Federazione italiana bancari e assicurativi via Modena, 5 – 00184 Roma – tel. 06-4746351 / fax 06-4746136 e-mail: [email protected] sito web: www.fiba.it Aderente alla UNI (Union Network International), alla CES (Confederazione Europea dei Sindacati) e alla CISL Internazionale RASSEGNA STAMPA Martedì 26 Luglio 2011 U Unn aaffoorriissm maa aall ggiioorrnnoo .............................................................................................................................. 22 Mercati in balia di America e Grecia.............................................................3 In attesa del «Piano Marshall» gli istituti bussano a Francoforte ..............4 C’è il rischio di uno choc globale?.................................................................5 Edf in pressing sul riassetto Edison..............................................................7 Imprenditori stranieri, i nuovi distretti .......................................................8 Fiat, i primi conti con Chrysler .....................................................................10 Mandarina Duck ai coreani di E.Land ..........................................................11 Borse, nuovo attacco all’Italia banche ko, tassi alle stelle ..........................12 L’America in stallo totale la destra avanti con i suoi tagli Obama: un inutile palliativo ......................................................................13 “Piano debole e limitato” ora i mercati condannano lo scarso coraggio dell’Europa...................................................................14 Industria, perso mezzo milione di posti in 3 anni Cisl: produzione ancora sotto i livelli pre-crisi .........................................16 Consumi al palo, flop dei saldi in rialzo solo le spese per i viaggi ..............17 Edison, secondo trimestre in rosso pesano calo domanda e svalutazioni .........................................................18 Rassegna Stampa del giorno 26 Luglio 2011 Comunicato di informazione a cura della Federazione Italiana Bancari e Assicurativi Tribunale di Roma - Registro della stampa n. 73/2007 pagina1 UN AFORISMA AL GIORNO a cura di “eater communications” “ sso on no ou un nu uo om mo o:: n nu ul ll la ac ch hee ssiia a ““u um ma an no o”” m mii èè eesst tr ra an neeo o!! ” (Terenzio) Rassegna Stampa del giorno 26 Luglio 2011 Comunicato di informazione a cura della Federazione Italiana Bancari e Assicurativi Tribunale di Roma - Registro della stampa n. 73/2007 pagina2 C CO OR RR RIIEER REE D DEELLLLA A SSEER RA A sseezz.. EEccoon o m i a – nomia – M MA AR RT TEED DÌÌ,, 2266 LLU UG GLLIIO O 22001111 d dii:: SStteeffa an niia aT Ta am mb bu urreelllloo Mercati in balia di America e Grecia Banche sotto attacco a Milano. Obama alla nazione: rischiamo il default ROMA— Le vendite e i segni meno sono iniziati subito da Tokyo, prima grande Borsa ad aprire in questi ultimi giorni di conto alla rovescia per trovare una soluzione sul debito americano. La capitale giapponese ha chiuso con un calo dello 0,81%, e Shanghai è andata ben oltre con un -2,9%. Pochi minuti dopo la chiusura di Tokyo la staffetta è passata ai listini europei, appesantiti ulteriormente dalla decisione di Moodys di tagliare ancora, per la quarta volta e di due livelli, il rating del debito greco da Caa1 a Ca, poco sopra la C che segnala il default, cioè l’insolvenza dello Stato. Chiusure negative soprattutto a Milano (-2,48%) e Madrid (-1,92%), ma anche a Parigi (-0,77%), mentre meglio è andata a Londra (-0,16%) e Francoforte (+0,25%). Tanto che a New York, lo stesso segretario al Tesoro Usa Timothy Geithner ha chiesto la completa attuazione del piano di salvataggio della Grecia. Ma ad agitare i mercati sono stati soprattutto la paura di un non accordo a Washington tra Repubblicani e Democratici sull’innalzamento del tetto per il debito Usa. A sottolineare l’importanza del momento è stato anche il nuovo monito del Fondo monetario internazionale, che ha sottolineato come sia «cruciale» che il Congresso degli Stati Uniti trovi «velocemente» un accordo sull’innalzamento del tetto del debito. E mentre, in serata, le trattative tra Democratici e Repubblicani sul tetto al debito registravano un nuovo stallo, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama si è rivolto alla nazione con un discorso, trasmesso alle tre di questa mattina, ora italiana, dove per la prima volta ha parlato di «minaccia imminente di default» . Se Wall Street ha chiuso con un calo dello 0,7%, a soffrire ieri sono state soprattutto le banche italiane. Il Paese, a causa dell’alto debito che si porta appresso, è tornato nel mirino: si è nuovamente allargato lo spread, cioè il differenziale, tra i rendimenti dei Btp decennali e i Bund tedeschi di uguale scadenza, considerati i più affidabili, risalito a quota 291 punti base contro i 260 di venerdì scorso. È ripreso dunque il ping pong tra spread e banche, le cui quotazioni di Borsa ieri sono scese in picchiata. Hanno pesato sui gruppi creditizi i portafogli pieni di titoli di Stato anche se i loro patrimoni sono solidi e in grado di reggere batoste ben più grosse dell’attuale crisi. Come hanno dimostrato i risultati dei recenti stress test, che però, evidentemente, non hanno fatto colpo sugli investitori e sugli speculatori. Così a Piazza Affari, tra sospensioni al ribasso e riammissione in quotazione, il prezzo delle azioni di Intesa Sanpaolo, ieri maglia nera, è caduto dell’8,33%a 1,6 euro. Il calo è stato forte anche per Banco Popolare che ha perso l’8,07%a 1,42 euro, per Mps che ha ceduto il 7,62%, Ubi Banca il 7,41%, Unicredit il 7,06%e fuori dal gruppo delle maggior i la Popolare di Milano l’8,32%. Sui mercati del reddito fisso ha sofferto anche la Spagna, i cui titoli decennali hanno ampliato lo spread coi Bund tedeschi di uguale scadenza in misura maggiore di quelli italiani, a 328 punti base. Tensioni anche sull’interbancario, nonostante l’abbondante liquidità esistente, che si sono riflesse in un generale rialzo per la struttura Euribor. Il clima di allarmi e timori sui mercati ha poi continuato a spingere le quotazioni dell’oro, il bene rifugio per eccellenza che ieri ha segnato l’ennesimo record a 1.624 dollari per oncia. E, in attesa degli sviluppi sul debito Usa, il dollaro si è indebolito sull’euro, ieri a 1,44. Rassegna Stampa del giorno 26 Luglio 2011 Comunicato di informazione a cura della Federazione Italiana Bancari e Assicurativi Tribunale di Roma - Registro della stampa n. 73/2007 pagina3 C CO OR RR RIIEER REE D DEELLLLA A SSEER RA A sseezz.. EEccoon o m i a – nomia – M MA AR RT TEED DÌÌ,, 2266 LLU UG GLLIIO O 22001111 d dii:: FFeed deerriiccoo FFu ub biin nii In attesa del «Piano Marshall» gli istituti bussano a Francoforte Le cifre precise non sono pubbliche, eppure sembra certo che dietro il recente aumento della massa di denaro messa in circolo dalla Bce ci sia soprattutto un Paese. A domenica scorsa la liquidità della Banca centrale nel sistema era di 494 miliardi, il livello più alto da inizio febbraio. E una parte di quell’incremento nelle richieste di credito a Francoforte da qualche tempo viene proprio dall’Italia, dove pure in passato il ricorso delle banche all’Eurotower era rimasto a lungo a zero. Ora però il finanziamento esterno dev’essere diventato meno semplice che in passato. Gli istituti di credito italiani sono emersi con una particolarità dai recenti «stress test» : sono quelli in Europa che hanno affidato la parte più importante del loro capitale al debito pubblico nazionale; quest’ultimo pesa per il 200%del «core tier 1» , il capitale di qualità, dunque la dipendenza del sistema finanziario dalla tenuta di Btp, dei Bot e dei Cct è massima. Se i titoli di Stato italiani subiscono una crisi di fiducia sul mercato, anche le banche si indeboliscono e dunque lesinano il credito all’economia, che rallenta e si ferma. A titolo di confronto, nelle banche spagnole — le più legate dopo le nostre al loro debito nazionale — i «bonos» del Tesoro di Madrid pesano per il 150%del «core tier 1» . L’ingranaggio da spezzare per fermare la crisi in Italia è qui e, secondo molti analisti, il solo modo per farlo è rafforzare la capacità di crescita del Paese. Solo così gli investitori si convinceranno che il debito italiano è sostenibile, con effetti positivi sulle banche. «Ho notato un cambiamento negli investitori — dice Francesco Garzarelli di Goldman Sachs — . Prima si preoccupavano del deficit, ora vogliono vedere qual è il dinamismo complessivo di un’economia» . L’Italia può doversi aiutare da sola perché, come si era iniziato a capire venerdì, il mercato ha accolto l’ultimo accordo europeo prima con sollievo e poi con molta diffidenza. «Il funzionamento del nuovo sistema di sostegno e salvataggio non è chiaro» , osserva Francesco Garzarelli. «I leader hanno annunciato che creeranno il corpo dei pompieri, ma per ora non è operativo e intanto l’incendio si diffonde» . Il nuovo accordo di Bruxelles dovrà infatti aspettare l’approvazione del Bundestag di Berlino, prevista a fine settembre. Nel frattempo molti sperano che la Bce inizi a intervenire sui mercati, in attesa che sia in grado di farlo il fondo europeo per i salvataggi. Ma Barry Eichengreen dell’Università di California a Berkeley propone per l’Italia una strategia parallela di difesa: misure per accelerare la capacità di crescita e dunque difendere le banche. «La Spagna ha fatto qualcosa e in effetti sta soffrendo un po’meno» . Malgrado il più alto deficit di Madrid, sui titoli di Stato a due anni i rendimenti fra i due Paesi a un certo punto sono arrivati alla pari con Roma, su quelli a dieci anni lo «spread» a favore dell’Italia si è ridotto da 80 fino a 20 punti base (ieri sera ha chiuso a 36). Il governo di Madrid in effetti ha cambiato il mercato del lavoro e segue da vicino le banche. Anche la lista delle cose da fare per l’Italia è nota: dalle liberalizzazioni alle cessioni di imprese e demanio pubblico. Ma per ora sono state rimesse nel cassetto e purtroppo il mercato non sembra credere che ne usciranno tanto presto. Rassegna Stampa del giorno 26 Luglio 2011 Comunicato di informazione a cura della Federazione Italiana Bancari e Assicurativi Tribunale di Roma - Registro della stampa n. 73/2007 pagina4 C CO OR RR RIIEER REE D DEELLLLA A SSEER RA A sseezz.. EEccoon o m i a – nomia – M MA AR RT TEED DÌÌ,, 2266 LLU UG GLLIIO O 22001111 d dii:: M MA ASSSSIIM MO OG GA AG GG GII C’è il rischio di uno choc globale? È fissata per il due di agosto la scadenza entro la quale il Congresso e la Casa Bianca devono raggiungere un accordo per alzare il tetto del debito pubblico. In mancanza di un’intesa, nei giorni successivi (benché non subito) l’America rischia di dover sospendere i pagamenti federali: per l’economia sarebbe uno choc La politica Lo scontro fra partiti all’origine del pericolo default Com’è possibile che la «fortezza» America— il Paese che fino a ieri appariva non solo il più solido economicamente ma anche quello politicamente più stabile, con un forte sistema istituzionale e un presidente con ampi poteri— sia arrivata fino al punto di dover contemplare apertamente un’ipotesi di «default» sul suo debito? Che debba tremare per la riapertura dei mercati finanziari dopo un weekend di negoziati politici includenti? La risposta, oltre che nell’aggravamento dell’emergenza debito, va cercata in una radicalizzazione della lotta politica che supera perfino quella registrata nei primi anni 90 tra la presidenza del democratico Bill Clinton e la destra ideologica guidata dallo «speaker» della Camera Newt Gingrich che, conquistata la maggioranza al Congresso, pose l’assedio alla Casa Bianca. Si sa come andò: Clinton dovette rinunciare alla riforma sanitaria e fu addirittura costretto ad abbassare per qualche giorno la «saracinesca» del governo. Ma gli americani punirono i repubblicani per queste forme estreme di lotta politica e due anni dopo confermarono Clinton alla Casa Bianca con un voto a valanga. Una lezione che il capo della nuova maggioranza repubblicana alla Camera, John Boehner, ha sempre avuto ben presente. Anche per questo si riteneva che avrebbe trovato il modo di disinnescare la mina del tetto del debito federale con largo anticipo. Non c’è riuscito perché quello che fin qui è stato sempre considerato un problema tecnico (nei suoi anni alla Casa Bianca, Ronald Reagan alzò il limite dell’indebitamento del Tesoro per ben 18 volte) è stato trasformato dalla destra radicale dei «Tea Party» in una battaglia di bandiera. Una sfida utile per mostrare che sul bilancio si fa sul serio e anche per tenere il fiato sul collo di un presidente che si vuole cacciare a tutti i costi dalla Casa Bianca nelle elezioni del novembre 2012. Anche i repubblicani moderati vogliono liberarsi di Obama, ma nei momenti cruciali sono stati sempre pronti a lavorare anche coi democratici sulla base di alcuni valori comuni condivisi. Il «corto circuito» di questi giorni deriva dal fatto che la destra radicale non teme il «default» che considera un vantaggio per sé, mentre per il Paese, se è un guaio, ha comunque conseguenze meno gravi di quelle di una permanenza di Obama al potere. Quanto ai valori comuni, non solo i «Tea Party» ne hanno ben pochi coi democratici, ma spesso accusano l’«establishment» repubblicano di aver tradito le idee conservatrici. Ad esempio quando, con Bush, è stata adottata una linea di grande lassismo nel campo della spesa pubblica. Sono argomenti che hanno avuto un certo successo in un elettorato conservatore deluso dall’ultima presidenza repubblicana e impaurito dal «superdebito» . Così, coi radicali che minacciano tutti gli esponenti di destra che li ostacolano di scatenare loro contro, alle elezioni primarie nei loro collegi, orde di candidati dei «Tea Party» , i margini di manovra dei moderati nel partito si sono man mano ridotti. Alla fine anche Boehner, coi radicali che hanno già appiccato il fuoco nel suo collegio elettorale, ha fatto un passo indietro. Suscitando l’ira di Obama che ora lo accusa di non avere leadership. Rassegna Stampa del giorno 26 Luglio 2011 Comunicato di informazione a cura della Federazione Italiana Bancari e Assicurativi Tribunale di Roma - Registro della stampa n. 73/2007 pagina5 La finanza Wall Street sospende il giudizio e crede in un miniaccordo «Non c’è stato panico sui mercati né il crollo temuto da qualcuno, ma senza accordo sul tetto del debito federale l’America cammina sul filo del rasoio. I repubblicani che hanno messo Obama con le spalle al muro non si rendono pienamente conto dei rischi che stiamo correndo» spiega Zachary Karabell, uno dei più ascoltati analisti di Wall Street. Il «default» non arriverà domani né il 2 agosto perché, anche in caso di mancato aumento del tetto del debito, prevedono gli operatori, Obama di certo ordinerà di dare priorità al pagamento dei creditori; le entrate quotidiane del Fisco saranno utilizzate in primo luogo per pagare gli interessi sul debito. «C’è ancora una finestra ma è molto piccola» , nota il capo del fondo obbligazionario Pimco, Mohamed El-Erian, secondo il quale si va verso un compromesso di breve periodo che indebolirà la Borsa e il dollaro ed esporrà il debito pubblico Usa ad un «pericoloso declassamento» . Per adesso i mercati mantengono un’intonazione negativa, ma, di fatto, sospendono il giudizio. Nessuno— aggiungono gli esperti di Eurasia Group — crede davvero che si arriverà al «default» , che il Congresso non troverà alla fine almeno un miniaccordo. Ma i danni di credibilità prodotti da questa estenuante battaglia politica non saranno piccoli né momentanei. Al di là di quello che si è visto ieri— Wall Street in calo, ma meno delle Borse asiatiche ed europee, mentre il dollaro ha perso marginalmente terreno — è chiaro che un mancato accordo a Washington avrà conseguenze profonde e non solo limitate agli Stati Uniti. Qualcuno sostiene che sia necessario uno «choc esterno» indotto da una brusca reazione dei mercati per indurre il Congresso a uscire dall’«impasse» e decidere. Ma gli «choc» sono pericolosi: «Perdere la fiducia è assai facile, ricostruirla è un processo lungo e faticoso» dice Karabell. L’agenzia di «rating» Standard &Poor’s ha già avvertito che le possibilità di una revisione al ribasso nei prossimi tre mesi del voto massimo di affidabilità, la tripla A, di cui godono da tempo immemorabile i titoli del Tesoro Usa è salita al 50 per cento. E il capo della divisione «debito sovrano» di S&P, Dave Beers, ha spiegato alla rivista Atlantic che la vera preoccupazione dell’agenzia non è il tetto del debito, ma la capacità del sistema politico Usa di trovare soluzioni ai problemi sul tappeto. Mentre Paesi che non hanno la potenza economica degli Stati Uniti, come Canada e Francia, mantengono il rating AAA perché mostrano di avere una strategia per governare i loro problemi, gli Usa in questo momento sono impantanati in mezzo a un guado: «Da àncora del mondo, stiamo diventando un fardello per gli altri» nota sconsolato Karabell. Un «downgranding» di Washington, infatti, potrebbe innescare una reazione a catena: se aumentano i tassi per quello che è stato fin qui il Paese di riferimento per tutti— dicono gli operatori — è probabile che l’incremento si rifletta anche sugli altri Rassegna Stampa del giorno 26 Luglio 2011 Comunicato di informazione a cura della Federazione Italiana Bancari e Assicurativi Tribunale di Roma - Registro della stampa n. 73/2007 pagina6 C CO OR RR RIIEER REE D DEELLLLA A SSEER RA A sseezz.. EEccoon o m i a – nomia – M MA AR RT TEED DÌÌ,, 2266 LLU UG GLLIIO O 22001111 d dii:: G Ga ab brriieellee D Doosssseen na a Edf in pressing sul riassetto Edison Semestre in rosso per 62 milioni. A fine anno debiti per 3,9 miliardi MILANO — Meno di due mesi, con l’agosto di mezzo, per chiudere la trattativa. È una corsa contro il tempo quella che stanno affrontando i soci italiani impegnati nella definizione di un accordo sul riassetto della Edison, da condividere con i francesi di Edf. Il 15 settembre è il termine ultimo per rinnovare i patti parasociali: in mancanza di un’intesa si scatenerebbe l’asta tra soci italiani e francesi, una eventualità che però si preannuncia devastante in partenza per i primi e a tutto vantaggio del ben più solido colosso d’Oltralpe, che vanta una netta posizione di forza. Guardando il calendario, c’è anche chi lancia l’ipotesi di una possibile proroga tecnica, come ha fatto Franco Baiguera, presidente di Delmi (la holding controllata al 51%da A2A e al 15%da Iren, a monte della catena di controllo della Edison). Ma dal sottosegretario Stefano Saglia, è arrivata proprio ieri una secca risposta in tal senso: «La proroga non è un fatto positivo. Quando si arriva al novantesimo bisogna fischiare la fine della partita... mi sembra che siamo già ai supplementari» . Sottolineando anche il fatto che sia Edison sia A2A «stanno perdendo valore, non per questioni industriali ma a causa di una governance incerta» . Per questo si muove anche la diplomazia politica e i contatti si infittiscono. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha assicurato la massima disponibilità, sgomberando il terreno da veti di sorta in difesa dell’italianità in un settore strategico come l’energia. A livello ancora più alto, secondo indiscrezioni, ci sarebbe anche stato un colloquio riservato sempre sullo stesso tema, tra il premier Silvio Berlusconi e il numero uno di Edf, Henri Proglio. E da Parigi mandano segnali distensivi: «Il nostro obiettivo è di consolidare lo status di seconda azienda elettrica italiana di Edison. Ciò significa una sede in Italia, un presidente italiano e un flottante importante alla Borsa di Milano» , ha spiegato al quotidiano Les Echos una fonte vicina a Edf, sottolineando l’importanza dell’investimento dei francesi in Foro Buonaparte («5 miliardi di euro» ). Tra l’altro proprio ieri sono stati annunciati i conti semestrali della Edison, che, dopo nuove svalutazioni per 77,5 milioni, restano in rosso (62 milioni), ma potevano anche essere peggiori. La perdita sarebbe stata quasi doppia senza la provvidenziale rinegoziazione del prezzo del gas russo fornito da Gazprom (200 milioni di beneficio sull’intero 2011), come ha sottolineato l’amministratore delegato Bruno Lescoeur. Confermato l’obiettivo di un indebitamento a fine anno di 3,9 miliardi. Mentre sembra perdere terreno l’idea di un possibile ingresso nel capitale Edison della Cdp («sono da studiare i profili antitrust» , ha detto ieri Saglia), adesso la partita tra soci italiani e francesi si giocherà su tre punti fondamentali: la valutazione dell’opzione put di A2A; uno scambio degli asset che soddisfi entrambe le parti; la rivalutazione del business del gas, sia nella distribuzione, sia, soprattutto, nella produzione. Rassegna Stampa del giorno 26 Luglio 2011 Comunicato di informazione a cura della Federazione Italiana Bancari e Assicurativi Tribunale di Roma - Registro della stampa n. 73/2007 pagina7 C CO OR RR RIIEER REE D DEELLLLA A SSEER RA A sseezz.. EEccoon o m i a – nomia – M MA AR RT TEED DÌÌ,, 2266 LLU UG GLLIIO O 22001111 d dii:: D Da arriioo D Dii V Viiccoo d dd diivviiccoo@ @rrccss.. iitt Imprenditori stranieri, i nuovi distretti Il rapporto Cerved: i casi Genova e Torino e il boom dell’edilizia romena La maggiore concentrazione di piccole imprese gestite in Italia da stranieri non la si trova a Prato, come saremmo portati a pensare, bensì in un quartiere di Genova. Attorno alla piazza Principe della città ligure ben il 43%degli imprenditori è di origine straniera e in testa alla classifica per nazionalità di provenienza spiccano i senegalesi, che da soli rappresentano il 16%delle micro imprese della zona. Se questo è il dato che sorprende di più, la ricerca che Cerved Group ha realizzato sulla dinamica delle imprese gestite da stranieri negli ultimi dieci anni (dal 1 gennaio 2000 al 1 gennaio 2011) fornisce molti spunti e suggerisce altrettante riflessioni. Anche perché in questi dieci anni c’è stato un mutamento straordinario, ancora agli albori del secolo gli stranieri-imprenditori erano cittadini della Ue o svizzeri mentre oggi vengono in maggioranza dall’Asia e dall’Africa. Dopo Genova Principe la maggiore concentrazione di imprese condotte da stranieri la troviamo a Torino nel quartiere Aurora: ha toccato quota 42%e sono i marocchini i leader di mercato. Nella zona di Palazzo Reale a Palermo il 38%dei piccoli non è italiano e in questo caso la nazionalità che spicca è la cingalese. I migranti dallo Sri Lanka rappresentano anche la maggioranza relativa delle aziende straniere che operano nei quartieri Termini e Casilino a Roma mentre a Firenze, nel quartiere Quaracchi, a predominare sono i cinesi. Il dato generale riferito a tutta l’Italia parla di 442 mila piccoli imprenditori stranieri regolarmente iscritti alle Camere di commercio sotto la forma giuridica di ditta individuale (334 mila) oppure di società di persone (119 mila). In totale nel 2000 erano solo 134 mila e si tratta quindi di un settore ad elevato dinamismo con un tasso di crescita annuo stimato al 23%. Ogni cinque ditte individuali che si costituiscono in Italia ormai una è gestita da un neoimprenditore proveniente da un Paese in via di sviluppo. Per lo più sono imprese poco strutturate dove l’onere amministrativo e burocratico è tutto in capo a un singolo. Le aziende che superano la soglia di 10 milioni di euro di capitale sono ancora una rarità: una romena, quattro egiziane e una decina cinesi. Come è risaputo gli asiatici godono della maggiore predisposizione al rischio ma hanno anche una tendenza quasi nulla a integrarsi con il tessuto economico italiano. I loro settori a maggiore vocazione sono il commercio, la ristorazione e la produzione di abbigliamento low cost. I romeni amano il rischio imprenditoriale molto meno dei cinesi, sono addensati nell’edilizia e molto integrati con le imprese italiane, di cui probabilmente hanno cominciato a costituire una sorta di indotto. E le regioni in cui sono più presenti sono Lombardia e Piemonte. Il mattone, del resto, è l’attività imprenditoriale prevalente anche per i tunisini, i polacchi, i peruviani e gli albanesi. Per far sì che un migrante possa diventare imprenditore in Italia occorrono, secondo i dati Cerved, in media dieci anni di permanenza nel nostro Paese, solo dopo due lustri evidentemente si produce un tasso di integrazione sufficiente per poter organizzare un’attività economica. I cinesi sono sicuramente i più versati, seguiti dagli egiziani segnalati molto attivi nella zona di Milano. Con alta propensione al rischio sono catalogati anche tunisini e marocchini. Mentre gli asiatici sono autosufficienti, gli indiani cercano un partner italiano prima di avviare un’impresa sul mercato. Grosso modo analogo è il comportamento dei filippini. Un fenomeno che il Cerved ha messo in luce è che spesso l’integrazione imprenditoriale segue matrimoni misti tra italiani e stranieri. Un caso limite è quello dell’Ucraina, il Paese in cui è maggiore la presenza di donne tra gli imprenditori e i soci presenti in Italia. Molte società italo-ucraine sono aziende familiari. Distanziati anche i filippini e i polacchi però sembrano adottare lo stesso modello. Tra i nuovi imprenditori stranieri i più giovani risultano essere romeni, moldavi e albanesi con un’età media compresa tra i 37 e i 38 anni. Molti immigrati quando decidono di avviare una Rassegna Stampa del giorno 26 Luglio 2011 Comunicato di informazione a cura della Federazione Italiana Bancari e Assicurativi Tribunale di Roma - Registro della stampa n. 73/2007 pagina8 società lo fanno soprattutto per aprire un ristorante: è il caso dei cinesi (il 52%delle società di persone con soci solo cinesi è attiva nel campo della ristorazione) ma anche degli egiziani e degli indiani. Da segnalare una crescente specializzazione di marocchini e bengalesi nel campo della distribuzione. Il rapporto del Cerved non si sofferma sul caso di Prato, tutto sommato abbastanza conosciuto e portato addirittura all’onore delle cronache letterarie grazie alla vittoria dello scrittore Edoardo Nesi al recente Premio Strega. Nella città del Bisenzio i cinesi non hanno solo fatto massa critica ma hanno messo in piedi un distretto produttivo parallelo del pronto moda. Questo modello per ora non ha prodotto repliche anche se nella zona attorno a Carpi viene segnalato un forte attivismo di ditte cinesi. Le concentrazioni segnalate dal Cerved a Genova, Torino, Palermo e Roma non hanno le stesse caratteristiche, sono lontane dal diventare dei distretti e comunque ne sappiamo ancora troppo poco. Non conosciamo come si rapportino in termini di fornitura al sistema produttivo locale, che tipo di clientela abbiano (solo etnica o mista) e soprattutto quante di queste attività vivano nel sommerso. È necessario quindi un salto di qualità, non possiamo continuare a considerare la popolazione extracomunitaria e le imprese da essa create al di fuori delle dinamiche dell’economia italiana. Da parte delle organizzazioni di rappresentanza, segnatamente la Cna, c’è un interesse crescente a fotografare la nuova realtà, si tratta però fino a questo punto di analisi quantitative. Con qualche eccezione: è uscito, per esempio, di recente un libro di Domenico Perrotta («Vite in cantiere» ) dedicato alla presenza dei romeni nell’edilizia. Le considerazioni di carattere economico conducono poi a una riflessione più generale, alla possibilità che proprio in virtù dell’attività imprenditoriale si possa formare una «classe dirigente etnica» più interessata a collaborare alla gestione delle dinamiche civili e culturali legate all’immigrazione. Una considerazione, questa, che tira in ballo immediatamente l’attività delle Camere di commercio. Rassegna Stampa del giorno 26 Luglio 2011 Comunicato di informazione a cura della Federazione Italiana Bancari e Assicurativi Tribunale di Roma - Registro della stampa n. 73/2007 pagina9 C CO OR RR RIIEER REE D DEELLLLA A SSEER RA A sseezz.. EEccoon o m i a – nomia – M MA AR RT TEED DÌÌ,, 2266 LLU UG GLLIIO O 22001111 d dii:: R Ra affffa aeelllla aP Poolla attoo Fiat, i primi conti con Chrysler Vola l’utile di Fiat Industrial MILANO — Ricavi su del 10,6%. Utile netto quasi raddoppiato. Indebitamento in discesa, liquidità in aumento. La due giorni brasiliana del Lingotto parte da Fiat Industrial e comincia, per Sergio Marchionne, con un rialzo dei target. Doppio, probabilmente. È il comunicato che presenta i risultati trimestrali ad annunciare il primo: visto anche com’è andata tra aprile e giugno— «Un buon trimestre, nessuna cattiva notizia» , esordirà poi il presidente con gli analisti— si ritoccano già le previsioni per fine anno. Che potrebbero però essere ancora riviste. E presto. Marchionne ha abituato i mercati a tenersi «basso» . L’ha fatto anche questa volta, evidentemente, se già in conference call non si limita a confermare i nuovi obiettivi fissati in consiglio. «Ci attendiamo un buon secondo semestre, sicuramente in linea con la nostra guidance attuale» . Ma «alla fine del terzo trimestre rivedremo le nostre stime» . E sì: «C’è il potenziale di un ulteriore upgrade delle proiezioni rispetto a dove siamo ora» . È già chiusa, la Borsa, quando arriva la promessa del secondo ritocco. Erano comunque bastate la trimestrale e la prima revisione degli obiettivi a spingere Fiat Industrial nettamente controcorrente. Nell’ennesima giornata nera dei mercati il titolo parte in rialzo sulle aspettative e finisce a razzo con i numeri nero su bianco. Chiusura a 9,47 euro, +5,4%(e in attesa del board di oggi, che non dovrebbe essere seguito già dall’annuncio della «squadra dei 25» ma è pur sempre il primo con Chrysler consolidata, anche Fiat Spa va su dell’1,35%). Gli analisti l’avevano previsto, un buon trimestre. E siamo, in effetti, nella parte alta delle stime. Vanno bene tutti i settori: rispetto ad aprile-giugno 2010 Cnh aumenta i ricavi del 9,5%(+22,3%in dollari) e va a 3,6 miliardi di euro, Iveco sale del 16,1%a 2,4, Powertrain arriva quasi al 30%e tocca gli 838 milioni. Risultato: per Fiat Industrial c’è un fatturato di 6,3 miliardi (+10,6%), con un utile della gestione ordinaria che passa da 346 a 530 milioni e un utile netto che sale da 130 a 239. Sul semestre, i ricavi vanno a 11,6 miliardi, l’utile della gestione ordinaria a 807 milioni, l’utile netto a 353. È questo che consente a Marchionne di promettere «dividendi regolari» e ritoccare una prima volta i target 2011: ricavi a 24 miliardi, utile della gestione ordinaria oltre gli 1,5, indebitamento netto industriale a 1,6 (a giugno era già sceso da 2,1 a 1,7), liquidità superiore a 4 miliardi (è già salita da 3,5 a 3,9). Confermato anche il miliardo di investimenti: ma qui, mentre Cnh punta «forte» sull’Argentina, è confermato pure che Irisbus-Iveco chiuderà l’impianto di Barcellona e cederà (se le trattative con Dr andranno in porto) quello di Avellino. Rassegna Stampa del giorno 26 Luglio 2011 Comunicato di informazione a cura della Federazione Italiana Bancari e Assicurativi Tribunale di Roma - Registro della stampa n. 73/2007 pagina10 C CO OR RR RIIEER REE D DEELLLLA A SSEER RA A sseezz.. EEccoon o m i a – nomia – M MA AR RT TEED DÌÌ,, 2266 LLU UG GLLIIO O 22001111 d dii:: M Ma arriia a SSiillvviia a SSa acccch hii Mandarina Duck ai coreani di E. Land MILANO— Per un’azienda italiana che se ne va, ce n’è un’altra che non solo resta ma, anzi, rilancia. È quanto succederà giovedì 28 luglio quando, secondo indiscrezioni, saranno messe le firme sui contratti che porteranno alla cessione di Mandarina Duck al gruppo coreano E. Land e, nello stesso tempo, al riacquisto (insieme ad altri soci finanziari) di Braccialini da parte dei fondatori. Nell’occasione, la famiglia toscana guidata da Riccardo Braccialini rileverà anche il controllo di Biasia, altra firma italiana della pelletteria, che sarà così salvata (oggi è in liquidazione). Salvo imprevisti dell’ultima ora, dunque, giovedì si concluderà una trattativa che è in corso ormai da tempo e che aveva inizialmente visto E. Land avanzare un’offerta per tutta Mosaicon, la società che controlla Mandarina, Braccialini, Biasia e Coccinelle. Mosaicon, a sua volta, fa capo ad Antichi Pellettieri, la holding della pelletteria di Mbfg, ovvero il Mariella Burani Fashion Group che da quasi un anno e mezzo si trova in amministrazione straordinaria. Forte di 7 mila punti vendita, la società coreana, che si accollerebbe il debito oltre a sottoscrivere un aumento di capitale fino a 22 milioni di euro, avrebbe importanti piani di sviluppo per Mandarina Duck, il cui nome è molto conosciuto in Asia. Nel 2009, ultimo bilancio disponibile, Mandarina Duck aveva una posizione finanziaria netta negativa per 25,2 milioni. Per E. Land potrebbe non essere l’ultimo acquisto, considerato l’interesse mostrato dal gruppo asiatico ad aumentare la propria presenza sul mercato europeo approfittando delle opportunità offerte dalla crisi economica. Non è, però, l’unico soggetto a muoversi, e si parla di trattative in corso per marchi made in Italy da parte di altri attori orientali. Diverso il caso di Braccialini. La società di Scandicci (Firenze), nonostante la congiuntura internazionale e nonostante le difficoltà in cui versa la controllante Mbfg, ha chiuso il 2010 con un utile netto di 2,4 milioni di euro su ricavi per 55 milioni (+6%). «Il risultato ottenuto— spiega la relazione al bilancio— è dovuto al successo delle collezioni, alla ripresa del mercato russo, al reingresso in alcuni mercati chiave per l’export, quali Cina e Hong Kong, alle introduzioni di alcune licenze attive sul marchio Braccialini e nel mercato domestico, grazie a un efficace politica di investimenti sul marchio e sul prodotto, all’acquisizione di ulteriori fette di mercato a scapito della concorrenza» . Rassegna Stampa del giorno 26 Luglio 2011 Comunicato di informazione a cura della Federazione Italiana Bancari e Assicurativi Tribunale di Roma - Registro della stampa n. 73/2007 pagina11 lla aR Reep pu ub bb blliicca a sseezz.. EEccoon o nom miia a –– M MA AR RT TEED DÌÌ,, 2266 LLU UG GLLIIO O 22001111 d dii:: V VIIT TT TO OR RIIA AP PU ULLEED DD DA A Borse, nuovo attacco all’Italia banche ko, tassi alle stelle Moody’s declassa Atene, niente accordo sul debito Usa Milano perde il 2,5%, risale lo spread. L´agenzia di rating: default greco sicuro MILANO - La grande paura sui mercati non è certo passata. E al centro della bufera, in compagnia della Spagna, ieri si è trovata soprattutto l´Italia. Le Borse sono andate molto male a Milano (-2,5%) e a Madrid (- 1,92%) mentre continuano a salire oro (al nuovo record storico, di 1.624 dollari l´oncia) e franco svizzero, considerati dagli operatori come beni rifugio in questo momento di grandissima volatilità. Ma soprattutto, per l´Italia è tornato a peggiorare drasticamente il differenziale di rendimento - lo spread - dei Btp rispetto ai Bund, i titoli pubblici emessi dalla Germania. E´ forse questo l´indicatore più efficace e sintetico di quanto siamo ritenuti affidabili rispetto alla pietra di paragone (il benchmark, in termini finanziari) rappresentata dalla Germania. Ebbene, in apertura delle contrattazioni il Btp decennale rendeva 260 punti base in più rispetto all´analogo titolo tedesco ma alla chiusura dei mercati questa differenza era ancora cresciuta, fino a 290 punti. Nel momento peggiore della giornata, intorno alle 16.30, è andata anche un pochino peggio, con il Btp decennale arrivato a rendere il 5,68%. Questa settimana, tra l´altro, vedrà il nuovo test per le aste pubbliche, con l´emissione di Cct e soprattutto di Btp, per un massimo di 8,5 miliardi. E´ scontato che i tassi dei titoli offerti in asta si adegui al valore dei tassi di mercato, dunque si prospettano nuovi rincari per il costo del debito pubblico. Le banche italiane hanno cominciato fin da ieri a pagare il fio di questa nuova crescita dello spread Btp-Bund (peggiorato, per la seconda volta consecutiva, nel pomeriggio): i titoli sono scesi giù a candela e Intesa SanPaolo ha lasciato sul terreno l´8,33% mentre UniCredit ha ceduto il 7,03%, Ubi il 7,41%, il Banco Popolare l´8,07%, Bpm l´8,32% e Mps ha perso il 7,62%. Vendite a pioggia, che non hanno risparmiato nessuno. Del resto, spiega un operatore, le banche sono una specie di replica dello spread Btp-Bund sotto un doppio profilo: sono piene di titoli pubblici italiani e dunque se lo spread sale, aumentano le perdite sui titoli in portafoglio delle banche; inoltre, visto che la struttura dei tassi di interesse è la stessa, se salgono i tassi sui Btp in prospettiva salgono anche i costi del funding (dei finanziamenti) per le banche medesime, costrette a pagare di più per approvvigionarsi sui mercati. Per questo, già dai ieri gli operatori hanno colpito duro. Del resto, la morsa a tenaglia che stritola i mercati è ancora tutta là: Moody´s ha tagliato di tre livelli il rating sul debito a lungo termine della Grecia, stimando che il nuovo piano di aiuti annunciato dall´Unione europea indica che la probabilità di un default del debito del governo greco è pari «virtualmente al 100%». Poi c´è il timore forse numero uno: l´emergenza-debito americano, sul quale continua a mancare l´accordo. Ieri l´Fmi ha avvertito gli Usa: il tetto del debito pubblico deve essere alzato «con urgenza»; in caso contrario, il Fondo ha parlato di «forte shock» ed ha sottolineato che le conseguenze di un mancato accordo avrebbero «significative ripercussioni globali». Il Fondo ha anche stimato che il Pil Usa crescerà tra il 2,75% e il 3% dal 2012 in poi, e del 2,5% quest´anno. Rassegna Stampa del giorno 26 Luglio 2011 Comunicato di informazione a cura della Federazione Italiana Bancari e Assicurativi Tribunale di Roma - Registro della stampa n. 73/2007 pagina12 lla aR Reep pu ub bb blliicca a sseezz.. EEccoon o nom miia a –– M MA AR RT TEED DÌÌ,, 2266 LLU UG GLLIIO O 22001111 D DA ALL N NO OSST TR RO OC CO OR RR RIISSP PO ON ND DEEN NT TEE FFEED DEER RIIC CO OR RA AM MP PIIN NII Sul debito il presidente rinuncia alla posizione super partes e si schiera con i democratici L’America in stallo totale la destra avanti con i suoi tagli Obama: un inutile palliativo Nella notte discorso alla nazione dalla Casa Bianca. Le due proposte dei partiti sono inconciliabili NEW YORK - È lo stallo totale, a sette giorni dal "default" tecnico degli Stati Uniti un accordo per alzare il debito appare più lontano che mai. E proprio questa paralisi ha costretto Barack Obama a un drammatico discorso alla nazione alle nove di sera (le tre di notte italiane). Anche se ieri la riapertura dei mercati non ha portato il temuto tracollo, quella cessazione dei pagamenti che continua ad apparire inverosimile agli investitori, è diventata decisamente più probabile. Il 2 agosto il Tesoro avrà esaurito il limite legale del suo indebitamento e se il Congresso non vota un nuovo tetto, tutti i pagamenti si fermano. Da ieri al Congresso di piani ce ne sono due: ma così distanti e inconciliabili che non sono l´inizio di una soluzione, bensì il riflesso immobile della spaccatura tra democratici e repubblicani. Barack Obama ha dovuto cancellare ogni manifestazione elettorale, raccolta di fondi, forse salterà perfino la sua festa di compleanno (4 agosto): ma la sospensione delle attività "politiche" non significa che lui sia tornato a fare il negoziatore. Al contrario, una conseguenza dell´incomunicabilità tra i due partiti, è che il presidente ha dovuto rinunciare alla posizione super partes e da ieri si è "schierato" al 100% col suo partito. La giornata di ieri si è aperta con le Borse in calo ma senza agitazioni: niente tracolli, il dollaro perfino stabile rispetto all´euro, solo l´oro oltre i 1.600 ha confermato la corsa verso i beni-rifugio. Quasi "un grande sbadiglio", com´è stato definito a Wall Street? Il rischio è che i mercati diano per scontato ciò che scontato non è: un rinsavimento dell´ultima ora. Ieri invece è andato in scena lo spettacolo opposto. John Boehner, presidente della Camera dove i repubblicani sono maggioranza, ha presentato il piano della destra: 1.200 miliardi di dollari di tagli al deficit (in 10 anni) tutti concentrati sui sacrifici nelle spese sociali, come pensioni e assistenza sanitaria agli anziani. Non un centesimo di tasse in più, «neppure l´abolizione di detrazioni e privilegi per i miliardari», osserva la Casa Bianca. A renderlo intollerabile per Obama c´è un altro aspetto: il piano Boehner dà solo pochi mesi di "prolunga" al debito pubblico, appositamente vuole che si torni a discuterne l´anno prossimo in piena campagna elettorale. Obama lo ha detto chiaramente: un palliativo di pochi mesi non lo accetta, è pronto a mettere il suo veto. Non ce ne sarà neppure bisogno. Perché se già domani la Camera metterà ai voti la manovra della destra, al Senato sono i democratici ad avere la maggioranza e lì il piano-Boehner non passerà. Il leader democratico al Senato, Harry Reid, ha presentato il suo contro-piano, ottenendo l´avallo pieno di Obama. Contiene 2.700 miliardi di risparmi spalmati anch´essi su dieci anni, e consentirebbe di alzare il tetto del debito fino al 2013. Non ci sono dentro "nuove tasse" in senso letterale. Ultimo tentativo di rilanciare il dialogo bipartisan, con un accorgimento linguistico i democratici parlano di "riduzione delle spese fiscali" per indicare quelle deduzioni e detrazioni che verrebbero eliminate in modo da recuperare gettito. Anche il loro piano è severo con il Welfare, ma cerca di controbilanciare i sacrifici chiamando anche i ricchi e le grandi imprese a contribuire. Le probabilità che il piano-Reid passi alla Camera sono speculari a quelle del piano-Boehner al Senato: cioè minime. Il Fondo monetario internazionale lancia l´allarme: uno stallo sul debito e la conseguente cessazione di tutti i pagamenti del Tesoro americano (stipendi, pensioni, cedole sui titoli pubblici) avrebbe «pesanti effetti negativi nel mondo intero». Ma la reazione di ieri dei mercati, cinica o miope che fosse, ha dato ai parlamentari di Washington la sensazione che l´Apocalisse sia rinviata. Magari all´alba del 2 agosto. Rassegna Stampa del giorno 26 Luglio 2011 Comunicato di informazione a cura della Federazione Italiana Bancari e Assicurativi Tribunale di Roma - Registro della stampa n. 73/2007 pagina13 lla aR Reep pu ub bb blliicca a sseezz.. EEccoon o nom miia a –– M MA AR RT TEED DÌÌ,, 2266 LLU UG GLLIIO O 22001111 d dii:: M MA AU UR RIIZZIIO OR RIIC CC CII Fitch: tripla A al Trentino “Piano debole e limitato” ora i mercati condannano lo scarso coraggio dell’Europa Giudicato troppo basso l’effetto sull’esposizione greca Nel mirino anche la mancata estensione del salvataggio a Dublino e Lisbona Pochi i 300 miliardi rimasti al fondo salva-Stati per ridare piena fiducia all´area euro La guerra di trincea fra i mercati e l´Europa inizia adesso e non riguarda più la Grecia, ma, in generale, l´area euro, Italia e Spagna in testa. I fronti dell´offensiva erano, quasi tutti, già aperti fin da ieri. Moody´s ha nuovamente declassato, dopo il salvataggio della Grecia varato giovedì scorso dai leader europei, il debito di Atene. Il differenziale fra i rendimenti chiesti dagli investitori per acquistare titoli pubblici tedeschi e quelli per i titoli italiani e spagnoli ha ripreso a marciare verso livelli record. Le quotazioni di molte grandi banche europee stanno cadendo a candela, probabilmente per una crisi di liquidità: i grandi fondi americani, nelle ultime settimane, avrebbero prosciugato - preoccupati per la crisi dell´area euro e delle sue banche - la disponibilità di finanziamenti, al di là dell´orizzonte di tre mesi, in particolare per gli istituti italiani e spagnoli. La quota delle banche dei due paesi in questo bacino di liquidità sarebbe passata dal 6,1 per cento del 2009 allo 0,8 per cento di fine giugno. Anche la politica torna a pestare i piedi: Jens Weidmann, il neopresidente della Bundesbank ha acidamente osservato che i fondi europei vengono messi a disposizione della Grecia ad un tasso (il 3,5 per cento) inferiore a quello che, sui mercati, i paesi che garantiscono gli aiuti sono chiamati a pagare per finanziarsi: è il caso dell´Italia, naturalmente, ma anche i rendimenti dei titoli francesi sono, più o meno, intorno al 3,5 per cento. La novità è che, al centro dello scontro, c´è solo in parte il collasso finanziario greco. Nelle sue linee generali, l´architettura del salvataggio varato dal vertice europeo viene incontro ai dubbi e ai timori di molti critici, come Nouriel Roubini. L´intervento differenzia chi (come presumibilmente molte banche e attori istituzionali) detiene titoli greci, con l´intenzione di riscuoterli alla scadenza e li ha, perciò, in bilancio a valore nominale e chi, invece, li scambia sul mercato. Ai primi viene offerto di salvaguardare il valore nominale, con la sola penalizzazione di allungare, a 15 o 30 anni, la scadenza. Per i secondi, c´è un taglio del 20 per cento del valore, non troppo amaro, per chi ha comprato i titoli agli attuali prezzi stracciati. Alle condizioni offerte, non dovrebbe essere difficile ottenere l´adesione del 90 per cento degli investitori, come prevede il piano. Roubini osserva che è quanto avvenuto in altre ristrutturazioni del credito pubblico, come in Pakistan e in Uruguay. Anche una possibile tempesta dei Cds è stata evitata: la ristrutturazione - volontaria - del debito greco non farà scattare, concordano molti osservatori, il pagamento delle polizze di assicurazione contro la bancarotta di Atene: una eventualità che preoccupava soprattutto Washington, visto che il grosso dei Cds sulla Grecia è stato venduto da istituti americani. Infine, pure una probabile dichiarazione di "default selettivo" della Grecia, da parte delle agenzie di rating non dovrebbe lasciare troppe ferite. Roubini, ad esempio, sostiene che rientrerebbe dopo poche settimane. In due parole, dunque, il collasso greco è stato, al momento, grazie anche ai finanziamenti europei, tamponato. Cos´è, allora, che continua ad agitare i mercati? «E´ probabile che la crisi prosegua» scrivono gli analisti della Royal Bank of Scotland. Il punto chiave, secondo la maggioranza degli osservatori, è che, per via degli incentivi previsti - sotto forma di pegni e garanzie, in larga misura a carico del governo greco - agli investitori che accetteranno di scambiare i vecchi titoli con i nuovi, la riduzione del debito pubblico di Atene risulta troppo bassa. Complessivamente, il debito greco verrebbe tagliato del 21 per cento, quando, ad esempio, Roubini riteneva necessario un taglio del 30-50 per cento e altri osservatori direttamente del 50 per cento. Dal 160 per cento del Pil, il debito di Atene passerebbe Rassegna Stampa del giorno 26 Luglio 2011 Comunicato di informazione a cura della Federazione Italiana Bancari e Assicurativi Tribunale di Roma - Registro della stampa n. 73/2007 pagina14 al 140-150 per cento, un livello che i più giudicano insostenibile, per una economia condannata, nei prossimi anni, ad una crescita asfittica. In prospettiva, dunque, l´attacco alla Grecia è destinato a continuare. Ma la debolezza dell´accordo raggiunto dai leader europei, sostengono quasi tutti i critici, è, soprattutto in quello che non dice, riguardo agli altri paesi in bilico: ancora una volta, l´Europa rischia di pagare la politica del "braccino corto". L´accordo di giovedì scorso, è stato detto a Bruxelles, "vale per la Grecia e solo per la Grecia". In altre parole, non è pensabile una sua replica per altri paesi sull´orlo della bancarotta, come Irlanda e Portogallo. Ma, sui mercati, quasi nessuno crede che Lisbona e Dublino possano superare le attuali difficoltà, senza una ristrutturazione del debito sulla falsariga di quella greca ed è probabile che, nelle prossime settimane, la speculazione si concentri su questi due obiettivi. A meno che non punti, fin da subito, più in alto: cioè ad Italia e Spagna. Quasi tutti i critici ritengono che i fondi a disposizione dell´European Financial Stability Facility (Efsf, il braccio creato da Bruxelles per affrontare le crisi finanziarie) siano rimasti troppo limitati. «Gli strumenti sono buoni, ma non c´è abbastanza potenza di fuoco» argomenta la Rbs. Al netto degli interventi già decisi, restano circa 300 miliardi di euro: «Troppo poco per restaurare negli investitori la fiducia che la zona euro, una volta per tutte, ha preso di petto la crisi del debito pubblico». Dietro, c´è lo spettro di una crisi italiana, la terza economia dell´area. Per questo, secondo Rbs, le disponibilità del fondo dovrebbero essere portate, almeno, a 2 mila miliardi di euro. Rassegna Stampa del giorno 26 Luglio 2011 Comunicato di informazione a cura della Federazione Italiana Bancari e Assicurativi Tribunale di Roma - Registro della stampa n. 73/2007 pagina15 lla aR Reep pu ub bb blliicca a sseezz.. EEccoon o nom miia a –– M MA AR RT TEED DÌÌ,, 2266 LLU UG GLLIIO O 22001111 Bonanni: timido rilancio ma non siamo riusciti a colmare la voragine: c’è incapacità di governare il sistema Industria, perso mezzo milione di posti in 3 anni Cisl: produzione ancora sotto i livelli pre-crisi ROMA - In tre anni di crisi, dal 2008 ad oggi, l´industria ha perso 507.800 posti di lavoro. E a giugno di quest´anno 260 mila persone risultavano in cassa integrazione, di cui 174 mila con prospettive incerte, nel senso che difficilmente potranno sperare di rientrare in azienda una volta conclusi gli effetti dell´ammortizzatore sociale. Sono i dati forniti dall´ultimo rapporto Cisl sul mondo del lavoro che analizza gli ultimi mesi partendo da una considerazione: rispetto al periodo pre-crisi (2007) la produzione ha perso il 19 per cento. Un crollo - sottolinea lo studio - che è stato solo in parte recuperato dalla fragile ripresa avviata nel corso del 2010: a partire dalla scorsa estate la crescita «al di là di oscillazioni congiunturali, mostra una tendenza media alla stagnazione ed un affievolimento». E nei primi cinque mesi 2011 «alcuni comparti, dal lato dei volumi, appaiono in difficoltà rispetto all´analogo periodo del 2010». L´elenco, precisa lo studio, va dalla fabbricazione di computer e prodotti di elettronica e ottica (meno 7,1 per cento su gennaio-maggio 2010), al tessili, abbigliamento e pelli (meno 3,7), alla chimica (meno 3,6 per cento). Altri settori - invece - sono ancora in crescita, come la fabbricazione di macchinari ed attrezzature (più 13,3), la metallurgia (più 8), gomma e materie plastiche (più 3,4). Serve quindi una spinta che rafforzi il recupero incerto: per la Csil di Raffaele Bonanni la via d´uscita è lo sblocco delle risorse non utilizzate. In particolare occorre recuperare i fondi strutturali e le risorse messe a disposizione sotto forma di incentivi sia nazionali che regionali. «Ci risulta - commenta il sindacato - che esistano 120-130 strumenti normativi in materia di incentivi, ma che solo 5 o 6 siano davvero finanziati». Altra spinta deve arrivare dallo sblocco dei lavori infrastrutturali. Ma per il leader della Cisl resta il fatto che «la voragine non è stata colmata e la situazione è statica». Per Bonanni «la ripresa ha coinvolto solo una piccola parte del made in Italy: c´è incapacità di governare il sistema». Rassegna Stampa del giorno 26 Luglio 2011 Comunicato di informazione a cura della Federazione Italiana Bancari e Assicurativi Tribunale di Roma - Registro della stampa n. 73/2007 pagina16 lla aR Reep pu ub bb blliicca a sseezz.. EEccoon o nom miia a –– M MA AR RT TEED DÌÌ,, 2266 LLU UG GLLIIO O 22001111 d dii:: V VA ALLEEN NT TIIN NA AC CO ON NT TEE Il dossier Consumi al palo, flop dei saldi in rialzo solo le spese per i viaggi Vacanze “trainate”, oltre che dal periodo estivo, dall’ aumento dei carburanti Federconsumatori:acquisti scontati giù del 9,5%. CartaSì: con le carte calo del 2,9% ROMA - I consumi proprio non decollano. E se gli indici hanno ancora il segno positivo è solo per effetto del rialzo nei prezzi. Le famiglie italiane non comprano più dell´essenziale e, spesso, tagliano anche quello, anche quando è in saldo. La stagione estiva dei ribassi si conferma, difatti, pessima. Le spese con carte di credito, ad esempio, effettuate nella terza settimana di luglio (quella terminata il 17), sono cresciute solo dell´1,9% rispetto allo stesso periodo del 2010. Lo rivela l´Osservatorio Acquisti CartaSì che ha messo sotto la lente i vari settori di spesa (con esclusione di e-commerce e telecomunicazioni). Uno studio, questo, depurato dagli effetti del mercato dei pagamenti, ovvero indipendente dalla maggiore o minore penetrazione dell´uso delle carte elettroniche tra gli italiani e che basa le sue rilevazioni su un campione di titolari in possesso di una carta sia nel periodo di osservazione che in quello di confronto dell´anno passato. Ebbene, la ricerca evidenzia come quel flebile aumento negli acquisti sia "trainato" dal prelievo di contante (+12,4%) e dalla voce "viaggi e trasporti" (+6,5%). Una classica risultante, quest´ultima, di benzina alle stelle e rialzo nei biglietti di aerei, treni, traghetti (+8%). Anche gli alberghi (+4%) crescono solo grazie agli incrementi nei prezzi medi, ma numero di prenotazioni pro-capite e quantità di clienti restano fermi. Nel panorama generale, tengono gli alimentari (+2,4%), con una predilezione per i discount. Non i ristoranti (-0,5%). Tracollano, poi, i beni per la casa, ovvero elettrodomestici, mobili, casalinghi (-8,7%), così pure abbigliamento e calzature (-3,6%), consueto segmento principe dell´acquisto in saldo. I ribassi di luglio, infatti, non vanno bene. L´Osservatorio segnala un calo del 2,9% degli acquisti effettuati con carte di credito e debito, rispetto a un anno fa, nella terza settimana di promozioni, anche se la stagione, secondo CartaSì, fin qui è sui livelli del 2010. Federconsumatori registra un primo consuntivo decisamente peggiore, «disastroso», lo definisce l´associazione dei consumatori (-9,5%), «ancora meno di quanto previsto». A comprare a saldo «è solo una famiglia su tre, con una spesa di 134 euro a nucleo». Il giro d´affari complessivo «pari a 1,85 miliardi» testimonia «l´estrema difficoltà delle famiglie, sempre più impossibilitate a fare acquisti, neppure in occasioni di saldi». Con un particolare: si anticipano le spese d´autunno, come ad esempio quelle per la scuola dei figli, sperando in sconti e buoni affari. Secondo CartaSì, nei saldi vanno molto bene informatica (+9,9%) e articoli sportivi (+3%), gli unici due segmenti che crescono sia in valore che in numero di acquisti. Molto male gli elettrodomestici (15%). Tra gli aspetti più curiosi, il dato regionale della spesa degli italiani. Se il Trentino ha messo il turbo (+9,4%), seguito da Puglia (+4,5%), Umbria, Basilicata e Calabria (+3,6%), ma anche Emilia Romagna (+3,5%), molte regioni del Nord tengono chiusi i cordoni della borsa. E´ il caso di Piemonte, Valle d´Aosta, Lombardia (+1,5%) e Veneto (+0,8%). Negative Campania (-0,3%), Liguria (-0,8%), Sardegna (-0,9%). Rassegna Stampa del giorno 26 Luglio 2011 Comunicato di informazione a cura della Federazione Italiana Bancari e Assicurativi Tribunale di Roma - Registro della stampa n. 73/2007 pagina17 la Repubblica sseezz.. EEccoon noom miia a –– M MA AR RT TEED DÌÌ,, 2266 LLU UG GLLIIO O 22001111 d dii:: LLU UC CA AP PA AG GN NII Edison, secondo trimestre in rosso pesano calo domanda e svalutazioni Saglia: “Per la Cdp nel capitale problemi di Antitrust” I contratti del gas rinegoziati con Gazprom evitano un risultato ancora peggiore MILANO - Secondo trimestre negativo per Edison e risultato netto in peggioramento: dai 20 milioni di rosso del marzo scorso l´utility è scesa a una perdita di 62 milioni al 30 giugno. E poteva essere peggio, se non fosse stata chiusa la rinegoziazione per le forniture di metano con i russi di Gazprom: grazie a uno sconto che si aggira tra i 6 e gli 8 centesimi al metro cubo di gas (e alla retroattività dell´accordo fino all´inizio del 2009), i conti beneficeranno di 200 milioni da iscrivere nel bilancio 2011, di cui almeno una metà già imputabili nel primo semestre. Sul risultato negativo (in calo anche i margini a 491 milioni dai 626 di un anno fa), pesano la discesa della domanda di gas e il contemporaneo aumento dei prezzi delle forniture, oltre a una nuova serie di svalutazioni di asset. La crisi di Edison - che si trascina ormai da due stagioni - è prima di tutto industriale: la domanda di energia elettrica in Italia, pur aumentata dell´1,6% nel primo semestre dell´anno, è inferiore del 4,3% rispetto al 2008. E la domanda di gas naturale, rispetto all´anno scorso, è scesa nel nostro paese di un altro 4,5%. Incide la crisi economica e la stagnazione della produzione industriale con il conseguente calo della domanda di produzione energetica. In questo contesto, i margini della filiera elettrica di Edison sono scesi a causa della fine dei benefici degli incentivi statali (il famigerato Cip6) in quattro centrali e della «compressione dei margini di commercializzazione per i clienti finali». Nel settore gas, invece, Edison è stata penalizzata dall´aumento del prezzo del petrolio (cui sono legati i livelli dei prezzi del gas nei contratti di lungo periodo), con il Brent salito del 42% per primo semestre. Un ulteriore miglioramento dei conti dovrebbe arrivare nel caso di accordi positivi con gli altri fornitori, gli algerini di Sonatrach, Qatar Petroleum ed Eni. In corso anche la rinegoziazione con l´Egitto, dove - tra l´altro - Il Cairo è in ritardo con i pagamenti delle forniture di gas estratto dal giacimento di Abu Quir. Approfittando della situazione negativa dei conti, il nuovo ad Bruno Lescoeur ha proceduto con svalutazioni per 77 milioni: una piattaforma petrolifera al largo della Croazia (bloccata da un contenzioso con Zagabria), alcuni impianti termoelettrici in Italia e la quota di una centrale in Grecia a causa del rischio paese. Archiviata la semestrale, riprendono le trattative tra i soci per la nuova governance, i francesi di Edf e gli italiani di A2a. Il governo italiano chiede di far presto per dare al più presto un nuovo indirizzo industriale alla società. Lo ha detto ieri il sottosegretario allo Sviluppo economico Stefano Saglia: «Sarebbe meglio non andare oltre la scadenza dei patti del 15 settembre, mentre non credo sia possibile l´intervento nel capitale della Cassa Depositi Prestiti perché andrebbe incontro a problemi Antitrust essendo già socia di Enel ed Eni». Rassegna Stampa del giorno 26 Luglio 2011 Comunicato di informazione a cura della Federazione Italiana Bancari e Assicurativi Tribunale di Roma - Registro della stampa n. 73/2007 pagina18 La Fiba-Cisl augura a tutti voi una giornata serena!! A Arrrriivveeddeerrccii aa ddoom maannii 2277 L Luugglliioo per una nuova Rassegna Stampa del giorno 26 Luglio 2011 Comunicato di informazione a cura della Federazione Italiana Bancari e Assicurativi Tribunale di Roma - Registro della stampa n. 73/2007 pagina19