolitici? Dove saranno le aree di conflitto e quelle di pace e stabilità?
Il lavoro del geografo potrà avvalersi di nuovi strumenti, in particolare di nuove tecnologie che faciliteranno la gestione, la visualizzazione e la comparazione cartografica di grandi quantità
di dati. Già ora i GIS permettono di rendere molto più rapida e
mirata l’analisi e la visualizzazione delle trasformazioni, ma in
futuro è possibile ipotizzare lo sviluppo di strumenti sempre più
precisi, in grado di includere anche i movimenti delle persone e
quindi di cartografare nuove simulazioni di scenari sociali.
La geografia potrà così sviluppare nuovi strumenti per analizzare e visualizzare i cambiamenti che avvengono sulla superficie
della Terra, contribuendo a rispondere a domande fondamentali
per definire le migliori politiche per guidare le trasformazioni e
le nuove relazioni tra la specie umana e il suo pianeta.
National Researh Council, National Academy of Sciences, Understanding the Changing Planet: Strategic Directions for the Geographical
Sciences, Washington, D.C., The National Academic Press, 2010.
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Geografia affettiva
Maria Lucia Lo Presti
C
’è un posto nel paese della mia adolescenza in cui ritorno spesso con piacere. Ritorno per la nostalgia di una stagione lontana,
finita, passata. Ritorno per ridisegnare i contorni di uno spazio mutato, stravolto, devastato. Lì c’era una landa di terra, lì una spiaggia,
una stradina conduceva ad un locale senza pretese. “Il brigantino”
era più o meno una grande stanza in cui 35 anni fa ci si incontrava
per cantare De Andrè o Bob Dylan. Ho cercato per mesi una foto di
quel paradiso perduto in cui il sogno incontrava le possibilità. Non
l’ho trovata. E allora ho recuperato indirizzi e numeri di telefono per
ricostruire con l’aiuto degli amici di un tempo quel luogo che aveva
una sua geografia. Un ricordo, un volto, gli schizzi a carboncino. Ecco la mia geografia, la geografia della mia adolescenza. Ecco una
parte della mia storia che è tutt’uno con uno spazio.
Una mareggiata, poi un’altra, poi un ripascimento non portato a termine; infine Plutone ha ingoiato tutto. Plutone vorace, poco disposto a custodire la memoria degli uomini. Fortuna che ci sono i geografi, fortuna che in loro assenza c’è qualche appassionato di disegno, un redivivo viaggiatore del ’700 che con la matita tratteggia le
coste e gli anfratti, i golfi e le insenature, gli alberi e i cespugli, le
case e le capanne, i viottoli e le strade.
Proprio oggi che il dinamismo territoriale è accentuato, urgono i
geografi per descrivere i cambiamenti di ordine ambientale e umano. Se tutto scorresse, se tutto fosse dimenticato, non descritto, non
studiato, non decodificato, non padroneggiato, i luoghi perderebbero la loro unicità, la loro specificità fatta di terra storica. E quella
spiaggia della mia adolescenza sarebbe una spiaggia qualsiasi, mentre chi l’ha conosciuta, quando diversa era dal presente, vuole poter
illustrare e dire a chi il suo medesimo passato non ha vissuto: «Ecco com’era. Ecco com’è diventata. Ecco Plutone che ancora mugghia pronto a ingoiare un altro lembo di costa». Tutti devono sapere com’era, non appena perché è parte della mia geografia affettiva,
quanto piuttosto per dominare un processo, regolarlo, se è possibile evitare altre distruzioni. I geografi fanno lo sforzo di descrivere
per comprendere; i cartografi rappresentano la trasformazione; entrambi convergono alla comprensione del mondo e al suo transitorio ed effimero dominio.
C’è ancora la costa della mia adolescenza: non c’è la strada, non c’è
“Il brigantino”, non c’è il rumoreggiare del mare di quel tempo. C’è
però il carboncino del mio amico. E la mia memoria si spazializza,
trova l’“ubi constiti”, ne razionalizza la distruzione e la rovina; ne
possiede la dimensione attuale; si prepara ad altre trasformazioni da
dominare per continuare a vivere.
48
Geografia e paesaggio.
Ovvero l’orma della farfalla
Peris Persi
R
iflettere su ‘Geografia e paesaggio’ è un invito a nozze per
chi ha fatto della sua vita professionale una missione rivolta
agli uomini e alle loro organizzazioni spazio-temporali. Ma lo è
anche per chi è abituato ad affrontare la realtà quotidiana, nelle
sue multiformi espressioni, con la consapevolezza che queste sono il risultato di forze e intenzionalità che stanno ben oltre il visibile. Non solo al visibile direttamente percepito, ma anche a
quello più nascosto, perché dietro ai contesti ambientali e sociali si nascondono i veri “agenti”. Quelli che, pur collocandosi in
sedi lontane, sono tuttavia in grado di generare altrove effetti e
scenari grandiosi e spesso drammatici: della povertà, del sottosviluppo, della guerra, dello sperpero di risorse preziose, della
speculazione cinica sugli uomini e sulla natura.
Ma i nessi tra geografia e paesaggio superano i limiti, inevitabilmente interattivi, tra una disciplina ed uno dei suoi più fecondi
oggetti di interesse e di applicazione. Non è un caso che geografia e paesaggio finiscano con l’identificarsi e la geografia diventi “scienza del paesaggio”, ad esempio nell’Unione Sovietica, dove per diversi decenni i geografia si sono impegnati a studiarne i
risvolti, sia sotto il profilo antropico (ma in quei tempi si parlava
rigorosamente di economia), che sotto quello più strettamente fisico, moltiplicando e affinandone gli approcci metodologici (Persi – Ferri, 1979). In questa maniera la geografia si sottraeva al rischio di aride astrazioni numerico-statistiche o a desolanti tentazioni mnemonico-descrittive. Assicurava invece il ruolo di scienza utilitaristica, garante di conquiste sociali nel dialettico confronto tra bisogni e risorse (Gerasimov, 1968).
Il paesaggio è un insieme di forme e di processi che connotano
un determinato spazio terrestre, prodotto di competitive forze geologiche e di scelte sociali, gravido di testimonianze culturali e civiche, impregnato di significati simbolici e di valenze spirituali.
È dunque una realtà dinamica, perennemente sospesa tra passato e futuro, tra materialità e trascendenza, tra prassi e idealità, tra
sensibili concretezze e sogni evanescenti.
Di qui i ruoli attribuiti dagli uomini che ricercano in esso le proprie identità, che vi riscoprono le radici e i percorsi storici dell’umanità in cammino. Quindi ne tutelano le emergenze spirituali, ne custodiscono i segni dell’arte, ne difendono le diversità biologiche e culturali e così affiancano alle tradizioni le innovazio-
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Louis Aragon
IL PAESANO DI PARIGI
Non si adorano più gli dèi sulle altitudini. Il tempio di Salomone è passato nelle metafore, dove ripara nidi di rondini
e livide lucertole. Lo spirito del
culto disperdendosi nella polvere ha disertato i luoghi sacri.
Ma altri luoghi fioriscono tra
gli uomini, altri luoghi dove gli
uomini si abbandonano senza
affanni alla loro vita misteriosa, e che poco a poco nascono
a una religione profonda. La
divinità non li abita ancora, ma
vi si forma. È una divinità nuova che precipita in quei moderni Efesi come, al fondo di
un bicchiere, il metallo rimosso da un acido; è la vita che qui
fa comparire quella divinità
poetica presso la quale mille
persone passeranno senza veder nulla, e che , di colpo, diviene sensibile, e terribilmente incombente, per coloro che,
una volta, ne hanno avuto confusa percezione. Metafisica dei
luoghi, è lei che culla i bambini, è lei che ne popola i sogni.
Ogni nostro contenuto mentale sfiora queste plaghe dell’ignoto e del brivido. Non muovo passo verso il passato, senza ritrovare quel senso dello
strano, che mi invadeva, quando ero ancora lo stupore stesso, in uno scenario in cui per
la prima volta sorgeva in me la
coscienza d’una coerenza inesplicata e dei suoi prolungamenti nel mio cuore.
Tutta la fauna delle immaginazioni, e la loro vegetazione
marina, come per una chioma
d’ombra si perde e si perpetua
nelle zone poco lucide dell’attività umana. Lì appaiono i grandi fari spirituali, prossimi, nella forma, a seni meno puri. La
porta del mistero, dischiusa da
un’umana debolezza, c’introduce nel regno dell’ombra. Un
passo falso, l’incepparsi di una
sillaba, rivelano il pensiero d’un
uomo. Vi sono, nell’instabilità, dei luoghi simili a serratu-
ni che il tempo via via fa germinare. Pertanto il paesaggio diventa un patrimonio imprescindibile, un bene universale da conservarsi con amore e dedizione, da tramandare ai posteri e a cui accostarsi in punta di piedi, tra rispetto e fruizione. Ecco perché un
tale atteggiamento va inculcato sin dall’infanzia, va sviluppato
nell’età della giovinezza e dell’impegno politico, va recuperato
nell’età matura. Il paesaggio è infatti il teatro che accompagna le
nostre azioni e visioni, le registra e, di conseguenza, si trasforma.
Un teatro che però non è solo cornice di “res gestae”, ma cangiante scenario in cui tutti siamo attori e spettatori, artefici e beneficiari, registi ed esecutori.
L’uomo e le collettività umane si pongono al centro del maestoso contesto paesaggistico e ne riassumono le responsabilità oggi
sempre più grandi. Sì, anche più grandi della natura che, sovrana
nello scorrere delle ere geologiche, sembra momentaneamente in
difficoltà, non tanto di fronte al carico crescente dell’umanità, ma
alla avanzata trionfante e aggressiva della tecnologica. È questa
infatti che nel breve periodo sembra avere la meglio sulle forze
immani, ma per lo più lente, della natura. È questa che da sempre gareggia con gli ambienti naturali e ricorre ai monumenti e
alle grandi opere idrauliche e territoriali per sottolineare i successi
politici di dinastie e di popoli dominanti.
Così per uscire dall’ambito mediterraneo già molto noto, le civiltà pre-ispaniche del Perù, del Messico e meso-americane, o
della Cina e dell’Estremo Oriente indocinese e indonesiano. Qui
a fatica esse riemergono dalle coltri di sabbie e di vegetazione che
nel tempo le ha sepolte: si pensi alla Muraglia Cinese e alle meraviglie di Angkor Wat. Sul lungo periodo infatti l’abbandono dell’uomo lascia il campo alla natura che, solo temporaneamente addomesticata, torna a recuperare spazi sottratti e morfologie talora radicalmente antropizzate.
Dunque i paesaggi si evolvono e rimodellano costantemente,
anche là dove la breve scala temporale dell’uomo lo lascia illudere sulla loro permanenza e immutabilità. La maestosità del
paesaggio non si sottrae alla fragilità di cui le nostre scelte politiche possono diventare potenti detonatori: poco più di effimeri e fantasmagorici fuochi d’artificio che si innalzano nelle
notte dei tempi.
Ecco perché il Piano Paesistico di cui ogni Regione si è dotato
negli ultimi lustri del Novecento, costituisce il piano per eccellenza, lo strumento base di ogni progettazione di un territorio: con
la sua gente, le sue potenzialità e vocazioni, i suoi ecosistemi, le
sue comunità cittadine, le infrastrutture che ne segnano i luoghi,
ne movimentano le forze attrattive e repulsive, ne decidono lo sviluppo o, al contrario, la marginalità.
Tutti gli altri Piani devono confrontarsi con questo. Non c’è strumento urbanistico, piano energetico, dei rifiuti, dei trasporti o al-
re che chiudono male sull’infinito. Là dove si coltiva la più
equivoca attività dei viventi,
l’inanimato rispecchia talvolta i loro momenti più intimi:
le nostre città sono così popolate di Sfingi misconosciute,
che non arrestano il passante
sognatore, non gli pongono i
loro mortali quesiti, se egli non
volge verso di loro la sua meditabonda distrazione.
Ma se a indovinarle, allora, il
nostro saggio, se le interroghi
lui stesso, sono pur sempre i
suoi propri abissi che, grazie
a questi mostri senza figura,
egli si accinge a sondare. La
luce moderna dell’insolito, ecco tutto ciò che ormai lo attira.
Essa regna bizzarramente in
quella specie di gallerie coperte, frequenti a Parigi nei
dintorni dei grandi boulevard,
che si chiamano in modo inquietante passages come se in
questi corridoi sottratti al giorno non fosse permesso a nessuno sostare più di un istante.
Luminosità glauca, quasi abissale, che evoca il risalto improvviso d’una gamba che la
gonna scopre. Il grande istinto americano importato nella
capitale da un prefetto del secondo Impero, che tende a squadrare la pianta di Parigi, renderà ben presto impossibile
conservare questi acquari già
morti alla loro vita primitiva e
tuttavia meritevoli d’esser considerati ricettacolo di parecchi
miti moderni, poiché solo oggi che il piccone li minaccia
sono davvero divenuti il santuario d’un culto dell’effimero, e costituiscono il paesaggio fantomatico di piaceri e
professioni maledette, incomprensibili ieri e che domani
nessuno conoscerà più.
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tro intervento di progettazione, che possa prescinderne. Questo
almeno se non si vuole cadere in mali antichi o in nuove aggressioni ambientali e culturali, destinati ad essere pagati, spesso amaramente, dalle collettività. Questo almeno se non si vuole compromettere la sostenibilità delle opere umane, la qualità della vita e il continuum di cultura e progettualità.
In merito va detto che, al pari delle associazioni vegetali e animali o delle imponenti forme orografiche del globo, grande è il
ruolo semantico e di promozione dei beni culturali. Sono questi
– singolo monumento, insieme storico o aggregato collettivo di
forme e simboli – ad impreziosire il paesaggio e a farne davvero
il “sudario” della Terra, il manto sorprendente e variegato della
noosfera. Essi sono espressione dell’ingegno, della creatività individuale e comunitaria, della sofferta fatica di generazioni. Sono essi a costituire manifestazioni sublimi di spiritualità religiosa o laica, retaggi di tradizioni le cui origini si perdono nel tempo e che tuttavia continuano a commuovere e a coinvolgere profondamente e prepotentemente l’animo delle genti. Sì da richiamare visitatori, curiosi e pellegrini, da alimentare la sommessa
economia locale, da modificare i contesti sociali e spesso le linee
stesse del paesaggio (Persi, 2002, 2003).
Così il territorio si sacralizza e il paesaggio ne riassume i valori
più alti: della spiritualità, della ascesi mistica, della bellezza arcana, del mistero che aleggia sui destini e sulle cose degli uomini e anche in quelle della natura, di fronte alle quali talora è legittimo provare un senso di smarrimento. Ma al mistero si sottrae
il paesaggio quando se ne scoprono i legami dei processi interattivi di cui è forse difficile misurare l’energia e l’incidenza delle
singole componenti ma non individuare le parti in causa e i mutui rapporti.
Scatta così il gioco del perché che ci conduce lungo filiere interminabili, ma che lasciano emergere le responsabilità (o irresponsabilità) politiche, economiche, educative: personali e sociali. Nel
paesaggio le reti che si sovrappongono sono molteplici e criptiche, ma, con fine senso geografico, è nostro compito cercare di
“sgrovigliarle”. Questo se non si vuole finire vittime o prigionieri di quelle stesse reti che spesso gli uomini tendono ad altri uomini, venendo meno allo spirito di condivisione e rispetto dei diritti altrui, specialmente nei confronti dei più deboli, più indifesi
per sviluppo organizzativo e tecnico, quelli che per più lungo tempo hanno risentito del sonno della storia.
Paesaggio è pertanto anche impegno sociale. È assunzione di doveri individuali e politici. È proiettarsi nella visione del vasto mondo per comprenderne i drammi universali e per proporre soluzioni
praticabili nello spazio vissuto. Quindi cominciando con il nostro
prossimo, operando nel locale, lavorando nel nostro contesto di
vita e nella nostra quotidianità: agendo per il rinnovamento che
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poggia sui diritti umani e sui diritti della natura. Proprio ottemperando a questi, noi svolgiamo un servizio sociale, al massimo
livello e col massimo respiro.
Davvero la geografia è distinta da una missione universale perché, come sosteneva Mario Ortolani, è “una delle poche discipline umanistiche che contempli, di fatto, la parità dei popoli e la
uguaglianza degli uomini” (Ortolani, 1984, p. 5). E la più bella e
lineare definizione di tale disciplina si deve a Renato Toniolo che,
nei primi decenni del secolo scorso, ne stabiliva l’equivalenza con
“scienza del paesaggio”, sic et simpliciter.
Nel 2000 viene firmata a Firenze la Convenzione Europea del
Paesaggio che nel sancire “il paesaggio appartiene a tutti coloro
che vi vivono e lo ammirano”, ne fissa le linee guida di tutela e
corretta utilizzazione. Nel 2004 viene varato il Codice dei Beni
Culturali e del Paesaggio come legge di Stato italiano. Dunque
due straordinarie occasioni che ci pongono sul piano ideale e della prassi. Ma quanta poca eco esse sembrano aver trovato in ambito formativo, nella scuola e nell’università. Quanto poco si sono compresi il potenziale globalizzante e le forze interattive che
un simile concetto è in grado di innescare negli approcci territoriali alle varie scale: sia per capire, e quindi nello studio; sia per
agire, e quindi nelle scelte oculate e coraggiose. Il tutto con visione aperta alle gerarchie di valori e ferma volontà di intelligente
realizzazione.
Il paesaggio è dunque una realtà straordinaria per implicazioni
educative e interventi diretti, consente di comprendere e districarsi nelle maglie della complessità, quindi di porre in essere efficaci interventi a servizio degli uomini e delle regolarità ambientali.
Nel paesaggio tutto si connette e trova significato. A dispetto di
ogni inevitabile competizione tra le diverse forze e componenti,
tutto trova qui ricomposizione e sovrumana armonia. Una armonia, sempre vibrante e sempre precaria, che fa bene al nostro spirito proteso nella ricerca instancabile di spiegazioni e di speranze. È un concetto ed uno strumento prezioso che, nella sua molteplicità, ci riconduce all’unità dell’essere e dei contesti e, pur nella sua perenne e lenta variazione, ci riporta su una linea di continuità che dà fiducia e rassicura. È una realtà che ci tocca intimamente nella nostra fisicità di piccole creature che tuttavia anelano alla eternità, sequenza di momenti in perenne trasformazione,
ma che non conoscono fine.
Chi guarda un paesaggio inevitabilmente lo vive con forte partecipazione, palpita con lui stregato dalle lusinghe ammiccanti delle vicende umane e dalle malie affascinanti della natura. Non vede perciò le case, le strade, i corsi d’acqua, i monti, le nuvole, le
copertura arboree, i campi irregolari. Non sente le brezze e i profumi, non avverti i suoni e i rumori. Ma coglie con profonda emo-
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zione tutto ciò che la terra e il mondo circostante riversano in lui.
Tutto insieme. Sicché non c’è più separazione tra i vari aspetti e
elementi, ma tutto si confonde nell’unità dell’essere di cui egli è
parte determinante e inseparabile: e tutto converge e palpita in lui,
nel suo cuore di poeta e nella sua mente di geografo (Persi, 2010).
Dunque paesaggio non sono le dinamiche dell’atmosfera, dell’acqua, dei cicli erosivi e geochimici della costa terrestre o di
quelli prodigiosi della vita, che filtrano attraverso gli ecosistemi.
Ma neanche i movimenti demografici, le filiere economiche, le
influenze culturali, le credenze religiose e gli immaginari collettivi. Ma tutte queste entità insieme, nel loro inarrestabile confluire
e interferire tra ambienti e società umane in perenni simbiosi e sinergie.
E per com-prendere una realtà così proteiforme e a crescente complicazione, dobbiamo coglierla per come è e non per come ci illudiamo che sia, per come è lei e non per come siamo noi. Così
si richiede ad ognuno un progresso ulteriore che va oltre lo studio e la conoscenza dei meccanismi ambientali e sociali, quello
di liberarci da concetti e preconcetti che condizionano i nostri giudizi di valore. Solo captando la realtà, composita e interrelata, attraverso i nostri sensi e la “libera umanità” che nasce dalla riflessione e dall’esperienza, possiamo dar corpo a potenzialità e
vocazioni e con ciò comprendere la straordinarietà della nostra
avventura umana e professionale, vissuta con intensità e tale da
lasciare sul globo l’orma indelebile del nostro passaggio. Ma con
la leggerezza e l’eleganza di quella della farfalla.
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Pier Paolo Pasolini
PETROLIO
Museo all’aperto
Agnese Petrelli
M
useo. Custodisce le pre-esistenze. Ciò che esiste di prima, ma anche la manifestazione del suo legame con ciò
che esiste ora.
Una dichiarazione di perdita di ciò che non è più e, allo stesso tempo, di necessità di ciò che, proprio non essendo più, si
costituisce come originario, dato per sempre a fronte dell’inarrestabile cambiamento della vita.
Custodisce con gli oggetti, le loro verità, il loro valore di eccezione, davanti alla indecifrabilità del vissuto.
Manifesta le direzioni del presente dal momento che ne fissa
l’origine.
Museo, allora, come domanda, come interrogazione attraverso l’esibizione delle forme e della loro capacità di esistere e
di proiettarsi in un tempo diverso.
Tra gli “oggetti” oggi più esposti alla velocità delle trasformazioni culturali e strutturali c’è il territorio che ha, peraltro,
una esposizione violenta alla trasformazione, difficilmente
arginabile per il suo essere tra i più facili oggetti di mercato.
Reperibile dovunque e dovunque sfruttabile.
Ed il mercato, si sa, è il primo motore dell’economia, almeno qui da noi che non siamo la Silicon Valley.
Chi tutela oggi il territorio dalla fagocitazione del mercato?
Si vedono solo testimoni tanto deboli da sembrare velleitario
politiche da lupi a tutela degli agnelli.
Gli stessi parchi sembrano avere più obiettivi di mantenimento
della biodiversità e di coltura delle vite animali e vegetali;
talvolta anche di tradizioni e folclore locali piuttosto che di
fissazione di quelle forme del territorio che possiamo considerare storicamente significative. Sempre, comunque, subordinati alle spinte di appetiti economici cui resistono solo in
virtù di fortunose ipotesi turistiche.
E se pensassimo che anche il territorio - solo parti, per carità, solo quelle poche parti che è auspicabile salvare dalle speculazioni edilizie o dalle infrastrutture viarie come quella della Piana di Navelli - debba essere oggetto da museo, forma
dell’origine o forma virtuale di manufatti, di tracciati, di sedimenti culturali, domanda permanente e diffusa sulle direzioni del divenire, artefatto della nostra esistenza?
E se pensassimo ad un diffuso museo del territorio che fissi
le forme della sua storia con la stessa dignità che riserviamo
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Si guardava intorno per scegliere
il posto adatto. Ma qui c’erano
troppe buche e piccoli “montarozzi” scoscesi, lì troppe pietre
(mescolate a cocci e a immondizia), più avanti il terreno era
senza erba, tutto polveroso terriccio; più avanti ancora c’era
effettivamente un bello spiazzetto, di erba secca, piatto, ma
non troppo alto ed esposto quindi alla vista di quelli che aspettavano; più avanti ancora c’era
una buca, ma troppo profonda
però, e per di più piena di cardi
e ortiche. Solo oltre quella buca, c’era un piccolo spiazzo che
poteva andar bene, a quanto pareva. Il mucchio degli altri, rimasti indietro, cominciava a spazientirsi e a lanciare qualche fischio. La ragione di tale impazienza rimaneva misteriosa. Si
sentivano troppo soli in mezzo
al prato, forse; oppure gli seccava dover fare tutto quel pezzo di strada, nell’andare e nel
venire; oppure ancora volevano poter vedere la “scopata” dell’amico a cui toccava il turno.
Queste almeno erano le supposizioni “borghesi” di Carlo, che
ne provò una certa angoscia. Ma
quello spiazzetto che aveva adocchiato oltre la buca pareva decisamente andare bene. Lo raggiunse; scivolando e inciampando: era un poco meno alto
di quello precedente, ma era riparato agli sguardi indiscreti da
tre o quattro mucchi o “montarozzi” di terriccio e brecciolino,
misto ai soliti cocci e alle solite immondizie. L’erba di tale
spiazzetto era fitta e secca, come stoppia, ma tenera: probabilmente era tutta xxx, xxx o camomilla. Profumava acutamente.
Da lì, intorno, non si vedevano che tre o quattro cose. La distesa irregolare e immensa del
prato con in fondo le sue barriere di case coi lumi tremolanti (palazzoni, da una parte, una
distesa di casette dentellate coi
muri a secco dall’altra); il cielo
alle pinacoteche o ai musei della scienza e della tecnica o ai
musei antropologici e così via?
Ad onor del vero qualche tentativo di salvataggio di elementi
del territorio significativi è stato compiuto. La costa dei Trabocchi, ad esempio, ma anche qui l’interesse turistico sembra
aver prevalso su quello della formazione di un patrimonio scientifico e di una consapevolezza teorica capaci di farci interrogare senza superficialità sul nostro essere e sul nostro avvenire, compreso quello di “de territorializzati”.
Ci sarebbe da auspicare una legge, ma in questo paese le leggi
sul territorio sembrano fatte per spianare la strada al peggio.
Forse quindi il problema non è neanche quello delle leggi o,
forse, è principalmente quello di concepire il territorio come
museo all’aperto.
Intanto potremmo almeno discuterne.
con qualche nuvola spennellata appena nel suo indaco profondo; la luna in mezzo a quel
cielo, che da rossa stava diventando di una luce fresca e purissima, con accanto, altrettanto luminosa la fedele piccola
stella del crepuscolo. Tutto questo scenario - dove non c’erano
sfumature, se non forse ai bordi del tratto fosforescente di cielo illuminato dalla luna - era riempito da un unico profondo
odore, quello del finocchio selvatico. Tutto il cosmo era lì, in
quel pratone, in quel cielo, in
quegli orizzonti urbani appena
visibili e in quell’inebriante odore di erba estiva.
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Dylan Thomas
SOTTO IL BOSCO DI LATTE
Il male dell’ignoranza
Maria Pitì
O
gni mattina, quando mi affaccio dal terrazzo, mi immergo nella
Geografia. È solo l’inizio di una giornata durante la quale vivo
immersa nella Geografia. Osservo la cittadina in cui è situata la mia
abitazione: questa è geografia urbana; salgo in macchina o su qualsiasi altro mezzo di trasporto e usufruisco di una rete di trasporti che
segue una logica geografica; entro in un supermercato o in qualsiasi
altro luogo commerciale, guardo le etichette di provenienza dei prodotti e mi accorgo di essere immersa nella globalizzazione dell’economia: questa è geografia economica; per strada incontro persone di
svariate nazionalità: questa è geografia umana di una nuova umanità
plurale e ricca di diversità; osservo gli scarichi delle automobili, i rifiuti ecc.: eccomi sommersa dai problemi ecologici che solo la Geografia è in grado di spiegare in maniera interdisciplinare; guardo la televisione, squilla il cellulare: ecco il villaggio globale. Potrei continuare descrivendo in maniera dettagliata il mondo che circonda ciascuno di noi procedendo via via dal vicino al lontano fino a raggiungere un’ottica che ormai viene definita glocale dove locale e globale
interagiscono e si fondono. Tutto è Geografia.
Quando i primi uomini hanno preso coscienza dell’ambiente che li
circondava hanno cominciato a elaborare il sapere geografico. La Geografia è stata la prima scienza praticata dall’homo sapiens. Per poter
sopravvivere ha dovuto imparare a conoscere l’ambiente e le sue risorse, ma anche le sue insidie e regole, maturando un atteggiamento
di timore e rispetto. Oggi l’homo tecnologicus, accecato dalla propria
arroganza che lo porta a credere di essere padrone e predatore incontrastato del mondo che lo circonda, ritiene di poter fare a meno della
Geografia per cui essa è stata sempre più marginalizzata e ridotta a sapere residuale, mentre proprio nel mondo odierno la necessità di conoscere a fondo questa disciplina si rivela fondamentale sul piano politico, economico, sociale, umano e scientifico. Se le classi dirigenti
avessero una buona formazione geografica molti errori potrebbero essere evitati. Se ai cittadini durante gli anni della loro formazione venisse data l’opportunità di studiare a fondo i problemi del mondo nella loro realtà, essi avrebbero pìù elementi di valutazione per orientarsi nelle scelte che sono chiamati a operare nell’interesse proprio e
della collettività. Mi limiterò a proporre qualche riflessione.
La globalizzazione presenta sicuramente aspetti contraddittori, ma
l’informazione alternativamente prospetta un futuro radioso o disastroso a seconda dei momenti storici che viviamo e degli interessi
che prevalgono, creando alternativamente nell’opinione pubblica aspettative eccessive o paure ingiustificate, senza mai dare spiegazioni comprensibili dei fenomeni ad essa connessi. Quasi nessuno è in grado di
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Per cominciare dal principio: È
Primavera, notte senza luna nella cittadina senza stelle e nera
come la Bibbia, silenziose le strade acciottolate, e il bosco gibboso degli amanti e dei conigli
arranca invisibile verso il mare
nero come le sorbe, pigro, nero,
nero come il corvo, ballonzolante di barche da pesca. Le case sono cieche come talpe (sebbene le talpe ci vedano bene, stanotte, nelle sinuose vallette vellutate) o cieche come Capitan
Gatto laggiù, al centro felpato
della città presso la pompa e la
torre dell’orologio, le botteghe
a lutto e l’Istituto di Beneficenza in gramaglie vedovili. E tutti gli abitanti della città silenziosa e cullata dal mare, dormono, ora.
Sst! i bambini dormono, i fattori, i pescatori, i bottegai e i pensionati, ciabattino, maestro, postino e oste, l’impresario delle
pompe funebri e la prostituta,
beone, sarta, predicatore, vigile
urbano, le palmipedi pescatrici
di cappe di mare e le mogli ben
rassettate. Giovanette sprofondano mollemente nei letti o scivolano in sogno, ricche d’anelli e corredi, con lucciole per damigelle d’onore, lungo le navate del bosco che intona concerti d’organo. I giovani fanno sogni peccaminosi o sognano gli
armenti tumultuosi della notte e
il mare solcato di navi corsare
con il teschio giallo sulla bandiera nera. E le statue di antracite dei cavalli dormono nei campi, e le mucche nelle stalle, e i
cani nei cortili melmosi, e i gatti sonnecchiano negli angoli
sghembi, o strisciano cauti, svelti e insinuanti, sull’unica nube
dei tetti.
S’ode cadere la rugiada, e il respiro della città silenziosa. Soltanto i vostri occhi sono dischiusi
per vedere la città nera e ben ravvoltolata e pigra, nel sonno. E
soltanto voi udite l’invisibile cadere delle stelle, il moto più che
valutare con atteggiamento consapevole e critico ciò che i mass media impongono perché in quasi tutti gli indirizzi scolastici non si studiano tali argomenti e dunque l’opinione pubblica non ha le conoscenze essenziali per discernere il vero dal falso ed è pertanto esposta ad un gigantesca manipolazione.
Lo studio delle diverse civiltà che gli esseri umani hanno elaborato
nel corso della loro storia porta alla conoscenza degli altri mettendo
in evidenza ciò che unisce, ma anche ciò che differenzia le diverse società. La conoscenza di religioni, lingue, usi, costumi, ecc. contribuisce in maniera decisiva a ridimensionare forme di xenofobia e di razzismo che nascono dall’ignoranza e dalla convinzione di ciascuna civiltà di essere superiore semplicemente perché non conosce quale ricchezza ciascuna diversità è in grado di portare all’umanità.
Le dinamiche demografiche che attraversano il mondo odierno evidenziano le grandi contraddizioni tra aree del mondo in forte espansione demografica ed aree in declino demografico a cui si sommano
i gravi squilibri economici tra paesi poveri e paesi ricchi. Se ci fosse
una conoscenza più profonda di questi problemi, con qualche sbirciatina anche alla storia recente e remota, si governerebbero in maniera più razionale, non emotiva, e dunque più efficace, l’immigrazione e i relativi problemi di integrazione per i paesi di arrivo, l’emigrazione e le cause che la originano nei paesi di partenza.
Lo studio dei problemi ecologici come inquinamento e cambiamenti climatici, dell’esaurimento delle risorse e della gestione dei rifiuti,
dello sviluppo sostenibile ecc. può essere determinante per il futuro:
le necessarie conoscenze può darle la Geografia. Infatti solo una disciplina che sia in grado di dare una visione sintetica sul piano dei contenuti e globale riguardo alla dimensione di questi fenomeni potrebbe creare quella consapevolezza che porterebbe ad una inversione di
tendenza nei comportamenti individuali e collettivi necessaria per avviare a soluzione quelle che ormai stanno diventando delle vere e proprie emergenze. Per affrontare tali problemi, infatti, bisogna acquisire una visione a lungo termine che la nostra mentalità consumistica
non possiede perché ci è stato imposto uno stile di vita basato sullo
spreco, cioè sull’usa e getta, e su un eterno presente che non si preoccupa né del proprio futuro né di quello dei propri figli, andando così
incontro al declino ed al suicidio di una civiltà che pure tali e tante
conquiste ha conseguito finché ha conservato una visione del futuro
forse figlia di quella civiltà contadina da cui quasi tutti proveniamo.
La visione a lungo termine si acquisisce studiando la natura che opera su tempi lunghi mentre oggi si tende a basare i comportamenti e le
scelte sui tempi del sistema economico che si muove per sua natura
su tempi brevi.
In questo contesto sociale ed economico si può collocare anche la progressiva finanziarizzazione dell’economia globale (oggetto di studio
dei flussi finanziari nella globalizzazione dell’economia) che porta chi
possiede la ricchezza ad un uso improprio di essa (investo soldi per
mai oscuro innanzi l’alba,
minutamente sfiorato di rugiada, del mare colmo di sogliole e rombi, dove l’Aretusa, il Chiurlo e l’Allodola, la Zanzibar, l’Arianna,
il Vagabondo, il Cormorano e la Stella del Galles veleggiano sghembi.
Ascoltate. È la notte, questa che si muove nelle strade, il vento liturgico, salino
e musicale, in Via dell’Incoronazione e nel Vicolo
della Conchiglia, ed è l’erba che cresce sul colle di
Llareggub, e il cadere della
rugiada, e il cadere delle stelle, e il sonno degli uccelli
nel Bosco di Latte.
Ascoltate. È notte nella gelida cappella accoccolata e
salmodiante, in cappellino
e fermaglio crespo nero,
sciarpa a farfalla e lacci delle scarpe a nastrino, tossicchiante come caprette tra
succhiare di mente e alleluia per quaranta battiti d’occhio; notte nella birreria da
quattro soldi al mezzo litro,
tranquilla come un cappuccio monacale; simile nelle
soffitte di Ocky il Lattaio a
un topo guantato; e che si
disperde in aria come farina nera nella panetteria di
Pan d’Oggi. È notte in Via
del Somaro, e trotterella silenziosa, con alghe marine
intorno agli zoccoli, sopra i
ciottoli impastati di conchiglie, oltre i vasi di felci dietro le tende, oltre il versetto della Bibbia e il gingillo,
oltre l’armonium, oltre l’armadio dei parametri, oltre
gli acquerelli dipinti a mano, e il cagnolino di porcellana, e la scatola di latta rosa per il tè. È notte, e sonnecchia tra la bambagia dei
lattanti.
Guardate. È notte, e trascorrere sinuosa, muta e regale, tra i ciliegi di Via dell’Incoronazione, attraversa
il camposanto di Bethesda
con i venti guantati e am-
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fare subito altri soldi) finalizzata ad un’economia virtuale nelle mani
di pochi e che non investe invece per creare attività economiche che
operino su tempi lunghi e che distribuiscano tali ricchezze ad un fetta crescente dell’umanità. Ciò porta anche ad un crescente subalternità della politica lenta, non all’altezza, anche corrotta, rispetto a questa economia che detta le regole (normalmente compito della politica) e che cinicamente vive e opera a prescindere dagli esseri umani e
dalla natura.
Naturalmente la Geografia affronta in maniera approfondita lo studio dei settori dell’economia e la loro evoluzione nel tempo e nello
spazio. Agricoltura, industria, terziario e quaternario sono argomenti
centrali della Geografia Economica. L’ignoranza di questi argomenti può portare anche a scelte sbagliate sul proprio futuro quando si deve decidere il percorso universitario su cui costruire una professionalità spendibile in un mercato del lavoro che riguarda ciascuno dei tre
settori e che si presenta sempre più variegato e complesso.
Mi limito solo ad accennare al ruolo che lo studio della Geografia può
rivestire rispetto ad argomenti quali le realtà urbane, i trasporti, il commercio, il turismo. Non è difficile immaginare quanto sia utile e, senza presunzione, indispensabile l’intervento del geografo nella pianificazione urbana, nella individuazione dei siti per le infrastrutture e
nella loro realizzazione, nelle analisi dei flussi commerciali e l’interazione tra paesi e sistemi economici diversi, nello studio delle risorse ambientali e storiche per la loro valorizzazione e l’affermazione di
un turismo responsabile e sostenibile.
Infine ritengo si possa affermare in maniera non demagogica ma realistica che la conoscenza della Geografia nel mondo di oggi potrebbe
essere decisiva nell’impedire certe avventure militari destinate al fallimento oserei dire soprattutto per motivi geografici. In quella che oggi viene definita “guerra asimmetrica” vince chi conosce il territorio.
Di fronte ad un nemico invisibile l’arroganza militaresca e gli arsenali più sofisticati non servono a nulla. Serve conoscere in quale anfratto si può riparare o, da un altro punto di vista, in quale anfratto si
nasconde il nemico; serve conoscere il contesto culturale, le sottigliezze della lingua, dei gesti, ecc.
L’ignoranza della Geografia e della Storia sono all’origine di atroci
crimini contro l’umanità. Questa ignoranza è funzionale all’esercizio
del potere da parte di dittature che sotto varie forme si ripresentano
nella storia o da parte di lobby economiche e militari che nelle democrazie periodicamente accentrano troppo potere decisionale ed agiscono in funzione dei propri interessi e non nell’interesse della collettività e dell’intera umanità.
È forse per questo che la Geografia è stata pressocché esclusa dai programmi scolastici ed è stato e sarà precluso agli studenti, cittadini di
oggi e di domani, di conoscere adeguatamente il mondo in cui vivono, affinché non siano cittadini scomodi con libertà di pensiero e capacità critiche?
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mainati e coperti di rugiada; e
passa balzelloni davanti l’Osteria del Marinaio.
Il tempo passa. Ascoltate. Il tempo passa.
Fatevi più vicino ora.Voi soltanto potete udire le case che
dormono sulle strade nella notte bendata, nera, silenziosa e salina, pigra, profonda. Voi soltanto potete vedere, nelle camere cieche, i pettini e le sottane
sulle sedie, le brocche e i catini,
i bicchieri con le dentiere dentro, il Comandamento alla parete, e i ritratti dei morti che vanno ingiallendo e vegliano come
uccellini. Voi soltanto potete udire e vedere, dietro gli occhi dei
dormienti, i moti e i paesi e i labirinti e i colori e gli sgomenti
e gli arcobaleni e le melodie e i
desideri e il volo e la caduta e la
disperazione e i mari in tempesta dei loro sogni.
L’AIIG e la diffusione del sapere
geografico.
note del direttore della rivista Ambiente Società Territorio. Geografia nelle scuole
Carlo Brusa
H
o assunto la direzione di Ambiente Società Territorio. Geografia nelle scuole nel dal 2004, anno del Cinquantenario
dell’Associazione. A novembre del 2006, nella seduta d’insediamento del nuovo Consiglio Centrale (mandato 2006-2010), sono
stato confermato per un altro quadriennio. Sono subentrato a Gianfranco Battisti che l’ha firmata a partire dal 1992, mentre, in precedenza, dopo un solo anno di guida di Gabriele Zanetto, Geografia nelle scuole (questo è stato il nome della testata fino al
2001) era stata diretta da Giorgio Valussi - che fu direttore e presidente nazionale dell’AIIG per oltre un decennio e fino alla sua
prematura scomparsa (dicembre 1990) - succeduto al primo direttore (e primo presidente nazionale dell’AIIG) Elio Migliorini
che rimase ai vertici del sodalizio, per ben cinque lustri, fino al
1980.
Ambiente Società Territorio. Geografia nelle scuole è un bimestrale
che si è iniziato a pubblicare nel 1955, un anno dopo la nascita dell’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia. Dal 2004 in copertina sono rappresentate immagini satellitari di varie parti dell’Italia e del mondo offerte dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e
riproposte in un inserto - particolarmente utile anche come sussidio didattico - curato da Maurizio Fea, collaboratore dell’ESA.
La rivista, nata come La Geografia nelle scuole, anche dopo la
modifica della testata in Ambiente Società Territorio. Geografia
nelle scuole, si rivolge soprattutto al mondo della scuola, cercando di offrire agli insegnanti una serie di aggiornamenti sui temi
geografici più attuali e sui problemi collegati alla didattica di una
disciplina da molti di loro accostata fugacemente - e non sempre
in maniera stimolante - nell’unico esame universitario sostenuto
e talvolta in anni non recenti.
Fra gli argomenti affrontati a partire dal 2004 ricordo: l’allargamento dell’Unione Europea a 25 paesi, il successivo ingresso di
Romania e Bulgaria e il problema della Turchia, lo sviluppo locale con riferimento a varie situazioni italiane, le migrazioni e la
formazione della società multiculturale, le trasformazioni delle
città e delle aree metropolitane, la tutela dell’ambiente e del paesaggio, i problemi dei paesi in via di sviluppo con particolare riferimento all’Africa e all’Asia, quelli dell’acqua, della desertificazione e dei cambiamenti del clima ecc.
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Tenuto conto degli interessi dei lettori, in gran maggioranza insegnanti, e della loro distribuzione su tutto il territorio nazionale non si pubblicano contributi su argomenti estremamente specifici e/o focalizzati su ristretti lembi di territorio. Questo è il primo filtro in base al quale vengono esaminate le proposte di collaborazione ed i contributi inviati per la stampa che spesso arrivano senza che il lettore preannunci la preparazione di un determinato lavoro, come viene indicato espressamente nelle norme
redazionali “al fine di evitare spiacevoli rifiuti di pubblicare materiali non richiesti”.
Un altro filtro - esposto con chiarezza nelle “Norme per la collaborazione” - è la lunghezza massima dei pezzi ospitati nelle diverse parti della rivista. Così gli articoli - che entrano nella sezione “Contributi” - non devono superare i ventimila caratteri spazi inclusi, per la sezione “Laboratorio didattico” si scende a quindicimila caratteri spazi inclusi, per “Eventi e note” (recensioni,
segnalazioni di convegni e di altre manifestazioni geografiche e
attività delle sezioni regionali e provinciali) la dimensione è di
duemila caratteri spazi inclusi. Combattendo talvolta forme poco comprensibili di autoreferenzialità, la norma viene fatta rispettare scrupolosamente, anche se non fiscalmente, a tutti gli autori per una serie di motivi. Fra questi si ricordano: l’interesse del
lettore non specialista, difficile da mantenere oltre un certo numero di pagine, l’equilibrio nella dimensione dei pezzi di ogni sezione e la necessità di contenere i costi di stampa.
Gli articoli didattici - inviati quasi esclusivamente da insegnanti
della scuola primaria e di quella secondaria di primo e secondo grado - sono sottoposti al vaglio di un componente del comitato di redazione, con specifiche competenze in materia, al
fine di verificarne la validità, l’applicabilità e anche il contenuto innovativo.
Sulla II e sulla III pagina di copertina si riportano con una certa
evidenza le più importanti iniziative - in programma per i mesi
successivi all’uscita del periodico - che si ritiene potrebbero interessare il lettore. Si tratta soprattutto di manifestazioni scientifiche collegate al mondo della geografia - ovviamente non solo
dell’AIIG - e di viaggi di studio programmati dall’Associazione.
Ambiente Società Territorio. Geografia nelle scuole è pubblicata ogni due mesi a differenza degli altri periodi geografici che
escono almeno trimestralmente; per questo deve dare notizie aggiornate e tempestive (in genere non più di tre-quattro mesi dopo lo svolgimento) dei risultati di congressi, convegni, escursioni e di altre attività che potrebbero interessare il lettore. Per le recensioni si dà la preferenza ai volumi, usciti da non più di un anno, di ampio interesse per il mondo della scuola e per l’aggiornamento degli insegnanti.
Collegato alla rivista è sito dell’AIIG «www.aiig.it» curato dal
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consigliere nazionale Cristiano Giorda dell’Università di Torino.
Ospita in anteprima alcuni articoli di Ambiente Società Territorio. Geografia nelle scuole dell’anno in corso ed i numeri completi delle annate precedenti.
L’attività delle sezioni regionali e provinciali è desumibile consultando la rubrica “Vita dell’Associazione”, presente in ogni numero. Va però lamentata la diversa assiduità con cui i dirigenti
delle sezioni regionali e provinciali comunicano le loro iniziative e offrono così anche utili suggerimenti operativi e nuovi stimoli di lavoro alle altre sezioni. Purtroppo, in vari casi, sezioni
regionali e provinciali anche molto attive - e il numero dei soci
in rapporto alla popolazione residente sul territorio ne è un indicatore - trascurano di comunicare le loro attività.
La pubblicazione periodica, mediamente una volta all’anno, dei
nomi dei dirigenti regionali (e se c’è spazio anche provinciali)
vuole offrire a tutti i lettori la possibilità di istituire contatti personali con una struttura operativa dell’AIIG non lontana dal loro
domicilio. Consultando questo elenco i soci più attenti possono
notare, senza entrare nel merito dell’impegno degli eletti, che, in
alcune sezioni, i direttivi sono da troppo tempo riconfermati integralmente o quasi. Questo non è sempre un bene: nessuno è insostituibile e occupare una carica, dopo un certo numero di anni,
può togliere slancio innovativo alla sezione e anche all’intera
AIIG. Ciò ovviamente vale anche per l’esperienza appassionante - e indubbiamente impegnativa - di Direttore della Rivista.
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Geografia e formazione
La funzione educativa della geografia per la formazione dei giovani nella scuola superiore.
Cristina Morra e Alessandra Borgi
L
a geografia sta attraversando da molti anni un travaglio nelle
riforme scolastiche e soprattutto nella scuola superiore, dove è
di fatto scomparsa nei recenti nuovi piani di studio. Ma, la geografia, lungi dall’essere una materia vecchia e superata, ha molto riflettuto su se stessa, sia a livello accademico che nelle proposte operative dei programmi scolastici. E la riflessione continua nel momento in cui «l’irrobustimento degli interessi di natura economica,
politica, e sociale, la crescente sensibilizzazione per i fatti demografici, l’organizzazione e la salvaguardia del territorio trovano un
prezioso supporto nell’arricchimento dei contenuti assicurato da
mole di informazioni e dal loro differente trattamento» (L. Lago,
1997)
«La geografia non comprende più quello stereotipo elencativo (nomi di fiumi, di monti, di città...) ancora troppo presente nella memoria di molti ma si è evoluta, in Italia come all’estero, in una disciplina autonoma capace di fornire una visione sintetica delle complesse interrelazioni esistenti sulla superficie terrestre fra fenomeni del mondo fisico d del mondo umano, attraverso l’analisi dei sistemi di reti e flussi, nonché della dinamica dei fatti economici nei
loro nessi con l’organizzazione socio-politica del territorio» (L.
Cassi, 1997).
La geografia possiede dunque una specificità sua propria ed una
autonomia epistemologica che le consentono di offrire validi strumenti per la comprensione della realtà terrestre.
«Qualunque descrizione geografica non è mai semplice analisi, ma
è comunque sempre un’interpretazione sintetica dei luoghi e delle
relazioni spaziali fra di essi, visti come materia e mezzo di rapporti ecologici e sociali...» (L.Lago, 1997).
Lo studio geografico si allarga dunque su una gamma vastissima
di fenomeni naturali ed antropici: infatti, la geografia, partendo da
una serie di risultati raggiunti dalle scienze fisiche ed umane, realizza una trama interpretativa di sintesi tesa ad analizzare relazioni, cause, effetti, tendenze evolutive nei casi concreti esaminati.
«Non c’è aspetto del quadro globale/locale in cui la geografia non
possa dare un valido apporto educativo a fronte di una comunicazione sempre più intensa e al contempo generica» (M. Tinacci,
1997).
La complessa fase di transizione che ci troviamo a vivere presenta bisogni e problemi sempre nuovi che richiedono un solido sup-
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porto etico, culturale, sociale e politico; comunque, volendo riassumere al massimo lo scenario mondiale attuale, due opposti fenomeni si fronteggiano: la tendenza alla massificazione ed alla globalizzazione, da un lato, e la differenziazione etnica e culturale localistica, dall’altro.
Di fronte ad una tale realtà, la geografia dà un apporto qualificante e costruttivo per impostare e realizzare una corretta politica ambientale e territoriale: questa funzione geografica viene svolta, nell’analisi spaziale, sia a livello planetario che locale. Inoltre, essa investe non solo il piano delle conoscenze ma anche quello dei comportamenti dei singoli e delle società organizzate.
La moderna geografia si basa su una concezione sistematica e relazionale, «avendo riguardo, sia per le manifestazioni spaziali delle interazioni sociali sia per quelle delle interazioni fra comunità
umane ed ecosistema» (A. Vallega, 1997). Infatti, la Geografia antropica studia le condizioni dell’uomo abitante sul territorio (fattori e modi di localizzazione) e le relazioni fra le società umane organizzate e gli ambienti naturali o già umanizzati, nel geo-sistema
planetario e nei singoli ecosistemi a differenti scale: a ciascuna scala corrispondono percezioni, interazioni, gerarchie e sviluppi diversi. La localizzazione di qualunque fenomeno non può dunque
limitarsi ad un’analisi assoluta ma va relativizzata nei confronti di
situazioni viste a raggio crescente. Inoltre, non va ridotta soltanto
alla posizione di un luogo, bensì va estesa ai concetti di distribuzione, associazione e specializzazione spaziale. Così, anche la distanza non va limitata a quella chilometrica ma intesa anche come
distanza temporale, economica e sociale (L.Cassi, 1997).
La stessa scala, che implica dimensioni differenti, finisce per relativizzare lo stesso concetto di spazio: spazio vissuto, spazio percepito, spazio immaginato, guidando i comportamenti individuali e
le scelte quotidiane.
I fenomeni geografici sono inseriti in una «griglia complessa disegnata sulla faccia della terra dai flussi di persone, beni materiali,
informazioni, decisioni, ecc. corrispondenti a tutti i tipi di scambi:
economici, politici e culturali» (G. Corna Pellegrini,1996).
Mentre le varie scienze del mondo fisico e del mondo umano studiano i fenomeni isolatamente e in modo specialistico, soltanto la
geografia ne studia le interrelazioni nella rete complessa che si forma al livello mondiale o a scala regionale. In tal senso la geografia
opera anche una vera e propria ricomposizione del sapere, come
afferma il prof. Lago (1997), rispetto a «quanto Illuminismo e Positivismo avevano ritenuto di scindere e separare».
Se si concorda (e non riteniamo sia possibile non farlo) con quanto sopra enunciato, discende in maniera evidente la funzione educativa e profondamente formativa della geografia per i giovani. Da
ciò deriva altresì l’esigenza incontrovertibile della presenza dell’insegnamento geografico, con autonomia disciplinare, nella scuo-
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la superiore italiana. Una tale presenza può garantire appieno sia la
comprensione dei complessi fenomeni in continua evoluzione che
la capacità progettuale nelle varie situazioni problematiche che la
vita chiama a risolvere.
In particolare, «la geografia sviluppa abilità quali: spirito di osservazione, spirito critico, memoria e immaginazione, capacità di giudizio e valutazione: mira a leggere, usare e interpretare carte, dati
statistici, letteratura geografica, costruire grafici e usare matrici di
dati...» (C. Lanza, 1997).
La funzione formativa ed educativa della moderna geografia tuttavia potrà esplicarsi solo se essa verrà affidata in tutte le scuole a docenti in possesso di una rigorosa professionalità, cioè di adeguata
formazione geografica universitaria e di abilitazione specifica all’insegnamento.
Da tempo la geografia rinnovata era entrata nella scuola superiore
italiana sia nei programmi sperimentali del Progetto Brocca, sia in
alcuni piani di studio già revisionati come l’Igea dell’Istituto Tecnico Commerciale. In tale curricfula lo studio veniva impostato sull’analisi del rapporto uomo/ambiente nell’utilizzo delle risorse, nel
tempo e nello spazio, partendo dagli spazi agrari tradizionali e pervenendo via via agli spazi industriali, agrari moderni, urbani, del
terziario tradizionale ed avanzato, per sfociare nell’esame degli
squilibri ambientali e territoriali di cui si intravedono le soluzioni
nello sviluppo sostenibile e nello sviluppo umano integrale.
Anche se la categoria dei docenti specializzati in geografia esiste
da tempo, essa è stata ormai esclusa dall’insegnamento della materia in molte tipologie delle vecchie superiori.
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Amare la geografia
Daniela Pasquinelli d’Allegra
G
uardatevi intorno!
Questa è la consegna di lavoro che la maestra di geografia
ci ha dato per le vacanze. - Tutto qui? - Ha detto mia madre. Io
mi sono guardata intorno e mi sono accorta dei prati, delle montagne, del mare, del fiume che abbiamo attraversato sul ponte con
la macchina del papà, del paese della nonna... e poi ho chiesto ai
miei genitori il nome proprio di tutte queste cose e l’ho raccontato alla maestra e ai compagni al ritorno a scuola. Insieme abbiamo cercato sulla carta geografica tutti i posti che ognuno di
noi ha visto guardandosi intorno, e abbiamo ricostruito il nostro
percorso. I percorsi sono diventati tanti fili di lana di diversi colori, che si sono intrecciati sulla carta. È stato bellissimo! Così
la geografia è diventata una delle mie materie preferite e credo
che la studierò sempre, perché è bella come il mondo (Claudia,
8 anni).
Negli oltre trent’anni di insegnamento nella scuola primaria più
volte ho assegnato questo originale “compito” ai miei alunni, ottenendo, nella stragrande maggioranza dei casi, reazioni simili a
quella espressa da Claudia. Proprio la felice constatazione di essere riuscita ad appassionare alla geografia le generazioni di bambini che mi sono stati affidati, e persino le loro famiglie, mi ha
fatto vincere la diffidenza verso questa disciplina, diffidenza che
mi ha accompagnato in tutta la mia esperienza scolastica, fino all’università.
Ricordo, soprattutto, la mia perplessità davanti a una rappresentazione cartografica, forse dovuta all’approccio cognitivo, in molti casi ancora usuale nella scuola, che antepone la carta al mondo: per me, infatti, la carta geografica venne “prima” del mondo,
di quella porzione di mondo che rappresentava. L’avevo trovata
appesa alle pareti dell’aula: la mia città, la mia regione e l’Italia
coincidevano per me con l’astrusità della carta; pur con i suoi accattivanti colori e simboli, la carta murale fisico-politica non poteva darmi conto, a priori, di quella complessa e affascinante realtà, di cui non avevo ancora contezza; si traduceva in liste di toponimi e di dati da memorizzare, che non mi trasmettevano nulla, se non il timore di non ricordarli tutti durante l’interrogazione, quando sperimentavo regolarmente il buio oltre la... carta.
Per questo, fin dall’inizio della mia professione di insegnante, mi
sono impegnata a fondo per escogitare il modo di coinvolgere i
bambini proprio in quella disciplina verso la quale io non avevo
provato particolare trasporto. E poi i casi della vita mi hanno portato, vent’anni fa, a incontrare esperti colleghi di ogni ordine e
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Josiph Brodskij
FONDAMENTA
DEGLI INCURABILI
Era una notte di vento, e prima
che la mia retina avesse il tempo di registrare alcunché fui investito in pieno da quella sensazione di suprema beatitudine: le mie radici furono toccate da quello che per me è sempre stato sinonimo di felicità,
l’odore di alghe marine sotto
zero. Per alcuni può essere l’erba appena tagliata o il fieno; per
altri, gli aromi natalizi degli aghi
di pino e dei mandarini. Per me,
sono le alghe marine sotto zero - un po’ per via degli aspetti onomatopeici di un nome che
associa in sé il mondo vegetale e quello acquatico (il russo
ha una parola meravigliosa vodorosli), un po’ per la vaga incongruenza e il nascosto dramma subaqueo che questo nome
comporta. Ognuno si riconosce
in certi elementi; al tempo in
cui aspiravo quell’odore sui gradini della Stazione i drammi nascosti e le incongruenze erano,
decisamente, il mio forte.
Non c’è dubbio che l’attrazione per quell’odore avrebbe dovuto spiegarsi con un’infanzia
trascorsa sul Baltico, culla della sirena vagabonda di Montale. Ma io avevo i miei dubbi su
questa spiegazione. Intanto,
quell’infanzia non è stata poi
così felice (un’infanzia lo è raramente, essendo una scuola
d’insicurezza e di disgusto per
sé stessi; e quanto al Baltico,
bisognava essere un’anguilla
per evadere dalla mia porzione
di Baltico). L’origine di quell’attrazione per me, stava altrove, al di là dei confini biografici, al di là della struttura
genetica - in qualche punto dell’ippotalamo, tra gli altri ricordi che abbiamo dei nostri progenitori cordati e - di male in
peggio - dell’ichthys stesso che
ha dato inizio a questa civiltà.
Se poi quello fosse un ichthys
felice, è un altro discorso.
Un odore è, dopo tutto, una vio-
grado di scuola e geografi universitari straordinari (una fortuna
che mi è capitata almeno “da grande”), non a caso impegnati, nell’ambito dell’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia, a sostenere il ruolo insostituibile della didattica e della geografia nella scuola. Con il loro esempio e i preziosi consigli ho iniziato a
ricercare e sperimentare metodi e tecniche che consentissero agli
allievi di appassionarsi alla geografia, scoprendo e apprezzando
la fondamentale funzione che svolge nella scuola: quella di guidare a comprendere il mondo e ad agire in esso consapevolmente, nel confronto positivo con l’alterità umana, culturale, sociale
e ambientale, partendo dal proprio spazio di relazione. Prima di
consegnare ai miei alunni la pianta del quartiere, ai loro occhi ancora priva di connotazioni che consentissero l’aggancio alla realtà viva, li ho sempre condotti a perlustrare direttamente quello
spazio, invitandoli a prendere appunti con il solo utilizzo del linguaggio specifico, esclusivo della geografia: il codice cartografico. Prendere appunti in termini di spazio, sperimentando questo
tipo di linguaggio (che, peraltro, la maggior parte degli adulti non
è avvezza a usare, rimanendo priva di un canale importante di trasmissione delle informazioni spaziali), significava costruire i loro primi, semplici schizzi topografici, per mettere a frutto le abilità acquisite attraverso i tanti esercizi di osservazione e rappresentazione degli oggetti di uso quotidiano in prospettiva verticale e attraverso la “classica” costruzione della pianta dell’aula. Solo a quel punto la pianta del quartiere, quella codificata, poteva
essere dagli alunni facilmente compresa, perché veniva “dopo”
il mondo, dopo l’esplorazione di quella infinitesimale porzione
di mondo costituita dallo spazio quotidianamente vissuto. E da lì
partivano i percorsi, come tanti labirintici fili snodati attraverso
la città, la regione e l’Italia, e sempre più in là, verso l’altrove. Ai
percorsi diretti si sostituivano i percorsi indiretti, sperimentabili
in maniera virtuale grazie a quella miniera di supporti geocartografici, fornita dalle nuove tecnologie computerizzate.
La variegata realtà del mondo, la sua rappresentazione, la sua interpretazione: tutto ciò è mancato nella mia personale esperienza
scolastica, tutto ciò ho cercato di far sperimentare ai miei alunni,
che hanno amato la geografia.
Finora ho parlato al passato, anche se prossimo. Da poco, infatti, ho lasciato la scuola per accettare la nuova sfida di dedicarmi
ad appassionare alla geografia nuovi allievi, più cresciuti: gli studenti del corso di laurea in Scienze della Formazione primaria,
che diventeranno insegnanti di scuola primaria e di scuola dell’infanzia. Anche la maggior parte di loro si trascina la mia stessa diffidenza iniziale, frutto di pregresse esperienze scolastiche
di incontro/scontro con una malintesa geografia. E allora devono
riscoprirla nella giusta accezione, devono conquistarla e farsi conquistare, devono testare su se stessi tecniche, metodi e strumenti
lazione dell’equilibrio su cui
si regge l’ossigeno, un’invasione di quell’equilibrio da parte di altre sostanze - metano?
carbone? zolfo? azoto? Secondo
l’intensità di questa invasione,
percepiamo un aroma, un odore, un fetore. È una questione
di molecole, e la felicità, suppongo, scatta nel momento in
cui captiamo allo stato libero
gli elementi che compongono
il nostro essere. E là, allora, ce
n’era un bel numero, in uno
stato di libertà totale, e io avevo la sensazione di essere entrato nel mio stesso autoritratto sospeso nell’aria fredda.
Il fondale era affollato di sagome scure di tetti e cupole,
con un ponte che si arcuava sopra la curva nera di un tratto
d’acqua di cui, da una parte e
dall’altra, l’infinito ritagliava
le estremità. Di notte, in terra
straniera, l’infinito comincia
con l’ultimo lampione, e lì il
lampione distava solo venti metri. C’era una gran quiete. Di
tanto in tanto qualche battello
appena illuminato s’intrometteva a disturbare con le eliche
il riflesso di un grande “Cinzano” al neon che tentava di
assestarsi sulla nera incerata
dell’acqua. Prima che vi riuscisse, sarebbe tornato il silenzio.
Sembrava di arrivare in un paese di provincia, in qualche posto sconosciuto, insignificante - forse al paese natale, dopo
anni di assenza. Questa sensazione non era dovuta minimamente alla mia anonimità, all’incongruenza di una figura
solitaria sui gradini della Stazione: un facile bersaglio per
l’oblio. Ed era una sera d’inverno. E ricordai il primo verso di una poesia di Saba che in
giorni lontani, in una precedente incarnazione, avevo tradotto in russo: “In fondo all’Adriatico selvaggio…” . Nelle profondità, pensai, negli anfratti, nell’angolo remoto dell’Adriatico selvaggio… Se appena mi fossi voltato, avrei vi-
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didattici innovativi. Il mio attuale lavoro alla conduzione del laboratorio di didattica della geografia (oltre che alla supervisione
del tirocinio universitario nelle scuole) non è più difficile, ma è
più complesso: occorre far acquisire reti concettuali adeguate alla lettura dei paesaggi e alla comprensione delle dinamiche territoriali e delle problematiche a scala locale e globale, ma, al contempo, è necessario rendere gli studenti competenti nell’applicazione di efficaci metodologie e delle più aggiornate tecniche informatiche per “insegnare a imparare” a comprendere il mondo.
È indispensabile, innanzi tutto, che riacquistino l’entusiasmo e il
gusto della ricerca e della scoperta, anche in geografia. Dunque,
affinché possano dare avvio a un approccio formativo nuovo, di
cui dovranno farsi portatori nella scuola, sono solita rivolgere anche a loro il mio iniziale input: “guardatevi intorno!”.
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sto la Stazione in tutto il suo
splendore rettangolare fatto di
neon e di urbanità, avrei visto
le lettere di scatola che dicevano VENEZIA.
Ma non lo feci. Il cielo era pieno di stelle invernali, come accade spesso in provincia. Da un
momento all’altro un cane poteva abbaiare in lontananza; oppure poteva farsi vivo un gallo. Con gli occhi chiusi contemplai un ciuffo di alghe impigliato in uno scoglio - alghe
sotto zero che si aprivano a ventaglio contro lo scoglio umido,
forse invetriato dal ghiaccio, in
qualche punto dell’universo,
uno qualunque, non importava.
Io ero quello scoglio, e il palmo della mia mano sinistra era
quel ciuffo, quel ventaglio di
alghe marine.
Poi un grande scafo piatto, quasi un incrocio tra una scatola di
sardine e un sandwich, affiorò
dal nulla e toccò con una gomitata, con un tonfo, uno degli
approdi della Stazione. Un grappolo di persone si gettò di corsa sulla riva e sempre correndo
mi passò davanti, su per gli scalini, verso i treni. Allora vidi
l’unica persona che conoscevo
in tutta la città; la visione fu favolosa.
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