ESAME DI STATO PER L’ABILITAZIONE ALLA PROFESSIONE DI INGEGNERE
SEZ. A - INGEGNERIA INDUSTRIALE
Prova progettuale - I SESSIONE 2014
Tema Economico-Gestionale
Parte 1
La prestigiosa società di consulenza Carloni&Barbieroni è stata vittima di un furto nella sua sede centrale in Piazza Santo Stefano a
Bologna. Alcuni preziosi documenti sono stati rubati e un team di consulenti sta lavorando per ripristinarli. Le analisi riguardavano il
caso Nike.
Sono stati ritrovati alcuni documenti su Nike e altri su Adidas.
Nel 1969 Carolyn Davidson, una giovane studentessa d’arte dell’università di Portland, ebbe la fortuna di incontrare Phil Knight,
giovane professore associato di contabilità e co-fondatore della Blue Ribbon Sports, una società che inizialmente si occupava di
importare negli Stati Uniti le Onitsuka Tiger, le scarpe da basket giapponesi che spopolavano negli anni ’60. Carolyn era seduta
nell’ingresso dell’edificio e si lamentava di non avere nemmeno i soldi per comperare i colori a olio. Knight sentì tutto e decise di
offrirle un lavoro.
Knight aveva deciso di diversificare i prodotti importati dal Giappone da quelli prodotti dalla Blue Ribbon Sport, così invitò la
giovane studentessa a occuparsene per un compenso di 2 dollari l’ora. Nel 1971 Knight chiese alla ragazza di studiare qualche cosa
che potesse valorizzare le nuove scarpe da calcio – il modello “Nike” – della Blue Ribbon e le rendesse “accattivanti”. Carolyn si
inventò una dozzina di loghi, nessuno dei quali entusiasmò Knight, che scelse quello che considerava “il meno peggio, ma mi ci
abituerò”. Appena sei anni dopo il nome Blue Ribbon venne abbandonato e tutti i prodotti assunsero il marchio Nike, che nel 1980
aveva conquistato il 50% del mercato americano delle scarpe sportive.
Questa è la storia di uno dei simboli più famosi e riconoscibili del mondo, il cosiddetto “swoosh” di Nike. Carolyn impiegò quasi 18
ore per il disegno, che le venne pagato 35 dollari. Dopo la laurea continuò a lavorare per Knight. Nel 1983 Nike era una società in
crescita e i soci fondatori decisero di ringraziarla con un party a sorpresa: le regalarono un anello con il logo di Nike, decorato con un
piccolo diamante. E in più le diedero 500 azioni, per un valore totale di circa 150 dollari. Oggi ne ha guadagnato circa 1286 dollari
per azione.
Per celebrare i 40 anni del logo Nike ha raccolto in un libro i ricordi di Knight, le testimonianze degli impiegati, le opinioni e i
commenti dei designers per ricostruire passo dopo passo la nascita del marchio. Oggi la società ha 30.000 dipendenti in tutto il
mondo e l’incasso delle vendite dell’anno scorso è stato di circa 19 miliardi di dollari. La signora Davidson si è licenziata dalla Nike
nel 2000 e nonostante abbia detto che non si stancherebbe mai di guardare il suo logo, ha sempre sostenuto di non essere diventata
miliardaria grazie alla sua creazione. Ora che non lavora più, si dedica ai suoi hobby e al volontariato nella fondazione di
RonaldMcDonald.
Da il Post del 5 luglio 2010
Impossible is nothing. Just do it. Sono gli slogan delle due aziende che dominano il mercato dell’abbigliamento sportivo mondiale.
Adidas e Nike. A meno di una settimana dalla finale dei mondiali, Time racconta la loro sfida per guadagnare il primo posto.
In questo periodo i vertici di Adidas sono galvanizzati dal successo del mondiale sudafricano. L’azienda tedesca è lo sponsor
ufficiale della FIFA ed è lei ad aver creato e fornito per l’ennesima volta il pallone ufficiale per la competizione, lo Jabulani. Che,
nonostante sia stato criticato e bistrattato un po’ da chiunque per le sue presunte pessime reazioni sul campo, secondo le stime
dovrebbe vendere circa tredici milioni di esemplari. Inoltre, come illustrato nella tabella, buona parte delle dodici nazionali firmate
Adidas sono arrivate nella fase finale del torneo, e almeno una tra Spagna e Germania si qualificherà per la finale. È probabile che
l’Olanda targata Nike batterà l’Uruguay e la sua Puma, che ha vinto gli scorsi mondiali con l’Italia, ma comunque vada per Adidas il
mondiale è stato un successo: i mondiali del 2006 hanno portato 1,6 miliardi di dollari di guadagno netto, e quelli di quest’anno
dovrebbero portarne circa 1,9, nonostante la recessione.
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La sfida di Adidas contro Nike, però, si gioca solo in minima parte a questi mondiali. La lotta tra i due colossi dell’abbigliamento
sportivo si muove su campi e soprattutto aree geografiche diverse, ognuna con le proprie caratteristiche. Ultimamente, per quanto
possa sembrare assurdo, la vittoria di Nike in Asia è arrivata dalla miglior gestione dell’inventario. Dopo la fine delle Olimpiadi e
l’inizio della crisi economica, in Cina il problema delle due aziende è stato quello di smaltire abbastanza velocemente il vecchio
materiale per far spazio a quello nuovo. Nike ci è riuscita, Adidas no. Risultato: negli ultimi due quadrimestri il fatturato di Nike è
tornato a crescere, a scapito di quello dell’avversaria.
Nike vende di più in America Latina, Adidas vende di più in Russia, e negli altri paesi dell’est. Nike domina in Italia, mentre in
Germania è nettamente in testa l’azienda di casa, Adidas, così come in Francia. Ma sono gli Stati Uniti l’obiettivo più grosso, quello
in cui Nike guadagna più terreno rispetto ad Adidas.
Considerando solo le calzature, Nike domina la competizione. Nel 2009, secondo i dati di SportScanInfo, Nike ha guadagnato il 35%
dei 16 miliardi di dollari del mercato delle calzature per atleti, mentre Adidas e Reebok [posseduta dalla stessa Adidas] solo il 7,9%.
La debolezza di Adidas, secondo l’analista del gruppo finanziario Susquehanna Christopher Svezia, sta tutta nel design.
“Il mercato statunitense è molto diverso da quello europeo. Richiede stile, pertinenza e un legame con il cliente. [...] Adidas deve
dare alla sua divisione USA libertà nell’essere più giovane e più modaiola.”
Le scarpe Adidas sono il vero punto debole dell’azienda negli Stati Uniti, e si ritrovano a battagliare sulle cifre di Asics e New
Balance. Dall’acquisizione di Reebok in poi sta migliorando le sue vendite, ma è ancora lontanissima dalle vette di Nike.
Erich Stamminger, uno dei capi di Adidas, è fiducioso nelle possibilità della sua azienda negli Stati Uniti. Recentemente, il marchio
ha vinto la gara alla sponsorizzazione di John Wall, la prima scelta ai draft dell’NBA, e possiede TaylorMade, un marchio importante
del golf. In più, l’espansione del calcio negli Stati Uniti gioca a favore di Adidas.
“Non molti lo sanno, ma gli Stati Uniti sono il più grande mercato di calcio al mondo”, dice Stamminger. “Ci sono 18 milioni di
giocatori attivi negli Stati Uniti, e il più grande numero di giocatrici femminili al mondo.” Nel tentativo di guadagnare una fetta di
mercato ancor più ampia, Adidas ha ingaggiato diverse icone americane, usando Star Wars (e Snoop Dogg) in una campagna
pubblicitaria sui mondiali, lanciando una collezione dedicata alla Coppa del Mondo ispirata ai vestiti della Settimana della Moda di
New York del 2009.
Da Repubblica del 14 ottobre 2013
Nike, la rincorsa mozzafiato sul traguardo del Dow Jones
IL MARCHIO SPORTIVO ENTRA NEL GOTHA DEI 30 TITOLI PIÙ CAPITALIZZATI DI WALL STREET SCALZANDO LA
BANK OF AMERICA: UNA CRESCITA VORTICOSA, ACCELERATA NEGLI ULTIMI ANNI CON UN RITMO DI
CRESCITA DEL 10% CHE L’HA PORTATO A 25 MILIARDI DI FATTURATO
Paola Jadeluca
La Nike corre fin dentro il Dow Jones Industrial Average. uno degli indici di Borsa più importanti che oltre alla capitalizzazione e
all’andamento finanziario segnala anche come cambia lo scenario industriale. L’ingresso del marchio di scarpe da ginnastica più
venduto al mondo tra i 30 big dell’indice a maggiore capitalizzazione, infatti, è più che il segnale di una svolta: mentre entra Nike,
infatti, escono per esempio Bank of America, gigante del credito, e Alcoa, colosso dell’alluminio. Il mondo cambia. Le sneaker
impazzano ai piedi dei giovani, degli sportivi e corrono pure in Borsa. E la Nike sta vivendo uno dei suoi momenti record.
Quest’anno ha guadagnato al listino il 30%, quasi il doppio dello Standard & Poor’s 500. Il gruppo di Beaverton, in Oregon, conta
48.000 dipendenti globali e ha raggiunto un fatturato di 25 miliardi di dollari. Sotto la guida di Mark Parker ha fatto un ulteriore
grande salto. E’ cresciuta al ritmo del 10% l’anno negli ultimi tre anni. E per la fine di dicembre prossimo conta di raggiungere il
tetto dei 30 miliardi di fatturato. Parker, ormai vicino ai 60 anni, il “più creativo Ceo del mondo”, secondo il magazine Fastcompany,
ha iniziato la sua carriera come designer di scarpe dentro il gruppo nel lontano 1979. Poi via via ha occupato posizioni e competenze
diverse fino a farsi una visione trasversale del business, finché è diventato Ceo, nel 2006. Per non farlo andare via l’ultima assemblea
degli azionisti, prima dell’estate, ha votato quasi all’unanimità un aumento di stipendio a fronte di una clausola di esclusiva fino al
2017. Il suo stipendio per l’anno fiscale 2013 è di oltre 15 milioni di dollari. Tanti, ma niente in confronto ai 35 milioni dell’anno
fiscale 2012, quando il board lo ha premiato con uno stock di azioni pari a 23,5 milioni di dollari, un riconoscimento che lo ha fatto
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balzare al 10mo posto nella classifica del New York Timesdei Ceo più pagati. Non c’è da stupirsi. All’ultima trimestrale il gruppo ha
superato tutte le aspettative. «Meglio delle attese su tutti i fronti», scrivono Christian Buss e James Berkley, analisti di Credit Suisse,
che pur mantenendo il rating su un tiepido neutral, presentano una fotografia del gruppo più che positiva. Fatturato, margine lordo,
Eps, tutto è andato oltre le previsioni. E anche per il futuro, per i prossimi 12 mesi, se non addirittura oltre, le stime vedono rosa.
Risultati record a fronte di un mercato che, globalmente preso, non corre come corre la Nike. Segno che l’azienda con il famoso logo
“swoosh” a virgola, sta spingendo molto sull’acceleratore per rubare clienti alla concorrenza nei mercati maturi, ma anche per
diversifcare i mercati di sbocco. In Nord America, per esempio, il mercato più ampio per la Nike, il mercato delle sneaker è in
rallentamento. Ma, del tutto controtendenza, Nike sta invece aumentando il suo share. C’è da dire che la spinta alla concentrazione in
questo settore è molto forte, l’unica via per fare economie di scala a fronte di una pressione sui margini sempre più alta. Nike,
incalzata da Adidas in un perenne duello di mercato, insieme alla rivale detiene l’81% di quota del footwear shoe Usa: 42% la Nike,
39% Adidas. Insieme i due brand coprono oltre il 40% di quello mondiale. Qualche segnale di incertezza arriva dall’altro grande
mercato: la Cina. Il paese del Dragone si era fermato e per il futuro gli analisti di Credit Suisse prevedono una crescita molto soft per
le sneaker, rispetto alle previsioni di forte impennata fatte negli anni passati. Eppure il Dragone resta la seconda scommessa per Nike
che a fronte di una flessione dell’8% del mercato locale ha saputo arginare il fenomeno, facendo registrare -3%. Anche in Asia si
assiste a una forte spinta alla concentrazione. Addirittura ci sono brand che escono dal mercato. Puma, per esempio, ha già gettato la
spugna, annunciando un piano di chiusura per 90 store in Cina. Nike invece rilancia, e ne sta aprendo altri 50. Puma esce. I marchi
cinesi incalzano. Uno dei grandi concorrenti nel Dragone della Nike è Li-Ning, il brand fondato dall’ex campione olimpionico LiNing, tre medaglie d’oro alle spalle. Quando alle Olimpiadi di Pechino nel 2008 ha acceso il braciere per portare la fiaccola di
apertura dei giochi, il suo volto e il suo brand sono rimbalzati in tutto il mondo. Li-Ning punta a diventare un brand globale, e vuole
fare le scarpe alla Nike anche negli Usa, dove ha aperto un suo stabilimento a Portland, sulla strada che porta al quartier generale
della Nike. Fondata nel 1990 e poi quotata in Borsa, Li-Ning ha un logo che ricorda in parte il baffo della Nike. Ma questa
somiglianza non ha acceso la fantasia dei consumatori, che lo percepiscono ancora come un prodotto di fascia bassa. La Nike resta la
star del mercato, tanto più oggi che i trend vedono in aumento l’attenzione alla qualità del prodotto. Secondo un recente studio di
Npd, gli uomini comprano più scarpe e di maggiore qualità. Le donne comprano meno scarpe, ma anche loro scelgono quelle di
maggiore qualità. Insomma, comunque sia, il mercato si sta spostando sempre più verso l’alto. Un trend che segue di pari passo
l’attenzione crescente verso la salute e il benessere fisico dei consumatori. Tra i fattori di successo delle sneaker, dicono gli analisti,
uno è proprio la creazione di un brand forte, sinomimo di qualità e fashion. E lo swoosh è diventato un simbolo mondiale per tutti i
settori: dalla corsa al basket e, ora, soprattutto tra i bambini, un segmento di mercato in espansione. Per le scarpe sportive che si
contendono a colpi di miliardi i testimonial più famosi- come Cristiano Ronaldo, appena assoldato dalla Nike per 40 milioni di
sterline - il brand spesso diventa più forte del prodotto stesso. «Spesso descrivo Nike, Adidas e le altre case come società di
marketing che fanno scarpe», ha dichiarato a Bloomberg Matt Powell, analista di SportsOneSource, che ha seguito la Nike per più di
dieci anni. D’altronde è stato proprio Phil Knight, co-fondatore della Nike a coniare il famoso detto: «Marchi, non prodotti». Ma
dopo i racconti di Naomi Klein in “no logo” e le accuse del regista Michael Moore, la Nike ha cambiato strada. Parker ha più volte
dichiarato alla stampa di non voler assolutamente mettere il suo swooshsu ogni cosa per poi venderla a caro prezzo. Non solo. Sta
cambiando anche il sistema di produzione. I tempi di produzione, oggi, si sono accorciati e i costi compressi grazie alle nuove
tecnologie, come la FlyNit, che ha rivoluzionato il tradizionale modo di tagliare e cucire le scarpe Nike. La casa dell’Oregon ha
saputo dispiegare le strategie giuste anticipando per tempo gli andamenti del mercato, risollevandosi prontamente dall’impatto dello
tsunami mondiali che nel 2009 aveva travolto anche il gruppo. E non si ferma. Prendiamo il mercato dell’Europa occidentale. Negli
ultimi due anni è stato il mercato più debole per il gruppo, ma grazie a una sapiente cura di ristrutturazione, secondo gli analisti di
Credit Suisse, sarà proprio l’Europa occidentale una delle leve di crescita dei prossimi 24 mesi. Un mercato maturo. Ma di nuovo
promettente. Un poster stradale di pubblicità della Nike a Shanghai: l’atleta effigiato è Liu Xiang, grande promessa cinese nei 110
ostacoli, sponsorizzato dalla casa americana
Dal Sole 24 Ore del 24/05/2014
MANCHESTER UNITED
Da Nike 600 milioni per restare sponsor
Nike è pronta a sborsare 600 milioni di dollari per mantenere per altri 10 anni la sua partnership con la squadra di calcio inglese del
Manchester United, che scade nel 2015. Lo scrive il Wall Street Journal. Il contratto di Nike con i «Red Devil» è attualmente di 510
milioni per 13 anni e scade alla fine della stagione 2014-2015. Secondo il Wsj, Adidas e Warrior Sports (New Balance), sarebbero in
lizza per fornire il club.
Da Repubblica del 14 giugno 2014
Brasile 2014, è il mondiale dei marchi: una sfida tra brand che vale milioni di euro
Magliette, scarpini, testimonial d'eccezione: è il torneo delle grandi case di prodotti sportivi che muovono fiumi di denaro in ogni
parte del globo. Sfruttando anche paesi dove il costo del lavoro è molto basso
dall'inviato
ENRICO SISTI
Brasile 2014, è il mondiale dei marchi: una sfida tra brand che vale milioni di euro
PORTO ALEGRE - Occhio al rivestimento. Sopra il piede milioni di euro che si contendono la leadership dello sport. Le magliette
sono un simbolo nazionale e insieme anche un marchio, fortissimo, sovranazionale. Mai come in Brasile la sfida fra i brand che
sostengono il calcio mondiale, Adidas e Nike, le due nazionali delle forniture, è stata così evidente, così sotto gli occhi di tutti. Le
pubblicità della tv che trasmette le dirette in Brasile (Sportv), fra una partita e l'altra, nell'attesa dei collegamenti, e persino a notte
fonda, sono gallerie di volti che per contratto testimoniano l'efficacia del prodotto che indossano. Soldi, soldi, soldi. Soldi che
mandano avanti il sistema, soldi che non basterebbero i depositi di Zio Paperone, soldi che servono a produrre scarpe, di alta e bassa
qualità, per tutti, maglie, ciabatte, tute, borse, giubbotti, palloni, a creare "training camp", a incoraggiare gruppi di allenamento, a
foraggiare atleti provenienti da paesi disagiati e a pagarne preparazione sportiva e studi. Il calcio è solo una parte di questo
gigantesco mercato all'aperto che realizza prodotti finiti soprattutto nei paesi in cui la forza lavoro non costa quasi nulla.
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Ovviamente non è stato sempre così. E' stata l'Adidas 68 anni fa a intuire che si poteva cominciare a pagare un atleta per indossare
quel preciso prodotto, creando una nuova specie di eroe, l'eroe da vetrina ("heroes for sale"): l'idea venne al figlio di Adolf Dassler,
Horst, che decise che poteva farsi dare qualche soldo da alcuni atleti in partenza per le Olimpiadi di Melbourne. Aperta, la porta non
si è più chiusa. Il "buco" è diventato sempre più largo. Il rapporti economici fra stilista e campione sono diventati sempre più stretti e
convenienti. Dalle persone sono passati alle strutture. Hanno cominciato a sponsorizzare squadre perché le loro magliette avessero le
"tre strisce", convincere enti e organizzazioni (i campionati nazionali, i Mondiali, gli Europei, la Coppa d'Africa, la Champions
League, l'Uefa, la Fifa e tutte le altre monarchie) a usare i propri palloni. Nel 1970 l'Adidas era talmente potente che un certo Phil
Knight, 32enne commerciante di scarpe da montagna dell'Oregon, incuriosito e forse anche un po' invidioso, decise che doveva
trovare un modo per ostacolare e, possibilmente, affiancare il gruppo tedesco. Pareva una pazzia.
A 76 anni Phil Knight è ancora il presidente della Nike, non personalmente ma è ancora lui a mettere le scarpe a Cristiano Ronaldo.
Dopo anni di rincorsa, adesso la Nike è la più grande compagnia di "sportswear" del mondo, con un fatturato di 25 miliardi di dollari
all'anno con cui occupa il 17% del mercato globale. Lo deve anche al nuovo modo di concepire la pubblicità, ha creato una cultura
dell'"advertising" e della promozione degli eventi. A volte è stata così diversa nell'approccio col pubblico che pareva quasi che gli
altri gruppi facessero un mestiere diverso. L'Adidas comunque è lì, poco dietro: 20 miliardi di dollari e il 12% del mercato. Nel
calcio le due "squadre" fagocitano il 70% del mercato. Tanto per fare qualche numero: delle 32 squadre di questo mondiale, 10
vestono Nike (Brasile, Stati Uniti, Grecia, Croazia, Inghilterra. Portogallo, Corea del Sud, Australia, Francia e Olanda) e 9 Adidas
(Germania, Spagna, Colombia, Bosnia-Erzegovina, Argentina, Giappone, Russia, Messico, Nigeria. L'Adidas in compenso, da anni,
esattamente dal 1970, è il referente ufficiale della Fifa per quanto concerne palloni e ammennicoli vari e da poco ha esteso questo
rapporto sino al 2030: "Ci costa 70 milioni ogni quattro anni, questo rapporto". Ma i guadagni sono clamorosamente più alti.
La Puma si sta facendo strada con 8 nazionali (Italia, Svizzera, Costa d'Avorio, Algeria, Camerun, Ghana, Uruguay, Cile). Ma
attenti: è il marchio fondato da Rudolf Dassler, il fratello di Adolf "Adi" Dassler, il leggendario patron dell'Adidas (e ha Bolt in
squadra). Alle altre le briciole (che comunque non sono da buttare). La Joma veste l'Honduras, l'Uhlsport l'Iran, la Lotto la Costa
Rica, la Marathon l'Ecuador, e la Burrda Sport il Belgio. Sgomitano altri brand: i cinesi della Uniqlo (Djokovic) e della Li-ning, gli
americani della Under Armour. Calcio per loro significa che 300 milioni di persone giocano a calcio regolarmente e un miliardo di
persone lo guarda in tv. E il mercato è in netta espansione. Col calcio la Nike, nel 2013, ha portato a casa quasi due miliardi di
dollari, l'Adidas (anche se la stima non è ufficiale) quasi 2,5 miliardi. Ma secondo l'ad dell'Adidas Herbert Hainer "è stata una
stagione fiacca". Nel 2014 pensano di riuscire a portare a casa 3 miliardi di dollari, grazie anche ai Mondiali. E vorrebbero tornare
avanti nel testa a testa con la Nike nel 2016, dopo gli Europei di Francia.
Sono soprattutto le scarpe a lanciare messaggi (e palloni). L'Adidas continua a produrle nel suo centro logistico di Herzogenaurach,
lo stesso da cui negli anni Venti partì il sogno di Adolf Dassler. Ormai si producono scarpe sul piede dei singoli campioni,
esattamente come si producono racchette per i singoli tennisti. La scarpa di Ronaldo non andrà mai bene sui piedi e per le qualità
tecniche di Messi, come la racchetta di Djokovic non funzionerebbe nelle mani di Nadal. E così hanno anche stilato delle tabelle. Da
agosto 2013 a maggio 2014 sapete quale scarpino ha realizzato più gol sommando Liga, Premier, Bundesliga e Serie A? E' stato
l'Adidas F50: 761 reti. Capocannoniere delle scarpe. Segue il modello "top" della Nike, il Mercurial (740). Poi, via via, altre due
scarpe Nike, l'HyperVenom, il CTR360, poi ancora il Predator dell'Adidas, l'evoSpeed della Puma, il Nike Tiempo, l'Adidas
Nitrocharge, l'Adipure e l'evoPower Puma. Altri tempi quando da ragazzini si sognava di indossare la mitica Pantofola d'oro perché,
si diceva, era la migliore scarpa per calciare il pallone che si stava imponendo allora: l'altrettanto leggendario Mikasa. Ma si giocava
sulla pozzolana. Che ne sanno questi campioni.
Altri dati sulle quote di mercato:
4
Principali altri marchi di Nike:
Cole Haan
Hurley International
Converse
Principali marchi di Adidas:
Reebok (acquisita nel 2005 per 3,8 miliardi di Euro)
Rockport
TaylorMade
Mission di Nike (dal sito web):
TO BRING INSPIRATION AND INNOVATION TO EVERY ATHLETE IN THE WORLD
Mission di Adidas (dal sito web):
The adidas Group strives to be the global leader in the sporting goods industry with brands built on a passion for sports and a
sporting lifestyle. We are committed to continuously strengthening our brands and products to improve our competitive position.
Si richiede di:
1. Valutare la concentrazione del settore.
2. Delineare l’ambiente competitivo di Nike utilizzando il modello di Porter. Valutare ciascuna componente del modello e
definire l’attrattività del settore.
3. Quali sono le potenziali barriere all’entrata che si porrebbero a un nuovo entrante nel settore?
4. Quale è il ruolo dei prodotti complementari?
5. Quali caratteristiche dovrebbe avere il nuovo entrante? Portare opportuni esempi.
6. Sulla base dell’approccio risorse e competenze, identificare il profilo di Nike e confrontarlo con Adidas.
7. Quali sono le competenze distintive di Nike?
8. Quali strategie di differenziazione potrebbe attuare Nike?
9. Analizzare i rischi e le opportunità che si pongono a Nike per il prossimo futuro.
Parte 2
Per organizzare una campagna pubblicitaria locale, Nike si rivolge a noi.
La tabella riporta le attività con i vincoli di precedenza.
Le attività non numerate, indicate in grassetto, sono macro attività che raggruppano quelle seguenti.
Numero Denominazione attività
Durata (giorni) Attività precedenti
Overall Campaign
1
Plan Campaign
10
Press Campaign
2
Contract for Press Advertising
15
Plan Campaign
3
Prepare Artwork for Print
20
Plan Campaign
4
Prepare Copy for Print
20
Plan Campaign
5
Prepare Camera Ready copy for Print 10
5
Prepare Artwork for Print, Prepare Copy for Print
Prepare Camera Ready copy for Print, Contract for Press
Advertising
Contract to Make TV Commercials
10
Camera Ready to Newspapers
8
Contract for TV Time
15
Camera Ready to Newspapers
9
Write TV Commercial Scripts
13
6
Camera Ready to Newspapers
TV Campaign
7
10
Shoot TV Commercials
30
Camera Ready to Newspapers
Contract to Make TV Commercials, Write TV Commercial
Scripts
11
Commercial Tapes to TV Studios
5
Contract for TV Time, Shoot TV Commercials
Billboard Campaign
12
Contract for Billboard Space
15
Camera Ready to Newspapers
13
Design Posters
25
Camera Ready to Newspapers
14
Print Posters
5
Design Posters
Distribute Posters to Billboard Co
3
Print Posters, Contract for Billboard Space
2
Camera Ready to Newspapers, Commercial Tapes to TV
Studios, Distribute Posters to Billboard Co
15
Announcement
16
Hold Press Conference
5
1.
2.
3.
4.
5.
6.
Costruire una tabella, indicando i seguenti dati:
(l’1 agosto 2014 è la data di inizio progetto e le attività possono essere svolte tutti i giorni della settimana, sabato,
domenica e festivi inclusi)
a. Numero attività,
b. Denominazione attività,
c. Attività precedenti (numero)
d. Durata,
e. Data di primo inizio,
f. Data di prima fine,
g. Data di ultimo inizio,
h. Data di ultima fine,
i. Scorrimento libero
j. Scorrimento vincolato
Disegnare un reticolo orientato con attività riportate sui nodi
Riportare i cammini caratteristici, indicare il percorso critico anche sul reticolo orientato,
Calcolare la durata del progetto e indicare la data di fine,
Disegnare il diagramma di Gantt del progetto.
Una improvvisa pressione sui tempi porta a rivalutare l’intero progetto: le attività 7, 8, 9, 12, 13 hanno come unico
predecessore Plan Campaign. Rivalutare tutti i punti dall’1 al 5 alla luce di queste modifiche.
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Economia Gestionale - Comuni ai due settori