MGS DON BOSCO 2015
PERCORSI – PELLEGRINAGGI POMERIDIANI
MATERIALE STORICO E SPIRITUALE
Percorso 1: Valdocco e Don Bosco storico
Basilica di Maria Ausiliatrice
MB 5,
Chi può descrivere quanto D. Bosco amasse la Madonna! Dopo il SS. Sacramento la sua prima
devozione era quella a Maria Santissima: sembrava non vivesse che per Lei.
Egli, nelle novene delle feste di Maria, ogni sera faceva un sermoncino, parlava di una virtù o di una
caratteristica della Madonna, narrava una grazia ottenuta da Lei, e sempre consigliava un fioretto da
tradursi in pratica in suo onore. Non lasciava che si avvicinasse una festa della Madonna senza
annunziarla. In queste occasioni, consigliava e promuoveva una maggior frequenza ai Sacramenti (e lui
stesso confessava per molte ore) e quando nella festa non poteva predicare lui, aveva cura che venisse
invitato un predicatore, che sapesse far infiammare i cuori per Maria.
Ai giovani esterni dell'Oratorio festivo raccomandava di recitare tutti i giorni la terza parte del
Rosario e desiderava che, piuttosto che tralasciarlo per mancanza di tempo, lo recitassero anche durante il
lavoro, oppure nell'andare o nel ritornare dalle fabbriche. Egli assicurava che il santo Rosario è un mezzo
meraviglioso per ottenere la virtù della purezza ed è una difesa sicura contro le insidie del demonio.
Era l'apostolo di tutte quelle pratiche di pietà che sapeva essere gradite alla gran Madre di Dio. Lui
stesso, inoltre, sempre incominciava, proseguiva e finiva tutte le sue opere invocando la protezione di
Maria.
La devozione di don Bosco a Maria era forse la caratteristica più evidente della sua spiritualità. Fin
dal sogno dei 9 anni, lui sentì forte e potente la presenza della “mamma del Cielo” nella sua vita e nella
sua missione. Tutte le sue iniziative e tutte le sue intuizioni, le affidava a Maria e si lasciava da lei guidare.
Alla fine della sua vita dirà, senza mentire, che tutto ciò che è stato fatto è opera di Maria e che se avesse
avuto ancora più fiducia in lei, avrebbe realizzato davvero molto di più.
Durante la sua vita, don Bosco volle costruire tre “monumenti” alla Madre di Dio, come
dimostrazione forte e affettuosa della sua devozione per lei.
Nel 1863 iniziò la costruzione della Basilica dedicata a Maria Ausiliatrice.
Nel 1869 fonda una associazione di fedeli, che raduna molte persone devote a Maria: l’
“Associazione dei Devoti di Maria Ausilatrice” (ADMA)
Nel 1872, nel fondare le suore “Figlie di Maria Ausiliatrice” vuole che siano un “monumento
vivente” a Maria aiuto del Cristiani.
La basilica
La basilica attuale è il risultato di diversi lavori di ampliamento. Iniziata nel 1863, la costruzione della
prima chiesa finì nel 1868. Venne consacrata dal vescovo di Torino, Riccardi, il 9 giugno. Una chicca della
giornata fu il vespro solenne cantato, in cui venne eseguita l’antifona “Sancta Maria succurre miseris” di d.
Giovanni Cagliero. Tre cori cantavano contemporaneamente, disposti in tre zone diverse della chiesa: 150
uomini, in presbiterio, a rappresentare la Chiesa terrena; 200 voci bianche, sulla cupola, a rappresentare la
Chiesa celeste; 100 uomini, sulla balaustra dell’organo, rappresentavano la Chiesa purgante.
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Un primo ampliamento e abbellimento della basilica venne fatto da don Rua, a fine secolo. Un
secondo ampliamento venne richiesto da don Ricaldone, negli anni trenta, per allargare la chiesa e
renderla come la vediamo adesso.
La facciata esterna è dell’architetto Spezia e richiama, con uno stile “neoclassico”, le forme del
veneziano Palladio. Questo stile era inusuale per l’epoca e per Torino (molto più influenzata dal barocco),
ma rispondeva all’idea di don Bosco per cui la devozione a Maria Ausiliatrice non era locale, ma si sarebbe
espansa a tutto il mondo.
Il dipinto grandioso di Maria è del pittore Lorenzone e traduce in colori l’immagine di Maria, Vergine
Potente, che aveva don Bosco: la Vergine, nel cuore della Trinità, in mezzo al coro degli Angeli, regina degli
apostoli e degli evangelisti, che veglia sulla Chiesa (Pietro e Paolo) e su Torino. Il pittore impiegò tre anni
per completare il dipinto e alla fine, contemplando il suo lavoro, scoppiò in pianto dicendo che non era
possibile fosse opera sua.
Maria “aiuto dei Cristiani”
Due sono gli eventi principali che vedono la Madonna schierarsi come “vergine potente” al fianco dei
cristiani contro i nemici della Chiesa:
battaglia di Lepanto (1571): gli eserciti cristiani, riuniti attorno alla “Lega Santa”, dopo aver affidato le
sorti della battaglia alla Vergine, riuscirono a bloccare l’avanzata degli ottomani
battaglia di Vienna (1683): dopo mesi di assedio l’imperatore con i suoi alleati riuscì a
sconfiggere i turchi che volevano entrare in Europa. il beato Marco d’Aviano, chiamato come diplomatico
per l’occasione, aveva detto che solo un intervento di Maria poteva risolvere la situazione.
Don Bosco ben sapeva che la Chiesa, sempre attaccata da ogni parte dai nemici della Verità, potrà
sempre contare sull’intercessione di Maria. Per questo, anche sulla cupola della basilica, sono rappresentati
questi episodi.
Casa e “cappella Pinardi“
Quando nel marzo del 1846 don Bosco, accompagnato da Pancrazio Soave e da Francesco Pinardi, visita per
la prima volta la tettoia appoggiata sul lato nord di casa Pinardi, rimane senza parole e sulle prime rifiuta la
proposta: “Non mi serve: è troppo bassa”. Ma, per le insistenze del Pinardi che si dice disposto ad adattare
l'ambiente, don Bosco cede.
La cappella Pinardi, affittata per 320 lire annue, contava tre locali: la cappella vera e propria e due stanze
più piccole, adibite una a sacrestia e l’altra a deposito e piccola sala lavoro.
La tettoia Pinardi fu usata come cappella per sei anni, cioè fino al 20 giugno 1852, data di inaugurazione
della chiesa di san Francesco di Sales. Successivamente venne adibita a sala di studio e di ricreazione ed
anche a dormitorio. Nel 1856 la si demolì, insieme alla casa Pinardi. Sull’area occupata dall’antica chiesetta
venne ricavato il refettorio per don Bosco e per i primi Salesiani: così venne utilizzata fino al 1927. In
quell’anno, infatti, il rettor maggiore del salesiani, Filippo Rinaldi, volle trasformare l’ambiente in cappella,
per mantenere la memoria dell’antico utilizzo.
Sulla parete dietro all'altare, una tela del pittore Paolo Giovanni Crida rappresentante la Risurrezione di
Cristo. La scelta del tema vuole ricordare la Pasqua del 1846, giorno in cui Don Bosco arrivò a Valdocco con
i ragazzi e inaugurò l'antica cappella Pinardi.
La Pasqua è anche un’immagine efficace della santità giovanile proposta a Valdocco: una vita liberata dal
peccato e rigenerata nella grazia del Risorto, piena di gioia e di luce.
Una fascia di piccole croci avvolge tutta la cappella: le nostre croci quotidiane, unite a quella di Gesù, sono
strumenti di purificazione personale e di trasformazione cristiana dell'ambiente.
A destra dell'altare è collocata la statua di Maria Consolata: riproduce l’antica statua, presente fin dal 1847
ed ora conservata nel museo delle camerette di don Bosco: è l’unico oggetto rimasto della cappella
originaria. Era stata comprata da don Bosco per 27 lire, molto economica perchè fatta di cartapesta. I
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giovani dell’Oratorio la portavano in processione nei dintorni della cappella, che all’epoca erano solo prati e
campi, con qualche casetta di contadini e due osterie.
Sulla parete di fondo, dove anticamente c’era l'entrata della tettoia-cappella, un'artistica lapide sintetizza la
fase itinerante dell'Oratorio. Un'altra lapide, sulla parete sinistra ricorda l'ospitalità concessa da don Bosco
ad Achille Ratti, il futuro papa Pio XI, che avrà la sorte di beatificarlo nel 1929 e proclamarlo santo nel 1934.
Una terza lapide commemora la presenza di don Bosco che qui “pregò e celebrò, dispensando ai suoi
giovani i divini misteri e poi per circa trent'anni, tra queste pareti, divise coi suoi figli il pane della
Provvidenza mentre dava loro a gustare anche le dolcezze della sua paternità”.
Attività:
Prega Maria Consolata per qualcuno che ne ha bisogno. Scrivi la tua intenzione di preghiera e affida il
bigliettino alla Madonna lasciandolo vicino alla sua statua.
CAMERETTE DI VALDOCCO – Memoria di Don Bosco
Storia delle camere
Nel 1929, don Filippo Rinaldi decise di aprire al pubblico le stanze in cui don Bosco abitò. Si costruì una
scala interna e le camere e la cappella privata furono ammobiliate con gli arredi superstiti. La prima stanza
fu usata dal Santo tra il 1853 e il 1861. All’interno è presente una riproduzione del cartello su cui era scritto
il motto salesiano: “Da mihi animas ceteras tolle” e un’effigie di Domenico Savio. Questa stanza, inoltre,
fungeva da economato e biblioteca. Nella seconda stanza il 26 gennaio 1854, don Bosco, di fronte ad alcuni
giovani discepoli tra cui Michele Rua, disse: “Con l’aiuto di Dio vi invito a formare con me una Società. Ci
chiameremo Salesiani”. Proprio qui, per la prima volta, risuonò la parola “Salesiani”. Qui don Bosco scrisse
le prime regole dei Salesiani e Michele Rua pronunciò i suoi voti. Di fronte si trova la terza stanza. Qui, don
Bosco si trasferì nell’ampliamento dell’edificio del 1861. Al suo interno si possono osservare il suo scrittoio,
il suo mappamondo e un divano, sul quale Michele Rua dormì per vent’anni. Nella quarta stanza è
sistemato l’altare su cui don Bosco celebrava la Messa quando era troppo debole per scendere in chiesa
durante la sua malattia. Nella quinta stanza è ancora presente il letto su cui don Bosco spirò. Era l’alba del
31 gennaio 1888.
La Spiritualità
È il luogo della memoria, custodisce gli elementi sintesi della santità di don Bosco, e ce lo consegna come,
uomo del lavoro, e lavoro santificato; nonostante la malattia lo consumasse, dormì per una vita intera,
appena cinque ore per notte – e una notte la passava in bianco, seduto al tavolino, a scrivere libretti per i
“suoi cari giovani”, articoli, riviste, lettere ai benefattori, la Regola della nascente Congregazione salesiana.
Il lavoro non è di per se fonte di santità, ma lo diventa, se è fatto non per cercare prestigio e gloria
personale, se non è per riempire unicamente le proprie tasche. Don Bosco ha lavorato fino a consumarsi! Il
medico che lo visiterà prima della morte dichiarerà: “è come un vestito logoro!”. Tutto questo don Bosco lo
ha fatto, sempre e solo per la “gloria di Dio e la salvezza delle anime”, e ancora oggi ripete convinto:
lavoriamo tanto, lavoriamo di cuore, Iddio saprà ripagarci! L’eternità sarà abbastanza lunga per riposarci”.
Le camerette sono anche il luogo dell’ascolto e della confidenza: ricordano le ore passate a dialogare con
chi passava a bussare alla sua porta, la buona parola detta all’orecchio di chi passava a trovarlo, oppure
detta dalla “cattedra della buona notte”. Don Bosco era uomo attento e di cuore, che pazientemente
teneva occhi aperti e orecchi tesi, cuore pronto per intuire sogni, speranze e difficoltà dei suoi “amatissimi
figlioli in Gesù Cristo”, e per sé e per loro invoca l’aiuto di Dio, perché sa che “l’educazione è cosa di Cuore,
e noi non potremmo riuscire in cosa alcuna se Iddio non ce ne desse le chiavi”. Infine le camerette, ci
ricordano don Bosco, come uomo capace di santificare la sofferenza, perché offerta a Dio: negli ultimi anni
di vita deve sopportare disturbi, e infermità grandi, che gli impedirono perfino di continuare a lavorare e di
intraprendere lunghi viaggi (era uomo che viaggiava da Barcellona a Roma, a Parigi …) … non potendo
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scendere in Chiesa, né in cortile, dal balcone osserva la ricreazione dei suoi figli e dall’alto, a ciascuno
sorride e benedice. Offre e soffre per loro. Nell’ultimo periodo della vita, fatica a camminare, deve essere
portato su una sedia; addirittura gli si allestisce un piccolo altare, dove ogni giorno con fatica celebra
messa.
Nei suoi ultimi giorni, è il suo letto a divenire altare, dal quale si offre a Dio, lasciando detto ai suoi figli “Vi
aspetto tutti in Paradiso”
Il segno oggi
Nel luogo dove risuonò per la prima volta il nome “salesiani”, qui dove don Bosco, con un pugno di ragazzi,
mise “nero su bianco”, e firmò l’inizio di questa magnifica storia, Facciamo la “nostra professione di fede
missione salesiana” e offriamoci a Dio perché non solo continui, ma fiorisca sempre più: Credo in Te,
Signore, che nel tuo Cuore di Padre, hai suscitato Don Bosco e a tua immagine lo hai fatto Padre, Maestro,
ed amico dei piccoli e degli ultimi. Credo in Gesù tuo Figlio, sorgente di ogni allegria e gioia vera. Credo nello
Spirito Santo, forza e luce, a cui mi affido e chiedo di farmi, come i primi ragazzi che qui, seguirono don
Bosco, portatore del suo spirito ad ogni giovane del mondo. Maria Santissima mi aiuti ad essere, nella forma
e nel modo in cui posso a fare mia la missione salesiana. Amen
(Può essere trascritta in un quaderno, e terminata la recita della preghiera i pellegrini ad uno ad uno
passano a sottoscrivere la professione di fede).
Chiesa di San Francesco di Sales
Il numero dei ragazzi dell’Oratorio continuava a crescere e la cappella “Pinardi“ divenne presto insufficiente
ad accoglierli. Don Bosco costruì allora la Chiesa di san Francesco di Sales che fu benedetta il 20 giugno
1852. Possiamo definire questa chiesa la “porziuncola” salesiana, perchè fu il centro dell’attività salesiana
per 16 anni, fino alla costruzione della Basilica avvenuto nel 1868.
Molti sono gli episodi che rendono questa chiesa cara al mondo salesiano: in questa chiesa celebrò nel
1860 la sua prima messa il beato Michele Rua (questo avvenimento è ricordato con un affresco sulla parete
destra) e due anni dopo di lui anche Giovanni Cagliero e Giovanni Battista Francesia.
Qui don Bosco celebrava, predicava e confessava. Qui proponeva ai suoi ragazzi dei modelli di vita,
a partire dalla Vergine Maria, San Luigi Gonzaga (che a quel tempo era il modello di santo “giovane”), san
Giuseppe (la sua statua era collocata tra l’altare maggiore e quello di san Luigi) fino al protettore principale
san Francesco di Sales dal quale don Bosco ha preso il nome per la sua congregazione.
Qui, sotto la protezione della beata Vergine Maria (l’altare a destra) e imitando l’esempio di san Luigi
Gonzaga (l’altare a sinistra) crescevano i ragazzi nella santità quotidiana. Alla destra di san Luigi si trova la
tela dei suoi tre grandi imitatori: San Domenico Savio, Francesco Besucco e Michele Maggone. Tre giovani
completamente diversi tra loro, che non si sono mai incontrati, che sono vissuti a Valdocco in anni diversi
ma che, tutti, sono diventati d’esempi per gli altri. Don Bosco stesso scrisse subito dopo la loro morte le
loro biografie e le diffondeva tra i ragazzi proponendoli come modelli di santità.
Dell'altare maggiore si conservano ancora il tabernacolo e l’altare con le "scaffe", cioé i ripiani per i
candelieri, ridotti però da tre a due. Ricordiamo che questo tabernacolo è stato benedetto da don Bosco il 7
aprile 1852. Don Bosco ripeteva spesso ai suoi giovani che le colonne della vita spirituale sono i sacramenti
dell'Eucaristia e della Penitenza, celebrati con impegno e con frequenza regolare. Con questi due mezzi egli
trasformò tanti poveri ragazzi in giganti dello spirito.
Il coretto, dietro l'altar maggiore, nel quale si trovavano alcuni banchi, era il luogo preferito da Domenico
Savio per la preghiera di ringraziamento dopo la Comunione, di fronte al tabernacolo (la cui porticina è
originale). Un giorno, durante il ringraziamento, avvenne una delle estasi descritte da don Bosco nella vita
del santo giovane e oggi ricordata anche sulla parete destra del presbiterio.
Accadde un giorno che Domenico mancò dalla colazione, dalla scuola, e dal medesimo pranzo, e niuno
sapeva dove fosse; nello studio non c'era, a letto nemmeno. Riferita a don Bosco tal cosa, gli nacque
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sospetto di quello che era realmente, che fosse in chiesa, siccome già altre volte era accaduto. Entra in
chiesa, va in coro e lo vede là fermo come un sasso. Egli teneva un piede sull'altro, una mano appoggiata sul
leggio dell'antifonario, l'altra sul petto colla faccia fissa e rivolta verso il tabernacolo. Non muoveva
palpebra. Lo chiama, nulla risponde. Lo scuote, e allora gli volge lo sguardo, e dice:
- oh è già finita la messa?
- Vedi, soggiunse don Bosco mostrandogli l'orologio, sono le due.
Egli domandò umilmente perdono della trasgressione delle regole della casa, ed don Bosco lo mandò a
pranzo, dicendogli:
- se taluno ti dirà: da dove vieni? Risponderai che vieni dall'eseguire un mio comando.
Attività:
Sull’esempio di san Domenico, fermati un pò in silenzio davanti al tabernacolo e ringrazia il Signore per i
beni ricevuti, sopratutto per il dono supremo dell’Eucaristia.
Il Cortile del primo oratorio
Davanti alla casa Pinardi, che don Bosco negli anni acquistò per farne la sua abitazione, le sale per la
scuola, le camerate per i ragazzi, c’era il cortile, dove i ragazzi vivevano le ricreazioni e i numerosi momenti
di svago e di divertimento. Oltre al terreno, calpestato dalle corse dei ragazzi, c’erano anche l’orto di
mamma Margherita e la pompa d’acqua.
L’orto di mamma Margherita
Dietro la casa Filippi, in fondo al cortile, mamma Margherita si era fatta un piccolo orticello. Da
buona massaia, pensando di dover dare da mangiare a tanti poveri ragazzotti scalmanati, metteva tutta la
sua buona volontà nel seminare e coltivare insalata, aglio, cipolle, piselli, fagioli, carote, rape e molte altre
verdure e spezie, come menta e salvia.
Questo orto fu causa di molte gioie, ma anche di molte delusioni, per mamma Margherita, che
doveva contendere il terreno con i ragazzi, desiderosi di ampliare il loro terreno di giochi.
MB 3,
In
quel
periodo
il
Piemonte
era
in
guerra,
e
in
oratorio
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arrivavano gli echi delle battaglie che i soldati torinesi combattevano vittoriosi. Uno dei giochi
preferiti dei ragazzi era quello di simulare grandi battaglie e guerriglie: si costruivano finti fucili di legno, il
governo aveva regalato delle vecchie divise militari (…forse era una “campagna pubblicitaria” subliminale),
suonavano la tromba per le adunate.
Ebbene: era un giorno di festa, i giovani si divisero in due schieramenti e allo squillo di tromba di
Brosio Giuseppe, ex bersagliere, diedero l’inizio ai combattimenti. Al vederli era proprio uno spettacolo:
evoluzioni, avanzate, ritirate… mancava solo il tuonare dei cannoni e lo schioppettìo dei fucili per
scambiarla con una vera e propria battaglia. I più piccoli, ai lati del cortile, battevano le mani entusiasti e
gridavano a squarciagola incitando i loro eroi. Presi dal furore e dall’entusiasmo, non risparmiarono
neanche l’orticello di mamma Margherita, che fu travolto dalla baraonda. Al termine della battaglia, delle
verdure della buona mamma non rimanevano che poche pianticelle, tutte stropicciate e senza più
neanche le foglie.
Al vedere quello spettacolo, mamma Margherita disse a don Bosco “Hai visto, il tuo bravo
bersagliere cosa mi ha combinato?” E don Bosco, sospirando: “madre, che vuoi farci? sono giovani!”
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La pompa d’acqua
Al fondo del primo cortile di Valdocco, vicino ai portici, c’era una pompa d’acqua che con la sua
acqua fresca ha dissetato migliaia e migliaia di ragazzi nelle ricreazioni e nelle giornate afose. Oggi al suo
posto c’è una fontanella che continua quel prezioso servizio.
La pompa d’acqua era un punto strategico del cortile: tutti i ragazzi passavano di lì. La colazione, per
esempio, consisteva in una pagnotta distribuita ai giovani nell'uscire di chiesa. Essi, ricevutala, correvano
alla pompa a "bagnare la pagnotta", e quell'acqua costituiva l'unico condimento. Don Bosco considerava la
pompa d’acqua anche una buona “risorsa educativa”, come insegnò una volta a don Vespignani.
N. Cerrato, Don
Bosco,
uomo tra gli uomini
Don Giuseppe Vespignani, giovane prete, era
appena arrivato a Valdocco, ed gli era stata data una
classe di catechismo di 120 ragazzi. Ma le prime lezioni furono un disastro: lui cercava di
studiare ma i ragazzi chiacchieravano, ridevano, scherzavano, non lo ascoltavano. Disperato, si rivolse a
don Bosco e gli chiese un consiglio.
Don Bosco sorrise: - come mai sei così pauroso da spaventarti davanti ad un centinaio di ragazzi?
- non so… non ascoltano, sembra quasi che mi ignorino
- ma tu li conosci?
- non ancora tutti…
- ecco – disse don Bosco – il problema è questo: tu non li conosci ancora, e loro non conoscono ancora
te. Diventa loro amico e vedrai che le cose andranno meglio.
- E come farò io a conoscerli e a farmi conoscere?
- Oh bella! stai un po’ di più in mezzo a loro.
- Ma dove, ma quando mettermi con loro? Io non sono fatto per giocare, correre, ridere… non ho il
carattere adatto.
- Nessun problema: vai alla pompa, all'ora di colazione.
Don Vespignani non capì subito il consiglio, ma si fidò di don Bosco e i mattini seguenti andò alla
pompa: era proprio vero, tutti i ragazzi passavano per lì, chiacchierando, ridendo e scherzando. E così lui
poteva “attaccar bottone” con loro, chiedere come andava la scuola, cosa facevano quella giornata, e in
breve tempo conosceva tutti i ragazzi e divenne loro amico.
La lezione successiva di catechismo, la domenica seguente, fu tutta un’altra musica!
Tipografia
Don Bosco ebbe sempre a cuore la “buona stampa”, sia religiosa che di intrattenimento culturale: in
un’epoca di feroce anticlericalismo ebbe l’idea di mettere in piedi una tipografia per contrastare le idee
liberali del tempo.
Don Bosco è sempre stato un grande comunicatore, preoccupato soprattutto di farsi capire dal “popolo”,
dalla gente semplice. Un altro scopo, non meno importante, che lo spinse a intraprendere questa impresa,
pur non disponendo dei mezzi economici, fu quello di avviare i giovani ad un mestiere con cui guadagnarsi
onestamente da vivere.
Dalle “Memorie biografiche”:
“…era il 1854 quando un giorno portò ai suoi alunni alcuni fogli stampati di un libro intitolato Angeli
Custodi. Si sedette al tavolo con loro e iniziò a piegarli, poi chiese a sua mamma di cucirli…”.
Nacque così il primo laboratorio di legatoria e prese il via l’avventura di quella che oggi è la Scuola Grafica
Salesiana.
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Il 31 dicembre 1861 ottenne dal Prefetto di Torino la licenza di aprire la tipografia dell’Oratorio di San
Francesco di Sales, con direttore il cav. Oreglia.
Essa entrò in competizione con le migliori tipografie della città: quattro torchi; dodici macchine mosse
prima dal vapore, poi dal gas e infine dall’energia elettrica; fonderia dei caratteri, ecc...
Nel 1876, don Bosco affiancò alla tipografia di Valdocco quella di Sampierdarena a Genova e aprì delle
librerie.
Nel 1870 la tipografia fu invitata alla mostra didattica di Napoli dal provveditore agli studi di Torino, il
professor Garelli.
Nel 1884 partecipò all’Esposizione Nazionale dell'Industria, della Scienza e dell'Arte a Torino, dove espose
tutto il laboratorio per la produzione dei libri, facendo vedere tutti i passaggi: dai grezzi stracci al libro
rilegato e finito.
Successivamente, nell’esposizione italiana a Londra, a Bruxelles, a Colonia, a Edimburgo e all’Esposizione
universale di Barcellona, arrivarono altri riconoscimenti per la sua tipografia.
L’attività tipografica e le scuole tipografiche col tempo furono affidate ai coadiutori (Salesiani non
sacerdoti) che seppero incrementare e raffinare l’opera di don Bosco, acquisendo in modo sorprendente
l’arte della stampa. Oggi, in un regime di corresponsabilità, si continua l’opera grazie all’aiuto di molti laici
che con professionalità e dedizione portano avanti il sistema educativo salesiano.
Attualmente le Editrici salesiane operano in tutto il mondo nel campo dell’educazione,
dell’evangelizzazione, della catechesi, della formazione e istruzione.
Esse sono impegnate a favorire l’annuncio del vangelo e ad accompagnare la scoperta e il maturare della
fede.
Ad educare al senso critico, estetico, morale e a promuovere l’apertura al religioso oltre a far maturare
nelle persone i valori cristiani.
Il 23 febbraio 2014 è stata inaugurata la mostra "Tipografia Salesiana di don Bosco", alla presenza
dell’emerito Rettor Maggiore don Pascual Chavez, aggiungendo, cosi, un altro tassello per conoscere
l’enorme attività di don Bosco:
il suo grande impegno per la Buona Stampa.
La mostra serve a ricordare, proprio in questo stanzone costruito da lui, la sua prodigiosa attività di editore
e di tipografo in favore dei giovani che in questo mestiere hanno potuto trovare un futuro sostenibile e
bello per la loro vita.
Ci sono macchinari comprati e fatti funzionare lui presente, esempio una Koenig & Bauer, che a quel tempo
erano all’avanguardia.
domande per riflettere
Questi luoghi, oggi, suscitano un monito:
La mia casa di provenienza è casa che avvia alla vita?
Don Bosco volle il meglio per quei ragazzi tanto bisognosi:
noi siamo animati dai medesimi sentimenti?
Questa grande opera non sarebbe mai andata in porto senza la presenza dei Salesiani Coadiutori:
Conosciamo la figura del consacrato Coadiutore?
proposta di una preghiera da fare alla partenza della tappa
Dato che il patrono dei coadiutori è san Giuseppe e le tipografie e scuole professionali sono sotto la sua
protezione; affidiamo alla sua intercessione le nostre ispettorie di provenienza.
AVE GIUSEPPE
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Ave Giuseppe, uomo giusto, la Sapienza è con te.
Tu sei benedetto fra tutti gli uomini, e benedetto è il frutto di Maria, tua sposa fedele, Gesù.
San Giuseppe, degno padre putativo di Gesù,
prega per noi peccatori, ed ottienici la divina Sapienza, adesso e nell'ora della nostra morte. AMEN.
( se si vuole fare una attività: preavvertendo si può anche fare una prova di come funzionano le macchine)
Casa Moretta
(Area dell'attuale chiesa "Succursale"; piazza Maria Ausiliatrice, n. 15/A)
In piazza Maria Ausiliatrice, sulla destra di chi guarda il Santuario, c'è una chiesina chiamata «la
Succursale». Al suo posto, nel 1846 sorgeva una casa in proprietà del sacerdote Moretta. Don Bosco
insieme al teologo Borel ne affittò tre stanze nel novembre 1845, e vi trasferì il suo Oratorio sfrattato dai
Molini Dora. Casa Moretta aveva cantina e stalla, nove stanze abitabili al pian terreno e altre nove al piano
superiore, alle quali si accedeva da un lungo ballatoio.
«Passammo quattro mesi angustiati pel locale — ricorda don Bosco — ma contenti di poter almeno in
quelle camerette raccogliere i nostri allievi, istruirli e dar loro comodità specialmente delle confessioni. Anzi
in quello stesso inverno abbiamo cominciato le scuole serali. Era la prima volta che nei nostri paesi si
parlava di tal genere di scuole; perciò se ne fece gran rumore, alcuni in favore, altri in avverso».
Le scuole serali erano uno sviluppo delle scuole domenicali già avviate al Rifugio. Nelle tre stanze di casa
Moretta si radunavano per la scuola circa duecento allievi, pigiatissimi.
Don Bosco e il teologo Borel sono stati aiutati in questo impegno da don Luigi Musso e da altri due teologi.
Ma, aumentando le classi, don Bosco trovò modo di farsi aiutare da un gruppo di giovani studenti della città
ai quali egli faceva ripetizione in cambio dell'aiuto prestato: Questi miei maestrini — scrive don Bosco —
allora in numero di otto o dieci, continuarono ad aumentare in numero, e di qui cominciò la categoria degli
studenti.
Don Bosco ricorreva anche a persone adulte volenterose, in genere artigiani e piccoli commercianti della
città, che possiamo considerare come i primi suoi cooperatori.
I risultati di queste scuole serali erano molto positivi: Le scuole serali producevano due buoni effetti:
animavano i giovanetti ad intervenire per istruirsi nella letteratura, di cui sentivano grave bisogno; nel
tempo stesso davano grande opportunità per istruirli nella religione, che formava lo scopo delle nostre
sollecitudini.
Questi consolanti sviluppi dell'attività oratoriana erano però amareggiati da una serie di accuse e di
incomprensioni: «Taluni chiamavano don Bosco rivoluzionario, altri il volevano pazzo oppure eretico. La
ragionavano così: Questo Oratorio allontana i giovanetti dalle parrocchie (...). Don Bosco mandi i fanciulli
alle loro parrocchie e cessi di raccoglierli in altre località». Quest'ultima accusa venne presto chiarita con i
parroci della città: si fece loro notare come i giovani dell'Oratorio erano “stagionali” e non si inserivano in
alcuna struttura parrocchiale; i parroci allora comprendevano ed incoraggiavano don Bosco a proseguire.
Ma le altre dicerie ed incomprensioni continuarono.
Nelle tre stanze di casa Moretta don Bosco ci si fermò per quattro mesi circa, finché, alla fine di febbraio,
don Moretta si vide costretto a licenziare l'Oratorio per le proteste degli altri inquilini della casa.
Nel 1875, però, don Bosco ricomprerà la vecchia casa Moretta e il terreno, per fondarvi l'anno successivo il
primo Oratorio femminile affidandolo alle Figlie di Maria Ausiliatrice.
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PROPOSTA: visita al Parrocchia di Maria Ausiliatrice (Chiesa Succursale) e recita di
un’Ave Maria
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L’oratorio di Don Bosco al RIFUGIO DELLA BAROLO
(VIA COTTOLENGO, 26 TORINO)
“Un po’ dopo il mezzodì ecco una turba di giovanetti di varia età e diversa condizione correre giù in
Valdocco in cerca dell’oratorio novello” (MO, 131)
Quando don Bosco fu presentato dal teologo Borel alla marchesa Barolo, questa si rese subito
conto delle doti di cui il giovane sacerdote era fornito. Nei giorni immediatamente precedenti al 20 ottobre
1844, don Giovanni Bosco trasferì la sua abitazione al Rifugio. La camera a lui destinata si trovava sopra il
vestibolo della prima porta d’entrata al Rifugio, accanto a quella del teologo Borel e di don Pacchiotti.
Così la domenica 20 ottobre avvenne il trasferimento dell’oratorio al Rifugio.
Far rinascere alla Vita...
Il problema che stava a cuore alla Marchesa, era quello di offrire un’ alternativa alla via della
prostituzione alle fragili ragazze di Torino. Fu così che nacque nel 1821 l'Opera del rifugio in un edificio in
Borgo Dora, acquistato dal governo ma ristrutturato a spese dei Barolo. L'istituto era aperto a tutte le
donne, pentite, che attraverso il lavoro e la preghiera desiderassero reinserirsi nella società. Il lavoro era
particolarmente importante perché non solo provvedeva al sostentamento delle ospiti, ma garantiva la
costituzione di una specie di dote che esse potevano ritirare al momento di lasciare il Rifugio.
Parliamone!!!
Mi do qualche minuto per riflettere personalmente sulla prima domanda:
Conosco delle persone, amici o ragazzi dell’ oratorio che vivono difficoltà a livello relazionale, affettivo,
spirituale?
Provo a condividere con il gruppo, su questa domanda:
Sono capace come faceva don Bosco a farmi vicino a loro, non solo con la presenza, ma anche confidando
una semplice parolina all’orecchio?
La riflessione si fa preghiera
Da questo luogo che ci ispira al desiderio autentico di donarci agli altri, specialmente coloro che vivono
tante povertà, della vita e del cuore; preghiamo insieme Maria, Ausiliatrice e consolatrice di ogni uomo,
perché sostenga coloro che in questa sosta abbiamo ricordato.
Ave o Maria...
San Pietro in Vincoli
A poca distanza dal Rifugio si trova il piccolo cimitero di san Pietro in Vincoli, costruito nel 1777.
È una costruzione quadrangolare, con vasti portici sui tre lati interni e una cappella sul quarto; di fronte
all'ingresso, allora come oggi, si estendeva un piazzale. Si trovava nell'estrema periferia della città e, per
motivi di igiene, già dal 1829 si era cessato di seppellire i cadaveri in terra; fin verso il 1860-1870 si continuarono però ad usare alcuni sepolcri di famiglia nei sotterranei. Il cimitero era di proprietà del Municipio
che stipendiava un sacerdote per il servizio religioso della cappella e delle poche famiglie della zona.
All'ingresso del cimitero compariva una piccola cappella funeraria al cui interno vi era una statua di stile
neoclassico denominata La morte velata, in pratica una figura di donna con volto coperto da un velo che le
conferiva l'aspetto di un fantasma con sembianze femminili. Tale statua fu realizzata nel 1794 dallo
scultore Innocenzo Spinazzi in commemorazione della prematura morte (1792) della principessa russa
ventottenne Varvara Belosel'skij, moglie diAleksandr Michajlovič Belosel'skij-Belozerskij, ambasciatore
russo presso la corte sabauda.
Nel 1975 la Velata fu trasferita, su decisione dell'ufficio tecnico del comune di Torino, nei sotterranei
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della Mole Antonelliana a causa del degrado in cui versava la cappella e il cimitero di San Pietro, ma la
leggenda vuole che di notte il suo fantasma passeggi ancora intorno al cimitero, e che qui porti i suoi
inconsapevoli amanti.
Il luogo parve adatto per le riunioni dell'Oratorio: nella cappella si sarebbero potute celebrare le funzioni
religiose e fare i catechismi; sul piazzale c'era spazio sufficiente per i giochi. A seguito di intesa verbale con
le autorità municipali e con l'approvazione del cappellano don Tesio, la domenica 25 maggio 1845, don
Bosco e il Borel vi portano i ragazzi dell'Oratorio.
Attività
Visita alla mostra e ognuno per conte proprio ringrazia il Padre per i doni ricevuti.
Cappella di san Martino ai Molassi
«Ottenuto il permesso di usufruire della chiesetta dei Mulini Dora, la domenica 13 luglio 1845 l'Oratorio
spostò le tende».
I Mulini Dora o Molassi, oggi non esistono più. Si trattava di un complesso notevole di edifici adibiti alla
macinazione del grano, ma anche alla torchiatura delle olive e alla sfilacciatura della canapa. Nello stesso
luogo si trovavano pure i forni comunali per la cottura del pane. Le ruote dei mulini erano azionate
dall'acqua di un capace canale (Canale dei Mulini) che attingeva dal fiume Dora, ad alcuni chilometri di
distanza. Dell'acqua di questo canale si servivano anche le varie piccole industrie che in quegli anni stavano
sorgendo nella bassa periferia di Valdocco e Borgo Dora.
La cappella di san Martino serviva per l'assistenza religiosa degli addetti ai Mulini, tutti dipendenti
comunali, e delle loro famiglie. Il Municipio concedette al Borel e a don Bosco l'utilizzo della chiesetta
soltanto dalle ore 12 alle ore 15 per i catechismi; proibiva però ai ragazzi “di inoltrarsi nel recinto delle case
de' Mulini” e di disturbare le funzioni sacre celebrate “a profitto degli impiegati tutti de' Molini”.
Il trasferimento e il memorando discorso tenuto nell'occasione dal teologo Borel ci sono stati tramandati
con ricchezza di particolari:
Qui don Bosco e i suoi si radunarono ogni domenica sino alla fine di dicembre 1845, ma solo per i
catechismi pomeridiani. Per la Messa e le Confessioni ci si doveva spostare in diverse chiese dentro e fuori
la città.
Risale a quest'epoca il primo incontro tra don Bosco e Michele Rua, che aveva otto anni. Avvenne in
settembre, presso il portico che oggi mette in comunicazione piazza della Repubblica e piazza Albera.
In seguito alle proteste degli addetti ai Mulini, che non potevano “tollerare i salti, i canti e talvolta gli
schiamazzi” dei ragazzi, la Ragioneria, nella seduta del 18 novembre 1845, fissò il termine della concessione
al 1° gennaio 1846.
I ragazzi in cerchio tenendosi per mano rivolgono una preghiera al Padre per ricordare le tappe compiute
da don Bosco con i suoi ragazzi prima di trovare una stabile dimora.
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Percorso 2: la missione salesiana oggi
ORATORIO DI VALDOCCO – l’Oratorio di Don Bosco
Storia dell’Oratorio
È il primo Oratorio fondato da Don Bosco, che proprio qui a Torino - Valdocco iniziò la sua opera nel
lontano 12 Aprile del 1846, Santa Pasqua di Resurrezione. L'Oratorio festivo, nucleo dal quale si è
sviluppata tutta l'opera di don Bosco, per un certo numero di anni fu una cosa sola con la Casa annessa.
Durante la costruzione della Basilica, sia per il poco spazio a disposizione, congestionato dall'ingente
numero dei giovani interni, sia per la mutata situazione socio-economica del quartiere, i giovani oratoriani
esterni diminuirono notevolmente.
Nei suoi inizi, vide una nuova primavera e un deciso rilancio sotto il rettorato di don Rua, che gli
riservò un ampio spazio verso via Salerno (1899; terreno già proprietà Carosso), costruì un teatrino e ricavò
in casa Carosso aule per il catechismo e le classi serali.
Tra il 1852 e il 191 l'Oratorio crebbe e si consolidò tanto che don Albera, secondo successore di don
Bosco, ampliò il cortile e fece erigere lungo via Salerno, sul prolungamento del teatrino, una palestra con
aule al piano superiore. Più tardi, sotto il rettorato di don Pietro Ricaldone, i poveri edifici su via Salerno
vennero abbattuti e si costruì (nel 1934-1935), su progetto del Valotti, l'attuale Oratorio.
Da don Bosco ad oggi il borgo di Valdocco, sempre ricco di popolazione giovanile, ha assicurato e
continua ad assicurare un ampio afflusso di giovani che mantiene la prima opera di don Bosco ancora
attuale e viva.
La Spiritualità dell’Oratorio
Sul modello del primo Oratorio di Valdocco, ogni oratorio, ed ogni casa salesiana è: Casa che accoglie,
Cortile per incontrarsi da amici, Scuola che avvia alla vita Chiesa che evangelizza. Nella semplicità e
nell’allegria del gioco, nella gioia dell’incontro, tipici di don Bosco, propone:
Una spiritualità a misura dei giovani, specialmente dei più poveri, perché in ciascuno, “c’è un punto
accessibile al bene”, e Dio, è padrone dei cuori.
Una spiritualità del quotidiano, che propone la vita ordinaria come luogo d'incontro con Dio.
Una spiritualità pasquale della gioia nell'operosità, che sviluppa un atteggiamento positivo di speranza
nelle risorse naturali e soprannaturali delle persone, e presenta la vita cristiana come un cammino di
beatitudine.
Una spiritualità dell'amicizia e relazione personale con il Signore Gesù, conosciuto e frequentato nella
preghiera, nell'Eucaristia e nella Parola.
Una spiritualità di comunione ecclesiale vissuta nei gruppi e soprattutto nella comunità educativa, che
unisce giovani ed educatori in un ambiente di famiglia attorno ad un progetto di educazione integrale dei
giovani.
Una spiritualità del servizio responsabile, che suscita in giovani e adulti un rinnovato impegno apostolico
per la trasformazione cristiana del proprio ambiente fino all'impegno vocazionale.
Una spiritualità mariana, che si affida con semplicità e fiducia al materno aiuto della Madonna.
Il segno oggi
Nel luogo dove l’Opera Salesiana ebbe inizio, vogliamo ripetere lo stesso semplice gesto di preghiera e di
affidamento che don Bosco propose e fece con Bartolomeo Garelli, così facendo affidiamo ogni salesiano
che fin qui ci ha guidato, ogni casa salesiana che ci ha accolto, ogni giovane che con noi ha fatto un tratto di
strada:
AVE O MARIA, piena di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetta fra le donne, benedetto è il frutto del tuo
seno Gesù, santa Maria, madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen
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Casa Maria Ausiliatrice, 35
Il primo oratorio femminile
Come faremo, chiedevano le buone suore venute da Mornese a Torino, come faremo ad avere delle
fanciulle per iniziare l'oratorio? E don Bosco sorridendo rispondeva: la Madonna ve le manderà!
Uscite, andate per i viali: incontrerete certo delle bambine. Fermatele, chiedete il loro nome, dite
loro una buona parola, regalatele una medaglietta e invitatele a venire a trovarvi con altre
compagne. Vedrete...! Vedrete...!
(da "L'oratorio di don Bosco", Fedel Giraudi, 1929)
E quelle ragazzine davvero andarono a trovare le buone suore che avevano incontrato e portarono anche le
loro amiche. Casa Moretta si riempì di giovani e così l'oratorio femminile iniziò a fiorire tra le mani buone e
operose delle prime suore arrivate a Torino, sotto lo sguardo attento di don Bosco.
Originariamente, infatti, le suore che arrivarono da Nizza aprirono l'oratorio a Casa Moretta, che tra le sue
stanze aveva già visto passare don Bosco e i suoi ragazzi dell'oratorio itinerante nel 1845. Le lacrime che
don Bosco aveva versato in quegli anni non andarono quindi perdute ma aprirono la strada per sr Elisa
Roncallo, sr Caterina Daghero (poi madre generale per 43 anni) e le altre cinque suore che, quasi trent'anni
dopo, si ritrovarono a lavorare fianco a fianco ai salesiani per la salvezza delle ragazze, non solo dei ragazzi.
Sr Elisa Roncallo fu la prima direttrice dell'oratorio, è ricordata come donna incredibilmente generosa e
profondamente salesiana. In ogni difficoltà pensava a cosa le avrebbe detto S. Maria Mazzarello se fosse
stata a Nizza con lei: "Così vuole don Bosco e così bisogna fare!". I suoi grandi amori erano Dio e il prossimo
e il suo cuore grande e dolce le meritò l'appellativo di "Madre buona".
Le suore poterono contare sulla guida del loro amato co-fondatore, don Bosco, ma anche di don Rua, di
don Francesia, di don Rinaldi. Tra le opere di quegli anni: l'unione ex-allieve, il circolo di cultura, la società
ginnastica, la scuola di canto, la scuola professionale diurna, la scuola serale della buona massaia, il
doposcuola e l'oratorio, l'orfanotrofio per le orfane di guerra. Nel 1910 la comunità delle FMA si trasferisce
nella nuova casa costruita alla sinistra di Piazza Maria Ausiliatrice, dove è stato poi costruito il complesso di
edifici tra cui si trova la Casa ispettoriale Maria Ausiliatrice del 35. Qui ha avuto sede la Casa generalizia
dell'Istituto fino al 1969, quando poi si è trasferita a Roma. Al 35 sono state poi ospitate le suore dello
Juniorato, cioè le suore giovani che si dedicavano ad un periodo di studi pedagogici, e
contemporaneamente è diventata la sede dell'Ispettoria piemontese, della scuola elementare e del Centro
di Formazione Professionale. Oggi le scuole si trovano al numero civico 27.
Attività:
Visita alla Mostra del carisma – FMA in Italia
Visita alla Mostra vocazionale – Per un cammino vocazionale
La Chiesa di San Giovanni Evangelista
Tra il 1870 e il 1875, attraverso successivi atti d'acquisto, attraverso notevoli fatiche e vicende non
sempre favorevoli, don Bosco riuscì ad allargare la proprietà dell'antico Oratorio di san Luigi fino ad avere a
disposizione un'area di oltre 4000 mq.
Il disegno del nuovo complesso venne affidato all'architetto vercellese conte Edoardo Arborio Mella
(1808-1884) che si ispirò allo stile romanico-lombardo dei secoli XI e XII. I lavori per la costruzione della
chiesa iniziarono celermente nell'estate del 1877. Il 14 agosto dell'anno seguente si ebbe la posa della
pietra angolare e nel dicembre del 1879 la struttura esterna era già terminata. In tre anni fu completata la
decorazione interna e il 28 ottobre 1882 la chiesa poté essere solennemente consacrata.
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L'edificio sacro risulta a pianta basilicale, di tre navate, con quella centrale doppia rispetto alle
laterali, può contenere fino a 2500 persone. La chiesa, dedicata a san Giovanni Evangelista, fu voluta da don
Bosco anche come monumento di gratitudine a Pio IX per la benevolenza sempre dimostratagli dal
pontefice. Una grande statua del Papa, posta all'ingresso della chiesa, ricorda ancora oggi gli stretti legami
spirituali tra il prete di Valdocco e Pio IX.
Brevi indicazioni per la visita alla Chiesa
La facciata è arretrata rispetto agli edifici vicini, si crea così un piccolo sagrato racchiuso da elementi
architettonici che fungono da collegamento fra la chiesa e le costruzioni ad essa affiancate. Domina la
facciata un campanile che raggiunge i 45 metri d'altezza. È strutturato su tre piani, sormontati da una
piramide ottagonale su cui si eleva un globo con stella a dodici raggi, di rame dorato. I primi due piani, a
pianta quadrata, sono alleggeriti rispettivamente da una trifora e da una quadrifora. Quello superiore, a
pianta ottagonale, è traforato da una bifora e reso più slanciato da otto colonnette di pietra alte oltre sei
metri. Sulla sommità di esso è collocato un concerto di cinque campane, inaugurate l'8 dicembre 1881.
Sul portale d'ingresso si legge la scritta “ianua coeli” (porta del cielo), mentre nella lunetta
sovrastante è raffigurato il Redentore seduto in cattedra, con le parole “Ego sum via, veritas et vita” (Io
sono la via, la verità e la vita). Ancora più in alto, sopra la trifora, un mosaico rappresenta la gloria di san
Giovanni.
Nell’interno, sulla destra varcato il portale, si incontra la grande statua di Pio IX, in marmo di
Carrara, opera dello scultore milanese Francesco Confalonieri (1830-1925). Il Papa è ritratto in atto
benedicente, mentre con la mano sinistra porge il decreto di approvazione della Congregazione Salesiana.
All'interno, sull'orchestra, era collocato l'imponente organo di 3600 canne, opera del cav. Giuseppe
Bernasconi da Bergamo. Don Bosco lo inaugurò nel luglio del 1882 con una serie di concerti durati quattro
giorni, che attirarono nella nuova chiesa non meno di 50.000 persone, munite di apposito biglietto
d'entrata. Lo strumento, in occasione del centenario della chiesa, è stato sottoposto a restauro, ampliato e
collocato nell'ambulacro dietro L'altar maggiore.
La navata centrale termina in un'abside semicircolare. La pittura del catino rappresenta Gesù in
croce nell'atto di indicare a Maria l'apostolo Giovanni come suo figlio. Il dipinto, ad uso mosaico di
ispirazione bizantina, è di Enrico Reffo. Allo stesso autore appartengono i medaglioni, collocati tra gli archi
della navata centrale, nei quali sono effigiati i sette vescovi dell'Asia Minore descritti nell'Apocalisse di san
Giovanni. Nelle ampie finestre circolari sottostanti alla calotta absidale sono dipinti a fuoco su vetro: san
Giovanni Evangelista, san Giacomo, sant'Andrea, san Pietro e san Paolo. L'opera è del milanese Pompeo
Bertini.
Il presbiterio era delimitato da una ricca balaustrata in pietra di Saltrio (ora conservata solo in
parte) con artistiche cancellate in ferro. Il magnifico pavimento è in mosaico alla pompeiana.
Gli altari laterali sono dedicati a san Domenico Savio (con quadro del Càffaro Rore, 1974), a san Giuseppe
(del Reffo, 1882) e a san Francesco di Sales (del Bonelli), nella navata destra; al beato Michele Rua, a san
Giovanni Bosco (del Crida, 1934) e al Sacro Cuore (sempre del Crida), nella navata sinistra.
L'icona di don Bosco con l'Ausiliatrice, che è quella esposta in san Pietro il giorno della canonizzazione (1
aprile 1934), ha sostituito un precedente quadro dell'Immacolata.
Attività
 Cosa ha suscitato nel mio cuore l’ascolto-visita precendente?
 Che impegno nella mia realtà posso prendere?
 Lo offro al Signore in preghiera perché diventi concretezza nella mia vita!
Il secondo oratorio di don Bosco a Torino
Contesto storico, sociale e politico
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La grande crisi economica che aveva colpito l'Europa intera a partire dal 1815 viene lentamente
superata alla fine degli anni Trenta e col 1840 si manifestano i primi segni di ripresa. Anche in Torino, la
borghesia e le classi aristocratiche più aperte si impegnano in attività imprenditoriali, commerciali e
finanziarie improntate su nuove basi, da cui scaturirà il futuro sviluppo industriale della città. L'inurbamento
delle masse rurali, già manifestatosi per la crisi agricola, acquista dimensioni sempre crescenti. Prima è un
fenomeno prevalentemente stagionale, poi, verso la fine del decennio, diventa migrazione definitiva e
porta ad un rapido sviluppo demografico. Le tradizionali strutture civili e parrocchiali cittadine si trovano
impreparate e non riescono ad integrare nel loro tessuto le prime ondate migratorie. La città in questi anni
vede il sorgere di periferie popolari, l'impiantarsi di piccole aziende artigianali e dei primi opifici industriali,
lo sviluppo di imprese commerciali di vario genere. Cresce numericamente il ceto povero della popolazione,
fatto di manovali ed operai dipendenti non qualificati, per la maggior parte giornalieri, relegato nelle zone
più misere. Bande di ragazzi e giovani, manovali o apprendisti, nei giorni festivi si riversano sulle piazze,
nelle strade e sui prati delle periferie, sporchi, totalmente abbandonati, analfabeti, precocemente iniziati
all'alcolismo, al furto e all'immoralità, destinati ad un triste avvenire. Borgo san Salvario è uno di questi
nuovi borghi in espansione a ridosso della nuova stazione ferroviaria di Torino Porta Nuova: è la periferia
meridionale della città di Torino.
L’Oratorio di San Luigi (c.so Vittorio Emanuele II, n.13)
In una domenica dell'agosto 1847, constatando il numero eccessivo dei ragazzi convenuti a
Valdocco, don Bosco prospetta al Borel l'ipotesi dell'apertura di un secondo oratorio. Un numero notevole
di giovani proviene dalle zone di piazza Castello, piazza san Carlo, Borgo Nuovo e san Salvario, percorrendo
a piedi una distanza notevole: sembrerebbe opportuno scegliere una di quelle zone per realizzare il
progetto. L'Oratorio viene inaugurato l'8 dicembre 1847 e intitolato a san Luigi. Nei primi dieci anni di
attività si succedono diversi direttori secondo vicende alterne. Nel 1857 l’opera giunge ad una stabilità con
la direzione del giovane Leonardo Murialdo (ora San Leonardo Murialdo), lavorando a fianco di don Bosco,
ne aveva assimilato il metodo e lo spirito. Egli prende in carico la direzione e il Santo di Valdocco gli affianca
come assistenti e catechisti i suoi primi e più cari chierici: Michele Rua, Celestino Durando, Giuseppe Lazzèro, Francesco Cerutti, Francesco Dalmazzo, Giovanni Cagliero, Angelo Savio ed altri grandi Salesiani. Nella
conduzione dell'Oratorio vengono coinvolti anche molti laici qualificati. L'Oratorio si trova ben presto a
dover fronteggiare l’opera di propaganda messa in atto dai Valdesi che, con lo Statuto albertino del 1848,
hanno ottenuto l'emancipazione piena. Essi, a poca distanza dal san Luigi, fissano il quartier generale e, più
tardi, costruiranno il loro tempio, l'ospedale e altre opere sociali.
Oggi sull’antico luogo dell’oratorio
sorge la chiesa di San Giovanni Evangelista e l’Oratorio San Luigi continua attualmente la sua attività
nell’edifico situato in via Ormea n.4. L’opera è familiarmente detta San Giovannino.
L’opera e l’oratorio oggi
Accanto all'Oratorio di san Luigi, e come suo naturale sviluppo, don Bosco volle erigere una chiesa
ed un “ospizio” con scuola per giovani “poveri ed abbandonati”, al fine di rendere più efficace la sua opera
educativa. Nel 1877 inizia la costruzione della Chiesa e nello stesso periodo, tra l’edificio per il culto e i
locali dell’oratorio, sorge un collegio che in breve tempo accoglie 350 ragazzi. Entra in piena funziona dal
1844 e per i primi dieci anni ospita anche adulti che aspiravano alla vita salesiana sotto la direzione del
beato Filippo Rinaldi, 3° successore di don Bosco.Nel 1894 l’edificio è convertito in collegio con scuole
elementari e ginnasiali;
 Negli anni 1964-65 gli edifici sono totalmente rinnovati e l’ospizio annesso alla chiesa è stato
trasformato in scuola elementare e media, l’Istituto San Giovanni Evangelista;
 Nel 1995 l’Istituto è ristrutturato e trasformato in collegio universitario;
 Nel 2000 il San Luigi viene nuovamente ristrutturato e nel 2001 viene creato, all’ ultimo piano, il Centro
di Accoglienza Minori Stranieri non Accompagnati. L’oratorio inoltre, con il progetto di Educativa di
Strada, “esce” per le strade di San Salvario, del Valentino (Spazio Anch’ io) e dei Murazzi.
Attività
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 Collegati al QR code con il tuo smartphone;
 Passeggia per l’oratorio ascoltando…con il cuore!
Progetto “SPAZIO ANCH’ IO”
Lo Spazio Anch’ Io è un’ area situata al parco del Valentino e gestita dall’ Oratorio San Luigi e dai sui
educatori. Il progetto, finanziato dalla Fondazione San Paolo e dalla Circoscrizione 8, prende le forme di
“un’educativa di strada che si è fermata” all’interno del parco del Valentino.
Spiegazione attività
Ogni pomeriggio si svolgono laboratori socio-culturali ed attività sportive. I giovani incontrati ed inseriti nel
progetto vengono accolti e seguiti da educatori, per educators e volontari presenti presso i tendoni del
progetto. Ogni giorno si fa SCUOLA di ITALIANO sotto i tendoni, si fanno i compiti, si gioca e si fa sport .
Durante l’estate “Spazio Anch’IO” si trasforma: si fanno gite in piscina e al mare, laboratori musicali di
writers e giocoleria, tornei di calcio e pallavolo, momenti di formazione, serate di cinema e musica.
Ci piace considerare “Spazio Anch’IO” come un laboratorio di intercultura dove “l’attenzione viene rivolta
agli aspetti dinamici e alle possibilità positive di intervento e di trasformazione sociale in una realtà
culturalmente composita”, pensarlo come luogo dove le persone che si incontrano si arricchiscono in
conoscenze, vissuti e culturalmente attraverso gli scambi che quotidianamente avvengono. Ogni giorno
educatori e volontari, terminata la loro giornata di lavoro, si ritrovano nella consapevolezza di aver appreso
qualcosa di nuovo. Allo stesso modo crediamo che chi passa ogni giorno a trovarci consideri le diversità
espresse dallo stare lì di giovani, adulti e famiglie di diverse nazionalità un valore in più ed arricchente.
Accade quindi di poter vedere presso il progetto signore anziane italiane che giocano a carte mentre
giovani e adulti di altri paesi frequentano la scuola di italiano. Accade che mamme italiane che portano i
figli piccoli a giocare a ping-pong o a calcio balilla, incuriosite da quanto vedono, ci chiedano informazioni e
si offrano per diventare volontarie nel corso di italiano. Accade che giovani universitari venuti per fare una
partita di pallone dedichino un po’ del loro tempo per fare doposcuola.
In questo senso pensiamo a “Spazio Anch’IO” come ad un laboratorio di autodeterminazione per persone
che nei fatti vogliono dimostrare il loro impegno attivo per costruire una comunità territoriale diversa da
quanto spesso viene raccontato da giornali e televisioni caricato di ansie e paure che vengono a scemare
quando ci si conosce, ci si ascolta, si fa esperienza del diverso, quando cioè si entra in contatto con
qualcuno che appare tanto diverso da noi: “il modo migliore per ridurre tensioni e ostilità fra gruppi sociali
è quello di favorire il contatto dei loro membri”. Entrare in contatto, conoscersi, mettersi in relazione fa sì
che diminuisca la paura, sintomo in primo luogo di non conoscenza e di attribuzioni che svaniscono
appunto attraverso il riconoscere che chi mi sta di fronte è altro da come viene rappresentato. Per chi,
all’inverso, è ostile o non crede a quanto finora esposto il centro di aggregazione del Valentino diviene
esperienza concreta e visibile che creare integrazione e intercultura è possibile.
Questo spazio di educazione p reso ancora più affascinante solo al pensiero che si tratta della stessa
periferia che don Bosco frequentava per stare con i ragazzi, per avvicinarli e farli sperimentale il gusto della
vita cristiana. Nel progetto del Valentino si avvia infatti una prassi di primo annuncio che vuole incontrare il
ragazzo nel punto in cui si lascia incontrare sapendo che in ogni ragazzo c’è un punto accessibile la bene e
tutti hanno il diritto di conoscere il volto di Gesù che si spende tra i più poveri
Attività. Ogni ragazzo ha l’obiettivo di fare una foto che rappresenti l’attività del Valentino rivolta verso i
giovani più poveri; poi si procede per l’elezione della foto più bella, che dovrà essere spiegata nella con i
suoi vari significati.
DON QUADRIO - Crocetta
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Giuseppe Quadrio nacque a Vervio, in provincia di Sondrio, il 28 novembre del 1921. La grazia di Dio aveva
preso possesso del suo cuore fin da fanciullo tanto che, già a otto anni, si era dato un serio regolamento di
vita, che terminava con le parole: "Cercherò di farmi santo”. Leggendo la Vita di don Bosco prestatagli dal
parroco, sentì che quella salesiana sarebbe stata la sua famiglia.
Nel 1933 entrò nell'Istituto missionario d'Ivrea eccellendovi per intelligenza, ma soprattutto per bontà. Nel
1937 divenne salesiano. A soli 20 anni iniziò ad insegnare filosofia ai giovani salesiani. Nel 1943 studia a
Roma e dedica tutto il suo tempo libero alla cura degli “sciuscià”, gli orfani della Seconda Guerra mondiale.
I successi nello studio e la superiorità intellettuale non diminuirono la sua giovialità umile e servizievole,
priva di qualsiasi manifestazione d'orgoglio. Ordinato sacerdote nel 1947, si laureò in teologia nel 1949. Lo
stesso anno iniziò l'insegnamento nello Studentato Teologico di Torino. Chiaro e incisivo, lasciò un segno
profondo nei suoi numerosi alunni del Pontificio Ateneo Salesiano. La sua unione con Dio lo portò a
raggiungere le vette della mistica. Si dirà di lui che quando saliva in cattedra il suo insegnamento era così
accorato e profondo, che sembrava che la teologia prendesse fuoco. Nel 1954 viene nominato “decano”
della facoltà di teologia. Nel 1960 si manifestò un male incurabile: linfogranuloma maligno. Pienamente
consapevole, continuò finché poté l'insegnamento e la partecipazione alla vita comunitaria. Anche
all'ospedale manifestò il calore della sua bontà verso tutti. "Il grande miracolo che Don Rua mi ha fatto scrive pochi mesi prima della fine - è una pace immeritata e soavissima, che rende questi giorni di attesa
prolungata i più belli e felici della mia vita". Si spense il 23 ottobre 1963.
LA CROCETTA
L'Istituto Internazionale Don Bosco comprende lo Studentato per i teologi, l'Oratorio–Centro Giovanile, la
Chiesa pubblica e il Collegio Universitario. É stato il primo Studentato Teologico della Congregazione
Salesiana ed ebbe il suo inizio a Foglizzo Canavese nel 1904. Trasferito a Torino-Crocetta (Via Caboto, 27) l'8
di settembre 1923 dal Beato Filippo Rinaldi, il 3 maggio 1940 divenne la sede della Facoltà di Teologia del
Pontificio Ateneo Salesiano (PAS), che fu trasferito a Roma nel 1965. Il Collegio Universitario Crocetta fu
avviato e gestito fin dagli anni '70 dai Salesiani di Don Bosco per rispondere a un'esigenza emergente nel
settore giovanile. Esso offre un servizio di accoglienza e di formazione ai giovani che si preparano a
conseguire titoli di laurea. Ciò che lo contraddistingue maggiormente è lo stile educativo di don Bosco, che i
giovani negli anni di permanenza a Torino imparano a condividere con i Salesiani. «Buoni cristiani e onesti
cittadini» è uno dei principali motti di san Giovanni Bosco, cui i Salesiani continuano a far riferimento oggi;
per questo il CUC si propone di accompagnare i suoi collegiali, non solo sostenendoli responsabilmente nel
loro cammino di studi, ma anche realizzando per loro un ambiente adatto per una crescita umana
completa: relazionale, culturale e religiosa. Il tutto nello stile di famiglia. La chiesa pubblica è dedicata a
Maria Ausiliatrice ed offre principalmente il ministero sacramentale della celebrazione eucaristica e della
Riconciliazione.
L'oratorio - centro giovanile è aperto tutti i giorni, offrendo sia attività rivolte ai gruppi formativi
organizzati, fra cui gli Scout e altre associazioni, che attività di sostegno scolastico per i ragazzi poveri del
quartiere.
Preghiera intercessione
O Spirito Santo,
che con l'intervento della Vergine Ausiliatrice
hai ispirato a don Giuseppe Quadrio
il proposito efficace di farsi santo alla scuola di Don Bosco
e lo hai reso un modello di sacerdote e Maestro,
fa' che il suo esempio e il suo insegnamento
attirino molti giovani alla vita religiosa e apostolica,
e concedi a noi che ne imploriamo la glorificazione,
la grazia che ti chiediamo,
interponendo la sua intercessione.
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Casa della giovane
La donna
è sensibile e impressionabile.
Il suo spirito sente tutti i toni del dolore
e segna come un termomentro
tutti i gradi delle sensazioni
nell'atmosfera del sentimento.
Tutto ciò che brilla la attrae,
tutto ciò che è sofferenza la commuove,
la natura la entusiasma,
la gloria la seduce,
la virtù la fa più grande,
l'amore la trasfigura
e le grandi opere la divinizzano.
Sr Maria Romero FMA, Poemi e Laudi
Una delle tante opere che avevano a cuore il bene dei giovani, in questo caso delle giovani, trova casa in via
Giulio 8, all'ombra del Santuario della Consolata. Qui nel 1900, Maddalena Antonia Hellstern fondò questa
Marienheim (Casa di Maria) – chiamata anche Patronato della giovane – per l'accoglienza delle giovani
iataliane e straniere che cercavano un lavoro e avevano bisogno di ospitalità ed assistenza. La Hellstern
riuscì, con l'aiuto della Duchessa di Genova (per cui aveva lavorato come istitutrice), a dare forma al suo
desiderio di fare del bene alle ragazze. Il suo primo tentativo infatti non era andato a buon fine: era entrata
nelle Figlie di Maria Ausiliatrice ed era partirta come missionaria per l'Uruguay ma la forte nostalgia della
sua patria la indussero a tornare e poi ad uscire dall'Istituto. Un passo forse affrettato... chiese poi di essere
riammessa ma don Rua procrastinò, rimettendo tutto nelle mani di Dio. Dopo l'apertura del patronato della
giovane e tutte le vicende vissute nella prima guerra mondiale, emise nuovamente i voti nel 1922.
La casa di via Giulio, proprio durante la guerra, venne messa sotto sequestro dal Governo italiano, fu
riaperta poi su insistenza della curia di Torino che la affidò all'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice.
Nel 2015, suonando al campanello della Casa della Giovane incontriamo:
- la comunità delle FMA, formata dalla presenza di 8 suore che animano le attività;
- le 16 ragazze che stanno vivendo qui il loro postulato, ovvero il periodo di formazione e di
approfondimento della propria chiamata, in preparazione al Noviziato per entrare nell'Istituto delle FMA;
- le 54 studentesse ospiti del collegio universitario;
- una delle sedi del VIDES (Volontariato Internazionale Donne Educazione e Sviluppo), che è un’associazione
internazionale di volontariato promossa dalle FMA e che in questo caso si occupa del centro di ascolto della
distribuzione di viveri e vestiti e lezioni di italiano.
Attività:
Nel piazzale della consolata recitiamo insieme una preghiera per le vocazioni.
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Porta Palazzo
Porta Palazzo brulicava di merciai ambulanti, di venditori di zolfanelli, di lustrascarpe, di
spazzacamini, di mozzi di stalla, di spacciatori di foglietti, di fasservizi ai negozianti sul mercato, tutti
poveri fanciulli che vivacchiavano alla giornata sul loro magro negozio. [...] La maggior parte di questi
appartenevano alle così dette Cocche di Borgo Vanchiglia, cioè numerose compagnie di giovinastri
stretti fra di loro da patti di reciproca difesa, capitanati da alcuni dei più grandi e più audaci. Insolenti
e vendicativi erano pronti a venire alle mani al menomo pretesto di offesa ricevuta. Non avendo
appresa alcuna professione, crescevano amanti dell'ozio e del giuoco, dati al furto di borse e di
fazzoletti. Il più delle volte finivano coll'essere condotti in carcere, e scontata la pena delle malefatte,
ritornavano a Porta Palazzo, continuando con maggior accortezza e malizia le loro malnate abitudini.
Don Bosco adunque tutte le mattine recavasi su questa piazza, incominciò a intrattenersi con
qualcuno di que' garzoni prima coi pretesto di chiedere qualche indicazione di via, o di farsi lucidare
le scarpe; e quindi allorchè passava vicino ad essi, li salutava ... talora diceva come fosse passato a
bell'apposta in quel luogo pel desiderio di vederli e di salutarli. [...] Spesse volte distribuiva a que'
monelli le medaglie della Madonna ... "Mettetevela al collo. Ricordatevi che la Madonna vi vuole un
gran bene; e pregatela di cuore perchè vi aiuti."
(Memorie Biografiche, vol.III)
“…Quanti sguardi si possono avere su Porta Palazzo? O, che è lo stesso, quante Porta Palazzo esistono? (…)
Il passato e il presente di Porta Palazzo sono un viluppo, un intreccio, un brulicare al limite
dell’indescrivibile.
Un melting pot, si direbbe in linguaggio politicamente corretto. Un ciadel, direbbe qualche anziano
frequentatore del posto” (Dario Buzzolan)
La Piazza, il mercato, gli odori di pesce, di menta, di origano e finocchietto.”Ceréa, Mabruch, solo per oggi
due euri, Kiwi di Saluzzo, olive di Cerignola e salsicce affumicate come a Timisoara”.
Flussi di gente che cammina, rovista, si urta, chiede permesso, risponde innervosita.
Rumore di clacson, di chiacchiere da un banco all’altro, di bambini che si infilano tra le gambe. Passeggini
che incalzano, carretti che inciampano, anziani che trascinano borse della spesa con le rotelle.
Ci si sfotte in tutte le lingue, a Porta Palazzo. Qualche volta si litiga, spesso si commentano i fatti del giorno,
si discute e ci si chiama ad alta voce.
Poi, comincia l’ora del disarmo: furgoni che si avvicinano, ombrelloni che si chiudono, merci che vengono
caricate.
Comincia una nuova vita: quella del silenzio, del rumore delle scope di saggina, delle ruspe che
ammucchiano cassette di frutta, stracci, pomodori troppo maturi per servire ancora a qualcuno. Odore di
disinfettante e rivoli di acqua schiumosa si infiltrano nei tombini.
La sera. Passanti che vanno di fretta, furgoni che scaricano costate e quarti di manzo, rumore dei carretti
che tornano sulla piazza e occupano il posto di sempre. Persone che aspettano alle fermate dei tram, molte
con gli occhi stanchi. Salgono, scendono. Qui tutto è mercato, si vende e si compra. Due euri, mi voglio
rovinare, solo per oggi.
Porta Palazzo, in qualsiasi ora del giorno e in qualsiasi giorno della settimana è fatta di donne, uomini ,
ambulanti, bambini che corrono mentre i genitori chiacchierano. Scambi di merci, di traffici, di notizie, di
occasioni. Tutti in un punto, come scriveva Calvino. Tutti in punto a condividere spazio, anche se ciascuno è
una parte diversa del punto.
Da qualche tempo si intravedono nuovi frequentatori: ragazzi e ragazze che si siedono nei de hors e
chiacchierano fino a tardi. Abitanti in bicicletta che tornano con i bambini nel seggiolino. Gerani ai balconi,
tende di pizzo, facciate ridipinte accanto a muri scrostati. Nuovi negozi colorati, aperti di sera, sorridenti.
Germi di relazione che lavorano in silenzio, cercando di stabilire che a Porta Palazzo ci si parla perché ci si
conosce per nome. E quando ci si conosce per nome, è più facile sorridersi e salutarsi per strada: i confini si
allargano, perché raccontano storie, ed ognuno ha una storia da raccontare.
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C’è la fatica, la rabbia, la solitudine, la paura, il degrado. C’è anche la passione, la voglia di restare, la
volontà di scommettere che qualcosa cambierà. Sta cambiando. E’ già cambiato. A Porta Palazzo si
partecipa, si discute, si litiga. Si rompono continuamente gli schemi, dando vita ad un quadro dinamico e
nobile di relazioni che appena si fissano diventano già obsolete.
Occuparsi di Porta Palazzo, della sua trasformazione e del suo cambiamento significa ascoltare,decidere,
scegliere. E farsi permeare dalle dinamiche sottili e complicate di una Piazza in continua trasformazione.
Porta Palazzo deve il suo nome ad una delle porte della città: le Porta Palatine, diventate in seguito l’antica
Postierla San Michele, che collegava i borghi suburbani con il mercato di Piazza delle Erbe, l’attuale Piazza
Palazzo di Città.
I mercati a Porta Palazzo si stabilirono definitivamente il 29 agosto 1835, a seguito di un “manifesto
vicariale” che proibì a causa del colera, la vendita sulle Piazze delle Erbe e Corpus Domini.
Oggi Porta Palazzo si estende su un’area di 51.300 mq. e rimane lo specchio dei mutamenti sociali e luogo
d’incontro per chi continua ad approdare a Torino: prima dal sud d’Italia, oggi da tutti i Sud del Mondo.
Le donne, a Porta Palazzo, hanno mille colori, mille facce e mille lingue.
Mille sguardi diversi: di fatica, di stanchezza, di preoccupazione, di allegria. Di gioventù e di vecchiaia.
Vengono da tutto il mondo. Comprano cibi di tutto il mondo: la tapioca, la menta, il cous cous, e il
pomodoro di pachino.
Mescolano, si scambiano ricette, mettono insieme odori, profumi, lingue, pensieri, storie e abitudini che
prima non esistevano, si cucina il futuro se si ha voglia di guardarlo e di crederci almeno un po’.
Su questa vita meticcia e confusa del più grande mercato all’aperto d’Europa da molti anni si cerca di
investire intelligenze, risorse pubbliche e private, progetti e azioni che governino la trasformazione, il
cambiamento e la vita quotidiana delle persone. Da qualche anno si è aggiunta a questo insieme creativo, la
presenza multiculturale delle Figlie di Maria Ausiliatrice coordinatrici del Progetto “Aperta Mente Cittadine”
dell’Associazione 2PR. Le “Sisters”, come le chiamiamo da queste parti.
Donne, anche loro, che con l’intelligenza, la disponibilità e la semplicità di chi davvero ci crede, sono
entrate in contatto con altre donne: moldave, rumene, marocchine, nigeriane, italiane, senegalesi,
peruviane. Giovani e un po’ meno. Disperate, sole, allegre, felici.
Le “Sisters” hanno saputo scommettere con loro sulla capacità di integrazione tra persone che condividono,
qui ed ora, la loro disarmante e straordinaria umanità. Si riesce a stare insieme chiacchierando mentre si
creano oggetti, bevendo il thé, imparando italiano, ricamando e cucendo, stirando…
Si abbassano le barriere, la diffidenza degli stereotipi. Si riesce a darsi una mano quando si sta per affogare.
Questo, le Sisters, hanno fatto con noi. Hanno messo a disposizione la loro capacità di cucire: fili di umanità
e donne che sanno tessere!
Ilda Curti - Assessore alle Politiche per l’Integrazione della Città di Torino
Attività
Datevi qualche minuto per andare a coppie nella piazza di Porta Palazzo e, dopo quello che avete visto e
sentito delle storie di vita di chi popola questo mercato, dite insieme un’Ave Maria per i bambini di questi
mercatali che vivono in questo mondo di adulti costretti a sacrificare la propria infanzia.
LA MOLE ANTONELLIANA
DESCRIZIONE:
Progettata da Alessandro Antonelli su commissione della comunità ebraica di Torino, per essere una
sinagoga, rischiò di non essere completata per il forte incremento dei costi in corso d'opera. Fu terminata
solo nel 1889 e acquisita dal Comune di Torino che ne cambiò la destinazione e la trasformò in Monumento
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al Re come Museo del Risorgimento, che qui ebbe la sua prima sede. Dopo i lavori di consolidamento
strutturale degli anni Venti, l'edificio passò in gestione ai Musei Civici di Torino.
Negli anni Sessanta fu realizzato l'ascensore panoramico e, dopo essere stata sede di grandi mostre, la
Mole venne destinata ad accogliere il Museo Nazionale del Cinema, aperto al pubblico nel 2000.
Dall'alto dei suoi 167m di altezza, raggiungibili utilizzando l'ascensore panoramico, è possibile godere di un
panorama mozzafiato che abbraccia tutta la città, incorniciata dalle vette alpine.
DALLE MEMORIE BIOGRAFICHE:
Il 31 maggio 1876 Don Bosco s’incontrò con il teologo Leonardo Murialdo, proprio sulla porta del suo
collegio. Sembrava che lo aspettasse, infatti l’accompagnò poi fino a Valdocco. Il tema di quella
conversazione fu la Mole Antonelliana.
Da 13 anni ci si lavorava attorno; ma per mancanza di fondi, la costruzione, prima era andata a rilento, poi
era stata sospesa in attesa di una onorevole soluzione. Deliberata nel 1862 dalla comunità ebraica di Torino
doveva essere, nelle loro intenzioni, una sinagoga.
Per difficoltà finanziarie, gli ebrei avevano dunque lasciato al municipio l’onere di condurre a termine
l’impresa e la facoltà conseguente di avanzare le proposte. Una di queste era stata fatta anche a Don Bosco,
il quale esaminava col teologo Murialdo il modo di venirne in possesso e l’uso a cui l’avrebbe potuta
destinare.
Don Bosco avrebbe dovuto aprire le trattative con l’offerta di 250.000 lire. L’ingegnere Antonelli pensava
che la cosa fosse conveniente. Ma studiata la cosa per ogni verso, Don Bosco si convinse che non ne
avrebbe potuto trarre un partito conforme ai suoi disegni e vi rinunciò definitivamente. I suoi disegni erano
di farne una chiesa, in questo sostenuto e incoraggiato dal foglio di Don Margotti «L’Unità Cattolica», il
quale nel numero del 29 settembre riportava la lettera di un rabbino anche lui di quel parere.
Invece quel monumento di architettura muraria diventò museo del risorgimento italiano e simbolo della
città che lo ospita con orgoglio e anche con trepidazione.
(cf Memorie Biografiche, XII, 256)
ATTUALIZZAZIONE:
Don Bosco è un prete che vive con intensità la sua completa dedizione ai ragazzi che gli sono affidati e tutto
il suo operato è votato al loro bene. Il suo essere profondamente immerso nelle vicende della città di
Torino dice la sua vicinanza alla situazione sociale del suo tempo e la ricerca di ogni spazio per l’educazione
e per la crescita spirituale dei giovani. Nell’episodio narrato, in particolare nei motivi che lo conducono alla
rinuncia dell’acquisto, è possibile rileggere il moto spirituale con cui egli consacra, nel Signore, la sua vita ed
il suo operare ai ragazzi: Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo, per voi sono disposto anche a dare la
vita.
PROGETTO MURAZZI
“Don Bosco comincia ad accompagnare il suo maestro nelle carceri. In quei sotterranei oscuri, fra muraglie
nere e umide, incontra facce tristi e minacciose. Ma ciò che gli procura il dolore pi grande è la vista di
prigionieri giovani, dagli occhi sconvolti e dal sorriso beffardo. Un giorno vede, oltre le sbarre un gruppo di
giovanissimi, si sarebbero detti dei ragazzi. E’ tale la pena che scoppia a piangere.
Perché quel prete piange? Domanda uno di essi. Perché ci vuole bene, risponde un altro. Anche mia madre
piangerebbe se mi vedesse qui dentro.
Quel giorno, uscendo dal carcere, Don Bosco ha preso una decisione incrollabile: ‘Molti sono lì dentro
perché nessuno si prende cura di loro. Bisogna assisterli, istruirli; bisogna impedire ad ogni costo che dei
ragazzetti così giovani finiscano in prigione”.
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L’educativa di strada dell’Oratorio Salesiano San Luigi opera sul territorio di San Salvario e su quello della
città di Torino da ormai cinque anni. Come 160 anni fa, Salesiani ed educatori sono animati dalla volontà di
incontrare quei giovani che come un tempo vivono in condizioni di disagio e povertà sulle strade di Torino.
Come un tempo l’attività di educativa di strada si rivolge principalmente a giovani che prima di essere
considerati stranieri, poveri, marginali o devianti sono considerati ragazzi.
L’attività prende il via grazie alla sensibilità e dalla consapevolezza maturata da Salesiani ed educatori
dell’importanza di “guardare fuori” dalle porte dell’Oratorio, guardare al mondo dei giovani che risiedono e
frequentano il territorio di San Salvario, alle loro problematiche, ma anche e soprattutto alle loro risorse e
capacità.
La realtà osservata ed incontrata ha reso necessario, fin da subito, l’utilizzo da parte degli operatori di una
metodologia sempre più improntata alla co-educazione, dove i diversi mondi che si incontrano imparano
l’uno dall’altro, dove adulti e ragazzi tentano insieme di dare nuovi significati alla vita ed al mondo che li
circonda. In questo contesto metodologico, si inserisce il sistema educativo adottato, nel solco della
pedagogia salesiana, al cui centro si colloca il giovane e le sue aspirazioni; al suo fianco, disponibile a porsi
totalmente e lealmente dalla sua parte sta l’educatore. Ogni educazione diventa, per così dire, «coeducazione»: non tanto nel senso di «educazione reciproca», a doppio senso, tra adulto e giovane, quanto
nel senso che sono chiamati a partecipare entrambi alla «comune» opera educativa. I giovani da semplici
utenti o destinatari di un servizio educativo, come sono per lo più nell’età infantile, devono diventare
alleati, partners, compagni di viaggio, collaboratori degli educatori. Il primo compito dell’educatore è
dunque quello di esserci, di stare accanto, Ad-sistere.
L’educatore è sempre personalmente implicato nella relazione educativa. L’educazione preventiva non
esiste se non come frutto di un incontro di persone, che si pongono una di fronte all’altra con una presenza
totale.
Il lavoro quotidiano dell’educativa di strada, svolto con l’ausilio di un pulmino che dà visibilità al progetto,
concerne il sostare in diverse zone del quartiere di San Salvario e della città di Torino e organizzare
momenti di animazione sportiva e culturale finalizzati alla reciproca conoscenza giovani-educatori, a
trascorrere il tempo in modo costruttivo e all’acquisizione di fiducia da parte del giovane nell’adulto, base
per l’avvio di una relazione significativa e duratura nel tempo finalizzata alla crescita e allo sviluppo della
persona incontrata secondo una logica progettuale che vede al centro del processo educativo il giovane, la
sua spiritualità, la sua storia e cultura, i suoi valori, le sue risorse e capacità, i suoi desideri ed aspirazioni.
Attività:
i ragazzi devono creare un video (utilizzando i propri mezzi di comunicazione) che rappresenti il valore
dell’accoglienza (la scena o le scene possono avere di durata media di 5 min.): canzoni, dialoghi e altre
rappresentazioni posso essere utili ad arricchire il video promosso dai ragazzi!
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Percorso 3: la Chiesa locale
Il duomo e la diocesi di Torino
I documenti antichi parlano della diocesi di Torino già nel IV secolo quando diventa a sé stante rispetto alla
diocesi di Vercelli. Lungo il medioevo la diocesi comincia ad avere sempre più grande significato e diventa la
sede dell’arcidiocesi di Piemonte nel 1515.
Nel 1563 Torino divenne capitale del Ducato per iniziativa di Emanuele Filiberto di Savoia, il quale nel 1578
vi fece trasferire la Sindone da Chambéry. Da quel periodi Torino diventa la meta di molti pellegrinaggi che
da allora in poi visitano e venerano la Sacra Sindone.
La terra di Piemonte e la città di Torino hanno dato alla Chiesa molte figure di santità. Basta ricordare
alcune come: san Giovanni Bosco e altri santi salesiani, san Giuseppe Benedetto Cottolengo, San Giuseppe
Cafasso, san Leonardo Murialdo, beato Pier Giorgio Frassati e molte altre.
La santità della Chiesa di Torino ci testimonia comunque il suo dinamismo evangelico nei vari contesti
storici. Ci testimonia che si tratta di una Chiesa viva, nella quale Signore opera e che era sempre attenta alla
condizione dei bisognosi.
Il significato del duomo
Ogni chiesa in cui entriamo è il segno di una realtà viva che è molto più grande di quello che rappresenta.
Ogni costruzione della chiesa è il segno della Chiesa intesa come popolo di Dio. In che senso?
Quando entriamo in una chiesa la prima cosa che vediamo è il tabernacolo, il luogo dove si trova Cristo
presente nel pane eucaristico. Il popolo di Dio si ritrova nelle Chiese per celebrare l’ Eucarestia, fonte e
culmine della vita cristiana. Dunque, le chiese per noi sono importanti perché in esse si trova Cristo.
Però, Cristo non è presente solo nella chiesa come costruzione. Lui è presente nel suo popolo che si nutre
ogni domenica di Lui. In questo senso il popolo cristiano è il corpo mistico di Cristo oppure il tempio dello
Spirito Santo. Il cristiano è colui che ha accolto nella sua vita Cristo e Lui diventa per lui la fonte di un gioia
inesauribile, la guida sicura nel cammino della vita, la lampada per i suoi passi.
Come il tabernacolo è il centro della chiesa-costruzione, così e lo stesso Cristo il centro del cuore di ogni
cristiano.
La sindone
Il duomo di Torino ha la grazia particolare di avere la Sacra Sindone, cioè il telo in cui era avvolto il nostro
Signore. Essa ci testimonia l’Amore più grande di Colui che è morto perché noi potessimo vivere la vita
piena.
 Attività
o Vedere il filmato sulla sacra sindone nel duomo
o Fermarsi qualche istante di fronte alla Sindone nella preghiera
o Prendere la riflessione sul significato della sindone (vd. scheda_museo della
Sindone)
Il museo della Sindone
Il museo della Sindone contiene il percorso storico delle vicende che accompagnavano il Sacro telo.
 Attività
o Fare la visita attenta del museo
Il significato della Sindone
Il santo padre Benedetto XVI. diceva in occasione della venerazione della Santa Sindone nel 2010. che essa
è l’icona del Sabato Santo. Dice il papa: “Il Sabato Santo è il giorno del nascondimento di Dio, come si legge
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in un’antica Omelia: “Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine.
Grande silenzio perché il Re dorme … Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi”
(Omelia sul Sabato Santo, PG 43, 439). “
In un suo discorso Nietzsche proclamava che Dio è morto e che noi l’abbiamo ucciso. Proclamava una certa
vittoria della libertà umana. Proclamava l’uomo libero da ogni condizionamento che la religione e la fede gli
“imponeva”. Purtroppo, il secolo scorso ci ha attestato in maniera tragica che cosa vuol dire per l’uomo
nascondersi a Dio, che cosa vuol dire quando l’uomo usa la libertà in maniera assoluta e senza nessun
riferimento. Il secolo scorso è stato secolo di grande ideologie atee che hanno provocato i milioni di morti
in nome di una “libertà”. L’umanità ha visto due guerre mondiali e i crimini contro l’umanità spaventosi.
Tuttavia, la reliquia del Sabato Santo ci attesta che Dio non ha mai abbandonato l’uomo che è pronto
andare anche in questa solitudine terrificante che l’uomo ha scelto. E’ pronto andare anche nel deserto di
non senso, di paura, di sofferenza e di peccato per indicare all’uomo il traguardo della speranza e di
redimerlo.
Diceva Benedetto XVI: “E’ successo l’impensabile: che cioè l’Amore è penetrato “negli inferi”: cioè nel buio
estremo della solitudine umana più assoluta noi possiamo ascoltare una voce che ci chiama e trovare una
mano che ci prende e ci conduce fuori… Questo è il potere della Sindone: dal volto di questo “Uomo dei
dolori”, che porta su di sé la passione dell’uomo di ogni tempo e di ogni luogo, anche le nostre passioni, le
nostre sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati - “Passio Christi. Passio hominis” -, da questo volto
promana una solenne maestà, una signoria paradossale.”
LA CONSOLATA
Carissimi giovani, eccoci al Santuario di Santa Maria della Consolazione ormai chiamato la Consolata. E’ il
santuario mariano più caro ai torinesi e più frequentato da Don Bosco e dai suoi ragazzi nei primi tempi
dell’oratorio.
Dall’estate 1845 alla primavera del 1846 Don Bosco, non avendo a disposizione un ambiente apposito e
capiente per le funzioni religiose dal suo oratorio portava i suoi ragazzi in diverse chiese della città. La
consolata fu una di queste chiese.
Origine: Il Santuario della Consolata ha una storia antichissima. Ha origini risalenti alla fine del secolo IV e
legate alla venerazione di una antica effige della Madonna. L'attuale edificio è composto di tre chiese
intercomunicanti: la chiesa ellittica di sant'Andrea, il Santuario propriamente detto e la cappella
sotterranea, Nostra Signora delle Grazie. La struttura barocca è stata edificata nel 1679. La cupola del
santuario nel 1703 poi affrescata nel 1740. L'attuale rivestimento in marmi e stucchi fu nel 1904. Nella
cappella di sant'Andrea sono conservate, a destra, le spoglie di san Giuseppe Cafasso. Lì accanto una scala
conduce alla sottostante cripta o cappella della Madonna delle Grazie, che forse costituiva il primitivo
oratorio del IV secolo. Sul piazzale laterale una colonna corinzia regge la statua della Vergine: fu eretta dalla
Città di Torino in ringraziamento per la liberazione dell'epidemia di colera del 1835.
La Consolata, Don Bosco e i suoi ragazzi: Don Bosco già da seminarista aveva pregato in questo Santuario
in occasione dei suoi continui viaggi a Torino. Nella chiesa il Santo celebrò la sua seconda Messa il
lunedì dopo la SS. Trinità, 7 giugno 1841, per ringraziare la gran Vergine Maria per gli innumerabili favori
ricevuti attraverso la sua intercessione.
Durante la gravissima malattia del luglio 1846, che portò don Bosco in fin di vita, i poveri ragazzi
dell'Oratorio accorsero numerosi ai piedi della Consolata e con le loro preghiere e lacrime ottennero
l'insperata grazia della guarigione. Don Bosco durante il periodo del convitto prestò regolarmente il suo
ministero di confessore in questa chiesa finché la salute e gli impegni glielo permisero.
Un episodio molto particolare fu quello di un ragazzo dell’oratorio che dopo aver rubato due panini scapò
dall’oratorio per confessarsi alla Consolata perché non voleva dispiacere a Don Bosco. Scelse il
confessionale più nascosto il ragazzo si mise a confessarsi:
"Sono venuto a confessarmi qui perché ho vergogna di confessarmi da Don Bosco!" (Era una cosa che
potevo non dire, ma ero talmente abituato alla sincerità che mi parve importante). Una voce mi
risponde:
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"Di' pure. Don Bosco non saprà mai niente".
Però il ragazzo scoprì che era la voce di Don Bosco!
Il coro dell’oratorio di Valdocco fu invitato più volte a solennizzare con il canto le funzioni del santuario
specialmente ogni 20 giugno, festa della Consolata.
Nelle situazioni più difficile della sua vita, Don Bosco si recò spesso nel santuario della Consolata. Uno dei
questi momenti fu il 25 novembre 1856, il giorno della morte di mamma Margherita. Don Bosco
accompagnato da Giuseppe Buzzetti si portò immediatamente al Santuario. Celebrando la santa Messa
nella cappella sotterranea, si soffermò a lungo in lacrime, davanti all’effige della Madonna.
Don Bosco e i suoi ragazzi ci insegnano quanto sia importante di recarsi dalla Madonna soprattutto nei
momenti più difficili della nostra vita. Come le mamme sanno ascoltare i propri figli così la Madonna
essendo la mamma per eccellenza, ci ascolta tutte le volte che chiediamo la sua intercessione.
Un momento di pausa: i ragazzi sono invitati a fermarsi nella cappella sotterranea dove Don Bosco celebrò
la messa per un momento di preghiera. Si potrebbe fare questa preghierina alla Madonna della
consolazione.
O Vergine della Consolazione, oggi ti prego di fare una carezza rigenerante a tutte le
persone che portano nel cuore il magone della tristezza e della solitudine e a tutte le
persone che faticano a tenere, con sulle spalle la loro croce, il passo delle orme del tuo
figlio Gesù. (Un’Ave Maria alla fine.)
Che cos'è Istituto dei Missionari della Consolata?
Istituto dei Missionari della Consolata è sorto a Torino nel 1901 per opera del Beato Giuseppe Allamano
(1851-1926). Dando “una famiglia” a quanti sentivano la vocazione di consacrarsi all’evangelizzazione del
mondo, formulò anche un metodo di lavoro apostolico, basato sull’annuncio del vangelo e l’elevazione
umana delle persone, ravvivando la coscienza che ogni battezzato deve “andare oltre” i propri confini, per
mettersi al servizio dei più bisognosi in tutto il mondo.
Un po sull’istituto :
1. Sono una famiglia di persone, sacerdoti e laici, che si impegnano a portare il vangelo nel mondo. Non una
organizzazione, un Istituto, un Collegio, bensì una famiglia. Dice l'Allamano: "uno che lascia la famiglia
naturale per dedicarsi alla Missione, deve trovare come un'altra famiglia". A questo criterio si ispira la
convivenza, le relazioni, la preghiera, la formazione.
2. Sono dei consacrati: si dedicano alla Missione in modo totale, senza vincoli di sorta, distaccati da tutti,
professando i voti della povertà, della castità e dell'obbedienza per tutta la vita.
3. Sono proiettati oltre i propri confini territoriali, di paese, nazione, parrocchia, diocesi. Sono testimoni
dell'universalità del cristiano e della Chiesa.
4. Hanno Maria, come ispiratrice e Madre. Come Maria, venerata con il titolo di Consolata, vogliono portare
al mondo la vera Consolazione, che è Gesù, il vangelo e la vicinanza agli emarginati, il conforto agli afflitti, la
cura dei malati, la elevazione umana, la difesa dei diritti umani, la promozione della giustizia e della pace.
Questa espressione del Beato Giuseppe Allamano dice tutto: »è lei che ha voluto l’Istituto, è lei che ha
pensato di provvedere ad ogni cosa; è lei la Fondatrice«.
Un po sul fondatore :
Beato Giuseppe Allamano era nipote di san Giuseppe Cafasso e nasce a Castelnuovo d'Asti il 21 gennaio
1851. Frequenta il ginnasio a Valdocco e, come educatore, vanta nientemeno che don Bosco. A 22 anni è
ordinato sacerdote a Torino e subito incaricato della formazione dei giovani seminaristi. A 29 è rettore del
più importante santuario mariano della città, dedicato alla « Madonna Consolata », e formatore del giovane
clero al Convitto ecclesiastico.
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Il 29 gennaio 1901 fonda a Torino l'Istituto dei Missionari della Consolata. Il bollettino del santuario, La
Consolata, ne dà l'annuncio con un'espressione sibillina: «Il culto della Consolata non sarà soltanto
contemplativo, ma attivo». Con le missioni, il santuario mariano acquisterà una dimensione universale. L'8
maggio 1902 partono per il Kenya i primi quattro missionari, due sacerdoti e due fratelli coadiutori. Nel
1910 Giuseppe Allamano fonda le Missionarie della Consolata.
Muore a Torino il 16 febbraio 1926. La sua salma ora è conservata e venerata qui, nella Casa Madre dei
Missionari della Consolata.
È stato Beatificato il 7 ottobre 1990.
Fonti:
(http://www.consolata.org/index.php/chi-siamo)
(http://www.paginegialle.it/istitutomissioniconsolata)
(http://giuseppeallamano.consolata.org/)
Un po di sfida :
Nelle missioni del mondo sono
presenti tanti SDB e FMA. Nei
piccoli gruppi condividete le
vostre conoscenze del qualche
missionario/-a dal vostro paese
(o chiedete vostro don o vostra
suora). Usate vostro cellulare e
informatevi
delle
missioni
salesiane, dei missionari e del
loro lavoro. Alla fine della
condivisione, dedicate qualche istante alla preghiera per i missionari/-e di tutta la Chiesa.
Convento di Sant'Anna
...e le Costituzioni delle FMA
Don Bosco andò a Roma, e in “ una privata udienza che ebbe dal Santo Padre, Pio IX, di gloriosa
memoria, gli manifestò il pensiero di stabilire un istituto di religiose ... il Papa gli disse: Ho pensato
sul vostro disegno di fondare una congregazione di religiose, e mi è parso della maggior gloria di Dio
e di vantaggio delle anime ... formulate le loro Costituzioni e cominciate la prova. Il resto verrà in
appresso."
Quali furono le prime Costituzioni delle future religiose?
Don Bosco, essendo stato per circa due anni al Rifugio, conosceva non solo le Regole delle Suore
Giuseppine, ma anche quelle delle Suore di Sant'Anna. Le regole di quest'ultime vennero
definitivamente redatte nel 1845, cioè quando Don Bosco era direttore dell'Ospedaletto di Santa.
Filomena, fondato pur esso dalla stessa nobildonna. Ora niente di più facile che egli abbia
collaborato alla redazione definitiva di quelle Regole, che ebbero l'approvazione di Papa Gregorio
XVI.
Don Bosco prese una copia delle Costituzioni Salesiane ed un'altra delle Suore di Sant'Anna, ne
estrasse i passi che riteneva acconci, vi appose delle modificazioni e delle aggiunte, e li coordinò e
divise nei quindici capi, o Titoli ... Basta leggerne il 1° articolo per veder brillare lo spirito di Don
Bosco:
Lo scopo dell'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice è di attendere alla propria perfezione, e di
coadiuvare alla salute ancora del prossimo, specialmente col dare alle fanciulle del popolo
un'educazione morale, religiosa
(Memorie Biografiche, vol.X)
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Le origini della concregazione delle suore di Sant'Anna va ricondotta al vivo desiderio di bene dei marchesi
di Barolo, Carlo Tancredi Falletti e Giulia Colbert. Nel 1834 il marchese diede vita a questa Congregazione
perchè si occupasse dei bambini più piccoli e poveri e dodici anni dopo ricevettero l'approvazione del Papa.
A Torino c'è oggi la loro Casa Madre, che ospita la Scuola dell'Infanzia e la Scuola Primaria, attività
parrocchiali e accoglienza per gruppi.
Don Bosco si rivolse proprio alla loro superiora, sr Enrichetta Dominici, per consigliarsi in merito alla
formazione della nascente famiglia delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Madre Enrichetta è stata beatificata da
Paolo VI, era infatti una donna molto innamorata di Dio e voleva che lo conoscessero in tutto il mondo
perchè, diceva, "è impossibile conoscerlo e non amarlo". Con il suo consiglio e la sua esperienza della regola
dell'Istituto di Sant'Anna, don Bosco abbozzò un primo esemplare di regole per la vita della seconda
famiglia salesiana che stava creando. Dopo 6 esemplari manoscritti, che subirono diverse modifiche per
meglio adattare le costituzioni alla vita quotidiana delle nuove suore, le prime Costituzioni delle Figlie di
Maria Ausiliatrice vennero date alla stampa per la prima volta nel 1878 nella tipografia dell'oratorio di
Valdocco.
Attività:
Partendo da alcune regole comuni e dallo stesso desiderio di corrispondere alla chiamata di Dio, suore di
Sant'Anna e FMA sono poi arrivate ad incarnare due carismi simili ma diversi...
Giochiamo al telefono senza fili! Ci mettiamo in fila lungo il marciapiede, il primo dice una parola o una
frase nell'orecchio del suo vicino, che dovrà poi dire la parola sentita alla persona dopo di lui ...e così fino
all'ultimo della fila, che dovrà poi dirlo a voce alta! Forse alla fine la frase sarà simile ma... diversa!
Chiesa del Vescovado
Storia
La chiesa è dedicata all’Immacolata Concezione di Maria. Fu edificata, insieme al palazzo arcivescovile, dai padri
Lazzaristi, mandati a Torino dallo stesso san Vincenzo de’ Paoli nel 1655 perché chiamati da Carlo Emanuele
Filiberto di Simiana, marchese di Pianezza. La famiglia Simiana promosse la costruzione della chiesa, che iniziò
nel 1675 e si concluse nel 1697 forse su progetto dell’architetto Guarino Guarini. I Missionari di San Vincenzo
lasciarono l’edificio per sostituire i Gesuiti presso la chiesa dei SS. Martiri. Un anno dopo, nel 1777 la casa venne
assegnata all’arcivescovo di Torino che non disponeva di una sede stabile.
Arte
L’edificio, eretto nell’ambito del primo ampliamento barocco della città, conserva opere pregevoli. A destra: sul
primo altare, San Pietro liberato dal carcere, della scuola del Caravaggio; sul secondo altare, Morte di San
Giuseppe, di Alessandro Mari (1650-1707). A sinistra: sul primo altare san Vincenzo de’ Paoli che predica, di
Alessandro Trono (1738) e, sulla volta, affreschi opera di Giovanni Battista Crosato (1685-1758); sul secondo
altare, Anania e San Paolo, di Sebastiano Taricco (1641-1710)
L’altar maggiore (1697-1709) eseguito da marmorai luganesi è ornato da una icona ovale che raffigura
l’Immacolata con Bambino.
Don Bosco e la chiesa del Vescovado
In questa chiesa Giovanni Bosco ricevette la tonsura e gli ordini minori (29 marzo 1840), il suddiaconato (1841)
e il presbiterato (5 giugno 1841, vigilia della solennità della Trinità) dalle mani di mons. Luigi Fransoni
arcivescovo di Torino, con il quale mantiene una relazione filiale, tanto da ricevere l’ammissione all’ordinazione
presbiterale prima del tempo stabilito, un favore che non veniva concesso spesso. (MB 1, 46).
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In questa chiesa si chiude la prima grande tappa del cammino che porterà Don Bosco alla realizzazione della sua
vocazione.
Don Bosco e i suoi arcivescovi
Chiesa e Vescovado furono visitati spesso da don Bosco, in continua relazione con i suoi arcivescovi. Sin da
chierico, Giovanni visita mons. Fransoni per chiedere la possibilità di studiare gli esami del quarto anno
nell’estate del 1840, in modo da poter velocizzare il suo percorso, in considerazione della sua età. Nelle
Memorie dell’Oratorio don Bosco ricorda la paternità con cui viene accolto e sostenuto dal suo vescovo. Negli
anni successivi, ricevette appoggio per gli inizi della sua opera dal Fransoni, nella stessa misura in cui cercò di
sostenerlo nei contrasti e durante l’esilio. Con il suo successore, mons. Gastaldi, le relazioni non furono sempre
altrettanto amichevoli. I testimoni delle sofferenze che questi contrasti portarono a don Bosco ricordano
l’umiltà con cui affrontò la situazione, e la capacità di non reagire criticando o denigrando il suo vescovo. Negli
ultimi anni di vita del Santo, fu arcivescovo di Torino mons. Alimonda, che nutriva molta stima per il suo
operato.
Per la riflessione
Nella chiesa del Vescovado don Bosco realizza la sua chiamata al sacerdozio, che si sforzerà di vivere sempre al
servizio della chiesa e nell’obbedienza al suo vescovo. La preghiera per nuove vocazioni al sacerdozio, per le
necessità della Chiesa e per le problematiche che i suoi vescovi dovevano affrontare è un elemento costante
nella vita di don Bosco. Quanto sono presenti queste intenzioni nella nostra preghiera?
Piazza Castello in uno sguardo
È una delle principali piazze di Torino e a lungo fu il centro geografico-politico della città e dello stato grazie
alla presenza delle residenze di corte e dei palazzi governativi. Il primo progetto della piazza risale al 1584
(Ascanio Vitozzi) ed è stata realizzata man mano in epoche successive, conservando sempre un disegno
unitario caratterizzato dai portici degli edifici che vi affacciano. In questo spazio rettangolare confluiscono
strade importanti, come Via Roma, Via Po e Via Garibaldi che corre sul decumanus uno dei due assi
perpendicolari su cui si basa lo schema urbanistico ortogonale delle città romane. Oggi, in mezzo alla piazza
e in corrispondenza della porta orientale della antica Augusta Taurinorum, sorge Palazzo Madama. Prende il
nome dalle duchesse di Savoia dette “Madame Reali” una delle quali commissionò a Filippo Juvarra, tra le
altre cose, la realizzazione della facciata e dello scalone d’onore (1718-1721). Questo edificio subì nei secoli
diverse trasformazioni nella struttura e nell’uso: posto di guardia fortificato sulle mura romane; castello
usato come presidio militare e sede diplomatica; residenza e palazzo di rappresentanza dei signori e dei
regnanti; sede del Senato (Subalpino e poi del Regno d’Italia); Museo Civico d’Arte Antica. Sul lato nord-est
della piazza oltre la cancellata del 1840 c’è la Piazzetta su cui si affaccia Palazzo Reale che fu corte dei Savoia
al posto di Palazzo Madama fino al 1864; il suo aspetto è opera dei diversi architetti che dalla fine del
Cinquecento hanno cercato di interpretare i desideri dei sovrani sabaudi: citiamo Vitozzi, Castellamonte,
Guarini, Juvarra, Alfieri, Pelagi; ai Giardini Reali (tra il Palazzo e C.so San Maurizio) lavorò Le Nôtre, il grande
giardiniere del Re Sole di Francia. A destra del Palazzo è visibile la Prefettura: un altro edificio di pregio
(Juvarra, Alfieri) e che in passato era detto Palazzo delle Regie Segreterie di Stato o Palazzo del Governo. La
manica che lo collega il Palazzo Reale ospita la Biblioteca e l’Armeria Reale. La chiesa di San Lorenzo è
adiacente alla cancellata di Piazzetta Reale; nascosta tra le costruzioni civili, la riconosciamo dalla cupola:
tempio a pianta centrale e base ottagonale, è in gran parte opera di Guarino Guarini (architetto e padre
teatino) che nel 1680 la inaugurò celebrando una messa solenne. Prima dell’attuale esisteva un'altra chiesa
dove San Carlo Borromeo venerò la Sindone, a termine di un pellegrinaggio iniziato a piedi da Milano
(1578). Sul Lato sud-est, a sinistra di Via Po, mimetizzato tra gli altri edifici, c’è il Teatro Regio, del quale
vediamo la facciata settecentesca. L’antico stabile venne distrutto da un incendio nel 1936, quello attuale fu
costruito tra il ‘68 e il ’73 con criteri assai moderni per l’epoca su progetto di Carlo Mollino.
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Da visitare
Piazza Castello per buona parte è pedonale e percorrerla anche solo per ammirarla è un’esperienza che
merita di essere fatta. Sono di norma visitabili liberamente, in certi orari, due veri gioielli dell’arte barocca
ossia la Chiesa di San Lorenzo e lo Scalone di Palazzo Madama e, nello stesso, la Corte Medievale.
Consigliabile è una passeggiata nella Galleria Sabalpina che, con la sua copertura in ferro e vetro collega
Piazza San Carlo a Piazza Castello dal 1874. Gli edifici che danno sulla Piazza sono spesso sede di mostre di
livello internazionale e molti di essi, parte delle Residenze Sabaude, sono iscritti alla Lista del Patrimonio
Mondiale dell’Umanità UNESCO. Visitare Palazzo Madama permette di fare un eccezionale itinerario
attraverso il tempo grazie all’architettura e alle opere d’arte che testimoniano 20 secoli di storia; da una
delle sue torri è possibile inoltre avere una interessante veduta di Torino. Palazzo Reale, Giardini Reali,
Biblioteca Reale, Armeria Reale, nuova Galleria Sabauda, Museo Archeologico e Palazzo Chiablese sono
riuniti in un progetto unico, il Polo Reale, un percorso museale notevole per estensione, patrimonio storico,
bellezza degli ambienti, valore degli arredi e delle collezioni.
Don Bosco in Piazza Castello…
… poteva assistere a fiere, al mercato fatto nei baracconi sotto i portici, a spettacoli di saltimbanchi, vedere
e (anche sbugiardare!) ciarlatani;
… ristabilì (non senza fatica!) la pace tra Michele Magone e un ragazzo che avevano ingaggiato una violenta
zuffa a causa di una bestemmia;
… evitava di andarci durante proteste e tumulti per scongiurare strumentalizzazioni e coinvolgimenti dei
ragazzi dell’Oratorio;
… fu assalito nel buio da tizi armati di coltelli e difeso da dei passanti;
… raccolse ragazzi, convertì e confessò peccatori addirittura di notte;
… è stato ricordato da Papa Giovanni Paolo II (4/9/1988, cerimonia di congedo della visita pastorale per il
centenario della morte).
La “Real Chiesa di San Lorenzo”
La chiesa di s. Lorenzo, opera d’arte, è collocata in piazza Castello, disagnata ma mai realizzata per non
alterare l’uniformità architettonica della piazza.
Perchè questa chiesa è dedicata a San Lorenzo?
Emanuele Filiberto, duca di Savoia, e suo cugino Filippo II, re di Spagna, combattono contro i francesi nel
1557. Fanno voto di erigere nei loro paesi una chiesa in onore del santo, ricordato nel giorno della
eventuale vittoria; vincono il 10 agosto: festa di S. Lorenzo.
La visita della Sindone nella cappella di s. Lorenzo
Nel 1563 Torino diventa capitale della Savoia ed Emanuele Filiberto nel 1578 trasferisce, per la prima volta
e definitivamente, la Sindone da Chambery (Francia) a Torino per favorire il pellegrinaggio di San Carlo
Borromeo, arcivescovo di Milano, venuto a piedi per venerare il Santo Telo, come ringraziamento per la
fine della peste (1576). Nell’occasione la Sindone è posta sull’altare della cappella di s. Lorenzo.
Prima pietra
Solo nel 1634 si pone solennemente la prima pietra per edificare una nuova chiesa, su disegni del Vitozzi e
del Castellamonte. I lavori non proseguono oltre le fondamenta. In questo periodo arrivavano a Torino i
padri Teatini, ordine sacerdotale dedito allo stutdio, alla catechesi, all’insegnamento delle scienze.
Guarino Guarini, padre teatino, architetto, è invitato a Torino dal duca Carlo Emanuele II nel 1666 per
edificare una nova chiesa dedicata a S. Lorenzo.
L’inaugurazione della stessa avviene il 12 maggio 1680: poco più di 13 anni per costruire la complessa
struttura. Chiuso il lanternino, Guarino Guarini celebra la santa Messa alla presenza di tutta la corte
Sabauda.
Il pensiero del Guarini
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Guarini, uomo de profonda cultura scientifica e teologica, mistico e sperimentatore concepiva l’architettura
come tensione religiosa verso il divino e riteneva che la tecnica costruttiva potesse rappresentare il mezzo
per creare stupore e suscitare meraviglia.
L’architettura della Chiesa
Guarino Guarini ha voluto lasciarci diversi simboli grazie alla sua architettura, che si può definire
architettura costruita con la luce, luce intesa quale simbolo dell’Assoluto. Esiste, infatti, nella struttura
geometrica architettonica della chiesa di s. Lorenzo, un percorso simbolico verticale di ascesa verso la luce,
articolato per livelli (questo percorso nella vita umana corrisponde ai livelli di crescita spirituale che l’uomo,
impegnato nella ricerca interiore, se vuole, può raggiungere).
La composizione della Chiesa
La Chiesa in basso è scura, non ha finestre ed è la sola parte affrescata: rappresenta la vita terrena
dell’umanità. La prima luce noi la troviamo a livello delle quatro loggette a serliana. Esse possono essere
metaforicamente correlati ai quattro elementi della natura: acqua, aria, terra e fuoco.
Se dal tramburo saliamo con lo squardo, notiamo che la cupola diventa sempre più luminosa: si va verso la
luce del Soprannaturale, dell’Assoluto.
La struttura archittetonica della chiesa è imspostata sulla figura geimetrica dell’ottangolo; infatti se
guardiamo la cupola vediamo una struttura di archi incrociati che formano un fiore di luce a otto petali
(otto, numero simbolico; nella tradizione cristiana molto diffuso per i battisteri, indica il giorno perfetto, il
giorno della vittoria e del ritorno di Cristo, il giorno senza fine, dopo i nostri giorni ciclati sul sette, la
settimana).
La Reale Chiesa fu tutta affrescata per ordine del re Carlo Felice nel 1827 dai fratelli Fea di Casale e
restaurata nel 1998 in occasione dell’ostensione della Sinodone.
Dentro nella Chiesa sono le cappelle dell’Adolorata, del SS. Crocifisso, di S. Gaetano da Thiene,
dell’Immacolata, della Natività, dell’Annunciazione e la cappella delle Anime del Purgatorio.
Attività: chiedere lo Spirito Santo, che è la luce, la forza e la grazia di diventare i veri cristiani – santi conformandosi a Cristo
Basilica del Corpus Domini
La chiesa del Corpus Domini fu eretta nel 164 per volontà dei Sindaci di Torino a commemorazione del
miracolo del Santissimo Sacramento del 6 giugno 1453, al cui valore simbolico la Città attribuiva con
crescente consapevolezza il riconoscimento di una propria identità. Già nel 1528 il consiglio comunale
aveva infatti promosso la costruzione di un’edicola marmorea, disegnata da Matteo Sanmicheli, nel preciso
luogo in cui, secondo la tradizione, l’Ostia miracolosa si era fermata, nella piazza del mercato del grano
presso la scomparsa parrocchiale di San Silvestro. Fu la peste del 1598 a spingere i torinesi al voto di
sostituire l’antica cappella con una chiesa più grande, affidandone nel 1603 il progetto all’architetto
Ascanio Vitozzi (1539-1615).
Miracolo
Parliamo di quello avvenuto a Torino nel giugno del 1453, durante la guerra tra la Francia e il Ducato di
Piemonte-Savoia. Mentre Renato attraversava le Alpi con duemila uomini e cinquecento, le truppe
piemontesi intervennero in massa e si impadronirono di Exilles, un villaggio della Valle d’Oulx,
saccheggiando tutto.
Il saccheggio non risparmiò la chiesa, da cui fu asportato tutto, compreso un ostensorio con l’ostia
consacrata. I ladri si diressero a Torino, dov’era più facile piazzare la “merce” ed arrivarono il 6 giugno,
ottava della festa del Corpus Domini.
Nessuno si sarebbe accorto di nulla se un mulo non avesse incespicato e non fosse caduto, rifiutando di
rimettersi in piedi, nonostante le grida e le bastonate dei ladri. Ma soprattutto se dal sacco legato sul basto
del mulo basto non fosse caduto a terra l’ostensorio e l’ostia consacrata non ne fosse uscita, sollevandosi
e rimanendo sospesa nel vuoto, luminosa come un sole in miniatura.
La gente che era presente pregava dicendo “Resta con noi, Signore”, in estasi davanti a quel miracolo da
paradiso. Finalmente un sacerdote alzò un calice verso l’ostia, quasi invitandola a posarvisi. Avvenne
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proprio così, perché pian piano essa si abbassò come il sole quando tramonta e si fermò sul calice che fu
portato in processione nella cattedrale di S. Giovanni.
La prima testimonianza del miracolo, firmata da undici testimoni, è andata perduta, ma ne rimane un
riassunto, conservato nell’archivio municipale in una cassetta di cipresso costruita appositamente per
questo.
Sul luogo del miracolo prima fu innalzata una colonna, poi fu costruita l’attuale basilica del Corpus Domini.
L’ostia non si conserva più: venerata per una quarantina d’anni, fu consumata per ordine della Santa Sede
“per non obbligare Dio – si legge nei documenti – a fare un continuo miracolo, conservandola intatta”. Ma il
ricordo del miracolo è vivo, sia perché i Santi del sec. XIX, che fecero del Piemonte la regione più “santa”
del mondo (si pensi a don Bosco, al Cottolengo, al Cafasso e via dicendo), attinsero dal miracolo ispirazione
per le loro Opere, sia perché il Congresso Eucaristico nazionale del 1953 (a cui intervenne il futuro Papa
Giovanni XXIII) si tenne proprio a Torino.
Lo stile del tempio
Il tempio è in stile barocco, fra i migliori di Torino. L'altar maggiore, tutto in marmi policromi, è sostenuto
da quattro robuste colonne corinzie a spirale ornate di bronzi.
La cappella di sinistra è dedicata a San Carlo e a San Francesco di Sales. L'organo è uno dei capolavori della
ditta Vigezzi -Bozzi. La tribuna, ricca di ornamenti dorati, per la sua bellezza è monumento nazionale.
I frutti
Quasi a metà della navata, circondato da una cancellata in ferro, si trova il punto esatto in cui cadde il
mulo che portava l'Ostia del Miracolo. In questo luogo, allora ancora appartenente alla piazza maggiore di
Torino. Tale miracolo meritò a Torino l'appellativo di "Città del Santissimo Sacramento".
Il Santuario del SS.Sacramento, che è la Basilica del Corpus Domini, è un segno posto al centro della città
che indica come l'Eucaristia sia veramente "pane di vita" cioè "di santità", perché quattro persone, la cui
vita ha avuto un legame con la Chiesa del Miracolo, sono state elevate agli onori degli altari.
Attività: pregare davanti al SS. Sacramento un Padre nostro
Chiesa Gran Madre di Dio
Da sempre la città di Torino ha un legame speciale con Maria. Basti pensare alla grande devozione dei
torinesi alla Consolata, patrona della città, e all’Ausiliatrice, la Madonna di Don Bosco. Ma c’è anche un
altro luogo molto significativo dedicato al culto mariano: La Gran Madre di Dio. La chiesa a Lei dedicata è
posta in un luogo decisamente suggestivo, vicino al Ponte Vittorio Emanuele I sul Po e di fronte a Piazza
Vittorio Veneto. Con la sua forma, senza ombra di dubbio l’edificio riprende l’archiettura del Pantheon di
Roma: a pianta circolare, caratterizzato dal pronao neoclassico e dall’inconfondibile cupola.
La chiesa fu costruita per decisione degli amministratori della Città di Torino, per festeggiare il ritorno
trionfale del re Vittorio Emanuele I di Savoia il 20 maggio 1814, dopo la sconfitta di Napoleone. Così infatti
si spiega la scritta sul timpano della facciata: ORDO POPVLVSQVE TAVRINVS OB ADVENTVM REGIS («La
nobiltà e il popolo di Torino per il ritorno del re»). Autore del progetto fu Ferdinando Bonsignore che, vinto
l’appalto, iniziò i lavori nel 1818. Putroppo l’edificazione conobbe una lunga pausa di un decennio, e i lavori
ripresero solo nel 1827 grazie all’intervento di Carlo felice di Savoia, che li portò a compimento nel 1831
con l’inaugurazione della chiesa. L’opera è frutto di un’equilibrata collaborazione tra architetti, ingegneri e
scultori, tra cui ricordiamo Bertel Thorvaldsen e Carlo Finelli. La costruzione dell’edificio offrì inoltre
l’occasione per riqualificare l’intera zona, donandole l’elegante volto attuale.
La chiesa si trova sopraelevata rispetto alla piazza e per raggiungere l’ingresso si deve percorrere una
maestosa scalinata, affiancata da due sculture che raffigurano la Fede, con in mano un calice, e la Religione,
opere dell’artista Carlo Chelli. Ai piedi della scalinata vi è posta la stutua che rappresenta Vittorio
Emanauele I di Savoia.
Di particolare bellezza sono infine la stutua della Gran Madre di Dio e i bassorilievi interni, raffiguranti la
vita della Vergine (Natività, Presentazione al Tempio, Sposalizio, Incoronazione) su disegno di Carlo Finelli.
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Maria è da sempre per i cristiani compagna di cammino e sostegno nella quotidianità, tanto nelle occasioni
difficili e tempestose della vita, quanto in quelle grate e serene. L’edificio, al di là della sua maestosa ed
elegante architettura, ci testimonia quanto la Madre di Dio sia madre anche nostra, lasciataci da Gesù ai
piedi della croce. Maria è quella presenza costante e materna che si prende cura della nostra vita, ma
anche della nostra società e della nostra città. E’ siginificativo che l’idea di costruire questo edificio sia nata
proprio dagli amministratori di Torino. Segno che Maria è maestra e protezione del nostro vivere insieme,
delle scelte politiche, delle gioie prodotte da relazioni buone e costruttive. Affidiamo allora a Maria, Colei
che ha animato e protetto la prima comunità di Apostoli, il mondo politico, il futuro e il lavoro dei giovani, il
bene comune delle nostre città e delle nostre nazioni.
Monte dei cappuccini
Il Monte dei Cappuccini è una collina di 283 m che sorge sulla riva destra del Po, nel quartiere Borgo Po,
molto vicino al centro storico, in prossimità del ponte di piazza Vittorio Veneto. Su tale altura sorge il
piccolo convento di Santa Maria al Monte, affidato ai frati Cappuccini, luogo di grande importanza per la
spiritualità torinese. E’ un lugo assai suggestivo, da cui poter scorgere dall’alto l’intera città e le grandiose
catene alpine che le fanno da naturale sfondo.
Le prime informazioni nominano quest’altura come luogo strategico per scopi difensivi e le prime notizie
della presenza di una chiesa risalgono al XIII secolo. Successivamente Carlo Emanuele I, nel 1581, fece dono
di questi terreni ai padri Cappuccini.
I lavori per la chiesa, che fu dedicata a Maria, vennero iniziati nel 1583: il progetto originale di Ascanio
Vitozzi fu realizzato dall'ingegnere Giacomo Soldati. Già nel 1590 i Cappuccini poterono prendere possesso
del loro convento, ma la chiesa non era ancora conclusa: i lavori terminarono solo nel 1656, anno di
consacrazione dell'edificio.
Il pittore Isidoro Bianchi di Campione d'Italia vi realizzò numerosi affreschi negli anni 1630-1633. L'altare
maggiore è invece opera di Carlo e del figlio Amedeo di Castellamonte.
Significativi appaiono alcuni episodi mistici e storici legati proprio al Monte dei Cappuccini.
Si narra, infatti, che durante l’assedio di Torino, nel 1640, il Monte vennisse subito identificato come luogo
di fondamentale importanza strategica, e i francesi cercassero ben presto di appropriarsene. Il principe
Tommaso Francesco di Savoia ordinò al conte d'Harcourt di espugnare il colle e il monastero; e così
avvenne: i soldati non ebbero difficoltà a vincere le resistenze della popolazione, ma, entrati nella chiesa
per saccheggiarla, come raccontano i fedeli, una lingua di fuoco si levò dal tabernacolo per proteggere le
ostie consacrate. I francesi abbandonarono così l’impresa. L'episodio straordinario, tuttora molto caro ai
torinesi, è ricordato da un quadro esposto nell'atrio della chiesa.Sono ancora visibili attualmente i colpi
della baionetta e le tracce del presunto fuoco divino sul tabernacolo.
Il 22 ottobre 1656 il Monte dei Cappuccini ebbe poi l'onore di una visita importante: quella della regina
Cristina di Svezia, in esilio dal suo paese per la sua professione di fede cattolica. Cristina assistette al rito di
consacrazione della nuova chiesa.
Durante il periodo napoleonico, con la soppressione degli ordini monastici, il convento fu
temporaneamente destinato ad altri usi e rimaneggiato: l'originaria cupola in piombo venne asportata e
sostituita con una in muratura, che ancor oggi si può ammirare.
Gravemente danneggiato dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, il complesso è stato
recentemente restaurato.Attualmente, oltre ad essere nuovamente sede di un convento, ospita il Museo
Nazionale della Montagna.
Al monte dei Cappuccini è legata la figura di sant'Ignazio da Santhià, al secolo Lorenzo Maurizio Belvisotti,
proclamato santo da papa Giovanni Paolo II nel 2002. Questo frate cappuccino, che visse anche in altri
conventi del Piemonte, terminò la sua vita a Santa Maria del Monte il 22 settembre 1770, dopo essere
diventato una figura amata da molti in Torino (in primis dalla famiglia reale) per i suoi servizi verso i poveri
e per la sua carità. Il suo corpo riposa proprio in questa chiesa.
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E’ facilmente intuibile quanto questo luogo sia importante e significativo per i torinesi. Nella dedicazione
appare subito la grande devozione a Maria che caratterizza questa città, ma ancora più evidente si
manifesta il legame con l’Eucaristia. L’episodio della lingua di fuoco insegna ancora oggi e anche a noi
quanto, anche nella nostra vita, si debba onorare ciò che è sacro per non profanare la presenza di Dio in
mezzo a noi.
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Percorso 4: Santi Sociali e della carità
La chiesa di San Francesco d’Assisi e il Convitto Ecclesiastico.
La costruzione originaria risale al sec. XIII e si dice fondata da san Francesco stesso, in occasione del
suo viaggio in Francia (1215), o dai suoi primi compagni. Il convento era abitato dai frati Minori conventuali
ed acquistò presto grande importanza in città.
Nel corso dei secoli chiesa e convento subirono restauri e ritocchi. Tra 1602 e il 1610 si pose mano
ad una generale ristrutturazione degli edifici che persero totalmente le primitive linee architettoniche
gotiche. Un secondo notevole restauro fu effettuato nel 1761: in quell’occasione vennero ricostruite la
facciata e la copula, su disegno dell’architetto Bernardo Vittone. Gli ultimi interventi di un certo rilievo
risalgono agli anni 1863-1865.
Durante l’occupazione francese i Francescani furono allontanati dal convento annesso alla chiesa e
lo stabile venne venduto in gran parte a privati. La parte adiacente alla chiesa fu destinata ad alloggio
militare e ad abitazione per il rettore della chiesa stessa.
A questo compito, nel 1808, fu nominato il teologo Luigi Guala. Egli, constatando il vuoto formativo
in cui, anche per le difficoltà del momento storico, erano lasciati i neo-sacerdoti, appena nominato Rettore
iniziò a tenere le lezioni ad alcuni di essi. Con la Restaurazione l’iniziativa si consolidò ed egli ottenne l’uso
degli ambienti rimasti invenduti dell’antico convento. A seguito vi aprì un Convitto Ecclesiastico (1817) al
fine di perfezionare la formazione culturale, pastorale e spirituale di coloro che terminavano gli studi
seminaristici.
I corsi duravano un biennio ed offrivano lezioni di teologia morale speculativa e pratica,
affrontando problemi etici e il modo di confessare e dirigere spiritualmente le varie categorie di persone.
Venivano anche offerte lezioni di omiletica.
Don Giuseppe Cafasso, entrato al Convitto come studente nel 1834, e rimastovi poi come
collaboratore di Guala, gli succedette prima come professore ripetitore, poi come professore principale,
infine, alla sua morte, come rettore della chiesa e direttore del Convitto. Sotto la direzione del Cafasso il
Convitto visse il suo periodo aureo. Consigliato dal Cafasso, il 3 novembre 1841 entra nel Convitto don
Bosco, dove vive sotto la guida del santo direttore fino all’estate 1844. Cosi don Bosco ricorda la vita del
Convitto:
«Il Convitto Ecclesiastico si può chiamare un complemento dello studio teologico, perciocché ne’
nostri seminari si studia soltanto la dommatica, la speculativa. Di morale si studia soltanto le proposizioni
controverse. Qui si impara ad essere preti. Meditazione, lettura, due conferenze al giorno, lezioni di
predicazione vita ritirata, ogni comodità di studiare, leggere buoni autori, erano le cose intorno a cui
ognuno deve applicare la sua sollecitudine» (MO116).
Il Convitto e la chiesa sono stati importanti per don Bosco non solo per motivo dello studio. Il 6
giugno 1841, domenica della SS. Trinità, don Bosco, sacerdote novello celebra la sua prima messa in questa
chiesa all’altare dell’Angelo Custode.
Dentro questi muri prende avvio l’Oratorio. L’8 dicembre 1841, alla Festa dell’Immacolata, nella
sacrestia della chiesa di san Francesco, avvenne un incontro provvidenziale fra don Bosco e Bartolomeo
Garelli, un giovane cacciato via dalla sacrestia dal sacrestano in malo modo e recuperato successivamente
da don Bosco stesso, il quale aiuta il giovane sentirsi amato, accolto e benvoluto, offrendogli la possibilità di
iniziare il catechismo (spiegando fin da subito la bontà di Dio verso tutti gli uomini) e fare un po’ di scuola.
Dopo quel primo incontro con Bartolomeo, i ragazzi arrivarono sempre più numerosi a incontrare il santo
ogni domenica, così che dopo pochi mesi arrivarono ad essere un centinaio
Ricorda don Bosco nell’anno 1885: «Tutte le benedizioni piovuteci dal cielo sono frutto di quella
prima Ave Maria detta con fervore e con retta intenzione insieme col giovanetto Bartolomeo Garelli là nella
chiesa di san Francesco d’Assisi» (MB 17, 510)
Preghiamo insieme come don Bosco un’Ave Maria per tutti i giovani.
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IL COTTOLENGO
«Caritas Christi urget nos»
LA STORIA
La Piccola Casa, fin dai tempi della fondazione, si è costituita in diverse comunità di ospiti e di religiosi e ha
realizzato una varietà di servizi prestati alle persone in stato di abbandono. Quello sanitario, di pronta
accoglienza, il servizio a domicilio, l’istruzione e l’educazione. Tale impronta è avvenuta nell’arco di soli
dieci anni da quando San Giuseppe Benedetto Cottolengo ha iniziato la sua opera.
GLI INIZI
Torino al tempo del Cottolengo aveva molti istituti di beneficenza, ma erano in pochi ad usufruirne. Alcune
categorie quali disabili psichici, epilettici o sordomuti non venivano considerati dalla società perché le
istituzioni avevano regole rigide di accoglienza. In questo contesto si consuma il dramma di una mamma di
tre bambini che, prossima alle doglie del parto, rifiutata da due ospedali, muore senza soccorso davanti al
marito e ai figli, assistita dal canonico Giuseppe Cottolengo. Questo evento turba il suo animo che, al
culmine di una crisi personale, nell’accogliere la sofferenza dell’altro, trova in sé una speciale vocazione al
servizio della carità.
A quattro mesi dall’accaduto, Giuseppe Cottolengo fonda il “Deposito de’ poveri infermi del Corpus Domini”,
più tardi chiamato “Ospedaletto della Volta Rossa”, per l’accoglienza dei malati che non trovavano posto
negli altri ospedali. Tale esperienza dura all’incirca quattro anni, fino a quando il Governo della città lo
costringe alla chiusura.
LA FONDAZIONE
Dopo la chiusura forzata dell’ “Ospedaletto”, Giuseppe Cottolengo non si scoraggia e sempre a Torino, in
zona Valdocco (l’attuale sede centrale), dà inizio alla “Piccola Casa della Divina Provvidenza”. Acquista
alcuni locali per ospitare nuovi malati e, ogni volta che se ne presenta la necessità, accoglie le persone
bisognose creando locali appositi, senza pensare assolutamente alla disponibilità di risorse per sostenerle,
confidando solo nella Divina Provvidenza. È così che nascono numerosi gruppi che denomina “famiglie”:
l’ospedale per i malati, la casa per uomini e donne anziani, le famiglie dei sordomuti, degli epilettici, dei
disabili psichici detti “Buoni Figli” e “Buone Figlie”, ecc. Per il servizio dell’Opera, Cottolengo fonda diverse
congregazioni religiose.
DOPO LA MORTE
Dopo la morte di Giuseppe Cottolengo la Piccola Casa, pur versando in precarie condizioni economiche, ha
sempre continuato ad espandersi sotto la guida dei successori, rispondendo alle necessità del momento. A
Torino nascono nuove “famiglie” e il numero degli ospiti sale fino a 4000. La Piccola Casa, per venire
incontro alle proprie necessità, si attrezza al suo interno di panificio, pastificio, lavanderia, calzoleria,
laboratori professionali, ecc. In tutta Italia sorgono nuove sedi per accogliere anziani, malati, disabili di ogni
genere, bambini, emarginati. Oggi la Piccola Casa è presente in Europa, in Africa, in Asia e nelle Americhe.
I PRINCIPI ISPIRATORI
I principi ispiratori delle opere cottolenghine scaturiscono dal Vangelo, letto e vissuto da S. Giuseppe
Benedetto Cottolengo alla luce del particolare carisma che ha influenzato tutta la sua vita, il suo operare e
quello dei suoi successori.
La Divina Provvidenza è il fondamento della Piccola Casa, la Carità è la motivazione che determina la sua
attività, esplicitata dal “Caritas Christi Urget Nos” (2Cor.5,14) e i poveri sono il centro di questo edificio
sorretto dalla fede e reso visibile da uno stile di vita che il Santo auspicava essere come quello dei primi
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cristiani. Infatti nella prima comunità cristiana tutto era in comune; la preghiera, la vita fraterna e il servizio
erano le normali attività quotidiane (cfr. At.4,32).
UNA DIMENSIONE PROPRIA DELLA FEDE CRISTIANA
La vita e le opere del Santo Cottolengo evidenziano che tutte le iniziative a cui Egli ha dato vita e che ancora
vivono oggi, hanno un fondamento spirituale e perderebbero la loro specificità se venissero analizzate solo
attraverso categorie sociologiche e antropologiche.
In tale prospettiva le realizzazioni del Cottolengo, come edificare un luogo per l’accoglienza delle persone
malate, disabili, in precarie condizioni socio-economiche, non può essere solo un’iniziativa assistenziale, ma
è un intervento carismatico. Parimenti è da considerare l’iniziativa di San Giuseppe Cottolengo di istituire
famiglie di suore, sacerdoti e fratelli laici che si consacrassero totalmente a Dio e al servizio degli ultimi, una
vera ispirazione divina.
PREGHIERA
Dio, nostro Padre, nella tua provvidenza
Tu soccorri quelli che si affidano a te.
Concedi a noi,
per la preghiera di San Giuseppe Benedetto Cottolengo,
di dedicarci al servizio dei poveri
e di ottenere il regno che hai promesso
a chi spende la vita facendo del bene.
Per Cristo nostro signore. Amen.
OSPEDALETTO di SANTA FILOMENA
Questo piccolo ospedale doveva sorgere inizialmente a Moncalieri, immediatamente fuori Torino,
in una casa appositamente acquistata dai marchesi di Barolo nel 1832. Alla morte del marito,Carlo Tancredi,
Giulia decise invece di trasferire l’opera a Torino, vicino all’opera del Rifugio e dell’Istituto delle Suore di
Santa Maria Maddalena.
Lo scopo di quest’ospedaletto era quello di ospitare 60 ragazze disabili povere di età compresa dai
3 ai 12 anni fino ai 18 anni massimo. L’opera della marchesa Giulia di Barolo, intendeva offrire a queste
ragazze nono solo le cure mediche adeguate ma anche un certo accompagnamento spirituale.
Inaugurato nel 1845, la direzione dell’ospedale viene affidata alle Suore di San Giuseppe, mentre
l’assistenza infermieristica, dal 1846, fu data in carico alle Oblate di Santa Maria Maddalena, fondate dalla
stessa Barolo per seguire le ospiti del Rifugio, desiderose di dedicarsi al servizio della carità ma senza la
vocazione alla vita claustrale.
Un piano dell’edificio venne quindi destinato alla cura allopatica, un altro a quella omeopatica, a
scelta dei parenti delle piccole ammalate. Inoltre, per rendere queste giovani pazienti il più possibile
autonome, Giulia dispose che fosse loro impartita l’istruzione elementare e la formazione professionale.
Assieme a questo percorso di maturazione umana, la marchesa provvide anche all’educazione morale e
religiosa delle sue ospiti, affidandole alle cure di un direttore spirituale: il primo sacerdote a ricoprire tale
incarico fu don Giovanni Bosco, il quale ottenne dalla Marchesa anche il permesso di poter inzialmente
riunire i suoi primi ragazzi, la domenica, nel viale d'ingresso e nel giardino dell’ospedale.
Inoltre don Bosco usufruì di due stanze: una per la catechesi l’altra come cappella, collocate al
piano superiore. Ebbe qui inizio, in questo modo, quello che sarà il complesso ed articolato sistema
oratoriano che il santo realizzerà successivamente a Valdocco.
Gli ambienti che la marchesa concesse a don Bosco si trovavano nella parte già ultimata
dell'Ospedaletto, al terzo piano, dove, secondo le intenzioni di Giulia si sarebbero dovuti radunare in
comunità i sacerdoti che avevano l’incarico di assistere spiritualmente le varie opere dei coniugi Barolo.
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L'edificio destinato a questi sacerdoti si trova, ancora oggi, a metà del vicolo che dal portone di via
Cottolengo n. 22 porta al monastero delle Maddalene. Una porticina, attualmente murata ma ancora
visibile, serviva allora da accesso indipendente alla scala che conduceva al terzo piano.
Presso l'Ospedaletto, che intanto stava per essere terminato, l'oratorio domenicale, tra inverno e
primavera, prese un ottimo avvio. Lo schema seguito era quello che don Bosco aveva già sperimentato al
Convitto ecclesiastico, con qualche miglioria: Confessioni e Comunione di primo mattino; seguiva la Messa
con breve spiegazione del Vangelo; nel pomeriggio, catechismo, preghiere e benedizione. Per il resto del
tempo i giovani venivano impegnati con giochi diversi nel piccolo viale dell’ospedaletto. In queste attività
don Bosco e don Borel lavoravano insieme, aiutati anche da don Pacchiotti.
L’ 8 dicembre 1844, venne quindi dedicata a San Francesco di Salse la cappellina del terzo piano
dell’ospedaletto Era un giorno freddissimo, nevicava abbondantemente e, ricorda don Bosco, «parecchi
giovanetti fecero la loro confessione e comunione, ed io compii quella sacra funzione con un versando
lacrime di consolazione, perché vedevo diventare stabile l'Opera dell'Oratorio, volta a raccogliere la
gioventù più abbandonata e pericolante dopo aver celebrato le funzioni religiose in chiesa».
Come proposta può essere quella di far memoria degli inizi della propria attività di oratorio o di animazione,
ricordando quando è avvenuto il proprio incontro con don Bosco e potendo magari condividerlo in gruppo.
Oppure il gruppo intero può riflettere brevemente su quali siano le malattie dei giovani che si stanno
curando nel proprio centro di provenienza. L’oratorio di don Bosco ha la prima sede stabile in un
ospedaletto, Papa Franscesco vuole che la chiesa sia un ospedale da campo, quindi quali sono le malattie
stiamo curando? Come interveniamo?
IL PALAZZO BAROLO
(VIA DELLE ORFANE, 7 TORINO)
In questo palazzo don Bosco, accompagnato dal Teologo Borel, si incontrò, nell’autunno del 1844,
con la marchesa di Barolo.
Sin dal 1832, insieme al marito, la marchesa istituì nel suo palazzo una scuola gratuita e una mensa
per i poveri: si servivano 250 minestre al giorno; alla domenica si aggiungeva un piatto di carne e legumi e,
al lunedì, dodici poveri venivano serviti a mensa dalla stessa marchesa. Nel 1838 morì il marito, ella
consacrò gran parte del suo tempo nel fondare e mantenere istituzioni a vantaggio di ragazze povere,
malate, orfane, prostitute e carcerate. Il suo interesse per questa categoria di persone era iniziato nel 1819
dopo un’occasionale visita alle carceri cittadine che l’aveva lasciata sconvolta, un evento che ci riporta
all’incontro con i ragazzi del carcere che ebbe il sacerdote Giovanni Bosco, all’inizio del suo ministero
sacerdotale.
Oggi l’Opera Barolo fondata nel 1864, continua a vivere per continuare l’azione di carità, di impegno
sociale, politico e culturale.
Per riflettere insieme:
Il 1800 per Torino, fu non solo il tempo delle grandi rivoluzioni industriali, ma fu anche il tempo in
cui, lo Spirito Santo, operò una stravolgente rivoluzione, ispirando persone, santi per la società, che si sono
spesi fino all’ultimo respiro per la salvezza delle anime.
Giovanni Bosco, Benedetto Cottolengo, Giulia di Barolo, Giuseppe Cafasso, persone semplici,
coraggiose, ma dal cuore grande, dilatato a tal punto da fare spazio all’abbandonato, a chi, per la società,
non aveva voce in capitolo. Il dono più bello che certamente Giulia ha potuto comunicare ai tanti poveri e
alle tante donne traffitte dai tanti mali della vita è quello della gioia di spendersi con gratuità e cuore per gli
altri.
Vogliamo fare nostre le parole di Madre Teresa di Calcutta
Leggiamo insieme questa preghiera e poi ci diamo qualche istante di silenzio per rileggerla con gli occhi.
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La bontà
Non permettere mai
che qualcuno venga a te
e vada via senza essere
migliore e più contento.
Sii l'espressione
della bontà di Dio.
Bontà sul tuo volto
e nei tuoi occhi,
bontà nel tuo sorriso
e nel tuo saluto.
Ai bambini, ai poveri
e a tutti coloro che soffrono
nella carne e nello spirito
offri sempre un sorriso gioioso.
Dai a loro
non solo le tue cure
ma anche il tuo cuore.
Provo a prendere un piccolo impegno concreto di servizio che posso vivere già in questi giorni oppure che
posso vivere nel mio ambiente.
Mi chiedo: Ciò che spendo per gli altri, il mio tempo, le mie fatiche, il mio impegno...lo faccio davvero per il
prossimo o lo faccio solamente per la mia gratificazione?
SERMIG
Servizio Missionario Giovani
LA STORIA
Il SERMIG nasce nel 1964: un gruppo di ragazzi e ragazze si uniscono attorno ad Ernesto Olivero, decisi a
sconfiggere la fame nel mondo con opere di giustizia e di sviluppo. Il nome, Servizio Missionario Giovani,
definisce bene l’obiettivo che i giovani vogliono perseguire. Da subito la sproporzione tra le forze reali e il
grande sogno da realizzare è evidente, ma il non temerla diventerà una costante del Sermig.
Negli anni ’70 sono nate le cene del digiuno, serate in cui si condivide con i poveri l’equivalente di una cena,
si prega e si riflette. Si provano così sulla propria pelle gli stimoli della fame, anche se per un attimo. Un
nuovo progetto che prende vita in quegli anni è condividere con i miseri l’equivalente in denaro di una
giornata lavorativa. La proposta viene accolta da tantissime persone. Nasce anche l’impegno per sostenere
interventi in situazioni drammatiche e per soccorrere popoli colpiti da calamità naturali.
Nel 1976 all’interno del SERMIG il cammino di crescita si va radicando sempre più sulla spiritualità. Si
capisce che tutta la vita, 24 ore su 24, può lasciarsi coinvolgere dai grandi ideali che vengono portati avanti
e custoditi nel cuore
E’ questo il cammino che ha portato alla nascita, nel 1981, del gruppo Re.Te., come risvolto pratico della
restituzione. In questo modo l’attenzione alla mondialità che negli anni è stato coltivato ha trovato una
casa e molti amici, che hanno aiutato sempre più a crescere nella commozione e nella capacità di trovare
soluzioni utili per i più poveri.
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Nel 1987 il SERMIG dà vita alla CIS (Cooperativa Internazionale per lo Sviuppo) per gestire le attività in
Terzo Mondo, sostenendo o facendo nascere comunità con una solida base spirituale che coordinassero sul
posto i progetti.
Nel 1991, a Salvador de Bahia, Giovanni Paolo II ha dato a Ernesto Olivero il mandato di “essere l’amico
fedele di tutti i bambini del mondo”, rafforzando e sostenendo questo nostro impegno. E’ nata così
l’iniziativa Vita ai Bambini, che ha promosso progetti per i bambini in condizioni di miseria soprattutto in
Brasile, Georgia, Romania, Bangladesh.
Dalla fine degli anni ’90, i giovani si sono accorti che oltre alla fame di pane, c’è sempre più fame di valori,
di giustizia, di Dio. Per questo, tanti giovani che s’incontrano all’Arsenale della Pace hanno deciso di
costituire un loro movimento, i Giovani della Pace, fatto di persone che condividono lo stesso sogno e che
credono che la strada per cambiare il mondo e costruire la pace passi attraverso l’impegno di ognuno di
loro.
ATTUALIZZAZIONE
Dal libro "Nel mare ci sono i coccdrilli" di Fabio Geda
Enaiat racconta, Fabio Geda scrive. È così che è venuto fuori questo libro. È così che il protagonista, ora
venticinquenne, ha trovato un suo posto nel mondo. Un posto nel quale ha imparato a ridere e ad amare
usando una lingua che non è quella che gli sussurrava sua madre, ma in cui sta bene, è salvo, non rischia di
morire ogni volta che cammina per strada.
- Come lo si trova un posto per crescere Enaiat? Come lo si distingue da un altro?
- Lo riconosci perché non ti viene voglia di andare via. Certo, non perché sia perfetto. Non esistono posti
perfetti. Ma esistono posti dove, per lo meno, nessuno cerca di farti del male.
Papa Francesco nel messaggio Urbi et orbi - Natale 2014
Cari fratelli e sorelle, buon Natale!
Gesù, il Figlio di Dio, il Salvatore del mondo, è nato per noi. E’ nato a Betlemme da una vergine, realizzando
le antiche profezie. La vergine si chiama Maria, il suo sposo Giuseppe.
Sono le persone umili, piene di speranza nella bontà di Dio, che accolgono Gesù e lo riconoscono. Così lo
Spirito Santo ha illuminato i pastori di Betlemme, che sono accorsi alla grotta e hanno adorato il Bambino. E
poi lo Spirito ha guidato gli anziani Simeone e Anna, umili, nel tempio di Gerusalemme, e loro hanno
riconosciuto in Gesù il Messia. «I miei occhi hanno visto la tua salvezza» - esclama Simeone - «salvezza
preparata da [Dio] davanti a tutti i popoli» (Lc 2,30). Sì, fratelli, Gesù è la salvezza per ogni persona e per
ogni popolo!
Cari fratelli e sorelle, che lo Spirito Santo illumini oggi i nostri cuori, perché possiamo riconoscere nel
Bambino Gesù, nato a Betlemme dalla Vergine Maria, la salvezza donata da Dio ad ognuno di noi, ad ogni
uomo e a tutti i popoli della terra. Il potere di Cristo, che è liberazione e servizio, si faccia sentire in tanti
cuori che soffrono guerre, persecuzioni, schiavitù. Che con la sua mansuetudine questo potere divino tolga
la durezza dai cuori di tanti uomini e donne immersi nella mondanità e nell’indifferenza, nella
globalizzazione dell’indifferenza. Che la sua forza redentrice trasformi le armi in aratri, la distruzione in
creatività, l’odio in amore e tenerezza. Così potremo dire con gioia: “I nostri occhi hanno visto la tua
salvezza”.
ATTIVITÀ
Formate un gruppetto con i vostri amici e cercate nell'Arsenale della Pace dove si trovano i particolari delle
immagini qui sotto, fotografandoli con il cellulare.
 Che cosa ti da più fastidio del comportamento degli altri?
 Cosa agli altri da fastidio del tuo modo di fare?
 Cosa potresti cambiare di te per farti vicino a chi è più solo?
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Francesco Faà di Bruno
Ultimo di dodici figli, nacque in un castello in provincia di Alessandria il 29 marzo 1825, figlio dei
marchesi di Bruno. A quindici anni entrò nell’Accademia militare di Torino, ed iniziò la carriera militare.
Come luogotenente, a 23 anni, partecipò alla Prima Guerra d’Indipendenza, aiutante di campo del
principe ereditario Vittorio Emanuele. Dopo la sanguinosa battaglia di Novara venne promosso capitano di
Stato Maggiore. Rimase però scioccato dal vedere così tanti soldati morire non in grazia di Dio e senza
sacramenti. Continuò la sua carriera a Torino. Spesso frequentava Valdocco e, deposta la sciabola in
sacrestia, serviva Messa in divisa a don Bosco, prima di recarsi all’Accademia militare.
Vittorio Emanuele II, salito al trono dopo l’abdicazione de padre, lo nominò precettore dei suoi figli.
Francesco chiese un periodo per finire gli studi (stava studiando Scienze matematiche alla Sorbona di
Parigi), ma tornato a Torino scoprì che l’incarico gli era stato revocato perché gli anticlericali allora al potere
avevano scoperto che era “troppo cattolico”.
Deluso, decise di dimettersi dall’esercito e dedicarsi alla sua altra grande passione: la scienza. Iniziò
astronomia a Parigi. Ritrovò il suo relatore di tesi, Cauchy, che lo introdusse al volontariato nelle
Conferenze di San Vincenzo, presentandogli il fondatore, il beato Federico Ozanam con sua moglie. A 28
anni, ottenuta la seconda laurea, tornò a Torino, dove pubblicò la “formula di Bruno”, usata anche oggi per
trovare la derivata n-esima di una funzione composta, e iniziò a impartire lezioni universitarie di analisi e
astronomia fisica. Da allora non cessò mai di insegnare, soprattutto all'università ma anche nell'Accademia
Militare. Si candidò anche alle elezioni politiche per contrastare gli anticlericali, ma non vinse.
A 36 anni venne nominato dottore aggregato alla Facoltà di Scienze fisiche e matematiche, e tre
anni dopo iniziò ad insegnare topografia, geodesia, trigonometria nella Scuola d’Applicazione dell’esercito.
In quegli anni invitò le autorità ad istituire delle mense dei poveri, sul modello francese, per offrire
un pasto caldo a chi non aveva molte disponibilità economiche. Non avendo alcuna risposta, realizzò egli
stesso il progetto in borgo San Donato, uno dei più malfamati della città: acquistò un terreno e una casa,
dando vita a quello che sarà il suo capolavoro. La “Pia Opera di Santa Zita” accoglieva gratuitamente le
donne in cerca di servizio, curando la loro formazione, preoccupandosi di assicurarle in famiglie dai sani
principi. Fondò la prima conferenza di San Vincenzo a Torino, nella sua parrocchia aprì una scuola di canto
per le ragazze che lavoravano come domestiche, che la domenica vagavano per la città, abbandonate a loro
stesse. Compose canti religiosi che egli stesso accompagnava poi all’organo e che faceva eseguire nelle
varie parrocchie dove andava ad animare la Messa domenicale.
Al “complesso di s. Zita” Francesco vi aggiunse un pensionato per donne, pensò alla formazione
delle giovani insegnanti e aprì la classe per le future maestre. Istituì pure un liceo, una casa per le ragazze
madri, una biblioteca, una tipografia, anch’essa gestita da donne, cosa a quei tempi scandalosa, in cui il
beato stampò alcune sue pubblicazioni scientifiche e musicali. Era ormai la ”cittadella della solidarietà
femminile”.
Lo aiutavano alcune maestre, che gli chiesero di diventare suore in una congregazione che lui
avrebbe dovuto fondare. Intanto iniziò la costruzione di una chiesa dedicata a Nostra Signora del Suffragio,
monumento ai Caduti di tutte le guerre, luogo di preghiera per le anime dei defunti. Alla chiesa affiancò un
campanile che progettò personalmente, il secondo edificio più alto di Torino dopo la Mole. Delle otto
campane, una è stata ottenuta dalla fusione di un cannone donato da Sua Maestà il Re. Nel campanile c’era
anche un osservatorio astronomico e meteorologico.
Quando capì, a cinquantuno anni, che Dio lo chiamava a diventare prete, il vescovo non era
d’accordo: voleva che iniziasse il seminario assieme a tutti ragazzi che seguivano il percorso regolare.
Francesco si giustificava con l’età avanzata e con il fatto che aveva studiato teologia personalmente, ma il
vescovo obiettava che si trattava di un docente universitario, e la sua ordinazione avrebbe attirato
l’attenzione di tutta Torino: le malelingue avrebbero potuto dire che i preti “si producevano come a
macchina”. Don Bosco invece lo sostenne ed espose la sua situazione al beato Pio IX, che con dispensa
speciale permise la sua ordinazione, ma dovette farlo a Roma. Comunque a Torino celebrò la sua prima
messa il 1° novembre, all’inizio del mese dedicato ai defunti.
Continuava intanto il lavoro scientifico che gli forniva i fondi per le sue istituzioni: inventò un
barometro differenziale a mercurio, uno scrittoio per ciechi, che fu premiato in alcune esposizioni
universali, uno svegliarino elettrico e uno ellipsigrafo, pubblicò un saggio sulla teoria delle forme binarie...
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Le giovani che lo aiutavano intanto divennero la Congregazione alle Suore Minime di Nostra Signora
del Suffragio, che offrono i propri beni spirituali per le anime del purgatorio e specialmente per i caduti in
guerra.
Don Francesco Faà dei marchesi di Bruno morì il 27 marzo 1888, due mesi dopo del suo amico don
Bosco. La preziosa collezione di libri e riviste scientifiche venne donata all’Università di Torino. Venne
beatificato da Giovanni Paolo II nel 1988.
Attività
Recitare 10 L’eterno riposo in suffragio dei caduti in tutte le guerre.
CARCERI "LE NUOVE"
LA STORIA
Nel 1857 Vittorio Emanuele II ordina con un decreto la costruzione di un nuovo carcere giudiziario, con una
caratteristica particolare: che garantisca l'isolamento totale diurno e notturno dei detenuti. Così l'architetto
Giuseppe Polani inizia a costruire il complesso, che occupa una superficie di 37.000 mtq: 13 bracci che
partono da una rotonda di ingresso.
Il 1 gennaio 1860 il carcere entra ufficialmente in funzione, divenendo il principale penitenziario della città.
Inizialmente era destinato agli imputati e ai condannati con pena non superiore a un anno, ha visto poi in
realtà, nel corso di oltre un secolo di storia, soggiornare soldati disertori della guerra 1915-18, operai della
FIAT arrestati nel "biennio rosso", oppositori al regime fascista, partigiani, deportati, ebrei ed altri soggetti
sottoposti alle leggi razziali e, dopo la Liberazione, alcuni appartenenti al regime appena caduto; in decenni
più recenti vi hanno soggiornato mafiosi, terroristi, tangentopolisti; in ogni epoca, una variegatissima
gamma di devianti e trasgressori a vario titolo e livello.
Tra i dolori dei detenuti però le storie di suor Giuseppina De Mauro e di padre Ruggero Cipolla riescono a
restituire al luogo un po’ di umanità. Si tratta di due figure religiose il cui triste compito era quello di
accompagnare i detenuti, cercando di alleviarne le sofferenze e di restituire loro la dignità e il coraggio
necessari. Dietro al loro compito istituzionale, si nascondeva anche un universo di azioni clandestine volte a
salvare la vita ad alcuni prigionieri e una grande umiltà.
Qui a "Le Nuove" fu svolta l'ultima esecuzione capitale d'Italia.
Dismesso dal 2003 ora ospita il Museo, e il primo eremo cittadino, l'eremo del silenzio. Questa scelta vuol
essere anche una provocazione: costruire un eremo per definizione luogo di esclusione volontaria
all’interno di un luogo, il carcere, che per decenni è stato per molti luogo di esclusione forzata e obbligata.
ATTUALIZZAZIONE:
JACQUES FESCH, IL CARCERE E LA CONVERSIONE
Il 25 febbraio 1954 tenta una rapina a mano armata nel negozio parigino di un cambiavalute. Feritolo
gravemente, si dà alla fuga e riescono ad acciuffarlo solo parecchie ore dopo. Durante le concitate fasi della
cattura, però, ferisce un passante e uccide un poliziotto e così la sua giornata brava finisce direttamente in
cella. Dove è messo in isolamento e sorvegliato a vista, mentre lui fa il duro e si chiude in un mutismo
assoluto.
“Io non ho la fede e non ho bisogno di lei!”, dice sbattendo la porta in faccia al cappellano. Lunghi mesi di
prigione in attesa del processo, la disperazione, il rimorso, intere notti senza dormire. Ma una notte: "Era
una sera, nella mia cella... Nonostante tutte le catastrofi che da alcuni mesi si erano abbattute sulla mia
testa, io restavo ateo. Ora quella sera, ero a letto con gli occhi aperti e soffrivo realmente per la prima volta
nella mia vita per le conseguenze del mio delitto; ed è allora che un grido mi scaturì dal petto, un appello di
soccorso: "Mio Dio, Mio Dio aiutami!". E istantaneamente, come un vento violento, che passa senza che si
sappia dove viene, lo Spirito del Signore mi prese alla gola! Ho creduto e non capivo più come avessi fatto
prima a non credere. La grazia mi ha visitato e una grande gioia s'è impossessata di me e soprattutto una
grande pace".
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Il carcere rischia di essere una realtà molto distante, ma prova a pensare alla tua vita...guarda quanti
compagni esclusi o presi in giro; l'isolamento, la solitudine sono un male fortissimo che il carcere esplicita,
ma che si nasconde spesso nella nostra vita di tutti i giorni...con calma leggi le parole di Papa Francesco e
prova a pensare come potresti tu tirare fuori qualcuno dalla sua solitudine!
PAPA FRANCESCO: Oggi, viviamo in una cultura dello scontro, della frammentarietà, dello scarto. Così non fa
notizia quando muore un barbone per il freddo. Eppure la povertà è una categoria teologale perché il Figlio
di Dio si è abbassato per camminare per le strade. Attraverso i poveri tocchiamo la carne di Cristo.
Cosa possiamo fare? Vivere il Vangelo è il principale contributo che possiamo dare. La Chiesa non è un
movimento politico né una struttura ben organizzata né una ONG. La Chiesa è chiamata ad essere lievito,
con amore fraterno, solidarietà e condivisione. Guai a chiuderci in noi, in parrocchia o nel nostro gruppo.
Quando la Chiesa è chiusa, si ammala. La Chiesa deve uscire verso le periferie esistenziali.
ATTIVITÀ:
Entra con alcuni amici nella rotonda centrale del carcere, fate un aeroplano di carta, sistematevi a piani
diversi e lanciatevi l'aereo scrivendo, ogni volta che lo ricevete, il nome di un vostro compagno che
riconoscete essere solo o preso in giro..
Entrate nella chiesa del carcere, riguardate i nomi scritti...scegli un tuo compagno tra quelli scritti e pensa a
come potresti essere suo amico...concludi con 3 Ave Maria.
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Proposta 4 percorsi cittadini