Forum delle Associazioni Familiari dell'Umbria
Perugia, 27 settembre 2014
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UN NUOVO PARADIGMA PER RACCONTARE
LA SOCIETÀ FONDATA SULLA FAMIGLIA
Un saggio breve a cura di Ernesto Rossi
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Vista la difficoltà di comprensione del fenomeno culturale delle teorie di genere, e delle
sue complesse ricadute sociali, politiche e antropologiche, ho creduto utile fornire un
supporto sufficientemente snello, per chiunque voglia affrontare l'argomento,
introducendo alcuni aspetti che ritengo essenziali per la comprensione delle
problematiche che si muovono attorno a questa materia.
Non di meno, poiché come si ritroverà nel testo, il gender mainstreaming poggia su
un paradigma comunicativo innovativo e potente, ho ritenuto altresì utile offrire una
chiave comunicativa della cultura pro-famiglia in grado di confrontarsi con esso.
dott. Ernesto Rossi
Presidente Forum Ass. Familiari dell'Umbria
Nota di metodo
Pur se in ottica divulgativa, dunque semplificata, l'argomento è affrontato secondo una
chiave di lettura multilivello, individuando le concatenazioni che intersecano piani
differenti di analisi. Pertanto, allo scopo di semplificare la lettura e comprensione del
contenuto, questo è stato organizzato in due parti: la prima offre uno sguardo sui
presupposti e le categorie per la comprensione delle materie trattate, la seconda affronta
l'attualità nell'ottica di una risposta critica al soggetto d'interesse, sul piano della
comunicazione. Infine, sempre per agevolare la lettura, il testo è stato scomposto in
paragrafi per quanto possibile, consultabili singolarmente.
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INTRODUZIONE
Questo piccolo saggio, rappresenta il
tentativo di stimolare una riflessione sui
modelli di comunicazione connessi alle
politiche di introduzione del cosiddetto
gender mainstreaming, con la proposta di
formulare rispetto a questi, una risposta di
ottica pro-famiglia. Si sente in particolare
l'esigenza di uscire da una sorta di
sudditanza psicologica determinata da
condizioni esterne che oggi sono veicolate
da una possente macchina di
comunicazione massmediatica, orientata
tutta alla promozione del gender
mainstreaming, che rende difficile
esprimere posizioni diverse, anche se
orientate alla semplice promozione dei
valori familiari, che sono percepiti come
proposte di natura reazionaria, e più avanti
capiremo perché.
Tuttavia, mentre le proposte di
valorizzazione della famiglia sono
piuttosto chiare, guardando alla
comunicazione pro-gender l'informazione
risulta alquanto confusa, solitamente
superficiale, talvolta artefatta, spesso
fuorviante. Di fatto i media promuovono
un'immagine politically correct, tesa a far
passare un messaggio di non
discriminazione e fin qui non ci sarebbe
molto da dire, se non che, entrando dentro
i contenuti del gender mainstreaming
scopriamo che questa informazione non è
esaustiva dei contenuti di queste politiche,
che sono molto più impattanti sulla cultura
e sull'idea di società di quanto il
messaggio mediatico non lasci pensare.
Per questi motivi emerge forte una
doppia esigenza: da un lato chiarire cosa
gender mainstreaming voglia davvero
significare, in tutte le sue accezioni e
conseguenze; dall'altra, poter formulare
delle proposte alternative e integrative; e
in ordine a questo, trovare un paradigma
di comunicazione nuovo per rispondere,
ovvero, "corrispondere" con un adeguato
messaggio pro-famiglia all'ideologia del
gender.
In questo lavoro, senza presunzione di
esaustività, sono raccolti alcuni concetti
utili a porsi dei criteri di ragionamento
critici nei confronti della realtà che ci
circonda, discostandosi dal clamore
mediatico scatenato da questi temi, per
riuscire ad avere una visione meno
inquinata possibile da condizionamenti
esterni, alla luce della propria sensibilità e
guidati dalla propria coscienza per
discernere gli elementi di verità nella
realtà mediatica, sociale e istituzionale
che ci circonda.
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I PARTE
IL DISCORSO SUL GENDER
IL GENDER NON È IL GENERE
Innanzi tutto, un avviso: qui non si tratta di
negare o sopprimere la dimensione della
teoria di genere, che è necessario separare
nettamente da quella dell'ideologia gender
con un'opportuna premessa: tale
distinzione è infatti negata dagli attivisti
politici e dai proponenti del gender
mainstreaming, ritenendola un'invenzione
reazionaria all'introduzione delle politiche
di genere, tanto da farne oggetto di
discussione in conferenze (1- http://
genrelyon2014.sciencesconf.org/
program).
La realtà è un po' più complessa,
poiché presi di per sé, gli studi di genere
esprimono un impianto sociologico,
psicologico e culturale utile a relazionarsi
con la realtà degli stereotipi educativi e
dei contesti di correlazione tra mondo
maschile e femminile, la sessualità e i
rapporti tra uomini e donne. Non ci si
occupa in questa sede di discutere della
correttezza dell'impianto teorico degli
studi di genere; non è infatti oggetto di
questo saggio la critica della validità
accademica di questi contenuti ma solo le
loro ricadute politiche sociali e
antropologiche.
Di fatto, con le ipotesi di genere più
elaborate si arriva a ritenere che ogni
aspetto biologico, sia secondario rispetto a
quello socio-cognitivo; in altre parole, non
esistono differenze tra uomo e donna, e
l'identità sessuale rappresenta in realtà un
effetto del libero arbitrio rispetto al dato
biologico del sesso assegnato dalla natura;
pertanto, assumendo la teoria come
dimostrata (cosa che non è), questo
modello di riferimento si deve conculcare
sin dalla più tenera età in nome della
parità tra i generi e dell'eliminazione di
"fuorvianti" stereotipi.
Questa rappresentazione tuttavia
non trova alcun riscontro condiviso dalla
comunità scientifica, ancora divisa su
molti fronti in tal senso, e comunque non
concorde sull'impianto teorico; mentre, al
contrario è ben accolta dal mondo
dell'associazionismo LGBTQIA (le
associazioni di promozione della realtà
omosessuale) che ne fa un motivo di
rivendicazione politica di diritti, di fatto
operando per far entrare negli ordinamenti
giuridici e legislativi gli schemi di pensiero
(il genere) da applicare alla società civile,
di quella che è pur sempre una mera
visione teorica di origine sociologica.
Consegue immediatamente da ciò, che
l'incorporazione delle teorie di genere de
facto in toto, nel discorso politico non
consente più di distinguere gli aspetti
teorici condivisibili dalle visioni più
radicali della stessa teoria, lasciando lo
spazio anche a queste ultime, di tramutarsi
in applicazioni normative concrete; si
trasforma così la teoria in ideologia.
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Ciò in quanto la dimensione
sociologica, utile a fornire per esempio le
categorie di ragionamento politico sui
diritti civili, si intrecciano in un coacervo
indistricabile con l'idea di un uomo
antropologicamente diverso, e
radicalmente distante dall'essere umano
come fino a oggi comunemente inteso;
che emerge applicando per intero il
concetto di identità di genere agli
individui, e tra poco spiegheremo più
compiutamente queste affermazioni.
La criticità attuale, si esprime dunque sin
da subito nella capacità a monte di
discernere e far comprendere alla
popolazione, la distinzione tra queste due
accezioni -ideologia/teoria- comunicando
efficacemente gli aspetti che trascendono
nei radicalismi ideologici, da quelli
accademici, che caratterizzano il discorso
scientifico e sociologico che tenta di
interpretare i vari fenomeni legati ai sessi
maschile e femminile, e danno gli
strumenti e le categorie di pensiero per
interpretare in ambito civico quelle
soggettività che per condizione personale
si pongono "a cavallo" tra i due sessi.
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GENDER: POLITICA O
ANTROPOLOGIA?
Poiché le teorie di genere sono ad oggi
frammentate in diverse scuole di pensiero,
quando in questa sede si parla di "gender"
s'intende far riferimento non agli studi
teorici, ma alla visione socio politica che a
partire da questi studi, si vorrebbe
applicare alla società civile attraverso la
lotta politica (2- Dale O’Laeary autrice di
"Maschi o femmine? La guerra del
genere", Ed. Rubbettino 2006).
Il problema che da qui sorge è
molto grosso, poiché le interpretazioni del
concetto di genere, sono più o meno
radicali, e vanno da quello del
superamento degli stereotipi/ruoli sociali,
(come la partecipazione a certi lavori
culturalmente preclusi, o meno attribuiti
alle donne, ad esempio i teatri di
combattimento militari); fino ad arrivare a
concepire l'identità legata al sesso
biologico naturalmente subordinata al
genere percepito, conseguendo a ciò,
l'obbligo di sostituire al termine sesso, il
concetto di "genere". Da questa
interpretazione deriva il conio di svariate
decine di nuovi generi che si catalogano
sinteticamente con la sigla LGBTQIA,
(Lesbica, Gay, Bisessuale, Transessuale,
Queer, Intersessuale, Asessuale, ecc...);
secondo l'Australian human rights
commission (Ahrc), Authority australiana,
se ne catalogano ventitré; e secondo
Facebook se ne contano oltre quaranta.
In estrema sintesi la teoria dei generi,
giunge ad affermare che non esiste alcuna
differenza tra maschile e femminile,
trattandosi di istituti convenzionali
applicati a un essere umano
sostanzialmente neutro: androgino; le cui
evidenze sessuate sono un fatto
accidentale della biologia, mutevoli anche
ripetutamente nel tempo, e sempre
soggette al libero arbitrio.
Un esempio può aiutare a
comprendere questa distinzione: secondo
la cultura fino a oggi riconosciuta, ciò che
è maschio si differenzia da ciò che è
femmina in base a una relazione di ordine
naturale biologicamente e geneticamente
predeterminata, così che se si nasce
maschi si è uomini e se si nasce femmine
si è donne, pur riconoscendo che possono
esistere dei casi di indeterminatezza
biologica come l'intersessualità, che
ricadono nel dominio dei casi eccezionali.
Tutto ciò rimane un campo attinente ma
non uguale a quello delle preferenze
legate alla condizione personale degli
individui, per esempio in rapporto
all'omosessualità.
Secondo la teoria del genere, ciò
non sarebbe più vero, per due ordini di
motivi, di cui il primo di tipo sociale, e il
secondo di natura antropologica; nel
primo: se un maschio si percepisce donna
egli può chiedere di farsi attribuire
un'identità femminile, e anche operarsi
chirurgicamente per assumere sembianze
femminili. La dimensione sociale
apportata dal gender qui determina
un'attribuzione dell'identità femminile o
maschile in forza di una convenzione
sociale e una legge che consentono di
modificare l'identità del soggetto in
funzione della percezione dello stesso.
In base al secondo ordine di motivi,
la teoria del gender in realtà va molto più
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in là, sfociando nella dimensione
antropologica; vale a dire che se io
maschio, mi sento donna sono donna in
tutto e per tutto, naturalmente, una donna
nel senso originale e ontologico del
termine, dunque non solo in virtù di una
convenzione sociale che mi attribuisce
l'identità femminile in forza di una legge.
Tale convinzione persona,e, può anche
essere mutevole e ripetuta nel tempo,
ovvero, sarò concretamente donna/
femmina o uomo/maschio in virtù del mio
libero arbitrio e fintanto che mi sentirò
tale. Ciò slega completamente l'identità
dell'individuo dall'essere un tutt'uno col
proprio corpo; l'identità sessuale da quella
biologica; determinando una concezione
completamente diversa dell'essere umano.
(3- http://www.scienzaevita.org/rassegne/
c08f122d611d667b838a90a90bb4bb70.P
DF).
La dimensione antropologica del
gender risulta così mimetizzata e nascosta
da quella sociologica, più intuitiva da
rappresentare, al punto che per le persone
non addette ai lavori, non è più possibile
cogliere le imponenti conseguenze che
l'antropologia del gender comporta sul
piano della concezione della natura
umana -si viene di fatto a determinare
sulla vita reale delle persone, attraverso
un'operazione culturale, un'invasione di
campo delle scienze socio-politiche
analoga a quella delle leggi razziali
prodotte negli anni trenta e quaranta del
secolo scorso stigmatizzando il principio
dell'invasione di campo della politica
entro un ambito estremamente più vasto-.
Tale evento antropologico non può
essere pertanto derubricato, come accade,
a una semplice applicazione di "norme
sulla non discriminazione in base al
genere", perché di fatto, si va a intervenire
su ambiti che devono richiedere una
condivisione e un dibattito
eccezionalmente più grandi.
Tuttavia, la trasposizione politica di
questa visione sull'uomo, in seguito a una
serie programmata di conferenze
dell'ONU che operano sostituendo la
nozione di genere al posto di sesso, si
attua automaticamente per ricaduta
burocratica, traducendosi nel corso del
tempo, in norme e convenzioni
internazionali, che toccano i punti
nevralgici del vivere sociale. Ciò è ancor
più evidente, per quella branca del gender
che ritiene necessario dover incidere
sull'educazione sessuale e l'imprinting
nell'ottica di genere dei bambini, già a
partire dalla fascia da zero/quattro anni
(come dal 2010 prescrivono le linee guida
dell'OMS); di fatto "allevando" un uomo
nuovo con un nuovo orizzonte di senso su
sé stesso. (4- http://www.aispa.it/
a t t a ch m e n t s / a r t i c l e / 7 8 / S TA N DA R D
%20OMS.pdf).
In definitiva, toccando sfere così alte
dell'essere, il gender esce dal campo
limitato della politica per sconfinare in
quello più ampio dell'antropologia, onde
stabilire ciò che definisce che "cos'è" un
uomo, e "chi è" l'uomo, intervenendo su
un piano profondamente esistenziale.
Va ribadito dunque che la logica
conseguenza di quanto detto è che le
"politiche di genere", derivanti delle "teorie
di genere", prima di essere acquisite,
dovrebbero incontrare un riconoscimento
quanto più condiviso possibile tra la
popolazione, rifuggendo da visioni
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ideologiche che non risultano figlie dello
sforzo della volontà di servire la verità
migliore per l'uomo su sé stesso, ma
piuttosto improntate a perseguire una più
egoistica logica del maggior bottino
incamerabile da parte dei propugnatori
politici e delle lobbies del gender
mainstreaming.
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IL FATTORE POLITICO E
LE IMPLICAZIONI ETICHE
IL FATTORE POLITICO
Allorché la dimensione politicizzata
ideologicamente del gender, rientra in un
contesto di convivenza civica, fatto dei
tentativi, nell'alveo democratico, di
introdurre regole e convenzioni utili al
vivere comune, il discorso sul genere ha
un significato pluralistico che si inscrive
nella prassi politica; e va da sé che
entrando nel dominio politico, la dialettica
sulle politiche di gender, trova come
fisiologica conseguenza i suoi estimatori o
detrattori. Se così fosse si prefigurerebbe
un normale scontro dialettico-politico
sulle reciproche ragioni del contendere,
come avviene per qualsiasi discussione
politicamente impegnata.
Molto più serio però è il ricorso alla
narrazione che si sviluppa quando a
partire dai presupposti di cui sopra, quelle
stesse categorie a motivo di rivendicazione
ideologica, diventano odiose e
antidemocratiche intendendo imporsi con
la forza e senza contraddittorio sulla
cultura corrente.
Il contesto diventa antidemocratico,
allorché, nella logica di una posizione che
ideologicamente propugna l'indifferenza
tra il maschile e il femminile, consegue
anche l'eguaglianza di tutte le idee di
famiglia, cosicché non deve esistere un
modello familiare che si distingua dagli
altri; dunque anche quello storico. Tale
logica, orientata all'equiparazione di tutte
le forme di convivenza tra loro, una volta
applicata a tappeto in ogni piega della
società, si accinge a scardinare, o meglio,
usando il vocabolario del gender, a
"destrutturare" completamente
l'impalcatura della società civile, sin qui
fondata sulla complementarietà, uomodonna, maschile-femminile, considerata
qui alla stregua di un mero stereotipo
sociale.
L'antidemocraticità dell'ideologia gender
deriva dal fatto che essa viene posta in
modo tale da ritenere inammissibile
alcuna critica, pur seria, intellettualmente
onesta, basata sul ricorso agli strumenti
della scienza, dell'obiettività e della
ragione; inoltre essa rifiuta ogni approccio
che abbia una visione metafisica, e
dunque nega ogni voce in capitolo alle
opinioni di sensibilità religiosa;
opponendosi a ogni critica adottando in
tal senso un impianto filosofico di tipo
relativistico per il quale nessuna verità
viene riconosciuta tale (neanche quella del
maschile e del femminile). L'ideologia
gender così s'impone, affinché nessuna
alternativa in particolare emerga,
diventando di fatto dogmatica come i
dogmatismi che essa pretende di abbattere
(5- http://www.treccani.it/enciclopedia/
r e l a t i v i s m o culturale_(Enciclopedia_delle_scienze_soci
ali)/).
IL NEGAZIONISMO DEL GENDER
Ogni voce critica al gender è sempre
ricacciata nel contesto di una visione
confessionale, totalitarista, nazista, ecc.
anche quando in realtà, e con evidenze
concrete, l'opposizione si esprime con i
modelli della normale rappresentatività
democratica.
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È un fatto che qualsiasi forma
critica sia giudicata non degna di ascolto e
valore intellettuale; si guardi in tal senso
l'orientamento "a senso unico" in: Ens de
Lyon, 3-5/9/2014 primo Congresso sugli
studi di genere Francese, Ist. du Genre
France; tutto teso a screditare le visioni
critiche, negando al contempo le
idiosincrasie implicite nei modelli proposti
dal gender. Un esempio di questo stato di
cose si evince dall'arresto di genitori
contrari all'insegnamento del gender ai
propri figli occorso in Germania (6- http://
www.tempi.it/germania-scandalo-genitorii n c a rc e ra t i - f i g l i - c o r s i - g e n d e rscuola#.VGSkaYjYOK1); oppure, restando
in Italia, nelle aggressioni violente verso il
movimento di contestazione silenziosa
delle Sentinelle in piedi (7- http://
www.formiche.net/2014/11/02/cosi-ilparlamento-discute-sulle-sentinelle-piedi/).
LE IMPLICAZIONI ETICHE (CENNI)
Avviene dunque, che con la dimensione
ideologica, si supera il confine dei diritti
individuali, e si entra nella dimensione
collettiva; vale a dire che si entra nel
territorio di ciò che deve valere per tutti
come base sostanziale per la costruzione
della società civile. In questo senso
emergono le reali criticità, allorché, solo
per fare un esempio, si mette sullo stesso
piano il valore dell'istituto storico e
giuridico dell'unione matrimoniale di
uomo e donna, con la semplice unione
degli affetti tra chiunque, come
propugnato dalla propaganda politica che
sposa la causa del gender; qui
emblematico il commento: "Love is love"
del Presidente USA Barack Obama. (8http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/
C o n t e n t I t e m - 0 8 5 a 0 1 2 6 c130-40dc-925d-6ec9aa406f02.html).
"Love is love". Se si opera questa
t r a s p o s i z i o n e , d iv e n t a i n e v i t a b i l e
ricontestualizzare ogni argomento
attinente; in tal caso, si interroga la fonte
del diritto: può essere l'unione degli affetti
il principio guida? Visto che a questo
punto ogni unione dovrebbe essere
riconsiderata (uomo/donna; uomo/uomo;
donna/donna; più uomini; più donne; più
uomini con più donne; ecc.).
Dal pinto di vista etico, in quale
misura è corretto attribuire a un'unione, di
qualsiasi tipo essa sia, lo stesso identico
status del matrimonio, intendendo, non
solo riconoscere tale l'unione di affettività,
ma mettendola in rapporto perfettamente
paritetico con tutto il portato storico,
civico, generativo, solidaristico, culturale,
di filosofia del diritto, di costruttività e
finalizzato alla cura filiale intrinseco al
matrimonio, e per ciò che questo ha
sempre rappresentato nelle generazioni?
I dubbi etici che nascono da questa
impostazione non soggiacciono soltanto
alla questione dei diritti individuali. Infatti,
ciò fa emergere anche l'esigenza di
considerare del tutto ragionevole dare un
valore particolare a un qualche principio
che promuova il legame tra gli "opposti",
che contraddistingue l'unitività di poli
maschile e femminile, intrinseco all'istituto
del matrimonio tra uomo e donna,
riconoscendo in ciò un principio di
complementarietà universale. La
medesima complementarietà maschilefemminile non si esprime
comparabilmente nell'unione di altro tipo.
Alla luce di questa considerazione non è
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forse corretto domandarsi se e come
valorizzare un istituto che promuovere il
principio di avvicinamento tra il maschile
e il femminile? Un tentativo in questo
senso è stato operato presso alcune
amministrazioni pubbliche come la
Regione Lombardia o la città di Assisi, che
hanno votato una mozione per la
valorizzazione e la tutela dell'istituto
familiare costituzionale italiano e per
questo hanno ricevuto fortissimi attacchi e
accuse di omofobia e odio. (Milano: 9h
t
t
p
:
/
/
www2.consiglio.regione.lombardia.it/wai/
PA L C O / p o l i t i c a / d o w n l o a d . p h p ?
urlDownload=/alfresco/service/api/node/
content/workspace/SpacesStore/
7 2 b 8 c 1 7 7 - 4 a 4 e - 4 2 8 d a9f7-56c738405666/MOZ_263?
attach=true&nomeFile=MOZ-263-testopresentato;
10http://
w w w. a r c i g ay m i l a n o . o r g / We b /
2014/07/01/mozione-sostegno-famiglianaturale-in-discussione-in-consiglioregionale-lombardia-intrisa-dodio/; Assisi:
11- http://www.forumfamiglieumbria.org/
approvata-anche-al-comune-di-assisi-lamozione-a-favore-della-famiglia-naturale/;
12- http://www.umbria24.it/assisi-montala-protesta-contro-la-mozione-omofobicao l t r e - m i l l e - l i k e - p e r- f a r l a - r i t i r a r e /
315603.html).
Ancora sulla bioetica: la prospettiva di
intrinseca generatività che scaturisce
dall'unione tra uomo e donna può essere
messa sullo stesso piano di una pratica
inseminativa eterologa? In cui, ad
esempio, si attua la composizione con
mezzi artificiali, degli elementi essenziali
per consentire la nascita di esseri umani il
cui corredo genetico e le proprie radici di
affinità possono ricondurre fino al
contributo di sei individui diversi tra
biologici e legali, (due correlati alla
donazione dell'ovulo, distinguendo
rispettivamente tra: donazione del DNA
nucleico, ed eventuale donazione del
DNA mitocondriale; uno maschile per lo
spermatozoo; una, la madre surrogata che
avrà portato in grembo il bambino per
nove mesi; due infine i genitori legali,
ovvero ai quali potrà essere assegnato il
figlio prodotto dell'eterologa (13- http://
www.cortecostituzionale.it/documenti/
c o n v e g n i _ s e m i n a r i /
CC_SS_fecondazione_eterologa_201406.p
df).
Si manifesta concretamente la
situazione di un puzzle estremamente
complesso da ricostruire sia sul piano
sociale, sia culturale che civico e
giuridico; e comprensibilmente, psicoaffettivo per quello stesso individuo che è
stato così generato, e che dovrà inserirsi
nella società che andrà a occupare e
comporre partendo da queste premesse.
L'ideologia gender accoglie e stempera
dentro sé tutte queste contraddizioni
vestendole da diritti individuali dei quali
ottenere ragione e giustizia, tuttavia, non
accettando alcun impianto critico che non
poggi sull'assunto che il gender debba
essere accettato integralmente come
fondamento dal quale partire. E tuttavia,
ciò è politicamente, socialmente,
scientificamente e culturalmente parlando,
impossibile da esigere sia implicitamente
che esplicitamente.
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DIRITTO/ETICA/MEDIA:
RICADUTE CIVICHE
Con una lenta ma inesorabile ascesa si è
innestata nella cultura moderna la
profonda convinzione che quanto c'è di
tecnicamente fattibile "può" essere fatto, e
che i desideri umani più profondi
rappresentino un diritto individuale che
"deve" esser soddisfatto (14- come anche
evidenziato da Papa Benedetto XVI
nell'enciclica Caritas in Veritate del 29
giugno 2009).
I diritti umani non possono essere
egualizzati rispetto al peso normativo che
determinano; esiste un ordine gerarchico
con cui essi si rapportano reciprocamente,
in particolare quando fossero in tensione
gli uni con gli altri (15- Alain Laquièze
(Laquièze 2002, pp. 308-11).
"Secondo Maria Rosaria Ferrarese
(16- Ferrarese 2002, pp. 65-134),
l’esplosione dei diritti, nonostante alcuni
suoi aspetti molto positivi, si è affermata in
parallelo con due fenomeni altamente
problematici, caratteristici del processo di
globalizzazione economico-politica:
l’indebolimento del potere legislativo degli
Stati nazionali e l’espansione del potere
dei giudici, sia all’interno degli Stati sia in
ambito internazionale. Quello che è stato
chiamato spazio giuridico globale si sta
diffondendo in stretta connessione con
l’ideologia del globalismo giuridico che è
sostenuta dalle corporation multinazionali,
dalle istituzioni per la regolazione
finanziaria internazionale, dalle
organizzazioni non governative in
generale. Si sta affermando – sotto
l’influenza del pragmatismo procedurale di
matrice statunitense – un sistema giuridico
delle possibilità, fondato sullo schema
privatistico del contratto".
Alla luce di questo quadro è utile
sottolineare come l'assetto giuridico sia
governato in effetti con un criterio di
politica globale, non demandato
all'arbitrio dei singoli Stati sovrani,
trovando facile passe-partout istituzionale
attraverso la porta dei Diritti bioetici (detti
di quarta generazione dopo quelli liberali,
quelli economici e quelli sociali), che
vengono cioè enunciati e riconosciuti
attinenti alle questioni di bioetica,
sollevate dalle nuove frontiere della
scienza. Inevitabilmente, tali "nuovi diritti"
dovrebbero essere quanto più possibile
avulsi da condizionamenti esterni di
natura interessata. Questo è un aspetto
disatteso di grande importanza, che oggi è
a n c o ra p o c o ra z i o n a l i z z a t o d a l l a
maggioranza della popolazione. Esiste una
stretta correlazione tra come tali diritti
sono comunicati e percepiti e quanto in
funzione di questo possono influenzare lo
stato civico; al punto che nei consessi
accademici si è evidenziato proprio questo
vulnus: "Un ultimo nuovo diritto che
merita di essere discusso (e che è utile
tenere a mente per il prosieguo di queste
pagine) è quello che è stato chiamato
habeas mentem o, meno evocativamente,
a u t o n o m i a c o g n i t iva . C o n q u e s t a
espressione si intende la capacità del
s o g g e t t o d i c o n t r o l l a r e , f i l t ra r e e
interpretare razionalmente le
comunicazioni che riceve, in particolare le
comunicazioni elettroniche. Entro società
informatizzate, si sostiene, la garanzia
giuridica dei diritti di libertà e dei diritti
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politici rischia di essere un guscio vuoto se
non include l’autonomia cognitiva: se
questa manca, è impensabile che si formi
un’opinione pubblica indipendente
rispetto ai processi di autolegittimazione
promossi dalle élites politiche ed
economiche al potere (17- http://
www.treccani.it/enciclopedia/nuovi-dirittie-globalizzazione_(XXI-Secolo)/).
N e d e r iva ch e l a l o g i c a d i
incardinamento dei nuovi diritti
nell'ambito dell'ordinamento degli Stati, si
collega strettamente alle modalità
informative adottate per il gender
mainstreaming, che sono de facto
comunicate secondo un paradigma
t e n d e n t e a r e n d e r l e c o n f e r m a t ive
attraverso i massmedia e i progetti
governativi; cosicché il gender viene
acquisito dalla popolazione secondo
l'interpretazione di chi alla fonte ne
elabora i contenuti, nella misura con cui
viene comunicato, dando facile corso
all'avallo istituzionale, in un coacervo che
include i massmedia e le varie iniziative
politiche, in una visione partigiana dei
nuovi diritti sospinti dal globalismo
giuridico.
Il forte accento sui diritti soggettivi, e
dunque sulle opinioni ad essi sottese,
stanno conducendo a travasare gli aspetti
propri del diritto individuale entro quelli
del diritto collettivo, con l'assunto che ciò
che raggiunge una massa critica sufficiente
"deve" diventare pubblico, suggerendo
l'idea che diventa bastante a definire
diritto collettivo, ciò che è perfettamente
soggettivo purché sufficientemente
condiviso, anche se solo mediaticamente.
Lavorando infatti in definizione di questo
assunto, si manifesta un paradosso tipico
del nostro tempo globalizzato, e cioè: da
un lato l'approccio dall'alto, di tipo
dirigista, promosso da enti sovranazionali
attraverso meccanismi burocratici come
per es. UE e ONU; dall'altro, attraverso un
ben confezionato messaggio sui mass e
social-media, si viene sostituendo alla
dimensione democratica quella
plebiscitaria populistica, che a ben
guardare risulta molto più consona al
diritto individuale. Una massa di
popolazione indistinta è bersagliata da una
narrazione funzionale alla rivendicazione
politica dei diritti soggettivi gender
oriented, posti in modo tale da suggerire
un'avvenuta istituzionalizzazione di
questi, al punto che il consumatore
mediatico è portato a propendere per
l'opinione di mainstream in maniera il più
delle volte passiva.
Si mette insomma in opera un
bypass istituzionale drastico che non tiene
più conto dell'evoluzione storica e
graduale del diritto e della cultura, né si
avvale di una testimonianza democratica,
con ciò, procedendo per "strappi"
promossi dai vari livelli governativi,
piuttosto che per un naturale organico
sviluppo legislativo in sede parlamentare,
soprattutto in ordine al diritto di famiglia, e
ai diritti della famiglia. Sicché la logica
con cui il gender mainstreaming è
promosso non appare più intellettualmente
onesta, né mostra di tenere posizioni
scientificamente messe al sicuro attraverso
ragioni gnoseologiche ed epistemologiche
adeguate. Tale incoerenza appare evidente
una volta messa a confronto con le
tradizionali posizioni pro-famiglia e prolife. "Di fatto, la proposta di generalizzare
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il concetto di famiglia crolla quando si
tratta di distinguere fra i diritti della
famiglia e “altri diritti”, cioè i diritti degli
individui o i diritti di entità diverse dalle
relazioni famigliari. Perché l’incremento
dei diritti degli individui non produce
necessariamente più famiglia". (18Pierpaolo Donati Convegno di studi,
Roma, Domus Pacis, 25-27 novembre
2011; Il bene comune e l’identità della
famiglia: ripensare i “diritti della famiglia”
e le politiche famigliari a trent’anni dalla
Familiaris Consortio).
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GENDER: REAZIONI SPONTANEE
Con l'impostazione ideologica del gender,
si è arrivanti a far emergere, per poi
doverli mediaticamente minimizzare (od
oscurare), i paradossi evidenziatisi proprio
là dove per primi questi esperimenti di
ingegneria sociale si sono manifestati,
come nei paesi scandinavi, con il
cosiddetto paradosso norvegese, in cui si
manifesta una netta separazione verticale
tra maschi e femmine in alcuni settori
lavorativi, pur essendo da anni promossa
in Norvegia, una forte politica di
omologazione tra i sessi. Un documentario
televisivo ha mostrato tutti i limiti delle
teorie di genere, conducendo a chiudere
infine l'istituto intergovernativo per gli
studi di genere norvegese. Un effetto
estremamente significativo, se pensiamo
che i paesi nordici sono quelli dove la
gender theory è stata incorporata sin da
subito (19- http://www.enzopennetta.it/
2014/06/gender/; 20- https://
m.youtube.com/watch?v=2qx6geFpCmA).
Un importante movimento di critica si sta
facendo avanti da diversi anni anche in
Svezia, dove addirittura è l'estrema destra,
in un paese storicamente progressista e
schierato in senso socialdemocratico, che
riesce oggi a fare da ago della bilancia al
Governo (21- http://www.ansa.it/sito/
notizie/mondo/2014/09/14/svezia-al-votoaperti-i-seggi_0263a253-3e5f-4287-8f59d2de953cbefb.html).
Un medesimo risultato si manifesta in
Spagna dove il Governo socialista di
Zapatero, fortemente orientato sull'agenda
dei nuovi diritti ha perso le elezioni in
maniera particolarmente pesante (22h t t p : / / t g 2 4 . s k y. i t / t g 2 4 / m o n d o /
photogallery/2011/11/21/
elezioni_spagna_rajoy_trionfo_popolari_sc
onfitta_socialisti.html).
Una forte reazione si è avuta anche in
Francia, dove si sono sviluppate forme
organizzate di resistenza, partigiana come
la Manif pour tous, un movimento
apartitico e trasversale della società civile,
che è stato in grado di portare nel giro di
poco tempo folle oceaniche di francesi
pro-famiglia nelle piazze e nelle strade
(23- http://www.lamanifpourtous.fr); cosa
che è costata al Governo Hollande un
pesante ridimensionamento in tre tornate
elettorali di fila, fino alla debacle del 2014
(24- http://www.ilsole24ore.com/art/
notizie/2014-09-28/francia-destrariconquista-senato-front-national-entra-laprima-volta-180403.shtml?
uuid=ABXzB1xB).
Ancor più evidente il fenomeno di rigetto
ideologico si esprime negli Stati Uniti
d'America, apparentemente la fonte
primigena di legitimazione dell'ideologia
gender per la forte affinità con le politiche
promosse dall'ONU, e l'impostazione
giuridica pragmatica, ma dove in realtà si
è determinata una imponente
polarizzazione delle sensibilità, con
fortissimi malumori (25- http://
thinkprogress.org/lgbt/
2012/07/09/512916/hate-grouphomosexual-activists-try-to-confusechildren-to-build-their-numbers/), dando
tuttavia alle voci contrarie pur consistenti
una visibilità pari a zero (si pensi ad
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esempio, che soltanto tredici sui cinquanta
stati americani hanno introdotto una forma
di unione omosessuale, ma nei massmedia
si parla del gender mainstreaming come di
omogenea politica USA. (26- http://
www.europaquotidiano.it/2013/06/26/
love-is-love-la-campagna-di-obama-per-idiritti-gay/). In realtà il rigetto popolare è
balzato improvvisamente alla ribalta con
la pesantissima sconfitta del Presidente
USA Barack Obama alle elezioni di medio
termine del novembre 2014, donando alle
forze di opposizione al gender, la vittoria
in quasi tutti gli Stati degli USA (27http://www.formiche.net/2014/11/02/
midterm-ecco-perche-i-democraticipagano-la-debolezza-obama/; 28- http://
loccidentale.it/node/135738).
Ovunque il gender sia stato imposto
dall'alto con forzatura paternalistica ha
sempre configurato sconfitte per KO ai
suoi sostenitori; ciò denota un'evidente
insofferenza della popolazione verso
politiche percepite come non condivise, se
non proprio ostili
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OMOFOBIA O ATTEGGIAMENTO?
Nella comunicazione mediatica la parola
Omofobia non distingue tra
"atteggiamento" e reale fobia (ovvero
paura e ansia riferite all'omosessualità);
l'atteggiamento infatti è un
comportamento fisiologicamente sano e
comune tra la popolazione, ed è riferito a
ciò che fa preferire una marca di auto,
piuttosto che la compagnia di una persona
rispetto a un'altra per simpatia. Si delinea
qui un corto circuito sul quale la
comunicazione politica gioca moltissimo.
L'antipatia, ovvero l'atteggiamento
naturale e non fobico, verso qualcosa che
non piace, non si condivide, ecc., va a
finire nello stesso calderone
dell'omofobia. Detto con parole ancor più
semplici, l'antipatia che provano alcune
persone verso le politiche proposte dai
sostenitori degli avversari politici non è
certamente considerabile una fobia (ad
esempio in tema di tassazione o di
sicurezza). Ogni critica al gender
mainstreaming è aggredita a volte con
aggressività feroce nel nome
dell'omofobia, ma siamo certi che il fatto
di non condividere le battaglie politiche
del mondo pro-gender sia da ascrivere sic
et simpliciter a sentimenti di omofobia? O
piuttosto, che dietro questa
generalizzazione non si nasconda
un'operazione tesa a livellare ogni
possibile distinzione, allo scopo di
annichilire l'avversario politico? A questo
riguardo sono illuminanti le parole di
Salvatore Polito già in tempi non sospetti:
"In conseguenza di ciò, sorgono
immediate alcune domande: la confusione
tra "atteggiamento" e "patologia", voluta
sia dal senso comune che dal mondo
accademico in generale, è dovuta a un
utilizzo strumentale delle categorie
mediche e psichiatriche per far valere le
lotte politiche e sociali dei gruppi GLBT
contro le diffuse discriminazioni che li
riguardano? Ogni critica sociale della
visibilità omosessuale, da parte di chi non
lo è o non crede di esserlo, è veramente
una forma di omosessualità incosciente? E
se l'omofobia (utilizzata pure in occasione
del Gay Pride del 2000) fosse, invece, un
simulacro che inibisce ogni riflessione
critica, cercando di condannare coloro che
ritengono, socialmente, l'omosessualità
ponga dei problemi?
Trovare risposte valide a queste
domande non è semplice, soprattutto
perché circa l'omofobia credo che il
realismo sociologico sia venuto meno di
recente, accompagnandosi a una
responsabilità di senso comune sentita
come più urgente della scientificità dei
concetti utilizzati. Ciò è accaduto, a mio
parere, perché si sono intrecciate due
dinamiche che hanno inficiato l'uso
corretto di concetti e categorie scientifiche.
Da una parte il mondo accademico ha
sentito il bisogno di appoggiare
a t t iva m e n t e l a l o t t a d e i c o l l e t t iv i
omosessuali per la rimozione di stereotipi
e pregiudizi; dall'altra vero è che
l'omosessualità, spesso vissuta come uno
stigma, ha accelerato il declino
dell'immagine positivista di una maschilità
informale all'interno di una società
ordinariamente regolare, soprattutto nei
casi più esasperati in cui l'omosessualità
viene additata come un'inquietante sfida
alle norme che regolamentano la sessualità
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(29- S. Piccone Stella, 2000; 30- V. Baird,
2003), piuttosto che relativamente alla
gestione del potere sui generi o sulle
maschilità subordinate. Eppure questo,
quasi in un crescendo paranoico, ha reso
l'omofobia la causa di tutto ciò che
avviene alle persone con tendenze
omosessuali quando sono discriminate;
più che di sociologia, in sostanza, mi pare
si tratti di attivismo politico" (31Omofobia: un concetto ambiguo delle
scienze sociali. S. Polito; Saggio del 15
maggio 2006; 32- http://
www.culturagay.it/saggio/313).
Prendiamo quindi atto che questa
visione del gender è l'espressione delle,
rivendicazioni di specifiche elites culturali
che agiscono da anni in tal senso come ad
esempio: "l'ILGA (International Lesbian
and Gay Association), l'associazione
internazionale che riunisce più di 400
gruppi omosessuali e lesbici di tutto il
mondo. È attiva con campagne per i diritti
gay, sulla scena internazionale dei diritti
umani e civili, e presenta regolarmente
petizioni alle Nazioni Unite e ai governi.
L'ILGA è rappresentata in circa 90 nazioni
del mondo. Attualmente, ILGA-Europe e
l’Australian Coalition of Activist Lesbians
sono le uniche associazioni per la tutela
dei diritti degli omosessuali presso il
Consiglio Economico e Sociale. La sezione
europea dell’ILGA è accreditata anche
presso la Commissione Europea ed è da
essa parzialmente finanziata". (33- http://
it.m.wikipedia.org/wiki/
International_Lesbian_and_Gay_Associatio
n).
Ciò che è opportuno sottolineare ai
fini di un percorso di orientamento nella
comprensione della comunicazione del
gender mainstreaming, è che la
disponibilità dei media a veicolare una
data immagine del mondo e il fornire un
unico profilo squisitamente politicoideologico della questione di genere, di
fatto, apre e legittima lo scontro dialettico
sulla verità degli argomenti.
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MARKETING
POLITICALLY CORRECT
Le questioni dell'identità di genere e
dell'ideologia del gender (o meglio della
trasformazione delle teorie, nella loro
versione politicamente ideologizzata) si
toccano e sovrappongono al punto da
rendere difficoltoso distinguere tra l'una e
l'altra, fino a impedire di trovare una via
d'uscita lineare per la questione. Questa
condizione confusa è certamente
vantaggiosa e desiderabile per quanti dallo
scontro ideologico ottengono
riconoscimento e visibilità per dare
consistenza politica alle proprie ragioni;
molto meno per quanti in questo ginepraio
cercano una sintesi "alta" tra le posizioni.
Cosa che in verità prevederebbe come
unica soluzione d'uscita il riconoscimento
delle reciproche ragioni e la condivisione
scientifica, etica e istituzionale nell'ottica
di una medesima weltanschauung
sull'uomo.
Come visto, a ostacolo di ciò, la
comunicazione politicizzata del gender
adotta una modalità di comunicazione che
si sta dimostrando potentissima, benché di
propaganda, allorché attribuisce a
qualsiasi elemento di critica, l'attributo di
omofobo, e l'accusa di discriminazione od
omofobia interiorizzata, quando non
epiteti linguisticamente e politicamente
caratterizzanti come: nazista, fascista,
integralista, reazionario, ecc., come
appunto visto nei confronti delle Sentinelle
in piedi. In linea di principio, con questa
strategia si identifica il dissidente, con la
persona con problemi psicologici di
accettazione degli altri, o di arbitraria
volontà discriminante verso chiunque
esprima posizioni critiche nei confronti
delle questioni di genere, poiché di questo
si occupa l'omofobia, intesa come parola
del dizionario politico funzionale alle
istanze LGBT e in generale pro-gender.
Gli espedienti comunicativi sono
pensati allo scopo di rendere efficace la
finalità politico ideologica, secondo una
s t ra t e g i a c o m u n i c a t iva , d a t e m p o
dichiarata, di occupazione degli spazi
mediatici e culturali con messaggi di
political correcteness da un lato, e di
demonizzazione dall'altro. Questi fatti
erano ampiamente anticipati nel saggio:
"After the Ball", che ha rappresentato la
pietra miliare di questa strategia, di cui qui
un significativo frammento: “Pensiamo a
una strategia accurata e potente quanto
quella che i gay sono accusati dai loro
nemici di perseguire – o, se preferite, a un
piano altrettanto manipolatorio quanto
quello sviluppato dai nostri stessi nemici.
[...] I gay devono lanciare una campagna
sul larga scala - che noi abbiamo chiamato
Waging Peace campaign – per raggiungere
gli eterosessuali attraverso i media
commerciali. Stiamo parlando di
propaganda” (p. 160). (34- After the Ball:
How America Will Conquer Its Fear and
Hatred of Gays in the 90's; di Marshall
Kirk, Hunter Madsen; Ed. Plume. Per una
traduzione dei passi salienti: 35- http://
www.alleanzacattolica.org/indici/articoli/
marchesinir327.htm).
A questo riguardo, ad esempio,
Giovanni Rossi Barilli, giornalista e
militante gay fa notare che: “un obiettivo
che l’Arcigay si mise a perseguire con
determinazione. Grazie soprattutto al
metodico lavoro di Franco Grillini [...]
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l’associazione aveva ben presente che uno
dei suoi scopi fondamentali era far parlare
di sé, avere il massimo dell’attenzione da
parte dei mezzi di informazione. Per dirla
con una formula destinata a grande
successo, “essere visibili”. [...]" (36- Cfr. il
riferimento al marxismo del movimento
gay italiano, in Gianni Rossi Barilli, Il
movimento gay in Italia, Feltrinelli, Milano
1999; e in Mario Mieli, Elementi di critica
omosessuale, a cura di G. Rossi Barilli e
Paola Mieli, Feltrinelli, Milano 2002; pp.
161-162).
In sostanza, le parole d'ordine del gender
mainstreaming come "omofobia", sul
piano mediatico, realizzano una
comunicazione di marketing politico,
analogo, ad esempio, al "comunisti!" di
Silvio Berlusconi, all'epoca del suo exploit
in politica, grande simulacro
ideologizzante attorno al quale riunire le
masse (37- Parole in libertà. Un’analisi
statistica e linguistica dei discorsi di
Berlusconi, Manifestolibri, Roma 2006, di
Sergio Bolasco, Nora Galli de’ Paratesi e
Luca Giuliano).
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IL RAPPORTO DEL GENDER
CON LE ISTITUZIONI
Appare necessario chiarire con un breve
cenno i perché, nonostante l'evidenza
delle forzature e della normale diffidenza
della popolazione ad innovazioni radicali,
una visione ideologica del gender sembra
poter prendere il sopravvento quasi
ineluttabilmente, almeno all'inizio, salvo
poi produrre forme di resistenza civile di
gandiana memoria come le Sentinelle in
piedi.
Sebbene questo sia stato in parte
già evidenziato nelle pagine precedenti,
occorre
considerare
più
approfonditamente come si intrecciano la
politica, gli aspetti storici, normativi, e
culturali con la concezione ideologica che
vede nel diritto individuale il punto di
partenza per la costruzione della
dimensione civica nei grandi consessi
istituzionali mondiali.
Nello specifico, l'organo più
influente nel determinare l'evoluzione del
diritto consuetudinario esaltando i diritti
individuali è l'ONU (Organizzazione delle
Nazioni Unite), che agisce emettendo
Dichiarazioni di principi, e promuovendo
campagne culturali influenti sia nella
r i d e f i n i z i o n e d e l l a p ra s s i p o l i t i c a
internazionale, sia dell'opinio iuris degli
Stati. Nel tempo tuttavia, tale azione
dell'ONU, si è ammantata di dubbi di
liceità circa metodi e procedure: "(...)
l'ONU si è comportata come
un'istituzione prevalentemente deputata
all'assistenza economica e culturale, e
come una piattaforma di propaganda
politica; (...)il diritto di ingerenza
umanitaria se ha eroso la maschera della
sovranità, ha eroso, anche, il suo carattere
giuridicamente egualitario alimentando il
sospetto di essersi trasformato in strumento
di supremazia e di ingerenza." (38- http://
www.diritto.it/materiali/internazionale/
giannini.html).
Detto in parole più semplici, nei
grandi enti sovranazionali, si tende a dare
prevalenza ai criteri del diritto individuale
come principio base su cui incardinare i
diritti in sede normativa, producendo leggi
che così inevitabilmente prendono forma a
partire dalla concezione dell'essere umano
come individuo, slegato dalla sua
connaturata dimensione relazionale; per
comprendere l'ampiezza delle ricadute di
questa affermazione, si pensi che sarebbe
un po' come voler prendere in
considerazione la materia tenendo conto
soltanto dei singoli atomi, ignorando che
la realtà è costituita in più larga misura
dalle molecole.
Dunque in questo periodo storico,
si tende ad attribuire una prevalenza al
peso del diritto individuale nella
definizione delle regole civili che
dovrebbero governarci: "la libertà innanzi
tutto"; ovvero è (vorrebbe essere) la libertà
l'unico mattone intangibile per la
costruzione della civitas. Senza tuttavia un
giusto rapporto di equilibrio tra diritti
individuali e collettivi si giunge al
paradosso di limitare la libertà in nome
della libertà, come visto ad esempio per i
genitori degli studenti tedeschi.
IL MONOPOLI DEI DIRITTI
Poiché i principali organi di
rappresentanza internazionali, pubblici e
privati, come l'ONU e, in cascata, tutti gli
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altri, come l'UE, hanno cominciato a
produrre Dichiarazioni, Risoluzioni e
Raccomandazioni, poggiandosi
principalmente sulla Carta dei Diritti
universali e sue derivazioni, ponendo
l'enfasi sulla libertà individuale come ago
della bussola; questa logica tutta giuridica,
ha aperto spazi immensi per quanti
pensano che sono inammissibili
condizioni esistenziali che limitino la
totale libertà individuale (e a questo punto,
anche quella del sesso assegnato dalla
natura alla nascita), chiudendo
contemporaneamente l'orizzonte per chi
ha diverse opinioni.
C'è da riflettere ad esempio su come il
gender mainstreaming sia stato imposto
agli Stati mediante un particolare percorso
di natura tecnico-burocratica iniziato
nell'ambito delle Conferenze
internazionali dell'ONU, ma che è emerso
con pienezza nel 2006/2007 con il
Trattato di Yogyakarta (39- http://
yogyakartaprinciples.org). In tale trattato,
di natura squisitamente privata, hanno
aderito trenta soggetti a vario titolo
rappresentativi del mondo dei diritti
umani, principalmente tra essi, funzionari
dell'ONU, convenuti a Yogyakarta a titolo
personale (sic!), e altri in rappresentanza
di organismi di parte tra cui anche ILGA.
Nell'ambito di una conferenza durata tre
giorni, sono stati riscritti in chiave LGBT
ventinove dei trenta articoli della
Convenzione Internazionale dei Diritti
Umani. Questo trattato, ancora
nominalmente "privato", è stato
successivamente sottoposto all'Assemblea
dell'ONU per essere riconosciuto, e nel
2007, poco dopo essere stato presentato,
esso è stato incorporato nell'ambito dei
Diritti Umani riconosciuti dall'ONU.
In virtù dei trattati internazionali che
l'ONU stipula con le Nazioni aderenti, si
ha il mandato in parte morale e talvolta
giuridico, di incorporare in cascata gli
effetti di tali Carte dei Diritti nell'ambito
delle normative interne. Così è avvenuto,
che grazie a questa sorta di gioco del
Monopoli, senza passare per nessun tipo
di consultazione popolare, il mondo del
gender sic et simpliciter, sia approdato
presso tutti gli Stati senza colpo ferire. In
più, nell'ambito dell'Unione Europea,
chissà, forse complice una tendenza
all'iperburocraticità tecnocratica dell'ente
e a una rappresentanza politica non
ancora davvero efficace, il gender
mainstreaming è stato assunto quasi
acrtiticamente con la Raccomandazione
UE CM Rec(2010)5; e quasi acriticamente,
introdotto negli ordinamenti degli Stati
Membri tramite dei semplici contratti di
adesione ai progetti europei finanziati. Ciò
è avvenuto in Italia nel 2010, all'epoca del
Governo Monti, ad opera della Ministra
E l s a Fo r n e r o , ch e s e m p l i c e m e n t e
introdusse il pacchetto del gender
mainstreaming, attraverso il Programma:
"Contrasto delle discriminazioni basate
sull'orientamento sessuale e l'identità di
genere"; appaltandolo, per così dire,
all'UNAR, l'Ufficio Anti Discriminazioni
Razziali del Governo, direttamente
sottoposto all'egida del Primo Ministro, e
adottato con il Decreto Rep. UNAR n.
175-20/06/2012. Da lì in poi il Governo si
è obbligato con l'UE a introdurre le
politiche di genere, senza passare per
nessuna consultazione popolare, ma
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anche senza che tali politiche derivassero
da un Regolamento o una Direttiva UE,
cioè una Legge che impone
obbligatoriamente di far questo.
Una criticità si esprime ora: operare
con questo metodo, lascia larga
arbitrarietà su temi, come abbiamo visto
estremamente delicati, ma con modalità
che sarebbero tutte da riconsiderare, se
teniamo conto che ognuna delle decisioni
prese in merito alla diffusione
dell'ideologia del gender e all'educazione
scolastica sono ragionate da un tavolo di
concertazione composto da ventinove
associazioni rappresentanti il solo mondo
LGBT
(40http://
www.pariopportunita.gov.it/index.php/
archivio-notizie/2186-contrasto-allediscriminazioni-al-via-la-manifestazionedinteresse-rivolta-alle-associazioni-per-ladefinizione-del-programma-del-consigliodeuropa).
Ta l i a s s o c i a z i o n i r i s u l t a n o
partecipanti per semplice cooptazione in
forza del loro essere pro-LGBT, senza
dunque alcun criterio di filtraggio
preliminare, circa la democraticità delle
idee proposte, del rispetto della pluralità
delle sensibilità altrui, della correttezza
istituzionale, e soprattutto, del concetto di
gender che esse propugnano (in
p a r t i c o l a r e ve r s o i m i n o r i ) , v i s t a
l'eterogeneità dell'argomento.
Le scelte operate sul tavolo
dell'UNAR di fatto, si riversano sulla
popolazione senza partecipazione delle
altre sensibilità, con una libertà
decisamente ampia, e con concetti
culturali notevolmente distanti da quelli
usuali, o comunque poco facilmente
afferrabili dalla sensibilità della
maggioranza della popolazione, in special
modo con riguardo all'inculturazione dei
minori, scatenando dal nostro punto di
vista giustificate critiche sia dai vari enti
pro-famiglia che dai singoli genitori (41http://www.corriere.it/scuola/primaria/
1 4 _ f e b b r a i o _ 1 5 / t i t o l o dca4ccc6-965b-11e3-9817-5b9e59440d5
9.shtml).
A questo punto, la visione progender, solitamente propagandata sul
campo da enti della galassia LGBT, dopo
essersi imposta come "il" mainstreaming a
livello istituzionale, tenta di far breccia tra
la popolazione per imporsi come "il"
modello culturale di riferimento. Questa
visione, nelle intenzioni, deve condurre
alla tacita accettazione che il comune
sentire può essere solo quello "politically
correct" del gender mainstreaming, che,
ripetuto come una sorta di mantra e
anestetico delle idee; deve rappresentare
l'unica e legittima modalità di interazione
sociale.
Non è possibile trattare qui i presupposti
di come ciò sia avvenuto, ma in parte tutto
q u e s t o è a n ch e f i g l i o d e i g ra n d i
sommovimenti sociali globalizzati degli
ultimi venti anni, intrecciati con una
cultura relativizzante, per la quale una
verità definita non può esistere, e in nome
di ciò, oggi l'unica verità possibile è quella
che slega i codici tradizionali della società
rendendola liquida (42- Zygmunt Bauman,
saggi Liquid modernity, Cambridge (UK)
2000 (trad. it. di Sergio Minucci,
Modernità liquida, Roma-Bari 2002) e
Liquid love, Cambridge (UK) 2003 (trad.
it. di Sergio Minucci, Amore liquido,
Roma-Bari 2004).
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La combinazione degli aspetti sociali,
politici e ideologici fin qui sottolineati,
caricati sul nastro trasportatore dei
massmedia, non fanno che sospingere
l'opinione pubblica nella direzione per cui
tutto il pacchetto gender deve essere
incluso così com'è dentro la cultura
generale. Si tratta come detto, di un
metodo volto ad agire sia sul piano
istituzionale che mediatico per vincere la
corsa a imporsi come cultura dominante
(43- Enrica Perucchietti, e Gianluca
Marletta; UniSex: La creazione dell’uomo
senza “identità”; Ed. Arianna Editrice;
2014).
Una notazione a questo punto è
necessaria: quanto detto, si ribadisce, è
politicamente legittimo, nell'ottica
democratica di un pluralismo delle
opinioni, purché, sia ammissibile un
movimento di reazione, anch'esso
politicamente, moralmente ed eticamente
legittimato a concorrere per il bene della
s o c i e t à . Tu t t a v i a , è q u e s t a l a
preoccupazione che fortissima emerge,
tale cultura alternativa non può sperare di
trovare una legittimazione dalla
controparte avversaria, poiché questa,
come per ogni dimensione ideologica,
ritiene di non dover avere alcun
contraltare, in nome di un concetto
massimalista della non discriminazione, e
di essere in virtù di questo, l'unica verità
possibile; in questa autoreferenzialità la
preoccupazione: essa è perfettamente in
linea con la cultura relativista su cui
poggia i propri presupposti (44- Benedetto
XVI. Enciclica, Spe salvi del 30 novembre
2007).
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II PARTE
UN NUOVO PARADIGMA
DI COMUNICAZIONE
I MODELLI CULTURALI
ALTERNATIVI
Vale ora la pena considerare che da anni è
in atto la sostituzione dei modelli
"tradizionali" di un tempo, molti dei quali
costruiti attorno al portato culturale del
cristianesimo, perché oggi ritenuti veicolo
di stereotipi "negativi"; analizzeremo tra
poco queste affermazioni, ma per meglio
dire, la dimensione negativa, è quella di
essere portatori di "un" solo modello di
riferimento, che è quello uscente, della
cultura della civiltà cristiana, ma che una
certa visione della modernità non tollera
più possa emergere, al di fuori della multieticità imposta dal modello relativista:
«Una verità tra le tante, perché non
emerga nessun'altra verità, se non quella
che le nega tutte».
Tr a i m a s s m e d i a c o i n v o l t i n e l l a
propaganda della cultura di genere, uno
d e g l i s t r u m e n t i d i i n c u l t u ra z i o n e
marketing mediata più potenti in tal senso
è il cinema: la macchina di propaganda
ideologico-culturale messa a punto con
criterio scientifico-industriale a partire
dalla seconda guerra mondiale,
raggiungendo, con il supporto coordinato
degli altri media, vette altissime di
sofisticata veicolazione del "pensiero", fino
a sposare, ai giorni nostri, anche la visione
pro-gender.
Dobbiamo tener a mente che Hollywood,
come le altre piattaforme attrezzate e
adatte a veicolare messaggi di
propaganda, non agisce di per sé, ma è
uno strumento prodromo alla governance
del potere politico-economico che di volta
in volta lo coopta e lo finanzia, dentro
l'ambito di un sistema economico liberista
e globalizzato entro cui sono inserite le
multinazionali, che il cinema usano in
sinergia con la politica stessa, nell'ottica di
un modello potremmo dire "concertato".
Ad esempio, pur modificandosi gli
equilibri dell'Amministrazione USA, che
da circa venti anni premiano
alternativamente esponenti di entrambe gli
schieramenti, Repubblicano e
Democratico, l'agenda holliwoodiana sul
gender, e in generale sullo spostamento
verso modelli non più cristiano-centrici, è
rimasta piuttosto stabile, manifestando il
fatto che la direzione culturale rimane la
stessa e non dipende particolarmente dal
colore politico dei governanti (45- http://
newsbusters.org/blogs/paul-wilson/
2012/05/10/hollywood-drivinghomosexual-agenda-40-years).
Va tenuto fortemente in conto in
questa logica di analisi che l'intero settore
mondiale della comunicazione è tenuto in
mano da nove major, cioè solo poche
multinazionali, da cui dipendono tutte le
altre imprese dell'indotto, e dunque tutto il
mercato globale, che definiscono e
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dirigono i messaggi, costituendo di fatto
un oligopolio formidabile della cultura e
della propaganda.
Illuminanti sono alcune ricerche
condotte in svariate università degli USA,
che sottolineano proprio l'assenza di
controllo e contestualmente il rischio di
manipolazione dell'informaziome: "Il
sistema dei media globali è ormai
dominato da nove gigantesche
multinazionali. Le prime cinque sono Time
Warner (che ha fatturato $24 miliardi nel
1997), Disney ($22 miliardi), Bertelsmann
($15 miliardi), Viacom ($13 miliardi) e
Rupert Murdoch's News Corporation ($11
miliardi). Oltre alla necessità di un
mercato globale su cui competere, i colossi
mediatici globali funzionano in base a due
principi generali. Primo, ampliarsi sempre
più per dominare i mercati e impedire alla
concorrenza di acquisire il controllo delle
società: basti pensare che aziende come
Disney e Time Warner sono triplicate per
dimensioni negli ultimi dieci anni.
Secondo, avere interessi in numerose
industrie dei media, ad esempio
produzione cinematografica, editoria,
musica, reti e canali televisivi, negozi,
parchi dei divertimenti, riviste, quotidiani e
così via. (...) Dietro queste multinazionali
si colloca poi una seconda fascia,
comprendente 35-50 aziende con un
fatturato di $1-8 miliardi all'anno nel
settore dei media, solitamente dotate di
solide basi a livello nazionale o regionale
oppure specializzate in determinate
nicchie di mercato a livello globale. Circa
la metà, tra cui Westinghouse CBS, New
York Times Co., Hearst, Comcast e
Gannett, ha sede in America del Nord;
segue l'Europa, mentre pochissime hanno
sede in Estremo Oriente e America Latina.
(...) L'aspetto tragico consiste invece nel
fatto che il processo di concentrazione dei
media a livello globale non è stato al
centro di un dibattito pubblico,
specialmente negli Usa, malgrado le sue
chiare ripercussioni politiche e
culturali." (46- I giganti dei media. Le nove
multinazionali che dominano il mondo, di
Robert W. Mcchesney, professor at the
U n iv e r s i t y o f I l l i n o i s a t U r b a n a –
Champaign. Professor in the Department
of Communication. Traduzione di Sabrina
Fusari – tratto da «Liberazione» 4 luglio
2 0 0 3 . G l o b a l M e d i a : Th e N e w
Missionaries of Global Capitalism; Editor
Bloomsbury Academic, 1997; by Edward
Herrmann, Robert McChesney).
Al netto di visioni forzate di tipo
complottista, resta innegabile il potere e
l'opportunità di agire come veicolo di
importanti messaggi culturali, in un senso,
piuttosto che in un altro di chi è in
posizioni di controllo del messaggio
mediatico; come pure risulta evidente la
preponderanza del messaggio
massmediatico pro-gender, a fronte della
totale assenza di questo e delle critiche di
questo, nel dibattito politico parlamentare
promosso dal basso.
Al termine di questo documento è
possibile trovare un'appendice con esempi
concreti di inculturazione per sostituzione
rinvenibili nelle storie Disney e altri
esempi, per comprendere meglio la
portata di quanto fin qui detto.
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ANALISI DELLA
COMUNICAZIONE
NEOLINGUA E COMUNICAZIONE
L'esperienza a cui è sempre opportuno
aspirare è quella di giungere a una
capacità di discernere la realtà che ci
circonda, avendo uno spirito critico
sufficiente a non lasciarsi condizionare da
stimoli che possono essere fuorvianti
rispetto a una lettura veritiera delle cose.
Un ritrovato spirito di sana
contraddizione, basato su un'osservazione
intelligente e verificata della realtà, deve
fare da stimolo per restituire la possibilità
di sentirsi liberi di dissentire, la libertà di
sentirsi appartenenti legittimamente alla
società che si è fin qui contribuito a
costruire, anche con le proprie idee, i
propri sforzi, i propri sentimenti, le proprie
convinzioni, le proprie tasse, la propria
fede, e ideali. Risulta oltremodo chiaro
però come ciò non basti senza uno sforzo
coordinato ri-unitivo, in grado di condurre
a una sintesi in primis di una nuova
narrazione della società che si vuole
concorrere a costruire, un ecosistema di
valori sul quale poggiare le proprie
argomentazioni; e ciò è vero in special
modo se il messaggio che si intende
portare è critico verso i modelli fin qui
visti,
come appunto l'ideologia del
gender.
La comunicazione utilizzata dai fautori del
nuovo modello sociale globalizzato,
promotore di un'idea di uomo unisex, ha
tra le proprie armi principalmente i social
e mass-media; essa parte da una sofisticata
quanto tuttavia concretissima lettura della
realtà che risulta alquanto complesso
raccontare, ma può essere sintetizzata nel
pensiero di Jacques Deridda. Un filosofo
contemporaneo, morto nel 2004, che
partendo dalla lavagna dell'esistenzialismo
e del post-esistenzialismo heiddegeriano,
sviluppa una lettura delle relazioni
dell'occidente che definisce logocentriche:
improntate sul potere della parola. Per
Deridda, la parola, in quanto tale rende
impenetrabile una veritiera
rappresentazione della realtà, poiché essa
stessa è strumentalizzabile, e naturalmente
artefatta, in conseguenza della relazione
causa-effetto in cui è dapprima tradotta dal
pensiero al fonema, cioè dal significato al
significante, e poi interpretata
dall'ascoltatore. In questo processo di
traduzione, la parola, il logos, attraversa
tali e tante modifiche interpretative da
risultare alterata in maniera indefinibile
rispetto all'intenzione iniziale. Esiste cioè
una differAnce che si traduce in una realtà
soggettiva distante da quella oggettiva, e a
questo punto, la prima risulta più reale
della seconda. La somma di micro e
macro distorsioni interpretative è poi
moltiplicata per le interazioni di tutte le
comunicazioni, cosicché infine la realtà
risulta alienata dall'oggetto che doveva
rappresentare e dal soggetto che intendeva
rappresentarla: la realtà contenuta nella
parola vive come segno, come presenza
metafisica, senza riuscire a svelarsi (47http://www.filosofico.net/derrida105.htm).
Il modello testé spiegato, seppure in una
maniera inevitabilmente semplificata, che
non rende onore all'articolazione del
pensiero deriddiano, è tuttavia sufficiente
a fornire uno schema interpretativo della
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meccanica delle relazioni e della
costituzione inconsapevolmente artefatta
della realtà. Esso può dunque essere
utilizzato con finalità e principi
strumentali e perfettamente sovrapponibili,
utili per determinati scopi, ovvero: utile a
modificare la realtà a partire dalle parole
necessarie a costruirla; o meglio, nel solco
della scuola decostruttivista, utile a
smontare la realtà per ricostruirla in
maniera "migliore" secondo le prospettive
della visione, l'idea, o l'ideologia che
guida tale intenzione.
Per operare questa manipolazione
sono necessari almeno tre ingredienti:
1) la base ideologica che si intende
veicolare (con le sue fonti giustificative,
p.e. gli studi di genere);
2) un lessico adeguato a veicolarla
(p.e. le nuove parole della politica come
omofobia);
3) i mezzi ideali per farlo (i
massmedia).
Pertanto, avremo nell'ordine:
l'ideologia del gender; il vocabolario del
gender; i mass e social media, mezzi ideali
nella società "della" comunicazione, a
costruire una (nuova) società "dalla"
comunicazione. La comunicazione
diventa il mezzo in grado di rottamare la
vecchia società e contemporaneamente
costruirne una nuova.
Passiamo in brevissima rassegna i tre punti:
1) L'ideologia del gender ha radici
lontane da cui cerca legittimazione, così, a
seconda del grado di attinenza con il
gender come oggi inteso: essa può rifarsi a
Freud; John Hopkins; John Money; Simone
De Beauvoir, Judith Buttler ecc., e trova
accreditamento tramite gli "studi di
genere", che si articolano
accademicamente in parte nel settore delle
scienze mediche, psicologiche e
biologiche e nelle discipline sociologiche.
(48- http://web.unitn.it/csg; 49- http://
www.ais-sociologia.it/sezioni/studigenere).
2) Preparata una base di contenuti
sufficientemente credibili da veicolare
gradatamente, ora, si tratta di mettere a
punto un vero e proprio lessico nuovo, un
nuovo vocabolario confacente la realtà in
divenire, così come essa è attesa. La prima
fase informativa, si arricchisce ora di due
dimensioni: culturale, e politica. Ecco che
dunque fioriscono parole nuove, utili a
decostruire per ricostruire la nuova realtà.
Parole come: omofobia, eteronormatività,
identità di genere, genitore 1/2,
parentalità, ecc.
3) Infine, queste parole devono
essere lanciate nello spazio interrelazionale come agenti aggreganti della
nuova realtà. qualcosa di simile a una
calce relazionale che impasta e aggrega
materiali altrimenti amorfi o comunque
slegati tra loro.
LA GUERRA MEDIATICA PAROLE COME
PALLOTTOLE
Fin qui la meccanica della comunicazione
svelata. Potremmo dire, mutuando un
e s e m p i o , ch e n e l l a s o c i e t à d e l l a
comunicazione si è scatenata una guerra
al vecchio mondo della tradizione, una
guerra combattuta non con armi da fuoco
ma armi mediatiche: TV, giornali, internet;
qualsiasi cosa abbia a che fare con la
comunicazione e riguardi mass e social
media. Le pallottole di piombo sono state
sostituite da queste nuove parole, capaci
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di fare breccia, in primo luogo perché
semplicemente non esiste un corrispettivo
in grado di neutralizzarle. Ad esempio, ci
sono numerosi tentativi di contrapporre al
lessico del gender, un anti-lessico, che
tuttavia poggia sullo stesso paradigma e
dunque, paradossalmente, invece che
indebolirlo lo rafforza confermandone
sostanzialmente la giustezza dell'impianto.
Facciamo un esempio molto comune:
troviamo molto spesso contrapposta al
termine omofobia, la parola eterofobia.
Deve essere chiaro che davanti a un
paradigma comunicativo che utilizza
termini artatamente coniati, non è
auspicabile esprimere termini che
sostanzialmente ne legittimano la stessa
esistenza. È necessario allora cambiare il
progetto su cui si lavora; è necessario cioè
individuare un nuovo paradigma di
comunicazione che semplicemente
neutralizzi l'altro come un solvente fa col
soluto. Infatti... un nuovo paradigma di
comunicazione non può esprimersi sic et
simpliciter "contro", poiché con questa
chiave di articolazione esso parte già
irrimediabilmente sconfitto. È
f o n d a m e n t a l e i n d iv i d u a r e m o d e l l i
diametralmente e fondativamente altri. C'è
inoltre da dire che questo non è ancora
sufficiente se affianco a un vocabolario
diverso, dunque non necessariamente
nuovo o neologico, non si consolida a
monte un "ecosistema" che rappresenti
l'alterità, un'alternativa plausibile e
plausibilmente migliore.
Per comprendere questo concetto è
utile fare un esempio con l'accostamento
azzardato dell'universo della telefonia
tramite smartphone. Attualmente il più
iconico dei produttori è Apple, con il
famoso iPhone. Ciò che contraddistingue
questo prodotto è certamente un design
all'avanguardia e una discreta tecnologia
che si esprime, sia nel software sia
nell'hardware; tuttavia, a ben guardare
non è necessariamente il prodotto più
bello in assoluto, né tantomeno il più
tecnologicamente avanzato; esistono molti
concorrenti che hanno minato da tempo la
supremazia Apple in questi campi, ad
esempio la Samsung e il sistema operativo
(OS) Android, che rappresenta l'OS più
diffuso su smartphone. Eppure, la Apple
continua ad apparire l'azienda da battere,
e a ragione, perché essa ha costruito
attorno all'iPhone un ecosistema chiuso di
applicazioni (App), che lo rendono
attualmente il più ricco collettore di
contenuti disponibile, con 1.200.000
applicazioni scaricabili (50- http://
it.m.wikipedia.org/wiki/App_Store).
Dunque la scatola dentro non è vuota, c'è
un contenuto, non necessariamente
sempre il migliore, ma certamente il più
fruibile (una volta entrati in quel mondo) e
ricco di opportunità per l'utilizzatore,
spesso di alto livello professionale. Ne
deriva che non basta avere il mezzo, è
importante avere un "perché", dunque il
senso dell'utilità che si ricaverebbe
intraprendendo quel percorso e non altri.
Chiudendo qui il parallelismo, si
spera di aver suggerito il concetto chiave,
per cui, non basta agire in maniera
speculativa "contro" un certo modo di
pensare che a oggi appare il
mainstreaming, se non si possiede una
concreta alternativa esistenziale
(l'equivalente dell'ecosistema anzidetto)
da proporre. È questa la reale dimensione
che a oggi vede una difficoltà di
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affermazione. Vero è che ogni alternativa
al gender mainstreaming viene giudicata
reazionaria, e conservatrice, nel senso più
negativo del termine, dunque nell'ottica
non nella preservazione di ciò che di
buono e giusto esiste, ma nel rifiuto del
nuovo.
Stando così le cose diventa davvero
difficile individuare un percorso di uscita
dalla situazione attuale che sia
concretamente un elemento di crescita per
la società intera. Perché non bisogna
entrare nella trappola della
contrapposizione cieca, che relega ogni
opinione critica in un piccolo mondo di
nostalgici fuori dal tempo, come di fatto
viene dipinto oggi chiunque non sia
completamente allineato al
mainstreaming.
EXIT STRATEGY
È plausibile una sorta di exit strategy?
Come è possibile individuare una chiave
di lettura dei tempi alternativa, che sia
contemporaneamente portatrice di una
visione e di una proposta? sotto certi
aspetti la chiave interpretativa per una
soluzione ce la fornisce lo stesso Deridda,
da cui nasce il problema (51- http://
www.ilsussidiario.net/News/Cultura/
2013/11/13/LETTURE-Cosi-la-teoria-delgender-ha-distrutto-la-letteratura/443597/).
Deridda infatti distingue una differenza
sostanziale tra la parola fonetica, dunque
la parola pronunciata, rispetto alla parola
scritta (non corrispondenza tra significato
e significante). È soprattutto quest'ultima
infatti che, svincolata totalmente dalla
persona che la pronuncia, si presta a
diventare veicolo di un pensiero che
comincia a vivere di vita propria. Mentre
la persona, con il suo grado di emotività,
intenzionalità, ecc. mantiene una
relazione con il logos, e suo il significato,
e dunque dalla persona che si esprime alla
persona a cui il significante, cioè il suono
della parole con il suo significato è
destinato.
Da qui scaturisce il primo criterio
paradigmatico dal quale muovere: la
relazione fisica, vis a vis, è dunque un
naturale deterrente dell'azione mediatica.
Questo parrebbe ovvio, già dalla
terminologia: il medium si pone in mezzo
a due, di fatto separandoli, con l'ulteriore
efficacia dell'assenza di bidirezionalità, in
quanto tale informazione è univoca
"da»per"; se poi l'azione del medium è
tesa a veicolare uno specifico messaggio, è
inevitabile che si determini una realtà
predefinita, in qualche misura creata dal
medium stesso a sua volta pilotato per
mediare uno specifico messaggio non
neutro. Eliminare il medium, consente di
eliminare il filtro indirizzante di questa
comunicazione unidirezionale distorta,
così che a questo punto si elimina l'effetto
che indirizza la connotazione
dell'informazione da»per ovvero
l'univocità dal medium al cittadino, per
entrare nel regno della relazione e
acquisire il carattere della comunicazione
relazionale. C'è infatti da sottolineare
come nell'attuale comunicazione di
propaganda il gender mainstreaming possa
solo essere incorporato, non può essere
discusso, né interpretato; esso va
semplicemente acquisito come dato di
fatto, attraverso le sue parole d'ordine, le
sue manifestazioni esteriori e i suoi
simboli iconografici. Tutto, purché non
essere messo in discussione. Non esiste
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nessuna relazione, nessuna reale
comunicazione: un ente trasferisce a un
altro ente una serie di nozioni che devono
essere acquisire e incorporate più o meno
acriticamente, secondo una modalità che
si può definire pilotata burocraticamente.
Al contrario, nella vera relazione due enti
si pongono su uno stesso piano e
comunicano, ovvero si esprimono
reciprocamente l'universo interiore, non
solo il contenuto informativo di quello che
l'uno intende trasferire all'altro, entrando
in condivisione prima, in comunione poi.
Un esempio pratico di questo paradigma è
la comunicazione "non comunicazione"
del movimento chiamato "Sentinelle in
piedi". Gli attivisti di questo movimento,
opponendosi al messaggio ideologico
veicolato dalla normativa che introduce il
reato di omofobia, adottano un approccio
nella prassi particolarmente efficace, a
fronte di numeri relativamente piccoli per
azioni di decine, a volte qualche centinaio
di manifestanti. Le sentinelle di fatto
applicano un vero antidoto alla
comunicazione del gender, perché il loro
messaggio non poggia sullo stesso
paradigma, eliminando la trappola del
meccanismo negativo-confermativo
(confermare le idee dell'altro facendo da
suo contraltare); al contrario, essi mettono
in gioco un altro paradigma, quello del
silenzio simbolico. Le sentinelle
manifestano perfettamente mute.
immobili, in silenzio. A questo silenzio
estremamente iconico, e dunque
particolarmente comunicativo, sono
associati altri messaggi simbolici, come la
lettura di un libro, che suggerisce una
cultura da cui si attinge, (un ecosistema
che esiste come retroterra valoriale), e
l'ordine dato alla disposizione spaziale nel
corso della manifestazione, che esprime
una tangibilità, un'esistenza geometrica,
geografica, spaziale, rompe il medium, di
per sé nel dominio dell'incorporeo per
entrare nella corporeità materiale e parla
direttamente all'interlocutore, suggerisce
nell'essere ordinati la ricerca di elementi
chiarificatori, ma contemporaneamente, la
solidarietà e compattezza del gruppo; essi
dimostrano nella capacità di disporsi in
modo coordinato nello spazio circostante,
di essere un corpo unico, organico con
l'ideale comune, mente e corpo sono
uniti; essi non sono un semplice
assembramento di persone riunite attorno
a un sincretismo di valori accostati gli uni
agli altri.
Riassumendo, l'effetto più potente
di neutralizzazione della comunicazione
progender si può ascrivere ad alcuni
elementi estremamente significativi:
1) la presenza fisica: davanti a qualcosa
di etereo come la comunicazione
mediatica, si contrappone una
presenza tangibile, tutt'altro che
eterea;
2) il non luogo mediatico e ubiquitario
diventa geografico, materico e
indirizzato.
3) il simbolismo culturale comunicato dal
libro;
4) la disposizione spaziale coordinata;
5) il silenzio: che emerge come un
grande urlo muto, davanti a uno
strepitio costante divenuto ordinario,
puerile, noioso, petulante, arrogante,
della propaganda mediatica.
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Le sentinelle in piedi non rappresentano
un unicum nel panorama nostrano. Un
simile risultato l'ha ottenuto la
manifestazione del "Popolo dei passeggini"
(52- http://www.tempi.it/marino-tassa-lefamiglie-numerose-protesta-dei-passegginial-campidoglio#.VGFYj4jYOK1); che
nasce da un substrato simile, ma con
presupposti differenti, che trova un
analogo modulo espressivo, presidiando le
piazze con migliaia di passeggini vuoti,
veicolando un messaggio che da il senso
di una presenza, quella del popolo, e
contemporaneamente di un'assenza,
l'inquietante passeggino vuoto, che grida
un urlo muto, simile al silenzio delle
sentinelle in piedi.
Anche in questo caso:
1. l'etereità mediatica è sostituita dallo
spazio fisico tangibile e corporeo;
2. il non luogo mediatico diventa spazio
materico
3. il libro è sostituito dal passeggino che
veicola la cultura, l'amore,
la
responsabilità, per la vita e per la
famiglia. In altre parole l'ecosistema
un valori.
4. l'ingombro fisico dei passeggini che
inevitabilmente esprimono il lavoro di
essere famiglia; in altre parole, il fatto
che non si può ignorare qualcosa che
ha implicazioni concrete e non solo
ideali.
5. il vuoto dell'assenza nei passeggini
che rappresenta un'assenza
ingombrate, la dimenticanza delle
istituzioni per i più piccoli e indifesi e
le loro famiglie sulle quali il peso
grava in toto, e su cui grava anche il
peso delle istituzioni assenti.
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CONCLUSIONI
Quale lezione possiamo trarre dunque da
quanto appena considerato?
Che la ricerca di paradigmi che si
oppongono alla dimensione ideologica del
gender è possibile; che il gender
(ideologico) non è imbattibile, e pur con la
preponderanza mediatica attraverso cui
esso si palesa, può essere neutralizzato
attraverso la presenza fisica sul terreno,
l'impegno a esserci e la consapevole
fondatezza delle proprie radici culturali;
l'utilizzo cosciente di un ecosistema di
valori e di parole che li veicolano radicati
in una identità chiara, forte, percepita
come comune, relazionale, condivisa e
comunicata.
Pertanto l'atto di richiamare e
riunirsi in piazza; lo scambio verbale di
informazioni: cioè il tornare a raccontare
di "noi" e "cosa noi pensiamo". Narrare
questa storia, consente di scalzare le
artefazioni presenti nell'altra, perché lo
scambio relazionale parlato è una
comunicazione infinitamente più potente
dell'informazione mediatica, come un solo
abbraccio rimane un'esperienza più
toccante e profonda sul piano sensoriale,
di un'intera giornata di chat, sms e
telefonate.
Va da sé che ciò comporta essere
sufficientemente preparati (dunque
elaborare una narrazione che si fonda su
principi solidi). È evidente infatti che da un
lato ci deve essere un ri-innamoramento
dei valori fondativi per l'ontologia della
famiglia, la consapevolezza che un certo
modello ha un suo peculiare valore
ontologico che è opportuno esaltare,
senza lasciarsi incantare dal marketing di
altre offerte, pur legittime ma che non
possono occupare tutti gli spazi, anche
quelli altrui. È molto facile fare la
demagogia dell'egualitarismo, ma è giusto
attendersi anche la conferma delle
differenze, che ci sono, al di là di una
impostazione politically correct che esige
di non parlarne, secondo un registro
autoreferenziale.
Pertanto, è fondamentale (ri)trovare le
parole nuove di una narrazione antica
come quella della famiglia, della
differenza e della complementarietà tra i
sessi, della società come insieme
comunitario di relazioni, non come
aggregazione di individui; in parte
riscoprendo e dando nuovo lustro a parole
antiche, come: tradizione, onore, dignità,
purezza, cavalleria, nobiltà d'animo,
padre, papà, paternità, madre, mamma,
maternità, famiglia, responsabilità; parole
che oggi sembrano provenire da un
passato arcaico e démodé, e che invece
apportano un contenuto valoriale
insostituibile, e soprattutto imperdibile
nella società odierna, proprio per darci i
criteri per orientarci nel tempo e nello
spazio della storia. In altre parole, non
possiamo ad esempio, pensare di andare
su Marte oggi, perché ieri siamo stati sulla
luna, senza più ritenere necessario dotarci
delle basi della matematica e delle
scienze, perché tanto a questo ormai
pensano i computer.
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Non è tutto, è anche necessario
indirizzare le parole moderne a legarsi con
questi concetti positivi di riscoperta, come:
il silenzio in risposta allo strepitio, la
mitezza in risposta alla contrapposizione
violenta, l'argomentazione in risposta
all'imposizione, il noi in risposta all'io, lo
spirito comunitario in risposta
all'individualismo, il senso pubblico in
risposta al "si dice", la differenza in
risposta all'omologazione, la diversità in
risposta all'egualitarismo, l'opinione in
risposta all'indifferenza, l'identità in
risposta alla neutralità, e per i pochi o tanti
che credono, Dio in risposta al rifiuto di
Dio; la libertà di esprimere il proprio
sentire morale, senza l'abuso
dell'esclusione dalla cittadinanza in nome
di una laicità trasformata in laicismo. La
possibilità per chiunque di poter esprimere
un'opinione in concreta autonomia di
pensiero. Certe parole antiche sono
immortali, non possono essere cancellate
in nome di una cieca modernità, e
attestano che proveniamo tutti dallo stesso
passato e siamo tesi a costruire un
presente in cui non è tutto da decostruire
con in mente l'idea utopica di una tabula
rasa da cui ripartire per un ipotetico futuro
ideale; un futuro che non tiene conto della
realtà di ciò che è stato e ciò che di buono
si è fatto, come piacerebbe ai cultori più
militanti di ogni ideologia. Perfino Roma
oggi è costruita sulle fondamenta di quella
millenaria, e molto di quell'antico retaggio
fa parte tutt'ora della nostra realtà senza
però essere negato. L'operazione che si
propone l'ideologia è di modificare
completamente, dissodare il passato
affinché la famiglia non sia altro che un
ricordo. Questo davvero non ha senso. Un
buon progetto deve potersi integrare con il
passato e fungere da raccordo per il futuro;
un futuro senza passato è come un albero
senza radici: ha vita breve; eppure, in
certe circostanze, sembra che l'unica
prospettiva davvero desiderata, sia soltanto
un nostalgico sogno di rivoluzione.
Attendiamo che ogni persona di buona
volontà voglia porsi queste domande e
soprattutto vorrà darsi delle risposte nella
ricerca di una via condivisa, civile,
democratica e fraterna. In ogni persona c'è
tanto di quel buono che soltanto un cieco
si fermerebbe a ciò che divide senza dar
valore a ciò che unisce la grande famiglia
degli esseri umani, e che dona sempre
speranza alla costruzione dell'unico
domani plausibile, di pace e concordia tra
le genti.
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APPENDICE
ESEMPI DI TRASFERIMENTO
CULTURALE
In questa sezione saranno analizzati i
paradigmi di decostruzione e ricostruzione
degli stereotipi (ma forse sarebbe più
corretto dire dei modelli originali).
Saranno qui analizzati gli elementi
narrativi di alcune storie di grande impatto
iconico, che hanno avuto un forte
successo di pubblico.
Per renderci conto di quanto i
messaggi sui media siano pensati per
veicolare specifici contenuti, basti pensare
sociologicamente ad alcuni blockbuster di
questi tempi recenti. Gli ultimi in ordine di
tempo sono Rapunzel,
Frozen e
Maleficent, della Disney, e Boxtrolls di
Laika; in ordine temporale, una sempre
più manifesta espressione del
mainstreaming per la decostruzione dei
modelli di riferimento, specialmente quelli
destinati a un pubblico di minori.
Qui di seguito un piccolo espunto
dei temi di fondo veicolati da queste
innocue storie per bambini, adolescenti, e
anche adulti.
FROZEN
Frozen è la trasposiziome moderna della
fiaba classica di Handersen: La Regina
delle nevi, in cui un bimbo di nome Kay
viene rapito dalla perfida Regina e infine
salvato grazie all'amore di una bambina,
Gherda, profondamente affezionata a lui;
il modello di riferimento è piuttosto
chiaro.
Leggiamo ora l'operazione
culturale Disney: in Frozen viene fatto
assurgere a iconico l'amore tra due sorelle,
delle quali una, Elsa, la futura Regina delle
Nevi, fredda e controllata è rinchiusa
dentro un modo di essere (la capacità di
portare ovunque neve e freddo) che non
accetta e per il quale ha il timore di non
essere accettata dal mondo; in contraltare
c'è una sorella minore, Anna, spontanea e
solare, l'eroina che si innamorerà di un
principe a tutta prima ideale, ma che si
rivelerà poi un autentico mascalzone.
Entrambe le ragazze non sono salvate dal
classico principe azzurro, si salvano da
sole, sono autonome e determinate,
indipendenti. Non c'è riferimento alla
salvezza legato all'amore tra i due
protagonisti della storia originale, mentre
viene inventata di sana pianta una sorella
Anna, in vece del Kay della storia
originale, che traspone l'amore salvifico
originario in quello di due ragazze, due
sorelle. Sarà proprio il gesto d'amore,
offerto col sacrificio della sorella minore
Anna, a rischio di congelare, che salverà
Elsa dal malvagio principe che ne
pretendeva in realtà il trono. L'epilogo
prevede che tale gesto sacrificale riceverà
la miracolosa ricompensa del giusto,
riportando tra i vivi la sorellina nel lieto
fine disneiano del nuovo millennio
liberato dagli stereotipi classici.
È pleonastico che la chiave di
lettura sia molteplice e che l'amore
fraterno evocato dalla storia sia positivo;
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tuttavia la chiave di lettura non è in realtà
così semplice, se consideriamo che
proprio il gender mainstreaming ha
orientato la scrittura della storia Disney. Si
rifletta ad esempio sulla la sostituzione
dell'effettore salvifico del sacrificio dal
modello maschile-femminile, a quello
femminile-femminile, nel gesto d'amore di
una donna verso un'altra donna, e
contemporaneamente, la trasformazione
del principe azzurro in malvagio
cospiratore al trono e dunque al potere
della bella Regina delle nevi, costretta in
un ruolo e un'identità non desiderati dai
suoi stessi genitori; inutile dire che questo
intreccio ha reso la figura di Elsa iconica
nel mondo LGBT (53- http://www.journalonline.co.uk/article/11658how_disneys_frozen_took_feminism_lgbt_f
amily_issues_won; 54- http://
angelmatos.net/2014/01/19/disneysfrozen-queer/).
Esiste in realtà anche una figura
maschile che fa il contro canto a questo
dualismo femminile-femminile, nella
fattispecie di un giovane umile e sincero
che s'innamora di Anna e l'aiuta a salvare
Elsa; tuttavia la sua azione risulta
sostanzialmente quella di spalla o
comprimario, perdendo notevolmente e
volutamente la forza iconica del principe
tradizionale.
Considerando che la storia scritta
da Hans Christian Andersen ha tutt'altro
impianto, e che Disney ha dovuto
inventare di sana pianta tutti questi
protagonisti assenti nella favola originale,
è lecito chiedersi la ratio di tali figure
iconiche. In primo luogo: perché queste e
non altre? Perché scegliere ad esempio
l'amore salvifico tra due donne piuttosto
che restare aderenti al modello originale,
se non appunto per l'intento di
destrutturare gli stereotipi di sempre con
un'operazione soft di sostituzione delle
figure iconiche di riferimento con modelli
volutamente più complessi, eliminando la
semplicità degli archetipi buono/cattivo,
uomo/donna, per entrare in un paradigma
di comunicazione leggibile decisamente
su più piani. Di fatto la lettura più
semplice deve essere considerata la
principale e dunque il contesto dovrebbe
definirsi gender neutral; tuttavia, ciò deve
comunque aprire a una serie di
considerazioni non secondarie. La logica,
come per tutte le cose destinate ai bambini
consiste nel formulare questa domanda:
per imparare i fondamentali utili alla
distinzione dei diversi piani della realtà si
comincia con modelli semplici, come per
imparare la matematica si comincia dalle
somme e sottrazioni. Per quale ragione
cominciare con un modello così
sfaccettato, meritevole di più livelli di
lettura? Perché abbandonare la chiave di
una semplicità del messaggio e dei
contenuti, per introdurre un tale ventaglio
di opzioni? La critica, si badi, non è riferita
tanto al messaggio veicolato, quanto alla
complessità dello stesso, come se in
chiave didattica si decidesse di insegnare
la matematica ai bambini partendo
direttamente delle equazioni di primo
grado.
L'intento di questo primo esempio serve a
offrire una chiave di lettura del mondo
della comunicazione nei media e dei
messaggi subliminali inseriti
deliberatamente in essa. Tenendo a
segnalare che la lettura testé riportata non
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è un'arbitraria interpretazione, ma si offre
a un criterio interpretativo già segnalato da
più parti, dove, per alcuni si va troppo in
una direzione, per altri troppo poco (qui
alcuni esempi di interpretazioni: 55- http://
flavorwire.com/426090/the-sloooowlyimproving-gender-politics-of-disneysfrozen; 56- https://storify.com/mnewell20/
does-disney-s-frozen-still-perpetuategender-roles;
57http://
thoughtsonliberty.com/disneys-frozenfinally-steps-past-90s-feminism; 58- http://
pointofcontention.wordpress.com/
2014/01/23/frozen-a-feminist-tilt-in-thedisney-tale/;
59-http://
w w w. d e p t h o f f i e l d m a g a z i n e . c o m /
2013/10/26/advance-perspective-disneysfrozen-defies-expectations/).
MALEFICENT
In Maleficent ovvero il remake in con
attori reali della Bella Addormentata, la
tematica gender oriented emerge ancor
più marcatamente, benché anche in
questo caso celata dietro l'amore filiale di
una matrigna, la Strega Malefica, che ha
rapito la principessa Aurora per vendetta
verso suo padre che l'aveva sedotta e
abbandonata in gioventù. Rispetto alla
fiaba originale, Malefica emerge come
vittima del Re, padre della principessa
Aurora rapita e allevata come una figlia da
Malefica, che tuttavia le si affeziona
realmente, al punto che sarà il suo bacio,
non quello di un principe anche in questo
caso inetto e marginale, a risvegliare
Aurora; mentre il vero cattivo del film
risulterà essere il Re Stefano, colui che
nella fiaba originale era un padre
disperato. Interessante, ad esempio
facendo il paio con Frozen, che in un film
viene svilita la figura del principe,
nell'altro quella del Re, comunicando
un'immagine di uomo decisamente
negativa, ed entrambe esaltano la figura
eroica femminile sublimandola peraltro in
una vaga idea saffica.
In definitiva, quelli che erano i
buoni e cattivi nel primo film
d'animazione Disney, si ritrovano ora a
ruoli invertiti. Un aspetto da sottolineare è
che nel film d'animazione originale in
moltissime inquadrature compare sugli
scudi, sulle bandiere e sui drappi il segno
della croce; addirittura lo scudo che il
principe utilizza per salvare Aurora dal
drago è fregiato con una grande croce
simboleggiando la fede che difende dal
male.
Nell'ultimo film Disney le
atmosfere cupe e l'ambiguità con cui male
e bene si intrecciano da un lato rendono
molto più complesso interpretare le
dinamiche per distinguere le categorie
positive e quelle negative, soprattutto, per
un pubblico di bambini, la narrazione
esprime intrecci fin troppo complessi da
dipanare per un target dell'età
preadolescenziale. C'è anche da
domandarsi il perché di una tale rilettura;
perché, come per Frozen, prendere un
classico e destrutturarlo al punto da
ucciderne lo spirito; perché non ad
esempio, una storia completamente
nuova? La risposta è abbastanza scontata,
da un lato il soggetto conosciuto è
prodromo agli incassi al botteghino;
tuttavia è evidente la manipolazione del
soggetto in chiave gender friendly, dal
momento che la storia è stata rivoltata
come un calzino, per farci star dentro
l'allegoria pro-gender; ma si dovrebbe
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tenere ancor più in conto il fatto che
distruggendo il modello originale, si
compie un'operazione molto più
traumatica che non la semplice scrittura di
una storia, l'intento infatti è di sostituire
totalmente l'originale cancellandolo con la
sua nemesi.
BOXTROLLS
In Box trolls è l'incipit del trailer a spiegare
da subito quale sia l'idea di fondo del film:
«A volte c'è una madre, a volte c'è un
padre, a volte c'è padre e padre, a volte
entrambi i padri sono madri. Ci sono
famiglie di ogni tipo. A volte perfino
rettangolari». (60- http://www.gay.tv/
articolo/arrivano-i-boxtrolls-la-primafamiglia-gay-in-un-cartone-animato-videotrailer/44461/; 61- http://
w w w. h o l l y wo o d r e p o r t e r. c o m / n e w s /
boxtrolls-breaks-ground-byfeaturing-578708?mobile_redirect=false;
62- http://www.frontpagemag.com/2013/
ben-shapiro/hollywoods-battle-againstheteronormativity/).
Mentre nei primi due casi la
demolizione del modello positivo del
principe, poi del padre; in questo è quello
sic et simpliciter della famiglia naturale. Al
termine di questa rilettura è chiaro
l'intento di decostruire per poi ricostruire i
modelli di riferimento e
contemporaneamente suggerirne i nuovi
assetti condivisi con la politically
correctness.
RAPUNZEL
Un altro esempio dove i messaggi di
decostruzione dei modelli tradizionali
restano piuttosto sullo sfondo, pur
rimanendo ugualmente potenti, lo
rinveniamo in Rapunzel film Disney del
2010, qui la questione di genere viene
interpretata nell'ottica dell'emancipazione
dei ruoli legati ai personaggi positivi
rispetto alla fiaba originaria. Il principe è
sostituito da un ladro; invertendo
l'archetipo primitivo con quello di una sua
nemesi ab origine, rivalutandolo nell'ottica
del buon cuore che giustifica attraverso il
sentimento colui che è l'emergente (il
buono) da quello che è l'esistente (da
sostituire), e che è più o meno il
messaggio che si ripete costantemente
nelle produzioni Disney degli ultimi anni.
Affianco alla decostruzione dell'eroe
tradizionale, il messaggio che Rapunzel
lancia abbandonando la torre nella quale
è segregata da una simil madre adottiva
apparentemente amorevole ma plagiatrice,
è quello di emanciparsi mettendo al primo
posto la propria libertà, con la narrazione
e un simbolismo tipico della indecisione
adolescenziale molto evidente e
significativo nel film, applicato a un
personaggio femminile. In questo senso il
messaggio di emancipazione lanciato dal
film è molto potente, e fa comprendere
come il coacervo di elementi positivi e
messaggi siano particolarmente tenuti in
conto dai produttori, veicolando un certo
modo di presentare la vita e dunque di
"concettualizzarla" e adeguarvisi.
Beninteso, il film è venuto a costare ben
260 milioni di dollari incassandone circa il
doppio (63- http://it.m.wikipedia.org/wiki/
Rapunzel_-_L'intreccio_della_torre); un
tale dispiego di risorse finanziarie non è
possibile possa giustificarsi se non
contemperando anche il messaggio
culturale che si desidera promuovere e il
contestuale appoggio alla sua diffusione.
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Questi modelli così sommariamente
elencati, come abbiamo potuto vedere,
decostruiscono, ma più verosimilmente
spazzano via, l'idea positiva di principe
azzurro e compagnia bella, negando in
nome di un "verismo" volto a scardinare
gli stereotipi, un intero mondo
immaginifico comunque positivo che da
sempre fa parte della storia, che non si
capisce dopo tutto, in nome di quale
terrore atavico potrebbe essere, tout court,
retaggio di oscuri mali della società. Il
problema di fondo è la logica di
sostituzione, che invece di far convivere il
vecchio col nuovo in un naturale
avvicendarsi, lo annulla, annichilendolo
ab origine sostituendovisi con una
dinamica allegoricamente patricida.
A ben guardare, si è instaurata una
narrazione in cui il "tradizionale" è il
c a t t ivo , c o n t r o l ' " a l t e r n a t ivo " ch e
rappresenta il "nuovo" e il "buono".
Beninteso, la posizione da cui si parte in
questo piccolo saggio, non è sostitutiva o
alternativa, dunque: o l'uno o l'altro.
L'uno antitetico all'altro. Azzurro, il
principe bassotto e cattivello del film
d'animazione Shrek, può convivere
serenamente accanto al principe azzurro
di Biancaneve. Invece, non può e non
deve quest'ultimo, essere ricondotto a
modello diseducativo, stereotipato e
stereotipante dannoso per la società.
Questa è "la" visione ideologica che è
necessario smascherare.
CRISTIADA
Onde comprendere queste logiche,
facciamo un contro-esempio: il film
Cristiada, storia vera che narra della
persecuzione dei cristiani in Messico
scaturita nella guerra civile del 1926/29.
Una produzione di altissimo livello (regia
di Dean Wright, direttore degli effetti
speciali per "Titanic" e "Il Signore degli
anelli"), e con la partecipazione di star
internazionali come Andy Garcia, Peter
O ' To o l e , E v a L o n g o r i a , è s t a t o
completamente boicottato dal sistema di
mainstreaming e si è dovuto promuoverlo
e distribuirlo attraverso un circuito basato
principalmente sul volontariato e la
disponibilità di privati e sale
cinematografiche più o meno indipendenti
(64- http://www.aleteia.org/it/dal-mondo/
articolo/cristiada-film-storia-messicoliberta-religiosa-5895500188352512). Per
comprendere come questo boicottaggio
sia reale, basti constatare le varie iniziative
di raccolta firme per sbloccarne la
distribuzione (65- http://firmiamo.it/
contro-ogni-forma-di-boicottaggio-delfilm--cristiada; 66- http://
www.citizengo.org/it/9152-basta-censureal-film-cristiada).
ALTRI MODELLI (CENNI)
A questi aspetti si associa la reductio dei
modelli alternativi, sempre attraverso il
medesimo meccanismo volto a modificare
la percezione del giusto e dell'errore, del
buono e del cattivo; secondo il concetto
che il buono e il cattivo debbano dialogare
per trovare un compromesso accettabile
perché in fondo, relativisticamente
parlando, non esiste né il bene né il male
assoluto. Alcuni esempi della
trasformazione dei buoni della tradizione
nei cattivi di oggi sono i blockbuster che
hanno raggiunto e fatto cultura su milioni
di persone, qui citati solo alcuni: Robin
Hood del 2010; King Arthur del 2004;
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Magdalene del 2004; La Papessa del 2009;
in essi la chiesa cattolica è dipinta, con
non poca forzatura storica e ideologica,
come fautrice di un potere liberticida e
odioso. L'operazione, come abbiamo visto
non consiste semplicemente
nell'avvicendamento naturale del figlio al
padre, ma l'uccisione del modello da cui
deriva, la negazione del passato, la
disarticolazione della sua esistenza
dall'immaginario di sempre. Questa è la
vera critica ideologica che dovrebbe
emergere da questo ragionamento sui
nuovi modelli di riferimento.
Uno spostamento analogo ma più
soft in questo senso si è avuto anche
attraverso il modello cultural-spiritualista
proposto in film come Avatar del 2009.
Film in cui si propone una religiosità
alternativa, teosofica, new age, panteista o
improntata a una dimensione personale
molto più consona alla dimensione
libertaria, in cui, per meglio dire, il dio
degli uomini deve restarsene nell'empireo
immanente e non pesare sulle coscienze.
Un esempio della completa
accettazione di questi modelli "al di là del
bene e del male", è un film come
Nymph()maniac del 2013, in cui si ha
l'interazione tra grandi attori
holliwoodiani con pornostar del cinema
hard, in un continuum che unisce il
mondo emerso popolare con quello
sommerso del cinema hard, di fatto
operando un'azione di legittimazione e
sdoganamento istituzionale di
quest'ultimo.
Scopo finale di tutto questo
dispiegamento di cultura mediatica è un
modello culturale nuovo, privo di retaggi
di sorta riferibili ai modelli convenzionali.
REALITY SHOW (CENNI)
Non meno importante è la diffusione
tramite TV e Internet di immagini e
programmi sempre più noncuranti del
senso morale di tanti o pochi, nell'ottica di
una libertà dei costumi sempre più
convintamente abbracciata. Mentre in TV,
soprattutto a livello internazionale sono
ormai comuni modelli estremamente
espliciti di spettacolarizzazione delle
relazioni intime tra i sessi anche in
programmi di taglio nazional popolare; ad
esempio per i paesi latini, di significativo
interesse sono serie come Ballando sotto le
stelle Argentina, ove il ballo "streep dance"
si fa pressoché nudi, producendo una
cultura di legittimazione di questa nuova
dimensione di libertà, proprio in Paesi
dalla consistente impronta cattolica. Non
meno emblematiche, sono le serie del
"Grande Fratello", culminate negli attuali
naked reality dove i protagonisti sono
completamente nudi per tutto il tempo
dello show, come in Naked and Afraid
(2013), in cui i protagonisti sono calati in
una dimensione selvaggia e ancestrale
vestiti come mamma li ha fatti, o Dating
Naked (2014), appuntamenti al buio in cui
i protagonisti si conoscono completamente
nudi. Come pure avanza a grandi falcate
lo sdoganamento dei modelli sessuali resi
socialmente accettabili, dalla
spettacolarizzazione in chiave edulcorata,
in programmi come Sex Therapy. Non
mancano infine analoghi esempi di
introduzione delle tematiche di genere in
tutti i programmi di successo, anche senza
particolari riferimenti al sesso come nella
fiction I Cesaroni; Un medico in famiglia,
Tutti pazzi per amore; ecc.
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INTERNET (CENNI)
Già il solo parlare di internet dovrebbe
richiedere l'aprire un intero capitolo, cosa
impossibile in questa sede; tuttavia è
sicuramente utile spendere due parole su
alcuni fenomeni propri della rete.
Internet è il luogo dell'apologia
dell'individualismo, dove anche quando si
è social si è soli, e dove si consuma senza
limiti la normalità pornografica interagita o
no, ma più di ogni altra cosa, gratuita.
La gratuità della pornografia su
internet, rappresenta la vera chiave di
comprensione su come e quanto questi
modelli siano recepiti, approvati, agiti e
intrapresi dalla popolazione, anche se non
soprattutto di bassa fascia d'età, ma sopra
ogni altra cosa dal legislatore che non
intende intervenire per portare una norma
di alcun tipo etico dentro questo settore,
che è e rimane estremamente fruibile
senza particolari difficoltà anche da minori
preadolescenti e adolescenti.
Questi esempi sono utili a capire
come esista da un lato un'accettazione
passiva di tutto questo stato di cose,
dall'altro non solo l'assenza di una volontà
regolatrice da parte dei decisori, ma quasi
una intenzionalità pro-diffusiva di questi
modelli, proprio come se si sia stabilito,
consciamente o inconsciamente, di entrare
con tutti e due i piedi in una nuova epoca
storica completamente svincolata dai
valori e i principi della precedente.
fuori di ogni dubbio che soprattutto i
bambini devono essere tutelati al meglio
contro ogni forma subdola o manifesta di
indottrinamento.
Si dovrebbe chiarire che l'intento qui non
è moralistico, quanto di sollecitare una
riflessione e mettere al corrente di qualche
meccanismo che a prima vista potrebbe
non essere colto dallo spettatore medio;
tanto più dai bambini. C'è da ribadire al di
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