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CRISTINA ZAGARIA
L’osso di Dio
Postfazione di don Luigi Ciotti
Dario Flaccovio Editore
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Nota dell’autore
Questo romanzo nasce dai ricordi di Angela Donato, da interviste e atti depositati alla Procura di Catanzaro. Tutte le persone citate sono vere. Angela ha raccontato la sua vita con passione. Non è facile ricordare quarant’anni così dolorosi.
Lei ha cercato di farlo con precisione e buona fede. La ricostruzione dell’omicidio,
di protagonisti e dialoghi dell’ultimo anno di vita di Santo Panzarella, sono basati
sulle memorie di Angela e sulla testimonianza di Francesco Michienzi, che ha
ammesso di aver partecipato all’azione il 10 luglio 2002. Ora Michienzi è inserito
in un programma di protezione. Sono due voci, attendibili, ma solo due voci. Una
parte cioè della verità, quella di una madre, per noi importante e da cui ha preso
spunto il romanzo. Il processo ai presunti colpevoli deve ancora cominciare. I fratelli Giuseppe e Vincenzo Fruci e Tommaso Anello sono solo sospettati di concorso in omicidio. E questo vuol dire che, per legge, sono totalmente innocenti. Ancora di più dopo la sentenza del Tribunale della Libertà, che ha ritenuto gli indizi
a carico degli ultimi due non abbastanza gravi. Ed è bene ricordarlo, sempre.
La “Signora” ha ammesso davanti agli inquirenti di aver avuto una relazione
con Santo Panzarella. Non è mai stata nominata perché ha rifiutato la protezione
della polizia. Vive ancora a casa, con la sua famiglia, nella piana lametina. E,
secondo gli inquirenti, potrebbe essere coinvolta nella scomparsa di un altro ragazzo. Le indagini sono ancora in corso.
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13 gennaio 2007, Filadelfia
Piccole bare sospese affrontano l’ultimo viaggio. Leggere. Fluttuano in un mare nero, tra i vicoli di Filadelfia che si annodano,
si intrecciano, si seminano, fino alla piazza, via di fuga e sfogo.
Sono le sette di sera ed è già buio.
È metà gennaio, un inverno insolitamente caldo e una giornata gelida. La tramontana non dà tregua. Dai balconi volano
petali di rosa. Gialli, rossi, bianchi. Ondeggiano nel vuoto, senza
senso, né traiettoria. Volano, planano, corrono. E si poggiano
sui feretri, sulle auto parcheggiate, sulla strada lastricata.
Sembra un funerale. Ma non c’è musica. Non c’è la banda, il
prete, l’incenso. Solo il silenzio trova una strada tra il dolore.
Odore di cera, carta bruciata, fiori e lacrime. La piazza è
piena. Sono tutte donne. Tutte vestite a lutto. Sono le onde.
Madri che a lungo hanno sofferto. In molte sono invecchiate
prima del tempo nell’angoscia e nella rassegnazione. Per altre il
tempo, invece, si è fermato nell’attimo esatto in cui il proprio
figlio non è più tornato a casa: giovani per sempre nel dolore.
Sfilano. Marciano. A illuminare i loro volti solo le luci di candele e fiaccole. Il paese sta a guardare. La notte ha invaso le stra-
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de e il fuoco rimbalza sulle bare bianche che queste donne portano in corteo, per le strade della Calabria, verso il cielo. Feretri
leggeri, che dondolano vorticosamente. Destra, sinistra. Sembrano cadere, ma poi quelle mani pietose e forti li riafferrano e
li issano in alto.
Bare vuote. Sospese. Leggere. Perché dentro non c’è niente.
I loro figli sono scomparsi. Non c’è un corpo su cui piangere.
Uccisi e spariti.
Non c’è una tomba.
Anche il lutto è negato.
Nella folla un paio di occhi azzurri. Le rughe di una madre,
che raccontano notti insonni, incubi, paura. Mani congiunte,
intrecciate a un rosario di plastica rosa. Una bimba. Una donna
leggermente zoppa, che ancheggia. Una rosa. Una mano che
stringe una foto. Un anulare con due fedi al dito. Le vedove, sì
perché anche una madre può considerarsi vedova, vedova dell’amore di un figlio, camminano piano.
Non si tengono per mano. Si sfiorano appena. Guardano
avanti. Ferme. Non sono abituate al contatto fisico. Sono contadine, domestiche, casalinghe, braccianti, operaie. Sono donne
che per anni hanno vissuto in casa. Abituate a tacere e guardare.
Ma stanotte no.
Stanotte l’una dopo l’altra sono uscite. Ognuna con la propria fiaccola e il proprio dolore. E tra le loro mani le piccole
bare improvvisamente diventano pesanti. Le braccia cedono, il
corteo ondeggia. Avanti… indietro. È il peso dell’omertà, della
paura, dell’incapacità di cambiare, dell’accettazione millenaria.
Pesano quelle bare vuote. I petali sospesi nell’aria oscurano la
luce della luna. Il fumo delle fiaccole brucia negli occhi. Ma il
corteo silenzioso va avanti. Pochi striscioni. Bastano i volti. Le
finestre sulla strada sono tutte sprangate. Le luci nelle case fuggite. Le telecamere della Rai sono puntate: è la prima volta che
le donne calabresi sfilano contro la ’ndrangheta. I riflettori sono
accesi su questo piccolo paesino tra Lamezia e Vibo, nel cuore
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più profondo della Calabria: Filadelfia, un nome che ricorda, in
uno scherzo del destino, la grande città della libertà americana.
Nella plaza de mayo di Vibo… Angela lascia i suoi fiori sulla
riva del fiume. Ogni giorno. Anna non molla il telefono. Mai. Incatenata a uno squillo che non arriva. E poi Antonietta: da dodici
anni si sveglia con lo stesso pensiero. Chiedendosi se Francesco sia
ancora vivo. Sono le madri dei nostri desaparecidos. Nella Calabria delle ’ndrine i numeri sono impressionanti: quarantuno persone scomparse… ben cinque, dal 1992, nella sola Filadelfia dove
Angela, Anna e Antonietta sfilano insieme. Per coraggio. Per rabbia. Per solidarietà… annota sul suo blocco a quadretti un giornalista. È un ragazzo magro, barba incolta, cappotto blu da
marinaio, cappello schiacciato sulla testa e un occhio, il sinistro,
che lacrima. Sfila anche lui ai margini del corteo. Osserva e scrive. Non piange per le donne, lacrima perché quell’occhio è
ribelle. Si infuoca e comincia a gocciolare all’improvviso, senza
nessun comando del cuore. Lacrime irrazionali. Ma vere. Lacrime dell’anima.
A Filadelfia non ci sono più lacrime. Non ci sono mai state.
C’erano le regole. Da stanotte non ci sono più. Le donne, le
madri, si sono ribellate.
«Io non ho paura», Angela è stata la prima. Le altre l’hanno
seguita.
Angela è un morto che cammina. Ma stanotte non cammina
da sola.
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Parte prima
Angela
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La fuga
Sceglie una gonna. Un golfino e un paio di scarpe. Sfiora i suoi
vestiti appesi a un bastone di legno nell’angolo della camera,
sotto la macchia di umidità che dal soffitto ogni mese scende un
po’ più giù e conquista il muro. Giuseppina, sua sorella, dorme
nel suo stesso letto. Ha il respiro pesante, forse sogna. Non si è
accorta che lei si è alzata. Nell’altra stanza, dietro la tenda ci
sono i suoi fratelli, Antonio e Saverio, e in fondo al corridoio i
loro genitori.
Angela sceglie solo un vestito. Il più bello. Gioielli non ne ha.
Neanche ricordi. Si muove lenta, per non far rumore nella casa
che dorme. Respira appena, ma il cuore corre e batte.
E anche Angela apre la porta e corre, più veloce che può.
Corre fino a casa di Lina, a due chilometri dalla sua fattoria. È
la primavera del 1963 e le fragole nelle serre sono mature.
L’odore dolce impregna l’umidità della notte. Corre Angela. Il
padre potrebbe essersi svegliato. Forse Giuseppina girandosi
nel letto non l’ha trovata e ha dato l’allarme. Corre Angela nella
campagna di Mercellinara, tra gli alberi di ulivo magri e le serre
di fragole.
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Perché ora? Perché stanotte? Suo padre non la perdonerà.
Non ha un soldo in tasca. La madre e i fratelli non capiranno.
Ha solo i suoi vestiti e i suoi diciassette anni. Ma Angela ha
anche coraggio.
Lina è nel cortile. Trascina un sacco di tela scura, chiuso con
un nastro verde.
«Lina aspetta, vengo con te». Angela l’afferra alle spalle. Ha
il fiatone. Gli occhi accesi dalla corsa.
«Ma tuo padre ti ammazzerà».
«Se rimango qui mi ammazzo io. Voglio venire con te, voglio
il meglio».
L’amica la guarda. Non sa che fare. È pericoloso. Ma Angela
è davanti a lei. Le tiene le mani.
L’abbandona?
L’alba si avvicina. Deve andare. È tardi. No. Non può lasciarla da sola. Lei è stata più fortunata, la deve aiutare a fuggire,
anche se non ha un uomo.
«Vieni. Una o due, ci prenderanno lo stesso», dice di fretta.
Lina trema. Trattiene l’amica per un braccio. E insieme, a piedi
corrono verso la stazione. Riescono a prendere al volo l’ultimo
treno della notte.
Nessuna valigia. Angela porta con sé solo il suo vestito. Una
gonna color panna, a pieghette, che le sfiora il ginocchio. Un
golfino blu. Scarpe di vernice bianca con il tacco. Vestiti americani. Li mandano gli zii nei bauli da Nuovayork. Vestiti che la
fanno già sembrare una donna, lei che donna non è.
Fuggono Lina e Angela. Lina si vuole sposare e fugge a casa
del suo innamorato a Nicastro. È tutto concordato. Angela
vuole lavorare, essere indipendente, diventare un’infermiera e
fugge verso la libertà, evade dalla campagna di Mercellinara, da
un padre padrone e una madre che ha solo conosciuto lavoro,
fatica e doveri. Rischia molto. Ma non ha niente, perciò è più
facile scommettere tutto.
A Nicastro c’è andata altre volte, a fare la spesa, nei grandi
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negozi. Ma quella notte, quando arrivano lei e Lina e prendono
la carrozza per raggiungere la casa dei suoceri, è tutto diverso.
È sola. Deve badare a se stessa nel miglior modo possibile.
Ha studiato. Tutte e cinque le classi elementari e le tre delle
medie, fino all’ottava. Ma ora non le serve saper leggere e scrivere. È sola.
La carrozza attraversa nella notte l’intero paese, supera il
fiume, si avventura nelle stradine del borgo vecchio. Angela e
Lina si tengono per mano, saltano sui sedili del calesse, tra
gente, valigie, sacchi, scarpe, cappelli. Fanno male: il sedere, le
gambe, i gomiti. Le ragazze urtano la testa a ogni sobbalzo. Ma
fa più male la paura che hanno dentro. I cavalli sembrano non
aver guida, galoppano a briglia libera.
I suoceri di Lina le offrono un letto, ma deve trovarsi un lavoro, per pagare da mangiare e contribuire alle spese di casa. E
dopo tre giorni dal suo arrivo Angela è già al servizio da una
famiglia di vicini.
La famiglia De S. abita dall’altra parte della strada: da tempo
cercava una donna per i lavori di casa. Angela attraversa la strada ed entra a casa De S. Ma questo è un lavoro a metà. Lo hanno trovato i suoceri di Lina. I De S. non pagano, è solo uno
scambio di favori tra vicini.
«La famiglia De S. è famiglia onorata, per te è un privilegio
lavorare per loro», le dice la suocera di Lina. Non le spiega il
perché di tutto questo onore, come se Angela dovesse già saperlo.
Lo capisce presto: l’onore. E trova anche un altro lavoro,
dove la pagano. A casa dei Cataldi. Sono ricchissimi, hanno un
palazzo tutto loro, che si affaccia su piazza d’Armi. La mattina
va da una famiglia, il pomeriggio dall’altra. Quando entra a casa
Cataldi, nella prima stanza a sinistra del corridoio c’è lo spogliatoio, con una sedia e due chiodi fissati al muro per la divisa: gonna nera, golfino azzurro, grembiule bianco. Quello con i ricci
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sulla pettorina. E le scarpe: mocassini neri, bassi, felpati, per
muoversi da una stanza all’altra senza far rumore, senza disturbare i padroni.
A Nicastro, a diciassette anni, Angela impara tutto quello che
sa. È bella. Non è molto alta, un metro e sessantadue. Ma ha
grandi occhi azzurri, zigomi alti, seni sodi. Pelle liscia, chiarissima, perfetta. Solo la gamba destra ha voluto guastare l’armonia
di questa piccola donna. È leggermente più corta della sinistra.
Un soffio, pochi centimetri. Un difetto che la rende ancora più
bella. Angela dondola leggermente, con un passo rapido e fragile.
A diciassette anni Angela impara che una bella donna intelligente arriva ovunque. E se sa guardare e imparare senza parlare, ci rimane pure.
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L`osso di Dio - Dario Flaccovio Editore