PAPAVER SOMNIFERUM
Sugli oppiacei le informazioni sono notevolmente aumentate da quando la società contemporanea ne ha
introdotto l’abuso: eroina (diacetil-morfina), morfina e codeina sono le sostanze, derivanti dal papaver
somniferum, maggiormente utilizzate per raggiungere uno stato di euforia, sedazione e benessere
generale. Tali farmaci si legano a specifici recettori del sistema nervoso centrale, competendo, in tal
modo, con i ligandi naturali, che sono i cosiddetti oppioidi endogeni (endorfine). Inoltre, sono assorbiti
efficacemente dal sistema gastrointestinale, dai polmoni e/o dai muscoli, sebbene la somministrazione
intravenosa presenti effetti più rapidi e pronunciati. Il metabolismo di queste sostanze avviene in gran
parte nel fegato, attraverso la coniugazione con acido glicuronico, mentre solo una piccola parte viene
escreta con le urine e con le feci (l’emivita plasmatica delle droghe varia da 2 a 3 ore). La questione dello
studio farmacologico è, comunque complicata dal fatto che l’eroina della strada (quella maggiormente
utilizzata) contiene solo il 5-10% di oppiaceo (il resto consiste di materiale vario, quale lattosio, chinino,
latte in polvere, fenacetina, caffeina, stricnina, onde aumentare il margine di profitto). Vediamo,
comunque, quali sono gli effetti puri di questi farmaci oppiacei:
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diminuzione della motilità intestinale, con conseguente anoressia e costipazione;
effetti diretti sul sistema nervoso centrale, per il legame con i recettori delle endorfine: nausea e
vomito (midollo), diminuita percezione del dolore (talamo), euforia (sistema limbico), e
sedazione (sistema reticolare e striato);
modificazoni dei livelli ormonali (diminuzione di LH, testosterone e tireotropina; aumento di
prolattina e GH);
depressione respiratoria (onde la vecchia utilizzazione per la tosse, come citato da Hahnemann),
che risulta da una diminuita risposta alla tensione di diossido di carbonio;
ipotensione ortostatica, probabilmente secondaria alla dilatazione dei vasi periferici.
Si può notare, da questa rapida esposizione, che tutti gli effetti descritti sono riproducibili e costanti
(appartengono, perciò, agli effetti primari dell’omeopatia) e non derivano dall’abuso cronico delle
sostanze (fenomeno della tossicodipendenza). Seguendo le parole di Hahnemann dovremmo intendere,
tuttavia, che la reazione dell’organismo alla introduzione di queste droghe (fenomeno chiamato effetto
secondario) comporta una maggiore virulenza dei sintomi per i quali il farmaco viene prescritto. Le
indicazioni cliniche, da un punto di vista strettamente farmacologico, nel caso degli oppioidi, potrebbero
(solo in linea teorica) essere:
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dolori di varia natura (traumi chirurgici e malati terminali, essenzialmente);
agitazione e depressione (effetto sedativo ed euforizzante);
tosse secca e stizzosa (inibizione dei centri nervosi);
diarrea;
ipertensione arteriosa.
Appunti da medline. Da molti secoli il genere umano conosce le proprietà analgesiche del papaver
somniferum. Fino al XIX secolo i costituenti di questa sostanza non erano conosciuti, ciò che rendeva
impossibile applicare la terapia con le dosi adatte. Negli anni 1803/04, Friedrich Wilhelm Serturner
(1783-1841) isolò il principio attivo della pianta, che denominò morphium. Tale principio si identifica
con la morfina e rappresenta il primo oppioide utilizzato per una terapia mirata del dolore, al quale, nel
tempo, si sono aggiunte altre sostanze alcaloidi1. Gli analgesici derivati dall’oppio inducono il loro effetto
antinocicettivo attraverso il legame con i recettori specifici µ, a livello delle strutture nervose2. L’azione
farmacologica del papaver somniferum può essere estrapolata dai sintomi indotti accidentalmente o per
l’abuso personale. Nel primo caso viene riportato uno studio condotto su 28 lavoratori di una azienda
farmaceutica, produttrice di derivato oppiacei, tipo morfina e altri alcaloidi. Sei di queste persone ebbero
sintomi clinici da ipersensibilità, con test allergici cutanei e RAST (con allergene estratto fluido della
pianta in toto) positivi. Quattro di loro manifestarono una significativa reazione al test di stimolazione
bronchiale. L’asma era, in questi casi, il fenomeno indotto più frequente3. L’abuso di alcuni di questi
alcaloidi può avere effetti devastanti. Oltre alla possibilità di un iperdosaggio, possono instaurarsi danni
anche irreversibili nel sistema nervoso, sia centrale, sia periferico. A questo proposito è stata descritta, tra
le altre conseguenze, la sindrome di Guillan-Barrè. Molto indicativo è il caso di un ragazzo
tossicodipendente, il quale si sviluppò la neuropatia per l’uso della cosiddetta “Polish eroine” o
“kompot”, contenente, oltre al principio noto, anche morfina, codeina e papaverina4. Il trattamento con
lipopolisaccaridi (endotossine batteriche) nel mesentere dei ratti, induce l’espressione dei recettori
oppioidi µ. Tale induzione sarebbe mediata da IL-1 sui recettori stessi e dalla espressione di molecole di
adesione, da parte dell’endotelio, nel microcircolo cerebrale. Questo fenomeno può essere stimolato dalla
somministrazione di morfina, la quale amplifica l’azione delle endotossine sui recettori µ. L’aspetto
clinico di queste osservazioni indica che morfina e LPS interagiscono nel modulare negativamente la
risposta immunitaria5. Molti dati sperimentali, ottenuti in vitro, per la gran parte, dimostrano che le
sostanze oppioidi regolano la genesi dei neuroni e della glia, oltre che dei loro precursori nel sistema
nervoso centrale6. Molto interessante è l’osservazione per la quale gli oppioidi esogeni ed endogeni
possono influenzare e modulare la funzione delle cellule nervose e gliali, mediante un meccanismo
mediato dai recettori, con cui si arriva alla protezione o al danno cerebrale. Sotto questo aspetto, è stato
postulato che la morfina favorisce la progressione di HIV-1 (attraverso l’espressione dei recettori CCR5
del virus7 e lo sviluppo di infezioni opportunistiche secondarie. I ligandi dei recettori oppioidi κ, d’altra
parte, sembrano avere un ruolo neuroprotettivo. Questa azione ambivalente potrebbe essere sfruttata a
scopi terapeutici8. Il trattamento con la morfina, inoltre, favorisce la differenziazione dei linfociti Th2,
mediante l’aumento di espressione dei recettori µ e di IL-49. Inoltre, stimola la produzione di IL-10 e IL12, da parte dei macrofagi, a concentrazioni molto basse, ossia 10(-8) M10.
Husemann U. Avvelenamenti da sostanze vegetali, in: Penzoldt F, Stintzing R. Trattato di terapia
speciale medica, Napoli, vol. II; 1897:394-5
L’avvelenamento acuto da oppio e suoi preparati, dipendente essenzialmente dall’azione della morfina, a
motivo della concordanza nei loro rapporti etiologici, sintomatologici e terapeutici, rappresentano un
tutto unico. Rientrano in questa categoria anche gli avvelenamenti con preparati ottenuti direttamente per
decozione dai frutti di papavero.
Il meconismo e il morfinismo acuto rappresentano il maggior numero di tutti gli avvelenamenti
premeditati o accidentali prodotti da sostanze vegetali, ed in alcuni paesi di tutti gli avvelenamenti in
generale. Gli avvelenamenti accidentali sono tutti medicinali, la maggior parte per somministrazione per
via interna di dosi troppo elevate di preparati di oppio (laudano, polvere del Dower, decotto di frutti di
papavero) o di rimedi segreti contenenti oppio (cordiale di Godfrey, Cough Balsam di Abraham); molte
volte anche nei bambini per sbaglio del farmacista il quale spedì la morfina invece di altri rimedi. Sono
rari gli avvelenamenti per l’applicazione esterna della morfina dei preparati di oppio.
L’avvelenamento per morfina ed oppio è del tipo degli avvelenamenti narcotici, caratterizzato da uno
stato comatoso che si sviluppa gradatamente (per lo più nel corso di ¼ ad 1 ora) ed è congiunto a
restringimento della pupilla. Questo stato comatoso, dopo un corso più o meno lungo (in media in 6-18
ore) o produce la morte per abbassamento della temperatura e collasso generale, talvolta in seguito a
pregresse convulsioni, ovvero passa nel sonno tranquillo dopo del quale spesso rimane ancora dolor di
capo, stitichezza e disturbo nella orinazione, non di rado anche un eccessivo prurito cutaneo. Il coma è
talvolta preceduto da malessere e vomito. Talvolta, dopo che già si è avuto il ritorno della coscienza, il
coma recidiva ancora per un certo tempo. Nei bambini si determinano quasi ordinariamente convulsioni,
specialmente il trisma e perfino si hanno accessi tetaniformi. Varia dal decorso ordinario del morfinismo
il morfinismo acutissimo, il quale si osserva in seguito alla diretta iniezione della soluzione nelle vene,
che si verifica per sbaglio nel fare le iniezioni sottocutanee; in questo caso si ha dispnea, angoscia,
pallore, midriasi, rigidezza dei muscoli della nuca, trisma, spasmo dei muscoli della faccia, convulsioni
cloniche e rapida perdita della coscienza.
Wurtz R. (Avvelenamento da oppio, in: Nuovo Trattato di Medicina e Terapia, di Gilbert A, Thoinot L.
Unione Tipografico-editrice Torinese, 1908; vol. 11, sulle Intossicazioni: 162-4
2
L’avvelenamento acuto da oppio può manifestarsi, dal punto di vista sintomatico, secondo due forme
(Tardieu): l’una fulminea, l’altra più o meno rapida. Nella prima il soggetto passa, senza transizione, da
uno stato di narcosi profonda, alla morte. Il respiro si fa stertoroso, l’ammalato diventa insensibile a
qualsiasi eccitamento e soccombe, nel coma, in un tempo vario da tre quarti d’ora a due o tre ore. Le
pupille sono costantemente dilatate.
Nella forma comune i primi sintomi si manifestano poco tempo dopo l’ingestione del veleno (da trenta
minuti ad un’ora), e molto prima nei fanciulli. Solo in casi eccezionali gli effetti tossici tardano a
manifestarsi. I primi fenomeni consistono in una iperestesia sensoriale vivissima. Gli ammalati non
possono sopportare il minimo rumore né una luce un po’ viva. Contemporaneamente accusano vertigini,
senso di peso al capo, hanno nausea e talora vomito. La pelle è secca, vi ha prurito generale e talvolta si
nota un’eruzione vescicolare. Il polso batte con violenza; tutte le secrezioni, in particolare la secrezione
urinaria, sono sospese. Gli ammalati non tardano poi ad assopirsi, con un respiro assai lento, non più di
quattro o cinque respiri al minuto. In altri casi questo assopimento è il primo sintoma e possono mancare i
fenomeni di eccitazione. Il respiro diventa stertoroso e gli ammalati soccombono nel coma come nella
prima forma, dopo dodici o quindici ore. Le pupille, dapprima ristrette, in seguito si dilatano. Talora si
osserva una remissione. Gli ammalati ritornano in coscienza, possono parlare, indi, dopo qualche
alternativa di assopimento e di risveglio, diventano agitati, deliranti e soccombono soltanto dopo quattro
o cinque giorni…Nei casi non mortali, il farsi più frequente del respiro, la ricomparsa delle secrezioni,
sotto forma di sudori abbondanti e di crisi urinarie, segnano il termine dei fenomeni tossici…Gli
ammalati sono colti spesso da vomito, sono deboli, stanchi, nei giorni che seguono l’avvelenamento.
L’avvelenamento cronico da oppio ha un interesse ben più alto che non l’avvelenamento acuto…L’uomo
che ha l’abitudine di mangiare l’oppio si riconosce facilmente. Il suo corpo è gracile, il volto giallo e
secco, la sua andatura vacillante, la spina dorsale curva in avanti fino a dare al corpo l’aspetto di un
semicerchio, gli occhi incavati e vitrei lo tradiscono al primo vederlo. Le sue funzioni digestive si
compiono male: egli mangia pochissimo, le sue forze fisiche e morali sono abbattute. Quando l’abitudine
è inveterata, la crescente debolezza rende sempre più imperioso il bisogno dello stimolante e l’ammalato
è costretto ad aumentare sempre la dose onde ottenere l’effetto desiderato. Il mangiatore d’oppio soffre di
nevralgia a cui l’oppio stesso non apporta più alcun sollievo.
Tamburrini N. Nozioni fondamentali di Materia Medica e Terapia. Napoli, 1881: 584-5
Nella bocca l’oppio ha un sapore acre-amarognolo e in un primo tempo favorisce la secrezione della
saliva, ma poi produce con l’uso prolungato asciuttezza sulla mucosa orale e delle fauci. Nello stomaco
diminuisce il movimento di quest’organo, la secrezione di succo gastrico e l’eccitabilità dei filetti nervosi
sensitivi e motorii, da ritardare la digestione e da attutire la sensazione della fame. Un’azione eguale ha
sulle secrezioni, sulla sensibilità e sul movimento dell’intestino, e finisce per ritardare anche
l’assorbimento del chilo. Con l’oppio a preferenza che con la morfina o con gli altri principii immediati si
determina una stitichezza più o meno ostinata, che è appunto dovuta al torpore del movimento
peristaltico, alla diminuita sensibilità enterica, alla debolezza della screzione mucosa e del deflusso della
bile. Penetrato nel sangue l’oppio secondo la dose dà luogo ad una serie di fenomeni, che nel complesso
costituiscono il meconismo acuto, a differenza del cronico, che si sviluppa in seguito all’introduzione
prolungata di quantità piccole o aumentate per gradi. Siccome nel meconismo acuto si tratta di una
grande diminuzione della eccitabilità dei centri nervosi, preceduta da uno stadio più o meno breve di
aumento, così la ordinaria successione dei sintomi si conforma a questi due fatti essenziali. Però le
piccole dosi producono soltanto frequenza cardiaca, senso di calma e di benessere, idee piacevoli e
tendenza al sonno. Invece con quantità maggiori si determina dopo breve tempo una certa allegria con
facilità di movimenti e con piacevoli allucinazioni, accentuazione dello stimolo carnale, che arriva
talvolta fino al priapismo, frequenza cardiaca, senso di secchezza alle fauci, sete, senso generale di
calore, aumento del sudore, spesso accompagnato da prurito cutaneo, volto arrossato e congiuntiva
iniettata; quasi sempre esiste nausea e si ha perfino il vomito. Questo stadio di eccitamento, che è una
vera ebbrezza, dura breve tempo ed è seguita man mano da cefalea, miosi, stanchezza e difficoltà dei
movimenti, sonnolenza e sonno inquieto, diminuzione della sensibilità. Più tardi la frequenza cardiaca,
che era dapprincipio aumentata, diminuisce e con essa la tensione arteriosa e la temperatura. Se la dose
3
amministrata era maggiore, lo stato descritto si trasforma presto in coma; l’attività riflessa è abolita, gli
occhi sono semichiusi, la miosi continua, gli arti sono rilasciati, la cute è fredda, il volto pallido o
cianotico, il cuore e il respiro lenti e irregolari. Se da questo stadio l’individuo non si ridesta, per
l’intensità dell’azione, i diversi fenomeni aumentano; non sono rari il trisma e il tetano, la pelle si copre
di sudore freddo, le pupille si dilatano, la respirazione diventa stertorosa e insieme al cuore si va
estinguendo, il collasso e la paralisi raggiungono un grado massimo e segue la morte. Nel momento
iniziale e nel finire di gravi avvelenamenti si nota qualche volta un tormentoso tenesmo, ma in regola
l’emissione dell’urina è diminuita per la stessa azione narcotica del farmaco. Sulla cute, oltre il molesto
prurito ricordato innanzi, è stata osservata una vera orticaria, papule o roseola, benché ciò non sia
costante.
Hahnemann (Alcune forme di febbre continua e remittente, in: Ètudes de Médecine homoeopatique, par
le docteur S. Hahnemann, 1798. Paris, chez J.-B. Bailliére, 1850: 118-121)
Nei primi giorni di marzo dello stesso anno (1797), molti bambini, tra questi anche i miei, furono colpiti
da una febbre, che contagiò anche gli adulti, sebbene in forma molto più lieve. Oltre ai parossismi
propriamente detti, osservai i sintomi seguenti: tensione e pressione alla fronte, poco al di sopra
dell’orbita, da un lato, nei casi più gravi irradiato fin sopra l’osso parietale; pressione allo stomaco, come
per un peso; tensione epigastrica e dolori tensivi violenti (coliche) intorno l’ombelico, accompagnati da
diarrea color argilla, molto fetida; freddo continuo agli arti, senza brividi; umore pessimo (triste,
imbronciato); dimagramento rapido, senza particolare debolezza; assenza di segni di stasi biliare o di altre
impurità delle prime vie, anche dello stomaco; gusto conservato, talvolta acido; senso di tensione in tutto
il corpo; pupille mediamente contratte, senza dilatazione al buio. A mezzogiorno preciso gli accessi si
ripresentavano, ogni volta con un brivido molto pronunciato, prostrazione, sonnolenza, sopore, infine con
guance brucianti, ma senza sete. Anche se i parossismi non erano molto forti, i malati avvertivano una
avversione invincibile per ogni tipo di alimento. A mezzanotte in punto si manifestava un piccolo accesso
simile: i pazienti emettevano un grido e si gettavano fuori dal letto; gli arti erano freddi. Raramente
avevano, di notte, una sudorazione generalizzata, dopo la quale tutti i sintomi scomparivano, fino
all’indomani; ma, in questi casi, l’appetito si conservava; lo stesso, di sera. Durante questa apparente
remissione, i malati avevano un forte desiderio di mangiare carne di maiale. Quando soddisfacevano
questo desiderio a sazietà, ne conseguiva più un sollievo, piuttosto che un aggravamento. L’essenza di
tale febbre sembrava risiedere in una diminuzione della sensibilità e in una sorta di spasmo clonico della
fibra. La febbre presentava l’intensità maggiore quando il vento soffiava a lungo da est. Non era grave,
ma risultava ostinata e fastidiosa. Gli emetici riuscivano a migliorare solo per un giorno; la febbre non
diminuiva, all’indomani, la sua marcia abituale. I lassativi e i rimedi che si utilizzano, in genere, contro
l’acidità fallivano regolarmente. La china e la fava di S. Ignazio, somministrate a piccole o forti dosi,
aggravavano le condizioni dei malati. L’arnica, risultando solo palliativa per l’umore, la cefalea, etc.,
aveva un effetto antisintomatico, senza produrre alcun miglioramento.
L’immobilità della pupilla, il dolore pressivo e tensivo nella regione precordiale e periombelicale,
insieme alla sensazione generale di tensione per tutto il corpo; il sopore, l’apparentemente insignificante
riduzione delle forze e il miglioramento apportato dalla sudorazione accidentale, il benessere dato
dall’assunzione della carne di maiale; infine, l’aggravamento determinato dal vento dell’est: tutti questi
sintomi mi indussero a considerare l’opium come il rimedio indicato. Le feci e i flati fetidi, in presenza di
uno stato di normalità dello stomaco, controindicavano il suo uso, almeno quanto il colore argilla delle
deiezioni tradiva uno spasmo dei canali escretori della bile. Prescrissi, prima dell’accesso mattutino, 1/5
di grano a un bambino di 5 anni, 3/10 di grano a uno di sette e a un altro di otto, 7/20 di grano a uno di
dieci; io stesso ne presi ½ grano. I disturbi scomparvero del tutto per l’intera giornata. Somministrai,
dodici ore dopo, la sera, una dose un poco più leggera e la febbre non ricomparve all’indomani e
nemmeno nei giorni successivi; anche la costipazione cessò. I malati guarirono.
Hahnemann (Cure and prevention of scarlat fever, 1801, in: Lesser writings. Jain publishers, New Delhi,
1920: 374-376), a proposito della prima fase della scarlattina, quando non c’è stata prevenzione con l’uso
della belladonna
4
…quando siamo chiamati a per casi di malattia pienamente sviluppata (non c’è più tempo per la
prevenzione o la soppressione del suo esordio), ho visto che troviamo a combattere due differenti stati del
corpo, che talvolta si alternano rapidamente l’uno con l’altro, ciascuno dei quali è costituito da un
insieme di sintomi.
Il primo: il calore bruciante, lo stupor sonnolento, l’agitazione agonizzante con vomito, diarrea e anche le
convulsioni, sono attenuati in poco tempo (massimo un’ora) da una piccola quantità di opium, sia
esternamente con un foglio (in accordo alla taglia del bambino, da mezzo a un inch di grandezza)
impregnato con una forte tintura di oppio, poggiato sulla punta dello stomaco e lasciato fino a
essiccamento* o, se non c’è vomito, internamente, somministrando una piccola quantità di soluzione di
opium. Per l’uso esterno si impiega una tintura, preparata aggiungendo una parte di oppio crudo,
finemente polverizzato, a dodici parti di alcool a bassa gradazione, lasciando in luogo freddo per una
settimana e scuotendo occasionalmente, per favorire il dissolvimento. Per l’uso interno, prendo una
goccia di questa tintura e la sciolgo in 500 gocce di alcool diluito; una goccia di questa soluzione,
ugualmente, la sciolgo con altre 500 gocce di alcool diluito, scuotendo bene. Di questa tintura diluita di
oppio (che contiene un quintilionesimo di un grano di sostanza) si somministra internamente una goccia,
la quale risulta ampiamente sufficiente per un bambino di 4 anni**, oppure due gocce se il bimbo ha dieci
anni, al fine di rimuovere i disturbi. Non è necessario ripetere le somministrazioni più frequentemente di
ogni 4-8 ore e in alcuni casi non più di ogni 24, talvolta solo due volte per tutta la durata della malattia; la
minore o maggiore frequenza sarà guidata dalla sintomatologia, più o meno attenuata. Anche qualora,
durante l’ulteriore progressione della malattia, gli stessi sintomi si accompagnano a costipazione, l’oppio,
applicato esternamente o somministrato internamente a tali dosi***, non manca mai di produrre l’effetto
desiderato. Il risultato, che non ha un carattere transitorio, appare al massimo in un’ora, talvolta ¼ d’ora,
sia con l’applicazione esterna, sia con l’uso interno. Dosi maggiori di quelle descritte provocano
irritabilità furiosa, singhiozzo, stizzosità marcata, pianto, etc. – un insieme di sintomi che, quando non
sono eccessivi, scompaiono spontaneamente in poche ore, mentre possono essere rimossi più
velocemente odorando una soluzione di canfora.
La seconda condizione patologica, che insorge nel corso di questa malattia: aumento della febbre verso
sera, insonnia, totale mancanza di appetito, nausea, intollerabile tristezza con pianto, gemito; in cui opium
risulta pericoloso – è rimossa in ¼ d’ora da ipecacuanha.
*per gli infanti e i bambini che non riescono a stare fermi a lungo, si potrebbe poggiare il foglio con un
dito, fino a quando si secca (il che si verifica in un minuto circa) e poi toglierlo, per evitare che lo
mangino
**per i bambini più piccoli, diluisco una goccia in dieci cucchiaini d’acqua, somministrandone uno, due o
più cucchiai, in accordo all’età
***la piccolezza della dose, con la quale la medicina, agendo su tutto l’organismo vivente, quando sia
conveniente al caso, produce il suo effetto desiderato, è incredibile, o almeno è incredibile per i miei
colleghi, i quali ritengono che la dose di oppio, per il lattante, sia di mezzo grano e che le morti
improvvise per avvelenamento siano dovute ad altre cause. Le gocce ad uso interno devono essere
intimamente mescolate in 1-4 cucchiaini di liquido (acqua o birra), poco prima della loro
somministrazione.
Hahnemann (dal I volume, 3° edizione, 1830)
Nell’azione primaria di dosi piccole e moderate, in cui l’organismo si lascia passivamente alterare dalla
medicina, appare esaltare l’irritabilità e l’attività dei muscoli volontari per poco tempo, ma diminuire
quelle dei muscoli involontari per un periodo più lungo; e mentre esalta la fantasia e il coraggio, nella sua
azione primaria, sembra, nello stesso tempo, stordire e intorpidire la sensibilità generale (i sensi esterni) e
la coscienza. L’oppio è stato utilizzato come il presunto principale rimedio contro tutti i tipi di tosse,
diarrea, vomito, insonnia, malinconia, spasmi e disturbi nervosi - e soprattutto contro tutti i tipi di dolore,
senza alcuna distinzione. L’oppio è quasi la sola medicina che, nella sua azione primaria, non produce
un singolo dolore. L’oppio soltanto è incapace di attenuare omeopaticamente e permanentemente ogni
singolo dolore, in quanto non provoca, nella sua azione primaria, nemmeno un singolo dolore, ma solo
5
l’esatto contrario, ovvero l’insensibilità, la inevitabile conseguenza (azione secondaria) della quale, è una
maggiore sensibilità di prima, e quindi una più acuta sensazione di dolore.
Per esempio, dal momento che ogni dissenteria dipende da una ritenzione di feci nella parte superiore
dell’intestino, alcune varietà di essa, accompagnate da calore e intorpidimento, possono essere curate da
opium, poichè questi sintomi saranno omeopaticamente rimossi dalla simile azione primaria dell’oppio e,
come necessaria conseguenza, anche i loro concomitanti dolori, poichè questi dipendono, generalmente,
da una spasmodica ritenzione di feci nell’intestino.
Ma l’oppio non è mai in grado di rimuovere direttamente i dolori, senza essere nocivo; d’altra parte, è il
principale rimedio in quelle malattie da intorpidimento, nelle quali il dolore serio non è avvertito dal
paziente, come ad esempio nelle pericolose ulcere da decubito, ove il paziente, nello stato obnubilato
della sua coscienza, non riesce a lamentarsi di alcun dolore.
I sintomi di opium sotto elencati sono principalmente un’azione secondaria e contrastante dell’organismo.
Gli antidoti alle dosi pericolose di opium sono la tintura di ipecacuanha, camphora, ma soprattutto la
infusione calda di caffè forte, introdotte a grandi quantità da sopra e da sotto, e accompagnate a frizioni
del corpo. Ma quando il freddo gelido del corpo, l’insensibilità, e la mancanza di irritabilità delle fibre
muscolari sono già comparsi, si deve far ricorso a un bagno caldo (palliativo).
Quando l’oppio è stato dato a forti dosi, per alleviare i dolori e fermare la diarrea e, come frequentemente
avviene, è stata prodotta una vera paralisi degli arti, non c’è alcuna cura, proprio come una paralisi non
può mai essere curata da forti scosse elettriche.
Alcuni degli effetti primari dell’oppio durano ben poche ore; altri, soprattutto quelli provocati da forti
dosi, durano più a lungo, quando non si dimostrano fatali.
L’oppio appartiene a quel gruppo di medicine i cui effetti primari ammettono raramente un’applicazione
omeopatica nelle malattie umane; ma quando viene usato in tal modo, una piccola porzione di una goccia
della decilionesima potenza è sufficiente per una dose.
Dove troveremo un rimedio uguale all’oppio, per le costipazioni più ostinate e per le febbri acute, con
intorpidito sopore senza lamenti, un russare a bocca semi-aperta, contrazione degli arti e calore bruciante
del corpo che traspira, e in molti altri stati morbosi corrispondenti, nella somiglianza, agli affetti primari
dell’oppio?
Effetti rilevanti dell’oppio (tra parentesi la materia medica)
vertigini (1)
intorpidimento (12) e peso alla testa (14, 79)
immobilità della pupilla (123)
nausea o vomito (192)
stipsi (245, 248, 249, 250)
dispnea (313)
febbre acuta, con intorpidito sopore senza lamenti, un russare a bocca semi-aperta (346), contrazione
degli arti e calore bruciante del corpo che traspira (558, 593, 592, 574, 575, 581, 587)
stato di torpore, sopore o coma (487, 436, 480: come dopo apoplessia)
abbassamento della temperatura (47)
prurito cutaneo (401)
debolezza muscolare (381, 443, 432) e pallore (313)
contrazioni cloniche (107) e tetaniformi (409)
miglioramento apportato dalla sudorazione accidentale e dall’assunzione della carne di maiale;
aggravamento determinato dal vento dell’est
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