Nuova Olonio
6 settembre
2014
Como giornata di studio per la vita consacrata
Consacrati e laici: attese e possibilità (Paola Bignardi)
Introduzione
Mi sono chiesta perché' questa Chiesa locale ha avvertito l’esigenza di fare una riflessione sul rapporto
tra i laici e la vita consacrata. Trovo che sia un’idea interessante, forse indotta dal difficile momento che
tutte le vocazioni nelle nostre comunità stanno vivendo.
Pur indotta da una situazione di difficoltà, la circostanza può essere utile per rimettere in movimento le
nostre comunità, perché' con maggiore decisione e superando le stanchezze del momento, mettano
mano a quel rinnovamento conciliare che dopo 50 anni resta ampiamente davanti a noi.
Le provocazioni di cui è ricco il contesto nel quale viviamo può essere l’occasione propizia per
riprendere o accelerare il cammino conciliare.
Dunque ci chiediamo:
• a che punto è il cammino di comunione tra i laici e i consacrati?
• Quali correzioni di mentalità sono necessarie per fare qualche passo avanti?
• Quali passi concreti per progredire sulla strada della reciprocità vocazionale?
1. Qualche flash sulla realtà ecclesiale di oggi
Ritengo che non sia superfluo fare qualche cenno al percorso evolutivo della mentalità e della prassi
ecclesiale, per quegli aspetti in cui si riflette la relazione tra la vocazione consacrata e quella laicale.
Non posso prescindere da una breve memoria del passato, per permetterci di riconoscere che cosa di
esso resti ancora nella nostra mentalità, dentro e al di là delle scelte che vengono compiute.
Fino al Concilio i laici erano quei cristiani “che non avevano la vocazione”; era soprattutto questo a fare
di loro dei cristiani di serie B, a differenza di coloro che erano stati oggetti di uno sguardo particolare di
Dio. Questa mentalità, e una serie di azioni conseguenti e coerenti con essa, ha contribuito a rendere i
laici i fruitori dei servizi spirituali e formativi che venivano offerti loro da quei cristiani che erano per
ciò stesso costituiti in una posizione di superiorità. Così nei laici si è alimentato un atteggiamento di
dipendenza e nella comunità una separazione tra “due generi di cristiani” 1.
Il Concilio ha decisamente spazzato via questa impostazione, ad esempio riconoscendo che è dal
Battesimo che deriva la comune dignità di tutti i credenti e che per i sacramenti ricevuti siamo ammessi
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Cfr Decreto Graziano, sec XII
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alla comunione con Dio e chiamati alla santità. I laici sono diventati a poco a poco alleati dei preti e dei
consacrati. Questa alleanza, favorita anche dalla necessità del tempo, ha visto i laici sempre più
impegnati nelle attività pastorali e nel sostegno alle opere dei diversi istituti, talvolta come volontari, più
spesso come professionisti (insegnanti, impiegati, infermieri, ecc). Anche in questo caso, non si può dire
che il rapporto di subordinazione sia stato completamente superato. Tanto più che nei vari organismi
pastorali, dopo una prima stagione in cui la relazione tra le diverse vocazioni è stata impostata alla
corresponsabilità, si è sostituita una stagione in cui i laici sono diventati collaboratori.
L’attuale stagione mi sembra caratterizzata da una situazione di crisi che coinvolge, per ragioni diverse,
laici e consacrati: i laici disillusi da quello che ritengono il fallimento e la negazione delle prospettive
conciliari, i consacrati in crisi per il venire meno delle vocazioni, per la crisi delle opere che non
riescono a stare al passo con i cambiamenti della società, tanto più che il cambiamento è estraneo alla
mentalità di chi è stato formato alla fedeltà alla tradizione.
Mi pare –e chiedo scusa per la grossolanità della mia interpretazione- che i consacrati oggi oscillino tra
due situazioni: quella di restare mondi chiusi all’esperienza ecclesiale di tutti, soprattutto dove vi sono
opere importanti che non danno ancora la percezione della crisi profonda che tocca le organizzazioni
più piccole; spesso proprio queste esperienze sono quelle che stanno dando vita ad associazioni o
terz’ordini per i laici, paralleli all’esperienza di vita consacrata, ispirata allo stesso carisma. Esperienze
che mi pare non facciano altro che perpetuare in forma moderna lo stile di dipendenza che caratterizza
da sempre l’esperienza ecclesiale dei laici.
All’estremo opposto vi sono le esperienze positive, in cui i consacrati, senza in nulla rinunciare al loro
carisma e alla loro specifica esperienza, hanno accettato di riconoscersi in una più vasta e comune
Chiesa, accettando di esserne una parte, di mettere il loro carisma a servizio di un’esperienza
comunitaria in cui sono una componente, con la responsabilità e la motivazione di far crescere la
Chiesa di tutti e di far maturare l’esperienza di tutti al livello più alto possibile: a cominciare da quella
dei laici, ponendosi il problema di quale sia effettivamente la specifica vocazione dei laici cristiani e
promuovendone correttamente la realizzazione.
2. Cenni sulle vocazioni nel magistero conciliare
Il magistero conciliare ha introdotto un modo di pensare la Chiesa molto ricco e coinvolgente. Ciascuna
delle immagini (popolo, tempio, edificio, gregge) che il Concilio utilizza per alludere al mistero della
Chiesa rinvia ad un’idea di organicità, di unità. L’immagine del corpo più delle altre ha in sé questa
istanza di unità, di co-implicazione di una parte con l’altra. Questa idea di Chiesa sappiamo che ha in sé
un dinamismo impensato rispetto alla concezione del passato; un dinamismo che richiede una vera
conversione dei singoli e delle comunità. Senza conversione è impossibile entrare nella logica
ecclesiologica conciliare.
Sappiamo che questa idea ha cambiato –tra l’altro- anche le relazioni tra le vocazioni, non più una
subordinata all’altra in una gerarchia piramidale, ma ciascuna in una relazione di interdipendenza, di
reciprocità, di reciproco coinvolgimento.
Così, dopo il Concilio non è più possibile parlare di vocazioni di serie A e di serie B, di cristiani che
hanno la vocazione e di altri che non l’hanno, di presenze importanti e di altre accessorie: ora tutte le
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vocazioni sono ugualmente importanti e necessarie, ciascuna nella propria originalità. Ogni vocazione è
importante e necessaria all’unica missione della Chiesa.
Ma nessuna vocazione basta da sola; e non tanto dal punto di vista operativo o pratico, quanto da
quello del suo essere “parola” concreta che narra la grandezza inesauribile del mistero dell’amore di
Dio.
Ogni vocazione è chiamata a testimoniare il Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio
unigenito. Eppure non è facile incontrare credenti che sappiano cogliere nel mondo anche la bellezza
che rinvia al Creatore; discepoli del Signore che sanno imitare il loro Maestro con un amore capace di
salvare; disposti a non fermarsi di fronte al male; disponibili a lasciarsi vincere da esso, piuttosto che
abbandonare il mondo all’oscurità della morte. L’atteggiamento del credente di fronte al mondo può
anche essere considerato una fondamentale verifica del modo cristiano di amare.
Amare il mondo con il cuore di Cristo è vocazione di ogni cristiano, anche del monaco che si ritira in
solitudine. Sarà diverso il modo di vivere ed esprimere questa dedizione, ma essa non può essere messa
in discussione, se non mettendo in discussione il cuore stesso dell’esperienza cristiana.
Il servizio del consacrato sarà quello di vivere con il volto rivolto a Dio, già immerso in quel mistero
che sarà svelato definitivamente solo alla fine. Ma anche questo suo vivere immerso in Dio è servizio al
mondo, al quale ricorda e addita la dimensione dell’oltre della vita; al quale richiama il valore delle cose
che stanno oltre l’aspetto concreto, visibile, operativo. In tal modo il monaco contribuisce a rivelare la
natura e il destino della realtà umana e del mondo intero. La sua preghiera è il suo modo di vivere
l’amore per ogni uomo, presentandolo a Dio e intercedendo per tutta l’umanità;
La vocazione dei laici narra di un Dio che si è incarnato, fatto uno di noi, sottoposto alle nostre
fragilità. Un Dio che condivide l’umanità e in tal modo ne mostra il valore, il destino, il senso, lo stile…
L’amore del Figlio di Dio fatto uomo per il mondo è il modello dello spirito e dello stile con cui il laico
cristiano sta nel mondo. Il suo volto è rivolto al mondo, ma in esso egli porta il riflesso di uno sguardo
che ha contemplato Dio e che si alimenta della sua Parola e del suo Pane.
Il ministero del prete è di natura diversa rispetto alle altre due; il suo compito principale è quello del
ministero, del servizio alla comunità nel suo insieme, perché essa nel giorno per giorno sia fedele alla
Parola, viva secondo essa, testimoni un Amore che viene dall’alto e di cui si alimenta di continuo, per
puro dono.
Per giungere agli estremi confini della terra, secondo la missione che il Signore Risorto le ha affidato, la
Chiesa ha bisogno delle nostre diversità; ed è essa stessa compaginata al proprio interno come un
corpo: “Come tutte le membra del corpo umano, anche se numerose, non formano che un solo corpo così i fedeli in Cristo.
Anche nella struttura del corpo mistico di Cristo vige una diversità di membri e di uffici. Uno è lo Spirito, il quale per
l'utilità della Chiesa distribuisce la varietà dei suoi doni con magnificenza proporzionata alla sua ricchezza e alle
necessità dei ministeri.” (LG 7).
La Chiesa ha bisogno che i diversi doni, nella loro diversità, sappiano diventare UNO: la testimonianza
della comunione è parola decisiva per parlare dell’originalità della vita cristiana nel mondo.
Un’ultima considerazione: per ciascuna vocazione, qualunque essa sia, non è tanto importante ciò che si
fa; il dono della vocazione non è in funzione di ciò che si fa. Tutto conta, se è animato dall’amore; se è
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dentro il disegno che Dio ha su di noi; se è vissuto nel desiderio di contribuire all’attuazione della
missione della Chiesa nel mondo.
3. L’orizzonte da cui trae senso ogni vocazione
Al di là di ogni differenza, vi è un comune orizzonte che dà senso ad ogni vocazione e le unifica in un
comune cammino: è quello della Chiesa e della sua missione, una Chiesa che ha bisogno dell’originale
contributo di ciascuno, che tuttavia è trasceso nella prospettiva dell’unica Chiesa.
Tre compiti mi pare possano essere individuati come essenziali; compiti che hanno bisogno di essere
interpretati secondo le caratteristiche di questo tempo, della cultura e della sensibilità di oggi.
a. Una comune testimonianza: la comunione
Tutti siamo chiamati a testimoniare nella comunità cristiana uno stile di comunione. Può sembrare
un’affermazione ovvia, ma non lo è se si guarda alla nostre comunità nelle quale si riconoscono gli
stessi particolarismi che caratterizzano la cultura diffusa e la stessa resistenza a mettersi insieme: in una
stagione di fragilità come l’attuale, il mettersi insieme appare come naufragio delle singole identità e così
spesso si finisce con il trascinarsi stancamente piuttosto che rischiare la convergenza, cammini comuni,
dedicarsi a qualcosa che sta oltre noi e la nostra storia, e i nostri programmi. Sono problemi che
riguardano tanto i religiosi quanto i laici, affetti dallo stesso individualismo, dalle stesse debolezze.
Allora vale la pena ricordarci alcune sfide che oggi abbiamo di fronte a noi, per non parlare di
comunione genericamente o romanticamente, ma per fare di questo tratto distintivo della nostra vita
cristiana un elemento concreto e attuale.
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La comunione si struttura in un legame che rende interdipendenti i protagonisti di esso.
Interdipendenza che riguarda anche le diverse vocazioni, ciascuna delle quali sta o cade con le
altre.
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La comunione vera deve fondarsi su un’umanità calda e robusta; deve conoscere un reciproco
prenderci a cuore gli uni gli altri, gli uni la vita dell’altro non solo in termini personali ma anche
come organizzazioni, come espressioni comunitarie. Da laica, penso con rammarico ad esempio
che oggi gran parte del popolo di Dio non ha nessun contatto con nessun consacrato; che la
vita consacrata è diventata estranea nelle nostre comunità, con un grave impoverimento
soprattutto nella funzione educativa della Chiesa che non ha la possibilità di far incontrare come
possibile e interessante ai laici e soprattutto ai più giovani quella radicalità della vita cristiana che
si fa profezia.
Così vorrei pensare che ai consacrati dispiaccia vedere le difficoltà e le crisi che attraversano
oggi il mondo dei laici, e non tanto perché' mancano i catechisti o sono scarse le collaborazioni
all’attività pastorale delle parrocchie, ma perché' senza i laici la comunità cristiana è più in
difficoltà a mettersi in sintonia con il nostro tempo.
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La comunione è fatta di relazioni significative. Tante delle nostre comunità non sono attraenti
non perché' vi si sperimentano il conflitto o la crisi, ma perché' sono umanamente gelide, fatte
di persone che stanno una accanto all’altra perché' devono assolvere agli stessi doveri, ma senza
legami, senza parola, senza scambio. Le nostre comunità torneranno ad attrarre quando in esse
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le persone potranno incontrare qualcuno che le accoglie, che le ascolta, che si interessa della
loro vita, che dà loro la possibilità di confrontarsi sui loro pensieri e i loro problemi. Le nostre
comunità potranno tornare ad interessare quando le persone potranno sentirsi appartenenti ad
esse e non clienti di esse. L’appartenenza ha bisogno di coinvolgimento, di ruoli, di
responsabilità. Ma questo ci rimanda ad una riflessione successiva.
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La comunione non è uniformità di pensiero, di orientamenti, di scelte. Le differenti posizioni
oggi sono molto temute: si dice che rompono la comunione. Spesso sono differenze di carattere
culturale o politico. Ma anche differenti spiritualità; differenti visioni di Chiesa. Non sono
poche le persone che si sono allontanate dalla comunità cristiana perché' avevano posizioni
divergenti rispetto a quelle della maggioranza, o a quelle … del gruppo dirigente! In un tempo
in cui il pluralismo anche all’interno della comunità va aumentando, l’orientamento è sempre
più quello di serrare le fila, di escludere, ritenendo che questo sia un modo per salvare la
comunione. A volte si citano i ritratti di comunità che si trovano agli inizi del libro degli Atti, e
ci si dimentica di ricordare che Paolo e Barnaba si sono addirittura separati perché' avevano
visioni diverse; o che Pietro e Paolo avevano modi di vedere così diversi da provocare la
riunione di un concilio. La comunione si costruisce dunque nel confronto, nel dialogo; non si
basa su un pensiero unico ma su pensieri in dialogo. la comunione non esclude il conflitto, ma
lo affronta nel rispetto, lo attraversa senza scomuniche, nell’umile riconoscimento che la verità è
sempre al di là di ciascuna posizione.
La comunione dunque si realizza nella libertà dello spirito ed è tutta orientata alla missione.
b. Un comune fine: la missione
Tutti, laici e religiosi, comunità e singoli, congregazioni e associazioni, tutti abbiamo un’unica missione
da compiere: quella di far arrivare il Vangelo fino agli estremi confini della terra. Ciascuno a modo
proprio, ma quello è il fine che accomuna le nostre vocazioni perché è quello della Chiesa. Sappiamo
che oggi, davanti a questo compito, siamo tutti spiazzati e afoni; tutti siamo smarriti di fronte al
compito di dire il Vangelo ai giovani di oggi, alle donne adulte, a noi stessi.
Il compito di evangelizzare è estremamente difficile; ci sembra più difficile di un tempo. Ma il vero
problema è che oggi non capiamo più il mondo nel quale viviamo; non capiamo più noi stessi; non
capiamo più qual è il punto d’incontro tra il Vangelo e la coscienza contemporanea, non riusciamo più a
trovare linguaggi che sappiano interpretare la vita e il Vangelo al tempo stesso. Smarriti di fronte a un
compito così arduo, che mette in discussione le nostre sicurezze, rischiamo di chiuderci nella tristezza,
di ripiegarci in uno sterile rimpianto di un mondo che non c’è più o di inasprirci in giudizi di squalifica
del mondo di oggi, che tradiscono il dispetto di dover mettere in discussione noi stessi.
-
Per attendere alla nostra missione, oggi occorre allenarci a quella libertà dello Spirito che scruta
nella novità la chiave per risolvere i problemi di oggi e sa attendersi l’imprevisto..
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Occorre ricordarci che viviamo nella stagione post – conciliare, di quel Concilio che è stato
voluto con il compito –come ebbe e dire Giovanni XXIII nel discorso di apertura- non di
ripetere in modo fisso la dottrina ma per interpretare l’essenziale della fede a partire dalle
domande del tempo2.
Questo era l’orientamento dato ai lavori del Concilio da Giovanni XXIII nel discorso Gaudet Mater Ecclesia, tra i discorsi
meno ricordati, negli anni successivi. In esso il Papa affermava: “Lo scopo principale di questo concilio non è, quindi, la discussione di
questo o quel tema della dottrina fondamentale della Chiesa, in ripetizione diffusa dell’insegnamento dei padri e dei teologi antichi e moderni quale
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Allearci. Se non ci fossero altre ragioni, basterebbe la difficoltà del tempo a convincerci della
necessità di allearci, di unire tutte le forze, quelle spirituali e quelle culturali, per affrontare il
compito difficile dell’evangelizzazione.
Laici e consacrati, insieme, di fronte al compito di affrontare l’evangelizzazione del mondo, chi
mostrando il valore delle cose e della vita, chi mostrando che esse rimandano oltre se stesse.
Il rischio è che il problema della nuova evangelizzazione si risolva nel tentativo di inventare nuovi
metodi di evangelizzazione, quando la questione è invece quella della reinterpretazione del senso e del
modo di essere cristiani oggi, nella convinzione che questo non è un compito per i teologi, ma per
cristiani che, dentro questo mondo come tutti, mettono alla prova il loro modo di essere cristiani,
imparano dalle crisi, dagli insuccessi, dalla fatica di costruire con il mondo un rapporto positivo, critico,
profetico. Questo è un compito che la Chiesa non può assolvere senza il contributo dei laici, dei non
esperti nella dottrina cristiana, ma esperti del mondo.
Occorre aiutarci a ricentrare la nostra mentalità ecclesiale sulla missione, recuperata nello spirito
conciliare della “Gaudium et Spes”: la missione come fiducia nel Vangelo, come esperienza che si
rigenera di continuo dalla novità del Vangelo. Se non si sostiene la creatività e l’iniziativa dei laici per la
missione in questi contesti, penso che ci chiuderemo sempre di più nell’affermazione di principi astratti
o nel sostenere un mondo ideale estraneo al nostro tempo.
c. Un comune stile ecclesiale: la corresponsabilità
Un positivo rapporto consacrati-laici ha bisogno di uno stile di corresponsabilità, che è diversa dalla
collaborazione. Nella percezione comune, soprattutto in quella ecclesiale, noi sappiamo che
collaborazione significa lasciarsi coinvolgere in un’azione di cui protagonista e responsabile è un altro.
Corresponsabilità invece è esperienza che ha in sé una dimensione di ideazione, di progetto, di
decisione, di scelta: non si può rispondere di ciò che non si è potuto contribuire a scegliere.
Quella della corresponsabilità è una prospettiva di grande respiro e qualità ecclesiale ma anche
impegnativa e complessa. La si realizza attraverso piccoli passi, dandosi una serie di regole, ciascuna
necessaria e al tempo stesso, da sola, insufficiente.
È il connotato di relazioni adulte.
Si parla qui della responsabilità intesa come disponibilità ad assumere incarichi nella comunità e della
maturità nel rispondere su come essi sono stati portati avanti. Dal Concilio in poi molti hanno espresso
in questo modo il senso di appartenenza alla loro comunità e il desiderio di svolgere in essa un ruolo da
protagonisti; l’amore per la propria Chiesa ha preso la forma del darsi da fare per essa, in un modo che
ha unito generosità della dedizione, crescente competenza nei diversi settori della pastorale, e anche una
forma tutta spirituale di vivere il senso della Chiesa e un legame con essa che si genera nella coscienza.
Spesso questa esperienza non ha dato i frutti auspicati, in termini di qualità della vita ecclesiale.
La pratica della corresponsabilità ha bisogno di una visione globale della vita della comunità e delle sue scelte
qualificanti: diversamente, se la responsabilità è circoscritta a piccoli ambiti parziali, finisce con il
trasformarsi in attribuzione di incarichi, e i laici sono gli esecutori intelligenti di compiti, più che i
si suppone sempre ben presente e familiare allo spirito. Per questo non occorreva un concilio. [...] è necessario che questa dottrina certa
e immutabile [...] sia approfondita e presentata in modo che essa risponda alle esigenze del nostro tempo ”.
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protagonisti di vita ecclesiale. Negli ultimi anni il termine collaboratore è tornato in voga, a mostrare
una responsabilità circoscritta, di corto respiro, sempre dipendente da altri. Non a caso, negli ultimi
anni si sono manifestate forme di neoclericalismo difficili da dimostrare e da contestare, mascherate
come sono da un coinvolgimento spesso gratificante per i laici stessi.
La pratica della corresponsabilità ha bisogno anche della costruzione paziente di quei percorsi che
permettono di assumere insieme la responsabilità. Insieme, preti e laici, animatori pastorali e laici
testimoni nel mondo, ci si assume la responsabilità delle scelte di fondo che la comunità compie per
definire la propria identità e il proprio progetto nel luogo in cui è radicata.
Si è affermato che il tema della corresponsabilità è diventato meno vivo che nei primi anni del
dopo Concilio. Mi pare che due elementi abbiano contribuito a questo: da una parte l’attesa e la
domanda dei laici si è ridimensionata, quasi appagata –e talvolta affaticata- dai molti compiti che ad
alcuni di loro sono stati attribuiti in una attività ecclesiale sempre più articolata; dall’altra, la pastorale
molto settorializzata ha fatto perdere impercettibilmente il senso della globalità della vita ecclesiale e
l’importanza di compiere scelte di fondo, che sono alla base delle decisioni concrete di ogni giorno e di
quelle particolari di settori specifici della pastorale stessa. Penso ad esempio all’importanza del
confronto, per interrogarsi sulla forma della propria testimonianza del Risorto; al dibattito relativo al
modo di interpretare nella storia la vocazione e la santità della propria Chiesa particolare: sono questi
temi tipici per i Consigli Pastorali, che però nella maggioranza dei casi svolgono oggi la funzione di
coordinamento delle attività e delle iniziative della parrocchia, fino al limite della banalità; più raramente
sono luoghi di vera discussione e di corresponsabilità.
La corresponsabilità ha bisogno di alcune condizioni di possibilità: che nella comunità ci sia la
consuetudine di relazioni adulte e che il dialogo sia una pratica coltivata con convinzione e con
impegno.
4. Passi concreti per una migliore relazione laici – consacrati
In questa prospettiva mi permetto di indicare alcuni criteri. Li indico in forma di elenco e mi limito ad
approfondire solo quello che ritengo decisivo:
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Amare la propria vocazione per ciò che è;
-
Amare e promuovere la vocazione dell’altro come la propria
-
Apprezzare le differenze, senza metterle in gerarchia
-
Conoscere, accettare e rispettare la vocazione dei laici. Credo vi sia un equivoco
importante da chiarire. Come in passato la condizione dei laici era ritenuta quella di coloro che
non avevano la vocazione, dopo il Concilio si è finito con il pensare che quella dei laici doveva
essere la vocazione di cristiani impegnati nelle attività pastorali. E se questo è certamente vero,
resta vera però anche un’altra verità: quella dei laici è la vocazione di coloro che sono chiamati
da Dio a trasformare la realtà agendo in essa quasi dall’interno. Merita ricordare le parole esatte
del Concilio: “Il carattere secolare è proprio e peculiare dei laici. Infatti, i membri dell'ordine sacro,
sebbene talora possano essere impegnati nelle cose del secolo, anche esercitando una professione secolare, tuttavia
per la loro speciale vocazione sono destinati principalmente e propriamente al sacro ministero, mentre i religiosi
col loro stato testimoniano in modo splendido ed esimio che il mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio
senza lo spirito delle beatitudini. Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose
temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo
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e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio
chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il
proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri
principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e
carità”. La mentalità ecclesiale, sotto la spinta delle urgenze pastorali –per altro indotte da una
pastorale sempre più strutturata, complicata- ha finito con il chiedere ai laici di essere disponibili
per gli impegni interni alla comunità, lasciando sullo sfondo il loro impegno secolare, vera sfida
per la loro testimonianza evangelica e originale risorsa per la vita ecclesiale stessa. Mi pare allora
che se una conversione è necessaria in questo senso, questa deve andare nella linea dell’aiutare i
laici ad essere laici, interessati, appassionati, coinvolti nella vita secolare (famiglia, professione,
società…)3; dell’invitarli ad assumere iniziative e non a restare sempre dipendenti, in attesa di
un’approvazione ecclesiastica e magari di una benedizione, …!
-
A queste riflessioni mi permetto di aggiungerne una che riguarda in maniera specifica le
religiose, che nella crisi attuale mi sembra la componente che soffre di più. Ed è un brutto
segnale, perché' il contributo delle donne alla vita delle comunità cristiane di oggi è
particolarmente prezioso e urgente.
La vita consacrata, che nella sua crisi rende ancora più manifesto il disagio delle comunità cristiane,
penso che vada interpretata mettendo a frutto tutta la ricchezza di una fede da donne. Le situazioni di
difficoltà che tale vocazione attraversa viene letta dalle stesse donne consacrate con accenti troppo
pessimisti, disillusi e amari. Ed è come se l’attaccamento del cuore alle forme storiche della propria
scelta di vita avesse tolto al cuore la leggerezza e l’audacia di una fede da donne, per lasciar posto ad
uno sguardo cupo, che non riesce più a guardare lontano e soprattutto in profondità.
Penso che le donne consacrate oggi debbano testimoniare una fede come quella di Maria di Magdala,
che attende: senza capire, ma certa che la vita l’avrebbe sorpresa. È difficile oggi intravedere quando e
come la vita consacrata uscirà da questa fase difficile; ma loro, le donne, come Maria, continuano ad
attendere le sorprese di Dio. E viene il terzo giorno, quando il Signore si manifesta risorto, con una
presenza diversa da prima. Ma che importa? L’unica cosa che conta è che il Signore sia vivo!
Questo approccio alle situazioni ecclesiali mette in luce come oggi vi sia grande bisogno del dono di
una fede vissuta da donne. Ne ha bisogno la Chiesa di oggi, ne hanno bisogno i giovani, ne hanno
bisogno gli uomini, perché –parafrasando la Mulieris Dignitatem 4, si potrebbe dire che l’uomo impara
dalla donna la sua fede matura.
Oggi la Chiesa ha bisogno della testimonianza di chi fa dell’amore del Signore il tutto della propria vita.
Sono infinite le declinazioni della logica dell’amore; l’intuizione femminile ne sa certo inventare le
forme. L’amore, anche quando non è detto, si manifesta nella vita. Si manifesta ad esempio in
quell’atteggiamento di fiducia, pur nella difficoltà, che rende più audaci nell’affrontare il rischio e la
fatica, con la leggerezza di chi ha il cuore appagato, non appesantito dalla tristezza.
Cfr Paolo VI, EN, 70: “I laici, che la loro vocazione specifica pone in mezzo al mondo e alla guida dei più svariati compiti
temporali, devono esercitare con ciò stesso una forma singolare di evangelizzazione. Il loro compito primario e immediato
non è l'istituzione e lo sviluppo della comunità ecclesiale - che è il ruolo specifico dei Pastori - ma è la messa in atto di
tutte le possibilità cristiane ed evangeliche nascoste, ma già presenti e operanti nelle realtà del mondo . Il campo
proprio della loro attività evangelizzatrice è il mondo vasto e complicato della politica, della realtà sociale, dell'economia;
così pure della cultura, delle scienze e delle arti, della vita internazionale, degli strumenti della comunicazione sociale; ed
anche di altre realtà particolarmente aperte all'evangelizzazione, quali l'amore, la famiglia, l'educazione dei bambini e degli
adolescenti, il lavoro professionale, la sofferenza.”
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Cfr Mulieris Dignitatem: l’uomo “deve per tanti aspetti imparare dalla madre la propria paternità” (n. 18)
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Conclusione
Ci siamo avviati a questa riflessione ponendoci delle domande.
Possiamo dire che il cammino di comunione sia avviato e che tuttavia abbia bisogno di un’accelerata e
di evitare certi zig zag che allontanano dalla meta e fanno perdere tempo: l’eccesso di importanza dato
alle cose da fare, che ci porta a considerare i consacrati per il lavoro che compiono nella Chiesa o i laici
per la collaborazione alla pastorale; il dare troppo per scontata la fede, come se i nostri impegni
ecclesiali, assunti un tempo, ci mettessero al sicuro o i sì detti un giorno potessero durare per sempre
senza un impegno di cura e di crescita.
Possiamo concludere che su questo cammino è fondamentale la convinzione che senza i consacrati le
comunità cristiane sono molto più povere in ordine al compito di mostrare la bellezza di una vita
vissuta con lo sguardo rivolto a Dio; e al tempo stesso la convinzione che il contributo più importante
che i laici possono recare alla missione della Chiesa è la loro vita nel mondo; con il riflesso di essa sono
chiamati ad arricchire il cammino della Chiesa di tutti.
Paola Bignardi
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