Gesualdo Bufalino, la sicilianità e la sua Comiso.
di Ettore Minniti
“Affabulatore incontenibile… Erudito e sbrigativo. Razionale ed esoterico”, così è
descritto Bufalino in un articolo apparso su “Repubblica” il 10 giugno 2006 in occasione
del decennale della sua scomparsa a seguito di un incidente stradale. Nella sua
assolata Comiso - dove era nato nel 1920 - da lui soprannominata “Cruise Town” (dal
nome dei missili custoditi, nei primi anni ’80, negli hangar blindati della base militare
statunitense alla periferia del paese) - riesce a sottrarsi alla contaminazione della
modernità e ad eludere l’effimero delle mode. Non a caso conia il termine “isolitudine”,
ovvero la solitudine doppia nell’Isola.
“…Vero è che le Sicilie sono tante, non finiremo mai di contarle. Vi è la Sicilia verde
del carrubo, quella bianca delle saline… quella bionda del miele, quella purpurea della
lava…”. Queste le parole di Gesualdo Bufalino per descrivere la sua Sicilia, la Sicilia di
ciascun siciliano, il cui profumo di zagara o di zolfo varca i confini della Terra fino a
toccare il cuore di tutti e, soprattutto, di chi ha lasciato la sua Isola per lavoro.
“La luce e il lutto” di Gesualdo Bufalino (Edizioni Sellerio) sono una lucida fotografia
sulla Sicilia e sull’insularità, “un capire, assolvere o condannare”. Lo scrittore
ricostruisce una Sicilia mitica e nostalgica perché, come lo stesso autore rileva nella
breve introduzione, “a guarire l’analfabetismo morale da cui (non solo noi, non solo noi)
siamo afflitti, possano un poco servire, sebbene fatti d’aria, anche le nostalgie, le
favole e i sogni”, un paese, che è ombelico del mondo e che è avvinto da un fato
avverso e nefasto che può, a ragione, essere sintetizzato nel detto popolare: “Chistu è
‘u paisi d’o scunfuortu: o cadi acqua o tira ventu o sona ‘a muortu”. (Questo è il paese
dello sconforto: o diluvia o c’è vento o suona il mortorio).
Una Sicilia soleggiata che è compagna di vita, tristezza, dolore ma anche gioia. Gioia di
vivere in una terra tanto martoriata dagli eventi storici quanto apprezzata da poeti e
scrittori. “Vivere” – diceva Bufalino – “equivale ad agire in modo che ogni azione possa
trasformarsi in ricordo” e, nei suoi ricordi, la sua città natale, Comiso, ha sempre un
posto di riguardo1.
L’“insularità” è stata vissuta dallo scrittore con quella consapevolezza di amare la sua
terra e, soprattutto, la sua Comiso: “Probabilmente è vero, ma a me piace credere che
solo a Comiso ogni cosa si componga e respiri, per naturale destino, in un’aria di
perpetua e volubile e lieta invenzione e improvvisazione scenica”.
Tutto ciò dà l’idea della peculiarità della città casmenea che si adagia dolcemente sulla
Piana dell’Ippari, con il suo saliscendi di vie che s’intrecciano tra la pianura e i monti
mentre i campanili delle chiese si ergono fieri su piazze, fonti, mosaici e palazzi.
1
Relazione del prof. Nino Cirnigliaro, nel decennale della morte dello scrittore
Bufalino chiamò la sua città natia: “Città Teatro. Poiché in qualsiasi angolo è possibile
assistere a uno spettacolo”.
L'autore descrive il suo paese in ogni minuzia, dalla posizione geografica
all'architettura dei palazzi, dalle vicende cittadine alle caratteristiche della
popolazione che lo abita: “Giace, Comiso, ai piedi degli Iblei, nel punto dove il monte
s'addolcisce e dirada i suoi carrubi per far posto ai fertili seminati della pianura”. 2
Bufalino ha saputo catturare, fotografare con le parole, immagini visive ed emotive del
suo paese natale restituendocele intensificano o affascinanti. È stato infatti
esploratore instancabile e attento di ogni angolo di quel pezzetto di terra da cui ha
tratto tanta ispirazione. L'autore ha dedicato molti scritti alla sua città, soprattutto
alle vicende del passato, non tralasciando però di soffermarsi anche su quelle attuali
spesso fonte per lui di rammarico e di dolore.
Cuore pulsante della Comiso attuale, come alle origini della sua fondazione, è la Piazza
Fonte Diana, con al centro la fontana dedicata alla dea. La sorgente alimentava un
tempo il complesso termale romano adiacente, del quale sono venuti alla luce i resti di
un fantasioso mosaico pavimentale raffigurante Nettuno fra Nereidi e delfini. Così lo
scrittore descrive l’ambiente: “… è un paese antico, cresciuto attorno a un'antica
sorgiva che ha preso nome da Diana, non senza qualche ragione, dal momento che nelle
adiacenze sono affiorati ruderi di terme e mosaici con figure di numi e di dee”.
Bufalino, con coraggio e scevro da condizionamenti politici, ha narrato anche pagine
negative della sua odierna Comiso, come quella specie di “invasione” subita dal suo
paese nei primi anni ottanta, di cui lo scrittore fu ancora una volta testimone.
Nell'estate del 1981, durante un acutizzarsi della guerra fredda, accordi della NATO
stabilirono l'installazione di un certo numero di testate nucleari a Comiso. Per
l'impianto della base missilistica venne scelto il vecchio aeroporto militare “Vincenzo
Magliocco”, in questo frangente Bufalino ebbe a dire:
« Nessuno ci pensava più, nessuno poteva immaginare che di tanti luoghi d'un tempo,
desueti o distrutti, questo solo, il più sinistro, dovesse risuscitare, riverniciato a
nuovo, ospizio di altri e tanto più stupidi e perfetti congegni per ammazzare, chiamati
(chissà cosa vuol dire) Cruise….”.
Con motivazioni totalmente differenti, Bufalino e il suo paese per una strana
coincidenza divennero pertanto improvvisamente celebri nello stesso anno. L'autore fu
ripetutamente interpellato sull'argomento dei missili e soprattutto sui tanti
movimenti pacifisti che in quegli anni dilagavano per le piazze e le strade comisane,
protestando contro la guerra nucleare e “l'invasione americana”: “…mi sembra
2
http://it.wikipedia.org/wiki/Gesualdo_Bufalino
meschino, o puerile, preoccuparmi della mia sorte privata o di quella del mio paese”.
Ciò che lo scrittore provava, dunque, non era tanto il terrore che Comiso potesse
essere l'obiettivo prioritario di una guerra atomica, quanto, coerentemente con la sua
totale sfiducia verso chi detiene il potere politico: “ … lo spavento esistenziale di un
uomo che si trova governato da uomini che non stima e che invece ritengono di essere
interpreti degli interessi autentici della gente. Il reale interesse è solo la pace”.
Per Comiso, un paese di sangue dolce, di rumori fantastici, di lune, di serenate,
Bufalino si aggirava tranquillo, con confidenza, soprattutto nei luoghi a lui più cari,
quelli della sua giovinezza. Negli ultimi anni della sua vita tendeva ad avere un costante
apparato di abitudini e riti quotidiani da osservare scrupolosamente; infatti, le sue
giornate prevedevano, dopo un paio d'ore dedicate alla lettura e alla scrittura, la
passeggiata mattutina per le vie del centro storico fino alla biblioteca comunale, dove
sostava anche solo per respirare l'odore familiare dei libri e per il piacere di
sfogliarli. Da quella comunale passava poi alla “sua” biblioteca nei saloni del vecchio
mercato del pesce, sotto i cui portici conversava con gli amici.
Pur nella sua “reclusione” cittadina, le innumerevoli finestre aperte su molteplici mondi
gli consentivano infatti di scavalcare: “…quelli che all'apparenza erano i suoi confini
naturali, quella siepe leopardiana che, sembra bloccare lo sguardo, ma che in realtà fa
dialogare il pensiero con i problemi eterni: l'amore, la vita, la morte, il senso
dell'esistenza”.
Comiso, allora, buco nero, reggia-prigione, bunker, santuario, tana, ventre protettivo,
polmone d'acciaio (tutte definizioni che Bufalino diede del suo paese), diventa
l'ostacolo necessario per superare il confine dell'orizzonte: “Ho scritto molto sulla
Sicilia, se una regola m'era possibile trarre, era di non promuovermi giudice o
pedagogo, chirurgo o clinico della mia gente ma di sommessamente capirla”.
L’auspicio che vi siano altri autori e scrittori nel nostro Bel Paese, liberi e forti, che
come Gesualdo Bufalino, sappiano capire le sofferenze e la solitudine della gente,
evitando giudizi superficiali, da psicoterapeutici, nei talk-show televisivi.
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03.03.2013 Gesualdo Bufalino, la sicilianità e la sua