Questo volume è dedicato alla memoria del dott. ing. Pasquale Penna,
un giovane professionista prematuramente e tragicamente scomparso,
impegnato anche nei lavori illustrati nel presente volume,
nonché del prof. ing. Elio Giangreco, professore emerito di
Tecnica delle costruzioni presso l’Università “Federico II” di Napoli,
che ha per lunghi anni partecipato alle attività professionali
per il restauro del Complesso napoletano di Monteoliveto.
Il Complesso napoletano di Monteoliveto
Restauri dal 1996 al 2008
Il Complesso napoletano di Monteoliveto
Restauri dal 1996 al 2008
a cura di
Cesare Cundari, Arnaldo Venditti
Progetto grafico: Cesare Cundari (con G. C. e M. R. Cundari)
Copertina: Studio Anselmi, Napoli
Immagine di copertina: Salvatore De Stefano
Editing: Salvatore De Stefano
Crediti:
La documentazione iconografica dei capitoli Gli interventi di restauro e Gli interventi strutturali proviene dall’archivio
di C. Cundari, quella del capitolo Il restauro delle superfici decorate dall’archivio della Alfa Restauri S.n.c. Roma.
La documentazione iconografica presente negli altri capitoli è stata fornita dai rispettivi autori.
Si ringrazia la Segreteria tecnica della Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Et‑
noantropologici per Napoli e Provincia nella persona del geom. Pasquale Tagliaferri per la predisposizione del Pro‑
spetto dei progetti finanziati tra il 1996 e il 1998.
A08/293
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via Raffaele Garofalo, 133/A‑B
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(06) 93781065
ISBN
978‑88–548–3335–7
I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica,
di riproduzione e di adattamento anche parziale,
con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.
Non sono assolutamente consentite le fotocopie
senza il permesso scritto dell’Editore.
I edizione: settembre 2010
INDICE
Presentazione, G. Carbonara
pag.
9
Prefazione, S. Gizzi
pag.
11
Introduzione, C. Cundari, A. Venditti
pag.
17
Una presenza toscana a Napoli: Monteoliveto, A. Venditti
pag.
19
Gli interventi di restauro, C. Cundari, A. Venditti
pag.
27
Gli interventi strutturali, G. Giordano
pag.
91
Gli interventi impiantistici, M. Ferretti
pag.
95
Il restauro delle superfici decorate, P. Vitagliano, S. Colalucci
pag.
99
APPARATI
Prospetto dei progetti finanziati tra il 1996 e il 1998
pag. 151
Il chiostro grande di Monetoliveto, M. Venditti
pag. 153
Il primo nucleo del museo del monumento, G. C. Cundari
pag. 161
Riflessioni sul rilievo per la conoscenza dell’architettura, M. R. Cundari
pag. 171
Indice dei nomi e dei luoghi
pag. 177
7
Presentazione
Giovanni Carbonara
Direttore della Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio
Università degli Studi di Roma “La Sapienza”
Non c’è dubbio che l’intervento sul complesso di Monteoliveto rappresenti un restauro inteso nel senso più pieno del
termine. Un lavoro, ben determinato nei suoi propositi, che discende da una profonda ricerca storica, a sua volta pre‑
ceduta da un accurato rilievo del grandioso insediamento olivetano.
La posizione degli autori, espressa già nei primi saggi da Arnaldo Venditti e Cesare Cundari, poi ribadita, con ag‑
giunta d’argomenti, negli Apparati finali da Mauro Venditti e da Gian Carlo e Maria Rosaria Cundari, indica una
motivata preferenza per un restauro di “liberazione” del monumento, secondo la nota categoria giovannoniana, dalle
aggiunte e alterazioni che, nel corso dell’Ottocento e, in modo più grave, nel Novecento, lo hanno deturpato e, per
molti aspetti, reso irriconoscibile. Alterazioni più dannose e subdole degli stessi danni provocati dai bombardamenti
della Seconda Guerra Mondiale.
Un monumento ‘perduto’ che il restauro (del quale fa organicamente parte il delicato intervento su pitture, sculture
e decorazioni illustrato da Paola Vitagliano e Simone Colalucci, eminentemente conservativo ma anche di libera‑
zione e misurata reintegrazione) vuole riportare a nuova e più dignitosa vita, rendendogli anche la smarrita iden‑
tità, senza tuttavia cedimenti ripristinatori ma proponendosi, al contrario, di reintrodurlo efficacemente nella vita
odierna: bastino a questo fine le considerazioni sull’apertura al pubblico, una volta restaurato anche il grande giar‑
dino interno, del chiostro grande del monastero, oggi negletto e da tempo annesso, senza buoni risultati, all’edificio
postale di Giuseppe Vaccaro, capolavoro d’architettura della prima metà del Novecento.
Si potrà concordare o no su tale scelta di restauro, non articolata in termini precipuamente ‘conservativi’ ma sulla
base di valutazioni e giudizi critici destinati a tradursi in scelte operative, secondo la più diretta lezione, proprio in
ambito napoletano, di Roberto Pane. Resta comunque il fatto che il grande monastero olivetano, vittima di pesanti
trasformazioni nel tempo (si pensi al sistematico tamponamento delle arcate dei chiostri, all’accresciuto numero dei
piani, al consistente rialzamento del livello del chiostro grande, che ha nascosto il basamento dei pilastri del primo
loggiato, ai numerosi locali, ampi e sviluppati in altezza per molti metri, interrati non molti decenni or sono) con que‑
sto restauro vede finalmente una prospettiva di riscatto e di recupero della sua bella architettura, innovativa e anti‑
cipatrice, ricca d’influenze toscane e poi romane in alcuni episodi, interessante sempre.
La chiesa di S. Anna dei Lombardi in Monteoliveto rappresenta, infatti, un momento fondamentale nello sviluppo
del primo Rinascimento napoletano; così l’adiacente Chiostro delle Colonne, di carattere fiorentino e che risente,
come la chiesa, della mano di Giuliano da Majano. Il refettorio, ‘restaurato’ da Giorgio Vasari che nel 1544 riplasmò
abilmente l’originaria struttura tardogotica, è un capolavoro di arte totale, con la sua architettura, le pitture, gli
stucchi, gli stalli lignei. Nel maggio del 2008, dopo oltre un decennio di lavori, la chiesa è stata restituita alla città
mentre il monastero, ad oggi, risulta restaurato solo in parte e tuttora attende un intervento che consenta, accanto
al mantenimento delle importanti funzioni pubbliche cui è destinato, una sua riapertura ai cittadini.
Senza entrare nei dettagli di questo difficile restauro, che ha impegnato diverse professionalità in una stretta colla‑
borazione multidisciplinare, è opportuno qui rammentare l’importanza che hanno assunto, in tutta la vicenda, le in‑
dagini preliminari, estese per ora al Chiostro delle Colonne e a quello del Pozzo, poi i saggi di restauro effettuati per
definire più precisamente tecniche da applicare e relativi prezzi. Quindi la previsione della riapertura delle arcate dei
due chiostri e della “riduzione”, previo arretramento (utile sia in termini figurativi che strutturali) dei piani so‑
vrammessi, alterandone proporzioni e luce, ai chiostri; infine la prevista riunificazione, almeno in termini visivi e lu‑
ministici, grazie all’impiego di vetrate stratificate, delle ali, oggi proprietà di enti diversi, del Chiostro delle Colonne,
compresa la Cappella di Noja già Origlia che finalmente può potrà riaffacciarsi, con le sue finestre riaperte, sul chio‑
stro stesso; in ultimo l’attenzione al recupero dei vecchi percorsi monastici e delle quote pavimentali antiche.
Accanto al lavoro di rilievo, il quale ha guidato la comprensione, la ricerca e il ritrovamento di molti ambienti interrati,
oggi riutilizzati, fra cui un intero piano sotto il Chiostro del Pozzo, va ricordato quello di miglioramento sismico e
più generalmente strutturale, illustrato da Giuseppe Giordano anche con riferimento alle demolizioni murarie e ce‑
mentizie attuate. Ad esso è riconducibile l’introduzione di centine metalliche, con duplice funzione, strutturale e di
sostegno dei nuovi infissi, negli archi dei loggiati riaperti nel Chiostro del Pozzo.
9
Così anche il progetto impiantistico, di cui tratta Michele Ferretti, reso arduo dall’impossibilità di realizzare tracce
e dalla serrata presenza di opere d’arte. In ultimo la specificità della stessa organizzazione del cantiere, per la ri‑
strettezza dei varchi di accesso, la difficoltà della movimentazione dei materiali e il vincolo aggiuntivo di lavori da
condursi senza interferire con l’attività dell’insediamento militare che occupa la maggior parte del monastero.
Restano da sviluppare, a questo punto, solo due precisazioni finali: la prima relativa al restauro specifico delle superfici
e delle opere d’arte, la seconda, nuovamente, ai criteri che hanno guidato il restauro generale.
La chiesa di S. Anna dei Lombardi ha ora recuperato colori, tonalità e figurazioni, in gran parte modificati anche a
causa dei lavori di riparazione del dopoguerra, necessariamente affrettati. Essa oggi presenta, per così dire, una fa‑
cies nuova ma più aderente all’antico. Per quanto riguarda i criteri di pulitura, indicativo risulta l’intervento con‑
dotto sull’altare dell’Annunciazione, opera di Benedetto da Majano e Antonio Rossellino, nella Cappella Terranova.
La pulitura è stata eseguita in modo delicatissimo tanto da ridursi, nella figurazione centrale, ad una semplice spol‑
veratura, per non “appiattire il modellato”. L’intento, scrivono giustamente Vitagliano e Colalucci, era di «recupe‑
rare l’omogeneità dell’insieme, piuttosto che una presunta originaria verginità della pelle del marmo». Un restauro,
quindi, di alta qualità e grande consapevolezza teoretica.
Per capire i criteri che hanno guidato il restauro architettonico generale, risulta necessario tornare al saggio d’aper‑
tura, scritto da Arnaldo Venditti con esplicito riferimento anche al volume Il complesso di Monteoliveto in Napoli,
a cura di Cesare Cundari, Roma 1999. Vi si ripercorre la storia dell’insediamento monastico inquadrando le sue ori‑
gini nella vivace temperie culturale della Napoli quattrocentesca: ne emerge l’eccezionalità del monumento, la sua
stratificazione plurisecolare, dal XV al XVIII sec., la crisi del 1799 con la vicenda del suo forzato esproprio e la grave,
conseguente decadenza, segnata da usi impropri e da violente alterazioni, fino a quelle pesantissime, databili in anni
a noi più vicini, relative al risanamento del Rione Carità.
Tale quadro storico non resta ininfluente sulle scelte di progetto e Venditti si esprime chiaramente in merito invocando,
sotto il profilo del metodo, un criterio di “liberazione” e rimozione delle aggiunte degradanti, proprio come nel caso
d’un quadro più volte malamente ridipinto. Il resto (riapertura degli antichi percorsi, scavi e ricerche di vani inter‑
rati od occlusi, consolidamenti ecc.) segue coerentemente tale scelta di fondo, la quale, oltretutto, si esprime attraverso
una progettazione che, pur realizzata per stralci e oggi ancora lontana dal suo compimento, persegue un’idea forte e
unitaria di ripresentazione dignitosa e nitida del monumento.
Va in ultimo osservato che, nonostante qualche preoccupazione degli autori, le comprensibili ragioni di riserbo e si‑
curezza, relative ad una sede occupata da un importante comando dell’Arma dei Carabinieri, pur avendo limitato in
alcuni punti le informazioni e l’illustrazione stessa degli esiti del rilievo, non hanno affatto inficiato la chiarezza
espositiva e la completezza del volume che ha il pregio, appunto, di farci ripercorrere, con dovizia di particolari, un
restauro difficile.
10
Prefazione
Stefano Gizzi
Soprintendente per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici
ed Etnoantropologici per Napoli e Provincia
«Non abbiamo più chiostri, nei quali un tempo si poteva trovare un rifugio»1; queste parole, che rinveniamo in una
delle massime espressioni letterarie del romanticismo tedesco, Le affinità elettive di Goethe (riferite da Carlotta ad Ot‑
tilia), possono ben esprimere la situazione attuale di ciò che rimane dei chiostri di quello che è stato uno dei massimi
capolavori dell’architettura e dell’urbanistica napoletana, il complesso monastico di Monteoliveto, che solo di recente
sta vedendo un programma di restauri dovuti all’azione congiunta della Soprintendenza, del Provveditorato alle
Opere Pubbliche e di professionisti consulenti di alto spessore quali Cesare Cundari, Arnaldo Venditti, Elio Giangreco
e Michele Ferretti.
Nel complesso olivetano, in effetti, il senso dei cortili e degli invasi legati, in senso generale, alla quiete, alla tran‑
quillità, è, al giorno d’oggi, fortemente scemato. E, proprio nella struttura conventuale napoletana – nata come fi‑
liazione di quella sorta nel Trecento nel territorio senese da parte dei Benedettini riformati, su iniziativa di Giovanni
Tolomei2 –, lì dove financo il Tasso si recò per ritrovare la tranquillità di un animo affranto, è, oggi, difficilmente ri‑
conoscibile l’impianto originario dei sette cortili collegati fra di loro, con ricchi orti e lussureggianti verzure; e, in ve‑
rità, proprio quella del verde si appalesa come una delle perdite principali di quelle che erano le caratteristiche
essenziali di un’architettura nata in un connubio fortissimo e molto stretto con gli spazi aperti, in leggero declivio,
con l’acqua delle vasche e delle fontane e con l’apparato scultoreo e pittorico che decorava gli ambienti della chiesa e
degli annessi.
Quanto evidenti sono stati i mutamenti, quante le trasformazioni improprie, tra sedimentazioni spontanee e cam‑
biamenti inappropriati, sino a quelle novecentesche!
Si pensi che, negli anni Trenta del Novecento, un architetto famoso ed attento come Angiolo Mazzoni presentò un
progetto fortemente trasformativo per uno dei chiostri – originariamente di impianto seicentesco, simile, per alcuni
versi, a quello dei Gesuiti (del Gesù Vecchio) –, quello che sarebbe, poi, stato denominato «delle Poste», contempo‑
raneamente alla progettazione di Vaccaro per l’edificio omonimo – e, con molta probabilità, dal Vaccaro stesso smon‑
tato e rimontato –, col quale veniva a determinarsi l’inglobamento del chiostro medesimo all’interno di un doppio
complesso, quello storico di impronta rinascimentale e quello contemporaneo di stampo razionalista. Il progetto di
Mazzoni non era comunque scevro di un qualche interesse, trovando altresì affinità con altre idee compositive del me‑
desimo architetto per la ristrutturazione di strutture conventuali in America Latina, come a Bogotà (progetto per la
Plazota di San Bartolomé)3.
Oggi, l’alterazione più evidente è data dall’uso improprio dell’edificio postale.
Dei molti chiostri su menzionati, che, presumibilmente, in una data epoca erano giunti al numero sacro di sette (così
nella Guida della Città di Napoli, del Galante)4, oggi ne rimangono solo quattro, profondamente alterati5.
Purtroppo, le trasformazioni che iniziarono a rendere non più riconoscibile l’impianto originario iniziarono alla metà
del XVIII secolo. Nel 1741 vennero allocati nel corpo del monastero gli Uffici del Tribunale Misto; successivamente,
il Convento, chiuso sin dall’avvento della Repubblica Partenopea, e destinato ad altri usi pubblici, subì, a causa dei
moti repressivi dei Sanfedisti seguiti alla caduta della Repubblica Partenopea del 1799, danni cospicui; indi, con la
soppressione dell’Ordine degli Olivetani da parte di Ferdinando IV, la chiesa venne affidata all’Arciconfraternita di
Sant’Anna dei Lombardi, dopodiché nel cenobio vennero sistemati la «Giunta di Stato» (il nuovo Tribunale) e la
Corte Criminale di Giustizia, fino a che, con l’Unità d’Italia, il 23 ottobre 1860 venne adibito a sede del Comando
dei Carabinieri, quasi in contemporanea con il Provveditorato e con la Corte di Cassazione: passaggi di detentori che
comportarono lavori di riadattamento eseguiti spesso senza alcuno scrupolo e senza alcuna volizione di tipo conser‑
vativo nei riguardi dell’eccezionale valenza storico‑artistica e architettonica dell’intero complesso!
Una delle alterazioni più gravi e oggi più visibili è quella relativa al primo chiostro (attualmente corrispondente al‑
l’atrio della Caserma, mancante del lato d’ingresso), completamente tradito con il taglio operato dall’apertura di via Mor‑
gantini, con le operazioni legate al Risanamento, che non risparmiarono nemmeno complessi illustri come il convento
di Sant’Agostino alla Zecca, anch’esso infelicemente resecato per l’apertura del Rettifilo; peraltro, la breccia prodotta dai
due passi carrabili nell’ala che separa i primi due chiostri ha deturpato ancor più la sequenza e la successione dei patii.
11
Tuttavia, occorre ormai accettare, come storicizzate, alcune sedimentazioni sui cortili, ad esempio in altezza, ed anche
alcune parziali chiusure di aperture: ciò soprattutto nel chiostro del Pozzo e nel chiostro delle Colonne.
Come detto, il convento e i chiostri erano stati nobilitati dalla presenza di Torquato Tasso (la lapide che testimoniava
la sua permanenza fu inopinatamente rimossa nel 1931, in seguito a lavori trasformativi), come egli stesso attesta
scrivendo «da Monte Oliveto in Napoli», nel 1588, a vari personaggi (don Niccolò degli Oddi, al cardinal Giovanni
Evangelista Pallotta – datario –, a Vincenzio Gonzaga Duca di Mantova, a Maurizio Cataneo in Roma). E, nella let‑
tera al Cardinale Antonio Carrafa, dello stesso anno, esprime sentimenti di stima nei confronti dei Padri olivetani e
di amore per l’intera città di Napoli.
Proprio in tale luogo il poeta compose, fra gli altri, sempre nel 1588, il poemetto incompiuto Monte Oliveto (solo il
primo e unico canto di 102 ottave): il tema è, appunto, la fuga dal mondo e il rifugio nella quiete del chiostro, in una
visione ascetica della vita6. Il Convento napoletano richiamava, per il paesaggio naturale, in qualche modo, l’eremo
olivetano matrice, presso Siena: «Spiega quivi il cipresso all’aura i crini / quasi in funesta pompa il colle ornando; /
s’ergono in parte ancor gli abeti e i pini / Coll’alte cime, eccelsi il ciel mirando; / non è dove il terren s’innalzi o in‑
chini, / che giammai de’ suoi frutti ivi mancando / non verdeggi o risplenda, o non s’infiori / frondosa oliva entro la
chiostra e fuori»7. Il paesaggio scosceso e orrido diventa, per il Tasso, un luogo «vago e colto», dacché i frati vi ave‑
vano edificato un tempio marmoreo pieno di opere d’arte: la chiesa sorge a mezza costa, a lato del ponte sul fossato e
della torre di guardia. Intorno al tempio, cipressi, abeti, pini e olivi addolciscono l’ambiente naturale‑paesistico. Se‑
condo Salvatore Floro Di Zenzo, il monastero napoletano «era vasto oltremodo, fornito di tre grandiosi chiostri, di
una grandissima biblioteca, di un magnifico refettorio decorato di quadri, stucchi e affreschi del Vasari del 1544, e di
una superba foresteria»8, anch’essa affrescata dal Vasari (il refettorio fu poi trasformato in sagrestia); e «il gorgo‑
gliare delle fontane dei chiostri, lo stormir delle fronde, il fiotto del mare, i rintocchi delle campane del convento, il
basso mormorio delle sacre preci, per via dell’orecchio giungevano al suo cuore e ne lenivano le ferite»9.
Sempre secondo Salvatore Floro Di Zenzo, dai versi del Tasso sarebbe deducibile come «in cima a Monte S. Elmo gran‑
deggiava l’antica torre eretta da Carlo I d’Angiò, denominata Belforte, che s’apriva all’ingiù verso un grandissimo
burrone; dalla parte opposta del monte si stendeva un ponte, a capo del quale vi era la chiesa di S. Erasmo; sulla china
del medesimo monte, poi, appariva la Chiostra e la Loggia, ossia il Monastero di S. Martino con i suoi terrazzi. Scen‑
dendo infine all’ingiù […] si parava innanzi la collina di Monte Oliveto, sulla quale, secondo il Celano, si vedeva al‑
lora un grande giardino, chiamato Ampurio»10.
Ancora, nella vita del Tasso curata da Pierantonio Serassi, leggiamo: «In fatti Camillo Pellegrino, in una sua lettera
del primo di luglio 1588, dando notizia al Lombardelli dell’incontro che il nostro poeta avea allora in Napoli, dice:
“Il Signor Tasso è a Napoli, ben veduto, pregiato e accarezzato da tutti; ma e’ non vuole appoggiarsi a signore alcuno;
recita da dugento stanze da frammettere ne’ Canti della sua Gerusalemme”. […] Dovette però intralasciare alquanto
l’opera incominciata, e ciò per compiacere i monaci di Monte Oliveto, presso de’ quali albergava, che gli faceano
grandissima istanza perché volesse scrivere un poema sopra l’origine della loro congregazione. La richiesta sarebbe
paruta a qualunque altro importunissima, tanto più ch’egli era molto occupato, e tuttavia assai infermo: ma il Tasso,
che non volea lasciarsi vincere di cortesia, trovandosi tanto ben accolto e favorito da que’ gentilissimi padri, non poté
negar loro cosa che desiderassero, anche a costo della loro sanità; e si diede perciò subito a comporre quel poemetto,
che abbiamo in istampa, il quale tuttavia non è terminato, né oltrepassa il primo libro contenente cento ottave. Que‑
st’operetta fu indirizzata dal Tasso, forse ad insinuazione degli stessi monaci, al cardinale Antonio Carrafa loro pro‑
tettore»11.
Questo Convento, come visto nobilitato dalla presenza del Tasso ma anche da altri illustri personaggi come Gio‑
vanni Pontano, ha subito, nel tempo, una lunga serie di restauri. Quelli odierni si pongono come continuazione e
completamento di una sequenza di interventi che spaziano da quelli intrapresi sin dall’epoca rinascimentale, con Va‑
sari, sino a quelli successivi al II conflitto mondiale.
Già l’intervento del Vasari si appalesa come un interessante esempio di «restauro dell’antico». Egli opera più per ag‑
giunte che per sottrazioni di elementi (analogamente ad altri suoi interventi sulle preesistenze come, nel periodo fio‑
rentino, per Santa Maria Novella)12: l’incarico, ricevuto nel 1564 per la decorazione del refettorio, viene concentrato
sul rifiuto totale del linguaggio gotico13, per imprimere un proprio particolare carattere, mediante un restauro quasi
trasfigurativo, indirizzato alla ricerca di un linguaggio autonomo rispetto all’organismo preesistente, non ad esso vin‑
colato. Vasari, quindi, respinge l’idea delle «volte a quarti acuti e basse e cieche di lumi», per celare e dissimulare, at‑
traverso una nuova decorazione in istucco, la precedente struttura, risolvendosi «a fare tutte le volte di esso refettorio
lavorate di stucchi, per levar via, con ricchi partimenti di maniera moderna, tutta quella vecchiaia e goffezza di sesti,
nel che mi furon di grande aiuto le volte e mura fatte, come si usa in quella città, di pietre di tufo, che si tagliano come
fa il legname»14. Sottrae materia, lima sia i costoloni gotici sia i pennacchi, «schiacciandone le chiavi»15: si appalesa,
dunque, interessante l’impiego dei materiali di protezione superficiali quali strumenti di decorazione ornamentale,
nell’ottica di un restauro inteso come abbellimento.
12
Introduzione
Cesare Cundari, Arnaldo Venditti
In questa breve nota introduttiva i curatori intendono esplicitare le finalità di questo volume che esce, per
ragioni di vario genere, oltre due anni dopo la conclusione dei lavori di restauro del complesso monastico
di Monteoliveto, con molto ritardo rispetto alle loro stesse intenzioni.
Il fine principale è naturalmente quello di documentare puntualmente e in modo esauriente le ragioni ed
i criteri dei vari interventi fin qui realizzati; questo tipo di informazione si ritiene al tempo stesso dove‑
rosa, allo scopo di rendere pubblici i criteri d’impegno di risorse comuni, ed essenziale, per una adeguata
sensibilizzazione dell’opinione pubblica alle ragioni della conservazione. Sotto questo aspetto si deve
anche ricordare che, per gli stessi fini, a conclusione dei lavori é stata predisposta una serie di otto pan‑
nelli illustrativi che, oltre a riepilogare le vicende principali dell’antico complesso olivetano, illustrano in
modo essenziale gli interventi di restauro realizzati; è auspicabile che essi siano ricollocati quanto prima
nell’ambito della Chiesa per essere a disposizione dei visitatori che, sempre più numerosi, la frequentano;
oggi, temporaneamente, sono custoditi presso l’adiacente Comando Provinciale dei Carabinieri poiché la
loro collocazione originaria nella Chiesa non era stata ritenuta congrua.
Per gli scopi indicati, il volume consiste in una organica silloge di contributi che, da un lato, illustrano in
modo puntuale gli importanti interventi realizzati, dall’altro, si soffermano su aspetti peculiari degli in‑
terventi e del monumento.
Un secondo – ma non meno significativo – scopo del volume è sottolineare che gli interventi sin qui rea‑
lizzati si collocano all’interno di un programma generale di restauro e fruizione dell’antico complesso mo‑
nastico, definito in forma di progetto cantierabile nei suoi vari aspetti tecnici sin dal 1997 su iniziativa
dell’allora Soprintendenza per i Beni Ambientali ed Architettonici; il suo completamento consentirebbe il
pieno recupero degli invasi e dei percorsi claustrali con innegabili ricadute sulla fruizione turistica e cul‑
turale di questo importante e strategico (sotto l’aspetto delle influenze culturali nel rinascimento napole‑
tano) episodio architettonico. Sotto questo aspetto si confida nella sensibilità del prof. arch. Stefano Gizi,
attuale Soprintendente per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici per
Napoli e Provincia, e nella disponibilità del col. Mario Cinque, che da qualche mese ha assunto la re‑
sponsabilità del Comando Provinciale dei Carabinieri di Napoli.
Considerando che gli interventi hanno riguardato, oltre che la Chiesa, anche l’annesso ex convento, oggi
occupato dal Comando Provinciale dei Carabinieri, una struttura militare la cui attività non ha potuto
mai interrompersi né rallentarsi a causa dei lavori, questa introduzione non può concludersi senza il sen‑
tito e dovuto apprezzamento per la disponibilità dimostrata da quanti (Ufficiali e non) vi si sono alternati
verso le esigenze delle attività di restauro via via necessarie e realizzate; la loro disponibilità ha rivestito
valore strategico per il conseguimento dei risultati prefissati che trovano la più evidente espressione nel
chiostro del Pozzo restituito all’originaria configurazione. Ancora, i curatori desiderano ricordare, qui,
come tutta l’attività di restauro dell’importante complesso sia dovuta all’iniziale sostegno del Soprinten‑
dente arch. Giuseppe Zampino ed alla condivisione dei suoi obiettivi da parte dell’allora Col. Placido
Russo, nella qualità di Comandante Provinciale dei Carabinieri; ai loro successori il merito di averne so‑
stenuto e consentito la prosecuzione fino al compimento delle attività già finanziate.
Infine i curatori ritengono di dover esprimere la loro gratitudine agli estensori delle due presentazioni
sia per averne accettato l’onere sia perché, con l’attenzione prestata al volume ed alle attività con esso do‑
cumentate, offrono implicitamente al lettore un esauriente quadro del contesto problematico ed operativo
dell’impegnativa attività svolta.
Non è rituale, infine, il ringraziamento a quanti, nell’ambito dei vari Uffici coinvolti (dalla Soprintendenza
al Provveditorato alle OO. PP.) hanno concorso, nel tempo, alla realizzazione di un vasto, articolato e par‑
ticolarmente impegnativo complesso di interventi.
17
Gli interventi di restauro
Cesare Cundari, Arnaldo Venditti
riguardato la Chiesa ed una significativa parte del‑
l’ex monastero – che ospita un importante presi‑
dio militare – si è ritenuto opportuno documentare
gli interventi sin qui realizzati.
L’iniziativa dell’intervento fu assunta nel 1995 dal
Soprintendente ai Beni Ambientali e Architettonici
di Napoli arch. Giuseppe Zampino che, d’intesa
con il Comandante Provinciale dei Carabinieri del‑
l’epoca Col. Placido Russo (poi Generale C. A.), co‑
stituì un gruppo di progettazione composto dai
proff. Cesare Cundari e Arnaldo Venditti (per tutte
le problematiche architettoniche), dal prof. ing. Elio
Giangreco (per quelle strutturali, collaborato dal
prof. Giuseppe Giordano), dal dott. ing. Michele
Ferretti (per quelle impiantistiche). Il primo obiet‑
tivo è stato quello di delineare un progetto relativo
all’ex monastero che consentisse il ripristino di tutti
i percorsi claustrali con le rifunzionalizzazioni con‑
seguenti dell’impianto militare necessarie per gli
interventi di adeguamento che, succedutisi nei
quasi due secoli dopo la soppressione, avevano
completamente stravolto (a partire dal tampona‑
mento delle arcate di tre dei quattro chiostri) l’an‑
tica fabbrica. Come spesso avviene nell’ambito
delle iniziative di respiro particolarmente ampio,
quel progetto è stato disarticolato in lotti funzio‑
nali progettati e rapportati alle risorse via via di‑
sponibili. È opportuno anche ricordare che –
considerata l’entità delle risorse necessarie e l’uti‑
lità che sarebbe derivata sul piano della pubblica
fruizione anche turistica dal recupero degli antichi
percorsi claustrali di una delle fabbriche rinasci‑
mentali più prestigiose dell’Italia meridionale – la
Soprintendenza ha presentato anche una richiesta
di finanziamento regionale sui fondi P.O.R. 1997
che avrebbe consentito di completare l’intervento
con riflessi positivi anche nel contesto urbano; pur‑
troppo il progetto, pur essendo stato approvato,
non si collocò utilmente in graduatoria per il fi‑
nanziamento.
Tornando alla cronistoria degli eventi, è opportuno
ricordare che, successivamente ai rilievi menzio‑
nati, diffuse indagini – come già è stato anticipato
– erano state eseguite, in forma coordinata con gli
scriventi, dall’arch. Mario Grassia della Soprinten‑
denza; esse hanno consentito di accertare la so‑
stanziale integrità delle originarie membrature
architettoniche (colonne, archi, balaustre) dell’an‑
DAL RILIEVO AL PROGETTO
Com’è stato ricordato nel capitolo precedente, il
complesso monastico di Monteoliveto a Napoli è
particolarmente noto soprattutto perché testimo‑
nia l’influenza del rinascimento toscano nell’ar‑
chitettura napoletana; ciò è particolarmente
evidente nelle tre Cappelle Piccolomini, Correale
di Terranova e Tolosa così come nel Chiostro delle
Colonne, il primo e più antico di quella che sa‑
rebbe divenuta, nel corso di qualche secolo, la più
vasta insula monastica della città di Napoli. Infatti,
fondato nel 1411, nel corso dei secoli successivi, il
complesso si è progressivamente esteso ed arric‑
chito di ulteriori episodi artistici così che oggi il vi‑
sitatore attento vi può ritrovare testimonianze
preziose, oltre che di architettura, anche di scul‑
tura e di pittura. Purtroppo, con la soppressione
degli Ordini seguita alla rivoluzione del 1799, gran
parte degli arredi sacri sono andati dispersi; lo
stesso complesso venne acquisito al patrimonio
pubblico e, successivamente, la sola Chiesa con‑
cessa alla Arciconfraternita di S. Anna dei Lom‑
bardi in cambio della sua risultata gravemente
dissestata dagli eventi sismici verificatisi nei primi
anni del XIX secolo.
Intorno agli anni ’90 del secolo scorso tutto il Com‑
plesso monastico è stato oggetto di una vasta ed
approfondita campagna di studi e di rilevamenti –
documentata nel volume curato da C. Cundari, Il
complesso monastico di Monteoliveto a Napoli (Roma,
1999) al quale si rinvia il lettore per ogni appro‑
fondimento di tipo storico o documentario – che
ha costituito la base di un programma di valoriz‑
zazione e restauro che ha interessato, sinora, sia
parte dell’ex monastero che la chiesa nel suo com‑
plesso. In effetti, come si preciserà più innanzi,
quegli studi – che avevano visto inizialmente la
chiesa quale campo applicativo per una ricerca
tesa alla progettazione di un sistema informativo
per il rilievo e per il progetto architettonico – ave‑
vano riguardato inizialmente la chiesa, erano stati
estesi successivamente all’ex‑monastero e, infine,
avevano trovato un proficuo completamento in
una campagna di saggi nelle murature utili a di‑
mostrare la sussistenza delle antiche membrature
(archi, colonne, pilastri, cornici) non più visibili ad
occhio nudo. A conclusione dei lavori che hanno
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Cesare Cundari, Arnaldo Venditti, Gli interventi di restauro
oltre che dalle suddette Imprese, anche dalla S.n.c.
“Alfa Restauri” di Simone Colalucci, mentre nel‑
l’Alta Sorveglianza si sono succedute, per questa
tipologia di interventi, la dott.ssa Mariella Utili, la
d.ssa M. Ida Catalano, la d.ssa Flavia Petrelli.
Tutte le attività sono state costantemente monito‑
rate dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali e
Architettonici, diretta prima dall’arch. Giuseppe
Zampino (fino al 2000), e poi dall’arch. Enrico Gu‑
glielmo (fino al 2008) e successivamente dall’arch.
Stefano Gizzi, con l’Alta sorveglianza prima del‑
l’arch. Mario Grassia (fino al 2000) e poi dell’arch.
Paola Bovier (Responsabile Unico del Procedi‑
mento).
Le Commissioni di Collaudo sono state così com‑
poste:
– per la Chiesa: ing. Franco Formosa (presidente),
arch. Costanza Pierdominici, arch. Maria Giulia
Picchioni;
– per l’ex Monastero: arch. Luigi Vergantini (pre‑
sidente), arch. Bernardo Salvi, arch. Elizabeth Vi‑
detta.
tico monastero; è stato, quindi, redatto un progetto
generale di restauro con l’obiettivo sia del restauro
dei percorsi claustrali dell’antica fabbrica che della
conseguente rifunzionalizzazione dell’impianto
militare. Sino al gennaio 2007 il progetto è stato
realizzato in forma compiuta solo per le parti cir‑
costanti il Chiostro del Pozzo, consentendo anche
il recupero di ulteriori ampie superfici e cubature.
Sono stati attuati, entro la stessa epoca, anche im‑
portanti opere nelle altre zone (circostanti il chiostro
della Porteria e quello delle Colonne) preliminari
alla liberazione del Chiostro delle Colonne.
Mentre veniva avviata la progettazione per il re‑
stauro dell’antico monastero, l’arch. Zampino ha
incaricato lo stesso gruppo di progettare il restauro
dell’adiacente Chiesa (il cui titolo completo è oggi
“di S. Anna dei Lombardi in Monteoliveto”) che
palesava ancora, pur a distanza di mezzo secolo,
gravi conseguenze del secondo conflitto mondiale:
la principale consisteva nell’assenza del cassetto‑
nato (distrutto in seguito ai bombardamenti aerei);
di non secondaria importanza la letterale spolia‑
zione dell’antico Refettorio (famoso per il ciclo fi‑
gurativo realizzato sulle volte da Giorgio Vasari ma
ricco anche di una delicata e importante serie di
tarsie lignee) da decenni privo sia della pavimen‑
tazione che delle sedute che si succedevano origi‑
nariamente lungo le pareti. Anche per la Chiesa è
stato così redatto un progetto generale che si può
ritenere, oggi, integralmente realizzato a meno di
ulteriori, auspicabili interventi diretti innanzitutto
al restauro del coro, della cantoria e dell’organo (la
cui sostanziale integrità è stata pure verificata).
Sia per la Chiesa che per l’ex Monastero gli inter‑
venti si sono articolati, come è stato detto, in lotti
con risorse finanziarie sempre assicurate dal Mi‑
nistero per i Beni e le Attività Culturali. È dove‑
roso ricordare, tuttavia, come, per alcune
emergenze sopravvenute nel corso dei lavori nel‑
l’ex Monastero, si è potuto contare sul supporto
economico del Provveditorato alle OO. PP. (diretto
all’epoca dall’ing. Mario Mautone, poi Dirigente
generale presso il Ministero delle Infrastrutture e
Trasporti), così come determinanti sono risultate
nel tempo la consulenza dell’Istituto Centrale per
il Restauro e l’attenzione continua dell’allora So‑
printendenza per i Beni Artistici e Storici diretta
dal prof. Nicola Spinosa.
La Direzione dei lavori – eseguiti dalle Imprese
“Consorzio CO.GE.EL”, “Penna S.r.l.” e “Impero
S.r.l.” – è stata sempre curata dagli scriventi con la
costante collaborazione del prof. Elio Giangreco
(cui si è affiancato il prof. Giuseppe Giordano) e
del dr. ing. Michele Ferretti.
Nel corso degli ultimi interventi nella chiesa i re‑
stauri delle superfici decorate sono stati realizzati,
IL PROGETTO DEL RESTAURO
Di seguito sarà illustrato il progetto di restauro
nella sua globalità dal momento che alcuni inter‑
venti previsti riguardano entrambe le parti nelle
quali l’antica fabbrica è oggi divisa: la Chiesa di
proprietà dell’Arconfraternita di S. Anna dei
Lombardi e l’ex monastero di proprietà dema‑
niale. Infatti, dopo la cessione della Chiesa all’Ar‑
ciconfraternita e per le varie destinazioni d’uso
che si sono susseguite nell’ex monastero, pro‑
fonde modifiche sono state apportate nel tempo a
quest’ultimo; quelle maggiormente visibili erano
certamente, all’inizio dell’intervento, la tompa‑
gnatura di tutte le arcate dei chiostri con il frazio‑
namento degli antichi ambulacri. La iniziale
divisione del complesso in due parti, in effetti,
aveva provocato:
– la interruzione dei collegamenti che certamente
preesistevano tra la cappella Noia (figg. 1, 43) e il
chiostro delle Colonne, documentati dai tre archi
tompagnati nella parete settentrionale di quest’ultima;
– l’attribuzione alla Chiesa dell’ambulacro orien‑
tale del chiostro delle Colonne al piano terra, utile
come ingresso secondario, e quindi il suo isola‑
mento dalle altre parti della fabbrica ex conventuale.
L’antico complesso monastico ha subito manipo‑
lazioni durante i lavori del risanamento del Rione
Carità che, peraltro, come già è stato ricordato,
avevano comportato la sua riduzione sia a nord
(con l’apertura di via Morgantini cui si deve la de‑
molizione del quarto lato del Chiostro della Por‑
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Il Complesso napoletano di Monteoliveto Restauri