Istituto nazionale per il Commercio Estero L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia L’Istituto nazionale per il Commercio Estero, con la propria rete di Uffici nel mondo e con le attività di promozione e di assistenza, costituisce un osservatorio sui mercati internazionali al servizio delle imprese italiane. La presente pubblicazione fa parte della collana “GUIDE TEMATICHE” ed è stata realizzata - nell’ambito del Programma Promozionale finanziato dal Ministero del Commercio Estero - dal Prof. Carlo Boffito di Fintesa Studi Paese, con il coordinamento dell’Area Prodotti Informativi e la collaborazione della Banca Commerciale Italiana. Copyright Istituto nazionale per il Commercio Estero Gennaio 2001 [Evgenii] leggeva Adam Smith ed era un profondo economista, ovverosia sapeva valutare come si arricchisce uno stato, di cosa vive, e per quale ragione non gli è necessario l’oro qualora disponga del produit net. [...] Frattanto a un fuoco troppo lento i ciclopi delle campagne riparano con il martello russo il manufatto leggero dell’Europa. Aleksandr Pushkin, Evgenii Onegin, 1825 e 1830 Carlo Boffito L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia Fintesa Studi Paese Gennaio 2001 Istituto nazionale per il Commercio Estero INDICE Indice delle tabelle p. 3 Aspetti salienti p. 5 Elenco delle persone intervistate p.10 L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia p.13 1. Un mercato difficile ma che genera aspettative elevate e esercita fascino sugli operatori. Materie prime e infrastrutture nel lungo periodo 2. Il paradiso del general contractor p.13 p.18 3. Il crollo del sistema economico e politico sovietico (1988/91), il capitalismo selvaggio e le riforme (1992-2000) p.22 4. Crisi finanziaria e ripresa reale p.28 5. Come sarà possibile la crescita durevole degli investimenti ? p.33 Appendice statistica del paragrafo 5 p.39 6. La vittoria di Pirro del made in Italy e il passaggio ai nuovi mercati p.46 7. Il miraggio tecnologico p.54 8. Russificatevi! p.55 9. Le società partecipate p.56 10. La giustizia, i diritti di proprietà e la certezza del contratto p.62 11. Stabilità politica ? p.64 12. Sistema Italia o sistema Germania ? p.66 Appendice A Questionario di riferimento p.73 Appendice B Alcuni dati su commercio e investimenti esteri in Russia p.77 L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 2 Istituto nazionale per il Commercio Estero INDICE DELLE TABELLE Tabella 1. Specialisti che hanno completato corsi di istruzione professionale superiore p.34 Tabella 2. Principali variabili economiche p.34 Tabella 3. Alcuni dati di base attinenti agli investimenti p.41 Tabella 4. Struttura e variazioni percentuali della produzione industriale p.41 Tabella 5. Investimenti nazionali e esteri p.42 Tabella 6. Investimenti in capitale fisso per settori dell’economia p.42 Tabella 7. Investimenti in capitale fisso per settori dell’industria p.43 Tabella 8. Investimenti in capitale fisso per fonti di finanziamento nel 1999 e 2000 p.43 Investimenti in capitale fisso per settori e fonti di finanziamento nel 1999 p.44 Tabella 10. Investimenti in capitale fisso nell’industria per fonti di finanziamento p.44 Tabella 11. Investimenti in capitale fisso per forma di proprietà nel 1999 p.45 Tabella 12. Alcuni dati sul commercio dell’Italia con la Russia p.47 Tabella 13. Reddito mensile procapite dei diversi gruppi della popolazione russa nel primo semestre 2000 p.52 Tabella A1 Gli investimenti esteri diretti in Russia p.77 Tabella A2 Contributo degli investimenti esteri diretti agli investimenti totali in capitale fisso (in %) p.78 Investimenti esteri diretti in Russia: confronto tra le statistiche russe e quelle del Fondo monetario internazionale p.78 Investimenti esteri in Russia (1994-30 settembre 2000) per paese investitore p.79 Distribuzione settoriale degli investimenti esteri in Russia nel 1999 e a gennaio-settembre 2000 p.80 Tabella A6 Dati generali sul commercio estero della Federazione russa p.81 Tabella A7 Esportazioni e principali clienti della Russia p.82 Tabella 9. Tabella A3 Tabella A4 Tabella A5 L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 3 Istituto nazionale per il Commercio Estero Tabella A8 Importazioni e principali fornitori della Russia p.83 Tabella A9 Commercio estero della Russia e posizione della Germania e dell’Italia all’interno di esso p.84 Composizione merceologica del commercio estero della Russia (esclusa la Csi) nel 1997 e nel 1999 p.85 Prime due esportazioni della Russia verso i suoi principali partner commerciali dell’Ue nel 1999 p.86 Tabella A10 Tabella A11 L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 4 Istituto nazionale per il Commercio Estero Aspetti salienti Questa ricerca è stata resa possibile dal sostegno dell’Istituto nazionale per il Commercio Estero e della Banca Commerciale Italiana; essa è il risultato di 61 interviste a operatori con grande esperienza del mercato russo. Da questo materiale viene tratta una valutazione della natura e delle prospettive dell’economia russa, della presenza italiana e dell’efficacia del sistema di promozione e di sostegno degli investimenti italiani. Nella parte conclusiva vengono identificate alcune aree di cooperazione che sembrano particolarmente promettenti. Dopo la caduta del comunismo il mercato russo ha offerto alle imprese italiane diverse opportunità, che in parte sono state sfruttate e in parte sono andate perdute.Negli anni ’90 ha avuto luogo prima di tutto una straordinaria crescita delle importazioni russe di beni di consumo. Gli italiani si sono inseriti rapidamente in questo mercato di prodotti di qualità elevata, nel quale la domanda è esercitata da una fascia ristretta di consumatori a reddito elevato o molto elevato. Tuttavia, in questa loro penetrazione del mercato russo le imprese italiane non hanno costituito punti fermi, non hanno cioè investito nella rete distributiva in modo da consolidare la loro posizione dall’interno, limitandosi a costituire piccole società partecipate che non hanno avuto grande fortuna. Lo sviluppo delle città di Mosca e San Pietroburgo e l’omologazione ad esse del resto del paese genera aspettative di grande crescita della domanda di infrastrutture. Nel frattempo i produttori italiani di infrastrutture hanno effettuato investimenti di posizionamento per osservare l’andamento del settore e sfruttare le occasioni offerte da progetti per ora essenzialmente sorretti dagli organismi finanziari internazionali. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 5 Istituto nazionale per il Commercio Estero Nel campo manifatturiero è attivo un gruppo di imprenditori italiani che opera con modalità opposte a quelle dei mercanti puri. Si tratta degli imprenditori che si sono russificati, che hanno raccolto la sfida dell’economia russa accettandone le regole del gioco e assumendo quindi all’interno di essa una posizione che permettesse di cogliere per primi le opportunità da essa offerte. Gli imprenditori russificati si sono specializzati in alcuni tipi di impianti per la cui vendita hanno allestito in tutto il paese un’organizzazione distributiva consolidata da servizi di assistenza; in un momento successivo alcuni di essi sono passati all’offerta diretta dei prodotti dei loro impianti. Il grado di russificazione costituisce un criterio importante per classificare gli imprenditori italiani sul mercato russo. In una posizione (a russificazione zero) opposta a quella degli imprenditori russificati si collocano quegli operatori, essenzialmente le banche e le grandi multinazionali che considerano, in sintonia con i massimi esperti del settore, il sistema normativo e le strutture della giustizia inadeguate per svolgere propriamente un’attività economica. E’ curioso che questa opinione non sia condivisa dai giuristi che svolgono attività professionale in Russia, secondo i quali il diritto scritto è buono e quello applicato sta velocemente migliorando. Quest’ultima opinione è parzialmente condivisa dalle imprese, che hanno verificato una crescente correttezza ed efficacia delle sentenze dei tribunali. Va inoltre detto che nessuna delle persone intervistate, nonostante alcune di esse abbiano subito minacce e vissuto momenti difficili, ha detto che il mondo dell’arbitrio e della prevaricazione è in Russia tale da impedire di operare. L’inadeguatezza del sistema giuridico non ha inoltre impedito che dopo la crisi dell’agosto 1998 la svalutazione del cambio creasse le condizioni per una svolta nella presenza italiana in Russia: l’accesso diretto al mercato russo di una grande impresa, media multinazionale a livello europeo; tale multinazionale non è certo definibile russificata, ma dispone di una grande esperienza commerciale già fatta in Russia. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 6 Istituto nazionale per il Commercio Estero Fino all’arrivo della grande impresa gli investimenti italiani in Russia erano effettuati con poche eccezioni (per esempio quella di una multinazionale media a livello globale che ha avuto però problemi con i soci russi) da alcune centinaia di piccole imprese, la cui attività sfugge alla rilevazione statistica corrente e anche, nel suo complesso, al filtro informativo delle istituzioni e delle banche italiane di Mosca. Si tratta prevalentemente di società partecipate, non interamente controllate, nonostante in questo campo siano state fatte dagli operatori italiani esperienze molto negative, in base alle quali il parere dei consulenti è oggi quello di non accogliere soci russi, ma di costituire imprese controllate al 100 per cento. Nello stesso tempo, tuttavia, alcuni operatori ritengono i soci russi necessari; in questi casi per assicurare la convivenza devono essere imposte e accettate regole ferree. Molti operatori lamentano che le diverse componenti dell’imprenditoria e le diverse istituzioni che compongono il sistema Italia non si muovano con sufficiente coordinazione e determinatezza rispetto ad alcuni nostri concorrenti. Il sistema Italia non è abbastanza un sistema, dicono ironicamente alcuni operatori. Questo scetticismo sul contributo del sistema-paese Italia, che si rileva anche in altre aree geografiche, è un aspetto tradizionale dei rapporti tra imprenditori privati e strutture pubbliche e andrà soltanto lentamente attenuandosi, nonostante l’accresciuta visibilità a Mosca delle istituzioni italiane (più frequenti visite ufficiali a diversi livelli, fondazione di associazioni private con riconoscimento pubblico formale o di fatto) e il processo di riforma degli strumenti di politica economica estera. Analoga valutazione può essere fatta per l’utilizzo da parte degli imprenditori italiani degli strumenti promozionali e finanziari europei, anch’esso in lenta espansione verso i livelli toccati dai paesi più dinamici. Qualche progresso si sta avviando, dopo un periodo di regresso, nel settore finanziario: riapertura dell’assicurazione Sace (anche se per importi modesti) e creazione di una società di consulenza finanziaria a partecipazione russa e italiana (le cui potenzialità sono ancora difficilmente valutabili). L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 7 Istituto nazionale per il Commercio Estero Ma è soprattutto puntando sul settore energetico che il sistema Italia potrà esprimere in misura maggiore la sua coesione e determinazione, utilizzando anche i recenti sviluppi in questo campo a livello europeo. La cooperazione nel settore energetico, progettata dall’Unione europea e dalla Russia a fine ottobre 2000, può infatti offrire a un sistema paese organizzato opportunità molto importanti. “Gli azionisti occidentali cercano di capire che ne sarà del Gazprom”, intitolavano le Izvestiya dell’11 gennaio scorso; qualunque cosa ne sia, l’Eni e le sue società hanno stabilito rapporti tali con il Gazprom da essere in grado di ricostituire questi rapporti con le nuove strutture che lo sostituiranno, a vantaggio di tutta la comunità d’affari italiana. Per ricuperare il terreno perduto nella distribuzione dei beni di consumo è consigliabile stabilire una stretta cooperazione con il governo della citta di Mosca che sta razionalizzando la struttura e la localizzazione della rete distributiva. Questo schema di penetrazione potrà essere gradualmente esteso ad altre città russe. E’ meritevole di particolare menzione la cooperazione tra amministrazioni locali italiane e russe per la sistemazione delle reti locali di distribuzione dei servizi di pubblica utilità in campo energetico. Tale cooperazione permette di combinare in modo assai promettente aiuti e attività congiunte a scopo di profitto e può essere estesa ai servizi di trasporto urbano ed applicata ad altre città e regioni russe. Infine, sul piano degli aiuti europei sarebbe consigliabile uno schema che offrisse alle imprese russe la possibilità di assumere imprenditori europei con lunga esperienza del mercato russo. Tali imprenditori, negli ultimi anni della loro vita professionale, potrebbero essere interessati a collaborare con imprese russe trasferendo ad esse la loro esperienza e migliorandone così la qualità della gestione. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 8 Istituto nazionale per il Commercio Estero L’impressione complessiva che si trae dai colloqui con gli operatori italiani in Russia è che il sistema Italia sia ancora in rodaggio. Moltissimo s’è fatto dall’ottobre 1994 (firma del Trattato di amicizia e cooperazione); sono state prese misure importanti che, evidentemente, non hanno prodotto gli effetti attesi: i processi messi in moto sono stati lenti e si è verificata una frattura tra l’avvio della cooperazione e la sua effettiva applicazione. Sensibili miglioramenti potrebbero essere realizzati se il destino del sistema fosse affidato a figure imprenditoriali che assicurassero la continuità dell’azione promozionale e la ricerca di nuovi progetti e forme di cooperazione. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 9 Istituto nazionale per il Commercio Estero Elenco delle persone intervistate Sono qui elencate le persone che mi hanno gentilmente concesso, a ottobre-novembre 2000, interviste sulla loro esperienza recente e più remota di operatori impegnati sul mercato russo e ex sovietico. Ho omesso l’indicazione delle cariche, poiché il criterio di selezione non è stata la collocazione aziendale ma la conoscenza diretta dei problemi che incontra chi opera su quel mercato. Ringrazio tutte le persone che, con grande spirito collaborativo, mi hanno permesso di stendere questo rapporto. Chiedo scusa a coloro che per ragioni di tempo non ho potuto intervistare. Nessuno degli intervistati verrà citato; le opinioni espresse sono confluite in una specie di “pastone giornalistico” di cui io soltanto ho la responsabilità. Farò tuttavia un’eccezione, quella dell’Eni. Parlare dei rapporti tra l’Italia e la Russia senza menzionare l’Eni sarebbe come parlare dell’economia russa senza nominare il Gazprom. Carlo Boffito 1. Angelo Airaghi Finmeccanica 2. Rosario Alessandrello Tecnimont 3. Aldo Andreoni Unicredito 4. Attilio Balestrini Cast 5. Arkady Barabanov Ernst & Young 6. Cristina Barbano Moneta Impianti ed Engineering 7. Luisa Barone Novasider 8. Attilio Basile Marconi Mobile Ote 9. Sara Bianchi Sara Bianchi 10. Oleg Bogomolov Accademia russa delle Scienze 11. Gianpiero Borghini Camera di Commercio Italo-Russa 12. Marino Capelli Bologna Fiere 13. Carlo Castellano Esaote 14. Antonio Cicchi Candy Elettrodomestici 15. Sergio Comizzoli Promos L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 10 Istituto nazionale per il Commercio Estero 16. Andrea Cortesi Banca Nazionale del Lavoro 17. Nino Cossu Camera di Commercio Italo-Russa 18. Gabriele Crespi Reghizzi Studio legale Pavia e Ansaldo 19. Roberto D’Agostino Fiat International 20. Luigi Dante Simest 21. Giorgio Dazzi Zoppas Industries 22. Leonardo De Angelis Impregilo 23. Claudio De Eccher Rizzani De Eccher 24. Serge De Pahlen Fiat 25. Gaetano Di Rosa Fata 26. Antonio Fallico Banca Intesa 27. Tino Fontana T.Leader 28. Sergio Forelli Studio Associato Legale Tributario 29. Federico Gamba Sogetrade 30. Giovanni Ghersina Ernst & Young 31. Catello Giordano Banca di Roma 32. Biagio Longo AEM 33. Massimo Lucchesini Aermacchi 34. Salvatore Lucesano Parmalat 35. Renato Macasso Merloni Progetti 36. Valery Makarov Accademia russa delle Scienze 37. Aris Marsanich Banca Commerciale Italiana, Gruppo Intesa 38. Roberto Menara Italtel 39. Domenico Migliorini Italtecnology 40. Marco Milani Merloni Elettrodomestici L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 11 Istituto nazionale per il Commercio Estero 41. Marco Orsenigo Zust Ambrosetti 42. Leonardo Pavoni Breda 43. Ferdinando Pelazzo San Paolo IMI Bank 44. Antonio Piccoli Pavan Impianti 45. Piero Piccolo Duferco 46. Dario Pirovano Tecnimont 47. Giovanni Polizzi Ambasciata d’Italia 48. Donato Quarta Sace 49. Mario Reali Eni 50. Olivaldo Ricci Consorzio Tragaz 51. Sergio Rossi Centro Studi Dir. ed Ec. in Russia e Csi 52. Alberto Sandretti Moneta Impianti ed Engineering 53. Andrea Sasso Stinol 54. Aimone Savoia Pirelli 55. Francesco Sereni Istituto nazionale per il Comm. Estero 56. Stefano Storoni Todini Costruzioni Generali 57. Vasco Succi Grosseto 58. Marinella Tabet Spea 59. Giorgio Tellini Sace 60. Gennarino Tozzi Todini Costruzioni Generali 61. Paolo Trani Banca Monte dei Paschi di Siena L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 12 Istituto nazionale per il Commercio Estero L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia Nel paragrafo 1 vengono indicati i fattori di attrazione della Russia per gli imprenditori italiani nel lungo periodo. Il paragrafo 2 è dedicato al mercato sovietico e il paragrafo 3 ai cambiamenti politici, economici e sociali degli anni ’90. Il paragrafo 4 riassume gli aspetti salienti della politica economica e l’andamento della produzione in Russia nell’ultimo decennio. Il paragrafo 5 è dedicato alla struttura e alle fonti di finanziamento degli investimenti. Il paragrafo 6 riguarda l’attività commerciale delle imprese italiane sul mercato russo negli anni ’90. I paragrafi 7, 8 e 9 prendono in esame strumenti di penetrazione del mercato russo diversi da quelli commerciali. I paragrafi 10 e 11 attengono a questioni istituzionali e politiche che possono influenzare gli investimenti in Russia. Il paragrafo 12 contiene alcune considerazioni sul sistema Italia. 1. Un mercato difficile ma che genera aspettative elevate e esercita fascino sugli operatori. Materie prime e infrastrutture nel lungo periodo Le cose grandi si vedono da lontano Sergei Esenin, 1924 Il camion diretto in Russia, carico di merci provenienti dall’Europa, che si avvicina alla frontiera occidentale della Comunità degli Stati Indipendenti entra in un altro mondo? Forse in un altro mondo no, ma certamente in un’altra Europa. L’impresa di trasporti su strada ha accettato l’ordine per non perdere il cliente, che chiede servizi di trasporto anche su percorsi più facili. La merce importata è stata fatturata due volte, una per il fisco del paese che spedisce e una per la Russia. La seconda fattura è molto più bassa della prima e serve per evadere tariffe doganali e imposte indirette in Russia. I doganieri russi sono pronti ad agevolare l’evasione fiscale in cambio di una tangente che in misura conveniente sostituisce il pagamento del dazio. Non tutti gli esportatori europei che partecipano all’evasione di dazi e imposte seguono la stessa procedura; alcuni vendono franco fabbrica a società specializzate, che nascono e muoiono continuamente, L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 13 Istituto nazionale per il Commercio Estero o vendono a una società intermediaria residente in un centro finanziario off-shore che compra dall’esportatore europeo e rivende all’importatore russo. Alternativamente la società off-shore potrebbe gonfiare il valore delle importazioni per trasferire illegalmente capitale sui conti bancari che l’importatore russo tiene all’estero. Le evasioni fiscali sono indirettamente documentate dalla differenza di valore che hanno le stesse merci nelle statistiche doganali di un paese esportatore verso la Russia e nelle statistiche doganali russe. Prendiamo per esempio l’Italia e i settori dei mobili e delle calzature; secondo i ricercatori del Centro Studi Diritto ed Economia in Russia e nella Csi di Mosca, nel caso dei mobili il rapporto tra valore delle merci importate dalla Russia nel 1999 e nei primi 6 mesi del 2000 e il valore delle stesse merci esportate dall’Italia in Russia negli stessi periodi è stato rispettivamente di 1:5,3 e di 1:5,8. Secondo le stesse fonti statistiche doganali nel 1999 sono stati esportati dall’Italia in Russia 3,063 milioni di paia di scarpe e ne sono arrivate in Russia 106,3 mila (cioè quasi un ventinovesimo); nei primi sei mesi del 2000 il numero di paia di scarpe esportati dall’Italia è risultato 2,6 milioni, mentre quello dei paia di scarpe importati in Russia dall’Italia è stato 200 mila (un tredicesimo). I dazi sulle calzature sono relativamente elevati: in media 20 per cento del valore doganale più uno o due euro per paio, secondo Tamozhennyi tarif Rossiiskoi Federatsi, aggiornato al 1° aprile 2000. Passato il confine occidentale della Csi, il camion che trasporta le merci destinate al mercato russo si dirige verso uno dei numerosi punti doganali di Mosca. I problemi principali che deve affrontare sono la sicurezza e le strade. E’ successo che dei camion siano scomparsi e i loro autisti dati per dispersi. Ma ora, dopo episodi di questo genere, la polizia scorta i camion con più cura. Il fondo stradale è impervio; il periodo dell’anno nel quale il ghiaccio riempie i buchi delle strade è preferibile ad altri. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 14 Istituto nazionale per il Commercio Estero Le peripezie che seguono le merci importate in Russia sono simili a quelle da esse attraversate in altre parti del mondo. Tuttavia, ciò che distingue la Russia da altri paesi è l’estensione delle pratiche illegali e l’intensità dei rischi. Così, vista in superficie, la Russia sembra un paese impossibile, che respinge piuttosto che attrarre. Tuttavia, per l’imprenditore occidentale la Russia è una sfida: chi ha vinto sul mercato russo è riuscito a superare una serie di ostacoli eretti da modi di operare e abitudini diverse da quelle a cui gli operatori europei sono avvezzi. Per superare questi ostacoli l’operatore occidentale ha dovuto amalgamarsi con una popolazione di cultura diversa dalla propria, che nutre sentimenti più profondi di quelli normalmente manifestati dagli europei occidentali. “Gli europei occidentali sono guidati dalla volontà e dall’intelletto. I russi vivono prima di tutto con il cuore e la fantasia e soltanto in un secondo momento con la volontà e la ragione” (I.Ilin, I nostri compiti. Articoli degli anni 1948-54, Mosca 1992). Per farla breve: mentre il “mal d’Africa” è generato dalla natura, il “mal di Russia” è la gente. Scendendo su un terreno un po’ più concreto, gli aspetti immediatamente più attraenti della Russia per gli operatori stranieri sono la dimensione del paese e quindi, teoricamente, del suo mercato, nonché la ricchezza di materie prime. La grande estensione del paese e le sue implicazioni hanno svolto un ruolo cruciale nella storia russa e hanno esercitato un’influenza determinante sulla cultura e la mentalità russe. La superficie dell’ex Unione Sovietica era 74 volte quella dell’Italia e la superficie della Russia è oggi 56 volte quella dell’Italia. Inoltre gli imprenditori di un qualunque paese industriale che deve il suo benessere e la sua superiorità economica alla capacità di trasformare materie prime importate sono sempre radicalmente attratti dai paesi produttori di materie prime. Inoltre, per la crescita economica e con la crescita economica, la Russia dovrà sviluppare il settore delle infrastrutture ponendo, data la dimensione del paese, un’elevatissima domanda di esse (si veda oltre il paragrafo 4). L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 15 Istituto nazionale per il Commercio Estero La Russia è il primo produttore del mondo di gas naturale e il terzo di petrolio. Ora che viviamo in un periodo meno conflittuale, si aprono prospettive più concrete di integrazione economica. Con l’accordo firmato a ottobre 2000 tra la Russia e l’Unione europea per la cooperazione energetica, l’idea di complementarietà produttiva tra l’Europa occidentale e la Russia assume maggiore concretezza. Quando si troverà la formula finanziaria adeguata, gli scambi tra materie prime russe e attrezzatura produttiva occidentale potenzieranno in misura significativa il mercato europeo. L’integrazione dell’economia sovietica in quella mondiale è stata tentata negli anni ‘70. La strategia commerciale seguita dal governo sovietico era allora fondata sull’acquisto di cereali e attrezzatura produttiva contro idrocarburi greggi e trasformati. I cereali dovevano incrementare gli esigui foraggi disponibili per ampliare il patrimonio zootecnico, e quindi elevare la componente proteica della dieta della popolazione; l’attrezzatura produttiva doveva migliorare e allargare l’offerta di beni di consumo, permettendo così di introdurre incentivi per aumentare la produttività del lavoro. I ricavi valutari delle esportazioni di petrolio, gas e prodotti petroliferi, nonché il credito estero di cui l’Urss godeva negli anni ’70, hanno consentito di importare foraggi e impianti. I sovietici hanno tentato in tal modo di risolvere alcuni dei problemi più urgenti, quello degli incentivi e quello del progresso tecnico, che il loro sistema economico non era in grado di affrontare. Negli anni ’70 il commercio est-ovest è stato sorretto dall’aumento del prezzo delle materie prime e da un’effimera distensione. Va detto inoltre che il petrolio ha introdotto elementi di disgregazione all’interno L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 16 Istituto nazionale per il Commercio Estero della società sovietica: esisteva dunque nell’economia dell’Urss una merce facilmente vendibile che rappresentava valuta estera e che perciò poteva essere venduta per acquistare attrezzatura produttiva tecnologicamente avanzata. Da qui divisioni e conflitti fra i diversi ministeri e dicasteri per accaparrarsi il petrolio, che minava alle basi l’unità del sistema sovietico. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 17 Istituto nazionale per il Commercio Estero 2. Il paradiso del general contractor I quadri sono tutto. Stalin, 1931 Negli anni ’70 e ’80 il Ministero del commercio estero dell’Urss, con l’aiuto di istituti scientifici e tecnici nonché dei servizi segreti, è stato trasformato in un grande organismo di acquisto perfettamente informato sui prodotti richiesti, che operava in tutto il mondo con competenza professionale molto apprezzata. Sotto il Ministero del commercio estero vi erano le Organizzazioni per il commercio estero, specializzate settorialmente, che esercitavano il monopolio degli scambi con l’estero ed erano lo strumento tecnico di acquisto. Sono numerosi gli aneddoti che i miei intervistati mi hanno raccontato sull’onniscienza del Mincomes sovietico, che dimostrava di conoscere a fondo gli ultimissimi processi produttivi, ancora parzialmente ignoti agli stessi concorrenti occidentali. Le società di impiantistica, engineering company, general contractor e intermediari commerciali europei, soprattutto tedeschi, italiani, giapponesi (con maggior cautela) e statunitensi (in minor misura, per ragioni politiche) si sono buttati sul mercato sovietico per vendere le loro linee di produzione. L’aspetto singolare e distintivo di questo mercato era la certezza della domanda corrente e la possibilità di prevedere la domanda futura di attrezzatura produttiva. La conoscenza dei programmi del Gosplan (Comitato statale per la pianificazione), organo consultivo del governo sovietico, nonché i progetti degli istituti scientifici e tecnici di rango governativo permettevano di anticipare la domanda, e quindi di promuovere e allestire l’offerta. Era pertanto possibile assicurarsi la crescita e la continuità delle commesse e delle vendite. Inoltre i contratti erano di dimensione tale da imprimere una forte accelerazione alla crescita delle aziende che li concludevano e da arricchirne gli intermediari. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 18 Istituto nazionale per il Commercio Estero Per raccogliere le informazioni (parliamo degli anni ’70 e ’80) e avviare le trattative erano necessari operatori particolari, che conoscessero la lingua, il paese, le abitudini dei russi e il mercato russo. Questi operatori commerciali sono stati raccolti in gran parte tra i quadri politici che il Partito comunista italiano aveva mandato a studiare nell’Urss; i primi sono partiti illegalmente già nel 1956. Si può pertanto dire che i rari e sofisticati operatori italiani sul mercato russo non sono stati formati nelle grandi università italiane e del mondo ma che per formare la propria professionalità essi sono passati dalla scuola di partito delle Frattocchie all’Mgu (Università statale di Mosca). Il primo a scoprire questi quadri era stato Piero Savoretti (moglie russa) che, con la sua Società italiana depositi e rappresentanze (Sider, poi Novasider), ha cominciato negli anni ’50 a rappresentare le imprese italiane, a partire dalla Fiat, che è stata portata da Savoretti alla firma dei contratti per la fornitura degli impianti alla nuova fabbrica di automobili di Togliattigrad (1961), ancora oggi il principale produttore di autovetture della Russia. Tuttavia, il vero paradiso del general contractor comincia negli anni ’70, grazie alla distensione internazionale (fine della guerra nel Vietnam; sostanziale accettazione in Occidente della teoria della sovranità limitata dopo l’occupazione di Praga) e all’aumento del prezzo del petrolio. Lo schema commerciale del periodo sovietico (vendita programmata di attrezzatura produttiva molto differenziata a un acquirente pubblico) ha condizionato gli esportatori italiani, che hanno cercato di perpetuarlo in tempi nei quali esso non era più applicabile. S’è affermato che “la specifica competenza dell’interlocutore commerciale sovietico nella scelta della controparte ha rappresentato…uno stimolo alla ricerca delle soluzioni tecniche e tecnologiche migliori”, promuovendo così la crescita qualitativa delle stesse imprese italiane. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 19 Istituto nazionale per il Commercio Estero Il general contractor ricorda con grande nostalgia il periodo sovietico. A giudizio di tutti gli operatori intervistati, nel periodo sovietico, a differenza degli anni ’90, non c’era corruzione; venivano fatti regali (soprattutto il viaggio in Italia) che però per quantità e qualità non potevano essere considerati una forma di vera corruzione. Era quindi il contatto umano con la controparte commerciale che contava e coinvolgeva i dirigenti più alti dei general contractor italiani. L’obiettivo era quello di cercare l’amicizia e di diventare effettivamente amici della controparte commerciale. I rapporti stabiliti con l’interlocutore sovietico vanno naturalmente considerati strumenti per la conquista del contratto, che era il momento di maggior sofferenza di tutta l'operazione. Tuttavia essi hanno fatto credere, quasi sempre sinceramente, agli imprenditori italiani che hanno venduto e allestito impianti di svolgere una funzione umanitaria, di aiutare i russi a modernizzarsi. Questo sentimento dura ancora oggi. Gli aspetti caratterizzanti, che ci permettono di definire “paradiso del general contractor” il mercato sovietico degli impianti, riguardano la natura della concorrenza, i considerevoli guadagni e la puntualità nei pagamenti. Secondo le opinioni prevalenti la concorrenza, che pure esisteva, era limitata da una serie di fattori quali, a) il legame che s’era formato tra venditore e acquirente; b) i criteri di scelta seguiti dal compratore sovietico, che identificava l’obiettivo del suo acquisto basandosi sugli aspetti tecnici dell’impianto piuttosto che (entro certi limiti) sul rapporto qualità/prezzo. I rendimenti delle operazioni di vendita e allestimento degli impianti (fino alla consegna chiavi in mano) erano molto elevati; in parte a causa del rischio politico generato dalla guerra fredda. Con il senno di poi, si può dire che tale rischio era sovradimensionato. Fatto sta che per la valutazione del rischio e degli altri aspetti connessi con il grado di concorrenzialità, i rendimenti del general contractor arrivavano, almeno per impianti di modeste dimensioni, fino al doppio dei costi di produzione. Per grandi impianti vi sono naturalmente valutazioni più caute: 15-20 per cento del fatturato in dollari. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 20 Istituto nazionale per il Commercio Estero Un terzo aspetto, cruciale, del paradiso del general contractor era il rispetto degli impegni da parte dell’acquirente sovietico, cosa oggi rara. Tale rispetto degli impegni riguardava le forniture di parte sovietica e, ancora di più, l’assoluta sicurezza nei pagamenti, che sul mercato internazionale era diventata emblematica: sovietici e europei orientali erano considerati così “buoni pagatori” da indurre, soltanto per questo, le imprese occidentali a operare nei paesi dell’est. Negli italiani, a differenza dei tedeschi e degli americani, era molto apprezzata la flessibilità e disponibilità nella ricerca di soluzioni dei problemi tecnici sorti nel corso dell’allestimento degli impianti. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 21 Istituto nazionale per il Commercio Estero 3. Il crollo del sistema economico e politico Un periodo così non c’è mai stato prima sovietico (1988/91), il capitalismo selvag- e non ci sarà mai più. E’ una febbre del- gio e le riforme (1992-2000) l’oro…[Presto] si saranno spartiti tutto, ma ora c’è la reale possibilità di inserirsi in questo sistema venendo dalla strada…E’ un mondo stranissimo…Ovunque regna una spaventosa incertezza. Nonostante ciò le strade sono inondate da fiumi di Mercedes e Toyota guidate da tracagnotti perfettamente sicuri di sé e del presente. A credere ai giornali, esiste una qualche politica estera. Viktor Pelevin, Babylon, 1999 La crescita del capitalismo selvaggio è stata provocata dalla politica di liberalizzazione graduale di Gorbachëv e della prima generazione dei suoi consulenti economici. Tra il 1987 e il 1989 sono state approvate una serie di leggi dell’Urss e della Repubblica Federativa Sovietica Socialista di Russia (secondo la sigla russa RSFSR, il nome della Russia sovietica fino a dicembre 1991) le più importanti delle quali sono state quelle sul lavoro individuale, sull’affitto (con possibilità di riscatto) delle imprese o di singoli impianti da parte dei “collettivi di lavoro”, sulle cooperative e la Legge sulle imprese (associazioni) statali entrata in vigore il 1° gennaio 1988.Tutte queste leggi hanno permesso la liberalizzazione di fatto del commercio interno e l’accaparramento (privatizzazione di fatto) di gran parte del patrimonio produttivo statale. In base alla legge sulle cooperative sono state addirittura fondate, nel 1988, le prime banche private sovietiche. La legge sulle imprese, infine, attribuiva grande libertà operativa alla direzione aziendale senza definire il titolare dei diritti di proprietà verso il quale essa doveva essere responsabile. Attraverso la costituzione di cooperative, l’affitto di aziende o più spesso di parti di esse, dirigenti vecchi e nuovi, collettivi di lavoro, fornitori e clienti hanno acquisito il controllo delle attività statali e si sono comportati di fatto come nuovi L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 22 Istituto nazionale per il Commercio Estero proprietari, senza disporre degli effettivi diritti di proprietà. E’ proprio la mancanza di definizione, certezza e difesa giuridica dei diritti di proprietà, nonché la volontà politica di conservare questa incertezza che ha generato un settore delle imprese dominato dai clan, ossia da strutture comprendenti la nomenklatura ex sovietica, nuovi imprenditori, funzionari dello stato e bande criminali (1). Queste ultime hanno lo scopo di proteggere direttamente, con la forza, i diritti di proprietà. I funzionari pubblici, che non operano in nome dello stato ma in nome proprio, contribuiscono a fornire alle imprese quei servizi pubblici di cui l’impresa ha bisogno: per esempio, trasporti ferroviari che scarseggiano o presentano un livello qualitativo molto diverso, esenzioni fiscali, sussidi e soprattutto licenze e permessi. Le imprese russe sono angustiate da registrazioni e autorizzazioni che limitano la loro attività imprenditoriale e le rendono dipendenti dai burocrati. Questa circostanza è molto diffusa in Russia. Contro di essa s’è rivolto un decreto del Ministero per lo sviluppo economico e il commercio emesso a dicembre 2000 che ha lo scopo di eliminare gran parte di queste procedure burocratiche. La finalità del settore delle imprese dominato dai clan non è quella di raggiungere, attraverso gli investimenti, profitti di lungo periodo ma, al contrario, è quella di appropriarsi di attività statali da liquidare, trasferire all’estero e conservare in forme che assicurino la proprietà (1) Come esempi della letteratura scientifica su questi temi si vedano: A.Radygin, Pereraspredelenie prav sobstvennosti v postprivatizatsionnoi Rossii, “Voprosy ekonomiki”, n. 6, 1999; Yu.Perevalov i V. Basargin, Formirovanie struktury sobstvennosti na privatizirovannykh predpriyatyakh, “Voprosy ekonomiki”, n. 5, 2000; A.Radygin i I.Sidorov, Rossiiskaya korporativnaya ekonomika, “Voprosy ekonomiki”, n. 5, 2000; A.Kolganov, K voprosu o vlasti klanogo-korporativnykh grupp v Rossii, “Voprosy ekonomiki”, n. 6, 2000. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 23 Istituto nazionale per il Commercio Estero (tipicamente attività finanziarie a breve scadenza, ma anche attività immobiliari). La privatizzazione di massa del 1992-94 ha avuto lo scopo di legittimare le appropriazioni illegali che avevano avuto luogo nel 1988-92, ma non è riuscita a eliminare i clan, la cui autorità tende comunque a ridursi o comunque a modificarsi. Secondo alcune interpretazioni l’economia dei clan è più sviluppata nei settori nei quali il prodotto è più rapidamente liquidabile, “più facilmente vendibile”, mentre è meno presente nei settori la cui attività di produzione e vendita è più complessa o più lenta o comunque non risulta in prodotti omogenei facilmente vendibili all’estero. Gli oligarchi, che si possono considerare capi clan, sono infatti più numerosi nei settori del petrolio, dei metalli ferrosi, di quelli non ferrosi e degli alcolici. Tuttavia, l’economia dei clan non si limita soltanto ai settori speculativi ma si estende anche ai settori con “prodotti meno facilmente vendibili”. Normalmente i clan conservano all’interno dei loro gruppi industriali imprese con prodotti più difficilmente vendibili finché sono profittevoli e poi le vendono, eventualmente, a società estere (si veda oltre il paragrafo 9). Un esempio della gestione dei clan e dei suoi cambiamenti nel corso degli ultimi anni è offerta dal settore dell’acciaio, la cui esperienza è naturalmente estendibile con i dovuti cambiamenti tecnici agli altri settori a prodotto più facilmente vendibile. In una prima fase (inizio anni ’90) nel settore siderurgico i diritti di proprietà erano totalmente indefiniti e non protetti da nessuna autorità; la struttura dei clan era dunque l’unica forma di governance che assicurava il controllo a coloro che l’avevano assunto di fatto. L’acquisizione violenta, l’assenza di regolazione e rispetto dei diritti di proprietà, il controllo della produzione e del commercio, l’appropriazione dei ricavi aziendali da parte dei clan nell’industria siderurgica del periodo del capitalismo selvaggio in Russia possono essere ben illustrati facendo riferimento alla L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 24 Istituto nazionale per il Commercio Estero situazione parallela ma sfasata nel tempo del settore dell’acciaio in Ucraina, nella quale la transizione al mercato si è mossa con maggior lentezza che in Russia. “In Ucraina le imprese siderurgiche sono ancora di proprietà statale ma sono di fatto controllate da ‘società ombra’. Il grosso del ‘denaro sporco’ circola nel settore dei clan monopolistici che controllano le miniere di carbone e gli impianti metallurgici, e hanno creato il loro ‘mercato ombra’. Il carbone coke è sovvenzionato dallo stato e venduto ai produttori d’acciaio a prezzi inferiori ai costi. L’acciaio viene venduto sul mercato internazionale permettendo ai magnati di trasferire i ricavi a società costituite dai clan in centri off-shore”(1). Contro questa situazione ha apparentemente combattuto il vice primo ministro ucraino per i combustibili e l’energia, Yuliya Tymoshenko (che il presidente Kuchma ha allontanato dal governo a gennaio 2001 perché ritenuta anche lei coinvolta nel commercio illegale dell’acciaio). L’intervista a Yuliya Timoshenko accenna a un altro aspetto distintivo e molto importante del sistema dei clan: la creazione nei centri off-shore di una catena inestricabile di società finanziarie partecipate, controllanti e controllate, che permettono di far risalire (lungo la catena societaria) fondi destinati a sedi nascoste e realmente controllate dai veri “padroni” delle imprese. Le persone intervistate hanno confermato questo quadro del settore delle imprese, ma nessuna ha detto di non potere svolgere il proprio lavoro a causa di prevaricazioni e violenze. Sono stati invece denunciati tentativi di appropriazione dei marchi, nonché l’uso delle certificazioni per scoprire la composizione dei prodotti. Il ricorso alla protezione di polizie private accresce il rischio di pressioni e ricatti. (1) Da un’intervista concessa da Yuliya Tymoshenko il 21 novembre scorso, riportata dalla Bbc, “Summary of World Broadcasting. Former Soviet Union”, dicembre, 2000. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 25 Istituto nazionale per il Commercio Estero In seguito alla privatizzazione di massa del 1992-94, finalizzata, come s’è detto, a legittimare i rapporti di proprietà stabiliti di fatto negli anni del capitalismo selvaggio, il sistema dei clan non è scomparso, ma i rapporti tra gli azionisti hanno cominciato a svolgere un ruolo importante. Secondo la legislazione societaria (codice civile del 1994 e leggi principali del 1996-97), la disponibilità di azioni compresa tra il 100 e il 75 per cento attribuisce un controllo assoluto della società (è infatti necessaria la maggioranza del 75 per cento per delibere attinenti alla modifica dei rapporti di proprietà: aumenti di capitale, acquisizioni, cessioni, ecc); una partecipazione del 50 per cento più un’azione definisce la maggioranza gestionale; una partecipazione inferiore al 50 per cento e fino al 25 per cento permette di bloccare decisioni della maggioranza sulle questioni indicate sopra; una partecipazione inferiore al 25 per cento permette di esercitare il controllo soltanto in coalizione con altri azionisti. Dopo la privatizzazione di massa, a fine 1994 gli aspetti significativi della distribuzione delle azioni erano i seguenti. I lavoratori disponevano di circa la metà delle azioni delle società russe privatizzate e la direzione delle imprese disponeva di 1/5 di esse. Nel complesso perciò gli azionisti interni alle società controllavano più dei 2/3 delle azioni. Gli azionisti esterni possedevano soltanto il 10 per cento delle azioni, mentre nelle mani dello stato ne era rimasto circa il 20 per cento. Dal 1995 a oggi diversi fattori hanno influito sulla struttura azionaria delle società russe. I principali fattori sono stati la vendita di azioni da parte dei lavoratori, ulteriori privatizzazioni, non più di massa ma onerose (sebbene favorevoli a uomini d’affari con legami particolarmente stretti con autorità e enti pubblici) e infine l’acquisto di partecipazioni (o, per le pochissime società quotate, il rastrellamento in borsa) da parte di operatori esterni alle imprese: società finanziarie, russe e estere, imprese clienti e fornitrici, ecc. La quota degli azionisti esterni è passata dal già ricordato 10 per cento nel 1994 a oltre il 40 per cento nel 1999. Tuttavia, in media, gli azionisti interni hanno conservato la maggioranza delle azioni, pur diminuendo la loro quota da oltre il 65 per cento nel ’94 L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 26 Istituto nazionale per il Commercio Estero a poco più del 50 per cento nel 1999. La quota della direzione aziendale è diminuita dal 20 per cento circa nel 1994 al 15 per cento circa nel 1999. Tuttavia, è difficile stabilire regole generali riguardanti la composizione dell’azionariato dei lavoratori, che in misura variabile comprende tecnici e professionisti vicini all’alta direzione. Queste percentuali, sebbene indicativamente molto importanti, non permettono di mettere in evidenza le reali posizioni di forza dei diversi tipi di azionisti. La tendenza rilevabile è quella della concentrazione del controllo nelle mani di un management azionista e ristretto che si fonda sull’appoggio degli azionisti interni e che ha stabilito una certa collaborazione con gli azionisti esterni dopo aver superato contrasti più o meno intensi con loro. Negli ultimi anni contrasti di questo genere hanno messo alla prova la magistratura russa che, come si vedrà anche oltre, assume sempre meno posizioni di parte. Questa opinione divide gli intervistati la cui maggioranza però la condivide. Anche nell’industria siderurgica russa, dalla quale abbiamo preso le mosse per parlare dei clan, la situazione societaria tende a normalizzarsi con la concentrazione delle azioni nelle mani di pochi (o uno soltanto) azionisti di controllo che svolgono anche funzioni gestionali. La normalizzazione si manifesta soprattutto con la preparazione di piccoli e grandi progetti di investimento. Questi ultimi ricevono di solito l’appoggio di massima delle autorità istituzionali del paese, ma devono trovare i finanziamenti necessari per realizzare i progetti (per esempio, produzione di tubi di largo diametro che sarebbero naturalmente destinati in gran parte al Gazprom). Poche trading estere si sono inserite in questa realtà: inizialmente sia per fornire servizi alle imprese siderurgiche che non avevano esperienza di commercio internazionale sia per soddisfare le esigenze personali della direzione delle imprese. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 27 Istituto nazionale per il Commercio Estero 4. Crisi finanziaria e ripresa reale To bring down rampant inflation the exchange rate was pegged, Imf, 1996 La politica economica degli anni ‘90 si divide in tre periodi: il periodo della liberalizzazione caotica (1992-94), quello della stabilizzazione, che termina con la crisi di agosto 1998, e infine il periodo della ripresa produttiva, successivo alla crisi del ’98. La fede negli automatismi del mercato ha indotto nel 1992 il governo Gaidar a liberalizzare (anche formalmente oltre che di fatto) il commercio interno ed estero e a condurre una politica monetaria espansiva soprattutto finanziando il deficit pubblico. Secondo le aspettative dei suoi fautori questa politica avrebbe indotto le imprese a ristrutturarsi e a competere sul mercato interno e su quello estero. Le emissioni monetarie sono andate invece ad alimentare l’inflazione, provocando nel 1992 e 1993 una caduta dei salari reali e quindi della domanda interna. Inoltre le imprese russe non sono state in grado di reggere la concorrenza internazionale sia nel campo della produzione di beni strumentali sia in quello della produzione di beni di consumo; tant’è che le importazioni di beni di consumo sono passate dal 12 per cento circa delle importazioni totali dell’Urss al 35 per cento circa delle importazioni russe negli anni ’90. Le imprese non hanno ricevuto il supporto del sistema bancario, orientato a trarre vantaggi speculativi dall’inflazione e dalla caduta del cambio e contrario ad assumere rischi verso la “economia reale”. Le imprese russe non erano in grado di affrontare sul mercato i concorrenti esteri e sono perciò sopravvissute grazie a sussidi statali (riduzioni di imposte e crediti agevolati finalizzati) e soprattutto ricorrendo al baratto e alla “pratica dei non pagamenti” verso i fornitori, lo stato e i lavoratori: una sorta di credito forzoso a favore delle imprese che sostituiva quello bancario. Il baratto e il rimborso dei debiti mediante la fornitura di merci riguardavano e ancora riguardano il 60 per cento delle operazioni e L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 28 Istituto nazionale per il Commercio Estero commerciali delle imprese industriali. Questo stato di dissesto ha condotto a un forte deprezzamento del rublo l’11 ottobre 1994 (il ‘martedì nero’). Dopo il “martedì nero” la politica economica è cambiata radicalmente: non più moneta facile per l’economia russa, ma anzi politica monetaria restrittiva intesa a stabilizzare i prezzi e il cambio. Il deficit pubblico non è stato più finanziato da emissioni monetarie, ma dalla raccolta di risparmio nazionale ed estero attraverso l’emissione di titoli di stato a tassi inizialmente insostenibili: il rendimento medio dei buoni del tesoro a breve termine è sceso dal 168 per cento nel 1995 all’86 per cento nel 1996, e s’è poi rapidamente ridotto a meno del 18 per cento nel luglio del 1997. Nell’estate del 1997 è dunque sembrato che la politica di stabilizzazione si fosse imposta: i tassi di interesse erano in discesa, l’inflazione era a una cifra soltanto e il cambio era stabile. Nonostante questi progressi, la situazione economica appariva senza sbocco. Volendo attribuire importanza all’evidenza saltuaria, si può ricordare che a fine estate 1997 alla domanda sugli orientamenti settoriali degli impieghi, le banche rispondevano tutte che il loro obiettivo era quello di ampliare i crediti concessi al settore degli idrocarburi. Ciò significa che il rischio dei prestiti agli altri settori della “economia reale” era considerato insostenibile. L’unico settore ritenuto affidabile era quello degli idrocarburi, nonostante lo slittamento del prezzo del petrolio cominciato a fine 1996. Dunque, secondo le banche, nel 1997 i buoni risultati della politica di stabilizzazione non erano sufficienti a indurre l’economia russa ad assestarsi su un sentiero di crescita ripido e senza interruzioni. Il convincimento diffuso che l’economia non cresceva generava aspettative di svalutazione del cambio e alimentava le fughe di capitale. I capitali netti trasferiti all’estero con mezzi legali e illegali dal 1992 a fine 2000 sono stimabili in 200 miliardi di dollari; altri 60 miliardi di dollari in biglietti di banca sono nelle mani dei risparmiatori russi (nei primi 10 mesi del 2000 il valore netto dei L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 29 Istituto nazionale per il Commercio Estero biglietti di banca - quasi interamente dollari - affluiti in Russia attraverso le banche autorizzate è stato di 5,5 miliardi di dollari). A metà del 1997 l’economia russa è stata colpita da due shock esterni: la crisi asiatica e la persistente caduta del prezzo del petrolio, che hanno innescato la crisi finanziaria giunta al culmine nell’agosto 1998. La crisi asiatica ha accentuato la percezione del rischio degli investimenti mobiliari nei paesi emergenti. Gli investitori esteri hanno dunque cominciato a liquidare le loro posizioni in titoli di stato russi. La Banca centrale ha avviato un’altalena dei tassi di interesse che salivano nei momenti in cui era necessario trattenere i capitali e ridiscendevano quando la tensione appariva allentata. Nei momenti peggiori il tasso di rifinanziamento è salito al 150 per cento (maggio 1998), un livello comunque incompatibile con gli investimenti nella “economia reale”. La diminuzione del prezzo del petrolio, iniziata nel 1996 e proseguita nel 1997, è accelerata nel 1998 per attenuarsi e infine interrompersi a marzo 1999. Nell’anno compreso tra il 1° luglio 1997 e fine giugno 1998 la bilancia corrente ha presentato per la prima volta dal 1992 un disavanzo consistente (di 6,6 miliardi di dollari). Tale circostanza ha rafforzato le aspettative di svalutazione del cambio e ha incentivato le fughe di capitale. Sebbene tra la fine di luglio ’97 e la fine di luglio ‘98 siano stati prelevati 5 miliardi di dollari dalle linee di credito aperte dal Fmi, le riserve valutarie della Russia sono scese da 20,4 a 8,8 miliardi di dollari, in parte a causa del finanziamento del disavanzo corrente e in parte a causa delle fughe di capitale. Ad agosto 1998 la banca centrale ha ritenuto di non disporre più di un livello di riserve sufficiente per difendere il cambio del rublo; in seguito all’interruzione degli interventi della Banca di Russia sul mercato dei cambi, il rublo ha abbandonato la sua posizione stabile e si è svalutato fortemente. Il cambio nominale nel dollaro è passato da 6 rubli a fine giugno 1998 a 25 rubli a fine giugno 1999, segnando una svalutazione annuale del 76 per cento. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 30 Istituto nazionale per il Commercio Estero La bilancia commerciale russa, a differenza di quella dei pagamenti correnti, non ha mai presentato un disavanzo. Il saldo positivo ha raggiunto il minimo nel primo trimestre 1998 (794 milioni di dollari) e poi ha cominciato a crescere grazie all’aumento del prezzo del petrolio, e ancora di più a causa della sostituzione delle importazioni, provocata dalla svalutazione del cambio. L’avanzo della bilancia commerciale russa riflette la polarizzazione dei redditi interni. Il volume delle importazioni rappresenta in gran parte la domanda di una fascia di reddito elevata che dispone di capacità di spesa per acquistare beni di consumo importati; tale domanda è sempre stata molto inferiore alla capacità esportativa del paese e ha quindi consentito la formazione di ingenti avanzi commerciali. L’avanzo commerciale è stato di 21 e 23 miliardi di dollari rispettivamente nel 1995 e 1996, di oltre 17 miliardi di dollari nel 1997 e nel 1998, di 36 miliardi di dollari nel 1999 e di oltre 60 miliardi di dollari nel 2000. La crisi del 1998 ha avuto immediati effetti drammatici: molte imprese si sono dimostrate incapaci di vendere o di recuperare i loro crediti e sono fallite. Tuttavia, presto si sono manifestati gli aspetti positivi della crisi. La svalutazione ha avuto due conseguenze importanti: ha rincarato le importazioni inducendo le imprese e i consumatori russi a comprare merci di produzione nazionale e ha migliorato la “monetizzazione” dell’economia (meno baratti e più pagamenti): la sostituzione delle importazioni ha spostato verso il mercato interno gli importatori, abituati a pagare le forniture estere in moneta sonante e non a barattarla con altre merci. Questi cambiamenti nell’economia russa sono stati immediati, tant’è che già a ottobre 1998 la produzione industriale ha cominciato a risalire rispetto al mese precedente. Si può dunque concludere che l’errore fondamentale della politica economica condotta fra le due crisi, quella del 1994 (crollo del rublo del “martedì nero”) e quella del 1998 (crisi valutaria, nonché finanziaria dello stato, che il 17 agosto ha dichiarato la moratoria), va attribuito all’ostinatezza con cui è stato conservato fisso il cambio del rublo nel dollaro. Certo l’ancoraggio dei prezzi interni a quelli esterni è L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 31 Istituto nazionale per il Commercio Estero importante e ha permesso l’abbattimento dell’inflazione nel 1995-97, ma il tasso di cambio stabile ha impedito da un lato il recupero di margini di competitività al crescere dell’inflazione (nel 1997 il tasso di cambio reale effettivo s’è rivalutato di più del 40 per cento rispetto al 1994), dall’altro ha favorito le fughe dei capitali. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 32 Istituto nazionale per il Commercio Estero 5. Come sarà possibile una crescita durevole degli investimenti? Quali sono ora le prospettive di crescita dell’economia russa, di miglioramento delle sue istituzioni e perciò di inserimento delle imprese estere? Sul lungo periodo sono tutti d’accordo. La domanda di infrastrutture per la modernizzazione di un paese immenso sarà immensa e duratura. Lo sforzo imprenditoriale per sostenere lo sviluppo della Russia sarà sorretto dal ricambio generazionale e dall’aumento degli specialisti con alta qualificazione professionale (tabella 1), alla cui preparazione la Russia non ha rinunciato nonostante i ripetuti tagli alla spesa pubblica. Ma nel più breve periodo cosa accadrà? La tabella 2 riporta l’andamento di alcune variabili macroeconomiche nel 1997-2000, nonché le previsioni governative per il 2001. A fine 2000 s’è avvertito un certo deterioramento: forte aumento dei prezzi alla produzione, rallentamento della produzione industriale e accelerazione dell’inflazione. Per valutare le prospettive dell’economia russa, senza timore di scoprire l’acqua calda, possiamo immaginare imprenditori che individuano domanda effettiva addizionale e sono pronti ad allestire l’offerta per soddisfare tale domanda. Questo è il loro mestiere. Per allestire l’offerta è necessario disporre di capitale, che può originare da cinque fonti: l’autofinanziamento, lo stato, il credito bancario, gli investitori nazionali e quelli esteri. L’autofinanziamento è stato il principale supporto degli investimenti effettuati dopo la crisi del ’98; l’aumento della domanda interna e della produzione, nonché gli elevati prezzi delle fonti di energia hanno messo a disposizione delle aziende fondi usati per finanziare gli investimenti sia nel “settore con prodotti meno facilmente vendibili” sia in quello speculativo. Tuttavia l’autofinanziamento è in grado di avviare una fase di ripresa produttiva, ma per definizione è inadeguato a sostenere una crescita prolungata, in quanto non promuove la circolazione del capitale da un settore produttivo all’altro che assicura l’adeguamento dell’offerta alla domanda. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 33 Istituto nazionale per il Commercio Estero Tabella 1. Specialisti che hanno completato corsi di istruzione professionale superiore (in migliaia) 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 Totale 425 445 410 403 428 458 501 555 di cui: istituzionali statali 425 444 407 395 415 436 471 515 .. 0,4 1 2 4 9 13 15 .. 30 28 27 29 31 34 38 non statali Numero specialisti per 10000 abitanti Fonte: Rossiya v tsifrak 2000 Tabella 2. Principali variabili economiche (spv=saggio percentuale di variazione) 1997 Tasso di cambio medio R/$ 5,8 Pil reale (spv) 0,8 Valore in rubli 2479 Valore in dollari 428 Pil procapite ($) 2913 Produzione industriale (spv) 2,0 Investimenti fissi lordi (spv) -9,0 Saldo bilancio dello stato ( in % del Pil) -7,6 bilancio primario (in % del Pil) Inflazione (dic./dic.) 10,9 Prezzo del petrolio, $/b 19,3(4) Riserve intern. (oro incluso) 17,7 (1) Previsioni ufficiali: dati del bilancio 2001. (2) Stima. (3) Undici mesi. (4) Prezzo internazionale medio. 1998 1999 2000 2001(1) 9,7 -4,6 2696 278 1897 -5,3 -8,0 -8,0 24,6 3,2 4545 185 1263 8,1 1,0 -1,9 28,2(2) 7,6 6450(2) 229(2) 1568(2) 9,6(3) 17,7(3) 2,1(2) 4,9(2) 20,2(3) 28,0(2) 27,9 30,0 4,0 7750 258 1767 7,0 84,5 36,8 13,1(4) 18,0(4) 12,2 12,4 0,0 3,1 12,0 21,0 35,0 Fonte: varie fonti nazionali. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 34 Istituto nazionale per il Commercio Estero Sullo stato non si può far conto, né sullo stato russo né su quelli dei partner occidentali. Lo stato russo dispone di risorse limitate e ha già dichiarato a giugno 2000 di non essere più disposto a concedere la garanzia sovrana. Né possono essere adeguati allo scopo i crediti assicurati erogati da stati occidentali a favore di un paese che ha circa 170 miliardi di dollari di debito estero, meno di 100 miliardi di dollari di esportazioni, un prodotto interno di 229 miliardi di dollari (nel 2000), che segue una politica nettamente orientata a non servire regolarmente il debito estero e che è vulnerabile alle variazioni del prezzo del petrolio. Il credito può essere concesso da banche estere o da banche nazionali. La crisi del 1998 ha dissestato il sistema bancario russo, che non s’è ancora ripreso da tale dissesto. A fine ottobre 2000 le banche russe “che avevano il diritto di effettuare operazioni” erano 1283. Tra queste le banche con una partecipazione estera erano 126; 21 delle quali interamente controllate dalla casa madre. Secondo una norma della banca centrale, il capitale investito da banche estere non deve superare il 12 per cento del capitale del sistema bancario. Le banche estere si sono avvicinate a questo limite e poi sono regredite, probabilmente a causa di una più rapida capitalizzazione delle banche russe nel loro complesso. All’inizio del ’99 il capitale delle banche estere investito in Russia era il 6,35 per cento del capitale delle banche russe. All’inizio del 2000 tale percentuale era salita al 10,71 ma all’inizio di ottobre 2000 era scesa al 7,9 probabilmente per la rivalutazione del rublo. Il diritto di fissare un limite di accesso delle banche estere dovrebbe passare dalla banca centrale alla Duma e arrivare al 25 per cento. Vi sono tuttavia nella Duma forti resistenze a questo passo. A giudicare dagli impegni assunti dall’Arko (l’Agenzia per la ristrutturazione delle organizzazioni creditizie), non sembra che il governo russo sia particolarmente preoccupato dalle condizioni in cui versa il sistema bancario. Colpisce infatti la mancanza di progettualità con cui sono stati affrontati in Russia la L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 35 Istituto nazionale per il Commercio Estero ristrutturazione e il risanamento del sistema bancario, che in tutti i paesi in transizione dell’Europa centrale sono stati condotti con massicci interventi dello stato. Si dice che le banche russe siano molto liquide (la liquidità è generata principalmente dal canale estero); in effetti sono liquide soltanto quelle poche banche (soprattutto lo Sberbank e il Vneshtorgbank) che la Banca centrale ha considerato ricuperabili dopo la crisi del 1998. In genere le banche commerciali sono riluttanti ad assumere rischi al di fuori del proprio gruppo, che sono costrette a sostenere (la maggior parte di esse appartengono a gruppi industriali e finanziari). Le banche non dispongono di raccolta a medio e lungo termine e nel breve periodo, prevedendo una rivalutazione del rublo, sono ora orientate a prestare in rubli, mentre le imprese preferirebbero indebitarsi in dollari. I tassi di interesse medi dei prestiti a breve in rubli e dollari sono rispettivamente 20 e 12 per cento all’anno. Le banche estere hanno cominciato a concedere crediti a breve e a medio termine fino a due anni. Tuttavia, data la percezione ancora elevata del rischio Russia, non sembra che le banche, estere e nazionali nel loro complesso, possano offrire un sostegno adeguato alla crescita stabile di medio periodo. A torto questo fatto non viene considerato particolarmente drammatico, data l’assenza delle banche nel finanziamento dell’economia reale anche prima della crisi del 1998: s’è fatto senza prima, si farà senza anche ora. Gli investitori esteri non fanno gran che. Una parte rilevante degli investimenti esteri diretti sono capitali russi che rientrano in patria, non soltanto quelli provenienti da Cipro o dalla Svizzera, ma anche parte di quelli che muovono dagli Stati Uniti o dalla Germania (tabella A4). Quando si parla di fughe di capitali bisognerebbe far riferimento a capitali che escono e rientrano, mentre normalmente vengono indicati i capitali in uscita e non i flussi netti, che escludono i capitali russi che rimpatriano. Secondo l’Istituto russo per i problemi della globalizzazione, le fughe di capitale sono state 24,6 miliardi di dollari nel 2000, 18,6 nel L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 36 Istituto nazionale per il Commercio Estero ’99, 25,5 nel ’98 e 22,5 nel ’99. In base a un calcolo sommario e anche impreciso ma semplice e efficace si può sostenere che nel 2000 l’avanzo corrente (stimabile in oltre 45 miliardi di dollari) ha contribuito al servizio del debito estero, ha fatto salire le riserve internazionali di 15 miliardi di dollari e ha finanziato fughe di capitale per 25 miliardi di dollari. I capitali fuggiti nel 2000 vengono subito dopo quelli del 1998 che, sotto questo aspetto è stato l’anno peggiore. I capitali russi che ritornano in patria sono a volte utilizzati per finanziare attività in corso o per allestire società nuove eventualmente miste (sono frequenti pagamenti estero su estero delle importazioni in Russia di attrezzatura produttiva). Il tipico investitore russo è un giovane imprenditore la cui famiglia o egli stesso ha accumulato capitale commerciando prodotti importati, e intende passare all’attività produttiva eventualmente con soci italiani con i quali è entrato in contatto come importatore. Progetti di questo genere sono molto numerosi ma sfuggono al filtro informativo delle banche e delle istituzioni italiane di Mosca. Gli investitori esteri veri e propri sono relativamente pochi, ma il loro contributo dovrebbe crescere in misura dipendente dall’andamento dell’economia. In sostanza, né lo stato né il credito né gli investitori esteri né quelli nazionali sembrano attualmente in grado di conferire risorse per una rapida modernizzazione e crescita dell’apparato produttivo. Pertanto, se i margini di competitività offerti dalla svalutazione del rublo si esaurissero e se tale competitività non fosse fondata sulla ripresa degli investimenti, di cui oggi è difficile vedere la fonte, l’industria russa si esporrebbe a una crisi produttiva, che potrebbe essere seguita da una crisi finanziaria. I principali Russia watchers sono sostanzialmente ottimisti, ossia sono orientati ad attribuire agli aspetti positivi un’importanza prevalente, a differenza del governo russo che è piuttosto cauto. Un esempio di questo contrasto è offerto dalle divergenze sull’economia russa tra il governo e il Fmi. Quest’ultimo ritiene che le riserve internazionali (8,5 e 24 miliardi di dollari, oro escluso, rispettivamente a fine 1999 e L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 37 Istituto nazionale per il Commercio Estero 2000) cresceranno nel 2001 di 12 miliardi di dollari (e quindi la Russia sarà in grado di servire integralmente il suo debito), mentre il governo ritiene che l’incremento delle riserve non supererà i 7 miliardi di dollari; pertanto esso vorrebbe rinviare i rimborsi del debito dell’ex Urss per non esporsi agli effetti sfavorevoli di un basso livello delle riserve internazionali. Il governo teme in sostanza una caduta del prezzo del petrolio e le sue nefaste conseguenze. Sono della stessa opinione alcuni operatori intervistati, secondo i quali il miglioramento congiunturale è il frutto dell’elevato prezzo del petrolio, sceso dal cielo come la manna. Di opinione opposta sono altri Russia watcher, quale Goldman Sachs (Al Breach, Russia: an Anatomy of Adolescent Capitalism, 3 ottobre 2000), secondo cui gli effetti della sostituzione delle importazioni sulla crescita, sulla bilancia dei pagamenti e sul bilancio dello stato sono stati molto più intensi di quelli esercitati dall’aumento del prezzo del petrolio. Pertanto una riduzione di quest’ultimo non porterebbe all’arresto della crescita, se le condizioni di competitività fossero conservate da una politica economica che limitasse l’apprezzamento reale del rublo e approfondisse le riforme. La J.P.Morgan (“Global Data Watch” del 15 dicembre 2000) dimostra lo stesso ottimismo soprattutto a causa dell’espansione fiscale: nel 1999 e 2000 il surplus primario federale è aumentato, mentre nel 2001 scenderà, lasciando spazio alla spesa per consumi. La crescita della produzione incontrerà però il limite della capacità produttiva. In effetti, la capacità inutilizzata è assai elevata, sia in media sia in molti settori, ma sta diminuendo (tabella 3). Secondo Mc Kinsey Global Institute (Unlocking Economic Growth in Russia, ottobre 1999), gran parte della capacità produttiva è ancora utilizzabile, conclusione generalmente condivisa ma con riferimento a operazioni molto semplici. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 38 Istituto nazionale per il Commercio Estero Appendice statistica del paragrafo 5 Le tabelle 3-11 contengono dati sui cambiamenti strutturali e sull’andamento della produzione. Subito dopo la crisi del 1999 il risparmio è tornato a livelli di tutto rispetto (tabella 3), sostenuto dalla crescita della produzione e dall’autofinanziamento delle imprese (tabella 4). Come s’è detto, il risparmio non circola però nell’economia, ma rimane negli stessi settori che l’hanno prodotto (autofinanziamento) o fugge all’estero da dove in parte ritorna in patria rimanendo anche in questo caso sostanzialmente nei settori che l’hanno originato. Negli anni ’90 ha avuto luogo una caduta generalizzata della produzione, divenuta rovinosa per l’industria leggera (-85 per cento in dieci anni; cfr. tabella 4), in forte ripresa (pur senza investimenti importanti; tabella 7) nel 1999-2000. I cambiamenti strutturali del 1992-97 sono stati confermati nel 19882000. In entrambi questi periodi sono aumentate le quote dei combustibili, dei metalli non ferrosi e della siderurgia nella produzione industriale complessiva, mentre la quota di tutti gli altri settori è diminuita. Sono cioè aumentate le quote di quelle industrie che producono merci più facilmente vendibili sul mercato internazionale. La tabella 5 dimostra che gli investimenti russi (legali) all’estero e gli investimenti esteri in Russia svolgono un ruolo molto importante. Come già detto, gran parte dei capitali in entrata sono capitali russi che rimpatriano. Secondo la tabella 6 la quota più significativa degli investimenti destinati alla “economia reale”è quella dell’industria; all’interno di essa (tabella 7) gli investimenti più elevati sono diretti al settore dei combustibili, soprattutto all’estrazione di petrolio. E’ anche significativa la quota di investimenti destinata all’industria alimentare, nella quale sono significativi gli investimenti esteri (tabella A5). L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 39 Istituto nazionale per il Commercio Estero Le più importanti fonti di finanziamento (tabella 8) degli investimenti sono l’autofinanziamento, inclusi gli ammortamenti, e i finanziamenti pubblici (65 per cento del totale nei primi sei mesi del 2000). La tabella 9 chiarisce però che il grosso degli investimenti pubblici non sono destinati all’industria, ma ai trasporti e alle costruzioni. La tabella 10 conferma l’importanza del finanziamento esterno dell’industria leggera e alimentare (in misura significativa investimenti esteri diretti e non). Secondo la tabella 11 le imprese che investono di più sono di proprietà mista (senza investitori esteri) o privata: investitori privati con supporto pubblico. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 40 Istituto nazionale per il Commercio Estero Tabella 3 Alcuni dati di base attinenti agli investimenti (spv= saggi percentuali di variazione) 1998 -4,9 -5,2 2696 278 460 17,1 -6,7 0,14 41,9 51,4 Pil (spv) Produzione industriale (spv) Pil, mld R Pil, mld $ Risparmio lordo, mld R quota % nel Pil Investimenti in capitale fisso (spv) Quota di M2 nel Pil (2) Quota di contanti in M2 (3) % Capacità produttiva utilizzata % 1999 3,2 8,1 4545 185 1153 25,6 4,5 0,12 37,8 57,2 2000 (1) 7,5 9,6 6459 229 17,4 0,12 36,1 65,0 (1) Gennaio-giugno. (2) Coefficiente di monetizzazione. (3) Fine periodo. Fonte: Rossiya v tsifrakh 2000 e “Sotsialno-ekonomicheskoe polozhenie Rossii”, vari numeri Tabella 4 Struttura (quote percentuali) e variazioni percentuali della produzione industriale _______struttura %_______ Tutta l’industria di cui: energia elettrica Combustibili Siderurgia Metallurgia non ferrosa chimica e petrolchimica meccanica e lav. Metalli legno, cellulosa e carta materiali da costruzione industria leggera (2) Alimentare Altro 199 2 100 9,7 13,7 8,0 5,3 8,3 22,4 6,0 5,7 5,6 11,4 3,9 1997 100 12,6 17,2 9,2 7,0 8,2 18,9 4,5 4,1 2,0 12,0 4,3 2000 (1) 100 9,3 20,0 9,3 10,3 6,5 17,9 4,8 2,7 1,7 12,5 5,2 _________variazioni %_________ 1999 % 1990 -50 -24 -32 -39 -42 -49 -58 -58 -65 -85 -48 1999 % 1998 8,1 0,2 2,4 14,4 8,5 21,7 15,9 17,2 7,7 20,1 7,5 2000 % (1) 1999 9,6 2,0 4,3 15,0 15,3 14,1 13,2 11,8 9,0 22,3 8,0 (1) Gennaio-giugno. (2) Tessile, abbigliamento, calzature. Fonte: Rossiya v tsifrakh 2000 e “Sotsialno-ekonomicheskoe polozhenie Rossii”, vari numeri L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 41 Istituto nazionale per il Commercio Estero Tabella 5 Investimenti nazionali e esteri, miliardi di rubli (tra parentesi quote percentuali) Finanziari (2) di cui: a breve termine a lungo termine 1999 443 115 (26,0) 328 (74,0) 2000 (1) 582 184 (31,7) 398 (68,3) Reali (2) di cui: in capitale fisso 676 566 (83,7) 418 351 (83,9) Invest. russi all’estero di cui: diretti 8038 785 (9,8) 7659 163 (2,1) Invest. dell’estero in Russia di cui: diretti 9560 4260 (44,6) 4778 1786 (37,4) (1) Gennaio-giugno. (2) Escluse le piccole imprese. Fonte: Investitsionnaya deyatelnost v Rossii: usloviya, faktory, tendentsii, Mosca 2000 Tabella 6 Investimenti in capitale fisso per settori dell’economia (1) Investimenti totali di cui: industria Agricoltura e foreste Trasporti Comunicazioni Costruzioni Commercio e affini credito e assicurazioni Altro 1999 mld R 659,3 249,2 20,5 113,5 21,4 25,6 16,0 11,9 191,0 % 100 37,8 3,1 17,2 3,2 3,9 2,4 1,8 29,0 2000 (2) mld R 350,7 161,3 10,0 62,8 11,2 8,8 6,8 3,8 76,0 % 100 46,0 2,8 17,9 3,2 2,5 1,9 1,1 21,7 (1) Incluse le piccole imprese. (2) Gennaio-giugno Fonte: Investitsionnaya deyatelnost v Rossii: usloviya, faktory, tendentsii, Mosca 2000 L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 42 Istituto nazionale per il Commercio Estero Tabella 7 Investimenti in capitale fisso per settori dell’industria (1) 1999 2000 (2) mld % mld R % R In tutta l’industria 249,2 100 161,3 100 di cui: energia elettrica 29,6 11.9 17,1 10,6 Combustibili 92,6 37,2 78,2 48,4 Di cui: petrolio 58,1 23,3 54,2 33,5 Raffinazione 5,5 2,2 5,1 3,2 Gas 22,6 9,1 14,9 9,2 Carbone 6,4 2,6 3,9 2,4 Siderurgia 13,3 5,3 7,6 4,7 Metalli non ferrosi 16,1 6,5 11,5 7,1 Chimica e petrolchimica 10,6 4,3 6,8 4,2 Meccanica 24,5 9,8 13,5 8,3 Legno, cellulosa e carta 11,2 4,5 6,5 4,0 Materiali da costruzione 4,1 1,6 2,0 1,2 Leggera 2,2 0,9 0,5 0.3 Alimentare 38,9 15,6 14,9 9,2 (1) ncluse le piccole imprese (2) Gennaio-giugno. Fonte: Investitsionnaya deyatelnost v Rossii: usloviya, faktory, tendentsii, Mosca 2000 Tabella 8 Investimenti in capitale fisso per fonti di finanziamento nel 1999 e 2000 (1) Investimenti totali Mezzi propri di cui: autofinanziamento Ammortamenti Finanziamenti esterni di cui: 1. crediti bancari di cui: banche estere 2. altri crediti 3. finanziamenti pubblici di cui: federali Regionali e comunali 4. altro di cui: emissioni azionarie 1999 mld R 565,6 302,2 91,6 .. 263,4 24,2 .. 32,4 98,3 37,2 61,1 108,5 4,1 % 100 53,4 16,2 .. 46,6 4,3 .. 5,7 17,4 6,6 10,8 19,2 0,7 2000 (2) mld R 350,7 187,6 76,3 80,0 163,1 14,0 3,4 33,0 72,1 18,3 53,8 44,0 1,1 % 100 53,5 21,7 22,8 46,5 4,0 1,0 9,4 20,6 5,2 15,4 12,5 0,3 (1) Escluse le piccole imprese (2) Gennaio-giugno. Fonte: Investitsionnaya deyatelnost v Rossii: usloviya, faktory, tendentsii, Mosca 2000 L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 43 Istituto nazionale per il Commercio Estero Tabella 9 Investimenti in capitale fisso per settori e fonti di finanziamento 1999 (percentuali) Tutti i settori di cui: industria Agricoltura Foreste Trasporti Comunicazioni Costruzioni mezzi propri 53,4 72,0 77,8 79,9 39,1 63,4 46,8 finanziamenti esterni 46,6 28,0 22,2 20,1 60,9 36,6 53,2 di cui: fondi pubblici (1) 17,4 4,7 16,8 16,4 27,8 0,9 27,6 (1) Dai bilanci della federazione, delle regioni e dei comuni. Fonte: Investitsionnaya deyatelnost v Rossii: usloviya, faktory, tendentsii, Mosca 2000 Tabella 10 Investimenti in capitale fisso nell’industria per fonti di finanziamento (percentuali) (1) Industria di cui: energia elettrica Combustibili di cui: petrolio Raffinazione Gas Carbone Siderurgia Metalli non ferrosi Chimica e petrolchimica Meccanica Legno, cellulosa e carta Materiali da costruzione Leggera Alimentare mezzi propri 72,0 77,7 73,1 77,6 74,3 57,3 85,6 74,2 94,4 89,2 74,4 80,8 62,2 48,4 46,2 finanziamenti esterni 28,0 22,3 26,9 22,4 25,7 42,7 14,4 25,8 5,6 10,8 25,6 19,2 37,8 51,6 53,8 di cui: fondi pubblici (2) 4,7 4,6 6,4 8,5 0,3 0,9 11,3 0,3 0,2 2,5 5,0 2,1 7,6 6,2 5,1 (1) Escluse le piccole imprese. (2) Dai bilanci federali, regionali e comunali. Fonte: Investitsionnaya deyatelnost v Rossii: usloviya, faktory, tendentsii, Mosca 2000 L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 44 Istituto nazionale per il Commercio Estero Tabella 11 Investimenti in capitale fisso per forma di proprietà nel 1999 (1) Investimenti totali di cui: proprietà statale federale “ statale regionale “ comunale “ privata “ mista nazionale “ estera “ mista estera mld R 659,3 81,6 58,5 31,0 171,7 246,0 20,8 49,7 % 100 12,4 8,9 4,7 26,0 37,3 3,2 7,5 (1) Incluse le piccole imprese. Fonte: Investitsionnaya deyatelnost v Rossii: usloviya, faktory, tendentsii, Mosca 2000 L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 45 Istituto nazionale per il Commercio Estero 6. La vittoria di Pirro del made in Italy e il passaggio ai nuovi mercati Come appare dalla tabella 1 le esportazioni italiane in Russia sono aumentate rapidamente nel 1993-97, sono scese dopo la crisi del 1998 per riprendere con vigore nel 2000. La crescita delle esportazioni in Russia è stata una delle success story del commercio estero italiano negli anni '90. Il nuovo ambiente economico emerso dalla caduta del comunismo ha cambiato radicalmente la collocazione e le operazioni degli operatori italiani in Russia. Gli spazi del general contractor si sono ridotti allo stremo. La sua funzione si è praticamente vanificata. Essa era fondata su domanda statale programmata, pagamenti statali, crediti con garanzie occidentali pubbliche, tutti strumenti ormai scomparsi con l’avvento del capitalismo selvaggio. I general contractor hanno cercato di prolungare la loro attività inventando ingegnosi schemi di vendita degli impianti. Tuttavia, essi si sono rivelati “sviluppatori”, non investitori. Quando hanno costituito società partecipate, l’hanno fatto per avere una controparte commerciale a cui vendere impianti, e non per creare un’unità produttiva da cui trarre profitto. Essi non hanno dunque investito, ma “hanno fatto semplicemente finta di investire”. Uno schema ricorrente è stato quello di cercare un interlocutore pubblico da sostituire allo stato sovietico dello schema tradizionale. Tale interlocutore è stato individuato nelle regioni (oblast e respublika), che potevano svolgere la funzione di programmatori sul loro territorio e avevano i titoli per sollecitare con efficacia crediti garantiti dallo stato esportatore. Tali schemi hanno avuto inizialmente qualche successo, ma sono poi scomparsi perché non adeguatamente sorretti dallo stato, che aveva perso la vocazione sovietica di intervenire nell’economia. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 46 Istituto nazionale per il Commercio Estero Tabella 12 Alcuni dati sul commercio dell’Italia con la Russia (miliardi di lire) 1997 1999 6557 3335 7280 8153 -723 -4818 2000 (1) 4440 8056 -3616 Esportazioni italiane Importazioni italiane Saldo 1993 2702 6092 -3390 Esportazioni italiane Importazioni italiane (quote % nel commercio estero italiano) 1993 1997 1999 2000 (2) 1,0 1,6 0,8 1,0 2,6 2,0 2,1 3,2 Esportazioni italiane Importazioni italiane (saggi di variazione percentuale) 1997/1993 1999/1997 2000/1999 (2) +142,6 -49,1 +51,2 +19,4 +12,0 +106,0 (1) Gennaio-novembre. (2) Gennaio-ottobre. Esposizione Sace al 31.10.2000: 6871 milioni di euro, di cui impegni in essere: 3860 milioni di euro; categoria di rischio al 31.12.2000: 6. Fonti: Istat e Sace Le esportazioni italiane sono cresciute rapidamente raggiungendo nel 1997 il punto di massimo, 6557 miliardi di lire (+143 per cento rispetto al 1993); le importazioni sono aumentate più lentamente (+19 per cento nel 1997 rispetto al 1993) permettendo una netta riduzione del disavanzo. Nello stesso periodo (1993-97) le importazioni russe totali in lire sono aumentate del 121 per cento (del 132 per cento se si escludono le importazioni dalla Csi). In dollari le importazioni russe provenienti rispettivamente dall’esterno della Csi, dall’Italia e dalla Germania sono aumentate tra il 1993 e il 1997 del 50, del 140 e del 31 per cento. Va però detto che il punto di partenza dell'Italia era molto basso: all’interno di una generale caduta delle importazioni russe nel 1993 (del 27,5 per cento rispetto al 1992), le importazioni dall’Italia hanno subito una caduta rovinosa (-64 per cento), in parte dovuta a effetti di cambio, mentre le importazioni dalla Germania hanno tenuto meglio le loro posizioni (-27 per cento). A causa della crisi di agosto 1998, le esportazioni italiane sono diminuite del 20 per cento nel 1998 e ancora del 36,4 per cento nel 1999, dando luogo a un elevato disavanzo. Nel 2000 (primi 11 mesi) le esportazioni sono tornate a crescere fortemente (+51,2 per cento), ma le importazioni sono più che raddoppiate. Nei primi 10 mesi del 2000 le importazioni totali russe in lire sono aumentate del 25,5 per cento. Nello stesso periodo le esportazioni verso la Russia sono state l’1 per cento delle esportazioni totali italiane, mentre le importazioni dalla Russia sono state più del 3 per cento delle importazioni totali. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 47 Istituto nazionale per il Commercio Estero Un secondo tentativo di resuscitare il general contractor ha dato luogo a progetti complessi legati alla costruzione di infrastrutture, capaci di generare un vasto indotto e quindi comprendenti numerose imprese guidate da una o più capofila. Tuttavia, in questi casi è sorto il problema del finanziamento del progetto comune e, nelle condizioni attuali delle finanze pubbliche, tale problema può essere risolto soltanto dall’intervento di organismi finanziari internazionali. Le società di costruzione delle infrastrutture attendono però la ripresa degli investimenti pubblici, miranti a modernizzare l’economia russa a tutto campo e non limitati agli interventi episodici degli organismi multilaterali. Questi progetti risuscitano il sogno del grande paese, il cui sviluppo e omogeneizzazione ai centri più avanzati (soprattutto Mosca; si veda oltre) richiedono enormi investimenti (strade, autostrade, ferrovie, ponti, porti, aeroporti, canali, telecomunicazioni, risistemazioni urbanistiche). Tale prospettiva presuppone che l’economia russa abbia già imboccato un sentiero di crescita stabile, consolidato dal vastissimo indotto generato dalla modernizzazione delle infrastrutture stesse. Le società di costruzione industriale rappresentate oggi a Mosca occupano dunque una posizione strategica di attesa, contendendo nel frattempo alle imprese russe i crediti concessi dalla Banca mondiale, che nel 2001 potrebbe concedere alla Federazione russa crediti fino a un miliardo di dollari, se fossero stipulati solidi accordi per il servizio del debito ex sovietico. L’ampio sviluppo delle infrastrutture viene collocato temporalmente, forse con un po’ di ottimismo, nella seconda metà del primo decennio del 2000. Se tutto andrà bene. Negli anni ’90 e ancora adesso, i venditori di impianti sopravvissuti sono stati quelli che si sono specializzati in un certo tipo di macchinari e, per promuoverne la vendita, hanno creato strutture commerciali dotate di centri di assistenza a Mosca e nelle regioni. I venditori di impianti che non si sono specializzati hanno dovuto abbandonare il mercato russo o hanno vissuto una spesso sterile ansia in attesa del contratto. La domanda riguarda soprattutto impianti di dimensioni relativamente modeste, acquistati da L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 48 Istituto nazionale per il Commercio Estero piccole imprese per allestire un’unità produttiva o da imprese medie per conservare in vita o modernizzare un processo produttivo preesistente. Spesso la vendita specializzata di impianti viene rafforzata dai contatti coltivati ai tempi del paradiso del general contractor, ma altrettanto spesso la vendita degli impianti viene promossa e realizzata da giovani imprenditori italiani nuovi al mercato russo, pronti a immergersi fino in fondo nella realtà del paese (cfr. oltre il paragrafo 8). Esempi di questo genere sono macchinari per produrre pasta, per la produzione di bottiglie di materiale sintetico, per imbottigliamento, macchine tipografiche, per la lavorazione del legno, linee di produzione e di impiego di imballaggi. In tutti questi campi gli imprenditori di maggior successo sono quelli che si sono trasformati da venditori in produttori di parti degli impianti o dei loro prodotti, per sfruttare tempestivamente le occasioni offerte del mercato. Per promuovere la vendita di impianti alcune imprese auspicano scambi contro materie prime secondo schemi che non comportino garanzie pubbliche. Facciamo un esempio, naturalmente applicabile a altri settori: per vendere legname segato bisogna disporre di macchine per tagliare il bosco e predisporre i tronchi e le assi. Pertanto l’acquisto di macchinari da parte di un operatore russo di una società mista potrebbe essere finanziato da crediti a scadenza relativamente breve, ripagati dalle disponibilità di un escrow account alimentato dai ricavi delle esportazioni di legname. Tuttavia, anche le imprese specializzate e organizzate incontrano ostacoli specifici nelle loro campagne di vendita degli impianti. Vi sono casi in cui vecchie fabbriche offrono a membri dell’ex nomenklatura e a burocrati locali una nicchia di reddito e di benessere personale. Per conservare tale nicchia, la direzione aziendale e funzionari pubblici suoi alleati ostacolano l’intervento di un investitore estero, che provocherebbe una vasta ristrutturazione e la conseguente scomparsa della nicchia. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 49 Istituto nazionale per il Commercio Estero Vi sono altri esempi di resistenza alla ristrutturazione: capita che vecchi dirigenti si rifiutino di utilizzare insieme a soci esteri spazi e, in parte, attrezzature di grandi imprese ex sovietiche per allestire linee di montaggio di prodotti industriali. In questo caso le resistenze provengono probabilmente da insipienza imprenditoriale. Negli appalti pubblici assegnati mediante gare internazionali, imprese e autorità locali russe si coalizzano per contrastare concorrenti esteri stabilendo criteri e requisiti che li escludano. Inoltre, in caso di vittoria della gara da parte di un concorrente estero, la parte russa tenta ripetutamente di cambiare le condizioni di adempimento del contratto (aumento dei prezzi delle forniture, utilizzo improprio, per usare un eufemismo, delle rate dei crediti erogati da organismi finanziari internazionali, modificazione dell’oggetto appaltato, ritardi nei pagamenti, ecc.). Gli anni ’90 sono stati appannaggio dei mercanti di beni di consumo. Come s’è visto (tabella 4), la liberalizzazione del commercio con l’estero ha distrutto l’arretrata produzione russa di beni di consumo (la quota di investimenti destinata all’industria leggera ai tempi dell’Urss era un costante 4 per cento all’anno degli investimenti totali, qualunque fosse la dimensione assoluta di questi ultimi; tale quota è aumentata, al 5,5 per cento, soltanto nel 1990), aprendo le porte del mercato russo alle importazioni. In questo contesto gli operatori italiani hanno trovato il proprio habitat preferenziale, sfogando la loro destrezza di conquistatori di nuovi mercati (cfr. la tabella 12), senza però preoccuparsi troppo di mantenere durevoli posizioni all’interno di essi. I beni di consumo italiani esportati in Russia sono stati consegnati a reti di distribuzione locali, che hanno allestito grandi magazzini e negozi spesso utilizzando un marchio italiano completamente inventato, quale per esempio quello di Carlo Pazolini (il cognome è inesistente in Italia, il nome è quello di Geppetto, “papà Carlo” nella versione russa di Pinocchio). Le merci importate da queste strutture appartengono a una fascia di qualità o molto alta o molto bassa, sia nel campo dell’abbigliamento L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 50 Istituto nazionale per il Commercio Estero sia in quello dell’alimentazione; in assenza, dunque, di una vera fascia intermedia. Questo perché (a prescindere dai casi, inizialmente assai diffusi in verità, di vendita di prodotti di cattiva qualità a prezzi molto elevati) i percettori delle più elevate fasce di reddito sono in condizioni di acquistare prodotti di alta qualità, magari strapagandoli (in base a un atteggiamento di disprezzo del denaro dovuto alla mancata esperienza di accumulazione finanziaria, in netto contrasto con la solida preferenza per il risparmio delle classi benestanti del capitalismo occidentale). I redditi elevati appartengono al 3-4% della popolazione, che esprime una domanda per beni di consumo di qualità. Il commercio di importazione ha offerto una grande opportunità di arricchimento, tant’è che gran parte dei “nuovi russi” consiste in importatori. Si sostiene che la classe media in formazione sia oggi il 20 per cento della popolazione a Mosca, il 10 per cento a San Pietroburgo e il 6 per cento nelle restanti città. A livello nazionale la percentuale della classe media risulterebbe pari all’8 per cento circa della popolazione. La percentuale attribuita a Mosca potrebbe essere realistica, ma è improbabile che lo sia l’8 per cento nazionale. Infatti, il 10 per cento più abbiente della popolazione (che comprende anche i “nuovi russi”) percepisce un reddito medio di 131 dollari al mese (tabella 13), che pare insufficiente a soddisfare i consumi dei ricchi e quelli propri della classe media. Negli anni ’90 gli italiani hanno dominato il mercato russo di importazione, ma non hanno sfruttato pienamente le posizioni conquistate investendo in centri commerciali o in reti distributive, come hanno fatto alcune componenti della concorrenza, quali i turchi e i tedeschi. Essi si sono limitati a costituire piccole società partecipate di appoggio delle operazioni commerciali piuttosto che acquisire sezioni della rete distributiva. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 51 Istituto nazionale per il Commercio Estero Tabella 13 Reddito mensile procapite dei diversi gruppi della popolazione russa nel primo semestre 2000 1° 20 per cento, 29 mln di persone (popolazione meno abbiente) di cui 1° 10 per cento 14,5 mln 2° 20 per cento, 29 mln 3° 20 per cento, 29 mln 4° 20 per cento, 29 mln 5° 20 per cento, 29 mln di cui 10° 10 per cento, 14,5 mln (popolazione più abbiente) percentuali del reddito monetario reddito procapite in $ 6,0 2,4 10,1 14,5 20,8 48,6 11,6 9,3 19,6 28,1 40,3 94,1 34,0 131,0 Fonte: nostra elaborazione su dati del “Sotsialno-ekonomicheskoe polozhenie Rossii”, gennaio-giugno 2000. La Moda italiana si distingue dal resto degli esportatori in Russia: già nel 1995 le grandi case di moda hanno deciso di arrestare l’uso gratuito del marchio e di allestire propri punti vendita, prima come società miste e poi ceduti in franchising a operatori russi. Nel campo della moda i ricavi elevati delle vendite hanno anche permesso in alcuni casi la concessione di crediti a breve ai dettaglianti da parte dei grossisti. La grande area commerciale della Russia è Mosca, straordinaria concentrazione di abitanti (8,6 milioni), attività e ricchezze, risultato dell’assoluta centralità di cui la città ha goduto nei settant’anni di potere sovietico, accentratore per antonomasia. Queste circostanze sono state valorizzate dalla determinazione imprenditiva del sindaco, Yurii Luzhkov, che è riuscito a promuovere attività pubbliche e private per l’abbellimento e lo sviluppo urbano di Mosca. Le attività commerciali vanno perciò intraprese nel quadro dei progetti e della capacità di intervento del governo di Mosca. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 52 Istituto nazionale per il Commercio Estero Queste cose la Moda italiana le ha capite, a giudicare dal suo contributo allo sfarzo della Tverskaya (via Gorkii ai tempi dell’Urss), che in alcuni tratti sembra la Fifth Avenue di New York. Il governo di Mosca ha pianificato nei principali incroci stradali della città una rete di punti di vendita nei quali potrebbero insediarsi imprese estere che hanno acquisito esperienza nel settore commerciale russo. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 53 Istituto nazionale per il Commercio Estero 7. Il miraggio tecnologico Uno dei tanti miti dell’Urss è stata la ricerca scientifica. A lungo in Occidente sono state ipotizzate ampie possibilità di cooperazione con i ricercatori sovietici. In effetti gli studiosi dell’economia sovietica e gli operatori sul campo avevano da tempo concluso che nell’Urss si potevano trovare scoperte scientifiche o invenzioni, ossia risultati dell’attività di ricerca scientifica, ma non prototipi e progetti industriali pronti per essere applicati. Questa conclusione è stata confermata svariate volte, ma soprattutto dal recente esame di 10.000 progetti, tra i quali non ne è stato selezionato praticamente nessuno. Né i sovietici (per ragioni di prestigio e di rafforzamento strategico) né i russi (sostanzialmente per le stesse ragioni, oltre che per motivi di convenienza commerciale) avrebbero comunque ceduto tecnologie compiute, già impiegabili. Il sistema economico sovietico era istituzionalmente incompatibile con il progresso tecnico e una delle principali ragioni del suo crollo è stata la scarsa rapidità e diffusione del progresso tecnico, in particolare nel campo dell’informatica. Le poche tecnologie sovietiche o russe utilizzabili appartengono al settore dei materiali e delle leghe speciali. Più frequenti sono gli scambi di prodotti e servizi tecnologicamente avanzati, in particolare nel campo delle telecomunicazioni. Vi sono tuttavia importanti eccezioni: in alcuni casi tecnologie separate provenienti dall’industria militare e inserite in un prodotto occidentale tecnologicamente complesso hanno consentito di migliorare sensibilmente la competitività internazionale del prodotto. Per arrivare a risultati di tal genere è stata necessaria una lunga cooperazione e il sostegno, puramente casuale, di dirigenti lungimiranti. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 54 Istituto nazionale per il Commercio Estero 8. Russificatevi! Arricchitevi, accumulate, sviluppate le vostre aziende! Bukharin, 1925 Per affrontare il mercato russo vi è un altro modo oltre a quello dei commercianti puri, dei quali s’è parlato sopra (paragrafo 6). Tale modo, vincente, è quello di integrarsi profondamente nella realtà russa, di russificarsi insomma; di operare esattamente come hanno operato e operano i russi in questa fase storica della loro evoluzione economica e istituzionale. La russificazione, com’è intesa qui, vuol dire prima di tutto far parte pienamente del mondo produttivo e commerciale russo, accettarne le regole del gioco cambiando le modalità operative in base all’evoluzione delle circostanze esterne. In sostanza essa comporta una collocazione totalmente interna all’economia russa che permetta di sfruttare tempestivamente, prima di altri, le occasioni che essa offre. Più concretamente essa consente di trasformarsi (nel momento più favorevole, in base alle variazioni del reddito, della domanda, del cambio) da general contractor in mercante di impianti specializzati, nonché da esportatore in produttore. Inoltre la russificazione richiede e consente di stabilire con soci e collaboratori russi rapporti corretti che tengano conto del loro carattere nazionale, delle loro qualità, dei loro difetti, aspirazioni, certezze e insicurezze. Negli ultimi anni essa ha anche permesso interventi selettivi sul mercato dei voucher (gli strumenti della privatizzazione di massa) per acquisire le azioni necessarie alla costituzione di un gruppo coerente da un punto di vista produttivo; ha reso più agevole la ricerca, insieme a clienti e fornitori, di soluzioni temporanee che permettessero di evitare il fallimento dopo la crisi del 1998; ha spinto a sfruttare occasioni generalizzate di evasione dei dazi doganali e delle imposte, ma anche ad accompagnare verso lo stato di diritto le poche imprese russe orientate a seguire una corretta condotta degli affari. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 55 Istituto nazionale per il Commercio Estero 9. Le società partecipate Concentrandosi, scavando in profondità, ripiegandosi su se stessa si è forgiata la mente umana in Oriente; spalancandosi verso l’esterno, irradiando la sua luce in tutte le direzioni, lottando contro innumerevoli ostacoli essa si è sviluppatain Occidente. Chaadayev, Apologia di un pazzo, 1837 L’attività degli imprenditori russificati è dunque assai diversa da quella degli esportatori puri, che hanno toccato soltanto la superficie del mondo produttivo e commerciale russo; ma è anche profondamente diversa dai tentativi sostanzialmente fallimentari di costituire società partecipate con soci russi senza la necessaria conoscenza e fermezza che queste operazioni richiedono; cioè senza aver raggiunto l’adeguato grado di russificazione. Negli anni ‘90 molte società miste allestite dagli italiani in Russia sono fallite miseramente (è il caso di dirlo), sembra a causa del comportamento scorretto del socio o dei soci russi. In sostanza, cos’è successo? In base alla testimonianza dei soci italiani, se dopo il periodo di avviamento le cose sono andate male il socio russo se n’è andato abbandonando il campo; se le cose sono andate bene egli ha cominciato a non rispettare gli impegni contrattuali, pretendendo vantaggi maggiori di quelli pattuiti, o addirittura s’è reso colpevole di appropriazione indebita. Questo comportamento ha provocato liti tra i soci che hanno portato allo scioglimento della società. Tutto ciò succede anche in paesi più avanzati ma la ripetizione e estensione del fenomeno in Russia richiedono una spiegazione particolare. Alcuni imputano questo comportamento a oltre settant’anni di socialismo sovietico che avrebbe diseducato i russi, non soltanto impedendo lo svolgimento di ogni attività commerciale con l’eccezione della borsa nera, ma anche favorendo i comportamenti prevaricanti del capo (nachalnik) di basso livello e sottoposto a una onnipotente e lontana burocrazia. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 56 Istituto nazionale per il Commercio Estero Tuttavia sembra che, come in altri casi, siano la natura e il comportamento dei sovietici che vengono determinati dalla natura e dal comportamento dei russi, e non viceversa. Sono perciò necessarie spiegazioni più profonde, radicate nella storia e nell’animo russo. Una di queste spiegazioni attribuisce al socio russo un atteggiamento imperiale, da cui deriva il rifiuto di una posizione subalterna e anche paritaria, e nega perciò alle radici le possibilità di costituire una società con partner esteri. Vi è un’altra spiegazione che pare più fondata. Le scienze sociali russe hanno ripreso recentemente il tema, che ha già molto tormentato gli intellettuali nell’800, del carattere nazionale russo e della sua compatibilità con l’economia mercantile (1). Le conclusioni di queste analisi e dibattiti sono piuttosto scoraggianti. Lo sviluppo originario dell’economia mercantile ha avuto luogo nei paesi dell’Europa centrale e occidentale di religione cattolica (e poi anche protestante). La religione cattolica ha spinto l’uomo ad affermare se stesso affrontando il mondo esterno in una lotta per la difesa e la crescita del benessere proprio, della famiglia e della comunità, creando così pensatori e uomini d’azione. Al contrario “la cultura bizantina e la religione ortodossa hanno spinto la timorosa coscienza dell’uomo alla contemplazione dell’al di là” (V. Klyuchevskii). Questo genere di spiegazioni lasciano poche speranze allo sviluppo dell’economia di mercato in Russia. Possiamo però affermare che le nuove generazioni sono cambiate, hanno rotto con il passato e sono pronte a sostenere l’integrazione dell’economia russa nell’economia internazionale. (1) Si veda per esempio L.Grishin, My kak uchastniki rynochnykh otnoshenii, “Voprosy ekonomiki”, n. 8, 2000. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 57 Istituto nazionale per il Commercio Estero . Forse l’esperienza sovietica ha avuto anche una funzione positiva: quella di rendere i cittadini russi pronti ad accettare una realtà opposta a quella sovietica, senza tornare indietro, ma aprendo il paese a una profonda influenza esterna. In attesa di tale evoluzione, da varie parti viene consigliato di non costituire società miste con soci russi, ma di costituire società interamente estere. Entriamo così in un circolo vizioso. Sono infatti pochi gli imprenditori esteri in grado di andare da sé sul mercato russo, senza l’appoggio di soci, “di cercatori di piste” locali. Va detto che il fiasco di gran parte delle società miste non è attribuibile soltanto alla natura sovietica, imperiale o ortodossa dell’animo russo. La responsabilità dei soci italiani è stata spesso significativa. Finché il ricambio generazionale in Russia non sarà sufficientemente avanzato, il mercato russo non sarà cristallino e i russi non saranno totalmente rispettosi dei loro impegni. Pertanto andranno seguiti determinati criteri nei rapporti con i soci e anche con i dirigenti russi. Prima di tutto non vanno messe nelle mani dei soci russi la gestione e la contabilità dell’impresa. Inoltre l’incertezza di fondo che, come s’è detto, deriva dalla cultura russa va compensata con attenzioni particolari e continue che impediscano al socio russo di sentirsi abbandonato a sé stesso; nello stesso tempo vanno stabilite regole ferree riguardanti le responsabilità, la distribuzione di vantaggi e rimunerazioni e il sostegno degli oneri. Abbiamo finora individuato tre modi di affrontare il mercato russo: quelli del puro mercante, quello dell’imprenditore russificato e quello dell’investitore russificato soltanto a metà; ne esiste un quarto (si tratta in effetti di un modo per non affrontare il mercato russo), che occupa anch’esso una posizione estrema, opposta alla posizione dell’imprenditore russificato. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 58 Istituto nazionale per il Commercio Estero Quest’ultimo modo è quello del “banchiere giurista” o del “banchiere del contenzioso”. Nelle banche italiane la figura professionale dominante è stata tradizionalmente quella del giurista piuttosto che quella dell’economista, o addirittura dell’operatore finanziario. Ora, ovviamente, le cose sono cambiate radicalmente, ma nelle situazioni difficili, e tra queste naturalmente va annoverata la situazione dell’economia russa, l’anima del banchiere giurista riprende vigore e blocca ogni iniziativa che non sia garantita dall’ambiente istituzionale in cui essa viene presa. Le istituzioni e i tribunali russi non sono considerati dal banchiere giurista consoni alle regole dell’attività bancaria e sembrano fatti apposta per bloccare ogni iniziativa. Va tuttavia sottolineato che gli economisti esperti del settore delle imprese sostengono che i diritti di proprietà non sono ancora tutelati in Russia. Se escludiamo il mercante puro che aggredisce il mercato con successo ma rinuncia a un insediamento di lungo periodo, gli altri due modi di affrontare il mercato russo riguardano gli investitori (se trascuriamo il banchiere giurista). Gli investitori possono essere classificati in base alla dimensione aziendale; in una prima fase le società che effettuano investimenti passando dall’attività commerciale a quella produttiva sono piccole imprese (1), che trovano conveniente produrre in loco per una serie di motivi, attinenti alle imposte, al cambio, ai costi di fabbricazione. Gli imprenditori di questo primo gruppo comprendono quelli interamente russificati che, come s’è detto, si trovano nella posizione più favorevole per trarre vantaggio dalle modificazioni dell’ambiente economico. A fine dicembre 1996 le imprese italo-russe registrate (dal Registro statale unificato delle imprese e delle organizzazioni; Egrpo, secondo le iniziali russe) erano 768, il 4,8 per cento del (1) Vi è però un’eccezione, quella di una multinazionale a livello globale il cui capitale investito in Russia è stato diluito da un aumento di capitale legittimo ma scorretto promosso dai soci russi. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 59 Istituto nazionale per il Commercio Estero totale (16.079). Nel 1996 le imprese partecipate da soci italiani hanno esportato e importato merci per 56 e 138 mila dollari rispettivamente, confermando la loro dimensione di piccole imprese. La maggioranza di esse (quasi il 60 per cento) risiedeva a Mosca e quasi il 10 per cento a San Pietroburgo; 289 (38 per cento) operavano nel commercio e nella ristorazione, mentre 220 erano imprese industriali. Secondo una ricerca ancora in corso, condotta dalla rappresentanza di Mosca di Banca Intesa, a metà 2000 le imprese con soci italiani, prevalentemente non controllate al 100 per cento da questi ultimi, sono scese di poco, a 761 unità (vi erano inoltre 238 uffici di rappresentanza). La diminuzione è coerente con l’ipotesi di contrasti tra i soci italiani e russi, oltre che con le conseguenze della crisi economica. Tuttavia, 761 è un valore netto risultante da aperture di nuove imprese e chiusure di vecchie; è probabile che le società nuove si registrino, mentre una parte di quelle non più attive non cancellino tempestivamente la registrazione. Pertanto la diminuzione delle società effettivamente operative potrebbe essere superiore alle 7 unità. E’ ora cominciata una seconda fase, nella quale la Russia non accoglie più soltanto società italiane di piccole dimensioni. Si è infatti mossa la grande azienda, la multinazionale media a livello europeo, i cui investimenti hanno lo scopo di saltare la barriera protezionistica eretta dalla svalutazione del cambio, nonché di sfruttare i bassi costi di produzione e la vicinanza al mercato di sbocco. L’ingresso della grande impresa italiana nel sistema produttivo russo non è però stato indolore, ma è stato tenacemente contrastato dai clan. Non si può dire che le grandi imprese siano russificate perché, evidentemente la loro natura e il loro comportamento sono determinati dai costumi della casa madre; si tratta tuttavia di imprese molto ben allenate a operare sul mercato russo, e pronte a cogliere le opportunità da esso offerte. In alcuni casi esse possono riacquisire impianti venduti all’Urss al tempo del paradiso del general contractor, e sfruttare le L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 60 Istituto nazionale per il Commercio Estero vendite da parte dei clan delle imprese produttrici di merci non facilmente liquidabili (cfr. il paragrafo 3) e non più profittevoli. La terza fase, quella dell’accesso al mercato russo della grande multinazionale non è ancora cominciata. Essa aspetta che i motivi essenziali di incertezza sia macroeconomica (livello di domanda per i vari tipi di prodotto) sia microeconomica (regime fiscale, protezione giuridica) siano superati. Rispetto alla valutazione del rischio Russia la grande multinazionale appartiene al gruppo del banchiere del contenzioso. Essa ritiene inoltre di offrire un grosso contributo (investimento principale più indotto) alla crescita della produzione e del reddito; in cambio di ciò vorrebbe una particolare attenzione da parte del governo del paese ospitante (per esempio, esenzione doganale per le importazioni di componenti), che le autorità russe non sembrano disposte a concedere. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 61 Istituto nazionale per il Commercio Estero 10. La giustizia, i diritti di proprietà e la certezza del contratto Da quanto detto nei paragrafi precedenti uno dei problemi principali dell’economia russa sono le istituzioni giuridiche. Sorprendentemente, a differenza del ‘banchiere del contenzioso’, i giuristi, sia russi sia italiani, non considerano il corpo legislativo incompleto e indeterminato, ma sono attratti dal suo pregio formale. Secondo loro, il codice civile russo (1994) è un buon codice e la legislazione societaria (1996-97) è adeguata. Tuttavia, in fase applicativa le grandi leggi vengono ostacolate da una folla di leggi minori o locali, di decreti e di risoluzioni ministeriali, nonché da un assetto della magistratura in gran parte ereditato dal periodo sovietico. Inoltre l’incertezza sui diritti di proprietà scoraggia gli investimenti ed è la causa dell’economia dei clan. Naturalmente l’atteggiamento dell’imprenditore russificato è un atteggiamento di sfida che accetta, seppure temporaneamente, l’inadeguatezza della protezione giuridica, non conta interamente sul sistema della giustizia per la difesa dei suoi diritti di proprietà, per il ricupero crediti e per i rapporti con dipendenti, soci, clienti e fornitori; fa riferimento anche a contatti, alleanze e rapporti diretti, personali, piuttosto che alle sentenze del tribunale e al loro enforcement. L’imprenditore russificato si adatta alle istituzioni e ne segue l’evoluzione dall’interno anziché rivendicarne il miglioramento e attendere inattivo che esso abbia luogo. Uno degli aspetti che si presta particolarmente a illustrare l’arretratezza istituzionale della Russia e le difficoltà che a causa di essa incontrano gli operatori è quello della contabilità. La contabilità russa rileva una serie di voci di spesa (per non parlare degli ammortamenti) secondo criteri diversi da quelli che valgono nella contabilità internazionale. Per esempio, il monte salari non deve superare un certo livello (misura adottata anche da altri paesi in transizione per calmierare i salari), le spese di pubblicità e certe altre spese non vengono registrate come tali. Questi procedimenti alterano il profitto con evidenti conseguenze riguardanti il calcolo delle imposte, la distribuzione di dividendi, la quotazione in borsa. Le imprese estere L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 62 Istituto nazionale per il Commercio Estero che operano in Russia sono tentate di elevare i prezzi delle forniture alle loro affiliate e partecipate in modo da compensare spese che costituiscono costi sacrosanti, ma che la contabilità russa non considera tali. I rapporti dei russi con la legge sono ancora atipici per un paese moderno: “Il russo medio ha un approccio ragionevole verso la legge, ma non ritiene che il rispetto di essa sia una regola rigida nella Russia attuale… Oggi è difficile vivere senza violare la legge, pensa il 62 per cento degli intervistati e il 65 per cento di essi ritiene che un manager forte possa fare più di tutte le leggi (Da un’inchiesta sulla classe media in Russia, “Diritto ed economia in Russia e nella Csi”, autunno 2000). L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 63 Istituto nazionale per il Commercio Estero 11. Stabilità politica? Normalmente quando si valutano le prospettive dell’economia russa vengono indicati tre fattori favorevoli: la ripresa produttiva generata dalla sostituzione delle importazioni, l’aumento del prezzo del petrolio e la stabilità politica. Ora, quest’ultimo fattore è difficilmente accertabile: se per stabilità politica si intende la durata del mandato presidenziale (probabilmente 8 anni) e lo spirito più cooperativo della Duma attuale rispetto a quella precedente, allora c’è certamente stabilità politica in Russia. Si tratta però di stabilità formale più che sostanziale. Non vogliamo certo addentrarci qui negli arcana imperii della politica russa, ma vi sono due fattori che appaiono sconcertanti. Uno di essi è il condizionamento di forze non identificabili che esercitano pressioni sul governo e sul presidente condizionandone l’azione. Tale condizionamento non si rivela nella formulazione dei programmi, ma nella loro applicazione: spesso le riforme vengono avviate, ma poi arrestate fino a che una nuova spinta non le rimette in moto. Un procedimento di questo genere s’è visto l’estate scorsa, dopo la presentazione del programma economico 2000-2001; sono state prese misure riguardanti l’Irpef (coefficiente unico del 13 per cento, misura molto di destra secondo i criteri occidentali) e la riforma doganale (solo quattro tariffe: 5, 10, 15 e 20 per cento, in modo da semplificare i controlli), ma non sono state prese altre misure e, anzi, a negli ultimi mesi il governo è stato accusato (tra gli altri dal consulente economico del presidente Putin, Andrei Illarionov) di immobilismo. L’accusa più ricorrente è stata che il governo non ha affrontato la riforma del sistema bancario e dei monopoli naturali. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 64 Istituto nazionale per il Commercio Estero Il secondo aspetto è la tolleranza, da parte del governo e della presidenza, di un mercato sostanzialmente illegale (corruzione, evasione fiscale, svolgimento di ruoli non propri da parte dei funzionari pubblici, ecc.). Sembrerebbe che il “mercato illegale” non sia combattuto col necessario vigore perché vi sono forze (neppure qui non ci addentriamo negli arcana imperii) che hanno interesse a conservarlo. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 65 Istituto nazionale per il Commercio Estero 12. Sistema Italia o sistema Germania? Il giudizio sul sistema paese Italia dato dagli imprenditori è spesso esageratamente critico, sintetizzato dalla frase polemica “non c’è l’Italia, ma ci sono gli italiani”, che allude alla intraprendenza degli operatori ma non del sistema Italia, di cui normalmente vengono apprezzati gli uomini piuttosto che le istituzioni. Le critiche più ricorrenti riguardano l’inadeguato sostegno finanziario e promozionale rispetto ad altri sistemi paese quale, soprattutto, quello tedesco, che viene ritenuto più ricco di risorse, più organizzato e capace di andare incontro spontaneamente alle esigenze degli imprenditori, trasmettendo ad essi informazioni operative di immediata utilità, anche se non specificatamente sollecitato. Le banche tedesche (che dispongono di depositi ingenti che possono essere convertiti in collaterale) concedono in varie forme crediti a breve e medio termine che normalmente non sono concessi dalle banche italiane. I servizi offerti dalle strutture italiane sono a volte considerati costosi: “dalle risorse impiegate si potrebbe ottenere di più”. Nel settore finanziario c’è stato un calo della presenza italiana con la cessione di una partecipazione nella principale banca mista dell’Urss prima e della Russia dopo; le banche italiane sono ancora riluttanti ad aprire filiali (per la presenza delle banche estere in Russia si veda il paragrafo 5). Tuttavia qualcosa si sta muovendo: serpeggia una certa irrequietezza che potrebbe condurre una o più banche a operare direttamente sul mercato russo. Nella situazione in cui si trova l’economia russa la cooperazione tra banche può essere molto proficua, contribuendo in maniera determinante a sbloccare situazioni promettenti ma incapaci di progredire da sé. Fanno parte di questo orientamento l’accordo di banche italiane con il Vneshtorgbank per “selezionare, organizzare e finanziare diversi progetti industriali”, nonché l’impegno, preso a fine 2000 da parte di banche russe e italiane sia pubbliche sia private, di costituire una merchant bank advisory che avrà il compito di scoprire occasioni di domanda potenziale e di indicare le soluzioni finanziarie per allestire l’offerta in grado di soddisfare quella domanda. Si sta inoltre sondando la possibilità L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 66 Istituto nazionale per il Commercio Estero di aprire linee di credito senza garanzia sovrana, ma fondate sull’accumulazione di fondi su escrow account (si veda sopra il paragrafo 6). La Sace infine ha riaperto le assicurazioni sul credito alle esportazioni con un progetto dedicato alle piccole imprese, i cui impegni assicurativi arrivano fino a 5 anni complessivamente non superiori a 100 milioni di dollari da distribuire fra 3-4 banche russe, che si ridurranno forse alla sola Vneshtorgbank. Le imprese italiane soffrono il confronto tra il sostegno offerto dal sistema Italia e quello offerto dal sistema Germania. Come s’è detto, le banche tedesche sono pronte ad assumere rischi Russia con molta più disinvoltura di quelle italiane, nonché a offrire servizi operativi molto apprezzati. Nel suo complesso il sistema Germania è più intraprendente sul mercato russo, com’è dimostrato dal tentativo, oggi in corso, di sviluppare un sistema di conversione dei crediti tedeschi (compresi quelli dell’ex Repubblica democratica) in attività produttive e finanziarie russe. La proposta sembra di origine russa, come ha detto il cancelliere Schröder il 7 gennaio 2001 a Mosca, dove era ospite del presidente Putin per il Natale ortodosso, sebbene i russi ne abbiano attribuito la paternità ai tedeschi. L’iniziativa dei debt-equity swap va messa in relazione con la richiesta (4 gennaio) di ristrutturazione e cancellazione parziale del debito estero dell’ex Urss ancora in essere. La richiesta è stata respinta senza esitazione dal governo tedesco e dagli altri membri del Club di Parigi. Nel bilancio pubblico 2001 è stato inserito soltanto un quarto dei rimborsi del debito ex sovietico in scadenza. Lo schema di conversione presenta trattative e operazioni complesse per il numero degli attori: il creditore tedesco, il debitore russo, l’acquirente tedesco nonché gli azionisti, il management e le maestranze della fabbrica che deve essere ceduta.Tra queste figure dovrebbero aver luogo passaggi di attività finanziarie e reali che diano luogo allo swap. I russi hanno dichiarato che le imprese dei settori del gas, del petrolio e dell’energia elettrica non sarebbero state soggette a debt-equity swap, mentre sarebbero L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 67 Istituto nazionale per il Commercio Estero particolarmente appetite (dai russi) conversioni che generassero investimenti nei settori dei beni di consumo e del commercio. Una complicazione aggiuntiva è che lo schema deve essere approvato dagli altri membri del Club di Parigi per diventare operativo. Questa iniziativa si inquadra in un’intensa collaborazione tra settori pubblici e privati russi e tedeschi, intesa a sviluppare la cooperazione economica. Già il 13 marzo 2000 ha avuto luogo a Mosca un incontro tra una delegazione di industriali tedeschi e il presidente, allora ad interim, Vladimir Putin; s’è parlato di investimenti congiunti con accenti politici molto favorevoli alla cooperazione economica tra l’Europa e la Russia. In particolare i tedeschi hanno proposto 2-3 grandi progetti pilota (per esempio, autobus e autocarri) capaci di creare un vasto indotto, nonché una banca mista per il finanziamento di progetti bilaterali. A giugno è stata creata una commissione russo-tedesca ad alto livello per esaminare progetti congiunti. Si tratta di iniziative alla portata degli imprenditori e delle istituzioni italiane. Sembra però che nel sistema Germania autorità pubbliche e imprenditori si muovano in modo più omogeneo e continuativo, così che non venga mai meno l’iniziativa e l’interesse dei privati da un lato, e il supporto pubblico dall’altro. Nel sistema Italia esistono le istituzioni per portare avanti queste iniziative e realizzare questo coordinamento, dalla struttura dell’Ambasciata d’Italia a Mosca, all’Istituto nazionale per il Commercio Estero, presente con propri uffici anche a San Pietroburgo e Novosibirsk, al Comitato imprenditoriale italo-russo (fondato nel 1994), alla Camera di commercio italo-russa e al Gruppo di imprenditori a Mosca (associazione privata istituita nel 1996). Tuttavia, il coordinamento dei rapporti tra iniziative private e pubbliche è spesso più formale che sostanziale e soprattutto non sempre assicura la continuità dell’azione promozionale. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 68 Istituto nazionale per il Commercio Estero L’impressione complessiva che si trae dai colloqui con gli operatori italiani in Russia è che il sistema Italia sia ancora in rodaggio. Moltissimo s’è fatto dall’ottobre 1994 (firma del Trattato di amicizia e cooperazione); sono state prese misure importanti che, evidentemente, non hanno prodotto gli effetti attesi: i processi messi in moto sono stati lenti e si è verificata una frattura tra l’avvio della cooperazione e la sua effettiva applicazione. Sensibili miglioramenti potrebbero essere realizzati se il destino del sistema fosse affidato a figure imprenditoriali che assicurassero la continuità dell’azione promozionale e la ricerca di nuovi progetti e forme di cooperazione. I rapporti tra l’Eni e la Russia richiedono un discorso a sé; essi sono cominciati negli anni ’50 (acquisti di petrolio russo da parte del presidente Enrico Mattei) e si sono consolidati negli anni grazie all’apprezzamento tipicamente sovietico del “primo che ha avanzato una proposta commerciale”. Nel 2000 l’interscambio dell’Eni con la Russia è stato pari a circa il 40 per cento del commercio dell’Italia con la Russia. La parte importante di tali scambi è quella che riguarda il gas naturale, che mette in ombra altri pur significativi rapporti dell’Eni con enti e imprese russe, quali il Caspian Pipeline Consortium, due società miste con il Lukoil (1994 e 1998) per lo svolgimento di attività upstream, la NeftoAgip per la fornitura di greggio da raffinazione e la commercializzazione di prodotti chimici russi da parte dell’Enichem. Nel campo del gas l’Eni è il partner del Gazprom più importante al mondo. I rapporti tra Eni e Gazprom si sono ampliati e rafforzati in tre fasi successive. A) Nel 1969 la Snam ha firmato il primo contratto per la fornitura di 6 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, erogati a partire dal 1974. B) Nel 1992 è stato concluso da Tragas (consorzio Snam Progetti – Nuovo Pignone) un contratto di 1,9 miliardi di dollari per la modernizzazione dei gasdotti russi, che ha dato luogo in contropartita a nuove forniture di gas; nel 1999 l’Italia ha acquistato 19,7 miliardi di metri cubi di gas dalla Russia, pari al 43 per cento delle importazioni italiane di gas; sono inoltre in essere contratti che L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 69 Istituto nazionale per il Commercio Estero porteranno la quantità di gas importato dalla Russia a 28,5 miliardi di metri cubi all’anno. C) Nel 1998 l’Eni e il Gazprom hanno firmato un accordo di alleanza strategica per la prospezione, l’estrazione, il trasporto e la vendita di idrocarburi, in particolare di gas naturale. Questo accordo era sembrato inizialmente un impegno più formale che sostanziale, una specie di lettera di intenti di tipo sovietico. Invece, sorprendentemente, esso ha dato presto i suoi frutti: già nel 1999 esso ha prodotto il progetto Blue Stream, uno dei più importanti della storia dell’industria del gas naturale, da un punto di vista tecnico, economico e politico. Il gasdotto, che collegherà i gasdotti della regione meridionale di Krasnodar con la Turchia attraverso il Mar Nero, avrà una lunghezza di circa 1200 chilometri: pressappoco un terzo on-shore in Russia costruito dai russi, un terzo off-shore e un ultimo terzo on-shore in Turchia. Eni e Gazprom hanno costituito una società paritetica, la Blue Stream Pipeline che ha concluso contratti con la Saipem, la Bouygues, la Katran-K e un consorzio giapponese (Mitsui, Sumitomo e Itochu), che fornirà parte delle tubazioni, per la costruzione del segmento off-shore, che presenta innovazioni assolute riguardo alla posa delle tubazioni in acque profonde a livelli (oltre 2000 metri) finora mai raggiunti. Per i finanziamenti sono stati firmati contratti per 1,8 miliardi di dollari a favore della Blue Stream Pipeline e di Gazprom, raccolti dalla Banca Commerciale Italiana, dal Mediocredito Centrale e dalla WestLB, garantiti dalla Sace e dal Miti. Il gasdotto, a due condotte, comincerà a operare già nel 2001 con la prima condotta e nel 2002 a piena capacità, trasportando 16 miliardi di metri cubi di gas all’anno verso il mercato turco, in rapida espansione. Infine, Eni, Gazprom e la Gaztelecom (società controllata da Gazprom) hanno preparato un accordo per la posa di fibre ottiche lungo il gasdotto, saldando la rete delle telecomunicazioni russo-tedesca a quella mediorientale. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 70 Istituto nazionale per il Commercio Estero A fine ottobre 2000 Gazprom e Gaz de France si sono accordate per la costruzione, alla quale parteciperanno anche imprese italiane e tedesche, di un gasdotto bretella: subito dopo aver attraversato il confine con la Belarus un ramo del gasdotto Yamal-Europe (diretto a Berlino) piegherà a sud attraverso la Polonia in modo da raggiungere in Slovacchia i gasdotti meridionali diretti in Europa, escludendo l’Ucraina, accusata dai russi di pompare gas in misura eccedente gli impegni contrattuali. Qualunque sia il destino riservato al Gazprom dalle riforme strutturali, il settore del gas tenderà sempre a svolgere un ruolo importante nell’economia russa, e in particolare nei suoi rapporti con l’estero (nei suoi piani di sviluppo energetico, la Commissione europea ha manifestato una netta preferenza per il gas). I prezzi interni, anche se saliranno, saranno a lungo troppo bassi per promuovere la crescita del settore, che dovrà contare sulle esportazioni per raccogliere le necessarie risorse. Le esportazioni di gas dovrebbero essere portate da 174 nel 1999 a oltre 200 miliardi di metri cubi all’anno nel 2010, obiettivo che richiederà decine di miliardi di dollari di investimenti e un’intensa cooperazione tra la Russia e l’Unione europea. L’Eni e gli imprenditori italiani sono in grado di sfruttare la posizione privilegiata conquistata nel settore del gas russo, proponendo soluzioni collettive che impieghino i ricavi del settore del gas per sviluppare grandi progetti comuni. Una forma di aiuto che appare assai efficace dal punto di vista sia dell’esito sia dell’integrazione è quella di combinare la fornitura di attrezzature con l’attività di un’impresa rivolta al profitto nel campo della distribuzione di servizi di pubblica utilità. I partecipanti a questo schema di cooperazione sono un’amministrazione locale per parte e una società mista, creata, per esempio, per modernizzare la rete urbana di distribuzione del gas e l’installazione di contatori (attualmente il gas consumato si paga in ragione del numero dei membri del nucleo familiare). Questo schema è ripetibile in diverse città e regioni e può L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 71 Istituto nazionale per il Commercio Estero attribuire all’industria della distribuzione di energia un posto importante negli scambi con la Russia. Esso è anche estensibile ai servizi di trasporto urbano. Ci sembra utile, infine, riportare una proposta raccolta nel corso delle interviste. La scarsità di imprenditori nell’economia russa potrebbe essere seppure limitatamente compensata da aiuti, eventualmente dell’Unione europea, che mettessero le imprese russe in condizioni di assumere, come consulenti o collaboratori più stretti, degli imprenditori europei occidentali negli ultimi anni della loro vita professionale. Tali imprenditori potrebbero trasmettere alle imprese russe la loro esperienza, migliorando la qualità della loro gestione. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 72 Istituto nazionale per il Commercio Estero Appendice A Questionario di riferimento inviato agli intervistati: 10 domande agli imprenditori italiani in Russia. Il questionario è puramente indicativo: l’ampiezza delle interviste sarà stabilita discrezionalmente in base agli interessi e all’esperienza dell’intervistato. • • • • • • Società. Settori produttivi nei quali essa opera. Fatturato, addetti. Presenza all’estero: partecipazioni, filiali, uffici di rappresentanza o commerciali (specificare attività e funzioni). Esportazioni: percentuale del fatturato e orientamento geografico. Esportazioni verso la Russia: percentuali del fatturato e delle esportazioni totali. 1. Rapporti con la Russia • • • Per la penetrazione del mercato russo è necessaria una organizzazione particolare? Qual è la sua importanza rispetto alle strutture promozionali delle vostre esportazioni complessive? Quali sono i vostri interlocutori russi: imprese, strutture federali, regionali, locali, associazioni e simili? Avete stipulato accordi di cooperazione industriale e effettuato investimenti diretti in Russia? 2. Commercio e cooperazione industriale con l’Urss • Quali erano gli aspetti essenziali di convenienza del mercato sovietico? 3. Le riforme nella Federazione russa • Com’è cambiata la struttura merceologica delle importazioni russe dai paesi industrialmente avanzati? Le importazioni di beni di consumo hanno sostituito in misura rilevante quelle di attrezzatura produttiva? Come sono cambiati i contratti conclusi, la controparte commerciale, l’importanza della corruzione, i problemi attinenti ai pagamenti e ai dazi? L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 73 Istituto nazionale per il Commercio Estero 4. Gli investimenti esteri diretti in Russia. Aspetti legislativi. Premessa. La legislazione sovietica ha ammesso la costituzione di società miste nel 1987 e quella russa ha offerto nel settembre del 1991 condizioni teoricamente molto liberali agli investitori esteri. In seguito le leggi russe attinenti agli investimenti esteri diretti sono state ripetutamente emendate. E’ tuttavia ancora insufficiente il sistema giuridico che deve supportare tale legislazione e rendere esecutive le leggi. • Le possibilità reali di investire in Russia sono limitate da una serie di questioni giuridiche che non hanno ancora trovato soluzione soddisfacente? In base alla legislazione esistente si può affermare che la Russia vuole effettivamente attrarre investimenti esteri diretti in tutti i settori produttivi? • Qual è il ruolo degli schemi regionali di incentivazione degli investimenti esteri diretti? 5. Il settore delle imprese russe Premessa.Gli investimenti esteri diretti possono essere effettuati costituendo nuove imprese o acquisendo partecipazioni elevate o di controllo in imprese privatizzate o già private. Le società russe sono controllate da gruppi sociali differenziati al loro interno e definiti generalmente clan. La mancanza di una vera difesa giuridica dei diritti di proprietà ha permesso al capitalismo selvaggio (fine anni ’80 e inizio anni ’90) di acquisire attività statali. Una volta che le acquisizioni sono state effettuate, l’assenza di garanzia giuridica dei diritti di proprietà ha indotto i nuovi possessori a costituire un sistema di difesa informale. I clan possono infatti essere composti dalla vecchia direzione aziendale, da nuovi imprenditori arricchitisi nel commercio e nella finanza, da organizzazioni criminali e da funzionari pubblici (che agiscono in nome proprio e non delle istituzioni a cui appartengono). • Tale sistema ostacola gli investimenti esteri? • In questo contesto è preferibile un investimento di controllo al 100% o una società mista con un partner minoritario locale che agevoli i rapporti con il potere politico e amministrativo locale? 6. Produttività, salari e imposte • Secondo le vostre aspettative, il rapporto tra costo e produttività del lavoro si conserverà favorevole nel medio periodo? L’Irpeg e le altre imposte sulle imprese saranno compatibili con la profittabilità degli investimenti? Le relazioni sindacali interne alle imprese ostacoleranno l’attività produttiva? L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 74 Istituto nazionale per il Commercio Estero 7. Gli investimenti esteri diretti. Gli aspetti politici. Premessa. La soluzione dei problemi elencati sopra presuppone una guida politica ferma da parte del presidente e del governo. Il presidente s’è ripetutamente impegnato a seguire un modello di economia liberale, che dovrebbe favorire gli investimenti esteri diretti. Il governo in carica da maggio ha adottato programmi e misure coerenti e apparentemente efficaci. La battaglia politica in corso e la guerra in Cecenia vengono tuttavia condotte senza esclusione di colpi; esse potrebbero ostacolare l’andamento delle riforme e rinviare la normalizzazione politica del paese. • Quali sono le vostre aspettative sulla situazione politica? Quest’ultima sarà favorevole agli investimenti esteri diretti? 8. Gli investimenti esteri diretti. La dimensione macroeconomica. Premessa. Fino al 1995 gli investimenti esteri diretti in Russia sono stati scoraggiati dall’instabilità macroeconomica: elevata inflazione e forte svalutazione del cambio, culminata l’11 ottobre 1994 (il “martedì nero”). Nel 1996 e 1997 sono stati raggiunti risultati favorevoli nella stabilizzazione economica (riduzione dell’inflazione e dei tassi di interesse; rublo stabile) che avrebbero potuto esercitare effetti positivi sull’attività degli investitori nazionali ed esteri. La crisi finanziaria del 1998 ha creato condizioni nuove. La forte svalutazione del cambio dovrebbe sostenere gli investimenti esteri diretti, che potrebbero trarre vantaggi anche dal buon andamento attuale dell’economia. L’aumento dei prezzi in rubli dei prodotti importati e la conseguente sostituzione delle importazioni dovrebbero indurre gli imprenditori esteri a elaborare una strategia di penetrazione diretta del mercato russo. • Quali sono le vostre aspettative sull’andamento della produzione e i vostri conseguenti orientamenti operativi? 9. La Russia e la Csi. • La strategia commerciale degli esportatori in Russia comprende investimenti in altre repubbliche della Csi, considerati come base di penetrazione del mercato russo? L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 75 Istituto nazionale per il Commercio Estero 10. Gli investimenti esteri diretti. Il sostegno del “Sistema Italia”e di altre strutture Premessa. In un ambiente favorevole agli investimenti un contributo promozionale aggiuntivo potrebbe essere offerto dal “Sistema Italia”, comprendente l’Ice, il Mincomes, la Sace, la Simest, la Finest e le banche. • Considerate il “Sistema Italia” di sostegno degli investitori in Russia efficace rispetto a quello dei paesi concorrenti, in particolare della Germania, della Francia e dell’Olanda? • Possibili schemi europei (Tacis, schemi di assicurazione dei crediti e degli investimenti di altri paesi europei) o multilaterali (Miga, Ifc, Bers) di supporto degli investimenti potrebbero potenziare gli investitori italiani? Qual è il contributo che potrebbero dare le banche estere? L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 76 Istituto nazionale per il Commercio Estero Appendice B Alcuni dati su commercio e investimenti esteri in Russia Secondo le previsioni ufficiali dovrebbero affluire in Russia investimenti esteri diretti per 6 mld $ nel 2001, 6,5 mld $ nel 2002 e 7 mld $ nel 2003. Il primo settembre 2000 il presidente Putin ha detto a Tokio che è realistico aspettarsi 150-200 mld $ di investimenti esteri in Russia entro il 2010. Tabella A1. Gli investimenti esteri diretti in Russia Secondo i dati di bilancia dei pagamenti pubblicati dal Fmi, gli investimenti esteri diretti (acquisizione di partecipazioni azionarie superiori al 10%, profitti reinvestiti e altre operazioni in conto capitale tra impresa madre e affiliata, ma non flussi di capitale generati da finanziamenti eccezionali, quali debt-for-equities swaps) affluiti in Russia tra l’inizio del 1994 e fine giugno 2000 sono stati i seguenti (milioni di dollari). 1994 Investimenti esteri diretti Promemoria: investimenti di portafoglio (passività) I.e.d. affluiti nella Rep.Ceca in Ungheria in Polonia 1995 1996 1997 1998 1999 2000 (2) 638 2016 2478 6638 2764 3309 1085 -78 -739 4584 17765 6294 -815 -1052 878 1144 1875 2568 4519 3659 1435 2274 4498 1268 2167 4908 2737 2037 6365 5091 1951 6757 Totale a fine giugno 2000 Procapite 18928 130(1) 13995(3) 14092(3) 28062(3) 1361 1399 720 (1) Calcolati in base alla popolazione del 2000 a metà anno: 145 milioni di abitanti (2) Gennaio-giugno (3) A fine 1999 Fonte: Imf, “International Financial Statistics”, January 2001. Si notino: l’aumento degli investimenti esteri diretti in Russia nel 1997, anno in cui la politica di stabilizzazione riscuote i maggiori successi, nonché il livello raggiunto nel 1998 (1278 milioni di dollari arrivano nell’ultimo trimestre) e nel 1999: la forte svalutazione del rublo rende molto conveniente l’acquisizione di attività produttive russe. Gli investimenti esteri diretti procapite affluiti nel 1994-1999 nei tre principali paesi dell’Europa centrale sono in media oltre 7 volte più elevati che in Russia. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 77 Istituto nazionale per il Commercio Estero Tabella A2. Contributo degli investimenti esteri diretti agli investimenti totali in capitale fisso (in %). Russia Repubblica ceca Ungheria Polonia 1995 2,8 15,4 51,2 15,6 1996 2,8 7,8 25,5 15,1 1997 8,0 7,9 23,9 14,6 1998 5,7 17,4 21,4 15,9 1999 9,6 36,3 20,1 17,4 Fonte: Imf La quota elevata degli investimenti esteri diretti nel Pil della Russia nel 1997 è dovuta a un forte aumento degli investimenti esteri stessi, mentre nel 1998-99 essa è stata gonfiata dalla svalutazione del rublo. Colpisce la regolarità della quota degli investimenti esteri diretti nel totale degli investimenti fissi in Polonia. Il forte aumento della quota degli investimenti esteri nella Repubblica ceca nel 1998-99 è stato provocato sia da effetti di cambio sia dalla crescita reale degli investimenti esteri diretti (cfr. la tabella A1). I dati relativi all'Ungheria confermano che la strategia di crescita seguita dal governo ungherese è fondata sulla capacità di attrarre investimenti esteri diretti. Tabella A3. Investimenti esteri diretti in Russia: confronto tra le statistiche russe e quelle del Fondo monetario internazionale La tabella A3 mette in evidenza i risultati ottenuti adottando la metodologia russa e quella del Fmi di rilevazione degli investimenti esteri. Le due metodologie forniscono dati coerenti fino al 1996 e tendenzialmente divaricanti in seguito. 1994 Statistiche russe: investimenti esteri tot. 1053 di cui: diretti 590 Statistiche del Fmi (da tabella A1): investimenti esteri diretti 638 (1) Gennaio-settembre (2) Gennaio-giugno 1995 1996 2983 2020 6970 2440 2016 2478 1997 12295 5333 6638 1998 11773 3361 2764 1999 9560 4260 2890 2000 7888(1) 3154(1) 1085(2) Fonte: Imf e “Sotsialno-ekonomicheskoe polozhenie Rossii”, vari numeri. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 78 Istituto nazionale per il Commercio Estero Tabella A4. Investimenti esteri totali e diretti in Russia per paese investitore . Il concetto di investimenti esteri utilizzato dalle statistiche russe include diverse voci: a) gli investimenti esteri diretti, comprendenti soprattutto i conferimenti al capitale sociale superiori al 10% e i crediti ottenuti dalla casa madre estera; b) gli investimenti di portafoglio; c) altri investimenti, consistenti principalmente in crediti, commerciali anche a medio e lungo termine, concessi direttamente alle imprese non appartenenti al settore finanziario. A fine settembre 2000 la posizione dei principali investitori esteri in Russia era la seguente. Investimenti esteri di cui diretti in mln $ in mln $ Stati Uniti 8641 7102 Germania 6496 1129 Francia 3652 240 UK 2305 960 Cipro 1914 1255 Italia 1828 161 Olanda 1540 1284 Svezia 550 423 Svizzera 409 218 Fonte: ”Sotsialno-ekonomicheskoe polozhenie Rossii”, ottobre 2000 La tabella A4 illustra l’importanza degli Stati Uniti sia come investitore diretto sia come investitore complessivo, nonché la posizione marginale dell’Italia come investitore diretto. Il dato relativo a Cipro, ma in parte anche quelli relativi agli Stati Uniti e ad altri paesi, riguardano investimenti russi di ritorno in patria. Gli investimenti in Russia effettuati da imprese dei paesi della Csi sono di entità minima: 30 milioni di dollari a fine marzo 2000 (di cui 24 milioni di dollari di investimenti diretti), il 46 per cento provenienti dall’Ucraina, il 24 per cento dal Kazakistan e il 10 per cento sia dalla Belarus sia dall’Uzbekistan. A fine settembre 2000 gli investimenti totali e diretti della Russia nella Csi erano rispettivamente 667 e 636 milioni di dollari. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 79 Istituto nazionale per il Commercio Estero Tabella A5. Distribuzione settoriale degli investimenti esteri in Russia nel 1999 e a gennaio-settembre 2000 Totali 1999 mln $ Investimenti esteri 9560 di cui: nel commercio e affini 1812 nell’industria di cui: energia e combustibili 4876 1700 metallurgica ferrosa 514 metallurgica non ferrosa 414 meccanica leggera 395 alimentare 1415 % 100 7888 19,0 51,0 17,8 5,4 4,3 4,1 17,8 di cui diretti Gennaio-settembre 2000 mln $ % 1864 3324 434 513 234 360 1259 100 23,7 42,1 5,5 1999 mln $ % 4260 100 3150 680 2603 1189 6,5 55 3,0 18 4,6 16,0 12 963 16,0 61,1 27,9 1,3 0,4 0,3 22,6 gennaio-settembre 2000 mln $ % 813 1311 315 38 7 165 587 100 25,8 41,6 10,0 1,2 0,2 5,2 18,6 Fonte: : ”Sotsialno-ekonomicheskoe polozhenie Rossii”, ottobre 2000 L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 80 Istituto nazionale per il Commercio Estero Tabella A6. Dati generali sul commercio estero della Federazione russa (miliardi di dollari). A.Commercio estero totale, inclusi la Csi e il commercio non registrato ufficialmente (1). 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000(2) 53,6 59,6 67,5 81,1 88,6 88,3 74,2 75,9 75,6 Importazioni 43,o 44,3 50,5 60,9 68,8 73,6 59,1 39,6 30,1 Saldo 15,3 17,0 20,2 19,8 14,7 15,1 36,3 44,3 Esportazioni 10,6 B. Con la sola Csi, incluso il commercio non registrato ufficialmente. 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000(2) Esportazioni 11,2 15,3 14,5 15,5 17,6 18,4 15,3 12,2 10,6 Importazioni 6,0 11,5 13,6 16,8 19,7 17,8 13,5 10,5 9,4 Saldo 5,2 3,8 0,9 -1,3 -2,1 0,6 1,8 1,7 1.2 Variazioni percentuali A. Commercio estero totale 1997 1996 Esportazioni Importazioni B. Commercio con la sola Csi -0,3 7,0 1998 1997 -16,0 -19,7 Esportazioni Importazioni 4,5 -9,6 -16,8 -25,8 1999 1998 2,3 -33,0 2000(2) 1999 46,7 9,0 -20,3 -22,2 28,3 27,6 (1) Il commercio non registrato ufficialmente (3,5% delle esportazioni e 36,2% delle importazioni nel 1999) è spesso considerato sottostimato. (2) Gennaio-settembre. Fonte: “Sotsialno-ekonomicheskoe polozhenie Rossii”, vari numeri L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 81 Istituto nazionale per il Commercio Estero Tabella A7. Esportazioni russe (1) e principali clienti della Russia (2) 1998 Esportazioni totali di cui: verso la Csi di cui: Ucraina Belarus Verso il resto del mondo di cui: Stati Uniti Cina Giappone Unione europea di cui: Germania Italia Olanda UK Polonia Finlandia mln $ 71314 13699 5560 4670 57615 5100 3169 2176 23208 5719 3219 3953 2960 2180 2071 1999 % 1999/1998% 100 19,2 7,8 6,5 mln $ 71818 10688 4785 3761 % 100 14,9 6,7 5,2 0,7 - 26,3 - 13,8 - 19,5 80,8 7,2 4,4 3,1 32,5 8,0 4,5 5,5 4,2 3,1 2,9 61130 4689 3475 2109 24013 6190 3690 3520 2838 2606 2379 85,1 6,5 4,8 2,9 33,4 8,6 5,1 4,9 4,0 3,6 3,3 6,1 - 8,1 9,7 - 3,1 3,5 8,2 14,6 - 11,0 - 4,1 19,5 14,9 (1) Escluse quelle non registrate. (2) Sono stati selezionati i paesi ai quali sono destinati almeno 2 mld $ di esportazioni russe nel 1999. Fonte:”Tamozhennaya statistika vneshnei torgovli Rossiiskoi Federatsii” , 1999 e 2000 (secondo trimestre) E’ spesso difficile individuare il paese di origine delle importazioni e quello di destinazione delle esportazioni; a volte il paese che incassa o paga le fatture non è il paese d’origine delle importazioni o di destinazione delle esportazioni. Se si escludono i paesi della Csi, nel 1999 l’Italia è il terzo cliente della Russia; se i paesi della Csi vengono inclusi, l’Italia passa al quinto posto. La Germania rimane in ogni caso il primo cliente della Russia. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 82 Istituto nazionale per il Commercio Estero Tabella A8. Importazioni russe (1) e principali fornitori della Russia (2) 1998 1999 % mln $ Importazioni totali 43579 100 30185 100 - 30,7 di cui: dalla Csi 11313 26,0 8338 27,6 - 26,3 di cui: Belarus % mln $ 1999/1998 % % mln $ 4608 7,5 3236 10,7 - 30,0 Ucraina 3267 7,5 2522 8,4 - 22,8 Kazakhstan 1884 4,3 1391 4,6 - 26,2 32266 74,0 21847 72,4 - 32,3 4114 9,4 2385 7,9 Unione europea 15733 36,1 11100 36,8 - 29,4 di cui: Germania 5486 12,6 4195 13,9 - 42,0 Francia 1595 3,7 1180 3,9 - 26,0 Italia 1819 4,2 1156 3,8 - 36,4 Dal resto del mondo di cui: Stati Uniti (1) Escluse quelle non registrate. (2) Paesi da cui proviene almeno 1 mld $ di importazioni. Fonte: “Tamozhennaya statistika vneshnei torgovli Rossiiskoi Federatsii”, 1999 e 2000 (secondo trimestre) L’Italia è il settimo fornitore della Russia (il quarto se si escludono i paesi della Csi). Si veda il commento alla tabella A7. L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 83 Istituto nazionale per il Commercio Estero Tabella A9. Commercio estero della Russia (1) e posizione della Germania e dell’Italia all’interno di esso, in miliardi di dollari (quote percentuali tra parentesi). 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 Esportazioni 42,4 44,3 53,0 65,6 71,0 70,0 57,6 61,1 di cui:verso la Germania 5,9 (13,9) 5,1 (11,5) 6,4 (12,1) 6,0 (9,1) 6,7 (9,4) 6,8 (9,7) 6,0 (10,4) 6,2(10,1) 3,0 (7,1) 2,6 (5,9) 3,0 (5,7) 3,4 (5,2) 2,8 (3,9) 3,6 (5,1) 3,3 (5,7) 3,7 (6,1) Importazioni (1) 37,0 26,8 28,3 33,1 32,8 39,4 24,9 21,8 di cui: dalla Germania 7,0 (18,9) 5,1 (19,0) 5,7 (20,1) 6,5 (9,9) 5,8 (17,7) 6,8 (17,3) 5,6(17,1) 4,2 (19,3) 3,1 (18,4) 1,1 (4,1) 1,6 (5,7) 1,9 (2,9) 2,5 (7,6) 2,7 (6,9) 1,8 (5,5) 1,2 (5,5) Saldo 5,4 17,5 26,2 32,5 38,2 30,6 24,9 39,3 di cui: con la Germania -1,1 0 0,7 -0,5 0,7 0 0,4 2,0 -0,1 1,5 1,4 1,5 0,3 0,9 1,1 2,2 verso Italia dall’Italia con l’Italia (1) Esclusi la Csi e il commercio non registrato. Fonte: “Tamozhennaya statistika vneshnei torgovli Rossiiskoi Federatsii “, 1999 e 2000 (secondo trimestre) L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 84 Istituto nazionale per il Commercio Estero Tabella A10. Composizione merceologica del commercio estero della Russia (esclusa la Csi) nel 1997 e nel 1999 (%). (1) Esportazioni Importazioni 1-24 Generi alimentari e prodotti agricoli 1997 1,5 1999 0,8 1997 26,0 1999 28,9 24-27 Minerali 47,1 43,0 2,8 2,0 di cui: 27 combustibili e energia 46,3 42,3 1,9 1,2 28-40 Prodotti chimici 8,2 8,3 15,7 16,8 41-43 e 50-67 Prodotti in pelle e tessili 1,4 1,3 3,6 3,4 44-49 Legno, cellulosa e carta 4,7 5,6 4,2 4,0 71 Pietre e metalli preziosi 4,6 7,1 0,2 0,1 72-83 Metalli e prodotti in metallo 23,4 22,2 4,3 5,1 84-90 Macchinari e mezzi di trasporto 8,3 9,7 39,0 36,1 68-70 e 91-97 Altro 0,8 1,9 4,0 3,6 (1) Nomenclatura merceologica Csi. Fonte: “Tamozhennaya statistika vneshnei torgovli Rossiiskoi Federatsii”, 1999 e 2000 (secondo trimestre) Sommando le quote delle esportazioni di prodotti primari (minerali) e intermedi (chimici, legno e cellulosa, pietre e metalli preziosi, metalli e prodotti in metallo) si ottiene una percentuale (ancora sottostimata) dell’83,4% nel 1997 e dell’86,2% nel 1999. E’ sorprendente nel 1997 e 1999 la quota del macchinario (rispettivamente 39 e 36%) nelle importazioni, che suggerirebbe una tenuta degli investimenti maggiore di quella suggerita dall’andamento degli investimenti stessi. Tuttavia, essa riguarda prevalentemente importazioni di attrezzatura per centrali nucleari e ogni genere di mezzi di trasporto. La composizione merceologica delle esportazioni russe può essere ancor meglio valutata in base al commercio della Russia con i suoi principali partner europei (cfr. la tabella A11). L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 85 Istituto nazionale per il Commercio Estero Tabella A11. Prime due esportazioni della Russia verso i suoi principali partner commerciali dell’Ue, nel 1999. mln $ % Esportazioni russe verso la Germania di cui: combustibili e energia Metalli (1) 6190 4015 1428 100 64,9 23,1 Esportazioni russe verso l’Italia di cui: combustibili e energia metalli (1) 3690 2964 501 100 80,3 13,6 Esportazioni russe verso l’Olanda di cui: combustibili e energia metalli (1) 3520 708 2520 100 20,1 71,6 (1) Inclusi i prodotti in metallo, nonché i metalli rari e radioattivi. Fonte: “Tamozhennaya statistika vneshnei torgovli Rossiiskoi Federatsii “, 1999 e 2000 (secondo trimestre) L’atteggiamento delle imprese italiane verso gli investimenti in Russia 86