Barbara Betti De Simonis
Fra’ Serafino Razzi O.P.
Dottore Teologo, Marradese
Prefazione del Dott. Rodolfo Ridolfi
A Suor Maria Paola Borgo
Priora del Convento della
SS.ma Annunziata
delle Suore Domenicane di Marradi
Prefazione
L’apprezzamento per l’intelligenza, l’alta professionalità riconosciuta e
la sensibilità culturale di Barbara Betti e Giacomo De Simonis, mi
hanno indotto ad accettare la Presidenza Onoraria dell’Associazione
“Opera In-Stabile” che Barbara e Giacomo hanno voluto costituire a
Marradi coinvolgendo accademici, studiosi, musicisti e musicofili di
valore ed affidandone la Presidenza al caro amico Emilio Betti.
L’Associazione debutta con un primo progetto dedicato appunto a
“Fra’ Serafino Razzi”, che troverà compimento entro il 2011,
quattrocentesimo anno dalla morte. Barbara ha svolto straordinarie
ricerche sui manoscritti autografi di Serafino e come riporta in questo
suo libro, il Razzi stesso più volte afferma “non composi giamai musica
alcuna alle laudi”. Serafino Razzi non era un compositore di musica ma
un compositore di testi. Tantissimi sono i musicologi, i ricercatori e gli
storici che si sono occupati del Razzi: da Domenico Alaleona nel 1908
a Joseph Ratzinger, attuale Papa Benedetto XVI, i suoi libri di Laudi
sono stati, e continuano ad essere, preziosa fonte di informazione,
studi e ricerca. Grazie all’analisi dei suoi testi si è potuto attribuire agli
effettivi compositori la paternità dei componimenti rintracciando le
partiture, autografe, spesso assai più antiche dell’epoca in cui il Razzi
viveva. Tutta la ricerca di Barbara è improntata sull’attività e la
produzione monumentale di questo uomo che ricoprì la più alta carica
possibile di insegnamento dell’Ordine Domenicano; che a soli
ventisette anni pranzò alla tavola di Papa Paolo IV, che fu confidente e
amico di Papa Pio V, che fu Vescovo Vicario di Dubrovnik,
diplomatico per la Repubblica di Ragusa con i Turchi e i Veneziani...
Questa celebrazione del quattrocentesimo anno dalla morte è stata
voluta non tanto per celebrare il musicista, quanto per reinserire
questo personaggio nella giusta importanza che ebbe nei suoi ottanta
anni di vita e che oggi abbiamo dimenticato.
A Padre Albino Varotti dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali,
uomo straordinariamente colto, che è stato insegnante di Armonia e
Contrappunto presso il Conservatorio “Luigi Cherubini” di Firenze,
Direttore della Cappella Musicale della Basilica di San Ruffino,
Patrono di Assisi e Maestro di Cappella della Basilica di San Francesco
in Assisi nel 1967-68, devo le mie conoscenze su Serafino Razzi,
straordinario ed eclettico studioso e letterato del cinquecento, uno dei
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tanti marradesi illustri, pur non essendo nato a Marradi, che occupa
un posto di rilievo nella storia italiana ed europea.
Formidabili i resoconti dei suoi numerosi viaggi che suddivide e
descrive come le sue “carte di viaggio”:
“...Sono pertanto questi nostri Diarii, overo itinerarii distinti in tre parti, e
Volumetti. Et in questo primo sono descritti due Viaggi principali. L’uno per
l’Umbria: per la Marca, Romagna, Lomberdia, Piemonte e per Vinezia. E l’altro
per Roma, Tivoli, Solmona, e per l’Abruzzi. Per Santo Angelo al monte Gargano: e
per Napoli. Nel 2° volume, o parte, è descritto il viaggio a Santa Maria
Maddalena, et il ritorno, per Firenze. Il Viaggio alla predica di Solmona, et alla
Vergine di Loreto. Nel terzo volume sono descritti il viaggio alla predica di Lione, in
Francia: et a Raugia, oltre al mare Adriatico, col ritorno d’amen due i luoghi...”
L’amicizia con Albino Varotti mi ha consentito come Sindaco ed
Assessore alla Cultura di Marradi negli anni ’90, di svolgere numerose
iniziative, su Serafino Razzi. In particolare quelle sulle Laudi di
Serafino Razzi per Lorenzo de’Medici e sua moglie Lucrezia
Tornabuoni, in occasione del cinquecentesimo anniversario di
Lorenzo de’Medici, nel 1992. Padre Albino, che ha riordinato gli
archivi musicali francescani di Assisi e di Bologna, si è molto occupato
del domenicano Razzi e del fratello, monaco camaldolese, Silvano.
Oggi Barbara ci regala una nuova approfondita ricerca su Serafino
Razzi nel quadro di un evento costituito da tre sezioni: la
presentazione di questa biografia, una mostra dedicata alle sue opere
ed un concerto nella chiesa delle amabilissime Suore Domenicane di
Marradi, dove per l’occasione verrà eseguito lo “Stabat Mater” di
Giovanni Battista Pergolesi diretto dal M° Giacomo De Simonis, in
collaborazione con i musicisti dell’Orchestra “Lamus Ensemble” di
Trento. La prima esecuzione di questo “Stabat Mater” avvenne nella
Cappella di San Luigi a Palazzo, a Napoli, officio dei Padri
Domenicani di San Domenico Maggiore e fu eseguita come Suffragio
di Morte per colui che l’aveva composta.
L’iniziativa dei due talentuosi musicisti ed in questo caso l’
appassionata ricerca di Barbara, arricchisce preziosamente il novero
delle iniziative culturali di Marradi, che sempre più può vantare il
titolo di “Capitale Culturale della Romagna-Toscana”.
Il Presidente Onorario
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Note dell’autore
Quando ho deciso di dedicare un piccolo omaggio al Padre Serafino
Razzi nel quattrocentesimo anno dalla morte non avevo idea del
personaggio che avrei incontrato. Nella mia realtà di Professore
d’Orchestra lo conoscevo solo come autore di Laudi Spirituali,
repertorio tra l’altro assai lontano dalle mie specializzazioni.
Lo ricordavo collegato agli stornelli dei “Maggiaioli” o citato, anche se
piuttosto raramente, come musicista.
Gli studi universitari di Paleografia Musicale, ma ancor più la
specializzazione in Diplomatica e Archivistica, grazie ai quali non
svolgo solamente il mio lavoro in orchestra ma anche quello di
ricercatore, mi hanno condotto in modo inconscio a registrare nella
memoria tutto ciò che mi passava davanti relativo a quest’uomo.
Durante una vacanza in Croazia, mio marito ed io, acquistammo da
un antiquario alcuni pergamini che ci avevano colpito in modo
particolare:
le pagine, strappate da un libro di preghiere erano bilingue italiano e
croato e su una delle pagine si leggeva ancora chiaramente la scritta
Fra’ Seraphinum Ratium.
Pensando a come cominciare la mia ricerca ho ripreso in mano quei
manoscritti e la prima domanda che mi è balzata alla mente è stata:
perché non ho mai visto nessuna pagina musicale di quest’uomo?
Tutto quello di cui ho ricordo sono edizioni moderne, ossia in
notazione moderna, strumentali e a più voci, dove accanto al titolo
campeggiava la dicitura “di Serafino Razzi”.
Ma le regole della ricerca come quelle dell’arte sono granitiche:
per attribuire un componimento ad un autore e dichiarare che la
trascrizione è la versione moderna ma fedele dell’originale, devo
mostrare l’originale autografo o copia dell’epoca e poi la versione
moderna ritrascritta senza alcuna aggiunta, ossia assolutamente fedele
all’originale.
Qualsiasi modifica al testo originale va notificata e di fatto rende il
componimento una libera revisione di un’opera altrui.
Per spiegarmi meglio aggiungo che nel periodo in cui vive Serafino, la
notazione musicale è ancora quadrata e le varie voci sono indicate in
chiavi antiche, che leggono e si scrivono in maniera diversa dalle chiavi
usate oggi nella musica.
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Quello che mi era passato sotto gli occhi era troppo moderno, troppo
concertato, troppo elaborato per un compositore che non ci ha lasciato
nessuna intavolatura strumentale.
Così ho deciso di lavorare come sono abituata a fare: partire dai
manoscritti autografi, leggere tutto ciò che potevo, farmi un’idea mia e
poi confrontarla con le conclusioni e gli scritti degli altri.
Il materiale è andato aumentando di giorno in giorno, fino al
momento in cui ho dovuto prendere la decisione di dividerlo in due
parti, di cui la prima è contenuta in questo libro.
In questa ricerca sono state coinvolte moltissime persone che mi hanno
aiutato, anche senza conoscermi, a raccogliere materiale,
informazioni, documenti, foto, libri...
Con il passare del tempo mi sono affezionata a questo frate che pur
essendo nato a Rocca San Casciano, per tutta la vita si è
orgogliosamente firmato e dichiarato “Marradese”.
Mi sono resa conto, non so bene a che punto di questo viaggio, che
quello che desideravo era di riportarlo a casa sua, nella giusta luce, con
tutta l’eredità culturale che ci ha lasciato e che l’uomo che avevo
incontrato non era solo un frate o un musicista.
Quando ho potuto ho lasciato parlare Serafino in prima persona
utilizzando brani autografi riportati in corsivo.
Sempre in corsivo sono i titoli delle sue opere, così come lui le scrive e
come vennero stampate all’epoca.
I termini San, Santi, Santa, Beato, Venerabile e Priore e altri
risulteranno talvolta minuscoli e talvolta maiuscoli così come appaiono
dalle minute dell’autore e, conseguentemente, quando ho attinto da
fonti dell’epoca anch’io le ho usate come le ho trovate.
I brani, le lettere, gli scritti e le opere di Serafino si leggono comunque
senza problemi essendo vergate, come dice l’autore, in lingua Toscana.
Alcuni nomi potranno sembrare alterati da errore, come nel caso di
Anniballe Briganti (ma posso assicurare che il nome era proprio
quello), o come per alcune città, come ad esempio “Vinezia” o
“Solmona”.
Le fonti archivistiche sono sempre riportate al margine sinistro del
testo corsivo o raggruppate assieme se hanno costituito interi brani che
io ho poi accorpato.
Per quanto riguarda tutto il resto: biografia, cronologia, opere, storia,
ricostruzioni e racconto... qualsiasi inesattezza o carenza è opera mia.
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Ringraziamenti
So che può apparire insolito trovare i ringraziamenti all’inizio di
un libro. Farlo alla fine avrebbe però sminuito l’importanza di
tutti coloro che mi hanno aiutato, relegandoli ad un ruolo
marginale in quelle pagine che generalmente nessuno legge.
Per prima cosa voglio ringraziare i miei genitori Emilio e Anna
Maria Betti Gentilini: grazie per tutto, ma più di tutto per non
aver mai fatto pesare la condizione di “figlia unica assente”,
rendendomi in questo modo cittadina del mondo ma
assolutamente consapevole e orgogliosa del luogo in cui sono le
mie radici.
Grazie a Rodolfo Ridolfi: è grazie al suo appoggio se questo libro,
la mostra e il concerto che costituiscono l’evento dedicato al
Padre Fra’ Serafino Razzi sono diventati possibili. Più che un
ringraziamento, che può sembrare impersonale, desidero
esprimere la mia ammirazione a quest’uomo intellettualmente
libero e di straordinaria levatura etica e culturale.
La mia gratitudine va al Sindaco di Marradi Sig. Paolo Bassetti
che, sia in veste ufficiale che come privato cittadino, mi ha dato
tutto l’aiuto possibile;
all’Assessore Silva Ridolfi Gurioli per la disponibilità costante e
l’eleganza intellettuale che la rendono una donna unica;
al Dott. Antonio e Signora Anna Maria Tagliaferri Donati per
l’entusiasmo e l’interesse con cui hanno partecipato a questa
avventura.
Entrare nel mondo di Serafino Razzi non è stato facilissimo e se
sono riuscita a comprendere un po’ meglio il mondo dell’Ordine
Domenicano lo devo al Padre Fausto Sbaffoni del Convento di
San Marco in Firenze; grazie per la pazienza sempre sorridente
con cui mi ha accolto, spiegato e raccontato.
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Un sincero ringraziamento va a tutti i padri dell’Ordine che mi
hanno aiutato a rintracciare opere e documenti: Padre Luciano
Cinelli della Biblioteca Domenicana di Santa Maria Novella a
Firenze, Padre Vincenzo Caprara Priore di San Domenico di
Fiesole, Diacono Padre Nicola Tanna dell’Archivio Storico
dell’Arcidiocesi di Bari, Padre Dott. Stjepana Krasic del
Monastero Domenicano di Dubrovnik.
Per la parte riguardante le ricerche relative al Regno di Napoli,
desidero ringraziare con particolare gratitudine la Dottoressa
Marina Picone Causa, Prof.ssa Emerita dell’Università Suor
Orsola Benincasa di Napoli, la Professoressa Diana Lamberti
Cesi, Pianista, Concertista e Docente del Conservatorio S.Pietro
a Majella di Napoli e, per suo tramite, la Principessa Strongoli,
che ha fornito la documentazione sulla famiglia d’Avalos. In
ultimo e non per importanza, grazie al Prof. Carlo Causa, amico
e collega, per la continua disponibilità e per tutte le ricerche
svolte a Napoli.
Per la documentazione giunta da Vasto devo ringraziare il Dott.
Giovanni Mereu, la Dott.ssa Irma Perretti, dell’Archivio Storico
di Vasto- Chieti e il Prof. Lino Spadaccini.
La documentazione giunta da Belgrado è stata rintracciata e
inviata grazie alla squisita disponibilità della Dott.ssa Maria
Mazza, Direttrice dell’Istituto di Cultura Italiana di Belgrado.
Per tutte le spiegazioni tecniche e storiche relative al tema
“ navale e marittimo” contenute nei documenti trovati in Croazia,
la mia gratitudine, per la totale disponibilità, va al Console
Onorario di Malta, Dott. Enrico Gurioli.
Grazie di cuore al Sig. Suljo Salihovic per aver tradotto dal
croato i documenti riguardanti Serafino Razzi e Marko Marulic
consentendo così alle mie ricerche di andare avanti.
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A tutti i colleghi che hanno inviato documenti e materiale per
questo lavoro: grazie. Grazie al M°Léon Linowitzki -Trògir,
Croazia, al M° Joonas Uljas Nordgren- Copenhagen, ai M° Ana e
Damiano D’Ambra -Spalato, ai M° Eva e Kostantin Auber Austria, al M° Regina Inès Jadasca y Morar - Siviglia, al M°
Evfrozina Babinek -Slovenia.
Un ringraziamento speciale va al M° Erika Capanni Panichi, che
mi ha supportato e sopportato, che ha letto, corretto, studiato e
riflettuto con me. Grazie per esserci stata sempre.
E grazie al M° Carmen Gelormini, che si è occupata con affetto e
pazienza di tutti i pasticci che ho combinato al computer ed ha
curato la grafica di tutto quello che riguarda Opera In-Stabile e
molte altre cose.
Un doveroso omaggio va al Principe Francesco d’Avalos, M°
Compositore e Direttore d’Orchestra, Cattedra di Fuga e
Composizione del Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli,
per la cortesia e per la stima e il riguardo che i suoi antenati
ebbero verso Serafino Razzi.
Infine grazie a Giacomo per aver deciso, scelto e fatto tutto ciò
che riteneva essere la cosa migliore.
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Fra’ Serafino Razzi O.P.
Dottore Teologo
Fu Professore di Logica in San Marco a Firenze
di testi Aristotelici a Pistoia
Maestro di Studi a Perugia
Lettore di Metafisica a Viterbo
resse l’Arcidiocesi di Raugia-Dubrovnik
fino all’elezione del Cardinale Paolo Albero
e
Reggente dello Studio a Perugia
che è la più alta carica di insegnamento
dell’Ordine Domenicano
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Serafino
“...Su la riva del nobil fiume Montone, nella terra della Rocca a san
Casciano, nella Romagna fiorentina, ove si trovava il padre mio in quel
tempo podestà, nacqui l’anno 1531, alle tredicj di Dicembre, in mercoredì, su
l’aurora...”
Bibl. Naz. di Firenze, Pal.37,109 v.
Così scrive di sé Serafino Razzi in una delle poche e rare notizie che lascerà
sulla sua vita. Pur essendo nato a Rocca San Casciano il forte legame con il
paese di origine della sua famiglia lo porterà a firmare sovente i propri
scritti con la formula:
“ Fratrem Seraphinum Ratium Marradium Aedita”. Questa formula non
risulta inusuale, considerando che in quei secoli ( e spesso fino a tutto il
XVIII secolo), era frequente l’uso del luogo di provenienza in sostituzione
del cognome:
Benedetto Varchi, al secolo Benedetto Betti da Montevarchi, o Giovanni
Battista Pergolesi, al secolo Giovanni Battista Drago da Pergola.
I dubbi sulla sua origine, che a tutt’oggi compaiono negli scritti che lo
citano, credo possano essere fugati dalle dichiarazioni autografe dello stesso
Serafino che trovano riscontro nel volume di Giulio Negri “ Istoria degli
scrittori Fiorentini,” pubblicato in Ferrara nel 1772, in cui lo si dichiara:
“... figlio di un certo ser Populano Razzi, da Marradi”.
Indubbiamente Serafino proviene da una famiglia profondamente religiosa;
dalle parche notizie che lascia sui propri congiunti sappiamo che:
“...Ebbi a fratello maggiore Silvano, poi Monaco Camaldolese con il nome
di Girolamo e una sorella che fu suora domenicana nel monastero di Santa
Caterina in Firenze, con il nome di Suor Maria Angelica”...
Queste notizie sono riportate nel volume pubblicato a Ragusa nel 1903, dal
Prof. G.Gelcich e dal Padre Lodovico Ferretti O.P., i quali ci dicono anche
che Suor Maria Angelica fu allieva di Suor Plautilla Nelli celebre pittrice,
sotto la cui guida eseguì molti lavori in terracotta dipinta tra cui una Vergine
col Bambino addormentato conservato, al tempo del Razzi, nella Sagrestia
di San Marco in Firenze.
Gran parte della produzione letteraria del Padre Serafino, porta una o più
dediche.
Nel: “ Teologo dell’istesso Ordine e professo di San Marco di
Firenze. Perugia 1587, per Andrea Bresciano”
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libro diviso in tre parti, troviamo tre dediche specifiche: il libro è indirizzato
alla Signora Clarice Ridolfi, con data 5 feb.1587, ma la prima parte è dedicata
alla Priora e alle suore di santa Colomba a Perugia, la seconda a Suor Lucida
Baglioni del monastero di san Tommaso di Perugia e la terza alla “...nipote
mia consobrina, suor Arcangela Razzi”, nel monastero di Pratovecchio.
Da questo ricaviamo la notizia che un altro membro della sua famiglia, ossia
la figlia di una cugina, aveva preso i voti nell’ordine domenicano.
Il riferimento a Pratovecchio ci fornisce un altro legame con il paese di
Marradi, luogo nativo dei genitori di Serafino e dei fratelli maggiori.
Pratovecchio è il luogo da cui giunsero le prime due suore che dettero vita al
monastero della SS.Annunziata delle Domenicane di Marradi. Per Decreto
del Vescovo di Fiesole, Francesco Diacetti, aggiunto al consenso della
Suprema Autorità Apostolica Papa Gregorio XIII, Suor Elisabetta Medici e
Suor Febronia Fabbroni, religiose professe del Monastero di Santa Maria
della Neve in Pratovecchio, furono autorizzate ad uscire per recarsi a
Marradi, accompagnate dal Padre Don Vincenzo Galassi.
Serafino si sentì chiamato alla vita religiosa fin da giovinetto; fu
accompagnato dai genitori a Firenze dove ricevette la Cresima in Duomo e
dove compì gli studi scegliendo nel diciassettesimo anno d’ età di entrare nel
Convento di San Marco dove ricevette l’abito il 28 giugno 1549, vigilia dei
SS.Apostoli Pietro e Paolo.
“...l’anno poi MDXLIX, allj XXVIII di Giugno, in Venerdì ,detto il sacro
mattutino de i Santissimj Apostolj Pietro e Paolo, intorno alle XXIII hore,
ricevei il sacro habito della Religione per mano del R. Padre e gran servo di
Dio il p. F. Matteo Strozzi, priore del convento di San Marco di Firenze, et il
nome che io portava dj Giovannj mi fu cangiato nel nome di Serafino”...
Pal.37, 89 r.
Il 6 luglio 1550 emise i suoi voti religiosi :
“...L’anno seguente, alli sei di Luglio, ottava de i prefatj apostoli, in
Domenica, fra nona e vespro, feci la solenne professione nelle manj del
predetto p.Priore...”
Pal. 37,89r
Il predetto Priore di cui Serafino parla, è Padre Francesco Romei, Generale
dell’Ordine, “Reverendissimo Magistro Ordinis”.
Il 14 settembre dell’anno 1551 ricevè gli Ordini Minori nel Duomo di
Firenze:
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“...l’anno stesso, del mese di dicembre, fui ordinato suddiacono e cantaj la
prima pistola la festa di santo Stefano Protomartire.”
L’anno seguente, nel sabato delle Quattro Tempora di settembre, fu Ordinato
Diacono nella Compagnia di San Zanobi in Duomo ed entrò nel
“Giovanato” sotto la guida del Padre Vincenzo Ercolani del Convento di San
Domenico di Fiesole che diverrà poi Vescovo di Sarno, Imola e Perugia.
Nel 1557 desideroso di potersi abilitare all’insegnamento, Serafino presenta
domanda di ammissione per prendere la laurea di lettore come lui stesso ci
lascia scritto:
“...L’anno MDLVII, allj XXV di agosto, in mercoredì, dopo la pubblica
essamina, in cui, oltre ai solitj R.p. officiali dello Studio, si degnò di
argomentare il R.P. Maestro Reginaldo Nerlj, già stato Reggente in Bologna,
fui accettato studente in Sacra Teologia in Santa Maria Novella di Firenze,
ove di Perugia era stato trasferito lo Studio Generale della Provincia nostra.
E ci stettj tre anni.”
Pal 90 v
Indubbiamente fu uno studente brillante, dotato di una vivace personalità e
onestà intellettuale; studiò il greco e varie lingue moderne, compose
elegantemente poesia italiana e latina, fu brillantissimo nelle dottrine
filosofiche e teologiche, appassionato storico e attento osservatore delle
antichità, appassionato di musica, pur lasciandoci note in cui dichiara “....di
non essere nella musica molto introdotto ”, curioso indagatore delle scienze
e della natura.
Attraverso i suoi scritti, ci accorgiamo di attraversare il XVI secolo accanto
ad un uomo dotato di tenacia senza pari, sorretto da una fede incrollabile e
sincera e benedetto da una tempra straordinaria. Le cronache e gli scritti che
lo riguardano ci indicano un uomo amato da tutti i suoi confratelli e amato e
rispettato in ogni luogo in cui il suo ufficio lo invia. Importanti Prelati e
famosi letterati del suo tempo mantennero con Serafino corrispondenza
epistolare e di lui parlarono ancora dopo la morte. Ha attraversato l’Italia,
parte della Francia, la Dalmazia, la Croazia, il Montenegro a piedi armato
solo della sua incrollabile fede. Fin dagli anni universitari iniziarono a
chiamarlo con l’appellativo di “Ecclesiaste”, probabilmente un soprannome
che i compagni universitari e i confratelli trassero affettuosamente dal libro
del “Qoèlet” l’Ecclesiaste appunto, prendendo spunto dalla Vita di Salomone
“...Io, Qoèlet, sono stato re d’Israele in Gerusalemme... Mi sono proposto di
ricercare e investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo....
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E’ questa una occupazione penosa che Dio ha imposto agli uomini perché
in essa fatichino:”
Gen. 3,17-19
Qo. 3, 10
E Serafino deve aver sempre dimostrato interesse per tutto e grande
devozione al sapere, come una forma di dovere verso sé stesso e verso Dio.
Questa fame di conoscenza, che ne plasmò la mente e gli donò grande
erudizione, lo rese apprezzato e benvoluto interlocutore di Papi e regnanti.
Ricevuta la consacrazione al Diaconato, Serafino fu mandato a Perugia,
dove si trovava in quegli anni lo Studio Generale della provincia Romana,
per la frequenza dell’anno scolastico. Ma la straordinaria predisposizione al
ministero apostolico di cui dette prova fin da subito, indusse i suoi superiori
a commissionarlo di varie predicazioni, la prima delle quali a soli ventitré
anni.
La prima predica avvenne in Quaresima come lui stesso dice :
“...L’anno MDLIII fui mandato la prima volta a predicare i dì festivj
della quaresima al popolo e così diacono predicaj quattro quaresime”.
e fu a Pieve di Ripoli, poi a Peretola nel 1554, a Monticelli nel 1555, nel 1556
a Quinto e nel settembre di questo stesso anno fu ordinato Sacerdote nel
Duomo di Pistoia.
Di sua mano sappiamo che :
“...cantai la mia prima messa nella chiesa di Santa Maria Novella di Firenze,
nella festa degli Angeli, presente il molto R.P. Provinciale, frate Angelo
Bettini, riformatore del prefato Convento, l’anno stesso 1556, la vigilia di san
Jacopo Apostolo...”
ossia il 29 settembre, giorno di San Michele Arcangelo.
Il 25 novembre di quello stesso anno, in compagnia del R.P. Provinciale
Bettini, partì da Firenze incaricato di predicare a Siena, Montepulciano,
Perugia, Foligno, Spoleto e Narni preceduto da una fama di cui era e rimarrà
sempre estraneo e stupito.
A Narni, i due Padri rimasero bloccati a causa della neve e qui Serafino
celebrò la solennità del Santo Natale.
Passato il Natale proseguì il suo viaggio per Orvieto, Viterbo e Roma, dove
il 14 gennaio incontrò il Sommo Pontefice, Papa Paolo IV.
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Alla tavola di Papa Paolo IV
“...Quindi poscia per Orvieto e Viterbo condottici a Roma, favellaj con la
beatitudine di Paolo quarto Caraffa, stando anche a tavola, dopo desinare,
la mattina di S.Ilario, allj XIII di gennaio 1557. E con stupore degli astanti
prelatj et Ambasciatorj di principi, mi ascoltò, grazia sua, quel santo
vecchio, amorevole nella nostra religione, e mi intrattenne a parlar seco per
buona pezza e mi addimandò di pure assai cose; e due volte mi ricercò se io
voleva grazia veruna: ma io, che impensatamente un cotale favore mi vidi
fare, altro non chiesi che benedizionj.
E fui da sua beatitudine, nel licenziarmi, mandato per sua parte, a fare
riverenza a Monsignore Ghislerio, Vescovo di Nepi, fra Michele, che poi fu
fatto da lui Cardinale e, dopo nove anni, fu creato papa...
MSS 166R
Un giovane frate ventiseienne, ricevuto personalmente da Sua Santità, ospite
alla sua tavola e presentato con l’appellativo di Ecclesiaste, che
indubbiamente stupisce in quanto tale titolo fa istintivamente pensare ad un
maturo Padre della Chiesa, non può che aver instaurato curiosità negli
Ambasciatori dei Principi e nei nobili ospiti presenti.
Probabilmente è in questo momento che la fama di Serafino comincia a
diffondersi oltre i confini della Toscana.
Indifferente a tanta curiosità e ammirazione la sua natura candida e il suo
stupore non hanno bisogno di descrizione; in un’epoca in cui un’udienza
papale era circoscritta a nobili e alti prelati, l’accoglienza che Paolo IV
riserva al giovane frate ci mostra non solo l’aura di grande spiritualità e
competenza apostolica che lo anticipavano ovunque andasse, ma anche la
straordinaria capacità di relazionarsi con tutti. La semplicità della sua natura
risulta evidente dallo stupore che prova davanti alla domanda di Paolo IV :
“ ...se io voleva grazia veruna...”
Avrebbe potuto chiedere qualsiasi cosa: una cattedra, una nomina, una
diocesi sua, dispense particolari, una rendita per la realizzazione dei suoi
studi ma Serafino chiede al Santo Padre solo di essere benedetto. Stupito e
ammirato Paolo IV prima di licenziarlo dal suo cospetto, lo incarica di
presentarsi a rendere omaggio in suo nome a Monsignor Ghislerio, Vescovo
di Nepi che egli stesso aveva nominato Cardinale e che, a pochi anni
dall’incontro con Serafino, salirà al soglio di Pietro con il nome di Pio V, nel
1559.
Come Serafino, Michele Ghisleri aveva preso i voti nell’ordine domenicano
divenendo prima rettore di vari conventi e poi, nel 1550, Commissario
Generale dell’Inquisizione Romana.
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L’incontro tra i due lascia un segno particolare nella memoria di Serafino, un
segno che egli interpreta come la premonizione del Santo Padre a lui
affidata della futura assunzione al papato di Monsignor Ghisleri.
Serafino interpreta se stesso come l’araldo della visione del Papa:
“...un serafino, che dopo nove anni, secondo il numero dei nove cori
angelici...”,
ossia nove anni di Cardinalato prima dell’elezione al Soglio di Pietro. E allo
stesso modo interpretò l’evento Monsignor Ghislerio che divenuto Papa Pio
V incontrò e ascoltò più volte il “Messaggero” di questa predizione
dimostrandogli sempre profonda simpatia e stima.
Come già detto, Serafino aveva in quell’anno presentato domanda di
ammissione per ottenere la laurea di Lettore che compì in tre anni. Nel 1556
lo studio generale della Provincia Romana fu trasferito da Perugia a Firenze
nel Convento di Santa Maria Novella sotto il Priorato del P. Matteo Strozzi,
che aveva richiamato in vigore le osservanze claustrali durante gli anni di
corso di laurea.
Per volere dei suoi superiori, Serafino fu nuovamente esentato dagli obblighi
claustrali e continuò così le predicazioni parallelamente agli studi Teologici.
Laureato in Filosofia e Teologia nel 1560, tenne le sue lezioni nel Convento
di San Marco per due anni e in San Domenico di Pistoia per altri tre.
“...E l’anno poi 1562, nel capitolo celebrato in Prato, fui mandato con tutta la
lezzione a san Domenico di Pistoia, ove lessi tre altrj annj e finij il corso di
tutta la lettura di Aristotele con nove scolarj di dodicj, coi quali incominciaj.
De i qualj, poscia, uscirono tre lettorj dell’artj, uno dei quali, cioè il p.fra
Vincenzo Fivizzano, oggi 1593, è meritevole Reggente nello studio nostro
generale in Perugia...”
Pal 90v-91r
E’ in questo anno che l’instancabile Serafino raccoglie le più famose ed
eseguite Laudi Sacre in uso nelle chiese di Firenze, aggiungendovene varie
di sua composizione.
Il volume dal titolo
“ Libro primo delle Laudi spirituali da diversi ecc. e divoti autori, antichi e
moderni composte.
Le quali si usano cantare in Firenze nelle Chiese doppo Vespro ò la
Compieta à consolazione e trattenimento dè divoti servi di Dio.
Con la propria musica e modo di cantare ciascuna Laude, come si è usato da
gli antichi, e si usa in Firenze. “
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fu stampato a Venezia nel 1562 dalla Tipografia di Francesco Rampazzetti ad
istanza di Filippo Giunti, Fiorentino. Il Giunti premise alla pubblicazione
una bellissima lettera, in cui si firma “Figliolo in Christo Filippo Giunti ”,
con la quale dedica l’opera alla molto Reverenda Madre Caterina de’ Ricci,
già celebre per la fama di santità di cui era circondata e in quel tempo
Sottopriora del Monastero Domenicano di San Vincenzo di Prato.
La fondazione di questo Monastero fu preannunciata da Girolamo
Savonarola durante una predicazione a Prato nel 1495 e fu fondato da fra’
Silvestro da Marradi, suo discepolo e famoso predicatore, che nel 1503 ne
divenne quinto Priore della Riforma.
Le Cronache del monastero di Prato ci raccontano di lui:
“Fra Salvestro (di Evangelista) da Marradi - castello della Romagna Ducale
e Fiorentina, posto alle radici dei monti Appennini, dalla parte
settentrionale, non più di trenta miglia da Firenze distante -, fu il quinto
Priore di San Domenico di Prato, dopo la riformazione fatta di detto
convento l’anno 1495, canonicamente eletto e confermato l’anno 1503...e fu di
queste monache priore e confessoro...
Fu ancora detto padre f. Silvestro da Marradi priore a san Domenico di
Fiesole, et in altri luoghi e poscia morì in S.Caterina di Pisa, l’anno 1516, con
grande opinione di santità.”
Chronicon di S.Vincenzo di Prato
E Vita de’ Santi e de’ Beati
dell’Ordine Domenicano
Fra Silvestro da Marradi, vestì 9 suore il 29 agosto 1504, ossia le prime
fondatrici del monastero di San Vincenzo, tra cui una certa Suor Raffaella di
Giovanni da Faenza.
E’ durante il Sacco di Prato del 1512, che nel monastero di San Vincenzo a
Prato avviene un miracolo narrato da Serafino in un racconto inedito dal
titolo :
“ La Madonna dei Papalini”, aggiunto assieme ad altri racconti ad un
volume pubblicato nel XIX secolo da Cesare Guasti.
E’ dunque evidente il legame tra questo monastero e i padri di San Marco in
Firenze. Non è quindi strano che i novizi siano spesso condotti a Prato come
in occasione della Festa di San Vincenzo. Fu durante questa festa che
Serafino ebbe modo di incontrare e conoscere Caterina de’ Ricci, la futura
santa, assistendo durante una funzione ad una delle celebri “Estasi della
Passione”. L’estasi di Caterina rimase impressa nell’animo di Serafino per
tutta la vita e fu in quell’occasione che egli le chiese di accoglierlo come
figlio spirituale. L’estasi era un momento particolarmente sconvolgente e
traumatico: comparivano le stigmate, le mani e la fronte sanguinavano,
23
Caterina cadeva in una sorta di svenimento e oblio e il corpo riviveva il
dolore e il martirio della crocifissione in uno stato di sospensione temporale
che separava e allo stesso tempo congiungeva lo strazio del corpo alla
sublimazione dello spirito che incontrava e contemplava il Cristo.
Serafino vive questa esperienza non come trauma, ma come segno
inconfutabile dell’esistenza di Dio; è per sua volontà che ha potuto assistere
a questo miracolo ed il segno è stato inviato attraverso la sua sposa Caterina,
che diverrà per lui il legame spirituale più profondo di tutta la vita.
Nel 1565, il Padre Vincenzo Ercolani eletto provinciale Romano lo scelse
come compagno e segretario, per il delicato compito delle visite ai
monasteri delle province.
Quasi contemporaneamente, giungeva al Padre Provinciale la domanda dei
frati di San Domenico di Fiesole che, avendo eletto Fra’ Serafino Priore del
loro convento, richiedevano la conferma dell’ elezione.
La sensazione che si ricava dai documenti è che il trentaquattrenne Serafino
sia più incline a declinare il grande onore e l’ufficio, più che ad accettarlo,
ma il Padre Provinciale Ercolani conferma l’elezione il giorno stesso e
ovviamente il giovane Razzi dovette piegarsi ed accettare.
Chronicon di Fiesole “...Fr. Seraphinus Ractius a Marradio, fuit electus et
datus in priorem huius conventus a R do p. fr.Vincentio Erculano,
Perusino, et prioratus iniit die nona Septembris MDLXV.
Fr. Seraphinus praescriptus, ex socio R di patris provincialis in Priorem
huius carnobj canonice electus apud conventum saxensem, in agro
casentinate confirmatur tertio iudus Septembris, id est die XI eiusdem
mensis 1565. Venit autem ad conventum istum die XVI Septembris et
praefuit menses viginti quatuor et dies XXII et Faesulanum aerem in
Urbevetanum commutavit in ea urbe prior electus et confirmatus die 27
Septembris 1567”
Chronicon S.Dominici de Faesulus, 53v
Con questa lettera, giunta a Santa Maria del Sasso di Bibbiena, nel
casentino, si interrompe il viaggio di Serafino come segretario del Padre
Provinciale per diventare, all’età di trentaquattro anni, Priore di Fiesole.
Negli anni di priorato in San Domenico a Fiesole si dedica alla
composizione della vita del confratello Giovanni Taulero, insigne Teologo
(del secolo XIV ), del quale traduce dallo spagnolo anche le “ Istitutioni”.
Quest’opera:
“ Vita et istitutioni del sublime et illuminato Teologo Giovanni Taulero.
Tradotte nuovamente di latina in lingua Toscana. Firenze,Giunti, 1568”
24
fu dedicata il 25 aprile del 1568 alla Principessa Giovanna d’Austria, nuora di
Cosimo I de’ Medici ma la stesura autografa, che porta la data del 25
settembre 1567, è indirizzata a suor Tecla Landi, priora del Monastero di S.
Caterina in Firenze, dove era monaca sua sorella Suor Maria Angelica.
Durante il Priorato in San Domenico, fa commissionare un dipinto del Beato
Giovanni Domenici, fondatore del convento ed uno di S.Antonino da porre
su due porte, oltre ad altri lavori d’arte e restauro.
“...De mense Iulij, agente priore huius coenobij
Ven. patre Fratre Seraphino Ractio Marradio...”
Pal 37, 94 r
Nel 1567 termina il Priorato in Fiesole ed assume il Priorato di Orvieto, dove
resterà fino al 1569. E’ qui che Serafino raccoglie in un volume i sermoni
predicabili nell’anno che indirizza a Suor Teodosia Orsina del monastero di
Orvieto e a:
“...don Silvano, nostro fratello” dove per don Silvano dobbiamo intendere il
fratello che già aveva preso i voti con il nome di Girolamo, nome che non
sarà usato mai, né come firma delle opere né dai superiori e dagli amici né
dal suo stesso fratello.
Sempre agli anni di Orvieto appartengono le “Lezioni su Tobia” rimaste
inedite.
Alla fine del mandato di Orvieto nel 1569, accade un fatto singolare che
ancora una volta ci testimonia la straordinaria fama che circonda Serafino:
nei due conventi di Spoleto e Foligno, sapendo che il Padre Razzi era giunto
alla fine del Priorato in Orvieto, i Padri lo elessero contemporaneamente
Priore in entrambi i Monasteri. La disputa fu vinta dal Monastero di Foligno,
per intercessione del Vescovo della città che lo volle suo Teologo.
E’ a Foligno che compone le celebri “ Vite di Santi e Beati Domenicani” che
furono stampate a Firenze nel 1577 e dato lo straordinario interesse e
successo che il libro ottenne in ambito teologico, fu adottato da tutti i
monasteri dell’ordine e ristampato nel 1588.
Al periodo della composizione di quest’opera sono da collegarsi i numerosi
viaggi che Serafino compie nelle Marche, in Romagna, Veneto e Lombardia,
visitando chiese e Monasteri dell’Ordine alla ricerca di memorie e
documenti per la compilazione delle vite.
Finito il Priorato a Foligno, fu nominato Maestro degli studenti in San
Domenico a Perugia dove resterà fino al 1574.
Erano quelli anni particolari, caratterizzati dall’istituzione della riforma
dell’ordine domenicano: Fra’ Paolino Bernardini, Lucchese, strenuo
difensore di Girolamo Savonarola davanti alla Congregazione dei Cardinali
tenuta sotto Papa Paolo IV, e intimo amico di San Filippo Neri che del
25
Savonarola era stato allievo in San Marco a Firenze, fu incaricato dai
superiori dell’Ordine di riformare i conventi degli Abruzzi e delle Calabrie.
Come compagno e segretario particolare gli fu affiancato Serafino.
Risalgono sempre al 1574, la composizione del “Rosario in ottava Rima”,
stampato poi in Firenze nel 1583, con prefazione di Don Silvano Razzi, suo
fratello e:
“ Sermoni sulla penitenza e opere penitenziali, digiuno, orazioni ed
elemosina”, rimasto inedito.
In seguito al viaggio di riforma con il p. Bernardini, Sisto Fabri, Vicario
Generale dell’Ordine, lo nomina Priore di Penne negli Abruzzi e qui resta
fino all’8 luglio 1576, quando il Padre Serafino da Brescia, nuovo Generale
dell’Ordine, con una magnifica lettera, in cui lo chiama:
“Vita morumque sanctitate et multa eruditione ornatum...”
lo elegge Priore di Vasto su richiesta di Donna Isabella Gonzaga d’Avalos
Marchesa di Pescara e del Vasto.
Nel 1580 lo ritroviamo a Spoleto, lettore di Sacra Scrittura, ed è qui che
compone l’operetta “I Casi della Lingua”, dedicati al Cardinale d’Ascoli.
Da Spoleto Serafino parte per Lione nel 1581, inviato a predicare in Francia
alla “nazione Fiorentina”. Ritornato in Italia viene mandato a Viterbo alla
cattedra di “Lettore di Metafisica” e qui, in virtù di una fitta corrispondenza
tenuta con illustri colleghi di Lione, compone i quattro libri
“ Della Sfera del mondo”, rimasti inediti.
Di nuovo, quasi contemporaneamente, fu richiesto come Priore a Città di
Castello e a Perugia.
Su insistenza del Cardinale Alessandrini, accettò prima il priorato di Città di
Castello e poi quello di Perugia, rinunciando di buon grado ad un invito che
precedentemente aveva ricevuto per predicare a Messina. E’ palese quanto
Serafino tenesse al soggiorno a Messina dato che più volte confidò il
desiderio di fare nuove ricerche nei conventi dell’ordine in Sicilia, al fine di
poter ampliare la sua opera sulla Vita dei Santi e Beati. Ma com’era nel suo
carattere e nella sua natura, accettò ciò che gli si chiedeva senza riserve.
Rimase a Perugia cinque anni, e qui il Priore Generale Sisto Fabri, con
speciale autorità papale, lo elesse “Maestro in Sacra Teologia e Reggente
degli Studi” la più alta carica possibile di insegnamento dell’Ordine
Domenicano.
Per tre anni insegnò la Somma Teologia di San Tommaso e a questo periodo
risalgono molti pregevolissimi lavori, tra cui il primo libro della
“ Corona Angelica” stampato a Lucca nel 1599 ,
“Compendio dei Luoghi Teologici di Melchior Cano” e
“ Vite di Santa Maddalena, Santa Marta, San Lazzaro e San Massimino”,
26
la traduzione dal dialetto piemontese dell’operetta del P.Silvestro da Prierio,
che fu Maestro del Sacro Palazzo sotto Leone X, intitolata
“Rifugio spirituale degli sconsolati”,
la traduzione della “Scuola Salernitana”:
una curiosa raccolta di massime per mantenersi in salute dedicata ad
Antonio Salviati, amico epistolare di Caterina de’Ricci e mecenate della
cappella di S.Antonino in San Marco a Firenze ed infine:
“Innario Domenicano”,
una poetica traduzione degli Inni ecclesiastici dell’Ordine.
All’apice di una straordinaria carriera, in cui sembra che la definitiva
destinazione di Serafino sia ormai divenuta Perugia, arriva per lui un nuovo
incarico.
In quegli anni la congregazione di Ragusa, l’attuale Dubrovnik, versava in
una situazione di notevole decadenza. All’interno della comunità si erano
create ingerenze da parte dei secolari e la regolare disciplina era andata via
via sgretolandosi.
Già nel 1566 il Generale dell’Ordine aveva cercato di porre rimedio alla
situazione inviando sul posto Fra’ Vittore da Firenze, seguito da Abbondio
da Como ed Eugenio da Finale. La circoscrizione religiosa raugea versava
in un momento di grave difficoltà e criticità; nel 1576 si era chiuso un
processo per gravi atti di insubordinazione, pubblici scandali finanziari e
morali che si era concluso con pene durissime.
Dati gli ottimi esiti seguiti al “viaggio nella riforma degli Abruzzi”,
l’incarico fu affidato a Serafino, con patente di Vicario Generale della
Congregazione di Ragusa, che si apprestò a partire immediatamente.
Scelse come compagno e segretario personale Arcangelo da Penne, che già
lo aveva accompagnato nel viaggio nelle terre d’Abruzzo, a Napoli nelle
terre di Puglia e delle Calabrie e in Provenza.
Giunse a Ragusa nel 1587 e, se pur colpito da una grave perdita, riuscì in
breve tempo a riconciliare la congregazione richiamando in vigore tutte le
regole dell’Ordine ma premurandosi di conciliarle al rispetto delle
consuetudini della città.
La cortesia e la gentilezza unite alla capacità di governo e alla straordinaria
curiosità per tutte le cose, lo rivelarono come l’uomo in assoluto più adatto
a quell’incarico.
Risale al 16 marzo 1588, una lettera dei Consiglieri di Ragusa indirizzata al
Cardinale Alessandrino Bonelli, nipote di Pio V, che porgono vivissimi
ringraziamenti per l’invio del Padre Serafino:
27
”...hor il convento vive in pace et osservanza con piacere di tuti noi.....”
e ...”V.Ill.ma e R.ma Signoria che vogli favorire le attioni di deto padre
Vicario, ...col che le ci raccomandiamo...”
Ex Archiv, pol. adm. Rp. Ragusanae
“Lettere e Commissioni di ponente” 1585, in 8 fol.2346
Il 17 luglio 1588, Monsignor Raffaele Bonelli Vescovo di Ragusa morì e i
Canonici della Cattedrale all’unanimità elessero il Padre Serafino, da poco
meno di un anno in città, Vicario Capitolare durante la vacanza del soglio
Arcivescovile.
Sappiamo che Serafino oppose una notevole resistenza a questa elezione, e
solo dopo lunghe insistenze accettò l’incarico a condizione che se ne
scrivesse a Roma, alla Sacra Congregazione dei Vescovi. Serafino tenne il
governo dell’Arcidiocesi Vescovile, oltre al priorato di San Domenico di
Ragusa, la cattedra di Teologia e le predicazioni, per quattro mesi e mezzo,
fino all’elezione di Mons. Paolo Albero.
Nonostante il carico sempre maggiore di lavoro, si interessa con passione
alla storia locale e della Dalmazia. Compone qui:
“Dell’Istoria di Raugia”
Scritta da F.Serafino Razzi
nuovamente in tre libri
Teologo Domenicano”
libro importantissimo, che fu poi stampato a Lucca per i tipi di Busdraghi
nel 1595.
Di questo periodo sono anche :
“Narrazione degli Arcivescovi di Ragusa”
biografia di 49 arcivescovi dal 980 al 1559, rimasta inedita, la:
“Vita della beata Osanna da Cattaro”
storia della vergine domenicana stampato a Firenze,
la traduzione dal latino di una:
“Vita di San Trifone ,avvocato dei Cattarini”,
la traduzione delle:
“ Narrazioni di Mons.Segonio Vescovo di Dulcigno sull’origine, la milizia e i
costumi dei Turchi” con una breve
“ Descrizione della Terra Santa e dell’Isola di Malta”
e la composizione di:
“ Della natura e proprietà delle api o vero
pecchie da gravi autori raccolta”
opella stampata in Lucca per Vincenzio Busdraghi e dedicata
28
agli Illustrissimi Signori il Rettore e Gentiluomini Raugei”
e
“Istoria degli Uomini Illustri”
dell’Ordine domenicano, particolarmente importante poiché nell’ultima parte
tratta di personaggi a lui contemporanei e personalmente conosciuti.
MS citati: S.Domenico di Fiesole, fol.212-213 e fol. 218-247
Ms, fol.34-327,ARG.rag
Sul finire del 1589 viene richiamato a Perugia dove con grande piacere
riprende il suo incarico di Maestro Reggente dello studio.
Risalgono al 1590, le composizioni delle altre opere:
“Vita di fra Girolamo Savonarola”
Autografo,
Bibl. Comunale Lucca, Ms. 2580
Fiesole, prima stesura,
MS autografo
“Libri Quattro di laudi”
Firenze, Bibl.Naz, Pal.. 173, ff.1r-3v
Dal 1592 lo ritroviamo a Pistoia, Firenze e Prato confessore del Monastero di
San Vincenzo.
Nel 1595 è “...Confessoro di Santa Lucia in Firenze, predicai le feste alle
prefate monache.”
Continuerà a predicare e scrivere fino al 1609, e sono databili a questi undici
anni della sua lunga e operosissima vita, le seguenti opere:
“ Cronica della Provincia Romana dell’Ordine dei Frati Predicatori”
Fir, Bibl. Laurenziana, 873, ff.163v
“ Officium beate Catherinae Ricciae, Instituti sancti Dominici”
Prato, Monastero S.Vincenzo, Archivio,
Ms 14 (parte autografa)
“ Discorso delle Campane”
Fir.Bibl.Naz.
J.II.46
“Giardino d’esempi o vero fiori delle vite de’ Santi scritte in lingua volgare.
Sermartelli , Firenze, MDXCIV
29
Questo lavoro ebbe grande successo ed oltre alla stampa Sermartelli del
1599, fu stampata a Venezia per i tipi Zanetti sempre nel 1599, a Roma da G.
Facciotti nel 1608, da A.Turini nel 1611, da Giuliani nel 1630 e ne risultano
ristampe nel 1674 e nel 1682.
“ La Vita della Reverenda Serva di Dio, la Madre suor Caterina de’ Ricci,
Monaca del Venerabile Monastero di S. Vincenzio di Prato.
In Lucca, per Vincentio Busdraghi. 1594
“Della Corona Angelica, libro primo, in cui si parla della sostanza degli
Angeli assolutamente e per comparazione ai corpi.
Lucca, Busdraghi, 1599.”
Quest’ ultimo volume fu realizzato grazie a Flavia Perretta Duchessa di
Bracciano, grande estimatrice del padre Serafino, che inviò una “limosina”
di 50 ducati per la stampa. Il libro porta in calce la dedica alla Duchessa di
Bracciano.
“ Officio ecclesiastico per la festa di San Giacinto”
Questo “officio”, venne inserito nel “Breviarium Ord. Praed.”.
Una copia si trova a Bologna, Bibl.Univ. Ms. 1056, ff.234v-246
“Specchio di Morte”
Commentario alle nove lezioni dell’ufficio dei morti, tratte dal libro di
Giobbe. Tali pagine furono composte tra il 9 e il 10 luglio 1601.
Databile al 1604 è il componimento:
“Vita del Patriarca Noe overo commentari volgari sopra quella parte del
Genesi in cui si parla di lui...distinta in quattro libri”
L’opera era dedicata al Priore di San Marco, fra Bernardo Alessandrini
“data della camera di S.Tommaso alli 26 d’ottobre MDCIV.” Sappiamo che
si trattava di un’opera di 171 pagine e che fu posseduta da Luigi Tramontani,
in Pratovecchio, Firenze.
Del 1609 è il componimento:
“Santuario di Laudi o vero rime spirituali per le feste di
ciaschedun Santo
solennemente celebrato per tutto l’anno da S.Chiesa,
con eziandio quelle delle Feste mobili e di alcune da cantarsi
nel vestire di monache.
Con Brevi annotazioni in prosa.
Sermartelli , MDCIX”
30
L’opera è dedicata a Suor Vittoria Malaspina del Monastero di Prato.
La lettera con la dedica è in realtà un addio del padre Serafino che morirà
due anni dopo.
“... Come il primo libro delle Laudi da me raccolte e fatte stampare con le
musiche loro l’anno 1563 nella clarissima città di Venezia, fu al monastero
vostro per mano della Beata Memoria della humilissima e suor Caterina
de’Ricci dedicato da me, così questo presente libro del Santuario delle Laudi,
composto e stampato in questa serenissima città di Firenze, all’istesso vostro
Monastero per le mani vostre, Suor Vettoria, che fuste vestita dalla Beata
Madre prefata suor Caterina e da lei tanto amata e dalle suore vostre tutte,
viene inviato allo stesso vostro sacro Collegio.
Concedaci nostro Signore, che come i nostri libri cominciarono a ire in luce,
e finiranno con questo presente, che in vita mia ho stampato, e penso che sia
per essere l’ultimo, trovandomi vicino all’ottantesimo anno...
Firenze, allj 5 Giugno 1609”.
Attraverso le semplici parole di Serafino, si percepisce la serena
consapevolezza dell’avvicinarsi del suo tempo. Con questa ultima opera,
quasi a chiudere un cerchio iniziato tanti anni prima ancora ragazzino, egli
rende a Caterina un definitivo ringraziamento per quel giorno lontano in cui
fu testimone dell’estasi della Passione.
Quell’evento fu probabilmente il fondamento di una fede sincera, gioiosa e
granitica che mai venne meno.
Così come il suo primo lavoro fu un libro di poesia e musica così fu
l’ultimo, quarantasei anni dopo. Serafino si ricongiunse alla Casa del Padre
l’8 Agosto 1611, nel suo Convento di San Marco in Firenze dove fu Priore e
dove è sepolto.
31
32
1611
a dì 8 di Agosto
Il molto R.do P.re Maestro Fra Serafino Razzi figliolo
di q.to Convento di età di anni 80 morì il dì d.o. e fu sepolto nella sepoltura
dei frati dinanzi alla porta del coro verso
l’altare di S.Marco. Q.to fu P.re veramente di S.ta vita, d’ottimi costumi, di
raro exemplo e di molte lett.re fu ancora molto zelante dell’honore della sua
Relig.ne.
Fu devotissimo principalm.te verso la M.re di Dio e t.ti gli altri Santi onde
per la gran reverenza verso S.Maria Maddalena con molto suo disagio si
partì da Fiorenza alla volta di Marsilia per visitare le sue sante reliquie,
andando sempre a piedi in t.ti i viaggi.
Non starò a dire altro perchè i libri mandati da q.to P.re alla stampa fanno
chiara testimonianza della santità e dottrina sua.
Adesso che gode in cielo preghi Dio per noi.
**
*
Ho cercato in queste pagine di ripercorrere la vita di Serafino Razzi,
cercando di seguire la cronologia della sua storia il più fedelmente possibile.
Ovviamente non ho potuto elencare tutte le opere e i componimenti
abbinandoli ad eventi e luoghi ma intendo citare qui tutte le sue opere a
stampa, gli inediti e le opere non databili, affinché resti memoria di tutto ciò
che ci ha lasciato.
33
Opere a Stampa
1568
1563 Libro I delle Laudi Spirituali...
La vita et institutioni del sublime et illuminato Giovanni
Taulero...
1575 Sermoni del Reverendo P.F.Serafino Razzi dell’Ordine de Frati
Predicatori...
1577 Vite de’ Santi, Beati e Venerabili del Sacro Ordine dei
Predicatori...
1578 Cento casi di coscienza dedicati al Rev.mo P.Antonio da Pisa
Eremita...
1583 Rosario della Gloriosissima Vergine Madre di Dio...
1584 Filamore, ragionamento di Santa Maria Maddalena con Gesù
Cristo...
1587 Hymnario domenicano...
1587...Teologo dell’istesso ordine e professo di San Marco (a Clarice
Ridolfi)...
1587...Scuola Salernitana del modo di conservarsi in sanità...
1587 Vita e laudi di Santa Maria Maddalena, San Lazzero e Santa
Marta...
1588 Della natura e proprietà delle api...
1590 Sermoni predicabili dalla prima Domenica dell’Avvento...
1592 Vita della Beata Osanna da Cattaro
1594 Sermoni in laude della gloriosissima Vergine e Madre di Dio...
1594 Vera Relazione della Cintola della gloriosa Vergine Maria...
1594...Giardino d’esempi o vero fiori delle vite de’ Santi...
!594 La Vita delle Reverenda Serva di Dio, la Madre suor Caterina de’
Ricci...
1595 la Storia di Ragugia...
1595...La Vita de SS. Giacinto e Vincenzo Ferreri...
1596 Historia degli Huomini illustri così nelle prelature come nelle
Dottrine...
34
1599 Della corona angelica, libro primo in cui si parla della sostanza
degli Angeli...
1603 De locis theologicis praelectiones quibus RR.D.Melchiori Cano ...
1603 Officio ecclesiastico per la festa di san Giacinto
1609 Santuario di Laudi...
Scritti Inediti
1588 Della grammatica Toscana composta da Benedetto Varchi...
1588 Dichiarazione di tutti i termini principali et necessarij della
logica...
1560 In Porphirium
1560 In Praedicamenta
1561 In post Praedicamenta
1561 In primum Perihermenias
1561 In librum primum Posteriorum Aristotelis
1562 Lectura in quatuor priores libros de physico auditu Aristotelis
1562 Lectura F.Seraphinj Ractij e Marradio, Institutj Divj Dominicj...
1563 Lectura in tres libros Aristotelis de Anima
1563 In priores quinque libros metaphysices eiusdem Aristotelis
1563 Lectura in tres libros Aristotelis de Anima
1565 De divisionibus entis
1565 Praelectio postrema in Metaphisicam...
1567 Vita di Santa Agata Vergine e martire
1569 Lezioni sopra il libro di Tobia
35
1569 Vita di S. Barbara
1570 Lezioni sopra il libro di Judith
1572 Lezioni sopra il libro di Esterre
1572 Viaggio per la Marca e Lombardia...
1573 De Incarnatione
1573 Questiones de Peccato
1574 Una serie di Viaggi...
1575 Altri Viaggi...
1575 Sermoni della penitenza et opere penitenzialj...
1575 Origine e descrizione della Cività di Penna
1576...Altri Viaggi...
1576 Vita di santa Agnesa Vergine e martire
1577 Viaggio a Napoli...
1577 Vita di santa Cecilia vergine e martire
1579 Meditazione sulla passione di N.S.Gesù Cristo...
1580 Casi della lingua
1581 Sopra la sfera del mondo. Quattro libri
1583 Lectiones nonnullae in Tobiam
1583 De voluntate divina
1584 Divi Thomae Aquinatis: De substantia et cognitione...
1584...Conclusiones aliquot ex philosophia et logica ac Theologia...
1585 Divi Thomae Aquinatis: De voluntate et productione Angelorum...
1585 La corona angelica, cioè cinque libri in cui si tratta...
1585 Rifugio spirituale degli sconsolati trad...
1585 Scala del santo Amore del P.M.Silvestro da Prierio...
1586 De previdentia
1587 Praeludium ante disputationem
1587 Scritture fatte in Raugia...
1587 Dell’Anima, del cielo e delle meteore...
1589 Vita di San Trifone, avvocato dei Cattarini
1589 Dell’Origine della milizia e delli Costumi De i Turchi...
36
1589 Discorso sopra la occisione di Enrico terzo, re di Francia...
1589 Narrazione degli Arcivescovi di Raugia...
1589 Praelectiones LXV
1590 Commentari latini sopra la logica di Pietro Ispano
1590 Libri quattro di laudi
1590 Casi di coscienza
1590 Vita di fra Girolamo Savonarola
1590 Bolla della canonizzazione di S.Giacinto fatta volgare
1591 Lezioni sopra il Sacramento della Cresima fatte in San Marco...
1592 Cronica della Provincia Romana...
1592 Officium beatae Chatarinae Ricciae...
1592 Discorso delle Campane
1593 B. Hyacinti Poloni conf. et concionatoris...
1594 Brevi risposte alle oppugnazioni di Frate Ambrosio Politi
Catarino...
1594 Cronache del Monastero di S.Vincenzo
1596 Vita del serenissimo Davitte
1596 Sermoni predicabili per tutto l’anno...
1596 La seconda parte dei sermoni Domenicali...
1596 La prima parte dei sermoni dei santi...
1597 Sopra il Monte della Pietà di Firenze
1597 Sull’ usura
1597 De i tre habitacoli
1597 Della scala del Paradiso
1597 Rivelazione
1597 Antiphona pro commemoratione B.Raimundi confessoris
1598 Risposte a più dubbi Teologici...
1598 Il solazzo del mio Viaggio, del p.f. Jeronimo....
1599 Altro caso di coscienza
1599 Vita del Beato fra Piero Consalvo...
1600 Fascetto di mirra...
37
1600 Le vite de’ Santi XV aitatori alquanto abbreviate...
1600 Vita del glorioso confessore S. Raimondo da Pennaforte
1601 Specchio di morte
1602 Officio ecclesiastico S.Agnesa da Montepulciano...
1601 Gemma confessorum seu summa casuum...
1604 Vita del Patriarca Noe...
Opere Manoscritte non databili
Tre Antifone da noi composte a honore del beato Giovannj da Salerno,
sepolto in Santa Maria Novella.
Antifona a i beatj Protettori del Monastero di santa Caterina
Componimento poetico
La Vergine alle suore ed altre poesie
Vita del B.Giovanni Hirtado, spagnolo, dell’ordine de’ Predicatori...
La Vita del Beato Consalvo d’Amaranto...
38
Epitome sive compendium vitae B. Colombae Reatine...
Vita del Beato Egidio Portoghese...
Vita del B. Servo di Dio fra Tommaso da Torrecremata...
Narrazione di più Beati insieme
Sermoni per le domeniche e le feste dell’anno
De voluntate divina, angelica et humana
Utrum coelum sit animatum
Lectiones aliquot in sextum Mataphysices
***
*
39
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Regno di Napoli
L’ immagine rappresenta il regno di Napoli al tempo del viaggio di Serafino.
Includendovi l’intero Stato Pontificio questa parte dell’Italia costituiva nel
XVI secolo la Provincia Romanae dell’Ordine Domenicano.
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Il Priorato di Penne
il Priorato di Vasto
e Napoli
L’Ordine Domenicano che prende nome dal suo fondatore, Domenico di
Guzmàn, sorse all’inizio del XIII secolo in Francia e precisamente in
Linguadoca.
In quell’epoca il catarismo viveva una larga diffusione in tutta la regione,
favorito dalla pratica in uso tra i seguaci di spostarsi costantemente per le
predicazioni.
I “Perfetti” ossia i catari, ligi alla regola dell’austerità, castità e povertà,
erano colti e profondi conoscitori delle sacre scritture. Si spostavano tra città
e villaggi predicando con grande semplicità tra la borghesia e la nobiltà
attirando in breve, favoriti dal linguaggio semplice e carismatico, le classi
popolari.
Contro l’avanzare dell’eresia catara, Innocenzo III aveva inviato in
Linguadoca dei legati. Nel XIII secolo però, il “Carisma”, ossia la
Predicazione, era riservata quasi esclusivamente ai Vescovi e a pochissimi
sacerdoti che avevano ricevuto un’adeguata istruzione così sia i vescovi,
particolarmente impegnati nell’amministrazione dei beni terreni, sia il clero
secolare, culturalmente ancora impreparato, sia i monaci cistercensi, più
dediti alla vita contemplativa che alla predicazione, non avevano ottenuto
grandi successi.
La cultura della predicazione itinerante non faceva in quel tempo ancora
parte della prassi evangelica della Chiesa di Roma.
Probabilmente fu durante un viaggio attraverso la Linguadoca che
Domenico, rendendosi conto dello stato delle cose, concepì la struttura del
suo futuro ordine.
Egli si accorse che la natura del successo del catarismo, principalmente tra
le classi minori, era la propaganda pauperistica, ossia l’osservanza reale
della povertà. Decise quindi di organizzare comunità di predicatori viventi
in povertà che anziché attendere i fedeli nei loro monasteri uscivano da
questi andando incontro alle genti.
Il 22 dicembre 1216, papa Onorio III, successore di Innocenzo III, con la
bolla “Religiosam Vitam”, approvò la comunità di Domenico come
compagnia di canonici regolari posta sotto la protezione della Sede
Apostolica e nel 1217 la “fraternità domenicana” come ordine religioso detto
dei Frati Predicatori.
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Poiché per confutare le dottrine eterodosse era indispensabile una solida
formazione culturale, i conventi domenicani divennero i più importanti
centri di studi teologici e biblici.
La diffusione dei Predicatori fu velocissima. Nel 1221 l’ordine contava
cinquecento frati divisi in otto province: Roma, Lombardia, Provenza,
Francia, Ungheria, Germania, Inghilterra e Spagna. Nel 1228, si aggiunsero i
capitoli di Terra Santa, Grecia, Polonia e Dacia. L’importanza dell’ordine e
della sua autorità dottrinale trovò conferma con l’affidamento nel 1223 del
tribunale dell’Inquisizione grazie a personalità indiscusse come Alberto
Magno, Tommaso D’Aquino, Eckhat von Holhheim, Giovanni Taulero.
L’Ordine attraversò una prima crisi nel XIV secolo dovuta ad un certo
lassismo nell’osservanza delle regole e soprattutto nella pratica della
povertà, ma la crisi fu superata grazie al movimento “spirituale” interno
all’ordine che trovò in Raimondo di Capua, Maestro Generale e confessore
della terziaria domenicana Caterina da Siena, il suo capitano.
L’unità dell’ordine fu nuovamente minata nel XVI secolo da una
controversia interna tra “spirituali “ e “conventuali”: fu Tommaso de Vio,
Maestro Generale dal 1505 al 1518, che riuscì a rinsaldare e salvare l’ordine
dalla crisi in un momento particolarmente delicato per tutta la Chiesa.
Giovanni de’Medici, eletto al soglio pontificio con il nome di Leone X nel
1514, concesse indulgenza plenaria ad ogni fedele che dopo la confessione e
la comunione avesse accordato un’offerta destinata alla costruzione della
Basilica di San Pietro.
Fu all’interno di questo contesto che apparvero affisse al portale della
cattedrale di Wittemberg le 95 tesi di Martin Lutero riguardanti le vendite
delle indulgenze e i poteri del Papa. Con questo documento di altissima
qualità intellettuale, (l’originale è scritto in perfetto latino), Lutero utilizza la
ribellione a questa pratica come punto di partenza per una riforma che, non
concessa, lo porterà a rompere definitivamente con la Chiesa di Roma.
Con la Bolla
“ Exurge Domine”
ASV reg.Vat,1160 f.305 r
del 15 giugno 1520, Leone X intimava a Lutero la ritrattazione delle Tesi e
manifesto segno di sottomissione alla sua autorità. La bolla fissava un
termine di 60 giorni, ossia il 27 novembre 1520, per la ricusazione.
Lutero non si piegò all’autorità pontificia e il 27 gennaio 1521, con la bolla
“Decet romanum pontificiem”
fu definitivamente scomunicato dalla Chiesa di Roma.
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L’opera dei padri domenicani nella Provincia di Germania, divenne così
ancora più impegnativa, trovandosi nel pieno di una riforma religiosa che
riscosse in breve l’appoggio di molti principi regnanti del paese.
Anche la nostra penisola subiva però forti influenze eterodosse. Era divisa in
due province: la Provincia Lombardiae, che comprendeva l’Italia
settentrionale dalle Alpi agli Appennini e la Provincia Romanae che
comprendeva tutto il resto dell’Italia.
L’Umbria in particolare era stata fin dal XIII secolo culla dei “Patarini”, ma
quanto più andavano nascendo pseudo sette di eretici-ghibellini, ereticiepicurei, eretici-razionalisti o eretici per insofferenza ai dettami della
Chiesa di Roma tanto si disperdevano domati dal rigore dei domenicani
dell’Inquisizione, dalla pratica della predicazione itinerante e
dall’indifferenza dei ceti laici e dei governi.
Questo blando riassunto dell’epoca è solo il mezzo per mettere in evidenza
la forza principale impiegata dall’Ordine dei Padri Predicatori. L’arma di
questi Padri, per contrastare il lassismo religioso, le nuove e vecchie eresie,
le chiese riformiste e quant’altro, fu l’eccelsa preparazione teologica e la
raffinatissima cura dell’arte omiletica che da sempre li ha contraddistinti.
Tale raffinatezza nella pratica del Carisma, o Predicazione, fu
indubbiamente colta in Serafino fin dai primi anni del suo noviziato.
Come accennato precedentemente, nel 1553, a ventidue anni e ordinato
Diacono da poco più di sei mesi, è inviato a predicare a Pian di Ripoli
“...i dì festivj della quaresima al popolo e così diacono predicaj quattro
quaresime...”
e in seguito, quando presenta domanda di ammissione per la laurea di
Lettore in Teologia, i superiori lo svincolano dall’obbligo claustrale per
consentirgli di continuare le predicazioni.
Nel 1556, il Padre Provinciale Angelo Bettini si appresta a compiere un
viaggio in visita ai monasteri di Siena, Montepulciano, Perugia, Foligno e
Narni e per l’occasione nomina suo segretario e compagno predicatore
Serafino, il che è riprova ulteriore della stima di cui il giovane sacerdote
gode.
Eletto Priore del Convento di Fiesole, poi di Orvieto e di Foligno, nel 1574
Serafino passa Priore a Penne, in Abruzzo, terra dei Marchesi D’Avalos.
Dagli scritti odeporici dei suoi viaggi, nella parte di diario che viene
denominata “Viaggio alla Riforma d’Abruzzi” Serafino ci racconta le tappe
del suo cammino da Perugia a Penne.
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“...a’ 12 di luglio 1574, e cavalcando per Pila, la Spina, Mercatello, San Vito,
Lo Spedaletto e l’hosteria della Torre, luoghi e villaggi così detti, arrivai al
XXX miglio, l’istesso giorno, alla fortissima città d’Orvieto....
A Orvieto Serafino si ferma tre giorni, per visitare gli amici tra cui il
P.Provinciale Bernardo Alessandrini ripartendo il 16.
“...passando il sasso tagliato, la Caprafica, e Montefiasconi arrivai di buon’
hora a Viterbo.”
Qui si ferma due giorni e riparte per Roma dove viene colto da un forte mal
di testa che ritengo debilitante dato che quasi mai Serafino riferisce
mancamenti o acciacchi che lo riguardano.
Dei due giorni passati a Roma dice solo di non riuscire a liberarsi del carico
del Priorato di Penne e di conseguenza si appresta a partire assieme ad un
“Terzino Abruzzese” e una cavalcatura .
Il Terzino Abruzzese di cui Serafino parla per la prima volta, credo sia Fra’
Arcangelo da Penne, che diverrà suo segretario e condividerà con lui tutti i
viaggi nelle diocesi abruzzesi del suo Priorato, il Viaggio a Marsiglia e che
egli nominerà suo segretario particolare in seguito all’elezione al Priorato di
Raugia.
Il 26 di luglio arrivano al lago di Cellano, e superando le montagne giungono
a Sulmona.
“...da Solmona partendo a’ 28 di luglio e passando per Popoli, Terra di
Ducato, posta su la riva del fiume Pescara, arrivammo la sera in civita di
Penna, e fummo con allegrezza da i nostri padri e da i secolari ricevuti. Il dì
seguente dal Signor Marcantonio Appoltinati, Camerlingo, fui visitato e
presentato a nome della città.”
L’impatto con la città di Penne risulta ottimo come per tutti i luoghi dove è
stato inviato. Per volontà dell’Arcivescovo Serafino terrà la prima
predicazione in Duomo, dove in quel primo anno predicherà l’Avvento e la
Quaresima, predicando le altre feste nella propria chiesa. Dopo un primo
periodo dedicato alla città, Serafino inizia i viaggi nei conventi della sua
diocesi ed è attraverso i diari manoscritti che possiamo oggi ripercorrere i
suoi passi .
Non ci ha lasciato solo un elenco di luoghi, ma immagini precise di chiese,
palazzi, persone, eventi, parole, abitudini, modi di dire...; ci racconta di
piante, montagne e paesaggi, ci dice di navi, capitani, artisti, viceré e papi...
attraverso le sue parole, ripercorriamo l’Italia così come doveva essere
quattrocento anni fa, rendendoci conto di come la sua straordinaria curiosità
intellettuale sia mai venuta meno.
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Al momento dell’assunzione del Priorato di Penne, Padre Serafino Razzi si
trova di fatto nei territori del Regno di Napoli segnato a nord dal confine
naturale del fiume Tronto.
Questo incarico non rappresenta però un’incognita di aspettative o timori per
un luogo che possa dimostrare ostilità verso la sua persona e il suo abito. La
sua fama è consolidata ed ha varcato i confini della nostra penisola già da
tempo, i suoi libri vengono pubblicati e ristampati con privilegi temporali e
secolari e il Granduca Cosimo I conosce personalmente Serafino e le sue
opere.
La stima dell’Ordine Domenicano si congiunge in questo incarico con
l’approvazione dei Granduchi aprendo una via diretta con la Corte di
Napoli.
I rapporti tra i Granduchi e il Regno di Napoli erano infatti molto stretti
essendo Eleonora di Toledo, prima moglie di Cosimo I de’ Medici, figlia di
Don Pedro Alvarez di Toledo, Vice Re di Napoli.
Lettera del Rev. p.Seraphinus Brixiensis
Magister Ordini Predicatorum
che riconferma la scelta del predecessore Padre Sisto Fabri
dell’elezione a Priore di Penne e Vasto di Serafino Razzi
testo integrale
Venerabili Pater. Salutem. Quo religio, et aliquis vite regularis inchoatio in
conventu nostro Vastensi, felicia suscipiat, tuo ductu, initia, et incrementa,
harum serie, nostri auctoritate officii, immo et apostolica potestate, Ven. p.
fr. Seraphinum Ractium, vite, morumque sanctitate, ac multa eruditione
ornatum, absque precedente de more canonica electione, in priorem dicti
conventus nostri instituimus, et institutum decernimus, et declaramus,
cum omni auctoritate quam priores hodierni conventuales de iure, et
consuetudine obtinere, et uti consueverunt. Mandantes tibi in meritum
sancte obedientie, sub formali precepto, ut hoc munus, et onus, in Xhristi
obsequium et tuorum presentium Prepositorum, suscipias, et salubriter
exerceas. Sub eodem etiam precepto mandantes omnibus et singulis
fratribus ad dictum conventum quomodolibet spectantibus, ut te uti verum
ac legitimum priorem habeant, venerent, et obediant. In nomine patris etc.
Datum Neapoli VIII Iulii 1576.
Fr. Seraphinus Brixiensis Magister ordinis Praedicatorum.
A questo documento ufficiale, fa seguito uno scritto in italiano aggiunto
personalmente dal Magister Ordinis:
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Ho voluto io stesso crearvi Priore di cotesto convento del Vasto e perché vi
amo assai, e perché desidero che detto convento per vostra diligenza
migliori sempre più in forma, e disciplina regolare, et in pia, e santa
edificazione di cotesto popolo.
Il quale mi parve quando vi fui, di quei parvuli qui petierunt panem et non
erat qui frangeret eis. Vostra Paternità si conservi, e prieghi per me. E sia
certa, che tutto quanto farà in beneficio di detto convento, l’haverò per
grazia, per amore ancora, e per honore che io parto a Monsignor Rev.
Abate Navarro, tanto buon servo di Dio, e Pastore di cotesta chiesa.
Da Napoli a’ gli otto di luglio 1576. Fr. Seraphinus Bresciano
maestro dell’Ordine dei Predicatori.
Il 2 novembre 1574 inizia le visite nei territori della Diocesi.
Dopo aver celebrato la messa dei defunti, aver predicato e fatta colazione
con il suo compagno parte per Chieti, distante a quanto lui ci dice,
quattordici miglia.
Passata Pianella e attraversato il fiume Pescara in barca, giunge a Chieti in
tempo per dire messa. Ed è qui, nel convento dei confratelli che inizia
l’opera di risveglio, ossia il mandato di “aiuto alla Riforma nelle terre
d’Abruzzo” ( incarico congiunto al priorato di Penne) di questi padri che a
suo giudizio si erano votati ad una vita troppo eremitica, senza leggere e
predicare al popolo. Dopo aver ripristinato l’uso dei santi esercizi e delle
regole, celebrata messa, parte per Pescara signoria dei marchesi di Pescara e
del Vasto.
Da Pescara passa a Sant’Angelo, dalle cui montagne racconta di vedere la
città di Atri Muttigliano e “Silvia castella” verso la marina.
Riprende il viaggio, da Elce Terra, per tornare a Penne.
Penne è un luogo importantissimo nella documentazione di Serafino: è una
delle poche città di cui ci lascia la storiografia.
Origine e descrizione di cività di Penna
Estratto dalla Pubblicazione di
Adelmo Polla Editore
“ Fu edificata la città di Penna, nel tempo di Giulio Cesare, intorno a’ 50
anni prima della venuta di Gesù Cristo nostro Signore, e la edificò un re
Itarco che, con una colonia di Assirii, fu dal prefato Imperatore in trionfo
condotto a Roma..................
Onde uno detto Sambario, venuto nell’Abruzzi, et invaghitosi del sito di
questa città, fruttuoso et ameno, per le selve, pascoli e fontane, tutto riferì al
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suo Re. Onde qua condottosi principiò sopra il colle, ove hora è il sacro
Duomo, una Roccha fortissima, a cui per la morte di due figlie che gli
nacquero la stessa notte che qui arrivò,- una bianca come la neve la quale
addomandò Rocca, e l’altra negra come caligine la quale chiamò Bruna,impose il nome di Roccabruna. Conducendo poi gran numero di fabbricatori
fra tre mesi cinse di mura la città, con 19 torri e palazzo reale...............
..............L’anno poscia di nostro Signore 770 chiamato Carlo Magno da papa
Adriano e dal popolo Romano in Italia contra Desiderio re de i Longobardi,
che quasi tutte le terre della Chiesa tirannicamente havea usurpate, ci venne,
et havendolo in Pavia vinto e perso:
subito che intese come nell’Abruzzi erano molte città anche infedeli, drizzò
l’animo di soggiogarle alla fede et impero romano, e venuto col suo esercito
a Roccabruna piantò il suo padiglione nella parte meridionale della città
sopra di un colle chiamato fino al dì d’oggi Colle Romano
.....Dicesi che questa fu la prima città, che Carlo Magno acquistasse nelli
Abruzzi, e che ne fece dono alla chiesa Cattedrale.
........Imperochè alcuni dicono che essendo donato a Carlo Magno, mentre che
egli l’assediava, un cavallo tanto veloce che pareva che havesse le penne per
volare, da quello volle che la città di Penna si nominasse...
...Fa oggi la città di Penna circa mille fuochi... fu già Duca di questa città
Alessandro de’Medici primo, Duca di Firenze, havutala da Carlo V per dote
di Madama Margharita d’Austria sua donna.
.....Finite le prediche della quaresima, oltre alla solita limosina la città per
sua cortesia, donò al convento per tutto il tempo che io qui dimorava,
l’entrata dell’essitura de i grani: la qual essitura reca per ciaschedun’anno
per lo meno, intorno ai cinquanta ducati....”
Ho voluto inserire questi estratti dei carteggi di Serafino, per sottolineare
attraverso le sue dirette parole, la straordinaria personalità di quest’uomo che
mostra interesse per ogni cosa che incontra. In questo anno, ossia il 1575,
oltre a comporre la storia della città di Penne, compie i viaggi in osservanza
dell’incarico degli affari della Riforma a Spultore, Castiglione, alla Fiera di
Lanciano, a Francavilla, Ortona, Teramo, Ascoli, Norcia, Foligno, Spoleto,
Terni, Rieti e l’Aquila. Si reca a Farindola, Castilenti, Abbateggio e Atri.
Compone il “Rosario in ottava rima” rielaborato con il fratello Silvano che
ne curerà anche la prefazione.
Rientra a Firenze una sola volta, il 15 maggio, per assistere ai funerali del
Granduca Cosimo I.
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Tornato a Penne, tira le somme del suo biennio di Priorato.
Oltre alle prediche in Duomo e nella sua Chiesa, Serafino ha fatto costruire
il noviziato, istituito una “Compagnia di giovani” che si riunisce tre volte a
settimana per la recita del Rosario comune e:
“...il convento bene incamminato e dj padrj da bene et osservantj ripieno,
chiesta l’assoluzione dal priorato et ottenendola, per ire ad evangelizzare ad
altre città e Terre mi partij a 19 di maggio 1576...”
Pal. 206,v
Lettera del Rev p. Serafino Bresciano
su istanza di Donna Isabella Gonzaga d’Avalos
Marchesa di Pescara e del Vasto
Ven. Padre. Salutem. La Eccellenza della signora Marchesa di Pescara e
del Vasto, signora tanto pia, religiosa, e meritissima dell’Ordine nostro, e
sollecitissima del beneficio, salute e profitto spirituale de suoi vasalli, e
sudditi, ha inteso con estremo suo contento, il bono, e continovo frutto, che
fa V.P. in cotesto suo popolo.
Onde perciò ha pregato me à farvi continoare in opere sì buone, nel detto
luogo proprio del Vasto, e ve ne prega, et essorta anco sua Eccellenza, e ne
tiene obligo.
Onde io non ho potuto mancare di nuovo, sebene ho fatto il medesimo per
altre mie pur’hieri, di tornare cò questi quattro versi ad essortarla alla
permanenza, et a confermarla di nuovo in prefato luogo, et officio suo: e la
Religione nostra lodata, et honorata. Perseveri adunque virilmente, che
nostro signor Iddio le dia ogni felicità, e prosperità, e preghi per me. Di
Napoli a’ 19 di Luglio 1576.
Nota aggiunta di propria mano in foglio allegato alla precedente:
Intendo che in modo alcuno non vi partiate di costà, ma perseveriate in
cotesto governo sino a nuovo ordine. Conservus in domino
Fr.Seraphinus Brixiensis.
Magister Ordinis Predicatorum.
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Con tre compagni, tra cui Fra Arcangelo da Penna, l’8 luglio parte per la
città di Vasto.
“...Ho voluto io stesso crearvi priore di cotesto convento del Vasto,
imperochè vi amo assai e perché desidero che detto convento, per vostra
diligenza, migliori sempre più...”
Ivi, 219v.221r.
La terra del Vasto non era posta sotto alcuna autorità Vescovile ma era
governata da un Abate prete che veniva scelto personalmente dal Signor
Marchese del Vasto. Nell’anno 1576, era Abate uno Spagnolo Navarrino
molto sprituale del quale ci resta una bellissima lettera inviata da Napoli a
Serafino.
Il XVI secolo era gravato dall’incombente minaccia dell’Impero Ottomano,
che fin dal 1453 con Maometto II, aveva compiuto la sottomissione della
Grecia, dell’Albania e della Bosnia e con la definitiva conquista della Serbia,
deteneva il dominio di tutti i Balcani ad eccezione delle cime inespugnabili
del Montenegro e dei territori della Serenissima.
Nel 1521 gli Ottomani attaccano l’Ungheria facendo capitolare Belgrado e
nel 1526 quasi tutto il territorio Ungherese smette di fatto di essere uno stato
distinto, inglobato come parte della dominazione turca. La Transilvania
diventa un principato tributario del sultano, i rimanenti territori di Agram
(Croazia) e di Presburgo ( Ungheria) passano a Ferdinando d’Austria già Re
di Boemia.
La Serenissima Repubblica di Venezia perde l’isola di Rodi e
successivamente i distretti interni e le piccole città della Dalmazia;
l’isola di Cipro, la perdita più grave, non sarà recuperata neppure dopo la
battaglia di Lepanto. Restarono alla Serenissima solo le città sulla costa di
Zara, Sebenico e Spalato.
Le navi “turchesche”, come le chiama Serafino, risalivano l’Adriatico
abbordando, depredando e riducendo in schiavitù giovani prigionieri.
Sovente cannoneggiando, entravano in porto mettendo a ferro e fuoco le
città, con violenze inaudite sulla popolazione, razziando i tesori, dando
fuoco alle chiese e torturando i religiosi.
Nonostante la vittoria riportata dalla flotta della Lega delle Nazioni
Cristiane a Lepanto il 7 ottobre 1551, i Turchi continuarono ad imperversare
su tutto il Mediterraneo; nell’anno 1566 la città di Vasto fu attaccata e
depredata e alcune chiese furono date alle fiamme.
Serafino giunge a Vasto il 21 maggio 1576.
*La Chiesa di Vasto, detta dell’Annunziata, ebbe origine nel 1520 a seguito
della predicazione del P. fra’ Giovan Battista da Chieti che tanto
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positivamente colpì Don Rodrigo d’Avalos Marchese di queste terre. Tre
anni più tardi, Don Alfonso d’Avalos donò l’ospedale dell’Annunziata al
Padre Giovan Battista da Chieti che trasformò l’edificio in Convento con sei
celle.
Il 1 agosto 1566, i Turchi guidati da Alì Pascià, incendiarono e devastarono
l’edificio:
il tetto, gli altari, i quadri e l’organo furono bruciati. L’argenteria, gli arredi
sacri e le campane rubate.
L’anno dopo la chiesa fu ricostruita così come ci appare in questa immagine
dell’epoca.
*Tratto dai documenti gentilmente inviati
dal Prof. Lino Spadaccini, Vasto
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L’ immagine rappresenta la Chiesa di Vasto come probabilmente deve averla
trovata Fra’ Serafino Razzi, al suo arrivo, dieci anni dopo.
Tratta da “Histonium ed il Vasto attraverso i secoli”, di Luigi Anelli,Vasto
Guglielmo Guzzetti Editore, 1929, è stata gentilmente inviata, grazie
all’interessamento della Dott.ssa Irma Perretti, Direttrice della Biblioteca
“R.Mattioli” di Vasto-Chieti, dal Prof. Lino Spadaccini.
***
*
Tratto da
I viaggi Adriatici di Serafino Razzi
Adelmo Polla
“...Il Vasto: terra deliziosa. che già era chiamata una picciola Napoli...
la figura sua è quasi ovale: il circuito è di un miglio incirca.
...Il convento nostro detto la Nunziata, tiene un chiostro solo con una ottima
cisterna. Un dormitorio di dieci celle, con una bella loggia, in vista della
marina...
...non ha entrata di grano, ma solamente ne gli dà ciaschedun’anno la Ill.ma
Marchesa del Vasto, per lascito fatto dal gran Marchese del Vasto, il Signor
Don Alfonso Davalo che diede questo luogo alla nostra Religione, un mezzo
carro, che sono sei some, e si vende per sovvenir ad altri bisogni del
convento.
...Alli 27 di maggio, che fu la domenica quarta dopo Pasqua, feci la mia
prima predica nella chiesa di San Piero, una di due parrocchie collegiate di
questa Terra.
...e la domenica fra l’ottava predicai la mattina, e dopo Vespri lessi, presente
lo Illustrissimo Vice Marchese con la nobiltà...
In occasione della prima predica nella sua chiesa, alla presenza della nobiltà
del Vasto, Serafino riceve come omaggio di benvenuto un sonetto
composto per lui dal signor Gioseppo Canacio.
L’omaggio composto dal Canacio, viene donato in segno di ammirazione e
apprezzamento per il “Rosario in Ottava Rima” scritto da Serafino durante
il priorato di Penne. Anniballe Briganti, medico del Vasto ma originario di
Chieti, consegna “dugento” ducati a nome della sua città, come dono per il
nuovo mandato.
53
Il Gentiluomo del Vasto Virgilio Caprioli, anch’egli ispirato dal Rosario gli
dedica il seguente sonetto che riporto per intero:
Lume ardente di Dio, che con tuoi raggi
fai chiaro il tenebroso, e basso l’inferno:
Nuovo David, che col valore interno
Rendi alla Chiesa nuovi Aprili, e Maggi:
Senza temer più degli usati oltraggi
Del rigido, crudele, e freddo inverno,
Fioriscon Rose, sol per te in eterno,
Di pensier santi, e detti acuti, e saggi.
Mentre intessendo l’un con l’altro fiore
Orni la madre del figliuol di Dio,
Sento dentro e di fuor tutto cangiarmi.
Che a i chiari, dotti, e ben composti carmi,
Provo i misteri della croce, ond’io
Ho il volto asciutto, e incenerito il core.
Non credo serva dire altro sull’accoglienza che Fra’ Serafino Razzi riceve
ovunque viene inviato.
Il 27 luglio Vasto viene scossa da avvisi d’allarme: sembra che la flotta turca
sia in navigazione verso le coste Abruzzesi e nelle città di porto iniziano le
manovre alle armi. Il ricordo delle armate turche nel 1556 è ancora ben
presente.
Il Vice Re della provincia degli Abruzzi si trasferisce immediatamente a
Lanciano per organizzare reggimenti di soldati a piedi e a cavallo. Pescara,
Ortona a Mare e le città della costa vengono coperte dalla guardia spagnola.
Vasto è posta sotto il comando del Marchese di Bucchianica con circa
duemila archibugieri e le montagne sotto la Compagnia di Castel di Sangro.
Durante quei giorni, il convento di Serafino ospitò per la notte il Conte di
Briatico, Vice Re degli Abruzzi, che tornerà più volte per assistere alle
funzioni e che fece al convento molte offerte. E più volte Serafino
converserà, e per conversazione non so se intende anche confessione, dato il
pericolo intrinseco in una eventuale battaglia, con il giovane Marchese di
Bucchianica, colonnello della milizia, che egli definisce:
“...nobilissimo giovane napoletano di Casa Caracciola,...
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tanto cattolico e divoto Christiano che, se le nuove della armata Turchesca
rinfrescavano, voleva far confessare tutti i soldati suoi...”
Fortunatamente i turchi non attaccarono e le truppe poterono lasciare il
Vasto.
Lettera dell’Abate del Vasto
Padre Navarra
inviata da Napoli a Serafino
Molto Rev. padre mio. Giesù dolcissimo, Unica speranza nostra, sia
benedetto, e lodato per la sua misericordia, che ha dato a cotesta Terra uno
istromento, e causa seconda, com’è V.P. Rev. per riducerne e tirarne ad
amare, e servir tanto buon padre, com’è il nostro Dio. Io ho fatta molta
istanza quanto al Rev.mo p. Generale, perchè mi desse in cotesto luogo
persona di quella Santa congregazione et hora sentendo il frutto che V.P.
fa nell’anime per le sue predicazioni, mi sono molto rallegrato, e della
buona relazione che mi fanno i cittadini, i quali con tutta la Terra restano
molto satisfatti, e stanno cò gran desèo di servire a nostro signore Iddio et
esseguire quanto loro sarà proposto da V.P.M. Rev.
Alla quale io medesimamente mi offerisco per figlio e discepolo, e la
supplico che per tale mi accetti. E la certifico come era mia intenzione di
andarmene in Ispagna questo Settembre col Signor Marchese del Vasto, il
quale và alla Corte.
Ma veduto come il p.generale mi ha contentato, confermandovi
satisfaccion in cotesto luogo, come per sua vedrete, mi sono risoluto di non
andarci ma venirmene da voi, et essere vostro figlio spirituale etc.
Di Napoli a’ 20 di Luglio 15..?. Signore l’Abbate del Vasto.
***
Nei due anni a Vasto Serafino compone:
“Cento Casi...libretto nostro stampato più volte in Firenze,Vinezia et in altre
città”
Pal. 1.c
mentre a Firenze veniva pubblicato:
.
55
“Vita de’ Santi, Beati e Venerabili del sacro Ordine dei Predicatori
così uomini come donne”
Firenze, Sermartelli 1577.
Compone il “diario” della permanenza a Vasto, dal 21 maggio 1576 al 5
novembre 1577, Pal .37,207 r ss., (pubblicato da Luigi Anelli a Vasto nel
1897) e la:
“Vita di santa Agnesa Vergine e martire”, il cui manoscritto autografo porta
in calce una nota che specifica: “232 versi. In Cività di Penna. 1576.”
Il 24 settembre dello stesso anno, accompagnato da Fra’ Arcangelo da Penna,
parte per Sant’Angelo al Monte Gargano, visitando tutti i conventi
dell’ordine e lasciandoci un diario dettagliato non solo dei luoghi ma anche
di tutto quello che vede all’interno dei monasteri e delle chiese. Ci lascia
splendide cartoline di Monte Sant’Angelo, Stignano, Barletta e Manfredonia
dove, ci racconta, visita le rovine dell’antica città di Siponto. Va a Trani,
Bisceglie, Molfetta e arriva a Bari dove definisce magnifica la chiesa del
Santo Nicola, già Cappella Regia. Del convento dell’ordine ci lascia un
commento assolutamente particolare:
“Dai fratelli nostri venimmo trattati con tanta amorevolezza, ma no
toscana, ma di questi paesi.”
Si reca a Modugno, Bitonto, Terlicci, Quarata. Il 6 ottobre è a Canosa, il 7
arriva a Foggia, l’8 a Nocera e poi a San Severo.
Il 28 ottobre a “Termoli del capitanato” con il Padre Arcangelo da Penna
fonda la “Compagnia del Rosario” e finalmente tornano a Vasto.
Il 5 novembre 1577, segna la fine del mandato Vastese, e Serafino sembra
provare un forte desiderio di tornare a Firenze.
Aggiungo a questa parte dedicata a Vasto un’ ultima nota. Il legame emotivo
ed affettivo con la città deve aver lasciato un segno particolare in Serafino, e
questo lo si coglie nell’ultima opera, la raccolta di laudi, del 1609, in cui
appare l’unica lauda dedicata ad una città tra tutte quelle da lui composte,
dal titolo: “Vasto, diletta terra”.
“avendo havuta facoltà di andare a visitare Santa Maria Maddalena in
Provenza, nè volendo aspettare di esser più dagli anni aggravato, correndo
il 48° anno della mia età...”
Da tempo desiderava recarsi in pellegrinaggio sulla tomba di Maria
Maddalena in Provenza di cui era devotissimo, ma c’è ancora una cosa che
desidera realizzare per Vasto. L’incursione turca del 1566 aveva non solo
devastato il suo convento ma dato alle fiamme la Cappella di San Tommaso
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d’Aquino, dove in segno di spregio, era stato buttato al rogo un grande
quadro del santo, commissionato dal Gran Marchese Alfonso d’Avalos.
Così, in compagnia di Fra’ Arcangelo da Penna, il 29 aprile 1577 con un
cavallo e un garzone, lascia Vasto diretto a Napoli per rendere omaggio al
P. Reverendissimo Serafino Cavalli, che di lì a poco sarebbe partito per la
Spagna, e per recarsi in udienza dalla Marchesa di Pescara, Donna Isabella
Gonzaga.
Probabilmente è durante il viaggio da Vasto a Napoli che termina di
raccogliere la documentazione sul Beato Giovanni da Salerno, che nel 1230
fondò il primo monastero domenicano in Toscana a S. Jacopo di Ripoli e in
seguito il convento di Santa Maria Novella in Firenze dove è sepolto, al
quale dedicherà:
“ Tre antifone da noi composte a honore del beato Giovannj da Salerno,
sepolto in Santa Maria Novella.”
Pal. 37.f 266
Tale opera manoscritta non è databile.
L’8 maggio 1577, viene ricevuto da Donna Isabella Gonzaga “Signora
divotissima”, che incontrerà almeno cinque volte.
Isabella, vedova di Fernando Francesco d’Avalos morto nel 1571, presenta a
Serafino i figli: Don Alfonso, il maggiore, Marchese del Vasto di circa 12
anni e Tommaso, già vestito dell’abito domenicano. La Marchesa lo riceve
nuovamente la domenica 12 maggio, con grande stupore di Serafino e dei
presenti, subito dopo il Conte di Sarno e prima di nobili dame che
sopraggiunsero e che furono fatte attendere.
In questa udienza, Serafino consegna il progetto: un disegno su tavola per il
quadro che vuole sia realizzato in sostituzione di quello bruciato dai turchi
nella chiesa di Vasto.
Il martedì 14 Donna Isabella convoca Serafino a palazzo d’Avalos, dove
viene ricevuto dal figlio maggiore, Marchese don Alfonso, che lo fa
accomodare “con molta amorevolezza” e si intrattiene a lungo a conversare
con lui.
Prima di congedarsi e congedare l’ospite, non potendo donna Isabella
riceverlo per i troppi impegni sopraggiunti, Don Alfonso consegna a
Serafino la concessione di un certo sito dove costruire una Sagrestia alla
chiesa di Vasto, probabilmente una delle prime concessioni del nuovo
Marchese appena dodicenne.
Il 16 di maggio Serafino incontra nuovamente Donna Isabella, dove alla
presenza del maggiordomo Giovanfrancesco Bellone, viene sottoscritto il
contratto con cui si dava mandato a nome della Marchesa al pittore
Giovanbattista d’Angelo e a Scipione, suo fratello muto, di realizzare un
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quadro di San Tommaso da consegnare finito per la metà di agosto venturo
al prezzo di 35 ducati.
Il quadro, alto 12 palmi e largo 9, doveva contenere dipinte queste figure:
nel tondo la Madonna del Carmine, Santa Maria Maddalena e Santa
Caterina da Siena.
In Basso San Tommaso davanti al crocifisso che gli dice:
“ Bene scripsisti di me, Thoma”.
Serafino è riuscito ad ottenere molto più di quanto sperasse. Quell’orbita
vuota nella cappella di San Tommaso nella chiesa di Vasto, deve essere stata
un vero tormento e poco importa se sarà il suo successore a goderne al posto
suo. L’importante era riportare San Tommaso nella sua cappella alla
Annunziata e ci è riuscito. Donna Isabella chiede al Padre Serafino di
tornare a visitarla e comunicarla prima di lasciare Napoli.
“...Le stanze sue sono tutte parate a bruno, e le sedie et ogni cosa da donna
signora Vedova, e da Marchesa di gran bontà e divozione. La quale si
comunica ogni settimana. Ella parimenti tutta di bruno è vestita, e quando
dà udienza, le sta sempre appresso una veneranda matrona nobile, e più in
là in altra camera aperta le sue dame, tutte parimente di bruno velate...”
Nelle pagine che contengono il racconto degli incontri con la Marchesa di
Pescara, c’è la nitida descrizione di tantissimi luoghi di Napoli, alcuni dei
quali non esistono più.
Ci sono incontri, persone, paesaggi. C’è l’ammirazione per il convento di
San Domenico Maggiore, l’omaggio alle arche dei monarchi defunti, la
bellezza del Duomo, lo stupore per la Zolfatara, San Pietro a Majella, il lago
Averno, San Giovanni de’ Fiorentini, Santa Caterina...
Raccontare il suo racconto non ha senso, riporto quindi alcuni estratti dal
manoscritto nella parte conosciuta come:
Viaggio alla gentile città di Napoli
“...il lunedì 13 di maggio, vidi la chiesa Cattedrale: e San Pietro a Maiella. E
dopo celebrai la sacra messa ...in San Domenico e mi fu mostrato il luogo
ove egli in quell’hora stava in orazione.
...vidi i sepolcri hornatissimi di Alfonso I Re di Napoli; di Ferdinando I; di
Ferdinando II, della Reina Giovanna, del Marchese di Pescara II che morì
in Milano nel 1525, del Marchese di Pescara III che morì Vice Re di Sicilia e
di molti altri...
Il venerdi a’ 17 di maggio, col padre fra Gregorio da Ferrandina, giovene
diacono,...detta messa partimmo per Pozzuolo. E passando davanti al
palazzo del Vice Re, posto tra il Castel Nuovo e Santo Elmo, che è un’altra
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fortezza, e dove sta una perpetua guardia di archibugieri, e di corsaletti co’
picche, uscimmo di Napoli et arrivammo a Chiaia, borgo reale... ove fra
molti palazzi si vede il magnifico del signor don Garzia di Toledo, con
nobilissimi giardini e fontane.
...dopo desinare, tre frati che eravamo fummo portati, per mare, a vedere le
anticaglie come essi dicono della gran Troia, e fu la spesa tutta di quattro
carlini...Vedemmo in primo la piscina mirabile co’ quarantotto pilastri in
quattro ordini, cioè dodici per ordine e fila, oltre alle mura principali che la
cingono, co‘ due magnifiche scale nelle teste per scenderci e salirne.
Quindi veduto il mare, che chiamano morto, e la vaga isola di Procida,
lontana da Pozzuolo circa sei miglia, e di cui è padrona la Ill.ma Marchesa
di Pescara, andammo a veder le cento camerelle, che sono in guisa delle
Cattacombe a Roma...
...passammo a vedere il sudatorio, che è una grotta sotterranea, in cui
entrando le persone si risolvono in grandissimo sudore, e ci entrano coloro
che bisogno hanno di sudare per sanità.
...è questo lago (Averno) di grandezza circa un terzo di miglio. A un fianco
del quale in costa è la grotta della Sibilla Cumana...poscia ci fu dal
principale barcaruolo, che ci facea da guida per terra...mostrato vicino al
prefato lago il monte che fu fatto in 24 hore, quando si aperse la montagna
della Zolfatara, e buttò fuori tanta materia che fé detto monte.
...Allj 18 di maggio ritornati a Napoli, havendo desinato in San Domenico, ci
fu dal p. sagrestano minore di nuovo mostrata l’argenteria, et in certi vasetti
dorati vedemmo i cuori imbalsamati di alcuni Re di Napoli...
Partendo poscia da San Domenico andammo a vedere San Giovanni dei
Fiorentini, et il convento di San Tommaso di Aquino, che si fabrica
all’Ordine nostro per testamento del gran Marchese di Pescara: e la sera
tornammo a Santa Caterina a Formello...
Alli 19 di Maggio... dopo Vespro tornai dalla Ill.ma Marchesa di Pescara, e
le presentai il nostro Rosario, poscia stampato in Firenze, scritto a mano: lo
ricevè benignamente, e mi fé molte offerte, con dirmi ch’io l’avvisasse
quando meco occorreva cosa alcuna...”
***
*
Nel 1578, terminati i mandati di Penna e di Vasto e accomiatatosi da Donna
Isabella Gonzaga, Serafino può compiere finalmente il tanto desiderato
pellegrinaggio sulla tomba di Santa Maria Maddalena. Il 22 maggio dello
stesso anno viene nominato Baccelliere, nomina riconfermata nel capitolo
generale del 1583.
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MOPH,X, 253.
Quando ormai settantenne Serafino farà ritorno in San Marco a Firenze avrà
modo di rileggere ed ampliare i suoi scritti.
Da una nota aggiunta alla cronaca di viaggio di questo periodo, traspare
l’affettuoso cordoglio per il Granduca Cosimo I che Serafino conserva
ancora a tanti anni di distanza.
In questa parte della Cronaca Serafino si Trova a Monte Cassino
il brano leggermente distaccato potrebbe essere una nota aggiunta postuma
durante la revisione degli scritti.
La Chiesa ha il choro rilevato dal pavimento primo otto scaloni...
Alla destra poi si vede un’altra cappella della pietà, et a canto a lei un altro
magnifico sepolcro di marmo medesimamente negro, con statue, et
ornamento di pietra come l’antedetto. E questo è del Magnifico Piero de i
Medici, figliolo del gran Lorenzo, e fratello di Papa Leone X, il quale
seguendo l’essercito Francese perditore della guerra di Napoli, affogò
miseramente nella foce del fiume Garigliano, essendo di età d’anni 33. Il
qual sepolcro la beata memoria di Cosimo poi, gran duca di Firenze,
procurò che si facesse l’anno 1552.
Onde reca ad alcuni meraviglia che al proprio suo padre non habbia
procurato un simigliante honore, il quale nella chiesa dell’Ordine nostro
ancora se ne giace, quasi negletto, dentro una cassa di legno coperta di
nero, sopra due travicelli fitti in un muro. Et ardendo il giorno de i morti a
tutti i sepolcri di quella chiesa lumi e torcie, ne pure una candela si
accende a quello, quasi che niuno sia di lui nel mondo, e pure ci sono tanti
serenissimi heroi. E tal’hora il nostro sagrestano per pietà et affezzione ha
supplito egli al mancamento.
***
In questa nota Serafino si riferisce a Giovanni dalle Bande Nere, padre di Cosimo I.
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62
Raugia o Ragusa
l’odierna Dubrovnik
Il 6 luglio 1587, eletto Vicario Generale della Congregazione di Ragusa,
Serafino si vede costretto a lasciare la cattedra di Reggente dello Studio in
Teologia a Perugia e ripartire per un incarico estremamente delicato.
I predecessori inviati fin dal 1566 dal Padre generale Vincenzo Giustiniani,
pur armati di zelo e perseveranza, non erano riusciti a ripristinare l’ordine
della riforma che tanto necessitava in quella difficile circoscrizione religiosa.
Fin dai primi anni dell’ XI secolo, la città di Raugia o Ragusa si impose
come importante città marittima e mercantile nell’Adriatico.
Il primo contratto di cui si ha notizia risale al 1148 e fu stipulato con la città
di Molfetta ma, per poter contrastare e sopravvivere allo strapotere della
Serenissima, fu fondamentale l’alleanza con la città di Ancona stipulata nel
1199.
I rapporti tra ragusei e anconitani venivano riconfermati regolarmente ogni
anno, e molti erano gli anconitani che vivevano a Ragusa e viceversa.
L’alleanza tra le due città costituì la rotta commerciale alternativa a quella
veneziana tra Europa e Medio Oriente. Questa via partiva da Costantinopoli
e passava per Ragusa, Ancona e Firenze, diretta verso le Fiandre e
l’Inghilterra.
Nella “Carta” del 1189 inviata dal “Bano” di Bosnia Kulin, contenente una
concessione commerciale offerta alla Repubblica e ai suoi cittadini, compare
per la prima volta il nome slavo di Dubrovnik.
Dopo la Caduta di Costantinopoli nel 1204, Ragusa perde la sua
indipendenza divenendo dominio della Repubblica di Venezia da cui poté
liberarsi solo nel 1358, in seguito alla guerra contro il Regno d’Ungheria.
Con la Pace di Zara, Venezia fu costretta a rinunciare a gran parte dei
possedimenti in Dalmazia e Ragusa colse l’occasione per offrirsi
volontariamente come città vassalla dell’Ungheria in cambio del diritto
all’autogoverno e vincolo di assistenza con la propria flotta alla casa reale.
Divenne la maggior potenza marittima dell’Adriatico meridionale data la
posizione geografica che faceva di questa città la porta dei Balcani. Ragusa
ebbe uno sviluppo straordinariamente veloce e moderno: sul finire del XIV
secolo era sede di circa cinquanta consolati; fu una delle prime città in cui
furono aperti una farmacia pubblica, un lazzaretto, un ospizio e tra le prime
ad abolire la tratta degli schiavi.
Strenui difensori del Cattolicesimo furono sempre piuttosto intolleranti nei
confronti della Chiesa ortodossa.
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Le regole erano chiare e indiscutibili: i non cattolici erano esclusi dalle
rappresentanze cittadine, dalle cariche pubbliche e dalle alte magistrature
della Repubblica.
Nonostante questa apparente rigidità, nel 1492 la città aprì le porte ad una
grande colonia di ebrei sefarditi ( più di 1800 ) espulsi dalla Spagna.
Nel 1434, fu aperta una casa d’accoglienza per bambini abbandonati e
illegittimi, una delle prime istituzioni di questo genere al mondo.
La città fiorì d’architettura, arte e letteratura. Nel XVI secolo a Palazzo
Sponza sorse il primo salotto culturale chiamato “Accademia dei Dotti”.
Le mura della fortezza di San Lorenzo, Lovrijenac, portano ancora oggi
inciso il motto della città:
“ Non bene pro toto libertas venditur auro”
“ La libertà non si vende per tutto l’oro del mondo”
Fedeli a questo motto, quando nel 1526 gli ungheresi furono sconfitti nella
battaglia di Mohàs, la città offrì al sultano un tributo annuale che gli permise
di mantenere l’indipendenza. Di fatto la Repubblica risultava solo
formalmente sotto la supremazia del Sultano ottomano.
Quando Serafino fu eletto Priore di Ragusa, il Convento dei Padri
Domenicani versava in uno dei momenti più critici della sua storia.
Come ho già accennato, l’anno 1576 si era chiuso con processi, scandali
finanziari e morali che avevano molto indebolito l’autorità domenicana.
Serafino parte per Ragusa con l’incarico di Riformare la Congregazione:
la richiesta era giunta direttamente dal Senato della città che definiva lo
stato del Convento, della scuola e della Congregazione stessa deplorevoli.
Il terremoto del 1520 aveva provocato ingenti danni alla città e distrutto una
parte del convento e in particolare il noviziato. Altre scosse, di cui l’ultima
nel 1587, avevano quasi raso al suolo l’infermeria e le sale di studio. Per
necessità era stato ridotto al minimo il numero dei chierici e le ammissioni
fatte attraverso rigide selezioni avevano indispettito la nobiltà ragusana
abituata ad affidare l’istruzione dei propri figli alla scuola dei padri
domenicani.
Sceglie come compagno e segretario personale Fra’ Arcangelo da Penna, già
ministro penitenziario della Basilica Tiberiana e con lui si imbarca su una
tartana nel porto di Ancona diretto a Ragusa.
Il tempo volge al peggio: il mare in piena burrasca spazzato dal vento di
libeccio più volte fa temere il naufragio. Date le condizioni terribili del
mare, nessuno in porto si aspettava di vedere una nave in arrivo e fu quasi
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un miracolo che il capitano riuscisse dopo estenuanti tentativi a condurla in
porto intera...
”...Quando a Dio piacque”...
Il 28 ottobre dalla nave furono sbarcati, più morti che vivi, i due padri.
Fra’ Arcangelo da Penna, disfatto dal mal di mare e probabilmente colto
durante la traversata da febbri violente, fu trasportato a braccia al convento e
come riportano i documenti del tempo e in seguito il P. Ludovico Ferretti:
“...adagiato nel letto si provò indarno a richiamarlo in vigore. La scienza
medica dovette cederlo alle cure spirituali dei Padri, che il giorno dopo
celebrarono il suffragio di quell’anima benedetta”.
In un certo senso credo di poter asserire che il primo atto ufficiale di
Serafino come nuovo Priore di Ragusa fu una Missae pro Defunctis.
E’ il più anziano dei due a dare l’ultimo saluto al compagno di tanti e lunghi
viaggi e ad iniziare il mandato facendosi carico anche della missione del
defunto.
Ancora stremato, come ultimo omaggio all’amico carissimo, Serafino tra le
lacrime lo lava e lo riveste mettendogli addosso l’abito, conservato per nove
anni come una reliquia, con cui assieme al fratello Arcangelo era entrato in
preghiera nella grotta di Santa Maria Maddalena in Provenza. Il gesto del
dono dell’abito al defunto è descritto nei Monumenta XLI, 125-131Ragusae.
Appena rimesso in salute, Serafino prima di ogni altra cosa, si reca a porgere
omaggio al Consiglio e al Rettore della città per presentarsi e chiedere
licenza di avviare il suo incarico.
Il gesto, probabilmente naturale da parte di Serafino e porto con sincera
umiltà a questa città fiera e antica, si dimostra ottimo dal punto di vista
diplomatico: il Senato lo apprezza particolarmente, dimostrando nei
confronti del nuovo Priore una simpatia immediata.
Totalmente estraneo alla cultura e alle abitudini della Dalmazia, per Serafino
tutto è nuovo: il sistema di governo, gli usi, le tradizioni, la lingua e
soprattutto la storia.
Cominciò quindi il lavoro ligio alle regole del suo mandato ma attento a non
creare contrasti con le abitudini ragusane.
In breve tempo conquistò la sincera simpatia dei padri del suo convento e
della cittadinanza: disponibile, arrendevole e determinato, Serafino era
considerato dal Senato una mente superiore, l’uomo che, finalmente, avrebbe
potuto influire presso le alte sfere di Roma in favore della Repubblica.
In breve tempo riesce a destinare un dormitorio separato dal convento ai
novizi, in osservanza degli ordini di papa Sisto V, e con l’aiuto della città
vengono iniziati i lavori più urgenti di restauro.
Il dormitorio separato per i novizi consente il ripristino dell’infermeria e il 7
dicembre inizia l’insegnamento della Teologia di San Tommaso.
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Cinque mesi dopo il suo arrivo il Senato di Ragusa invierà una lettera al
Cardinale Alessandrini a Roma, ringraziandolo per la scelta del Padre Razzi
e pregando di favorirlo in ogni sua azione poiché la città tutta, da tempo, non
viveva in così grande pace e osservanza con i Padri.
Il 17 luglio 1588, muore Mons. Raffaele Bonelli, Vescovo di Ragusa e i
Canonici della Cattedrale all’unanimità con il pieno consenso del Senato
vollero eleggere Serafino Razzi Vicario Capitolare della sede vacante.
Per quattro mesi e mezzo Serafino Razzi, Marradese, reggerà per
acclamazione della Repubblica e del Senato di Ragusa unanime, il Capitolo
Arcivescovile della città.
Otto mesi dopo il suo arrivo, è Vicario Reggente dell’Arcidiocesi, per
quattro mesi e diciassette giorni, fino all’elezione di Mons. Paolo Albero, che
fece molte insistenze sul Padre affinché continuasse a governarla.
Le minute degli Atti di Governo come Vicario Capitolare del Padre Razzi a
Ragusa, sono contenute nel ms. di San Domenico di Fiesole a partire dal
foglio 248. Come possiamo immaginare, Serafino declina l’invito per tornare
ad occuparsi del suo incarico principale, acconsentendo comunque alla
predicazione dell’avvento in Cattedrale. Nonostante il carico non da poco
che si era riversato sulle sue spalle in soli otto mesi, aveva trovato il tempo
per dedicarsi con passione allo studio della storia della Dalmazia, storia
peraltro poco conosciuta in quei tempi.
La sua passione e la sua curiosità partoriranno un’opera straordinaria, unica
nel suo genere. Non sappiamo quanto materiale cartaceo sia andato perduto
a causa dei terremoti che avevano devastato la Dalmazia, ma il lavoro di
Serafino resta a tutt’oggi, la più antica opera storica a stampa di questa città
e del suo territorio.
Intitolata:
La Storia di Raugia
Scritta nuovamente in tre libri
da F. Serafino Razzi, dottor
Teologo Domenicano
fu pubblicata da Busdraghi a Lucca nel 1595. La storia è introdotta da un
“Avertimento al benigno lettore”, attraverso la quale Serafino premette una
guida alla lettura:
“ La presente Istoria sarà distinta in tre libri. Nel primo dei quali si
scriveranno i progressi della città di Raugia, e le cose accadutele, fino
all’Anno 1400 di nostra salute. Nel secondo si scriveranno le cose avvenutele
dal prefato Anno 1400 fino à i tempi nostri. E nel terzo si dirà del sito della
Città, e delle sue creanze de suoi Cittadini: Dell’isole sue, e del suo
territorio. Ciaschedun libro poscia sarà diviso in Capitoli, i quali si
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segneranno in margine: e si principieranno per capi versi, e con lettere
maiuscole.”
Il libro primo di quest’opera, e in parte anche il secondo, ossia fino all’anno
della stesura, il 1588, sono tratti dagli studi che Serafino compie attraverso la
consultazione degli:
“Annali dell’Anonimo Raugeo” e degli scritti di Nicolò Ragnina- Rad.Jugosl.
Akad. Knj. LXV, e.d. 18-83- messi a sua disposizione dal figlio Simon e dal
nobile Francesco Gondola che gli aprì la sua biblioteca.
Il Prof. Accademico Emerito Stjepana Krasic O.P. , ha presentato all’inizio
di questo anno, nella conferenza inaugurale che ha aperto il ciclo di studi
dedicati al “Frate Bianco” Serafino Razzi a Dubrovnik, un lavoro
accuratissimo grazie al quale vengono messe in luce l’importanza e il valore
delle notizie e delle fonti storiche contenute nelle sue opere. Ad una prima e
superficiale lettura, gli scritti del Razzi possono sembrare una semplice
descrizione diaristica, costituita da un elenco di cose, persone, luoghi.
In realtà questa apparente semplicità stilistica nasconde una delle più
preziose fonti d’informazioni che mai siano state lasciate e proprio per
questo, come puntualizza il Padre Stjepana, moltissimi sono coloro che
hanno attinto dai suoi scritti, dimenticando di menzionarlo.
“La Storia di Raugia”, il più importante documento storico riguardante la
città di Dubrovnik, è l’unica opera esistente di questo tipo e lo è stata per
quattrocento anni, ossia fino al XX secolo. La sua unicità è diventata ancora
più preziosa dopo che i secoli, gli eventi bellici e tutti gli accadimenti,
(modificando in modo inappellabile le cose), hanno reso le sue descrizioni
memorie uniche di quello che non esiste più.
Nell’ambito degli studi umanistici, le Università di Belgrado e Zagabria
hanno dedicato ampio spazio all’opera “ Giardino d’Esempi”, indicata spesso
anche con il nome di “Florilegium”. Come sottolinea il Padre Krasic,
“bisogna essere molto presuntuosi per definire fantasiose le tesi e gli scritti
del Padre Razzi, o molto ignoranti”. Infatti basta leggere attentamente la
prefazione per rendersi conto che questi “Fiori” non sono una creazione di
fantasia, ma sono in gran parte riportati da altri testi ed elaborati secondo il
criterio, l’epoca e la formazione culturale degli umanisti di quel tempo. Ad
esempio, sessantasette “Istitutioni” contenute nell’opera “Evangelistarium”
di Marko Marulic, sono riprese ed analizzate da Serafino nel “Florilegium”.
Oltre a lasciarci le uniche notizie che ad oggi si hanno sulla vita di Giovanni
Bona de Boliris, Pietro Filippo Assirelli, Lorenzo Volcasso, Nicolò Sagri e
molti altri, ci lascia l’unica descrizione in dettaglio mai ritrovata sino ad oggi
dell’interno di un galeone Raugeo e delle regole di bordo.
Per certo sappiamo che è nella biblioteca di Francesco Gondola che Serafino
legge:
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“Sopra le varietà dei flussi et riflussi del mare oceano”
di Nicolò Sagri e le opere di Marko Marulic, tra cui il
“De Istitutione bene vivendi...”.
Nicolò Sagri, matematico, astronomo e letterato dalmata, è autore di una
delle più importanti opere di storia dell’astronomia e della navigazione:
Ragionamenti sopra le varietà de i flussi et riflussi del mare Oceano
occidentale. Fatti da Andrea di Noblisia, Pedotto Biscaino, et Vincenzo
Sabici Nocchiero,et Ambrosio di Goze, Ragusei; Raccolti da Nicolò Sagri et
in un dialogo dall’istesso ridotti, diviso in due parti, ad utilità di ciascuno
Navigante.
E’ probabilmente dalla lettura di questa e altri scritti del Sagri, che Serafino
ricava alcune informazioni che utilizzerà nella descrizione delle isole della
repubblica di Ragusa, in cui inserisce una dissertazione sull’errata
descrizione che confonde l’isola di Malta con l’isola di Mellida in relazione
a San Paolo e una seconda descrizione dell’isola di Malta inserita in un altro
lavoro. Le analisi di Serafino sui testi degli Atti degli Apostoli in relazione
alla traslazione latina del nome di queste due isole e gli studi da lui compiuti
e presenti nei manoscritti di Dubrovnik negli Atti di Governo del Convento,
hanno consentito al Dr. Miho Demovic, storico e musicologo croato, di
realizzare una delle più importanti pubblicazioni degli ultimi anni.
Attraverso lo studio dei tre libri della “Storia di Raugia”, dei documenti
manoscritti del Padre Razzi e alla traduzione di una importantissima
monografia latina di Ignjat Durdevic stampata in Venezia nel 1730, il Dr.
Demovic ha pubblicato uno dei più importanti libri della storia Croata.
Il libro è stato presentato durante il principale evento religioso del 2008.
In questo anno dedicato da Sua Santità Papa Benedetto XVI a San Paolo, le
tesi di Serafino Razzi, in cui affermava come fosse possibile e più che
probabile che il Santo fosse giunto nelle isole della Repubblica, hanno
finalmente trovato conferma attraverso le pagine della pubblicazione del Dr,
Demovic, con approvazione dell’Accademia di Studi Apostolici Vaticana.
Il libro in lingua croata è stato ad oggi pubblicato in inglese con il
sottotitolo: ”San Paolo rimase tre mesi nell’Isola di Mljet in Croazia”.
Riporto ora un estratto relativo alla descrizione dell’isola di Mellida che mi
ha fatto riflettere su come, pur trattandosi di una descrizione di carattere
geografico, Serafino riesca a trovare costanti relazioni che incatenano
argomenti apparentemente lontani tra loro. Credo che attraverso le riflessioni
contenute in questo piccolo estratto risalti in modo particolare non tanto il
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frate Razzi, l’uomo dalla straordinaria curiosità intellettuale, quanto
l’Ecclesiaste.
estratto da “Descrizione delle Isole della Repubblica”
“L’Isola di Mellida”
“Archivio Documenta di Ponente”
JJ.K Rag C.P.
L’Isola di Mellida, detta Melligene, che di longhezza tira circa trenta miglia,
e di circuito sessanta, e che è distante da Raugia, intorno à trenta miglia,
tiene dei casali.
Uno de i quali principali, e in cui fa residenza il Conte, mandatoci di Raugia
si chiama Babinopoglie, che vuol dire campo della balia.
...Attendano i Melitesi all’agricoltura, e della navigazione non si travagliano,
se non quanto fa loro bisogno per navigare alla città, portandoci legna, vino
e altre cose.
...E tiene dalla parte di mezzogiorno, ò vero di Ostro un lago d’acqua marina
di lunghezza circa tre miglia, e di larghezza intorno à due, con una bocca,
onde entra l’acqua dal mare, così stretta, che con fatica dà ingresso alle
picciole barche.
E quando vogliono, con l’applicazione di certa pietra grossa posta nel mezzo
di quella, si proibisce eziandio à detti vaselli piccioli il passo.
...Quasi poi nel mezzo di detto lago s’erge un piccolo scoglio, sopra di cui è
edificata una venerabil Badia, e monastero di padri di San Benedetto negro,
capo della congregazione di dett’Ordine monacale, perciò Melitense
addimandata.
...E vi sono due torri di guardia, e per sicurezza di quei Reverendi Padri. Da
che non ha molt’ anni, che venendoci i corsali, e non potendo entrare con le
fuste e legni loro nel lago, per la strettezza della bocca di quello, ci
entrarono alcuni di loro, sul bel mezzo giorno, notando e occisero un
monaco e un servitore, i quali non furono à tempo à rientrare dentro al
monastero.
Narrano come essendo di state, erano i Padri iti a riposarsi un poco su
quell’hora e se ne stavano sicuri havendo chiusa col predetto sasso, l’entrata
della bocca del lago, e per ciò furono così d’improvviso trovati.
Ma da quel tempo in quà si fanno perpetue guardie di quelle torri.
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...Dicesi che Oppiano di Aggesilao Romano, figliuolo, habitando certo tempo
alla riva de questo porto, vi fabbricò un palazzo magnifico e convenevole
alla grandezza Romana, di cui fino al dì d’hoggi perseverano molte reliquie.
Anzi fuori del tetto quasi tutte l’altre parti principali. Et è macchina tale, che
da lei il prenominato seno viene chiamato porto palazzo.
Dicono questo Oppiano essere quello, che scrisse de i pesci marini.
...Dirò ultimamente in questa narrazione, come alcuni gravi Autori,
tengono che questa Melida Isola, sia quella in cui San Paolo Apostolo fu
dalla fortuna del mare trasportato e dalla vipera morso, si come si legge ne
gl’Atti degli Apostolici al ventesimo ottavo capitolo. Tra i quali autori uno
è il Cardinal Gaetano, dicendo cotal Isola esser posta tra l’Epiro, provincia
della Grecia, la quale confina con la Macedonia, nel principio di cui
vogliono alcuni che sia Raugia, e l’Italia, e chiara cosa è che Malta oggi de
gl’Illustrissimi Cavalieri di Rodi, non è tra la Grecia e l’Italia, ma tra la
Barberia, provincia dell’Affrica, e la Sicilia.
Et un argomento assai probabile per questa opinione si trae dal ventesimo
capitolo de gl’Atti prenominati, dove San Luca favellando e descrivendo
detto naufragio così dice, naviganti noi in Adria circa la mezza notte, e
quello che segue.
Hora notissima cosa è che Malta de gl’Illustrissimi Cavallieri, non è nel
mare Adriatico, ma nel mare di Barberia.
Aggiungo ancora, che fino al dì d’hoggi si trovano in Mellida assai vipere
e serpi e copia di vigne.
Nè ripugna à quest’ opinione quello che narra poi San Luca nel prefato
luogo, tre mesi in dett’Isola, dove anche fece molti miracoli si partirono
sopra una nave Alessandrina, che quivi s’era svernata, e pervennero à
Siracusa di Sicilia, e quindi à Reggio di Calabria, e poscia à Pozzuolo e à
Roma, perochè puoté molto bene essere, che detta nave Alessandrina,
come eziandio quella in cui era San Paolo, la quale similmente veniva di
Levante e di Ierosolima in detta Isola Mellida, contra la propria intenzione
e volontà.
...et esser logico valutare che per rotta di naviganti, esser più di mano la
costa di Oriente dello mare Adriattico, per chi naviga, addivenedo dalle
terre di Nostro Signore Giesù...
***
*
70
Le uniche informazioni relative alla vita di Nicolò Sagri che ad oggi si
hanno, si ricavano principalmente dai libri della “Storia di Raugia” di
Serafino. Nato nel 1538 e morto nel 1573, fu tra i più abili comandanti della
flotta navale Ragusea, oltre che astronomo, matematico e appassionato
letterato dalmata. Il luogo e l’anno della sua morte sono riportati ne:
“Descrizione delle Origini e genealogie dei cittadini di Ragusa che furono in
offitio della Compagnia di Sant’Antonio”
Collezione Privata
M° Prof. Léon Linowitzki
Trogir, Dalmazia -Croazia
71
“...Ma se natione alcuna in questo campo cosi honorato dell’antichità e della
nobiltà va spatiando; chiara cosa è, che la nation Ragusea vi corre
felicissimamente:
percioché ella con tanta peritia, industria, e felicità naviga dall’uno estremo
all’altro del mare, che riportandone alla patria grandissimi honori, e
procacciando à se medesma gran beneficio......
...S’è fino al giorno d’hoggi continuamente accresciuta; già che noi sapiamo
che i Ragusei quali con cento navi solcano il mare per tutte le quattro parti
del mondo.
...e a noi importa più à sapere quando sono l’acque basse, ò piene, e donde
vengano, nella costa dalla terra, nelli porti, basse, secche, banchi, bocche dè
fiumi, canali, stagni...
...dico dunque che nel stretto di Gibaltar, quando cresce l’acqua viene la
corrente di Levante, cioè dal mare Mediterraneo, e dura questo corso sino
alla punta di Tariffa, e quando decresce ritorna di Ponente verso Levante,
cioè dal Mare Oceano, nel mare Mediterraneo...
Di modo che quando l’acqua comincia à crescere, si move da Garbino, e
corre verso Greco, e così s’incontra col lido, ò costa del terreno, e fa l’acqua
piena, e in tutti i Porti, Golfi, Canali ò fiumi e l’accrescimento viene dal
Mare et il decrescimento dalla terra...”
Note e
appunti
tratti dall’opera di Nicolò Sagri
Archivio Domenicano di Dubrovnik
Un altro personaggio illustre che ha attirato l’interesse di Serafino è Marko
Marulic, gentiluomo della città di Spalato nato nel 1450. Questi compì gli
studi probabilmente nella città di Padova, ma non si allontanò mai per
lunghi periodi dalla sua terra. Uomo di grandissima levatura intellettuale,
scrisse in latino la maggior parte delle sue opere, alcune in italiano e le
restanti in lingua croata che egli definiva madrelingua.
A tutt’oggi è considerato la figura più importante della letteratura croata del
Quattro-Cinquecento. Il suo componimento
“ De Istitutione bene vivendi per exempla sanctorum”
72
“Istituzione del buono e beato vivere secondo l’esempio della vita dei santi”
come già detto, fu citato dal Padre Serafino nell’opera:
“Giardino d’esempi ovvero fiori delle vite de’santi “
stampato nel 1607, in cui inserì 69 esempi tratti dall’ Istitutione” di Marko
Marulic.
E’ comunque certo che Serafino conoscesse già le opere di Marko Marulic,
dato che l’“Evangelistarium” era stato tradotto in italiano da suo fratello,
don Silvano Razzi, già nel 1571.
Quest’ opera e il “De Istitutione” ebbero una fama straordinaria e furono
pubblicate per tutto il XVI e XVII secolo in più di cento edizioni e tradotte
in quasi tutte le lingue: italiano, francese, tedesco, portoghese, inglese,
fiammingo, boemo e spagnolo.
73
Il “ De Istitutione bene vivendi” è un testo che Serafino ama e condivide per
l’ammirazione che entrambi portano verso la vita dei santi e dei grandi padri
della Chiesa.
Il carattere esemplare del richiamo ai santi è espresso attraverso la dedica a
Gerolamo Cippico. Nell’opera Marulic mette in risalto il debito di
riconoscenza verso i modelli di santità, antico e nuovo testamentaria, e
cristiana che contrappone ai grandi sapienti del mondo antico. La
conoscenza del Marulic è vastissima e l’utilizzo che fa della prima
letteratura cristiana riflette la sua preoccupazione di edificare in un modo
rispondente agli ideali dell’umanesimo cristiano con l’intento di offrire
testimonianze di virtù così come sarà per Serafino il cui intento ( un esempio
tra tutte le opere) si riscontra con evidente consapevolezza nell’ultima
ristampa della Vita di Santa Caterina de’ Ricci.
Nel terzo libro della Storia di Raugia, Serafino descrive i luoghi intorno alla
città, le isole appartenenti alla repubblica fino a Cattaro, dove si reca a
predicare la Quaresima dell’anno 1589 nella Cattedrale.
Fir. Bibl. Laur.,San Marco 873
A seguito della predicazione nelle terre di Cattaro, Serafino dà alla luce
l’opera:
“ Vita di san Trifone , avvocato dai Cattarini”
composta nel 1589 e
“ Vita della Beata Osanna da Cattaro.”
che comporrà dopo il ritorno a Firenze e che sembra datata 1592.
Il racconto della vita di San Trifone denota l’interesse per tutto quello che
riguarda la documentazione agiografica e non solo per i suoi esponenti più
famosi.
San Trifone
Trifone era nato a Campsade, terra dell’Ellesponto vicino a Nicea, nel 232
d.C. stessa regione di San Nicola divenuto poi patrono di Bari. Fin da
adolescente si dedicò allo studio delle Sacre Scritture e dei Vangeli e la
determinazione con cui proclamava e diffondeva il suo credo indussero il
Prefetto romano Aquilino a farlo arrestare.
L’anno 250 d.C. vide bandita una delle più sanguinose e atroci persecuzioni
cristiane sotto l’imperatore Decio: Trifone fu condotto a Nicea in Bitinia e
nonostante le atroci torture non rinnegò la fede, subendo in conseguenza il
martirio per decapitazione.
Per sua volontà il corpo fu ricondotto a Campsade e lì riposò fino al X
secolo quando una nave veneziana approdò sulle rive e prima di ripartire ne
trafugò il corpo.
74
La nave travolta da tempesta riuscì miracolosamente ad approdare incolume
sulle coste di Cattaro, dove come segno di ringraziamento per la salvezza, fu
deposto in nuova sepoltura il corpo di San Trifone. Amato e conosciuto per i
miracoli dispensati al popolo, divenne in breve tempo Patrono di Cattaro e
protettore dei marinai. Nel 950 d.C. i Cattrini eressero una cattedrale al santo
in cui sono state conservate per anni le sue reliquie che sono state oggetto di
varie traslazioni fino al 1656. In quell’anno il Duca di Viterbo Enrico Sforza,
avvalendosi dell’autorità del fratello, Cardinale Federico Sforza, ottenne
l’autorizzazione di Papa Alessandro VII per trasferire parte delle reliquie di
San Trifone e portarle a Viterbo affinché proteggessero la popolazione da
una terribile peste. Dal 1918 le spoglie del santo si trovano sotto l’altare
maggiore del Duomo di Tonti di Cerignola mentre il cranio è sempre
rimasto a Cattaro.
L’origine dell’interesse per la storia di San Trifone è comunque da collegarsi
al “viaggio nella riforma degli Abruzzi” e al “ Viaggio nelle Puglie e
Calabrie” dove il santo, che era già venerato a Montrone, paese sulle Murge
in provincia di Bari e conosciuto in varie località che con la Dalmazia
avevano rapporti marittimi, aveva suscitato la curiosità di Serafino. Non
risultano fino ad oggi stampe di questa vita, ma lo scritto deve essere stato
copiato e probabilmente inviato al Vescovo di Kotor che ne autorizzò la
diffusione. Non si spiegherebbe altrimenti la coperta lignea inviata da
Spalato, la cui incisione ripassata in oro cita “ Frate Serafino Razzi Vita di
San Trifone” in caratteri cirillici.
Ma Serafino non è solo interessato alla storia e alle cose che riguardano la
religione.
Il suo arrivo a Raugia ci mostra anche un Serafino imprenditore, un uomo
che deve trovare i fondi necessari per i restauri del suo monastero, che deve
rinnovare e costruire e far quadrare i conti.
Siamo nel 1589 e dovrà passare ancora molto tempo prima che le candele
vengano definitivamente sostituite con altri mezzi più duraturi.
Le candele sono indispensabili per la chiesa, lo studio, la vita in tutti i suoi
aspetti. Guardandosi intorno Serafino si rende conto che la cera viene
importata in città dall’Italia, dalla Grecia e dal Montenegro con evidenti
costi molto superiori a quelli che Serafino è abituato a saldare nell’ambito
dei suoi precedenti priorati.
Delizioso nei modi, e chiedo scusa perché non trovo altra forma per
descrivere la cosa, tramite un sistema che si può definire geniale oltre che
stravagante, Serafino non si presenta al consiglio della città a spiegare che
per risparmiare la cera devono farsela da sé. Semplicemente si dedica alla
realizzazione di un’opera:
“ Della natura e proprietà delle api o vero pecchie da gravi autori raccolta”
75
Questo libro, che Serafino dedica “Alli Illustrissimi Signori il Rettore e
Gentiluomini Raugei” verrà poi stampato a Lucca da Busdraghi.
Nel 1590 il suo mandato è terminato. Con grande afflizione delle città e dei
padri del suo convento, Serafino sessantenne torna a Firenze, dove riprende
le sue lezioni in San Marco.
Riporto per intero la dedica che apre l’opera “ La Storia di Raugia”, così
come appare in stampa e come la lessero i Signori di Dubrovnik quando la
ricevettero:
“ A GL’ILLVSTRISSIMI
SIGNORI, IL RETTORE;
e gentil’Hvomini
Raugei,
Signori miei sempre osservandissimi
Le molte cortesie, le quali io ricevei, né due anni che io dimorai,
IllustrissimiSignori miei, nella vostra Città e dall’amplissimo Senato vostro,
e da molti particolari gentil’huomini, e dal Reverendo Clero, che nella morte
del proprio Arcivescovo, si degnò di elegger me forestiero di sangue, se bene
d’affezione, e d’amore cittadino, al governo di cotesta vacante Chiesa,
siccome all’hora mi indussero à matter mano à questa fatica di scrivere la
storia della vostra nobilissima, & Illustrissima Città ( carico fin qui da
niun’altro che io sappia, preso) così hora havendola fatta stampare, mi
stringono e soavemente mi forzano à non indirizzarla, ò vero dedicarla ad
altri, che all’Istesse Signorie vostre Illustrissime. Le prego adunque di
aggradirla, e favorirla, e tener me, per loro amorevolissimo, &
affezionatissimo figliuolo, e servo, nel Sig. che io loro, per tale mi offero, e
dono.
Di Firenze alli 28 di Marzo, dell’Anno della salutifera incarnazione 1595.
Di V.S.Illustriss.
Affettionatiss-figl.e servo
F.Serafino Razzi.
76
Missione Diplomatica
in favore della Repubblica.
“Il Frate Bianco” viene inviato come Mediatore Diplomatico
davanti agli Ambasciatori della Santa Sede
dei Veneziani e dei Turchi
La popolazione di Raugia era bilingue, ma la nobiltà, per rimarcare la
superiorità sul popolo, parlava in italiano e frequentava la Cattedrale dove in
questa lingua si predicava. Tra loro parlavano in croato rivolgendosi però
alla servitù in italiano attraverso un interprete che ri-traduceva il comando.
Serafino scelse subito di imparare la lingua in modo da poter predicare e
parlare con la gente senza doversi servire costantemente di un interprete.
Meno di un anno dopo il suo arrivo a Dubrovnik, il Frate Bianco, come
venne da subito chiamato da tutti, fu investito di un incarico diplomatico
delicatissimo.
La Repubblica di Venezia che aveva perduto quasi tutti i territori lungo le
coste Adriatiche, aveva iniziato a tessere le sue mire sulla città iniziando a
tessere una rete di false informazioni destinate agli Ambasciatori e agli
osservatori accreditati allo Stato Pontificio. Non avendo reali motivi per
attaccare una città che era quasi l’ultimo avamposto cattolico in un territorio
controllato dai turchi, iniziarono a diffondere il sospetto di un’alleanza
nascosta mirata a favorire l’avanzata ottomana in cambio della sicurezza
della Repubblica. Se il Papa avesse dato credito a queste informazioni,
avrebbe sicuramente appoggiato l’attacco e l’occupazione di Dubrovnik da
parte dei Veneziani.
Gli informatori diplomatici dalla Turchia, intanto, riferivano che pur non
avendo mai avuto gravi problemi con la città, i generali della milizia
ottomana stavano iniziando a prendere in considerazione come l’assalto e
l’occupazione della città avrebbe sicuramente favorito l’espansione e il
dominio marittimo, garantendo uno dei porti più ampi e meglio fortificati
dell’Adriatico.
Serafino fu scelto dal Senato come Mediatore e inviato a parlare con i
Veneziani e con i Turchi. Alla presenza dei Messi Diplomatici delle varie
potenze e dei Nunzi Papali, il “Frate Bianco” da un lato dimostrò il legame e
la devozione della città al Papa e al cattolicesimo, dall’altra giustificò le
relazioni con i turchi in modo che nessuno dei presenti poté confutare.
Descrisse il giuramento di fedeltà che con preghiere costanti la città
riconfermava in Cattedrale al Papa e all’Imperatore Romano spiegando
come il tributo pagato al Sultano fosse solo una necessità politica che non
tutelava solo la città ma l’intero mondo cattolico. Il cuore di Dubrovnik era
da sempre Europeo: era con Roma, Vienna e Madrid non con Istanbul.
77
Cosa abbia detto precisamente ai Turchi per ora non ci è dato sapere, ma le
sue argomentazioni risultarono inconfutabili anche per loro.
Dubrovnik fu assolta dall’accusa di tradimento verso gli interessi cristiani e
non fu attaccata dall’armata del Sultano.
Nell’ultimo lavoro presentato e pubblicato quest’anno dal Prof. Kranic
possiamo leggere:
“Pertanto Dubrovnik deve eterna gratitudine a Fra’ Serafino Razzi e
considerarlo alla pari dei suoi più meritevoli cittadini come ad esempio
Mino Pracat o il Martire Nikolic Bunic.”
***
*
Rientrato a Firenze, Serafino riprende i suoi corsi in San Marco come lettore
in Sacra Teologia. Contemporaneamente è nominato Confessore del
Monastero di San Vincenzo di Prato e continua le predicazioni. Nel 1595 è
Confessore del Monastero di Santa Lucia in Firenze. Nonostante la
prestigiosa carica che riveste e l’autorevolezza riconosciuta, nonostante il
prestigio e la fama imperitura che continuano ad accompagnarlo, i nobili
amici che lo consultano e mantengono con lui legami epistolari, Serafino
non perderà mai la propria spontaneità e il senso pratico che lo hanno reso
così amato.
Forse è il senso pratico così spiccato il motivo per cui si trovava su un tetto,
probabilmente per sistemare da sé qualche rottura, la causa di una caduta
che miracolosamente non lo conduce alla morte.
Viene portato a Lecceto in convalescenza per rimettersi e alla fine dell’anno
1596, ritorna in San Marco e riprende le sue lezioni.
Nel 1600 si reca a Roma in pellegrinaggio per l’Anno Santo, viaggio del
quale parlerà nella Vita del Savonarola, in appendice al libro quarto.
Questo viaggio a Roma contiene anche la speranza di ottenere il consenso e
l’approvazione del Pontefice per la stampa della sua ultima fatica dedicata
alla Vita di Santa Caterina de’Ricci. Speranza che, purtroppo, non troverà
consensi data la particolare situazione “politica” della chiesa condizionata
fortemente dalle controversie con la Riforma Luterana che ormai ha diviso il
Capitolo di Germania.
Nel 1602, all’età di settantadue anni viene eletto Priore del Convento di San
Marco a Firenze.
“ ...Anno MDCII, XII Kal. decembris, conventus sui nativi S.Marci prioret
agebat. ”
Scriptores ,II,387
78
79
80
Laudi e Poesie Spirituali
Il termine Lauda, designa una canzone, generalmente in lingua volgare ma
dal contenuto spirituale che dal XIII al XIX secolo ha rappresentato una
parte importante della vita religiosa del popolo italiano.
L’etimologia latina “laus”, implica un canto di lode e ringraziamento ma
anche di penitenza e contrizione. Non è da escludere che il suo sviluppo in
Italia, specie nelle regioni del nord, sia stato influenzato dai trovatori che si
erano spostati dalla loro terra d’origine al seguito delle crociate.
L’origine della Lauda da noi, resta comunque strettamente legata a San
Francesco d’Assisi, che fu uno dei primi a dare vita alla poesia religiosa
volgare. Percorrendo l’Umbria a piedi “cantando e laudendo magnificamente
Iddio”, ci ha lasciato, indelebile segno della sua fede, il “Cantico di Frate
Sole” del quale purtroppo non ci è pervenuta la musica. Gli storici tendono
comunque a supporre che la linea melodica fosse ispirata allo stile di
Gautier de Coinci (1177-1236) che si era diffuso oltre le frontiere francesi.
La Lauda, al di là del valore musicale che spesso è relativo, è di fatto un
componimento extra-liturgico. Veniva usata nelle processioni e nei
pellegrinaggi e in seguito nelle Confraternite che andavano formandosi,
come a Firenze dove nel 1183 fu fondata la Compagnia della Beata Vergine
Maria.
Nata dalla spontaneità e dall’entusiasmo religioso, la lauda diviene la forma
popolare di canto sacro, staccata dalla forma e dalla musica ecclesiasticoliturgica, cantata all’unisono da tutti i fedeli. Da monodica, la Lauda inizia a
diventare polifonica fin dai primi anni del 1400 evolvendosi nel tempo in
forme a tre, quattro, sei e più voci.
Legata comunque più all’utilizzo popolare che a quello liturgico, la Lauda
favorirà sempre il testo su una linea melodica piuttosto semplice. La parte
musicale è di fatto a servizio del testo e questo equilibrio a favore delle
parole, anche nell’evoluzione da monodia a polifonia, resterà invariato:
sillabismo, armonia verticale e preponderanza della voce acuta.
I laudari di questi secoli sono conservati nelle biblioteche più importanti
d’Europa ma due sono le fonti più copiose: il MS della Biblioteca Marciana
di Venezia, che contiene 12 Laude a due voci della metà del XV secolo, e i
due libri della Biblioteca Colombina di Siviglia, ad opera del Petrucci,
contenenti 122 laudi, di cui 74 in italiano.
La più importante raccolta di Laudi Spirituali, dopo la lontana stampa del
Petrucci, la si deve al Padre Serafino Razzi che fu il primo a compilare una
raccolta “ musicale ” a stampa nel XVI secolo. La prima pubblicazione fu la
81
prova di stampa che giustifica il curioso titolo sulla coperta che cita “ da
cantarsi su una musica conosciuta...”; il libro nella sua forma definitiva fu
stampato poco dopo. L’innovazione straordinaria di Serafino fu l’idea di
inserire nel libro la musica “contemporanea”, ossia la musica più famosa che
si cantava in quel tempo a Firenze, impedendo che andasse perduta e
dimenticata con l’avvento di nuove “canzoni” popolari. Infatti era cosa tipica
del canto popolare, adattare testi diversi agli stessi temi melodici conosciuti.
Per questo motivo Serafino trascrive musica e testo apponendo in fine la
nota “ Tutte le seguenti Canzona si cantano come è notato qui sopra”, con
a seguire il testo di due, tre e più laude precedute da nome dell’autore e
titolo. Ovviamente inserisce anche le sue composizioni poetiche che firma.
Le Laudi Spirituali di Serafino Razzi, restano a tutt’oggi l’unica raccolta
contenente i testi e le musiche in uso in Firenze nel 1500.
La fama derivata da queste raccolte ha leggermente deformato nel corso del
tempo il ruolo di Serafino che ne è stato il compilatore e il trascrittore. Il suo
ruolo di compositore è da riferirsi alla “composizione” dei testi che egli ha
poi adattato a musiche preesistenti: l’automatismo che porta ad accomunare
l’aggettivo “Compositore” con il musicista, ossia con chi compone in note
musicali, ha indotto molti ad identificarlo come tale distraendo l’attenzione
dall’importanza straordinaria della sua opera di “Compilatore”.
Capita spesso di imbattersi in trascrizioni musicali moderne di brani del 1500
che recano, ad es., questa dicitura:
“ Il Bianco e dolce collo di Caterina ”
di Fra’ Serafino Razzi
Sull’intestazione non viene riportata la nota “Su testo di Fra’ Serafino
Razzi” ed è normale per chi guarda la partitura intendere che ciò che si sta
leggendo è la trascrizione in notazione moderna della composizione di
Serafino. La domanda che mi sono posta è, di conseguenza, questa: perché
attribuire l’intera composizione ad una persona che nei manoscritti autografi
più di una volta, dal 1552-53 al 1603, dichiara per propria mano di non essere
il “compositore”, ossia il creatore della parte musicale?
Probabilmente perché la consultazione non si è rivolta alle fonti autografe
ma si è basata sulla intestazione del “Primo Libro delle Laudi Spirituali”
dando per scontato che dove compare la “partitura” con sotto il testo firmato
“ Serafino Razzi” entrambi i componimenti appartengano alla creatività del
firmatario.
82
Non possiamo certo dire che non conoscesse la musica anzi, ma dobbiamo
anche attenerci alle sue stesse parole:
“...non composi giamai canto alcuno da per mè alle laudi...”
MS Palatino, 173
A differenza di molti compositori che fino alla metà del XVIII secolo hanno
lasciato, senza conferma né smentita, che il mondo musicale attribuisse loro
la paternità di opere anonime che riscuotevano grande successo, Serafino
ribadisce con serena onestà di non aver inventato le musiche che inserisce
nei libri. Questo nulla toglie al grandissimo valore della sua opera, dato che
se non avesse conosciuto i fondamenti dell’armonia e del canto, mai avrebbe
potuto lasciarci testimonianza concreta di come queste laudi venissero
cantate.
Numerosissimi studi sono stati fatti nel corso dell’ultimo secolo per
rintracciare le fonti originarie delle parti musicali che ci ha lasciato dove
accanto ad alcune egli stesso scrive:
“Lauda Antichissima d’ Autore incerto.”
Tra i più autorevoli studiosi di storia musicale del Rinascimento e
conseguentemente dell’opera del Padre Razzi vanno ricordati ( e ne cito solo
alcuni a partire dal 1908):
Domenico Alaleona
R. Casimiri
Studi sulla storia dell’Oratorio in Italia,
Torino, Ed. Bocca 1908
“ Laudi Spirituali” in “Cantibus organis”
Roma , 1924
H. Colin Slim “ Gift of Madrigals and Motets”, London-Chicago
University Chicagi Press 1972
che attraverso la ricerca ha potuto appurare come la lauda a Santa Caterina
Martire
“ ...il bianco e dolce collo di Caterina...”
è stata adattata da Serafino sul testo “...il bianco e dolce cigno...”
del quale trascrive la parte musicale, che si può confrontare con il
manoscritto autografo di J. Arcadelt nel suo “Primo Libro di Madrigali”.
Pierre Hurtubise, Une famille-témoin: les Salviati.
Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica, 1985
Patrick Macey, Bonfire Songs: Savonarola’s Musical Legacy,
Oxford, Claredon Press 1998
83
Eric Cochrane, Florence in the Forgotten Centuries 1527-1800.
A History of Florence and the Florentines in the Age of the Grand Dukes,
Chicago-London, University of Chicago Press 1973
Ferdinando Liuzzi
La Lauda e i primordi della melodia italiana
Roma, Libreria dello Stato, 1935
e tantissimi altri tra cui J.Ratzinger, attuale Papa benedetto XVI.
Grazie al Prof. Patric Macey e alla pubblicazione degli atti del convegno
internazionale del 2005, possiamo risalire alle origini musicali di altri
componimenti:
Serafino adatta la musica di due madrigali di Verdelot alle laudi, includendo
la linea del Tenore di “Quanto sia lieto il giorno” - Fl.BNC, pal 173- ai suoi
componimenti “Questo dì glorioso”, “Deh venite Angeli” e “Vasto, diletta
terra”.
Nel Santuario di laudi del 1609, Serafino utilizza ancora un madrigale di
Verdelot come primo e come ultimo brano, in chiusura, adattandolo al testo
“La Vergine Gloriosa”.
Di fatto la linea melodica della lauda è facile da ricordare e sostanzialmente
omofonica, e questo facilita la partecipazione di tutta la congregazione
riunita nella chiesa, creando una condizione suggestiva tra la prima stanza,
ossia strofa e la risposta corale.
Generalmente troviamo linee di tre voci: alto, canto e basso, con la parte
singola facilmente memorizzabile da un piccolo coro, grazie al limitato
“range” o gamma di intervalli. Il massimo intervallo che troviamo è un
intervallo di quinta che per le molte note ripetute e lo stile semplice è
ripetibile subito dopo averlo ascoltato una prima volta.
Questa linea melodica così semplice risalta in modo particolare durante il
periodo d’oro di Lorenzo de’ Medici alle cui splendide feste di carnevale si
cominciarono ad eseguire i “Canti Carnacialeschi”, alcuni dei quali
composti su testi dello stesso Magnifico.
Sebbene molto semplici, come si addice a temi da eseguire all’aperto e in
compagnia, questi testi contengono una loro importanza storica dettata dallo
stile prettamente italiano. Dopo la morte di Lorenzo, Girolamo Savonarola
condannò pubblicamente i canti carnacialeschi incoraggiando la diffusione
delle laudi, ossia canti religiosi. Questi, che per la loro semplicità melodica
si rivelarono tanto simili ai precedenti, consentirono alla gente di conservare
le melodie popolari cambiando semplicemente i testi. Nei Madrigali del
1500, il procedimento avviene più o meno nello stesso modo.
84
Il Madrigale era una forma melodica semplice, in cui il testo era in
apparente contrasto con la musica: a melodie tristi e melanconiche venivano
associati testi allegri e scanzonati e viceversa. Ad esempio, in uno dei
madrigali di Arcadelt, “Il bianco e dolce cigno” è presente un’antitesi: il
cigno muore e questo viene cantato in un’apparente felicità mentre in
contrasto il narratore piange come se fosse lui a dover morire.
Nella parte interna della canzona, nella stessa strofa in cui prima il cigno
muore felicemente, ora muore infelicemente mentre è il narratore a morire
con gioia.
Il paradosso si risolve alla fine quando il cantore svela di morire solo di una
morte metaforica, poiché questa morte è la metafora della “ petite mort ” l’atto sessuale-, ossia il culmine del piacere fisico che nel canto è
rappresentato dallo spirito che lascia il corpo.
Ed è questa rivelazione il colpo di scena che provoca la risata e rende questi
canti così popolari. Talmente popolari che Serafino stesso utilizzerà la
musica di “Il bianco e dolce cigno”, per il testo poetico della sua lauda “Il
bianco e dolce collo di Caterina”.
85
E’ evidente che il valore viene dato al testo musicale e non al testo letterale,
dimostrando un’apertura mentale e culturale che probabilmente noi oggi non
riusciremmo ad avere. Credo che nessuno di noi oserebbe trasporre un testo
spirituale sulla melodia di “Osteria numero...”eppure all’epoca era
considerata una prassi normale.
Nel manoscritto relativo al Libro di Laudi del 1588, libro che non contiene
parti musicali ma solo componimenti letterari, Serafino segna una nota in
cui elenca i nomi dei musicisti compositori di tali laudi, le cui partiture
musicali, essendo committenti della “Cappella Musicale” dei Medici a
Firenze e a Roma, erano già redatte in forma indipendente:
Verdelot, Pisano, Layolla, Corteccia, Costanzo e Festa.
Nell’ultimo manoscritto, nella parte relativa alla composizione dell’ultimo
libro delle Laudi, oltre ribadire che “non compose giammai canto alcuno da
per sé alle laudi”, fornisce preziose informazioni sulle origini profane e
popolari di alcune melodie che ancora non sono ascrivibili ad autori
specifici.
Nel MS Pal.173, Bibl. Naz., Serafino ne indica i criteri della raccolta:
“sopra un’aria di musica assai vaga, da mondani huomini santamente
presa”, e ancora “ composta sopra un canto che l’Autore ( Serafino) sentì una
volta cantare da certe fanciullette in andando fuori diporto”.
Quest’ultima annotazione di Serafino, riporta alla mente un passo del
Viaggio nella Riforma d’Abruzzi, in cui egli si sofferma a guardare e
ascoltare alcune fanciulle che cantano mentre raccolgono legna ed erbe.
Resta comunque indiscutibile che Serafino conosca la musica: è stato
istruito al canto liturgico negli anni del seminario, conosce la notazione ed è
capace di leggerla e intonarla.
Il Pontificale Romanum, che resterà in uso fino alla riforma del Vaticano II,
elenca le mansioni del Diacono, investitura che Serafino riceve nel 1552:
cantare il Vangelo su tre toni tradizionali, le intenzioni dell’Oratorio
fidelium, l’Exultet nella veglia pasquale, le litanie etc...
Serafino ama la musica, ma per sua stessa mano sappiamo che non è né
compositore né strumentista eppure pur definendosi “...non particolarmente
versato nelle cose della musica...” si ingegna con passione a trascrivere linee
melodiche udite e memorizzate e a comporre laudi spirituali e poesie, rette
da una metrica elegante e ritmica che si avvolge e plasma sulle note dei
grandi compositori del suo tempo.
Ma soprattutto ci lascia la più preziosa fonte di informazioni per lo studio
della prassi esecutiva; una raccolta così importante per lo studio della
musica rinascimentale in Toscana da essere, ancora oggi, inesauribile fonte
di indizi per la conoscenza della prassi, della ricerca di fonti e attribuzioni
da parte degli storici della musica e dei ricercatori di tutto il mondo
86
Le Laudi di Serafino
Nella “ Laude al Proprio Angelo Custode”, Serafino si attiene alla metrica
della “Laude di F.Girolamo Savonarola da Ferrara -Gesù sommo conforto”.
La riporto per intero così come appare negli originali dell’epoca, uno dei
quali fu proprietà della Biblioteca Arcivescovile di Bologna che ne concesse
la ristampa anastatica alla Forni Editore di Bologna.
Lauda al proprio Angelo
di fra Serafino Razzi
Angelo mio diletto
Che mi sei stato dato
Da Giesù benedetto
Per guardia in ogni lato
O gran bontà,dolce pietà
Felice quel che a Giesù unito sta.
Fammi spregiare il mondo
Con il suo falso honore
Accio che col cuor mondo
Servir possa il Signore
Fammi fuggire il vizio,
E le vie triste e torte
Accio che in suo srvizio
Duri fino alla morte.
Fammi esser paziente
In ogni adversitate
Divoto, ubbidiente
Ripien di caritade.
Fa ch’io sia casto e puro
Angel mio pien di zelo
Accio che al fin sicuro
Teco ne venga in cielo.
Insegnami la strada
Che ne conduce a vita
E perchè in quella io vada
87
Non far da me partita.
Spronami, accendi, infiamma,
Ch’io ferva all’alto Dio
E alla sua dolce mamma
Che è tutto il mio desio,
O Vergin Santa, o verde pianta
Felice chi di te favella e canta
Tu dolce Maria
Ogni speme, e conforto
Della trista alma mia,
Torre ,Refugio e porto.
Tu vergin singolare
Sopra d’ogn’altra al mondo
Tu sei stella del mare
Che non lasci ire al fondo.
Fa caro il mio angiolino,
Che mi tenga in sua grazia
Accio del suo bambino
Faccia mia voglia sazia
O me beato, e fortunato
Se’l dolce suo Giesù mi sarà dato
Ti prego ultimamente
Angel mio bel fra belli
Che facci ardentemente,
Ch’i ami i miei fratelli,
A voi spirti divini
Adesso io me ne vengo
Beati Serafini
Il cui nome ritengo
E chiedo aita, che alla partita
Felice a voi ne venga all’altra vita.
Il fine.
88
Lauda all’Angelo Custode di Serafino
e testo di Girolamo Savonarola con parte musicale
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I due testi affiancati così come appaiono nella prima edizione a stampa del
Libro Primo delle Laudi Spirituali e a seguire il testo musicale che lo
precede. Nell’originale la pagina precedente è posta a sinistra e come
possiamo vedere dalla pagina 87, il testo di Serafino è stampato dopo quello
di Girolamo Savonarola, il cui incipit è inserito tra le linee delle voci.
90
Ho scelto tra le tante di riproporre questa laude per prima per la sua
particolare bellezza e per l’immediata sensazione di essere una delle prime
che Serafino ha composto.
C’è nella sua struttura un ardore giovanile e allo stesso tempo un’intimità
particolare; tra le tante che ho letto, credo che questa rappresenti un
profondo momento di intimità spirituale rispetto al senso devozionale degli
altri componimenti.
Riporto i titoli delle laudi così come le ho trovate nell’originale e così come
è stato stampato nella prima edizione del 1562. Raramente sono
accompagnate dalla data di composizione ma sono sempre firmate
dall’autore.
La laude che ora segue è la prima che Serafino compone e nel manoscritto
BNC, Pal 173, f80v, ne descrive le circostanze :
“...compose l’Autor ‘ la precedente laude e fu la prima che
componesse, essendo anco novizio nel Monastero di san
Marco... e Pal 173,1:
“...io presi il sacro habito della religione l’anno 1549...di nissuna
cosa esterna cotanto piacere spirituale io prendeva, quanto
sentire tal’hora cantare alcuna divota laude di Dio o de
santj...mi posi in certe hore meno atte agli studi et in tempo di
estate, quando i giorni sono più lunghi, a scrivere le parole e la
musica di dette laudj”
Serafino annota la data: 1552, aveva quindi ventuno anni.
La parte musicale di questa laude è una linea melodica piuttosto semplice
con la seconda strofa metrica ripetuta composta su una base preesistente e
riadattata da lui stesso.
91
92
Laude di Fra Serafino Razzi
a santa Cecilia
I Sent’al cor conforto
Cecilia gloriosa
Diletta a Giesù sposa
Quant’io t’amo.
Qui per tuo amor cantiamo
Cecilia benedetta
Tu sei mia diletta
Te il cor ama.
Te sola il mio cor brama
a te.
Tu sei la mia avocata
Tu hoggi in ciel beata
In grande honore.
A te dono il mio core,
Cecilia pura ,e santa
Di te mia lingua canta
In questo giorno.
A te hoggi ritorno,
Verginella, pregiata
Siati raccomandata
L’alma mia.
Te sola il cor desia
Per la tua puritade,
Tu specchio di bontade,
E d’amor casto.
Spregiasti con tua gloria:
Onde hoggi con vittoria
Il ciel possiedi.
Tu il mio bisogno vedi
Però porgimi aita;
Accioche di mia vita
io venga al porto.
Il Fine
93
La decisione di presentare le seguenti laudi non è dovuto ad un valore
intrinseco più ampio rispetto ad altri componimenti, ma semplicemente
perché sono firmate Seraphinum Ratium Marradium Aedita.
Ovviamente ogni Laude riporta il nome dell’autore, ma non su tutte quelle di
Serafino compare il nome di Marradi.
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Sequenzia Sanctae Luciae, per Fratrem
Seraphinum Razium Marradium Aedita.
Ave Virgo gratiosa, Virgo martyr
gloriosa, Sponsa regis gloriae.
Ave fulgens margarita, Quam dilexii mundi vita, Christus sol iustitiae.
Fructum iam centesimum, Virginitatis
meritum, Virgo coelo reportasti.
Virgo prudens Deo grata, Per cruorem
purpurata, Syracusas decorasti.
O qua faelix nunc in coelo Agnum sponsum absque velo,Contemplaris domina.
Sancti tui nuc agonis, Cumularis amplis
donis, Virginumque gloria.
Age quaeso virgo pia, Apud Iesum o Lucia,
Vt degamus sic in via, Quòd laetemur patria.
Supplicamus nos emenda, Emendatos
nos commenda Tuo sponso ad habenda,
Supernorum gaudia.
Ave Christi sposa, Ave mitis, & benigna Victrix martyr,
rosa rubens,
Peccatori lucem prebens Poscéti fideliter.
Iesù Christe fili Dei, Tota salus nostrae
spei, Tua sponsae interuetu, Angelorum
nos cocentu. Fac gaudere iugiter. Amè.
Finis.
95
Lamento della Maddalena al Sepolchro
Copia Anastatica dell’Originale del 1563. Esemplare appartenuto alla
Biblioteca Arcivescovile di Bologna.
96
Lamento della Maddalena al Sepolchro
di Christo,di Fra Serafino Razzi
1 Stommi q al monuméto ogn’hor pigédo Giusù cercando,
Che fu tolto da me, ne lo ritrovo deh meschin’a me’.
2 Chi me l’havessi detto vita mia
che’n tante pene, Dolce mio bene, ahime,
3 Mi lasceresti deh meschin’a me
N’o cerco l’horto tutto, e non ti truovo,
4 E il monumento di fuori, e drento, ahime,
Ne ti riveggio, deh meschin’a me,
5 Chi l’havesse veduto, me lo insegni,
il mio conforto
6 che in croce morto, ahime, fu da Giudei,
deh meschin’a me.
7 Se fusse ben nell’atrio di Pilato
Senza pensare, lo andrò a pigliare, ahime,
8 Chi me lo insegna, deh meschin’a me.
Precetor mio dove ne se tu ito, dolce mia speme,
9 Quanto mi preme, ahime,
l’esser te senza, deh, meschin’a me.
10 Deh torna Giesù mio deh torna homai,
O mio diletto, con quanto affetto, ahime,
11 Ti vo cercando, deh meschin’a me.
S’io ti trovassi dolce Giesù mio,tra questi fiori,
12 di più colori, ahime,
sarei contenta, deh meschin’a me.
13 belle figliole di Gerusalemme, havresti visto.
Il dolce Christo, ahime,
14 Che è lo mio core, deh meschin’a me.
ma ecco io veggio di qua un hortolano,
15 Dimmi fratello. hai tolto quello, ahime,
che è lo mio bene, deh meschin’a me.
16 Non ti accorgi Maria, che l’hortolano
è lo tuo amore el tuo Signore, hoime,
Tu nol conosci,deh felice a te.
97
C’è una dolcezza candida nella forma poetica di Serafino. La percezione di
lui attraverso gli scritti ci giunge come attraverso uno specchio: gli occhi
spalancati di uno spirito perennemente stupito dalla bellezza della fede.
Per quanto, come spesso accade, sia stato uomo di indiscussa fama al suo
tempo, noi che siamo suoi conterranei lo abbiamo relegato in una specie di
limbo del ricordo con un sottinteso: se ci sono vie dedicate a lui qualche
cosa di importante avrà fatto.
E come tutte le cose che nascono per caso, la mia curiosità verso di lui non è
scoccata tanto attraverso gli studi di musica sacra rinascimentale, quanto da
una vacanza in Croazia, dove nell’isola di Krk, nel negozio di un antiquario
a Baska, ho preso in mano una pagina strappata forse da un laudario scritto a
mano, con in alto una decorazione particolare. Il testo che inizia con le
parole “Laudate fanciulletti in suono e canto...” non mi ha tanto incuriosito
quanto la decorazione: una tartaruga. Il Gran Duca Cosimo I nel XVI
secolo, aveva scelto come motto per la sua flotta navale di stanza nel porto
di Livorno, il motto “Festina Lente” , ponendo come suo emblema sulle
vele una tartaruga con una vela sul carapace nel mezzo della quale spiccava
il giglio.
Questo emblema veniva utilizzato come logo dalla tipografia Sermartelli di
Firenze che stampava su privilegio del Gran Duca ed è stata proprio la
tartaruga che mi ha riportato alla mente la coperta del libro dedicato a Santa
Maria Maddalena.
98
Serafino Razzi
“Laudate Fanciulletti”
Collezione Privata
Marko Marulic
“Odi Slave”
Collezione Privata
99
La curiosità di capire come una lauda scritta in “lingua toscana” facesse
parte di una raccolta scritta in croato e il collegare poi il testo a Serafino
Razzi, mi hanno portato a intraprendere questo viaggio nella sua storia. In
questo viaggio ho scoperto non solo Serafino, ma musicisti, letterati, storici
che non conoscevo e aspetti della vita e dell’opera del fratello Silvano che
neanche immaginavo. A partire dal legame affettivo che pur non espresso a
parole, si riscontra nella collaborazione continua che i due fratelli
manterranno per tutta la vita. La differenza evidente tra gli scritti di Serafino
e del fratello Silvano si percepiscono immediatamente. Più grande di circa
cinque anni, amico intimo di Benedetto Varchi e molti altri letterati del
tempo, Silvano si impone alla corte medicea come commediografo, dando
alle scene e alle stampe quattro commedie e una tragedia tra le più famose
del suo tempo.
Mentre Serafino sente la chiamata religiosa fin da bambino, una scelta di
cuore, Silvano vive la sua giovinezza da studente, frequentando i circoli
universitari di Pisa, dedicandosi alla scrittura e alla vita “terrena” come tutti
i giovani.
La decisione di prendere i voti arriverà da adulto, una scelta di cuore e di
testa probabilmente. Silvano è un uomo che ha vissuto la vita e che
liberamente sceglie un’altra vita. Entrato nell’ordine camaldolese con il
nome di Girolamo, continuerà ad essere chiamato don Silvano, come
attestano gli scritti e i documenti che lo riguardano. L’amicizia con
Benedetto Varchi resterà imperitura e di questo fa fede il lascito “Epigrammi
a don Silvano Razzi”, con il quale il Varchi lo nomina assieme a Lorenzo
Lenzi Vescovo di Fermo suo esecutore testamentario.
Per tutta la loro vita i due fratelli manterranno costantemente contatti e
collaborazione; due modi diversi di porsi, lo stesso interesse per la cultura e
gli studi, ma quasi il ritiro dalle cose del mondo per l’uno, quanto
l’instancabile andare nel mondo per l’altro.
La vita vissuta di Silvano sembra non mancare mai a Serafino. Eppure in
entrambi è evidente il piacere dello studio e della contemplazione delle
ragioni della mente e del divino. Resteranno sempre legati da una fratellanza
di pensiero, di stima e di affetto che li terrà uniti tutta la vita. Credo che a
tutt’oggi per molte persone sia Girolamo/Silvano il fratello considerato
“famoso”, l’autore dell’unica commedia che molti ricordano, ossia “ La
Cecca”. Probabilmente di Serafino si ricorda solo che era frate, musicista e
fratello di Silvano.
Ma su Silvano tornerò in un altro lavoro a lui dedicato.
La produzione di Serafino fu caratterizzata dalla più vasta policromia di
argomenti: si dedicò a traduzioni, riduzioni e florilegi. Si occupò di
100
agiografia, cronotassi, esegesi, ascetica, teologia, morale, oratoria , storia,
musica, medicina, pecchie e fisica delle campane. Si dedicò alla scrittura con
una dedizione quasi ansiosa: come se fosse un voto, un principio ascetico
che lo impegna a non sciupare neanche un attimo del suo tempo. Ci ha
lasciato oltre seicento poesie, molte delle quali furono inserite in altre
raccolte, come ad esempio in quelle di Benedetto Varchi.
Nel 1600, ormai settantenne, continua imperterrito a perseguire l’ultimo
desiderio che ancora non è riuscito a realizzare: la stampa riveduta e
ampliata della Vita di Santa Caterina de’Ricci, lavoro che aveva
costantemente rinnovato per tutta vita e per l’amore che sempre lo ha legato
a questa sua madre spirituale. Cogliendo l’occasione dell’elezione al Soglio
Pontificio di Ippolito Aldovrandini, Serafino si fece preparare una copia che
inviò al Pontefice con una lettera latina e con dedica, datata 2 gennaio 1599.
L’anno dopo, anno del Giubileo, si recò a Roma con un asinello e
incontrando il cardinal Alessandro de’Medici a cui Clemente VIII aveva
passato il volume, chiede notizie del suo lavoro in questo modo:
“ Se accadeva di mandarlo sull’asino per avere scritta la medesima vita, non
occorreva di accattarlo, avendolo egli condotto seco.”
Il libro non riscuote l’interesse sperato, anche perché Serafino sembra quasi
non rendersi conto che, accanto agli innumerevoli ammiratori delle sue
opere altrettanti erano i detrattori.
Come molti tra coloro che riscossero grandi successi e glorie in vita, ebbe
in sorte di attraversare il tempo quasi da sconosciuto. Ci ha lasciato circa
trenta opere a stampa, che ormai fanno parte del patrimonio librario
antiquario e più di centoquaranta manoscritti attualmente individuati.
La sua memoria che è andata scemando nella sua terra, è rimasta viva nei
paesi slavi, dove dall’ottocento in poi si è continuato a studiare e a ricordare
l’opera di questo frate. Oltre al volume pubblicato dalla tipografia Serbo Ragusea Pasaric nel 1903 ad opera del Padre Ludovico Ferretti, con
prefazione storica del Prof. G.Gelcich, la storia di Raugia, ha continuato ad
essere stampata fino ai giorni nostri.
Nel 1900 il volume ” La storia del Culto”, riporta la pubblicazione della Vita
dei Santi e dei beati dell’Ordine di Serafino, tradotta in francese dal R.P
Fr.Jean Baptiste Blancone nel 1616 e pubblicata “ avec privilège du Roy”.
Nel 1880, Cesare Guasti pubblica in Bologna “ Il sacco di Prato e il ritorno
de’Medici in Firenze”, in appendice è inserito il racconto inedito di Serafino
Razzi “La Madonna de’ Papalini”.
Nel volume relativo al Convegno internazionale del 2005 sulle Cappelle
Musicali fra Corte Stato e Chiesa nell’Italia del Rinascimento, da pagina 349
a pagina 371 è pubblicato lo studio del Prof. Patrick Macey, ordinario della
Eastman School of Music dell’Università di Rochester dal titolo:
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“ Filippo Salviati, Caterina de’Ricci and Serafino Razzi.”
Nel 2005 la Casa di Cultura Italiana di Belgrado ha dedicato un catalogo ai
grandi letterati del cinquecento che hanno pubblicato per le importanti case
tipografiche della Serenissima . Tra gli autori presenti, sono citati Serafino
Razzi e Marko Marulic, tradotti in lingua serba.
Il catalogo si Intitola “ Stampa Rarissima”.
Con questo racconto che è solo una parte del mio viaggio nella sua vita, ho
tentato di ricollocarlo, almeno spero, nella giusta importanza storica,
teologica ed umanistica che la sua opera merita.
Umanamente parlando, posso solo confessare di avere incontrato un uomo
straordinario che ha costantemente confermato come il sapere e la
conoscenza siano il più importante dovere verso se stessi e verso Dio.
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Nel 1568, a trentasette anni dette alle stampe la sua seconda opera:
“Vita e Istitutioni del sublime et illuminato Giovanni Taulero”,
che dedicò a Giovanna d’Austria, la sfortunata nuora di Cosimo I, con cui
intrattenne rapporti personali ed epistolari, essendo annoverato tra gli
umanisti, teologi e filosofi del patronato del Granduca.
Ed è con una delle più belle poesie di Giovanni Taulero, che mi sembra
rappresenti appieno l’essenza di questo uomo singolare, che chiudo questo
primo viaggio nella sua vita.
Il mio spirito è andato errando
in un silenzio solitario
dove non ci sono né parole né modi.
Mi ha circondato un Essere
in cui non c’è alcuna meraviglia.
Il mio spirito è andato errando.
La ragione non può raggiungere ciò,
è al di sopra di ogni senso.
Ed io voglio lasciarne la ricerca.
Il mio spirito è andato errando.
Per un momento immergiti nel fondo,
la beatitudine increata ti sarà palese.
Separati dal nulla,
tu troverai il nulla che la lingua nega e resta tuttavia qualcosa.
Ciò comprende solo lo spirito
che non si cura di alcun profitto.
Johannes Tauler 1300-1361
A Serafino Razzi, Marradese.
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106
Indice
Biografia.......................................................................................................19
Regno di Napoli
Il Priorato di Penne, il Priorato di Vasto e Napoli.......................................41
Raugia o Ragusa, l’odierna Dubrovnik.........................................61
Poesie e Laudi Spirituali......................................................................79
107
108
Edizioni Opera In-Stabile
Associazione Culturale
Marradi-Firenze
Maggio 2011
109
110
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