Per il 70° compleanno Csi, una festa unica insieme a Papa Francesco Anno XXXVII n. 5 Maggio 2014 Redazione: piazza Duomo, 12 Brindisi E-mail: [email protected] € 1.00 Spedizione in A.P. - art. 2 - c.20 - L.662/96 In caso di mancato recapito inviare al CDM di Brindisi per la restituzione al mittente previo pagamento Resi EDITORIALE Serve un’altra Europa Alle pagine 19, 20 e 21 Il prossimo numero di Fermento uscirà il 29 giugno Articoli e lettere dovranno giungere in Redazione entro il 21 giugno La scuola, una festa Angelo Sconosciuto Non c’è bisogno di andare molto indietro con i ricordi: basta fermarsi ai mesi di quest’anno, ed osservare queste ultime settimane, per convincersi che, al di là di tutti i risultati possibili che le urne potranno consegnarci, serve un’altra Europa che non guardi ai singoli programmi (seppur ce ne siano stati e siano stati presentati) ma ponga una seria questione. Una questione rifondativa di un modo di essere cittadini qui ed ora. Appiattiti come si è sulle questioni economiche che pur riguardano l’ambito del “primum vivere” - e distratti anche eccessivamente dalle beghe interne che danno valenza locale a qualsiasi livello politico, si è dimenticato che – piaccia no - “l’Europa siamo noi”, l’Europa è ciascuno di noi, a meno di non dover stare sotto una cappa di vetro strettissima ed alimentata da un forellino per la necessaria respirazione. Se solo avessimo guardato un attimo alle intenzioni dei fondatori – alla loro lungimiranza nel guardare “oltre” e l’Oltre - forse avremmo capito che l’Europa si regge ed è forte se pone al centro dei suoi discorsi la persona umana, la sua irrinunciabile dignità. Serve dunque un mutamento di ottica ed un conseguente cambio di passo che non sono questioni di programma, ma di necessario buon senso, che ridefiniscono una scala di valori sui quali porre le basi di scelte sociali, le quali andranno a determinare quelle economiche. Se, com’è evidente, siamo chiamati a scrivere necessariamente una storia comune, che non mortifichi ed annienti le singole personalità, non ha senso percorrere rivoli senza costrutto, perdendosi ed annullandosi nella prima secca: ha più importanza partecipare all’inversione della scala dei valori, battersi per determinarla, (ri)trovare le ragioni di una convivenza senza confini, i quali – vogliamo ricordarlo – sono abbattuti in funzione di un benessere delle persone, che sta prima della circolazione delle merci. I beni di cui vivere, infatti, sono stati l’occasione per sperimentare come si possa stare bene insieme, ma il bene comune – ce ne rendiamo conto – è altra cosa. Ecco perché serve un’altra Europa. Alle pagine 12, 13 e 14 Elezioni Ue: credenti protagonisti per una “casa comune” unita e plurale La speranza cristiana per una nuova Europa L’ approccio con le elezioni europee ci obbliga a guardare ciò che stiamo realizzando del nostro continente. Ma che cosa è l’Europa? Cominciamo da quello che vediamo. Quando si viaggia attraverso il continente, ci si confronta con una grande varietà nel paesaggio naturale, ma anche nel paesaggio umano. Costantemente ci meravigliamo delle numerose lingue, abitudini, tradizioni (culinarie, architettoniche...), così come delle numerose idee e stili di vita. Tutto questo può essere inteso come un caleidoscopio, nel quale ogni pezzetto, messo insieme agli altri, senza perdere la propria identità, si relaziona agli altri per creare qualcosa di nuovo, di inedito e più bello. L’Europa, però, non è soltanto diversità, parte da un terreno comune che non è semplicemente geografico. Ci sono molti valori e principi condivisi, e soprattutto esistono la fede cristiana e la cultura da essa generata, la quale è ancora fortemente radicata e ci fa capire che siamo più di semplici “popoli vicini”. Essere cristiani significa che tutti appartengono allo stresso popolo, alla stessa famiglia. Non abbiamo bisogno di pensare l’altro come nemico che ci minaccia. Chi, per difendere i propri interessi, crede necessario attaccare l’altro o chiudersi in sé, testimonia egoismo e insicurezza. Ma la fede non si limita a insegnare che c’è qualcosa di comune. Essa ci mette in moto e ci mostra il metodo per vivere insieme e rafforzare l’unità mantenendo la pluralità. La fede ci rende consapevoli che l’unità si costruisce come comunione, cioè come dialogo e condivisione, e con la collaborazione di ciascuno. Questo vale per l’unità di una famiglia, ma anche di una nazione o di una comunità di nazioni. L’avventura eu- Vita Diocesana Primo Piano Ricordi “brindisini” dei due Papi appena proclamati santi A pagina ropea, che oggi conosciamo come Unione europea, è cominciata perché in origine vi erano uomini di fede che avevano visto come un mondo che si allontana da queste verità è destinato all’autodistruzione. La pace, a cui tutti ambivano dopo la seconda guerra mondiale, non è meno importante oggi: essa richiede una costante vigilanza. Per costruire una comunità vera e coesa dobbiamo dare spazio alla solidarietà, che ci porta a considerare i bisogni degli altri come nostri, e a contribuire attivamente al bene comune. E bisogna anche attuare la sussidiarietà, che si realizza pienamente quando ogni gruppo e ogni comunità, liberamente e responsabilmente, può assumere i propri compiti. Un’Europa democratica, dove ogni persona e ogni nazione si sentono a casa e collaborano nella casa comune, dovrebbe essere un modello per la cooperazione internazionale, che guarda alle persone concrete, alle famiglie e, soprattutto, ai più vulnerabili. Né la pace, né la solidarietà, né la sussidiarietà possono diventare realtà quotidiane e condivise se ci dimentichiamo il valore della persona umana. Come Papa Francesco ricorda costantemente, non possiamo mantenere una cultura in cui l’altro è disprezzato o considerato come un oggetto da usare e gettare. Questo richiede amore e non basta la semplice giustizia umana. Come affermò Papa Paolo VI, nel suo discorso per il 25° anniversario della Fao nel 1970: “La giustizia sociale ci fa rispettare il bene comune e la carità sociale fa che lo amiamo”. Forse qualcuno ancora pensa che in politica non ci sia posto per parlare di amore. Io, invece, sono convinto che solo una cultura di amore può garantire una giustizia duratura. Questo non ci fa negare le regole della giustizia, 8 Ostuni ,Restaurato il Crocifisso di P. Angelo da Pietrafitta Servizi a pagina 23 ma ci fa andare oltre la logica dei calcoli. Così nasce una cultura della gratuità, unica capace di unire le persone, proprio perché le rende disponibili per gli altri. Le elezioni europee possono essere un buon momento per ricordare questi punti essenziali della vita sociale. La missione dei cristiani, però, non si svolge come una qualche ingegneria sociale, anche se condotta da valori e principi giusti. La Chiesa non è una ong! Quello che è proprio della nostra identità – ed è ciò di cui il mondo ha più bisogno – è Cristo stesso. Cristo è la grande necessità degli europei. Tutto questo ci porta a capire l’importanza di prendere sul serio l’evangelizzazione dell’Europa. Senza un cambiamento del cuore, che proviene dalla scoperta di Dio e del suo amore, non saremo capaci di costruire un’Europa più umana. Al contrario, quando qualcuno scopre Gesù, diventa capace di amare gli uomini senza arrendersi, anche quando l’ambiente costringe ad andare contro corrente. Grazie alla fede in Gesù Cristo, i cristiani sono realistici: conoscono il cuore umano – sia la sua grandezza, con le sue esigenze di vero e di bello, sia le sue ferite - e sono sicuri del sostegno di Dio. Chiamato a votare in queste elezioni europee, il cittadino cristiano deve avere presente tutti questi pilastri per costruire l’Europa di oggi e di domani, ma anche per assumere di nuovo, e con rinnovato vigore, il compito di annunciare il Vangelo, come il Santo Padre instancabilmente ci spinge a fare. Duarte da Cuna Segretario Generale Ccee Primo Piano I 90 anni intensi di “don Settimio” esempio di libertà A pagina 7 Pagina Aperta 2 18 Maggio 2014 VITA QUOTIDIANA Proposte dopo aver assistito al “bollettino di guerra” giornaliero Per un “ripensamento felice” che rivaluti la persona O re 13,30 di un giorno qualsiasi: bollettino di guerra. Ovviamente si tratta del telegiornale. Dopo le notizie di politica nazionale e internazionale, inizia il resoconto del bollettino di guerra giornaliero: violenze, bullismo, rapine, omicidi, illegalità diffusa e giustificata, mala sanità, mala politica, mala finanza, mala magistratura ... Da un po’ di tempo a questa parte la notizia più clamorosa e ripetitiva riguarda gli episodi, spesso riusciti, di omicidi-suicidi. Protagonisti sono adulti, uomini e donne, che oltre a togliersi la vita, la tolgono anche ai loro figli, quale che sia la loro età. I commenti più ricorrenti: “ma cosa sta succedendo … non è possibile … ma come si fa … ci vuole la pena di morte … bisogna chiuderli in galera e buttare la chiave … come mai tanti mostri … ”. Da tempo mi vado chiedendo: come mai ci fermiamo a evidenziare i fatti, anche con orrore giustificato, e non ci chiediamo il perché? Se riteniamo che quanto sta accadendo è frutto del caso, opera di persone fuori di testa e malati, possiamo giustificare tutte le espressioni di cui sopra e altro ancora. Se invece, come è nella realtà, nulla avviene per caso, allora dobbiamo avere il coraggio di fermarci tutti a individuare, con una buona dose di onestà intellettuale, le cause che hanno prodotto e producono questi atteggiamenti. Dico con chiarezza che quanto sta accadendo non è occasionale, ma è un problema di cultura, legato cioè alle prospettive e ai modelli di vita che ci siamo dati in questi decenni e che riguardano il senso e il valore delle relazioni e della vita propria e altrui. Pongo prima di tutto una domanda radicale: nella sua complessità, la società in cui viviamo e che abbiamo contribuito a creare è a misura di persona? Quali sono i costi umani con cui abbiamo costruito l’apparente o reale benessere? Papa Francesco a più riprese ha denunciato la presenza di una “cultura dello scarto” che di fatto regola in gran parte le relazioni a tutti i livelli: interpersonale, sociale, culturale, economico, religioso. A mio parere, sarebbe interessante se riuscissimo a dare un nome a tutto ciò che ci ha condotto a considerare la persona umana come la “cosa”, a volte la più banale, su cui ci arroghiamo il diritto di fare tutto e il contrario di tutto. Non propongo una caccia alle streghe, né la istituzione di tribunali speciali. Mi piacerebbe finalmente sentir dire da parte di chicchessia: su questo ho sbagliato. Non processi, ma atti di onestà intellettuale. Provo a dire qualcosa. Di fronte ai limiti evidenti che ci hanno lasciato in eredità le generazioni precedenti (come è sempre stato), da quelli di una Chiesa che spesso non ha saputo cogliere positivamente le provocazioni del Vangelo e del Concilio Ecumenico Vaticano II, a quelli di tanti pensatori o leaders vari che nel corso degli anni si sono autoproclamati salvatori dell’umanità, abbiamo spesso ritenuto che il passato nel suo insieme poteva essere etichettato e liquidato come “tabù” da buttare e che le nuove proposte avessero tutte “a prescindere” il marchio doc di progresso e di scelte di civiltà. Mettendo in discussione le evidenze più banali e dando credito alle esperienze più stravaganti, abbiamo ridicolizzato la realtà e la serietà delle relazioni, rendendoci oggetto di consumo provvisorio e precario gli uni gli altri. La fiducia e l’affidabilità sono diventate merce rara in circolazione. Abbiamo inventato traumi inesistenti e abbiamo preteso di cancellare quelli reali scritti da sempre nella carne e nel sangue delle persone. Puntando tutto sull’apparire e sul riuscire ad ogni costo, abbiamo messo in discussione la persona, specialmente quella meno dotata di risorse e capacità. Il principio di proprietà, passato dalle cose alle persone, è diventato un assoluto da esercitare contro la legge, contro la coscienza, contro gli affetti, contro tutto e contro tutti. Le conseguenze in cui trasciniamo quanti sono a noi legati da vincoli di affetto e di amicizia sono paragonati a incidenti di percorso, che riguardano marginalmente o per niente il singolo e la collettività. L’aspetto paradossale di tutto questo: livellare o scambiare la verità e la menzogna, il bene e il male per rendere tutte le scelte umane, anche quelle inimmaginabili, normali, scontate e ovvie. Uno degli assurdi più evidenti del nostro presente: in buona parte, siamo riusciti ad ammettere con fatica che abbiamo violentato per secoli la natura che ora ci sta facendo pagare il conto. Quando si tratta di quel piccolo pezzo di natura che si chiama uomo, ogni forma di manipolazione diventa possibile, legittima, anzi doverosa. Di fronte a questi eccessi creati da questi atteggiamenti, la società ben pensante si è dotata di meccanismi di difesa: “si tratta di mostri, di malati, di eccezioni, di personalità fragili, di orchi … “. Con un duplice risultato: aver scaricato le responsabilità personali e collettive su quanti sbagliano e ribadire la propria certezza che si può continuare all’infinito sulla strada intrapresa. Il mio desiderio è quello di avviare una riflessione ad alta voce. Chissà se accanto alla elaborazione della “decrescita felice” in campo economico si potrà avviare una riflessione comune per un “ripensamento felice” che riguardi la rivalutazione della persona umana. Sac. Angelo Ciccarese INCONTRI Tappa a Brindisi di Frei Betto, il domenicano brasiliano teologo della liberazione “Il degrado della natura colpisce indistintamente ricchi e poveri” C ompirà settant’anni il prossimo 25 agosto, Frei Betto, il domenicano brasiliano, scrittore giornalista e teologo della liberazione, che nello scorso aprile è stato in Italia per un ciclo di conferenze. Una tappa l’ha fatta anche a Brindisi e nel teatro della parrocchia San Vito, grazie anche ad una traduzione simultanea delle sue parole, ha tenuto un incontro promosso da diversi gruppi e movimenti della nostra diocesi. Ha parlato a tutto campo, ha inserito lacerti della sua esperienza e offerto una lettura dell’attualità partendo dal suo angolo di visuale e da un’urgenza: “La lotta contro la miseria e la povertà, perchè siamo in un mondo egemonizzato dal capitalismo neoliberale che non ha interesse allo sviluppo sociale”, ha detto. “Il capitalismo ha creato la socialdemocrazia, i diritti sindacali, diritto del lavoro, dei pensionati – ha fatto osservare -, ma ora non ha nessun interesse per il benessere sociale, ha aggravato la disoccupazione e si è interessato all’esplorazione del mondo con le multinazionali”. A riprova di quest’analisi, ecco la sua osservazione: “Il Papa invece ha condannato la povertà e le cause della povertà come si legge nella Evangelii Gaudium”. È sembrato chiaro il riferimento alla cosiddetta “economia dell’esclusione” ed alle parole del Papa: “Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole” (n. 53). E ancora: “Alcuni ancora difendono le teorie della ricaduta favorevole, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante”. “Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare” (n. 54), dice il papa. E Frei Betto, commenta: “La chiesa non può essere neutrale. O sta con la politica dello status quo o con la politica del cambiamento”. E ancora: “La chiesa non può essere politicamente neutra perchè Gesù non era politicamente neutro, egli assunse la vita dei poveri e questo gli costò la vita, è stato condannato da due poteri politici. Tutti i cristiani sono discepoli di un prigioniero politico”. Traendo le conseguenze di queste osservazioni ed andando oltre gli “ismi”, Frei Betto ha osservato ancora: “Importa che sia un società in cui si dividono i beni della terra ed il frutto del lavoro umano”. Un’osservazione che porta alla possibilità di una società giusta ed alla constatazione che “l’occidente è molto lon- tano da questa possibilità dominato come è dal pensiero unico denunciato anche dal Papa secondo cui la storia sarebbe terminata”. “La crisi degli Stati Uniti e dell’Europa dimostra che tutta la logica del sistema è la difesa delle banche, del capitale privato, della speculazione non del diritto umano, siamo molto lontani da una possibilità di cambiamento radicale soprattutto perchè in Europa non esiste una forza politica alternativa”, ha detto ancora sollecitando ad una organizzazione di popolo che generi un’alternativa politica al capitalismo neoliberale. “Serve un’azione globalizzata – ha detto Frei Betto -. Oggi grazie ad Internet ed ai social network si possono creare alleanze tra tutti i popoli del mondo interessati ad un altro mondo possibile, come si è detto al Forum Sociale Mondiale”. Da dove partire? Dal tema del Creato: “Il tema ecologico non fa distinzione di classe, il degrado della natura colpisce indistantamente ricchi e poveri – ha detto rei Betto -. L’ecologia interessa le nuove generazioni perciò è un tema molto forte dal punto di vista della mobilitazione perchè molta gente che non è disposta a lottare per un mondo nuovo però è disposta a lottare per la preservazione dell’ambiente ed entra nella lotta per questa porta”. E queste parole volete che non abbiano peso? il sito DiocesANO in versione per tablet e smartphone m.diocesibrindisiostuni.it 18 Maggio 2014 3 Primo Piano OTTO PER MILLE A colloquio con don Claudio Macchitella sulla erigenda chiesa parrocchiale intitolata a San Leucio Con il concorso di tanti riscopriamo il primo approdo delVangelo E ra il 15 gennaio 2012 quando l’Arcivescovo Mons. Rocco Talucci poneva la prima pietra nel luogo dove sarebbe sorta la nuova Chiesa, intitolata a San Leucio, nel quartiere Minnuta a Brindisi. A due anni da quel giorno, don Claudio Macchitella, Parroco della comunità, ci racconta come procedono i lavori e soprattutto la trepidazione e l’entusiasmo di tutti nel vedere, finalmente, realizzata un’opera attesa da tempo. Don Claudio, la storia della vostra comunità non è stata facile avendo dovuto celebrare sempre in un luogo poco adatto ed efficiente: quando è nato il progetto di realizzare una nuova chiesa per il quartiere Minnuta? Nel lontano 1986 da un’intuizione pastorale di Mons. Settimio Todisco, guardando all’espansione del quartiere Minnuta che allora era inserito nel territorio parrocchiale della S.S. Resurrezione. Volle istituire una nuova parrocchia nella nostra città dedicandola al primo Vescovo di Brindisi Patrono della Diocesi, San Leucio. Con la nomina del primo Parroco e l’avvio dell’organizzazione pastorale in un locale adibito a luogo di culto, si cominciò a pensare alla costruzione della futura sede parrocchiale, cercando di individuare il terreno dove ubicarla. Diversi sono stati i siti pensati e individuati, ma le difficoltà di certo non sono mancate e intanto gli anni sono passati. Durante il ministero episcopale di Mons. Rocco Talucci è stato individuato e acquistato il terreno dove poter edificare. Questo ha permesso di presentare un progetto alla Conferenza Episcopale Italiana per ottenere i finanziamenti necessari per erigere la nuova sede parrocchiale. Intanto sono stato nominato Parroco e ho avuto modo di seguire direttamente la nascita del progetto e l’avvio dei lavori. Il sostegno e l’incoraggiamento non è mancato nemmeno con l’arrivo di Mons. Domenico Caliandro, che ha mostrato subito interesse per il cantiere con una sua visita e successivamente ha voluto affidarmi il delicato compito di dirigere l’ Ufficio diocesano per l’Edilizia di Culto. Quali ostacoli e difficoltà avete dovuto fronteggiare in questo percorso? Dall’ erezione canonica della parrocchia fino a questo momento, molti sono gli anni trascorsi e come si può ben immaginare tante sono state le situazioni, le difficoltà, gli ostacoli da superare, dalla burocrazia ai problemi tecnico – logistici, come normalmente avviene durante la realizzazione di una grande opera. L’entusiasmo certamente non è mancato, nè tantomeno le aspettative dei parrocchiani che da sempre hanno mostrato interesse e coinvolgimento per questo progetto. La realizzazione della Chiesa è stata possibile grazie al contributo dell’8x1000 ma immaginiamo anche al sostegno dei fedeli che hanno fortemente voluto la concretizzazione di questo progetto. Quanto è stato determinante il loro ruolo in questo percorso? Intanto vogliamo ringraziare la Conferenza Episcopale Italiana per il contributo dato, e tutti coloro che destinano l’ 8x1000 alla Chiesa Cattolica, perché permettono anche la realizzazione di queste opere a beneficio della collettività. La comunità, con il territorio circostante, certamente non ci ha fatto e non ci sta facendo mancare il suo sostegno ed entusiasmo con una partecipazione diretta ad alcune iniziative di raccolta che la parrocchia vive in determinati periodi dell’anno pastorale. Questo non basta, perché a partire da questa seconda fase, si dovranno affrontare maggiori sforzi per arrivare all’ apertura dell’aula liturgica. Non volendo entrare eccessivamente in ambito tecni- co… su quali idee cardine nasce il vostro progetto tenendo conto anche del territorio circostante? Quando si è pensato alla realizzazione del nuovo complesso parrocchiale, abbiamo guardato al nostro territorio e abbiamo pensato al primo Vescovo di Brindisi, titolare della parrocchia, e al suo arrivo nella nostra città che avvenne per via mare. Allora, il porto era situato nell’attuale Seno di Ponente, a ridosso del nostro territorio parrocchiale, quindi San Leucio arrivando, pose il suo piede per la prima volta proprio nell’attuale quartiere Minnuta. Da qui si può comprendere l’idea progettuale di una nave con la prua che ricorda l’approdo del Santo, l’inizio della predicazione del Vangelo e la conversione della città di Brindisi, allora pagana. Cosa rappresenta questo luogo sacro, al di là della struttura in sé, per la vostra comunità? L’edificazione del complesso parrocchiale con annessi i locali per la pastorale, rappresentano per il quartiere la visibilità di una comunità cristiana che non ha fatto certamente mancare la sua presenza sul territorio, ma che per ragioni di ubicazione e per mancanza di spazi adeguati, non ha avuto la forza di esplodere e nel contempo è stata condizionata negli spazi. Questo tuttavia non ha limitato in varie forme le tante iniziative pastorali vissute per le strade del quartiere, in mezzo alla gente, tanto che l’iscrizione che accompagna la vita di questa comunità fin dal suo nascere è : “ La casa di Dio in mezzo la casa degli uomini”. cui è stata posta la prima pietra fino ad oggi? E quali sono le emozioni di un Parroco che vede realizzare, giorno dopo giorno, quella che sarà la casa di tutti? Penso che da quanto detto si evince quale sia il clima che alberga nel cuore di ogni fedele che di giorno in giorno vede pian piano realizzarsi il luogo dove poter celebrare e vivere la propria fede. Non da meno il sottoscritto cosciente della responsabilità affidatami, infatti nell’essere stato inviato in questa comunità sapevo bene quale sarebbe stato il mio compito, vedere il realizzarsi del progetto prima su carta e poi concretamente, mi fa ben sperare nel prossimo futuro, di vedere questa comunità vivere in un luogo che le appartiene e che la identifichi sul territorio. Le emozioni sono tante, l’entusiasmo non manca, e nemmeno il coraggio di affrontare le sfide che si affacciano quotidianamente. Un’ultima domanda….a che punto sono i lavori? E quando si prevede possano essere ultimati? E’ stata appena terminata la parte strutturale con il montaggio del tetto. Ora si passerà alla fase successiva con l’impiantistica, intonaci, posa della pavimentazione, infissi.. La strada certamente è ancora lunga e pensare concretamente ad una data che possa fissarsi come termine dei lavori è difficile. Non vi nascondo che ci piacerebbe celebrare la prossima Pasqua nella nuova sede. Quale clima si respira nella comunità dal momento in Daniela Negro “8 X MILLE” E “I FEEL CUD” Sono intervenuti anche i “testimonial” che hanno usufruito La Curia incontra i dottori commercialisti A base del confronto la definizione dell’«8 per mille» ed il progetto «I feel Cud» Commercialisti edotti sulla destinazione dell’«ottoxmille» alla Chiesa Cattolica. è stato oltremodo positivo l’incontro tenutosi presso il salone «S. Michele» nella cattedrale in piazza Duomo a Brindisi. «L’appuntamento, promosso dall’incaricato diocesano prof. Nello Ciccarese, in sintonia con le disposizioni impartite dalla Conferenza episcopale italiana - spiegava una nota dell’Arcidiocesi di Brindisi -, ha visto la partecipazione di S.E. Mons. Domenico Caliandro, Arcivescovo della diocesi di Brindisi-Ostuni, del Presidente dell’istituto diocesano per il sostentamento del clero Don Pio Conte e del consigliere prof. Elio De Francesco, dei dottori commercialisti, del presidente delle Acli, dott. A. Albanese, dei responsabili Caaf e Patronati e dei laici interessati. Obiettivo strategico dell’incontro - si aggiungeva - è stato promuovere un lavoro di sinergia tra il sostegno economico alla Chiesa e gli intermediari fiscali per sensibilizzare l’opinione pubblica nella scelta dell’ “otto x mille”. L’incaricato diocesano - si spiegava - ha evidenziato il ruolo non certo secondario dei dottori commercialisti nel riconquistare la fiducia dei firmatari soprattutto at- traverso la “trasparenza” di una rendicontazione capillare della destinazione e dell’utilizzo dei fondi dell’ “ottoxmille”, in modo da rendere visibile e fruibile tutte le opere e le attività realizzate. All’uopo, è intervenuto don Claudio Macchitella “testimonial” della costruzione della Chiesa di S. Leucio, in Brindisi, i cui lavori, in corso d’opera, sono già stati finanziati con un importo pari al 75% dell’intero finanziamento. A questo proposito don Claudio ha sottolineato la meticolosità dei controlli sull’opera in costruzione da parte degli organi centrali Cei». Successivamente c’è stata la proiezione video dell’«Abc del Sovvenire 2013» ed alcune slides inviate on line dal dott. Paolo Cortellessa del servizio promozione Cei di Roma, che il prof. De Francesco ha commentato, soffermandosi sulla destinazione dei fondi nella nostra diocesi di Brindisi. Lo stesso De Francesco ha successivamente illustrato il progetto «I feel Cud» a cui hanno aderito la parrocchia «Tutti i Santi» in Mesagne e la parrocchia «San Luigi Gonzaga» in Ostuni. A chiudere l’incontro è intervenuto l’Arcivescovo, elogiando l’iniziativa e in particolare il progetto operativo illustrato, sottolineando l’importanza del coinvolgimento degli intermediari fiscali nel fare rete sul territorio. Molti gli interventi e l’interesse degli intermediari fiscali ai quali sono state date risposte esaustive. E non finisce qui, perchè nelle domeniche di maggio sono spuntati anche i...gazebo di sensibilizzazione. «La Chiesa povera per i poveri di Papa Francesco è di tutti ed è per tutti. Anche l’8xmille è di tutti ed è per tutti. Perciò queste risorse, destinate alla Chiesa cattolica attraverso il semplice gesto di una firma, sono importanti. Perché ogni giorno ci sono poveri sfamati nelle mense caritas, sacerdoti che celebrano l’Eucarestia, ragazzi che giocano negli oratori, volontari che offrono un sostegno ai bisognosi nei centri d’ascolto e d’accoglienza. Destinare l’8xmille è un appuntamento con l’altruismo e contro l’individualismo. Non deve essere mancato perché renderà più dignitosa la vita di tante persone». Ha detto il responsabile del Servizio Promozione Matteo Calabresi, in occasione della XXV Giornata Nazionale di sensibilizzazione dell’8xmille alla Chiesa cattolica, richiamando alla partecipazione corresponsabile ogni battezzato. E così ecco i gazebo all’ingresso del Santuario mariano di Santa Maria Madre della Chiesa di Jaddico e sull’ampio sagrato della Chiesa matrice di Mesagne. 4 Primo Piano 18 Maggio 2014 DALL’INTERNO “Liberare l’immagine divina imprigionata nella persona sofferente ed oppressa” Voce e impegno della Chiesa nel mondo del carcere “L iberare l’immagine divina imprigionata nella persona sofferente ed oppressa” riscoprendo che ognuno ha impressa su di sé l’immagine di Dio. Il detenuto deve diventare una preoccupazione della pastorale mercedaria: il Signore è anche nei carcerati. Quasi sempre il cappellano è l’unica figura di cui il detenuto si fida. Lo aiuta nella crescita spirituale e sente di potersi confidare liberamente. Dalle celle, prima del volto, esce la mano del detenuto, e stringere tante mani mette in discussione. Il fine della legge è quello di togliere il male dalla società per evitare che il detenuto continui a compierlo. Quando un detenuto esce dal carcere spesso non ha più né casa, né lavoro e né famiglia per cui è facile che vi ritorni. Il cappellano porta su di se il male del detenuto. Assorbe in silenzio, per cui il dolore, condiviso, diventa più leggero. Manca nella nostra educazione la condivisione del male, la riconciliazione con le vittime del reato. Il carcere insegna ad essere Sacramento di Salvezza. Bisogna creare una cultura dell’accettazione di chi ha sbagliato e del perdono. Dietro la mano che stringi c’è una persona. I sorrisi sparsi sono importanti. Le confidenze dei detenuti sono una ricchezza per il cappellano: sono racconti di vita, di esperienze negative, ma il desiderio di riscatto, anche se difficile, è forte. Tanti ogni anno chiedono di poter ricevere la cresima. Ci sono due aspetti che caratterizzano l’operato del cappellano: l’aspetto effettivo che è ciò che fa per i bisogni spirituali e materiali del detenuto e l’aspetto affettivo che è lo sguardo, il cuore. Il detenuto si deve accorgere dello sguardo “diverso” del cappellano. Il cappellano ha a cuore il detenuto, condivide il suo dolore, le sue speranze. C’è un fossato tra la comunità cristiana ed il carcere. Il cappellano deve sensibilizzare a questo. Il detenuto non va visto come un nemico ma come un fratello che bussa alla nostra porta. Visitare i carcerati ci permette di incontrare il volto di Gesù. Bisogna agire come agirebbe Gesù Cristo in carcere…agire come Chiesa. Anche il cappellano deve agire non da solo ma in sintonia con la comunità. Il carcere, infine, dovrebbe essere l’ultima soluzione per bloccare il male. Bisognerebbe costruire tutto intorno alla riconciliazione tra detenuto e vittima. E’ più bella una giustizia che ripaga di quella che punisce. Si quindi ad una giustizia riparatrice e non punitrice. Significativo, quindi, che anche quest’anno, come l’anno scorso, Mons. Domenico Caliandro, Arcivescovo della nostra Diocesi di Brindisi-Ostuni, abbia amministrato il Sacramento della Confermazione a 16 detenuti che ne hanno fatto richiesta. Sabato 16 aprile in mattinata, infatti, alla presenza dei familiari, questi ragazzi hanno vissuto un momento particolare e intenso. Per settimane con l’aiuto di volontari si sono preparati attraverso una catechesi specifica a riscoprire in loro quel barlume di fede forse non del tutto spenta. La celebrazione è stata ancor più sentita poiché un ragazzo ha ricevuto anche il battesimo. Non sappiamo se e quando lo Spirito Santo accenderà il fuoco nel loro cuore, se si redimeranno o se ricadranno negli stessi errori. Fatto sta che il seme è stato gettato. Attraverso la catechesi hanno imparato a conoscere meglio quel Gesù, quel Dio che li ama incondizionatamente, nonostante tutto, che, al contrario degli uomini, dà sempre una seconda possibilità in modo di rendersi conto dei propri errori e di ricominciare con uno spirito e con atteggiamenti nuovi. Padre Pasquale Agostino PROGETTI Al teatro “Verdi” proposto “Briganti” liberamente ispirato ad un testo di Raffaele Nigro Applausi a scena aperta per l’arte nata dietro le sbarre I l sogno è divenuto realtà per qualche ora: riassaporare l’aria frizzante di una giornata di maggio a Brindisi, liberi dalle sbarre del carcere. È questa l’esperienza che ha coinvolto alcuni detenuti della Casa circondariale di Brindisi, “evasi” una sera dalle loro celle per esibirsi in città al Nuovo Teatro Verdi. La fuga era stata preparata da tempo, all’interno delle sale comuni del carcere cittadino, durante il progetto denominato Dentro/Fuori: carcere e dintorni, che ha dato vita a un laboratorio teatrale e di scrittura creativa sui temi della legalità e del reinserimento nella società. L’occasione si è realizzata prendendo spunto dal romanzo Il custode del museo delle cere (Rizzoli, 2013, 288 pagg., euro 19), scritto dal giornalista Raffaele Nigro. Fra queste pagine è riportato un racconto che ha per protagonista un brigante che, arrestato negli anni immediatamente successivi all’unità d’Italia, sta per essere fucilato. La notte prima dell’esecuzione egli ripercorre le tappe della sua vita e incontra i volti dei suoi compagni e dei soldati uccisi, delle giornate violente che ha trascorso, prima fra le fila dell’esercito borbonico, poi da brigante contro gli “usurpatori” sabaudi. Andando oltre il messaggio storico-politico del racconto, la compagnia Teatro delle Pietre si è interessata di mettere in scena la storia, con l’ausilio di attori e musicisti professionisti e di alcuni detenuti del carcere di Brindisi. La rappresentazione teatrale, intitolata Briganti, è andata in scena il 3 maggio scorso e ha raccolto gli applausi entusiasti del pubblico, che ha apprezzato lo sforzo compiuto in questi mesi da parte di quanti hanno lavorato per mettere in atto alla luce del sole, unitamente alle istituzioni civili, la realtà del carcere di Brindisi, che si erge proprio a metà della trafficata Via Appia, ma che spesso viene visto come un mondo a sé stante, circondato da mura e da torri di guardia. L’opera Briganti e il progetto Dentro/Fuori rappresentano un tentativo riuscito di fare dell’arte in genere, della recitazione e della poesia un’occasione per scoprire sé stessi e le proprie potenzialità. Andrea Giampietro Tecnica percutanea per la correzione dell’alluce valgo, del dito a martello e di tutte le altre anomalie dell’avampiede La chirurgia del piede ha da sempre attratto l’interesse di pochi chirurghi che vi si sono applicati, nonostante l’alta richiesta da parte dei pazienti. Ad aumentare oltremodo il numero degli interventi sul piede è stata l’introduzione delle tecniche percutanee, che mediante l’uso di minifrese a diversa geometria, hanno permesso di effettuare le correzioni sull’osso per l’alluce valgo e per le altre anomalie dell’avampiede, senza ricorrere ad incisioni cutanee, bensì a millimetrici accessi. L’assenza di traumatismi a carico dei tessuti molli, migliora in maniera evidente il periodo post operatorio, e l’assenza di mezzi metallici di stabilizzazione, interni o esterni, rende tale procedura praticamente priva di dolore. L’uso di una calzatura congrua permette al paziente di deambulare agevolmente da subito e svolgere le proprie attività senza stravolgere il proprio stile di vita. A distanza di 8 settimane dall’intervento la guarigione è completata. Il dott. Vincenzo Langerame Tecnica mini invasiva alluce valgo e dita a martello: alcune testimonianze A.G. 54 anni: «Da anni soffrivo di alluce valgo, con peggioramento della situazione di anno in anno, difficoltà nel trovare le calzature a causa della deformità evidente dell’alluce. Ho parlato con tante amiche che si sottoponevano via via all’intervento con le tecniche tradizionali, ma le difficoltà e i dolori presenti nel periodo post operatorio e oltre, mi hanno sempre scoraggiato. Fino ad un anno fa, quando sono venuta a conoscenza della tecnica in uso presso la clinica Mangioni, in Lecco, dal Dr Langerame, che mi ha convinto all’intervento. È andato tutto molto bene, senza i dolori tanto temuti, ho camminato da subito bene, e finalmente con mia grande soddisfazione sono guarita, ed a distanza di tre mesi sono stata in grado di tornare ad indossare scarpe con il tacco. Perché non mi sono operata prima?». R.G. 35 anni: «Sono stata da sempre a conoscenza del problema dell’alluce valgo, in quanto mia nonna e mia madre ne soffrivano, ma senza risolverlo per paura di soffrire. Quando la deformità ha cominciato a svilupparsi a carico dei miei alluci, per fortuna lentamente, me ne sono preoccupata, e due anni orsono mi sono informata presso vari specialisti, ma tutti mi sconsigliavano di correggere la deformità in quanto non ancora grave. Ho continuato a cercare, fino a quando il Dr. Langerame mi ha spiegato la tecnica da lui usata, senza mezzi metallici e con la correzione ossea. Ormai sono passati due anni, e posso affermare che è stata davvero un’ottima esperienza». C.F., 75 anni: «Avevo piedi veramente deformi con dolori importanti durante la deambulazione. Avevo da sempre rifiutato l’intervento. Non mi fidavo assolutamente! Un giorno ho incontrato un’amica veramente entusiasta di un chirurgo ortopedico a cui si era affidata per risolvere un problema di metarsalgia. Incoraggiata al sentir parlare della nuova tecnica ho consultato il dr. Langerame, che mi ha dato fiducia, al punto da convincermi a sottopormi all’intervento correttivo ad entrambi i piedi nello stesso momento. È stata dura per i primi 15 giorni, poi pian piano ho riacquistato una buona funzionalità. A distanza di due mesi sono tornata ad usare calzature normali. Per gli anni che verranno sono sicura che i piedi non mi daranno più problemi». 18 Maggio 2014 7 Primo Piano ANNIVERSARI Compleanno “importante” per l’arcivescovo emerito di Brindisi-Ostuni I 90 anni di mons. Todisco, padre e maestro affettuoso Il 10 maggio l’arcivescovo emerito di Brindisi-Ostuni, mons. Settimio Todisco ha compiuto 90 anni. Nei giorni scorsi lo hanno festeggiato i suoi collaboratori ed amici più stretti e l’intera diocesi che, con L’arcivescovo Domenico Caliandro, gli ha manifestato la sua gratitudine, la sua figliolanza spirituale, il suo affetto sincero. Pubblichiamo, con qualche lieve modifica, gli indirizzi di augurio che mons. Angelo Catarozzolo, suo vicario generale nel lungo periodo di episcopato brindisino del presule, ha già pubblicato sulle pagine brindisine del «La Gazzetta del Mezzogiorno». I Candeloro!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! MESAGNE Fxxxxxxxxxxxxxxx Non Trovo !"# $$$ $ %% & $ '( $$ ! ) l libro della vita viene aperto ogni giorno dal buon Dio, è Lui la sorgente della vita. Lui la dona e la custodisce nell’arco del tempo, oltre ogni aspettativa, come recita il salmo: «Mille anni come un solo giorno»; e ancora: «La vita dell’uomo settant’anni, ottanta per i più robusti». Sono espressioni contingenti; il progetto di Dio non è quantificabile con i calcoli umani, perchè da cristiani siamo invitati a considerare il tempo nella luce dell’interminabile eternità: «sub specie aeternitatis». Carissimo don Settimio, 90 anni sono un bel traguardo, che tuttavia ci fa formulare l’augurio ad multos annos ancora, con l’auspicio che il Signore «insegni a contare i nostri giorni con la sapienza nel cuore». E di sapienza, saggezza, prudenza l’Arcivescovo Todisco ne possiede nel cuore: virtù vissute come corredo della fede: «Corde et fide», luci del suo programma episcopale. Le doti umane emanano dal suo cuore generoso, tessendo forti legami di amicizia vera verso tutti quelli che incontra con semplicità e senza formalismi: sempre disponibile all’accoglienza e all’ascolto, facendo proprio il motto inciso nell’ingresso dell’episcopio di Brindisi: «Non respingere quanti bussano alla tua porta...». Un cuore sempre aperto a tutti, il suo. La pienezza del sacerdozio ha affinato la sua spiritualità, robusta, essenziale, tesa a formare laici «adulti nella fede». La forte personalità sacerdotale traspare dalle «Linee Pastorali» annuali, a lungo meditate per la guida alla formazione del clero e degli operatori diocesani e parrocchiali, propositive per tensione evangelica e capacità di coinvolgimento per la comunità tutta. Segni evidenti del primato dello spirituale sono l’Oasi di spiritualità «Madonna della Nova», attigua al seminario diocesano di Ostuni, l’adorazione permanente dell’Eucaristia affidata alla Suore Missionarie dell’Incarnazione in Santa Maria degli Angeli in Brindisi, elevata a Santuario insieme a Santa Maria del casale ed a Santa Maria Madre della Chiesa a Jaddico. Alle doti umane e spirituali si accompagnano le risorse intellettuali profuse da assistente della Fuci, di docente negli Istituti superiori, di Rettore di Seminario. E da vescovo, per l’inculturazione della fede, promuovere l’edizione del periodico diocesano «Fermento», la creazione dell’Istituto di scienze religiose (poi Istituto superiore di sc. rel.) «San Lorenzo da Brindisi»; la Scuola di formazione all’impegno sociale e politico, il rinnovo della Biblioteca Pubblica Arci- vescovile «De Leo»; la destinazione di alcuni luoghi di culto come la chiesa delle Scuole Pie a cenacolo culturale della diocesi. Non solo: istituisce il Coro Arcivescovile «San Leucio» per dare decoro alle liturgie della basilica cattedrale. Pur con scarse risorse finanziarie, poi, il buon senso di don Settimio ha fatto registrare un significativo investimento nella cultura con il riordino degli Archivi della Curie di Brindisi ed Ostuni e la sollecitudine della formazione dei giovani presbiteri, avviati agli studi universitari presso le facoltà pontificie ed accademie ecclesiastiche e visitando spesso i Seminaristi teologi, nei diversi seminari maggiori, anche con le piccole attenzioni di vicinanza e di sostegno. Il vescovo è educatore per vocazione e questi gesti semplici esprimevano la pedagogia cristiana, impregnata di sensibilità paterna per l’accompagnamento dei candidati al sacerdozio. Don Settimio ha avvertito e fatto avvertire il respiro di universalità della Chiesa con la missione dei sacerdoti diocesani fidei donum a Laisamis in Kenia. Particolare rilievo umano e pastorale rivestì la circostanza dell’arrivo dei profughi albanesi, nel 1991 parcheggiati nella stazione marittima, che vide la sua sensibilità con il forte intervento presso le istituzioni: «Se non aprite le scuole, aprirò le chiese per accoglierli». Del vescovo pastore va sottolineata la sollecitudine pastorale per l’intera comunità, in particolare al sopraggiungere del Decreto della Congregazione per i Vescovi del 30 settembre 1986, che sanciva l’unione piena delle diocesi di Brindisi e Ostuni, nella persona dell’arcivescovo Todisco, nella nuova diocesi di BrindisiOstuni. Seguirà nel 31 dicembre dello stesso anno il suo decreto di proclamazione dei Patroni dell’Arcidiocesi S. Leucio e S. Oronzo, «per singolare vincolo di storia e tradizione che li lega alla nostra Chiesa diocesana». Negli anni successivi indìce la Visita Pastorale nelle due fasi, vicariale e parrocchiale, per incontrare il popolo del territorio, con la guida del suo documento pastorale: «La Parrocchia missionaria». L’adempimento canonico della Visita Pastorale si sostanziava di continui interventi su «Vivere la liturgia», «Camminiamo insieme nella Chiesa-comunione per annunciare il Vangelo a servizio dell’Uomo»; «Problemi della nostra terra»; «I cristiani e lo Stato»; «Fede cristiana e azione politica»; «Chiamati a costruire insieme la Chiesa e lo Stato»; «Le centrali termoelettriche a Brindisi». Questo è solo qualche flash raccolto dall’ampiezza appassionata dell’animo di un operoso pastore. Ricerca ed approfondimento, per rileggere e custodire tale rendita spirituale e culturale, sono possibili consultando «Pastorale Diocesana», «Fermento» e i volumi pubblicati per il 25° di episcopato e il 50° di sacerdozio di don Settimio come amava presentarsi, schivo di paludamenti e trionfalismi, tanto da comporre lo stemma vescovile, su insistenti richieste dei collaboratori, nell’ultimo tratto del servizio episcopale. Edificante la semplicità e il distacco dagli interessi economici, tanto da non possedere un conto in banca e vivere tuttora ospite presso una comunità religiosa sono note qualificanti della sua vita. Don Settimio, la nostra amicizia fraterna e sacerdotale, fin dagli anni della Teologia Speciale in Seminario Regionale e continuata in quello diocesano a Ostuni, è coincisa con la vicinanza ministeriale, avendomi chiamato all’ufficio di tuo primo collaboratore nel servizio della comunità della nostra Chiesa particolare. Gioisco con te, con i confratelli, con l’intera famiglia diocesana per il dono della longevità che è preziosa compagnia di testimonianza di zelo apostolico, di accoglienza gentile e premurosa, in continuità con il carisma episcopale, donato a noi tutti corde et fide. Angelo Catarozzolo Primo Piano - Vita Diocesana 8 18 Maggio 2014 Dall’identità del cristiano al nuovo anno pastorale 2014/2015 Ricordi “brindisini” dei due Papi santi Un autografo di Giovanni XXIII C i sono tracce, nella città di San Vito dei Normanni, lasciate da entrambi i pontefici elevati agli onori dell’altare lo scorso 27 aprile e di questo la comunità cittadina è lieta ed orgogliosa. Sia San Giovanni XXIII che San Giovanni Paolo II, infatti, hanno impreziosito con propri doni la città, che da parte sua non ha mancato di rendere loro omaggio. Giovanni XXIII, nel marzo del 1963, accogliendo l’invito rivolto dal prof. Angelo Pagliara, impegnato allora nella difficile opera di istituire la Biblioteca Comunale, fece dono dei volumi contenenti i suoi “Discorsi, Messaggi e Colloqui”, con tanto di dedica autografa: “Peramanter in Domino”, cioè “affettuosamente nel Signore”. Soltanto tre mesi più tardi il “papa buono”, stroncato da un tumore allo stomaco, moriva. La Biblioteca cittadina, che oggi conta diverse migliaia di volumi, è proprio a lui intitolata. Giovanni Paolo II, invece, è nel cuore dei sanvitesi per un duplice motivo. Il 26 ottobre 1996, in Vaticano, incoronò con un diadema di corallo l’icona della Madre di Dio “Nikopeia” (in greco, “Operatrice di Vittorie”), venerata nella chiesa matrice di Santa Maria della Vittoria. Ai pellegrini sanvitesi giunti a Roma per l’occasione disse: “A Lei affido ciascuno di voi chiedendoLe di assistervi sempre […] per combattere sotto la buona battaglia del Vangelo”. Due anni più tardi, il 30 dicembre 1998, elevò la stessa Chiesa Madre a Basilica Pontificia Minore. Nel 2005, nel trigesimo della morte ed in segno di profonda gratitudine, l’Amministrazione Comunale ha voluto intitolargli la piazza prospiciente la Basilica. Dei due Santi pontefici a San Vito dei Normanni sono presenti delle immagini sacre: a papa Giovanni XXIII, nel rione cittadino intitolatogli, nel cinquantesimo anniversario della morte, l’anno scorso è stato eretto un busto in bronzo realizzato dall’artista Flaviana Pagliara e donato alla città dall’imprenditore Angelo Ayroldi; a Giovanni Paolo II è dedicata una tela, collocata al lato della teca che custodisce l’icona della Nikopeia nella Basilica, realizzata nel 2011 dall’artista Massimo Fedele. Dario Romano BRINDISI Lapide a futura memoria Papa Roncalli e don Augusto Q uando Angelo Roncalli era ancora monsignore e non Papa Giovanni XXIII, si è trovato in due occasioni a trascorrere dei giorni a Brindisi. Le sue soste in città sono state brevi, ma hanno lasciato in lui un ricordo positivo, come attestano alcuni documenti. La prima visita di Roncalli risale al 14 settembre 1936 e giunge alla nostra conoscenza attraverso le parole dello stesso santo Papa, che così aveva annotato sul suo diario: «Debbo credere che il buon Angelo Custode e i miei morti mi proteggono sensibilmente. Ieri sera arrivando a Brindisi, occupati tutti gli alberghi, avrei dovuto rifugiarmi chi sa dove per passare la notte. Sul punto della più grave incertezza, ecco comparire due sacerdoti di Brindisi, don Augusto Pizzigallo e un suo confratello. Accetto l’ospitalità fraterna che il primo mi offre in casa sua: una casa signorile, dove passo benissimo la notte, ed al mattino posso anche celebrare, perché ivi nulla manca». In quegli Mons. Roncalli era delegato apostolico della Santa Sede per la Grecia e la Turchia e Brindisi era la città intermedia cui transitare per imbarcarsi verso Istanbul. Don Augusto Pizzigallo era invece cappellano dell’aeroporto ed era usuale vederlo la sera a passeggio per le vie centrali della città. Ritenuto dai benpensanti un anticonformista e, per certi versi, eccentrico, “papa” Augusto – come veniva chiamato dal popolo – riuscì ad accattivarsi la stima di Mons. Roncalli, che dopo diociotto anni, il 1° novembre 1954 si trovò nuovamente a passare da Brindisi, in veste di cardinale di Venezia, di ritorno da una visita in Libano. An- S Tuttavia è necessario ritornare anche su alcuni limiti evidenziati perché la Settimana Teologica risulti momento portante e propulsivo dell’anno pastorale. L’Arcivescovo, sostenendo e chiudendo il confronto tra i partecipanti ha ricordato i suoi intenti nel proporre questa esperienza: essa è essenzialmente un momento di formazione permanente per tutto il popolo di Dio; la sua finalità è dare una direzione unica a tutta la Diocesi; è un momento in cui, grazie soprattutto ai gruppi di studio, i laici possono confrontarsi e dialogare. Al secondo punto all’ordine del giorno era prevista la riflessione del CPD intorno ai contributi richiesti alle diocesi italiane per la preparazione del Convegno di Firenze del prossimo novembre 2015: sono stati richiamati i passi che si stanno compiendo per coinvolgere le diverse componenti diocesane: presentazione al Consiglio presbiterale; richiesta alle vicarie di raccontare una esperienza di evangelizzazione-accompagnamento; coinvolgimento del CPD nella scelta e nel racconto di una esperienza significativa da proporre a livello nazionale. L’ascolto di alcune esperienze ha consentito già di apprezzare cammini e ricchezze delle nostre Comunità; tuttavia l’appuntamento del prossimo CPD sarà l’occasione per raccogliere tutti i racconti vicariali e scegliere il più rappresentativo. L’ultimo momento della serata, dedicato al terzo punto dell’ordine del giorno - anno pastorale 2014-2015 – ha chiesto al Consiglio, di esplicitare la seconda tappa del triennio già previsto lo scorso anno. “Quest’anno è stato dedicato all’identità del cristiano che deriva dal battesimo e dalla sua relazione con Cristo. È stato detto tale relazione si esplicita e matura nella Comunità ecclesiale. Pertanto si palesa la necessità di formare persone aperte a Dio e capaci di dedicarsi al bene della Comunità, mettendo in atto percorsi di vita buona per un rinnovamento/conversione della pastorale che aiuti a coniugare una matura spiritualità e un più forte senso di appartenenza ecclesiale con un amore appassionato per la città, per far assumere alla Comunità una maggiore connotazione missionaria” . Don Gianluca Carriero L’Ordo Virginum nella Chiesa in Italia che questa volta non mancò l’incontro col cappellano brindisino, come ci testimonia il biglietto di ringraziamento scritto dal futuro Pontefice: «Lietissimo di vedere dopo diciotto anni il carissimo canonico Augusto Pizzigallo gli rinnovo l’augurio delle consolazioni più vive nel prezioso servizio della Chiesa e delle anime». Pochi giorni sono bastati per stimolare la simpatia fra i due prelati, la cui memoria oggi continua a rimanere a Brindisi attraverso due vie loro dedicate: una a papa Giovanni XXIII, nella strada in cui aveva dimorato e nella quale sorge la casa di don Pizzigallo, ora sede dell’Azione Cattolica diocesana; a un centinaio di metri dalla prima un’altra a “papa” Pizzigallo, attigua a Piazza del Popolo. Andrea Giampietro “Quando ho danzato per un Santo” spirituale». Insomma, altro che “State buoni se potete” secondo l’esortazione di San Filippo Neri e tutt’altro che calma, quella vigili, magando pensando alla danza così come viene considerata nella Sacra Scrittura… «La grandissima orchestra diretta da Monsignor Marco Frisina iniziò a suonare le prime note di quella composizione creata per l’occasione e i miei piedi anticipavano involontariamente il percorso verso il centro della scena, dove fui avvolto dal pathos di quella particolare platea – aggiunge Tony Candeloro -, provai una nuova sensazione e compresi che il gesto, lo sguardo e la proiezione del corpo avevano la responsabilità di trasmettere la comunione dell’arte con lo spirito e amai profondamente quell’Uomo, al centro dell’enorme platea, che apriva le porte a tutte le arti includendo in quel momento la danza. Dopo la rappresentazione sentivo gli applausi del pubblico come in un’eco viva e lontana ad un tempo, mentre un incaricato mi accompagnava, tagliando in due la platea, verso il Pontefice, fu questo un momento inaspettato ed emozionante ancor di più quando volle che restassi in piedi al suo fianco durante il Suo discorso ai giovani». E Candeloro quindi ricorda: «E’ un evento questo che ho vissuto e che conservo tra i più preziosi della mia vita di uomo e d’artista, penso spesso a quest’Uomo che ha unito frontiere e popoli, che ha combattuto per dare alla nuova Chiesa Cristiana valori spirituali, valori semplici e di Credo». Conclusioni di un artista: «Siamo fortunati ad essere L o scorso 29 aprile, presso il Seminario “Benedetto XVI”, si è ritrovato il Consiglio Pastorale Diocesano, convocato dall’Arcivescovo e che ha visto la partecipazione della quasi totalità dei membri facenti parte. Dopo la preghiera di vespro, si è preso in considerazione l’ordine del giorno che aveva come primo punto la verifica della Settimana Teologica (10-14 febbraio scrsi). Si è preso atto che, nelle serate la presenza è oscillata dagli 800 ai 1000 partecipanti, potendo contare su un gruppo stabile di oltre 500 persone a serata. Inoltre è stato sottolineato che, leggendo i dati contenuti nei questionari di soddisfazione restituiti, la maggior parte dei partecipanti ha accolto abbastanza positivamente la proposta della Settimana teologica, incoraggiando altre edizioni o altre esperienze simili. Anche i membri del CPD hanno rilevato la positività dell’esperienza perché nuova per la nostra Diocesi, per il convenire insieme e perché si è evidenziato l’importanza della formazione nell’impegno laicale. VITA CONSACRATA Approvata all’unanimità la Nota pastorale TRA CRONACA E STORIA L’etoile Tony Candeloro descrive quella giornata particolare del 1995 on ricordi “de relato”, ormai, quelli che riguardano i brindisi e San Giovanni XXIII papa: Sono ricordi vivissimi, invece, quelli che legano i brindisini – un brindisino, in particolare –a San Giovanni Paolo II. Questi ricordi sono dell’étoile Tony Candeloro che in occasione della canonizzazione dei due papi non ha fatto alcuna fatica a sacavare nei suoi ricordi e dire: «Quel giorno io danzai per un Santo». Li ha messi per iscritto e li ha fatti pubblicare sul più diffuso giornale quotidiano pugliese e sono vividi, privi di qualsiasi retorica, perché autenticamente conservati. «Era il 1995 e ricevetti l’invito, da monsignor Ruini, di danzare in Sala Nervi al Vaticano per la Giornata Mondiale della Gioventù, dedicata a San Filippo Neri, naturalmente fui colpito da questo inaspettato evento e ancor più – scrive Tony Candeloro - quando seppi che avrei dovuto danzare al cospetto di Giovanni Paolo II. Mi avevano parlato di lui e del suo interesse verso l’arte alcuni suoi amici, suoi connazionali, che avevo conosciuto negli anni che ho abitato a Parigi». E Candeloro ha subito aggiunto: «Di quel giorno ricordo che la rappresentazione ebbe inizio con due ore di ritardo perché Papa Woytila prima di raggiungere la sua poltrona, posta al centro della platea, percorse il suo tragitto lentamente per salutare e stringere la mano alla marea di giovani, intanto nel mio camerino si tagliava a fette la paura e l’emozione di quella prova che avrei dovuto dare, sentivo la responsabilità di portare la danza, per la prima volta, in quella platea 9 Vita Diocesana ORGANISMI La riunione del Consiglio Pastorale Diocesano tra verifica e progettualità DOPO QUEL 27 APRILE Raccogliendo frammenti locali perché nulla vada disperso SAN VITO Nella biblioteca 18 Maggio 2014 contemporanei alla sua vita, alla sua beatificazione e oggi alla sua santificazione, fortunati perché abbiamo ricevuto il massaggio vivo per continuare a credere e sperare…..». Cosa aggiungere altro? I l pronunciarsi della Chiesa attraverso l’ufficialità del suo Magistero attesta l’importanza, per la vita della stessa e per il bene dell’umanità, di quanto crede come verità, ispirata da Dio, per l’espansione del suo Regno. Nel Magistero ecclesiale troviamo indicazioni importanti sul cammino che lo Spirito sta ispirando ai cristiani di oggi, che sono chiamati a cogliere, nell’oggi della storia, nel contesto sociale e culturale in cui vivono, quali siano i percorsi di santità, che edificano la Chiesa e la rendono strumento salvifico per il mondo intero. Percorsi sempre nuovi, diversi, “originali”, perché attingono all’origine di ogni dono: all’unico Spirito. La verginità consacrata, “carisma tanto luminoso e fecondo agli occhi della fede, quanto oscuro e inutile a quelli del mondo” (Benedetto XVI all’Incontro internazionale dell’Ordo virginum del 2008) rappresenta una scelta nuziale di vita, nella sequela radicale di Cristo, un bene ricevuto che si tramuta in pienezza di carità, nella e per la Chiesa, nel e per il mondo. Il primo documento ufficiale dei tempi moderni, che il Magistero dei Vescovi ha redatto sull’Ordine delle vergini, in seguito a quanto stabilito nel Concilio Vaticano II, è proprio dell’Episcopato italiano, ad oltre quarant’anni dal ripristino del Rito di consacrazione delle vergini. Lo scorso marzo, nella sessione della Commissione permanente della Conferenza Episcopale Italiana, è stata approvata all’unanimità la Nota pastorale “L’Ordo Virginum nella Chiesa in Italia”; documento atteso da tanti anni, frutto anche della sollecitudine di tante donne consacrate e dell’attenzione di alcuni Vescovi italiani, che hanno letto, in questa forma di consacrazione, avulsa da strutture ben definite, campo aperto alla “creatività dello Spirito”, un segno ecclesiale incisivo per la missione evangelizzatrice della Chiesa. La Nota nasce dopo anni di attesa, rivelatasi perseverante e feconda, giacché in Italia sono state superate le cinquecento consacrazioni e si attestano, come numero, altrettante donne in formazione. Tale documento delinea con maggiore chiarezza l’identità del carisma, ed offre “orientamenti e indicazioni per elaborare criteri comuni e attivare prassi condivise di discernimento, di formazione e di cura pastorale”, così come affermato, nella presentazione, da S.Ecc. Mons. Francesco Lambia- si, Presidente della Commissione Episcopale per il clero e la vita consacrata, che tanto si è prodigato negli ultimi anni, affinché tale documento potesse aiutare le donne, che guardano favorevolmente a questa scelta di vita, e i Vescovi a comprendere e promuovere nelle modalità più consone, nella fedeltà al carisma, la consacrazione verginale nell’Ordo. La prima parte della Nota ne evidenzia le linee fondamentali, il percorso storico-ecclesiale, la fisionomia spirituale; lo specifico nel legame col vescovo diocesano e la figura del delegato. Nella seconda parte si dà spazio al lungo percorso formativo di colei che il Signore chiama a vivere il proposito di verginità per sempre. Il discernimento è supportato necessariamente da una forma- zione che interessi le diverse dimensioni della persona e che contempli l’unità di maturità umana e spirituale. La formazione parte da una fase propedeutica, quindi prosegue con un percorso distinto, che permetta il passaggio da una formazione alla vita consacrata in genere, sino a quella specifica dell’Ordo; infine il vescovo diocesano, che accompagna paternamente il cammino della candidata, ne stabilisce l’idoneità e dunque la consacrazione, che diventa in tal modo “evento” di Chiesa; non semplice scelta personale, ma accoglienza di un dono che Dio stesso fa alla Chiesa particolare. Scontata è la formazione permanente, perché “la vergine consacrata sia una credente e (…) lo diventi sempre di più: (…) si veda nella sua verità con gli occhi di Cristo e tenda alla misura alta della vita cristiana, la santità”. La terza parte del documento magisteriale specifica le modalità di vita della vergine, che, attraverso la formulazione della propria personale regola di vita, l’accompagnamento spirituale, la fedeltà alla preghiera della Chiesa, la cura della comunione con il vescovo e con le altre consacrate, l’inserimento attivo nella società, rende viva, operante e dinamica la vocazione ricevuta. Da sottolineare il riferimento, nella Nota, al Collegamento nazionale dell’Ordo virginum, formato da quattro consacrate –da due anni una consacrata della nostra diocesi offre questo servizio- che coordinano, programmano, organizzano il percorso formativo nazionale, curano le relazioni con la CEI, redigono gli Atti degli annuali Incontri nazionali e dei Seminari di studio, curano il sito internet La nostra diocesi offre, da oramai un decennio, un cammino formativo, nella persona di mons. Pio Conte, a coloro che già vivono questa scelta di vita e a coloro che sono in discernimento vocazionale e la Nota pastorale ne conferma il percorso, lo corrobora e lo orienta secondo una linea di ancor più verità e autenticità. Annarita Lamendola Consacrata nell’Ordo virginum 10 18 Maggio 2014 Vita Diocesana REPORTAGE Il 3 maggio Papa Francesco ha incontrato l’Azione cattolica italiana “Si dice SI non quando si è pronti ma quando si è chiamati” S orridi alla vita e la vita ti sorriderà: la forza del sorriso quando tutto ti sembra nero o ad un fratello che ti passa accanto e forse ha più bisogno di Te di un sorriso che riaccenda un raggio di speranza nel suo cuore. Una telefonata inaspettata del nostro Presidente Diocesano, Piero Conversano: l’invito del Santo Padre ad incontrare la grande famiglia dell’Azione Cattolica, condivisa così la Gioia con il gruppo Parrocchiale e con il Parroco Don Adriano, nostro Assistente, la risposta immediata un SI ad essere presenti. La Diocesi di Brindisi-Ostuni è pronta a partire. Arrivati la mattina del 3 maggio 2014, sotto una pioggia battente, incolonnati in attesa di entrare emozionati e trepidanti per il tanto atteso e desiderato incontro con il Santo Padre. Egli ci ha ricevuto nell’Aula Paolo VI in Città del Vaticano, Roma, a conclusione della XV Assemblea Nazionale dell’Azione Cattolica, presenti i Parroci Assistenti ed i Presidenti Parrocchiali delle più di 6000 associazioni parrocchiali esistenti in ogni diocesi d’Italia insieme ai rappresentanti delle associazioni di Azione Cattolica di tutto il mondo. Erano presenti, inoltre, il presidente dell’Azione Cattolica Franco Miano, il nuovo Assistente generale, mons. Mansueto Bianchi, e il suo predecessore mons. Domenico Sigalini, il cardinale presidente della Cei Angelo Bagnasco con il segretario generale il vescovo Nunzio Galantino. Il tema dell’ Assemblea, ‘Persone nuove in Cristo Gesù, corresponsabili della gioia di vivere’ – ha sottolineato il Papa - si inserisce bene nel tempo pasquale, che è un tempo di gioia, è la gioia dei discepoli nell’incontro con il Cristo risorto, e richiede di essere interiorizzata, questa gioia, dentro uno stile evangelizzatore capace di incidere nella vita. E’ intervenuto Mons. Mansueto Bianchi, nuovo Assistente Ecclesiastico Generale dell’AC che ha raffigurato l’Azione Cattolica come l’asino su cui Gesù compì il suo ingresso a Gerusalemme “ non siamo eccezionali, come i cavalli di razza, di solito non compariamo nei monumenti equestri, siamo anche un po’ grigi, ma tenaci, e soprattutto desideriamo con tutto il cuore portare il Signore dentro la città. In questo crediamo di somigliare un po’ alle nostre parrocchie, alla Chiesa di tutti i giorni, per tutte le persone che sentiamo di amare e che vogliamo servire”. Franco Miano, nel suo intervento ha sottolineato che la presenza rappresenta per tutti Noi un impegno ed una promessa: la scelta di essere un’Associazione popolare, di tutti, per tutti e accanto a tutti perché ciascuno possa essere felice, felice di credere e di vivere la vita in pienezza, in compagnia di Colui che dona senso e significato alle nostre giornate. Un impegno ad essere sempre più laici che sanno stare nella storia, e che sanno che ogni tempo è tempo favorevole, tempo capace di donare la gioia dell’Incontro con il Signore e dell’incontro con i fratelli. Il modo di vivere la fede non deve limitarsi all’ambito privato o solo per preparare le anime per il cielo. La responsabilità di ogni cristiano è saldare cielo e terra, essere cristiano ma anche cittadino, vivere il Vangelo senza dimenticare la Costituzione che parlando di “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” non fa che tradurre in modo laico l’etica evangelica. Diversamente la nostra fede rimane una scelta intimistica che svilisce di significato la passione di Gesù, con la sua fame e sete di giustizia. Per salvarci dal naufragio che travolge la nostra società è necessario seguire la via della povertà, che non è la miseria –questa è da combattere- ma è il saper condividere, l’essere solidali con chi è bisognoso, il fidarci più di Dio e meno delle nostre forze umane. Il Santo Padre, intervenendo ha evidenziato che le Parrocchie hanno bisogno dell’ entusiasmo apostolico, della piena disponibilità e del servizio creativo. Serve il dinamismo missionario per arrivare a tutti, privilegiando chi si sente lontano e le fasce più deboli e dimenticate della popolazione. Si tratta di aprire le porte e lasciare che Gesù possa andare fuori. Ci ha consegnato tre verbi, che devono costituire una traccia di cammino per evitare la “quiete”, ossia la tentazione della chiusura, dell’intimismo e della serietà formale. Il primo è: RIMANERE. Ma non rima- =4 ! "#$" " #$"#$ %" " & ! ' ( ) *"+ # ) &$,-. /012 nere chiusi. Rimanere con Gesù, rimanere a godere della sua compagnia. Per essere annunciatori e testimoni di Cristo occorre rimanere anzitutto vicini a Lui. È dall’incontro con Colui che è la nostra vita e la nostra gioia, che la nostra testimonianza acquista ogni giorno nuovo significato e nuova forza. Rimanere in Gesù, rimanere con Gesù. Secondo verbo: ANDARE. Mai un’Azione Cattolica ferma. Andare per le strade delle città e dei Paesi, e annunciare che Dio è Padre e che Gesù Cristo ce lo ha fatto conoscere, e per questo la nostra vita è cambiata: si può vivere da fratelli, portando dentro una speranza che non delude. Il desiderio di far correre la Parola di Dio fino ai confini, rinnovando così l’ impegno a incontrare l’uomo dovunque si trovi, lì dove soffre, lì dove spera, lì dove ama e crede, lì dove sono i suoi sogni più profondi, le domande più vere, i desideri del suo cuore. E infine, GIOIRE. Gioire ed esultare sempre nel Signore! Essere persone che cantano la vita, che cantano la fede. Non solo recitare il Credo, recitare la fede, conoscere la fede ma cantare la fede! Persone capaci di riconoscere i propri talenti e i propri limiti, che sanno vedere nelle proprie giornate, anche in quelle più buie, i segni della presenza del Signore. Gioire perché il Signore ci ha chiamato ad essere corresponsabili della missione della sua Chiesa. Gioire perché in questo cammino non siamo soli: c’è il Signore che ci accompagna, ci sono i Vescovi e sacerdoti che ci sostengono, ci sono le nostre comunità parrocchiali e diocesane con cui condividere il cammino. Il Santo Padre ci ha invitato a chiedere al Signore, per ognuno di noi, occhi che sanno vedere oltre l’apparenza; orecchie che sanno ascoltare grida, sussurri e anche silenzi; mani che sanno sostenere, abbracciare, curare. Un cuore grande e misericordioso, che desidera il bene e la salvezza di tutti. Ci ha affidati nel cammino a Maria Immacolata, ed ha impartito la Sua Benedizione su tutti noi. Ci ha chiesto di pregare per Lui e Noi lo sosterremo sempre perché l’atto di straordinaria umiltà di Benedetto XVl e l’avvento di Papa Francesco hanno restituito alla Chiesa Cattolica un ruolo centrale, a cui da ogni parte tutti guardano con simpatia. Papa Jorge Mario Bergoglio è acclamato ed atteso da tutti con gioia. Il Suo Pontificato ha risvegliato la fede dei credenti ed ha riaperto il dialogo tra la Chiesa ed i mondi che sembravano aver chiuso la porta del dialogo. Il Suo stile sobrio è metodo e contenuto. Suscita empatia negli interlocutori. Quello che ho provato insieme a tutti i presenti è ancora vivo a distanza di molte ore: le riflessioni degli interventi, le preghiere, i canti, l’ entrata del Papa, il suo passo sicuro, il suo sorriso, la sua semplicità, la disponibilità verso tutti i presenti, le foto con i ragazzi dell’ACR, le carezze ai disabili, la sua attenzione a non trascurare niente e nessuno, il suo invito ormai incessante ad uscire, a testimoniare soprattutto fuori, affrontando i problemi certi di avere il sostegno forte di una Chiesa che non deve essere ferma ma in continuo movimento. Patrizia Vantaggiato 3*4*54*6*7*37'8 ! " # $ " % &' () )( " * + , -. " /0 ((1 () 2" 3 " " /"( 05) 2 , ) (+ " /! )4 " ( 6 274 8 98 ( ( ) !"#$%&"'#(''"$'"'%!)!"* < =4>?+, ( "+(( @(?=4 > #A$B < +, >+,. ((? B < C&;AC&;+/ " *#"*$ ""(( (( (( +:;; 13 Speciale Speciale La scuola in piazza S. Pietro, sabato 10 maggio e quella lezione da non dimenticare 12 18 Maggio 2014 18 Maggio 2014 DOPO LA FESTA DEL 10 MAGGIO Intervista al sottosegretario Cei SCUOLA Sì, è una storia d’amore Mons. Pompili: “Ci vuole audacia: investire nella scuola e sulle persona Il Papa: si impara ad imparare attraverso la relazione “S “L e uno ha imparato a imparare, questo gli rimane per sempre”. È una delle suggestioni, tra le tantissime, venuta da Papa Francesco, nella festa per la scuola che ha riempito piazza San Pietro e non solo. Forse la più “tecnica”, perché entra nel merito proprio del principale “meccanismo” scolastico, che è proprio quello di avviare processi di apprendimento e, prima ancora, di promuovere l’attitudine all’apprendimento: imparare a imparare, appunto. Questo avviene a scuola (che peraltro, come è evidente a tutti, non è l’unico “luogo dell’apprendimento”, ma certamente ne è in qualche modo il “luogo privilegiato”). L’apprendimento non è un processo asettico, né tantomeno automatico. E qui è ancora Papa Francesco che, con la semplicità che gli è connaturale, aiuta a comprendere. Lo fa ricordando la sua maestra, quella che - ha raccontato - a 6 anni lo ha preso per mano e della quale non si è mai dimenticato. Ecco, il meccanismo dell’apprendimento, quello significativo, cioè capace di cambiare la vita (e non sembri un’esagerazione), si scatena grazie all’incontro, alla capacità di entrare in relazione, a quello che diremmo un “moto del cuore”. Qui sta il segreto della scuola, che si può ritrovare in molte altre espressioni, a cominciare dal quel “we care”, mutuato da don Milani, che ha fatto da filo conduttore all’incontro romano. Un “moto del cuore” - si permetta ancora una volta l’espressione - che nella scuola non è lasciato al caso, ma diventa pianificato, consapevole, intelligentemente cercato e promosso. Cosa vuol dire? L’apprendimento è qualcosa di estremamente personale, che muove anzitutto da una motivazione interiore. E scatenare questa è il segreto di una buona scuola, è ciò che avviene principalmente attraverso il gioco delle relazioni, grazie al “prendersi cura” reciproco dei protagonisti della scuola, collocandosi nel contesto più ampio dell’educazione, la quale, una volta di più, è accompagnamento e promozione - consapevole, strategicamente pensata - del vero e del bello. Perché non c’è via di mezzo - e lo ha detto ancora Papa Francesco - “l’educazione non può essere neutra: o è positiva o è negativa, o arricchisce o impoverisce, o fa crescere la persona o la deprime”. Ecco, allora, il cuore della questione. La scuola fa il suo mestiere quando si prende cura delle persone, se ne assume la responsabilità. E si delinea un compito, in particolare per gli insegnanti, “da far tremare i polsi”. Farsi carico, prendersi cura, mirare al bene, al vero, al bello. E tutto questo con la consapevolezza di non essere altro che degli “accompagnatori”, dei promotori, dei facilitatori. Perché l’altro, il più piccolo, l’allievo, deve camminare da sé. Non lo si può trascinare, ma va messo in moto, in grado di conquistare autonomia, sicurezza, in un processo che si autoalimenta. Così la maestra del Papa, per restare alla semplicità ed efficacia dell’esempio: “Lei - ha ricordato Francesco - mi ha fatto amare la scuola. Amo la scuola perché quella donna mi ha insegnato ad amarla”. Imparare ad imparare, prendersi cura, camminare insieme. È una storia di amore quella della scuola. E dall’incontro in San Pietro viene l’invito a perpetuarla, nelle fatiche quotidiane, con rinnovato entusiasmo da parte di ogni protagonista. Senza dimenticare anche le responsabilità - politiche - di chi deve creare le condizioni perché questo fantastico laboratorio di umanità possa funzionare al meglio. Alberto Campoleoni a Chiesa non ha battuto cassa, ma ha battuto un pugno per dire che la scuola è bene di tutti e rappresenta una sfida decisiva per una società che non vuole invecchiare. Se si mostra poca passione per la scuola, si ha poca passione per l’uomo”. È uno dei messaggi, forse il principale, che resteranno dell’incontro di sabato 10 maggio tra Papa Francesco e i 300mila protagonisti del mondo della scuola - insegnanti, alunni e genitori - che hanno gremito piazza San Pietro e via della Conciliazione. Ne è convinto monsignor Domenico Pompili, sottosegretario della Cei e coordinatore dell’evento, che ci offre una lettura della “grande festa” che ha rappresentato il “momento clou” del percorso, “La Chiesa per la scuola”, avviato nel maggio 2013 dalla Chiesa italiana per rilanciare nella società il dibattito sull’educazione e sulla scuola. Quali sono i messaggi che giungono dal 10 maggio? “Il primo messaggio è un dato di fatto: la Chiesa può farsi interprete di un’istanza che ha un’ampia eco nella società civile come, ad esempio, il tema della scuola. La scelta della Chiesa di prendersi cura di un tema nevralgico – come lo è la scuola - è un modo per ricordare che il suo servizio è a beneficio di tutta la collettività. Quindi la prima conclusione da trarre dal 10 maggio è che quando la Chiesa intercetta, come in questo caso, un tema che riguarda tutti, si accredita come interlocutore credibile. E questo perché non difende se stessa ma si pone in uscita, verso le necessità più impellenti del vivere umano, oggi in modo particolare verso la scuola”. REPORTAGE di Ostuni non si “accontentano” di via della Conciliazione e conquistano piazza San Pietro “Francesco…ecco davvero uno di noi” che insegna il linguaggio di mente, cuore e mani S pesso a scuola accade, durante gli incontri che la professione di docente mi dona da vivere con i miei studenti, di leggere sui loro volti una grande curiosità, attesa di risposte a domande a volte accennate oppure addirittura non formulate, aspettative da soddisfare, desiderio di essere accolti e ascoltati. Ripenso, allora, a quando ero io studentessa e ai tanti perché che affollavano la mia mente…Sabato 10 Maggio, a Roma per incontrare Papa Francesco, in occasione dell’evento organizzato dalla CEI, guardavo i miei studenti e leggevo sui loro volti l’attesa di… incontrare Francesco. Si…, semplicemente Francesco, perché i ragazzi lo percepiscono come uno di loro. Quando ho proposto ai miei alunni di condividere con me questa esperienza, Davide ha detto:- Professoressa, si, andiamo da Francesco, è “troppo semplice” per essere vero! “E così siamo partiti in cento, con Davide, per andare a constatare di persona se Francesco è una persona vera. In Via della Conciliazione, stipati come sardine sottosale, abbiamo conquistato a fatica il primo maxischermo…ed io contenta di ciò, ricordando esperienze pregresse in Piazza San Pietro, ho detto loro:- Ragazzi, ce l’abbiamo fatta!- Davide di rimando:- No, professoressa,…non può chiederci questo, dobbiamo incontrare Francesco!- E così abbiamo conquistato il secondo maxischermo e poi la piazza. Devo dire che i ragazzi con il loro entusiasmo hanno cancellato un po’ dei miei anni e mi hanno fatto sentire una di loro. Belle le testimonianze sulla scuola di artisti e persone impegnate per e nella scuola, ma loro aspettavano Francesco. E finalmente dopo canti, cori e catene di abbracci…Francesco si è materializzato,…- Uno di noi, in carne ed ossa- come ha detto Giuseppe. Un uomo che sorride, si china per abbracciare i più deboli, solleva tra le braccia i più piccoli, non si stanca di benedire i tanti studenti giunti lì per vederlo di persona, per incrociare il suo sguardo, per ascoltarlo…mentre parla di qualcosa che loro vivono nella quotidianità,…di “scuola”, ma la scuola sono loro, gli studenti, protagonisti della “lezione” del Papa. Si sentono accolti e ascoltati, forse come non mai. Questo uomo importante non se la tira, non si da arie. Racconta loro di quando, all’età di sei anni, si è innamorato della scuola grazie alla sua prima maestra, meravigliosa, una donna che ha saputo accendere nel suo cuore e nella sua mente l’interesse per la realtà in tutte le sue dimensioni, un’educatrice, una vitae magistra, perché ciò che apprendiamo a scuola ci aiuta a costruire ed orientare la nostra vita. Non esiste un’ educazione neutra: l’educazione o è positiva o è negativa. Ed è positiva nella misura in cui chi educa, aperto alla realtà, è capace di seminare, far germo- gliare e crescere la curiosità in chi ha necessariamente bisogno di essere guidato in questa scoperta. Questo uomo ci dice, sorridendo, che un’azione educativa è positiva se educa alla speranza, perché l’uomo non può vivere senza speranza. Quale grande responsabilità abbiamo noi docenti…Ci dice che non dobbiamo mai sentirci “arrivati”, ma che ogni conquista è il nuovo punto di partenza per crescere in sapienza.-E’ forte!- dice Davide. L’ho guardato con attenzione, felice di vedere brillare i suoi occhi, osservatorio privilegiato per me docente. La scuola è un bene da salvaguardare, per cui impegnarsi…perché “la scuola siamo noi”.-E’ vero!- dice Davide. Allora mi sono tornati in mente i tanti incontri a scuola per sollecitare gli studenti alla partecipazione e alla condivisione delle tante iniziative, a sentire la scuola come “cosa loro”, a viverla come comunità educante, in cui la forza vincente nasce dalla reciprocità, in cui imparare ad imparare. Il Papa, maestro in questa aula meravigliosa che ci accoglie e ci abbraccia con forza con il suo possente colonnato, insegna a noi docenti che dobbiamo educare i nostri studenti al VERO, al BENE e al BELLO, perché non esiste verità che non sia al contempo bontà e bellezza, non esiste bontà che non sia verità e bellezza, non esiste bellezza che non sia verità e bontà.-Professoressa,…su questo passaggio ci dobbiamo ritornare…- dice Marika e i suoi occhi stupiti guardano il cielo luminoso. - Il Papa mi sta assegnando i compiti per casa – ho pensato e le ho sorriso. Come insegnare questi valori ai nostri ragazzi? Come attrezzarci? In quale palestra andare a trovare gli strumenti idonei e funzionali a tale impresa? La sua risposta è semplice,…secondo lui…Dobbiamo educare i nostri alunni al BENE, al VERO e al BELLO, insegnando loro tre lingue: il linguaggio della MENTE, il linguaggio del CUORE e il linguaggio delle MANI. – Che lezione- ho pensato-la fa facile lui!-. Marika ha esclamato:- Anche su questo ci dobbiamo tornare!-. E’ stata proprio una bella lezione, di cui far tesoro. - Dobbiamo amare la nostra scuola – conclude Davide. –No, Davide…,non dobbiamo farci derubare dell’amore per la nostra scuola!- ribatte Giuseppe. E che aggiungere? Penso che la lezione sia stata recepita. Il Papa mi ha assegnato i compiti per casa e, come alunna, ho vissuto un’esperienza unica per gli insegnamenti semplicemente straordinari ricevuti. Ora, sulla via del ritorno verso casa, il regalo più bello sono le parole di Davide:- Il VERO, il BENE e il BELLO…insieme… forte eh!? - . Grazie, Papa Francesco. Lucia Grassi La grande partecipazione sembra confermare tutto ciò. Erano presenti in 300mila: di questi quanti appartenevano alle scuole paritarie e quanti alle statali? “Sicuramente la maggior parte dei presenti apparteneva al mondo variegato delle paritarie. Ma anche la presenza delle scuole statali non è da sottovalutare. La scelta di porre l’accento sulla scuola come tale dice, in fondo, che anche in ambito cattolico è ormai maturata la convinzione che bisogna smetterla con la guerra tra paritarie e statali, perché è una guerra tra poveri. Se chiudessero di colpo tutte le paritarie in Italia, si produrrebbe una crisi del sistema e un danno economico. Bisogna capire che oggi ci si deve unire. Perché un sistema integrato di scuola, all’altezza dei tempi attuali, suppone una pluralità di soggetti, come ha detto con efficacia il ministro Giannini. La scuola è bene comune, cioè pubblico, e deve essere garantita a tutti. È secondario poi chi sia a gestirla, se lo Stato o altre Istituzioni”. Momento centrale della manifestazione è stato l’incontro con Papa Francesco. “La presenza del Papa ha rappresentato il vertice dell’in- tero pomeriggio. E le sue parole sono state il momento più atteso, preceduto prima dall’incontro fisico - con quel lungo giro sulla jeep bianca - del Pontefice con i presenti, quasi a sottolineare anche plasticamente che la scuola è in primo luogo relazione. L’intervento del Papa è stato, come sempre, sorprendentemente intrigante. È emersa la passione per la scuola ‘perché ci educa al vero, al bene e al bello’, tre dimensioni sempre intrecciate. E poi l’augurio per ‘una bella strada nella scuola, che faccia crescere le tre lingue che una persona matura deve saper parlare in maniera armoniosa: mente, cuore e mani’. Papa Francesco, utilizzando immagini forti, ha toccato l’immaginario dei presenti suscitando il loro interesse. La sua capacità sta nel toccare i gangli vitali”. Cosa ne pensa della presentazione fatta dai media laici? “Chi ha scritto, ha interpretato il senso autentico dell’iniziativa: non era una piazza contro e tantomeno una rivendicazione per interessi di parte. C’è da rimarcare, però, la distrazione di molti giornali dinanzi a un evento che ha coinvolto 300mila persone e che ha rimesso la scuola al centro dell’opinione pubblica e del dibattito politico. Ci sono state delle clamorose assenze di notizie. Spesso si va dietro ad autentiche sciocchezze che riguardano la Chiesa, invece quando c’è un popolo che si muove, sembra non interessare. Chissà come mai!”. Quale appello lascia al Paese questa manifestazione? “Investire nella scuola, nel futuro, nelle persone in definitiva. In un momento di crisi e di risorse limitate bisogna avere l’audacia di guardare un po’ oltre il proprio naso. La formazione delle persone è la prima risorsa del Paese. Solo quando le persone sono criticamente formate e hanno acquisito le necessarie competenze, si può sperare nello sviluppo. Diversamente, è impossibile pensare a un vero rinascimento”. Come procederà ora il percorso “la Chiesa per la scuola”? “Prima di tutto bisogna metabolizzare l’entusiasmo del 10 maggio. In concreto, a livello diocesano, dovrebbe emergere la centralità della pastorale scolastica che non è periferica rispetto alla capacità della Chiesa di essere dentro la vita di oggi. Nella scuola, infatti, s’incontrano tutti, indistintamente. Per la Chiesa, dunque, abitare questo spazio, che è fatto di relazioni, significa farsi prossima al contesto in cui la gente cresce. La scuola è una grande frontiera”. . Vincenzo Corrado Vita di Chiesa 14 18 Maggio 2014 LA SCUOLA IN PIAZZA S. PIETRO L’esperienza del Complesso “S. Antonio da Padova” Noi più piccoli a Roma con Papa Francesco… D 18 Maggio 2014 IN CITTÀ Il 3 maggio la festa regionale in un clima di grande simpatia Progetti in piazza con l’Unitalsi Il 3 maggio scorso l’Unitalsi Pugliese si è ritrovata a Brindisi per celebrare la Festa Regionale e per incontrare la comunità brindisina insieme ai numerosi ospiti presenti nel capoluogo adriatico per altri eventi, primo tra tutti il Salone Nautico. “Progetti in piazza con l’Unitalsi”. E’ il titolo dell’iniziativa patrocinata dall’amministrazione comunale di Brindisi che ha coinvolto il capoluogo adriatico per tutta la giornata e in diversi luoghi. Brindisi è stata invasa dai volontari unitalsiani provenienti da tutta la Puglia che insieme ai fratelli ammalati hanno fatto sentire il calore e la gioia di un associazione che non avverte il peso di oltre 110 anni di vita. I volontari del Servizio Civile Unitalsi ed i gruppi unitalsiani provenienti da tutta la Puglia si sono ritrovati di buon mattino a Jaddico per la celebrazione della Santa Messa, concelebrata da Don Totò Mileti (assistente regionale dell’Unitalsi) e da Don Paolo Zofra (assistente di Sottosezione). Volontari ed ammalati al Complesso scolastico “S. Antonio da Padova”(che comprende la Scuola Primaria Paritaria e Scuola dell’Infanzia) in Brindisi –Casale due pullman di alunni, genitori,insegnanti e religiose,sabato 10 maggio sono partiti per Roma,per partecipare alla Grande Festa della Scuola Italiana, presieduta da Papa Francesco. Per tutti,ma in modo particolare per chi ha avuto la fortuna di esserci è stata una data speciale, indelebile , ogni alunno ha riportato un carico di ricordi,emozione, messaggi… Lunedì 12 maggio, il rientro a scuola è caratterizzato dalla condivisione del vissuto , con tripudio e nostalgia ,con la mente,il cuore, si ritorna in Pizza S. Pietro; le insegnate di classe dedicano spazio abbondante ai commenti costruttivi e arricchenti degli alunni. I ragazzi della classe V hanno riletto insieme alla maestra il testo integrale del discorso che Papa Francesco ha consegnato ai suoi ospiti sabato 10 maggio, i ragazzi, hanno commentato, riflettuto, sottolineato espressioni e messaggio importanti ; hanno elaborato un compito , una semplice ma significativa cronaca. Tutti gli alunni sono stati bravissimi, ma, per non occupare troppo spazio sui periodici ne abbiamo sorteggiato solo quattro, che inviamo alla vostra redazione. hanno così voluto affidare al Signore una giornata faticosa, ma tanto gioiosa. Al termine della celebrazione tutti al lavoro per allestire gli stand su Corso Umberto e per incontrare la Città di Brindisi. Si parte dall’Ospedale Perrino, in particolare dal reparto di Pediatria dove i volontari-clown hanno incontrato i piccoli pazienti. Poi le scuole “Palumbo” e “Carnaro, dove i responsabili dell’associazione insieme ai volontari del servizio civile hanno raccontato la loro esperienza ascoltando anche le domande interessate dei ragazzi. E poi l’incontro con gli ospiti e i volontari della mensa Caritas. Nel pomeriggio l’apertura degli stand collocati in Corso Umberto. Brindisini e visitatori hanno potuto toccare con mano i vari progetti dell’associazione. Dai pellegrinaggi, all’attività quoti- Le Suore …tornati a Brindisi abbiamo svolto un compito Cronaca di un evento eccezionale: racconta con ricchezza di particolari l’esperienza vissuta a Roma e fai le tue considerazioni e riflessioni sul discorso del Santo Padre Francesco rivolto al mondo della scuola italiana. ALESSANDRO TUNDO classe V Trecentomila persona alla fantastica udienza del Santo Padre Francesco !!! Molti affascinati dalle speciali e umili parole pronunciate da questa importantissima figura. “dobbiamo imperare ad imperare”, dice il Papa, quel giorno a Roma in piazza San Pietro, parole significative per adulti e bambini, parole che incitano ad ascoltare e dare importanza ai pensieri altrui. “!Scuola e famiglia, sono collegate per garantire il bene dei ragazzi”. Altra frase significative, di valore importante. Morale di tutto questo è che la Scuola è una strada da percorrere, senza paura, per far “crescere” le tre lingue che sono presenti in noi: quella del cuore e quelle delle mani. Il fatto è che non dobbiamo farci rubare l’amore per la scuola. Secondo me la frase più bella è stata: “meglio una sconfitta pulita che una vittoria sporca!”. Il che vuol dire che non dobbiamo agire subdolamente per raggiungere i nostri scopi. SYRIA RICCIU’classe V Oggi, più di trecentomila persone, si sono recate a Roma per incontrare il Santo Padre! Papa Francesco, ha invitato tutte le scuole d’Italia presso Piazza San Pietro dov’è passata con il papa-mobile e dove ha tenuto un discorso per salutare e ringraziare tutte le maestre e alunni che hanno partecipato. Alla fine dell’incontro, intervistando diversi scolari quasi tutti hanno espresso la stessa opinione sul loro papa: hanno detto che è un uomo semplice e umile, con un cuore immenso, disponibile verso tutti. Nel momento in cui il papa è passato, molta gente si è lamentata della velocità dell’auto, ma è già stata una fortuna vederlo! Il suo discorso è stata all’amore per la scuola, le parole più importanti sono state quelle con cui diceva che dobbiamo “imperare ad imperare”, che è i ragazzi hanno fiuto, “che la scuola non è un parcheggio”, che “la famiglia e la scuola non vanno contrapposte” che è più bella una sconfitta pulita che una vittoria sporca. Insomma, si dall’entusiasmo sentiva dalle voci dei ragazzi intervistati che questo è un papa molto amato dai giovani. SOFIA VALENTE classe V Il 10 maggio 2014 ci siamo recati a Roma da Papa Francesco che ci ha accolto per uno speciale incontro riguardante le scuole cattoliche e statali di tutt’italia, infatti più di tremila persone, tra alunni, maestre, presidi, suore e preti, personale assistente e accompagnatori, si sono recate a Roma, a Piazza San Pietro e in “via della Riconciliazione”, per seguire quest’incontro , molto speciale con il Santo Padre. La partenza da Brindisi è stata alle ore 5.00, tutti impazienti di arrivare!!!. Il viaggio è stato molto lungo, con relativa fermate alle “stazioni di servizio”, è durato più di 8 ore, infatti per questo motivo siamo arrivati in ritardo e purtroppo non siamo potuti arrivare in Piazza San Pietro e ci siamo recati in “Via della Riconciliazione” dove abbiamo atteso l’arrivo di Papa Francesco a bordo della sua papa- mobile. Così dopo mezzora circa all’arrivo in “Via della Riconciliazione” e finalmente la fatica del lungo viaggio e l’attesa impaziente sono stati ripagati dal fantastico arrivo del papa protetto delle innumerevoli guardie del corpo. Per me è stata un’esperienza magnifica perché il Santo Padre mi è passato proprio avanti: solo una stac- cionata mi separava da lui!!! Con i compagni ci siamo recati in un bar dove ci siamo ristorati prendendo cibo fresco, poi ci siamo recati in un negozio dove abbiamo acquistato dai souvenire per noi e i nostri compagni assenti. Subito dopo io, Syria, Simone, Silvio, Piermatteo (il fratello di Silvio) e Lorenzo (il cugino di Simone) con i nostri accompagnatori, ci siamo recati a Piazza San Pietro, dove vi erano delle bellissime statue anche se purtroppo quando siamo arrivati il Santo Padre aveva già finito il suo discorso. Siamo tornati al pullman con il quale siamo tornati a Brindisi. Durante il ritorno, la Suora che aveva ascoltato il suo discorso ce l’ha riferito: è stato allora che ho capito che Papa Francesco vuole essere ed è un papa umile che vuole aiutare e “vivere” con la gente comune, si fa capire e usa parole semplici. Le più belle frasi che ha detto secondo me sono: “Io vorrei una chiesa umile e non povera” che significa che vuole persone umili e non vanitose. L’altro è: “Imparare a imparare” che vuol dire che ogni persona può adottare il proprio metodo e portarlo avanti e sicuramente andrà avanti. SILVIO DI PAOLA classe V Il 10 maggio 2014, i bambini e i genitori che hanno aderito all’iniziativa della scuola S. Antonio di Padova si sono recati in visita a Roma, dal santo Padre Francesco che ha invitato, in occasione della sua udienza, tutte le scuole d’Italia, statali e non statali, cattoliche e non. L’invito all’inizio era aperto solo alle scuole cattoliche, ma lui ha voluto estenderlo anche a quelle statali infatti così è stato. Si è partiti alle 5,00 del mattino, in pullman viaggiando armoniosamente per poi alle 14,30 arrivare. Per giungere vicino Piazza San Pietro per vedere passa il papa, con la papa mobile, hanno diverse strade e durante il percorso, hanno ammirato il fiume Tevere. Dopo un’attesa molto lunga, il papa, è apparso con la sua papa mobile salutando tutti con passione come se fossero tutti con passione come se fossero tutti le 300,00 persone presenti suoi fratelli, come se venissero tutti dalla stessa mamma, come dovrebbe essere. Io, mi sono emozionato tantissimo per averlo visto e in seguito, per averlo sentito in Piazza San Pietro. È stato così semplice e discreto che sembrava parlasse come un uomo qualunque. Nel suo discorso ha fatto cenno alla sua 1° maestra, alla scuola, alla famiglia e alle 3 lingue della mente, del corpo e della mano da lui così chiamate per spiegare 3 importanti comportamenti. Sicuramente questa visita rimarrà nel cuore di ognuno di tutti compreso il mio. 15 Vita Diocesana diana, dalla protezione civile al volontariato internazionale. E poi la grande festa con l’animazione dei volontari del servizio civile guidati dal presidente regionale, Palma Guida. Tutti a ballare in piedi e con le carrozzine. Perché la gioia non ha barriere soprattutto quando trova la sorgente nella parola di Dio. La serata si è conclusa con il Concerto-Testimonianza del trio Diesis composto da Roberta Brescia, Alessia Piras e Claudia Soroberto. La storia dell’Unitalsi è davvero l’espressione di “sguardo che accoglie, mano che solleva e accompagna, parola di conforto, abbraccio di tenerezza”, così come Papa Francesco ha dipinto il carisma dell’associazione. L’Unitalsi è un’associazione ecclesiale che opera nel campo dell’assistenza ai disabili e della cura degli ultimi e degli ammalati. La storia dell’Unitalsi ha un legame particolare con il Santuario Mariano di Lourdes che, ancora dopo più di centodieci anni dalla fondazione dell’Associazione, è la meta privilegiata dei propri pellegrinaggi. Al centro della storia dell’Unitalsi c’è quindi la carità vissuta come servizio gratuito dagli oltre centomila aderenti, uomini, donne, bambini, sani, ammalati, disabili, senza distinzione di età, cultura, posizione economica, sociale e professionale. Ed ora tutti al lavoro per preprare il Pellegrinaggio Diocesano a Lourdes con il Treno Bianco e con l’aereo. Si parte il 2 settembre per andare ad incontrare la Mamma Celeste e, tramite Lei, il suo figlio. Pellegrini, volontari ed ammalati. Tutti insieme con la voglia di sfruttare un’occasione di felicità. Per informazioni sul pellegrinaggio è possibile contattare i gruppi Unitalsi presenti in tutti i paesi della Diocesi Brindisi – Ostuni. ORATORIO Prosegue l’impegno dei giovani dell’Istituto Salesiano di Brindisi “Volare la vita”, uno spettacolo per darle un senso Alcuni dei Giovani dell’Istituto Salesiano di Brindisi presentano Venerdì 23 Maggio 2014 alla ore 20.00 presso la chiesa dell’Oratorio uno spettacolo dal titolo “Volare la vita”. Dalle parole della regista, Marianna Guadalupi, e dal nome stesso dello spettacolo si evince che il tema portante di tutto lo spettacolo sarà, appunto, la vita, in tutte le sue sfaccettature. E’ stata la stessa regista, inoltre, a raccontare come la scelta di questo particolare spettacolo e la preparazione per metterlo in scena abbiano colpito profondamente i giovani che andranno ad interpretarlo che, in questomodo, hanno trovato un modo per far emergere la propria reale personalità e di rifletter sul senso della propria vita, cose che tra i giovani accadono, purtroppo, sempre più raramente. Qui di seguito i nomi degli attori-performer e dello staff tecnico impegnato nella realizzazione dello spettacolo: CAST ARTISTICO:Don Giampaolo Nicastro, Davide Daccico, Andrea Sergi, Marco Palmisano, Sara Baldassarre, Anna Colonghi, Angela Morello, Silvia Carrisi, Simona Sabatelli, Felicia Chirico, Stefano Baldassarre, Alessandro Ungaro, Alberto Taliento, Daniele Pizzolla, Antonio Schito, Valeria Galluzzo. E’ previsto inoltre l’intervento dei seguenti bambini: Samuele Fisio- Pubblicazione periodica Reg. Tribunale Brindisi n. 259 del 6/6/1978 Proprietario-Editore Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni Direzione: Piazza Duomo, 12 - Brindisi Tel. 340/2684464 - Fax 0831/524296 [email protected] Questo periodico è associato alla Unione Stampa Periodica Italiana la, Andrea Panzera, Valerio Trabacca, Francesca Berardi, Martina De Nunzio, Simone Panzera, Samuel Perrone, Gaia Galgano. REGIA: Marianna Guadalupi PERCUSSIONI: Don Giampaolo Nicastro BASSO: Stefano Baldassarre CHITARRA: Felicia Chirico COREOGRAFIE: Giuseppe Laritonda SCENOGRAFIE: Claudio Trotto, Franco Mininni AUDIO E LUCI: Mario Palmisano, Andrea Colella, Giuseppe Mininni, Teo Montanaro TRUCCO: Sara De Leonardis Questo periodico è membro della Federazione Italiana Settimanali Cattolici Direttore Responsabile: Angelo Sconosciuto Hanno collaborato: Daniela Negro, Antonio Rigliano, Simone Solimeo Impaginazione e prestampa: Amedeo e Iva Cincinnato Spedizione in abbonamento postale (art. 2 - comma 20 - legge 662/96) Abbonamento annuale: € 15,00 sul conto corrente postale n. 2784160 intestato a: ASSOCIAZIONE CULTURALE FERMENTO Piazza Duomo, 12 - 72100 Brindisi Responsabile del trattamento dei dati personali: Angelo Sconosciuto Stampa Martano Editrice s.r.l. Viale delle Magnolie, 23 - Z.I. Bari - Tel. 080/5383820 Vita Diocesana 16 18 Maggio 2014 SACRA SCRITTURA Il libro di Don Sebastiano Pinto edito dalle edizioni Messaggero “L’incantatore di serpenti”, il sapiente secondo Qoèlet N ella Bibbia ci sono libri che, più di altri, hanno affascinato lettori e studiosi; fra questi rientra Qoèlet che, con i suoi famosi detti «tutto è vanità» e «niente di nuovo sotto il sole», ha attraversato i secoli e le culture. Accanto a lui si è posto don Sebastiano Pinto, sacerdote dell’Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni, biblista e docente di Esegesi dell’Antico Testamento, con il suo ultimo libro L’incantatore di serpenti. Il sapiente secondo Qoèlet (Messaggero, 2014, 70 pagg., euro 8). Il volumetto nasce dalle ricerche accademiche condotte da don Pinto, ma si presenta ai lettori con una finalità divulgativa. L’autore è stato spinto ad approfondire il tema e a ripresentarlo al vasto pubblico a partire da una considerazione: «Il credente benpensante, moderato e giudizioso, potrebbe ritenere che il libro di Qoèlet sia troppo scettico o dissacratorio o, addirittura, scomodo». Per don Sebastiano questo rappresenta, in fondo, una virtù che ha premiato l’autore del libro biblico sia in termini di fama che di fede, perché avvicina i più lontani da un discorso religioso proprio per la sua “irriverenza” e perché costringe i lettori credenti a porsi delle domande che si oppongono a una fede accomodante, come quelle sulla giustizia di Dio, sull’opportunità di cercare la sapienza nella vita, sul senso della vita, della morte e della sofferenza. Recuperando un efficace commento di don Divo Barsotti su Qoèlet, don Pinto ritiene che la lettura di questo autore biblico sia «importante perché purifica la vita religiosa» e sceglie come architrave del suo scritto un passaggio del testo biblico che, più di altri, lo hanno incuriosito: «Se il serpente morde prima di essere incantato, non c’è profitto per l’incantatore». I lettori e i credenti sono gli spettatori del “gioco di prestigio” dell’incantatore, cioè di Qoèlet e di ogni uomo che si pone alla ricerca della sapienza, scrutando i movimenti sibillini del serpente, animale insidioso e dalla lingua biforcuta, che secondo la credenza popolare «era la sua parte del corpo più pericolosa, perché il veleno veniva iniettato proprio dalla lingua». Il serpente è, allo stesso tempo, figura della vita in sé, con le sue lusinghe e la sua inevitabile conclusione con la morte. Fra l’incantatore e il serpente si instaura così un rapporto inseparabile: come l’incantatore guarda il rettile negli occhi, così il sapiente scruta la vita nei suoi aspetti più profondi, dalle gioie procurate dai piaceri, alle sofferenze che si concludono con la morte. Qoèlet non è un uomo rigido sulle sue posizioni, apprezza e ricerca le piccole gioie della vita, ma non si esime dal met- tere in guardia i suoi alunni ricercatori di sapienza: essa è il risultato di lunghe fatiche, ma i frutti conquistati nel tempo si possono disperdere velocemente. Il vero sapiente, invece, sa guardare i piaceri, ma ne riconosce anche l’inutilità e sa distaccarsene. Don Pinto cerca di enucleare i temi principali che Qoèlet suggerisce e li riassume alla fine di ogni capitolo, quasi come delle pillole di saggezza per il lettore, ma nelle ultime pagine del libro lo studioso si trova davanti a delle domande cui non può fare a meno di rispondere: «la sapienza potrebbe non sortire alcun effetto reale nella ricerca della felicità umana»? Davanti al pessimismo della ragione, Qoèlet si affida al giudizio divino, senza perdere di vista la propria autonomia intellettuale. Il vero sapiente segue i comandamenti di Dio, scruta la realtà, riflette e interseca i tasselli del mosaico, provando a dare risposte, ponendosi nuove domande e cercando ulteriori risposte, sempre più convincenti. Andrea Giampietro SPIRITUALITÀ Lo studio di Don Carmelo Guarini edito dalla Fondazione Biblioteca Ecclesiale “Ricerca storica e ricerca spirituale”, Bremond e De Luca a confronto L a Fondazione “Biblioteca Ecclesiale Mesagne” - istituzione che con il Centro studi ad essa collegato pubblica libri ed opuscoli, “col fine di elevare il livello culturale del paese” -, ha dato di recente alle stampe “Ricerca storica e Ricerca spirituale in Henri Bremond e Giuseppe De Luca” (pp. 112, s.i.p.), parte della dissertazione di dottorato di don Carmelo Guarini, animatore e promotore dello stesso organismo. Il presbitero ha discusso la sua ricerca al “Teresianum” ed ora la pubblica, dedicandola “A Giuseppe De Luca/prete romano,/ cantore della pietà” ed avvertendo che una parte del lavoro costituirà fondamenta di un libro “il cui tema centrale sarà il desiderio del bello, che non può ridursi se non nel vero-autentico del sé e nel bene come dono dell’altro”. “Bremond non è stato un modernista alla maniera di A. Loisy e di G. Tyrrel” e “De Luca non è stato un integrista, pur dichiarando ripetutamente il suo atteggiamento e non solo nei confronti di G. Semeria e E. Bonaiuti, che fu anche suo professore”, osserva don Carmelo, quindi esamina “come i nostri due scrittori abbiano inteso l’incontro tra storia e spiritualità, e come attraverso la narrazione del vissuto spirituale e l’ermeneutica dei testi mistico-spirituali ne abbiano mostrato l’efficacia”. Bremond usa parlare di “sentimento religioso”, più come sinonimo d’inquietudine che come convinzione profonda, mentre De Luca usa il termine “pietà”, per parlare di “dono di grazia” e senso di compassione. Fatto sta che l’autore, analizzando il carteggio De Luca-Bremond, pone il tema del punto d’incontro, in una filosofia religiosa tra metodo spirituale, metodo storico-critico e metodo dogmatico. Egli studia la Storia del sentimento religioso in Francia di Bremond, analizza le fondamenta dell’Archivio per la storia della pietà di De Luca e considera come entrambi “saranno chiamati a confrontarsi con Newman per vedere se dalla loro ermeneutica del già dottore di Oxford corrispon- da alla realtà o non debba essere rettificata e completata”. Per don Guarini è necessario il raffronto col “dottore della coscienza-conoscenza” ed è ben conscio di un’altra circostanza: “Il fatto che si debba parlare con due defunti, i quali non possono aggiungere altro a ciò che hanno lasciato scritto, obbliga il presente studio al rigore ermeneutico degli scritti oltre che all’attenzione verso il non-detto. Martin Heidegger diceva – scrive ancora don Guarini – che il nondetto, in un testo, è molto più del già detto. E Paul Ricoeur dirà che la teoria del testo deve sempre relazionarsi alla teoria dell’azione e alla teoria della storia”. E tutto è tanto più necessario perché la “crisi modernista” si è sviluppata, secondo l’autore, a causa di una mancata relazione interculturale tra spiritualità e storia. “Il conflitto tra modernisti e integristi – dice don Guarini – (…) poteva essere superato con il ‘mutuo riconoscimento’ tra soggetti diversi, e invece della difesa a oltranza del proprio paradigma, si sarebbe potuto comprendere l’altro in ciò che presentava di diverso”. Insomma, come egli dice: “La spiritualità fa storia, e la storia diviene spirituale, quando la libertà umana non oppone resistenza alla grazia divina”. Un bel risultato. Non l’unico. Don Guarini osserva che “il tema della coscienza e il tema della cultura, ai quali il Vaticano II ha assegnato notevole valore sono presenti in tutta l’opera di Newman” ed in conclusione dice: “Una ricerca ulteriore potrebbe indagare sui temi del lavoro, del progresso, dell’economia e della scienza, alla luce della relazione interculturale tra storia e spiritualità: si potrebbero trovare spunti interessanti sulla narrazione-argomentazione che Bremond e De Luca hanno fatto di altre figure e di altri testi”. Ed il cartello work in progress, già appare sulla nuova pista di ricerca. L LAICATO Va ben oltre i confini locali lo studio di Donato Bagnardi “Testimoni inquieti”, l’Azione Cattolica a Locorotondo D opo la pubblicazione del libro Una decina di scalmanati, in cui vengono raccontate le origini dell’Azione Cattolica di Locorotondo dagli anni ’30 agli anni ’60, Donato Bagnardi ha realizzato un secondo testo, Inquieti testimoni. Storia dell’Azione Cattolica di Locorotondo (Levante, 2013, pagg. 292, € 22). Il prof Bagnardi, docente di filosofia, psicologia e scienze dell’educazione presso i licei statali, ha all’attivo numerose pubblicazioni. Nel suo ultimo lavoro ricorre ai «santuari delle vite vissute», vale a dire ai testimoni, del cui ricordo è piena l’ultima parte del suo lavoro. Recuperando la storia di ottanta anni di associazione, fino ai giorni nostri, l’autore si sofferma sull’opera di quanti diressero quel gruppo di laici dentro la «nuova» comunità ecclesiale e dei suoi preti che li coltivarono con convinzione apostolica e con generoso lavoro. La memoria ha consacrato il ricordo di assistenti ecclesiastici, presidenti, delegati, ragazzi e ragazze, «inquieti testimoni del Risorto». Un percorso, quello raccontato dal prof. Bagnardi, che delinea una storia dentro una storia, un’associazione che cammina dentro un tempo storico ricco di eventi e cambiamenti. In particolare dopo il Concilio Vaticano II si assiste agli anni più belli e importanti dell’Azione Cattolica locale, con il contributo di tanti sacerdoti per una crescita sempre più viva e piena di passione. In quel periodo si registrò infatti il numero più elevato di tesserati GiAC ed era naturale, dunque, che l’Azione Cattolica facesse da quasi esclusivo centro aggregatore di tanti giovani in tutto il paese. Diversi ex iscritti di quei tempi ammettono che negli anni Sessanta l’influenza della Chiesa cattolica era rilevante e che gli adolescenti, nel pieno della travagliata età evolutiva, erano attirati dall’associazionismo cattolico perché era l’unico organismo-contenitore in grado di favorire approfondimenti culturali a tutto campo e di spingere a socializzare con grande tranquillità. Aggiungono poi che i valori proposti dalle riflessioni religiose sui vangeli, sulla pastorale e sul solidarismo cattolici apparivano gli unici cui potersi ispirare per tutta la vita. Il racconto va avanti con i successivi anni che rappresentano i più difficili della vita associativa. A causa delle sollecitazio- ni ambientali sempre più fuorvianti per i giovani, gli sforzi educativi diventano più difficili e problematici. La crisi associativa si avrà per tutti gli anni Settanta e i primi degli anni Ottanta ma rimasero ancorati e ben saldi un bel gruppo di adulti che mantennero viva un’associazione attraverso la preghiera, il servizio e la formazione parrocchiale e diocesana. La ricostruzione, prosegue l’autore, si ebbe con don Piero Suma che, dai primi anni Ottanta, fu chiamato dall’arcivescovo Settimio Todisco per implementare una nuova e giovane pastorale nella parrocchia San Giorgio Martire di Locorotondo. Con don Suma si diede avvio ad una lenta e difficile ricostruzione, un lavoro di mantenimento dell’esistente e di dissodamento verso il nuovo. Attraverso l’opera attenta, paziente e piena di passione di don Piero ben presto l’associazione riacquistò nuova linfa e, dai primi anni Novanta, nascono i gruppi dell’ACR (Azione Cattolica Ragazzi) accompagnati da alcuni giovani educatori che negli anni si erano formati attraverso i campi scuola diocesani. Il gruppo dei fedelissimi, «gli adulti», rappresentarono e rappresentano ancora oggi «lo zoccolo duro» dell’associazione; molti di questi testimoni sono anziani, ma in loro è viva la passione e lo stile di un’associazione che negli anni ha dato tanto in termini di formazione e di legami. La storia raccontata dal prof. Bagnardi si spinge fino ai giorni nostri e mette in evidenza una molteplicità di volti e di legami, di tanti sacerdoti-assistenti e di testimoni inquieti di una storia che continua. Tutte le storie finiscono, ma quella che il prof. Bagnardi ha raccontato continua senza una fine apparente, perché l’Azione Cattolica continua a camminare e a permeare la vita di tanti laici che si spendono nella Chiesa e tra la gente. Mi piace concludere con un bel trafiletto che il prof. Bagnardi scrive all’inizio del libro, che evidenzia la bellezza della storia che sta per raccontare: «Quella che sto per raccontarvi è una storia che inizia come per magia. Ma non per caso. Affonda le sue radici nei profumi del passato. E il passato è soprattutto l’infanzia, che di per se è magica. L’infanzia di alcuni ex ragazzi degli anni Trenta, molti dei quali sono scomparsi. Erano originariamente una banda di “una decina di scalmanati” che scorrazzavano in lungo e in largo per le “stradelle” e gli spiazzi di un piccolo e lindo centro storico. Da sempre orgoglio di quello che oggi è riconosciuto come uno dei borghi più belli d’Italia: Locorotondo». Francesco Curigliano Ed ecco “viale mons. Andrea Melpignano” U (a. scon.) “Fatti per credere”, memorie di vita e fede a Mesagne la morte. Per ogni momento decine di consuetudini, modi di dire e di fare «spiccatamente mesagnesi» che caratterizzano in maniera unica la città dei Messapi. Tanti coloro – soprattutto i più anziani - che durante la serata di presentazione dello scorso 29 aprile nella suggestiva chiesa di sant’Anna, in pieno Centro Antico, si sono riconosciuti nei racconti dei tempi andati. «Il nostro territorio – ha affermato don Angelo Argentiero, già parroco della Chiesa Madre e presente alla serata del 29 aprile – è talmente ricco di culture e tradizioni che basta ascoltare le varianti dei vari dialetti anche a pochi chilometri di distanza tra una cittadina e l’altra per comprendere che ogni comunità locale ha la sua identità specifica». Una «identità» che secondo il giornalista Cosimo Saracino – moderatore ed organizzatore della serata di presentazione assieme ad Ivano Rolli – è da ricercare proprio in quei gesti che accompagnano la vita quotidiana della gente più semplice fino a farsi tradizione da tramandare da padre in figlio». Come la consuetudine di gettare le briciole di pane nella direzione dei quattro venti principali quando il tempo si faceva scuro e minacciava il raccolto e le fatiche di mesi di duro lavoro. O, ancora, come il «segno di croce» impresso nell’impasto del pane o delle focacce fatte in casa quasi a «benedire» e «ringraziare» per il cibo quotidiano ricevuto. Decine di aneddoti, uniti a volti in banco e nero di religiosi e laici dell’Ottocento e Novecento, oltre ad uno sterminato elenco di termini dialettali molti dei quali caduti da tempo nel dimenticatoio. Il lavoro editoriale di don Pietro è una occasione in più per comprendere come una grande quantità di segni (di 17 Vita Diocesana OSTUNI L’intitolazione in contrada Santo Magno sulla provinciale per Carovigno RELIGIOSITA’ POPOLARE La ricerca di Don Pietro De Punzio edita da Locorontondo e tappe e le identità di una comunità in cammino si fanno visibili nelle sue tradizioni. Sembra essere questo il filo rosso dell’ultima ricerca storica di don Pietro dePunzio, sacerdote mesagnese più volte parroco attualmente Giudice del Tribunale ecclesiastico regionale di Bari e cappellano all’Ospedale de Lellis di Mesagne. Da questa raccolta di dati, foto e testimonianze - a metà tra l’antropologia delle tradizioni locali ed una tassonomia dettagliata di vocaboli ed usanze popolari d’altri tempi - ne è venuto fuori un volumetto edito da Locorotondo Editore: «Fatti per credere. Memorie di vita e di fede nella città di Mesagne». Un centinaio di pagine in cui don Pietro recupera le ragioni di una identità cristiana popolare che si fa «lievito» nelle tradizioni di un territorio. Il volume si presenta suddiviso in brevi capitoli che ripercorrono l’ordinario procedere delle «tappe di vita» di ognuno: dalla nascita alla morte. In ogni fase della vita si vivono, infatti, momenti belli e brutti, di crescita e di consolidamento e per molti di questi si può registrare un continuo affidamento a Dio e alla sua volontà in usanze e tradizioni che si perdono nei secoli. Si parte con la venuta al mondo di una nuova vita ed il sacramento del battesimo che a Mesagne – e solo a Mesagne – da secoli viene fatto seguire o precedere al rito della consacrazione alla Vergine del Carmine, patrona della città, e alla consegna al bambino dello Scapolare carmelitano («l’abitino» nel linguaggio popolare). Poi progressivamente, tappa per tappa, troviamo: la prima Confessione, la prima Comunione, il Matrimonio o l’ordinazione sacerdotale (infanzia, adolescenza, età matura) ed i passaggi verso e dopo 18 Maggio 2014 «fatti») ci spingono a «credere», ad aderire al Cristianesimo. Ma anche un rimando alla nostra Natura: siamo statti «fatti», creati, per Credere. Il ricavato del volume (dieci euro) andrà, per volontà dell’autore totalmente in beneficenza. Antonio Rigliano na semplice cerimonia di intitolazione che ha visto, alla presenza di due nipoti del sacerdote e di molti residenti, il parroco della Chiesa dei SS. Medici, don Paolo Zofra, benedire la targa mentre il sindaco Tanzarella ha detto: “Don Andrea è stato un parroco che ha dato tutta la sua vita a servizio di tutta la comunità, nelle parrocchie nel quale è stato e in particolare dei SS. Medici. In particolare ha dato dei segni tangibili, in perfetta sintonia con l’orientamento oggi di Papa Francesco e si è addirittura spogliato dei suoi beni, donandoli alla comunità di Bose, ad una coop del Villaggio SOS e quindi è stata una persona che meritava questo attestato di stima, riconoscimento e di affetto da parte della nostra città. Mi auguro che si possa proseguire nei prossimi giorni con l’intitolazione delle altre strade di questo villaggio e di contrada Santo Magno così come evaderemo altre richieste che pendono per completare la toponomastica di questa splendida Città Bianca”. “Per me, prima di essere sacerdote – ha detto la nipote, Amelia Melpignano – è stato uno zio tanto caro che, siamo in 4, ci ha portato avanti anche quando è morto mio padre per tanti anni. Ci ha fatto da padre. Penso che da lassù lui sia stato contento di vedere quanta gente gli ha voluto bene e si ricorda di lui anche se gli ultimi anni della sua vita sono stati un pò tristi perché segnati dalla malattia però ora penso che possiamo dire di averlo ricordato con questa intitolazione, per quello che ha stato nell’animo e per tutto quello che ha cercato di fare per il bene degli altri” Nel settembre del 2009, il parroco del Santuario dei Santi Medici, don Paolo Zofra, facendosi portavoce della richiesta unanime del Consiglio Pastorale Parrocchiale, con il consenso dell’allora Arcivescovo di BrindisiOstuni, S.E. Mons. Rocco Talucci, chiedeva di ricordare il fondatore della Chiesa con l’intitolazione di una strada della Città Bianca a Mons. Melpignano “Infaticabile sacerdote e uomo generoso, il cui ricordo è ancora vivo tra la popolazione ostunese”. La Giunta Comunale, con atto n. 229 del 26 settembre 2013, su indicazione del Sindaco Tanzarella, ha proceduto all’individuazione della strada sancendo l’intitolazione con un provvedimento deliberativo. L’atto è stato trasmesso in Prefettura per il prescritto parere ed autorizzazione sentito l’Istituto di Storia Patria e l’iter si concludeva con successo proprio nella giornata dedicata dalla Chiesa ai SS. Medici e si sanciva l’intitolazione del grande viale alberato sito nella lottizzazione di contrada Santo Magno (attualmente privo di denominazione) sul quale insistono numerose abitazioni. Come si ricorderà, don Andrea Melpignano, è stato un attivo sacerdote che ha realizzato innumerevoli opere ad iniziare dalla Chiesa intitolata ai Santi Medici “Cosma e Damiano”, nel nuovo quartiere di Ostuni e lungo via Fogazzaro, oltre al grande campanile in ricordo dei caduti ostunesi della seconda guerra mondiale. Era nato il 29 marzo 1919 ad Ostuni da Francesco e Margherita Roma e, dopo aver compiuto gli studi ginnasiali nel Seminario diocesano di Ostuni; quelli di filosofia e di teologia, nel collegio Leoniano di Anagni e nel Seminario regionale di Molfetta, era stato ordinato sacerdote il 22 luglio 1945. Nel luglio del 1946, era stato chiamato a reggere la parrocchia di S. Maria degli Angeli di Ostuni, di nuova erezione e qui ha profuso tutte le sue energie spirituali ed intellettuali creando una parrocchia modello per attività pastorale, sociale, catechistica e organizzando l’Azione Cattolica, missioni, corsi di cultura religiosa per categorie. Fu prefetto e professore nel seminario diocesano, vice assistente diocesano della Gioventù Maschile di A.C. e cappellano dell’Ospedale Civile di Ostuni. Un grande dinamismo, passione, fervore e attività che culminarono con la realizzazione ne l breve tempo di tre anni (1956-1959) della grandiosa costruzione della nuova Chiesa dei Santi Medici dotata di opere annesse: casa canonica, palestra Rettore della Confraternita Madonna dei Fiori, confessore in Seminario, cappellano nell’allora carcere mandamentale di Ostuni, direttore di colonie e campeggi della P.O.A., assistente dell’Onarmo, assistente del circolo e patronato Acli di Ostuni, assistente diocesano delle Acli, assistente diocesano della Gioventù Maschile di Azione Cattolica e, successivamente, anche degli uomini di A.C. . Nell’ottobre del 1976, dopo aver lasciato la parrocchia dei Santi Medici, si assunse il compito di restaurare la Chiesa dei Cappuccini, opera che portò a termine nel 1980 dopo tre anni di intensi lavori. Area agricola Donò un terreno per la cooperativa dei giovani del Villaggio Sos di Ostuni così come fece con un altro suo terreno in contrada Lamacavallo per la costruzione di un complesso per ospitare, , una sede della Comunità di Bose. E’ scomparso la sera del 20 novembre 1999, nell’Ospedale di Lecce e la salma è stata tumulata nella Cappella dei sacerdoti nel Cimitero di Ostuni. 18 Territorio 18 Maggio 2014 LAVORO Reso noto il dato dalla consueta indagine dell’Osservatorio del mercato del lavoro Brindisi, Disoccupazione record: 30,15% P ercentuale record in tema di disoccupazione nella provincia di Brindisi. Per la prima volta - a memoria d’uomo - è stata superata la fatidica soglia del 30%: è quanto emerge dal consueto rapporto trimestrale dell’Osservatorio del Mercato del lavoro della Provincia di Brindisi, secondo il quale la percentuale dei “senza impiego” si attesta al 30,15%, ovvero +0,34% rispetto a tre mesi fa (29,81%) e addirittura +1,13% in confronto al marzo di un anno fa. Nel dettaglio, i disoccupati nel territorio della provincia sono 79.893 su un popolazione attiva di 264.996 unità, pari appunto al 30,15%. Rispetto al trimestre precedente, le persone che hanno dichiarato l’immediata disponibilità al lavoro sono aumentate di 373 unità, mentre rispetto a fine 2012, si arriva addirittura ad oltre 2mila e 500 disoccupati in più! Ma veniamo agli aspetti salienti dell’indagine. Innanzitutto, va rilevato che dei 79.893 disoccupati, 34.722 sono uomini (su una popolazione attiva di 129.896, pari al 26,73%) e 45.171 sono donne (su un totale di “arruolabili” di 135.100 unità, pari al 33,44%). Passando poi al dato relativo ai singoli comuni della provincia, San Pancrazio Salentino si conferma realtà più penalizzata dal punto di vista lavorativo con un tasso pari al 35,52% (+0,57% rispetto al trimestre precedente), frutto di 2.384 disoccupati su 6.711 “arruolabili”. Segue a ruota Brindisi con il 34,01% (+0,54% rispetto a dicembre), Torchiarolo con il 33,74% (1.226 su una popolazione attiva di 3.634). Sopra il 30% troviamo anche Mesagne (33,28%: 5.995 su 18.016), Francavilla Fontana (32,54%: 7.901 su 24.282), Ceglie Messapica (32,10%: 4.290 su 13.364), Latiano (31,63%: 3.055 su 9.659), San Pietro Vernotico (31,21%: 2.767 su 8.863) e Cellino San Marco (30,87: 1.340 su 4.341). Ben nove comuni su venti, quindi, sono già sopra la soglia del 30%. Scendendo al di sotto, si annoverano: Oria con il 29,66% (3.021 su 10.187), Villa Castelli con il 29,26% (1.858 su 6.350), Sandonaci (27,80%: 1.209 su 4.348), Erchie (27,57%: 1.654 su 6.000), San Vito dei Normanni con il 27,35% (3.525 su 12.885), Ostuni con il 27,04% (5.600 su 20.711), Cisternino con il 26,28% (1.961 su 7.461), Torre Santa Susanna con il 25,69% (1.892 su 7.365), San Michele Salentino con il 24,71% (1.010 su 4.087) e Carovigno con il 24,57% (2.743 su 11.166), mentre il comune meno penalizzato è ora Fasano che tuttavia, se fino a dicembre 2013 aveva compiuto passi da gigante (passando dal 26,86% del mese di marzo al 23,92% del trimestre successivo, al 23,96% di settembre e appunto di dicembre), nell’ultimo rilevamento di marzo ha compiuto un nuovo passo indietro, salendo al 24,14% (6.456 disoccupati su un totale di 26.744). In relazione al capoluogo, va aggiunto che dei 20.006 disoccupati, 8.412 sono uomini (su un totale di 28.560, con un tasso del 29,45%), 11.594 sono donne (su un dato complessivo di 30.262 unità, pari al 38,31%). Per quanto riguarda, infine, il numero di persone immediatamente disponibili al lavoro - divisi per fasce d’età - i più penalizzati risultano essere i residenti della provincia con età compresa tra i 45 e i 54 anni: sono 14.538 con una percentuale del 18,19%. A ruota, seguono gli “over 55” con 13.510 (pari al 16,91%), poi la fascia d’età compresa tra i 30 e i 34 anni (11.102, pari al 13,89%), quella tra i 35 e i 39 (10.589, pari al 13,25%) e tra i 20 e i 24 anni (9.384, con una percentuale dell’11,74%). 19 Csi in Festa 18 Maggio 2014 L’EVENTO Tutto pronto per il grande incontro di sabato 7 giugno Il mondo del “piccolo” sport pronto a tifare per Papa Francesco L’ incontro tra il Papa e il Csi è qualcosa di naturale. È sempre stato così sin dalle origini. Il fondatore dell’Associazione, Luigi Gedda, fu spesso ricevuto da Pio XII. I due Papi che saranno beatificati domenica prossima erano grandi amici del Csi. Di Giovanni XXIII si ricorda ancora il messaggio al VI congresso nazionale del Csi, il 26 aprile 1959, un discorso lungo e appassionato. Giovanni Paolo II ha incontrato il Csi 17 volte nel corso del suo lungo pontificato e alcuni passaggi sono rimasti “storia viva” della nostra associazione. Il prossimo 7 giugno sarà la volta di papa Francesco. In occasione del 70° di fondazione del Csi (1944-2014), papa Francesco ha accettato con gioia ed entusiasmo di tra-sformare piazza San Pietro in una grande “area sportiva”, che accoglierà più di 50mila ragazzi, ragazze, dirigenti, allenatori, arbitri e animatori provenienti dalle società di tutta Italia. Invitate, lo ricordiamo, sono tutte le società sportive (non solo quelle del Csi) che hanno a cuore l’educazione dei ragazzi e dei giovani. Il Coni ci è stato molto vicino (lo ringraziamo davvero) e stessa cosa ha fatto l’Anci, l’associazione dei Comuni italiani. In tutto il Paese ci sono grande attesa ed entusiasmo per questo incontro. Non esiste regione o provincia dove le società sportive non siano già mobilitate per arrivare a Roma e incontrare e abbracciare papa Francesco. Chi arriverà in treno, chi farà carovane di pullman, chi viaggerà con furgoncini della società e macchine dei genitori, chi con staffette in bicicletta e chi addirittura a piedi. Ad oggi gli iscritti ufficiali superano i 18mila (registrazione sul sito www.societasportivedalpapa. org) ma sap- piamo che saremo molti di più. La piazza sarà una festa a partire dai colori. Tutti indosseranno la loro maglietta di gioco (quella della società sportiva) e ciascuno potrà portare bandiere, striscioni o altre forme di visibilità del suo gruppo sportivo. Il sagrato sarà invaso dai ragazzi (uno per ogni società sportiva presente in piazza). Dalla mattina sarà attivo un villaggio dello sport (nella zona di via della Conciliazione) con la possibilità di giocare e divertirsi per tutti. Incontrare papa Francesco è una grande emozione. Su questo non c è dubbio. Ma non si tratta solo di questo. Saremo in piazza San Pietro per fare festa. Ma saremo lì anche per dire al Papa che può contare su di noi come educatori e che ci prendiamo con entusiasmo e sino in fondo la responsabilità di educare i ragazzi alla vita attraverso lo sport. Saremo lì anche per fare il tifo per papa Francesco, per dirgli che il suo modo di agire nella Chiesa e nell’Umanità ci piace tanto, e che nel nostro piccolo il popolo dello sport di base gli è vicino. Saremo lì anche per presentare al Papa “il volto umano dello sport”, con brevi ma significative testimonianze ed esibizioni che parlano di uno sport che vuole far vincere i valori della vita. Non resta che gustare l’attesa del tempo che ci separa dal 7 giugno. Un incontro tra il Papa e il popolo delle società sportive di base è una delle cose più belle che si possono sognare. Quel giorno diventerà realtà. E l’incontro del 7 giugno resterà come “pietra viva” nella storia della nostra associazione, ma anche nella storia di vita quotidiana di migliaia e migliaia di società sportive. IL DOCUMENTO Il messaggio dell’Arcivescovo “Sentiamoci tutti coinvolti e rispondiamo con sollecitudine” C ari sportivi, Il tempo pasquale ci invita a convertirci alla gioia. Con il fiato sospeso ma con il cuore ricolmo di speranza abbiamo vissuto i giorni della passione, in cui Cristo ha consegnato se stesso per riscattare ognuno di noi dal peccato e dalla morte. Al mattino di Pasqua è iniziata la nostra corsa verso il sepolcro, come Maria di Magdala e i due discepoli: Pietro e Giovanni. Correre, un verbo a voi familiare, che vi consente di raggiungere la meta tanto desiderata e tanto attesa. Un traguardo, che vi fa esultare per il premio conquistato. In questo anno l’evento della Pasqua sarà coronato da un appuntamento eccezionale per tutte le società sportive d’Italia. In occasione del 70° anniversario di fondazione del Centro Sportivo Italiano, il Santo Padre Francesco incontrerà il mondo dello sport. E’ veramente provvidenziale che dopo aver incontrato il mondo del professionismo, il Papa voglia ora incontrare le società sportive di base fino all’ultima società, all’ultima pe- riferia. Questo dimostra quanto Francesco creda nello sport come promozione di umanità e areopago per una nuova evangelizzazione. L’appuntamento conferma e rinnova una lunga tradizione del Csi, che nel corso della sua storia si è stretto più volte intorno ai pontefici in occasione delle proprie ricorrenze fondamentali. Un vero e proprio regalo di compleanno che Papa Francesco vuole estendere non solo al Centro Sportivo Italiano ma a tutti coloro che fanno dello sport una vera festa. Quante zone d’ombra ancora presenti nel mondo sportivo, riproporre l’etica dello sport non significa sognare che i nostri figli diventino campioni ma far si che crescano in umanità. Sentiamoci tutti coinvolti e sabato 07 giugno rispondiamo all’invito di Francesco con sollecitudine, consapevoli che il suo sguardo, la sua voce, la sua benedizione sono i segni della presenza del Cristo Risorto in mezzo a noi. + Domenico Caliandro Arcivescovo MESAGNE Il 25 aprile a Mesagne la VII edizione della manifestazione “Maratona dei popoli”, un grande successo H a riscosso grande successo la settima edizione de “La maratona dei popoli” che si è svolta il 25 Aprile a Mesagne organizzata dal Centro Sportivo Italiano in collaborazione con l’associazione Huipalas e con il patrocinio della Regione Puglia, Comune di Mesagne e Diocesi di Brindisi – Ufficio Sport e Tempo Libero. Il ricavato delle iscrizioni è stato devoluto per la costruzione di pozzi di acqua in Kenya. Il primo classificato è stato Santino Zaminga del “Gymnasium” S. Pancrazio, al secondo posto Vito Scarcella mentre terzo è arrivato Davide Cervellera. La prima delle donne è stata Alessandra De Luca seguita a ruota da Maria Madaghiele ed Elisabetta Bellisario. Ottima anche la performance dei ragazzi. Della seconda batteria hanno vinto Ettore Cagnazzi, Dafne Cutugno e Andrea Neglia. Della terza batteria Andrea Ribezzo, Giulio Cagnazzi e Federico Nacci. Infine della quarta batteria hanno vinto Angelo Vasile, Davide Malvindi e Andrea Borgio. Impeccabile la macchina organizzativa messa in campo dal Centro sportivo italiano che ha funzionato senza nessun inceppamento. Tra i partecipanti due atlete romane e il capogruppo di Nuova Italia popolare, Domenico Magrì, che si è piazzato al 34esimo posto. “E’ per noi motivo di gioia – ha affermato Francesco Maizza, presidente provinciale del CSI - aver visto crescere notevolmente negli anni questo evento, giunto alla settima edizione. L’ultima edizione ha visto raddoppiarsi i partecipanti che sono giunti da ogni parte della regione e che credono fortemente nello scopo solidale dell’evento”. 20 Csi in Festa 18 Maggio 2014 SPORT & VITA Monica Priore, il diabete, le traversate, la “rete” con quanti hanno eguali problemi Nuotare ovvero come non arrendersi di fronte agli ostacoli H a sfidato il diabete, ha sfidato se stessa cimentandosi nell’attività agonistica nonostante la malattia, ed ora è pronta per una nuova sfida. Anzi, una doppia sfida. È la nuotatrice mesagnese Monica Priore: aveva appena 5 anni quando le diagnosticarono il diabete di tipo 1. “A quell’età – racconta Monica - si fa fatica a comprendere ciò che accade; ti accorgi, però, che c’è tanta sofferenza intorno a te. C’è la disperazione dei tuoi genitori che non vogliono accettare la situazione”. Una tegola sulla testa, che rischia di condizionare irreparabilmente la vita. Non quella di Monica. “Ma non è stato facile. Del resto – dice la Priore ancora oggi ci sono delle difficoltà ad integrarsi. Figuriamoci trent’anni fa. Ma è proprio per questo che mi batto: non voglio che i ragazzi diabetici siano costretti a sopportare le pene che ho sopportato io, scontrandosi con il muro di ignoranza mista a compassione che non ti permette di cavalcare i sogni”. Ha iniziato a praticare sport all’età di 11 anni, in una squadra di pallavolo. Si sentiva a suo agio, era come gli altri. Poi, appese le ginocchiere al chiodo, ha messo le pinne ai piedi, affrontando e vincendo gare di nuoto. Le vittorie e le medaglie, però, a Monica non bastavano. Voleva di più, voleva lanciare un messaggio chiaro a genitori, a medici ed istruttori, ed ha iniziato una sua personale e particolare battaglia che l’ha vista cimentarsi in imprese di non poco conto: “Se io sono diabetica ma sono arrivata sul podio, vuol dire che si può fare, che non è giusto sconsigliare ai ragazzi diabetici l’attività agonistica. Se c’è la consapevolezza della patologia ma c’è anche la voglia di farcela, si può riuscire!”. Nel 2007 la decisione di compiere la traversata dello Stretto di Messina: “Troppe volte mi era stato detto no, che non potevo fare determinate cose perché diabetica. Mi son detta: c’è bisogno di compiere qualcosa di eclatante per dimostrare il contrario”. Lo ha fatto. Nel 2010 la traversata “Capri-Meta di Sorrento”: 21 chilometri, sei ore in acqua con un mare grosso, controlli glicemici ogni quarantacinque minuti. Sulla spiaggia di Meta l’attendavano diversi ragazzini diabetici. “È per loro che ho compiuto quest’altra impresa”. Il papà, la mamma ed il fratello sono dalla sua parte, la sostengono, le sono vicini nel corso delle sue imprese: “Francamente all’inizio non erano molto convinti della bontà della scelta di impegnarmi agonisticamente: ma poi hanno capito quanto era importante ciò che facevo”. Dicevamo, all’inizio, delle sue prossime sfide. Nel prossimo autunno, per Mondadori, uscirà un libro in cui Monica spiegherà al grande pubblico come si può convivere con il diabete, come ci si può realizzare, anche nello sport, nonostante la malattia. Per l’estate del prossimo anno, invece, ha in animo di realizzare il progetto “Volare sulle onde della vita”, anch’esso finalizzato a contrastare quelle forme di ignoranza legate al diabete. In ognuna delle regioni italiane compirà delle traversate (in mare, nei laghi, ecc) per sensibilizzare l’opinione pubblica su una problematica così diffusa. In Italia ci sono quasi 4 milioni di diabetici (il 5% di essi è insulinodipendente): “Credo che sia importante – dice Monica con il suo smagliante sorriso - dare a questa gente una speranza ed una nozione essenziale: con l’attività fisica si sta meglio”. Raffaele Romano Libri 22 18 Maggio 2014 23 Cultura 18 Maggio 2014 di Maurice Cocagnac Dehoniane I l presente volume è un estratto del più ampio “I simboli biblici. Percorsi spirituali”, edito sempre da Dehoniane. Nel testo, di agevole e rapida lettura, il teologo domenicano francese si sofferma a descrivere il valore, spesso simbolico, attribuito nella Bibbia al cavallo, l’asino, l’agnello, il capro, la colomba, l’aquila, il leone, il serpente ed i mostri vari, con il conforto di ampie citazioni dei rispettivi passi testuali. Particolare attenzione viene riservata dall’autore al dato linguistico ed esegetico per spiegare il valore allegorico attribuito dal testo biblico ad ogni singola figura di animale presa in esame, e ciò anche con richiami frequenti alle culture limitrofe del popolo ebraico, proprio a dimostrazione di un patrimonio comune che si pone al di là del dato meramente letterale. Infatti, si sottolinea nella prefazione: “pur avendo conosciuto periodi di idolatria, Israele non è mai stato tentato dalla zoolatria, le invenzioni dell’immaginazione restano subordinate a uno scopo spirituale” (pag.6). La suggestiva chiave di lettura dei passi bilici fornita dal volume consente di entrare maggiormente nell’immaginario teologico e metaforico dei testi. Infatti, il ricchissimo apparato simbolico-evocativo biblico ha permeato tutta la cultura occidentale, dai mosaici della Cattedrale di Otranto, alle opere di J. R.R. Tolkien, C.S. Lewis e T.S. Eliot, solo per citare alcuni degli esempi più celebri. Particolarmente pregevoli risultano i capitoli dedicati sia alla lettura parallela delle figure dell’agnello e del capro e sia quello successivo dedicato al drago ed ai mostri vari. Circa il primo, partendo dal rito dell’olocausto, l’autore si sofferma nella lettura che i profeti ne hanno fatto, ed in particolare ai Canti del Servo, sino alla definitiva dimensione cristologica ed apocalittica. Proprio su quest’ultimo aspetto si concentra il secondo, dove la scrittura biblica risulta ricca di immagini di animali fantastici e mostruosi. Afferma l’autore in proposito: “la Bibbia utilizza il mito inserendolo nella rivelazione. L’immaginario fornisce il linguaggio che permette di esprimere la realtà. L’avvenimento concreto rivela così il proprio significato profondo” (pag.72). Ed è questo il compito ben riuscito del libro. (Leo Binetti) Gerusalemme capitale dell’umanità “A di Fouad Twal l termine della lettura, sgorga dal cuore la lode alla misericordia dell’eterno, che trasforma e custodisce i nostri cuori, operando in noi le meraviglie che ha compiuto nei nostri Padri, anche attraverso i sentieri tante volte contorti delle logiche umane, troppo umane”. Così mons. Bruno Forte a conclusione della Presentazione di “Gerusalemme capitale dell’umanità” libro intervista che l’attuale Patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal , propone a cura di Nicola Scopelliti (La Scuola, pp. 269, euro 15,50). “Questo libro è nato dopo diversi incontri avvenuti nel palazzo del Patriarcato Latino attraverso vari colloqui, al termine della recita comune del rosario”, avverte Scopelliti che confessa: “Dialogare con il patriarca della Chiesa madre non è stato per nulla facile. La sua, infatti, è una diocesi piena di contraddizioni, che lui vive con tranquillità, mettendole nelle mani di Colui che può tutto: ‘Se Lui mi ha voluto alla guida della sua Chiesa Madre, sarà Lui a darmi la forza per saperla guidare’, è solito ripetere”. E proprio nella forma dell’autentico colloquio scorrono i 24 capitoli di questa intervista in cui il Patriarca parla di “un diplomatico diventato vescovo”, di come “accogliere la buona novella”, di cosa significhi essere “segretario di nunziatura”, della “nomina a coadiutore del Patriarca”. Ma per il Patriarca è importante riflettere anche sulla “chiamata al sacerdozio”, su come essere “seguaci del Battista” e ancora su “La Chiesa del calvario” e sul “denaro (che) diventa sempre più un idolo”, su “una chiesa viva” e sull’essere “pellegrini sulle orme di Gesù”. Non dimentica peraltro “l’incontro con Paolo VI e Papa Wojtyla”, su come fu “sfiorato l’incidente diplomatico”. Ma così siamo ancora a metà libro-intervista e gli altri dodici capitoli non sono meno interessanti di quelli già riferiti, perché si riflette sulla libertà religiosa in Israele e in tutta quella regione, sul dialogo interreligioso, e si conclude che “l’evangelizzazione è il cuore del Medio Oriente”. A libro chiuso è agevole condividere la conclusione di mons. Forte e magari vi si aggiunge l’osservazione di Scopelliti: “La Terra Santa è una terra dalle mille contraddizioni, ma con una sola certezza: Cristo! È Cristo la nostra pace: ‘Vi lascio la pace, vi do la mia pace’. (Gv 14,27) Basta conflitti! Basta prigionieri! Basta divisioni tra cristiani!” (a. scon.) IL LIBRO La Colomba e il Drago IL LIBRO IL LIBRO CHIESA DELL’ANNUNZIATA L’11 aprile ripresentato al pubblico dopo un accurato intervento conservativo L’umanità di Dio di J. Maria Castillo umanità di Dio (La meridiana, 2014, pagg. 120, euro 14,50) è una riflessione di José Maria Castillo sul modo tradizionale che la teologia cattolica occidentale utilizza per parlare di Dio. L’autore sceglie un approccio graduale al tema: «Non è mai stato facile parlare di Dio con precisione. […] Dio non appartiene a questo mondo, […] né possiamo conoscere come è Dio “in sé stesso”». Eppure l’autore osserva che noi «non abbiamo rinunciato alla ricerca di Dio». Come fare a parlare di Lui? Per Castillo una certa teologia occidentale esalta il divino e annienta l’umano, per cui si rompono «l’unità e l’omogeneità del reale, della vita, delle persone, delle cose che ci circondano e delle situazioni che viviamo». Le difficoltà si registrano anche all’interno del Cattolicesimo, che sembrerebbe racchiuso in una «mistica dell’obbedienza», per cui «obbedire a Dio significa obbedire alla Chiesa» e questo, secondo l’autore, ha toccato l’apice «nei pontificati di Pio IX e di Giovanni Paolo II». Qui si inscrive la vicenda biografica di Castillo, sacerdote gesuita nato nel 1929, allontanato dall’insegnamento della teologia nel 1988 e che nel 2007 ha abbandonato la Compagnia di Gesù. Fino a oggi Castillo continua a scrivere articoli di teologia su accreditate riviste e interviene in dibattiti a livello internazionale. Dopo l’accusa, l’autore presenta la sua tesi: «Il centro del cristianesimo non è Dio, ma Gesù». Parole forti, che chiedono una spiegazione: «Il centro del cristianesimo è Gesù, con il quale entriamo in relazione mediante l’etica al servizio della misericordia». Castillo arriva a dire, riprendendo Bonhoeffer, che «Dio in Gesù non si è incarnato nel sacro e nemmeno nel religioso. Dio in Gesù si è incarnato nell’umano»; «Dio lo incontriamo nella libertà umana, nell’amore umano, nel rispetto per gli altri, nella prossimità a tutto quello che c’è di veramente umano nella vita». L’umanità di Dio è un libro che tratta in poche pagine un argomento corposo. La prosa è scorrevole, il lettore viene risucchiato dalle argomentazioni teologiche, che però lasciano a volte lo spazio in maniera troppo netta alle esperienze autobiografiche. Lo scritto è destinato a chi già conosce la storia della Chiesa e gli argomenti più dibattuti della teologia contemporanea, dall’escatologia alla cristologia. Per gli studiosi e i sacerdoti il libro può risultare un valido strumento con cui aggiornarsi. L’ (Andrea Giampietro) Restaurato il Calvario Francescano di Ostuni V enerdì 11 aprile scorso in Ostuni, alla presenza dell’Arcivescovo, Mons. Domenico Caliandro e del parroco, don Giovanni Apollinare-Flore, il “Calvario” dell’Annunziata, dopo diversi interventi, grazie ad alcuni benefattori, è tornato alla fruizione spirituale dei fedeli e culturale dell’intera comunità, dopo un accurato restauro. Riecco il maestoso Crocifisso scolpito, tra il 1693 e il 1696, dal calabrese, Angelo da Pietrafitta, frate minore laico Riformato che dimorò nel convento ostunese dell’Annunziata nella seconda metà del XVII secolo e che ha tramandato la cultura della pietà popolare espressa nell’ascetismo francescano della croce. L’opera fa parte del seicentesco «Calvario francescano», costituito dalle statue lignee della Madonna e di S. Giovanni Evangelista, di fattura - e quindi anche di datazione - antecedente al Crocifisso. Ed il gruppo è allocato nella prima cappella ricavata nella navata laterale destra della Chiesa parrocchiale di «Maria SS. Annunziata», utilizzata oggi per ospitare quest’opera. Il restauro è stato eseguito da Francesca Marzano di Brindisi che, con l’autorizzazione della Soprintendenza per i Beni storici, artistici ed etnoantropologici di Bari, sin dal novembre del 2011, ha dato inizio al complesso intervento di recupero dopo un fase di saggi stratigrafici, scelta dei solventi, indagine chimico-stratigrafica ed un accurato studio diagnostico sotto la direzione della dott. Rosa Lorusso (funzionario responsabile dell’istruttoria) e coadiuvata dalla restauratrice dello stesso ufficio, Cristina Tiberini. Il Crocifisso ligneo si presentava in cattive condizioni conservative (al contrario delle due statue) con distacco di vernice che faceva trasparire gli originali colori bluastri e i diversi interventi di “restauro”, avevano “completamente ricoperto il corpo del Cristo con pesanti e spesse stuccature bianche e e compatti strati di colore e porporina che, si suppone, abbiano indurito notevolmente le linee plastiche degli strati originali oltre ad aver alterato la cromia con la vernice utilizzata”. «Durato oltre due anni, ha ripreso i suoi colori originari e ora splende nella sua bellezza e, soprattutto, richiama alla devozione popolare – ha detto don Giovanni Apollinare Flore - . È un’opera della fine del XVII sec. realizzata da Angelo da Pietrafitta, umile frate francescano della Calabria cosentina che ha dedicato la vita e la sua maestria d’arte a scolpire il legno realizzando, a grandezza naturale, crocifissi e questo dell’Annunziata è un’opera nata dalla fede dell’artista per rafforzare la fede del popolo degli umili e dei poveri in Gesù Cristo morto per amore, uomo nella speranza. Nella chiusura egoistica l’uomo per debolezza e fragilità non riconosce l’Altro e gli altri come compagnia, Gesù con la sua Incarnazione e la sua morte rivela la vicinanza di Dio all’uomo. L’esperienza di fede nata da San Francesco d’Assisi ha influenzato non solo il periodo storico ma anche il cammino di tutti coloro che si rifanno alla spiritualità francescana. Il Crocifisso racchiude l’esperienza di Dio che ama l’umanità e non esita a donare il suo Figlio come Amore». Il Calvario ebbe grande diffusione nel XVII sec. essendo strettamente connesso alla Via Crucis (pratica liturgica di devoto pellegrinaggio davanti a 14 cappelle che terminava di solito dinanzi all’altare del Crocifisso) e i francescani, in linea con la loro tradizione, corredavano le loro chiese con il presepe ma, soprattutto, con il cosiddetto “Calvario francescano” composto dal crocifisso di proporzioni naturali con ai lati la Vergine Addolorata e S. Giovanni Evangelista o sostituito da statue di altri santi in particolar modo con riferimento al Poverello d’Assisi. DENTRO LA NOTIZIA Alle origini dell’opera conservata in Ostuni P.Angelo da Pietrafitta, quel frate mistico e le sue sculture da contemplare «I l Crocefisso è scoltura di fr. Angelo da Pietrafitta laico Riformato della Calabria Cosentina, di cui la città molto gode, ricorre(n)do in ogni travaglio alla di lui Santa, ed infinita Pietà». Dovette predicare un Quaresimale in tardissima età a Venezia, il P. Bonaventura Quarta da Lama, per poter avere in ricompensa casse di caratteri tipografici e fogli di carta e quindi far stampare dal Chiaritti, nella «sua» Lecce, la seconda parte della «Cronica de’ Minori Osservanti della Provincia di S. Nicolò», dando così duratura certezza alle sue ricerche rimaste sino ad allora su fogli manoscritti. Tra queste, anche la storia e le sorti del convento ostunese, «stimato il più bello della Provincia, sì per l’aria assai buona - scriveva ancora -, mentre stà piantato sù d’un’erta Collina, sì anche perchè si vede non solo dal Dormitorio di sopra, ma anche dalla Porteria la Città tutta coll’Oliveto, e ’l Mare Adriatico, strada per chi passa per Brindisi, S. Cataldo, e Levante, per chi và per Fiume, Ancona, Venezia, ed altre Città dell’Italia». Poco prima, il P. Bovanentura aveva annotato: «Quanto dunque v’è di bello nel Monastero, è tutto fatica de Riformati, a’ quali la Città contribuisce un carlino al giorno per pietanza, dimorando di famiglia 20 Frati». Ma chi c’era dopo il 1693? I nomi servono a poco, tranne quello del frate Angelo da Pietrafitta che - richiesto in Puglia dal ministro provincia p. Gregorio Cascione da Lequile - vi fece tappa in quel lasso di tempo, probabilmente assieme a suoi collaboratori, per realizzare una delle sue opere più significative: il Calvario, appunto, che è stato presentato ufficialmente dopo un competente ed adeguato restauro finanziato dal mecenatismo e - perchè no? - dalla devozione di christifideles e con un catalogo con scritti della restauratrice di Vincenzo Lorusso ed Enza Aurisicchio e con foto di Giuseppe Sacchi. «Mentre mancano i connotati delle due sculture precedenti, molto noto e di sicura attribuzione si rivela il Calvario francescano, composto dal Crocifisso e dalle statue di Maria e di S. Giovanni», ha scritto in anni più vicini a noi il P. Francesco Benigno Perrone, quando studiò i «Conventi della Serafica Riforma di S. Nicolò in Puglia» e - per dare maggiore distacco alla cifra stilistica del frate calabrese, che morirà «in Calabria poco prima del 1699» -, ricordò che «in molte chiesine della Serafica Riforma di S. Nicolò», venivano «replicate, ma non letteralmente» le statue della Vergine Addolorata e di San Giovanni, così come vuole appunto il Vangelo di Giovanni (19, 25 - 27), nel quale si legge che «stabant autem iuxta crucem Iesu mater eius et soror matris eius, Maria Cleopae, et Maria Magdalene». Qui però, il versetto appropriato sarebbe il 27: «Cum vidisset ergo Iesus matrem et discipulum stantem, quem diligebat», tradotto plasticamente nel pathos, che promana dal volto dei dolenti e da quello del Cristo. Padre Angelo da Pietrafitta, del resto, non ha meritato un posto nella storia dell’arte sacra del suo secolo (ed una voce nel «Dizionario biografico degli Italiani»), proprio per questo suo stile, in qualche modo innovativo, dettato dall’«addolcimento del modellato», rispetto all’opera del «caposcuola degli artisti francescani meridionali», che fu fra’ Umile da Petralia-Soprana? E l’addolcimento dei volti è proprio una delle «firme» dell’autore, assieme alla barba discriminata ed ai capelli del Crocifisso. Non solo: ci sono le piaghe del costato e le tumefazioni del corpo di Gesù che - oltre le fonti scritte - rendono riconoscibile l’opera di questo artista. Egli ha educato alla fede generazioni di cristiani: la singola opera di P. Angelo è una sorta di meditazione sulla Passione, più di tante frasi le sue sculture sono un capitolo della «Biblia pauperum». E la presentazione ad Ostuni è giunta davvero in modo provvidenziale: la si può leggere in sintonia con una mostra romana - «I Papi della speranza» - in cui si pone in evidenza come l’arte sacra del ‘600 «elabora un nuovo linguaggio emozionale, dove le pennellate si fanno vibranti, le composizioni piene di movimento e l’iconografia più coinvolgente». Eguale discorso può cogliersi nelle sculture e non si è lontani dal leggere in esse la teologia tridentina. Un esempio per tutti: poche righe del «Decreto sulla giustificazione» (sessione VI, 13 gennaio 1547), in cui si afferma: «Perciò il Padre celeste, padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione (...) mandò agli uomini Gesú Cristo, suo figlio (...) affinché (...) tutti ricevessero l’adozione di figli. Questo Dio ha posto quale propiziatore mediante la fede nel suo sangue, per i nostri peccati, e non solo per i nostri, ma anche per quelli di tutto l’universo». (a. scon.)