Per il 70° compleanno
Csi, una festa unica
insieme a Papa Francesco
Anno XXXVII n. 5
Maggio 2014
Redazione: piazza Duomo, 12 Brindisi
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€ 1.00
Spedizione in A.P. - art. 2 - c.20 - L.662/96
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EDITORIALE
Serve
un’altra
Europa
Alle pagine
19, 20 e 21
Il prossimo numero di Fermento uscirà il 29 giugno
Articoli e lettere dovranno giungere in Redazione entro il 21 giugno
La scuola, una festa
Angelo Sconosciuto
Non c’è bisogno di andare molto indietro con
i ricordi: basta fermarsi
ai mesi di quest’anno, ed
osservare queste ultime
settimane, per convincersi che, al di là di tutti i
risultati possibili che le
urne potranno consegnarci, serve un’altra Europa
che non guardi ai singoli
programmi (seppur ce ne
siano stati e siano stati
presentati) ma ponga una
seria questione. Una questione rifondativa di un
modo di essere cittadini
qui ed ora.
Appiattiti come si è sulle
questioni economiche che pur riguardano l’ambito del “primum vivere”
- e distratti anche eccessivamente dalle beghe interne che danno valenza
locale a qualsiasi livello
politico, si è dimenticato
che – piaccia no - “l’Europa siamo noi”, l’Europa è ciascuno di noi, a
meno di non dover stare
sotto una cappa di vetro
strettissima ed alimentata
da un forellino per la necessaria respirazione.
Se solo avessimo guardato
un attimo alle intenzioni
dei fondatori – alla loro
lungimiranza nel guardare “oltre” e l’Oltre - forse
avremmo capito che l’Europa si regge ed è forte
se pone al centro dei suoi
discorsi la persona umana, la sua irrinunciabile
dignità.
Serve dunque un mutamento di ottica ed un conseguente cambio di passo
che non sono questioni
di programma, ma di necessario buon senso, che
ridefiniscono una scala
di valori sui quali porre
le basi di scelte sociali,
le quali andranno a determinare quelle economiche.
Se, com’è evidente, siamo
chiamati a scrivere necessariamente una storia
comune, che non mortifichi ed annienti le singole
personalità, non ha senso
percorrere rivoli senza
costrutto, perdendosi ed
annullandosi nella prima
secca: ha più importanza
partecipare all’inversione della scala dei valori,
battersi per determinarla, (ri)trovare le ragioni
di una convivenza senza
confini, i quali – vogliamo ricordarlo – sono abbattuti in funzione di un
benessere delle persone,
che sta prima della circolazione delle merci. I
beni di cui vivere, infatti, sono stati l’occasione
per sperimentare come si
possa stare bene insieme,
ma il bene comune – ce ne
rendiamo conto – è altra
cosa. Ecco perché serve
un’altra Europa.
Alle pagine 12, 13 e 14
Elezioni Ue: credenti protagonisti per una “casa comune” unita e plurale
La speranza cristiana per una nuova Europa
L’
approccio con le elezioni europee ci obbliga a
guardare ciò che stiamo realizzando del nostro continente. Ma che cosa è l’Europa? Cominciamo da quello che vediamo. Quando si viaggia attraverso il continente, ci si confronta con una
grande varietà nel paesaggio naturale, ma anche nel
paesaggio umano. Costantemente ci meravigliamo
delle numerose lingue, abitudini, tradizioni (culinarie, architettoniche...), così come delle numerose idee
e stili di vita. Tutto questo può essere inteso come un
caleidoscopio, nel quale ogni pezzetto, messo insieme
agli altri, senza perdere la propria identità, si relaziona agli altri per creare qualcosa di nuovo, di inedito e più bello.
L’Europa, però, non è soltanto diversità, parte da un
terreno comune che non è semplicemente geografico.
Ci sono molti valori e principi condivisi, e soprattutto esistono la fede cristiana e la cultura da essa
generata, la quale è ancora fortemente radicata e
ci fa capire che siamo più di semplici “popoli vicini”.
Essere cristiani significa che tutti appartengono allo
stresso popolo, alla stessa famiglia. Non abbiamo bisogno di pensare l’altro come nemico che ci minaccia.
Chi, per difendere i propri interessi, crede necessario
attaccare l’altro o chiudersi in sé, testimonia egoismo
e insicurezza.
Ma la fede non si limita a insegnare che c’è qualcosa
di comune. Essa ci mette in moto e ci mostra il metodo
per vivere insieme e rafforzare l’unità mantenendo la
pluralità. La fede ci rende consapevoli che l’unità si
costruisce come comunione, cioè come dialogo e condivisione, e con la collaborazione di ciascuno. Questo
vale per l’unità di una famiglia, ma anche di una nazione o di una comunità di nazioni. L’avventura eu-
Vita Diocesana
Primo Piano
Ricordi “brindisini”
dei due Papi
appena proclamati santi
A pagina
ropea, che oggi conosciamo come Unione europea, è
cominciata perché in origine vi erano uomini di fede
che avevano visto come un mondo che si allontana
da queste verità è destinato all’autodistruzione. La
pace, a cui tutti ambivano dopo la seconda guerra
mondiale, non è meno importante oggi: essa richiede
una costante vigilanza.
Per costruire una comunità vera e coesa dobbiamo
dare spazio alla solidarietà, che ci porta a considerare i bisogni degli altri come nostri, e a contribuire attivamente al bene comune. E bisogna anche attuare
la sussidiarietà, che si realizza pienamente quando
ogni gruppo e ogni comunità, liberamente e responsabilmente, può assumere i propri compiti. Un’Europa democratica, dove ogni persona e ogni nazione
si sentono a casa e collaborano nella casa comune,
dovrebbe essere un modello per la cooperazione internazionale, che guarda alle persone concrete, alle
famiglie e, soprattutto, ai più vulnerabili.
Né la pace, né la solidarietà, né la sussidiarietà possono diventare realtà quotidiane e condivise se ci dimentichiamo il valore della persona umana. Come
Papa Francesco ricorda costantemente, non possiamo mantenere una cultura in cui l’altro è disprezzato o considerato come un oggetto da usare e gettare.
Questo richiede amore e non basta la semplice giustizia umana. Come affermò Papa Paolo VI, nel suo
discorso per il 25° anniversario della Fao nel 1970:
“La giustizia sociale ci fa rispettare il bene comune
e la carità sociale fa che lo amiamo”. Forse qualcuno
ancora pensa che in politica non ci sia posto per parlare di amore. Io, invece, sono convinto che solo una
cultura di amore può garantire una giustizia duratura. Questo non ci fa negare le regole della giustizia,
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Ostuni ,Restaurato il Crocifisso
di P. Angelo da Pietrafitta
Servizi a pagina
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ma ci fa andare oltre la logica dei calcoli. Così nasce
una cultura della gratuità, unica capace di unire le
persone, proprio perché le rende disponibili per gli
altri.
Le elezioni europee possono essere un buon momento per ricordare questi punti essenziali della vita
sociale. La missione dei cristiani, però, non si svolge
come una qualche ingegneria sociale, anche se condotta da valori e principi giusti. La Chiesa non è una
ong! Quello che è proprio della nostra identità – ed
è ciò di cui il mondo ha più bisogno – è Cristo stesso. Cristo è la grande necessità degli europei. Tutto
questo ci porta a capire l’importanza di prendere sul
serio l’evangelizzazione dell’Europa. Senza un cambiamento del cuore, che proviene dalla scoperta di
Dio e del suo amore, non saremo capaci di costruire
un’Europa più umana. Al contrario, quando qualcuno scopre Gesù, diventa capace di amare gli uomini
senza arrendersi, anche quando l’ambiente costringe
ad andare contro corrente. Grazie alla fede in Gesù
Cristo, i cristiani sono realistici: conoscono il cuore
umano – sia la sua grandezza, con le sue esigenze di
vero e di bello, sia le sue ferite - e sono sicuri del sostegno di Dio.
Chiamato a votare in queste elezioni europee, il cittadino cristiano deve avere presente tutti questi pilastri per costruire l’Europa di oggi e di domani, ma
anche per assumere di nuovo, e con rinnovato vigore,
il compito di annunciare il Vangelo, come il Santo
Padre instancabilmente ci spinge a fare.
Duarte da Cuna
Segretario Generale Ccee
Primo Piano
I 90 anni intensi
di “don Settimio”
esempio di libertà
A pagina
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Pagina Aperta
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18 Maggio 2014
VITA QUOTIDIANA Proposte dopo aver assistito al “bollettino di guerra” giornaliero
Per un “ripensamento felice” che rivaluti la persona
O
re 13,30 di un giorno qualsiasi: bollettino di guerra. Ovviamente si tratta del telegiornale.
Dopo le notizie di politica nazionale e
internazionale, inizia il resoconto del
bollettino di guerra giornaliero: violenze, bullismo, rapine, omicidi, illegalità diffusa e giustificata, mala sanità, mala politica, mala finanza, mala
magistratura ... Da un po’ di tempo a
questa parte la notizia più clamorosa
e ripetitiva riguarda gli episodi, spesso
riusciti, di omicidi-suicidi. Protagonisti sono adulti, uomini e donne, che oltre a togliersi la vita, la tolgono anche
ai loro figli, quale che sia la loro età.
I commenti più ricorrenti: “ma
cosa sta succedendo … non è possibile
… ma come si fa … ci vuole la pena
di morte … bisogna chiuderli in galera
e buttare la chiave … come mai tanti
mostri … ”.
Da tempo mi vado chiedendo:
come mai ci fermiamo a evidenziare i
fatti, anche con orrore giustificato, e
non ci chiediamo il perché? Se riteniamo che quanto sta accadendo è frutto del caso, opera di persone fuori di
testa e malati, possiamo giustificare
tutte le espressioni di cui sopra e altro
ancora. Se invece, come è nella realtà,
nulla avviene per caso, allora dobbiamo avere il coraggio di fermarci tutti
a individuare, con una buona dose di
onestà intellettuale, le cause che hanno
prodotto e producono questi atteggiamenti. Dico con chiarezza che quanto
sta accadendo non è occasionale, ma
è un problema di cultura, legato cioè
alle prospettive e ai modelli di vita che
ci siamo dati in questi decenni e che
riguardano il senso e il valore delle relazioni e della vita propria e altrui.
Pongo prima di tutto una domanda radicale: nella sua complessità,
la società in cui viviamo e che abbiamo contribuito a creare è a misura di
persona? Quali sono i costi umani con
cui abbiamo costruito l’apparente o
reale benessere? Papa Francesco a più
riprese ha denunciato la presenza di
una “cultura dello scarto” che di fatto regola in gran parte le relazioni a
tutti i livelli: interpersonale, sociale,
culturale, economico, religioso. A mio
parere, sarebbe interessante se riuscissimo a dare un nome a tutto ciò che ci
ha condotto a considerare la persona
umana come la “cosa”, a volte la più banale, su cui ci arroghiamo il diritto di
fare tutto e il contrario di tutto. Non
propongo una caccia alle streghe, né
la istituzione di tribunali speciali. Mi
piacerebbe finalmente sentir dire da
parte di chicchessia: su questo ho sbagliato. Non processi, ma atti di onestà
intellettuale.
Provo a dire qualcosa. Di fronte
ai limiti evidenti che ci hanno lasciato
in eredità le generazioni precedenti
(come è sempre stato), da quelli di una
Chiesa che spesso non ha saputo cogliere positivamente le provocazioni
del Vangelo e del Concilio Ecumenico
Vaticano II, a quelli di tanti pensatori o leaders vari che nel corso degli
anni si sono autoproclamati salvatori
dell’umanità, abbiamo spesso ritenuto
che il passato nel suo insieme poteva
essere etichettato e liquidato come
“tabù” da buttare e che le nuove proposte avessero tutte “a prescindere” il
marchio doc di progresso e di scelte di
civiltà.
Mettendo in discussione le evidenze più banali e dando credito alle
esperienze più stravaganti, abbiamo
ridicolizzato la realtà e la serietà delle
relazioni, rendendoci oggetto di consumo provvisorio e precario gli uni
gli altri. La fiducia e l’affidabilità sono
diventate merce rara in circolazione.
Abbiamo inventato traumi inesistenti
e abbiamo preteso di cancellare quelli
reali scritti da sempre nella carne e nel
sangue delle persone. Puntando tutto sull’apparire e sul riuscire ad ogni
costo, abbiamo messo in discussione
la persona, specialmente quella meno
dotata di risorse e capacità. Il principio di proprietà, passato dalle cose
alle persone, è diventato un assoluto
da esercitare contro la legge, contro
la coscienza, contro gli affetti, contro
tutto e contro tutti. Le conseguenze in
cui trasciniamo quanti sono a noi legati da vincoli di affetto e di amicizia
sono paragonati a incidenti di percorso, che riguardano marginalmente o
per niente il singolo e la collettività.
L’aspetto paradossale di tutto questo: livellare o scambiare la verità e la
menzogna, il bene e il male per rendere tutte le scelte umane, anche quelle
inimmaginabili, normali, scontate e
ovvie.
Uno degli assurdi più evidenti del nostro presente: in buona parte,
siamo riusciti ad ammettere con fatica
che abbiamo violentato per secoli la
natura che ora ci sta facendo pagare il
conto. Quando si tratta di quel piccolo
pezzo di natura che si chiama uomo,
ogni forma di manipolazione diventa
possibile, legittima, anzi doverosa.
Di fronte a questi eccessi creati
da questi atteggiamenti, la società ben
pensante si è dotata di meccanismi di
difesa: “si tratta di mostri, di malati, di
eccezioni, di personalità fragili, di orchi … “. Con un duplice risultato: aver
scaricato le responsabilità personali e
collettive su quanti sbagliano e ribadire la propria certezza che si può continuare all’infinito sulla strada intrapresa.
Il mio desiderio è quello di
avviare una riflessione ad alta voce.
Chissà se accanto alla elaborazione
della “decrescita felice” in campo economico si potrà avviare una riflessione comune per un “ripensamento felice” che riguardi la rivalutazione della
persona umana.
Sac. Angelo Ciccarese
INCONTRI Tappa a Brindisi di Frei Betto, il domenicano brasiliano teologo della liberazione
“Il degrado della natura colpisce indistintamente ricchi e poveri”
C
ompirà settant’anni il prossimo 25 agosto, Frei
Betto, il domenicano brasiliano, scrittore giornalista e teologo della liberazione, che nello scorso
aprile è stato in Italia per un ciclo di conferenze. Una tappa l’ha fatta anche a Brindisi e nel teatro della parrocchia
San Vito, grazie anche ad una traduzione simultanea delle sue parole, ha tenuto un incontro promosso da diversi
gruppi e movimenti della nostra diocesi.
Ha parlato a tutto campo, ha inserito lacerti della sua
esperienza e offerto una lettura dell’attualità partendo
dal suo angolo di visuale e da un’urgenza: “La lotta contro la miseria e la povertà, perchè siamo in un mondo
egemonizzato dal capitalismo neoliberale che non ha interesse allo sviluppo sociale”, ha detto. “Il capitalismo ha
creato la socialdemocrazia, i diritti sindacali, diritto del
lavoro, dei pensionati – ha fatto osservare -, ma ora non
ha nessun interesse per il benessere sociale, ha aggravato
la disoccupazione e si è interessato all’esplorazione del
mondo con le multinazionali”.
A riprova di quest’analisi, ecco la sua osservazione: “Il
Papa invece ha condannato la povertà e le cause della povertà come si legge nella Evangelii Gaudium”. È sembrato
chiaro il riferimento alla cosiddetta “economia dell’esclusione” ed alle parole del Papa: “Non si può più tollerare
il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la
fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della
competitività e della legge del più forte, dove il potente
mangia il più debole” (n. 53). E ancora: “Alcuni ancora
difendono le teorie della ricaduta favorevole, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero
mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che
non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia
grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del
sistema economico imperante”. “Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare” (n. 54), dice il papa. E Frei
Betto, commenta: “La chiesa non può essere neutrale.
O sta con la politica dello status quo o con la politica
del cambiamento”. E ancora: “La chiesa non può essere
politicamente neutra perchè Gesù non era politicamente
neutro, egli assunse la vita dei poveri e questo gli costò
la vita, è stato condannato da due poteri politici. Tutti i
cristiani sono discepoli di un prigioniero politico”. Traendo le conseguenze di queste osservazioni ed andando
oltre gli “ismi”, Frei Betto ha osservato ancora: “Importa
che sia un società in cui si dividono i beni della terra ed il
frutto del lavoro umano”.
Un’osservazione che porta alla possibilità di una società
giusta ed alla constatazione che “l’occidente è molto lon-
tano da questa possibilità dominato come è dal pensiero
unico denunciato anche dal Papa secondo cui la storia
sarebbe terminata”. “La crisi degli Stati Uniti e dell’Europa dimostra che tutta la logica del sistema è la difesa
delle banche, del capitale privato, della speculazione non
del diritto umano, siamo molto lontani da una possibilità
di cambiamento radicale soprattutto perchè in Europa
non esiste una forza politica alternativa”, ha detto ancora
sollecitando ad una organizzazione di popolo che generi
un’alternativa politica al capitalismo neoliberale. “Serve un’azione globalizzata – ha detto Frei Betto -. Oggi
grazie ad Internet ed ai social network si possono creare alleanze tra tutti i popoli del mondo interessati ad un
altro mondo possibile, come si è detto al Forum Sociale
Mondiale”.
Da dove partire? Dal tema del Creato: “Il tema ecologico
non fa distinzione di classe, il degrado della natura colpisce indistantamente ricchi e poveri – ha detto rei Betto
-. L’ecologia interessa le nuove generazioni perciò è un
tema molto forte dal punto di vista della mobilitazione
perchè molta gente che non è disposta a lottare per un
mondo nuovo però è disposta a lottare per la preservazione dell’ambiente ed entra nella lotta per questa porta”.
E queste parole volete che non abbiano peso?
il sito DiocesANO
in versione
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m.diocesibrindisiostuni.it
18 Maggio 2014
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Primo Piano
OTTO PER MILLE A colloquio con don Claudio Macchitella sulla erigenda chiesa parrocchiale intitolata a San Leucio
Con il concorso di tanti riscopriamo il primo approdo delVangelo
E
ra il 15 gennaio 2012 quando l’Arcivescovo Mons.
Rocco Talucci poneva la prima pietra nel luogo dove
sarebbe sorta la nuova Chiesa, intitolata a San Leucio, nel quartiere Minnuta a Brindisi. A due anni da quel
giorno, don Claudio Macchitella, Parroco della comunità, ci racconta come procedono i lavori e soprattutto la
trepidazione e l’entusiasmo di tutti nel vedere, finalmente,
realizzata un’opera attesa da tempo.
Don Claudio, la storia della vostra comunità non è stata facile avendo dovuto celebrare sempre in un luogo
poco adatto ed efficiente: quando è nato il progetto di
realizzare una nuova chiesa per il quartiere Minnuta?
Nel lontano 1986 da un’intuizione pastorale di Mons.
Settimio Todisco, guardando all’espansione del quartiere
Minnuta che allora era inserito nel territorio parrocchiale
della S.S. Resurrezione. Volle istituire una nuova parrocchia nella nostra città dedicandola al primo Vescovo di
Brindisi Patrono della Diocesi, San Leucio. Con la nomina
del primo Parroco e l’avvio dell’organizzazione pastorale
in un locale adibito a luogo di culto, si cominciò a pensare
alla costruzione della futura sede parrocchiale, cercando
di individuare il terreno dove ubicarla. Diversi sono stati i siti pensati e individuati, ma le difficoltà di certo non
sono mancate e intanto gli anni sono passati. Durante il
ministero episcopale di Mons. Rocco Talucci è stato individuato e acquistato il terreno dove poter edificare. Questo ha permesso di presentare un progetto alla Conferenza
Episcopale Italiana per ottenere i finanziamenti necessari
per erigere la nuova sede parrocchiale. Intanto sono stato
nominato Parroco e ho avuto modo di seguire direttamente la nascita del progetto e l’avvio dei lavori. Il sostegno e
l’incoraggiamento non è mancato nemmeno con l’arrivo
di Mons. Domenico Caliandro, che ha mostrato subito interesse per il cantiere con una sua visita e successivamente
ha voluto affidarmi il delicato compito di dirigere l’ Ufficio
diocesano per l’Edilizia di Culto.
Quali ostacoli e difficoltà avete dovuto fronteggiare in
questo percorso?
Dall’ erezione canonica della parrocchia fino a questo
momento, molti sono gli anni trascorsi e come si può ben
immaginare tante sono state le situazioni, le difficoltà, gli
ostacoli da superare, dalla burocrazia ai problemi tecnico
– logistici, come normalmente avviene durante la realizzazione di una grande opera. L’entusiasmo certamente non
è mancato, nè tantomeno le aspettative dei parrocchiani
che da sempre hanno mostrato interesse e coinvolgimento
per questo progetto.
La realizzazione della Chiesa è stata possibile grazie
al contributo dell’8x1000 ma immaginiamo anche al
sostegno dei fedeli che hanno fortemente voluto la concretizzazione di questo progetto. Quanto è stato determinante il loro ruolo in questo percorso?
Intanto vogliamo ringraziare la Conferenza Episcopale
Italiana per il contributo dato, e tutti coloro che destinano
l’ 8x1000 alla Chiesa Cattolica, perché permettono anche
la realizzazione di queste opere a beneficio della collettività. La comunità, con il territorio circostante, certamente
non ci ha fatto e non ci sta facendo mancare il suo sostegno ed entusiasmo con una partecipazione diretta ad
alcune iniziative di raccolta che la parrocchia vive in determinati periodi dell’anno pastorale. Questo non basta,
perché a partire da questa seconda fase, si dovranno affrontare maggiori sforzi per arrivare all’ apertura dell’aula
liturgica.
Non volendo entrare eccessivamente in ambito tecni-
co… su quali idee cardine nasce il vostro progetto tenendo conto anche del territorio circostante?
Quando si è pensato alla realizzazione del nuovo complesso parrocchiale, abbiamo guardato al nostro territorio
e abbiamo pensato al primo Vescovo di Brindisi, titolare
della parrocchia, e al suo arrivo nella nostra città che avvenne per via mare. Allora, il porto era situato nell’attuale
Seno di Ponente, a ridosso del nostro territorio parrocchiale, quindi San Leucio arrivando, pose il suo piede per
la prima volta proprio nell’attuale quartiere Minnuta. Da
qui si può comprendere l’idea progettuale di una nave con
la prua che ricorda l’approdo del Santo, l’inizio della predicazione del Vangelo e la conversione della città di Brindisi,
allora pagana.
Cosa rappresenta questo luogo sacro, al di là della
struttura in sé, per la vostra comunità?
L’edificazione del complesso parrocchiale con annessi i
locali per la pastorale, rappresentano per il quartiere la
visibilità di una comunità cristiana che non ha fatto certamente mancare la sua presenza sul territorio, ma che
per ragioni di ubicazione e per mancanza di spazi adeguati, non ha avuto la forza di esplodere e nel contempo
è stata condizionata negli spazi. Questo tuttavia non ha
limitato in varie forme le tante iniziative pastorali vissute
per le strade del quartiere, in mezzo alla gente, tanto che
l’iscrizione che accompagna la vita di questa comunità fin
dal suo nascere è : “ La casa di Dio in mezzo la casa degli
uomini”.
cui è stata posta la prima pietra fino ad oggi? E quali sono le emozioni di un Parroco che vede realizzare,
giorno dopo giorno, quella che sarà la casa di tutti?
Penso che da quanto detto si evince quale sia il clima che
alberga nel cuore
di ogni fedele che di giorno in giorno vede pian piano realizzarsi il luogo dove poter celebrare e vivere la propria
fede. Non da meno il sottoscritto
cosciente della responsabilità affidatami, infatti nell’essere
stato inviato in questa comunità sapevo bene quale sarebbe stato il mio compito, vedere il realizzarsi del progetto
prima su carta e poi concretamente, mi fa ben sperare nel
prossimo futuro, di vedere questa comunità vivere in un
luogo che le appartiene e che la identifichi sul territorio.
Le emozioni sono tante, l’entusiasmo non manca, e nemmeno il coraggio di affrontare le sfide che si affacciano
quotidianamente.
Un’ultima domanda….a che punto sono i lavori? E
quando si prevede possano essere ultimati?
E’ stata appena terminata la parte strutturale con il montaggio del tetto.
Ora si passerà alla fase successiva con l’impiantistica, intonaci, posa della pavimentazione, infissi.. La strada certamente è ancora lunga e pensare concretamente ad una
data che possa fissarsi come termine dei lavori è difficile.
Non vi nascondo che ci piacerebbe celebrare la prossima
Pasqua nella nuova sede.
Quale clima si respira nella comunità dal momento in
Daniela Negro
“8 X MILLE” E “I FEEL CUD” Sono intervenuti anche i “testimonial” che hanno usufruito
La Curia incontra i dottori commercialisti
A
base del confronto la definizione dell’«8 per mille»
ed il progetto «I feel Cud» Commercialisti edotti sulla destinazione dell’«ottoxmille» alla Chiesa
Cattolica. è stato oltremodo positivo l’incontro tenutosi
presso il salone «S. Michele» nella cattedrale in piazza
Duomo a Brindisi. «L’appuntamento, promosso dall’incaricato diocesano prof. Nello Ciccarese, in sintonia con le
disposizioni impartite dalla Conferenza episcopale italiana - spiegava una nota dell’Arcidiocesi di Brindisi -, ha visto la partecipazione di S.E. Mons. Domenico Caliandro,
Arcivescovo della diocesi di Brindisi-Ostuni, del Presidente dell’istituto diocesano per il sostentamento del clero
Don Pio Conte e del consigliere prof. Elio De Francesco,
dei dottori commercialisti, del presidente delle Acli, dott.
A. Albanese, dei responsabili Caaf e Patronati e dei laici
interessati. Obiettivo strategico dell’incontro - si aggiungeva - è stato promuovere un lavoro di sinergia tra il sostegno economico alla Chiesa e gli intermediari fiscali per
sensibilizzare l’opinione pubblica nella scelta dell’ “otto x
mille”. L’incaricato diocesano - si spiegava - ha evidenziato
il ruolo non certo secondario dei dottori commercialisti
nel riconquistare la fiducia dei firmatari soprattutto at-
traverso la “trasparenza” di una rendicontazione capillare
della destinazione e dell’utilizzo dei fondi dell’ “ottoxmille”, in modo da rendere visibile e fruibile tutte le opere e
le attività realizzate. All’uopo, è intervenuto don Claudio
Macchitella “testimonial” della costruzione della Chiesa di
S. Leucio, in Brindisi, i cui lavori, in corso d’opera, sono
già stati finanziati con un importo pari al 75% dell’intero
finanziamento. A questo proposito don Claudio ha sottolineato la meticolosità dei controlli sull’opera in costruzione da parte degli organi centrali Cei».
Successivamente c’è stata la proiezione video dell’«Abc
del Sovvenire 2013» ed alcune slides inviate on line dal
dott. Paolo Cortellessa del servizio promozione Cei di
Roma, che il prof. De Francesco ha commentato, soffermandosi sulla destinazione dei fondi nella nostra diocesi
di Brindisi. Lo stesso De Francesco ha successivamente
illustrato il progetto «I feel Cud» a cui hanno aderito la
parrocchia «Tutti i Santi» in Mesagne e la parrocchia «San
Luigi Gonzaga» in Ostuni. A chiudere l’incontro è intervenuto l’Arcivescovo, elogiando l’iniziativa e in particolare il
progetto operativo illustrato, sottolineando l’importanza
del coinvolgimento degli intermediari fiscali nel fare rete
sul territorio. Molti gli interventi e l’interesse degli intermediari fiscali ai quali sono state date risposte esaustive.
E non finisce qui, perchè nelle domeniche di maggio sono
spuntati anche i...gazebo di sensibilizzazione.
«La Chiesa povera per i poveri di Papa Francesco è di tutti
ed è per tutti. Anche l’8xmille è di tutti ed è per tutti. Perciò
queste risorse, destinate alla Chiesa cattolica attraverso il
semplice gesto di una firma, sono importanti. Perché ogni
giorno ci sono poveri sfamati nelle mense caritas, sacerdoti che celebrano l’Eucarestia, ragazzi che giocano negli
oratori, volontari che offrono un sostegno ai bisognosi nei
centri d’ascolto e d’accoglienza. Destinare l’8xmille è un
appuntamento con l’altruismo e contro l’individualismo.
Non deve essere mancato perché renderà più dignitosa la
vita di tante persone». Ha detto il responsabile del Servizio Promozione Matteo Calabresi, in occasione della XXV
Giornata Nazionale di sensibilizzazione dell’8xmille alla
Chiesa cattolica, richiamando alla partecipazione corresponsabile ogni battezzato.
E così ecco i gazebo all’ingresso del Santuario mariano di
Santa Maria Madre della Chiesa di Jaddico e sull’ampio
sagrato della Chiesa matrice di Mesagne.
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Primo Piano
18 Maggio 2014
DALL’INTERNO “Liberare l’immagine divina imprigionata nella persona sofferente ed oppressa”
Voce e impegno della Chiesa nel mondo del carcere
“L
iberare l’immagine divina imprigionata nella persona sofferente ed oppressa” riscoprendo che ognuno ha impressa su
di sé l’immagine di Dio.
Il detenuto deve diventare una preoccupazione della pastorale mercedaria: il Signore è anche nei carcerati.
Quasi sempre il cappellano è l’unica figura di cui il detenuto si fida.
Lo aiuta nella crescita spirituale e sente di potersi confidare liberamente. Dalle celle, prima del volto, esce la mano del detenuto, e
stringere tante mani mette in discussione. Il fine della legge è quello
di togliere il male dalla società per evitare che il detenuto continui a
compierlo. Quando un detenuto esce dal carcere spesso non ha più né
casa, né lavoro e né famiglia per cui è facile che vi ritorni. Il cappellano porta su di se il male del detenuto. Assorbe in silenzio, per cui il
dolore, condiviso, diventa più leggero. Manca nella nostra educazione
la condivisione del male, la riconciliazione con le vittime del reato.
Il carcere insegna ad essere Sacramento di Salvezza. Bisogna creare
una cultura dell’accettazione di chi ha sbagliato e del perdono. Dietro
la mano che stringi c’è una persona. I sorrisi sparsi sono importanti.
Le confidenze dei detenuti sono una ricchezza per il cappellano: sono
racconti di vita, di esperienze negative, ma il desiderio di riscatto,
anche se difficile, è forte. Tanti ogni anno chiedono di poter ricevere
la cresima. Ci sono due aspetti che caratterizzano l’operato del cappellano: l’aspetto effettivo che è ciò che fa per i bisogni spirituali e
materiali del detenuto e l’aspetto affettivo che è lo sguardo, il cuore.
Il detenuto si deve accorgere dello sguardo “diverso” del cappellano.
Il cappellano ha a cuore il detenuto, condivide il suo dolore, le sue
speranze. C’è un fossato tra la comunità cristiana ed il carcere. Il cappellano deve sensibilizzare a questo. Il detenuto non va visto come un
nemico ma come un fratello che bussa alla nostra porta. Visitare i carcerati ci permette di incontrare il volto di Gesù. Bisogna agire come
agirebbe Gesù Cristo in carcere…agire come Chiesa. Anche il cappellano deve agire non da solo ma in sintonia con la comunità. Il carcere, infine, dovrebbe essere l’ultima soluzione per bloccare il male.
Bisognerebbe costruire tutto intorno alla riconciliazione tra detenuto
e vittima. E’ più bella una giustizia che ripaga di quella che punisce.
Si quindi ad una giustizia riparatrice e non punitrice. Significativo,
quindi, che anche quest’anno, come l’anno scorso, Mons. Domenico
Caliandro, Arcivescovo della nostra Diocesi di Brindisi-Ostuni, abbia
amministrato il Sacramento della Confermazione a 16 detenuti che ne
hanno fatto richiesta. Sabato 16 aprile in mattinata, infatti, alla presenza dei familiari, questi ragazzi hanno vissuto un momento particolare e intenso. Per settimane con l’aiuto di volontari si sono preparati
attraverso una catechesi specifica a riscoprire in loro quel barlume di
fede forse non del tutto spenta. La celebrazione è stata ancor più sentita poiché un ragazzo ha ricevuto anche il battesimo. Non sappiamo
se e quando lo Spirito Santo accenderà il fuoco nel loro cuore, se si
redimeranno o se ricadranno negli stessi errori. Fatto sta che il seme è
stato gettato. Attraverso la catechesi hanno imparato a conoscere meglio quel Gesù, quel Dio che li ama incondizionatamente, nonostante
tutto, che, al contrario degli uomini, dà sempre una seconda possibilità in modo di rendersi conto dei propri errori e di ricominciare con
uno spirito e con atteggiamenti nuovi.
Padre Pasquale Agostino
PROGETTI Al teatro “Verdi” proposto “Briganti” liberamente ispirato ad un testo di Raffaele Nigro
Applausi a scena aperta per l’arte nata dietro le sbarre
I
l sogno è divenuto realtà per qualche ora:
riassaporare l’aria frizzante di una giornata di maggio a Brindisi, liberi dalle sbarre
del carcere. È questa l’esperienza che ha coinvolto alcuni detenuti della Casa circondariale
di Brindisi, “evasi” una sera dalle loro celle
per esibirsi in città al Nuovo Teatro Verdi.
La fuga era stata preparata da tempo, all’interno delle sale comuni del carcere cittadino,
durante il progetto denominato Dentro/Fuori:
carcere e dintorni, che ha dato vita a un laboratorio teatrale e di scrittura creativa sui temi
della legalità e del reinserimento nella società.
L’occasione si è realizzata prendendo spunto
dal romanzo Il custode del museo delle cere
(Rizzoli, 2013, 288 pagg., euro 19), scritto dal
giornalista Raffaele Nigro. Fra queste pagine
è riportato un racconto che ha per protagonista un brigante che, arrestato negli anni immediatamente successivi all’unità d’Italia, sta
per essere fucilato. La notte prima dell’esecuzione egli ripercorre le tappe della sua vita e
incontra i volti dei suoi compagni e dei soldati uccisi, delle giornate violente che ha trascorso, prima fra le fila dell’esercito borbonico, poi da brigante contro gli “usurpatori”
sabaudi.
Andando oltre il messaggio storico-politico
del racconto, la compagnia Teatro delle Pietre
si è interessata di mettere in scena la storia,
con l’ausilio di attori e musicisti professionisti e di alcuni detenuti del carcere di Brindisi.
La rappresentazione teatrale, intitolata Briganti, è andata in scena il 3 maggio scorso e ha
raccolto gli applausi entusiasti del pubblico,
che ha apprezzato lo sforzo compiuto in questi mesi da parte di quanti hanno lavorato per
mettere in atto alla luce del sole, unitamente alle istituzioni civili, la realtà del carcere
di Brindisi, che si erge proprio a metà della
trafficata Via Appia, ma che spesso viene visto come un mondo a sé stante, circondato da
mura e da torri di guardia.
L’opera Briganti e il progetto Dentro/Fuori rappresentano un tentativo riuscito di fare
dell’arte in genere, della recitazione e della
poesia un’occasione per scoprire sé stessi e le
proprie potenzialità.
Andrea Giampietro
Tecnica percutanea per la correzione dell’alluce valgo,
del dito a martello e di tutte le altre anomalie dell’avampiede
La chirurgia del piede ha da sempre attratto l’interesse di pochi chirurghi che vi
si sono applicati, nonostante l’alta richiesta da parte dei pazienti.
Ad aumentare oltremodo il numero degli interventi sul piede è stata l’introduzione delle tecniche percutanee, che mediante l’uso di minifrese a diversa geometria, hanno permesso di effettuare le correzioni sull’osso per l’alluce valgo e
per le altre anomalie dell’avampiede, senza ricorrere ad incisioni cutanee, bensì
a millimetrici accessi.
L’assenza di traumatismi a carico dei tessuti molli, migliora in maniera evidente il
periodo post operatorio, e l’assenza di mezzi metallici di stabilizzazione, interni
o esterni, rende tale procedura praticamente priva di dolore.
L’uso di una calzatura congrua permette al paziente di deambulare agevolmente da subito e svolgere le proprie attività senza stravolgere il proprio stile di vita.
A distanza di 8 settimane dall’intervento la guarigione è completata.
Il dott. Vincenzo Langerame
Tecnica mini invasiva alluce valgo e dita a martello:
alcune testimonianze
A.G. 54 anni:
«Da anni soffrivo di alluce valgo, con peggioramento della situazione di anno in anno, difficoltà nel trovare le calzature a causa
della deformità evidente dell’alluce. Ho parlato con tante amiche che si sottoponevano via via all’intervento con le tecniche tradizionali, ma le difficoltà e i dolori presenti nel periodo post operatorio e oltre, mi hanno sempre scoraggiato. Fino ad un anno fa,
quando sono venuta a conoscenza della tecnica in uso presso la clinica Mangioni, in Lecco, dal Dr Langerame, che mi ha convinto
all’intervento. È andato tutto molto bene, senza i dolori tanto temuti, ho camminato da subito bene, e finalmente con mia grande
soddisfazione sono guarita, ed a distanza di tre mesi sono stata in grado di tornare ad indossare scarpe con il tacco. Perché non
mi sono operata prima?».
R.G. 35 anni:
«Sono stata da sempre a conoscenza del problema dell’alluce valgo, in quanto mia nonna e mia madre ne soffrivano, ma senza
risolverlo per paura di soffrire. Quando la deformità ha cominciato a svilupparsi a carico dei miei alluci, per fortuna lentamente,
me ne sono preoccupata, e due anni orsono mi sono informata presso vari specialisti, ma tutti mi sconsigliavano di correggere la
deformità in quanto non ancora grave. Ho continuato a cercare, fino a quando il Dr. Langerame mi ha spiegato la tecnica da lui usata, senza mezzi metallici e con la correzione ossea. Ormai sono passati due anni, e posso affermare che è stata davvero un’ottima
esperienza».
C.F., 75 anni:
«Avevo piedi veramente deformi con dolori importanti durante la deambulazione. Avevo da sempre rifiutato l’intervento. Non mi
fidavo assolutamente! Un giorno ho incontrato un’amica veramente entusiasta di un chirurgo ortopedico a cui si era affidata per
risolvere un problema di metarsalgia. Incoraggiata al sentir parlare della nuova tecnica ho consultato il dr. Langerame, che mi ha
dato fiducia, al punto da convincermi a sottopormi all’intervento correttivo ad entrambi i piedi nello stesso momento. È stata dura
per i primi 15 giorni, poi pian piano ho riacquistato una buona funzionalità. A distanza di due mesi sono tornata ad usare calzature
normali. Per gli anni che verranno sono sicura che i piedi non mi daranno più problemi».
18 Maggio 2014
7
Primo Piano
ANNIVERSARI Compleanno “importante” per l’arcivescovo emerito di Brindisi-Ostuni
I 90 anni di mons. Todisco, padre e maestro affettuoso
Il 10 maggio l’arcivescovo emerito di Brindisi-Ostuni, mons. Settimio Todisco ha compiuto 90 anni. Nei giorni scorsi lo hanno festeggiato i suoi collaboratori ed amici più stretti e l’intera diocesi che, con L’arcivescovo Domenico Caliandro, gli ha manifestato la sua gratitudine, la sua figliolanza
spirituale, il suo affetto sincero. Pubblichiamo, con qualche lieve modifica, gli indirizzi di augurio che mons. Angelo Catarozzolo, suo vicario generale nel lungo periodo di episcopato brindisino del presule, ha già pubblicato sulle pagine brindisine del «La Gazzetta del Mezzogiorno».
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l libro della vita viene aperto ogni giorno dal buon Dio,
è Lui la sorgente della vita. Lui la dona e la custodisce
nell’arco del tempo, oltre ogni aspettativa, come recita
il salmo: «Mille anni come un solo giorno»; e ancora: «La
vita dell’uomo settant’anni, ottanta per i più robusti». Sono
espressioni contingenti; il progetto di Dio non è quantificabile con i calcoli umani, perchè da cristiani siamo invitati a considerare il tempo nella luce dell’interminabile
eternità: «sub specie aeternitatis».
Carissimo don Settimio, 90 anni sono un bel traguardo,
che tuttavia ci fa formulare l’augurio ad multos annos
ancora, con l’auspicio che il Signore «insegni a contare
i nostri giorni con la sapienza nel cuore». E di sapienza,
saggezza, prudenza l’Arcivescovo Todisco ne possiede nel
cuore: virtù vissute come corredo della fede: «Corde et
fide», luci del suo programma episcopale.
Le doti umane emanano dal suo cuore generoso, tessendo
forti legami di amicizia vera verso tutti quelli che incontra con semplicità e senza formalismi: sempre disponibile
all’accoglienza e all’ascolto, facendo proprio il motto inciso nell’ingresso dell’episcopio di Brindisi: «Non respingere
quanti bussano alla tua porta...». Un cuore sempre aperto
a tutti, il suo.
La pienezza del sacerdozio ha affinato la sua spiritualità,
robusta, essenziale, tesa a formare laici «adulti nella fede».
La forte personalità sacerdotale traspare dalle «Linee Pastorali» annuali, a lungo meditate per la guida alla formazione del clero e degli operatori diocesani e parrocchiali,
propositive per tensione evangelica e capacità di coinvolgimento per la comunità tutta. Segni evidenti del primato
dello spirituale sono l’Oasi di spiritualità «Madonna della
Nova», attigua al seminario diocesano di Ostuni, l’adorazione permanente dell’Eucaristia affidata alla Suore Missionarie dell’Incarnazione in Santa Maria degli Angeli in
Brindisi, elevata a Santuario insieme a Santa Maria del casale ed a Santa Maria Madre della Chiesa a Jaddico.
Alle doti umane e spirituali si accompagnano le risorse intellettuali profuse da assistente della Fuci, di docente negli
Istituti superiori, di Rettore di Seminario. E da vescovo,
per l’inculturazione della fede, promuovere l’edizione del
periodico diocesano «Fermento», la creazione dell’Istituto
di scienze religiose (poi Istituto superiore di sc. rel.) «San
Lorenzo da Brindisi»; la Scuola di formazione all’impegno
sociale e politico, il rinnovo della Biblioteca Pubblica Arci-
vescovile «De Leo»; la
destinazione di alcuni
luoghi di culto come
la chiesa delle Scuole
Pie a cenacolo culturale della diocesi. Non
solo: istituisce il Coro
Arcivescovile
«San
Leucio» per dare decoro alle liturgie della
basilica cattedrale.
Pur con scarse risorse finanziarie, poi, il
buon senso di don
Settimio ha fatto registrare un significativo investimento nella
cultura con il riordino degli Archivi della
Curie di Brindisi ed
Ostuni e la sollecitudine della formazione
dei giovani presbiteri, avviati agli studi
universitari presso le
facoltà pontificie ed
accademie ecclesiastiche e visitando spesso
i Seminaristi teologi,
nei diversi seminari
maggiori, anche con
le piccole attenzioni
di vicinanza e di sostegno.
Il vescovo è educatore
per vocazione e questi
gesti semplici esprimevano la pedagogia cristiana, impregnata di sensibilità paterna per l’accompagnamento dei
candidati al sacerdozio.
Don Settimio ha avvertito e fatto avvertire il respiro di
universalità della Chiesa con la missione dei sacerdoti
diocesani fidei donum a Laisamis in Kenia. Particolare rilievo umano e pastorale rivestì la circostanza dell’arrivo
dei profughi albanesi, nel 1991 parcheggiati nella stazione marittima, che vide
la sua sensibilità con il
forte intervento presso
le istituzioni: «Se non
aprite le scuole, aprirò
le chiese per accoglierli».
Del vescovo pastore va
sottolineata la sollecitudine pastorale per
l’intera comunità, in
particolare al sopraggiungere del Decreto
della Congregazione
per i Vescovi del 30
settembre 1986, che
sanciva l’unione piena
delle diocesi di Brindisi e Ostuni, nella persona dell’arcivescovo
Todisco, nella nuova
diocesi di BrindisiOstuni. Seguirà nel 31
dicembre dello stesso
anno il suo decreto di
proclamazione dei Patroni dell’Arcidiocesi
S. Leucio e S. Oronzo,
«per singolare vincolo
di storia e tradizione che li lega alla nostra Chiesa diocesana». Negli anni successivi indìce la Visita Pastorale nelle
due fasi, vicariale e parrocchiale, per incontrare il popolo
del territorio, con la guida del suo documento pastorale:
«La Parrocchia missionaria».
L’adempimento canonico della Visita Pastorale si sostanziava di continui interventi su «Vivere la liturgia», «Camminiamo insieme nella Chiesa-comunione per annunciare
il Vangelo a servizio dell’Uomo»; «Problemi della nostra
terra»; «I cristiani e lo Stato»; «Fede cristiana e azione politica»; «Chiamati a costruire insieme la Chiesa e lo Stato»;
«Le centrali termoelettriche a Brindisi».
Questo è solo qualche flash raccolto dall’ampiezza appassionata dell’animo di un operoso pastore. Ricerca ed approfondimento, per rileggere e custodire tale rendita spirituale e culturale, sono possibili consultando «Pastorale
Diocesana», «Fermento» e i volumi pubblicati per il 25°
di episcopato e il 50° di sacerdozio di don Settimio come
amava presentarsi, schivo di paludamenti e trionfalismi,
tanto da comporre lo stemma vescovile, su insistenti richieste dei collaboratori, nell’ultimo tratto del servizio
episcopale.
Edificante la semplicità e il distacco dagli interessi economici, tanto da non possedere un conto in banca e vivere
tuttora ospite presso una comunità religiosa sono note
qualificanti della sua vita.
Don Settimio, la nostra amicizia fraterna e sacerdotale, fin
dagli anni della Teologia Speciale in Seminario Regionale
e continuata in quello diocesano a Ostuni, è coincisa con
la vicinanza ministeriale, avendomi chiamato all’ufficio di
tuo primo collaboratore nel servizio della comunità della
nostra Chiesa particolare. Gioisco con te, con i confratelli,
con l’intera famiglia diocesana per il dono della longevità
che è preziosa compagnia di testimonianza di zelo apostolico, di accoglienza gentile e premurosa, in continuità con
il carisma episcopale, donato a noi tutti corde et fide.
Angelo Catarozzolo
Primo Piano - Vita Diocesana
8
18 Maggio 2014
Dall’identità del cristiano al nuovo anno pastorale 2014/2015
Ricordi “brindisini” dei due Papi santi
Un autografo di Giovanni XXIII
C
i sono tracce, nella città di San
Vito dei Normanni, lasciate da entrambi i pontefici elevati agli onori
dell’altare lo scorso 27 aprile e di questo la
comunità cittadina è lieta ed orgogliosa.
Sia San Giovanni XXIII che San Giovanni
Paolo II, infatti, hanno impreziosito con
propri doni la città, che da parte sua non
ha mancato di rendere loro omaggio.
Giovanni XXIII, nel marzo del 1963, accogliendo l’invito rivolto dal prof. Angelo
Pagliara, impegnato allora nella difficile
opera di istituire la Biblioteca Comunale, fece dono dei volumi contenenti i suoi
“Discorsi, Messaggi e Colloqui”, con tanto
di dedica autografa: “Peramanter in Domino”, cioè “affettuosamente nel Signore”.
Soltanto tre mesi più tardi il “papa buono”, stroncato da un tumore allo stomaco,
moriva. La Biblioteca cittadina, che oggi
conta diverse migliaia di volumi, è proprio a lui intitolata.
Giovanni Paolo II, invece, è nel cuore dei
sanvitesi per un duplice motivo. Il 26 ottobre
1996, in Vaticano, incoronò con un diadema di corallo l’icona della Madre
di Dio “Nikopeia” (in greco, “Operatrice di Vittorie”), venerata nella chiesa
matrice di Santa Maria
della Vittoria. Ai pellegrini sanvitesi giunti a Roma
per l’occasione disse: “A
Lei affido ciascuno di voi
chiedendoLe di assistervi
sempre […] per combattere sotto la buona battaglia
del Vangelo”. Due anni più
tardi, il 30 dicembre 1998,
elevò la stessa Chiesa Madre a Basilica Pontificia
Minore. Nel 2005, nel trigesimo della morte ed in
segno di profonda gratitudine, l’Amministrazione
Comunale ha voluto intitolargli la piazza prospiciente la Basilica.
Dei due Santi pontefici a San Vito dei
Normanni sono presenti delle immagini
sacre: a papa Giovanni XXIII, nel rione
cittadino intitolatogli, nel cinquantesimo
anniversario della morte, l’anno scorso è
stato eretto un busto in bronzo realizzato
dall’artista Flaviana Pagliara e donato alla
città dall’imprenditore Angelo Ayroldi;
a Giovanni Paolo II è dedicata una tela,
collocata al lato della teca che custodisce l’icona della Nikopeia nella Basilica,
realizzata nel 2011 dall’artista Massimo
Fedele.
Dario Romano
BRINDISI Lapide a futura memoria
Papa Roncalli e don Augusto
Q
uando Angelo Roncalli era ancora monsignore e non Papa
Giovanni XXIII, si è trovato in
due occasioni a trascorrere dei giorni a
Brindisi. Le sue soste in città sono state brevi, ma hanno
lasciato in lui un ricordo positivo, come
attestano alcuni documenti.
La prima visita di
Roncalli risale al 14
settembre 1936 e
giunge alla nostra conoscenza attraverso
le parole dello stesso
santo Papa, che così
aveva annotato sul suo
diario: «Debbo credere che il buon Angelo
Custode e i miei morti mi proteggono sensibilmente. Ieri sera
arrivando a Brindisi,
occupati tutti gli alberghi, avrei dovuto
rifugiarmi chi sa dove per passare la notte. Sul punto della più grave incertezza,
ecco comparire due sacerdoti di Brindisi, don Augusto Pizzigallo e un suo confratello. Accetto l’ospitalità fraterna che
il primo mi offre in casa sua: una casa
signorile, dove passo benissimo la notte, ed al mattino posso anche celebrare,
perché ivi nulla manca».
In quegli Mons. Roncalli era delegato
apostolico della Santa Sede per la Grecia e la Turchia e Brindisi era la città intermedia cui transitare per imbarcarsi
verso Istanbul.
Don Augusto Pizzigallo era invece
cappellano dell’aeroporto ed era usuale vederlo la sera a passeggio per le vie
centrali della città. Ritenuto dai benpensanti un anticonformista e, per certi versi, eccentrico, “papa” Augusto – come
veniva chiamato dal popolo – riuscì ad
accattivarsi la stima di Mons. Roncalli,
che dopo diociotto anni, il 1° novembre
1954 si trovò nuovamente a passare da
Brindisi, in veste di cardinale di Venezia,
di ritorno da una visita in Libano. An-
S
Tuttavia è necessario ritornare anche su alcuni limiti
evidenziati perché la Settimana Teologica risulti momento portante e propulsivo dell’anno pastorale.
L’Arcivescovo, sostenendo e chiudendo il confronto tra
i partecipanti ha ricordato i suoi intenti nel proporre
questa esperienza: essa è essenzialmente un momento
di formazione permanente per tutto il popolo di Dio; la
sua finalità è dare una direzione unica a tutta la Diocesi; è un momento in cui, grazie soprattutto ai gruppi di
studio, i laici possono confrontarsi e dialogare.
Al secondo punto all’ordine del giorno era prevista la
riflessione del CPD intorno ai contributi richiesti alle
diocesi italiane per la preparazione del Convegno di Firenze del prossimo novembre 2015: sono stati richiamati i passi che si stanno compiendo per coinvolgere le
diverse componenti diocesane: presentazione al Consiglio presbiterale; richiesta alle vicarie di raccontare una
esperienza di evangelizzazione-accompagnamento;
coinvolgimento del CPD nella scelta e nel racconto di
una esperienza significativa da proporre a livello nazionale. L’ascolto di alcune esperienze ha consentito già di
apprezzare cammini e ricchezze delle nostre Comunità;
tuttavia l’appuntamento del prossimo CPD sarà l’occasione per raccogliere tutti i racconti vicariali e scegliere
il più rappresentativo.
L’ultimo momento della serata, dedicato al terzo punto dell’ordine del giorno - anno pastorale 2014-2015 –
ha chiesto al Consiglio, di esplicitare la seconda tappa
del triennio già previsto lo scorso anno. “Quest’anno è
stato dedicato all’identità del cristiano che deriva dal
battesimo e dalla sua relazione con Cristo. È stato detto tale relazione si esplicita e matura nella Comunità
ecclesiale. Pertanto si palesa la necessità di formare
persone aperte a Dio e capaci di dedicarsi al bene della
Comunità, mettendo in atto percorsi di vita buona per
un rinnovamento/conversione della pastorale che aiuti
a coniugare una matura spiritualità e un più forte senso
di appartenenza ecclesiale con un amore appassionato
per la città, per far assumere alla Comunità una maggiore connotazione missionaria” .
Don Gianluca Carriero
L’Ordo Virginum nella Chiesa in Italia
che questa volta non mancò l’incontro
col cappellano brindisino, come ci testimonia il biglietto di ringraziamento
scritto dal futuro Pontefice: «Lietissimo
di vedere dopo diciotto anni il carissimo
canonico Augusto Pizzigallo gli rinnovo l’augurio delle consolazioni più vive
nel prezioso servizio della Chiesa e delle
anime».
Pochi giorni sono bastati per stimolare
la simpatia fra i due prelati, la cui memoria oggi continua a rimanere a Brindisi attraverso due vie loro dedicate: una
a papa Giovanni XXIII, nella strada in
cui aveva dimorato e nella quale sorge la
casa di don Pizzigallo, ora sede dell’Azione Cattolica diocesana; a un centinaio di
metri dalla prima un’altra a “papa” Pizzigallo, attigua a Piazza del Popolo.
Andrea Giampietro
“Quando ho danzato per un Santo”
spirituale». Insomma, altro che “State buoni se potete”
secondo l’esortazione di San Filippo Neri e tutt’altro
che calma, quella vigili, magando pensando alla danza
così come viene considerata nella Sacra Scrittura…
«La grandissima orchestra diretta da Monsignor Marco
Frisina iniziò a suonare le prime note di quella composizione creata per l’occasione e i miei piedi anticipavano involontariamente il percorso verso il centro della
scena, dove fui avvolto dal pathos di quella particolare
platea – aggiunge Tony Candeloro -, provai una nuova
sensazione e compresi che il gesto, lo sguardo e la proiezione del corpo avevano la responsabilità di trasmettere la comunione dell’arte con lo spirito e amai profondamente quell’Uomo, al centro dell’enorme platea,
che apriva le porte a tutte le arti includendo in quel
momento la danza. Dopo la rappresentazione sentivo
gli applausi del pubblico come in un’eco viva e lontana
ad un tempo, mentre un incaricato mi accompagnava,
tagliando in due la platea, verso il Pontefice, fu questo
un momento inaspettato ed emozionante ancor di più
quando volle che restassi in piedi al suo fianco durante
il Suo discorso ai giovani».
E Candeloro quindi ricorda: «E’ un evento questo che
ho vissuto e che conservo tra i più preziosi della mia
vita di uomo e d’artista, penso spesso a quest’Uomo
che ha unito frontiere e popoli, che ha combattuto per
dare alla nuova Chiesa Cristiana valori spirituali, valori semplici e di Credo».
Conclusioni di un artista: «Siamo fortunati ad essere
L
o scorso 29 aprile, presso il Seminario “Benedetto
XVI”, si è ritrovato il Consiglio Pastorale Diocesano, convocato dall’Arcivescovo e che ha visto la
partecipazione della quasi totalità dei membri facenti
parte.
Dopo la preghiera di vespro, si è preso in considerazione l’ordine del giorno che aveva come primo punto la
verifica della Settimana Teologica (10-14 febbraio scrsi).
Si è preso atto che, nelle serate la presenza è oscillata dagli 800 ai 1000 partecipanti, potendo contare su
un gruppo stabile di oltre 500 persone a serata. Inoltre
è stato sottolineato che, leggendo i dati contenuti nei
questionari di soddisfazione restituiti, la maggior parte
dei partecipanti ha accolto abbastanza positivamente la
proposta della Settimana teologica, incoraggiando altre
edizioni o altre esperienze simili.
Anche i membri del CPD hanno rilevato la positività
dell’esperienza perché nuova per la nostra Diocesi, per
il convenire insieme e perché si è evidenziato l’importanza della formazione nell’impegno laicale.
VITA CONSACRATA Approvata all’unanimità la Nota pastorale
TRA CRONACA E STORIA L’etoile Tony Candeloro descrive quella giornata particolare del 1995
on ricordi “de relato”, ormai, quelli che riguardano i brindisi e San Giovanni XXIII papa: Sono
ricordi vivissimi, invece, quelli che legano i brindisini – un brindisino, in particolare –a San Giovanni
Paolo II. Questi ricordi sono dell’étoile Tony Candeloro che in occasione della canonizzazione dei due papi
non ha fatto alcuna fatica a sacavare nei suoi ricordi
e dire: «Quel giorno io danzai per un Santo». Li ha
messi per iscritto e li ha fatti pubblicare sul più diffuso giornale quotidiano pugliese e sono vividi, privi di
qualsiasi retorica, perché autenticamente conservati.
«Era il 1995 e ricevetti l’invito, da monsignor Ruini,
di danzare in Sala Nervi al Vaticano per la Giornata
Mondiale della Gioventù, dedicata a San Filippo Neri,
naturalmente fui colpito da questo inaspettato evento
e ancor più – scrive Tony Candeloro - quando seppi
che avrei dovuto danzare al cospetto di Giovanni Paolo II. Mi avevano parlato di lui e del suo interesse verso
l’arte alcuni suoi amici, suoi connazionali, che avevo
conosciuto negli anni che ho abitato a Parigi».
E Candeloro ha subito aggiunto: «Di quel giorno ricordo che la rappresentazione ebbe inizio con due ore
di ritardo perché Papa Woytila prima di raggiungere
la sua poltrona, posta al centro della platea, percorse
il suo tragitto lentamente per salutare e stringere la
mano alla marea di giovani, intanto nel mio camerino
si tagliava a fette la paura e l’emozione di quella prova che avrei dovuto dare, sentivo la responsabilità di
portare la danza, per la prima volta, in quella platea
9
Vita Diocesana
ORGANISMI La riunione del Consiglio Pastorale Diocesano tra verifica e progettualità
DOPO QUEL 27 APRILE Raccogliendo frammenti locali perché nulla vada disperso
SAN VITO Nella biblioteca
18 Maggio 2014
contemporanei alla sua vita, alla sua beatificazione e
oggi alla sua santificazione, fortunati perché abbiamo
ricevuto il massaggio vivo per continuare a credere e
sperare…..». Cosa aggiungere altro?
I
l pronunciarsi della Chiesa attraverso l’ufficialità del
suo Magistero attesta l’importanza, per la vita della
stessa e per il bene dell’umanità, di quanto crede come
verità, ispirata da Dio, per l’espansione del suo Regno.
Nel Magistero ecclesiale troviamo indicazioni importanti sul cammino che lo Spirito sta ispirando ai cristiani di
oggi, che sono chiamati a cogliere, nell’oggi della storia,
nel contesto sociale e culturale in cui vivono, quali siano
i percorsi di santità, che edificano la Chiesa e la rendono
strumento salvifico per il mondo intero. Percorsi sempre nuovi, diversi, “originali”, perché attingono all’origine
di ogni dono: all’unico Spirito. La verginità consacrata,
“carisma tanto luminoso e fecondo agli occhi della fede,
quanto oscuro e inutile a quelli del mondo” (Benedetto
XVI all’Incontro internazionale dell’Ordo virginum del
2008) rappresenta una scelta nuziale di vita, nella sequela
radicale di Cristo, un bene ricevuto che si tramuta in pienezza di carità, nella e per la Chiesa, nel e per il mondo.
Il primo documento ufficiale dei tempi moderni, che il
Magistero dei Vescovi ha redatto sull’Ordine delle vergini, in seguito a quanto stabilito nel Concilio Vaticano II, è
proprio dell’Episcopato italiano, ad oltre quarant’anni dal
ripristino del Rito di consacrazione delle vergini. Lo scorso marzo, nella sessione della Commissione permanente
della Conferenza Episcopale Italiana, è stata approvata
all’unanimità la Nota pastorale “L’Ordo Virginum nella
Chiesa in Italia”; documento atteso da tanti anni, frutto anche della sollecitudine di tante donne consacrate e
dell’attenzione di alcuni Vescovi italiani, che hanno letto,
in questa forma di consacrazione, avulsa da strutture ben
definite, campo aperto alla “creatività dello Spirito”, un
segno ecclesiale incisivo per la missione evangelizzatrice
della Chiesa. La Nota nasce dopo anni di attesa, rivelatasi
perseverante e feconda, giacché in Italia sono state superate le cinquecento consacrazioni e si attestano, come
numero, altrettante donne in formazione. Tale documento delinea con maggiore chiarezza l’identità del carisma,
ed offre “orientamenti e indicazioni per elaborare criteri comuni e attivare prassi condivise di discernimento,
di formazione e di cura pastorale”, così come affermato,
nella presentazione, da S.Ecc. Mons. Francesco Lambia-
si, Presidente della Commissione Episcopale per il clero
e la vita consacrata, che tanto si è prodigato negli ultimi
anni, affinché tale documento potesse aiutare le donne,
che guardano favorevolmente a questa scelta di vita, e i
Vescovi a comprendere e promuovere nelle modalità più
consone, nella fedeltà al carisma, la consacrazione verginale nell’Ordo. La prima parte della Nota ne evidenzia le
linee fondamentali, il percorso storico-ecclesiale, la fisionomia spirituale; lo specifico nel legame col vescovo diocesano e la figura del delegato. Nella seconda parte si dà
spazio al lungo percorso formativo di colei che il Signore
chiama a vivere il proposito di verginità per sempre. Il discernimento è supportato necessariamente da una forma-
zione che interessi le diverse dimensioni della persona e
che contempli l’unità di maturità umana e spirituale. La
formazione parte da una fase propedeutica, quindi prosegue con un percorso distinto, che permetta il passaggio da
una formazione alla vita consacrata in genere, sino a quella specifica dell’Ordo; infine il vescovo diocesano, che accompagna paternamente il cammino della candidata, ne
stabilisce l’idoneità e dunque la consacrazione, che diventa in tal modo “evento” di Chiesa; non semplice scelta personale, ma accoglienza di un dono che Dio stesso fa alla
Chiesa particolare. Scontata è la formazione permanente,
perché “la vergine consacrata sia una credente e (…) lo
diventi sempre di più: (…) si veda nella sua verità con gli
occhi di Cristo e tenda alla misura alta della vita cristiana,
la santità”. La terza parte del documento magisteriale specifica le modalità di vita della vergine, che, attraverso la
formulazione della propria personale regola di vita, l’accompagnamento spirituale, la fedeltà alla preghiera della
Chiesa, la cura della comunione con il vescovo e con le
altre consacrate, l’inserimento attivo nella società, rende
viva, operante e dinamica la vocazione ricevuta. Da sottolineare il riferimento, nella Nota, al Collegamento nazionale dell’Ordo virginum, formato da quattro consacrate
–da due anni una consacrata della nostra diocesi offre
questo servizio- che coordinano, programmano, organizzano il percorso formativo nazionale, curano le relazioni
con la CEI, redigono gli Atti degli annuali Incontri nazionali e dei Seminari di studio, curano il sito internet La
nostra diocesi offre, da oramai un decennio, un cammino
formativo, nella persona di mons. Pio Conte, a coloro che
già vivono questa scelta di vita e a coloro che sono in discernimento vocazionale e la Nota pastorale ne conferma
il percorso, lo corrobora e lo orienta secondo una linea di
ancor più verità e autenticità.
Annarita Lamendola
Consacrata nell’Ordo virginum
10
18 Maggio 2014
Vita Diocesana
REPORTAGE Il 3 maggio Papa Francesco ha incontrato l’Azione cattolica italiana
“Si dice SI non quando si è pronti ma quando si è chiamati”
S
orridi alla vita e la vita ti sorriderà: la forza del sorriso quando tutto ti sembra nero o ad un
fratello che ti passa accanto e forse ha
più bisogno di Te di un sorriso che riaccenda un raggio di speranza nel suo
cuore. Una telefonata inaspettata del
nostro Presidente Diocesano, Piero
Conversano: l’invito del Santo Padre ad incontrare la grande famiglia
dell’Azione Cattolica, condivisa così
la Gioia con il gruppo Parrocchiale e
con il Parroco Don Adriano, nostro
Assistente, la risposta immediata un
SI ad essere presenti. La Diocesi di
Brindisi-Ostuni è pronta a partire.
Arrivati la mattina del 3 maggio 2014,
sotto una pioggia battente, incolonnati in attesa di entrare emozionati
e trepidanti per il tanto atteso e desiderato incontro con il Santo Padre.
Egli ci ha ricevuto nell’Aula Paolo VI
in Città del Vaticano, Roma, a conclusione della XV Assemblea Nazionale
dell’Azione Cattolica, presenti i Parroci Assistenti ed i Presidenti Parrocchiali delle più di 6000 associazioni
parrocchiali esistenti in ogni diocesi
d’Italia insieme ai rappresentanti delle associazioni di Azione Cattolica di
tutto il mondo. Erano presenti, inoltre, il presidente dell’Azione Cattolica Franco Miano, il nuovo Assistente
generale, mons. Mansueto Bianchi, e
il suo predecessore mons. Domenico
Sigalini, il cardinale presidente della
Cei Angelo Bagnasco con il segretario
generale il vescovo Nunzio Galantino.
Il tema dell’ Assemblea, ‘Persone
nuove in Cristo Gesù, corresponsabili
della gioia di vivere’ – ha sottolineato
il Papa - si inserisce bene nel tempo
pasquale, che è un tempo di gioia, è la
gioia dei discepoli nell’incontro con il
Cristo risorto, e richiede di essere interiorizzata, questa gioia, dentro uno
stile evangelizzatore capace di incidere nella vita.
E’ intervenuto
Mons. Mansueto
Bianchi, nuovo Assistente Ecclesiastico Generale dell’AC che ha raffigurato l’Azione Cattolica come l’asino su
cui Gesù compì il suo ingresso a Gerusalemme “ non siamo eccezionali,
come i cavalli di razza, di solito non
compariamo nei monumenti equestri,
siamo anche un po’ grigi, ma tenaci,
e soprattutto desideriamo con tutto
il cuore portare il Signore dentro la
città. In questo crediamo di somigliare un po’ alle nostre parrocchie, alla
Chiesa di tutti i giorni, per tutte le
persone che sentiamo di amare e che
vogliamo servire”.
Franco Miano, nel suo intervento ha
sottolineato che la presenza rappresenta per tutti Noi un impegno ed una
promessa: la scelta di essere un’Associazione popolare, di tutti, per tutti e
accanto a tutti perché ciascuno possa
essere felice, felice di credere e di vivere la vita in pienezza, in compagnia
di Colui che dona senso e significato
alle nostre giornate. Un impegno ad
essere sempre più laici che sanno stare
nella storia, e che sanno che ogni tempo è tempo favorevole, tempo capace
di donare la gioia dell’Incontro con il
Signore e dell’incontro con i fratelli.
Il modo di vivere la fede non deve
limitarsi all’ambito privato o solo
per preparare le anime per il cielo.
La responsabilità di ogni cristiano è
saldare cielo e terra, essere cristiano
ma anche cittadino, vivere il Vangelo senza dimenticare la Costituzione
che parlando di “doveri inderogabili
di solidarietà politica, economica e
sociale” non fa che tradurre in modo
laico l’etica evangelica. Diversamente
la nostra fede rimane una scelta intimistica che svilisce di significato la
passione di Gesù, con la sua fame e
sete di giustizia.
Per salvarci dal naufragio che travolge
la nostra società è necessario seguire
la via della povertà, che non è la miseria –questa è da combattere- ma è il
saper condividere, l’essere solidali con
chi è bisognoso, il fidarci più di Dio e
meno delle nostre forze umane.
Il Santo Padre, intervenendo ha evidenziato che le Parrocchie hanno
bisogno dell’ entusiasmo apostolico,
della piena disponibilità e del servizio
creativo. Serve il dinamismo missionario per arrivare a tutti, privilegiando chi si sente lontano e le fasce più
deboli e dimenticate della popolazione. Si tratta di aprire le porte e lasciare che Gesù possa andare fuori.
Ci ha consegnato tre verbi, che devono costituire una traccia di cammino
per evitare la “quiete”, ossia la tentazione della chiusura, dell’intimismo e
della serietà formale.
Il primo è: RIMANERE. Ma non rima-
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nere chiusi. Rimanere con Gesù, rimanere a godere della sua compagnia.
Per essere annunciatori e testimoni
di Cristo occorre rimanere anzitutto
vicini a Lui. È dall’incontro con Colui
che è la nostra vita e la nostra gioia,
che la nostra testimonianza acquista
ogni giorno nuovo significato e nuova forza. Rimanere in Gesù, rimanere
con Gesù.
Secondo verbo: ANDARE. Mai
un’Azione Cattolica ferma. Andare
per le strade delle città e dei Paesi,
e annunciare che Dio è Padre e che
Gesù Cristo ce lo ha fatto conoscere,
e per questo la nostra vita è cambiata: si può vivere da fratelli, portando
dentro una speranza che non delude.
Il desiderio di far correre la Parola di
Dio fino ai confini, rinnovando così l’
impegno a incontrare l’uomo dovunque si trovi, lì dove soffre, lì dove spera, lì dove ama e crede, lì dove sono i
suoi sogni più profondi, le domande
più vere, i desideri del suo cuore.
E infine, GIOIRE. Gioire ed esultare
sempre nel Signore! Essere persone
che cantano la vita, che cantano la
fede. Non solo recitare il Credo, recitare la fede, conoscere la fede ma
cantare la fede! Persone capaci di riconoscere i propri talenti e i propri
limiti, che sanno vedere nelle proprie
giornate, anche in quelle più buie, i
segni della presenza del Signore. Gioire perché il Signore ci ha chiamato
ad essere corresponsabili della missione della sua Chiesa. Gioire perché
in questo cammino non siamo soli: c’è
il Signore che ci accompagna, ci sono
i Vescovi e sacerdoti che ci sostengono, ci sono le nostre comunità parrocchiali e diocesane con cui condividere il cammino. Il Santo Padre ci
ha invitato a chiedere al Signore, per
ognuno di noi, occhi che sanno vedere oltre l’apparenza; orecchie che
sanno ascoltare grida, sussurri e anche silenzi; mani che sanno sostenere,
abbracciare, curare. Un cuore grande
e misericordioso, che desidera il bene
e la salvezza di tutti. Ci ha affidati nel
cammino a Maria Immacolata, ed ha
impartito la Sua Benedizione su tutti
noi.
Ci ha chiesto di pregare per Lui e Noi
lo sosterremo sempre perché l’atto
di straordinaria umiltà di Benedetto XVl e l’avvento di Papa Francesco
hanno restituito alla Chiesa Cattolica
un ruolo centrale, a cui da ogni parte
tutti guardano con simpatia.
Papa Jorge Mario Bergoglio è acclamato ed atteso da tutti con gioia.
Il Suo Pontificato ha risvegliato la fede
dei credenti ed ha riaperto il dialogo
tra la Chiesa ed i mondi che sembravano aver chiuso la porta del dialogo.
Il Suo stile sobrio è metodo e contenuto. Suscita empatia negli interlocutori.
Quello che ho provato insieme a tutti i presenti è ancora vivo a distanza
di molte ore: le riflessioni degli interventi, le preghiere, i canti, l’ entrata
del Papa, il suo passo sicuro, il suo
sorriso, la sua semplicità, la disponibilità verso tutti i presenti, le foto con
i ragazzi dell’ACR, le carezze ai disabili, la sua attenzione a non trascurare
niente e nessuno, il suo invito ormai
incessante ad uscire, a testimoniare
soprattutto fuori, affrontando i problemi certi di avere il sostegno forte
di una Chiesa che non deve essere ferma ma in continuo movimento.
Patrizia Vantaggiato
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Speciale
Speciale
La scuola in piazza S. Pietro, sabato 10 maggio e quella lezione da non dimenticare
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18 Maggio 2014
18 Maggio 2014
DOPO LA FESTA DEL 10 MAGGIO Intervista al sottosegretario Cei
SCUOLA Sì, è una storia d’amore
Mons. Pompili: “Ci vuole audacia:
investire nella scuola e sulle persona
Il Papa: si impara ad imparare
attraverso la relazione
“S
“L
e uno ha imparato a imparare, questo gli rimane per sempre”. È una delle suggestioni, tra le tantissime, venuta da Papa Francesco, nella festa
per la scuola che ha riempito piazza San Pietro e non solo. Forse la più
“tecnica”, perché entra nel merito proprio del principale “meccanismo” scolastico, che è proprio quello di avviare processi di apprendimento e, prima ancora, di
promuovere l’attitudine all’apprendimento: imparare a imparare, appunto.
Questo avviene a scuola (che peraltro, come è evidente a tutti, non è l’unico “luogo dell’apprendimento”, ma certamente ne è in qualche modo il “luogo privilegiato”). L’apprendimento non è un processo asettico, né tantomeno automatico.
E qui è ancora Papa Francesco che, con la semplicità che gli è connaturale, aiuta
a comprendere. Lo fa ricordando la sua maestra, quella che - ha raccontato - a 6
anni lo ha preso per mano e della quale non si è mai dimenticato. Ecco, il meccanismo dell’apprendimento, quello significativo, cioè capace di cambiare la vita
(e non sembri un’esagerazione), si scatena grazie all’incontro, alla capacità di
entrare in relazione, a quello che diremmo un “moto del cuore”. Qui sta il segreto
della scuola, che si può ritrovare in molte altre espressioni, a cominciare dal quel
“we care”, mutuato da don Milani, che ha fatto da filo conduttore all’incontro
romano. Un “moto del cuore” - si permetta ancora una volta l’espressione - che
nella scuola non è lasciato al caso, ma diventa pianificato, consapevole, intelligentemente cercato e promosso.
Cosa vuol dire? L’apprendimento è qualcosa di estremamente personale, che
muove anzitutto da una motivazione interiore. E scatenare questa è il segreto
di una buona scuola, è ciò che avviene principalmente attraverso il gioco delle
relazioni, grazie al “prendersi cura” reciproco dei protagonisti della scuola, collocandosi nel contesto più ampio dell’educazione, la quale, una volta di più, è
accompagnamento e promozione - consapevole, strategicamente pensata - del
vero e del bello. Perché non c’è via di mezzo - e lo ha detto ancora Papa Francesco - “l’educazione non può essere neutra: o è positiva o è negativa, o arricchisce
o impoverisce, o fa crescere la persona o la deprime”.
Ecco, allora, il cuore della questione. La scuola fa il suo mestiere quando si prende cura delle persone, se ne assume la responsabilità. E si delinea un compito,
in particolare per gli insegnanti, “da far tremare i polsi”. Farsi carico, prendersi
cura, mirare al bene, al vero, al bello. E tutto questo con la consapevolezza di non
essere altro che degli “accompagnatori”, dei promotori, dei facilitatori. Perché
l’altro, il più piccolo, l’allievo, deve camminare da sé. Non lo si può trascinare,
ma va messo in moto, in grado di conquistare autonomia, sicurezza, in un processo che si autoalimenta. Così la maestra del Papa, per restare alla semplicità
ed efficacia dell’esempio: “Lei - ha ricordato Francesco - mi ha fatto amare la
scuola. Amo la scuola perché quella donna mi ha insegnato ad amarla”.
Imparare ad imparare, prendersi cura, camminare insieme. È una storia di amore
quella della scuola. E dall’incontro in San Pietro viene l’invito a perpetuarla,
nelle fatiche quotidiane, con rinnovato entusiasmo da parte di ogni protagonista. Senza dimenticare anche le responsabilità - politiche - di chi deve creare le
condizioni perché questo fantastico laboratorio di umanità possa funzionare al
meglio.
Alberto Campoleoni
a Chiesa non ha battuto cassa, ma ha battuto
un pugno per dire che la scuola è bene di tutti e
rappresenta una sfida decisiva per una società
che non vuole invecchiare. Se si mostra poca passione
per la scuola, si ha poca passione per l’uomo”. È uno dei
messaggi, forse il principale, che resteranno dell’incontro di sabato 10 maggio tra Papa Francesco e i 300mila
protagonisti del mondo della scuola - insegnanti, alunni
e genitori - che hanno gremito piazza San Pietro e via
della Conciliazione. Ne è convinto monsignor Domenico Pompili, sottosegretario della Cei e coordinatore
dell’evento, che ci offre una lettura della “grande festa”
che ha rappresentato il “momento clou” del percorso,
“La Chiesa per la scuola”, avviato nel maggio 2013 dalla
Chiesa italiana per rilanciare nella società il dibattito
sull’educazione e sulla scuola.
Quali sono i messaggi che giungono dal 10 maggio?
“Il primo messaggio è un dato di fatto: la Chiesa può
farsi interprete di un’istanza che ha un’ampia eco nella
società civile come, ad esempio, il tema della scuola. La
scelta della Chiesa di prendersi cura di un tema nevralgico – come lo è la scuola - è un modo per ricordare
che il suo servizio è a beneficio di tutta la collettività.
Quindi la prima conclusione da trarre dal 10 maggio è
che quando la Chiesa intercetta, come in questo caso,
un tema che riguarda tutti, si accredita come interlocutore credibile. E questo perché non difende se stessa ma
si pone in uscita, verso le necessità più impellenti del vivere umano, oggi in modo particolare verso la scuola”.
REPORTAGE di Ostuni non si “accontentano” di via della Conciliazione e conquistano piazza San Pietro
“Francesco…ecco davvero uno di noi”
che insegna il linguaggio di mente, cuore e mani
S
pesso a scuola accade, durante gli
incontri che la professione di docente mi dona da vivere con i miei studenti, di leggere sui loro volti una grande
curiosità, attesa di risposte a domande a
volte accennate oppure addirittura non
formulate, aspettative da soddisfare, desiderio di essere accolti e ascoltati. Ripenso, allora, a quando ero io studentessa e ai tanti perché che affollavano la mia
mente…Sabato 10 Maggio, a Roma per
incontrare Papa Francesco, in occasione
dell’evento organizzato dalla CEI, guardavo i miei studenti e leggevo sui loro
volti l’attesa di… incontrare Francesco.
Si…, semplicemente Francesco, perché
i ragazzi lo percepiscono come uno di
loro. Quando ho proposto ai miei alunni
di condividere con me questa esperienza,
Davide ha detto:- Professoressa, si, andiamo da Francesco, è “troppo semplice”
per essere vero! “E così siamo partiti in
cento, con Davide, per andare a constatare di persona se Francesco è una persona vera. In Via della Conciliazione, stipati
come sardine sottosale, abbiamo conquistato a fatica il primo maxischermo…ed
io contenta di ciò, ricordando esperienze
pregresse in Piazza San Pietro, ho detto
loro:- Ragazzi, ce l’abbiamo fatta!- Davide di rimando:- No, professoressa,…non
può chiederci questo, dobbiamo incontrare Francesco!- E così abbiamo conquistato il secondo maxischermo e poi la
piazza. Devo dire che i ragazzi con il loro
entusiasmo hanno cancellato un po’ dei
miei anni e mi hanno fatto sentire una di
loro. Belle le testimonianze sulla scuola
di artisti e persone impegnate per e nella
scuola, ma loro aspettavano Francesco.
E finalmente dopo canti, cori e catene di
abbracci…Francesco si è materializzato,…- Uno di noi, in carne ed ossa- come
ha detto Giuseppe. Un uomo che sorride, si china per abbracciare i più deboli,
solleva tra le braccia i più piccoli, non si
stanca di benedire i tanti studenti giunti
lì per vederlo di persona, per incrociare
il suo sguardo, per ascoltarlo…mentre
parla di qualcosa che loro vivono nella
quotidianità,…di “scuola”, ma la scuola
sono loro, gli studenti, protagonisti della “lezione” del Papa. Si sentono accolti
e ascoltati, forse come non mai. Questo
uomo importante non se la tira, non si da
arie. Racconta loro di quando, all’età di
sei anni, si è innamorato della scuola grazie alla sua prima maestra, meravigliosa,
una donna che ha saputo accendere nel
suo cuore e nella sua mente l’interesse
per la realtà in tutte le sue dimensioni,
un’educatrice, una vitae magistra, perché
ciò che apprendiamo a scuola ci aiuta a
costruire ed orientare la nostra vita. Non
esiste un’ educazione neutra: l’educazione o è positiva o è negativa. Ed è positiva
nella misura in cui chi educa, aperto alla
realtà, è capace di seminare, far germo-
gliare e crescere la curiosità in chi ha necessariamente bisogno di essere guidato
in questa scoperta. Questo uomo ci dice,
sorridendo, che un’azione educativa è
positiva se educa alla speranza, perché
l’uomo non può vivere senza speranza.
Quale grande responsabilità abbiamo
noi docenti…Ci dice che non dobbiamo mai sentirci “arrivati”, ma che ogni
conquista è il nuovo punto di partenza
per crescere in sapienza.-E’ forte!- dice
Davide. L’ho guardato con attenzione,
felice di vedere brillare i suoi occhi, osservatorio privilegiato per me docente.
La scuola è un bene da salvaguardare,
per cui impegnarsi…perché “la scuola
siamo noi”.-E’ vero!- dice Davide. Allora
mi sono tornati in mente i tanti incontri
a scuola per sollecitare gli studenti alla
partecipazione e alla condivisione delle
tante iniziative, a sentire la scuola come
“cosa loro”, a viverla come comunità educante, in cui la forza vincente nasce dalla
reciprocità, in cui imparare ad imparare.
Il Papa, maestro in questa aula meravigliosa che ci accoglie e ci abbraccia con
forza con il suo possente colonnato, insegna a noi docenti che dobbiamo educare i nostri studenti al VERO, al BENE
e al BELLO, perché non esiste verità
che non sia al contempo bontà e bellezza, non esiste bontà che non sia verità e
bellezza, non esiste bellezza che non sia
verità e bontà.-Professoressa,…su questo
passaggio ci dobbiamo ritornare…- dice
Marika e i suoi occhi stupiti guardano il
cielo luminoso. - Il Papa mi sta assegnando i compiti per casa – ho pensato e le ho
sorriso. Come insegnare questi valori ai
nostri ragazzi? Come attrezzarci? In quale palestra andare a trovare gli strumenti
idonei e funzionali a tale impresa? La sua
risposta è semplice,…secondo lui…Dobbiamo educare i nostri alunni al BENE, al
VERO e al BELLO, insegnando loro tre
lingue: il linguaggio della MENTE, il linguaggio del CUORE e il linguaggio delle
MANI. – Che lezione- ho pensato-la fa
facile lui!-. Marika ha esclamato:- Anche
su questo ci dobbiamo tornare!-. E’ stata
proprio una bella lezione, di cui far tesoro. - Dobbiamo amare la nostra scuola
– conclude Davide. –No, Davide…,non
dobbiamo farci derubare dell’amore per
la nostra scuola!- ribatte Giuseppe. E che
aggiungere? Penso che la lezione sia stata
recepita. Il Papa mi ha assegnato i compiti per casa e, come alunna, ho vissuto
un’esperienza unica per gli insegnamenti semplicemente straordinari ricevuti.
Ora, sulla via del ritorno verso casa, il regalo più bello sono le parole di Davide:- Il
VERO, il BENE e il BELLO…insieme…
forte eh!? - . Grazie, Papa Francesco.
Lucia Grassi
La grande partecipazione sembra confermare tutto
ciò. Erano presenti in 300mila: di questi quanti appartenevano alle scuole paritarie e quanti alle statali?
“Sicuramente la maggior parte dei presenti apparteneva
al mondo variegato delle paritarie. Ma anche la presenza delle scuole statali non è da sottovalutare. La scelta di
porre l’accento sulla scuola come tale dice, in fondo, che
anche in ambito cattolico è ormai maturata la convinzione che bisogna smetterla con la guerra tra paritarie
e statali, perché è una guerra tra poveri. Se chiudessero
di colpo tutte le paritarie in Italia, si produrrebbe una
crisi del sistema e un danno economico. Bisogna capire
che oggi ci si deve unire. Perché un sistema integrato di
scuola, all’altezza dei tempi attuali, suppone una pluralità di soggetti, come ha detto con efficacia il ministro
Giannini. La scuola è bene comune, cioè pubblico, e
deve essere garantita a tutti. È secondario poi chi sia a
gestirla, se lo Stato o altre Istituzioni”.
Momento centrale della manifestazione è stato l’incontro con Papa Francesco.
“La presenza del Papa ha rappresentato il vertice dell’in-
tero pomeriggio. E le sue parole sono state il momento
più atteso, preceduto prima dall’incontro fisico - con
quel lungo giro sulla jeep bianca - del Pontefice con i
presenti, quasi a sottolineare anche plasticamente che
la scuola è in primo luogo relazione. L’intervento del
Papa è stato, come sempre, sorprendentemente intrigante. È emersa la passione per la scuola ‘perché ci
educa al vero, al bene e al bello’, tre dimensioni sempre
intrecciate. E poi l’augurio per ‘una bella strada nella
scuola, che faccia crescere le tre lingue che una persona
matura deve saper parlare in maniera armoniosa: mente, cuore e mani’. Papa Francesco, utilizzando immagini
forti, ha toccato l’immaginario dei presenti suscitando
il loro interesse. La sua capacità sta nel toccare i gangli
vitali”.
Cosa ne pensa della presentazione fatta dai media
laici?
“Chi ha scritto, ha interpretato il senso autentico
dell’iniziativa: non era una piazza contro e tantomeno
una rivendicazione per interessi di parte. C’è da rimarcare, però, la distrazione di molti giornali dinanzi a un
evento che ha coinvolto 300mila persone e che ha rimesso la scuola al centro dell’opinione pubblica e del
dibattito politico. Ci sono state delle clamorose assenze
di notizie. Spesso si va dietro ad autentiche sciocchezze
che riguardano la Chiesa, invece quando c’è un popolo che si muove, sembra non interessare. Chissà come
mai!”.
Quale appello lascia al Paese questa manifestazione?
“Investire nella scuola, nel futuro, nelle persone in definitiva. In un momento di crisi e di risorse limitate bisogna avere l’audacia di guardare un po’ oltre il proprio
naso. La formazione delle persone è la prima risorsa
del Paese. Solo quando le persone sono criticamente
formate e hanno acquisito le necessarie competenze, si
può sperare nello sviluppo. Diversamente, è impossibile
pensare a un vero rinascimento”.
Come procederà ora il percorso “la Chiesa per la
scuola”?
“Prima di tutto bisogna metabolizzare l’entusiasmo del
10 maggio. In concreto, a livello diocesano, dovrebbe
emergere la centralità della pastorale scolastica che non
è periferica rispetto alla capacità della Chiesa di essere
dentro la vita di oggi. Nella scuola, infatti, s’incontrano tutti, indistintamente. Per la Chiesa, dunque, abitare questo spazio, che è fatto di relazioni, significa farsi
prossima al contesto in cui la gente cresce. La scuola è
una grande frontiera”.
.
Vincenzo Corrado
Vita di Chiesa
14
18 Maggio 2014
LA SCUOLA IN PIAZZA S. PIETRO L’esperienza del Complesso “S. Antonio da Padova”
Noi più piccoli a Roma con Papa Francesco…
D
18 Maggio 2014
IN CITTÀ Il 3 maggio la festa regionale in un clima di grande simpatia
Progetti in piazza con l’Unitalsi
Il 3 maggio scorso l’Unitalsi Pugliese si è ritrovata
a Brindisi per celebrare la Festa Regionale e per incontrare la comunità brindisina insieme ai numerosi
ospiti presenti nel capoluogo adriatico per altri eventi,
primo tra tutti il Salone Nautico.
“Progetti in piazza con l’Unitalsi”. E’ il titolo dell’iniziativa patrocinata dall’amministrazione comunale di
Brindisi che ha coinvolto il capoluogo adriatico per
tutta la giornata e in diversi luoghi.
Brindisi è stata invasa dai volontari unitalsiani provenienti da tutta la Puglia che insieme ai fratelli ammalati hanno fatto sentire il calore e la gioia di un associazione che non avverte il peso di oltre 110 anni di vita.
I volontari del Servizio Civile Unitalsi ed i gruppi unitalsiani provenienti da tutta la Puglia si sono ritrovati di buon mattino a Jaddico per la celebrazione della
Santa Messa, concelebrata da Don Totò Mileti (assistente regionale dell’Unitalsi) e da Don Paolo Zofra
(assistente di Sottosezione). Volontari ed ammalati
al Complesso scolastico “S. Antonio da Padova”(che
comprende la Scuola Primaria Paritaria e Scuola
dell’Infanzia) in Brindisi –Casale due pullman di
alunni, genitori,insegnanti e religiose,sabato 10 maggio
sono partiti per Roma,per partecipare alla Grande Festa
della Scuola Italiana, presieduta da Papa Francesco.
Per tutti,ma in modo particolare per chi ha avuto la fortuna di esserci è stata una data speciale, indelebile , ogni
alunno ha riportato un carico di ricordi,emozione, messaggi…
Lunedì 12 maggio, il rientro a scuola è caratterizzato dalla
condivisione del vissuto , con tripudio e nostalgia ,con la
mente,il cuore, si ritorna in Pizza S. Pietro; le insegnate di
classe dedicano spazio abbondante ai commenti costruttivi e arricchenti degli alunni. I ragazzi della classe V hanno
riletto insieme alla maestra il testo integrale del discorso
che Papa Francesco ha consegnato ai suoi ospiti sabato 10
maggio, i ragazzi, hanno commentato, riflettuto, sottolineato espressioni e messaggio importanti ; hanno elaborato un compito , una semplice ma significativa cronaca.
Tutti gli alunni sono stati bravissimi, ma, per non occupare troppo spazio sui periodici ne abbiamo sorteggiato solo
quattro, che inviamo alla vostra redazione.
hanno così voluto affidare al Signore una giornata faticosa, ma tanto
gioiosa.
Al termine della celebrazione tutti al
lavoro per allestire gli stand su Corso Umberto e per incontrare la Città di Brindisi. Si parte dall’Ospedale
Perrino, in particolare dal reparto
di Pediatria dove i volontari-clown
hanno incontrato i piccoli pazienti.
Poi le scuole “Palumbo” e “Carnaro, dove i responsabili dell’associazione insieme ai volontari del servizio civile hanno raccontato la loro
esperienza ascoltando anche le domande interessate dei ragazzi. E poi
l’incontro con gli ospiti e i volontari
della mensa Caritas.
Nel pomeriggio l’apertura degli
stand collocati in Corso Umberto. Brindisini e visitatori hanno potuto toccare con mano i vari progetti
dell’associazione. Dai pellegrinaggi, all’attività quoti-
Le Suore
…tornati a Brindisi abbiamo svolto un compito
Cronaca di un evento eccezionale:
racconta con ricchezza di particolari l’esperienza vissuta a Roma e fai le tue considerazioni e riflessioni sul discorso del Santo Padre Francesco
rivolto al mondo della scuola italiana.
ALESSANDRO TUNDO classe V
Trecentomila persona alla fantastica udienza del Santo Padre Francesco !!! Molti affascinati dalle speciali
e umili parole pronunciate da questa importantissima figura. “dobbiamo imperare ad imperare”, dice il
Papa, quel giorno a Roma in piazza San Pietro, parole
significative per adulti e bambini, parole che incitano
ad ascoltare e dare importanza ai pensieri altrui.
“!Scuola e famiglia, sono collegate per garantire il
bene dei ragazzi”.
Altra frase significative, di valore importante.
Morale di tutto questo è che la Scuola è una strada da
percorrere, senza paura, per far “crescere” le tre lingue che sono presenti in noi: quella del cuore e quelle
delle mani. Il fatto è che non dobbiamo farci rubare
l’amore per la scuola. Secondo me la frase più bella
è stata: “meglio una sconfitta pulita che una vittoria
sporca!”. Il che vuol dire che non dobbiamo agire subdolamente per raggiungere i nostri scopi.
SYRIA RICCIU’classe V
Oggi, più di trecentomila persone, si sono recate a
Roma per incontrare il Santo Padre! Papa Francesco, ha invitato tutte le scuole d’Italia presso Piazza
San Pietro dov’è passata con il papa-mobile e dove
ha tenuto un discorso per salutare e ringraziare tutte
le maestre e alunni che hanno partecipato. Alla fine
dell’incontro, intervistando diversi scolari quasi tutti
hanno espresso la stessa opinione sul loro papa: hanno detto che è un uomo semplice e umile, con un cuore immenso, disponibile verso tutti. Nel momento in
cui il papa è passato, molta gente si è lamentata della
velocità dell’auto, ma è già stata una fortuna vederlo!
Il suo discorso è stata all’amore per la scuola, le parole più importanti sono state quelle con cui diceva
che dobbiamo “imperare ad imperare”, che è i ragazzi
hanno fiuto, “che la scuola non è un parcheggio”, che
“la famiglia e la scuola non vanno contrapposte” che
è più bella una sconfitta pulita che una vittoria sporca. Insomma, si dall’entusiasmo sentiva dalle voci dei
ragazzi intervistati che questo è un papa molto amato dai giovani.
SOFIA VALENTE classe V
Il 10 maggio 2014 ci siamo recati a Roma da Papa
Francesco che ci ha accolto per uno speciale incontro
riguardante le scuole cattoliche e statali di tutt’italia, infatti più di tremila persone, tra alunni, maestre,
presidi, suore e preti, personale assistente e accompagnatori, si sono recate a Roma, a Piazza San Pietro
e in “via della Riconciliazione”, per seguire quest’incontro , molto speciale con il Santo Padre.
La partenza da Brindisi è stata alle ore 5.00, tutti impazienti di arrivare!!!.
Il viaggio è stato molto lungo, con relativa fermate
alle “stazioni di servizio”, è durato più di 8 ore, infatti per questo motivo siamo arrivati in ritardo e
purtroppo non siamo potuti arrivare in Piazza San
Pietro e ci siamo recati in “Via della Riconciliazione”
dove abbiamo atteso l’arrivo di Papa Francesco a bordo della sua papa- mobile. Così dopo mezzora circa
all’arrivo in “Via della Riconciliazione” e finalmente
la fatica del lungo viaggio e l’attesa impaziente sono
stati ripagati dal fantastico arrivo del papa protetto
delle innumerevoli guardie del corpo.
Per me è stata un’esperienza magnifica perché il Santo Padre mi è passato proprio avanti: solo una stac-
cionata mi separava da lui!!!
Con i compagni ci siamo recati in un bar dove ci siamo ristorati prendendo cibo fresco, poi ci siamo recati in un negozio dove abbiamo acquistato dai souvenire per noi e i nostri compagni assenti.
Subito dopo io, Syria, Simone, Silvio, Piermatteo (il
fratello di Silvio) e Lorenzo (il cugino di Simone) con
i nostri accompagnatori, ci siamo recati a Piazza San
Pietro, dove vi erano delle bellissime statue anche se
purtroppo quando siamo arrivati il Santo Padre aveva già finito il suo discorso.
Siamo tornati al pullman con il quale siamo tornati
a Brindisi.
Durante il ritorno, la Suora che aveva ascoltato il suo
discorso ce l’ha riferito: è stato allora che ho capito
che Papa Francesco vuole essere ed è un papa umile
che vuole aiutare e “vivere” con la gente comune, si fa
capire e usa parole semplici.
Le più belle frasi che ha detto secondo me sono: “Io
vorrei una chiesa umile e non povera” che significa
che vuole persone umili e non vanitose.
L’altro è: “Imparare a imparare” che vuol dire che
ogni persona può adottare il proprio metodo e portarlo avanti e sicuramente andrà avanti.
SILVIO DI PAOLA classe V
Il 10 maggio 2014, i bambini e i genitori che hanno
aderito all’iniziativa della scuola S. Antonio di Padova si sono recati in visita a Roma, dal santo Padre Francesco che ha invitato, in occasione della sua
udienza, tutte le scuole d’Italia, statali e non statali,
cattoliche e non. L’invito all’inizio era aperto solo alle
scuole cattoliche, ma lui ha voluto estenderlo anche
a quelle statali infatti così è stato. Si è partiti alle 5,00
del mattino, in pullman viaggiando armoniosamente
per poi alle 14,30 arrivare. Per giungere vicino Piazza San Pietro per vedere passa il papa, con la papa
mobile, hanno diverse strade e durante il percorso,
hanno ammirato il fiume Tevere. Dopo un’attesa
molto lunga, il papa, è apparso con la sua papa mobile salutando tutti con passione come se fossero tutti
con passione come se fossero tutti le 300,00 persone presenti suoi fratelli, come se venissero tutti dalla
stessa mamma, come dovrebbe essere. Io, mi sono
emozionato tantissimo per averlo visto e in seguito,
per averlo sentito in Piazza San Pietro. È stato così
semplice e discreto che sembrava parlasse come un
uomo qualunque. Nel suo discorso ha fatto cenno
alla sua 1° maestra, alla scuola, alla famiglia e alle 3
lingue della mente, del corpo e della mano da lui così
chiamate per spiegare 3 importanti comportamenti.
Sicuramente questa visita rimarrà nel cuore di ognuno di tutti compreso il mio.
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Vita Diocesana
diana, dalla protezione civile al volontariato internazionale.
E poi la grande festa con l’animazione dei volontari del servizio civile guidati dal presidente regionale,
Palma Guida. Tutti a ballare in piedi e con le carrozzine. Perché la gioia non ha barriere soprattutto quando
trova la sorgente nella parola di Dio.
La serata si è conclusa con il Concerto-Testimonianza
del trio Diesis composto da Roberta Brescia, Alessia
Piras e Claudia Soroberto.
La storia dell’Unitalsi è davvero l’espressione di
“sguardo che accoglie, mano che solleva e accompagna, parola di conforto, abbraccio di tenerezza”, così
come Papa Francesco ha dipinto il carisma dell’associazione.
L’Unitalsi è un’associazione ecclesiale che opera nel
campo dell’assistenza ai disabili e della cura degli ultimi e degli ammalati. La storia dell’Unitalsi ha un legame particolare con il Santuario Mariano di Lourdes
che, ancora dopo più di centodieci anni dalla fondazione dell’Associazione, è la meta privilegiata dei propri pellegrinaggi.
Al centro della storia dell’Unitalsi c’è quindi la carità
vissuta come servizio gratuito dagli oltre centomila
aderenti, uomini, donne, bambini, sani, ammalati, disabili, senza distinzione di età, cultura, posizione economica, sociale e professionale.
Ed ora tutti al lavoro per preprare il Pellegrinaggio
Diocesano a Lourdes con il Treno Bianco e con l’aereo. Si parte il 2 settembre per andare ad incontrare la
Mamma Celeste e, tramite Lei, il suo figlio. Pellegrini,
volontari ed ammalati. Tutti insieme con la voglia di
sfruttare un’occasione di felicità.
Per informazioni sul pellegrinaggio è possibile contattare i gruppi Unitalsi presenti in tutti i paesi della
Diocesi Brindisi – Ostuni.
ORATORIO Prosegue l’impegno dei giovani dell’Istituto Salesiano di Brindisi
“Volare la vita”, uno spettacolo per darle un senso
Alcuni dei Giovani dell’Istituto Salesiano di Brindisi presentano Venerdì 23
Maggio 2014 alla ore 20.00
presso la chiesa dell’Oratorio uno spettacolo dal titolo
“Volare la vita”. Dalle parole della regista, Marianna Guadalupi, e dal nome
stesso dello spettacolo si
evince che il tema portante
di tutto lo spettacolo sarà,
appunto, la vita, in tutte le
sue sfaccettature. E’ stata
la stessa regista, inoltre, a
raccontare come la scelta
di questo particolare spettacolo e la preparazione per
metterlo in scena abbiano
colpito profondamente i
giovani che andranno ad interpretarlo che, in questomodo, hanno trovato un modo per far emergere la propria
reale personalità e di rifletter sul senso della propria vita,
cose che tra i giovani accadono, purtroppo, sempre più
raramente. Qui di seguito i nomi degli attori-performer
e dello staff tecnico impegnato nella realizzazione dello
spettacolo: CAST ARTISTICO:Don Giampaolo Nicastro, Davide Daccico, Andrea Sergi, Marco Palmisano,
Sara Baldassarre, Anna Colonghi, Angela Morello, Silvia
Carrisi, Simona Sabatelli, Felicia Chirico, Stefano Baldassarre, Alessandro Ungaro, Alberto Taliento, Daniele
Pizzolla, Antonio Schito, Valeria Galluzzo. E’ previsto
inoltre l’intervento dei seguenti bambini: Samuele Fisio-
Pubblicazione periodica
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REGIA: Marianna Guadalupi
PERCUSSIONI: Don Giampaolo Nicastro
BASSO: Stefano Baldassarre
CHITARRA: Felicia Chirico
COREOGRAFIE: Giuseppe Laritonda
SCENOGRAFIE: Claudio Trotto, Franco Mininni
AUDIO E LUCI: Mario Palmisano, Andrea Colella, Giuseppe Mininni, Teo Montanaro
TRUCCO: Sara De Leonardis
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18 Maggio 2014
SACRA SCRITTURA Il libro di Don Sebastiano Pinto edito dalle edizioni Messaggero
“L’incantatore di serpenti”, il sapiente secondo Qoèlet
N
ella Bibbia ci sono libri che, più di altri, hanno affascinato lettori e studiosi; fra questi rientra Qoèlet
che, con i suoi famosi detti «tutto è vanità» e «niente
di nuovo sotto il sole», ha attraversato i secoli e le culture.
Accanto a lui si è posto don Sebastiano Pinto, sacerdote dell’Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni, biblista e docente di
Esegesi dell’Antico Testamento, con il suo ultimo libro L’incantatore di serpenti. Il sapiente secondo Qoèlet (Messaggero,
2014, 70 pagg., euro 8).
Il volumetto nasce dalle ricerche accademiche condotte da
don Pinto, ma si presenta ai lettori con una finalità divulgativa. L’autore è stato spinto ad approfondire il tema e a ripresentarlo al vasto pubblico a partire da una considerazione:
«Il credente benpensante, moderato e giudizioso, potrebbe
ritenere che il libro di Qoèlet sia troppo scettico o dissacratorio o, addirittura, scomodo».
Per don Sebastiano questo rappresenta, in fondo, una virtù
che ha premiato l’autore del libro biblico sia in termini di
fama che di fede, perché avvicina i più lontani da un discorso religioso proprio per la sua “irriverenza” e perché costringe i lettori credenti a porsi delle domande che si oppongono
a una fede accomodante, come quelle sulla giustizia di Dio,
sull’opportunità di cercare la sapienza nella vita, sul senso
della vita, della morte e della sofferenza.
Recuperando un efficace commento di don Divo Barsotti
su Qoèlet, don Pinto ritiene che la lettura di questo autore
biblico sia «importante perché purifica la vita religiosa» e
sceglie come architrave del suo scritto
un passaggio del testo biblico che, più di
altri, lo hanno incuriosito: «Se il serpente morde prima di essere incantato, non
c’è profitto per l’incantatore».
I lettori e i credenti sono gli spettatori del
“gioco di prestigio” dell’incantatore, cioè
di Qoèlet e di ogni uomo che si pone alla
ricerca della sapienza, scrutando i movimenti sibillini del serpente, animale insidioso e dalla lingua biforcuta, che secondo la credenza popolare «era la sua parte
del corpo più pericolosa, perché il veleno
veniva iniettato proprio dalla lingua».
Il serpente è, allo stesso tempo, figura
della vita in sé, con le sue lusinghe e la sua
inevitabile conclusione con la morte. Fra
l’incantatore e il serpente si instaura così
un rapporto inseparabile: come l’incantatore guarda il rettile negli occhi, così il
sapiente scruta la vita nei suoi aspetti più
profondi, dalle gioie procurate dai piaceri, alle sofferenze che si concludono con
la morte.
Qoèlet non è un uomo rigido sulle sue
posizioni, apprezza e ricerca le piccole
gioie della vita, ma non si esime dal met-
tere in guardia i suoi alunni ricercatori
di sapienza: essa è il risultato di lunghe
fatiche, ma i frutti conquistati nel tempo
si possono disperdere velocemente. Il
vero sapiente, invece, sa guardare i piaceri, ma ne riconosce anche l’inutilità e
sa distaccarsene.
Don Pinto cerca di enucleare i temi
principali che Qoèlet suggerisce e li riassume alla fine di ogni capitolo, quasi
come delle pillole di saggezza per il lettore, ma nelle ultime pagine del libro lo
studioso si trova davanti a delle domande cui non può fare a meno di rispondere: «la sapienza potrebbe non sortire
alcun effetto reale nella ricerca della felicità umana»? Davanti al pessimismo
della ragione, Qoèlet si affida al giudizio
divino, senza perdere di vista la propria
autonomia intellettuale. Il vero sapiente
segue i comandamenti di Dio, scruta la
realtà, riflette e interseca i tasselli del
mosaico, provando a dare risposte, ponendosi nuove domande e cercando ulteriori risposte, sempre più convincenti.
Andrea Giampietro
SPIRITUALITÀ Lo studio di Don Carmelo Guarini edito dalla Fondazione Biblioteca Ecclesiale
“Ricerca storica e ricerca spirituale”, Bremond e De Luca a confronto
L
a Fondazione “Biblioteca Ecclesiale Mesagne” - istituzione
che con il Centro studi ad essa collegato pubblica libri ed
opuscoli, “col fine di elevare il livello culturale del paese” -, ha
dato di recente alle stampe “Ricerca storica e Ricerca spirituale in
Henri Bremond e Giuseppe De Luca” (pp. 112, s.i.p.), parte della
dissertazione di dottorato di don Carmelo Guarini, animatore e
promotore dello stesso organismo.
Il presbitero ha discusso la sua ricerca al “Teresianum” ed ora la
pubblica, dedicandola “A Giuseppe De Luca/prete romano,/ cantore della pietà” ed avvertendo che una parte del lavoro costituirà
fondamenta di un libro “il cui tema centrale sarà il desiderio del
bello, che non può ridursi se non nel vero-autentico del sé e nel
bene come dono dell’altro”.
“Bremond non è stato un modernista alla maniera di A. Loisy e di
G. Tyrrel” e “De Luca non è stato un integrista, pur dichiarando
ripetutamente il suo atteggiamento e non solo nei confronti di G.
Semeria e E. Bonaiuti, che fu anche suo professore”, osserva don
Carmelo, quindi esamina “come i nostri due scrittori abbiano inteso l’incontro tra storia e spiritualità, e come attraverso la narrazione del vissuto spirituale e l’ermeneutica dei testi mistico-spirituali
ne abbiano mostrato l’efficacia”. Bremond usa parlare di “sentimento religioso”, più come sinonimo d’inquietudine che come convinzione profonda, mentre De Luca usa il termine “pietà”, per parlare
di “dono di grazia” e senso di compassione. Fatto sta che l’autore,
analizzando il carteggio De Luca-Bremond, pone il tema del punto
d’incontro, in una filosofia religiosa tra metodo spirituale, metodo
storico-critico e metodo dogmatico. Egli studia la Storia del sentimento religioso in Francia di Bremond, analizza le fondamenta
dell’Archivio per la storia della pietà di De Luca e considera come
entrambi “saranno chiamati a confrontarsi con Newman per vedere se dalla loro ermeneutica del già dottore di Oxford corrispon-
da alla realtà o non debba essere rettificata e completata”. Per don
Guarini è necessario il raffronto col “dottore della coscienza-conoscenza” ed è ben conscio di un’altra circostanza: “Il fatto che si debba parlare con due defunti, i quali non possono aggiungere altro a
ciò che hanno lasciato scritto, obbliga il presente studio al rigore
ermeneutico degli scritti oltre che all’attenzione verso il non-detto.
Martin Heidegger diceva – scrive ancora don Guarini – che il nondetto, in un testo, è molto più del già detto. E Paul Ricoeur dirà che
la teoria del testo deve sempre relazionarsi alla teoria dell’azione e
alla teoria della storia”.
E tutto è tanto più necessario perché la “crisi modernista” si è
sviluppata, secondo l’autore, a causa di una mancata relazione interculturale tra spiritualità e storia. “Il conflitto tra modernisti e
integristi – dice don Guarini – (…) poteva essere superato con il
‘mutuo riconoscimento’ tra soggetti diversi, e invece della difesa
a oltranza del proprio paradigma, si sarebbe potuto comprendere
l’altro in ciò che presentava di diverso”. Insomma, come egli dice:
“La spiritualità fa storia, e la storia diviene spirituale, quando la libertà umana non oppone resistenza alla grazia divina”.
Un bel risultato. Non l’unico. Don Guarini osserva che “il tema
della coscienza e il tema della cultura, ai quali il Vaticano II ha assegnato notevole valore sono presenti in tutta l’opera di Newman”
ed in conclusione dice: “Una ricerca ulteriore potrebbe indagare
sui temi del lavoro, del progresso, dell’economia e della scienza, alla
luce della relazione interculturale tra storia e spiritualità: si potrebbero trovare spunti interessanti sulla narrazione-argomentazione
che Bremond e De Luca hanno fatto di altre figure e di altri testi”.
Ed il cartello work in progress, già appare sulla nuova pista di ricerca.
L
LAICATO Va ben oltre i confini locali lo studio di Donato Bagnardi
“Testimoni inquieti”, l’Azione Cattolica a Locorotondo
D
opo la pubblicazione del libro Una decina di scalmanati, in cui vengono raccontate le origini dell’Azione
Cattolica di Locorotondo dagli anni ’30 agli anni ’60,
Donato Bagnardi ha realizzato un secondo testo, Inquieti
testimoni. Storia dell’Azione Cattolica di Locorotondo (Levante, 2013, pagg. 292, € 22). Il prof Bagnardi, docente di
filosofia, psicologia e scienze dell’educazione presso i licei
statali, ha all’attivo numerose pubblicazioni. Nel suo ultimo
lavoro ricorre ai «santuari delle vite vissute», vale a dire ai
testimoni, del cui ricordo è piena l’ultima parte del suo lavoro. Recuperando la storia di ottanta anni di associazione,
fino ai giorni nostri, l’autore si sofferma sull’opera di quanti
diressero quel gruppo di laici dentro la «nuova» comunità
ecclesiale e dei suoi preti che li coltivarono con convinzione
apostolica e con generoso lavoro. La memoria ha consacrato il ricordo di assistenti ecclesiastici, presidenti, delegati, ragazzi e ragazze, «inquieti testimoni del Risorto». Un
percorso, quello raccontato dal prof. Bagnardi, che delinea
una storia dentro una storia, un’associazione che cammina
dentro un tempo storico ricco di eventi e cambiamenti. In
particolare dopo il Concilio Vaticano II si assiste agli anni
più belli e importanti dell’Azione Cattolica locale, con il
contributo di tanti sacerdoti per una crescita sempre più
viva e piena di passione. In quel periodo si registrò infatti il numero più elevato di tesserati GiAC ed era naturale,
dunque, che l’Azione Cattolica facesse da quasi esclusivo
centro aggregatore di tanti giovani in tutto il paese. Diversi
ex iscritti di quei tempi ammettono che negli anni Sessanta l’influenza della Chiesa cattolica era rilevante e che gli
adolescenti, nel pieno della travagliata età evolutiva, erano
attirati dall’associazionismo cattolico perché era l’unico organismo-contenitore in grado di favorire approfondimenti culturali a tutto campo e di spingere a socializzare con
grande tranquillità. Aggiungono poi che i valori proposti
dalle riflessioni religiose sui vangeli, sulla pastorale e sul solidarismo cattolici apparivano gli unici cui potersi ispirare
per tutta la vita.
Il racconto va avanti con i successivi anni che rappresentano
i più difficili della vita associativa. A causa delle sollecitazio-
ni ambientali sempre più fuorvianti per i giovani, gli sforzi
educativi diventano più difficili e problematici. La crisi associativa si avrà per tutti gli anni Settanta e i primi degli
anni Ottanta ma rimasero ancorati e ben saldi un bel gruppo di adulti che mantennero viva un’associazione attraverso
la preghiera, il servizio e la formazione parrocchiale e diocesana. La ricostruzione, prosegue l’autore, si ebbe con don
Piero Suma che, dai primi anni Ottanta, fu chiamato dall’arcivescovo Settimio Todisco per implementare una nuova e
giovane pastorale nella parrocchia San Giorgio Martire di
Locorotondo. Con don Suma si diede avvio ad una lenta e
difficile ricostruzione, un lavoro di mantenimento dell’esistente e di dissodamento verso il nuovo. Attraverso l’opera
attenta, paziente e piena di passione di don Piero ben presto l’associazione riacquistò nuova linfa e, dai primi anni
Novanta, nascono i gruppi dell’ACR (Azione Cattolica Ragazzi) accompagnati da alcuni giovani educatori che negli
anni si erano formati attraverso i campi scuola diocesani. Il
gruppo dei fedelissimi, «gli adulti», rappresentarono e rappresentano ancora oggi «lo zoccolo duro» dell’associazione;
molti di questi testimoni sono anziani, ma in loro è viva la
passione e lo stile di un’associazione che negli anni ha dato
tanto in termini di formazione e di legami.
La storia raccontata dal prof. Bagnardi si spinge fino ai giorni nostri e mette in evidenza una molteplicità di volti e di legami, di tanti sacerdoti-assistenti e di testimoni inquieti di
una storia che continua. Tutte le storie finiscono, ma quella
che il prof. Bagnardi ha raccontato continua senza una fine
apparente, perché l’Azione Cattolica continua a camminare
e a permeare la vita di tanti laici che si spendono nella Chiesa e tra la gente.
Mi piace concludere con un bel trafiletto che il prof. Bagnardi scrive all’inizio del libro, che evidenzia la bellezza
della storia che sta per raccontare: «Quella che sto per raccontarvi è una storia che inizia come per magia. Ma non
per caso. Affonda le sue radici nei profumi del passato. E il
passato è soprattutto l’infanzia, che di per se è magica. L’infanzia di alcuni ex ragazzi degli anni Trenta, molti dei quali
sono scomparsi. Erano originariamente una banda di “una
decina di scalmanati” che scorrazzavano in lungo e in largo
per le “stradelle” e gli spiazzi di un piccolo e lindo centro
storico. Da sempre orgoglio di quello che oggi è riconosciuto come uno dei borghi più belli d’Italia: Locorotondo».
Francesco Curigliano
Ed ecco “viale mons. Andrea Melpignano”
U
(a. scon.)
“Fatti per credere”, memorie di vita e fede a Mesagne
la morte. Per ogni momento decine di consuetudini, modi di
dire e di fare «spiccatamente mesagnesi» che caratterizzano in
maniera unica la città dei Messapi. Tanti coloro – soprattutto i
più anziani - che durante la serata di presentazione dello scorso
29 aprile nella suggestiva chiesa di sant’Anna, in pieno Centro
Antico, si sono riconosciuti nei racconti dei tempi andati. «Il
nostro territorio – ha affermato don Angelo Argentiero, già
parroco della Chiesa Madre e presente alla serata del 29 aprile
– è talmente ricco di culture e tradizioni che basta ascoltare le
varianti dei vari dialetti anche a pochi chilometri di distanza
tra una cittadina e l’altra per comprendere che ogni comunità
locale ha la sua identità specifica». Una «identità» che secondo
il giornalista Cosimo Saracino – moderatore ed organizzatore
della serata di presentazione assieme ad Ivano Rolli – è da ricercare proprio in quei gesti che accompagnano la vita quotidiana
della gente più semplice fino a farsi tradizione da tramandare
da padre in figlio». Come la consuetudine di gettare le briciole
di pane nella direzione dei quattro venti principali quando il
tempo si faceva scuro e minacciava il raccolto e le fatiche di
mesi di duro lavoro. O, ancora, come il «segno di croce» impresso nell’impasto del pane o delle focacce fatte in casa quasi
a «benedire» e «ringraziare» per il cibo quotidiano ricevuto.
Decine di aneddoti, uniti a volti in banco e nero di religiosi e
laici dell’Ottocento e Novecento, oltre ad uno sterminato elenco di termini dialettali molti dei quali caduti da tempo nel dimenticatoio. Il lavoro editoriale di don Pietro è una occasione
in più per comprendere come una grande quantità di segni (di
17
Vita Diocesana
OSTUNI L’intitolazione in contrada Santo Magno sulla provinciale per Carovigno
RELIGIOSITA’ POPOLARE La ricerca di Don Pietro De Punzio edita da Locorontondo
e tappe e le identità di una comunità in cammino si fanno visibili nelle sue tradizioni. Sembra essere questo il filo
rosso dell’ultima ricerca storica di don Pietro dePunzio,
sacerdote mesagnese più volte parroco attualmente Giudice del
Tribunale ecclesiastico regionale di Bari e cappellano all’Ospedale de Lellis di Mesagne. Da questa raccolta di dati, foto e testimonianze - a metà tra l’antropologia delle tradizioni locali
ed una tassonomia dettagliata di vocaboli ed usanze popolari
d’altri tempi - ne è venuto fuori un volumetto edito da Locorotondo Editore: «Fatti per credere. Memorie di vita e di fede nella città di Mesagne». Un centinaio di pagine in cui don Pietro
recupera le ragioni di una identità cristiana popolare che si fa
«lievito» nelle tradizioni di un territorio. Il volume si presenta
suddiviso in brevi capitoli che ripercorrono l’ordinario procedere delle «tappe di vita» di ognuno: dalla nascita alla morte. In
ogni fase della vita si vivono, infatti, momenti belli e brutti, di
crescita e di consolidamento e per molti di questi si può registrare un continuo affidamento a Dio e alla sua volontà in usanze e tradizioni che si perdono nei secoli. Si parte con la venuta
al mondo di una nuova vita ed il sacramento del battesimo che
a Mesagne – e solo a Mesagne – da secoli viene fatto seguire o
precedere al rito della consacrazione alla Vergine del Carmine,
patrona della città, e alla consegna al bambino dello Scapolare
carmelitano («l’abitino» nel linguaggio popolare). Poi progressivamente, tappa per tappa, troviamo: la prima Confessione, la
prima Comunione, il Matrimonio o l’ordinazione sacerdotale
(infanzia, adolescenza, età matura) ed i passaggi verso e dopo
18 Maggio 2014
«fatti») ci spingono a «credere», ad aderire al Cristianesimo.
Ma anche un rimando alla nostra Natura: siamo statti «fatti»,
creati, per Credere. Il ricavato del volume (dieci euro) andrà,
per volontà dell’autore totalmente in beneficenza.
Antonio Rigliano
na semplice cerimonia di intitolazione che ha
visto, alla presenza di due nipoti del sacerdote
e di molti residenti, il parroco della Chiesa dei
SS. Medici, don Paolo Zofra, benedire la targa mentre
il sindaco Tanzarella ha detto: “Don Andrea è stato un
parroco che ha dato tutta la sua vita a servizio di tutta
la comunità, nelle parrocchie nel quale è stato e in particolare dei SS. Medici. In particolare ha dato dei segni
tangibili, in perfetta sintonia con l’orientamento oggi di
Papa Francesco e si è addirittura spogliato dei suoi beni,
donandoli alla comunità di Bose, ad una coop
del Villaggio SOS e quindi è stata una persona
che meritava questo attestato di stima, riconoscimento e di affetto da parte della nostra città.
Mi auguro che si possa proseguire nei prossimi giorni con l’intitolazione delle altre strade
di questo villaggio e di contrada Santo Magno
così come evaderemo altre richieste che pendono per completare la toponomastica di questa
splendida Città Bianca”.
“Per me, prima di essere sacerdote – ha detto
la nipote, Amelia Melpignano – è stato uno zio
tanto caro che, siamo in 4, ci ha portato avanti
anche quando è morto mio padre per tanti anni.
Ci ha fatto da padre. Penso che da lassù lui sia
stato contento di vedere quanta gente gli ha voluto bene e si ricorda di lui anche se gli ultimi
anni della sua vita sono stati un pò tristi perché
segnati dalla malattia però ora penso che possiamo dire di averlo ricordato con questa intitolazione, per quello che ha stato nell’animo e per
tutto quello che ha cercato di fare per il bene
degli altri”
Nel settembre del 2009, il parroco del Santuario
dei Santi Medici, don Paolo Zofra, facendosi portavoce
della richiesta unanime del Consiglio Pastorale Parrocchiale, con il consenso dell’allora Arcivescovo di BrindisiOstuni, S.E. Mons. Rocco Talucci, chiedeva di ricordare
il fondatore della Chiesa con l’intitolazione di una strada
della Città Bianca a Mons. Melpignano “Infaticabile sacerdote e uomo generoso, il cui ricordo è ancora vivo tra
la popolazione ostunese”.
La Giunta Comunale, con atto n. 229 del 26 settembre
2013, su indicazione del Sindaco Tanzarella, ha proceduto all’individuazione della strada sancendo l’intitolazione
con un provvedimento deliberativo.
L’atto è stato trasmesso in Prefettura per il prescritto parere ed autorizzazione sentito l’Istituto di Storia Patria e
l’iter si concludeva con successo proprio nella giornata
dedicata dalla Chiesa ai SS. Medici e si sanciva l’intitolazione del grande viale alberato sito nella lottizzazione di
contrada Santo Magno (attualmente privo di denominazione) sul quale insistono numerose abitazioni.
Come si ricorderà, don Andrea Melpignano, è stato un
attivo sacerdote che ha realizzato innumerevoli opere ad
iniziare dalla Chiesa intitolata ai Santi Medici “Cosma e
Damiano”, nel nuovo quartiere di Ostuni e lungo via Fogazzaro, oltre al grande campanile in ricordo dei caduti
ostunesi della seconda guerra mondiale.
Era nato il 29 marzo 1919 ad Ostuni da Francesco e Margherita Roma e, dopo aver compiuto gli studi ginnasiali
nel Seminario diocesano di Ostuni; quelli di filosofia e di
teologia, nel collegio Leoniano di Anagni e nel Seminario
regionale di Molfetta, era stato ordinato sacerdote il 22
luglio 1945.
Nel luglio del 1946, era stato chiamato a reggere la parrocchia di S. Maria degli Angeli di Ostuni, di nuova erezione e qui ha profuso tutte le sue energie spirituali ed
intellettuali creando una parrocchia modello per attività
pastorale, sociale, catechistica e organizzando l’Azione
Cattolica, missioni, corsi di cultura religiosa per categorie.
Fu prefetto e professore nel seminario diocesano, vice assistente diocesano della Gioventù
Maschile di A.C. e cappellano dell’Ospedale Civile di Ostuni.
Un grande dinamismo, passione, fervore e attività che culminarono con la realizzazione ne l
breve tempo di tre anni (1956-1959) della grandiosa costruzione della nuova Chiesa dei Santi
Medici dotata di opere annesse: casa canonica,
palestra
Rettore della Confraternita Madonna dei Fiori,
confessore in Seminario, cappellano nell’allora carcere mandamentale di Ostuni, direttore
di colonie e campeggi della P.O.A., assistente
dell’Onarmo, assistente del circolo e patronato
Acli di Ostuni, assistente diocesano delle Acli,
assistente diocesano della Gioventù Maschile di
Azione Cattolica e, successivamente, anche degli uomini di A.C. .
Nell’ottobre del 1976, dopo aver lasciato la parrocchia dei Santi Medici, si assunse il compito
di restaurare la Chiesa dei Cappuccini, opera
che portò a termine nel 1980 dopo tre anni di
intensi lavori. Area agricola
Donò un terreno per la cooperativa dei giovani del Villaggio Sos di Ostuni così come fece con un altro suo terreno in contrada Lamacavallo per la costruzione di un
complesso per ospitare, , una sede della Comunità di
Bose.
E’ scomparso la sera del 20 novembre 1999, nell’Ospedale di Lecce e la salma è stata tumulata nella Cappella dei
sacerdoti nel Cimitero di Ostuni.
18
Territorio
18 Maggio 2014
LAVORO Reso noto il dato dalla consueta indagine dell’Osservatorio del mercato del lavoro
Brindisi, Disoccupazione record: 30,15%
P
ercentuale record in tema di disoccupazione nella provincia di Brindisi.
Per la prima volta - a memoria d’uomo - è stata superata la fatidica soglia
del 30%: è quanto emerge dal consueto rapporto trimestrale dell’Osservatorio del Mercato del lavoro della Provincia di Brindisi, secondo il quale la
percentuale dei “senza impiego” si attesta al 30,15%, ovvero +0,34% rispetto
a tre mesi fa (29,81%) e addirittura +1,13% in confronto al marzo di un anno
fa.
Nel dettaglio, i disoccupati nel territorio della provincia sono 79.893 su un
popolazione attiva di 264.996 unità, pari appunto al 30,15%. Rispetto al trimestre precedente, le persone che hanno dichiarato l’immediata disponibilità
al lavoro sono aumentate di 373 unità, mentre rispetto a fine 2012, si arriva
addirittura ad oltre 2mila e 500 disoccupati in più!
Ma veniamo agli aspetti salienti dell’indagine.
Innanzitutto, va rilevato che dei 79.893 disoccupati, 34.722 sono uomini (su
una popolazione attiva di 129.896, pari al 26,73%) e 45.171 sono donne (su un
totale di “arruolabili” di 135.100 unità, pari al 33,44%).
Passando poi al dato relativo ai singoli comuni della provincia, San Pancrazio
Salentino si conferma realtà più penalizzata dal punto di vista lavorativo con
un tasso pari al 35,52% (+0,57% rispetto al trimestre precedente), frutto di
2.384 disoccupati su 6.711 “arruolabili”. Segue a ruota Brindisi con il 34,01%
(+0,54% rispetto a dicembre), Torchiarolo con il 33,74% (1.226 su una popolazione attiva di 3.634).
Sopra il 30% troviamo anche Mesagne (33,28%: 5.995 su 18.016), Francavilla Fontana (32,54%: 7.901 su 24.282), Ceglie Messapica (32,10%: 4.290 su
13.364), Latiano (31,63%: 3.055 su 9.659), San Pietro Vernotico (31,21%: 2.767
su 8.863) e Cellino San Marco (30,87: 1.340 su 4.341).
Ben nove comuni su venti, quindi, sono già sopra la soglia del 30%. Scendendo al di sotto, si annoverano: Oria con il 29,66% (3.021 su 10.187), Villa
Castelli con il 29,26% (1.858 su 6.350), Sandonaci (27,80%: 1.209 su 4.348),
Erchie (27,57%: 1.654 su 6.000), San Vito dei Normanni con il 27,35% (3.525
su 12.885), Ostuni con il 27,04% (5.600 su 20.711), Cisternino con il 26,28%
(1.961 su 7.461), Torre Santa Susanna con il 25,69% (1.892 su 7.365), San Michele Salentino con il 24,71% (1.010 su 4.087) e Carovigno con il 24,57% (2.743
su 11.166), mentre il comune meno penalizzato è ora Fasano che tuttavia, se
fino a dicembre 2013 aveva compiuto passi da gigante (passando dal 26,86%
del mese di marzo al 23,92% del trimestre successivo, al 23,96% di settembre
e appunto di dicembre), nell’ultimo rilevamento di marzo ha compiuto un
nuovo passo indietro, salendo al 24,14% (6.456 disoccupati su un totale di
26.744).
In relazione al capoluogo, va aggiunto che dei 20.006 disoccupati, 8.412 sono uomini (su un totale di 28.560, con un tasso del 29,45%), 11.594 sono donne (su un dato complessivo di
30.262 unità, pari al 38,31%).
Per quanto riguarda, infine, il numero di persone immediatamente disponibili al lavoro - divisi per fasce d’età - i più
penalizzati risultano essere i residenti della provincia con età
compresa tra i 45 e i 54 anni: sono 14.538 con una percentuale
del 18,19%. A ruota, seguono gli “over 55” con 13.510 (pari
al 16,91%), poi la fascia d’età compresa tra i 30 e i 34 anni
(11.102, pari al 13,89%), quella tra i 35 e i 39 (10.589, pari
al 13,25%) e tra i 20 e i 24 anni (9.384, con una percentuale
dell’11,74%).
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Csi in Festa
18 Maggio 2014
L’EVENTO Tutto pronto per il grande incontro di sabato 7 giugno
Il mondo del “piccolo” sport pronto a tifare per Papa Francesco
L’
incontro tra il Papa e il Csi è
qualcosa di naturale. È sempre stato così sin dalle origini. Il fondatore dell’Associazione,
Luigi Gedda, fu spesso ricevuto da
Pio XII. I due Papi che saranno beatificati domenica prossima erano
grandi amici del Csi. Di Giovanni
XXIII si ricorda ancora il messaggio al VI congresso nazionale del
Csi, il 26 aprile 1959, un discorso
lungo e appassionato. Giovanni Paolo II ha incontrato il Csi 17 volte
nel corso del suo lungo pontificato
e alcuni passaggi sono rimasti “storia viva” della nostra associazione.
Il prossimo 7 giugno sarà la volta
di papa Francesco.
In occasione del 70° di fondazione
del Csi (1944-2014), papa Francesco ha accettato con gioia ed entusiasmo di tra-sformare piazza San
Pietro in una grande “area sportiva”, che accoglierà più di 50mila ragazzi, ragazze, dirigenti, allenatori,
arbitri e animatori provenienti dalle società di tutta Italia. Invitate, lo
ricordiamo, sono tutte le società
sportive (non solo quelle del Csi)
che hanno a cuore l’educazione dei
ragazzi e dei giovani. Il Coni ci è
stato molto vicino (lo ringraziamo davvero) e stessa cosa ha fatto
l’Anci, l’associazione dei Comuni
italiani.
In tutto il Paese ci sono grande attesa ed entusiasmo per questo incontro. Non esiste regione o provincia dove le società sportive non
siano già mobilitate per arrivare
a Roma e incontrare e abbracciare papa Francesco. Chi arriverà
in treno, chi farà carovane di pullman, chi viaggerà con furgoncini
della società e macchine dei genitori, chi con staffette in bicicletta e
chi addirittura a piedi. Ad oggi gli
iscritti ufficiali superano i 18mila
(registrazione sul sito www.societasportivedalpapa. org) ma sap-
piamo che saremo molti di più. La
piazza sarà una festa a partire dai
colori. Tutti indosseranno la loro
maglietta di gioco (quella della
società sportiva) e ciascuno potrà
portare bandiere, striscioni o altre
forme di visibilità del suo gruppo sportivo. Il sagrato sarà invaso
dai ragazzi (uno per ogni società
sportiva presente in piazza). Dalla mattina sarà attivo un villaggio
dello sport (nella zona di via della
Conciliazione) con la possibilità di
giocare e divertirsi per tutti.
Incontrare papa Francesco è una
grande emozione. Su questo non
c è dubbio. Ma non si tratta solo
di questo. Saremo in piazza San
Pietro per fare festa. Ma saremo
lì anche per dire al Papa che può
contare su di noi come educatori e
che ci prendiamo con entusiasmo
e sino in fondo la responsabilità
di educare i ragazzi alla vita attraverso lo sport. Saremo lì anche per
fare il tifo per papa Francesco, per
dirgli che il suo modo di agire nella
Chiesa e nell’Umanità ci piace tanto, e che nel nostro piccolo il popolo dello sport di base gli è vicino.
Saremo lì anche per presentare al
Papa “il volto umano dello sport”,
con brevi ma significative testimonianze ed esibizioni che parlano di
uno sport che vuole far vincere i
valori della vita.
Non resta che gustare l’attesa del
tempo che ci separa dal 7 giugno.
Un incontro tra il Papa e il popolo
delle società sportive di base è una
delle cose più belle che si possono
sognare. Quel giorno diventerà realtà. E l’incontro del 7 giugno resterà come “pietra viva” nella storia della nostra associazione, ma
anche nella storia di vita quotidiana di migliaia e migliaia di società
sportive.
IL DOCUMENTO Il messaggio dell’Arcivescovo
“Sentiamoci tutti coinvolti
e rispondiamo con sollecitudine”
C
ari sportivi,
Il tempo pasquale ci invita a convertirci alla gioia. Con il fiato sospeso ma con
il cuore ricolmo di speranza
abbiamo vissuto i giorni della
passione, in cui Cristo ha consegnato se stesso per riscattare ognuno di noi
dal peccato e dalla
morte. Al mattino
di Pasqua è iniziata
la nostra corsa verso il sepolcro, come
Maria di Magdala
e i due discepoli:
Pietro e Giovanni.
Correre, un verbo
a voi familiare, che
vi consente di raggiungere la meta
tanto
desiderata
e tanto attesa. Un
traguardo, che vi fa
esultare per il premio conquistato.
In questo anno l’evento della Pasqua sarà coronato da un
appuntamento eccezionale per
tutte le società sportive d’Italia. In occasione del 70° anniversario di fondazione del Centro Sportivo Italiano, il Santo
Padre Francesco incontrerà il
mondo dello sport.
E’ veramente provvidenziale che dopo aver incontrato il
mondo del professionismo, il
Papa voglia ora incontrare le
società sportive di base fino
all’ultima società, all’ultima pe-
riferia. Questo dimostra quanto Francesco creda nello sport
come promozione di umanità e
areopago per una nuova evangelizzazione. L’appuntamento
conferma e rinnova una lunga
tradizione del Csi, che nel corso della sua storia si è stretto
più volte intorno ai
pontefici in occasione delle proprie
ricorrenze fondamentali.
Un vero e proprio
regalo
di
compleanno che Papa
Francesco
vuole
estendere non solo
al Centro Sportivo
Italiano ma a tutti coloro che fanno
dello sport una vera
festa. Quante zone
d’ombra
ancora
presenti nel mondo
sportivo, riproporre l’etica dello sport non significa sognare
che i nostri figli diventino campioni ma far si che crescano in
umanità.
Sentiamoci tutti coinvolti e
sabato 07 giugno rispondiamo
all’invito di Francesco con sollecitudine, consapevoli che il
suo sguardo, la sua voce, la sua
benedizione sono i segni della
presenza del Cristo Risorto in
mezzo a noi.
+ Domenico Caliandro
Arcivescovo
MESAGNE Il 25 aprile a Mesagne la VII edizione della manifestazione
“Maratona dei popoli”, un grande successo
H
a riscosso grande successo la settima edizione de “La maratona dei popoli” che si
è svolta il 25 Aprile a Mesagne organizzata dal Centro Sportivo Italiano in collaborazione con l’associazione Huipalas e con il patrocinio
della Regione Puglia, Comune di Mesagne e Diocesi di Brindisi – Ufficio Sport e Tempo Libero.
Il ricavato delle iscrizioni è stato devoluto per la
costruzione di pozzi di acqua in Kenya. Il primo
classificato è stato Santino Zaminga del “Gymnasium” S. Pancrazio, al secondo posto Vito Scarcella mentre terzo è arrivato Davide Cervellera.
La prima delle donne è stata Alessandra De Luca
seguita a ruota da Maria Madaghiele ed Elisabetta Bellisario. Ottima anche la performance dei ragazzi. Della seconda batteria hanno vinto Ettore
Cagnazzi, Dafne Cutugno e Andrea Neglia. Della
terza batteria Andrea Ribezzo, Giulio Cagnazzi e
Federico Nacci. Infine della quarta batteria hanno vinto Angelo Vasile, Davide Malvindi e Andrea
Borgio. Impeccabile la macchina organizzativa
messa in campo dal Centro sportivo italiano che
ha funzionato senza nessun inceppamento. Tra i
partecipanti due atlete romane e il capogruppo
di Nuova Italia popolare, Domenico Magrì, che
si è piazzato al 34esimo posto. “E’ per noi motivo
di gioia – ha affermato Francesco Maizza, presidente provinciale del CSI - aver visto crescere
notevolmente negli anni questo evento, giunto
alla settima edizione. L’ultima edizione ha visto
raddoppiarsi i partecipanti che sono giunti da
ogni parte della regione e che credono fortemente nello scopo solidale dell’evento”.
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Csi in Festa
18 Maggio 2014
SPORT & VITA Monica Priore, il diabete, le traversate, la “rete” con quanti hanno eguali problemi
Nuotare ovvero come non arrendersi di fronte agli ostacoli
H
a sfidato il diabete, ha sfidato se stessa cimentandosi nell’attività agonistica nonostante la malattia, ed ora è pronta per una
nuova sfida. Anzi, una doppia sfida. È la nuotatrice mesagnese Monica Priore: aveva appena 5 anni
quando le diagnosticarono il diabete di tipo 1.
“A quell’età – racconta Monica - si fa fatica a
comprendere ciò che accade; ti accorgi, però, che
c’è tanta sofferenza intorno a te. C’è la disperazione dei tuoi genitori che non vogliono accettare
la situazione”.
Una tegola sulla testa, che rischia di condizionare
irreparabilmente la vita. Non quella di Monica.
“Ma non è stato facile. Del resto – dice la Priore ancora oggi ci sono delle difficoltà ad integrarsi.
Figuriamoci trent’anni fa. Ma è proprio per questo
che mi batto: non voglio che i ragazzi diabetici
siano costretti a sopportare le pene che ho sopportato io, scontrandosi con il muro di ignoranza
mista a compassione che non ti permette di cavalcare i sogni”.
Ha iniziato a praticare sport all’età di 11 anni, in
una squadra di pallavolo. Si sentiva a suo agio,
era come gli altri. Poi, appese le ginocchiere al
chiodo, ha messo le pinne ai piedi, affrontando e
vincendo gare di nuoto.
Le vittorie e le medaglie, però, a Monica non bastavano. Voleva di più, voleva lanciare un messaggio chiaro a genitori, a medici ed istruttori, ed ha
iniziato una sua personale e particolare battaglia
che l’ha vista cimentarsi in imprese di non poco
conto: “Se io sono diabetica ma sono arrivata sul
podio, vuol dire che si può fare, che non è giusto
sconsigliare ai ragazzi diabetici l’attività agonistica. Se c’è la consapevolezza della patologia ma
c’è anche la voglia di farcela, si può riuscire!”.
Nel 2007 la decisione di compiere la traversata
dello Stretto di Messina: “Troppe volte mi era
stato detto no, che non potevo fare determinate
cose perché diabetica. Mi son detta: c’è bisogno
di compiere qualcosa di eclatante per dimostrare
il contrario”. Lo ha fatto.
Nel 2010 la traversata “Capri-Meta di Sorrento”:
21 chilometri, sei ore in acqua con un mare grosso, controlli glicemici ogni quarantacinque minuti. Sulla spiaggia di Meta l’attendavano diversi
ragazzini diabetici. “È per loro che ho compiuto
quest’altra impresa”.
Il papà, la mamma ed il fratello sono dalla sua
parte, la sostengono, le sono vicini nel corso delle sue imprese: “Francamente all’inizio non erano molto convinti della bontà della scelta di impegnarmi agonisticamente: ma poi hanno capito
quanto era importante ciò che facevo”.
Dicevamo, all’inizio, delle sue prossime sfide.
Nel prossimo autunno, per Mondadori, uscirà un
libro in cui Monica spiegherà al grande pubblico
come si può convivere con il diabete, come ci si
può realizzare, anche nello sport, nonostante la
malattia.
Per l’estate del prossimo anno, invece, ha in animo
di realizzare il progetto “Volare sulle onde della
vita”, anch’esso finalizzato a contrastare quelle
forme di ignoranza legate al diabete. In ognuna
delle regioni italiane compirà delle traversate (in
mare, nei laghi, ecc) per sensibilizzare l’opinione
pubblica su una problematica così diffusa.
In Italia ci sono quasi 4 milioni di diabetici (il 5%
di essi è insulinodipendente): “Credo che sia importante – dice Monica con il suo smagliante sorriso - dare a questa gente una speranza ed una nozione essenziale: con l’attività fisica si sta meglio”.
Raffaele Romano
Libri
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18 Maggio 2014
23
Cultura
18 Maggio 2014
di Maurice Cocagnac
Dehoniane
I
l presente volume è un estratto del più ampio “I simboli biblici. Percorsi spirituali”, edito
sempre da Dehoniane. Nel testo, di agevole e rapida lettura,
il teologo domenicano francese
si sofferma a descrivere il valore, spesso simbolico, attribuito
nella Bibbia al
cavallo, l’asino,
l’agnello, il capro, la colomba,
l’aquila, il leone,
il serpente ed i
mostri vari, con
il conforto di ampie citazioni dei
rispettivi passi testuali.
Particolare attenzione viene riservata dall’autore
al dato linguistico
ed esegetico per
spiegare il valore
allegorico attribuito dal testo
biblico ad ogni
singola figura di
animale presa in esame, e ciò
anche con richiami frequenti
alle culture limitrofe del popolo ebraico, proprio a dimostrazione di un patrimonio comune che si pone al di là del dato
meramente letterale. Infatti,
si sottolinea nella prefazione:
“pur avendo conosciuto periodi di idolatria, Israele non è mai
stato tentato dalla zoolatria, le
invenzioni dell’immaginazione
restano subordinate a uno scopo spirituale” (pag.6).
La suggestiva chiave di lettura
dei passi bilici fornita dal volume consente di entrare maggiormente
nell’immaginario
teologico e metaforico dei testi.
Infatti, il ricchissimo apparato
simbolico-evocativo biblico ha
permeato tutta la cultura occidentale, dai mosaici della Cattedrale di Otranto, alle opere
di J. R.R. Tolkien, C.S. Lewis e
T.S. Eliot, solo per citare alcuni
degli esempi più celebri. Particolarmente pregevoli risultano
i capitoli dedicati sia alla lettura
parallela delle figure dell’agnello e del capro e sia quello successivo dedicato al drago ed ai
mostri vari.
Circa il primo, partendo dal rito
dell’olocausto, l’autore si sofferma nella lettura che i profeti ne
hanno fatto, ed in particolare ai
Canti del Servo, sino alla definitiva dimensione cristologica ed
apocalittica. Proprio su quest’ultimo aspetto si concentra il secondo, dove la scrittura biblica
risulta ricca di immagini di animali fantastici e mostruosi.
Afferma l’autore in proposito:
“la Bibbia utilizza il mito inserendolo nella rivelazione. L’immaginario fornisce il linguaggio
che permette di esprimere la
realtà. L’avvenimento concreto
rivela così il proprio significato
profondo” (pag.72). Ed è questo
il compito ben riuscito del libro.
(Leo Binetti)
Gerusalemme capitale
dell’umanità
“A
di Fouad Twal
l termine della lettura, sgorga dal cuore la lode alla
misericordia dell’eterno, che trasforma e custodisce i nostri cuori, operando in noi le meraviglie
che ha compiuto nei nostri Padri,
anche attraverso i sentieri tante
volte contorti delle logiche umane, troppo umane”. Così mons.
Bruno Forte a
conclusione della Presentazione di “Gerusalemme capitale
dell’umanità”
libro intervista
che l’attuale Patriarca latino di
Gerusalemme,
Fouad Twal ,
propone a cura
di Nicola Scopelliti (La Scuola,
pp. 269, euro
15,50).
“Questo libro è nato
dopo diversi incontri avvenuti
nel palazzo del
Patriarcato Latino attraverso vari colloqui, al
termine della recita comune del
rosario”, avverte Scopelliti che
confessa: “Dialogare con il patriarca della Chiesa madre non è
stato per nulla facile. La sua, infatti, è una diocesi piena di contraddizioni, che lui vive con tranquillità, mettendole nelle mani di
Colui che può tutto: ‘Se Lui mi ha
voluto alla guida della sua Chiesa
Madre, sarà Lui a darmi la forza
per saperla guidare’, è solito ripetere”.
E proprio nella forma dell’autentico colloquio scorrono i 24 capitoli di questa intervista in cui il
Patriarca parla di “un diplomatico diventato vescovo”, di come
“accogliere la buona novella”, di
cosa significhi essere “segretario di nunziatura”, della “nomina a coadiutore del Patriarca”.
Ma per il Patriarca è importante
riflettere anche sulla “chiamata
al sacerdozio”, su come essere
“seguaci del Battista” e ancora
su “La Chiesa del calvario” e sul
“denaro (che) diventa sempre più
un idolo”, su “una chiesa viva” e
sull’essere “pellegrini sulle orme
di Gesù”. Non dimentica peraltro
“l’incontro con Paolo VI e Papa
Wojtyla”, su come fu “sfiorato
l’incidente diplomatico”. Ma così
siamo ancora a metà libro-intervista e gli altri dodici capitoli non
sono meno interessanti di quelli
già riferiti, perché si riflette sulla libertà religiosa in Israele e in
tutta quella regione, sul dialogo
interreligioso, e si conclude che
“l’evangelizzazione è il cuore del
Medio Oriente”. A libro chiuso è
agevole condividere la conclusione di mons. Forte e magari vi si
aggiunge l’osservazione di Scopelliti: “La Terra Santa è una terra dalle mille contraddizioni, ma
con una sola certezza: Cristo! È
Cristo la nostra pace: ‘Vi lascio la
pace, vi do la mia pace’. (Gv 14,27)
Basta conflitti! Basta prigionieri!
Basta divisioni tra cristiani!”
(a. scon.)
IL LIBRO
La Colomba
e il Drago
IL LIBRO
IL LIBRO
CHIESA DELL’ANNUNZIATA L’11 aprile ripresentato al pubblico dopo un accurato intervento conservativo
L’umanità di Dio
di J. Maria Castillo
umanità di Dio (La meridiana,
2014, pagg. 120, euro 14,50)
è una riflessione di José Maria Castillo sul modo tradizionale che la
teologia cattolica occidentale utilizza per parlare di Dio.
L’autore sceglie un approccio graduale al tema: «Non è mai stato facile parlare di Dio con precisione.
[…] Dio non appartiene a questo
mondo, […] né possiamo conoscere come è Dio
“in sé stesso”».
Eppure l’autore
osserva che noi
«non abbiamo
rinunciato alla
ricerca di Dio».
Come fare a parlare di Lui? Per
Castillo una certa teologia occidentale esalta
il divino e annienta l’umano,
per cui si rompono
«l’unità
e l’omogeneità
del reale, della
vita, delle persone, delle cose
che ci circondano e delle situazioni che viviamo».
Le difficoltà si registrano anche
all’interno del Cattolicesimo, che
sembrerebbe racchiuso in una
«mistica dell’obbedienza», per cui
«obbedire a Dio significa obbedire alla Chiesa» e questo, secondo
l’autore, ha toccato l’apice «nei
pontificati di Pio IX e di Giovanni
Paolo II».
Qui si inscrive la vicenda biografica
di Castillo, sacerdote gesuita nato
nel 1929, allontanato dall’insegnamento della teologia nel 1988 e
che nel 2007 ha abbandonato la
Compagnia di Gesù. Fino a oggi
Castillo continua a scrivere articoli
di teologia su accreditate riviste e
interviene in dibattiti a livello internazionale.
Dopo l’accusa, l’autore presenta la
sua tesi: «Il centro del cristianesimo non è Dio, ma Gesù». Parole
forti, che chiedono una spiegazione: «Il centro del cristianesimo è
Gesù, con il quale entriamo in relazione mediante l’etica al servizio
della misericordia». Castillo arriva
a dire, riprendendo Bonhoeffer,
che «Dio in Gesù non si è incarnato nel sacro e nemmeno nel religioso. Dio in Gesù si è incarnato
nell’umano»; «Dio lo incontriamo
nella libertà umana, nell’amore
umano, nel rispetto per gli altri,
nella prossimità a tutto quello
che c’è di veramente umano nella
vita».
L’umanità di Dio è un libro che
tratta in poche pagine un argomento corposo. La prosa è scorrevole, il lettore viene risucchiato
dalle argomentazioni teologiche,
che però lasciano a volte lo spazio
in maniera troppo netta alle esperienze autobiografiche. Lo scritto è
destinato a chi già conosce la storia della Chiesa e gli argomenti più
dibattuti della teologia contemporanea, dall’escatologia alla cristologia. Per gli studiosi e i sacerdoti il
libro può risultare un valido strumento con cui aggiornarsi.
L’
(Andrea Giampietro)
Restaurato il Calvario Francescano di Ostuni
V
enerdì 11 aprile scorso in Ostuni,
alla presenza dell’Arcivescovo, Mons.
Domenico Caliandro e del parroco,
don Giovanni Apollinare-Flore, il “Calvario” dell’Annunziata, dopo diversi interventi,
grazie ad alcuni benefattori, è tornato alla
fruizione spirituale dei fedeli e culturale
dell’intera comunità, dopo un accurato restauro. Riecco il maestoso Crocifisso scolpito,
tra il 1693 e il 1696, dal calabrese, Angelo
da Pietrafitta, frate minore laico Riformato
che dimorò nel convento ostunese dell’Annunziata nella seconda metà del XVII secolo
e che ha tramandato la cultura della pietà
popolare espressa nell’ascetismo francescano
della croce. L’opera fa parte del seicentesco
«Calvario francescano», costituito dalle statue lignee della Madonna e di S. Giovanni
Evangelista, di fattura - e quindi anche di
datazione - antecedente al Crocifisso. Ed il
gruppo è allocato nella prima cappella ricavata nella navata laterale destra della Chiesa parrocchiale di «Maria SS. Annunziata»,
utilizzata oggi per ospitare quest’opera.
Il restauro è stato eseguito da Francesca
Marzano di Brindisi che, con l’autorizzazione della Soprintendenza per i Beni storici,
artistici ed etnoantropologici di Bari, sin dal
novembre del 2011, ha dato inizio al complesso intervento di recupero dopo un fase
di saggi stratigrafici, scelta dei solventi, indagine chimico-stratigrafica ed un accurato
studio diagnostico sotto la direzione della
dott. Rosa Lorusso (funzionario responsabile dell’istruttoria) e coadiuvata dalla restauratrice dello stesso ufficio, Cristina Tiberini.
Il Crocifisso ligneo si presentava in cattive
condizioni conservative (al contrario delle
due statue) con distacco di vernice che faceva trasparire gli originali colori bluastri
e i diversi interventi di “restauro”, avevano
“completamente ricoperto il corpo del Cristo
con pesanti e spesse stuccature bianche e e
compatti strati di colore e porporina che, si
suppone, abbiano indurito notevolmente le
linee plastiche degli strati originali oltre ad
aver alterato la cromia con la vernice utilizzata”. «Durato oltre due anni, ha ripreso i
suoi colori originari e ora splende nella sua
bellezza e, soprattutto, richiama alla devozione popolare – ha detto don Giovanni
Apollinare Flore - . È un’opera della fine del
XVII sec. realizzata da Angelo da Pietrafitta, umile frate francescano della Calabria
cosentina che ha dedicato la vita e la sua
maestria d’arte a scolpire il legno realizzando, a grandezza naturale, crocifissi e questo
dell’Annunziata è un’opera nata dalla fede
dell’artista per rafforzare la fede del popolo
degli umili e dei poveri in Gesù Cristo morto per amore, uomo nella speranza. Nella
chiusura egoistica l’uomo per debolezza e
fragilità non riconosce l’Altro e gli altri come
compagnia, Gesù con la sua Incarnazione
e la sua morte rivela la vicinanza di Dio
all’uomo. L’esperienza di fede nata da San
Francesco d’Assisi ha influenzato non solo il
periodo storico ma anche il cammino di tutti
coloro che si rifanno alla spiritualità francescana. Il Crocifisso racchiude l’esperienza di
Dio che ama l’umanità e non esita a donare
il suo Figlio come Amore».
Il Calvario ebbe grande diffusione nel XVII
sec. essendo strettamente connesso alla Via
Crucis (pratica liturgica di devoto pellegrinaggio davanti a 14 cappelle che terminava
di solito dinanzi all’altare del Crocifisso) e i
francescani, in linea con la loro tradizione,
corredavano le loro chiese con il presepe ma,
soprattutto, con il cosiddetto “Calvario francescano” composto dal crocifisso di proporzioni naturali con ai lati la Vergine Addolorata e S. Giovanni Evangelista o sostituito
da statue di altri santi in particolar modo
con riferimento al Poverello d’Assisi.
DENTRO LA NOTIZIA Alle origini dell’opera conservata in Ostuni
P.Angelo da Pietrafitta, quel frate mistico e le sue sculture da contemplare
«I
l Crocefisso è scoltura di fr. Angelo da Pietrafitta
laico Riformato della Calabria Cosentina, di cui la
città molto gode, ricorre(n)do in ogni travaglio alla
di lui Santa, ed infinita Pietà». Dovette predicare un Quaresimale in tardissima età a Venezia, il P. Bonaventura Quarta
da Lama, per poter avere in ricompensa casse di caratteri tipografici e fogli di carta e quindi far stampare dal Chiaritti,
nella «sua» Lecce, la seconda parte della «Cronica de’ Minori
Osservanti della Provincia di S. Nicolò», dando così duratura
certezza alle sue ricerche rimaste sino ad allora su fogli manoscritti. Tra queste, anche la storia e le sorti del convento
ostunese, «stimato il più bello della Provincia, sì per l’aria assai buona - scriveva ancora -, mentre stà piantato sù d’un’erta
Collina, sì anche perchè si vede non solo dal Dormitorio di
sopra, ma anche dalla Porteria la Città tutta coll’Oliveto, e ’l
Mare Adriatico, strada per chi passa per Brindisi, S. Cataldo,
e Levante, per chi và per Fiume, Ancona, Venezia, ed altre
Città dell’Italia». Poco prima, il P. Bovanentura aveva annotato: «Quanto dunque v’è di bello nel Monastero, è tutto fatica
de Riformati, a’ quali la Città contribuisce un carlino al giorno per pietanza, dimorando di famiglia 20 Frati».
Ma chi c’era dopo il 1693? I nomi servono a poco, tranne quello del frate Angelo da Pietrafitta che - richiesto in Puglia dal
ministro provincia p. Gregorio Cascione da Lequile - vi fece
tappa in quel lasso di tempo, probabilmente assieme a suoi
collaboratori, per realizzare una delle sue opere più significative: il Calvario, appunto, che è stato presentato ufficialmente
dopo un competente ed adeguato restauro finanziato dal mecenatismo e - perchè no? - dalla devozione di christifideles
e con un catalogo con scritti della restauratrice di Vincenzo
Lorusso ed Enza Aurisicchio e con foto di Giuseppe Sacchi.
«Mentre mancano i connotati delle due sculture precedenti,
molto noto e di sicura attribuzione si rivela il Calvario francescano, composto dal Crocifisso e dalle statue di Maria e di
S. Giovanni», ha scritto in anni più vicini a noi il P. Francesco
Benigno Perrone, quando studiò i «Conventi della Serafica
Riforma di S. Nicolò in Puglia» e - per dare maggiore distacco
alla cifra stilistica del frate calabrese, che morirà «in Calabria poco prima del 1699» -, ricordò che «in molte chiesine
della Serafica Riforma di S. Nicolò», venivano «replicate, ma
non letteralmente» le statue della Vergine Addolorata e di
San Giovanni, così come vuole appunto il Vangelo di Giovanni (19, 25 - 27), nel quale si legge che «stabant autem iuxta
crucem Iesu mater eius et soror matris eius, Maria Cleopae,
et Maria Magdalene». Qui però, il versetto appropriato sarebbe il 27: «Cum vidisset ergo Iesus matrem et discipulum
stantem, quem diligebat», tradotto plasticamente nel pathos,
che promana dal volto dei dolenti e da quello del Cristo. Padre Angelo da Pietrafitta, del resto, non ha meritato un posto nella storia dell’arte sacra del suo secolo (ed una voce nel
«Dizionario biografico degli Italiani»), proprio per questo
suo stile, in qualche modo innovativo, dettato dall’«addolcimento del modellato», rispetto all’opera del «caposcuola
degli artisti francescani meridionali», che fu fra’ Umile da
Petralia-Soprana? E l’addolcimento dei volti è proprio una
delle «firme» dell’autore, assieme alla barba discriminata ed
ai capelli del Crocifisso. Non solo: ci sono le piaghe del costato e le tumefazioni del corpo di Gesù che - oltre le fonti
scritte - rendono riconoscibile l’opera di questo artista. Egli
ha educato alla fede generazioni di cristiani: la singola opera
di P. Angelo è una sorta di meditazione sulla Passione, più
di tante frasi le sue sculture sono un capitolo della «Biblia
pauperum». E la presentazione ad Ostuni è giunta davvero
in modo provvidenziale: la si può leggere in sintonia con una
mostra romana - «I Papi della speranza» - in cui si pone in
evidenza come l’arte sacra del ‘600 «elabora un nuovo linguaggio emozionale, dove le pennellate si fanno vibranti, le
composizioni piene di movimento e l’iconografia più coinvolgente». Eguale discorso può cogliersi nelle sculture e non si è
lontani dal leggere in esse la teologia tridentina. Un esempio
per tutti: poche righe del «Decreto sulla giustificazione» (sessione VI, 13 gennaio 1547), in cui si afferma: «Perciò il Padre
celeste, padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione
(...) mandò agli uomini Gesú Cristo, suo figlio (...) affinché (...)
tutti ricevessero l’adozione di figli. Questo Dio ha posto quale propiziatore mediante la fede nel suo sangue, per i nostri
peccati, e non solo per i nostri, ma anche per quelli di tutto
l’universo».
(a. scon.)
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Fermento maggio 2014 - Arcidiocesi Brindisi