Editoriale
Svolto il Corso di formazione
‘SPIRITUALITA’ e ‘week-end dello Spirito’
In questo Numero del nuovo Notiziario Fies vogliamo offrire parte delle
Relazioni svolte nel recente Corso per operatori della spiritualità, organizzato
dalla nostra Federazione il 3-6 febbraio 2015 a Roma.
L’esperienza ha oscillato fra ‘contenuti’ e ‘metodologia’, per concretamente
organizzare e ‘lanciare’ gli esercizi spirituali di fine-settimana: i WEEK-END
dello SPIRITO in tutte le Case di spiritualità.
Gli esperti Relatori che si sono alternati: il Vescovo-presidente mons. Giovanni
Scanavino e p. Pietro Schiavone, ci hanno fatto assaporare le felici e solide
‘intuizioni’ della ‘Spiritualità di S.Ignazio di Lojola e del grande Sant’Agostino
d’Ippona, da tradurre nei ‘fine-settimana’, e non solo.
Si è poi voluto proporre delle ‘piste esperienziali’ collaudate negli anni in molte
Case, relative ai Week-end dello Spirito, offerti particolarmente ai giovani in
discernimento vocazionale, non esclusi altri destinatari e famiglie.
Questi fine-settimana dovrebbero far maturare negli ‘esercitandi’ il desiderio di
un corso di esercizi spirituali di una settimana, e per i più fortunati, il ‘mese
ignaziano’.
All’interno del Corso, un momento emozionante e di fede l’abbiamo vissuto
quando siamo andati pellegrini nei ‘luoghi romani’ del padre degli Esercizi
Spirituali. Guidati magistralmente da un giovane gesuita abbiamo scoperto la
bellezza artistico-spirituale della nota chiesa del Gesù, per poi raggiungere le
stanze di Sant’Ignazio, e lì celebrare l’Eucaristia. Nel Corso del 2013, invece,
avevamo visitato l’interessante ‘necropoli romana’ sotto la Basilica Vaticana,
fino alla celebrazione della Messa presso le tombe di San Pietro e dei Papi.
In questo Notiziario troveremo altri sapienti apporti utili per qualificare il nostro
ministero nel campo della pastorale della spiritualità.
Siamo grati a p. Armando Santoro, delegato regionale del Lazio, per il lavoro di
registrazione in Video e voce dei vari interventi del Corso di formazione; si
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possono ritrovare sul sito della FIES www.esercizispirituali.it e su quello della
FIES-Lazio www.fieslazio.it .
Nello stesso tempo la nostra gratitudine va per il webmaster Roberto
Scuccimarra e per la dott. Barbara Quagliero, nuova Addetta di Segreteria Fies.
Rimaniamo ‘connessi’ con la Divina provvidenza e fra di noi. E non
possiamo non sperare in un maggiore ritorno agli esercizi e ritiri spirituali a
incominciare da tutti gli operatori pastorali: presbiteri, diaconi, persone di vita
consacrata, fedeli laici e famiglie.
Tutto è grazia! (Bernanos)
d. Danilo Zanella
Segretario Naz. Fies
Esercizi spirituali Papa Francesco Et Collaboratori Inizio Quaresima 2015
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IL PENSIERO di PAPA FRANCESCO
“Proporre gli Esercizi Spirituali significa invitare ad un’esperienza di
Dio, del suo amore e della sua bellezza. Chi “vive gli Esercizi” ritorna
“rinnovato, trasfigurato alla vita ordinaria, al ministero, alle relazioni
quotidiane, portando con sé il profumo di Cristo”:
“Gli uomini e le donne di oggi hanno bisogno di incontrare Dio, di
conoscerlo 'non per sentito dire' (cf Gb 42,5). Il vostro servizio è tutto
orientato a questo, e lo fate offrendo spazi e tempi di ascolto intenso della
sua Parola nel silenzio e nella preghiera”.
“Luoghi privilegiati per tale esperienza spirituale – ha soggiunto – sono
le Case di Spiritualità, che vanno, a questo scopo, sostenute e
fornite di personale adeguato”:
“Incoraggio i Pastori delle varie comunità a preoccuparsi perché non
manchino Case di Esercizi, dove operatori ben formati e predicatori
preparati, dotati di qualità dottrinali e spirituali, siano veri maestri di
spirito. Tuttavia, non dimentichiamo mai che il protagonista della vita
spirituale è lo Spirito Santo. Egli sostiene ogni nostra iniziativa di bene e
di preghiera”-
(Assemblea FIES - Vaticano 3 marzo 2014) –
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Giovanni Scanavino – Vescovo Presidente
Aspetti qualificanti della
Spiritualità Agostiniana
Premessa
Prendo le mosse da una citazione preziosa di un benemerito studioso gesuita,
Henry de Lubac, che ha cercato proprio di qualificare la spiritualità agostiniana
liberandola da false interpretazioni. Nella sua opera Surnaturel (pp. 96-97, Aubier,
Paris 1946) scriveva:
“L’uomo e Dio non erano per sant’Agostino due forze, una di fronte all’altra: né
due individui estranei. Conosceva la Trascendenza divina. Aveva anche provato
l’istintiva repulsione del peccatore e dell’essere impastato di nulla, che raddoppia –
se si può dire – la distanza, che separa naturalmente il finito dall’infinito. Ma con
S. Giovanni, con tutti gli umili cristiani, credeva all’Amore. Aveva anche provato la
forza irresistibile del suo invito, capace di colmare tutti gli abissi. In fondo, tra la
natura e la grazia non v’era per lui opposizione, ma inclusione, non lotta, ma unione.”
In questa breve riflessione colgo la verità di una interpretazione del pensiero
agostiniano e una preziosa indicazione di metodo per presentare gli aspetti
qualificanti della spiritualità agostiniana. L’Agostino umanamente più vero
comincia a delinearsi con il suo primo vero contatto con il cristianesimo. E la
chiave interpretativa più genuina dello sviluppo del suo pensiero coincide con la
stessa chiave interpretativa della Bibbia e del cristianesimo: la verità dell’amore.
“Nessuno prima di Agostino aveva prestato attenzione alla volontà e all’amore”. E’
un’affermazione di P. Nello Cipriani, che continua “Non solo la vita dei singoli
uomini, ma la storia intera dell’umanità è considerata sotto la forza dell’amore. E’
l’amore che spinge ad agire e che unisce” (<Molti e uno solo in Cristo>, p.22, Città
Nuova 2009).
Nella vita di Agostino ha avuto un grande influsso propedeutico la filosofia, ma il
peso decisivo per la sua maturazione umana è stato il Vangelo, l’incontro con
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Cristo, uomo-Dio, che grazie alla sua umanità gli ha confermato le verità della
filosofia e la possibilità di conoscere e di vivere pienamente l’amore.
Aspetti fondamentali della spiritualità cristiana, scoperti, vissuti ed evangelizzati
da Sant’Agostino
Agostino rilegge la S. Scrittura sotto la guida di Ambrogio. In particolare si tuffa
nelle Lettere di S. Paolo e nel Vangelo di Giovanni: qui trova Cristo, uomo-Dio,
vero mediatore tra Dio e l’uomo. Attraverso l’umiltà della carne Cristo medico ci
guarisce: diventa la via che ci porta alla verità e quindi alla vita.
1. La conoscenza e l’incontro personale con Cristo, l’uomo nuovo
(“All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o un grande idea, bensì
l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo
orizzonte e, con ciò la direzione giusta” Ben.XVI, Deus caritas est, 1. Queste parole
ci conducono al centro del Vangelo, commenta Papa Francesco, Ev.g. 7).
“Cercavo la via per procurarmi forza sufficiente a goderti, ma non l’avrei trovata,
finché non mi fossi aggrappato al mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù,
che è sopra tutto Dio benedetto nei secoli (Cfr. 1Tim 2. 5; Rom 9, 5). Egli ci chiama e ci
dice: <Io sono la via, la verità e la vita> (Gv 14, 6); egli mescola alla carne il cibo che
non avevo forza di prendere, poiché il Verbo si è fatto carne (Gv 1, 14) affinché la
tua sapienza, con cui creasti l’universo, divenisse latte per la nostra infanzia. Non
avevo ancora tanta umiltà, da possedere il mio Dio, l’umile Gesù, né conoscevo
ancora gli ammaestramenti della sua debolezza. Il tuo Verbo, eterna verità che
s’innalza al di sopra delle parti più alte della creazione, eleva fino a sé coloro che
piegano il capo; però nelle parti più basse col nostro fango si edificò una dimora
umile (Prov 9, 1), la via per cui far scendere dalla loro altezza e attrarre a sé coloro
che accettano di piegare il capo, guarendo il turgore e nutrendo l’amore. Così
impedì che per presunzione si allontanassero troppo, e li stroncò piuttosto con la
visione della divinità stroncata davanti ai loro piedi per aver condiviso la nostra
tunica di pelle (cfr. Gen 3, 21). Sfiniti, si sarebbero reclinati su di lei, ed essa
alzandosi li avrebbe sollevati con sé” (Conf VII, 18, 24).
“Mi buttai dunque con la massima avidità sulla venerabile scrittura del tuo spirito
e prima di tutto sull’apostolo Paolo. Scomparvero ai miei occhi le ambiguità, ove
mi era sembrato che il testo del tuo discorso fosse talora incoerente e contrastante
con le testimonianze della Legge e dei Profeti (cfr. Mt 5, 17; 7, 12; Lc 16, 16); mi
apparve l’unico volto delle espressioni pure (cfr Sal 11, 7) e imparai a esultare con
apprensione (cfr. Sal 2, 11). Iniziata la lettura, trovai che quanto di vero avevo letto
là, qui è detto con la garanzia della tua grazia, affinché chi vede non si vanti, quasi
non abbia ricevuto non solo ciò che vede, ma la facoltà stessa divedere. Cos’ha
infatti, che non abbia ricevuto? (Cfr.1 Cor 4, 7) E poi non solo è sollecitato a
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vedere te, che sei sempre il medesimo, bensì anche a guarire per possederti. Chi
poi è troppo lontano per vederti, intraprenda tuttavia il cammino che lo condurrà
a vederti e a possederti. Infatti, sebbene l’uomo si compiaccia della legge di Dio
secondo l’uomo interiore, cosa farà dell’altra legge, che nelle sue membra lotta
contro la legge del suo spirito e lo trae prigioniero sotto la legge del peccato insita
nelle sue membra? (cf. Rom 7, 22 s.) Tu sei giusto, Signore, ma noi abbiamo
peccato, commesso atti iniqui, opere empie. La tua mano si è appesantita su di noi
(Sal 31, 4), e siamo stati dati giustamente in balia dell’antico peccatore, del signore
della morte, poiché persuase la nostra volontà a conformarsi alla sua volontà, con
cui abbandonò la tua verità (Gv 8, 44). Cosa farà l’uomo nella su miseria? Chi lo
libererà da questo corpo mortale, se non la tua grazia per mezzo di Gesù Cristo
signore nostro (Rm 7, 24 s.), generato da te coeterno, creato al principio delle tue
vie, in cui il principe di questo mondo non trovò nulla che fosse degno di morte,
eppure lo fece morire, e così fu svuotato il documento che era contro di noi? (Col
2, 14).
Quegli scritti non posseggono queste verità, quelle pagine non posseggono questo
sembiante pietoso, le lacrime della confessione, il tuo sacrificio, l’anima angustiata,
il cuore contrito e umiliato (Sal 50, 19), la salvezza del tuo popolo, la città sposa, il
pegno dello Spirito Santo, il calice del nostro riscatto. Là nessuno canta: Non sarà
l’anima mia sottomessa a Dio? Da lui viene la mia salvezza. Egli è il mio Dio e il
mio salvatore, il mio ospite: non più muoverò (Sal 61, 2). Là nessuno ode il
richiamo: Venite a me voi che soffrite. Si sdegnano anzi i suoi ammaestramenti,
perché è mite e umile di cuore (Mt 11, 28 s.) Infatti celasti queste verità ai sapienti
e agli accorti, e le rivelasti ai piccoli (Mt 11, 25). Altro è vedere da una cima
selvosa la patria della pace e non trovare la strada per giungervi, frustrarsi in
tentativi per plaghe sperdute, sotto gli assalti e gli agguati dei disertori fuggiaschi
guidati dal loro capo, leone e dragone insieme (Sal 90, 13); e altro tenere la via che
vi porta, presidiata dalla solerzia dell’Imperatore celeste, immune dalle rapine dei
disertori dell’esercito celeste, che la evitano come il supplizio. Questi pensieri mi
penetravano fino alle viscere in modi mirabili, mentre leggevo l’ultimo fra i tuoi
Apostoli. (1 Cor 15, 9). La considerazione delle tue opere mi aveva sbigottito (cf
Hab 3, 2)” (Conf VII, 21, 27).
“Il Mediatore autentico, che la tua misteriosa misericordia rivelò e mandò agli
uomini, affinché dal suo esempio imparassero proprio anche l’umiltà, questo
mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù (1 Tim 2, 5), si presentò fra i
peccatori mortali e il Giusto immortale, mortale come gli uomini, giusto come
Dio, affinché, essendo ricompensa della giustizia la vita e la pace, per la giustizia,
congiunta con Dio, abolisse la morte degli empi giustificati (2 Tim 1, 10), che con
loro volle condividere. E’ lui, che fu rivelato ai santi del tempo antico, perché si
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salvassero credendo nella sua passione futura, come noi credendo nella sua
passione passata. In quanto è uomo, in tanto è mediatore; in quanto Verbo invece
non è a metà, perché uguale a Dio, Dio presso Dio (Gv 1, 1), e insieme a lui unico
Dio.
Quanto amasti noi, Padre buono, che non risparmiasti il tuo unico Figlio,
consegnandolo agli empi per noi. Quanto amasti noi, per i quali egli, non
giudicando un’usurpazione la sua uguaglianza con te, si fece suddito fino a morire
in croce (Fil 2, 6, 8), lui, l’unico a essere libero fra i morti, avendo il potere di
deporre la sua vita e avendo il potere di riprenderla, vittorioso e vittima per noi al
tuo cospetto, vittorioso in quanto vittima; sacerdote e sacrificio per noi al tuo
cospetto, e sacerdote in quanto sacrificio; che ci rese, da servi, tuoi figli, nascendo
da te e servendo a noi! A ragione è salda la mia speranza in lui che guarirai tutte le
mie debolezze grazie a Chi siede alla tua destra e intercede per noi presso di te.
Senza di lui dispererei. Le mie debolezze sono molte e grandi, sono molte e grandi.
Ma più abbondante è la tua medicina. Avremmo potuto credere che il tuo Verbo
fosse lontano dal contatto dell’uomo, disperare di noi, se non si fosse fatto carne e
non avesse abitato fra noi”
(Conf X, 43, 68-69).
Il primo gradino del cammino spirituale è
l’incontro con Cristo nel racconto dei Vangeli e
nelle Lettere degli Apostoli.
Cristo diventa il Maestro e il Medico: traccia la
via che è Lui stesso – la via dell’umiltà e della
verità - e guarisce le ferite per il recupero della
libertà. Dalla possibile disperazione si passa alla
libertà dei figli di Dio.
2.
Cristo ci rivela il Dio-Amore: questa è la
nuova cornice della vita
Agostino rilegge la sua storia nella cornice della
parabola del Padre buono, Lc 15, 11 s., e trova la
conferma nella 1 Lettera di S. Giovanni, 4: Dio è
amore.
Alla Legge si sostituisce il cuore di carne; al giudizio e alla condanna la
misericordia. “Non sono venuto per i sani… misericordia io voglio e non sacrifici”.
L’amore (“amare ed essere amato”) è il vero problema esistenziale, ma manca
l’equilibrio, l’ <ordo amoris>, che ci permette di ordinare l’amore alla felicità, di
domare e guidare la sensualità pura con la ragione: tra le due volontà vince quasi
sempre quella che ci spinge al male. Abbiamo bisogno di imparare e di riconoscere
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l’equilibrio dell’amore, alla scuola di Cristo. Non ai tratta di una lezione teorica:
mentre ci fa vedere come si ama, ci comunica la sua stessa capacità di amare; ci
guarisce e ci cambia il cuore. L’amore umano, l’amore del prossimo, diventa
realizzabile quando si impara il modo di amare di Cristo, che è l’amore di Dio.
Così alla religione si sostituisce la fede, al tempio lo spirito, alle categorie della
Legge subentrano quelle del cuore.
Cristo, attraverso la su umanità e la sua misericordia, accoglie l’Agostino fragile e
peccatore: gli conferma che è l’amore il valore più grande di una persona e gli
propone la guarigione, che non è una rinuncia, ma la piena valorizzazione.
Agostino si stupisce per questa soluzione e decide addirittura di dedicare tutto il
suo amore alla causa di Dio. Tanti testimoni lo convincono che è la soluzione
migliore: dalla sua compagna di vita, che decide prima di lui e torna in Africa
lasciandogli il figlio con il proposito di consacrarsi totalmente a Dio, al grande
retore Vittorino, ad Antonio abate e ai convertiti di Treviri, cfr. Confessioni VIII,
il libro delle conversioni.
3. Il Dono dello Spirito-Amore
La scelta del Battesimo da parte di Agostino è la conclusione di un cammino di
preparazione serio, accompagnato da Ambrogio e Simpliciano: segna la rinascita
nello Spirito Santo, che diventa sempre più nella sua fede convinta l’incarnazione
dell’amore di Cristo e del Padre. Il suo battesimo è un punto di arrivo al porto
della salvezza, ma anche un nuovo punto di partenza nell’approfondimento del
mistero trinitario, come mistero dell’amore di Dio presente nel cuore di ogni
battezzato: questo – dopo l’incontro con Cristo - è il nuovo centro vitale della sua
fede, la prosecuzione dell’ incarnazione dell’Amore di Dio.
Negli anni appena successivi al battesimo del 387 Agostino continua la sua ricerca
sulle relazioni delle tre Persone della Trinità, sulle caratteristiche di ognuna in
relazione alle altre: è proprio di questo periodo la prima citazione di Rom 5, 5, che
rimarrà un dato acquisito per sempre nella teologia agostiniana, l’identificazione
della carità – l’amore della e nella Trinità – con la presenza dello Spirito Santo (cfr.
I costumi della chiesa cattolica, del 388-89, I, 13-14).
“La nostra speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei
nostri cuori attraverso lo Spirito Santo che ci è stato dato” (Rom 5,5).
Questo dato battesimale è la più grande novità, che convince Agostino a
riconoscere nel cristianesimo la sintesi antropologica più geniale. Veramente
l’amore è tutto, quando è potenziato dallo stesso Amore di Dio che è lo Spirito
Santo. La conferma Agostino la trova nella 1 Lettera di S. Giovanni, cap. 4:
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“Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è
generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio
è amore.
In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito
Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l’amore: non
siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio
come vittima di espiazione per i nostri peccati.
Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri.
Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e
l’amore di lui è perfetto in noi. Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed
egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito. E noi stessi abbiamo veduto e
attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo.
Chiunque conosce che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio.
Noi abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi
sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1 Gv 4, 7-16).
Non solo Dio è amore, ma l’Amore che è Dio, con il battesimo viene ad abitare
nel cuore di ogni credente attraverso il dono dello Spirito Santo per la nostra
santificazione, per essere e vivere come Cristo. “Rallegriamoci e rendiamo grazie a
Dio: non soltanto siamo diventati cristiani, ma siamo diventati Cristo stesso. Capite,
fratelli? Vi rendete conto della grazia che Dio ha profuso su di noi? Stupite, gioite:
siamo diventati Cristo! Se Cristo è il capo e noi le membra, l’uomo totale è lui e
noi”. (Comm. al Vang. di Gv 21, 8).
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+ Giovanni Scanavino
“Sant’Agostino e la Bellezza
della sua conversione:
Icona per i giovani”
1. La conversione è una “grazia” che nasce dall’incontro con Cristo:
è il frutto di questo incontro
“O signore, io sono servo tuo, io sono servo tuo e sono figlio dell’ancella tua. Poiché hai
spezzato i miei lacci, ti offrirò in sacrificio di lode una vittima (Sal 115, 16 s.).
Ti lodi il mio cuore, la mia lingua; tutte le mie ossa dicano: <Signore, chi simile a te?>
(Sal 34, 10). Così dicano , e tu rispondimi, di’ all’anima mia: <La salvezza tua io
sono> (Sal 34, 3).
Io chi ero mai, com’ero? Quale malizia non ebbero i miei atti, o, se non gli atti, i
miei detti, o, se non i detti, la mia volontà? Ma tu, Signore, sei buono e
misericordioso; con la tua mano esplorando la profondità della mia morte, hai
ripulito dal fondo l’abisso di corruzione del mio cuore. Ciò avvenne quando non
volli più ciò che volevo io, ma volli ciò che volevi tu (cfr. Mt 26, 39). Dov’era il mio
libero arbitrio durante una serie così lunga di anni? Da quale profonda e cupa
segreta fu estratto all’istante (in momento), affinché io sottoponessi il collo al tuo
giogo lieve e le spalle al tuo fardello leggero (cfr Mt 11, 30), o Cristo Gesù, mio
soccorritore e mio redentore? (Sal 18, 15).
Come a un tratto divenne dolce per me la privazione delle dolcezze frivole! Prima
temevo di rimanerne privo, ora godevo di privarmene. Tu, vera, suprema dolcezza,
le espellevi da me, e una volta espulse entravi al loro posto, più soave di ogni
voluttà, ma non per la carne e il sangue (Gal 1, 16); più chiaro di ogni luce, ma più
riposto di ogni segreto; più elevato di ogni onore, ma non per chi cerca in sé la
propria elevazione. Il mio animo era libero ormai dagli assilli mordaci
dell’ambizione, del denaro, della sozzura e del prurito rognoso delle passioni, e
parlavo, parlavo con te, mia gloria e ricchezza e salute, signore Dio mio” (Conf IX,
1, 1).
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Nel linguaggio di Agostino è evidente l’azione prevalente di Dio. Il Signore con la
sua forza entra e si sostituisce alla nostra debolezza; alla delusione che diventa
disperazione si sostituisce una gioia mai provata:
“Quando si sviluppò e consolidò in me la piena volontà di attendere liberamente a
considerare che tu sei il Signore (Sal 45, 11), allora, ti è noto, Dio mio, divenne
addirittura una gioia per me l’intervento di una scusa non falsa, capace di mitigare
il malumore di chi a vantaggio dei propri figli voleva togliere per sempre a me il
vantaggio della libertà. Persuaso da questa gioia, sopportai con pazienza il tempo
che mi separava dalle vacanze, una ventina di giorni al più; una pazienza che
tuttavia mi costava fatica, perché si era dileguata la cupidigia che di solito mi
aiutava a sostenere il peso gravoso della scuola” (Con IX , 2, 4).
2. La conversione diventa un’esperienza d’amore che dà il vero gusto della
libertà
Siamo tutti nati con la grazia del libero arbitrio e con la grazia delle tavole della
Legge: potevamo scegliere la strada dei comandamenti per essere felici, ma ci
mancava la convinzione di una gioia che potesse rendere forte la nostra volontà.
Gesù ci ha regalato questa gioia con il dono del suo Spirito.
“Noi diciamo che la volontà umana viene aiutata da Dio a compiere le opere della
giustizia nel modo seguente: oltre ad essere stato creato con il libero arbitrio della
volontà, oltre a ricevere la dottrina che gli comanda come deve vivere, l’uomo
riceve fin d’ora, mentre cammina nello stato di fede e non divisione, lo Spirito
Santo, che suscita nel suo animo il piacere (delectatio) e l’amore (dilectio) di quel
sommo e immutabile bene che è Dio. Egli allora in forza di questa specie di
caparra che gli è stata data della gratuita munificenza di Dio arde dal desiderio di
obbedire al Creatore e s’infiamma nel proposito d’accedere alla partecipazione
della vera luce di Dio, cosicché da dove gli viene l’essere gli viene anche il
benessere. Infatti anche il libero arbitrio non vale che a peccare, se rimane nascosta
la via della verità. E quando comincia a non rimanere più nascosto ciò che si deve
fare e dove si deve tendere, anche allora, se tutto ciò non arriva altresì a dilettare e
a farsi amare, non si agisce, non si esegue, non si vive bene. Ma perché tutto ciò sia
amato, la carità di Dio si riversa nei nostri cuori non per mezzo del libero arbitrio
che sorge da noi, bensì per mezzo dello Spirito Santo che è stato dato a noi” (Lo
Spirito e la Lettera3, 5).
S. Paolo nella Lettera ai Romani sintetizza tutti i comandamenti della Legge in una
sola espressione: Non desiderare! E’ un preciso richiamo alla radice del bene e del
male, cioè alla nostra volontà mossa dal desiderio, dalla concupiscenza del bene,
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senza riuscire spesso a raggiungerlo per la prevalenza di un bene inferiore e
inadeguato, che diventa il nostro danno. La Legge, i comandamenti, sono
l’espressione della nostra beatitudine (nella volontà di Dio è la nostra pace); ma se
non troviamo la forza d’animo per osservarli, invece del della pace sperimentiamo
una grande inquietudine, un grosso disordine. A quel punto la sola conoscenza
della Legge – la semplice coscienza del bene e del male – non è sufficiente per la
nostra beatitudine; diventa addirittura una maledizione, perché non fa che
dimostrare la nostra impotenza. E’ come intravedere l’oasi nel deserto, senza
poterla raggiungere. E’ buona e lodevole la Legge, ma se non interviene una
potenza superiore, la fiducia nella forza dello Spirito, da sol al Legge non fa che
denunciare di fatto una mia concupiscenza negativa. Se non interviene un’altra
concupiscenza, quella buona, la grazia dello Spirito, la lettera della Legge rischia di
denunciare la mia morte morale, Nell’incapacità di osservarla, la Legge fa
conoscere il peccato invece di farlo evitare; alla concupiscenza cattiva si aggiunge la
trasgressione.
“Le parole dell’Apostolo: La lettera
uccide, lo Spirito dà vita, vanno
soprattutto intese nel senso molto
chiaro espresso in questi altri termini:
Non avrei conosciuto la concupiscenza, se
la legge non avesse detto: Non desiderare
(Rm 7, 7). E poco più oltre: Il peccato,
prendendo
occasione
dal
comandamento, mi ha sedotto e per
mezzo di esso mi ha dato la morte (Rm 7, 11). Ecco che cosa significa: La lettera
uccide. E certamente quando si dice: Non desiderare, non si dice qualcosa di figurato
da non prendere letteralmente, ma è un precetto apertissimo e salutarissimo; se lo
si adempie, non si avrà più nessun peccato. Ecco perché l’Apostolo ha scelto il
comandamento: Non desiderare, a principio generale in cui abbraccia tutto, come se
fosse la voce della legge che tiene lontani da ogni peccato, e di fatto nessun peccato
si commette se non per concupiscenza: perciò è buona e lodevole la legge che
comanda così. Ma quando non aiuta lo Spirito, suscitando al posto della
concupiscenza cattiva la concupiscenza buona, ossia riversando nei nostri cuori la
carità, allora quella legge, per quanto buona, con la sua proibizione accresce il
desiderio del male” (Lo Spirito e la lettera 4, 6).
Con il dono dello Spirito sovrabbonda la grazia: “Là dove ha abbondato il peccato, ha
sovrabbondato la grazia, perché come il peccato aveva regnato con la morte, così regni anche
la grazia con la giustizia per la vita eterna per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore” (Rm
5, 20-21).
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3. Per la conversione è fondamentale la potenza della Parola: ‘Tolle lege’,
‘Prendi e leggi’.
Benedetto XVI ha parlato di tre tappe nella conversione di S. Agostino (Pavia,
Omelia della S. Messa agli Orti Borromaici, 22 aprile 2007) : la prima nel giardino di
Milano, la tappa della fede e del battesimo; la seconda a Ippona durante la crisi
che lo aveva spinto alla rinuncia; e la terza, sempre a Ippona nella sua vecchiaia,
quando finalmente intuisce in che cosa consiste la perfeziona cristiana, nella
misericordia. In tutte queste tappe è determinante la Parola, la manifestazione
della decisione e della volontà di Dio.
A Milano (386-387) – “Io mi gettai disteso, non so come, sotto una pianta di fico e
diedi libero corso alle lacrime. Dilagarono i fiumi dei miei occhi, sacrificio
gradevole per te, e ti parlai a lungo, se non i questi termini, in questo senso: <E tu,
Signore, fino a quando? Fino a quando, Signore, sarai irritato fino alla fine? Dimentica le
nostre passate iniquità> (Sal 6, 4; 78, 5, 8). Sentendomene ancora trattenuto,
lanciavo grida disperate: <Per quanto tempo, per quanto tempo il ‘domani e
domani’? Perché non subito, perché non in quest’ora la fine della mia vergogna?>
Così parlavo e piangevo nell’amarezza sconfinata del mio cuore affranto. A un
tratto dalla casa vicina mi giunge una voce, come di fanciullo o fanciulla, non so,
che diceva cantando e ripetendo più volte: <Prendi e leggi, prendi e leggi>. Mutai
d’aspetto all’istante e cominciai a riflettere con la massima cura se fosse una
cantilena usata in qualche gioco di ragazzi, ma non ricordavo affatto di averla udita
da nessuna parte. Arginata la piena delle lacrime, mi alzai. L’unica interpretazione
possibile era per me che si trattasse di un comando divino ad aprire il libro e a
leggere il primo verso che vi avrei trovato. Avevo sentito dire di Antonio che
ricevette un monito dal Vangelo, sopraggiungendo per caso mentre si leggeva: Va,
vendi tutte le cose che hai, dàlle ai poveri e avrai un tesoro nei cieli, e vieni,
seguimi (Mt 19, 21). Egli lo interpretò come un oracolo indirizzato a se stesso e
immediatamente si rivolse a te. Così tornai concitato al luogo dove stava seduto
Alipio e dove avevo lasciato il libro dell’Apostolo all’atto di alzarmi. Lo afferrai, lo
aprii e lessi tacito il primo versetto su cui mi caddero gli occhi. Diceva: Non nelle
crapule e nell’ebbrezze, non negli amplessi e nelle impudicizie, non nelle contese e nelle
invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non assecondate la carne nelle sue
concupiscenze (Rm 13, 13 s.). Non volli leggere oltre, né mi occorreva. Appena
terminata infatti la lettura di questa frase, una luce, quasi, di certezza penetrò nel
mio cuore e tutte le tenebre del dubbio si dissiparono” (Conf VIII, 12, 29).
A Ippona (410) – “Atterrito dai miei peccati e dalla mole della mia miseria, avevo
ventilato in cuor mio e meditato una fuga nella solitudine. Tu me lo impedisti,
TdS 2015/203 13
confortandomi con queste parole: <Cristo morì per tutti affinché i viventi non vivano
più per se stessi, ma per Chi morì per loro> (2 Cor 5, 15).
Ecco, Signore, lancio in te la mia pena, per vivere; comprenderò le meraviglie della
tua legge (Sal 118, 18). Tu sai la mia inesperienza e la mia infermità: ammaestrami
e guariscimi. Il tuo Unigenito, in cui sono ascosi tutti i tesori della sapienza e della
scienza, mi riscattò col suo sangue. Gli orgogliosi non mi calunnino, se penso al
mio riscatto, lo mangio, lo bevo e lo distribuisco; se, povero, desidero saziarmi di
lui insieme a quanti se ne nutrono e si saziano. Loderanno il Signore coloro che lo
cercano”. (Conf X, 43, 70).
Il vescovo Agostino non rinuncia al suo compito, continua a servire il suo popolo
tra le mille difficoltà e si converte ad un progetto eucaristico che realizza il sogno di
Cristo: una messa che diventa una vera moltiplicazione; una messa che non finisce
con la celebrazione, ma continua con una vera moltiplicazione.
Ancora a Ippona (425-430) – “Ho compreso che uno solo è veramente perfetto e
che le parole del Discorso della montagna sono totalmente realizzate in uno solo:
in Gesù Cristo stesso. Tutta la chiesa invece – tutti noi, inclusi gli Apostoli –
dobbiamo pregare ogni giorno: rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai
nostri debitori” (cfr Retrattazioni I, 19, 1-3).
Agostino aveva appreso – prosegue Papa Benedetto – un ultimo grado di umiltà.
Non soltanto l’umiltà di inserire il suo grande pensiero nella fede umile della
Chiesa, non solo l’umiltà di tradurre le sue grandi conoscenze nella semplicità
dell’annuncio, ma anche l’umiltà di riconoscere che a lui stesso e all’intera Chiesa
peregrinante era ed è continuamente necessaria la bontà misericordiosa di un Dio
che perdona ogni giorno, e noi ci rendiamo simili a Cristo, l’unico Perfetto, nella
misura più grande possibile, quando diventiamo come Lui persone di
misericordia.
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P. Pietro Schiavone, S.J.
Le principali ‘intuizioni’
della Spiritualità
ignaziana
Premetto che quanto dirò è anche in vista degli Week end dello Spirito. A suo tempo, darò indicazioni, che ritengo valide per questo tipo di esperienze. Faccio, inoltre, presente che inserirò anche parte di quanto, per mancanza di tempo, non ho potuto esporre durante il Convegno e che, talvolta, porrò in corsivo le espressioni che aiutano a cogliere le linee portanti del discorso. Introduzione
Spiritualità ignaziana, di cui nel titolo, richiama, ovviamente, Ignazio di Loyola e il
suo capolavoro: gli Ejercicios espirituales. “Un libretto di poca apparenza che - come
ha autorevolmente annotato H. Böehmer (+1927)1, professore all'Università di
Bonn - nonostante la sua piccola mole, appartiene ai libri che hanno segnato il
destino dell’umanità; stampato innumerevoli volte e commentato più di
quattrocento, libro fondamentale del gesuitismo, prodotto dalla lunga evoluzione
interiore del suo autore”.
Parlare, perciò, di spiritualità ignaziana significa attingere soprattutto a
questo volumetto. Gli Esercizi spirituali (EE), infatti, stanno alle origini sia della
spiritualità del Santo di Loyola che della Compagnia di Gesù, l’Ordine religioso da
lui fondato.
Per quale scopo lo Spirito ha dato a Ignazio di generare queste due creature?
Ce lo indica P. Girolamo Nadal2, uno dei suoi primi dieci compagni: il fine della
Compagnia (e, quindi, della spiritualità ignaziana) “è il medesimo di Cristo; è il fine
più perfetto possibile, cioè lo stesso che il Padre celeste assegnò al suo Figlio
unigenito nella sua incarnazione, nella sua vita, morte e risurrezione... la salvezza e la
perfezione delle anime ottenuta con una carità piena e perfetta”. E, per essere più
preciso, ha aggiunto: “Il nostro fine non è la povertà, la castità o l'obbedienza, ma
1
BÖEHMER, Heinrich, Die Jesuiten. Einehistorische Skizze, Leipzig 1907, 18 (in
GARCÍA-VILLOSLADA, Ricardo, Sant’Ignazio di Loyola, ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1990, p
625, nota 25).
2
Commentarii de Instituto, p. 139,14. Vedi Esercizi spirituali. Ricerca sulle fonti con testo
originale a fronte, ed. San Paolo, nota 1 a [164].
TdS 2015/203 15
[...] la maggior gloria di Dio e l'amore del prossimo. La povertà, eccetera, non sono
che mezzi”.
La maggiore gloria di Dio: “È come una fiamma!”.
Questo spiega perché – siamo a un’intuizione! - tutto, nella spiritualità
ignaziana, dev’essere e deve restare centrato su Cristo Signore.
Virtù teologali e cardinali, doni e frutti dello Spirito, sacramenti e voti,
comandamenti e precetti... fanno parte degli Esercizi nell’identica misura in cui
fanno parte del patrimonio della Chiesa. Tutto, però, in essi e conseguente
spiritualità, deve gravitare su Gesù- povero, casto, obbediente, accogliente e
disponibile, “maestro e modello divino di ogni perfezione” (LG 40) e di ogni virtù,
a qualunque stato di vita si appartenga, a qualunque spiritualità ci si ispiri.
Per il semplice fatto che, come ha evidenziato la LG 46/411, ogni
spiritualità coltiva un aspetto particolare della sua vita: “I religiosi pongano ogni
cura, affinché per loro mezzo la Chiesa abbia ogni giorno meglio da presentare
Cristo ai fedeli e agli infedeli: sia nella sua contemplazione sul monte, sia nel suo
annuncio del regno di Dio alle turbe, sia quando risana i malati e gli infermi e
converte a miglior vita i peccatori, sia quando benedice i fanciulli e fa del bene a
tutti, sempre obbediente alla volontà del Padre che lo ha mandato”.
Patrono celeste di tutti gli Esercizi
Prima di procedere, ritengo doveroso ricordare, in questa sede, che Pio XI,
nel 19223, ha dichiarato, costituito e proclamato “sant’Ignazio di Loyola Patrono celeste
di tutti gli Esercizi spirituali, e perciò degli istituti, sodalizi, gruppi di qualsiasi genere,
in cui si fanno gli Esercizi spirituali e di coloro che vi danno l’opera e lo studio”, e,
nel 1929, nella Mens Nostra4, un’Enciclica “sull'importanza degli Esercizi Spirituali”,
ha messo a fuoco che la “sodezza della dottrina spirituale”, “l’ammirabile
adattamento”, “l’unità organica delle sue parti [...] rendono il metodo degli Esercizi
di S. Ignazio il più raccomandabile e il più fruttuoso”.
Giudizi del genere hanno formulato moltissimi altri Pontefici. Accenno solo
agli ultimi quattro: Paolo VI5 ha parlato di “paradigma meraviglioso e magistrale”,
san Giovanni Paolo II6 di “sempre valida proposta di s. Ignazio di Loyola”7,
3
Costituzione Apostolica Summorum pontificum (25 luglio 1922).
20 dicembre 1929.
5
Ai Convegnisti della Prima Assemblea Generale della FIES (29 dicembre 1965).
6
All’Angelus della Domenica 16 dicembre 1979, in occasione del cinquantesimo
anniversario della pubblicazione dell’Enciclica Mens Nostra.
7
6 agosto 1989, in occasione del XXV della FIES.
4
TdS 2015/203 16
Benedetto XVI8e Papa Francesco9, hanno adottato e rilanciato la definizione della
FIES10e li hanno caldamente raccomandati.
A che cosa sono dovuti simili apprezzamenti?
Al fatto che gli EE sono un dono dello Spirito alla Chiesa, un carisma, come
appare da un’illuminazione avuta dal Nostro fin dai tempi di Manresa11. Seduto
sulla riva del torrente Cardoner, con “gli occhi della mente [...] conobbe molte
cose”, tanto che “tutte le cose gli apparivano come nuove”12; ricevette il dono di un
“grande discernimento”13; si dedicò “totalmente” al servizio di Dio e “alla salvezza
delle anime”, come “gli fu mostrato specialmente negli esercizi del Re e dei Vessilli”14,
due meditazioni cardine degli EE, basate sulla persona e sull’insegnamento del
Verbo incarnato.
Sono un dono dello Spirito. Ai tempi di Manresa, la cultura di Ignazio in
materia soprattutto religiosa, era semplicemente elementare.
Bisogna, comunque, tenere presente che in lui non ci sono intuizioni
completamente originali. Le sue sono tutte proposte radicate nella Bibbia, nella
Liturgia, nel Magistero e nella Tradizione.
Ha, però, avuto il dono di esplicitarle e organicamente esporle, con lo scopo –
è un’altra importante intuizione – di aiutare a esperimentare l’azione dello Spirito.
Ecco perché – siamo alle primissime pagine del volumetto [6] - “chi dà gli
esercizi, quando sente che chi si esercita non prova nell'anima mozione spirituale
alcuna, come consolazioni o desolazioni, né è agitato da diversi spiriti, deve
interrogarlo molto circa gli esercizi: se li fa nei tempi stabiliti e come [...],
chiedendo conto dettagliato di ciascuna di queste cose”.
Lo Spirito, vero protagonista
e perno intorno a cui tutto deve girare.
8
Discorso all’Assemblea Generale della FIES del 09 02 2008.
Discorso all’Assemblea Generale della FIES del 03 03 2014.
10
“Forte esperienza di Dio, suscitata dall'ascolto della sua Parola, compresa e accolta nel
proprio vissuto personale, sotto l'azione dello Spirito Santo, che, in un clima di silenzio, di
preghiera e con la mediazione di una guida spirituale, dona la capacità di discernere in ordine alla
purificazione del cuore, alla conversione della vita e alla sequela di Cristo, per il compimento della
propria missione nella Chiesa e nel mondo” (Statuto della Federazione, Preambolo.
11
Fontes narrativi de S. Ignatio de Loyola et de Societatis Jesuinitiis (FN ) I, 160, 18.
12
Autobiografia (A), 20.
13
FN I 160, 18. La luce allora ricevuta“si estendeva anche al discernimento degli spiriti buoni
dai cattivi” (FN II, 526; cf I,80).
14
FN,I,307; cf MHSI, Nadal IV, 649; V,5.
9
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Lo ha affermato Papa Francesco, nel discorso alla FIES (3 marzo 2014):
“Non dimentichiamo mai che il protagonista della vita spirituale è lo Spirito
Santo. Egli sostiene ogni nostra iniziativa di bene e di preghiera”.
È irrinunziabile, fondante principio, è,
anzi, il presupposto di tutti gli EE. E della
spiritualità ignaziana.
Presupposto: “Ciò che è fondamento e
condizione di cose successive”15. “Presuppongo –
leggiamo nelle prime righe della prima delle
quattro tappe – che in me esistono tre pensieri
[…] uno mio proprio […], uno che viene dallo
spirito buono, e l’altro dal cattivo” [32,2-3].
Dallo Spirito buono per eccellenza: lo
Spirito Santo, il Paraclito-Consolatore e, perciò,
l’autore delle consolazioni, “come sono la pace
interiore, gaudio spirituale, speranza, fede, amore, lacrime ed elevazione della
mente, che sono tutti doni dello Spirito Santo”16.
Lungo l’itinerario si deve, inoltre, notare e fare pausa “sui punti in cui ho
sentito maggiore consolazione o desolazione o maggior sentimento spirituale”
[62,2], “… notando sempre alcune parti più importanti, dove la persona abbia
sentito qualche conoscenza, consolazione o desolazione” [118,3]17.
Di tutti questi preziosi tocchi, anzi, bisogna fare tesoro perché sono mezzi di
cui servirsi per cercare e individuare la divina volontà18.
Chi, poi, dà gli EE - in Ignazio non ricorre mai il termine direttore o il verbo
dirigere, men che meno predicatore – o si ispira alla sua spiritualità deve avere
chiara coscienza di essere, lui per primo, a servizio dello Spirito, un suo diacono e
con un preciso compito: aiutare a stabilire i contatti con Lui: “È proprio di chi dà gli
EE aiutare a discernere gli effetti del buono e del cattivo spirito”19, e - siamo a un
altro discriminante principio - “non deve spingere chi li riceve a povertà né a
promessa più che ai loro contrari, né a uno stato o modo di vivere piuttosto che a
un altro” [15].
15
Dizionario della lingua italiana di Sabatini Coletti.
Direttorio autografo, 72,11, in Sant’Ignazio di Loyola, Gli scritti, AdP, Roma 2007,
16
p.340.
17
Cfr. [6,1. 63. 65,4. 89,5. 109. 118,3. 179,3. 184. 227,3. 254. 313. 345].
Cfr. Il discernimento. Teoria e prassi, ed. Paoline, 2a, Milano 2011, pp. 516-539.
19
Direttorio autografo, 76, 19, in Gli scritti, p. 342.
18
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Deve, anzi, fare di tutto perché lo stesso Spirito Creatore “si comunichi alla sua
anima devota abbracciandola (o infiammandola?20) nel suo amore e lode e
disponendola per la via nella quale potrà meglio servirlo in futuro”, perché operi
“immediatamente con la creatura e la creatura con il suo Creatore e Signore” [15].
Importante ricordare con P. Nadal che i discepoli di Ignazio sono o devono
diventare “Theodidáctoi: scolari di Dio”21.
Torna a proposito il brano della lettera di Paolo VI al Card. Cushing22.
Dopo avere affermato che “fra i parecchi metodi lodevoli per dare Esercizi ai laici,
quello basato sugli Esercizi spirituali di S. Ignazio di Loyola, fin dall’approvazione
data da Paolo III nel 1548, è il più largamente usato”, Papa Montini invita a fare
attenzione perché non si cada nell’errore di “diluire il ritiro degli Esercizi con
innovazioni che, per quanto buone in se stesse, riducessero l'efficacia del ritiro
chiuso. Queste iniziative - come: attività di gruppo, discussioni religiose e ricerche di
sociologia religiosa - hanno il loro posto nella Chiesa, ma il loro posto non è il ritiro
chiuso, nel quale l'anima, sola con Dio, riceve generosamente l'incontro con lui, ed è da lui
meravigliosamente illuminata e fortificata...”.
È, oltre tutto, elementare principio di psico-pedagogia religiosa: “Il primo
atto di sapienza del catechista [...] è il riconoscimento dell’azione di Dio”23. Di più:
“Fare posto a Dio, a Cristo, alla Chiesa, significa anche sapersi ritirare al momento
opportuno, saper attendere, rispettare l'azione dello Spirito Santo”24.
Esame di coscienza
E qui è opportuno accennare a un’altra ignaziana intuizione: allo strumento
privilegiato, cui ricorrere, per porsi sotto la direzione dello Spirito del Padre e del
Figlio. Proprio all’inizio della prima tappa - ... un caso o un’impostazione che
indica una tra le finalità più importanti degli EE e conseguente spiritualità? – viene
presentato l’esame di coscienza generale.
20
Abrazar (abbracciare) oppure abrasar (infiammare)? Gli Exercitia Magistri
Ioannis traducono “Dei amore flagrans” (Directoria, p. 524).
21
Scholia, 31.
22
Lettera al Cardinale Richard Cushing in occasione della Conferenza sugli EE a
laici, tenuta Boston (Roma, 25 luglio 1966). In Notiziario degli Esercizi spirituali in Italia,
3 (1966) n. 4, p. 10.
23
CEI. Il Rinnovamento della Catechesi, n. 163.
24
Ivi, n 167. Interessante anche il seguito: “In molte occasioni il catechista deve essere più
abile a tacere che a parlare. Il metodo della catechesi non porta all'invadenza e alla presunzione. Ci
sono dei momenti, in cui il catechista avverte di aver detto abbastanza e di non potere insistere. Egli
deve piuttosto promuovere nei fedeli il silenzio interiore, l'attesa, addirittura la capacità di
soffrire[...]. Il percorso catechistico [...] è un'arte che nasce da profonda docilità a Dio e da grande
rispetto per la libertà personale dei fedeli”.
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Può essere di ordine sia ascetico: per la purificazione [31,1] e l’affinamento
nelle vie dello spirito [18,4-6], che sacramentale: “per meglio confessarsi” [32,1]; sia
– siamo al punto! - psicologico: per rendersi conto, o, come leggiamo nel titolo delle
Regole del discernimento, per “sentire e conoscere in qualche modo le varie mozioni
che si producono [o che si sono prodotte] nell’animo” [313,1], che spirituale: per
discriminare le mozioni degli spiriti.
Esame di coscienza [32]: della “coscienza”, che è luogo della presenza e,
appunto, delle comunicazioni di Dio: “La coscienza è il nucleo più segreto e il
sacrario dell'uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità
propria” (GS 16/1369).
Si consideri pure che “ogni modo di esaminare la coscienza” occupa il
primo posto tra gli esercizi elencati nelle primissime righe degli EE per “dare una
qualche idea” del metodo [1,1].
Quanto al “modo di fare l’esame generale”: dopo avere fatto memoria dei doni
di Dio [43,1], dopo avere invocato la discesa dello Spirito - perché eserciti le sue
specifiche funzioni e illumini, ricordi, guidi - si deve chiedere “conto all’anima […]
e prima dei pensieri” [43,5].
E prima dei pensieri: di quei pensieri di cui all’inizio, al [32], e di cui autore
sono i tre spiriti.
E anche dei desideri, dei propositi e degli eventuali consensi o rifiuti, come
si ha sotto il capitolo “Del pensiero” [33-37].
L’esame di coscienza, dunque, dev’essere condotto anche e soprattutto sul
rapporto avuto con gli spiriti: per precisare se e quale tipo di mozioni si sono
avute, discernere e vedere se si è stati docili a quelle dello spirito buono e se si
sono eliminate quelle dello spirito cattivo, stabilire se ci si è effettivamente messi
sotto la direzione dello Spirito Santo25.
Si tenga pure presente che Ignazio prevede altri momenti per rendersi conto
delle mozioni avute e procedere al necessario discernimento: “Finito l’esercizio […]
esaminerò per lo spazio di un quarto d’ora, come mi è andata la contemplazione o
la meditazione” [77,1].
Si ricordi, anzi, che, durante il Mese, gli esercizi sono generalmente cinque,
in ogni caso, mai meno di quattro. Nel “come mi è andata” si legga un
approfondito esame su quanto si è verificato durante la preghiera, con ovvio
riferimento alle mozioni dello Spirito. Lo deduciamo anche dal fatto che – come
sopra accennato - nelle ripetizioni il Santo vuole che si notino e si faccia “pausa sui
25
Cfr. il nostro La SS. Trinità negli Esercizi Spirituali, ed. ADP, Roma 2000, pp. 163-
167.
TdS 2015/203 20
punti in cui ho sentito maggiore consolazione o maggiore sentimento spirituale”
[62,2].
L’Esame di coscienza è, insomma, il tempo e l’esercizio, appositamente creato
da Ignazio, per esaminare le mozioni dei vari spiriti, individuarne l’autore,
precisare i contenuti dei messaggi che contengono.
Pregiudizi da scardinare
Prima di passare ad altro è opportuno sgombrare il campo da qualche
pregiudizio, a partire da quelli che hanno fatto... arrabbiare Papa Francesco: “Mi
arrabbio molto quando sento dire che gli Esercizi spirituali sono ignaziani
solamente perché sono fatti in silenzio” e danno spazio alla penitenza26. E poi “gli
Esercizi possono essere perfettamente ignaziani anche nella vita corrente (E.V.O.) e
senza il silenzio”, ha precisato il Papa.
Si tenga ancora presente che, nel dire della necessità dell’adattamento alle
capacità delle persone che li vogliono fare, P. Paolo Hoffeo, in uno dei Directoria
antiqua27, oltre a proporre come materia degli EE leggeri (cfr. [18]) la spiegazione dei
misteri della Messa con le cerimonie, dei misteri del Rosario, del catechismo
(catechistica documenta), contempla la possibilità della ricreazione sia dopo pranzo
sia dopo cena28.
Non possono, comunque, non esserci (anche negli Week end dello Spirito)
tempi di ascolto e di preghiera personale per sentire e gustare internamente le verità,
meglio, la Verità. Salvo restando che, per chi ne ha la possibilità e le disposizioni, gli
EE. contemplano silenzio e raccoglimento: “Ordinariamente, tanto maggiore
frutto trarrà quanto più si separerà da tutti gli amici e i conoscenti e da ogni
preoccupazione terrena” [20,2].
La penitenza
Quanto alla penitenza è bene ricordare che Ignazio non ne nega il valore e
l’importanza29. Solo che… dà la precedenza a quella interna: “Consiste nel dolersi
dei propri peccati, con fermo proposito di non commettere né quelli né altri”
[82,2] e insegna che quella esterna dev’essere vista come “frutto della prima” [82,3].
Annota, poi, che questa può riguardare sia il mangiare [83,1], “purché la
persona non si indebolisca e non ne segua notevole infermità[83,2], sia il
26
Ma “Ignazio è un mistico, non un asceta” e “quella che sottolinea l’ascetismo, il silenzio
e la penitenza è una corrente deformata che si è pure diffusa nella Compagnia, specialmente in
ambito spagnolo” (SPADARO, Antonio, Intervista a Papa Francesco, Civiltà Cattolica 164 (2013)
449-477).
27
Directoria, pp. 230 – 232. Direttorio del p. Paolo Hoffeo, a proposito degli EE leggeri, di
cui lo stesso Ignazio nelle note introduttive.
28
“Finito prandio, recreationi, ad minimum per horae spatium, vacare licet [...], A caena
vacabunt recreationi usque ad horam octavam” (ivi).
29
In sintonia con la SC 110/197, che parla di penitenza non “soltanto interna e individuale,
ma anche esterna e sociale”, che, anzi, vuole “sia incoraggiata e [...] raccomandata”.
TdS 2015/203 21
“dormire” [84,1], ma, anche qui, “purché la persona non si indebolisca e non ne
segua notevole infermità” [84,2], “tanto meno ci si privi del sonno conveniente”
[84,3].
Contempla pure la possibilità di “castigare la carne” [85], ma elenca le
importanti finalità che giustificano queste penitenze, come la “riparazione dei
peccati passati” [87,1], il dominio della ragione sulla sensualità [87,2]e l’intenzione di
“cercare e trovare qualche grazia o dono che si vuole e si desidera, come l’“interna
contrizione dei propri peccati” [87,3], “o piangere molto su di essi o sulle pene e dolori
che Cristo nostro Signore soffriva nella sua passione, o per la soluzione di qualche
dubbio in cui ci si trova” [87,4]30.
E poi, per avere tutto il pensiero dell’autore degli EE su questa delicata
materia, non possiamo non attingere agli altri suoi scritti.
Essere e mantenersi in forma
Qui mi rifaccio a quattro sue lettere: una a una Signora, due a un Santo e
una a una Suora31
La prima, del 6 dicembre 1524, è
indirizzata alla benefattrice Inés (Agnese)
Pasqual: “Il Signore poi non esige da lei che
faccia cose faticose e nocive alla sua persona,
anzi vuole che viva gioiosa in lui, dando il
necessario al corpo…”32.
La seconda, del 20 settembre 154833, è
indirizzata a san Francesco Borgia: “Accrescete
le vostre forze e non le diminuite”. Anche
perché, “quando l'anima è ben decisa a non
far nulla contro Dio e le tentazioni sono
30
Finalità simili – notiamolo bene – riscontriamo anche nei documenti conciliari, come,
oltre alla già citata SC 110/197, nei decreti AG 36/1213, PO 6/1262 e CD 33/665-666. Ritengo,
anzi, opportuno riportare un insegnamento della Costituzione apostolica di Paolo VI Paenitemini,
II:“Nel Nuovo Testamento e nella storia della Chiesa - nonostante il dovere di fare penitenza sia
motivato soprattutto dalla partecipazione alle sofferenze di Cristo - tuttavia la necessità dell'ascesi,
che castiga il corpoe lo riduce in schiavitù, è affermata con particolare insistenza dall'esempio di
Cristo medesimo”.
31
Cfr., per altre indicazioni, Esercizi Spirituali. Ricerca sulle fonti, note ai nn. [82-89].
32
Monumenta Ignatiana, Momunemta Historica SocietatisIesu, S. Ignatii de Loyola,
Societatis Iesufundatoris Epistolae et Instructiones,voll. 12, Matriti 1903-1911. Citerò Epp. Qui
Epp I, 73
33
Epp II, 235s.
TdS 2015/203 22
moderate, bisogna essere moderati anche nelle penitenze”. Senza dire che “i1
corpo troppo indebolito indebolisce l'anima”. Di più: “Bisogna voler bene al corpo
quando ubbidisce all'anima e l'aiuta”.
Un’ultima appropriata direttiva: “Alle penitenze che fanno sgorgare il
sangue preferite quelle cose che fanno sgorgare la devozione e vi uniscono a Dio”.
In maniera più chiara e, direi, pacificante, ancora al santo Duca di Gandìa34,
che gli aveva domandato consigli in materia di digiuni e di astinenze, dopo avere
detto della necessità di “rinforzare lo stomaco e le altre forze e non debilitarle”,
Ignazio gli chiede di imprimere bene “nella sua anima che, appartenendo essa
insieme con il corpo al suo Creatore e Signore, gliene deve rendere conto e perciò
non deve lasciare indebolire il fisico, la cui debolezza non permetterebbe più allo
spirito di esercitare le sue attività”.
La quarta, dell’11 settembre 153635, è diretta a Sr. Teresa Rejadell del
monastero di Santa Chiara di Barcellona. Avviandosi alla conclusione della lunga
lettera, raccomanda: “Non si deve trascurare il naturale nutrimento”, come
potrebbe capitare “quando, per occuparsi a meditare, si dimentica di dare ristoro
al corpo, superando il tempo previsto per la meditazione”.
Bisogna, inoltre, badare alla “distensione: deve essere piuttosto pia, e
consiste nel lasciar vagare l'intelletto come voglia su temi buoni o indifferenti,
escludendo i cattivi”, e guardarsi dall'esercitare l'intelletto prima di andare a dormire, perché “il nemico allora cerca di protrarre i buoni pensieri in modo che,
tolto il sonno il corpo ne soffra, cosa da evitare assolutamente. Col corpo sano, lei
può fare molto; se è malato, non so cosa potrà fare. Il corpo in buono stato aiuta
notevolmente a fare molto male o molto bene”, secondo che si abbia cattiva
volontà oppure “volontà ancorata in Dio ed esercitata nelle buone abitudini”.
Nella spiritualità ignaziana deve, comunque, restare assodato che è
necessario porre “tutt’il fundamento nella mortificazione et abnegazione della
volontà”36.
Da cui la nota massima: “Più mortificazione dell'onore che della carne, e più
mortificazione degli affetti che non orazione”37.
Altrettanto condivisibile l’affermazione: “L'uomo mortificato che ha domato le
sue passioni, trova più facilmente nella preghiera quello che cerca, che non l'uomo
immortificato e imperfetto”38.
34
Lettera del 20 settembre 1548, Epp II 233-237.
Epp I, 99-107.
36
FN III, 677. Un’idea – è bene chiarirlo – radicata nel loghion di Gesù: “Se qualcuno
vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24).
37
FN II, 419, 24; cfr. FN I, 644.
38
FN III, 636.
35
TdS 2015/203 23
Fu il motivo che portò il Santo a non acconsentire di prolungare il tempo
della preghiera. A P. Nadal, che gli aveva chiesto di fare un’eccezione per i giovani
gesuiti di Spagna, “rispose che mai gli si farebbe cambiare parere: che un'ora bastava
per gli studenti, supposte da parte loro anzitutto la mortificazione e l'abnegazione,
grazie a cui in un quarto d'ora qualcuno fa più facilmente orazione di un altro non
mortificato in due ore”. Anche se “vedendo qualcuno in grande tribolazione e in
grandi necessità, gli si poteva accordare più orazione”39.
Mancanza di libertà?
È un altro ricorrente pregiudizio. Chi pensasse che, nel metodo e nella
spiritualità ignaziana, è tutto preordinato e... telecomandato, rifletta su queste due
indicazioni:
Chi dà gli EE può, secondo le necessità, allungare e anche accorciare i tempi
delle tappe, aggiungendo o togliendo qualche mistero. “Con ciò infatti si vuol dare
un'introduzione e un metodo per poi meglio e più compiutamente contemplare”
[162,3].
Il numero dei punti, su cui portare l’attenzione nella preghiera, può variare
e “la persona che contempla può stabilire più o meno punti come meglio si troverà”
[228,1-2].
Il rispetto della libertà dei singoli e, in particolare, dello Spirito di Dio, che
tutto regge e vivifica, è tra gli indiscutibili principi autenticatori degli EE ignaziani.
Chi - sostituendosi, in pratica, al Paraclito - pretendesse di tutto prevedere e di
tutto pedissequamente proporre, di esigere dettagliati resoconti, magari con modi
fiscali, non avrebbe le necessarie disposizioni per farli. Tanto meno per darli.
C’è di più.
Il principio dell’adattamento. La cura personalis
Siamo dinanzi a... un altro presupposto. Lo
deduciamo, innanzi tutto, da una testimonianza
sul modo di agire di sant’Ignazio: “Nelle cose
spirituali, soleva dire il nostro Santo, non può
esserci errore peggiore di questo: voler governare gli altri rifacendosi alle proprie personali
esperienze”40. Lo ritroviamo, poi, e chiaramente
impostato ai nn. [17] e [18] del libretto.
Il primo dei due paragrafi citati tratta
della cura personalis, altro non meno
caratterizzante elemento della spiritualità e della
pedagogia ignaziana: “Giova molto che chi dà
39
FNI, 676, 5; cfr. III, 614, 5.
FNI, 677, 256.
40
TdS 2015/203 24
gli esercizi [...] sia puntualmente informato delle varie agitazioni e pensieri che i
diversi spiriti suscitano in lui; affinché, secondo il maggiore o minore profitto,
possa dargli alcuni esercizi spirituali convenienti e conformi alle necessità dell'anima così
agitata”.
Grazie a questa informazione, potrà, secondo i casi, incoraggiare [7],
impartire appropriate lezioni [8] e spiegare le regole della prima o della seconda
settimana, secondo che le tentazioni saranno grossolane e palesi [9], o sotto specie
di bene [10], ammonire di non fare promesse avventate [14]...
L'esito degli EE e dell’accompagnamento spirituale dipende in gran parte
dalle relazioni che si instaurano tra chi li dà e chi li riceve. La manifestazione dei
pensieri, infatti, ha rapporto con il loro fine e, quindi, con la ricerca della divina
volontà, per il semplice, ma dirimente fatto che “i pensieri che sorgono dalla
consolazione sono contrari ai pensieri che sorgono dalla desolazione” [317,4] e che
“come nella consolazione ci guida e consiglia di più il buono spirito, così nella
desolazione il cattivo” [318,2].
Si ha qui un’intuizione-chiave per la comprensione del metodo e della
spiritualità ignaziana: manifestare i “pensieri che i diversi spiriti suscitano” significa
chiedere di essere aiutati a discernere se si è sotto l’azione dell’uno o dell’altro
spirito e, visto che l’uno e l’altro non solo suscitano contrastanti pensieri, ma
guidano anche e consigliano, vedere verso quali mete spingono. Si arriverà così a
“discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rm 12,2)41.
L’Annotazione [18] imposta in maniera più netta la necessità di adattarsi “alle
disposizioni delle persone che vogliono fare gli esercizi spirituali” o che vogliono
aprirsi alla spiritualità ignaziana. È imprescindibile “tenere conto”, non solo
dell’età, ma anche dell’istruzione già acquisita e delle capacità intellettive. Senza
dimenticare il “cuore delle persone”42 e “considerare anzitutto il loro temperamento
naturale per adattarvici"43.
Il motivo? “Affinché a chi è poco colto o debole di fisico non si diano cose
che non possa portare agevolmente e dalle quali non possa trarre profitto” [18,2].
Si devono, inoltre, valutare le concrete capacità volitive delle persone, in
modo da “dare a ciascuno secondo la misura in cui vorrà rendersi disponibile, perché
possa trarne più aiuto e vantaggio” [18,3]. E tenere anche conto dei talenti e delle
concrete possibilità naturali, per cui, “se chi dà gli esercizi vedesse che chi li riceve
è di debole costituzione o di poca capacità naturale, per cui non ci si può attendere
41
Mi si consenta una... estemporanea provocazione: chi fosse tentato di... “lasciare” non
dovrebbe, innanzi tutto, chiedere di essere aiutato per cercare di precisare da quale spirito è mosso?
42
Epp XII, 244.
43
Epp I, 179.
TdS 2015/203 25
molto frutto, è più conveniente dargli alcuni di questi esercizi meno impegnativi”
[18,8-9].
Si noti che l’originale spagnolo ha ejerciciosleves (leggeri) e che, nelle
Costituzioni della Compagnia di Gesù, n. 41, il nostro Autore contempla la possibilità
di adattare anche la materia: chi chiede di essere ammesso nell’Ordine, oltre a “esaminare attentamente le Bolle e le Costituzioni”, deve anche “fare la confessione
generale”. Per questo, anzi, “per farla meglio e per rafforzarsi nella sua prima
decisione, si raccoglierà per lo spazio di una settimana, ripetendo parte degli
esercizi fatti precedentemente o facendone altri nuovi”.
Faccio, infine, presente che Ramiro Berzal44 distingue tra esercizi para ignaziani: quando a farli sono molti e non è possibile un personale, frequente
contatto con chi li dà; pre- esercizi: le convivenze per un'iniziazione alla preghiera o
alla cristologia o alla pedagogia ignaziana; post - esercizi: quelli di una settimana
circa, supposto il mese.
In estrema sintesi
È opportuno, prima di procedere, ricordare che scopo sia degli EE che della
spiritualità ignaziana, è “preparare e disporre l’anima a liberarsi da tutti gli affetti
disordinati e, una volta che se ne è liberata, a cercare e trovare la volontà divina
nell’organizzazione della propria vita, per la salvezza dell’anima” [1,3-4].
Per questo, dopo un’essenziale presentazione del progetto trinitario sulla
persona umana (Principio e fondamento), Ignazio, sviluppa le sue intuizioni lungo
quattro tappe, chiamate settimane: la prima (ben descritta dall’espressione deformata
reformare) sfocia nella rinnovazione della biblica Alleanza con la celebrazione del
sacramento della riconciliazione; la seconda (reformata conformare) è per portare a
conformarsi con la mentalità di Cristo Signore e precisare (o aggiornare) le clausole
di questa Alleanza; la terza (conformata confirmare) è centrata sul “Sangue della
nuova ed eterna alleanza” e la quarta (confirmata transformare) sul Risorto che dona
lo Spirito consolatore45.
Riscontro biblico, tra i più calzanti, di questa visione abbiamo nella calda
esortazione di Rm 12,1: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire
i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto
spirituale”.
Per prestarlo nel migliore dei modi dobbiamo, innanzi tutto, conoscere e
attenerci alla divina volontà sia in generale (Principio e fondamento), che
nell’organizzazione della propria vita per una piena, definitiva realizzazione [1,4].
44
Ejercicios Espirituales y Cursos de Oración, in Manresa, 56 [1984], pp. 45 – 58.
Citerò Is, IIs, IIIs, IVs.
45
TdS 2015/203 26
Una vita vissuta in filiale attenzione a tutta la paterna volontà non può non
essere gradita alla SS. Trinità. Anche ed esattamente perché - parola di Paolo! - “è
questo il vostro culto spirituale”.
Per cercarla, però e con speranza di riuscita, dobbiamo, innanzi tutto e
sempre con l’Apostolo (Rm 12,2), smantellare quanto non consente di collegarci
con il Signore: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo” (prima tappa) e
sintonizzarci con Lui, modello di filiale, amorosa ed esemplare attenzione alla
volontà del Padre: “Lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare...”
(seconda, terza e quarta tappa).
Poste queste condizioni saremo nelle
condizioni di discernere per individuare il
concreto progetto che il Padre ha su ciascuno
di noi e organizzarci in maniera da offrire
l’esistenza, ossia, secondo la dizione di Paolo,
“i vostri corpi, come sacrificio vivente, santo e
gradito a Dio”, prestare così, con e nella vita,
“culto spirituale” e anche, come traduce
Ignazio, “in tutto amare e servire sua divina
maestà” [233] (Contemplazione per giungere ad
amare).
Dato per scontato che su questo perno girano e gli Esercizi e la spiritualità
ignaziana, vediamo si scoprire altre intuizioni del Santo.
Mi soffermo su due classici temi del PeF: la gloria di Dio e la necessità di
coltivare la libertà.
Dirò, poi, dell’impianto eminentemente biblico della prima tappa e ritornerò
sull’intuizione fondante, direi, costitutiva di tutti gli EE.
Quanto alla seconda tappa, accennerò al
metodo di preghiera della contemplazione, alle
meditazioni strutturali e al caratterizzante
capitolo delle elezioni e del discernimento.
Presenterò, infine, qualche elemento
che identifica la terza e la quarta tappa.
Della Contemplazione per giungere ad
amare, l’esercizio vertice, punto, quindi, di
arrivo, ma anche di partenza per fare della vita
un effettivo culto spirituale, dirò soltanto
qualcosa e rimando, per il resto, ai contributi
che sto pubblicando su I tempi dello Spirito.
TdS 2015/203 27
P. Pietro Schiavone, S.J.
Le principali "intuizioni"
di S. Ignazio tradotte nei
WEEK-END dello Spirito
Alcuni aspetti dell’itinerario
Con luminosa chiarezza e stringente logica, nelle poche righe del Principio e
fondamento (PeF), Ignazio di Loyola propone le verità da cui tutto deriva (principio) e
su cui tutto poggia (fondamento), perché, con un ragionamento filato, filato,
ragionando e, soprattutto, pregando, ci si convinca che quello che più interessa nella
vita è conseguire il fine assegnatoci dall’eterno Amore: la definitiva, personale
realizzazione in e con Dio.
Tutto il resto dev’essere a questo subordinato. Segue la necessità di
conquistare e, sempre con il divino aiuto, conservare e vivere in quella libertà che
porta a fare gerarchia di valori.
“... è la prima tappa della storia della salvezza”
Questo primo esercizio [23] inizia riecheggiando il “Credo in Dio Padre
onnipotente, Creatore e Signore del cielo e della terra”.
La spiritualità ignaziana porta, dunque e innanzi tutto, l’attenzione sul
progetto del Padre creatore: “L’uomo è stato creato per lodare...” [23,1].
È anche l’inizio della Prece eucaristica IV: “Noi ti lodiamo, Padre santo, per la
tua grandezza: tu hai fatto ogni cosa con sapienza e amore. A tua immagine hai
formato l'uomo, alle sue mani operose hai affidato l'universo”.
È, infine, l’insegnamento de Il Rinnovamento della Catechesi della CEI1. Dopo
avere affermato che “la verità della creazione non va considerata semplicemente
come dottrina a sé stante, ma in funzione della salvezza soprannaturale operata da
Gesù Cristo”, continua così: “La creazione del mondo è la prima tappa della storia
della salvezza; e in particolare, la creazione dell’uomo costituisce il primo dono e il
primo invito a lui verso il supremo traguardo della glorificazione in Cristo”.
Intuizione... ignaziana, dunque, ma, anche e soprattutto, biblica, liturgica e
magisteriale convergenza, che non può non essere tenuta presente negli Week end.
Come, e non meno, le due puntualizzazioni che seguono.
1
Documento di base, 92.
TdS 2015/203 28
La gloria di Dio.
“L’uomo è creato per lodare, riverire [amare] e servire Dio...” [23,2].
Riverire, “hacer reverentia” ha l’originale spagnolo. Chiaro il riferimento a Rm 8,15:
“E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete
ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: ‘Abbà!
Padre!” e con quella carica di tenero, filiale affetto e amorosa, incondizionata
donazione che ha caratterizzato l’Unigenito in ogni momento della vita.
Per meglio inquadrare questa impostazione, ricordo che “in tutto amare e
servire” il Signore è anche punto di arrivo verso cui tutto, nella spiritualità ignaziana,
dev’essere ordinato. Riscontriamo, infatti, l’espressione proprio nell’ultimo
esercizio, nella “Contemplazione per giungere ad amare”.
Segue, nel PeF, l’insegnamento sul saggio uso delle creature, sulla necessità di
essere liberi (indifferenti), con la classica conclusione: “Solamente desiderando e
scegliendo quello che più ci conduce al fine per cui siamo creati”.
Fine che - sintetizzato da espressioni quali “maggior servizio e lode” [168,2]2,
“maggiore lode e gloria di Dio” [189,9]3, “maggior gloria di Dio nostro Signore e
maggiore perfezione della sua anima” [185,1. 339,2]4 - ritorna lungo tutto
l’itinerario ed è definitivamente spiegato nelle ultimissime righe: “Considerare
come tutti i beni e doni discendono dall'alto, per esempio la mia limitata potenza dalla
somma e infinita di lassù, e così la giustizia, bontà, pietà, misericordia, ecc.”
[237,1].
Quanto di giusto e di buono, di vero e di bello, di luminoso e di amabile…
si riscontra in sé e negli altri è, dunque, da Dio, discende dall’alto, “come dal sole
discendono i raggi, dalla fonte le acque”5, esemplifica ancora Ignazio (ivi).
Un’esemplificazione che consente di innestarci nel Catechismo della Chiesa
Cattolica, n. 319: “Dio ha creato il mondo per manifestare e per comunicare la sua
gloria. Che le sue creature abbiano parte alla sua verità, alla sua bontà, alla sua
bellezza: ecco la gloria per la quale Dio le ha create”6.
2
Cfr. [98,2. 183. 369,2].
Cfr. [180,1. 240,2].
4
Negli scritti di Ignazio, l’espressione “maggior gloria di Dio” ricorre a ogni piè sospinto.
5
“Ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall'alto e discende dal Padre della luce” (Gc
3
1,17).
6
“L'unica bontà di Dio è realmente diffusa in vari modi nelle creature”, leggiamo nella LG
62/437. È insegnamento che ritroviamo nella Prece eucaristica IV: “Tu solo sei buono e fonte della
vita, e hai dato origine all'universo per effondere il tuo amore su tutte le creature e allietarle con gli
splendori della tua luce”. Convincente anche l’affermazione di san Massimiliano M. Kolbe: “La gloria
di Dio risplende soprattutto nella salvezza delle anime che Cristo ha redento con il suo sangue” (in
Liturgia delle ore, 14 agosto).
TdS 2015/203 29
È il senso del motto che caratterizza la spiritualità ignaziana: AmDg7!
Si tenga, infine, presente che tutto questo è opera dello Spirito. Sempre
nella conclusione degli EE, si è, infatti, richiesti di invocarLo perché effonda il suo
amore e la sua grazia: “Infunde mihi tuum amorem et gratiam”, ha tradotto lo stesso
Ignazio8, memore di uno degli insegnamenti avuti a Manresa sul “modo con cui
Dio aveva creato il mondo. Gli pareva di vedere una cosa bianca dalla quale
uscivano raggi di luce, ed era Dio che irradiava luce da quella cosa”9.
Libertà evangelica
Altro classico argomento del PeF e della spiritualità ignaziana: “L'uomo
tanto deve usare di esse (creature), quanto lo aiutano per il suo fine, e tanto deve
liberarsene, quanto glielo impediscono. È perciò necessario renderci liberi rispetto a
tutte le cose create” [23,4-5].
Hacernos [23,5] o ser [157. 170] indiferentes non significa diventare apatici,
insensibili e disinteressati, ma sovranamente liberi, anzi, signori anche dei propri
pensieri e desideri, tendenze e inclinazioni, sentimenti e affetti.
È veramente libero di libertà evangelica (indifferente) chi vive nella prima
beatitudine (Mt 5,3: “Beati i poveri in spirito” (gli anawim10); chi, padrone di sé,
non si lascia dominare (aspetto negativo) da niente e da nessuno, ma tutto controlla
e coordina in funzione del fine (aspetto positivo); chi è distaccato da tutti e da tutto
perché a Dio appassionatamente attaccato. Non, quindi, attitudine negativa, ma
filiale attenzione e amorosa disponibilità al Signore.
Perciò, scriverà Ignazio nelle Costituzioni, è, anzitutto, necessario procurare di
“avere l’anima pura e l’intenzione retta” in ogni azione, “non cercando [...] se non
la gloria di Dio e il bene delle anime”11.
Sono insegnamenti che riscontriamo anche nel Concilio Vaticano II. Per
non attribuire “indebitamente i caratteri dell'Assoluto a qualche valore umano,
così che questo prende il posto di Dio” (GS 19/1374), dobbiamo tutti sforzarci “di
dirigere rettamente i propri affetti, affinché dall'uso delle cose di questo mondo e da
un attaccamento alle ricchezze contrario allo spirito della povertà evangelica non
siano impediti di tendere alla carità perfetta; ammonisce infatti l'Apostolo: Quelli
7
La traduzione “Per una gloria di Dio sempre più grande” aiuta a meglio cogliere il senso e la
dinamica dell’espressione (cfr. F. COUREL, Saint Iginace et la gloire plus grande de Dieu, in «Christus» 3
[I956] 346).
8
In due testi archetipi, denominati P1 e P2 (Monumenta Ignatiana, Exercitia spiritualia).
Infunde: verbo evocativo della liturgia pentecostale!.... Infunde e fermenti, irrobustisca, irradi.
9
Autobiografia, 29.
10
Quelli che stanno in basso, schiacciati e calpestati, sottomessi, oppressi da pesi e privati
dell’aiuto degli altri.
11
Costituzioni n. 360. Cfr. nn. 307. 351. 440. 486...
TdS 2015/203 30
che usano di questo mondo, non vi ci si arrestino, perché passa la scena di questo
mondo (cfr. 1Cor 7,31)” (LG 42/401)12.
La radicale, convinta, consapevole apertura e disponibilità a Dio e a ogni sua
volontà è, inoltre, prezioso, specifico dono da chiedere e coltivare non solo durante
gli EE, ma lungo tutta la vita. È altra luminosa lezione della Gaudium et Spes: “La
dignità dell'uomo richiede che egli agisca secondo scelte consapevoli e libere, mosso
cioè e indotto da convinzioni personali, e non per cieco impulso interno o per
mera coazione esterna. Ma tale libertà l'uomo l'ottiene quando, liberandosi da ogni
schiavitù di passioni, tende al suo fine con scelta libera del bene, e si procura da sé con
la sua diligente iniziativa i mezzi convenienti. La libertà dell'uomo, che è stata ferita
dal peccato, può rendere pienamente efficace questa ordinazione verso Dio solo con
l'aiuto della grazia divina” (GS 17/1370).
Si tenga, infine, presente che è precipuo compito anche di chi si ispira alla
spiritualità ignaziana, in quanto diacono a servizio dello Spirito, aiutare a
conseguire evangelica libertà. Lo deduciamo da quest’altro brano del Concilio:
“Spetta ai sacerdoti, nella loro qualità di educatori nella fede, di curare, per
proprio conto o per mezzo di altri, che ciascuno dei fedeli sia condotto nello Spirito
Santo a sviluppare la propria vocazione personale secondo il Vangelo, a praticare
una carità sincera e attiva, ad esercitare quella libertà con cui Cristo ci ha liberati...”
(PO 6/1254).
Prima settimana
Desumiamo il tema della tappa dalla Prece eucaristica IV: “E quando, per la
sua disobbedienza, l'uomo perse la tua amicizia, tu non l'hai abbandonato in potere
della morte, ma nella tua misericordia a tutti sei venuto incontro, perché coloro
che ti cercano ti possano trovare. Molte volte hai offerto agli uomini la tua alleanza, e
per mezzo dei profeti hai insegnato a sperare nella salvezza”.
Soprattutto in certi ambienti, la Is è conosciuta come tappa del peccato e
della morte, del giudizio e dell’inferno.
È vero che Ignazio propone un esercizio sull’inferno, ma – attenzione! - : a
imitazione della mamma che prende il ditino del figlio e lo avvicina al ferro da
stiro per imprimergli nella memoria che non deve toccarlo: “Se per le mie colpe mi
12
Altra intricante affermazione nella GS 72/1560: “È di grande importanza che (i cristiani),
acquisite la competenza e l'esperienza assolutamente indispensabili, mentre svolgono le attività
terrestri conservino una giusta gerarchia di valori, rimanendo fedeli a Cristo e al suo Vangelo, cosicché
tutta la loro vita, individuale e sociale, sia compenetrata dello spirito delle beatitudini, specialmente dello
spirito di povertà”.
TdS 2015/203 31
dimenticassi dell'amore del Signore eterno, almeno il timore delle pene mi aiuti a
non cadere in peccato” [65,5]13.
Negli EE, poi, non troviamo meditazioni né sulla morte, né sul giudizio.
Possono essere proposte, ma solo in… seconda battuta: “Se fosse necessario per
raggiungere ciò che si cerca, cioè dolore, ecc.”14 ,
Quanto al peccato notiamo, con san Giovanni Paolo II15, che, nell’economia
della salvezza, il “mysterium iniquitatis”, ossia “il peccato non è protagonista, né tanto
meno vincitore”, ma “contrasta come antagonista con un altro principio operante,
che - usando una bella e suggestiva espressione di s. Paolo - possiamo chiamare il
mysterium pietatis”.
Questo mysterium deve fare la tappa.
Mai incutere paura, ma sempre risvegliare e lanciare su vie di amore!
Per non cadere in equivoci del genere, è necessario tenere saldamente
presente l’impostazione eminentemente biblica della spiritualità ignaziana. Anche
lungo la Is.
Vediamolo scendendo a qualche particolare.
Premesso che il così detto terzo preludio e il colloquio indicano lo scopo
verso cui puntare, chiediamoci che cosa chiedere nel primo esercizio della prima
settimana.
Si noti: primo esercizio e, quindi, prime battute della tappa. Questo significa,
che il nostro Santo sta impostando il tema, sta rivelandoci la sua “politica”, sta
scoprendoci le sue carte.
Bisogna “domandare vergogna e confusione di me stesso” [48,4].
Che l’acquisizione dei due doni costituisca punto di riferimento per questo
tratto di strada, possiamo dedurlo anche dal fatto che, fin dal primo momento
della giornata, siamo invitati a “rivolgere subito l’attenzione” sulla materia della
preghiera “provocandomi con esempi a confusione per tanti miei peccati” [74,1].
13
Senza dimenticare che anche nella spiritualità ignaziana quello che più conta è l’amore
filiale. È l’insegnamento che riscontriamo nella conclusione degli EE: “Sebbene si debba stimare sopra
ogni cosa il servire molto Dio nostro Signore per puro amore, dobbiamo tuttavia lodare assai il timore di
sua divina maestà. Infatti, non solo il timore filiale è cosa pia e santissima, ma anche il timore servile
aiuta molto a uscire dal peccato mortale, qualora non si arrivi ad altro di meglio o di più utile; e una
volta che se ne è usciti, facilmente si perviene al timore filiale, che è totalmente accetto e gradito a Dio
nostro Signore, essendo una cosa sola con l'amore divino” [370]. Ci si soffermi sui corsivi per
individuare gli interessi e le intuizioni del nostro Santo.
14
Direttorio autografo, p. 85 *346. Interessante ricordare quanto il Nostro scrive, a proposito
della morte, in una lettera a Isabella de Vega, figlia del viceré di Sicilia, in occasione della morte del
fratello Ferdinando: “Abbiamo un Dio tanto buono, un Padre così saggio e amoroso da non poter
dubitare che la sua benigna provvidenza faccia uscire i suoi figli da questo mondo nel momento migliore
per passare nell'altro” (Epp III, 327 *1160).
15
Reconciliatio et paenitentia, 2 XII 1984, 19.
TdS 2015/203 32
Ed eccolo questo cavaliere (chi fa gli EE) avanzare, “svergognato e confuso”,
sotto gli sguardi dei cortigiani, “per avere molto offeso colui dal quale prima aveva
ricevuto molti doni e molti favori” [74,2].
Solo che la sentenza non è di condanna e di degradazione, ma di perdono e
di riabilitazione. Non può non nascere quel tipo di confusione esperimentata da
Pietro sul lago di Tiberiade (Gv 21,15-19) e, prima, dal prodigo (Lc 15,11-32) e
dall’adultera (Gv 8,1-11) nel momento in cui si videro perdonati e redenti.
È il senso del primo esercizio: “Immaginando Cristo nostro Signore presente e
posto in croce, fare un colloquio: come da Creatore è venuto a farsi uomo, e da vita
eterna a morte temporale, e così a morire per i miei peccati” [53,1]16. Non può non
seguire, ineludibile e coinvolgente, il triplice martellante interrogativo: “Cosa ho
fatto per Cristo, cosa faccio per Cristo, cosa devo fare per Cristo” [53,2]; la sentita
richiesta sia di “un grande e inteso dolore e lacrime per i miei peccati” [55,4] per un
filiale incontro con la misericordia di Dio [61] (secondo esercizio), che della guarigione
della memoria [62-64] (terzo e quarto esercizio); l’incondizionata, anzi, appassionata
adesione a Gesù, che, posto al centro della storia “ha sempre avuto di me tanta
pietà e misericordia” [71,4] (quinto e ultimo esercizio).
Con il profeta Ezechiele...
Vergogna e confusione: due sostantivi che ritmano il libro di Ezechiele,
soprattutto nei capitoli dedicati alla promessa della nuova alleanza.
L’apertura, dunque, all’effusione dello Spirito purificatore e santificatore è
tutt’altro che ipotizzabile e, lungo la Is, si dovrebbe fare di tutto per instaurare la
dinamica che si riscontra nel profeta.
Gerusalemme aveva “disprezzato il giuramento infrangendo l’alleanza. Ma io
mi ricorderò dell’alleanza conclusa con te al tempo della tua giovinezza e stabilirò
con te un’alleanza eterna” (Ez 16,59-60). Veramente gratuito, disarmante amore di
sposo. Amore che, più forte della morte, non può non risvegliare ricordi e
suscitare stupore: “Allora ti ricorderai della tua condotta e ne sarai confusa” (v. 61).
Inimmaginabili affermazioni di divina disponibilità, che provocano meraviglia
e danno alla parola “confusione” il caratteristico significato di quelle espressioni
che formuliamo quando, coperti di gentilezze e di doni da parte di chi
riconosciamo a noi superiore, usciamo in quell’espressione: - Lei mi confonde17.
“Allora”. Quando?
16
Anche all’inizio della terza tappa si dovrà “domandare (...) confusione, perché per i miei
peccati il Signore va alla passione” [193].
17
“Confondere uno, farlo restare attonito: Lei mi confonde con le sue gentilezze” (Palazzi).
TdS 2015/203 33
Quando il Dio tre volte Santo, per pura, divina liberalità e a manifestazione
della sua infinita misericordia, rimetterà i peccati e instaurerà nuovo, vivificante
rapporto: “Io ratificherò la mia alleanza con te e tu saprai che io sono il Signore,
perché te ne ricordi e ti vergogni e, nella tua confusione, tu non apra più bocca, quando ti
avrò perdonato quello che hai fatto. Parola del Signore” (vv. 62-63).
Quando – siamo alla realizzazione della promessa - Dio, onnipotente,
sapiente e bontà infinita, ha mandato, nella più assoluta gratuità, l’Unigenito, che,
nel Sangue, ha ratificato la nuova ed eterna alleanza.
“Allora – torniamo a Ezechiele (20,42-44) - voi saprete che io sono il Signore,
quando vi condurrò nella terra d’Israele [...]. Là vi ricorderete della vostra condotta,
di tutti i misfatti dei quali vi siete macchiati, e proverete disgusto di voi stessi, per
tutte le malvagità che avete commesso. Allora saprete che io sono il Signore,
quando agirò con voi per l’onore del mio nome e non secondo la vostra malvagia
condotta e i vostri costumi corrotti, o casa d’Israele”.
Senza avanzare alcun merito, dobbiamo riconoscere che tutto è opera
dell’infinita misericordia del Padre: “Io, ribadisce il Signore in Ez 36,21s, agisco
non per riguardo a voi, gente d’Israele, ma per amore del mio nome santo” (cfr. v.
32).
Quando, poi, ulteriormente illuminati dello Spirito, realizzeremo che,
nonostante tutto, Dio non solo perdona e dimentica, ma riabilita e rilancia, ci
sentiremo ulteriormente rinati dall’alto e, di nuovo immersi nel suo paterno amore,
esperimenteremo personalissima, interiore e ancora più viva confusione.
In tale contesto, dovremmo ancora convincerci che siamo veramente piccoli
e insignificanti, ma anche ricchi della ricchezza del Dio-Amore, divenuto
Misericordia. E potremmo pure avere la sensazione di essere come annientati (non
per la vergogna, stavolta, ma) sotto l’incommensurabile peso della divina, somma
bontà, che, appunto, confonde.
La vergogna, in altri termini, dovrebbe cedere sempre più il passo alla
confusione e alla gratitudine, alla voglia di riparare e, come dice Ignazio, di fare18.
... e con san Paolo
È, poi, estremamente importante ricordare quanto accennato nella
conclusione del precedente incontro: chi si ispira alla spiritualità ignaziana – siamo
a un’intuizione fondante il metodo – deve attenersi al dettato di Rm 12,2: “Non
conformatevi alla mentalità di questo secolo” e cioè – spiega la GS 37/1435 – “a
quello spirito di vanità e di malizia che stravolge in strumento di peccato
l'operosità umana, ordinata al servizio di Dio e dell'uomo”.
18
Per altre importanti convergenze tra Ezechiele e Is cfr. il nostro La SS. Trinità negli Esercizi
Spirituali, ed. ADP, Roma 2000, pp. 175-181.
TdS 2015/203 34
Non conformatevi, meglio, apritevi all’azione dello Spirito purificatore, ché,
solo, può demolire quanto chiude a Dio fino a dare di essere disgustati – il verbo
ricorre in Ezechiele16,27; 20,43; 36,31 - e aborrire “le cose mondane e vane” [63].
Ulteriori spiegazioni hanno offerto i Papi dei nostri giorni, a partire da San
Giovanni Paolo II: “Il mondo, in quanto si contrappone allo spirito di Cristo,
mette al primo posto la ricerca del prestigio, la carriera, la ricchezza, gli interessi,
l'apparire più che l'essere”19.
Benedetto XVI20 ha denunziato che il “modo di pensare comune è rivolto in
genere verso il possesso, il benessere, l'influenza, il successo, la fama e così via”, sicché e
“in ultima analisi, resta il proprio 'io' il centro del mondo”.
Dobbiamo, perciò “spogliarci – incalza Papa Francesco - dei tanti idoli piccoli
o grandi che abbiamo e nei quali ci rifugiamo, nei quali cerchiamo e molte volte
riponiamo la nostra sicurezza”, come “l’ambizione, il carrierismo, il gusto del successo, il
mettere al centro se stessi, la tendenza a prevalere sugli altri, la pretesa di essere gli
unici padroni della nostra vita, qualche peccato a cui siamo legati”21.
Messi da parte gli schemi di questo mondo, dobbiamo sforzarci (cfr. Lc
13,22-30) di entrare nel regno di Dio: “Non conformatevi a questo mondo, ma
lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare...” (Rm 12,2). Una
“trasformazione” che lo Spirito santificatore (cfr. 2Cor 3,18) opera sia sul piano
ontologico, tramite i sette sacramenti22, tanto che chi li riceve diventa realmente figlio
di Dio…; sia a livello psicologico, tramite vari esercizi spirituali, come l’ascolto e la
meditazione sulla Parola, la contemplazione dei misteri del Signore, la preghiera
nelle sue svariate forme.
19
30 gennaio 1984 Alla Pontificia Accademia Ecclesiastica.
28 giugno 2009, a chiusura dell’Anno Paolino, Basilica di San Paolo fuori le Mura,
Solennità dei Santi Pietro e Paolo, primi Vespri.
21
Omelia tenuta il 14 04 2013 nella Basilica di san Paolo fuori le mura. In altra occasione
l’attuale Pontefice ha lamentato che “gli uomini e le donne di Chiesa che sono carrieristi, arrampicatori,
che ‘usano’ il popolo, la Chiesa, i fratelli e le sorelle - quelli che dovrebbero servire - come trampolino
per i propri interessi e le ambizioni personali, fanno un danno grande alla Chiesa" (all'Assemblea Plenaria
dell'Unione Internazionale delle Superiore Generali, 08 05 2013). Analoga sottolineatura nell’omelia
a Santa Marta del 15 05 2013: “Quando un vescovo, un prete va sulla strada della vanità, entra nello
spirito del carrierismo e fa tanto male alla Chiesa: fa il ridicolo, si vanta, gli piace farsi vedere, tutto
potente…”.
22
Cfr. Lumen Fidei, n. 42.
20
TdS 2015/203 35
“Ciò che per ogni cristiano rappresenta l’essenziale”, ha affermato Papa
Francesco, fin dall’inizio del suo pontificato23, è “il rapporto personale e
trasformante con Gesù Cristo, Figlio di Dio, morto e risorto per la nostra salvezza”.
Accogliamo anche il pressante invito “a ogni cristiano”24 perché voglia
“rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo, almeno, a prendere la
decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è
motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui, perché –
continua il Pontefice riportando Papa Montini- ‘nessuno è escluso dalla gioia
portata dal Signore’ (Paolo VI, Gaudete in Domino, 297)”.
Rifacciamoci, infine e anche a questo proposito, a Papa Benedetto25: la
“fede cristiana non è un’ideologia, ma incontro personale con Cristo crocifisso e
risorto. Da questa esperienza, che è individuale e comunitaria, scaturisce un nuovo
modo di pensare e di agire: ha origine, come testimoniano i santi, un’esistenza segnata
dall’amore”.
Grazie sempre all’insostituibile azione del Santificatore, potremo così
arrivare ad avere “gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5), attenerci, sempre e
in tutto, alla volontà del Padre e, a imitazione dell’Unigenito, rivendicare: “Faccio
sempre le cose che gli sono gradite” (Gv 8,29).
Mettersi alla sequela di Cristo, in maniera diretta e sistematica, instaurare il
processo di cristificazione è lo scopo della seconda, terza e quarta tappa.
Seconda tappa
Ispiriamoci ancora alla Prece eucaristica IV: “Padre santo, hai tanto amato il
mondo da mandare a noi, nella pienezza dei tempi, il tuo unico Figlio come
salvatore. Egli si è fatto uomo per opera dello Spirito Santo ed è nato dalla Vergine
Maria; ha condiviso in tutto, eccetto il peccato, la nostra condizione umana. Ai
poveri annunziò il vangelo di salvezza, la libertà ai prigionieri, agli afflitti la gioia”.
La tappa inizia con... uno stop and go, per una nuova, motivata partenza.
Quello del Regno è, infatti, un esercizio-chiave, che aiuta a impostare la spiritualità
ignaziana: indica l’angolo di visuale da cui porsi per contemplare la vita di Cristo
Signore. Si noti, anzi, che non Ignazio, ma Gesù stesso presenta il trinitario
progetto redentore e ne delinea la “politica”.
23
Udienza ai Rappresentanti delle Chiese e delle Comunità Ecclesiali, e di altre Religioni, 20
03 2013.
24
Evangelii Gaudium, 3.
Visita pastorale alla parrocchia di Roma “Dio Padre di misericordia”, 26
marzo 2006.
25
TdS 2015/203 36
Si compone di due parti, di cui la prima [92-94], frutto di intuizione psicopedagogica, è test per saggiare se si è capaci di entusiasmo per nobili imprese...
Un test che dovrebbe aiutare a dimostrare se il “cavaliere svergognato e
confuso” [74,2], ma perdonato e riabilitato, si sente effettivamente sollecitato ad
affidarsi al Redentore, senza rinunziare, ma positivamente conservando e
potenziando quanto di buono e di valido è e ha, in atteggiamento di gratitudine
verso il Creatore, ché lo ha arricchito di talenti e doti varie, nobiltà di cuore e generosità,
in particolare26.
La seconda parte [95-98] è dedicata al proclama del “Re eterno e Signore
universale” [97,1]: “È mia volontà conquistare tutto il mondo [...] e così entrare
nella gloria del Padre mio; pertanto, chi vorrà venire con me deve faticare con me,
perché seguendomi nella pena mi segua anche nella gloria” [95,4-5].
“Con me, seguendomi... mi segua”. Chiaro richiamo al “senza di me non
potete far nulla” (Gv 15,5), e, per dare un altro esempio, alla 2Tm 2,11: “Certa è
questa parola: Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con
lui anche regneremo”.
La risposta dipende dalle capacità intellettive e volitive, oltre che dalla
maturità spirituale e anche affettiva, dalla qualità delle motivazioni e dall’impegno
di ciascuno. Bisogna, a ogni modo, dare per scontato che quanti hanno “giudizio e
ragione offriranno tutte le loro persone alla fatica” [96], sia perché il cristiano
dev’essere perfetto come il Padre (cfr. Mt 5,48), sia perché, come ha insegnato il
Concilio, “tutti i fedeli di ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore,
ognuno per la sua via, a quella perfezione di santità di cui è perfetto il Padre celeste”
(LG 11/315) e, come abbiamo in un altro testo conciliare, anche se “nella Chiesa
non tutti camminano per la stessa via, tutti però sono chiamati alla santità” (LG
32/366).
Ma c’è pure, come di consueto nella spiritualità ignaziana, un più e un
meglio: “Quelli che più vorranno lasciarsi coinvolgere e segnalarsi in ogni servizio”,
dichiareranno lotta contro quanto chiude nel proprio piccolo io e, aprendosi a
360° a tutta la paterna volontà, “faranno oblazioni di maggiore valore e di maggiore
importanza” [97,1-2], in totale apertura a Dio.
Gli uni e gli altri, poi, chiederanno e dichiareranno prontezza e diligenza “nel
compiere la sua santissima volontà” [91,4] e si porranno in amorosa, interessata
26
La parabola, in fondo, è rivelazione e sintesi dei desideri e delle aspirazioni di Ignazio, negli
anni in cui era a servizio dei principi della terra, nel contesto dell’ideale cavalleresco crociato. Cfr.
RENDINA, Sergio, L’itinerario degli Esercizi Spirituali si sant’Ignazio di Loyola. Commento introduttivo alle
quattro settimane, ADP, Roma 1999, pp. 81ss.
TdS 2015/203 37
contemplazione dei misteri della vita del Signore dall’Incarnazione alla Pentecoste,
con un preciso scopo: tutto con Lui condividere.
Altro identificante capitolo del metodo è
La contemplazione della vita del Signore
La prima contemplazione “sull’Incarnazione” [101] e la seconda “sulla
Natività” [110] hanno valore di modello per tutte le altre.
Bisogna, innanzi tutto, “chiedere conoscenza interiore del Signore27, che per me
si è fatto uomo (e così via... “secondo l’argomento trattato” [105]), perché più lo ami
e lo segua” [104]. È preghiera che deve ritmare ogni esercizio, è uno dei tratti che
meglio caratterizzano la spiritualità ignaziana ed è pure l’insegnamento di Benedetto
XVI28: “La fede è anzitutto incontro personale, intimo con Gesù, è fare esperienza della
sua vicinanza, della sua amicizia, del suo amore, e solo così si impara a conoscerlo
sempre di più, ad amarlo e seguirlo sempre più”.
Tra gli altri accorgimenti che, caratterizzanti, fanno la contemplazione dei
misteri dell’Unigenito del Padre e di Maria, ricordo ancora l’invito a “vedere le
persone” [106. 114]; “udire quello che dicono” [107]; “osservare quello che fanno”
[108], con lo scopo di capire, assimilare, motivare; procedere a personali
applicazioni [106,4. 107,3.108,4. 116,3]; scoprire, infine, nel mistero una realtà
presente, viva, operante: “... il Signore nostro, appena incarnato”, nato, esiliato,
smarrito, battezzato, tentato...
Istanza, anche questa, che risponde al magistero contemporaneo: “A
duemila anni di distanza da questi eventi [i misteri della vita di Gesù], la Chiesa li
rivive come se fossero accaduti oggi”, ha annotato san Giovanni Paolo II29. Perché, ha
aggiunto Papa Ratzinger, “ogni celebrazione è presenza attuale del mistero di Cristo
e in essa si prolunga la storia della salvezza”30.
Con la seconda contemplazione paradigmatica, si hanno alcune novità: chi
contempla deve entrare in campo e passare da interessato spettatore, a impegnato
attore, “facendomi poverello e indegno servitorello (pobrecito y esclavito indigno) che li
guarda, li contempla e li serve nelle loro necessità come se fossi presente, como si
27
Si tenga presente la 39a conclusione del Congresso tenuto a Loyola nel 1966: conoscere nella
Bibbia “significa la presenza mutua, l’unione delle menti e dei cuori e la coscienza della mutua unione
nell’amore” (in AA.VV., Los ejercicios de San Ignacio a la luz del Vaticano II, BAC, Madrid 1968).
28
Catechesi di mercoledì 21 ottobre 2009.
29
Novo Millennio Ineunte, 28.
30
Mercoledì 5 gennaio 2011. Il 20 gennaio 2012 in un discorso ai Neocatecumenali ha
ribadito: “Nell’azione liturgica della Chiesa c’è la presenza attiva di Cristo Risorto che rende presente
ed efficace per noi oggi lo stesso Mistero pasquale, per la nostra salvezza”.
TdS 2015/203 38
presente me hallasse” [114,2]; deve ascoltare “quello che dicono” [107,2-3] le
persone, anzi: “Osservare (mirar), notare (advertir) e contemplare quello che
dicono” [115]; “considerare quello che fanno, com’è camminare e darsi da fare
(trabajar) perché il Signore venga a nascere in somma povertà e, dopo tante
sofferenze di fame, sete, caldo e freddo, ingiurie ed oltraggi, muoia in croce. E
tutto questo per me” [116,1-2].
Muoia in croce: tutto in vista del mistero pasquale. Un’intuizione, questa, in
consonanza con l’impostazione, per esempio, di Marco, che, fin dal capitolo terzo
(3,6) annota che farisei ed erodiani “tennero consiglio contro di lui per farlo
morire”, e di Giovanni, che impernia il Vangelo intorno all’“ora” della morte e
dell’esplosione della gloriosa potenza di Dio...
Chiediamoci: chi “trabaja perché il Signore” nasca in povertà, viva nella
sofferenza, muoia in croce e risorga?
Maria e Giuseppe, Cesare, gli albergatori..., ma soprattutto chi,
Onnipotente, tutto regge, chi, Sapienza, tutto coordina, chi, Provvidenza, tutto
dispone perché tutto concorra al nostro bene: “E tutto questo per me” [116,2].
Contemplare, poi, le “tre divine Persone” che “decidono nella loro eternità
che la seconda Persona si faccia uomo, per salvare il genere umano..” [102,1-2 e
108,2] è altro suggerimento da tenere presente nelle contemplazioni dei singoli
misteri.
Tutto, infine, nella spiritualità ignaziana, dev’essere organizzato in maniera
che, in costante apertura allo Spirito di Dio, si verifichi un sempre maggiore
approfondimento e interiorizzazione. Alla prima contemplazione, può seguirne,
nella vita nascosta (siamo agli inizi dell’applicazione del metodo), una seconda su
un secondo mistero, ma, con la vita pubblica, viene normalmente proposto un
solo mistero [159].
La terza e la quarta ora di preghiera devono essere dedicate alla ripetizione dei
due primi esercizi [118-120], “notando e facendo pausa sui punti in cui ho sentito
maggiore consolazione o desolazione o maggior sentimento spirituale” [62].
La quinta all’applicazione dei sensi. Posta alla fine della giornata, costituisce
punto vertice dell’approfondimento operato e tempo dell’incontro, il più intimo
possibile, con Gesù. “Traer los cinco sentidos” [121,1] è rendere presenti i sensi per
un personale e pienamente cosciente rapporto con il Signore.
L’esercizio è così importante che anche quando, per giusti motivi, le ore di
preghiera quotidiana si riducono a quattro, questo non si deve omettere (cfr.
[227,1. 3]).
TdS 2015/203 39
Siamo, ha scritto P. La Palma31, a una “forma di contemplazione perfetta
nella quale l’anima (...) sente le cose spirituali come se le vedesse e le ascoltasse, le
assapora come se le gustasse, si diletta in esse come se odorasse, abbraccia e bacia i
luoghi come se li toccasse”.
Meditazioni portanti
Altra tipica impostazione abbiamo all’inizio del lavoro di ricerca della
paterna volontà. Con lo scopo di “disporci per arrivare alla perfezione in qualsiasi
stato” [135,6], sempre continuando a contemplare la vita Gesù [135,4], è bene fare
il punto e, sottoponendoci a una specie di check up, verificare se l’esempio e
l’insegnamento del Signore hanno effettivamente illuminato l’intelligenza (Vessilli),
stimolato la volontà (Binari), dilatato il cuore (Tre modi di amare).
È, in altri termini, importante curare di avere chiarezza di idee, essere
determinati, dare spazio alle ragioni del cuore.
Con la sua vita Gesù, unitamente a Maria e a Giuseppe, ha fatto e insegnato
a fare gerarchia di valori e mettere al primo posto il Padre e la sua volontà. Come
lo stesso Gesù, “obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,8).
È l’ordine essenziale cui tutti dobbiamo attenerci. Nella realtà, però, viviamo
nel disordine. Sappiamo, anzi, che “gli squilibri di cui soffre il mondo
contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel
cuore dell’uomo…” (GS 10/1350), e che “spesso, rifiutando di riconoscere Dio quale
suo principio, l’uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo ultimo fine, e
al tempo stesso tutto il suo orientamento sia verso se stesso, sia verso gli altri
uomini e verso tutte le cose create” (GS 13/1360).
Riconoscere Dio quale suo principio. Ecco il punto: “Io sono il Signore: questo è
il mio nome; non cederò la mia gloria ad altri, né il mio onore agli idoli” (Is 42,58), leggiamo nei Canti del servo. E ancora: “Io, io sono il Signore, fuori di me non
v’è salvatore (43,11-13); “Sono io, il Signore che ho fatto tutto” (44,24); “Non
cederò ad altri la mia gloria” (48,11).
Mentre satana intende portare a superbia, ad autosufficienza, all’adorazione
di molteplici idoli (cfr. Mt 4,9), Gesù, al contrario, promuove umiltà e senso di
Dio: solo Lui, Creatore, Redentore, Santificatore, dobbiamo amare (cfr. Mc 12,30),
Lui solo adorare (cfr. Mt 4,10).
31
In I. Iparraguirre, Obras completas de San Ignacio de Loyola, BAC 1968, p 236, nota 88.
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Anche a questo punto – indice dell’importanza e della delicatezza del
momento – Ignazio suggerisce il triplice colloquio alla Madonna, al Figlio e al
Padre per ottenere di essere ricevuti sotto il vessillo della Croce, secondo la
solenne proclamazione, posta a conclusione delle Beatitudini: “Beati voi quando vi
insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro
di voi per causa mia” (Mt 5,11). Potremo così ottenere il prezioso, fondamentale
dono dell’umiltà [146,1-5].
È stato uno dei principi più caldeggiati dal nostro Santo. Richiesto “una
volta da un padre ‘qual era la via più brieve, più certa e più sicura per far acquisto
della perfezione’, rispose ‘che era il patir molte e grandi avversità per amor di
Cristo. ‘Chiedete - gli disse - a nostro Signore questa grazia: perché a chi egli la fa,
concede anco insieme con questo molte cose che si rinchiudono e comprendono
in essa"32.
Determinati ad “abbracciare il meglio”
È, poi, necessario accertarsi se si è realmente aperti a quanto aiuta a
glorificare Dio nel migliore dei modi e “abbracciare il meglio” [149].
È momento di particolare importanza, perciò: “Vedere me stesso, come sto
davanti a Dio nostro Signore e a tutti i suoi santi, per desiderare e conoscere quello
che sia più gradito alla sua divina bontà” [151] e, anzi, “chiedere grazia per eleggere
quello che più sia a gloria di sua divina maestà e salute dell’anima” [152].
È così? Siamo veramente portati dal “desiderio di poter meglio servire Dio”
[155]? Tre possibili situazioni:
1°) chi, disimpegnato, distratto e in tutt’altre faccende affaccendato, non adotta
i mezzi necessari allo scopo e rimanda tutto... alle calende greche;
2°) chi, come gli invitati al banchetto, rinunzia all’invito e farfuglia scuse, manda
magari un mazzo di fiori, non dà, comunque, quanto Dio chiede. Direbbe
Teresa d’Avila, Mantiene il capitale, offre gli interessi33.
È il tipo che non si è lasciato incantare dall’apertura e dalla
disponibilità di Maria dell’Annunciazione e di Gesù dell’Incarnazione... E
se pace prova è
perché si è impegnato in un defatigante lavoro di repressione e di
rimozione;
3°) chi - come Gesù, che ha sempre fatto “le cose che gli sono gradite” (al Padre)
(Gv 8,29) - accoglie con determinazione la divina volontà e la fa, con
impegno ed entusiasmo, costi quel che costi.
32
Ribadeneira, Pedro, Vita Ignatii Loyolae: è in FN IV (traduzione di Giovanni Giolito De'
Ferrari, La Civiltà Cattolica, Roma 1863), p. 404,s
33
Vita, 11,2.
TdS 2015/203 41
Si noti il ripetuto meglio e più!... Chiaro il richiamo a Fil 1,8-10: “Prego
[...] perché possiate distinguere ciò che è meglio”, e a Col 1,9-10:
“comportatevi in maniera degna del Signore, per piacergli in tutto, portando
frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio”.
“Affezionarsi” al Verbo incarnato
Siamo alla “Considerazione sui tre gradi di umiltà”, meglio, come leggiamo
nelle Note dei fratelli Ortiz34 delle Tres maneras y grados di amor de Dios, l’ultimo,
qualificante tocco, ordinato a infiammare il cuore di amore folle per il Signore: “Per
affezionarsi alla vera dottrina di Cristo nostro Signore” [164,1].
È tempo di varcare una nuova soglia e dare un salto di qualità: obbedire,
con amore di figlio, a tutti i comandamenti, meglio, ai paterni-materni desideri e
indicazioni del Signore, sia che obblighino sub gravi (primo modo), sia che
obblighino sub levi (secondo grado) e - sempre curando genuina libertà –
“affezionarsi” al Verbo incarnato, che tutto opera in filiale sintonia con il “disegno
sapiente” del Padre (1Cor 1,21).
Siamo alla mistica “follia della Croce” (cfr. 1Cor 1,23).
Rimando, per il resto al [167] degli Esercizi e propongo una calzante
riflessione di Papa Francesco35. Non basta essere cristiani “fino ad un certo punto”.
Bisogna accettare anche “l’unzione della croce, l’unzione dell’umiliazione”, a
imitazione del Signore Gesù, che “umiliò se stesso fino alla morte, morte di tutto.
Questa è la pietra di paragone, la verifica della nostra realtà cristiana”. Faremmo,
perciò, bene chiederci: “Sono un cristiano che accompagna il Signore fino alla
croce? Il segno è la capacità di portare le umiliazioni” e vivere da “cristiano vicino a
Gesù, per la strada di Gesù”36.
Sono... follie comuni ai Santi. Come Teresa d’Avila, che candidamente
confessava di “non aver altro motivo di vivere fuorché quello di soffrire; e lo
domando a Dio con le più vive istanze. Spesso gli dico con tutto il fervore
dell'anima: Signore, non vi domando che una cosa: o morire o patire o morir o
padecer”37.
E come – altro Santo che ha conosciuto e apprezzato la spiritualità ignaziana
- san Paolo della Croce, che, dopo avere annotato che la meditazione sulla passione
di Gesù “è il modo di arrivare alla santa unione con Dio” e che “in questa santissima
34
Miscellanea Comillas 25 (1956) 41 ss.
Omelia Messa celebrata a Santa Marta i 27 09 2013.
36
“La verifica se un cristiano è un cristiano davvero, ha aggiunto il Papa, è la sua capacità di
portare con gioia e con pazienza le umiliazioni; e come questa è una cosa che non piace... ci sono
tanti cristiani che, guardando il Signore, chiedono umiliazioni per assomigliare più a Lui. Questa è la
scelta: o cristiano di benessere – che andrai al Cielo, eh?, sicuro ti salverai, eh? – o cristiano vicino a
Gesù, per la strada di Gesù”.
37
Vita, 40,20.
35
TdS 2015/203 42
scuola s’impara la vera sapienza”, aggiunge: “Quando poi la croce del nostro dolce
Gesù avrà poste più profonde radici nel vostro cuore, canterete: Soffrire, non morire;
oppure: Soffrire o morire; oppure ancora meglio: Non soffrire e non morire, ma
solamente trasformarsi totalmente secondo la volontà divina”38.
Elezioni - discernimento
A questo punto, dopo avere chiesto allo Spirito di abbattere quanto chiude
a Gesù e al suo Vangelo, di non conformarci “alla mentalità di questo secolo” (Rm
12,2) e di acquisire nuova, evangelica mentalità (“rinnovando la vostra mente”),
dovremmo essere maturi per discernere la divina volontà.
Tre i metodi (tempi) per raggiungere lo scopo.
Il primo contempla un intervento diretto del Signore sulla volontà, per cui
“senza dubitare né poter dubitare, l’anima devota segue quello che le è mostrato”
[175,2].
Il secondo prende in considerazione le mozioni degli spiriti [176]. Discernere,
perciò, significa cercare di precisare quale “spirito” (Dio e spirito evangelico…,
satana e spirito mondano, pensieri e desideri, buoni o cattivi, tendenze e anche
immaginazione della stessa persona in causa…) sta alle origini di un ragionamento,
una scelta, un comportamento…
Ricordo, a questo proposito, che il discernimento è elemento essenziale,
direi costitutivo della spiritualità ignaziana e che, secondo Ducoq – Floristan39, il
Santo di Loyola, è il “grande maestro classico del discernimento”, tanto che ne ha
parlato “in una maniera tipica e particolare”; secondo K. Rahner40, “nelle regole
per il discernimento degli spiriti, Ignazio contempla un elemento essenziale degli
Esercizi considerandolo la sua scoperta più autentica senza la quale gli Esercizi [leggi:
la spiritualità ignaziana] non si hanno”; secondo Th. Green41, “nei due brevi
elenchi di regole per il discernimento che costituiscono il fondamento dei suoi
Esercizi Spirituali, Ignazio (o meglio, il Signore attraverso Ignazio) ha dato alla
Chiesa le linee-guida fondamentali per l’autentico discernimento”; per Ladislaus
Boros42, infine, non pochi pensatori cristiani hanno elaborato criteri di
discernimento, ma Ignazio sta al “vertice di questi tentativi”.
38
In Liturgia delle ore del 19 ottobre. Cfr., per un’altra significativa testimonianza, Esercizi e
magistero, ed. San Paolo, note al [167].
39
Autori dell’editoriale del numero che, negli anni ‘70, Concilium ha dedicato, al
discernimento Discernimento dello Spirito e degli spiriti, Concilium 14 (1978) 1494.
40
RAHNER, Karl, L’elemento dinamico nella Chiesa, p. 88.
41
GREEN, Thomas H., Il grano e la zizzania…, p. 25).
42
BOROS, Ladislaus, Il discernimento degli spiriti, Concilium 13 (1977) 1545-1557, qui 1547.
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Il terzo consiste nella diligente ricerca e conseguente saggia valutazione delle
motivazioni a favore e/o contrarie a una scelta, per la gloria del Signore (e non e
solo per un interesse e convenienza personale o di gruppo…) [178-188].
Rimando, per il resto, al già citato volume Il Discernimento, Teoria e prassi e,
sempre per stare al tema sulle intuizioni, aggiungo che sono regole di
discernimento non solo le 14 della prima settimana [313-327] e le 8 della seconda
[328-336], ma anche le 18 “per sentire nella Chiesa militante” [352-370]; che sono
da considerare loro concreta attualizzazione le 8 regole “per ordinarsi nel mangiare
per l’avvenire” [210-217], le 7 per “distribuire le elemosine” [337-344] e le 6 “note”
sugli scrupoli [345-351].
Terza e quarta settimana
Completata l’operazione scelta dello stato o revisione di vita per
ulteriormente conformala alla divina volontà, bisogna passare all’azione e questo
non è sempre, per non dire, mai e del tutto facile.
Ci vuole un... cordiale, un’intensa cura di spirituali vitamine e, quindi, il
responsabile ricorso ai mezzi che consentono di ottenere nuove energie.
Tanto più che siamo tutti portati a condividere sia il... tentativo di
dissuasione di Pietro: “Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai” (Mt
16,22), che la constatazione dei discepoli di Cafarnao: “Questa parola è dura!” (Gv
6,60).
Segue, del tutto logico - logica e concatenazione sono elementi che
caratterizzano questa nostra spiritualità - il discorso sulla Passione, unitamente –
mai perderlo di vista! - a quello della Risurrezione, Ascensione e Pentecoste.
Con gli esercizi di queste due tappe – fondamentali, anch’esse, e qualificanti
la visione ignaziana - dovremmo arrivare a fare nostro lo slancio dello stesso Pietro,
in risposta alla provocazione di Gesù: “Volete andarvene anche voi? [...]. Signore,
da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto
che tu sei il Santo di Dio” (Gv 6,67-69).
E dovremmo pure entrare nel cuore del cristianesimo e contemplare, meglio,
rivivere per assumere i misteri che costituiscono il kerigma, a partire dall’Eucaristia,
che del kerigma fa “memoria”: “Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua
risurrezione…”.
Siamo, anche qui, ad altre solenni battute della Prece eucaristica IV: “Per
attuare il tuo disegno di redenzione si consegnò volontariamente alla morte, e
risorgendo distrusse la morte e rinnovò la vita”.
Quali, più in particolare, le principali intuizioni ignaziane?
TdS 2015/203 44
In tempo di contemplazione dei misteri della passione, si deve “domandare
[...] dolore, dispiacere e confusione, perché per i miei peccati il Signore va alla
passione” [193], e, con maggiore precisione: “Quello che è propriamente da
domandare [...] dolore con Cristo addolorato, strazio con Cristo straziato, lacrime,
intima pena di tanta pena che Cristo soffrì per me” [203].
Con Cristo. Per esserlo, devo, come esplicitamente suggerisce il nostro Santo,
collaborare: “Considerare quello che Cristo nostro Signore soffre nell'umanità, o
vuole soffrire, secondo il passo che si contempla; e qui cominciare con vigoroso
impegno, a dolermi, rattristarmi, piangere; e così continuare a lavorare negli altri
punti che seguono” [195,1-2], ma - ribadisce in una nota - “per tanto dolore e tanto
soffrire di Cristo nostro Signore” [206,3].
Tenendo anche presente – altra chiave di lettura della tappa – che “la
divinità si nasconde”, tant’è vero che non distrugge “i suoi nemici”, e “lascia
soffrire la santissima umanità tanto crudelissimamente” [196].
Bisogna, inoltre, continuare a “considerare come tutto questo soffre per miei
peccati, ecc.”,
Chiara l’idea non solo dell’unione “con Cristo addolorato...”, ma anche –
ulteriore chiave di lettura e identificante connotazione - della condivisione delle finalità
del Redentore: “Considerare [...] che cosa io devo fare e patire per lui” [197]. Da cui
risulta un’altra intuizione e proposta: l’essere con e come Gesù della terza maniera di
amare, si deve arricchire di questo prezioso fare e patire per lui e come Lui, in quanto
Redentore.
È un ripetuto insegnamento
del Vaticano, di cui riporto solo un
breve brano della LG 8/306:
“Come Cristo ha compiuto la
redenzione attraverso la povertà e
le persecuzioni, così pure la Chiesa è
chiamata a prendere la stessa via
per comunicare agli uomini i frutti
della salvezza...”.
Ma – dobbiamo ricordarlo! – quella della passione è soltanto una tappa e
alla spiritualità cristiana e ignaziana non può e non deve mancare l’altamente
qualificante contemplazione di Cristo Signore che risorge, ascende e invia lo
Spirito consolatore perché ci trasformi e ci rinnovi colmandoci dei suoi doni, in
particolare, di quella gioia e di quella pace, che sono proprie del Risorto.
Queste le affermazioni della Prece eucaristica IV che danno il tema della
tappa: “E perché non viviamo più per noi stessi ma per lui che è morto e risorto
TdS 2015/203 45
per noi, ha mandato, o Padre, lo Spirito Santo, primo dono ai credenti, a
perfezionare la sua opera nel mondo e compiere ogni santificazione”.
E queste sono le principali intuizioni e/o, se si vuole, i più caratterizzanti
angoli di visuale da cui porsi per consentire allo Spirito – continuiamo a tenere
presente Rm 12,1-2 – di lasciarci trasformare rinnovando il nostro modo di pensare e
adottare quello del Risorto.
1. “Domandare quello che voglio. Qui sarà chiedere grazia per rallegrarmi e godere
intensamente di tanta gloria e gioia di Cristo nostro Signore” [221].
Intuizione che fa da... gratificante pendant, da seconda faccia dell’unica
medaglia dell’essere uno non solo con il Cristo della passione, ma anche con
il Risorto;
2. “Considerare il compito di consolatore che Cristo N. S. svolge” [244]. Ovvio il
richiamo allo Spirito consolatore e a tutti i sapori del suo frutto: amore,
gioia, pace..., dominio di sé.
Tutto, anzi, deve essere coordinato – si noti l’istanza a creare unità di
atmosfera - in maniera che tali sapori vengano percepiti e gustati fin dal
primo mattino: “Appena svegliato, prospettarmi la contemplazione da fare,
desiderando essere toccato e allietato per tanta gioia e letizia di Cristo nostro
Signore” [229], pensando “cose che suscitano piacere, letizia e gioia spirituale,
come ad esempio la gloria” [229,3], adoperandosi a creare ambiente che
aiuti a “gioire nel suo Creatore e Signore” [229,4].
Amore, gioia e pace devono costituire l’aria da respirare in ogni
momento della vita...: “La gioia del Vangelo – siamo alle primissime battute
dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium - “riempie il cuore e la vita
intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare
da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore,
dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia”.
Un tema caro a Papa Francesco, ché il 03 12 201343 ha sollecitato a
pensare anche “a Gesù sorridente, gioioso” e ha evidenziato che Egli dà a noi “la
sua gioia interiore”, che “la pace cristiana è una pace gioiosa, perché il nostro
Signore è gioioso”, che anche la Chiesa “deve essere gioiosa”;
3. Ignazio, infine, propone, come prima contemplazione della tappa,
l’apparizione alla Vergine Madre: “... risuscitato apparve alla sua benedetta
Madre in corpo e in anima” [219,2]. E divertito, si direbbe... sornione, nella
sezione riservata ai punti delle contemplazioni, annota: “Della Risurrezione
di Cristo Nostro Signore. Della sua prima apparizione. Primo. Apparve alla
Vergine Maria; il che, sebbene non si dica nella Scrittura, si ritiene per detto
43
Omelia a Santa Marta.
TdS 2015/203 46
quando dice che apparve a molti altri; poiché la Scrittura suppone che abbiamo
intelletto, come sta scritto: “Anche voi siete senza intelletto?” [299,1-3].
Torna a proposito un altro invito di Papa Francesco44. Dopo avere
affermato che la “sua (di Maria) gioia è stata intima e profonda, e ad essa i
discepoli potevano attingere”, che “il cuore di Maria è diventato una
sorgente di pace, di consolazione, di speranza, di misericordia”, che “Lei, la
Madre di tutti i discepoli, la Madre della Chiesa, è Madre di speranza”, ha
concluso: “A Lei, silenziosa testimone della morte e della risurrezione di
Gesù, chiediamo di introdurci nella gioia pasquale”.
Conclusione
Una volta percorso l’itinerario indicato, si dovrebbe essere preparati e
disposti a vedere come “in tutto amare e servire sua divina maestà” [252] e, in
ossequio all’esortazione di Paolo a “offrire i vostri corpi come sacrificio vivente,
santo e gradito a Dio”, essendo “questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1).
È lo scopo dell’ultimo esercizio. Ultimo e, quindi, punto vertice di tutti gli
Esercizi e della spiritualità ignaziana: la “Contemplazione per giungere ad amare”
[230,1], o, se più piace, per essere contemplativi nell’azione, in modo che la
preghiera, quale respiro e battito di cuore, animi e ritmi tutta l’esistenza.
Ed è pure tempo di pratici suggerimenti per inserirsi nel quotidiano e, in
costante attenzione a cercare, trovare, fare la paterna volontà, gioiosamente, prestare
culto spirituale a Dio con e nella vita.
Ma... come già accennato, è argomento che ho iniziato a svolgere in molti
dei precedenti contributi su I tempi dello Spirito e che, con l’aiuto del Signore, ho
intenzione di continuare a proporre.
Vedremo che Ignazio offre, anche a questo proposito, suggerimenti concreti
e pratici, frutto di personali esperienze e particolari intuizioni, meglio e
soprattutto, di ulteriori, divine illuminazioni.
44
Regina coeli 21 04 2014, lunedì dell’Angelo. “ Ci farà bene, in questa settimana, anche
pensare alla gioia di Maria, la Madre di Gesù. Come il suo dolore è stato intimo, tanto da trafiggere
la sua anima, così la sua gioia è stata intima e profonda, e ad essa i discepoli potevano attingere.
Passato attraverso l’esperienza di morte e risurrezione del suo Figlio, viste, nella fede, come
l’espressione suprema dell’amore di Dio, il cuore di Maria è diventato una sorgente di pace, di
consolazione, di speranza, di misericordia. Tutte le prerogative della nostra Madre derivano da qui,
dalla sua partecipazione alla Pasqua di Gesù. Dal venerdì al mattino di domenica, Lei non ha perso la
speranza: l’abbiamo contemplata Madre addolorata ma, al tempo stesso, Madre piena di speranza.
Lei, la Madre di tutti i discepoli, la Madre della Chiesa, è Madre di speranza.
A Lei, silenziosa testimone della morte e della risurrezione...” ecc., come nel testo.
TdS 2015/203 47
Alcune possibili applicazioni
ai Week-End
1.
Scopo. Tenuto conto
dell’esempio di Gesù: “Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e
compiere la sua opera” (Gv 4,34),
dell’istanza di fondo che ha animato tutta la sua vita: “Faccio sempre le cose che gli
al Padre sono gradite” (Gv 8,29);
del suo insegnamento: “Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel
regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,2122);
proporsi di mettere ordine nel proprio modo essere e agire, alla luce della paterna
volontà [1],
e così prestare, nella vita e con la vita, culto spirituale veramente “santo e gradito a
Dio” (Rm 12,1).
2. Promuovere il desiderio [20,1] di fare l’esperienza dei Week end, indicandone i
vantaggi.
3. Suggerire di offrirsi all’azione dello Spirito del Padre e del Figlio, “Protagonista”!
[2,3. 15,3], con magnanimità e liberalità [5].
4. Operare in modo da portare a sentire e gustare i vari aspetti della Verità, che è
Cristo Signore, e, sempre in consapevole apertura allo Spirito, maturare
convinzioni e poche motivate decisioni (cfr. [2,4]).
Ci sia, perciò, tempo per riflettere, pregare, assimilare.
5. Evitare, nella maniera più assoluta, lavaggi di cervello. Guardarsi, perciò,
dal coordinare le cose - a partire dai dépliant e dalle scritte sulle pareti, a continuare
con i canti, i suggerimenti per la preghiera, i colloqui spirituali… - in maniera da
influire o, peggio, pesantemente ipotecare una scelta [15,1-4];
dal cadere nel leaderismo o imperialismo sulle anime e imporre stato di vita e
professione o assegnare mogli e mariti…
dal fare miope opera di proselitismo. Cfr. [15,5-6].
6. Curare il coinvolgimento del soggetto, in tutte le sue dimensioni: intelletto e
volontà, corpo e sensi, sentimenti e affetti, immaginazione e fantasia [47. 91,3],
fino a “vedere me stesso, come sto davanti a Dio nostro Signore e a tutti i suoi
santi” [151], “... che intercedono per me” [232].
TdS 2015/203 48
7. Invitare a servirsi “degli atti dell’intelligenza per ragionare”, ma anche “di quelli
della volontà per muovere gli affetti” [3,1], fino ad arrivare all’ “esclamazione di
ammirazione con grande affetto” [60,1] e a offrire all’onnipotente Amore tutto
quanto si è e si ha [5,-2] “con molto affetto” [234,3].
Sarebbe, anzi, bene premurarsi di “muovere di più gli affetti con la volontà” [50,6.
52,3], e ammonire il soggetto, che indugiasse “più del giusto a esercitare
l’intelletto e meno l’affetto”, perché dia “uguale spazio e importanza e all’uno e
all’altro” (Directoria 289, 35).
8. Suggerire di concentrarsi sulla materia proposta [11] e di impegnarsi per
ottenere “quello che voglio e desidero” [48].
9. Dare tempo per tornare a pregare sulle verità (sui punti) su cui uno ha percepito
“maggiori mozioni e gusti spirituali” [227,3] (cfr. [62,2. 65,4. 118,3254,1]).
Sono... gli ammiccamenti del Signore.
10. Riandare, perciò, sui tempi della preghiera per memorizzare e anche annotare i
messaggi ricevuti (cfr. [77]).
11.Fare di tutto perché si rimanga, sia nei singoli esercizi che a conclusione
dell’esperienza, con l’animo soddisfatto [12,2. 76,3].
12.Fomentare devozioni essenziali, centrate su Cristo Signore, che, con il Padre,
manda lo Spirito perché ci guidi “a tutta la verità (Gv 16,12), su Nostra Signora
[53,1-4. 147,1-3. 156. 157,2] con san Giuseppe e anche, soprattutto nei
momenti di particolare importanza, con gli Angeli, con i Santi... [98,1. 151.
232].
13.In tutto e sempre sentire con la Chiesa... avere, anzi, “il gusto della Chiesa”.
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Altre indicazioni per il
responsabile dei Week-end
1.
Tenga nel conto dovuto la necessità dell’adattamento alle persone [18], un
principio di elementare psicologia e di buon senso;
2.
Promuova logica e concatenazione sia dei singoli temi che dell’argomento
dell’anno.
3.
Proponga, nei limiti del possibile, misteri della vita del Signore e
4.
suggerisca, sempre che lo ritenga, di adottare il metodo proposto dalla
spiritualità ignaziana nelle contemplazioni dell’Incarnazione e della Natività,
con al centro la SS. Trinità che pronuncia la... classica formula: “Facciamo la
redenzione del genere umano” [107,2].
Raccomandi anche una personale, attiva presenza.
5.
Organizzi l’orario in modo da mettere al centro l’Eucaristia, dando,
ovviamente, spazio anche al sacramento della Riconciliazione.
6.
Tenuto conto dell’importanza che hanno nella spiritualità ignaziana, anche in
ordine alla preparazione a un’esperienza più impegnata nelle vie dello Spirito,
veda se non sia il caso di proporre sia durante i week-end che dopo, i “Tre
modi di pregare”:
il primo è sui comandamenti [238-243], sui vizi capitali [244-245], ecc.;
il secondo: “... contemplando il significato di ogni parola” del Padre
nostro, dell’Ave Maria, ecc. [249-257];
il terzo è “a ritmo” [258-260]: per innestare nei ritmi vitali del palpito
del cuore e del respiro le parole o espressioni di una preghiera.
7. Operare in maniera da suscitare il desiderio di ritornare per fare meglio e
anche di più.
TdS 2015/203 50
Beato Paolo VI - Dalla Lettera al Card. Richard Cushing in occasione della conferenza di Boston “Fra i parecchi metodi lodevoli per dare
esercizi ai laici, quello basato sugli Esercizi
spirituali di S.Ignazio di Lojola, fin
dall’approvazione data da Paolo III nel 1548, è il più largamente
usato. I direttori di ritiri, d’altronde, non devono mai cessare di
approfondire l’efficacia delle ricchezze dottrinali e spirituali del
testo ignaziano e di esprimere queste ricchezze secondo la
teologia del C.V.II. Il ritiro non deve divenire uno studio dei
documenti conciliari; il direttore deve, però, presentare i temi
degli Esercizi, qualunque sia il metodo di cui si serve, in un
contesto teologico familiare ai laici di oggi. Sarebbe tuttavia un
errore diluire il ritiro degli esercizi con innovazioni che, per quanto
buone in se stesse, riducessero l’efficacia del ritiro chiuso. Queste
iniziative – come: attività di gruppo, discussioni religiose e ricerche
di sociologia religiosa – hanno il loro posto nella chiesa, ma il loro
posto non è il ritiro chiuso, nel quale l’anima, sola con Dio, riceve
generosamente l’incontro con lui, ed è da lui meravigliosamente
illuminata e fortificata”. (Roma, 25 luglio 1966) TdS 2015/203 51
Danilo Zanella
CONTENUTI E METODOLOGIA DEI
‘WEEK-END DELLO SPIRITO’ RILANCIO
Camminando secondo lo Spirito
Nel cammino dell’Anno di Liturgico delle nostre comunità, dei gruppi-associazioni
e movimenti, degli operatori pastorali, così pure nell’itinerario di fede personale
di ogni credente, non possiamo non ricordare la tenerezza di quell’invito di Gesù:
”Venite con Me in disparte e riposatevi un po’”( Mc 6,31). Se è stato detto che “il nemico
di Dio non è l’ateismo ma il rumore”, è indispensabile, nel silenzio, disporci all’ascolto
di ciò che “lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2,7); infatti nella Bibbia molti uomini
‘guariscono la vista attraverso l’udito’ (cf Bartimeo). Accogliamo, quindi, l’amoroso
invito del Signore: “perciò l’attirerò a Me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore”
(Os. 2,16).
Agitazione eccessiva
Anche nel campo apostolico c’è il pericolo di subire la ‘sindrome’ di Marta “presi
dai molti servizi”, più che imitare la sorella Maria. Facciamo fatica a “stare seduti
ai piedi di Gesù in ascolto”; ma Cristo ancora una volta ci dice:”Tu ti preoccupi e
ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la
parte migliore, che non le sarà tolta!” (Lc 11,38-42). Ciò non significa cercare il
Tabor come evadente “nirvana”, ma nella misura che si è stati in ginocchio nella
contemplazione, saremo capaci di farci missionari in un mondo che cambia,
dentro le problematiche dell’emergenza educativa, e per educare alla vita buona del
Vangelo, fino alle ‘periferie esistenziali’, come direbbe Papa Francesco. Tommaso
da Celano diceva di S.Francesco: ”Quando pregava, non muoveva le labbra. Solo la sua
anima parlava, come se avesse richiamato dentro di sè tutte le sue facoltà di attenzione per
concentrarsi in Dio. Non era un uomo che pregava, era la preghiera fatta uomo”.
TdS 2015/203 52
La FIES definisce gli esercizi spirituali, senza confonderli con altre esperienze
«Gli Esercizi Spirituali costituiscono una forte esperienza di Dio, suscitata
dall’ascolto della sua Parola, compresa e accolta nel proprio vissuto personale sotto
l’azione dello Spirito Santo che, in clima di silenzio e di preghiera e con la
mediazione di una guida spirituale, dona la capacità del discernimento in ordine
alla purificazione del cuore, alla conversione della vita e alla sequela di Cristo per il
compimento della propria missione nella Chiesa e nel mondo». (dallo Statuto FIES)
La nostra Federazione nel suo lungo cammino ha voluto ribadire la serietà di una
spiritualità fondata biblicamente, che non ignora la teologia e l’ecclesiologia
Conciliare, corroborata dalle principali spiritualità sorte per l’ispirazione dello
Spirito Santo lungo i secoli. In particolare si sono approfondite tre grandi scuole
di spiritualità: Ignaziana, Carmelitana e Agostiniana, anche se non esclusive ne
escludenti. Consci che «la stessa teologia senza la spiritualità è vuota, mentre la
spiritualità senza teologia rischia di essere cieca».
Ora, tenendo conto delle Relazioni di p. Schiavone sulla ‘spiritualità ignaziana’ e
del vescovo mons. Scanavino sulla ‘spiritualità agostiniana’, vorrei richiamare
rapidamente ciò che ci ha guidato in trentadue anni di week-end dello Spirito,
scegliendo soprattutto per i giovani, un ‘tema all’anno’ (come potremo vedere nel
Laboratorio di studio prendendo in mano i sussidi usati).
SPIRITUALITÀ IGNAZIANA
S. Ignazio dopo la forte esperienza di Manresa proporrà e l’esperienza degli Esercizi
Spirituali. Anche per i Week-end dello Spirito, tenendo presente alcune
osservazioni del card. C.M. Martini, dobbiamo tenere presente:
* Non sono (solo) una scuola di preghiera, anche se risultano di grande aiuto per
entrare nell' orazione. Noi abbiamo sempre molto bisogno di ricominciare a
imparare a pregare. Talora preghiamo male, proprio perché non ci mettiamo di
fronte al Mistero tremendum con quella riverenza, adorazione profonda, silenzio, che
sono premessa indispensabile.
* Non sono (solo) una «lectio divina», è ovviamente importante fermarsi su un
testo biblico. La lectio però si pratica per spingerci a camminare, è come l'asfalto
della strada, mentre gli esercizi consistono nel correre velocemente.
TdS 2015/203 53
* Cosa sono gli esercizi spirituali nell’esperienza dei week-end?
Sono un ‘ministero dello Spirito Santo’. Partono dalla persuasione che lo Spirito è
all’opera già prima e meglio di noi, e agisce in noi per farci cercare e trovare la
volontà di Dio momento per momento nella nostra vita. Siamo quindi chiamati
ad ascoltare la sua voce, a sintonizzarci con lui, a seguirlo.
Negli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Lojola leggiamo fin dall’inizio, dalla
prima Annotazione: «Con il nome di esercizi spirituali si intende ogni modo di esaminare
la coscienza, di meditare, di contemplare, di pregare oralmente e mentalmente e di altre
attività spirituali come più avanti si dirà» (n.1).
Continua Ignazio: «Infatti, come sono esercizi corporali il passeggiare, il camminare, il
correre, così si chiamano esercizi spirituali tutti i modo di preparare e disporre l’anima a
togliere da sé tutti i legami disordinati e, dopo averli tolti, di cercare e trovare la volontà
divina nell’organizzazione della propria vita per la salvezza dell’anima» (ivi).
Gli Esercizi spirituali sono perciò “operazioni spirituali” che compiamo con lo
scopo preciso di lasciarci muovere interiormente dalla grazia dello Spirito per
cercare la volontà di Dio nella nostra vita. Naturalmente qui sorge la domanda:
come e dove opera lo Spirito?
Possiamo cogliere la presenza dello Spirito solo attraverso la fede, e spesso la sua
azione la comprendiamo più tardi; come Mosè, che sul monte vede la gloria di
Dio quando è passata. Di solito, considerando gli eventi su larga scala – pensiamo
alla nostra vocazione - ci accorgiamo che lo Spirito ci ha mosso, ci ha portato, ci ha
guidato…
Questo non significa che lo Spirito non operi ‘nel momento’. Per esempio, agisce
tutte le volte che
•
•
•
•
mette in noi un certo disgusto della nostra mediocrità e ci stimola a
desiderare di uscirne;
opera in noi quando ci dà la sensazione che qualcosa non va e ci spinge a
superarci, a fare un passo avanti fidandoci di Dio;
opera tutte le volte che sperimentiamo la gioia di sacrificarci per un altro
o la gioia per qualcosa che umanamente ci darebbe pena o sofferenza;
e ancora, allorché avvertiamo il desiderio di maggior intimità con Gesù,
di parlargli più familiarmente, di dialogare con lui come con una amico;
opera quando superiamo delle ansie, delle tentazioni, dei blocchi che
irrigidiscono la nostra mente e non ci permettono di agire con scioltezza
nel regno di Dio. Sono tutti movimenti dello Spirito...
TdS 2015/203 54
SPIRITUALITÀ AGOSTINIANA
Accennando appena a questa spiritualità, S.Agostino giunge alla conclusione che
l’amore è il ‘motore’ della vita, e dirà: “Ciascuno vive secondo quello che ama”
(La Trinità 13). Anche i popoli si definiscono in base ai loro amori… Per vedere
com’è ciascun popolo bisogna esaminare quello che ama… (La Città di Dio, 19).
Se l’amore si atrofizza, la vita si paralizza! (sul Salmo 85). “L’amore di Dio è all’origine
di Gerusalemme, l’amore del mondo a quella di Babilonia. Chieda ciascuno a se stesso
che cosa ami e vedrà di quale città è cittadino” (Esposizione sul Salmo 64, 2).
Parlando della sua conversione Agostino confessa:
“Io stesso ero divenuto per
me un grosso problema e interrogavo la mia anima…” (Confessioni 4). Per
questo, la conversione ha carattere unificatore e totalizzante (Confessioni 8), anche se
entra nell’ambito della grazia e non è il risultato di solo sforzo personale.
La conversione implica sempre l’esercizio della fede, nel porre al centro della
propria vita Gesù Cristo, il Signore, (cf 2 Tim 2, 11; Rom 6, 8). La vita di
sant’Agostino è la storia di un innamorato! Un amore verticale, ma sempre
verificato negli altri. “Amare ed essere amato” (Confessioni 3). “Una vita è resa
buona soltanto da un retto amore” (Discorso 311); “I tuoi piedi sono la tua carità.
Abbi due piedi, non voler essere zoppo. Quali sono i due piedi? I due precetti
dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo.” (sul Salmo 33).
La preghiera: “La tua preghiera è un discorso con Dio. Quando leggi la Parola, Dio
parla con te; quando preghi, tu parli con Dio” (sul Salmo 85). La prima cosa è
ascoltare Dio, raccogliersi, ritrovarsi. E’ il ritorno all’interiorità dove attende e ha
la sua ‘cattedra il Maestro interiore’, lo Spirito Santo!.
E da ‘mendicanti di Dio’ chiediamo aiuto al Signore: “Donami ciò che mi
comandi e comandami ciò che vuoi” (Confessioni 10). “Gridare verso Cristo
significa corrispondere alla grazia di Cristo con le opere buone. Dico questo, fratelli, affinché
non facciamo ‘strepito’ con le parole e rimaniamo poi ‘muti’
con le opere buone” (Discorso 88).
SPIRITUALITÀ CARMELITANA
Pensiamo subito a S.Teresa d’Avila (Il libro della
Vita, Castello interiore, Sono figlia della Chiesa, Il
Cammino di perfezione, Pensieri sull'amor di Dio,
Poesie, Epistolario…) e con Teresa di Gesù pensiamo al
grande
contemplativo
‘eroicamente
provato’
S.Giovanni della Croce (Salita del Monte Carmelo,
Fiamma Viva d'Amore, Cantico Spirituale…). Inoltre,
TdS 2015/203 55
pensiamo a S.Teresa di Lisieux o Teresa del Bambino Gesùe del Volto Santo con
la sua stupenda Storia di un’anima… senza dimenticare altre note carmelitane: Santa
Teresa Benedetta della Croce-Edith Stein, Elisabetta della Trinità..).
Ora non potendo qui riprendere tutta la ricchezza della ‘spiritualità carmelitana’,
faccio riferimento agli anni ’70-80 in cui un prolungato ‘68’ ha fatto il ’48! nel campo
formativo e spirituale. La stessa spiritualità era considerata come una fuga
consolatoria e deviante dalla realtà, dall’impegno sociale, come di chi si perde a
studiare il “sesso degli angeli”. La crisi delle vocazioni di speciale consacrazione nel
contesto della secolarizzazione, non è stata, forse, conseguenza di questo vuoto? Per
questo nei Wekk-end dello Spirito è stato interessante porre a confronto S.Teresa
di Liesiux con il discusso filosofo Nietzsche.
L'esistenza di S. Teresa del Bambino Gesù (1873-1897) è interamente compresa
nell'arco della vita di F. Nietzsche (1844-1900). Nella comparazione fra Teresa e
Nietzsche: ne emerge una contraddizione assoluta:
•
F. Nietzsche è stato colui che ha proclamato in termini chiari ed espliciti
la "morte di Dio" come mai era prima avvenuto nella storia. È dapprima nella
‘Gaia scienza’ (1882) e poi in ‘Così parlò Zarathustra’ (1885) che Nietzsche
introduce l'annuncio della "morte di Dio". Nella ‘Gaia scienza’ l'uomo pazzo
annuncia agli uomini che ‘Dio è morto’: "Che ne è di Dio? lo ve lo dirò. Noi
l'abbiamo ucciso. Io e voi. Noi siamo i suoi assassini!".
-La cultura europea si è venuta progressivamente
staccando da Dio, è così che l'ha ucciso. Ma "uccidendo" Dio, si eliminano i valori posti a fondamento
della nostra vita, e si perde di conseguenza ogni punto
di riferimento. Nietzsche ne è perfettamente
consapevole: "Che facemmo sciogliendo la terra dal suo
sole? Dove va essa ora? Dove andiamo noi, lontani da
ogni sole? Non andiamo forse errando in un infinito
nulla? [... ]. Dio è morto! Dio resta morto! E noi
l'abbiamo ucciso!". "Ucciso Dio", viene soppresso il
mondo del soprannaturale e gli ideali ad esso connessi. Di
conseguenza, il cielo è una illusione; solo la terra conta e nella terra il superuomo! Questo è il messaggio fondamentale di Zarathustra: "Il superuomo è il
senso della terra. Ve ne scongiuro, fratelli miei, rimanete fedeli alla terra e non
prestate fede a coloro che vi parlano di speranze soprannaturali".
Antitesi tra due visioni esistenziali
“A ben riflettere, si trova che Nietzsche è la perfetta antitesi di Teresa di Lisieux:
• Teresa vive solo per Dio e in una sfera soprannaturale.
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Nietzsche proclama la morte di Dio e del soprannaturale.
Teresa evoca spesso la presenza di Dio con l'immagine del Sole.
Per Nietzsche la terra è ormai sciolta da questo Sole. Egli esorta ad esser fedeli
alla terra e a rifiutare la speranza soprannaturale.
• Per Teresa la terra è un ‘esilio’, pur amandola, anche se la sua più ardente
aspirazione è il cielo.
• Nietzsche proclama il super-uomo.
• Teresa sceglie la ‘piccola via’ dell'infanzia spirituale, affidandosi a Dio con la
fiducia del bambino.
Eppure, ad un certo punto, Nietzsche e Teresa sono accomunati: ambedue si
trovano di fronte ad un abisso, l'abisso del Nulla e dell'infinito...
• Teresa, pur immersa nella notte oscura della prova, si getta in Dio, morendo
in un'estasi d'amore;
• Nietzsche penetra nell'oscurità, crescono in lui gravi problemi psichici,
perde il lume della ragione fino al tramonto…
Dirà S.Teresa del Bambino Gesù: “E’ la contemplazione delle piaghe e del sangue di
Cristo, è il grido del Crocifisso "Ho sete". "Il grido di Gesù sulla croce mi echeggiava
continuamente nel cuore: "Ho sete". Queste parole accendevano in me un ardore sconosciuto
e vivissimo... Volli dare da bere all'Amato, e mi sentii io stessa divorata dalla sete delle
anime". Ma quali anime? “Non erano ancora le anime dei sacerdoti che mi attraevano, ma
quelle dei grandi peccatori, bruciavo dal desiderio di strapparle alle fiamme eterne..."
S. Teresa di Gesù Bambino e del volto santo, venuta a conoscere la vicenda di Pranzini,
un condannato a morte per un triplice omicidio, s'impegna a pregare per lui, fa
pure celebrare una S. Messa per la sua conversione ed è piena di gioia leggendo che
prima di essere ghigliottinato baciò tre volte il crocifisso. "Dopo quella grazia unica, il
mio desiderio di salvare le anime crebbe giorno per giorno; mi pareva di udire Gesù che mi
dicesse, come alla Samaritana, "Dammi da bere”. Madre Teresa di Calcutta in tutte le
sue Case delle Missionarie della carità, ha scritto presso il crocifisso: “Ho sete”.
Tempi dello Spirito per ‘tutte le vocazioni’
Nelle nostre Case di spiritualità, si vuole promuovere: gli esercizi e i ritiri spirituali, i
week-end dello spirito, le scuole della Parola, le scuole di Preghiera, gli esercizi spirituali nella
vita ordinaria (EVO), la direzione spirituale, gli esercizi serali in Casa o nelle
parrocchie detti ’90 minuti con Dio’. Dove non deve assolutamente mancare una
‘appassionata’ dimensione e attenzione vocazionale...
Ö Ma facciamoci un reale esame di coscienza: non ci siamo forse adagiati?
Non basta dire “non vengono”? Quanto costruiamo ‘ponti pastorali’ con
gli Uffici diocesani, gruppi-movimenti? Con l’Azione cattolica, di cui ne
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parla espressamente il Concilio, ci si può collegare e arrivare a tutte le
parrocchie?
Ricorda il Conc. Vat. II LG 4 “che i membri dell'Ordine sacro, per la loro speciale
vocazione sono destinati principalmente e propriamente al sacro ministero,
mentre i religiosi (consacrati) col loro stato testimoniano in modo splendido ed
esimio che il mondo va trasfigurato e offerto a Dio…
Mentre è proprio dei fedeli laici cercare il regno di Dio trattando le cose
temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i
diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e
sociale, sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di
fermento, alla santificazione del mondo”. In cinquant’anni di Fies che opera per la
pastorale della spiritualità quanti responsabili delle Case sono veri ‘animatoriguide o si è semplici, se pur meritori, ‘gestori’…?
TUTTO UN WEEK-END… MINUTO
PER MINUTO
Questa esperienza degli esercizi spirituali di
fine-settimana va diffusa e diventa
propedeutica agli esercizi spirituali più lunghi
(settimana, mese ignaziano o altro).
Iniziano il venerdì sera e terminano la
domenica pomeriggio.
Le tematiche sono responsabilmente scelte,
con approfondimenti secondo lo stile della lectio, con momenti di preghiera e
celebrativi, in un clima di deserto, di colloquio personale e di scambio (collatio).
Dopo l’introduzione della Guida del venerdì sera segue un breve deserto; la
Compieta può essere arricchita da qualche ‘gesto’ che aiuti i partecipanti a
presentarsi e impegnarsi.
Il sabato mattina dopo le Lodi ecco la meditazione fondamentale con collegato
deserto e risonanze.
Ö Se al mattino si privilegia il “PROPORRE”,
Ö nel pomeriggio si privilegia il “CELEBRARE”
infatti si avvia la ‘Spiritualità della strada’ dove “a due a due come i discepoli di
Emmaus”, o in gruppetto, (in quaresima Via crucis creativa), dove i giovani o
adulti camminano riprendendo le tematiche del corso in clima contemplativo e di
scambio fra di loro, all’aperto…
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Dopo pausa merenda: segue l’ADORAZIONE e la possibilità di celebrare il
Sacramento della riconciliazione con calma e dialogo…. Infatti nel libro del
Siracide viene questo incoraggiamento: ”Ascolta volentieri ogni parola divina e le
massime sagge non ti sfuggano. Se vedi una persona saggia, va presto da lei; il tuo piede
logori i gradini della sua porta”(cf 6,22-31.35-37).Per i gruppi più ‘tosti’ si conclude con la celebrazione dei Vespri – e cena.
La serata può essere impegnata nello scambio esperienze, o in un videoforum, o
visita-confronto a un ‘luogo di carità’, oppure con una serata di allegria. E, prima
del riposo (se il gruppo ce la fa): Compieta o rosario.
La domenica mattina dopo la celebrazione delle lodi e colazione, l’ultima
Meditazione e deserto ricapitolativo, per poi partecipare alla celebrazione
dell’Eucaristia conclusiva, con consegna di un ‘ricordo’ dell’esperienza. Segue
pranzo fraterno.
Nel pomeriggio si può propone una ‘tavola rotonda vocazionale’ con la presenza
di alcuni Testimoni significativi (presbitero, diacono, consacrato
/a,coppia/volontario/monaca/iconografo/missionario/
laico
impegnato…).
Scegliendo tre o quattro ‘testimoni’ relativamente alla tematica svolta. Dibattito e
poi partenze. Cercando poi di tenere i contatti senza ‘invasioni di campo’, quale
‘assistenza su strada’…
CONCLUSIONE
Come sono gli abitanti di questa citta’?
C'era una volta un uomo seduto ai bordi di un'oasi all'entrata di una città del
Medio Oriente. Un giovane si avvicinò e gli domandò: "Non sono mai venuto da
queste parti.
Come sono gli abitanti di questa città?". Il vecchio gli rispose con una domanda:
"Com'erano gli abitanti della città da cui vieni?".
"Egoisti e cattivi. Per questo sono stato contento di venire via".
"Così sono gli abitanti di questa città", gli rispose il vecchio saggio.
Poco dopo, un altro giovane si avvicinò all'uomo e gli pose la stessa domanda:
"Sono appena arrivato in questo paese.
Come sono gli abitanti di questa città?".
L'uomo rispose di nuovo con la stessa domanda: "Com'erano
gli abitanti della città da cui vieni?".
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"Erano buoni, generosi, ospitali, onesti. Avevo tanti amici e ho fatto molta fatica a
lasciarli".
"Anche gli abitanti di questa città sono così", rispose il vecchietto.
Un mercante che aveva portato i suoi cammelli all'abbeveraggio aveva udito le
conversazioni e quando il secondo giovane si allontanò si rivolse al vecchio in tono
di rimprovero: "Come puoi dare due risposte completamente differenti alla stessa
domanda posta da due persone?".
"Caro amico" - rispose il vecchio saggio - ciascuno porta il suo universo nel cuore.
Le persone vedono il mondo attraverso la luce del loro cuore. Se in noi c’è una
‘Luce buona’ tutto sarà bello e buono e si saprà amare tutti. Ma se dentro di noi
c’è solo buio, il mondo lo vedremo senza colori e senza speranza».
=>Le Case di spiritualità, vere “palestre dello Spirito” o “cliniche dello spirito”
possono essere luoghi per combattere la sempre insidiosa sclerocardia… Il farmaco
rimane “la gioia del Vangelo che riempie il cuore e la vita intera di coloro che si
incontrano con Gesù”, ci ricorda Papa Francesco. Come “Maria, che da parte sua,
custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo nel suo cuore” (Lc. 2,19), per
poi farsi testimone di piena donazione, nella Chiesa nascente, fino agli estremi
confini della terra.
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Coniugi Corrado Aprile e Carmela Tommasi
LA SPIRITUALITA’ CONIUGALE
Esperienze e INZIATIVE
Dall’esperienza
Poiché non siamo teologi, né esperti relatori, ma
una semplice coppia, con 43 anni di matrimonio
alle spalle (tre figli e quattro nipoti),
presenteremo brevemente, i punti essenziali della
spiritualità coniugale, facendo riferimento
all’esperienza da noi maturata nel corso degli
anni.
Ci soffermeremo poi, in quanto operatori di
pastorale familiare (condirettori da 25 anni
dell’Uff. diocesano di Pastorale Familiare di
Otranto) , a sottolineare l’importanza e l’urgenza di spendersi per la famiglia,
anche alla luce di quanto emerso nel Sinodo sulla famiglia dello scorso ottobre.
Infine offriremo l’esemplificazione di un week-end dello Spirito per famiglie e
coppie di sposi e un’icona, una immagine tratta dal Vangelo, certo più efficace di
tante nostre parole.
Spiritualità coniugale
Caratteristica propria della Spiritualità coniugale è rispondere alla vocazione:
• di “essere due in uno”, laddove l’essere “uno” non annulla i due, ma li
completa, li realizza pienamente
• di formare una famiglia “comunità di vita e di amore” (F.C. 17)
• di essere, con il proprio amore di sposi, segno dell’alleanza d’amore di Dio
con l’umanità, di Cristo Sposo con la Chiesa Sposa
e tutto ciò grazie alla forza dello Spirito ricevuto in dono dagli sposi nel
sacramento del Matrimonio.
A tal proposito la Gaudium et Spes al nr. 48 sostiene: “I coniugi cristiani sono
corroborati e quasi consacrati da uno speciale sacramento per i doveri e la dignità
del loro stato. Essi, compiendo in forza di tale sacramento il loro dovere coniugale
e familiare, penetrati dallo Spirito di Cristo tendono a raggiungere sempre più la
propria perfezione e la mutua santificazione e assieme rendono gloria a Dio.”
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E la F.C. al n. 56, riprendendo proprio il passo citato, specifica: “Fonte e mezzo di
santificazione per i coniugi e la famiglia cristiana è il sacramento del matrimonio…
dono di Grazia di Gesù Cristo che accompagna i coniugi per tutta la loro esistenza,
affinchè come Egli ha amato la Chiesa e si è dato per Lei così anche i coniugi
possano amarsi l’un l’altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione”.
E ancora, al n. 51 ribadisce: “Dio che ha chiamato gli sposi al matrimonio,
continua a chiamarli nel matrimonio. Dentro e attraverso i fatti, i problemi, le
difficoltà, gli avvenimenti dell’esistenza, di tutti i giorni, Dio viene ad essi
rivelando e proponendo il suo disegno di salvezza…
E sottolinea “La scoperta e l’obbedienza al disegno di Dio (e quindi il
discernimento e la sequela) spettano ai due coniugi insieme”. E, infine, “Se la
famiglia cristiana è comunità, la sua partecipazione alla missione della Chiesa deve
avvenire secondo una modalità comunitaria: insieme dunque i coniugi, in quanto
coppia, devono vivere il loro servizio alla Chiesa e al mondo. Devono essere nella
fede un cuor solo ed un’anima sola” (F.C. 50).
Pertanto, condurre una vita secondo lo Spirito è per noi coniugi crescere
“insieme” agli occhi del Signore, camminare “insieme” nell’Amore,
vivere”insieme” il proprio battesimo entro il matrimonio e , quindi, entro la realtà
specifica del proprio stato coniugale e familiare.
Ci piace sottolineare questa parola “insieme” poiché sin dal principio l’uomo e la
donna sono stati pensati e creati “insieme” Quando “ il Signore creò l’Uomo, a
immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò” (Gen. 1), pose la sua
immagine nella loro relazione d’amore e li chiamò ad essere “un’unica carne”.
Perciò, dice Turoldo nel bellissimo testo “Amare”, “non sono io immagine di Dio,
e non sei tu, ma siamo io e tu insieme, se ci amiamo” e conclude: “insieme” è la
parola più religiosa del mondo”.
Santificarsi insieme, rendere insieme gloria a Dio, “vivere insieme come coppia il
proprio servizio alla chiesa e al mondo: è questo il nostro ideale, l’obiettivo
ispiratore del nostro cammino spirituale perché siamo convinti che, come dice don
Tonino Bello, “siamo angeli con un’ala soltanto, che possono volare in alto solo
stando abbracciati”.
Questa idea di fondo illumina la nostra quotidianità, diventa criterio di
discernimento del nostro agire, delle nostre scelte di vita, della nostra relazione di
coppia; ma anche delle nostre relazioni familiari, ecclesiali e sociali.
Il nostro “essere insieme” non è infatti e non vuole assolutamente essere chiusura
intimistica nel nostro guscio, ma è un dono di grazia che esige di espandersi,
domanda di essere “insieme agli altri”, di fare esperienza di comunione, di
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condivisione con chi ha bisogno di noi, nella certezza che “non possiamo essere
felici da soli” (Camus).
Da questa consapevolezza scaturisce anche il nostro impegno nella Caritas
parrocchiale e il nostro servizio di pastorale familiare.
Questa è la nostra esperienza, maturata in noi per grazia di Dio nel corso del
nostro matrimonio e in via di ulteriore maturazione; esperienza di fede alimentata,
provata, perseguita giorno per giorno, ma anche sostenuta e corroborata dalla
preghiera in comune, dalla partecipazione in comune all’Eucarestia, dalla
partecipazione frequente a giornate di spiritualità o week-end dello Spirito per
coppie di sposi, oltre che da svariati convegni sulla vita di coppia e sulla spiritualità
familiare
Sintetizzando e confrontando con le altre la nostra spiritualità coniugale, forse
potremmo dire che:
•
•
•
•
la nostra regola spirituale è “crescere insieme nell’amore”
il nostro monastero è la casa
i nostri “esercizi spirituali” si svolgono abitualmente in famiglia entro le
mura domestiche
la nostra missione è vivere insieme come coppia il servizio alla Chiesa e al
mondo.
Urgenza di una Pastorale Familiare
Guardando alle famiglie di oggi e
soprattutto vivendo con le famiglie,
indubbiamente vediamo irradiarsi da
esse tante luci. Ma altrettanto
certamente notiamo tantissime ombre
incombere all’orizzonte.
- Tante famiglie cristiane, come si legge
nella Relatio Sinodi, “con generosa
fedeltà rispondono alla loro vocazione e
missione, anche quando il cammino
familiare le pone dinanzi ad ostacoli,
incomprensioni, sofferenze. (nr.1)
- Tante famiglie “grembo di gioie, di
prove, di affetti profondi e di relazioni
forti, diventano di fatto scuola di
umanità, di cui si sente fortemente il bisogno”. (nr.2)
- Il desiderio di famiglia resta ancora vivo anche tra i giovani.. (nr.3)
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Tuttavia nessuno può negare i numerosi segnali di crisi dell’istituto familiare. Tale
crisi è essenzialmente da ricondurre, oltre a numerose altre concause, ad una
profonda crisi di fede, come sostengono i padri sinodali: “La crisi della fede, che
ha toccato tanti cattolici, è spesso all’origine della crisi del matrimonio e della
famiglia (n. 5).
Da qui la necessità, anzi l’urgenza per la Chiesa, di annunciare il Vangelo della
Famiglia, la sfida per la Chiesa di aiutare le coppie nella maturazione della loro
fede, di accogliere le persone con la loro esistenza concreta per incoraggiare il
desiderio di Dio, per sostenerne la ricerca (9).
La nostra esperienza ci dice che la crisi, la lacerazione, esige di essere superata,
colmata, ricomposta; la crisi spinge alla ricerca di qualcosa, di qualcuno che
consenta di uscirne fuori. Così è per la famiglia, per la coppia.
In questo tempo di crisi molte sono le famiglie e le coppie in ricerca, che vogliono
fondare su più solide fondamenta il loro matrimonio: molte sentono il bisogno di
ri-creare, ri-tessere la loro relazione.
Molti sposi che vogliono progredire nella relazione considerano importante
concedersi uno o più giorni di spiritualità da vivere insieme, giorni talvolta rubati
alle ferie o al fine settimana.
Talvolta è la parrocchia o la diocesi che organizza e promuove tali giornate.
Talvolta sono i gruppi famiglia parrocchiali e i movimenti che prevedono questi
tempi preziosi durante l’estate o in altri tempi forti dello Spirito (Quaresima,
Avvento o altro). Altre volte sono le singole coppie che cercano comunità apposite,
centri di spiritualità capaci di offrire non solo stimoli adatti, ma anche tempo
abbondante perché i due sposi possano uscire dalla routine del quotidiano per
rinnovare se stessi e la loro relazione di coppia alla luce del Vangelo, attraverso il
loro incontro con Gesù.
Secondo noi, impegnarsi con le famiglie, per le famiglie è un campo di apostolato
molto promettente, vasto, ma non ancora adeguatamente valorizzato (basti pensare
che su cento monasteri d’Italia solo 25 si dichiarano disponibili ad accogliere le
famiglie!).
Perciò ribadiamo, con i Padri Sinodali, : la nuova evangelizzazione non può non
riconoscere l’urgenza di annunciare Cristo alla famiglia nei vari contesti, nelle varie
situazioni o momenti esistenziali in cui essa si trova: e quindi annunciare Cristo
(come ci ricorda il Sinodo) ai nubendi, ai giovani sposi, alle famiglie ben
consolidate, alle famiglie ferite.
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Annunciare Cristo
Annunciare Cristo alle famiglie del nostro tempo non è certo facile, ma è
certamente molto stimolante, coinvolgente e, con l’aiuto di Dio, potrà condurre ad
esiti impensati. Le occasioni possono essere tante.
* Spesso si tratta di proporre un ricominciamento a persone che si sono
allontanate dalla comunità ecclesiale (fare una proposta di fede forte), condurre la
coppia ad intraprendere un cammino di conversione per seguire Gesù,
conformare la propria vita di coppia, il proprio amore sul Suo amore totale,
fecondo, fedele sempre, e diventare con il proprio amore sacramento del Suo
amore.
* A volte si tratta di rifondare nella fede persone, famiglie, che si dicono cristiane,
ma lo sono solo per abitudine.
* A volte si tratta di colmare una frattura che risale al post-cresima, riprendere un
dialogo con i giovani che si preparano al matrimonio dopo un lungo periodo di
assenza dalla comunità ecclesiale. Per tali giovani perché non pensare, oltre al
consueto percorso parrocchiale, a dei week-end dello Spirito che non riducano la
formazione ad una prospettiva semplicemente umana ma divengano occasione di
secondo annuncio, veri e propri itinerari di fede, affinché vivano il fidanzamento
come tempo di grazia?
* A volte si tratta di proporre un’esperienza forte di fede a genitori che chiedono il
battesimo, la cresima, la comunione per i loro figli e non sanno cos’è la fede o
sono magari separati, divorziati o conviventi.
Senza scandalizzarci per questo, possiamo proporre loro un breve ma intenso
percorso di fede a partire dalla situazione in cui essi si trovano, evidenziando,
magari anche attraverso la testimonianza di sposi fedeli, “che il legame tra famiglia
e fede è possibile e salutare, che l’incontrare Cristo, il lasciarsi afferrare e guidare
dal suo amore allarga l’orizzonte dell’esistenza, le dona una speranza solida che
non delude…(21), “ che l’amore di coppia, per quanto fragile ed imperfetto, è una
vocazione che viene dall’alto… e trova il suo fondamento nella fedeltà di Dio, più
forte di ogni nostra fragilità” (n.53), che “nella fede è possibile assumere i beni del
matrimonio (indissolubilità, fedeltà, apertura alla vita) come impegno meglio
sostenibile (nr.21), che nella fede possiamo vivere il matrimonio come luogo di
santificazione.
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A tal fine molto efficace ci sembra la proposta di un week-end dello Spirito per
coppie e famiglie.
WEEK-END DELLO SPIRITO PER FAMIGLIE E COPPIE
Quando organizziamo un fine settimana, o un campo estivo, per famiglie e coppie
di sposi, secondo noi, sono da tenere presenti alcuni accorgimenti particolari:
1.
Offriamo loro un luogo accogliente, confortevole, magari non troppo di
lusso, in cui adulti e bambini possono sentirsi a proprio agio, come a casa loro.
Secondo noi sarebbe bello che ogni diocesi disponesse di una casa di spiritualità
per famiglie con
un padre spirituale pronto ad accoglierle, ascoltarle,
accompagnarle lungo il loro cammino, supportato da una equipe di coppie
referenti. Sarebbe molto utile far conoscere questi siti, queste case di spiritualità
familiare a tutti gli uffici diocesani di pastorale familiare perché ne possano
usufruire.
2.
Scegliamo alcuni temi specifici della vita di coppia (dialogo, conflittualità,
sessualità, spiritualità…) considerandoli non solo alla luce delle scienze umane, ma
anche e soprattutto alla luce della Parola e dei documenti della Chiesa. Saranno
presentati da una guida esperta ma filtrati anche dall’esperienza, dalla
testimonianza di qualche coppia referente.
Molto stimolante , secondo noi, è la riflessione sulla Genesi (per il progetto di Dio
sull’uomo e la donna), sul Cantico dei Cantici (per l’amore umano e divino), sulle
coppie nella Bibbia (fragilità e fecondità della relazione) su la casa nell’A.T. e nel
N.T. (luogo primario di vita ecclesiale e sociale), ecc.
3.
Interpelliamo e coinvolgiamo sempre la coppia e non soltanto il singolo:
ovviamente ciò non esclude il dialogo dell’esperto-guida con lui/ lei
separatamente; anzi questo può essere funzionale e propedeutico ad un eventuale
dialogo con i due e tra i due.
4
Non riduciamo il week-end ad una serie di prediche o discorsi di vario
genere, ma favoriamo l’esercizio, l’esercitazione, perché i due crescano nella
relazione.
E quindi proponiamo delle schede che possano servire per la riflessione personale
prima e poi per l’esercitazione di coppia e per la condivisione con le altre coppie..
5.
Sollecitiamo via via l’assunzione di piccoli impegni condivisi da entrambi i
coniugi che possano illuminare come piccoli punti- luce le loro giornate allorché
saranno ritornati a casa.
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6.
Diamo spazio alla preghiera personale, di coppia e con i figli nei diversi
momenti della giornata. Poniamo al centro la partecipazione comunitaria
all’Eucarestia e l’ adorazione eucaristica guidata e/o silenziosa.
7.
Non trascuriamo alcuni momenti di condivisione, come il pranzo, la cena,
il tempo libero: sono occasioni preziose per continuare, a livello informale, il
dialogo con le altre famiglie e favorire la nascita di una calda amicizia e di una
collaborazione pastorale.
8.
Non trascuriamo neppure i bambini. Mentre i genitori sono impegnati
nelle varie attività, affidiamo i figli ad esperti animatori, capaci di proporre loro
una piacevole esperienza di vita. Con loro organizziamo una “festa” finale per tutti
i partecipanti .
I risultati di queste esperienze di spiritualità sono, secondo noi, molto
incoraggianti:
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•
•
Quasi tutte le coppie, grazie all’azione dello Spirito, traggono beneficio per
la loro relazione e avvertono la necessità di ripetere l’esperienza.
Diverse coppie intraprendono un percorso di formazione più sistematico
(Scuola
per Operatori di Past. Fam.), si inseriscono nel gruppo famiglia
parrocchiale, nel percorso per nubendi, nella pastorale battesimale…
Molte coppie scoprono la bellezza del loro matrimonio in Cristo e la loro
missione nella Chiesa.
Siamo comunque persuasi che per raggiungere tali risultati bisogna credere nella
famiglia e spendersi per essa.
A tal proposito ci piace ricordare la testimonianza del nostro Arcivescovo mons.
Donato Negro, che sollecita e sostiene caldamente le iniziative di spiritualità
promosse dall’Uff. di P.F., vi partecipa personalmente così da stabilire con le
famiglie un rapporto di vicinanza ammirevole. Non lesina di investire, anche
economicamente, le sue risorse di Pastore perla loro crescita umana e spirituale.
E sentiamo il dovere di ringraziare tutti voi che, siamo certi, in vario modo, con
sapienza e pazienza sostenete, accompagnate, curate tante famiglie. “Credere nella
famiglia è costruire il futuro”, diceva con voce profetica Giovanni Paolo II. E no,
tutti, ci crediamo fermamente.
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Solo a titolo esemplificativo proponiamo un modello organizzativo di un week-end
per coppie di sposi con la scansione dei vari momenti di ogni giornata,
presupponendo comunque la possibilità di adattamenti e modifiche secondo le
esigenze del gruppo o della casa.
VENERDÌ
Pomeriggio: arrivi e sistemazione
Incontro introduttivo: presentazione del tema, della metodologia di lavoro e delle coppie.
Vespri.
Dopo cena: esposizione del Santissimo Sacramento (che potrà rimanere esposto per tutta la
durata del week-end in una cappella apposita per l’adorazione eucaristica facoltativa,
personale, di coppia o comunitaria).
In un clima di deserto, rispondere alle domande “Come entro in questa esperienza?”,
“Come vorrei uscirne?”. Confronto di coppia
Preghiera di compieta
SABATO
Mattina (dalle 9 alle 12,30)
Lodi. Breve meditazione della Guida sul tema. Consegna della scheda di lavoro.
Riflessione personale. Esercizio di coppia
Confronto con la Guida
Celebrazione Eucaristica
Pomeriggio (dalle 15.30 alle 18.30)
Seconda meditazione della Guida
Riflessione personale ed esercizio di coppia
Confronto con la Guida e condivisione con le altre coppie
Liturgia penitenziale – confessioni
Dopo cena
Serata di fraternità
Preghiera di compieta
DOMENICA
Mattina (dalle 9 alle 12.30)
Lodi. Terza meditazione della Guida
Riflessione personale ed esercizio di coppia
Confronto con la Guida.
Celebrazione Eucaristica
Pomeriggio (dalle 15.30 alle 17.30)
Breve meditazione conclusiva, risonanza in aula da parte delle coppie
sull’esperienza appena vissuta. == Saluti e partenze
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Conclusione: “Farsi samaritani per l’oggi della famiglia”
(da “Gesù medico degli sposi” di Carlo Rocchetta, ed. EDB)
Ci piace concludere con una icona, con la parabola del Buon Samaritano,
attualizzata all’oggi della coppia e della comunità familiare, nella parafrasi di Carlo
Rocchetta.
Uno studioso della legge, un esperto in questioni giuridiche, si alzò di mezzo alla folla e
interrogò Gesù: “Maestro come sostenere la famiglia, oggi, in una situazione nella
quale così tante coppie sono in crisi e si separano?”
Gesù fissò negli occhi l’esperto e rispose raccontando una breve storia.
Una famiglia scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che la
spogliarono dei suoi beni più preziosi (l’unità, la fedeltà, l’amore, la fecondità, la
gioia di stare insieme), portando via uno dei due coniugi e lasciando l’altro ferito e
sofferente, in mezzo alla strada, con i bambini imploranti aiuto.
Scendeva per caso per quella strada un uomo di culto; vide la scena, ma
immediatamente si irrigidì, affrettando il passo e ragionando tra sé e sé:
“Chissà che razza di gente è questa? Non si è mai visto che una coppia onesta,
religiosa, possa trovarsi in una situazione di questo genere. Dio non lo
permetterebbe! Sono sicuramente responsabili di quanto è loro successo. E poi mi
domando perché si avventurano in percorsi tanto pericolosi! E anche se volessi
fermarmi la mia legge mi impone di non toccare il sangue prima e dopo le funzioni
sacre. Meglio stare lontano, dunque: non vorrei mettere a repentaglio la mia
buona fama, conquistata in anni e anni di scrupoloso servizio al culto. Tutto
quello che posso fare, una volta arrivato a Gerico, sarà di parlarne alle autorità
perché organizzino un soccorso. Mi dispiace, ma non posso fare altro!”. E passò
oltre.
Qualche tempo dopo passò per lo stesso punto uno studioso, un intellettuale, un esperto in
sociologia, antropologia, psicologia, politologia, teologia; vide quel che restava di quella
coppia e sentenziò: “La famiglia è ormai moribonda; non merita fermarsi a perdere
tempo per questi disgraziati. Io l’ho sempre detto: l’istituzione familiare è
oppressiva, meglio lasciarla morire di morte naturale! E poi il problema va
affrontato a livello globale: è una questione strutturale, sistemica; bisogna andare
alla radice dei problemi, non fermarsi ai casi singoli!”. E così ragionando, passò oltre.
“Tutto quello che posso fare – soggiunse per scrupolo di coscienza – è andare in città e
presentare un’interpellanza al sindaco, perché istituisca un’apposita commissione
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la quale studi profondamente il problema, elabori progetti di risanamento totale
del percorso da sottoporre agli assessorati competenti!”.
Il coniuge ferito e i suoi figli rimasero in mezzo alla strada, agonizzando.
Qualche ora più tardi passò un samaritano, uno straniero, un uomo emarginato, che aveva
sempre sofferto per l’indifferenza e l’odio di cui era stato circondato fin dalla nascita.
Quando vide quel coniuge sofferente e il terrore negli occhi di quei bambini si commosse
profondamente, avvertendo male nel petto e sentendo un groppo di pianto salirgli alla gola.
Senza tanti ragionamenti, scese dal giumento e si fermò, chinandosi con immenso amore su
di loro, curando le ferite di ciascuno e versandovi sopra l’olio della tenerezza e il vino
della speranza. Caricata poi quella famiglia sul suo giumento, la condusse alla locanda
più vicina, dove impegnò tutti i suoi risparmi perché fosse curata e assistita fino alla
completa guarigione. Partendo, il giorno dopo, disse all’albergatore: “Abbi cura di loro e
quanto spenderai di più te lo rifonderò al mio ritorno”.
Dopo aver raccontato questa breve parabola, Gesù interrogò l’esperto della legge: “Chi dei
tre viaggiatori ha posto in atto un autentico accompagnamento spirituale,
facendosi compagno di viaggio della coppia incappata nei briganti, rimasta sola,
ferita, abbandonata in mezzo alla strada con i figli?”.
Quegli rispose: “Colui che ha avuto compassione di quella famiglia”. Gesù gli disse:
“Hai risposto bene; va’ e anche tu fai lo stesso”.
E ripeté di nuovo, come un programma di vita, da non dimenticare mai più:
“Va’, e anche tu fai lo stesso!” (e se trovi la locanda chiusa bussa forte, non ti
stancare… certamente qualcuno risponderà).
TdS 2015/203 70
P. Bruno Secondin, ocarm – Roma
LA DIMENSIONE
SACRAMENTALE DELLA
PAROLA E L'OMELIA
Oggi la parola omelia - in latino ecclesiastico homilìa - ha assunto una dignità che
non si riscontra nella sua etimologia greca della koiné e neppure nel Nuovo
Testamento. In origine il senso era modesto, e richiamava la conversazione
amichevole, senza formalità. Oggi è vocabolo solenne e anche pomposo. E
l'interpretazione della sua funzione può variare di parecchio, secondo culture e
contesti. In Germania e in genere nei paesi del Nord, l'omelia la si prepara scritta
e la si legge, non si improvvisa, altrimenti non è cosa seria. Nei paesi
mediterranei e nell'emisfero Sud non si legge, ma si parla liberamente. Chi legge
non ha cuore, si dice.
Possiamo tutti noi fare un veloce raffronto attuale: tra le omelie di Benedetto
XVI e quelle di Papa Francesco. Non sono solo diverse nella strutturazione del
discorrere, nel tono e nelle applicazioni. Ma sono proprio ben differenti in
relazione anche con le letture proclamate.
Per Benedetto XVI l'omelia non era mai occasione o pretesto per ampliare i
temi, per includere problemi ecclesiali urgenti o controversi. Si atteneva alle
letture proclamate, ne coglieva alcuni aspetti importanti e riconduceva ad unità,
attorno alla celebrazione, quello che aveva sottolineato. Era uno stile chiaramente
mistagogico, e non strumentalizzava l'occasione per offrire indicazioni teologiche
o avvertimenti su questioni problematiche. In questo a volte sembrava deludere le
attese.
Per Papa Francesco - per quanto possiamo sapere dai resoconti della
celebrazione del mattino e dalle omelie delle grandi celebrazioni - a monte sta
una ruminatio personale, un gustare i testi di cui non ci offre molti elementi di
esegesi o spiegazione. Di fatto nell'omelia, che davvero corrisponde alla
etimologia di conversazione familiare, propone e offre delle risonanze esistenziali
TdS 2015/203 71
- per lo più ecclesiali, non personali - come interpellazione profetica e provocazione a nuovi stili di essere Chiesa1.
Due modi complementari e sotto certi aspetti anche diversi, perchè dietro ci
sono due esperienze ecclesiali ben differenti. E la personalità diversa ha operato
sintesi e stili che differiscono parecchio. Ma dobbiamo aspettare che passi del
tempo ancora per un giudizio vero.
Storia di un termine
Torniamo al termine: la parola greca homilía nel NT appare solo una volta, in
1Cor 15,33: "Le cattive conversazioni [omilìai kakài; la Cei traduce: compagnie]
corrompono i buoni costumi". Come verbo (omilèin) appare solo 4 volte, e con il
senso della conversazione o colloquio. Incontriamo il verbo due volte
nell'episodio dei discepoli di Emmaus (Lc 24,14.15): e viene tradotto
"conversavano".Le altre due volte sono negli Atti: una a proposito delle
conversazioni di Felice con Paolo: "abbastanza spesso lo faceva chiamare e
conversava con lui" (At 24,26).
Più interessante forse l'altra: si tratta di una lunga conversazione notturna di
Paolo con i credenti che "erano riuniti a spezzare il pane" (At 20,7); il prolungarsi
del raduno e del dialogo (dialegoménou tou Paulou) ha fatto venir sonno ad un
ragazzo che casca dalla finestra e resta tramortito. Dopo che Paolo lo ha soccorso,
trovandolo ancora in vita e abbracciandolo, torna a completare l'incontro
spezzando il pane e "parlando a lungo fino all'alba" (ikanón te homilésas).Siamo
in un contesto che assomiglia alle nostre eucaristie: "riuniti a spezzare il pane"
(At 20,7), "spezzò il pane, mangiò... partì" (At 20,11). Forse simile anche negli
effetti delle nostre omelie: fanno venir sonno...
La traduzione in latino di queste ricorrenze usa verbi diversi per lo stesso
vocabolo, segno che non c'era ancora un senso tecnico nel termine. Oggi, con la
riforma del Vaticano II, omelia ormai ha assunto un senso ben preciso, almeno
nel campo liturgico: cioè di spiegazione, commento, esortazione, allocuzione,
ecc., che segue subito dopo la proclamazione della Scrittura nella celebrazione
liturgica. Ma nella tradizione vi sono almeno un ventina di altri termini per dire
1
. Cf. un primo volume: Omelie del mattino. Le parole di Papa Francesco. Nella Cappella Domus
Sanctae Marthae, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2013. Quotidianamente
documentate nel sito: www.radiovaticana.org. Si può verificare l’originalità del loro stile, col
linguaggio facile e insieme vivace, ricco di metafore, immagini plastiche, capace di coinvolgere
quanti ascoltano, di interloquire con loro, di riportarli alle vicissitudini concrete e abituali della loro
vita.
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questo "intervento" orale a seguito delle letture o comunque dentro la
celebrazione2. Forse il più corrente oggi è predica, e nell'ambito protestante
sermone.
Dimensione sacramentale
Lasciamo il problema della terminologia, ed entriamo nel nostro tema
specifico: la dimensione o natura sacramentale dell'omelia. Questo era il titolo
propostomi all'inizio, che poi ho chiesto di correggere in: La dimensione
sacramentale della Parola e l'omelia. In ogni caso, questa terminologia è del
tutto recente, forse non anteriore al Concilio Vaticano II, comunque non
frequente neanche nei libri sul tema e neppure del tutto collaudata. Certamente è
affermato con chiarezza nel Concilio che l'omelia (homilia in latino) è parte
inseparabile della celebrazione. Così dice il n. 52 di Sacrosanctum Concilium,
dedicato all'omelia: "Homilia... ut pars ipsius liturgiae valde commendetur".
Qualcosa di simile dice anche il SC 35,2, ma usa il termine sermone: "Locus
aptior sermonis, utpote partis cationi
liturgicae, prout ritus patitur, etiam in
rubricis notetur; et fedelissime ac rite
adimpleatur ministerium praedicationis".
Come si vede i vocaboli usati variano.
Importante
aggiungere
anche
l'affermazione del paragrafo 56: "Le due
parti che costituiscono in certo modo la
messa, cioè la liturgia della parola e la
liturgia eucaristica, sono congiunte tra di loro così strettamente da formare un
solo atto di culto (unum actum cultus)". Questa frase amplia il riferimento
sacramentale: è la liturgia verbi, al cui interno si pone l'omelia, che si compagina
in maniera unitaria con la liturgia eucaristica.
Qui ci sarebbe da spiegare un pochino: ci sono vari livelli di sacramentalità.
dell'unità fra i due momenti liturgici, la omelia "acquista" - potrebbe acquistare,
siamo più vaghi - la natura di evento salvifico, non in maniera autonoma, ma
subordinata e per inclusione nella Parola di Dio che (più propriamente) si fa
evento "operante" di salvezza. La omelia pertanto "partecipa della sacramentalità
propria della Scrittura e resta a questa subordinata"3. A patto che lo Spirito che
2
. Ogni notizia nel Dizionario di Omiletica, a cura di M. SODI e A. TRIACCA, LDC-Velar,
Leumann-Gorle 1998.
3
. C. BISCONTIN, Predicare oggi: perchè e come, Queriniana, Brescia 2001, 223.
TdS 2015/203 73
soffia e interpreta nelle Scritture - di cui è autore e ispiratore - pervada anche
l'omileta e il suo parlare. Su questo punto ritorneremo, perchè qui ci sono sviluppi
importanti affidati anche a noi.
Questi cenni solo per dire che dal Concilio in poi l'omelia è ridiventata come lo era al tempo dei Padri - atto liturgico, non solo didascalia, catechesi,
fervorino. L'intenzione è quella di conformarla e configurarla dentro l'esperienza
di salvezza che è la celebrazione liturgica: che è evento, dono, appello, virtualità
potente e trasformatrice; non puramente ritualità stabilita4.
Per questo l'omelia deve partecipare ad un movimento verso il dono di Colui
che ci salva in pienezza: e lo fa con la (unica) mensa della Parola di Dio e del
Corpo di Cristo (cf. DV 21). Dovrebbe l'omelia far entrare nel mistero di Cristo,
che viene annunciato dalla letture e attuato nel sacramento. Giustamente ha
ricordato Giovanni Paolo II che l'omelia, dentro la liturgia della Parola, "non è
tanto un momento di meditazione e di catechesi, ma di dialogo di Dio con il suo
popolo, nel quale sono proclamate le meraviglie della salvezza e proposte sempre
di nuovo le esigenze dell'alleanza" (Dies Domini, 41).
È per questo che con buona ragione molti richiamano e reclamano il
recupero della funzione mistagogica dell'omelia: proprio per questo contesto
"sacramentale"5.
Alcuni percorsi esplicativi
Possiamo entrare e trattare questo argomento da molti punti di vista o da
Entriamo dalla porta della nostra comune
varie chiavi interpretative6.
conoscenza.
1. Dato di fatto: partendo dal fatto che di solito l'omelia la si fa e la si ascolta
nella Messa e (a volte) anche negli altri sacramenti. E quindi il termine
"sacramentale" rappresenterebbe non un riverbero salvifico, ma una appartenenza
4
. Cf. C. BISCONTIN, Bibbia e omelia, in FEDERAZIONE BIBLICA CATTOLICA, Ascoltare, rispondere,
vivere, Atti del Congresso internazionale: "La Sacra Scrittura nella vita e nella missione della
Chiesa" (Roma 1-4 dicembre 2010), a cura di E. BORGHI, Edizioni Terra santa, Milano 2011,127134.
5
. Cf. A. CATELLA, Al servizio della celebrazione. La predicazione come evento mistagogico, in
AA.VV., Dare voce alla Parola. L'omelia, Ancora, Milano 1999, 69-82.
6
. Cf. la raccolta di saggi: L'omelia, a cura di P. CHIARAMELLA. Atti della 38a settimana di Studio
dell'APL, Edizioni Liturgiche, Roma 2012. Anche M. PATERNOSTER, Come dire con parole umane
la Parola di Dio. Riflessioni ed indicazioni liturgico-pastorali sull'omelia, LAS, Roma 2007; il
num. monografico della Rivista liturgica, 95(2008), n. 6: "L'omelia tra celebrazione e
ministerialità".
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rituale di immediata percezione. Per molti (uditori) ancora oggi questa presenza
dell'omelia è più che altro una zeppa ficcata lì, di natura variegata e spesso di stile
indigesto, che il celebrante usa perfino "a ruota libera". Di sacramentale in senso
teologico e liturgico in questi casi c'è poco, solo la occasionalità rituale e la
formalità senza anima. Più che inserirsi nella unità del messaggio sacramentale e
liturgico, per l'edificazione del Corpo di Cristo, l'omelia rischia di distrarre e
provocare noia. Non espone certo alle suggestioni dello Spirito. Le inchieste
giornalistiche sul tema hanno rivelato questo effetto molto bene: gode brutta fama
l'omelia7. Anche nel gergo popolare i proverbi ne fanno prova. Nel migliore dei
casi, in questa prospettiva, spesso l'omelia è momento di indottrinamento
esegetico, o morale o catechetico. Oppure occasione per il predicatore di
esprimere personali emozioni e peregrine opinioni sui fatti più svariati, solo per
allusione presenti nella Parola proclamata8.
2. Carattere performativo: oppure possiamo trattare l'argomento, a partire
dalla premessa un po' più lontana: che il rapporto tra Parola di Dio e celebrazione
liturgica, in particolar modo la Eucaristia, è un dato ben attestato nella Scrittura
(cf. Gv 6), messa spesso in rilievo dai Padri della chiesa e riaffermata anche dal
Concilio (cf. SC 35.48.51.56; DV 21.25; AG 6.15; PO 18; PC 6). E la omelia
quindi fa parte di questa relazione vitale. Possiamo anche dire che fa parte del
carattere performativo(che provoca ad agire) della Parola proclamata e ne è al
servizio, con mediazioni personali adeguate. E quindi l'omelia si accoda alla
presenza della Parola proclamata, la quale" deve essere vissuta nel dinamismo
della economia sacramentale, come ricezione di potenza e di grazia, non solo
come comunicazione di verità, di dottrina e di precetto etico"9. Da qui deriva
allora che anche l'omelia deve sostenere e non impedire, in chi ha ascoltato la
Parola con fede, l'incontro dialogico col Signore, che diviene obbedienza e
celebrazione dell'alleanza. Partecipa perciò della dinamica dell'accoglienza nei
cuori della risonanza della voce dello Spirito. L'omelia dovrebbe aiutare a
cogliere e ad assimilare la luce e la virtus dei testi biblici per il presente, con
piena docilità. E dovrebbe favorire la vera docibilitas che apre a una conoscenza
7
. Raccoglie gli umori diffusi C. DALLA COSTA, Avete finito di farci la predica? Riflessioni laicali
sulle omelie, Effatà, Cantalupa 2011; in particolare rimandiamo alle pagine 3-44: "L'omelia
malata".
8
. Si vedano gli esempi molteplici citati nel libro a più mani: A. CATELLA (ed.), L'omelia: un
messaggio a rischio, Messaggero, Padova 1996.
9
. XII ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI, La Parola di Dio nella vita e
nella missione della Chiesa. Instrumentum Laboris, Città del Vaticano 2008, n. 36.
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viva e penetrante. Quindi l'omelia sarebbe essa stessa parte dell'evento salvifico,
che si innesta nel carattere dinamico della Parola di Dio10.
3. Sacramentalità della Parola: oppure ancora si potrebbe pensare che prima
della dimensione sacramentale dell'omelia, v'è da affermare ed esperimentare la
sacramentalità della Parola. Anche questa è una terminologia nuova, ancora in
cantiere, e ben più sostanziosa della sacramentalità dell'omelia. Andiamo così
oltre il senso culturale e antropologico della terminologia del performativo. Qui
siamo in un orizzonte teologico più vasto, che ancora non è stato del tutto
esplorato, ma è ben attestato negli sviluppi conciliari e postconciliare della
riflessione teologica in questo
campo11. Che non sia del tutto
esplorato nelle sue virtualità ne erano
coscienti anche i partecipanti al
Sinodo dei vescovi del 2008 sulla
"Parola di Dio nella vita e nella
missione
della
Chiesa".
Raccomandavano per esempio al Papa
nelle proposte finali: "I Padri sinodali
si augurano che possa essere promossa
una riflessione teologica sulla sacra
mentalità della Parola di Dio"12.
Benedetto XVI ha dato ascolto a sua volta a questa richiesta, e nella Verbum
Domini(2010) vi ha dedicato uno specifico paragrafo intitolato: "La
sacramentalità della Parola" (VD 56). Nel testo, dopo aver allargato gli orizzonti
col richiamo - ripreso da Giovanni Paolo II13- sull' "orizzonte sacramentale della
Rivelazione", egli fa una applicazione specifica: "La Parola di Dio si rende
percepibile alla fede attraverso il 'segno' di parole e di gesti umani. La fede,
dunque, riconosce il Verbo di Dio accogliendo i gesti e le parole con i quali Egli
stesso si presenta a noi. L’orizzonte sacramentale della Rivelazione indica,
pertanto, la modalità storico-salvifica con la quale il Verbo di Dio entra nel tempo
10
. PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA, L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa, Città del
Vaticano 1993, IV, A: Attualizzazione.
11
. Vedere: M. SODI, Tra proclamazione e attualizzazione: il momento "sacramentale" dell'omelia,
in Rivista Liturgica 95(2008), n. 6, 1001-1014.
12
. Le 55 proposizioni della XII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, in Regnodocumenti, 53(2008/19), prop. 7, pag. 644.
13
.GIOVANNI PAOLO II, Fides et Ratio, lettera enciclica, Città del Vaticano 1998, 13.
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e nello spazio, diventando interlocutore dell’uomo, chiamato ad accogliere nella
fede il suo dono... Approfondire il senso della sacra mentalità della Parola di Dio
- aggiunge ancora - può favorire una comprensione maggiormente unitaria del
mistero della Rivelazione in 'eventi e parole intimamente connessi' (DV 2),
giovando alla vita spirituale dei fedeli e all’azione pastorale della Chiesa". Fin qui
Benedetto XVI, che sviluppa poi molte delle implicazioni di questa affermazione
nei paragrafi successivi (VD 57-71).
Posta così la questione, cioè dando risalto all' orizzonte sacramentale della
rivelazione - intesa però non in modo teoretico o istruttivo, se no porta
direttamente ad una omiletica didattica e moralistica - allora si rivoluziona la
stessa omelia. Chino Biscontin ha cercato di sviluppare - proprio in connessione
con l'omelia - le conseguenze di una rivelazione aperta, che Dio continua a far
accadere: "L'omelia diventerà la mediazione di un rapporto personale, di cui Dio
ha l'iniziativa, e che pretende il totale coinvolgimento di coloro che sono
raggiunti dal suo appello. Non potrà più essere concepita come mera trasmissione
di conoscenze, ma come parte integrante di un evento di comunione con il Dio
vivente, ulteriore capitolo di una storia santa, fatta di eventi e parole, che
continua"14.
E precisa poi ancor meglio, sempre in questa prospettiva: "L'impresa di chi
tiene un'omelia... non è quella di dare spiegazioni su Dio e sui suoi
comandamenti, ma di offrire a Dio l'opportunità di automanifestarsi e di
autodonarsi"15. E questo in stretta dipendenza con le Scritture e in collegamento
con l'evento sacramentale che la liturgia celebra e, celebrando, realizza. La
liturgia diventa quindi luogo privilegiato della Parola, intesa essa nell'orizzonte
della natura sacramentale della rivelazione.
4. Dio il vero omileta: potrebbe esserci una quarta via da percorrere.
Considerando chi è veramente il soggetto della predicazione: è il predicatore
oppure Dio stesso? Dio stesso è Signore della sua Parola nella Chiesa: e
attraverso lo Spirito svolge il ruolo di donatore e di dono della Parola annunciata.
Del resto Gesù stesso alla fine dei vangeli assicura di "restare" con i discepoli,
proprio nell'attività dell'evangelizzazione (Mt 28,20). Marco finisce dicendo:
"Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme
con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano" (Mc 16,20).
Il Concilio lo ha ribadito molto chiaramente che Cristo "è presente nella sua
14
15
. C. BISCONTIN, Predicare oggi, 125.
. Ivi, 127.
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Parola, giacchè è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura"
(SC 7).
Le premesse all' Ordo Lectionum Missae del 1969 dicevano: "Nella Sacra
Scrittura, proclamata nella liturgia della Parola e spiegata nell'omelia, Dio parla al
suo popolo, manifesta il mistero della redenzione e della salvezza, e offre un
nutrimento spirituale; e Cristo stesso con la sua parola è presente in mezzo ai suoi
fedeli" (n. 1). Si noti che nel "Dio parla al suo popolo" anche l'omelia va inclusa.
Ribadisce lo stesso concetto anche la seconda edizione dell'Ordo Lectionum
Missae(del 1981): "Sempre poi Cristo è presente e agisce nella predicazione della
sua Chiesa" (n. 24). E la CEI, nella nota pastorale Il rinnovamento liturgico in
Italia (1983), ribadiva sulla natura della proclamazione liturgica della Parola:
"Tale proclamazione non può essere vista solo come narrazione informativa degli
eventi della storia della salvezza, né come semplice riaffermazione degli articoli
di un codice morale: essa è essenzialmente parola che Dio oggi rivolge all'uomo
perchè l'oggi dell'uomo ne sia illuminato e salvato[cf. DV 21]" (n. 11).
Possiamo portare a conferma molti episodi degli Atti degli Apostoli, nei
quali proprio questa coscienza del protagonismo del Signore risalta in maniera
non equivoca. Ne cito un paio solo per accenno. Per esempio nella fondazione di
Antiochia (At 11,19-30) si dice chiaramente che "la mano del Signore era con
loro", quando alcuni "cominciarono a parlare anche ai Greci". E più avanti
quando si parla della prima fondazione cristiana in Europa, a Filippi, con la
conversione della commerciante Lidia: "Il Signore le aprì il cuore per aderire alle
parole di Paolo" (At 16,14).
5. Riassumendo, su questo primo molteplice approccio, possiamo percorrere
la via della celebrazione liturgica, e riconoscere che la presenza dell'omelia ripresa e imposta nella riforma conciliare - fa parte della struttura rituale e
formale della liturgia, e quindi ha un compito di contribuire a far sì che Dio possa
parlare all'assemblea. Ma possiamo spingerci più in profondità e affermare che
l'omelia partecipa al dinamismo salvifico della Parola di Dio, perchè offre
risonanze e direzioni per obbedire con cuore umile al Signore e vivere le esigenze
di un "culto spirituale a lui gradito" (cf. Rom 12,1-2).
Possiamo spingerci ancora oltre e partire dalla sacramentalità della Parola,
dal fatto che in essa c'è potenza ed efficacia di salvezza e di trasformazione.
Ricordiamo il testo: "La Parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni
spada a doppio taglio, è penetrante, è discernente, denudante..." (cf. Ebr 4,12). E
come Paolo scriveva a Timoteo, lasciandogli un avvertimento quasi a testamento
TdS 2015/203 78
finale: "Tutta la Scrittura, [in quanto è] ispirata da Dio, è anche utile per la
didascalia, la convinzione, la correzione e l'educazione alla giustizia, perchè
l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona" (2Tim 3,16s).
È su questa exousia e dynamis della Parola - che deve abitare l'omileta,
prima ancora che egli apra bocca - che insiste spesso per esempio Enzo Bianchi
quando parla del prete e del suo ministero al servizio della Parola. Cito una sua
frase: "È l'evangelo la vostra forza, è l'evangelo la fonte del vostro presiedere le
assemblee del Signore, è l'evangelo ciò che conferisce exousia alla vostra
predicazione. Senza la Parola di Dio voi non siete nulla nella Chiesa, senza la
Parola di Dio non avete nulla da dire alla Chiesa... Dal vostro rapporto con la
Parola di Dio dipende dunque la vostra vita spirituale, la vostra identità,
l'efficacia del vostro ministero"16.
La Chiesa come casa della Parola
Ora ampliamo ancora un poco. La omelia non è azione personale, ma
espressione della coscienza ecclesiale: che si
colloca nella verità che "il Libro è proprio la
voce del Popolo pellegrinante, e solo nella fede
di questo Popolo siamo, per così dire, nella
tonalità giusta per capire la sacra Scrittura"
(VD 30). "Nessuna Scrittura profetica va
soggetta a privata spiegazione", ammoniva
Pietro (1Pt 1,20). Ci sarebbe da aggiungere
allora, per inciso ma non tanto, che
l'ermeneutica biblica ecclesiale appartiene alla
coscienza e alla identità ecclesiale, e quindi
anche alla collaborazione del sensus fidei
fidelium,
e
più
specificamente
alla
"ministerialità ecclesiale" in senso articolato, non solo clericale. Da qui sarebbe
logico allargare questa "ministerialità" un pochino di più: non monopolizzando
tutto in bocca al presbitero presidente...
Bisogna partire però a monte, come dicevo, dalla verità che la Chiesa nasce e
vive della Parola. La Chiesa si delinea proprio come "casa della Parola" (VD 52)
- Lutero parla di "creatura Verbi", "sacramentum Verbi" - come popolo che
accoglie e reagisce alla Parola eterna che mette la tenda fra noi, come popolo
plasmato per accogliere e custodire il Verbo fatto carne, storia.
16
. E. BIANCHI, Ai presbiteri, Qiqajon, Bose 2008, 34.
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"In religioso ascolto della Parola di Dio e proclamandola con ferma fiducia...
", iniziava la Dei Verbum. La Chiesa è una comunità che ascolta, nasce, cresce,
vive, attende sotto il dinamismo di questa Parola, fatta voce e volto, memoria
ancora feconda e speranza che riempie gli orizzonti. "A quanti lo hanno accolto
ha dato il potere di diventare figli di Dio" (Gv 1,12). "Il rapporto tra Cristo,
Parola del Padre, e la Chiesa, non può essere compreso nei termini di un evento
semplicemente passato, ma si tratta di una relazione vitale in cui ciascun fedele è
chiamato ad entrare personalmente" (VD 51).
E già Dei Verbum aveva accennato ad un dialogo nuziale sempre aperto: "
Dio, il quale ha parlato in passato non cessa di parlare con la sposa del suo Figlio
diletto, e lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce dell'Evangelo risuona
nella Chiesa e per mezzo di questa nel mondo, introduce i credenti alla verità
intera e in essi fa risiedere la parola di Cristo in tutta la sua ricchezza (cf. Col
3,16)" (DV 8).
Per questo sono molteplici le modalità attraverso le quali si intesse questo
dialogo: "Cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole
trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in
cuor loro (cfr. Lc 2,19 e 51), sia con la intelligenza data da una più profonda
esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la
successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità. Così la Chiesa
nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché
in essa vengano a compimento le parole di Dio" (DV 8).
Si tratta di un elenco non esaustivo, ma certamente già così come è
formulato questo elenco, mette in guardia dal monopolio degli esegeti e da quello
dei comunicatori specializzati. La crescita della comprensione - da intendersi nel
senso pregnante - ha bisogno di silenzio e cuore che scruta, come appunto quello
di Maria, qui citata nella referenza a Lc 2,19.51. E anche delle esplorazioni e
intuizioni dei contemplativi e dei mistici. E qui ci sarebbe da ampliare sul valore
anch'esso "sacramentale" del silenzio (VD 66), che non è un vuoto di parole o
rumori o riti, ma è parte essenziale anch'esso: più alto è il silenzio, più operante è
lo Spirito; e quindi va celebrato e non buttato lì con disagio nervoso. "Verbo
crescente, verba deficiunt", diceva Agostino17. E nelle premesse dell'OLM, si
dice che il silenzio è da considerarsi "come parte della celebrazione". Un silenzio
vivente, che impone un orecchio teso ad ascoltare e basta.
Abbiamo detto allora che, nella prassi della chiesa, il luogo privilegiato in
cui Dio parla oggi al suo popolo, e in cui il popolo lo ascolta, è la liturgia. Non
17
. SANT'AGOSTINO, Sermo 288; PL 38, 1307.
TdS 2015/203 80
per nulla e appunto "ogni azione liturgica è per sua natura intrisa di Sacra
Scrittura" (VD 52). Ma è grazie al Paraclito che "la parola di Dio diventa
fondamento dell'azione liturgica, norma e sostegno di tutta la vita" (OLM 9).Però
bisogna leggere il seguito di questo testo, come riporta anche VD 52: "L'azione
dello stesso Spirito Santo... a ciascuno suggerisce nel cuore tutto ciò che nella
proclamazione della parola di Dio viene detto per l'intera assemblea dei fedeli, e
mentre rinsalda l'unità di tutti, favorisce anche la diversità dei carismi e ne
valorizza la molteplice azione [OLM 9]".
Ma non solo nella liturgia
Certamente è chiaro che l'ermeneutica più appropriata della Parola è quella
liturgica, perchè ivi la Parola di Dio si rende parola vivente e attuale, promessa e
realtà, incontro e orizzonte di speranza. Privilegiatamente la relazione fra Parola e
Sacramenti si fa intima nell'Eucaristia: "Parola ed Eucaristia si appartengono così
intimamente da non poter essere comprese l'una senza l'altra - afferma Benedetto
XVI - : la Parola si fa carne sacramentale nell'evento eucaristico. L'Eucaristia ci
apre all'intelligenza della Sacra Scrittura, così come la sacra Scrittura a sua volta
illumina e spiega il Mistero eucaristico" (VD 55).
Se poi aggiungiamo col Concilio che la "liturgia non esaurisce tutta l'azione
della Chiesa" (SC 9), tanto meno l'ascolto della Parola, e che nei sacramenti la
Chiesa non celebra se stessa, ma la storia della salvezza che segue molteplici vie,
e non solo quella liturgica, in prospettiva della promozione del Regno atteso:
allora si aprono altri aspetti interessanti.
Come per esempio la relazione con la Tradizione - che è frutto di una Parola
salvifica risuonata e vissuta - e la lettura dei segni dei tempi - che sono in fondo
appelli di Dio dentro le circostanze storiche - da interpretarsi alla luce del
Vangelo che si attua nella storia (cf. GS 4). L'omelia ha a che fare con questa
lettura e questo discernimento, ma come capacità di intrecciare la rivelazione
come evento e orientamento, e la memoria comunitaria come identità plasmata
dalla Parola, con la vita stessa della chiesa e dei contemporanei.
La Parola di Dio permea e anima, nella potenza dello Spirito, tutta l'attività e
la vita della Chiesa. Potremmo dire meglio che: la Parola è vita e missione della
Chiesa. L'intima struttura della Chiesa è quella di comunità che ascolta e
risponde, vivendola, alla Parola di Dio, nella fiduciale obbedienza e nella
assistenza dello Spirito. Nella Parola di Dio la Chiesa trova "l'annuncio della sua
identità, la grazia della sua conversione, il mandato della sua missione, la fonte
TdS 2015/203 81
della sua profezia, la ragione della sua speranza"18. Questo vale anche per i
singoli credenti. Il credente è tipicamente uno che ascolta e si affida alla Parola,
custodendola, secondo Giovanni; mentre il peccato sta proprio nel non ascoltare e
non custodire la Parola, nella chiusura al dialogo che Dio offre, e quindi si
instaura una rottura con Dio che chiama alla comunione, come afferma anche
l'esortazione (cf. VD 26).
Se è vero che "la comunità cristiana si costruisce ogni giorno lasciandosi
guidare dalla Parola di Dio, sotto l'azione dello Spirito Santo, che dona
illuminazione, conversione e consolazione"19, allora bisogna esplorare anche le
molteplici forme di questo primato e di questa fecondità, e non limitarsi alla sola
proclamazione liturgica, e, al suo interno, all'omelia e altre minori incursioni
(antifone varie).
Una costellazione, che porta verso la lectio divina
Il primato della Parola nella vita della Chiesa conosce oggi molteplici
percorsi per attuarsi. Non possiamo entrare in tutti gli elementi che andrebbero
esplorati. Già Benedetto XVI in Verbum Domini ne ha fatto una ampia rassegna,
scendendo anche a dettagli numerosi sulle varie situazioni ecclesiali e delle
persone stesse (VD 72-89). Così parla della "animazione biblica di tutta la
pastorale ordinaria e straordinaria" (VD 73), della catechesi, anzitutto, che deve
insegnare a leggere "i testi [biblici] con l'intelligenza e il cuore della Chiesa" (VD
74) e poi delle varie tipologie di vocazioni e forme di vita ecclesiale. Si allarga
anche a molteplici settori della cultura e delle situazioni sociali e religiose,
includendo perfino la urgenza ecologica, l'inculturazione, la libertà religiosa (VD
90-120).
In ognuna delle categorie di esistenze cristiane, citate in relazione con la
Parola di Dio, non ha lo sguardo indirizzato verso la conoscenza dottrinale o lo
studio culturale. Piuttosto verso una familiarità vitale, fatta "con cuore docile e
orante, perchè essa penetri a fondo nei pensieri e nei sentimenti e generi... una
mentalità nuova" (VD 80). Questa frase è detta esplicitamente per i sacerdoti, ma
vale anche per tutte le altre categorie di credenti.
Se vogliamo trovare un vocabolo, o una espressione che possa fare sintesi di
questa diffusa esemplificazione della presenza vitale e orante della Parola, credo
che possiamo trovarla nella parte conclusiva di queste esemplificazioni. Là dove
si parla della Lettura orante della sacra Scrittura e "lectio divina" (VD 86-87).
18
19
. Instrumentum Laboris del Sinodo 2008, n. 12.
. Ivi, n. 30.
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Certamente tutti hanno sentito nominare l'esperienza della lectio divina, e
molti sacerdoti e laici stanno facendo esperienze pastorali in questa direzione20.
Benedetto XVI ne aveva fatto uno dei cardini del suo stile pastorale, in
particolare negli incontri con i preti della sua diocesi e anche in occasione dei
molti viaggi apostolici.
Comincia così il testo dell'esortazione: "Il Sinodo è tornato più volte ad
insistere sull'esigenza di un approccio orante al testo sacro come elemento
fondamentale della vita spirituale di ogni credente, nei diversi ministeri e stati di
vita, con particolare riferimento alla lectio divina" (VD 86)21. Lettura riflessiva e
orante è dunque la lectio divina, a cui già
lo stesso Concilio accennava - pur non
usandone forse esplicitamente il termine
tecnico - quando chiedeva che "tutti i
fedeli... si accostino volentieri al sacro
testo, sia per mezzo della sacra liturgia,
che è impregnata di parole divine, sia
mediante la pia lettura... Si ricordino
però che la lettura della sacra Scrittura
deve
essere
accompagnata
dalla
preghiera" (DV 25).
E all'inizio dello stesso paragrafo
del documento conciliare si dice: "È necessario che tutti i chierici, in primo luogo
i sacerdoti di Cristo e quanti, come i diaconi o i catechisti, attendono
legittimamente al ministero della Parola, devono essere in contatto continuo con
le Scritture, mediante una lettura spirituale assidua e uno studio accurato [assidua
lectione sacra atque exquisito studio in Scripturis haerere necesse est], affinchè
non diventi 'vano predicatore della Parola di Dio all'esterno, colui che non
l'ascolta dentro di sé'[S. Agostino, discorsi, 179,1]" (DV 25).
Ma c'è ancora di più nel Concilio, e proprio a riguardo dei sacerdoti: "Alla
luce della fede, alimentata nella lettura divina [sub lumine fidei lectione divinae
enutritae], essi possono ricercare diligentemente nelle diverse vicende della vitai
20
. Noi stessi vi abbiamo dedicato forze e impegno in questi anni: cf. il nostro sito:
www.lectiodivina.it.
21
. Cf. il commento di E. BIANCHI, Bibbia e Lectio divina, in FEDERAZIONE BIBLICA CATTOLICA,
Ascoltare, rispondere, vivere, Atti del Congresso internazionale: "La Sacra Scrittura nella vita e
nella missione della Chiesa" (Roma 1-4 dicembre 2010), a cura di E. BORGHI, Edizioni Terra santa,
Milano 2011, 135-146.
TdS 2015/203 83
segni della volontà di Dio e gli impulsi della sua grazia, divenendo sempre più
docili alle esigenze della missione assunta nello Spirito Santo" (PO 18).
Fra le molte citazioni di rilievo che si potrebbero addurre, per provare che il
magistero ha insistito e insiste sulla assimilazione vitale e orante della Parola,
ricordo che Pastores dabo vobis (1992), affermava con chiarezza sulla vita
spirituale del sacerdote: " Il sacerdote è, anzitutto, ministro della Parola di Dio, è
consacrato e mandato ad annunciare a tutti il Vangelo del Regno, chiamando ogni
uomo all'obbedienza della fede e conducendo i credenti ad una conoscenza e
comunione sempre più profonde del mistero di Dio, rivelato e comunicato a noi
in Cristo. Per questo, il sacerdote stesso per primo deve sviluppare una grande
familiarità personale con la Parola di Dio: non gli basta conoscerne l'aspetto
linguistico o esegetico, che pure è necessario; gli occorre accostare la Parola con
cuore docile e orante, perché essa penetri a fondo nei suoi pensieri e sentimenti e
generi in lui una mentalità nuova — 'il pensiero di Cristo' (1Cor 2,6) —, in modo
che le sue parole, le sue scelte e i suoi atteggiamenti siano sempre più una
trasparenza, un annuncio ed una testimonianza del Vangelo. Solo 'rimanendo'
nella Parola, il sacerdote diventerà perfetto discepolo del Signore, conoscerà la
verità e sarà veramente libero, superando ogni condizionamento contrario od
estraneo al Vangelo(Gv 8,31s). Il sacerdote dev'essere il primo ' credente' alla
Parola, nella piena consapevolezza che le parole del suo ministero non sono 'sue',
ma di Colui che lo ha mandato. Di questa Parola egli non è padrone: è servo. Di
questa Parola egli non è unico possessore: è debitore nei riguardi del Popolo di
Dio. Proprio perché evangelizza e perché possa evangelizzare, il sacerdote, come
la Chiesa, deve crescere nella coscienza del suo permanente bisogno di essere
evangelizzato" (PDV 26).
Accogliere, custodire, realizzare, servire e predicare la Parola: sono
queste le caratteristiche che emergono da questo bel paragrafo di Pastores dabo
vobis. Il presbitero non possiede la Parola ma prima di tutto ne deve essere
posseduto, plasmato, gli deve diventare familiare attraverso una assidua dedizione
con cuore docile. La fede che egli deve favorire nella sua comunità lo deve
trovare primo credente, primo affidato alla dynamis della Parola, alla sua forza
intrinseca di educare e formare (cf. 2Tim 3,16-17). Il suo ministero infatti si
spiega solo alla luce della radicale obbedienza al Vangelo, egli è “servo della
Parola, che accoglie e interiorizza, espone al popolo di Dio nella assemblea
liturgica, la celebra nel sacramento, specie nell’Eucaristia, e la prende come
criterio e norma nell’interpretazione dei fatti e della vita” (G. Zevini).
TdS 2015/203 84
Una conferma di questa centralità, fin dalla formazione in seminario, la si
ritrova nella parte sulla “formazione spirituale”, al n. 47 di Pastores dabo vobis:
“Elemento essenziale della formazione spirituale è la lettura meditata e orante
della Parola di Dio (lectio divina), è l’ascolto umile e pieno d’amore di Colui che
parla”. E più sotto si conferma che “la conoscenza amorosa e la familiarità orante
con la Parola di Dio rivestono un significato specifico per il ministero profetico
del sacerdote”. Lectio divina e impegno profetico si intrecciano e si alimentano:
senza la Parola assimilata e vissuta il sacerdote è fragile e opaco.
E Verbum Domini quando parla dei candidati al sacerdozio ribadisce
ancora: "Gli aspiranti al sacerdozio ministeriale sono chiamati ad un profondo
rapporto personale con la Parola di Dio, in particolare nella lectio divina, perché
da tale rapporto si alimenta la vocazione stessa:è nella luce e nella forza della
Parola di Dio che può essere scoperta, compresa, amata e seguita la propria
vocazione e compiuta la propria missione, alimentando nel cuore i pensieri di
Dio, così che la fede, come risposta alla Parola, divenga il nuovo criterio di
giudizio e di valutazione degli uomini e delle cose, degli avvenimenti e dei
problemi"(VD 82).
Addirittura nelle propositiones finali del Sinodo sullo stesso tema dei
candidati al sacerdozio oltre a raccomandare di imparare la lectio divina, si
diceva: "Parallelamente alla formazione all’interno del seminario si inviteranno i
futuri preti a partecipare a incontri con gruppi o associazioni di laici radunati
attorno alla Parola di Dio. Questi incontri, sviluppati per un lasso di tempo
sufficientemente lungo, favoriranno nei futuri ministri l’esperienza e il gusto
dell’ascolto di quanto lo Spirito Santo suscita nei credenti radunati come Chiesa,
siano essi piccoli o grandi"22 (Prop. 32).
Natura ed esigenze di una vera lectio divina
Per molti la lectio divina è un nome in più della orazione mentale o della
meditazione comune. Per altri è una delle tante maniere per proporre qualche cosa
che stuzzichi l'attenzione e richiami la gente: le solite cose non attirano (ab
assuetis non fit passio). A fondamento della lectio divina c'è proprio la
sacramentalità della Parola, la sua riuscita ha per presupposto che ci muova la
passione, l'amore radicale per la Parola e per la presenza di Dio e della sua
rivelazione che salva attraverso la mediazione di parole umane. Come la Bibbia
22
. Elenco finale delle proposizioni, n. 32, in N. ETEROVIC (ed.), La Parola di Dio nella vita e nella
missione della Chiesa. Il Sinodo dei Vescovi, XII Assemblea Generale Ordinaria, Lateran
University Press, Roma 2011, 646s.
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non è un libro tra i libri, ma gode il primato fra i libri, e tutti giudica in quanto
svela e ricorda i progetti di Dio sempre aperti, così la lectio divina non è una
attività spirituale tra le altre attività spirituali, non è una forma di catechesi, uno
studio delle figure bibliche, una scuola di cultura biblica.
La lectio divina nasce e si nutre in un cuore amante, che si dedica e si
affida ai progetti e alle attese di Dio su di noi. Prima dell'esercizio dei metodi, dei
sussidi, della scuola monastica o di quella più recente di Martini o di Bianchi,
deve venire l'innamoramento per il Signore e la sua volontà. Senza la
disponibilità nuda e fiduciosa - si ricordi Isaia: "Su chi volgerò lo sguardo?
Sull'umile e su chi ha lo spirito contrito e su chi trema alla mia parola" (Is 66,2) a lasciarsi illuminare e guidare, giudicare e consolare, abbattere ed edificare, non
ci sarà lectio divina. Si tratta di esporsi alla potenza di vita, giudizio,
consolazione e profezia della Parola: in modo che la dynamis pneumatos, cioè la
sua intrinseca efficacia spirituale, ci pervada e ci abiti: per essere rafforzati,
consolati, mentalizzati secondo i disegni di Dio di cui la Parola porta eco non
fragile, per diventare familiari con essi, corpo a corpo legati alla Parola23.
Abbiamo citato all'inizio il testo della 2Tim 3,16s e di Ebr 4,12. Ma
possiamo citare anche il noto esempio di Isaia 55,10: "perchè dia pane da
mangiare e seme al seminatore". Lo scopo dell'ascolto orante e riflessivo della
lectio divina ha proprio questo duplice effetto. Essere pane buono che alimenta,
che rafforza, che consola: la lectio coadiuva la Parola a plasmare, nutrire,
orientare, stabilizzare la persona (o anche il gruppo) nella conoscenza, nella fede
e nella fedeltà di Dio. Non può avere un altro fine: per es. preparare la predica, la
catechesi, l'apostolato, favorire la curiosità per la Bibbia. E poi il secondo aspetto:
seme al seminatore. Cioè l'esporsi alla Parola ci dona la capacità di rompere gli
schemi, di sognare altre stagioni e prepararle, appunto seminando. Quando
l'ascolto è autentico si rompono gli schemi ripetitivi, la pura manutenzione dei
delusi e fatalisti, si scuotono profeticamente i circuiti chiusi, ascoltando gli
inquieti desideri di Dio. Dei Verbum ha parlato appunto di un ascolto che diviene
oboeditio fidei, che riprende la classica
23
. Cf. E. BIANCHI, Ascoltare la Parola. Bibbia e Spirito: la "lectio divina" nella Chiesa, Qiqajon,
Bose 2008, 69-99; E. DAL COVOLO, Lettura orante della Sacra Scrittura e "lectio divina" (Verbum
Domini nn. 86-87), in P. MERLO-G. PULCINELLI (edd.), Verbum Domini. Studi e commenti
all'esortazione postsinodale di Benedetto XVI, LateranUniversity Press, Roma 2011, 327-343; C.
De DREUILLE, Lectio divina. Un chemin pour prier la Parole de Dieu, Cahiers Évangile n. 164, juin
2013, Cerf, Paris 2013.
TdS 2015/203 86
"Non è l’uomo che può penetrare la Parola di Dio, ma solo questa può
conquistarlo e convertirlo, facendogli scoprire le sue ricchezze e i suoi segreti e
aprendogli orizzonti di senso, proposte di libertà
e di piena maturazione umana (cf. Ef4,13). La
conoscenza della Sacra Scrittura è opera di un
carisma ecclesiale, che è posto nelle mani dei
credenti aperti allo Spirito", dicevano i
Lineamenta (n.34) in preparazione al Sinodo
sulla Parola.
La lectio divina alla fin fine - se bene
intesa, e con metodo appropriato alle circostanze,
personali o di gruppo24 - ci fa esporre allo Spirito
chirografo, che incide sui cuori la legge che dà
vita e ci permea insieme di misura di Cristo e di spirito profetico. È un esercizio
di appropriazione esistenziale della Scrittura, ma da prendere a mani nude,
lasciandoci ustionare, ulcerare, ferire. Sono molti che invece afferrano la Parola
con mille precauzioni, facendo già mentalmente lo sconto, deviandone il senso
con i se e con i ma.
In conclusione
Masticando e ruminando con la bocca e con il cuore le Parole, esse si
trasformano in balsamo e fuoco, ferita e miele, in pane da mangiare e seme da
seminare. Togliere alla Parola il tasso di profezia e di rischio, il pungolo
sconcertante e paradossale, diluendone le esigenze secondo plausibilità mondane,
è tornare alla "lettera che uccide" (cf. 2Cor 3,6).
"La lectio divina non è affatto una pratica da riservare a qualche fedele
molto impegnato o a un gruppo di specialisti della preghiera. Essa è una realtà
senza la quale noi non saremmo cristiani autentici in un mondo secolarizzato.
Questo mondo richiede personalità contemplative, attente, critiche, coraggiose.
Esso richiederà di volta in volta scelte nuove e inedite. Richiederà attenzioni e
sottolineature che non vengono dalla pura abitudine né dall'opinione comune,
bensì dall'ascolto della parola del Signore e dalla percezione dell'azione
misteriosa dello Spirito Santo nei cuori" (C.M. Martini).
24
. Ne abbiamo illustrato le nuove esigenze nell'articolo: La lectio divina. Dal monastero al popolo
di Dio, in Lateranum, 74(2008), n. 1, 115-144.
TdS 2015/203 87
La nostra vita spirituale, diceva l'Instrumentum Laboris (n. 59) del Sinodo
sulla Parola,progredisce "in proporzione alla capacità di fare spazio alla Parola, di
far nascere il Verbo di Dio nel cuore umano". Solo se la Parola diventa "sorgente
pura e perenna della vita spirituale" (DV 21) la nostra spiritualità è genuina.
E Madeleine Delbrêl diceva con molta originalità: "La Parola di Dio non la
si trasporta in giro in una valigetta. La si porta dentro di sé. La si porta in sé. Non
la si mette in un angolo di noi stessi, nella memoria, come sul ripiano di uno
scaffale dove la teniamo riposta. La si lascia andare fino al fondo di noi stessi,
fino al cardine su cui tutto ruota in noi.Non si può essere missionari senza aver
fatto in se stessi questa accoglienza franca, larga, cordiale alla Parola di Dio, al
Vangelo. Questa Parola, la sua tendenza vivente, è di farsi carne, di farsi carne in
noi. E quando siamo così da essa abitati, diventiamo capaci di essere
missionari"25.
Ecco proprio in questa trasfigurazione, in questo essere epifania e icona
della Parola, si misura la nostra accoglienza della Parola, la veracità della nostra
predicazione, la verità per noi che la Parola è "elemento fondamentale della vita
spirituale di ogni credente nei diversi ministeri e stati di vita " (VD 86). Perchè
alla Parola della grazia siamo tutti affidati, ed essa "ha la potenza (dynamis) di
edificare e di concedere l'eredità" (At 20,25).
È in questa sacramentalità densa della Parola che anche le nostre parole
dell'omelia acquistano spessore e dinamismo sacramentale, slancio profetico e
forza per edificare la Chiesa, come casa della Parola e sacramentum Verbi.
25
. M. DELBRÊL, Noi delle strade, Gribaudi, Torino 1988, 73.
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+ Luigi Renzo –Vescovo di Mileto - Nicotera - Tropea
LA VIRTU’ DELLA SPERANZA
NELLE RELAZIONI DEL PRESBITERO
Il Vescovo Luigi Renzo all’esordio del Suo episcopato nella splendida
Calabria ha voluto guidare i Ritiri spirituali mensili per i suoi sacerdoti.
Alla fine ne è nato un volume dal titolo ‘Sotto la quercia di Mamre’,
edito dalla San Paolo. Da questi ‘Colloqui sacerdotali’, abbiamo colto
questa meditazione.
Speranza certa e affidabile
Nel presentare la sua Enciclica Spe Salvi, Benedetto XVI sottolineava
come aver scelto l’inizio dell’Avvento per promulgarla è stato quasi ben
congegnato visto che “l’Avvento è, per eccellenza, il tempo della speranza”.
E’ tempo liturgico favorevole alla riscoperta di una speranza “non vaga e
illusoria, ma certa e affidabile”.
La speranza è il nuovo tempo offerto da Dio all’uomo “che non ha più
tempo per Lui”, “un nuovo spazio per rientrare in se stesso per rimettersi in
cammino”.
La virtù della speranza la vogliamo cogliere come fattore essenziale della
vita del sacerdote e delle sue relazioni. Può sembrare pleonastico o banale, ma
non è scontato che le relazioni del sacerdote siano improntate alla speranza.
Sintomatico, sia pure a tono di battuta, quanto detto dal vescovo emerito Mons.
Tarcisio Cortese nel saluto rivoltomi il giorno del mio ingresso in diocesi.
Riferiva di una comunità parrocchiale che gli chiedeva: “Eccellenza, mandateci
sacerdoti contenti di essere preti!”
Segni di speranza sono la gioia e la serenità del cuore, che si evidenziano dai
modi con cui stiamo e ci rapportiamo agli altri, a cominciare da chi ci sta vicino.
Si pensa in genere che la speranza sia una virtù che riguarda i sentimenti
intimi della persona, mentre in realtà è una virtù relazionale, che apre quindi a ciò
e a chi è fuori di noi.
TdS 2015/203 89
Qualcuno può pensare che le relazioni dovrebbero essere regolate
secondo i principi di convenienza, correttezza, abilità, capacità di porre in atto
valide tecniche di comportamento: basta mantenere un certo stile garbato,
esteriormente ineccepibile.
Ma le relazioni, fondamentali per l’uomo e per il sacerdote, non possono
essere ispirate solo da tecniche comportamentali. Le relazioni sono canali pieni
dei significati che noi vogliamo dare. La Pastores dabo Vobis ci dice al n. 12 che
il sacerdote è un uomo di relazione. Per lui le relazioni partono dalla
fondamentale relazione con Cristo, Buon Pastore.
Le relazioni non sono anonime, non sono fatti senza nome, sono - come
dicevo - canali attraverso i quali mettiamo in circuito noi stessi. La necessità,
quindi, di raffinare le nostre virtù umane, perché queste creano relazioni
autentiche.
Capaci di relazioni La virtù della speranza nella vita del Sacerdote, resa più saporosa dalle virtù umane, è quindi virtù di relazione perché apre a qualcosa (fa sperare) diverso da me, fuori di me e che io desidero. Chiaramente le relazioni autentiche e vere non si improvvisano, né
sorgono spontaneamente. Potremmo avere anche una falsa relazionalità.
La relazione, pertanto, può essere vera, o inautentica.
E’ vera relazione quando realizza un incontro tra due o più persone;
quando l’alterità non è temuta, ma rispettata.
La relazione è inautentica quando, invece, di fronte a me l’altro diventa
specchio di me stesso: è narcisismo. Il mio “io” diventa misura del mondo. Esso
è frutto della frammentazione del mondo contemporaneo; è il derivato del
peccato.
Per istinto l’uomo tende a chiudersi in se stesso e a vedere nell’altro un
ostacolo: questo non vive una relazione di speranza perché la sua relazione è
falsificata.
Opportunamente la Pastoresdabo Vobis ha ricordato che la relazione
fondamentale per il sacerdote è quella che si instaura con Cristo. E’ lui il
fondamento di relazioni vere ed autentiche: quelle che ti costringono a verificarti
dentro, a purificare le intenzioni; quelle che ti permettono di guardare l’altro
negli occhi con limpidezza, rispetto e stima.
Una relazione autentica e vera è quella che è radicata in Cristo. “L’essere
in comunione con Gesù Cristo - scrive Benedetto XVI nella Spe Salvi - ci
coinvolge nel suo essere <per tutti>, ne fa il nostro modo di essere. Egli ci
impegna per gli altri, ma solo nella comunione con Lui diventa possibile esserci
veramente per gli altri, per l’insieme”. (n. 28)
TdS 2015/203 90
La speranza cristiana è la relazione con i beni eterni e con la Persona che
li dona. Essa è essenziale per la mia identità; porto con me la speranza in ogni
tipo di relazione: non solo con le persone, ma anche con le cose e col mondo.
Nelle mie relazioni ci sono io, con tutto me stesso. “Dall’amore verso
Dio – scrive Benedetto XVI - consegue la partecipazione alla giustizia e alla
bontà di Dio verso gli altri; amare Dio richiede la libertà interiore di fronte ad
ogni possesso e a tutte le cose materiali: l’amore di Dio si rivela nella
responsabilità per l’altro”. 1
1.
La speranza ed il ministero del Sacerdote
La speranza costituisce una dimensione forte ed ineludibile della vita della
Chiesa, costituita sulla terra da Gesù e sostenuta da Lui come comunità di fede,
speranza e carità: un organismo visibile che intessendo relazioni col mondo in cui
vive, diffonde per tutti la verità e la grazia. (L. G., n. 8).
Nel tracciare il profilo dei cristiani, e a maggior ragione dei sacerdoti, la
Nota Pastorale del dopo Convegno Ecclesiale di Verona dice:
“Dall’essere <di> Gesù deriva il profilo di un cristiano capace di
offrire speranza, teso a dare un di più di umanità alla storia e
pronto a mettere con umiltà se stesso e i propri progetti sotto il
giudizio di una verità e di una promessa che supera ogni attesa
umana. S. Ignazio di Antiochia definiva i cristiani come <coloro
che sono giunti alla nuova speranza>,
presentandoli anche come quelli che
vivono <secondo la domenica>.
Partecipe
dell’umanità,
di
cui
condivide <gioie e speranze, tristezze
e angosce>, intensamente solidale con
tutti, il cristiano orienta il cammino
della società verso quella pienezza che
Dio ha iscritto nel cuore di ogni
persona, mettendosi al suo fianco nel
percorrere i sentieri del tempo. La
speranza del cristiano è dono di Dio,
dinamico e creativo, e si traduce in
progetti che anticipano nella storia il
senso della nuova umanità portata alla
risurrezione. Sono germi di <vita risorta> capaci di cambiare il
presente, secondo la stupefacente abbondanza di ministeri e di
carismi di cui il Signore arricchisce la Chiesa”.
TdS 2015/203 91
La Chiesa esprime la speranza cristiana a partire dal sacerdozio comune,
quello dei battezzati che anche noi viviamo in prima istanza, offrendo noi stessi
con vittima viva e santa gradevole a Dio (Rm. 12,1) per rendere testimonianza a
Cristo dovunque noi siamo, non soltanto sull’altare, e a chiunque chiede, diamo
ragione della speranza che è in noi.
La speranza di cui siamo testimoni “è la persona stessa del Signore Gesù,
il suo essere in mezzo a noi per sempre, la sua promessa di <quel mondo nuovo
ed eterno, nel quale saranno vinti il dolore, la violenza e la morte, e il creato
risplenderà nella sua straordinaria bellezza>”.
Non si tratta, certo, leggiamo ancora nella Nota post-Verona, “di un
ottimismo illusorio o di una indefinita fiducia in un domani migliore. E’ questa
speranza a dare respiro e alimento alle <certezze> della fede. Infatti la Pasqua ci
insegna che il male e la morte sono parte dell’esperienza umana, ma non sono
l’ultima parola sulla nostra esistenza. Aggrappati al suo corpo noi viviamo, …
siamo liberi e la nostra vita è speranza”. (n. 8)
Noi presbiteri, posti alla guida del popolo di Dio, siamo chiamati ad
essere segno di speranza e di consolazione soprattutto quando questo popolo è
tentato di fermarsi nei pantani piacevoli del mondo, lasciandosi irretire dalla
mentalità corrente, dalle ferree tradizioni religiose intoccabili (“si è fatto sempre
così”) spesso in forte contrasto con la logica del Vangelo.
Il sacerdote è guida trainante, non guida trainata e travolta. Non si può
per quieto vivere lasciar fare quello che si vuole: anche questo è tradire la
speranza che dobbiamo portare. Si sentono delle cose gravi sulle manifestazioni
civili delle feste religiose: sprechi di denaro che offendono la dignità e la
sensibilità dei poveri e non annunciano di certo la Pasqua del Signore. Bisognerà
mettere un tetto massimo alle spese e alle cornici coreografiche e spettacolari che
non avvicinano a Dio, stordiscono la mente e non fanno crescere la fede.
Dobbiamo trasformarci in impresari di feste, o ricuperare la gioia della speranza
cristiana? Evangelizzare la gente?
Nostro compito specifico (missione) è annunciare Cristo, facendo nostro
il messaggio del Battista “Convertitevi, il regno di Dio è vicino”.
I Presbiteri, insegna il Concilio Vaticano II, “fanno mostra di una
speranza incrollabile al cospetto dei loro fedeli, speranza incrollabile in modo da
poter consolare coloro che sono in qualsiasi tribolazione con la medesima
consolazione in cui loro sono consolati da Dio. Nella loro qualità di reggitori
della comunità praticano l’ascetica propria del pastore d’anime, rinunciando ai
propri interessi mirando non a ciò che fa loro comodo, ma a ciò che è utile al
mondo, in modo che molti siano salvi nel compimento perfetto della volontà di
Dio”.
TdS 2015/203 92
La speranza nel ministero del sacerdote è senz’altro una virtù teologale,
ma è anche virtù pastorale e come tale prende corpo dalla solidarietà con l’intera
famiglia umana.
Una speranza cristiana priva di solidarietà è una speranza senza
corporeità, che sfugge alla legge dell’Incarnazione: non dimentichiamo che “le
gioie, le speranze, le tristezze degli uomini, dei poveri soprattutto e di tutti coloro
che soffrono sono le gioie, le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di
Cristo”. 4
La solidarietà con la storia degli uomini è il corpo della speranza anche
quando la storia sembra incomprensibile e difficile da interpretare.
Come presbiteri abbiamo il compito di discernere e leggere con speranza
questo tempo nella storia: tutto è fondato sulla fiducia nell’amore di Cristo. E’
Lui il fondamento della nostra speranza di presbiteri; il Signore e maestro, la
Chiave di volta, centro e fine della storia umana. 5
Questo momento storico, come diceva Giovanni XXIII, è drammatico,
ma è caratterizzato come sempre dalla più forte presenza del Signore.
2.
La speranza nella vita del Sacerdote
Modello di speranza per il Sacerdote è certamente Abramo, l’uomo che sperò
contro ogni speranza. “Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così
divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: così sarà la tua
discendenza. Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio
corpo e morto il seno di Sara. Per la promessa di Dio non esitò con incredulità,
ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio” (Rom. 4, 18-20).
Qual è la tipicità della speranza cristiana rispetto a quella di Abramo?
L’oggetto della speranza non è più da attendere, è dato. E’ Cristo la
nostra speranza. Ma allora come possiamo ancora sperare? “Ciò che uno già
vede, come potrebbe sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo
attendiamo con perseveranza” (Rom. 8, 24-25).
E’ quello che esprimiamo con le categorie teologiche del “già” e del “non
ancora”. Sperare è attendere con perseveranza la piena manifestazione del
Signore: speriamo in Colui che già abbiamo (Cristo) ed in Lui perseveriamo
caricandoci del peso della sofferenza e della tribolazione.
La virtù della speranza si lega alla perseveranza, alla costanza anche di
fronte alle difficoltà (“ai travagli del parto”): “Il momentaneo leggero peso della
nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché
non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili (eterne)” (2
Cor. 4, 17-18).
Come concretamente si sviluppano le relazioni piene di speranza?
Due le prospettive e le articolazioni che suggerisco, lasciando a ciascuno
gli approfondimenti personali:
TdS 2015/203 93
a.
La via delle beatitudini (Mt 5). Descrivono il tipo di relazioni piene di
speranza:
“Beati i poveri perché di essi è il regno dei cieli”: riguarda le relazioni con le
cose;
“Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”: riguarda le relazioni con se
stessi, con la propria coscienza; con la propria affettività;
“Beati i miti…, i pacificatori …, i perseguitati…”: esprime la speranza di
fronte agli oppressori, ai belligeranti, ai persecutori.
b.
La via del discorso escatologico (Mt 25). Il rapporto con le cose e con le
persone qualifica se la speranza e le relazioni sono vere o false.
Le relazioni vengono completamente capovolte a partire dallo sguardo del regno,
delle beatitudini; a partire dallo sguardo di fede che vede nel fratello bisognoso il
Cristo, che si rivelerà pienamente nel
giudizio universale. La speranza è
capace di cambiare radicalmente il
tipo di relazioni.
Un esempio: il rapporto con i
beni della terra. Una cosa è se questi
beni sono eterni, altra cosa se sono
beni transitori. Una cosa è se il mio
cuore, il mio tesoro è sulla terra; altra
cosa è se il mio tesoro è nel cielo.
Se il mio tesoro è nel cielo, la
povertà e la rinuncia ai beni terreni mi
rende felice e mi sento più libero: la
povertà è il mezzo per liberarmi da ciò che mi impedisce di andare verso il
Regno (quello che S. Francesco chiama espropriazione di se stessi).
E’ Gesù stesso che introduce nel cuore dei discepoli la speranza, le
prospettive vere della speranza e ne indica la via con precisione. La speranza
produce la pazienza e crea un itinerario virtuoso:
“Giustificati per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo
del Signore nostro Gesù Cristo; per mezzo suo abbiamo anche
ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella
quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di
Dio. E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle
tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza,
la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza”.
(Rom. 5, 1-4)
TdS 2015/203 94
L’itinerario virtuoso parte dalla tribolazione e, attraverso la pazienza, la
virtù sperimentata giunge alla speranza.
L’amore di Dio è il punto di partenza della speranza e ne costituisce
anche il punto di arrivo. Un parallelo con l’enciclica Deus caritas est di Papa
Benedetto XVI: S. Tommaso dice che tutto inizia dall’amore verso di sé. Gesù,
infatti, dice “Ama gli altri come te stesso”. Si parte sempre dall’amore di sé
(“eros”); ma questo amore iniziale è chiamato a svilupparsi e a diventare “agape”
(dono di sé).
Il tipo di amore caratterizza la speranza: se alla base della speranza c’è
ancora “eros” (amore che si concentra su di sé) è chiaro che la speranza non è
liberata, nè purificata:
La speranza si sviluppa in modo imperfetto quando la carità risente
ancora dell’amor proprio, dell’egoismo. I beni eterni continuano ad essere
considerati non un dono, ma una conquista.
E’ quasi una concezione aziendale della propria esistenza: mi devo
salvare l’anima, faccio quanto è necessario; la vita eterna mi spetta perché sono
cristiano e prete! Le mie opere sono davanti a me.
S. Paolo aiuta a correggere il tiro:
“Quello che poteva essere per me un guadagno (le opere della legge) l’ho
considerato una perdita a motivo di Cristo, anzi tutto reputo una perdita di fronte
alla sublimità della conoscenza di Cristo, mio Signore, per il quale ho lasciato
perdere tutte queste cose e le considero una spazzatura, al fine di guadagnare
Cristo e di essere trovato da lui non con una mia giustizia …, ma con quella che
deriva dalla fede in Cristo”. (Fil. 3, 7-9).
Come purificare in noi la virtù della speranza? Come dare al nostro
ministero il volto della speranza?
La salvezza ci è donata da Dio attraverso la Chiesa, la Parola, i
Sacramenti, che sono nelle nostre mani. Un amore debole per Cristo porta a dare
soprattutto importanza agli strumenti di salvezza, quasi che potessero salvarci
senza Cristo. Allora:
- occorre superare il rischio di fermarsi alle cose da fare, agli strumenti di
Grazia, perdendo il riferimento a Cristo. Esempio: molti nostri fedeli sono
attaccati agli strumenti devozionali, come i primi venerdì del mese, le novene,
alcune pratiche particolari. Non che debbano sparire. Anzi! A noi, però, tante
volte ci fa comodo favorire questi strumenti a discapito di una vera
evangelizzazione più impegnativa, che ci scava dentro.
Ancora. Certi attaccamenti maniacali nell’accendere candele, nel voler
mostrare a tutti gli costi gli ex voto da attaccare alle statue perdendo di vista che
è Cristo che salva se ci lasciamo prendere da lui, se ci attacchiamo a Lui, non se
attacchiamo i soldi alle statue.
Accontentando i fedeli per non avere grattacapi corriamo anche noi il
rischio di diventare ministri delle opere, degli strumenti, più che ministri di
Cristo Salvatore.
TdS 2015/203 95
- Occorre evitare che i fedeli apprezzino il ministero pastorale soltanto per i
servizi che forniamo (talora in contrasto con le norme liturgiche, canoniche per
farci belli! Come è buono don Luigi che ci fa fare tutto! L’altro invece!… ).
La speranza, pertanto, va purificata con un cammino di perfezione che
consiste essenzialmente nel far dipendere dall’opera di Cristo tutta la nostra
salvezza: senza di Lui io non sono nulla, sono perduto; nel purificare l’amore
imperfetto (“eros”), in amore pieno (“agape”) accettando di “dimorare” in Cristo
e con Cristo. 6
La nostra speranza è Gesù Cristo: Lui “ci ha fatto conoscere il mistero
della volontà del Padre, secondo quanto, nella sua benevolenza aveva in lui
prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi, il disegno, cioè, di
ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra”. (Ef. 1,
9-10).
Sperare in Cristo e soltanto in Lui, creando una sinergia tra l’accoglienza
del suo amore che salva e la nostra adesione piena: “Per grazia di Dio sono
quello che sono, ma la sua grazia in me non è stata vana”. (I Cor. 15,10)
Sperare nella Chiesa: ad essa il Signore ha affidato le vie e gli strumenti
della salvezza. E’ nella concretezza della mia comunità, della mia parrocchia,
della mia diocesi, non in una Chiesa ideale che non esiste, che il Signore ha posto
anche per me prete i segni della salvezza.
Rendere la Chiesa
(la mia Chiesa) il luogo della speranza
per tutti con il nostro modo di vivere
(le relazioni e i gesti); con il nostro
modo di sperare (annunciare e
testimoniare la gioia); poggiandoci
sulla fedeltà di Dio: “Siete ricolmi di
gioia, anche se ora dovete essere per
un po’ di tempo afflitti da varie prove,
perché il valore della vostra fede,
molto più preziosa dell’oro, che, pur
destinato a perire, tuttavia si prova col
fuoco, torni a vostra lode, gloria e
onore nella manifestazione di Gesù
Cristo”. (I Pt. 1, 6-7).
3.
Il Sacerdote ministro e testimone della speranza
Quale tipo di prete è ministro e testimone di speranza?
- Innanzitutto il sacerdote che si sente un cristiano consolato da Dio. Non si può
essere ministeri di speranza senza sperimentare l’intima consolazione di Dio. Il
sacerdote non è un operatore sociale o un sindacalista.
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Qual è la via giusta di questa consolazione? Il sacerdote non cerca la
consolazione nelle cose e nelle adulazioni (“ma quanto sei bravo!”), ma in un
rapporto tutto speciale con Cristo.
S. Agostino subito dopo la sua ordinazione, ebbe a scrivere:
“Innanzitutto io prego di considerare che in questa vita, e soprattutto in
questo tempo, non v’è nulla di più facile, piacevole e gradito agli uomini
della dignità di vescovo, di prete o di diacono, ma nulla di più
miserabile! Nulla di più miserabile, funesto e riprovevole davanti a Dio
se lo si fa negligentemente e con vile adulazione e considerate parimenti
che non vi è nulla in questa vita, e soprattutto in questo tempo, di più
difficile, faticoso e pericoloso, ma nulla è più felice agli occhi di Dio
della dignità di vescovo, di prete o di diacono se si assolve a questa
milizia in modo prescritto dal nostro capitano, dal nostro condottiero”. 7
- Il sacerdote che pone l’Eucaristia al centro della sua vita. Ricordiamo i due
discepoli di Emmaus. Lungo la strada della delusione, della tristezza, del litigio,
incontrano il Risorto e davanti a Lui, aprendo gli occhi su di Lui, allo spezzare il
pane ritrovano entusiasmo e speranza, tanto da trovare la forza di tornare a
Gerusalemme per portare l’annuncio del Risorto.
A partire dall’Eucaristia il sacerdote e parroco sa individuare le priorità
pastorali opportune per essere presente come testimone di speranza.
- Le priorità pastorali di un testimone di speranza non possono essere che i
luoghi e gli ambiti in cui la speranza può facilmente venir meno. E queste
“fragilità” possono essere colte in una sensibilità pastorale che si radica in un
cuore agapico, che ama col cuore di Cristo.
Mi permetto suggerire alcune di queste priorità pastorali dove il rischio
appare più forte:
i poveri, perché non hanno il supporto sociale sufficiente per essere
aiutati a riconoscere in loro stessi la propria dignità umana;
i giovani, perché sempre meno vengono loro offerti un coerente senso
della vita e serie prospettive per il futuro;
la famiglia, attaccata e messa in crisi da tutti i versanti in nome di
ideologie e prassi ormai universalmente accettate.
Le tre priorità a rischio di speranza possono senz’altro offrire ed aprire ambiti di
impegno pastorale per rilanciare in parrocchia e in diocesi la Caritas (le povertà),
la Pastorale Giovanile e Vocazionale, oltre che la Pastorale “per” e “della”
Famiglia, primi fondamenti per guardare in avanti con fiducia e serenità.
TdS 2015/203 97
Conclusione
Voglio concludere con questo testo di Angelo Silesio:
“Ho cercato Dio con la mia lampada così brillante che tutti la
invidiavano, ho cercato Dio negli altri, ho cercato Dio nelle piccolissime
tane dei topi, ho cercato Dio nelle biblioteche, ho cercato Dio nelle
università, ho cercato Dio col telescopio e col microscopio finchè mi
accorsi che avevo dimenticato quello che cercavo. Allora spegnendo la
mia lampada che tutti invidiavano, gettai le chiavi delle biblioteche, dei
laboratori, delle università e mi misi a piangere. E subito la sua luce fu in
me”.
Il Signore ci conceda di non dimenticare mai non quello che cerchiamo, ma Colui
che da sempre ci va cercando per portarci nella casa del Padre.
N O T E 1 Cf. BENEDETTO XVI, Spe Salvi, n. 28. 2 Cf. Nota Pastorale della CEI, Rigenerati per una speranza viva (I Pt. 1,3): testimoni del grande <si> di Dio all’uomo, n. 7. 3 Cf. Rigenerati…, n. 8. 4 Cf. Gaudium et spes, n. 1 5 Cf. Gaudium et spes, nn. 22‐23. 6 Cf. BENEDETTO XVI, Deus caritas est, n. 14. 7 Cf. AGOSTINO, Lettera 21. TdS 2015/203 98
Pasquale Borgomeo, S.J.
LA CHIESA DEL TEMPO PRESENTE
NELLA PREDICAZIONE DI
S. AGOSTINO
(Segue Introduzione - pag. 32 Notiziario Fies n 201)
La Chiesa, mistero nella Storia: il popolo nuovo
Situata nel tempo, l’Ecclesia quae nunc est è costretta ad affrontarne
l’ambivalenza; ciò significa per essa, prima di tutto, trovarsi a confronto con i
due popoli che la storia della salvezza conosce. Popolo nuovo, per il quale la
nozione stessa di popolo è superata a vantaggio di un tertium genus di ordine
spirituale, la Chiesa è anche la casa di Dio in costruzione. In essa, come due
muri, i due antichi popoli devono convergere per incontrarsi nel Cristo, pietra
angolare.
Perché questo disegno provvidenziale si realizzi, l’accecamento ebraico e la
resistenza pagana devono scomparire per far trionfare l’elezione di Israele e la
vocazione dei Gentili. Ma ciò appartiene al compimento della Chiesa: solo allora
la Chiesa sarà insieme il verus Israel e l’Ecclesia gentium: solo allora essa sarà
il popolo di Dio senza inimicizie e la casa di Dio senza crepe.
Attualmente, lo scontro continua: per Agostino, non si tratta affatto di un
fenomeno limitato a circostante storiche provvisorie, ma di una dialettica inerente
a tutta la storia della salvezza. Ecco perché, fino alla fine dei tempi, la Chiesa
vivrà in tensione tra l’elezione privilegiata d’Israele e la vocazione universale dei
Gentili; sebbene popolo nuovo, essa porterà nel suo seno, sotto forma di un
giudaismo ed un paganesimo persistenti, i segni di una riconciliazione sempre
imperfetta.
TdS 2015/203 99
La Chiesa, mistero nella Storia: il popolo nuovo
Situata nel tempo, l’Ecclesia quae nunc est è costretta ad affrontarne
l’ambivalenza; ciò significa per essa, prima di tutto, trovarsi a confronto con i
due popoli che la storia della salvezza conosce. Popolo nuovo, per il quale la
nozione stessa di popolo è superata a vantaggio di un tertium genus di ordine
spirituale, la Chiesa è anche la casa di Dio in costruzione. In essa, come due
muri, i due antichi popoli devono convergere per incontrarsi nel Cristo, pietra
angolare.
Perché questo disegno provvidenziale si realizzi, l’accecamento ebraico e la
resistenza pagana devono scomparire per far trionfare l’elezione di Israele e la
vocazione dei Gentili. Ma ciò appartiene al compimento della Chiesa: solo allora
la Chiesa sarà insieme il verus Israel e l’Ecclesia gentium: solo allora essa sarà
il popolo di Dio senza inimicizie e la casa di Dio senza crepe.
Attualmente, lo scontro continua: per Agostino, non si tratta affatto di un
fenomeno limitato a circostante storiche provvisorie, ma di una dialettica inerente
a tutta la storia della salvezza. Ecco perché, fino alla fine dei tempi, la Chiesa
vivrà in tensione tra l’elezione privilegiata d’Israele e la vocazione universale dei
Gentili; sebbene popolo nuovo, essa porterà nel suo seno, sotto forma di un
giudaismo ed un paganesimo persistenti, i segni di una riconciliazione sempre
imperfetta.
LA CHIESA E IL POPOLO ELETTO
Prima di assumere la forma di controversia o di polemica, l’atteggiamento di
Agostino a riguardo del giudaismo è una meditazione dolorosa sul mistero della
salvezza promessa e rifiutata. Questo mistero è iscritto nella storia. La Chiesa,
come il Cristo, ha fatto i suoi primi passi in seno al popolo giudaico sia in
Palestina sia nella diaspora. La Chiesa primitiva è una Chiesa giudaica,
perseguitata dai Giudei: fin dal primo momento, il <segno di contraddizione> (Lc
2, 34) ha stabilito una discriminazione tra i membri di uno stesso popolo. Il
Cristo non dichiara forse, secondo Matteo, di essere venuto <a portare la spada>
e <a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre…?> (Mt 10, 34-35; cfr
Mich. 7, 6).
Il duplice aspetto del mistero del popolo eletto, quello dell’elezione e quello del
rifiuto, detterà ad Agostino parole ora tenere, ora dure, mai di condanna senza
appello. In realtà l’atteggiamento di Agostino è basato sulla Bibbia, i cui due
Testamenti illustrano la dualità drammatica del destino d’Israele: elezione e
rifiuto che implicano a loro volta il problema dell’infallibilità delle promesse
TdS 2015/203 100
divine. Questo atteggiamento ambivalente è percepibile già a partire dell’analisi
dei termini usati. Nella scia del linguaggio neotestamentario e specialmente
paolino, Agostino parla sia di popolo d’Israele, sia di popolo giudaico e,
rispettivamente, di Israeliti e di Giudei. Israele è il nome per l’elezione, Giudeo è
il nome per il rifiuto. Ciò non impedisce che una <parte d’Israele sia accecata>,
mentre tra i Giudei, molti verranno ad aggiungersi alla Chiesa. Ma esaminiamo i
testi.
1.<Iudeus>: il rifiuto
Il primo rifiuto del popolo eletto si è manifestato contro il Cristo; coloro che
hanno rifiutato, insultato, crocifisso il Cristo sono per Agostino i Iudaei:
<I Giudei andarono da lui per essere immersi nelle tenebre. Perché essi andarono
da lui per crocifiggerlo…> (Commento al Sal 33, s. 2, 10);
<Quanto i Giudei si credevano superiori, quando insultavano il Signore, quando
gli sputavano in faccia…> (ib.);
<coloro che rendono male per bene odiano ingiustamente: tali furono i
Giudei…> (Comm. al Sal 37, 25),
<I Giudei hanno gioito quando hanno visto il Cristo crocifisso…>> (ib.);
<I giudei hanno ucciso il Cristo per non perdere il loro paese> (Gv 11, 48;
Comm. al Sal 40, 11);
<I Giudei sono stati dispersi su tutta la terra in punizione del loro crimine…>
(Disc. 45, 7);
<Chiedi a un Giudeo se il Cristo è stato crocifisso ed egli ammetterà il crimine
dei suoi padri…> (Comm. al Sal 40, 11);
<I Giudei non hanno riconosciuto colui che hanno disprezzato come una
pietruzza trovata ai loro piedi…> (1 Pt 2, 8);
<I Giudei si sono già spezzati urtando questa pietra…> (Disc. 91, 1);
<I Giudei erano talmente accecati che accettarono una versione assolutamente
incredibile, poiché credettero a testimoni addormentati (Mt 28, 13; Comm. al Sal
55, 9).
Nemici del Cristo, negatori della sua risurrezione e della sua divinità, non
possono non essere nemici della Chiesa. Ora è proprio questo che li rende
inescusabili, poiché se essi hanno potuto non riconoscere il Cristo in un piccolo
sasso, come possono non riconoscerlo nella sua Chiesa, che è diventata una
montagna? (Comm. al Sal 45, 12). Essi sono rimasti attaccati alle loro usanze,
all’osservanza del sabato. E magari, qual è per loro ormai il senso del sabato? <I
Giudei osservano il sabato servilmente, per abbandonarsi alla dissolutezza e
all’ebbrezza. Quanto meglio farebbero le loro mogli se lavorassero la lana
anziché danzare, quel giorno, sui terrazzi! Guardiamoci, fratelli, dall’affermare
che essi osservano il sabato> (Comm. al Vang. di Gv 3, 19).
TdS 2015/203 101
Si potrebbe obiettare ad Agostino che il comportamento aberrante dei Giudei,
suoi contemporanei, non lo autorizza a disprezzare il sabato in quanto tale;
d’altra parte, c’erano comunque molti Giudei fedeli e praticanti. Agostino ha
risposto a questa obiezione: per lui la profanazione del sabato è soltanto una
conseguenza del fatto che tale istituzione, come l’intendono di Giudei, anche i
più fedeli, è ormai qualcosa di superato. La venuta di Cristo e la presenza della
Chiesa nella storia stabiliscono un divorzio irrimediabile tra il Giudeo e il sabato
dell’Antica Legge. Il Giudeo può certamente osservare il sabato – Agostino
stesso lo ammette – ma ne ha perso orami il significato: <Sii cristiano, o Giudeo,
e comprendi il sabato, poiché, finché resti Giudeo, puoi osservare il sabato, ma
non puoi comprenderlo> (Disc. Mai 128, 2). Il senso del sabato è ormai chiaro al
cristiano, ed è lui che deve osservarlo, ma spiritaliter! (in opposizione a
serviliter: Comm. al Vang. di Gv 3, 19). Nessun disprezzo quindi per il sabato,
anzi. Ancora una volta, ciò che rende vuoto il sabato di un Giudeo è il suo
anacronismo. Agostino lo dice molto chiaramente a proposito dei sacrifici
dell’Antica Legge: <Li avremmo rifiutati allora? No, è adesso che li rifiutiamo,
perché se vuoi compierli ora, è anacronistico, non ha senso, è fuori posto: tu
prometti ancora, io ho già ricevuto> (Comm. al Sal 39, 13).
<Giudeo>, nome del rifiuto, è quindi anche il nome dell’anacronismo. Il rifiuto
del kairòs, di Dio realizzato nel Cristo, ha condotto contemporanei di Gesù a
volere la sua morte; il rifiuto di quello stesso kairòs realizzato nella Chiesa détta
ai Giudei contemporanei di Agostino frasi omicide: <Questi stessi Giudei contro
i quali difendiamo il Cristo ci dicono: Possiate voi morire come lui!> (Comm. al
Sal 43, 14).
1. <Israel>: l’elezione
Tuttavia quest’immagine del Giudeo omicida, ingrato, nemico per definizione, di
cui il Medio Evo cristiano si impadronirà talvolta per giustificare numerose
aberrazioni, non è quella che emerge dall’insieme della predicazione di Agostino.
Anzi il suo sguardo percepisce, attraverso il Giudeo negatore, l’Israele eletto e
amato da Dio. Se “Giudeo” è il nome del rifiuto e quindi della maledizione,
“Israele” sarà il nome di quella elezione che da Giacobbe (Gen 3, 2; 3, 27 ss.) si
estende ad una moltitudine fedele (Disc. Guelf.10, 2). Agostino segna
l’opposizione tra i due nomi, negando ai Giudei il diritto di chiamarsi Israele,
poiché ormai il verus Israel è la Chiesa (Comm. al Sal 40, 14). E se i Giudei si
vantano di esser i figli di Giacobbe, si risponde loro che, di Israele, non hanno
che il nome (Disc. Guelf.10, 3). I Giudei possono effettivamente essere chiamati
“Israele”, ma allora la nozione di Israele deve essere precisata con il qualificativo
di <carnale>.
TdS 2015/203 102
Agostino stesso stabilisce esplicitamente l’identità: <Il Signore era venuto
all’Israele carnale, cioè ai Giudei> (Disc. 62, 1). Di conseguenza, meritano il
nominativo di Israeliti solo coloro che con la loro liberazione dall’Egitto hanno
prefigurato la Pasqua (Disc. Wilmart 8, 1); coloro che, in mezzo agli idolatri,
hanno adorato il Dio vero (Disc. 56, 1); l’apostolo Paolo che lui stesso si è
proclamato Israelita (Rm 11, 1; Comm. al Sal 78, 2); e anchd il centurione la cui
fede stupisce il Cristo (Mt 8, 11; Lc 7, 9) e che era già israelita in spirito
(Disc.62, 1). Allo stesso modo, quando esporrà la dottrina della pietra angolare
sulla quale i due popoli (unus ex Iudeis, alius ex gentibus) troveranno il loro
punto d’incontro, Agostino parlerà di Israelitico pariete, a condizione che ne
vengano esclusi i persecutori di Cristo e i Giudei ripudiati, per comprendervi
coloro <per i quali Giacobbe ricevette la sua benedizione> (Disc. 204, 3).
Iudaei – Israel: le due facce del mistero del popolo eletto. Ma la realtà non si
lascia scomporre così facilmente. Agostino non può ignorare che anche Israele,
colui che <vede Dio>, è stato accecato, almeno in parte. Questa cecità è
provvidenziale, poiché grazie ad essa, resta aperta una porta alle nazioni,
attraverso la quale anch’esse entreranno e avranno parte alla salvezza: <o cecità
detestabile! Ma solo in parte Israele è caduto nella cecità perché tutte le nazioni
entrassero (Rm 11, 25); in parte, dico, non tutto> (comm. al Vang. di Gv 93, 4).
Ecco la chiave per comprendere l’atteggiamento di Agostino. In effetti, se c’è
una parte accecata in Israele l’eletto, perché non dovrebbe esserci una parte eletta
tra i Giudei accecati? E’ proprio quanto afferma Agostino quando egli nota che
molti eletti – i primi convertiti, gli apostoli, la Vergine – e il Cristo stesso
vengono dal popolo giudaico. Tuttavia, e questo è essenziale, essi vengono dal
popolo giudaico, e ne sono, per così dire, estratti, separati. Essi costituiscono una
sorte di eccezione nel popolo giudaico; essi non gli appartengono, o meglio, non
gli appartengono più, poiché ormai il nome di Giudeo è divenuto il nome
anacronistico del rifiuto. Tale concetto si esprime attraverso un’opzione
terminologica che non utilizza mai direttamente per designare gli eletti, il termine
Iudaeus, ma fa ricorso a tutte le risorse linguistiche capaci di sottolineare
l’elezione, la separazione, l’estrazione di una parte dal tutto. Ecco l’impiego
massiccio di de (Disc. Guelf. 10, 2), di ex, di in, il cui valore partitivo è
sottolineato da et, etiam, ipse; di inde, unde, illic, hinc, ed altre espressioni
equivalenti. Di uso frequente sono anche i partitivi correlativi alii…alii;
quidam…quidam, ed altre espressioni che sottolineano, in un senso o nell’altro,
una discriminazione.
Il destino problematico e ambiguo dei popolo eletto rende ambiguo il nome
stesso di Giudeo. Agostino parla di Giudei fedeli e di Giudei infedeli. E il titolo
del Cristo, appeso sulla croce: Re dei giudei, non è forse un titolo di gloria? Sì,
dice Agostino, ma i Giudei di cui il Cristo è re <sono tali grazie alla circoncisione
TdS 2015/203 103
del loro cuore: sono Giudei secondo lo spirito, non secondo la lettera> (Rm 2, 29;
Comm. al Vang. di Gv 117, 5).
Si potrebbe vedere in questo ultimo testo un tentativo per abbassare la dignità del
popolo giudaico in quanto razza, a favore di un’interpretazione puramente
spirituale: essendo divenuto il <vero Israele>, la Chiesa si approprierebbe del
tesoro delle promesse fatte un tempo al popolo eletto, mentre questo si
troverebbe destinato all’assorbimento o all’esecrazione. Tale schema, che ha
potuto nel corso dei secoli diventare, seppure inconsciamente, il pensiero di
fondo di molti cristiani, non appartiene ad Agostino. Ogni volta che si affaccia
sul mistero di Israele come razza, il suo atteggiamento rivela il più profondo
rispetto. Il suo atteggiamento è quello che Paolo inculca a tutti i non-Giudei nel
cap. XI della Lettera di Romani: l’elezione di Israele resta, poiché Dio non ha
rifiutato il popolo che riconosce come suo da sempre (Rm 11, 2). E <i rami sono
stati tagliati perché vi fossi innestato io! Bene: essi però sono stati tagliati a causa
dell’infedeltà, mentre tu resti lì in ragione della fede. Non montare in superbia,
ma temi! (Cfr Rm 11, 19-20). Se ti vuoi proprio vantare sappi che non sei tu che
porti la radice, ma è la radice che porta te> (Rm 11, 18). E Agostino aggiunge:
<Molti verranno dall’Oriente e dall’Occidente e prenderanno posto non con
Platone e Cicerone, ma con Abramo, Isacco e Giacobbe, nel Regno dei cieli> (Mt
8, 11-12)… Tutti i popoli credono al Re dei Giudei; egli regna su tutti i popoli,
eppure è il Re dei giudei. Tanta era la potenza di questa radice che essa ha potuto
assimilare l’olivastro innestato, senza perdere il proprio nome di olivo> (Disc.
218, 7). Come voler allora cancellare il nome di Giudei, come averlo in
esecrazione, se il Cristo è, e resta per sempre, il Re dei giudei? La Chiesa vede il
proprio Capo odiato dai Giudei, che hanno versato il suo sangue. <Non omnes!>
dirà Agostino con insistenza (Comm. al Sal 58, s. 2, 2).
3.Ambivalenza della Sinagoga
Ma c’è un motivo più importante. La Chiesa, corpo di Cristo, non può
dimenticare che il Cristo appartiene al popolo giudaico, e che in esso egli ha
assunto un corpo (Disc. 62, 1). E’ in questo popolo <che è nato da una vergine,
che ha sofferto, camminato, portato fino in fondo la condizione umana, che ha
operato i miracoli di Dio> (ib. 2). E’ il popolo giudaico che gli ha dato una madre
secondo la carne, Maria, e una madre spirituale, la Sinagoga. <Tutto è suo – dice
Agostino – ma gli appartiene in proprio questo popolo da cui è nata sua madre e
da cui egli ha preso la carne (Disc.121, 2). L’altra madre è la Sinagoga, da cui il
Figlio di Dio <è nato secondo la razza> (Comm. al Sal 44, 12). E se essa è
diventata nemica della Chiesa, è dovuto al fatto che il Cristo ha abbandonato sua
madre (la Sinagoga,Comm. al Vang. di Gv 9, 10) per aderire alla sua sposa, la
Chiesa. A questa immagine, tanto ricorrente, Agostino ne aggiunge un’altra,
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quando commenta il versetto 10 del Salmo 21, che egli pone sulla bocca di
Cristo: <Sei tu che mi hai tratto dal grembo..tu mi hai strappato dal seno della
Sinagoga>, in cui le due madri sono associate nello stesso onore e nella stessa
sorte. Questo destino primordiale, che esige che si lasci la madre per dar vita ad
un nuovo focolare, deve ispirare al cristiano il più profondo rispetto per la
Sinagoga: <Quando senti il nome della sinagoga, non metterti subito a odiarla
come assassina del Signore. Essa ha ucciso il Signore, è vero, ma non
dimenticare che a questa Sinagoga appartengono gli arieti di cui noi siamo figli>
(ib.).
Il passaggio da Cristo alla Chiesa è sempre spontaneo in Agostino, ma qui la
communicatio idiomatum passa per un dato storico. La Chiesa primitiva, alla
quale i cristiani di tutti i tempi saranno indissolubilmente legati, era una Chiesa
nata dalla Sinagoga. Ecco allora l’immagine amata di questa Chiesa degli Atti
degli Apostoli, dei primi convertiti che danno in modo disinteressato tutti i loro
beni (Disc. 4, 18). Ecco la febbrile moltiplicazione della Chiesa del Cristo
attraverso la Giudea, là dove aveva imperversato la febbre dell’ignominia del
Cristo> (Comm. al Sal 96, 2).
Mistero del popolo giudaico: mistero di elezione e di rifiuto. Ma se l’elezione
resta nonostante il rifiuto – perché Dio non ha ripudiato il suo popolo (Rm 11, 2)
– il rifiuto stesso non può essere considerato definitivo. <Multum dedit Iudaeis>,
afferma Agostino, attento ai gesti di Dio (Comm. al Vang. di Gv 15, 26). Questo
multum,
eredità di Abramo, attende ancora e sempre i veri Giudei, <figli della promessa,
figli di Dio> (Comm. al Vang. di Gv 117, 59). <Che tornino all’eredità di
Abramo…di Isacco e di Giacobbe> (Comm. al Sal 52, 9). Là essi incontreranno
gli altri figli di Abramo, questa Chiesa ex gentibus che siamo noi. La
meditazione agostiniana sfocia del tutto naturalmente in una invocazione: nel
nome di una paternità comune in Abramo, egli invita i Giudei a ritornare per
prendere il posto che loro appartiene. (Comm. al Vang. di Gv 42, 5). E il giorno
in cui la Chiesa si rivolgerai donatisti, nemici e fratelli, essa lo farà con le stesse
parole che il Cristo ha rivolto ai Giudei, nemici e fratelli (Disc. 129, 3).
Così i due poli della tensione sussistono: non odio partigiano, ma neppure cieco
irenismo nell’atteggiamento di quest’uomo che ha inciso nel proprio cuore la
parola di Paolo, giudeo e apostolo dei Gentili: <Quanto al Vangelo, essi sono
nemici, per vostro vantaggio; ma quanto alla elezione, sono amati, a causa dei
padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!> (Rm 11, 28-29). E’
quindi la Chiesa e il suo mistero che alimenta il mistero del popolo giudaico, ed è
il dramma del popolo eletto che la Chiesa degli eletti porterà nel cuore per tutto il
tempo della sua storia.
TdS 2015/203 105
La Chiesa, vero Israele, vera Giudea, si vedrà necessariamente messa a confronto
con il popolo giudaico per tutti i giorni della sua esistenza, perché il mistero
d’Israele resta. Elezione e rifiuto resteranno fino all’ultimo giorno della storia: <
Il popolo giudaico ha crocifisso il Cristo, ma poi è anche venuto a lui. Anche i
Giudei vengono alla fede, ma alla fine del tempo> (Disc. Morin 7, 2).
Prima di assumere la forma di controversia o di polemica, l’atteggiamento di
Agostino a riguardo del giudaismo è una meditazione dolorosa sul mistero della
salvezza promessa e rifiutata. Questo mistero è iscritto nella storia. La Chiesa,
come il Cristo, ha fatto i suoi primi passi in seno al popolo giudaico sia in
Palestina sia nella diaspora. La Chiesa primitiva è una Chiesa giudaica,
perseguitata dai Giudei: fin dal primo momento, il <segno di contraddizione> (Lc
2, 34) ha stabilito una discriminazione tra i membri di uno stesso popolo. Il
Cristo non dichiara forse, secondo Matteo, di essere venuto <a portare la spada>
e <a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre…> (Mt 10, 34-35; cfr Mich.
7, 6)?
Il duplice aspetto del mistero del popolo eletto, quello dell’elezione e quello del
rifiuto, detterà ad Agostino parole ora tenere, ora dure, mai di condanna senza
appello. In realtà l’atteggiamento di Agostino è basato sulla Bibbia, i cui due
Testamenti illustrano la dualità drammatica del destino d’Israele: elezione e
rifiuto che implicano a loro volta il problema dell’infallibilità delle promesse
divine. Questo atteggiamento ambivalente è percepibile già a partire dell’analisi
dei termini usati. Nella scia del linguaggio neotestamentario e specialmente
paolino, Agostino parla sia di popolo d’Israele, sia di popolo giudaico e,
rispettivamente, di Israeliti e di Giudei. Israele è il nome per l’elezione, Giudeo è
il nome per il rifiuto. Ciò non impedisce che una <parte d’Israele sia accecata>,
mentre tra i Giudei, molti verranno ad aggiungersi alla Chiesa. Ma esaminiamo i
testi.
2.<Iudeus>: il rifiuto
Il primo rifiuto del popolo eletto si è manifestato contro il Cristo; coloro che
hanno rifiutato, insultato, crocifisso il Cristo sono per Agostino i Iudaei:
<I Giudei andarono da lui per essere immersi nelle tenebre. Perché essi andarono
da lui per crocifiggerlo…> (Commento al Sal 33, s. 2, 10);
<Quanto i Giudei si credevano superiori, quando insultavano il Signore, quando
gli sputavano in faccia…> (ib.);
<coloro che rendono male per bene odiano ingiustamente: tali furono i
Giudei…> (Comm. al Sal 37, 25),
<I Giudei hanno gioito quando hanno visto il Cristo crocifisso…>> (ib.);
<I giudei hanno ucciso il Cristo per non perdere il loro paese> (Gv 11, 48;
Comm. al Sal 40, 11);
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<I Giudei sono stati dispersi su tutta la terra in punizione del loro crimine…>
(Disc. 45, 7);
<Chiedi a un Giudeo se il Cristo è stato crocifisso ed egli ammetterà il crimine
dei suoi padri…> (Comm. al Sal 40, 11);
<I Giudei non hanno riconosciuto colui che hanno disprezzato come una
pietruzza trovata ai loro piedi…> (1 Pt 2, 8);
<I Giudei si sono già spezzati urtando questa pietra…> (Disc. 91, 1);
<I Giudei erano talmente accecati che accettarono una versione assolutamente
incredibile, poiché credettero a testimoni addormentati (Mt 28, 13; Comm. al Sal
55, 9).
Nemici del Cristo, negatori della sua risurrezione e della sua divinità, non
possono non essere nemici della Chiesa. Ora è proprio questo che li rende
inescusabili, poiché se essi hanno potuto non riconoscere il Cristo in un piccolo
sasso, come possono non riconoscerlo nella sua Chiesa, che è diventata una
montagna? (Comm. al Sal 45, 12). Essi sono rimasti attaccati alle loro usanze,
all’osservanza del sabato. E magari, qual è per loro ormai il senso del sabato? <I
Giudei osservano il sabato servilmente, per abbandonarsi alla dissolutezza e
all’ebbrezza. Quanto meglio farebbero le loro mogli se lavorassero la lana
anziché danzare, quel giorno, sui terrazzi! Guardiamoci, fratelli, dall’affermare
che essi osservano il sabato> (Comm. al Vang. di Gv 3, 19).
Si potrebbe obiettare ad Agostino che il comportamento aberrante dei Giudei,
suoi contemporanei, non lo autorizza a disprezzare il sabato in quanto tale;
d’altra parte, c’erano comunque molti Giudei fedeli e praticanti. Agostino ha
risposto a questa obiezione: per lui la profanazione del sabato è soltanto una
conseguenza del fatto che tale istituzione, come l’intendono di Giudei, anche i
più fedeli, è ormai qualcosa di superato. La venuta di Cristo e la presenza della
Chiesa nella storia stabiliscono un divorzio irrimediabile tra il Giudeo e il sabato
dell’Antica Legge. Il Giudeo può certamente osservare il sabato – Agostino
stesso lo ammette – ma ne ha perso orami il significato: <Sii cristiano, o Giudeo,
e comprendi il sabato, poiché, finché resti Giudeo, puoi osservare il sabato, ma
non puoi comprenderlo> (Disc. Mai 128, 2). Il senso del sabato è ormai chiaro al
cristiano, ed è lui che deve osservarlo, ma spiritaliter! (in opposizione a
serviliter: Comm. al Vang. di Gv 3, 19). Nessun disprezzo quindi per il sabato,
anzi. Ancora una volta, ciò che rende vuoto il sabato di un Giudeo è il suo
anacronismo. Agostino lo dice molto chiaramente a proposito dei sacrifici
dell’Antica Legge: <Li avremmo rifiutati allora? No, è adesso che li rifiutiamo,
perché se vuoi compierli ora, è anacronistico, non ha senso, è fuori posto: tu
prometti ancora, io ho già ricevuto> (Comm. al Sal 39, 13).
<Giudeo>, nome del rifiuto, è quindi anche il nome dell’anacronismo. Il rifiuto
del kairòs, di Dio realizzato nel Cristo, ha condotto contemporanei di Gesù a
volere la sua morte; il rifiuto di quello stesso kairòs realizzato nella Chiesa détta
ai Giudei contemporanei di Agostino frasi omicide: <Questi stessi Giudei contro
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i quali difendiamo il Cristo ci dicono: Possiate voi morire come lui!> (Comm. al
Sal 43, 14).
1. <Israel>: l’elezione
Tuttavia quest’immagine del Giudeo omicida, ingrato, nemico per definizione, di
cui il Medio Evo cristiano si impadronirà talvolta per giustificare numerose
aberrazioni, non è quella che emerge dall’insieme della predicazione di Agostino.
Anzi il suo sguardo percepisce, attraverso il Giudeo negatore, l’Israele eletto e
amato da Dio. Se “Giudeo” è il nome del rifiuto e quindi della maledizione,
“Israele” sarà il nome di quella elezione che da Giacobbe (Gen 3, 2; 3, 27 ss.) si
estende ad una moltitudine fedele (Disc. Guelf.10, 2). Agostino segna
l’opposizione tra i due nomi, negando ai Giudei il diritto di chiamarsi Israele,
poiché ormai il verus Israel è la Chiesa (Comm. al Sal 40, 14). E se i Giudei si
vantano di esser i figli di Giacobbe, si risponde loro che, di Israele, non hanno
che il nome (Disc. Guelf.10, 3). I Giudei possono effettivamente essere chiamati
“Israele”, ma allora la nozione di Israele deve essere precisata con il qualificativo
di <carnale>. Agostino stesso stabilisce esplicitamente l’identità: <Il Signore era
venuto all’Israele carnale, cioè ai Giudei> (Disc. 62, 1). Di conseguenza,
meritano il nominativo di Israeliti solo coloro che con la loro liberazione
dall’Egitto hanno prefigurato la Pasqua (Disc. Wilmart 8, 1); coloro che, in
mezzo agli idolatri, hanno adorato il Dio vero (Disc. 56, 1); l’apostolo Paolo che
lui stesso si è proclamato Israelita (Rm 11, 1; Comm. al Sal 78, 2); e anchd il
centurione la cui fede stupisce il Cristo (Mt 8, 11; Lc 7, 9) e che era già israelita
in spirito (Disc.62, 1). Allo stesso modo, quando esporrà la dottrina della pietra
angolare sulla quale i due popoli (unus ex Iudeis, alius ex gentibus) troveranno il
loro punto d’incontro, Agostino parlerà di Israelitico pariete, a condizione che ne
vengano esclusi i persecutori di Cristo e i Giudei ripudiati, per comprendervi
coloro <per i quali Giacobbe ricevette la sua benedizione> (Disc. 204, 3).
Iudaei – Israel: le due facce del mistero del popolo eletto. Ma la realtà non si
lascia scomporre così facilmente. Agostino non può ignorare che anche Israele,
colui che <vede Dio>, è stato accecato, almeno in parte. Questa cecità è
provvidenziale, poiché grazie ad essa, resta aperta una porta alle nazioni,
attraverso la quale anch’esse entreranno e avranno parte alla salvezza: <o cecità
detestabile! Ma solo in parte Israele è caduto nella cecità perché tutte le nazioni
entrassero (Rm 11, 25); in parte, dico, non tutto> (comm. al Vang. di Gv 93, 4).
Ecco la chiave per comprendere l’atteggiamento di Agostino. In effetti, se c’è
una parte accecata in Israele l’eletto, perché non dovrebbe esserci una parte eletta
tra i Giudei accecati? E’ proprio quanto afferma Agostino quando egli nota che
molti eletti – i primi convertiti, gli apostoli, la Vergine – e il Cristo stesso
vengono dal popolo giudaico. Tuttavia, e questo è essenziale, essi vengono dal
TdS 2015/203 108
popolo giudaico, e ne sono, per così dire, estratti, separati. Essi costituiscono una
sorte di eccezione nel popolo giudaico; essi non gli appartengono, o meglio, non
gli appartengono più, poiché ormai il nome di Giudeo è divenuto il nome
anacronistico del rifiuto. Tale concetto si esprime attraverso un’opzione
terminologica che non utilizza mai direttamente per designare gli eletti, il termine
Iudaeus, ma fa ricorso a tutte le risorse linguistiche capaci di sottolineare
l’elezione, la separazione, l’estrazione di una parte dal tutto. Ecco l’impiego
massiccio di de (Disc. Guelf. 10, 2), di ex, di in, il cui valore partitivo è
sottolineato da et, etiam, ipse; di inde, unde, illic, hinc, ed altre espressioni
equivalenti. Di uso frequente sono anche i partitivi correlativi alii…alii;
quidam…quidam, ed altre espressioni che sottolineano, in un senso o nell’altro,
una discriminazione.
Il destino problematico e ambiguo dei popolo eletto rende ambiguo il nome
stesso di Giudeo. Agostino parla di Giudei fedeli e di Giudei infedeli. E il titolo
del Cristo, appeso sulla croce: Re dei giudei, non è forse un titolo di gloria? Sì,
dice Agostino, ma i Giudei di cui il Cristo è re <sono tali grazie alla circoncisione
del loro cuore: sono Giudei secondo lo spirito, non secondo la lettera> (Rm 2, 29;
Comm. al Vang. di Gv 117, 5).
Si potrebbe vedere in questo ultimo testo un tentativo per abbassare la dignità del
popolo giudaico in quanto razza, a favore di un’interpretazione puramente
spirituale: essendo divenuto il <vero Israele>, la Chiesa si approprierebbe del
tesoro delle promesse fatte un tempo al popolo eletto, mentre questo si
troverebbe destinato all’assorbimento o all’esecrazione. Tale schema, che ha
potuto nel corso dei secoli diventare, seppure inconsciamente, il pensiero di
fondo di molti cristiani, non appartiene ad Agostino. Ogni volta che si affaccia
sul mistero di Israele come razza, il suo atteggiamento rivela il più profondo
rispetto. Il suo atteggiamento è quello che Paolo inculca a tutti i non-Giudei nel
cap. XI della Lettera di Romani: l’elezione di Israele resta, poiché Dio non ha
rifiutato il popolo che riconosce come suo da sempre (Rm 11, 2). E <i rami sono
stati tagliati perché vi fossi innestato io! Bene: essi però sono stati tagliati a causa
dell’infedeltà, mentre tu resti lì in ragione della fede. Non montare in superbia,
ma temi! (Cfr Rm 11, 19-20). Se ti vuoi proprio vantare sappi che non sei tu che
porti la radice, ma è la radice che porta te> (Rm 11, 18). E Agostino aggiunge:
<Molti verranno dall’Oriente e dall’Occidente e prenderanno posto non con
Platone e Cicerone, ma con Abramo, Isacco e Giacobbe, nel Regno dei cieli> (Mt
8, 11-12)… Tutti i popoli credono al Re dei Giudei; egli regna su tutti i popoli,
eppure è il Re dei giudei. Tanta era la potenza di questa radice che essa ha potuto
assimilare l’olivastro innestato, senza perdere il proprio nome di olivo> (Disc.
218, 7). Come voler allora cancellare il nome di Giudei, come averlo in
esecrazione, se il Cristo è, e resta per sempre, il Re dei giudei? La Chiesa vede il
proprio Capo odiato dai Giudei, che hanno versato il suo sangue. <Non omnes!>
dirà Agostino con insistenza (Comm. al Sal 58, s. 2, 2).
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3.Ambivalenza della Sinagoga
Ma c’è un motivo più importante. La Chiesa, corpo di Cristo, non può
dimenticare che il Cristo appartiene al popolo giudaico, e che in esso egli ha
assunto un corpo (Disc. 62, 1). E’ in questo popolo <che è nato da una vergine,
che ha sofferto, camminato, portato fino in fondo la condizione umana, che ha
operato i miracoli di Dio> (ib. 2). E’ il popolo giudaico che gli ha dato una madre
secondo la carne, Maria, e una madre spirituale, la Sinagoga. <Tutto è suo – dice
Agostino – ma gli appartiene in proprio questo popolo da cui è nata sua madre e
da cui egli ha preso la carne (Disc.121, 2). L’altra madre è la Sinagoga, da cui il
Figlio di Dio <è nato secondo la razza> (Comm. al Sal 44, 12). E se essa è
diventata nemica della Chiesa, è dovuto al fatto che il Cristo ha abbandonato sua
madre (la Sinagoga,Comm. al Vang. di Gv 9, 10) per aderire alla sua sposa, la
Chiesa. A questa immagine, tanto ricorrente, Agostino ne aggiunge un’altra,
quando commenta il versetto 10 del Salmo 21, che egli pone sulla bocca di
Cristo: <Sei tu che mi hai tratto dal grembo..tu mi hai strappato dal seno della
Sinagoga>, in cui le due madri sono associate nello stesso onore e nella stessa
sorte. Questo destino primordiale, che esige che si lasci la madre per dar vita ad
un nuovo focolare, deve ispirare al cristiano il più profondo rispetto per la
Sinagoga: <Quando senti il nome della sinagoga, non metterti subito a odiarla
come assassina del Signore. Essa ha ucciso il Signore, è vero, ma non
dimenticare che a questa Sinagoga appartengono gli arieti di cui noi siamo figli>
(ib.).
Il passaggio da Cristo alla Chiesa è sempre spontaneo in Agostino, ma qui la
communicatio idiomatum passa per un dato storico. La Chiesa primitiva, alla
quale i cristiani di tutti i tempi saranno indissolubilmente legati, era una Chiesa
nata dalla Sinagoga. Ecco allora l’immagine amata di questa Chiesa degli Atti
degli Apostoli, dei primi convertiti che danno in modo disinteressato tutti i loro
beni (Disc. 4, 18). Ecco la febbrile moltiplicazione della Chiesa del Cristo
attraverso la Giudea, là dove aveva imperversato la febbre dell’ignominia del
Cristo> (Comm. al Sal 96, 2).
Mistero del popolo giudaico: mistero di elezione e di rifiuto. Ma se l’elezione
resta nonostante il rifiuto – perché Dio non ha ripudiato il suo popolo (Rm 11, 2)
– il rifiuto stesso non può essere considerato definitivo. <Multum dedit Iudaeis>,
afferma Agostino, attento ai gesti di Dio (Comm. al Vang. di Gv 15, 26). Questo
multum, eredità di Abramo, attende ancora e sempre i veri Giudei, <figli della
promessa, figli di Dio> (Comm. al Vang. di Gv 117, 59). <Che tornino all’eredità
di Abramo…di Isacco e di Giacobbe> (Comm. al Sal 52, 9). Là essi
incontreranno gli altri figli di Abramo, questa Chiesa ex gentibus che siamo noi.
La meditazione agostiniana sfocia del tutto naturalmente in una invocazione: nel
nome di una paternità comune in Abramo, egli invita i Giudei a ritornare per
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prendere il posto che loro appartiene. (Comm. al Vang. di Gv 42, 5). E il giorno
in cui la Chiesa si rivolgerai donatisti, nemici e fratelli, essa lo farà con le stesse
parole che il Cristo ha rivolto ai Giudei, nemici e fratelli (Disc. 129, 3).
Così i due poli della tensione sussistono: non odio partigiano, ma neppure cieco
irenismo nell’atteggiamento di quest’uomo che ha inciso nel proprio cuore la
parola di Paolo, giudeo e apostolo dei Gentili: <Quanto al Vangelo, essi sono
nemici, per vostro vantaggio; ma quanto alla elezione, sono amati, a causa dei
padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!> (Rm 11, 28-29). E’
quindi la Chiesa e il suo mistero che alimenta il mistero del popolo giudaico, ed è
il dramma del popolo eletto che la Chiesa degli eletti porterà nel cuore per tutto il
tempo della sua storia.
La Chiesa, vero Israele, vera Giudea, si vedrà necessariamente messa a confronto
con il popolo giudaico per tutti i giorni della sua esistenza, perché il mistero
d’Israele resta. Elezione e rifiuto resteranno fino all’ultimo giorno della storia:
< Il popolo giudaico ha crocifisso il Cristo, ma poi è anche venuto a lui. Anche i
Giudei vengono alla fede, ma alla fine del tempo> (Disc. Morin 7, 2).
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Antonio e Giovanni Gentili
“
Harlem è quello che Dio pensa di New
York”
Una lettura sapienziale del conflitto tra
l’Oriente islamico e l’Occidente cristiano
È rimasta celebre l’affermazione di Thomas Merton (1915-1968), il monaco
trappista autore de La Montagna dalle sette balze, riferita a Harlem, il quartiere
più pericoloso, malfamato e decadente all’interno dell’isola di Manhattan, fino
agli anni Novanta caratterizzato da grande miseria, con un elevato tasso di
disoccupazione e di criminalità. Per trasposizione, non si potrebbe applicare
questo detto all’attuale status che contrappone all’Occidente secolarizzato e in
preda a una sconcertante crisi di valori e a un allarmante degrado morale,
l’Oriente islamico fondamentalista che opera all’insegna di una guerra santa?
Dobbiamo però procedere per ordine, così che una simile affermazione non
risulti arbitraria.
Prescindiamo da una valutazione religiosa del fenomeno islamico nell’ambito in
cui sorse e in cui si diffuse e al cui interno si è sviluppata una dottrina e una
prassi che vantano una tradizione plurisecolare e planetaria. A chi volesse
approfondirne l’impatto con il mondo latino suggerirei la lettura di Islam et
judéo-christianisme, uscito in Italia con il titolo Islam e cristianesimo. Una
parentela impossibile, Lindau 2006, il cui autore è il sociologo e teologo francese
Jacques Ellul (1912-1994). Portiamo invece l’accento sull’incunearsi dell’Islam
fondamentalista e guerriero all’interno della tradizione giudaico-cristiana, così da
giustificare la “condanna” dantesca che annovera Maometto tra i seminatori di
discordia (Inferno, XXVIII). Orbene, l’Occidente, con le sue tradizioni culturali
e religiose, si è trovato in rapporto all’Islam di fronte a una realtà minacciosa
della sua integrità, da sventare ogni volta che premesse alle sue frontiere. A mo’
di tenaglia, le milizie islamiche a un secolo della morte del “Profeta” (570-632)
puntarono a Est su Costantinopoli e a Ovest sulla Francia, ma vennero arrestate
rispettivamente nel 718 e nel 732 (vittoria di Carlo Martello a Poitiers). Con tutto
ciò la pressione islamica avrebbe continuato a tallonare l’Occidente e ad allertare
il mondo cristiano.
TdS 2015/203 112
“Mamma li Turchi”
Agli albori dell’era moderna le vittorie della cristianità contro quelli che allora
erano chiamati i “Turchi”, o meglio “Il Turco”, sono scandite da tre memorabili
date alle quali vengono collegati tre insigni figure di santi e tre grandi
innovazioni liturgiche, a sottolineare l’enorme significato e l’importanza di quei
grandi eventi.
Volendo passarli brevemente in rassegna, iniziamo dalla fatidica data del 6
agosto 1456: con la “vittoria di Belgrado” venne fermata per circa un secolo
l’avanzata dei Turchi verso l’Europa cristiana, che aveva assistito impotente alla
capitolazione di Costantinopoli, capitale dell’Impero Romano d'Oriente,
avvenuta nel 1453, quando iTurchi Ottomani, guidati dal sultano Maometto II, la
conquistarono il 29 maggio, dopo quasi due mesi di combattimenti. Spronato dal
vecchio papa Callisto III Alfonso de Borja (1378-1458), Giovanni da Capestrano
(1386-1456), un nobile tedesco entrato nei Frati Minori, poi proclamato santo,
organizzò una vittoriosa crociata, confortato dall’incitamento e dalle preghiere
dei fedeli, richiamati a tal fine ogni giorno dal suono meridiano delle campane,
un compito assegnato a tutte le chiese dal papa stesso, uno scampanio che tutt’ora
risuona ogni giorno da tutti i campanili. In seguito alla grande vittoria, Callisto
III istituì, a perenne ricordo, la festa liturgica della Trasfigurazione che da allora
si celebra il 6 agosto.
Prima di prendere in considerazione il successivo evento, non sarà superfluo
richiamare un fatto che rimanda alla storia del nostro Ordine. All’inizio del
Cinquecento si venne sviluppando in Milano la devozione al Crocifisso cui non
fu estranea la predicazione di fra Battista da Crema (1460-1534) con il suo libro
Filosofia divina. Clemente VII (1478-1534), il papa che avrebbe approvato la
nuova famiglia religiosa fondata da Antonio Maria Zaccaria (18 febbraio 1533),
in data 30 agosto 1531 indirizzava ai milanesi una bolla nella quale elogiava la
consuetudine di pregare in ginocchio ogni giorno alle tre del pomeriggio davanti
al Crocifisso. Questo primo richiamo a Cristo si sarebbe ulteriormente specificato
nella pratica dell’adorazione eucaristica promossa dallo Zaccaria con le
Quarantore. Informato dell’iniziativa, Paolo III emise un breve di approvazione
(28 agosto 1537), considerando questa pratica finalizzata a «placare l’ira di Dio
verso i cristiani dovuta ai loro peccati e a infrangere i tentativi e le forze
dispiegate dai Turchi che stanno accingendosi a distruggere i cristiani».
Maria Ausiliatrice dei cristiani
Il secondo episodio che prendiamo in considerazione risale al 1571 e conferma
l’intrepida difesa della missione storica e civile, oltre che religiosa, della Chiesa e
della comunità cristiana contro la minaccia dell’Impero ottomano. Si tratta
dell’epica battaglia navale di Lepanto, conclusasi il 7 ottobre, che ebbe come
TdS 2015/203 113
simbolo e protagonista il papa Pio V Antonio Ghislieri (1504-1572), poi
proclamato santo, sotto le cui insegne si schierarono gli stati occidentali, a
iniziare dalla Repubblica marinara di Venezia. Alla vittoria la Lega santa fu
portata dal valoroso condottiero spagnolo don Giovanni d’Austria (1547-1578). Il
papa si rivolse a tutti i cristiani perché invocassero l’aiuto della Vergine Maria,
invitandoli a recitare la preghiera del rosario che da allora entrò definitivamente
tra le comuni pratiche devote. Lo stesso papa istituì la festa della Madonna della
Vittoria, più nota come festa della Madonna del Rosario, da celebrarsi il 7
ottobre. L’omonima chiesa romana del 1620 ne conserva memoria. Anche qui, un
grande santo e un diffusissimo evento liturgico connotano e ricordano la decisiva
affermazione dei valori e della civiltà che non possono non dirsi cristiani.
La terza memorabile data è quella di Vienna 1683. Il papa Innocenzo XI
Benedetto Odescalchi (1611-1689) – proclamato beato da Pio XII (1876-1958),
intrepido difensore della “Civitas christiana” –, volendo ricreare la Lega santa
contro il nemico ottomano, incaricò di questo un frate cappuccino ben introdotto
presso l’imperatore Leopoldo I e abile diplomatico, Marco d’Aviano (16311699), beatificato da papa Karol Wojtyla Giovanni Paolo II (1920-2005), il
pontefice passato alla storia per il famoso grido di battaglia: “Non abbiate paura,
Cristo è con voi”. Marco seppe riunire le forze cristiane che posero l’assedio a
Vienna, avamposto turco, incitando i combattenti alla battaglia e tutti i fedeli a
rivolgere la loro preghiera alla Vergine Maria. L’assedio si concluse con la
battaglia vittoriosa del 12 settembre 1683. La memorabile giornata fu proclamata
dal pontefice festa liturgica del Santissimo Nome di Maria, da celebrarsi ogni
anno in quella ricorrenza. E sempre al Nome di Maria venne eretta una chiesa in
Roma, nel Foro Traiano (1751). A dire il vero questa festa la si celebrava da
tempo qua e là, ma il papa Innocenzo la estese a tutta la Chiesa e la collegò alla
data della battaglia di Vienna, volendo solennizzare quell’evento così decisivo
per il cristianesimo.
Lo stesso pontefice, inoltre, accolse la richiesta avanzata dal principe
Massimiliano, Elettore di Baviera, che ebbe il comando di una parte dell’esercito,
di fondare un’Associazione mariana che perpetuasse la memoria del grande
evento. Detta Associazione, che avrebbe preso il nome di Maria Ausiliatrice dei
cristiani, si diffuse ben presto in tutta l’Europa. E infatti, se la presenza della
Vergine è variamente celebrata nelle suddette vicende, c’è un titolo che le
accumuna, quello di Maria Ausiliatrice, la cui devozione era già nota e diffusa
all’epoca di san Pio V e si propagò largamente a seguito della vittoria di Lepanto
e di Vienna. Il papa Pio VII (1742-1823), dopo la liberazione dalla prigionia
napoleonica (1814), istituì la festa di Maria Ausiliatrice, fissandone la data al 24
maggio. La suddetta Associazione non era però ancora approdata a Roma, per cui
i barnabiti chiesero a Gregorio XVI (1765-1846) di aggiungere a quella già
operante con il titolo di Pia unione della Madonna della divina Provvidenza
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quello di Ausiliatrice dei cristiani (25.1.1833). Alcuni anni dopo, la Pia Unione
fu elevata al rango di Arciconfraternita (16.7.1839).
La “Nazione vendicatrice”
Tornando a quanto si diceva all’inizio, vorremmo tentare una lettura teologica del
fenomeno islamico nella sua azione tallonatrice rispetto al mondo cristiano.
Antonio Maria Zaccaria ricorda nei Sermoni come «Dio dette ai figliuoli
d’Israele nella terra di promissione quei suoi nemici che sempre vinceva e
sempre aveva da combattere, affinché in quelli si conoscessero se erano
osservatori dei precetti di Dio o no». Questo pensiero richiama la riflessione del
profeta Isaia, quando parla della nazione vendicatrice (o per meglio dire
“vindice” in nome di Dio del retto vivere secondo i voleri celesti), il cui ruolo è
quello di far rinsavire un popolo allontanatosi da Dio. L’Assiria, proverbiale
nemica di Israele, viene definita «verga del furore divino, bastone del suo
sdegno. Contro una nazione empia io la mando – dice il Signore – e la dirigo
contro un popolo con cui sono in collera…» (Is 10,5-6). Sennonché, annota il
profeta, l’Assiria prevarica nel suo ruolo: «Ero adirato contro il mio popolo…,
perciò lo misi in tuo potere; ma tu non mostrasti loro pietà» (Is 47,6). Vale a dire
che la punizione non mira all’annientamento, ma al ravvedimento. Come
escludere, in una visione sapienziale, che appunto la rappresaglia islamica che
minaccia l’Occidente, rientri in un disegno divino che siamo chiamati a
discernere e del quale trarre le debite conseguenze?
Un nuovo sussulto
D’altra parte la storia documenta come di fronte a quanto minava l’Occidente nei
suoi valori culturali e religiosi, questo ebbe un sussulto e reagì di conseguenza.
Una stessa reazione si è verificata anche nella nostra èra. Infatti chi avrebbe mai
detto che altri nemici della cristianità, della nostra civiltà occidentale, sarebbero
poi sorti, dopo secoli, all’interno stesso dell’Europa, in nazioni nobilissime quali
la Germania e la Russia? Meno male che tali nemici hanno trovato eroiche e
gigantesche figure di combattenti che sono riusciti a debellarli. Né si manchi di
notare che comunismo e nazismo erano accumunati da una matrice anticristiana,
ateistica e idolatrica (l’idolatria della razza), per cui si può ben dire che anche nel
loro caso si è trattato di una “guerra di religione”.
Come non ricordare Winston Churchill, protagonista della sconfitta, purtroppo
tanto cruenta, del nazismo, obbligando alla resa senza condizioni la colpevole
Germania nazista, e Ronald Reagan con Karol Wojtyla che hanno sconfitto il
comunismo, miracolosamente senza guerra, senza spargimento di sangue, senza
umiliare il nemico? Sia il presidente americano sia il papa Giovanni Paolo II
erano profondamente convinti della superiorità della loro visione politica e
religiosa, e per questa convinzione di vincere hanno vinto. Mentre molti capi di
Stato e molti esponenti religiosi dell’epoca cercavano di andare d’accordo con i
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regimi nazisti e comunisti, di dialogare, di comprendere, di convivere, di trattare
(di fare affari, perché no?), ecc., Reagan così esponeva la sua semplice linea (ma
che era anche quella inconfessata del papa): “Perché cercare di andare d’accordo
con il nemico, se possiamo vincerlo?”. Sia lui che il papa polacco vinsero il
nemico perché credevano, sinceramente e senza iattanza, di essere a quello
superiori, di poterlo sconfiggere. E lo vinsero.
Ma ora l’ombra dell’Oriente si staglia di nuovo minacciosa all’orizzonte. È un
antico pericolo: già Virgilio invocava arce Orientem, tieni lontano l’Oriente,
impresa che, come abbiamo visto, è riuscita per diversi secoli. E il pericolo si
ripresenta di matrice islamica, la versione attuale dei famosi “Turchi”, con le sue
aberrazioni terrificanti, crudeli, disumane e antistoriche. Ma l’Europa cristiana, i
capi politici e spirituali, i comuni cittadini, credono ancora davvero nei suoi
valori sia civili sia religiosi? Sono disposti a difenderli? E a quale pezzo?
Churchill ammoniva gli Inglesi propensi alla trattativa, a cedere, a dialogare:
avrete comunque la guerra e la sconfitta, e in più il disonore. Il tragico è oggi il
fatto che alla reazione dell’Occidente manca quel retroterra di convincimenti
culturali e religiosi, professati e vissuti, che lo rendano capace di fronteggiare una
minaccia così radicale. A una società e a una Chiesa narcotizzate papa Francesco
predica incessantemente: “Risvegliatevi!”.
Sant’ Agostino - Zaccheo - Papa Francesco
E’ suggestivo il modo in cui Sant’Agostino racconta e commenta l’incontro di
Gesù con Zaccheo. Zaccheo è piccolo, e vuole vedere il Signore che passa, e
allora si arrampica sul sicomoro. Racconta Agostino: «Et vidit Dominus ipsum
Zacchaeum. Visus est, et vidit / E il Signore guardò proprio Zaccheo. Zaccheo fu
guardato, e allora vide».
Colpisce, questo triplice vedere: quello di Zaccheo, quello di Gesù e poi ancora
quello di Zaccheo, dopo essere stato guardato dal Signore. «Lo avrebbe visto
passare anche se Gesù non avesse alzato gli occhi».
Qui sta il punto: alcuni credono che la fede e la salvezza vengano col nostro
sforzo di guardare, di cercare il Signore. Invece è il contrario: tu sei salvo quando
il Signore ti cerca, quando Lui ti guarda e tu ti lasci guardare e cercare. Il
Signore ti cerca per primo! E quando tu Lo trovi, capisci che Lui stava là
guardandoti, ti aspettava Lui, per primo. Ecco la salvezza: Lui ti ama prima. E tu
ti lasci amare. La salvezza è proprio questo incontro dove Lui opera per primo
(Papa Francesco).
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DON BOSCO E DON ORIONE ‘CREDEVANO’ AGLI
ESERCIZI SPIRITUALI
SAN GIOVANNI BOSCO
San Giovanni Bosco nel 1866 a Trofarello, un piccolo paese fra Chieri e
Torino, organizzò i primi Esercizi Spirituali
rivolti primariamente ai Salesiani. Durarono
cinque giorni in due turni presso la cascina La
Quara,
nella
zona
di
Cimavilla.
Successivamente don Bosco cercherà una casa
più ampia, perché divenuta troppo piccola per
accogliere tutti. Il santo dei giovani ci credeva
fortemente all’esperienza rigenerante degli
esercizi spirituali in un “silenzio che parla”
abitato dallo Spirito Santo.
Io sono solito raccomandare che negli Esercizi Spirituali ognuno
debba pensare molto alla propria vocazione. E’ questa è una cosa
che ci deve interessare assai; poiché dall’avere o dal non avere
riflettuto in quale stato Dio ci abbia chiamati, moltissime volte
può dipendere una vita felice qui in terra e l’eterna salvezza
nell’altra» (Don Bosco – MB, XI, 234)
Gli E.S. altro non sono per muovere l’uomo all’amicizia con Dio
dove si può mettere in ordine certi imbrogli di coscienza.
Pensare e meditare nei giorni degli esercizi spirituali a ciò che si
deve fuggire, acquistare e praticare nell’avvenire.
Dio suole concedere grazie straordinarie negli Esercizi Spirituali.
Gli E.S. sono utilissimi anche ai ‘buoni’: perché questo é sempre
un nuovo conforto un nuovo aiuto che rinfranca sempre più, che
rinforza lo spirito già affievolito.
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Prima degli E.S. preparate l’anima vostra,
d’incominciarli abbiate desiderio di trarne profitto.
cioè
prima
É questo il tempo più propizio in cui il Signore é solito comunicare
i suoi lumi e le sue grazie.
Il silenzio é certo uno dei principali requisiti per fare debitamente e
con frutto gli E.S.
Gli E.S. sono il gran mezzo per rompere certe relazioni o amicizie
e legami malsani.
É una gran fortuna il poter fare gli E.S., perché in essi si può
guadagnare il Paradiso.
Ciascuno guardi a se stesso, come se fosse solo a fare gli E.S. e
pensi che li faccia per l’ultima volta.
Voi vi siete radunati per esaminare che cosa avete fatto in
quest’anno e render conto di ciò a Dio, e prepararvi a far meglio
un altro anno, se per il passato siete stati negligenti.
Le cose che sono solito di raccomandare durante gli E.S. stare
attenti a mettere in pratica quello che si ascolta o si legge nella
preghiera.
Pensate che le grazie grandi non si ricevono tanto sovente e il poter
fare gli E.S. é una grande grazia.
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SAN LUIGI ORIONE
Don Luigi Orione (1872-1940) sacerdote
di Tortona, fu definìto il "grande apostolo
di carità, padre dei poveri, insigne
benefattore dell'umanità afflitta". Fondò
la
Congregazione
degli
‘ORIONINI’
composta di consacrati e consacrate
collegate a tante altre
associazioni
laicali. ‘Credeva’ agli Esercizi Spirituali e
diceva:
• “Gli Esercizi spirituali sono diretti a stendere le mani a chi cammina sull'orlo del precipizio, a scuotere la polvere e il fango che raccogliamo nel cammino della vita anche senza volerlo. Gli Esercizi spirituali sono diretti a guidarci, a riscaldare le anime tiepide, a scuotere le fredde, a spezzare le indurite, a infiammare quelle zelanti e fervorose nell'osservanza dei loro doveri, a rialzare l'anima e ridonare al cuore la pace". • “Lo scopo degli Esercizi spirituali è questo: di conoscere noi stessi
e di rinforzarci nella volontà di servire Dio e la Santa Chiesa ... e di
servire a Dio e alla Santa Chiesa con cuore generoso. Bisogna
entrare negli Esercizi spirituali volentieri, contenti, lieti, felici di
tanta grazia; entrare negli Esercizi con cuore magnanimo, risoluti,
o miei figli, di vincere le nostre passioni, di sradicare ogni mala
abitudine, di purificarci da tante miserie; di cominciare una vita
nuova ... Con grande fervore, dunque, dobbiamo tutti rinnovarci,
sacrificando a Dio le nostre cose e noi stessi; non ci mancherà mai,
per questo, la grazia di Dio” (cf Lettere II).
• Nel 1897, durante gli esercizi spirituali, Don Orione stese i suoi
propositi in trenta punti minuti e severi. Tra l'altro scrisse: "O
Signore Gesù, oggi comincio vita nuova, come un secondo
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battesimo. Prometto di fare tutto ciò che vedrò e che potrà farmi
santo, di abbandonarmi in tutto nelle braccia di Gesù... Voglio
fare penitenza dei miei peccati e amare il Signore con il cuore e
con le opere, tanto da morire arso dalla sua carità. Vivrò, con il
permesso del confessore, a pane, acqua e minestra. Mi confesserò
possibilmente tutti i giorni e non meno di ogni tre giorni. Andrò a
confessarmi da chi mi farà più santo... Mi farò la disciplina e
metterò il cilicio. Parlerò poco, pregherò molto e lavorerò tanto
da cadere alla sera stanco nelle braccia di Gesù, mio bene e mio
tutto".
• “Cristo non aveva soldati, non ne volle avere mai. Non sparse il
sangue di nessuno, non incendiò la casa di nessuno. Non volle
inciso il suo nome sulle rocce dei monti, ma nei cuori degli
uomini”.
• Gli Esercizi Spirituali vissuti con grande disponibilità, sotto
l’azione dello Spirito Santo, possono veramente fare ‘miracoli’ di
santità e di carità diffusa.
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Alla vigilia dell’EXPO 2015
Nutrire il pianeta. Scienza e tecnologia
dell’alimentazione
Gli otto “digiuni” dell’uomo postmoderno
Un pressante appello alla sobrietà
per vivere meglio e salvare il Pianeta.
DIGIUNO ALIMENTARE ‐ DIGIUNO VERBALE ‐ DIGIUNO INFORMATICO – DIGIUNO VISIVO ‐ DIGIUNO UDITIVO (MA ANCHE OLFATTIVO E TATTILE) ‐ DIGIUNO ANTI‐CONSUMISTA ‐ DIGIUNO LUDICO – DIGIUNO DALLA FRETTA O DELL’ALTA LENTEZZA Presentazione del libro - Adriana Giussani
Vivere meglio e salvare il Pianeta. Non c’è dubbio che il primo traguardo sia
accattivante, un obiettivo che trova innumerevoli estimatori, ma anche il secondo
è sfida quanto mai impegnativa e urgente, che suscita energie, movimenti, percorsi
individuali e di gruppo, privati e pubblici. Il fascino della proposta sta
nell’accostarli, nel coniugare benessere individuale e bene comune, oggi, nella
realtà del nostro tempo, così sfaccettata, contraddittoria, ricca di luci e ombre,
capace di realizzazioni prodigiose, che danno le vertigini per la loro eccezionalità,
ma anche gravata da problemi terribili, angoscianti. Le sonde spaziali Rosetta e
Philae e il loro decennale viaggio con approdo preciso su una cometa, ma anche
l’epidemia del virus Ebola sono due esempi, tra i tanti, che si potrebbero citare e
che non hanno bisogno di chiose o di commenti per la loro forza esemplificativa.
Padre Antonio Gentili, esperto della pratica del digiuno e già in passato autore di
un’opera che lo illustra, ha accolto con entusiasmo l’invito rivoltogli anzi tempo
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dall’editore per offrire un contributo di riflessione all’imminente EXPO che ha
come programma Nutrire il pianeta. Scienza e tecnologia dell’alimentazione. In questo
volumetto, prezioso nella sua essenzialità e di piacevole lettura, ci propone un
sistema efficace di ben otto “digiuni”, che investono tutta la nostra quotidianità, il
nostro modo di essere, il nostro tempo. Gli obiettivi dichiarati sono quelli che il
titolo propone, il benessere psicofisico e la tutela ambientale. Qualcuno potrebbe
ritenere già difficile astenersi dal cibo, figuriamoci quanto arduo sia praticarne ben
otto, quelli relativi a tutti i nostri cinque sensi e… qui viene spontaneo domandarsi
da che altro possiamo staccarci. Lasciamo al lettore il gusto della scoperta;
comunque per molti sarà difficile affrontare e combattere “l’obesità mediatica”.
In realtà più che di digiuno si potrebbe parlare di sobrietà, di moderazione, di
quella virtù o stile di vita che ciascuno dovrebbe praticare per migliorare il proprio
fisico e la propria salute, arricchirsi interiormente, potenziare le relazioni
interpersonali, prendersi cura del Creato con la logica dei piccoli gesti, possibili a
tutti, come ci suggerisce con calore papa Francesco. Da lui, coniugando dolcezza e
fermezza, abbiamo più volte sentito condannare la chiacchiera e il vaniloquio e
anche qui la sintonia con il “digiuno dell’oralità” in uscita è evidente.
Il lettore è condotto con gradualità, ma anche con la forza di dati e prove, a
diventare consapevole che tranquillità, benessere psicofisico, armonia interiore
possono costituire il risultato di scelte individuali, divenire patrimonio di tutti e
contribuire a rigenerare la Terra. La proposta dell’autore non deve essere
considerata solo un discorso “à la page”, sull’onda di tempi ed eventi di grande
risonanza relativi al cibo, come EXPO 2015 a Milano, ma neppure come
un’ulteriore pratica quaresimale, un impegno rivolto esclusivamente a cristiani e
credenti. Mi pare invece che possa essere intesa come una revisione critica del
nostro vivere, che ha qualcosa da dire a tutti e in ogni tempo della nostra
esistenza.
Basta scorrere l’indice per sentirci interpellati e sollecitati a essere “il meglio” che ci
è possibile, come suggeriscono questi versi conclusivi di una poesia americana
citata da Martin Luther King:
Siate il meglio di qualunque cosa siate.
Cercate ardentemente di scoprire
a che cosa siete chiamati,
e poi mettevi a farlo appassionatamente.
Dobbiamo cercare di diventare, seguendo la proposta del libro di padre Gentili,
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persone libere da condizionamenti, lacci, vizi, squilibri e invece capaci di apertura,
ascolto degli altri, condivisione di idealità e di cura del Pianeta che ci accoglie.
Sfogliando le pagine dedicate alla presentazione dei vari “digiuni” è evidente
quanto, ciascuno e tutti insieme, potremmo rendere migliore il mondo, più lindo,
più sicuro, più appagante, più giusto. Le varie piste in cui si articola il discorso ci
richiamano dati sociologici e statistici, ma anche consolidate acquisizioni
psicologiche e teorie filosofiche care all’autore. Ovviamente sono presenti
riferimenti alla teologia e ultima, ma non per importanza, alla saggezza di vita, a
quel sano buon senso di cui si sente sempre più la necessità. Penso al “Decalogo a
mensa”, così lineare e proponibile a chiunque, come pure a quei “tre bocconi” su
cui ciascuno può interrogarsi…
Certo non manca l’analisi di gravi problemi che travagliano l’esistenza di popoli e
culture, come le droghe, la ludo-patia, ma anche l’accesso all’acqua, bene essenziale
alla vita. Personalmente ho molto apprezzato il discorso sul valore antropologico
del cibo, sul passaggio dalla “gastro-mania” alla “cibo-sofia”, l’aneddoto dei “tre
setacci” di Socrate, la similitudine della sobrietà con la luce, l’acqua e il fuoco,
elementi essenziali in ogni trasformazione, ma ciò che mi ha più toccata è il
riferimento alle tesi del filosofo Giovanni Reale, da poco scomparso,
indimenticato docente della Cattolica a Milano, capace di appassionare e far vivere
a ogni studente la bellezza e la grandezza di Platone. Si coglie nelle pagine l’eco di
grandi maestri del pensiero, ma anche la presenza di amici reali, come lo
psicanalista Claudio Risè che ha firmato pure l’intensa Presentazione.
L’ironia, che è una peculiarità dell’autore e una dote che i suoi conoscenti
apprezzano, permea molte affermazioni; spiritose e piene di brio sono le vignette
che illustrano i vari digiuni con pochi tocchi, come si conviene a un’opera che
esalta la sobrietà. Dopo la rilettura del libro (utile perché consente di cogliere tante
sfumature ed echi che non si notano di primo acchito), mi sono chiesta che cosa
posso e devo mutare per rispondere alla proposta. Occorre innanzitutto pensare,
riflettere, esaminare le proprie scelte di vita, le abitudini, perfino i gesti quotidiani
e concreti; quindi bisogna fare, agire, senza pretendere di cambiare tutto o molto e
poi, dopo lo slancio iniziale, mollare e non cambiare più nulla.
Ecco, questo volume, pure lui sobrio e stimolante, può giovare molto se decidi che
ti riguarda, che sei una delle persone cui l’autore si rivolge in quella dedica
originale “ai commensali di ieri, di oggi e di domani”, un modo curioso per
ricordare i tanti che hanno condiviso con lui il cibo, quello fisico, ma anche quello
dei suoi scritti, dei suoi testi, degli innumerevoli incontri da lui guidati. Quel cibo
ha nutrito la mente, la volontà, l’anima di molti, ha fortificato la dimensione del
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tu e del noi, ha fatto percepire il valore del sé e quello della prossimità, ha aiutato
la Grazia a illuminare le coscienze, ha fatto cogliere l’amore del Padre Celeste che
tutti raggiunge.
Gli 8 “digiuni” dell’uomo postmoderno
1. digiuno alimentare: «Non si è mai determinata nella storia umana una
produzione così vasta; ma, al tempo stesso, la condanna alla denutrizione e alla
morte per fame convive con i danni enormi dell’obesità e uno spreco
impressionante di vivande» (Salvatore Veca).
2. digiuno verbale: «Nel silenzio ascoltiamo e conosciamo meglio noi stessi, nasce e
si approfondisce il pensiero, comprendiamo con maggiore chiarezza ciò che
desideriamo dire o ciò che ci attendiamo dall’altro, scegliamo come esprimerci.
Tacendo si permette all’altra persona di parlare, di esprimere se stessa, e a noi di
non rimanere legati, senza un opportuno confronto, soltanto alle nostre parole o
alle nostre idee. Si apre così uno spazio di ascolto reciproco e diventa possibile una
relazione umana più piena» (Benedetto XVI).
3. digiuno informatico: Nell’era digitale, caratterizzata dall’«ucci-sione dei sensi», la
«vita si trasferisce sul web… Connessi sempre, anche di notte, nell’oceano nascosto
degli accessi al mondo virtuale» (Viviana Daloiso). Affetti da «obesità mediatica»,
dobbiamo metterci «a dieta di media» (Marco Gui).
4. digiuno visivo: L’immaginario, con il forte impatto sulla sensibilità e sulla
sensualità, difficilmente è puro. Per di più priva del contatto diretto con la realtà,
ruba spazio all’introspezione, atrofizza la riflessione. Una «cultura essenzialmente
immaginaria… provoca insonnia, nervosismo, turbe del ritmo cardiaco e dei
processi digestivi e intestinali» (Claudio Risé).
5. digiuno uditivo (ma anche olfattivo e tattile): «L’abbondanza di stimoli sonori
[causa] una diminuzione della partecipazione interiore nell’ascolto, e un aumento
delle reazioni automatiche», con conseguenti «difficoltà nell’apprendimento, nella
scrittura e nella lettura, nel movimento e nella parola» (Claudio Risé).
6. digiuno anti-consumista: In una cultura segnata da superfluo, scarto, spreco…,
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l’acquisto indiscriminato di beni di consumo ci fa considerare come reali bisogni
per lo più fittizi o dannosi, come alcol e droghe. «L’alcol è la cartina di tornasole di
quello che siamo. Accentua la depressione o l’irascibilità» (Margherita de Bac). «Le
droghe agiscono sul sistema nervoso centrale e alterano l’equilibrio psicofisico
dell’organismo, generando una forte dipendenza, sia fisica che psichica» (B.
Andria).
7. digiuno ludico: Il gioco patologico è una malattia, una dipendenza dannosa per
l’equilibrio personale e familiare. «Gli italiani investono 1,8 euro ogni giorno per
assicurarsi il futuro e ne giocano 3,5 per ingannare il presente» (Umberto Folena).
8. digiuno dalla fretta o dell’«alta lentezza»: Dall’assunzione dei cibi alla guida
dell’automobile. Friedrich Nietzsche, il profeta del nichilismo, affermava che l’età
contemporanea è caratterizzata dalla “eccitazione del prestissimo”. «La scoperta della
lentezza ci consente di cogliere il valore e il significato che assume la vita quando si
rallentano i suoi ritmi» (Claudio Magris).
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Padre Stanislao Renzi, passionista, già Segretario Nazionale,
nel generoso servizio alla FIES, è tornato alla Casa del Padre
All’età di 80 anni, da poco compiuti, nelle prime ore del 5 febbraio 2015, a
Napoli, nel convento dei padri passionisti di Santa Maria ai Monti è morto
padre Stanislao Renzi, religioso della Congregazione di San Paolo della
Croce (Passionisti).
Padre Stanislao dell’Addolorata (al secolo Tommaso
Renzi), di fu Vincenzo e di fu Enrica Fantaccione, era
nato a Castrocielo (Fr), nell’attuale diocesi di SoraAquino e Pontecorvo, il 20 novembre 1934. Tra i
Passionisti professa a Falvaterra (Fr) il 22 novembre
1950 e viene ordinato sacerdote a Roma il 31 maggio
1958. Tra i Passionisti ha ricoperto molti ed
importanti incarichi: Consultore alla vita comunitaria
e spirituale dal 1972 al 1982, superiore provinciale
della Provincia dell’Addolorata (Basso Lazio e
Campania) dal 1982 al 1988; Consultore generale dal 1988 al 1994;
nuovamente Superiore provinciale dal 1998 al 2003; vice- provinciale dal
2003 al 2007, superiore delle case religiose; docente di filosofia al Liceo dei
passionisti di Ceccano.
In ambito ecclesiale è stato Segretario della Fies, la Federazione delle Case
di esercizi spirituali e capo-redattore della Rivista Tempi dello Spirito,
autore di numerosi scritti di vita spirituale. Consultore in una
Congregazione vaticana. Ha guidato molti capitoli generali di vari Istituti
religiosi femminili; Noto per la sua esperienza nel campo del governo, era
una persona richiesta per le sue competenze. Religioso di grande cultura ed
umanità, ha posto al centro della sua vita di sacerdote passionista e di guida
spirituale, il mistero del Cristo Crocifisso e dei dolori di Maria Addolorata.
Predicatore di esercizi spirituali, conferenziere, ha lasciato una traccia
significativa nella storia della Provincia dell’Addolorata e della
Congregazione dei Passionisti.
TdS 2015/203 126
Apprezzato per il suo stile generoso, per la sua affabilità e disponibilità,
sapeva coniugare alla serietà del ruolo, quella dell’amicizia sincera.
Attaccato profondamente alla Congregazione di cui è stato uno dei membri
più rappresentativi nell’ultimo trentennio, lascia un vuoto profondo nel suo
Istituto.
Da anni soffriva di diabete e si curava per questa malattia. Sorella morte lo
ha preso con sé la mattina del 5 febbraio 2015, nel sonno,
addormentandosi serenamente in Cristo, in attesa della risurrezione finale.
I funerali solenni di padre Stanislao Renzi, si sono svolti il 6 febbraio 2015,
alle ore 15,30 nella Chiesa dei Passionisti di Napoli, dove ha trascorso
moltissimi anni della sua vita religiosa e sacerdotale, da direttore dello
studentato teologico negli anni 70-78, poi da consultore e provinciale negli
anni 78-88; poi nuovamente come provinciale negli anni 1998-2003, e negli
ultimi due anni, 2002-2004 quando è stato trasferito da Roma, dalla Scala
Santa, al Convento dei passionisti di Santa Maria ai Monti in Napoli. Il
Signore lo accolga nelle braccia della sua misericordia e gli dia il premio del
servo fedele e laborioso.
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Editoriale Svolto il Corso di formazione `SPIRITUALITA` e