The Lab’s Quarterly
Il Trimestrale del Laboratorio
2010 / n. 4 / settembre-dicembre
Laboratorio di Ricerca Sociale
Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali
Università di Pisa
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ISSN 2035-5548
© Laboratorio di Ricerca Sociale
Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali
Università di Pisa
The Lab’s Quarterly
Il Trimestrale del Laboratorio
2010 / n. 4 / settembre-dicembre
SOCIOLOGIA DELLA CULTURA
Fiorenza Ratti
Itinerari della ricerca di sé
Anton Reiser di Karl Philipp Moritz
3
SOCIOBIOLOGIA
Andrea Tommei
L’evoluzionismo morale di Frans De Waal.
Un nuovo modello della sociogiologia
27
SOCIOLOGIA POLITICA
Dalia Galeotti
Governance.
Una prospettiva critica
58
CONFRONTI
Aleksandra Binaj
La condizione femminile in Albania.
Storia, istituzioni e società
100
Odile Hourcade
El accionar de los gobiernos subestatales en escenario
internacional y la cooperación descentralizada como
producto del mismo
148
Lo spirito sociologico di Calvino.
Nota su Italo Calvino. La realtà dell’immaginazione e le
ambivalenze del moderno di Elena Gremigni
166
RECENSIONI
Marco Trainito
Laboratorio di Ricerca Sociale
Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali
Università di Pisa
SOCIOLOGIA DELLA CULTURA
ITINERARI DELLA RICERCA DI SÉ.
ANTON REISER DI KARL PHILIPP MORITZ
Fiorenza Ratti
Indice
Introduzione
1. Forme e contenuti dell’opera
2. Tra immaginazione e realtà malinconica
3. Una formazione mancata
4. Fuga nell’interiorità
4. La natura mitigatrice
4
5
9
12
19
23
4
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
INTRODUZIONE
Il contesto di formazione di tutta la moderna letteratura autobiografica si
riflette, in grandi linee, nell’acquisizione di una nuova dignità
dell’individuo che svincolato dalla sua identità religiosa, corporativa o
politica assume significato in virtù della sua sola esistenza di persona, la
cui biografia si conserva e si sviluppa nell’insieme delle sue relazioni
intersoggettive. Non essendo questa identità mai stabile, essa ha bisogno
di continue attualizzazioni in atti di auto-identificazione che le permettano di localizzarsi e di interpretare l’autenticità dei propri vissuti interiori.
L’autobiografia quale testimonianza di questo processo di identificazione non può dunque prescindere dal riconoscimento dei propri atti da
parte del gruppo sociale di appartenenza, collocando in tal modo la ricerca di sé nella necessaria interazione tra tensione interna e ineludibile
riscontro esterno.
La filosofia tedesca ha posto il problema di una visione del mondo
moderna che assumesse come perno teoretico, morale ed estetico il singolo soggetto, e che elaborasse in modo compiuto la pratica di identificare l’io come persona imputabile di una biografia non scambiabile.
Tuttavia, sono stati soprattutto gli scrittori a drammatizzare nelle loro
opere il tema del distinguersi “dagli-altri” e del riconoscimento da parte
“degli-altri” – un’altra maniera di indicare la relazione dialettica tra
l’individuo e la società1. Se pensiamo ad esempio agli scritti autobiografici di Rousseau, le paradigmatiche Confessions e le Rêveries du
promeneur solitaire (pubblicati postumi fra il 1782 e il 1789), ci troviamo davanti a modelli di un genere letterario che avvalora la ricerca
di un’autenticità dell’esperienza interiore proprio dal suo essere correlata al tema del riconoscimento sociale.
È possibile rilevare questa traccia in larga parte della letteratura
borghese in cui si inserisce anche l’Anton Reiser (1785-90)2 di Karl Philipp Moritz. L’autore presenta l’opera con il sottotitolo “romanzo psicologico“ indicando più avanti le pretese di veridicità di una originale
biografia in terza persona – che per la vicinanza alla cultura del classicismo di Weimar è stata valutata dalla critica rispetto alle caratteristiche
del Bildungsroman (romanzo di formazione).
Le finalità psicologiche e pedagogiche, quasi indistinguibili per
1
E. De Angelis, Ritratto di Lettere della Magna, Pisa, Jacques e i suoi quaderni, 2003, pp.
142-214.
2
K. Ph. Moritz, trad. it. di S. Cantagalli, Anton Reiser. Romanzo psicologico, Pisa, Jacques
e i suoi quaderni, 1996.
Fiorenza Ratti
5
l’uso del tempo, si fissano sul percorso formativo del protagonista,
segnato sin dall’inizio dai sintomi di un complesso patologico narcisistico che gli alimenta una particolare stato d’animo intonato alla malinconia.
L’interesse del romanzo scaturisce dalla meticolosa descrizione di
questo liminale spaesamento nei confronti delle comunità di appartenenza e di riferimento, dall’analisi minuziosa delle origini di una dissociazione tra immaginazione e realtà, prima ancora della narrazione
delle vie di fuga che Anton Reiser percorre, rifugiandosi nel gioco,
nelle letture, nelle amicizie, nella natura, e soprattutto, nel teatro. La
ricostruzione, appena abbozzata, del retroterra storico-sociale in cui la
singolare vicenda del protagonista assume una veste tipica, mostra
come le rivendicazioni di autonomia del soggetto moderno siano fin
da subito travagliate.
1. FORME E CONTENUTI DELL’OPERA
Il problema del genere letterario e scientifico di questa opera, ‘romanzo psicologico’ o ‘autobiografia’, è tuttora discusso. Dalla metà del Settecento, la cultura prevalente tra gli scrittori di formazione protestante
si era raffinata mescolando il gusto francese per gli scritti autobiografici dei personaggi illustri e quello inglese per le narrazioni delle storie
di vita. D’altro lato, a livello accademico, si cercò di stabilire le differenziazioni tra le forme di sapere, proprio a partire dalla divisione di
fondo tra approcci scientifici e approcci letterari, portata avanti dal
programma wolffiano di razionalizzazione accolto da Gottsched3. A
tale riguardo è interessante ripercorrere la posizione assunta da Karl
Moritz che partecipò all’auto-chiarificazione della sfera pubblica tedesca da outsider, sia all’interno delle comunità luterane e pietiste che
nei circoli di Weimar. Proprio quest’ultima vicinanza ricondurrebbe il
suo Anton Reiser all’alternativa formale del Bildungsroman, genere
tipico del classicismo, il cui intento pedagogico fu uno dei tratti comuni tra il pietismo e l’illuminismo4 in virtù delle sue similitudini di
genere con l’autobiografia. In Moritz scrittore tuttavia, vi è un rovesciamento delle sue finalità, a partire dalla precettistica edificante fino
alla descrizione realistica che lo pone più vicino all’opera, paradigma3
E. Costadura, Genesi e crisi del neoclassico: Saggio su Karl Philipp Moritz, Pisa, ETS,
1994, pp. 17-19.
4
L. Mittner, Storia della letteratura tedesca. Dal Pietismo al Romanticismo (1700-1820).
Tomo primo, Torino, Einaudi, 1971, p. 89.
6
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tica, delle Confessions di Rousseau che non al modello di romanzo di
formazione, il Wilhelm Meister di Goethe, del quale alcuni ritengono
che riproduca, in miniatura, lo sviluppo della persona5.
All’interno delle comunità luterane e pietiste, la discussione
sull’opera di Moritz, inclusi gli scritti estetici pubblicati nello GNÕTHI SAUTÓN oder Magazin für Erfahrungsseelenkunde als ein Lesebuch für Gelehrte und Ungelehrte (Conosci te stesso ovvero Magazzino di psicologia vissuta. Letture per dotti e indotti) in cui apparve anche la prima parte dell’Anton Reiser, sottolinea la drammatizzazione
della condizione soggettiva alle prese con una realtà esteriore in divenire. Il tema accomuna le maggiori rielaborazioni della spiritualità pietistica dopo il 1770 compiute da Lavater, Jacobi, Jung Stilling e, soprattutto, da Moritz come colui che maggiormente secolarizza i contenuti della riflessione introspettiva e pedagogica, pur condividendo con
l’autobiografia pietista, sotto il profilo formale, l’impiego delle iniziali
in sostituzione dei nomi interi e lo stile lineare privo di abbellimenti,
una descrizione minuziosa, spesso pedante e di difficile lettura dei
particolari6 – interrotta, peraltro, da lampi di fascinosa ironia. Altre
impostazioni del problema assumono diversi punti di vista, quasi specialistici, tra le due maggiori correnti minoritarie: il Moritz mistico o il
Moritz psicologo. Il saggio Mystique et méthode dans l’œuvre de Karl
Philipp Moritz di R. Wintermeyer introduce l’immagine di Moritz psicologo e il suo Magazin come una porta di accesso alla mistica, benché le sue analisi rimanessero condizionate dalle nozioni comuni, prepsicologiche, dalla filosofia razionalista e dalla patologia umorale del
suo tempo7. In ogni caso, Moritz attinge dalla mistica le chiavi interpretative per sondare le sfaccettature dell’esperienza psichica – le sofferenze più anguste (la ‘melanconia nera’, le ‘depressioni crudeli’), le
guarigioni tramite rigenerazioni, le catarsi dello spirito e le molteplici
forme e risorse dell’illusione di sé, che vissute nella sua infanzia e adolescenza vengono ora indagate dal punto di vista psicologico, pure
se conservano una spiccata tendenza pedagogica comune a larga parte
della letteratura tedesca del Settecento.
Le “malattie dell’anima” costituirebbero secondo Wintermayer
l’oggetto principale della riflessione e della letteratura del Moritz psi-
5
R. Minder, Die religiöse Entwicklung von Karl Philipp Moritz, Berlin, 1936.
L. Mittner, Storia della letteratura tedesca. Dal Pietismo al Romanticismo (1700-1820).
Tomo secondo, cit., p. 630.
7
R. Wintermeyer, Mystique et méthode dans l’œuvre de Karl Philipp Moritz, in «Etudes
Germaniques», 51, 3, 1996, pp. 453-470.
6
Fiorenza Ratti
7
cologo8 – per molti il fondatore della moderna psicologia sperimentale, in un periodo inoltre, in cui la psicologia era in procinto di scoprire
il metodo osservativo. Il Magazin uscì in dieci volumi tra il 1783 e il
1793 (fu una pubblicazione di lunga durata per i parametri del tempo)
e vi trovarono spazio resoconti in forma epistolare, diari, perizie, protocolli giudiziari, rapporti di polizia, relazioni di casi pedagogici, biografie tanto di uomini illustri dell’epoca (ad esempio Lavater e Rousseau) quanto di folli sconosciuti. Un “grande teatro della memoria autobiografica e biografica”9, in cui Moritz delinea l’impianto programmatico del suo realismo narrativo individuando nell’osservazione autobiografica, e nelle narrazioni delle ‘geografie sentimentali’ in genere, la migliore forma letteraria di autocoscienza collettiva. In questo
connubio tra descrizione dell’anima individuale e apertura al realismo
si delinea una «ibridazione tra finzione letteraria e indagine psicologica»10, dove è possibile fare convergere sia l’autobiografia che il Bildungsroman.
Sull’originalità di Anton Reiser ha insistito Stevens Garlick, in
Moritz’s Anton Reiser: The Dissonant Voice of Psycho-Autobiography
risolvendo il problema della compatibilità tra i termini romanzo psicologico e autobiografia, che egli situa alla base del “contratto con il lettore” di Moritz, con la formula ’”autobiografia in terza persona”11– confermando pertanto il carattere biografico dell’opera. Al di là delle ragioni letterarie che spinsero Moritz a adottare questo stratagemma narrativo, è importante rimarcare la scelta originale di presentare se stesso come uno dei casi psicologici del Magazin:
L’Anton Reiser di Karl Philipp Moritz si situa, nell’ampia produzione di opere
letterarie che caratterizza il fine Settecento tedesco, come un caso anomalo
poiché in esso s’innescano meccanismi narrativi che sembrerebbero infrangere
i principi strutturali sui quali si fondano i maggiori romanzi dell’epoca. Questi
elementi anomali che si insinuano nel tessuto narrativo scaturiscono dal carattere sperimentale dell’opera moritziana volta ad offrire, come un vero e proprio resoconto clinico, una dettagliata e minuziosa radiografia dell’anima12.
8
Ivi, pp. 453-454.
R. Gilodi, Una vita in forma di libro. Ermeneutica e romanzo tra Illuminismo e Romanticismo, Genova, Il Melangolo, 2005, p. 75.
10
Ivi, p. 128.
11
D. Stevens Garlick, Moritz’s Anton Reiser: The Dissonant Voice of PsychoAutobiography, in «Studi Germanici», 21-22, 1983/84, pp. 42-43.
12
C. Colaiuda, Anton Reiser di Karl Philipp Moritz e la poetica delle “Kleinigkeiten”, in
G. Cermelli (a cura di), Contraddizioni del moderno nella letteratura tedesca da Goethe al
Novecento, Pisa, ETS, 2001, p. 17.
9
8
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Mentre nei generi dell’epistolario, della confessione, del diario,
dell’autobiografia, del romanzo di formazione e dell’autoriflessione
con finalità educative, ci troviamo di fronte a autopresentazioni in cui
è giustificata, verso seconde e terze persone, la pretesa del
protagonista affinché gli sia riconosciuta la sua insostituibile identità,
nel romanzo psicologico di Moritz prevale l’aspetto del resoconto
auto-osservativo. Il progetto introspettivo sul proprio vissuto interiore
viene esplicato nella breve introduzione alla prima parte dell’opera
dallo stesso Moritz, che qui situa il suo intento psicologicointrospettivo e pedagogico:
Questo romanzo psicologico potrebbe eventualmente venir definito anche
biografia, in quanto la maggior parte delle osservazioni è stata tratta dalla
vita reale. Chi conosce l’andamento delle cose umane e sa quanto possa
diventare importante nel corso della vita ciò che inizialmente pareva
piccolo e insignificante, non si irriterà dell’apparente futilità di alcune
circostanze che vengono qui narrate. Inoltre, non ci si aspetterà grande
varietà di caratteri in un libero che deve principalmente descrivere la
storia interiore dell’uomo: poiché esso non deve disperdere la forza
rappresentativa, bensì raccogliere e acuminare lo sguardo dell’animo su se
stessi. Ebbene, questa non è certo una cosa così semplice, tanto che
proprio ogni tentativo debba riuscirvi – ma almeno non sarà mai del tutto
inutile, soprattutto dal punto di vista pedagogico, lo sforzo di far rivolgere
maggiormente l’attenzione dell’uomo sull’uomo stesso e di rendergli più
importante la sua esistenza individuale13.
La versatile figura di Moritz rappresenta a livello umano, così Craveri
Croce, un “vero e proprio caso di nevropatia” che Anton Reiser mette
in scena come la “frammentazione della coscienza dell’io”, sia nella
sfera privata che nella sfera pubblica del proprio mondo della vita14. È
sarebbe proprio la dissociazione tra il mondo immaginario e la vita
realmente vissuta a provocare una “dissoluzione dell’io” come istanza
di auto-annichilimento15, e ad aprire non solo all’espressione letteraria
del malessere di un intellettuale16, bensì a un percorso che
dall’esperienza personale delimita gli aspetti salienti di tutta una psicologia sociale.
Infatti, ciò che rende Anton Reiser un’opera radicalmente critica è
il suo problematizzare l’intero processo di socializzazione e di indivi13
K. Ph. Moritz, trad. it. Anton Reiser. Romanzo psicologico, cit., p. 1.
E. Craveri Croce, Poeti e scrittori tedeschi, Bari, Laterza, 1951, p. 148.
15
E. De Angelis, Ritratto di Lettere della Magna, cit., p. 179.
16
G. Baioni, Classicismo e rivoluzione, Napoli, Guida, p. 102.
14
Fiorenza Ratti
9
duazione. Tutte le certezze immediate di ordine familiare, lavorativo,
religioso si sgretolano di colpo di fronte alla forza oggettiva delle contingenze biografiche, che fanno andare in pezzi la facciata convenzionale del quadro normativo.
A partire dal proprio sé e dalla medesima forma narrativa del racconto di sé Anton Reiser sperimenta la messa in discussione di tutto il
suo vissuto, circoscritto da Moritz nei due principi della giustapposizione e della ripetizione. Entrambe gli permettono di istituire dei legami di senso e di ordine all’interno degli accadimenti biografici:
La straordinaria modernità del pensiero moritziano si rivela nell’annichilente
percezione della frammentarietà che incombe sull’esistenza dell’individuo
moderno. Il tarlo della discontinuità impedisce una rappresentazione unitaria e
armonica della vita umana, che può essere delineata solo attraverso la giustapposizione di isolati […] Per l’individuazione dei dettagli, Moritz evidenzia
l’importanza del principio di ripetizione poiché esso è fondamentale per determinare sia gli accadimenti che hanno avuto una funzione primaria nella
formazione della personalità sia gli atteggiamenti comportamentali attraverso
cui si manifesta l’indole individuale17.
Il carattere anomalo del romanzo nascerebbe, quindi, dalla consapevolezza insita in Moritz della crisi che incombe sull’individuo, la quale
non è solo tematizzata nei tratti patologici del protagonista, ma permea
altresì la struttura disarmonica dell’opera, a sua volta chiaro segno del
trapasso di un’epoca situata alle soglie della modernità18.
2. TRA IMMAGINAZIONE E REALTÀ MALINCONICA
Anton Reiser è un personaggio che il suo autore ha definito malinconico, per il disprezzo di sé e per l’incapacità di trovare un ruolo nel
mondo, nonostante il suo eversivo entusiasmo per la vita renda singolare il suo ‘complesso malinconico’. Il romanzo traccia l’evoluzione
della forza immaginativa del protagonista, dal gioco alle letture, dagli
studi al teatro, in una dissociazione tra immaginazione e realtà che affonda le radici nella questione che Moritz pose in un articolo sul quar-
17
C. Colaiuda, Anton Reiser di Karl Philipp Moritz e la poetica delle “Kleinigkeiten”, in
G. Cermelli (a cura di), Contraddizioni del moderno nella letteratura tedesca da Goethe al
Novecento, cit., p. 18.
18
H. J. Schings, Agathon – Anton Reiser – Wilhelm Meister. Zur Pathogene des modernen
Subjekts im Bildungsroman, in W. Wittkowski (a cura di), Goethe im Kontext, Tübingen,
1984, pp. 42-68.
10
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
to numero del Magazin, allorché sollevò il problema se siano le impressioni spiacevoli dell’infanzia a fare emergere una disposizione
malinconica dell’animo, o se sia piuttosto la preesistente disposizione
malinconica dell’animo a produrre impressioni spiacevoli. Ma già
sappiamo che solo a posteriori, nella forma della memoria e della riflessione autobiografica i percorsi di vita diventano leggibili nelle loro
necessità e contingenze.
Sulla scorta della lettura di Melanconia e società (1969) di W.
Lepenies, converrà anticipare alcune precisazioni in riguardo all’uso del
termine ‘melanconia’, cercando di non definirlo a priori bensì traendo il
suo significato dalle persone o dalle situazioni che esso coinvolge:
Dobbiamo sottolineare il fatto che in nessun caso ci chiediamo se stiamo
“effettivamente” di fronte a una malinconia. Ciò che di fatto la malinconia
è, non osiamo nemmeno deciderlo. Appare importante chiedersi come mai
avviene che qualcuno caratterizzi se stesso come malinconico o venga
caratterizzato così da altri e come ciascuno reagisca a ciò, quali
circostanze conducano gli altri a definire così lo stato di qualcuno e cosa
se se ricavi, quanto a legittimazione. Possiamo dire di parlare solo di
uomini che si caratterizzano come malinconici e di situazioni sociali che
esercitano un determinato influsso sulla denominazione e sulle
conseguenti forme di comportamento19.
Al di là dell’ipotesi del fattore sociale o etnico per cui si parlerebbe
della malinconia come di un male inglese, francese, tedesco, ecc., oltre
che delle ricostruzioni di molti studiosi sul concetto di malinconia, a
partire dalla fisiologia antica di Ippocrate e Aristotele, dalla sua
ripresa da parte dell’umanesimo italiano in particolare in Ficino, in
Campanella e poi in altri saggi fondanti, la prospettiva di analisi della
malinconia segue qui il quadro clinico elaborato dalla psicoanalisi di
Freud e dalla psichiatria di E. Kraepelin e H. Tellenbach: “Sindrome
di inibizione dell’azione e di riflessioni irreali” all’interno di una
“perdita del mondo”20. Dal punto di vista sociologico, invece, con
R.K. Merton, la malinconia è una forma di comportamento
rinunciatario rispetto alla conformità delle mete culturali e dei mezzi
sociali vigenti – un complesso che favorisce nella sfera della
riflessione pensieri fantasmagorici, utopici, irreali e che nella sfera
19
W. Lepenies, trad. it. Melanconia e società, Napoli, Guida, 1985, pp. 207-208.
S. Freud, trad. it. Metapsicologia, in Id., Opere.1915-1917. Introduzione alla psicoanalisi e altri scritti, Torino, Bollati Boringhieri, 1976, pp. 102-118.
20
Fiorenza Ratti
11
dell’azione presenta meccanismi di inibizione più o meno coatta21. È
allora possibile assumere il punto di vista di una concordanza formale
tra le categorie psicologiche sulle strutture intrapsichiche e quelle
sociologiche sulle strutture interpersonali22. E non può infine neanche
mancare la contestualizzazione del retroterra storico-sociale, con le
conseguenze rilevanti degli atteggiamenti melanconici sulla sua genesi,
conservazione e innovazione, in cui confluiscono gli esiti patologici
della formazione fallimentare della personalità di Anton Reiser.
L’Anton Reiser non è perciò solo un’opera introspettiva – «il più
importante contrapposto tedesco»23 delle Confessions di Rousseau,
essa restituisce alquanto le tracce della realtà di alcuni ambienti
significativi della Germania del Settecento, allontanandosi dal mondo
astratto della speculazione illuminista e dal mondo chiuso
dell’introspezione pietista in un confronto con le agenzie della sua
socializzazione, soprattutto familiari o riguardanti le comunità
ecclesiali, le istituzioni scolastiche, i circoli letterari e teatrali. Anche
se sotto sembianze più secolari e profane, l’esperienza di vita
comunitaria della Germania del Settecento è fortemente dipendente
dall’orizzonte religioso, una medesima dimensione interiorizzata
dell’esperienza individuale che richiama inevitabilmente il riferimento
culturale della religione pietista24.
Il prevalente sostrato pietistico, seppure variamente interpretato,
rispecchia una delle grandi linee di continuità che attraversano i movimenti culturali del Settecento tedesco, estendendo il suo influsso alla
cultura del realismo piccolo-borghese dell’Ottocento e, contaminando,
in modo sporadico, il Novecento:
La religiosità sentimentale delle cellule pietistiche trovò infatti forme di assai
feconda convivenza con l’illuminismo pur sempre avversato, rinacque nella
rivoluzionaria passionalità religiosa di Klopstock e nella ribellione irrazionalistica degli “Stürmer”, si raffinò e si sublimò nel classicismo, e con i romantici
si trasformò in nuova sensibilità religiosa, estetica e cosmico-scientifica. […]
Il pietismo si perpetuò poi, quasi senza interruzione, nel realismo ottocentesco
col culto dei placidi affetti casalinghi del Biedermeier e con la lirica
dell’agreste idillio piccolo-borghese, fino ai tempi nostri, fino a Hauptmann ed
a Hesse. Ma verso la fine dell’Ottocento l’opposizione al pietismo scoppia con
21
R. Merton, trad. it. Teoria e struttura sociale. Vol. II, Bologna, il Mulino, 2000, pp. 281-
401.
22
W. Lepenies, trad. it. Melanconia e società, cit., p. 166.
M. v. Wehrli, Deutsche Literatur in Grundzügen, Bern,1946, p. 198.
24
E. De Angelis, Riratto di Lettere della Magna, cit., p. 92.
23
12
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
tragica violenza per opera di C.F. Meyer e, specialmente di Nietzsche25.
In questo sfondo di rimandi religiosi, più o meno intensi, troviamo una
variegata popolazione di personaggi reali – studenti, maestri, predicatori, apprendisti, artigiani, sarti, parrucchieri, cappellai, garzoni di bottega e piccoli commercianti – che anima la scena del romanzo in cui
Anton Reiser combatte la lotta per il proprio riconoscimento26. Moritz
ci mostra i particolari della vita quotidiana in particolare degli strati
sociali più bassi, facendo entrare da protagonisti nella letteratura soggetti che fino a quel momento ne erano stati esclusi, e non solo attraverso descrizioni sociologiche ed etnologiche, ma presentandone anche i relativi valori culturali27. Specularmente a questi personaggi,
stanno le figure dei viaggi letterari di Anton Reiser, gli eroi e le eroine
delle narrazioni sacre, romanzesche, drammatiche e tragiche, in una
sovrapposizione di piani narrativi che scompagina la distinzione tra
finzione e realtà.
Le fughe di Reiser nella propria interiorità sono una reazione a quel
piccolo universo sociale repressivo e indifferente in cui egli è costretto a
vivere, e nella misura in cui la società si sottrarrà di volta in volta come
“benevola palestra dell’apprendistato” egli renderà incolmabile il divario tra l’identità personale e le attese sociali. Il desiderio di perfezione lo
spingerà a ricercare le gratificazioni nell’evasione, con una crescente
inettitudine nell’affrontare le vicende reali che va di pari passo con un
altrettanto crescente desiderio di perfezione28.
3. UNA FORMAZIONE MANCATA
Il Bildungsroman è un genere letterario tedesco modellato sull’opera
di Goethe Wilhelm Meisters Lehrjahre29 (1796), il cui protagonista si
rifugia nel teatro in nome di quell’armonico sviluppo individuale che
per il suo autore poteva darsi solo entro la sfera artistica. Benché esista anche fuori dai confini germanici il romanzo di formazione rimane
25
L. Mittner, Storia della letteratura tedesca. Dal Pietismo al Romanticismo (1700-1820).
Tomo I, cit., pp. 16, 16n-17n.
26
U. Bavai, Cronaca di un’anamnesi. Anton Reiser di K. Ph. Moritz, in R. Ascarelli, U.
Bavai, R. Venuti (a cura di), L’avventura della conoscenza. Momenti del Bildungsroman dal
Parzival a Thomas Mann, Napoli, Guida 1992, p. 50.
27
E. De Angelis, Ritratto di Lettere della Magna, cit., p. 180.
28
E. Craveri Croce, Poeti e scrittori tedeschi dell’ultimo settecento, cit., p. 163.
29
J. W. Goethe, trad. it. Noviziato di Guglielmo Meister, Firenze, Sansoni, 1954.
Fiorenza Ratti
13
per definizione prodotto della sfera culturale di lingua tedesca, nel suo
dissidio tra arte e società e nei termini dell’incapacità dell’individuo
moderno (l’artista o il semplice dilettante estetico) di integrarsi nel
contesto sociale circostante. Nel Bildungsroman si possono così delineare il progetto di formazione delle forze fisiche e spirituali
dell’uomo, la possibile via per la conoscenza di sé e un ‘certo grado di
perfezione’, spesso velleitaria e dolorosa, che l’individuo mette in atto
nel tentativo di affermare, a dispetto delle norme sociali, quella che è
o crede che sia la propria identità. Ma, quasi sempre, la fattualità sociale
finirà per avere la meglio sulle aspirazioni dei giovani protagonisti.
Senza entrare nel merito della disputa sull’influenza che il dibattito
intellettuale svoltosi in Germania tra Settecento e Ottocento ha esercitato sull’elaborazione del Bildungsroman, tra l’altro riproposta da Roberto Gilodi nel recente volume Una vita in forma di libro (2005)30, è
indubbio che in Germania esso assunse un’enorme rilevanza culturale
all’interno della coscienza collettiva – a lungo l’unico collante di identità nazionale.
Se il romanzo di formazione trova la sua forma compiuta nella letteratura tedesca del Settecento, la stessa può essere considerata quasi
completamente una letteratura protestante:
Il protestantesimo è, comunque l’humus in cui affonda le proprie radici la
grande età classico-romantica, sia che ne sviluppi in modo originale gli ideali più profondi, sia che li “secolarizzi” in senso più o meno eterodosso, sia
che li rinneghi o addirittura le capovolga, mostrando però anche in tale caso,
con l’acredine della polemica, l’importanza che quegli ideali avevano ancora
per tutti31.
Trovano diffusione i racconti di itinerari formativi con intenti eticoeducativi, a partire dal romanzo sentimentale che inserendo motivi autobiografici trasforma in senso prettamente letterario l’autobiografismo
pietista e il suo lirismo introspettivo edificante. Fu nelle austere conventicole pietiste che la letteratura, avversata perché empia, trovò la
maniera di manifestarsi, oltre che nel canto religioso accettato come
un atto di fede e di confessione, nella vasta produzione autobiografica
in forma di diari e romanzi. Allo scrittore si chiedeva di disegnare con
verosimiglianza e concretezza le storie di vita affinché durante la let-
30
R. Gilodi, Una vita in forma di libro. Ermeneutica e romanzo tra Illuminismo e Romanticismo, cit., p. 130.
31
L. Mittner, Storia della letteratura tedesca. Dal Pietismo al Romanticismo (1700-1820).
Tomo primo, cit., p. 8.
14
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
tura il pubblico potesse verificare una catarsi rigenerativa32. Tale processo di secolarizzazione dei generi pietisti si affianca alla sostituzione
dell’intreccio avventuroso e fantastico del romanzo tradizionale con il
romanzo di caratteri:
All’intreccio avventuroso e fantastico del romanzo tradizionale sostituisce
il romanzo di caratteri, che rappresenta i sentimenti di un uomo possibile
in un mondo reale, la cui storia interiore si manifesta in azioni connesse in
modo comprensibile e logicamente conseguenti e la cui meta è la
formazione dell’individuo. L’analisi introspettiva dei personaggi e lo
svolgimento delle loro esperienze personali, e insieme esemplari, vissute
nel contrasto tra passioni e virtù, assumono tratti drammatici33.
Viene meno l’esperienza della conversione, nel luogo e nell’ora, così
come manca il motivo della coscienza del peccato e la speranza della
redenzione extramondana. Il senso della giustificazione religiosa è
stravolto dall’equivalente desiderio profano di essere riconosciuti e
apprezzati nel pubblico foro di tutti i propri simili (Mitmenschen).
L’io delle autobiografie e dei romanzi di formazione rivendica sì
l’importanza dell’autenticità nello sviluppo della sua identità, ma
riconosce anche la dipendenza della propria pretesa biografica dal
giudizio altrui.
Nell’autobiografia settecentesca l’atteggiamento dell’individuo nei
confronti della propria esistenza e dei modelli tramandati è
profondamente modificato: «Al posto delle direttive esemplari per una
vita virtuosa, al posto di una condotta di vita realizzata a imitazione di
modelli raccomandati, si fa strada l’esigenza astratta di
un’appropriazione consapevole e autocritica»34. Il Bildungsroman pur
accogliendo questa problematicità dell’identità moderna, conserva
ancora l’ideale classico della ars vivendi, la ‘vita perfetta’.
Risulta invece modificata la concezione di Bildung espressa da
Moritz, dove è vanificato ogni sorta di ottimismo teleologico con la
sua fiducia nella possibilità in un modello ideale, e dove la “perfetta
formazione individuale del carattere del protagonista”35 è destinata a
32
U. Bavai, Cronaca di un’anamnesi. Anton Reiser di K. Ph. Moritz, in R. Ascarelli, U.
Bavai, R. Venuti (a cura di), L’avventura della conoscenza. Momenti del Bildungsroman dal
Parzival a Thomas Mann, cit., p. 47.
33
E. De Angelis, Ritratto di Lettere della Magna, Pisa, Jacques e i suoi quaderni,
2003, pp. 93-94.
34
J. Habermas, trad. it. Il mutamento di paradigma in Mead e Durkheim, in Id., Teoria
dell’agire comunicativo, Bologna, il Mulino, 1986, p. 695
35
Ch.F. von Blanckenburg, Versuch über den Roman, Stuttgart, 1965.
Fiorenza Ratti
15
una precoce crisi36. Anton Reiser è in questo senso il “romanzo
dell’io” e “della negazione dell’io”37, il suo autore un esteta
“precursore”38 che registra la frammentazione di una soggettività
inadatta ed estranea al proprio tempo:
Al momento dell’investitura il termine era già contaminato dal tarlo della disgregazione. La costante impazzita era proprio quell’io al quale il romanzo di
formazione, nascendo, intendeva rendere un doveroso tributo e un omaggio
solenne. Quell’io, cui venne non solo data l’illusione della propria peculiarità,
ma anche il mandato di legittimarla e affermarla con un’impostazione tutta individuale e tanto esplosiva da far deflagrare attitudini e capacità39.
Il Bildungsroman di Moritz tradisce la sua missione originaria non avviando verso alcuna “terra promessa”40, motivo per cui ci troviamo
dinnanzi a un singolarissimo genere narrativo che in parte si distrugge
mentre si crea41. La sorte del principale protagonista del genere letterario, ossia Wilhelm Meister, non è quella di Anton Reiser42 - anche se
neppure Wilhelm raggiunge una Bildung compiutamente realizzata.
Non solo Wilhelm è estremamente passivo, restio o incapace di imparare dalle esperienze vissute, è anche convinto di poter raggiungere la
sua piena formazione di individuo attraverso il teatro. Ma scoprirà di
non essere stato nemmeno il vero autore delle sue scelte, influenzate e
guidate dal dilettantismo pedagogico della società segreta della Torre.
Anche se alla fine egli capisce che il caso lo ha condotto a fare esperienze importanti e a riconoscere i propri errori, tuttavia, non si ha in
conclusione l’impressione che l’apprendistato di Wilhelm sia davvero
terminato, sembra addirittura che esso stia solo per cominciare43.
Ciò che diviene centrale è comunque il motivo della vita di un
giovane protagonista che attraverso una serie di errori e di disillusioni
36
R. Gilodi, Una vita in forma di libro. Ermeneutica e romanzo tra Illuminismo e Romanticismo, cit., p. 145.
37
C. Magris, L’anello di Clarisse, Torino, Einaudi, 1984, p. 16.
38
P. D’Angelo, Presentazione, in K. Ph. Moritz, trad. it. Scritti di estetica, Palerno, Aesthetica, 1990, pp. 7-12.
39
U. Bavai, Cronaca di un’anamnesi. Anton reiser di K. Ph. Moritz, in R. Ascarelli, U.
Bavai, R. Venuti (a cura di), L’avventura della conoscenza. Momenti del Bildungsroman dal
Parzival a Thomas Mann, Napoli, Guida 1992, p. 43.
40
R. Gilodi, Una vita in forma di libro. Ermeneutica e romanzo tra Illuminismo e Romanticismo, cit., p. 135.
41
V. Mascaretti, Il Bildungsroman, Bologna, manoscritto, 2005.
42
R. Lehmann, Anton Reiser und die Entstehung des Wilhelm Meister, in «Jahrbuch der
Goethe-Gesellschaft», 3, 1916, pp. 111-134.
43
V. Mascaretti, Introduzione al “Bildungsroman”, Bologna, manoscritto, 2005.
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The Lab’s Quarterly, 4, 2010
esistenziali, giunge a instaurare almeno un rapporto di compromesso
con il mondo esteriore. Il raggiungimento del compromesso tra le aspirazioni individuali e le necessità della realtà sociale non deve essere
realizzato per forza ma deve valere come idea guida del processo di
formazione, cosicché il protagonista possa avere coscienza che le proprie esperienze vissute non sono la sequenza casuale di eventi biografici, bensì dei momenti sulla via della sua graduale maturazione. Tutta
la costellazione di personaggi del Wilhelm Meister, nel passaggio dalla
prima alla seconda parte del romanzo, indica l’impegno concreto nel
mondo reale come la soluzione al superamento del soggettivismo. Alcuni momenti tipici di questa evoluzione sono il confronto con i genitori e la casa paterna, l’influsso di educatori o istituzioni educative,
l’incontro con la sfera dell’arte, le avventure sentimentali o erotiche o
anche l’esperienza di una o più professioni.
Sono le stesse esperienze con cui si confronta il protagonista di
Moritz. Tuttavia, nonostante il forte aspetto autobiografico del romanzo dove il narratore assume la posizione di psicologo, affiancando il
personaggio nelle sue esperienze esistenziali, commentandone le reazioni e spesso anche smascherandone le illusioni, non si può sostenere
che esso rappresenti un vero e proprio processo di Bildung. Il romanzo, che restò incompiuto, non mostra esisti né positivi né armonici,
piuttosto una ripetizione drammatizzata dell’incapacità di collegare
armonicamente individualità e totalità44. Anton Reiser sembra inoltre
non imparare nulla dalle esperienze vissute, dopo ogni successo viene
costantemente rigettato all’originario punto di partenza. Data l’assenza
di una formazione compiuta si è parlato del romanzo come di un AntiBildungsroman45 – la formazione mancata di un’opera non conclusa.
Nelle premesse ai quattro libri che compongono il romanzo Moritz
espone il programma sottostante all’opera, tra cui l’analisi del dettaglio, dei particolari apparentemente più insignificanti (anscheinende
Geringfügigkeiten), un programma narrativo di minuta osservazione46
congeniale alla messa in scena della ‘coazione a ripetere’ del protagonista, introdotta dallo stesso autore nella seconda parte dell’opera:
44
E. De Angelis, Ritratto di Lettere della Magna, cit., p. 173.
H.J. Schrimpf, Anton Reiser, in Benno von Wiese (a cura di), Der deutsche Roman,
Düsseldorf, 1963, p. 106.
46
C. Colaiuda, Anton Reiser di Karl Philipp Moritz e la poetica delle “Kleinigkeiten”, in
G. Cermelli (a cura di), Contraddizioni del moderno nella letteratura tedesca da Goethe al
Novecento, cit., p. 17.
45
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17
Al fine di prevenire ulteriori giudizi sbagliati, come ne sono già stati in parte
formulati alcuni su questo libro, mi vedo costretto a spiegare che ciò che, per
motivi da me ritenuti facili a indovinare, ho chiamato “romanzo psicologico” è
nel più vero senso della parola una “biografia”, e cioè una rappresentazione
così vera e fedele di una vita umana nelle sue più piccole sfumature, come forse ce ne sono poche. A chiunque sta un po’ a cuore una tale rappresentazione
fedele, non si irriterà per ciò che è inizialmente insignificante e apparentemente irrilevante, bensì terrà conto del fatto che questa trama intrecciata finemente
è sostituita da un’infinita quantità di piccolezze, che prese insieme diventano
molto importanti nell’intreccio, per quanto insignificanti sembrino di per sé.
Chi osserva la propria vita passata, spesso all’inizio non crede di vedere che
vanità, fili sconnessi, confusione, notte e oscurità; però, più vi fissa lo sguardo,
più l’oscurità scompare, la vanità si dilegua gradualmente, i fili sconnessi si
riallacciano, ciò che era confuso e sottosopra acquista un ordine - e la dissonanza si risolve impercettibilmente in armonia e melodia47.
Nel romanzo il passaggio dal livello di casualità a una totalità armonica
pertanto non si compie, quanto affermato nell’introduzione si ribalta nella
narrazione della vita del protagonista sia nella coerenza personale che nei
rapporti con il mondo esterno. La dinamica della ripetizione delle esperienze non è altro che un alternarsi di gioia e di sofferenza in un gioco
che nel protagonista agisce come un tipico meccanismo psichico di
difesa. Allo stesso tempo si dà all’autore la possibilità di indagare le
affezioni dell’anima48, e di istituire, tramite il principio della giustapposizione, connessioni non solo tra singoli dettagli esistenziali ma anche tra i differenti campi tematici. Il senso trasmesso è quello che si tratti di esperienze apparentemente marginali, in un procedimento a incastro che esprime la vera originalità del suo genere:
Il rapporto di reciproca cooperazione tra il principio della giustapposizione e
quello della ripetizione, attraverso i quali si articola la poetica delle “Kleinigkeiten”, permette di ricomporre le trame dell’intricato tessuto narrativo
all’interno della solida struttura romanzesca, la quale impedisce che esso si laceri sotto l’incalzante e caotico accumularsi di insignificanti dettagli esistenziali. […] si comprende come il tessuto narrativo si costituisca grazie alla progressiva diramazione delle relazioni che si istituiscono sia tra i singoli dettagli
sia tra i molteplici campi tematici. Il procedimento a incastro, attraverso cui
l’autore perviene ad una ricostruzione fedele e oggettiva della vita interiore
dell’uomo, è caratterizzato da un iniziale processo di scomposizione
dell’esistenza in minuti frammenti di vissuto a cui segue un graduale processo
47
K. Ph. Moritz, trad. it. Anton Reiser. Romanzo psicologico, cit., p. 66.
R. Gilodi, La malinconia: «Anton Reiser», Karl Philipp Moritz, 1785-90, in F. Moretti (a
cura di), Il romanzo. Vol. I. La cultura del romanzo, Torino, Einaudi, 2004, pp. 397-407.
48
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di ricomposizione dei dettagli in un insieme compiuto di eventi. Questo duplice processo a cui è soggetto il tessuto narrativo è presieduto dal principio della
giustapposizione e della ripetizione grazie ai quali gli elementi sconnessi del
racconto si svestono del velo di insignificanza che li caratterizza. Essi giungono così a ricomporsi, come gli sparsi tasselli di un mosaico, in un compiuto universo narrativo il quale è presieduto dai principi strutturali che si distanziano
da quelli delle principali opere letterarie di fine Settecento49.
Se i pensieri, i discorsi e le azioni del giovane Reiser non giungono a
buon esito, è la continuazione del processo di formazione di Moritz a
garantire una matura riflessione. Allo stesso modo Freud presenta la
biografia individuale come un cammino nell’esperienza della riflessione, la consapevolezza di essere in cammino nella conoscenza di sé e
del mondo, tradotta in Moritz con una scrittura capace di modificare la
funzione della rimozione50.
L’autobiografia moritziana è una precisa descrizione della crisi che
investe la cultura e la comunità pietistica alle prese con la tensione tra
conformità alle norme sociali e un nuovo bisogno di
un’autorealizzazione personale di tipo secolare. Nonostante Reiser
consegua un elevato grado di formazione letteraria e filosofica, il percorso di formazione sembra capovolgersi nella distruzione e nella perdita di sé. Egli non cresce né moralmente né socialmente, poiché gli
anni della formazione sono una somma ininterrotta di tentativi di socializzazione frustrati e di progetti individuali falliti:
La vita di Anton Reiser è una teoria ininterrotta di piccole sfortune e fragili
fortune, di speranze e delusioni, di sogni e di realtà, la sua storia non si conclude ma si interrompe in un punto qualsiasi mentre insegue il desiderio di
salire su un improbabile palcoscenico per assecondare il bisogno di dare alla
vita un senso compiuto. […] rimane uno studente a mezzo servizio, un futuro insegnante, un poeta dilettante, un aspirante attore, ma ignaro alla fine di
quale sarà la sua sorte nel mondo51.
4. FUGA NELL’INTERIORITÀ
49
C. Colaiuda, Anton Reiser di Karl Philipp Moritz e la poetica delle “Kleinigkeiten”, in
G. Cermelli (a cura di), Contraddizioni del moderno nella letteratura tedesca da Goethe al
Novecento, cit., p. 17.
50
J. Mondot, Anton Reiser ou la double subversion, in «Études Germaniques», 50, 1995, 1,
pp. 27-40.
51
Gilodi R., La malinconia: «Anton Reiser», Karl Philipp Moritz, 1785-90, in F. Moretti (a
cura di), Il romanzo, cit., p. 405.
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Anton Reiser nasce nel 1756 a Hameln in Alta Sassonia. Il padre, un
oboista nella banda del reggimento, si converte al quietismo evangelico
di Madame de Guyon (1648-1717)52, massima rappresentante francese e
amica personale di Fénelon, mentre la madre pratica una religiosità di
confessione luterana, molto vicina al pietismo.
Il modello educativo del padre non tollera le trasgressioni creative
del figlio, cerca di boicottare sul nascere ogni forma di entusiasmo per
la vita esteriore, impone l’annientamento di ogni passione e di ogni
tratto individuale53. La durezza d’animo del padre di Anton trova conferma in regole d’insegnamento devozionali che dal De imitatione
Christi54 dell’agostiniano Tommaso da Kempis (1379-1471) erano arrivate nei collegia pietatis tedeschi mescolate alla mistica francese, e
riadattate in una accezione che Moritz descrive riguardo alla casa del
signor v. F.:
Tutto, fino alle più piccole attività domestiche, aveva in quella casa
un’apparenza di serietà, severità e solennità. In tutte le facce si credeva di
leggere mortificazione e abnegazione, e in tutti i gesti l’uscire da se stessi e
l’entrare nel Nulla. Gli insegnamenti contenuti in questi scritti riguardano
principalmente quel già citato totale uscire da se stessi ed entrare in un beato
Nulla, quella completa mortificazione della cosiddetta egoità o amor prorio,
e un amore di dio completamente disinteressato, in cui non si deve intromettere nemmeno un briciolo di egoismo, se vuole essere puro, e dal quale si
sprigiona una perfetta quiete beata , che costituisce la meta suprema di tutti
questi sforzi55.
Con un “rammarico che sfuma nel distacco”56, Moritz scrive che «Anton nacque in queste circostanze [...] oppresso sin dalla culla»57. Rinchiuso in una camera dai genitori, talora senza mangiare, continuamente
ripreso e mortificato, Anton sviluppa un marcato senso di colpa associato al desiderio di essere punito58. Si alimenta un circolo vizioso che lo
condurrà all’annichilimento:
52
J. R. Armogathe, Le Quiétisme, Paris, PUF, 1973, pp. 40-55.
U. Bavai, Cronaca di un’anamnesi. Anton Reiser di K. Ph. Moritz, in R. Ascarelli, U.
Bavai, R. Venuti (a cura di), L’avventura della conoscenza. Momenti del Bildungsroman dal
Parzival a Thomas Mann, Napoli, Guida 1992, p. 49.
54
Tommaso da Kempis, trad. it. Imitazione di Cristo, Milano, Rizzoli, 1974.
55
K. Ph. Moritz, trad. it. Anton Reiser. Romanzo psicologico, cit., pp. 2-3.
56
H.J. Schings, Melancholie und Aufklärung. Melancholiker und ihre Kritiker in Erfahrungsseelenkunde und Literatur des 18. Jahrhunderts, Stuttgart, Metzler, 1977, pp. 226.
57
K. Ph. Moritz, trad. it. Anton Reiser. Romanzo psicologico, cit., p. 4.
58
Ivi, p. 5.
53
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L’esperienze di umiliazione si configurano come tappe del processo di
annullamento dell’Io, diretto alla metà della totalità concepita come nulla.
L’educazione di stampo mistico imprime nell’animo del protagonista la
convinzione che l’unità dell’Io è possibile solo all’interno di questa
totalità e, di conseguenza, la coincidenza dell’Io con la totalità in generale
richiede l’annullamento dell’individualità. Quest’esperienza di
unificazione con il tutto (con l’ambiente prossimo, la famiglia, la società;
e con il mondo, la natura, l’universo), che si propone come progresso
positivo per la formazione dell’Io, si rivela in realtà la dimensione
nichilistica di annientamento e di distruzione59.
I comportamenti di un modello educativo incoerente e incomprensibile,
così come le punizioni fisiche e la sottrazione di affetto, determinano in
Anton la formazione di una coscienza esteriore frammentata che, al fine
di evitare sanzioni, sviluppa i meccanismi di difesa di censura della realtà oggettiva e di proiezione di situazioni e luoghi ‘altri’. Infatti, la fuga
di Anton da un mondo che castra continuamente il suo bisogno di affermazione, prenderà la strada di fantasie compensatorie appartenenti al
suo mondo interiore e artistico – dove potrà sperimentare, secolarmente,
la sua personale ascesi di redenzione terrena.
Il ritiro in se stesso porta Anton Reiser alla solitudine e alla riflessione, a quell’atteggiamento di inazione che ben caratterizzava la tendenza della borghesia tedesca di fine Settecento, un’occasione per ridefinire i fondamenti del sapere, dell’agire e del sentire, con tonalità
emotive sentimentalistiche strettamente correlate al tema della solitudine, ricondotte da Lepenies – su indicazioni dal monumentale studio
di J.G. Zimmerman La solitudine (1784) – all’”isolamento dal potere”
e alla disperazione per l’“intangibilità dell’ordine”60. La borghesia si
trovò imbrigliata in un meccanismo il cui conseguente isolamento dal
potere alimentò un sentimentalismo malinconico volto all’interiorità e
a un allontanamento dalla vita sociale61. Nel tentativo di ricostruire le
origini della malinconia borghese nella Germania, Lepenies evidenzia
sin da subito una delle tendenze decisive per lo sviluppo, nei secoli
seguenti, dei rapporti tra borghesia e istituzioni politiche, ossia una
“sentimentalità malata” nata dalla riflessione e dall’assenza di azione
dovute alla sua lunga esclusione dai centri del potere62. Una tendenza
59
E. De Angelis, Riratto di Lettere della Magna, cit., p. 176.
W. Lepenies, trad. it. Melanconia e società, cit., p. 88.
61
Ivi, pp. 77-78.
62
W. Lepenies, trad. it. Melanconia e società, cit., p. 190.
60
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21
alla malinconia riconducibile proprio agli influssi pietistici, poiché «il
pietismo diviene il motivo della svolta verso l’interiore e il personale
delle deboli fantasticherie, delle ascesi che sfuggono il mondo, vuoto
soggettivismo e trastullarsi nei sentimenti»63. Sulla scia di modelli
specificamente pietistici raccolto nel termine di schöne Seele, a differenza delle finalità politiche dell’illuminismo, a partire dal classicismo
l’interpretazione del comune ideale della Bildung confluisce nei valori
spirituali dell’individuo chiamato a raggiungere il perfetto equilibrio
non nella società, ma nella figura di un’anima resa inattiva:
La “Bildung” classico-romantica si estranea insomma alla realtà, non può
diventare retaggio della società intera, può essere trasmessa insomma solo
da singoli individui a singoli individui, può dominare se mai in ristrettissime
sfere che si trovino in particolari condizioni economico-sociali64.
Nella descrizione del legame tra malinconia e ordine sociale si conferma l’analisi delle funzioni svolte dalla prima nella conservazione
dello status quo:
L’ubbidienza ai principi tiranni e retrogradi non impediva all’individuo
singolo di sentirsi libero o almeno di sognare un’astratta libertà da
cittadino di tutto il mondo. Il suo spirito di disciplina non escludeva la
riserva tacita, ma sostanziale, di chi accettava senza discutere l’autorità
politica e religiosa e le ubbidiva con fedeltà, senza però aderire
intimamente ad essa, convinto com’era che il regno dello spirito, in cui
l’individuo si isola gelosamente con i propri sentimenti più profondi, non
avesse a che fare col basso mondo della realtà. Tutto il Settecento è un
periodo d’idealismo spesso nobilissimo, basato però sull’illusione della
possibilità di una doppia esistenza. E, più precisamente, un periodo
d’introversione psicologica e religiosa e, nella letteratura, un periodo
d’introspezione65.
Allo stesso modo Lepenies sottolinea come questa tendenza alla introversione non sia ascrivibile a una “malinconia del disordine”, ma a un
comportamento di rassegnazione che nasce appunto da un “eccesso di
ordine”66 – ipotesi che cerca di confermare con la ricostruzione degli
63
Ivi, p. 80.
L. Mittner, Storia della letteratura tedesca. Dal Pietismo al Romanticismo (1700-1820).
Tomo primo, cit., p. 120.
65
L. Mittner, Storia della letteratura tedesca. Dal Pietismo al Romanticismo (17001820). Tomo primo, cit., p. 6.
66
W. Lepenies, trad. it. Melanconia e società, cit., p. 65.
64
22
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atteggiamenti malinconici. Si evidenzia uno stato di rinuncia che pervade grande parte della borghesia tedesca, nonostante la crescita economica e la crisi dei poteri assolutistici:
La stabilità dell’assolutismo, sotto la pressione dello sviluppo economico,
entra in crisi: l’equilibrio economico si sposta in modo che già alla metà
del 18° secolo il potere del capitale dei commercianti supera quello dei
sovrani pseudo-assoluti degli staterelli tedeschi. Ma questa preponderanza
economica influisce poco sulla sfera politica: solo la borghesia finanziaria
può attendersi qualcosa dal prossimo futuro, la maggior parte della piccola
borghesia rimane esclusa dalla espansione economica e dal dominio
effettivo. Così cresce la spinta della rassegnazione. […] Contrariamente
alla Francia, dove la nobiltà impiegatizia entra in scena accanto alla
nobiltà di corte e alla nobiltà terriera, in Germania la stessa aristocrazia
diviene impiegatizia e la borghesia deve accontentarsi di posizioni
subalterne. Da qui proviene la sua passività, e poiché la classe intellettuale
si compone di borghesi dello strato medio, appunto economicamente
deboli, questa passività si estende a tutta la vita culturale e conduce alla
fatale scissione tra privato e pubblico67.
La borghesia intellettuale, respinta l’azione politica, è costretta a fuggire nelle lettere68 - l’unico spazio in cui trovare l’eccitamento del
proprio cuore, finendo in tal modo per “spiritualizzare le idee di libertà” in un “pallido indeterminismo intellettuale e contemplativo”69.
Come già era accaduto per i certi nobiliari espulsi dalla gestione del
potere, anche per la borghesia tedesca del diciassettesimo secolo non
ancora giunta al potere, la letteratura diviene lo sbocco alternativo alle
vie socialmente chiuse – il medium tramite cui interpretare il nesso tra
malinconia, riflessione e inazione solitaria70.
67
W. Lepenies, trad. it. Melanconia e società, cit., pp. 80-81.
All’interno del ceto borghese, si forma una strato intellettuale intermedio che ripone
la sua legittimazione nella produzione intellettuale, scientifica e artistica e si definisce
come élite di fronte al popolo minuto, e ceto di secondo rango agli occhi
dell’aristocrazia di corte.
69
Questa sindrome di “reale inibizione all’azione”, “tendenza alla contemplazione” e
“predilezione per le concezioni assolute dello spirito” è particolarmente sviluppata nella
Germania del XIX secolo; i suoi soggetti sono, per lo più nella “professione
dell’insegnare”; W. Lepenies, trad. it. Melanconia e società, cit., pp. 77-78.
70
Il carattere collettivo del fenomeno della rassegnazione di quest’epoca è reso nelle creazioni artistiche individuali, che non possono sottrarsi al clima generale, ma lo rielaborano e
lo rispecchiano in un modo quanto mai originale. È significativo come la rassegnazione
socialmente condizionata voglia essere assolta da questo condizionamento, diventando
una malinconia che presume di avere la causa solo nella psiche umana: malinconia e
ricerca di originalità si co-appartengono. In tale direzione convergono gli studi di N.
68
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23
5. LA NATURA MITIGATRICE
La frattura tra la sfera letteraria e la società borghese insita alla vicenda di Anton Reiser rappresenta con immediatezza documentaria la situazione dell’intellettuale borghese nella seconda metà del settecento
confutando gli ideali della ‘calma interiore’, rivelando il trapasso
dell’autoaffermazione nel disprezzo di sé e indicando nella compensazione del mondo letterario l’unico appiglio71 della “coscienza umiliata72”, anzi, il suo vero e proprio riscatto.
Anton reagisce alle continue esperienze frustranti della propria vita
quotidiana, rifugiandosi nel mondo delle lettere, una fuga nel mondo
dell’immaginazione che Moritz descrive in forma sintomatica come
l’unica possibilità per salvaguardare il sentimento di sé dalla repressione
subita.
Tali proiezioni fantasmagoriche della propria interiorità si situano in
una natura incontaminata, il luogo privilegiato per immergersi nel proprio io:
Elias, G. Lukács (1965) e L. Goldmann (1964); Ivi, p. 193.
71
Moritz condivide con altri scrittori del tempo la critica al privatismo della società
borghese nelle condizioni del lavoro estraniato e burocratico, nonché alla massificazione
della condizione urbana che priva il soggetto della possibilità di ritrovare se stesso. Tuttavia, rispetto al programma di Schiller che assegna all’arte il ruolo rivoluzionario nella educazione dell’uomo verso la libertà politica dello ‘Stato estetico del futuro’, Moritz sembra
arenarsi sul piano impolitico di un’estetizzazione delle forme di vita. Siamo quindi ancora
un passo indietro rispetto ‘antropodicea estetica’ delle schilleriane Lettere sulla educazione
estetica dell’uomo (1795); Cfr. F. Schiller, trad. it. Lettere sull’educazione estetica e altri
scritti, Firenze, La Nuova Italia, 1970. Ciò non significa che Moritz non faccia suoi i temi
precursori della sensibilità romantica, ad esempio il concetto di ‘finalità interna’ o ‘autonomia’ dell’opera d’arte. In particolare, la sua estetica trasferisce il centro dell’opera d’arte
dal rapporto tra l’artista e la società al solo momento del processo creativo – un transito
decisivo dalla Wirkungsästhetik illuminista a quella stürmeriana già esposto da Goethe
(1772) nella recensione dell’Allgemeine Theorie der schönen Künste di J.G. Sulzer; Cfr. E.
Costadura, Genesi e crisi del neoclassico. Saggio su Karl Philipp Moritz, cit., pp. 15-16. I
saggi estetici di Moritz Sul concetto di compiuto in se stesso (1785), La cosa più nobile
della natura (1786), Sull’imitazione formatrice del bello (1788) e La segnatura del bello
(1788-89) convergono nella riflessione circa un’ ‘estetica della creazione’ fondata
sull’antitesi romantica tra poesia ingenua e sentimentale. Sullo sfondo, il riferimento comune è la disputa sull’esemplarità dell’arte classica, che con Schlegel in Über das Studium
der griechischen Philosophie (1797) e Schiller in Über naive und sentimentale Dichtung
(1796) richiama la famosa querelle francese, risolta con la superiorità dell’arte moderna –
“atto della libertà e della riflessione”.
72
G. Baioni, Classicismo e Rivoluzione, cit., pp. 100-101.
24
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
La socievolezza viene vista come il luogo dell’apparenza, come la
costrizione a “darsi diversamente da come si è”, come invito alla bugia
positivamente sanzionata. Perciò la fuga delle idee borghese – mai del
tutto libera da quest’impronta negativa, nella misura in cui non riesce mai a
realizzarsi del tutto – tende a collocarsi fuori dalla società (socievolezza).
Come immagine opposta si configura la solitudine, parola con cui non si
intende altro che uno stare soli che acquista valore già solo per il fatto di
essere lontani dal trambusto della società. Luogo di questa solitudine è la
natura. Il concetto di natura appare abbastanza generale da poter essere
intercambiabile; esso suggerisce tanto l’allontanamento da ciò che è in
rovina quanto il ritorno all’originario e ha trovato nelle parole introduttive
dell’Emile di Rousseau una chiara formulazione: “Tutto è venuto bene
nelle mani dell’autore delle cose, tutto degenera nelle mani dell’uomo73.
Non è casuale che il contemporaneo Zimmerman indichi in quel
Rousseau che si era autodefinito “pittore della natura e storico del
cuore umano”, il suo scrittore preferito74. Ma, come rilevato da K. Jaspers (1955), il sentimento della malinconica immersione nella natura
è comune tanto a Goethe quanto a Schelling. Per entrambi, infatti, «il
fondo della natura è tristezza […] anche essa piange un bene perduto,
e sulla vita intera grava un’invincibile malinconia»75. L’interiorità e la
natura diventano termini tra loro complementari: la solitudine, quale
forma di ricerca di una propria identità, la si può realizzare solo nello
spazio della natura – che rappresenta l’immediato riferimento della fuga
malinconica dalla società.
Tali osservazioni spiegherebbero in modo esemplare l’intreccio tra
il ritiro nella natura e la ricerca di sé nella deriva malinconica borghese76. Un rifugio malinconico nella natura che costituisce, altresì, una
“via di evasione” funzionale al mantenimento dello status quo e,
quindi, privo di sanzioni negative77.
A questo clima intellettuale non è estraneo neppure Moritz, e lo testimoniano i diversi episodi in cu ricorda il senso di piacevole abbandono che il giovane Reiser prova a contatto con la natura. Nelle pagine introduttive del romanzo, la natura già lenisce il dolore causato
dall’ostilità familiare in cui domina la discordia tra i due oggetti
d’amore, nonché il nesso, così tipico in Anton, tra rifugio nella natura
73
W. Lepenies, trad. it. Melanconia e società, cit., p. 132.
F. Melzer, J. G. Zimmermanns “Einsamkeit” in ihrer Stellung im Geistesleben des ausgehenden 18. Jahrhunderts, Breslau, 1930, p. 46.
75
K. Jaspers, Schelling-Größe und Verhängnis, München, 1955, p. 270.
76
W. Lepenies, trad. it. Melanconia e società, cit., p. 110.
77
Ivi, p. 175.
74
Fiorenza Ratti
25
e fuga nell’immaginazione:
Quando entrava nella casa dei genitori, entrava in una casa di scontentezza,
rabbia, lacrime e lamenti. Queste prime impressioni non sono mai state
cancellate nel corso della sua vita dalla sua anima, rendendola spesso
deposito di neri pensieri, che egli non riusciva a scacciare con l’aiuto di
nessuna filosofia. Giacché suo padre prese parte alla guerra dei sette anni,
la madre di Anton si trasferì insieme a lui in un piccolo villaggio per due
anni. Qui egli godette di una relativa libertà e venne in parte risarcito delle
sofferenze dell’infanzia. Le immagini dei primi prati che vide, del campo
di grano che si estendeva fino a una dolce collina, incoronata in cima da
una boscaglia verde, della montagna azzurrina e dei singoli cespugli e
alberi, che gettavano ai piedi di quella un’ombra verde e che si facevano
sempre più fitti, più in alto si saliva, si mescolavano ancora ai suoi
pensieri più piacevoli e costituiscono per così dire il fondamento di tutte le
immagini illusorie, che spesso la sua fantasia dipinge78.
La natura acquisterà nella narrazione sempre più valore grazie a una
sedimentazione dei dettagli, pur mantenendo intatta la sua funzione di
alleviare le sofferenze del protagonista – forse unica “stabile
dimora”79 all’infuori di sé in cui Anton potrà sempre rifugiarsi.
Ancora, nel periodo liceale, dopo essere stato oggetto di scherno dei
suoi compagni, egli cerca di recuperare la pace interiore
immergendosi nella quiete notturna della natura, vagando nel
paesaggio solitario e allontanandosi progressivamente dalla vita
cittadina80. Fondamentalmente un isolato dalla società Anton rimarrà
senza stabili rapporti d’amicizia, e sebbene egli incontri anime a lui
affini, compagni di sventure con cui dividere gioie, e nonostante la
benevolenza di figure paterne o di maestri, egli non giunge mai alla vera e
propria fusione di due o più anime. Anton si comporta e pensa, sotto ogni
punto di vista, egoisticamente e “vanitosamente”81, e non pertanto è in
grado di esteriorizzare liberamente i suoi sentimenti82.
78
K. Ph. Moritz, trad. it. Anton Reiser. Romanzo psicologico, cit., p. 5.
C. Colaiuda, Anton Reiser di Karl Philipp Moritz e la poetica delle “Kleinigkeiten”, in
G. Cermelli (a cura di), Contraddizioni del moderno nella letteratura tedesca da Goethe al
Novecento, cit., p. 20.
80
K. Ph. Moritz, trad. it. Anton Reiser. Romanzo psicologico, cit., p. 210.
81
E. Costadura, Genesi e crisi del neoclassico. Saggio su Karl Philipp Moritz, cit., pp. 7374.
82
Soltanto nella Allegorie (1786) e negli Predigerjahre (1790), Moritz romperà questo isolamento interiore egoistico recuperando i circoli di amici esclusivi su modello
quietistico-pietistico, al di fuori dei quali si muovono gli ‘altri’, indifferenti e ostili. In
questo “amore filadelfico” si fonda una comunità mistica di anime che si “sentono inti79
26
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
Anton Reiser, dominato da un bisogno di mondi possibili83, si ritirerà sempre più nella lettura della bibbia, della vita dei santi, di testi
mistici, dei classici greci e latini, della filosofia, della poesia inglese e
della letteratura tedesca moderna, anzitutto, Die Leiden des jungen
Werters (1774) di Goethe. Lo Sturm und Drang e Shakespeare gli fanno
nascere la passione per il teatro, il luogo privilegiato in cui cercherà di identificarsi con un qualsiasi personaggio immaginario pur di sfuggire alla
mestizia del proprio odiato io.
Alla ricerca della pienezza interiore l’amore di Antorn Resier per il teatro è alimentato dalla teatromania dell’epoca che lo spinge a tentare la
carriera di attore – decisione che Moritz, retrospettivamente, giudicherà
un “errore da dilettante”, il cedimento a una “falsa inclinazione artistica”
che non ha rispettato l’arte come “compiuto in sé”84. Sebbene vi siano
alcuni indubitabili progressi compiuti nella recitazione teatrale, il romanzo, che rimane come sospeso, si conclude con il fallimento di una
vocazione teatrale – e di tutta una progettualità esistenziale.
mamente l’una per l’altra e l’una dentro l’altra”; Cfr. E. Costadura, Genesi e crisi del neoclassico. Saggio su Karl Philipp Moritz, cit., p. 75.
83
R. Gilodi, La malinconia: «Anton Reiser», Karl Philipp Moritz, 1785-90, in F. Moretti (a
cura di), Il romanzo, cit., p. 400.
84
K. Ph. Moritz, trad. it. Anton Reiser. Romanzo psicologico, cit., p. 272.
SOCIOBIOLOGIA
L’EVOLUZIONISMO MORALE DI FRANS DE WAAL
UN NUOVO MODELLO DELLA SOCIOBIOLOGIA
Andrea Tommei
Indice
Introduzione
1. Sociobiologia classica
2. Critica sociologica
3. Evoluzionismo morale
4. Egoismo ed altruismo
5. Altruismo e conflittualità
6. La moralità, una definizione
7. La Torre della moralità
8. Empatia
9. Reciprocità
10. Rispetto delle regole
11. Integrità del gruppo
Riferimenti bibliografici
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36
38
41
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48
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53
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The Lab’s Quarterly, 4, 2010
INTRODUZIONE
La sociobiologia si è costituita nel tempo come una disciplina scomoda
all’interno della ricerca scientifica, a causa non solo di una attenta e
corretta valutazione critica nei confronti dei suoi metodi e contenuti, ma
soprattutto per un percorso di infondata delegittimazione durante il suo
primo sviluppo. Ne è seguita una perdita di interesse verso le analisi
sociobiologiche riconducibile in molti casi, ad una serie di pregiudizi,
etichette di eugenetica e da possibili rischi di legittimazione delle forme
di razzismo.
Per questo motivo è importante fare di nuovo il punto della situazione cercando di capire quindi cosa sia effettivamente la sociobiologia e quali possono essere i contributi che questa può fornire per
le scienze sociali.
In particolare, a seguito di una breve descrizione delle tesi classiche
della sociobiologia e delle critiche più interessanti che il panorama
sociologico ha elaborato nel corso degli anni, mio interesse è stato
quello di portare alla luce alcuni risultati più recenti della ricerca del
professore Frans De Waal, il quale ha concentrato parte della sua ricerca
nello studio del rapporto tra comportamento animale e la morale,
descrivendo la seconda non già come una dimensione peculiarmente
umana, quanto come l’insieme di comportamenti rilevabili sicuramente
in tutte le specie sociali. Questo insieme di specie animali – che si
caratterizza per il fatto di essersi evoluta in funzione del ruolo
ineliminabile del gruppo nel garantire la sopravvivenza e riproduzione
individuale – assumerebbe comportamenti con modalità di espressione
più organizzate man mano che ci si sposta dall’osservazione di specie
sociali che sul piano evolutivo possono essere considerate più semplici,
come i primati non antropomorfi, a specie più complesse, come i
primati antropomorfi e l’uomo. La varietà di comportamenti tra specie
va in questo modo vista come risultato della interazione tra dimensioni
genetiche, processi mentali automatici e consapevoli e soprattutto
processi relazionali tra individui, fino a giungere ad una dimensione
morale più complessa, quella umana.
1. SOCIOBIOLOGIA CLASSICA
Il termine è stato coniato da Edward O. Wilson all’interno del suo testo
Sociobiologia, la nuova sintesi (1975), dove viene definita come «lo
studio sistematico delle basi biologiche di tutte le forme di
comportamento sociale, compreso il comportamento sessuale e
Andrea Tommei
29
parentale in tutte le specie di organismi, compreso l’uomo».1 La
sociobiologia traccia la sua linea di studio a partire dai risultati della
ricerca di Charles Darwin, il quale considerava la lotta per l’esistenza
dei più idonei come un impulso fondamentale presente in qualsiasi
animale, uomo compreso. In particolare egli aveva esteso il principio sia
all’evoluzione tra le diverse specie, sia all’interno delle singole specie:
infatti, così come dalla lotta per l’esistenza emergono le specie più
idonee, allo stesso modo nell’ambito delle singole specie prevalgono i
singoli più adatti.
A differenza di Darwin, il quale ha come soggetto primario di studio
l’ “individuo”, i sociobiologi si concentrano sul concetto di “geni”
definiti, come deriva Alberto Izzo, gli «elementi biologici che si
trasmettono ereditariamente riducendosi in progressione con l’allentarsi
dei vincoli di parentela»2. L’insieme dei geni costituisce il genotipo, il
quale ha un ruolo nel formare il fenotipo, «il modo più corretto di
riferirsi alla relazione tra le componenti ereditarie e quelle acquisite dal
comportamento sociale e di quante altre caratteristiche socialmente
rilevanti si vogliano considerare, dai tratti somatici, all’intelligenza».3
Concentrando l’attenzione della ricerca in termini di gene anziché
d’individuo, la sociobiologia si reputa in grado di affrontare
coerentemente il tema dell’altruismo, il quale era rimasto inspiegato
all’interno dell’analisi della biologia evoluzionista nei decenni
precedenti.
In particolare una parte della biologia evoluzionista aveva portato a
un’estremizzazione della teoria darwiniana – anche a causa, tra le altre
cose, della influenza di alcune teorie politiche di T. R. Malthus che
vedevano nella assistenza pubblica ai poveri un autentico sovvertimento
del processo naturale4 – sviluppando una visione del darwinismo come
un’aperta e illimitata competizione, inconciliabile con la presenza di
comportamenti altruistici. Tutto ciò in aperta contraddizione rispetto alla
ricerca originale di Darwin, il quale, aveva certamente subito una
notevole influenza da alcune tesi di T. R. Malthus secondo le quali, le
popolazioni tendono a moltiplicarsi più che proporzionalmente rispetto
all’aumento della quantità di cibo disponibile, e subiscono
automaticamente una successiva riduzione dovuta all’aumento della
1
A. Izzo, Storia del pensiero sociologico. III. I contemporanei, Bologna, il Mulino, 2005,
cit. p. 162.
2
Ibidem.
3
L. Gallino, Dizionario di sociologia, Torino, Tea Utet, 2006, cit. p. 318.
4
T. R. Malthus, Saggio sul principio di popolazione, Torino, Einaudi, 1997, p. XXIX.
30
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
mortalità. Allo stesso tempo però Darwin evitò sempre di confondere i
risultati delle sue indagini con tutte quelle implicazioni politiche e
morali che con il tempo portarono concetto al di “darwinismo sociale”.
Nella sociobiologia il tema dell’altruismo è inserito all’interno della
lotta per l’esistenza, sottolineando come qualsiasi comportamento pro
sociale sia come un mezzo, utilizzato dai geni attraverso l’individuo, per
replicare loro stessi: il gene ha successo se il carattere ad esso
corrispondente promuove a sua volta la diffusione del gene.
In questo senso, William D. Hamilton ha affermato: «la fissazione o
l’eliminazione della disposizione a un qualsiasi comportamento dipende
non già dai suoi effetti sulla sola idoneità individuale del portatore,
bensì da quelli della sua idoneità genetica globale, che è definita come
l’idoneità complessiva dei suoi geni e di quelli identici in virtù della
comune discendenza, che sono presenti nei suoi consanguinei in misura
direttamente proporzionale al loro grado di affinità biologica».5
Tale considerazione ha permesso ad Hamilton di coniare il termine
“selezione di parentela”, che descrive la tendenza dell’individuo a
prestare aiuto quando esso dà luogo a maggiori possibilità di
sopravvivenza o riproduzione di altri individui che appartengono alla
stessa linea parentale, garantendo in tale modo la sopravvivenza dei geni
simili.
L’altruismo però è analizzato anche quando riguarda il
comportamento di aiuto tenuto tra soggetti non parenti, fenomeno che è
chiamato da Robert L. Trivers “altruismo reciproco”, il quale viene
rilevato non solo negli esseri umani ma anche in altre specie sociali.
L’altruismo reciproco è favorito da tre condizioni:
1) Una lunga durata media della vita, che aumenta le probabilità che
due individui abbiano a incontrare durante la loro esistenza situazioni
adatte ai relativi comportamenti; 2) un basso livello di dispersione
almeno durante una fase della vita, che accresce le probabilità di ripetute
interazioni tra gli stessi individui; 3) un’alta interdipendenza fra i
membri della popolazione (ad esempio per la difesa dai predatori o per
altre attività collettive), che moltiplica le situazioni potenzialmente
altruistiche.6
Inoltre l’altruismo reciproco presenta tre caratteristiche:
1) le azioni reciproche, mentre fruttano dei benefici al ricevente,
comportano dei costi per colui che la compie; 2) fra il dare e il ricevere
5
A. Izzo, Storia del pensiero sociologico III. I contemporanei, cit., p. 162.
R. L. Trivers, The evolution of reciprocal altruism, in «Quarterly review of biology», 46,
1971, pp. 35-37.
6
Andrea Tommei
31
trascorre un lasso di tempo; 3) il dare è subordinato al ricevere.7
La sociobiologia quindi sostiene che il genere umano – così come le
altre specie – sia un prodotto dell’evoluzione dove genotipo e fenotipo
svolgono un ruolo nel comportamento individuale e conseguentemente
nella società. Tuttavia non nel senso che l’intero comportamento sia
controllato dai geni ma più precisamente, che i fattori genetici pongono
dei limiti alla tipologia di comportamenti possibili, prodotti da un
processo di selezione naturale. Allo stesso modo, sebbene le “tradizioni
culturali” siano variabili all’interno e tra le varie società in cui si
sviluppano nel corso del tempo, la cultura intesa come “comportamento
culturale” viene a costituirsi come un carattere dominante: cioè la
selezione naturale ha favorito coloro che riuscivano a sviluppare
tradizioni culturali e ad adattarsi più efficacemente alle circostanze
temporanee, poiché le tradizioni culturali si modificano più velocemente
rispetto al comportamento istintivo e al patrimonio genetico. L’essere
umano non è una specie diversa dagli altri animali perché gli uomini si
distinguono in quanto esseri culturali e gli altri animali sarebbero
semplici esseri biologici, ma, riprendendo la definizione data da Robin
Fox, gli uomini sono “animali culturali” che «pur conservando una base
biologica, producono anche cultura»8.
2. CRITICA SOCIOLOGICA
Fin dall’inizio della sua teorizzazione la sociobiologia ha subito
numerose obiezioni che hanno cercato di delegittimare il suo contenuto
scientifico.
Una parte della critica vedrebbe la sociobiologia inseribile
all’interno della tradizione del determinismo biologico che «cerca di
dimostrare come lo stato attuale delle società umane sia il risultato delle
forze biologiche e della “natura” biologica della specie umana»9,
potendo, per alcuni critici arrivare a favorire da una parte, la ricerca
eugenetica e dall’altra, garantire una legittimazione di uno status quo
che renderebbe ogni società nel tempo e nello spazio identica ad ogni
altra, in quanto fondate dalle medesime proprietà strutturali.
Iniziando proprio dai rischi dell’eugenetica si sottolinea però come
7
F. De Waal, Naturalmente buoni, Milano, Garzanti, 1996, p. 37.
R. Fox, The cultural animal, «Encounters», 1, XXXV, 1970, p. 33. Cfr. R.A. Wallace, R.
A. Wolf, La teoria sociologica contemporanea, Bologna, il Mulino, 2008, cit. pp. 379-380.
9
M. Ruse, Sociobiologia una scienza controversa, Bologna, il Mulino, 1981, cit. pp. 109112.
8
32
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
direttamente da parte della letteratura sociobiologica sia assente ogni
legittimazione di tale tipo. Inoltre se si volesse affermare che gli
eventuali risultati confermati sperimentalmente sulle differenze
genetiche all’interno e tra le popolazioni potrebbero essere utilizzate da
terze parti nel perseguire una nuova forma di eugenetica, questo non
dovrebbe portare solo alle interruzioni sulla genetica umana, ma in
qualsiasi campo di ricerca, dalla psicologia alla fisica, poiché anche al
loro interno sono presenti altrettante potenzialità di rischio. Come
qualsiasi risultato della ricerca scientifica, non è il dato in sé che è
pericoloso, quanto le strumentalizzazioni e gli usi che ne vengono fatti
che assumono un significato che può e deve essere oggetto di
valutazione morale.10
Il problema dello status quo rimanda ad una questione più generale e
che rappresenta di fatto l’ostacolo più rilevante nel tentativo di
conciliare sociologia e sociobiologia. Il problema principale del
rapporto tra sociologia e sociobiologia è dato dal fatto che: da una parte
la sociologia, nel corso della sua storia ha concentrato le sue attenzioni –
soprattutto la sociologia classica – sul condizionamento che le strutture
hanno avuto sulle scelte individuali, oppure – soprattutto la sociologia
contemporanea – ha evidenziato il ruolo dell’interazione con la sua
vasta e poco prevedibile gamma di manifestazioni. In entrambi i casi,
sia si parli di strutture o di interazioni, entrambe sono considerate
storicamente, cioè come il prodotto della stessa attività umana.
Concentrandoci in particolare su una parte della sociologia
contemporanea, essa si pronuncia sulla società umana interpretandola
come una “struttura significativa”, cioè «un insieme di significati
interconnessi e intersoggettivi che sorgono dall’interazione non secondo
principi prestabiliti, ma in modi potenzialmente infiniti e quindi
imprevedibili»11. La società si costituisce come comunicazione, dalle
infinite possibilità autopoietiche attraverso il linguaggio.
Dall’altra parte, la sociobiologia si propone di spiegare la medesima
vita sociale attraverso determinanti di tipo naturalistico, e dove anche si
parla di mediazione culturale nella definizione della società questa
sarebbe tuttavia posta in un secondo piano. Ma se si accetta la validità
delle tesi sociologiche che vedono nella società un insieme di significati
costruiti attraverso la comunicazione, difficilmente esse possono essere
conciliate con l’idea che il comportamento umano possa essere, in certi
limiti, riducibile all’interno della legge dell’evoluzione per selezione,
10
11
Ivi, p. 112.
A. Izzo, Storia del pensiero sociologico III. I contemporanei, cit. pp. 164-167.
Andrea Tommei
33
determinando uno svuotamento definitivo dei contenuti generali della
sociobiologia. L’unico modo per dare importanza all’evoluzione
naturale, piuttosto che alle diversità culturali, consisterebbe nel rendere
contingenti tali diversità, parlando così di una “sovrastruttura” culturale
distinta rispetto a una “struttura”, espressa dai processi dell’evoluzione.
Ma la stessa decisione circa ciò che può essere considerato rilevante o
non rilevante ricade nell’ambito della cultura. Per cui, o si accetta l’idea
sociobiologica che esistano delle strutture di tipo evolutivo che
condizionano la costituzione di qualsiasi società, creando però una
natura umana del tutto destoricizzata, o si rifiuta la sociobiologia in
quanto uno dei suoi assunti base, cioè un comportamento fondato
biologicamente, in realtà è ritenuto fondativo solo culturalmente, ma in
un contesto diverso non è detto che assumerebbe tale valore.
Una diversa critica può essere espressa attraverso le parole di
Marshall D. Sahlins che afferma: «fin dal XVII secolo siamo stati presi
in questo circolo vizioso applicando alternativamente il modello di
società capitalistica al regno animale, per riapplicare poi questo al regno
animale “borghesizzato” all’interpretazione della società umana».12
Tuttavia si evidenzia come a partire già dallo stesso Darwin, anche se
egli avviò i suoi studi a partire da teorie di altri autori ricche di contenuti
moralistici e carichi di influenze politiche, alla fine il darwinismo
biologico e le ricerche che si inseriscono all’interno dei suoi paradigmi
sono privi delle affermazioni tipiche del darwinsmo sociale. Attraverso
l’autentico evoluzionismo biologico, Darwin cercò di rimanere
circoscritto a quei contenuti e rilevazioni osservabili a partire dal
metodo scientifico e che hanno influenzato la biologia stessa e, per
quello che interessa a questa ricerca, la sociobiologia. Dove quindi ogni
forma di legittimazione della “riproduzione capitalistica” può essere
sicuramente rilevata nel “darwinismo sociale” – che niente ha a che
vedere con Darwin – mentre l’evoluzionismo biologico – il quale ha
influito sulla sociobiologia – assume un valore scientifico.13
Un’ulteriore critica che viene mossa è quella di sessismo, dove la
sociobiologia favorirebbe la rappresentazione di una condizione di
svantaggio per le femmine delle specie animali, che successivamente
negli esseri umani favorirebbe le tradizionali stereotipizzazioni sessiste:
le donne come animali domestici, allevatrici di figli e gli uomini
aggressivi, dominatori di femmine e tendenzialmente poligami. Tuttavia
12
M. Ruse, Sociobiologia una scienza controversa, cit., p. 118. Cfr. M.D. Sahlins, To use
and abuse of biology, University of Michigan Press, Ann Arbor, 1976, cit. p. 101.
13
Ivi, pp.118-122.
34
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
anche in questo caso si attribuisce un contenuto normativo a delle tesi
che ne sono prive: da una parte sia perché la stessa teoria
sociobiologica, più che favorire attraverso le differenze biologiche tra i
sessi una condizione di servitù-dominanza, rileva piuttosto l’importanza
della cooperazione e dell’interdipendenza reciproca tra i sessi. Inoltre
quegli stessi stereotipi di sciovinismo maschile e soggezione femminile
vengono smentiti dalle osservazioni sperimentali mostrando situazioni
ben più complesse. Infine la sola affermazione della differenza
biologica tra i sessi non comporta che si debba restare passivi e
accettarne le conseguenze, come dimostrano la crescita, nelle società
occidentali a partire dalla rivoluzione industriale, delle trasformazioni
culturali, le innovazioni scientifiche e le occasioni che riguardano le
donne.14
3. EVOLUZIONISMO MORALE
L’evoluzionismo morale descrive l’alternativa teorica sviluppata da
Frans De Waal rispetto ai contenuti della sociobiologia tradizionale,
della quale egli ne parla in termini di «sociobiologia genecentrica» a
causa del ruolo esclusivo che viene attribuito alla componente genetica
rispetto a qualsiasi altra dimensione. La sociobiologia genecentrica si
inscrive all’interno di una corrente di pensiero che viene definita come
«teoria della patina», il cui punto di vista può essere espresso attraverso
le parole di Aldous L. Huxley «il progresso etico della società dipende
non dall’imitare il processo cosmico, e ancor meno dal rifuggirlo, ma
dal combatterlo»15. Questo punto di vista considera la moralità un
rivestimento culturale raggiunto esclusivamente dalla specie umana, non
riconoscendo le tendenze morali come parti integranti della natura
umana; una patina che cela al di sotto una natura del tutto egoista e
brutale, e dove l’idea di moralità dell’altruismo si costituirebbe come
un’illusione, rispetto ad una realtà determinata dall’interesse
individuale. Una situazione quindi dove progenitori dell’uomo
sarebbero diventati morali per scelta.
Secondo De Waal, l’errore principale che è stato commesso dalla
sociobiologia è quello di confondere le “cause evolutive” che hanno
dato forma alle componenti fisiologiche e mentali e che hanno permesso
lo sviluppo delle motivazioni del comportamento umano, con le
14
Ivi, pp. 139-144.
F. De Waal, Naturalmente buoni, cit. p. 281; già in A. L. Huxley, Evolution and ethics,
Princeton, Princeton University Press, 1989, p. 83.
15
Andrea Tommei
35
“motivazioni” stesse e quindi confondere il processo con il risultato. Si
può parlare di una forma di egoismo dell’azione dei geni – evidenziando
la totale assenza di intenzionalità da parte di dei geni – nel favorire
l’attivazione di un carattere piuttosto di un altro, poiché solo se il
carattere contribuisce all’adattamento dell’individuo nell’ambiente il
gene avrà la possibilità di sopravvivere e nel caso della selezione di
parentela di replicarsi. É corretto descrivere tutti gli animali, uomo
compreso, come il prodotto delle forze dell’evoluzione che favoriscono
gli interessi personali, ma questo non preclude affatto l’evoluzione delle
tendenze all’altruismo e alla compassione negli individui stessi.
L’evoluzionismo morale dall’altra parte, concepisce la moralità
come conseguenza diretta degli istinti sociali che l’uomo ha in comune
con gli altri animali e inoltre la moralità non è una peculiarità
esclusivamente umana, né l’effetto di una decisione consapevole, presa
in un momento specifico della nostra storia, ma il risultato
dell’evoluzione della socialità. Invece di parlare per mezzo di una forma
di riduzionismo della psicologia umana – animale in generale – e della
relazionalità alla semplice azione dei geni, si vuole spiegare i sistemi
viventi nella loro interezza, integrando livelli diversi. In questo modo si
evidenzia la presenza di una continua relazione ed influenza reciproca
tra dimensioni diverse, tutte tese alla fine a produrre lo stesso risultato,
cioè diversi livelli di moralità, a seconda del tipo di rapporto che si
viene a costituire tra sviluppo della mente del soggetto, complessità
delle relazioni sociali all’interno del gruppo e componente genetica.
All’interno di questa nuova fase della sociobiologia gli animali
continuano a fare tutto quello che è necessario per sopravvivere e
riprodursi, ma essi tengono conto a livello emozionale, e non come
risultato di un calcolo compiuto razionalmente e consciamente, delle
circostanze in cui vivono per scegliere il miglior modo di agire. Così è
possibile riconoscere l’eguale rilevanza per l’individuo sia della
tendenza dei geni a garantire la propria sopravvivenza, che delle
modalità con cui si strutturano le relazioni sociali per mezzo dell’
“empatia” e della “reciprocità”, visti come gli elementi costitutivi della
moralità. Quindi nel discutere di ciò che costituisce la moralità il
comportamento effettivo è meno importante delle capacità che lo
rendono possibile, capacità che sono espresse attraverso le emozioni:
«Invece di sostenere che la spartizione del cibo rappresenta un elemento
costitutivo della moralità, bisognerebbe dire che sono piuttosto le
capacità che si pensa siano implicite nella spartizione del cibo (per
esempio gli alti livelli di tolleranza, la sensibilità nei confronti dei
bisogni degli altri, lo scambio reciproco) ad apparire pertinenti. Anche
36
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
le formiche si spartiscono il cibo, ma probabilmente sulla base di
sollecitazioni del tutto diverse da quelle che spingono scimpanzé o gli
uomini a farlo».16
L’obiettivo che si pone De Waal è proprio quello di individuare ed
analizzare queste componenti emozionali, cercando di superare la
frattura che finora sembra sia stata posta dalla moralità vista come un
prodotto culturale umano e il processo di evoluzione biologica.
Attraverso una rielaborazione della metafora di John Dewey17 si può
paragonare l’azione dell’uomo a quella di un giardiniere che lavora con
e contro la natura, dove nel contrastare alcune tendenze ne vengono
usate altre, combattendo natura con natura.
Per questo si può affermare che: «in realtà quando agiamo in nome
di un senso morale non stiamo ipocritamente ingannando tutti:
prendiamo delle decisioni che derivano da istinti sociali che sono più
antichi della nostra specie, anche se vi aggiungiamo la complessità
esclusivamente umana di un interesse senza secondi fini nei confronti
degli individui e della società».18
4. EGOISMO ED ALTRUISMO
All’interno dell’evoluzionismo morale si sposta l’attenzione
dall’individuo al livello della comunità: ciascun individuo cerca di
plasmare il proprio ambiente sociale e riceve un ritorno in base a come i
suoi sforzi influenzano gli altri, rendendo, negli animali sociali il
gruppo, nell’uomo la comunità e società, delle arene di negoziazione e
con rapporti di dare e avere. Infatti parlando di moralità intesa come
moralità umana e animale, si individua in entrambe una dialettica tra le
“esigenze individuali” e l’ “interesse per la collettività”. Le prime
descrivono la spinta alla sopravvivenza che caratterizza ogni organismo
vivente in base a degli stimoli precisi (fame, appetito sessuale, ma anche
necessità di accudire i piccoli, aumentare il proprio status, eccetera),
descrivendo così le condizioni essenziali per l’esistenza dell’individuo
che devono essere mantenute ad ogni costo, coerentemente rispetto ai
meccanismi della selezione naturale.
L’“interesse per la collettività” non deve essere visto come estraneo
al processo di selezione, né deve essere visto come qualcosa che sia
16
F. De Waal, Primati e filosofi, Milano, Garzanti, 2008, cit. p. 37.
F. De Waal Naturalmente Buoni, p. 11; già in J. Dewey, Evolution and ethics, Albany,
State University of New York Press, 1993, p. 98.
18
F. De Waal Primati e filosofi, cit., p. 80.
17
Andrea Tommei
37
percepito solo dall’uomo, ma è sicuramente presente anche nelle
scimmie antropomorfe, e in particolare negli scimpanzé, dove un
fenomeno esemplificativo può essere mostrato attraverso una forma di
“mediazione” intesa come l’intervento di pacificazione svolto attraverso
la presenza di un soggetto terzo al conflitto. A seguito di un grave
conflitto tra due maschi accade che la femmina si avvicini ad uno dei
contendenti e cerchi un contatto con lui e subito dopo la femmina si
avvicina all’altro maschio. Se il primo maschio la segue, questi resta
dietro di lei senza guardare l’altro e nel caso il maschio si attardi la
femmina torna indietro e lo spinge per il braccio. A questo punto i due
maschi iniziano a farle il grooming19 e dopo un po’ la femmina se ne
andava lasciando i due contendenti a farsi il grooming reciprocamente.20
L’“interesse per la collettività” si esprime quindi nel miglioramento
dei rapporti sociali tra gli individui del gruppo, anche quando non
riguarda direttamente un soggetto, dove però tale vantaggio è in realtà
presente, anche se indirettamente per chi interviene. Infatti nell’esempio
specifico le femmine di scimpanzé sono interessate ai rapporti tra i
maschi poiché questi tendono a scaricare le tensioni su quelle.
La differenza principale rispetto a come si manifesta l’ “interesse per
la collettività” nell’uomo è dato dal fatto che nel caso degli scimpanzé
tale interesse rimane dipendente rispetto a quelli che sono gli interessi
dell’individuo (non subire danni dalla situazione conflittuale); mentre al
vertice della moralità umana vi è la capacità di elevare l’interesse per la
comunità al di sopra di quello individuale. Non che i due possano
scindersi – la selezione naturale non darebbe mai luogo ad una
situazione di questo tipo – ma, ipotizzando un progenitore dell’uomo, la
focalizzazione dell’interesse potrebbe spostarsi progressivamente
dall’interesse verso sé stessi a quello verso la comunità, diventando un
tipo di comportamento prevalente all’interno della specie nel garantire
un migliore bilanciamento del rapporto interesse individuale – interesse
per la collettività. Poiché da certe qualità dell’ambiente sociale traggono
19
Il grooming viene definito come una «forma di comunicazione tattile finalizzata alla cura e pulizia reciproca del corpo (allo-grooming). Questo tipo di comunicazione si estrinseca, a
seconda della specie, mediante leccamento, mordicchiamento, allontanamento dei parassiti e
può permettere di raggiungere parti poco accessibili alle cure personali (self-grooming). Queste cure corporali servono a rinsaldare i legami sociali, e di solito viene rispettato l'ordine gerarchico: i soggetti di rango inferiore utilizzano sovente il grooming per avvicinare e appacificare quelli di rango superiore, da cui possono a loro volta essere curati». G. Aguggini, Fisiologia degli animali domestici con elementi di etologia, Torino, UTET, 1998, p. 856.
20
F. De Waal, Naturalmente Buoni, p. 284; già in De Waal, Reconciliation and consolation among chimpanzees, in «Behavioral ecology and sociobiology», 5, 1979, p. 62.
38
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
beneficio numerosi individui, sembra utile che i membri di una
comunità si incoraggino a vicenda a plasmarla verso questo maggior
peso attribuito all’interesse della comunità. Ma proprio a partire da
questo incoraggiamento esso implica corrispondentemente anche un
controllo reciproco: infatti se i membri della comunità osservano il
modo in cui ciascun soggetto risponde alle necessità altrui, con il tempo
essi sapranno chi ha probabilità maggiori di fornire aiuto e chi invece lo
evita e così, in base al suo comportamento risponderanno
adeguatamente. Chi tiene maggiori comportamenti tesi ad aiutare il
prossimo, dispone di altrettante possibilità di essere aiutato, sia da chi ha
ricevuto il suo aiuto, ma anche da parte degli osservatori, da cui deriva
una maggiore possibilità di sopravvivenza del soggetto.
Ma non solo: infatti anche a livello di selezione di gruppo, solo
quelli che si basano maggiormente sul controllo e aiuto reciproco
riescono ad ottenere un livello di aggregazione tale da permettere loro di
resistere meglio alle forze disgregatrici esogene ed endogene (una
schismogenesi, o un invasione da un gruppo esterno), potendo anzi
aumentare la forza del gruppo o comunità attraverso la conquista di aree
di altri insiemi di individui, o più in generale favorendo la cooperazione
interna. De Waal afferma: «le azioni di un soggetto si rispecchiano negli
occhi dello spettatore nello stesso modo in cui l’operato del soggetto si
riflette nelle risposte del suo gruppo».21
La teoria dell’evoluzionismo morale nell’assegnare un ruolo centrale
alle relazioni tra i soggetti, anche se sposta l’attenzione dall’individuo al
livello della comunità, tuttavia resta legata ai principi che regolano il
processo evolutivo e anzi inserisce all’interno dell’evoluzione, ciò che
ne pareva estraneo.
5. ALTRUISMO E CONFLITTUALITÀ
Altruismo ed egoismo sono intimamente collegati e sono essenziali per
la moralità. Tuttavia questo tipo di relazione è possibile nella sua forma
più semplice solo all’interno di un gruppo, implicando quindi la
necessaria presenza per l’esistenza dell’altruismo della netta distinzione
tra chi è dentro il gruppo e chi ne è fuori.
In questo modo il rapporto egoismo-altruismo, così come produce
cooperazione è anche artefice delle forme di conflitto. E infatti il
rapporto cooperazione-conflittualità rappresenta un’altra dimensione
21
F. De Waal, Naturalmente Buoni, cit., p. 49.
Andrea Tommei
39
fondamentale per l’evoluzione della moralità – intesa come moralità
animale e umana – all’interno del gruppo di appartenenza.
In particolare per quanto riguarda l’essenzialità del ruolo del
conflitto per lo sviluppo della moralità è importante distinguere tra due
forme: i conflitti tra gruppi ne rappresentano la forma più semplice,
condizione prima per la moralità, ma non l’unica; infatti la seconda
condizione per l’evoluzione della moralità è il conflitto all’interno del
gruppo.
Iniziando proprio dalla morale umana, che presenta un livello di
complessità maggiore, i principi morali sono sempre orientati verso il
proprio gruppo – potendo essere esteso solo attraverso uno sforzo che
non si esprime mai come assoluto egualitarismo, poiché esso
determinerebbe il venire meno della distinzione in-group, out-group che
attribuisce significato alla moralità stessa, riprendendo l’osservazione di
Pierre-Joseph Proudhon, «se tutti sono miei fratelli, allora non ho
fratelli22» .
Quelle regole e principi inviolabili che valgono per il gruppo, non
valgono fuori di esso. De Waal cerca di rappresentare la moralità umana
come una sorta di «piramide galleggiante», in cui su ogni gradino
individua una categoria specifica di attori che vanno dal singolo
individuo che si trova sulla cima, fino al penultimo e ultimo gradino che
indicano, rispettivamente tutta l’umanità e tutte le forme di vita.23 La
possibilità di ciascun gradino di uscire dal liquido dipende dal livello di
risorse disponibili in un certo momento. La realtà dei fatti mostra
secondo De Waal, come tranne nelle situazioni più disperate, è quasi
scontata la forma di altruismo rispetto ai gradini più prossimi al soggetto
(famiglia/clan, gruppo/comunità). Per il resto si può potenzialmente
arrivare a forme di altruismo più estese, tenendo presente però due limiti
invalicabili: la disponibilità delle risorse e il sentimento ineliminabile
verso i soggetti più prossimi, che porta a ridurre l’altruismo
proporzionalmente alla scarsità delle risorse verso i livelli di collettività
più estesi.
Inoltre nel gruppo si può parlare al massimo di una modalità di
espressione della conflittualità che si manifesta come competizione, ma
che normalmente non viola quelle regole fondamentali che potrebbero
portare alla distruzione della società.
Quella medesima correlazione cooperazione-conflitto è presente
22
F. De Waal Naturalmente buoni, cit., p. 274; cit. in G. Hardin, Discriminating altruism,
in «Zygon», 17, 1982, p. 184.
23
Ivi, p. 271-276; Cfr. F. De Waal, Primati e filosofi, cit., pp. 195-199.
40
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
anche nelle scimmie antropomorfe e non. Non è inusuale infatti che gli
scimpanzé maschi si approprino di un territorio di un altro gruppo,
uccidendo sistematicamente i maschi del gruppo invaso; così come è
rilevato che all’interno dei gruppi dei primati, sebbene siano presenti
forme di competizione, essi hanno modi non aggressivi di risolverli, per
mezzo di quei meccanismi come la negoziazione che evitano gli effetti
disgregativi della coercizione.
La forma di conflitto intra-gruppo rappresenta non la prima base per
un gruppo morale, ma sicuramente la condizione più importante in
quanto è il prerequisito per coordinare l’interesse individuale e quello
collettivo attraverso lo strumento della “mediazione”, presente anche in
questo caso non solo nell’uomo, ma anche nei primati non ominidi, con
una predominanza della mediazione dall’alto, cioè da parte di un
esemplare dominante per una disputa tra inferiori, anche se tra gli
scimpanzé sono comuni forme di mediazione dal basso. E poiché ogni
individuo trae beneficio dall’unità e dalla collaborazione di gruppo, ne
deriva che la risoluzione dei conflitti non riguarda solo le parti
coinvolte, ma la comunità nel suo insieme. Pur ricordando però che nel
caso della moralità animale non si avrà mai un sacrificio dell’individuo
per la comunità, ma che ogni singolo individuo trae un profitto
maggiore attraverso il suo intervento di mediazione rispetto al lasciar
evolvere una situazione conflittuale all’interno del gruppo, e quindi è
motivato ad agire per mantenere un ambiente sociale adeguato, in
quanto i benefici che trae sono maggiori rispetto ai rischi che corre per
una sua intromissione.
A questo punto potrebbe sembrare che la moralità assuma una
caratterizzazione relativistica in quanto ciascun gruppo o comunità,
animale o umana, sarebbe portatore di uno specifico codice morale che
esclude a priori qualsiasi altro soggetto che ne sia fuori, dove l’assenza
di moralità sarebbe ulteriormente confermata tra le specie non umane in
quanto totalmente prive della capacità di universalizzare i
comportamenti altruistici, poiché solo la preferenza ad aiutare i propri
familiari e il proprio gruppo è una costante, mentre esclusivamente
nell’uomo l’estensione dell’altruismo non è esclusa. Tuttavia è utile
introdurre la distinzione che De Waal pone tra “moralità”, “regole
morali” e “convenzioni sociali”24, per distinguere la linea di confine tra
una morale valida oggettivamente e presente anche nel mondo animale
non umano, e ciò che invece rientra nel dominio della variabilità tra le
diverse società e modelli culturali umani, dove di questi concetti
24
F. De Waal, Primati e Filosofi, cit., p. 194.
Andrea Tommei
41
cercherò di dare una descrizione nel paragrafo successivo.
Inoltre lo stesso De Waal ammette che la divergenza più elevata che
sussiste tra uomini e animali è espressa dall’assenza nei secondi di
altruismo esogeno al gruppo; la soluzione al problema potrebbe essere
trovata in relazione alle facoltà cognitive umane, sicuramente più
sviluppate rispetto a quelle animali, dove tali facoltà, insieme alle
capacità di linguaggio umano permetterebbero di costituire un
“ragionamento” sulla moralità.
6. LA MORALITÀ, UNA DEFINIZIONE
Innanzitutto è necessario capire cosa si intenda per moralità. Essa
descrive un fenomeno che si rivolge al gruppo, il quale è sorto dalla
necessità che l’individuo per sopravvivere dipende da forme di sostegno
reciproche. Infatti se l’individuo vive da solo, o se vive in gruppo ma
non dipende dagli altri per la sua sopravvivenza, si annulla il bisogno
stesso della moralità.
Quindi la moralità, si pone come una costante nelle specie sociali
interdipendenti perseguendo un equilibrio tra gli interessi individuali e
della comunità in modo che entrambi esistano e si sostengano
reciprocamente. La moralità si esprime attraverso dei comportamenti
che sono tenuti dai singoli soggetti, comportamenti che devono oscillare
tra due livelli di azione che De Waal descrive come «Aiutare o non
Arrecare danno agli altri»25. Qualsiasi tipo di comportamento che vada
oltre tale formula rischia di pregiudicare l’esistenza del gruppo e quindi
di cagionare un danno allo stesso soggetto che lo ha prodotto. Ritenere
che i comportamenti di collaborazione, assistenza e soccorso siano
risultato nell’uomo di un profondo decoro morale, mentre negli animali
siano mossi dall’istinto è: sia antieconomico, in quanto si attribuiscono
processi mentali diversi per comportamenti simili,26 in contraddizione
con il principio della parsimonia evolutiva, sia scientificamente poco
plausibile, in quanto ignora tutte le prove relative alla complessità dei
primati antropomorfi. Per cui si può affermare che «esistano delle
capacità emotive e capacità cognitive sottese alla moralità umana
precedenti alla comparsa della nostra specie su questo pianeta».27
Nella specificità umana è poi necessario introdurre altri due termini.
Il primo è quello di “regole morali” le quali organizzano il modo di
25
F. De Waal, La scimmia che siamo, Milano, Garzanti, 2006, cit. p. 250.
F. De Waal, Primati e filosofi, p. 88.
27
F. De Waal, Naturalmente buoni, cit., p. 269.
26
42
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
produzione dei vari rapporti e rappresentano la categoria organizzativa
della società più vicina al “postulato” della moralità, poiché tese a
garantire i bisogni degli altri e della comunità: un esempio semplice può
essere «non rubare». Il secondo è quello di “convenzioni sociali”, regole
che non sono collegate necessariamente ai bisogni degli altri o quelli
della comunità e il male che viene compiuto varia a seconda del
contesto: un esempio è il divieto di allattare un neonato in uno spazio
pubblico, presente negli USA, ma assente in Europa. Sulla validità dei
due termini si può fare riferimento ai risultati della ricerca condotta
dagli psicologi L. Nucci ed E. Turiel28 che hanno mostrato come i
bambini considerino l’infrazione di una regola che comporta un danno
agli altri (es. furto, menzogna) più seria di una violazione di un’etichetta
(es. chiamare la maestra per nome, entrare nel bagno dell’altro sesso).
Anche se la capacità morale umana si è evoluta a partire dalla vita di
gruppo dei primati, questo non deve essere inteso come se i geni
dettassero soluzioni morali specifiche: «la moralità umana è troppo
complessa per essere appresa per tentativi ed errori ed è troppo variabile
per essere geneticamente programmata»29. La capacità morale infatti
può essere paragonata alla capacità linguistica; l’uomo non nasce con un
linguaggio specifico, ma con la capacità di organizzare le informazioni
dispersive e casuali, in un’ordinata struttura linguistica. Così per la
capacità morale, l’uomo è venuto al mondo senza nessuna norma
morale specifica, ma con un programma di apprendimento che stabilisce
quali informazioni assorbire, così da poter assorbire il tessuto morale
della società in cui la persona nasce. Citando De Waal: «l’uomo è nato
per assimilare le regole morali e per ponderare le varie opzioni morali,
dando luogo a un sistema completamente flessibile, che tuttavia ruota
intorno alle due A e alle stesse fedeltà fondamentali come ha sempre
fatto».30
Per quanto riguarda specificamente la “morale umana” si può quindi
vedere come essa coinvolga contemporaneamente cultura e natura.
Secondo questa considerazione è quindi forse possibile superare la
contraddizione della prima sociobiologia rispetto al rapporto naturacultura.
All’interno dell’evoluzionismo morale si può parlare di “morale
umana” se e solo se coinvolge le due dimensioni, senza ridurre la
28
L. Nucci , Social interactions and the development of social concepts in preschool children, in «Child development», 49, 1978, pp. 400-407.
29
F. De Waal, Naturalmente buoni, cit., p. 52.
30
F. De Waal, Primati e filosofi, cit., pp. 200, 201.
Andrea Tommei
43
centralità della dimensione culturale. Punto di partenza è l’idea che tutte
le specie sociali siano caratterizzate da un minimo comun denominatore
di processi mentali emozionali-inconsapevoli e cognitivi-consci che
permettono di costituire sistemi di relazione basati sulla collaborazione.
Da questa base, alcune specie sociali per mezzo di capacità mentali
superiori prodotte dal processo evolutivo, avrebbero sviluppato
un’organizzazione sempre più complessa delle relazioni, fino ad arrivare
alla presenza di capacità cognitive superiori che, senza abbandonare la
base emozionale e cognitiva più semplice che caratterizza tutte le specie
sociali, ha permesso la costituzione di sistemi di relazione estremamente
articolati che hanno generato la morale e la cultura umana e nello
specifico, la costruzione delle “regole morali” e le “convenzioni
sociali”, ma più in generale quella definizione di cosa è bene o male
come esito di una negoziazione interpersonale all’interno di un certo
ambiente.
Citando De Waal: «La mia opinione personale riguardo ai vincoli
biologici della moralità è che il processo evolutivo ci abbia fornito sia la
capacità sia i requisiti per il suo sviluppo, insieme con una serie di
necessità e desideri fondamentali di cui la moralità deve tenere conto.
Le stesse decisioni morali, tuttavia, sono affidate alla negoziazione fra i
membri della società, da cui consegue che esse non sono affatto
specificate dalla natura».31
In questo modo se il “ragionamento morale” è fatto dall’uomo
attraverso le sue interazioni e non dalla selezione naturale, è anche vero
però che la flessibilità della morale umana non è illimitata, per cui anche
le decisioni che l’uomo prende nel costituire le regole morali non
possono ignorare del tutto alcune tendenze naturali – le quali oscillano
tra le due A richiamate sopra – che costituiscono i requisiti della
moralità e che sono costanti tra tutte le specie sociali, anche se
ovviamente raggiungeranno livelli di complessità comportamentale
strutturati in base al livello evolutivo del rapporto mente-relazioni
all’interno della singola specie. Tali requisiti della moralità sono dati
dall’empatia, l’aiuto reciproco, la tendenza a sviluppare norme sociali, i
meccanismi di risoluzione dei conflitti.
7. LA TORRE DELLA MORALITÀ
Si è visto come quindi sia possibile parlare di moralità animale e
31
F. De Waal, Naturalmente buoni, cit., p. 285.
44
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
moralità umana, dove per le due possono essere individuate delle
componenti comuni. Essendo molto probabile che le caratteristiche
comuni derivino da quelle di un progenitore in comune, è ugualmente
probabile che le stesse abbiano gettato le fondamenta di ciò che si è
evoluto in seguito, comprese le peculiarità umane.
Per spiegare questo processo e le conseguenti differenze tra specie,
De Waal sviluppa una costruzione concettuale interessante che chiama
“Torre della moralità”.32 Essa si compone di tre livelli, dove ogni livello
superiore non può sussistere senza quello più basso e ciascuno di essi
indica una precisa fase evolutiva della moralità, descrivendo precise
tipologie di comportamento, connesse a specifiche capacità emozionali,
cognitive e relazionali, potendo teoricamente stabilire per ciascuna
specie l’inserimento in uno o più «piani».
Il più basso di questi livelli – e quindi costante per tutte le specie
sociali – definito dei “sentimenti morali”, descrive gli elementi
costitutivi psicologici della moralità e compre l’empatia e la reciprocità,
il senso di equità, la risoluzione dei conflitti, comportamenti rilevati in
tutti i primati.
Il secondo livello chiamato “pressione sociale” riguarda la pressione
che è esercitata sui membri della comunità perché contribuiscano al
perseguimento degli obiettivi comuni e difendano le regole sociali su
cui c’è accordo. Questo livello, sebbene talvolta presente nei primati
non antropomorfi e presente sicuramente nelle antropomorfe – le quali
osservano regole sociali e si interessano dello stato delle cose nel
gruppo –, inizia già a mostrare delle differenze rispetto agli uomini.
L’effetto sicuramente più interessante della pressione sociale ai fini
della moralità è proprio l’“interesse per la collettività” rilevato nelle
forme di mediazione dal basso e dall’alto. Un esempio può essere quello
degli scimpanzé33 tra i quali si ha l’azione pacificatrice delle femmine
nelle lotte tra maschi. Inoltre è rilevata la capacità di distinguere tra un
comportamento accettabile e non accettabile e la possibilità degli altri di
rispondere attraverso premi-punizioni in base a questi comportamenti.
Tuttavia tra gli scimpanzé vediamo come comunque in questo tipo di
pressione, cioè il senso di comunità, le regole sociali sono dipendenti
alle conseguenze immediate ed egocentriche del soggetto e non sono
rivolte agli obiettivi della società nel suo insieme. Allo stesso modo
32
Ivi, p. 271 ss.; F. De Waal, Primati e filosofi, pp. 193 ss.
F. De Waal, Primati e filosofi, p. 204; in riferimento alla ricerca di F. De Waal, Sexdifferences in the formation of coalitions among chimpanzees, in «Ethology & Sociobiology»,
5, 1984, pp. 239-255.
33
Andrea Tommei
45
nell’uomo sono presenti forme di elogio a chi contribuisce al bene più
grande e punizioni a chi lo metta in pericolo, ma l’uomo arriva ad
interiorizzare le aspettative degli altri, andando ben oltre l’interesse a
mantenere quella struttura cooperativa per tutelare solo il proprio
interesse, fino ad arrivare ad una situazione in cui interesse individuale e
interesse per la collettività sono perseguiti in modo consapevole da parte
del soggetto. Anzi, l’interesse per la comunità diviene nella specie
umana un valore ultimo proprio perché la selezione naturale avrebbe
premiato quei soggetti e gruppi che hanno saputo trovare meglio di altri
in una comunità collaborativa, il sistema più efficace per garantire con
maggiori e migliori probabilità la sopravvivenza individuale.
Coerentemente con gli imperativi biologici della sopravvivenza e della
riproduzione, la moralità rafforza una società cooperativa da cui tutti
traggono benefici e alla quale la maggior parte sono pronti a contribuire,
o dove comunque la pressione degli altri soggetti indirizza verso quel
tipo di comportamento.
L’ultimo livello di moralità, chiamato “giudizio e ragionamento”,
allo stato attuale delle conoscenze non presenta paralleli con gli
animali,potendolo rilevare solo nell’uomo. Una capacità umana è il
“giudizio morale”, che descrive una sorta di «bussola interna», – le
“regole morali” – usata dalla persona con la quale giudica il proprio
comportamento o quello degli altri, valutando le intenzioni e le
convinzioni che sottendono quel comportamento e la possibilità di
confrontare in modo approfondito cosa sia stato fatto rispetto a ciò che
si sarebbe potuto o dovuto fare. Un tipo di comportamento che supera in
astrazione la concretezza del comportamento animale, in quanto l’uomo
elabora giudizi anche rispetto ad azioni altrui che non lo riguardano
direttamente, riconoscendo così un carattere di disinteresse in cui la
struttura morale ha un valore di per sé.
Un’altra capacità umana è il “ragionamento morale”, che si esprime
come il tentativo da parte dell’uomo di ricercare una coerenza interna
della struttura morale, raggiungibile attraverso il bilanciamento tra i
doveri morali biologici e la moralità basata sulla condizione di esseri
senzienti e capaci di assumersi delle responsabilità nel prendere
determinate decisioni. In modo che tale costrutto morale presenti una
logica.
Anche se peculiarmente umani giudizio e ragionamento morale non
sono tuttavia scollegate rispetto alle tendenze sociali dei primati. Infatti
quella bussola morale a disposizione del soggetto non è costituita in
maniera autonoma dalla socialità, ma è prodotta dall’ambiente sociale,
come risultato di un processo di interiorizzazione: la persona osserva
46
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
ogni giorno le reazioni positive o negative al suo (e all’altrui)
comportamento e da tale esperienza deduce quali sono gli obiettivi e i
bisogni richiesti dalla comunità, facendoli propri.
A partire da questi elementi di consapevolezza nel valutare il
comportamento e dalla capacità di attribuire giudizi di valore verso i
comportamenti di alter a prescindere che questi abbiano un effetto
diretto o indiretto su ego si pongono le condizioni che rendono
possibile andare oltre l’istinto naturale di applicare i principi morali tra i
propri membri, ma anche di superare i limiti della comunità fino a
potenzialmente, poter coinvolgere l’intera umanità e gli altri esseri
viventi, senza però evitare di dimenticare i vincoli moralmente biologici
della sopravvivenza del soggetto e di chi gli è più vicino a livello
affettivo.
Riprendendo quello che è stato detto all’inizio del paragrafo, si può
parlare di “moralità animale”, la quale occupa solo alcuni piani della
torre, ma è da essa che si sono costituite le fondamenta di quella che è
divenuta la “morale umana”. Di seguito cercherò di confermare questa
ipotesi mostrando i parallelismi tra le due forme di moralità, rispetto a
quelli che sono valutati da De Waal come i requisiti fondamentali della
moralità, concentrando quindi l’attenzione sui contenuti interni a quelli
che sono i primi due piani della Torre della moralità.
8. EMPATIA
La selezione naturale per poter garantire una più efficace organizzazione
della vita sociale, ai fini della sopravvivenza del singolo, potrebbe aver
favorito lo sviluppo di meccanismi capaci di valutare gli stati
emozionali degli altri e a reagire rapidamente ad essi. Uno di questi
meccanismi è l’empatia, che descrive in generale la capacità di un
soggetto ad essere influenzato dai sentimenti e condizioni altrui,
mantenendo però separata la distinzione tra sé ed alter34. In realtà non è
qualcosa che è del tutto assente o presente, ma si possono individuare
tre livelli di empatia dove i più bassi sono essenziali per la presenza di
quelli superiori, riconoscendo così la presenza di almeno un livello di
empatia fondamentale, presente in tutte le specie sociali.
Il livello più semplice è il “contagio emozionale” «la tendenza ad
imitare automaticamente e a sincronizzare le espressioni, le
vocalizzazioni, le posture e i movimenti con quelli di un’altra persona e
34
F. De Waal, Naturalmente Buoni, cit., p. 58, e F. De Waal, Primati e Filosofi, p. 48.
Andrea Tommei
47
conseguentemente ad avvicinarsi emotivamente ad essa»35, dove però è
assente una distinzione tra sé e alter. Il secondo livello, l’“empatia
cognitiva” descrive la capacità di valutare la situazione dell’altro avendo
una prima distinzione tra sé e alter. Infine il livello più evoluto di
empatia è l’“attribuzione degli stati mentali”, che permette la piena
assunzione del punto di vista altrui e un’ancora più precisa distinzione
tra sé ed alter. A seconda della capacità di una specie di disporre dei
livelli più elevati di empatia, corrisponderà la capacità di assumere
comportamenti più complessi.
La possibilità di una specie di appartenere a più livelli di empatia
dipende dal rapporto e dalla complessità tra le aspettative reciproche nei
rapporti tra i soggetti di una specie e la percezione di autocoscienza
raggiunta: a partire da un livello di “autocoscienza” meno sviluppato e
con una forma di “empatia” più elementare – situazione che riguarda la
maggior parte delle specie sociali –, si induce un tipo di organizzazione
delle relazioni sociali che non prevede le forme di assistenza più
complesse, come per esempio la consolazione dopo un’ aggressione.
Questo tipo di relazioni a loro volta confermano un comportamento di
soccorso meno sviluppato, essendo tale inerzia coerente alle aspettative
del gruppo sul comportamento di chi assiste.
Diversamente, a partire dai primati antropomorfi, un tipo di
“autocoscienza” a cui si associa l’“empatia” che arriva ad assumere il
pieno punto di vista di chi soffre – cioè la presenza di “attribuzione di
stati mentali” –, rende non solo possibili forme di aiuto più evolute
come la “consolazione”, l’“inganno intenzionale”, o l’ “aiuto mirato”,
ma anche necessarie, in quanto rispondono ad uno specifico sistema di
rappresentazioni delle aspettative che il gruppo ha sul comportamento di
chi assiste, aspettative che favoriscono una più complessa percezione
dell’altro e di sé stesso.
De Waal sostiene che oltre alla connessione emozionale i primati
antropomorfi hanno una comprensione della situazione dell’altro
(“empatia cognitiva”) e un certo grado di assunzione del punto di vista
dell’altro (“attribuzione”), e la differenza rispetto alle scimmie non
antropomorfe si trova non nell’ “empatia” in sé, ma nelle
sovrapposizioni cognitive che consentono alle antropomorfe di
assumere il punto di vista dell’altro e da un livello di autocoscienza
particolarmente accentuato che permette di acquisire maggiore
consapevolezza degli stati mentali di alter proprio perché percepiti come
35
Ivi, cit. p. 291; ripreso da E. Hatfield, J.T. Cacioppo, R. Rapson, Emotional contagion, in
«Current direction in psychological science», 2, 1993, pp. 96-99.
48
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
qualcosa di separato dalla coscienza di ego.36
A partire dall’empatia tra le specie sociali si sono manifestate forme
di “comportamento di soccorso”, il quale presuppone la presenza
dell’empatia, in quanto solo se ego è capace di “sentire” quello che
prova alter allora è possibile che a partire da quello stimolo esterno si
aggiunga l’azione di soccorso verso alter. Si possono distinguere due
forme di comportamento di soccorso: “altruismo cognitivo”, il
comportamento con cui un individuo presta aiuto, assistenza, sollievo ad
un altro individuo, che non faccia parte della sua progenie, in difficoltà
o in pericolo37 e descrive il soccorso che avviene negli animali, i quali
vedono nel soccorso altrui uno strumento attuato nell’interesse del
soccorritore, in quanto è prevalente l’azione del “contagio emozionale”,
o comunque il livello di autocoscienza non è completo come nel caso
umano. Quindi nel caso dell’altruismo cognitivo non si ha una netta
distinzione tra ego ed alter – aiutando alter si placa il senso di disagio
causato dal contagio emozionale, quindi ego di fatto aiuta se stesso.
L’altra forma è chiamata “simpatia”, il comportamento con il quale un
individuo, provando un interesse alla condizione di dolore altrui, presta
aiuto, assistenza, sollievo ad un altro individuo, riconoscendo, che esiste
una differenza tra il proprio sé e quello dell’altro, ma anche che
l’esperienza dell’altro appartiene a lui solo38. La “simpatia” descrive il
soccorso umano, il quale presenta massima autocoscienza separando sé
e alter e si attua senza un interesse diretto per il soccorritore, in quanto il
soccorso diventa un valore che assume significato di per sé, dove al
massimo l’egoismo umano si esprime attraverso il senso di
gratificazione del soccorritore, stato interiore che tuttavia non può
manifestarsi se non a seguito dell’azione altruistica.
9. RECIPROCITÀ
La reciprocità descrive il comportamento basato sulla regola del do ut
des, cioè la risposta speculare al comportamento altrui, generando
alcune tipologie di “altruismo reciproco”, un sistema di prestazioni che
coinvolge capacità emotive e cognitive, basato sul ricordo di favori fatti
e ricevuti.
Le motivazioni dell’altruismo reciproco sono spiegate a partire dal
rapporto tra la “cooperazione” e la “spartizione”. La cooperazione
36
F. De Waal, Primati e filosofi, Milano, Garzanti, p. 94.
Ivi, p. 58.
38
Ibidem.
37
Andrea Tommei
49
descrive il comportamento con cui dei soggetti si uniscono con uno più
soggetti per perseguire uno scopo comune come cacciare una preda,
mentre la spartizione viene definita come «trasferimento di un cibo
difendibile da un individuo alimentarmente motivato ad un altro, con
l’esclusione del furto»39. La tesi di De Waal è che laddove sarà più
sviluppata la spartizione, maggiori saranno le forme cooperative e sarà
più evoluto l’altruismo reciproco40. La spiegazione dell’altruismo
reciproco dipende dalle aspettative sulla spartizione: un esempio
emblematico per spiegare le differenze che possono derivare da questo
rapporto è quello che viene riportato da De Waal, il quale rileva la
differenza di comportamento tra scimpanzé e babbuini.41 Nel caso che
riguardava degli scimpanzé, dopo che un maschio catturò una scimmia,
una femmina ne scoprì una seconda, alla quale impedì la fuga,
richiamando allo stesso tempo l’attenzione del maschio che si precipitò
ad abbattere la seconda preda e in seguito nonostante la presenza di vari
postulanti, il maschio permise alla femmina di tenere una delle due
prede. Al contrario nei babbuini una femmina che entrò in contatto
visivo con una piccola gazzella, non essendo abbastanza forte per
uccidere il bersaglio e nonostante non fosse distante dal gruppo dove si
trovavano dei maschi, i quali senza difficoltà avrebbero potuto catturare
la preda, la femmina non attrasse in alcun modo l’attenzione degli altri.
Visto che la spartizione tra i babbuini è molto meno sviluppata ed
organizzata rispetto che tra gli scimpanzé, alla femmina non sarebbe
toccato nulla e una minore spartizione implica minore collaborazione.
La spiegazione del comportamento di spartizione è possibile in
relazione al ruolo che viene assunto dalle modalità con cui si
costruiscono i rapporti all’interno del gruppo in una specie. Negli
scimpanzé, tra i quali sono rilevate alcune delle forme più avanzate di
altruismo reciproco, la spartizione non avviene in modo casuale, ma in
base ai rapporti precedenti che erano avvenuti tra i soggetti del gruppo –
«il numero dei trasferimenti in ciascuna direzione era correlato allo
stesso numero nella direzione opposta. In altri termini, se A spartiva
molto con B, B generalmente, spartiva molto con A, e se A spartiva
39
F. De Waal, Naturalmente Buoni, cit. p. 303; già in A.T. C. Feistner e W.C. McGrew,
Food sharing in primates: a critical rewiew, in «Perspectives in Primate biology», New Delhi, Today and Tomorrow’s Printers and Publishers, vol. 3, 1989, p. 21.
40
Sul ruolo della cooperazione nel fondare la reciprocità De Waal rimanda ai risultati di R.
Axelrod, W. D. Hamilton, The evolution of cooperation, in «Science», 211, 1981, pp. 13901396.
41
F. De Waal, Naturalmente buoni, pp. 184-185.
50
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
poco con C, anche C spartiva poco con A»42. Anche qui esiste uno
stretto legame con le aspettative che gli altri membri del gruppo hanno
nel vincolare il comportamento altrui, per cui se le aspettative di
spartizione sono presenti, la reciprocità favorirà l’altruismo reciproco,
generando allo stesso tempo reazioni di punizione verso coloro i quali
non rispettano la spartizione, così che gli “egoisti” subiranno
un’adeguata forma di reciprocità.
Quindi l’altruismo non è infinito, ma proporzionato al livello di
reciprocità definito dalla relazione, anche se rimane sempre una
relazione che è egoistica, poiché la reciprocità è attuata in base alla
valutazione effettuata dal soggetto che decide se spartire con l’altro,
secondo quanto l’altro ha spartito col soggetto. Infatti, dove le
aspettative, che assumono un peso fondamentale a livello emozionale,
sono aspettative tese alla spartizione che spingono verso la reciprocità,
esse rendono la reciprocità una proprietà fondamentale nel riprodurre gli
aspetti della vita sociale. Fino ad arrivare alla moralità umana, nella
quale la reciprocità ha valore di per sé, ed attribuisce un ruolo
secondario allo strumento dello scambio, e all’interesse egoistico a dare
in base a quanto l’altro ha dato, sebbene anche nell’uomo ovviamente
l’altruismo non sia infinito. Scambio ed egoismo che rimangono invece
requisiti imprescindibili per la reciprocità tra gli scimpanzé.
10. RISPETTO DELLE REGOLE
Una capacità fondamentale per la sopravvivenza delle specie sociali è
quella che permette di aderire a delle “regole sociali”, definibili come
«una modificazione del comportamento di un soggetto ad opera di altri
individui»43.
Tra le regole sociali assumono un particolare interesse ai fini dello
studio della moralità le “regole prescrittive”, cioè quelle regole che sono
fatte rispettare attraverso premi o punizioni; esse possono essere distinte
in a) regole prescrittive gerarchiche, in cui un dominante vincola i
subordinati – più antiche e presenti in tutte le specie sociali – e b) regole
prescrittive tra pari, le quali vincolano il comportamento di ciascuno,
basandosi sulla reciprocità. Queste ultime sono tipiche nelle specie
sociali più evolute, in particolare le antropomorfe e l’uomo, in quanto
coinvolgono accanto al rispetto dei ruoli gerarchici, dei comportamenti
42
43
Ivi, p. 198.
Ivi, p. 127.
Andrea Tommei
51
che attenuano l’inviolabilità delle gerarchie, andando dalle alleanze tra
subordinati contro un dominante, fino alla morale umana, con principi
come quello di eguaglianza, o i diritti della persona. Entrambe le regole
sono motivate dal desiderio di compiacere gli altri, attribuendo un ruolo
centrale alle reazioni degli altri.
In tutte le specie sociali si può parlare di un senso di giustizia,
prodotto dell’interazione tra processi mentali consapevoli-inconsci e
interazioni tra soggetti, definito “senso di regolarità sociale”, «un
insieme di aspettative sul modo in cui l’individuo (o gli altri) prevedono
di venire trattati e sul modo in cui le risorse dovrebbero essere divise.
Ogniqualvolta la realtà si discosta da queste aspettative a svantaggio
dell’individuo (o degli altri) ne consegue una reazione negativa, che
quasi sempre è la protesta da parte dei subordinati e la punizione da
parte dei dominanti».44
Infatti anche nelle specie più dispotiche esistono delle aspettative di
rispettare determinate regole: ciascuna specie avrà le proprie regole
variando nei contenuti, potendo passare, ad esempio, dalla spartizione
tendenzialmente egualitaria come tra gli scimpanzé, ad una rigida
gerarchia rilevabile presso i macachi reso la quale tuttavia permette di
garantire un adeguato livello di sicurezza anche per i soggetti alla base
della gerarchia, senza che i subordinati subiscano esclusivamente gli
svantaggi di un gruppo gerarchico . Indipendentemente dai loro
contenuti, la presenza di tali aspettative sull’assunzione da parte di un
soggetto di un comportamento coerente alle regole che sono reiterate
attraverso il comportamento quotidiano degli altri soggetti in un gruppo,
serve a mantenere l’unità del gruppo stesso e quindi a garantire la
sopravvivenza dei singoli soggetti. Da ciò ne consegue la possibilità dei
membri di un gruppo di rispondere positivamente o negativamente
attraverso forme punitive verso quei soggetti che aderiscono o
disattendono le aspettative sul comportamento atteso.
Inoltre il senso di regolarità sociale si basa su delle aspettative
orientate sempre nei confronti del soggetto che forma le aspettative, cioè
la giustizia è valutata in base a come ego che osserva è trattato da alter,
mentre il senso di giustizia umano si è esteso fino a comprendere gli
altri nella valutazione, – la giustizia è valutata da ego in base a come
alter si comporta verso il gruppo. Per questo motivo è possibile
ipotizzare, che a partire da un’origine egocentrica del “senso di
regolarità sociale”, la giustizia si sia potuta estendere al punto di
comprendervi anche gli altri: dove sia nella giustizia, che nel “senso di
44
F. De Waal, Primati e filosofi, cit., p. 68.
52
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
regolarità sociale” si possono individuare alcuni elementi tra loro
interagenti – la pulsione di dominanza, la capacità di apprendere le
regole fino a generare il senso di colpa e l’evoluzione degli stili di
dominanza – che hanno fondato il “senso di regolarità sociale”. A loro
volta questi elementi costitutivi, a seconda di come si sono evoluti tra i
progenitori dell’uomo, avrebbero portato alla giustizia umana.
1) La pulsione di dominanza descrive un istinto basato su una
duplice spinta a migliorare la posizione all’ interno del gruppo,
modificandone l’ordine sociale e contemporaneamente, mantenere uno
status quo stabile per un gruppo unito. A partire dagli studi negli anni
Trenta del XX secolo di Abraham Maslow, è stata rilevata la presenza
in tutte le specie sociali di alcuni comportamenti assunti in maniera
deliberata da parte dei singoli che possono servire a confermare o
ridefinire i rapporti di status all’interno del gruppo, sia per i dominanti
che per i subordinati. Ne è un chiaro esempio il cambiamento formale di
rango tra gli scimpanzé: al loro interno il momento decisivo per la
conclusione del conflitto, non è dato dalla prima vittoria dello sfidante
in uno scontro diretto, ma la prima volta in cui il dominante compie i
gesti di sottomissione. Il passaggio da una fase molto violenta che aveva
caratterizzato il rovesciamento, ad un improvviso atteggiamento
pacifico, viene spiegato come il risultato di una serie di eventi che
costringono l’altro a riconoscere un nuovo ordine.45
2) Il senso di colpa o più precisamente, l’acquisizione a partire dai
primati, non solo di inibitori esterni rispetto ad un comportamento
sanzionabile, cioè la presenza di chi può punire, – la capacità di reagire
a tali inibitori infatti è rilevabile in tutti gli animali anche non sociali – ,
ma anche la capacità di interiorizzare il punitore generando degli
inibitori interni che si manifestano in assenza del controllore. Gli
inibitori interni possono spingere un individuo o ad evitare di agire in
modo sanzionabile, anche in assenza di rischi reali di essere puniti, o ad
assumere un atteggiamento più sottomesso quando il soggetto compie
qualcosa che avrebbe portato ad una reazione negativa del punitore se
fosse stato presente, in quanto il colpevole sa di aver compiuto
un’azione antisociale, che rischia di pregiudicare la sua partecipazione
alla vita di gruppo. Fino ad arrivare al senso di colpa in senso stretto,
rilevabile solo nell’uomo, e che si costituisce come quello stato interiore
con cui una persona “punisce” sé stessa per un proprio comportamento,
anche se non viene scoperto, che coinvolge processi emotivi e cognitivi.
3) Gli stili di dominanza: essi rappresentano la quantità di controllo
45
F. De Waal, Naturalmente buoni, pp. 131, 132.
Andrea Tommei
53
che gli individui di rango elevato esercitano su quelli di basso rango e
viceversa. De Waal osserva un passaggio da uno stile “dispotico” basato
su una serie di privilegi esclusivi per il maschio “alfa”(per esempio
essere il primo a mangiare) e su una situazione in cui è presente un
adattamento passivo dei subordinati alle imposizioni del dominante, per
arrivare a stili quasi “egualitari”, procedendo dai primati non
antropomorfi, agli scimpanzé. Questi ultimi infatti sono caratterizzati da
una leadership in cui il maschio dominante sviluppa un “ruolo di
controllo” che gli permette non solo di mantenere l’ordine nel gruppo,
ma arriva fino ad autentiche attività di arbitrato imparziale nel risolvere
le dispute tra subordinati; inoltre la gerarchia è rafforzata dalla presenza
della possibilità dei subordinati di esprimere l’approvazione o meno
sulle azioni del dominante.
A partire dalla leadership che caratterizzava un progenitore di
primati antropomorfi e ominidi, si ha avuto una separazione tra quella
che è rimasta la condizione delle antropomorfe e l’evoluzione umana.
Infatti è possibile ipotizzare che nel progenitore umano il controllo dei
conflitti sia diventato talmente importante da favorire una sempre
maggiore prevenzione dei conflitti e non più solo la risoluzione di quelli
in corso, e probabilmente questo sviluppo richiese che ogni settore della
società potesse esprimere la propria voce negli affari comuni, così da
ridurre il sorgere di conflitti, permettendo di arrivare alla costituzione
delle prime comunità egualitarie. Ipotesi che può trovare conferma
anche in base a comunità che sono sopravvissute fino ad oggi come nel
caso degli inuit, i quali si basano su rapporti di eguaglianza e
spartizione, prevedendo distinzioni di genere e una gerarchia nei ruoli
familiari, ma sono privi di distinzioni di potere, ricchezza e status
sociale. Allo stesso tempo però accettano la presenza di soggetti che per
mezzo di funzioni di leadership e arbitrato riescono a risolvere le
eventuali liti.46
11. INTEGRITÀ DEL GRUPPO
L’uomo, così come tutte le altre specie sociali gregarie, si è evoluto da
un comune antenato il quale nel passato aveva trovato nella vita di
gruppo una strategia vincente per la sopravvivenza. Questo quindi
permette di dire che l’uomo ha sempre trovato nella “gabbia sociale” un
ambiente sociale “naturale”, rendendo del tutto obsolete le immagini
46
F. De Waal, La Scimmia che siamo, pp. 99-103.
54
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
suggestive del “Buon Selvaggio”, libero e solitario, che hanno avuto un
notevole peso nell’evoluzione della cultura occidentale. La gabbia
sociale mantiene la sua integrità in funzione di due aspetti, da una parte
il rapporto tra conflitto-cooperazione, dall’altra il ruolo dell’ interesse
per la comunità.
Tuttavia benché la vita degli ominoidi47 avvenga inevitabilmente nel
gruppo e con la presenza di strumenti integrativi come l’attaccamento
reciproco e un’organizzazione gerarchica, è caratterizzata anche dalla
possibilità di incorrere in situazioni conflittuali proprio a causa della
vicinanza di altri soggetti che competono nel perseguire gli stessi
interessi. La conflittualità non deve però essere vista come un fenomeno
antisociale, quanto come un fenomeno perfettamente integrato per la
sopravvivenza del gruppo medesimo, al pari delle forme di
collaborazione. Infatti il “conflitto” – che può esprimersi anche ma non
necessariamente attraverso forme di aggressività – può svolgere delle
fondamentali funzioni ordinatrici all’interno di un gruppo quando un
rapporto tra due soggetti non è ben definito. I risultati del conflitto
possono essere di due tipi: la “coercizione”, in cui un solo soggetto
prevale – presente in tutti i primati – e la “negoziazione”, caratterizzata
da maggiore equità nei risultati e presente solo a partire dai primati
antropomorfi. In entrambi i casi una situazione che aveva reso incerto il
rapporto tra i due soggetti trova un nuovo ordine funzionale al gruppo.
Tale funzione ordinatrice del conflitto è resa possibile da un
complesso processo di riavvicinamento tra i due avversari che, in caso
di sua assenza, renderebbe il conflitto un processo disgregativo per il
gruppo. La fine del conflitto è resa possibile dalla “riconciliazione”, un
insieme di comportamenti definibile come la «riunione tra ex
contendenti che segue la cessazione del conflitto»48, la quale si sviluppa
non come esito di una scelta razionale, ma come un adattamento alle
reazioni tra i comportamenti reciproci tra i soggetti, generando delle
aspettative che si formano all’interno del gruppo sul comportamento
reciproco.
Infatti, poiché tra tutti gli animali sociali l’inclusione nel gruppo è
capace di fare la differenza tra la vita e la morte per l’individuo, chi
agisce con comportamenti prevalentemente disgregativi, sarà percepito
dagli altri come un soggetto che può danneggiare l’altro e non riceverà
quella fiducia che permette comportamenti collaborativi, in quanto non
47
La categoria degli ominoidi comprende l’insieme dei primati e gli ominidi, e tra questi
ultimi si trova l’uomo moderno (Homo Sapiens Sapiens).
48
F. De Waal, Naturalmente buoni, cit. p. 163.
Andrea Tommei
55
si risponde adeguatamente al “senso di regolarità sociale”, cioè alle
aspettative sulla riconciliazione. Al contrario, a partire da una relazione
che viene considerata importante tra due soggetti, anche se questa è
caratterizzata da scontri abbastanza accesi, la conferma delle aspettative
del soggetto relative al comportamento dell’altro, spingono a
confermare anche le aspettative dell’altro attraverso il comportamento
del soggetto, agendo così entrambi per la riconciliazione. Spinta
emotiva all’uso della riconciliazione che è ulteriormente rafforzata dal
senso di disagio dovuto al pericolo di mettere a rischio un legame
importante. In questo modo il conflitto svolge una funzione continua di
negoziazione dei rapporti tra i soggetti, ma la sicurezza sulle aspettative
reciproche facilita la riconciliazione, mantenendo l’integrità del rapporto
contro i pericoli interni ed esterni al gruppo.
La vita di gruppo negli animali sociali si basa su un “interesse per la
collettività”, definibile come «l’interesse di ciascun individuo a
promuovere le caratteristiche della comunità o del gruppo, che
accrescono i benefici derivanti dal vivere nel suo ambito, per l’individuo
stesso e per i suoi parenti»49. Tuttavia è importante sottolineare come a
livello della ricerca sui primati, questi non si preoccupino affatto
direttamente della comunità, ma piuttosto si preoccupano di mantenere
un ambiente sociale che serve i loro interessi di sopravvivenza e di
riproduzione, e poiché spesso gli individui hanno interessi simili,
l’interesse per la comunità diventa il medesimo tra gli individui. In
questo senso emblematico può essere il caso della femmina di
scimpanzé che sequestra ad uno dei maschi in conflitto una pesante
pietra, dove sebbene la femmina agisca per il proprio interesse, tutto il
gruppo ne trae beneficio: infatti un gruppo di maschi innervositi può
essere pericoloso per ogni femmina e per i piccoli che alleva, e inoltre i
maschi in conflitto non riescono a garantire un fronte unito contro le
azioni dei rivali dei gruppi confinanti.50
L’interesse per la comunità è quindi caratterizzato dall’assenza di
motivazioni consce o da intenzioni, ma si fonda sull’ipotesi che gli
animali siano stati selezionati dai processi evolutivi per inibire le azioni
che potrebbero compromettere l’armonia del gruppo e per raggiungere
un equilibrio tra una coesistenza pacifica e il perseguimento degli
interessi del singolo. In tale modo, non è più essenziale per l’evoluzione
dell’interesse della comunità che gli animali siano coscienti dell’impatto
del proprio comportamento sul gruppo nel suo complesso.
49
50
Ivi, p. 266.
Ivi, p. 264.
56
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
Concentrando infine l’attenzione sulla specie umana, vediamo come
sia riuscita a tradurre gli interessi egocentrici per la comunità in valori
collettivi: infatti più è alto il livello della coscienza sociale, più
l’individuo percepisce che gli eventi che accadono intorno a loro hanno
comunque un effetto anche verso chi li osserva dall’esterno, spingendo
il soggetto ad agire attivamente per plasmare la comunità. In questo
modo, il desiderio di avere uno stile di vita accettabile da tutti può
essere considerato un’emanazione evolutiva della necessità di andare
d’accordo e cooperare, aumentando in questo modo la comprensione
delle azioni che possono interferire o contribuire a questi obiettivi. De
Waal ipotizza che: «prima i progenitori dell’uomo iniziarono a
comprendere come mantenere la pace e l’ordine e specularmente come
mantenere unito il proprio gruppo contro le minacce esterne. Poi
giunsero a giudicare “sbagliato” il comportamento che minacciava
sistematicamente il tessuto sociale e “giusto” quello che rendeva una
comunità degna di farne parte. Infine intensificarono la sorveglianza
reciproca per essere certi che la società di cui facevano parte
funzionasse nel modo desiderato. La coscienza del proprio interesse per
la comunità è l’elemento essenziale della morale umana».51
Negli animali sociali l’interesse per la collettività è rivolto verso la
spinta del soggetto a sopravvivere, sopravvivenza che è molto più
probabile agendo attivamente nel perseguire l’interesse per la collettività
e cioè fornendo maggiori possibilità di sopravvivenza anche per gli altri.
Attraverso la cooperazione le superiori capacità cognitive e relazionali
umane hanno portato a sviluppare un carattere “cosciente” dell’interesse
per la collettività, che assume valore autonomo ed egualmente rilevante
rispetto all’interesse egoistico di sopravvivenza individuale. Da un
interesse per la collettività più complesso è diventata possibile la
formazione del giudizio e ragionamento morale, che possono variare nei
diversi contesti culturali umani, ma allo stesso tempo sono dipendenti
rispetto agli identici limiti della socialità presenti in tutte le specie
sociali e soprattutto, sono capaci di arrivare a coinvolgere con i loro
contenuti soggetti che normalmente verrebbero visti come esclusi ed
estranei rispetto a quel sistema di regole. Tale capacità di includere
anche chi si trova “fuori” dalla ristretta cerchia dei familiari o di coloro
che appartengono alla stessa comunità, nazione, cultura è possibile in
base ad una cosciente volontà di includere l’altro ma, allo stesso tempo,
la stessa volontà umana trova inevitabilmente dei limiti che non è
possibile ignorare, in quanto sono anche essi presenti come risultato di
51
Ivi, p. 267.
Andrea Tommei
57
un processo di selezione che ha caratterizzato tutte le specie sociali
permettendone la sopravvivenza. Tali comportamenti emotivi invariabili
sono dati dal livello di risorse disponibili in un certo momento – al
diminuire delle risorse le forme di assistenza tendono a coinvolgere solo
le relazioni più strette – e dalla attitudine naturale a preferire i soggetti
che ci sono più prossimi – amici e parenti come esempi più immediati.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
I. Gli scritti di Frans De Waal
De Waal F., Naturalmente buoni. Il bene e il male nell’uomo e in altri
animali, Milano, Garzanti, 1996.
De Waal F., La scimmia che siamo. Il passato e il futuro della natura
umana, Milano, Garzanti, 2006.
De Waal F., Primati e filosofi. Evoluzione e moralità, Milano, Garzanti,
2008.
II. Letteratura di riferimento
Aguggini G., Fisiologia degli animali domestici con elementi di
etologia, Torino, UTET, 1998.
Gallino L., Dizionario di sociologia, Torino, Tea UTET, 2006.
Izzo A., Storia del pensiero Sociologico III. I contemporanei, Bologna,
il Mulino 2005.
Mecacci L., Storia della psicologia del Novecento, Roma-Bari, Laterza,
2007.
Parisi V., La sociobiologia, Roma, Editori Riuniti, 1986.
Ruse M., Sociobiologia, una scienza controversa, Bologna, il Mulino,
1981.
Wallace R.A., Wolf A., La teoria sociologica contemporanea, Bologna,
il Mulino, 2008.
SOCIOLOGIA POLITICA
LA GOVERNANCE.
UNA PROSPETTIVA CRITICA
Dalia Galeotti
Indice
Abstract
Premessa
1. Etimologia e sviluppi
2. Stato-Nazione e governabilità
3. Global governance
4. Good governance
5. Perché la global governance
6. Cos’è o cosa dovrebbe essere la global governance?
7. Un mondo perfetto
8. Governance: il problematico connubio tra economia e politica
9. Democrazia e ruolo dello Stato-Nazione
10. Deficit di accountability
11. Nuove prospettive critiche
Conclusioni
Riferimenti bibliografici
59
60
61
65
70
71
72
74
78
81
82
86
91
95
97
Dalia Galeotti
59
ABSTRACT
La governance, nella sua declinazione politica, viene ormai presentata quale
strumento irrinunciabile di guida della complessità. Tuttavia, nonostante sia entrata
nell’uso comune, risulta di ambigua significazione, in quanto polimorfa e
molteplice nelle sue differenti applicazioni. Inoltre sembra aver goduto a lungo di
uno statuto di assoluta intangibilità sotto la prospettiva della legittimità politica:
affrancata da una riflessione critica, è stata presentata come strumento di
regolamentazione capace di coniugare efficienza e democrazia in modo
assolutamente assiomatico, postulandone la valenza imprescindibile sotto il profilo
dell’auto-disciplinamento e della cooperazione, nella sistematica e antitetica
giustapposizione al governing dello Stato-nazione.
L’approccio del nostro contributo, partendo da una breve storia evolutiva del
termine e delle sue manifestazioni empiriche, intende mostrare, attraverso la
riflessione che una vasta letteratura offre in materia, la problematicità che la
governance in quanto processo presenta sotto il profilo dell’esercizio e della
organizzazione del potere, nonché quanto sia necessario dotarsi di cautela qualora
la si voglia coniugare alle categorie politiche di democrazia, responsabilità e
legittimità nel progressivo venir meno della sovranità statuale e nella subalternità
della politica all’economia.
The governance, in its political declination, is showed by now as inalienable
instrument of complexity’s guide. Yet it turns out, as expression, despite it is come
into common use, of ambiguous specification, as polymorphous in its varied
applicatory forms. Moreover the governance seems to have enjoyed for a long
time of an absolute intangibility’s status under the political legitimacy’s view: it
was showed, freed by a critical reflection, as regulation’s instrument able to
combine efficiency and democracy in absolutely axiomatic way, postulating its
indispensable valence under the auto-regulation’ and cooperation’s point of view,
in the systematic and antithetical juxtaposition of State-nation to governing.
The here assumed approach, starting with a short evolutionary story of the
term and of its empirical manifestations, intends to show, through the contribution
that a wide literature offers on the subject, the complexity that the governance as
process presents under the point of view of the exercise’ and distribution’s power,
as well as how necessary it is to endow with prudence in case one wants to
combine governance with democracy’, responsibility’ and legitimacy’s political
categories in the progressive fail of the state’s sovereignty and in the subalternity
of politics to economy
60
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
PREMESSA
Governance è un termine che viene usato ormai da almeno una ventina di anni con sempre maggiore frequenza, ma il cui significato, spesso, risulta ambiguo e concettualmente non univoco: come esordisce
Rhodes “the term ‘governance’ is popular but imprecise”1.
Eppure dal campo politico a quello amministrativo, passando per
l’ambito economico, è un continuo risuonare di espressioni come global governance, good governance, corporate governance, urban governance, governance europea, governance della pubblica amministrazione, nell’ “agitarsi” e rincorrersi di piani spaziali e dimensioni
categoriali, dall’analitica alla normativa.
Quella che è stata indicata come una buzzword, “[…] un mot passe-partout à la mode qui peut signifier tout et n’import quoi”2, soffre
della difficoltà a ricongiungere significante e significato; difficoltà generata dalla problematicità nell’afferrare compiutamente processi nel
corso della loro stessa evoluzione, ma che non ha scoraggiato
l’assidua frequentazione con l’espressione in oggetto, proprio in quanto carica di “[…]potenzialità descrittive in relazione a dinamiche che
sfuggono all’univocità definitoria[…]”3.
Una volta assuntane una generale definizione, che rimanda ad un
complesso di processi attraverso i quali attori eterogenei, pubblici e
privati, strutturati gerarchicamente, ma solo entro il proprio ambito
operativo, spesso portatori di interessi confliggenti, attivano relazioni
cooperativistiche, auto-regolative, coordinate per la risoluzione di
problemi comuni o settoriali e comunque solitamente cogenti, disponendosi come nodi di reti autogenerantisi, risulta basilare, per poterne
afferrare più chiaramente il senso in tutte le declinazioni rinvenute nei
singoli ambiti disciplinari, ripercorrere rapidamente la storia evolutiva
del termine e dei suoi contenuti, a partire dalle radici etimologiche,
sino ad arrivare all’uso attuale, che nella nostra lingua non sembra
trovare una corretta traduzione in governanza4.
1
R.A.W. Rhodes, The new governance: governing without government, in «Political Studies», 1996, XLIV, p. 652.
2
B. Jessop, L’essor de la gouvernance et ses risques d’échec : le cas du developpement
économique, in «Revue internationale des sciences sociales», n. 155, 1998, p. 32.
3
S. Chignola, In the shadow of the state. Governance, governamentalità, governo, in G.
Fiaschi (a cura di), Governance: oltre lo stato?, Rubbettino Editore, S. Mannelli, 2008, p.
125.
4
Se infatti nella sua prefazione al testo di A. Palumbo-S. Vaccaro, Governance. Teorie,
principi, modelli, pratiche nell’era globale (Mimesis, Milano, 2007), S. Maffettone sembra
Dalia Galeotti
61
Questa operazione consente infatti di poterne apprezzare le sfumature, quei dettagli che risultano rilevanti per padroneggiare un concetto altrimenti scivoloso, giungendo ad afferrarne con maggiore puntualità la dimensione politica, osservarne poi i legami connessi ai temi di
complessità del reale e governabilità, le applicazioni concrete, in particolar modo sul piano globale, e gli aspetti critici, in termini di equità
sociale, responsabilità politica e democrazia. Tutto questo mantenendo
contestualmente fermo sullo sfondo il rapporto dialettico tra i processi
che la contraddistinguono e la specificità dello Stato-nazione, poiché
sembra appartenere a questo rapporto lo sviluppo delle dinamiche e
delle strategie di potere ad essa sottese e da essa discendenti. Un potere sottile e tendenzialmente occulto, dunque ingannevole che, come
suggerito da quegli studi che interpretano i processi di governance con
gli strumenti proposti dalle analisi foucoltiane sulla governamentalità,
sembra sublimarsi sempre più nello spazio dell’auto-disciplinamento
soggettivo, grazie alle strategie collusive tra politica e teoria economica neo-liberista.
1. ETIMOLOGIA E SVILUPPI
Se invero nella letteratura specialistica ormai consolidata risultano riferimenti essenziali per circoscrivere lo spazio semantico di governance, fra gli altri, i contributi di Rhodes, per il quale il termine viene
utilizzato con almeno sei significati diversi5 e le cinque proposizioni
che Stoker ritiene i fuochi intorno ai quali ruotano gli studi sulla governance6, esistono altresì, come anticipato, sviluppi recenti di studio,
intendere il concetto di governanza come corrispondente all’espressione in lingua inglese di
governance, in tutte le sue possibili sfaccettature, A. Arienzo asserisce che il termine governanza viene utilizzato in quelle accezioni di governance sinonimiche di governing operando
una separazione semantica netta tra questa significazione e governance quale “[…]paradigma
politico radicalmente differente dal governo inteso in senso moderno” (cfr. A. Arienzo, Dalla
corporate governance alla categoria politica di governance, in G. Borrelli (a cura di), Governance, Dante & Descartes, Napoli, 2004, p. 129).
5
“[…] As the minimal state, as corporate governance, as the new public management, as
good governance, as a socio-cybernetic system, as self-organizing networks” (R.A.W.
Rhodes, op. cit., p. 653).
6
“1. La gouvernance fait intervenir un ensemble d’institutions et d’acteurs qui
n’appartiennent pas tous à la sphère du gouvernement; 2. En situation de gouvernance, les
frontières et les responsabilités sont moins nettes dans le domaine de l’action sociale et économique; 3. La gouvernance traduit une interdépendance entre les pouvoirs des institutions
associées à l’action collective; 4. La gouvernance fait intervenir des réseaux d’acteurs autonomes; 5. La gouvernance part du principe qu’il est possible d’agir sans s’en remettre au
62
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
che, in termini analitici, piuttosto che descrittivi, la risolvono quale
flessione contestualizzata di razionalità governamentale, affrontando
una critica del potere attraverso le categorie introdotte da Foucault
nelle sue riflessioni sulla biopolitica.
Ma il viaggio che ha portato a questi approdi è iniziato da una funzione, quella della navigazione, che permane ancora, potremmo dire
saldamente ancorata, nel lessico delle metafore politiche. Il radicale
‘gov’ lo si ritrova già nel sanscrito kubara, cioè timone, nel greco antico kǔbernáō, guidare le navi, e nel guberno latino, in cui si è ormai
consolidato il passaggio all’ambito politico tramite il contributo di
Platone, che utilizza l’espressione governare con il significato di guidare gli uomini. E se Foucalt, proprio nel richiamare il traslato stabilito da Platone, propone un’analogia tra l’arte di governare, come insieme di pratiche istituzioni e saperi per la guida degli uomini, e il governo della nave, che include la salute dei marinai la rotta da seguire e
i rischi della navigazione7, in Jessop leggiamo, con specifico riferimento al termine inglese di governance, che questo origina dalle espressioni relative al “pilotage” delle navi8.
Tuttavia dalla classicità all’epoca contemporanea, la metafora della navigazione applicata allo spazio politico subisce uno sviluppo
connesso alla modalità della condotta, poiché si evolve in una progressiva disgiunzione tra modello gerarchico, autoritativo e verticistico e modello compartecipativo, orizzontale e auto-regolativo: l’uno
associato al governo propriamente detto, l’altro appunto alla governance. E se la lingua italiana non ha prodotto un neologismo ritenuto
perfettamente adeguato, come già detto sopra9, la lingua inglese presenta maggiore ricchezza lessicale e precisione semantica, laddove
con government si intende un’istituzione, con governing l’azione del
governare e con governance i suoi risultati10.
I prodromi di questa polarizzazione lungo il continuum del governare si possono rintracciare nell’uso che dell’espressione gouvernance/governance veniva fatto nella Francia del XIII secolo e
pouvoir ou à l’autorité de l’Etat. Celui-ci a pour rôle d’utiliser des techniques et des outils
nouveaux pour orienter et guider l’action collective” (G. Stoker, Cinq propositions pour une
théorie de la gouvernance, in «Revue internationale des sciences sociales», n. 155, 1998, pp.
20-21).
7
M. Foucault, La Governamentalità, in P. Dalla Vigna (a cura di), Poteri e strategie, Mimesis, 1994, pp. 52-53.
8
B. Jessop, op. cit., p. 32.
9
Cfr. nota 4, p.2.
10
A. Arienzo, op. cit., p. 127.
Dalia Galeotti
63
nell’Inghilterra del XV: nel primo caso si connetteva sia a modalità di
guida della politica e dell’amministrazione sia all’auto-governo di Artoise e Fiandre, nel secondo voleva includere nell’atto di governo sia il
comando del principe che l’interconnessione di consuetudini, norme e
statuti11, osservando già in questa specificazione dal government
l’esistenza in nuce dei futuri caratteri di una partecipazione ai processi
di formulazione, attuazione e implementazione delle politiche da parte
di una pluralità di attori pubblici e privati, che si sarebbe distinta per
legami di partenariato e per l’affievolirsi della posizione autoritativa
dei pubblici poteri.
Assistiamo però ad una più netta emancipazione del termine, per
giungere all’uso ed alle fortune contemporanee, a partire dagli studi
che, in ambito economico, vengono elaborati sui costi di transazione a
partire dall’articolo di Coase del 1937, ambito nel quale l’attenzione
verte sulle peculiarità di una corporate governance orientata alla massimizzazione dei profitti grazie a strategie orientate all’ efficienza e
all’efficacia, entro una cornice definita dal componimento fra gli interessi spesso contrastanti dei vari stakeholders.
Il passaggio dallo spazio economico a quelli amministrativo e politico si afferma con sempre maggiore evidenza a partire dal secondo
dopoguerra, quando la complessificazione della realtà sociale e
l’accelerazione dei processi di mutamento politico, economico e culturale agenti su più livelli spaziali, sostenute da dinamiche sempre più
stringenti di globalizzazione, vedono contestualmente i pubblici poteri
subire erosioni di autorità di tipo orizzontale e verticale, dal basso e
dall’alto.
Dagli anni ’60 si sviluppano studi su nuove modalità di gestione
delle amministrazioni locali centrate “[…]su un sistema di attori molteplici, in concorrenza tra loro nel proporsi come fornitori di servizi
pubblici in un contesto policentrico e pluralistico”12, per migliorare in
termini di efficienza ed efficacia i servizi offerti all’utenza, attraverso
l’interconnessione in rapporti di co-decisione di attori pubblici e privati, che, posizionandosi in un sistema reticolare, sviluppano la tendenza ad abbandonare metodi gerarchici, ritenuti eccessivamente rigidi ed onerosi, a fronte dell’esigenza di aumentare flessibilità e capacità
di adattamento e ottimizzare il rapporto costi/qualità, entro un sistema
sociale che vede accrescersi sempre più la propria differenziazione
interna.
11
12
Ibidem.
Ivi, p. 134.
64
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
Da questi studi, avviati in ambito statunitense, finalizzati a “[…]
definire i tratti di una gestione delle risorse pubbliche capace di far
fronte ai tradizionali dilemmi dell’azione collettiva attraverso il sapiente utilizzo delle potenzialità offerte dal mercato e da
un’organizzazione non gerarchica dei poteri e degli attori”,13 si è sviluppata una tematizzazione intorno alla progettazione di una urban
governance che ha prodotto, negli anni ’90, la New metropolitan governance, intesa quale azione di policy formulation e policy making
operata da attori eterogenei, pubblici, privati e terzo settore, strutturati
in relazioni orizzontali, e poggiante sul modello teorico del policy
network approach e sugli assunti di legittimità, di effettività e di
un’efficienza dell’azione, che per essere tale, necessita altresì di un
certo grado di chiusura nei confronti del pubblico.
Questo processo, che vede gradatamente evolversi una polarizzazione semantica tra governance e government, si arricchisce, nelle analisi di Mayntz, di una definizione per la quale, prima del consolidarsi di un’opposizione tra i due termini, la governance si connette alla
modellizzazione delle strutture e dei processi socioeconomici da parte
delle autorità politiche (Steuerungstheorie o teoria della direzione), in
una accezione vicina al concetto di governing, mentre “attualmente si
ricorre a governance soprattutto per indicare un nuovo stile di governo, distinto dal modello del controllo gerarchico e caratterizzato da un
maggior grado di cooperazione e dall’interazione tra lo stato e attori
non-statuali all’interno di reti decisionali miste pubblico/private”14.
Ma la letteratura offre anche posizioni più sfumate riguardo
all’opposizione di significati tanto densi e complessi. Pur salvando
l’innovazione contenuta in processi flessibili, che vede accrescersi il
peso dell’auto-coordinamento e di relazioni cooperativistiche, Bevir
sostiene, in riferimento alla sua teoria decentrata della governance,
che questa, non producendo esiti e politiche omogenei, basandosi su
pratiche e interpretazioni contestualizzate poiché “[…]lotta politica
che si fonda su reticoli di credenze in competizione fra loro[…]”15,
non descrive uniformità, risultando così necessario munirsi di una certa cautela nell’affermare una dicotomia strutturale tra governance e
government . D’altra parte Peters, interpretando le società contempo-
13
Ibidem.
R. Mayntz, La teoria della governance: sfide e prospettive, in «Rivista Italiana di Scienza Politica», n. 1, 1999, p. 3.
15
M. Bevir, Una teoria decentrata della governance, in «Stato e Mercato», n. 66, 2002, p.
481.
14
Dalia Galeotti
65
ranee con il modello delle anarchie organizzate, affida alle autorità
pubbliche, abituate a pensare in modo appropriato in termini di policy
e capaci, detenendone istituzionalmente gli strumenti più adeguati,
della gestione dell’agenda politica, il ruolo di guida nell’attività di coordinamento di una pluralità di attori che, dislocati entro un sistema
policentrico rispetto al potere, risultano ancora più sensibili ad un orientamento operativo occulto, nell’assenza di una formalizzazione
normativa dei processi e delle pratiche di governance, proprio in ragione di quella richiesta di flessibilità e de-istituzionalizzazione operazionale che ad essa viene fatta a fronte di un ambiente in costante
mutamento. Le burocrazie pubbliche finiscono così, non per perdere il
ruolo-guida delle politiche, ma per riformularlo, nella ricerca di nuovi
assetti negli equilibri di potere16. Infine Jessop, negli studi che si occupano non solo di descrivere ed analizzare i processi di governance,
ma anche di individuare quelle pratiche che possano limitarne i fallimenti, affida allo Stato il ruolo di primus inter pares, per un’azione di
meta-governance17, cioè governance di governance, a sostegno
dell’auto-coordinamento e della finalizzazione al bene collettivo; i governi infatti “[…]rappresentano ‘corti d’appello’ chiamate a decidere
le controversie che emergono dentro e fuori la governance; operano il
bilanciamento tra differenziali di potere in modi da favorire le forze o
i sistemi più deboli e rafforzare l’integrazione sistemica e la coesione
sociale[…]”18.
2. STATO-NAZIONE E GOVERNABILITÀ
Rimane fondamentale ricordare la derivazione economica del concetto
politico contemporaneo di governance, che in ambito di gestione societaria ne consente l’interpretazione nei termini di “[…] quei processi
16
Cfr. G. Peters, Governance e anarchie organizzate, in A. Palumbo-S. Vaccaro (a cura
di), Governance. Teorie, principi, modelli, pratiche nell’era globale, Mimesis, Milano, 2007 ,
pp. 35-54.
17
Nelle parole di Jessop, riguardo alle duplici dimensioni, istituzionale e strategica, della
meta-governance,“L’État a ici un rôle capital à jouer à la fois comme organisateur au premier
chef du dialogue entre communautés d’action publique, comme corps institutionnel chargé
d’assurer une certaine cohérence à tous les sous-systèmes, comme source d’un ordre régulateur dans et par lequel ces derniers peuvent poursuivre leurs buts, et comme pouvoir souverain dont relève «en dernier ressort» l’action à mener pour compenser les défaillances des
autres sous-systèmes[…]” (B. Jessop, op. cit., p. 46).
18
B. Jessop, Governance e meta-governance: riflessività, varietà e ironia, in A. PalumboS. Vaccaro (a cura di), op. cit., p. 87.
66
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
di autoregolazione -e quindi di attribuzione autonoma di norme così
come di procedure di controllo e verifica- attraverso cui si rende più
efficiente, più trasparente e più sicuro l’operato della corporazione a
beneficio degli attori coinvolti”19, poiché, nel momento in cui viene
associata la conduzione d’impresa alla governabilità politica, emerge
un identico nodo problematico, cioè “[…] la discrasia tra necessità
dell’efficienza ed esigenze di partecipazione e legittimità […]”20.
Lo Stato-nazione, realizzazione politica della modernità, basato sul
monopolio legittimo della violenza, del prelievo fiscale, sulla piena
sovranità interna, che consente il controllo di popolo e risorse entro
confini territoriali determinati e protetti, in cui la triade costituita da
Stato-mercato-società vede una ripartizione delle competenze entro gli
spazi strettamente determinati dall’autorità pubblica, in quanto ad essa
si riconosce pieno potere legittimante, che una completa sovranità esterna, a partire dalla pace di Westfalia, pone formalmente sullo stesso
piano di altri Stati sovrani, contiene già in sé, al suo primo apparire,
quei caratteri che ne attaccheranno i pilastri di accentramento dei poteri e sovranità: entro il processo di differenziazione dei sottosistemi sociali, che caratterizza la modernità, la progressiva frammentazione interna unita alla graduale virtualizzazione dei confini territoriali, che
vede debordare e sfuggire al controllo statale attività economica e finanziaria e l’accentuarsi della contaminazione interculturale, intervengono nell’emancipazione di mercato e società e colpiscono
quell’equilibrio di una triade sul quale si era andato definendo lo Stato
moderno.
Le dinamiche, che agiscono in questo processo e che costringono
lo Stato a ridefinire il proprio ruolo ed a ripensare forme e modalità di
esercizio del potere, sono molteplici e possono condensarsi nei movimenti di globalizzazione e decentramento e sottendono un incremento
esponenziale della complessità21. Queste si connettono alla nascita di
19
A. Arienzo, op. cit., p. 130.
Ivi, p. 134.
21
La complessità rappresenta un concetto-chiave nell’interpretazione dei fenomeni politici
contemporanei, poiché interviene sostanzialmente nei dibattiti relativi alla crisi di governabilità dello stato-nazione, in cui tra l’altro, rinveniamo che “[…] dans un monde de complexité
accrue et de différenciation de sous-systèmes, l’Etat a perdu ses capacités d’action”( F.X.
Merrien, De la gouvernance et des Etats-providence contemporains, in «Revue internationale
des sciences sociales», n. 155, 1998, p. 61), e si rivela come fattore necessitante di governance
se questa “ […]favorise donc les interactions Etat-société, en offrant un mode de coordination
entre des acteurs sociaux caractérisés par la multiplicité et la fragmentation[…]”( A. Kazancigil, Gouvernance et sciences: modes de gestion da la société et de production de savoir empruntés au marché, in «Revue internationale des sciences sociales», n. 155, 1998, p. 75). En20
Dalia Galeotti
67
un numero sempre più ampio di organizzazioni intergovernative, a
partire soprattutto dal secondo dopoguerra, per la gestione di questioni
economiche, finanziarie e commerciali, come il FMI, la BM, il WTO,
o gli equilibri politici e militari, come ONU e NATO; equilibri sempre
più instabili a causa della crisi di un ordine internazionale, che per circa tre secoli si è incardinato sul sistema westfaliano, e che hanno finito per collassare definitivamente con la fine della guerra fredda e del
bipolarismo e l’emergere di quello che è stato definito come un nuovo
disordine mondiale, in concomitanza all’intensificarsi dell’offensiva
del terrorismo internazionale.
D’altra parte la delocalizzazione della produzione e le crisi economiche e fiscali verificatesi a partire dagli anni ’70, con il successivo
ricorso da parte dei governi Thatcher e Reagan a politiche economiche
neo-liberiste aggressive ed allegata deregolamentazione dei mercati
economici e finanziari, supportate dal progredire delle tecnologie dei
trasporti il cui impatto ha potuto incrementarsi grazie all’evoluzione
dell’ingegneria informatica applicata alle telecomunicazioni, hanno
provocato in Occidente contrazione dello Stato-sociale e crisi di legittimazione e nel Sud del mondo quei processi di aggiustamento strutturale, che si sono rivelati spesso fatali nei percorsi di sviluppo, andando
a colpire servizi essenziali come sanità e istruzione. In entrambi i casi
dinamiche di portata sovranazionale hanno attraversato i confini degli
Stati e costretto i governi a confrontarsi con eventi in gran parte fuori
dal proprio controllo.
Su questo sfondo interpretativo è possibile comprendere la valenza
assunta entro i processi di governance da quella vasta pluralità di attori eterogenei chiamata a supplire ai vuoti formatisi negli spazi abbandonati dallo Stato, sia nella devoluzione di poteri ad organizzazioni
sovra e sub-nazionali, comprese le autorità amministrative indipendenti, sia con l’intervento sussidiario di attori del settore privato e del
volontariato, compreso un numero in costante aumento di ONG.
Il ritrarsi dello Stato-sociale, entrato in crisi per l’emergere di
nuovi bisogni post-materiali, per le difficoltà economiche e per
l’affermarsi dell’ideologia liberista, per cui “[…] una società ‘troppo
tro il dibattito italiano il tema trova ulteriore ambito di riflessione nell’attribuire al termine
governance una corrispondenza concettuale con governabilità, intesa come “[…] capacità di
attuazione delle politiche e delle decisioni di governo”(p.4), nel momento in cui la politica
risponde alla complessità con “ […] procedure di mediazione, di concertazione, di consultazione, ed oggi - sempre più - di comunicazione” (p. 8)( Cfr. F. Archibugi, Complessità e governabilità politica, da «Lettera Internazionale», n. 75, 2003, pp. 1-14, su
www.francoarchibugi.it).
68
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
assistita’ favorisca il parassitismo sociale e mini i meccanismi di riproduzione della ricchezza”22, sta portando da amministrazioni pubbliche che svolgano tutte le funzioni del welfare system “ a una diversa distribuzione dei ruoli, che vede il settore pubblico pianificare, cofinanziare e controllare le prestazioni sociali e il terzo settore e/o il
mercato, progettare e gestire più flessibilmente le risposte ai bisogni
diversificati della popolazione”23.
Ma quando la formulazione, l’attuazione, l’implementazione e la
verifica delle politiche, in nome dell’ efficienza e dell’efficacia, tendono a sfuggire al controllo pubblico, perché sempre più nella disponibilità di organi non rappresentativi, ed essenzialmente sottoposte a
autorità tecnocratiche caratterizzate da responsabilità diffusa, le istanze di democrazia, legittimità, equità sociale appaiono essere imprescindibili dalla presenza di uno Stato-nazione, cui poter chiedere di
integrare tali questioni con quelle relative alla governabilità politica ed
alla complessità sociale.
La prospettiva assunta permette di abbracciare temi legati ai rischi
in deficit democratico, come nel caso della governance europea24, nel
momento in cui le politiche non siano affidate ad organi rappresentativi25, ma ai tecnicismi dei saperi esperti, senza che siano altresì chiaramente espressi i livelli di effettiva partecipazione dei cittadini, bersagli delle politiche; una partecipazione relegata nell’ambito di vaghe
operazioni consultive, quel tanto da servire ad una legittimazione di
facciata, ma che nel contempo renda attuale e pertinente l’avvertenza
di Bevir in relazione a quella che lui definisce governance sistemica:
solo una cittadinanza attiva, esplicata attraverso non solo gli organi
elettivi, nella fase decisionale, ma anche tramite un confronto continuo, dialogico e pluralistico, aperto al pubblico, di apparati amministrativi e agenzie di controllo, nelle fasi di implementazione e verifica
22
R. Segatori, Politica,Stato e cittadinanza, in A. Costabile P. Fantozzi P. Turi (a cura di),
Manuale di sociologia politica, Carocci Editore, Roma, 2006, p. 86.
23
Ivi, pp. 86-87.
24
Cfr. L. Nicolia, La questione dell’accontability nel modello comunitario di governance,
In «Amministrazione in cammino», p. 1-39, su www.amministraioneincammino.luiss.it.
25
Da quanto emerge infatti dal Libro Bianco sulla governance europea, i cittadini
dell’Unione vedono attribuirsi un grado di partecipazione alla formulazione e verifica delle
politiche, molto basso, poiché in nome dell’efficienza queste rientrano ampiamente nella disponibilità di organi non rappresentativi, come la Commissione, e di gruppi di pressione, che
non portano interessi generali, a svantaggio di organi elettivi come il Parlamento europeo (
Cfr. Commissione delle Comunità Europee, La Governance Europea – un Libro Bianco,
Bruxelles, 2001, p. 1-37)
Dalia Galeotti
69
delle policies, può rendere democratico il modello della governance26.
Se nell’individuare nella governance una struttura triadica costituita da soggetti pubblici, soggetti privati e destinatari dell’azione, i cui
movimenti interni possano andare dallo Stato al mercato o viceversa,
dallo Stato imprenditore allo Stato regolatore o minimo per integrare
nelle diverse fasi storiche quei mondi vitali indivisibili per l’individuo,
che la modernità ha reso sempre più distanti attraverso i processi di
differenziazione dei sottosistemi sociali27, allora quello Stato, che in
nome della governabilità ha dovuto ricorrere a modalità relazionali
compartecipative, richiedendo un ingresso sempre maggiore in via
sussidiaria al mercato e alla società civile, non può arretrare in quella
funzione in cui non sembra sostituibile, né della quale sia auspicabile
l’alienabilità, cosicché attori meglio posizionati possano esercitare
pressioni tali da svilire il bene comune; in altre parole è necessario che
la negoziazione avvenga all’ombra della gerarchia, entro i confini
posti da un attore che sostanzialmente differisce dagli altri perché,
come ribadito a più riprese da Jessop, seppure parte di una società più
vasta e complessa, “[…] chargée normativament (notamment en dernier ressort) d’assurer l’intégration institutionelle et la cohésion sociale”28; un attore che, catalizzando su di sé “capitale simbolico di autorità riconosciuta”29, si caratterizza per la capacità di trasformarsi
nell’esercizio del potere di controllo, poiché, come ricorda Mayntz,
“[…] l’autoregolazione sociale, dopo tutto, ha luogo entro un quadro
istituzionale riconosciuto dallo stato”30.
La rete entro la quale la governance si dispiega, capace di connettere livelli organizzativi e spaziali differenziati31, nella prospettiva di
una cornice definita da coordinate di derivazione statuale, finisce per
presentare direttrici che consentono di integrare gerarchia e autoregolazione in composizione variabile a seconda del contesto. Ma
questa teoria della governance risulta inapplicabile, quando si abbia
uno spostamento sul piano macroregionale o globale, poiché, come
26
Cfr. M. Bevir, Governance e democrazia: approcci sistemici e prospettive radicali, in A.
Palumbo-S. Vaccaro (a cura di), op. cit., p. 95-117.
27
Cfr. R. Segatori, Letture sociologiche del concetto di governance, Relazione presentata
al Convegno "I giochi dei poteri nelle trasformazioni della democrazia", Roma, 21-22 maggio 2009, p. 1-22, su www.unipg.it.
28
B. Jessop, L’essor de la gouvernance et ses risques d’échec : le cas du développement
économique, in «Revue internationale des sciences sociales», n. 155, 1998, p. 47.
29
P. Bourdieu, Ragioni pratiche, Il Mulino, Bologna, 1995, p. 103.
30
R. Mayntz , op. cit., p. 9.
31
Cfr. L. Hooghe/G. Marks, Come disfarsi del governo centrale: tipi di governance multilivello, in A. Palumbo-S. Vaccaro, (a cura di), op. cit, pp. 55-75.
70
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
già detto, oggettivamente lo Stato perde il controllo oltrepassati i confini nazionali, soprattutto sulle politiche fiscali ed economiche: la parziale devoluzione dei poteri e l’assenza di un “soggetto dotato di potestà direttiva”32 costringono, come suggerito da Mayntz, ad un salto
paradigmatico per una teoria che altrimenti incorre nel limite di interpretare la governance quale mera “modalità di coordinamento”33 tra
attori eterogenei, compresi in un mercato politico, nel quale alla prerogativa dialogica del pluralismo si sostituisce una pluralità informe,
facile preda di chi meglio equipaggiato entro un sistema che descrive
una allocazione diseguale di potere.
3. GLOBAL GOVERNANCE
Se dunque da un lato si attribuisce alla governance tout court
l’aggettivazione di multilevel, dall’altro notazioni come quelle di
Mayntz suggeriscono che giunti al piano spaziale più ampio, il difetto
nell’individuare un attore che dia coerenza e unità d’azione a prescindere da interessi particolari, non solo determina una sofferenza nella
teoria, ma chiarisce perché la stessa applicazione empirica stenti a trovare una propria dimensione.
Infatti se riportando a livello globale quanto detto sinora sulla governance è possibile rintracciare una sintesi esaustiva nella definizione
per la quale essa è “una attività internazionale, intergovernativa e
transnazionale che comprende non solo i governi o i loro apparati e i
tradizionali organismi internazionali, bensì anche le organizzazioni
non governative e altri attori non statali”34, la domanda cui è necessario trovare una risposta rimane quella relativa a chi sia da attribuirsi la
responsabilità di svolgere quelle funzioni regolative, che ad altri livelli
permangono prerogativa dello Stato, in una fase in cui il globalismo
consegna centralità alla funzione economica e sudditanza a quella politica.
Così in una prospettiva top-down sulla global governance le ipotesi suggerite in letteratura rimandano ad un governo mondiale individuabile alternativamente nella ‘potenza imperiale’ degli USA,
nell’egemonia di entità sovranazionali come l’UE, nel rafforzamento
politico dell’ONU. Ma in tutti e tre i casi la superiorità della politica
32
R. Mayntz , op. cit., p. 14.
Ibidem.
34
G. Sørensen, The Transformation of the State, Palgrave, 2004, cit. in A. Palumbo- S.
Vaccaro (a cura di), op. cit., p. 123.
33
Dalia Galeotti
71
per l’affermazione e la difesa a livello planetario dei diritti civili, politici e sociali, rimane attualmente una mera aspirazione, se nel primo
caso il limite è facilmente individuabile nelle forti pressioni che lobbies economiche esercitano sui governi federali, nel secondo, come
già osservato, gli organi comunitari difettino in fatto di democrazia,
legittimità e responsabilità politica, mentre nel terzo il pluralismo assuma una dimensione puramente formale finché non si provvederà a
“[…] riformare radicalmente lo statuto dell’ONU in relazione al ruolo
dell’Assemblea, alla composizione dello stesso Consiglio e ai poteri e
alle risorse reali attribuiti all’Organizzazione”35.
4. GOOD GOVERNANCE
È possibile comprendere la sofferenza della dimensione politica nel
momento in cui è la BM a prescrivere normativamente quei precetti
che permetterebbero al continente africano di affrontare una “crisis in
governance”36. Attribuendosi il compito di stabilire i prerequisiti politici per un’economia efficiente, nel venir meno a quanto affermato dai
propri statuti di astenersi dal perseguimento di qualsiasi ideologia, ma
in realtà sostenendo la superiorità di un percorso di sviluppo che fa
perno sugli assunti dell’Occidente, il ricorso alla good governance
come strumento di indirizzo economico, piuttosto che all’espressione
riforma dello stato, permette ad organizzazioni monetarie non rappresentative, prive di legittimazione politica, quali la BM o il FMI, di evitare “[…] d’être soupçonnés d’outrepasser leurs compétences statutaires en intervenant dans les affairs politiques internes d’Etats souverains”37e di servirsi del concetto di governance come “un outil idéologique pour une politique de l’Etat minimum”.38
Così, se nelle riflessioni di Kant “[…]le seul moyen possible de
régler le comportement des Etats sur la scène internationale serait de
35
R. Segatori, Politica,Stato e cittadinanza, in A. Costabile, P. Fantozzi, P. Turi (a cura di),
op. cit., p. 90.
36
Banque Mondiale, L’Afrique subsaharienne: de la crise ad une croissance durable.
Etude de prospective à long terme, Washington DC, 1989, cit. in A. Pagden, La genèse de la
« gouvernance » et l’ordre mondiale « cosmopolitique » selon les Lumières, in «Revue internationale des sciences sociales», n.155, 1998, p. 9.
37
C. Hewitt de Alcántara, Du bon usage du concept de gouvernance, in «Revue Internationale des sciences sociales», 1998, n. 155, p. 112.
38
M. C. Smouts, Du bon usage de la gouvernance en relation internationales, In «Revue
Internationale des sciences sociales», 1998, n. 155, p. 88.
72
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
créer un ordre politique international”39, fondato su “un ensamble de
valeurs partagées”40, che produca una comunità cosmopolitica, vista
come il grado più elevato della strutturazione sociale, attraverso un
unico percorso di sviluppo, come unica sarà l’organizzazione politica
che ne consentirà l’accesso, vale a dire la forma repubblicana, in quanto la sola a permettere la mediazione tra interessi contrapposti, anche
gli odierni organismi internazionali interpretano la good governance
come espressione della naturalizzazione dei valori occidentali:
“[…]l’appartenance à la communauté planétaire exige l’acceptation
d’un ensamble des valeurs que leurs défenseurs […] posent non pas
comme le produit d’une culture particulière, mais comme l’espression
d’une conditione humaine universelle”41. In tale prospettiva allora appare chiaro che per la BM “[…]the notion of good governance was
there, referring to the way in which cities, provinces, or whole countries were being governed, or should be governed”42, con l’intento di
“[…]importing to developing countries of state-market relationships
thet are characteristic of Western liberal-capitalist systems”43, per
mezzo di un assetto politico e sociale ben preciso che “[…] pour les
Nations Unies et dans les discours (sinon la politique) des institutions
monétaires internationales, c’est manifestement la démocratie libéraleou néolibérale”44, e non certo quello di conseguire finalità redistributive.
5. PERCHÉ LA GLOBAL GOVERNANCE
Dalla pace di Westfalia del 1648 le relazioni internazionali hanno fondato i propri mobili equilibri su uno dei pilastri basilari dello Stato
moderno, la sovranità, andando a costruire uno spazio costitutivamente anarchico entro il quale derive egoistiche e egemonizzanti trovassero un congruo bilanciamento in accordi pattizi ad adesione volontaristica per la composizione di questioni perlopiù militari e commerciali.
Da quell’ordine, in cui un’umanità politicamente frammentata doveva ricalibrare continuativamente le proprie posizioni per ristabilire
39
A. Pagden, op. cit., p. 11.
Ivi, p. 12.
41
Ivi, p. 17.
42
M. Doornobos, “Good Governance”: the Metamorphosis of a Policy Metaphor, in
«Journal of International Affairs», 2003, vol. 57, n. 1, p. 4.
43
Ivi, p. 6.
44
A. Pagden, op. cit., p. 16.
40
Dalia Galeotti
73
oscillanti equilibri di potere, si è snodato un percorso che ha fatto emergere quanto quell’ordine fosse difficile da mantenere senza dotarsi
di ulteriori autorevoli entità di coesione.
Dopo i fallimenti di un sistema internazionale, che ha visto deflagrare le ostilità a partire dal primo evento bellico ad estensione planetaria, l’evidente inefficacia della Società delle Nazioni e la costituzione di nuovi organi intergovernativi a partire dall’ONU, e parallelamente all’era del bipolarismo, si è andato evolvendo un sistema di anarchie organizzate, ambito delle relazioni internazionali, costituito
da soggetti statuali e non statuali. In esso la sovranità appare deterritorializzata, realizzandosi il passaggio da un mondo statocentrico
ad uno multicentrico, complesso, instabile, costruito su interconnessioni a rete. Questo, nell’attualizzazione della tradizione politica e filosofica occidentale, condensata nel motto e pluribus unum45, sembra
allora reclamare una ricomposizione in un tutto organico attraverso
una global governance, che, se formalmente risulta avvalersi di parametrazioni fortemente decentrate ad Ovest, non mostra ancora una
chiara definizione empirica, poiché, come già rilevato in precedenza, “
[…] la chiusura della logica normativa di un ordinamento nazionale
non può essere né traslata né mimata a livello globale, in assenza di
uno stato mondiale che costituzionalizzi la propria presenza […]”46.
In uno spazio in cui lo Stato-nazione vede diminuire la propria
presa sulla sfera politica e socio-economica, “transnazionali e stati ricchi-e-potenti stritolano in simbiosi convergente tanto le leggi di mercato, quanto le norme statali, inaugurando una politica di governance
delle risorse globali alla mercé del più forte […]”47, richiamando ancora una volta di più i dubbi in termini di legittimità e democrazia su
processi che sfuggono al controllo degli organi costituzionali degli
Stati nazionali e alla verifica della società civile. Tanto che, ritornando
al tema della good governance, appare chiaro come un organismo economico controllato da stati attitudinalmente egemonizzanti48sia in
grado di direzionare le scelte politiche interne di un Paese povero o in
via di sviluppo attraverso la scelta dei criteri in base ai quali erogare
45
Cfr. S. Vaccaro, Il dispositivo della Governance, in Palumbo-S. Vaccaro (a cura di) op.
cit., p. 144.
46
S. Vaccaro, op. cit., pp. 134-135.
47
Ivi, p. 137.
48
Il FMI e la BM furono istituiti in seguito alla depressione degli anni Trenta, i loro regolamenti previdero che l’Europa nominasse il direttore del FMI e il Presidente USA il direttore
della BM (Cfr. Joseph E. Stiglitz, La globalizzazione che funziona, Einaudi, Torino, 2007, p.
18).
74
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
aiuti finanziari e operando attivamente nelle relazioni donor-recipient,
sia nell’approccio della conditionality che della selectivity49.
Tuttavia la questione della good governance, seppure tangente a
quella di una governance globale, rientra in un’altra categoria analitica
entro gli studi sulle relazioni internazionali, vale a dire nel multilateralismo, in cui l’ambito di indagine è circoscritto alle dinamiche agenti entro organizzazioni intergovernative, come nel caso degli incontri
dei vari G7, G8 o G20. Cosicché quanto più si sale di livello, tanto
meno risulta manifestarsi fattualmente un’applicazione per la quale si
possa parlare correttamente di global governance: “Governance
quickly became a household word, but as is often true of buzzword,
there has hardly been a consensus as to what it means, and even less
of an idea as how it could be applied more concretely”50.
6. COS’È O COSA DOVREBBE ESSERE LA GLOBAL GOVERNANCE?
Il dibattito internazionale dunque, al contrario di quanto accade per i
livelli locale e nazionale, in cui è possibile affrontare la governance
tramite la descrizione di processi in atto, è impegnato sul fronte della
formulazione di modelli che integrino una realtà politica economica e
sociale composita, differenziata e sfuggente, con modalità relazionali
fra attori diversi e plurali, che sviluppano capacità di autocoordinamento e di resistenza alla coartazione governativa, tanto da
interpretare le relazioni internazionali non come rapporti interstatali,
ma “[…] comme un processus de négociation/interaction entre intervenants hétérogènes”51.
E’ questo il caso del rapporto presentato nel 1995 dalla Commissione sulla Global Governance, nata per impulso di Willy Brandt
all’indomani della caduta del muro di Berlino, che definisce la governance come “la somme des différentes façons dont les individus et les
institutions, publics et privés, gèrent leurs affaires communes. C’est
un processus continu de coopération et d’accommodement entre des
intérêts divers et conflictuels. Elle inclut les institutions officielles et
les régimes dotés des pouvoirs exécutoires tout aussi bien que les arrangements informels sur lesquels les peuples et les institutions sont
tombés d’accord ou qu’ils perçoivent être leur intérêt”52.
49
Cfr. M. Doornobos, op. cit., pp. 3-17.
Ivi, p. 3.
51
M.C. Smouts, op. cit., p. 89.
52
The Commission on Global Governance, Our Global Neighbourhood, Oxford Universi50
Dalia Galeotti
75
Le Conferenze delle Nazioni Unite come quelle di Rio
sull’ambiente o di Pechino sui diritti delle donne, che hanno mobilitato migliaia di persone di diverse ideologie, culture e aspirazioni, sono
così da leggersi quali veicoli per un feedback continuo, capace di stilare un’agenda dei problemi da affrontare e dibattere in un’arena globale
ed in cui far confluire istanze convergenti o in contrapposizione, stabilendone priorità e proponendo risoluzioni condivise. La governance
presenta così la necessità di un’azione pubblica intersoggettiva e di
uno spazio pubblico ampio e sottende strumenti per la mobilitazione
internazionale ad opera di soggetti privati, terzo settore, mass-media e
organismi governativi che strutturino, nel rapporto con il pubblico, i
temi attorno ai quali attivare i processi di politica internazionale. Le
intese a livello globale sul clima o sui protocolli finalizzati a minimizzare la diffusione di specifiche malattie, chiama in causa una governance quale strumento flessibile e proteiforme di cooperazione e coordinamento, in cui non si rintracciano regole operative prefissate,
poiché rinegoziate da soggetti collocati in sottosistemi sociali frammentati in vista di una loro integrazione per la soluzione di questioni
cogenti.
La teoria della global governance, appare dibattersi ancor più dei
suoi omologhi operativi a livello inferiore, nelle maglie di una difficile
compenetrazione tra richiesta di flessibilità e strutture di regolazione,
che, in analogia alla funzione dello Stato entro la governance nazionale, fa evocare la creazione o il rafforzamento di organizzazioni intergovernative, quali ad esempio l’ ONU e l’insieme delle sue strutture
minori, ma sulla quale, d’altro canto, risulti arduo fare previsioni in
merito a concrete modalità di gestione poiché “costruita in modo diverso, contingente e continuo”53. Se a questo si aggiunge che ancor
più dell’ambiente interno il contesto internazionale risulta disomogeneo, fluido ed instabile, è inevitabile dunque che attendere la creazione di un nuovo ordine mondiale sia vano dato che le dinamiche attuali
puntano alla flessibilità e alla ridefinizione continua piuttosto che alla
cristallizzazione di modelli stabili.
L’esercizio creativo per la costruzione di un’organizzazione politica a livello planetario, che consideri le continue mutazioni di un ambiente attraversato da dinamiche con ricadute globali, non può prescindere dai contenuti espressi con il termine di globalizzazione e dalla distinzione che ne fa altro rispetto alla globalità. Se infatti
ty Press, 1995, pp. 2-3, cit. in M. C. Smouts, op. cit., p. 88.
53
M. Bevir , op. cit., p. 487.
76
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
quest’ultima non è che “[…] uno stato del mondo che sviluppa reti di
interdipendenza su distanze multicontinentali”54, rintracciabile frequentemente nella storia di un passato che racconta le imprese militari
di Alessandro Magno o l’espansione dell’Islamismo, la prima risulta
essere “quel processo attraverso cui la condizione globale diviene
sempre più densa”55, un fenomeno contemporaneo che conosce
l’intensificarsi e l’accelerarsi di rapporti fra soggetti, vecchi e nuovi, e
che hanno modificato i canoni consueti del proprio rapportarsi reciproco.
Dagli accordi di Bretton Woods nel 1944, non solo si è registrato
un fiorire di organizzazioni intergovernative, all’interno delle quali si
sono andate consolidando gerarchie tra attori statali, specchio delle
reali posizioni di potere militare ed economico, a detrimento di un uguale statuto di sovranità riconosciuto solo formalmente, e la cui partecipazione resta soggetta a condizioni di inclusione tali da farlo definire un sistema a clubs, ma anche la costituzione sempre più numerosa
di società transnazionali e organizzazioni non governative a carattere
globale, che conoscono propri processi di gerarchizzazione interna e
che entrano spesso in relazioni dirette e privilegiate reciproche o con
le IGO, estromettendo i governi nazionali o costringendoli ad accettare i propri codici, un regime di soft low che elude il controllo di organi
costituzionali ed espone le politiche nazionali all’azione di apparati
non rappresentativi.
Perché risulti possibile integrare l’azione, ma soprattutto gli interessi, spesso divergenti, di tutti gli attori in campo, poiché nella dimensione globale le ricadute di interventi agiti in campi diversi seguono l’ effetto dei processi causali a cascata, Keohane e Nye propongono “[…] pratiche di governance che migliorino il coordinamento e
creino valvole di sicurezza alle pressioni politiche e sociali, in coerenza con il mantenimento degli stati-nazione quali forme fondamentali
dell’organizzazione politica”56, in quanto strumenti irrinunciabili di
democrazia e legittimità, calando tali pratiche in strutture di governance definite come un “[…] minimalismo reticolare: reticolare perché la globalità si coglie meglio nella sua reticolarità e non nella sua
gerarchia; minimale perché la governance a livello globale sarà accettabile se non sostituirà la governance nazionale e se l’interferenza
54
R. O. Keohane/J. S. Nye Jr., Globalizzazione e Governance, in A. Palumbo- S. Vaccaro
(a cura di ), op. cit., p. 147.
55
Ivi, p. 152.
56
Ivi, p. 159.
Dalia Galeotti
77
nell’autonomia degli stati e delle comunità sarà chiaramente giustificata in termini di esiti cooperativi”57.
Proseguendo in un percorso propositivo su una governance globale, che spesso sembra delinearsi più per cosa non è, piuttosto che per
cosa potrebbe essere, è possibile rinvenire riflessioni che, focalizzandosi sui concetti di complessità e mutamento, la interpretano “[…]
come processo distinto da quel che fanno i governi”58, poiché “[…]
vista come un sistema di regole, come le attività finalizzate di una collettività che sorreggono i dispositivi preposti a garantirne sicurezza,
prosperità, coerenza, stabilità e continuità”59.
In queste analisi rintracciamo la necessità di quel salto paradigmatico auspicato da Mayntz nell’assunzione di non poter desumere un
governo mondiale per analogia domestica con lo Stato-nazione;
l’instabilità che caratterizza la dimensione globale si quantifica ad un
livello tanto superiore rispetto al piano nazionale, da costringere ad
accettare quei gradienti qualitativi, che sempre si associano a mutamenti quantitativi; seguendo Rosenau dunque, essendo l’autorità su
scala globale diffusa e disgregata in comunità transnazionali interagenti con un mondo statual-centrato, si realizza il costituirsi di “[…]
nuovo ordine mondiale, tanto decentrato da non lasciarsi ricondurre né
a gerarchie, né alla coordinazione sotto una leadership egemonica”60,
rispetto al quale lo Stato-nazione non riesca a ricoprire lo stesso ruolo
attribuitogli su scala interna, poiché inserito in un contesto altamente
instabile e fluido, terminale di continui feedback provenienti da attori
statuali e non, che richiamano continuativi processi di adattamento.
La parola-chiave è fragmegration, crasi di frammentazione e integrazione, evocativa di irrinunciabili processi di composizione tra locale e globale. Ma gli stretti legami di interdipendenza determinano equilibri così precari, soggetti al cosiddetto effetto farfalla, tanto da far
risultare le risposte codificate, non solo inefficaci, ma addirittura dannose.
In questa lettura la global governance non solo si presenta minima,
ma altresì carica di vaghezza in termini di concreti modelli applicativi,
ciononostante per come esposta può essere strumento di ulteriore ricerca nell’indicare “[…] se la dinamica di mutamento e complessità
57
Ibidem
J.N. Rosenau, Mutamento, complessità e governance nello spazio globale, in A. Palumbo-S. Vaccaro,(a cura di), op. cit., p. 187.
59
Ibidem.
60
Ivi, p. 188.
58
78
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
condurrà il mondo in traiettorie culminanti in livelli più alti di ordine,
oppure se alimenterà sacche di disordine ancor più grandi”61.
7. UN MONDO PERFETTO
Il sistema della governance internazionale, che si produce da parte di
attori sovrani e che si accresce negli ultimi 150 anni, sino
all’intensificazione del secondo dopoguerra, mostra, come già osservato, tutta la propria inadeguatezza nell’affrontare le sfide presentatesi
negli ultimi decenni, tanto da prodursi “una spinta verso una governance globale”62, per migliorare l’ordine mondiale e rispondere
all’impatto della rivoluzione tecnologica e l’uso di internet, alla globalizzazione e alla fine della guerra fredda.
Questa infatti non si sarebbe mostrata strumento appropriato rispetto alle sue funzioni di difesa, di garante della certezza giuridica, di
accesso da parte dei cittadini alla piena partecipazione politica, di redistribuzione della ricchezza, presentando deficit di carattere giurisdizionale, operativo, motivazionale e partecipativo, a causa di un sistema che pone al centro dell’attività interstatale attori che nei fatti non
possiedono più un ruolo prioritario entro i processi di governance, ovvero gli Stati-nazione.
A questo proposito Brühl e Rittberger63, dopo aver esemplificato
quelli che potrebbero essere plausibili assetti di governance globale,
vale a dire il coordinamento autoritario dall’alto di uno stato mondiale, il coordinamento gerarchico ma non autoritario (governance sotto
un ombrello egemonico) e l’auto-coordinamento orizzontale (governance senza governo mondiale), finiscono per sostenere la causa di
quest’ultimo modello, poiché ritenuto il più desiderabile in virtù di
una supposta maggiore capacità di dare risposta ai deficit visti sopra in
ragione dell’auspicata effettiva efficacia di istituzioni internazionali
come l’ONU.
Tale efficacia non deriverebbe dall’ “accentramento degli strumenti di forza fisica su scala globale”64, ma dalla consapevolezza che
un’accentuata interdipendenza, fonte di vulnerabilità reciproca, non
potrebbe che sfociare in un coordinamento orizzontale tra eguali. In-
61
Ivi, p. 210.
T. Brühl/V. Rittberger, Governance internazionale e governance globale, in A. Palumbo- S. Vaccaro (a cura di ), op. cit., p. 212.
63
Ivi, pp.211-244.
64
Ivi, p.236.
62
Dalia Galeotti
79
fatti, nel presupposto che attori razionali siano consapevoli che rompere un accordo produrrà un deficit di fiducia tale da danneggiare chi
sarà considerato quale partner inaffidabile, “[…] il coordinamento di
attività internazionali è compiuto da stati che convergono, per reciproco beneficio, intorno a norme e regole che guidano la loro condotta
futura creando dispositivi che rendano possibile la conformità verso
tali norme e regole[…]”65.
Per stessa ammissione degli autori però, non solo nessuno di questi
assetti è attualmente operativo, ma non esistono segnali che ad oggi
possano far presagire una loro futura realizzazione; rimanendo sul piano più aleatorio di un semplice auspicio, si prospetta una migliore
capacità politica delle Nazioni Unite in modo da contribuire ad una
governance globale che possa evolvere come “[…] una trama mista di
elementi eterogenei provenienti sia da una governance sotto l’ombrello
di uno stato egemone (per le questioni sicuritarie), sia da una governance senza governo mondiale (nei regimi internazionali)”66.
Risulta del tutto evidente che, nell’attesa di un nuovo ordine mondiale, sia irrinunciabile la posizione centrale assunta dallo Stato
nell’integrare la politica nazionale con il piano internazionale. Tuttavia, nonostante le difficoltà che la letteratura incontra nella modellizzazione di un dispositivo di governance globale da tradursi concretamente nella realtà, appare necessario trovare un’alternativa alla governance internazionale. Lo richiede il costituirsi di relazioni tra i nuovi
blocchi regionali, come Stati Uniti, Unione Europea, Cina o gli stati
del Mercosur, non più attraverso i canali convenzionali delle relazioni
internazionali, ma includendo la partecipazione degli attori non statali;
lo richiede un’ appropriata risposta di politica economica, se a partire
dagli anni settanta “[…] le FMI et la Banque mondiale n’ont pas été
utiles dans la prévention des crises monétaire et financières […]”67e se
la crisi, che da circa due anni sta coinvolgendo e travolgendo le dimensioni finanziaria e economica globali, sembra essere l’empirica
dimostrazione che i fallimenti del neoliberalismo necessitino di una
coordinazione strategica a livello globale, che veda il coinvolgimento
di tutti gli attori interessati; lo richiedono infine i problemi legati alla
sicurezza, alla diffusione di networks illegali globalizzati come le mafie e il terrorismo internazionale, la mancanza in molte aree del piane-
65
Ibidem.
Ivi, p. 237.
67
P. de Senarclens, Gouvernance et crise des mécanismes de régulation internationale, in
« Revue internationale des sciences sociales », n. 155, 1998, p.106.
66
80
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
ta del rispetto dei diritti umani, o l’impossibilità della loro fruizione a
causa dell’estrema povertà di molti paesi del sud del mondo, ed i massicci fenomeni migratori legati ad un deficit redistributivo che reclama
progetti di cooperazione interstatale e solidarietà.
La fine della guerra fredda aveva fatto sorgere la speranza che le
Nazioni Unite avrebbero potuto giocare un ruolo centrale nella sfera
economica e sociopolitica mondiale, ma le gerarchie di potere operanti
in esse, una volta disintegrato l’impero sovietico, hanno fatto prevalere gli interessi strategici dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza68. D’altra parte una teoria della governance globale intesa come
l’interazione funzionale coordinata e cooperativa di attori eterogenei
in una cornice di autoregolazione orizzontale, ha decretato una“valorisation naïve des acteurs non étatiques”69, poiché imprese
multinazionali, ONG ed organizzazioni internazionali, nel perseguire i
rispettivi obiettivi, non sfuggono all’influenza degli Stati che maggiormente contano in ambito internazionale, cosicchè “il convient aussi de souligner que les principes qu’elles défendent, les normes
qu’elles propagent, les projects qu’elles poursuivent ne peuvent pas
être appréhendés en faisant astraction des intérêts des grandes puissances”70.
Il villaggio globale non si presenta allora come la realizzazione di
un’utopia in cui “[…] les habitants seraient tous voisins grâce aux réseaux d’échanges et à la convergence des modes de vie ”71, se i centri
finanziari rimangono città come New York o Tokyo e le aree di povertà divengono sempre più vaste e le fratture sempre più profonde. La
governance globale sembra così soffrire sia per l’esistenza di Stati deboli, sia per le mancanze di meccanismi di regolazione a livello regionale o internazionale, nella misura in cui l’ONU, le organizzazioni di
Bretton Woods e le istituzioni per la cooperazione regionale non riescono a dare luogo ai propri mandati in materia di sicurezza, mantenimento della pace e sviluppo economico e sociale.
68
Ne sono esempi la guerra del Golfo, la guerra nell’ex Yugoslavia ed il mancato rispetto
della Carta in concomitanza della politica verso Israele ( Cfr. P. de Senarclens, op. cit., pp. 95108).
69
P. de Senarclens, op. cit. p. 102.
70
Ivi, p. 103.
71
Ivi, p. 105.
Dalia Galeotti
81
8. GOVERNANCE: IL PROBLEMATICO CONNUBIO TRA ECONOMIA E POLITICA
Nel corso di un’esposizione necessariamente incompleta vista la vastità della letteratura in materia, sono emersi tuttavia i nodi problematici
a fondamento delle forti perplessità che i sistemi di governance politica generano, poiché si è costretti ad affrontare l’improbabile integrazione di concetti più aderenti alla dimensione economica, come efficacia, efficienza, tecnocrazia e anarchia (del libero scambio), con le categorie politiche di legittimità, responsabilità, sovranità e democrazia.
Se, come già rilevato, “chronologiquement la gouvernance
d’entreprise apparaît la première, dès la fin des années 1930”72, esiste
una difficoltà nel conciliare i contenuti di un’espressione ri-nata concettualmente come economica con la regolazione di rapporti di natura
politica, tanto che, a fronte di domande, come “quel modèle politique
est sous-jacent au concept apolitique de Gouvernance?”73, dalla formalizzazione di una good governance elaborata dalla BM, emerge una
visione dello Stato al servizio dell’economia neoliberale. Questi, alienando da sé le funzioni di riproduzione e coesione sociale e redistributiva, si trova a ricoprire il ruolo di gestire i beni comuni in modo tale
che l’impresa privata possa trasformare i cittadini, soggetti di diritto,
in consumatori/utenti, tanto che, rappresentandosi “avant tout comme
lieu de gestion des ressources […] et non pas comme lieu d’accès au
pouvoir et aux processus de décision collective en vu d’élaborer un
projet de société[…]”74, la dimensione politica finisce per subire un
restringimento75 vissuto con inquietudine, quando ciò produca dubbi
in materia di tutela dei diritti civili, politici e sociali.
72
G. Hermet, Un Régime a pluralisme limité ? À propos de la gouvernance démocratique,
in «Revue française de science politique», vol. 54, n. 1, février 2004, p. 163.
73
B. Campbell, Gouvernance : un concept apolitique ? , in www.ieim.uqam.ca, 2000, p. 1.
74
Ivi, p. 33.
75
In letteratura è possibile rinvenire frequentemente il riferimento al fatto che il concetto di
governance sia transitato dall’ambito economico a quello politico, mantenendo le proprie
caratteristiche costituzionali, ed anzi in virtù proprio di queste, come A. Kazancigil sostiene
quando afferma che la sua genealogia “ […]relie sa renaissance contemporaine à la gouvernance d’entreprise (corporate governance) sous l’influence des traveaux sur la théorie des
coûts de transactions de Ronald Coase[…]” così da essere “[…]génétiquement programmée
en tant que mode de gestion reflétant la logique de l’économie capitaliste”. L’autore dunque
prosegue affermando che, partecipando non della logica politica, ma di quella economica,
esso possieda una nature apolitica. ( A. Kazancigil, La Gouvernance et la Souveraineté de
l’État, contribution au sèminaire des 12/13 juin 2003 sur la gouvernance, MexicoUNESCO/CERI/Colegio de México, su www.ceri-sciences-po.org, pp. 4-5).
82
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
9. DEMOCRAZIA E RUOLO DELLO STATO-NAZIONE
Secondo Hermet, in fatto di pluralismo, la governance appare ammantarsi fraudolentemente di una nobile quanto superficiale attribuzione
di democraticità in virtù del coinvolgimento entro i suoi processi di
un’ampia pluralità di soggetti, appartenenti ad un eterogeneo complesso di settori. Questo fraintendimento di un termine in cui si richiama il
potere del demos agito attraverso un atto sovrano in cui il popolo delega, nelle democrazie liberali, ad un’assemblea rappresentativa la
propria sovranità, attraverso elezioni basate su pluripartitismo e voto
uguale, ma sempre nel diritto di richiamarla qualora il mandato non
venga correttamente atteso, porta, in un approccio critico ai sistemi di
governance, ad osservare come sempre più il nome di democrazia diventi strumento di conservazione del potere76.
Così se l’introduzione del suffragio universale maschile non ha necessariamente scardinato precedenti posizioni di dominio, potendosi
manipolare ed indirizzare il favore dell’elettorato, se lo StatoProvvidenza di genesi bismarckiana ha rafforzato la legittimazione
dell’azione pubblica grazie al welfare-system, l’attuale contrazione
dello Stato-sociale supplisce alla crisi di legittimazione attraverso
l’attribuzione di un’intrinseca democraticità ad una modalità di esercizio del potere, che contrariamente a quanto propagandato, tende a restringere la sovranità popolare, rendendola sempre più un’ ascrizione
simbolica attraverso “[…] un procédé en vertu duquel des acteurs dominants ou en passe de le devenir ont constamment esquivé de diverses manières le risque d’une participation durable à l’exercice de
l’autorité de ceux des acteurs concurrents qu’ils n’étaient pas disposés
à coopter, par exemple, ceux qui envisageaient une expression moins
strictement symbolique de la souveraineté populaire”77.
La governance democratica, nella possibilità di venire associata
alla democrazia rappresentativa, non sarebbe altro che strumento per il
mantenimento delle proprie rendite da parte di interessi forti e meglio
organizzati. Conseguentemente in un contesto entro il quale la gestione del potere pubblico perde sacralità e forza simbolica, sottomettendosi alla rapida risoluzione del contingente e sottraendosi al ruolo di
progettare il futuro, essa “[…] a pour fonction de conserver ce qui existe, non d’assurer l’avènement des nouveautés capables de combler les
76
77
Cfr. G. Hermet, op. cit, pp.159-178.
Ivi, p. 160.
Dalia Galeotti
83
aspirations ou les rêves des masses”78, mentre la supposta prerogativa
di attivazione della società civile, si mostra piuttosto come “un mècanisme d’accaparement des sites de l’autoritè par des minorités cooptées”79. In questa analisi quindi la governance, nel tentativo di rinforzare un pluralismo che migliori qualitativamente le procedure di
un’azione politica post-étatique, tuttavia lo alleggerisce sbarazzandosi
degli elementi considerati nocivi all’efficacia.
Infine Hermet, nell’accostare la governance ai regimi di democrazia organica di Franco e Pinochet in quanto sistema a pluralismo limitato, ne riconosce le analogie anche entro i canali di legittimazione,
che non passano dall’input democratico del mandato elettorale, ma
dall’output dei risultati economici, cosicché “[…] pour les dirigeants
autoritaires des années 1960-1980, le rejet réputé plus ou moins provisoire de la démocratie se justifiait au nom de la bonne cause du développement, tandis que les procédures actuelle de négociation sans témoins entre partenaires cooptés se font maintenant sous le couvert de
la «bonne gouvernance»”80.
Allora, in un dibattito che vede i sistemi di governance scivolare
pericolosamente verso derive oligarchiche a beneficio degli attori economici, anche e soprattutto nella prospettiva di una governance globale ancora lontana, l’attenzione non può che ricondursi alla figura dello
Stato-nazione e alla sua centralità nel rafforzamento dei processi democratici, la sofferenza dei quali è da collegarsi sovente a quelle attività che ne minano la sovranità e quindi la legittimità dell’operato
pubblico. Procedono in questa direzione le parole di Stiglitz, il quale,
affrontando il tema del contributo che l’Occidente può dare ai paesi in
via di sviluppo nel sostenerne la governance democratica, asserisce
quanto sia contraddittorio comprometterne la democrazia, quando “in
ogni paese, si spiega ai cittadini l’importanza della democrazia, ma
non appena hanno afferrato il concetto, viene detto loro che la cosa a
cui tengono di più, vale a dire i risultati globali dell’economia che determinano la crescita dell’occupazione e dell’inflazione, è troppo importante per poterla lasciare nelle mani di processi politici democratici”81.
Ma gli attentati alla sovranità statuale non provengono solo dagli
organismi di Bretton-Woods e dalle loro politiche economiche neo-
78
Ivi, p. 170.
Ivi, pp. 172-173.
80
Ivi, p. 176.
81
J. E. Stiglitz, La globalizzazione che funziona, Einaudi, Torino, 2006, p. 59.
79
84
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
liberiste, emanazione dei governi statunitense e britannico a partire
dagli anni ’80, poiché, anche in conseguenza di tali politiche, che hanno determinato la difficoltà degli stati nazionali ad assicurare servizi
essenziali come sanità e istruzione, si è verificata un’attivazione pervasiva di organizzazioni non governative, che, decidendo di intrattenere rapporti privilegiati con la società civile in nome di un suo empowerment che contrastasse corruzione e riduzione dello Stato-sociale,
di fatto hanno rinforzato l’idea che Stato e società siano entità in antitesi e che alla forza della seconda corrisponda necessariamente la debolezza del primo82. Contrapporre governance e stato democratico non
solo svilisce i processi di democratizzazione in quei paesi in cui l’ autoritarismo si è alternato a democrazie populiste, ma anche il concetto
di democrazia tout court83. Il pericolo è quello di un disincantamento
nei confronti di un sistema di partecipazione politica che non può dirsi
aver trovato ancora adeguato sostituto in processi in cui i bersagli delle politiche non siano anche agenti di governance, cosìcché “[…] il a
peu de chance de démocratiser cette gouvernance en la rapprochant de
population ainsi faussement représentés par des porte-parole autoproclamés[…]”84. Infatti, quantunque guidato da buone intenzioni, un intervento che prescinde dallo Stato e da quell’unità e coerenza d’azione
che lo qualificano, appoggiandosi a reti che rappresentino interessi
particolari, accresce il frazionamento della società civile, tanto da aggravare spesso i problemi che vorrebbe sanare. Ma non solo, una nozione di governance che enfatizzi relazioni di cooperazione e fiducia
presenta sotto una prospettiva ingannevole la nozione di democrazia,
poiché privata di un aspetto che le è implicito, cioè “le caractère inévitable et même salubre des situations de conflit”85, che diviene “tissu
82
Su questa linea procede il filo delle riflessioni di C. Hewitt de Alcantára quando, a proposito delle teorie dello sviluppo più vicine all’ortodossia liberale, sottolinea che la società
civile sia stata utilizzata come un concetto che tende ad indebolire, piuttosto che irrobustire, i
processi di democratizzazione, in quei casi in cui “[…] on oppose indûment, dans une dichotomie fausse, le « peuple » à l’ « Etat »”, come se una società civile forte necessitasse di uno
Stato debole, rischiando di offuscare un concetto di responsabilità civica fondato sul dominio
pubblico e il bene comune. Se in condizioni di particolare urgenza ed emergenza umanitaria,
la società civile si attiva in via sussidiaria allo Stato, prosegue l’autrice, questo risponde a necessità e non a virtù, mentre d’altra parte, laddove conflitti particolarmente cruenti abbiano
destrutturato la società civile, questa ha potuto essere ricostruita a partire dalla ricostruzione
dello Stato ( C. Hewitt de Alcantára, op. cit., p. 114).
83
Cfr. G. Hermet, Gouvernance sans doute, mais pas contre l’État démocratique, Unesco
seminar «democracy and world governance in the 21st century », Porto Alegre (Brazil), January 2001, su www.unesco.org, pp. 1-12.
84
G. Hermet, op. cit., p. 6.
85
Ivi, p. 9.
Dalia Galeotti
85
conjonctif de la démocratie”86, poiché il cambiamento inevitabilmente
finisce per confrontarsi con posizioni contrapposte. Allora, siano nazionali o globale i livelli di governance, è con lo Stato e non contro o
senza lo Stato che possono compiersi i processi democratici, in quanto
sembra questo, ad oggi, essere l’unico attore in grado di conciliare posizioni contrapposte: ricorrendo alla nozione di sovranità delegata,
l’esercizio della democrazia legittima l’azione statale in quanto perseguimento del bene pubblico e consente l’integrazione, entro il tessuto
sociale, di tutte le forze in campo.
Ma allora, riprendendo la relazione antitetica tra dispositivi di natura economica e rapporti agenti entro la dimensione politica, la domanda è se e in quale misura risulti coerente con la liberal-democrazia
gestire una realtà socioeconomica complessa, che richiede processi
duttili e continuamente rimodellabili, attraverso uno strumento nondemocratico, attivato anche da attori non sovrani e che trova legittimazione negli outputs, vale a dire in risultati valutati efficaci ed efficienti non da una verifica aperta al pubblico, ma collocata nella disponibilità di contesti chiusi, non rappresentativi, settoriali e tecnocratici.
Democrazia e tecnocrazia non sono concetti mutualmente scambiabili, tanto che i programmi di aggiustamento strutturale e di liberalizzazione dei mercati in funzione della riduzione della spesa pubblica
e del contestuale ampliamento del settore privato nella fornitura di beni e servizi per ottimizzarne il rapporto costi/benefici, hanno prodotto
peggioramento nelle condizioni di vita di tutti coloro che, perso il lavoro o depauperate le proprie rendite, non hanno potuto acquistare
quei beni pubblici che nel frattempo erano stati immessi sul mercato
privato, con un aggravio dei costi sociali che non riguarda solo il sud
del mondo, ma anche le fasce sociali deboli dei paesi industrializzati,
poiché “quando la rapidità della liberalizzazione del commercio fa
aumentare la disoccupazione, difficilmente si possono concretizzare i
vantaggi promessi dalla liberalizzazione stessa […]. Chi non perde il
lavoro, spesso è costretto ad accettare una riduzione del salario. I datori di lavoro convincono gli operai non qualificati spiegando loro che la
riduzione delle indennità e l’indebolimento delle tutele sono necessari
per contrastare la concorrenza; il rischio, altrimenti è quello di dover
de localizzare la produzione”.87
Ciò nonostante “[…] des vessies de la gouvernance technocratique
86
87
Ivi, p. 10.
J. E. Stiglitz, op. cit., p. 72.
86
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
sont-elles prises pour des lanternes de la démocratie avancée”88, trascurando che le pubbliche amministrazioni debbono rappresentare e
perseguire gli interessi della collettività nel suo insieme e che in un
contesto democratico non è ammissibile che alcuni attori siano più
uguali di altri.
Da quanto esposto sembra derivare che l’integrazione tra una governance tecnocratica, irrinunciabile per un ambiente altamente instabile e diversificato, possa collocarsi entro la dimensione politica solo
conciliandosi con una democrazia rappresentativa poggiata sulla sovranità di un governo pubblico. Ma sovradimensionandosi al livello
globale tale conciliazione risulta nei fatti più problematica, esistendo
dei rapporti di forza tali da costituire gerarchizzazioni de facto che vedono da un lato attori che godono di una piena sovranità solo dal punto di vista formale e dall’altro potenze economiche e militari esercitare
un potere egemone che si traduce in tentativi di governance globale
fortemente deficitari in fatto di democrazia, legittimazione, responsabilità politica e trasparenza.
10. DEFICIT DI ACCOUNTABILITY
Il punto nodale in tal senso risiede ancora una volta nella summenzionata esigenza di rendere complementari, per sopperire ad esigenze di governabilità, sfera economica e sfera politica, attraverso un difficile compendio tra il dispositivo della governance e percorsi di democrazia.
Infatti, se entro uno Stato democratico sono vigenti norme che, ripartendo ruoli e funzioni, attribuiscono contestualmente responsabilità
politiche e operative, garantendo altresì il controllo reciproco dei pubblici poteri e la formale trasparenza dell’iter procedurale, trasparenza
che legittima l’atto sovrano a sostegno della supposta impersonalità di
un’azione agita a beneficio della collettività89, la fissità e la saldezza
monolitica del sistema statale entrano in una sorta di cortocircuito
funzionale, quando la complessità richiede mobilità e capacità di adattamento, cui appaia dare risposte adeguate soltanto una modalità di
governo basata sulla contingenza e sulla continua riformulazione strategica, ad opera di apparati autoreferenziali e ad elevato livello di
chiusura, che rischiano tuttavia un pericoloso slittamento nella dimen88
A. Kazancigil, op. cit., p. 5.
De Senarclens denota questo quando sostiene che, nonostante i governi siano inseriti in
reti di cooperazione esterne ad essi, il fatto non intacca “[…] la perception que leurs citoyens
ont de leur souveraineté, ou de leur légitimité”( P. de Senarclens, op. cit., p. 106).
89
Dalia Galeotti
87
sione a-democratica dell’arbitrio90.
A supporto di questa prospettiva si possono citare, fra gli altri, gli
studi di Zürn 91. Questi sostiene che le crisi economiche, generatesi a
partire dal 1870, hanno prodotto politiche protezionistiche rivelatesi
tragicamente fallimentari in quanto sfociate nei conflitti bellici del
primo ‘900. L’alternativa è stata così rinvenuta in quello che l’autore
definisce liberalismo contenuto: un’apertura dei mercati che trova
compensazione ai fallimenti del liberalismo nel welfare-system e che
si concretizza in accordi multilaterali, entro organizzazioni intergovernative, sempre più numerosi, tanto da necessitare, a causa di un approccio settorializzato sempre più intenso all’agenda internazionale, la
nascita di elementi sovranazionali, come “1. corpi quasi-giudiziari di
risoluzione dei conflitti; 2. corpi indipendenti di monitoraggio; 3. agenzie internazionali di raccolta e diffusione di conoscenze”92. Questi
hanno centrato quali bersagli dei rispettivi mandati istituzionali, non
solo i governi, di cui sono emanazione, ma inevitabilmente anche la
società civile, che in nome dell’efficace perseguimento degli obiettivi,
ha vissuto come un’ingerenza non legittimata entro il proprio tessuto
connettivo le scelte assunte dai governi in contesti chiusi al controllo
parlamentare. Ne sono esemplificazioni casi come quello della green
room del WTO, che hanno portato “[…] a riflettere sugli elementi di
legittimità e di efficacia di un ordine politico al di là dei confini statuali”93e ai conseguenti “problemi di accettazione e di opposizione alla
governance globale”94.
A conclusione delle proprie analisi Zürn dunque sostiene che la
de-nazionalizzazione della politica, una volta divenuta riflessiva
nell’assunzione da parte della società civile della piena consapevolezza di tale processo, si ripoliticizza quando un’accentuata resistenza
verso questo stesso processo di de-nazionalizzazione denunci la richiesta di nuova legittimazione delle istituzioni internazionali. Di fatto
rintraccia crisi di consenso e di efficacia verso il sistema del multilate90
In tal senso l’opacità degli accordi presi tra partners coinvolti in prospettive di good governance è sottolineata dalle parole di C. Hewitt de Alcántara, che in materia di decisioni di
politica economica verso i paesi beneficiari, scrive che queste “continuaient souvent d’être
prises en secret, hors de tout débat public, par des responsables du ministère de l’Economie,
en consultation avec la communauté financière International”, grazie a procedure sostanzialmente autoritarie ( C. Hewitt de Alcántara, op. cit., p. 112).
91
Cfr. M. Zürn, Governance globale e problemi di legittimità, in A. Palumbo-S. Vaccaro
(a cura di), op. cit., pp. 245-265.
92
Ivi, p. 255
93
Ivi, p. 256.
94
Ivi, p. 245.
88
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
ralismo in eventi come le proteste di Seattle 1999 o Genova 2001, o
nei referendum con esito negativo sulla politica statale pro-europea di
Norvegia, Danimarca e Irlanda, che richiamano le istanze populiste e
localiste di schieramenti di destra, come quelli di Le Pen o di Haider;
crisi che potrebbero risolversi solo tramite una copertura mediatica
tale da consentire il superamento dei dubbi in ordine a trasparenza e
responsabilità politica. Pur tuttavia il consenso sociale troverebbe realizzazione “[…] solo in presenza di condizioni socio-culturali giuste,
cioè in presenza di un senso di comunità politica e di una base comune
di comunicazione, che sono ancora assenti ad ogni livello al di fuori
dei confini statali”95.
Allora, come si rinviene anche nelle riflessioni di Kazancigil96, “il
dispositivo della governance […] disgiunge il meccanismo di autorizzazione che innesca la catena, non solo di trasmissione legale, ma anche di significazione legittima, del potere nei confronti del demos sovrano”97, poiché la delega agita da attori non rappresentativi “fa implodere la trasparenza dei canali di legittimazione”98 e consente
l’arbitrio a chi meglio posizionato entro i circuiti di governance. Invero, se per analogia domestica con i dispositivi di governo, si volesse
individuare in quelli presenza di accountability e dunque legittimità,
dovrebbero richiamarsi cinque fonti di responsabilità afferenti a trasparenza e controllo pubblico, vale a dire “[…]la procedura elettorale,
la linea gerarchica, il procedimento giudiziario o quasi-giudiziario, il
credito fiduciario, il controllo di mercato”99. Ma in ambito di governance globale tale analogia non risulta applicabile poiché, considerando anche le sole prime due fonti citate, è evidente che, a questo livello,
per quel che concerne il primo caso, si incorre in un deficit da territorializzazione limitata, mentre la linea gerarchica presenta discontinuità
nella sequenza piramidale per gli stessi motivi.
Perché dunque sia raggiungibile un consenso che permetta
l’effettività degli assetti di governance la letteratura in materia prospetta ipotesi quali una loro costituzionalizzazione che obblighi al rispetto di un patto globale, o perchè si riconoscerebbe una comunità
95
Ivi, p. 265.
L’autore auspica infatti, perché la governance possa includere la nozione di legittimità,
una maggiore trasparenza e la comparsa al suo interno di un concetto, che le è ancora costituzionalmente estraneo, ma che è sostanziale nell’evitare l’arbitrarietà, l’accountability. ( Cfr. A.
Kazancigil, op. cit., pp. 1-11).
97
S. Vaccaro, op. cit., p. 137.
98
Ibidem.
99
Ivi, p. 138.
96
Dalia Galeotti
89
politica globale minima e sussidiaria allo Stato-nazione in quegli ambiti da questi inarrivabili, o perché tale patto sarebbe integrato in una
democrazia cosmopolitica, resa possibile dal “[…]presupposto, peraltro opinabile de facto e de iure, di legami societari esistenti dai quali
ricavare la trama della ragion pubblica che offra sia consenso, sia fonte di autorità legittima agli organi di governance[…]”100. Oppure si
dovrebbe prevedere una proceduralizzazione del pluralismo de facto
grazie ad una regolamentazione formale delle “[…] condotte degli attori secondo un equilibrio di pesi e contrappesi che lasci impregiudicata la scelta virtuale delle politiche di governance”101. Infine una democrazia pluralistica deliberativa trans-nazionale potrebbe servirsi dei
dispositivi di governance nell’assenza di un governo mondiale. Ma in
tal caso il probabile sotteso conflitto tra le forze sociali per accedere al
tavolo delle trattative, finirebbe per sfociare nel compromesso più favorevole ai soli presenti. Infine potrebbero porsi in essere strategie di
input legitimacy, con l’individuazione di attori legittimati, e di output
legitimacy, collegate ai risultati dell’azione. Ma, nel primo caso, assumere la rappresentatività di attori non statali, individuabili anche in
una cattiva società civile, “significa inquadrare la questione della legittimità sotto una visuale post-politica”102, mentre nel secondo, una
legittimazione legata alle performances, potrebbe offuscare le effettive
dinamiche tra le forze coinvolte ricorrendo alle best practices e ai better arguments e riproponendo su scala globale la spoliticizzazione delle società nazionali.
Appare evidente che, ogniqualvolta venga proposta una soluzione
politica ai rischi associati in particolar modo alla governance globale,
non sia possibile sottrarsi agevolmente alle questioni connesse ad una
delega di potere effettivamente democratica. Cosicché, anche in prospettiva planetaria, ritorna quale figura irrinunciabile quella dello Stato-nazione, che pur privato di alcune sue prerogative, grazie a capacità
autoconservative derivanti da abilità nel modificarsi adattandosi ad un
ambiente mutevole, risulta possedere l’attitudine ad assumerne di
nuove, mutando gli strumenti della propria sovranità. La complessità
degli argomenti fin qui analizzati infatti chiede di rilevare quanto una
stratificazione istituzionale, che vada dal locale al globale, non possa
prescindergli e consente di convergere sull’affermazione per cui “[…]
there is a pressing need to create and organize institutions capable of
100
Ivi, pp. 139-140.
Ivi, p. 140.
102
Ivi, p. 141.
101
90
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
coping with newly-born and urgent problems of increasing complexity, but only on the condition that any supra-national institution could
not leave aside the national organisms that gave birth to it”103.
Ebbene, nelle analisi di Peters104, già precedentemente menzionate,
si chiarisce quali siano quegli schemi operativi che, pur mantenendosi
fermo il deficit di rappresentanza, consentono proprio alle burocrazie
pubbliche, a scapito del privato sociale, di proporsi come saldi timonieri nell’azione di guida delle politiche attraverso inquietanti meccanismi di regia occulta, nell’affrontare crisi di governabilità con intenzionali manovre legate a incentivi fiscali ed a processi di decentramento.
Associando alla governance politica i contesti complessi e poco
definiti delle anarchie organizzate, constata rinvenirsi nella prima la
presenza degli aspetti caratterizzanti le seconde, vale a dire preferenze
problematiche, tecnologia incerta e partecipazione fluida. Ma il disordine di sistemi, solo apparentemente irrazionali, cela il fatto che
“[…]sotto tale modello decisionale non strutturato e caotico esiste una
capacità decisionale alquanto determinata”105, tanto da “[…]oscurare
in modo effettivo il modo in cui il potere viene esercitato e l’abilità
che hanno un numero limitato di attori di spingere in una determinata
direzione”106. Peters sostiene dunque che nei fatti sono le burocrazie,
abituate a pensare in termini di policies e capaci di formulare priorità
in modo appropriato, ad influenzare l’orientamento dell’agenda politica, in virtù di un potere che, svincolato da procedure rigide, in contesti destrutturati e non gerarchici, declina le procedure di negoziazione
tipiche della governance, in meccanismi che, lungi dall’essere neutrali, finiscono per favorire chi abbia più potere e chi detenga il controllo
delle informazioni, e conclude che “se i processi di governo sono in
grado di imporre alla società civile un insieme coerente di priorità,
questo si deve al fatto che la governance non ha affatto ridotto il ruolo
del potere e dell’autorità ma li ha semplicemente ridefiniti”107.
103
A. Borghini, Governance and Nation-State, in A. Gobbicchi, (a cura di), Globalization,
Armed Conflicts and Security, Rubbettino Editore, S. Mannelli, 2004, p. 54.
104
Cfr. G. Peters, op. cit., pp.35-54.
105
Ivi, p. 51.
106
Ibidem
107
Ivi, p. 54.
Dalia Galeotti
91
11. NUOVE PROSPETTIVE CRITICHE
Recenti percorsi di indagine sulla governance, che si allontanano da
prospettive puramente descrittive o normative, ma le cui analisi si attestano fondamentalmente su posizioni critiche in termini di potere e
di autorità, propongono elaborazioni teoriche, per le quali, introdotto il
concetto foucaultiano di governamentalità, la governance risulta interpretata come una forma storicamente data di governamentalizzazione dello Stato, all'interno dell'ideologia liberale, quale strumento di
gestione del potere strategicamente orientata108.
Se con il concetto di governamentalità Foucault indica l'evoluzione di quelle dinamiche entro i poteri della dimensione politica moderna, che, evolvendo nelle diverse fasi storiche, assumono una trama
"[…]mutevole perché storicamente determinata, non omogenea, discontinua che incrocia elementi multipli, poiché ciò che qualifica una
determinata governamentalità è la dominante, il sistema di correlazione tra i diversi meccanismi"109, allora la governance può venir letta
come ultima tappa di un discorso sull'arte del governo, iniziato dalla
ragion di Stato, con cui quest’ultimo “[…] si dota di principi razionali
e di un bagaglio di saperi orientati a garantirne la conservazione, sia in
rapporto ai mutevoli equilibri internazionali, sia favorendo lo scambio
tra governanti e governati”110; una conservazione possibile perché i
saperi governamentali, sviluppando gli elementi costitutivi della vita
degli individui, sviluppano la potenza dello Stato stesso.
Inoltre l’analogia, che consente di associare la governance ad una
particolare forma di arte governamentale, ne evidenzia l’emergere in
un quadro neo-liberale, entro processi di rispazializzazione politica
economica e sociale e nell'ambito di un'accentuata proliferazione di
centri di potere, basati sempre più sull'affermazione di competenze
settoriali, anche in virtù del fatto che Foucault pone la comparsa della
governamentalità in funzione dell'esigenza di guidare e coordinare un
potere sempre più diffuso entro la società civile, allorquando la stabilizzazione dei confini territoriali e la disgiunzione dell'azione politica
da quella economica, nel quadro di forti rivendicazioni delle soggettività individuali, richiedeva la rimodulazione del nesso sovrano, costi108
Cfr. S. Vaccaro, Governance e governamentalità, maggio 2007, pp. 1-9, su
www.universitaetica.net.
109
A. Arienzo, Governo, governamentalità, governance: riflessioni sul neo-liberalismo
contemporaneo, in A. Vinale (a cura di), Biopolitica e Democrazia, Milano, Mimesis, 2007,
p. 257.
110
Ivi, p. 258.
92
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
tuito da popolo e risorse entro uno spazio delimitato, tramite l’utilizzo
di saperi informati, nell’alba della modernità, alla logica economica
del mercantilismo.
Allora la governance potrebbe interpretarsi come quell’abilità che
il potere statuale avrebbe acquisito per consolidare una posizione
preminente nella gestione della complessità, ma “[…]se la rete governamentale dei poteri assume un assetto pieno e auto-sufficiente, essa
non necessita più dello Stato come strumento di conferma, sostenimento e moltiplicazione del governo. Il governo, allora, potrebbe fare
a meno dello Stato e trasformarsi in governance” 111, avvalorando
quegli assunti teorici che pongono governance e government quali
concetti antitetici e disgiuntivi.
In ogni caso il dibattito sulla governance conosce una nuova rimodulazione quando reintroduce e contamina questioni legate a governabilità, potere, legittimità o tecnocrazia con categorie come quella di
biopolitica. Infatti ciò consente di ripensare i dubbi in fatto di governance democratica sotto una luce che permetta di rileggerne i processi
come forme contestualizzate di un’arte governamentale, o biopolitica
appunto, in quanto “[…]sforzo teorico per racchiudere una strategia
concettuale, in cui la vita singolare e la vita come specie,[…], si ricongiungono in un dispositivo intelligibile che trova nella popolazione
[...] il punto di convergenza che diviene oggetto di governo”112 e che
sottende “[…] numerosi e poliedrici dispositivi di sicurezza che intendono preservare la vita dal rischio della propria finitudine, ma con ciò
stesso incanalandola in un'operosità coatta a servizio delle forze sovrane”113.
Così, se l’espressione di governamentalità definisce un “insieme di
istituzioni, procedure, analisi e riflessioni, calcoli e tattiche che permettono di esercitare questa forma specifica e assai complessa di potere, che ha nella popolazione il bersaglio principale, nell'economia politica la forma privilegiata di sapere e nei dispositivi di sicurezza lo
strumento tecnico essenziale”114, e se rimanda, così come la governance, a “[…]processi ampi di guida (steering) delle condotte tanto
individuali, quanto collettive[…]”115, emergendo entrambe in simbiosi
con il liberalismo, con l’emancipazione sempre più aggressiva delle
111
Ivi, p. 262.
S. Vaccaro, op. cit., p. 1.
113
Ibidem
114
M. Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al Collège de France (1977-78),
Feltrinelli, Milano, 2005, p. 88, cit. in S. Vaccaro, op. cit., p. 3.
115
S. Vaccaro, op. cit., p. 3.
112
Dalia Galeotti
93
forze non sovrane del mercato dal potere statuale, allora è ammissibile
trattare la governance come una pratica storicamente data di governamentalità, operante, entro la logica economica neo-liberale, attraverso
i saperi governamentali di consulenti ed esperti, e capace di dissimulare rapporti di potere egemonizzanti nel presentarsi in una veste naturalizzata.
Nel momento in cui Foucault inserisce la biopolitica in una dimensione dispersa e destatualizzata “quando schematizza una strategia di
controllo sociale non solo verticale [...], ma soprattutto orizzontale e
persino bottom-up, ossia quando evoca soggetti capaci di attivarsi in
modo autonomo e pertanto capaci di autogovernarsi”116, ne rende possibile l’allineamento con una governance che, se da un lato stimola
l'individuo ad attivarsi in campo solidaristico, nel depotenziarsi del
welfare-state, dall’altro sottrae il benessere ad organizzazioni pubbliche legittimate delegandolo a strutture non-responsabili. Di conseguenza il contraltare di un liberalismo che moltiplica le libertà, affermando una individuazione forte dell’uomo come soggetto-impresa,
diviene il moltiplicarsi del rischio connesso ai pericoli cui tali libertà
sono soggette, con la conseguenza che la politica non solo non si ritira, ma entra in ogni spazio che le consenta di attivare quei dispositivi
di sicurezza atti a compensare il rischio, tanto che l'azione governamentale finisce per essere letta “come una funzione imprescindibile
della statualità contemporanea”117, una metamorfosi delle funzioni
governative, che fa riconciliare le scelte degli individui con gli obiettivi dei governi, e che paradossalmente mostra l'aleatorietà di libertà e
soggettività sottoposte ai vincoli dell'ordine politico-sociale. Il conflitto politico recede lasciando spazio ad una permanente rinegoziazione
entro l’ambito amministrativo, con un collegato deficit di responsabilità che attualizza “l'avvertimento inquietante di Adorno, che ribaltava
la speranza marxiana di una umanità semplicemente amministrata perché priva di centri di potere[…]”118.
All’interno di questo quadro interpretativo, la governance si profila quale strumento che consenta, ad uno stato snellito, di riposizionarsi
in rapporti di forza che permettano, da un lato, alle élites politiche di
orientare l'agenda dei problemi da affrontare, e dall’altro, sul piano
globale, di attualizzare un’anarchia in termini duali noi-loro tramite la
trascrizione di un continuo stato di emergenza e conseguenti interventi
116
Ivi, p. 5.
Ivi, p. 6
118
Ibidem.
117
94
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
coattivi, che, sostanzializzati in pratiche militari di stati sovrani o in
azioni di security governance da parte anche di organizzazioni non
statuali, trovano giustificazione nell’affermazione della democrazia.
D’altro canto l’attivazione di attori in virtù di supposte dotazioni
tecniche e cognitive, che in una logica neo-liberale risponda sia
all’esigenza di uno Stato minimo che alla contestuale liberazione delle
potenzialità individuali, nella promozione della concorrenza e del capitale umano, necessita di un ambiente sicuro per la realizzazione di
quelle stesse libertà, che questa va creando e sostenendo, e rafforza
così il nesso tra sviluppo, sicurezza e democrazia.
Pertanto, in un modello di sicurezza internazionale, che prevede la
progressiva democratizzazione del pianeta, configurata sulla traccia
dello Stato democratico liberale, le relazioni tra Stato-nazione e security governance, si veicolano attraverso meccanismi di sicurezza che,
preservando equilibri interstatali esistenti e promuovendo lo sviluppo
economico e sociale, mantengano lo Stato in una posizione di rilievo,
poiché essendo la propria sicurezza, sicurezza per le popolazioni, “
[…]funziona sia come promotore di libertà democratiche, sia come
dispositivo di limitazione dei conflitti”119. Tuttavia questi non è più
inteso come fine, nel sostenere l’accrescimento e la difesa del bene
collettivo, entro la logica governamentale della ragion di Stato, ma
come mezzo per la globale e definitiva affermazione di un’economia
di mercato, solo e unico strumento di disciplinamento delle popolazioni.
Se lo Stato allora, per mezzo dei propri apparati rappresentativi costituzionali, non riesce a preservarsi nel ruolo essenziale di guida e
mediazione di tutte le forze in campo, non potrà evitare che l’intera
popolazione mondiale sia sopraffatta dalla razionalità economica neoliberista; in altre parole, si vuole “comprendere se l’opposizione a
questa verità economica e alla corrispondente ragione di governo debba passare attraverso la difesa di un qualche welfare State redistributivo […] e per la conservazione di una dimensione giuridico-politica e
territoriale di esercizio del government. Oppure non si tratti di promuovere quella eccedenza di vita e quella aleatorietà che appartengono ad una dimensione singolare che è insita in ognuno. Valorizzandone, tuttavia, la componente relazionale e cooperativa per porre un freno ai processi di individualizzazione competitiva che compone la trama del tessuto oggi ‘dominante’ nei percorsi drammatici della civiliz-
119
A. Arienzo, op. cit., p. 273.
Dalia Galeotti
95
zazione occidentale”.120
CONCLUSIONI
La letteratura sulla governance, seppure ricca di spunti teorici e di analisi empiriche, non pare allo stato attuale consentire previsioni su
realizzazioni future; gli scenari si mantengono aperti su prospettive
molteplici e inclusive di sviluppi non ancora prefigurabili.
Tuttavia è possibile individuare un vettore sotteso alle dinamiche
proprie di una modalità di governo, che, nonostante una retorica ampiamente diffusa tenda a definire intrinsecamente democratica, conduce all’affermazione di una forma di regolazione e controllo sociali sottilmente ingannevoli. Infatti un mondo post-ideologico, che ha visto
crollare insieme alle macerie del muro di Berlino, anche le grandi ideologie politiche, nasconde, dietro guerre per la democrazia e
l’affermazione su scala planetaria dei diritti umani, il perseguimento
non del pluralismo delle idee, ma l’inquietante consolidamento del
pensiero unico.
Allora la governance come pratica di autoregolazione, non solo
entro organizzazioni di varia natura, ma a partire dal singolo, richiama
quella richiesta di auto-disciplinamento dell’uomo-impresa entro una
logica economica che smantella il welfare-state, che esalta ed esaspera
la competizione, che rinnega la diversità e bolla la fragilità sociale
come disvalore e non come possibilità oggettiva di rappresentazione
della realtà. La razionalità liberista, fonte di una normazione ritenuta
intrinsecamente dotata di leggi capaci di assicurare un appropriato
funzionamento ad una modalità di governo necessitata dalla complessità del reale, non solo nega l’evidenza delle esternalità di mercati che
non sono mai perfetti, ma ne assolve, passando dal piano economico a
quello politico, quei rischi che richiedono l’accettazione del fallimento
degli uomini, in analogia con le imprese, in quanto singoli o comunità,
se non conformi alla ratio del mercato.
D’altra parte l’integrazione tra governance e democrazia risulta
difficile quando, assumere la necessità di una governance della governance all’ombra della gerarchia121, fa emergere forti perplessità sul
piano globale. Infatti, seppure lo Stato-nazione, mostruoso apparato
burocratico, sembri coartare entro le sue spire libertà di singoli o col120
Ivi, p. 279.
Cfr. B. Jessop, Governance e meta-governance: riflessività, varietà e ironia, in A. Palumbo-S. Vaccaro (a cura di), op. cit., pp. 77-94.
121
96
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
lettività, è ancora a questa figura che si connette un potere legittimo,
frutto di un’autorità delegata attraverso i mezzi della partecipazione e
rappresentanza politica; mentre quelle stesse libertà, che la governance promette, risultano altrettanti espedienti per applicare dispositivi
securitari, che nel salvaguardarle, quantificano contestualmente la misura del controllo, occultando qualità sotterranee di indirizzo della società con opacità operative ed assenza di codificazione, che assegnano
posizioni egemoni a chi meglio situato.
Allora le analisi foucaultiane, in virtù di “[…] un potenziale critico
che finora manca al dibattito sulla governance, non sempre privo di
tendenze apologetiche”122, nell’assumere la governamentalità come
forma di potere tesa a reagire alle crisi di governabilità, permettono,
“[…] approssimandosi [Foucault] alla distinzione weberiana fra potere
(Macth) come coercizione e dominazione (Herrschaft) come volontario assenso da parte dei governati”123, di considerare la governance
una tecnica morbida del governare, che ricomprenda al proprio interno
la cooperazione e l’esercizio della libera volontà; mentalità di governo, che coniuga la capacità di disciplinare gli altri e quella di dominare se stessi124, e che costruisce la realtà e gli strumenti per governarla,
rendendo naturale un sistema umano prodotto e riprodotto incessantemente.
Affidarsi alla governance perchè strumento irrinunciabile per la
connessione di pratiche ed attori in un tessuto coerente d’azione, non
dovrebbe tuttavia renderne accettabile una visione acritica, tesa a
celare i limiti di una razionalità che attribuisce centralità al mercato e
non all’uomo. Così come non appare lecito, in nome dell’efficienza,
oscurare e tradire quel concetto di democrazia, che “[…] richiede di
essere collocata non in accordi informali fra attori di vario genere, ma
in ambiti pubblici di discussione che garantiscano trasparenza,
legittimità e un processo di deliberazione”125.
122
D. Nagl/U. Höppner, Governance e governamentalità nelle aree di statualità limitata,
in G. Fiaschi (a cura di), op. cit., p. 144.
123
P. Sarasin, Michel Foucault. Zur Einführung, Hamburg, 2005, p. 175, cit. in D. Nagl/U.
Höppner, op. cit., p. 145.
124
Cfr. D. Nagl/U. Höppner, op. cit.
125
B. Lösch, Governance globale e democrazia, in G. Fiaschi (a cura di), op. cit., p. 295.
Dalia Galeotti
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CONFRONTI
LA CONDIZIONE FEMMINILE IN ALBANIA.
STORIA, ISTITUZIONI E SOCIETÀ
Aleksandra Binaj
Indice
Introduzione
1. Breve cronologia storico-istituzionale dell’Albania
2. La donna albanese nella storia
3. La donna nella vita politica albanese
4. Conclusioni
Riferimenti bibliografici
101
104
115
135
143
145
Aleksandra Binaj
101
INTRODUZIONE
Questo studio si pone l’obiettivo di analizzare la condizione effettiva
della donna in Albania, con particolare riferimento al percorso che ha
condotto verso la democrazia in una prospettiva tra le più importanti,
quella dell’uguaglianza di genere.
L’articolo 18 della Costituzione Albanese, in merito ai diritti fondamentali, sancisce che non possa esserci “nessun tipo di discriminazione
in base al sesso”. Le leggi dello Stato sono chiamate ad attuare questo
principio e a stabilire i controlli opportuni affinché l’uguaglianza di genere sia una realtà in tutti gli aspetti della vita comune e individuale.
In contrapposizione con lo spirito dell’articolo 18, e di molte altre
disposizioni legislative in tal senso, il processo dell’uguaglianza di
genere si è mosso spesso in altre direzioni, non sempre coerenti con
questi obiettivi.
Nonostante il continuo e ripetuto flusso di notizie diffusesi negli ultimi anni sull’Albania, ancora per molti aspetti rimane un mondo sconosciuto e difficile da indagare. Diventa ancora più complesso ed imperscrutabile quando si affrontano problemi complessi quale è quello
della discriminazione di genere e dei processi di emancipazione femminile.
Le donne albanesi rappresentano più del 50% della popolazione, ciò
nonostante perdura la loro esclusione dalla vita economica, politica e
sociale.
Per poter comprendere meglio le problematiche dell’attuale condizione femminile in Albania è necessario dare uno sguardo il più ampio possibile alle radici storiche del paese. La genesi di molti fenomeni è da ricercare nella cultura, nei processi e nelle trasformazioni sociali, economiche e politiche susseguitisi, avvicendando progressi a
regressioni.
La disuguaglianza di genere annovera radici molto profonde, legate
alla specifica forma di organizzazione della vita sociale, politica ed
economica dell’Albania, alla diffusione di una particolare cultura tradizionale familiare di tipo spiccatamente patriarcale.
Il presente lavoro si propone di analizzare il tema dell’uguaglianza,
dell’emancipazione, delle pari opportunità e della questione dei diritti
civili e politici delle donne albanesi. Fare un bilancio di quale sia la
condizione attuale, consentirà forse di comprendere anche molti problemi del reale compimento del sistema democratico albanese di età
contemporanea.
Si ripercorrerà la condizione della donna albanese attraverso i mol-
102
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
teplici mutamenti storici che ne hanno caratterizzato il percorso: da
una società patriarcale dominata dalle leggi consuetudinarie del Kanun, alla quali si aggiunsero regole imposte dalle popolazioni che occuparono il territorio albanese1, per poi passare al pluridecennale regime comunista, fino agli anni della transizione democratica e alla
contemporaneità, una nuova società dove la libertà e i diritti sono riconosciuti a tutti, ma non da tutti sono effettivamente goduti.
L’interesse del tema nasce dal fatto che la caduta del regime comunista ha messo la società albanese di fronte alla sfida della costruzione
di una forma di stato veramente democratica. Fin quando esisteranno
delle categorie discriminate, come nel caso delle donne, l’Albania non
potrà raggiungere una piena democrazia.
Il presente lavoro è diviso in tre paragrafi.
Nel primo paragrafo si traccia un breve quadro storico dell’Albania,
utile per comprenderne caratteri e peculiarità.
Partendo dalle prime popolazioni insediatesi sul territorio, gli Illiri,
spicca fin da subito la figura della donna albanese rappresentata dalla
regina Teuta, che per tanti anni guidò con tenacia e astuzia la resistenza del suo popolo contro i Romani e che si dimostrò capace di dominare su tutte le tribù balcaniche dell’epoca. L’idea di libertà e di difesa
della propria nazionalità che sempre ha accompagnato il popolo albanese nacque cosi anche grazie al contributo di una donna.
Il secondo paragrafo è dedicato alla posizione della donna albanese
nella società patriarcale e che, in Albania, trovò il suo fondamento nei
diritti consuetudinari del Kanun.
In questo testo la donna era umiliata, privata di ogni diritto (fin dalla nascita essere una femmina equivaleva ad una disgrazia per la famiglia), ma allo stesso tempo, al di fuori delle mura domestiche, veniva
considerata sacra e intoccabile.
Durante il periodo delle guerre mondiali l’unico atto emancipatorio
che fu riconosciuto alle donne fu quello di lottare per la libertà della
nazione.
Con la fine del secondo conflitto bellico, il governo comunista del
regime di Hoxha dette il via a grandi iniziative per favorire
l’emancipazione delle albanesi. Nonostante l’impegno per il coinvolgimento sociale, lavorativo e politico delle donne, il governo di Hoxha
non promosse mai una vera liberazione femminile. La dottoressa, la
direttrice di un cantiere, l’ingegnera, la cooperatrice agricola, dopo
aver impartito gli ordini agli uomini per le otto ore della sua giornata
1
Il velo e la famiglia poligamica furono introdotti dai Turchi.
Aleksandra Binaj
103
di lavoro, tornava a casa e si trasformava nella schiava del marito. Lo
stato socialista contribuì solo da un punto di vista sociale a migliorare
la condizione della popolazione femminile, ma non ebbe alcun effetto
sulle relazioni di genere di ambito privato.
Dopo il crollo del regime comunista, a partire dagli anni Novanta, gli
uomini ripristinarono rapidamente le antiche tradizioni patriarcali dimostratesi fortemente lesive dei diritti delle donne. Nei primi anni del nuovo sistema democratico furono tante le emergenze da affrontare che assunsero carattere di priorità rispetto a quello dell’emancipazione muliebre: il crollo economico, l’emigrazione massiccia e la disoccupazione.
Il soggetto più colpito dalla crisi fu proprio la donna. Migliaia di
donne rimaste senza lavoro, senza nessun tipo di protezione, senza tutela a fronte di uno Stato debole, privo dei meccanismi sufficienti per
intervenire in loro appoggio.
Per la donna albanese i primi anni della transizione democratica
hanno significato un vero e proprio ritorno al passato e alle tradizioni
patriarcali. Di nuovo si è imposto il modello della casalinga con il
compito di accudire la casa, i figli, di lavorare la terra di proprietà del
marito, succube della violenza familiare. Un destino ancora peggiore
attendeva tutte coloro che, nel tentativo di sfuggire a questa condizione, cercavano altre vie d’uscita, spesso allontanandosi dalle loro famiglie e finendo vittime della prostituzione.
Anche quelle poche donne fortunate che poterono mantenere o trovare una stabilità lavorativa, hanno dovuto fare i conti con la discriminazione sessuale nella rimunerazione e nella possibilità di far carriera.
La donna albanese è stato senz’altro il soggetto più vulnerabile degli
anni della transizione.
Successivamente, con i primi passi della ripresa economica e politica dell’Albania, anche la situazione della donna è potuta migliorare.
Grazie alla conquista di una nuova coscienza collettiva, le donne crearono le prime associazioni per difendere i loro diritti. Oggigiorno le
ONG femminili rappresentano l’elemento più importante e dinamico
della società albanese nella lotta contro la discriminazione di genere. Il
loro intervento ha reso possibile un processo di sensibilizzazione sia
dell’opinione pubblica, sia delle istituzioni, in materia di problematiche femminili.
Tutto ciò è stato rafforzato anche grazie alle raccomandazioni fatte
dall’ONU contro la discriminazione delle donne.
Nel 1995 è nato il primo gruppo parlamentare albanese per i diritti
delle donne e ha partecipato anche alla conferenza mondiale svoltasi a
Pechino in quell’anno. Furono i primi passi verso una coscienza fem-
104
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
minile nazionale.
Il governo albanese negli ultimi anni ha reagito positivamente a
questi impulsi, non solo con leggi e direttive, ma intraprendendo anche azioni più concrete.
Nel terzo paragrafo si analizza il rapporto esistente nella contemporaneità tra le donne e la politica.
L’esclusione della donna dall’esercizio dai diritti politici fino alla
seconda guerra mondiale deriva da una concezione tradizionale
d’impronta patriarcale che considera la donna destinata solo
all’ambito domestico e l’uomo alla gestione delle faccende pubbliche.
Questa eredità storica ha ridotto la donna albanese in una condizione
di svantaggio in termini di diritti di rappresentanza, ai quali vanno aggiunte le difficoltà di natura sociale ed economica. A quasi diciotto
anni dalla nascita della democrazia in Albania, le donne ancora continuano a trovare ostacoli nell’accedere alle cariche parlamentari e altri
organi esecutivi.
Tra gli obiettivi primari del governo albanese nel cammino verso
la piena democrazia, diviene pertanto essenziale perseguire una profonda emancipazione delle donne e l’adozione di politiche di pari –
opportunità in tutti i settori della vita economica e sociale. Solo così,
con il consolidamento di una vera parità tra i sessi anche nel campo
politico, si potrà dire compiuto il raggiungimento di un regime democratico per tutto il Paese.
1. BREVE CRONOLOGIA STORICA-ISTITUZIONALE DELL’ALBANIA
1.1 Dalle origini alla prima guerra mondiale.
La popolazione che impresse la propria impronta al territorio albanese
è quella degli Illiri, un insieme disunito di tribù di origine indoeuropea
che costituì un regno verso la metà del III secolo a.C. Gli Illiri (che
parlavano una lingua indoeuropea dalla quale è derivata la lingua albanese moderna) instaurarono un governo sul modello ellenistico. Avevano infatti mantenuto stretti contatti, conflittuali ma anche commerciali e culturali, con la civiltà greca, che era penetrata nelle regioni
illiriche fin dal tempo della fondazione delle colonie di Corinto e Corfù, nel VI secolo a.C.
Costituitisi in confederazione, gli Illiri raggiunsero il massimo della
loro potenza nel III secolo a.C., costituendosi in un vero e proprio regno. Con Filippo II sul trono e l’ascesa della Macedonia a prima potenza dei Balcani, gran parte dell’Albania venne occupata. La fine del-
Aleksandra Binaj
105
la potenza macedone segnò l’inizio di un nuovo periodo per il Regno
dei Illiri che si estese sotto la guida della regina Teuta2, su gran parte
della costa adriatica balcanica, mentre il territorio dell’Albania meridionale passò sotto il dominio di Pirro, re degli Epiroti. La povertà del
territorio e la poca terra coltivabile avevano costrinsero gli Illiri a dedicarsi prevalentemente all’esercizio della attività di pirateria3.
Quest’attività d’altra parte era diffusa in l’aria mediterranea. La Regina Teuta non si limitò a imporre il proprio controllo sulla pirateria, ma
si comportò come un vero e proprio sovrano, a tutti gli effetti. Si dotò
di una flotta e di un esercito, con il quale le popolazioni illiriche saccheggiarono le isole greche vicino a Corcira (Corfù) e conquistarono
le isole fenice (Saranda)4. Con la vittoria, la regina conquistò una
fama imperitura di donna forte e la paura dei vicini.
Tra il 229 e il 168 a.C., in tre successive campagne, Roma si impadronì dell’Illiria meridionale, Epiro compreso. La relazione conflittuale tra romani e forze illiriche si risolse definitivamente intorno al IX
secolo d.C., quando i romani riuscirono a sconfiggere gli ultimi rivoltosi nel nord dell’Albania.
In seguito, con la divisione dell’Impero romano e l’attribuzione
dell’Illiria meridionale all’Impero d’Oriente, cominciò a delinearsi
una caratteristica particolare delle terre illiriche prima e dell’Albania
poi5, quella di rappresentare un punto d’incontro-scontro tra le civiltà
greca e romana.
A partire dal 580 d.C., le popolazioni slave cominciarono a insediarsi all’interno dei confini bizantini e, dall’VIII secolo, gli slavi divennero l’etnia dominante nella regione balcanica: dopo aver sottratto
all’Impero il controllo delle province occidentali della penisola, occuparono i territori rimasti disabitati a seguito delle migrazioni delle
popolazioni illiriche.
Il territorio albanese soffrì le invasioni delle popolazioni provenienti dall’Asia e, in seguito, tra l’XI e il XIII secolo, gli attacchi reiterati di Venezia che mirava ad occupare questa regione strategicamente
molto importante per il commercio con l’Oriente. Per questi motivi, la
2
Re degli Illiri mori nel 230 a.C..Il trono passò al figlio Pinnes sotto la reggenza della Regina Teuta.
3
L’essere una donna in una società patriarcale rappresentò un limite per il potere della regina Teuta, la quale fu costretta, suo malgrado, ad accettare l’esercizio delle attività piratesche.
4
Piccolo isola dell’Albania ai confini con la Grecia.
5
Il termine Albania si è diffuso lentamente alle tribù illiriche (Albanoi-tribu del nord Albania, Arbanitai- tribu di Durazzo, ecc.), per poi arrivare ad indicare tutta la nazione.
106
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
regione venne presto trasformata dall’amministrazione bizantina in
zona di confine militarizzata.
Dopo il declino di Bisanzio, avvenuto nel XIII secolo, i nobili della
regione dell’Arbanon6, dettero vita ad uno Stato feudale costituendo
un principato su di un territorio abbastanza esteso nel nord del paese.
Proprio in quel periodo, dopo vari tentativi falliti, il regno di Sicilia
di Carlo I d’Angiò, per garantirsi retrovie sicure in vista di una campagna contro Costantinopoli, attaccò e conquistò l’Albania7. Carlo
s’incoronò re d’Albania e inizialmente rafforzò la struttura feudale già
esistente, mantenendo al potere i nobili locali più potenti. La necessità
di poter contare su di un maggior controllo del territorio, spinse Carlo
a sostituire la preesistente classe dirigente con feudatari francesi e italiani. Questi però ben presto si ribellarono, agevolando il disegno espansionista dello zar serbo Dusan (della dinastia dei Nemanja), il cui
intervento determinò la fine della sovranità angioina in Albania. Alla
morte di Dusan (1355), la conquista serba dell’Albania divenne definitiva e i feudali locali rientrarono in possesso dei propri territori.
L’assenza di un potere centrale favorì l’espansione del potere dei
nobili feudatari. Nella seconda metà del secolo i Topia (principi di
Durrazo) e i Balsha (principi di Zeta) si scontrarono per la conquista
dell’intera Albania: ma il tentativo di unificazione territoriale non ebbe successo, in quanto il contesto nel quale si svolse il conflitto tra i
due principati era troppo diviso e frammentato per permettere a uno
dei due d’imporsi definitamene sull’altro.
Proprio questa situazione rappresentò un’ottima occasione per
l’impero Ottomano, il quale aveva iniziato l’espansione nei territori
Balcani e, a partire dalla seconda metà del 1300 fino ai primi anni del
1400, conquistò tutto lo territorio albanese. L’occupazione non fu
facile: proprio in Albania i turchi trovarono la più forte opposizione
alla loro egemonia. Nel 1432, due delle più importanti famiglie albanesi, i Castriota e gli Arvaniti, costrette ad abbandonare i loro possedimenti posti presso la città di Janina, si ribellarono all’esercito Turco
ottenendo l’immediato l’appoggio delle famiglie del nord e del centro
del paese.
I rivoltosi, dopo un iniziale successo, furono presto costretti ad arrendersi alle truppe ottomane. Undici anni più tardi, fu la volta di,
Giorgio Castriota, detto Scanderbeg8, il quale organizzò i feudatari
6
Venne usato dai bizantini per indicare la regione di Kruja.
A. Bigini, Storia dell’Albania, Milano, Bompiani, 1998, p. 13.
8
Il suo vero nome era Gjergj Kastriot (1405-1468), figlio del principe dei Kastrioti di Kru7
Aleksandra Binaj
107
nella “Lega Albanese” e consenti loro di affermare la propria sovranità sui propri possedimenti.
Skanderbeg era un uomo fiero, duro un valido comandante che si
dimostrò capace di unificare le forze albanesi e di volgerle contro gli
Ottomani.
A partire dal 1444, e fino all’armistizio che fu siglato nel 1452,
l’esercito albanese ottenne una serie di importanti vittorie sull’esercito
turco. Tuttavia nonostante i successi militari, il tentativo di Skanderbeg di trasformare la Lega in un Stato centralizzato fallì. Nel 1468,
dopo una lunga serie di vittorie sull’esercito turco, Skanderbeg morì,
lasciando però dopo la sua morte un ricordo che è ancora oggi ben vivo, diventando il simbolo dell’Albania libera.
La politica dell’Impero ottomano ebbe tra i suoi obiettivi principali
quello di islamizzare la popolazione.
Prima dell’invasione turca il popolo albanese era a stragrande maggioranza di confessione cattolica. Con l’invasione turca, l’islamismo
professato dai conquistatori fu imposto con la violenza e dietro la minaccia della confisca dei beni. Questa persecuzione costrinse molti,
soprattutto tra i benestanti, ad emigrare, soprattutto verso il regno di
Napoli.
Il numero dei musulmani tra gli albanesi crebbe il rapidamente e
presero il nome di Arnauti. Intere tribù si convertirono più per obbedienza ai capi o per entrare nelle grazie dei dominatori che per sincera
convinzione.
Con il XVIII secolo, l’Impero ottomano iniziò un lento ma costante
declino come potenza militare a seguito delle sconfitte subite da parte
di Austria e Russia. Approfittarono della situazione i due grandi pascialati di Scutari, che estesero il proprio potere su tutta l’Albania settentrionale, mentre il pascialato di Janina si espanse nell’Albania del
sud.
Il congresso di Vienna confermò su tutta l’area balcanica
l’egemonia ottomana. In questa fase, nota come Rilindja o “Rinascimento albanese”, molti intellettuali e patrioti cominciarono a nutrire la
speranza di porre fine a una storia di dominazione, e concentrarono i
loro sforzi nella costruzione di una identità nazionale condivisa.
ja. Egli, all’età di nove anni, fu preso in ostaggio dall’esercito ottomano. I Turchi gli hanno
cambiato il nome in Skenderbeg e lo hanno addestrato per diventare uno stratego militare. In
virtù della sua bravura nelle prime spedizioni nei Balcani e in Asia i turchi gli concedere il
titolo “Bey”. Ma nonostante che cresciuto e di essere in servizio dei turchi egli non aveva mai
dimenticato la sua patria e nel momento opportuno torno in Albania e si affiancò nell’esercito
nazionale.Il 28 novembre 1443 si proclama principe della Kruja.
108
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
Con il Congresso di Berlino (1878) si assiste allo smembramento di
gran parte del territorio albanese: diviso tra Montenegro, Serbia, Bulgaria e Grecia. Gli albanesi opposero però un risoluto rifiuto a questo
piano di spartizione e annunciarono un programma per
l’indipendenza. L’Albania rimase così sotto la sovranità ottomana, ma
costantemente esposta alle mire espansionistiche di altre potenze, in
particolare Italia e Austria.
L’Italia e l’Austria dettero l’avvio ad iniziative politiche tese alla
conquista pacifica del territorio albanese tramite una penetrazione economica e culturale con la creazione di scuole e di istituzioni in grado di diffondere la lingua italiana. Inoltre, l’Italia, sostenne i movimenti albanesi volti alla realizzazione dell’unità nazionale e alla costituzione di uno Stato-nazione.
Nel 1912 Serbi, Montenegrini, Bulgari e Greci, uniti nella prima
Lega balcanica, dichiararono guerra all’Impero ottomano9. L’Albania
era consapevole del fatto che l’espulsione dell’Impero ottomano
dall’Europa avrebbe acceso gli appetiti dei paesi della Lega. Proprio
per evitare il rischio di occupazioni straniere in territorio albanese, il
Congresso Nazionale Albanese, riunitosi a Valona il 28 novembre
1912 sotto la presidenza di Ismail Qemali10, proclamò l’indipendenza
dell’Albania.
Infine, la Conferenza di Londra, convocata per risolvere i confini
balcanici nel 1913, così concluse: il territorio dell’Albania, riconosciuto come un Stato indipendente, sovrano ed autonomo, andava sotto
l’amministrazione politica e economica di una Commisione internazionale composta dai delegati delle sei potenze (Italia, Francia, Germania, Austria, Gran Bretagna e Russia) e da un rappresentante albanese.
Le grande potenze, nel febbraio del 1914, designarono in qualità di
sovrano dello Stato albanese il principe Guglielmo di Wied. Il 1° aprile 1914, a Valona, la Commisione internazionale approvò lo Statuto
dell’Albania, senza modificare in alcun modo gli equilibri esistenti: la
nazione sarebbe rimasta in mano di una classe feudale capace di far
rispettare i propri interessi e alla quale si contrapponeva una massa di
contadini ridotti in povertà dallo stato quasi permanente di guerra.
9
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Nato a Valona il 16 gennaio 1844, è stato un leader del movimento nazionale albanese, il
fondatore del moderno Stato albanese e il primo capo del governo. Morì nel suo castello di
Janina in 24 gennaio 1919, preso sotto assedio dalle truppe nemiche.
10
Aleksandra Binaj
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1.2. Le guerre mondiali. Il regime di Hoxha
Il caos politico inghiottì l’Albania subito dopo lo scoppio della prima
guerra mondiale. Circondato dai ribelli a Durazzo, il principe Guglielmo lasciò il paese nel settembre del 1914, appena sei mesi dopo il
suo arrivo, e successivamente si arruolò nell’esercito tedesco combattendo sul Fronte Orientale.
A seguito della partenza del principe, il popolo albanese si divise. I
musulmani chiesero un imam musulmano dalla Turchia che potesse
tutelare i privilegi dei quali avevano goduto fino ad allora. Altri albanesi divennero poco più che agenti al servizio d’Italia e Serbia. Altri
ancora, tra cui molti Bey e capi clan, non riconobbero invece alcuna
autorità superiore.
Ala fine del 1914, la Grecia occupò parte dell’Albania meridionale,
tra cui Korça e Gjirokastra; l’Italia occupò Valona, mentre la Serbia e
Montenegro occuparono alcuni territori del nord Albania.
Con il trattato segreto di Londra del 26 aprile 1915, la Triplice intesa promise all’Italia in cambio del suo l’ingresso contro l’AustriaUngheria, e come contropartita in caso di vittoria, anche il controllo di
Valona e il protettorato su tutta l’Albania11.
Sempre in caso di vittoria, a Serbia e Montenegro sarebbero andati
territori assai estesi del nord, e alla Grecia gran parte del sud del paese. Il trattato prevedeva la costituzione di un piccolo Stato albanese
che sarebbe stato rappresentato dall’Italia in tutte le sue relazioni con
le altre grandi potenze.
Quando la guerra si concluse, l’11 novembre 1918, l’esercito italiano aveva occupato la maggior parte dell’Albania, la Serbia deteneva
gran parte del nord del paese, mentre la Grecia aveva occupato solo
piccoli possedimenti territoriali. Il Congresso di Parigi decise però il
ripristino dei confini del 1913 e dichiarò l’indipendenza dell’Albania.
All’Italia viene riservato il ruolo di “Stato protettore”.
Sulla scena politica si affermò Ahmed Zogu, rappresentante dei ricchi proprietari terrieri del nord, al quale si oppose la formazione guidata dal vescovo ortodosso di Durazzo, monsignor Fan Noli12. Nel di-
11
272.
R. Coppini - R. Nieri - A. Volpi, Storia Contemporanea, Pisa, Pacini editore 2005.p
12
Zogu il Primo Ministro più giovane nella storia dell’Albania, fu eletto a soltanto 27 anni.
Nel 1924 entrò nell’arena politica Fan Noli, che militava nello schieramento dei democratici
conservatori. Noli stabili l’ordine nel paese ed assunse la carica del primo ministro per un
periodo di sei mesi. A dicembre, Zogu, con l’aiuto degli Jugoslavi (ai quali promise territori
nel nord Albania), riprese con la forza la ricarica di primo ministro.
110
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
cembre 1924, Zogu entrò a Tirana, proclamò la nuova Costituzione
della Repubblica presidenziale e si proclamò “Re degli Albanesi”.
Tra il 6 e il 7 aprile 1939, l’esercitò italiano occupò il territorio albanese provocando la fuga del re, che si rifugiò in esilio in Francia, e
re dell’Albania fu proclamato Vittorio Emanuele III di Savoia.
Durante la seconda guerra mondiale, a partire dal settembre del
1939, l’Albania divenne la base delle operazioni belliche dell’esercito
italiano. Iniziarono però a formarsi in tutta l’Albania gruppi di partigiani, come il gruppo comunista guidato da Enver Hoxha, un professore di francese di trent’anni che si era avvicinato all’ideologia marxista durante i suoi studi in Francia.
Nel novembre 1941 Hoxha diventò il presidente del neo costituito
Partito comunista albanese. Il programma essenzialmente consisteva
nella liberazione del paese dagli occupanti stranieri. Nell’ottobre del
1944 Enver Hoxha costituì un governo provvisorio nazionale.
Nel novembre 1944, le truppe naziste lasciarono l’Albania e il governo si trasferì a Tirana, proclamando l’Albania finalmente libera
dalla truppe straniere finchè, l’11 gennaio 1946, si proclamò la “Repubblica Popolare” sotto la presidenza di Hoxha, approvando un costituzione sul modello sovietico.
Gli anni’50 furono difficilissimi per la popolazione ma anche per il
governo, impegnato nel tentativo di assicurare la ricostruzione del paese sia sul piano economico, sia per l’affermazione del nuovo ordinamento politico istituzionale.
La vita contadina
L’Albania è sempre stato un paese agricolo.
Il territorio si trovava quasi totalmente privo di industria e di infrastrutture: mancava una rete ferroviaria, le strade erano poche e in condizioni disastrose. Le attività artigianali prevalenti erano quelle della
lavorazione della lana e della concia di pelli, favorite entrambi
dall’ampia diffusione dell’allevamento ovino. Fino agli anni Quaranta
più del 90% della popolazione abitava in piccoli centri rurali. Subito
dopo la guerra, i primi passi dello sviluppo industriale ha portato dietro di sé l’esigenza dell’emigrazione interna della popolazione verso le
aree urbane. Nei primi anni l’emigrazione fu massiccia, poi subentrò
la politica del governo volta ad una pianificazione più equilibrata dei
movimenti della popolazione sul territorio nazionale.
Aleksandra Binaj
111
Dopo la guerra, il governo comunista ha introdotto tre riforme fondamentali per la popolazione13:
1. La riforma agraria del 1946, con la quale il governo confiscò le
grandi proprietà terriere fino ad allora concentrate nelle mani di
poche famiglie e le ridistribuì tra tutti i contadini;
2. L’introduzione delle cooperative sociali, secondo il modello bolscevico e ispirate sul principio socialista del proprietà comune
della terra. Si avviò una rapida collettivizzazione dell’agricoltura
con l’abolizione della proprietà privata e la statalizzazione
dell’economia, mentre il contadino, detto “kooperativista”, fu obbligato ad aderire a queste organizzazioni, e chi rifiutava veniva
considerato nemico del popolo e del governo.
3. La bonificazione delle paludi, con la quale si resero coltivabili
grandi estensioni di terre, soprattutto nel centro e nel sud
dell’Albania.
La vita cittadina
Le città, prima del 1944, servivano come basi amministrative e come
centri commerciali per lo smercio dei prodotti contadini. La prima fase di sviluppo economico dei centri urbani fu promossa da imprenditori italiani, durante gli anni Trenta, sotto l’impulso del regime fascista e
soprattutto con investimenti nel settore edilizio.
Si costruirono le
prime strade asfaltate, mentre i porti di Durazzo e di Valona diventarono importanti centri commerciali. Ma il vero sviluppo delle città avvenne nel secondo dopo guerra quando il governo comunista regolò i
rapporti città – campagna secondo le esigenze economiche del Paese.
I maggiori sforzi per lo sviluppo avvennero nel settore energetico,
tramite la costruzione di centrali idroelettriche e lo sfruttamento dei
giacimenti di carbone e di petrolio.
Il governo comunista si impegnò molto per porre rimedio alla diffusa piaga dell’analfabetismo (l’80 – 85% della popolazione era analfabeta) come un elemento fondamentale per il successivo sviluppo del
paese. Si dette l’avvio alla creazione di istituti pedagogici per formare
nel più breve tempo possibile una classe di insegnanti, e, nel giro di
pochi anni, furono fondati Istituti superiori, Università e l’Accademia
delle Belle Arti.
La grave crisi economica del dopoguerra indusse il governo di Ti-
13
R. Jace, Albania, Bologna, Pendagron, 1998, p.48-52.
112
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
rana alla restituzione del Kosovo alla Jugoslavia in cambio di un consistente prestito. Nei rapporti tra Albania e Jugoslavia il problema delle minoranze etniche stanziate nei paesi dell’ex Jugoslavia era stato
sempre acceso. Quando nel 1948 si verificò la rottura tra Tito e Stalin,
l’Albania si allineò sulle posizione di Mosca, ma per allontanarsene
definitamene nel 1960, avviando piuttosto nuovi legami con la Cina
comunista. Tra il 1965 e il 1969, la cosiddetta “rivoluzione culturale”
segnò l’inizio di una fase di forte intolleranza ideologica e religiosa su
imitazione del modello cinese14, accompagnata da violente persecuzioni contro tutte le confessioni religiose.
A tale scopo venero mobilitati soprattutto i giovani, che intrapresero
atti di vandalismo contro chiese, moschee e minareti, senza alcun riguardo per il patrimonio culturale. Dal 1969, l’Albania si proclamò il
primo paese ateo del mondo. Non venne più professato ufficialmente
nessun tipo di religione15.
Il progressivo avvicinamento tra la Cina e gli Stati Uniti all’inizio
degli anni Settanta, sviluppatosi velocemente in seguito alla morte di
Mao Tse Tung (1976), pose fine ai legami con la Cina, giudicata traditrice del comunismo, e dette l’inizio ad un lungo periodo di isolamento.
Hoxha soffocò duramente ogni forma di opposizione. Gran parte
degli artisti, intellettuali, esponenti del clero e uomini politici colpevoli di non essere comunisti furono eliminati o inviati nei campi di lavoro da dove non sarebbero mai usciti vivi16. Molti di loro erano stati
collaboratori del regime che avevano partecipato insieme ad Hoxha
alla guerra di liberazione nazionale. Per creare il tipo di società che
voleva, Hoxha attuò un regime totalitario, violento e oppressivo: vietò
ogni forma di pluralismo, l’unico partito legittimo divenne quello so14
“Se nella grande Cina il posto di Budda era stato preso da Mao, perché l’Albania avrebbe dovuto ancora credere in dio?… La persecuzione non risparmia ortodossi e musulmani,
chiese e moschee. Furono così confiscate più di duemila chiese, moschee, monasteri e trasformati in stalle, magazzini o rasi al suolo. La gente assiste sbigottita: rimasta senza passato,
ora si vedeva privata anche della speranza”. G. Micunco, Albania nella storia, Lecce, Besa,
1997, p.52, citato da, A. Kasoruho, Un incubo di mezzo secolo, Lecce, Argo, 1994, p. 111.
15
La guerra del comunismo alla religione causò la diminuzione dei credenti, le istituzioni
religiose vennero accusate di tradimento e i loro rappresentanti di essere traditori del popolo.
molti finirono in carcere con l’accusa di collaborazione con i nazifascismi. Un primo passo
verso la laicità fu sancito con il decreto emanato dal governo albanese dopo le elezioni del
1945 con il quale di proclamò la scuola albanese laica e si proibì l’insegnamento religioso
nelle scuole. Dopo il 1965, per chi praticava o propagandava qualsiasi culto erano previste
pene che andavano dai vent’anni fino all’ergastolo o alla fucilazione. F. Sinani, Fenomeni
fetari ne shqiperi,Tiran, Toena, 1999, p. 46-69.
16
In nessun paese, nel breve lasso di tempo dal 1944 alla fine del 1948, furono arrestati,
deportati, e fucilati tanti cittadini in rapporto al totale della popolazione come in Albania.
Aleksandra Binaj
113
cialista, nessuno avrebbe potuto avanzare critiche, nè lasciare il paese,
altrimenti rischiava una condanna, quando non la vita propria e della
propria famiglia.
Così si sviluppò un processo “rivoluzionario” volto in tre direzioni:
la prima di carattere politico, tesa a consolidare le regole comuniste; la
seconda socioeconomica, con la costruzione di una struttura produttiva collettivistica; la terza ideologico-culturale, con l’eliminazione totale di ogni forma di cultura religiosa e di libero pensiero, e la lotta
all’analfabetismo.
L’unica eredità positiva della dittatura fu infatti la significativa riduzione dell’analfabetismo, l’introduzione dell’istruzione gratuita e
dell’assistenza medica.
Il dittatore non introdusse mai un vero e proprio regime comunista,
che considerava irraggiungibile in un solo paese quando non avesse
potuto trionfare in tutto il mondo.
1.3. Il difficile cammino verso la democrazia.
Con la morte di Hoxha, avvenuta nel 1985, l’Albania iniziò lentamente a uscire dall’isolamento internazionale sotto la guida di Ramiz Alia.
Già negli ultimi anni del suo regno, Hoxha era stato costretto a riallacciare rapporti con l’Italia, la Germania dell’Ovest e la Romania.
Tra maggio e giugno 1990 si svolsero manifestazioni di protesta
nelle città albanesi e Alia promise riforme giudiziarie, politiche ed economiche17. Nel dicembre dello stesso anno, autorizzò il pluripartitismo e indisse le prime libere elezioni per il 31 marzo del 1991, in tale
occasione, grazie al rigido controllo sul voto nelle campagne, gli ex
comunisti mantennero la maggioranza in Parlamento ottenendo il 68%
dei voti e proclamarono una costituzione provvisoria democratica 18.
Il passaggio improvviso da una dittatura di impronta stalinista a un
sistema democratico di stampo occidentale, con un modello economico basato sul libero mercato, creò gravi conseguenze in ambito politico, economico e sociale. Del resto, l’unica esperienza pregressa di go-
17
In conseguenza delle rivolte, nell’agosto 1990, il presidente Ramis Alia convocò gli intellettuali del paese. Grazie alla loro collaborazione fu possibile introdurre alcune prime riforme quali: 1. La redazione di una nuova costituzione; 2. L’abolizione del terzo articolo della
costituzione sul partito unico; 3. Il riconoscimento dei diritti dell’uomo; 4. La rimozione del
comunismo e con essa dei monumenti commemorativi correlati, soprattutto di quelli di Stalin. Tirana ne vitet 1990- 1996,Tirane, Eurolindja, 1998, p.39-40.
18
Ibidem, p 46.
114
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
verno democratico era stata quella di Fan Noli del 1924, durata peraltro solo sei mesi.
Passata l’iniziale fase di ottimismo seguita all’aver raggiunto la tanto desiderata libertà di pensiero, azione e di movimento, il Paese andò
incontro ad una situazione sempre più rovinosa, e la popolazione cadde in una condizione di totale smarrimento.
La crisi economica degli anni’80 – ’90 e il capovolgimento politico
e istituzionale del 1990 – 1991 fecero crescere la disoccupazione a livelli estremamente alti. Nelle campagne furono abolite le cooperative
agricole e si procedette alla redistribuzione della terra, mentre interi
nuclei familiari di contadini si trovarono privi di capitale di investimento, di supporto economico e psicologico.
Anche nelle città la chiusura di molte imprese aggravò la già forte
crescita della disoccupazione. L’inflazione e il debito con l’estero
crebbero in modo altrettanto rapido. I beni di prima necessità, aumentarono del 300% nel giro di un anno, e la sopravvivenza di gran parte
della popolazione potè essere garantita solo grazie agli aiuti alimentari
forniti dalla comunità internazionale.
La criminalità, prima inesistente per via del rigido controllo del governo, iniziò a diffondersi in tutto il Paese creando un stato di insicurezza allarmante. Incominciarono cosi i grandi flussi migratori sia verso le coste pugliesi, sia all’interno del territorio albanese. La popolazione della campagna si dirigeva a frotte nelle città, edificando senza
permessi e senza rispettare le regole urbanistiche, provocando il collasso del sistema amministrativo, dei servici pubblici e del governo locale che non riusciva più a gestire il continuo incremento del popolazione urbana, né a soddisfarne i bisogni elementari dei nuovi abitanti.
Le elezioni politiche del 1992 segnarono la vittoria del Partito democratico di Sali Berisha. L’Albania diventò così una democrazia parlamentare, anche se non fu formulata una nuova costituzione fino al
novembre 1998, attuata con un referendum popolare e a tutt’oggi in
vigore.
L’Albania si aprì al mondo, entrando a far parte di numerose organizzazioni e istituzioni internazionali, e allacciando importanti rapporti diplomatici. Sul piano economico, il governo ha intrapreso una radicale politica di privatizzazione, grazie alle rilevanti entrate in valuta
estera provenienti dagli emigranti, o da altre risorse, non ultima quella
criminalità organizzata (commercio di armi, droga, prostituzione).
In un ambiente economico privo di qualsiasi controllo, a partire dal
1994 si sono sviluppate le cosiddette “piramidi finanziare”, istituzioni
irregolari, simili ad una banca, che raccolgono denaro in cambio di
Aleksandra Binaj
115
tessi di interesse molto elevati, superiori a quelli correnti. I crollo del
questo sistema nel 1997 causò una vasta rivolta popolare armata e il
collasso dello Stato.
Fin dalla caduta del regime comunista, l’Albania ha creduto di poter
realizzare in tempi velocissimi una società moderna, modellata sulle
strutture politiche, economiche e culturale dell’Occidente. Il passaggio
ad una società aperta e democratica, il processo di transizione e di liberalizzazione sono stati compiuti rapidamente, ma non è accaduto
altrettanto per la ristrutturazione delle imprese pubbliche e
dell’apparato istituzionale in materia di istruzione, salute, sistema giudiziario, ecc.
La sicurezza interna e la lotta alla criminalità diffusa, al commercio
di armi, droga, e al traffico umano si affiancano ai problemi legati alla
corruzione politica, che rimane ancora oggi al centro del dibattito parlamentare.
Dagli anni’90 ad oggi l’Albania ha assistito a un numero di eventi
ben più numerosi di quanti avvenuti durante i cinquant’anni di regime
dittatoriale.
Oggi la fase degli aiuti umanitari e della grande emergenza è finita,
i bisogni che si affacciano riguardano soprattutto la necessità di garantire uno sviluppo locale che sia all’insegna di una attenta valutazione del territorio e delle sue risorse, con lo scopo di favorire meccanismi di progresso autonomo in un’ottica di sviluppo durevole e sostenibile.
2. LA DONNA ALBANESE NELLA STORIA
2.1. La posizione della donna nelle società tradizionale: il Kanun
Come in tutti i paesi mediterranei, in Albania si attesta un modello relazionale familiare di tipo patriarcale.
La società tradizionale albanese si basa sul fis (clan) fondato sul legame di sangue e sulla discendenza patrilineare. Infatti il fis è composto da più nuclei familiari, tutti soggetti che vivono sotto lo stesso tetto e, a volte, include anche le famiglie di seconda generazione.
Il nucleo familiare è retto da una ferrea gerarchia: l’uomo predomina sulla donna, il padre sui figli e gli anziani sui giovani. Il capofamiglia prende le decisioni e la moglie e i figli devono chiedere il suo
permesso per molte delle loro attività
La donna si occupa della cura dei figli, gli anziani, dei lavori domestici e della gestione dell’economia domestica. Inoltre collabora anche
116
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
in agricoltura, accanto agli uomini. Anche se la donna è sottomessa,
l’idea di doverle protezione e rispetto resta molto forte. Dalla donna
ci si aspetta che sia fedele, crescere e allevare i figli onoratamente,
comportarsi con sottomissione e servirsi disinteressatamente al marito.
In caso di ingiustizia subita dalla propria figlia, sorella, madre,
l’uomo è legittimato a vendicarsi per salvare l’onore della donna, della
famiglia e del fis.
La società tradizionale si regolava secondo norme consuetudinarie
molto dettagliate e descritte nel Kanun.
Il Kanun di Lek Dukagjini è un codice di leggi consuetudinarie che
si sono trasmesse oralmente per secoli 19. Viene creato intorno alla
metà del Quattrocento per dare una legislazione propria al popolo albanese, allora dominato dai turchi.
Il codice si occupa sia di diritto civile che penale, disciplinando
numerosi aspetti tra cui: i diritti e le immunità della chiesa, la famiglia, il fidanzamento e il matrimonio, la proprietà privata e la successione, il lavoro, i prestiti e le donazioni, le modalità di prestare giuramento e di rispettare la parola data, l’onore, le modalità di risarcimento dei danni, i delitti infamanti, la vendetta, i privilegi e le esenzioni.
Il Kanun viene tramandato di generazione in generazione, e ne esistono versioni diverse di poco differenti tra loro20.
Alcune delle istituzioni più importanti del Kanun sono: famiglia (la
famiglia), hakmarrja ( la vendetta), martesa ( matrimonio), kisha
(chiesa) nderi (onore),ec.
La famiglia
La famiglia rappresenta il nucleo centrale della struttura organizzativa
sociale del popolo albanese. Come recita il Kanunu “La famiglia è un
insieme di individui che vivono sotto lo stesso tetto con lo scopo di
moltiplicarsi per mezzo del matrimonio e svilupparsi fisicamente e
19
Un condottiere albanese contemporaneo di Skanderbeg. Nato in Kosovo (1410 – 1481)
nella contea dei Ducagjini che comprendeva la Serbia fino a Scutari. Dopo la morte di Skanderbeg, Lek divenne il capo della resistenza albanese. La sua figura è più nota per aver istituito il Kanun, uno dei pochi diritti consuetudinari conservato in Europa e trasmesso oralmente
per secoli. Solo nei primi anni dell’XX secolo Shtjefen Kostandin Gjecov lo ha portato in
forma scritta ed è stato pubblicato postumo nel 1933.
20
Esistono in realtà diversi Kanun applicati in varie zone dell’Albania e i cui nomi derivano
dai personaggi a cui sono stati tradizionalmente attribuiti: Il Kanun di Skanderbeg, il Kanun di
Cermenk, il Kanun di Laberia, il, Kanun di Papa Zhuli, il Kanun di Lek, Dukagjini. Non differiscono molto l’uno dall’altro.
Aleksandra Binaj
117
spiritualmente” (secondo libro, art.9, coma 18) 21.
Il sistema famigliare codificato dal Kanun è di tipo patriarcale e si
basa sul “fis”: si tratta di una famiglia allargata, non ne fanno parte
solo i figli, ma tutti i discendenti in linea maschile. Il capofamiglia è il
padrone di casa, che quasi sempre è il più anziano dei maschi. A lui
vanno tutte le responsabilità della vita familiare, ed esercita pieni poteri: cura il benessere di tutti, distribuisce giornalmente il lavoro, dispone del matrimonio dei figli, risponde delle azioni di tutti, siano esse buone o cattive. Il capofamiglia guida, giudica e punisce.
Il capofamiglia è simbolo di equilibrio e di saggezza, e tutti i familiari ne riconoscono la superiorità. La sua autorità non è sentita come
una coercizione, ma come il giusto indirizzo dato da chi è più esperto.
Qualora dovessero venir meno le sue doti di saggezza e di equilibro, a
seguito di decisione unanime dei famigliari lo si sarebbe sostituito
con l’uomo più anziano e più maturo fra gli altri componenti del clan.
Il capofamiglia è colui che decide anche quale sarà il consorte per
propri figli. L’unione di due individui in matrimonio è infatti considerato un mezzo per conservare e trasmettere la solidità fisica e morale
del clan. Al capo-famiglia si riconosce la prudenza necessaria per la
scelta di una compagna o di un compagno adatto
Anche se oggi non è più in vigore, molte delle tradizioni contenute
nel Kanun sono ancora in uso nella società albanese.
Il matrimonio
Tradizionalmente, il matrimonio era combinato tra le famiglie dei futuri sposi, e nella maggior parte dei casi accadeva che gli impegni matrimoniali si stipulassero fin dalla nascita. Il matrimonio si prometteva
sulla parola, dando la “Besa”22.
Gli articoli del codice Kanun relativi al matrimonio prevedono una
situazione estremamente discriminatoria verso le donne.
Dal momento delle nozze, la donna era considerata proprietà totale
del marito e priva di ogni diritto.
Alcuni tra i più importanti articoli sul matrimonio sono i seguenti.
21
Sh. Gjecov, Kanuni i Lek Dukagjinit, edizione a cura del Parlamento Albanese, s.l, s.l,
s.d.(ma 1993 albinform)
22
Besa (il patto basato sulla parola data) è un istituto importante del Kanun, e garantisce
l’inviolabilità di un accordo. P. Resta, Pensare il sangue.La vendetta nella cultura albanese,
Roma, Meltemi, 2002, p. 133.
118
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
Libro terzo del codice (il matrimonio),
art. (nui) 12
I diritti del giovane uomo
“Il giovane ha diritto d’interessarsi del proprio matrimonio,quando sia
privo di parenti”.
Il giovane, finché ha i parenti vivi, non ha diritto:
a. di interessarsi al proprio matrimonio;
b. di scegliersi il mediatore;
c. di interessarsi al proprio fidanzamento, del proprio abbigliamento
nuziale, né di stabilire la data del matrimonio.
I diritti della ragazza
La ragazza, anche se i genitori non sono in vita, non è libera di provvedere al proprio matrimonio; questo diritto spetta ai suoi fratelli od ai
suoi congiunti.
La ragazza non ha diritto:
a. di scegliere il marito, e perciò deve accettare quello al quale e stata
promessa.
b. d’interferire nella scelta del mediatore, né in ciò che concerne il
fidanzamento
c. d’interessarsi del proprio abbigliamento nuziale.
art. 33
I diritti del marito sulla moglie
Il marito ha diritto:
a. di consigliare e correggere la moglie;
b. di bastonarla e legarla, quando ella non obbedisca le sue parole ed
ai suoi ordini.
I diritti del padre sui figli
Il padre ha diritto:
a. della vita e della sussistenza dei figli,
b. di bastonare, legare, incarcerare e perfino uccidere il figlio e la figlia senza che la legge lo punisca, perché tale atto è giudicato al pari
del suicidio e “chi uccide se stesso è considerato in vendicabile”;
c. collocare i figli a servizio altrui dietro pagamento ogni volta che lo
aggrada, perché è principio di legge: “finchè il padre è vivo, il figlio è considerato come colono”;
d. di disporre dei guadagni del figlio di qualunque natura essi siano;
Aleksandra Binaj
119
e. di vendere e comprare, dare e ricevere;
f. di mandare via da casa il figlio che si ribella ai suoi ordini senza
dargli alcuna parte dei propri averi; però quando il padre muore, il
figlio riacquista i diritti all’eredità.
art. 30
“La donna è un otre, fatta solo per sopportare”
La posizione che il Kanun assegnava alla donna era di assoluta subalternità rispetto agli uomini nella famiglia come nella società.
Con il matrimonio, il padre della sposa consegnava, insieme al corredo pattuito, un proiettile, come simbolo del potere assoluto che si
riconosceva al futuro marito. Quest’ultimo avrebbe potuto persino uccidere la moglie in caso di tradimento grave, di adulterio e di mancato
rispetto dell’ospite, senza per questo incorrere nella vendetta del sangue.
Era ammesso nel Kanun anche il matrimonio “con la prova”: il marito prendeva la donna in casa con sé per un anno, e se la donna durante queste periodo non portava a buon fine una gravidanza, il matrimonio era da considerarsi sciolto. Il marito avrebbe potuto tenere la donna con sé per pietà, ma riacquisiva il diritto di risposarsi.
Nel Kanun si riconosceva anche un particolare diritto alla donna,
cioè quello di proclamarsi uomo. Si faceva riferimento a queste donne,
che indossavano come carattere distintivo un abbigliamento maschile,
come alle così dette “vergini albanesi”23. Queste ragazze infatti avevano pronunciato uno speciale giuramento in occasione di una cerimonia sacrale nella quale giuravano il proprio stato di verginità davanti ai dodici uomini più importanti del villaggio. Dopo il giuramento, la
fanciulla assumeva un comportamento maschile, prendeva un nome da
uomo, si armava, poteva fumare, bere e mangiare con gli uomini laddove alle donne non era permesso. Inoltre acquisiva il diritto di vendere, comprare e gestire proprietà, poteva partecipare alla guerra e alle
vendette tra i clan di pari diritti agli altri uomini.
Un’usanza dura, da rispettare fino in fondo per l’onore della famiglia. Non si diventava “uomo” per questioni religiosi: potevano esserlo sia le musulmane, sia le cristiane. La ragione perché una ragazza
prendeva una tale decisione erano tante. La più ovvia e banale era
quella della perdita di tutte le figure maschili della famiglia, solo così
la ragazza avrebbe potuto ereditare le proprietà familiari.
23
Fatos Dingo, Identità albanesi, Roma, Bonnano , 2007, p. 131-132.
120
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
Un altro diritto della “vergine” era quello di poter vendicarsi in caso di avvenuta uccisione di tutti i maschi della famiglia, cosa che poteva accadere in occasione delle sanguinose faide tra i clan, o nel caso
in cui la donna sostituiva il fratello caduto in guerra. Ancora un’altra
ragione per tale scelta poteva essere il rifiuto del matrimonio. Solo in
questo modo il matrimonio si poteva annullare e la ragazza veniva
considerata libera dall’impegno, a costo però di non sposarsi mai più.
Accettare questa condizione richiedeva un sacrificio non soltanto
perché ci si condannava alla castità a vita, ma anche perché per essere
un uomo a tutti gli effetti se ne dovevano prendere anche le responsabilità, i doveri e perfino svolgere gli stessi mestieri, anche quando richiedevano un sforzo fisico notevole.
Il Kanun era applicato quasi in tutte le zone dell’Albania, però con
maggior fanatismo presso le popolazioni cattoliche del nord. Il Kanun
considerava la famiglia l’elemento indispensabile per garantire la sopravvivenza degli albanesi e dell’identità nazionale24. Concedere un
po’ di libertà alle donne avrebbe voluto dire mettere in pericolo la solidità del gruppo, e quindi l’esistenza vera degli albanesi, costantemente minacciata da tanti nemici che volevano assimilarlo partendo
proprio dalle loro usanze e i loro costumi25. Quando la maggioranza
della popolazione albanese fu convertita alla fede islamica, le leggi
dell’Impero ottomano influenzarono quelle già esistenti, e le conseguenze furono particolarmente gravi per le donne. Secondo gli usi imposti, la donna avrebbe dovuto portare il velo, mentre l’uomo aveva il
diritto di sposare più di una donna, un uso che in Albania rimase comunque assai marginale.
Anche nel sud dell’Albania, dove la maggioranza della popolazione
era ortodossa, oltre al Kanun le donne erano sottomesse a usanze e
leggi simili a quelli di altri paesi ortodossi balcanici. A seguito
24
Art.9 comma 19 del Kanun recita: “La famiglia si compone dalle persona di casa; più
famiglie unite formano una fratellanza, più fratellanze una stirpe, più stirpe un fis (clan), più
fis una bandiera e tutto insieme, avendo la stessa origine, un medesimo sangue, una stessa
lingue e comuni usi e costumi”, formano quella grande famiglia che si chiama nazione”.
Legami di sangue giustificavano, oltre alla fratellanza, anche il sentimento di identità nazionale. Il vincolo che unisce gli albanesi alla nazione è basata sulla convinzione di discendere da
una sola stirpe e tutti coloro che non appartengono alla nazione albanese sono potenziali nemici. P. Resta, Pensare il sangue. La vendetta nella cultura albanese, Roma, Meltemi, 2002,
p. 82.
25
La donna in stato di nubilato correva il “rischio” di innamorarsi o sposarsi con un soldato
straniero, cosa che in quell’epoca era percepita come una minaccia per l’identità stessa del
popolo albanese. C. Gerardi, Le figlie di Teuta, Citato da D.Culi, Oltre il Kanun verso il futuro, Bari, Besa, 1996, p. 17-20.
Aleksandra Binaj
121
dell’emigrazione degli uomini, che in queste zone fu molto diffusa, la
donna che rimaneva a casa prendeva in mano tutto: la terra, i figli,
l’economia, guadagnando poco a poco un’autorità ed una personalità
un po’ diversa dalle sue connazionali delle altre regioni.
Così, sia per la rigidità del Kanun, sia per la coesistenza della cultura islamica con le altre culture che andarono a sovrapporsi con le ondate di successive invasioni, si è sempre cercato di rafforzare l’identità
nazionale albanese tramite l’imposizione di un modello di famiglia
forte e solida, senza concedere alcuno spazio alle donne.
Tuttavia, la donna deteneva al contempo uno statuto sacrale in virtù
del quale ogni offesa, ogni atto violento nei suoi confronti – se perpetrato al di fuori delle mura domestiche - veniva sanzionato con pene
severe fino alla proscrizione dalla tribù.
La donna erano intoccabile, non poteva essere né violata, né uccisa,
altrimenti il crimine sarebbe stato vendicato due volte, da parte della
famiglia del marito e da quella dei genitori della ragazza.
Tale condizione permetteva alle donne di fare da mediatrice nei
casi di controversie tra i clan. Il suo status di “intoccabile” si estendeva anche ad un uomo sul quale gravava una condanna a morte a seguito del “canone della vendetta”, e solo in compagnia di una donna il
reo avrebbe potuto circolare tranquillamente.
Aldilà delle immunità riconosciute, la donna restava sostanzialmente una proprietà maschile ed era considerata un fattore di turbamento
dell’ordine comunitario.
2.2. La donna albanese tra il secondo conflitto bellico e il regime comunista. I primi anni della transizione democratica
La partecipazione delle donne albanesi alla lotta armata nel corso della
seconda guerra mondiale trovò l’iniziale resistenza dovuta alla mentalità diffusa di stampo conservatore e patriarcale, ereditata dal passato.
Poi, a poco a poco, molti pregiudizi caddero e la donna ha assunto un
ruolo attivo nella lotta contro gli invasori.
L’ingresso delle donne nelle operazioni di guerriglia armata precedenti al conflitto bellico risultò essere essenziale non solo per la sorte
della nazione, ma anche perché dimostrò l’importante forza sociale
che quella metà della popolazione rimasta fino ad allora ai margini
sapeva invece mettere in campo. La donna albanese fu messa per la
prima volta al pari con l’uomo, anche in termini di diritti e doveri, in
nome della comune liberazione del Paese. Il fatto che la donna dimostrasse di essere in grado di affrontare con successo tutti gli ostacoli e
122
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
le difficoltà della lotta armata mise in discussione il mito del “ sesso
debole”, limitato solo alle attività di cura.
Il ruolo delle donne divenne ancor più significativo durante la Seconda Guerra Mondiale, quando circa 6000 tra donne e ragazze infransero il tabù sessista e diventarono il pilastro della resistenza nazionale.
Oltre alla loro partecipazione sul fronte di guerra, svolsero anche
altre importanti attività: distribuirono volantini e stampe, crearono rifugi per nascondere e curare i partigiani feriti, svolsero attività di corriere, e cosi via.
Il 17 marzo 1943, nel corso di una conferenza tenutasi presso la città di Elbasan, le delegate provenienti da tutte le regioni d’Albania
formarono il “Consiglio Antifascista delle Donne”, organismo che fu
come soggetto partecipante a pieno titolo del fronte per la liberazione
nazionale. Le albanesi si erano rese conto che costituendosi in una
organizzazione strutturata avrebbero potuto avere la forza per creare
le condizioni per la loro piena emancipazione.
Il numero delle donne che presero parte, a diverso titolo, ai battaglioni partigiani in qualità di combattenti raggiunge circa le 6000 mila
unità, con almeno 2000 cadute in combattimento, oltre a quante vennero arrestate, torturate e condannate.
Il governo comunista contribuì con molti interventi concreti a riscattare la condizione femminile dalla struttura patriarcale imperante.
Tale operazione fu però in buona misura anche strumentalizzata dal
regime, che utilizzò le lotte e le rivendicazioni, legittime, delle donne
albanesi, per imporre nuove regole più conformi al sistema, nell’ambito
di una strategia più ampia di vera e propria “deculturazione”.
Il governo appoggiò e incoraggiò dunque le donne a mobilitarsi,
perchè spezzassero con le proprie mani le catene del fanatismo maschilista. Nuovi leggi riconobbero il godimento di diritti fino ad allora
ignorati e capaci di assicurare maggior rispetto per la condizione
femminile.
Per sottolineare la propria nuova condizione, le donne si dimostrarono spesso le più agguerrite portabandiera della dottrina del partito
comunista26. L’emancipazione femminile propugnata dal regime comunista si basava sulla prospettiva dell’abolizione di ogni differenza
sessuale, considerata un’eredità tribale da eliminare definitivamente.
Il nuovo governo comunista riconobbe così alle donne pari diritti
dell’uomo, compiendo progressi straordinari data la situazione di par26
O.Romano, L’Albania nell’era televisiva, Torino, l’Harmattan Italia, 1999, p 54 - 58.
Aleksandra Binaj
123
tenza. L’accesso al mondo del lavoro e sulla scena politica consentì la
scoperta di una donna nuova, determinata, istruita, capace di contribuire in tutti i settori. Per la prima volta la costituzione del 1946 riconobbe il diritto politico attivo e passivo per tutte le albanese.
Se nella comunità patriarcale il lavoro femminile rappresentava una
forma di sfruttamento maschile, nella società comunista questa percezione si rovesciò, ponendosi piuttosto come l’espressione della loro
emancipazione. Gli interventi non si limitavano solo alla sfera sociale
e pubblica, ma coinvolgevano anche quella privata. Contro i matrimoni contrattati dai clan, il regime proponeva “ l’amore, posto alle base
di ogni matrimonio”27. In molti casi, le coppie la cui relazione era contrastata dalle rispettive famiglie si rivolgevano al partito perché intervenisse in appoggio del loro matrimonio.
D’altra parte, anche se il regime concesse alla donna gli stessi diritti
e libertà dell’uomo, questi diritti e libertà restavano di fatto limitati per
entrambi. Il governo applicando la formula del “tutti devono lavorare”, favorì l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro, sostenendone
l’emancipazione e una maggiore indipendenza economica, ma niente
fu fatto per alleviare il peso enorme del lavoro domestico che restava
ancora interamente sulle loro spalle.
A conti fatti, il regime comunista peggiorò la condizione delle donne albanesi, le quali, insieme alle loro famiglie, soffrirono gli effetti
della miseria, del cibo razionato, del disagio di non poter acquistare
anche solo quegli elettrodomestici più comuni che avrebbero potuto
migliorare la loro qualità di vita.
Anche se durante la dittatura di Hoxha non si può parlare dell’avvio
di una cultura dell’uguaglianza tra i sessi vera e propria, si ottennero
comunque importanti conquiste. Si diffuse un alto grado di istruzione,
di assistenza sanitaria e all’infanzia, si garantì a tutte le donne
l’ingresso nel mercato del lavoro e si raggiunse un maggior livello di
rispetto sia in ambito sociale che familiare.
Dopo la caduta del regime, le conquiste di parità tra uomo e donna
cominciarono a svanire. I cambiamenti sociali, politici ed economici
resero la donna più debole di fronte alla predominanza maschile, sia
all’interno della famiglia che nella società a causa della mancanza di
opportunità di lavoro.
Nei primi anni della transizione democratica vi fu un periodo di
grave crisi economica durante la quale la donna risultò essere il sog-
27
Fu lo stesso Enver Hoxha ad affermarsi in uno dei suoi frequenti discorsi e la cosa non
era una pura mossa propagandistica, Ibidem, p. 57.
124
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
getto più colpito. Tra il 1990 e il 1995, il 65% delle donne perse il lavoro. Le donne tornarono perciò, volenti o nolenti, al loro ruolo unico
di madri e di casalinghe, con l’ulteriore aggravio di trovarsi in peggiori condizioni generali a causa dei tagli alla strutture sanitarie ed assistenziali, ridotte in abitazioni ove mancava spesso l’elettricità e
l’acqua corrente, e in inverno senza fonti di riscaldamento.
Nelle campagne la situazione era ancora più difficile. Con la chiusura delle cooperative agricole e la privatizzazione delle terre, molte
donne si ritrovarono in condizione di estrema povertà. Le terre privatizzate furono assegnate al capofamiglia. Il numero elevatissimo degli
emigranti che si diressero all’estero, prevalentemente maschi, nei primi anni dopo la caduta del regime ebbe invece come conseguenza più
evidente quella che il carico del lavoro nei campi ricadde sulle donne
rimaste in patria.
Il fenomeno molto diffuso dell’emigrazione internazionale
dell’inizio degli anni novanta fu origine di indubbi vantaggi economici, ma provocò anche profondi squilibri sociali e psicologici tra la popolazione.
Pochi mesi dopo la caduta del regime di Hoxha, “l’Unione delle
donne albanesi” fu sciolta, ma subito dopo sorsero numerose associazioni femminili, una evidente reazione contro la politica di emancipazione “ forzata” voluta dal regime. Queste organizzazioni esprimevano
la volontà delle albanesi di diventare un soggetto attivo, e nella consapevolezza che i diritti femminili debbano essere prima di tutto rivendicati e difesi dalle donne stesse, per poi attirare l’attenzione del governo sulle problematiche di genere e promuovere il proprio status politico, economico e sociale nella nuova società democratica.
Nel 1991 è stata legalmente riconosciuta per la prima volta una
ONG, tutta composta da donne e volta a promuovere una reale parità
tra i sessi; ad eliminare le discriminazioni nei confronti della donna a
livello politico – legislativo, economico e sociale; a combattere il patriarcato e i valori sessisti dominanti, a favorire le denunce contro la
violenza domestica, a sostenere la riqualifica professionale femminile
e l’inserimento nel mercato del lavoro28.
2.3. La donna albanese e i principi d’uguaglianza di genere
La costituzione della Repubblica d’Albania29, stabilisce al titolo 1 del-
28
29
S. Matteucci, Gli altri Balcani, Trieste, Asterios, 2000, p. 60-68.
Approvato con la legge nr. 8417, in 21/10/1998, adottato mediante lo referendum popo-
Aleksandra Binaj
125
la Seconda parte, art.18: “ tutti i cittadini sono uguali davanti alla
legge, e nessuno può essere discriminato per ragioni di razza, sesso,
convinzioni religiose, filosofiche e politiche, condizione economica,
sociale e d’istruzione”, riconoscendo il principio della uguaglianza di
genere come un fondamentale ingrediente per lo sviluppo della democrazia.
La popolazione albanese si caratterizza per un’età media molto bassa (31,7 anni), con un 51% di donne. Dopo gli anni Novanta si sono
registrati importanti progressi per l’emancipazione della donna e tesi a
garantire una partecipazione in condizione di parità con l’uomo nelle
attività sociali, economiche e politiche.
Lo stato albanese ha ratificato la convenzione “Cedaw”30, che sancisce e promuove l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei
confronti della donna, ha partecipato alla conferenza mondiale ONU
sulle donne tenutasi a Pechino nel 1995, riconosce il principio
d’uguaglianza tra uomo e donna e ha preso diverse iniziative legislative in materia. Nonostante tutto, non si può ancora parlare di corrispondenza tra uguaglianza de jure e uguaglianza de facto in materia di
rapporti di genere. Le leggi, che pur esistono, vengono attuate raramente e persiste una mancanza di fiducia nelle capacità del sistema
giudiziario di risolvere i problemi che ancora affliggono le donne albanesi.
Gli anni della transizione democratica hanno segnato una significativa trasformazione della condizione femminile sotto diversi aspetti.
Analizzeremo qui di seguito alcuni tra gli aspetti più importanti e problematici.
Situazione economica.
La partecipazione della donna al mercato del lavoro durante gli anni
della transizione democratica è scesa costantemente, divenendo un fattore di disuguaglianza tra sessi che rappresenta un serio ostacolo anche per le politiche di riduzione della povertà.
Secondo uno studio svolto dall’istituto albanese di statistica INSTAT nel 2006 solo 953 mila persone, equivalente al 48,8 % della
lare in 22/11/1998, e inviato da decreto nr. 2260 del Presidente di Repubblica Albanese in
28/11/1998.
30
L’approvazione da parte dell’Assemblea Generale ONU della Convenzione per
l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW) avvenne il 18
dicembre del 1979 e segnò una svolta storica nel percorso dei diritti umani delle donne. In
Albania la Convenzione venne ratificata con la legge 7767 nel 9/11/993.
126
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
popolazione in età lavorativa, sono occupate, delle quali solo 377 mila sono donne.
L’alto livello di disoccupazione delle donne o il loro impegno in
posti poco qualificati, assieme alla scarsa capacità delle autorità pubbliche nel modificare la situazione costituiscono i fattori principali di
una generalizzata situazione di povertà femminile.
Nella tabella (tab.1) seguente ho riportato i dati della situazione occupazionale delle donne durante il processo della transizione democratica.
Tab.1 L’occupazione per sesso, 1996 – 2006.
Anno Disoccupati
1996
2000
2001
2002
2003
2004
2005
2006
158,200
215,085
180,513
172,385
163,030
157,008
152,250
149,784
Nr. Donna
disoccupate
70,200
101,919
85,420
81,326
77,125
74,893
74,031
72,151
% donna occupate
per forza lavoro
donna
47,8
49,3
39,6
39
38,8
38,9
38,5
38,1
Nr. uomo
disoccupato
88,000
113,166
95,093
91,093
85,905
82,115
79,218
77,642
% uomo occupato
per forza lavoro
uomo
72,6
71,2
63,8
62,8
62,2
61,2
51,4
58,8
Femrat dhe meshkujt ne shqiperi. INSTAT 2006 31.
.
Il codice del lavoro stabilisce “il diritto dei cittadini ad essere uguali
nelle procedure di accesso al lavoro”, proibendo dunque ogni tipo di
discriminazione tra i sessi.
Ciò nonostante le donne restano escluse dai vari settori del lavoro,
anche per motivi legati alla difficoltà di conciliare gli impegni familiari e i perduranti pregiudizi nei loro confronti. Anche se il loro livello
d’istruzione è alto, visto che la percentuale di donne in possesso di un
titolo universitario è pari al 58% rispetto ai uomini, il mercato del lavoro albanese non offre alle donne le stesse opportunità di partecipazione, specialmente quando si parla di lavori di alto profilo. Le donne
restano i soggetti a più alto rischio di licenziamento nei periodi di crisi
economica o con il pretesto della maternità. In generale, gli impegni a
maggior qualificazione restano ristretti agli uomini non solo, nel settore privato, ma anche nell’impegno pubblico. Anche nei settori che sono tradizionalmente considerati occupazioni femminili, quali
l’istruzione e la sanità, nonostante le donne costituiscano rispettiva31
http://www.instat.gov.al/graphics/doc/downloads/publikime/femrameshkuj2006.pdf
Aleksandra Binaj
127
mente il 66,6% e il 79% del personale, raramente si trovano in posizioni di responsabilità. (alcuni dati riportati nella tab. 2 )
Tab.2 Universities staff by sex, 200532
Posti
Rettore
Vice Rettore
Membro del Senato Accademico
Preside di Facoltà
Vice Preside
Membro del Consiglio di Facoltà
Direttore di Dipartimento
Uomo
11
7
145
32
12
273
98
Donna
0
2
40
5
4
142
38
Membro i Consiglio di Dipartimento
61
52
INSTAT. Femrat dhe meshkujt ne Shqiperi.
Riferendosi sempre ai dati “INSTAT” 2006, appare sconvolgente il
dislivello registrato in merito alla retribuzione: le donne albanesi recepiscono un reddito pari al 65% di quello che guadagnano gli uomini, a
parità di profilo professionale o di mansione.
Anche l’imprenditoria femminile è ancora molto arretrata: solo il
17% delle donne svolge un’attività propria, per lo più nel commercio
al dettaglio considerata una attività ideale per una donna o comunque
di piccole dimensioni, ove solo raramente si impegna personale dipendente e dove non richieda un capitale iniziale considerevole33.
Le difficoltà per le donne albanesi di affermarsi da protagoniste nel
campo professionale non differiscono da quelle che si osservano nel
resto dell’Europa.
Vi sono pero alcuni elementi che rendono la loro condizione di gran
lunga più difficile di quella di altre, primo fra tutti la grave situazione
economica che ha reso impossibile dotare il paese dei servizi e delle
strutture utili a favorire l’occupazione femminile (asili, scuole materne
pomeridiane, case di riposo). In secondo luogo il fenomeno migratorio
ha provocato l’allontanamento soprattutto degli uomini, lasciando sulle spalle delle donne tutto il peso della famiglia inoltre, spesso, ricevere i redditi degli emigrati ha svolto un’azione dissuasivo
all’intraprendere attività economiche in proprio.
32
http://www.instat.gov.al/graphics/doc/downloads/publikime/femrameshkuj2006.pdf
M.Ekonomi - E. Gjermeni , Krijimi i mundesise ekonomike per grat dhe vajzat ne Shqiperi, Tirane, Qendra e Aleanzes Gjinore per Zhvillim , 2006 p. 121.
33
128
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
La legislazione albanese ha puntato molto sull’uguaglianza di genere emanando leggi sempre più ricettive a quest’aspetto. Tra le più importanti, partendo proprio dalla carta costituzionale, si ricordano:
Costituzione Albanese,
Seconda parte “I diritti e le libertà fondamentali dell’uomo”.
Titolo I, art.18, sancisce: “L’uguaglianza di tutti i cittadini davanti
alla legge, senza nessuna discriminazione per motivi di razza, sesso,
religione,…”.
Titolo IV, art.49, comma I: “Chiunque ha diritto di acquisire le risorse per il proprio sostentamento attraverso un lavoro legittimo liberalmente scelto e accettato”.
Codice del lavoro34, introdotto con la legge 8085 del 13/1/1996:
Art. 33 Si vieta “ogni forma di discriminazione che sia basata su:
razza, età, sesso, origini sociali” e si riconoscono “ gli stessi diritti di
accesso, in modo paritario, alle trattative di assunzione”.
Art.115 (II comma), introdotto con la legge 9125 del 29/07/2003: “il
datore di lavoro deve corrispondere pari salario a uomini e donne
nello svolgimento di un lavoro di pari valore” e “ in caso di abuso di
questa norma, il datore è tenuto a risarcire il lavoratore/ce con una
somma di denaro fino a 30.000 lek”
Il titolo 10 del codice di lavoro stabilisce una protezione speciale per
le donne in stato di gravidanza e per le madri con figli prematuri, come sancito con la legge 9125 del 29/07/2003:
Art.104 (I comma): “è vietato il lavoro per le donne in stato di gravidanza da 35gg prima del parto a 42gg dopo il parto”. (II comma) “ le
donne in gravidanza non devono svolgere lavori pesanti e notturni in
modo di evitare i pericoli per la loro salute e la salute del nascituro”.
Art.105:“ è vietato sottoporre la lavoratrice al test di gravidanza prima della stipulazione del contratto, mentre è ammissibile nei casi in
cui sia previsto come forma di protezione per la donna e per il nasci-
34
Codice del lavoro approvato dal Parlamento albanese con la legge,nr.7961 del
13/3/1996, e modificato con la legge nr. 9125 del 29/7/2003.
Aleksandra Binaj
129
turo”e “nel caso di rescissione del contratto di lavoro da parte del
datore di lavoro durante lo stato di gravidanza della donna o dopo il
parto, sta al datore dimostrare che tale atto non è a causa della gravidanza o del bambino”.
Ovviamente, il raggiungimento dell’uguaglianza di genere è un processo che non può arrivare solo attraverso l’impulso di disposizioni
legislative, ma può realizzarsi solo in virtù dell’integrazione di strategie promosse da diversi attori, siano questi espressione di istituzioni
pubbliche e private.
La situazione delle donne rispetto ai primi anni della transizione
democratica è sicuramente molto migliorata, e il processo va avanti
verso ulteriori traguardi.
Attualmente, uno degli obiettivi principali del governo albanese è il
miglioramento dello status economico, politico e sociale femminile, e
il progresso sulle politiche di parità e pari opportunità tra i due generi.
L’Albania è membro delle Nazioni Uniti (ONU) dal 1955 e ha ratificato un gran numero di convenzioni sui diritti dell’uomo. Una delle
più importante convenzioni ratificate è il CEDAW finalizzata
all’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne. La
convenzione è stata firmata dal governo albanese con la legge 7767
nel 9/11/1993. In base alle raccomandazioni fatte dal comitato della
convenzione CEDAW nel gennaio 2003, il Ministero del lavoro, Affari sociali e Pari Opportunità nel luglio dell’anno 2006 hanno preso
l’iniziativa di elaborare una strategia nazionale per il perseguimento
dell’uguaglianza del genere e contro la violenza domestica35.
Il documento varato dai ministri il 19 dicembre del 2007, in qui ha
previsto l’adozione di un importante piano d’azione per il periodo
2007 – 2010 a sostegno dell’uguaglianza di genere, introducendo una
strategia nazionale che coinvolge diversi attori, a più livelli. Gli obiettivi sono ambiziosi: il raggiungimento del pieno coinvolgimento femminile sul mercato di lavoro e nella politica, l’eliminazione della vio-
35
L’azione è un importante documento adottato dai Consiglio dei Ministri nr.913, del
19/12/2007. Per la progettazione e l’attuazione di questa strategia da parte del Ministero del
Lavoro, Affari Sociali e Pari Opportunità hanno svolto un ruolo importante le Agenzie ONU
come: l’UNIFEM (Fondo delle Azioni Uniti per lo Sviluppo delle Donne), UNDP (programma delle Nazioni Uniti per lo Sviluppo), UNFPA (Fondo delle Nazioni Uniti per la Popolazione), UNICEF (Fondo delle Nazioni Uniti per l’Infanzia), la presenza OSCE in Albania
(Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa) e le ONG Albanesi. Ministria e
Punes, Ceshtjeve Sociale dhe Shanzeve te Barabarta, Strategia Kombetare per barazin gjinore dhe eliminimin e dhunes ne familje 2007-2010, Tirane, Pegi, 2008.
130
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
lenza contro le donne e la lotta alla prostituzione.
La riduzione della povertà è stata uno dei punti iniziali d’intervento.
I programmi si basano specialmente sulle politiche di sostegno sociale, promuovendo l’occupazione, la formazione professionale, la parità
dei salari, con iniziative a tutela della salute e a favore della programmazione familiare. Per raggiungere questi obiettivi è stato necessario
operare in stretta collaborazione con organizzazioni specializzate nazionali e internazionali, associazioni no profit e altre istituzioni private
dedicate alle pari opportunità.
Le ONG albanesi hanno iniziato la loro attività nel 1990, e ad oggi
si contano più di 650 organizzazioni, oltre 120 delle quali sono registrate da donne36, dati che dimostrano come le donne albanesi abbiano
saputo reagire ai cambiamenti sostenendo il processo di sviluppo democratico del proprio paese assumendosi un ruolo di responsabilità.
La collaborazione tra lo Stato e le associazioni femminili no profit è
risultata essere una formula vincente perché queste ultime hanno saputo offrire maggior efficienza e qualità, e un utile scambio d’esperienza
dimostratasi essenziale per la redazione della normativa in materia di
pari opportunità.
L’istruzione
Fino alla seconda guerra mondiale, l’80% della popolazione albanese
era analfabeta. Nel 1949 il governo comunista ha introdotto una legge
contro l’analfabetismo per tutte le persone da sei fino a quarant’anni
di età. Nel 1952 fu introdotta l’istruzione obbligatoria per tutti i cittadini da 6 fino a 14 anni. Successivamente una nuova riforma del governo aumentò le strutture scolastiche in tutte le regioni dell’Albania.
Nel ventennio 1970 - 1990 si è incrementato del 112% il numero delle scuole d’infanzia nelle arie urbane e del 150% nelle zone rurali;l’istruzione dell’obbligo è aumentata del 39%, l’istruzione superiore del 291% e quella di livello universitario del 60%. Il numero degli
studenti che hanno concluso le scuole dell’obbligo durante gli anni
1970 – 1990 è aumentato dell’74,8%, l’istruzione superiore del
36
Le organizzazioni femminili in Albania hanno avuto un ruolo importante per
l’emancipazione della donna. Attualmente le ONG deicate alle donne sono molte diffuse in
tutte le regioni dell’Albania. Nel 1990, l’anno della loro prima costituzione, si contarono solo
7 ONG registrate da donne mentre ad oggi se ne contano oltre 120. Tra le prime ONG di questo tipo si ricordano: IFAW(Forum i Pavarur i Gruas Shqiptare),- VGV (Vatra e Gruas Vlonjate) ,- WBA (Shoqata Rifleksion), QKGV (Qendra e Keshillit per Gra dhe Vajza), ecc.
Aleksandra Binaj
131
914,2% e il numero di studenti universitari è cresciuto del 147%37.
Le politiche di alfabetizzazione hanno rappresentato un importante
strumento per l’emancipazione femminile, ma hanno conosciuto un
brusco arresto nei primi anni Novanta, quando molte scuole sono state
distrutte, e molti insegnanti qualificati hanno lasciato il loro lavoro per
emigrare all’estero. Tra il 1991 e il 1992 il tasso di abbandono scolastico dalle ragazze è stato del 6,34 %, nel 1998 è sceso del 2,7% , migliorando costantemente nei dati più recenti. Il valore più alto di analfabetismo tra le ragazze si attesta soprattutto nelle zone rurali e tra le
fasce più povere, dove le ragazze spesso sono costrette a lasciare la
scuola per contribuire all’economia familiare.
Dopo il brusco cambiamento che ha attraversato l’Albania negli anni Novanta, si assiste ai primi risultati di stabilizzazione politica ed
economica, che ha favorito anche la diffusione della scolarizzazione.
L’articolo 57 della costituzione recita:“tutti hanno diritto
all’istruzione; l’istruzione scolastica obbligatoria è stabilita dalla
legge; l’istruzione superiore generale pubblica è aperta a tutti;
l’istruzione superiore professionale nonché quella di alto livello è
condizionata soltanto dal criterio della capacità; l’istruzione obbligatoria e quella superiore nelle scuole pubbliche è gratuita”.
Lo Stato garantisce infatti l’istruzione gratuita a tutti fino all’età di
sedici anni.
Permane un certo livello di abbandono scolastico: i dati INSTAT
del 2006 denunciano ancora un 1,2% di ragazze che hanno abbandonato la scuola ( anche se la situazione è sempre andata migliorando ).
Diverso è il caso per l’istruzione superiore dove si registra un 48% di
presenza femminile, mentre negli studi universitari è più alta la presenza femminile di quello maschile. Riferendosi sempre ai dati dello
stesso anno, l’istruzione universitaria registra un 58% donne rispetto
agli uomini.
Attualmente il governo albanese, a fronte del piano nazionale 2007
– 2010, ha preso diverse iniziative per aumentare le possibilità di formazione professionale e per incentivare l’accesso per le donne anche
nelle discipline fino ad ora considerato come tradizionali maschili.
La violenza domestica.
La violenza è un reato che resta nascosto, spesso occultato dalle stesse donne che con difficoltà prendono consapevolezza della gravità
37
http://www.instat.gov.al/graphics/doc/downloads/femrameshkuj2006.pdf
132
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
dell’abuso subito. Negli ultimi anni il dramma della violenza domestica è stato affrontato con più serietà. Durante la transizione democratica si è assistito a un innalzamento del livello di violenza all’interno
della famiglia, anche se il confronto con il periodo del regime dittatoriale è difficilmente valutabile per il silenzio al quale erano destinate
tutte le problematiche sociali.
La violenza contro le donne va contestualizzato alla luce delle tradizioni culturali, sociali e politiche dell’Albania. Nonostante i tentativi
fatti nel passato dal regime socialista, la società albanese è ancora imbevuta dalle forti tradizioni patriarcali ereditate dal medioevo e nuovamente acuitesi nel periodo della transizione democratica.
Da una recente indagine, oltre il 63 % delle donne intervistate ha
ammesso di aver subito maltrattamenti da parte del coniuge o del fidanzato, e sono pochissime quelle che decidono di denunciare il fatto
alle autorità competenti. Le motivazioni della non denuncia sono di
carattere economico e sociale, ma anche perché nelle fasi processuali
restano ancora numerosi ostacoli. Vi sono ancora ragioni “altre” prevalenti: mantenere l’unità della famiglia per il bene dei figli, la mancanza
di un lavoro e di un alloggio, il timore di esser condannate
dall’ostracismo della comunità di appartenenza. In secondo luogo, fino
al 1995 le autorità di polizia e la magistratura consideravano la violenza
domestica un fatto ove le parti avevano pari responsabilità e si interveniva per convincere la donna a scagionare l’aggressore. Se una donna
portava avanti la denuncia, doveva farsi carico di raccogliere i testimoni
e di farli presentare in aula. Nei rari casi in cui si concludeva un processo con verdetto di colpevolezza, l’aggressore veniva punito soltanto con una multa e mai con la reclusione. Solo con il nuovo codice
della famiglia, approvato con la legge nr. 9062 del 8/05/2003, è stato
riconosciuto anche il divorzio senza onere della prova per la donna.
Nel giugno 1995 è entrato in vigore il nuovo codice penale che
condanna le minacce, le torture, mentre non è stata prevista alcuna
particolare tutela per i diritti femminili. Il nuovo codice, inoltre, non
riconosce come reato lo stupro quando perpetrato dal coniuge e, del
resto, anche molte donne non lo reputano tale.
Secondo la legge 9198 del 1/07/2006, per violenza domestica si intende “Qualsiasi atto tra persone che sono, o sono state, legate da un
rapporto di famiglia, e porta come conseguenza la violenza contro
l’integrità fisica, morale, psicologica, sessuale, sociale ed economica”.
La legge ha riconosciuto solo la definizione di violenza familiare
come atto in sé, senza nessuna ulteriore specifica sulla pena da erogare. Attualmente non esiste nessuna legge che preveda trattamenti spe-
Aleksandra Binaj
133
ciali per il reato di violenza domestica, esistono solo misure molte limitate, incomplete e inefficaci per prevenirla e proteggere la vittima.
Peraltro, il reato di violenza domestica contempla solo quella fisica,
senza includere quella sessuale, psicologica od economica, lasciando
la vittima senza nessuna protezione adeguata.
Il governo albanese, ignorando il fenomeno della violenza, lasciando impuniti i colpevoli e negando forma d’assistenza alle vittime di
abusi, viola gli accordi internazionali sui diritti umani. Inoltre la forte
pressione sulla vittima (per cercare di estorcere un perdono) piuttosto
che sull’aggressore e sulle forme effettive di condanna del crimine,
rendono lo Stato albanese complice degli aggressori. E i casi di violenza rischiano di aumentare in maniera allarmante.
La violenza domestica rappresenta il fattore principale che spinge le
donne albanesi a chiedere il divorzio, ciò nonostante nel maggior numero dei casi scelgono di non farne cenno durante il processo. Sui 690
procedimenti per divorzio del 2006 effettuati presso il tribunale di Tirana, solo nell’8,9% dei casi la violenza è stata menzionata.
Un importante ruolo per la prevenzione e la lotta contro la violenza
domestica è stata svolto dalle ONG femminili, che hanno sempre cercato di sollevare il problema di fronte al consiglio dei ministri. Proprio
grazie al contributo del ONG al fianco del governo è stato possibile
arrivare a formulare la strategia dell’anno 2007 – 2010 come uno dei
obbiettivi di azione anche contro la violenza domestica. Il governo ha
allora condotto, con l’aiuto del parlamento, della società civile, e della
stampa una serie di campagne per aumentare la sensibilità
dell’opinione pubblica sul fenomeno.
La prima campagna organizzata nel 2007, intitolata “La violenza
uccide se si crea il silenzio”, ha avuto quale suo principale scopo
quello di svegliare, specialmente nella donna, la consapevolezza della
gravità del fatto. In seconda battuta fu organizzato un evento nazionale
per sensibilizzare tutta l’opinione pubblica in conformità con i principi
dei diritti umani e dell’esistenza dei diritti delle donne.
I meccanismi della strategia contro la violenza prevede anche altre
forme d’intervento come l’educazione della società, specialmente dei
più giovani, agendo sui testi scolastici in modo da inculcare fin nella
prima fase dello sviluppo il concetto di parità nelle relazioni familiari,
e sulla stampa, pubblicando in modo continuo messaggi contro la violenza nel tentativo di sensibilizzare l’opinione pubblica.
134
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
La prostituzione.
A partire da 1991, anno del crollo comunista, l’Albania è diventato
uno dei paesi con il numero più elevato di donne e ragazze introdotte
nel mercato illecito della prostituzione.
La prostituzione in Albania è stato un fenomeno dirompente nei
primi anni Novanta, perché quasi non esisteva durante il regime di
Hoxha. Fin da epoche remote il paese era sempre stato un luogo di
passaggio strategico. La via Egnatia38, che attraversa l’Albania, ha conosciuto per il corso dei secoli luoghi nei quali si offriva agli stranieri
di passaggio vari tipi di servizi a pagamento, compreso il commercio
del sesso. La diffusione della prostituzione venne riconosciuta però
durante l’epoca della dominazione turca e perpetrata ai danni delle
donne che appartenevano ai ceti più bassi della società39. Successivamente, durante il regno di Ahmed Zogu, la prostituzione fu riconosciuta come una professione e si legalizzarono i bordelli. Durante tutto
questo periodo la prostituzione non assunse mai il carattere del traffico illegale di persone ma fu un esercizio volontario svolto “liberalmente” dalle stesse prostitute40.
Con il governo comunista, il codice penale proibì il lenocinio e proclamò la chiusura dei bordelli.
Nei primi anni della transizione democratica, il traffico della prostituzione è diventato uno dei problemi più diffusi nel paese, fino ad esser definito come “olocausto Shqiptar”.
Dopo 45 anni di isolamento, il paese ha preso la strada del capitalismo sfrenato con l’obiettivo di avvicinarsi all’occidente nel minor
tempo possibile, nell’illusione di poter avere tutto e subito. Il disordine, la crisi politica e quella legale hanno spinto molti albanesi a intraprendere attività illecite, e tra queste la prostituzione è stata una delle
più importanti, considerata un mezzo per guadagnare velocemente e
38
Antica strada edificata dai romani nella seconda metà del II secolo a.C. Partendo da due
diverse città albanesi, Apollonia e Durazzo, garantiva ai Romani la comunicazione
dell’impero bizantino fino a Costantinopoli.
39
L. Sokoli – I. Gedeshi, Trafikimi, rasti i shqiperise, Tirane, Instituti i Sociologie & Rinia, 2006, p 20-23, citato da, Prostituzioni Holokausti Shqiptar, Revista Spekter,nr. 171,
19/04/2001, P.19-21.
40
Dagli archivi documentari si dimostra che la prostituzione in Albania fino agli anni Novanta non fu mai un fenomeno di tratta, ma prevalentemente un fenomeno di tipo “volontario”. L. Sokoli – I. Gedeshi, Trafikimi, rasti i shqiperise, Tirane, Instituti i Sociologie & Rinia,
2006, p 20-23, citato da, Prostituzioni Holokausti Shqiptqr,Revista, Spekter,nr.171,
19/04/2001, p. 22-23.
Aleksandra Binaj
135
senza fatica il denaro41.
Le organizzazioni criminali hanno avuto facile presa tra le giovane
donne, pronte a partire verso un nuovo mondo dipinto come un Eldorado e a lasciare alle spalle la miseria. In un primo periodo, il reclutamento per la prostituzione avveniva per lo più dalle città principali e
dalle zone meridionale dell’Albania. La persistenza dei valori tradizionali del Kanun, maggiormente diffuso nelle zone settentrionali, è
servito da deterrente per il trafficanti. Tuttavia, con la crescita dei flussi migratori è diventato più facile per i trafficanti avvicinarsi anche
alle ragazze del nord. Attualmente circa 30 mila ragazze albanesi si
prostituiscono per le strade dell’Europa. Gli studi internazionali dimostrano che almeno 60% di loro sonno minorenne, in qui più di meta di
essi sonno ingannate e più di un terzo vengono rapite42.
Il governo Albanese negli ultimi decenni, ha svolto un ruolo attivo
nella lotta contro il traffico della prostituzione, anche causa della pressione esercitata dalle organizzazioni internazionali e dalle associazioni
non governative. Sono stati intrapresi programmi per la protezione e la
reintegrazione delle vittime, ma anche per educare e incentivare la
sensibilizzazione sul tema.
Tra l’altro, la legislazione albanese condanna fino a 15 di reclusione
per il reato di sfruttamento e traffico della prostituzione. Inoltre, il
Codice penale albanese è uno dei pochi, se non l’unico in Europa, a
prevedere anche la responsabilità penale per chi esercita la prostituzione. L’art.113 del Codice civile recita infatti: “L’esercizio della
prostituzione è punibile fino a tre anni di reclusione”.
3. LA DONNA NELLA VITA POLITICA ALBANESE
3.1. Profilo storico del rapporto donna–politica in Albania.
In Albania il peso della tradizione e del diritto consuetudinario hanno
tolto alle donne per secoli ogni possibilità di partecipazione alla vita
politica. La donna “Non ha posto nelle assemblee”, si scrive nel Kanun (art.1227), e ancora: “L’assemblea è la riunione degli uomini”
41
Il traffico della prostituzione in Albania non è un fenomeno legato ai fatori tradizionali,
ma nasce dai nuovi processi di transizione democratica, perciò viene definito più come un
problema economico legato alla transizione che un fenomeno culturale in Albania.
42
Trafiku,
30
mije
prostitute
shqiptare
ne
Evrope.
http://www.lajme.shqiperia.com/media/artikulli/idem/320129/titulli/Trafiku-30-mijeprostituta-shqiptare-ne-Evrope.
136
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
(art1963)43.
Agli inizi del Novecento la necessità di elaborare ed approvare leggi statali favorevoli al riconoscimento dei diritti della donna fu spesso
sollevata, soprattutto negli anni 1912 – 1920, ma a causa della difficile
situazione politica interna e internazionale la proposta restò senza alcun seguito.
Iniziative concrete per riconoscere alla donna i suoi diritti, furono
intraprese dal parlamento albanese negli anni 1921 – 1924. In varie
occasioni, il governo dette l’avvio al dibattito per riconoscere alla
donna il diritto al divorzio, al voto, il diritto ad ereditare, ma sempre
senza alcun esito per la schiaccia maggioranza dei conservatori, ostili
a tali riforme.
L’arrivo al potere del governo Zogu, nel 1925, portò
all’introduzione di grandi riforme in ambito sociale: la riforma scolastica, in particolare, con la creazione dell’istituto normale femminile
“Regina Madre”; si consenti l’accesso ai lavori pubblici alle donne
(nell’insegnamento e come infermiere); infine la compilazione e
l’approvazione del Codice Civile nel 1928 portò a miglioramenti evidenti nel campo dei diritti e delle libertà della donna rispetto
all’ambito matrimoniale e delle relazioni familiari.
Più precisamente, il codice stabilì: il divorzio, la rottura del fidanzamento senza alcuna conseguenza, il diritto di successione e di eredità anche per le donne, il riconoscimento come “famiglia” solo del nucleo monogamico (mentre nelle zone settentrionali dell’Albania era
ancora molto diffusa la poligamia).
Nel 1937 fu approvata una legge che sancì la rimozione del velo e
furono firmate alcune convenzioni internazionali, prevedendo nuove
regole a disciplina del lavoro di donne e bambini.
Ciò nonostante, il governo di Ahmed Zogu riconobbe il suffragio
universale a tutti gli uomini, ma non alle donne.
Solo dopo la seconda guerra mondiale la donna albanese ha potuto
partecipare alle decisioni politiche, godendo un pieno diritto sia attivo
che passivo. Questo risultato è stato comunque ottenuto come un premio per il ruolo e il contributo che le donne albanesi avevano saputo
dare durante la guerra. La donna albanese prese parte per la prima volta alle elezioni per l’Assemblea costituente del dicembre 1945. Pochi
giorni dopo, l’11 gennaio 1946, si affermò finalmente l’uguaglianza
dei diritti tra l’uomo e donna.
43
Sh. Gjecov, Kanuni i Lek Dukagjinit, edizione a cura del Parlamento Albanese, s.l, s.l,
s.d.(ma 1993 albinform).
Aleksandra Binaj
137
L’emancipazione della donna e la sua partecipazione a tutti gli aspetti della vita pubblica rimase uno degli obiettivi principali del regime comunista. Oltre tutto, l’istruzione e la partecipazione delle donne nell’ambito lavorativo furono i due elementi più importanti degli
anni Cinquanta, concepiti quale premessa ineludibile per estendere
successivamente il ruolo femminile nell’ambito politico. In effetti, gli
anni 1970 – 1990 sono gli unici nella storia dell’Albania nei quali le
donne arrivarono ad occupare 1/3 dei seggi del parlamento( dati riscontrabili datti nella tab.3).
Questi risultati concordano con le grandi riforme che il governo albanese intraprese negli anni Settanta sia nel campo dell’istruzione, sia
sul nel mercato del lavoro.
Va precisato però che, aldilà del numero delle donne che svolsero
un ruolo istituzionale, la portata delle loro decisioni non poteva certo
superare i limiti di un regime totalitario, al pari di ciò che accadeva
per tutto il resto della società.
Tab.3 Composizione del parlamento da 1920.
Instat-2006. Femrat dhe meshkujt ne Shqiperi44
Anno
1920
1921
1925
1929 – 1939
1946 – 1950
1950 – 1954
1954 – 195 8
1958 – 1962
1962 – 1966
1966 – 1970
1970 – 1974
1974 – 1978
1978 – 1982
1982 – 1986
1991 – 1992
1992 – 1996
1996 – 1997
1997 – 2001
44
Numero
totale
deputato
78
78
75
57
82
121
134
186
214
240
264
250
250
250
250
140
140
155
Numero
Donne
DONNE IN %
0
0
0
0
6
17
16
17
25
39
71
88
81
78
10
8
21
11
(7.3% )
(13.9%)
(11.9%)
(9.1%)
(11.7%)
(16.3%)
(26.7%)
(35.2%)
(32.4%)
(31.2%)
(4.0%)
(5.7%)
(15%)
(7.1%)
http://www.instat.gov.al/graphics/doc/downloads/publikime/femrameshkuj2006.pdf
138
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
2001 – 2005
2005 – 2009
200945
140
140
140
8
10
22
(5.7%)
(7.1%)
(15.7%)
Dopo la caduta del regime comunista, dal 1991 fino ad oggi, la presenza delle donne in parlamento ha visto una costante flessione, rendendole sempre meno rappresentative. In occasione della prima consultazione elettorale in regime pluralista, nel 1991, si assiste al forte
calo della presenza femminile, i seggi destinati alle donne passarono
da 78 a 10, numero confermati anche nelle elezioni successive.
Secondo i dati INSTAT 2006(tab.4), la composizione parlamentare
del 2005 vede un numero molto esiguo di donne, cosi distribuite tra i
diversi partiti.
Tab.4 Deputetet sipas Partive Politike dhe gjinis, Korrik 200546.
Members of Parliament by Political Parties and sex, July 2005.
SUBJEKTI POLITIK
i Partive
Gjithsej
Democratike (PD)
Socialiste
(PS)
Republikane (PR)
Socialdemokrate (PSD)
Democrate e Re (PDR)
Levisja socialiste per integrim (LSI)
BDNJ
Agrarie Ambientaliste (PAA)
Alleanza Demokratike (PAD)
Democristiane
(PDK)
Democrazia Sociale (PDS)
Bashkia Liberal Demokratike (PLD)
Te pavarur
GJITHSEJ
Total
FEMRA
Female
140
56
42
11
7
4
5
2
4
3
2
2
1
1
10
3
4
1
/
/
/
/
/
/
/
/
/
/
Anche in confronto con il resto del mondo, l’Albania (secondo i dati INSTAT 2006) è uno tra i paesi con la più bassa presenza femminile
in Parlamento47.
La media in % della rappresentanza femminile parlamentare fino
l’anno 2005 tra i paesi dei Continenti seguenti:
45
Gazeta Shqip, 27/07/2009, http://www.gazeta-shqip.com/artikull.php?id=68778.
http://www.instat.gov.al/graphics/doc/downloads/publikime/femrameshkuj2006.pdf
47
Ibidem
46
Aleksandra Binaj
Europa 20%
Grecia 6,3%
Francia 6,4%
Gran Bretagna 9,5%
Italia 11,10%
America
Asia
Africa
Arabia
139
21,4%
16’5%
16,7%
8,2%
Questa scarsa presenza femminile parlamentare sembra finalmente
cambiare direzione in occasione dell’elezione del 28 giugno del 2009.
Grazie all’introduzione di un nuovo sistema elettorale si è affermata
l’obbligatorietà di una quota riservata di 30% di presenza femminile
nelle liste degli elettori, norma che è stata abbastanza rispettata dai
partiti politici. La nuova Assemblea conta infatti ad oggi 22 donne, ed
è il numero più alto tra tutti gli altri Parlamenti che ha avuto l’Albania
dal 1991 fino ad oggi.
Non c’è dubbio che il nuovo codice ha migliorato molto la situazione
rispetto agli ultimi diciotto anni di sistema parlamentare democratico.
3.2. Alcune possibili cause della scarsa rappresentanza femminile nella vita politica albanese
Riferendosi allo studio fatto da Qirjaku S. e Dhimitri L. (2000)48, le
cause storiche che hanno influito negativamente sulla partecipazione
delle donne nei processi politici sono di due ordini di fattore, storicoculturale da un lato, politico- economico e sociale, dall’altro, categorie
che assumono una diversa rilevanza a seconda del periodo storico di
riferimento.
In prima approssimazione, si può perciò ipotizzare la seguente
evoluzione:
1- Prima fase, dagli inizi del secolo fino alla secondo guerra Mondiale. La donna albanese veniva considerata esclusivamente nei suoi
ruoli di madre e moglie.
Fino alla seconda guerra mondiale la donna albanese al di fuori delle
mura domestiche era considerata ben poco. Anche negli anni 1912 –
1920, quando il popolo albanese ha combattuto per l’indipendenza, la
48
S. Qirjaku-R. Dhimitri, Shoqeria civile dhe levizja asociative e lire e grave, Pogradec,
Poradeci , 2000, p.134-135.
140
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
presenza femminile fu del tutto marginale, né venne loro riconosciuto
alcun diritto nella vita pubblica. I secolari valori patriarcali restavano
dominanti, vincolando la donna al cliché di creatura sensibile, fragile e
gracile, del tutto inadatta a farsi carico dei rigori della guerra, o delle
responsabilità attributi ben poco considerati per poter servire
nell’ostinatezza delle lotte nazionale e della vita politica del paese.
Solo nella seconda fase della seconda guerra mondiale la donna albanese cominciò a rivendicare i propri diritti, infrangendo alcuni dei
più retrivi tabù patriarcali e affiancandosi all’uomo nella gestione delle emergenti questioni nazionali.
2- Seconda fase. Gli anni del regime comunista. I primi accenni della emancipazione femminile.
Per la prima volta nella storia dell’Albania il governo si preoccupò di
riconoscere uno spazio alle donne al di fuori delle mura domestiche.
Grazie al ruolo importante che la donna aveva avuto durante la guerra,
il regime comunista concede alle albanesi il diritto di partecipare attivamente alla vita politica del Paese. Il limite di questa apertura è evidente: ogni deliberazione politica dotata di rilievo era comunque determinata dai pochi leader del partito.
Le donne assieme a tutto il popolo albanese, furono chiamate a partecipare alle elezioni politiche nella consapevolezza di poter votare
l’unico partito candidato. Anche le donne elette al parlamento, furono
semplicemente le emissarie delle direttive comuniste e di decisioni già
prese altrove. Quelle poche donne, come Musine Cocolari49, che osarono opporsi, vennero condannate e fucilate.
3- Terza fase. Gli anni della transizione democratica qualche regresso, qualche conquista.
Nei primi anni della transizione democratica sono tornati con più forza
i valori del passato, sia quelli della tradizione patriarcale, sia quelli di
una ipocrita l’uguaglianza tra generi.
49
È conosciuta come la prima donna scrittrice dell’Albania, (1917 – 1983). Laureatasi in
letteratura presso l’università di Roma nel 1941, al suo ritorno in Albania partecipò alla fondazione del Partito Socialdemocratico albanese, nel 1944, e del giornale “La voce della libertà”. Nel 1946, pochi giorni dopo la fucilazione dei suoi due fratelli per ordine del Partito Comunista, la Cocolari fu condannata a vent’anni di carcere, poi esiliata in un piccolo paese
sperduto dell’Albania fino alla sua morte. P. Asllani, Requiem ne dy kohe per Musine Kokolari, in Alleanza gjinore per zhvillim, Te heqesh udhen, Tiran, Pegi,2007, p.69-77.
Aleksandra Binaj
141
In mancanza di una reale cultura democratica, la forte presenza di
tradizioni d’impronta patriarcale, ha portato ad un nuovo processo di
emarginazione femminile nella vita economica, sociale e politica del
Paese.
L’intervento del governo albanese già dai primi anni Novanta, teso
a colmare la disuguaglianza tra generi tramite diverse disposizioni
legislative, non ha dato gli esiti aspettati. Meri atti formali, tra i quale
anche la introduzione delle “Quote Rosa”, non hanno la forza di cambiare la perdurante situazione di disparità tra i sessi in assenza
d’interventi più diretti e concreti.
Le “Quote rosa”
Per agevolare la partecipazione delle donne alla sfera politica, ovvero
per facilitare l’entrata delle donne in ambiti che per lungo tempo sono
stati prerogativa maschile, vi sono tre principali strategie50: le strategie
retoriche, le politiche per le pari opportunità e le politiche delle azioni
positive. Le prime sono solo impegni da parte dei leader politici a favorire le pari opportunità tra uomini e donne, senza implicazioni legali. Le
azioni positive rappresentano la strategia più significativa per incentivare la partecipazione delle donne. In generale, le azioni positive consistono in misure specifiche diseguali destinate ad eliminare, o almeno a ridurre, le conseguenze sfavorevoli derivanti dall’appartenenza a gruppi
sociali segnati da uno svantaggio sistematico e si distinguono in tre categorie51.: una quota di seggi riservato alle donne in base alla legge elettorale; le quote riservate alle donne nelle liste dei candidati; e, infine, le
quote volontarie decise autonomamente dai partiti
Nel caso albanese i due ultimi meccanismi delle quote non hanno
portato dei risultati in quanto alla crescita della rappresentanza femminile. La discussione sulle quote è stata tuttavia molto accesa, specialmente negli ultimi anni sia nell’opinione pubblica, sia in ambito
istituzionale.
Il 17 giugno 2008 il Parlamento albanese ha votato una legge attraverso la quale si è istituzionalizzata l’obbligatorietà di una quota (cosiddetta quota rosa) pari all’obbligatorietà di assicurare un 30% di rappresentanza femminile negli organi legislativi, esecutivi e giudiziario.
50
A. Donà, Le pari opportunità, Bari, Laterza, 2006, p.101, citato da P, Norris, Electoral,
Engineering. Votin Rules and Political Behaviour, Cambridge University Press, Cambridge,
2005.
51
Ibidem.
142
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
Nelle elezioni tenutesi a giugno 2009, seppur non si è raggiunta
la percentuale attesa del 30%, la posizione della donna nel Parlamento
albanese è senz’altro migliorata. Il nuovo Parlamento è oggi composto da 22 donne, pari al 15,7% dei seggi52.
Restano da risolvere molti altri problemi, prima fra tutti la loro
permanente incapacità di far carriera dentro al Parlamento.
Nelle tabelle seguenti si illustrano i dati che riguardano le posizioni
nei ruoli di alto livello decisionale e istituzionale delle donne al 2006.
Tab.5 Participation of women in institucions, October 2005
POSITION
COUNCIL OF MINISTERS
Prime Minsters
Cabinet’s Head of Prime Minister
Advisers of Prime Minister
Vice Prime Minister
Cabinet’s head of Vice Prime Minister
MINISTRIES
Ministers
Vice Ministers
General Secretary
SUBORDINATE INSTITUTIONS OF THE COUNCIL OF MINISTER
Directors Head
Prefecture/Prefekts
INDIPENDET INSTITUTIONS
Directors & Head
MALE
FEMALE
1
1
6
1
/
/
/
/
/
1
13
20
10
1
4
2
10
10
5
2
14
1
Source: Comitee for Equal Opportunities
Tab.6 Composition of parliament, July 2005
POSITION
Head of Parliament
Spokesperson of Parliament
Member of Parliament
Chairs of Parlamentarian Comm.
Chairs of Parlamentarian Groups
MALE
/
2
140
7
9
FEMALE
1
/
10
1
/
Source: Web-site of Parliament www.parlament.al
Anche nella composizione dell’ultimo governo, composto da sedici
membri, solo uno era di sesso femminile. L’introduzione delle quote
52
Gazeta Shqip, 27/07/2009, http://www.gazeta-shqip.com/artikull.php?id=68778
Aleksandra Binaj
143
sembra insomma poter offrire solo la quantità, ma non una vera rappresentanza in senso qualitativo e tantomeno assicurare un reale potere
decisionale per le donne.
Facendo un raffronto con altri paesi europei dove il meccanismo
delle quote è diffuso, si possono individuare due ipotesi interpretative
utili per riflettere sul modello adottato dal governo albanese.
In un primo caso, si considera il sistema di quote come una iniziativa
poco democratica e forzata53.
Secondo questa posizione, l’Albania sta tornando verso un sistema
affine a quella del precedente governo comunista, nel quale le scelte e
gli orientamenti politici non si basano su di una decisione democratica
e ragionata dell’elettore, ma diretta dall’alto sulla base di un’azione
preordinata.
Nella seconda interpretazione, invece, si avanza una obiezione meritocratica54.
L’introduzione delle quote assicurerebbe alle donne una chance in
più per migliorare la loro rappresentanza politica, influendo però negativamente sulla loro carriera successiva. In base a quest’ottica, la
partecipazione “non meritata” delle donne in una fase iniziale, pregiudicherebbe la loro possibile designazione tra i membri della dirigenza
dei posti istituzionali.
In conclusione, il sistema delle quote può essere considerato come
un primo passo, ma per essere più efficiente deve affiancarsi ad altri
tipi d’iniziative. La parità tra uomini e donne in ambito politico potrà
essere garantita solo con la conquista di una piena cittadinanza sociale.
CONCLUSIONI
Seppur in maniera sommaria, evidenziando gli aspetti macroscopici, si
è tentato di fare un quadro complessivo dei fattori che hanno avuto un
ruolo importante nell’ultimo ventennio di storia dell’Albania in merito alla condizione della donna.
Per comprendere il peso della tradizione è stato necessario ripercorrere la storia delle donne d’Albania fin dai tempi delle società pa-
53
54
G. Brunelli, Donne e politica, Bologna, Mulino, 2006, p. 70-73
Ibidem.
144
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
triarcali, risalendo poi fino all’attualità e alla sfida della contemporaneità, ormai tesa a garantire la piena rappresentanza di uomini e donne
per una compiuta società democratica.
Il bilancio che se ne può trarre evidenzia le profonde trasformazioni
subite e quanto sia cambiato il ruolo della donna mettendo in rilievo
gli esiti sia positivi e quelli negativi.
A quasi vent’anni dalla caduta del regime di Hoxha, l’uguaglianza
tra i generi rimane infatti un problema ancora tutt’altro che risolto.
Sono stati molti i fattori che hanno impedito il raggiungimento di una
compiuta emancipazione democratica, ma nonostante ciò i risultati
degli ultimi anni sono stati innegabili.
Un primo passo importante è stato quello di far acquisire una nuova
consapevolezza alle donne albanesi in merito alle scelte importanti
della loro vita. Partecipare alla vita economica, sociale, politica, scegliere una vita dedicata alla famiglia e ai figli, o piuttosto alternare
l’attività pubblica con quella privata, sono scelte che ormai vengono
sentite come spettanto solo alla donna e non possono più essere imposte dall’esterno, né in nome di un regimi politico, né di consuetudini di
stampo patriarcale.
Dall’analisi condotta emerge che il nuovo sistema democratico vigente in Albania garantisce – in linea teorica e di principio - la parità
tra i generi. Non ci sono ostacoli giuridici che limitano una compiuta
uguaglianza tra donna e l’uomo, ciò nonostante permangono barriere
derivanti dalle forme con le quali la vita del Paese è strutturata e dalle
resistenze di tipo sociale e culturale.
Tra le principali cause emerse e che costituiscono un ostacolo nella
partecipazione alla donna in condizione di parità con l’uomo nella vita
economica, sociale e politica dell’Albania, possiamo enucleare due
ordini di ragioni: la persistenza dei valori culturali tradizionali e una
scarsa volontà d’intervento da parte delle istituzioni.
1- La persistenza dei valori culturali patriarcali tipici della tradizione
albanese influisce ancora con forza la percezione in merito alla
divisione dei compiti all’interno della famiglia come un dovere e
una responsabilità principalmente femminile. Resistono ancora gli
stereotipi secondo quali “l’uomo è nato per amministrare la vita
pubblica e la donna quella privata”. La diseguale divisione del lavoro in base al genere crea opportunità disuguali tra donne e uomini, con effetti pesantemente negativi non solo nella loro struttura
economica del Paese ma anche su quella sociale e politica.
2- L’incapacità da parte del governo albanese di promuovere politi-
Aleksandra Binaj
145
che sociali efficaci e garantire l’offerta di servizi che possano favorire l’emancipazione femminile. Oltre alla disoccupazione, ai
bassi salari, all’incertezza professionale, la scarsità di politiche sociali volte a garantire l’esistenza di strutture come: asili nidi, scuole materne con orari pomeridiani, case di cura per le persone anziane, rende ancora più difficile condurre le scelte importanti per la
loro vita, divise tra la famiglia e la carriera, si intenda con
quest’ultima sia quella lavorativa, sia quella politica.
Attualmente l’interesse principale del governo albanese per raggiungere gli obbiettivi di una eguaglianza e pari opportunità tra generi, ha
maturato nuovi meccanismi che prevedono dei interventi più diretti in
qui partecipano tutti attori pubblici e sociali.
In questo modo si può raggiungere la sensibilizzazione sul problematiche di genere nell’opinione pubblica, superare gli stereotipi
sulle donne, la consapevolezza sul ruolo importante che le donne albanese hanno nella vita sociale economica e politica. Solo un dialogo
aperto con tutta la società, e un intervento più diretto nelle esigenze
base per vita delle donne si può consolidare in Albania una vera democrazia tra i generi.
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CONFRONTI
EL ACCIONAR DE LOS GOBIERNOS SUBESTATALES EN
ESCENARIO
INTERNACIONAL
Y
LA
COOPERACIÓN
DESCENTRALIZADA COMO PRODUCTO DEL MISMO
Odile Hourcade
Indice
1. Una primera aproximación teórica
2. Tendencias vigentes a nivel mundial: la paradiplomacia y la
redefinición del concepto de desarrollo
3. tendencias regionales: el cono sur y su proceso de redemocratización, descentralización y el proceso de integración
regional
4. La cooperación descentralizada como nuevo paradigma de la
cooperación al desarrollo
5. La cooperación descentralizada transfronteriza y el caso
formoseño-paraguayo
5.1. Un caso paradigmático: la gestión del riesgo ambiental en la
baja Cuenca del Pilcomayo y confluencia con el Río Paraguay
Bibliografía
149
152
154
156
160
162
164
Odile Hourcade
149
1. UNA PRIMERA APROXIMACIÓN TEÓRICA
El período histórico que se inicia con el desenlace de la Guerra Fría ha
significado un nuevo escenario mundial que, entre otras cosas y en
términos de Raymond Aron, supuso el paso de un mundo bipolar a
otro multipolar. Esto resultó no sólo en el abandono de una estructura
en la cual se asentaron las relaciones internacionales durante cuatro
décadas sino que además supuso la modificación de dinámicas de
relacionamiento, cambios en prácticas e interacciones, incorporación
de nuevos actores al escenario internacional, entre otros. También, y
no menos importante, con el fin de aquel conflicto se pusieron en
jaque conceptos teóricos que paulatinamente fueron mostrándose cada
vez más inadecuados para dar cuenta de una realidad muy diversa a
aquella en la cual todo giraba en torno a las relaciones entre dos
grandes superpotencias obsesionadas con su seguridad nacional
entendida siempre en términos militares y limitada al factor
geopolítico y en donde el enfrentamiento indirecto derivó en una
lógica orientada primero a consolidar y luego a mantener sus
respectivas áreas de influencia. En este sentido, el paradigma vigente
hasta entonces –el Realismo Político1- se mostró incapaz de dar cuenta
de una nueva realidad mundial, ante la cual sus herramientas
conceptuales se tornaron insuficientes e ineficientes.
Más allá de que el final de este gran enfrentamiento es un hecho
concreto y si se quiere “visible” (materializado y/o simbolizado con la
caída del Muro de Berlín), pensamos que es un error considerar que a
partir de aquel momento el mundo cambió abruptamente,
planteándose un nuevo juego, con nuevas reglas y actores. Muy por el
contrario, el período debe ser considerado -so riesgo de perder
capacidad de análisis- como un proceso de transición, en el cual
paulatinamente se consolidaron tendencias y se fueron perfilando
nuevos desafíos y oportunidades. De este modo, y como siempre
sucede, el fin de una cosa no significó más que el inicio de otra
mientras otras tantas se mantenían iguales.
Desde el punto de vista teórico, muchos son los intentos realizado
por explicar lo que venía sucediendo en el mundo pero la
aproximación que nos interesa mencionar es la realizada por Robert
Keohane y Joseph Nye en su paradigma de la Interdependencia
1
El mismo fue claramente explicado por Hans Morgenthau en el libro Política entre
las naciones. La lucha por el poder y la paz.
150
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
Compleja2. Esta aproximación es particularmente interesante para el
presente artículo, en tanto hace referencia a ciertos puntos claves para
comprender los fenómenos que planteamos. Concretamente nos
interesan dos supuestos: a) la existencia de canales múltiples que
conectan a las sociedades y b) la agenda de las relaciones
interestatales consiste en una serie temas varios que no están
colocados en una jerarquía clara o sólida. El primero flexibiliza el
supuesto realista que sostiene que los estados actúan coherentemente
como unidades –dando cabida a las relaciones transgubernamentalesy por otro lado el que estipula que los estados son las únicas unidades
del sistema internacional –dando lugar a la aparición de las relaciones
transnacionales-. De esta forma, la visión realista de que los estados
solo se relacionan entre sí a través de los órganos gubernamentales
especialmente creado para manejar la política exterior –o sea, los
Ministerios de Relaciones Exteriores- es superada, lo cual tendrá
repercusiones en la percepción de una férrea delimitación entre lo
interno y externo. La Interdependencia Compleja tendrá entonces una
concepción fragmentada del estado, compuesto por distintas agencias,
ministerios y órganos que entran en contacto con sus pares de otros
estados, produciéndose interrelaciones entre distintos niveles. Si bien
los autores no nombran directamente a los entes subestatales o
subnacionales como actores del sistema internacional esbozan una
idea que se dirige en aquella dirección cuando, en referencia a los
nuevos temas, afirman que “…son considerados en distintos
departamentos gubernamentales (no exactamente en Relaciones
Exteriores) y en distintos niveles”3. Este encuadre teórico permite
explicar fenómenos tales como la “paradiplomacia” o la “cooperación
descentralizada”, de los cuales hablaremos a continuación y que tienen
como actores indiscutibles a los municipios, provincias,
organizaciones de la sociedad civil y otros actores territoriales.
El segundo supuesto vinculado a la jerarquía de los problemas de
la política internacional, tiene que ver con la idea de que la seguridad
ya no se encontraba más amenazada desde el punto de vista. La
tradicional división de la agenda en una alta y baja política4 comienza
2
Aquel paradigma tiene como piedra angular al libro escrito por ambos autores:
Poder e interdepencia: la política mundial en transición.
3
Keohane, Robert y Nye, Joseph (1988) Poder e interdepencia: la política mundial
en transición. Buenos Aires: Grupo Editor Latinoamericano.
4
Cabe recordar que, de acuerdo a la percepción realista, existía una esfera de “alta
política” que hacía referencia a las cuestiones de seguridad entendida en términos
militares y otra esfera de “baja política” en la cual se incluían todos los demás, como
Odile Hourcade
151
a desdibujarse y simultáneamente se diversifica desde el punto de
vista temático.
Esto último es reconocido incluso por un realista como el ex
Secretario de Estado de los Estados Unidos Henry Kissinger, cuando
sostiene “…los progresos en el manejo de la agenda tradicional ya no
son suficientes. Ha surgido una gama de cuestiones nueva y sin
precedentes. Los problemas energéticos, de los recursos, del medio
ambiente, de la población, del empleo del espacio y de los mares se
equiparan ahora con cuestiones de seguridad militar, ideológicas y de
rivalidad territorial, las que tradicionalmente habían conformado la
agenda diplomática”5.
La desjerarquización de la agenda contribuye a tornar más borrosa
la diferencia entre los temas que tradicionalmente estaban
circunscritos a la política interna y aquellos que se concentraban a
nivel de la política externa. Temáticas tales como medioambiente,
pobreza, derechos humanos, agricultura, educación, salud, política
energética, género, terrorismo, flujos migratorios y desarrollo
económico, comienzan a ser negociados a nivel internacional
poniendo de manifiesto la necesidad de cooperar para su resolución.
Pero esta cooperación, como veremos, no será sólo de índole interestatal y canalizada por los Ministerios de Relaciones Exteriores
nacionales, sino que también involucrará a los entes subestatales,
ONGs y otras organizaciones de la sociedad civil. Por otro lado, estos
temas y/o problemas pondrán en evidencia otra cuestión vinculada a la
realidad que venimos describiendo: el rol clave de las zonas de
frontera para el manejo de los mismos. Como se puede apreciar, en
muchos casos se trata de problemas que trascienden las fronteras
fácilmente, tornándolas porosas y permeables, lo que pone en
evidencia la imprudencia que supondría concebir a la seguridad
nacional en términos netamente militares.
A efectos de nuestra investigación, el supuesto de los múltiples
temas que conforman la agenda global cobra relevancia en tanto el
accionar internacional de los entes subestatales se centra en temas que
anteriormente eran considerados de “baja política”6. En este sentido, el
fenómeno por el cual los municipios y provincias extienden su
accionar al ámbito internacional, sería impensable para el realismo
podrían ser cuestiones relativas al ambiente.
5
Kissinger, Henry A (1975) A new national Partnership. Department of State
Bulletin. cit en Keohane, Robert y Nye, Joseph, op. cit
152
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
político no sólo por tratarse de actores que no serían aptos para
desempeñar un rol en la política internacional sino porque además los
temas de los cuales estos actores se ocupan, deberían ser tratados
fronteras adentro.
2. TENDENCIAS
VIGENTES A NIVEL MUNDIAL: LA PARADIPLOMACIA Y
LA REDEFINICIÓN DEL CONCEPTO DE DESARROLLO
Tal como hemos mencionado, la apertura del juego internacional a
nuevos actores ha relativizado el protagonismo hasta entonces
indiscutible de los estados-nación. No sólo surgieron nuevos actores
provenientes del sector privado como las grandes empresas
transnacionales que en muchos casos manejan recursos que superan
con creces los presupuestos nacionales de los países más pobres, sino
también otros actores como ser organizaciones de la sociedad civil e
incluso algunos provenientes del interior mismo de los estado-nación:
los entes subestatales.
Este último concepto hace referencia a:
-
los municipios y las ciudades, sea cual fuere su tamaño, urbanos o
rurales, con sus distintas realidades socioeconómicas y con
diferentes niveles de autonomía, aunque siempre con una base
representativa democrática;
las aglomeraciones urbanas o áreas metropolitanas, que engloban
en su seno un municipio de referencia y los núcleos de población
colindantes;
los departamentos o las provincias, niveles territoriales por encima
de los municipios que pueden ser desde simples divisiones
administrativas hasta gobiernos locales autónomos;
las regiones o los estados federados, que representan el nivel
inmediatamente inferior al Estado nacional.7
-
La participación cada vez más activa de los entes subestatales o
7
Romero, María del Huerto (2006), Introducción a la cooperación descentralizada.
Contenido del Módulo 2 del Curso de Formación on-line “Especialista en Cooperación
Descentralizada Europa-América Latina”. Impartido por el Observatorio de la
Cooperación Descentralizada Local UE-AL en colaboración con la Universidad
Abierta de Cataluña. CITADO en Zapata Garesché, Eugene D. (2007) Guía para la
acción exterior de los gobiernos locales y la cooperación descentralizada Unión
Europea-América Latina. Editorial Montevideo: Observatorio de Cooperación
Descentralizada Unión Europea-América Latina.
Odile Hourcade
153
también llamados subnacionales en la arena internacional tiene que
ver con una serie de factores relativos a la nueva realidad del sistema
internacional en su conjunto, pero también relacionados a procesos
internos de cada estado en particular así como a dinámicas regionales
y/o sub-regionales. En este sentido, es un hecho claro y evidente que
ciudades, regiones y provincias de todo el mundo han extendido su
accionar al ámbito internacional, cuando antes sólo unas pocas lo
hacían. Pero no es menos cierto que existe un mayor involucramiento
internacional de entes subestatales provenientes de ciertas áreas
geográficas o incluso de ciertos países por sobre otros.
Necesariamente esto tiene que ver con la promoción o no de procesos
al interior de los estados que, entre otras cosas, impulsan la
descentralización y consecuente ampliación de las capacidades de sus
ciudades, provincias y/o regiones para gestionar su propio desarrollo.
Antes de continuar con la descripción de los hechos y procesos que
facilitaron y facilitan el accionar internacional de estos actores,
diremos que a aquel fenómeno se lo conoce como paradiplomacia y se
lo define como “el involucramiento de los gobiernos subestatales en
las relaciones internacionales, por medio del establecimiento de
contactos formales e informales, permanentes o provisorios (ad hoc),
con entidades extranjeras, públicas o privadas, con el objeto de
promover resultados socioeconómicos o políticos, tanto como
cualquier otra dimensión externa de su propia competencia
constitucional”8.
Tal como hemos mencionado más arriba para que aquello sea
posible, es necesario un contexto adecuado que lo permita y aliente.
Ya dijimos que la agenda global se complejiza y se incorporan
problemáticas que son más palpables a nivel local y cuyas soluciones
son más viables si nacen y se implementan desde lo local. Si bien
posteriormente las gestiones para su resolución pueden llevarse a cabo
en otros niveles de gobierno, lo cierto es que para muchos de estos
problemas es importante que las soluciones sean “desde abajo hacia
arriba” y las acciones a implementar sean identificadas en el nivel más
próximo a la comunidad; es decir, las ciudades.
Otra cuestión que tiene que ver el fenómeno de la paradiplomacia
8
Noé Cornago Prieto (2004) O outro lado do novo regionalismo pós-soviético e da
Asia-Pacífico: a diplomacia federativa além das fronteiras do mundo occidental. San
Pablo: Editora da Universidade do Sagrado Coraçao CITADO en Romero, María del
Huerto Una aproximación contextual y conceptual a la cooperación descentralizada,
disponible en www.observ-ocd.org
154
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
es, sin lugar a dudas, el nuevo concepto de desarrollo propuesto por el
paradigma de Desarrollo Humano. A partir de la vigencia de esta
nueva aproximación teórica, se abandona la idea de que el desarrollo
se daría de modo lineal reproduciendo modelos que habían
demostrado ser exitosos en otras latitudes, así como también la
asociación establecida entre crecimiento económico y progreso como
si fuese una ley de “causa y efecto”. Muy por el contrario, y tal como
menciona Mahbub ul Haq “por lo general, las personas valoran
logros que no aparecen del todo, o por lo menos inmediatamente, en
cifras de ingreso o crecimiento: mayor acceso al conocimiento, mejor
nutrición y servicios de salud, medios de vida más seguros, seguridad
frente a crímenes y violencia física, un tiempo libre más satisfactorio,
libertades políticas y culturales y un sentido de participación en
actividades comunitarias”9. El paradigma de Desarrollo Humano
entonces, se aleja de la asimilación entre los términos de “desarrollo”
y “crecimiento económico” al tiempo que abandona el presupuesto de
desarrollo como proceso lineal. Pero lo que es clave para entender la
contribución al fenómeno de la paradiplomacia, tiene que ver con que
se relativiza la idea de que los gobiernos centrales son los únicos
responsables del desarrollo nacional. Claro está que este replanteo
redunda en un mayor involucramiento de las autoridades locales en la
gestión de su propio desarrollo, razón que explica la difusión tan
amplia del término desarrollo local. Ante esto, una de las alternativas
que se les presenta es el de extender su accionar al ámbito
internacional y una de las herramientas concretas es el de promocionar
acciones de cooperación descentralizada. De este modo se puede
hablar de un replanteo del rol institucional de los municipios, los
cuales asumen nuevas funciones que ya no se limitan simplemente al
de administrar servicios públicos urbanos sino que ahora los
involucran en el desarrollo socio-económico de sus comunidades.
3.
TENDENCIAS REGIONALES: EL CONO SUR Y SU PROCESO DE REDEMOCRATIZACIÓN, DESCENTRALIZACIÓN Y EL PROCESO DE
INTEGRACIÓN REGIONAL.
El replanteo del rol institucional de los entes subnacionales tiene que
ver con el proceso de descentralización iniciado en algunos países
9
Mahbub ul Haq. El paradigma del desarrollo humano, disponible en
www.desarrollohumano.cl
Odile Hourcade
155
latinoamericanos en las últimas décadas del siglo pasado. En el caso
de los países del Cono Sur aquel fenómeno fue acompañado, o incluso
impulsado, por los procesos de re-democratización iniciados tras el fin
de las dictaduras militares. En un estudio realizado por el
Observatorio de Cooperación Descentralizada Unión Europea –
América Latina sobre la cooperación territorial y la cooperación
descentralizada se sostiene que (hablando del proceso de
descentralización): “A pesar de su gran diversidad estos procesos
presentan una característica común: la de ser, casi en todos los casos,
un proceso simultáneo o al menos una consecuencia directa del ciclo
de democratización que se extendió en toda América Latina a partir
de los años ochenta”10.
Se puede incluso afirmar que ambos fenómenos se retroalimentan
y condicionan mutuamente: el proceso de descentralización tiene por
contexto un incremento de las demandas de la ciudadanía orientadas a
profundizar la democracia y la búsqueda de una mayor eficacia por
parte del estado. Asimismo, esta búsqueda de un estado mas eficaz se
traduce en una mayor preponderancia otorgada por los ciudadanos a la
esfera municipal en la resolución de sus problemas y demandas,
derivando en una transferencia gradual del poder y recursos en
beneficio de los municipios y acentuando de esta forma el proceso de
descentralización. La justificación, lógicamente parcial, de aquel
proceso deriva del hecho de que la ciudadanía latinoamericana
comienza a percibir al gobierno nacional como incapaz de satisfacer
sus demandas y traslada las mismas a otros niveles de gobierno:
provincias y municipios. Estos últimos se encuentran entonces frente
al imperativo de resolver nuevos problemas que antes eran resueltos
en otros niveles del estado. Como veremos más adelante, la falta de
expertise para hacerlo –dada la falta de experiencia en temas que
tradicionalmente no han sido de su competencia- así como también la
falta de recursos son dos puntos cruciales para comprender el valor
que la cooperación descentralizada puede representar para los entes
subestatales.
Otro factor regional cuya consideración es ineludible es el proceso
de integración regional iniciado en el Cono Sur y conocido como
MERCOSUR. El mismo pone de manifiesto la voluntad de los países
de la región de conformar un bloque a partir del cual promover
conjuntamente el desarrollo regional. Más allá de los avances y
10
Aportes de la cooperación descentralizada Unión Europea-América Latina a la
cooperación territorial en América Latina disponible en www.observ-ocd.org
156
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
retrocesos, marchas y contramarchas, las iniciativas integracionistas
constituyen medidas adoptadas por los estados de forma voluntaria y
de acuerdo a sus objetivos e intereses de desarrollo. La integración se
plantea entonces como una respuesta de los estados ante los límites
que encuentran en la consecución de sus objetivos domésticos de
desarrollo y como una forma de superar los límites que se les plantean
en la economía internacional. De esta forma deciden complementarse
e integrarse con otros estados dentro de su ámbito regional y así
mejorar su posición negociadora frente a otros estados y promover el
bienestar de sus ciudadanos. Este proceso ha podido darse gracias a
que viejas hipótesis de conflicto fueron superadas al tiempo que se
modificaron las percepciones que hasta el momento se tenían de las
fronteras. Hacemos referencia a la idea de frontera como barrera de
protección, como confín del estado, que relegaba las áreas de frontera
a un lugar de aislamiento con respecto a los centros dinámicos y las
decisiones nacionales, con lo que se caracterizaban como “zonas de
nadie”, con poca población y con niveles de desarrollo mucho
menores que en otras regiones de los distintos países. Tal como
sostiene Eugenio Valenciano11, su potencial de desarrollo se solía
encontrar reprimido por esa circunstancia y por la ausencia de
políticas específicas de promoción.
4. LA COOPERACIÓN DESCENTRALIZADA COMO NUEVO PARADIGMA DE LA
COOPERACIÓN AL DESARROLLO
Finalmente haremos una breve mención de un nuevo paradigma que
surge en el terreno de la cooperación al desarrollo. Durante la década
de los noventa comienzan a esgrimirse una serie de críticas contra el
paradigma de cooperación clásico y verticalista. El mismo suponía
acciones netamente asistencialistas y paternalistas, establecidas entre
países ricos y pobres y que dejaban en evidencia la ausencia de
principios de igualdad y colaboración mutua. En este marco se
establecían relaciones asimétricas, con un marcado rasgo de
unilateralidad donde los sujetos intervinientes en las acciones se
podían clasificar como donantes y beneficiarios. Los actores por
excelencia de aquel modelo eran los estados-nación y las modalidades
11
Valenciano, Eugenio O. Los Comités de Frontera: funcionamiento y experiencia,
disponible
en
http://www.iadb.org/intal/intalcdi/integracion_latinoamericana/documentos/156Estudios_4.pdf
Odile Hourcade
157
mas frecuentes eran proyectos de aplicación general, concebidos,
ejecutados y monitoreados desde los países desarrollados para los
países menos desarrollados. Los objetivos eran de carácter
eminentemente económico y los medios para alcanzarlos se limitaban
a transferencias de recursos a título de subvención a fondo perdido o
de donaciones no reembolsables sin contraprestación.
Las críticas que comienzan a dirigirse hacia este paradigma, tienen
que ver con cuestionamientos hechos acerca de los medios,
instrumentos y prácticas que se estaban utilizando en el sistema de
cooperación al desarrollo para mejorar las condiciones de vida de los
países más pobres. Alberto Enríquez y Manuel Ortega señalan que los
cuestionamientos más sustantivos se orientaban a la desarticulación
entre políticas de cooperación y las políticas de desarrollo en los
países destinatarios de la ayuda. Los autores señalan como razones de
este fenómeno, a la implementación de proyectos que ignoraban las
condiciones específicas de cada país imponiendo soluciones
prefabricadas y también al carácter estado-céntrico de las prácticas
que alejaban a los beneficiarios de los circuitos de decisiones y
acciones dificultando la apropiación por parte de ellos, la
sostenibilidad de los resultados y la eficiencia y eficacia en el uso de
los recursos12.
De este modo fue posicionándose un nuevo paradigma: el de la
cooperación descentralizada. No se puede decir que el mismo haya
reemplazado al anterior, el clásico, pero si se puede afirmar que ambos
coexisten en el mundo de la cooperación al desarrollo, incluso hoy en
día.
Cada particularidad del paradigma de la cooperación
descentralizada que lo diferencia del anterior, tiene que ver con los
fenómenos que hemos venido mencionando en el presente artículo:
paradiplomacia, complejización de la agenda internacional, desarrollo
local, descentralización y democratización. Antes de ver como se
interrelacionan estos procesos con el fenómeno de la cooperación
descentralizada, definiremos el concepto.
Según el Observatorio de la Cooperación Descentralizada UEAL13 la cooperación descentralizada pública es el conjunto de
acciones de cooperación internacional que realizan o promueven los
gobiernos locales y regionales de Europa y América Latina. A su vez,
12
Enríquez, Alberto y Ortega Manuel Cooperación descentralizada; del
asistencialismo a la visión de socios, disponible en www.observ-ocd.org
13
www.observ-ocd.org
158
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
ésta se subdivide en dos: 1) la cooperación descentralizada pública
indirecta o delegada que consiste en financiar los proyectos o acciones
presentados por los actores no gubernamentales, representando en
algunos países la mayor parte de la cooperación descentralizada
pública. En este caso, las instituciones locales se limitan a financiar
proyectos de ONG y a dar apoyo a su tejido social, sin elaborar una
verdadera política pública de cooperación14. Tampoco suponen una
relación directa entre actores de los dos continentes. La otra
subdivisión es 2) la cooperación descentralizada pública directa
entendida como aquella que supone el establecimiento de una relación
directa entre gobiernos locales y regionales, sobre la base de la
implicación y autonomía de dichos agentes.
Como hemos dicho, este nuevo paradigma se vincula y
retroalimenta con los otros procesos mencionados. En primer lugar,
sus actores indiscutibles son los entes subnacionales, con lo cual esta
directamente vinculado al fenómeno de la paradiplomacia así como
también al de descentralización administrativa sin la cual los
municipios y provincias carecerían de capacidad de gestionar el
desarrollo local a través de, por ejemplo, acciones de cooperación
internacional. En este contexto, la cooperación descentralizada se
presenta a los entes subnacionales como una herramienta por medio de
la cual se podrían impulsar proyectos de desarrollo local,
puntualmente por dos razones concretas. En primer lugar y como
hemos visto, el protagonismo que comienzan a adquirir los municipios
coincide con un momento –o es producto de un momento- en el cual
las comunidades comienzan a percibir a los gobiernos centrales como
incapaces de resolver sus problemas cotidianos, trasladando sus
demandas a las instancias más cercanas, como ser el municipio. De
esta forma, se asiste a una sobredemanda de soluciones al municipio
por parte de la ciudadanía que muchas veces resultan insatisfechas ya
sea por la falta de experiencia de las ciudades en temas que
tradicionalmente no han sido de su competencia así como también por
falta de recursos. En este terreno surge entonces la necesidad de
plantear estrategias diferenciadas orientadas a la promoción del
desarrollo local, ante lo cual la promoción de acciones de cooperación
descentralizada puede ser una posible herramienta. Esto último tiene
que ver no sólo con los posibles recursos financieros que podrían
destinarse a proyectos concretos sino también con otro aspecto
14
Malé, Jean-Pierre Especificidades de la cooperación descentralizada pública:
actores, contenidos y modelos, disponible en www.observ-ocd.org
Odile Hourcade
159
igualmente importante que forma parte de este nuevo paradigma: el
intercambio de buenas prácticas entre autoridades locales a través de
las asistencias técnicas.
En este punto cabe mencionar una ventaja de la cooperación
descentralizada que muchas veces se pasa por alto y que tiene que ver
con realidades típicamente latinoamericanas. Como es ampliamente
sabido, en esta región del mundo la disparidad en cuanto al PBI per
capita es realmente alarmante y los mecanismos de distribución de la
riqueza generan altos niveles de inequidad. En el caso de la Argentina
esto se traduce en regiones que por ciertas razones particulares, poseen
mayor o menor pobreza que otras. No obstante, todo el país esta
catalogado como de renta media, aún cuando existan zonas en donde
más del 90% de los hogares carece de inodoro15 o lo tiene sin descarga
de agua, con la consecuente exposición al riesgo sanitario y a
enfermedades de origen hídrico, entre otras. Lo se quiere significar
con este indicador es que muchas veces estos países, de renta media
según ciertos organismos, poseen en su interior realidades muy
disímiles, que muchas veces hacen que, por ejemplo, la realidad del
norte argentino sea más semejante a la realidad de ciertos lugares de
Paraguay y/o Bolivia que a la realidad de la misma capital nacional,
Buenos Aires.
De este modo, la cooperación descentralizada supone el marco
adecuado para gestionar de modo preciso necesidades más concretas
que relativizan estas clasificaciones de países como si fueran un todo
homogéneo.
Volviendo al tema de la complejización de la agenda global,
vemos que la cooperación descentralizada tiene también que ver con
este fenómeno. Las temáticas priorizadas por las acciones de
cooperación descentralizada tienen que ver con aquellos temas y
problemas que antes eran manejados y gestionados fronteras adentro y
que en las últimas décadas del siglo pasado hicieron su aparición en el
escenario internacional, consolidándose en aquel ámbito con la
Declaración del Milenio del 2000 y sus Objetivos de Desarrollo del
Milenio. Estamos hablando de medioambiente, igualdad de género,
pueblos nativos, sanidad, acceso al agua potable, erradicación de la
pobreza, educación, etc.
15
Esta situación se da en una de las zonas más pobres de la Argentina: los
departamentos del oeste formoseño.
160
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
5. LA
COOPERACIÓN DESCENTRALIZADA TRANSFRONTERIZA Y EL CASO
FORMOSEÑO-PARAGUAYO
Formosa -la provincia más pobre de la Argentina y la de menor
desarrollo relativo del país y aquella- se encuentra en la zona nordeste
de la Argentina, ocupa íntegramente el área del Chaco Central y tiene
una amplia frontera con el Paraguay. Dado que gran parte del
territorio provincial es fronterizo, existe una amplia gama de temáticas
e incluso problemas en los que se podría actuar con los entes
subnacionales paraguayos, fundamentalmente con la Gobernación de
Presidente Hayes cuyos municipios limitan con la segunda ciudad
formoseña en importancia: Clorinda. Entre otros posibles temas que
permitirían el accionar transfronterizo, podrían mencionarse:
desarrollo de un encadenamiento productivo transfronterizo piscícola
en la región Clorinda-Gobernación de Villa Hayes; gestión del riesgo
ambiental transfronterizo; creación de un circuito binacional de
turismo; combate binacional a enfermedades endémicas emergentes
(dengue, fiebre amarilla, paludismo, etc.); fortalecimiento de una red
láctea transfronteriza en la región del Pilcomayo; etc.
El mecanismo adecuado sería el de la cooperación transfronteriza,
entendida como un tipo de cooperación descentralizada, ya que se
lleva a cabo entre autoridades locales de un lado y otro de la frontera
nacional. Desde el punto de vista jurídico, esto sería absolutamente
viable. Al igual que otros países de la región, la Argentina inició un
proceso
de
descentralización
administrativa,
orientado
fundamentalmente hacia sus veintitrés provincias. El proceso se ha
institucionalizado a través de la reforma constitucional del año 1994, a
partir de lo cual se otorgan a las provincias ciertas atribuciones en
materia internacional. El artículo 124 establece: “Las provincias (…)
podrán también celebrar convenios internacionales en tanto no sean
incompatibles con la política exterior de la Nación y no afecten las
facultades delegadas al gobierno federal o el crédito público de la
Nación con conocimiento del Congreso Nacional”16. Por el lado
paraguayo, tampoco hay limitaciones que impidan acciones de
cooperación transfronteriza entre sus autoridades locales y aquellas
limítrofes del lado argentino. También en este país se inició un
proceso de descentralización administrativa que, entre otras cosas,
autoriza a los entes subestatales a participar en iniciativas de
16
Constitución
www.senado.gov.ar
Nacional
de
la
República
Argentina,
disponible
en
Odile Hourcade
161
cooperación internacional. A su vez, y a través del artículo 171 de la
Constitución Nacional de 1992 se establece que “las municipalidades
podrán asociarse entre sí para encarar en común la realización de
sus fines y, mediante ley, con municipalidades de otros países”17.
Sin embargo, no existen relaciones entre la provincia de Formosa y
los municipios paraguayos limítrofes cuya intensidad y frecuencia nos
permita hablar de una cooperación transfronteriza realmente
instaurada, aceitada y fluida. Hemos visto que desde el punto de vista
formal y jurídico no existen impedimentos para promover estas
relaciones. Cabe entonces preguntarse como podría hacerse para
promover este tipo de fenómeno, desde otras instancias como ser la
supranacional.
A tal efecto, hemos observado lo sucedido en el modelo más
acabado que existe de integración regional: la Unión Europea. En el
proceso europeo “las autoridades locales y los gobiernos regionales
han tenido un rol central en el proceso de integración europea. A
partir de 1957, año en que se constituyó la Comunidad Económica
Europea, las autoridades locales y regionales de Europa han
adquirido una relevancia creciente en la arena política e
internacional”18. Por otra parte, se ha establecido todo un engranaje
institucional y promovido políticas públicas orientadas a reducir
desequilibrios regionales existentes entre las diferentes regiones
europeas, poniendo foco en la cooperación transfronteriza. De esta
forma las políticas que versan sobre esta temática puntual –la
cooperación transfronteriza- adquieren una gran centralidad y se
orientan a la promoción de procesos de desarrollo en estas zonas
puntuales.
A diferencia de aquel proceso, el MERCOSUR no le ha dado en
sus inicios –ni tampoco en la actualiad- un rol activo a los entes
subestatales ni a la cooperación entre ellos en el proceso
integracionista. Se podría decir que existe una diferencia abismal en
torno a la percepción que en ambas regiones se le da al rol de los entes
subestatales en el proceso de integración regional.
Por otra parte, el bloque del Cono Sur carece de un marco
institucional adecuado, de políticas sectoriales y de recursos
financieros suficientes para promover prácticas de cooperación
17
Constitución Nacional del Paraguay, disponible en pdba.georgetown.edu
CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale) (2009) Cooperación
Transfronteriza e Integración en América Latina: la experiencia del Proyecto
Fronteras Abiertas.
18
162
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
transfronteriza entre gobiernos regionales y locales. Si bien el aspecto
presupuestario es una diferencia clave entre ambos bloques, pensamos
que se podrían llegar a plantear algunas alternativas orientadas a la
promoción de la cooperación transfronteriza, como ser el
fortalecimiento de la cooperación descentralizada interregional -entre
autoridades locales mercosureñas y europeas-. A través de aquel
mecanismo, los entes subnacionales europeos podrían transmitir a sus
pares mercosureños la experiencia gestada en torno a la cooperación
territorial transfronteriza. En este sentido, “la cooperación a nivel
local a través de las fronteras, como enseña la experiencia europea
(…) permite poner en marcha procesos de desarrollo económico a
resolver a través de la creación de nuevos centros en áreas
tradicionalmente periféricas y resolver problemas ligados a la
presencia de un límite fronterizo, así como acercar a los ciudadanos
las temáticas de intercambio en las fronteras a través de un
protagonismo acordado a nivel local”19.
Finalmente, debe mencionarse la hipótesis según la cual serán
estas acciones de cooperación transfronteriza las que promuevan el
real fortalecimiento del MERCOSUR y no las decisiones y
declaraciones presidenciales. Como se menciona en el marco del
Proyecto Fronteras Abiertas llevado a cabo por regiones italianas en
América Latina, “las prácticas de cooperación transfronteriza
pueden, además, asumir un importante valor simbólico e imaginario,
contribuyendo a la construcción de un imaginario de cohesión e
integración funcional a la convivencia pacífica y al mejoramiento
económico y social de los países involucrados, así como rediseñando
la geografía económica del territorio”20.
5.1 Un caso paradigmático: la gestión del riesgo ambiental en la baja
Cuenca del Pilcomayo y confluencia con el Río Paraguay.
El caso del riesgo ambiental y sanitario en los asentamientos
transfronterizos de Clorinda/ Nanawa - José Falcón es un caso
concreto que pone en evidencia un problema de gran actualidad que
afecta a comunidades tanto argentinas como paraguayas ubicadas en
sendas márgenes del río Pilcomayo y cuya resolución supone
necesariamente la implementación de acciones de cooperación
19
CeSPI, op. cit.
20 CeSPI, op. cit.
Odile Hourcade
163
transfronteriza materializadas en una estrategia binacional que aborde
las necesidades locales en relación a la vulnerabilidad ambiental. Los
factores que contribuyen a esta situación problemática son de diversa
índole y se podrían resumir en unos cuantos puntos: a) Débiles
mecanismos de concertación institucional intermunicipal (Clorinda/
Nanawa - José Falcón); b) Falta de un plan transfronterizo de gestión
ambiental para reducir la contaminación hídrica del Pilcomayo y hacer
frente a situaciones de desastre natural; c) Débil capacidad material e
institucional de los gobiernos locales fronterizos para gestionar
integralmente sus residuos sólidos urbanos; d) Incapacidad de los
gobiernos locales para ofrecer servicios de agua potable y desagües
cloacales en toda la población y de tratar la totalidad de las aguas
servidas antes de su ingreso al Río Pilcomayo.
Hasta el momento los Comités de Integración (ex Comités de
Frontera), de un bajo nivel de institucionalización, han servido de
punto de encuentro entre autoridades locales y otros actores
territoriales para evaluar de modo conjunto la situación de la región
transfronteriza, las interacciones, problemas vinculados a diversas
temáticas y posibles alternativas de solución. No obstante, las
acciones no van más allá del punto que supone la celebración de
aquellas reuniones.
Pensamos que, en este caso puntual, la cooperación descentralizada
interregional podría tener un rol importante. Se deberían identificar
aquellos entes subestatales del continente europeo que hayan
desarrollado capacidades en la gestión transfronteriza de cuencas
hidrográficas; en el manejo transfronterizo de riesgos de desastres; en el
manejo del agua como bien público regional; etc. A través de los
mecanismos de la cooperación descentralizada aquellos entes deberían
transmitir a los municipios paraguayos y argentinos, la experiencia
madurada en aquella temática puntual. Incluso se debería diseñar un
proyecto que involucre a los entes subestatales cuya participación es
clave para la resolución del problema (en este caso Clorinda, Nanawa y
José Falcón) así como también aquel socio europeo interesado en
transmitir su experiencia sectorial. En este sentido, vale la pena recordar
la existencia de convocatorias abiertas a la presentación de proyectos
transfronterizos por parte de autoridades locales sudamericanas, en
muchas de las cuales se priorizan temáticas vinculadas al
fortalecimiento institucional y a la gestión del riesgo ambiental, entre
otras.
Finalmente, se podría plantear la hipótesis de que las acciones
conjuntas emprendidas en el marco de problemáticas transfronterizas y
164
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
orientadas a su resolución podrían contribuir al fortalecimiento del
proceso de integración regional del MERCOSUR. Esto se basa en la
idea de que la ejecución exitosa de un proyecto de naturaleza
transfronteriza (como el que acabamos de mencionar) tendría efectos
positivos en el proceso de integración del Cono Sur. Esto, a nuestro
juicio, está dado por el fortalecimiento de la confianza mutua entre los
actores territoriales involucrados; la promoción de un bien público
regional, como sería el Río Pilcomayo; el fortalecimiento de una
identidad transfronteriza común en torno a aquel río; el fortalecimiento
de la gobernabilidad transfronteriza a partir del cuidado conjunto de un
bien público regional; etc. Consideramos que estos elementos –
identidad compartida, gobernabilidad transfronteriza, bienes públicos
regionales- son claves si realmente se quiere profundizar el proceso
mercosureño y generar una apropiación del mismo por parte del
ciudadano común, sea este argentino como paraguayo, brasilero o
uruguayo.
Esto es particularmente importante en el área geográfica a la cual
hemos hecho mención: no sólo es un área estratégica desde el punto
de vista de sus recursos naturales sino que además se trata del corazón
mismo del MERCOSUR.
BIBLIOGRAFÍA
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Documentos Oficiales
Constitución Nacional de la República Argentina
Constitución Nacional del Paraguay
RECENSIONI
LO SPIRITO SOCIOLOGICO DI CALVINO.
NOTA SU ITALO CALVINO. LA REALTÀ DELL'IMMAGINAZIONE
AMBIVALENZE DEL MODERNO DI ELENA GREMIGNI
E LE
di Marco Trainito
Nel suo Diario americano 1960, uscito tra
il novembre del 1961 e il febbraio del 1962
sui numeri 53 e 54 di «Nuovi Argomenti»,
Italo Calvino inserì una breve sezione
intitolata "La sociologia e il calderone", che
recita così: «M'accorgo che più sto qui e
più ogni discorso generale diventa difficile.
Giro, osservo, ascolto, scrivo, e sento
sempre di più l'insoddisfazione di chi
azzarda approssimazioni su approssimazioni... Ormai, non resta che dare la parola
ai sociologi, ai freddi raccoglitori di dati.
Basta un breve soggiorno in America per
rendersi conto del perché questo è il paese
delle inchieste sociologiche, dei sondaggi
Doxa, delle ricerche di mercato. Nessuna
forma di conoscenza e di previsione pare possibile, di fronte a un
mondo umano così cangiante, se non basata su una dettagliata
accumulazione di dati, su scandagli statistici minuziosi, sempre più
minuziosi, fino ad annegare in un mare di cifre e risposte e notizie che
non si possono più mettere insieme, che non significano più nulla...».
È con un rinvio a questo passo che Elena Gremigni, docente
livornese di Storia e Filosofia nei licei e di Sociologia dei Beni culturali
all'Università di Pisa, apre l'introduzione del suo agile e rigoroso saggio
Italo Calvino. La realtà dell'immaginazione e le ambivalenze del
moderno (Le Lettere, Firenze, marzo 2011, 120 pp.). Poiché il saggio
mira a illustrare l'"autentico spirito sociologico" (p. 98) che informa
l'opera del grande scrittore e intellettuale italiano, ci si potrebbe chiedere
come sia possibile una simile operazione esegetica, dato che, come
visto, Calvino sembrava nutrire delle perplessità epistemologiche sui
metodi d'indagine della sociologia empirica. L'analisi di Elena Gremigni
Marco Trainito
167
risponde a questa domanda sviluppando le implicazioni ermeneutiche di
due dati di fondo, costituiti 1) dal fatto che nella sua opera, tanto in
quella saggistica quanto in quella letteraria, Calvino si sia dimostrato un
acuto osservatore delle strutture e delle dinamiche sociali dell'Occidente
del secondo dopoguerra in generale e dell'Italia dell'ambiguo boom
economico in particolare; e 2) dal fatto che uno dei più influenti
sociologi contemporanei, Zygmunt Bauman, abbia più volte
riconosciuto un debito intellettuale enorme nei confronti di Calvino, al
punto da dichiarare, in un'intervista apparsa il 13 ottobre 2002 sul
«Corriere della sera» e intitolata significativamente "Bauman: devo tutto
a Gramsci e Calvino": «Italo Calvino (...) è il più grande filosofo tra i
narratori e il maggior narratore tra i filosofi. Il suo Le città invisibili è il
miglior testo di sociologia mai scritto». Sulla base di queste premesse,
Elena Gremigni può così sintetizzare nella conclusione lo schema
interpretativo seguito nella sua originale ricognizione critica: «Le
interviste, gli articoli e i saggi scritti da Calvino rendono esplicita la sua
attenzione nei confronti della società e delle dinamiche che la
caratterizzano, ma soprattutto consentono di effettuare in modo non
arbitrario un secondo livello di lettura in chiave sociologica dei suoi
testi narrativi» (p. 102).
Questa ipotesi esegetica spiega la stessa articolazione del saggio,
che, delimitato da una introduzione e una conclusione sintetiche e
particolarmente chiare ed efficaci, si compone di tre capitoli, ciascuno
dei quali è suddiviso a sua volta in tre paragrafi, ciò che conferisce
eleganza ed equilibrio al movimento rapido e preciso dell'analisi e
dell'argomentazione.
Nel primo capitolo, "Dalla prassi alla teoria", Elena Gremigni
mostra come l'esperienza partigiana abbia costituito per il giovane
Calvino il terreno di coltura per lo sviluppo da un lato di una sensibilità
che privilegia la sfera della collettività e della condivisione rispetto a
quella dell'individualità e dell'egoismo, e dall'altro di un interesse
sociologico-speculativo sempre crescente per i sistemi complessi e la
modellizzazione delle loro dinamiche strutturali; offre un quadro della
situazione degli studi sociologici in Italia nel secondo dopoguerra,
sottolineando come questi si muovano fondamentalmente tra l'approccio
positivista classico e quello, prevalente, di stampo marxista; e infine
illustra l'amore difficile tra Calvino e il Partito comunista italiano tra la
fine della guerra e gli anni successivi ai fatti di Budapest, mettendo
soprattutto in luce come l'ortodossia zdanovista del partito, in cui ogni
discorso artistico è subordinato a superiori esigenze politiche, appaia sin
168
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
da subito troppo gretta a una mente inquieta e aperta al pensiero
complesso e plurale come quella di Calvino.
Nel secondo capitolo, "Uno sguardo sociologico sui fenomeni
culturali", la produzione saggistica di Calvino è esplorata alla luce
dell'idea che lo scrittore abbia fornito riflessioni interessanti su questioni
oggi oggetto di studi sociologici precisi come i rapporti tra letteratura,
cinema e televisione da un lato e società dall'altro. Intervenendo nel
dibattito sul grande cinema italiano del dopoguerra, e in particolare su
tre capolavori usciti nel 1960 (Rocco e i suoi fratelli di Visconti, La
dolce vita di Fellini e L'avventura di Antonioni), Calvino mostra
notevole indipendenza nei confronti degli schemi ideologici rigidi della
critica marxista dominante, anticipando quella vera e propria rottura
epistemologica che consisterà nel considerare il cinema come una
modalità di espressione artistica dotata di un proprio linguaggio
specifico e irriducibile ai canoni tradizionali dell'estetica letteraria. A
proposito della televisione, il soggiorno negli Stati Uniti tra il 1959 e il
1960 consente a Calvino di osservare i prodromi di un mutamento
epocale nei costumi sociali e culturali indotto dalla televisione, la quale,
pur veicolando molto cinema, tende a tenere le famiglie isolate e lontane
da spazi pubblici di condivisione collettiva di esperienze culturali come
le sale cinematografiche, e inoltre promuove una modalità di fruizione
passiva che si pone in netto contrasto con quella richiesta dalla lettura,
con conseguenze sulle strutture cognitive degli individui che oggi si
manifestano in tutta la loro drammaticità sul piano non solo sociopsicologico ma anche politico. L'esigenza della ricostruzione di un
tessuto culturale nazionale dopo lo sfacelo provocato dal Fascismo e
dalla guerra, il lavoro di ricerca culminato con la pubblicazione delle
Fiabe italiane e la collaborazione intellettuale ed editoriale con Elio
Vittorini, che con la sua "intransigenza etica" lo segna profondamente,
contribuiscono a creare in Calvino la convinzione che la letteratura sia
uno degli strumenti di cui una società si dota per comunicare e
socializzare il proprio mondo culturale e la sua tradizione. In tal senso lo
scrittore ha il compito di orientare l'attenzione non su se stesso e la sua
soggettività, ma sul mare dell'oggettività, facendosi per gli altri veicolo
magari ludico e ironico di cultura, esperienze, letture, vita, e facendo
parlare ciò che non ha parola, persino, se fosse possibile - come dirà alla
fine delle Lezioni americane pervenuteci - «l'uccello che si posa sulla
grondaia, l'albero in primavera e l'albero in autunno, la pietra, il
cemento, la plastica».
Il terzo capitolo, "L'analisi della modernità: democrazia, città e
consumi", fa tesoro delle premesse ermeneutiche offerte dai capitoli
Marco Trainito
169
precedenti e offre una rilettura in chiave sociologica di tre opere
narrative di Calvino: La giornata d'uno scrutatore (1963), Marcovaldo
(1963) e Le città invisibili (1972). E così la "città nella città" del
Cottolengo di Torino diventa nelle riflessioni di Amerigo Ormea, chiaro
alter ego di Calvino, metafora sia dell'involuzione burocratica e
alienante della civiltà democratica, con lo sfruttamento cinico dei
moribondi, dei disabili e dei malati di mente a fini elettoralistici da parte
del partito di Governo (la Democrazia Cristiana), sia della possibilità di
un riscatto attraverso la collaborazione e la solidarietà tra bisognosi ed
emarginati, che costituiscono l'essenza stessa della vita democratica
della polis. Episodi come Luna e Gnac e Marcovaldo al supermarket
offrono in chiave ironica e comica una esemplificazione delle acute
riflessioni di Calvino sull'onnipotenza della nascente civiltà della
pubblicità e dei consumi, e anticipano l'incubo omologante dell'universo
concentrazionario dei centri commerciali, che troverà ne La caverna
(2000) di José Saramago forse la sua più icastica rappresentazione
contemporanea. Mentre città invisibili come Cloe, Cecilia, Pentesilea,
Trude e Leonia (su quest'ultima si è concentrato in particolare Bauman
in Amore liquido e Consumo, dunque sono) costituiscono delle vere e
proprie visioni apocalittiche idealtipiche delle trasformazioni in atto
nelle città contemporanee, che diventano sempre di più spazi continui,
omologati, ricorsivi, e pertanto invisibili a invivibili per gli individui,
condannati a quell'isolamento nella folla già descritto da Friedrich
Engels ne La situazione della classe operaia in Inghilterra del 1845
(che Calvino, come documenta Elena Gremigni, aveva ben presente
all'epoca della stesura de Le città invisibili).
Si comprende, pertanto, come Calvino sia riuscito ad anticipare
alcune delle categorie concettuali più influenti della successiva
sociologia della globalizzazione, come quella di "surmodernità" di Marc
Augé e quella di "modernità liquida" di Bauman, fornendo delle potenti
immagini metaforiche (il Cottolengo di Amerigo, il supermarket e lo
spazio urbano di Marcovaldo, le città invisibili) in grado di fungere da
veri e propri strumenti euristici per i sociologi di oggi. Ed Elena
Gremigni può giustamente concludere lamentando il fatto che in Italia
manchi ancora un approccio di questo tipo all'opera di Calvino, «mentre
altrove sociologi come Zygmunt Bauman e Howard S. Becker tributano
il loro omaggio allo scrittore italiano attraverso acute analisi dei suoi
testi. Questi importanti approfondimenti critici dimostrano che la lettura
delle opere di Italo Calvino può arricchire in modo notevole la
formazione dei sociologi» (p. 102).
170
The Lab’s Quarterly, 4, 2010
Vale la pena allora chiudere ridando la parola a Calvino e
proponendo un passo tratto dalla versione italiana di una conferenza
sulle Città invisibili tenuta in inglese dallo scrittore il 29 marzo 1983 a
New York davanti agli studenti della Graduate Writing Division della
Columbia University, poi stampata come Presentazione nella riedizione
Oscar Mondadori 1993 dell'opera (il passo non è citato nel saggio di
Elena Gremigni, ma costituisce un sostegno ulteriore a favore sia della
plausibilità del suo approccio critico sia dell'entusiastico giudizio di
Bauman riportato sopra): «Credo che non sia solo un'idea atemporale di
città quello che il libro evoca, ma che vi si svolga, ora implicita ora
esplicita, una discussione sulla città moderna. Da qualche amico
urbanista sento che il libro tocca vari punti della loro problematica, e
non è un caso perché il retroterra è lo stesso. E non è solo verso la fine
che la metropoli dei "big numbers" compare nel mio libro; anche ciò
che sembra evocazione d'una città arcaica ha senso solo in quanto
pensato e scritto con la città di oggi sotto gli occhi. Che cosa è oggi la
città, per noi? Penso d'aver scritto qualcosa come un ultimo poema
d'amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile
viverle come città. Forse stiamo avvicinandoci a un momento di crisi
della vita urbana, e Le città invisibili sono un sogno che nasce dal cuore
delle città invivibili».
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n.4 - Direzione Informatica, Telecomunicazioni e Fonia