DIPARTIMENTO PER LA RICERCA, L’INNOVAZIONE E L’ORGANIZZAZIONE Direzione Generale per l’Innovazione Tecnologica e la Promozione il ricerca e applicazioni a confronto X SALONE DEI BENI E DELLE ATTIVITÀ CULTURALI 1-3 Dicembre 2006 VENEZIA - VENEZIA TERMINAL PASSEGGERI (VTP) PADIGLIONE 108 A DIPARTIMENTO PER LA RICERCA, L’INNOVAZIONE E L’ORGANIZZAZIONE Il programma di partecipazione a Restaura – X Salone di Beni e delle Attività Culturali Venezia, 1 dicembre - 3 dicembre 2006 è stato organizzato dal: Servizio II - Comunicazione, Promozione e Marketing Dirigente Paola Francesca Zuffo Coordinamento generale: Unità Organica I - Grandi Eventi e Manifestazioni Fieristiche Progettazione e realizzazione opuscolo,materiali grafici e stand Organizzazione convegno e incontri allo stand Responsabile Antonella Mosca con Monica Bartocci, Antonella Corona, Maria Tiziana Natale, Maria Siciliano, Laura Simionato Comunicazione multimediale Alberto Bruni, Renzo De Simone, Francesca Lo Forte, Emilio Volpe Segreteria Amministrativa: Cristina Brugiotti, Annarita De Gregorio, Mauro De Santis, Laura Petracci, Rosaria Pollina, Silvia Schifini,Teresa Sebastiani Rapporti con i media Fernanda Bruno Chiara de Angelis Ufficio per la Comunicazione Anna Conticello con Alessia De Simone Supporto logistico Edoardo Cicciotto, Maurizio Scrocca Supporto operativo allo stand Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Veneto con il contributo di: Edizioni MP MIRABILIA srl Via Ostiense, 131/L - 00154 Roma - www.mpmirabilia.it Finito stampare nel Novembre 2006 - Direzione Generale per l’Innovazione Tecnologica e la Promozione Dipartimento per i Beni Archivistici e Librari Archivio di Stato di Caserta Archivio di Stato di Salerno Archivio di Stato di Rovigo Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III Biblioteca Statale di Montevergine Istituto Centrale per il Restauro Istituto Centrale per la Patologia del Libro Istituto Centrale per la Catalogazione e la Documentazione Opificio delle Pietre Dure Direzione Generale per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico Istituto Nazionale per la Grafica Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo Soprintendenza per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico per l’Abruzzo Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Campania - - - - Soprintendenza per i Beni Archeologici delle province di Napoli e Caserta Soprintendenza per i Beni Archeologici Pompei Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio, per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico di Salerno e Avellino Soprintendenza per i Beni Architettonici e il Paesaggio, per il Patrimonio Storico Artistico e Etnoantropologico delle province di Caserta e Benevento Soprintendenza per i Beni Architettonici ed il Paesaggio e per il Patrimonio Storico Artistico e Etnoantropologico di Napoli e Provincia Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Emilia Romagna Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna Museo Archeologico Nazionale - Ferrara Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Lazio Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini Museo Nazionale d’Arte Orientale Soprintendenza per i Beni Archeologici di Ostia Soprintendenza al Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” Soprintendenza per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico del Lazio Soprintendenza alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio della Liguria Biblioteca Universitaria di Genova Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici delle Marche Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Sardegna Soprintendenza per i Beni, Architettonici e il Paesaggio, il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico per le province di Sassari e Nuoro Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Cagliari e Oristano Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana Centro di Restauro della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio per le province di Firenze, Pistoia e Prato Sprintendenza per i Beni Architettonici per il Paesaggio e per Patrimonio Artistico, Storico ed Etnoantropologico per le province di Pisa e Livorno Soprintendenza per i Beni Ambientali Architettonici, per il Paesaggio, per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico dell’Umbria Soprintendenza per i beni architettonici e per il Paesaggio delle province di Verona, Vicenza e Rovigo - CCTPC – Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale - Legambiente Sponsor: - Call Center – Omnia Netwok S.p.A Società Fassa Bortolo Reply Presentazione Il m Antonia Pasqua Recchia Direttore Generale per l’Innovazione Tecnologica e la Promozione Sommario Il restauro architettonico di sedi di archivi e biblioteche .................................................................................................................................................. Mauro Tosti Croce Atto di vendita di Grimoaldo del 1143: diagnostica e restauro realizzati dal Centro di Fotoriproduzione Legatoria e Restauro degli Achivi di Stato ...................... Giancarlo Impagliazzo, Daniele Ruggero I Diplomi di laurea del Collegio Medico Salernitano ..................................................................................................................................................... Renato Dentoni Litta I progetti internazionali dell’Archivio di Stato di Rovigo. Un archivio per la Carboneria ....................................................................................................... Luigi Contegiacomo La banca dati per la caratterizzazione delle carte orientali ............................................................................................................................................. Gian Franco Priori, Maria Vera Quattrini Cesare Brandi nel centenario della nascita .................................................................................................................................................................. Giuseppe Basile Il microscopio elettronico a pressione variabile (SEM-VP) con detector QBSD e microanalisi EDS per lo studio delle carte antiche ............................................... Flavia Pinzari, Mauro Missori, Mariasanta Montanari La liofilizzazione del materiale cartaceo ...................................................................................................................................................................... M. Bicchieri, Laboratorio di Chimica dell’ICPL M. Monti e Frati & Livi s.r.l. Bologna Il Corpus Chartarum Italicarum: una raccolta di filigrane on-line ....................................................................................................................................... Paola F. Munafò Il restauro conservativo del Globo terrestre della Biblioteca Braidense: la fase di pulitura ..................................................................................................... Simonetta Iannuccelli, Silvia Sotgiu Sperimentazione di soluzioni per velatura e integrazioni di documenti cartacei fortemente danneggiati Federico Botti, Laboratorio per la Conservazione e il Restauro dell’ICPL Francesca Pascalicchio, Laboratorio di Tecnologia dell’ICPL “Venezia: la tutela per immagini. Un caso esemplare dagli archivi della Fototeca Nazionale” .............................................................................................. Paola Callegari Tutela, garanzia, salvaguardia e promozione del patrimonio storico artistico ed etnoantropologico.................................................................................................... Isabella Cianfarani Il restauro dei disegni di Etienne Du Perac inseriti nel Codice Resta di Palermo. Carte da lucido ante litteram; indagini diagnostiche e conoscitive dei supporti................................................................................................................... Fabio Fiorani, Gabriella Pace Un esclusivo restauro di particolari forme da stampa: i cliche’ fotomeccanici ..................................................................................................................... Giuseppe Trassari Filippetto Un intervento di scavo e restauro paleontologico: il giacimento con Hippopotamus antiquus di Ortona (CH)........................................................................... Silvano Agostini, Salvatore Caramiello, Maria Adelaide Rossi Il ciclo pittorico di S. Pellegrino di Bominaco................................................................................................................................................................ Calcedonio Tropea Restauro in Campania un‘attività multiforme.................................................................................................................................................................. Stefano De Caro Una nuova tomba osca dipinta dalla necropoli di Cuma................................................................................................................................................ Paolo Caputo Luigia Melillo La Venus pompeiana di Via dell’Abbondanza: Diagnostica su pitture della domus di Pompei della R.lX, Ins 7 e 11.................................................................. Stefano Vanacore, Stefania Giudice, Pietro Baraldi, Manuela Valentini Statua Marmorea di Marco Nonio Balbo .................................................................................................................................................................... Francesco Lanzetta, Stefano Vanacore, Giuseppe Zolfo Analisi e restauro di un affresco proveniente dalla Casa del Bracciale d’oro di Pompei ....................................................................................................... Pietro Baraldi, Maria Perla Colombini, Stefano Vanacore, Stefania Giudice, Manuela Valentini Pompei: da Asellina a Verecundus. Indagini e sperimentazione sui materiali e sulle metodologie d’intervento e protezione......................................................... Nicola Santopugli, Stefano Vanacore, Stefania Giudice, Manuela Valentini I laboratori didattici “... se faccio, capisco” ................................................................................................................................................................. Maria Pasca Laboratori didattici sulle tecniche esecutive delle opere d’arte.......................................................................................................................................... Giovanni Guardia Restauro della statua in bronzo di Cosimo Fanzago raffigurante Carlo II D’Asburgo ed elementi annessi Giuseppe Muollo La Madonna con Bambino della chiesa di S. Maria della Neve o del Monte - Montella (AV) ............................................................................................... Antonella Cucciniello, Umberto Piezzo Il fascino di un’avventura settecentesca Restauro del verde Parco e Giardino Inglese della Reggia di Caserta POR Campania 2000-2006 Asse II Mis. 2.1 ........... Arch. F. Canestrini Restauro e riqualificazione del complesso borbonico del lago Fusaro: restauro della banchina borbonica, restauro paesaggistico della lecceta, riqualificazione della sponda Ovest POR Campania PIT Campi Flegrei............................................. Maria Teresa Minervini, Savino Mastrullo Chiesa di S. Aniello a Caponapoli. Progetto di restauro e ripristino funzionale................................................................................................................... Ugo Carughi Il recupero di una tela di Ferdinando Sanfelice ridotta in trenta frammenti - Nola,.............................................................................. Chiesa di Santa Chiara Dipingere in grande Il restauro dell’Assunta di Domenico Morelli - Napoli, Palazzo Reale, Cappella Palatina Restauri nell’ex convento di San Mattia a Bologna per la sede della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Emilia-Romagna........................... Corrado Azzollini, Paola Monari I Relitti Galleggianti Riccardo I - L’ultima “Comacina” di Comacchio ................................................................................................................................. Storia di un recupero Daniele Ciocchetti, Alain Rosa Un Progetto integrato “Il restauro delle lastre fotografiche dell’EUR S.p.a..” ........................................................................................................................ Anna Maria Romano La collezione di vetri muranesi del Museo di Arti Decorative della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini.............................................................................................................................................................................. Marisa Zaccagnini Analisi sui dipinti tibetani del XVIII secolo ..................................................................................................................................................................... Claudio Seccaroni Il Portarotolo meccanico per la conservazione di tessili di grandi dimensioni...................................................................................................................... Rosanna Rosicarello Il progetto di restauro e valorizzazione della Casa delle Ierodule ad Ostia........................................................................................................................ Angelo Pellegrino, Soprintendenza per i Beni Archeologici di Ostia Stella Falzone, Università degli Studi di Roma “La Sapienza” Maria Ricciardi, Università degli Studi di Bari Progetto “Cultura 2000”. Come l’acqua che scorre....................................................................................................................................................... Margherita Bedello Responsabile del progetto per Soprintendenza per i Beni Archeologici di Ostia ..................................................................................................................... Evelyne Bukowieki, Hélène Dessales, Julien Dubouloz Ecole Française de Rome Progetto “Educazione al Patrimonio” ........................................................................................................................................................................... Lucia Piastra L’imperatore venuto da lontano. Storia, interventi, prime indagini ..................................................................................................................................... Luciana Rossi “Il restauro delle Tende delle Corporazioni”.................................................................................................................................................................. Adriana Capriotti Esempi dell’attività del laboratorio di restauro: metodologie tecnico-scientifiche innovative Laboratorio di Restauro ............................................................................................................................................................................................. Anna Barbara Cisternino, Luciana Tozzi, Maria Letizia Profiri Paola Carnazza, Rodolfo Corrias, Karmen Corak Abbazia di Santa Maria alla Croce - Tiglieto (GE). Restauro e conservazione di una fornace da campana .......................................................................................................................................................................................................... Piera Melli, Francesca Bulgarelli, Lorenza Panizzoli Restauro e sistemazione della Porta della Lanterna e Fortificazioni .................................................................................................................................... Mauro Moriconi Teatro “Gabriello Chiabrera” (SV) Intervento di ricomposizione, consolidamento e restauro del velario dipinto della sala e restauro complessivo della facciata ........ Rossella Scunza, Paola Parodi Chiesa di Nostra Signora delle Grazie e S. Egidio - San Remo Loc. Bussana Vecchia (IM) .................................................................................................. “Lavori di restauro murature, stucchi, decorazioni e copertura” Roberto Leone La Cattedrale di Santa Maria Assunta di Sarzana ......................................................................................................................................................... Giorgio Rossini Cattedrale basilica di S. Maria Assunta - Sarzana ........................................................................................................................................................ Il restauro del soffitto ligneo. Nuova sede della Biblioteca Universitaria nell’ex Hotel Colombia - Genova .............................................................................. Gianni Bozzo, Giorgio Mor Restauro della Cappella di San Tommaso o della “Incoronazione” - Cattedrale di Santa Maria Assunta di Sarzana Paola Parodi, Stefano Vassallo Cattedrale di Santa Maria Assunta di Sarzana Cappella della “Purificazione” Paola Parodi, Stefano Vassallo Cattedrale di Santa Maria Assunta di Sarzana Presbiterio. Relazione sui restauri degli stucchi policromi e dorati, delle decorazioni marmoree e del coro ligneo Paola Parodi, Stefano Vassallo La basilica della Santissima del Vastato in Genova........................................................................................................................................................ Giorgio Rossini Un progetto integrato di ricerca ed educazione al patrimonio culturale ............................................................................................................................. Marina Mengarelli, Michela Mengarelli Restauri in Piemonte ................................................................................................................................................................................................. Mario Turretta Castello di Agliè, Ospedaletto - Agliè (To) ................................................................................................................................................................... Daniela Biancolini Necropoli Longobarda - Collegno (To) ........................................................................................................................................................................ Luisella Pejrani Baricco Forte di Fenestrelle ................................................................................................................................................................................................... Gennaro Napoli Palazzo Reale Cancellata Reale E Sala Da Ballo - Torino ............................................................................................................................................... Daniela Biancolini Filatoio di Caraglio - Caraglio (Cn) ............................................................................................................................................................................ Fabrizio Pellegrino, Elena Frugoni Santuario della Madonna degli Angeli - Cuneo......................................................................................................................................................................... Gennaro Napoli, Fernando Delmastro Palazzo del Governatore - Mondovì (Cn)..................................................................................................................................................................... Laura Moro, Walter Canavesio Palazzo della Marra Conservazione e restauro del soffitto carenato e dipinto Intervento conservativo sui dipinti murali e cassettonato.......................................... ligneo - Barletta (Ba) Musealizzazione e apparato didattico esplicativo............................................................................................................................. Filomena Sardella Il restauro della Chiesa dell’Incoronata a Nardò ........................................................................................................................................................... Augusto Ressa Il Restauro in Sardegna............................................................................................................................................................................................. Paolo Scarpellini Il restauro della monumentale facciata della Basilica di Sant’Antioco di Bisarcio - Ozieri (SS)................................................................................................ Bruno Billeci Compendio Garibaldino di Caprera........................................................................................................................................................................... Locomobile n° 20 costruito presso la Ditta dei fratelli Giacomelli a Treviso......................................................................................................................... Wally Paris, Pietro Usai L’eredità culturale è strategia per il futuro...................................................................................................................................................................... Antonietta Boninu Il nuraghe Nuracale di Scano Montiferro (OR) .............................................................................................................................................................. Alessandro Usai Il complesso di Nuraghe Pìdighi di Solarussa (OR) ........................................................................................................................................................ Alessandro Usai Laboratorio Toscana................................................................................................................................................................................................. Mario Lolli Ghetti Santi Girolamo e Giovanni Battista............................................................................................................................................................................. La ricollocazione della materia pittorica sulla tavola con la tecnica del “trasporto” .............................................................................................................. Giovanni Antonio Bazzi, detto Il Sodoma (Vercelli 1477-Siena 1549) Madonna col Bambino, San Sigismondo, San Rocco e sei confratelli della compagnia di San Sebastiano ............................................................................. Mario Celesia, Antonio Natali, Maria Grazia Vaccari Grandi e piccoli bronzi del Museo Archeologico Nazionale di Firenze ............................................................................................................................ Anna Rastrelli La Cappella Dei Principi in San Lorenzo a Firenze ........................................................................................................................................................ Vincenzo Vaccaro La Limonaia di Boboli - Firenze .................................................................................................................................................................................. Paola Grifoni Comunicare il restauro: il progetto piazza dei miracoli................................................................................................................................................... Clara Baracchini Gestire e condividere i restauri: una piattaforma in rete.................................................................................................................................................. Clara Baracchini La Cattedrale di Pisa nella Piazza dei Miracoli: un rilievo 3D per l’integrazione con i sistemi informativi di documentazione storica e di restauro .......................... Clara Baracchini Il restauro del Portale Maggiore del Palazzo dei Priori - Perugia ...................................................................................................................................... Vittoria Garibaldi Tutela del patrimonio storico della Prima guerra mondiale sugli altopiani vicentini legge 78 del 7 marzo 2001................................................... Call Center 800 99 11 99 ................................................................................................................................................................ Marco Bordi Il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale ................................................................................................................................. Ugo Zottin Cultura senza confini.......................................................................................................................................................................... Nuove modalità di comunicazione ....................................................................................................................................................... Dipartimento per i Beni Archivistici e Librari Dipartimento per i Beni Archivistici e Librari Capo del Dipartimento ad interim: Giuseppe Proietti Via dell’Umiltà, 33 00186 Roma tel. 06 696541 fax 06 6792336 www.diparchivibiblioteche.beniculturali.it segdipab@beniculturali 8 Il restauro architettonico di sedi di archivi e biblioteche Mauro Tosti Croce Nell’ambito della Direzione generale per gli archivi e della Direzione generale per i beni librari e gli istituti culturali operano un Ufficio tecnico per l’edilizia archivistica e uno per l’edilizia bibliotecaria, costituiti da funzionari già attivi presso le Soprintendenze per i beni architettonici. Nel quadro dell’attività di tali uffici un tema di particolare rilevanza è il recupero architettonico degli edifici monumentali sedi di archivi e biblioteche: l’intervento edilizio deve infatti conciliarsi con le specifiche esigenze funzionali di istituti preposti alla conservazione documentaria e alla fruizione del pubblico. Di questa attività di restauro si intendono presentare alcuni esempi particolarmente significativi che possono fornire un’idea dei lavori attualmente in corso per adeguare edifici preesistenti alle più moderne esigenze richieste dagli istituti archivistici e bibliotecari. Per gli Archivi di Stato si presentano sette progetti uniformamente distribuiti su tutto il territorio nazionale che evidenziano i vari tipi di intervento edilizio necessari sia a ristrutturare le vecchie sedi sia ad adibire alle nuove funzioni culturali complessi architettonici ormai in disuso. Per il settore bibliotecario vengono illustrati tre progetti di recupero riguardanti la Discoteca di Stato – Museo dell’Audiovisivo, che avrà la sua nuova sede nel Palazzo della Civiltà del Lavoro a Roma, la Biblioteca Universitaria di Genova che sarà ospitata in un ex albergo di lusso e la Biblioteca Nazionale “Sagarriga Visconti Volpe” di Bari che costituirà insieme all’Archivio di Stato un polo culturale di alta rilevanza negli spazi dell’ex Centro annonario della città. Si tratta in quest’ultimo caso di una scelta particolarmente innovativa che favorirà, anche da un punto di vista logistico, una più stretta integrazione tra il mondo bibliotecario e quello archivistico, dando così vita, a tutto vantaggio dell’utenza, a un unico sistema condiviso, nel segno di una sempre maggiore collaborazione e interazione tra questi due settori. Dipartimento per i Beni Archivistici e Librari Atto di vendita di Grimoaldo del 1143: diagnostica e restauro realizzati dal Centro di Fotoriproduzione Legatoria e Restauro degli Achivi di Stato Archivio di Stato di Caserta Giancarlo Impagliazzo, Daniele Ruggero Il laboratorio di chimica e tecnologia ha esaminato un documento appartenente al Fondo diplomatico (atto di vendita) dell’A.S. di Caserta datato 1143, costituito da pergamena sul cui verso è adeso un foglio di carta antica. La pergamena presenta ampie gore d’acqua con un pronunciato sbiadimento degli inchiostri che arriva in alcune zone alla quasi completa cancellazione della scrittura. La carta è costituita da un impasto misto di fibre di cotone e di canapa e/o lino. Si tratta di una carta a mano vergata realizzata con un telaio costituito da vergelle con una frequenza di 9 per cm lineare e con una distanza tra le catenelle uniforme e pari a 2,5 cm. La filigrana è assente, ma visto che si tratta di una porzione di un foglio più grande, questa potrebbe trovarsi nella parte mancante. Non è stato possibile determinare la natura del collante della carta sia perché il campione prelevato per le analisi era estremamente ridotto, sia perché l’adesivo utilizzato per incollare la carta alla pergamena (amido) mascherava il responso analitico. La carta è sicuramente posteriore al 1143 per diversi motivi: la presenza del cotone nell’impasto fibroso esclude trattarsi di una carta di tipo arabo (XII secolo), ma certamente successiva agli ultimi anni del 1200. La conformazione del telaio è abbastanza raffinata (elevata frequenza delle vergelle e distanza delle catenelle regolare) per essere una carta del XII secolo. Nel tentativo di migliorare la leggibilità del testo sono state effettuate delle scansioni digitali ad alta risoluzione sia nel visibile che alla fluorescenza eccitata alla luce ultravioletta. La riproduzione in fluorescenza, in questo caso, non dà un significativo miglioramento della leggibilità. Comunque la ripresa digitale ad alta risoluzione (400 dpi nel visibile e 250 dpi in fluorescenza) agevola la lettura poiché sul monitor l’immagine appare fortemente ingrandita. È stata, inoltre, operata una elaborazione di immagine della scansione in fluorescenza denaturando il colore e aumentando il contrasto. La leggibilità non è, però, migliorata in modo apprezzabile. Operazioni di restauro: Pulizia, spianamento, lavaggio e deacidificazione, sarcitura dei tagli e delle lacerazioni, consolidamento dei margini. Indagine chimica, tecnologica e alla fluorescenza ultravioletta Direttore: Dott. L. Residori G. Impagliazzo D. Ruggiero Intervento di restauro Direttore: C. Prosperi Restauratore: Gabriella Rava Legatore: Milena Brigazzi Direttore: Imma Ascione Via Appia, 1 81100 Caserta tel./fax 0823 355665 [email protected] 9 Dipartimento per i Beni Archivistici e Librari Archivio di Stato di Salerno Laboratorio di restauro Raimondo Milio di Roma Direttore: Dott.ssa Maria Luisa Storchi Responsabile per il restauro: Dott. Renato Dentoni Litta Direttore: Maria Luisa Storchi Piazza Abate Conforti, 7 84121 Salerno tel. 089 225147 fax 089 226641 10 I Diplomi di laurea del Collegio Medico Salernitano Renato Dentoni Litta Il Collegio Medico, organo amministrativo della Scuola Medica Salernitana, fu soppresso con decreto del 29 novembre 1811 e la documentazione prodotta fu trasferita, per disposizione del ministro dell’interno Zurlo, a Napoli dove rimase fino al 1943, quando fu identificato tra i documenti dello studio napoletano, e consegnata all’Archivio di Stato di Salerno. L’archivio superstite consta di 49 volumi cartacei (1476-1811) e di 15 diplomi, compresi tra il secolo XV e gli inizi del secolo XIX, di laurea in “philosophia et medicina”, “medicina”, “philosophia”, “chirurgia”, “phisica” e “ars aromataria”. Tutti i diplomi sono in pergamena di varie dimensioni, privi del sigillo del Collegio che recava la legenda HYPPOCRATICA CIVITAS. Il progetto di restauro è stato sviluppato tra il 1980 e il 1990: ha riguardato prima il cartaceo e successivamente le pergamene, tra queste ultime si è evidenziato il diploma di laurea in filosofia e medicina di Francesco Antonio Candido, figlio di Samuele Candido, terrae Vinealis Baroniae Sancti Cipriani, datato 1 dicembre 1665, rilasciato dal priore Tommaso Gattola, promotore Tommaso Cascetta, notaio Tiberio Attolino. La pergamena, di grandi dimensioni (mm.840x680), presenta la formula iscritta in una cartella a forma di scudo araldico sorretto dalle zampe di un’aquila bicipite sveva dalle penne nere con riflessi dorati, con le teste sormontate da una corona imperiale. Agli angoli vi sono quattro medaglioni raffiguranti i santi protettori: San Francesco d’Assisi, Sant’Antonio da Padova, San Carlo Borromeo e Santa Caterina. In alto al centro, tra le due teste dell’aquila, vi è il medaglione con la SS.Trinità e in basso lo stemma della famiglia Candido: due leoni rampanti che si affrontano su di un’ara. Il diploma presenta una decorazione policroma con fiori e frutta. L’inchiostro usato è di colore bruno, il nome del priore e del candidato, la parola PUBLICE ed alcune lettere iniziali sono scritte in caratteri dorati. La pergamena prima del restauro presentava molteplici piegature che avevano provocato anche degli strappi e delle lacune. Il supporto pergamenaceo era irrigidito e una patina rendeva poco leggibile lo scritto e opachi i colori. Le operazioni di restauro sono state precedute dalle analisi di laboratorio per individuare la solubilità degli inchiostri e dei colori, il grado di acidità presente sia negli inchiostri sia nel supporto, la presenza attiva di muffe. Dopo aver redatto la scheda di laboratorio si è dato inizio alla fase di lavaggio, per ridurre la patina opaca che ricopriva interamente la pergamena, e l’umidificazione, per consentire, in fase di asciugatura, l’eliminazione delle piegature. Le sarciture e i rattoppi sono stati eseguiti con apposizione, sul recto di carta giapponese e pergamena. Ogni fase dell’intervento è stata sempre seguita da un attento monitoraggio per valutare i risultati conseguiti e pianificare gli interventi successivi. La conservazione attuale avviene, al fine di consentire la posizione distesa ed evitare qualsiasi piegatura, in cassettiere metalliche di grandi dimensioni ubicate in ambienti controllati con appositi termoigrografi, per garantire livelli ottimali di temperatura ed umidità relativa. Dipartimento per i Beni Archivistici e Librari I progetti internazionali dell’Archivio di Stato di Rovigo Un archivio per la Carboneria Archivio di Stato di Rovigo Luigi Contegiacomo Da sempre l’Archivio di Stato di Rovigo dedica ampio spazio nelle sue attività culturali al Risorgimento ed in particolare a quelli che si possono definire i primi vagiti della coscienza nazionale: i moti carbonari del 1818-21. Grazie al progetto messo a punto da Luigi Contegiacomo, direttore dell’Archivio di Stato, in collaborazione con l’Associazione Culturale Minelliana e patrocinato e finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, nel 2004 è stato possibile digitalizzare e microfilmare presso l’Archivio di Stato di Milano il grande patrimonio storico costituito dagli incartamenti relativi ai processi politici istruiti in seconda istanza presso il Senato lombardo-veneto di Milano, documentazione che rappresenta sicuramente un unicum quanto a ricchezza di informazioni per la comprensione del fenomeno carbonico che interessò l’alta Italia ed il Veneto in particolare. Ora i microfilm e i CD con tali riproduzioni (cui si è aggiunta la riproduzione di bibliografie “storiche” oramai introvabili sull’argomento) sono a disposizione di ricercatori e storici presso il Centro Studi sulla Carboneria in via di allestimento all’ultimo piano dell’Archivio di Stato di Rovigo e che sarà gestito insieme all’Associazione Minelliana. Questo tuttavia non è che l’inizio di un ambizioso piano per la rivalutazione del fenomeno settario e la sua giusta collocazione nella storia nazionale; infatti la seconda fase prevede ora la digitalizzazione dell’importantissima documentazione relativa ai prigionieri politici italiani detenuti dal 1821 al 1854 ca. allo Spielberg, fortezza-carcere di Brno in Moravia (oggi Repubblica Ceca). I carteggi, disposti grossomodo in ordine cronologico e in lingua ora tedesca, ora italiana, per lo più di agevole lettura grazie alla bella grafia ufficiale del tempo (almeno per verbali, costituti, relazioni, registri etc.) e all’ottimo stato di conservazione di supporti e inchiostri, è costituita da circa 20.000 carte tra cui costituti, verbali di inchieste e visite mediche, rapporti carcerari, relazioni di polizia, verbali di perquisizioni e sequestri, minute (talora originali censurati) di lettere di patrioti e dei rispettivi familiari. Tali fonti costituiranno, una volta riprodotte, sempre grazie al contributo economico significativo della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, il secondo nucleo, non meno importante, del Centro Studi e permetteranno di completare il panorama della documentazione “austriaca” sui martiri del nostro Risorgimento. Progetto emigrati Da almeno quindici anni il tema della “grande emigrazione” dal Polesine di fine Ottocento è oggetto di coinvolgenti incontri e laboratori didattici che utilizzano l’abbondante documentazione presente presso l’Archivio di Stato di Rovigo, perché, oltre che costituire uno dei maggiori fenomeni di massa (un terzo dell’intera popolazione residente in Polesine) che caratterizzarono tale periodo e che toccarono prevalentemente le classi rurali, ben si presta ad un confronto con l’emi- Direttore: Luigi Contegiacomo Via Sichirollo, 9 45100 Rovigo tel. 0425 24051 fax 0425 25613 [email protected] 11 Dipartimento per i Beni Archivistici e Librari grazione seguita alla grande alluvione del Po del 1951 e ad un uso educativo ponendola a confronto con il fenomeno dell’immigrazione extracomunitaria di oggi. A ciò si aggiunge l’attenzione per così dire amministrativa dell’Archivio di Stato dovuto all’impressionante numero di richieste di certificazione anagrafica da parte di discendenti degli emigrati di fine Ottocento verso il Brasile e che hanno spinto l’Archivio a creare una grande banca dati delle richieste e a far da tramite con comuni e parrocchie per l’acquisizione e la trasmissione agli interessati delle certificazioni. Nella seconda metà del 2006 inoltre si è stipulata una convenzione con l’Archivio di Stato di Padova, detentore delle liste di leva dell’ex Distretto militare di Rovigo (1854-1920), per l’acquisizione e l’utilizzo della poderosa banca dati informatica messa a punto presso tale Istituto per la gestione delle liste di leva e che consente oggi al nostro istituto, che detiene le liste di leva dal 1921 al 1935 – anch’esse oggi informatizzate – di rispondere in tempo quasi reale alle istanze dell’utenza. Il progetto messo a punto, sinora solo informalmente, prevede ora l’estensione della banca dati con l’indicizzazione delle fonti anagrafiche della Curia di Rovigo (1819-1870) con cui si stanno mettendo a punto strategie comuni e con cui si stanno cercando i relativi necessari finanziamenti. 12 Dipartimento per i Beni Archivistici e Librari Rinascimento Virtuale Maria Rosaria Grizzuti Il progetto Rinascimento Virtuale, finanziato dell’Unione Europea su proposta dell’Università di Amburgo e destinato alla creazione di una banca dati dei palinsesti greci nella quale le descrizioni catalografiche sono integrate dalle riproduzioni delle carte più significative, ha visto i partner italiani impegnati nel censimento dei codici posseduti e nello sviluppo e perfezionamento delle tecniche di ripresa digitale e di restauro virtuale. L’Istituto Centrale per il Catalogo Unico ha inoltre realizzato una versione del software di descrizione dei manoscritti MANUS destinata alla catalogazione dei palinsesti in lingua greca. Una mostra allestita presso la Biblioteca nazionale centrale di Roma nell’ottobre 2004 e visitabile sul sito della biblioteca MediceoLaurenziana (www.bml.firenze.sbn.it.), ha illustrato le attività svolte e consentito di valutare i risultati raggiunti. Le riproduzioni dei Codici (consultabili in rete http://palin.iccu.sbn.it). A questo indirizzo è inoltre possibile accedere alle informazioni relative all’intero progetto e al suo svolgimento), permettono di prendere visione non solo dei ‘prodigi’ del restauro virtuale – scrittura superiore e inferiore, separatamente ricostruite, danno forma a manoscritti apparentemente reali – ma anche di valutare le possibilità offerte da Mondo Nuovo, una particolare apparecchiatura di ripresa messa a punto dalla ditta Fotoscientifica Record di Parma ed assegnata dal MiBAC anche alla Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, dove è a disposizione del personale e degli studiosi. La BNN, inoltre, ha messo a punto una sintetica guida all’uso di questa apparecchiatura ed un regolamento che ne disciplina le modalità di utilizzo anche in relazione alle esigenze di tutela dei documenti. Mondo Nuovo, ultima e perfezionata evoluzione di macchinari analoghi, grazie ai suoi automatismi di funzionamento consente ad un utente non tecnico la lettura delle scritture sbiadite o ossidate mediante l’utilizzo combinato di lampade a luce bianca, a raggi ultravioletti o infrarossi e a rapporti di ingrandimento molto elevati. Il documento da esaminare viene posizionato su di un piano di cristallo, a cui sono sottoposti telecamera e gruppi di illuminazione; l’area di scrittura che si vuole leggere o riprodurre deve essere rivolta verso il basso e tenuta stabile – se necessario – con pesi costituiti da sacchetti in velluto riempiti di pallini di piombo. Selezionato il tipo di documento che si desidera osservare, o meglio, la sua tipologia dal punto di vista dello stato fisico (palinsesti, scritture acide, ecc.) i software che governano la macchina definiscono automaticamente le condizioni ottimali di ripresa. Lo studioso può tuttavia scegliere di variare il tipo di illuminazione, di intervenire su luminosità e contrasto, oltre che utilizzare gli strumenti di miglioramento dell’immagine disponibili. Mondo Nuovo permette sia la stampa – anche di qualità fotografica – delle immagini che il loro salvataggio su CD-rom (formato tif), ed anche l’inserimento di una nota descrittiva. Non deve tuttavia essere considerata uno strumento per la fotografia digitale, essendo la sua destinazione d’elezione la lettura e la consultazione. Infatti la ripresa del documento da esaminare procede con la visualizzazione successiva di riquadri di pochi centimetri di lato, riquadri le cui dimensioni Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III Direttore: Mauro Giancaspro Piazza Plebiscito, 2 80100 Napoli tel. 081 7819312 fax 081 403820 [email protected] www.bnnonline.it 13 Dipartimento per i Beni Archivistici e Librari decrescono ovviamente con il crescere dell’ingrandimento. Inoltre, benché possibile, il procedimento di ripresa complessiva di un intera pagina (mosaico) ha tempi molto lunghi – in qualche caso ore - e non è pertanto vantaggioso. La Biblioteca nazionale di Napoli ha testato le potenzialità di Mondo Nuovo esaminando scritture ossidate e carte acide, legature e palinsesti, sia greci che latini, uno dei quali trattato in passato con la tintura di Giobert, che ha lasciato una coloritura bluastra sulla pergamena. La macchina si è rivelata di grande efficacia per la lettura e per la riproduzione delle carte acide e degli inchiostri ossidati, consentendo di evidenziare la scrittura in carte in cui il colore di fondo e le linee di scrittura sono a volte quasi indistinguibili. A differenza della riproduzione analogica realizzata alla luce naturale o con lampade a luce bianca, nella quale la brunitura del fondo rende difficile la lettura delle linee di testo, l’illuminazione con gli infrarossi consente di evidenziare queste ultime e permette una riproduzione di perfetta leggibilità. Il limite imposto dalla struttura stessa della macchina non ne consente, purtroppo, l’utilizzo per quei manoscritti in cui il processo di ossidazione ha già intaccato l’integrità della carta. La necessita, infatti, di far ruotare il volume perché possa essere esposto alla luce e all’attrezzatura per la ripresa, espongono il manoscritto al rischio di caduta e perdita di frammenti del foglio. L’impiego delle lampade a raggi ultravioletti per l’esame dei palinsesti evidenzia tracce di scrittura non altrimenti percepibili e pressoché invisibili ad occhio nudo. Inoltre, la possibilità di intervenire su luminosità e fuoco e di modulare manualmente le proporzioni dei colori fondamentali, accresce la leggibilità dei codici riscritti e delle scritture sbiadite. Un ulteriore aiuto alla decifrazione dei documenti viene dall’utilizzo dell’opzione che consente di convertire la visualizzazione da positivo in negativo, in particolare se associata ad un progressiva eliminazione del colore che porti ad ottenere di fatto un’immagine in bianco e nero. Mondo nuovo è purtroppo inefficace nel caso in cui la scrittura inferiore sia stata raschiata. La BNN ha sperimentato un interessante allargamento delle possibilità di uso di Mondo Nuovo verificandone l’efficacia nell’esame delle legature decorate a secco o in oro. L’utilizzo degli infrarossi, integrato dall’illuminazione a luce radente e da un forte ingrandimento, permette di evidenziare tutti particolari della struttura dei ferri e delle modalità di impressione e di combinazione dei motivi decorativi. Diventano in questo modo evidenti anche tracce di foglia d’oro non più visibili ad occhio nudo. È nostra intenzione approfondire questo tipo di utilizzo nell’ambito dello studio e della catalogazione della raccolta di legature di pregio – in particolari di quelle medievali – possedute dalla biblioteca. 14 Dipartimento per i Beni Archivistici e Librari Le immagini multispettrali dei papiri ercolanesi Agnese Travaglione Come è stato osservato, la papirologia è tra i settori dell’antichistica che si sono particolarmente avvalsi delle possibilità offerte dalla moderna tecnologia nel campo dell’informatica e della ripresa digitale. Con crescente frequenza è dato ritrovare nel web, accanto a pagine informative sulle collezioni papiracee e ai siti dedicati ai grandi progetti per la creazione di banche dati e cataloghi on line, notizie dettagliate sulle tecniche di riproduzione ed elaborazione utilizzate per l’acquisizione e il trattamento delle immagini. Un contesto internazionale nel quale l’Officina dei Papiri Ercolanesi della Biblioteca Nazionale di Napoli si inserisce con i suoi progetti di digitalizzazione dei papiri e dei loro disegni, realizzati in collaborazione con l’Institute for the Study and the Preservation of Ancient Religious Texts della Brigham Young University in Provo (UTAH). Le riprese, eseguite tra il 2000 e il 2004, hanno riguardato l’intera collezione dei papiri svolti. Si tratta dei papiri rinvenuti ad Ercolano tra il 1752 e il 1754 in uno stato di combustione parziale dovuto alle elevate temperature dei flussi piroclastici da cui essi furono ricoperti durante l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. Fino ad oggi sono stati svolti circa 1000 papiri dalla consistenza assai varia, poiché dal singolo frammento, alto pochi centimetri, si va al papiro aperto in più pezzi – a volte alcune decine – anch’essi assai vari nelle dimensioni e nello stato di conservazione. Attualmente l’accesso all’archivio è consentito in Officina tramite consultazione locale di 346 CD Rom contenenti oltre 30.000 immagini in formato TIFF. La tecnologia Multispectral Imaging (MSI), messa a punto dalla NASA per l’esplorazione spaziale della superficie dei pianeti e adottata in campo archeologico fin dagli anni 90 del secolo scorso, era stata applicata con successo dal team della BYU ai papiri carbonizzati di Petra e, dopo l’esperienza ‘ercolanese’, è stata testata anche sui papiri delle biblioteche di Oxford. Essa si fonda sulla possibilità di leggere il testo sulla banda dell’invisibile per la cattura delle informazioni che, pure presenti negli originali, non risultano percepibili dall’occhio umano. Il cuore del sistema è costituito da un disco a più filtri inserito tra la camera e l’obiettivo, regolabile su diverse posizioni che consentono di attraversare lo spettro della luce dalla banda dell’ultravioletto a quella dell’infrarosso. Grazie ad esso, sulla base della differenziata capacità dei materiali di assorbire le radiazioni ultraviolette o infrarosse, è possibile individuare la lunghezza d’onda più idonea a fare risaltare le informazioni veicolate dal supporto carbonizzato. In genere i papiri ercolanesi hanno risposto in maniera più soddisfacente sulle lunghezze d’onda 950-1000 nm. Per i pezzi di maggiori dimensioni, al fine di conservare un’alta risoluzione spaziale, sono state eseguite più riprese da ricomporre poi in un’unica veduta d’insieme secondo la tecnica del mosaico. Per tutte le fasi del progetto, fin dai primi test eseguiti su materiali in differente stato di conservazione e, dunque, con un differenziato grado di leggibilità l’obiettivo fondamentale è stato l’aumento delle informazioni. Sul piano scientifico i risultati conseguiti sono stati considerati rilevanti dai papirologi, che ne sono in definitiva i principali Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III Diagnostica Officina dei Papiri Ercolanesi “Marcello Gigante” Institute for the Study and the Preservation of Ancient Religious Texts della Brigham Young University in Provo (UTAH) Progetto e direzione: Agnese Travaglione Direttrice dell’Officina dei Papiri Ercolanesi “Marcello Gigante” Direttore: Mauro Giancaspro Piazza Plebiscito, 2 80100 Napoli tel. 081 7819312 fax 081 403820 [email protected] www.bnnonline.it 15 Dipartimento per i Beni Archivistici e Librari destinatari. Agli indubbi vantaggi derivanti dal potenziamento dei segni deboli e dall’applicazione delle tecniche di manipolazione delle immagini, sulle quali si può intervenire con Adobe Photoshop per un maggiore contrasto tra il nero del supporto e il nero dell’inchiostro, si aggiunge la non meno significativa possibilità di avere a disposizione, per la prima volta, immagini da consultare a distanza, al monitor della propria postazione di lavoro, anche se a sussidio degli studi e delle verifiche da eseguire obbligatoriamente sugli originali. Ogni studioso ha, infatti, facoltà di richiedere una copia della versione digitale del papiro o dei papiri oggetto dei suoi studi. I lavori degli ultimi anni costituiscono nella loro totalità un indubbio riconoscimento dell’apporto, in alcuni casi essenziale, fornito dalla tecnologia multispettrale alla lettura del testo; non mancano, tuttavia, i richiami alla necessità di un uso corretto delle immagini e le avvertenze sui limiti imposti dalle condizioni stesse del materiale ad una piena cattura delle informazioni. Al problema proprio dei materiali carbonizzati, quello cioè dello scarso contrasto tra supporto e inchiostro, si aggiunge nel nostro caso una irregolarità stratigrafica dovuta alla non corretta posizione di pezzetti di papiro che, durante lo svolgimento, si sono staccati dal foglio di appartenenza e sono rimasti attaccati alla voluta superiore o a quella inferiore. Nella lettura delle immagini, siano esse eseguite sullo spettro del visibile o sulla banda dell’infrarosso, in presenza di più strati attaccati l’uno sull’altro, è difficile distinguerne i margini e stabilire se la scrittura appartenga allo strato di cui si sta studiando il testo o piuttosto ad uno sovrapposto o sottoposto. Per di più le pieghe della superficie, che nei papiri ercolanesi si presenta non piana, corrugata e talora spezzata in lunghi solchi, possono influire sulla riproduzione delle lettere alterandone la forma o anche la distanza tra l’una e l’altra, con conseguente rischio di cattive letture e di erronee integrazioni. Appare chiaro, pertanto, che le immagini multispettrali debbono considerarsi come uno strumento di integrazione conoscitiva, di cui giovarsi sulla base di un continuo confronto tra i dati acquisiti con la tecnica digitale e quelli derivanti dall’osservazione autoptica. Le immagini multispettrali dei papiri ercolanesi sono talvolta valide così come sono state archiviate, altre volte necessitano di trattamenti di elaborazione. La visualizzazione delle linee della subscriptio che si legge alla fine del (Papyrus) Herc (ulanensis) 1427 rappresenta un caso evidente di ottimizzazione qualitativa dei segni. Da essa apprendiamo il nome dell’autore (Filodemo), il titolo (Sulla retorica), la tipologia (stesura definitiva), il numero del libro (primo), il numero delle linee (4000) e delle colonne ([2]37) in questa copia. L’immagine di uno dei frammenti del PHerc. 1491 è, a sua volta, un’indubbia dimostrazione della crescita delle informazioni grazie al procedimento MSI. In fase di acquisizione dell’immagine si è vista affiorare sul monitor un’estesa porzione di scrittura in caratteri greci, laddove nel catalogo dei papiri ercolanesi al nr. 1491 è registrato un papiro latino, poco leggibile, in cattivo stato di conservazione (figg. 3-4). Si è potuto così stabilire che il papiro identificato con tale numero consta in realtà di più pezzi appartenenti ad almeno 4 rotoli differenti, uno dei quali latino. Da questo primo livello di restauro virtuale, consistente nel recupero dei dati informativi, è possibile procedere ad una fase successiva nella quale il testo è restituito sulla base dell’analisi congiunta delle informazioni digitali e di quelle autoptiche. Frutto di appassionata acribia, anche le congetture testuali cedono al fascino della ricostruzione grafica o virtuale per presentarsi in una veste più accattivante. In particolare le tecniche di montaggio e di elaborazione delle immagini possono, in presenza di sottoposti o sovrapposti, restituirci la scrittura nuovamente visualizzata nel suo corretto dispiegarsi. 16 Dipartimento per i Beni Archivistici e Librari Monte di Pietà della Chiesa di Costantinopoli Bianca Corcione La Biblioteca statale di Montevergine con annesso archivio per la tutela e conservazione del patrimonio predispone annualmente progetti di restauro del materiale librario e archivistico, progetti che in base agli accreditamenti e finanziamenti del ministero vengono affidati secondo la normativa vigente e con bandi a ditte esterne, nel 2001 con fondi dei proventi 8x1000 è stata espletata una gara di appalto per il restauro del materiale documentario del fondo archivistico Monte di Pietà della Chiesa di Costantinopoli. I Monti di Pietà istituiti dai francescani sorsero e si svilupparono in Italia nella seconda metà del XV secolo per assolvere attività di credito su pegno a favore dei ceti bassi e medi. Questa pia istituzione, con le stesse prerogative e privilegi del sacro Monte di Pietà di Napoli fondato nel 1545, rappresentò per la città di Avellino un vero toccasana per la povera industria locale e l’annesso commercio che scarseggiava per mancanza di strade e mezzi di trasporto; infatti supportò l’agricoltura, sostenne il commercio e tutte quelle attività poco redditizie. Il pio istituto perché dal 1616 istituì “il Monte di Maritaggio, famiglie nobili e facoltose, gli stessi confratelli e i regnanti in occasioni particolari donavano parte dei loro averi o destinavano somme annue al Monte come aiuto per le giovani bisognose. Nel 1938 con la legge n. 745 del 10 maggio i Monti di Pegni furono denominati in modo ufficiale Monti di Credito su Pegni, furono elevati ad enti di diritto pubblico vigilati dalla Banca d’Italia; a seguito delle condizioni socio-economiche del periodo si ebbe un lento ma irrefrenabile decadimento di questo istituto che fu liquidato nel 1966. Il fondo manoscritto e a stampa, importante ed unico per la storia d’Avellino e provincia, comprendente elenchi di pegni, alberano, libri di esiti nonché atti di matrimonio, dalla fine del 1500 al 1900, attesta un pezzo di vita cittadina nel suo aspetto economico-sociale. La documentazione del Monte di Pietà di S. Maria di Costantinopoli era conservata ammassata nella cripta cimiteriale dell’omonima chiesa, accantonata in un angusto locale senza aria e senza luce rischiando di andare persa per sempre. Il presidente del Monte e uomo di cultura, professore Alfonso Biondi rammaricato per la precarietà di conservazione del fondo, certo che i documenti lasciati nella cripta, sarebbero divenuti pasto per topi o fuoco per gli operai, decise nel 1959 di consegnarlo per una degna collocazione e sicura conservazione alla Biblioteca di Montevergine che ora li custodisce. Acqua, umidità, intanto, avevano già procurato gravi danni alla maggior parte delle carte, molte erano sfaldate e vicine alla decomposizione quindi non si poteva in quelle condizioni darle in fruizione agli utenti né procedere ad una sistematica catalogazione. D’altronde per dare inizio al restauro era necessario effettuare un’analisi accurata dei faldoni, ma il tempo, la gran mole di materiale librario da restaurare e gli accreditamenti non sempre adeguati, non consentivano di dare inizio ad un lavoro così importante. Nel 2000 la Biblioteca, sfruttando la possibilità offerta dalla legge Veltroni (fondi del lotto utilizzati per procedere al restauro di beni culturali), presentò al Consiglio dei Ministri, per tramite il Servizio II della Direzione Generale Beni Librari, un progetto di Biblioteca Statale di Montevergine Restauro realizzato da Ce.Re.Lib.AV Centro di restauro del libro di Manzione Leonida Direttore: padre Placido Tropeano Via Domenico Antonio Vaccaro, 9 83013 tel. 0825 787191-789933 fax 0825 789086 [email protected] 17 Dipartimento per i Beni Archivistici e Librari catalogazione e restauro. Nel 2001 detto progetto fu finanziato, anche se solo in parte, e il direttore P. Placido Mario Tropeano decise di utilizzare il sovvenzionamento per il restauro del Monte di Pietà, che versava in tali precarie condizioni che forse anche il trascorrere di un anno avrebbe potuto comprometterne la tutela. S’iniziò una scelta del materiale facendo trasportare nella sala archivio quello in discreto stato di conservazione, si predisposero dettagliati e singoli progetti per il materiale da sottoporre ad intervento. Attualmente sono stati restaurati 55 volumi su un totale di 123. Si spera (in base ai fondi ministeriali che saranno erogati) di poter continuare il restauro della rimanente documentazione. 18 Dipartimento per la Ricerca, l’Innovazione e l’Organizzazione La banca dati per la caratterizzazione delle carte orientali Gian Franco Priori, Maria Vera Quattrini Istituto Centrale per il Restauro Negli ultimi anni l’ICR ha avviato una ricerca relativa alla caratterizzazione delle carte orientali per potere rispondere alle richieste avanzate da altri Istituti e Soprintendenze del MiBAC. Con il prezioso aiuto del Prof. Akinori Okawa, tecnologo del Paper Research Center di Kochi, Giappone, è stato realizzato un data base relativo alle fibre impiegate in Oriente nella manifattura della carta. Campioni di carte e delle fibre costitutive sono stati raccolti in Cina e Giappone. In particolare gli studi condotti hanno permesso di risolvere importanti quesiti circa la reale costituzione e la tecnica di manifattura delle carte da parati cinesi. Al salone del Restauro di Ferrara del 2005 sono stati presentati i primi risultati di questo lavoro. L’ICR mette a disposizione questa importante risorsa che permette di disporre di una collezione di confronto delle fibre impiegate nella manifattura della carta in Cina e in Giappone. Il data base è stato realizzato utilizzando il software di gestione delle immagini IM1000 prodotto dalla Leica Microsystems; il materiale raccolto è stato fotografato con un dispositivo digitale collegato con le apparecchiature microscopiche. L’aspetto dei fogli è stato documentato a 12.5 ingrandimenti, sia in luce riflessa sia in luce trasmessa, mentre per le fibre costitutive si è fatto ricorso all’osservazione in campo chiaro e in luce polarizzata, a diversi ingrandimenti. Le immagini così ottenute sono state immagazzinate nei fogli di lavoro del data base rappresentando un materiale di confronto indispensabile per la determinazione delle caratteristiche e della provenienza geografica dei supporti cartacei sottoposti ad indagini. Il software utilizzato prevede la possibilità di effettuare ricerche nei vari “campi” di lavoro così come la possibilità di analizzare, confrontare, misurare, comparare e sovrapporre le immagini acquisite a condizioni note e riproducibili di ripresa; questo consente di confrontare ogni nuovo campione da sottoporre ad indagini con quelli contenuti nella collezione di confronto. Attualmente il lavoro prosegue ed è in corso di preparazione un più vasto studio relativo alla caratterizzazione dei supporti cartacei occidentali. Da una collaborazione con il Laboratorio di Restauro dell’Istituto Nazionale della Grafica ha preso avvio una nuova ricerca relativa sia alla produzione dei supporti cartacei negli ultimi decenni del XIX secolo sia alla caratterizzazione dei supporti delle opere grafiche comunemente indicati con il nome di “chine colleé”. Direttore: Caterina Bon Valsassina Piazza S. Francesco di Paola, 9 00184 Roma tel. 06 488961 fax 06 4815704 19 Dipartimento per la Ricerca, l’Innovazione e l’Organizzazione Istituto Centrale per il Restauro CB 100° Am ndi Associazione ici di Cesare Bra Direttore: Caterina Bon Valsassina Piazza S. Francesco di Paola, 9 00184 Roma tel. 06 488961 fax 06 4815704 20 Cesare Brandi nel centenario della nascita Giuseppe Basile Un secolo fa nasceva Cesare Brandi (Siena, 8 aprile 1906 – 19 gennaio 1988) e, come si addice al padre della moderna teoria e prassi del restauro, se ne è celebrata e si continua a celebrarne la ricorrenza mediante una serie di iniziative culturali (le più importanti sono elencate schematicamente qui sotto) promosse dall’Istituto centrale del restauro e dalla Associazione Amici di Cesare Brandi, sotto l’egida di un Comitato Nazionale per le celebrazioni e le iniziative culturali presieduto da Antonio Paolucci e di un Comitato Europeo presieduto da Giuseppe Basile. Brandi si laurea prima in Giurisprudenza (Siena 1927) e poi in Storia dell’arte (Firenze 1928) e nel 1930 entra nell’Amministrazione statale delle Antichità e Belle Arti dove rimarrà fino al 1960, dopo avere prestato servizio a Siena, Bologna, Ferrara, Verona, Udine, Rodi e diretto per 20 anni l’Istituto Centrale del Restauro, da lui fondato (1939) con Giulio Carlo Argan. Dal 1961 insegna Storia dell’arte all’Università di Palermo e poi (1967) di Roma. Anche dopo avere lasciato l’Amministrazione delle Antichità e Belle Arti, egli continua ad operare instancabilmente per la salvaguardia del patrimonio artistico del Paese, come risulta anche dai 115 saggi e articoli giornalistici (soprattutto sul Corriere della sera) raccolti ne Il Patrimonio insidiato. Scritti sulla tutela del paesaggio e dell’arte, nonché dalla sua militanza in Associazioni come Italia Nostra e dalla sua attività prima nel Consiglio Superiore Antichità e Belle Arti e poi, dopo la istituzione del Ministero Beni Culturali (1975), come presidente del Comitato di Settore Beni artistici e storici del Consiglio Nazionale. Brandi ha pubblicato più di 50 volumi ( su Duccio, Giotto, Pietro e Ambrogio Lorenzetti, Michelangelo, Caravaggio, Bernini, Borromini, Pietro da Cortona, Juvarra; ma anche Picasso, Braque, Morandi, Manzù, Afro, Burri) ed un numero altissimo di scritti più brevi: poesie, note di viaggio, critica e storia dell’arte, estetologia, toccando tutti gli ambiti della creatività artistica (soprattutto le arti figurative, ma anche poesia, musica, danza, cinema) e mostrando sempre una conoscenza approfondita delle opere di cui parla. La sua attività è caratterizzata da una riflessione ininterrotta sulla essenza della creazione artistica, vista quale valore supremo nella vita dell’uomo e nella storia dell’umanità, e sulle forme sempre nuove e diverse in cui essa si realizza. Conoscerle in ciò che esse hanno di più inimitabile costituisce la sua più grande aspirazione e sta alla base della concezione della salvaguardia delle opere d’arte come “imperativo etico” e del restauro (“critica in atto”) quale strumento insostituibile , perchè solo per suo tramite può essere garantita una esperienza autentica, dell’opera d’arte. Non a caso la Teoria del restauro (1963) è parte integrante della sua concezione generale della creazione artistica, esposta nei 4 Dialoghi di Elicona ed in opere quali Segno e immagine, Le due vie, Struttura e architettura, Teoria generale della critica. Il suo pensiero attinge alla tradizione più alta del pensiero europeo, da Platone a Kant e Hegel fino a Husserl, Heidegger, Bergson, Sartre, e intrattiene scambi fecondi con i contemporanei Barthes, Arnheim, Jacobson. Quanto al restauro, Brandi porta alla sua espressione più alta la linea critica della tradizione ottocentesca, quella che aveva superato le posizioni “estremistiche” di Viollet le Duc e di Ruskin e che, grazie a lui, ha saputo imporsi non solo in Italia Dipartimento per la Ricerca, l’Innovazione e l’Organizzazione e in Europa ma anche nel resto del mondo: come dimostra la diffusione della sua Teoria in parecchie lingue straniere, tra cui inglese, francese, spagnolo, greco, portoghese, tedesco, giapponese, cinese. Manifestazioni programmate per il 100° anniversario della nascita di Cesare Brandi (8 aprile 1906 - 19 gennaio 1988) DICEMBRE 2005 1 dicembre 2005 Tokyo, National University of Fine Arts and Music. Presentazione trad. giapponese C. Brandi, Teoria del restauro 3 dicembre 2005 Tokyo, Istituto Italiano di Cultura. Presentazione trad. giapponese C. Brandi, Teoria del restauro 6 dicembre 2005 Kyoto, University of Art and Design. Presentazione trad. giapponese C. Brandi, Teoria del restauro MARZO 14 marzo 2006 Roma, Archivio di Stato. Presentazione C. Brandi, Il restauro. Teoria e pratica APRILE 2 aprile 2006 Ferrara. Salone del restauro 2006 Dibattito sull’attualità di Brandi 8 aprile 2006 Roma, Ministero per i beni e le attività culturali, Sala dello Stenditoio Celebrazione a 100 anni dalla nascita 18 aprile 2006 Castelvetrano. Teatro Selinus Attualità di Brandi 28 aprile 2006 Viterbo, Università degli studi della Tuscia Giornate di studio e presentazione Atti del convegno Da Riegl a Brandi; C. Brandi, Scritti sull’arte da Giotto a Jacopo della Quercia MAGGIO 3-4-5 maggio 2006 Lisbona Seminario intern. dedicato a Brandi e presentazione trad. portoghese C. Brandi, Teoria do restauro 19 maggio 2006 Roma Giornata di studio internazionale sul restauro di Antonello da Messina GIUGNO/LUGLIO 14 giugno 2006 Roma, Consiglio Nazionale delle Ricerche Giornata di Studio: Brandi e le scienze per la conservazione e il restauro 17 giugno Siena, Villa Brandi Celebrazione a cento anni dalla nascita 22 giugno 2006 Seminario propedeutico traduzione Teoria del restauro in ungherese 30 giugno - 1 luglio 2006 Palermo, Università e Società italiana di estetica: Attraverso l’immagine AGOSTO/ SETTEMBRE 11 agosto 2006 Cefalù, Fondazione Mandralisca Seminario su Brandi e il Ritratto di Ignoto di Antonello da Messina 21 Dipartimento per la Ricerca, l’Innovazione e l’Organizzazione 22 23 agosto - 1 settembre 2006 San Paolo del Brasile, Università statale delle Belle Arti Settimana brandiana 6-13 settembre 2006 Buenos Aires, Ministero Cultura Istituto Italiano Cultura VIII Congresso CICOP dedicato a B. e seminari Università SETTEMBRE 21 settembre 2006 L’Aquila, Castello Cinquecentesco Omaggio a Cesare Brandi 26 settembre 2006 Messina, Museo Regionale e Università Brandi e Antonello 28 settembre 2006 Copenaghen, Istituto Italiano di Cultura Conferenza attualità Brandi OTTOBRE 4 ottobre 2006 New York, IIC. Presentazione Theory of Restoration e giornata di studio sulla eredità di B. nel restauro USA 11 ottobre 2006 Orvieto, Palazzo dell’Opera del Duomo Omaggio a Cesare Brandi 14 ottobre 2006 Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Incontro di studio su Brandi e il restauro dell’arte contemporanea 18 e 19 ottobre 2006 Roma, I.C.R. Giornata di studio per il 65° dell’Istituto Centrale del Restauro e presentazione copia anastatica della I annata (1950) del Bollettino dell’Istituto centrale del restauro 24 ottobre 2006 Città di Castello, Fondazione Burri – Palazzo Albizzini. Seminario su Brandi e Burri ed il restauro del contemporaneo 28 ottobre 2006 Bagheria, Museo Guttuso Seminario e presentazione volume Brandi Guttuso, storia di un’amicizia di Fabio Carapezza Guttuso 30 ottobre 2006 Siracusa, Università Brandi e l’architettura 31 ottobre 2006 Varsavia, Museo Nazionale. Convegno dedicato a Brandi NOVEMBRE 2-5 novembre 2006 Valencia. Convegno internazionale dedicato a Brandi e presentazione C. Brandi, La restauracion. Teoria y practica 16 novembre 2006 Muenchen, Bayerisches Nationalmuseum e IIC Presentazione Theorie der Restaurierung 23-25 novembre 2006 Sevilla, INPHA Convegno e presentazione C. Brandi, La Restauracion. Teoria y practica 27 novembre 2006 Torino, Venaria Reale Giornata di studio su Brandi e l’insegnamento del restauro 28 novembre 2006 Milano, Fondazione Corriere della Sera. Incontro su Brandi, Milano e il CdS 29 novembre 2006 Udine, Museo. Giornata di studio su Brandi e Afro DICEMBRE 5 dicembre 2006 Torino, Venaria reale Giornata di studio sul restauro dedicata a Brandi dicembre 2006 Madrid, Università di Alcalà de Henares Giornata di studio su Brandi e il restauro architettonico 7 dicembre 2006 Berlino, IIC Presentazione C. Brandi, Theorie der Restaurierung 14 dicembre 2006 San Francisco, IIC Il Museo BBAA, presentazione Theory of restoration e seminario L’Opera di Brandi 15 dicembre 2006 Helsinky, Convegno IKOMOS Conferenza su Brandi, Il restauro architettonico MOSTRE Agosto - ottobre 2006 San Paolo del Brasile, Buenos Aires, Orvieto, L’Aquila, Copenaghen - Mostra sulla vita e l’opera di Brandi 23 settembre-novembre 2006 Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna I pittori di Brandi 8.12. 2006 – 11.3.2007 Siena, S. Maria della Scala La passione e l’arte.Cesare Brandi e Luigi Magnani collezionisti Dipartimento per la Ricerca, l’Innovazione e l’Organizzazione Il microscopio elettronico a pressione variabile (SEM-VP) con detector QBSD e microanalisi EDS per lo studio delle carte antiche Flavia Pinzari*, Mauro Missori**, Mariasanta Montanari* Istituto Centrale per la Patologia del Libro * Laboratorio di Biologia dell’ICPL ** Servizio di Riproduzione e Diagnostica avanzate dell’ICPL Il microscopio elettronico a scansione (SEM) è uno strumento che permette di studiare la struttura microscopica delle superfici di campioni organici od inorganici con un potere di risoluzione superiore ai 100 Angstrom, permettendo di ottenere immagini risolte fino ad un milione di ingrandimenti. Il principio di funzionamento del SEM è basato sulla capacità di un fascio di elettroni di essere focalizzato, tramite le cosiddette lenti elettroniche, su di una superficie molto più piccola di quella che si potrebbe ottenere con la luce, ovvero con un microscopio ottico. L’impatto di elettroni sulla superficie del campione in studio provoca l’emissione di diversi segnali, in particolare elettroni e raggi X, che possono essere analizzati mediante particolari rivelatori e fornire informazioni morfologiche e chimiche della superficie. La risoluzione per un SEM con sorgente di emissione di elettroni in tungsteno è in genere di almeno 3.0 nm in modalità alto vuoto. Tale modalità pone dei limiti nell’osservazione dei campioni in quanto essi devono essere conduttivi o resi tali attraverso elaborate procedure di preparazione che possono provocare modifiche morfologiche ai campioni. Attualmente esistono strumenti, detti a pressione variabile, che operano con una nuova tecnologia dove la camera in cui viene posto il campione è in basso vuoto (10-750 Pascal) ed i campioni possono essere osservati senza essere prima fissati e metallizzati. In pressione variabile il SEM ha una risoluzione inferiore che in alto vuoto (circa 4.5 nm) ma permette ugualmente di ottenere utili informazioni senza la presenza di artefatti. Inoltre i rivelatori che acquisiscono le immagini possono essere di diverso tipo e rilevare differenti risposte del campione all’eccitazione elettronica del fascio. Oltre infatti ai rivelatori di elettroni secondari (SE) che forniscono informazioni sulla morfologia esistono rivelatori per elettroni “retrodiffusi” (BSD, Backscattered Electron Detector) che ricostruiscono un’immagine del campione basata sul numero atomico degli elementi chimici in esso presenti. Ciò rappresenta un avanzamento notevole per l’osservazione della superficie della carta in quanto l’immagine ottenibile rende conto sia della topografia delle fibre utilizzate per la manifattura che del materiale di carica che, in quanto minerale, viene visualizzato con un contrasto che ne premette uno studio dettagliato (fig 1). A tale metodo di analisi microscopica è inoltre possibile unire la microanalisi che permette di conoscere la composizione chimica elementare di quanto visualizzato con il SEM. Lo scopo di studiare le carte ed i supporti cartacei per mezzo della microscopia elettronica può essere quello di ricostruirne la storia (archeologia del libro) attraverso indizi merceologici, di mettere in evidenza modificazioni strutturali nella trama delle fibre di cellulosa, o situazioni di biodeterioramento (fig 2). In tutti questi casi il SEM porta un contributo decisivo e permette spesso di integrare le informazioni quantitative ottenute con metodi chimici e fisici, con aspetti qualitativi di rilievo. Alcune misure qualitative come ad esempio il tipo di distri- Direttore: Armida Batori Via Milano, 76 00184 Roma tel. 06 482911 fax 06 4814968 [email protected] www.patologialibro.beniculturali.it 23 Dipartimento per la Ricerca, l’Innovazione e l’Organizzazione buzione dei materiali di carica, la trama fibrosa, la presenza di impurezze e soprattutto la loro distribuzione fra le fibre può essere efficacemente indagata per mezzo della microscopia elettronica a scansione accoppiata alla microanalisi (fig 3). Campioni di carta di pochi millimetri di diametro, ricavati, nel caso dei volumi di pregio, dai margini ed in corrispondenza delle alterazioni che si vogliono studiare, sono montati su supporti di alluminio mediante adesivo elettricamente conduttivi di carbonio. L’osservazione presso l’Istituto Centrale per la Patologia del Libro viene effettuata per mezzo di un microscopio elettronico a scansione EVO 50 XVP, CarlZeiss Electron Microscopy Group e di una sonda elettronica per microanalisi (EDS) Inca 250 (Oxford). La caratterizzazione tramite microanalisi di singoli cristalli e delle impurezze presenti nelle scansioni rappresenta uno strumento di indagine molto potente. È, infatti, possibile isolare dall’immagine ottenuta con il SEM, mediante il software della sonda EDS, strutture definite ed aree puntiformi in modo da limitare la scansione ai soli elementi di interesse. Nello studio di carte di provenienza e manifattura ignota è infine possibile con la microanalisi e l’osservazione al SEM capire quale tipo di carica contengano, quanto questa sia stata rifinita, e l’eventuale presenza di tracce di elementi capaci di indirizzare la diagnosi sui materiali effettivamente utilizzati. 24 Dipartimento per la Ricerca, l’Innovazione e l’Organizzazione La liofilizzazione del materiale cartaceo M. Bicchieri, Laboratorio di Chimica dell’ICPL M. Monti e Frati & Livi s.r.l. Bologna L’acqua è da sempre un temutissimo nemico dei libri. Quando si parla dei danni causati dall’acqua al patrimonio culturale nazionale non si può non andare col pensiero alla disastrosa alluvione di Firenze del 4 novembre del 1966. Sia in quell’occasione che in altre drammatiche circostanze, come l’alluvione del 1994 che danneggiò i volumi del Centro Studi Cesare Pavese di S. Stefano Belbo, l’Istituto Centrale per la Patologia del Libro è stato in prima linea nella lotta per il recupero e la conservazione del patrimonio librario. L’esperienza ha dimostrato che l’approccio migliore per impedire lo sviluppo di agenti biologici, evitando ulteriori danni, è quello di congelare rapidamente i materiali danneggiati con qualsiasi mezzo, anche di fortuna, reperibile sul territorio, per poi procedere in un secondo momento alla rimozione del ghiaccio e all’asciugatura tramite liofilizzazione. Fino a questo momento in Italia sono stati impiegati, per tali operazioni, impianti industriali o di ricerca, non ideati appositamente per il trattamento di materiale librario, il che ha comportato una serie di problemi pratici non sempre di facile soluzione. I parametri di funzionamento di impianti ad uso alimentare o farmaceutico debbono essere attentamente ricalibrati secondo le necessità del materiale librario, per non danneggiare i volumi con un eccessiva estrazione dell’acqua. È poi necessario eseguire un’accurata pulizia e disinfezione di tutto l’impianto sia prima che dopo il trattamento dei volumi, per evitare qualsiasi tipo di contaminazione incrociata. Se a questo si aggiunge la difficoltà logistica del trasportare dal luogo della catastrofe a quello di trattamento ingenti quantitativi di materiali librari danneggiati e congelati, si capisce come questo tipo di intervento richieda spese notevoli. L’Istituto Centrale per la Patologia del Libro ha dunque attuato una collaborazione con la ditta Frati & Livi s.r.l., che ha ideato un impianto trasportabile – il “Book’s WIND” – specifico per l’asciugatura del materiale cartaceo. Lo scopo consiste nello scegliere e ottimizzare tempi e metodi di intervento per evitare qualsiasi rischio di degradazione del materiale trattato. Il laboratorio di chimica dell’Istituto ha eseguito una serie di test chimici e ottici su campioni di carta che erano stati completamente caratterizzati prima del trattamento di liofilizzazione. Per valutare se un trattamento sia valido o meno, infatti, occorre scegliere i parametri da tenere sotto controllo per evidenziare possibili degradazioni. Troppo spesso le ricerche si basano solo su misure meccaniche, ma queste sono poco sensibili alle modifiche strutturali che, invece, possono manifestarsi nella carta. I parametri chimici (grado di polimerizzazione, contenuto in funzioni ossidate) sono, al contrario, particolarmente influenzati anche da piccole modifiche delle condizioni ambientali e sono responsabili del futuro comportamento del materiale in esame. Tali considerazioni hanno spinto l’ICPL a tralasciare le misure mecca- Istituto Centrale per la Patologia del Libro Direttore: Armida Batori Via Milano, 76 00184 Roma tel. 06 482911 fax 06 4814968 [email protected] www.patologialibro.beniculturali.it 25 Dipartimento per la Ricerca, l’Innovazione e l’Organizzazione niche e ad individuare e mettere a punto metodi chimici, spettroscopici e microscopici di studio della cellulosa, atti a fornire chiare e precise indicazioni sulla degradazione dei materiali librari. Dagli esami effettuati è risultato che i campioni esaminati non hanno mostrato variazioni di rilievo delle loro caratteristiche chimico-fisiche, né a seguito di congelamento, né dopo essere stati sottoposti al trattamento di asciugatura, dimostrando in tal modo l’innocuità del metodo di asciugatura con liofilizzazione nei confronti della cellulosa. Sono in programma ulteriori indagini su differenti tipi di carte e su materiali membranacei, per i quali le condizioni operative si devono differenziare notevolmente da quelle impiegate per i documenti cartacei. 26 Dipartimento per la Ricerca, l’Innovazione e l’Organizzazione Il Corpus Chartarum Italicarum: una raccolta di filigrane on-line Paola F. Munafò Servizio per la didattica, la documentazione e l’informazione scientifica dell’ICPL Istituto Centrale per la Patologia del Libro Il recente ritrovamento delle circa 5000 carte del Corpus Chartarum Italicarum, di cui, da almeno un ventennio, si erano perse le tracce, ha messo in evidenza la necessità di rendere pubblico un patrimonio di grande importanza per gli storici della carta. Si tratta infatti di una collezione di carte filigranate prodotte in Italia dal XIII al XX secolo, raccolta presso l’Istituto di patologia del libro nella prima metà degli anni Quaranta, probabilmente interrotta per l’inizio della seconda guerra mondiale e del tutto sconosciuta agli studiosi. Attraverso la digitalizzazione delle filigrane e la loro pubblicazione nel sito Internet dell’Istituto centrale per la patologia del libro www.patologialibro.beniculturali.it, si intende fornire uno strumento inedito di ricerca sulla storia della carta. La ricerca delle filigrane potrà avvenire attraverso l’indicizzazione effettuata sulla base del repertorio del Briquet; le immagini, realizzate per trasparenza, potranno essere misurate e confrontate tra loro e saranno integrate dall’indicazione della loro posizione sul foglio e da una serie di dati relativi alle caratteristiche della carta: grado di bianco, spessore, permeabilità all’aria e rugosità. Questa iniziativa dell’Istituto si svolge in contatto con il gruppo di lavoro che – nell’ambito del Progetto Bernstein, The Memory of Papers, collaborative systems for paper expertise and history, finanziato, da settembre 2006 a febbraio 2009, dall’eContentplus Program dell’Unione Europea – intende realizzare una infrastruttura digitale per la storia della carta sulla base delle immagini che ne evidenziano la struttura. Attualmente sono una trentina le banche dati di filigrane già disponibili in rete o in corso di realizzazione. Una volta terminata questa prima fase – che vede l’Istituto impegnato su due fronti: la valorizzazione di un patrimonio fino ad oggi inutilizzato e la ricerca scientifica sulle caratteristiche della carta attraverso analisi strumentali rigorosamente non distruttive – verranno digitalizzate e pubblicate in Internet anche le radiografie delle filigrane individuate nei volumi manoscritti e a stampa del XV secolo analizzati nel corso della ricerca sulla Carta occidentale nel tardo medioevo (Roma, 2001) realizzata dall’Istituto con il contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche, nell’ambito del Progetto Finalizzato Beni Culturali. Direttore: Armida Batori Via Milano, 76 00184 Roma tel. 06 482911 fax 06 4814968 [email protected] www.patologialibro.beniculturali.it 27 Dipartimento per la Ricerca, l’Innovazione e l’Organizzazione Istituto Centrale per la Patologia del Libro Direttore: Armida Batori Via Milano, 76 00184 Roma tel. O6 482911 fax 06 4814968 [email protected] www.patologialibro.beniculturali.it 28 Il restauro conservativo del Globo terrestre della Biblioteca Braidense: la fase di pulitura Simonetta Iannuccelli, Silvia Sotgiu Laboratorio per la conservazione e il restauro dell’ICPL Descrizione del manufatto Il Globo Terrestre manoscritto fu realizzato tra il 1819 e il 1829 da Ubaldo Villa per l’allora Biblioteca di Brera. Le testimonianze coeve riferiscono sulle modalità esecutive che consistettero nell’applicazione di strati di gesso e carta sulla struttura lignea sferoidale. Contrariamente alle modalità esecutive tradizionalmente adottate1, la riproduzione degli elementi geografici fu realizzata con inchiostro al nerofumo sui fusi cartacei già adesi alla superficie, utilizzando un pantografo che permetteva la proiezione dei tracciati dalle carte geografiche più aggiornate e complete. L’espediente consentiva il mantenimento delle esatte proporzioni del tracciato geografico evitando “… gl’inconvenienti che nascono allorché, giusta il consueto metodo, si vestono i globi con fusi di carta già disegnati ed incisi, i quali nell’atto d’essere posti a luogo ed incollati, si allungano e si storcono diversamente…”2. Le coloriture finalizzate alla definizione dei profili costieri degli oceani e dei continenti furono anch’esse eseguite a mano con acquarelli, mentre le incisioni sulla lamina di ottone del cerchio dell’orizzonte furono affidati a Stanislao Stucchi, incisore dell’I.R. Istituto geografico: anziché raffigurare come consueto la graduazione dei mesi, dei giorni e dei segni dello zodiaco, l’incisore riportò le longitudini e le latitudini delle principali città e le altitudini dei rilievi montuosi più noti. La vernice che ricopre integralmente il globo fu appositamente concepita dal chimico Antonio Krammer con l’intento di proteggerne la superficie dall’umidità e dalla polvere. Date le importanti dimensioni del manufatto (1720 x 1430 mm) furono inoltre realizzati una serie di manubri e ruote dentate che permettevano la rotazione dello sferoide evitandone la manipolazione diretta. Stato di conservazione e indagini La superficie del globo è rivestita integralmente da una materia pellicolare di natura organica che avendo subito nel tempo una degradazione chimica di carattere ossidativo si presenta fortemente imbrunita. Rispetto all’emisfero australe, l’emisfero boreale, più esposto agli agenti di degradazione, mostra una colorazione più scura e uno spesso strato di particolato atmosferico depositatosi per inerzia. In corrispondenza della ghiera metallica dell’equatore sono presenti numerose abrasioni e depositi di colore bruno; sull’intera superficie del manufatto si notano inoltre numerosi graffi, lacune, abrasioni superficiali ed ammaccature, nonché precedenti integrazioni e tasselli di pulitura che nel tempo hanno subito alterazioni cromatiche. Le indagini diagnostiche preliminari all’intervento di restauro e finalizzate alla caratterizzazione dei materiali utilizzati per la realizzazione dell’opera e delle sostanze sovrammesse nel corso dei successivi interventi conservativi, sono state effettuate dal Consiglio Nazionale delle Ricerche di Milano3. Le indagini diagnostiche condotte mediante Microscopia Elettronica a Scansione corredata di Microsonda Elettronica (SEM – EDS), Diffrazione ai raggi X (XRD) e Spettrofotometria Infrarossa corredata di Microscopio (Micro – FTIR) Dipartimento per la Ricerca, l’Innovazione e l’Organizzazione hanno messo in evidenza quattro strati di preparazione bianca costituiti da anidrite (Solfato di calcio anidro), uno strato composto dalle fibre di cellulosa della carta e lo strato più esterno di materiale organico costituito da gomma arabica avente la medesima composizione indipendentemente dall’area di prelievo. L’intervento conservativo L’intervento, tutt’ora in corso, ha previsto anzitutto una fase di test di pulitura, finalizzati alla messa a punto delle metodiche e dei prodotti più idonei alla rimozione della pellicola di gomma arabica ormai ossidata, allo scopo di minimizzare l’impatto con i materiali originali. A tal fine, dopo aver rimosso le polveri superficiali a secco con aspiratore ‘Museum Muntz’ si è proceduto con il test di solubilità finalizzato alla determinazione del grado di polarità del materiale da rimuovere4 monitorando l’esecuzione della pulitura con lampada di Wood. I saggi di pulitura hanno interessato inizialmente solo lo strato più esterno della vernice superficiale. La miscela ritenuta ottimale è composta all’80% da alcol etilico e da un 20% di ligroina. Le metodiche di pulitura prevedono l’utilizzo di un gel supportante5 composto da alcol etilico, Carbopol ed Ethomeen C-25 che è in grado di ammorbidire la pellicola di gomma arabica senza interagire con i media grafici né con il supporto cartaceo o il gesso sottostanti. La pellicola viene poi parzialmente asportata a tampone con la miscela di solventi sopra descritta. 1 2 3 4 5 V. M. Goronelli, “Epitome Cosmografica” (seconda parte, il primo cap.) Colonia, 1693, p. 400) “Biblioteca Italiana”, tomo XXI, anno VI (1821) p. 199) Dott. Antonio Sansonetti, Responsabile Scientifico - Dott. Marco Restini, Responsabile di Sezione P. Cremonesi - E. Signorini, “L’uso dei solventi organici neutri nella pulitura di dipinti: un nuovo test di solubilità” in: “Progetto restauro” 31 (2004) ed. Il Prato T. Petukhova, “Removal of varnish from paper artifacts”, in: “The book and paper grouve annual” (1992) ed. A.I.C., consultabile on-line (http://aic.sanford.edu/sg/bpg/annualv11/bb11-32.html) 29 Dipartimento per la Ricerca, l’Innovazione e l’Organizzazione Istituto Centrale per la Patologia del Libro Sperimentazione di soluzioni per velatura e integrazioni di documenti cartacei fortemente danneggiati Federico Botti, Laboratorio per la Conservazione e il Restauro dell’ICPL Francesca Pascalicchio, Laboratorio di Tecnologia dell’ICPL Direttore: Armida Batori Via Milano, 76 00184 Roma tel. 06 482911 fax 06 4814968 [email protected] www.patologialibro.beniculturali.it 30 Miscela per velature A partire dal 1995, e dopo numerosi tentativi, nel laboratorio di restauro dell’ICPL è stata adottata una soluzione che, attraverso l’uso di resine acriliche, permette di eseguire interventi di velatura senza l’ausilio di pressione, conservando così tutte le caratteristiche originali del supporto. In questo quadro si è continuato ad indagare su diverse miscelazioni tra vari Primal e Plextol, con l’obiettivo di mettere a punto una miscela capace di garantire l’immediata adesione della velina trattata al documento, mediante l’impiego di un solvente non acquoso, preferibilmente alcool. Le resine acriliche che hanno dato i migliori risultati sono state il Plextol B 500 e l’acrilico E 411 nelle proporzioni di: 30 cc di Plextol B 500 + 30 cc di acrilico E 411 e 40 cc di acqua distillata. L’utilizzo di dette resine deve essere limitato esclusivamente al materiale molto degradato o quando si verificano condizioni tali che sconsigliano l’uso delle tecniche tradizionali a base acquosa. Per la preparazione delle veline si opera nel seguente modo: si stende la dispersione acrilica con un pennello morbido su un vetro ben sgrassato, si adagia la velina lasciandola impregnare in maniera uniforme e si lascia asciugare a temperatura ambiente, prima di effettuare il distacco. Una volta che la velina è asciutta, si pennella una soluzione di Tylose MH 300P dal 2 al 3% sulla superficie e quindi si distacca il velo, ancora umido di adesivo, e si fa asciugare su carta da filtro. La dissoluzione della resina incorporata nella velina avviene operando il trattamento con l’alcool etilico, senza dover far ricorso alle particolari misure di sicurezza indispensabili per quasi tutti gli altri solventi organici. Le veline ottenute per impregnazione con il Plextol B 500 e l’acrilico E 411 non presentano visibili effetti di plastificazione e conferiscono al documento, in aggiunta a una buona trasparenza, le caratteristiche peculiari di una carta non degradata. Un altro particolare da segnalare, ai fini di un ulteriore approfondimento delle numerose formulazioni acriliche, è costituito dal fatto che le resine Plextol B 500 + acrilico E 411 incorporate nella velina, a contatto con l’etanolo, non si sciolgono immediatamente e tendono, invece, a rammollire. Nella fase immediatamente successiva all’evaporazione dell’alcool gli acrilici si rapprendono con gradualità permettendo una salda e uniforme adesione velina-documento. Questa proprietà risulta particolarmente efficace nella velatura parziale dove si richiede un elevato effetto mimetico delle strisce di rinforzo. Le veline trattate con le resine sono reversibili sia in alcool che in acetone. Resine acriliche per l’integrazione Anche l’integrazione delle carte può essere realizzata in assenza di umidità, utilizzando carte giapponesi di opportuno spessore, pretrattate con resine acriliche. Da qualche tempo si è pervenuto all’ottimizza- Dipartimento per la Ricerca, l’Innovazione e l’Organizzazione zione di questa tecnica facendo ricorso a carte giapponesi patinate con pellicola sottilissima di resina acrilica. Le carte giapponesi così preparate possono essere anche di spessore notevole e risultano particolarmente attive nell’adesione con il semplice ricorso al termocauterio. Fra le resine acriliche che si presentano idonee a questo trattamento, dopo numerose prove, ci siamo soffermati su: Plextol B-60, Primal WS24, Acrilem IC 15, Acrilem IC33. Per la preparazione di queste carte, si procede come segue: su un vetro ben sgrassato si stende a pennello l’acrilico sciolto ad una concentrazione che può variare dal 30 al 40%. Si lascia asciugare e si solleva con un bisturi un lembo della pellicola così ottenuta, lungo il margine di testa, per facilitarne, alla fine della preparazione, la rimozione. Sulla pellicola si spennella Tylose MH 300 P al 2% e si adagia una carta giapponese di spessore compatibile con la carta da restaurare, si spennella ancora del Tylose, questa volta sulla carta, per perfezionare l’accostamento carta-pellicola, infine s’inizia a sollevare il tutto controllando che la pellicola rimanga adesa alla carta giapponese. Effettuata la rimozione dal vetro, la carta viene adagiata su una carta da filtro e fatta asciugare all’aria. Le fibre della carta giapponese asciugandosi incorporeranno la pellicola in superficie. La carta così preparata risulta come patinata da un verso. L’interno della fibra della carta così patinata non risulta impregnato di materiale acrilico e quindi la resina può esplicare tutto il suo potere adesivo in concomitanza delle superfici da accostare. Insomma la carta giapponese si presenta all’esterno senza effetti di plastificazione e con tutte le sue peculiarità non compromesse. Risulta perciò, particolarmente indicata nelle reintegrazioni. In pratica basta sovrapporre due carte giapponesi trattate all’interno. L’adesione delle carte in coincidenza della lacuna da risarcire si ottiene con il termocauterio. Si opera, in tal modo, in assenza di umidità ovviando alle tipiche grinze che si manifestano nelle integrazioni quando, in presenza di adesivi acquosi, l’allungamento della carta originale e quello della carta giapponese risultino essere disomogenei. Prove fisico - meccaniche1 Il laboratorio di tecnologia dell’ICPL ha condotto prove fisico – meccaniche prima e dopo invecchiamento per saggiare la qualità di queste soluzioni e la loro risposta nel tempo (misura del colore, secondo il sistema CIEL*a*b*, grado di bianco, opacità, resistenza alla trazione nelle due direzioni di fabbricazione, reversibilità). Abbiamo posto vari campioni, preparati con più miscele di resine, in una cella microclimatica, aumentando gradualmente le condizioni di temperatura ed umidità. I campioni sono stati preparati sia in fogli sciolti, sia in forma di fascicoli. In questo modo abbiamo constatato che fino ad 80°C non si verificava un effetto di ‘blocking’ sulle carte, dovuto ad una eventuale rammollimento delle resine all’interno dei parametri di umidità e temperatura utilizzati per gli invecchiamenti accelerati (ISO 5630/3). Contemporaneamente abbiamo misurato la degradazione dovuta alle variazioni di aumento di temperatura ed umidità, prelevando i campioni dalla cella microclimatica ad intervalli di tempo regolari e per ogni 5°C di aumento della temperatura. In seguito a questa prima serie di misure sono state selezionate due formulazioni, che hanno dato migliori risultati sia nei diversi test condotti, sia per la semplicità di applicazione. Per le integrazioni: - Plextol B60 in soluzione acquosa al 30% su carta giapponese Morita n. 634191 - Acrilico IC15 in soluzione acquosa al 30% su carta giapponese Morita n. 634191 Per le velature: - Plextol B500 + Acrilico E411 + Tylose 3% su velo Vangerow 502, fatto adeire con alcool su carta whatman - Plextol B500 + Acrilico E411 su velo Vangerow 502, fatto aderire con alcool su carta whatman 31 Dipartimento per la Ricerca, l’Innovazione e l’Organizzazione Su campioni preparati con le suddette miscele è stato condotto un invecchiamento accelerato a 80°C e 65% U.R. per 24 giorni, e sono state eseguite misure di colore, grado di bianco e opacità, e la resistenza alla trazione, prima e dopo invecchiamento. Per quanto concerne le resine per le integrazioni, la soluzione al 30% di Plextol B 60 ci pare al momento quella che offre la risposta migliore ai test eseguiti: bassissima variazione del colore misurato con le coordinate del sistema CIEL*a*b*, uguale a quella delle carte non trattate; altrettanto buona la variazione del grado di bianco (-1,7%) e dell’opacità (+1,4%); la resistenza alla trazione aumenta notevolmente rispetto a quella delle carte non trattate, in entrambi i versi, e si mantiene alta dopo l’invecchiamento, mentre aumenta contemporaneamente l’elasticità del materiale. Fra le resine utilizzabili per la velatura, riteniamo valida la risposta della miscela composta da Plextol B 500 e Acrilico E 411 con Tylose al 3%. Per questa miscela le variazioni di colore e grado di bianco si mantengono entro limiti accettabili (b* -2, g.d.b. - 4%, rispetto alle carte non trattate; l’opacità aumenta degli stessi valori delle carte whatman non trattate usate per il confronto). Le carte trattate offrono una resistenza alla trazione quasi raddoppiata rispetto a quella della carta whatman tal quale, sia prima che dopo l’ invecchiamento accelerato, ed è maggiore anche l’allungamento alla rottura. Confrontando i risultati avuti durante il primo processo di invecchiamento accelerato, abbiamo constatato inoltre che i valori più alti, nei parametri che abbiamo misurato, si raggiungono in genere al di sopra dei 70° c. ... e la sperimentazione continua. 1 32 Ringraziamo il Laboratorio di chimica del S.C.F.L.R. che ci ha permesso di utilizzare lo spettro fotometro e Zepho per le misure di grado di bianco ed opacità. Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici “Venezia: la tutela per immagini. Un caso esemplare dagli archivi della Fototeca Nazionale” Paola Callegari La realizzazione del CD rispecchia il percorso espositivo e il catalogo della mostra fotografica , curata dalla dr.ssa Paola Callegari e dal dr. Valter Curzi e tenutasi presso la sede istituzionale a Roma, nel dicembre 2005. Con questo evento si è inteso ripercorrere la vicenda istituzionale della tutela dei beni culturali nell’Italia unita affidandone la memoria e la documentazione alla fotografia storica. Un’operazione nata dalla volontà di raggiungere l’attenzione e l’interesse anche dei non «addetti ai lavori», nella consapevolezza di come troppo poco sia stato fatto per sensibilizzare l’opinione pubblica all’alto valore civico e culturale di monumenti e opere d’arte, così come all’immane sforzo dello Stato italiano per garantire, di generazione in generazione, il salvataggio e la valorizzazione di tali preziose testimonianze. Venezia, città magica e fragile, epitome esemplare di splendore e rovina, è stata scelta quale esempio maggiormente rappresentativo di una storia per immagini che esalta e commuove, che si dipana tra contraddizioni e scelte coraggiose e che ci si augura possa ancora fungere da sprone all’azione del governo nel restituire fiducia e risorse alle istituzioni pubbliche di tutela. Le fotografie, appartenenti alle Collezioni della Fototeca Nazionale, sono ordinate in sei sezioni rappresentative dei temi portanti dell’itinerario tracciato nei circa cento anni di storia documentati dalle immagini. - La città delle immagini include una straordinaria sequenza di fotografie volte a illustrare il patrimonio monumentale di Venezia attraverso gli scatti dei più noti operatori della seconda metà dell’Ottocento e dei primi anni del secolo successivo, come Carlo Naya, Giovan Battista Brusa, Osvaldo Bohm. La serie di vedute – dai formati imperiali- di palazzi su Canal Grande, costituisce una testimonianza inedita di tale produzione. - Arte in guerra intende documentare l’imponente lavoro svolto per proteggere nel corso della prima e della seconda guerra mondiale i monumenti e le opere d’arte dai danni della guerra. - La memoria delle pietre affronta il complesso problema del restauro architettonico in una prospettiva storica che muove dalla ricostruzione del campanile di San Marco, ridotto in un cumulo di macerie nel drammatico crollo del 1902. La qualità di un patrimonio monumentale senza eguali trasforma Venezia , tra ‘800 e ‘900 in un palcoscenico privilegiato. - Nei depositi del sapere artistico si documenta la delicata questione del mercato artistico nel rapporto con le donazioni e gli acquisti dello Stato: è il caso ad esempio delle collezioni artistiche del barone Giorgio Franchetti o del conte Luigi Donà delle Rose. Sono inoltre documentati gli allestimenti di alcuni noti musei veneziani tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta del Novecento. - La rivelazione della bellezza affronta, attraverso l’esempio dei più rappresentativi restauri veneziani, il tema del restauro pittorico nella seconda metà del Novecento, momento cruciale per la messa a punto di una metodologia scientifica di intervento. - Scienziati dell’arte per passione raccoglie, infine, alcune fotografie che illustrano i primi tentativi di diagnostica artistica risalenti alle indagini di Ferdinando Perez fondatore del laboratorio scientifico del Louvre. Il catalogo e la guida alla mostra sono pubblicati dalla Bonomia University Press di Bologna. Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione ICCD Direttore: Maria Rita Sanzi Di Mino Via di S. Michele, 18 00153 Roma tel. 06585521 www.iccd.beniculturali.it [email protected] 33 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Direzione Generale per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico Direttore Generale: Bruno De Santis Via di San Michele, 22 00153 Roma tel. 06 58434344 fax 06 5882472 34 Tutela, garanzia, salvaguardia e promozione del patrimonio storico artistico ed etnoantropologico Isabella Cianfarani La Direzione Generale opera a tutela, garanzia, salvaguardia e promozione del patrimonio storico artistico ed etnoantropologico italiano. Tutelare, valorizzare e promuovere il patrimonio vuol dire svolgere attività complesse che attengono alla ricerca scientifica, all’amministrazione e, che sono incentrate sull’individuazione e la relativa catalogazione dei beni. L’azione di tutela si attua attraverso gli strumenti giuridici, la manutenzione ed il restauro e, in tutte quelle altre attività che vanno dalla gestione del museo, delle mostre, alla didattica e, che hanno come obbiettivo prioritario la fruizione del bene pubblico. Il patrimonio sul quale ha competenza la Direzione Generale, comprende le cose mobili che presentano interesse artistico, storico ed etnoantropologico appartenenti: allo Stato, alle Regioni, agli altri Enti pubblici territoriali, nonché ad ogni altro Ente; inoltre in base alle leggi rientrano in questa tipologia di Beni testimonianze aventi valore di civiltà, in particolare: le raccolte dei musei, pinacoteche, gallerie ed altri luoghi espositivi; le collezioni o serie di oggetti che per tradizione, fama o altro rivestono un eccezionale interesse artistico o storico; le fotografie con negativi e matrice, le pellicole cinematografiche e i supporti audio-visivi, le sequenze di immagini in movimento, le documentazioni di manifestazioni sonore o verbali, aventi carattere di rarità e di pregio, e la cui produzione risalga a venticinque anni; le navi ed i galleggianti aventi interesse storico, artistico ed etnoantropologico; gli affreschi, gli stemmi, i graffiti, le lapidi, le iscrizioni, i tabernacoli e gli altri ornamenti di edifici, esposti o non alla pubblica vista; gli studi d’artista; le opere di pittura, scultura, grafica e qualsiasi oggetto d’arte; i mezzi di trasporto aventi più di settantacinque anni; i beni e g li strumenti di interesse per la storia della scienza e della tecnica aventi più di cinquanta anni; le vestigia individuate dalla vigente normativa sulla tutela del patrimonio della Prima guerra mondiale. Sono escluse le opere di autore vivente eseguite da non oltre cinquant’anni. La Direzione Generale si suddivide in due Servizi: Servizio I - Patrimonio storico artistico ed etnoantropologico e, affari generali - attività di tutela e valorizzazione del patrimonio storico artistico ed etnoantropologico, raccordo con le attività di comunicazione e promozione svolte dal Dipartimento per la Ricerca, l’innovazione e l’organizzazione; autorizzazioni di interventi da eseguirsi sui beni storici artistici ed etnoantropologici; provvedimenti in materia di circolazione in ambito internazionale dei suddetti beni; provvedimenti di acquisizione coattiva, di prelazione d’acquisto nel settore dei beni artistici storici ed etnoantropologici; realizzazione di studi e pubblicazioni in questo settore; organizzazione e amministrazione delle risorse umane e strumentali assegnate alla Direzione Generale. Servizio II - Musei - attività di competenza in materia di beni storici, artistici ed etnoantropologici; attività di indirizzo e coordinamento per la gestione degli Istituti e delle sedi museali afferenti alla Direzione generale e per il comodato d’uso di beni storici, artistici ed etnoantropologici; autorizzazione del prestito di beni storici, artistici ed etnoantropologici per mostre ed esposizioni sul territorio nazionale o all’estero; attività convegnistiche ed espositive; trattazione del contenzioso per le materie di competenza; elaborazione di percorsi didattici e iniziative di formazione per diffondere la conoscenza e favorire la fruizione del patrimonio; attività di controllo e approvazione di bilanci nei confronti delle Sopraintendenze speciali dei Poli museali. Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Il restauro dei disegni di Etienne Du Perac inseriti nel Codice Resta di Palermo. Carte da lucido ante litteram; indagini diagnostiche e conoscitive dei supporti Istituto Nazionale per la Grafica Fabio Fiorani, Gabriella Pace I disegni I disegni fanno parte di un volume miscellaneo, recentemente ritrovato nella Biblioteca Comunale di Palermo, molto significativo per la storia del collezionismo di Grafica nel Seicento in Italia: si tratta infatti di un volume ancora integro appartenuto al noto collezionista romano Padre Sebastiano Resta, che costituisce un’aggiunta importante al nucleo dei pochi volumi rimasti ancora intatti di questa celebre raccolta, oggi per la maggior parte dispersa. Il Resta aveva riunito e sistemato a Roma questo volume, che spedì intorno al 1689 a Palermo al suo amico e corrispondente Padre Giuseppe del Voglia, dilettante e oratoriano anch’egli, che gli aveva espressamente richiesto un volume di disegni decorativi. Il volume è stato affidato, per essere restaurato e studiato, al Laboratorio di Restauro Opere d’Arte su Carta dell’Istituto Nazionale per la Grafica. Una selezione dei disegni restaurati verrà presentata in una mostra a Palermo, presso la Galleria d’Arte Moderna, nella sede dell’ex convento di S. Anna. I disegni presi in esame costituiscono un nucleo omogeneo, che è stato per la prima volta sottoposto a indagini diagnostiche ed approfondimenti storico-critici; essi sono da riferirsi con ogni probabilità alla serie di incisioni all’acquaforte di Etienne Du Pérac, vestigi dell’antichita’ di roma/ raccolti et ritratti in perspettiva/ con ogni diligentia/ da stefano du perac parisino/ all’ill.mo et eccell.mo sig./ il sig. giacomo buoncompagni/ governator generale/ di santa chiesa/ in roma appresso Lorenzo della Vaccheria alla/ insegna della palma Con privilegio del Som. Pont./ l’anno MDLXXV. Il corpus di disegni è stato identificato con le elaborazioni grafiche servite all’artista per trasporre la definitiva composizione dalla carta alla lastra di rame. Risulta evidente come il restauro di tali manufatti possa rappresentare un importante momento di approfondimento metodologico e conoscitivo dei procedimenti posti in essere dall’artista, anche in considerazione dell’assoluta rarità di queste carte traslucide ante litteram. La tecnica I disegni sono tutti eseguiti a penna, con inchiostro metallo-gallico, su carta vergata. Le zone disegnate sono state impregnate di una sostanza grassa, che aveva la funzione di rendere traslucida la carta. In questo particolare caso non si tratta di un passaggio intermedio dal disegno originale alla carta trasparente; infatti, è l’originale stesso ad essere reso trasparente. Si tratta di un passaggio necessario a causa del procedimento di stampa, che restituisce l’immagine in controparte: per far sì che l’immagine, trasferita alla lastra, non apparisse in controparte una volta stampata, bisognava trasporla dal verso. In tutti i disegni sono evidenti, anche ad un semplice esame obiettivo, le tracce in rilievo e i tagli in corrispondenza dell’inchiostro, dovuti al passaggio dello stilo. Direttore: Serenita Papaldo Via della Stamperia, 6 00187 Roma tel. 06 699801 fax 06 69921454 35 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Se molto si conosce sulla tecnica dello spolvero, impiegata nel trasporto del disegno preparatorio dal cartone alla parete per l’esecuzione dell’affresco, meno noti sono i procedimenti adottati dall’artista nella preparazione delle carte da trasporto che rispondano alla necessità di trasferire un disegno preparatorio finito sulla lastra da incidere. Le prime carte traslucide, prodotte artigianalmente dagli artisti stessi, sono state raramente conservate, in quanto considerate materiale di sacrificio impiegato espressamente per salvaguardare l’originale. Nel presente caso, è l’originale stesso ad essere stato reso trasparente mediante l’impregnazione con una sostanza oleosa, per poter essere ricalcato dal verso. Si è evidenziata inoltre, la felice possibilità di un confronto con gli esemplari a stampa del primo stato, pubblicati nel 1575 da Lorenzo della Vaccheria a Roma, presenti nelle collezioni dell’Istituto Nazionale per la Grafica. Questo ha permesso di approfondire un interessante aspetto tecnico, legato a procedimenti propri della produzione dell’immagine a stampa, evidenziando con chiarezza la relazione che intercorre tra materiali, forma e funzione. L’intervento di restauro L’intervento di restauro ha consistito in una prima fase diagnostica, in cui si è cercato di acquisire informazioni sulla caratteristiche specifiche di tali disegni, anche con la collaborazione dei laboratori scientifici di quegli Istituti del nostro Ministero preposti alla Ricerca. In particolare, l’Istituto Centrale per il Restauro (Dott. Fabio Talarico, Laboratorio di Chimica, con la collaborazione di Domenico Artioli) ha sottoposto i disegni alla fluorescenza ai raggi X, per accertare, attraverso l’analisi della composizione elementale, la natura degli inchiostri. Inoltre, sono stati prelevati due piccoli campioni su cui è in corso di esecuzione la spettrofotometria infrarossa (FTIR), al fine di appurare i leganti organici impiegati per rendere traslucide le carte dei disegni. Il Centro di Fotoriproduzione Legatoria e Restauro (Dott. Luciano Residori, Direttore del Laboratorio di Chimica e Tecnologia e Dott. Daniele Ruggiero) ha eseguito l’analisi dell’impasto fibroso di uno dei disegni, analizzando al microscopio un frammento precedentemente trattato con il reattivo di Herzberg al cloroioduro di zinco. I disegni sono stati esaminati attraverso un analizzatore di immagini; inoltre sono state acquisiti microfotogrammi che hanno consentito di approfondire i procedimenti tecnici. I disegni sono stati tutti scansionati ad alta risoluzione e lo stesso è stato fatto con le stampe corrispondenti. Lo studio contestuale degli esemplari, reso ancor più stringente dall’ausilio tecnico del digitale, ha dimostrato che i disegni preparatori e le stampe sono pressoché sovrapponibili, per misura, andamento e morfologia dei segni. Il termine carta traslucida descrive una carta che è stata riconosciuta in primo luogo per le sue buone capacità di trasmissione ottica; risulta evidente che un tradizionale intervento di restauro cartaceo inteso come lavaggio e deacidificazione dei supporti non era da considerarsi applicabile a un caso così specifico. È risultato invece di fondamentale importanza, preservare tutte le informazioni che potevano essere trasmesse attraverso queste preziose testimonianze, ivi comprese le tracce del passaggio dello stilo per il trasporto, e le sostanze oleose presenti nei fogli. Si tratta di un progetto che ha visto realizzato nella fase del restauro, ancora in corso d’opera, un notevole approfondimento metodologico e conoscitivo, mettendo in luce aspetti inediti circa i metodi di produzione di tali manufatti, che rappresentano a nostro avviso il momento di massima inerenza dell’elaborato grafico all’incisione compiuta. 36 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Un esclusivo restauro di particolari forme da stampa: i cliche’ fotomeccanici Giuseppe Trassari Filippetto Istituto Nazionale per la Grafica Direttore del Laboratorio Diagnostico per le Matrici Negli anni passati all’interno del Laboratorio Diagnostico per le Matrici, settore istituito con precise finalità di ricerca e studio delle tecniche d’incisione antiche e contemporanee, l’ipotesi di studiare, restaurare e conservare forme da stampa, quali i cliché fotomeccanici, è stata oggetto di discussioni e valutazioni. Nella disamina delle problematiche afferenti le specifiche forme da stampa ebbero rilevanza la loro produzione meccanica e l’origine subordinata ad immagini e procedimenti prevalentemente fotografici, seppure le zincografie, per almeno mezzo secolo, abbiano rivestito un ruolo decisivo nella storia dell’arte tipografica e quindi nella diffusione e accessibilità della cultura su larga scala. È, infatti, grazie ai clichè fotomeccanici che la replica tecnologica delle immagini fu semplificata ed amplificata. La valenza storica dei cliché fotomeccanici era quindi un elemento da stimare, soprattutto in considerazione del loro progressivo accantonamento, soppiantati da tecnologie più consone alle nuove esigenze del mercato editoriale, soprattutto dopo l’avvento del computer: mezzo elettronico che ha trovato nel procedimento offset il sistema più conforme e veloce per la riproducibilità tecnica dell’immagine. Le “vecchie” forme tipografiche sopravvissero per poco tempo e, una volta dimesse, furono accantonate in locali di fortuna, prima di essere distrutte o svendute come materiale di risulta. Nell’ambito degli interminabili e intriganti scambi di vedute, affrontati con l’allora direttore scientifico del Laboratorio Anna Grelle Iusco, s’ipotizzò l’idea di prendere in considerazione solo quei cliché tratti da opere di artisti espressamente create per l’illustrazione di libri, come anche quelli latori di valore documentario aventi un imprescindibile legame con le testimonianze fotografiche da cui erano tratti e delle quali rimanevano uniche tracce. Non è questa la sede per riassumere gli esiti delle problematiche affrontate, in tutte le sfumature e varianti, allora accantonate per diversi motivi, ma è certamente lo spazio idoneo per affermare che la richiesta di restauro di 126 cliché fotomeccanici, proposta dall’Istituto di Incremento Ippico della Sardegna che ha sede ad Ozieri, ha di nuovo posto l’accento sulle problematiche afferenti tali forme da stampa. Infatti, dopo un prezioso e fattivo colloquio con il Responsabile Scientifico dell’Istituto di Ozieri, l’importanza documentaria dei manufatti in oggetto ha prevalso su qualsiasi altra considerazione di tipo storico critico, anzi ha in parte sancito definitivamente una componente imprescindibile a favore del restauro conservativo dei cliché fotomeccanici: il loro presupposto documentario. Presa in considerazione l’opportunità di affrontare il restauro e l’approntamento espositivo dei manufatti, si è intrapreso un lavoro di ricerca, dapprima fondato su basi teoriche, attingendo alle conoscenze acquisite per gli interventi conservativi effettuati sulle matrici di zinco delle collezioni custodite nell’Istituto Nazionale per la Grafica, poi verificato in concreto su manufatti campione. Direttore: Serenita Papaldo Via della Stamperia, 6 00187 Roma tel. 06 699801 fax 06 69921454 37 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici 38 Soprattutto per la fase di ricerca è stato indispensabile sottoporre le zincografie ad analisi oggettive e strumentali, finalizzate a definirne lo stato conservativo generale, la qualità dei degradi e dei depositi superficiali eterogenei. Da tali premesse teorico-pratiche, nel corso delle quali non è stato trascurato nessun particolare, è stato definito un protocollo d’intervento conservativo inedito, specifico per i cliché fotomeccanici che certamente per la prima volta, sia a livello nazionale sia internazionale, ha permesso di operare in termini di recupero, tutela e valorizzazione di tali caratteristiche forme da stampa. Dopo le imprescindibili verifiche pratiche del protocollo operativo, portate a termine come s’è detto su campioni, si è inizialmente intervenuti su due cliché la cui scelta è stata determinata dal loro differente stato di conservazione: l’uno presentava degradi molto consistenti mentre l’altro presentava deterioramenti di media rilevanza. È infine da sottolineare che, nell’esaminare l’intero corpo di manufatti ci si è trovati di fronte a problematiche non prese in considerazione nella prima fase di lavoro: tale circostanza è stata determinata dall’osservazione di taluni degradi (residui di carta incollata sulle superfici delle lamine, fratture perimetrali, diverse tipologie di degrado ed altro) che non erano presenti sui campioni utilizzati per la messa a punto del protocollo. In altri casi è stato rilevato un sistema di ancoraggio della lamina di zinco al supporto ligneo, diverso da quello riscontrato sui precedenti (al posto dei chiodini di ferro era stato utilizzato del nastro biadesivo). Per tali motivi il protocollo operativo iniziale è stato, per forza di cose, aggiornato ed ampliato in corso d’opera. Il restauro delle zincografie è stato realizzato procedendo in modo molto articolato. Nella prima fase è stata verificata la stampabilità dei cliché operando manualmente, senza l’utilizzo di macchinari, per evitarne ulteriori degradi. In seguito le lamine di zinco fotoincise sono state rimosse dal supporto ligneo al quale erano vincolate: operazione necessaria sia per l’incompatibilità conservativa dei due materiali (metallo e legno a contatto) sia per intervenire operativamente sulle lastre metalliche figurate. Il distacco dei due elementi è stato eseguito con molta attenzione per evitare deformazioni plastiche e danni meccanici delle lamine. Le lastre di zinco sono state quindi bonificate, dapprima con bagni in soluzione di tensioattivo (Tween 20) e acqua deionizzata per eliminare i depositi superficiali incoerenti e le tracce di grasso. Con successivi bagni in soluzione di EDTA tetrasodico e acqua deionizzata sono stati rimossi i sali di corrosione e le tracce residue di vecchio inchiostro. L’azione delle soluzioni è stata agevolata con spazzolature di setolino morbido. Il controllo delle lamine al microscopio ha evidenziato, in diversi casi, la persistenza di prodotti di corrosione ancora fortemente ancorati alle superfici di zinco: per rimuoverli è stato pertanto necessario intervenire localmente, dapprima con resina a scambio ionico cationica forte e poi meccanicamente con bisturi e specillo. Dopo la perfetta rimozione dei prodotti di corrosione, i cliché sono stati nuovamente stampati per verificare gli esiti del restauro, ravvisabili nel confronto tra stampa pre e post restauro; esiti più che soddisfacenti, sebbene le aree aggredite dai fenomeni corrosivi abbiano determinato delle micro lacune nelle immagini tratte dalle zincografie. Le lamine, una volta ripulite dall’inchiostro con tricloro etilene, sono state protette con tre strati di polimero nitrocellulosico, diluito in solvente nitro al 30%. L’aspetto dei cliché, dopo il restauro e l’applicazione del protettivo, era vivido, omogeneo e dalla colorazione argenteo azzurra, tipica dello zinco non ricoperto dalla patina d’idrogenocarbonato. Tuttavia in tale stato i cliché non consentivano una accettabile fruizione dell’immagine latente, presupposto inadeguato per l’esposizione al pubblico dei manufatti. Per ovviare al problema le lastre sono state nuovamente inchiostrate con il rullo di caucciù, dopo l’essiccazione completa dello strato filmogeno, ottenendo così la perfetta leggibilità delle immagini. Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Il sistema escogitato, oltre a permettere la fruibilità dei manufatti, ha dato altri vantaggi. Lo strato filmogeno di polimero nitrocellulosico ha un’azione protettiva nei confronti del metallo e, nel contempo, ha anche funzione di strato d’intervento nell’impedire all’inchiostro di venire a diretto contatto con le zincografie; inoltre il metodo garantisce la completa reversibilità dell’intervento. È, infatti, sufficiente immergere i manufatti in un bagno di diluente nitro per eliminare contemporaneamente, senza ulteriori operazioni, l’inchiostro ed il film protettivo. Terminati gli interventi di protezione e di approntamento espositivo, i cliché sono stati montati su lastre di plexiglas trasparente, materiale inerte e quindi idoneo per l’assemblaggio espositivo dei pezzi. Il risultato finale dell’intervento conservativo può considerarsi più che soddisfacente riguardo al ripristino materico e bonifica delle lamine figurate; ma è soprattutto l’innovativo approntamento espositivo che ha permesso di enfatizzare le qualità estetiche e la fruibilità delle opere. 39 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo Soprintendente ad interim: Giuseppe Andreassi Via dei Tintori, 1 66100 Chieti tel. 0871 331668 fax 0871 330946 [email protected] www.soprintendenza-archeologica.ch.it 40 Un intervento di scavo e restauro paleontologico: il giacimento con Hippopotamus antiquus di Ortona (CH) Silvano Agostini, Salvatore Caramiello, Maria Adelaide Rossi Servizio Geologico e Paleontologico Un giacimento con numerosi resti fossili di grandi mammiferi è stato casualmente scoperto, a sud di Ortona (CH) in Contrada Ciampino, a seguito di uno sbancamento per la realizzazione di una strada vicinale, che ha interessato la falesia fossile che caratterizza con continuità il tratto meridionale della linea di costa abruzzese, a Sud di Pescara. Il conseguente scavo d’urgenza effettuato con una campagna nell’ottobre del 2002, ha permesso il recupero di un’interessante associazione faunistica riferibile al Pleistocene medio iniziale (circa 700.000 anni fa) costituita in prevalenza dai resti di Hippopotamus gr. antiquus, associati ad un molare deciduo di Elephas (P.) antiquus ed altri reperti attribuibili a Cervus elaphus. I resti fossili erano inglobati in uno strato sabbioso pertinente ad una delle sequenze deposizionali che caratterizzano la locale successione marina databile al Pliocene superiore – Pleistocene inferiore e medio. All’altezza stratigrafica del giacimento un dettagliato rilevamento geologico ha evidenziato alternanza ciclica di livelli in facies di spiaggia sommersa, laguna e di spiaggia emersa. Al tetto della successione si affermano invece facies grossolane costituite da ghiaie di ambiente transizionale. Nell’ambito dello scavo particolare attenzione è stata posta alla documentazione ed ai dati utili alla definizione del contesto tafonomico. Le ossa lunghe, in particolare, presentavano una giacitura ortogonale rispetto alla direzione prevalente delle paleocorrenti di trazione, ricostruite sulla base delle geometrie sia degli strati che delle strutture sedimentarie. Lo stesso l’elemento fossile più importante di Hippopotamus, la mandibola, giaceva con analogo orientamento, ma capovolta. Gli elementi craniali e post-craniali recuperati sono relativi ad un unico individuo di Hippopotamus gr. antiquus e consistono nella mandibola quasi completa, in un incisivo, due molari, ed un canino superiore isolati, alcune vertebre cervicali, toraciche, lombari e caudali, alcune coste, il coxale ed il femore destro. Due molari appartengono invece ad altri due individui probabilmente di sesso maschile uno dei quali di età molto più giovane. Sul campo la mandibola, per le sue dimensioni e per la sua completezza, risultava il reperto più significativo e seriamente compromesso per le diffuse fratture dorso-ventrali e per le fessure anche determinate dalla perforazione e infiltrazione nel tessuto spugnoso di apparati radicali. Il ramo mandibolare destro, presentava una maggiore compressione di quello sinistro, mostrando un raccorciamento mentre il suo canino era ruotato verso l’esterno. Dopo il completamento di tutta la documentazione geologica e paleontologica, ed il campionamento per le analisi di tipo sedimentologico e per il paleomagnetismo6, le operazioni di isolamento e scavo si sono svolte insieme alla contestuale protezione ed al primo consolidamento dei reperti. Per ogni elemento si è proceduto all’applicazione di una sottile pellicola di pvc trasparente, a cui hanno fatto seguito le fasi di bendatura con garza gessata. Dopo la costruzione in sito di Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici contenitori per gli elementi più grandi o fragili, si è passati alla “estrazione” dal terreno. Particolare cautela è stata assunta nel recupero della mandibola di Ippopotamo che per la sua fragilità, dimensioni, conformazione e giacitura, ha richiesto un intervento particolarmente accurato. Questo reperto infatti prima dello “strappo” finale è stato ulteriormente inglobato nel poliuretano espanso all’interno di una struttura di protezione. Lo scavo è quindi proseguito in laboratorio dove, seguendo una precisa catena operativa e di documentazione, si è proceduto alla progressiva liberazione e restauro della mandibola. Per il consolidamento e per la continuità strutturale si è fatto impiego di Akeogard AT40, mentre nei punti particolarmente fragili del reperto e soggetti a cedimenti sono state iniettate resine epossidiche del tipo Epo 150. Alcune considerazioni biometriche, rese possibili solo dopo il restauro della mandibola e degli altri elementi, ci inducono a ritenere l’individuo di Hippopotamus gr. antiquus di Ortona, di età avanzata e di sesso femminile; inoltre le sue dimensioni risultano inferiori rispetto alla media di quelle degli ippopotami della stessa specie, fatto che apre interessanti problematiche paleontologiche e paleoecologiche. Gli interventi futuri sulla mandibola prevedono come ultima operazione la pulitura dei denti. Per questa delicata fase, al fine di permettere possibili osservazioni e studi, sulle tracce di masticazione ci si avvarrà della metodologia laser. Questa fase dovrà prevedere una specifica messa a punto perché l’uso di pennelli laser al posto dei tradizionali vibro incisori nel campo paleontologico è tuttora in fase sperimentale in virtù delle differenti situazioni ed ai contesti (natura e stato di fossilizzazione dei reperti) ai quali sino ad oggi questa metodologia è stata applicata. 41 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico per l’Abruzzo Soprintendente: Anna Imponente Castello Cinquecentesco 67100 L’Aquila tel. 0862 633478-633445 fax 0862 633436 [email protected] 42 Il ciclo pittorico di S. Pellegrino di Bominaco Calcedonio Tropea Dopo la totale dispersione della preziose, antiche carte che vi erano conservate, la più antica memoria del Monastero benedettino di S. Pellegrino di Bominaco, agli albori del secondo Millennio, è riportata nel Chronicon Farfense, che ne attribuisce la fondazione ad Oderisio, il quale, nell’anno 1002, ne accresceva l’importanza con cospicue assegnazioni di terre e beni dei villaggi circonvicini. Nel 1093, Ugo di Gerbert ne faceva dono al Vescovo di Valva, Giovanni, dando luogo ad una secolare controversia con i monaci, che rivendicavano la loro autonomia. Negli stessi anni, si poneva mano alla erezione della nuova, splendida Chiesa abbaziale, intitolata all’Assunta, capolavoro dell’architettura romanica Abruzzese. Nonostante l’interminabile lite con la Curia, il monastero godette di un lungo periodo di crescita e di floridezza, sicché nell’ anno 1263, a breve distanza dalla chiesa, per volontà dell’abate Teodino, sorse, sul sito di una più antica fondazione voluta da un “Re Carlo”, da identificare verosimilmente con Carlo Magno, l’oratorio, anch’esso dedicato al mitico eponimo di un “Santo Pellegrino” che, da tempo immemorabile, era venerato come una sorta di genius loci: così come attestato nell’iscrizione incisa nell’architrave del rosoncino posto a lato della porta che si apre nella parete di fondo dell’edificio, con funzione di collegamento con la Chiesa stessa: a.m. bis sexdecies ternis hec a rege carulo fudata ab abbe teodinu e ribadito nella iscrizione riportata nei plutei marmorei che ne impreziosiscono l’interno. L’oratorio consta di un’ unica aula (m. 18 x 5.80), con volta a botte sestiacuta, divisa in quattro campate da leggere lesene, le cui pareti sono integralmente dipinte da una serie di dipinti murali, da ritenere coevi all’epoca della sua costruzione, concordemente ritenuti, unitamente al vicino ciclo della Chiesa di S. Maria ad Cryptas, a Fossa, che ne rappresenta una filiazione, come il monumento più ragguardevole e rappresentativo, di un “corpus” della pittura medioevale Abruzzese, che comprende anche S. Tommaso di Caramanico e S. Maria di Ronzano a Castel Castagna, ricco di suggestioni e di connessioni variegate, ancorché riconducibili nell’ambito di una temperie culturale comune, di matrice bizantineggiante.L’importanza delle Storie di Bominaco fu rilevata, per la prima volta, dal Berteaux, nella sua celebre opera, edita nel 1904 e dedicata all’Arte del Meridione d’Italia, che riscattò da un oblio plurisecolare un patrimonio culturale di immenso valore, pressoché sconosciuto. Seguirono, nel 1926, le note del Gavini e, l’anno successivo, quelle del Toesca. Tuttora fondamentale rimane lo studio del Carli, pubblicato nel 1938, il quale individuò nel ciclo di S. Pellegrino, la mano di tre distinti artisti, ai quali attribuì i nomi convenzionali di Maestro dell’infanzia di Cristo, Maestro della Passione e Maestro miniaturista. Ulteriori, importanti contributi, vennero da Matthiae, Bologna, Pace, Rasetti e, più recentemente da Baschet, da Aceto, che nel Maestro miniaturista ha riscontrato affinità con l’ambiente di cultura fredericiana presente ad Atri, e dalla Lucherini, che vi ha ravvisato influssi monrealesi, mutuati dall’ambiente romano. Negli anni 1937 e 1938, sotto la direzione del Carli, validamente coadiuvato da Antonio de Dominicis, il ciclo fu completamente restaurato da Luigi Rosmini, il Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici quale dovette concludere i lavori a tempo di record, prima di partire per la campagna di Russia, da cui non fece ritorno. Si trattò di un intervento meritorio e assolutamente dignitoso, considerando i tempi e le circostanze in cui venne eseguito. Dopo più di quaranta anni, tuttavia, per la mancanza di manutenzione e per la obsolescenza dei metodi di intervento invalsi al tempo del Rosmini, sia per quanto riferito ai materiali che alla tecnica operativa, le condizioni di conservazione dei dipinti erano peggiorate, al punto da rendere necessario ed improcrastinabile un nuovo intervento, che fu disposto, affidato al vincitore della relativa gara, Pietro dalla Nave, ed iniziato nel 1980, a dispetto degli scenari, assolutamente scoraggianti, che si prospettavano in ordine alle risorse finanziarie. Ci si risolse dunque ad intraprendere un’opera di restauro particolarmente delicata e problematica, di grande responsabilità, difficoltosa ed estenuante per essere articolata sulla base di una prolungata programmazione pluriennale, per piccoli lotti successivi, rinunciando così al comodo alibi della inadeguatezza dei fondi, addotto a giustificazione del mancato, seppur necessario intervento.Sicché i lavori si sono sviluppati, anno dopo anno, con un progressivo affinamento delle conoscenze e delle metodologia di intervento, con pazienza e perseveranza, per oltre cinque lustri, fino alla recente conclusione degli stessi, con risultati di grande soddisfazione sotto ogni profilo, con una spesa complessiva contenuta nell’importo di £ 335.000.000 (€ 173.000), al netto dell’IVA. Non è possibile, nella circostanza, riferire in misura esauriente su tutti gli aspetti di una operazione tanto lunga, complessa e problematica: basti un cenno sulla grande e capillare opera di consolidamento degli indotti di supporto e della materia pittorica eseguita, che assicurerà l’integrità dei dipinti negli anni a venire; l’altrettanto importante e faticosa opera di rimozione delle nocive stuccature in gesso, di cui tutta la superficie era abbondantemente costellata, e che rappresentavano una importante causa di degrado; la rimozione dello spessa beverone protettivo che rivestiva gli affeschi, alterandone a leggibilità e la pulitura, che ha consentito di rinvenire, sotto le scialbature, una serie di scene inedite, di estremo interesse.Una cura specialissima è stata dedicata alla reintegrazione pittorica, che ha assunto un ruolo particolarmente qualificante, nell’economia generale dell’intervento, ed ha comportato una mole di lavoro eccezionale, essendosi adottata, ancorché estremamente più onerosa, la scelta di estendere le operazioni a tutte quelle parti che fossero filologicamente riproducibili, come modanature, fondali, fasce decorative ad andamento geometrizzante e quant’altro, nell’intento, pienamente raggiunto, di restituire, per quanto umanamente possibile, all’insigne ciclo di pitture parietali, la sua originaria e straordinaria suggestione. Essendo finalmente completata l’azione di tutela del ciclo, per quanto riferito agli aspetti strettamente conservativi, a parte una ultima revisione generale della parti restaurate ormai più di venti anni or sono, resta ora da assolvere alla successiva fase di presentazione e valorizzazione, con una mostra che illustri la storia e le fasi del restauro, chiarendone tutte le problematiche, correlata ad una pubblicazione a carattere scientifico, nella quale potrà essere riesaminato ed aggiornato, alla luce dei rinvenimenti seguiti all’esecuzione dei restauri, il profilo storico critico di questi affascinanti dipinti. 43 Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Campania Direttore Regionale: Stefano De Caro Via Eldorado, 1 80132 Napoli tel. 081 24643211 fax 081 764 5305 44 Restauro in Campania un‘attività multiforme Stefano De Caro Raramente si è data la circostanza di presentare interventi di restauro esemplificativi dell’attività di quasi tutti gli uffici del Mibac in Campania, con pochissime eccezioni. Le più recenti mostre di restauri, realizzate dalla Soprintendenza di Salerno e Avellino negli anni dopo il sisma, hanno offerto l’opportunità di conoscere e valorizzare il patrimonio di molte zone poco note della regione, ma senz’altro la maggiore raccolta di restauri realizzati in Campania, pur incompleta, è costituita dalla serie di volumi di Dopo la polvere, editi nel 1994 dal Poligrafico dello Stato, che rendevano conto di numerose tipologie di interventi nel settore dei beni archeologici, architettonici e artistici e storici. Nella selezione presentata si sono tenuti presente quando possibile la collaborazione con altre strutture come gli istituti universitari, il CNR e, altrimenti, la particolarità dell’intervento e il suo significato sia dal punto di vista tipologico sia da quello del valore nel contesto di appartenenza del bene. La cooperazione con Istituti Universitari permette di applicare strumenti diagnostici nuovi e tecniche sperimentali e quindi contenitori di rilievo internazionale come gli Scavi di Pompei che tradizionalmente attirano collaboratori di prestigio e fondi per la realizzazione di azioni innovative sono presenti con una vasta serie di interventi di successo. Il patrimonio campano è prevalentemente composto di beni archeologici ed alcuni restauri nel settore rivestono caratteristiche che possono essere definite quasi spettacolari come quello realizzato dalla Soprintendenza archeologica di Napoli, Caserta e Benevento sulla tomba osca ritrovata a Cuma. La peculiarità della decorazione, dove il vivace naturalismo del ritratto dei coniugi si affianca all’eleganza più formale delle figurine femminili sulle pareti laterali, sottolinea il notevole interesse dell’operazione che ha però la sua prerogativa principale nello spostamento dell’intera camera ipogea, grazie ad un complesso sistema che ha permesso di trasportarla nel museo Nazionale di Napoli, vista l’impossibilità di mantenerla nella sua collocazione originaria. Nonostante l’importanza del settore archeologico oggi la struttura degli uffici e la loro dislocazione sul territorio permettono di presentare opere, per esempio il bel dipinto su tavola raffigurante Madonna con Bambino, provenienti da monumenti siti in località come Montella ancora lontana dalle rotte più battute del turismo. Per restare nel settore dei beni mobili, molto interessante è l’intervento compiuto ad Avellino con la statua del re Carlo II d’Asburgo di Cosimo Fanzago, eccezionale ritratto infantile in bronzo del XVII secolo, collocato fin dall’origine all’aperto. Restaurato, è oggi sostituito con un calco per non privare la città di un monumento molto significativo. Di notevole importanza sono i restauri realizzati dalla Soprintendenza di Napoli su tele dipinte di grandi dimensioni: questa tipologia, molto ricorrente nella regione, può subire danni gravissimi, avendo quasi le stesse prerogative di una controsoffittatura e richiede risorse enormi, oltre a porre innumerevoli problemi di realizzazione e di destinazione a operazioni concluse a causa delle dimensioni. Tuttavia in Campania si è rodata una metodologia su questo genere di oggetti che permette di affrontare anche dipinti di dimensioni grandissime come per esempio la tela di Paolo de Matteis per la chiesa napoletana di San Nicola alla Carità attualmente in restauro. La tela settecentesca della chiesa di Santa Chiara di Nola, dove questo genere di decorazione era particolarmente diffuso, crollata con il soffitto a causa del sisma dell’80, ha visto finalmente realizzarsi la prima difficile fase del consolidamento. Le esperienze presentate pur numerose, non sono altro che una piccola parte dell’attività che tra l’altro non rappresenta se non molto parzialmente gli interventi sui beni artistici e storici e sugli oggetti mobili in genere mancando il settore ceramico o i materiali lapidei, i legni, i metalli preziosi e i tessuti che pure assorbono senz’altro una grande quantità di risorse. Non è casuale però il fatto che in una regione che ha iscritto nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO due paesaggi culturali come la Costiera amalfitana e il Parco del Cilento, si presentino due casi di restauro ambientale nelle province di Napoli e Caserta e che attività di riqualificazione del paesaggio e di restauro del verde siano in atto oltre che nel Parco delle Reggia di Caserta anche in quello di Portici, in collaborazione con strutture universitarie e con associazioni di tecnici. Particolarmente complesso appare il progetto di riqualificazione ambientale del lago Fusaro inserito nel progetto Integrato per i Campi Flegrei, a regia della Regione Campania e finanziato in massima parte con i fondi europei. L’ipotesi di lavoro da cui nasce il progetto richiede di far convergere energie provenienti da fonti diverse al restauro di un bene strettamente legato alle caratteristiche sociali che lo determinano come il paesaggio. Del resto la stessa Soprintendenza di Napoli ha affrontato, nella mostra Natura Mirabile del 1999, il tema del restauro ambientale in modo molto ampio e articolato presentando diversi progetti, che spaziano dall’intervento su giardini e parchi ad altri su interi comprensori, come la riserva naturale terrestre di Punta della Campanella o la cittadella fortificata di Procida e la zona flegrea di Monte Nuovo e del Lago d’Averno. Particolarmente intenso si presenta poi il settore del restauro dei materiali cartacei in genere: dalle carte d’archivio, oggetto di intervento sistematico da parte dei laboratori di restauro degli archivi di Stato, al materiale librario. Nel settore librario i rapporti con istituti di ricerca italiani e stranieri sono cospicui e in particolare sembrano di interesse per il cosiddetto restauro virtuale. Le tecnologie digitali sembrano favorire una la soluzione definitiva del problema della consultazione di materiali cartacei. Fragili per la loro stessa natura le raccolte caratacee sono state sempre oggetto di riproduzioni volte a evitare che l’originale venisse dato in consultazione. Oggi grazie alla riproduzione digitale ad alta risoluzione si può andare oltre la semplice riproduzione, ma aspirare a restaurare in forma virtuale la leggibilità spesso alterata degli inchiostri, delle carte o delle pergamene o, come nel caso della Biblioteca Nazionale di Napoli, dei rari papiri ercolanesi. 45 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Archeologici delle province di Napoli e Caserta Soprintendente: Maria Luisa Nava Piazza Museo, 19 80135 Napoli tel. pbx 0814422111 fax 081 440013 www.archeona.arti.beniculturali.it [email protected] 46 Una nuova tomba osca dipinta dalla necropoli di Cuma Paolo Caputo Luigia Melillo La nuova tomba osca dipinta è stata rinvenuta nell’ottobre 2003 a Cuma nel corso di lavori di manutenzione eseguiti all’interno di una masseria, già riportata nelle piante archeologiche ottocentesche, ubicata sul lato Ovest della Via Cuma–Licola, nota come “Via vecchia Licola a Palombara”, corruzione del latino columbaria, corrispondente all’asse extraurbano Cumis Capuam (l’antica Consolare Campana). Nel corso dello scavo, asportati i pavimenti moderni, sono apparsi i resti di piccoli edifici funerari ipogei di età romana databili a età tardorepubblicana, utilizzati fino al II sec.d.C., al di sotto dei quali è emersa una sepoltura a cassa di tufo, il cui fondo, collassato nella metà Nord, presentava un’apertura attraverso la quale, già in antico, antichi profanatori erano penetrati nella tomba osca dipinta individuata a quota inferiore. Quest’ultima, databile alla fine del IV sec.a.C., è a camera con tetto a doppio spiovente, orientata Est–Ovest, con ingressso a Ovest, realizzata con blocchi di tufo giallo dello spessore medio di m 0,20. Di dimensioni interne modeste (m 2,27 x m 1,38; h pareti lato lungo m 1,15; h pareti di testata m 2,37; h al culmine degli spioventi m 2,37), la tomba era preceduta da un dromos, un corridoio di accesso, resti del quale si sono rinvenuti sul lato Sud. La decorazione interna, dipinta a fresco, si sviluppa su uno zoccolo rosso chiuso in alto da un fregio a onda nero e da una sottile striscia gialla. La parete Est, quella principale, presenta una scena di banchetto funebre con il defunto con corta barba sdraiato su una kline, con un abito riccamente decorato e con una corona di fiori di melograno sul capo. Accanto a lui la moglie, adorna di gioielli e forse truccata, vestita col tipico costume tradizionale femminile osco caratterizzato da una tunica fermata da un’alta cintura in vita e da una mantellina rossa sulle spalle, Alle spalle del defunto, appare una giovane ancella in atto di mescere il vino, che indossa un curioso copricapo “a fez”. Davanti alla kline smontabile è la trapeza sulla quale sono disposti un piatto con pesci, due pani bianchi tondi e due oggetti forse in argento, probabilmente utensili connessi con la diliscatura o il taglio del pesce. Sotto la tavola è un levriere bianco. Sopra la scena di banchetto è dipinta una ghirlanda di fiori di melograno sospesa a chiodi. Di particolare bellezza e di straordinaria modernità le raffigurazioni presenti sulle falde interne della copertura. Sul lato Nord, un suonatore di doppio flauto, scalzo, vestito con una corta tunica su anassiridi, incede tra due danzatrici nude mentre volano tre colombe. Sul lato Sud, una elegante suonatrice di doppio flauto accompagna la danza sfrenata di due figure maschili nude. Tre germani reali sono in atto di planare su uno specchio d’acqua, forse il vicino Lago di Licola. La scena sembrerebbe riconducibile a una rappresentazione ideologico-religiosa (le danze in onore del defunto cui lo stesso assiste nel recinto di delimitazione della sepoltura) del ceto aristocratico sannita di Cuma, detentore di benessere e di opulenza derivante forse dall’entrata della città nello stato romano quale civitas sine suffragio (338 a.c.) e dalla ripresa dei traffici commerciali dei mercatores italici. Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici La tomba, pur non costituendo un esempio isolato di sepoltura dipinta nell’ambito della necropoli cumana, è, però, senza dubbio, un unicum sia per la rappresentazione, in particolare, di quella degli spioventi, sia per l’integrità della decorazione dipinta. La conservazione di quest’ultima ha richiesto immediati interventi conservativi già in sito. Sebbene le condizioni di seppellimento avessero garantito una buona tenuta dei dipinti e dei toni di colore, diffusi distacchi erano presenti soprattutto sugli spioventi e tutta la decorazione mostrava sollevamenti della pellicola pittorica, sfaldamento del colore e mancanza di adesione tra l’intonachino, costituito da un sottile strato di calce, e la tessitura muraria. Il quadro fessurativo, in particolare, ricalcava le linee di giunzione della struttura in tufo sottostante. È stato, quindi, necessario procedere preliminarmente al ristabilimento della coesione della pellicola pittorica mediante nebulizzazione di silicato di etile. Sono state, poi, effettuate infiltrazioni di Primal AC33 diluito opportunamente in acqua deionizzata, alternando pressione meccanica per agevolare la buona riadesione delle parti distaccate. Le superfici così consolidate sono state, quindi, intelate con strati di carta giapponese e velatino di cotone a trama larga fatti aderire mediante soluzione acquosa di gomma arabica. Sono stati successivamente applicati strati di neoprene e pannelli in legno delle stesse dimensioni delle pareti per proteggere la superficie dipinta e per garantirne una buona tenuta. Di particolare complessità e difficoltà, ampliata dagli spazi molti stretti in cui è stato necessario operare, dalla profondità dello scavo e dalla scelta di asportare per intero le pareti e il tetto della tomba, è stata la fase dello smontaggio e della movimentazione delle lastre dipinte, che ha richiesto uno specifico progetto ingegneristico. È stato necessario collegare preliminarmente i blocchi di tufo costituenti le singole pareti mediante piastre di acciaio bullonate. Le pareti così bloccate sono state succesivamente rivestite di pellicola di polietilene, ricoperte di cartone ondulato irrigidito con uno strato leggero di malta, chiuse in casse di legno a loro volta racchiuse in cassaforme di lamiera pressopiegata e sollevate con l’ausilio della gru su un camion per il trasporto a Napoli presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ove le lastre sono state collocate nel cantiere di restauro predisposto in ambienti ubicati al secondo piano. Anche in questo caso è stato necessario utilizzare una gru per il sollevamento delle casseforme. Le singole lastre dipinte sono state poi collocate su carrelli con ruote autobloccanti che ne consentono un’agevole movimentazione. Attualmente sono stati realizzati gli interventi necessari a garantire una buona conservazione dei dipinti murali in attesa che venga elaborato il progetto di riassemblaggio ed allestimento definitivo della tomba negli spazi dedicati a Cuma all’interno del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. 47 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Archeologici Pompei Interventi realizzati dal laboratorio di restauro Soprintendenza di Pompei e Pietro Baraldi, Dipartimento di Chimica, Università di Modena e Reggio Emilia STUDI E RICERCHE: Pietro Baraldi, S. Vanacore S. Giudice Soprintendente: Pietro Giovanni Guzzo Via Villa dei Misteri, 2 Pompei tel. 081 8575111 fax 081 8613183 [email protected] 48 La Venus pompeiana di Via dell’Abbondanza: Diagnostica su pitture della domus di Pompei della R.lX, Ins 7 e 11 Stefano Vanacore, Stefania Giudice, Pietro Baraldi, Manuela Valentini Contestualmente all’intervento di restauro e indagine svolto su alcuni dipinti murali in via dell’Abbondanza a Pompei, sono state prese in considerazione le pitture delle cosiddette “officina coactiliaria”, la “officina infectoria” (tintoria con fornace) e il Termopolio di Asellina. Su questi dipinti sono state eseguite alcune analisi sia in situ che su microprelievi in laboratorio al fine di identificare materiali e tecniche esecutive. Sono state eseguite analisi con microscopio Raman portatile della Jobin - Yvon sulle pitture della parete più alterata, quella della processione di personaggi, e sono state anche eseguite numerose riprese fotografiche della superficie pittorica a distanza ravvicinata e con microscopio digitale (Digital Blue) a 10,60 e 200 ingrandimenti. Mentre si rilevavano vari problemi per la registrazione degli spettri Raman sulla superficie pittorica, a causa della eccessiva esposizione della parete e della elevata vibrazione delle strutture sulle quali gli strumenti erano collocati, la microscopia Raman ha consentito di identificare particolari miscele di pigmenti. La superficie dei primi due affreschi è abbastanza ben conservata, ed è dipinta con pigmenti brillanti. L’abito della Venere stante con lancia nella sinistra è stato dipinto con ocre rosse e miscele con carbonio di origine vegetale. Il blu egiziano è presente in vari punti ove appare il colore azzurro, ma anche in altri dove la campitura appare bianca o verde o grigia. Il fogliame verde intenso ad esempio è ottenuto con terra verde mescolata a blu egiziano; il fondo bianco con l’ aggiunta di una parte di blu egiziano; il grigio dello specchio retto dall’ amorino è ottenuto da blu egiziano e carbone in miscela con bianco di calce; il viola da miscela di ematite rossa e blu egiziano. Ma la scoperta più interessante ha riguardato la spalla e il braccio sinistro della Venere, che oltre ad ocra gialla contengono polvere di oro (o forse foglia molto alterata). I gialli e i rossi sono sempre costituiti da goethite ed ematite. Non è stata accertata la presenza di cinabro: su superfici esposte al sole non era adatta, poiché rischiava di alterarsi nella forma nera, la metacinnabarite. La superficie del terzo affresco con una teoria di personaggi stanti si presenta invece molto alterata e con numerose sovradipinture (sono stati accertati fino a 14 strati) ed è anche molto irregolare. Le tracce dei precedenti interventi di restauro hanno reso molto difficile la registrazione di spettri Raman. Gli spettri registrati in situ erano sempre molto rumorosi a causa della vibrazione del supporto e della intensa luce proveniente dalla strada. Tracce di un pigmento rosa sintetico di restauro possono essere attribuiti al PR57. Condizioni sperimentali per la microscopia Raman : microscopio Labram confocale della Jobin- Yvon-Horiba, laser 632 nm, CCD con 1026x256 pixel, risoluzione spaziale 2?m, risoluzione spettrale 5 cm-1, potenza massima 5 mW, CCD 33OX1100 con 1100 pixel. È stato usato anche un microscopio portatile Jobin Yvon-Horiba.HE con lo stesso laser. Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Statua Marmorea di Marco Nonio Balbo Francesco Lanzetta, Stefano Vanacore, Giuseppe Zolfo Restauro e realizzazione calco - Ercolano, Area suburbana Il grande recinto rettangolare che precede l’ingresso delle Terme Suburbane è occupato al centro dall’altare-cenotafio di Marco Nonio Balbo, innalzato nella prima età augustea nel luogo in cui il suo corpo fu cremato e le sue ceneri raccolte. Sulla base di marmo alle spalle dell’altare si ergeva la statua loricata di M. Nonio Balbo, posta dal suo liberto M. Nonius Volusianus. Il rinvenimento della statua Il rinvenimento della statua loricata di Marco Nonio Balbo, l’unica conservata a Ercolano, è avvenuto in due tempi. La testa fu recuperata vicino alla base, sulla quale erano anche il piede sinistro e parte del pilastrino di sostegno, nel corso degli scavi della Terrazza, condotti da Amedeo Maiuri nel 1942. Una grande porzione del corpo è stata invece recuperata insieme ad altri frammenti nel 1981 durante gli scavi dell’antica spiaggia sottostante. La particolarità del rinvenimento, avvenuto in tempi e in luoghi distanti fra loro, trova la sua spiegazione nella dinamica dell’eruzione del 79 d.C. L’arrivo violento del primo surge sulla Terrazza di M. Nonio Balbo determinò infatti il crollo immediato della testa, lavorata a parte e inserita nel tronco della statua, e il trascinamento a valle del corpo; quest’ultimo risulta letteralmente spaccato in due e ridotto in vari frammenti; la metà del corpo ancora mancante deve essere stata spinta al di là dell’attuale limite meridionale della superficie scavata a cielo aperto. Anche il rinvenimento dell’iscrizione dedicatoria della statua da parte del liberto Marco Nonio Volusiano è avvenuto in due tempi: un primo frammento fu infatti rinvenuto nel 1939, subito fuori la Porta del Cardo V, il secondo nel 1981, durante gli scavi dell’antica spiaggia sottostante; in quest’area si recuperarono anche altri cospicui frammenti dei due geni funerari che ornavano la sommità dell’ara funeraria, recuperati anch’essi in gran parte sulla soprastante terrazza nel 1942. Non disponendo di tutte le parti che componevano la statua, che si presentava in frammenti, mancando circa la metà del corpo, e poiché per alcune parti, come il braccio e la gamba sinistri, mancavano gli elementi di collegamento alla statua, era difficile poter procedere alla ricomposizione delle diverse parti, che erano state già sottoposte ad un primo intervento di restauro, in seguito al ritrovamento del 1981, con ricomposizione della metà destra del torso, di cui si eseguì un rilievo. Si è deciso di realizzare un calco in vetroresina delle varie parti della statua da ricomporre, per poter studiare e capire, muovendo degli elementi ben più leggeri del marmo, l’esatta posizione dei vari elementi, l’inclinazione della testa, della gamba, etc. A tale scopo è stato utile anche il confronto con il Prof. Carlo Gasparri, riconosciuto esperto della statuaria antica. Una volta composte e integrate le varie parti del corpo realizzate in vetroresina, il calco è stato usato come modello per la ricomposizione Soprintendenza per i Beni Archeologici Pompei Restauro della statua e realizzazione del calco R.U.P. Ernesto de Carolis SAPDD.LL. Stefano Vanacore e Giuseppe Zolfo, – SAP Restauri A.T.I. Klanis s.a.s. di Napoli, San Martino s.r.l. di Napoli Calco Ditta Francesco Lanzetta di Orvieto Collaboratori: Giuseppe Farella RESTAURO E REALIZZAZIONE DEL CALCO Soprintendenza Archeologica di Pompei; R.U.P. dott. E. de Carolis, Archeologo Direttore Coordinatore; DD.LL. S. Vanacore e G. Zolfo, Restauratori Conservatori Direttori – SAP; Restauri A.T.I. Klanis s.a.s. di Napoli, San Martino s.r.l. di Napoli; Calco Ditta Francesco Lanzetta di Orvieto; collaboratore Giuseppe Farella, operatore tecnico specializzato Soprintendente: Pietro Giovanni Guzzo Via Villa dei Misteri, 2 Pompei tel. 081 8575111 fax 081 8613183 [email protected] 49 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’originale e quindi per la progettazione della struttura di supporto necessaria per l’assemblaggio. Le parti di marmo, grazie alla particolare struttura di acciaio che consente la regolazione delle inclinazioni e delle quote, sono state assemblate rimanendo indipendenti, per consentire qualsiasi intervento di ricomposizione nel caso si dovessero rinvenire altri elementi della statua. Una volta assolta la sua funzione di modello per la ricomposizione dell’originale, la copia è stata ricollocata in sito, sulla base marmorea con l’iscrizione dedicatoria, recentemente restaurata insieme all’altare e ai materiali lapidei delle Terme Suburbane. Per la completa valorizzazione del luogo monumentale è prevista la realizzazione dei calchi dei due Geni funerari dormienti che decoravano l’altare, non appena essi rientreranno dalla mostra “Die letzen Stunden von Herculaneum” nella primavera del 2007. 50 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Analisi e restauro di un affresco proveniente dalla Casa del Bracciale d’oro di Pompei Pietro Baraldi, Maria Perla Colombini, Stefano Vanacore, Stefania Giudice, Manuela Valentini L’intervento, eseguito a partire dalla seconda metà degli anni ’90 nel Laboratorio della Soprintendenza Archeologica di Pompei, si trovò ad affrontare una materia estremamente frammentata, ai limiti della possibilità di recupero. L’affresco, infatti, ridotto in migliaia di frammenti già anticamente, era stato usato come materiale di risulta per interrare una canaletta nel giardino della Domus. Ciò si spiega quasi sicuramente con la rovina causata dal terremoto del 62 d.C., che qui come in molte altre case di Pompei causò gravissime distruzioni. Gli archeologi ed i restauratori si trovarono quindi davanti un vero e proprio puzzle composto da migliaia di pezzi e lungo e complesso fu il lavoro per recuperarne alcune porzioni. Contestualmente al lavoro di restauro, grazie alla collaborazione del Professor Pietro Baraldi, del Dipartimento di Chimica dell’Università di Modena, e della Professoressa Maria Perla Colombini, del Dipartimento di Chimica Industriale dell’Università di Pisa, furono effettuate delle indagini sui pigmenti usati nell’affresco, che diedero risultati interessanti e addirittura sorprendenti. Le analisi Il Professor Baraldi ha eseguito una serie di rilevamenti tramite spettroscopia RAMAN su alcuni campioni dell’affresco, utilizzando un microscopio Raman Labram Jobin Yvon – Horiba (Sp Laser rosso a 633nm).. I rilevamenti effettuati su alcuni campioni dell’affresco hanno individuato una tavolozza tipica per la pittura romana: terra verde (Celadonite e Glauconite), blù egiziano, ocra gialla (Goethite) con le sue variazioni verso il rosso (Ematite) e il bruno quasi nero (Magnetite), cinabro, a volte con l’alterazione in nero della metacinnabarite, carbone per i fondi neri, mentre i bianchi sono realizzati con Calcite mista a Dolomite. Altri rilevamenti sono stati effettuati dal Professor Baraldi con la spettrometria infrarosso. I risultati hanno evidenziato la presenza di materiale organico (la cui identificazione con questo tipo di analisi non è possibile), di Caolinite, che potrebbe trovarsi come componente argillosa nell’ocra, e di Aragonite, un tipo di Carbonato di Calcio usato come pigmento bianco molto coprente ed ottenuto dalla macinazione dei gusci di conchiglia. La Professoressa Colombini ha invece utilizzato la Gascromatografia con Spettrometria di massa (GC-MS). La tecnica è finalizzata all’identificazione dei componenti proteici, lipidici, polisaccaridici, resinosi ed eventuali coloranti. La presenza di questi tipi di composti può dare indicazioni sulla tecnica impiegata per la stesura del pigmento sulla superficie, e quindi chiarire se si tratta di pittura ad affresco, o a tempera con uovo, o ad encausto, o altro. L’analisi, eseguita su quattro campioni, ha individuato una elevata quantità di glicina spesso accompagnata da idrossiprolina, suggerendo la presenza di colla animale e di un secondo legante probabilmente ascrivibile a uovo. Tale identificazione è supportata anche dalla presenza di fosfati che spesso è stato possibile identificare. È interessante osservare che lo strato più interno rispetto a quello esterno: Soprintendenza per i Beni Archeologici Pompei Progetto di restauro ed esecuzione lavori: esponsabile ufficio restauri: dr. E. De Carolis, Laboratorio di restauro unità operativa lab.I: rest. Conserv.direttore S. Vanacore rest. S. Giudice, rest. M. Valentini, operatori del laboratorio della SAP ENTI COINVOLTI Soprintendenza Archeologica di Pompei Dipartimento di Chimica dell’Università di Modena Dipartimento di Chimica Industriale dell’Università di Pisa Laboratorio di restauro della Soprintendenza Archeologica di Pompei STUDI, RICERCHE E SPERIMENTAZIONI prof. Pietro Baraldi, del Dipartimento di Chimica dell’Università di Modena prof.ssa Maria Perla Colombini del Dipartimento di Chimica Industriale dell’Università di Pisa PROGETTO DI RESTAURO ED ESECUZIONE LAVORI Soprintendenza Archeologica di Pompei: responsabile ufficio restauri: dott. E. De Carolis Laboratorio di restauro unità operativa lab.I: rest. conserv. direttore S. Vanacore rest. S. Giudice M. Valentini operatori del laboratorio della SAP Soprintendente: Pietro Giovanni Guzzo Via Villa dei Misteri, 2 Pompei tel. 081 8575111 fax 081 8613183 [email protected] 51 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici 1) ha un contenuto di solfati ben inferiore denunciando un minor grado di solfatazione; 2) ha un contenuto di ossalati quasi sempre superiore denunciando un notevole grado di ossidazione. Queste evidenze portano a suggerire che lo strato inferiore abbia subito un processo ossidativo diverso da quello superiore, tanto da supporre che la pittura sia avvenuta in due tempi diversi: dapprima pareti dipinte con pigmento disperso in colla animale, in un secondo tempo (cioè dopo la formazione ossidativa degli ossalati da materiale organico) la decorazione pittorica su cui è presente il fenomeno della solfatazione. In conclusione si può affermare che questa prima campagna di analisi, oltre a definire in modo preciso la tavolozza particolarmente ricca utilizzata dagli antichi pittori, ha portato in evidenza l’utilizzo di una particolare tecnica esecutiva, quella della pittura a tempera, di cui si conoscono ben pochi analoghi nell’ambito della pittura romana. 52 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Pompei: da Asellina a Verecundus. Indagini e sperimentazione sui materiali e sulle metodologie d’intervento e protezione Nicola Santopugli, Stefano Vanacore, Stefania Giudice, Manuela Valentini Soprintendenza per i Beni Archeologici Pompei Obiettivi primari del progetto concluso nel febbraio 2006 sono stati la salvaguardia delle vestigia architettoniche, la sperimentazione di metodologie e di materiali di restauro ricerca e monitoraggio sulle pitture di alcune celebri botteghe di via dell’Abbondanza a Pompei (Regio IX, Insulae 7-11) L’intervento ha riguardato i fronti esterni di alcune botteghe poste sul decumano massimo (via dell’Abbondanza), caratterizzati da importanti pitture e iscrizioni elettorali. Sulla base dei risultati ottenuti con le diverse campagne di rilevamento, è stato redatto un piano di intervento, indagine e sperimentazione che portasse, oltre al risultato conservativo, anche all’acquisizione di dati utili per analoghe esperienze in futuro. Il criterio adottato per l’esecuzione della documentazione fotografica è stato quello della raccolta parallela di immagini documentarie e di fotografie di lavoro, in modo di realizzare una sorta di documentario sia dello stato di fatto, sia dell’intervento realizzato. Complementare a tale fase è stata l’indagine notturna delle superfici mediante luce radente e a luce UV e il rilievo fotografico ad infrarossi, utilizzando quindi il mezzo fotografico sia come supporto per la documentazione dello stato di conservazione che come strumento di indagine sul campo. Inoltre il Centro DIAPREM dell’Università di Ferrara ha realizzato una campagna di rilevamento mediante laser scanner 3D finalizzata alla strutturazione di una banca dati tridimensionale. Completato il rilievo grafico e fotografico di tutte le superfici, si sono potute redigere su supporto fotografico le tavole tematiche relative alla totalità degli intonaci dipinti, tra cui lucidi in scala 1:1 dei dipinti del thermopolio di Asellina, sui quali è stata realizzata una puntuale computazione delle superfici e dei fenomeni di degrado presenti. Test e sperimentazione in cantiere All’interno del cantiere sono stati effettuati test e prove sperimentali riguardanti le varie operazioni previste per il restauro, come la pulitura ed il trattamento biocida, il consolidamento della superficie e dei distacchi degli strati di intonaco, le prove di malte per le integrazioni e le stuccature, al fine di individuare i prodotti ed i materiali più idonei. La scelta di tali prodotti è avvenuta associando le prove pratiche in cantiere ai risultati delle analisi di laboratorio a cui sono stati sottoposti i campioni di materiale (malte e finiture) prelevati sulla superficie in corrispondenza di zone sottoposte in passato ad interventi di restauro. Con le analisi di laboratorio è stato possibile determinare l’esatta composizione dei materiali prelevati per definire la natura degli interventi conservativi realizzati in passato e indirizzare cosi la metodologia degli interventi. I test di pulitura sono stati predisposti una volta individuati i trattamenti che hanno interessato in passato le superfici (in gran parte effettuati con miscele di paraffina, com’era l’uso manutentivo più diffuso). Sia prima che dopo l’esecuzione di ogni prova è stato effet- Soprintendente: Pietro Giovanni Guzzo Via Villa dei Misteri, 2 Pompei tel. 081 8575111 fax 081 8613183 [email protected] 53 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici tuato il rilievo colorimetrico delle zone rappresentative con lo spettrofotometro portatile Minolta CM-2600d, che ha la caratteristica di acquisire dati anche nelle bande più prossime dell’UV e dell’IR (le misure partono da 360 nm fino a 740 nm). Attraverso il confronto e l’interpretazione delle curve di riflettanza è stato possibile acquisire dati oggettivi per il controllo dei saggi di pulitura. Le prove per individuare un trattamento biocida ottimale sono state effettuate su porzioni di intonaco e muratura, al fine di determinare sia il tipo di prodotto da utilizzare che le concentrazioni necessarie e i tempi di applicazione. Sono stati testati prodotti in commercio a base di sali d’ammonio quaternario e di tributilstagno naftenato. Sono state inoltre eseguite indagini termografiche e misure di contenuto di acqua nelle murature con metodo conduttimetrico e sperimentazioni di malte per il risanamento delle murature e per la stuccatura dei paramenti. Una campagna di sperimentazione è stata avviata anche per quello che riguarda la protezione finale delle pitture murali. Dopo una ricerca comparativa su analoghe esperienze già effettuate, si è proceduto mediante l’utilizzo di indagini multispettrali e spettrofotometriche finalizzate alla valutazione dell’efficacia della protezione con lastre in policarbonato. 54 Protezione dei dipinti Lo stato conservativo delle pitture murali dell’officina di Verecundus (la Venere con elefanti), dell’officina infectoria (dipinti delle quattro divinità, della Venere con amorini e della processione di Cibele) e del Termopolio di Asellina, su via dell’Abbondanza, ha risentito, oltre che della diversa esposizione climatica delle pareti su cui essi sono collocati, anche della presenza delle vecchie lastre protettive in vetro e plexiglas. Queste, fissate mediante ganci in ferro allettati con malta cementizia al paramento murario, se per un verso hanno preservato i dipinti dall’azione diretta degli agenti atmosferici e da danni di origine antropica, hanno anche determinato alcuni fenomeni di degrado dovuti sia al locale forte aumento di temperatura sulla superficie (effetto serra), sia all’abrasione causata dalla formazione di mulinelli che trasportano particellato solido nell’interstizio tra lastra e parete. Inoltre anche il sistema di ancoraggio non idoneo è stato causa di danneggiamenti a carico dell’intonaco. Si è quindi provveduto all’asportazione delle lastre e dei loro sostegni, e al necessario intervento di restauro (che ha tra l’altro previsto il distacco e riposizionamento su pannello di Aerolam di una delle iscrizioni, ricollocata successivamente in situ), a cura dei restauratori della Soprintendenza in collaborazione con le restauratrici della Triade s.r.l. Infine la sostituzione della protezione è stata compiuta utilizzando lastre in policarbonato di produzione della Makrolon (Bayer Sheet Europe GmbH), il cui effetto è anche quello di filtrare l’intera radiazione UV e di attenuare l’irraggiamento solare, oltre che di proteggere la superficie dagli agenti atmosferici. La distanza dall’intonaco è stata calcolata, attraverso sistemi di simulazione aereodinamica, in modo di ridurre al minimo il fenomeno di turbolenza con la conseguente abrasione della superficie. I ganci in ferro sono stati sostituiti da nuovi dispositivi realizzati con leghe a memoria di forma (SMA: Shape Memory Alloys) in nichel-titanio, che già vengono estesamente impiegate in molti settori, fra i quali quello medico e aerospaziale. Questi dispositivi di ancoraggio consentono un allungamento o una contrazione degli agganci delle lastre in funzione delle variazioni di temperatura. A temperature elevate corrisponderà un allontanamento della lastra dalla superficie dipinta, in modo da consentire la circolazione di aria nell’intercapedine e quindi ottimizzare il flusso termico, evitando il rischio di surriscaldamento. È da sottolineare, infine, che per il posizionamento delle lastre si sono sfruttati i punti d’appoggio preesistenti, in modo di non infliggere ulteriori traumi alla muratura. La sperimentazione di tali dispositivi di protezione rientra nell’ambito delle ricerche e degli interventi di restauro in cui l’Università affianca la Soprintendenza in una stretta condivisione di i obiettivi comuni, anche attraverso il coinvolgimento di aziende private e fondazioni per il finanziamento delle ricerche e dei lavori , in particolare la Kacyra Family Foundation Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici (Orinda, California, USA) la Fassa Bortolo e la Makrolon (Bayer Sheet Europe GmbH). Progetto di formazione internazionale Uno dei risultati più significativi, tra i diversi che si sono potuti realizzare nell’ambito del cantiere di restauro, è stata la possibilità di coinvolgere diverse Università e Scuole, a livello internazionale, contribuendo alla formazione di studenti che abbiano intrapreso il loro percorso formativo nell’ambito del restauro e della conservazione, e di diverse figure professionali di questo ambito disciplinare. Il cantiere è stato infatti oggetto di stage didattici che hanno visto coinvolti stagisti e studenti di diverse Facoltà e Scuole di Formazione (Scuola per il Restauro della Direzione Generale per il Restauro del Ministero dei Beni Culturali Ellenico Pontificia, corso Pós-graduação in conservazione e restauro dell’Universidade Católica da Paraná di Curitiba, Brasile). Enti coinvolti: Soprintendenza Archeologica di Pompei; Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Facoltà di Architettura “Valle Giulia”, Laboratorio Progetto Restauro,Scuola di Specializzazione in Restauro dei Monumenti; Università degli Studi di Ferrara, Facoltà di Architettura Biagio Rossetti, Centro DIAPREM; Laboratorio di restauro della Soprintendenza Archeologica di Pompei Studi, Ricerche e Sperimentazioni: Prof. arch. N. Santopuoli della Facoltà di Architettura “Valle Giulia” e Laboratorio Progetto Restauro dell’Università di Roma “La Sapienza”- Centro DIAPREM dell’Università di Ferrara; arch. F. Maietti, arch. R. Cami, arch. F. Ferrari, rest. L. Tapini, dott. arch. C. Bellan, dott. arch. V. Modugno, arch. C. Assirelli, arch. F. Tassinari, arch. A. L. Furquim Bezerra della Facoltà di Architettura dell’Università di Ferrara - Centro DIAPREM Prof. arch. S. A. Curuni, arch. M. Curuni, arch. F. Broglia, arch. D. Catini, arch. A. Picchione, della Facoltà di Architettura “Valle Giulia”- Laboratorio Progetto Restauro dell’Università di Roma “La Sapienza” ; dr. rest. E. Concina e rest. D. De Vincenzo di Triade srl. – Napoli; prof. L. Seccia, prof. ing. F. De Crescenzio, prof. ing. E. Troiani, ing. M. Fantini, ing. V. Virgilli, della II Facolta di Ingegneria, sede di Forlì – Laboratorio di Archeoingegneria dell’Università degli Studi di Bologna Campagna di rilievo 3D: Prof. arch. M. Balzani, arch. F. Ferrari, arch. A Grieco, arch. G. Galvani, arch. S. Settimo della Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Ferrara – Centro DIAPREM Indagini termografiche e misure conduttimetriche delle murature: Dr. M. Fabretti e dr. G. Fabretti del Centre for the Diagnostic in Art , Formello - Roma Indagini scientifiche sui materiali: Prof. G. C. Grillini della Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Ferrara - Centro DIAPREM; dott. Diego Cauzzi della Soprintendenza per il patrimonio storico, artistico e demoetnoantropologico per le province di Bologna, Ferrara, Forlì, Ravenna e Rimini Analisi scientifiche di laboratorio e campagna di sperimentazione sui materiali: Laboratorio scientifico della Fassa Bortolo, Spresiano - Treviso Progetto di restauro: Soprintendenza Archeologica di Pompei: - Direttore degli scavi: dott. A. d’Ambrosio ;- Responsabile ufficio restauri: dott. E. De Carolis, - Responsabile del laboratorio di restauro: rest. conserv.direttore S. Vanacore; Facoltà di Architettura “Valle Giulia” - Laboratorio Progetto Restauro - Centro DIAPREM: prof. arch. N. Santopuoli, prof. S. A. Curuni Triade srl – Napoli: dir. rest. E. Concina, rest. D. De Vincenzo Esecuzione dei lavori: Direttore dei lavori: prof. arch. N. Santopuoli della Facoltà di Architettura “Valle Giulia” - Centro DIAPREM Servizio Prevenzione e Protezione della Soprintendenza Archeologica di Pompei: Responsabile, geom. A. Nastri; Coordinatore per la sicurezza in fase di progettazione e di esecuzione, ing. M. Vitale ; Saggi d’intervento e restauro: rest.direttore S. Vanacore assistenza di cantiere rest. S. Giudice, rest. M. Valentini, rest. V. Serrapica del Laboratorio di restauro della Soprintendenza Archeologica di Pompei: dir. rest. E. Concina e rest. D. De Vincenzo della Triade srl - Napoli Sponsorizzazione degli interventi di restauro delle pitture murali: FASSA BORTOLO, Spresiano - Treviso;Kacyra Family Foundation, Fondazione, Orinda – California; Bayer Sheet Europe GmbH; Tecno Coperture, Cercola - Napoli Pubblicità e Comunicazione: Uni Pubblicità & Marketing, Modena 55 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio, per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico di Salerno e Avellino Servizio Educativo Responsabile: Maria Pasca Vincenzo D’Antonio, Giovanni Guardia, Stefano Manlio Mancini (docente comandato), Alessandro Manzo, Gabriella Rescigno, Velia Tancredi (docente comandato), Lucia Vitolo. tel. 089 2573213/256 fax 251727 [email protected] www.ingenioloci.it “...se faccio,capisco...” Soprintendente: Giuseppe Zampino Via Botteghelle, 11 84121 Salerno tel. 089 2573203 fax 089 251727 [email protected] 56 I laboratori didattici “... se faccio, capisco” Maria Pasca Partendo dall’assunto “se ascolto, dimentico, se vedo ricordo, se faccio, capisco, i laboratori didattici specialistici – realizzati in collaborazione tra il Servizio Educativo e il settore Storico Artistico – si propongono di sollecitare curiosità, conoscenza e, quindi, consapevole rispetto verso il patrimonio storico – artistico, catturando l’attenzione dei ragazzi attraverso azioni pratiche legate alle problematiche inerenti la conservazione e il restauro delle opere d’arte. Si vuol porre, così, l’attenzione anche a possibili percorsi formativi futuri. I laboratori didattici relativi alle tecniche esecutive delle opere d’arte (Dalle tecniche esecutive al rispetto del territorio) - diretto dal dott. Giovanni Guardia, capotecnico restauratore, con la collaborazione di Antonio Salzano, assistente tecnico - sono progettati come momento di approfondimento e sviluppo di temi precedentemente trattati per studiare e analizzare le opere d’arte, non solo come espressione artistica derivante da un determinato contesto culturale in un determinato periodo, ma anche come manufatto realizzato con materiali e tecniche ben definite. Il laboratorio sul restauro – diretto dai capotecnici restauratori Alessandro Manzo e Lucia Vitolo - si propone di avvicinare le giovani generazioni al rispetto delle opere d’arte attraverso la conoscenza della fragilità di un patrimonio troppo spesso messo a rischio da cattiva tutela e scarsa manutenzione. La lunga esperienza sul territorio ha dimostrato che il degrado del patrimonio artistico è sovente dovuto a cattivi interventi di restauro, per cui attraverso i laboratori didattici, si intende far percepire la necessità di una formazione specifica per poter intervenire correttamente sui manufatti artistici. I ragazzi vengono coinvolti direttamente nell’esecuzione materiale, guidati da due restauratori, avendo così diretta cognizione dei danni provocati dall’incuria, dalle cattive condizioni climatiche e da interventi sbagliati, senza peraltro minimamente ricevere la percezione di aver appreso una tecnica. I laboratori si concludono con l’esposizione finale di quanto realizzato e la pubblicazione di quaderni relativi al lavoro svolto. Attualmente sono stati pubblicati tre numeri nella collana I quaderni del restauro e due nella collana Dalle tecniche esecutive al rispetto del territorio. Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Laboratori didattici sulle tecniche esecutive delle opere d’arte Giovanni Guardia La conoscenza dei materiali e delle tecniche d’esecuzione dei manufatti artistici è propedeutico ad un qualunque percorso che voglia occuparsi di restauro e/o conservazione. Ci è sembrato opportuno proporre alle scuole una serie di laboratori “operativi”preceduti da una introduzione teorica capace di relazionare la “pratica” di Cennino Cennini agli esiti che questa può determinare. La storia delle tecniche artistiche, lungi dall’essere esaustivamente indagata e compresa, risulta essere “oggetto e mezzo dell’indagine sull’opera”. L’obiettivo, che il progetto didattico “se faccio ... capisco” si è posto, è quello di far conoscere le tecniche e i materiali tradizionalmente usati nelle antiche botteghe per dar vita ad un’opera d’arte. Seguendo la genesi di una realizzazione, è stato possibile far acquisire termini quale supporto, preparazione, legante, pigmento, spessore, millimetro, micron e tanti altri, che la comprensione di un’opera impongono a chi voglia un domani restaurarla e/o conservarla. A questo si aggiunge l’avvio di una riflessione sui trattati, sui ricettari, sui possibili e nascosti legami delle forme generate dalla “materia dell’opera” con le teorie estetiche e con quell’irrisolto interrogativo se l’utilizzo di un determinato materiale ha potuto influire sulla forma. Il percorso messo a punto ha già previsto la tecnica dell’affresco, quella della pittura su tavola e tela con un’appendice, in corso di realizzazione, relativa alla “fabbricazione” dei colori (tempere, oli, tempera grassa, ecc.), con una prospettiva concreta di un laboratorio relativo alla miniatura ed al disegno, uno inerente alle tecniche calcografiche ed un’ultimo inerente alla scultura. Le intenzioni di partenza sono delle migliori, perciò l’operare con la massima attenzione rivolta al “giusto percorso” operativo è per il momento il nostro obiettivo. Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio, per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico di Salerno e Avellino Soprintendente: Giuseppe Zampino Via Botteghelle,11 84121Salerno tel. 089 2573203 fax 089 251727 [email protected] 57 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio, per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico di Salerno e Avellino Soprintendente: Giuseppe Zampino Via Botteghelle, 11 84121 Salerno tel. 089 2573203 fax 089 251727 [email protected] 58 Restauro della statua in bronzo di Cosimo Fanzago raffigurante Carlo II D’Asburgo ed elementi annessi Giuseppe Muollo Il manufatto recuperato per scongiurare pericoli di furto, all’indomani del terremoto del novembre 1980, unitamente ai tre rosoni, all’elmo ed al medaglione con l’autoritratto di Cosimo Fanzago, fu realizzato per essere collocato su una guglia o obelisco, di cui era parte integrante, ed attualmente è stato sostituito da una copia. Per motivi di tutela, sicurezza e conservazione l’opera è attualmente conservata nella chiesa del Carmine. L’opera fu commissionata al Fanzago dal Principe Francesco Marino I Caracciolo nell’ambito di un vero e proprio piano di recupero comprendente la realizzazione della facciata della Dogana, della Fontana di Bellerofonte, dell’obelisco con la statua di Carlo II D’Asburgo, e da una serie di statue collocate in diversi punti del centro urbano. Fanzago sigla questo lavoro inscrivendo il suo nome nella storia della città, collocando il suo ritratto in bronzo alla base dell’obelisco di Carlo II D’Asburgo. L’esposizione a cielo aperto del manufatto per più di tre secoli aveva prodotto un processo di corrosione del bronzo dovuto all’azione degli agenti atmosferici ed all’inquinamento, reso evidente dall’affiorare dei cloruri del rame oltre ai danni di natura fisica sul viso, sul cappello, sulle ginocchia e sulla mano destra. Il processo di corrosione del bronzo, in particolare, era reso evidente dalla presenza di patine di colore verde chiaro che ricoprivano parte della superficie della statua. Si evidenziava una azione di corrosione del bronzo, fenomeno chiamato “pyting”, che produce dei veri e propri microcrateri pieni di sostanze da corrosione, che raggiungono il metallo in profondità; concrezioni più o meno consistenti si erano sedimentate in superficie costituite da prodotti di corrosione del metallo inglobanti particellato atmosferico di origine carboniosa. Le dita della mano destra e gli stivali presentavano ossidi idrati di ferro, macchie di ruggine, dovute alla presenza di uno scettro in ferro sostituito in epoca remota a quello in bronzo andato perduto. Macchie nere si evidenziavano sul viso, sul busto e sulle gambe. Il ruscellamento dell’acqua poi, aveva prodotto dei solchi superficiali di colore chiaro creando il cosiddetto effetto “zebrato”. Sulle cosce e sulle ginocchia erano stati applicati in un precedente restauro delle inestetiche toppe di piombo a rilievo, incise per analogia con il modello della decorazione esistente, tenute da chiodi in piombo ribattuti. La mancanza del pollice e dell’indice della mano sinistra è dovuta con ogni probabilità alla caduta della statua dalla guglia durante i bombardamenti della città ad opera dei tedeschi, del settembre 1943. Le lacune presenti sulle ginocchia sono dovute proprio alle schegge prodotte dalla deflagrazione di una bomba esplosa; l’esame con il guanto di paraffina ha evidenziato infatti tracce di polveri da sparo; la deflagrazione distrusse anche parte del petalo di uno dei tre rosoni. Recuperato all’indomani dei bombardamenti dall’avvocato Domenico De Vicaris, come ci informa lo storico avellinese Vincenzo Cannaviello, fu consegnato al direttore del Museo Irpino dell’epoca Salvatore Pescatori che ne curò il restauro. Intervento di restauro L’intervento è stato preceduto da: documentazione grafica e fotografi- Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici ca di ogni singolo settore componente la statua; analisi radiografica; indagine endoscopica e indagine alla Fluorescenza X in dispersione di energia (EDXRF, Energy Dispersive X Ray Fluorescence) tramite sistemi portatili per analisi non distruttive con lo scopo di effettuare uno screening sui diversi settori di cui si compone l’opera al fine di correlare la lega con la patina superficiale. Il restauro è consistito in: pulitura meccanica e chimica dei singoli settori; lavaggi desalinizzanti realizzati con impianto a circuito chiuso ed utilizzo del conduttivimetro per l’analisi quantitativa dei sali solubili; disidratazione consistente nell’applicazione sulla superficie di solventi vari in successione ed eliminazione degli stessi con getti di aria calda; inibitore di corrosione del bronzo e conseguente controllo in camera umida dell’efficacia del trattamento; le inestetiche toppe sulle cosce, dopo aver verificato la loro natura e l’effettivo ingombro della superficie originale, attraverso esami radiografici, sono state rimosse ed integrate in sottosguadro con l’arametal, una resina poliestere reversibile, costituita da polvere di alluminio, trattata con una decorazione semplificata per permettere all’osservatore di distinguere l’integrazione dalla superficie originale; sono state eseguite stuccature, microstuccature ed integrazioni con materiali sintetici reversibili; è stato effettuato il calco del petalo posto al centro di uno dei tre rosoni per realizzare in materiale sintetico due copie dello stesso. L’intera superficie è stata trattata con il benzatriazolo. L’analisi alla fluorescenza X in dispersione di energia, consistente nell’irraggiamento con raggi X di un campione e sulla misurazione dei raggi X secondari emessi dal campione stesso ha permesso di stabilire che la lega componente il bronzo(rame e stagno) è costituita da: 90,9% di rame; 7,9% di stagno; 0,8% di piombo; 0,4% di ferro; < 0,1% di argento; < 0,1% di antimonio. Una lega bronzea ternaria quindi, con componente principale il rame ed alliganti lo stagno ed il piombo; sono presenti come elementi minoritari il ferro, l’argento e l’antimonio. La tecnica usata ha consentito tra l’altro di individuare gli elementi chimici presenti all’interno dell’oggetto irradiato, ma non dei composti chimici a cui questi elementi appartengono. L’indagine ha tra l’altro messo in evidenza la mancanza di patine antiquariali a pigmento. Siamo di fronte ad uno dei pochi casi in cui si è conservata la patina naturale del bronzo, formatasi in un’atmosfera non inquinata. Il bronzo non è stato trattato con una patina artificiale(di fonderia). Le patine nere e marroni che si evidenziano sulla materia non sono dovute all’utilizzo del cosiddetto fegato di zolfo, denominazione tecnica per il solfuro di potassio ed il nitrato di ferro ma agli ossidi del rame ed i verdi, tra cui un verde salvia, sono dovuti ai cloruri presenti nell’atmosfera. La base principale delle patine verdi sono i cloruri che si ottengono con il nitrato di rame; ma i cloruri esercitano però anche un’azione corrosiva sul bronzo che deve essere neutralizzata con delle cere; l’assenza di cere protettive convalida ulteriormente quanto dimostrato dall’indagine alla fluorescenza X. Sul medaglione raffigurante il ritratto di Fanzago sono ancora evidenti tracce della patina marrone con la quale il bronzo è uscito dalla fonderia. Il restauro della statua, alta appena 116 cm.,122 cm., se si considera la base, ha messo in evidenza che la fusione è avvenuta in più settori e poi assemblata per creare un blocco unico. Il restauro ha evidenziato inoltre, aperture sulla pianta dei piedi e nel cappello, volutamente creati dall’artista per favorire il deflusso delle acque meteoriche, per impedire l’addensamento delle stesse all’interno della statua che avrebbe provocato la corrosione dell’interno. Considerata l’epoca in cui la statua fu realizzata, questa soluzione appare come una intuizione altamente tecnologica per la conservazione del bene. In un precedente restauro, effettuato con ogni probabilità agli inizi degli anni Cinquanta del secolo scorso, furono inserite le toppe di piombo sulle ginocchia, e si chiusero le aperture di aerazione, lasciate dallo scultore sulla base degli stivali, con pezzi di piombo. Nei secoli, negli interstizi del finissimo rilievo a cesello si era accumulato particellato finissimo di polveri e terre trasportate dal vento, creando delle incrostazioni indurite, che ottundevano il modellato e l’eleganza delle finiture superficiali delle vesti e del broccato; queste sostanze sono state asportate chimicamente e meccanicamente utilizzando bastoncini di legno appuntiti per evitare di eliminare materia e di graffiare la superficie. 59 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio, per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico di Salerno e Avellino DIAGNOSTICA E DIAGNOSI: Università degli Studi di Napoli “Federico II”; prof. Domenico Acierno del Dipartimento di Ingegneria dei Materiali e della Produzione; arch. Rosalba Mirando del Dipartimento di Ingegneria dei Materiali e della Produzione C.N.R ing. Eugenio Amendola dell’Istituto dei Materiali Compositi e Biomedici; Studio Umberto Piezzo Restauratore - Umberto Piezzo, Soprintendenza per i BAPPSAE di Salerno e Avellino dott.ssa Antonella Cucciniello con Carlo Sica INTERVENTI DI RESTAURO: Soprintendenza per i BAPPSAE di Salerno e Avellino direzione: dott. Antonella Cucciniello con Carlo Sica Ditta Umberto Piezzo Restauratore restauro conservativo: Giulia Pascale, Umberto Piezzo, Marco Simeone; pulitura: Antonella Aurilia, Umberto Piezzo; integrazioni: Giulia De Pascale, Marco Simeone; elaborazioni grafiche: dott. Ivano Iannelli Soprintendente: Giuseppe Zampino Via Botteghelle, 11 84121 Salerno tel. 089 2573203 fax 089 251727 [email protected] 60 La Madonna con Bambino della chiesa di S. Maria della Neve o del Monte - Montella (AV) Antonella Cucciniello, Umberto Piezzo Il restauro della Madonna con Bambino si inserisce nel ben più vasto progetto di recupero e valorizzazione dell’area monumentale denominata “Castello del Monte” del comune irpino di Montella che impegna un team multidisciplinare diretto dall’arch. Giovanni Villani da cinque anni a questa parte. La tavola, databile alla prima metà del sec. XIV costituisce l’elemento focale di un oggetto complesso che comprende un articolato alloggiamento cinquecentesco, attribuibile alla cerchia di Marco Pino, e un altare ligneo settecentesco. Eseguita a tempera su un’unica asse di legno di noce tagliata in modo abbastanza regolare (dato confermato dall’analisi xilotomica e da quella FTIR), misura cm 172x64 con uno spessore di circa cm 3,00. Alla vigilia del restauro il dipinto si presentava in condizioni di grande precarietà; era evidente, infatti, un generale scollamento del film pittorico, evidenziato dalla formazione di piccole creste e bolle di colore sollevato, dovuto a stress di natura strutturale e all’indebolimento delle colle originali. Nel corso dell’ultimo intervento conservativo, risalente agli anni Ottanta del secolo scorso, che ha interessato la fermatura della preparazione e della pellicola pittorica con l’asportazione dei primi strati di vernici alterate, l’eliminazione delle manipolazioni precedenti era stata solo parziale e aveva risparmiato, per esempio, la pesante ridipintura del panneggio blu o alcune integrazioni false, come i piedi della Madonna o il braccio del Bambino. L’intervento appena ultimato è stato calibrato in due fasi interconnesse e correlate volte al recupero globale del dipinto, la prima ha previsto l’acquisizione dei dati tecnico-scientifici relativi alla tecnica di esecuzione, ai materiali costitutivi e al loro stato di conservazione non disgiunta da un accurato vaglio di tutti i dati storico critici disponibili; la seconda, invece, l’avvio delle azioni tecniche esecutive, legittimate dai dati acquisiti, congiunta alle misure necessarie e opportune per predisporre la corretta conservazione e manutenzione del bene nella sua originale ubicazione. Relativamente alla prima fase si è sperimentata una modalità di indagine e documentazione microscopica della superficie per supportare l’esame clinico della pellicola pittorica: l’intera superficie è stata mappata in 1024 porzioni di cm 2,6 x 3,7. Su tutte le porzioni è stata condotta l’indagine clinica al microscopio indagando con rapporti d’ingrandimento da 10x a 60x. Per 329 di queste porzioni, ritenute particolarmente rappresentative e caratterizzanti, sono state effettuate oltre 1000 riprese fotografiche in digitale con diverse tipologie di illuminazione, finalizzate ad evidenziare lo stato materico e la storia conservativa. L’intera documentazione è stata poi raccolta all’interno di altrettante schede diagnostiche che hanno costituito, insieme ai dati di tipo storico, chimico, fisico e biologico, il supporto per la progettazione operativa ed esecutiva dell’intervento di restauro. Un lavoro di equipe supportato scientificamente dal Dipartimento di Ingegneria dei Materiali e della Produzione dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” e dall’Istituto dei Materiali Compositi e Biomedici del C.N.R. La seconda fase è iniziata con un generale consolidamento e fissaggio di tutte le parti di colo- Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici re e preparazione tra di loro separate o in precario ancoraggio alla base. Per questo si è proceduto con una velinatura protettiva sulle zone da trattare, l’iniezione all’interno degli strati pittorici di consolidanti selezionati e scelti secondo le singole esigenze conservative, alternando collanti a base di gelatine animali e collanti sintetici a base acrilica, il tutto seguito da stiraggi a caldo e incollaggi sottovuoto. Dopo l’ancoraggio dei frammenti si è passati alla fase di pulitura del colore, che si è svolto in due tempi: nel primo si sono sciolti gli strati superficiali di vernice e patine scurite, portando alla luce gli strati pittorici sottostanti, quindi, nel secondo intervento, si è passati all’eliminazione degli strati pittorici non originali, sia quelli parzialmente asportati nell’ultimo intervento di restauro, sia quelli volutamente lasciati e relativi alle ridipinture antiche. La pulitura ha riguardato anche la superficie del supporto ligneo, che, per buona parte, è rimasta a vista. Una serie di operazioni condotte sia con solventi supportati in gelatine cerose che con mezzi meccanici, in ogni caso eseguiti integralmente con ingrandimenti da 5x a 10x e controllati al microscopio. Terminata la fase della pulitura del colore si è proceduto con un secondo intervento di consolidamento del colore originale e con la pulitura dei bordi di tutti i frammenti. In seguito, dopo avere identificato tutte le lacune da integrare, si è steso un sottile strato di araldite opportunamente dosata, sia come base per il successivo livello di stucco, sia come ulteriore ancoraggio per il film pittorico. La validazione di questa scelta tecnica è stata sperimentata in laboratorio per verificarne la compatibilità e l’integrazione tra i materiali, soprattutto per testare la capacità di questo materiale di costruire una continuità meccanicatale da consentire l’ancoraggio dei singoli frammenti di colore e preparazione originali al supporto ligneo. La stuccatura, leggermente colorata per facilitare l’armonizzazione dei colori durante l’intervento di ritocco, ha rispettato per quanto possibile tutte le caratteristiche dell’originale, recuperando le incisioni lungo le sagome dei vari elementi decorativi, e soprattutto salvando le ricche cesellature che impreziosivano le due aureole della Madre e del Bambino. L’integrazione pittorica è stata condotta con due distinte fasi di intervento: la prima, realizzata con colori ad acquerello, è stata eseguita a velatura sottotono, allo scopo di ricomporre gli spazi cromatici e i volumi; la seconda, eseguita con i colori a vernice, è stata invece realizzata a rigatino incrociato, variando la dimensione e l’intreccio a seconda delle zone e dei colori allo scopo di ricucire armonizzando i vari frammenti originali, ma rimanendo sempre nell’ottica di un intervento non invasivo dell’opera. Le lacune più piccole, in particolare nelle zone degli incarnati, sono state portate un poco più avanti per un maggiore equilibrio estetico. I due angeli, molto lacunosi, sono stati integrati cromaticamente solo per quegli elementi che risultavano più leggibili; si è scelto tuttavia di spingere la ricostruzione dei due volti molto più avanti sia perché la loro specularità ne permetteva una reciproca ricostruzione, sia perché nei particolari del volto si potevano salvare gli elementi più preziosi delle due figure. Un sottile rigatino sovrapposto rende comunque riconoscibile l’intervento. 61 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio, per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico delle province di Caserta e Benevento Soprintendente: Enrico Guglielmo Palazzo Reale viale Douhet 81100 Caserta tel. 0823 277361 fax 0823 354516 www.reggiadicaserta.org 62 Il fascino di un’avventura settecentesca Restauro del verde Parco e Giardino Inglese della Reggia di Caserta POR Campania 2000-2006 Asse II Mis. 2.1 Arch. F. Canestrini A lato della fontana di Diana e Atteone, nel Parco della reggia di Caserta, a partire dal 1786, per volere di Maria Carolina, moglie di Ferdinando IV, Carlo Vanvitelli ed il giardiniere inglese Jhon Andrew Graefer realizzarono il primo grande giardino di paesaggio italiano. Sui 24 ettari di superficie furono realizzati, in breve tempo, imponenti lavori per dar vita a colline, radure, laghetti e canali alimentati dalle acque dell’acquedotto Carolino ed arricchiti da nuove piante provenienti da ogni parte del mondo allora conosciuto. Seguendo la moda che dall’Inghilterra si andava diffondendo in tutta Europa, furono edificate numerose fabriques non solo utili alla sosta e allo svago dei reali, ma anche da adibire a serre ed aranciere per la necessità del giardino e per lo studio e la riproduzione delle piante. Nato come passeggiata tra le rarità botaniche, il Giardino Inglese di Caserta divenne un vero e proprio orto botanico dove erano visibili esemplari eccezionali di Cinnamomum camphora, Taxus baccata, Cedrus libani e quella che si tramanda sia la prima pianta di camelia Camellia japonica arrivata in Europa e destinata al giardino per volontà di Maria Carolina. Ed è proprio nella conservazione di questa complessità che si rivela la validità o meno delle attività di manutenzione, restauro e gestione. Il restauro Il progetto di restauro ha preso le mosse dallo studio botanico, redatto dal prof. Ippolito Pizzetti, integrato dal rilievo dell’assetto del giardino alla luce di tutti gli interventi di restauro realizzati dal 1997 in poi. Un’attenta analisi storica sulle fasi evolutive e sulle differenti funzioni presenti a partire dal 1786 ha consentito di definire la complessità del giardino e di identificare le componenti essenziali da sottoporre ad opera di restauro, principalmente l’aspetto pittoresco originato dal rapporto tra piante rare ed esotiche ed architetture, al carattere di orto botanico scientificamente organizzato, ed all‘attività di produzione e vendita degli esemplari botanici. La vegetazione La fase iniziale dei lavori prevede il censimento di tutte le piante abbattute ed il completamento dell’attività di diagnosi dello stato di salute di quelle esistenti, in particolare degli esemplari monumentali, che costituiscono il vanto del Giardino. Sarà pertanto completata la campagna di indagine mediante V.T.A. (Virtual Tree Assestement) che consente di acquisire informazioni precise sulla stabilità degli alberi esistenti, mediante l’utilizzazione di strumenti non invasivi, come già ampiamente sperimentato e documentato nel caso degli esemplari storici di Araucaria beedwilii, Taxus baccata, Cinnamomum camphora, Cupressus sempervirens, Sequoia sempervirens, Taxodium mucronatum, Quercus robur. Sarà inoltre completata l’attività di indicazione, su idonei supporti, della nomenclatura botanica e dei paesi di provenienza dei singoli esemplari arborei. Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Il Roseto La planimetria che accompagna gli scritti del Terracciano, localizza l’antico roseto nell’area attualmente occupata da una serra moderna realizzata negli anni 1982-83, struttura che ha completamente ignorato ed occultato l’assetto precedente. La decisione di riproporre l’antico roseto borbonico nasce dalla necessità di ridare completezza alle collezioni del giardino ripristinando gli spazi dedicati alle rose, secondo la sistemazione desumibile dal disegno del Terracciano. Tale definizione è stata confrontata con le sistemazioni ottocentesche di analoghe collezioni esistenti presso le altre residenze reali europee, ed in particolare con il disegno delle aiuole di rose presenti presso il Real Orto Botanico di Madrid. Il progetto prevede, pertanto, la realizzazione di aiuole che ricordino l’antico disegno basato su forme circolari ed ellittiche, delimitate da materiali tradizionalmente usati nel giardino. Le collezioni in piena terra La storia del giardino durante il XIX secolo è caratterizzata dalla presenza di botanici, che hanno dislocato sull’intera superficie di ventiquattro ettari numerose collezioni, che attualmente mostrano esemplari arborei di eccezionale interesse. Per il ripristino delle collezioni presso il Bagno di Venere si è fatto riferimento all’Orto botanico di Napoli che ha donato esemplari di felci non più presenti, mentre vivai specializzati hanno contribuito ad integrare il numero delle piante di camelia, a reimpiantare la “vaseria” e ad allestire la collezione di begonie borboniche all’interno della serra piccola. Le strade Notevole importanza assumono, nell’ambito del giardino, i lavori di restauro dei sentieri e delle strade esistenti che saranno condotti secondo le indicazioni del Capitolato per i Giardini Storici e saranno realizzati ripristinando il manto in taglime tufaceo, e usando le antiche tecniche costruttive. Come da progetto i lavori saranno svolti previa analisi dello stato attuale avendo cura di rispettare gli attuali livelli e tutto quanto si incontrerà in fase di scavo, fogne, pozzi, canalizzazioni. Eventuali regolarizzazioni dei sentieri o discostamenti dai percorsi storici che dovessero riscontrarsi durante le opere di restauro saranno resi evidenti conservandone le tracce. Le serre Ai fini di un restauro volto a recuperare integralmente l‘identità del giardino è essenziale provvedere anche al funzionamento delle serre, che serviranno per la riproduzione e per la vendita delle piante in soprannumero. Per completare il restauro del giardino non si può prescindere, infatti, da quello funzionale, per dare continuità a quanto intrapreso al momento della realizzazione, per creare ulteriori interessi nel visitatore e per suscitare un’attenzione estetica e culturale volta alla comprensione del passato. Per evidenziare il collezionismo vegetale è, quindi, necessario conservare e restaurare le antiche serre, nelle quali mostrare le specie coltivate in passato. Le collezioni vegetali erano, infatti, motivo di vanto e di dimostrazione di rapporti culturali e politici con le altre corti e con le nazioni europee, e, anche se in tono minore, le ville e le residenze nobiliari presentano caratteristiche analoghe. Il restauro delle serre nell’ambito del recupero delle dimore storiche e delle residenze reali è, quindi, essenziale affinché i monumenti ed i giardini conservino la propria vita e non siano esclusivamente dei musei. Per ridurre i costi di esercizio si possono programmare attività coerenti con le funzioni storiche, come produzione e vendita di piante tipiche del giardino, da esporre sugli appositi ripiani in muratura, recentemente restaurati. Manifestazioni, mostre florovivaistiche, congressi, concerti ed altro possono rappresentare occasioni per l’utilizzazione degli edifici e per mostrare le collezioni storiche. 63 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Architettonici ed il Paesaggio e per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico di Napoli e Provincia Progettazione: Maria Teresa Minervini Soprintendenza BAPPSAE di Napoli e provincia Savino Mastrullo RUP Enrico Guglielmo Soprintendente: Enrico Guglielmo Piazza Plebiscito, 1 80132 Napoli tel. 081 5808111 [email protected] www.palazzorealenapoli.it 64 Restauro e riqualificazione del complesso borbonico del lago Fusaro: restauro della banchina borbonica, restauro paesaggistico della lecceta, riqualificazione della sponda Ovest POR Campania PIT Campi Flegrei. Maria Teresa Minervini, Savino Mastrullo Il lago Fusaro è situato nel territorio del Comune di Bacoli, a Nord – Ovest di Napoli, nel cuore dei Campi Flegrei, tra il monte di Cuma a nord, il Monte di Procida a sud, e la barra dunale sabbiosa a ovest, che lo separa dal mare. Ad est le alture dello Scalandrone, prospicienti a semicerchio il bacino, costituiscono il fondale di un ampio teatro naturale sulla scena della distesa marina, con le isole flegree sullo sfondo. Comunica attraverso tre foci con il mar Tirreno. L’area dell’intervento si estende senz’altro in un ambito urbano o comunque intensamente antropizzato, che si coniuga, in modo altamente contraddittorio, con un ambiente naturale di alto valore, il sito n° 48 del Progetto Bioitaly “Natura 2000”, e con manufatti diversi risalenti ad epoca borbonica che hanno trasformato l’aspetto paesaggistico del lago, ormai inscindibile dalla presenza della Casina Vanvitelliana e delle altre fabbriche. Il Novecento purtroppo ha visto l’incontrollata urbanizzazione, in parte abusiva, del luogo, e così oggi intorno al lago si alternano tratti di “paesaggio” urbano (terrazze di ristoranti, condomini, pompa di benzina, linea ferroviaria) a siti di importanza monumentale (fabbriche borboniche, i resti delle romane Grotte dell’Acqua, le foci), a scorci paesaggistici come quello della Casina Vanvitelliana e del rudere del Cassone; lunghi tratti poi sono coperti ancora di vegetazione e costituiscono le sopravvivenze di un habitat naturale, che ospita qualche esemplare di fauna avicola protetta. Altri tratti sono caratterizzati da impianti arborei non autoctoni (lecceta del Parco di Quarantena, in forte degrado). Alcuni punti del lago mostrano le tracce dell’attività di dragaggio del fondo, e sullo specchio sono presenti attrezzature per la piscicoltura. Il tutto in soli quattro chilometri di perimetro. L’intervento sul lago Fusaro nasce come primo passo operativo sulla strada di una possibile, seppur difficile, inversione di tendenza rispetto alle condizioni che hanno determinato il suo degrado ambientale; tale emergenza è stata recepita già svariati anni fa dagli Enti preposti alla tutela del luogo, e ciò ha dato vita nel 1996 ad una prima Intesa di Programma tra Comune di Bacoli, Soprintendenza di Napoli e provincia, Centro Ittico Campano (concessionario e proprietario di ampi tratti del terreno circostante). I firmatari si proponevano di impiegare le loro forze per progettare gli interventi necessari e, cosa più difficile, reperire i fondi per attuarli. È stato necessario attendere lo svolgersi dell’iter di realizzazione dell’Agenda 2000/2006 per trovare, almeno in parte, risorse adeguate all’arduo compito; e così l’intervento sul Fusaro è stato ritagliato in un più ampio programma di finanziamento, che si rivolge anche all’iniziativa privata, e che ha lo scopo di indurre una svolta positiva per una destinazione d’uso produttiva sostenibile per l’area dei Campi Flegrei. Riqualificazione ambientale dunque, ma all’interno di un territorio storicamente antropizzato, segnato irrevocabilmente dalla presenza di ben due linee ferroviarie, vicinissime al bordo del lago, dagli Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici insediamenti abitativi e strade di collegamento che insistono a pochi metri dalla sponda, i quali ovviamente hanno limitato fortemente il naturale evolversi della vegetazione e con essa anche delle biocenosi. Inutile nascondere che l’intervento antropico intorno al lago, che ha invaso anche la fascia di rispetto demaniale, è stato del tutto incontrollato. Il progetto Integrato per i Campi Flegrei, a regia della Regione Campania e finanziato in massima parte con i fondi europei nella misura dedicata ai Beni Culturali, è basato principalmente sulla razionalizzazione dello sfruttamento delle presenze archeologiche (materia prima nell’economia dell’area), testimonianza del ruolo decisivo svolto dai Campi Flegrei nei traffici marittimi e nel commercio dell’impero romano. La Riqualificazione ambientale del complesso borbonico del lago Fusaro si inserisce in questo contesto, con tutti i vantaggi ed i limiti che ne derivano. La necessità di un intervento di riqualificazione dell’ambito in cui si colloca il lago Fusaro era del tutto evidente; meno scontato però è stato il tipo di recupero a cui tendere , tenendo conto degli avvenimenti degli ultimi secoli. Pertanto il primo passo è stato individuare l’oggetto di tali azioni, separarlo da ciò che al momento costituisce l’oggetto su cui si interviene, costruire quindi l’immagine il lago Fusaro che si vuole far riemergere da quella determinata dall’abbandono. La configurazione di una tale immagine è stata quindi il risultato di considerazioni basate su una scala di valori e di priorità ricavate dall’intersezione degli aspetti antropici (emergenze architettoniche e fruibilità per i cittadini ed i turisti) e naturali del sito (valorizzazione dei tre aspetti di priorità ecologica ovvero fragmiteto, salicornieto e vegetazione dunale), e che è specifica per il caso “Lago Fusaro”, senza meccaniche adesioni a scuole di pensiero che vedono in ogni azione antropica un danno all’ambiente o viceversa. Il progetto quindi è inteso a sviluppare caratteristiche già proprie del paesaggio, quali la presenza di vegetazione e fauna protetta, e la frequentazione controllata da parte del cittadino, e nello stesso tempo intende porre le condizioni perché altri processi, ugualmente propri dell’area, non si sviluppino, ed anzi regrediscano: il degrado, l’incuria, l’abbandono. Poiché alla base dell’attuazione del PIT Campi Flegrei c’è un’istanza fondamentale di riqualificazione sociale, si sono individuate due principali linee di intervento volte a coniugare quest’ultima con la riqualificazione ambientale: restauro della vegetazione autoctona e protezione della fauna avicola presentato al pubblico in un percorso pedonale e, dove possibile, ciclabile, di fruizione culturale, paesaggistica e naturalistica; restauro e valorizzazione, con interventi compatibili, (il consolidamento della Banchina è reversibile) dei manufatti borbonici minori presenti sul bordo lago, opere architettoniche che ormai insieme alle presenze naturali costituiscono il paesaggio. 65 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Architettonici ed il Paesaggio e per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico di Napoli e Provincia Progetto e Direzione Lavori: arch. Ugo Carughi (SBAPPSAE di Napoli) Consulenza impianti: ing. Domenico Mascolo Consulenza: prof. arch. Luigi Picone Collaborazione: arch. Marco Russiello Ispettore di cantiere: Manfredi D’Aniello (SBAPPSAE di Napoli) Responsabile per la sicurezza: arch. Barbara Picone Scavi e restauro reperti archeologici: dott.ssa Daniela Gianpaola (Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli) Rilievi archeologici: arch. Teresa Tauro Restauro Beni Artistici: dott.ssa Angela Schiattarella (SBAPPSAE di Napoli) dott.ssa Marina Santucci (Soprintendenza Speciale per il Polo Museale) Soprintendente: Enrico Guglielmo Piazza Plebiscito, 1 80132 Napoli tel. 081 5808111 [email protected] www.palazzorealenapoli.it 66 Chiesa di S. Aniello a Caponapoli. Progetto di restauro e ripristino funzionale Ugo Carughi Il sito urbano di “Caponapoli”, corrispondente al punto più alto dell’antica Neapolis, occupa l’angolo interno determinato dai margini settentrionale e occidentale del primitivo nucleo urbano, identificabili all’incirca con via Foria a settentrione e via Costantinopoli a occidente. La configurazione iniziale e le successive trasformazioni di questa parte dell’Acropoli devono necessariamente intendersi intimamente collegate all’importanza della posizione naturale e alle vicende che hanno interessato l’intera città. Le origini, come è noto, furono improntate dalle necessità di difesa. Gli studi e gli scavi condotti fino ad oggi hanno determinato l’esistenza di successivi allineamenti difensivi di epoca greca, forse anche strutture di contenimento a ridosso del vallone della futura piazza Cavour, attestati sulla parte alta della collina, orientati secondo una direttrice Nord – Ovest / Sud – Est. Strutture greche sono emerse sotto il piano di calpestio della Chiesa di Sant’Aniello a Caponapoli, parzialmente cancellate dal successivo sovrapporsi di costruzioni di epoca romana e medioevale; nell’omonimo “largo”; sotto la clinica di Semeiotica Medica; nel vicolo Sant’ Aniello e sotto le rampe di S. M. Longo (questi ultimi oggi non più visibili). Alla notizia di un’edicola dedicata alla Vergine già nel VI secolo, successivamente trasformata in chiesa e consacrata a “Santa Maria Intercede” per commemorare la nascita dell’Abate Agnello, probabilmente è riferibile la traccia dell’abside semicircolare di epoca paleocristiana, ritrovata sulla sinistra dell’altare. Le costruzioni di carattere difensivo continuarono a determinare uno degli aspetti prevalenti anche in epoca angioina e, poi, in quella vicereale, caratterizzate anche dall’accresciuta rilevanza delle costruzioni religiose al suo interno, a seguito delle agevolazioni concesse al Clero sotto la dominazione spagnola. Era una vera e propria cittadella monastica l’insieme urbano in cui, a partire dal 1517, per volontà di Giovanni Maria Poderico, Arcivescovo di Taranto, venne edificata la grande navata in ampliamento dell’antica chiesetta di Sant’Aniello, secondo uno schema a croce latina con l’altare, arricchito di importanti opere scultoree, in asse con la nuova navata. Il complesso religioso, completato nel corso di tutto il secolo XVI dal contiguo monastero e dotato di parecchi immobili di abitazione, costituì per più di due secoli una delle maggiori testimonianze di fede, essendo a Napoli, per tradizione, il culto di Sant’Aniello secondo solo a quello di San Gennaro. I lavori proseguirono fino al XVIII secolo con il sorgere di numerose cappelle concesse a privati arricchite di importanti opere d’arte marmoree e pittoriche. Ai restauri del secolo XIX seguirono i bombardamenti del1944, che distrussero buona parte della compagine monumentale della fabbrica. Da allora, la chiesa è chiusa al culto. Nel 1962, nel corso di un restauro conservativo a cura della Soprintendenza ai Monumenti di Napoli, fu ripristinata la copertura e furono rafforzate le mura perimetrali. A cura della stessa Amministrazione nel 1980 fu rifatto il solaio di calpestio, con ulteriori consolidamenti. Il tutto, senza mai proporre un complessivo progetto di riutilizzo. Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Nella mancanza di una previsione, da parte della Curia, di riutilizzare l’immobile per le funzioni religiose, il progetto è stato elaborato in funzione di un duplice obiettivo: garantire lo svolgimento di convegni, seminari o manifestazioni di carattere culturale, non escludendo lo svolgimento di funzioni religiose, con una capienza da cento a centocinquanta persone; consentire la visione dei reperti archeologici delle varie epoche rinvenuti sotto il calpestio della chiesa. Tali obiettivi sono perseguiti attraverso le seguenti fasi metodologico-operative: - Accurata sistemazione e messa in luce di tutti i manufatti di carattere archeologico, storico e artistico, con le necessarie operazioni di microconsolidamento, pulitura, ricomposizione dei frammenti, ricollocazione in opera, senza preoccuparsi di conferire all’insieme una configurazione compiuta, ma offrendolo alla collettività come palinsesto di epoche storiche ed espressioni artistiche lontane nel tempo e vicine nello spazio, conformemente alla attuale condizione dei vari elementi. - Inserimento di strutture in legno e vetro non invasive e reversibili che, nel garantire un’ottimale utilizzazione degli spazi per le funzioni indicate, consentano anche il pieno godimento dell’invaso come museo “di se stesso”, oltre che dei reperti archeologici e dei preziosi pezzi scultorei e decorativi superstiti. All’interno della navata unica si è, pertanto, previsto il “taglio” del solaio realizzato nell’80 ricavando, così, un vuoto rettangolare di ml. 5,15 x 9,65 attraverso il quale è visibile buona parte dell’apparato archeologico, opportunamente illuminato da fonti luminose nascoste sotto i bordi perimetrali. Attorno al detto vuoto, alla quota calpestio, sarà realizzata una pedana in legno alta ml.0,15, che accoglie le panche, anche esse in legno disposte parallelamente ai lati maggiori, con possibilità di disposizione frontale mediante apposito meccanismo girevole; i sedili sono disposti anche su tre file lievemente rialzate in corrispondenza del lato prossimo all’ingresso. All’interno del grande vuoto rettangolare, scendendo di quaranta centimetri dalla pedana, si arriva su una passerella in vetro strutturale larga ml.0,90, sostenuta da travi di vetro a sbalzo, con una balaustra anche in vetro strutturale alta ml.0,95, che si sviluppa lungo tutto il perimetro del rettangolo, dalla quale sarà possibile vedere più da vicino gli scavi o scendere alle quote archeologiche per motivi di servizio. Sui pannelli della balaustra in vetro, saranno serigrafate didascalie illustrative dei reperti archeologici. Il pavimento della chiesa, di cui non si conoscono la configurazione e i materiali originari, sarà realizzato in battuto di cocciopesto, con alloggiamento, attorno alla pedana e, in parte al di sotto, della “serpentina” di riscaldamento, funzionale alle persone sedute. L’area del presbiterio è destinata ai conferenzieri. In altri punti, i reperti archeologici sono lasciati a vista, mediante un pozzo con balaustre in vetro (transetto) o un semplice piano di vetro (abside del VI secolo in prossimità dell’altare maggiore). I frammenti dei quali non si è individuata la provenienza saranno esposti sulla controfacciata e sulle pareti del transetto, attualmente prive degli elementi decorativi originari. 67 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Architettonici ed il Paesaggio e per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico di Napoli e Provincia Tela di Ferdinando Sanfelice Direttore dei lavori e progettista Luciana Arbace con la collaborazione di Daniela Giordano Restauro realizzato CORESART di N. Leto Il Restauro dell’Assunta di Domenico Morelli Direzione dei lavori Annalisa Porzio Restauro realizzato da Alfa Restauri Simone Colalucci e Paola Vitagliano Maria Rosaria Nappi A cura di: Maria Rosaria Nappi Soprintendente: Enrico Guglielmo Piazza Plebiscito, 1 80132 Napoli tel. 081 5808111 [email protected] www.palazzorealenapoli.it. 68 Il recupero di una tela di Ferdinando Sanfelice ridotta in trenta frammenti - Nola, Chiesa di Santa Chiara Dipingere in grande Il restauro dell’Assunta di Domenico Morelli - Napoli, Palazzo Reale, Cappella Palatina I due restauri presentati qui insieme rendono conto di una tipologia di opere e di intervento molto significativi nell’ambito della produzione artistica dell’Italia Meridionale. L’uso di decorare i soffitti di chiese e cappelle con grandi tele dipinte è molto diffuso dalla fine del XVII secolo in tutta la Campania e in diverse altre zone limitrofe, come il Salento o la Basilicata. Le dimensioni delle tele sono variabili, sempre molto grandi, molto spesso giungono a coprire l’ intera superficie del soffitto creando delle vere e proprie controsoffittature dipinte talvolta a tempera e spesso arricchite di motivi di quadraturismo prospettico. In molte chiese grandi tele sono inserite in soffitti di legno dipinto come nel caso di Santa Chiara a Nola o a falsa volta incannucciata come il distrutto soffitto della prestigiosa Cappella Palatina. La tecnica di lavorazione di questo tipo di opere, in origine legato alla produzione degli apparati effimeri, dovuta probabilmente anche alla particolare sismicità della regione, era molto specializzata e radicata in Campania al punto che la tela del Morelli per la Cappella Reale è stata, ancora nel 1864, tessuta in un unico pezzo di 10 metri per 6. La tela di Sanfelice, Immacolata in gloria al cospetto della Trinità e San Michele arcangelo mentre scaccia gli angeli ribelli, e quella di Morelli, l’Assunta, per le dimensioni e per la collocazione sul soffitto si inseriscono quindi, nonostante le grandi differenze, in una medesima tipologia che si trova a subire sempre molto pesantemente le circostanze di conservazione del contenitore. La collocazione in orizzontale inoltre può causare danni al telaio appesantito e alterazioni del supporto in tela dovute alla tensione. La tela di Morelli era stata rimossa durante la seconda guerra mondiale, precauzione che ne ha garantito la conservazione, visto che il soffitto della Cappella Palatina è andato distrutto a causa degli eventi bellici. La tela di Sanfelice aveva subito danni gravissimi per il crollo della copertura della chiesa di Santa Chiara dovuto al sisma del 1980: si presentava al restauro in parte ridotta in frammenti di diverse dimensioni, in parte rullata e sembrava irrecuperabile. Gli interventi su tele di così grandi dimensioni richiedono, oltre ad una attrezzatura adeguata, anche spazi particolarmente vasti che permettano lo svolgimento della foderatura che costituisce la principale fase del consolidamento realizzato per entrambe le tele. Per l’opera del Sanfelice, trasportata nel laboratorio di restauro allestito nella chiesa della SS. Trinità a Lauro, prima di procedere a questa operazione è stato necessario effettuare un lungo e paziente lavoro sul retro dei frammenti, ripuliti dai depositi melmosi e ripianati con l’aiuto del vapore. Grazie al confronto con l’immagine fotografica gli elementi ricomponibili sono stati assemblati con fasce di Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici velatino di garza e adesivo, realizzando in parallelo il rilievo indispensabile alla ricostruzione della immagine. La parte più complessa dell’intervento è stata infatti la ricostruzione, grazie al rilievo su lucido della composizione nel suo insieme e nei dettagli. Ove non si erano conservati i frammenti si sono realizzati micro tasselli di colore reversibile Quindi si è effettuata una prima foderatura utilizzando un tessuto-non tessuto a fibra di vetro, con la specifica funzione di mantenere uniti gli elementi ricomposti. Come ulteriore intervento di recupero, prima del secondo rifodero con procedimento tradizionale, rigirata la tela ricomposta, è stata ritrovata l’esatta collocazione di alcuni inserti di tela dipinta indicativi forse di un primo restauro ottocentesco. Oltre a salvaguardare la memoria storica di un antico intervento, ciò ha contribuito a limitare ulteriormente le lacune, compensate con intarsi di tela grezza. Mentre la tela di Morelli è stata ricollocata al suo posto con una operazione documentata da un video che ne ha ripreso tutte fasi in una esaustiva descrizione questa del Sanfelice attende la sistemazione definitiva. 69 Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Emilia Romagna Direttore Regionale: Maddalena Ragni Coordinatore: Paola Monari Via S. Isaia, 20 40123 Bologna tel. 051 3397011 fax 051 3397005 [email protected] 70 Restauri nell’ex convento di San Mattia a Bologna per la sede della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Emilia-Romagna Corrado Azzollini, Paola Monari Il convento di San Mattia, sito in Via S. Isaia n. 20 a Bologna, fu eretto a partire dalla fine del Trecento, nel luogo in cui sorgevano le prime case di proprietà delle monache domenicane e le sue vicende costruttive hanno ricalcato quelle della adiacente chiesa omonima, almeno fino al 1799, anno della soppressione napoleonica degli ordini religiosi. Durante il Cinquecento furono necessari degli ampliamenti che inglobarono le case delle monache e gli spazi ed edifici adiacenti; una testimonianza significativa di tale ampliamento è, l’innesto dei due porticati, nel chiostro del convento. I locali attualmente utilizzati quale sede per gli Uffici della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Emilia Romagna, situati nell’ala ovest del chiostro, facevano parte di una elegante abitazione privata frutto di ammodernamenti operati dai proprietari all’inizio del XIX secolo. Il fautore delle modifiche in stile neoclassico operate nell’ex convento, fu, con ogni probabilità, il ricco bolognese Vincenzo Galli. Così, alcune stanze a pianta rettangolare furono trasformate in eleganti sale di rappresentanza di forma ovale, rotonda ed ottagonale, talvolta arricchite da decorazioni pittoriche attribuite alla scuola di Antonio Basoli. Da oltre un secolo, però, nell’ex convento si sono succedute scuole di ogni ordine e grado, per ultime le Scuole Medie Guinizzelli, finché nel febbraio 2003 il Comune di Bologna, attuale proprietario, ne ha concesso in locazione parte del primo piano dell’ala ovest alla Direzione Regionale, che ne ha curato il restauro e la rifunzionalizzazione. L’intervento, durato circa nove mesi, a partire dalla primavera del 2003 è stato realizzato, su progetto del Soprintendente regionale protempore architetto Elio Garzillo e con la direzione dei lavori curata dall’architetto Corrado Azzollini, grazie ai sovvenzionamenti delle Fondazioni Bancarie Cassa di Risparmio di Bologna, Cassa di Risparmio di Modena e Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna. Dal civico 20 di Via S. Isaia, si accede direttamente al chiostro dell’ex convento. Il restauro del portone d’ingresso su Via S. Isaia, 20 è stato realizzato mediante la preventiva pulitura dell’intera superficie portata a legno, con successivo trattamento antitarlo e consolidante, con la sistemazione delle parti lignee ammalorate e la verifica dell’intera struttura, della ferramenta esistente e di quella necessaria all’apertura, anche mediante impulso elettrico. Al termine del portico, sul lato destro, un semplice portale introduce ad uno scalone con pedate in cotto e controvolta in arelle e gesso; al primo piano si trovano gli ambienti occupati dalla Direzione Regionale. Nello scalone monumentale, il restauro del soffitto in arellato ha incluso il consolidamento di tutta la struttura e delle travi di sostegno, con applicazione di resina epossidica e tela di vetro-resina e successiva collocazione di tiranti in acciaio per ripristinare il collegamento alle travi di copertura. Le lacune, presenti in corrispondenza del pianerottolo intermedio, sono state integrate con nuove arelle, fissate a quelle circostanti con esecuzione di intonachino di finitura. Le pareti ed il soffitto sono state descialbate, consolidate e scialbate con velatura finale a calce. A destra del pianerottolo sono situati tre ambienti, fra cui due delle stanze più affascinanti del complesso e cioè la “sala ovale” e la “sala circolare”. La “sala ovale” presenta nella volta una ricca decorazione neoclassica attribuita alla scuola del Basoli, costituita da eleganti motivi a grottesche incluse entro finte lesene in chiaroscuro, con rosoni e una finta cornice che racchiude l’immagine centrale rappresentante una scena mitologica. Le pareti sono arricchite da una decorazione in chiaro-scuro ad imitazione di lesene ioniche, che fungevano da cornici ad immagini purtroppo perdute. Il pavimento, in seminato alla veneziana con motivi geometrici lungo tutto il perimetro, risulta particolarmente pregiato in quanto realizzato con scaglie policrome di grosse dimensioni. La “sala circolare”, invece, è arricchita da una volta dipinta ad imitazione di un “carosello”, composto da spicchi dai colori brillanti alternati, con al centro un “foro” che fa intravedere uno spiraglio di cielo; uccelli ad ali spiegate e ghirlande colorate vivacizzano ulteriormente l’insieme. Come si è detto, le sale furono ricavate da ambienti a pianta rettangolare, per cui agli angoli sono situate delle porte che immettono in piccoli vani di forma pressoché triangolare. La necessità di adattare questi ambienti ad usi diversi, è riscontrabile, inoltre, anche nelle “ferite” inferte per il posizionamento di condutture e cavi elettrici, sicché laddove le condizioni lo hanno permesso, si è proceduto con integrazioni materiche e pittoriche. Il terzo ambiente, a destra del pianerottolo è costituito da una grande stanza rettangolare, che, pur non presentando decorazioni degne di rilievo, ha richiesto un intervento di consolidamento finalizzato al ripristino del collegamento strutturale con le pareti verticali perimetrali; successivamente è stato ripavimentato con seminato alla veneziana. A sinistra del pianerottolo, ci si immette nell’altra ala degli uffici. Qui, alcune stanze risultano pavimentate con piccole piastrelle rettangolari o esagonali in gres per le quali, il trattamento di restauro è consistito nel semplice fissaggio degli elementi sconnessi, levigatura, lavaggio e trattamento finale. Solo in un ambiente, la cosiddetta “sala ottagonale”, decorata con motivo geometrico “a quadri” che enfatizza la geometria d’insieme, è posato un originario pavimento costituito da elementi rettangolari in cotto. In adiacenza a tale ambiente, si apre una elegante chiostrina per la quale sono stati effettuati interventi di sostituzione dei canali di gronda, il restauro delle superfici murarie esterne e degli infissi, l’apposizione di pavimento “galleggiante” in quadrotti di legno e l’installazione di un impianto elettrostatico per l’allontanamento dei piccioni. Su tale spazio affaccia anche un altro ambiente di pregio, nel quale sono state rinvenute tracce di decorazioni geometriche, sormontate da una fascia decorata con motivi floreali sui toni dell’azzurro. Tutti i pavimenti alla veneziana presenti negli ambienti in questione sono stati stuccati e reintegrati, prelevigati, levigati e trattati ad olio. Sulle pareti sono stati eseguiti preliminari saggi stratigrafici che hanno permesso di individuare la presenza di decorazioni a tempera e il restauro è stato quindi attuato mediante la rimozione delle tinteggiature sovrapposte, tramite descialbatura ed il recupero delle decorazioni sottostanti, previo consolidamento delle pellicole pittoriche sollevate, stuccatura, fissaggio e misurato ritocco pittorico. Il locale servizi è stato suddiviso con la creazione di spazi antibagno e bagno disabili, conformemente alle disposizioni della normativa vigenti in materia ed è stato pavimentato in parquet impermeabilizzato e dotato di semplici porte bianche a pannello pieno. Le reti di distribuzione dell’energia elettrica, telefonia e dati, sono state alloggiate in canaline di PVC per installazione a battiscopa. L’illuminazione artificiale degli ambienti è stata 71 assicurata mediante piantane e appliques; le prime sono state dislocate negli uffici con decorazioni parietali e le seconde in tutti gli altri locali, collegate alla rete di distribuzione mediante cordoncino elettrico a doppio isolamento. Lo stesso sistema ha consentito il collegamento degli interruttori in ceramica. Nell’androne a piano terra è stato installato un corpo illuminante sferico a sospensione, mentre nel vano scala l’illuminazione è del tipo indiretto, riflesso dalla volta. Gli apparecchi illuminanti sono stati montati sulle cornici, in corrispondenza dei capitelli delle paraste, a livello di imposta della volta. I cavi di alimentazione corrono lungo le cornici poste alla stessa quota. Gli impianti di sicurezza sono del tipo “cordless”, con collegamento via radio. Gli stessi sono corredati di sirena e centralina a codici d’accesso, con invio delle informazioni a società incaricata per la sicurezza. L’illuminazione di sicurezza, dislocata nei maggiori punti di accesso e di esodo, è in grado di garantire il funzionamento degli apparecchi per almeno 1h dal distacco dell’energia elettrica. Per concludere, si sottolinea che questo intervento di restauro e rifunzionalizzazione è stato improntato al massimo rispetto delle preesistenze, sia per quanto riguarda l’assetto strutturale che quello decorativo-pittorico riportando, peraltro, a nuova vita una parte dell’ex convento, come prima sede dell’Istituto con funzioni direttive dell’Amministrazione dei Beni Culturali dell’Emilia Romagna. 72 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici I Relitti Galleggianti Riccardo I - L’ultima “Comacina” di Comacchio Storia di un recupero Daniele Ciocchetti, Alain Rosa “Siamo all’inizio di un movimento di recupero di barche d’epoca, quasi ogni paese rivierasco sta armando uno scafo che, pur appartenendo al Comune, viene in genere affidato al locale Club Nautico. L’interesse per una navigazione – tradizionale – oramai è cessata sul piano commerciale, ma si è riacceso in vista di un effetto folcloristico offerto dalle vele variopinte, dalla novità o riscoperta di manovre obsolete. Una terminologia legata alle manovre, usata lungo le nostre coste (le coste del mare Adriatico) fino a mezzo secolo fa, si va ripresentando alla ribalta: terminologia nostra dialettale (della riviera romagnolamarchigiana), irriproducibile”. Così raccontava Riccardo Brizi in “Vele al Terzo dal Tavolo al Rubicone”, diventata opera fondamentale per chi vuole intraprendere la conoscenza e lo studio di usi e tradizioni o della terminologia marinara (l’Orza, la Poggia, l’Ostina, la Scotta, la Trozza, il Manto o la Drizza, oppure Bragozzo, Gabarra, Gaìcio, Topo, Cumacèna,) usata per la navigazione con imbarcazioni tutte di legno, a vela latina, adoperata fino a non molto tempo fa. L’Italia, “Paese di Inventori, di Santi e di Navigatori” è una nazione che ha un forte legame con il territorio e con il patrimonio culturale, che anche in questo ambito, ha palesato la sua ricchezza. Una tipica invenzione tutta italiana quella del recupero delle barche storiche galleggianti, come molte delle invenzioni e delle intuizioni che caratterizzano gli abitanti di questa meravigliosa e unica terra. Questa intuizione si è diffusa anche in altri paesi della Comunità Europea come ad esempio la Francia, che ha saputo con un’efficace organizzazione ed una particolare sensibilità per la diffusione della storia e della cultura marinaresca, valorizzare il proprio territorio e le sue coste. In effetti nella bella regione della Bretagna ogni due anni, nella splendida cittadina di Brest, si svolge il raduno delle barche storiche. A differenza di altre città marinare che organizzano questo particolare evento, la città di Brest ha saputo con ordine comunicare un evento di proporzioni internazionali. In Italia esistono eventi di questo genere come il raduno annuale di Trieste “La Barcolana”, raduno velistico che ogni anno chiama migliaia di appassionati della vela. Ma il punto della questione è: quanta sensibilità c’è nel cittadino italiano, che possiede un imbarcazione “antica”, a volerla iscriverla in una lista di imbarcazioni storiche riconosciute quale Bene Culturale di interesse nazionale? Poca sensibilità e scarsa capacità di proporre soluzioni adeguate non sollecitano progetti di recupero e di tutela del patrimonio storico dei natanti ancora galleggiati. A livello didattico esiste qualche felice caso di iniziativa territoriale come i corsi estivi a Cattolica, dove da 12 anni si svolgono Corsi di Archeologia e Storia Navale, corso che propone lezioni teoriche di Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna Museo Archeologico Nazionale Ferrara Soprintendente: Luigi Malnati Via Belle Arti, 52 40126 Bologna tel. 051 223773 fax 051 227170 [email protected] Direttore Museo: Fede Berti Via XX Settembre, 122 44100 Ferrara 73 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici 74 navigazione, storia e archeologia navale, correlate da lezioni pratiche su imbarcazioni d’epoca tutelate dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali come Bene Storico Artistico e Demoetnoantropologico. L’Italia è ancora un paese ricco per quanto riguarda questo particolare “bene culturale galleggiante”; infatti basta frequentare i moltissimi cantieri navali per vedere ormeggiate o “spiaggiate” barche di ogni tipo e grandezza abbandonate a se stesse e che rappresentano la storia della costruzione navale tradizionale. È nel DNA del Ministero per i Beni e le Attività Culturali “l’arte della tutela”; già al tempo dalla sua costituzione con Decreto del Presidente della Repubblica 3.12.1975, n. 805, prende come principio fondamentale e ispiratore, il nascente “Ministero per i Beni Culturali e Ambientali”; nell’art. 9 della Costituzione viene affermato il principio che la Repubblica tutela e valorizza il patrimonio culturale in coerenza con le attribuzioni di cui all’articolo 117 della Costituzione e secondo le disposizioni del presente codice. (D. Lgs. Del 22 gennaio 2004, n. 42 ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137 e modificato dal D.Lgs. n. 156/2006). A prescindere dall’indispensabile e utile legislazione in materia, che ci permette di tutelare, salvaguardare e valorizzare i Beni Culturali e Paesaggistici italiani, nella nostra “Bell’Italia” , circondata per tre lati dall’acqua, si osservano molte floride iniziative cosiddette “marginali”, che arricchiscono e si pongono a corollario di quelle “Ufficiali”, per valorizzare una cultura marinara e la sua economia territoriale che a volte resta indietro rispetto alle necessità urgenti del paese.. La protagonista del racconto, l’ultima delle “Cumacena”, classe 1920, è un imbarcazione tradizionale Comachiese, definito dal suo proprietario, il signor Vittorio Zappata, “un manufatto di valle” da trasporto (stazza lorda 48,19 tonn., immersione a vuoto 0,60 metri, immersione a pieno carico 1,70 metri, propulsione 2 vele al terzo, lunga fuori tutto 23,78 metri, larghezza al centro 5,20 metri) di piccolo e medio cabotaggio che un tempo, non troppo lontano, navigava lungo le coste del medio adriatico, nelle acque interne e lungo i corsi dei fiumi. La struttura della barca Comacina è equilibrata nella forma, non troppo lunga ne troppo corta, ne troppo larga, ideale per muoversi in stretti canali, ma soprattutto costruita per reggere bene il mare al contrario dei Burchi più panciuti o delle Gabarre molto più larghe e più lunghe. Le cronache raccontano di questo tipo di flotta “la Cumacena“ che navigava nel “Grande Fiume” il Po intorno al 1895; la flotta era costituita da una quarantina di barche commerciali che scendevano e risalivano il Po e i suoi affluenti, veri e propri assi portanti di un economia semplice ma importantissima, che hanno determinato le variazioni del territorio e influenzato non poco il paesaggio orografico. Con al produzione del sale nelle saline di Comacchio e di Cervia, il trasporto del pescato e la sua trasformazione, il materiale inerte per l’edilizia, con l’incremento dell’attività di trasporto commerciale, operavano numerosi esemplari suddivisi per caratteristiche di dimensioni e tonnellaggio formando due “classi” distinte. L’imbarcazione descritta nel racconto del suo recupero fa parte delle Barche di I° Classe, a differenza dei medesimi tipi di barche di dimensioni minori. Se parliamo di questo tipo di imbarcazioni, di rotte e di porti non possiamo dimenticare di parlare dei “barcari”, cioè uomini coraggiosi che hanno trasportato in lungo e in largo derrate alimentari e materiali con questo tipo di imbarcazioni. Una figura, quella del “Barcaro” che per molti anni ha rappresentato l’immagine di un periodo storico, dove l’economia del trasporto territoriale nel delta del Po e delle Valli di Comacchio, si svolgeva esclusivamente attraverso le vie di comunicazione d’acqua , uniche e sicure arterie scorrevoli. Il volume “Riccardo I l’Ultima Comacina di Comacchio, storia di un recupero” presente presso lo Stand del MiBAC, ha voluto raccontare una storia semplice, popolare; la pub- Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici blicazione raccogliere le testimonianze e contributi di alcuni studiosi di archeologia navale, dello studio dell’economia marinara e della costa Adriatica. È stato come raccogliere le esperienze e le testimonianze di alcune persone che hanno avuto almeno una volta un’esperienza di navigazione con questo tipo di imbarcazioni. Qual è lo stato attuale delle ricerche e degli studi in questo settore? L’obiettivo è quello di rendere giustizia alla tradizione di costruzione navale e dei suoi “maestri d’ascia” , nell’attività marinaresca e dei suoi conduttori; un settore storico, quello delle costruzione navali in legno, in via di estinzione. Nel caso della navigazione fluviale e marittima, i prodotti che dovevano essere commercializzati, dovevano essere trasportati su veicoli molto capienti e non dovevano incidere troppo sui costi finali. Mancando una vera rete stradale, per lo più inefficiente e insufficiente, le barche erano il mezzo ideale e le vie di comunicazioni d’acqua erano le “strade” più antiche e economiche che servivano come mezzo di trasporto dei prodotti finiti o semilavorati. Nell’800 le maggiori vie, le “strade” d’acqua di comunicazioni erano ormai consolidate, soprattutto al nord est; ogni città nata su una via di trasporto d’acqua, aveva un proprio porto commerciale dove le imbarcazioni eseguivano transazioni commerciali e il trasporto di passeggeri. Lo studio delle economie territoriali ha come suo principale scopo quello di capire come avvenivano i commerci, gli scambi di materiale da lavorazione, l’uso proprio e improprio dei prodotti della terra e dell’acqua, ma principalmente come e in che modo avvenivano i trasporti da territori e territori. Queste due discipline, ancora troppo poco valorizzate, considerano importanti gli scambi culturali e commerciali, che già nell’antichità, usavano il mare come principale via di comunicazione. Il racconto del Riccardo I° si può considerare una bella storia popolare, “una favola a lieto fine” come cita la presentazione del volume; sono poche parole che esprime tutto il sentimento e l’affetto verso questo tipo di vita. Un racconto trasformato in storia vera, fatta di uomini e di barche, di mare e di terra, di agricoltura e di economia. Una storia nata da un pugno di uomini del Gruppo Volontari “La Comacina” e dal suo Presidente, promotore dell’iniziativa, il Sig. Vittorio Zappata. Lo studio pubblicato è stato realizzato per dare al grande pubblico una vicenda “locale“ e sottolineare la straordinaria capacità di quelle realtà “locali/territoriali” di produrre economie volte al benessere e al sostentamento delle famiglie. Questo lavoro vuole essere oltre che un omaggio a quella che a torto viene definita “marineria minore”, un contributo al lavoro di sensibilizzazione, valorizzazione e divulgazione messo in atto da tempo nel nostro paese grazie a illustri studiosi e da semplici appassionati e amanti del mare. L’imbarcazione restaurata e integrata nelle sue parti oggi è visitabile su prenotazione, ancorata nel canale Lombardo, immediatamente dietro il Duomo di Comacchio. Il signor Vittorio Zappata, presidente dell’Associazione Volontari La Comacina, è ben lieto di accogliere il visitatore interessato telefonando al n. 0533/380378. Il 30 aprile 2004 l’imbarcazione “ Riccardo I“ ha ottenuto il riconoscimento dell’eccezione di “bene” estesa agli oggetti che documentano il lavoro dell’uomo, nel tempo, nell’ambiente e nelle varie forme di aggregazione sociale, con Decreto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Le altre due imbarcazioni già vincolate e dichiarate di particolare interesse storico artistico da parte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, sempre in territorio della riviera romagnola, sono la “lancia” Assunta del 1925 e il “lancione” Saviolina del 1928. 75 Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Lazio Responsabile del progetto: dott.ssa Anna Maria Romano Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Lazio Arch. Francesco Innamorati EUR S.p.a. Direttore: Luciano Marchetti P.zza di Porta Portese, 1 00153 Roma 76 Un Progetto integrato “Il restauro delle lastre fotografiche dell’EUR S.p.a..” Anna Maria Romano Il Salone dei Beni e delle Attività Culturali che si terrà a Venezia dal 30 novembre al 3 dicembre 2006 per il secondo anno ospita “Restaura”. Il tema scelto è la ”ricerca e applicazioni a confronto” a testimoniare il lavoro svolto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali con progetti che utilizzano tecnologie avanzate. Su tale argomento la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Lazio ha promosso il recupero e la fruizione del patrimonio fotografico dell’EUR S.p.a. con una convenzione firmata da entrambe le istituzioni. L’archivio di documenti fotografici della collezione costituisce un unicum per il valore e la consistenza del patrocinio di informazioni collegate al patrimonio storico, architettonico, artistico ed antropologico della città di Roma nel periodo precedente l’ultima guerra mondiale e la fine degli anni sessanta. Si tratta di 16.218 immagini la cui datazione parte all’incirca dalla seconda metà degli anni ‘30 fino alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, costituisce la più completa raccolta di materiale visivo-documentario relativo alla realizzazione del progetto urbanistico dell’E 42, intervento progettato e,in parte eseguito, per ospitare a Roma l’Esposizione Universale. Le immagini fotografiche del fondo documentano con eccezionale ricchezza di dettagli non solo gli aspetti architettonici dell’impresa costruttiva, come le diverse fasi costruttive degli edifici, la costruzione delle strade d’accesso, i materiali impiegati, ma anche i risvolti storici e sociologici ad essa legati, come gli operai al lavoro, il funzionamento del cantiere, le inaugurazioni ufficiali. Dopo un momento di “damnatio memoriae”, considerato lo stretto identificarsi del progetto con l’ideologia del regime fascista, l’importanza storica e artistica dell’intervento è attestata dall’apposizione dei vincoli ai singoli edifici, iniziata nel 1991 e completata nel 2000-2004, a cura della Soprintendenza per i Beni Architettonici di Roma, e il vincolo delle immagini fotografiche, promosso dalla Direzione Regionale ed elaborato dalla Soprintendenza per i Beni Storico-Artistici. L’intervento di restauro Il progetto complessivo del recupero dell’Archivio Fotografico dell’EUR S.p.a. parte dal restauro analogico, attuato secondo i rigorosi principi dell’intervento filologico. Dal primo censimento del materiale esistente, il quantitativo di immagini su pellicole e lastre di vetro contenute nella collezione raggiungono un totale di 16.218 ripartite nelle seguenti tipologie: - 6187 negativi su lastra di vetro in diversi formati - 9.400 negativi su pellicola plastica(nitrato di cellulosa, acetato di cellulosa, poliestere bianco e nero, colore) in diversi formati - 631 diapositive colore su pellicola in poliestere IL primo intervento ha riguardato i negativi su lastra di vetro, che costituiscono le immagini più prestigiose e di maggiore qualità presenti nell’intero fondo fotografico. Si è intervenuti rimuovendo le polveri e il particellato dalle superfici della lastra (lato emulsionato e lato senza emulsione) mediante breve esposizione a getto leggero di aria aspirata e successivamente rimuovendo i residui di polvere e particellato atmosferico mediante ulteriore spolveratura con pennelli morbidi. La pulitura delle superfici è avvenuta dal lato non emulsionato con tamponatura con cotone imbevuto in soluzione di acqua demonizzata e tensioattivo neutro al 1% seguiti da risciacqui ripetuti in acqua demonizzata. La successiva operazione riguarderà la disidratazione del lato non emulsionato mediante asciugatura con velina di cellulosa. Sul lato delle immagini si interverrà con la pulitura solo nel caso di presenza massiccia di attacchi biologici sul lato delle immagini, con la tamponatura con velina imbevuta in specifico solvente clorurato. Le successive operazioni riguarderanno la neutralizzazione delle cariche elettrostatiche dalle due superfici delle lastre e la riadesione dei piccoli sollevamenti di emulsione dal supporto di vetro con specifico adesivo testato, idoneo per la conservazione. Le operazioni finali prevedono il montaggio tra due vetri e passepartout di cartone per la conservazione delle lastre che presentano lesioni, rotture o gravi sollevamenti delle emulsioni e l’inserimento delle lastre nelle nuove buste e contenitori preventivamente siglati e numerati. Scansione ed archiviazione di base di tutte le immagini fotografiche Grazie alla tecnologica, si opererà per una corretta conservazione anche mediante procedimenti come la digitalizzazione ad altissima definizione, la calibrazione dei colori, il restauro delle immagini digitali, qualora fossero presenti eventuali danni sugli originali, e la registrazione su supporti digitali che ne garantiscono inalterabilità, fedele cromaticamente all’originale e restituibile in qualunque momento su supporto cartaceo, magnetico o digitalizzato. Il restauro digitale verrà eseguito sulla copia positiva digitale di ogni immagine scansita, lasciando inalterata la copia negativa nel formato originario raw. In questo modo sarà possibile eseguire nuovamente qualsiasi intervento o elaborazione partendo dai files originali non elaborati. Programma di archiviazione In conclusione è stata studiata e formulata una scheda e un sistema di schedatura, imprescindibile per una corretta catalogazione ed archiviazione dei dati relativi alle immagini. L’uso di database relazionali offre ampie opportunità nella realizzazione di una scheda strutturata in maniera semplice ed intuitiva senza ridondanza di dati, collegata ad un sistema di liste di scelte realizzate con criteri scientifici ed ad un thesaurus intelligente ad albero gerarchico multilink programmato per qualsiasi tipo di catalogazione. La struttura assai articolata della scheda e le innumerevoli possibilità di interrogare il programma consentiranno di “navigare” nel patrimonio dei dati venendo incontro sia ad esigenze estremamente sofisticate sia a richieste formulate con dati incompleti o inesatti. In conclusione il progetto si propone, grazie alle moderne tecnologie, di giungere dai tempi oscurissimi della “damnatio memoriae” ad una finestra sul mondo diretta agli specialisti e non, consentendo il massimo della divulgazione possibile. 77 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Romano Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini Soprintendente: Claudio Massimo Strinati Piazza San Marco, 49 00186 Roma tel. 06 699941 fax 06 69940275 [email protected] Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini Via delle Quattro Fontane, 13 (Piazza Barberini) 00187 Roma tel. 06 32810 fax 06 32651329 78 La collezione di vetri muranesi del Museo di Arti Decorative della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini Marisa Zaccagnini “In cima ai ferri da soffio il vetro fuso si gonfiava, serpeggiava, diventava argentino…” (G. D’Annunzio, Il Fuoco) Gabriele D’Annunzio, sul finire dell’Ottocento, visitò le fornaci muranesi e rimase stupefatto dai bagliori del fuoco, dalla duttilità della materia e, soprattutto, dall’abilità dell’artefice, il maestro Isidoro Seguso, da lui descritto nel romanzo Il fuoco. Il Seguso, appartenente ad una antica dinastia di vetrai, è da considerare uno degli esponenti di spicco della vetraria muranese della fine dell’Ottocento insieme ad Antonio e Giovanni Seguso, a Vincenzo Moretti e ad Antonio e Giovanni Barovier: a questi artisti è legata la rinascita del vetro di Murano. Il vetro veneziano aveva avuto una storia millenaria: ma vi fu un’epoca in cui essa corse il rischio di arrestarsi definitivamente quando, con la caduta della Serenissima Repubblica, subì una profonda crisi: l’Austria concedeva ormai privilegi fiscali alle fabbriche boeme; la clientela borghese incominciava ad essere stanca delle galanterie settecentesche e preferiva i pesanti cristalli del Nord-Europa soprattutto boemi, di grosso spessore, intagliati ed incisi, di stile barocco e dal cristallo al piombo inglese neoclassico e impero, brillante e di un’essenziale eleganza degna delle raffinate dimore inglesi, nobili e altoborghesi dell’epoca. I boemi sentivano il vetro come un surrogato della pietra dura, soprattutto del cristallo di rocca, da lavorare sommariamente a caldo in forme solide, eminentemente plastiche e da rifinire con tecniche molto vicine allo scavo della scultura. La vetraria veneziana era invece erede della tradizione romana, bizantina e islamica del Medioevo. I vetrai muranesi percepivano il vetro come un materiale duttile, da soffiare e da modellare a mano in forme aeree tali che anche nell’oggetto finito potessero suggerire il processo peculiare della soffiatura e della manipolazione allo stato incandescente. A Murano iniziano ormai a mancare le idee e i capitali indispensabili per accedere a nuovi mercati; le uniche manifatture che rimangono attive sono quelle delle conterie e delle perle a lume che permettono la sopravvivenza di molte famiglie. Vanno invece perdute le complesse tecniche dei soffiatori capaci di lavorare il vetro utilizzando soltanto il calore della fornace e la canna da soffio. La grande rinascita del vetro muranese della seconda metà dell’800 fu dovuta ad una serie di cause concomitanti e conobbe tre fasi. In un primo tempo si assistette ad un fiorire disordinato di coraggiose iniziative isolate: si cercò di recuperare tecniche e paste vitree perdute nei secoli. In una seconda fase si cercò di realizzare un vero e proprio progetto culturale e imprenditoriale che culminerà con l’istituzione a Murano di un Museo con annesso un archivio per conservare la documentazione e i pochi oggetti superstiti della produzione antica muranese e per poter dare agli artigiani dei modelli da copiare. Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici La terza fase vide un proliferare di fabbriche che affiancarono alla riproduzione di vetri muranesi antichi anche quella dei vetri archeologici (fenici, egiziani, alessandrini, romani e bizantini). I principali fautori del risorgimento muranese furono il più importante studioso di arte vetraria Vincenzo Zanetti, sacerdote e muranese da generazioni, fondatore del Museo Vetrario di Murano nel 1861, della Scuola di Disegno per Vetrai nel 1862 e del periodico “La Voce di Murano” nel 1867, l’allora sindaco dell’isola Antonio Colleoni e l’imprenditore Antonio Salviati, avvocato di Vicenza ,che aveva intuito immediatamente le potenzialità della produzione e del commercio dei prodotti vetrai di stile veneziano. Il Salviati nel 1859 aveva aperto a Venezia un laboratorio d’arte musiva in “stile antico” dando così vita alla Ditta individuale “Salviati Dott. Antonio fu Bartolomeo”. Nel 1864 si aprì la prima Esposizione Vetraria che ottenne un grande successo e nell’anno successivo venne a Vienna riscuotendo unanime ammirazione. Mentre a Murano poteva contare sull’appoggio del sindaco Colleoni, per trovare capitali necessari a dare vita alla nuova impresa Salviati fu costretto a recarsi in Inghilterra dove la sua produzione di mosaici era conosciuta ed apprezzata. Fu così che il 21 Dicembre 1866 si costituiva a Londra la “Società Anonima per Azioni Salviati & C.” per l’industria della fabbricazione e commercio dei mosaici, smalti, calcedonie e vetrerie con sede a Venezia. I successi dei nuovi vetri Salviati furono incredibilmente vasti, testimoniati dai numerosi premi ottenuti nelle Esposizioni di Parigi (1867), Venezia (1868), Murano (1869), Roma e Londra (1870), Napoli, Milano, Torino, Vienna e Trieste (1871). Salviati così fornì le decorazioni musive della Cupola di St. Paul’s Cathedral di Londra, della Cappella del Castello Reale di Windsor, dell’atrio della House of Parlament di Londra ma anche del Palazzo del Vicerè di Alessandria d’Egitto, del Castello di Marienburgo per il governo prussiano, della Chiesa di Linz in Austria e del Teatro dell’Opera di Parigi per arrivare a New York dove eseguì alcune decorazioni per conto di privati. I grandi favori incontrati nell’attività produttiva tuttavia non liberarono Salviati da difficoltà ed incomprensioni. Egli fu costretto a trasformare la ragione sociale della sua Ditta che il 15 Novembre 1872 prese la nuova denominazione di “The Venice and Murano Glass and Mosaic Company Limited (Salviati & C.)”. Successivamente, all’inizio del 1877, per differenze di vedute nella conduzione dell’azienda, Antonio Salviati abbandonò la Società - che nel frattempo aveva assunto la denominazione di Compagnia dei Vetri e Mosaici di Venezia e Murano – e fondò la “Vetreria Salviati Dott. Antonio”. Ambedue le ditte, fra loro concorrenti, contavano sui migliori vetrai allora attivi a Murano; la prima sui Seguso e Moretti, la seconda sui Barovier. I primi pezzi della rinascita furono copie dall’antico o libere interpretazioni dei modelli passati ispirati ai secoli XV, XVI, XVII e, a differenza del repertorio a cui faceva riferimento il secolo precedente, ora l’attenzione degli artisti, in grado di piegare il fuoco per soddisfare i loro capricci, si volgeva infatti verso la reinterpretazione - personalissima e sempre più ardita - di quelle forme che avevano caratterizzato l’evoluzione più che millenaria della disciplina. Vennero recuperate tecniche di cui si era persa memoria da diversi secoli come ad esempio quella del vetro a “mosaico fuso” detto in seguito “vetro murrino”, del vetro “iridescente” che richiamava le superfici corrose dal tempo dei vetri da scavo, del vetro cosiddetto “fenicio” caratterizzato da un fondo scuro e preziose “marezzature” verdi e dorate, dei “fondi oro” ad imitazione dei vetri paleocristiani, dei vetri “cammeo” a due strati di colore diverso incisi a rilievo a modello di quelli romani. Si riproposero ancora altre tecniche come la “filigrana” o il “millefiori”, il vetro “lattimo”, il “cristallo,” il vetro”acquamarina” e il vetro “calcedonio”a imitazione dell’agata zonata; 79 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici 80 si rifece uso di decorazioni a “fragole” e a “morise” proprie del repertorio rinascimentale; tornò in auge il vetro “girasol”e “l’avventurina,” l’applicazione di motivi floreali e di modelli dai ripetuti rigonfiamenti e bolle schiacciate tipiche dell’epoca barocca. Del 1874 è il primo nucleo dei vetri della Società Salviati & C. entrati a far parte delle collezioni del Museo Artistico Industriale di Roma e in seguito pervenuti alla Galleria Nazionale d’Arte Antica (1956). La raccolta riveste un’importanza eccezionale poiché permette di verificare, attraverso una campionatura ancora oggi esauriente, le principali tipologie in auge in questa fase nonché di avere il pregio di essere composta da esemplari di provenienza e data certe, cosa rara per i musei italiani (anche per il Museo Vetrario di Murano). Attualmente la collezione comprende un gruppo consistente e molto interessante di vetri di produzione muranese degli anni 1870-1880; n. 46 pezzi d’epoca, un gruppo di vetri del secolo XVII (soprattutto di manifattura spagnola) e numerose opere dei secoli XVIII-XIX provenienti dalla collezione dell’antiquario e raccoglitore Evan Gorga. Le opere sono del tutto inedite e, solo parzialmente, conosciute dal pubblico italiano perché mai oggetto di esposizioni né permanenti né temporanee. Nella raccolta – che può essere certamente considerata una sintesi delle produzioni vetrarie dell’ultimo quarto dell’Ottocento - sono rappresentati i vari filoni in cui si esplicò il gusto per il “revival“ tipico dell’epoca: neo-archeologico, neo-rinascimentale, neo-barocco e neo-classico, ma non mancano soluzioni originali. Il secolo XVI fu per i maestri muranesi un secolo di grandi successi: infatti il movimento di emigrazione, già iniziato nei secoli precedenti, si accentuò sensibilmente nel Cinquecento, quando i vetrai dell’isola, nonostante l’inasprimento delle pene da infliggersi ai fuorusciti, furono attratti altrove dal miraggio di più lauti guadagni. In tutti i paesi europei ci furono muranesi che crearono fornaci nelle quali si lavorava alla maniera muranese (Facon de Venise) con le tecniche ed i modelli più importanti dell’isola lagunare. Il “revival”, che coinvolse gran parte della produzione dell’ultimo quarto del secolo, si manifestò anche in una ripresa delle forme cinquecentesche in vetri leggerissimi, dai colori tenui, fumé, verdino e acquamarina come le bocchette, le bottiglie, i calici e i reliquiari. Tra le tecniche “antiche” i vetrai muranesi ripresero quella del vetro “lattimo”, ossia un vetro bianco opaco ad imitazione del colore del latte che veniva lavorato fin dalla metà del secolo XV quando era stato inventato per la prima volta per emulare la porcellana cinese di recente importazione. La produzione muranese del Seicento presenta problemi ancora irrisolti sul piano stilistico poiché, accanto alla grande abilità manuale - risultato di una tradizione ormai secolare i vetrai continuarono a realizzare forme di origine cinquecentesca, fatto che rende tuttora molto difficile la collocazione cronologica per taluni vetri che possono non solo fluttuare tra questo e il precedente secolo ma slittare addirittura nel seguente. Notevole fu la propensione, da parte delle fornaci muranesi per le forme bizzarre, spesso d’ispirazione zoomorfa, di natura nel complesso poco funzionali e assai sensibili, invece, alle esigenze decorative. Una delle espressioni più significative della vetraria dell’epoca fu data dai calici: caratteristici furono quelli ad “alette” che, pur mantenendo la forma usuale, vennero arricchiti dall’applicazione sullo stelo, a globi o conico, da un filo vitreo avvolto a riccio, al quale se ne sovrapponeva un altro di differente colore, lavorato con le pinze. Tra le forme più singolari del secolo meritano di essere ricordati dei vasetti di dimensioni contenute, contraddistinti da lunghi colli o da corpi segnati da strozzature; vicini al tipo tedesco dei Kuttrolf (forse dal latino gutturnium) essi venivano usati probabilmente per contenere liquidi pregiati che come tali dovevano essere parsimoniosamente versati goccia a goccia, funzione alla quale assolvevano le strozzature e il lume assai stretto del collo e della bocca. Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Di origine medioevale essi trovarono pieno sviluppo e fortuna nei secoli XVI-XVII. Le massicce emigrazioni dei vetrai muranesi alla volta della Spagna, soprattutto nel corso del secolo XVII, determinarono in quel paese – che vantava peraltro una già salda tradizione vetraria – la nascita di numerose fornaci che lavoravano a la” Facon de Venise” la cui produzione dovette peraltro adeguarsi ai gusti della popolazione locale incline alle ornamentazioni piuttosto ridondanti. I vetrai della Catalogna, pur mantenendo la loro indipendenza sul piano formale, furono, forse, i più aperti a recepire le tecniche vetrarie di tipo muranese, quali la filigrana, ad esempio, che applicarono con frequenza ai “cantir” recipienti dal corpo ovoidale o sferico, munito di due beccucci, uno largo e corto per riempire il contenitore e l’altro più lungo e stretto per bere direttamente da esso. Con l’Art Nouveau – che nel frattempo si affermava prepotentemente – i vetrai muranesi rifiutarono gli stili storici per una ricerca di una diretta ispirazione al mondo naturale. Si ricercarono, infatti, motivi nuovi, spesso bizzarri, che traessero ispirazione dal mondo della natura e, nell’area francese, si fece largo uso dello smalto in opera d’avanguardia. Anche Venezia non rimase insensibile a tale innovazione e produsse, sotto le sollecitazioni delle novità proposte dal gusto dell’Art Nouveau agli inizi del secolo XX, oggetti dipinti a smalti policromi che, alla grazia settecentesca, unirono la morbidezza e le policromie dello stile naturalistico, tanto caro agli artisti e decoratori dell’epoca. Del resto, osservando i vetri Salviati esposti a Parigi nel 1878, il critico De Liesville osservava: “…L’Italia non si sogna assolutamente che il vetro possa servire per bere, per contenere...”. 81 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Romano Museo Nazionale d’Arte Orientale Soprintendente: Claudio Massimo Strinati Piazza San Marco, 49 00186 Roma tel. 06 699941 fax 06 69940275 [email protected] Museo Nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci” Direttore: Silvana Balbi De Caro Via Merulana, 248 00185 Roma tel. 06 46974815 fax 06 46974837 82 Analisi sui dipinti tibetani del XVIII secolo Claudio Seccaroni Il Museo Nazionale d’Arte Orientale ‘Giuseppe Tucci’ ha avviato da tempo una collaborazione con l’ICCROM (International Center for the Preservation and Restoration of Cultural Property) e l’ENEA (Ente per le Nuove tecnologie, l’Energia e l’Ambiente, Centro Ricerche Casaccia) volta allo studio dei dipinti tibetani su stoffa (thangka) appartenenti al fondo dei reperti riportati in Italia a seguito delle celebri missioni scientifiche di Giuseppe Tucci svoltesi in area himalayana dalla fine degli anni ‘30 alla fine degli anni ’40 del XX secolo. Nell’ambito della collaborazione condotta insieme agli enti sopraccitati, è stata effettuata un’ampia serie di indagini non distruttive. Con la colorimetria e la fluorescenza x sono state indagate le tavolozze utilizzate dagli artisti tibetani, mentre con la radiografia e la riflettografia nell’infrarosso, effettuata con un dispositivo scanner messo a punto dall’INOA (Istituto Nazionale di Ottica Applicata) di Firenze, sono state indagate le stesure e il disegno preparatorio. Sono emersi numerosi pentimenti, alcuni rilevanti; la riflettografia ha inoltre evidenziato su un cospicuo gruppo di dipinti l’utilizzo di notazioni cromatiche, tracciate preliminarmente all’esecuzione del dipinto per indicare il colore delle differenti campiture. In alcune thangka il numero di notazioni individuate superava le 150 unità. Nell’immagine è presentata la riflettografia della thangka n. 927, raffigurante un arhat (santo buddhista), dipinto realizzato nel Tibet orientale nel XVIII secolo e facente parte di una serie iconografica di sedici thangka raffiguranti altrettanti personaggi. Dal punto di vista della composizione dei materiali la determinazione di impurezze associate ai pigmenti ha infine consentito di differenziare ulteriormente i materiali pittorici costitutivi delle tavolozze. Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Il Portarotolo meccanico per la conservazione di tessili di grandi dimensioni Rosanna Rosicarello In un museo la conservazione preventiva è di fondamentale importanza: molto dipende dalla prevenzione, in particolare nei depositi di opere d’arte, ovvero dalla cura e dal monitoraggio degli ambienti, dalla scelta dei contenitori e dalle modalità di contenimento di queste, dal materiale utilizzato per la realizzazione dei contenitori e quello usato per l’imballaggio ed infine dalla costante manutenzione. Attualmente il Museo Nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”sta affrontando la conservazione nei depositi dei manufatti tessili. Una ristrutturazione che considera, dopo aver affrontato la messa a norma e la sicurezza degli ambienti, principalmente la progettazione di contenitori idonei ad ospitare i manufatti. La collezione tessile del museo è costituita da varie tipologie sia per quanto riguarda l’oggetto sia per quanto riguarda la materia, la tecnica di esecuzione, le dimensioni. Vi sono infatti manufatti bidimensionali e tridimensionali ( tappeti, coperte, kimono, copricapo, “kossu” e oggetti polimaterici come ad esempio bambole vestite, scarpe, ventagli e altro). La posizione ideale per conservare un manufatto tessile è quella di completo riposo ovvero disteso in posizione orizzontale ma non sempre le sue dimensioni lo permettono. L’alternativa, comunque valida, è quella di arrotolare su di un tubo il manufatto; per immagazzinare i tessuti bidimensionali di grandi dimensioni è stata realizzata una struttura porta rotoli di acciaio (340 x 120 x 334 h cm). L’idea si è sviluppata grazie a visite effettuate in alcuni depositi di musei come quello della Fondazione Abbegg Stiftung, specifico per le opere tessili, di Rigisberg a Berna o il Ratti Center del Metropolitan Museum di New York. Il primo ha utilizzato per la costruzione dei contenitori prevalentemente il legno, il secondo ha adottato come materiale il metallo. La nostra scelta ha previsto principalmente il metallo. Il meccanismo della struttura porta rotoli è formato da due catene a rulli parallele che, azionate da ruote dentate, costituiscono un movimento verticale per la movimentazione dei rulli che avviene per mezzo di un motore elettrico; fissati alle catene vi sono dei blocchetti di supporto in cui vengono alloggiati i tubi; gli alloggi e i tubi sono numerati. I tubi su cui andranno arrotolati i manufatti sono di cartone non acido, essi sono lunghi 290 cm con un diametro di 15 cm e lo spessore di 3 mm; ogni tubo di cartone è supportato, all’interno, da un’asta di metallo e mantenuto centrato da opportuni distanziali, inoltre esso è foderato da un tubolare di cotone che all’occorrenza si può cambiare. Sul fronte del macchinario, posizionato al centro, vi è un pannello con maniglia scorrevole verso l’alto, che consente l’apertura del porta rotoli e l’estrazione dei tubi, durante l’apertura si possono visionare quattro tubi. Il sistema elettrico della struttura è azionabile solo a macchina chiusa per questioni di sicurezza. Una porzione del pannello mobile è di materiale trasparente ( plexiglas) al fine di consentire la visione dei tubi durante la movimentazione, la macchina è dotata di cellule fotoelettriche che assicurano il blocco del meccanismo durante l’estrazione dei Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Romano Museo Nazionale d’Arte Orientale Direzione dei Lavori: Dott.ssa Paola D’Amore Coordinamento Tecnico: Sig. ra Rosanna Rosicarello Ditta Esecutrice: Fluimac – Ing. Giovanni Santinelli Soprintendente: Claudio Massimo Strinati Piazza San Marco, 49 00186 Roma tel. 06 699941 fax 06 69940275 [email protected] Museo Nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci” Direttore: Silvana Balbi De Caro Via Merulana, 248 00185 Roma tel. 06 46974815 fax 06 46974837 83 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici tubi. Sempre sul fronte sono posizionate quattro griglie di areazione, due in alto e due in basso, in modo da permettere un processo di ventilazione naturale, all’interno delle griglie si trovano dei filtri che all’occorrenza si possono cambiare. Di lato vi è una porta utilizzabile solo dal personale tecnico addetto alla manutenzione del macchinario. In caso di mancanza di corrente il macchinario è azionabile anche a mano. Per l’imballaggio sarà utilizzato carta velina non acida e tessuto ignifugo a protezione finale tenuto da strisce di velcro. Il lavoro di ristrutturazione per l’immagazzinaggio dei manufatti tessili prosegue con la progettazione di contenitori compositi atti ad ospitare il resto della collezione che riguarda manufatti dalle dimensioni minori sia bidimensionali che tridimensionali e anche polimaterici. La struttura porta rotoli è stata realizzata dalla ditta Fluimac di Roma. 84 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Il progetto di restauro e valorizzazione della Casa delle Ierodule ad Ostia Angelo Pellegrino, Soprintendenza per i Beni Archeologici di Ostia Stella Falzone, Università degli Studi di Roma “La Sapienza” Maria Ricciardi, Università degli Studi di Bari La casa c.d. delle Ierodule ad Ostia (R. III, ins IX,. C. 6) venne messa in luce per gran parte della la sua estensione nel 1969-1970 a seguito di un intervento di emergenza messo in atto dalla Soprintendenza ostiense, ma solo di recente – con le campagne di scavo del 20032004 condotte dall’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma – è stato possibile ultimare la ricerca archeologica : il singolare nome le deriva dalla presenza di figure femminili nella decorazione pittorica ed interpretate appunto come ierodule, che erano le donne che si dedicavano alla cura degli arredi sacri, quindi sacerdotesse. Sin dai primi risultati dello scavo del 1969 emerse subito la notevole importanza dell’edificio, del quale venne recuperata quasi del tutto la pregevole decorazione di tutte le pareti ed i soffitti, caso eccezionale nell’ambito degli scavi di complessi abitativi di età romana. Per questo furono subito avviati opportunamente importanti interventi di restauro degli affreschi principali (distacchi dalle pareti, studio e ricomposizione dei frammenti di tutti i soffitti) che, tuttavia, per vari motivi vennero interrotti agli inizi degli anni ’70: questa stasi di restauri per oltre 25 anni ha causato inevitabilmente il degrado di tutto l’edificio che, pertanto, non solo è stato sottratto alla più generale fruizione dei visitatori dell’area archeologica, ma pure è rimasto sostanzialmente sconosciuto agli archeologi e agli stessi specialisti di pittura antica. Questi soni i motivi che hanno indotto la Soprintendenza per i Beni Archeologici di Ostia a delineare un corposo programma per il recupero globale di tutto l’edificio, prevedendo non solo il restauro dei dipinti e dei non meno interessanti pavimenti musivi e delle strutture murarie, ma anche la realizzazione di idonee coperture. L’insula delle Ierodule fa parte del complesso residenziale noto sotto il nome di “Case a Giardino”, il cui impianto fu determinato da una sorta di piano regolatore di età adrianea: tale isolato era costituito da un quadrilatero perimetrale di signorili abitazioni che delimitavano un’area centrale sistemata a giardino al centro della quale erano due grandi blocchi di altre simili abitazioni. Tale soluzione planimetrica determinava un rapporto diretto tra gli spazi interni delle case ed il giardino stesso, sottolineato dalla presenza di numerose finestre ed aperture tra i vani. Nell’edificio, infatti, era stata progettata una disposizione delle stanze incentrata su di un vasto ambiente di disimpegno (dotato di numerose finestre) su cui si affacciavano direttamente una sala a colonne (n.6) ed altre sale (tra cui quella di rappresentanza n.4); probabilmente si sviluppava in altezza fino al terzo piano con mezzanino. L’abitazione, dall’ aspetto molto elegante , è da mettersi in rapporto con un ceto medio agiato, peraltro ben rappresentato ad Ostia : anzi sulla base dell’analisi e della lettura di alcuni graffiti sulle pareti della casa sembra che essa sia appartenuta, tra le altre, alle importanti e ricche famiglie ostiensi del Lucceii e dei Statilii. L’unitarietà costruttiva dell’edificio è sottolineata anche dalla omogeneità stilistica e cronologica degli apparati decorativi, risalenti ai Soprintendenza per i Beni Archeologici di Ostia Soprintendente ad interim: Angelo Bottini tel. 06 56358099 fax 06 5651500 [email protected] www.http://itnw.roma.it/ostia/scavi 85 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici decenni centrali del II sec. d.C. Gli ambienti che mostrano un apparato decorativo più complesso sono la sala rettangolare 4 ed il tablino 6. le pareti sono affrescate con architetture che definiscono uno schema tripartito con riquadri rossi e gialli su cui si stagliano elementi architettonici, figure e motivi vari. I soffitti presentano motivi eleganti e complicati organizzati secondo schemi diagonali. Lo stato di conservazione dell’edificio, al momento in cui si è deciso di definire un programma organico per il suo recupero, non era dei migliori: l’utilizzo di tettoie poco resistenti agli agenti atmosferici e l’umidità proveniente dal sottosuolo e dal ristagno dell’acqua avevano causato non pochi danni al complesso. Così le murature evidenziavano il dissolvimento di molti elementi laterizi e risultavano in alcuni tratti anche aggredite da vere e proprie essenze arbustive; i supporti in vetroresina su cui negli anni ’70 erano stati adattati gli affreschi risultavano in parte sfaldati e non garantivano l’adesione della pellicola pittorica ; su tutte le superfici dipinte si riscontrava la presenza di funghi ed alghe e, soprattutto, di strati ( anche spessi) di incrostazioni calcaree ; infine, i mosaici pavimentali presentavano in alcune zone, funghi, estese macchie scure ed avvallamenti. Nel 2000, grazie soprattutto a finanziamenti straordinari messi a disposizione dal Ministero, è stato elaborato un progetto per il restauro e la valorizzazione della casa che, almeno in parte è stato già reso operativo soprattutto riguardo al recupero delle pitture. Di tale progetto si riassumono brevemente qui di seguito le linee-guida: - ultimazione dei restauri degli affreschi e ricollocamento in situ dei dipinti su supporto precedentemente portati in laboratorio; - esecuzione del restauro dei pavimenti musivi consistente nella consolidamento e nella ripulitura superficiale; - manutenzione e consolidamento delle murature; - realizzazione di una nuova copertura con tetto a due falde coperto da una manto di lastre di policarbonato di colore ambrato. La struttura dovrebbe consentire un dosaggio controllato della luminosità, ridurre ulteriormente il possibile “effetto serra” , proteggere adeguatamente gli apparati decorativi e le strutture murarie e limitare i danni causati dall’umidità ( almeno quella proveniente dai ristagni superficiali dovuti alle acque meteoriche); - realizzazione, in alcuni ambienti, di un sistema di velari ancorati alla copertura sui quali potranno essere riprodotti- con procedimento serigrafico- i disegni delle decorazioni dei soffitti; - protezione dei pavimenti musivi dall’usura creata dal passaggio dei visitatori con apposite passerelle, in previsione dell’apertura al pubblico del complesso; - destinazione, infine, di un ambiente all’illustrazione della casa sotto l’aspetto didattico con l’esibizione di pannelli illustrativi, plastici e materiali ritrovati nello scavo. 86 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Progetto “Cultura 2000”. Come l’acqua che scorre Margherita Bedello Responsabile del progetto per Soprintendenza per i Beni Archeologici di Ostia Evelyne Bukowieki, Hélène Dessales, Julien Dubouloz Ecole Française de Rome Soprintendenza per i Beni Archeologici di Ostia Il progetto realizzato nel quadro del programma europeo “Cultura 2000”, ha interessato la Soprintendenza per i Beni Archeologici di Ostia, la Direzione Generale delle Istituzioni del Patrimonio Storico dell’Andalusia e l’Ecole Française de Rome. Le immagini proposte, relative alla fase di lavoro eseguito ad Ostia, evidenziano i considerevoli risultati di un sodalizio scientifico tra i siti di archeologici di Ostia Antica (Italia) e di Italica (Spagna). Il tema dell’acqua ha creato un gioco di specchi tra i due centri di Ostia e di Italica, favorendo una riflessione sui due siti archeologici, inseriti in una prospettiva paesaggistica. Si è trattato di riscoprire i percorsi dell’acqua nelle due città romane, restaurarli, nel senso forte del termine, per ridar luce alle strutture sepolte: l’acqua è diventata una nuova forma di linguaggio per dar voce a ruderi poco conosciuti. Questo progetto ha reso possibile anche una feconda collaborazione scientifica con l’equipe del sito archeologico di Saint-Romain-en-Gal, centro di importanti ricerche sulle strutture idrauliche romane. I flussi e la circolazione dei saperi congiunti hanno consentito di ampliare le ricerche in tre regioni dell’Impero Romano attraverso gli esempi di Ostia in Italia, di Italica in Spagna e di Saint-Romain-en-Gal in Francia. In particolare, la ricerca si è concentrata sull’analisi del principale castello d’acqua (castellum aquae, quale punto focale per la raccolta e la distribuzione dell’acqua) di Ostia e di Italica. Questi edifici, affini per dimensioni e cronologia, non sono mai stati oggetto di studi approfonditi: monumenti ai margini dei consueti itinerari di vistita. Lo studio del castellum aquae di Ostia Antica ha costituito la prima fase del progetto. La ricerca sul campo, condotta secondo le metodologie dell’”archeologia della costruzione” e la lettura analitica dei dati, unite alla creazione di modelli tridimensionali, hanno portato all’identificazione delle fasi di costruzione e di funzionamento dell’edificio, con la formulazione delle prime ipotesi sull’evoluzione della rete idrica di Ostia. Si è giunti così ad una migliore comprensione dell’organizzazione dei grandi cantieri imperiali e della gestione delle infrastrutture urbane di Ostia. Soprintendente ad interim: Angelo Bottini Viale Romagnoli 717, 00119 Ostia Antica (RM). tel. 06 56358099 fax 06 5651500 [email protected] www.http://itnw.roma.it/ostia/scavi 87 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Archeologici di Ostia Soprintendente ad interim: Angelo Bottini Viale Romagnoli, 717 00119 Ostia Antica (RM) tel. 06 56358099 fax 06 5651500 [email protected] www.http://itnw.roma.it/ostia/scavi 88 Progetto “Educazione al Patrimonio” Lucia Piastra Da alcuni anni il Servizio Educativo della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Ostia ha ampliato le proposte educative offerte gratuitamente alle scuole, dando la priorità alle scuole del territorio. Tali proposte, annuali e pluriennali, che diventano parte integrante del Piano dell’Offerta Formativa d’Istituto offrono la possibilità ai docenti ed agli alunni di arricchire il curricolo di studio con la conoscenza diretta del patrimonio storico-artistico del territorio ostiense. Tra i progetti elaborati per le scuole vi è un percorso formativo legato al tema della conservazione dei Beni Culturali, avendo individuato in questa tematica forti potenzialità educative, utili alla formazione di futuri cittadini responsabili e predisposti ad un uso corretto e consapevole del Patrimonio. I ragazzi della Scuola Media, nel Laboratorio di Conservazione, vestono i panni di “addetti ai lavori” che, partendo dallo studio dello stato di conservazione di alcuni edifici antichi, arrivano ad ipotizzare interventi di salvaguardia e di fruizione didattica degli edifici studiati. Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici L’imperatore venuto da lontano. Storia, interventi, prime indagini Luciana Rossi La collezione Cattaneo e l’oggetto: quadro storico artistico Nel dicembre del 1907 il sig. Arturo Cattaneo offrì in vendita al Museo Preistorico Etnografico una raccolta di bronzi e porcellane cinesi che il direttore di allora, Luigi Pigorini, decise di acquistare al prezzo complessivo di 2.400 Lire. La raccolta si compone di 20 figure di bronzo di dimensioni diverse, a soggetto buddhistico, 6 vasi dello stesso materiale, 4 piatti in porcellana e 7 tra vasi, tazzine e scatoline in cloisonnè. Tra le figure si distingue, per le dimensioni e il pregio della fattura, una statua in bronzo laccato e dorato risalente all’epoca Ming (13681644), alta 72.5 e larga 61 cm. La statua rappresenta Xuan Tian Shangdi, il Supremo Signore del Cielo Nero, conosciuto anche come l’Imperatore del Nord, Bei Di, divinità della religione popolare cinese legata a culti esorcistici. Raffigurato con una pesante armatura e ai suoi piedi una tartaruga e un serpente, si identifica con colui che governa il settore settentrionale delle 28 dimore lunari e sovrintende alla stagione invernale. I differenti strati di lacca che la ricoprono ne testimoniano un continuativo uso cultuale. Il progetto A causa del precario stato di conservazione la statua è stata inserita in un progetto finanziato con i fondi ordinari del Ministero per l’anno 2005 che prevedeva il restauro conservativo di alcuni oggetti appartenenti alla sezione Asiatica della Soprintendenza. L’intervento sulla statua ha comportato diverse operazioni: - rimozione di un considerevole deposito superficiale consistente in polveri incoerenti e in un corposo e tenace strato di sporco fortemente adeso alla superficie, tanto da rendere difficilmente percepibili non solo le cromie ma anche gli elementi decorativi plastici dell’opera; - interventi di consolidamento localizzato nei punti di sollevamento o sfaldamento delle finiture superficiali; - realizzazione di un supporto conservativo/espositivo che consentisse un corretto sostegno e posizionamento della statua, la quale, essendo di peso notevole e mancando del trono originale, era fortemente sbilanciata ed instabile. Oltre alla irrinunciabile osservazione visiva e ad una approfondita campagna fotografica digitale, a documentazione dello stato di conservazione e delle evidenti sovradipinture, sono state effettuate indagini non distruttive per Fluorescenza X, con l’apparecchiatura portatile Lithos 3000 (Tubo RX, Target: Mo, Accelerazione: 30 KV, corrente: 0,5 mA; rivelatore Silicio pin EDS; risoluzione: 149eV) prodotta dalla Assing, messa a nostra disposizione dalla Ditta costruttrice e riprese in riflettografia infrarossa, con la gentile collaborazione del Laboratorio di Fisica e controlli ambientali dell’Istituto Centrale del Restauro. Ambedue le tecniche hanno consentito di effettuare le indagini conoscitive senza spostare la pesante e, al contempo, delicata statua dalla Soprintendenza al Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” Realizzazione del progetto: Loretta Paderni Responsabile del settore Asia Maria Francesca Quarato Laboratorio di Conservazione e Restauro Fabio Naccari Laboratorio fotografico Riprese in riflettografia IR: Fabio Aramini e Mauro Torre Laboratorio di Fisica e controlli ambientali Istituto Centrale del Restauro Analisi XRF: A. Bianco - Assing S.p.A. Indagini stratigrafiche: Emmebi diagnostica artistica s.r.l. Intervento di restauro: Silvia Marsella Soprintendente: Maria Antonietta Fugazzola Piazzale G. Marconi, 14 00144 Roma tel. 06 549521 fax 06 54952310 [email protected] www.pigorini.arti.beniculturali.it 89 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici 90 sede museale. Sono state inoltre effettuate stratigrafie su sezione lucida di microcampioni prelevati da parti significative e diversificate dell’opera. Durante la pulitura è progressivamente emersa una situazione molto complessa ed articolata, di non facile interpretazione: la scultura non ha infatti, una finitura omogenea, né esteticamente né tecnicamente, in quanto è stata sottoposta in passato a numerose ridipinture, che si sono andate stratificando nel tempo su tutta la superficie. Tali sovrammissioni hanno coperto la decorazione ed attenuato il rilievo della scultura che, nelle fasi più antiche, doveva apparire con una serie di particolari dipinti, laccati, dorati, incisi e sbalzati che la impreziosivano e creavano effetti plastici. I dettagli decorativi, come le sottili incisioni ed i motivi floreali e geometrici a rilievo e dipinti, distribuiti un po’ ovunque, sono oggi percepibili solo in piccole porzioni dell’opera, in corrispondenza delle cadute o degli assottigliamenti delle consistenti ridipinture. La complessità delle superfici, già rilevata dalla osservazione visiva del manufatto, è stata avvalorata da due indagini stratigrafiche su sezione lucida su microcampioni prelevati rispettivamente dall’abito e dall’incarnato, che hanno rivelato una complessa successione di strati metallici in oro e di colore argenteo, oltre a strati preparatori e di finitura: tra di essi sono distinguibili sottili linee di colore scuro, presumibilmente depositi di sporco, che potrebbero corrispondere alle superfici di demarcazione delle varie ridipinture. Lo strato più esterno, di colore verde scuro, piuttosto corposo, copre le precedenti stesure andando a colmare i dislivelli e può, pertanto, essere ragionevolmente ritenuto responsabile dell’attenuazione degli effetti plastici dell’opera, della copertura delle incisioni e delle trasparenze dei sottostanti strati di metallo e lacca. Dall’indagine XRF, tenendo presenti le limitazioni intrinseche della tecnica, si è evidenziato un rilevante contenuto di piombo nella lega. La presenza diffusa di ferro e calcio in diversi punti dell’opera ed una certa variabilità nei rapporti rame-piombo a favore di quest’ultimo, fanno ipotizzare, al momento, che questi elementi siano presenti negli strati preparatori e di finitura degli strati metallici. Non è stata invece rilevata con chiarezza una presenza significativa di argento, pur visibile nella stratigrafia. La stessa analisi ha consentito, il riconoscimento del cinabro nel colore rosso del colletto e dei risvolti interni delle maniche. Per valutare la completezza e lo stato di conservazione dello strato dorato originale e delle decorazioni dipinte al di sotto degli strati di rifacimento, la scultura è stata sottoposta ad un esame in Riflettografia IR. È stata impiegata una camera Vidicon IR Hamamatsu C2741-03 con risposta spettrale 0,4-2,2 µm munita di unità di controllo del segnale ed opportuni filtri. Sono stati adottati illuminatori IR a bande spettrali e geometrie variabili a seconda della natura delle superfici, che, in questo caso, si presentavano alquanto complesse trattandosi di un’opera tridimensionale in metallo. In corrispondenza degli incarnati e della parte posteriore della statua, dove la pesante ridipintura scura era assente, si è osservata un buona conservazione dello strato dorato sottostante gli strati di laccatura, che sono stati agevolmente attraversati dalle radiazioni IR; meno chiara risulta la conservazione delle dorature o argentature presenti oltre la superficie delle ridipinture bruno-verdastre: qui le sorgenti sono state di volta in volta differenziate in relazione allo spessore degli strati e allo loro trasparenza alle diverse bande dell’infrarosso. L’esplorazione degli strati subsuperficiali ha consentito l’osservazione di strati dorati o argentati ancora parzialmente conservati e di decorazioni dipinte ed incise nascoste dalle sovrammissioni. È evidente che le indagini fin qui svolte non sono esaustive: sarà necessario integrarle ed approfondirle allo scopo di caratterizzare il bronzo e le successioni stratigrafiche superficiali: leganti, lacche, vernici, e pigmenti. È auspicabile che quando il quadro delle conoscenze sarà più completo, si possa aprire un ampio dibattito per definire se gli strati soprammessi, in particolare l’ultimo, siano da considerare “deturpanti” in quanto, di fatto, sottraggono alla vista le raffinate fatture originali della scultura: in altre parole, se sussistano le condizioni per eliminare l’ultimo strato di vernice. L’imperatore venuto da lontano conserva ancora molti segreti, sarebbe interessante svelarli. Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici “Il restauro delle Tende delle Corporazioni” Adriana Capriotti Questo spettacolare e inconsueto manufatto è stato oggetto di un delicato intervento di restauro realizzato nel corso del 2004. Si tratta di un gigantesco tendaggio organizzato in tre pannelli ed eseguito negli anni Trenta del Novecento per l’allora Ministero delle Corporazioni Fasciste (poi dell’Industria, in seguito delle Attività Produttive e ora dello Sviluppo Economico) di Via Veneto. L’edificio, caratterizzato dall’ampia curva che asseconda la strada e costruito su progetto degli architetti Marcello Piacentini e Giuseppe Vaccaro, si qualifica oggi come una sorta di museo delle arti decorative per la quantità e la qualità delle opere che ancora vi si conservano. Tra queste, una celebre vetrata di Mario Sironi e un memorabile ciclo di arazzi ideato da Ferruccio Ferrazzi, ma anche dipinti futuristi, sculture in marmo e in bronzo e un cospicuo assieme di arredi in stile déco. Una stretta opera di collaborazione tra il Ministero per i Beni Culturali e quello dello Sviluppo Economico ha permesso, in questi anni, il censimento del patrimonio storico-artistico e il recupero di numerose opere, tra le quali questo imponente tendaggio disegnato a Roma dai fratelli Pio e Silvio Eroli e ricamato a Burano dalla manifattura veneziana Jesurum. Delle tende, realizzate verso il 1934-35 per il monumentale Salone delle Corporazioni, si era pressoché persa la memoria da quando, una volta smontate dalla grande porta-finestra del salone, erano state riposte nei magazzini all’interno di scatole. Ha provocato, quindi, una certa sorpresa l’apertura di casse da cui hanno iniziato a dipanarsi metri e metri di rete di canapa ricamata: nemmeno gli spazi dell’ampio magazzino del ministero di Via Veneto sono stati sufficienti per avere una visione di insieme del tendaggio, che misura complessivamente più di 55 mq. Il fascino di questo enorme ricamo ha immediatamente catturato proprietari, conservatori e restauratori; è stata, quindi, una scelta pienamente condivisa quella di procedere all’intervento conservativo al fine di rimettere in pristino l’insieme nel suo luogo originario. L’intervento si è svolto su tre livelli: la ricerca storico-artistica, che ha permesso di inquadrare il manufatto nella sua rilevanza per quanto concerne l’applicazione dello stile “Novecento” all’arte del merletto; le operazioni di restauro del tendaggio eseguite da specialisti nel recupero delle opere tessili; la progettazione e la realizzazione di una struttura che permettesse il montaggio delle tende garantendo condizioni ottimali di tensionamento. Tale struttura, che doveva soddisfare i requisiti di flessibilità, leggerezza e solidità, è stata una riuscita opera ingegneristica, nella quale sottilissimi cavetti d’acciaio ad alta resistenza sono stati tesi in orizzontale e in verticale su telai in alluminio, con spaziature studiate per fornire adeguato sostegno alle sollecitazioni del tessuto che, come ovvio, non poteva avere prevedere fodere che ne avrebbero compromesso la trasparenza. Parallelamente, le delicate operazioni di recupero del merletto si misuravano con i problemi imposti dai depositi di polveri, dalle lacerazioni e dall’infragilimento del ricamo, cui è stata restituita solidità e leggibilità attraverso la chiusura delle lacune con punti analoghi a quelli originali eseguiti con filo di cotone trattato. Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico del Lazio Finanziamento: Ministero dello Sviluppo Economico Progettazione e Alta Sorveglianza: Ministero per i Beni e le Attività Culturali Restauratori: ARAKHNE di Claudia Kusch (restauro tessile); EquilibrartE di Carlo Serino e Antonio Iaccarino Idelson (strutture elastiche di sostegno) Soprintendente: Rossella Vodret Piazza San Marco, 49 00186 Roma tel. 06 6797534 fax 06 69674210 91 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Una volta ricollocate nel grande salone, le Tende delle Corporazioni hanno potuto ricominciare a parlarci di quel breve momento in cui anche la tecnica antica del ricamo si allineava al moderno con esiti autonomi e indipendenti; le diafane raffigurazioni, dalla linea essenziale e schematica, illustrano, come in una pergamena ormai svolta, gli organismi corporativi istituiti nel 1926 dalla Carta del lavoro, estesa dall’allora ministro Bottai, e nuovamente precisati nei decreti del 1934. Nelle formelle ricamate è evidente il forte rapporto che corre tra l’intitolazione della singola Corporazione e l’immagine ad essa relativa: è quanto accade, ad esempio, nel ricamo con la testa di cavallo, sotto la quale subito si individua un pesce entro una rete (Corporazione della Zootecnia e della Pesca), oppure del forno tirato in prospettiva oltre il vaso biansato cui fa da sfondo un edificio industriale (Corporazione del Vetro e della Ceramica). Un riferimento immediato è offerto, poi, dall’alambicco e dall’incudine che definiscono la Corporazione della Metallurgia e della Chimica, così come dall’elica e dalla gondola che individuano la Corporazione del Mare e dell’Aria. È, invece, un grande volume aperto a definire, insieme agli strumenti musicali e a quelli del calcolo, la colta Corporazione delle Professioni e delle Arti Liberali. Una dettagliata descrizione tecnica relativa all’intervento di restauro e alla costruzione del telaio, nonché elementi di studio delle problematiche storico-artistiche relative al manufatto, possono vedersi nella rivista Progetto Restauro, n.38, primavera 2006, pp.5-11. 92 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Esempi dell’attività del laboratorio di restauro: metodologie tecnico-scientifiche innovative Laboratorio di Restauro Anna Barbara Cisternino, Luciana Tozzi, Maria Letizia Profiri Paola Carnazza, Rodolfo Corrias, Karmen Corak Soprintendenza alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea La presentazione realizzata a cura del Laboratorio di Restauro della Soprintendenza illustra alcuni esempi significativi, relativi ad attività conservative eseguite su opere d’arte contemporanea realizzate in materiali non convenzionali. Presentazione Il Laboratorio di restauro della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma è l’unica struttura in Italia che, dal 1976, si occupa della conservazione e del restauro delle opere d’arte contemporanea, oltre che delle altre opere appartenenti ai musei della Soprintendenza. Si articola in settori corrispondenti ai materiali costitutivi delle opere d’arte, ed esegue interventi altamente specialistici. Presso il laboratorio si è costituito un ricco archivio dei restauri effettuati, la cui consultazione è possibile, previa autorizzazione. Attività - verifica, manutenzione e restauro delle opere - controllo ambientale espositivo - cantieri operativi e consulenze tecnico-sientifiche - progettazione di interventi di conservazione e restauro - direzione e collaudo dei lavori di restauro - sopralluoghi presso istituzioni statali e altri enti - verifica dello stato conservativo delle opere richieste in prestito - supervisione della movimentazione ed imballaggio delle opere - accompagnamento durante i trasferimenti delle opere - condition report delle opere in prestito per mostre temporanee - attività di tutor per stage formativi - pubblicazioni scientifiche e partecipazione a convegni Soprintendente: Maria Vittoria Marini Clarelli Viale delle Belle Arti, 131 00196 Roma tel. 06 322981 fax 06 3221579 [email protected] www.gnam.arti.beniculturali.it 93 Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Liguria Direttore Regionale: Liliana Pittarello Via Balbi, 10 16126 Genova tel. 010 2488016 fax 010 2465532 94 Gli Istituti liguri sono particolarmente impegnati nella tutela attiva dei beni culturali sul territorio, anche con molti interventi di restauro e valorizzazione, progettati, diretti e condotti dai bravissimi funzionari tecnici architetti, storici dell’arte, archeologi, restauratori, geometri, capitecnici, archivisti. E “restauro” significa approfondimento e ricerca, in relazione alla storia del bene, alla conoscenza delle sue fasi di realizzazione e della sua materia, all’affinamento dei processi di progettazione e delle tecniche e metodiche di intervento, alla sperimentazione e verifica dei materiali, in un’attività complessa che per noi tecnici dei Beni Culturali giunge a comprendere la preoccupazione per la conservazione del bene e la sua tutela negli anni futuri, così da spingersi al chiarimento dei programmi di manutenzione e gestione, anche attraverso la definizione dei rapporti locali che assicurino il godimento e l’uso del bene e la sua manutenzione. Così, in Liguria si consolida la prassi di elaborare concreti percorsi di collaborazione istituzionale attraverso protocolli d’intesa ed accordi formali fra i diversi Soggetti istituzionali e privati, che hanno come oggetto la programmazione concertata degli interventi (con la Regione, attraverso la sigla di Accordi di programma quadro derivanti dall’Intesa Stato-Regione del 2000; col Comune di Genova, attraverso le intese che hanno configurato le sinergie per lo speciale evento del 2004, quando Genova è stata Capitale europea della Cultura; con Fondazioni bancarie, ecc.), oppure la collaborazione per l’attuazione di specifici interventi (ad es., sempre per il 2004, protocolli d’intesa sono stati sottofirmati per i fronti di intere vie con vari Soggetti istituzionali, Associazioni di operatori e di proprietari), per l’uso e la gestione dei beni, ecc. La rassegna degli interventi che gli Istituti liguri presentano quest’anno a “Restaura” copre solo in parte le complesse casistiche di anno in anno affrontate per e negli interventi di restauro. Ne costituisce peraltro una buona esemplificazione. Presentiamo infatti: - il più oneroso intervento di recupero funzionale attualmente in corso da parte degli Istituti liguri del Mibac, che farà dell’ex Hotel Colombia di Genova la nuova sede della Biblioteca Universitaria, che sul piano delle sinergie interne al Ministero costituisce anche un esempio “virtuoso” di collaborazione fra il Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici e quello per i Beni Archivistici e Librari (committente), dal momento che la Soprintendenza per i Beni Architettonici vi ha assunto dal 2003 il fondamentale ruolo di stazione appaltante, RUP e direzione lavori; - un complessivo intervento di messa in sicurezza e restauro tramite ampia sinergia pubblico privato, consistente nel restauro dell’ottocentesco Teatro Chiabrera di Savona, attuato grazie a fondi comunali, Mibac e sponsorizzati, per riaprire al pubblico il teatro dopo il parziale crollo del plafone del 1999, restaurato dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici con un intervento sofisticato, a partire dalla numerazione e catalogazione dei frammenti, poi ricollocati nel quadro del complessivo consolidamento e restauro della volta; - i complessi lavori di restauro di grandiose chiese caratterizzate dalla qualità e ricchezza della materia delle architetture e degli ornati, restaurate in ogni dettaglio, come l’Annunziata del Vastato di Genova e la Cattedrale di Santa Maria Assunta di Sarzana; un intervento di “riconfigurazione architettonica” di una porta monumentale a suo tempo smontata e ricollocata: infatti la porta della Lanterna, detta “del Chiodo”, dal nome del generale del genio militare sabaudo che la realizzò nel 1831, fu smontata e ricollocata contro il muraglione della Lanterna nei lavori del 1935. Restauro particolare, che ha dovuto farsi carico della leggibilità architettonica e funzionale della porta, sistemandole intorno un ambito disegnato e schermandone i fornici, accecati dal muraglione retrostante, con soluzione tanto semplice quanto efficace; - i lavori di consolidamento e protezione di un edificio in stato di rudere, con la messa in sicurezza, protezione ed intervento conservativo della chiesa di Nostra Signora delle Grazie e Sant’Egidio di Bussana Vecchia (Sanremo, IM), gravemente guastata dal terremoto del 1887 e dal più che centenario abbandono; - le esperienze di consolidamento di un reperto immobile in area di scavo, come il “nocciolo” (in mattoni e argilla) della fossa per la fabbricazione di campane attuate dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici nell’ambito dell’abbazia cistercense di Tiglieto (Ge). Come emerge chiaro, la rassegna di quest’anno esemplifica il lavoro delle Soprintendenze con interventi in tutte le province liguri e vede soprattutto impegnata la Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio, con gli interventi di Savona, Sarzana, Bussana, Genova e con la sua collaborazione all’intervento della Biblioteca universitaria all’ex Albergo Colombia, sempre a Genova. Ma per una qualche completezza del discorso, già annoto con qualche breve cenno almeno tre lavori in corso di progetto, che potranno essere oggetto della prossima edizione di “Restaura”: a) l’intervento di restauro del monumento bronzeo che ricorda l’impresa dei Mille a Genova Quarto, nella quale è soprattutto impegnata la Soprintendenza al Patrimonio S.A.E., in un lavoro di approfondimento progettuale che coinvolge il Comune di Genova, il CNR genovese (che nel 2004 era stato promotore di un convegno internazionale proprio sulla conservazione dei bronzi all’aperto) e l’ICR, che quest’anno inizierà con l’attuare sul monumento un laboratorio didattico; b) l’intervento di restauro alla villa romana del Varignano Vecchio (Portovenere, SP), curato dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici, che ne amplierà la valorizzazione col restauro della cisterna e l’allestimento del percorso di visita; c) il restauro e recupero del primo piano del Palazzo Orengo in Villa Hanbury a Ventimiglia (IM), loc. La Mortola, che accoglierà il “museo storico-didattico” sulla figura ed il mondo di Thomas Hanbury, il colto uomo d’affari inglese – grande collezionista - che nella seconda metà dell’Ottocento comprò e ristrutturò la villa, sistemandone i terreni nello splendido giardino di acclimatazione di piante esotiche. Il progetto è direttamente curato dalla Direzione regionale, con la quale collaborano l’Università degli Studi di Genova (che ha la “villa” demaniale in concessione), le tre Soprintendenze “ex Arti”, la Soprintendenza archivistica e l’Archivio di Stato di Imperia. - 95 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria Committente: Congregazione Italiana Monaci Cistercensi, con il supporto finanziario della Fondazione Carige Direzione lavori di scavo: P.Melli Imprese esecutrici: Regio IX Liguria Archeologia s.n.c., Genova (Alessandra Starna e Mario Testa). Direzione lavori di restauro: F.Bulgarelli Supporto tecnico per lo scavo della fornace e restauro: Laboratorio di restauro della Soprintendenza (Lorenza Panizzoli) Soprintendente: Marina Sapelli Ragni Via Balbi, 10 16126 Genova tel. 010 27181 fax 010 2465925 [email protected] www.archeoge.arti.beniculturali.it 96 Abbazia di Santa Maria alla Croce - Tiglieto (GE). Restauro e conservazione di una fornace da campana Piera Melli, Francesca Bulgarelli, Lorenza Panizzoli L’abbazia cistercense di Santa Maria alla Croce, è ubicata nel comune di Tiglieto, nei boschi al confine tra la provincia di Genova e quella di Savona, che formavano in antico la Selva dell’Orba. Da un atto di donazione del 4 gennaio 1127 è nota la presenza di una comunità religiosa posta sotto la guida di un abate e la data 1120 è più volte segnalata dalle fonti cistercensi per la fondazione dell’abbazia, mentre la dipendenza di Tiglieto dall’ordine di Cîteaux, è citata esplicitamente solo in un privilegio del luglio 1132. Nella seconda metà del XVII secolo, la proprietà dell’Abbazia, ormai in rovina, e delle terre circostanti passò alla famiglia dei marchesi Raggi, che operarono una completa ristrutturazione dei corpi di fabbrica e della chiesa, dotata di un nuovo apparato decorativo. Gravi danni e spoliazioni si susseguirono nel tempo. Attualmente dell’antico complesso monastico sopravvivono la chiesa e due corpi di fabbrica a sud che delimitano il chiostro, costituendone l’ala est e sud. Dal 1999 la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria ha diretto, ed in parte finanziato, regolari campagne di scavo preventivo, in occasione degli articolati interventi di restauro e consolidamento delle fatiscenti strutture del complesso, che è stato concesso in uso, da parte dei privati proprietari, alla Congregazione Italiana Monaci Cistercensi, che vi ha fatto ritorno. Le indagini hanno permesso di identificare una fase di frequentazione precedente all’edificazione dell’Abbazia, comprendente un sepolcreto, e di riconoscere numerose strutture pertinenti all’articolazione originale degli spazi del complesso ed alle sue trasformazioni nei secoli. In occasione della campagna di scavi avviata nel 2005, tuttora in corso, nella zona sud del complesso, occupata attualmente dalla foresteria, è stata messa in luce parte di un ambiente riferibile, probabilmente, al refettorio della fase cistercense. A partire dall’ultimo piano pavimentale in uso con il vano, è stato individuato un ampio taglio, in parte esteso oltre il limite di scavo, dove è conservato quanto resta di un impianto per la fabbricazione di campane e precisamente il cosiddetto “nocciolo” necessario per la realizzazione delle forme e la fusione, preliminarmente inquadrabile nell’ambito dei lavori di ristrutturazione dell’edificio di culto da parte della famiglia Raggi. All’interno di questa fossa è presente una struttura troncoconica, la cui sommità è stata sicuramente asportata al momento dell’estrazione della campana: il nocciolo è composto da una base anulare, vuota al centro, con un diametro interno di 40 cm, realizzato con almeno due corsi di mattoni refrattari, su cui s’imposta una corona di laterizi sistemati di testa, con un’inclinazione di circa 60° gradi verso l’interno. Nel primo anello sono presenti dei fori che dovevano aumentare il tiraggio in fase di cottura; la struttura si è conservata per un’altezza massima di 32 cm. Su tutta la superficie del nocciolo è presente uno strato di argilla ben Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici rilisciato, dello spessore di circa 10 cm., che risulta annerito per combustione nella zona più vicina alla struttura, mentre appare di un colore marrone tendente all’arancio all’esterno, dove in diversi punti sono ancora presenti residui di bronzo dovuti alla fusione (fig. 5). La parte appena descritta dovrebbe essere quello che resta del maschio della falsa campana che ha un diametro, all’altezza della rasatura per estrarre il manufatto, di 62 cm. e la base di 74 cm. Individuati il processo operativo e la tecnica per la realizzazione della fornace, si è avviato un progetto di restauro finalizzato alla conservazione dell’impianto, pur nella consapevolezza che si tratta di manufatto deperibile e originariamente non destinato alla visibilità. Al momento del ritrovamento il nocciolo di campana si trovava in buone condizioni di conservazione, pur essendo intriso di acqua. Tuttavia poiché lo scavo è stato condotto in inverno le temperature spesso scendevano sotto lo zero, causando il congelamento temporaneo della struttura con la conseguente formazione di microcrepe e fenomeni di disgregazione. In queste condizioni non è stato possibile intervenire con urgenza, poiché i consolidanti normalmente in uso (organici, silicati, ecc.) non sono applicabili in presenza di acqua. In attesa di una soluzione la fossa contenente il nocciolo è stata coperta in modo da ricreare il più possibile le condizioni ambientali simili a quelle precedenti lo scavo. Occorre tenere presente inoltre che, essendo la falda idrica molto alta, sono scarse le possibilità che il manufatto resti asciutto. In seguito ad un indagine di mercato è stato individuato un prodotto a base di silicati d’etile modificati, di particolari alcool non tossici e additivi antisale in acqua demineralizzata, in grado di lavorare in presenza d’acqua a temperature superiori a 5° C. Considerata la particolare area geografica e climatica in cui si colloca il sito, è stato necessario attendere l’estate per poter intervenire; il prodotto è stato applicato a spruzzo prima in percentuali basse, poi sempre più alte, fino a raggiungere il 100%. PRIMO CONSOLIDAMENTO - 12 LUGLIO 2006 1,5 litri 2% 1,5 litri 10% 1,5 litri 50% 6 litri 100% SECONDO CONSOLIDAMENTO - 25 SETTEMBRE 2006 1 litro 10% 1\2 litro 50% 1 litro 100% Dopo circa 20 giorni, tempo richiesto dalla reazione chimica, si è potuto verificare che il prodotto aveva lavorato solo in parte; l’operazione è stata pertanto ripetuta. Il consolidamento sperimentale è ancora in corso, dal momento che, pur essendo migliorate le condizioni di degrado, in alcune zone sono ancora presenti fenomeni di disgregazione. Si prevede di ripetere gli interventi fino al raggiungimento di un risultato soddisfacente. Al termine delle operazioni la struttura resterà a vista in un percorso didattico in via di progettazione all’interno dei locali indagati. 97 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio della Liguria Soprintendente: Giorgio Rossini Via Balbi, 10 16126 Genova tel. 010 27101 fax 010 2461937 [email protected] www.ambientege.arti.beniculturali.it 98 Restauro e sistemazione della Porta della Lanterna e Fortificazioni Mauro Moriconi Il restauro è da relazionarsi alla serie di interventi realizzati in occasione del G8 e Genova 2004, volti alla valorizzazione della Lanterna che, compiuti grazie ad una sinergia di sforzi di vari enti, ha portato alla formazione del Parco Urbano della Lanterna del Museo della Lanterna e alla pubblica fruizione del celebre monumento genovese. Le opere eseguite dalla S.B.A.P.L. possono, quindi, essere suddivise in tre parti che corrispondono a tre differenti tipologie di lavori. A. Restauro della porta della Lanterna La cosiddetta Porta della Lanterna, che più precisamente era la seconda Porta della Lanterna, fu costruita in occasione di una trasformazione delle fortificazioni ad opera del generale del Genio Militare Agostino Chiodo. La Porta, come indica l’iscrizione sotto il gruppo scultoreo centrale (a firma del latinista Marco Faustino) fu inaugurata nel 1831. L’edificio fu demolito nel 1935, per realizzare il collegamento con il ponente cittadino. La facciata venne però smontata e ricostruita nell’attuale posizione contro il muraglione della lanterna. Il monumento, che presumibilmente ha subito danni dal secondo conflitto mondiale e ben poche opere di manutenzione dal ‘35, si presentava prima di questi lavori di restauro con diversi problemi di degrado che hanno imposto differenti tecniche di intervento. Paramento lapideo. La pietra di cui è composto il paramento, un calcare marnoso proveniente verosimilmente dallo stesso Promontorio, presentava una fratturazione di parte della superficie con alcune porzioni della pietra in fase di distacco. Il restauro, volto a rallentare tale fatturazione, consiste nell’iniezione di malta consolidante per le fessurazioni più piccole e incollaggi con resine e imperniatura per i distacchi più grandi. Inoltre, il paramento presentava diverse integrazioni cementizie la cui superficie è stata ricostituita con malta a base di calce pigmentata. Si è realizzato, infine, il rifacimento delle maggiori lacune con la stessa malta. L’armonizzazione dei vari interventi è stata ottenuta con velature a base di boiacca di calce. Trabeazione e altre parti marmoree. Si è intervenuti, con lavoro di pulizia e consolidamento, sullo straordinario apparato scultoreo, vanto di questo monumento, che testimonia la vitalità dell’arte a Genova nel primo ottocento. Questo insieme è costituito da 14 metope, di cui una è andata perduta, da due chiavi di volta in marmo con testa di Medusa e da uno stemma sabaudo. I lavori sono consistiti nella pulitura delle superfici marmoree e nella applicazione di uno specifico prodotto protettivo. Il restauro ha poi riguardato la riconfigurazione architettonica della porta. In primo luogo con l’anastilosi delle parti della trabeazione a terra; non sono state montate tutte le parti ma solo quelle visibili, le altre sono state lasciate a terra, a memoria dell’evento. In secondo si è proceduto alla ricostruzione, volumetrica, delle parti mancanti della trabeazione e alla ricostruzione della sagoma del coronamento d’attico, in modo da restituire l’immagine globale dell’apparato architet- Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici tonico. La superficie di questi interventi è stata trattata a “marmorino”, adeguatamente velato. Fornici della porta. Il restauro dei sopraluce della porta è stato realizzato lasciando gli stessi in sito. Si è deciso di consolidare le superfici esistenti, con antiossidanti, operando con ripristini localizzati delle poche parti irrecuperabili (porzioni di lamiera di rame, chiodature perse e piccoli interventi di integrazione della struttura lignea). La porta, che era dotata originariamente di due grandi ante manovrabili a ponte levatoio, risultava disarmonica, in quanto il muro immediatamente dietro i fornici, negava palesemente la funzione principale del manufatto. Si è tentato, quindi, di ridare unità all’insieme architettonico, attraverso due pannelli che alludano ai ponti levatoi. A tal fine si è scelto di usare lamiera in acciaio cor-ten, la cui superficie di colore bruno, simile alla ruggine, si abbina al bronzo delle ante ancora esistenti. B. Parco urbano sotto la Lanterna La configurazione del suolo, che trova qui l’unica parte pianeggiante del parco urbano, induceva a pavimentare il piano di fronte alla Porta; ciò anche in vista di un utilizzo in caso di manifestazioni pubbliche, con la possibilità di disporre sedute temporanee. Il cantiere ha sfruttato l’occasione del recupero di basoli in pietra arenaria. La realizzazione si è quindi avvalsa di una pietra lavorata a mano, la cui presenza materica è di maggiore effetto rispetto a quella ottenibile con gli elementi disponibili sul mercato. La forma del nuovo pavimento lapideo, la cui geometria corrisponde ad un ampio semicerchio, è stata determinata dalla presenza della porta, che, in quanto fatto architettonico eccezionale, esigeva una sua pertinenza. L’intervento ha comportato una serie di altri lavori di complemento, tra cui, l’adeguamento dell’impianto di illuminazione e la riformulazione della sistemazione del suolo. C. Opere di miglioramento del percorso di visita della Lanterna Infine si sono utilizzati i fondi residui per effettuare alcune opere di manutenzione agli spazi che interessano il percorso aperto al pubblico della Lanterna. Particolare cura è stata posta all’ingresso, migliorando l’edificio esistente, la cui bassa qualità architettonica era inadeguata all’interesse del monumento. Stazione appaltante: Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio della Liguria, Importo: 361.517,00 euro Programmazione 2002-2004 e 2003-2005 del M. BB. AA. CC., Soprintendente: arch. Maurizio Galletti (fase progettuale), arch: Giorgio Rossini, Responsabile Unico del Procedimento: arch. Gianni Bozzo, Collaboratore: arch. Michele Cogorno, Progetto: arch. Gianni Bozzo, arch. Mauro Moriconi, Collaboratore: restauratore Orietta Doria, Coordinatore sicurezza progetto: arch. Caterina Gardella, Direttore dei lavori: arch. Gianni Bozzo, Direttori operativi: arch. Mauro Moriconi, restauratore Orietta Doria, Coordinatore sicurezza esecuzione: arch. Andrea Marenco, Consulenza Statica: ing. Roberto Molinari, Impresa esecutrice: Cooperativa Archeologia s.c.ar.l., Direttore del Cantiere: arch. Marco Gandolfo, Capo Cantiere: arch. Milena Testoni, Restauratori: Fiorenza Sessarego, Inizio Lavori: 03.02.2005 Fine Lavori: 18.04.2006. 99 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio della Liguria Soprintendente: Giorgio Rossini Via Balbi, 10 16126 Genova tel. 010 27101 fax 010 2461937 [email protected] www.ambientege.arti.beniculturali.it 100 Teatro “Gabriello Chiabrera” (SV) Intervento di ricomposizione, consolidamento e restauro del velario dipinto della sala e restauro complessivo della facciata Rossella Scunza, Paola Parodi Il teatro, dedicato al poeta savonese della seconda metà del XVI secolo, venne edificato tra il 1850 e il 1853. Organizzato originariamente su un impianto che prevedeva oltre la platea tre ordini di palchi, ha subito in fasi successive diverse trasformazioni interne e adeguamenti impiantistici. La facciata, di gusto neoclassico con doppio colonnato coronato da un grande timpano, è arricchita da statue ed altorilievi, in malta e in marmo. Il salone del teatro è coperto dall’originario plafone in canniccio il cui intradosso, in malta, è decorato con partiture architettoniche, ritratti di grandi artisti e motivi allegorici riferiti ai diversi ambiti artistici. La mattina dell’11 ottobre 1999 una vasta porzione della volta in canniccio, della superficie di 40 mq. circa, crollò; i frammenti, alla presenza di un restauratore della Soprintendenza, vennero recuperati e sommariamente catalogati. L’Ufficio predispose allora, a cura dell’arch. Maria Di Dio, un progetto preliminare con il quale si richiedeva alla Direzione Centrale del Ministero, di autorizzare la spesa per un rapido intervento di restauro. Contemporaneamente il Comune di Savona, proprietario dell’immobile, avviava i lavori per un generale adeguamento del teatro alle vigenti norme di sicurezza. La Soprintendenza, elaborato il progetto esecutivo a cura dell’arch. Rossella Scunza con la collaborazione della restauratrice Paola Parodi e del Capo Tecnico Marco Di Domenico, ed espletata la gara d’appalto vinta dall’A.T.I. composta dalle ditte GER.SO S.r.l. di Bologna e Clessidra s.n.c. di Reggio Emilia, iniziava l’intervento di restauro, partendo dalla ricomposizione della porzione di velario crollato. Si è quindi realizzato un ingrandimento fotografico della volta in scala 1:1 su cui sono stati posizionati e catalogati i frammenti spolverati e consolidati. In parallelo, dopo aver realizzato un accurato rilievo informatizzato della struttura portante all’estradosso e della curvatura all’intradosso della volta – eseguito dall’arch. Paolo Rava della Facoltà di Architettura di Genova – la struttura lignea e il canniccio sull’estradosso, venivano puliti e disinfestati. La coerenza tra canniccio e armatura lignea è stata ripristinata con l’ applicazione di “bande” in tessuto di fibra di vetro larghe 20 centimetri secondo un andamento ad intreccio ortogonale e variando la distanza tra le fasce per garantire la presenza di superfici di scambio igrometrico, attraverso la volta, tra l’ambiente della sala e quello del sottotetto. I frammenti, ricomposti sulla gigantografia, numerati e catalogati, sono stati reciprocamente vincolati con barrette di legno e punti di saldatura con collante acrilico a fusione. Sono stati quindi posizionati su un supporto trasparente in fogli di “plexiglass” piegati, mediante alcuni puntelli e diversi tiranti regolabili ancorati alle centine, in modo da riprodurre la curvatura della volta; ciò ha permesso di seguire in aderenza la curva della volta e di controllare, attraverso la superficie trasparente, le perfette concordanze dei frammenti. Liberata la volta dai Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici pannelli in “plexiglass” è stata effettuata la stuccatura delle lacune con malta di calce e sabbia. La volta del gran plafone della sala, alcuni anni or sono, era stata completamente ridipinta con colori acrilici dopo una preliminare “lavaggio” della superficie ottocentesca decorata a tempera. La pulitura è stata possibile applicando numerosi impacchi di solventi idrocarburi aromatici e di acetone. La superficie recuperata era assai lacunosa, ma sufficientemente leggibile da consentire un restauro pittorico a velature di acquerello che ha consentito di restituire l’immagine complessiva della superficie dipinta. (Foto 06) È stato altresì predisposto un sistema ad elementi per consentire, tramite rilevamento periodico di quote, il monitoraggio della struttura del plafone. Per completare la sistemazione complessiva del teatro prima della sua riapertura – la struttura, con grande sacrificio della comunità, è rimasto chiuso a seguito del crollo interno e dell’inadeguatezza degli impianti di sicurezza per più di quattro anni – era necessario provvedere anche al restauro della facciata: ciò è stato possibile grazie alla sponsorizzazione offerta dalla Fondazione “A. De Mari” della Cassa di Risparmio di Savona e dall’Autorità Portuale di Savona. I finanziamenti sono stati affidati alla Soprintendenza e i lavori sono stati progettati e diretti dallo stesso gruppo che aveva curato il restauro del plafone. L’intervento è stato eseguito dalla ditta GER-SO S.r.l. ed è consistito nella pulitura e ripresa dell’originario intonaco a marmorino, di grande qualità, nel restauro delle statue e dell’imponente altorilievo in malta del timpano, del grande finestrone in legno del “ridotto”, del calendario e dell’orologio in ferro dorato, della pavimentazione in pietra del portico e nella messa in opera di diversi sistemi di allontanamento dei volatili. 101 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio della Liguria Fondi ordinari del Ministero per i Beni e le Attività Culturali Anno finanziario 2002 capitolo 2860 Euro 154.937,00 Anno finanziario 2003 capitolo 8312 Euro 230.400,00 Responsabile del Procedimento, Progettista e Direttore dei Lavori: Roberto Leone Collaboratori alla progettazione e alla direzione lavori: Arch. Michele Cogorno, C.T. Rest. Stefano Vassallo, C.T. geom. Alessandro Romano Coordinatore alla Sicurezza in fase di progettazione: Arch. Caterina Gardella Aggiudicazione dei lavori in data 1 agosto 2006 al Consorzio Artigiano Raffaele Rumolo di Roma, contratto stipulato in data 12/10/2006 Durata dei lavori: 365 Soprintendente: Giorgio Rossini Via Balbi, 10 16126 Genova tel. 010 27101 fax 010 2461937 [email protected] www.ambientege.arti.beniculturali.it 102 Chiesa di Nostra Signora delle Grazie e S. Egidio San Remo Loc. Bussana Vecchia (IM) “Lavori di restauro murature, stucchi, decorazioni e copertura” Roberto Leone La Chiesa di N.S. delle Grazie e S. Egidio è collocata all’interno del borgo di Bussana Vecchia, semidistrutto dal terremoto del 23 febbraio 1887. Come riporta N. Calvini, Storia di Bussana: “Una prima scossa ondulatoria fu immediatamente seguita da una di tipo sussultorio. La volta che copriva la navata, si aprì in tutta la sua lunghezza nella linea di colmo, sollevandosi in due parti verso l’alto. Quando la volta tornò a richiudersi, le due parti non si unirono perfettamente e la copertura crollò di schianto al suolo”. La chiesa barocca era stata iniziata nel 1652 sovrapponendosi all’originaria struttura di modeste dimensioni, che fu parzialmente demolita lasciando intatto il coro e una parte dei muri laterali, risultando così più alta e ariosa della precedente. Nel 1691 fu ultimato il campanile eseguito secondo il disegno dell’arch. Bartolomeo Molinari; verso la metà del XVIII secolo ebbero inizio i principali lavori di rifinitura e di abbellimento secondo il gusto tardo-barocco da parte di Gerolamo Comanedi (maestro comancino, stuccatore e pittore), giunto a Bussana da Osteno. La chiesa attualmente si presenta allo stato di rudere privo di copertura. Dell’originaria botte unghiata che copriva l’aula sopravvivono soltanto alcune tracce laterali. La navata centrale ha, infatti, maggiormente subito lo stress dovuto alle piogge mentre le cappelle laterali che almeno in parte hanno mantenuto e coperture, hanno conservato una maggiore percentuale di decoro anche se in molti punti si notano danni dovuti al vandalismo. Una cornice continua sul perimetro unifica l’intero ambiente, scandito da un ordine di paraste corinzie Lo stile dell’edificio è riconoscibile nella facciata, in cui alla maniera barocca due ordini di paraste sono raccordate da due volute laterali, che sovrastano altrettante nicchie situate al livello dell’orditura inferiore. La decorazione della chiesa è essenzialmente costituita da rilievi in stucco policromo e intonaci dipinti. Lo stile è quello consueto del barocco “Genovese” per quanto semplificato per le dimensioni e l’importanza del manufatto. L’esposizione prolungata di intonaci e stucchi agli agenti atmosferici, e l’infiltrazione di acqua dalle coperture danneggiate delle cappelle ha provocato la formazione di efflorescenze e subflorescenze saline. I consistenti danni strutturali dovuti all’evento sismico, l’umidità di risalita dal suolo, la mancanza di coperture e le infiltrazioni di acque piovane hanno dissestato gravemente le strutture murarie e di conseguenza gli intonaci e le malte. Un primo intervento, concluso nell’anno 2004, ha interessato il consolidamento strutturale ed il restauro del campanile, in allora in condizioni di grave dissesto. I lavori in corso consistono: - Diserbo complessivo del sedime della chiesa e degli ambienti adiacenti, pulitura complessiva dei residui di pavimentazione e Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici messa in sicurezza degli stessi tramite realizzazione di un battuto in cocciopesto con interposta rete metallica; - Messa in sicurezza della struttura pericolante della volta absidale e delle murature su cui essa insiste attraverso idonei approntamenti ed operazioni di consolidamento preventive alla ricostruzione della porzione di volta crollata; - Messa in opera di tiranti e consolidamento dell’estradosso della volta; - Restauro e consolidamento dei paramenti murari a vista e consolidamento localizzato delle parti di muratura decoese sia in corrispondenza dell’abside sia in corrispondenza della navata; - Realizzazione di sistema di copertura della volta absidale a protezione dalle precipitazioni atmosferiche realizzata con struttura lignea e manto in lastre di piombo; - Restauro e consolidamento di intonaci e stucchi e della navata principale e del coro; Al fine di effettuare una valutazione del comportamento strutturale del manufatto, in relazione al rischio sismico a cui è sottoposto e per la messa a punto degli interventi di messa in sicurezza e di conservazione strutturale della chiesa, è stata attivata una convenzione con l’Università degli Studi di Genova – Dipartimento d’Ingegneria Strutturale e Geotecnica (DISEG) per l’ esecuzione di studi e ricerche che hanno come oggetto: - il rilievo di dettaglio delle strutture in elevazione e della patologia del degrado - la campagna diagnostica atta a definire i parametri meccanici della muratura esistente tramite prove dirette ed indirette, tenendo conto delle prescrizioni riportate nell’Ordinanza sismica (OPCM 3274/03 e ss. mm.) 103 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio della Liguria Soprintendente: Giorgio Rossini Via Balbi, 10 16126 Genova tel. 010 27101 fax 010 2461937 [email protected] www.ambientege.arti.beniculturali.it 104 La Cattedrale di Santa Maria Assunta di Sarzana Giorgio Rossini È noto che, quando nel 1201 la sede vescovile fu trasferita da Luni a Sarzana, il titolo di cattedrale basilica venne assunto dall’antica pieve di S.Basilio. La chiesa sarzanese, erede presumibile dell’antica cappella del primitivo burgus Sarzanae, dal 1148 fu riconosciuta mediante privilegio di Eugenio III, insieme con la pieve di S.Andrea, quale proprietà del vescovo di Luni. La vecchia cappella del burgus dovette presumibilmente essere riedificata in epoca romanica, in analogia a quanto avvenne per la pieve di Sant’Andrea e per la stessa cattedrale lunense. Lavori in corso sono ancora testimoniati negli statuti del 1330, mentre solo nel 1355, come confermato dall’iscrizione sull’architrave della porta, fu terminata la parte inferiore della facciata. L’impianto originario della chiesa, escludendo le aggiunte ed i rifacimenti successivi, risulta di estrema semplicità, si direbbe quasi “mendicante” nella impostazione basilicale serrata entro una pianta rettangolare. Al corpo anteriore a tre navate, ove le colonne sono ridotte a due per parte, si giustapponeva in origine una terminazione absidale formata da tre cappelle quadrangolari. Alla tradizione gotica mendicante è anche da riferire la copertura a capriate lignee e l’altezza pressoché uguale delle navate, quasi a costituire una chiesa a sala, o piuttosto “a gradinature”, secondo una soluzione adottata nelle Hallenkirken nordeuropee. Le esili colonne marmoree ottagonali, sorreggenti archi a pieno centro, creano un ritmo così ampio da risultare quasi inesistenti nell’invaso dell’edificio: questo pare quindi ridursi ad un unico e grande vano ove i pilastri divengono una nota cromatica più che un fatto strutturale. Ancora incerta appare la soluzione dei capitelli a base ottagona ed abaco quadrato, colta interpretazione di quelli ad unghie dei chiostri trecenteschi. Anche il repertorio figurativo adottato mostra, accanto ad un modellato naturalistico e fluido delle fogliette dei capitelli di sinistra, tipico del mondo toscano, testine di ispirazione medioevale sulle volute degli stessi capitelli, e fogliette uncinate e stilizzate in quelli posti sulla serie a destra, ove si coglie ancora una certa rigidezza, lontana dalle più morbide realizzazioni toscane. Il senso unitario dello spazio delle navate è denunciato dalla bella facciata a due spioventi con paramento in marmo bianco di Carrara, sulla quale si apre un portale strombato, sormontato da un rosone circolare. La vasta superficie appare straordinariamente unitaria, nonostante la parete superiore sia stata ultimata circa un secolo dopo quella inferiore. Degno di nota è certamente il portale, datato 1355, con colonnine circolari e tortili, che proseguono anche nel sottoarco: accanto a forme che preludono al Quattrocento, si notano elementi arcaicizzanti nel modellato della cornice a palmette stilizzate all’imposta dell’arco e nelle testine apotropaiche di ispirazione medioevale. Più evoluti, anche se sempre pertinenti ad una tradizione tardogotica, appaiono gli elementi decorativi della parte superiore della facciata, conclusa nel 1474 da Lorenzo Riccomanni, per volontà della famiglia Calandrini. Il rosone presenta un interessante intreccio di archi mistilinei che generano losanghe ed archi acuti, entro i quali Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici sono ricavati motivi polibobati. Le colonnine tortili, disposte a raggiera attorno ad un mozzo dalla fine decorazione classica, presentano capitelli corinzi classicheggianti con fogliette più naturalisticamente piegate e seghettate di quelle del portale. Affine alla facciata nella decorazione classica e nel paramento marmoreo, appare l’esterno della cappella di S.Nicolò, a pianta quadrata, fatta edificare al fondo della parete sinistra dalla famiglia Calandrini nel 1450 su disegno di Antonio Mafioli di Carrara e Benedetto Beltrami da Campione. La superficie marmorea è delimitata da lesene angolari e da una cornice ad archetti pensili trilobati sormontati da una cordonatura di gusto ancora tardogotico, cui si affiancano anche elementi quali il rosone e le snelle bifore sulle pareti laterali. Contemporaneamente ai lavori di completamento della facciata si dovette realizzare anche la copertura lignea delle navate: il tipo di capriate eseguite e relative mensole di supporto a foglia arricciata – tuttora visibili al di sopra del soffitto piano a cassettoni – risulta infatti assai simile a quelle della vicina chiesa di S.Francesco, datate 1453. I successivi lavori all’edificio sono documentati all’inizio del XVIII secolo, quando, per realizzare una più dignitosa sede delle reliquie del Preziosissimo Sangue, si deliberò di ricostruire la cappella a destra dell’altare maggiore, secondo il progetto degli scultori carraresi Giacomo e Michele Guidi, nel 1617. Ad essa pare ispirato il progetto del rifacimento della cappella del Crocifisso, a sinistra dell’altare maggiore, realizzata in marmo nel 1680, per munificenza del cardinale Lorenzo Casoni. La ricerca spaziale e luministica condotta dal Borromini con la tematica della parete plasticamente definita da superfici concave e da spigoli arrotondati, trova un evidente richiamo nella risoluzione di questo piccolo, ma pregevole ambiente, ove, maggiormente che altrove, si scorge una interazione scenica fra le arti figurative. Al 1640 risalgono, invece, i lavori di ricostruzione del coro. Abbandonata la forma quadrata della primitiva cappella maggiore, il presbiterio fu notevolmente allungato e concluso da un abside semicircolare, secondo il progetto di Nicolò Bardi. Pressoché nello stesso periodo fu concepito il progetto di ristrutturazione del corpo delle navate; nel 1652 Luca Carloni da Genova ne tracciò le linee fondamentali, consistenti nel riordinamento delle navate laterali mediante nuove partiture architettoniche e nella realizzazione di cappelle esterne all’edificio, per dare migliore sistemazione agli altari che in precedenza erano addossati alle pareti interne. Il pregevole soffitto ligneo fu realizzato a più riprese fra il 1663 ed il 1670 dall’intagliatore pisano Pietro Giambelli. Il restauro conservativo, eseguito fra il 1997 ed il 2002 dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio della Liguria, ha permesso di individuare importanti elementi per un suo studio. Le matrici del prezioso manufatto, raro esempio, in Liguria, di tecnica ad intaglio ligneo utilizzata a copertura di una vasta superficie piana, sono da individuarsi nella tradizione della scultura lignea affermatasi in Toscana fra Cinque e Seicento. Lo stesso autore risulta attivo in questa regione fra il 1664 ed il 1670: opera sua sono, infatti, notevoli esempi di soffitti lignei, a Firenze (chiesa della SS. Annunziata dei Serviti, eseguito su probabile disegno del Volterrano, autore della tela inserita nel riquadro centrale), Lucca (chiesa di S. Maria dei Servi, presso la quale esegue anche la cantoria ed il coro) e Livorno (santuario di Montenero, chiesa della SS. Annunziata dei Greci). Le indagini effettuate in occasione dei recenti restauri hanno permesso di verificare l’adozione di alcuni accorgimenti e soluzioni tecniche atte ad alleggerire la struttura, sostenuta direttamente dalle catene delle capriate trecentesche. Si è rilevato che le grandi cornici a sezione quadrangolare che sostengono i pannelli sono state realizzate a struttura scatolare, anziché in massello. La scelta dei legni con cui venne eseguito il lavoro, ha privilegiato essenze leggere e resistenti, come il pioppo, di facile lavorabilità, utilizzato per gli intagli, ed il larice, soggetto a minore ritiro, impiegato per la maggior parte dei tavoloni dei cornicioni a cassetta e che rappresentano, pertanto, gli elementi di irrigidimento della struttura. Una soluzione particolare nel caso sarzanese è rappresentata dalla mancanza di coloritura e doratura, generalmente presente nella produzione artistica del Giambelli. La super- 105 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici ficie lignea venne, infatti, lasciata a legno naturale, moderatamente mordenzato per uniformare i diversi colori delle essenze utilizzate. Il recente intervento di restauro si è reso necessario a motivo del degrado della struttura lignea, per effetto di infiltrazioni d’acqua dal tetto. Parti dell’intaglio erano, infatti, marcescenti, tanto che alcuni pezzi erano caduti a terra, con gravi rischi anche per la pubblica incolumità. L’intervento è stato preceduto dal risanamento del manto di copertura della chiesa, effettuato dalla Curia Vescovile della Spezia. Questa operazione era necessaria e preliminare all’avvio del restauro del soffitto. L’intervento ha comportato l’impegno economico pari a £ 700 milioni, suddiviso in tre annualità di finanziamenti ordinari destinati dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali alla Soprintendenza ligure. Contemporaneamente a questo, sono stati eseguiti anche altri interventi all’interno della chiesa, relativi al restauro della decorazione pittorica nei costoloni della cappella Calandrini, degli stucchi dell’abside maggiore e dell’ancona marmorea della Purificazione, commissionata nel 1463 allo scultore Leonardo Riccomanni da Pietrasanta, già collocata sull’altare maggiore ed attualmente posta sulla parete di fondo del transetto. L’intervento ha comportato la ricomposizione dell’ancona con l’originario scomparto centrale, fino qualche mese fa collocato nell’abside centrale e sostituito dal pannello della Purificazione commissionato nel 1642 a Domenico Sarti. L’intervento programmato dalla Soprintendenza è stato inserito in un più vasto programma di valorizzazione del massimo edificio religioso della diocesi, in previsione delle celebrazioni dell’ottocentesimo anniversario del trasferimento della sede vescovile da Luni a Sarzana. 106 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Cattedrale basilica di S. Maria Assunta - Sarzana Il restauro del soffitto ligneo Il rilievo Giorgio Rossini Il cassettonato della cattedrale di S.Maria Assunta a Sarzana è stato oggetto di indagine e di rilievo particolari. Innanzitutto per la localizzazione del manufatto: evidentemente aderente al soffitto, a 15 metri di altezza dal piano di calpestio, in posizione particolare rispetto al punto di vista dell’osservatore, e soprattutto per la complessità e ricchezza della realizzazione. Quest’ultima ha raggiunto livelli di elaborazione tali che il cassettonato si discosta dalle produzioni analoghe generalmente riscontrabili, e si avvicina, attraverso l’intricata ricchezza di fronde vegetali, volti angelici, componenti floreali, creature mitologiche che si elevano dalla superficie e nella particolarità delle differenti essenze lignee, a vere e proprie caratteristiche scultoree. Valutato inizialmente solo attraverso l’osservazione dal basso, ad occhio nudo e con l’ausilio di strumenti di ingrandimento, poi attraverso la resa fotografica, l’oggetto ha avuto occasione per poter essere indagato ed apprezzato nella sua interezza in occasione della posa della ponteggiatura, che ha consentito di accedere ad una posizione di osservazione privilegiata, che finalmente consentiva di scoprire la ricchezza del patrimonio artistico rappresentato. Gli elaborati prodotti sono stati anche utilizzati come supporto per l’annotazione di informazioni riguardanti vari aspetti della realizzazione: la natura dei materiali che costituiscono il soffitto; delle diverse essenze utilizzate in origine o integrate negli anni (Mappature dei materiali); delle varie forme di degrado (Mappature del degrado); degli interventi eseguiti nel recente lavoro di restauro (Mappature degli interventi). La determinazione delle componenti geometriche è stata realizzata mediante l’applicazione di: - tecniche longimetriche - di fotogrammetria digitale semplificata. Per la scelta dei punti di appoggio sono stati individuati alcuni particolari punti naturali già presenti sul cassettonato. Alla convergenza delle travature principali - a sostegno dei pannelli del cassettone sono infatti presenti motivi di decoro, facilmente individuabili nelle riprese fotografiche e ricorrenti regolarmente ad ogni incrocio di detta travatura. La fotogrammetria digitale semplificata è stata utilizzata considerando la complanarità della superficie sotto studio. In altri termini questa tecnica di rilievo ha comportato una “compressione” della tridimensionalità dell’oggetto, così da ottenere una restituzione bidimensionale delle geometrie. Questa “compressione” appare giustificata dal punto di vista metodologico in quanto la profondità dei punti di appoggio rilevati rispetto alla superficie del cassettonato (15 centimetri ca.) rende trascurabile la deformazione per l’elevata distanza del punto di presa, ovvero i 15 metri dell’altezza del manufatto che lo separano dal piano di scalpiccio dove è stato posto il cavalletto della macchina da presa. Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio della Liguria Soprintendente: Giorgio Rossini Via Balbi, 10 16126 Genova tel. 010 27101 fax 010 2461937 [email protected] www.ambientege.arti.beniculturali.it 107 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Le informazioni finalizzate alla resa tridimensionale dell’oggetto sono state consentite tramite l’integrazione con alcune sezioni trasversali. Analisi dei materiali, del degrado ed interventi Debora Pizzorno 108 Il cassettonato ligneo della cattedrale di Santa Maria Assunta si estende sul soffitto delle tre navate per un totale di 600 metri quadrati di superficie decorata; il lato maggiore delle navate supera i 34 metri, la larghezza delle navate laterali è di 4,5 metri mentre quella della navata centrale di 7,7 metri circa. Il cassettonato si caratterizza per una ricca decorazione ad intaglio racchiusa tra pannelli, di forma e dimensioni variabili, che si susseguono ritmicamente; le navate laterali hanno la medesima scansione e decorazione mentre la navata centrale, pur rispettando il disegno generale dei cassettoni, sviluppa un apparato decorativo indipendente. Nelle varie partizioni delle navate laterali si alternano volti di angeli con grandi ali, mascheroni diabolici, cartigli e stemmi (su uno dei quali è la scritta QUOS PRETIOSO SANGUINE REDEMISTI) oltre a una profusione di ricche decorazioni fitomorfe. In particolare, nei due pannelli principali di ogni navata laterale, si trovano dei grandi fiori che raggiungono un aggetto di circa 40 cm, realizzati applicando due corone di petali e un pistillo sul tavolato di base. Le decorazioni floreali prevalgono, seppur con nuovi disegni, anche nella navata centrale: due dei pannelli più grandi ricordano vasi bifronti da cui germoglia una ricchissima vegetazione, mentre il pannello centrale ripropone il tema del grande fiore aggettante; nei riquadri laterali si trovano invece cartigli alternati ad una composizione di figure femminili alate dai cui piedi fioriscono nuovi motivi fitomorfi. Proprio sopra l’ingresso un piccolo stemma riporta la scritta OPAE. Le decorazioni e le cornici che formano i riquadri geometrici sono collegate alle strutture del sottotetto tramite un tavolato in pioppo sul quale i decori sono stati applicati con chiodature e perni. Questo stesso metodo di fissaggio è stato adottato negli interventi successivi, talvolta utilizzando indiscriminatamente chiodi di fabbricazione industriale o perfino filo di ferro. Durante la seconda guerra mondiale una bomba colpì la chiesa distruggendo parte della copertura e del sottostante soffitto; l’area danneggiata corrispondeva, sia nella navata destra che in quella centrale, a buona parte della campata contigua all’abside. Nel corso del restauro del 1951, intrapreso dal Genio Civile per ripristinare la copertura e il soffitto, questo settore del cassettonato fu ricostruito e, ad un’osservazione ravvicinata, l’intervento è ancora ben riconoscibile, sia per le essenze utilizzate che per la fattura dei decori. Nel rifacimento, infatti, è stato usato l’abete per il tavolato di base e legno di cirmolo (essenza a pasta compatta) per le parti ad intaglio; nell’originale invece, tutti gli intagli sono realizzati con il leggero e duttile pioppo e solo poche parti geometriche delle cornici verticali sono in larice. Evidenti differenze di lavorazione riguardano le decorazioni: quelle risalenti al restauro del 1951, rispetto alle originali, rivelano una fattura meno accurata ed una superficie non uniforme a causa dei segni dello scalpello chiaramente visibili; nel complesso i nuovi intagli hanno un aggetto minore e presentano soluzioni meno raffinate nella connessione dei vari elementi. La mancanza di finitura, nel lavoro degli intagliatori degli anni ’50, è giustificabile con la distanza dalla quale le decorazioni sono usualmente fruite: gli artigiani sapevano che dal basso la difformità dall’originale non si sarebbe notata, anche perché tutta la superficie a vista delle tre navate fu uniformata da una tinta a tempera opaca bruno-rossastra che omogeneizzava il colore e non permetteva una buona visibilità dei rilievi lignei. In generale, il degrado riscontrato, è imputabile principalmente alla presenza di umidità e ai tarli: l’acqua meteorica, penetrata attraverso la copertura, ha impregnato il legno infradiciandolo e favorendo anche la comparsa di funghi e carie a cubetti; l’altra causa Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici del degrado è stata la massiccia presenza di insetti xilofagi, in particolare tarli. Si deve sottolineare che solo in rari casi questi agenti di degrado, presi singolarmente, hanno potuto compromettere pesantemente la struttura lignea; è stata piuttosto la compresenza dei due fattori a produrre effetti in certi casi devastanti: i tarli, agendo in ambiente saturo di umidità hanno reso alcune parti così spugnose da renderne necessaria la sostituzione, poiché si era pregiudicata irrimediabilmente la struttura del legno. Mappatura dei materiali, legenda Laura Punzo Gli interventi di restauro si sono susseguiti con le stesse modalità in ogni navata: inizialmente è stata rimossa la tempera che impediva la vista del colore naturale del legno, che successivamente è stato trattato con un prodotto biocida antitarlo; quindi si è proceduto con il consolidamento dei pezzi ammalorati, con l’integrazione delle parti mancanti e la stabilizzazione di quelle pericolanti; si sono poi eseguite le stuccature e le integrazioni con resina. L’ultima operazione è stata la verniciatura con gommalacca che protegge e uniforma il colore del legno senza coprirlo. La tempera è stata rimossa con una miscela chelante composta di acqua, acido citrico e trietanolammina in proporzioni tali da rendere la soluzione neutra; il prodotto così ottenuto è stato nebulizzato e, dopo un’azione di pochi secondi, rimosso con una leggera abrasione ottenuta con lana d’acciaio; i residui sono stati poi asportati con spugna umida fino a riportare tutta la superficie del legno a vista. Le parti ricostruite nel 1951 furono invece protette con una vernice ad olio che non poteva essere rimossa dalla miscela chelante, per queste si è proceduto applicando pasta di cellulosa usata come supportante di un composto detto metilsolfossido che ha dato buoni risultati nella rimozione pur essendo molto meno tossico di un comune sverniciatore industriale. Per la rimozione della tempera policroma e della preparazione a gesso sugli angeli della navata sinistra e sulla cornice della navata laterale, dapprima si è nebulizzata acqua calda a bassa pressione, per ammorbidire il gesso, poi si è proceduto con rimozione meccanica a bisturi. Il prodotto antitarlo, previamente diluito in petrolio, è stato spruzzato con il compressore a bassa pressione, sia dal solaio soprastante il soffitto ligneo (dal sottotetto), sia dal basso verso l’alto. L’uso del petrolio come diluente offre il vantaggio di un’evaporazione più lenta rispetto all’acetone e quindi assicura una maggiore permanenza del biocida sul legno; un ulteriore vantaggio è dato dal fatto che il prodotto finale è praticamente inodore ed ha tossicità molto minore rispetto ad altri solventi. A questo proposito, si deve sottolineare come nel restauro siano stati utilizzati prodotti che hanno la caratteristica di non essere nocivi per l’uomo o di avere bassissima tossicità, pur essendo totalmente appropriati all’intervento. Le zone ammalorate per umidità e azione dei tarli, ma che si riteneva di poter conservare, sono state consolidate con iniezioni localizzate di resina acrilica disciolta in acetone al 50% saturando i pezzi a fino a rifiuto. In alcuni casi, in cui tutto il tavolato di base si presentava in cattive condizioni, si è proceduto applicando abbondante resina acrilica a pennello, con assorbimento per imbibizione fino a saturazione. Si è ricorso a sostituzioni e integrazioni solo nei seguenti casi: per i pezzi o frammenti mancanti; per le parti totalmente decoese e per chiudere fessurazioni di ingenti dimensioni. I restauratori, lavorando con gli strumenti tradizionali (sgorbia, scalpello), hanno preparato in opera tasselli e pezzi che sono stati fissati con chiodature (metodo già usato per tutti gli intagli del soffitto) e con un leggero strato di colla vinilica. Solo nel caso dei “bottoni” posti alle intersezioni fra i riquadri si sono realizzati i pezzi mancanti fuori dal cantiere. I pezzi sostituiti sono della stessa essenza del pezzo originale. Gli elementi pericolanti sono stati fissati realizzando dei piccoli fori tra le parti da collegare, unendoli poi tramite connettori in legno di faggio, assicurati con colla vinilica. 109 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Le stuccature si sono realizzate laddove il legno si presentava spaccato con crettature e lacune di dimensioni tali da non permettere la realizzazione di un tassello; in questo caso si procedeva con stuccature in resina epossidica bicomponente miscelata a segatura. La verniciatura finale, leggera e trasparente, è stata realizzata con gommalacca diluita in alcol, filtrata molto bene e quindi nebulizzata, togliendo l’eccedenza a pennello (foto 13). Questo tipo di verniciatura lascia il legno piuttosto opaco e permette di apprezzarne le fibre anche a notevole distanza. 110 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Nuova sede della Biblioteca Universitaria nell’ex Hotel Colombia - -Genova Gianni Bozzo, Giorgio Mor Il progetto in esame prevede la trasformazione del più lussuoso e prestigioso Grand Hotel della Genova degli anni venti del secolo scorso nella più importante biblioteca cittadina contenente 750.000 volumi. Si è proceduto nel rispetto del codice genetico dell’edificio e della normativa vigente perseguendo l’obbiettivo della “trasformazione nella conservazione”. La nuova destinazione d’uso è stata infatti ottenuta prevedendo la conservazione del sistema resistente, del sistema costruttivo morfologico, del sistema distributivo verticale e dell’apparato decorativo di tutti i locali monumentali. I lavori di restauro di questo importante edificio eclettico hanno tenuto conto delle specificità tecniche in uso nei primi decenni del secolo XIX, e delle predilezioni dell’epoca per materiali del tutto estranei alla tradizione, come, per esempio, la pietra artificiale, che è stata trattata come quella naturale. Nei confronti dei pavimenti a parquet, in legno in varie essenze, si è operata la completa sostituzione con manufatti identici di adeguato spessore e si sono prelevati i pannelli originali in vista di una loro collocazione d’arredo alle pareti delle nuove sale di lettura della Biblioteca Universitaria. Tutti gli infissi in legno sono stati conservati e restaurati, così come le complesse decorazioni a stucco, alle quali era affidato un ruolo importante nella caratterizzazione dei diversi ambienti dell’Albergo Colombia. Committente: Ministero per i Beni e le Attività Culturali Direzione Generale per i Beni Librari e gli Istituti Culturali – Roma Attività svolta da: MOR - Studio Associato di Architettura e Ingegneria - Coordinamento generale, progetto architettonico e di restauro: - Preliminare - Definitivo (approvazione C.T.A. voto n°00449/29/02 del 17/04/02) - Esecutivo (validazione Verbale del 11/11//02) - Coordinamento sicurezza in fase di progettazione - Consulenza architettonica alla D.L. Il progetto è stato inoltre supportato da: Ricerca Storica Rilievo geometrico e fotografico, rilievo dei materiali e analisi del degrado Redazione di ortofotopiani digitali a colori di tutte le superfici decorate in scala 1:20 Accertamenti ed indagini statiche Analisi chimiche dei materiali Ing. Luigi M. DUFOUR – Ing. Federico MARTIGNONE Progetto strutturale, Consulenza strutturale alla D.L. Ing. Sandro MORANDI ASSOCIATI Progetto impiantistico, Consulenza impiantistica alla D.L. Prof. Arch. Paolo ROCCHI Consulenza progetto architettonico e di restauro Direttore: Giovanna Giacobello Bernard Via Balbi, 3 e 38/b 16126 Genova tel. 010 254641 fax 010 2546420 111 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio della Liguria Restauro della Cappella di San Tommaso anno 2005. Finanziamento Euro: 102.292,00 Importo dei lavori Euro: 96.701,98 Soprintendente: Arch. Maurizio Galletti Arch. Giorgio Rossini. Responsabile Unico del Procedimento: Arch. Giorgio Rossini. Direttore dei Lavori: Arch. Gianfranco D’Alò. Direttore Operativo: Geom. Enrico Vatteroni. Direttore Operativo: Restauratore Paola Parodi. Indagini scientifiche: Restauratore Stefano Vassallo. Impresa esecutrice: Kriterion s.n.c Bologna. Documentazione fotografica: Stefano Vassallo e Kriterion snc. Soprintendente: Giorgio Rossini Via Balbi, 10 16126 Genova tel. 010 27101 fax 010 2461937 [email protected] www.ambientege.arti.beniculturali.it 112 Restauro della Cappella di San Tommaso o della “Incoronazione” - Cattedrale di Santa Maria Assunta di Sarzana Paola Parodi, Stefano Vassallo La Cattedrale di Santa Maria Assunta fu edificata a partire dal 1204 e completata nel 1474. Nel transetto sinistro fu ricavata nel XV secolo la cappella di San Tommaso con il grande polittico, in marmo bianco di Carrara, opera di Leonardo Riccomanno da Pietrasanta scolpito intorno al 1432 per l’altare maggiore ma poi qui sistemato nel 1460 per volontà di Andreola Parentucelli e del Cardinale Filippo Calandrini fratello uterino di Tommaso Parentucelli al cui nome venne intitolata. La cappella venne quindi a configurarsi come una cappella gentilizia sepolcrale. Il polittico presenta caratteri formali, specie nella composizione architettonica, ancora legati alla cultura gotica; nello scomparto centrale, l’Incoronazione di Maria (nella lunetta il Padre Eterno fra due angeli e lo Spirito Santo), ai lati, a destra i santi Pietro e Giovanni e a sinistra Paolo e Luca; nei riquadri superiori, Al centro Crocifisso fra la Vergine e San Giovanni, e ai lati, in piccole edicole, 6 santi; nel pinnacolo centrale, il Padre eterno, e in quelli laterali San Lorenzo, san Basilio, l’Angelo annunziante e la Annunciata. Nella predella, Pietà, gli Evangelisti e 4 profeti. Prima del restauro le pareti della cappella presentavano un’uniforme coloritura bianca frutto dei restauri del dopoguerra, il restauro ha evidenziato nelle pareti la presenza, sotto ai rifacimenti, di antichi intonaci quattrocenteschi privi di decorazioni, nella volta invece sono sopravvissuti solo pochi resti pittorici all’imposta dei costoloni della volta a crociera mentre il resto è frutto di un integrale rifacimento post bellico, ad esclusione della originale chiave di volta in marmo bianco policromo. La pulitura degli intonaci dipinti e bianchi è stata effettuata a bisturi e con impacchi solventi, il consolidamento dei distacchi con iniezione di malte e adesivi. Quindi è stata effettuata la stuccatura con malte a livello con inerte colorato e calce idraulica naturale mentre il restauro pittorico ha visto l’impiego di colori all’acquerello. L’altare presentava un generale strato di polveri e sporco, che è stato rimosso nella pulitura, non sono rimaste tracce di policromia anche perché l’opera ha sicuramente subito in passato ripetuti drastici lavaggi. Su di esso è stata effettuata la pulitura con tamponature e lavaggi di soluzione solvente, la rimozione di parte dei vecchi restauri e delle precedenti stuccature, la ristuccatura dei giunti e quindi la protezione finale della superficie marmorea con cera microcristallina. La struttura dell’altare è stata revisionata e consolidata soprattutto per quanto riguarda l’armatura in ferro che ancora la pala alla retrostante muratura e le imperniature che assicurano tra di loro i diversi blocchi marmorei. Il rosone è stato consolidato e pulito, sono eliminati i vetri sistemati negli ultimi restauri con adesivi siliconici sostituendoli con nuovi vetri sagomati acrilici di dimensione spessore e peso ridotti. Nella bifora cieca della parete sinistra soino stati eliminate ritinteggiatura e superfetazioni, riscoprendo nella parte inferiore la originale chiusura con blocchi marmorei mentre nella parte superiore, aperta fino al XVII secolo, sono state ricostruire in marmo scolpito le parti decorative mancanti. Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Cattedrale di Santa Maria Assunta di Sarzana Cappella della “Purificazione” Paola Parodi, Stefano Vassallo Tra il 1463 e il 1471 Leonardo Riccomanni con l’aiuto del nipote Francesco, realizza l’ancona marmorea per l’altare maggiore della Cattedrale di Santa Maria Assunta di Sarzana. Nel 1640 fu trasformato architettonicamente e decorativamente il presbiterio, e l’ancona marmorea fu trasferita nel transetto destro ad eccezione del rilievo centrale, con la Madonna della Cintura e il sottostante pannello con San Tommaso, che fu rimurata nella parete di fondo dell’abside centrale. Nella nuova collocazione il pannello fu sostituito con un altorilievo raffigurante la “Purificazione”, questa nuova intitolazione della cappella è rimasta fino ai nostri giorni. Il restauro della cappella ha previsto dei saggi stratigrafici sugli intonaci delle pareti e della volta per identificare la presenza di antichi intonaci e coloriture, ma gli strati rinvenuti erano moderni per cui è stata realizzata una semplice ritinteggiatura imitante la cromia delle superfici restaurate del transetto opposto. L’altare conservava ancora cospicui resti di dorature e policromia rimasti, nonostante le vecchie drastiche puliture, soprattutto nella parte alta dell’opera e nei punti meno raggiungibili. Come prima operazione è stato effettuato il fissaggio di tutte queste parti al fine di proteggerle dalla successiva pulitura con impacchi di solventi acquosi in polpa di cellulosa. Questa pulitura ha eliminato la patina di polveri e sporco che offuscava la superficie. È stato revisionato il sistema di ancoraggio dell’altare alle murature e migliorate, e in qualche caso rifatte, le stuccature tra i giunti marmorei. La doratura è stata parzialmente ripristinata utilizzando oro vero in conchiglia, mentre con acquerelli sono state anche reintegrate le policromie superstiti, consistenti principalmente in stesure blu e verdi all’interno dei decori architettonici e sui fondi di alcune figure. Il pannello centrale con la Vergine della Cintura” è stato distaccato dalla sua collocazione nel presbiterio e reinserito nell’altare dopo aver sistemato il pannello seicentesco con la “Purificazione” nella parete laterale della cappella. Contestualmente è stato ricollocato anche il pannello con San Tommaso che è rimasto per secoli nascosto sotto i marmi settecenteschi del presbiterio. La Vergine ha richiesto una complessa opera di restauro in quanto i pochi resti di policromia quattrocentesca erano ricoperti da numerosi rifacimenti storici, la pulitura ha privilegiato la fase decorativa seicentesca del rilievo anche se alcuni rifacimenti posteriori sono stati conservati a causa della esiguità degli strati sottostanti. Su tutte le superfici lapidee è stato infine steso un protettivo a base di cera microcristallina in petrolio. Nel corso dei lavori sono state restaurate anche tutte le altri parti marmoree della cappella, ossia lapidi e monumenti funebri datati tra il XV e il XVIII secolo. Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio della Liguria Restauro del Presbiterio e della Cappella della Purificazione. Anno 2005 – 2006 Finanziamento Euro: 568.000,00 Importo dei lavori Euro: 487.000,00 Soprintendente: Arch. Maurizio Galletti Arch. Giorgio Rossini Responsabile Unico del Procedimento: Arch. Giorgio Rossini Direttore dei Lavori: Arch. Gianfranco D’Alò Direttore Operativo: Geom. Enrico Vatteroni Direttore Operativo restauratore: Paola Parodi Indagini scientifiche: Restauratore Stefano Vassallo Direttore Artistico: Piero Donati Impresa esecutrice: Arte e Restauro S.a.s.- Ravenna. Documentazione fotografica: Stefano Vassallo Arte e Restauro S.a.s. Studio Gianardi Sarzana Soprintendente: Giorgio Rossini Via Balbi, 10 16126 Genova tel. 010 27101 fax 010 2461937 [email protected] www.ambientege.arti.beniculturali.it 113 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio della Liguria Restauro del Presbiterio e della Cappella della Purificazione Anno 2005 – 2006 Finanziamento Euro: 568.000,00 Importo dei lavori Euro: 487.000,00. Soprintendente: Arch. Maurizio Galletti Arch. Giorgio Rossini Responsabile Unico del Procedimento: Arch. Giorgio Rossini. Direttore dei Lavori: Arch. Gianfranco D’Alò. Direttore Operativo: Geom. Enrico Vatteroni. Direttore Operativo: Restauratore Paola Parodi. Indagini scientifiche: Restauratore Stefano Vassallo Direttore Artistico: Piero Donati Impresa esecutrice: Arte e Restauro S.a.s. Ravenna. Documentazione fotografica: Stefano Vassallo, Arte e Restauro s.a.s., Studio Gianardi Sarzana Soprintendente: Giorgio Rossini Via Balbi, 10 16126 Genova tel. 010 27101 fax 010 2461937 [email protected] www.ambientege.arti.beniculturali.it 114 Cattedrale di Santa Maria Assunta di Sarzana Presbiterio. Relazione sui restauri degli stucchi policromi e dorati, delle decorazioni marmoree e del coro ligneo Paola Parodi, Stefano Vassallo La genesi dell’architettura del presbiterio della Cattedrale di Sarzana è stata assai complessa e ha conosciuto diverse radicali modifiche dell’assetto decorativo. Il presbiterio aveva nel quattrocento un aspetto radicalmente diverso da quello attuale, esso presentava una pianta quadrata, esso fu completamente rifatto ed allungato, dopo la controriforma, nel 1640 riutilizzando solo in parte le murature precedenti, e innalzando la attuale struttura con abside rotonda, nell’ambito di una generale riforma architettonica di tutto il tempio. Si trattava di una architettura piuttosto sobria, scandita da lesene binate collegate con archi su cui correva una grande trabeazione. In occasione di tale ristrutturazione l’ancona marmorea di Leonardo e Francesco Riccomanni fu trasferita nel transetto destro ad eccezione del rilievo centrale, con la Madonna della Cintura e il sottostante pannello con San Tommaso, che fu rimurata nella parete di fondo con una nuova cornice in stucco dipinto e argentato. In quella occasione la scultura fu arricchita di nuove coloriture e dorature sopra a quelle originali. Questa incorniciatura è andata quasi completamente perduta nella realizzazione della successiva gloria marmorea opera di Giovanni Cibei del 1744 che occultò il pannello inferiore con San Tommaso. Di poco posteriore è la radicale trasformazione in stile rococò di tutta l’area presbiterale: la precedente intelaiatura architettonica fu sostanzialmente rispettata, ma fu ricoperta da una fitta ed epidermica decorazione rocaille policroma e dorata. Tale decorazione era caratterizzata da una ricca policromia e da dorature in foglia realizzata con tecniche più usuali nella scultura lignea e nella mobilia dipinta che non nei dipinti murali. Gli stucchi furono realizzati con un impasto gessoso e una differenziazione nel trattamento delle superfici tra le parti a rilievo e i “fondi” della decorazione. A causa dell’intrinseca delicatezza della tecnica già in antico fu applicata una colletta come generale fissativo che ottenne il risultato di ingiallire la policromia ed aggravare i fenomeni di distacco a causa del “tiraggio” del colante proteico. Nell’ottocento fu demolito l’intonaco delle pareti fino altezza dei capitelli e rifacendo nella parte inferiore una decorazione in stile neoclassico consistente in grandi tele con cornici in legno intagliato e dorato, in tale occasione tutti gli stucchi furono ridipinti. Una seconda globale decorazione è avvenuta nel novecento con l’introduzione di colori industriali (litopone) e ampi rifacimenti delle dorature con bronzina, trattamento ripetuto dopo i danni bellici e la successiva ricostruzione di una porzione della volta crollata per i bombardamenti. Il nostro restauro a previsto l’eliminazione di buona parte delle ridipinture della volta e della parte superiore delle pareti, realizzata con impacchi solventi e a bisturi. Sono stati necessari diversi consolidamenti strutturali nelle porzioni di intonaco e muratura compromessi da dis- Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici sesti statici. Quindi è seguita la stuccatura delle mancanze di intonaco e il rifacimento delle lacune del modellato in stucco. Il restauro pittorico è avvenuto con colori a tempera e all’acquarello mentre le dorature sono state integrate con nuova foglia d’oro. Nelle lesene parietali è stata riproposta la finitura in stucco grigio chiaro settecentesca. La gloria marmorea centrale è stata ripulita da un denso strato di polveri sporco e fissativi, con impacchi di solventi in polpa di cellulosa. Le dorature sono state pulite con tamponature di solventi e integrate con colori all’acquarello e con oro in foglia. Nel corso dei lavori gli elementi marmorei sono stati parzialmente smontati per consentire il distacco dell’altorilievo con della Madonna della Cintura e del Sottostante S. Tommaso per la ricollocazione nella pala marmorea di Leonardo e Francesco Riccomanni del transetto destro. Il pannello centrale è stato sostituito con una copia in vetro resina, caricata con carbonato di calcio, ottenuta da un calco in silicone. Il coro ligneo, realizzato in concomitanza delle ristrutturazioni seicentesche, è stato restaurato in questa occasione. Gli intagli in noce sono stati puliti dalle precedenti verniciature e quindi rilucidato con gomma lacca. Il legno è stato disinfestato e consolidato, limate porzioni della struttura sono state sostituite perché non originali o irrecuperabili, inclusa la ferramenta delle parti mobili. 115 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio della Liguria Soprintendente: Giorgio Rossini Via Balbi, 10 16126 Genova tel. 010 27101 fax 010 2461937 [email protected] www.ambientege.arti.beniculturali.it 116 La basilica della Santissima del Vastato in Genova Giorgio Rossini La chiesa della Santissima Annunziata del Vastato si affaccia oggi su una piazza che quasi per nulla rivela le sue antiche origini e l’ intensa frequentazione in epoca medioevale. Quest’area, esterna alle mura del 1155, nel XII secolo era ancora scarsamente urbanizzata ed utilizzata prevalentemente a vigneti e orti. Essa fu, così, prescelta da alcuni Ordini religiosi che si insediarono nelle immediate adiacenze della porta di Sant’Agnese. Fu proprio qui che gli Umiliati, una comunità di lanaioli proveniente dalla Lombardia, nel 1228 edificarono, lungo la riva destra del fossato di Carbonara, un insediamento dedicato a Santa Marta. Nel 1508 il convento degli Umiliati, ormai quasi disabitato, venne assegnato ai Frati francescani. Il modesto edificio fu abbattuto e, al suo posto, i Minori costruirono, a partire dal 1520, un nuovo convento. Incaricato della costruzione fu un maestro muratore lombardo, Pietro di Gandria, chiamato ad erigere una nuova fabbrica aggiornata secondo gli orientamenti progettuali che, nel frattempo, gli Ordini Mendicanti avevano apportato alle originarie tipologie costruttive gotiche. Così, se da un lato venne riproposto lo schema a T delle chiese francescane umbro-toscane, con cappelle absidali di impianto quadrato ed avancorpo a tre navate, dall’altro furono aggiunte, lungo i fianchi, due serie di cappelle di impianto poligonale regolare, atte ad evitare il proliferare disordinato e casuale di tali spazi, come era accaduto nelle chiese del Tre e Quattrocento. La nuova costruzione presentava sottili colonne a rocchi alternati di marmo bianco e pietra grigia di Promontorio, ancora permeate di spirito gotico. Le linee architettoniche di questa più antica chiesa del Guastato, ancora conservate sotto l’attuale rivestimento plastico e marmoreo risalente ai primi decenni del Seicento, furono casualmente scoperte durante l’ultimo conflitto mondiale quando, a seguito dei bombardamenti, molte murature furono spogliate dell’apparato decorativo seicentesco. Nel 1537, gli Osservanti, subentrati ai Minori conventuali, procedettero a completare la chiesa secondo il progetto originario. Si trattava di un progetto piuttosto ambizioso per un Ordine che aveva propugnato il ritorno alla tradizione primitiva del Francescanesimo ed imponeva ai frati il rispetto delle regole costruttive emanate nei primi capitoli generali. La costruzione, pur essendo grandiosa, magniloquente, costruita con materiali pregiati e costosi come il marmo e la pietra a vista, anziché con il mattone e l’intonaco come la maggior parte delle chiese francescane, aveva un requisito che la rendeva particolarmente idonea agli Ordini Mendicanti: era vasta, luminosa, di impianto semplice, e poteva contenere una moltitudine di gente richiamata dalla parola di celebri e santi predicatori, come non mancavano presso gli Osservanti. Il rinnovamento della chiesa, avviato alla fine del Cinquecento, venne promosso con il concorso delle maggiori famiglie nobili che si erano assicurate il possesso delle numerose cappelle. Fra esse prevalsero, per importanza e generosità, i Lomellini, le cui residenze erano concentrate non lontano dall’area del Vastato. Nel 1591 Lorenzo Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Lomellini ottiene dai frati il giuspatronato della chiesa: da questo momento iniziano così le trasformazioni, in senso manierista e barocco, del severo spazio tardogotico dell’Annunziata, che d’ora in poi sarà considerata dai Lomellini come la loro chiesa gentilizia. L’intervento fu mirato ad alcune sostanziali modifiche dell’impianto, necessarie anche ai fini dell’adeguamento degli spazi alle norme liturgiche imposte dopo il concilio di Trento: dapprima l’ampliamento della cappella maggiore, che venne raddoppiata in profondità per collocarvi il coro dei frati; quindi l’allungamento del corpo delle navate mediante la costruzione di una nuova campata, dopo aver demolito la facciata primitiva. Il progetto, non finito, della soluzione della nuova facciata, venne pubblicato dal Rubens nella seconda edizione dei Palazzi di Genova (1652). Il rinnovamento del vano interno della chiesa si limitò ad una operazione superficiale in senso coloristico, con l’uso di stucchi, affreschi, dorature, splendidi marmi intarsiati. Le esili colonne gotiche vennero rivestite con tarsie di marmo bianco di Carrara e rosso di Francia, allora particolarmente apprezzato dalla ricca committenza genovese, ed inserite in un ordine architettonico ispirato ai modi del manierismo lombardo. Le cappelle ai lati della maggiore, originariamente due per lato come ancora si vedono nel rilievo pubblicato dal Rubens, vennero unificate in uno spazio più ampio, cui fu sovrapposta una cupola. Nel corso dell’Ottocento si procedette ad un generale restauro della basilica a partire dal 1834 quando, dopo un breve periodo di allontanamento, i frati ritornarono a celebrare nella chiesa dell’Annunziata. Furono avviati dapprima studi per il completamento della facciata, per la quale Carlo Barabino, architetto civico, aveva ipotizzato un ambizioso progetto con i campanili coronati da tempietti circolari e un pronao neoclassico preceduto da una scalinata monumentale, secondo il più puro stile neoclassico, allora imperante. La morte dell’architetto, avvenuta nell’anno successivo, ne aveva impedito la realizzazione, ma il progetto venne ripreso e modificato nel 1841 dal suo successore, Giovanni Battista Resasco. Per motivi economici egli ridusse l’intervento al solo pronao e alla scalinata, che vennero completati nel 1867, lasciando incompiuta la facciata, ove peraltro sostituì l’originaria serliana con una finestra semicircolare. 117 Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici delle Marche Direttore Regionale: Mario Lolli Ghetti Via Birarelli, 35 60121 Ancona tel. 071 502941 fax 071 50294240 [email protected]; sito web: in allestimento 118 Un progetto integrato di ricerca ed educazione al patrimonio culturale Marina Mengarelli, Michela Mengarelli Un ampio ed ambizioso progetto pilota di studio e valorizzazione del territorio predisposto e realizzato dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici delle Marche con i finanziamenti CIPE è senza dubbio quello denominato “La vallata del Potenza dalla via Flaminia al mare” all’interno del quale sono stati previsti l’istituzione di un itinerario archeologico, la realizzazione di un catalogo dei siti, un DVD divulgativo, un sito internet ed un volumetto didattico per le scuole. La progettazione del percorso archeologico ha ovviamente richiesto, come fase preliminare, l’analisi scientifica dell’intero territorio, procedendo altresì all’organizzazione sistematica di tutti i dati, editi e di archivio, relativi ai rinvenimenti compiuti nel passato. Si è quindi provveduto ad organizzare le informazioni raccolte in una rappresentazione cartografica, creando una simbologia in grado di classificare e localizzare ogni rinvenimento in maniera chiara ed accattivante. Il risultato è una carta archeologica aggiornata della vallata del fiume Potenza, strutturata per fasce cronologiche e per tipologie di rinvenimento ed integrata con le nuove indagini realizzate dall’Università di Gent (Belgio), in grado di esporre più chiaramente le scelte insediative della popolazione lungo la via fluviale, in relazione alle opportunità economiche e commerciali offerte dal territorio nelle varie epoche. La straordinaria quantità di dati emersi dalla ricerca condotta dall’Università belga, ha suggerito di procedere alla edizione del catalogo dei siti. Alla creazione del percorso e del catalogo si collega la guida per ragazzi “Marco Tullio a passeggio per le strade del Piceno”, che ha visto il coinvolgimento di due istituzioni scolastiche della provincia di Macerata. Si tratta di una guida pensata per i ragazzi e scritta da ragazzi, che vuole essere un sussidio piacevole, ma al contempo scientificamente rigoroso, per accompagnare la visita alle cinque stationes presenti lungo il percorso di fondovalle del fiume Potenza. La guida nasce da un progetto didattico interdisciplinare di durata biennale durante il quale gli studenti hanno condotto uno studio approfondito, attraverso lezioni frontali, letture e visite guidate ai siti archeologici e ai monumenti più significativi dell’area del piceno. Lo stesso progetto CIPE ha finanziato anche la creazione di un dvd divulgativo dal titolo “Potentia una colonia romana nel piceno” e del sito internet www.vallatadelpotenza.it che rappresentano importanti strumenti di promozione dei siti archeologici di età romana, consentendo l’inoltrarsi in un suggestivo percorso storico-geografico che, attraverso la narrazione delle vicende storiche dei singoli luoghi e l’illustrazione delle peculiari caratteristiche architettoniche di ciascuno di essi, favorisce la conoscenza delle differenti realtà locali che caratterizzano ogni insediamento, promuovendone la fruizione turistico-culturale. Si sta ora predisponendo la prosecuzione del progetto per dotare l’itinerario di sussidi multimediali con tecnologia wireless che, attraverso totem installati lungo il percorso, consenta l’ accesso anche alle categorie disagiate della popolazione, prevedendo modalità di approfondimento differenziate a seconda del livello d’utenza da soddisfare. Si può senza alcun dubbio definire questo progetto, in cui si è riusciti a contemperare la rigorosa ricerca scientifica e la catalogazione dei dati archeologici con la didattica e le nuove tecnologie comunicative, esempio di “buona pratica” in grado di offrire un’ occasione di contatto e confronto tra Pubblica Amministrazione, Università e mondo della scuola, dove le nuove tecnologie costituiscono veicolo di conoscenza e formazione. Restauri in Piemonte Mario Turretta Grazie alle numerose collaborazioni, per la Direzione è oggi possibile presentare i brillanti esiti di una selezione, degli interventi portati a termine con successo. Ciò permette di illustrare l’impegno crescente nel settore del restauro, che ha riportato all’antico splendore palazzi e reperti archeologici, salvaguardando inoltre gli elementi che necessitavano solo di interventi conservativi, ugualmente fondamentali. È importante innanzitutto sottolineare la difficoltà che la Direzione ha riscontrato nello scegliere, per questa presentazione, solo alcuni dei numerosissimi ed efficaci interventi di restauro effettuati recentemente. Per questo motivo si è stabilito di offrire una panoramica dei vari aspetti dei lavori delle Soprintendenze, cercando di privilegiare gli interventi più eclatanti ed innovativi. Al primo tipo appartengono quei restauri che hanno permesso a un vastissimo pubblico di ritrovare l’antica bellezza di alcune residenze principali del Piemonte: per esempio Palazzo Reale, nel cuore di Torino, con l’imponente Cancellata restituita all’ammirazione dei cittadini in occasione delle Olimpiadi Invernali e la suggestiva Sala da Ballo tornata come all’epoca di Carlo Alberto. Tra gli interventi più innovativi si ricorda invece quello eseguito nel Santuario della Madonna degli Angeli di Cuneo. Qui si era posto il problema di riproporre l’affresco originario del Trionfo della Vergine, perduto a causa del crollo della Cupola. L’originale soluzione adottata, cioè la proiezione sulla Cupola risollevata dell’affresco perduto, ha permesso di ricreare la suggestione dell’ambiente originario senza creare un falso. Naturalmente è stato possibile effettuare queste ed altre riuscite opere di restauro grazie al sostegno delle Fondazioni Bancarie e della Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino per la Cancellata Reale. Le Fondazioni con i loro importanti impegni hanno permesso l’attuazione di progetti altrimenti destinati a rimanere incompiuti: basta citare il Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”, istituito il 21 marzo 2005 e oggi modello di riferimento di primaria importanza nel campo del restauro a livello nazionale e internazionale. Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte Direttore Regionale: Mario Turetta Piazza San Giovanni, 2 10122 Torino tel. 011 5220440/452 fax 011 5220432 [email protected] www.piemonte.beniculturali.it 119 Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte Castello di Agliè, Ospedaletto - Agliè (To) Daniela Biancolini In occasione della VII Settimana della Cultura (16- 22 maggio 2005) è stato per la prima volta aperto al pubblico l’Ospedaletto del Castello di Agliè, realizzato nel piano “ammezzato sopra le serre” alla vigilia della Grande Guerra. I locali sono stati recentemente riallestiti ed è stato creato un nuovo percorso di visita per valorizzare l’Ospedaletto e farne comprendere la sua antica funzione assistenziale. Il castello di Agliè, che si trova nel basso Canavese, ha origini medievali. Nel Seicento il conte Filippo d’Agliè trasformò il vecchio castello fortificato del XII secolo in dimora signorile, affidando i lavori a Carlo di Castellamonte, il cui intervento è ancora visibile nella parte prospiciente il giardino, nel salone e nella cappella. Distrutto dai francesi, venne acquistato dai Savoia nel 1764 che lo fecero quasi totalmente ricostruire, e divenne la residenza del Duca del Chiablese, figlio di Carlo Emanuele III. Abbandonato in seguito all’invasione napoleonica, il castello tornò a rifiorire nell’Ottocento, scelto da re Carlo Felice come una delle sue residenze preferite. L’interno presenta oltre 300 ambienti riccamente arredati con mobili e dipinti. Negli anni 1915-1918 il Duca di Genova Tommaso e la consorte Isabella di Baviera dedicarono sedici sale della loro residenza all’ospitalità e alla cura di soldati e ufficiali feriti al fronte. Tendaggi e dorature, affreschi e arredi preziosi vennero sgombrati per lasciar spazio a funzionali mobili in ferro laccato, che testimoniano l’assistenza sanitaria e soprattutto umana del Duca e della moglie. Interessante inoltre l’“Alcova” dell’ufficiale medico, con l’uniforme della guerra ‘15’18, preziosa testimonianza dell’epoca. Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte Soprintendenza per i Beni Architettonici e il Paesaggio del Piemonte con la collaborazione di Comune di Agliè, Associazione Volarte Croce Rossa Italiana Comando Provinciale di Torino 120 Necropoli Longobarda - Collegno (To) Luisella Pejrani Baricco La scoperta della necropoli longobarda di Collegno, localizzata lungo il corso della Dora Riparia durante i lavori per la costruzione della metropolitana di Torino, ha portato all’indagine archeologica estensiva (2002-2006) e al recupero di ricchi corredi funerari, databili fra il VI e VII secolo. I corredi d’armi delle sepolture maschili sono costituiti da oggetti metallici in ferro (spade, coltellini, scramasax, elementi di cintura) e in minor numero da reperti in bronzo, in argento e in lamina d’oro. La necropoli conta ora 156 tombe e presenta i caratteri tipici dei cimiteri germanici, pianificati e ordinati per file e dotati di grandi fosse per le sepolture dei capi delle prime generazioni. Durante lo scavo sono stati recuperati numerosi oggetti in ferro, sui quali era probabile la presenza di tracce di residui organici, come il legno dei foderi di spade e coltellini, nonché altri resti di stoffa e cuoio in prossimità di elementi di cintura. Si è optato per il prelievo di interi tasselli di terreno, contenenti l’oggetto e ogni altro elemento dello stesso contesto, in modo da mantenere inalterate le informazioni disponibili ed evitare un precoce deterioramento dovuto all’alterazione del microclima, rinviando pertanto ogni decisione in merito alle possibili strategie d’intervento nella sede del Laboratorio di restauro della Soprintendenza, che ha eseguito interamente con il proprio personale il recupero ed il restauro degli oggetti. Durante le osservazioni diagnostiche si è rilevata la presenza di una grande quantità di oggetti ageminati, riuscendo a leggere dettagliatamente il tipo di decorazione e a individuarne il profilo. È stato quindi possibile effettuare un primo studio sulle tipologie dei materiali e decidere in quali casi procedere con una pulitura completa del reperto e in quali dare invece priorità ai materiali organici presenti in superficie. Dopo una lunga fase di pulitura “a secco” sui reperti, sono state messe a punto puliture differenziate a seconda dei diversi materiali presenti. Alcuni oggetti risultati identici per forma e decorazione ad altri, non sono stati trattati intenzionalmente per conservare tutte le testimonianze dell’abito o degli accessori costituiti da materiale organico deperibile. La scelta di mantenere alcuni reperti integri, come all’atto del ritrovamento, è finalizzata sia alla conservazione per eventuali future indagini con diagnostiche più avanzate rispetto a quelle attualmente in uso, sia alla sensibilizzazione del pubblico nei confronti di tutti i dati materiali recuperati attraverso gli interventi archeologici, indipendentemente dalla valenza estetica. Nel Museo di Antichità di Torino saranno al più presto presentati i reperti rinvenuti, tra cui alcuni bellissimi oggetti a cui il restauro ha donato l’antica lucentezza. Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo di Antichità Egizie con il sostegno di GTT Gruppo Torinese Trasporti, della Compagnia di San Paolo della città di Collegno 121 Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte Soprintendenza per i Beni Architettonici e il Paesaggio del Piemonte con il sostegno della Compagnia di San Paolo in collaborazione con la Regione Piemonte Provincia di Torino Associazione Progetto San Carlo-Forte di Fenestrelle-onlus, Comunità Montana Valli Chisone e Germanasca e Comune di Fenestrelle 122 Forte di Fenestrelle Gennaro Napoli Noto come la “Grande Muraglia del Piemonte”, è un complesso di eccezionale monumentalità e del tutto originale in quanto a forme architettoniche, a cavallo di un grande sperone montuoso che domina l’alta Val Chisone. Dal 1999 il Forte è stato scelto come monumento simbolo della Provincia di Torino. Con l’inaugurazione della Porta Reale avvenuta lo scorso 29 settembre, si è realizzato il primo obiettivo del progetto di restauro, ripristinando i volumi non più apprezzabili a causa delle avanzate condizioni di degrado. Inoltre, il restauro della Porta Reale ha permesso di dotare il Forte di uno spazio polivalente e adatto a numerose attività culturali che si potranno svolgere lungo tutto l’arco dell’anno. Nel 1694 Luigi XIV (il “re Sole”) fece erigere a Fenestrelle, in alta val Chisone – da diversi secoli appartenente alla Francia – un forte. Posto sulla sponda destra del torrente Chisone, il forte fu conquistato dalle armate sabaude di Vittorio Amedeo II nell’agosto 1708, dopo un assedio durato 15 giorni. Con il trattato di Utrecht del 1713 l’alta valle del Chisone e il forte passarono ufficialmente ai piemontesi. Il re di Sardegna, negli anni ‘20, ritenne inadeguato il sistema difensivo rappresentato dalla fortezza e da alcune sue postazioni ridotte. Affidò quindi ad Ignazio Bertola, conte d’Exilles e primo ingegnere di Sua Maestà, l’incarico di progettare nuove fortificazioni a Fenestrelle. Il complesso fortificato comprende tre forti (San Carlo, Tre Denti, Valli), tre Ridotte (Carlo Alberto, Santa Barbara, Porte) e due Batterie (Scoglio, Ospedale), collegate fra di loro da una Scala Coperta di 4000 gradini. La Porta Reale era l’accesso riservato al Re, ai funzionari e alle autorità in visita al Forte, accessibile tramite una scala carrozzabile artificiale a tornanti: essa è strutturata in due corpi di fabbrica sovrapposti, con due facciate impreziosite da portali finemente scolpiti, ampie finestre e lesene elegantemente lavorate. Il blocco inferiore è inglobato nella cinta muraria ed è dotato di muri robusti e possenti, chiusi superiormente con volte in mattoni spesse 95 cm. Il blocco superiore riprende lo schema dei muri portanti inferiori, ma è sorretto da muri più sottili e snelli. La copertura, a lastre di pietra e travature lignee, era a due spioventi: la falda orientale fu smontata e sottratta dopo la seconda guerra mondiale; la falda occidentale, solo in parte asportata, era crollata sotto l’azione degli agenti atmosferici. Il progetto di intervento per il restauro e recupero della Porta Reale si è posto come primo obbiettivo la ricomposizione del volume dell’edificio nella sua integrità, necessaria per l’equilibrio delle presenze edilizie nel contesto territoriale e paesaggistico e per valorizzare il ruolo della Porta quale simbolo rappresentativo dell’intero complesso. Per quanto riguarda gli spazi interni, si sono invece considerate le opportunità di utilizzo in relazione alla gestione del Forte, individuando destinazioni d’uso compatibili con la complessiva valorizzazione dei luoghi. L’attività di valorizzazione del Forte di Fenestrelle ha puntato sulla necessità di renderlo vivo e frequentato in occasione di spettacoli, rassegne, feste, convegni, mostre e iniziative di vario genere, in ogni periodo dell’anno. La medesima filosofia di ripristino dei volumi e di restauro dei complessi nelle loro peculiari caratteristiche architettoniche e costruttive sarà alla base dei futuri cantieri di restauro. Palazzo Reale Cancellata Reale E Sala Da Ballo - Torino Daniela Biancolini Nella primavera 2006 sono state inaugurate, a poche settimane l’una dall’altra, la Cancellata Reale e la Sala da Ballo di Palazzo Reale, recentemente tornate all’antico splendore grazie ai restauri effettuati e attualmente visibili dal pubblico che visita questo importante palazzo nel cuore di Torino. Iniziato nel 1646 per volere di Cristina di Francia, Palazzo Reale fu residenza dei duchi di Savoia, dei re di Sardegna e del primo re d’Italia, fino al 1865. Il progetto della facciata, con un corpo centrale, fiancheggiato da due laterali più elevati è di Carlo Morello del 1658. Il piano nobile, al quale si accede tramite l’ampio scalone rifatto tra il 1864 e il 1865, conserva opere dei più importanti artisti che operarono a Torino dal Seicento all’Ottocento. Juvarra vi progettò, fra l’altro, la spettacolare Scala delle Forbici, realizzata nel 1720; Benedetto Alfieri gli Appartamenti d’Estate e d’Inverno, oltre alla Galleria che prese il nome dal grande pittore Claudio Francesco Beaumont. Di notevole interesse il gabinetto cinese, con pareti rivestite di lacche antiche e volte affrescata nel 1737 da Beaumont, la galleria del Daniel, cosiddetta per l’affresco sulla volta, opera di fine Seicento di Daniel Seyter, la camera dell’alcova che conserva l’originale decorazione seicentesca e parte della collezione di vasi orientali di Carlo Alberto, la neoclassica Sala da Ballo realizzata tra il 1835 e il 1842. Completa l’edificio il giardino reale, realizzato alla fine del secolo XVII su disegno di André Le Nôtre, il più importante architetto di giardini del Seicento, in Europa. Lo abbelliscono la monumentale fontana e le numerose statue. La Cancellata Negli anni 1835-1838 fu realizzata da Pelagio Palagi una cancellata in ferro fuso, per sostituire il Padiglione bruciato nel 1811 e delimitare così la Piazzetta Reale. In seguito, nel 1846, la cancellata fu ornata con due imponenti statue equestri di Abbondio Sangiorgio, raffiguranti i Dioscuri, Castore e Polluce. Figli di Zeus, essi erano cantati dai poeti per l’amore fraterno e l’inseparabilità. L’ultimo completamento fu il Braccio Nuovo lungo la via XX Settembre, edificato nel 1908. Il restauro ha restituito al Palazzo l’antica bellezza della Cancellata, che fa da separazione e quinta scenografica tra Piazza Castello e Piazzetta Reale. La Sala da Ballo Il restauro ha avuto inizio nel 2003 con un intervento d’urgenza per la caduta di frammenti di pellicola pittorica e intonaco del soffitto; questo lavoro ha permesso da un lato di prendere atto della necessità di provvedere al recupero della sala e dall’altro di riscoprirne l’aspetto originario ideato dall’eclettico artista bolognese Pelagio Palagi per il re Carlo Alberto. La sala fu realizzata tra il 1835 e il 1842, fatta eccezione per la tela centrale collocata solo tra il 1858 e il 1860. Grazie al restauro si è ritrovata la cromia originaria del soffitto, sono stati restituiti le pareti a stucco lustro, le colonne marmoree, le specchiere, la tribuna dell’orchestra e gli arredi, compresi gli imponenti lampadari. Ciò ha permesso al pubblico di ammirare la Sala da Ballo nello splendore dei tempi di Carlo Alberto. Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte La Cancellata Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino La Sala da Ballo Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio con il sostegno della Compagnia di San Paolo di Torino 123 Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte Regione Piemonte Comune di Caraglio Fondazione Filatoio Rosso Associazione Culturale Marcovaldo con il sostegno di Unione Europea Ministero dell’Economia e delle Finanze Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo Compagnia di San Paolo Fondazione Cassa di Risparmio di Torino e con la direzione tecnico scientifica di Ministero per i Beni e le Attività Culturali Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte Soprintendenza per i Beni Architettonici e il Paesaggio del Piemonte Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo di Antichità Egizie Direttore Regionale: Mario Turetta Piazza San Giovanni, 2 10100 Torino tel. 011 5220440-452 fax 011 5220432 [email protected] www.piemonte.beniculturali.it 124 Filatoio di Caraglio - Caraglio (Cn) Fabrizio Pellegrino, Elena Frugoni A quattro anni di distanza dall’apertura al pubblico del primo nucleo restaurato del Filatoio di Caraglio, il 6 maggio 2006 sono stati presentati ufficialmente i risultati del secondo lotto di lavori, che hanno permesso di recuperare tutti gli ambienti che si affacciano sul secondo e sul terzo cortile. Il Filatoio, giunto fino ai giorni nostri conservando pressoché intatte le forme originali, venne edificato in soli due anni a partire dal 1676. Costruito intorno a tre cortili, di cui l’ultimo rimane incompiuto, riuniva in unico complesso gli ambienti produttivi con gli apparati tecnologici e i quartieri residenziali. È l’aspetto di un palazzo o di una dimora fortificata quello che si presenta all’osservatore esterno mentre il carattere industriale dell’edificio è ben celato dietro le torri-scala cilindriche, la facciata monumentale e le decorazioni. Gli appartamenti si concentravano principalmente al primo piano della manica nord-occidentale affacciata sul primo cortile, dotata, al piano terra, anche delle cucine, delle dispense e di un accesso alla strada indipendente. Gli ambienti erano coperti da volte a padiglione lunettate dipinte o arricchite da repertori ornamentali in stucco. Al secondo piano vi erano presumibilmente gli alloggi della servitù mentre i sottotetti erano adibiti a granaio e all’allevamento del baco. La manica sud-orientale, destinata alla torcitura della seta, era stata concepita in rapporto alla dimensione delle macchine, pari a quattro mulini da seta o torcitoi circolari collegati alle ruote idrauliche installate nel seminterrato. I corpi di fabbrica che circondano il secondo cortile vennero probabilmente costruiti nella seconda metà del Settecento, per sostituire le tettoie in cui si svolgeva la trattura. Anche la filanda, situata nella grande manica trasversale che separa il secondo e il terzo cortile, è stata edificata in questo stesso periodo. Il recupero del Filatoio, a cui lavora anche un discendente del primo proprietario del setificio, l’ing. Galleani d’Agliano, comincia nel 1997. La prima tappa è l’acquisto dell’edificio da parte del Comune di Caraglio; contestualmente il Comune e l’Associazione Marcovaldo danno vita ad un Comitato per il recupero del Filatoio che si trasformerà successivamente in Fondazione e di cui fanno parte anche rappresentanti di Regione, Provincia, Fondazioni bancarie e Unione Industriale di Cuneo. Nel 1999 è stato avviato il primo lotto di lavori di restauro. Nel 2002 è stato aperto al pubblico il primo nucleo del complesso restaurato, corrispondente all’ala residenziale (Fig.3) che ospita oggi mostre di livello internazionale, organizzate dall’Associazione Marcovaldo. Fra il 2003 e il 2005, grazie a finanziamenti regionali, statali ed europei, sono stati ricostruiti i torcitoi circolari da seta, secondo il modello della fine del XVII secolo, e i complessi meccanismi idraulici che ne consentivano il movimento. La prima parte del Museo del setificio piemontese viene inaugurata il 30 aprile 2005. Nel 2006 si è concluso il secondo lotto di lavori di restauro, avviato nel 2004 grazie ai fondi del programma DOCUP-Obiettivo 2. Santuario della Madonna degli Angeli - Cuneo Gennaro Napoli, Fernando Delmastro Il crollo della Cupola del Santuario della Madonna degli Angeli di Cuneo, il 30 dicembre 1996, ha posto il problema della riproposizione dell’affresco del Trionfo della Vergine, sui volumi architettonici ricostruiti. Dopo numerose analisi la scelta di restauro è stata molto particolare ed efficace: la proiezione sulla cupola dell’immagine dell’affresco perduto. Con la proiezione della Notte di Natale del 2005 la percezione globale del Santuario è stata quindi perfettamente restituita. Il Santuario della Madonna degli Angeli risale agli inizi del XV secolo, quando Cuneo era un piccolo borgo, e in località “Bandito” il notaio Tortelli fece costruire il primo nucleo del futuro complesso. Questo era una cappella dedicata alla Vergine Maria, con una statua della Madonna col Bambino: gli abitanti dei dintorni, in seguito a favori ricevuti, la chiamarono “Madonna delle Grazie”. Nel 1411 vi si ritirò a vita eremitica un sacerdote spagnolo francescano, Alfonso Calindres, che tornava da un pellegrinaggio a Roma. Fu lui che diede all’icona il titolo di “Madonna degli Angeli”, che avrebbe poi dato il nome anche al territorio circostante. Al Calindres si unirono in molti, e si formò una piccola comunità ispirata alla regola del terz’ordine francescano. La cappella iniziale fu ampliata, trasformandosi in pochi anni in un vero romitorio, cui si aggregarono altri terziari francescani di Cuneo. Il notaio Tortelli, vedendone lo sviluppo, donò ai frati la cappella, i terreni e tutti gli annessi con un atto del 15 aprile 1436. La “Madonna degli Angeli” divenne sempre più importante negli anni 1530-35, quando, per motivi di tattica militare, fu demolito il convento di S. Antonio, e vi furono traslate le spoglie del beato Angelo Carletti, morto nel 1495. La sua tomba divenne oggetto di grande devozione e afflusso di pellegrini. Per questi, Carlo Emanuele I che, il 4 aprile 1596, la visitò prendendo atto delle carenze dei locali, ordinò che chiesa e convento fossero restaurati a sue spese, ampliando la chiesa con le due cappelle laterali alla navata centrale. La forma attuale della chiesa, di basilica a croce latina, fu fissata con gli interventi terminati nel 1718. Sembra che la cupola risalga a quel periodo, su disegno di Vittorio Vassallo dei conti Bruno di S. Samone, progettista anche dell’adiacente complesso conventuale, iniziato nel 1730. Nel 1822 il corpo del beato Angelo fu riportato dalla città alla cappella. Chiesa e convento passarono in proprietà del Regio Demanio; nel 1872 l’amministrazione del fondo per il culto li cedette al Comune di Cuneo, a cui tuttora appartengono. Il crollo del 1996 ha reso indispensabile un intervento di restauro volto innanzitutto a risollevare la Cupola e in secondo luogo a riproporre l’affresco originario. Alla fine del restauro la Cupola si presentava neutra, perdendo così la percezione globale del Santuario e il suo magnifico affresco. Esclusa a priori la ridipintura dell’affresco nelle forme originarie per evitare la clamorosa creazione di un falso, sono state studiate diverse ipotesi pittoriche. Si è individuata quindi la soluzione di proiettare l’immagine dell’affresco originario sulla Cupola. I vantaggi sono rappresentatati dalla reversibilità totale (basta infatti spegnere i proiettori per tornare alla situazione neutra) e dal pieno recupero percettivo dell’immagine originaria. D’altra parte i problemi erano rappresentati innanzitutto dalla scarsa documentazione fotografica anteriore al crollo di cui si dispone, cui si è cercato di ovviare con sofisticati programmi di elaborazione elettronica tridimensionale. La successiva fase di sperimentazione ha permesso la realizzazione dell’intervento ai livelli massimi consentiti dalla tecnologia del momento. Alla fine dei lavori l’affresco perduto, seppure con un’altra natura, era di nuovo sulla Cupola, godibile da tutti i visitatori. Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte Città di Cuneo Settore Gestione del Territorio con la direzione tecnico scientifica di Ministero per i Beni e le Attività Culturali Soprintendenza per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico del Piemonte Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio del Piemonte 125 Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte Circolo di Lettura di Mondovì Consorzio “Restaurea” con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo e con la direzione tecnico scientifica della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte Soprintendenza per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico del Piemonte, Soprintendenza per i Beni Architettonici e il Paesaggio del Piemonte. Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte Ufficio Comunicazione e Rapporti Istituzionali Emanuela Zanda, con la collaborazione di Barbara Tuzzolino, Tiziana Calabrese, Gabriella Pantò Redazione: Amrita Massaia Angela Cappabianca I lavori di restauro sono stati eseguiti sotto la responsabilità scientifica di Daniela Biancolini, Walter Canavesio, Elena Frugoni, Luisella Pejrani Baricco, Laura Moro Egle Micheletto, Gennaro Napoli e di Fernando Delmastro Gemma Fulcheri, Aurelio Toselli Direttore Regionale: Mario Turetta Piazza San Giovanni, 2 10100 Torino tel. 011 5220440-452 fax 011 5220432 [email protected] www.piemonte.beniculturali.it 126 Palazzo del Governatore - Mondovì (Cn) Laura Moro, Walter Canavesio La Vigilia di Natale del 2005 sulla Piazza Maggiore di Mondovì viene inaugurato il restauro del Palazzo del Governatore, la cui facciata costituisce il degno anticipo di quelle presenti all’interno, benché diverse per epoca e gusto. Il Palazzo del Governatore è uno degli edifici-simbolo della città, per l’importanza storica e per il suo ruolo eminente nella scenografica Piazza Maggiore. Frutto dell’unificazione di due edifici medioevali, ha visto nei secoli il sovrapporsi di più campagne decorative, fortemente connotate dalla destinazione istituzionale del palazzo. Restano chiare tracce delle numerose fasi costruttive: gli i elementi lapidei della costruzione medioevale, un angelo dipinto ad affresco, una finestra gotica, la meridiana napoleonica. Anche gli stemmi raccontano la storia del Palazzo: ai quattro stemmi medioevali ne succedono altri cinquecenteschi, allo stemma matrimoniale di Carlo Emanuele I e Caterina di Austria- Aragona si contrappone quello seicentesco con un’ aquila nera. Importantissimo anche l’emblema settecentesco della famiglia Roero di Guarene: lo stemma del Governatore, tra tamburi, palle e cannoni. L’intervento napoleonico è chiaramente visibile nella meridiana centrale, con l’orgogliosa coccarda francese. Il palazzo pubblico fu poi riplasmato attorno al 1827, apportando un nuovo decoro civico e borghese ancora visibile. Dopo varie vicende, il palazzo venne infine venduto nel 1876 dalla comunità alla Società del Casino di Lettura di Mondovì, che ancora oggi possiede la quota maggiore del complesso. Il restauro della facciata ha rivelato la presenza di un rigoglioso insieme affrescato, di cui si era persa completamente traccia e che è stato recuperato integralmente. Un’accurata opera di rimozione dei vari strati di tinte ed intonaci degradati ha permesso di portare alla luce affreschi di notevole bellezza. Un sapiente restauro filologico ha inoltre valorizzato i rinvenimenti, senza però tradirli con ricostruzioni non rispettose dell’originale. Le integrazioni sono state dedicate alle sole parti ricostruibili per simmetria con altre esistenti, senza danni per le altre zone affrescate e distinguendosi sempre dall’originale grazie alle varie tecniche di cui oggi la scienza del restauro dispone. La scelta di metodo che ha guidato il restauro, ovvero il recupero delle testimonianze artistiche nel loro complesso intrecciarsi con la storia della città, costituisce un termine di confronto per futuri interventi sulle altre facciate di Piazza Maggiore. L’intervento non ha tralasciato l’importante meridiana di epoca napoleonica: essa è stata rimessa in funzione grazie a complessi calcoli che hanno permesso il riposizionamento dello gnomone. Palazzo della Marra Conservazione e restauro del soffitto carenato e dipinto Intervento conservativo sui dipinti murali e cassettonato ligneo - Barletta (Ba) Musealizzazione e apparato didattico esplicativo Filomena Sardella Il soffitto carenato di Palazzo della Marra è situato al piano nobile in un ambiente posto ad angolo con affaccio diretto sulla facciata principale. Non abbiamo al momento documentazione sulle vicende che hanno portato ad allestire il soffitto carenato con le tele, coprendo il vecchio soffitto a cassettonato dipinto del tutto analogo e coevo ai soffitti presenti negli ambienti dello stesso piano. La scoperta, durante i lavori di restauro, dell’esistenza del soffitto ligneo occultato e più antico, ha posto problemi di conservazione, ma soprattutto di fruizione complessiva dell’opera. In considerazione delle esigenze di storicizzazione dell’intero manufatto si è inteso progettare un intervento che rispettasse la sequenza della stratificazione dei manufatti e che riproponesse la medesima struttura portante migliorando le caratteristiche tecnologiche dei materiali. Il restauro del soffitto carenato ha avuto carattere prettamente conservativo ed è consistito nella disinfestazione e consolidamento del cassettonato ligneo decorato. Le fasce perimetrali dei dipinti murali sono state anch’esse consolidate, assicurandone l’ancoraggio al supporto murario. Per quanto riguarda invece l’intervento sui dipinti su tela fissati alla carena lignea, sono state effettuate le seguenti operazioni: - velinatura e distacco dei dipinti dalla carena; - foderatura, pulitura e integrazione pittorica degli stessi. Per quanto riguarda i quattro dipinti ad olio, inseriti lungo i quattro fusi della carena e tenacemente aderenti alla stessa, si è inteso conservarne l’originario supporto ligneo, consolidare la pellicola pittorica e integrare le lacune. La D. L. ha progettato in corso d’opera la nuova struttura dei dipinti in sostituzione della precedente carena lignea, non più in grado di assolvere alle esigenze statiche di sostegno, come è stato possibile verificare solo ad avvenuto smontaggio. Tanto è stato ottenuto con l’uso di travi lamellari ancorate al paramento murario tramite sostegni appositamente progettati da questo ufficio e, per permettere l’incollaggio dello strato di sacrificio e delle tele dipinte, è stato necessario ridurre lo spessore dei supporti utilizzando compensato marino di cm.1. L’intervento così eseguito, grazie all’adozione del sughero come strato di sacrificio, rispetta l’esigenza conservativa di reversibilità. Inoltre il peso complessivo della struttura non grava sul cassettonato ligneo dipinto al quale l’antica carena era ancorato. Gli interventi di restauro sui manufatti di valenza storica ed artistica presenti all’interno del palazzo saranno illustrati in una mostra didattica permanente allestita nell’ambiente che accoglie il soffitto carenato. Il palazzo storico che sarà documentato nello stesso allestimento, è sede attualmente della collezione De Nittis, proprietà del Comune di Barletta. Tale intervento, svoltosi nell’ambito di una proficua collaborazione tra Soprintendenza PSAE per le province di Bari e Foggia e Comune di Barletta, ha dato impulso a procedere a comuni obiettivi, attraverso studi di ricerca, finalizzati alla conservazione e valorizzazione dei Beni Artistici patrimonio della città. Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia L’ufficio di Direzione Lavori R.U.P. Dr. Filomena M. Sardella Dir. restauratore Fulvia. Rocco Capo tecnico restauratore Maria Cristina Tiberini Capo tecnico geometra Paolo Mezzadri Arch. Francesco Longobardi I lavori sono stati eseguiti dalle seguenti ditte: restauro conservativo del cassettonato antico: G. Izzo restauri srl restauro conservativo ed estetico dei dipinti della carena: Restart srl allestimento della nuova carena lignea: S. Pansini cantieri navali di Molfetta Direttore Regionale: Ruggero Martines Ex Convento S. Francesco della Scarpa, 25/b 70100 Bari tel. 080 5281117 fax 080 5281144 127 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio e per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico per le province di Lecce, Brindisi e Taranto Impresa Vincenzo De Bellis Nardò Soprintendente ad interim: Attilio Via Foscarini, 2/b 73100 Lecce tel. 0832 305081 fax 0832 241046 [email protected] 128 Il restauro della Chiesa dell’Incoronata a Nardò Augusto Ressa Il culto della Madonna dell’Incoronata si fa risalire alla presenza extra moenia di una cappella (probabile cubicolo), recante l’effigie della Vergine, di gusto bizantineggiante, dipinta nel banco tufaceo. Nel XVI secolo, a seguito di una raccolta di offerte promossa dall’abate Leonardo Trono, fu edificata l’attuale chiesa, che godeva dello “ius patronato” che esentava la città di Nardò da dipendenze e influenze. Avviata nel 1592, la fabbrica fu ultimata nel 1599, come riporta l’iscrizione in latino sul portale laterale. Di impianto a croce latina, la chiesa presenta un’unica navata sulla quale si aprono otto altari disposti in cappelle poco profonde, un monumentale altare posto a destra del transetto, che conserva i resti dell’antica effigie della Vergine Incoronata, l’altare principale sollevato di due gradini. Nulla resta dell’organo disposto sul fondo dell’area presbiteriale, se non il ballatoio con balaustra in legno dipinta, e ben poco del coro, i cui stalli sono stati oggetto di saccheggio. La mancanza di custodia e la posizione del sacro edificio lontano dal centro abitato, ha favorito atti vandalici e spoliazioni, che hanno privato il complesso di gran parte degli originari arredi e reso mutile numerose componenti scultoree. Fatta eccezione per l’area del presbiterio, pavimentata con bardiglio e bianco di Carrara, la chiesa presenta un pavimento in marmette di cemento. Gli altari sono in pietra leccese, come gli elementi scultorei che decorano le superfici delle pareti e delle volte, coperte da uno strato di intonaco. I lavori intrapresi dalla Soprintendenza a partire dal 2003, hanno come obiettivo il restauro generale del monumento perché possa essere restituito alla sua originaria funzione di luogo di culto, oltre che per recuperarne la valenza culturale e storico artistica gravemente mortificata ed offuscata in troppi anni di deplorevole abbandono. Purtroppo è stato proprio l’abbandono in anni recenti a determinare il degrado del complesso architettonico, soprattutto a seguito di atti vandalici, che hanno determinato danni irreversibili al ricco apparato decorativo-scultoreo e distrutto e razziato gran parte degli arredi. Fra il 2005 e 2006 la Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio e per il Patrimonio storico Artistico ed Etnoantropologico delle province di Lecce Brindisi e Taranto è intervenuta in maniera sistematica all’interno e all’esterno della Chiesa. Preliminarmente sono state eseguite puntuali opere di consolidamento strutturale atte a garantire il recupero di un corretto modello statico, anche attraverso l’inserimento di tirantature annegate nelle murature che assorbissero evidenti fenomeni di rotazione, ed è stato eseguito il rifacimento delle coperture pavimentate con lastre di pietra di Cursi. Si è quindi proceduto al restauro delle superfici interne ed esterne, ponendosi l’obiettivo di conservare, quanto più possibile, gli intonaci originari. Si è trattato principalmente di rimuovere le tinteggiature più recenti e consolidare le porzioni decorse, integrando le lacune a base di intonaci a base di calce. La rimozione degli spessi strati di scialbo ha rimesso in luce il raffinato lavoro di scalpello dei festoni a motivi vegetali delle volte e delle due formelle in pietra poste in chiave della Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici volta della navata, riportanti, l’una l’effigie della Madonna Incoronata, l’altra del toro, simbolo della città di Nardò. Tutte le superfici sono state sottoposte ad equilibratura cromatica con una leggera velatura a base di calce e terre ventilate in soluzione acquosa. Un’attenzione particolare ha richiesto il restauro degli altari in pietra leccese scolpita e dipinta, dove maggiormente si è accanita l’azione dei vandali. Molte porzioni si presentavano infatti lacunose, con statue di santi e di putti acefale e mutile, estese superfici risultavano imbrattate di vernice rossa, specie in corrispondenza dell’altare principale, l’affresco posto al centro dello straordinario altare dell’Incoronata risultava picconato nella parte centrale e ormai illeggibile. L’altare dell’Incoronata, posto a destra dell’altare principale, capolavoro di scultura barocca in pietra leccese, presentava inoltre gravi alterazioni fino ad una altezza di circa due metri, consistenti nella disgregazione della pietra con accentuata presenza di efflorescenze saline,in ragione di copiosa presenza di umidità di risalita capillare. Pertanto, al fine di annullare le cause del degrado è stato effettuato lo sbarramento orizzontale con il taglio della muratura alla base dell’altare, interessando uno spessore di oltre tre metri. Si è proceduto quindi ad un generalizzato intervento di restauro consistente nella rimozione con bisturi degli strati di scialbo recenti fino a raggiungere i trattamenti superficiali originari e al fissaggio degli elementi fratturati nonché della miriade di frammenti presenti ai vari piani degli altari, che hanno fortunatamente consentito di ricostruire molte componenti dei complessi apparati. Al di sotto delle ultime scalbature e verniciature in tonalità grigio perla e beige, gli altari hanno rivelato una straordinaria policromia con estese zone ricoperte a foglia d’oro. L’altare principale ha così recuperato le superfici trattate a finto marmo, gli incarnati rosei dei putti e i rossi e gli azzurri dei panneggi, l’altare dell’I ha riacquistato lo splendore delle dorature e i disegni delle vesti dei santi, recuperando per quanto possibile l’integrità dell’apparato scultoreo. Ai lati dell’altare principale lungo le murature che delimitano l’area presbiteriale, sono state rinvenute due nicchie ad arco che recano ognuna,sul fondo, un dipinto a tempera raffigurante un vaso con tulipani. Gli altari delle cappelle della navata presentano uno schema compositivo più semplice, consistendo in una mensa in pietra rivestita da un sottile strato di intonaco, sormontata da una cornice rettangolare, sempre in pietra, semplicemente raccordata alla mensa. Qui si è intervenuti con la rimozione degli scialbi e l’integrazione delle lacune. Inoltre è stato smontato per ogni altare il gradino realizzato nei primi del secolo scorso, recuperando così le proporzioni e il disegno originari. La chiesa è stata dotata di nuovi infissi in legno. I portoni originari, ancorché gravemente danneggiati anche a seguito di incendi, sono attualmente in fase di restauro riutilizzando tutte le componenti ancora integre e l’originaria ferramenta. 129 Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Sardegna Direttore Regionale: Paolo Scarpellini Via dei Salinieri 20/22 09126 Cagliari Tel 070 34281 fax 070 3428209 [email protected] Coordinatore: Sandra Violante tel. 070 3428202 [email protected] 130 Il Restauro in Sardegna Paolo Scarpellini Un malinteso senso di “modernità” ed un ostinato intento di “modernizzazione” ancora impediscono in Sardegna che si diffonda capillarmente la buona pratica del restauro conservativo, pure testimoniata dai numerosi corretti interventi compiuti sul patrimonio architettonico “monumentale”, condotti dalle Soprintendenze e dai Comuni, e pure sostenuta da una qualificata letteratura locale che indaga ed illustra alcune delle tecniche costruttive tradizionali dell’Isola. Diversi decenni di utilizzazione dei materiali moderni, in primis il cemento, e di progressivo abbandono dei materiali tradizionali, hanno causato una diffusa desuetudine delle tecniche costruttive e manutentive preindustriali con una conseguente incapacità di conservare correttamente quegli antichi edifici, monumentali o meno, di cui una costante manutenzione, del resto poco costosa, nel passato aveva consentito la sopravvivenza e la funzionalità fino alla nostra epoca. Ma la modernizzazione e la modernità sono anche sinonimi di anarchia costruttiva. Nel passato non c’era molta scelta: i soli materiali da costruzione erano le pietre del posto, la terra e la calce. Questo assicurava, grazie anche alla tradizione plurisecolare, omogeneità nel modo di costruire le case e di comporre gli insediamenti e consentiva uniformità di forme e coerenza di impianto. I materiali del repertorio corrente (cemento, acciaio, alluminio, malta premiscelata, resine sintetiche) permettono una gamma infinita di forme e di colori, sicché le nuove costruzioni sono assai dissimili da quelle antiche le quali, intanto, si ricoprono di incrostazioni recenti. La schiera, pur vasta e crescente, di sensibili estimatori del buon tempo antico e delle tradizioni locali non è immune dalla tentazione di “innovare” piuttosto che “rinnovare”, confondendo banalmente la lecita esigenza di migliorare le condizioni di vita della società sarda con la illecita velleità di importare pedissequamente modelli preconfezionati di innovazione tecnologica e di globalizzazione culturale. La rinnovazione, invece, reclama una stretta continuità con la tradizione, con una tradizione ricca e viva come quella della nostra Isola. Se è vero che si sta finalmente diffondendo una coscienza dell’importanza della tutela del patrimonio culturale ed ambientale, è anche vero che, nella progettualità tecnica e nella operatività esecutiva, ancora imperano metodi impropri di restauro e di valorizzazione che spesso si rivelano incompatibili con il manufatto antico e ne snaturano l’aspetto e il contesto. Sotto l’egida di termini ambigui come “riqualificazione” e “ristrutturazione”, “arredo urbano” e “adeguamento funzionale”, e sotto il vincolo degli standards energetici, urbanistici e della sicurezza, vengono condotti interventi assai lesivi del carattere tradizionale dei luoghi e dei fabbricati, i quali vengono a trovarsi cosparsi di oggetti estranei e stridenti, come lampioncini di svariata foggia, pavimentazioni in clinker o in porfido, cordoli di cemento, componenti impiantistiche, serramenti in alluminio, cartelli indicatori in metallo, incrostazioni di intonaco cementizio o quarzoplastico, ecc. Le Imprese di restauro in Sardegna sono poche e qualificate ma, al loro interno, oltre a maestranze ben preparate a trattare il manufatto antico con il dovuto garbo e il necessario rispetto, operano anche molti muratori e manovali della nuova generazione, abili solamente ad applicare prodotti prefabbricati o premiscelati, la qual cosa determina spesso una pessima riuscita degli interventi. I due atenei sardi hanno attivato altrettante facoltà di architettura ma da nessuna delle due Università escono “architetti conservatori”. Se ad Alghero l’impostazione universitaria è prevalentemente “progettuale”, e dunque orientata sulla produzione di edilizia nuova (anche se in contesti antichi), a Cagliari esiste solo una laurea breve in Tecnologia per la Conservazione e il Restauro dei Beni Culturali ancora appoggiata alla facoltà di Ingegneria. Le Soprintendenze dispongono di finanziamenti sempre più esigui e tuttavia concorrono alla conservazione di numerosi beni architettonici, artistici ed archeologici, oltre a vigilare sugli interventi condotti dai Comuni con i ben più pingui fondi comunitari. La Soprintendenza per i beni architettonici, il paesaggio, il patrimonio storico artistico ed etnoantropologico per le province di Sassari e Nuoro presenta al Salone di Venezia due casi esemplari di restauro, estremamente diversi l’uno dall’altro, ma ugualmente interessanti e significativi della vasta gamma di lavori che i nostri Istituti sono chiamati a compiere: l’intervento di conservazione di elementi lapidei nella facciata della Basilica di S. Antioco di Bisarcio presso Ozieri e l’intervento di manutenzione e ripristino del “locomobile” di Giuseppe Garibaldi custodito nel Museo di Caprera. I Sentieri della Memoria Fin dai tempi del Grand Tour, anche la Sardegna fu tra le mete dei curiosi e degli studiosi che dall’Europa del Nord si spingevano volentieri sulle sponde del Mediterraneo alla scoperta delle tracce e delle rovine delle antiche civiltà. Meno esplorata della penisola italiana, della Sicilia o della Grecia, nel corso del secolo XIX la Sardegna fu tuttavia visitata da molti personaggi inglesi, francesi e tedeschi, ma anche piemontesi, i quali ci hanno lasciato minuziose ed interessanti descrizioni e illustrazioni dei loro avventurosi e disagiati viaggi. L’immenso patrimonio archeologico ed architettonico diffuso sull’intero territorio dell’Isola, costituito dagli innumerevoli resti di nuraghi, tombe ipogee, pozzi sacri e fontanili, villaggi e chiese, è tuttora per gran parte poco conosciuto, per non dire inesplorato. La fitta rete di sentieri, tratturi e mulattiere che fino a cinquant’anni fa rappresentavano l’unico sistema di spostamento e trasporto per viandanti e cavalieri, è stata repentinamente abbandonata e soppiantata dalle strade carrabili, che tuttavia non consentono di avvicinare la maggior parte dei siti storici, nel passato collegati dalle vie pedonali, delle quali essi costituivano le tappe e scandivano il ritmo. Molte antiche strade non sono oggi percorribili, in quanto assorbite dai fondi agricoli e dai pascoli: non è infrequente percorrere un vecchio sentiero, rinserrato tra due muretti a secco, e trovarsi improvvisamente davanti ad una moderna recinzione invalicabile, oppure davanti ad una macchia impenetrabile. Né deve stupire il visitatore che, guidato da un cartello apparentemente rassicurante, sia diretto ad un sito archeologico, l’imbattersi nella progressiva rarefazione e inesorabile scomparsa delle tracce di strada che egli aveva seguito. Tuttavia, se pure mutila e depauperata, la rete degli antichi sentieri può rappresentare oggi un prezioso strumento di esplorazione, assai efficace e penetrante, in grado di assicurare l’accessibilità di moltissimi dei luoghi di interesse storico ed archeologico altrimenti non raggiungibili, ma anche di consentire la frequentazione di siti desueti e dispersi di grande pregio paesaggistico, per poterne riassaporare l’incomparabile bellezza. Ed auspichiamo che i tratti di sentiero o di mulattiera che il tempo ha cancellato possano essere in breve ripristinati, in maniera da restituire un maggior grado di continuità e di affidabilità ai percorsi di visita. Inoltre vaste parti del territorio isolano sono prive o carenti dei servizi che il visitatore ricerca: ristoro, alloggio, guida e assistenza turistica, vendita di prodotti tipici, riforni- 131 mento di carburante, farmacia, guardia medica, e molti altri ancora. Per tutte queste ragioni è parso opportuno promuovere la produzione di una serie di mappe dettagliate (in scala 1:25.000) della percorribilità pedonale e carrabile delle strade e dei sentieri, e della esistenza dei servizi, con l’intento di rassicurare l’esploratore girovago, il turista apprensivo, lo studioso distratto, il visitatore curioso, permettendo loro di raggiungere agevolmente le ambite mete monumentali, riducendo al minimo il rischio di perdere tempo, di smarrirsi o di mettere a repentaglio la propria incolumità. Il progetto, a cui è stato assegnato un nome augurale ed evocativo (I Sentieri della Memoria), e che appare peraltro in piena armonia con i contenuti del Viaggiandum Est, Borsa del turismo culturale ospitata dal Salone dei beni e attività Culturali di Venezia, è in fase di realizzazione a cura della Società Editrice De Agostini di Novara, e prevede la copertura dell’intero territorio regionale, compatibilmente con i finanziamenti che si renderanno disponibili. Allo stato attuale sono in fase di pubblicazione 10 mappe con relative guide, corrispondenti a territori ubicati nelle zone dell’Iglesiente, Supramonte di Dorgali-OlienaUrzulei-Baunei, Meilogu, Barigadu, Marmilla-Giara, in formato cartaceo e digitale. Speriamo che, grazie a questo nuovo strumento di orientamento e di supporto nella esplorazione del ricco panorama archeologico, storico, ambientale e architettonico della Sardegna, aumenti sensibilmente il numero dei visitatori dei beni culturali diffusi nei più remoti angoli dell’Isola, specialmente durante tutto il corso dell’anno e specialmente nelle zone interne, nella convinzione che un territorio più visitato è più tutelato, e quindi maggiormente sicuro. 132 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Il restauro della monumentale facciata della Basilica di Sant’Antioco di Bisarcio - Ozieri (SS) Bruno Billeci La chiesa di Sant’Antioco, suggestivo esempio di architettura romanica fortemente influenzata da modelli francesi e con preziose inserzioni di gusto pisano, costituiva uno degli elementi dell’antico borgo medievale di Bisarcio, che fu anche sede vescovile attestata nelle fonti tra il 1102 e il 1503. Lo sviluppo della fabbrica architettonica si articolò secondo tre significative fasi costruttive: il primitivo impianto, antecedente al 1090, era di tipo basilicale a tre navate e venne probabilmente distrutto da un incendio. Sono ancora individuabili resti di basamenti murari e un archetto di scarico che indicano le dimensioni e lo sviluppo planimetrico che risulta di tutto rispetto nel panorama coevo dell’isola. Intorno alla metà del XII secolo la chiesa venne ricostruita lasciando immutate le caratteristiche planimetriche del precedente impianto ed aggiungendovi la notevole torre campanaria. Sono probabili, in questa fase, apporti di maestranze pisane che lavoravano nel cantiere di S.Giusta ad Oristano ed altre francesi impiegate in quello dell’abbazia di Nostra Signora di Corte nell’agro di Sindia intorno al 1147. Tra il 1170 e il 1190 venne aggiunto alla facciata principale un singolare avancorpo su due livelli, circostanza pressoché unica nel panorama isolano. L’intervento condotto da questa Soprintendenza si è articolato su base triennale dal 2001 al 2003, giovandosi anche dell’apporto di progettisti e consulenti esterni per quanto riguarda i ruderi della sede vescovile, ma in particolare nell’ultima annualità è stata redatta un apposita perizia per il restauro della monumentale facciata della chiesa il cui stato di conservazione, nonostante i recenti interventi condotti sul finire degli anni novanta, era tale da richiede un estesa opera di restauro delle superfici riccamente decorate aggredite da microrganismi e con avanzati fenomeni di erosione. Nel corso dei lavori venne accertato un quadro fessurativo di un certo rilievo interessante la colonnina della bifora nel lato sinistro del portico e del pilastro cruciforme ad essa collegato: si notavano, infatti, una serie di lesioni verticali con espulsione di materiale, fenomeni certamente non antichi. Le soluzioni di continuità riscontrate, riferibili anche ad una situazione di degrado dei materiali costitutivi troppo vulnerabili ai cicli di gelo, all’erosione e agli apparati radicali, apparivano tuttavia legate anche a sofferenze di natura strutturale, considerando inoltre la circostanza che la bifora, una volta liberata nel corso dei restauri degli anni cinquanta, aveva dovuto assorbire gli assestamenti indotti dalla rimozione del capitello originario e la sua sostituzione con un interessante elemento in ferro stilizzato. Ancora intorno al 1999 il modello strutturale viene variato con l’introduzione di una capitello lapideo monolitico che, sebbene sagomato in maniera semplificata, anche solo visivamente sembrava determinare una situazione eccessiva di carico che la colonnina sembrava non poter sostenere nel tempo. Inoltre, dalla documentazione relativa ai restauri condotti lungo tutto il Novecento (almeno quattro tra il 1950 e il 2000) non si disponeva di dati certi circa gli interventi di consolidamento attuati sulla colonna, e molti ele- Soprintendenza per i Beni Architettonici e il Paesaggio, il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico per le province di Sassari e Nuoro Soprintendente: Stefano Gizzi Via Monte Grappa, 24 0710 Sassari tel. 079 2112900 fax 079 2112925 [email protected] 133 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici menti (come il confronto con altri restauri condotti negli stessi anni nell’isola) che le lesioni e i distacchi con espulsione di materiale potessero derivare da perni o anime in ferro disposti in senso assiale allo scopo di aumentarne la resistenza alla compressione. All’interno quindi nel progetto generale di restauro dei paramenti della facciata e del portico, è stata avviata una campagna conoscitiva mirata all’accertamento dello stato tensionale dell’elemento in ragione dei carichi agenti e alla natura dell’elemento resistente, indagandone la sezione tramite l’uso del georadar qui eccezionalmente adoperato per un alzato. L’indagine non distruttiva condotta con una antenna da 1,6 GHz, è stata adattata in fase operativa alle difficoltà parametriche determinate dalla monoliticità della struttura e dalla sua forma circolare, inconveniente risolto dopo successive prove di settaggio del radar tale da consentire un filtraggio ottimale in fase di elaborazione. L’esame ha escluso la presenza di fori e di perni metallici all’interno della sezione lapidea, mentre si sono ancor meglio evidenziate due lesioni di un certo rilievo che determinano la parzializzazione della sezione resistente. Sorprendentemente, tuttavia, l’analisi numerica dello stato tensionale della sezione maggiormente sollecitata alla base dell’elemento ha rivelato una tensione inferiore a quella ammissibile per il materiale, rassicurando circa l’ininfluenza dei carichi trasmessi dal nuovo capitello. Lo stessa tipologia di accertamento diagnostico ha interessato il pilastro laterale, come detto segnato da un evidente serie di lesioni, ed anche in questo caso l’uso combinato di antenne da 1,6 GHz e da 600 MHz non ha registrato vuoti o disomogeneità classificando i fenomeni come riconducibili all’alterazione del rifascio di circa 30 cm dell’elemento. L’esatta determinazione della natura geometrica e costruttiva delle sezioni resistenti e del loro stato tensionale ha consentito il ricorso ad interventi strettamente necessari alla conservazione del bene, evitando consolidamenti sovradimensionati e sostituzioni di elementi che quasi sempre impongono delle variazioni di carichi non facilmente schematizzabili. Per quanto riguarda la colonna si è deciso di ristabilire la continuità strutturale ed impedire il prossimo distacco di altri frammenti di materiale con chiodature in vetro resina e una stuccatura con malta rinforzata con fibre di carbonio allo scopo di sopperire eventuali deficit in altre parti dell’elemento. La facciata monumentale è stata sottoposta ad una lunga e delicata sequenza di operazioni onde garantirne la conservazione in un clima molto rigido d’inverno e con significative escursioni termiche nel resto delle stagioni in un sito esposto a venti e a frequenti precipitazioni. Durante la fase di pulitura sono stati rimossi i depositi incoerenti come guano e terriccio e solo dopo un parziale preconsolidamento delle parti lapidee disgregate, si sono prima disinfestate le superfici con benzalconio cloruro e poi rimossi materiali di risulta con bisturi e spugne e con impacchi di polpa di cellulosa e carbonato di ammonio. Rimossi diversi chiodi ossidati e numerose vecchie stuccature in resina epossidica sono stati chiusi tutti i canali naturali che consentivano il passaggio di acqua sulle decorazioni e reintegrate le membrature in modo da conferire loro una minore vulnerabilità all’aggressione ambientale con malte di sabbia e calce colorata con terre allo scopo di accordarsi cromaticamente all’intorno. Scongiurato il progredire immediato dei distacchi e dei fenomeni di alveolizzazione e di erosione, l’intera superficie ben asciutta è stata sottoposta a cicli successivi e distanziati nel tempo di impregnazione con silicato di etile. 134 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Compendio Garibaldino di Caprera Locomobile n° 20 costruito presso la Ditta dei fratelli Giacomelli a Treviso Wally Paris, Pietro Usai Nella complessità della gestione della fattoria che l’Eroe dei Due Mondi creò a Caprera, il locomobile rappresentò la soluzione ottimale per l’esecuzione dei lavori che quotidianamente vi si svolgevano. Operazioni come l’irrigazione dei campi, la macinazione del grano, la frangitura delle olive e quant’altro avesse bisogno di forza motrice autonoma e costante, utilizzarono l’energia meccanica del motore a vapore perché Garibaldi aveva attrazione, intuizione e curiosità verso il mondo “moderno “ che in quel periodo veniva ad affacciarsi. Questo è stato il motivo primario della manutenzione e restauro che ha interessato la macchina, oltre che, dopo una rigorosa ricerca storica e documentale, la sua ricomposizione delle parti mancanti andate perse nel tempo per diverse cause. Il tempo e l’incuria, derivata dalla non corretta conservazione, ci avevano lasciato un mezzo non più utilizzabile, con il metallo ferroso molto compromesso con attacchi profondi di corrosione ed erosione da ruggine, con mancanza di parti componenti basilari come la testata del cilindro, la pompa dell’acqua e tutta la tubazione. Era un bene culturale non più utilizzabile correttamente nemmeno per uso didattico conoscitivo, a causa dello stato di avanzato degrado. La ricerca comparativa delle parti in metallo ferroso, ottenute per fusione ed utilizzate in quel periodo storico, e la fortunata possibilità di poter ricreare con le stesse vecchie tecniche le parti componenti mancanti, spinsero i progettisti a richiederne il rifacimento il più simile possibile, in presenza di esempi su macchine similari in buono stato di conservazione. Inoltre, non essendo possibile rimettere in funzione la caldaia e, con il vapore prodotto da questa, il meccanismo di movimentazione, si è equipaggiato il locomobile di una motorizzazione elettrica esterna in modo da poter mostrare il suo funzionamento in assoluta sicurezza. Si può vedere così il movimento del pistone che produce una potenza stimata di circa 2 cavalli vapore, il movimento dei tre eccentrici, posizionati sull’asse trasversale sopra la caldaia, che fanno muovere rispettivamente ed alternativamente lo stesso pistone, la leva dello scambio del vapore in alimentazione alle due testate del pistone, e la leva che aziona il pistone di aspirazione dell’acqua per l’alimentazione della caldaia stessa. Sono stati riposizionati il pressostato e la leva di apertura del vapore, oltre alle valvole e tubazioni come quella che dal pistone porta il vapore di scarico nella camera di combustione per estrarre forzatamente da essa i fumi e quindi favorire la combustione. Alcuni di questi dispositivi non erano più presenti e sono stati ricostruiti. Alla fine di un lungo lavoro di verifica e ricostruzione si è effettuata la verniciatura con le tonalità che venivano utilizzate a quei tempi su questo tipo di macchinario, ovvero il verde bandiera per le tubazioni di entrata dell’acqua fredda, il rosso ciliegia per il passaggio del vapore in entrata ed in uscita ed il nero per il resto della struttura. Infine si è realizzato, per una migliore presentazione didattica, un DVD che mostra in tutte le posizioni i componenti sia assemblati sia esplosi ed il funzionamento dell’intero macchinario. La proiezione di questo DVD permetterà di far comprendere meglio il meccanismo ed acutizzare l’attenzione dei visitatori sulla singolarità di questo tipo di mezzo meccanico. Soprintedenza per i Beni Architettonici e il Paesaggio, il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico per le province di Sassari e Nuoro Soprintendente: Stefano Gizzi Via Monte Grappa, 24 07100 Sassari tel. 079 2112900 fax 079 2112925 [email protected] 135 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro Soprintendente: Vincenzo Santoni Piazza S. Agostino, 2 07100 Sassari tel. 079 206741 fax 079 232666 [email protected] 136 L’eredità culturale è strategia per il futuro Antonietta Boninu La strutturazione del Centro di Restauro e Conservazione dei beni culturali della Soprintendenza per Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro affonda le radici in un programma maturato nel 1980 ed elaborato con l’obiettivo di approfondire lo studio sulla conservazione del patrimonio archeologico immobile e mobile. La conseguente necessità di disporre di Laboratori idonei ad operare sui reperti, quantitativamente considerevoli, ha indirizzato la ricerca dei locali. I fabbricati destinati ad accogliere l’Ospedale Psichiatrico della Provincia di Sassari, completato e non utilizzabile per lo scopo originario, è stato messo a disposizione delle amministrazioni pubbliche presenti in città. I tre padiglioni prescelti, inseriti in un uliveto secolare, rispondevano a generali caratteristiche idonee ad accogliere laboratori e depositi per i materiali archeologici, provenienti da campagne di scavo e recuperi, in terra e acqua. Il patrimonio archeologico della Sardegna, costituito da complessi monumentali, numerosi e consistenti, domus de janas, nuraghi e villaggi nuragici, città di età storica, ha restituito e restituisce ancora una notevole quantità di documenti mobili, in prevalenza ceramici, litici e metallici; una scelta dei quali era esposta nei Musei Nazionali di Cagliari e di Sassari, e ora anche in una serie di Musei Civici. Il sistema archeologico costituito dai due poli, territoriale e museale, è da ritenersi strutturato qualora il circuito dato dal monumento, dai reperti, e dalla esposizione per il pubblico, assicuri la salvaguardia del contesto di provenienza e quindi il percorso che comprenda anche i depositi e tutte le operazioni di conservazione, diretta ed indiretta. Questo obiettivo ha sostenuto il progetto fin dalle fasi iniziali e ha assicurato gli spazi, chiusi e aperti, per privilegiare gli interventi di restauro e per attivare interesse diffuso e cooptare, alla causa, Enti, Istituzioni, e privati. La strategia culturale, amministrativa e gestionale ha condotto prioritariamente all’impegno per il reperimento dei finanziamenti; le schede presentate al concorso per i fondi, FIO 1986 e CIPE 1996, hanno dato esiti positivi. L’articolazione dei due progetti ha permesso il recupero edilizio dei tre immobili, le partizioni di funzione con macro destinazioni e l’allestimento dei laboratori negli stabili al pianterreno del corpo principale. L’elaborazione progettuale ha rispettato il circuito previsto, articolato in deposito-laboratorio-esposizione-deposito, quale luogo per provocare e indirizzare nuove destinazioni dei materiali e per la ricomposizione del contesto territoriale. Una galleria espositiva, intesa come open space, e realizzata con soluzioni architettoniche apprezzate e singolari, permette flessibilità negli allestimenti, distribuiti in una elevata struttura, marcatamente scenografica ed in percorsi versatili per distribuire sia unità espositive sia teorie di informazioni con formule lineari, volumetriche, e multimediali, nell’ottica di enfatizzare i messaggi culturali compresi nei diversi oggetti. Il terzo elemento, ovvero il deposito, si inserisce tra i laboratori e la galleria espositiva, con un tunnel ipogeo, per agevolare le operazioni ed il passaggio tra le parti. Le tre sezioni, che si configurano planimetricamente in un continuum con tre accessi, possono svolgere le funzioni anche indipendentemente. Le esigenze degli interventi di restauro comportano anche movimentazioni con tempi e spazi autonomi. Il settore dei laboratori consta di tre suddivisioni indirizzate alle operazioni dirette sui materiali, con l’analisi, l’anamnesi e la ricomposizione, alla documentazione e alla diagnostica. Il laboratorio di diagnostica dispone di strumenti, che Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici eseguono indagini anche per l’Università, il CNR e per quanti ne facciano richieste specifiche, e in particolare è dotato del Microscopio a scansione elettronica, SEM, Scanning Electron Microscopy, e dell’EDS, Energy Dispersive System. L’attività di conservazione dei beni culturali è sostenuta da ricerca specialistica, che si alimenta con verifiche e aggiornamenti nella Biblioteca organizzata nel sistema bibliotecario attivato dalla Biblioteca della Soprintendenza. All’interno del complesso, ubicato lungo la direttrice viaria principale della SS 131 in direzione di Porto Torres, e inserito in un’area urbanizzata negli ultimi decenni, è stato istituito il Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale per la Sardegna, e recentemente il Nucleo Carabinieri Elaborazione Dati, in collegamento diretto per la specializzazione con il Comando Generale T.P.C. di Roma. Attualmente gli altri fabbricati, esterni al complesso del Centro, sono stati destinati alla sede del CNR, già operante, degli uffici tecnici amministrativi della Provincia, e del Centro Regionale di Formazione Professionale. La forte caratterizzazione dell’area, data da molteplici iniziative intestate a diverse Istituzioni, riconducibili ad un terziario avanzato, suggerisce un potenziamento funzionale per una maggiore integrazione dei servizi e per un’adozione reciproca con i cittadini e della borgata e della città, che possono usufruire anche dell’oasi dell’uliveto secolare. Le relazioni con i giovani, studiosi e curiosi, con gli anziani, bambini, adulti, italiani e stranieri, riservano apporti e potenzialità traducibili anche in progetti di integrazione sociale, culturale ed urbanistica; la partecipazione diretta ai problemi della conservazione dei beni culturali può essere intesa come motore di sviluppo. La strategia perseguita con l’organizzazione dei progetti già realizzati e con l’impianto complessivo del Centro, al servizio dei beni culturali della Sardegna, per costruire un riferimento anche per lo studio dei fattori di degrado dei materiali costitutivi il patrimonio e delle soluzioni per la conservazione, è stata condivisa e fatta propria, con la tanto attesa partecipazione politica, dalla Regione Autonoma della Sardegna. Un primo significativo segno della mutata logica unitaria si riscontra dalle scelte rilevabili nell’Accordo di Programma Quadro tra Stato e Regione in materia di Beni Culturali, sottoscritto il 30 settembre 2005. Nello specifico la Regione Sardegna ha proposto e finanziato con i fondi CIPE il progetto per il completamento del Centro e per la struttura della Scuola di Alta Formazione. I due progetti sono sostenuti, per i dovuti sviluppi, anche nel derivato Atto Integrativo 2006. Dall’Accordo si sono intensificate le relazioni e gli apporti tecnici tra il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e la Regione Autonoma della Sardegna in una serie di impegni nel settore, ed in particolare per il Piano Paesaggistico Regionale, e per un modello di convenzione per la gestione partecipata dei beni culturali. Il notevole impegno profuso dalla Regione Sardegna per il patrimonio culturale dell’Isola si corona nella Legge Regionale 20 settembre, n. 14, Norme in materia di beni culturali, istituti e luoghi della cultura. La Regione, nell’accogliere le normative generali, determina indirizzi adeguati, e nel riconoscere il ruolo svolto dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro nell’impianto del Centro, istituisce un Centro di ricerca e conservazione dei beni culturali, avente anche funzioni di Scuola di Alta Formazione e Studio per l’insegnamento del Restauro, Titolo I, articolo 3, comma 2, lettera e). Decisamente la formulazione della Legge Regionale segna una svolta nella storia dei Beni Culturali della Sardegna, e ora occorre contribuire a tracciare il nuovo cammino, riprendendo il passato, per elaborare progetti, per potenziare il Centro, per coinvolgere alte competenze, per suscitare rinnovato interesse, per attivare forti motivazioni nei giovani, per difendere le stratificazioni storiche, nella consapevolezza che il Mediterraneo, l’Italia, e l’Europa guardano alle capacità strategiche dei beni culturali della Sardegna con vivo interesse. L’analisi delle risorse umane e professionali ora presenti nel Centro di Sassari, unite a specialisti presenti attivi in Sardegna, in Italia, in Europa e nel mondo, con i laboratori, operativi e di diagnostica, con la Galleria espositiva, con i depositi, e suggerisce direzioni mirate per costituire un Polo di eccellenza, anche per le tecnologie al servizio dei beni culturali. Il Presidente della Regione, Renato Soru, lo ha chiaramente indicato durante la visita al Centro del 28/10/2006, e coloro che hanno svolto il lavoro prodromico, lo condividono appieno, rinnovando e confermando l’impegno per le scelte innovative, nell’interesse dei beni culturali e della Sardegna. 137 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Cagliari e Oristano Soprintendente: Vincenzo Santoni Piazza Indipendenza, 7 09100 Cagliari tel. 070 605181 fax 070 658871 138 Il nuraghe Nuracale di Scano Montiferro (OR) Alessandro Usai Nel corso degli anni 2003 e 2005-2006 sono state condotte le prime due campagne di scavo, consolidamento e valorizzazione del grande complesso nuragico di Nuracale. Nonostante le numerose notizie presenti nelle pubblicazioni scientifiche e divulgative, che illustrano diversi monumenti nuragici del territorio di Scano Montiferro, finora nessuno di essi era stato indagato con rigorosi criteri stratigrafici al fine di ricostruirne per sommi capi le vicende, né alcuno era stato interessato da un progetto di valorizzazione destinato alla pubblica fruizione. Pertanto l’avvio dei lavori segna l’apertura di un fronte assai impegnativo per il Comune e per la Soprintendenza per i Beni Archeologici delle province di Cagliari e Oristano, che hanno concordemente impostato un programma integrato, mirato non solo all’acquisizione dei dati scientifici e storici concernenti la principale emergenza archeologica del territorio ma anche a incentivarne lo sviluppo culturale ed economico. Anzi, il progetto non si limita al pur maestoso monumento nuragico e ai resti del grande insediamento antico che lo circonda, ma si dilata sino ai confini del grande parco archeologicoambientale creato intorno ad essi ed esteso dalla sommità del pianoro basaltico al corso del Riu Mannu. Il grande nuraghe costituì certamente un punto di riferimento di primaria importanza per le tribù nuragiche insediate sul versante settentrionale del Montiferru e anche per le comunità sarde punicizzate e romanizzate che continuarono a vivere in quella zona almeno fino a tutto l’Alto Medioevo. Preceduto da altri monumenti più arcaici a corridoio o a camera embrionale, che però non mantennero a lungo un ruolo dominante nel territorio (circa 1600-1500 a. C.), Nuracale venne eretto in una fase di poco successiva (circa 1500-1350 a. C.) insieme a numerosi altri nuraghi semplici e complessi caratterizzati da camere circolari coperte da alte cupole in pietra. Come numerosi altri grandi nuraghi, è molto probabile che Nuracale abbia funzionato per alcuni secoli come centro di coordinamento delle attività economiche svolte, sotto il controllo di uno o più gruppi familiari egemoni, da alcune centinaia di abitanti suddivisi in diversi villaggi: agricoltura, allevamento, caccia, pesca, raccolta, scambio, produzioni artigianali di vario genere. L’occupazione capillare del territorio è ancor oggi testimoniata dai resti dei nuraghi, degli insediamenti e delle tombe megalitiche. Nonostante le manomissioni, la vegetazione e i grandi accumuli di materiale di crollo depositatisi all’esterno e in tutti i vani interni, ancor prima dell’inizio degli scavi il nuraghe Nuracale non nascondeva gli elementi essenziali della sua poderosa struttura complessa. Infatti erano riconoscibili i ruderi della torre centrale e del grande bastione quadrilatero con ampio cortile all’interno, delimitato da quattro cortine murarie rettilinee e provvisto di altrettante torri secondarie disposte agli angoli; inoltre erano visibili a tratti i resti di numerosi edifici appartenenti all’insediamento disteso intorno al monumento principale, in parte sulla superficie pianeggiante ad esso adiacente e in parte sul versante della vallata del Riu Mannu. Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Con la rimozione di alcune centinaia di metri cubi di blocchi di basalto e arenaria, pietrame e terra (facenti parte delle originarie strutture e crollati verso il basso durante i millenni a causa dei dissesti statici e dell’attività demolitrice dell’uomo, delle radici e degli agenti atmosferici), sono diventati evidenti alcuni particolari prima solo intuibili: la camera superiore della torre centrale, sotto la quale si trova la grande camera inferiore ancora inaccessibile; le due rampe della scala che collegano in verticale la camera inferiore con l’andito della camera superiore e questo con la sommità della torre centrale; il vastissimo cortile, esteso a tutto lo spazio compreso tra le cortine Est e Sud e la torre centrale; l’ingresso principale aperto nella cortina Est e gli accessi alle camere del mastio e delle torri perimetrali; un piccolo vano ricavato nella muratura compresa tra la torre centrale e la torre Nord-ovest; la scala ricavata nello spessore della cortina Ovest e destinata a consentire il passaggio dal cortile alla camera della torre Nord-ovest. Nel corso della seconda campagna di scavi, cui ha partecipato anche un gruppo di docenti e studenti della University of South Florida, l’indagine è stata estesa anche all’area antistante la facciata orientale del monumento; sono così venuti in luce un poderoso muraglione semicircolare e due spaziosi edifici rotondi, sorti probabilmente con funzione abitativa e in seguito inglobati nelle strutture di servizio e protezione dell’accesso insieme ad un ampio cortile esterno. Il prolungato utilizzo del nuraghe e dell’area insediativa circostante hanno comportato lo svuotamento dei depositi più antichi; pertanto lo scavo, tanto all’interno che all’esterno del monumento, restituisce soprattutto manufatti e contesti di età tardo-romana, bizantina e altomedievale, e in misura molto minore di epoca romana, punica e tardo-nuragica; è inoltre documentata la frequentazione di epoca rinascimentale, moderna e contemporanea, nel quadro dell’economia rurale di sussistenza perdurata nell’Isola fino a pochi decenni fa. 139 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Cagliari e Oristano Soprintendente: Vincenzo Santoni Piazza Indipendenza, 7 09100 Cagliari tel. 070 605181 fax 070 658871 140 Il complesso di Nuraghe Pìdighi di Solarussa (OR) Alessandro Usai Dal 1994 la Soprintendenza per i Beni Archeologici delle province di Cagliari e Oristano conduce, in collaborazione col Comune di Solarussa, campagne annuali di scavo, consolidamento e valorizzazione del grande complesso di Nuraghe Pìdighi. Esso risalta tra i numerosi insediamenti distribuiti nella fascia di passaggio dal Campidano Maggiore alle prime propaggini dell’altopiano basaltico di Paulilatino, tra le due vallate del Rio Cìspiri e del Fiume Tirso. Il nucleo principale del complesso archeologico di Pìdighi si trova all’interno dell’omonimo Parco Comunale; esso è composto da due nuraghi (Pìdighi e Muru Accas) coi rispettivi insediamenti e le rispettive fonti di approvvigionamento idrico. A Nord-est della linea ferroviaria si trovano tre nuraghi minori. I nuraghi Pìdighi e Muru Accas, non ancora sottoposti a scavo archeologico, sono monumenti molto simili anche se in diverso stato di conservazione. Entrambi sono formati da una torre principale troncoconica e da un corpo aggiunto con spigoli laterali sporgenti ad angolo retto, che contiene un cortile scoperto e una torre secondaria. All’interno della torre principale e della torre secondaria si trovano due camere circolari coperte con volte a cupola, oggi parzialmente crollate. Nella torre principale del nuraghe Pìdighi si può osservare anche la scala, che dalla base sale a spirale verso la sommità dove si trovava la camera superiore, oggi interamente mancante. I resti dell’antico insediamento che circonda il nuraghe Muru Accas sono appena visibili in mezzo alla vegetazione e al pietrame di crollo. Finora non vi sono stati effettuati scavi ma solo lavori di decespugliamento. L’insediamento che circonda il nuraghe Pìdighi è in buono stato di conservazione, a causa della mancanza di ristrutturazioni successive. La pianta generale è pressappoco ovale, col nuraghe in posizione quasi centrale. Con un’estensione di 1,35 ettari poteva ospitare circa 200 abitanti. L’indagine sistematica del settore nord-orientale dell’insediamento consente pian piano di riconoscere le tappe del suo sviluppo attraverso una fase iniziale di espansione e una fase successiva di intensificazione dello spazio abitativo. Nel settore prescelto gli scavi archeologici stanno mettendo in luce due gruppi di abitazioni nuragiche: il primo si distende intorno a un grande cortile non ancora scavato; il secondo si raccoglie intorno a un piccolo cortiletto lastricato. Agli edifici rotondi spaziati o raggruppati, che sembrano formare almeno due corone concentriche intorno al nuraghe, si addossarono col tempo muri rettilinei, più adatti a suddividere lo spazio secondo le crescenti necessità delle famiglie residenti, formando ambienti rettangolari, trapezoidali o a clessidra, e chiudendo pian piano quasi tutti i passaggi verso l’esterno; tra le strutture domestiche piuttosto uniformi si distinguono alcuni ripostigli, un forno, una vasca e un piccolo vano rotondo con sedili. Infine, tutti gli edifici periferici furono protetti da un muro perimetrale di difesa, che venne poi ulteriormente rinforzato da alcune torrette sporgenti agli angoli. Questi ultimi interventi testimoniano un’esigenza di sicurezza, che divenne pressante negli ultimi tempi di vita dell’abitato. Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Circa 80 metri a Est del nuraghe Pìdighi e ad appena 20 metri dai margini dell’insediamento si trova la fonte nuragica “Mitza Pìdighi”, che invece è stata completamente scavata. La sorgente, frequentata già in epoca prenuragica, venne attrezzata in forma monumentale in concomitanza con l’impianto dell’insediamento nuragico o poco dopo, con la costruzione di un corpo a ferro di cavallo cui venne successivamente aggiunto un recinto semicircolare. Sulle massicciate che circondavano la fonte allo scopo di consolidare il terreno fangoso si formarono nel corso dei secoli spessi depositi contenenti i resti di vasi in terracotta rotti durante il prelievo dell’acqua per usi domestici e soprattutto nel corso di cerimonie rituali. I frammenti ceramici, rinvenuti nei diversi strati che compongono questi depositi, possono essere parzialmente ricomposti, restituendo l’aspetto dei vasi offerti e frantumati per secoli accanto alla sorgente d’acqua che dava la vita agli esseri umani, agli animali e alle piante. Anzi, l’analisi del deposito stratificato della fonte consente un chiaro apprezzamento della durata e della continuità dell’insediamento stesso, in cui i depositi più antichi sono stati ripetutamente spazzati via dalle successive ristrutturazioni. Un’altra fonte nuragica si trova nelle vicinanze del nuraghe Muru Accas, ma è poco visibile perchè ostruita dal pietrame e dal terriccio; si vede l’avvio di una probabile scaletta con pareti in blocchi squadrati. Nel suo complesso, gli scavi e le prospezioni nel complesso nuragico di Pìdighi tendono a ricostruire l’ambiente domestico, sociale ed economico di una comunità umana rappresentativa nel corso dei diversi secoli di sviluppo e di trasformazione della civiltà nuragica. 141 Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana Direttore Regionale ad interim: Mario Lolli Ghetti Lungarno A.M. Luisa de’ Medici, 4 50122 Firenze tel. 055 27189831 fax 055 27189700 [email protected] 142 Laboratorio Toscana Mario Lolli Ghetti Nell’ampio panorama di interventi di restauro realizzati, in tempi recenti, nel territorio toscano ed aventi tutti carattere di eccellenza, sia per la loro conduzione altamente qualificata che per l’importanza delle opere sulle quali si è intervenuti ai fini della loro conservazione, risulta difficile, in questa sede, segnalare e privilegiare solo alcuni dei numerosi lavori condotti dalle Soprintendenze della regione. Pur in presenza delle note limitazioni economiche che interessano ormai da anni anche il settore dei beni culturali e che riducono le possibilità di dare giusta risposta alle tanto numerose attese di un patrimonio culturale bisognoso di tutela da attuare, per alcuni aspetti attraverso il rigore giuridico, per altri mediante una costante azione di salvaguardia e restauro finalizzato alla conservazione dell’opera, non si può non ricordare, in questa particolare contemporanea ricorrenza dei quaranta anni dall’alluvione di Firenze, i tanti sforzi compiuti ai fini del recupero di quella grande quantità di opere di straordinaria importanza che sono ritornate ad essere visitabili ed apprezzabili nelle chiese e nei musei delle città colpite dallo straripamento del “cieco fiume”. Così, per non dimenticare il tragico evento del 1966, le Soprintendenze, gli Archivi e le Biblioteche della Toscana hanno recentemente organizzato mostre e convegni nei quali illustrare al pubblico i tanti interventi di restauro che hanno portato al recupero del patrimonio culturale della regione. La Toscana vanta centri di restauro, universalmente riconosciuti come sedi di eccellenza, dove tecnologia e varie scienze si combinano ai fini dei risultati migliori. Tra i numerosi laboratori di restauro di grande tradizione che si sono formati presso le Soprintendenze, come ad esempio a Pisa e a Lucca, è doveroso accennare all’attività condotta dal Centro di Restauro della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana che opera nel settore della conservazione sia di reperti provenienti da scavi che di collezioni museali, svolge attività di ricerca utilizzando apparecchiature avanzate e collabora con Istituzioni italiane ed estere interessate alle medesime problematiche. Va sottolineata, inoltre, l’attività dell’Opificio delle Pietre Dure, Istituto fiorentino che, oltre a condurre una costante azione di restauro avvalendosi anche di strumentazioni tecnologicamente avanzate, forma, in seno alla sua scuola, restauratori altamente qualificati. Al Salone di Venezia alcuni Istituti toscani hanno voluto presentare esempi di recenti interventi di restauro di opere d’arte o di complessi monumentali ed anche particolari progetti scientifici. Così la Soprintendenza di Pisa illustra progetti per la gestione delle informazioni prodotte durante l’analisi e la progettazione di un intervento di restauro ed altri studi che utilizzano le potenzialità della realtà virtuale come supporto alla ricerca scientifica e alla conservazione; la Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Fiorentino presenta tre progetti di restauro eseguiti all’interno del proprio Laboratorio; la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana presenta il restauro di grandi e piccoli bronzi, la Soprintendenza di Lucca illustra la propria attività di ricerca ed i risultati di recenti interventi condotti su dipinti su tavola, e la Soprintendenza per i Beni Architettonici di Firenze propone due esempi di restauro monumentale. Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Santi Girolamo e Giovanni Battista. La ricollocazione della materia pittorica sulla tavola con la tecnica del “trasporto” L’osservazione delle tavole e i primi interventi hanno reso immediatamente necessari lo studio e la messa a punto di una variazione della tradizionale tecnica di ‘trasporto’ del colore, scaturita dalla collaborazione tra le diverse esperienze degli operatori del Laboratorio, risultata ottimale per il completo recupero della pellicola pittorica. Ad un primo esame obiettivo è stato osservato che sui due pannelli con i Santi era stata applicata, probabilmente nel corso del XIX secolo, una cornice modanata dorata e in parte dipinta di blu e color ocra. I listelli delle cornici, risultavano, nella parte inferiore, incollati ed inchiodati direttamente sul dipinto, mentre in quella superiore erano stati posti sulla porzione di supporto non dipinta e coperta, in origine, dalla carpenteria. I listelli della parte inferiore della cornice in ambedue le tavole risultavano ovunque distaccati dal supporto, e si intravedeva che la pellicola pittorica proseguiva sotto la cornice, tenuta ormai ferma solo dai chiodi. Verificate la totale estraneità della cornice al dipinto e la possibilità di distaccarla senza rischio, è stato deciso di rimuovere i listelli inferiori per recuperare la porzione di pellicola pittorica nascosta. A tale scopo, con l’ausilio di piccoli cunei lignei, è stato ampliato lo spazio tra cornice e supporto. Successivamente, il completo distacco è stato ottenuto semplicemente sfilando i chiodi o segandoli con una piccola lima. Con la rimozione dei listelli è emersa la parte inferiore delle figure e del paesaggio finora nascosta, ed è risultata ancora più evidente la scarsa accuratezza con cui era stato eseguito l’intervento di applicazione della cornice. Infatti, in corrispondenza degli angoli inferiori, sono apparsi sulla pittura segni profondi, provocati dalle segate, eseguite per tagliare a misura il quartabuono. Si è, inoltre, potuto osservare che la superficie pittorica sottostante la cornice era stata fortemente danneggiata dalla colla forte usata per applicare i listelli e che le lacune coincidevano con i punti di incollaggio. Il colore e la preparazione mancanti non erano tuttavia andati perduti. Per effetto della contrazione della colla forte in fase di essiccazione, associata ad una lieve deformazione del legno degli stessi listelli, erano rimasti attaccati agli elementi della cornice. Risultava quindi indispensabile procedere, prima di qualsiasi altra operazione, al recupero di queste parti di strati pittorici con una tecnica di “trasporto”. Tale intervento, oltre alla ricollocazione della materia originale nelle proprie sedi, avrebbe permesso di restituire integrità ad importanti dettagli. La particolarità del caso richiedeva di mettere a punto un nuovo adattamento della tradizionale tecnica del “trasporto” del colore. Per le velinature sono stati scelti materiali facilmente reversibili, la cui rimozione dalla materia originale fosse possibile solo con solventi differenziati. Le principali fasi del “trasporto” sono state le seguenti: velinatura del retro dei listelli (con Paraloid B 72 in acetone al 20%), asportazione Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Fiorentino Soprintendente: Dott.ssa Cristina Acidini Via della Ninna, 5 50122 Firenze tel. 055 23885 fax 055 2388699 www.polomuseale.firenze.it/musei/ sanmarco 143 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici del legno, velinatura del colore scoperto dopo la rimozione, eliminazione della prima velinatura, riposizionamento e riadesione degli strati pittorici. Prima della velinatura è stato realizzato un rilievo su Melinex del contorno delle porzioni di colore attaccate ai listelli. Questo lucido è stato pensato come ausilio per guidare il restauratore del legno durante la fase di assottigliamento del listello. L’applicazione di carta giapponese sul retro dei listelli è stata ripetuta quattro volte per rendere resistente la protezione alle sollecitazioni meccaniche della successiva rimozione del legno, e mantenere compatta la materia pittorica. La carta giapponese da utilizzare come primo strato é stata tinta con coloranti artificiali per permettere di verificare, in fase di svelinatura, la completa eliminazione di ogni suo residuo dalla preparazione originale. La demolizione del legno è stata realizzata con scalpelli e bisturi, mantenendo fermo il listello all’interno di un piccolo telaio bloccato al banco da lavoro. L’eliminazione è stata guidata sovrapponendo di volta in volta il lucido, per individuare la posizione e l’estensione delle isole di colore da scoprire. Conclusa questa operazione il colore, finalmente visibile e bloccato sulle veline, è stato protetto dal davanti con un doppio strato di carta giapponese, applicato con colla di coniglio (1:10 e 1:18), in modo che rimanesse stabile nel corso della successiva svelinatura ad acetone del retro. Una volta liberato, con acetone, il retro dalla carta giapponese il colore era pronto per essere fissato definitivamente al dipinto. Tale riadesione è stata ottenuta con colla di coniglio, in proporzione questa volta 1:16, stesa sia sulla preparazione presente sulla tavola, sia su quella del frammento di colore, e con l’aiuto del termocauterio. Dopo aver lasciato essiccare l’adesivo sotto peso, si è proceduto con la definitiva asportazione delle veline, ed è stata completata anche l’eliminazione degli ultimi residui di colla forte presenti sul film pittorico. Tutta l’operazione ha permesso di recuperare la precisa collocazione delle isole di colore, di mantenere la loro integrità, e di ritrovare la planarità tra il frammento e la pittura circostante, grazie anche alla completa conservazione degli spessori degli strati pittorici sia della tavola che dei frammenti. 144 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Giovanni Antonio Bazzi, detto Il Sodoma (Vercelli 1477-Siena 1549) Madonna col Bambino, San Sigismondo, San Rocco e sei confratelli della compagnia di San Sebastiano Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Fiorentino Mario Celesia, Antonio Natali, Maria Grazia Vaccari La grande tela dipinta sulle due facce era in origine uno stendardo eseguito per la compagnia di San Sebastiano in Camollia a Siena, che affidò la commissione al pittore nel 1525. Agli ultimi decenni del Settecento risale la trasformazione dell’opera in un dipinto da galleria, realizzata ancorando l’opera ad un telaio per fornirla di un sostegno e, al tempo stesso, consentirne l’incorniciatura, in vista dell’esposizione tra i dipinti della Galleria di Palazzo Pitti (1786). Tale modifica è all’origine dei danni più rilevanti. Per fissare la tela al telaio fu sacrificato il margine esterno della faccia posteriore, quella raffigurante la Madonna, coprendo la finta cornice dipinta, realizzata in oro a motivi vegetali. L’uso di colla e chiodi, necessari per tale operazione, ha naturalmente danneggiato tutta la zona perimetrale, dove parte della decorazione dorata, staccatasi dalla tela, ha aderito tenacemente al telaio. Le tensioni provocate da questo intervento su un manufatto che non era nato per essere vincolato da una struttura – sebbene fosse con ogni probabilità dotato di un sostegno che consentiva l’esposizione e la movimentazione dello stendardo, tipico oggetto processionale – hanno provocato deformazioni della tela, numerose cadute di colore, stuccate e ritoccate, strappi risarciti con toppe di tela applicate direttamente sul colore, alcuni fori, nonché abrasioni, dovute verosimilmente all’uso. L’intervento ha avuto due principali obbiettivi, l’uno, irrinunciabile trattandosi di un’opera d’arte, il recupero dei valori figurativi e del corretto equilibrio tra le varie parti della pittura, modificato dalla sovrapposizione di materiali di deposito, ritocchi e vernici e dalle loro alterazioni; l’altro, il risanamento dei danni provocati da stress meccanici e vecchi restauri, talora inadeguati, e comunque alteratisi nel tempo, creando parallelamente le condizioni strutturali idonee alla migliore conservazione del dipinto e alla prevenzione. Nell’intento di valorizzare la qualità artistica dell’opera, il lato posteriore del dipinto dove figura la Vergine col Bambino, racchiuso da una semplice e disadorna incorniciatura, è stato anche dotato di una nuova cornice, identica a quella del lato principale. In questa sede si ritiene rilevante sottolineare soprattutto l’aspetto strutturale e tecnologico dell’intervento, ovvero la sostituzione del vecchio telaio fisso in legno con un telaio in alluminio, dotato di molle per regolare la tensione della tela mediante brucole collocate lungo il perimetro esterno del telaio. Si tratta di una struttura tubolare di alluminio che racchiude “a sandwich”, bloccandola con un dispositivo interno, la fascia di tela applicata perimetralmente al dipinto. Una serie di molle collegano il tubolare alla parte esterna del telaio che si inserisce nella cornice. Tale sistema permette di compensare automaticamente i piccoli mutamenti dimensionali della tela, mentre per variazioni maggiori è possibile regolare il tensionamento tramite le viti. Telai che sfruttano le molle per garantire un sistema di tensionamento costantemente regolabile, a seconda delle variazioni dimensionali che sono determinate dal mutare delle condizioni ambientali, sono stati adottati da tempo, specialmente per dipinti di dimensioni molto gran- ENTI PROPONENTI Firenze, Soprintendenza per il polo Museale fiorentino Soprintendente: Dott.ssa Cristina Acidini Galleria degli Uffizi e Laboratorio Restauri [email protected] Direttore della Galleria degli Uffizi: Dott. Antonio Natali Direttore del Laboratorio restauri: Dott.ssa Magnolia Scudieri Restauratori del LaboratorioSSPMF: Mario Celesia Giovanni Antonio Bazzi, detto Il Sodoma (Vercelli 1477-Siena 1549) Madonna col Bambino, San Sigismondo, San Rocco e sei confratelli della compagnia di san Sebastiano (recto) Martirio di san Sebastiano (verso) circa 1525 Olio su tela, cm 204 x 146 Firenze, Galleria degli Uffizi Restauro: Mario Celesia Realizzazione del telaio e montaggio: Antonio Casciani, Mario Celesia. Restauro e realizzazione della nuova cornice: Federico Tempesta. Indagini radiografiche, riflettografiche I.R. e falso colore: PAN ART. Documentazione fotografica: Diego Santopietro Gabinetto fotografico del Polo Museale Fiorentino. Direzione: Antonio Natali, Maria Grazia Vaccari. Soprintendente: Dott.ssa Cristina Acidini Via della Ninna, 5 50122 Firenze tel. 055 23885 fax 055 2388699 www.polomuseale.firenze.it/musei/ sanmarco 145 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici di. Nella stessa Galleria degli Uffizi, si possono citare le due monumentali tele di Rubens con le imprese di Enrico IV di Francia, danneggiate nell’attentato del 1993. Per questi dipinti l’Opificio delle Pietre Dure, che ne ha curato il restauro, ha messo a punto soluzioni innovative e particolarmente sofisticate, innestandosi sulle esperienze condotte dall’Istituto Centrale del Restauro dalla fine degli anni ’50. Nel caso dello stendardo del Sodoma, la particolarità è dovuta al fatto che si tratta di una tela dipinta su entrambe le facce, le quali, per restare visibili, non possono consentire l’applicazione di una tela di rifodero a tergo e di un telaio come quelli usati per i dipinti, in grado di garantire adeguato sostegno a tutto il sistema. Infine, sempre nell’ambito delle operazioni di risanamento una menzione merita – per la complessità dell’intervento - il recupero della finta cornice sul lato dove figura la Madonna col Bambino, danneggiata dall’incollaggio del telaio ligneo nella trasformazione settecentesca. Si è trattato di una laboriosa e delicata operazione che ha comportato numerosi piccoli trasporti di colore, la loro rimessa in sede e, infine, la reintegrazione pittorica delle lacune, con ricostruzione del motivo decorativo a piccole foglie d’acanto. 146 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Grandi e piccoli bronzi del Museo Archeologico Nazionale di Firenze Anna Rastrelli Nel quadro di un progetto che investe alcuni capolavori della bronzistica antica, finalizzato ad un loro nuovo allestimento nelle sale del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana prosegue l’intervento sulla cosiddetta Minerva di Arezzo, rinvenuta nel 1571, già facente parte della collezione di Cosimo I dei Medici. Il bronzo, di dimensioni leggermente inferiori al vero (alt. m. 1,55), è stato associato ad una serie di repliche in marmo di un originale di scuola prassitelica, il cui tipo è detto Vescovali dall’esemplare conservato nel museo dell’Ermitage: la statua aretina, che se ne discosta per numerosi dettagli, ne sarebbe una vera e propria variante. L’utilizzo di tecnologie innovative, quale l’uso del laser per la pulitura delle superfici o la scansione tridimensionale ad alta risoluzione eseguita in collaborazione con gli Istituti CNUCE e IEI del CNR di Pisa e INOA del CNR di Firenze, insieme alle analisi metallografiche, stratigrafiche e radiologiche, i cui risultati preliminari sono già stati pubblicati, ha permesso di individuare le tecniche di fabbricazione della statua, di identificare gli interventi da questa subiti nel tempo e di accertare lo stato di conservazione del metallo, la natura delle patine e la composizione delle leghe, rendendo quindi possibile non solo di affrontarne il restauro (ancora in corso, ma prossimo al compimento) con le metodologie più adeguate, ma offrendo anche agli studiosi dati irrinunciabili per la sua conoscenza: se da un lato la conclusione dell’intervento permetterà una rilettura stilistica della statua, restituita al suo aspetto originario, favorendo l’apprezzamento della sua notevole qualità artistica, dall’altra sarà possibile accertarne più agevolmente la discussa cronologia. I problemi connessi alla datazione dei bronzi antichi sono infatti molteplici e controversi. Uno dei settori del progetto del Centro di Restauro fiorentino che li riguarda ha come fine, oltre alla verifica dello stato di conservazione, anche quella della cronologia di alcuni piccoli bronzi delle antiche collezioni medicee e lorenesi, in cui sono confluiti sia oggetti sicuramente antichi, talora pesantemente rimaneggiati, sia copie o imitazioni di epoca rinascimentale: l’utilizzo delle più avanzate analisi metallografiche supporterà l’indagine stilistica degli studiosi con dati sulla composizione delle leghe, sulle tecniche di lavorazione, sulle patine, etc., permettendone una più adeguata classificazione e creando nel contempo un data base che possa essere di riferimento per ulteriori ricerche nello stesso ambito. In particolare sono attualmente sotto esame una statuetta femminile alata, che una accurata autopsia qualificherebbe come un pastiche, ed alcuni bronzetti raffiguranti Eracle. Di particolare rilievo in questo ambito si è rivelata la collaborazione con l’Istituto di Fisica Applicata “Nello Carra” del CNR di Firenze, con cui sono state sviluppate tra l’altro tecniche di caratterizzazione metallografia non distruttiva basate sulla diffrattometria neutronica. Il progetto del Centro di Restauro della soprintendenza toscana prevede anche l’intervento (ormai imminente) su uno dei più noti tra i grandi bronzi etruschi, il cosiddetto Arringatore, una statua votiva rinvenuta in una località ancora imprecisata, eseguita nella tecnica a cera perduta mediante fusione cava, è composta da sette parti distinte, poi saldate insieme. È stato accertato che il sostegno metallico posto al suo interno Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana Direzione del progetto Minerva: dott. Mario Cygielmann Direzione del progetto piccoli e grandi bronzi: dott. Anna Rastrelli Analisi, restauro e documentazione: Marcello Miccio, Renzo Giochetti Roberto Pecchioli, Paolo Pecchioli Manuela Nistri, Stefano Sarri Marida Risaliti, Antonino Sentieri Direttore: Anna Rastrelli Largo del Boschetto 50100 Firenze tel. 055 700953 fax 055 219397 147 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici non è idoneo a mantenerne costante l’equilibrio, contribuendo così all’allargamento della frattura che interessa la parte posteriore della figura dall’altezza delle spalle fino al fondo. In vista di un suo nuovo allestimento all’interno del museo fiorentino, si rende pertanto indispensabile la progettazione di un supporto più adeguato. La prima fase dell’intervento sull’Arringatore verterà sulle più avanzate analisi diagnostiche non distruttive o microdistruttive, i cui risultati permetteranno di individuare gli impianti più idonei ad attrezzare lo spazio in cui sarà realizzato il restauro e di scegliere le metodologie più appropriate per la pulitura. Al fine di accertare le condizioni statiche, la consistenza del substrato bronzeo e la natura dei livelli stratigrafici superficiali sarà effettuata innanzitutto una ispezione microscopica della superficie esterna e interna mediante videomicroscopia a fibra ottica con relativa documentazione video; dopo una verifica dell’esistenza di residui di terra di fusione, con conseguenti campionamenti e analisi quali la termoluminescenza, sarà realizzato lo studio radiografico X; le analisi delle leghe, allargate a tutti gli elementi individuati, saranno condotte per lo più con tecniche non distruttive, mediante correnti indotte, fluorescenza X e diffrattometria neutronica; un ridotto numero di campioni sarà sottoposto all’analisi metallografia classica in una fase avanzata dell’indagine. Per la caratterizzazione dello stato di conservazione delle leghe e delle patine, che prevede anche l’analisi delle componenti organiche, saranno utilizzati la microscopia ottica UV e SEMEDX, la diffrattometria X e neutronica, l’emissione X indotta da particelle, lacromatografia ionica, la spettroscopia infrarossa, la gascromatografia e la spettrometria di massa. Tali indagini, permettendo di verificare la natura e la formazione delle patine, anche quelle intenzionali effettuate dopo il rinvenimento (un’accurata autopsia ne avrebbe rilevato tracce significative), la tecnica di fabbricazione nei suoi dettagli (come ad esempio l’integrazione delle lacune del getto), la presenza eventuale di rifiniture e decorazioni difficilmente accertabili ad occhio nudo (è stata ipotizzata la presenza di una lega di diverso colore intarsiata su quella principale nell’angustus clavus della tunica), l’esecuzione di restauri precedenti in occasione dei diversi allestimenti della statua tra Palazzo Pitti e la Galleria degli Uffizi, offriranno anche nuovi dati per la soluzione dei problemi storico artistici ancora oggetto di dibattito tra gli studiosi. Indagini diagnostiche mirate valideranno i risultati dei test di pulitura, da effettuare con strumenti diversi, quali ablatori meccanici e laser, bisturi ed eventuali blandi impacchi chimici, consentendo la definizione del protocollo operativo. L’intero intervento sarà seguito da un presidio diagnostico, che si concentrerà sulle eventuali peculiarità materiche che ne dovessero risultare, selezionando ove necessario ulteriori campioni da sottoporre ad analisi specifiche. 148 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici La Cappella Dei Principi in San Lorenzo a Firenze Vincenzo Vaccaro La Cappella dei Principi nasce come mausoleo della famiglia Medici, che la vuole come simbolo del potere della dinastia. La Cappella dei Principi è universalmente conosciuta come un trionfo della manifattura fiorentina delle Pietre Dure per la ricchezza e il fulgore del suo interno. L’immagine e la suggestione di chi si trova nella vasta sala è di un’ampiezza maggiore di quella reale. Sulle pareti gli stemmi delle città del Granducato sedi di diocesi realizzati in pietre dure e materiali pregiati (diaspri, alabastri, quarzi, lapislazzuli, coralli, madreperle) fanno da cornice ai cenotafi dei granduchi posti nelle edicole perimetrali. L’impressione definitiva è quella del potere e della magnificenza della casa Medici. Il cedimento di due conci di chiave della volta sulla cappella di sinistra ha causato la caduta di parti del rivestimento marmoreo. Questo evento ha messo in luce l’estremo stato di degrado del sistema strutturale di ancoraggio del paramento marmoreo. Infatti tutto il rivestimento della Cappella non è strutturalmente in aderenza alla compagine muraria, ma è collegato a questa con un sistema di pendini metallici che creano un’intercapedine di vario spessore. Come primo intervento si è provveduto alla costruzione di un ponteggio provvisionale di puntellamento e all’installazione di un sistema di monitoraggio che permettesse di controllare complessivamente la struttura della Cappella. Il monitoraggio, che è tuttora in corso ha dato risultati rassicuranti. La struttura nel suo complesso non ha dato segni di deriva, le variazioni stagionali sono riconducibili allo zero. Si sta ora intervenendo al consolidamento della volta a botte dove si è verificato il cedimento dei conci di chiave. Ovviamente prima di arrivare alla definizione del progetto è stato necessario smontare completamente il rivestimento marmoreo, che come si è detto è collegato alla muratura tramite un sistema di pendini metallici murati con malta a base di gesso; si può facilmente immaginare lo stato di conservazione delle parti metalliche nelle zone colpite da umidità a causa di infiltrazioni dall’esterno. La notevole presenza di ruggine e corrosione ha creato uno stato di pericolo diffuso con rischi di cadute. Il rivestimento è composto da blocchi di pietra serena di dodici centimetri di spessore sui quali sono collocati con staffe e pece greca i marmi policromi dello spessore di tre centimetri. Il peso di ogni pannello supera i cento chili e la residua stabilità di tutta la struttura è affidata all’effetto di contrasto operante tra pannello e pannello. Prima di procedere allo smontaggio, si è provveduto alla costruzione in opera di una struttura a tralicci metallici che fungesse, non solo da sostegno, ma anche da centine guida per un corretto posizionamento durante le opere di rimontaggio. Terminato lo smontaggio dei marmi si è verificato lo stato delle murature portanti e la geometria degli archi in muratura della parete di fondo, tramite l’uso di martinetti piatti si è verificato lo stato tensionale. I parametri rilevati sono stati di conforto per l’adozione del progetto di consolidamento. Il progetto è stato messo a punto dal Dipartimento di Ingegneria Civile dell’Università degli Studi di Firenze Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio per le province di Firenze, Pistoia e Prato I lavori, su progetti di A. Marino e V. Vaccaro sono condotti con la direzione di V. Vaccaro con la collaborazione di F. Vestri e l’assistenza di M. Masini Ditte esecutrici: Figli di A. Lorenzini SpA Cellini s.r.l. Mariani Mario & C. s.n.c. Ires SpA. Soprintendente: Giovanni Bulian Piazza Pitti, 1 50125 Firenze tel. 055 265171 fax 055 219397 [email protected] 149 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici con il quale è stata attivata una apposita convenzione. Il progetto proposto ha una doppia finalità: da un lato creare maggiore coesione tra i conci dell’arco e dall’altro fornire alla sezione dell’arco stesso una resistenza a trazione. La maggiore coesione è necessaria per evitare futuri slittamenti dei conci, mentre l’introduzione di un sistema in grado di assorbire trazioni è necessario per resistere agli ulteriori sforzi che potrebbero essere introdotti da nuovi piccoli assestamenti. L’aumento della coesione sarà ottenuto attraverso l’inserimento di una serie di ancore radiali costituite da barre di acciaio iniettate con malta, all’interno dello spessore della struttura dell’arco, in modo da “ricucire” i vari conci che compongono l’arco. Effettuato l’intervento si procederà a rimontare il rivestimento con il metodo che è stato messo a punto per l’abside dell’altare. I ponteggi interessano i quattro lati della Cappella: l’ingresso, le due absidi a sinistra e a destra e la cappella dell’altare. Su quest’ultima si è già provveduto allo smontaggio dei marmi e al loro ricollocamento con le seguenti modalità: sono stati eseguiti grafici a grandezza naturale dividendo la superficie delle tre vele che disegnano l’abside della cappella dove è collocato l’altare, in quadrati di quaranta centimetri di lato. Per delineare queste superfici, sono state battute delle corde (con polvere bianca) mantenendo le corde in piano e in piombo. La divisione degli spazi è stata poi riportata su di un grafico su cui sono stati identificati i singoli blocchi che costituiscono la vela partendo dalla base della stessa fino alla sommità. Su di un ulteriore grafico si sono poi riportate tutte le stuccature, le fratture, le staffe e le ulteriori parti metalliche presenti. Dopo un attento esame dello stato di conservazione dei marmi si è convenuto che, per smontare in sicurezza i singoli blocchi, era necessario provvedere ad un intelaggio; è stata eseguita una prepulitura. Lo smontaggio è avvenuto rimovendo le vecchie stuccature presenti tra pannello e pannello e calando gli stessi aiutandosi con tavole di legno. Mentre i pezzi venivano calati si è notata la precarietà del supporto, in pietra serena, che si presentava con evidenti fenomeni di esfoliazioni e distacchi. Tutti i pannelli costituenti le vele delle absidi sono stati smontati e calati a terra all’interno della Cappella e qui ricomposti in attesa del rimontaggio. Il pessimo stato di conservazione dei supporti in pietra serena di grande spessore ci ha condotto a progettare la sostituzione degli stessi per poter riposizionare i marmi restaurati e garantirne la stabilità nel tempo. Dopo un acceso dibattito, tra tutti i componenti della direzione lavori e gli operatori presenti in cantiere, sono state accantonate le ipotesi di impiego di materiali moderni come vetroresina e simili per la costruzione dei nuovi supporti, anche perché, oltre la non collaudata durata nel tempo, l’eccessiva riduzione degli spessori dei pannelli avrebbe reso difficoltosa l’opera di riposizionamento degli stessi. 150 Il nuovo pannello I supporti in pietra serena dello spessore di dodici centimetri su cui sono incollati i marmi sono tutti di forme e dimensioni diverse, per cui è stato necessario costruire ogni nuovo supporto seguendo esattamente le dimensioni del vecchio non più riutilizzabile. Per ogni pannello è stato realizzato un telaio in acciaio inossidabile costituito da profili angolari ancorato alla muratura con quattro staffe in acciaio dotate di asole di scorrimento, per permettere la regolazione della distanza del pannello dalla muratura. Tutti i telai vengono montati sulla vela per un controllo delle dimensioni, quindi di nuovo staccati per proseguire la lavorazione, che consiste nel costruire il supporto su cui ricollocare i marmi. Nel frattempo i restauratori hanno provveduto a rimuovere i marmi dal blocco di pietra a cui erano incollati tramite l’uso di lance d’acciaio affilate. Successivamente sono stati rimossi gli strati di tela che erano stati impiegati per proteggere la superficie dei marmi durante lo smontaggio. I singoli frammenti sono stati posizionati su un foglio di policarbonato dove è stato disegnato l’esatto perimetro del pezzo fino a ricostruire l’intero pannello. Tale operazione si è resa necessaria per garantire che ogni elemento marmoreo del Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici pannello tornasse alla collocazione originaria. Tutto il procedimento è stato affiancato da un continuo controllo metrico e fotografico. I singoli frammenti sono stati puliti dai residui di pece greca e dalle resine usate per le tele di distacco in tre fasi distinte fino a rimuovere anche i residui delle vecchie stuccature e delle cere ormai rigonfiate. Costruzione della controforma Considerando di dover riproporre, in fase di rimontaggio, la centinatura esatta dei blocchi marmorei è stato utilizzato, come base d’appoggio per la superficie intradossale dei singoli frammenti marmorei, un pannello di polistirolo, facile da sagomare, di dieci centimetri di spessore e di poco più grande del blocco da ricostruire, sul quale è stato posizionato il telaio centinato corrispondente al blocco marmoreo, poggiandolo con la parte che corrisponde alla superficie intradossale sul polistirolo. Una volta posizionato è stato disegnato il perimetro del telaio e successivamente tagliato, con un apposito seghetto, il polistirolo in eccesso, mantenendosi leggermente più interni rispetto al disegno del perimetro, in modo che il polistirolo entrasse perfettamente all’interno del telaio. Successivamente , con una apposita sega ad arco più grande del telaio, è stato tagliato il polistirolo seguendo la centinatura del telaio, ottenendo quindi dei pannelli di polistirolo corrispondenti per forma e dimensione ai pannelli marmorei smontati e riproducendone la stessa centinatura della superficie intradossale. Per riproporre le differenze di quota tra i vari frammenti marmorei sono stati applicati degli spessori realizzati con fogli di compensato. Sistemati tutti i pezzi con i giusti spessori per riprodurre le superfici intradossali, è stato posizionato il telaio, sono state saldate le due reti in acciaio attraverso le quali sono stati posizionati i perni che collegheranno i singoli pezzi di marmo al nuovo supporto. Dopo aver incollato tutti i frammenti tra loro con resina bicomponente e aver inserito i perni si è provveduto all’esecuzione del getto, utilizzando malta pozzolanica e inerti miscelati tra ghiaia e sabbia di fiume lavate di varia granulometria. La malta è stata colata gradatamente all’interno del telaio riempiendolo fino a coprire anche la seconda rete in pari con i bordi del telaio e lisciando il tutto. Il blocco gettato è stato lasciato asciugare per 3-4 giorni, tenendo umida la superficie con teli bagnati, per evitare una presa troppo rapida che avrebbe creato crettature e distacchi di materiale. Quindi il blocco è stato girato sul davanti e, dopo aver rimosso il polistirolo e tutti gli spessori di compensato, è stato ripulito dalla malta colata sulla parte anteriore. Dopo aver ripulito il blocco con acqua da ogni residuo, è stata effettuata una pulitura di tutta la superficie ricomposta con carbonato d’ammonio al 20% dato a pennello e tamponato il tutto con acqua demineralizzata. Restauro della bozza ricomposta A seguito delle operazioni di pulitura si è proseguito con la stuccatura, applicato un velo composto da grassello di calce e polvere di marmo fine. È stato poi eseguito il ritocco pittorico, andando ad uniformare tutte le fughe interne, fratture e mancanze, sia come basi che come venature, nei toni come in originale, per una maggiore continuità visiva, riproponendo ogni sfumatura, venatura marmorea per ogni singola superficie, facendo attenzione a non superare i toni dettati dall’originale e calcolando l’alterazione a cui è soggetto il restauro dopo due mani di inceratura. Infine su tutto il blocco, è stata stesa una mano di cera microcristallina diluita in essenza di petrolio in concentrazione al 3% lasciando asciugare bene prima di una leggera spannatura. A questo punto il blocco era pronto per essere rimontato. Rimontaggio dei pannelli marmorei Ogni blocco è stato ricollocato nella sua posizione originaria all’interno della rispettiva vela, agganciandolo alle nuove staffe regolabili in acciaio, precedentemente posizionate e fissate alla struttura muraria. Tutta l’operazione è stata eseguita manualmente per 151 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici poter avere un esatto controllo delle bozze ed evitare così urti che danneggiassero l’equilibrio riacquisito di ogni singolo pannello. La vela, totalmente ricomposta, si presentava con la pannellatura restaurata ben divisa dalle fughe perimetrali di ogni singola bozza; queste sono state stuccate usando come riempitivo elastico del poliuretano espanso che, una volta essiccato, è stato tagliato mantenendolo leggermente sotto livello rispetto ai marmi. Le fughe sono state stuccate con un primo impasto composto da Akeogard Stucco al 10% e una miscela di inerti sabbiosi lavati, poi con un secondo spessore di stuccatura, dall’impasto più fine anch’esso composto da Akeogard Stucco e inerte siliceo finissimo, miscelato con una parte di carbonato di calcio, per conguagliare la superficie della stuccatura a quella dei marmi adiacenti. Anche sulle stuccature è stato eseguito un restauro pittorico. Quindi su tutta la vela rimontata è stata applicata una seconda mano di cera microcristallina che con la successiva lucidatura ha uniformato l’immagine della superficie restaurata. Il restauro è attualmente in corso e prevede anche il consolidamento dei paramenti lapidei esterni, si prevede il completamento degli interventi per il 2010. 152 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici La Limonaia di Boboli - Firenze Paola Grifoni Costruita per volere del granduca Pietro Leopoldo tra il 1777 e il 1778 su progetto di Zanobi del Rosso, la Limonaia o Stanzone degli agrumi è uno degli edifici più caratteristici del Giardino di Boboli, arrivato a noi quasi intatto, grazie alla continuità d’uso che ne è stata fatta nei secoli. L’ambiente, infatti, è ancora adibito al ricovero delle collezioni di agrumi (circa cinquecento conche), molto apprezzati dai Medici, sia per le qualità terapeutiche e aromatiche del frutto, sia per la sua bellezza e singolarità. Ancora oggi vi si conservano varietà assai rare o addirittura uniche. La facciata, uno dei pochi esempi del gusto rococò presenti a Firenze, conserva, tuttora, intonaci ed infissi originali. La limonaia, a pianta leggermente trapezoidale, si sviluppa con una lunghezza di circa 106 m, per una profondità di 9 m; orientato verso sud, consente anche nei mesi invernali di accumulare calore tramite le grandi vetrate sul fronte, svolgendo la funzione di serra. Davanti all’edificio, Del Rosso realizzò un giardino con quattro grandi aiuole prative, delimitate lungo il perimetro da piante di agrumi in vaso, coltivati ad alberello. La costruzione della Limonaia terminò nel 1778 e non subì modifiche fino al 1816, quando l’architetto Giuseppe Cacialli propose un ampliamento dell’edificio e venne realizzato uno stanzoncino, da destinare a deposito di materiali ed attrezzi vari, con annesso un locale per il Capo Giardiniere. I due corpi di fabbrica furono realizzati subito, mentre la cancellata prevista in sostituzione di quella in legno fu costruita solo nel 1822, semplificando il disegno di progetto di Cacialli. Vari interventi di restauro si susseguirono dal 1881 al 1966 quando, a seguito dell’alluvione della città, l’edifico fu adibito a deposito e laboratorio di restauro dei dipinti danneggiati e nel 1968 la Limonaia tornò a svolgere la sua funzione. Il restauro della Limonaia ha interessato il tetto, l’interno e la facciata principale dell’edificio e i prospetti degli Stanzoncini laterali. Particolare attenzione è stata prestata al restauro degli intonaci del fronte principale su cui sono stati effettuate due campagne di indagine con saggi stratigrafici nel 1997 e nel 2002 che hanno consentito di redigere un’attenta mappatura del degrado e hanno portato alla scelta di un’accurata metodologia di intervento per gli intonaci e le tinteggiature, condotta con le stesse modalità che guidano il restauro delle pitture murali. La filosofia dell’intervento è stata quella di consolidare e conservare tutto ciò che era possibile salvare dell’intonaco originale, evitando rimozioni indiscriminate e successivo rifacimento con nuove malte. È per questo motivo che il progetto è stato scelto dal Laboratorio Europeo per il Patrimonio come esempio di riferimento metodologico per qualsiasi intervento di salvaguardia e conservazione di intonaci di valore storico ancora esistenti. La struttura di copertura, in legno di abete, è costituita da 16 puntoni su cui poggiano tre arcarecci che reggono una fitta orditura secondaria, il pianellato in cotto e il manto di copertura in tegole e coppi fatti a mano. Effettuato lo smontaggio, la verifica degli incastri e dell’inflessione dei puntoni ha rilevato un buono stato di conservazione che non comprometteva le funzioni statiche della struttura, mentre è stato necessario consolidare alcuni puntoni nelle zone che mostravano segni di marcescenza, intervenendo con l’inserimento di barre in acciaio inox filettate e iniezioni con resine epossidiche. Ogni elemento del tetto è stato accuratamente pulito o sostituito ove Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio per le province di Firenze, Pistoia e Prato Restauro architettonico. Inizio lavori: 2002. Termine lavori: 2005. Progettista: Paola Grifoni Direzione lavori: Paola Grifoni, Loris Stefanini. Imprese esecutrici: Cellini s.r.l.(opere di decorazione e restauro); Cerbioni s.r.l. (opere edili); Rangoni s.r.l.(opere di falegnameria); Artemusiva (restauro vetri); RAM s.n.c. (restauro decorativo); Nenci e Scarti s.n.c. (fabbri); Eredi Sabini s.r.l. (ponteggi); C.R.C. s.r.l. (opere edili); Berchielli Gino s.r.l. (impianti termo-idraulici); Fanfani Bandinelli s.r.l. (impianti elettrici); Kerakoll s.p.a. (fornitura Biocalce per intonaci). Soprintendente: Giovanni Bulian Piazza Pitti, 1 50125 Firenze tel. 055 265171 fax 055 219397 [email protected] 153 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici 154 ammalorato, come nel caso di alcuni correnti e delle tegole e dei coppi non più affidabili o mancanti, integrati con elementi in cotto imprunetino fatto a mano. Al fine di ripartire uniformemente i carichi, sopra lo scempiato è stato realizzato un massetto in calcestruzzo di cemento alleggerito, armato con rete metallica legata a ferri tondi del diametro di 12 mm, disposti a 45 gradi e inghisati al muro; sul massetto è stata posta una guaina impermeabilizzante. Si è proceduto anche al restauro della tinteggiatura a calce della struttura lignea del tetto, facendo riaderire, ove possibile, la pellicola originaria al legno con iniezioni di resine acriliche e leggera azione meccanica e consolidando con acqua di calce, dopo opportuna pulitura della superficie dallo sporco depositato. Le lacune sono state reintegrate con più mani di calce additivate con ossidi minerali per raggiungere la originale tonalità colore ‘aria’, dal nome dalle sfumature tra il verde e l’azzurro che il cielo assume nelle giornate coperte. Per quanto concerne invece la facciata il problema maggiore era dato dal grave stato di degrado degli intonaci, che tendevano al distacco dal supporto murario, delle coloriture, dilavate dalle piogge, e degli infissi che, perduto il potere protettivo delle verniciature, cominciavano a mostrare segni di un serio deterioramento. Nel 1997 e nel 2002 sono state effettuate due campagne di saggi per individuare le coloriture originali, alle quali hanno seguito le analisi chimico-petrografiche. Le zone con intonaci e coloriture originali sono state rimesse in luce rimuovendo gli strati che le occultavano tramite bisturi e lame idonee; le parti di intonaco non più recuperabili sono state rimosse. Il consolidamento degli intonaci originali è avvenuto mediante iniezioni di adesivi idonei e leggera azione meccanica; ove necessario, soprattutto dove lo spessore dell’intonaco distaccato era consistente, sono state eseguite delle microimperniature. Tutto il perimetro degli intonaci originali è stato sigillato con un preparato di calce aerea e inerti selezionati steso a ‘scarpa’ in modo da favorire la successiva ricucitura del nuovo intonaco, ricostruito con malta di calce aerea e sabbia di lago selezionata. Tutti i cretti e le lacune esistenti sono stati stuccati ed è stata risarcita una lesione strutturale ormai stabile che attraversava la facciata. Le coloriture originarie e gli intonaci originali e nuovi sono stati consolidati con acqua di calce. Da ultimo sono stati eseguiti la tinteggiatura di tutta la facciata ed il restauro pittorico, mediante la coloritura a calce e terre ed ossidi naturali, ripetendo le cromie originali con più mani di colori a calce molto diluiti. Anche per gli infissi l’intervento è stato strettamente conservativo. Tornando all’interno dell’edificio, erano presenti ancora superfetazioni a seguito del temporaneo mutamento di destinazione d’uso della Limonaia in laboratorio di restauro, dopo l’alluvione del 1966; si è provveduto a ripristinare lo stato originario dell’edificio demolendo gli elementi ad esso estranei. La campagna di saggi stratigrafici per individuare le coloriture più antiche che sono risultate di colore calce hanno messo in luce sulla facciata interna contrapposta alla principale due disegni al vero, di colore ocra gialla, probabilmente gli studi preparatori per il cancello del nuovo ingresso di Annalena e delle cancellate di separazione del giardino della Specola, attribuibili a Giuseppe Cacialli. Gli intonaci interni si presentavano in generale ben conservati; le uniche lacune erano quelle lasciate dopo la rimozione della controsoffittatura del 1966; dagli intonaci originali sono state asportate le vecchie coloriture ossidate, tramite bisturi e lame idonee, mentre si è proceduto alla ricostruzione di quelli mancanti o fortemente compromessi con malta a grassello e rena fine e con una nuova malta appositamente studiata per interventi di restauro, utilizzata nella parete destra. Infine, è stato compiuto un consolidamento generale con acqua di calce ed è stata tinteggiata la superficie con la stesura di due mani di colore a calce colorata con terre naturali ed ossidi minerali. Sono stati restaurati anche i muretti su cui vengono collocate le conche e i vasi degli agrumi nel periodo invernale, consolidando le parti degradate in pietra del gradino inferiore e ricostruendo gli intonaci delle alzate e le parti mancanti dei piani di appoggio in cemento con idonei materiali. Per quanto concerne i così detti Stanzoncini, le facciate di entrambe le costruzioni si presentavano con un elevato stadio di degrado. Il paramento lapideo è stato accuratamente pulito e lavato e sottoposto a trattamento antivegetativo. Le parti non recuperabili sono state rimosse. Il consolidamento è stato condotto con iniezioni a tergo nelle zone distaccate seguito da una leggera azione meccanica per favorire la Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici riadesione delle sfogliature. Nella trabeazione sono stati poi ricostruiti i tratti di gocciolatoio mancante servendosi di un’armatura sagomata in rete di acciaio inox, ancorata a perni su cui è stata ricostruita la cornice con stessa tonalità e finitura superficiale della pietra. Per uniformare il tono al resto del paramento le stuccature e le sigillature sono state ritoccate con velature. Per gli intonaci si è proceduto come per la facciata della Limonaia, consolidando il poco sanabile e ricostruendo con malta di grassello e sabbia di lago selezionata tutte le parti non recuperabili. Le sei finestre affrescate dello Stanzoncino di sinistra, definitivamente compromesse, sono state ricostruite fedelmente, rispettando le linee del disegno, i materiali e le tecniche di esecuzione originali. 155 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Comunicare il restauro: il progetto piazza dei miracoli Clara Baracchini In questi ultimi anni è maturata nella Soprintendenza di Pisa e nell’Opera Primaziale Pisana la consapevolezza della necessità di integrare e valorizzare i materiali, testuali e multimediali, relativi alla Piazza e ai suoi monumenti – sia quelli raccolti ed elaborati soprattutto in ragione degli imponenti restauri che negli ultimi quindici anni vi si sono succeduti, sia quelli che si attendevano da ulteriori restauri e/o da progetti che a vario titolo stavano interessando lo stesso complesso monumentale, documentazioni che non avevano alcuna visibilità o funzione al di fuori della ristrettissima cerchia dei conservatori e dei restauratori. Unica eccezione, il sito realizzato nel 2001 per presentare la campagna fotografica della Torre che, con l’altissimo numero di accessi giornalieri registrati (circa 60.000), ben testimoniava dell’interesse con cui sarebbe stata accolta una appropriata pubblicazione dei materiali esistenti. Si presentava dunque l’occasione di utilizzare al meglio il patrimonio raccolto, consentendone la fruizione sia in rete che sulla piazza, al pubblico generico come alla comunità dei restauratori come al mondo della scuola. È stata perciò stipulata una apposita Convenzione tra l’Opera, la Soprintendenza e le due Scuole (Scuola Normale Superiore di Pisa e Scuola Superiore di Studi Universitari e Perfezionamento S. Anna) che già avevano collaborato per realizzare i tre Sistemi Informativi creati per gestire e documentare i restauri della piazza: quelli del Camposanto, della Facciata della Cattedrale e della Torre. Realizzati i primi dalla Soprintendenza negli anni ’90, l’ultimo – AKIRA GIS – all’interno del Comitato per la Torre con la consulenza scientifica dell’ICR, tutti e tre i sistemi avevano infatti la caratteristica di funzionare solo stand alone. È nato così il progetto piazzadeimiracoli, tuttora in corso, che, sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pisa, ha portato alla costruzione di una piattaforma multimediale articolata nella produzione di materiali digitali per la distribuzione in rete e per la visualizzazione immersiva. Nella prima tranche, completata nel 2004, è stata realizzata la presentazione della Piazza, della Torre e dei suoi restauri (www.opapisa.it): studiato per renderne fruibili, in modo scientificamente corretto e, contemporaneamente, accattivante e suggestivo, la storia e la fortuna, gli usi e i restauri, si rivolge sia alla scuola che agli specialisti (che troveranno nei suoi archivi migliaia di documenti), come pure al grande pubblico e ai media. Il sito, consultabile a più livelli e secondo percorsi molteplici, è accessibile alla totalità degli utenti ed è integrato da una sezione – omogenea nei contenuti e nella struttura, ma contraddistinta dall’uso di modelli 3D navigabili – destinata all’utenza connessa in banda larga e provvista di dotazione hardware adeguatamente configurata. Attualmente si sta avviando il riversamento in rete dei dati che componevano il Sistema Informativo del Camposanto e, per quanto riguarda l’utilizzo off line, sta per essere inaugurata una “camera oscura”, collocata al pian terreno del Museo delle Sinopie, riqualificato come punto di accoglienza dei visitatori, che consentirà la visualizzazione in tre dimensioni dei modelli 3D della piazza e dell’interno del Camposanto. Il Camposanto Virtuale è basato su un modello virtuale tridimensionale del Camposanto in cui ogni elemento è collegabile alla documentazione della sua storia e in completo dialogo con un organico Data Base nel quale sono state strutturate le informazioni archivistiche, bibliografiche, catalografiche e iconografiche. 156 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Gestire e condividere i restauri: una piattaforma in rete Clara Baracchini Presso la Soprintendenza di Pisa sono nati e sono stati testati due Sistemi Informativi per il restauro: il primo, SICaR (SICar w/b: Sistema Informativo per la documentazione georeferenziata di Cantieri di Restauro), è un GIS web-based per la gestione delle informazioni (vettoriali, alfanumeriche e raster) prodotte durante l’analisi e la progettazione di un intervento di un restauro, che mette in grado gli operatori non solo di riferire ad una rappresentazione vettoriale dell’oggetto ma anche di mappare direttamente su un’immagine misurabile di esso, sia i dati acquisiti nella fase preliminare del lavoro di restauro sia la documentazione prodotta nel corso dell’intervento rendendole facilmente consultabili per scopi vuoi conoscitivi vuoi progettuali. Il sistema permette infatti di inserire i dati, strutturati in apposite schede, unendoli alla porzione della rappresentazione digitale 2D del monumento cui si riferiscono – e di farlo direttamente dalla loro postazione di lavoro (sia essa un laboratorio o l’impalcatura di un cantiere). La ricerca, assai agevole, garantisce un accesso trasversale e incrociato a tutte le categorie di dati gestiti - informazioni geometriche, raster, documenti testuali, ipertesti (HTML) o testi semi-strutturati (XML) AR.I.S.T.O.S. (ARchivio Informatico per la Storia della Tutela degli Oggetti Storico artistici), nato nel 2001, come applicazione stand alone, con l’obiettivo di modellare, all’interno di un progetto di ricerca sulla storia del restauro, i contenuti tratti da un complesso insieme di documenti custoditi negli archivi della Soprintendenza, è divenuto uno strumento web-based dedicato all’organizzazione e alla gestione delle informazione relative alla storia della tutela concepita in tutti i suoi diversi aspetti, anche se con un peculiare interesse per la storia del restauro e della catalogazione: da questa scelta consegue l’acronimo. Ne è attualmente in corso, sperimentalmente, il popolamento anche presso altre numerose soprintendenze, distribuite sul territorio nazionale, all’interno del progetto ARTPAST (Applicazione informatica in Rete per la Tutela e la valorizzazione del Patrimonio culturale nelle Aree Sottoutilizzate). I due sistemi dedicati al restauro in fase di sperimentazione, hanno come finalità principale quella di rendere più efficace ed efficiente la progettazione del restauro attraverso l’uso di strumenti GIS per l’architettura e attraverso la cooperazione in rete di tutti gli attori dell’intervento (SICAR) e quella di migliorare l’attività di tutela facilitando l’impostazione dei restauri futuri grazie ad una più agile ed immediata conoscenza della storia conservativa dell’oggetto del restauro (ARISTOS). Con SICAR saranno resi più efficienti ed efficaci sia il processo di progettazione preliminare e definitiva (consentendo di precisare la diagnostica sull’osservazione di una fedele e misurabile rappresentazione del bene, di individuare le aree suddivise per intervento, fornendone la dimensione ed effettuando i calcoli in automatico sulla base della correlazione con i tipi di intervento e i costi a metro quadro previsti), sia il processo di conduzione del cantiere di restauro (rendendo possibile l’inserimento e la condivisione in rete in tempo reale di ogni tipo di dato da parte di tutti gli aventi ruolo nel restauro), sia infine il processo di monitoraggio degli interventi eseguiti. Con ARISTOS saranno prodotti dossier elettronici, condivisibili in rete, ove raccogliere e strutturare tutti gli eventi che hanno interessato, stanno interessando o sono in procinto di interessare l’opera, con specifico riguardo agli interventi di restauro. Tali dossier saranno collegati, attraverso SIGEC, con le schede catalografiche dell’opera interessata dal restauro, con la Carta del Rischio e con ogni informazione correlata recuperabile su qualunque biblioteca/piattaforma digitale e saranno consultabili dalle Soprintendenze/Direzioni regionali, nonché interrogabili attraverso il Portale Nazionale della Cultura. 157 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici La Cattedrale di Pisa nella Piazza dei Miracoli: un rilievo 3D per l’integrazione con i sistemi informativi di documentazione storica e di restauro Clara Baracchini Nella comune convinzione che il rilievo tridimensionale costituisca elemento essenziale sia per la localizzazione e la mappatura del degrado sia per la registrazione delle tecniche esecutive di un bene artistico, la Soprintendenza di Pisa con l’Opera Primaziale Pisana, il Centro Dipartimentale DIAPReM dell’Università di Ferrara, il Dipartimento di Progettazione dell’Architettura dell’Università di Firenze, il Visual Computing Lab dell’Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione del CNR di Pisa e la Leica Geosystem SpA di Milano hanno avviato una collaborazione con lo scopo di sperimentare la tecnologia di scansione laser a tempo di volo per realizzare un modello tridimensionale del Duomo di Pisa e sviluppare il collegamento tra tale modello con i Sistemi Informativi relativi alla documentazione storica e di restauro già esistenti presso l’Opera della Primaziale Pisana e/o presso la Soprintendenza. Per il rilevamento, effettuato dalle due Università, sono state applicate procedure integrate topografiche e laser scanner 3D (Leica HDS 2500 e Leica HDS 3000); i dati acquisiti sono stati elaborati dal CNR che, attraverso software sviluppati interamente dall’Istituto, ha registrato, unito e semplificato tutte le scansioni, al fine di generare un’unica superficie triangolata provvedendo poi, sempre con SW propri, a renderla visualizzabile in maniera interattiva anche su computer a basso costo. Sono state poi eseguite riprese digitali ad alta risoluzione delle zone rilevate e si sta sperimentando il collegamento di tali immagini alla geometria 3D per permettere una visualizzazione integrata. Il risultato sarà quindi una rappresentazione tridimensionale misurabile che conterrà sia l’informazione quantitativa (geometrica) che quella qualitativa (colore reale degli elementi e dettaglio dell’immagine digitale, nelle zone coperte dal rilievo fotografico). Sul modello 3D così acquisito, grazie all’inter-operatività con i comuni browser web, si possono sviluppare soluzioni multimediali in cui la visualizzazione 3D e l’analisi della forma del manufatto viene messa in relazione con un corredo descrittivo (immagini, testi, etc.). Il modello verrà a costituire la base essenziale di una banca dati di tipo dinamico nella quale inserire le informazioni di tipo storico-culturale, diagnostico e conservativo. Per l’avvenire, anche attraverso l’inserimento di questa specifica problematica entro il neonato Laboratorio LaRTeC, ci si propone di integrare il modello digitale 3D all’interno di SICAR w/b, un GIS funzionante via web, sviluppato per rispondere alle esigenze di un cantiere di restauro, dalla progettazione esecutiva alla organizzazione georeferenziata della documentazione, che è stato recentemente popolato con i restauri della piazza dei miracoli. 158 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Il restauro del Portale Maggiore del Palazzo dei Priori - Perugia Vittoria Garibaldi La realizzazione del Portale Maggiore del Palazzo dei Priori avvenne in occasione dell’ampliamento dell’edificio eseguito fra il 1317 ed il 1326 sotto la direzione dell’architetto scultore senese Ambrogio Maitani per volere del Comune di Perugia che lo dedicò a San Ludovico da Tolosa, patrono della città. Frutto di una progettazione unitaria, vede esprimersi vari scultori, attivi in quegli anni nella città umbra, centro di grande fermento artistico e culturale. Il portale è decorato con bassorilievi composti da motivi fitomorfi alternati con figurazione di carattere simbolico e allegorico. Gli emblemi testimoniano l’alleanza del Comune con la casata degli Angiò e con tutte le città fedeli ad essa. La data comunemente accettata per il compimento del portale è il 1346 ma l’occasione di questo restauro sarà da stimolo per rivedere anche gli aspetti storico-artistici di questo importante monumento. Progetto di restauro e di manutenzione programmata Il restauro del portale maggiore è stato realizzato fra l’aprile e l’agosto 2006, con un intervento di massima urgenza a causa dell’improvviso distacco di un frammento di concio dalla quarta ghiera dell’arco superiore. Lo svolgersi delle fasi operative è stato preceduto e seguito da indagini diagnostiche e conoscitive valide per la comprensione delle reali condizione conservative del manufatto,. Ad una prima osservazione ravvicinata si è potuto constatare che lo stato del portale era per certi aspetti alquanto problematico. La scrivente allora Soprintendente per i Beni Architettonici ed il Paesaggio, ha curato e diretto il progetto avvalendosi del contributo del personale interno: dott.ssa Francesca Abbozzo, restauratrice Paola Passalacqua, dott.ssa Barbara Brillarelli, geom. Raoul Paggetta e ass.tecnico Renato Ricci. L’analisi della stabilità strutturale ha richiesto la consulenza del prof. A. Borri dell’Università degli Studi di Perugia, Facoltà di Ingegneria e del’ing. Andrea Giannantoni dei Servizi di Ingegneria s.r.l. di Foligno, Pg. Gli aspetti inerenti le indagini conoscitive sono stati curati dal centro S.M.A.Art, dipartimento di Chimica, Università degli Studi di Perugia diretto dai professori Bruno Brunetti, Antonio Sgamellotti, Giampaolo Poli. L’impresa esecutrice dei lavori è stata la Coo.Be.C, Cooperativa Beni Culturali di Spoleto PG sotto la direzione tecnica di Bernardino Sperandio. Compito degli operatori è stato anche raccogliere i dati riferiti al degrado e alle alterazione sia dei litotipi costitutivi che dei materiali dovuti ad interventi precedenti, utili alla compilazione di carte tematiche. Tale redazione si è avvalsa della realizzazione di un elaborato rilievo fotogrammetrico in scala 1:20 , eseguito proprio in occasione di questo intervento dalla RiArte s.r.l. di Parma personalmente dal geom. Paolo Ranieri. L’indagine archivistica, bibliografica ed iconografica del portale è stata condotta dalla dott.ssa Simonetta Innamorati ed ha fornito nuove informazioni utili a chiarire alcuni punti fondamentali della storia del monumento e dei suoi restauri. Soprintendenza per i Beni Ambientali Architettonici, per il Paesaggio, per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico dell’Umbria Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Umbria Direttore Regionale: Vittoria Garibaldi Piazza IV Novembre, 36 06100 Perugia tel. 075 575061 fax 075 5720966 [email protected] 159 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Una capillare campagna fotografica ha anticipato e accompagnato il restauro in tutte le sue fasi. Stato conservativo L’intera superficie era interessata da un diffuso deposito di particellato atmosferico, concrezioni di polveri inquinanti, incrostazioni calcaree e saline, ritocchi pittorici. Fenomeni di corrosione, croste nere, solfatazioni ed attacco microbiotico riguardavano in maniera disomogenea l’insieme. Nella parte inferiore del basamento e degli stipiti è visibile una ampia zona interessata da un danno di origine antropico identificabile nella usura superficiale e nei graffiti. Di grande interesse per la sua complessità è stata la valutazione del quadro fessurativo. A tale proposito per ogni singolo concio costitutivo è stato redatto un rilievo che ha tenuto conto delle vecchie e nuove lesioni, delle microfessure e della stabilità delle stuccature dovute ad interventi precedenti. Ciò ha permesso di stilare la storia conservativa dei singoli pezzi e capire le dinamiche strutturali in corso. Questo materiale archiviato sarà di fondamentale importanza per il programma di manutenzione programmata del monumento, attualmente in fase di elaborazione. Infine difetti di adesione di piccola e media entità erano diffusi su tutto il portale ed alcuni elementi erano irrimediabilmente andati perduti. Indagini diagnostiche e prove sui materiali di restauro da impiegare Le analisi sono state condotte prevalentemente sul posto con metodologie non invasive e in laboratorio mediante test applicativi ed analisi di microcampioni prelevati dal portale. Le indagini effettuate sono state le seguenti: - endoscopiche per la verifica della natura dei setti murari; - spettroscopiche non invasive in situ con l’impiego di strumentazioni portatili XRF, fluorescenza ai raggi X per il riconoscimento degli elementi costitutivi; - spettroscopiche mid-FT.IR in riflettanza nel medio infrarosso con fibre ottiche al fine di individuare la presenza di inquinanti ed alterazioni, materiali di restauro e residui di policromia; - analisi mineralogiche-petrografiche, chimico e chimico-stratigrafiche su frammenti di lapidei naturali ed artificiali e di pellicole pittoriche allo scopo di identificare i materiali costitutivi come leganti, inerti e pigmenti, con caratterizzazione delle patine e verifica dello stato di conservazione dei campioni; - determinazione della resistenza a compressione di un materiale lapideo naturale o artificiale; - determinazione dell’assorbimento dell’acqua per capillarità, determinazione del volume dei pori in base al porisimetro al mercurio Normal 4/80; - resistenza al taglio su materiale lapideo incollato; - reperimento di campioni di litotipi, realizzazione di campioni per adesivi, preparazione di campioni per prove meccaniche, preparazione di campioni per prove di consolidanti. 160 Intervento di restauro Dopo l’immediata messa in sicurezza dei frammenti pericolanti si è proceduto alle prove di pulitura superficiale mirata a liberare la materia costitutiva dai vari strati sovramessi. Oltre all’intervento di degrado diversificato nelle varie aree, non era da sottovalutare neanche la diversa natura dei litotipi costitutivi: marmi per i pilastri laterali, mandorlato d’Assisi per le colonne tortili e pietra caciolfa per tutto il portale. Sono stati messi a punto campioni di pulitura effettuati con l’impiego di solventi organici ed inorganici che non hanno dato risultati soddisfacenti, anche perchè l’intera superficie era stata trattata in precedenza con consolidanti e protettivi di natura acrilica e siliconica e quin- Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici di risultava scarsa l’azione solvibile. Prove selettive con strumentazioni laser nelle parti con presenza di pigmenti originali non sono state ritenute idonee perché il riscaldamento dei protettivi formava uno strato di colorazione bruna, non accettabile dal punto di vista estetico. Visionate le prove di pulitura si è optato per la pulitura meccanica con l’impiego di ossido di alluminio e microsabbiatrici tarate ad una pressione atmosferica compresa fra 1-2 bar. Contestualmente alla pulitura, di fondamentale importanza per la scelta metodologica d’applicare, è stata la rilevazione sul posto, con strumentazione FT-IR, dei prodotti di alterazione della materia e delle sostanze stratificate in superficie. Nello specifico della pietra caciolfa si è potuto constatare che la pulitura meccanica non metteva in alcun rischio lo strato di ossalati di calcio che costituiscono il naturale protettivo della pietra. Le operazioni conservative mirate al ristabilimento dei difetti di adesione e coesione procedevano secondo i normali parametri in uso nel restauro dei manufatti lapidei e un attento lavoro di stuccatura di tutte le fessure e microfessure di nuova formazione veniva compiuto per scongiurare il rischio di infiltrazione di umidità superficiale con conseguente disgregazione della pietra. Nel tentativo di rendere più armonico la vicinanza dei nuovi impasti con le varie colorazioni dei litotipi, le malte sono state composte in base al colore della pietra su cui si apponevano con l’aggiunta nell’impasto di inerti con colorazione differenziata e con piccole quantità di pigmenti naturali. I marmi delle parti laterali, più esposti agli agenti esogeni, presentavano un avanzato attacco di colonie biotiche che sono state neutralizzate con l’impiego di prodotti biocidi mediante l’imbibizione superficiale a pennello, Successivamente ai tempi previsti per l’azione del prodotto si è passati alla eliminazione meccanica dei residui vegetali. Per il ristabilimento dei distacchi dei conci soggetti ad azione di compressione si è provveduto ad iniettare, con tubi flessibili inseriti nella pietra previa perforazione con punte da 3 mm, resina epossidica bicomponente fluida. Il frammento di concio caduto, è stato ricomposto in laboratorio e riadeso alla sua sede con resina epossidica bicomponente. Per garantire una buona aderenza è stato messo a punto un sistema di puntellamento fisso. Alcuni elementi mancanti dell’arcata superiore sono stati ricostruiti per garantire una continuità ottica del sistema architettonico. Dopo varie analisi e considerato lo stato conservativo delle singole parti del portale la scelta dell’impiego di prodotti con finalità protettive è stato rivolto esclusivamente alle zone in marmo più esposte agli agenti atmosferici e già notevolmente degradate da questi. L’ adeguamento cromatico delle stuccature di nuova esecuzione è stato eseguito per velatura con colori ad acquarello secondo le tonalità naturali della pietra su cui si apponevano. Finalità del progetto L’intervento di restauro ha avuto come obbiettivo quello di ristabilire l’equilibrio del manufatto attraverso l’individuazione e risoluzione delle problematiche legate al degrado sia della materia che delle emergenze statiche strutturali; inoltre, in previsione di un monitoraggio protratto nel tempo, si vogliono utilizzare in maniera adeguata tutte le informazioni raccolte nelle fasi conoscitive. Si sta procedendo alla compilazione di schede informatizzate, redatte per ogni singolo concio costitutivo, corredate di descrizione del degrado superficiale e strutturale, del restauro attuale e della programmazione periodica di manutenzione delle superfici lapidee. 161 Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio delle province di Verona, Vicenza e Rovigo Progetto di tutela del Patrimonio Storico della Prima Guerra Mondiale sugli Altipiani Vicentini. L. 7 marzo 2001 n. 78 Accordo di programma tra: Ministero per i Beni e le Attività Culturali Soprintendenza per i Beni Architettonici e del Paesaggio di Verona Vicenza e Rovigo Provincia di Vicenza Comunità Montana Reggenza dei Sette Comuni Comunità Montana Alto Astico e Posina Comunità Montana Leogra-Timonchio Comunità Montana Agno-Chiampo Presentazione dello stato di avanzamento dei lavori recupero e valorizzazione dei manufatti della Grande Guerra, sul territorio degli altipiani Vicentini. A cura del Gruppo Tecnico Progetto Legge 78/01 Soprintendente Reggente: Gianna Gaudini Piazza San Fermo, 3/a 37121 Verona tel. 045 8050128 fax 045 597504 162 Tutela del patrimonio storico della Prima guerra mondiale sugli altopiani vicentini legge 78 del 7 marzo 2001. Progetto per le aree sacre degli altipiani vicentini da conservare e fruire come paesaggi della memoria a cura del Gruppo Tecnico Progetto Legge 78/01 Gli eventi della Prima Guerra Mondiale, conflitto lungo e particolare per la specificità di una lunga serie di combattimenti e azioni difensive svoltesi in territori montani, hanno determinato modifiche indelebili sul paesaggio e nel cuore fisico di ogni singolo rilievo montuoso per gli effetti delle nuove tecniche militari di difesa e di attacco uniti a quelli legati alla lunga permanenza degli uomini di entrambi gli schieramenti. Gli ambiti territoriali della Provincia di Vicenza che sono stati interessati dagli eventi della Prima Guerra Mondiale vanno considerati con particolare attenzione per la conservazione delle vestigia recentemente tutelati con la Legge n. 78/2001, appositamente emanata per l’intero territorio nazionale, anche se inizialmente dedicata agli altipiani vicentini attraverso la prima stesura del progetto di conservazione e valorizzazione del sito di Monte Ortigara. Il lungo iter della legge ha consentito la partecipazione più ampia, attraverso il coinvolgimento degli Uffici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e la Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio di Verona, Vicenza e Rovigo, i sopralluoghi sul teatro degli eventi bellici effettuati dalla delegazione della Commissione Cultura del Parlamento, le audizioni necessarie per la definizione delle tipologie delle vestigia, delle modalità di catalogazione e l’erogazione delle risorse economiche per la realizzazione dei progetti di valorizzazione. Va evidenziato in ogni caso in ogni caso che la catologazione preliminare di tale repertorio di beni, prevista e finanziata dalla legge della Regione Veneto n. 43/97 e curata dalle Comunità Montane, ha consentito la redazione di una cartografia tematica che a tutt’oggi deve avere giusta evidenza nella revisione paesaggistica. È prossimo l’aggiornamento del P.T.R.C. in vigore dal 1992 e le norme generali di riferimento, che con diverse eccezioni sono state approfondite nella redazione dei due piani di Area dedicati all’Altopiano di Tonezza Fiorentini e all’Altipiano di Asiago e in parte a quello del Monte Grappa, mentre valgono solo le norme di salvaguardia dell’ambito delle Piccole Dolomiti e del Pasubio e solo norme generali per il Monte Novegno. L’accordo di programma continua ad essere supportato anche dall’attività di revisione delle azioni di tutela monumentale e paesaggistica attualmente in corso che potranno consentire l’acquisizione di ulteriori tematiche per la sua estensione sul territorio e l’inserimento di altre Amministrazioni con l’apertura di nuovi procedimenti di verifica dei vincoli paesaggistici nell’ambito di Monte Cengio e Forte Corbin. L’apertura dei cantieri diffusi sul territorio delle Comunità Montane consente di fare una prima positiva verifica delle finalità della legge e la predisposizione di ulteriori misure di tutela integrata. Il metodo di lavoro applicato nella conduzione dei cantieri in forma di “amministrazione diretta” va segnalato per la specificità delle operazioni unita all’economicità ed all’efficacia degli interventi. Call Center 800 99 11 99 Call Center Marco Bordi Nell’ambito delle competenze del Ministero per i Beni e le Attività Culturali si colloca il servizio di call center atto a migliorare l’accesso alla fruizione del patrimonio culturale nazionale da parte dei cittadini italiani e stranieri nonché dei turisti in visita nel nostro Paese, per fornire informazioni (in lingua italiana, inglese e spagnola) inerenti le attività di pertinenza del Ministero, su musei, mostre temporanee, archivi, biblioteche attraverso il numero verde 800 99 11 99. Il Servizio è interamente affidato alla Società Omnia Network S.p.a., che gestisce le chiamate tramite il numero verde attivo tutti i giorni, compreso i festivi, dalle 9 alle 19. L’operatore di front office, mediante la consultazione di Banche Dati ed un costante collegamento al sito Internet del Ministero, è in grado di fornire tutte le informazioni richieste, ivi comprese quelle relative alla struttura organizzativa del Ministero ed alle competenze istituzionali dello stesso. L’operatore ha a disposizione anche un banca dati integrata curata dal personale di back office di Omnia Network contenente le informazioni relative a manifestazioni, beni, musei, eventi di pertinenza non statale (comunali, privati, etc.). Nello specifico, il front office svolge: - un servizio di ricezione reclami da parte del Cittadino e di segnalazione all’Amministrazione; - un servizio di supporto all’Ufficio Relazione con il Pubblico (URP); - un servizio di supporto al Servizio II Comunicazione, promozione e Marketing della direzione Generale per l’Innovazione Tecnologica e la promozione. - un servizio di segnalazioni al Comando dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale; L’attività di back office consiste in: - attività di verifica e segnalazioni delle necessità di aggiornamento dei dati presenti sul sito del Ministero dei Beni culturali; - acquisizione di informazioni sulle iniziative culturali in essere su tutto il territorio nazionale con partecipazione diretta o indiretta del Ministero; - acquisizione di informazioni al servizio del cittadino sui principali siti non statali mediante la creazione di un Data Base interno a favore del Front office; - diffusione di informazioni mirate nei confronti di soggetti terzi quali scuole, università, organismi culturali secondo valutazioni di opportunità da parte del Ministero. Tali informazioni sono fornite sul numero complessivo di 10.000 contatti annui. A fronte delle suddette attività, vengono prodotti periodicamente report statistici quantitativi e qualitativi, che consentono una continua analisi e monitoraggio dei servizi resi. Referente del Servizio: Marco Bordi Via Breda, 176 20126 Milano tel. 02.37021111 fax 02 37021284 [email protected] 163 CCTPC Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale Comandante: Gen. Ugo Zottin Piazza Sant’Ignazio, 152 00185 Roma tel. 06 6920301 fax 06 69203069 [email protected] www.carabinieri.it 164 Il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale Ugo Zottin Nel 1969 l’Arma dei Carabinieri istituì in Roma presso il Ministero della Pubblica Istruzione quello che oggi è il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, precedendo in tal modo di un anno la Convenzione Unesco di Parigi del 1970, con la quale s’invitavano gli Stati Membri ad adottare le opportune misure per impedire l’acquisizione di beni illecitamente esportati, favorire il recupero di quelli trafugati nonché predisporre uno specifico servizio a ciò finalizzato. Su direttiva del Ministro per i Beni e le Attività Culturali, dal quale dipende funzionalmente, il Comando svolge compiti concernenti la sicurezza e la salvaguardia del patrimonio culturale nazionale, attraverso la prevenzione e la repressione di ogni attività delittuosa rivolta in tale ambito. Il Comando è composto da circa 300 militari che hanno una preparazione specializzata acquisita attraverso la frequenza di appositi corsi in “Tutela del Patrimonio Culturale”, organizzati dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. L’attuale articolazione prevede un Ufficio Comando, che coordina le sezioni “Operazioni”, “Elaborazione Dati” e “Segreteria e Personale” e “Servizi”; un Reparto Operativo per le indagini di polizia giudiziaria a sua volta suddiviso nelle sezioni Antiquariato, Archeologia, Falsificazione e Arte Contemporanea; 12 nuclei territoriali ubicati a Bari, Bologna, Cosenza, Firenze, Genova, Monza, Napoli, Palermo, Sassari, Torino, Venezia ed Ancona, alle dipendenze del Vicecomandante. L’ultimo di questi Nuclei, quello con competenza territoriale sulle Marche, è stato istituito recentemente, nel giugno scorso. Per affinare ulteriormente la professionalità dei militari anche in campo internazionale e favorire la collaborazione tra operatori che trattano la medesima materia, il Comando organizza direttamente e partecipa con frequenza a convegni specializzati unitamente a qualificati esponenti di Polizie straniere. Infatti, proprio la riconosciuta esperienza acquisita nel settore e i significativi successi operativi conseguiti hanno fatto si che varie Forze di Polizia straniere richiedano di organizzare specifici seminari addestrativi e di affinamento. In particolare i seminari sono stati tenuti a favore di componenti delle Forze di Polizia di Ungheria, Palestina, Messico, Guatemala, Cuba, Cipro, Argentina e Perù. I militari del Comando T.P.C. si sono altresì distinti nell’ambito delle missioni internazionali in Kosovo ed in Iraq dove, spesso in difficili contesti ambientali, hanno collaborato per il censimento e la tutela delle vestigia culturali minacciate dagli eventi bellici. In Iraq, in particolare, i Carabinieri hanno collaborato con archeologi e tecnici del Museo Nazionale di Baghdad nella raccolta delle informazioni foto-descrittive di oltre 3000 beni saccheggiati durante le concitate fasi belliche dell’aprile 2003 e, attraverso l’Interpol, ne hanno dato diffusione all’Unesco. Nell’ambito della missione di pace “Antica Babilonia”, con la collaborazione delle autorità locali, i Carabinieri distaccati in zona Nassiriya hanno censito e documentato 621 aree archeologiche a rischio, recuperato 1636 reperti provento di saccheggi, ed arrestato 53 responsabili di scavi clandestini. Inoltre l’UNESCO, in considerazione della riconosciuta esperienza e professionalità del Comando, ha chiesto di organizzare uno specifico corso di formazione finalizzato alla formazione di circa 50 componenti della Forza di Polizia irachena deputata alla protezione dei siti archeologici, tenutosi nel 2004 ad Amman, in Giordania. Per qualificare la propria attività operativa, fin dagli anni ‘80 il Comando si è dotato di un potente strumento di ausilio alle indagini di polizia giudiziaria nello specifico settore, predisponendo la Banca Dati dei beni culturali illecitamente sottratti, contenente oggetti d’arte da ricercare sia di provenienza italiana che estera ed informazioni circa gli eventi delittuosi collegati. Aggiornata quotidianamente dal personale della Sezione Elaborazione Dati, il sistema contiene oltre due milioni e cinquecentomila records, con oltre duecentottantamila immagini digitalizzate, costituendo un database di assoluto riferimento a livello internazionale. Lo sviluppo dell’attività investigativa, l’abbattimento delle barriere doganali nell’ambito dell’Unione Europea, nonché una sempre maggiore facilità di trasferire nei cinque continenti persone e merci, ha consigliato ormai da qualche anno il Comando di utilizzare le eccezionali potenzialità offerte dalla rete Internet per diffondere in qualsiasi parte del mondo le informazioni relative ai beni culturali sottratti. Il Comando ha curato la pubblicazione del bollettino “Arte in Ostaggio” contenente le riproduzioni fotografiche dei più importanti beni da ricercare, corredate dei dati necessari per l’individuazione. Distribuito gratuitamente in Italia ed all’estero, con la venticinquesima edizione ne è terminata la stampa, poiché, a vantaggio di un più rapido e tempestivo aggiornamento, le medesime informazioni sono facilmente consultabili nelle pagine web del sito Internet dell’Arma (www.carabinieri.it). Qui infatti è ora presente un ben strutturato motore di ricerca attraverso il quale possono essere consultati oltre 7.700 beni culturali di valenza artistica tra beni archeologici, dipinti, sculture, oggetti chiesastici, beni librari, tratti dalla Banca Dati del Comando. Peraltro nello stesso database i cittadini possono accedere ad un cospicuo elenco di immagini e di descrizioni di beni archeologici saccheggiati durante i due conflitti bellici avvenuti negli ultimi anni in IRAQ. Per facilitare la consultazione di tali informazioni e favorire il recupero dei beni culturali da ricercare, il data-base e le pagine web del Comando sono in corso di duplicazione in lingua inglese, nonché è in atto una loro ulteriore implementazione per offrire al cittadino la possibilità di consultare un sempre maggior numero di opere d’arte. Nell’apposita sezione tematica del sito www.carabinieri.it (Beni d’interesse culturale) è possibile inoltre scaricare un modulo “Documento dell’opera d’arte - Object ID” (vedasi foto) che peraltro può essere richiesto presso qualsiasi comando dell’Arma. Compilando questa “scheda preventiva”, ciascuno può costituirsi un archivio fotografico e descrittivo dei propri beni d’arte, determinante in caso di furto. Esempio di modello Documento dell’opera d’arte 165 Un’opera rubata, infatti, se fotografata ed adeguatamente descritta, può essere recuperata più facilmente. All’interno di tale sezione, peraltro, i cittadini possono trovare validi consigli e suggerimenti di carattere generale, che derivano soprattutto dall’esperienza maturata dal Comando nel particolare settore, per conoscere meglio i diritti e prevenire spiacevoli situazioni. Per evitare di incorrere nell’acquisto di un bene d’arte trafugato, ovvero di conoscere l’eventuale illecita provenienza di uno già posseduto, il cittadino può richiedere al Comando o ai Nuclei dislocati sul territorio, un controllo presso la Banca Dati dei beni culturali illecitamente sottratti. In caso di riscontro negativo il Comando rilascerà un’attestazione in cui è indicato che il bene controllato non risulta segnalato tra le opere da ricercare presenti in Banca Dati. Un eventuale esito positivo dell’accertamento darà luogo ai dovuti riscontri di polizia giudiziaria. Competenze territoriali Reparto Indirizzo Telefono/Fax e-mail Comando CC TPC Roma Roma, Piazza di Sant’Ignazio, 152 Tel.06.6920301 Fax.06.69203069 [email protected] Reparto Operativo CC TPC Roma Roma, Via Anicia, 24 Tel.06.585631 Fax.06.58563200 [email protected] Lazio Abruzzo Nucleo CC TPC Torino Torino, Via XX Settembre, 88 Tel.011.5215636 Fax.011.5170000 [email protected] Piemonte Valle D’Aosta Nucleo CC TPC Monza Monza, Via Brianza, 2 Tel.039.2303997 Fax.039.2304606 [email protected] Lombardia Nucleo CC TPC Venezia Venezia, P.zza S. Marco, 63 Tel.041.5222054 Fax.041.5222475 [email protected] Veneto Trentino A.A. F.V.Giulia Nucleo CC TPC Genova Genova, Via S. Chiara, 8 Tel.010.5955488 Fax.010.5954841 [email protected] Liguria Nucleo CC TPC Bologna Bologna, Via Castiglione, 7 Tel.051.261385 Fax.051.230961 [email protected] Emilia Romagna Nucleo CC TPC Ancona Ancona, Via Pio II - Pal. Bonarelli Tel.071/201322 Fax.071/2076959 in fase di predisposizione Marche Nucleo CC TPC Firenze Firenze, Via Romana, 37/a Tel.055.295330 Fax.055.295359 [email protected] Toscana Umbria Nucleo CC TPC Napoli Napoli, Via Tito Angelici, 20 Tel.081.5568291 Fax.081.5784274 [email protected] Campania Nucleo CC TPC Bari Bari, P.zza Federico II, 2 Tel.080.5213038 Fax.080.5218244 [email protected] Puglia Molise Basilicata Nucleo CC TPC Cosenza Cosenza, Via Colletriglio, 4 Tel.0984.795548 Fax.0984.784161 [email protected] Calabria Nucleo CC TPC Palermo Palermo, C.so Calatafimi, 213 Tel.091.422825 Fax.091.422452 [email protected] Sicilia Nucleo CC TPC Sassari Sassari, Str. Prov.le La Crucca, 3 Tel.079.3961005 Fax.079.395654 [email protected] Sardegna 166 Cultura senza confini FASSA BORTOLO Nel corso della sua lunga storia, iniziata nel 1710, la Fassa Bortolo ha saputo rinnovarsi di generazione in generazione crescendo al passo di un mercato in continua evoluzione e raggiungendo i più elevati standard di qualità, tecnologia e rispetto per l’ambiente. Oggi Fassa è un punto di riferimento fondamentale per gli operatori dell’edilizia – progettisti, rivenditori e applicatori – con una gamma prodotti completa che va dalle malte per muratura agli intonaci premiscelati, dalle pitture ai rivestimenti colorati, dai massetti ai prodotti per la posa di pavimenti e rivestimenti, fino alle soluzioni per risanamento, ripristino del calcestruzzo e isolamento termico, oltre a una linea certificata di prodotti bio-ecologici per costruire e ristrutturare secondo i canoni della più moderna bioarchitettura. Ogni prodotto è il risultato di investimenti continui in ricerca e sviluppo, test accurati e sperimentazioni rigorose sia nei laboratori del modernissimo Centro Ricerche Fassa sia in applicazioni pratiche che garantiscono la soluzione migliore per chi opera quotidianamente in cantiere. Qualità, tecnologia, servizio. Ma ancora non basta, perché il valore Fassa è anche cultura. Ovvero confronto, apertura, innovazione. Rientrano in questo ambito, per esempio, le diverse iniziative dedicate ai progettisti (come il Premio Internazionale Architettura Sostenibile), la collaborazione con il mondo accademico e scientifico per l’individuazione di soluzioni innovative nell’edilizia, ma anche l’impegno diretto nel mondo del restauro e del recupero di opere storiche. In particolare, attualmente, la Fassa Bortolo sta collaborando al restauro degli affreschi del Palazzo dei Trecento, a Treviso, e al recupero delle pitture murali di Via dell’Abbondanza a Pompei. Un’attività a 360 gradi, che si esplica in interventi concreti in tutti i settori, per dare un contributo importante all’evoluzione dell’edilizia. Via Lazzaris, 3 31027 Spresiano (TV) tel. 0422 7222 fax 0422 887509 www.fassabortolo.com [email protected] 167 REPLY Corso Francia, 110 10143 Torino tel. 011 7711594 fax 7495416 [email protected] - www.reply.it 168 Nuove modalità di comunicazione La veloce evoluzione dei mezzi di comunicazione unita all’affermarsi di una economia digitale hanno imposto nuove modalità di comunicazione, interazione e lavoro, fondate sulla capacità di scambiare dati ed informazioni in tempo reale con tutti gli attori coinvolti nella catena del valore. Reply mette al servizio della Pubblica Amministrazione le proprie competenze sulle nuove tecnologie integrando sistemi multimediali ed interattivi, progettando piattaforme applicative composte con “servizi configurabili” e abilitando tecnologie di comunicazione sempre più complesse e differenziate. Tra le più recenti attività sviluppate da Reply in tali ambiti vi sono il progetto Leonardo per il Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale e l’attuale sviluppo del nuovo portale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Il Progetto Leonardo ha visto Reply lavorare con il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, in un processo di adeguamento tecnologico e potenziamento del sistema informatico attualmente in uso presso il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale (CCTPC), per supportare i processi di investigazione e di pianificazione degli interventi a salvaguardia delle opere d’arte. Il risultato è la realizzazione di un nuovo sistema informativo, “Leonardo”, che introduce nuove tecnologie emergenti per consentire di interagire con la banca dati in tempo reale attraverso apparecchiature di ultima generazione ed eseguire ricerche ed analisi su tutto il patrimonio informativo raccolto in oltre venti anni di attività. La nuova piattaforma alla base del Progetto Leonardo è dotata di una interfaccia multilingue e rende accessibili funzionalità avanzate quali la gestione documentale, la ricerca e l’analisi di tipo geografico e l’integrazione con un prodotto leader di mercato per l’analisi di tipo investigativo. Grazie al nuovo sistema informativo il personale dell’Arma, operativo sul territorio, può interagire con la banca dati in tempo reale attraverso una applicazione wireless e apparecchiature di ultima generazione, come palmari e personal computer portatili. Ciò consente, ad esempio durante una operazione di controllo, di avere a disposizione direttamente sul posto tutte le informazioni utili all’attività operativa, richiedendo eventualmente al sistema di verificare la lecita provenienza dell’opera d’arte a partire da una foto, scattata sul momento con apparecchiature digitali. Inoltre, dal luogo dell’intervento, l’operatore del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale può compilare un verbale su supporto elettronico e inviarlo al sistema centrale per successive operazioni di verifi ca e analisi investigativa. A livello centrale, ogni informazione inviata dal luogo dell’intervento da parte dei Carabinieri, o proveniente da segnalazioni di altre Forze di Polizia, è sotto il controllo della Sezione Elaborazione Dati del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. Qui personale altamente specializzato, utilizzando un complesso software di classificazione (basato su un database iconografico), cura l’inserimento di ogni caratteristica peculiare del bene artistico di interesse, come ad esempio la sua tipologia (dipinto, scultura, libro antico, ecc...), il soggetto raffigurato, gli autori, i materiali e la tecnica di esecuzione. Tali informazioni vengono ulteriormente arricchite attraverso la consultazione di banche dati esterne, integrate nel sistema. Il punto di forza del nuovo sistema si esprime nelle evolute capacità di ricerca, in grado non soltanto di verificare e ritrovare termini lessicali utilizzati per la descrizione dell’opera, ma anche di confrontare “immagini” o porzioni di immagini sulla base delle sue caratteristiche grafi che, nonché di utilizzare come chiavi di ricerca “concetti” contenuti nel contesto da ricercare. Il Portale Cultura Italia, principale punto di riferimento per la comunicazione sul canale Internet in ambito di Beni Culturali, vede Reply impegnata come il partner scelto dell’Amministrazione con la responsabilità tecnica e grafica della soluzione. Il portale, online a partire dall’inizio del 2007, renderà disponibili contenuti informativi ricercabili sia per area geografica sia per tematica: archeologia, architettura e monumenti, arti visive, design, cinema e multimedia, musica, spettacoli, tradizioni e folclore, cultura e scienze umane, cultura scientifica, formazione e ricerca, biblioteche, letteratura, archivi, mostre e musei. Tramite questo nuovo punto di contatto il Ministero per i Beni e le Attività Culturali renderà disponibile, ai cittadini, un gran numero di servizi tra cui: accesso all’indice delle risorse in ambito dei Beni Culturali, forum tematici, newsletter, piattaforma di e-commerce, indice dei monumenti. Il portale, grazie alla ricchezza di informazioni contenute e alla facilità di navigazione svolgerà inoltre un importante ruolo per la promozione turistica di località di interesse culturale grazie alla possibilità di costruire “viste digitali” di percorsi ed itinerari personalizzati. 169 Convegno Presentazione Anna Maria Giovagnoli, Federica Sacco L’Italia, giardino del mondo, con un tesoro di paesaggi unico per varietà e qualità, possiede un immenso patrimonio artistico e culturale sparso capillarmente su tutto il territorio. Questa ricchezza di arte e cultura è uno dei nostri principali fattori d’identità nazionale: degli ottomila comuni italiani, quasi settemila sono stati fondati prima del XVI secolo, per cui tutto il nostro territorio può essere considerato paesaggio culturale. L’immenso patrimonio culturale italiano è costituito di un numero incalcolabile di reperti archeologici, libri antichi, di pitture tessuti, oreficerie e strutture architettoniche, che richiedono una continua opera di conservazione e restauro. Un impegno che investe operatori specializzati del settore che ancora oggi, nonostante la ricerca e l’innovazione a disposizione, per la mancanza di una adeguata informazione, spesso si trovano ancora a operare con mezzi e strumenti spesso obsoleti, superati a causa dell’ elevato tasso di tossicità e sostituiti da mezzi che mettono in primo piano la salute dell’operatore e la tutela dell’ambiente. In questo contesto si colloca il convegno La conservazione dei beni culturali tra restauro e sicurezza realizzato dal Ministero per i beni e le attività culturali, il Dipartimento Ricerca Innovazione Organizzazione, Direzione Generale per la Ricerca e la Promozione in collaborazione con l’Istituto Centrale per il restauro(ICR); Istituto Centrale per la Patologia del Libro (ICPL); Opificio delle pietre Dure (OPD); l’Istituto Superiore di Sanità (ISS); Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i Servizi Tecnici (APAT) e Legambiente. Una giornata di riflessione e di studio per porre l’attenzione su un tema assai delicato, come quello della sicurezza delle opere d’arte, della salute dei lavoratori e degli impatti ambientali relativi all’impiego di prodotti specifici utilizzati in questo settore. Il convegno si articola in tre sessioni: la Normativa Sulla Sicurezza nel Restauro, gli Impatti: Igienico-Sanitari e Ambientali del mondo del restauro e una sessione dedicata alla presentazione di Casi di studio nel settore della conservazione e restauro. 170 Le problematiche del restauro La pulitura delle superfici è l’operazione più comune ed anche la più delicata dell’intervento di restauro; quando necessario essa è preceduta, da fasi di consolidamento e di protezione. Durante i diversi momenti del restauro è spesso necessario fare uso di sostanze chimiche e di prodotti che prevedono l’impiego di solventi organici, in qualità e quantità differenti in base alla superficie su cui si opera, ma comunque caratterizzati da una certa tossicità per la salute umana. L’utilizzo dei solventi organici nel restauro è pratica comune. Efficacia e rapidità di azione nonché il basso costo e l’apparente semplicità di utilizzo rappresentano, soprattutto per il restauratore privato, requisiti così inderogabili da non prendere in considerazione metodi alternativi che invece presentano numerosi vantaggi, sia perché permettono una migliore selettività nei confronti dei materiali e quindi riducono il rischio per l’integrità dell’opera d’arte, parallelamente ad una forte riduzione dei rischi per il restauratore e per l’ambiente di lavoro. Il loro uso pertanto deve essere il più limitato e razionale possibile: se esistono le condizioni di compatibilità con l’opera da trattare l’utilizzo di metodi alternativi può senz’altro rappresentare un valido approccio È difficile stabilire a priori il comportamento chimico-fisico delle sostanze organiche che vengono utilizzate; questo dipende dalla loro natura e dallo stato fisico in cui si trovano, fattori che ne determinano la nocività, tossicità, cancerogenecità, causticità, infiammabilità. Tali effetti si differenziano a seconda dell’impiego di solventi organici o di soluzioni acquose acide o basiche o di polveri di natura organica naturale o sintetica o di natura inorganica utilizzate. A tutto questo bisogna aggiungere che un restauratore, come anche un bibliotecario o un archivista, il più delle volte si trova ad operare su materiale contaminato da microrganismi, come funghi microscopici e batteri, alcuni dei quali possono essere potenzialmente patogeni per l’uomo. Inoltre i laboratori di restauro che rispettano la normativa 626 sulla sicurezza dei lavoratori, non sono sempre i luoghi reali in cui vengono realizzati gli interventi di restauro. Nella maggior parte dei casi il lavoro si svolge in situ, in scavi archeologici a cielo aperto o in ambienti chiusi, su ponteggi o scale più o meno agevoli, in ateliers di restauro, biblioteche, musei e in situazioni ampiamente diversificate. L’attenzione per la sicurezza, dapprima riconducibile ad un semplice atteggiamento di buon senso basato comunque sugli elementi scientifici di conoscenza, si è evoluta nel tempo verso un approccio metodologico sistematico e ritenuto il solo in grado di garantire un livello di sicurezza accettabile. Non vi è dubbio che la normativa prodotta negli ultimi dieci anni abbia contribuito in positivo a modificare radicalmente l’atteggiamento nei confronti dell’ambiente di lavoro e sul modo di lavorare. Gli studi e le ricerche hanno permesso un notevole sviluppo, così come hanno permesso di mettere al bando Convegno numerosi prodotti pericolosi. Le metodologie e le tecniche operative finalizzate alla prevenzione e al recupero dei danni causati dal biodeterioramento hanno permesso di conoscere i rischi relativi sia all’esposizione sia ai fattori di rischio biologico in cui incorrono gli operatori del settore. Per quanto riguarda la sicurezza degli operatori del restauro, oltre all’applicazione di tutte le norme relative alla tutela dei lavoratori, si applicano anche quelle relative all’utilizzo di sostanze chimiche, che prevedono l’applicazione della legge sulla protezione dagli agenti chimici, oltre a quella sugli agenti cancerogeni o mutageni, il cui utilizzo era stato vietato o comunque sconsigliato. In tale prospettiva è di particolare rilievo il Documento di Valutazione dei Rischi, previsto nelle scuole di Alta formazione quali ICR, OPD e ICPL, che prevede oltre all’analisi delle fonti di rischio, anche la conseguente valutazione dei rischi per i lavoratori esposti, oltre ad indicare gli elementi correttivi tali da permettere un miglioramento effettivo della sicurezza, per giungere ad una programmazione dei tempi e dei modi di intervento. Tra le scuole di Alta Formazione, in questo ultimo anno si è aggiunto il Centro Conservazione e Restauro della Reggia di Venaria che fin dal principio ha optato per l’adozione di soluzioni tecniche e impiantistiche particolari al fine di garantire standard di qualità e sicurezza sia per gli operatori che per le opere in restauro; la messa in opera delle relative misure di prevenzione è stata realizzata in attuazione della specifica normativa. I rischi sanitari Per quale motivo porre tutta questa attenzione sui prodotti utilizzati dai restauratori? Le malattie cui può andare incontro un restauratore a causa di agenti biologici possono essere vari. Le dermatiti, di tipo allergico o no, sono fra le malattie più comunemente imputabili all’azione di agenti biologici riscontrabili su reperti. La scabbia è una dermatite causata da agenti biologici e materiali fibrosi come tessuti, pellicce, carta sono dei possibili veicoli di trasmissione per alcuni di questi organismi. Le malattie dell’albero respiratorio come ad esempio bronchiti e polmoniti batteriche, possono essere originate da numerosi agenti presenti nell’ambiente di lavoro e soprattutto sui reperti. Frequenti affezioni dovute ad agenti biologici possono essere le congiuntiviti, o anche più gravi malattie oculari. Esistono, inoltre, numerosi esempi di malattie professionali, che colpiscono i restauratori incaricati di intervenire su manufatti che semplicemente provengono da zone o da ambienti infetti, oppure che trasportano agenti non particolarmente patogeni in senso lato, ma che sono rimasti isolati per un lungo periodo, e contro i quali l’organismo umano, abituato a vivere in condizioni igienico-sanitario diverse, fatica a reagire perché non ha mai avuto occasione di sviluppare delle specifiche difese immunitarie. Se a tutto questo si aggiunge il rischio chimico, la cosa si complica ancora di più. In questo contesto noumeno importante risulta l’impatto ambientale derivato dall’impiego delle sostanze utilizzate, rilasciate costantemente in atmosfera, suolo, sottosuolo e acque. Le proposte alternative È ormai da tempo condivisa l’idea di considerare obsoleti i solventi organici ed orientarsi solamente verso i metodi acquosi per compiere varie operazioni nel restauro dei beni artistici, tanto la “pulitura” quanto altri interventi più marcatamente strutturali. Purtroppo ancora adesso risulta indispensabile l’utilizzo per certe operazioni dei solventi organici: pensiamo ad esempio all’applicazione di strati protettivi e di vernici su interventi di restauri precedenti alla teoria di Cesari Brandi che ha introdotto il concetto della reversibilità degli interventi di restauro. Proprio in risposta ai gravi problemi connessi alla dipendenza e all’uso di certi solventi organici, negli ultimi anni è aumentato l’interesse per metodi alternativi. In particolare, molta attenzione si è focalizzata sull’uso di sistemi a base acquosa, esenti dai problemi di tossicità associati a certi solventi organici, e contenenti principi attivi specifici in grado di agire con maggiore selettività, perciò più rispettosi dell’integrità dell’opera. In questo momento uno dei punti cardine su cui dovrebbe fare fede una profonda trasformazione e inversione di rotta nel mondo del restauro dovrebbe essere l’applicazione del principio di sostituzione particolarmente importante in un tipo di lavorazione non a ciclo chiuso. A tutto questo si aggiunge la nuova politica europea sulle sostanze chimiche definita dal REACH, che rafforza il concetto dell’informazione lungo la catena di approvvigionamento della sostanza prevedendo la elaborazione di un “Chemical Safety Report” al quale possono e devono contribuire tutti gli attori della catena di approvvigionamento, compresi i “Downstream Users” come possono essere considerati gli operatori del mondo del restauro, che in questo modo possono dare un contributo attivo indicando al produttore della sostanza chimica di definire in maniera ottimale gli scenari di esposizione relativi. 171 Convegni, Incontri, Mostre CONVEGNO - 1 Dicembre ore 9.30-18.00 LA CONSERVAZIONE DEI BENI CULTURALI TRA RESTAURO E SICUREZZA Sala Blu c/o Padiglione 107 B Il convegno ha l’obiettivo di informare gli operatori del settore sulle problematiche relative all’uso di prodotti, metodi e procedure utilizzate nella conservazione e nel restauro, sviluppati negli ultimi anni anche in conformità delle nuove politiche ambientali e di sicurezza. Una giornata di riflessione e di studio per affrontare il complesso tema della sicurezza nel restauro, mettendo a confronto le esigenze di integrità dell’opera, salute degli operatori e rispetto dell’ambiente. ore 9.30-10.00 Saluti Danielle Gattegno Mazzonis Sottosegretario Ministero per i Beni e le Attività Culturali Antonia Pasqua Recchia Direttore Generale per l’Innovazione Tecnologica e la Promozione Pasquale Bruno Malara Direttore Regionale dei Beni Culturali e Paesaggistici del Veneto Fausta Bressani Dirigente Regionale della Direzione Beni Culturali della Regione del Veneto Davide Zoggia Presidente della Provincia di Venezia Massimo Cacciari Sindaco di Venezia ore 10.00 -11.00 I SESSIONE Normativa sulla sicurezza nel restrauro Moderatore Rosalia Varoli Piazza Storico dell’Arte dell’ICCROM I rischi sanitari dei lavoratori del restauro e il quadro normativo di riferimento Leonello Attìas Ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità Roberto Binetti Dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità Ida Marcello Collaboratore tecnico dell’Istituto Superiore di Sanità ISTITUTI CENTRALI: I piani di rischio come strumento di attuazione della normativa Il piano di rischio applicato alla realtà dell’Opificio delle Pietre Dure Pietro Capone Responsabile della sicurezza dell’Opificio delle Pietre Dure - MiBAC L’aggiornamento del Piano come garanzia di efficacia nelle strategie della sicurezza Sergio Indrio Resp. Servizio Protezione e Prevenzione dell’Istituto Centrale per il Restauro - MiBAC La sicurezza nei laboratori di restauro e tutela dei lavoratori Libero Rossi Restauratore conservatore della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze - MiBAC ore 11.00-11.15 Pausa ore 11.15-12.30 II SESSIONE Gli impatti “igienico-sanitari” del mondo del restauro Moderatore Annamaria Giovagnoli Chimico dell’Istituto Centrale per il Restauro - MiBAC Valutazione del rischio biologico Gianfranco Tarsitani Docente Igiene del lavoro - Università degli Studi di Roma “La Sapienza” Esposizione a cancerogeni e mortalità di una coorte di restauratori fiorentini di materiale librario danneggiato dall’alluvione del 1966 del fiume Arno M. Cristina Fondelli U.O. Epidemiologia Ambientale-Occupazionale del CSPO Come operare in presenza di materiale infetto: interventi su singoli volumi e interventi di massa Mariasanta Montanari Biologa dell’Istituto Centrale per la Patologia del Libro - MiBAC 172 Convegni, Incontri, Mostre I prodotti chimici usati nel restauro: rischi per l’operatore, impatto ambientale, normative di sicurezza Maurizio Coladonato Tecnico Laboratorio di chimica dell’Istituto Centrale per il Restauro - MiBAC Centro conservazione e restauro la Venaria Reale nelle scuderie e nel maneggio alfieriani Emilio Mello Direttore laboratori scientifici - MiBAC Pinin Brambilla Direttore dei laboratori di restauro - MiBAC Lidia Rissotto Direttore Scuola Alta Formazione, Centro Cons. e Restauro Venaria Reale - MiBAC ore 12.30-14.30 III SESSIONE Gli impatti “ambientali” del mondo del restauro Moderatore Lucia Venturi Segreteria Nazionale Legambiente L’impatto ambientale connesso alle attività di restauro Lucia Venturi Segreteria Nazionale Legambiente Linee di valutazione del rischio chimico e delle attività in esterno nel Sistema delle Agenzie Ambientali Luigi Archetti Responsabile del servizio prevenzione e protezione dell’APAT Ricerca sul profilo di rischio nel settore restauro Sergio Perticalori Responsabile Dipartimento Formazione, Informazione e Documentazione ISPESL ore 13.30-14.30 Pausa pranzo ore 14.45-18.00 IV SESSIONE Casi studio Moderatore Caterina Bon Valsassina Direttore Istituto Centrale per il Restauro - MiBAC L’evoluzione del processo d’intervento sul manufatto per la conservazione dell’opera e la sicurezza dell’operatore Giuseppe Fabretti Restauratore Conservatore dell’Istituto Centrale per il Restauro - MiBAC Metodi acquosi come alternative meno tossiche e più selettive Paolo Cremonesi Coordinatore scientifico del Cesmar7 Miscele solventi a tossicità contenuta: il caso dell’”Assunzione della Vergine” di Palma il Giovane Francesca Capanna Restauratore Conservatore Istituto Centrale per il Restauro - MiBAC Nanotecnologie a basso impatto ambientale per la conservazione di beni culturali Luigi Dei Docente Dipartimento di Chimica e Consorzio Interuniversitario CSGI Università degli Studi di Firenze Metodi di controllo per l’applicazione di prodotti ad elevata tossicità Annamaria Giovagnoli Chimico dell’Istituto Centrale per il Restauro - MiBAC Giorgio D’Ercoli Laboratorio di Chimica dell’Istituto Centrale per il Restauro - MiBAC Moderatore Guido Biscontin Docente Università Cà Foscari, Dipartimento di Scienze ambientali di Venezia Problemi tossicologici legati all’uso di biocidi per il trattamento di alterazioni biologiche. L’applicazione dei biocidi nel trattamento di alterazioni biologiche Marco Bartolini Biologo dell’Istituto Centrale per il Restauro - MiBAC Isetta Tosini Biologo dell’Istituto Centrale per il Restauro - MiBAC Chimica e Restauro: le scelte dell’Istituto Centrale per la Patologia del Libro Marina Bicchieri Chimico dell’Istituto Centrale per la Patologia del Libro - MiBAC 173 Convegni, Incontri, Mostre La pulitura con il laser: rischi per l’operatore e per i manufatti Vasco Fascina Chimico della Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico di Venezia, Padova, Belluno e Treviso - MiBAC Le resine a scambio ionico nel restauro delle Pitture Murali: origini dell’uso del prodotto e sviluppi recenti Maria Rosa Lanfranchi Restauratore Conservatore dell’Opificio delle Pietre Dure - MiBAC Catalogazione e protezione per la salvaguardia del patrimonio culturale. Pompei ed il restauro di alcune celebri botteghe di via dell’Abbondanza Nicola Santopuoli, Spiridione Curuni Laboratorio Progetto Restauro, Scuola di Specializzazione in Restauro dei Monumenti e Facoltà di Architettura Valle Giulia dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” Alfredo Mastri Serv. Prev. e Protezione della Soprintendenza Archeologica di Pompei - MiBAC Come non inquinare un “oggetto” da studiare e conservare, anzi da tutelare: l’apertura minimale del Sarcofago di Federico II Rosalia Varoli Piazza Storico dell’Arte dell’ICCROM CONVEGNO - 2 Dicembre Sala rossa ore 9.30-10.30 CESARE BRANDI E IL RESTAURO OGGI Giuseppe Basile Istituto Centrale per il Restauro - MiBAC Cesare Brandi (Siena, 8 aprile 1906 - 19 gennaio 1988) porta, nell’ambito del restauro, alla sua espressione più alta la linea critica della tradizione ottocentesca, quella che aveva superato le posizioni “estremistiche” di Viollet le Duc e di Ruskin e che, grazie a lui, ha saputo imporsi non solo in Italia e in Europa ma anche nel resto del mondo: come dimostra la diffusione della sua Teoria in parecchie lingue straniere, tra cui inglese, francese, spagnolo, greco, portoghese, tedesco, giapponese, cinese. INCONTRI ALLO STAND - 1 Dicembre ore 10.45-11.05 La Casa delle Ierodule a Ostia: progetto di restauro e valorizzazione Angelo Pellegrino Soprintendenza per i Beni Archeologici di Ostia - MiBAC L’intervento illustrerà la campagna di recupero di parte degli apparati decorativi ad opera della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’insula delle Ierodule, messa in luce alla fine degli anni ’60. ore 11.15-11.35 Progetto di restauro e di manutenzione programmata del Portale Maggiore del Palazzo dei Priori di Perugia Vittoria Garibaldi Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Umbria - MiBAC L’intervento illustrerà il restauro appena concluso del Portale, per passare poi ad analizzare il progetto di manutenzione programmata e gli aspetti storico artistici del manufatto, emersi anche alla luce delle nuove acquisizioni. ore 11.45-12.15 Soluzioni Fassa Bortolo per l’edilizia Francesco Basile Società Fassa Bortolo Le più recenti soluzioni di materiali per l’edilizia con particolare attenzione al restauro. ore 12.30-13.10 Progetto di riqualificazione ambientale e restauro del complesso borbonico del lago Fusaro di Bacoli Maria Teresa Minervini Soprintendenza per i Beni Architettonici ed il Paesaggio e per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico di Napoli e Provincia - MiBAC L’importante realtà paesaggistica del Lago Fusaro nella Zona flegrea è l’oggetto di una operazione di intervento che aspira al recupero di una complessa realtà territoriale. 174 Napoli. Chiesa di S. Aniello a Caponapoli. Progetto di restauro e ripristino funzionale Ugo Carughi Soprintendenza per i Beni Architettonici ed il Paesaggio e per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico di Napoli e Provincia - MiBAC Il progetto riguarda una delle maggiori e più antiche chiese di Napoli e presenta, oltre alla ristrutturazione l’ipotesi di rifunzionalizzazione. Convegni, Incontri, Mostre ore 14.30-15.10 Lo stato di avanzamento dei lavori di recupero e valorizzazione dei manufatti e l’organizzazione delle forme di gestione del sistema ecomuseale Vittorio Corà, Mauro Passarin Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio di Verona, Vicenza e Rovigo - MiBAC, La Comunità montana Reggenza dei Sette Comuni, la Comunita montana Alto Astico e Posina L’organizzazione dell’ Ecomuseo della Grande Guerra è l’istituzione che si sta occupando di studiare, conservare e valorizzare il patrimonio culturale della Grande Guerra nei territori della montagna vicentina. INCONTRI ALLO STAND - 2 Dicembre ore 10.00-10.30 Il Restauro dei disegni di Etienne Du Pérac del Codice Resta di Palermo. Carte da lucido ante litteram: indagini diagnostiche e conoscitive dei supporti Fabio Fiorani, Gabriella Pace Istituto Nazionale per la Grafica - MiBAC Il progetto di restauro elaborato dal Laboratorio di Restauro Opere d’Arte su carte dell’Istituto, ha consentito un notevole approfondimento di un aspetto tecnico dell’incisione all’acquaforte; il corpus di disegni è stato infatti identificato con le elaborazioni grafiche servite all’artista per trasporre la composizione definitiva dalla carta alla lastra di rame, nell’esecuzione della nota serie di incisioni Vestigi dell’Antichità di Roma, Etienne Du Pérac. ore 10.45-11.20 Santuario della Madonna degli Angeli, Cuneo. Un particolare restauro dell’affresco perduto Fernando Del Mastro Città di Cuneo - Settore Gestione del Territorio, con la direzione tecnico scientifica del MiBAC, Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte, Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio del Piemonte - MiBAC Il crollo della Cupola del Santuario della Madonna degli Angeli di Cuneo, il 30 dicembre 1996, ha reso indispensabile un intervento di restauro volto innanzitutto a risollevare il volume perduto e in secondo luogo a riproporre l’affresco originario: la scelta è stata quella di ricostruire graficamente l’opera pittorica, con un sofisticato programma di elaborazione elettronica tridimensionale, e riproporlo sulla cupola con un inedito sistema di proiezione. ore 11.40-12.10 La comunicazione del MiBAC Antonella Mosca, Laura Simionato Direzione Generale per l’Innovazione Tecnologica e la Promozione Servizio II - Comunicazione, Promozione, Marketing - Unità Organica I Comunicazione, Grandi Eventi e Manifestazioni Fieristiche - MiBAC Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali cura la diffusione della conoscenza del patrimonio culturale attraverso un’intensa attività di comunicazione e promozione con l’organizzazione di eventi e manifestazioni a carattere nazionale ed internazionale. L’attività di marketing è volta ad individuare strategie per valorizzare l’immagine del nostro Paese e favorire un sempre maggiore turismo culturale. ore 12.15-12.45 I progetti internazionali dell’Archivio di Stato di Rovigo Luigi Contegiacomo Archivio di Stato di Rovigo - MiBAC Veranno presentati due progetti: Un archivio per la Carboneria e il Progetto emigrati di cui l’Archivio di Stato di Rovigo sta curando la catalogazione e la digitalizzazione per la messa in rete. MOSTRE PRESENTI ALLO STAND Magie veneziane: fragilità e trasparenze Direzione Generale per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico Polo Museale Romano La collezione dei vetri della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini comprende manufatti di produzione muranese degli anni 1870-1880 e riveste un’importanza eccezionale poiché permette - attraverso una campionatura oggi esauriente - di verificare le principali tipologie in auge a Venezia nella seconda metà dell’Ottocento. Cesare Brandi nel centenario della nascita ICR – Istituto Centrale del Restauro Cesare Brandi (Siena, 8 aprile 1906 - 19 gennaio 1988) porta, nell’ambito del restauro, alla sua espressione più alta la linea critica della tradizione ottocentesca, che grazie a lui, ha saputo imporsi non solo in Italia e in Europa ma anche nel resto del mondo. Una serie di iniziative culturali promosse dall’Istituto Centrale del Restauro e dalla Associazione Amici di Cesare Brandi, sotto l’egida di un Comitato Nazionale per le celebrazioni e le iniziative culturali presieduto da Antonio Paolucci e di un Comitato Europeo presieduto da Giuseppe Basile, celebrano il centenario della sua nascita come si addice al padre della moderna teoria e prassi del restauro. 175 DIPARTIMENTO PER LA RICERCA, L’INNOVAZIONE E L’ORGANIZZAZIONE Capo Dipartimento: Giuseppe Proietti Dirigenti Generali: Elio Garzillo Servizio I Affari generali, tematiche trasversali, coordinamento, gestione delle risorse umane Dirigente: Raffaele Sassaro Servizio II Intese istituzionali e rapporti con il Comitato Interministeriale per la programmazione economica Dirigente: Maria Grazia Bellisario Servizio III Ufficio Studi Dirigente: Velia Rizza Servizio IV Ispettorato Dirigente: Rosa Aronica Direzione per gli affari generali, il Bilancio, le Risorse Umane e la Formazione Direttore Generale: Alfredo Giacomazzi Servizio I Affari generali, bilancio e programmazione Dirigente: Maria Assunta Lorrai Servizio II Risorse umane: concorsi, assunzioni, movimenti, mobilità, formazione e aggiornamento professionale del personale; relazioni sindacali e contrattazione collettiva Dirigente: Mauro Cotone Servizio III Stato giuridico ed economico del personale, cessazioni e trattamento pensionistico Dirigente: Carlo Luzi Servizio IV Ufficio del contenzioso e dei procedimenti disciplinari Dirigente: Maria Roberti Direzione generale per l’innovazione Tecnologica e la Promozione Direttore Generale: Antonia Pasqua Recchia Servizio I Affari Generali, statistica, sistemi informativi e nuove tecnologie Dirigente: Annarita Orsini Servizio II Comunicazione, promozione e marketing Dirigente: Paola Francesca Zuffo