Supplemento a Ross zétar d’Rumagna - N.62 - Anno 32° - n.1 - Marzo 1999
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La stalla
I profumi della campagna
di Sante Samorè
All’inizio del XX secolo, e fino ai primi anni 50,
quando sono comparsi i primi trattori, in tutte le
case di campagna vi era la presenza della stalla, con
relativo bestiame bovino: i buoi, le vacche e i vitelli. I
buoi che solitamente venivano utilizzati in coppia “un
pér ad bù”, rappresentavano l’unico motore
disponibile per il traino del carro agricolo e
dell’aratro. L’aggancio veniva fatto tramite il giogo
“e’ zov”, posto sul collo degli animali. Si usava
incitare “zarler” i buoi al lavoro con lo schiocco della
frusta o con l’uso della voce.
Le vacche davano il latte, prezioso alimento, ed
inoltre materia prima per fare il formaggio che
serviva per nutrirsi, ma anche per venderlo, e
incassare un po’ di soldi. I vitelli, infine, in parte
andavano a sostituire i capi vecchi, e in parte
andavano venduti ai macellai per ricavarne carne. In
Romagna era diffusissima la razza bovina
Romagnola, scarsa per quanto riguarda la resa al
macello, ma molto rustica e resistente alla fatica.
Nelle grosse aziende agricole vi erano diverse paia
di buoi, un solo paio nelle realtà più piccole. Non era
raro allora vedere i contadini che con il loro paio si
aggregavano a quello dei vicini, riuscendo in questo
modo a trainare l’aratro ad una maggiore
profondità, rendendo così il terreno più produttivo.
Tutta l’attività agricola ruotava attorno alla stalla. Si
di Luisa Calderoni
Scegliere di vivere in un piccolo paese di
campagna dove ci si conosce tutti, dove l’attività
lavorativa e produttiva è prevalentemente legata
all’agricoltura senza fare gli agricoltori comporta
una scelta che è affettiva e che dimostra il legame
a questo mondo vitale e a questo ambiente.
Ma anche per chi qui è nato e adesso vive in città
la campagna è un luogo dove si può tornare per
trascorrere momenti piacevoli, per riscoprire cose
vissute o anche solo col ricordo.
Abbiamo pensato di provare a fare un cammino
insieme per riscoprire elementi quotidiani che
caratterizzano la vita della campagna: i profumi, i
colori, i suoni, aspetti unici che apparentemente
sembrano scomparsi, ma che sono invece sempre
vivi e che neppure il tempo cancella in quanto il
ciclo delle stagioni resta immutato.
Nella moderna dimensione di vita di molte persone
spesso segnata da ritmi frenetici non si ha più il
tempo o forse la voglia di fermarsi a guardare le
meraviglie della natura e a riflettere su quello che
esprimono ne’ di insegnare ad un bambino ad
apprezzarle.
Questo è allora un invito a ritrovare il piacere di
scoprire la natura in modo più intenso oltre allo
sguardo fuggevole, rivivere sensazioni che non si
possono decrivere, ma si devono provare.
Oggi molti girano in auto anche in campagna e
quindi non c’è tempo e modo per fermarsi a
guardare un prato fiorito e cogliere un fiore e con
il gesto più naturale metterlo vicino al naso per
odorarlo. Seguendo il ciclo delle stagioni il primo
pensiero è che l’arrivo della primavera è
annunciato dall’aria che diventa meno fredda e
che assorbe il profumo della natura che si sveglia.
Poi la terra, i fiori, le piante, il profumo delle violette
di campo e di giardino, proprio le prime che
(Continua a pagina 3)
(Continua a pagina 8)
1
Dri l'irola
sradicato il vizio del gioco d’azzardo praticato nelle
case e che lo stesso sarebbe stato meglio vigilato in
un luogo pubblico.
Queste argomentazioni non convinsero il
Governatore soprattutto per la difficoltà di
controllare quanto sarebbe avvenuto in un luogo
isolato dove, essendo presente un’associazione di
persone di varie condizioni, insieme ai giochi leciti si
sarebbero potuti giocare anche quelli illeciti.
Questa sua preoccupazione fu trasmessa al
Delegato Apostolico a Ravenna il 17 maggio.
La questione fra il Foschi e l’Autorità che aveva
avuto inizio il 4 aprile 1858 si risolse in soli quattro
mesi.
Infatti, l’11 agosto il Direttore di Polizia comunicò al
Governatore che “Per speciale grazia superiore è
L’articolo della signora Ione Silvestroni sulle osterie a
San Pancrazio pubblicato su un precedente bollettino
“Dri l’irola” mi ha ricordato quanto avevo letto in una
pratica di polizia del 1858 (1) che atteneva l’arresto
di Giuseppe Foschi conduttore di Caffè a San
Pancrazio, nella cui bottega furono sequestrate armi
e catturati sei tristi soggetti, tutti della Parrocchia di
San Pancrazio; una delle armi era consimile a quella
con cui era stato commesso un delitto.
Il Caffè fu chiuso, ma si accertò che quella sera
Giuseppe Foschi era presente al banco del Caffè, in
sostituzione del fratello Pietro, al cui nome era
intestata la licenza. E Pietro fece istanza per
ottenerne la riapertura.
Da uno scambio di lettere fra il Governatore di Russi
e la Delegazione Apostolica, cui faceva riferimento il
Direttore di polizia, si traggono utili informazioni. Con
il Governo Pontificio tutto quanto
atteneva ai movimenti e
all’incontro di più persone era
controllato dalla Polizia.
Scriveva, infatti, il Governatore: “Il
stato accordato al caffettiere Pietro Foschi di
S.Pancrazio il permesso del
giuoco lecito nel di lui esercizio”.
Nel ricevere la licenza da
consegnare
dopo
la
regolarizzazione al Foschi, il
Governatore fu altresì invitato a
Caffè esiste in una Parrocchia di
dare le opportune disposizioni di
campagna, lontana circa tre
sorveglianza affinché il Foschi
miglia se non più da Russi, è
stesso non abusasse della
perciò in luogo non facile a
concessione.
sorvegliarsi sia per la suddetta
Volevo ricordare questo episodio
distanza, sia per lo stradale che
del quale non si può andare fieri,
può dirsi poco battuto. D’altronde
che ci da tuttavia notizia della
il concorso è numeroso assai, e
realtà sociale del nostro paese
nelle sere festive si sono contati
con l’esistenza di un bel punto di
circa cinquanta contadini e
ritrovo già a metà del XIX secolo.
quando i coloni tolgono al riposo
Oltre al grande Caffè di Pietro
varie ore della notte per
Foschi ubicato in via Molinaccio
occuparsi del giuoco, ben si
(l’attuale via Randi), che era già
conosce quale e quanta sia la
aperto nel 1858, a San Pancrazio
demoralizzazione ed il danno che
disegno di Maria Giulia Silvestroni
esistevano nel 1865 (2) diverse
si aggravia tanto, se si consideri
licenze
per
lo
spaccio
del vino al minuto. Presso le
al modo di procacciarsi i mezzi per alimentare il vizio
proprie
case,
sempre
in
via Molinaccio, vi erano: lo
del giuoco stesso, quanto se si riflette alla necessità
spaccio
temporaneo
di
Giovanni
Orselli e quello di
in cui trovansi di non potere più occuparsi colla
Stefano
Errani.
Quest’ultimo
con
una licenza che
dovuta solerzia al lavoro de’campi.
precisava
il
divieto
del
gioco
e
l’obbligo
della chiusura
A tutto ciò si aggiunga l’idiotismo che regna nella
all’ora
una
di
notte.
Per
un
periodo
limitato
di tempo
classe rustica e l’abitudine riprovevole di portare
fu
autorizzato
lo
spaccio
di
Domenico
Errani,
armi, cose tutte che in condizioni da determinare
ritenendo
che,
in
occasione
delle
rotte
del
fiume
inconvenienti”.
Montone, ci sarebbe stato uno straordinario
Il linguaggio è duro, irriguardoso per la popolazione,
concorso di operai impegnati nei lavori. Vi era infine
ma è quello che usavano. Il Governatore riteneva
l’esercizio di Felice Ragusi, bottegaio con permesso
pertanto utile che, nel consentire la riapertura, si
di spaccio di vino al minuto, anch’esso operante
interdicesse ogni sorta di gioco e che almeno si
nella casa di propria abitazione.
ordinasse la chiusura giornaliera non più tardi
dell’un ora di notte, per evitare, per quanto possibile
(1) Archivio Storico Comune di Russi,
gli inconvenienti sopracitati.
busta 302/1858, Polizia.
Pietro Foschi “tornò alla carica” lamentando che i
(2) Archivio Storico Comune di Russi,
vincoli posti col permesso di riaprire tornavano a suo
busta 327/1865, Amministrazione, fasc.1.
discapito scemando i suoi utili ed evidenziando che la
proibizione del gioco nel suo locale non avrebbe
2
Dri l'irola
Le ricette della cucina povera di Luisa Calderoni
MARINATA: mettere la saraghina già fritta e fredda
in un tegame, ben composta, prendere del buon
aceto, quello fatto in casa saporito e profumato, farlo
bollire con dentro alcune foglie di salvia e alcuni
spicchi di aglio intero, cuocere per alcuni minuti e
versare tutto ancora bollente sul pesce.
Lasciare marinare almeno 24 ore prima di
mangiarla.
Il pesce non è sempre stato un alimento molto
presente nelle tavole della famiglia contadina perché
l’economia domestica non prevedeva l’acquisto di
generi alimentari non indispensabili.
Poi è arrivato il tempo in cui i frutti della campagna si
sono incontrati con quelli del mare. E’ apparso il
pesce azzurro, il più comune del nostro mare e il suo
prezzo generalmente accessibile a tutti.
Fare il pescivendolo è diventato quindi un mestiere:
“e’ pisèr” andava in bicicletta a Porto Corsini a
prendere il pesce, “saraghina e pavaraz” passando
poi di casa in casa per venderlo.
Ho scelto la saraghina perché è buona e si trova
ancora nei mercati a prezzi bassi.
La saraghina fresca si può preparare in diversi modi,
vi presento quelli più semplici e gustosi.
IN GRATICOLA: mettere la saraghina in un grande
vassoio con pane grattugiato fine, olio, sale e pepe,
impanare bene. Disporre poi i singoli pesci sulla
graticola uno vicino all’altro, non si devono più
toccare, vanno girati tutti insieme perciò è bene
usare o una graticola doppia o due graticole una
sull’altra.
Mettere sulla brace e cuocere. Servire calda
accompagnata da fette di limone.
INT LA LICHERDA: mettere il pesce in una teglia da
forno “la licherda” ben allineato, aggiungere olio, sale
e pepe e infornare. A piacere si possono mettere
cipolline piccole bianche o anelli di cipolla che vi
assicuro sono molto buoni amalgamandosi durante
la cottura col sapore del pesce. Si può spruzzare a
piacere sul pesce succo di limone.
Va lavata accuratamente, si può togliere la testa e
svuotarla, ma a piacere e secondo i gusti si può
lasciarla anche intera. Scolarla bene.
FRITTA: infarinare il pesce unendo la coda di una con
la coda di un’altra, mettere lo strutto nella padella di
rame, fare bollire, gettare il pesce, girare
attentamente perché non deve rompersi.
Quando è cotta togliere con l’apposita ramina e
posare sulla carta gialla in modo che perda l’unto,
salare con sale fine, mangiare calda, se piace
spruzzare sopra il succo di limone.
UN CONSIGLIO: quando mangiate la saraghina, in
qualsiasi modo sia cucinata, non preoccupatevi di
essere raffinati, ma di gustare quello che mangiate,
quindi non usate la forchetta ma le mani; questo è il
mio consiglio poi ognuno decida come fare.
essere stato lavato nel fiume.
Il grano simbolo del pane quando matura profuma
fino ad arrivare al giorno della mietitura in cui si
mescolano gli odori dei chicchi con quelli della pula
e della paglia. Quante volte i bambini in campagna
hanno giocato a nascondino dietro ai covoni.
Provate a fare un giro in bicicletta nel mese di
giugno sull’argine del fiume, sentirete l’odore
dell’acqua e quello della vegetazione che
assumono diversa intensità in rapporto alle
condizioni atmosferiche e all’ora del giorno, molto
diversi se è piovuto, se il sole è alto o se si è al
tramonto.
In autunno il mosto che sale nei tini odora l’aria,
poi arriva l’odore acre che esce dai camini che
cominciano ad essere accesi la sera per riscaldare
le stanze, ogni tanto si diffonde nell’aria il profumo
delle carni cotte sulla brace: “Senti, si cuoce la
pecora, la pancetta, la salsiccia”.
Il calicantus, pianta molto diffusa nei giardini del
nostro paese in diverse forme e intensità di colore,
invita ad essere annusato ed è quello che
preannuncia il letargo della natura.
Anche il gelido inverno, apparentemente inodore ha
i suoi profumi: quando l’aria fredda penetra nelle
narici ci costringe ad annusarla.
I profumi della campagna (Continua da pagina 1)
fioriscono sono le più belle e le più odorose. Chi
non ricorda di aver raccolto lungo i fossi mazzi di
violette circondate dalle foglie e legate con un filo di
cotone per metterle in un bicchiere sul camino o
davanti all’immagine della Madonna?
Le siepi di biancospino, arbusto non troppo bello,
che spesso segnava il confine fra le proprietà che
ha un fiore piccolo, nascosto fra i rami, le foglie, gli
spini, per certi aspetti intoccabile ma che si fa
notare per l’intensità del suo profumo.
L’erba che cresce si rigenera, si bagna di rugiada,
al momento in cui è falciata emana un odore quasi
acre, per poi arrivare all’erba medica, “la
spagnêra”, che dopo essere stata tagliata resta
sulla terra ad essicare fino a diventare profumato
fieno.
Poi i narcisi, i lillà, i glicini e le rose.
Come rimanere indifferenti di fronte al profumo
che emanano gli albicocchi e i peschi quando i
frutti sull’albero sono maturi e quello dei fiori delle
viti, all’odore dei tigli, dei fiori “de spanacàc” e del
pergolato vicino a casa sotto al quale ci si riposa e
ci si incontra nelle calde sere d’estate.
Mi ricordo il profumo del ranno versato caldo sul
bucato e quello del bucato steso al sole dopo
3
Dri l'irola
“Al spnazoni”, le lavoranti della penna
a San Pancrazio
a cura di Maria Luisa Pironi e Ione Silvestroni
migliore che a casa loro”.
Nel periodo compreso fra la fine dell’Ottocento ed
i primi anni del Novecento per le donne delle
famiglie di San Pancrazio, così come per tante
altre dei paesi vicini, l’occupazione prevalente era
quello di dedicarsi al lavoro dei campi nelle
cooperative dei braccianti agricoli. Era però troppo
breve la stagione lavorativa in campagna e si
avvertiva il bisogno di integrare quelle modeste
entrate per far fronte ai bisogni della famiglia nei
lunghi e freddi periodi invernali.
Alcune riuscirono a trovare un’occupazione
saltuaria a Russi, nella cernita della penna, presso
la ditta F.lli Babini, “i Maistrò”, un avviatissimo
stabilimento per la lavorazione e
commercializzazione del pollame, dei conigli, delle
uova, della cacciagione e della penna sia da letto
che da ornamento nonché da concime, che già a
fine ottocento era diventata un’industria di valore
internazionale e la maggiore in Italia nel settore.
Due dei fratelli Babini ebbero la nomina a
“Cavaliere del lavoro”: Emilio nel 1905 ed il Comm.
Battista nel 1924. Rara onorificenza (istituita
nell’anno 1898 da Re Umberto I°) se si considera
che ogni anno, in Italia, ne vengono nominati 25.
Le donne andavano a Russi in gruppo, a piedi,
calzando gli zoccoli, con partenza al mattino presto
e ritorno a tarda sera, praticamente sempre col
buio.
La figlia di una donna della penna ci racconta:
Arciprete di San Pancrazio dal 1889 al 1911 era
Don Ferdinando Conti, det e’ prit zop, noto per le
attenzioni che aveva ai bisogni economici e sociali
della gente del paese. Egli capì il disagio che un
lavoro lontano da casa per tutto il giorno creava a
queste donne e perciò intervenne presso i signori
Babini per promuovere la creazione di un
laboratorio per la lavorazione della penna in San
Pancrazio. Si adoperò per la realizzazione di un
apposito locale mettendo a disposizione il terreno
di proprietà della Prebenda Parrocchiale ed
ottenendo il contributo della locale Cassa Rurale
(da lui stesso costituita nell’anno 1901). L’edificio
sorse in Via Molinaccio, ora Via Gino Randi, con
magazzino ed ampio laboratorio. Al primo piano del
laboratorio l’Arciprete distribuiva le paghe alle
donne. Sulla facciata dell’edificio appariva una
vistosa scritta in pietra rossa: “Laboratorio in
penna” che fu rimossa solo quando il locale fu in
gran parte destinato a sede del circolo PP (Partito
Popolare). Questo edificio è ricordato ancora oggi
come “e’ palaz dla pena”. Non si conosce la data
esatta dell’avvio dell’attività in San Pancrazio, ne’
il numero delle donne occupate, tuttavia si ha
motivo di credere che per la ditta Babini il
laboratorio di San Pancrazio fosse un centro
importante già nel 1906. Ciò si deduce dalla carta
intestata della Ditta Babini (lettera datata 13
marzo 1906, pubblicata nel volume “Carta
d’impresa”, a cura di Pier Franco Ravaglia), su cui
appare il “Laboratorio di San Pancrazio” insieme a
quelli di Bagnacavallo, Fusignano e Cotignola.
Per ogni laboratorio la responsabilità del gruppo
era affidata ad una di loro detta la “Maestra”, la
quale, oltre alla responsabilità dell’operato delle
“Quante volte ho sentito la zia raccontare le
fatiche di quegli anni! Il momento più bello era
quando andava a pranzo con altre donne a casa di
un’anziana lavorante della Ditta la quale per pochi
centesimi preparava loro un ottimo riso col latte.
Era una festa trovare qualcosa di caldo! Persino
4
Dri l'irola
Per rendere più celere la cernita erano solite con una
mano prelevare le penne ad una ad una dal tavolo e
porle fra le dita dell’altra mano; ogni tipo di penna
aveva il suo spazio e solo quando era colmo si
scaricava nell’apposita cassettina. Nella cernita delle
penne d’oca ogni donna usava fino a venti cassettine.
Le penne rotte, sciupate, da scartare, venivano buttate
a terra e raccolte a fine giornata in sacchi per essere
vendute per uso concime.
Fra le donne della penna ce n’era una che per ridurre il
volume dello scarto saliva sul cumulo delle penne e
scendeva con le gambe coperte di piume. Da qui il
soprannome di “Piciò” che si è portata appresso
allegramente per tutta la vita.
Il compenso per l’attività svolta era commisurato al
peso delle penne selezionate e corrisposto
quidicinalmente o mensilmente. La rivalità fra quelle più
svelte e le altre era inevitabile.
Subito dopo la prima guerra mondiale, in un momento
di intensa attività e quindi di buoni guadagni, il gruppo
delle donne, che a quel tempo superava le cinquanta
unità, ritenne di far dono alla Chiesa di un bellissimo
lampadario in cristallo che fu posto nella navata
centrale sopra alla balaustra. Anche al circolo
repubblicano fu donato nello stesso periodo un elegante
e grande specchio. Sappiamo che il lampadario è
andato distrutto nel crollo della chiesa nel novembre del
1944.
Trascorso il periodo bellico l’attività riprese, ma meno
intensamente, fino ad esaurirsi intorno agli anni ‘60.
Negli ultimi 2 o 3 anni di lavoro, quando le lavoranti
erano anziane, erano i figli o i nipoti a recarsi allo
stabilimento di Russi a prelevare le balle o i sacchi di
penne che venivano selezionate a casa propria.
Le anziane lavoranti che hanno vissuto per intero il
periodo di lavoro della penna, accanto a piccoli episodi
di rivalità e gelosia, amano ricordare i grandi episodi di
solidarietà fra loro e i membri delle rispettive famiglie:
quando una di loro partoriva o si ammalava si
alternavano nel darle assistenza; in caso di morte di un
familiare, oltre alla personale partecipazione, non
facevano mancare un cuscino di fiori.
Al don dla pèna rappresentano un bell’esempio di vita
attiva e di impegno al femminile in attività economicosociale negli anni del grande cambiamento per la
donna, mai prima di allora impegnata nel lavoro al di
fuori delle mura domestiche. Per questo dobbiamo
esserne orgogliosi, senza dimenticare che a loro va
ascritto anche il merito di aver portato il nome dell’
“Atelier” di San Pancrazio in gran parte dell’Europa fin
dai primi anni del Novecento.
lavoratrici e l’obbligo di un’equa distribuzione del
lavoro, doveva curare l’insegnamento della cernita
delle diverse qualità, il cambiamento d’aria nei locali
almeno due volte al giorno, e allontanare le
piumatrici quando venivano spazzati i locali. Le
operaie puerpere non erano ammesse al lavoro, ma
veniva loro affidato lavoro a domicilio.
Il compito del laboratorio di San Pancrazio era quello
di selezionare le penne da ornamento.
La richiesta di queste piume era notevole anche
perché non va dimenticato che erano gli anni della
Belle Epoque in cui sia per i cappellini allora di moda,
sia per le scene ed i costumi delle operette e delle
riviste di tutta Europa erano richiestissime le penne
e piume da ornamento che proprio qui venivano
selezionate per poi subire i trattamenti di
sterilizzazione e tintoria.
Le balle delle penne provenivano in parte dai pelatoi
della Ditta, i pladur dla Ditta, nonché dai mercati
della Romagna e dall’Estero.
Il birocciaio dei Babini portava la penna a San
Pancrazio e si fermava in canonica a suonare la
campana della chiesa per chiamare al lavoro le
donne che rapidamente arrivavano sul posto di
lavoro perchè il laboratorio di San Pancrazio doveva
rispondere alle richieste urgenti che la Ditta
riceveva specie dall’estero.
Ai rintocchi della campana, e’ segn dla pèna, che
consisteva in una suonata a gruppi intervallati di tre
tocchi con la campana grossa ripetuti varie volte, si
vedevano le donne sbucare a piedi dalle varie
direzioni del crocevia della chiesa e dal centro del
paese ed avviarsi frettolose in direzione del
laboratorio. Vestivano di scuro, col fazzoletto in
testa e il grembiale di “rigaden”, le calze di lana o di
cotone grosso fatte a mano: un abbigliamento che
mal si addiceva per eseguire un lavoro sporco e
polveroso.
Le penne ancora imballate venivano poste sui
numerosi tavoli del laboratorio; attorno ad ogni
tavolo operavano due lavoranti, una di fronte
all’altra, sedute su panchetti e circondate da tante
cassettine entro le quali ponevano le penne
selezionate.
Luigi Montanari, “Note storiche e cronache su San
Pancrazio”, a cura della Cassa Rurale ed Arti
giana di Ravenna e Russi, 1989.
G. Colonnelli, “Evoluzione del quadro socioeconomico
tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del
Novecento”, in “Russi, un racconto sul territo
rio”, Longo editore, 1989
Cento anni sul territorio, a cura di C. Liverani
e E. Vita, Credito Cooperativo, Ravenna, 1998
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Dri l'irola
Le lavoranti della penna (al spnazoni)
Babini Carolina
Babini Eugenia
Baccarini Maria
Bezzi Antonia
Bondi Guerriera
Camerani Argia
Camerani Aristilde
Camerani Emma
Camerani Panacea
Camerani Rosa
Casadei Antonia
Casadio Sofia
Cicognani Antonia
Cicognani Ermelinda
Fuschini Luigia
Fuschini Norina
Fuschini Pia
Fuschini Teresa
Galeati Alma
Galeati Maria
Gellini Assunta
Giardini Cesira
Guberti Nucia
Maioli Erminia
Maioli Giovanna
Maioli Pia
Medri Bice
Medri Teresa
Minardi Antonia
Minardi Giulia
Minardi Giuseppa
Minghetti Anna
Minghetti Ida
Minghetti Maria
Minghetti Santa
Miserocchi Maria
Missiroli Santa
Panoni Bruna
Pezzi Zenobia
Placci Norma
Ronconi Udilla
Ronconi Ultetrice
Rossi Santa
Saporetti Alma
Scozzoli Giovanna
Scozzoli Minta
Siboni Ancilla
Silvestroni Giovanna
Silvestroni Maria
Ulivoni Telesfora
Zaccaria Ernesta
Zannoni Luigia
Muritôn
Evgenia d'Nândo Evgenia d'Filê
Balôn
Tugnôna
Viera d'Pôni
Checa d'Camaran
Ristilda d'Picio
Mora d'Camaran - Mora d'Cuchê
Panacea d'Pulac
Gnôna
Tugnina de' Sord
Pipina d'Ghilôti - Pipina d'Chicön
Tugnina d'Zicugnan
Baghí
Gigina de Bofal
Nurina d'Chilôn - Nurina d'Tòci
Pia d'Ulindo
Teresina d'Pala - Teresina d'Tigèr Tugnet
Alma d'Buratêl, maestra
Maria d'Buratêl
Sunta d'Favôn
Cisirôn
Nucia d'Pradâna - Nucia d'Barunzlôn
Erminia de' Bafii - Erminia d'Pôni
Gianina de' Bafii
Pia de' Bafii
Bice d'la Bagarita
Teresa d'la Bagarita
Tugnet d'Binöl
Giulia de' Bofal - Giulia d'Binöl
Liséta d'Braschi
Nuciôn d'Malanca
Capanaz
Maria d'Pumpeio - Piciôn
Sintena d'Malanca
Maria d'Sarafí - Maria d'Pirôn
Aldina d'Turet
Bruna dla Panacea - Bruna d'Pulac
Zanobia d'Caplôn - Zanobia d'Chilôn
Norma d'Tantí
Udiglia d'Giarlè
Nina d'Giarlè
Sunta d'Caséta
Alma d'Fis-cet
Giuvaní
Minta d'Ragi, maestra
Ancila
Gianô d'Giugliaz
Olga d'Giugliaz
Gilda d'Susa
Ernesta d'Strazacânva - Ernesta d'Pléca
Gigeta d'Burasca
Ci scusiamo per le eventuali donne non citate in quest’elenco
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Ringraziamo Don
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I
Quel tintinno diceva:-Era l’estate:
le cicale cantavano sui meli:
bianca famiglia, voi dov’eravate?
risposta ad un nostro invito ci
ha inviato una lunga lettera autobiografica,
con una sua fotografia, di cui vi daremo conto
esaurientemente nel prossimo numero.
Siamo molto grati all’amico e socio appassionato
Ennio Pezzi per l’impegno culturale costante
dedicato al recupero della memoria. Ci ha inviato
la zirudela di Aldo Zama che pubblichiamo.
Il maestro Gigino ha scoperto che anche il Pascoli
è rimasto colpito dalla canapa e dalla tessitura.
Certo nei campi: lunghi e verdi steli
col fiore in cima: ondeggiando allora
non pensavate a diventare dei teli.
Venne l’autunno: usciste d’una gora
umidi e bianchi: bianchi sì, ma canne
dal fiume usciste a riveder l’aurora.
E poi sembraste piccole capanne
là sul greto tra i ciottoli e le ghiaie,
ritte sui piedi delle quattro manne.
La sarà bèla, mo par mè st’usânza
d’sghër una vècia cröla, imbambinìda,
cun la pèll fàta d’rùgh, tott’ingrinzìda,
l’an um piës no! E quand t’aj tàj la pânza
Sonava presso voi nelle pescaie
il cadenzato canto delle rane,
pari a quelle che poi venne dall’aie,
che sëlta fura, fra mudând e cùl,
cöcal, luvên, fìgh secch e cuciarùl,
cun un armes-c d’castâgn e d’purtugàli,
ag göst aj èl? - a dëgh - o forsi am sbàli?
chiaro gracchiar di gramole lontane.
II
Venne l’inverno; e vennero al camino
l’esili nonne, con una gran ciocca
bianca, e ciascuna con un suo piccino;
Forsi a dirì che mè an e’ vöj capì
quell ch’l’è la tradiziôn, quell che vö dì
che, mört l’invéran, e vên la premavera!
Alora, a dëgh, se vên la premavera,
parchè an truvé una dòna zövna e tòsta
cun una ciòpa d’tett tondi d’sta pòsta
e invézi d’strapazzëla e d’stajazëla
fëj du trì cumplimênt, acarizëla,
metti sott al sutân dla ciculëta
dla qualitë piö fêna e dilichëda?
L’è una ròba ch’la piés, ch’l’an fà la moffa
ch’l’ass mâgna a tott’agli ör e pù l’an stoffa!
un piccino che ronza e che non tocca
mai terra, eppure, non va mai lontano,
frullando giù col filo nella còcca.
Con queste rócche venne poi pian piano
lo stridulo arcolaio; e le sorelle
dietro si corsero corsero invano.
E il telaio sonò tra le procelle:
rumoreggiava tutta la contrada
di battenti, di calcole e girelle.
Dopo tanto rumore; alla rugiada,
sul verde prato, in una rosea sera,
dritta e lunga, simile a una strada,
Int i paìs de’ mônd piò prugredì
uss dìs che e’ més ad mërz l’ha la magì;
quindi la ciculëta, nênca lì,
la mett insên un göst piò savurì.
Se la magì la j’è, basta t’la tocca
e t’ sênt ch’l’arìva l’acvulêna in bocca!
Questa, s’avlì, l’è söl una prupòsta,
stugié l’idea e pu am darì l’arspòsta!
c’era la tela; ed era primavera.
III
Sopra le margherite e sopra il timo
stava la tela, e si vedea lì presso
un canapaio nero ancor di fimo.
E la luna pendea sopra il cipresso
e tu guardavi sulla strada, o Rosa,
lunga, e quel campo, dove a quel riflesso
LA FESTA DELLA “SEGAVECCHIA”, di Aldo Zama
Sarà bella, ma per me quest’usanza di segare una
vecchia decrepita, rimbambita, con la pelle rugosa,
ingrinzita, non mi piace! E quando le tagli la pancia che
saltan fuori, fra mutande e culo, noci, lupini, fichi secchi
e cucchiaroli, con miscuglio di castagne ed arance, che
gusto c’è? - dico- o forse sbaglio? Forse direte che non
voglio capire quello che è la tradizione, quel che vuol
dire che, morto l’inverno, arriva la primavera! Allora,
dico, se viene la primavera, perché non trovare una
donna giovane e soda con un paio di tette tonde, così ...
e invece di strapazzarla e di stagliuzzarla farle un po’ di
complimenti, accarezzarla, metterle sotto le sottane
il tuo corredo già nascea, di sposa.
della cioccolata della qualità più fine e delicata? É una
roba che piace, che non fa la muffa, che si mangia a
tutte le ore e non stanca! Nei paesi del mondo più
progrediti si dice che il mese di marzo ha la magia;
quindi la cioccolata, anche lei, acquista un gusto più
saporito. Se la magìa c’è, basta toccarla e senti che ti
viene l’acquolina in bocca! Questa, se volete, è soltanto
una proposta, studiate l’idea e mi darete la risposta!
7
Dri l'irola
La stalla
(Continua da pagina 1)
produceva il fieno, che accumulato in grossi cumuli
“i paìr” serviva a sfamare il bestiame durante
l’inverno. La paglia del grano veniva usata per fare
la lettiera, che a sua volta mescolandosi con le
deiezioni solide e liquide, andava a formare il
letame, sostanza preziosissima che costituiva
l’unica forma di concimazione. La stalla che era
collegata con la casa colonica, era costituita
internamente da una corsia laterale, e dall’altra
parte da spazi, “le poste”, sopraelevati suddivisi da
divisori in muratura o in legno, che ospitavano 2 o
3 animali. Molto importante era l’attività di
rigoverno del bestiame. Ogni mattina ed ogni sera il
bovaro “e’ buver” dava da mangiare, da bere,
portava fuori il letame, metteva la lettiera pulita e
mungeva pure il latte, aiutato dai familiari. Alla sera
poi dopo cena ci si trovava magari con alcuni vicini
“a tréb”, approfittando del leggero tepore prodotto
dagli animali.
Le donne filavano la canapa, gli uomini magari
giocavano a carte. Era questo il modo di
ritemprarsi, prima di andare a riposare, ed essere
pronti ad alzarsi la mattina seguente molto presto,
per un’altra lunga e faticosa giornata di lavoro.
Materiali realizzati da “La Grama”
Non è stato possibile realizzare un “tendone” nel
parco della Scuola elementare di San Pancrazio
per mostrare tutti gli oggetti della collezione nella
stessa area ove ha sede temporaneamente il
Museo. Per fortuna ci sono venuti incontro gli
amici della Cooperativa “La Democristiana” di San
Pancrazio che ci hanno messo a disposizione il
locale dell’ex-cinema.
Non appena l’edificio della Scuola sarà messo a
norma inizieremo l’allestimento delle sale del
Museo affinché siano pronte per essere
inaugurate in occasione della sagra paesana. Ci
aspettano mesi di intenso lavoro attorno al
Museo, ma con l’aiuto dell’Amministrazione
comunale siamo sicuri di allestire un Museo
importante e utile alle Scuole e all’immagine del
nostro Comune.
Domenica 23 maggio 1999
Gita a Ferrara
Partenza ore 8 - Arrivo ore 20
Per informazioni e prenotazioni telefonare
a Ida Miserocchi tel.0544534614
“Quaderni” di testimonianze orali:
-Il Grano e il pane: ieri e oggi;
-Una vita fra la canapa;
-Tessitura che passione!
-Una vita fra i bigatti;
-Una fèta d’furmaj;
Domenica 27 Giugno 1999
Chiesuola di Russi (RA)
“L’evoluzione di S.Pancrazio”
Documentari su:
Casa colonica Fabbri
IL GRANO E IL PANE
-Testimonianze dal Museo della
civiltà contadina;
-Il grano e il pane: ieri e oggi;
-Una vita fra la canapa;
-Latte e formaggio: produzione
casalinga e artigianale;
-Una vita fra i bigatti;
Programma
ore 10.00 Tavola rotonda: “Alimentazione ed
economia in Romagna”
ore 14.30 Dimostrazione della mietitura del
grano a mano, battitura con la
cerchia, macinatura, gramolatu
ra, forno a legna
tradizionale.
ore 15.30 “Il pane più originale”. Gara
non competitiva riservata ai
giovani.
ore 16.30 Musiche popolari e contadine.
Per le pubblicazioni de “La Grama” chiedere
Dri l’irola, supplemento curato da:
Associazione culturale “La Grama”
Via della Resistenza, 12
48020 San Pancrazio (RA)
Tel. 0544534303 - Fax 0544534775
E-mail: [email protected]
Numero di conto corrente postale de “La Grama”
11939485
I dati personali sono rigorosamente personali e
saranno utilizzati solo per l’invio di questa
pubblicazione e di altre informazioni relative alle
La quota 1999 per associarsi
alla “GRAMA” è di lire 20.000
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I profumi della campagna