"VOLONTARI IN CARCERE: QUANTI, DOVE E PERCHE?"
TERZA RILEVAZIONE NAZIONALE SUL VOLONTARIATO IN CARCERE
a cura di Renato Frisanco - Settore Studi, Ricerche e Documentazione della FIVOL
La rilevazione sulla presenza del volontariato nelle carceri, proposta e condotta dalla
Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, è stata realizzata in tutti gli istituti
penitenziari nel 2003 in collaborazione con la Direzione Generale Detenuti e
Trattamento e i Provveditorati Regionali del Dipartimento dell'Amministrazione
Penitenziaria.
1. Premessa metodologica
La modalità di rilevazione è consistita nell'invio di un'apposita scheda predisposta
dalla Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia a tutti gli istituti penitenziari con
nota del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria. La compilazione è stata
realizzata dagli operatori carcerari, in gran parte educatori (67,5%) o altro personale
amministrativo preposto alla raccolta dei dati. La crescita dell'aliquota dei compilatori
più autorevoli, quali gli educatori rispetto all'anno precedente, in cui rappresentavano
il 39,6%, denota presumibilmente una crescente attenzione istituzionale alla
rilevazione.
L'acquisizione delle schede compilate è avvenuta per intermediazione dei
Provveditorati Regionali che le hanno raccolte e inviate alla Conferenza e, per
conoscenza, allo stesso DAP. La raccolta per via amministrativa e attraverso
documentazione protocollata, in quanto autorizzata e sollecitata dalla stessa
Amministrazione penitenziaria, ha permesso il recupero delle schede di tutte le
strutture penitenziarie attualmente attive.
Infatti, tale iniziativa riveste importanza per lo stesso Dipartimento
dell'Amministrazione Penitenziaria che ha fornito alla rilevazione adeguata
legittimazione e valorizzazione nella ormai maturata consapevolezza che il personale
volontario e quello appartenente alle cooperative sociali costituisce a tutti gli effetti
una risorsa costitutiva della proposta trattamentale in senso umanizzante e in
funzione del reinserimento dei detenuti.
Non è un caso che il monitoraggio, ormai collaudato in queste prime tre rilevazioni, dal
prossimo anno passerà alla gestione diretta del Ministero della Giustizia che lo
assumerà come parte integrante della sua funzione conoscitiva rispetto ai fenomeni
trattamentali in atto nelle istituzioni detentive. Anche su questo obiettivo il
volontariato ha saputo fare da apripista segnalando e dimostrando all'istituzione
l'opportunità di tale iniziativa.
La rilevazione registra il fenomeno in un determinato giorno (census day) - l'1 ottobre
2003 - permettendo una precisa confrontabilità dei dati statistici su tutto il
territorio nazionale, per cui si può parlare di un vero e proprio censimento.
Fin dalla prima rilevazione del 2001 l'unità di analisi risponde ad una precisa
definizione di volontari: persone singole o appartenenti ad organizzazioni
solidaristiche attualmente autorizzate con permessi di ingresso negli istituti per la
realizzazione di attività non occasionali (manifestazioni sportive, spettacoli, convegni
etc..). Il loro titolo ad operare nelle strutture penitenziarie - ma anche alla
realizzazione delle misure alternative alla detenzione - è dato dagli articoli 17 e 78
dell'Ordinamento Penitenziario.
Si sono altresì acquisite le informazioni relative agli operatori di cooperative sociali,
anch'essi ammessi ad operare negli istituti penitenziari in base agli articoli 17 o 78. in
modo da dare conto dell'impegno complessivo del terzo settore.
La rilevazione sulla presenza dei volontari negli istituti detentivi, proprio per la sua
periodicità, è in grado di registrarne l'andamento nel tempo (studio diacronico) e di
verificarne disomogeneità evidenti su base territoriale (studio comparativo). Rispetto
alle precedenti rilevazioni è stato altresì perfezionato lo strumento di rilevazione
chiarendo alcune modalità e inserendovi alcune nuove informazioni che si possono
considerare significative come l'ordine di priorità delle prestazioni dei volontari, il
lavoro dei detenuti, il numero degli educatori che aggiungono elementi di valutazione
correlabili alla presenza di personale gratuito e di terzo settore nelle strutture
detentive.
Infine va precisato che il presente monitoraggio non rileva la presenza e le
realizzazioni delle organizzazioni di volontariato e nonprofit attive nel settore penale
minorile così come quelle esclusivamente operative sul territorio, sia per dare
consistenza alle misure alternative alla detenzione, sia per accompagnare ex-detenuti
verso obiettivi di integrazione sociale.
2. Il fenomeno rilevato
Complessivamente i volontari e gli operatori di terzo settore attivi in modo non
episodico nelle strutture detentive del nostro paese ammontano pressoché a 8.000
unità. Rispetto all'anno precedente sono complessivamente aumentati del 17,5% e al
2001 del 22,3%. Il trend ascendente conferma la capacità delle forze della società
civile di presidiare con iniziative e progetti le istituzioni del circuito penitenziario e
della giustizia in generale. Presumibilmente vi concorre anche una più diffusa
sensibilità delle stesse istituzioni della Giustizia e una più incisiva azione di
coordinamento e di sostegno perseguita dalla Conferenza Nazionale Volontariato
Giustizia sulle organizzazioni impegnate nel settore. Il monitoraggio periodico
considera anche la presenza di operatori non istituzionali nei Centri di Servizio
Sociale Adulti che comincia anch'essa a lievitare (dai 35 casi del 2001 ai 73 del 2003),
I volontari autorizzati sono presenti nel 92% degli istituti penitenziari del nostro
Paese. Tale percentuale si eleva di poco (94%) se si considerano anche gli operatori
delle cooperative che rappresentano solo il 7,6% del complesso delle presenze
espressione delle comunità locali. Rispetto ai volontari sono anche in leggero calo
(dalle 685 unità del 2002 alle 602 del 2003) e su tale decremento è forse necessario
fare una qualche riflessione.
Le strutture detentive considerate nella loro totalità e presenti in tutte le province
italiane sono 201. Sono tutte attive tranne una attualmente in fase di
ristrutturazione. Di esse 153 sono Case Circondariali (76,5%), 32 Case di Reclusione, 6
Ospedali Psichiatrici Giudiziari e 9 strutture diversamente denominate . 137 istituti
"ospitano" esclusivamente detenuti di genere maschile, 58 sono a popolazione mista e
solo 6 unità sono dedicate alla detenzione femminile.
All'ottobre 2003 gli istituti penitenziari detenevano in media 273 persone ristrette
per un ammontare complessivo di 54.659 unità. Nella scorsa rilevazione i detenuti
erano in numero superiore sia nel complesso (56.148) che per struttura (275).
La presenza dei volontari e degli operatori non appare ancora distribuita in modo
omogeneo sul territorio nazionale per lo storico squilibrio tra le diverse circoscrizioni
geografiche: ne risulta privilegiata l'area del Centro dove a fronte del 21,5% delle
strutture penitenziarie si colloca un terzo del fenomeno, al contrario del Sud che pur
rappresentando il 44,5% degli istituti aggrega solo il 19,4% degli operatori non
istituzionali.
TAV. 1. OPERATORI VOLONTARI NELLE STRUTTURE DELLA GIUSTIZIA E NEGLI
ISTITUTI PENITENZIARI NEGLI ANNI 2001-2003; TREND NELLE TRE RILEVAZIONI E
DISTRIBUZIONE PER AREA GEOGRAFICA
Si conferma lo stato di abbandono in cui versano dal punto di vista dell'umanizzazione
dell'internamento 4 dei 6 Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Se gli operatori volontari
sono piuttosto attivi nelle strutture di Barcellona (ME) e di Reggio Emilia - 1 ogni
quattro internati - lo è molto meno nei restanti quattro OPG (1 volontario per 25
internati) aggravando la condizione di totale esclusione dei detenuti psichiatrici.
La capacità di attrarre le forze della società civile nel sistema carcerario in generale,
ma più ancora in queste strutture, dipende dalla figura del direttore, che può essere
diversamente illuminato e aperto agli stimoli esterni e quindi più o meno orientato da
una concezione non meramente retributiva o affittiva del carcere.
La Tav. 2 dà conto anche delle disomogeneità regionali circa la presenza dei volontari
e operatori non istituzionali nelle strutture detentive anche in rapporto al numero dei
detenuti. Tra le regioni in positivo spiccano la Toscana che ha il miglior coefficiente
numerico al riguardo, segue il Veneto, il Lazio, la Lombardia e la Basilicata, mentre, al
contrario, la situazione maggiormente negativa si ha in Val d'Aosta dove però è attivo
un solo istituto penitenziario e, in generale, nelle regioni del Sud capeggiate
dall'Abruzzo.
TAV. 2. QUADRO REGIONALE DEI DATI RELATIVI ALLA PRESENZE DEI
VOLONTARI E DEGLI
OPERATORI DELLE COOPERATIVE SOCIALI
* volontari ed eventuali operatori di cooperative
3. Gli operatori volontari
Complessivamente i volontari presenti in modo attivo e continuativo nelle carceri
italiane sono 7.323 di cui poco meno della metà presenti nelle strutture ubicate nelle
regioni settentrionali (45,8%, Tav. 3). Lo squilibrio territoriale delle forze in campo è
ancora meglio evidenziato se si considera che gli istituti penitenziari del Nord
rappresentano il 34,% del totale e i detenuti ivi presenti il 39,5%. Se in un solo dei 68
istituti detentivi del Nord i volontari sono del tutto assenti (Belluno), al Centro sono 2
(nelle Marche e in Toscana) e al Sud ben 13 le strutture sprovviste di tale presenza
(di cui 8 sono ubicate nelle due isole).
Si registra quindi un rapporto numerico tra detenuti e operatori esterni che è di 7 a 1,
con differenze abissali tra volontari e operatori di cooperativa sociale e forti
oscillazioni tra le aree con la situazione più favorevole del Centro (4 detenuti per
operatore non istituzionale) e quella meno del Sud (14 detenuti ogni operatore
esterno).
La variabile di genere degli operatori non istituzionali segnala altresì una prevalente
presenza femminile (52,6%), più negli istituti del Mezzogiorno (59 su 100) e meno tra
gli effettivi delle cooperative sociali (45 su 100).
La quota più cospicua dei volontari (83 su 100) è ammessa con applicazione dell'art. 17
che prevede la "partecipazione della comunità esterna" al trattamento rieducativo. Si
tratta di 6.052 volontari, presenti nel 79,5% delle strutture, con una media di 30
unità per istituto e per lo più appartenenti al mondo dell'associazionismo solidaristico
e di promozione sociale (Tav. 3).
I volontari autorizzati in base all'art. 78 sono in numero molto inferiore (1.271 pari al
17,4% del totale), in media 6 per struttura; sono i cosiddetti "assistenti volontari",
singole persone o appartenenti ai gruppi dediti esclusivamente al volontariato in
carcere e più propensi ad un intervento individualizzato e più orientato al sostegno
morale e materiale dei detenuti.
Il numero molto più elevato di volontari che beneficiano dell'art. 17 si deve, oltre che
ad una più agevole procedura di autorizzazione (richiesta su carta semplice) per
l'ingresso in carcere, alla presenza di associazioni di promozione sociale di diffusione
nazionale che promuovono e realizzano nelle strutture detentive attività più
strutturate, veri e propri progetti di attività concordati con la direzione del carcere e
sostenuti da finanziamenti pubblici (UE, Regione, Comune..).
Nelle regioni del Sud la presenza dei volontari a qualunque titolo attivi è mediamente
più ridotta essenzialmente per due motivi: il primo riguarda il condizionamento
culturale e la presenza massiccia nelle carceri di detenuti appartenenti alla criminalità
organizzata che inibiscono la disponibilità al servizio in carcere da parte della
comunità esterna; in secondo luogo vi è ancora oggi una certa resistenza da parte degli
istituti meridionali ad accettare la presenza di volontari o una propensione a
selezionarli privilegiando quelli funzionali ad alcune esigenze delle loro strutture a
discapito degli aspetti progettuali e propositivi.
Riscontriamo, pertanto, gruppi superiori alla media di 36.6 volontari (art. 17 e/o 78) in
un terzo delle strutture del Centro (34,9%), nel 30,9% di quelle del Nord e appena
nell'11.2 % di quelle del Mezzogiorno.
Si rileva altresì una presenza più variegata degli operatori esterni nelle regioni
settentrionali del Paese dove vi sono gruppi compositi di volontari e altri operatori di
terzo settore nel 51,5% delle strutture, a fronte del 37,2% del Centro e mentre al
Sud si riscontrano solo 6 casi.
4. Gli operatori di cooperative sociali
Gli operatori di cooperative sociali, anch'essi autorizzati ad operare in base agli art.
17 e 78 dell'O.P., sono presenti in 3 strutture su 10 e in numero più ridotto. In
assoluto anche rispetto all'anno scorso (-12,1%). Complessivamente all'ottobre 2003
ne sono stati censiti 602 unità, pari a 3 operatori per istituto penitenziario. La
superiorità del Nord appare per tale figura schiacciante: il 66,4% degli operatori di
questa realtà di terzo settore è aggregato alle strutture del Nord e anche il rapporto
detenuti/operatori è altrettanto favorevole: 54.2 detenuti per operatore a fronte dei
90.8 riscontrabili a livello nazionale.
E' evidente che dove è più attivo il volontariato si radica di più anche la cooperazione
sociale che spesso dà continuità o consolida le attività che il volontariato sperimenta.
Nel complesso questi operatori sono presenti nelle nostre carceri in misura ridotta
anche rispetto alle necessità di apportare in modo strutturato, e spesso dopo le
sperimentazioni riuscite dei volontari, i necessari stimoli formativi con la
realizzazione di corsi professionali e di attività di laboratorio e artistiche, in grado di
elevare interessi e opzioni di vita e di lavoro di queste persone che nella loro
maggioranza sono caratterizzate da deprivazione sul piano culturale, della carriera
scolastica e professionale.
E' evidente che il persistente sovraffollamento delle carceri inibisce le possibilità di
arricchire di spazi e momenti formativi la vita dei detenuti ed internati, date le rigide
procedure di controllo che richiedono e i problemi organizzativi interni che
determinano.
5. Le attività svolte negli istituti penitenziari
Le attività svolte dai volontari e dagli operatori del terzo settore sono molteplici,
complementari e diversamente diffuse. Sono in media 6 quelle svolte dai gruppi di
volontari presenti. Quella maggiormente praticata si basa su di un rapporto
personalizzato in funzione del sostegno morale e psicologico a beneficio di soggetti
deprivati di una normale vita relazionale; è decisamente la prima ragion d'essere del
volontariato nei 200 istituti esaminati e lo rappresenta nel 79% dei casi (Tav. 5). E'
evidente la sua importanza anche in quanto attività propedeutica a tutte le altre e
specifica dell'apporto del volontariato.
In seconda istanza viene praticata un'assistenza materiale vera e propria con
l'assegnazione di indumenti ai soggetti privi di qualunque possibilità di rifornirsene o
impossibilitati ad ottenerli attraverso l'assistenza pubblica. D'altra parte la crescita
delle povertà materiali nella società ha un riflesso dilatato nelle strutture
penitenziarie.
Seguono le attività religiose, sia quelle a spiritualità cristiana che di altre confessioni
per la elevata presenza nelle carceri italiane di immigrati che chiedono di poter
professare la propria fede religiosa da cui ricavare presumibilmente anche un
conforto morale e un contatto culturale in un momento di difficoltà. Sono importanti
non solo in termini identitari ma anche perché costituiscono una occasione di
interiorizzazione o consolidamento di valori di senso per la propria vita.
Tra le attività più diffuse e maggiormente fruite, in termini numerici dai detenuti,
sono quelle di animazione socio-culturale, da quelle sportive- ricreative, a quelle
culturali e teatrali.
Approssimativamente nel 50 per cento degli istituti penitenziari vengono praticate
attività di accoglienza-accompagnamento per licenze o uscite premio, che segnano una
continuità tra il "dentro" e il "fuori". In questa direzione vanno anche i 4 istituti su 10
dove il personale non istituzionale cura progetti/attività di reinserimento sociale dei
detenuti, assumendo una funzione di ponte con il territorio comunitario che si
concretizza sui fattori che promuovono l'inclusione sociale, ovvero lo stato di
cittadinanza piena, attraverso l'istruzione, il lavoro e l'alloggio.
Importanti sono al riguardo le diverse attività formative (tutte comprese in quote
percentuali fra il 28 e 35%); da quelle di tipo scolastico (recupero di competenze e
titoli di studio), ai gruppi di discussione tematici, alle conferenze, che animano la vita
del detenuto e gli forniscono consapevolezza circa problemi, potenzialità e risorse
aiutandolo in un percorso di acquisizione di informazioni, valori e opportunità per la
sua vita, fino a corsi di formazione e laboratori, e l'orientamento professionale.
Anche il prestito di libri e riviste e la gestione della biblioteca dell'istituto e la
redazione di un giornale interno sono compiti praticati dai volontari e operatori della
comunità - e talvolta gestiti insieme ai detenuti - e che vanno nella direzione di
favorire l'interiorizzazione di valori e di conoscenze e l'espressione di una
partecipazione agli eventi in grado di promuovere sensibilizzazione e spirito critico
nelle persone coinvolte.
Infine un peso relativamente marginale hanno le consulenze giuridiche, in supplenza
alle carenze del servizio pubblico, mentre più importanti sono le attività di patronato
esercitate dagli operatori volontari in oltre un terzo degli istituti esaminati.
TAV. 5. LE ATTIVITA' DEGLI OPERATORI VOLONTARI O DELLE COOPERATIVE SOCIALI
NEGLI ISTITUTI PENITENZIARI; CONFRONTO CON LA RILEVAZIONE 2002
Aggregando per ambiti omogenei i 15 tipi di attività sono stati ricavati 7 gruppi più
ampi con cui rilevare qualche aspetto qualitativo del fenomeno.
Anzitutto la gerarchia di frequenza delle varie attività. Il volontariato, in particolare,
opera con attenzione preminente alla persona attraverso attività di ascolto, sostegno,
orientamento, accoglienza che rientrano nella visione antropologica specifica
dell'azione solidale. Sono qui considerate anche le attività di patronato (segretariato
sociale, consulenza giuridica, orientamento all'occupazione) che tutelano la persona o
la orientano rispetto alle opportunità esistenti.
In secondo luogo compaiono per diffusione le attività di tipo meramente assistenziale
(rifornimento indumenti, sostegno economico) che sopperiscono sempre di più alle
magre risorse di cui dispongono gli istituti penitenziari per far fronte ai bisogni
materiali delle persone ristrette.
Ma tutte le altre, quelle di sostegno religioso, della vita ricreativa e formativa del
carcere e del reinserimento sociale finalizzato risultano crescenti e sempre più
integrate.
E' palese che a fronte della presenza numericamente più ampia e più assortita di
persone (volontari art. 17, assistenti volontari dell'art. 78 e operatori di cooperative
sociali) vi è una più estesa gamma di realizzazioni. Il dato, per quanto scontato,
conferma che l'investimento e l'integrazione di più presenze nel carcere paga. Si
conferma anche una differenziazione di compiti in riferimento al titolo di ingresso del
volontario in carcere: i soggetti che entrano con l'art. 78 sono maggiormente propensi
a fornire servizi alla persona (ascolto, colloqui di sostegno, consulenza giuridica,
patronato) e di tipo assistenziale (indumenti), mentre i volontari dell'art. 17 sono più
impegnati nelle attività di tipo ricreativo-sportivo, scolastico-formative e di
animazione socio-culturale.
Anche al crescere del numero dei detenuti per volontario vi è la realizzazione di un più
ampio spettro di attività a beneficio di questi, soprattutto di quelle ricreativosportive e di animazione socio-culturale. Infine, la stessa classe dimensionale delle
strutture per quanto concerne il numero di detenuti è una variabile influente in quanto
nelle strutture a maggiore capienza vi è una proporzione percentuale
significativamente superiore in termini di attività svolte. Ciò vale soprattutto per le
attività assistenziali e per quelle scolastico-formative.
La Tav. 6 permette altresì di evidenziare che tali attività sono maggiormente
realizzate nel Nord e meno al Sud mentre nel Centro sono più vicine ai valori del Nord.
Pertanto anche quando le forze del volontariato e della società civile si attivano al Sud
riescono a farlo con minor capacità realizzativa. E' un problema che non dipende solo
dalle povertà di tali forze ma anche da quelle delle istituzioni penitenziarie. Si
conferma così che la reciprocità di rapporto tra i due soggetti è l'indicatore saliente
con cui si può leggere il fenomeno del carcere "aperto e solidale".
5. La presenza del personale educativo e le opportunità di lavoro in carcere
Nella rilevazione di quest'anno sono state inserite due nuove variabili che fungono da
indicatori di attenzione trattamentale: la presenza di educatori, ovvero di operatori
qualificati sul piano della relazione e in grado di ottimizzare le risorse interne con
quelle degli operatori volontari esterni, presumibilmente in grado pertanto di venire
incontro ai bisogni di sostegno educativo e di individualizzazione del trattamento (Tav.
7).
Inoltre si è rilevata l'offerta lavorativa interna al carcere o fruita all'esterno (art.
21) dai detenuti al fine di soddisfare un loro bisogno di occupabilità in una vita
carceraria altrimenti amorfa e monotona; nel migliore dei casi, tale impiego, può
costituire una opportunità di avviamento ad un lavoro o di crescita di competenze
spendibili nella vita sociale del dopo-carcere.
Circa la presenza di educatori, effettivamente operativi nella struttura e nel loro
ruolo, essi sono 461 con una distribuzione per area geografica che privilegia in questo
caso il Mezzogiorno; ma solo in valori assoluti, perché in rapporto al numero degli
istituti e dei detenuti anche per questo indicatore la situazione trattamentale più
soddisfacente si riscontra al Centro.
I detenuti che lavorano in carcere o fuori dal carcere sono poco meno di un quinto del
totale (Tav. 8). I lavori veri, quelli svolti all'esterno del carcere rappresentano solo il
5,4% dei detenuti attivi.
Le opportunità di impiego non sono egualmente distribuite nelle diverse aree
geografiche. Ancora una volta gli istituti del Centro garantiscono in misura maggiore
un'occupazione ai propri detenuti, mentre se consideriamo i titolari di un contratto di
lavoro esterno o con aziende esterne al carcere sono decisamente privilegiati i
detenuti delle regioni settentrionali. Se il rapporto tra detenuti che lavorano e gli
"ospiti" complessivi delle carceri appare più favorevole negli istituti del Sud che del
Nord, la qualità del lavoro offerto è inversamente proporzionale. Un lavoratore
all'esterno su due è presente negli istituti dell'Italia settentrionale.
Inoltre si consideri che i lavori interni al carcere sono spesso soggetti a turn over in
modo da permettere a tutti periodicamente di fare delle attività che sono inerenti ai
servizi generali della struttura e che pertanto la riproducono.
Anche per questo problema quindi il carcere riflette le diverse realtà del Paese più
che compensarle.
6. Considerazioni conclusive
La rilevazione documenta che il rapporto tra società civile e carcere è, in via tendenziale, meno
distante facendo ritenere che i due mondi possano riavvicinarsi ancor più velocemente e
diffusamente in uno scenario della giustizia caratterizzato dalla volontà esplicita e reale di
depenalizzare i reati minori, del maggior ricorso alle misure alternative, della diffusione di pratiche
di mediazione penale e di ripensamento della funzione del carcere. Tale istituzione, pur nella attuale
prevalente funzione di espiazione della pena, non può sottrarsi dallo svolgere un'azione di recupero
sociale nei confronti di persone spesso svantaggiate da storie personali e familiari e segnate dalle
scarse opportunità del loro background educativo e formativo. Se è vero che non spetta al carcere
rimediare alle carenze acquisite nella vita sociale, può altresì favorire, oggi sempre più con l'aiuto
delle forze esterne, l'innesco di occasioni di recupero di ruoli sociali, di valori, di formazione
culturale, di competenze professionali che facciano leva sulle potenzialità e sulla progettualità
positiva di queste persone.
Le forze del volontariato e della cooperazione sociale sono in grado di inoculare sempre più nel
sistema restrittivo la cultura del progetto e dell'empowerment dei detenuti a partire da una
"relazionalità calda" che connota tutte le esperienze.
Per svolgere questo compito "compensatorio" il carcere deve ripensarsi come ambito non solo di
custodia ma anche di opportunità, strutturando con più convinzione la propria offerta formativa,
rendendola usufruibile da molti detenuti, modulandola per percorsi individualizzati. Ciò significa
rivedere complessivamente la propria organizzazione interna di spazi, orari e competenze e
incentivare le risorse esterne, della società civile. Occorre un input autorevole e legittimante al
riguardo, nella consapevolezza che il carcere da solo - proprio in quanto "istituzione totale" - non è
in grado di svolgere al meglio la propria funzione rieducativa. Ha bisogno di tenere salde radici e
forti contatti con il territorio comunitario. Ciò consente si investire sul destino sociale dei detenuti
non solo per ottemperare a precisi doveri di solidarietà e riconoscere loro precisi diritti di
cittadinanza, ma anche per ridurre così le recidive e quindi operare per la sicurezza di tutti i
cittadini.
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Renato Frisanco, Volontari in carcere: quanti dove e perché