Poste italiane S.p.A. Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/04 n. 46) art. 1, comma 1 - DCB Brescia
Editrice La Scuola - 25121 Brescia Expédition en abonnement postal taxe perçue - tassa riscossa Pubblicazione mensile - Anno 123 - ISSN 0036-9888
Rivista per la scuola primaria
SCUOLA ITALIANA
MODERNA
settembre
Le novità di SIM:
più risorse per insegnanti e dirigenti
1
2015
La rivista
professionale
è uno
strumento
per
l’autoformazione.
FKVQTKCNG
' Si riparte
di Pier Cesare Rivoltella, Università Cattolica del Sacro Cuore
di Milano
Con questo numero si apre la nuova annata di SIM. È già passato un anno da quando, con orgoglio
misto a un po’ di preoccupazione, ho ereditato la direzione della rivista. E già siamo qui a ragionare
di un altro tratto di strada da descrivere insieme. Lo facciamo precedere, in questo editoriale, da qualche considerazione che serva a introdurre le novità e ad anticipare le linee-guida secondo le quali la
Rivista sarà organizzata.
Cosa c’è di nuovo?
Diciamo subito che Davide Parmigiani e Simona Ferrari non saranno più il redattori dei focus “Professione Insegnante” e “Progettare”. Gli impegni organizzativi presso l’Università di Genova ora che
è diventato professore associato (a proposito: auguri!) non consentiranno più a Davide di garantire la
sua collaborazione. Lo sostituisce Valentina Pennazio, sempre dell’Università di Genova. A Davide e a
Valentina rispettivamente il grazie e il buon lavoro della Redazione. A Simona – cui va pure il grazie
della Redazione – subentra Rosaria Pace, dell’Università del Salento. Anche a lei il nostro buon lavoro!
Seconda novità. L’impianto della Rivista, pur rimanendo sostanzialmente immutato, vedrà alcuni piccoli aggiustamenti. Su richiesta dei lettori verrà introdotta una piccola rubrica di lettere al Direttore;
SIM-PIC diventa una vera e propria sezione di contenuti relativi all’uso dell’immagine nella didattica;
SIM-KIT si amplia, guadagnando più pagine all’interno della rivista e aumentando i materiali a disposizione degli insegnanti nella sua parte di repository on line. A Paola Amarelli e Alessandro Sacchella
si affianca da quest’anno una vera e propria redazione di insegnanti esperti: a loro e alle proposte che
giungeranno dai lettori sarà affidato il compito di rendere sempre più ricca e interessante la parte più
operativa della Rivista. Infine, anche l’angolo del dirigente si potenzia: una piccola redazione si affiancherà anche in questo caso a Laura Fiorini per rendere sempre più efficace e rispondente ai bisogni il
filo diretto con la dirigenza.
Terza novità. I redattori di SIM, insieme ad altri formatori esperti, sono parte della Faculty de La Scuola Academy. Con questo nome abbiamo deciso di rilanciare la presenza dell’Editrice nel campo della
formazione degli insegnanti e dei dirigenti scolastici. La Academy, di cui mi onoro di essere il direttore scientifico, si muoverà in collaborazione con l’Università Cattolica del S. Cuore, in particolare
con il centro CREMIT, fornendo tre tipologie di offerta formativa: corsi di alta formazione, percorsi
di ricerca-azione e di coaching, corsi a catalogo. Sulle pagine di questo numero della Rivista è possibile trovare riferimenti e informazioni più precisi al riguardo.
I focus dell’annata
Come sanno bene i lettori di SIM, la Rivista è costruita su sei rubriche fisse (le abbiamo chiamate “Focus”), ciascuna dedicata a un tema-chiave per la professionalità dell’insegnante. Di seguito anticipiamo per ciascuna il tema su cui ruoteranno.
Il focus sul “Progettare”, coordinato da Rosaria Pace, si occuperà delle azioni del progettare. L’ipotesi
è di acquistare in concretezza e di venire in aiuto degli insegnanti con indicazioni molto operative. In
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1
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particolare si metteranno nel mirino il documentare e l’osservare, due azioni fondamentali che spesso non ottengono dalla scuola italiana la dovuta attenzione.
Il focus sul “Comunicare”, coordinato da Alessandra Carenzio, si occuperà della relazione didattica.
In tempi in cui personalizzazione e inclusione sono diventate parole-must del fare scuola, ci è parso
importante tornare a ragionare di questo tema. Lo faremo in termini didattici, al netto da divagazioni psicanalitiche e da facili digressioni retoriche.
Il “Valutare” – il focus curato da Lorella Giannandrea – verterà in quest’annata sul misurare. Misurare si deve, e occorre farlo bene, se si vuole poi partire da lì per conoscere e apprezzare, secondo
la celebre definizione di Hadji. Sappiamo bene che proprio il misurare è l’atto del valutare che più
degli altri indulge al tecnicismo e che quindi può dare problemi all’insegnante. Cercheremo di fare
proposte operative che siano di aiuto.
Gli “Studi di caso” – anche quest’anno curati da Elena Mosa, dell’INDIRE – saranno dedicati al rapporto scuola-famiglia. L’idea è di fornire a insegnanti e dirigenti una galleria di buone pratiche per
migliorare l’efficacia di questa dimensione della vita della scuola che è di assoluta importanza.
Il focus “Professione insegnante” – che come abbiamo anticipato vede l’ingresso in Redazione di Valentina Pennazio – accoglierà quest’anno contributi sull’etica della professione, un modo sintetico
per includere tutto ciò che riguarda il dover essere dell’insegnante, le sue responsabilità, ciò che lo
porta a essere di esempio per i suoi studenti.
Chiude la serie dei focus “Angolo del Dirigente”. Coordinato anche quest’anno da Laura Fiorini, sarà dedicato all’e-schooling. Con questo termine si fa riferimento a tutto ciò che riguarda il rapporto
tra la scuola e i media digitali: dematerializzazione, organizzazione, infrastrutture e devices, didattica ed editoria digitale.
Approfondire che piacere: gli Zoom
Chiudo questo primo editoriale dell’anno anticipando temi e curatori dei dieci dossier (gli Zoom)
che nei singoli numeri offriranno al lettore un approfondimento monografico a cura delle Università che danno vita al Comitato Scientifico della Rivista.
Il primo Zoom, quello di questo numero, l’ho curato personalmente, insieme a insegnanti che lavorano con me nelle diverse sperimentazioni attive presso le scuole e colleghi dell’Università Cattolica. Parla dei “maestri del fare”, e cioè riflette sulle basi del metodo laboratoriale in un contesto come
il nostro fortemente segnato dal ritorno di temi e motivi dell’attivismo.
Di seguito l’elenco completo degli altri:
ƒ n. 2, ottobre 2015, “Inclusione” (a cura di P.G. Rossi, Università di Macerata);
ƒ n. 3, novembre 2015, “Didattica delle lingue straniere” (a cura di L. Guerra, Università di Bologna);
ƒ n. 4, dicembre 2015, “Didattica della matematica” (a cura di F. Falcinelli, Università di Perugia);
ƒ n. 5, gennaio 2016, “Educazione musicale” (a cura di R. Cerri, Università di Genova);
ƒ n. 6, febbraio 2016, “La motivazione a scuola” (a cura di A. La Marca, Università di Palermo);
ƒ n. 7, marzo 2016, “Gli spazi dell’intercultura” (a cura di E. Nigris, Università di Milano, Bicocca);
ƒ n. 8, aprile 2016, “Didattica della scrittura” (a cura di L. Perla, Università di Bari);
ƒ n. 9, maggio 2016, “Valutare” (a cura di M. Sibilio, Università di Salerno);
ƒ n. 10, giguno 2016, “L’efficacia dell’insegnamento” (a cura di D. Maccario, Università di Torino).
Come si ricorderà – lo avevamo precisato all’inizio della scorsa annata, al momento di presentare il
nuovo disegno della Rivista – gli Zoom sono lo spazio in cui, più che in altri, teoria e pratica entrano in circolo. Infatti, una delle idee su cui SIM è costruita è che non vi sia un luogo della elaborazione teorica (l’Università) e degli spazi per l’applicazione pratica (le scuole): un ricercatore che si
occupa di didattica deve “sporcarsi le mani”; allo stesso modo un insegnante, qualsiasi insegnante,
che non sviluppi una sensibilità di ricerca nel suo lavoro quotidiano difficilmente riuscirà a essere
professionalmente compiuto.
2
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
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disponibile sul sito, nella sezione
Approfondimenti per abbonati
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Le immagini di questo fascicolo di SIM sono tratte da
FAVOLOSO!, La Scuola, Brescia 2015
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( La didattica di SIM
di Pier Cesare Rivoltella
Già lo scorso anno, al momento di immaginare il nuovo corso della Rivista, avevo fatto la
scelta di non riproporre le classiche schede di
programmazione, materia per materia, classe
per classe. Questo però non significa che si sia
scelto di disinvestire rispetto alla parte didattica. SIM non ha voluto diventare una rivista
più “teorica” penalizzando la parte “professionale”. Ha solo scelto di collocare in maniera diversa le risorse didattiche per gli insegnanti che
ora si trovano soprattutto on line, all’interno di
un contenitore che abbiamo scelto di chiamare
SIM-KIT, alludendo alla cassetta degli attrezzi
che ogni professionista – e quindi anche l’insegnante – si porta sempre dietro. Quest’anno
SIM-KIT avrà anche uno spazio di cinque pagine sulla rivista: serviranno a presentare meglio
tutto quello che di mese in mese sarà reso disponibile on line e a fornire al lettore delle indicazioni operative per l’uso di questo materiale in classe.
Ma qual è la didattica di SIM? Provo a rispondere in maniera sintetica.
È una didattica rovesciata. Non parte dalla lezione, dall’insegnante che parla, ma dal bambino
che viene posto di fronte a un problema da risolvere e a cui viene dato tutto il tempo che gli serve per fare le sue ipotesi, per imparare attraverso
la scoperta personale e il confronto con i conpagni e con il maestro.
È anche una didattica del fare. Nello Zoom di
questo numero abbiamo modo di soffermarci su
questo aspetto. L’apprendimento non è produrre, ma la conseguenza della produzione. Non è
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n. 1 R settembre 2015 R anno 123
una pratica, è la conseguenza della pratica. Non
è un processo separato dall’azione, ma quel che
avviene esattamente all’interno e durante l’azione. Il laboratorio è lo spazio naturale di questa
didattica, assolutamente in linea con la tradizione della scuola primaria.
Infine è anche una didattica della riflessione.
Fare esperienza, svolgere tante attività in classe e fuori della classe non è garanzia che si stiano promuovendo gli apprendimenti significativi
dei bambini. Senza un momento in cui insieme
si torni a riflettere su quanto è accaduto, commentando, integrando, favorendo l’appropriazione delle esperienze, l’apprendimento non si
potrà realizzare.
Queste tre dimensioni sono presenti negli Episodi di Apprendimento Situato, gli EAS: quindi la didattica di SIM è una didattica per EAS. E
questa scelta è ben visibile proprio in KIT dove
la Rivista non mette a disposizione degli insegnanti materiali generici, ma appunto degli EAS
corredati di tutti i materiali che servono al loro
svolgimento in classe.
Ogni EAS è un contenitore di altri strumenti:
griglie, rubriche, video, materiali-stimolo e/o di
approfondimento, schede di valutazione. Questi
strumenti si possono usare in maniera integrata
rispetto all’EAS (ovvero: li si utilizza svolgendo
l’EAS), ma possono funzionare per l’insegnante
anche come spunti per costruire altri percorsi o
essere impiegati in altri contesti. Una ricchezza
che è nostro preciso obiettivo, in questa seconda annata, far apprezzare e utilizzare dai nostri
lettori.
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( Progettare una lezione
Autonomia e progettualità
Dalla progettazione alla programmazione annuale
di Paola Amarelli, dirigente scolastica e redattrice SIM Kit
Il lavoro di programmazione annuale richiesto ai docenti non passa esclusivamente dall’enucleazione dei
contenuti che il docente intende affrontare, ma a partire dalle indicazioni nazionali e dal curricolo di istituto si tratta di incrociare i contenuti con i traguardi di sviluppo delle competenza per gli studenti.
Il modello risulta flessibile (si può programmare per obiettivi, per contenuti, per progetti, per concetti, per
competenze ecc.) e i risultati dipendono anche dalle capacità del docente di adattare la programmazione al
contesto di apprendimento e di intervenire sistematicamente per modificare il percorso là dove risulta poco efficace.
Autonomia
organizzativa
e didattica
L’azione di progettazione della
scuola trova la sua piena giustificazione nell’autonomia scolastica che, nelle sue varie articolazioni (organizzativa, didattica, di ricerca e di sviluppo),
assegna all’istituzione scolastica il diritto/dovere di assumere
e svolgere funzioni di gestione,
di servizi e di prestazioni di natura pubblica1.
L’autonomia organizzativa è finalizzata a promuovere l’efficacia e l’efficienza del servizio
scolastico attraverso forme di
organizzazione del personale
docente e non docente e utilizzo dell’orario in modo fles1
La norma fondamentale è il
Regolamento dell’autonomia scolastica
(DPR n. 275/1999, in attuazione della
legge n. 59/1997)
sibile e diversificata; l’autonomia didattica ha lo scopo di garantire il raggiungimento degli
obiettivi generali dell’istruzione attraverso la progettazione libera e consapevole di metodologie, strumenti, tempi e
setting, secondo il monte ore
annuo previsto per ogni singola disciplina e attraverso l’adozione di strumenti di verifica
e di valutazione del percorso
scolastico.
La libertà di insegnamento,
promossa e garantita dall’autonomia scolastica, fa sì che
la scuola e i docenti possano
scegliere gli strumenti, le metodologie, i tempi e l’organizzazione che ritengono più efficaci per il raggiungimento dei
traguardi prefissati nel percorso di formazione.
La scuola autonoma (flessibile
e attenta alla valutazione della
qualità dell’offerta formativa,
alle esigenze sociali e alle risor-
se del territorio) esige un elevato livello di professionalità
docente capace di organizzare,
progettare e fare ricerca.
I docenti infatti sono chiamati a organizzare i loro insegnamenti attraverso una didattica
anche di tipo modulare (una didattica, cioè, che prevede una
tempistica predefinita, rigorosamente articolata per unità di lavoro, finalizzata a precisi obiettivi formativi); in funzione degli standard di apprendimento degli allievi definiti
dall’istituzione scolastica; in
base a criteri di verifica e di valutazione dei risultati e dei processi di formazione; all’interno
di un contratto formativo che,
rispetto alle scelte e ai risultati previsti, è in grado di coinvolgere responsabilmente gli
alunni stessi e altre istituzioni
del territorio.
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
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Progettualità
e curricolo
L’applicazione della logica della
programmazione alla complessità della situazione formativa
ha portato a introdurre il concetto di curricolo. La parola latina curriculum deriva da currere e richiama l’idea del percorso, da svolgere e seguire nelle
sue varie tappe.
La progettazione del curricolo è
espressione della libertà di insegnamento e dell’autonomia
scolastica ed è tesa a formulare
l’identità dell’istituto attraverso l’esplicitazione delle scelte
della comunità scolastica (cioè
della definizione degli scopi
educativi, delle modalità organizzative e delle esperienze formative che permettono di raggiungerli, degli obiettivi e della
valutazione).
La realizzazione del curricolo
da parte dei docenti è quindi
occasione di confronto e di approfondimento e prevede:
ƒ la possibilità di gestire i vari saperi per aree, al di là delle rigidità dipartimentali e disciplinari, secondo prospettive
formative europee che mirano
allo sviluppo delle competenze
chiave di cittadinanza2;
ƒ l’esigenza di promuovere la
contrattualità formativa (attraverso un progetto esplicitato e
comunicato alle famiglie e agli
stessi studenti, mediante regolamenti idonei a garantire il
funzionamento dell’istituto e,
2
Si vedano le Indicazioni per il
curricolo per la scuola dell’infanzia e
per il I ciclo dell’istruzione, a cura del
MIUR (31 luglio 2007 e, da ultimo, 23
luglio 2012); entrambe recepiscono la
Raccomandazione del Parlamento e del
Consiglio Europeo del 18 dicembre 2006
8
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nello stesso tempo, la promozione della persona);
ƒ la capacità di valutare in senso formativo e secondo una logica orientante;
ƒ la possibilità di modificare la
metodologia d’insegnamento,
utilizzando diverse strategie finalizzate a promuovere il dialogo, il confronto e lo sviluppo
del pensiero critico;
ƒ la disponibilità a promuovere
il raccordo tra teoria e pratica,
tra scuola ed extra-scuola;
ƒ la diffusione del metodo collegiale rispetto alle azioni di sperimentazione e di ricerca su tematiche di attualità culturale e
sociale (multiculturalità, cittadinanza e costituzione, emergenza educativa, ecc.);
ƒ la promozione della cultura della cittadinanza attiva e
dell’assunzione di responsabilità (nei confronti degli altri,
delle cose e dell’ambiente).
Gli ambiti di riflessione indicati costituiscono lo sfondo e
la prospettiva formativa per
l’azione di progettazione del
curricolo della scuola, parte
sostanziale del Piano dell’offerta formativa (POF). All’interno
del curricolo vengono assunte
e rielaborate le Indicazioni nazionali3 e, nel rispetto e dell’autonomia e nell’ottica della sua
sempre maggiore valorizzazione, vengono esplicitate le
scelte specifiche delle singole scuole (i contenuti, i meto3
A quelle richiamate alla n. 2 si
aggiungano le Indicazioni nazionali
relative ai licei, agli istituti tecnici e
agli istituti professionali, emanate dal
Presidente della Repubblica il 15 marzo
2010 e, a oggi, disponibili nella veste più
completa sul sito del MIUR (archivio.
pubblica.istruzione.it/riforma_superiori/
nuove superiori/index.html)
2TQIGVVC\KQPGCPPWCNG
di, l’organizzazione e la valutazione, coerente con i traguardi
formativi previsti).
Gli elementi propri della progettazione del curricolo d’istituto sono:
ƒ il profilo dello studente;
ƒ i traguardi per lo sviluppo
delle competenze;
ƒ gli obiettivi di apprendimento, specifici per ogni disciplina;
ƒ le esperienze e le situazioni
di apprendimento più significative;
ƒ le scelte didattiche e le strategie metodologiche più efficaci.
L’elaborazione del curricolo costituisce quindi per la comunità professionale un percorso di
partecipazione e di apprendimento continuo, attraverso il
quale si sviluppano e si organizzano la ricerca e l’innovazione scolastica.
Nel curricolo, infatti, si possono rintracciare la progressione
e la ricorsività (relativamente
ai saperi organizzati dalle discipline) determinate sia dai sistemi simbolico-culturali sottesi a ogni disciplina, sia dalla
mediazione didattica prevista
dalla disciplina stessa.
La progressione dei traguardi per lo sviluppo delle competenze e la declinazione degli
obiettivi consentono di evidenziare le operazioni cognitive,
logiche e linguistiche sempre
più complesse, di meglio articolare contenuti e argomenti
e di orientare la didattica allo
sviluppo delle competenze.
L’utilizzo dei saperi disciplinari in funzione dello sviluppo delle competenze richiede,
secondo Daniela Maccario «il
passaggio da un’idea di scuola
che offre forme di sapere ricet-
2TQIGVVC\KQPGCPPWCNG
tivo-riproduttivo, spesso acriticamente rispettose della tradizionale organizzazione disciplinare della conoscenza, a
un’offerta di forme di modalità storicamente determinate di
costruzione del sapere, che offrono, soprattutto in forma aggregata, chiavi di lettura non
univoche o rigide ai problemi,
ma innovative e produttive»4.
Gli obiettivi disciplinari di
apprendimento presenti nel
documento ministeriale vanno quindi correttamente declinati nel curricolo, per annualità e per ordine di scuola5, ma devono essere continuamente rapportati alla finalità generale della disciplina
stessa, alle disposizioni della
mente che possono attivare6,
alle competenze disciplinari e
trasversali che promuovono,
al metodo e agli strumenti didattici da utilizzare.
Nella considerazione di tutto questo vanno infine pensate e concordate le esperienze e
le situazioni di apprendimento
da proporre agli alunni e rapportate ai loro bisogni apprenditivi; le esperienze ritenu4
D. Maccario, Insegnare per competenze,
Società Editrice Internazionale, Torino
2006
5
In SIM KIT è scaricabile la
programmazione annuale con i traguardi
per lo sviluppo delle competenze e la
declinazione annuale e disciplinare degli
obiettivi specifici di apprendimento
6
Le disposizioni della mente così come
spiegato da L. Costa e B. Kallick, sono
dimensioni qualificanti la mente degli
alunni e il loro stile di apprendimento,
lo stile e la forma di insegnamento
dei docenti, ma anche la struttura
stessa delle discipline (a esempio il
pensiero matematico ha a che fare con il
persistere, l’approccio scientifico con il
saper raccogliere informazioni attraverso
tutti i sensi, ecc.); per approfondire si
veda, degli stessi autori, Le disposizioni
della mente. Come educarle insegnando,
Libreria Ateneo Salesiano, Roma 2007
te significativamente capaci di
orientare al successo formativo
vanno esplicitate nel curricolo
per diventare “offerta formativa “della scuola garantita a tutti i suoi alunni.
Il curricolo è quindi un documento “vincolante” per la scuola, per i docenti e per gli studenti. Costituisce la matrice
di sviluppo di tutte le possibili
personalizzazioni: dal curricolo della scuola è necessario partire per prendere in considerazione le specificità e la diversità
delle classi e dei singoli studenti. Attraverso di esso si sviluppano le «esperienze significative che permettono ai soggetti
di formarsi in modo responsabile e attivo sia sul piano intellettuale che su quello emotivoaffettivo»7. In sintesi, il curricolo è lo strumento principale
della progettazione mediante la
quale le scuole rispondono alla
domanda educativa degli alunni e delle loro famiglie.
Programma,
programmazione
e progettazione
L’elaborazione del curricolo
che rappresenta il complesso
integrato dell’esperienza scolastica compiuta dallo studente
in quanto intenzionalmente rivolta a seguire il fine della sua
formazione, richiede chiarezza
rispetto alle matrici progettuali
che si intendono assumere.
È perciò opportuno riflettere
su ciò che è implicato dalle no7
L. Ferraboschi, Il curricolo, in P.
Amarelli - L. Ferraboschi - L. Metelli - A.
Sacchella, La costruzione del curricolo di
scuola: dalle indicazioni nazionali al lavoro
d’aula, La Scuola, Brescia ????, p. 9
zioni di programma, programmazione e progettazione.
L’attività fondata sul programma e sulla sua attuazione ha
come riferimento i contenuti da
apprendere, proposti mediante
modalità di insegnamento unidirezionali (la lezione frontale).
Il modello è piuttosto rigido e
può raggiungere dei buoni risultati formali: la presentazione dei contenuti, chiara, precisa e circostanziata assume che
gli allievi comprendano e memorizzino le conoscenze e sappiano fornire prova dell’assimilazione dei contenuti, esibendo
impegno, applicazione e capacità di analisi e di sintesi. La responsabilità dell’eventuale esito negativo della prova è attribuita al discente e la valutazione conclusiva si limita a formalizzare il risultato, positivo o
negativo. Il metodo assunto dal
docente (attuare il programma,
spiegandone i contenuti e valutando i risultati) presume che
la cultura e i saperi siano direttamente trasmissibili e, allo
stesso modo, assimilabili.
In modo significativamente diverso, l’attività fondata sulla
programmazione prevede che
il riferimento del docente non
siano solo i contenuti, che assumono una valenza strumentale, ma anche il processo cognitivo dell’alunno.
Il modello risulta flessibile (si
può programmare per obiettivi, per contenuti, per progetti,
per concetti, per competenze
ecc.) e i risultati dipendono anche dalle capacità del docente
di adattare la programmazione
al contesto di apprendimento e
di intervenire sistematicamente per modificare il percorso là
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
9
dove risulta poco efficace. L’attenzione viene posta sulle attitudini e disposizioni oggi richieste, da promuovere attraverso i
concetti portanti delle discipline
che hanno lo scopo di fornire
le strutture cognitive degli allievi. Il processo di insegnamento/
apprendimento deve essere costantemente monitorato; la programmazione verificata e adattata in itinere; la valutazione riguarda non solo l’acquisizione
di conoscenze e abilità, ma lo
sviluppo di competenze.
La programmazione richiede di
analizzare le risorse e le competenze presenti e necessarie,
di prevedere le eventuali difficoltà, di individuare le strategie
e di prevedere la costruzione di
percorsi attraverso la connessione fra le discipline e concetti fondamentali da acquisire.
Le risorse dei docenti si riferiscono alle loro competenze
disciplinari, pedagogiche, didattiche, comunicative e relazionali; le risorse degli allievi
riguardano le potenzialità cognitive nel rispetto delle diverse età evolutive, i livelli e i ritmi di apprendimento, le preconoscenze e i prerequisiti disciplinari. Le competenze degli
alunni possono essere accertate attraverso griglie di osservazione, test e prove.
A partire dai riferimenti (i documenti internazionali, le Indicazioni azionali, il POF di ciascuna
scuola, il curricolo d’istituto), il
collegio dei docenti, l’équipe di
classe e i singoli docenti elaborano la programmazione didattica
curricolare annuale.
Le fasi dell’azione progettuale, individuale e collegiale, che
si snodano nei due livelli della
10
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
macroprogettazione (individuazione delle finalità generali
e degli obiettivi) e della microprogettazione (analisi del contesto e definizione degli elementi che rendono sostenibile
il progetto), possono essere così riassunte:
ƒ definire le finalità generali e
specifiche per ogni ordine di
scuola; formative e disciplinari;
ƒ enucleare le competenze e gli
obiettivi formativi, relazionali,
cognitivi (trasversali e disciplinari);
ƒ prevedere i contenuti disciplinari, multidisciplinari e interdisciplinari;
ƒ predisporre le strategie, gli
strumenti utili per promuovere
e potenziare conoscenze, abilità, atteggiamenti con cui strutturare le competenze;
ƒ definire tempi e modi per il monitoraggio (strumenti e modalità di osservazione finalizzati a
rilevare il grado di motivazione, la modalità di partecipazione, il livello di coinvolgimento,
i processi cognitivi in atto);
ƒ verificare (quantificare le conoscenze/abilità raggiunte e
descrivere i progressi compiuti
e i risultati ottenuti);
ƒ valutare (misurare attraverso
un voto finale la qualità dell’apprendimento);
ƒ certificare (descrivere il livello di competenza raggiunto e
manifestato dall’alunno).
2TQIGVVC\KQPGCPPWCNG
Progettazione come
problem solving
In generale, e guardando ai contributi teorici più recenti, l’attività di progettazione, oltre a
presentare le caratteristiche già
proprie della programmazione
(flessibilità, sistematicità, contestualizzazione e intenzionalità), si ispira a un’idea ancora
più aperta e dinamica di azione formativa, costruita su ipotesi di lavoro che richiedono di
essere continuamente verificate
e, se necessario, modificate sul
campo. La progettazione (progettare significa pensare, ideare
una soluzione ed esperire il modo per realizzarla) nasce dall’individuazione di un problema/
bisogno, di natura formativa,
rispetto al quale si ipotizza un
progetto (una mappa generale
di intervento), si selezionano le
strategie didattiche ritenute più
idonee con attenzione ai tempi
e agli strumenti e si monitora il
processo rilevando gli eventuali
errori, modificando le strategie,
ristrutturando il frame in funzione dello scopo.
La progettazione, in una prospettiva sistemica, può dunque
essere definita come un sistema integrato di attività di analisi e pianificazione di processi
relativi al cambiamento, al fine
di formulare delle ipotesi sulle relazioni significative che sostengono i processi di insegnamento e di apprendimento e
che li possono favorire od ostacolare8. Da qui l’importanza del
8
S. Ferrari, Forme e ambiti della
progettazione: indicazioni operative, cap.
XII, in P.C. Rivoltella - P.G. Rossi (eds.),
L’agire didattico, La Scuola, Brescia 2012,
p. 231
2TQIGVVC\KQPGCPPWCNG
processo di regolazione da parte dell’insegnante che orienta,
all’interno della microprogettazione, l’azione didattica quotidiana alle finalità generali proprie della macroprogettazione.
La complessità della progettazione didattica è data quindi dalla necessità di conciliare un esercizio di previsione e
di anticipazione con la capacità di riflettere, rivedere e situare quanto previsto. Si tratta
quindi di un processo di problem solving che ha la funzione di analizzare e organizzare e
“risolvere” un sistema, formulando le ipotesi di lavoro, definendo il progetto e prevedendo le diverse modalità di adattamento e di concretizzazione
dello stesso.
Progettare
una lezione
Ogni azione formativa presuppone di sapersi interrogare sugli esiti che si vogliono ottenere e sulle strategie che si intendono mettere in atto per raggiungerli. Da qui l’esigenza di
progettare e di programmare
prevedendo le operazioni da
svolgere, i soggetti che le devono compiere e gli strumenti da
utilizzare.
La progettualità richiede inoltre un impianto valutativo in
grado di monitorare e verificare i risultati via via conseguiti,
i processi attivati ed eventuali
scarti tra ciò che è stato progettato e ciò che è stato raggiunto. L’insieme delle azioni formative (che possono prevedere
momenti di riflessione operativa, teorica, laboratoriale), delle
esperienze e opportunità di ap-
prendimento realizzate anche
fuori dalla scuola e delle lezioni progettate in modo sistematico costituiscono percorsi didattici articolati secondo specifiche forme di comunicazione
e di mediazione didattica, e calibratati in base all’età e ai bisogni degli studenti.
I percorsi didattici prevedono
quindi il passaggio dalla logica
generica e lineare degli obiettivi specifici di apprendimento
alla logica specifica e complessa
del percorso disciplinare e trasversale e l’individuazione dei
soggetti coinvolti nella progettazione (singolo docente, consiglio di classe, docenti di area
o di dipartimento disciplinare).
Le operazioni che il docente
compie in fase di progettazione
e di realizzazione delle lezioni
previste nel percorso didattico
richiedono di:
ƒ individuare il gruppo classe
di riferimento;
ƒ analizzare la situazione di
partenza culturale generale del
gruppo classe per determinare
le finalità e gli obiettivi didattici che si intendono perseguire;
ƒ fare l’analisi degli obiettivi specifici di apprendimento per individuare la valenza formativa della disciplina di riferimento;
ƒ scegliere i percorsi didattici da proporre e i contenuti significativi per raggiungere gli
obiettivi stabiliti;
ƒ collegare i contenuti, anche
in chiave multidisciplinare e/o
interdisciplinare;
ƒ integrare i concetti e le abilità che man mano gli allievi acquisiscono;
ƒ prevedere l’uso di diverse tipologie di lezioni al fine di
coinvolgere tutti gli allievi;
ƒ scegliere le metodologie, le
strategie per il sostegno e il recupero;
ƒ scegliere le tipologie e gli
strumenti di verifica e definire
i criteri di valutazione (rivolta
sia agli alunni, sia al percorso
attivato).
La lezione costituisce la principale, se non unica, forma di
mediazione didattica proprio
perché appartiene all’immaginario collettivo della scuola ed
è legata a modelli di insegnamento che prevedono di trasmettere contenuti disciplinari
con la medesima modalità, in
tempi ragionevolmente brevi, a
tutti gli allievi.
Essa deriva dall’uso medioevale che prevedeva, oltre all’esposizione – condotta rigorosamente su un testo (da cui lectio, da legere) – il confronto tra
le tesi dell’autore letto (e, talora, del maestro) e quelle contrarie (disputatio).
Oggi, la lezione si è svuotata della sua originaria valenza dialettica ed è divenuta
l’esposizione di nozioni, simbolo della ben nota modalità trasmissiva del fare scuola.
Proprio il fatto che la lezione
verbale o espositiva sia chiara, ben organizzata e faciliti
la memorizzazione e quindi la
restituzione delle cose ascoltate porta all’errore valutativo di
scambiare le conoscenze che
l’alunno ha memorizzato con
la loro comprensione. In particolare si possono individuare i rischi del verbalismo (ipse dixit: le parole del docente – o del testo – rappresentano l’unica forma di mediazione didattica), del nozionismo
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
11
2TQIGVVC\KQPGCPPWCNG
(l’alunno viene sollecitato a
ritenere e ripetere informazioni senza preoccuparsi di elaborarle) e dell’enciclopedismo
(la preoccupazione quantitativa prevale su quella qualitativa). La spiegazione scolastica
(propria della lezione), a differenza della spiegazione scientifica, si esaurisce in un’analisi
descrittiva, ha carattere pressoché definitorio, non è quasi
mai problematica e aperta ed
è trasmissiva, difficilmente lascia spazio per la ricerca personale.
Per lezione strutturata, invece,
si intende un metodo espositivo (di impronta fortemente
comportamentista) che si configura come procedura scientifica e che organizza la trasmissione del contenuto attraverso
un consapevole controllo delle
varie sequenze di apprendimento (fase dell’attenzione durante la quale si suscita una certa
disposizione, fase della codifica
durante la quale si indirizzano
gli allievi verso il compito di
apprendimento e fase della pre-
12
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
stazione durante la quale avviene l’apprendimento, gli allievi restituiscono ciò che hanno
assimilato e vengono rinforzati per ottenere da loro risposte
corrette). Il limite rimane nella convinzione che previsione
e controllo del percorso di insegnamento siano sufficienti a
garantire apprendimento.
Tuttavia, pur non essendo
l’unico mezzo di comunicazione formativa, la lezione può
costituire, se viene utilizzata in
forme diverse, a seconda delle
esigenze didattiche, una modalità efficace.
La lezione integrale sposta l’accento dall’oggetto di studio al
soggetto che apprende e si pone come sintesi tra l’istanza logica e l’istanza psicologica, con
la convinzione che la formazione mentale esige un procedimento logicamente ordinato
e la formazione integrale della
personalità postula il contributo sinergico di tutte le potenzialità (intelletto, affettività, memoria, immaginazione, volizione ecc.).
Una lezione così concepita viene articolata in tre momenti:
orientamento iniziale (si mette
l’allievo a contatto con l’oggetto); analisi e ricerca attiva, sintesi finale (attraverso uno schema, un’esposizione, una relazione conclusiva). La comunicazione docente-allievi non è
esclusivamente unidirezionale (come nella lezione verbale)
ma prevede e sollecita la partecipazione e l’interazione degli alunni con il docente (sotto
forma di discussione guidata o
di colloquio).
La lezione frontale può essere
ritenuta ancora significativa,
purché contenuta all’interno
di un breve periodo (dai dieci ai venti minuti) e se precedentemente strutturata nelle
tre frasi che la compongono:
l’esposizione della regola (breve inquadramento generale), la
presentazione dell’esempio (elaborazione attraverso spiegazioni, illustrazioni, collegamenti) e ridefinizione della regola
(ricapitolazione e ripetizione
dell’intervento iniziale).
2TQIGVVC\KQPGCPPWCNG
I modelli di lezione presenti
nella scuola, anche se con efficacia diversa, propongono diverse sequenze: deduttiva (si
parte da una premessa e attraverso principi e sviluppo degli
argomenti si giunge alle conseguenze pratiche); induttiva
(si parte da un caso particolare
e attraverso riflessioni e concetti si giunge alle conoscenze
più generali); per problemi (si
parte da domande significative, si scoprono le significatività del problema affrontato, si
cercano soluzioni per giungere alle conclusioni e alle conseguenze).
Nonostante questi tentativi
di adattarla alle nuove situazioni di apprendimento, la lezione è… ancora la lezione e i
suoi “confini”, pur ampliati e
riqualificati, rimangono il relatore-insegnante e l’allievouditore.
È perciò opportuno riconoscere alcune condizioni metodologiche che possono modificare i
comportamenti assunti durante la lezione, quali:
ƒ l’esplicitazione agli alunni
degli obiettivi che si intendono
raggiungere;
ƒ la focalizzazione dei nodi tematici che si intendono sviluppare;
ƒ la valorizzazione delle conoscenze degli alunni;
ƒ la verifica in itinere riguardo
alla comprensione dei contenuti;
ƒ l’emergere del significato formativo del percorso proposto e quindi della motivazione
all’apprendimento;
ƒ la chiarezza espositiva del docente.
È senz’altro utile, infine, ricondurre il tema della lezione
nell’ambito della logica della
comunicazione. La teoria della comunicazione ha sviluppato il rapporto tra emittente e ricevente e ha aggiunto a questi
elementi il concetto di interattività.
La comunicazione
didattica
La buona riuscita della lezione
non può prescindere dal contesto in cui avviene e quindi dal
clima di apprendimento sereno e stimolante, dalle relazioni che vengono a instaurarsi
tra gli allievi e il docente e con
i saperi, nonché dalla capacità
dell’insegnante di rendere partecipi gli alunni nel loro processo di apprendimento. Una
buona competenza relazionale e comunicativa richiede desiderio di apertura, capacità di
ascolto ed empatia, congruenza
tra comunicazione verbale e non
verbale, chiarezza, precisione e
concisione.
Le gestione della comunicazione durante la lezione è perciò
uno degli aspetti determinati
il buon esito dell’insegnamento. Va tenuto presente che nella comunicazione si utilizzano sempre due canali: il canale razionale che riguarda il piano dei contenuti da trasmettere (che cosa si comunica) e il
canale emozionale strettamente
legato agli aspetti emozionali e
relazionali che accompagnano
l’evento comunicativo (come si
comunica).
Alcuni atteggiamenti possono
promuovere o ostacolare la comunicazione e quindi il processo di l’insegnamento/apprendimento; averne consapevolezza è una degli indicatori
di una corretta professionalità
docente.
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* P.C. Rivoltella, La comunicazione e le relazioni didattiche, in P.C. Rivoltella - P.G. Rossi (ed.), L’agire didattico, cit., p. 163
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
13
Diverse strategie comunicative
inoltre possono contrassegnare
specifiche modalità di lezione:
ƒ alternare brevi esposizioni a
domande o frasi da completare
caratterizza una lezione di tipo
euristico (l’insegnamento ipotetico-euristico di Bruner) nella
quale insegnante e allievo cooperano, lo studente non è solo
un ascoltatore, ma prende parte alla costruzione del sapere,
problematizza ciò che il docente propone;
ƒ proporre concetti e modelli che
anticipano le acquisizioni fondamentali significa permettere
agli allievi di intuire gli oggetti
finali del percorso di apprendimento o i criteri del lavoro che
dovranno svolgere;
ƒ presentare i contenuti attraverso le forme del racconto consente di incontrare e promuovere
una delle dimensioni del pensiero oggi maggiormente impiegate: il pensiero narrativo;
ƒ usare mediatori didattici (attivi, iconici, simbolici e analogici) e supporti di tipo visivo o
multimediale può essere efficace per introdurre un argomento, creare interesse, rinforzare
un processo, sintetizzare informazioni9.
In sintesi, una comunicazione
didattica efficace può essere definita come «espressione di un
pensiero che pensa un oggetto
definito insieme a un destinatario designato»10.
9
Per approfondire il tema della
mediazione didattica si veda Previsione e
mediatori didattici in P.C. Rivoltella, La
previsione. Neuroscienze, apprendimento,
didattica, La Scuola, Brescia 2014, pp.
67-89
10
M.T. Moscato, Diventare
insegnanti. Verso una teoria pedagogica
dell’insegnamento, La Scuola, Brescia
2008, p. 118
14
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
EAS: tra lezione
e comunicazione
L’EAS è un dispositivo che consente di tenere sotto controllo
(preservare nell’apprendimento e organizzare il proprio apprendimento anche mediante
una gestione efficace del tempo
e delle informazioni11) contemporaneamente le azione di progettazione e di “messa in scena”
della lezione sia da parte docente che dell’allievo, in un giusto
equilibrio tra la centralità del
bisogno formativo dell’alunno e
il ruolo prioritario della mediazione didattica del docente.
A entrambi è richiesto di “regolare” la propria azione di insegnamento e di apprendimento,
di prevedere, selezionare e progettare contenuti e informazioni
e di verificare, in itinere, conoscenze e abilità e competenze.
Alle azioni del docente corrispondono le azioni dell’alun11
Come previsto dalle competenzechiave (Raccomandazione del Parlamento
Europeo e del Consiglio del 18 dicembre
2006 (2006/962/CE). IMPARARE A
IMPARARE: «È l’abilità di perseverare
nell’apprendimento, di organizzare il
proprio apprendimento anche mediante
una gestione efficace del tempo e delle
informazioni, sia a livello individuale
che in gruppo. Questa competenza
comprende la consapevolezza del
proprio processo di apprendimento e
dei propri bisogni, l’identificazione delle
opportunità disponibili e la capacità di
sormontare gli ostacoli per apprendere
in modo efficace. Questa competenza
comporta l’acquisizione, l’elaborazione
e l’assimilazione di nuove conoscenze
e abilità come anche la ricerca e l’uso
delle opportunità di orientamento. Il
fatto di imparare a imparare fa sì che i
discenti prendano le mosse da quanto
hanno appreso in precedenza e dalle loro
esperienze di vita per usare e applicare
conoscenze e abilità in tutta una serie di
contesti: a casa, sul lavoro, nell’istruzione
e nella formazione. La motivazione
e la fiducia sono elementi essenziali
perché una persona possa acquisire tale
competenza»
2TQIGVVC\KQPGCPPWCNG
no (individualmente e collettivamente) secondo una logica didattica che prevede di
approcciare le conoscenze in
termini sistemici e secondo la
strategia del problem solving,
di analizzarle mediante azioni di “smontaggio e rimontaggio” dei contenuti e dei concetti e di verificarne l’acquisizione e la rielaborazione personale e soggettiva mediante il
confronto e la riflessione metacognitivi. La pubblicazione degli esiti e la condivisone
degli artefatti infine consentono, sia agli insegnanti che agli
alunni, di sentirsi parte attiva
di un processo culturale mai
concluso e di utilizzare anche
in altri contesti le conoscenze
e le abilità apprese.
Progettare una lezione secondo
il metodo EAS consente di:
ƒ ripensare in termini forti il significato di autonomia e di progettazione didattica (costringe
a scegliere tra la quantità e la
significatività degli obiettivi e
dei contenti);
ƒ impiegare più tempo per la
progettazione e contenere i
tempi della lezione: far “pensare gli alunni più di quanto si
dica” sollecitando e aumentando, in tal modo, le loro esigenze cognitive e riconoscendo il
primato dell’azione e la produzione degli studenti stessi;
ƒ apprendere per “modellamento”: l’apprendimento avviene
all’interno della relazione (tra
pari e con i docenti) ed è veicolato dalla comunicazione. Rendere efficace la comunicazione
didattica significa permettere
all’altro di scoprire e conoscere
la realtà e di comprendere e riconoscere se stesso.
QEWU
2TQIGVVC\KQPGCPPWCNG
( EAS: imparare facendo
Progettare per EAS
Dalla programmazione alla progettazione per competenze
di Paola Amarelli, dirigente scolastica e redattrice SIM Kit
Recuperiamo l’essenza della didattica per EAS, filo conduttore della didattica di SIM.
Ricordiamo infatti che le esperienze didattiche e i relativi materiali che gli abbonati potranno trovare nella
sezione Materiali didattici per Abbonati, sono progettati superando la logica delle Unità di Apprendimento
e adottando la logica EAS, ovvero una didattica per episodi, per unità minime di competenza, per unità minime di lezione.
Gli Episodi di Apprendimento Situato sono la modalità attraverso la quale progettiamo non il mese o le settimane di lavoro, ma la lezione.
Il sintagma scuola attiva, sopra
evocato per rilanciare l’idea di
un’azione didattica che incontri i reali bisogni di apprendimento dell’oggi, ispirandosi all’esempio dei “maestri del
fare” di ieri, consentirà qui di
focalizzare l’attenzione su una
serie di questioni che da anni
vedono sempre più impegnati
gli esperti di didattica e gli operatori della scuola.
Permetterà cioè di accennare alle pratiche in uso attraverso i vari percorsi di ricerca e di
formazione1, di riflettere brevemente sulla “dialettica” effettiva
fra insegnamento e apprendimento, e infine di considerare,
1
Sulla riflessione teorica a partire
dall’analisi della pratica, nonché sulle
azioni e le riflessioni che caratterizzano
l’attività didattica, si vedano i contributi
di L. Mortari, Dire la pratica. La cultura
del fare scuola, Bruno Mondadori,
Milano 2010, e di A. Calvani, Principi
dell’istruzione e strategie per insegnare,
Carocci, Roma 2013
appunto, l’agire del docente, valutato entro la dimensione cruciale della mediazione didattica.
Quel che si proverà qui a formulare è, pertanto, la risposta
al quesito: quali metodi promuovono (o potrebbero promuovere), oggi, apprendimenti
autentici e significativi – in maniera analoga ai metodi della
scuola attiva di ieri?
A tale domanda non è possibile rispondere, ovviamente, senza tener conto della realtà socioculturale in cui si trova a operare la scuola odierna, dei nuovi
bisogni formativi e, ancora più
significativamente per il presente contributo, dell’esito delle
più recenti ricerche didattiche
che, in un’ottica di (almeno)
parziale superamento o aggiornamento della teoria costruttivista, si dischiudono a dimensioni quali la riscoperta della centralità dell’insegnamento, l’importanza della relazione
“docente-studente-classe” e la
necessità di elaborare più incisive forme di di progettazione
e azione didattica2. Nella convinzione sempre più diffusa che
non sia sufficiente e forse nemmeno troppo rilevante indicare
e descrivere come dovrebbe essere l’insegnamento, ma piuttosto comprendere e analizzare i
processi di regolazione concretamente messi in atto dagli insegnanti mentre sono all’opera.
«Esiste la possibilità di introdurre il soggetto in un rapporto vitale con il sapere? Esiste
ancora la possibilità di lavorare attorno agli oggetti del sapere tenendo conto del rapporto che hanno con la vita di chi
2
Per un recente e aggiornato bilancio
delle linee di indagine della ricerca
didattica, l’analisi del costruttivismo e le
nuove prospettive della neurodidattica
cfr. P.C. Rivoltella - P.G. Rossi (eds.),
L’agire didattico, La Scuola, Brescia 2012.
Si vedano, in particolare, le pp. 7-18 e
167-182
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
15
li deve assimilare?».3 Questo
chiedeva, di recente, un commentatore esterno alla cerchia
di specialisti di pedagogia e di
didattica, immediatamente anche rispondendo e ricordando che l’insegnamento è, prima di qualunque altra cosa,
quell’azione intersoggettiva (e
il riferimento è al dialogo socratico4) che, mediante l’interazione continua tra docente
e allievo, consente l’individuazione/emersione di significati
autentici e trasforma i dati incontrati e le informazioni via
via raccolte in sapere pregnante, che si deposita realmente in
chi apprende e che poi rilascia
il meglio di sé nel tempo.
La presenza di tale relazione
che, a giudizio dello stesso autore arriva a coinvolgere, oltre
che il docente e il discente, la
mente e il corpo (parole, gesti,
sguardi, azioni e linguaggio del
formatore così come, per conseguenza, dell’allievo), costituisce
indubbiamente la condizione necessaria perché l’esperienza scolastica sia un’esperienza vitale, e
quindi già di per sé attiva.
Muovendo ora dal livello ideale di tale relazione al piano più
concreto dell’agire didattico, si
può notare come effettivamente non manchino, nella pratica
più recente, modalità che consentono di valorizzare al meglio
la dimensione costitutivamente interattiva del processo di insegnamento/apprendimento, al
contempo permettendone una
modellizzazione che ne regoli la
procedura. Contribuendo così, e
3
M. Recalcati, L’ora di lezione, Einaudi,
Torino 2014, p. 37
4
Ibi, pp. 37-57
16
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
in misura forse non trascurabile,
alla promozione e realizzazione
di una scuola attiva idonea a rispondere ai nuovi bisogni formativi e alle esigenze della nuova professionalità docente.
Proprio a tale riguardo, il metodo EAS (approccio didattico strutturato per microattività, definite appunto Episodi di
Apprendimento Situato)5, oltre
a porsi come valido strumento per la progettazione e la realizzazione delle attività attraverso le quali lo studente impara mentre fa, si distingue anche
quale dispositivo utile all’insegnante per riconoscere, orientare e regolare la propria azione
didattica. Così che anche il docente possa a sua volta apprendere la propria azione mentre fa.
Gli insegnanti, infatti, non hanno bisogno di (né per lo più richiedono) modelli precostituiti da seguire, bensì di strategie
e indicazioni per progettare, fare ed essere presenti in modo efficace nello spazio e nel tempo
in cui insegnamento e apprendimento si svolgono.
Nelle diverse fasi previste
dall’EAS (preparatoria, operatoria e ristrutturativa), il docente
ha modo di regolare la propria
azione e di monitorare costantemente quella degli alunni.
La fase preparatoria/anticipatoria è caratterizzata dall’avvio
del percorso di insegnamento-apprendimento attraverso la
presentazione di un framework
concettuale, di una situazione
stimolo e la definizione di una
5
Per la presentazione del metodo EAS
si rinvia a SIM, 1, settembre 2014. Una
trattazione sistematica è fornita da P.C.
Rivoltella, Fare didattica con gli EAS, La
Scuola, Brescia 2013
2TQIGVVC\KQPGCPPWCNG
consegna, finalizzate ad attivare
la motivazione e avviare la ricerca e il pensiero dell’alunno, anche fuori e oltre la scuola. L’apprendimento, si sa, richiede una
partecipazione attiva dello studente a partire dalle conoscenze
e dalle abilità che egli già possiede e manifesta, e che gli consentono di intuire che cosa fare,
cercare e produrre per affrontare il compito che gli è richiesto.
In questo modo, l’insegnante
evita di spiegare e consegnare
contenuti e soluzioni e, a partire da una situazione di vita reale, ben contestualizzata (ad es.
una testimonianza, un video,
un’immagine,
un’esperienza
vissuta, una situazione critica,
un evento, un dato da analizzare, ecc.), propone agli alunni di fare uso di ciò che sanno,
di cercare nuove informazioni
e di ipotizzare soluzioni.
Le azioni che gli allievi compiono “entrano ed escono” dall’aula
scolastica e pervadono i diversi
modi, linguaggi, tempi e luoghi
dell’apprendere di ciascuno.
Le informazioni e i dati messi a
disposizione (anche attraverso
dispositivi tecnologici) devono poter essere gestiti e fruiti
in situazione di autoapprendimento: gli allievi devono poter
operare una prima ricognizione dell’argomento su cui stanno lavorando per poi operare
con le informazioni raccolte.
Fin dall’inizio l’allievo è coinvolto in maniera attiva e consapevole nel percorso e nei processi di conoscenza attivati dalle situazioni che nascono dai
contesti reali. Vi è innanzitutto
l’identificazione del problema,
poi l’individuazione delle possibili soluzioni e infine la valida-
2TQIGVVC\KQPGCPPWCNG
zione dell’efficacia delle stesse.
In tal modo è possibile valorizzare non solo il prodotto
(la comprensione, la ricerca,
la raccolta e la selezione delle
informazioni) ma anche i processi attivati (come l’alunno ha
compreso il problema, se ha
manifestato curiosità e interesse, come ha cercato e selezionato le informazioni, che cosa
ha fatto quando “non sapeva
che cosa fare”, come ha verificato le proprie ipotesi).
Nella fase operatoria gli allievi, dopo aver verificato la comprensione della situazione da
affrontare, esaminato e confrontato con i compagni e con
il docente le informazioni raccolte, operano sui dati acquisi-
ti, li analizzano, li smontano e li
ricompongono.
L’insegnante concorda il prodotto, l’artefatto che gli alunni
devono realizzare, definisce gli
elementi del setting, predispone spazi e tempi, sostiene, incoraggia e offre eventuali suggerimenti. Gli spazi e gli strumenti devono agevolare le operazioni di “montaggio e smontaggio”
degli oggetti culturali incontrati
e manipolati dagli studenti.
Tale microattività di ideazione
e (ri)produzione (di un breve
testo audio-video, un componimento, un passaggio di una
dimostrazione, un plastico,
uno storytelling, ecc.) prevede
varie attenzioni e strategie metodologiche, fra le quali:
ƒ fare esperienza: la manipolazione dei dati, sia che si tratti di
un artefatto tangibile (realizzare un oggetto), sia che riguardi un’attività di tipo puramente
intellettuale (scrivere un componimento), deve avvenire in
maniera laboratoriale (gli alunni cioè “vanno in avanscoperta”, si confrontano con le difficoltà legate all’acquisizione e
alla manipolazione dei dati, riflettono su quanto siano comprensibili o meno, sperimentano e smontano oggetti, pensieri, idee e concetti).
Apprendono facendo esperienza, ma la sola attività di per sé
non costituisce esperienza. Non
basta fare per apprendere. Quali siano le condizioni perché
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un’attività diventi esperienza di
apprendimento (verificare cioè
se aggiunge effettivamente nuove connessioni, percepire che
cosa può succedere in seguito
ovvero capire se l’esperienza effettuata ha un significato ed è in
rapporto con altre esperienze, o
se è invece dispersiva e disorganica) è la domanda che consente, sia agli insegnanti che agli allievi, di comprendere il significato e la validità del loro fare.
ƒ fare insieme: tutti i giorni, a
scuola, sperimentiamo che si
apprende non solo facendo, ma
anche osservando gli altri fare. Le attività previste nella fase operativa dall’EAS, vengono
condotte in modo collaborativo e cooperativo e consentono
di valorizzare le competenze di
tutti, di confrontare, comprendere e apprendere per imitazione e modellamento. È ormai nozione acquisita che i neuronispecchio governano l’apprendimento; ed è nozione, questa,
che sta imponendo sostanziali
revisioni alle teorie della mente e alle loro più svariate applicazioni. Ben superiore dovrebbe essere la consapevolezza diffusa di tale formidabile risorsa,
e assai più “intenzionale”, di
conseguenza, la gestione e l’organizzazione del gruppo classe
funzionale a promuovere l’imitazione e agevolare il modellamento6.
ƒ Ripetere: si apprende se si
mantiene e si consolida quanto
scoperto e appreso. Durante le
attività, gli alunni hanno modo
di tornare ricorsivamente sugli
6
Su tutto questo si veda P.C.
Rivoltella, La previsione. Neuroscienze,
apprendimento, didattica, La Scuola,
Brescia 2014
18
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stessi concetti (di grande aiuto
possono risultare in tal senso i
dispositivi tecnologici), esercitando in tal modo la memoria
a lungo termine e favorendo la
persistenza delle informazioni e
delle conoscenze fondamentali.
ƒ Operare per anticipazioni e
selezionando: gli alunni, svolgendo una prima ricognizione informativa, operano delle
decisioni anticipatorie, escludono alcune soluzioni, evitano di compiere alcune azioni,
e soprattutto scelgono che cosa non fare, individuando tra le
informazioni disponibili o tra
le soluzioni possibili solo quelle che sono pertinenti. Esercitano in tale modo un pensiero
strategico.
ƒ Operare in modo rapido: agli
allievi è richiesto di anticipare
e prevedere le conseguenze del
loro lavoro e di svolgerlo in un
tempo breve e determinato.
In sintesi, durante la fase operatoria gli alunni elaborano la
situazione-stimolo da cui sono
partiti e, insieme ai compagni,
producono un artefatto che dovranno condividere e restituire
alla classe.
La fase ristrutturativa, per finire, consiste nella discussione e
nella presentazione di quanto
fatto e appreso.
Gli alunni fissano i concetti,
correggono le misconoscenze
grazie all’intervento dell’insegnante che solo ora, al termine del percorso, precisa le loro
riflessioni ed eventualmente
le completa riconducendole al
framework iniziale.
Al centro della didattica per
EAS sono le attività che gli studenti svolgono, spesso insieme; seguono la discussione, la
2TQIGVVC\KQPGCPPWCNG
rettifica e la correzione, e ultima la lezione dell’insegnante.
Gli allievi, attraverso il proprio lavoro, decostruiscono
conoscenze e, con esse, ne
costruiscono di nuove. È così
che avviene una rielaborazione che trasforma quanto appreso in nuovi alfabeti e oggetti culturali.
L’EAS, in tutte le sue fasi, costituisce una cornice metodologica che consente di riconoscere e comprendere i fondamenti dell‘azione didattica. Si
tratta di un’azione integrata,
ologrammatica, che propone
una molteplicità di accessi ai
diversi contenuti e che individua nel contesto relazionale ed esperienziale la possibilità di un apprendimento reale e
significativo.
In ideale prosecuzione delle intuizioni e realizzazioni di
alcuni dei più illustri attivisti
o “maestri del fare”, tale metodologia induce ad assumere
non solo la classe, ma la scuola stessa come un laboratorio
nel quale l’’endiadi insegnare
e apprendere trova sistematica
declinazione attraverso l’esercizio (socratico) della domanda critica e del dubbio, la riconduzione dei concetti alle
rispettive “reti” (i contesti),
l’enucleazione di temi, problemi e argomenti di ricerca, il
reperimento e la raccolta delle
informazioni pertinenti, la loro selezione e sintesi, il confronto e la discussione.
È un procedimento di co-scoperta e co-costruzione del sapere, che vede uniti docenti e discenti nell’avventura della ricerca, nella comune aspirazione (lat. studium) al sapere.
+/2+%
nuovo,
5 Anno
veste nuova
di Serena Triacca e Davide Moncecchi1
«A volte c’è un’unica immagine
la cui struttura compositiva
ha un tale vigore e una tale
ricchezza e il cui contenuto
irradia a tal punto
al di fuori di essa che questa
singola immagine è in sé
un’intera narrazione».
Henri Cartier Bresson
Dopo la prima annata insieme, la rubrica SIM-Pic ritorna
ma assume una veste nuova:
da gallery di fotografie legate
da un tema specifico2, si evolve
in vera e propria rubrica sulla
didattica dell’immagine fotografica.
Cercheremo di esplorare assieme a voi come sia possibile utilizzare in maniera consapevole le immagini fotografiche a
scuola, trasversalmente alle discipline. La scelta mirata di fotografie per la fruizione in classe è pratica intenzionale e consolidata, soprattutto nei seg1
Davide Moncecchi è l’autore delle foto
presenti nella rubrica: ha curato un
foto-blog tra il 2007-2010 e attualmente
pubblica i suoi scatti sul profilo
Instagram (davidefuji). Fotografa con
Canon 6D e Fujifilm X10.
2
Solo per ricordarne alcuni: persone,
mezzi di trasporto, nutrimento, gioco,
energia...
menti inferiori di scolarità, ed
è amplificata dalla possibilità
di accesso alle risorse presenti in rete. Gli insegnanti riconoscono all’immagine funzioni
rappresentative, mnemoniche
e di ancoraggio cognitivo, utili
alla comprensione dei concetti
(Gardner 2009). Le indicazioni
che man mano verranno fornite potranno essere utili sia sul
versante della fruizione che su
quello della produzione, anche
con dispositivi mobili.
Ci si conceda un breve accenno agli studi del fisiologo russo
Alfred Yarbus, che negli anni
Cinquanta del secolo scorso, in
una ricerca effettuata servendosi di un dispositivo di tracciamento oculare, dimostrò il
carattere fortemente attivo del
processo della visione. Egli poté verificare che le modalità
tramite cui si esplora un’immagine (scanpath) variano sia in
funzione delle caratteristiche
intrinseche dell’immagine (in
questo caso un’immagine complessa come il quadro L’ospite inatteso di Repin) sia degli
obiettivi di chi guarda, ovvero
del compito cognitivo richiesto. Diverso risulta infatti esaminare liberamente l’immagi-
ne, dover cercare di dare un’età
alle persone ritratte o memorizzare dettagli specifici, come
la posizione degli oggetti nella
stanza o le tipologie di abiti indossati da ciascuno.
«Va notato che anche la dimensione delle figure e degli oggetti e la loro posizione
− in altre parole, tutto ciò che
noi definiamo come la composizione dell’immagine − ha
un’importanza precisa. La figura della donna, essendo la
più grande e essendo situata in posizione centrale, attira l’attenzione più di qualsiasi altra figura. Quindi la composizione è il mezzo con cui
l’artista, in una certa misura,
può costringere lo spettatore
a percepire ciò che è ritratto
nell’immagine» (Yarbus 1967,
p. 193). E, aggiungiamo noi, a
comunicargli il modo tramite cui lui stesso ha percepito
l’evento, evento di cui, nel caso della fotografia, è stato testimone (cfr. fig. 1).
Alla luce di questa breve premessa, ecco qualche anticipazione rispetto agli sviluppi di
questa annata di SIM-Pic. Ci
proponiamo di esplorare assieme a voi tre macro-temi, che
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per finalità didattiche verranno suddivisi in diverse pillole
nell’arco dell’annata: “regole”
compositive, forme espressive, lettura delle immagini. Ciascun articolo verrà corredato
da due o più fotografie esemplificative.
I numeri di ottobre, novembre
e dicembre saranno dedicati ad
approfondire alcune nozioni di
base relative alla composizione fotografica, in particolare
la posizione del soggetto, la regola dei terzi, la prospettiva.
Nei numeri di gennaio, febbraio e marzo si forniranno alcuni
esempi volti a esplorare l’efficacia di alcune forme espressive,
che vengono esaltate da un’attenzione specifica alla messa
a fuoco, ai tempi di scatto e ai
punti di vista.
I numeri di aprile, maggio e
giugno saranno infine dedicati alla lettura delle immagini, sulla base delle suggestioni
fornite nei numeri precedenti
e con un approfondimento su
contesti, forme, contenuti.
Nella tabella 1 riepiloghiamo i
macro-argomenti approfonditi
nei prossimi numeri.
Nell’attesa del prossimo appuntamento con SIM-Pic, vi
lasciamo il link a un video didattico prodotto dalla Cooperative of Photography, in cui si
illustrano nove regole di composizione usando come esempi gli scatti di Steve McCurry.
In Internet, URL: https://goo.
gl/Tth5xn.
4
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*MKYVE0´IWTIVMQIRXSHM=EVFYWGSRMPUYEHVSHM6ITMR0³SWTMXIMREXXIWS3
3
L’immagine è stata tratta da Wikimedia Commons
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QEKKMS
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KMYKRS
0IXXYVEHIPPIMQQEKMRM
H. Gardner, Sapere per comprendere. Discipline di studio e disciplina della mente, Feltrinelli, Milano 2009
A.L. Yarbus, Eye movements and vision, Plenum Press, New York 1967
20
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
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$ Le virtù del digitale
Pier Cesare Rivoltella
Per un’etica dei media
Morcelliana, Brescia 2015, pp. 115, € 11,00
Recensione di Enrica Bricchetto, insegnante e media educator
È il Pier Cesare Rivoltella studioso della cultura dei media e
professore di Didattica quello
che si vede all’opera nel sistema delle virtù del digitale. Sistema costituito da un corso on
line (un MOOC, per l’esattezza1) e da questo volume che, in
modo sintetico e preciso, con
una bibliografia mirata, ragiona sulla vita di tutti noi in re1
Il MOOC (Massive Open Online
Course) proposto dall’Istituto Toniolo,
in collaborazione con Cremit (Centro
di Ricerca sull’Educazione ai Media,
all’Informazione e alla Tecnologia
dell’Università Cattolica), ILAB e
Formazione Permanente dell’Università
Cattolica di Milano
te: grandi e piccoli, specialisti
della relazione come gli adolescenti o intellettuali che devono entrare fino in fondo nel
mondo dell’infosfera come docenti o genitori.
Nel testo, Rivoltella costruisce,
passo dopo passo, l’etica dei media, o almeno getta le basi per
riflettere su cosa significa comportarsi bene in rete, essere degli esempi tutti i giorni in grande se si hanno larghe audience
ma anche in piccolo, tra amici o
nei gruppi professionali .
Le sette virtù della tradizione –
le quattro cardinali (Prudenza,
Giustizia, Fortezza, Temperanza) e le tre teologali (Fede, Speranza, Carità) – costituiscono
il framework dell’etica dei media. L’Autore le argomenta una
per una, partendo dal senso
cristiano e dall’inquadramento
culturale, passando per la fenomenologia della vita quotidiana e mettendole in relazione
con l’analisi dei comportamenti nel Web delle persone ma soprattutto degli adolescenti.
Che cosa significa essere prudenti in rete? Sorvegliare sui
propri dati e sulla propria immagine, essere in grado di mettere da parte quello che si incontra durante le varie ricerche per utilizzarlo al momento
buono, controllare bene le fonti e non lasciare tracce scorrette o sbagliate.
Cosa significa essere giusti in
rete? Preoccuparsi che ai propri interlocutori non siano negate disponibilità, accessibilità,
inclusione; pensare in modo
serio al digital divide che spesso si nasconde dietro l’angolo.
Cosa significa essere forti in rete? Rifiutare il conformismo e
l’omertà. Il mondo di Facebook
o di Instagram è pieno di insulti che pertengono a una subcultura razzista e sessista nei confronti della quale i ragazzi non
sempre sanno come comportarsi. Spesso, per difendere un
amico o se stessi, si risponde
con insulti a insulti che generano risse in rete. Rivoltella insiste sul valore della denuncia
nei luoghi deputati. Ognuno di
noi deve conoscere le policy dei
social su cui agisce. Chiedere la
cancellazione di insulti di varia
natura è un atto di attenzione
verso gli altri, quindi oltre alla
Giustizia, investe anche la Carità perché incarna l’I care di
Don Milani.
Cosa vuol dire avere Fede nel
web? Essere responsabili in
prima persona e avere fiducia
nella responsabilità degli altri.
Per fidarci dobbiamo però esn. 1 R settembre 2015 R anno 123
21
sere noi i primi a essere affidabili. Rendere questo effettivo
non è poco.
Il volume si presta a tanti percorsi di lettura. Uno, come si è
tentato di evidenziare, è più
legato ai comportamenti
e ai consumi nella vita, l’altro è quello più culturale in senso
stretto, relativo al rapporto con la
tradizione delle fonti scritte e al concetto di autore. In modo
trasversale a tutte le virtù,
Rivoltella riflette su come oggi sia cambiata la produzione
culturale. Sempre più l’intelligenza collettiva si va affermando e sempre più ognuno di noi
utilizza informazioni che provengono da studi a più mani e
a più teste, frutto di autocontrollo e di controllo reciproco.
Diciamo che la logica di Wikipedia in più piccolo si traduce
nella costruzione di artefatti di
classe che magari poi passiamo
a colleghi e compagni. È etico
essere onesti quando si scrive
in rete, segnalare errori e non
lasciare prodotti poco chiari o
non finiti. La rete facilita ogni
azione e per questo richiede
molte responsabilità.
Insomma, Rivoltella costruisce
così un vero e proprio manuale per orientare l’adulto (inse-
.KDTQFKFCVVKEQ
gnante, educatore, genitore) a
identificare le quattro aree di
comportamento alle quali ricondurre l’etica dei media oggi (archiviare, riflettere, essere responsabili, partecipare)
insieme a un’idea di comunicazione sempre “generativa”,
cioè mai conformista.
Organizzazione
del volume
L’impianto del volume è organizzato in sette parti, una per
ogni virtù. L’introduzione chiarisce le modalità di trattazione
e la conclusione è una sorta di
vademecum per l’adulto e per
il docente: serve per capire come muoversi e come approfondire il mondo dei media. Il vo-
lume fa parte della collana Pellicano rosso.
L’Autore
Pier Cesare Rivoltella, direttore
di questa rivista, è professore ordinario di Tecnologie dell’istruzione e dell’apprendimento
presso l’Università Cattolica del
S. Cuore di Milano dove ha fondato e dirige il CREMIT (Centro di Ricerca sull’Educazione
ai Media, all’Informazione e alla
Tecnologia). Fra i primi studiosi di Media Education in Italia,
agli insegnanti offre nei suoi libri, nel suo blog e nei suoi interventi, constanti indicazioni
per affrontare in modo consapevole la didattica nella scuola
contemporanea.
La citazione
È come se, continuamente in ritardo sugli sviluppi delle mode e dei comportamenti, la società non avesse altra
scelta che rincorrere [i media digitali] rimediando ai danni nel frattempo irrimediabilmente occorsi. Se si vuole
rovesciare questa immagine, occorre sviluppare una sensibilità di segno diverso: questo chiama in gioco le virtù.
dall’Introduzione, p. 7
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n. 1 R settembre 2015 R anno 123
QEWU
%QOWPKECTG
parlare
( Perché
di relazione
di Alessandra Carenzio, Università Cattolica del Sacro Cuore
di Milano
«Diventiamo noi stessi attraverso gli altri».
Prendiamo le mosse da Vygotskij e da quanto
sosteneva con forza per parlare non solo dello sviluppo della personalità, ma anche dell’apprendimento (Storia dello sviluppo delle funzioni
psichiche superiori e altri scritti, Giunti, Firenze
1990). Queste poche battute ci consentono di
collocare il significato della relazione con l’altro (insegnante e allievo) nella didattica: sviluppiamo noi stessi come persone e costruiamo apprendimento, con gli altri.
Se pensiamo alla scuola, alle nostre esperienze
come alunni, prima, e come insegnanti successivamente, non possiamo non pensare agli scambi, alle interazioni, ai confronti, alle emozioni, ai
punti di vista che abbiamo condiviso con i compagni, con i docenti e con i colleghi.
Potremmo dire, la scuola è un luogo denso a livello relazionale. Anzi, se dalla scuola (e all’insegnante) togliessimo la relazione, non rimarrebbe molto.
Cosa rimarrebbe? Seguendo il gioco del “se”,
potremmo ancora contare su alcuni elementi: le
materie, le discipline (queste esistono, in un certo senso, anche senza relazione educativa), ma
con chi verrebbero condivise? Dunque, i contenuti scolastici e non – senza la relazione educativa – sarebbero solo parole e concetti.
Continuiamo nel nostro gioco del “se”. Oltre ai
contenuti, rimarrebbero gli arredi, i banchi, le
sedie, le lavagne multimediali e di ardesia, gli
apparati tecnologici che abitano le classi. Bene, a cosa servirebbero senza relazione? Si usa
un’espressione sempreverde, “scaldare il banco”,
proprio per indicare una presenza silenziosa ma
inutile, che non aggiunge e non toglie, che occupa spazio senza dare contributi. E allora anche
gli arredi avrebbero poco senso, tolti dalla relazione educativa. Infine, rimarrebbero le routine
(la campanella, l’intervallo, le interrogazioni, i
compiti), ma anche in questo caso senza essere imbevuto nella relazione, si tratterebbe di un
tessuto sterile e inutile.
I due articoli che presentiamo vogliono restituire la pregnanza del tema per la scuola, per discutere il senso della relazione didattico-educativa
(il trattino, vedremo, è importante), fare sintesi dei temi che verranno affrontati nella sezione della Rivista dedicata alla Comunicazione e,
infine, entrare nel concreto a partire da un concetto decisivo per l’insegnante, quello della regolazione.
Elisabetta Nigris ricostruisce in poche battute
il valore della relazione nelle sue dinamiche costitutive: «[…] la comprensione della realtà e la
costruzione di nuovi significati attraverso cui interpretarla include in modo pervasivo la dimensione emotiva sia in quanto correlata alle dinamiche affettive e relazionali che si generano nel
gruppo di apprendimento, sia come dimensione
che ci informa sul nostro modo di appropriarci
conoscitivamente della realtà» (in P.C. Rivoltella
- P.G. Rossi, L’agire didattico, La Scuola, Brescia
2012, p. 75). Conoscere se stessi e l’altro, imparare, costruire apprendimento, entrare in contatto emotivo con i pari, dare significato: tutto questo passa attraverso la relazione e la “tenuta relazionale” dell’insegnante e degli allievi.
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
23
QEWU
( Aiutare a porre domande
La scuola come luogo di relazioni
%QOWPKECTG
Possiamo isolare i due aggettivi educativo e didattico
dalla relazione?
di Alessandra Carenzio, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
La scuola svolge oggi un ruolo complesso, basti pensare alle richieste che gli insegnanti, volenti o nolenti,
spesso raccolgono dalla famiglia – sempre meno alleata e sempre più “paziente” della scuola (come se l’insegnante fosse un terapeuta) – o in alcuni casi oppositore veemente (come se l’insegnante fosse un ostacolo
alla felicità del figlio). Si tratta di temi importanti che ci consentono di riflettere sull’attualità dell’educazione, partendo dall’analisi del concetto di relazione educativa e didattica, per arrivare al nodo della simmetria/asimmetria delle figure educative. La centralità della relazione (didattico-educativa) ci accompagnerà
nei dieci numeri della rivista, la cui organizzazione verrà affrontata nelle ultime battute dell’articolo.
La scuola si radica sulla relazione come base sulla quale costruire contenuti, attività, arredi – i tre elementi discussi nella pagina introduttiva – e nello
specifico su due tipi di relazione: educativa e didattica. Quali
sono le differenze e quali le sovrapposizioni tra i due concetti? Ha senso contrapporre i due
aggettivi?
Relazione educativa e
relazione didattica
La relazione educativa è definita
come “legame” tra educatore ed
educando, “scambio” che presume l’atto del prendersi cura
di qualcuno e la disponibilità a
farsi coinvolgere emotivamente.
In sostanza, l’aggettivo educativo sottolinea una qualità della
relazione (che di per sé potrebbe essere un semplice connettore tra persone o cose), ovvero la cura, la capacità di sentire
24
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
l’altro e di ascoltarlo per attivare
un dialogo che educa.
Inoltre, potremmo dire, la relazione educativa non è propria
unicamente del contesto istituzionale della scuola: accade tra
maestro e allievo nella formazione musicale o sportiva, tra
adulti e minori in situazione di
cura, nei contesti informali e
non formali, tra genitori e figli
in famiglia: situazioni che potremmo accomunare in quanto
dotate di intenzionalità e di un
percorso finalizzato al raggiungimento di obiettivi educativi.
Senza relazione, l’educazione
non potrebbe avere luogo e così, senza relazione educativa,
anche la scuola perderebbe la
sua caratteristica unitaria, ovvero quella di essere luogo nel
quale si costruisce conoscenza,
si impara, si vive con altri. Non
solo discipline, non solo sapere, non solo conoscenza, ma
anche crescita personale, svi-
luppo culturale e presa di coscienza di sé e del mondo che
ci attende al suono della campanella.
La relazione didattica viene
identificata ponendo l’accento sulle pratiche di insegnamento e di apprendimento, sul
processo che consente a chi insegna di costruire con chi apprende un percorso finalizzato
all’acquisizione di competenze,
conoscenze e abilità importanti
per la sua realizzazione.
Un’esperienza può essere educativa (e secondo Dewey lo è
se ha due caratteristiche: continuità e interazione), ma non
essere frutto di una relazione
didattica o essere maturata in
un contesto didattico, ma allo
stesso tempo l’azione didattica
non è mai l’applicazione pratica di tecniche o di teorie su
come si insegna e si apprende,
non è esercizio privo di coinvolgimento personale.
%QOWPKECTG
La relazione didattica, dunque, è educativa, dovrebbe esserlo in virtù delle finalità che
la scuola si pone come istituzione.
Come ben sintetizza Rivoltella,
parlando delle dimensioni della comunicazione didattica, «il
trasferimento di contenuti non
è l’unica dimensione originaria
dell’agire comunicativo dell’insegnante: altrettanto presente è
la relazione con l’alunno. […]
la relazione sposta lo specifico della comunicazione didattica dalla veicolarità all’interazione profonda, facendone un
momento di orientamento, di
modellamento, di investimento degli strati profondi della
personalità» (2013, pp. 160161). La comunicazione smette di essere strumento per fare
lezione (nelle sue componenti
verbali e non verbali) e diventa “momento”, occasione di incontro e di reciprocità che, non
possiamo negarlo, porta in gioco emozioni, esperienze e persone, oltre che contenuti.
Relazioni
asimmetriche
e simmetriche
La relazione didattico-educativa – il trattino ci consente di
mettere insieme gli aggettivi e
considerarli quindi non in modo antitetico, ma complementare – dovrebbe essere di tipo
asimmetrico, poiché si presume che i soggetti non procedano in parallelo. Pur condividendo un percorso di scoperta,
insegnanti e studenti sono dotati di diverse “funzioni” o posizioni. Asimmetrico non si-
gnifica distante, lontano, privo di incontro, ma indica una
conoscenza diversa della situazione e dei tempi. Pensiamo all’insegnante che ben conosce le motivazioni per cui si
propone una ricerca in piccolo
gruppo o la lettura di una poesia per parlare di un evento storico, attenzione che sfugge allo
studente in quanto manca del
quadro (a dire il vero per favorire l’apprendimento si dovrebbe condividere il quadro, per
rendere possibile la conoscenza del piano di lavoro, degli
obiettivi, degli strumenti e di
ciò che allo studente viene richiesto di fare). Anche se il rischio di collocare l’asimmetria
nel distacco esiste, così come
quello di pensare alla simmetria come soluzione per stare
insieme in modo democratico.
Se la relazione fosse simmetrica, insegnante e studenti condividerebbero le medesime difficoltà e i dubbi, rimanendo in
balia della situazione didattica,
di ciò che accade, senza intuire
una destinazione, ma solo un
punto di partenza. La relazione
tra insegnante e allievo, dunque, richiede di essere asimmetrica, pur nella simmetria del
valore che entrambi incarnano
(essere asimmetrici non significa affermare che l’uno sia migliore dell’altro o che abbia più
valore, lo sappiamo bene tutte
le volte in cui da un nostro studente impariamo una piccola
lezione di vita).
Recalcati affronta questo tema
in un saggio noto, L’ora di lezione, che molti lettori avranno
apprezzato e che non possiamo
non citare quando si discute
di relazioni a scuola, pur non
condividendo tutte le tesi, pensiamo ad esempio all’idea di
tecnologia e al concetto di carisma come elemento caratterizzante della professione dell’insegnante, dimenticando come
il bravo insegnante sia un professionista preparato, competente, che costruisce la passione attraverso la preparazione e
l’aggiornamento continuo, non
solo un soggetto carismatico.
Recalcati evidenzia tre importanti varianti/stagioni della scuola: la scuola-Narciso, la scuolaEdipo e la scuola-Telemaco.
La prima vede l’asimmetria come qualcosa di totale e totalizzante, fondandola sulla “potenza della tradizione”, sul modello pedagogico verticale “correttivo-repressivo”, sulla pura
“obbedienza senza critica”.
Al contrario, la scuola-Edipo vive di orizzontalità pura, priva
di ogni “differenziazione simbolica dei ruoli” (figlia a sua
volta dell’impotenza dell’adulto-genitore, impegnato a spazzare via la neve – riprendendo
una metafora di recente diffusione – e a rendere il percorso
libero da ostacoli, perdendo a
sua volta la propria sana asimmetria).
La risoluzione degli estremi si
colloca nella terza immagine –
la scuola-Telemaco – che nuovamente carica di valore la “differenza generazionale” (e di ruoli, nella scuola, tra insegnante
e allievo) e che muove nei ragazzi una tensione verso il desiderio (il desiderio di sapere,
nelle pagine del saggio), attraverso la testimonianza. Si tratta di una scuola asimmetrica e
consapevole del proprio ruolo.
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
25
“Aprire vuoti
nelle teste”
Pensando alla terza via, ispirata
al figlio di Ulisse, l’insegnante
(competente in chiave di contenuto e in termini relazionali)
recupera una posizione importante di guida, diventa capace di “aprire vuoti nelle teste”,
piuttosto che di riempire teste
vuote (che poi vuote non sono,
soprattutto in una realtà come
quella che viviamo, dove informazioni e contenuti viaggiano più velocemente fuori dalla
scuola).
Possiamo pensare a una scuola
tutta appiattita sul versante cognitivo? E a una scuola “affettiva” che insegna il valore senza
contenuti disciplinari?
Di recente, confrontandomi con
due insegnanti che stanno partecipando alla sperimentazione
del tablet in classe, ormai al secondo anno di lavoro con il metodo EAS legato ai device mobili,
abbiamo convenuto su un punto: per molti la scuola è l’unico
luogo dove i bambini possono
fare certe esperienze. Non fuori, dove la famiglia non sostiene
un approfondimento culturale e il tessuto
relazionale
non favorisce un’integrazione immediata, ma
a scuola.
In questa
breve indicazione
risiede la
forza della
scuola e la
difficoltà
(impossi-
26
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
bilità?) di scindere, nella pratica
quotidiana, l’elemento didattico
e quello educativo. In questo
caso, la didattica, l’istruzione,
il fare lezione su un contenuto non sono elementi distinti
dall’educazione, dalla scoperta
del valore delle cose e dalla conoscenza dell’altro.
Usare il tablet per imparare le
caratteristiche degli ambienti
naturali, creare un video con
foto proprie (autoriali) e immagini messe a disposizione
da una repository gratuita non
solo insegna ai bambini a riconoscere le caratteristiche della foresta tropicale, a produrre un artefatto nel quale posso raccontare gli animali presenti in quell’ambiente, ma li
abitua a confrontarsi sul senso
della proprietà dei contenuti e
delle immagini, sulla composizione di un video breve come formato/linguaggio, sulla
responsabilità e sul piacere di
condividere, dal momento che
i prodotti vengono mostrati e
commentati dai compagni. Qui
educazione (nel senso di valore) e didattica (nel senso di
contenuti) sono perfettamente
coesi e amalgamati.
%QOWPKECTG
Cosa lo rende possibile? Non
è certo un miracolo, o un caso, ma un insieme sapiente di
competenze da parte dell’insegnante, che conosce la propria
materia, dimostra amore per il
suo lavoro e rispetto per la parola che comunica, conosce la
metodologia nella quale il tablet assume significato, che si
relaziona con i colleghi in copresenza e con la classe in modo rispettoso. In poche parole:
che si appassiona. Ritorna qui
Recalcati con la scuola-Telemaco e il concetto di testimonianza: posso insegnare bene
se non mi appassiono e se non
amo il sapere di cui dovrei essere primo difensore?
La centralità della
relazione: cosa ci
aspetta in SIM
Alla luce di quanto detto (l’impossibilità di scindere contenuto e relazione, l’importanza
dell’insegnante come mediatore, la relazione come connettore, la scuola come luogo di
orientamento e sviluppo della
personalità), il Focus sulla Co-
%QOWPKECTG
municazione approfondirà il
tema della relazione. Sono dieci i temi che troveremo nel corso dell’anno, uno per numero.
Proviamo a vederli insieme per
sommi capi.
Se la relazione didattico-educativa è per definizione un legame che conduce dall’insegnante all’allievo e viceversa, il primo grande tema è racchiuso
in un termine importante per
l’agire didattico: la regolazione.
Che significato ha la regolazione in classe? Quali azioni prevede?
Il secondo tema, molto operativo proprio per fornire occasioni di analisi della propria pratica e di confronto con la teoria,
è quello degli strumenti della
relazione didattica (la parola, la
discussione, il dialogo, per citarne alcuni).
Il terzo tema è più specifico e
riguarda lo sviluppo del bambino nel corso della scuola primaria, l’analisi delle esigenze
cognitive, emotive e psicologiche. Abbiamo già detto che la
relazione non è solo un legame neutro, ma un incontro che
non può escludere emozioni,
bisogni e dinamiche affettive.
Il quarto tema è quello dell’educazione affettiva a scuola, grande contenitore su cui si ragiona da anni, ma che difficilmente può vivere nella sola forma
dell’incontro con l’esperto o
del laboratorio. Oltre a discutere dell’educazione affettiva, avremo modo di ragionare sull’affettività al tempo della
rete: cosa significa oggi educare all’affettività? Come possiamo aiutare i bambini a gestire
gli stimoli che la Rete e i social
media lanciano e che chiedo-
no una forza emotiva singolare
e una mediazione importante
dell’adulto di riferimento?
Il quinto tema riguarda il senso della reciprocità a scuola. In
particolare parleremo delle abilità sociali necessarie per lavorare tra pari, del senso della
collaborazione in classe e dei
dispositivi didattici – o meglio
delle situazioni didattiche –
che possono aiutare i bambini
a imparare a lavorare insieme
e a sviluppare le abilità sociali.
Il sesto tocca un argomento
molto sentito e concreto, ovvero la gestione delle relazioni in
classe. Gli articoli saranno operativi, pur partendo da una base teorica solida, e toccheranno
l’argomento senza dimenticare
le sfide più attuali per l’insegnante, ovvero costruire competenze di gestione della relazione quando i media e i dispositivi mobili non sono arredi,
ma fanno parte dell’ambiente
didattico a tutti gli effetti.
Il settimo tema, che potremmo considerare come una sorta di estensione del precedente,
è dato dallo studio dei comportamenti conflittuali. La gestione
della relazione implica anche la
conoscenza degli aspetti conflittuali dello stare in classe,
toccando quindi i più comuni
comportamenti distruttivi fino
alla devianza vera e propria.
L’ottavo tema è quello dell’ambiente come spazio di relazione,
4
sia online che in classe. L’ambiente ha un valore per la relazione? Come possiamo strutturarlo in modo da incentivare la
relazione? Ma soprattutto, incide realmente sull’apprendimento e la dimensione relazionale?
Il nono numero sarà interamente dedicato alla Scuola in
ospedale, che da qualche anno
a questa parte abbiamo imparato a considerare come luogo importante. Non è possibile
pensare la scuola senza relazione, lo abbiamo visto, ma ancor
più difficile sarebbe immaginare la didattica ospedaliera come passaggio di contenuti, come tempo dei compiti.
Il decimo tema riguarda, infine, le competenze relazionali dell’insegnante, approfondendone gli aspetti essenziali.
Un insegnante che appassiona
è un insegnante competente e
non solo dotato dell’Eros pedagogico di cui riferiva Platone,
perfettamente discusso da Morin nel suo ultimo saggio.
Le relazioni che si attivano a
scuola, basate sulla prossimità forzata (non possiamo uscire da scuola a nostro piacere) e
sulla somiglianza (reale o percepita) sono strumenti importanti che orientano le scelte, la
percezione di sé e degli altri, il
senso di riuscita in termini relazionali, come anche il percorso di apprendimento degli
allievi.
KUQTUG
E. Morin, Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione,
Raffaello Cortina, Milano 2015
M. Recalcati, L’ora di lezione, Einaudi, Torino 2014
P.C. Rivoltella - P.G. Rossi, L’agire didattico, La Suola, Brescia 2013
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
27
QEWU
%QOWPKECTG
( La relazione educativa e didattica
La regolazione in classe
Entrambi i versanti vivono grazie al processo di regolazione
dell’insegnante
di Alessandra Carenzio, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
Come possiamo definire il lavoro dell’insegnante in classe? Da un lato, la definizione deve tenere in conto la
presenza di contenuti da comunicare e costruire (dimensione informativa), dall’altro non deve dimenticare il
versante della relazione (dimensione relazionale), fatto di scambi, intervalli di risposta, tessuti emotivi forti. A questo si aggiungono la dimensione esplorativa e partecipativa della comunicazione, che richiedono lo
sviluppo di competenze per la gestione e la facilitazione dei processi di ricerca, problem solving e di lavoro
in gruppo. Questi aspetti sono racchiusi in un termine sintetico che spiega il processo in chiave di regolazione. La regolazione implica una lettura della situazione tale da garantire l’equilibrio nelle relazioni, nella
pragmatica e nei contenuti, attraverso micro aggiustamenti.
Pensare alla classe come luogo
relazionale, denso di contenuti, emozioni, domande e di risposte, rende conto della complessità della vita di classe,
ben lontana dalla logica procedurale (entro, faccio l’appello, spiego, indico i compiti, mi
congedo). La relazione in classe pare attuarsi soprattutto in
una logica di ricerca, più che
in un’applicazione di assunti e
regole. Una ricerca di spazi di
espressione e di accoglimento, che possiamo definire – seguendo la teoria più accreditata – come ricerca di equilibrio.
Ne parlano Pezzimenti e Rossi
nel capitolo dedicato alla trasposizione didattica e Marguerite Altet nel capitolo dedicato
al significato dell’analisi plurale delle pratiche didattiche,
nel volume L’agire didattico.
Manuale per l’insegnante (curato da Rivoltella e Rossi, La
Scuola, Brescia 2012).
28
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
La regolazione, questo il termine che usiamo e che prendiamo in prestito dalla stessa
Altet, indica il processo (e non
la procedura) di adattamento
sensibile tra le azioni e la comunicazione del docente e le
risposte degli allievi. L’aspetto
interessante del termine è che,
preso così com’è, sembra rimandare al concetto di regole,
mentre non fa che dire il contrario: regolare non come “inserimento di regole” condivise, bensì come atto finalizzato
a raggiungere un equilibrio, in
una regolazione continua e costante che può seguire diverse
traiettorie. Anche perché, come vedremo, la regolazione
è contingente, pur basandosi
sullo sviluppo di competenze
che vengono agite in situazione e che si orientano anche in
base all’esperienza (un aggiustamento usato in un frangente può essere adattato a un al-
tro, anche se non replicato in
modo identico).
Proviamo allora a declinare il
concetto di regolazione, incrociandolo con le quattro dimensioni della comunicazione, per
capire in che direzione si muove a seconda delle azioni didattiche intraprese e della dimensione comunicativa prevalente.
Negli articoli di apertura della scorsa annata di SIM, nella sezione sulla Comunicazione, avevamo già affrontato un
aspetto importante del comunicare, analizzando gli elementi della comunicazione. Lavorare sulle dimensioni del comunicare garantisce una sorta
di continuità, per il lettore “anziano”, e consente di non lasciare nulla di sottointeso per
il neo-lettore di SIM.
Questa operazione ci serve soprattutto – più che come forma
di ripasso! – per riflettere sul
filo diretto che lega la comuni-
%QOWPKECTG
cazione dell’insegnante (il suo
modo di stare in classe), la direzione assunta dalla relazione
e le strategie didattiche agite (o
richieste), tre aspetti che sono
riassunti perfettamente nella
regolazione stessa.
In sostanza ogni azione didattica può essere ricompresa pensando alla dimensione comunicativa prevalente (ricordiamo che le dimensioni convivono, ma in ciascuna porzione
didattica possiamo intravedere
una presenza più forte dell’una
o dell’altra), mentre ogni dimensione della comunicazione
tende a esprimersi in diverse
forme di relazione, ma anche
di strategie didattiche.
Per ciascuna dimensione proveremo a capire quale direzione assume la regolazione che
è, di fatto, un segno tangibile e manifesto della relazione.
Senza relazione non avremmo
regolazione e senza regolazione probabilmente la relazione
in classe sarebbe assai sterile,
unidirezionale, disfunzionale
rispetto all’apprendimento e al
benessere degli alunni.
Regolare
l’informazione
La prima dimensione, forse la
più semplice da intercettare
pensando alla scuola, è quella informativa: i contenuti che
vorremmo insegnare in classe,
quelli imprescindibili (oggetto della trasposizione esterna),
quelli selezionati da noi (oggetto della trasposizione interna), ma anche le informazioni
utili alla vita di classe. Qui la
regolazione – che collochiamo
sul piano cognitivo – si attua
pensando in situazione a quali
contenuti o porzioni potrebbero essere di facile comprensione e quali invece presuppongono un impegno maggiore dal
punto di vista degli alunni e
dell’insegnante stesso. Laddove
la centratura è sui contenuti, la
strategia didattica più consona
sembra essere la lezione frontale (cfr. il cap. 8 del manuale
L’agire didattico): posso passare contenuti in modo veloce ed
economico, raggiungendo tutta la classe.
Se la classe dimostra di aver
compreso il contenuto, l’insegnante potrà decidere di approfondire un aspetto o di andare
oltre (pensiamo alla zona di
sviluppo prossimale, che spinge un gradino più in là l’asticella dell’apprendimento senza mortificare, né disperdere le
energie necessarie all’apprendimento stesso). Se la classe, al
contrario, si arena sul contenuto informativo della comunicazione, l’insegnante potrà decidere quale tipo di rinforzo attivare, quale forma di ripetizione del contenuto stesso e quale
provvedimento assumere (una
nuova verifica, una lezione ulteriore o una diversa strategia
didattica).
Facciamo qualche esempio.
Per verificare l’attenzione della classe e la comprensione dei
contenuti, ma anche per capire se il nostro modo di fare lezione è adeguato, potremmo
usare:
ƒ una classica domanda trabocchetto (“bene, allora il sole gira
intorno alla terra?”);
ƒ un’affermazione off topic, come si direbbe in gergo se fossimo online (“oggi a merenda
mangiamo cavoli, offerti dalla
mamma di Marco”);
ƒ un collegamento che attivi il
pensiero della classe (“vi ricordate quando avevamo già parlato di ambienti?);
ƒ una breve verifica di quanto il contenuto comunicato a
voce sia stato assimilato e reso
sotto forma di appunti (aspetto
da coltivare anche nella scuola
primaria, considerando come
la ricerca confermi la profondità dell’apprendimento basato
sui propri appunti, soprattutto
quelli presi a mano).
La regolazione, dunque, è una
questione molto sensibile,
poiché dovrò attivare dei dispositivi di controllo e di analisi della situazione mentre
questa è in corso. A posteriori l’insegnante dispone di strumenti di valutazione noti, come l’interrogazione, il compito scritto, la composizione, il
test, la lezione tra pari, l’analisi di pratica (la propria), ma
nel corso della lezione dovrà
raccogliere dati funzionali alla
regolazione. Anche in questo
caso i dati passano attraverso
la relazione.
Regolare la relazione
La seconda dimensione è quella relazionale: la comunicazione, infatti, non è un semplice
passaggio di informazioni da
un soggetto emittente a un ricevente (il modello matematico di Shannon e Weaver ne
rendeva conto), ma un continuo rimando di emozioni, sentimenti, dinamiche personali.
Chi lavora nella scuola sa perfettamente che questa dimensione è fondamentale: la relan. 1 R settembre 2015 R anno 123
29
%QOWPKECTG
zione incide fortemente sull’apprendimento, sulla capacità di
percepirsi come capaci e abili, sulla possibilità di sentirsi
competenti anche alla luce dei
rimandi altrui.
La strategia che maggiormente esprime questa dimensione è
il dialogo, il confronto, strategie
didattiche come il circle time e le
attività di gruppo, l’ascolto (anche di sé) che sono finalizzate alla produzione di senso insieme,
più che all’acquisizione individuale di informazioni e dati.
Qui la regolazione assume la
forma di ascolto e osservazione
del comportamento, delle dinamiche non verbali e delle rela-
30
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
zioni tra pari. Gli strumenti che
ci consentono di leggere la situazione sono ancora una volta
accessibili agli insegnanti:
ƒ le tecniche osservative e auto-osservative;
ƒ la compilazione di diari di
bordo che consentono la raccolta di elementi soggettivi
(anche legati alle percezioni,
che verranno poi messe a confronto con altri dati oggettivi)
che consentono un’analisi di
quanto fatto come insegnante;
ƒ la definizione di momenti
routinari nei quali ci sia lo spazio per parlare, un angolo nella classe, ma anche una sorta
di spazio mentale, come una
scatola dei pensieri o una mood board (strumenti usati nel
progetto Smart Future per raccogliere gli stati d’animo dei
bambini e sviluppati dal team
dell’Università di Foggia coinvolto nell’Osservatorio a capo
della sperimentazione del tablet nella didattica).
Non serve essere psicologi provetti per capire quando la classe è emotivamente stabile, è
costruita in modo armonico
o procede in modo compatto.
Sono molti i segnali che possiamo intercettare, durante l’intervallo, quando i bambini sono insieme o da soli, ma anche
durante la lezione.
%QOWPKECTG
Regolare
l’esplorazione
La dimensione esplorativa tocca
una dinamica importante della
relazione e della regolazione in
classe. Esplorare significa muoversi fisicamente, spostarsi, andare da qualche parte, ma anche spostare il proprio pensiero, formulare ipotesi da verificare attraverso l’esplorazione
delle possibilità a disposizione.
In chiave didattica, essa si attua
attraverso la classica visita didattica, espressione della prima
accezione del viaggio, ma anche
attraverso la creazione di situazioni nelle quali esplorare senza
cambiare paese o stanza.
La creatività dell’insegnante che vuole favorire l’esplorazione della classe porterà gli
studenti all’interno di micromondi creati digitalmente, farà loro percorrere le pagine di
una webquest nella quale sono
chiamati a risolvere un problema attraverso la consultazione
di siti, risorse, documenti (anche in cartaceo e in formato
audiovisivo) e la produzione di
un artefatto capace di sintetizzare il viaggio simbolico compiuto e, infine, occasioni di
problem solving.
La regolazione in questo caso è spostata sul versante organizzativo e sulla regolazione degli apporti del singolo
rispetto alla classe (entra in
gioco il “registro pragmatico”
discusso dalla Altet), garantendo a tutti il giusto supporto, creando momenti per fare
un veloce briefing sullo stato
di avanzamento del processo e
la condivisione delle strategie
individuate (la soluzione del
problema non è univoca, ma
propone strade diverse più o
meno adatte e più o meno funzionali), usando check list per
l’analisi del setting.
Regolare
la partecipazione
La dimensione partecipativa
della comunicazione ci riporta all’atto del comunicare come
“mettere in comune”, condividere, prendere parte non solo
in termini di presenza (l’appello
lo conferma ogni mattina), ma
di qualità della relazione tra pari e qualità emotiva del proprio
stare in classe. In questo senso
la classe diventa un’arena nella
quale prendere parte a un evento (comunicativo e didattico).
Dal punto di vista didattico si
tratta di favorire situazioni simulative e immersive. Maggiore sarà la vicinanza tra la situazione da percorrere e lo studente, maggiore sarà il coinvolgimento emotivo e fisico.
La regolazione delle dinamiche
di gruppo è particolarmente
delicata e tende a stabilizzarsi
nel corso del tempo. Se all’inizio i bambini tendono a faticare a lavorare con i compagni
(per carattere, mancata abitudine, egocentrismo, incapacità di mettersi a servizio dell’altro), proporre loro attività in
piccolo gruppo come strategia
didattica abituale li renderà capaci di stare insieme.
L’insegnante dovrà:
ƒ monitorare i processi (di creazione e analisi);
ƒ regolare i turni di parola nei
piccoli gruppi;
ƒ gestire bene gli intervalli di
risposta (brevi nel caso di in-
terventi di tipo pragmatico,
lunghi quando vogliamo favorire il ragionamento, la ricerca
di soluzioni, la costruzione di
relazioni);
ƒ trovare strategie semplici per
riconoscere tempi e modi adeguati (un’alzata di mano o un
suono che chiede ai bambini di
regolare la temperatura emotiva o la voce stessa);
ƒ analizzare la situazione dal
punto di vista strutturale e dei
dispositivi.
La regolazione si pone qui sul
piano comunicativo, oltre che
pragmatico e processuale.
Le quattro dimensioni della
comunicazione rendono complesso il senso della regolazione che, potremmo dire, tocca le
dinamiche interattive, i contenuti, il piano delle emozioni e
quello più cognitivo.
Possiamo partire dal tipo di
strategia didattica e ripensarla dal punto di vista della dimensione comunicativa prevalente oppure possiamo partire dalla dimensione per capire quanto profondamente la
nostra impostazione comunicativa presupponga l’adozione di una strategia. In tutti e
quattro i casi, ogni dimensione chiede al docente di relazionarsi con gli alunni in modo preciso, puntuale, quasi
scientifico in alcuni casi (pensiamo all’osservazione della classe, non spontanea, ma
guidata da categorie orientative – cfr. tabella 1).
Regolazione come
aggiustamento
Da quanto proposto, così come
dagli studi di Altet, si evincono
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
31
due dati interessanti sulla presenza dell’insegnante in classe.
Il primo ci dice che la relazione, la comunicazione, la dinamica di andata e ritorno che
si realizza in contesto sono rese possibili grazie a progressivi
aggiustamenti.
L’insegnante in un certo senso recupera il proprio ruolo
di osservatore e guida, aspetti che spesso siamo abituati ad attribuire al solo docente innovativo – quello che trasforma la classe in un laboratorio del fare e del pensare –,
ma che di fatto appartengo-
4
no al docente in senso ampio.
Non significa certo che l’insegnante sia in balia degli allievi, ma certamente questa visione rende molto fluida l’azione
didattica agita.
Questa visione ben si adatta
all’idea di competenza come
“bilanciamento” e incrocio tra
agire e sapere, tra situazione e
formazione.
Il secondo ci restituisce un
aspetto importante: la regolazione non è mai a un senso,
non si attua solo in una direzione, ma procede dall’insegnante all’allievo e dall’allievo
%QOWPKECTG
all’insegnante, come da allievo
ad allievo. La regolazione prevede quindi una dinamica che
ci consente di analizzare il nostro modo di stare in classe, per
capire che in fondo la didattica
è relazione tra due parti in sinergia, e non una questione di
travaso.
L’insegnante regolatore lavora per la mediazione del sapere, funzionale alla comprensione del contenuto e il “controllo
delle tensioni” che si sviluppano nella classe, funzionale questa volta al benessere di tutti gli
attori (insegnante compreso).
KUQTUG
P.C. Rivoltella - P.G. Rossi, L’agire didattico. Manuale per l’insegnante, La Scuola, Brescia 2013
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n. 1 R settembre 2015 R anno 123
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$ PicMonkey
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di Paolo Gallese, direttore Acquario Civico di Milano
http://www.picmonkey.
com/
Tutorial
Pagine di aiuto ufficiali di PicMonkey: http://www.picmonkey.com/help
Descrizione
Funzione
PicMonkey è una delle tante applicazioni on line per elaborare
e modificare foto e immagini,
che offre la possibilità di ottenere interessanti effetti e miglioramenti senza scaricare alcun software, senza avere competenze grafiche particolari.
Funziona on line con qualsiasi
browser ed è gratuito, anche se
esiste la possibilità di ottenere
funzioni aggiuntive sottoscrivendo un abbonamento.
Nasce come evoluzione di
un’altra vecchia applicazione di successo, Picnik, molto
usata e apprezzata dagli utenti
qualche anno fa.
Le caratteristiche principali di
PicMonkey includono strumenti per elaborare immagini:
ƒ fare raccolte;
ƒ ridimensionare;
ƒ regolare la luminosità e il
contrasto;
ƒ ruotare;
ƒ regolare il colore;
ƒ regolare nitidezza.
Altre caratteristiche aggiuntive
includono:
ƒ strumenti di ritocco (sbiancamento dentale, aggiusta difetto, perdita di peso);
ƒ effetti come orton, cross process, boost color;
ƒ filtri per la colorazione della pelle;
ƒ inserzione del testo;
ƒ sovrapposizioni grafiche;
ƒ frames (cornici).
Ma è difficile usare PicMonkey?
E perché usarlo a scuola? Intanto diciamo subito che usarlo è facilissimo, intuitivo, diretto. Basta un click per vedere “l’effetto che fa” per poi subito premere “cancella” se l’effetto in questione non ci piace,
tornando subito all’immagine
come era prima, pronta per essere sottoposta a nuove prove.
Specifiche tecniche
Registrazione
Non prevede alcuna registrazione.
Lingua dell’interfaccia
L’interfaccia di lavoro è solo in
lingua inglese.
Costo
È totalmente gratuito.
Presenza di pubblicità
Il sito è ricco di banner pubblicitari laterali; i prodotti creati
invece sono privi di qualsiasi
pubblicità.
Questo strumento nasce proprio dall’esigenza di voler creare o modificare immagini senza essere degli esperti di grafica,
quindi è perfettamente alla portata degli stessi bambini. Quante volte vi sarete trovati con
l’esigenza di migliorare, contornare, tagliare delle immagini, o
i disegni degli stessi alunni?
Per prima cosa basterà digitare
questo indirizzo http://www.
picmonkey.com/ per raggiungere immediatamente l’interfaccia iniziale. Una volta aperto
ci sono 4 modalità: Edit, Touch
Up, Design e Collage. Ma quella più importante è proprio la
prima.
La funzione “Edit” permette
di modificare direttamente e
immediatamente le immagini.
Una volta posizionato il cursore sopra l’icona si potrà scegliere da dove prendere la foto o il
disegno da modificare: dal vostro pc, da Facebook, da Dropbox o da un account Flickr. A
quel punto si aprirà l’interfaccia delle modifiche che mette
a disposizione ben 8 categorie
(sul lato sinistro dello schermo), che a loro volte contengono una serie di interessanti
comandi.
Basic Edits: un’immagine potrà essere ritagliata, ruotata, si
potrà cambiarne l’esposizione,
regolarne il colore e la nitidezn. 1 R settembre 2015 R anno 123
33
za. Potrà anche essere ridimensionata, scegliendo di mantenere o meno le proporzioni.
Effects: si tratta della funzione più divertente, che consentirà di applicare alla nostra immagine diversi tipi di filtri, facendo risaltare i colori in modi diversi, o modificandoli come per esempio far diventare
in bianco e nero una foto a colori, invecchiarla, addirittura
illuminarla come sotto i raggi
del sole.
Touch up: con questa funzione si potranno ritoccare un viso, gli occhi, la bocca, addirittura la colorazione della pelle e
altro ancora.
Text: potremo applicare un testo, sovrapponendolo alla nostra immagine, lasciando un
messaggio, inserendo una didascalia, utilizzando diversi tipi di font molto belli, scegliendo lo stile di scrittura, la grandezza, il colore, l’angolazione
della scritta.
Overlays: gli overlays sono simboli, figurine, immagini, adesivi, che possono essere “appiccicati” alla nostra immagine. Oltre alle figure a disposizione, cliccando “your
own” si potrà invece inserire
una propria immagine, creando vere e proprie combinazioni, ad esempio unendo più disegni fatti dai bambini, rimpicciolendoli o spostandoli a piacimento.
Frames: questa opzione permette di abbellire il lavoro grazie a diversi tipi di cornici, che
potremo smussare e colorare a
piacimento, ottenendo un effetto “quadro”.
Textures: è possibile modificare l’intero sfondo della nostra
34
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
immagine. Anche se, in realtà, gli effetti a disposizione, ad
esempio un cielo stellato, o dei
fuochi d’artificio, cambieranno
l’aspetto di tutto il lavoro. Un
abbellimento non necessario.
Themes: i cosiddetti “temi”
riguardano ricorrenze specifiche, come il Natale o Halloween, oppure offrono la possibilità di caratterizzare il nostro piccolo lavoro, con sfondi
e figurine riguardanti l’amore,
la scuola, le stagioni e altri ancora.
Usi didattici
I lavori dei bambini, in classe, ma non solo, spesso non
si traducono in qualcosa di
scritto, ma spesso, molto spesso, in emozioni visive (disegni, foto). Dal momento che
le immagini emozionano, raccontano storie, descrivono, richiamano in modo diretto, PicMonkey può divenire un facile e piacevole strumento per il
visual storytelling.
Raccontare storie usando le
immagini può divenire occasione di importanti riflessioni in classe, in un mondo che
sembra essere sempre più “visivo”. Abituare i bambini ad
analizzare le immagini, comprendere quanto possano catturare la nostra attenzione, an-
NQUUCTKQ
)
#RRNKEC\KQPG
zi, quanto possano farlo se noi
le modifichiamo proprio per
questo scopo, è un procedimento complesso che necessita di uno strumento al contrario molto semplice. Non è importante comprendere lo strumento, ma il senso e lo scopo
di quanto si sta facendo. E soprattutto se, alla fine, il nostro
lavoro riesce davvero a comunicare quanto ci proponevamo.
Le funzioni di PicMonkey possono diventare un veicolo di
creatività e narrazione, di comunicazione e di sintesi. A volte poche immagini, o addirittura una sola immagine, opportunamente modificata, sono in
grado di veicolare un messaggio forte (come nella pubblicità). Altre volte, figurine che
prese da sole non avrebbero alcun nesso tra loro, o un senso
proprio se inserite su uno sfondo, cambiano improvvisamente emozioni e significati se proviamo a combinarle, o a cambiare anche semplicemente gli
sfondi.
KUQTUGYGD
4
Due esempi di storielle:
http://www.youblisher.com/
p/1139507-The-Place/
http://www.youblisher.com/
p/1139505-The-Star/
Photo Editor: si intende in questo caso, qualsiasi applicazione on line,
che consente la costruzione, la modifica, il salvataggio e la pubblicazione di
contenuti grafici.
Filtro: nel nostro caso, un filtro è un effetto particolare che un programma
applica a una immagine per modificarne le condizioni di partenza.
Texture: nel nostro caso, è una immagine che viene utilizzata come fondo
per dare un effetto particolare, di colori, di luci o di sostanza (legno, metallo,
acqua).
QEWU
8CNWVCTG
( Valutare e misurare
Una cultura della valutazione per la scuola
di Lorella Giannandrea, Università degli studi di Macerata
Il tema che farà da filo conduttore dell’annata
2015 della sezione valutare sarà “misurare”.
Se la valutazione rappresenta una delle questioni più difficili da trattare nella scuola («vorrei
insegnare solamente, senza valutare mai»1), percepita da molti docenti come la parte più spinosa e meno gratificante della professione, è probabilmente anche a causa di una percezione di
scarsa competenza e di assenza di strumenti per
definire con precisione l’oggetto e le modalità da
mettere in atto per raggiungere una corretta rilevazione degli apprendimenti o delle abilità oggetto di indagine.
In particolare nella scuola sembra essere adottata una “valutazione senza misurazione” che condurrebbe inevitabilmente a un giudizio poco fondato sulla effettiva realtà da valutare e molto influenzato da fattori esterni o da pre-concezioni
del docente sullo studente, quando non viziato
da veri e propri “errori” ben conosciuti come l’effetto alone, le stereotipie, l’effetto Pigmalione ecc.
Nel momento in cui si riconosce la necessità
della misurazione, però, si aprono altri interrogativi: anche in settori estranei al mondo della
pedagogia e della scuole, i ricercatori che si occupano di questo tema pongono esplicitamente
il problema: «la misurazione è una valutazione
soggettiva o una descrizione oggettiva?»2.
Del resto, una certa ambiguità del termine è presente anche nella radice etimologica: misurare, come l’inglese measure, derivano dal latino
mensura e quindi dal verbo metiri, il cui participio passato, mensus, significa misurato, ma anche stimato, apprezzato, giudicato. C’è insomma all’interno della parola un riferimento anche
1
A. Arcari, La valutazione scolastica, in http://win.qualitascuola.
com/portalequalita/Mediateca/ValutazioneApprendimenti/La%20
valutazione%20scolastica.pdf
2
L. Mari, Epistemology of Measurement, «Measurement», vol. 34
(2003)
al “giudizio”, inteso in senso figurato, psicologico più che fisico, e quindi alla prudenza. Sembra quindi che, oltre al richiamo ad un metodo
obiettivo di calcolo, sia presente nel termine il
rinvio a una valutazione ponderata e riflessiva.
Secondo questo approccio, si può parlare di misurazione quando siano presenti determinate
condizioni, in particolare è necessario che :
ƒ i risultati della misurazione forniscano la stessa informazione a diversi osservatori;
ƒ i risultati della misurazione forniscano informazioni legate solo alla cosa misurata e non al
suo ambiente, che può includere anche l’osservatore, e che quindi misurazioni della stessa cosa in condizioni differenti e in presenza di differenti osservatori producano gli stessi risultati3.
Si può in sintesi affermare che «le misurazioni
sono valutazioni dotate di carattere intersoggettivo e oggettivo».
La misura e i sistemi di misurazione, dunque,
non sono solo strumenti operativi, ma componenti essenziali del sistema che danno fondamento epistemologico alla misurazione.
Nel corso dell’annata saranno presentati contributi che mostreranno se e come è possibile tentare di utilizzare la misurazione come strumento
a supporto dell’agire didattico, valorizzandone
le potenzialità descrittive e comunicative.
Negli articoli presenti in questo numero, invece,
verrà affrontato il tema dal punto di vista delle
sue radici storiche e del significato che esso può
assumere all’interno dei percorsi scolastici. È infatti possibile misurare per premiare o punire,
ma sembra sicuramente più interessante e valido “misurare per capire”, per essere in grado di
comprendere meglio la scuola e la realtà che essa rappresenta.
3
Ibidem
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
35
QEWU
8CNWVCTG
( Misurare per capire
Programmazione della sezione Valutare
Ripensare alla valutazione come a un complesso insieme di
operazioni in cui la misurazione ha un ruolo importante
di Lorella Giannandrea, Università degli studi di Macerata
Il tema della sezione “Valutare” in questo anno è quello della misurazione.
Troppo spesso nella pratica scolastica non si riflette abbastanza sulle implicazioni e sul ruolo che il misurare
ha nelle attività di valutazione. Infatti la valutazione viene vista principalmente nella sua veste di attribuzione di un punteggio o di un valore a un comportamento o a una prestazione, ma si tralascia di porre attenzione alle modalità con cui l’assegnazione di tale valore viene concepita e formulata.
La docimologia classica (dal
greco dȩcimoȢ, “esaminato” e
-logia, che significa scienza degli esami, delle tecniche di valutazione), è la disciplina che
studia i metodi e i criteri di valutazione del profitto scolastico e delle prove d’esame. La
Treccani definisce la docimologia come quella parte della didattica che studia su basi
scientifiche i criteri della votazione scolastica (tenendo presenti anche i fattori soggettivi
che influiscono sugli esaminatori) al fine di elaborare tecniche di esame e di valutazione
del profitto degli allievi.
La parola compare in tempi
piuttosto recenti: tra gli anni
’20 e ’30 del secolo scorso un
gruppo di ricercatori francesi inizia una corrente di studi
e di ricerche sulla valutazione
che, nel confronto con le tecni-
36
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
che di mental testing e di misurazione dell’intelligenza che in
quel periodo si stavano affermando (ricordiamo, ad esempio, i famosi test di Binet-Simon sulla misurazione dell’intelligenza), tende a indagare i
limiti e le difficoltà della valutazione tradizionale. L’ideatore
del termine è Henri Piéron, che
nel 1936 pubblica una ricerca
sugli esami di licenza elementare con il titolo “Etudes docimologiques”, in cui per la prima volta compare il termine
“docimologia”.
Nella ricerca, Pieron crea gruppi di esaminatori composti
ciascuno da cinque insegnanti esperti e chiede loro di correggere cento elaborati scritti
relativi a testi di francese, traduzione latina, composizione
inglese, matematica, fisica, filosofia. Dall’analisi dei voti as-
segnati emergono risultati sorprendenti, che mostrano come
la stessa prova avesse ricevuto valutazioni che oscillavano
con differenze anche di 7 punti (su una scala in ventesimi).
Queste variazioni dimostrano
con chiarezza che ciascun valutatore tende a valorizzare alcune caratteristiche delle prove
e a trascurarne altre, e che non
c’erano criteri condivisi e concordanza sul valore attribuito
alle singole prove. Per di più
una ricerca successiva metteva
in evidenza che la stessa prova, corretta a distanza di tempo
dallo stesso docente, riceveva
valutazioni differenti tra loro.
L’analisi ha documentato con
efficacia le caratteristiche delle interrogazioni e delle prove
scritte che sono gli strumenti
tradizionalmente utilizzati nella valutazione a tutti a livelli
8CNWVCTG
di scuola e ha riscontrato che
la valutazione di queste prove può essere definita “intuitiva”, perché l’insegnante non
segue nessuna particolare procedura. Mentre ascolta l’interrogazione o corregge il testo,
prende in considerazione diversi aspetti, alcuni più di altri, e non sempre gli stessi e infine, richiamando alla mente
l’insieme della prova, esprime
un giudizio e assegna un voto.
In questo procedimento non è
sempre esplicitato cosa effettivamente viene valutato (le conoscenze acquisite, la capacità di riprodurre le conoscenze
studiate, l’abilità nella presentazione dei contenuti, la qualità dell’esposizione…) e quale peso si attribuisce a ciascuno
di questi aspetti. Non è esplicitato come si può riconoscere la
presenza di questi aspetti nella
prestazione esaminata, né quali sono i criteri che permettono
all’insegnante di assegnare un
giudizio o una valutazione alla
prestazione.
Secondo questi ricercatori una
valutazione che rifiuti di fondarsi esclusivamente sull’intuizione o sull’apprezzamento dell’insegnante e faccia riferimento a precisi dati rilevati dalla prova stessa o dai comportamenti osservabili dello
studente, deve dotarsi di apparati “scientifici” che permettano la misurazione dei risultati dell’apprendimento e la loro
successiva interpretazione.
La ricerca di un atteggiamento
docimologico corretto comporta l’utilizzo di tecniche statistiche come strumento per conferire la massima oggettività possibile alle misurazioni, che do-
vrebbero essere poi tradotte in
punteggi attendibili, confrontabili, pesati e tarati in modo
rigoroso. Inoltre, si dovrebbero
poter escludere o almeno controllare tutte le variabili “soggettive” non legate a ciò che si
sta cercando di misurare, come
ad esempio, gli atteggiamenti
dell’insegnante, le scorrettezze
nella formulazione delle consegne o delle prove di valutazione, le influenze derivanti dal
contesto o dall’ambiente. Allo
scopo di limitare al massimo la
soggettività del valutatore vengono così elaborati strumenti
che riducono la discrezionalità del correttore, predisponendo prove a stimolo chiuso e risposta chiusa, ovvero prove in
cui la domanda e la risposta sono rigidamente predeterminate
e fissate prima della somministrazione della prova stessa. Allo stesso modo sono fissati preventivamente anche le modalità di correzione della prova e il
peso che i singoli elementi della prova avranno nell’assegnazione del punteggio finale.
Chi si opponeva a questa “svolta” oggettivista della valutazione metteva in evidenza il rischio che questa tipologia di
prove avrebbe finito per snaturare la valutazione, rendendola uno sterile atto di conteggio
e privandola delle componenti
di senso e significato connesse
con la sua natura educativa.
A questa obiezione De Landsheere risponde: «Nel caso dei test o prove oggettive
di profitto un primo equivoco
da dissipare è quello che nasce
dalla credenza che, con il loro
impego, si sostituisca la “misurazione” alla “valutazione”. Va-
le in realtà l’opposto: la pratica
del testing mette in luce tali e
tanti problemi di autentica valutazione da obbligare a un impegno in questa direzione quale raramente viene dato di trovare in altri casi» (De Landsheere 1973).
Si rivendica quindi l’importanza della valutazione come un
processo che non si risolve nella misurazione, ma su di essa
si fonda. Misurare serve a mettere in atto un giudizio fondato non solo sulle impressioni
o sulle intuizioni del docente,
ma che possa fare riferimento
a un fondamento oggettivo, il
dato raccolto, appunto, che limiti il rischio di valutare appoggiandosi più sulle proprie
pre-concezioni che sulla realtà del fenomeno o del compito
osservato.
Secondo questa visione la valutazione dovrebbe articolarsi in
quattro momenti: la determinazione dell’oggetto, la misurazione, l’interpretazione dei risultati, l’espressione dei risultati.
La scelta dell’oggetto della valutazione è il primo passo necessario in ogni procedura di
controllo degli apprendimenti. Ogni prova di valutazione
si svolge con l’intento di accertare la presenza di determinate
conoscenze o abilità, decise in
maniera più o meno razionale
e consapevole. Appare quindi
evidente che questa scelta è già
di per se stessa un atto di valutazione sul quale può esistere o
meno un accordo tra la comunità dei docenti o dei soggetti
coinvolti. Decidere cosa valutare è già scegliere cosa deve essere considerato importante e
cosa merita di essere osservan. 1 R settembre 2015 R anno 123
37
to con più attenzione. Diversa
è la situazione del secondo momento: la misurazione consiste,
per definizione, in una verifica
della conformità dei risultati
ottenuti rispetto a quelli attesi. Si tratta quindi di confrontare l’oggetto o il comportamento
osservato con una unità di misura, con un elemento fissato
che permette di decidere come
si colloca il risultato ottenuto
rispetto a questa.
La terza fase, quella dell’interpretazione dei risultati, si configura come un momento squisitamente soggettivo, un vero
e proprio atto di valutazione
i cui criteri, se pure razionalmente espressi e formalmente
sostenibili, restano comunque
legati alla personalità del valutatore.
Per finire, il momento della comunicazione dei risultati ottenuti riveste una grande importanza, perché è in questa fase
che la valutazione diventa una
questione intersoggettiva, che
assume rilevanza per un insieme di soggetti coinvolti a vario
titolo nella situazione scolastica: alunni, famiglie, docenti,
dirigenti, istituzioni.
Tutti e quattro i momenti hanno una rilevanza e una significatività e dovrebbero essere
condotti nel modo più rigoroso
e sostenibile, pena la perdita di
efficacia dei momenti successivi e dell’intero processo. Se, infatti, la definizione degli obiettivi non è corretta, sarà impossibile condurre un accertamento efficace. Alla stessa maniera,
se la fase di misurazione non
viene condotta in maniera rigorosa, i giudizi che ne seguiranno non saranno attendibili,
38
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
né fondati, a causa dell’incompletezza o dell’inefficacia dei
dati forniti.
La misurazione
Per entrare più da vicino nella
fase che qui ci interessa, la misurazione, possiamo ricordare
che, secondo Gattullo, la misurazione è il processo di acquisizione delle informazioni che
permette di dire se gli obiettivi a cui si riferisce la valutazione sono stati conseguiti. Essa si articola in tre fasi: 1) stimolazione, 2) registrazione dei
comportamenti, 3) lettura dei
dati raccolti.
La stimolazione consiste nella sollecitazione dei comportamenti da osservare provocata da strumenti costruiti appositamente, come questionari,
quesiti, richieste di lavori individuali, richiesta di mettere in
atto determinate azioni o operazioni. Gli stimoli dovrebbero
essere il più possibile omogenei, provi di ambiguità, chiari
e comprensibili per lo studente. Per permettere una rilevazione obiettiva, lo stimolo dovrebbe essere somministrato
in condizioni controllate. Ad
esempio, se propongo lo stesso questionario a due classi, in
una all’inizio della mattinata,
nell’altra all’ultima ora del pomeriggio, è probabile che i risultati saranno influenzati dalla stanchezza della classe e non
saranno quindi completamente
affidabili.
La registrazione dei comportamenti è la raccolta degli esiti dei
comportamenti sollecitati: nel
caso di un test o di un compito scritto la registrazione è co-
8CNWVCTG
stituita dal compito stesso, nel
caso di un comportamento osservato, la registrazione è costituita dal documento prodotto
dall’osservatore in cui viene annotata la frequenza e la presenza del comportamento stesso.
La terza fase, la lettura dei dati raccolti, non costituisce ancora una valutazione, ma è il
momento in cui i vari elementi raccolti vengono analizzati e
raggruppati per avere una visione complessiva che prelude alla
formulazione del giudizio di valutazione. Ad esempio, al termine di un test, il conteggio delle risposte esatte è una forma
di lettura dei dati, come pure
l’analisi degli errori presenti in
un compito scritto o in una versione, o il conteggio degli errori
di calcolo in un problema.
L’oggetto della
valutazione: perché si
valuta?
Per valutare, la prima condizione dovrebbe essere di sapere bene perché si valuta.
Questa domanda, che in sé
può sembrare ingenua, in realtà apre a due ordini di considerazioni di fondo che orientano l’azione del valutare. Ci si
può chiedere “perché” si valuta, oppure ci si può soffermare
sul “per che cosa” si vuole valutare.
In primo luogo, rispetto al
“perché”, si tratta di indagare
quale relazione lega il valutatore all’oggetto che intende valutare (che sia esso un comportamento, un apprendimento,
un progetto). Ogni volta che si
intraprende un’azione valutati-
8CNWVCTG
va si è portatori di un’intenzione, di uno sguardo, in un certo
senso di un progetto sull’oggetto che ci si propone di valutare e questo progetto orienta lo
sguardo del valutatore.
Rispetto a questa intenzione
si possono distinguere tre approcci:
1. Valutare per “pesare” o “misurare” l’oggetto
Si può valutare un compito o
una prestazione con l’intenzione di cogliere in maniera il
più possibile oggettiva la qualità del prodotto o l’efficacia
del comportamento osservato.
Sicuramente, in ambito scolastico, non è possibile cogliere
un comportamento isolandolo
e misurandolo oggettivamente
come si potrebbe fare in laboratorio o come si fa in una gara sportiva, dove l’oggetto della misura è unico e isolabile rispetto al contesto, ma nonostante questa consapevolezza,
resta ferma la volontà di operazionalizzare e di rendere in
maniera numerica gli esiti della
valutazione. Ardoino e Berger
sostengono che ogni valutazione scolastica è diretta al quantitativo, anche se riconoscono
che in questa tendenza permane un difetto di misura. Per
questo parlano di valutazione
“estimativa”, in cui all’operazione del misurare si sostituisce quella di stimare in modo
intuitivo il valore dell’oggetto o
del compito.
«L’insegnante preferirebbe poter giudicare e classificare in
compiti come fa un ‘giudice
d’arrivo’. I genitori degli alunni
e il grande pubblico preferirebbero certo avere una “hit parade” dei licei. E gli alunni non
esitano a pronunciarsi sull’efficienza rispettiva dei loro insegnanti. Ogni giudizio di valore
dinamicizzato dalla preoccupazione di giudicare l’efficienza traduce e tradisce l’intenzione di misurare il suo oggetto»
(Hadji 1995, p. 20).
2. Per apprezzare
Quando si valuta per apprezzare ci si pone in un’ottica non
più quantitativa, ma qualitativa. In questo caso l’intenzione non è più quella di misurare una qualità o una proprietà
dell’oggetto, ma quella di apprezzarne il valore rispetto a
degli standards o a degli obiettivi che ci si era posti prima di
iniziare il percorso di valutazione. Ad esempio, se si vuole rilevare la presenza di abilità
sociali in un gruppo o in una
classe si possono adottare degli standards condivisi a livello
nazionale e locale e giudicare
le prestazioni degli alunni sulla
base del confronto con questi
standards. Ciò che permette di
apprezzare e di fare il confronto è un livello fissato dall’esterno e predeterminato rispetto
all’azione del valutare.
3. Per comprendere, per interpretare
Un terzo approccio al perché
si valuta sposta l’attenzione dai
risultati ai significati delle azioni da valutare. Si tratta quindi
di cercare di spiegare, di comprendere le ragioni che hanno
condotto a quella prestazione o a quel risultato. Ci si può
chiedere ad esempio, perché
quell’alunno fa fatica a interpretare il testo di un problema
o per quale motivo lo studio di
quell’argomento non è riuscito
a produrre buoni risultati co-
me i precedenti. Entra in gioco
l’interpretazione del soggetto
che valuta e del soggetto valutato, mentre passano in secondo piano gli obiettivi e i programmi. Più che chiedersi se
gli obiettivi sono stati raggiunti, sarebbe in questo caso interessante indagare perché sono
(o non sono) stati raggiunti e
quale significato ha all’interno
della specifica situazione della
classe.
La seconda domanda, il “per
che cosa” rimanda invece alle funzioni che la valutazione
può assumere. Ricorda Hadji
che «non si valuta mai “gratuitamente”, per il piacere o per
la bellezza dell’attività stessa.
Una valutazione è sempre, in
certo modo, interessata» (Hadji 1995, p. 21).
La valutazione
sul terreno della
scuola, della famiglia,
dell’azione sociale
La valutazione in campo educativo occupa, secondo Hadji (1995), tre grandi campi
di gioco: quello pedagogico,
quello della formazione, quello
dell’azione sociale.
Il primo vede in relazione
alunni, genitori e insegnanti.
In questo contesto, la moneta
di scambio è costituita dai voti,
dalle formalizzazioni delle valutazioni attribuite ai compiti
degli alunni che vengono formulate dai docenti e comunicate ai genitori in tempi e secondo modalità prestabilite. La
comunicazione del voto orienta la costruzione dell’immagine
dell’alunno, le sue future pron. 1 R settembre 2015 R anno 123
39
spettive lavorative e occupazionali, gli obiettivi che si proporrà di raggiungere. In questo senso si dice, a volte, che è
la scuola a “decidere l’avvenire
sociale degli allievi” (fig. 1).
Il secondo campo è stato definito “spazio della formazione”, perché vede in opera datori di lavoro, formati e formatori. È indubbio, infatti, che tra
la scuola nel suo complesso e il
mondo del lavoro e della produzione ci siano delle relazioni e si
crei un gioco di aspettative e di
reciproche attese. I protagonisti del processo economico valutano le scuole e gli insegnanti dicendo che non formano in
maniera adeguata i futuri professionisti e lavoratori, mentre
riconoscono sempre meno efficacia alla formazione iniziale e
mettono in discussione la capacità di fornire agli allievi “le armi”, gli strumenti per il loro ingresso nella società e nel mondo
del lavoro reale (fig. 2).
Il terzo campo è lo “spazio
dell’azione sociale” e vede al lavoro al proprio interno utenti,
decisori, lavoratori sociali. Hadji ricorda che gli insegnanti,
in questa accezione, sono degli
“operatori sociali”, che hanno
il dovere di realizzare determinati obiettivi in vista dell’utilità
comune. Per fare un esempio,
da molte parti si sente ricordare
l’esigenza che negli adolescenti si rafforzino le competenze
sociali e le capacità di comunicazione e di relazione che vanno sotto il nome di educazione
alla convivenza democratica.
Si potrà dire che la scuola superiore ha il dovere di educare
alla vita democratica, e si potrebbe valutare, in riferimento
40
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
a questa aspettativa, l’efficacia
“sociale” dei licei e delle scuole
secondarie. In questa prospettiva si riconosce alla scuola la
responsabilità di costruire non
solo le conoscenze degli studenti, ma anche le competenze
sociali che permetteranno loro di essere nel presente e nel
futuro cittadini responsabili e
adulti capaci di impegnarsi per
il bene comune (fig. 3).
In conclusione è necessario
notare che, dall’intreccio di
questi differenti spazi, emerge che ogni atto di valutazione
8CNWVCTG
in ambito scolastico è multidimensionale e finisce per avere
riflessi su tutti i tre campi di
azione. Ogni volta che si mette
in atto un piano di valutazione si deve avere presente che
questa azione avrà effetti non
solo sulla relazione tra docente e studente, ma che sarà un
elemento che giocherà un suo
ruolo nei tre diversi campi di
azione e che avrà ripercussioni
anche a lungo temine nella vita scolastica ed extrascolastica
dello studente.
*MKYVE
+IRMXSVM
%PYRRM
-RWIKRERXM
*MKYVE
(EXSVMHMPEZSVS
*SVQEXM
*SVQEXSVM
*MKYVE
(IGMWSVM
%PYRRM
4
KUQTUG
-RWIKRERXM
G. De Landsheere, Elementi di docimologia. Valutazione continua e
esami, La nuova Italia, Firenze 1973
G. Domenici, Manuale della valutazione scolastica, Laterza, Bari 1993
L. Galliani, (a cura di), L’agire valutativo, La Scuola, Brescia 2015
M. Gattullo, Didattica e docimologia. Misurazione e valutazione nella scuola,
Armando, Roma 1967
C. Hadji, La valutazione delle azioni educative, La Scuola, Brescia 1995
B. Vertecchi, Manuale della valutazione, Editori Riuniti, Roma 1984
QEWU
( L’approccio Evidence based
Quale approccio alla valutazione
8CNWVCTG
Quale ruolo ha la misurazione nella valutazione? Approcci e
prospettive nazionali e internazionali
di Lorella Giannandrea, Università degli studi di Macerata
L’articolo precedente ha cercato di mostrare l’utilità della misurazione e la sua ineludibilità per ogni processo
di valutazione che si voglia definire utile e coerente con le finalità pedagogiche della scuola.
Abbiamo anche affermato che ogni valutazione finisce per modificare, orientare, supportare o contrastare
una determinata azione didattica.
C’è dunque una relazione, un’interazione forte tra azione e valutazione che vale la pena di considerare per
capire meglio come si influenzano a vicenda.
Nell’agire scolastico, la valutazione si colloca tra il momento dell’analisi, quando si decide come progettare un determinato percorso, e la presa di
decisione rispetto al progetto,
alla classe, all’individuo. Il giudizio che un docente si rappresenta o che anticipa sulla composizione, sulla struttura della
classe, sui bisogni dei suoi futuri studenti, costituisce il primo passo per progettare il lavoro e per prendere decisioni rispetto all’adeguatezza dei percorsi proposti. Questo schema
si ripete ciclicamente in tutte le
fasi del lavoro scolastico, quando il docente prima di svolgere la lezione anticipa le possibili direzioni in cui si svilupperà il percorso, decide come
comportarsi e propone la lezione agli studenti, ma anche
nel momento in cui, ricevendo il feedback dei corsisti rielabora le informazioni e valu-
ta se l’intervento progettato ha
raggiunto gli obiettivi previsti.
Anche questa valutazione conduce a un’azione, che può essere la scelta di passare a uno
step successivo se tutto ha funzionato o viceversa, di tornare
a trattare lo stesso contenuto se
si sono evidenziati problemi in
uno o più soggetti.
Se abbiamo chiarito quindi che
la valutazione serve all’azione,
sia perché la orienta, sia perché
in qualche caso la determina,
cerchiamo ora di capire come
la misurazione serve alla valutazione e perché dobbiamo tenere sotto controllo le loro interazioni.
La misurazione
strumento o fine?
Negli anni Settanta la ricerca
sulla valutazione in ambito internazionale ha iniziato a problematizzare la relazione tra
elementi qualitativi, oggetto
della valutazione, e strumenti quantitativi che erano stati
utilizzati in maniera prevalente nel periodo precedente. Le
ricerche condotte negli Stati
Uniti da Campbell, Cronbach e
Stake cercano di mettere in evidenza la necessità di una misurazione rigorosa al servizio
del miglioramento degli interventi educativi. Anche la ricerca in Italia si pone il problema
dell’interazione tra approcci
qualitativi e quantitativi: Visalberghi, già dalla fine degli anni
Cinquanta, invita a non prendere posizioni oppositive a favore di prove solo quantitative
o solo qualitative, ma propone
di considerare i due aspetti come fasi differenti del processo
di valutazione che vedono l’avvicendarsi di momenti che richiedono una quantificazione,
basati sulla misurazione, e di
momenti successivi in cui i dan. 1 R settembre 2015 R anno 123
41
ti vengono interpretati e compresi dal punto di vista qualitativo. In quest’ottica le fasi di
misurazione e di valutazione
sono momenti di uno stesso
processo che si conclude con la
formulazione dei giudizi o con
l’attribuzione dei voti.
Negli anni successivi altri ricercatori italiani (Gattullo,
Andreani Dentici) hanno sostenuto la centralità della misurazione e la necessità dell’approccio quantitativo alle problematiche del controllo scolastico, contribuendo a creare
strumentazioni ed esempi di
prove da utilizzare nei contesti
della scuola reale.
Resta sempre alta, comunque,
nel contesto italiano, l’attenzione alla persona e all’effetto
che l’attribuzione di voti o giudizi potrà avere sullo studente. Negli anni Ottanta gli studi
e le ricerche sulla misurazione
del rendimento scolastico degli
alunni si arricchiscono in direzione delle tematiche dell’individualizzazione dell’apprendimento e sul piano strutturale
si inizia a parlare di autovalutazione di istituto e di valutazione di sistema. La valutazione dell’apprendimento individuale diventa allora un elemento all’interno di un quadro
complesso che contiene, oltre all’apprezzamento dell’apprendimento del singolo individuo, anche la considerazione
dell’intero sistema scuola. Per
dirla in termini inglesi, l’assessment, la verifica del profitto degli studenti, viene a essere una componente essenziale
della valutazione scolastica nel
suo complesso, che viene chiamata evaluation.
42
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
La misurazione
e le rilevazioni
internazionali
Con l’avvento dell’autonomia
scolastica, l’esigenza di valutare la qualità delle istituzioni
scolastiche ha spinto i governi
a promuovere una valutazione
a livello nazionale, capace di
dare conto della situazione della scuola nei diversi contesti e
territori. Nello stesso tempo, le
indagini comparative a livello
internazionale vedono una diffusione e un’attenzione sempre
più ampia e marcata.
L’idea che l’efficacia di una scuola possa essere misurata attraverso un’indagine sugli apprendimenti degli studenti trova le
sue radici negli Stati Uniti e più
precisamente nel movimento
detto “School Effectivness”.
Nato negli anni ’30, lo “School Effectivness” si è dimostrato
capace di orientare tutte le iniziative che si sono avvicendate nel secolo scorso allo scopo
di valutare in maniera scientifica le prestazioni degli alunni, ma sembra attivo ancora oggi nell’ispirare le attuali valutazioni internazionali. L’assunto
principale su cui si fonda questo movimento è che le scuole
siano la causa del profitto (o del
mancato profitto) degli alunni e che siano responsabili del
mantenimento di questo profitto a livelli accettabili (Damiano
2013). In questa affermazione
è implicito un presupposto secondo il quale la scuola, quindi l’insegnamento, può essere considerata la causa dell’apprendimento. In questo senso,
valutando i risultati di appren-
8CNWVCTG
dimento degli alunni si può valutare l’efficacia delle scuole e la
loro corrispondenza agli standards fissati dal governo o dagli
organismi internazionali.
Questa prospettiva caratterizza una serie di modelli didattici
che cercano in maniera diversa
di prevedere e decidere quali interventi educativi possano essere considerati efficaci in quanto
causa di un “effetto” tangibile e
misurabile in termini di risultati
di apprendimento da parte degli
studenti. Fanno parte di questa
famiglia di modelli la programmazione per obiettivi, la programmazione per competenze,
più in generale tutti gli approcci
“processo-prodotto” che postulano una relazione causa-effetto
tra l’azione dell’insegnante e la
risposta dello studente (Damiano 2013).
La critica a questi modelli viene tanto dalla ricerca quanto
dall’esperienza della scuola reale. Capita molto spesso, infatti, che la stessa lezione, svolta
in classi diverse, porti a risultati
molto distanti tra loro. Questo
accade perché l’azione didattica non è in grado di provocare
in maniera deterministica un risultato di apprendimento in sé e
per sé, ma è un elemento all’interno di un sistema complesso
che si somma a molti altri fattori, non tutti gestibili dal docente, alcuni non gestibili affatto.
Di fatto, i risultati dell’apprendimento non sono programmabili in tutto e per tutto dal docente, né dall’istituzione scolastica, anche se è razionale pensare che le istituzioni debbano
fare tutto ciò che è in loro potere per facilitare e stimolare l’apprendimento.
8CNWVCTG
Nonostante le critiche, in ogni
modo, è a questa filosofia che
si richiamano le diverse iniziative che si sono avvicendate per valutare prima a livello
nazionale (in alcuni paesi) poi
a livello internazionale gli apprendimenti degli studenti in
chiave comparativa.
Il movimento
“Evidence Based
Education”, i suoi
sostenitori e le sue
critiche
L’idea che anche l’agire scolastico debba essere indagato in
maniera “scientifica” è alla base di un movimento che prende
il nome di “Proof-Based Education” o “Evidence based education”. Entrambe queste formulazioni richiamano il medesimo punto centrale: quello che
si fa a scuola deve essere fondato scientificamente, sulla “prova” o sull’ “evidenza”, ovvero
sulla scienza, che pertanto va
intesa come sapere capace di
produrre conoscenze affidabili
e utili allo sviluppo della pratica. Per dirla in altre parole, le
conoscenze sono affidabili perché efficaci. Per questo motivo,
secondo Damiano (2013) la
formulazione più centrata per
inquadrare le ragioni di questo movimento è “EvidenceBased Practice in Education”:
per una pratica educativa basata sull’evidenza.
Fin dal nome il richiamo è all’
“evidence based medicine”, ovvero, si ripropone il tentativo,
come per la medicina, di applicare le migliori “prove” dispo-
nibili, tratte dal metodo scientifico, per prendere decisioni in
ambito educativo.
Infatti, come quando si testa
una nuova medicina si applica
il metodo sperimentale e si raccolgono dati utili per effettuare un confronto tra situazione
sperimentale e gruppo di controllo, così nell’Evidence based
education si cerca di determinare cosa effettivamente funziona
in classe attraverso il confronto tra classi che applicano un
certo metodo/strategia/percorso e classi che non lo utilizzano. La misura di questo “scarto” tra una classe sperimentale
e una classe di controllo viene
chiamata “effect size”.
L’effect size ci dice quanto è forte l’effetto che è stato misurato,
quanto grande è la differenza
nei risultati tra la classe dove è
stata svolta la sperimentazione
e la classe dove tutto si è svolto secondo le metodologie tradizionali.
Gli studi effettuati hanno condotto i ricercatori a rilevare
che quasi tutte le pratiche didattiche provocano un miglioramento nella classe, ma solo
alcune producono un effect size elevato al punto di giustificare la fatica e l’investimento
sia economico sia temporale
che richiedono. In altre parole
le ricerche mostrano che ogni
strategia utilizzata consapevolmente dal docente in classe produce un qualche effetto
positivo, e la media si aggira
intorno a un effect size di 0,4.
Tutte le strategie che si collocano al di sopra di questa media sono quindi da considerarsi
molto opportune ed efficaci, al
punto di dover essere indicate
agli insegnanti come una priorità, e dovrebbero quindi essere
conosciute e utilizzate in maniera prevalente.
Di recente sono stati condotti
diversi studi per cercare di individuare quali pratiche fossero considerate più efficaci, ma
ogni studio tende a riportare
risultati circoscritti e legati al
contesto. Esaminando i risultati di molte ricerche di questo
tipo, e cercando di trarre delle
conclusioni unitarie si costruisce quello che viene chiamato una meta-analisi. Due meta
analisi sono state recentemente pubblicate, una a cura di J.
Hattie e di un team di collaboratori dalla Nuova Zelanda e
l’altra dall’Università del Colorado con un team guidato da J.
Marzano.
Le due ricerche si differenziano
leggermente nelle conclusioni perché nello studio di Hattie
sono compresi tutti i fattori che
possono influire sullo sviluppo di un processo educativo,
quindi anche le relazioni familiari o i cambiamenti a livello
di programma o di curriculum,
mentre nello studio di Marzano ci si focalizza sull’analisi dei
risultati che producono i diversi modelli di lavoro in classe.
In entrambe le liste, comunque, ritornano alcuni elementi
comuni, che sembrano aver dimostrato la maggiore efficacia
nelle ricerche prese in esame
tra i quali compaiono: il fornire feedback, prendere appunti
e riassumere, usare organizzatori grafici e metodi che facilitino la visualizzazione…
In particolare Hattie pone l’attenzione sul concetto di visible teaching-learning, ovvero
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
43
un processo di insegnamentoapprendimento che deve essere
visibile ed esplicito, facilitato
da una relazione insegnante-allievo improntata alla comunicazione e al feedback e da una
concezione della valutazione
come strategia per il raggiungimento dei traguardi previsti.
Le ricerche consultate mostrano che l’uso combinato della valutazione formativa (che
ha un Effect Size di 0.90) e del
feedback (ES 0.75) sembrano
contribuire in maniera rilevante al miglioramento dei risultati degli studenti (Hattie & Timperley 2007; Hattie 2012).
Le idee di fondo su cui si basa l’approccio Evidence based
sono quelle della trasparenza
e dell’utilità: in primo luogo
si sottolinea l’idea che ogni ricerca, sia in ambito scientifico,
sia in ambito educativo, debba necessariamente esplicitare i valori e gli assunti di base
su cui si fonda e a cui si riferisce. Inoltre, se la ricerca aspira
ad avere un ruolo nel cambiamento sociale, per influenzare
le politiche e le pratiche operative, dovrebbe cambiare alcune caratteristiche della ricerca
educativa tradizionale.
Secondo i fautori dell’approccio “evidence based”, infatti, le ricerche condotte fino a
ora nell’ambito dell’educazione tendono ad assomigliare
più a narrazioni o a dichiarazioni di fede in qualche principio piuttosto che a resoconti
scientifici. Viene criticata la loro distanza dalla pratica e l’incapacità di fornire proposte e
risposte concrete a problemi
emergenti nella didattica quotidiana. La ricerca evidence ba-
44
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
sed, invece, dovrebbe partire da
precise misurazioni, il più possibile controllate e rigorose, e
condurre a risultati verificabili
e ben documentati.
Molti ricercatori hanno contestato e criticato queste posizioni evidenziando il rischio che
un’enfasi eccessiva sulla “visibilità” dei processi e dei risultati potesse condurre a una sostanziale eclissi di ciò che non
è visibile e misurabile. Questo
rischio, descritto da Damiano
come «riduzionismo dell’educazione» porterebbe a lasciare
fuori dall’indagine «tutto quel
che non è misurabile, quel
che non si può provare o portare all’evidenza, quello di cui
non si può dimostrare l’efficacia o l’utilità sociale» (Damiano 2013, p. 11).
D’altra parte, la posizione di
Hattie cerca di evitare un uso
troppo rigido dei dati e della
misurazione a favore di un’interpretazione di questi dati costruttiva e utilizzabile dai docenti e dalle scuole: egli sostiene che il suo obiettivo è quello di supportare gli insegnanti nello sviluppo di percorsi
che portino al miglioramento dell’insegnamento in aula e alla formazione professionale. Egli propone di “spostare la discussione dai dati alle
interpretazioni, dai risultati di
apprendimento degli studenti ai successi e miglioramenti
dell’insegnamento e da modelli di accountability sulle scuole a quelli fatti prima nelle aule
per sostenere un insegnamento
apprendimento basato sull’evidenza” (Hattie 2013, p. 15).
Ritorna anche in questa posizione la necessità di non foca-
8CNWVCTG
lizzarsi esclusivamente e prioritariamente sulla raccolta di
dati, ma anzi si sottolinea che
«È necessario fermare la tendenza a raccogliere più dati e
potenziare in modo prioritario
quella di fornire interpretazioni argomentate riguardo l’insegnamento e l’apprendimento.
L’evidenza che informa gli insegnanti sulla loro didattica è
la prova più critica che possa
essere fornita e troppi modelli recenti lo ignorano» (Hattie
2013, p. 16).
In altre parole, potremmo concludere dicendo che non è solo
una questione di dati e di numeri, ma che essi sono la necessaria base di partenza da cui
è possibile, per gli insegnanti e
le scuole, iniziare un ragionamento e un percorso che porti
alla conoscenza della situazione e al miglioramento.
4
KUQTUG
J.Hattie, Visible learning for
teachers, Routledge, London 2012
J.Hattie -H. Timperley, The power of
feedback, in «Review of Educational
Research», 77 (2007), vol. 1, pp.
81-112
KUQTUGYGD
4
E. Damiano (2013), Diventare
quel che si misura? Indagine sulla
“internazionalizzazione” della
ricerca pedagogica, in Internet,
URL: https://air.unipr.it/retrieve/
handle/11381/2451639/10767/
DIVENTARE%20MISURA%20def.pdf
J. Hattie (2013), What is the
nature of evidence that makes
a difference to learning?, in
«Formare», vol. 13, n.2. tr. it. , in
Internet, URL: http://www.fupress.
net/index.php/formare/article/
view/13254
QEWU
5VWFKFKECUQ
( A scuola e in famiglia
di Elena Mosa, INDIRE, Firenze
Con questo numero inauguriamo la tematica dei
rapporti scuola-famiglia.
Lungi dall’ambizione di esaurire la complessità
e la ricchezza del dibattito che si è sviluppato,
negli ultimi anni, sulla relazione di corresponsabilità tra queste due istituzioni che concorrono
alla formazione dei ragazzi, saranno presentati
alcuni studi di caso che, riteniamo, possano fornire suggestioni, suscitare reazioni, far nascere
nuove idee.
L’alleanza educativa che si intende perseguire è
ben descritta in queste parole di Papa Francesco: «la famiglia è il primo nucleo di relazioni:
la relazione con il padre e la madre e i fratelli è
la base, e ci accompagna sempre nella vita. Ma
a scuola noi socializziamo: incontriamo persone
diverse da noi, diverse per età, per cultura, per
origine, per capacità. La scuola è la prima società che integra la famiglia. La famiglia e la scuola
non vanno mai contrapposte. Sono complementari, e dunque è importante che collaborino, nel
rispetto reciproco».
In generale, quando si prendono in considerazione questi rapporti, si tende spesso a pensarli
a senso unico o, quantomeno, con una direzione
prevalente: è la famiglia che integra e completa il
lavoro educativo promosso dalla scuola.
Questo contributo racconta l’esperienza dei
“nonni su internet” e dimostra che spesso può
avvenire anche il contrario: la scuola si apre al
territorio e offre i propri servizi alle famiglie, in
questo caso alle persone anziane che sono aiutate dai bambini a prendere confidenza con le tecnologie secondo un modello di apprendimento
intergenerazionale.
È comunque evidente che questo scambio di
conoscenze tra generazioni diverse consente ai
bambini di coltivare, fin dai primi anni di scuola, le competenze note come “soft skills”, tra le
quali quelle sociali che derivano dalla relazione con l’altro, ma anche quelle trasversali quali
l’empatia, la consapevolezza delle proprie capacità, la cittadinanza attiva.
Questo è un caso virtuoso che mostra come l’alleanza educativa sia da intendersi nel senso di
vaso comunicante da parte di una Istituzione
che offre i propri servizi alla società e opera, al
contempo, per educare il cittadino.
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
45
QEWU
( Quale alleanza educativa?
Scuola e famiglia
5VWFKFKECUQ
La programmazione 2015/16: casi che daranno voce a docenti,
dirigenti, famiglie e ricercatori
di Elena Mosa, INDIRE, Firenze
Scuola, famiglia e territorio sono tre coordinate chiave nel percorso di crescita e di formazione del bambino.
Lo ricorda la legge sull’Autonomia Scolastica che, prima ancora che essere un insieme di norme, è un modo
diverso di concepire la scuola quale entità fortemente coesa con la comunità di appartenenza e recettiva rispetto alle più ampie sfide della società della conoscenza.
La scuola, oggi
Per andare incontro alle trasformazioni sociali degli ultimi decenni la scuola ha dovuto rivedere profondamente il
proprio ruolo, in continuo divenire, sempre più soggetto a
pressioni esterne e a volte eroso dalla presenza di numerosi
“competitor” formativi.
La stessa rete internet, la disponibilità costante di uno sterminato flusso di informazioni e
contenuti multimediali, che
rappresentano solo alcuni tra i
mutamenti più tangibili introdotti dalla Società della Conoscenza, mettono a repentaglio
il ruolo della scuola tradizionalmente intesa come “deposito di saperi”.
Di fronte a queste sfide il mandato educativo sembra più simile alla costruzione di una
“testa ben fatta” che di una
“testa piena”, per dirla con la
46
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
felice espressione di Morin
(2000).
Al contempo, il mondo del lavoro esprime un forte bisogno di nuove professionalità e
di cittadini competenti, autonomi, flessibili (si vedano le
Competenze chiave richiamate nella famosa Raccomandazione del Parlamento Europeo
del 2006).
Di fronte a questo mutato scenario, in continua accelerazione anche grazie all’impulso impresso dall’innovazione tecnologica, la scuola non può essere
lasciata da sola, ma deve potersi situare in un rapporto di dialogo e collaborazione virtuosa
con le famiglie, alle quali compete un ruolo chiave nell’educazione del bambino.
Tuttavia, in questo scenario in
divenire, anche le famiglie risentono di un aggravio di responsabilità sempre più complesso da fronteggiare nel mo-
mento in cui, spesso, entrambi
i genitori hanno una professione che li tiene lontani da casa.
Verso la costruzione
di un’alleanza
educativa
La fluidità della società che
Bauman (2006) ha descritto
come “liquida” offre numerose
opportunità e sfide, rendendo
labile il confine tra formale, informale e non formale e scivoloso il terreno della collaborazione di scuola e famiglie.
L’atteggiamento a volte intrusivo di queste nell’operato del
docente può sfociare in situazioni di frizione nelle quali
l’insegnante percepisce un’ingerenza nel proprio campo
d’azione.
Analogamente, la famiglia,
può vedere disattese alcune
aspettative rispetto alle qua-
5VWFKFKECUQ
li la scuola non sempre risulta
attrezzata. Tuttavia, sono numerosi gli studi che evidenziano l’importanza di un’alleanza educativa tra queste due dimensioni che giocano un ruolo
chiave nel successo scolastico
dei figli (uno fra tutti: il testo
dell’OCSE “Parents as Partners
in Schooling”).
Per rimanere in ambito nazionale, a sostegno di questa tesi,
è sufficiente richiamare alcuni
passaggi contenuti nelle Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia
e del Primo Ciclo (2012) laddove ricordano che: «la scuola
persegue una doppia linea formativa: verticale e orizzontale.
La linea verticale esprime l’esigenza di impostare una formazione che possa poi continuare lungo l’intero arco della vita;
quella orizzontale indica la necessità di un’attenta collaborazione fra la scuola e gli attori
extra scolastici con funzioni a
vario titolo educativo: la famiglia in primo luogo.
[…] La scuola perseguirà costantemente l’obiettivo di costruire un’alleanza educativa
con i genitori. Non si tratta di
rapporti da stringere solo in momenti critici, ma di relazioni
costanti che riconoscano i reciproci ruoli e che si supportino
vicendevolmente nelle comuni
finalità educative».
Alleanza, quindi, come processo continuativo e costante, in linea con quanto scritto
nell’art. 30 della Costituzione
Italiana che prevede che l’azione della scuola si realizzi in
collaborazione con la famiglia,
nel rispetto reciproco dei ruoli
e ambiti educativi.
In modo particolare alla primaria, la scuola ha bisogno
di stabilire con i genitori rapporti non episodici o dettati dall’emergenza, ma costruiti
dentro un progetto educativo
condiviso e continuo.
Scuola e Famiglia
in chiave Europea per
la cittadinanza attiva
Se allarghiamo la profondità
dello sguardo e ci affacciamo
in Europa, possiamo constatare come il tema della governance della scuola trovi applicazio-
ni e proposte diverse nei vari
paesi della Comunità.
Un interessante studio comparato realizzato dall’Unità Italiana Eurydice ha infatti evidenziato che tutti i paesi membri
riconoscono nella partecipazione dei genitori un importante fattore che incentiva la
governance democratica all’interno della comunità scolastica. Poiché, infatti, i ragazzi iniziano a prendere contatto con
i valori democratici a partire dalle prime micro-comunità nelle quali sono immersi, la
classe e la scuola, è fondamentale che i Sistemi Educativi europei incentivino forme di governo dell’Istituzione Scolastica il più possibile inclusive e
partecipate.
In tutti i sistemi educativi
d’Europa sono diffuse regolamentazioni ufficiali sulla partecipazione dei genitori e iniziative volontarie di sostegno
alla collaborazione tra genitori,
studenti e insegnanti.
In quasi tutti i paesi presi in
esame dallo studio, regolamenti e raccomandazioni ufficiali prevedono la partecipazione
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
47
dei genitori a livello di scuola e
in quasi due terzi dei paesi anche a livello di classe (si veda
la fig. 1).
Questa partecipazione può assumere diverse forme: i genitori o i loro rappresentanti possono essere coinvolti negli organi
di gestione della scuola, essere
convocati ai consigli d’Istituto
o alle riunione con il Dirigente o direttamente nelle attività di classe (consigli di classe,
riunioni con o senza studenti,
incontri individuali…).
Molti paesi comunitari (tra cui
la Germania, l’Estonia, la Spagna, l’Austria, i Paesi Bassi, la
Polonia e la Slovenia) hanno
all’attivo programmi di coinvolgimento dei genitori nella
governance della scuola attraverso iniziative di sensibilizzazione che possono prendere la
forma di riunioni periodiche,
servizi di consulenza alle famiglie, corsi di formazione specifici organizzati dalla scuola
stessa o da altre organizzazioni locali.
La programmazione
di SIM 2015/16
A partire da questo numero e
proseguendo nei successivi,
verranno proposti casi virtuosi
di connubio Istituzione-famiglia che offrono un’ampia panoramica di situazioni e punti
di vista.
A raccontarli saranno i docenti, i dirigenti, ma anche le
famiglie e i ricercatori, italiani e non. Questa pluralità di
punti di vista prende forma su
alcuni temi chiave quali la gestione del disagio, la comunicazione con la famiglia, la di-
48
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
mensione a vaso comunicante
del “dentro e fuori” la scuola
che deve essere pensata in entrambe le direzioni. E ancora:
il tema della costruzione della cittadinanza consapevole,
il ruolo delle famiglie nei pro-
5VWFKFKECUQ
getti didattici che richiedono
l’utilizzo di ICT e altro ancora, senza con questo avere la
pretesa di esaurire una tematica tanto complessa quanto
sfaccettata.
Buona lettura!
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PMZIPPSHMGPEWWIIHMWGYSPE-7')(
4
KUQTUG
Z. Bauman, Modernità Liquida, Laterza, Bari 2006
E. Morin, La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del
pensiero testa ben fatta, Raffaello Cortina, Milano 2000
OECD, Parents as Partners in Schooling, what Works in Innovation in
Education, series, Paris 1997
KUQTUGYGD
4
Eurydice, INDIRE, L’educazione alla Cittadinanza in Europa, Quaderno
n.28 in Internet, URL: http://www.indire.it/lucabas/lkmw_file/eurydice/
Quaderno_28_cittadinanza.pdf
Golden5, La relazione scuola famiglia, in Internet, URL: http://www.golden5.
org/golden5/golden5/programa/it/5LaRelazioneScuola-famiglia.pdf
MIUR, Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanza
e il primo ciclo d’istruzione, 2012, in Internet, URL: http://www.
indicazioninazionali.it/documenti_Indicazioni_nazionali/indicazioni_nazionali_
infanzia_primo_ciclo.pdf
Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio del 18 dicembre
2006 relativa a competenze chiave per l’apprendimento permanente, in
Internet URL: http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32
006H0962&from=IT
QEWU
5VWFKFKECUQ
( Nonni su internet
L’apprendimento intergenerazionale nella scuola primaria
I piccoli tutor insegnano i segreti del web agli anziani di tutte le
età, fino a dieci volte più grandi
di Mirta Michilli, direttore generale della Fondazione Mondo Digitale
“Nonni su Internet” è un progetto che si occupa di alfabetizzazione digitale degli anziani senza mai invecchiare… Giunto alla sua tredicesima edizione è diventato un modello di intervento nazionale (18 regioni)
e transnazionale (12 paesi). È stato inserito tra le esperienze più significative per accelerare l’attuazione
dell’Agenda digitale italiana. Partito per combattere il divario digitale degli over 60, con attenzione particolare alla donne casalinghe, si è trasformato in un potente strumento di “Educazione per la vita” (conoscenze, competenze e valori) per tutte le generazioni, promuovendo il volontariato formativo e trasformativo. La
scuola primaria è da sempre protagonista di storie appassionanti e coinvolgenti, con nonni reali e acquisiti.
Da quando siamo nati, guidati
dal linguista Tullio De Mauro,
abbiamo immaginato la scuola
come uno spazio-luogo sempre
aperto, dove persone di tutte
le età e condizione potessero
tornare in qualsiasi momento
per continuare a imparare. Così, nel 2002, con il primo accordo ufficiale per promuovere
l’alfabetizzazione digitale della popolazione anziana, siglato
con l’allora Ministero dell’Innovazione e Comune di Roma,
abbiamo dato il via al progetto “Nonni su Internet” nella
Capitale, una prima esperienza pilota che ha coinvolto una
trentina di scuole. Il successo è
stato immediato e straordinario, perché basato su una metodologia vincente, l’apprendimento intergenerazionale,
fondato sull’alleanza tra scuole e centri anziani. Significa
che formiamo gli over 60 con
la formula dello scambio ge-
nerazionale: gli studenti delle
scuole, di diverso ordine e grado, insegnano PC, web e tecnologia agli anziani con l’aiuto di
docenti esperti. Una vera e propria scuola di welfare e sussidiarietà orizzontale.
Oggi “Nonni su Internet” è
diventato un modello di intervento nazionale (18 regioni) e transnazionale (12 paesi). In dodici edizioni si sono
diplomati oltre 22.200 internauti senior, guidati da 17.100
studenti tutor e da 1.620 insegnanti coordinatori. Ma non
siamo interessati ai grandi numeri, piuttosto alla qualità del
rapporto e dell’esperienza, che
deve diventare “trasformativa”
per tutte le generazioni in gioco, aumentando le conoscenze, sviluppando competenze e
arricchendo la reciproca visione del mondo. La metodologia
di riferimento è il modello di
“Educazione per la vita” (co-
noscenze, competenze e valori), elaborato dal nostro direttore scientifico Alfonso Molina, professore di Strategie delle Tecnologie all’Università di
Edimburgo.
L’apprendimento intergenerazionale si basa su una metodologia didattica collaborativa, cooperativa e personalizzata. L’azione didattica del giovane tutor riesce a personalizzare
la formazione calibrandola sulle singole esigenze dell’allievoadulto. Così la disomogeneità dei livelli d’ingresso dei partecipanti non costituisce più
un problema ma arricchisce la
prassi didattica stimolando la
ricerca di nuove soluzioni. Un
modello vincente soprattutto
in contesti formativi che includono tra gli obiettivi anche la
trasmissione di valori, il dialogo e l’appartenenza alla comunità. In sintonia con questa
scelta metodologica, anche il
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
49
kit formativo prevede istruzioni d’uso diversificate per i protagonisti del progetto (Linee
guida per nonni, Linee guida per
tutor, Linee guida per docenti).
Inoltre il progetto potenzia in
modo naturale tutti gli “ingredienti” fondamentali per l’educazione del 21° secolo.
A oggi coesistono varie formulazioni del progetto, attuate con partner locali e presenti
con diverse denominazioni in
diverse regioni, tutte ispirate al
modello iniziale: i docenti sono i ragazzi delle scuole coordinati da un insegnante esperto
nelle tecnologie informatiche e
telematiche (cfr. box 1).
Dalla stampa il modello “Nonni su Internet” è stato definito
un progetto “formato esportazione” per due ragioni: può essere replicato in qualsiasi contesto territoriale, dai grandi
quartieri delle città metropolitane o alle comunità montane, ed è formulato in maniera completa, “chiavi in mano”,
supportato dalla codifica delle
conoscenze necessarie per attuarlo (manuali, questionari,
test di valutazione, guide, workshop formativi ecc.).
Particolarmente efficace l’esperienza realizzata in due comuni abruzzesi, Poggio Picenze e
San Demetrio ne’ Vestini. Dopo
il sisma del 2009 abbiamo lanciato alle aziende tecnologiche
l’appello “ITC per l’Abruzzo”
QZ
$
e abbiamo attrezzato due aule
multimediali nelle scuole distrutte dal sisma, che sono state usate anche per l’alfabetizzazione funzionale e digitale degli stranieri e per rinforzare le
comunicazioni e il senso di comunità.
È inoltre da segnalare l’inserimento del progetto “Nonni su
Internet” tra le esperienze più
significative per accelerare l’attuazione dell’Agenda digitale,
la partecipazione alla Coalizione nazionale per le competenze digitali (Agenzia per l’Italia
digitale) e a diverse consultazioni pubbliche promosse dal
governo Renzi.
Continuiamo a occuparci di
anziani perché oggi ci sono
più di 154 anziani ogni 100
giovani con meno di 15 anni. Più di un anziano su quattro vive solo. Il 17,8% possiede un PC e il 16,3% ha accesso a Internet. Eppure ci sono
molti strumenti che possono
rendere più facile, sicura e serena la vita degli anziani, promuovendo l’invecchiamento
attivo, come chiede l’Europa,
riducendo perfino i costi dell’assistenza, dal telesoccorso
alla riabilitazione a distanza.
Chi può aiutare gli anziani a
familiarizzare con le tecnologie? Occupandoci degli anziani in realtà ci occupiamo anche dei giovani, perché imparano a usare le tecnologie in
5VWFKFKECUQ
modo responsabile e, sin dalla
scuola primaria, cominciano a
sviluppare competenze chiave
per la vita futura, anche professionale (soft e life skills),
non solo digitali.
Come funziona
il modello
“Nonni su Internet”
I corsi si svolgono nelle aule informatiche delle scuole di
diverso ordine e grado, a partire dalla scuola primaria (35%
dei corsi). I partecipanti sono
i cittadini del territorio over
60: possono essere i nonni reali degli studenti oppure gli
iscritti ai centri sociali anziani o ad altre associazioni. Per
ogni scuola che aderisce all’iniziativa vengono formate classi
di 15/20 anziani. I docenti sono gli studenti delle scuole coordinati da un insegnante con
il ruolo di “facilitatore”. Il rapporto didattico ottimale è di un
tutor per ogni anziano.
La durata del corso gratuito è
di 30 ore, 15 incontri di due
ore a cadenza settimanale. Alla fine del corso i partecipanti,
nonni, tutor e docenti, ricevono un attestato. Le scuole apprezzano la valenza educativa
del progetto tanto da inserirlo
nel Piano dell’offerta formativa
dell’istituto (Pof) e da riconoscere crediti formativi agli studenti tutor.
Le diverse declinazioni ed estensioni del progetto
“Nonni su Internet” è la denominazione storica del progetto alla 13ª edizione nell’anno scolastico 2014-15 con
importanti partnership a livello locale e nazionale. Una pagina dedicata alle diverse declinazioni del progetto,
da “Acting” a “Tra generazioni”, è on-line all’indirizzo http://www.mondodigitale.org
50
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
5VWFKFKECUQ
Il programma del corso, dedicato a veri principianti, è strutturato in modo da completare
in 15 lezioni l’abc del computer, dall’accensione alla navigazione in Internet, dall’uso della
posta elettronica ai social network. La presentazione delle
varie periferiche collegabili al
PC (fotocamera, scanner ecc.),
è anche occasione per aiutare
gli anziani a familiarizzare con
le nuove tecnologie della comunicazione (telefonia mobile, televisione digitale terrestre,
iPod, Iptv ecc.). Alcune scuole scelgono di arricchire l’esperienza con un lavoro multimediale che tutor e nonni costruiscono insieme per fare pratica
con il PC: dalla redazione di un
dizionario on line dei giochi di
un tempo all’album fotografico
digitale con le foto d’epoca.
Il lavoro in classe è sostenuto dal primo kit per l’alfabetizzazione digitale degli adulti, redatto con il Dipartimento
di Linguistica dell’Università
“Sapienza” di Roma, è composto da diversi volumi (cfr. box
2). On line anche 20 video lezioni per l’e-learning, 4 opu-
scoli sulla sicurezza e 6 pillole
digitali.
Ogni anno, a primavera, si
svolge “Tutti su Internet”, una
settimana di alfabetizzazione
digitale dedicata agli adulti e,
in modo particolare, agli over
60. Anziani, tutor e docenti invitano i cittadini a tornare nella
scuola di quartiere per imparare l’abc del computer e i servizi
on line della pubblica amministrazione.
Coinvolgendo soprattutto le
scuole secondarie di secondo
grado abbiamo avviato la campagna di riciclo “Non mi buttare… al Centro anziani c’è
post@ per me”. In piccole “Officine del recupero”, nate all’interno delle scuole, gli studenti
rigenerano i PC dismessi dalle aziende (hardware e software) per donarli, una volta collaudati, ai centri anziani o alle
scuole con scarse attrezzature
informatiche.
Tra gli obiettivi del progetto c’è
anche la formazione di una Rete di volontari della conoscenza specializzati in attività digitali per la terza età. Occorrono
competenze informatiche, ge-
stionali, didattiche e relazionali. Tra i volontari digitali sono
coinvolte persone di ogni età:
studenti, docenti in pensione
ecc. La Rete viene promossa
con un concorso annuale, bandito con il supporto delle istituzioni, e la premiazione si svolge nella prestigiosa sala della
Protomoteca in Campidoglio.
Con il concorso cerchiamo di
premiare storie positive, come
quella di nonno Riccardo, 80
anni, che grazie a una declinazione territoriale di “Nonni su
Internet”, il progetto “Teo, terza età on line” ha scoperto che
il volontariato non ha limiti di
età. Ha seguito il corso di alfabetizzazione digitale presso
l’IIS Sibilla Aleramo di Roma
e oggi sperimenta il PC con gli
amici del centro anziani “Primo Maggio” che presiede, nel
quartiere di Pietralata. Con la
moglie Carla hanno costituito
una coppia genitoriale adottiva per diversi alunni “speciali”
che la scuola Aleramo ha affidato alla loro guida nel corso
degli anni. Grazie allo sportello
Teo, gestito dai Volontari della
conoscenza, sta trasformando
QZ
$
I manuali
Alle classi che aderiscono al progetto viene consegnato il kit didattico base (Linee guida per nonni, Linee
guida per docenti, Linee guida per tutor e Guida pratica all’uso del PC) che presenta la codifica di elementi
fondamentali dell’esperienza di “Nonni su Internet” per insegnanti, studenti, adulti e anziani. I volumi sono
frutto dell’attività di ricerca realizzata dalla FMD in collaborazione con il Dipartimento di Linguistica della
“Sapienza” Università di Roma, la consulenza del professore emerito Tullio De Mauro, e con il contributo
di partner tecnologici (Intel, Telecom ecc.). I manuali, scritti a “grandi caratteri”, sono redatti secondo
criteri di semplicità d’uso e alta leggibilità. Negli anni il kit si è arricchito con nuovi strumenti che possono
essere progettati anche su misura. Sono in progettazione altri moduli e sono state realizzate videolezioni per
l’apprendimento anche a distanza (e-learning). I volumi pubblicati sinora:
ƒ Il manuale di e-Government; ƒ Il manuale e-Med
ƒ Tecnologia Semplice; ƒ La Carta nazionale dei servizi
ƒ La trama del web; ƒ Il tablet e lo smartphone
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la passione dei ragazzi in un
possibile lavoro.
Per mettere in comune le risorse del progetto e creare una comunità attiva e partecipata, animiamo costantemente più strumenti on line, dal sito istituzionale http://www.mondodigitale.org ai social network.
Su http://phyrtual.org/ i diversi protagonisti dell’esperienza, anziani, tutor, docenti e volontari trovano un ambiente interattivo on line “innovation-oriented” per condividere conoscenze, progetti ed
esperienze d’innovazione sociale, integrato con una piattaforma di crowdfunding. A disposizione di tutti, manuali,
casi di successo, storie e testimonianze dei protagonisti, ma
anche il lavoro di ricerca e la
metodologia di valutazione in
tempo reale.
Il monitoraggio e
la valutazione del
progetto
L’impatto dell’azione progettuale è costantemente monitorato con strumenti innovativi,
qualitativi e quantitativi, usando la metodologia di “Valutazione in tempo reale” (Real Time Evaluation) riformulata per
i progetti di innovazione sociale (RTE-SI). Quest’approccio
non perde il rigore della valutazione finale e nello stesso tempo accompagna l’intero processo progettuale fornendo i correttivi più opportuni in corso
d’opera. Nel processo di valutazione sono coinvolti tutti i
soggetti che partecipano, a vario titolo, all’azione progettua-
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n. 1 R settembre 2015 R anno 123
5VWFKFKECUQ
le, compresi i beneficiari (cfr.
http://www.mondodigitale.org/
chi-siamo/strategie/ricerca).
Così, mentre scriviamo, sono
in corso monitoraggi, qualitativi e quantitativi, in diverse
scuole del territorio. Rapporti più frequenti possono essere tenuti anche via Skype. Ed
è così che abbiamo raggiunto
il 48° Circolo didattico Madre
Claudia Russo di Napoli, che
vede protagonista una classe
quinta della scuola primaria.
Internet e la tecnologia sono
un modo per “accelerare le cose”, spiega Enza, 63 anni, che
ha scoperto il computer solo
quest’anno ed è rimasta affascinata e divertita, dopo una vita
dedicata alla famiglia: “Ho lavorato da giovane, poi da sposata niente più”. Da lei scopriamo che le lezioni si svolgono in
un clima di grande divertimento e simpatia: “Io sono un po’
scordarella”, confessa Enza, “e
gli sbagli diventano grandi risate!”. La sua tutor è Aurora,
10 anni: racconta con affetto le
difficoltà della sua alunna, che
non riesce ancora a coordinare bene i movimenti del mouse
sullo schermo. Salvatore, classe ‘49, ha lavorato per 36 anni
nella distribuzione della stampa senza mai usare un computer. Per comporre le pedane di
libri e giornali “facevamo tutto
per iscritto, da voce mia chiamata”, ci spiega Salvatore. Una
mente allenata a calcolare e
memorizzare che ora ha trovato un aiuto nel computer, soprattutto per ricercare informazioni utili e per comunicare con persone lontane. Nella scoperta del PC è stato guidato dalla sua nipotina reale,
Giulia, 11 anni, che una volta
a settimana è la sua campagna
di banco, una guida affettuosa
e sicura. Abituata soprattutto
a giocare con il computer Giulia sta facendo fatica a spiegare
come funziona il programma
Word e come si archiviano i file di testo nelle diverse cartel-
5VWFKFKECUQ
le. Ma ha preso molto sul serio
il suo compito di insegnante e,
quando è a casa, chiede consiglio ai genitori, per mettere a
punto una spiegazione più efficace. Nonno Salvatore ricambia le attenzioni di Giulia vigilando sulla sua scrittura, le insegna a mettere gli accenti corretti e a usare la punteggiatura
per scandire i pensieri.
Sugli aspetti tecnici spesso deve intervenire la maestra Tiziana, 44 anni, perché i bambini
non conoscono tutte le potenzialità degli strumenti informatici. Così accade che generazioni diverse imparino insieme cose nuove, con grande curiosità, passione e divertimen-
to. Parlando con i piccoli tutor
scopriamo che il loro sostegno
si estende anche ad altri strumenti, come lo smartphone. I
nonni chiedono aiuto per memorizzare un numero di telefono in rubrica o per inviare una
foto e trovano nei bambini sostegno e conforto immediato.
“Angeli custodi digitali”, li definisce la maestra Tiziana, alla
sua seconda esperienza come
“facilitatrice”, che nella scelta
degli aggettivi mostra tutto il
suo entusiasmo per questa particolare esperienza didattica. È
rimasta sorpresa dalla voglia
di imparare dei nonni che sono “incantevoli”, e perfino “pazienti e simpatici” nell’affron-
tare le difficoltà. La maestra Tiziana si sente pure lei una sorta
di nipote un po’ più grande per
l’effetto e la stima che riceve
dai suoi alunni over 60. E nelle
sue parole ci colpisce l’espressione “vicinanza”. Ci spiega
che in classe si crea una vicinanza tra le generazioni che a
casa nonni e nipoti non sperimentano più, mentre “in classe c’è un clima bellissimo”. E si
rimarrebbe per ore a chiacchierare con la maestra Tiziana che
a tratti colora il racconto con le
espressioni dialettali dei nonni.
Ci sembrano intraducibili senza tradire la loro forza, ma suonano incredibilmente efficaci e
appassionate.
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$ Vicky il vichingo
(KNO
di Ivan Sciapeconi, insegnante di scuola primaria
Scheda tecnica
Titolo originale: VicWickie und die starken Männer
Anno: 2009
Paese di produzione: Germania
Durata: 85 min
Regia: Michael Herbig
Attori: Jonas Hämmerle, Waldemar Kobus, Nic Romm,
Ankie Beilke, Christian Koch
Genere: Avventura, azione, commedia
Tag
Amicizia, letteratura, emozioni.
Sinossi
Anno 1059, nella lontana terra
dei Vichinghi vive “il guerriero più coraggioso del mondo”:
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Halvar. Halvar è il capo del piccolo villaggio di Flake ed è un
uomo forte e sempre pronto a
menar le mani. Il vero protagonista della storia, però, non è
lui ma suo figlio Vicky.
Vicky è un bambino di dieci
anni, dai capelli rossi e dalle
caratteristiche diametralmente opposte a quelle dei violenti
(e un po’ tonti) abitanti del suo
villaggio. Il protagonista della storia preferisce, infatti, utilizzare le buone idee al posto
della forza bruta. L’intelligenza del bambino è inizialmente
apprezzata solo dalla madre e
dalla piccola amica Ilvy, la quale non nasconde una cotta per
lui. Il padre, invece, si dispera perché vorrebbe che il figlio
fosse più simile ai canoni del
villaggio.
Di fronte a quelli che reputa atteggiamenti strampalati da par-
te del figlio, il colossale Halvar chiede alla moglie: “Perché
mio figlio non si comporta come gli altri bambini?” E la risposta è semplice ed emblematica allo stesso tempo: “Perché
tuo figlio ha tanta materia grigia nella testa”.
Vicky riuscirà a far accettare
al padre, un uomo dal passato
molto meno eroico di quanto
egli stesso voglia far apparire,
la propria natura singolare. Per
far questo, dovrà liberare tutti i
bambini del villaggio rapiti dal
capo di una tribù rivale: Sven il
terribile.
Il bambino riuscirà in questa
impresa pericolosissima utilizzando il proprio ingegno.
Il film è ispirato ai racconti
dello scrittore svedese Runer
Jonsson, dai quali venne tratta
una serie di cartoni animati negli anni Settanta.
Il film pone un accento in più,
però, sui rapporti familiari e
sulla difficoltà di Halvar di accettare Vicky per quello che
è, come invece fa da sempre
la madre, l’unica persona che
Halvar tema veramente.
Il tono allegro e alcune soluzioni classiche dei film per ragazzi
(personaggi demenziali, lotte e
pugni, grandi amicizie) fanno
da sfondo a una riflessione su
(KNO
ciò che merita una reale ammirazione: i muscoli o l’ingegno?
Il coraggio sprezzante o la lungimiranza e la necessaria prudenza? Oppure un mix equilibrato di tutti questi elementi?
Gli spunti di riflessione, al termine di Vicky il vichingo non
mancano.
Il film in classe:
proposte didattiche
Vicky il vichingo è un film dai
molti piani di lettura, specie in
ambito didattico. Per i temi affrontati e per i riferimenti alla vita del protagonista e i suoi
amici, può essere proposto nelle ultime due classi della scuola primaria e abbinato a un percorso incentrato sulla cooperazione, sul problem solving e
sull’educazione alle emozioni.
Attività 1: Una tipica gara vichinga (consigliata alle classi
quinte)
L’attività si svolge in palestra e
riproduce la gara che, durante il film, vede contrapposti
Vicky e il padre Halvar. Contrariamente a quanto avviene
sulle scene, in palestra padre
e figlio dovranno collaborare per arrivare fino in fondo a
un percorso stabilito. Il docente, dopo aver proposto un tragitto misto, divide la classe in
coppie e fornisce a ogni coppia
una palla.
I bambini dovranno camminare in coppia cercando di sostenere la palla in qualsiasi modo,
ma senza mani. Potranno, così,
tenerla tra le spalle, tra le due
teste oppure utilizzare i fianchi. Obiettivo del gioco sarà
quello di portare tutte le pal-
le fino a un punto stabilito nel
minor tempo possibile. Non è
una gara di coppia, ma di classe: tutta la classe gioca contro
il tempo.
Obiettivi:
ƒ favorire la collaborazione di
gruppo;
ƒ promuovere la socializzazione;
ƒ favorire il coordinamento
motorio.
Tempo previsto: 1 ora.
Attività 2: Brutti ceffi e belle
emozioni (consigliata alle classi quarte)
Questa attività prevede l’utilizzo di immagini di volti umani
ritagliati da giornali e riviste.
Ai bambini verrà consegnata
una sola metà delle facce ritagliate.
Si chiederà, quindi, di incollare
la parte del volto e di completare la parte del volto ricevuta
con un disegno.
In un secondo momento, il lavoro svolto da ogni bambino
verrà estratto a sorte e consegnato a un compagno di classe.
Obiettivo di questa seconda
parte del lavoro sarà quello
di interpretare “cosa pensa” il
personaggio pescato. Si chiederà ai bambini di scrivere un
brevissimo testo spiegando,
appunto, i pensieri e le emozioni interpretate a partire dal
disegno e di spiegare i motivi
di tale interpretazione.
Obiettivi:
ƒ riconoscere le emozioni;
ƒ identificare le caratteristiche
espressioni facciali collegate a
un’emozione;
ƒ scrivere un breve testo descrittivo.
Tempo previsto: due ore.
Attività 3: L’aquilone di Vicky (consigliata alle classi
quarta e quinta)
Per esaudire un desiderio della sua amica Ilvy, Vicky inventa l’aquilone… In fondo non è
difficile costruirne uno.
Con due bacchette di legno
(una di circa 60 centimetri, l’altra di circa 40 centimetri) fate
costruire lo scheletro dell’aquilone. I due bastoncini si incontrano al centro dell’aquilone a
90° e sono fissati con della corda e del nastro adesivo.
Successivamente, fate ritagliare un rombo perfettamente sovrapponibile allo scheletro. Il
rombo va incollato sulle bacchette con della semplice colla vinilica.
Per completare il lavoro e per
dare maggiore stabilità all’aquilone, è possibile aggiungere
una coda di tessuto o una strisciolina di carta.
Non resterà, infine, che legare
all’incrocio dello scheletro un
lungo filo di nylon e attendere
il primo soffio di vento.
Obiettivi:
ƒ perfezionare la motricità fine.
Tempo previsto: due ore.
Per approfondire:
alcune curiosità
ƒ I libri scritti dallo scrittore
svedese Runer Jonsson risalgono agli anni Sessanta.
ƒ In Italia, i cartoni animati sono stati trasmessi a partire dal
4 maggio 1976. Non tutta la serie, però: solo 66 episodi.
ƒ In Italia i cartoni animati nella nuova versione 3D sono stati trasmessi su Rai 2 dal 10 dicembre 2013 e ora in onda su
Rai Yo Yo.
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55
2TQHGUUKQPGKPUGIPCPVG
L’etica pratica
dell’insegnante
di Valentina Pennazio, Università degli studi di Genova
L’“etica dell’insegnamento” ci porta a pensare,
nell’immediato, ai doveri e ai comportamenti che i docenti sono chiamati a mettere in atto
in virtù del loro statuto professionale. In questo
modo di vedere l’etica, emergono chiaramente
le influenze di differenti ambiti di riflessione, da
quelli più prettamente filosofici a quelli legislativi. Parlare invece di “etica pratica” della professione dell’insegnante ci riconduce al pensiero di
Elio Damiano che identifica tale dimensione con
quell’insieme di strategie d’azione (comportamentali-relazionali-comunicative) che quotidianamente vengono messe in atto nelle aule scolastiche dagli stessi docenti, a partire da alcuni
principi morali fortemente interiorizzati. Quindi, concordando con l’idea di Damiano, l’insegnamento non consisterebbe nell’attuazione di
una serie di “tecniche didattiche” ma in una relazione di tipo formativo che include la capacità
di dialogo, di ascolto, di cura, di rispetto. Si tratta dunque di un “ri-orientamento” dei compiti docente secondo un’etica della responsabilità
che si apre agli studenti, ai colleghi, alle famiglie
e alla società in generale.
A partire da tali riflessioni, i contributi che seguono si pongono come strumento di riflessione critica (il primo) ed esempio di lavoro pratico
orientato in senso etico (il secondo).
Il primo contributo deve essere utilizzato come
teorizzazione iniziale finalizzata a chiarire gli
ambiti etici della/nella professione docente in
modo da poter cogliere i diversi piani di riflessione, che tratteremo nel corso di questa annata
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n. 1 R settembre 2015 R anno 123
e ricondurvi tutta una serie di possibili attività
pratiche.
Il secondo contributo riflette invece sul valore
etico di una progettazione pluriennale dando
avvio a una specifica traiettoria – l’etica verso la
professione – che chiama in causa concetti importanti come quello di responsabilità (rispetto
alle scelte che come docenti si è chiamati a fare
quotidianamente). Tale concetto trova esplicitazione nella progettualità, nella capacità di dare
senso e intenzionalità a ciò che caratterizza l’ambiente di apprendimento, agli spazi, ai tempi, alle identità dei singoli, alla costruzione di percorsi, al sapere. Il contributo si propone poi, di
presentare una tra le tante attività che potrebbero essere strutturate secondo una impostazione
pluriennale: l’attività di lettura e scrittura di romanzi. Quello che risulta interessante è la logica etica di fondo che connota l’attività presentata ricollegandola indirettamente al pensiero del
critico Todorov il quale, parlando di “programmi di letteratura” (con riferimento alle scuole
francesi ma riconducibile anche alle scuole italiane) sviscera un problema che Giovanna Palmiero – autrice del contributo – pone in evidenza: la perdita dell’importanza di leggere un testo
per i valori di cui è portatore. In questo senso
ogni aspetto disciplinare potrebbe essere trattato
allo stesso modo anche a scapito della possibilità di trattare una serie maggiormente ridotta di
contenuti abbracciando in questo senso l’idea di
Morin secondo cui: “è meglio una testa ben fatta
che una testa ben piena”.
QEWU
( Cornice di valore
L’etica nella professione dell’insegnante
2TQHGUUKQPGKPUGIPCPVG
Una logica di rete che ingloba insegnante, studenti, famiglie
e territorio
di Valentina Pennazio, Università degli studi di Genova
La complessa identità della professione docente è caratterizzata da un intreccio spesso inconsapevole di variabili che, per la loro natura etica, esigono di essere portate in superficie, conosciute e valorizzate. Il cuore
dell’attività dell’insegnante può essere ricondotto indubbiamente a una dimensione culturale ed educativa che
implica, oltre alla “trasmissione” di conoscenze in vari ambiti disciplinari, un “prendersi cura” dello studente
nella sua globalità. La connotazione etica della professione docente richiede però di allargare l’orizzonte di riferimento includendo altri aspetti quali ad esempio, la progettazione didattica, la relazione educativa, il rapporto con i colleghi, con gli/lo studenti/studente e con i genitori. La modalità specifica con cui l’insegnante si
rapporta a tali dimensioni dipende dalla personale “interpretazione etica” che attribuisce alla sua professione.
Il problema etico
Il filo conduttore che attraversa i contributi della sezione “Professione Insgenante”
di questa nuova annata è l’etica. Quando si parla di “etica”,
rapportandola al contesto scolastico, generalmente si tende
a identificarla con l’“educazione alla cittadinanza” impartita
agli studenti. In realtà, la questione è molto più complessa e
sposta il focus dallo studente al
docente e alle sue modalità di
rapportarsi alla professione, alle competenze che è in grado di
mettere in atto in diversi ambiti formali e informali e alla personale consapevolezza delle ricadute che il suo operato può
avere nel contesto sociale generale. L’evoluzione del sistema di istruzione e formazione,
ormai in atto da qualche anno,
ha determinato un progressivo cambiamento nell’identità
professionale dei docenti con
la richiesta crescente di nuove competenze (educative, organizzative, progettuali, valutative; relazionali; comunicative sul piano verbale, non verbale, iconico e multimediale)
in aggiunta a quelle tradizionali di tipo culturale e didattico, che restano comunque al
centro. La scuola dell’autonomia ha determinato poi, la valorizzazione della logica della
costruzione di curricoli (anche
personalizzati) modificando in
modo significativo le modalità con cui ogni docente può
progettare e organizzare la propria azione didattica nel rispetto (o meno) delle esigenze dei
singoli studenti. Rapporto con
la professione, acquisizione di
nuove competenze, capacità
progettuale e valutativa dunque, come alcune delle dimensioni che connotano il profi-
lo professionale del docente e
che appaiono legate insieme da
un filo etico comune. A questo proposito si può sostenere
che il lavoro del docente non
sia solo “mestiere” nel senso
del fare, dell’agire ma implichi
qualità aggiuntive, definite dai
saperi (le competenze) ma anche dai valori (le responsabilità
percepite), dalla riflessività (il
ritorno sulle esperienze quotidiane e l’analisi critica delle stesse). Una “responsabilità
pubblica” sta dunque al centro della professione docente
e si esplica in un “lavoro ben
fatto” che include diverse componenti, dall’impegno educativo e formativo verso tutti gli
studenti (compresi quelli che
presentano un bisogno educativo speciale), all’assunzione di
responsabilità e al superamento del rischio della delega, alla cura della/delle relazione/i,
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
57
all’attenzione all’autoformazione e all’aggiornamento, alla capacità di padroneggiare le tecniche della trasmissione culturale, della comunicazione,
della relazione educativa, al
mantenimento di un rapporto “attivo” con le discipline di
insegnamento. L’etica assume
dunque un ruolo specifico nel
conferire all’azione dell’insegnante il suo “senso ultimo”:
oltrepassare il solo “dovere”
istituzionale per porre in primo piano una dimensione morale che identifica il docente
stesso come “agente etico” capace di riflettere costantemente sul valore delle proprie azioni e di emettere un giudizio
professionale su se stesso come insegnante ma anche come persona. È una riflessione
che riguarda i comportamenti
adottati nei confronti degli studenti, dei colleghi, delle famiglie e
della società stessa.
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n. 1 R settembre 2015 R anno 123
I “luoghi etici” della
professione docente
La professione docente si sviluppa in luoghi diversi (a scuola, in classe, a casa, nella ricerca, nel territorio) attraverso
azioni specifiche che sottendono differenti principi etici. L’insegnante non solo trasmette saperi, cultura e norme ma valuta
l’apprendimento e la formazione, orienta, guida, sostiene l’allievo, curvando su di lui tutto il suo operato; sta dentro a
una micro-comunità (la classe,
la scuola) partecipando attivamente ai suoi processi, ai suoi
problemi, alle sue pratiche e,
infine, progetta, svolge il ruolo
di costruttore di itinerari teorici e pratici, didattici e formativi (Cambi 2008). Se a casa, il
docente si prepara, riflette su
quanto avvenuto a scuola, nel
contatto con la classe,
con gli studenti e con
il contesto scolastico
in generale, si aggiorna e affina le sue conoscenze sull’appren-
2TQHGUUKQPGKPUGIPCPVG
dere, sulle qualità che dovrebbero contraddistinguere l’ambiente di apprendimento, sulla cura della relazione, utilizza
nuovi spazi progettuali che inglobano anche il territorio. Nel
continuo processo di ricerca,
progettazione, autovalutazione il docente trova poi un’occasione per accrescere la propria professionalità aumentando la discrezionalità nel progettare l’azione formativa, nel
gestire la flessibilità dei tempi
di insegnamento e apprendimento e nel valutare i risultati
raggiunti privilegiando un’ottica formativa. Nel rapporto con
il territorio trova occasione per
ampliare l’ambiente di apprendimento, per coltivare progetti collaborativi esterni che si
intrecciano con le nuove tecnologie, i nuovi spazi virtuali.
Non solo un insegnante equipaggiato di una professionalità colta e competente, dunque,
ma anche altamente qualificato
nell’ambito della didattica e capace di traslocare con sicu-
2TQHGUUKQPGKPUGIPCPVG
rezza, saperi-linguaggi-valori
da un ambiente formativo (la
scuola/la classe) a un soggetto in età evolutiva (l’alunno).
L’analisi dei “luoghi etici” della
professione docente implica la
necessità di porre in evidenza
tre forme etiche o modelli etici correlati a ognuno di questi
“luoghi”.
1. L’“etica dell’impegno”, che
trova le sue radici nel pensiero di Sartre e degli esistenzialisti, implica «l’assumere su di
sé un compito, farlo proprio
collegandolo al suo scopo,
cioè il formare, il partecipare
attivamente a un processo che
coinvolge e sovrasta il docente. Impegnarsi significa: stare
vicino a, collaborare con, volere obiettivi; significa inoltre,
non cadere nella routine. L’impegno si costruisce sulla comprensione della differenza di
ogni studente e sulla
fedeltà al proprio progetto pur nel sua flessibilità» (Cambi 2008,
p. 133).
2. L’“etica della responsabilità”
si collega da un lato al pensiero
di Weber come correlazione tra
mezzi e fini (efficiente e controllabile), dall’altro, al pensiero di Jonas come investimento
per l’altro (lo studente nel nostro caso), per il suo futuro e
per la sua integrità. «Etica istituzionale da un lato, etica interpersonale dall’altro, in cui la
responsabilità sta al centro come dispositivo-chiave» (Cambi 2008, p. 133).
3. L’etica della comunicazione che rimanda al pensiero di
Apel e fa leva sull’ascolto, sul
dialogo, sull’argomentazione e
sulla conversazione. «Una dimensione tipica dell’insegnare, poiché giocato sempre sulla parola, sul confronto, sullo
stare insieme, gestiti in forma
sempre più razionale-comunicativa» (Cambi 2008, p.
133).
Le tre forme etiche sopra descritte mettono
in evidenza la necessità per il
docente di
possedere
oltre a competenze disciplinari anche capacità progettuali,
osservative, comunicative, valutative e di documentazione.
L’attività di programmazione
è fondamentale per esplicitare
l’intenzionalità educativa che è
l’essenza stessa dell’educazione; la competenza osservativa
consente un’approfondita conoscenza dello/degli studente/
studenti e della sua/loro individualità e facilita il lavoro di documentazione essenziale ai fini di una corretta realizzazione
della continuità educativa verticale e orizzontale; le competenze relazionali insieme ai saperi e ai valori, sono da considerarsi come elemento centrale
dell’esperienza scolastica e formativa e implicano una conoscenza dei problemi e delle tecniche della comunicazione come le strategie della conferma e
del rinforzo sociale.
Infine, emerge la necessità di una puntuale competenza “riflessiva”che consente al
docente di vivere consapevolmente il proprio
impegno
e di arricchirlo
attraverso le
diverse esperienze, imparando da queste
ultime. Deriva da
Schön (1993) l’idea
del “professionista riflessivo” flessibile e capace di adattare il proprio
profilo al saper fare e al sapere
essere nelle diverse situazioni.
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Le traiettorie
etiche della sezione
Professione
Insegnante
A partire dalle precedenti riflessioni teoriche, la sezione
“professione insegnante” si articolerà lungo quattro “traiettorie etiche”: etica verso la professione, etica verso gli studenti, etica verso i colleghi,
etica verso i genitori e il contesto esterno. Ogni traiettoria
sarà esplicitata attraverso contributi che tenteranno di offrire spunti riflessivi e di “azione”
per affrontare concretamente,
nel fare scolastico quotidiano,
aspetti etici di difficile trattazione che rischiano di rimanere ancorati al piano dell’ideale,
del “si dovrebbe fare così” senza però trovare una declinazione nella pratica.
Etica verso la professione
Il primo messaggio forte che
questa traiettoria vuole sostenere è la salvaguardia dell’autonomia della professione da
imposizioni politiche, ideologiche e da eccessi normativi e
burocratici. Da qui l’importanza di progettare la propria azione didattica in rapporto alla
propria idea di scuola: progetto
e quindi agisco per trasmettere
contenuti? Per formare un pensiero critico? Per far acquisire
competenze? Questa traiettoria rimanda inoltre all’ambito
dell’aggiornamento (autoaggiornamento) delle conoscenze e delle competenze proprie
e dei colleghi (ad esempio come è possibile mettere a dispo-
60
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
sizione dei colleghi conoscenze
specifiche su un determinato
ambito?). Quindi, da un lato si
sottolinea la necessità per il docente di approfondire e arricchire costantemente il proprio
bagaglio di conoscenze e competenze teoriche (cultura generale di base, specifico disciplinare, didattica generale e disciplinare, teorie della conoscenza e dei processi comunicativo-relazionali, tecnologie della
comunicazione ecc.), operative
(progettazione e pratica didattica, attività di valutazione, uso
degli strumenti di verifica, uso
delle tecnologie didattiche, organizzazione dei gruppi) e sociali (relazione e comunicazione) e, dall’altro lato, di mettere a disposizione di tutti quanto appreso. Infine, un richiamo
forte al fatto che insieme al dovere dell’approfondimento della preparazione professionale
debba esserci l’autovalutazione critica come strumento per
correggere e migliorare la propria azione educativa.
Etica verso gli studenti
Questa traiettoria, ispirandosi ai diritti fondamentali degli studenti sanciti dalla “Convenzione Internazionale sui
Diritti dell’Infanzia” e dalla
Costituzione, muove dal presupposto che a scuola i valori
dovrebbero essere “praticati”.
Nel concreto dell’azione educativa, nel modo di stare nella scuola, nella valutazione,
nell’organizzazione del lavoro
del gruppo-classe, dovrebbero
emergere i valori della cultura,
della giustizia, della tolleranza, del rispetto delle differenze
ma anche il valore del merito
2TQHGUUKQPGKPUGIPCPVG
che si accompagna alla solidarietà e all’emulazione positiva
intesi come valori che devono alimentarsi reciprocamente: le azioni positive dei compagni, i loro successi, possono,
devono spingere a una emulazione costruttiva. Nell’ambito
di questa traiettoria si identifica innanzitutto la responsabilità del docente nella formazione di un cittadino capace di
pensare liberamente, criticamente e dotato di una morale.
Questo implica una capacità di
sapersi aprire alle problematiche sociali guidando gli studenti (senza voler far prevalere il proprio punto di vista)
nella presa di contatto critica e
riflessiva con gli avvenimenti
della vita reale (ciò che succede nella macro-società, ciò che
succede nella micro-società
classe dalla presenza di compagni con disabilità a quelli che presentano difficoltà di
apprendimento o disagi socioeconomici o che appartengono a culture differenti), riflettendo in maniera condivisa e
promuovendo il pluralismo di
idee. In secondo luogo, la responsabilità nella formazione
di un cittadino capace di agire
nel rispetto di tutte le persone
indipendentemente dalla cultura di appartenenza, dallo status sociale, dal credo religioso, dal funzionamento globale
che implica la creazione di atteggiamenti di rispetto verso il
genere umano in quanto tale.
Al di là di questi aspetti, prevale anche il rispetto delle inclinazioni dell’allievo con la conseguente promozione della sua
capacità collaborativa, creativa e ideativa. La riflessione si
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sposta sulla necessità di agire
in un’ottica di “personalizzazione” andando a valorizzare
le potenzialità di ogni studente e prevedendo forme di lavoro condiviso dove ogni studente possa mettere a disposizione
del compagno ciò che sa fare
per raggiungere obiettivi personali o comuni. È contenuto
in questo aspetto il dovere di
non appiattire l’insegnamento
su di un modello standardizzato e in quanto tale astratto,
ma di progettarlo e applicarlo, tenendo conto delle aspirazioni degli studenti che si hanno di volta in volta di fronte.
Il rendimento medio rimarrà
un traguardo importante, ma
non potranno essere trascurati
né gli allievi con difficoltà, né
quelli particolarmente dotati.
Un’altra questione importante
contenuta in questa traiettoria
è quella della valutazione intesa come momento importante
nella relazione educativa perché consente di imparare, permette di comunicare implicitamente dei valori (come quello
della giustizia), offre l’opportunità di capire come si debba e si possa stabilire un rapporto di fiducia fra studente
e insegnante anche di fronte
a risultati negativi, consente
di rafforzare o indebolire l’autostima, stimolare l’apprendimento o al contrario indurre
atteggiamenti di rinuncia e di
rifiuto. Nella valutazione si coglie dunque, l’importanza della componente emotiva e affettiva dell’apprendimento nel rispetto dell’obiettività e dell’imparzialità della certificazione
finale delle conoscenze e delle
competenze. Infine, la traiet-
toria include la cura del colloquio con lo studente, l’ascolto
dell’allievo nelle sue difficoltà, ansie, problematiche (personali e familiari) e la capacità
di mantenere riservatezza circa
episodi che potrebbero violare
la sua sfera privata.
Etica verso i colleghi
Questa traiettoria si rivolge al
dovere e all’impegno di ciascun docente nel contribuire a
costruire relazioni improntate
al rispetto e basate su un forte
spirito di collaborazione, capaci di superare i ritualismi della collegialità formale, di alimentare lo scambio delle esperienze e delle idee, di stimolare
l’elaborazione e la produzione
culturale, di sostenere i colleghi in difficoltà (agevolando
ad esempio, l’inserimento dei
neo-assunti) evitando possibili situazioni di burnout. Inoltre,
nell’impegno all’autovalutazione di gruppo si indica un modo per costruire atteggiamenti
di apertura e fiducia fra colleghi, una pratica in cui anche i
migliori si mettono in discussione, dove si è tutti alla pari e
ciascuno ha qualcosa da imparare dall’altro.
4
Etica nella relazione con i genitori e il contesto esterno
È dovere fondamentale dei
docenti adoperarsi per costruire, attraverso una varietà di comunicazioni formali e
informali, un clima collaborativo e di fiducia con le famiglie che può ritornare utile in momenti di estrema delicatezza (ad esempio quando debbano essere comunicate difficoltà nel figlio tali per
cui sarebbe necessario richiedere l’intervento di esperti
per una valutazione più approfondita).
Questa è una componente
estremamente importante per
la buona riuscita dell’azione educativa. Il docente deve inoltre, rendere espliciti
gli obiettivi dell’insegnamento, essere attento ai problemi posti dai genitori e favorire in tutti i modi un confronto
aperto. Infine, dovrebbe valorizzare una maggiore apertura
verso l’esterno come impegno
verso la conoscenza e la partecipazione a tutto ciò che, al
di fuori della scuola, può consentire un migliore sviluppo
dell’attività formativa.
KUQTUG
F. Cambi, Introduzione alla filosofia dell’educazione, Laterza, Roma-Bari
2008
E. Campbell, The Ethical Teacher, Open University press, MaidenheadPhiladelphia 2003
E. Damiano, L’insegnante etico. Saggio sull’insegnamento come professione
morale, Cittadella, Assisi 2007
E. Morin, La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del
pensiero, Cortina, Milano 2000
D. Pennac, Diario di scuola, Feltrinelli, Milano 2007 (ed. originale francese
Gallimard 2007)
D.A. Schön, Il professionista riflessivo. Per una nuova epistemologia della
pratica professionale, La Scuola, Brescia 1993
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
61
QEWU
2TQHGUUKQPGKPUGIPCPVG
( Progettazioni in verticale
Le scelte dei percorsi pluriennali per i traguardi di competenze
Il piacere della lettura e della scrittura attraverso “Il romanzo”
di Giovanna Palmero, insegnante di scuola primaria e tutor di Scienze
della Formazione Primaria, Università di Genova
In questo lavoro si intende guidare la riflessione sulle progettazioni pluriennali e sul loro valore per il raggiungimento di traguardi di competenze.
Lavorando su progetti pluriennali si valorizza, in una prospettiva etica, la qualità dei percorsi e delle esperienze perché di anno in anno si è portati a riflettere su aspetti che ne caratterizzano l’ambito di riferimento.
Il progetto pluriennale relativo al “romanzo” che viene qui raccontato rappresenta solo un esempio di come
i risultati attesi si sviluppino nel rispetto – da parte del docente – di tempi lunghi e si focalizzino sul raggiungimento di obiettivi specifici e abilità che fanno parte di un percorso di sviluppo che percorre tutti gli
anni della scuola primaria.
Come sostiene Recalcati: «l’avventura dell’insegnare si incrocia con quella del mistero dell’apprendimento. È come un
incontro con qualcosa che non
si sa mai padroneggiare del tutto, ma che proprio per questo
prende, chiama, cattura. Infatti, il pensiero dell’insegnante come dell’allievo non sorge semplicemente dalla volontà intenzionale di pensare, ma
scaturisce da un urto, dall’incontro con qualcosa… che costringe a pensare».
Insegnare può essere inteso, da
un punto di vista etico, come
un incontro con qualcosa che
non si sa mai padroneggiare
del tutto, è incontrarsi con l’altro e dare spazio a questo incontro, dare significato a questo momento che impone di
pensare, immaginare, costruire, prevedere per un destinatario che non è astratto o sconosciuto ma un destinatario che
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n. 1 R settembre 2015 R anno 123
si vede, si sente, con bisogni e
desideri, con un vissuto culturale e sociale che diventa parte
di un gruppo.
Insegnare quindi è prima di
tutto responsabilità rispetto alle scelte che come docenti si
è chiamati a fare quotidianamente, in relazione a un contesto specifico che è quello della
classe nella quale si lavora, che
è quello che vive la contemporaneità con le sue caratteristiche e con le sue dimensioni di
spazio e di tempo. La responsabilità delle scelte si esplica allora nella progettualità, nella
capacità di dare senso e intenzionalità a ciò che caratterizza
l’ambiente di apprendimento,
agli spazi, ai tempi, alle identità dei singoli, alla costruzione
di percorsi, al sapere. In questo
senso, una progettazione pluriennale discende da una progettazione educativa, da scelte pedagogiche e organizzative
ed è quindi un percorso che si
costruisce per un gruppo classe e insieme a un gruppo classe, segue l’evoluzione dei cambiamenti e dello sviluppo dei
bambini, è un’azione pensata con uno sguardo attento al
destinatario. Un progetto pluriennale segue quindi, la verticalità del curricolo e propone
di avvicinare la classe a esperienze che crescono nel tempo, che cambiano, che seguono il percorso della disciplina,
del suo costrutto epistemologico e che sceglie quali strumenti
utilizzare, quali metodologie e
quali aspetti di quella disciplina fare incontrare.
Lavorare su progetti pluriennali equivale a riflettere sui traguardi di competenze in modo
continuo e progressivo pensando a come i bambini entrano
nella scuola primaria e a come
si vorrebbe che ne uscissero,
quali cambiamenti auspica-
2TQHGUUKQPGKPUGIPCPVG
re e quali traguardi raggiungere; in tutto questo sta la valenza etica di questa modalità di
progettazione. I risultati attesi, nella loro scansione temporale all’interno di una progettazione pluriennale, permettono
di costruire percorsi che ogni
anno offrono una pluralità di
esperienze ricche e feconde
dalle quali è possibile cogliere gli elementi che si ritengono
essenziali per un progressivo
sviluppo delle competenze. Da
queste riflessioni consegue che
“progettare” non è e non deve
essere considerato solo un lavoro individuale e personale
dell’insegnante ma è un lavoro
di condivisione a volte anche
difficile ma necessario. Un progetto diventa verticale quando
si crede nella pluralità di figure educative che si confrontano
(a volte anche contestandosi)
e che mettono a disposizione
specifiche competenze. Si tratta di condividere un percorso
tra docenti ma anche e soprattutto tra alunni; significa creare
un ambiente di apprendimento
reale dove il prodotto culturale
del percorso formativo diventa
possibilità di scambio, di verifica e di pensiero condiviso.
Una progettazione in verticale all’interno della scuola primaria, vuol dire nello specifico
valorizzare gli spazi della progettualità ed essere capaci di
mediare tra le condizioni che
consentono una progettualità
individuale insieme a una collegiale. È un dialogo che arricchisce e che offre la possibilità di una continua formazione
che si esplica non solo attraverso momenti formali ma che si
sviluppa nella pratica e nell’ap-
proccio quotidiano con quel
sapere che è importante comunicare, far passare, ma soprattutto far amare per creare senso di appartenenza alla scuola.
Progettare attraverso un’organizzazione professionale più articolata permette di condividere le linee educative del POF, di
sperimentare realmente l’autonomia, di dare spazio allo sviluppo delle competenze e di
consolidare l’identità della scuola attraverso docenti che operano nella classe e per l’istituzione.
Perché un progetto di
“romanzo”
«Scrivere un romanzo è guardare la realtà e immaginarsi cosa ci sta dietro» (Denise).
Un progetto di romanzo perché… per il piacere della lettura, per il piacere dell’ascolto e
della scrittura, per acquisire un
linguaggio scritto ricco e adatto a contesti, scopi e destinatari.
In relazione a quanto detto sulla progettazione, si intende descrivere una delle esperienze
che fanno della costruzione di
un percorso educativo e di apprendimento un momento dove la professione docente si
esplica collegialmente e si traduce nelle scelte e nella pratica didattica attraverso un confronto serio e riflessivo mosso
da una preoccupazione costante verso i traguardi di competenza che si vogliono raggiungere e la qualità del lavoro che
si vuole promuovere.
Il progetto che descrivo è relativo all’ambito linguistico e più
propriamente alla scoperta dei
linguaggi; è un progetto che
utilizza il romanzo come stru-
mento culturale per motivare –
più che addestrare o esercitare
– i bambini (in una prospettiva
a lungo termine) al piacere della lettura e della scrittura e che
si lega trasversalmente agli altri
progetti di lingua.
«La consuetudine con i libri
pone le basi per una pratica di
lettura come attività autonoma
e personale che duri per tutta
la vita. Per questo occorre assicurare le condizioni (biblioteche scolastiche, accesso ai libri, itinerari di ricerca, uso costante dei libri e dei nuovi media…) da cui sorgono bisogno
e gusto di esplorazione dei testi
scritti… il leggere per soddisfare il piacere estetico dell’incontro con il testo letterario e il
gusto intellettuale della ricerca
di risposte a domande di senso, come premessa a una educazione letteraria, che non si
esaurisce certo nel primo ciclo
di istruzione» (dalle Indicazioni Nazionali per il curricolo).
Il progetto di romanzo presentato è legato alla scelta di lavorare promuovendo l’adozione
alternativa al libro di testo offrendo così ai bambini la possibilità di riflettere su testi originali e su fonti diverse e di decidere di anno in anno quale tema, quale argomento trattare.
Proponendo pluralità di fonti, per lo sviluppo del progetto
programmato, non si trasmette
un’idea del sapere unico ma si
propongono percorsi articolati
che, attraverso l’utilizzo quotidiano di molti libri di diverso
formato, contenuto, approfondimento culturale, passano un
concetto di cultura e di conoscenza non lineare e diretto ma
complesso e articolato. Aven. 1 R settembre 2015 R anno 123
63
re in classe più edizioni dello
stesso romanzo porta a ragionare infatti, sull’opera integrale
e ridotta e sulle traduzioni, un
romanzo non cambia nei contenuti ma solo leggendo l’incipit ci si accorge che libri diversi
iniziano in modi differenti. La
lettura di un romanzo da parte dell’insegnante per tutta la
classe rappresenta un momento di condivisione, socializzazione e discussione che coinvolge il gruppo in un percorso
di apprendimento significativo
e diventa un momento in cui
si fa cultura insieme. Nell’ambito della lingua offre la possibilità di lavorare dall’ascolto al
parlato fino ad arrivare al testo scritto, consente di riflettere sulla struttura del romanzo e sulle leggi della comunicazione che lo caratterizzano.
Questo in un tempo che non
si esaurisce nell’arco di un anno, ma che continua fino ad
arrivare alla fine del ciclo della scuola primaria, che fa della qualità del tempo e della memoria storica del gruppo classe una delle possibilità per acquisire maggiori autonomie di
scelta rispetto alle letture personali e di riflessione critica
in relazione al testo scritto, sia
come romanzo sia come personale espressione e desiderio
di lasciare traccia per un destinatario. Il progetto pluriennale
negli anni tenderà a sviluppare competenze linguistiche che
consentano ai ragazzi di partecipare a scambi comunicativi,
di costruire significati e condividere conoscenze.
L’ascolto della lettura sviluppa
la capacità di concentrazione
e di riflessione critica, permet-
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n. 1 R settembre 2015 R anno 123
te di lavorare sul tempo della
narrazione, sulla ricostruzione della storia e dei personaggi individuando le informazioni principali e le loro relazioni,
consente di avviare l’interpretazione del testo.
La scrittura invece è un processo complesso che parte
dall’esperienza ed è strettamente legato ai bisogni comunicativi che si presentano nei diversi contesti. Dalle prime fasi
dell’apprendimento della scrittura alla scrittura di un testo,
vengono messi in atto processi cognitivi legati al linguaggio
parlato, all’ascolto, alla lettura
e al desiderio di lasciare memoria di sé attraverso un messaggio scritto. Per tale motivo
l’apprendimento della scrittura
richiede diversificazione delle attività, uno stretto rapporto
con testi di diverso genere e la
presentazione di modelli narrativi differenti.
L’avvicinarsi alla lettura di un
romanzo diverso di anno in
anno in anno segue principalmente i bisogni educativi dei
bambini e la composizione del
gruppo scegliendo una storia
che, attraverso gli intrecci e i
personaggi, tenga sempre alta la motivazione e che offra
spunti di interesse dal punto di
vista didattico in modo da poter costruire attività che contribuiscano al raggiungimento
delle competenze attese rispetto alla lingua.
L’esperienza nella sua
articolazione pratica
La progettazione pluriennale
alla quale faccio riferimento si
è sviluppata in una classe III e
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in una classe IV e ha visto lavorare le due classi per un anno
sullo stesso romanzo L’isola misteriosa di Verne (le due classi avevano iniziato questo percorso già dalla classe prima).
La progettazione tendeva al
raggiungimento di abilità specifiche per ogni classe di riferimento ma seguiva un percorso condiviso rispetto alle competenze dell’ambito linguistico
legate al romanzo. Un aspetto
fondamentale per le due classi è stato quello di condividere la lettura dello stesso romanzo, potersi confrontare (a classi aperte) su attività diverse e
specifiche, arricchirsi delle discussioni e delle scoperte di un
gruppo allargato, sperimentare il ruolo dello scrittore e scrivere per un destinatario e uno
scopo specifico. Gli aspetti di
maggiore riflessione hanno riguardato la catena comunicativa all’interno del romanzo, la
riflessione sui contesti, le funzioni e i ruoli dei personaggi
all’interno dell’intreccio, la manipolazione del testo.
L’autore e il lettore
«Non possiamo chiedere spiegazioni a Verne, dobbiamo capire da soli quello che vuole
dirci» (Aurora).
«Se vogliamo capire dobbiamo
leggere con molta attenzione
e conoscere anche il tempo in
cui lo scrittore è vissuto» (Valentina).
Come sostiene Segre, la letteratura è una forma di comunicazione perché implicita nell’atto
stesso di destinare una propria
composizione a un destinatario. Essendo un progetto pluriennale si apre sin dall’inizio
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del percorso a tutte le questioni legate alla catena comunicativa, che negli anni si arricchiscono di significati e di senso.
Attraverso il romanzo le riflessioni che possono essere fatte
in merito alla comunicazione
passano attraverso il rapporto
tra emittente e destinatario, tra
scrittore e lettore. Un rapporto particolare dove emittente e
destinatario non sono compresenti nell’atto comunicativo,
spesso si trovano in tempi differenti e in spazi e contesti sconosciuti a entrambi. Le discussioni con i bambini intorno a
questo aspetto della catena comunicativa vengono affrontate negli anni a seconda del romanzo letto e maturano modificandosi nel tempo.
L’isola misteriosa di Verne ha
consentito di discutere molto
suoi ruoli della comunicazione
dal punto di vista del lettore e
dello scrittore, sperimentando
in prima persona l’essere scrittore, emittente di un messaggio
scritto e poi lettore, destinatario del messaggio, del testo.
Il lavoro fatto in verticale con
le due classi ha consentito di
riflettere, scambiandosi testi
scritti, sul ruolo dello scrittore
pur conoscendo il destinatario
e il contesto di riferimento. Partendo sempre dal testo originale
le discussioni hanno ruotato intorno ai contesti e alla relazione
che intercorre tra scrittore e lettore; si è tentato di entrare dentro al romanzo cercando veramente di capire, chiedendosi il
perché delle scelte più significative dell’autore.
Inviare i testi prodotti sia in
gruppo, sia individualmente
all’altra classe, a un destinatario reale, ha messo i bambini nella condizione di scrivere
prima di tutto per qualcuno e
per uno scopo e poi di riflettere sul ruolo del lettore che ha
la necessità di cercare di capire il testo scritto ma allo stesso tempo può anche scegliere
di abbandonarsi a immaginazioni e interpretazioni fantastiche e personali, forse non
perfettamente corrispondenti
a quello che lo scrittore voleva
comunicare.
La discussione in classe conduce a fare ipotesi, a modificare, a cambiare e guardare il
testo da punti di vista diversi. Porta a leggere insieme per
capire, a leggere individualmente per immaginare e a
manipolare sperimentando la
scrittura.
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
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Il contesto storico
«Un libro ti può colpire oppure no, questo dipende anche
dal momento in cui lo leggi»
(Gabri).
Da qui discende un altro degli
aspetti che vengono affrontati e
che si costruiscono negli anni
ed è quello del contesto storico. Ma quale contesto storico?
In relazione a quanto già descritto è importante far osservare che c’è un contesto storico dello scrittore che scrive nel
suo tempo, c’è quello del lettore che legge nel suo tempo e poi
c’è quello della narrazione, della storia che sto leggendo, nella
quale piano piano si entra dentro e che ci emoziona. Lavorare
sul contesto storico a più livelli è molto complesso ed è molto interessante e affrontandolo
negli anni, soprattutto quando parallelamente si parla della
“storia” dell’uomo ,permette di
inserire all’interno della linea
del tempo il romanzo che si sta
leggendo, porta a essere curiosi
rispetto a un tempo storico che
non è nostro e che si può conoscere e affrontare da tematiche
diverse.
Le funzioni e i ruoli dei personaggi: il punto di vista
Dal punto di vista della narrazione il romanzo di Verne ha
dato la possibilità di lavorare
molto sull’intreccio narrativo e
rispetto alla funzione dei personaggi nella storia e alle loro
caratteristiche. Prima di tutto leggere insieme un romanzo integrale, che si porta avanti nell’arco dell’anno crea nel
gruppo il desiderio di scoprire
insieme cosa succederà. Ascoltando la lettura dell’insegnante
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n. 1 R settembre 2015 R anno 123
ci si immerge insieme nella storia e si condividono impressioni, commenti e aspettative in
relazione alla sequenze narrative e ai personaggi. Lavorando
con L’isola misteriosa entrambi questi aspetti hanno coinvolto i bambini nelle discussioni e nello sperimentare modelli testuali diversi. Una delle
domande che sono state fatte,
vista la presenza di più personaggi molto caratteristici e con
descrizioni dettagliate da più
punti di vista è stata quella di
scoprire la storia con gli occhi
dei protagonisti e provare a capire il vissuto della narrazione,
della storia a seconda di ognuno di loro.
Ogni personaggio capitato
sull’isola aveva una storia e un
vissuto diverso e la raccontava
dal suo personale punto di vista che contribuiva a far andare avanti la storia. Immergersi
nei personaggi è stato uno dei
momenti più divertenti e motivanti perché si è riusciti a entrare all’interno del testo descrittivo non come esercitazione ma come possibilità di dare voce a uno dei protagonisti
e dare ulteriormente senso alla concatenazione delle azioni.
Far scrivere i bambini quando
hanno in mano un bagaglio di
conoscenze tali da permettere
loro di avere argomenti li mette in una condizione di mag-
4
KUQTUG
2TQHGUUKQPGKPUGIPCPVG
giore sicurezza e attraverso il
modello possono sperimentarsi senza avere paura di non sapere cosa scrivere. Contestualizzare i percorsi creando situazioni che diventino una reale
esperienza e non un semplice
esercizio fa si che l’avvicinarsi
alla scrittura sia più immediato perché hanno a disposizione
gli elementi per costruire il testo che non è mai avulso dalle
loro esperienze.
In conclusione
Lavorare su progetti pluriennali sottolinea quanto il raggiungimento dei traguardi di competenze e la costruzione di un
curricolo sia necessariamente un percorso in divenire che
non può frammentare i saperi e dimenticarsi di quanto si è
fatto negli anni precedenti sia
in relazione ai traguardi sia in
relazione alla memoria storica
del gruppo. Un progetto di lettura e scrittura pluriennale non
si esaurisce, ma permette di affrontare discorsi che si sviluppano nel tempo tenendo conto della trasversalità e dell’interdisciplinarietà delle attività
che fanno riferimento a tutte le
discipline. Attraverso linguaggi differenti si scopre quanto le
conoscenze si vadano a intersecare tra loro e contribuiscano
alla comprensione degli aspetti e dei temi portanti dell’opera.
R. Barthes, Variazioni sulla scrittura seguite, in C. Ossola (a cura di), Il
piacere del testo, Einaudi, Torino 1999
G. Cerini, Le nuove indicazioni per il curricolo verticale, Maggioli, Bologna
2013
M. Recalcati, L’ora di lezione, Einaudi, Torino2014
C. Segre, Avviamento all’analisi del testo letterario, Einaudi, Torino 2004
QEWU
#PIQNQFGN&KTKIGPVG
( Riflessioni e strumenti
di Laura Fiorini, Dirigente Scolastico
Quest’anno il Focus “L’Angolo del Dirigente” sarà
curato da un gruppo di sei Dirigenti scolastiche.
Gli articoli saranno frutto del confronto tra dirigenti di regioni italiane diverse, da nord a sud,
per poter analizzare le tematiche da diverse prospettive.
Una novità: sarà possibile consultare on line,tra
i Materiali Didattici per Abbonati, le procedure
e la relativa modulistica; un approccio concreto
alle molte azioni che i dirigenti devono pianificare e organizzare per favorire la realizzazione
della proposta didattica che mira al successo formativo di tutti gli alunni.
Sarà molto gradito anche il supporto dei lettori
che potranno inviare esempi di modulistica utilizzata nella propria scuola e che andrà a integrare quella già presente sul sito.
Di seguito una breve presentazione del gruppo
di lavoro.
Cristina Cuppi. Docente di scuola primaria dal
1983, ha ricoperto per diversi anni incarichi come tutor nei corsi di formazione per docenti neoassunti e come formatrice nei corsi di didattica
con il supporto delle ICT. È dirigente scolastica
dal 2007 in un istituto comprensivo della provincia del sud-est milanese.
Fabia Dell’Antonia. Docente dal 1984 con
esperienza di insegnamento in tutti gli ordini di
scuola, prevalentemente nella scuola primaria e
secondaria di primo grado. Dirigente scolastica
dal 2007 in un Istituto comprensivo di Trieste.
Laura Fiorini. Formatrice per molti anni di didattica con il supporto delle ICT è dirigente scolastica dal 2007, prima in un istituto comprensivo della provincia del sud-est milanese, poi di
una scuola media di Lodi; attualmente è titolare
presso il Liceo Maffeo Vegio di Lodi.
Mariolina Goduto. Dirigente scolastico dal
1990, da 15 anni dirige la Direzione didattica
“Santa Chiara-Pascoli” di Foggia. Coordina attività di formazione e di sperimentazione sulle
Indicazioni per il Curricolo, sulle Sezioni Primavera e sul Servizio Civile Nazionale. Fra le sue
grandi passioni il curricolo verticale, la didattica
dell’arte, la promozione della lettura e gli ambiti
di ricerca del “curricolo implicito”.
Alessandra Grassi. Dirigente scolastica, dal
2007 titolare presso ICS “S. Pellico” di Arluno
(Mi). Dal 2008 svolge incarichi di reggenza in
differenti Istituti del nord-ovest milanese. Formatrice per gli aspetti legati all’inclusione e ai
bisogni educativi speciali.
Fabiola Scagnetti. Dirigente scolastica dal 2012
presso l’I.C. Simone De Magistris di Caldarola
(Mc). Ha svolto attività di Supervisore del Tirocinio e di formatrice presso la Facoltà di Scienze della Formazione di Macerata, dove ha conseguito un Dottorato di Ricerca in Tecnologia
dell’Educazione sui temi dello Sviluppo professionale dei docenti.
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
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QEWU
( Procedure e modelli
Per il nuovo anno scolastico 2015/2016
#PIQNQFGN&KTKIGPVG
Il dirigente supporta la progettazione delineando procedure
e modulistica
di Laura Fiorini, dirigente scolastico
La pianificazione di settembre, che richiede un grande impegno progettuale, deriva dall’individuazione degli
obiettivi strategici di un istituto con determinate caratteristiche interne (docenti, famiglie, alunni, dirigente, personale scolastico) ed esterne (Enti locali, Associazioni, Centri di aggregazione, Aziende) da sviluppare nel medio e lungo termine.
Obiettivo dell’annata: supportare le tante tappe della vita scolastica delineando procedure e modelli che possono essere personalizzati dagli insegnanti nel rispetto delle caratteristiche della propria realtà.
I contributi della sezione l’Angolo del dirigente dell’annata
2015/2016 hanno l’obiettivo di
fornire strumenti concreti, immediatamente spendibili e personalizzabili per sviluppare le
azioni che si susseguono durante ogni anno scolastico.
Prevedere quanto più possibile
le necessità organizzative rende più agile il lavoro dello staff
di dirigenza, della segreteria e
dei docenti in genere; rendere
trasparenti le procedure aiuta
anche il coinvolgimento diretto delle famiglie che possono
diventare maggiormente consapevoli dei vincoli normativi
e delle tempistiche che caratterizzano la vita scolastica e non
solo quella prettamente didattica della classe.
Occorre che anche i docenti
abbiano una visione generale
e globale dell’anno scolastico e
questo è possibile se si condivi-
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n. 1 R settembre 2015 R anno 123
dono fin dall’inizio dell’anno le
macro azioni.
Pianificazione annuale, procedure e modulistica possono essere, ovviamente, migliorate di
anno in anno alla luce di quanto accaduto nella loro attuazione; lo sforzo maggiore è quando lo si fa per la prima volta: in
seguito saranno necessarie solo
alcune variazioni che porteranno a miglioramenti in termini
di efficienza ed efficacia.
Effettuare una attenta pianificazione organizzativa facilita anche la raccolta di dati ed
esiti per operare la necessaria
autovalutazione di Istituto che
le scuole italiane stanno effettuando attraverso il RAV (Rapporto di Autovalutazione).
Una riflessione: si può creare
un sistema funzionale, ma chi
ne fa parte deve essere disponibile al dialogo, al confronto,
al cambiamento; deve possede-
re un atteggiamento positivo
e di ascolto nella consapevolezza che solo collaborando si
può migliorare ed evolversi. In
questo scenario si collocano le
tecnologie, supporto alle azioni organizzative e didattiche,
espressione del cuore e della
mente di chi le utilizza.
Di seguito il palinsesto dei vari
numeri dell’annata 2015/2016.
Gli articoli saranno caratterizzati da riflessioni, confronti,
proposte di procedure e modulistica che si potranno visualizzare on line e scaricare per la
personalizzazione.
Pianificazione annuale
didattica
e organizzativa
Già da questo numero analizzeremo dei modelli per la pianificazione annuale didattica
#PIQNQFGN&KTKIGPVG
e organizzativa comprendente
il calendario degli OOCC che
solitamente il dirigente e lo
staff redigono e propongono
nei collegi di settembre; modelli di organigramma e funzionigramma e strumenti per
ottenere una visione di insieme dell’istituto.
possono attivare strategie educative e formative di sicura efficacia. Determinante è l’approccio con la famiglia, l’accoglienza e la modalità di relazione
che passa attraverso comunicazioni scritte e orali, rapporti con i docenti, il dirigente, il
personale ATA.
Uscite sul territorio, Aggiornamento POF
Il POF deve essere un docufuori territorio e
mento “vivo” che evolve di paviaggi
ri passo con le metodologie e
Le uscite sul territorio sono un
elemento arricchente della lezione in aula specialmente nella scuola primaria. A queste si
aggiungono le uscite didattiche
fuori Comune che si concludono nell’arco della stessa giornata e i viaggi di istruzione che
prevedono almeno un pernottamento. Per la realizzazione di
queste attività è necessaria una
procedura in cui sono chiamati in causa tanto l’elemento
progettuale e didattico quanto
quello organizzativo, amministrativo e contabile. Da qui la
necessità di descrivere le varie
fasi – che coinvolgono consiglio di classe, collegio docenti
e consiglio di istituto, ma anche segreteria e ovviamente
famiglie – per definire in modo coordinato i compiti e gli
adempimenti di tutte le figure
coinvolte a vario titolo nell’organizzazione.
Rapporti
scuola-famiglia
Sereni e costruttivi rapporti tra
scuola e famiglia sono alla base
del patto formativo e del successo formativo dell’alunno.
Solo insieme alla famiglia si
le attività sviluppate dal Collegio dei docenti che si esprimono oltre che nella quotidiana
attività didattica nei progetti di
istituto. Questi offrono la possibilità di sviluppare le competenze mettendo gli alunni “in
situazione” attraverso compiti
di realtà e problem solving che
attivano conoscenze e abilità.
È quindi necessario aggiornare
ogni anno scolastico il POF, documento che contiene le scelte educative, didattiche e organizzative dell’Istituto e che deve essere fatto proprio da tutto
il personale dell’istituto.
Aggiornamento del
personale
Diritto e dovere del personale è
l’aggiornamento professionale.
Ogni docente deve avere il desiderio di mettersi in gioco sperimentando nuove metodologie apprese durante l’aggiornamento. Spesso il docente, con
le migliori intenzioni, persegue l’utilizzo di metodologie
didattiche che hanno avuto
successo negli anni precedenti (“Ho sempre fatto così e ha
funzionato”) ma che non tengono conto della “rivoluzione”
tecnologica e sociale in cui sono immersi gli alunni. Da qui
la necessità di ricercare modalità didattiche che, partendo
dal vissuto e dalla realtà dei discenti, portino al loro vero apprendimento.
Piano inclusione
Ogni alunno ha delle caratteristiche peculiari ed esprime
proprie esperienze affettive,
emotive e cognitive. Nella valorizzazione delle differenze la
personalizzazione riguarda tutti gli alunni come possibilità di
sviluppo delle potenzialità individuali. Maggiore attenzione deve essere posta verso gli
alunni con certificazione o che
comunque vivono una situazione particolare che li ostacola nell’apprendimento e, talvolta, nella serena partecipazione
alla vita sociale.
Diventa quindi fondamentale
una analisi attenta e precisa dei
singoli casi frutto del confronto di tutti i soggetti impegnati nella formazione dell’alunno portatore di Bisogni Educati Speciali (BES) e conseguentemente dell’individuazione di
strategie espresse nel PEI o nel
PDP. Analisi dei bisogni e pianificazione: ritorna il leitmotiv
di questa sezione.
Vigilanza alunni
L’obbligo di vigilanza ha inizio con l’affidamento dell’alunno alla scuola e termina con
la riconsegna alla famiglia o
ad adulto responsabile. Questa tematica è particolarmente
“sofferta” in quanto si estende all’attività scolastica in genere (entrata e uscita dall’edifin. 1 R settembre 2015 R anno 123
69
cio scolastico, intervallo, cambio docenti, uscite didattiche,
viaggi di istruzione e ogni altra
attività che si svolga nei locali scolastici o in quelli di pertinenza); quindi la responsabilità degli insegnanti non è limitata all’attività didattica in senso stretto, ma riguarda l’intero
periodo in cui gli alunni si trovano sotto il loro controllo.
È doveroso che la scuola e i
docenti di classe acquisiscano
chiare informazioni sulla persona che preleva l’alunno da
scuola, ricevano l’autorizzazione a uscite sul territorio e precise notizie sulle condizioni
di salute. Altro aspetto che riguarda sempre la sicurezza degli alunni: la somministrazione
dei farmaci. Si sa che i docenti non sono tenuti a somministrarne, ma devono essere consapevoli di eventuali problemi
di salute e sapere come agire in
caso di necessità, specialmente
nei casi dei farmaci salvavita.
Passaggio
informazioni
La primaria è il ponte che traghetta gli alunni dalla scuola
dell’infanzia alla secondaria di I
grado, alunni che da molto piccoli diventano preadolescenti.
Il passaggio di informazioni tra
i vari ordini di scuola, specie
se condiviso con le famiglie, è
veramente prezioso. Esso prevede la fotografia dell’alunno,
persona in continua evoluzione, dal punto di vista formativo
e didattico. Con la nascita degli
istituti comprensivi il raccordo
tra i tre ordini di scuola è stato
sicuramente favorito, ma nulla deve essere lasciato al caso o
70
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
alla buona volontà o maggiore
sensibilità di alcuni docenti; il
passaggio di informazioni deve
essere ben strutturato e coinvolgere sia i docenti che la famiglia.
Valutazione della
classe e del singolo in
rapporto al POF
La valutazione è l’azione più
complessa per il docente e,
proprio perché difficile, necessita di una seria pianificazione
in termini di criteri, indicatori e modalità di verifica ex ante
ed ex post.
Secondo il DPR 122/2009 la
valutazione “ha per oggetto il
processo di apprendimento, il
comportamento e il rendimento scolastico complessivo degli alunni”. È chiaro che, specialmente nella scuola primaria, la valutazione non possa
essere unicamente sommativa e, quindi, tener conto solo
degli esiti delle verifiche scritte e orali; deve essere soprattutto formativa e comprendere l’alunno nella sua globalità. Non sempre nella fase progettuale si fa una pianificazione precisa delle modalità con
le quali si valuteranno conoscenze e competenze, specie se
al docente non è chiaro quali
saperi e obiettivi si intendono
raggiungere.
La valutazione presuppone anche una personalizzazione degli interventi, operazione complessa in classi molto eterogenee al loro interno per la presenza di alunni portatori di
bisogni educativi speciali (disabili, dsa, stranieri, alunni
#PIQNQFGN&KTKIGPVG
con difficoltà, ma non certificati) … Ma questa è la scuola
di oggi!
Libri di testo
Con la presenza delle tecnologie in classe il libro non dovrebbe avere più un ruolo centrale, ma essere uno dei tanti
strumenti a supporto della didattica. Si auspica pertanto che
le scuole facciano scelte omogenee e che i docenti sappiano superare, grazie a uno stile
costruttivista, agli approfondimenti multimediali e alle tecnologie i limiti dello strumento
prettamente cartaceo.
Questionari di
soddisfazione
Per avere presente l’opinione di
famiglie e alunni il questionario di soddisfazione può essere
un veloce strumento di riflessione. La tecnologia offre strumenti on line intuitivi da utilizzare che permettono di avere in tempi rapidi la tabulazione dei dati e i risultati, attraverso grafici, del questionario.
La customer satisfaction, sia
di classe che di istituto, è utile
anche per redigere il rapporto
di autovalutazione della scuola (RAV).
QEWU
#PIQNQFGN&KTKIGPVG
( La pianificazione di inizio anno
Dal CCNL alla pianificazione annuale
1 settembre: è il momento in cui ripartono le attività didattiche
e si deve pianificare e organizzare l’anno scolastico
di Laura Fiorini, dirigente scolastico
Obiettivo dello staff di dirigenza a settembre è che sia individuato e approvato dal collegio dei docenti il
piano delle attività e siano definite le figure di sistema necessarie per la progettualità di istituto.
Lo staff deve fornire anche strumenti che facilitino la progettualità e che favoriscano un monitoraggio continuo durante l’arco dell’anno scolastico.
Le tecnologie sono un valido strumento che permettono al dirigente di avere una visione globale di quanto
viene svolto dalle singole unità.
Il primo mese di scuola è fondamentale per la pianificazione
organizzativa e didattica di tutto l’anno scolastico. Entro la fine di settembre il collegio dei
docenti deve approvare: la suddivisione dell’anno scolastico in
trimestre/quadrimestre, il piano
annuale delle attività, l’organigramma e il funzionigramma.
Piano annuale
Per il piano annuale delle attività funzionali all’insegnamento occorre fare riferimento
all’articolo 29 del CCNL:
1. L’attività funzionale all’insegnamento è costituita da ogni
impegno inerente alla funzione docente previsto dai diversi ordinamenti scolastici. Essa comprende tutte le attività,
anche a carattere collegiale, di
programmazione, progettazione, ricerca, valutazione, documentazione, aggiornamento e
formazione, compresa la preparazione dei lavori degli organi collegiali, la partecipazione
alle riunioni e l’attuazione delle delibere adottate dai predetti organi.
2. Tra gli adempimenti individuali dovuti rientrano le attività relative:
a) alla preparazione delle lezioni e delle esercitazioni;
b) alla correzione degli elaborati;
c) ai rapporti individuali con le
famiglie.
3. Le attività di carattere collegiale riguardanti tutti i docenti
sono costituite da:
a) partecipazione alle riunioni del Collegio dei docenti, ivi
compresa l’attività di programmazione e verifica di inizio e
fine anno e l’informazione alle
famiglie sui risultati degli scrutini trimestrali, quadrimestrali
e finali e sull’andamento delle
attività educative nelle scuole
materne e nelle istituzioni educative, fino a 40 ore annue;
b) la partecipazione alle attività
collegiali dei consigli di classe,
di interclasse, di intersezione.
Gli obblighi relativi a queste
attività sono programmati secondo criteri stabiliti dal collegio dei docenti; nella predetta
programmazione occorrerà tener conto degli oneri di servizio degli insegnanti con un numero di classi superiore a sei in
modo da prevedere un impegno fino a 40 ore annue;
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
71
c) lo svolgimento degli scrutini e degli esami, compresa la
compilazione degli atti relativi
alla valutazione.
4. Per assicurare un rapporto efficace con le famiglie e gli studenti, in relazione alle diverse
modalità organizzative del servizio, il consiglio d’istituto sulla
base delle proposte del collegio
dei docenti definisce le modalità e i criteri per lo svolgimento
dei rapporti con le famiglie e gli
studenti, assicurando la concreta accessibilità al servizio, pur
compatibilmente con le esigenze di funzionamento dell’istituto e prevedendo idonei strumenti di comunicazione tra istituto e famiglie.
5. Per assicurare l’accoglienza
e la vigilanza degli alunni, gli
insegnanti sono tenuti a trovarsi in classe 5 minuti prima
dell’inizio delle lezioni e ad assistere all’uscita degli alunni
medesimi.
In sintesi: le attività funzionali all’insegnamento sono così
suddivise: a) fino a 40 ore annue per la partecipazione alle
riunioni del collegio docenti,
programmazione e verifica di
inizio e fine anno e l’informazione alle famiglie sui risultati
degli scrutini; b) fino a 40 ore
annue per la partecipazione ai
consigli di classe, di interclasse, di intersezione.
I due tipi di impegni non possono essere sommati e non è
obbligatorio fare tutte le 80 ore
(40+40) tant’è vero che è stata aggiunta la dicitura “fino a”.
Non sono da conteggiare tra le
40+40 ore le attività obbligatorie di scrutini ed esami compresa la compilazione degli atti
relativi la valutazione e i collo-
72
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
qui con le famiglie le cui modalità vengono definite dal Consiglio di Istituto sentito il Collegio dei docenti.
In SIM Kit è presente uno schema (all1-40ore_primaria) che
esplicita chiaramente gli impegni suddivisi secondo i punti
3a e 3b del contratto nazionale
e che possono essere utili al docente per annotare quante ore ha
dedicato alle attività funzionali.
Il Piano annuale (un esempio
in SIM Kit ) delle attività viene approvato all’inizio dell’anno scolastico dal Collegio dei
docenti e può essere aggiornato in corso d’anno. Solitamente il piano si apre con il calendario scolastico che è stato approvato prima di settembre dal
consiglio di istituto nel rispetto del calendario regionale e
*MKYVE
#PIQNQFGN&KTKIGPVG
del monte ore previsto per i vari ordini di scuola.
Altro elemento utile per evitare
spiacevoli incomprensioni è la
modalità con la quale i docenti devono segnalare le assenze
dagli organi collegiali, giustificarle ed eventualmente recuperarle. Il piano annuale, pertanto, permette anche ai docenti di organizzare gli impegni
personali e, conoscendo quelli
scolastici con largo anticipo, di
evitare sovrapposizioni.
Organigramma
Visitando i siti delle scuole ho
analizzato con curiosità l’organigramma di Istituto nel quale spesso il dirigente scolastico
è posto al vertice di un sistema
gerarchico (un esempio nella
fig. 1). L’organigramma, invece,
#PIQNQFGN&KTKIGPVG
deve essere l’espressione della collaborazione tra le diverse componenti scolastiche che,
pur nel rispetto di ruoli ben
precisi, insieme contribuiscono
alla formazione degli alunni.
Ho trovato interessante lo schema della figura 2 in cui, sulla
stessa linea sono posti gli organi
collegiali, monocratici e di controllo che a loro volta si suddividono in altri organi più ristretti.
Non esistono frecce in un’unica direzione che collegano i vari
quadranti dall’alto verso il basso, a “cascata”, ma emerge una
dimensione orizzontale, contrapposta alla precedente prettamente verticale e verticistica,
che fa risaltare concetti di cooperazione per il raggiungimento di un fine comune.
Funzionigramma
Delineato l’organigramma, occorre definire “chi fa – cosa”
esplicitando i nominativi dei
docenti eletti dal collegio docenti e i loro compiti.
Con il funzionigramma vengono valorizzati i singoli ruoli ed
enfatizzati gli elementi di collaborazione.
Anche per rendere un servizio
alle famiglie si consiglia di indicare l’indirizzo e-mail (istruzione.it o dell’istituto) per facilitare i contatti.
Nel sito di Istituto, per favorire la comunicazione esterna, è
opportuno prevedere una sezione dedicata all’organizzazione della scuola in cui vengono
elencati compiti e nominativi
delle persone che appartengono a un determinato organo.
Per i ruoli degli organi collegiali (Consiglio di Istituto,
Collegio Docenti, Comitato di
valutazione, Consigli di classe,
Organo di garanzia, Consulta studenti, Comitato genitori)
si deve fare ancora riferimento al datato Decreto Legislativo 297/94 - Testo Unico. Spesso si è parlato della necessità di
aggiornare questo documento,
ma si resta ancora in attesa di
nuove disposizioni.
Altri organi che vengono deliberati dal Collegio dei Docenti, a eccezione dei collaborato-
ri del Dirigente, possono essere: Staff di direzione, Funzioni
strumentali, Comitato scientifico, Commissioni, Coordinatori di classe, Dipartimenti,
gruppi di materia.
La tecnologia
a supporto
dell’organizzazione
Lo staff di dirigenza, più di tutti
gli altri, deve avere una visione
generale di quanto viene deciso
nei singoli consigli di classe e
deve poter monitorare gli alunni delle classi, specie quelli individuati come portatori di BES.
Nella mia esperienza ho trovato un grande alleato in Google
Drive. A inizio anno creo una
cartella per ogni Consiglio di
Classe decidendo a quali docenti dare accesso solo come
visualizzatori o con il permesso di modificare (solitamente il
coordinatore). Creo un modello per la stesura del verbale
(esempio on line) in modo da
dare uniformità ai documenti
di tutti i team.
*MKYVE
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
73
Per evitare la stampa dei verbali che vengono poi incollati
su appositi quadernoni, do indicazione di trasformare i verbali, una volta approvati, in file
.pdf e li archivio in una cartella
condivisa con la segreteria
Per quanto riguarda gli alunni ho trovato funzionale dare
a tutti i consigli di classe un
file chiamato “mappatura”
che permette di avere sotto
controllo (esempio on line) i
casi problematici e gli interventi adottati; il file comprende le date dei contatti avuti
con la famiglia e una sintesi
dei colloqui.
Raccogliendo i riepiloghi numerici delle singole classi si
può delineare a fine anno la situazione dell’intera scuola; raccogliendo le mappature di tutti gli anni si ha la possibilità di
avere la storia completa della
classe. In questo modo si evita
di fare le proprie considerazioni sull’alunno fondandosi su
ricordi che non sono ancorati
a riferimenti certi e documentati; si possono dimostrare alla
famiglia tutti gli interventi che
sono stati messi in campo per
il superamento delle difficoltà
emerse.
Per quanto, invece, riguarda le
figure di sistema trovo utile
prevedere una tabella suddivisa per mesi nella quale vengono indicate le azioni effettuate
e di fianco annotati eventuali
suggerimenti migliorativi che
potranno essere attuati l’anno
successivo. (esempio on line)
Lo staff di dirigenza raccoglie
poi in unico file (esempio on
line) le singole descrizioni ottenendo una visione d’insieme
della pianificazione annuale.
74
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
#PIQNQFGN&KTKIGPVG
In questo modo diventa visivamente più semplice cogliere le
interazioni tra le diverse figure
rendendo più “forte” l’organizzazione perché supportata da
più persone.
Per prevedere tutte le procedure organizzative che coinvolgono anche altro personale scolastico come il DSGA e la segreteria propongo di realizzare
un grande planning suddiviso
per mese (esempio on line) che
permette di dettagliare al meglio le procedure e realizzare la
relativa modulistica.
Il planning permette di redigere gli ordini del giorno dei
consigli di classe, collegio docenti e consiglio di istituto le
cui deliberazioni sono tra loro
concatenate (esempio on line).
Un esempio: i viaggi di istruzione vengono pianificati dal
team, approvati in un consiglio
alla presenza delle famiglie; il
piano dei viaggi individuati da
tutto l’istituto viene deliberato
per la parte didattica dal collegio dei docenti sulla base del
regolamento; il consiglio di
istituto successivamente delibera la parte economica.
In conclusione: la sinergia dei
diversi ruoli e una chiara pianificazione organizzativa rendono efficace ed efficiente il sistema scuola.
Risorse
per il dirigente
Tra i Materiali Didattici, nella
sezione on line della rivista potremo trovare:
ƒ Modello Verbale;
ƒ Mappatura classe;
ƒ Figure di sistema e azioni sulla classe;
ƒ Figure di sistema e azioni sulle classi/sintesi dirigenza;
ƒ Planning procedure.
$NQI
QQMOCTM
$ Maestro Roberto
Maestro Roberto - Tecnologie e didattica
di Isa Maria Sozzi, insegnante di scuola primaria
http://www.roberto
sconocchini.it/
Piattaforma
di blog hosting
Il sito é costruito su una piattaforma Joomla!, ma è pubblicato con un dominio proprio.
Anno di fondazione
e frequenza di
pubblicazione
Il blog di Maestro Roberto è nato alla fine del 2008 e da allora ha avuto quasi tredici milioni di visite. L’autore pubblica quasi quotidianamente, anche più post al giorno, articoli
per segnalare risorse didattiche
,SQTEKI
o applicabili alla didattica, in
particolar modo legate alla tecnologia.
Destinatari,
partecipanti
Autori, gestori
Il sito è rivolto principalmente ai docenti di scuola primaria. Non mancano però spunti e segnalazioni per gli ordini
scolastici direttamente inferiori e superiori. Maestro Roberto è l’unico autore dei post,
ma molti docenti utilizzano lo
strumento dei commenti per
chiedere informazioni e consigli tecnologici oppure per proporre propri materiali e segnalare iniziative.
Roberto Sconocchini è un docente di scuola primaria dal
1991, attualmente è vicario
del Dirigente Scolastico presso l’Istituto Comprensivo Ancona Nord. Si occupa anche
di formazione degli insegnanti, come relatore a vari incontri in giro per l’Italia. Da sempre si occupa di Tecnologie per
l’Informazione e la Comunicazione anche per i suoi interessi personali che spaziano dalla
lettura al cinema, dalla musica allo sport, dall’amore per la
montagna all’attenzione ai temi di attualità.
Tipologia
Il blog è dedicato alla didattica, principalmente della scuola
primaria, occupandosi di tutte le discipline e di vari aspetti
pedagogici, integrando sempre
applicazioni tecnologiche.
Mission
Lo scopo del blog è quello di
raccogliere le tante risorse che
i colleghi hanno da tempo messo a disposizione di tutti nei loro spazi, oltre ai tanti spunti
che la rete fornisce ogni giorno, sistematizzarli e restituirli
per consolidare la pratica della documentazione come prassi o meglio “mentalità” di chi
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
75
opera nella scuola, proprio per
conservare memoria, per non
disperdere il lavoro svolto, anche per verificare ipotesi di replicabilità di esperienze in contesti diversi.
Attività
In coerenza con la mission
enunciata, vengono recensite e
sistematizzate le risorse reperite in rete e quelle segnalate e
condivise da altri docenti.
Best practice
Il blog è stato segnalato dal
portale “Innovascuola”, attualmente non più raggiungibile.
Layout grafico
Il layout è strutturato in tre
sezioni verticali. Al centro si
trovano gli ultimi dieci post,
come in ogni blog, in ordine inverso di pubblicazione
(quello più recente è in cima).
Alla fine della pagina sono posti solo i titoli dei successivi
dieci articoli. Nelle bande laterali si trovano diversi tools,
utili per la ricerca veloce e la
comunicazione attraverso i
social network, oltre a piccoli spazi per la pubblicità che,
purtroppo anche se comprensibilmente, si trovano anche
nei singoli post.
I principali strumenti di ricerca sono visibili già nella testata del sito, mentre, subito sotto il form per l’iscrizione alla
newsletter, ci trova un piccolo
ma utilissimo strumento per
la ricerca libera nel sito.
Passando a un’analisi più dettagliata dell’impostazione, ogni
post è caratterizzato dal titolo
in rosso cui seguono, legger-
76
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
mente più in piccolo, i tag di
classificazione.
Attraverso di essi è possibile
reperire post su argomenti simili. Tra gli strumenti a disposizione, sono subito evidenti il
piccolo altoparlante che consente di accedere alla sintesi
vocale (ReadSpeaker) con la
lettura integrale dei contenuti del post.
Immediatamente sotto è presente una toolbar con dei pulsanti per la condivisione veloce del post attraverso numerosissimi social network,
per scaricare una copia in pdf
e per stampare direttamente
l’articolo. Da non dimenticare i tre tasti per personalizzare le dimensioni dei caratteri.
In coda al post, una selezione
di articoli correlati e lo spazio
per eventuali commenti, dove
è richiesto l’inserimento del
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codice capTcha.
Nelle colonne laterali si trovano alcuni simpatici widget
(orologio, previsioni meteo,
audio-presentazione con Voki) e la catalogazione dei post
in base a criteri ragionati: risorse, materiali per le discipline, risorse specifiche per docenti, percorsi didattici e tempo libero a sinistra, mentre a
destra si trovano le sezioni dedicate ai viaggi, ai video, alle
opinioni, le sitografie e i materiali dedicati alle feste.
Interessante e piacevole la piccola tag-cloud animata, in alto a sinistra: attraverso i movimenti del mouse si possono
portare in primo piano i tag
che, al click, aprono la pagina
con tutti i post relativi.
Funzionalità
tecnologiche
$NQI
Il blog integra molti esempi di
soluzioni tecnologiche applicabili in didattica, anche per rendere accessibili i documenti a
tutti: in primis gli articoli sono
fruibili attraverso la sintesi vocale con voce sintetica.
È attivo un sistema di messaggistica vocale, per lasciare domande e osservazioni in questa
modalità. Sono inoltre presenti
diversi strumenti di condivisione: nella testata, sono presenti i
pulsanti del profilo dell’autore
sui principali social.
NQUUCTKQ
)
Tag: è una parola chiave o un
termine associato a un’informazione
(cioè etichetta, marcatore,
identificatore).
Tag-cloud: è una “nuvola
di etichette”, cioè una
rappresentazione visiva delle
etichette (tag) o parole-chiave usate
in un sito web.
Codice capTcha: l’acronimo deriva
dall’inglese “completely automated
public Turing test to tell computers
and humans apart” (test di
Turing pubblico e completamente
automatico per distinguere computer
e umani). Serve per impedire a
programmi automatici di inserire
spam sui siti. Infatti i programmi
non sono ancora i grado di
distinguere lettere e numeri distorti
o su sfondi confusi.
QQO
< L’esempio dei maestri
'FKVQTKCNG
di Pier Cesare Rivoltella, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
Il maestro Riccardo Giberti era un uomo austero.
Ci incuteva soggezione. Anche quando con la sua
voce roca, sotto il baffo folto, stemperava il clima
di classe con qualche battuta in dialetto lodigiano.
Era di Lodivecchio, il maestro Giberti, e non perdeva occasione per raccontarci le bellezze della basilica di San Bassiano, tanto che molti anni dopo,
quando mi ci recai, la sensazione fu di esservi già
stato, di andarne a cercare i particolari esattamente lì dove si trovavano.
Era un appassionato d’arte il maestro Giberti. Ci
spiegava come si strappano gli affreschi dal muro, ci fece conoscere il valore di alcuni capolavori che nessuno di noi sospettava potesse custodire una cittadina della Bassa conosciuta solo per i
trattori: il polittico di S. Martino dello Zenale e
del Butinone, gioiello della pittura preleonardesca lombarda, gli affreschi dei Galliari, tra i primi scenografi teatrali italiani. In classe disegnavamo tanto, con tutte le tecniche. Il maestro ci
faceva lavorare con il carboncino e con le sanguigne, ci insegnava a usare il temperino a ferro di
cavallo. Ci impratichimmo con i gessi colorati e
il fissatore, scoprimmo che i pastelli a cera possono servire a stendere uno strato denso di colore su
un cartoncino nero da graffiare con una punta di
metallo. Ricordo i presepi che ogni anno preparavamo: chi disegnava gli angeli a grandezza naturale, chi si cimentava con la cartapesta per le statue, chi allestiva l’ambientazione con il muschio e
i ciocchi di legna recuperati in lunghe passeggiate
nella campagna bergamasca.
In quegli anni imparai come il cinema crei l’illusione del movimento. Il Maestro era stato tra i
fondatori del circolo locale della FEDIC, la Federazione Italiana Cineamatori. Girava documentari e proprio negli anni in cui ci faceva scuola
aveva realizzato un film dedicato alla ricostruzione storica dei fatti del 1526, quando il generale francese Odette de Fois conte di Lautrec risparmia la città, rea di essere passata dalla parte
degli spagnoli, perché un’immagine della Vergine
inizia a piangere. Andammo “sul set”. Alcuni di
noi lavorarono come comparse. Il cinema ci affascinava e il Maestro lo portava in classe con una
vecchia macchina Super-8. Molti anni dopo, divenni conduttore di cinedibattiti e poi presidente nazionale dei CGS – come la FEDIC un’altra
delle associazioni di cultura cinematografica riconosciute dal Ministero dello Spettacolo – scrissi di cinema, frequentai come addetto ai lavori il
Festival di Venezia e mi ritrovai nella giuria del
concorso che la FEDIC lanciava annualmente per
corti di cinque minuti. Sempre pensando a lui, al
maestro Giberti.
Scrivevamo anche tanto. Il Maestro era un pubblicista e la sua famiglia gestiva una cartolibreria. Ci abituò all’osservazione e alla diarizzazione: sosteneva che occorre imparare a renderci
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
77
'FKVQTKCNG
conto di quel che ci circonda per poter scoprire
le notizie sotto i fatti. Il diario era un pretesto
per farci scrivere: anche poco, diceva, ma tutti i giorni. Ci correggeva, certo, ma era attentissimo a non sovrapporsi al nostro stile: ci diceva che ciascuno di noi doveva trovare la sua
strada espressiva. Anni dopo aver terminato la
scuola elementare, sia durante la scuola superiore che durante l’Università, il pomeriggio passavo spesso da lui ormai in pensione, in negozio.
Era l’occasione per lunghe chiacchierate e per
passeggiare tra gli scaffali: guardavo i libri in
esposizione, ne leggevo le quarte di copertina.
Il Maestro li conosceva tutti, me li consigliava.
In dialetto lodigiano era solito ripetermi: “Ti te
gh’et un crapun!”. Era il suo modo di apprezzare la mia intelligenza che riteneva avrei speso
diventando un giornalista: che lo lasciassi dire
a lui che se ne intendeva di scrittura! Ho fatto
un altro mestiere, sui giornali ho scritto spesso
e devo dire che il pezzo breve, sintetico, mi piace molto: in ogni caso devo riconoscere che per
me lo scrivere non è mai stato un problema. Senza rifletterci sopra più di tanto uso lo stesso metodo di allora: cerco le notizie sotto i fatti (gli
spunti nei libri, negli articoli, spesso molto lontano da dove potrei pensare di trovarli), diarizzo (prendo appunti, faccio annotazioni, pubblico
dei post) e poi scrivo. La scrittura vera e propria in questo modo viene di getto, non mi porta
via molto tempo: è solo l’esito di un processo, la
conclusione di un percorso che mi vede occupato
tutti i giorni, anche per poche decine di minuti,
anche in treno.
Imparare dal fare
Se ripenso oggi al mio maestro, riconosco con
chiarezza che se ho fatto l’insegnante, se mi so-
78
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
no occupato di cinema, se ho studiato per anni il
rapporto tra i media e la scuola e se la scrittura
è stata sempre uno dei miei cavalli di battaglia
professionali lo devo di sicuro a lui. Ripensando
a quegli anni di scuola elementare con lo sguardo
dello studioso di didattica riesco però anche a vedere chiaramente che non si trattava solo di avere delle passioni e di portarle in classe: quella del
maestro Giberti era un’opzione di metodo precisa,
l’opzione per il fare come spazio di sviluppo degli apprendimenti. Tale opzione, se ritorno a quegli anni (e l’ho fatto nei giorni scorsi, sfogliando i quaderni che ancora custodisco), passava per
quattro scelte precise di cui, ripeto, solo oggi posso avere consapevolezza.
La prima scelta è di fare della classe un laboratorio. Il mio maestro “faceva lezione” poche volte, se
con questo intendiamo che prendesse la parola e si
mettesse a “spiegare”. Quando parlava lui, tendenzialmente raccontava e nel suo racconto si faceva
aiutare dalle immagini, dalle “filmine didattiche”,
da qualche pellicola, dai disegni sulla lavagna. Ma
il più delle volte il maestro ci faceva lavorare. La
classe come spazio di lavoro, la scuola come un
luogo dove si lavora.
Di fatto capitava che si lavorasse da soli, ma il più
delle volte lavoravamo insieme. Si trattava di una
seconda scelta didattica precisa, quella della collaborazione. Nella classe-laboratorio si lavora insieme. Il valore di questa scelta sta nel fatto che il
compagno può essere riscoperto come un aiuto, un
supporto, che i migliori possono diventare una risorsa per chi fa più fatica.
Lavorare insieme serve a imparare le cose lì dove nascono e dove si trovano, sostituisce il sape-
'FKVQTKCNG
re libresco, mette le conoscenze in situazione. Troviamo qui la scelta dell’esperienza. Apprendere per
esperienza non significa fare e basta. Il fare per il
fare non produce da solo apprendimento. Occorre
che l’attività si completi nella riflessione, nella discussione su quel che si sta scoprendo, nella possibilità di confrontarsi per capire se le proprie ipotesi
sono corrette. Parlavamo tanto in classe, discutevamo parecchio: ho imparato molti anni dopo che
lo si chiama debriefing, che serve a sviluppare la
metacognizione.
Da ultimo, il risultato di questa organizzazione didattica era la produzione culturale: che fosse un testo scritto, un angelo di cartone per il presepe o un
giardino di Adone, qualsiasi nostra attività esitava
sempre in un artefatto, produceva cultura. Un’idea
della scuola lontana anni luce dalla trasmissione
che rende passivi. Piuttosto un’idea della scuola come spazio di crescita, come recinto in cui si produce cultura, come officina nella quale si sta preparando il futuro cittadino.
I maestri del fare
L’idea di dedicare questo Zoom, in apertura della
nuova annata di SIM, ai “maestri del fare” nasce
dalle righe precedenti. È un omaggio al mio maestro e a tutti quei maestri che al fare, al valore didattico del fare, hanno dedicato la loro vita professionale. Il minipercorso che in queste pagine
vogliamo descrivere è allo stesso tempo tematico e
storico: tematico perché proveremo ad approfondire le quattro parole-chiave che abbiamo individuato nel paragrafo precedente e che rappresentano a
mio avviso il significato didattico della scuola attiva; storico perché questo approfondimento sarà anche l’occasione per tornare ad alcuni maestri che
hanno fatto la storia dell’educazione.
L’idea della scuola-laboratorio identifica il metodo
di Celestine Freinet. I suoi bambini lavorano seguendo ciascuno il suo piano di lavoro individuale,
elaborano testi liberi, si confrontano con la classe attraverso le “conferenzine”, condividono le loro
conoscenze attraverso lo schedario didattico. La tipografia scolastica è il frame pedagogico di questa
idea di scuola. A questi temi è dedicato il contributo di Enrica Bricchetto.
Anche a Barbiana i ragazzi scrivono e poi si confrontano e questo confronto diviene a poco a poco
una scrittura corale fino a eliminare il contributo
individuale e farli diventare tutti, i ragazzi e Don
Lorenzo, solo la “scuola di Barbiana”. Alla collaborazione come uno dei capisaldi della pedagogia
di Don Milani è dedicato il contributo di Domenico Simeone.
Donatella Musella, insegnante elementare “di metodo”, della Rinnovata Pizzigoni è stata per tanti anni una delle insegnanti di riferimento. A lei
ho chiesto di riflettere sul tema dell’esperienza a
partire dalla proposta di Giuseppina Pizzigoni,
che nella Milano degli anni ’20, brevetta un metodo e in base a esso si progetta e si fa costruire
una scuola che ancora oggi rappresenta una delle testimonianze più interessanti della stagione
dell’attivismo.
Il metodo EAS si riconosce nella continuità didattica e culturale con questi modelli. In esso l’imparare
facendo è al centro dell’attenzione soprattutto nella
fase operatoria, quella in cui l’insegnante e lo studente sono coinvolti in un’attività di montaggio degli oggetti culturali che fa della classe EAS un vero
e proprio laboratorio. Lo spiega nel suo contributo
Paola Amarelli.
Chiude lo Zoom una biblio-sitografia ragionata,
curata da Serena Triacca, che può consentire l’approfondimento dei temi portati in gioco nei diversi
contributi.
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
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QQO
< Freinet e la Scuola Moderna
di Enrica Bricchetto, insegnante di scuola secondaria e collaboratrice CREMIT
Il programma politico
Il fondatore della Scuola Moderna francese, Célestin Freinet, nasce a Gars nel 1896 e non perde nessun appuntamento con la grande storia
almeno nella prima parte del ventesimo secolo.
Soldato nella prima guerra mondiale, si congeda
con un polmone danneggiato dall’iprite. Diventa una specie di invalido di guerra cui offrono di
fare il maestro in una scuola pubblica. È qui che
Freinet fa una prima osservazione fondamentale
per la sua futura pedagogia: c’è un cambiamento
profondo nelle famiglie innescato dalla guerra di
trincea che porta via i padri e costringe madri e
figli a lavorare, minando per sempre la dinamica
della famiglia tradizionale. La guerra moderna è
una frattura epocale che cambia nel profondo la
società e Freinet si rende conto subito che anche la scuola deve cambiare, adeguandosi a una
dimensione nuova del vivere comune. Lezione
frontale, libro di testo, compiti a casa, cioè la
proposta tradizionale della scuola, non possono
più rispondere al mondo moderno che si inaugura proprio con il primo conflitto mondiale.
Per questo, a partire dalla pratica didattica,
Freinet comincia a costruire una pedagogia rivoluzionaria. Con l’allestimento della tipografia di classe, che nel 1927 comincia a raccontare dalle pagine della rivista “La tipografia a
scuola”, mette subito a fuoco l’equazione scuola = lavoro, attività didattica = attività autentica.
A scuola ci si impegna perché si fa parte di una
comunità di obiettivi e di intenti, la scuola è un
luogo di valori che le tecniche contribuiscono
a consolidare.
Per Freinet insegnare significa mobilitarsi, fare
politica per cambiare la realtà. Fin dall’inizio im-
80
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
posta la sua battaglia coinvolgendo altri docenti attraverso la fondazione di varie riviste e della CEL (Cooperativa dell’Insegnamento Laico),
che si riunisce in congressi annuali.
Nel 1935, Freinet, contestato, esce dalla scuola
pubblica e apre a Vence, con l’aiuto della moglie
Elise e il supporto delle organizzazioni operaie locali, l’École Freinet strutturata senza classi,
con molti laboratori e soprattutto molto spazio
all’aperto.
Con l’occupazione nazista della Francia, Freinet
viene internato nel campo di concentramento di
Saint Maxìm e, liberato nel 1941, diventa partigiano. Alla fine della guerra dirige a Gap un
Centro Scolastico del Commissariato Regionale di Marsiglia con 85 ragazzi figli di caduti e
di deportati. Si completa così il quadro di Freinet e del suo rapporto con la grande storia: le
esperienze delle due guerre mondiali lo rendono
consapevole di un cambiamento epocale in cui
la tecnologia ha un peso importante e in cui il
rischio più grande è quello di calpestare i diritti dei più deboli, le bambine e i bambini per cominciare e, soprattutto, delle classi subalterne.
Per far fronte a questo Freinet mette al centro
della sua scuola la cooperazione: cooperare vuol
dire lavorare per un obiettivo comune, affrontare sempre i problemi all’interno di una dinamica di dialogo, discutere e negoziare. La cooperazione è un sistema di lavoro, in cui il docente
ricerca e produce cultura. La scuola diventa così
una sorta di laboratorio sociale, di laboratorio di
diritto e di educazione alla cittadinanza in cui il
maestro educa i cittadini di una repubblica democratica e non trasmette soltanto nozioni; gli
scolari, da pare loro, sanno di essere ascoltati, riconosciuti, rispettati e si trovano in un contesto
scolastico di vita organizzata secondo modelli di
responsabilità condivisa.
Ai bambini Freinet chiede massima partecipazione alla vita di casa e di scuola e vede come
elementi distrattori il gioco, il cinema e la tv: ribadisce in più luoghi che bisogna tornare alla
centralità del lavoro, inteso come impegno che
interessa, che riguarda (l’I care di Don Milani ante-litteram). Di conseguenza l’attività pedagogica deve avere le caratteristiche del lavoro: «aprire un varco e impegnarsi a fondo per una strada
illuminante» (Freinet 2002, p. 50).
Dagli anni ’50 la pedagogia di Freinet diventa sempre più popolare e supera i confini della
Francia. In Italia nel 1951 nasce il Movimento
di Cooperazione Educativa (MCE), che diffonde
la pedagogia di Freinet dando vita a esperienze
molto importanti.
A quasi cinquant’anni dalla morte di Freinet,
l’ICEM, da lui fondato nel 1947 (L’Istituto Cooperativo della Scuola Moderna - Pedagogia Freinet) è molto attivo e si appresta a realizzare il
prossimo congresso a Aix-en- Provence nell’agosto 2015.
L’organizzazione didattica
Freinet è convinto che la scuola non debba essere autoritaria, cioè che le regole non debbano
per forza essere imposte: i bambini non si obbligano a fare quello che chiede il maestro ma devono sentirsi parte di una comunità che va nella
stessa direzione e che ha uno scopo comune. Se
quello che il bambino fa ha uno scopo per la co-
munità allora scatta la motivazione, oggi si potrebbe dire, scatta il senso. Ognuno può contribuire secondo le sue caratteristiche a rendere la
comunità funzionante, invertendo la rotta della
scuola tradizionale che imponeva a tutti gli allievi di una classe lo stesso lavoro. La scuola diventa così inclusiva perché consente a ogni scolaro
di contribuire con i suoi tempi e modi.
Per realizzare una comunità di apprendimento
operosa, Freinet organizza in modo molto dettagliato il lavoro scolastico, cominciando dai piani
di lavoro annuali in cui elenca tutti gli argomenti
passibili di approfondimento per ogni disciplina,
che di fatto ne sono i nuclei fondanti. Cioè Frenet
ha ben chiaro, prima che inizi l’anno scolastico,
che ci sono grandi temi, questioni imprescindibili
da prendere in considerazione – anticipando così
il curricolo breve delle discipline.
Questi temi vengo proposti in classe attraverso
due modalità di lavoro: i piani di lavoro settimanali e le attività collettive. Ogni lunedì il maestro fa un elenco di argomenti, identificati in
una scheda numerata, che i bambini potranno
scegliere di approfondire nei momenti liberi dalle attività collettive. Quindi i bambini decidono quante schede pensano di poter compilare
nell’arco della settimana e cercano di rispettare
la previsione. Al sabato si fa il bilancio dell’attività settimanale e un’autovalutazione del lavoro
svolto. È evidente che questo modo di procedere
va nella direzione dell’autonomia e della costruzione di un sè consapevole di quello che può o
non può fare oltre al fatto di coinvolgere profondamente i bambini.
Delle cosiddette attività rivolte a tutta la classe
la più famosa è quella del testo libero. I bambini hanno tempo per scrivere un testo (potrebbe
essere anche scritto a casa) su un tema da loro
scelto, che sentono, per Freinet il tema-vivente.
Un numero “sopportabile” di questi testi – non
più di sei, dice Freinet – vengono letti, i bambini esprimono la loro preferenza, individuano
il testo del giorno che viene dato al gruppo di
bambini che ha il compito di far funzionare la
tipografia di classe. Tutti riusciamo a immaginare il coinvolgimento del gruppo dei bambini che
stampano con gli strumenti dell’epoca – la tipografia e il limografo – una copia del testo che poi
ogni bambino andrà a inserire nel Libro della vin. 1 R settembre 2015 R anno 123
81
ta, cioè il personale libro di testo di ogni bambino, somma dei temi viventi che entrano nella
classe laboratorio. I testi comuni più significativi confluiscono nel giornale di classe. In più il
lavoro della classe ha sempre un rapporto con
l’esterno. Al’inizio dell’anno il maestro sceglie
una classe con cui avverrà una collaborazione a
distanza per tutto l’anno.
Con lo stesso principio Freinet affronta il calcolo vivente, trasformando la matematica in azione
più che in operazione.
Naturalmente se Freinet si fosse fermato qui, sarebbe stato molto facile accusarlo di andare incontro alle attitudini dei bambini, tralasciando
la parte più dura della cultura, quella che costa
fatica e sacrificio. Ma Freinet è consapevole che
per realizzare un vero apprendimento non basta
l’esperienza ma sono necessarie l’analisi, la concettualizzazione e la ripetizione. Ogni mattina,
infatti, analizza il testo del giorno, scrivendolo
alla lavagna, perfezionandolo insieme ai bambini e aggiungendovi le parti di grammatica e di
interpretazione. I bambini, così, pur avendo già
la versione a stampa, riscrivono il testo arricchito di tutte queste osservazioni e apprendono in
modo profondo. Allo stesso modo i problemi viventi sono corredati da esercizi che non hanno
nulla della ripetitività del compito ma servono a
far sì che ci si appropri di meccanismi consueti.
Inoltre il maestro consente a un gruppo di bambini, ogni settimana, di preparare una conferenzina, da presentare ai compagni. Su questo Freinet mette a punto tutta la sua teoria sulla ricerca.
Il tema deve interessare i bambini che devono
costruirsi i materiali facendo ricorso alla biblioteca di classe e alle schede guida che il maestro ha
predisposto. I bambini presentano la loro conferenza alla classe e discutono il loro lavoro, si
mettono alla prova e mettono in comune con i
compagni le loro conoscenze. È evidente come
sviluppare il senso della ricerca fin da piccoli significhi introdurre una disposizione, un’attitudine a orientarsi in un mondo della conoscenza
che si sta complicando sempre di più.
Negli anni ’50 Freinet scrive che gli scolari, attraverso radio, cinema, tv e viaggi, sanno molte
cose e che in pratica “non ci rimane più nulla da
insegnare ai nostri allievi che hanno visto e udito tutto. Ma un’esperienza come questa, quan-
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n. 1 R settembre 2015 R anno 123
titativamente notevole, va a scapito dell’approfondimento e delle conoscenze. Il ragazzo non
conosce né dati né cause e tanto meno le conseguenze di ciò che vede [...]. Siamo arrivati al
punto da dover ammettere che l’eccesso di conoscenza finisce per limitare la capacità di comprensione e la cultura (Freinet 2002, p. 66).
Questa in sintesi è la vocazione della scuola, secondo Freinet: un dispositivo che valorizza quello che i bambini sanno e li aiuta a orientarsi in
un mondo complicato che ha bisogno di cultura.
In altri termini Freinet al docente di oggi insegna a intercettare l’informale, di cui i bambini
sono portatori ma che costituisce anche il loro
essere più profondo.
La classe di Freinet oggi
Fresco di nomina, Freinet scrive: «La scuola è rimasta ferma allo stadio artigianale, così come sono rimasti gli strumenti di sempre, con pochissimi ritocchi: la penna, la matita, il quaderno e il
libro di testo: tutto ciò nel secolo della macchina per scrivere, della stampa, del telefono, del
cinema, della radio, dei dischi». Basta completare questa affermazione con “…della televisione,
del computer, del tablet e di Internet” e ci si trova nella scuola dell’oggi che non ha fatto ancora,
fino in fondo, i conti con l’ambiente che le sta
intorno e di cui gli scolari sono portatori.
Freinet, cerca di immergersi nella realtà del suo
tempo e di tenere insieme la tecnologia con la
manualità, cioè fa stampare ma fa anche scrivere. Il bambino ha bisogno di fare e quindi fa parte del gruppo che stampa, ma ha anche bisogno
di scrivere, di esercitarsi in modo individuale e
di scegliere portando la sua esperienza.
Ora, se immaginiamo una classe Freinet oggi, è
evidente come la tipografia anni ’50 non possa
avere senso, perché non si potrebbe fare armeggiare i bambini con strumenti desueti. Che cosa
si avvicina di più al modello di classe di Freinet?
Per esempio una classe digitale in cui siano presenti dei device in classe e un videoproiettore, il
corrispondente attuale della tecnologia di Freinet. Con un account su Google Apps for Education per esempio, i bambini si trovano in una
comunità che oltre che fisica è anche digitale,
lo scambio e la collaborazione, oltre che di per-
sona, possono avvenire in modo telematico. Si
può ipotizzare che il testo comune, proveniente dall’analisi del testo libero del giorno, sia rielaborato attraverso gli strumenti di Doc Sharing
(Google Drive) e l’esperienza di cooperazione diventi digitale. Un Googlesite potrebbe costituire il giornale di vita della classe e il Googlegroup
potrebbe servire per la corrispondenza con classi
esterne. Tutto quello che riguarda la documentazione, naturalmente, potrebbe provenire dalla rete. Costruire schede guida potrebbe essere
più semplice per il maestro che può aggiornarle
continuamente; messe in cartelle, divise per argomento, diventano facili da consultare; indicazioni precise di siti e di blog potrebbero sostituire la biblioteca di classe.
Allo stesso tempo, la fondamentale idea del fare, della produzione, in un ambiente digitale
significa realizzare artefatti usando varie Apps
singolarmente o in gruppo da portare all’attenzione della classe per essere analizzati da
tutti. Anche in versione digitale si può dimostrare quello di cui Freinet era convinto: «Comunque, è importante che il bambino possa
riuscire in qualche cosa, dando vita a un’opera, a un prodotto evidente di cui andrà fiero
prima di tutto nei propri confronti e, poi, agli
occhi degli altri; insomma che si senta in grado di padroneggiare la materia, così come capita in qualunque altro settore» (Freinet 2002,
p. 50).
Freinet la sua grande eredità la lascia ai docenti
di oggi sia nelle tecniche che vanno adeguate sia
nelle competenze che dimostra di avere sempre
in mente sia nei valori di cittadinanza. Leggerlo e farsi contagiare dal suo spirito non può che
arricchire il mestiere di insegnante, oggi sempre
più difficile.
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QQO
Lorenzo Milani
< Don
e la scrittura collettiva
di Domenico Simeone, Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia
In una lettera al direttore del Giornale del Mattino del 28.3.1956 don Milani scrive: «Sono otto
anni che faccio scuola ai contadini e agli operai
e ho lasciato ormai quasi tutte le materie. Non
faccio più che lingua e lingue. Mi fermo sulle
parole, gliele seziono, gliele faccio vivere come
persone che hanno una nascita, uno sviluppo,
un trasformarsi, un deformarsi»1.
L’importanza che l’insegnamento della lingua
occupa nella scuola di don Milani nasce dalla
consapevolezza che ciò che differenzia il povero
montanaro dal cittadino borghese non è la quantità del tesoro che ognuno ha chiuso in sè, ma la
possibilità di esprimerlo. Ciò che manca ai poveri è il dominio della parola per poter comprendere gli altri, per poter esprimere le ricchezze
che la loro mente racchiude. Possedere la parola
permette di comunicare con gli altri e di entrare
in possesso della realtà. L’obiettivo della scuola
di don Milani era: “dare la parola ai poveri”; non
parlare ai poveri o dei poveri, ma fornire loro gli
strumenti necessari per far sentire la propria voce e per esprimere il proprio pensiero.
La pratica della scrittura collettiva nasce in questo contesto in cui la parola è al centro di ogni
azione educativa con la consapevolezza che scrivere è un’arte che può essere appresa e che scrivere in gruppo permette più facilmente di raggiungere quella capacità espressiva e quella
ricerca del modo più efficace di esprimersi.
Per questo a partire dagli anni ’60 don Lorenzo Milani incomincia a sperimentare un metodo originale di scrittura collettiva che verrà impiegato per redigere le risposte ad alcune lettere
1
M. Gesualdi (a cura di), Lettere di don Lorenzo Milani priore di
Barbiana, Mondadori, Milano 1970, pp. 57-58
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o per scrivere documenti importanti come ad
esempio la famosa Lettera a una professoressa.
Qui possiamo leggere una breve descrizione della procedura utilizzata:
«Noi dunque si fa così: per prima cosa ognuno
tiene in tasca un notes.
Ogni volta che gli viene un’idea ne prende appunto. Ogni idea su un foglietto separato e scritto da una parte sola.
Un giorno si mettono insieme tutti i foglietti
su un grande tavolo. Si passano a uno a uno
per scartare i doppioni. Poi si riuniscono i foglietti imparentati in grandi monti e son capitoli. Ogni capitolo si divide in monticini e son
paragrafi.
Ora si prova a dare un nome a ogni paragrafo.
Se non si riesce vuol dire che non contiene nulla
o che contiene troppe cose. Qualche paragrafo
sparisce. Qualcuno diventa due.
Coi nomi dei paragrafi si discute l’ordine logico
finché nasce uno schema. Con lo schema si riordinano i monticini.
Si prende il primo monticino, si stendono sul
tavolo i suoi foglietti e se ne trova l’ordine. Ora
si butta giù il testo come viene viene. Si ciclostila per averlo davanti tutti uguale. Poi forbici,
colla e matite colorate. Si butta tutto all’aria. Si
aggiungono foglietti nuovi. Si ciclostila un’altra volta.
Comincia la gara a chi scopre parole da levare,
aggettivi di troppo, ripetizioni, bugie, parole difficili, frasi troppo lunghe, due concetti in una
frase sola.
Si chiama un estraneo dopo l’altro. Si bada che
non siano stati troppo a scuola. Gli si fa leggere
a alta voce. Si guarda se hanno inteso quello che
volevamo dire.
Si accettano i loro consigli purché siano per la
chiarezza. Si rifiutano i consigli di prudenza»2.
La scrittura collettiva prese una forma sufficientemente strutturata e definita grazie alle sollecitazioni del Maestro Mario Lodi e dei ragazzi
della scuola di Vho che avevano proposto ai ragazzi della scuola di Barbiana di mantenere una
corrispondenza. Così scrisse don Lorenzo Milani al Maestro Mario Lodi a proposito di questa esperienza: «La ringrazio d’averci proposto
quest’idea perché me ne sono trovato molto bene. Non avevo mai avuto in tanti anni di scuola una così completa e profonda occasione per
studiare coi ragazzi l’arte dello scrivere. Per noi
dunque tutto bene anzi sono entusiasta della
cosa»3.
L’arte della scrittura non era solo lo strumento che avrebbe permesso di esprimersi, era anche un modo per cercare la verità. Poco prima di
morire così don Lorenzo scrive all’amico Giorgio Pecorini, parlando di Lettera a una professoressa: «non voglio morire signore cioè autore di
libro, ma con la gioia che qualcuno ha capito
che per scrivere non occorre ne genio ne personalità perché ci sono regole oggettive che valgono per tutti e per sempre e l’opera è tanto più arte quanto più le segue e s’avvicina al vero. Così
la classe operaia saprà scrivere meglio di quella
borghese. È per questo che io ho speso la mia vita e non per farmi incensare dai borghesi come
uno di loro»4.
2
Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, LEF, Firenze
1967, pp. 126-127.
La scrittura collettiva verrà ripresa, perfezionata e riproposta
da José Luis Corzo Toral presso la casa-scuola di Santiago 1 a
Salamanca, in Spagna, dove riprendendo lo spirito della scuola
di Barbiana ha così descritto il metodo impiegato:
Prima fase: scelta del tema e del lettore
Seconda fase: Raccolta delle idee
Terza Fase: raccolta delle idee in capitoli e paragrafi
Quarta fase: riordinare le idee all’interno di ogni capitolo o
paragrafo
Quinta fase: composizione di un testo completo
Sesta fase: revisione generale del testo
Settima fase: semplificazione e perfezionamento del testo
Ottava fase: revisione dello scritto da parte di estranei
Cfr. F. Gesualdi - J.L. Corzo Toral, Don Milani nella scrittura
collettiva, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1992
3
A M. Lodi 2.11.1963, M. Gesualdi (a cura di), Lettere di don
Lorenzo Milani Priore di Barbiana, San Paolo, Cinisello Balsamo
(Mi) 2007, pp. 207-216
4
A G. Pecorini 7.4.1967, M. Gesualdi (a cura di), Lettere di don
Lorenzo Milani Priore di Barbiana, San Paolo, Cinisello Balsamo
(Mi) 2007, pp. 344-346
Il frutto di questo modo di scrivere è il testo collettivo redatto dai ragazzi della Scuola di Barbiana, sotto la guida di don Lorenzo Milani e inviato ai ragazzi della scuola del maestro Mario
Lodi.
Già molti anni prima il giovane sacerdote Lorenzo Milani, aveva abbozzato un sistema di scrittura collettiva per redigere una vita di Gesù che
potesse essere espressa con un linguaggio comprensibile e vicino alla vita: don Milani aveva
utilizzato le parole che gli alunni impiegavano.
La tecnica della scrittura collettiva verrà sperimentata per redigere alcuni importanti documenti, per rispondere ad alcune delle molte lettere. Tra questi scritti uno dei più conosciuti è la
Lettera ai giudici.
Così ne parla don Lorenzo Milani in una lettera inviata alla signora Dina Lovato nel marzo
1966: «Tutti pensano che abbiamo delle bellissime idee. Pochi, forse due o tre in tutto, si sono accorti che per schiarire le idee così a noi
stessi e agli altri bisogna mettersi a lavorare tutti insieme per mesi su poche pagine. Allora tutti sapranno scrivere come noi e non ci sarà più
bisogno di rivolgersi a noi con venerazione come se fossimo toccati dalla grazia. Chiunque se
vuole può avere la grazia di misurare le parole, riordinarle, eliminare le ripetizioni, le contraddizioni, le cose inutili, scegliere il vocabolo
più vero, più logico, più efficace; rifiutare ogni
considerazione di tatto, d’interesse, di educazione borghese, di convenienze, chieder consiglio a molta gente (sull’efficacia non sulla convenienza). Alla fine la cosa diventa chiara per
chi la scrive e per chi la legge. La lettera ai giudici è stata un dono che abbiamo ricevuto e abbiamo fatto. Prima di scriverla né io né i ragazzi
sapevamo quelle cose»5.
In seguito, perfezionata, la scrittura collettiva
servirà per redigere la famosa Lettera a una professoressa. La lettera nata come risposta alla bocciatura di alcuni allievi della scuola di Barbiana
che si erano recati in una scuola pubblica per
sostenere gli esami di maturità, vuole essere anche la testimonianza che tutti possono imparare
5
A D. Lovato, 16.3.1966, in «Note Mazziane», 2 (1977), pp.
8-9; ora in J.L. Corzo (a cura di), Don Milani. La parola agli
ultimi, La Scuola, Brescia 2012, pp. 141-143
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85
a scrivere e che scrivere è un’arte resa possibile
da una “tecnica piccina”.
Per sostenere e accreditare il lavoro collettivo
che sta alla base della Lettera a una professoressa
don Milani aveva pensato di chiedere all’architetto Giovanni Michelucci di redigere una prefazione sul valore del lavoro di gruppo in architettura così come nella scrittura. Il testo non verrà
pubblicato con la Lettera, ma oggi ne conosciamo i contenuti perché La Fondazione Don Lorenzo Milani l’ha pubblicato nel 2007 in una
nuova edizione della Lettera a una professoressa arricchita da una serie di documenti, in parte
inediti, in occasione del quarantesimo anniversario della pubblicazione6.
In una lettera a Giorgio Pecorini del 7 aprile
1967 il priore di Barbiana scrive «Quello che
sembra uno stile personalissimo di don Milani è
solo lo stare per mesi su una frase sola togliendo via via tutto quello che si può togliere. Tutti
sanno scrivere così purché lo vogliano. È solo un
problema di pigrizia»7.
Commentando Lettera a una professoressa P.P.
Pasolini dice di avervi trovato «Una delle definizioni della letteratura più belle che io abbia letto, cioè la poesia sarebbe un odio che una volta
approfondito e chiarito diventa amore». Si riferisce alla definizione di arte che si può leggere
nella lettera: «Così abbiamo capito cos’è l’arte. È
voler male a qualcuno o a qualche cosa. Ripensarci sopra a lungo. Farsi aiutare dagli amici in
un paziente lavoro di squadra. Pian piano viene
fuori quello che di vero c’è sotto l’odio. Nasce
l’opera d’arte: una mano tesa al nemico perché
cambi»8.
L’arte dello scrivere è vista come un atto d’amore, nasce dal desiderio di cercar la verità, per
questo don Lorenzo scrive: «L’arte dello scrivere
è la religione. Il desiderio d’esprimere il nostro
pensiero e di capire il pensiero altrui è l’amore. E
il tentativo di esprimere le verità che solo s’intuiscono le fa trovare a noi e agli altri. Per cui esser
6
Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa (edizione
speciale “Quarant’anni dopo” a cura della Fondazione don
Lorenzo Milani), LEF, Firenze 2007
7
A G. Pecorini, 7.4.1967, M. Gesualdi (a cura di), Lettere di don
Lorenzo Milani Priore di Barbiana, San Paolo, Cinisello Balsamo
(Mi) 2007, p. 322
8
Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, LEF, Firenze,
1967, p. 132
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n. 1 R settembre 2015 R anno 123
maestro, esser sacerdote, essere cristiano, essere artista e essere amante e essere amato sono in
pratica la stessa cosa»9.
A cinquant’anni di distanza dalla sua prima applicazione la scrittura collettiva si propone come
uno stimolo utile e interessante che chiede non
tanto di essere imitato, quanto piuttosto di essere reinterpretato alla luce delle possibilità messe a disposizione anche dalle nuove tecnologie,
nella consapevolezza che la Scuola di Barbiana
«non è un modello, è un messaggio, e il messaggio non si imita mai, è sempre un appello a
nuove creazioni. […] Esportare il segreto della
Barbiana del Mugello, che sta tutto negli obiettivi, e ripeterne il metodo, che è tutto di impegno
e di coerenza, nelle tante Barbiane del mondo, è
l’unica possibilità/ speranza che ci resta»10.
9
A D. Lovato, 16.3.1966, A D. Lovato, 16.3.1966, In «Note
Mazziane», 2 (1977), pp. 8-9; ora in J.L. Corzo (a cura di), Don
Milani. La parola agli ultimi, La Scuola, Brescia 2012, pp. 141143
10
G. Pecorini, Don MIlani! Chi era costui?, Baldini e Castoldi,
Milano 1996, p. 150
QQO
Pizzigoni
< Giuseppina
e il metodo dell’esperienza
di Donatella Musella, insegnante di scuola primaria
Giuseppina Pizzigoni è stata una Maestra attenta. Ella riuscì a realizzare concretamente il suo
progetto per una Scuola Rinnovata, che ponesse
l’esperienza diretta, l’agire dei bambini, al centro
del suo piano educativo, della sua programmazione didattica, del suo “metodo”.
Il suo lavoro diligente di osservazione e riflessione educativa, con le azioni che ne conseguirono, troverà completamento nella definizione
esaustiva dell’importanza di sperimentazioni significative, non fini a se stesse, che direzionino
una successiva azione di ponderazione, fino alla
costituzione di attività di senso.
Ogni singola esperienza per la Pizzigoni deve divenire lievito di vero autoapprendimento.
aule sono realizzate con grandi porte-finestre, per
facilitare l’accesso diretto agli spazi esterni. Questi ultimi sono progettati per offrire opportunità
di osservazione, riflessione, apprendimento.
Trovano posto, all’aperto: aiuole a forma geometrica, uno spazio dedicato all’attività di Agraria,
con terreno e orti, un frutteto, una fattoria con
animali di piccola e media taglia, una piscina coperta, una fontana circolare. Ci sono padiglioni
e serre e un boschetto con diverse specie di alberi, sempreverdi e caducifogli.
Il Metodo Pizzigoni e la Scuola Rinnovata rappresentano una testimonianza delle buone pratiche dell’epoca dell’Attivismo. La loro attualità
è tuttora sorprendente.
La “scuola rinnovata” e il metodo La nascita e lo sviluppo di metodo
Pizzigoni oggi
e scuola
Il Metodo Pizzigoni è presente oggi a Milano
nella Scuola Primaria “Rinnovata Pizzigoni” di
via Castellino da Castello.
All’ingresso dello storico edificio in mattoni rossi, ci si trova a leggere, quasi un incipit, parole che sottolineano la forma mentis che bisogna
assumere entrandovi: “TEMPIO: LA NATURA,
SCOPO: IL VERO, METODO: L’ESPERIENZA”.
Queste affermazioni rivelano i pilastri che sorreggono l’intero impianto di un’idea di scuola
nuova, attiva, che prenderà forma e si perfezionerà sino a divenire un vero e proprio Metodo
Didattico Differenziato: il Metodo Pizzigoni.
La Scuola Rinnovata utilizza ancora oggi l’edificio fatto costruire da Giuseppina Pizzigoni nel
1927. Questo si sviluppa a piano terra, collocato
in un’area dedicata, che si estende per 22.000 mq,
comprese strutture chiuse e spazi all’aperto. Le
Nata nel 1870, Giuseppina Pizzigoni diviene
maestra nel 1888, in un periodo in cui le scuole
elementari sono comunali e i metodi d’istruzione in esse applicati si basano su lezioni esclusivamente frontali, ascolto passivo e mancanza di
operatività.
I maestri vengono preparati alla Scuola Normale, istituzione presente solo nei capoluoghi. La
Pizzigoni viene indirizzata a questi studi dalla
famiglia e ottiene subito un posto di insegnante a Milano.
Fin dai primi anni di attività e di lavoro in una
scuola astratta e nozionistica, la Pizzigoni comprende che esiste uno iato troppo grande tra quel
modello di istruzione e i veri interessi di conoscenza degli scolari, dei fanciulli. Osserva direttamente come spesso i bambini siano poco o per
nulla interessati a ciò che si vuol far loro imparare.
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Intuisce come sia necessario trovare soluzioni
efficaci per affrontare questa caratteristica negativa dell’istruzione, che ritiene essere il vero problema della scuola.
«Gli anni da me vissuti nell’insegnamento, i primi incerti tentativi per applicare le teorie apprese ma non approfondite alla Scuola Normale,
le conquiste fatte via via a spese dell’esperienza
quotidiana, lo studio cosciente del movimento
della psiche infantile e una seria disamina dei
metodi in atto, mi hanno convinta che la scuola
d’oggi non è l’occupazione geniale, utile, desiderata dei piccoli esseri che vi debbono vivere»1.
La critica della Pizzigoni è dettagliata e specifica, poiché lei stessa vive in una realtà scolastica
inadeguata, che sacrifica la creatività e la partecipazione sentita degli alunni.
Le lezioni di quei tempi sono solo verbalistiche,
supportate al massimo da cartelloni o modelli in
plastica delle cose vere.
La Pizzigoni allora agisce: viaggia per far visita a
scuole e centri educativi che a quel tempo sperimentavano una diversa tipologia di impostazione
di scuola e lezioni. Si mette in contatto con maestri ed educatori di scuole “modello”, sperimentali, innovative. Esse vanno sorgendo in diverse
parti d’Europa e possiamo ricordarle come Scuole Nuove. La Pizzigoni studia molto, legge testi di
pedagogisti e psicologi, si informa, ricerca spunti
di riflessione e di progettazione. Affianca alla riflessione l’azione e giunge all’ideazione di cartelloni per le pareti delle aule, accuratamente prodotti. Essi avrebbero costituito la prima decorazione
dell’aula scolastica, stimolando con litografie colorate l’osservazione, l’avviamento al comporre,
la riflessione, lo spunto mancante. Riesce a farli
pubblicare e adottare dal Comune di Milano, a
partire dal 1905, insieme ad altri sussidi didattici
da lei ideati. Spera possano migliorare in qualche
modo i “prontuari” allora esistenti e diffusi, nei
quali erano contenuti schemi per lezioni per così
dire stereotipate.
Successivamente avvia nella scuola dove insegna
un momento di diretta espressione dei bambini: il
teatro. Prosegue introducendo il lavoro manuale e
riceverà per questo un Attestato di Benemerenza.
Non le basta però cercare di migliorare qua e là
alcuni tratti della scuola esistente: la Pizzigoni
persegue l’obiettivo di progettare una sua “scuola rinnovata”, in cui si concretizzino le convinzioni che va consolidando.
Già nel 1907 mette per iscritto i punti fondamentali sui quali si sarebbe dovuta edificare la
sua nuova scuola.
Nel 1909 costituisce un Comitato Promotore,
che diverrà poi Opera Pizzigoni, ente tuttora esistente, dedito all’ archiviazione dei documenti e
al supporto alla programmazione di corsi di formazione e aggiornamento sul Metodo Pizzigoni.
Meglio di tanti discorsi teorici, com’era nel suo
stile, la Pizzigoni si sottoporrà al giudizio della
Storia, tramite la realizzazione concreta ed effettiva di un Metodo e di un edificio scolastico specifico, con la sua struttura, la sua organizzazione, la sua realtà.
Nel 1911 comincia il primo “esperimento di differenziazione didattica” con due classi prime in
un padiglione prefabbricato. Anno dopo anno
seguono le altre classi, fino al 1927.
In quell’anno architetti e ingegneri daranno forma alla progettualità della maestra attenta alla didattica esperienziale, costruendo l’attuale
scuola. La Pizzigoni stessa elencherà con cura le
caratteristiche strutturali che l’edificio avrebbe
dovuto prevedere.
Esse rivelano gli elementi fondamentali da porre
alla base di una scuola “rinnovata”:
ƒ valorizzazione dell’attività del fanciullo;
ƒ presa di coscienza delle reali esigenze fisiche e
psichiche dei bambini;
ƒ concretezza dell’attività didattica;
ƒ guida sicura dell’insegnante nel lavoro degli
scolari.
«Il metodo della “Rinnovata” vuole poche parole e molti fatti; vita attiva del bambino a contatto con molte cose e con molti fatti e con molte
persone»2.
1
2
G. Pizzigoni, La scuola elementare rinnovata secondo il Metodo
Sperimentale, Paravia, Milano s.d., p. 15
G. Pizzigoni, Le mie lezioni ai maestri elementari d’Italia, La
Scuola, Brescia 1961, p. 49
88
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
Il metodo “sperimentale”
Per comprendere le motivazioni che spinsero
Giuseppina Pizzigoni a voler attuare una revisione del “modo di far scuola” del suo tempo,
è necessario esplicitare il nodo centrale del suo
pensiero: il concetto di esperienza.
Diversi sono stati gli studi pedagogici a riguardo. Vorrei solo porre in risalto la peculiarità della sua idea, ricordando come per “esperienza personale del fanciullo” la Pizzigoni intendesse non
tanto un’esperienza solo sensoriale, stimolata da
un ambiente ricco, quanto piuttosto un’appropriazione personale dei diversi elementi del reale,
resa possibile dalla presenza sollecita del maestro accanto allo scolaro.
È indispensabile fornire agli scolari un “ambiente sollecitatore di problemi”. Esso renderà possibile lo svolgimento di lezioni che stimolino
l’attività intellettuale dei bambini. La Pizzigoni
amplia l’accezione semantica del termine. Esso
comprende certamente il significato specifico
più strettamente connesso all’ambiente scolastico, ma deve altresì riferirsi anche a tutto ciò che
circonda gli alunni e di cui essi possono prendere diretta visione e conoscenza.
«Ho detto: l’ambiente scolastico della “Rinnovata” è il mondo. Anche la scuola più piccola lo
ha. La Rinnovata ha anche un ambiente chiuso
… le aule luminose che si aprono direttamente sul giardino o sul campo … E poi le officine
fuori scuola … poi gl’Istituti Pubblici … E poi
gl’Istituti di beneficenza … Ambiente scolastico
è ovunque ci sia ragione di studio»3.
È importante considerare un’altra intuizione, altamente anticipatrice, che contraddistingue le
scelte pedagogico-didattiche della Pizzigoni. Essa riguarda il riconoscimento della necessità che
l’esperienza, il fare, non possa e non debba limitarsi al “fare e basta”: si perderebbe la possibilità
enorme che assume la riflessione che ne deve essere il coronamento, che deve necessariamente scaturire dopo ogni attività e che ha la potenzialità
di portare appunto l’alunno a “produrre cultura”.
Altamente anticipatoria di un processo in atto
ancora oggi, è l’affermazione che troviamo nei
suoi scritti : «Scuola è il mondo. Maestro è ogni
fatto naturale e ogni uomo. Non si insegni, si
esperimenti» . E ancor meglio: «Capovolgere il
modo di far scuola»4.
Giuseppina Pizzigoni assegna proprio al maestro il compito di sostenere e valorizzare questi momenti di attività, di esperienza concreta,
chiedendogli di indirizzare i momenti della riflessione e dello sviluppo metacognitivo degli
scolari: «… il maestro non fa che portare tutti
i fatti ch’egli ritiene fondamentalmente educativi in contatto con gli scolari, o questi in contatto con quelli e dirigere la mente di chi deve
apprendere, perché l’apprendimento riesca ordinato e diventi fonte di vita»5.
Conclusione
Questo rapido excursus storico su Giuseppina Pizzigoni e la Rinnovata non ha la pretesa
di essere esaustivo. Auspico altresì possa fornire utili spunti per comprendere come l’agire
scolastico, l’esperienza quotidianamente svolta nelle aule e fuori da esse, necessiti di un’attenzione specifica alla fase operatoria, concreta, agita.
Oggi come ieri è indispensabile preparare attività che coinvolgano studenti e insegnanti in un
percorso condiviso di progettualità.
La scuola deve insegnarci a vivere dirigendoci
tra i nostri simili e tra le numerose difficoltà che
la vita ci prepara. Ecco perché essa deve somigliare a una piccola società, dove gli individui si
muovono liberi per adempiere al loro dovere6.
5
G. Pizzigoni, L’insegnamento oggettivo, in «Rivista Pedagogica»
1920, p. 194
6
G. Pizzigoni, Linee fondamentali …, cit., p. 63
3
G. Pizzigoni, Le mie lezioni …, cit., pp. 41-42
G. Pizzigoni, Linee fondamentali e programmi e altri scritti, La
Scuola, Brescia 1956, p. 338
4
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89
QQO
ragionata
< Biblio-sitografia
di ZOOM
a cura dell’Università Cattolica del Sacro Cuore
La classe-laboratorio
Volumi e contributi in volumi
E. Bricchetto, La classe-laboratorio di Freinet, in P.C.
Rivoltella, Fare didattica con gli EAS, La Scuola, Brescia 2013, pp. 59-62
C. Cavianato - L.Canetti, I fili e i nodi dell’educazione. Sulle tracce di Freinet, in «Quaderni di cooperazione educativa», Nuova serie, 22, La Nuova Italia,
Firenze 1999
C. Freinet, Le mie tecniche, La Nuova Italia, Firenze 1969
C. Freinet, L’apprendimento della lingua secondo il metodo naturale, La Nuova Italia, Firenze 1971
C. Freinet, La scuola del fare. Principi (vol. I) e La
scuola del fare. Metodi e tecniche (vol. II), Emme Ed.,
Milano 1977-78
C. Freinet, La scuola del fare, a cura di R. Eynard, in
«Quaderni di cooperazione educativa», Serie storica,
Edizioni Junior, Parma 2002
Didattica operativa. Le tecniche Freinet in Italia, in
«Quaderni di cooperazione educativa», Serie storica,
Edizioni Junior, Parma 2002
M. Gesualdi (a cura di), La parola fa eguali. Documenti e inediti, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2005
A. Pettini, Célestin Freinet e le sue tecniche, La Nuova
Italia, Firenze 1968
Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1967
Articoli in rete
E. Gemma, Il diritto del bambino alla libera espressione. L’esempio di Célestin Freinet e Janusz Korczak, in
«Dialegesthai. Rivista telematica di filosofia», anno
13 (2011) in Internet, URL: http://goo.gl/IF6q26
L. Legrand, “Célestin Freinet” in Prospects: the quarterly
review of comparative education, UNESCO: International Bureau of Education, vol. XXIII, n. 1/2, Paris 1993,
pp. 403-418 in internet, URL: http://goo.gl/UpdymQ
B. Romeo, Il Movimento di Cooperazione Educativa sostenitore e divulgatore dei valori della “pedagogia popolare”, in Internet, URL: http://goo.gl/aQrYK
90
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
Siti e risorse multimediali
Due mostre su Janusz Korczak realizzate dal Ministero degli Esteri Polacco nel 2012, in occasione del 70°
anniversario della scomparsa del pedagogista:
Janusz Korczak riformatore del mondo, in Internet,
URL: http://goo.gl/P1WqJK
Il Re dei Bambini, in Internet, URL: http://goo.
gl/9HTexw
Film Dottor Korczak (A. Wajda 1990), in Internet,
URL: https://youtu.be/ohaFySwuYqc
Il sito dell’Institut Coopératif de l’École Moderne
(ICEM-Pédagogie Freinet), in Internet, URL: http://
goo.gl/Igf6h2
Il sito del Centro di documentazione Don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana, in Internet, URL: http://
www.istituzionedonmilani.org/
Video dal portale Rai Scuola su Don Lorenzo Milani,
Lorenzo Milani, vita di un prete scomodo, in Internet,
URL: http://goo.gl/XBxq94
Testimonianze su Don Lorenzo Milani, in Internet,
URL: http://goo.gl/wBr0ut
Lorenzo Milani raccontato dai suoi allievi, in Internet,
URL: http://goo.gl/TlVumt
Apprendere dall’esperienza
Volumi e contributi in volumi
E. Bricchetto, Partire dall’esperienza, in P.C. Rivoltella, Fare didattica con gli EAS, La Scuola, Brescia 2013,
pp. 96-99
O. Cassottana, Giuseppina Pizzigoni e la “Rinnovata”
di Milano, La Scuola, Brescia 2004
S. Chistolini, L’asilo infantile di Giuseppina Pizzigoni:
bambino e scuola in una pedagogia femminile del Novecento, FrancoAngeli, Milano 2009
F. Zuccoli, Dalle tasche dei bambini… Gli oggetti, le
storie e la didattica, Junior, Bergamo 2011
Articoli in rete
M. Cantoia, La dimensione dell’apprendimento, in Internet, URL: http://goo.gl/bJkwvA
F. Frabboni, Pedagogia e didattica di Giuseppina Pizzigoni, in Internet, URL: http://goo.gl/jTFWaJ
D. Musella, Il concetto di esperienza, in internet, URL:
http://goo.gl/eK6F83
P.C. Rivoltella, La didattica dell’esperienza, in Internet, URL: http://goo.gl/LGlzQM
F. Zuccoli, Le scuole attive e l’apprendimento attraverso
l’esperienza, in Internet, URL: http://goo.gl/vYmnCl
F. Zuccoli, Il metodo Pizzigoni oggi e presentazione della Rinnovata, in Internet, URL: http://goo.gl/
gqDUvM
Risorse multimediali
Il sito dell’Opera Pizzigoni, in Internet, URL: http://
www.operapizzigoni.it/
La scheda della Scuola Primaria “Rinnovata” di Milano sul sito del progetto Abitare la scuola di Indire, in
Internet, URL: http://goo.gl/o2wMrg
Video dal portale Rai Scuola sul Metodo Pizzigoni, in
Internet, URL: http://goo.gl/ESmYL2 e URL: http://
goo.gl/ZnK5t0
La scuola che produce cultura
Articoli, volumi o contributi in volumi
B. Cope - M. Kalantzis, Multiliteracies. Literacy Learning and the Design of Social Futures, Routledge, London 2000
B. Cope - M. Kalantzis, “Multiliteracies”: New Literacies, New Learning in Pedagogies: An International
Journal, 4:3, Taylor and Francis 2009
H. Gardner, Sapere per comprendere, Feltrinelli, Milano 1999
H. Jenkins, Culture partecipative e competenze digitali. Media Education per il XXI secolo, Guerini, Milano 2010
P.C. Rivoltella, Fare didattica con gli EAS. Episodi di
Apprendimento Situato, La Scuola, Brescia 2013
P.C. Rivoltella - E. Bricchetto - F. Fiore (a cura di),
Media, storia e cittadinanza, La Scuola, Brescia 2012
L. Toschi, La comunicazione generativa, Apogeo, Milano 2011
Articoli in rete
Dossier Créer un journal scolaire. Dall’analisi alla produzione con Open Office (in francese), in Internet,
URL: http://goo.gl/jTBFL8
P.C. Rivoltella, Il tablet in classe, in Internet, URL: http://goo.gl/edBthm
Risorse multimediali
Raccolta di video sul concetto di multiliteracies ospitati sul portale New Learning, in Internet, URL: http://goo.gl/DLQbiI
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
91
QQMOCTM
del collegio docenti
$ Ruolo
e la Buona Scuola
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di Cristina Lerede, Libera Università di Bolzano
In questo periodo l’attenzione
è focalizzata sulla Buona Scuola
e in particolare sul ruolo del dirigente scolastico, figura spesso rappresentata nell’immaginario collettivo come “preside
manager” che sceglie i docenti “a chiamata diretta”, che decide chi, secondo un approccio
tipicamente italiano alla meritocrazia, avrà aumenti stipendiali ecc. Sembra emergere
un’immagine di scuola equiparata a un’azienda; ma occorre
chiedersi se effettivamente sia
buona una scuola che funziona in una dimensione aziendalistica, improntata al profitto e
alla valorizzazione delle eccellenze, gestita con soldi pubblici ma funzionante con una logica privatistica. Le domande
in questo senso sono molte e
meritano di essere poste, anche a rischio di aprire vecchie
polemiche.
In ogni caso vale la pena sottolineare come una “buona
scuola”, pur vista in una logica aziendalistica, cui pare ispirarsi la riforma attuale, non può prescindere dal
coinvolgimento degli attori principali che affiancano il
dirigente scolastico, quali gli
organi collegiali. In particolare, non si può non riflette-
92
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
re sul ruolo che verrà attribuito al Collegio docenti, organo
tecnico deputato a effettuare
le scelte didattiche dell’istituto che poi si traducono nel
piano dell’offerta formativa.
In realtà nel disegno di legge
sulla Buona Scuola vengono
fatti cenni fugaci a tale organo
e più in generale agli organi
collegiali della scuola, e quasi
sempre in una funzione quasi
ancillare rispetto a quella del
dirigente scolastico. Pur tuttavia, ritengo che sia assolutamente importante valorizzarne il ruolo in questo momento storico e la Buona Scuola
non può non tenerne conto in
modo adeguato.
Valorizzare il Collegio
dei docenti
Attualmente il Collegio dei docenti rappresenta l’organo tecnico dell’istituzione scolastica,
ossia il luogo in cui si predispone la progettazione pedagogica e didattica che si traduce successivamente nel Piano
dell’offerta formativa, il documento dell’identità culturale
e progettuale della scuola, interamente elaborato dall’organo in questione. Il Collegio
è dunque il centro propulso-
re dal quale prendono vita e si
concretizzano tutte le iniziative di adeguamento della programmazione educativa, di aggiornamento dei docenti, di sostegno agli alunni portatori di
handicap e di recupero per le
situazioni di scarso profitto degli studenti.
Proprio considerando che il
ddl sulla Buona Scuola profila l’eventualità di un’assunzione generalizzata del personale precario, che azzererebbe
tutte le graduatorie esistenti
sul territorio nazionale, appare necessaria l’esistenza di un
organo che, affiancando il dirigente scolastico, avanzi proposte per un utilizzo razionale di tali risorse che potrebbero migliorare la gestione delle scuola e la qualità della didattica. Solo in questo modo
l’inedita “abbondanza” di risorse che si verrebbe a determinare a seguito della massiccia immissione in ruolo degli
insegnanti attualmente precari
sarà un’occasione storica per
innalzare il livello della qualità della didattica e migliorare
l’organizzazione delle istituzioni scolastiche.
Nella pratica, come noto, attualmente, non mancano problemi interpretativi e fattispe-
0QTOCVKXC
cie complesse, non facili da
risolvere, essendo oggettivamente difficile distinguere, in
talune situazioni, le attività
di gestione e di organizzazione, proprie del dirigente scolastico, da quelle di contenuto educativo-didattico, di pertinenza degli organi collegiali
e particolarmente del Collegio
dei docenti. La Buona Scuola
dovrebbe essere l’occasione di
quella riforma degli organi collegiali tanto attesa e auspicata,
in grado di affrontare queste
importanti problematiche.
In effetti, anche partendo dal
presupposto di sposare la visione
aziendal-privatistica,
non si può tralasciare l’importanza degli organi che dovrebbero affiancare il presidente di
una società quali i consigli sindacali e i CdA. Senza spingerci
troppo oltre, e ricordando che
la dicotomia gestione pubblicistica/gestione privatistica non
sempre è una divisione manichea, potendo avere una serie
di sfumature di collegamento tra i due modelli, si ricorda che attualmente, per quanto concerne il Collegio docenti in particolare, la normativa
di riferimento rinvia all’art.7
del D.Lgs. n. 297 del 16 aprile 1994, Testo Unico delle di-
sposizioni legislative vigenti in
materia di istruzione, relative
alle scuole di ogni ordine e grado, che disciplina i poteri deliberanti, propositivi e valutativi
spettanti all’organo suddetto;
si tratta di competenze precedentemente fissate nel D.P.R.
n. 416 del 1974 che sono rimaste inalterate benché sia sopravvenuta l’emanazione del
T.U. citato.
Inoltre, in considerazione della previsione del ddl sulla Buona Scuola, che all’art. 2 punto 8 richiama espressamente il
DPR n. 275 del 1999 nella parte in cui prevede il piano triennale in aggiunta “a quanto previsto per il Piano dell’Offerta Formativa ai sensi dell’art.
3 DPR 8 marzo 1999”, occorre sottolineare come lo stesso DPR all’art. 16 comma 1 afferma che “gli organi collegiali
della scuola garantiscono l’efficacia dell’autonomia delle istituzioni scolastiche nel quadro
delle norme che ne definiscono competenze e composizioni”. L’impianto normativo su
cui si basa la Buona Scuola non
può che partire quindi dalle
previsioni attualmente vigenti
in materia di autonomia scolastica se è vero che la ratio della nuova “costruzione” pare sia
quella di garantire una sempre
maggiore autonomia giuridica
e funzionale.
Proprio sulla base del background fin qui esposto, così come l’introduzione dell’autonomia scolastica ha inciso
non poco sui compiti degli organi collegiali, tenuti a garantirne l’efficacia “nel quadro
delle norme che ne definiscono competenze e composizione” (art. 16, comma 1, DPR n.
275/1999) e ha assegnato al dirigente scolastico “le funzioni
di cui al decreto legislativo 6
marzo 1998, n. 59, nel rispetto delle competenze degli organi collegiali” (comma 2), così il
ddl sulla Buona Scuola rimetterà in discussione le competenze e la composizione degli
organi collegiali tutti e necessiterà di un provvedimento di
riforma, sempre annunciato e
mai varato. A oggi infatti gli
organi collegiali interni a ogni
singola istituzione scolastica
restano ancora disciplinati dal
Titolo I della Parte I del Testo
Unico in materia di istruzione
(D.Lgs. n. 297/1994) così come integrato e modificato da
successivi provvedimenti normativi.
Concludendo, la Buona Scuola non può dimenticare che il
dirigente scolastico (ancorché
nella nuova veste conferitagli
dal ddl) deve essere affiancato
da un Collegio docenti rivitalizzato e valorizzato, per poter
svolgere al meglio la responsabilità dell’impostazione didattico-educativa, in rapporto alle particolari esigenze dell’istituzione scolastica e in armonia
con le decisioni del Consiglio
di istituto.
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
93
+/-+6
5 KIT del mese
di Paola Amarelli e Alessandro Sacchella,
redattori di Sim Kit
Una sezione della rivista è costituita da SIM KIT, la “cassetta degli attrezzi” digitale
in cui sono reperibili schede
operative, contenuti didattici,
strumenti per la valutazione,
lesson plan, software e applicazioni.
SIM KIT nasce espressamente
dal desiderio di essere utili alla riflessione e al lavoro degli
insegnanti. È un contenitore
di attività pratiche e di materiali, immediatamente fruibili e personalizzabili in base alle esigenze degli alunni e
della progettazione didattica;
nello stesso tempo, intende
proporsi come un modo di fare scuola, attraverso la mediazione – quella per EAS – che
per i docenti che la sperimentano vorrebbe costituire un
dispositivo (e un’occasione)
per riflettere sul proprio agire
formativo.
Si tratta di proposte per il lavoro di progettazione auspicato
dalle Indicazioni nazionali, laddove queste prevedono che si
individuino e attivino, «a partire dal curricolo di istituto, le
esperienze di apprendimento
più efficaci, le scelte didattiche più significative, le strategie più idonee, con particolare
94
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
attenzione all’integrazione fra
le discipline»1.
SIM KIT consente di integrare la
dimensione della ricerca e della riflessione con l’agire pratico del docente, sostenendone le
varie fasi di intervento educativo-didattico e, al contempo, aggiornandone la formazione. Le
singole attività sono presentate
come trattazioni di argomenti
unitari fondati sull’esperienza, e
organizzate come Episodi di Apprendimento Situato (EAS). Sono sviluppate con riferimento
al Profilo dello studente al termine del primo ciclo di istruzione,
ai traguardi per lo sviluppo delle
competenze, agli obiettivi di apprendimento specifici per ogni
disciplina e alle modalità di verifica e di valutazione.
Le attività didattiche si concretizzano in micropercorsi all’interno della programmazione
mensile di ciascuna classe della scuola primaria e consentono, in maniera progressiva,
il passaggio dal sapere solitamente codificato dalla scuola e dall’insegnante a un sapere scomposto, ricomposto e fat1
Annali della Pubblica Istruzione,
Indicazioni per il curricolo della scuola
dell’Infanzia e del primo ciclo, Le Monnier,
Firenze 2012, p. 17
to proprio dall’allievo sulla base della propria comprensione
e riorganizzazione; la finalità ultima è di avviare gli alunni a una maggiore autonomia
nell’apprendimento e allo sviluppo di competenze stabili.
L’articolazione delle proposte e
la scelta dei contenuti degli EAS
(uno ogni mese per ciascuna
classe), oltre all’acquisizione di
conoscenze e abilità, intendono porre attenzione alla promozione e allo sviluppo di processi metacognitivi indispensabili
perché gli alunni possano continuare ad apprendere a scuola
e nei diversi contesti di vita.
In SIM KIT gli insegnanti troveranno:
ƒ La descrizione e la progettazione di un EAS al mese per ciascuna classe, con relativo materiale didattico e istruzioni per
l’impiego con gli allievi. L’analisi dei bisogni formativi, delle
esperienze in atto nelle scuole
e della promozione delle competenze hanno orientato, di
volta in volta, la scelta delle
discipline, dei contenuti, delle abilità e delle conoscenze da
promuovere mediante la metodologia EAS.
ƒ Materiali utili per la valutazione: la rubrica di valutazione
riferita ai traguardi per lo sviluppo delle competenze e relativa, inoltre, alle competenze europee promosse dall’EAS
e indicate nel profilo dell’allievo, unita a strumenti finalizzati
all’osservazione delle modalità
di lavoro degli alunni e ad altri strumenti utili per verificare
l’acquisizione di abilità e conoscenze disciplinari.
Come usare SIM KIT
Il Kit del mese sulla rivista si
arricchisce, a partire dal numero 2 di questa annata, di 5 pagine. In esse sarà possibile trovare la presentazione dettagliata degli EAS (titolo, disciplina,
classe, contenuto e obiettivo di
apprendimento) resi disponibili in quel mese e il link diret-
to all’EAS sviluppato all’interno di Blendspace, un applicativo 2.0 che serve ad aggregare
risorse digitali predisponendole a essere usate didatticamente
con gli studenti.
Ogni mese inoltre in queste
pagine sarà richiamata l’attenzione del lettore su una parola
chiave relativa all’agire didattico in classe. In questo modo il
Kit del mese si configura come
una vera e propria mini guida
all’uso delle risorse didattiche
presenti nella parte on line della rivista.
Il docente, a questo punto può
fruire direttamente della lezione in classe (se dotato di LIM
e connessione alla rete) oppure
scaricare la lezione e i relativi
materiali didattici (disponibile
in KIT anche nella forma della cartella zippata proprio per
essere scaricata dall’insegnante sul suo dispositivo ed essere utilizzate nelle forme ritenute più opportune). In base alle
proprie esigenze, l’insegnante
può decidere di utilizzare anche solo alcuni materiali (ad
es. il video, la scheda didattica, la griglia per l’osservazione,
le procedure per la costruzione dell’artefatto, l’uso di alcuni
applicativi, ecc.) senza necessità di seguire lo svolgimento
dell’EAS in tutte le sue parti come proposto dalla redazione.
In Blendspace, inoltre, a partire dall’EAS esistente è possibile
crearne di nuovi da utilizzare in
classe con gli alunni o da condividere con i propri colleghi.
1ETTE)JJIXXS7IVVE
n. 1 R settembre 2015 R anno 123
95
GVVGTGCN&KTGVVQTG
.
Prove INVALSI
I risultati delle prove INVALSI e OCSE/PISA confermano l’inadeguatezza delle metodologie
per sviluppare competenze matematiche negli studenti italiani.
Non è sufficiente, infatti, che un docente sappia padroneggiare bene i contenuti da insegnare per promuovere automaticamente l’apprendimento. Sono noti infatti i limiti di una didattica trasmissiva che promuove conoscenze e abilità, ma non competenze trasversali […]. Ad
esempio, nella scuola finlandese si conseguono ottime performance scolastiche. Questi eccellenti risultati sono il frutto di una politica mirata ad investire risorse finanziarie e umane nel
sistema scuola […]. In Finlandia l’apprendimento in matematica risulta meno mnemonico rispetto a quello italiano e di altri paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo. Nel paese finnico si promuove un apprendimento “significativo”, cioè i bambini devono comprendere le
formule e le regole matematiche evitando di impararle a memoria. Infatti la “rote memory” (=
memoria meccanica) è superficiale e soggetta a rapidi processi di oblio con conseguenze facilmente immaginabili mentre la “meaningful memory” (= memoria piena di significato) garantisce più facilmente la sopravvivenza del ricordo nel tempo. Da questa impostazione metodologica deriva un insegnamento matematico basato sul fare, sull’esplicitazione verbale dei
processi cognitivi da parte degli alunni, sul ricorso massiccio al “problem solving” e al “problem posing” che sollecitano lo sviluppo del pensiero strategico e divergente. L’insegnante
guida l’alunno con il dialogo durante l’esecuzione di un problema per aiutarlo a trovare strategie funzionali al superamento delle difficoltà del compito […].
Se desidera risalire la china dell’insuccesso e della mortalità scolastica la scuola italiana deve
aprire maggiormente alla sperimentazione didattica, all’innovazione metodologia e inclusiva
evitando un insegnamento verboso e contenutistico.
È questa la sfida più difficile che la scuola italiana è chiamata a raccogliere nei prossimi anni.
Restando in attesa di una Sua cortese risposta, Le porgo i miei più cordiali saluti1.
Ins. Angeloni Mariangela
(II Circolo Didattico di Massa – MS)
1 La lettera nella sua versione integrale è disponibile on line tra i Materiali di approfondimento per gli Abbonati
Carissima, la ringrazio della lettera bella e appassionata. Vi rintraccio due temi. Il primo ruota attorno all’inadeguatezza della proposta formativa nel nostro Paese prendendo spunto dalla situazione della
didattica della matematica. Condivido in pieno. Se non ripartiremo dal metodo, se non sposeremo l’innovazione, se non saremo capaci di andare oltre una stanca didattica trasmissiva, non ci sarà spazio né
per la riduzione della dispersione, né per una scuola che sappia promuovere i talenti. Secondo tema. La
scuola finlandese rappresenta una mitica Eldorado per gli osservatori italiani, ormai da qualche tempo.
Le scorse settimane mi trovavo a Salla, per un convegno organizzato dai colleghi della University of Lapland, e ho avuto modo di raccogliere la loro preoccupazione per la qualità della loro scuola, vista da
dentro tutt’altro che perfetta come magari a noi può sembrare. Quel che voglio dire è che la buona scuola
non occorre cercarla in Finlandia, ma nelle esperienze di valore di tanti insegnanti italiani che come lei
si interrogano sulla qualità del loro lavoro e si aspettano dalle istituzioni che creino le condizioni perché
possano dare alla scuola tutto quello che hanno da dare. Il problema è convincere il Ministero ad accorgersi della loro esistenza.
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n. 1 R settembre 2015 R anno 123
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