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scorge, perché si riesca al meglio per ambe le parti».
Disse così, s'allietarono, allora, gli Achei e i Troiani,
nella speranza che a fine giungesse la guerra infelice.
Dunque disposero i carri in file e ne scesero a terra
e si spogliarono d'armi e poi le deposero al suolo
poco discosti fra loro, era breve in mezzo lo spazio;
Ettore quindi mandò due araldi verso la rocca,
a prelevare gli agnelli, a chiamare Priamo in gran fretta;
mentre a Taltibio il potente sovrano Agamennone impose
di ritornare alle navi leggere e portare altri agnelli,
due: né Agamennone splendido allora lo vide restio.
Iride intanto andò nunzia da Elena bianca di braccia,
dell' Antenòride parve la sposa, sembrò la cognata,
ch'ebbe Elicàone, il potente sovrano Antenòride, in moglie,
quella Laòdice, d'altre figliole di Priamo più bella.
E la raggiunse a palazzo: tesseva, la donna, ampia tela,
doppia, di porpora, e su vi istoriava lunghe fatiche,
deseri-a-cavallo Troiani e Achei dai chitoni di bronzo,
prove che per causa sua sopportavano ai colpi d'Ares;
avvicinatasi a lei, parlò Iri rapido-piede:
"Sposa diletta, qui vieni, a vedere, glorie divine,
destri-a-cavallo Troiani e Achei dai chitoni di bronzo;
gli uni sugli altri da prima vibravano un Ares dolente,
nella pianura, non altro bramando che guerra crudele,
ora si sono seduti in silenzio, tace la guerra,
stanno poggiati agli scudi e le lunghe lance han deposte.
Ma nel frattempo per te con le lunghe lance Alessandro
e Menelao caro ad Ares si misureranno in duello:
del vinci core sarai chiamata diletta consorte".
Disse la dea e le mise nell'animo dolce rimpianto
del suo compagno d'un tempo e della città, e dei parenti;
subito, allora, coperto il volto di candidi veli,
dalle sue stanze, effondendosi in tenere lacrime, usciva,
non era sola, con lei andavano insieme due ancelle,
Etra, la figlia di Pftteo, e Clfmene occhi-bovini;
ecco che giunsero in fretta dov'eran le Porre Sinistre.
Quanti di Priamo formavano il séguito, Pàntoo e Timete,
Lampo, e poi Clizio, e con loro Icetàone, d'Ares germoglio,
e Ucalegonte, e al suo fianco Antènore, accorti ambedue,
sopra le Porte Sinistre sedevano, principi anziani,
per la vecchiaia inadatti alla guerra, eppure oratori
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I GIURAMENTI. UNO SGUARDO DALLE MURA. IL DUELLO FRA PA.RlDE E MENELAO
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abili, simili a quelle cicale che dentro la selva
stanno posate su un albero e spandono voce gentile:
tali i signori di Troia sedevano in cima alla torre.
E non appena essi videro in cima alla torre salire
Elena piano l'un l'altro si dissero alate parole:
«Onta non è che Troiani e Achei dai ben fatti schinieri
per tale donna dolori patiscano ormai da gran tempo:
terribilmente, nel volto, alle dee immortali somiglia;
pur così bella, però, se ne parta a bordo di navi,
e sofferenze in futuro non lasci per noi, per i figli l ".
Essi dicevano e Priamo ad Elena disse, chiamando:
«Qui, corri qui, figlia mia, e vieni a sedermiti accanto,
a rivedere il tuO sposo d'un eempo e i congiunti e gli amici.
No, verso me tu non sèi in colpa, ah, gli dèi sono in colpa,
che mi destarono contro la guerra dolente d'Achei!
Vieni a svelarmi tu il nome di quel formidabile eroe
e chi mai sia quell'acheo, quel guerriero nobile e grande.
Già, ve ne sono pur altri maggiori di lui per statura,
ma gli occhi miei non lo videro ancora, un eroe così bello
e maestoso: somiglia a un uomo di rango regale».
Elena queste parole rispose, la splendida donna:
«Sèi venerando per me, terribile, suocero amato;
ah, se una morte crudele mi fosse piaciuta già allora,
quando tuo figlio seguii, e talamo e amici lasciai
e la mia tenera figlia e le mie coetanee gentili!
Questo però non accadde; perciò mi consumo piangendo.
Tutto ti rivelerò ciò che tu mi chiedi e domandi;
grande e potente sovrano, l'Atride Agamennone è quello,
re generoso, nonché uomo forte e pronto di lancia;
era cognara, se mai fu un giorno, alla cagna che sono!».
Disse così; ne rimase ammirato il vecchio, e rispose:
«Figlio beato del fato, Atride che hai prospera sorte,
molti davv~to al tuo cenno s'inchinano, giovani achei.
lo una volta raggiunsi la Frigia ch'è verde di viti,
vidi moltissimi Frigi laggiù, coi cavalli screziati,
d'Òtreo erano armate, di Mfgdone pari agli dèi,
che s'accampavano allora sui greti del fiume Sangario;
con loro anth'io fui compreso nel novero degli alleati,
proprio nd giorno in cui vennero Amazzoni pari ad eroi:
pure non erano quanti gli Achivi dagli occhi vivaci».
Quindi l'antico mirò per secondo Odisseo e le chiese:
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I GIURAMENTI. UNO SGUARDO DAllE MURA. IL DUELLO FRA PARlDE E MENElAO
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"SU, figlia mia, di quell'alrro racconta, chi è mai quell'eroe?
Ad Agamennone Arride è inferiore per la srarura,
ma più robusto di spalle e di petto sembra a vedersi.
Armi lasciò riposare su rerra feconda di vire;
egli però come ariere rrascorre le fila d'eroi:
lo paragono davvero a un ariete folto di vello,
che per innumere greggia di pecore bianche s'aggira».
E rispondeva così poi Elena nara da Zeus:
"Il Laerzlade è quell'alrro, Odisseo ricco d'ingegno,
che in una rerra perrosa, fra il popolo d'Iraca, crebbe,
e d'ogni specie d'inganni è esperto e di scaltri consigli».
Ed a lei dunque l'accorto Anrènore disse, per cancro:
«Quesra che hai detto è senz'alrro parola veridica, donna;
già un'altra volra, in passato, lo splendido Odisseo a noi giunse,
con Menelao caro ad Ares, per chiederti, in ambasceria;
io ero l'ospite loro e nel mio palazzo li accolsi,
e la natura d'entrambi saggiai e gli scaltri consigli.
Ecco che appena si furono uniri ai Troiani raccolti,
per ampie spalle s'ergeva su lui Menelao, stando in piedi,
ma se sedevano entrambi, era Odisseo il più maesroso;
quando però fra noi tutri tessevano voci e consigli,
sì, Menelao senza dubbio esponeva a voce spedita,
breve, con grande argutezza, poiché non sprecava parole
e non parlava a sproposito; e aveva età meno matura.
Ma non appena fu SOrtO anche Odisseo ricco d'ingegno,
fermo risrette ed in basso guardò, gli occhi fissi alla terra,
senza agi rare una volra né avanti né indietro lo scertro;
ri.gido lo manteneva e sembrava un uomo ben rozzo:
lo si sarebbe creduro in collera o privo di senno.
Quando però dal suo petto spiegò la sua voce possente,
e le parole, poi, simili ai fiocchi di neve in inverno,
più non avrebbe rentaro la sfida di Odisseo, un mortale;
non c'indignammo, non più, l'aspetto di Odisseo guardando».
Quindi l'antico mirò per rerzo anche Aiace e le chiese:
«E chi è poi mai, l'altro acheo, il guerriero nobile e grande,
che per sratura sovrasta gli Argivi, e per le ampie sue spalle ì ».
Elena peplo-fluenre rispose, la splendida donna:
«Il formidabile Aiace è quello, una rocca d'Achei;
dall'alrro lato Idomèneo, ch'è simile a un dio fra i Creresi,
sra, rurr'intorno i signori di Creta si sono raccolti.
Già Menelao caro ad Ares l'aveva sovente aspirato
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dentro la nosrra dimora, se mai vi giungeva da Crera.
Scorgo oramai rutti gli alrri Achivi dagli occhi vivaci,
che ben saprei riconoscere ed anche indicare per nome,
ma non riesco a vedere i due condottieri d'armate
Castore desrro a cavallo e Polluce forte nel pugno,
miei consanguinei, fratelli, che diede alla luce mia madre.
Da Lacedèmone amabile a Troia non sono venuti,
o fino a qui sono giunri a bordo di ondivaghe navi,
ma alla battaglia d'eroi non vogliono prendere parte,
remano le maldicenze e le troppe infamie che ho dietro».
Ella credeva così: ma i due coprì terra vitale,
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in Lacedèmone, là, nella cara terra dei padri.
Nunzi in città già recavano i patti sicuri dei numi,
tanto i due agnelli che il vino benevolo, frutto del campo,
dentro un orciuolo di vino; ed Ideo, l'araldo, portava
anche il lucente cratere e con esso coppe dorate;
avvicinatosi al vecchio, esortò con quesre parole:
«Figlio di Laomedonre, tu sorgi, re chiamano i primi
destri-a-cavallo Troiani e Achei dai chitoni di bronzo,
ad affrettarti giù al piano, a sancire patti sicuri;
per questa donna, così, con le lunghe lance Alessandro
e Menelao caro ad Ares si misureranno in duello;
al vincitore verranno in premio la donna e i resori;
ma stabilendo noi altri amicizia e patti sicuri,
Troia di zolle feconde rerremo, essi invece vedrarmo
Argo che alleva cavalli e l'Acaia bella di donne».
Sì, così disse; tremò l'antico ed impose ai compagni
che gli aggiogassero il carro ed essi obbedirono in frerta.
Priamo quindi vi ascese e tese le redini indietro,
ed anche Anrènore ascese con lui sul bellissimo carro;
spinsero al piano, attraverso le porte, i veloci cavalli.
Giunti che furono infine in mezzo ai Troiani e agli Achei,
scesero i vecchi dal carro su rerra feconda di vite,
ed avanzarono lungo le fila troiane ed achee.
Re di guerrieri, Agamennone, e Odisseo ricco d'ingegno
sorsero subito in piedi; frattanto, gli araldi superbi
trassero i patti sicuri dei numi e poi dentro il cratere
vino mescerono e l'acqua versarono ai re sulle mani.
Dunque l'Atride, com'ebbe impugnato in mano il coltello,
che gli pendeva vicino al gran fodero della spada,
peli recise dal capo agli agnelli; quindi gli araldi
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LA VIOLAZ.IONE DEr PATTI. LA RASSEGNA DI AGAMENNONE
ILIADE
Ma sorridendo, il potente sovrano Agamennone disse,
come l'intese adiratO - e si rimangiò la parola:
«Stirpe di Zeus, Laerziade, Odisseo che hai mille risorse,
non ti rimprovero più, né io a te più nulla comando;
sì, so ben io che il tuo cuore magnanimo in petto conosce
degni pensieri, poiché tu hai il mio medesimo impulso.
Va', ora; certo in futuro s'appianerà tutto, e se adesso
dura parola fu detta, la perdano al vento gli dèi!".
Come ebbe dettO così, li lasciò, cercò d'altri eroi.
S'imbatté allora nel figlio di Tfdeo, in Diomede animoso
- presso i cavalli era fermo, in piedi sul carro ben saldo;
Stènelo il Capaneiade al suo fianco s'era levatO.
Visto Diomede, Agamennone, il grande sovrano, l'offese
e dispiegando la voce a lui disse alate parole:
«Come, rampollo di Tideo longanime, destro a cavallo,
tu t'ingobbisci, e sogguardi dubbioso le vie della guerra!
no, non fu Tideo avvezzo a mostrarsi tanto angosciatO,
ma a distanziare i compagni per battersi contro i nemici,
dissero quanti lottate lo videro: certo non io,
mai I 'ho incontratO o veduto: ma, dicono, tutti eccelleva.
Giunse una volta a Micene, da ospite, non per la guerra,
con Polinice, l'eroe pari a un dio, riunendo le armate:
davano allora l'assaltO alle sacre mura di Tebe,
e supplicarono a lungo che offrissimo scelti alleati;
li si voleva inviare, plaudire alle loro richieste;
ce ne distOlse poi Zeus, mostrandoci infausti presagi.
Dopo che furono andati ed ebbero preso il cammino,
giunsero ai folti canneti, all'Asòpo letto di prati;
Tideo di nuovo gli Achei mandarono in ambasceria.
Egli perciò si partì, seduti a banchetto, a palazzo
della potenza d'Etèocle, trovò numerosi Cadmei.
Tideo lo sferza-cavalli, laggiù, benché un ospite fosse,
non si smarrì, pur da solo, fra quei numerosi Cadmei,
ma li sfidò tutti quanti a lottare e tutti li vinse,
senza fatica: sicuro sostegno era Atena al suo fianco!
Incolleritisi, allora, i Cadmei spronanti cavalli,
mentre tornava, spedirono a tendergli subdolo agguatO
freschi guerrieri, in cinquanta e n'erano due i capitani,
Mèone Emònide, lui, immagine degli immortali,
e Polifonte, quel figlio d'Auròfono e furia di guerra.
Tfdeo anche per loro ordiva un ignobile fato:
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tutti li uccise, uno solo lasciò che tOrnasse alla casa:
vivo lasciò solo Mèone, fidando in presagi di dèi.
Tale guerriero era Tideo l'etòlo, e però ha generatO
Questo figliolo, in battaglia peggiore e migliore in consiglio!».
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Disse così, tuttavia non rispose, il forte Diomede,
ché rispettò la rampogna di quel venerato sovrano;
ma gli rispose così quel natO a Capàneo ambizioso:
«La verità sai ben dirla, Atride e perciò non mentire;
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ben ci vantiamo, noi, d'essere assai più valenti dei padri;
noi rovesciammo la rocca di Tebe, settemplice porta,
contro più salda' muraglia guidando piLl piccola armata,
ché fidavamo in presagi di dèi, nel soccorso di Zeus:
essi per loro follie andarono incontro a rovina:
dunque non metterci i padri in eguale rango d'onore!».
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lo guardò bieco, però, e gli disse il forte Diomede:
«Caro, rimani in silenzio, alla mia parola da' ascolto;
con il pastore d'armate Agamennone io non m'adiro,
quando a combattere sprona gli Achei dai ben fatti schinieri:
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già, perché a lui ne verrà poi gloria, se un giorno gli Achei
stermineranno i Troiani e conquisteranno Ilio sacra,
e ne verrà a lui gran lutto, se invece gli Achei periranno.
Ora suvvia, rinnoviamo anche noi l'ardente valore!",
Disse così, poi balzò in armi giù a terra dal carro;
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rese un tremendo clangore il bronzo sul petto al sovrano,
o=Q.uando balzò: viltà avrebbe pervaso anche un cuore cost~-7
E come quando sul lido echeggiante i flutti del mare
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piombano gli uni sugli altri, ché Zefiro sorge a levarli;
alti in principio dal mare si gonfiano, ed ecco che poi
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scrosciano forte, alla sponda frangendosi, intorno alle creste
svettano curvi, e lontano rispurano schiuma salina;
l'una sull'altra così movevano squadre di Danai,
senza mai posa, alla guerra; i suoi comandava ciascuno
dei condottieri; in silenzio movevano, né crederesti
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che tanta armata seguisse frenando nel petto la voce,
con il silenzio onorando i capi: e brillavano tutti
d'armi lucenti, che indosso portavano, in file schierati.
Non i Troiani: ma come le pecore in corte d'un ricco
innumerev6li stanno, ne mungono candido latte,
di desiderio esse belano, udendo le voci d'agnelli:
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nel grande .stuolo troiano un grido così si levava;
non era eguale la voce di tutti, 'né una la lingua:
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ILIADE
mista la loro parlata e vatie di stirpe le genti.
gli uni Ates, gli altri però destò Atena, Occhi-di-strige,
con il Terrore e la Fuga, e ardente e sfrenata Discordia,
d'Ares lo sterminato re sorella di sangue e compagna,
che da principio si leva minuta, ma ecco che poi
cocca col capo anche il cielo e sopra la terra cammina;
ed anche allora destò nel mezzo feroce discordia,
di fra la folla avanzando, accrescendo agli uomini il pianto.
Come in un unico luogo pervennero e furono giunti,
ecco un urtarsi di scudi e d'aste e d'assalti d'eroi
cimi di bronzee corazze: e gli scudi saldi d'umboni
gli uni con gli altri cozzarono e immenso tumulto ne sorse.
Ecco levarsi le grida degli uomini, gemito e vanto,
e d'uccisori e d'uccisi, la terra s'intrise di sangue.
E come quando due fiumi in piena, scorrendo dai monti,
s'urtano sul confluire dei corsi con l'acqua violenta
delle copiose sorgive, al fondo d'un cavo burrone,
e da lontano, sui monti, ne sente lo scroscio un pastore:
rale, allo scontro d'eroi, si levò il clamore e la lotta.
Primo, ecco, Ant[loco uccise un troiano cinto dell'elmo,
il Talisiade, valente fra i primi campioni, Echepòlo;
primo gli colse il cimiero dell'elmo di folca criniera,
e trapassò la sua fronte e gli penetrò dentro l'osso,
l'arma puntuta di bronzo: il buio piombò sui suoi occhi,
egli crollò, come torre, in mezzo alla mischia crudele.
E per i piedi lo prese, caduto, un sovrano, quel figlio
di Calcodonte, Elefènore, il re dei magnanimi Abanti,
lo trascinava al riparo dei dardi, bramando al più presto
di depredarlo dell'armi: però riuscì corto a lui il balzo.
Ché l'avvistò trarre il corpo Agènore, quell'animoso,
e dentro il fianco, non chiuso da scudo, mentre era piegato,
lo rrapassò con la lancia di bronzo e gli sciolse i ginocchi.
Perse la vita così; su lui, fra Troiani ed Achei,
si scatenò spaventosa la lotta e con furia di lupi,
gli uni assalirono gli altri, guerriero abbatteva guerriero.
Il Telamònide Aiace al figlio mirò d'Antemione,
a Simoesio, un rampollo fiorente, che un giorno la madre,
scesa dall'Ida, vicino alle sponde del Simoenta,
diede alla luce, ché andò coi parenti a pascervi il gregge;
e Simoesio perciò lo dissero; ma ai genitori
egli non rese compenso, e breve per lui fu la vita,
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LA VIOLAZIONE DEI PATTJ. LA RASSEGNA DI AGAMENNONE
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ché trucidato di lancia finì per Aiace animoso.
Primo avanzava e a lui il petto Aiace ferì, la mammella
destra: diritta attraverso le spalle la lancia di bronzo
lo trapassò: nella polvere, a terra crollò, come pioppo,
che sia cresciuto sul praro acquoso d'un ampia palude,
è rurto liscio ed i rami gli spuntano sopra la cima;
ma con il ferro lucente un fabbricatore di carri
poi l'abbatté, per curvarlo in ruota di splendido cocchio;
l'albero giace a seccare vicino alle sponde d'un fiume:
sì, così Aiace, la stirpe di Zeus, spogliò allora di vita
lui, Simoèsio, l'Antèmide; ed Àntifo cotta-screziata,
figlio di Priamo, ad Aiace scagliò tra la folla asta aguzza.
Né lo colpì, ma nel ventre, in sua vece, Leuco trafisse,
forte compagno d'Odisseo - era intento a trarre via un corpo:
Leuco crollò sulla preda, il corpo gli cadde di mano.
Della sua morte non poco nell'animo Odfsseo ebbe pena,
mosse fra i primi campioni, vestito di lucido bronzo,
s'approssimò, s'arrestò, mirò con la lucida lancia,
gli occhi movendo all'intorno: si fecero indietro i Troiani,
quando il guertiero mirò; ma non avventò vano colpo,
no, colse un figlio bastardo di Priamo, Democoonre,
ch'era venuto da Abfdo, lasciò le cavalle veloci.
Lo ferì Odisseo di lancia, in collera per il compagno,
dentro la tempia: da pane a pane trafisse il suo cranio
l'arma puntuta di bronzo: il buio piombò sui suoi occhi,
egli crollò con fragore, su lui rimbombò l'armatura.
Ed arretrarono insieme ad Ettore splendido i primi;
forte gridarono allora gli Argivi e sottrassero i corpi,
spinsero molto in avanti l'assalto e andò in collera Apollo,
che sopra Pergamo vide, e chiamò, gridando, i Troiani:
«Destri-a-cavallo Troiani, sorgete, agli Argivi in bartaglia
non v'arrendete, poiché non di pietra o ferro hanno i corpi,
da rintuzzare, feriti, il bronzo che mutila i corpi:
ed ora Achille, sì, il figlio di Tètide bella di chiome,
più non combatte, alle navi si rode di collera amara!».
Disse così il fiero dio, dalla rocca; intanto agli Achei
era di sprone la figlia di Zeus, la gloriosa Tritonia,
che tra la folla correva, a chiunque scorgesse esitante.
L'Amarincide Diore fu in quella ghermito da Moira:
ché da una pietra scheggiata alla gamba destra, al tallone,
venne colpito: l'aveva scagliata il signore dei Traci,
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Piroo, 1'Imbràside, l'uomo che là fin da Eno era giunto.
L'empio macigno d'un colpo i tendini enrrambi e anche le ossa
gli fracassò; nella polvere, allora, supino l'eroe
cadde, tendendo ambedue le mani agli amati compagni,
ed esalava la vita; ma chi lo colpì gli fu sopra,
Piroo, di lancia ferì l'ombelico: tutte le entragne
si riversarono al suolo, il buio piombò sui suoi occhi.
Ma lo ferì che balzava, Toame l'Etolo, di lancia,
alla mammella, nel petto, piantò in un polmone a lui il bronzo;
quindi gli venne vicino Toante e quell'asta possente
fuori dal petto gli trasse, sguainò l'affilata sua spada,
e gliela infisse nel mezzo del ventre e rapì la sua vita.
Né lo spogliò più delle armi: gli furono intorno i compagni,
Traci dai folti capelli, stringevano in pugno lunghe aste:
era pur grande Toante e ben valoroso ed altero,
ma lo respinsero indietro, ed egli cedé, si ritrasse.
Dentro la polvere, dunque, si giacquero l'uno con l'altro
uno dei Traci e un guerriero d'Epei dai chitoni di bronzo,
due condottieri: e molti altri, intorno, cadevano uccisi.
Più non avrebbe tacciato di biasimo un gesto chi allora,
là, fosse, incolume, giunto, immune dal bronzo affilato,
e tra la folla girasse, per mano da Pallade Atena
fosse condotto e difeso così dall'assalto dei dardi:
già, poiché molti, quel giorno, guerrieri troiani ed Achei,
dentro la polvere, proni, si giacquero gli uni con gli altri.
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LIBRO V
IMPRESE DI DIOMEDE
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Ecco che allora al Tidide, a Diomede, Pallade Atena
diede l'ardore e il coraggio, così che fra tutti gli Argivi
egli sorgesse a brillare e acquistasse nobile gloria.
D'inestinguibile fuoco accese il suo elmo e lo scudo,
simile all'astro che appare in estate e più d'ogni stella
nitido sfolgora, appena d'Oceano lascia i lavacri:
simile fiamma gli accese sul capo, e così sulle spalle,
e l'avventò poi nel mezzo, dov'era più densa la calca.
Presso i Troiani viveva il nobile e ricco Darete,
un sacerdote d'Efesto, e gli erano nati due figli,
Fègeo e Ideo, ambedue ben esperti d'ogni battaglia.
Questi lasciarono i loro compagni e attaccarono entrambi;
vennero a lui sulla biga,'egli a terra, a piedi lottava.
Giunti che furono presso a scagliarsi gli uni sugli altri,
Fègeo per primo avventò la lancia dall'ombra allungata;
sopra la spalla al Tidide volò, da sinistra, la punta
d'asta, ma non lo colpì; attaccò secondo col bronzo
quindi il Tidide; né vano il colpo gli uscì dalle mani,
fra le mammelle, nel petto colpì, lo gettò giù dal cocchio.
Fece all' indietro Ideo un balzo, lasciando il bellissimo carro
e non ardì rimanere aCcanto al fratello caduto;
egli neppure sarebbe alla nera Chera scampato,
venne a soccorrerlo Efesto, lo cinse di buio, a salvarlo,
che non restasse del tutto straziato il suo antico parente.
E rapì il figlio di Tfdeo magnanimo allora i cavalli
e dai compagni li fece condurre alle concave navi.
Come i Troiani magnanimi intesero i figli di Dares
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ILIADE
anche se quello si cela e s'acquatta sotto un cespuglio;
sì, così Ettore mai sfuggiva al veloce Pelide.
Ed ogni volta che verso le porte Dardanie correva,
sì da balzare in avanti, fin sotto le solide torri,
se gli potessero offrire dall'alto difesa coi dardi,
sempre gli stava dinanzi Achille e di nuovo alla piana
lo respingeva; e volava alla rocca, Ettore, sempre.
Come nel sogno non può, chi insegue, afferrare chi fugge;
il fuggi ti va non può sottrarsi, o il nemico afferrarlo:
giungerlo in corsa, così, non può Achille, né egli sfuggire.
Come poteva mai Etrore a Chere di morte scampare,
l'ultima volta, l'estrema, al suo fianco Apollo non fosse
giunto, colui che gli diede ardore e anche svelte ginocchia?
Vòlto alle schiere, scuoteva la testa, lo splendido Achille,
non le lasciava scagliare su Ettore amare saette,
che non rubasse altri il vanto, colpendo, egli fosse secondo.
Quando però, al quarto giro, tornarono presso le fonti,
subito, allora, ecco il padre agganciare l'aurea bilancia:
pose sui piatti due Chere di morte diuturna di pene,
tanto il destino d'Achille, che d'Ettore destro a cavallo,
presala in mezzo, la tenne; per Ettore giorno funesto
cadde e nell'Ade piombò: partì dunque Apollo, il Radioso.
Ed al Pelide apparì la dea Atena, Occhi-di-strige,
avvicinatasi a lui, gli rivolse alate parole:
«Fulgido Achille, eroe amato da Zeus, ora nutro speranza
che grande gloria agli Achei recheremo presso le navi,
Ettore trucideremo, benché di battaglia mai sazio.
No, per costui non è più possibile, adesso, sfuggirci,
anche se Apollo l'arciere affrontasse mille fatiche,
si rotolasse davanti al padre dall'egida, a Zeus!
Tu per adesso rista', respira, ed a lui, nel frattempo,
m'accosterò, per blandirlo, così che t'affronti in duello».
Gli disse Atena, ed Achille obbedì, gioì nel suo cuore,
e s'arrestò, s'appoggiò al frassino a punta di bronzo.
Lo lasciò solo, la dea, ad Ettore splendido venne,
ed imitò di Deffobo aspetto e inflessibile voce;
avvicinatasi a lui, gli rivolse alate parole:
«Troppo davvero, fratello, il rapido Achille ti forza,
sotro la rocca di Priamo, coi piedi veloci t'insegue;
via, arrestiamoci, adesso, affrontiamolo resistendo».
Disse di contro a lei Ettore, il grande dall'elmo lucente:
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MORTE DI ETTORE
«Caro su tutti i fratelli, Deffobo, a me, già in passaro,
fosti, tra i figli a cui Ecuba e Priamo han dato la vita;
ora nell'animo sento d'avere anche in pregio più alto
te, che per me hai osato, appena con gli occhi m'hai visto,
abbandonare le mura, e restano, gli altri, al riparo l ».
Disse di contro all'eroe la dea Atena, Occhi-di-strige:
«Ah, lungamente, fratello, il padre e la nobile madre
m'hanno pregato in ginocchio, ed intorno, in fila, i compagni,
che rimanessi: a tal punto fra tutti serpeggia tremore;
ma nel frattempo il mio cuore soffriva per lutto crudele.
Ora impetuosi in battaglia scagliamoci, né con le lance
più risparmiarci dovremo, e così sapremo se Achille
trascinerà, trucidati entrambi, le spoglie cruente
verso le navi leggere, o l'abbatterà la tua lancia!».
Com'ebbe detro, con subdolo intento avanzò dunque Atena;
Giunti che furono presso a scagliarsi l'uno sull'altro,
VEttore primo parlò, quel grande dall'elmo lucente:
«Figlio di Pèleo, da te più non fuggo come d'intorno
alla gran rocca di Priamo san prima fuggito, e l'assalto
tuo non atdivo d'attendere; adesso me l'animo spinge
a sollevarmiti innanzi, o che io t'uccida o sia vinto.
Ora, suvvia, invochiamo gli dèi; essi infatti saranno
i testimoni migliori ed anche i garanti dei patti;
io non ti sfigurerò con tremendo sconcio, se Zeus
m'accorderà la vittoria, se ti spoglierò della vita;
ma dopo averti privato, o Achille, dell'armi gloriose,
restituirò la tua salma agli Achei: così fa' tu pure».
Lo guardò bieco e rispose Achille dai rapidi piedi:
«Etrore, no, maledetto, con me non parlare d'accordi;
come non c'è fra leoni ed uomini patro sicuro,
come nell'animo lupi e agnelli non hanno concordia,
ma di continuo sventure preparano gli uni per gli altri,
proprio così fra me e te non c'è amore, né fra noi due
patti giammai si daranno, se prima uno almeno, cadendo,
sangue non dia cibo ad Ares, l'indefatigato guerriero.
D'ogni valore rinnova memoria; ora certo bisogna
che ti dimostri guerriero ardiro e anche pronto di lancia.
Più non c~è scampo per te, no, ben presto Pallade Atena
per l'asta mia t'avrà morto: ormai pagherai tutte quante
le sofferenze dei miei, che hai ,vinti infuriando con l'asta».
Disse e brandì, saettò la lancia dall'ombra allungata;
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MORTE DI ETTOR E
ILIADE
Ettore fulgido prima la vide e riuscì ad evirarla;
vistala, si rannicchiò, volò in alto l'asta di bronzo,
venne a pianrarsi per terra; e la prese Pallade Atena,
la die' ad Achille e fu ad ErtOre occulta, al pastore d'armate.
Ecco che allora al Pelide impeccabile Ettore disse:
«Colpo fallito' E così tu, Achille, pur simile a un dio,
non conoscevi il mio fato da Zeus, come pure vantavi;
certo sèi scato facondo e astuto a intrecciare parole,
sì che l'ardore e il valore io dimenticassi, e tremassi.
Tu non a me pianterai, mentre fuggo, l'asta nel dorso,
mentre impetuoso t'assalto, dovrai trapassarmi nel petto,
se l'ha concesso a te un dio; ora schiva tu la mia lancia
bronzea: possa tu intera riceverla nella tua carne!
Ben più leggera senz'altro sarebbe ai Troiani la guerra,
fossi, tu, morto; per loro sei tu la sciagura peggiore».
Disse e brandì, saettò la lancia dal!'ombra allungara,
colse al Pelide lo scudo nel mezzo, né già fallì il colpo;
l'asta lo scudo respinse lontana; e n'ebbe Etrore srizza,
ché gli sfuggì senza frutto di mano l'amaro suo dardo,
in disappunto, ristette, né altr'asra di frassino aveva.
Forte gridando chiamò Deffobo candido scudo;
lunga una lancia gli chiese; ma quesri non gli era vicino;
Ettore, allora, capì nel suo cuore, ed ecco, si disse:
«Ah, veramente, oramai, m'han chiamaro a morte gli dèi!
Già, ché Deffobo eroe credevo d'avere vicino;
egli è però fra le mura, e Atena m'ha tratto in inganno.
Ora una morte crudele m'è presso e non è più lontana,
né può evitarsi; per certo da tempo lo avevano caro
Zeus e l'arciere infallibile, il figlio di Zeus, che in passato
m'hanno salvato, benigni; ma adesso la Moira m'ha còlto.
E tuttavia non morrò senza lotta, privo di gloria,
ma compirò grandi gesta e genti future le udranno!».
Quindi, com'ebbe parlato, estrasse la spada affilata,
quella che grande e pesante vicino al suo fianco pendeva,
e si raccolse e balzò, come aquila in alto librata,
che sulla piana s'avventa fra nuvole cupe di buio,
per abbrancare un'agnella gentile o una lepre nascosra:
Ettore tale balzò, movendo la spada affilata.
Ma s'avventò pure Achille, ed empì d'ardore selvaggio
l'animo, e innanzi prorese, a celare il petto, lo scudo
bello, dedàleo, agitava il suo elmo a quattro ripari
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lucido; e belle d'intorno, frattanto, ondeggiavan le chiome
auree, quelle che fitte Efesto applicò sul cimiero.
Come fra gli astri una stella balugina in seno alla notte,
Vespro, la luce più chiara che mai si sollevi nel cielo,
rale brillava la punta aguzza che Achille brandiva
nella sua destra, tessendo ad Ettore splendido marre,
e nel bel corpo scrutando il punto che fosse più esposto.
In ogni parte il suo corpo coprivano l'armi ben fatte
bronzee, che, uccisa la forza di Patroclo, aveva rapire;
dove però la clavicola il collo separa e le spalle,
varco s'apriva, e da lì più rapida fine ha la vita;
mentre assaltava, lì d'asra lo colse, lo splendido Achille,
dritta la punta passò attraverso il tenero collo;
ma non troncò la faringe, quel frassino grave di bronzo,
sì che pareva parlare e rispondere con parole.
Egli fra polvere cadde; e vantò, lo splendido Achille:
«Ettore, presa la vita di Patroclo, forse credevi,
tu, di restare impunito, né a me, pur lontano, pensavi,
stolto! Lontano da lui, difensore moltO più forte,
presso le navi leggere, indietro me ne rimanevo
io, che r'ho sciolto i ginocchi; adesso di re cani e uccelli
orrido sconcio faranno, ma a lui daran tomba gli Achei!».
Senza più forze, diceva a lui Ettore elmo lucente:
«Per la tua vita, ti prego, e per le ginocchia e i parenti,
no, non lasciarmi straziare da cani d'Achei fra le navi,
ma per tua parte ricevi abbondanza d'oro e di bronzo,
doni che a te porgeranno il padre e la nobile madre,
fa' che il mio corpo sia reso alla casa, sì che da morto
sopra la fiamma Troiani mi posino e spose rroiane».
Lo guardò bieco e rispose Achille dai rapidi piedi:
«No, non pregarmi né per le ginocchia né per i paremi,
cane; così furia ed ira m'avessero spinto a tagliare
e a divorare le crude tue carni, per quel che hai commesso,
come non c'è chi potrà stornani dal capo le cagne,
né se portassero qui dieci o venti volte il riscatto,
e lo pesassero, O se facessero d'altro promessa,
o addirittura volesse anche a peso d'oro pagarti
Priamo Dardilnio; nemmeno così .la tua nobile madre,
quella che ti partorì, disteso su funebre letto
ti piangerà, c,ani e uccelli intero ti divoreranno».
Prossimo a f1!-orte, rispose a lui Etrore elmo lucente:
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«Ben ti conosco, ora che t'ho guardato; e no, non potevo
certo piegarti, poiché chiudi in petto un cuore di ferro.
Bada, però, ch'io non sia per te causa d'ira divina,
proprio nel giorno in cui Paride insieme ad Apollo il Radioso
ucciderà te, pur valido, innanzi alle Porte Sinistre».
Mentre così gli diceva, il cerchio di morte l'avvolse,
e dalle membra volando, la vita discese nell'Ade,
e rimpiangeva il suo fato, lasciò giovinezza e vigore.
Ed all'eroe, ch'era morto, diceva lo splendido Achille:
«Muori; ed anch'io accoglierò la Chera in qualunque frangente
vogliano compierla Zeus e anche gli altri numi immortali!».
Disse così, poi dal corpo estrasse la lancia di bronzo
e la depose da parte; dagli omeri l'armi cruente
quindi gli tolse; ed intorno gli corsero i figli d'Achei,
e la prestanza ammiravano ed anche la chiara bellezza
d'Ettore; né c'era chi s'accostasse senza colpire,
e cosÌ disse qualcuno, volgendosi a un altro vicino:
«Ah, veramente, ora è assai più tenero da maneggiare,
Ettore, non come quando gettò fuoco ostile alle navi!».
Con questo dire, ciascuno a lui s'accostava e colpiva.
Dopo che l'ebbe spogliato, lo splendido Achille veloce,
sorto di mezzo agli Achei, parlò con alate parole:
«O cari amici, sovrani nonché condottieri d'Argivi,
ora che i numi m'han dato d'abbattere questo guerriero,
che molti danni ci fece, e quanti mai più gli altri insieme,
via, tutt'intorno alla rocca giriamo vestiti dell'armi,
che dei Troiani s'indaghino i piani, ave n'abbiano ancora,
se fuggiranno dall'alta fortezza, caduto costui,
O son decisi a restare anche adesso che Ettore è morto ...
Ma perché mai si disperde in questi pensieri il mio cuore?
Giace incompianto e insepolto vicino alle navi un defunto,
Patrodo; ed io non pOtrò scordarmi di lui, fino a quando
m'aggirerò presso i vivi e ancora avrò salde ginocchia;
pur se nell'Ade non c'è nessuna memoria dei morti
anche laggiù serberò ricordo del caro compagno.
Ora, suvvia, intonando un peana, giovani Achei,
verso le navi leggere torniamo, e traiamo costui.
Ettore splendido abbiamo ucciso, e ottenuto gran vanto,
Ettore, a cui come a un dio in città fan voti i Troiani! ».
Disse, e per Ettore splendido ignobili gesti pensava.
Gli trapassò tutt'e due i tendini dietro i due piedi
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dalla caviglia al tallone, v'infisse corregge di cuoio.
Poi lo legò dietro il cocchio, lasciò penzolare la testa;
quindi, salito sul cocchio, innalzate l'armi gloriose,
diede di sferza e partÌ, volarono svelti i cavalli.
Lo trascinava e una nube di polvere sorse, le chiome
brune eran tutte scomposte e dentro la polvere il capo
prima grazioso, era immerso; e lo diede in preda ai nemici
Zeus, perché fosse sconciato laggiù, nella terra dei padri.
Tutto così si bruttava il suo capo; intanto la madre
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prese a strapparsi le chiome, lontano da sé lo splendente
velo gettò, grida acute levò, come vide suo figlio;
pietosamente gemeva il padre ed intorno le genti
s'abbandonarono a pianti e lamenti, dentro la rocca.
Quasi sembrava oramai che da cima a fondo l'intera
Ilio elevata sui poggi venisse corrosa dal fuoco.
Ed a fatica le genti frenavano il vecchio sdegnato,
che dalle porte Dardanie era ormai impaziente d'uscire.
E tutti quanti pregò, rotolandosi nel letame,
interpellando così ciascuno e chiamandolo a nome:
«Allontanatevi, amici, lasciate, per quanto angosciati,
ch'io dalla rocca esca solo e vada alle navi d'Achei,
a supplicare quell'uomo spietato, dal cuore violento,
forse vorrà rispettare l'età, sarà forse pietoso
della vecchiaia; egli stesso ha un padre già avanti negli anni,
Pèleo, che lo generò, lo crebbe a che fosse sventura
per i Troiani; ed a me su tutti egli inflisse dolori.
Tanti figlioli m'uccise, ancora nel fiore degli anni;
ma non ho tanto ripianto degli altri, sebbene io m'affligga,
quanto d'un solo, per cui aspra angoscia mi darà all'Ade,
d'Ettore; fra le mie braccia avesse esalata la vita;
già, ché di pianti e lamenti, almeno potremmo saziarci
tanto la madre infelice che lo partorì, quanto io stesso».
Disse piangendo e la gente del popolo, intorno, gemeva;
Ecuba fra le Troiane iniziò lamento infinito:
«Ah, figliq mio, me infelice! E come vivrò, se sèi morto,
io, fra feroci dolori? Tu eri per .me notte e giorno
causa di vanto, qui dentro la rocca, e per tutti eri luce
nella città,' per Troiani e Troiane, che come un dio
ti ricevevano; ed anche per loro eri tu gloria grande,
quando eri vivo; ora t'hanno raggiunto la Moira e la morte!».
Sì, così disse, piangendo; né ancora sapeva, la sposa
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