otre Settembreduem dici Numer i laq u n i u q indic e m u l o i V p iù a n o r d d el à t i l a c o l a m on d l è l o? Q ua Sc POSTE ITALIANE SPA - Spedizione in Abbonamento Postale D.L. 353/2003 conv. in L. 27/02/2004 n° 46 art. 1, comma 1, DCB PISA Ag g op r il o iorna mento su w w w. d i a b e t e - r i v i s t a d me e Formazione in Diabetologia e ia. it Met e i t t Mala l i ch o b a e Per i pazienti con diabete mellito di tipo 2* 1 © AstraZeneca – Depositato presso AIFA in data 30/04/2015 – Cod. IT000511 FORXIGA® Elimina il glucosio in eccesso 2 3 vantaggi in 1** 2 Riduce l’HbA1c, con un basso rischio di ipoglicemia 2 Determina una perdita di peso corporeo 1,2 Diminuisce la pressione arteriosa 1,2 * FORXIGA è indicato in pazienti adulti, a partire dai 18 anni di età, con diabete mellito di tipo 2 per migliorare il controllo glicemico come: 1 Monoterapia: quando la dieta e l’esercizio fisico non forniscono da soli un controllo adeguato della glicemia nei pazienti nei quali l’impiego di metformina è ritenuto inappropriato a causa di intolleranza. Terapia di associazione aggiuntiva (add-on): in associazione con altri medicinali ipoglicemizzanti inclusa l’insulina, quando questi insieme a dieta ed esercizio fisico non forniscono un controllo adeguato della glicemia. ** FORXIGA 10 mg, una volta al giorno, indipendentemente dai pasti. 1 1. FORXIGA – Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto. 2. EMDAC background document. Disponibile online: http://www.fda.gov/downloads/ advisorycommittees/committeesmeetingmaterials/drugs/endocrinologicandmetabolicdrugsadvisorycommittee/ucm378079.pdf. ultitasking e perience Rappresentante locale per l’Italia Depositato presso AIFA in data 26/03/2015 ♦ Marchio registrato della Merck&Co., Inc., Whitehouse Station NJ, USA Accu-Chek Mobile: test della glicemia pratico perché tutto-in-uno e senza strisce. • 50 test su nastro a scorrimento automatico. • Nessuna striscia o lancetta da maneggiare e smaltire dopo l’uso. • Pungidito integrato Accu-Chek FastClix con cilindro caricatore da 6 lancette e tecnologia Clixmotion per ridurre al minimo il dolore. • Tempo di misurazione: 5 secondi. • Grafici integrati, visualizzabili su PC senza software da installare. Numero Verde per avere assistenza tecnica sull’utilizzo dei prodotti della linea Accu-Chek e per richiedere la sostituzione gratuita degli strumenti in garanzia. 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Pani .................................................................................................... 133 Sezione di formazione per l’autovalutazione Seguici sulla pagina dedicata www.facebook.com/rivistamedia Direttori Scientifici Carlo Bruno Giorda, Gerardo Medea Comitato di Redazione Umberto Alecci, Nicoletta Musacchio, Marco Passamonti, Gaudenzio Stagno Presidente AMD aggiornamento Quali evidenze nella VLCD G. Marelli ................................................................................................................... 136 Malattie dell’ipofisi: cosa deve sapere il medico di medicina generale S. Marino, S. Puglisi, O. Cotta, U. Alecci, S. Inferrera, S. Cannavò................................... 142 Comunicare (nel)la cronicità S. Bigi, M.G. Rossi ...................................................................................................... 148 governo clinico Personalizzazione della cura nel paziente con diabete mellito tipo 2 nell’ambulatorio del medico di famiglia M. Urago ................................................................................................................... 152 CASO CLINICO Alberto, un architetto davvero “di peso” Dopo venti diete, la ventunesima gli ha portato via ventitré chili e l’insulina A. Frascati.................................................................................................................. 161 Nicoletta Musacchio Report congressi e convegni Presidente SIMG Claudio Cricelli Report Congresso Nazionale AMD C.B. Giorda ................................................................................................................ 165 Report Congresso Regionale Simg Sicilia U. Alecci..................................................................................................................... 166 Direttore Responsabile Patrizia Alma Pacini Pagina paziente Edizione Pacini Editore S.p.A. Via Gherardesca 1 • 56121 Pisa Tel. 050 313011 • Fax 050 3130300 E-mail: [email protected] • www.pacinimedicina.it Marketing Dept Pacini Editore Medicina Andrea Tognelli Medical Project - Marketing Director Tel. 050 3130255 • [email protected] Fabio Poponcini Sales Manager Tel. 050 3130218 • [email protected] Manuela Mori Advertising Manager Tel. 050 3130217 • [email protected] Disfunzione erettiva R. Michieli ................................................................................................................. 167 TUTTO DIABETE Caso clinico: exanatide LAR associato a pioglitazone e metformina riduce tutti i marker del rischio cardiovascolare globale G. Grossi ................................................................................................................... 170 Caso clinico. “Togliamo le catene al frigorifero”: utilizzo di exenatide once weekly in paziente diabetica tipo 2 con obesità viscerale di 2° grado affetta da sindrome di Down P. Desenzani .............................................................................................................. 173 TECOS highlights A. Ceriello .................................................................................................................. 174 Caso clinico: dapagliflozin, una nuova prospettiva per la terapia del diabete tipo 2 E. Ceccarelli .............................................................................................................. 176 Redazione Lucia Castelli Tel. 050 3130224 • [email protected] Caso clinico: quali farmaci ipoglicemizzanti utilizzare in associazione alla metformina nel diabete tipo 2? L. Sali ........................................................................................................................ 178 Grafica e impaginazione Massimo Arcidiacono Tel. 050 31 30 231 • [email protected] Ruolo di exenatide LAR nella gestione del paziente con diabete mellito tipo 2 R. Candido, M.A. Pellegrini, G. Felace, P. Li Volsi, P. Gelisio, C. Taboga, L. Tonutti, C. Tortul, R. Assaloni, B. Brunato, C. Vinci ..................................................................... 181 Stampa Industrie Grafiche Pacini • Pisa NOTIZIE dal MONDO della Diagnostica © Copyright by Pacini Editore SpA • Pisa Autocontrollo glicemico nel paziente con diabete mellito G. Di Cianni, E. Lacaria................................................................................................ 185 sezione di autovalutazione Risposte ai precedenti questionari, 2015, vol. 15, n. 2................................................ 189 Finito di stampare presso le Industrie Grafiche della Pacini Editore S.p.A. - Settembre 2015. Rivista stampata su carta TCF (Total Chlorine Free) e verniciata idro. L’editore resta a disposizione degli aventi diritto con i quali non è stato possibile comunicare e per le eventuali omissioni. Le fotocopie per uso personale del lettore possono essere effettuate nei limiti del 15% di ciascun fascicolo di periodico dietro pagamento alla SIAE del compenso previsto dall’art. 68, commi 4 e 5, della legge 22 aprile 1941 n. 633. Le riproduzioni effettuate per finalità di carattere professionale, economico o commerciale o comunque per uso diverso da quello personale possono essere effettuate a seguito di specifica autorizzazione rilasciata da AIDRO, Corso di Porta Romana n. 108, Milano 20122, [email protected], http://www. aidro.org. I dati relativi agli abbonati sono trattati nel rispetto delle disposizioni contenute nel D.Lgs. del 30 giugno 2003 n. 196 a mezzo di elaboratori elettronici ad opera di soggetti appositamente incaricati. I dati sono utilizzati dall’editore per la spedizione della presente pubblicazione. Ai sensi dell’articolo 7 del D.Lgs. 196/2003, in qualsiasi momento è possibile consultare, modificare o cancellare i dati o opporsi al loro utilizzo scrivendo al Titolare del Trattamento: Pacini Editore S.p.A. - Via A. Gherardesca 1 - 56121 Pisa. ISSN 2037-6618 è on line il SITO WEB DEDICATO ALLA RIVISTA Videogallery Documenti ufficiali Report Convegni tutto open access Iscriviti alla e-newsletter Diventa Fan della Pagina Facebook della Rivista Media www.facebook.com/rivistamedia disponibile la APP gratuita Dal 2001 accanto ai Medici che curano il diabete MeDia 2015;15:133-135 editoriale Gli Algoritmi AIFA per la gestione dei farmaci per il diabete Michele Marangi1 Luca Pani2 Segreteria Tecnica, Direzione Generale, Agenzia Italiana del Farmaco ** Direttore Generale, Agenzia Italiana del Farmaco * Indirizzo per la corrispondenza Michele Marangi [email protected] L’allungamento dell’età media della popolazione, se da un lato costituisce un fenomeno virtuoso, espressione del generale miglioramento della qualità delle cure e – forse – della qualità della vita, inevitabilmente si accompagna ad un aggravio dei costi, sociali e sanitari, determinati da un maggiore impatto delle patologie croniche. L’esempio del diabete in questo ambito è emblematico: i dati riportati nell’annuario statistico ISTAT 2013 indicano che è diabetico il 5,4% degli italiani (5,3% delle donne e 5,6% degli uomini), pari a oltre 3 milioni di persone, con un trend pericolosamente in aumento negli ultimi anni, in parte legato proprio all’invecchiamento della popolazione. Se fino ad oggi la maggior parte dei costi della malattia diabetica era determinata dalla gestione delle sue complicanze, con una proporzione relativamente minore attribuibile alla spesa per i farmaci, alcuni dati dimostrano che questa situazione potrebbe cambiare in futuro, e in maniera preoccupante. Un recente studio americano condotto su due ampi database amministrativi 1 ha, ad esempio, mostrato che l’impatto percentuale del costo dei farmaci sull’eccesso di spesa annuale per un paziente diabetico rispetto al non diabetico è notevolmente aumentato negli ultimi 25 anni (dal 27 al 41%, adesso al primo posto come voce di spesa). Di conseguenza, qualora le nuove terapie non dimostrassero efficacia nel ridurre le complicanze cliniche maggiori della malattia (quindi la parte preponderante dei costi sino ad oggi sostenuti), non ci sarebbero più risorse negli anni a venire per curare il numero sempre più ampio di pazienti. Diverse sono le criticità da affrontare per garantire l’assistenza alle persone affette da questa patologia in un contesto di sostenibilità economica. In tale ottica riveste un ruolo chiave il perseguimento dell’appropriatezza prescrittiva, principio che l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha sempre sostenuto e che è di grande attualità in ambito diabetologico, in cui sono disponibili numerosi principi attivi che consentono un’accurata personalizzazione della terapia in base alle caratteristiche cliniche del paziente. Attribuire il giusto valore a questi nuovi farmaci di cui si deve autorizzare l’utilizzo è il problema principale di tutte le Agenzie Regolatorie. Negli ultimi quindici anni sono arrivati sul mercato decine di nuovi principi attivi anti-diabetici e analoghi dell’insulina, il cui costo è almeno 6-7 volte superiore ai farmaci tradizionali; altrettanti sono attesi nei prossimi anni. In larga parte si tratta di farmaci di efficacia ipoglicemizzante sovrapponibile alle terapie già consolidate, ma più sicuri e di più facile utilizzo, ad esempio per quanto riguarda il rischio di ipoglicemie; nessuno di loro ha tuttavia dimostrato, al momento, di incidere sulla storia naturale della 1 Zhuo X, Zhang P, Kahn HS, et al. Change in medical spending attributable to diabetes: national data from 1987 to 2011. Diabetes Care 2015;38:581-7. 133 M. Marangi, L. Pani malattia e di apportare benefici su outcomes maggiori di lungo termine (mortalità, incidenza di complicanze cardiovascolari ecc.). In attesa di questi dati, e dovendo fare i conti con i costi attuali, è fondamentale per l’AIFA cercare di individuare apriori i sottogruppi di pazienti nei quali il beneficio di un principio attivo può essere maggiore. Garantire l’appropriatezza non vuol dire soltanto risparmiare sulla spesa farmaceutica per potersi definire “virtuosi” alla fine dell’anno; significa anche liberare risorse per le innovazioni farmacologiche che, in un contesto più ampio, possano integrare tutti i costi globali affrontati per la salute, e riservare parte di esse a chi – anziano e fragile – ne ha più bisogno. La sfida per minimizzare l’inappropriatezza non è, dunque, semplicemente importante ma addirittura vitale. L’analisi dei profili prescrittivi ricavabile dai Rapporti nazionali sull’Uso dei Farmaci (OsMed) riguardo l’assistenza specialistica del diabete mellito evidenzia negli ultimi anni un’intensificazione dei trattamenti (insieme ad un aumento di spesa), ma anche un minimo miglioramento dell’appropriatezza. Tuttavia si può e si deve fare di più: ad esempio cercando di migliorare l’aderenza dei pazienti al trattamento attraverso l’adozione di regimi terapeutici più sicuri e semplici da seguire, l’erogazione di un’educazione terapeutica appropriata, anche mediante la condivisione delle scelte di cura con il paziente, e cercando di limitare la variabilità regionale nell’uso dei farmaci, tramite politiche sanitarie più omogenee sul territorio nazionale. Sono infine necessari sforzi ulteriori nel campo della ricerca scientifica diabetologica, con l’obiettivo di ottenere quei risultati già consolidati in altri settori, quali l’oncologia o le malattie infettive, ovvero l’individuazione di biomarcatori di esito ad alto valore predittivo. È in questo contesto che nasce l’Algoritmo AIFA per la terapia del diabete: uno strumento elettronico, quasi unico nel suo genere, costruito in accordo con le indicazioni contenute nelle principali linee guida nazionali e internazionali, al fine di presentare le diverse opzioni terapeutiche attualmente rimborsate in Italia per il trattamento del diabete tipo 2. Non si tratta di una linea guida, per cui è richiesto un impegno e un approfondimento di vari aspetti della gestione della patologia che esulano dai compiti dell’Agenzia (si pensi ad esempio all’educazione terapeutica, alla gestione dell’automonitoraggio glicemico o della terapia insulinica) e per cui è opportuno affidarsi ad altri documenti, come ad esempio i recenti Standard di Cura 2014 pubblicati dalle Società Scientifiche SID e AMD. L’Algoritmo AIFA è piuttosto uno strumento di trasparenza, che conduce l’utente attraverso i vari step della terapia, riportando vantaggi e svantaggi delle varie soluzioni, ma lasciando alla fine al clinico la libertà di decidere. Il formato elettronico consente inoltre un’ampia possibilità di “manutenzione” dell’Algoritmo, aggiornandolo e modificandolo in breve tempo in linea con le nuove evidenze dalla letteratura scientifica e con l’arrivo in commercio di nuovi principi attivi. Come già detto, l’approccio individualizzato al trattamento del diabete di tipo 2, sia in termini di controllo glicemico che di op134 zioni terapeutiche, è di importanza cruciale, al meglio delle nostre attuali conoscenze in materia, per massimizzare il rapporto beneficio/rischio nel singolo paziente e migliorarne l’aderenza terapeutica. In considerazione della crescente disponibilità e varietà di farmaci ipoglicemizzanti, l’Algoritmo AIFA si propone, in sostanza, di fornire agli operatori sanitari e ai pazienti una “guida”, il più possibile aggiornata e di facile utilizzo, all’approccio terapeutico individuale per il paziente con diabete di tipo 2, al fine di armonizzare le più recenti evidenze scientifiche con le necessarie appropriatezza prescrittiva e rimborsabilità sostenibile a carico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Per questi motivi, i principi attivi non rimborsati o in corso di negoziazione non sono inseriti nella versione attuale dell’Algoritmo; ugualmente, alcune classi di farmaci, pur inserite nell’Algoritmo terapeutico, prevedono delle limitazioni alla rimborsabilità in talune circostanze, richiamate all’occorrenza. L’Algoritmo è costituito da tre sezioni (individuare il target glicemico, impostare la terapia, impostare la terapia in presenza di controindicazione o intolleranza alla metformina), per un totale di circa 400 nodi e riflette inevitabilmente la complessità della materia, che parte dall’identificare l’obiettivo glicemico del singolo paziente, variabile in base alle sue caratteristiche cliniche, per giungere ad impostare ed eventualmente intensificare la terapia. A questo si aggiunga il richiamo di tutte le principali Società Scientifiche a personalizzare la terapia andando oltre il semplice obiettivo glicemico (valutando, ad esempio, il rischio di ipoglicemie), inserendo ulteriori variabili ed elementi di complessità. Ciò ha reso necessario dividere i diagrammi di flusso in modo da non tralasciare nessun aspetto. Così facendo, ad esempio, il medico troverà nell’Algoritmo quale sia l’obiettivo glicemico preferibile per il suo paziente diabetico e cardiopatico, così come quale farmaco o combinazione di farmaci sia preferibile in quel caso in base al rapporto beneficio/rischio. Per tali motivi, l’Algoritmo prevede centinaia di nodi ma, fortunatamente, il medico dovrà esplorarne soltanto alcuni quando avrà davanti il suo paziente. L’Algoritmo online è ovviamente dedicato anche al medico di medicina generale, nonché alle persone con diabete. Questa è una decisione necessaria in un contesto, come quello attuale, in cui i cittadini utilizzano sempre più il web per cercare informazioni sulla propria salute, le patologie, i farmaci, le terapie ed i percorsi di cura. Viviamo in un tempo in cui all’ampia offerta informativa sulla salute non corrisponde altrettanta affidabilità delle fonti e capacità nella loro interpretazione. Uno strumento istituzionale come l’Algoritmo AIFA, supportato dalla revisione delle Società Scientifiche, è per il cittadino una garanzia di indipendenza, trasparenza e affidabilità; non un invito all’automedicazione, ma uno strumento da cui ottenere informazioni certificate sulle possibilità di cura da condividere con il proprio medico di fiducia. In conclusione, il richiamo all’appropriatezza prescrittiva e alla trasparenza, da cui scaturisce l’Algoritmo AIFA per la terapia del Gli Algoritmi AIFA per la Gestione dei Farmaci per il Diabete http://www.agenziafarmaco.gov.it/it/content/modello-algoritmo-terapia-diabete diabete tipo 2, sottintende una necessità ormai chiara a tutti: per curare il diabete abbiamo bisogno di nuovi farmaci (o combinazioni di essi) che, oltre a ridurre la glicemia, si dimostrino maggiormente efficaci nel prevenire le complicanze della malattia. In quest’ottica un ruolo determinante può essere svolto dalla ricerca scientifica indipendente e dall’istituzione di un Fondo Far- maceutico Nazionale che possa garantire l’accesso alle terapie innovative in un contesto di sostenibilità economica. Appare, infatti, necessaria la prevenzione delle complicanze della malattia e il suo aggravamento, elementi che rappresentano il carico maggiore in termini di salute, qualità e aspettativa di vita per la persona con il diabete. 135 MeDia 2015;15:136-141 Sezione di formazione per l’autovalutazione aggiornamento Quali Evidenze nella VLCD Riassunto Il sovrappeso e l’obesità hanno raggiunto proporzioni epidemiche e in tutto il mondo si assiste a un preoccupante aumento di alcune condizioni cliniche collegate, quali ad esempio il diabete mellito e le malattie cardiovascolari. In relazione alla scarsità di terapie farmacologiche efficaci e sicure la strategia più importante per affrontare il problema del peso è caratterizzata dalla dieta ipocalorica e dall’attività fisica. In questo contesto le diete VLCDs rappresentano un’interessante alternativa ad altre strategie terapeutiche, quali le diete ipocaloriche e la chirurgia bariatrica. Questa tipologia di dieta va proposta a pazienti accuratamente selezionati e richiede la predisposizione di un percorso nutrizionale definito e condiviso, nel quale il nutrizionista e il suo team giocano un ruolo fondamentale per quanto riguarda competenze e coinvolgimento del paziente. Giuseppe Marelli Responsabile Struttura Semplice Dipartimentale, Diabetologia Endocrinologia e Nutrizione Clinica, Azienda Ospedaliera di Desio e Vimercate, Presidio Ospedaliero di Desio Parole chiave Obesità Diete VLCDs Rapido dimagramento Introduzione Nel corso dell’evoluzione umana le caratteristiche dell’alimentazione sono mutate in relazione alle condizioni di vita, alle differenti condizioni climatiche e ambientali, condizionando caratteristiche e competenze metaboliche diverse nel tempo. L’alimentazione degli uomini “cacciatori/ raccoglitori” era caratterizzata da una ciclica comparsa di periodi di scarsa disponibilità di cibo alternati a periodi di maggior disponibilità, assunzione di elevate quantità di proteine di origine animale a contenuto mediobasso di grassi (per lo più animali selvatici), quantità ridotte di carboidrati, con la quasi completa assenza di zuccheri. Queste caratteristiche alimentari hanno condizionato un pattern metabolico che è stato successivamente disorientato dalla costante disponibilità di cibo gradualmente aumentata fino ai giorni nostri e, soprattutto, dalla maggior disponibilità di carboidrati, specie di zuccheri semplici. L’equilibrio metabolico era allora regolato dal “gene risparmiatore”, lo stesso gene che, con le condizioni alimentari mutate accennate prima, ha contribuito a generare la pandemia di sovrappeso e obesità, caratterizzate a loro volta da un aumento dello stato di insulino-resistenza, responsabile inoltre dell’aumento drammatico di alcune malattie, quali la sindrome metabolica e il diabete mellito tipo 2. A questo punto la nutrizione clinica si è indirizzata nella ricerca di soluzioni per ripristinare un pattern metabolico in grado di proteggere dalle malattie cronico-degenerative e le diete fortemente ipocaloriche 136 Indirizzo per la corrispondenza Giuseppe Marelli [email protected] Quali Evidenze nella VLCD (Very Low Calories Diets, VLCDs), le cosiddette “paleo-diete” e le diete chetogeniche, rappresentano un tentativo di recuperare caratteristiche metaboliche dell’era pre-industriale. Ad esempio, anche alcune ormai famose diete “commerciali”, come l’Atkins e la Ducan, sono orientate a questo tipo di obiettivo. Queste diete sono fondate sul meccanismo della chetogenesi, una condizione presente anche in alcune condizioni fisiologiche, che viene generata da una drastica riduzione dell’apporto di carboidrati, con l’aumento in circolo di corpi chetonici che contribuiscono a livello del sistema nervoso centrale alla comparsa del senso di sazietà e a livello pancreatico al miglioramento metabolico in pazienti con insulino-resistenza 1-3. Da alcuni anni l’attenzione della pubblicità e della moda si è molto focalizzata sull’aspetto fisico, innescando meccanismi di compiacimento verso un modello di styling cosiddetto “magro”, esasperando atteggiamenti distorti verso l’alimentazione. Ciò ha creato nel corso degli anni la nascita e lo sviluppo di un mercato delle diete di santoni e televisioni, quasi sempre caratterizzate da interessi esclusivamente commerciali, senza un evidente substrato scientifico e con poco o nessun interesse alla reale salute dei pazienti. In questo universo di regimi dietetici sono stati purtroppo inclusi anche approcci potenzialmente interessanti come le diete VLCDs che, nella credenza popolare, hanno fatto sorgere dubbi e perplessità. Ciò è stato sicuramente generato dal fatto che queste diete sono state spesso gestite in modo scorretto, ignorando le corrette indicazioni, senza la giusta competenza e senza il coinvolgimento di medici nutrizionisti e dietisti, gli unici professionisti in grado di garantire efficacia e sicurezza per l’utilizzo di queste diete. La dieta VLCD è definita come una dieta con un apporto calorico inferiore alle 800 kcal/die, in genere compreso tra 400 e 800 kcal/die, con una particolare riduzione dell’apporto di glucidi, limitato a non più di 50 g/die. Tale restrizione calorica va adeguatamente controllata e monitorata, per evitare i pericoli di una chetogenesi prolungata. Le diete VLCDs possono essere usate anche nei pazienti diabetici tipo 2, nei quali anche una modesta perdita di peso (5%) si associa alla riduzione dei fenomeni di insulino-resistenza e a un miglioramento del controllo glicometabolico 4. Sia una dieta a basso contenuto di grassi e calorie, sia una dieta a basso contenuto di carboidrati, sia una dieta mediterranea naturalmente ricca in fibre vegetali hanno dimostrato di essere efficaci nel determinare una diminuzione di peso a breve termine, equivalente fino a 2 anni 5 6. A 6 mesi le diete a basso contenuto di carboidrati sembrano vantaggiose rispetto a quelle povere di grassi per quanto riguarda i livelli di trigliceridi e HDL; tuttavia è importante sottolineare che nelle diete a basso contenuto di carboidrati si hanno valori più elevati di LDL colesterolo 7. Le evidenze scientifiche Numerosi sono gli esempi presenti in letteratura che hanno dimostrato risultati soddisfacenti. Nello studio di Jazet et al. 8, ad esempio, le diete a basso contenuto calorico (VLCDs) sono caratterizzate da un significativo calo ponderale con un conseguente miglioramento metabolico nei soggetti obesi con DMT2. Nello studio di Sleddering et al. 9 sono stati studiati 2 gruppi di pazienti (14 uomini e 13 donne) con DMT2, assegnati a sola dieta VLCD e dieta VLCD + esercizio fisico. Dopo 16 settimane di dieta VLCD c’è stato un significativo calo ponderale in entrambi i gruppi di pazienti (-27,2 ± 1,9 kg nel gruppo VLCD + esercizio fisico e -23,7±1,6 kg nel gruppo solo VLCD). Anche il compenso metabolico ha mostrato un significativo miglioramento evidenziato da un decremento della emoglobina glicata (7,8 ± 0,4 vs 6,3 ± 0,4% nel gruppo VLCD + esercizio fisico e VLCD-only 7,8 ± 0,3 vs 6,7 ± 0,3% nel gruppo solo VLCD). Inoltre significativi miglioramenti si sono ottenuti anche per la massa grassa, la circonferenza addominale e i trigliceridi. Nel gruppo VLCD + esercizio fisico è stato inoltre registrato un significativo miglioramento del colesterolo totale rispetto al gruppo solo VLCD. Nello studio di Cicero et al. 10 sono stati studiati 377 pazienti obesi seguiti per 1 anno ai quali venne prescritta da medici di medicina generale una dieta VLCDK con un regime nutrizionale a basso contenuto di grassi e carboidrati e un contenuto proteico di 1,2/1,5 g/kg di peso ideale. Le analisi sono state effettuate dopo 4 settimane, dopo 4-12 settimane e dopo 12 mesi, valutando peso, circonferenza addominale, massa grassa e pressione sistolica. Risultati significativi si sono ottenuti dopo 4 e dopo 4-12 settimane, mentre nessuna variazione è stata poi successivamente registrata ai 12 mesi. Nella recente metanalisi di Johansson 11 sono stati valutati gli effetti di farmaci anti-obesità, dieta ed esercizio fisico dopo un iniziale periodo di una dieta VLCD o di una dieta LCD. Nella metanalisi sono stati inclusi 20 studi per un totale di 3017 pazienti, i quali dopo un periodo iniziale di perdita di peso con le diete VLCD e LCD erano assegnati in modo random a una strategia di mantenimento con farmaci anti-obesità, diversi tipi di diete e/o esercizio fisico, gruppo di controllo. In 18 studi venne utilizzata una dieta VLCD (800 kcal/d), negli altri 2 studi una dieta LCD (800-1000 kcal/d). Obiettivo primario è stato quello di valutare il calo ponderale durante la fase di mantenimento della perdita di peso tra i vari gruppi di intervento e il gruppo di controllo. Nel periodo delle diete VLCD e LCD, prima della randomizzazione, è stato ottenuto un calo ponderale medio di -12,4 kg (95% IC: -16,6, -8,2; durata media della fase 8 settimane) per gli studi dei farmaci anti-obesità, di -11,1 kg (95% IC: 212,1, 210,1; durata media della fase 8 settimane) per gli studi delle diete (con integratori, con pasti sostitutivi, a elevato contenuto di proteine, 137 G. Marelli 0 -2 Cambiamenti di peso (kg) -4 Esercizio Farmaci anti-obesità Sostituto di un pasto Supplementi dietetici Dieta ricca di proteine Altri macronutrienti Controllo -0,0 kg; p = 1,00 -6 -8 -10 -12 -1,5 kg; p < 0,001 -3,5 kg; p < 0,001 -1,2 kg; p < 0,001 -0,8; p = 0,43 -3,9 kg; p = 0,01 -14 -14 -18 Le differenze sono ponderate con differenze medie tra intervento e controllo -20 0 2 4 6 8 10121416182022 Mesi Figura 1. a basso indice glicemico, ecc.) e di -13,5 kg (95% IC: 214,0, 213,0 durata media della fase 12 settimane) per gli studi dell’esercizio fisico (Fig. 1). Questa metanalisi di trial randomizzati sottolinea l’entità del calo ponderale ottenuto con le diete VLCD e LCD e conclude che il mantenimento della perdita di peso dopo le diete VLCD e LCD è maggiore negli studi effettuati con i farmaci anti-obesità e negli studi con le diete con pasti sostitutivi, mentre l’esercizio fisico e le diete con integratori non erano associati al miglioramento del mantenimento della perdita di peso. Un’ulteriore conferma dei vantaggi nel breve termine delle diete VLCDs viene dallo studio di Rolland et al. 12 che hanno studiato una popolazione di 5965 pazienti seguiti per 1 anno; di questi 2044 per 2 anni e 580 per 3 anni e hanno dimostrato che la perdita di peso iniziale era l’unico fattore associato positivamente al mantenimento del peso perso sia a 1, 2 e 3 anni. Un confronto interessante è stato fatto da Jackness et al. 13 che hanno messo a confronto gli effetti sull’insulino-sensibilità e la funzione beta-cellulare in pazienti diabetici T2 tra la dieta VLCD e il by-pass gastrico. Sono stati studiati 11 pazienti sottoposti a by-pass gastrico e 14 pazienti con dieta VLCD. Entrambi i gruppi hanno mostrato un simile calo ponderale dopo 21 giorni. L’insulino-sensibilità e la funzione beta-cellulare sono migliorate in modo simile nei 2 gruppi. Lo studio ha dimostrato che nel breve 138 periodo la dieta VLCD e il by-pass gastrico producono gli stessi miglioramenti sui parametri valutati. Ci sono ormai diverse evidenze in letteratura che garantiscono la sicurezza di utilizzo delle diete VLCDs in pazienti sani sovrappeso o obesi. Anche in categorie ad alto rischio cardiovascolare, quali ad esempio soggetti con diabete tipo 2, esistono evidenze positive in merito 14 15. Inoltre nella review di Rolland et al. 16, che ha preso in considerazione 8 studi condotti su pazienti sani sovrappeso o obesi, non sono stati evidenziati eventuali peggioramenti della funzionalità epatica e renale. Tra gli effetti positivi delle diete VLCDs va inoltre segnalato un miglioramento dei livelli di HDL nel lungo periodo usando una combinazione di dieta VLCD seguita da un periodo di mantenimento del peso con una dieta ipocalorica 17. Il rapido calo ponderale indotto dalle diete VLCDs dimostra effetti positivi anche su alcune situazioni cliniche. Ad esempio nello studio di Johansson et al. 18 63 pazienti obesi con apnea ostruttiva sono stati seguiti con un programma articolato in 7 settimane con una dieta VLCD, 2 settimane di graduale reintroduzione di cibo normale e seguiti poi per 1 anno con un programma di mantenimento. I risultati dello studio hanno mostrato nella fase della dieta VLCD un calo ponderale medio di 18 kg e una riduzione significativa degli episodi di apnea, ulteriormente migliorati alla valutazione dell’anno. Quali Evidenze nella VLCD Discussione Le diete VLCDs con una quota calorica al di sotto delle 800 kcal/ giorno vengono utilizzate fin dal 1970. Quasi tutte le esperienze cliniche pubblicate si riferiscono a studi di breve termine (dalle 3-4 alle 12 settimane), nelle quali i vantaggi delle diete VLCDs sono evidenti e significativi. Restano molti dubbi su cosa succede una volta si ritorni a un regime alimentare di mantenimento. Varie metanalisi hanno messo a confronto l’efficacia della dieta VLCD con la dieta LCD. I risultati della metanalisi di Tsai et al. 19 indicano una maggiore perdita di peso nel breve termine a vantaggio della dieta VLCD, ma un simile calo ponderale nel lungo termine. Da diversi dati della letteratura appaiono evidenti i vantaggi dell’utilizzo di queste diete nel paziente diabetico tipo 2. È infatti noto da tempo che la restrizione calorica è in grado di migliorare l’iperglicemia attraverso la regolazione della produzione epatica di glucosio 20. Altri dati dimostrano che le diete VLCDs sono in grado di migliorare l’insulino-sensibilità e la funzione beta-cellulare nei pazienti diabetici tipo 2 obesi. Nel breve periodo il miglioramento del compenso metabolico è da attribuire maggiormente al miglioramento della funzione beta-cellulare piuttosto che al miglioramento dell’insulino-sensibilità 21. Inoltre anche la rapidità con cui viene ottenuto il calo ponderale esercita un effetto positivo sul compenso glicemico 22 e in particolare sul mantenimento nel tempo del peso perso. Un rapido iniziale calo ponderale predispone a un migliore e più duraturo mantenimento del peso perso, fatto questo un po’ in contrasto con le correnti raccomandazioni che suggeriscono un calo ponderale lento e regolare. un’efficacia di queste diete nel breve termine, lasciando qualche dubbio sia sugli effetti a lungo termine, sia sull’entità di drop-out durante il trattamento. Fatto quest’ultimo da collegare alla notevole diversità dalle abituali abitudini alimentari e da alcuni effetti collaterali dello stato chetoacidosico, quali la cefalea, l’alitosi, la stipsi e un aumento della colelitiasi. Nel momento della scelta di questa strategia nutrizionale I pazienti vanno seguiti con un programma ben definito, evitando una possibile autogestione da parte del paziente che potrebbe esporlo a carenze o inadeguati apporti nutrizionali. Occorre attuare uno stretto monitoraggio clinico e bioumorale, provvedendo a una corretta valutazione di indicazioni e controindicazioni, definendo con il paziente obiettivi e tempistica, programmando la fase di rieducazione alimentare. Nulla deve essere lasciato al caso, nutrizionisti e pazienti devono conoscere tutte le fasi e le componenti della dieta VLCD, e in particolare il paziente deve essere a pieno titolo integrato nel percorso di cura. Bibilografia Mitchell GA, Kassovska-Bratinova S, Boukaftane Y, et al. Medical aspects of ketone body metabolism. Clin Invest Med 1995;18:193-216. 1 Danaei G, Finucane MM, Lu Y, et al. National, regional, and global trends in fasting plasma glucose and diabetes prevalence since 1980: systematic analysis of health examination surveys and epidemiological studies with 370 country-years and 2.7 million participants. Lancet 2011;378:31-40. 2 Finucane MM, Stevens GA, Cowan MJ, et al. National, regional, and global trends in body-mass index since 1980: systematic analysis of health examination surveys and epidemiological studies with 960 country-years and 9.1 million participants. Lancet 2012;377:557-67. 3 American diabetes Association. Standards of medical care in diabetes – 2012. Diabetes Care 2012;35(Suppl 1):S11-63. 4 Conclusioni Le diete VLCDs rappresentano oggi un mezzo sicuramente efficace per ottenere un significativo calo ponderale, tuttavia il loro utilizzo da parte dei medici è più basso rispetto ad altre soluzioni, quali ad esempio le diete ipocaloriche e la chirurgia bariatrica. Questo scarso utilizzo rende conto a segnalazioni di effetti collaterali talvolta anche gravi, ma di certo le diete VLCDs del passato sono completamente differente dalle moderne diete VLCDs e occorre superare il concetto che un rapido calo ponderale possa avere effetti nocivi sulla salute Molte delle criticità emerse in letteratura sono da considerare legate a errori nelle indicazioni, nella selezione dei pazienti, nella gestione del piano nutrizionale, nella tempistica e ancora nella scelta della quota calorica e proteica. Gli effetti positivi delle diete VLCDs sono evidenti e vanno oggi considerate una alternativa ad altri percorsi per il calo ponderale, laddove venga intravista una indicazione precisa, quale ad esempio la necessità di un calo ponderale rapido. Tutte le evidenze scientifiche presenti in letteratura mostrano Foster GD, Wyatt HR, Hill JO, et al. Weight and metabolic outcomes after 2 years on a low-carbohydrate versus low fat diet: a randomized trial. Ann Intern Med 2010;153:147-57. 5 Shai I, Schwarzfuchs D, Henkin Y, et al.; Dietary Intervention Randomized Controlled Trial (DIRECT) Group. Weight loss with a low-carbohydrate, Mediterranean, or low-fat diet. N Engl J Med 2008;359:229-41. 6 Nordmann AJ, Nordmann A, Briel M, et al. Effects of low-carbohydrate vs low fat diets on weight loss and cardiovascular risk factors: a meta-analysis of randomized controlled trials. Arch Intern Med 2006;166:285-93. 7 Jazet IM, de Craen AJ, van Schie EM, et al. Sustained beneficial metabolic effects 18 months after a 30-day very low calorie diet in severely obese, insulin-treated patients with type 2 diabetes. Diabetes Res Clin Pract 2007;77:70-6. 8 Sleddering MA, Markvoort AJ, Dharuri HK, et al. Proteomic analysis in type 2 diabetes patients before and after a very low calorie diet reveals potential disease state and intervention specific biomarkers. PLoS ONE 2014;9:e112835. 9 139 G. Marelli Cicero AF, Benelli M, Brancaleoni M, et al. Middle and long-term impact of a very low-carbohydrate ketogenic diet on cardiometabolic factors: a multi-center, cross-sectional, clinical study. High Blood Press Cardiovasc Prev 2015 May 19 [Epub ahead of print]. 10 Johansson K, Neovius M, Hemmingsson E. Effects of anti-obesity drugs, diet, and exercise on weight-loss maintenance after a very-low-calorie diet or low-calorie diet: a systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials. Am J Clin Nutr 2014;99:14-23. 11 Rolland C, Johnston KL, Macdonald I, et al. Long-term weight loss maintenance and management following a VLCD: a 3-year outcome. Int J Clin Pract 2014;68;379-87. Rolland C, Mavroeidi A, Johnston KL, et al. The effect of very lowcalorie diets on renal and hepatic outcomes: a systematic review. Diabetes Metab Syndr Obes 2013;6:393-401. 16 Rolland C, Broom I. The effects of very-low-calorie diets on HDL: a review. Cholesterol 2011;2011:306278. 17 Johansson K, Hemmingsson E, Harlid R, et al. Longer term effects of very low energy diet on obstructive sleep apnoea in cohort derived from randomised controlled trial: prospective observational followup study. BMJ 2011;342:d3017. 18 12 Jackness C, Karmally W, Febres G, et al. Very low-calorie diet mimics the early beneficial effect of roux-en-y gastric bypass on insulin sensitivity and b-cell function in type 2 diabetic patients. Diabetes 2013;62:3027-32. 13 Dhindsa P, Scott AR, Donnelly R. Metabolic and cardiovascular effects of very-low-calorie diet therapy in obese patients with Type 2 diabetes in secondary failure: outcomes after 1 year. Diabet med 2003;20:319-24. 14 Jazet IM, de Craen AJ, van Schie EM, et al. Sustained beneficial metabolic effects 18 months after a 30-day very low calorie diet in severely obese, insulin-treated patients with type 2 diabetes. Diabetes Res Clin Pract 2007;77:70-6. 15 140 Tsai AG, Wadden TA. The evolution of very-low-calorie diets: an update and meta-analysis. Obesity (Silver Spring) 2006;14:1283-93. 19 Kelley DE, Wing R, Buonocore C, et al. Relative effects of calorie restriction and weight loss in non insulin dependent diabetes mellitus. J Clin Endocrinol Metab 1993;77:1287-93. 20 Malandrucco I, Pasqualetti P, Giordani I, et al. Very-low-calorie diet: a quick therapeutic tool to improve b cell function in morbidly obese patients with type 2 diabetes. Am J Clin Nutr 2012;95:609-13. 21 Watts NB, Spanheimer RG, DiGirolamo M, et al. Prediction of glucose response to weight loss in patients with non-insulin-dependent diabetes mellitus. Arch Intern Med 1990;150:803-6. 22 Quali Evidenze nella VLCD Qual è la quota calorica prevista nelle diete VLCDs? tra 500 e 1000 calorie/die tra 400 e 800 calorie/die tra 600 e 900 calorie/die tra 800 e 1200 calorie/die Qual è la quota di carboidrati da non superare nelle diete VLCDs? < 50 g/die < 60 g/die < 70 g/die < 80 g/die La maggiore efficacia delle diete VLCDs si riscontra nel: breve termine medio termine lungo termine breve e medio termine Nei diabetici tipo 2 le diete VLCDs migliorano: l’insulino-sensibilità la funzione beta-cellulare entrambe nessuna delle due Verifica subito le risposte on line www.diabete-rivistamedia.it 141 MeDia 2015;15:142-147 Sezione di formazione per l’autovalutazione aggiornamento Malattie dell’Ipofisi: cosa deve sapere il medico di medicina generale Riassunto Nella pratica quotidiana del medico di medicina generale le patologie dell’ipofisi sono abbastanza rare. Il loro impatto sulla salute è importante e riconoscerle ai primi segni può sostanzialmente cambiare la storia clinica dei pazienti che ne sono affetti. Una patologia tumorale dell’ipofisi può restare a lungo misconosciuta perché non secernente o può determinare segni e sintomi aspecifici che si confondono con i disturbi dell’invecchiamento o con quelli di altre patologie, fino a quando la dimensione stessa del tumore o l’aggravarsi delle alterazioni ormonali non porta a una drammatica e spesso tardiva diagnosi. Frequentemente il riscontro può essere occasionale durante indagini radiologiche prescritte per altri problemi di salute. Sebastiano Marino1 Soraya Puglisi2 Oana Cotta2 Umberto Alecci1 Santi Inferrera1 Salvatore Cannavò2 Medici di Medicina Generale, SIMG Messina Endocrinologia, Dipartimento Medicina Clinica e Sperimentale, Università di Messina 1 2 Parole chiave Introduzione Racchiusa all’interno della sella turcica, sede protetta posta quasi al centro del basicranio, l’ipofisi garantisce funzioni regolatrici dell’omeostasi sistemica, della crescita e della riproduzione. Il suo funzionamento è in parte regolato dall’ipotalamo, con cui l’ipofisi costituisce un’unica struttura funzionale, e dal controllo retrogrado delle stesse ghiandole che essa stimola. Le malattie che coinvolgono questa piccola ghiandola causano modificazioni volumetriche e/o funzionali, per eccesso o per difetto. Se alcune di esse sono estremamente rare, altre sono più frequenti di quanto a volte si pensi e rappresentano un problema clinico complesso e persistente con cui il medico di famiglia è costretto a confrontarsi, in stretta collaborazione con lo specialista endocrinologo. In questa rassegna presenteremo le malattie dell’ipofisi di più frequente riscontro. Incidentalomi ipofisari Iperprolattinemia Diabete insipido Acromegalia Gli adenomi ipofisari Gli adenomi ipofisari sono le lesioni espansive più comunemente riscontrabili nella regione sellare, rappresentando il 10-15% di tutti i tumori intracranici. Una classificazione relativa alle dimensioni li distingue in macroadenomi (> 1 cm) e microadenomi (< 1 cm), e relativamente alla secrezione ormonale possono essere classificati in adenomi funzionanti e clinicamente non funzionanti (Tab. I). Mentre questi ultimi si palesano soprattutto per effetti compressivi sulle strutture circostanti (scotomi/emianopsia, oftalmoplegia, cefalea) e per il danno a carico della funzione ipofisaria (ipopituitarismo), negli adenomi funzionanti si riscontrano sindromi cliniche tipiche direttamente o indirettamente riconducibili all’ipersecre142 Indirizzo per la corrispondenza Sebastiano Marino [email protected] Malattie dell’Ipofisi Tabella I. Classificazione degli adenomi ipofisari. In base alla dimensioni: • Microadenomi (diametro < 10 mm) • Macroadenomi (diametro ≥ 10 mm) In base alla funzionalità: • Adenomi funzionanti • Adenomi non funzionanti che non producono alcun ormone (circa 3 su 10) In base al tipo di ormone prodotto: • PRL (prolattinoma, circa 4 adenomi su 10) • GH (acromegalia, circa 2 su 10) • ACTH (malattia di Cushing, meno di 1 su 10) • TSH (ipertiroidismo secondario) o gonadotropine (ipogonadismo) (molto rari) zione di una o più tropine ipofisarie: galattorrea e/o ipogonadismo nei prolattinomi, gigantismo/acromegalia negli adenomi GH (ormone della crescita)-secernenti, malattia di Cushing in quelli ACTH (ormone adrenocorticotropo)-secernenti o ipertiroidismo nei rari tumori TSH (ormone tireotropo)-secernenti. L’ipersecrezione associata di 2 o più ormoni (più frequentemente GH e PRL (prolattina)) è condizione tutt’altro che rara 1. Incidentalomi ipofisari Una percentuale crescente di adenomi ipofisari è diagnosticata occasionalmente, nel corso di esami neuroradiologici (tomografia computerizzata, TC, risonanza magnetica, RM) effettuati con indicazione diversa dalle patologie riconducibili all’ipofisi. Si parla in questo caso di “incidentalomi ipofisari”, che nella maggioranza dei casi sono microadenomi spesso non-secernenti. La diagnosi differenziale di queste lesioni, spesso del tutto asintomatiche, può essere complessa, richiedendo certamente l’esclusione dell’ eventuale ipersecrezione ormonale e la verifica della riserva ormonale ipofisaria per diagnosticare una condizione di ipopituitarismo. Per quanto riguarda la diagnostica di laboratorio, è necessario eseguire sempre un prelievo basale per FT4 (free thyroxine), TSH, PRL, IGF-I (insulin-like growth factor-I) e la determinazione dei livelli di cortisolo al mattino dopo soppressione overnight con desametasone a basse dosi (test di Nugent: desametasone cp, 1 mg per os alle ore 23,30 con prelievo per cortisolo il mattino successivo). L’ipogonadismo ipogonadotropo va escluso negli uomini mediante dosaggio del testosterone totale e nelle donne amenorroiche tramite dosaggio di FSH (ormone follicolo stimolante) e LH (ormone luteinizzante). In caso di risultati dubbi o di sintomatologia sospetta, devono essere effettuati anche test ormonali dinamici volti ad escludere una condizione di ipocorticosurrenalismo secondario o un deficit grave di GH, che causa rilevanti danni alla salute e richiede terapia sostitutiva anche quando si manifesta in età adulta. Infine, anche se il paziente non riferisce alterazioni del campo visivo, è necessario effettuare comunque un esame perimetrico computerizzato. Spesso la terapia chirurgica non è necessaria, ma quando è documentabile una alterazione del campo visivo, magari ingravescente, o la lesione ipofisaria risulta iperfunzionante (soprattutto se secerne GH o ACTH) l’approccio chirurgico rappresenta una indicazione di prima linea. In ogni caso, se l’intervento non è necessario, periodici controlli clinici e strumentali sono indicati. Pertanto, un esame del campo visivo deve essere eseguito annualmente se le dimensioni dell’incidentaloma superano il centimetro di diametro, così come l’eame RMN dell’ipofisi deve essere eseguito dopo 6 mesi dalla prima osservazione e poi annualmente anche se l’intervallo fra i controlli può progressivamente aumentare nei casi di lesioni che non si modificano. È però necessario sottolineare, perché l’esperienza testimonia che spesso si verifica il contrario, che l’ultimo esame RMN (risonanza magnetica nucleare) deve essere confrontato con quello più remoto e non con il penultimo. Infatti, i tumori ipofisari si caratterizzano fortunatamente per una crescita generalmente lenta anche se inesorabile 2. L’iperprolattinemia L’iperprolattinemia è una condizione di frequentissimo riscontro nella pratica clinica. Un rialzo dei valori di prolattina si può verificare in condizioni fisiologiche come la gravidanza, l’allattamento, durante il sonno e anche in fase ovulatoria (motivo per cui si raccomanda il prelievo in fase follicolare precoce), ma anche in seguito all’assunzione di farmaci (estroprogestinici, antidopaminergici, antistaminici) o a causa di malattie endocrine e sistemiche quali l’ipotiroidismo primitivo, l’insufficienza renale, la cirrosi epatica, la micropolicistosi ovarica, l’epilessia, i traumi toracici, l’herpes zoster toracico. È evidente, quindi, che gli adenomi ipofisari PRL-secernenti sono solo una delle tante cause di iperprolattinemia. Le loro dimensioni correlano con i valori di prolattina (solitamente < 150 ng/ml nei microprolattinomi e > 250 ng/ml nei macroprolattinomi). È necessario sottolineare che un modesto aumento dei livelli di PRL in presenza di grandi lesioni ipofisarie (> 1,5-2,0 cm di diametro max) deve far sospettare la presenza di una lesione espansiva non funzionante, ma con iperprolattinemia associata per deafferentazione ipotalamo-ipofisaria. Tali lesioni espansive possono essere di natura assai diversa e in qualche caso dimostrare nel tempo comportamenti particolarmente aggressivi. Tuttavia, nel paziente con macroadenoma ipofisario e con modesta iperprolattinemia il dosaggio della PRL deve essere eseguito anche dopo diluizione del campione (1:10 e 1:100) dal momento che il valore ormonale potrebbe risultare falsamente basso per la saturazione di tutti gli anticorpi monoclonali presenti in provetta (problema noto anche come hook effect o effetto uncino). 143 S. Marino et al. Tabella II. Segni e sintomi dell’iperprolattinemia da adenoma ipofisario. Donna Uomo Amenorrea/oligomenorrea Riduzione libido Galattorrea Disfunzione erettile Cefalea (macroadenoma) Cefalea (macroadenoma) Disturbi del campo visivo (macroadenoma) Disturbi del campo visivo (macroadenoma) Irsutismo Ginecomastia e galattorrea Osteoporosi Osteoporosi La sintomatologia dell’iperprolattinemia è caratterizzata da alterazioni mestruali, amenorrea e galattorrea nella donna, deficit erettile e calo della libido (più raramente ginecomastia) nel maschio, e infertilità in entrambi i sessi (Tab. II). Nei pazienti asintomatici ma con elevati livelli di PRL è indicata la determinazione dei livelli di macroprolattinemia (mediante precipitazione con polietilenglicole) per escludere che gli elevati livelli circolanti di PRL siano in realtà riferibili a eccesso di macroaggregati formati da PRL polimerica (Big-Big PRL) o complessi aggregati ad anticorpi anti-PRL. In genere, tali macroaggregati non hanno alcuna attività biologica. Oggi, i prelievi seriati di PRL (impropriamente definiti pulsatilità) sono molto meno utilizzati che in passato, dal momento che un singolo valore elevato è ritenuto sufficiente a porre diagnosi di iperprolattinemia purchè la determinazione avvenga in modo corretto e siano escluse tutte le cause interferenti. La terapia dell’iperprolattinemia varia in base all’eziopatogenesi: per esempio nell’iperprolattinemia iatrogena è sufficiente sospendere il farmaco responsabile o sostituirlo con altri che non influenzino la secrezione di PRL. Nei prolattinomi, indipendentemente dalle loro dimensioni, la terapia di prima scelta è costituita invece dagli agonisti dopaminergici, in particolare la cabergolina (per l’efficacia superiore rispetto alla bromocriptina, ormai poco utilizzata nella pratica clinica), capaci sia di ridurre la secrezione di PRL che di determinare la riduzione delle dimensioni tumorali (shrinkage). Nel caso di prolattinoma resistente alla terapia medica, la chirurgia e la radioterapia sono opzioni di seconda e terza linea 3. L’ipopituitarismo Tale sindrome, caratterizzata da ridotta o assente secrezione di uno o più ormoni adenoipofisari, riconosce tra le tante cause soprattutto le lesioni espansive del SNC, i traumi cranici, le patologie infiammatorie o infiltrative, gli interventi neurochirurgici e la radioterapia (Tab. III). Solitamente i deficit delle tropine ipofisarie sono associati, configurando quadri di ipopituitarismo multiplo o talvolta di panipopituitarismo, ma esistono rare forme genetiche isolate a carico di ogni tropina che determinano ipo144 pituitarismo selettivo. Una valutazione laboratoristica completa dovrebbe includere: • FT4 (ridotta) e TSH (spesso normale oppure ai limiti bassi del range di normalità); • cortisolemia alle ore 8 (< 3 μg/dL è indicativa di iposurrenalismo; se compresa tra 3 e 18 μg/dL è necessaria la valutazione dinamica con ACTH test; se >18 μg/dL l’iposurrenalismo è escluso). Il dosaggio di ACTH è inutile data la bassa sensibilità del metodo; • nel maschio, testosterone totale (basso), FSH ed LH (normali o ridotti); • nella femmina in amenorrea: 17β-estradiolo (basso), FSH ed LH (dosabili o ridotti); • IGF1 (tenendo conto tuttavia che un valore normale non esclude il deficit e uno ridotto lo suggerisce soltanto); per diagnosticare il deficit di GH è necessario ricorrere ai test dinamici, di cui il più sensibile e specifico è il test GHRH + arginina (la risposta al test dipende dal valore di BMI (indice di massa corporea) del soggetto testato: la risposta è deficitaria se il GH è <12 μg/L quando il BMI è < 25, < 8 μg/L se il BMI è 25-30, < 4,2 μg/L se il BMI è > 30). La terapia sostitutiva consiste nell’impiego di L-T4 per l’ipotiroidismo centrale, di testosterone (possibilmente per via transdermica) nell’uomo ed estroprogestinici nella donna per l’ipogonadismo ipogonadotropo (utilizzando invece in entrambi i sessi le gonadotropine ipofisarie per ripristinare la fertilità), di glucocorticoidi (preferibilmente con emivita breve come l’idrocortisone o il cortone acetato) nel caso di iposurrenalismo centrale. Nel caso di sindrome da deficit di ormone della crescita nell’adulto, condizione clinica caratterizzata da un’alterata composizione corporea, da un profilo lipidico e glucidico sfavorevoli, da un peggioramento della funzione cardiovascolare con riduzione della capacità di esercizio fisico aerobico, da un maggior rischio di osteoporosi e correlate fratture, da una riduzione della qualità di vita e da un aumentato rischio di morte, il trattamento sostitutivo con GH ricombinante trova indicazione ampiamente riconosciuta ormai da circa 20 anni. La risposta individuale a tale terapia sostitutiva è, tuttavia, estremamente variabile. Essa è comunque sconsigliata in pazienti Malattie dell’Ipofisi Tabella III. Sintomi dell’ipopituitarismo. Deficit di ACTH Deficit di TSH Astenia Astenia Ipotensione Sonnolenza Anoressia Ridotta tolleranza al freddo Nausea e vomito Stipsi Calo ponderale Aumento ponderale Disidratazione Ipotensione Ipoglicemia Bradicardia Ipopigmentazione cutanea Cute secca e pallida Capelli secchi e fini Rallentamento dell’attività mentale Depressione Deficit di FSH e LH nella donna Deficit di FSH e LH nell’uomo Oligo-amenorrea Disfunzione erettile Anovularietà Sterilità Riduzione libido Riduzione libido Secchezza mucosa vaginale e dispareunia Regressione caratteri sessuali secondari Vampate di calore Ipotrofia muscolare e riduzione vis Defluvium capitis Riduzione volume e consistenza testicoli Perdita dei peli pubici e ascellari Ginecomastia Osteoporosi Osteoporosi Depressione e insonnia Aumento adiposità viscerale Dislipidemia e insulino-resistenza Deficit di GH nell’adulto Aumento dell’adipe con distribuzione soprattutto viscerale Riduzione della massa magra e della forza muscolare Diminuzione della densità minerale ossea Dislipidemia e insulino-resistenza Ipotrofia della cute e degli annessi Alterazioni morfofunzionali dell’apparato cardiocircolatorio con aumentato rischio cardiovascolare con retinopatia diabetica proliferante e in quelli con neoplasie attiva, mentre numerosi studi hanno escluso un maggior rischio di recidiva di neoplasie benigne o maligne o di progressione dell’eventuale residuo del tumore ipofisario (nei pazienti in cui l’ipopituitarismo è causato da tali neoplasie). recidiva tumorale in pazienti con deficit di GH e residuo di neoplasia ipofisaria stabile In questi casi, tuttavia, un attento e periodico monitoraggio neuroradiologico e campimetrico è specificatamente indicato 4 5. Il diabete insipido L’ormone antidiuretico (ADH), secreto dalla ipofisi posteriore (neuroipofisi), regola il bilancio idrico dell’organismo. Un deficit di ADH, causato da tumori o interventi neurochirurgici a carico della regione ipotalamo ipofisaria, da malattie granulomatose come l’istiocitosi X, da traumi cranici, oppure di origine autoimmune, genetica, ischemica o idiopatica, determina un quadro clinico caratterizzato da poliuria e polidipsia compensatoria, no145 S. Marino et al. Tabella IV. Sintomi del diabete insipido. Poliuria Nicturia e/o enuresi notturna Urgenza minzionale Sensazione di sete intensa Polidipsia Astenia, irritabilità e sonnolenza diurna In caso di disidratazione per alterato senso della sete: secchezza di cute e mucose, ipotensione ortostatica, stipsi, iperpiressia e letargia, fino al coma e alla morte to anche con il termine di diabete insipido (Tab. IV). L’aumento della diuresi (> 3 l nelle 24 ore), l’escrezione di urine ipoosmolari (< 300 mOsm/L) e con basso peso specifico (< 1,005), e l’iper-osmolarità plasmatica (> 295 mOsm/L) con sodiemia normale-alta (142-150 mEq/L) confermano la diagnosi. Tuttavia la diagnosi differenziale con la polidipsia primaria (potomania) richiede l’esecuzione del test di deprivazione idrica: nel diabete insipido, al contrario di quanto avviene nel soggetto sano o nel paziente affetto da polidipsia primaria, l’assetamento non determina contrazione delle diuresi, per cui il paziente si disidrata e perde peso in poco tempo, mentre le urine si mantengono ipotoniche e ipo-osmolari. Privo di ogni utilità pratica è invece il dosaggio dell’ADH, effettuato in alcuni laboratori solo a scopo di ricerca. Tra le indagini strumentali è indispensabile eseguire la RMN della regione ipotalamo-ipofisaria con mezzo di contrasto paramagnetico, che generalmente documenta la scomparsa della fisiologica iperintensità della neuroipofisi nelle sequenze T1 pesate, e mette in evidenza la presenza della lesione espansiva patologica nelle forme ipotalamiche tumorali o granulomatose. La RMN anche in assenza del segnale tipico della neuroipofisi deve essere ripetuta a distanza di tempo, perché alcune lesioni sono caratterizzate da crescita lenta e subdola (germino- 146 mi, istiocitosi X, ecc.). La terapia sostitutiva si basa sulla somministrazione quotidiana di desmopressina (analogo dell’ADH), disponibile in diverse formulazioni, tra cui le più utilizzate sono quelle spray e in compresse orosolubili. La posologia deve essere adeguatamente calibrata per il rischio di sovradosaggio, con conseguente iponatriemia da ritenzione idrica. In conclusione, la diagnosi e la terapia delle malattie ipofisarie richiedono esperienza endocrinologica e percorsi diagnosticoterapeutici dedicati. Spesso i controlli clinici, di laboratorio o strumentali non si limitano alle verifiche dei sistema endocrino e delle sue ghiandole, ma richiedono valutazioni internistiche e pluri-specialistiche. Una stretta collaborazione fra il medico di famiglia e lo specialista acquisisce, in queste malattie croniche e invalidanti sia dal punto di vista fisico che psichico, il valore aggiunto che permette di ottimizzare la salvaguardia della salute, il miglioramento della qualità di vita e l’utilizzazione appropriata delle risorse finanziarie 6. Bibliografia Kontogeorgos G. Classification and pathology of pituitary tumors. Endocrine 2005;28:27-35. 1 Freda PU, Beckers AM, Katznelson L, et al.; Endocrine Society. Pituitary incidentaloma: an endocrine society clinical practice guideline. 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N Engl J Med 2000;343:998-1007. 6 Malattie dell’Ipofisi Gli adenomi ipofisari rappresentano: il 100% dei tumori intracranici il 50% dei tumori intracranici il 10-15% dei tumori intracranici L’iperprolattinemia può essere determinata da: condizioni fisiologiche assunzione di farmaci malattie endocrine e sistemiche tutte le precedenti nessuna delle precedenti Una diuresi particolarmente aumentata diventa sospetta di diabete insipido quando supera nelle 24 h: 1500 cc 2000 cc 3000 cc Quali tra questi sintomi è errato nel deficit di GH nell’adulto? aumento dell’adipe viscerale riduzione della massa magra e della forza muscolare ipopigmentazione cutanea ipotrofia della cute e degli annessi Verifica subito le risposte on line www.diabete-rivistamedia.it 147 Sezione di formazione per l’autovalutazione MeDia 2015;15:148-151 aggiornamento Comunicare (nel)la Cronicità Riassunto La cura nella cronicità impone sfide cogenti. Tra tutte, la sfida della prescrizione partecipata in un’ottica di autonomizzazione e responsabilizzazione del paziente. In questo contributo intendiamo analizzare questa sfida mettendo in luce la rilevanza teorica e applicativa di alcuni strumenti comunicativi nella pratica di cura nella cronicità. Sarah Bigi Maria Grazia Rossi Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Dipartimento di Scienze linguistiche e Letterature Straniere Parole chiave Il bisogno di comunicare I movimenti e le associazioni come Slow Medicine (http://www.slowmedicine.it/), Less Is More Medicine (http://www.lessismoremedicine.com/), Too Much Medicine (http://www.bmj.com/too-much-medicine), Choosing Wisely (http://www.choosingwisely.org/) sono dei punti di osservazione privilegiati per valutare alcuni dei percorsi e degli scenari che caratterizzeranno la medicina del prossimo futuro. Da questi gruppi culturali il monito giunge perentorio: stiamo facendo troppo. Il riferimento più interessante non è quello relativo alla sostenibilità economica dei sistemi sanitari in affanno per la crescita esponenziale della domanda. L’aspetto qualitativamente rilevante riguarda la critica puntuale al fondamento culturale stesso della medicina difensiva, troppo legata all’idea che fare di più è sempre meglio. L’inversione di paradigma – «fare di più non significa fare meglio» (Slow Medicine) – incoraggia il recupero di una visione umanistica della medicina basata sull’attenzione al benessere della persona nel suo complesso e sull’importanza della responsabilizzazione della persona rispetto alla sua salute 1. Non è un caso che intorno a questi temi siano cresciuti diversi centri di Medical Humanities, da tempo consolidati negli Stati Uniti (si veda tra gli altri, UCSF Medical Humanities, San Francisco) e più recentemente anche in Europa (si veda tra gli altri, Danish Institut of Humanities and Medicine, Aallborg University; Medical Ethics and Humanities, Brighton and Sussex Medical School). All’interno di una prospettiva che tenta di riportare la persona al centro della cura, la dimensione relazionale diventa prioritaria insieme alla cura dell’interazione, del rapporto di fiducia e di ascolto. Un’urgenza di questo tipo è legata all’efficacia delle pratiche comunicative che supportano e strutturano la relazione di cura sensu lato. Di questa urgenza si è discusso nella giornata di studio sulla comunicazione nella cronicità organizzata presso il Dipartimento di Scienze linguistiche e letterature straniere dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano all’interno del progetto 148 Argomentazione Medicina umanistica Medicina centrata sul paziente Indirizzo per la corrispondenza Sarah Bigi [email protected] Comunicare (nel)la Cronicità “Argomentare bene per curare meglio. Strategie e meccanismi della persuasione nella cura delle malattie croniche” coordinato da Sarah Bigi (Linguistica generale, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) e finanziato dal MIUR (Programma FIR 2013, Protocollo: RBFR13FQ5J)*. Il titolo della giornata “Healthy reasoning: la comunicazione efficace nella cura delle malattie croniche” (27 novembre 2014) sottolinea l’interdisciplinarietà e la multidisciplinarietà costitutiva dei temi discussi; in questo contributo ne presentiamo il resoconto critico. Il punto di partenza può essere individuato nella enorme situazione di difficoltà nella gestione della malattia cronica da parte dei clinici. Maria Franca Mulas (Medico diabetologo presso l’ASL di Cagliari – “L’incompetenza argomentativa: un’ulteriore complicanza nella cura del diabete”) ha parlato a questo riguardo di un vero e proprio paradosso: l’efficacia clinica dipende dal comportamento del paziente che il medico però non può controllare 2. Questo paradosso è in qualche modo dipendente dalle proprietà specifiche del percorso di gestione della cura nella cronicità, che è prima di tutto cura nel tempo; un tempo nel quale alla corretta prescrizione si affianca il percorso di pazienti coinvolti in prima persona, ai quali si richiede di essere attivi nella gestione di stili di vita alimentari e comportamentali. Nicoletta Musacchio (medico diabetologo presso l’Azienda Ospedaliera I.C.P. di Cusano Milanino e Presidente dell’Associazione Medici Diabetologi – “Il progetto Brain&Dia”) ha parlato a questo proposito di una prescrizione partecipata che mira a formare un paziente autonomo e responsabile 3. Quest’aspetto è centrale per cogliere il nucleo del passaggio da un paradigma medico disease centered a uno patient centered: il ruolo riconosciuto alla comunicazione è dirimente per distinguere tra questi due paradigmi. La comunicazione e i suoi strumenti rappresentano il ponte teorico-pratico che è necessario attraversare (e imparare a costruire) per giungere a una relazione in grado di offrire al paziente impalcature emotive, informative e cognitive adeguate. Dalle osservazioni dei clinici stessi, oltre che dall’esame della letteratura specialistica su questi temi 4-8, emerge un’attenzione sempre maggiore per la comunicazione nel percorso di responsabilizzazione e autonomizzazione del paziente: il miglioramento degli outcomes, la migliore aderenza, la maggiore soddisfazione rispetto al sistema sanitario, la diminuzione dei contenziosi medico-legali sono alcuni tra i più importanti effetti positivi di una buona gestione della relazione tra medico e paziente. Alberto Giannini (Medico di Terapia Intensiva Pediatrica presso l’Ospedale Policlinico di Milano – “La comunicazione in Terapia Intensiva”) sta sviluppando questa riflessione rispetto al ruolo della comunicazione in terapia intensiva; in questo contesto di dramma e di dolore l’ausilio di una comunicazione umana ed efficace diventa imprescindibile 9. * Si ringrazia il Dipartimento di Scienze linguistiche e Letterature straniere dell’Università Cattolica di Milano per aver coperto una parte delle spese di organizzazione della giornata di studi, nonché per averci ospitato nei propri spazi. Il riconoscimento del valore della comunicazione è dunque trasversale e indubbio. Ciò che invece è meno chiaro è quale modello di comunicazione si presuppone, e quali strumenti le discipline linguistiche, filosofiche e cognitive possano offrire per potenziare le competenze del clinico. Modelli della comunicazione per la cronicità Affrontare il problema della comunicazione nella cronicità significa occuparsi di due aspetti, profondamente intrecciati tra loro. Come ha osservato Antonio Bonaldi (Presidente di Slow Medicine – “L’interazione paziente-curante-contesto: curare la persona non la malattia”), il primo concerne la trasformazione delle indicazioni di cura in azioni (i pazienti devono modificare il proprio stile alimentare e comportamentale, per esempio); il secondo riguarda il modo in cui l’aderenza del paziente può essere favorita tramite un’azione comunicativa competente. Agire sulla dimensione comunicativa non è una questione banale. A dirlo sono i clinici stessi: come emerso dagli interventi di Mulas, Musacchio e Giannini, i clinici hanno enormi difficoltà nella gestione della trasmissione di informazioni ai pazienti e richiedono strumenti in grado di offrire una risposta efficace a questo bisogno professionale. Il progetto “Argomentare bene per curare meglio. Strategie e meccanismi della persuasione nella cura delle malattie croniche” (www.unicatt.it/healthyreasoning) si propone di rispondere a questo problema proponendo un modello teorico e sperimentale in cui la comunicazione è ridefinita nei termini di un processo di co-costruzione di conoscenze tra medico e paziente. In effetti, è soltanto all’interno di un contesto comunicativo di co-costruzione che è possibile parlare di decisioni condivise. Porre l’attenzione sulla comunicazione come uno strumento alla base della decisione condivisa nel contesto della cura della cronicità non è del resto ancora abbastanza. Non deve infatti trarre in inganno la naturalezza e la facilità con cui gli umani hanno accesso alle informazioni e alla condivisione delle informazioni. Se come esseri umani siamo naturalmente portati a divorare grosse quantità di informazioni e a trasferirle continuamente gli uni agli altri, il modo in cui le informazioni vengono recepite e interpretate non è affatto scontato né condiviso. I dettagli teoretici non sono rilevanti in questa sede. Ciò che però è assai rilevante è l’idea che almeno parte del che cosa comunichiamo, dipende da come comunichiamo; il come dico qualcosa è essenziale per determinare l’efficacia e la comprensibilità del contenuto informativo in sé. La comprensibilità e l’efficacia sono due proprietà fondamentali di qualsiasi comunicazione che pretenda di avere effetti pratici sui comportamenti dei pazienti. 149 S. Bigi, M.G. Rossi Verso una medicina argomentativa In un certo senso è possibile sostenere che la medicina è umanistica per definizione. Con le parole di Musacchio si potrebbe dire che la medicina è umanistica perché riguarda sempre «una persona che si relaziona con un’altra per obiettivi condivisi». A maggior ragione questa precisazione è rilevante nei contesti di cronicità in cui la relazione di cura è soggetta alle contingenze tipiche di una dimensione temporale estesa e accidentata. Abbiamo già riconosciuto alla comunicazione il ruolo di ponte nella relazione di cura. Ciò che non abbiamo ancora precisato è quale approccio alla comunicazione adottare. Per quanto riguarda la comunicazione verbale, un approccio promettente sembra quello della medicina narrativa. Per dar conto di un esempio d’avanguardia che va in questa direzione, un progetto sperimentale e terapeutico di medicina narrativa è in corso presso l’ASL 5 di Oristano (Responsabili scientifici, Guido Giarelli e Nicoletta Suter). Avendo come obiettivo esplicito quello di fornire strumenti comunicativi in grado di strutturare e supportare il raggiungimento e l’efficacia delle decisioni condivise nel contesto della cura della cronicità, la proposta che avanziamo in questo contributo fa riferimento a un modello dialogico della comunicazione: almeno due soggettività distinte, con due vissuti emotivi molto differenti (medico e paziente), hanno la necessità di incontrarsi sul terreno della comunicazione per condividere un obiettivo di cura comune. Fabrizio Macagno (Teoria dell’Argomentazione, Universidade Nova de Lisboa – “Come analizzare la comunicazione? Schemi argomentativi, euristiche, tipi di dialogo”) ha evidenziato questo passaggio nella sua riflessione metodologica e teorica e ha insistito su un tipo particolare di modello dialogico – il modello di dialogo deliberativo – che sembra rilevante in ambito medico e, più nello specifico, diabetologico. Infatti, la finalità specifica del dialogo deliberativo è giungere a una decisione condivisa e realizzabile – e cioè basata sui valori, sulle credenze e sui bisogni di entrambi i partecipanti allo scambio comunicativo 10. A questo riguardo, le ricerche condotte da Sarah Bigi (“Presentazione del progetto “Argomentare bene per curare meglio. Strategie e meccanismi della persuasione nella cura delle malattie croniche”) e da Fabrizio Macagno mettono in luce che si può imparare a padroneggiare la sequenza dialogica di fasi con funzioni e proprietà linguistico-decisionali specifiche: significa ottimizzare lo scambio comunicativo e cioè rendere certe mosse comunicative possibili, o più possibili, rispetto ad altre 11. La modellizzazione del discorso argomentativo attraverso sequenze dialogiche diventa così uno strumento efficace per individuare il percorso migliore verso una decisione condivisa. Giovanni Gobber (Linguistica generale, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano – “Domande e dialogo”) ha evidenziato l’importanza pragmatica delle diverse tipologie di domande 12 e, insieme a Fabrizio Macagno, ha sottolineato l’importanza dell’utilizzo delle domande da parte del clinico che può appropriatamente utiliz150 zarle per guidare la sequenza dialogica nel rispetto del bagaglio valoriale dell’interlocutore. Questo stesso paradigma è attualmente utilizzato in una sperimentazione con pazienti emofilici. La ricerca di Giulia Lamiani (Psicologia clinica, Università degli Studi di Milano), Sarah Bigi ed Elena Vegni (Psicologia clinica, Università degli Studi di Milano – “Dotto’ io la profilassi non la faccio”: strategie argomentative nella visita col paziente emofilico”) ha prodotto dati sull’utilizzo a volte incompleto o inadeguato di strutture argomentative da parte dei clinici nelle fasi del colloquio in cui vengono affrontate problematiche inerenti all’aderenza terapeutica. Ciò che questa ricerca mette in luce è soprattutto la mancanza di un’applicazione consapevole e quindi più adeguata ed efficace degli strumenti offerti dall’argomentazione 13 14. Rispetto a quanto detto fino a questo momento, è necessario un breve commento sulla questione, parecchio scivolosa, della neutralità del clinico. I lavori di ricerca discussi nel corso della giornata di studio hanno tutti segnalato che la neutralità non esiste nelle pratiche comunicative quotidiane; gli attori coinvolti nello scambio comunicativo non possono che esprimere – più o meno consapevolmente – la propria prospettiva. A partire da questa constatazione, è necessario discutere il pregiudizio che identifica la rinuncia alla neutralità con l’assunzione di una comunicazione necessariamente manipolatoria. È bene essere chiari su questo passaggio: persuasione e argomentazione non sono sinonimi ineludibili di manipolazione. Al contrario, la pratica persuasiva o argomentativa è una pratica di conoscenza partecipata. Quella che proponiamo è cioè una nozione di argomentazione che non coincide con la pratica faticosa di chi formula un ragionamento corretto dal punto di vista logico-razionale; nella prospettiva che stiamo delineando, l’argomentazione è una forma naturale di ragionamento corretto in quanto è in grado di prendere in considerazione anche i bisogni dei pazienti in un percorso di accompagnamento e di cura. Ricadute, applicazioni, tecnologie Ponendo l’accento sulla dimensione argomentativo-dialogica sottolineiamo la sfida che la riflessione sulla comunicazione impone nell’ambito della cronicità. La sfida consiste nel considerare la comunicazione come costituita da strutture che si possono descrivere, analizzare, misurare e insegnare. A questa ricaduta teorica di carattere generale si accompagnano diverse ricadute pratiche e applicative. In primo luogo, sul piano della produzione del materiale informativo e della preparazione delle campagne informative. Come ha sottolineato Silvia Cavalieri (Linguistica inglese, Università di Milano – “La collaborazione tra medico e linguista: il caso della dieta ketogena”) rispetto all’importanza della comunicazione scritta, le strategie di divulgazione e di produzione di materiali diventano essenziali nella cronicità: la stesura dei testi dovrebbe essere modellata a seconda che ci si rivolga ai pazienti o alla formazione di operatori e clinici 15. Comunicare (nel)la Cronicità Ci sono poi delle ricadute più specifiche che riguardano l’ambito tecnologico. A questo proposito, Giuseppe Riva (Psicologia generale, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) e Serena Barello (Psicologia clinica, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano – “Tecnologie positive per il patient engagement”) hanno insistito sulla rilevanza della tecnologia positiva come approccio scientifico applicativo che utilizza le tecnologie per intervenire sull’esperienza dei pazienti. Adottando una prospettiva centrata su un processo olistico di gestione della salute e di interscambio dinamico tra cittadino e sistema sanitario, Riva e Barello lamentano l’assenza di linee guida condivise per la progettazione e realizzazione di tecnologie basate sui bisogni specifici dei pazienti nelle differenti fasi del processo di cura 16 17. Conclusioni Ciò che è emerso dalle presentazioni dei relatori e dalla vivace discussione che ne è seguita è la necessità di affrontare il tema della comunicazione nella cronicità adottando un approccio interdisciplinare e multidisciplinare che tenga conto delle differenti professionalità. In questo contesto di grande complessità – umana e professionale – gli strumenti metodologici offerti dalle discipline linguistiche e più in particolare dalla teoria dell’argomentazione sono fondamentali per supportare quelle decisioni condivise che possono migliorare l’aderenza alla terapia di pazienti sempre più autonomi e responsabili. Bibliografia Emanuel EJ, Emanuel LL. Four models of the physician-patient relationship. JAMA 1992;267:2221-6. 5 Epstein RM, Gramling RE. What is shared in shared decision making? Complex decisions when the evidence is unclear. Med. Care Res. Rev 2013;70(Suppl):94S-112. 6 Roter D, Hall J. Doctors talking with patients/Patients talking with doctors. Westport, CT: Praeger 2006. 7 Street RL Jr, Piziak VK, Carpentier WS, et al. Provider-patient communication and metabolic control. Diabetes Care 1993;16:714-21. 8 Giannini A, Garrouste-Orgeas M, Latour JM. What’s new in ICU visiting policies: can we continue to keep the doors closed? Intensive Care Med 2014;40:730-3. 9 Macagno F, Walton D. Classifying the patterns of natural arguments. Philos Rhetoric 2015;48:139-59. 10 Bigi S. Healthy reasoning: the role of effective argumentation for enhancing elderly patients’ self-management abilities in chronic care. In: Riva G, Ajmone Marsan P, Grassi C, editors. Active ageing and healthy living: a human centered approach in research and innovation as source of quality of life. Amsterdam: IOS Press 2014, pp. 193-203. 11 Gobber, G. Una nota sul contenuto proposizionale delle domande. L’Analisi linguistica e letteraria 2011;XIX:7-32. 12 Lamiani G, Strada I, Mancuso ME, et al. Factors influencing illness representations and perceived adherence in haemophilic patients: a pilot study. Haemophilia 2015, pp. 1-7. 13 Moja EA, Vegni A. La visita medica centrata sul paziente. Milano: Raffaello Cortina Editore 2000. 14 Cavalieri, S. Memoranda of Understanding (MoU): generic and syntactic aspects. In: Garzone G, Ilie C, editors. Genres and genre theory in transition: specialised communication across contexts and media. Boca Raton, Florida: Brownwalker Press 2014, pp. 135-49. 15 Bonaldi A, Vernero S. Slow Medicine: un nuovo paradigma in medicina. Recenti progressi in medicina 2015;106:85-91. 1 Barello S, Graffigna G. Engaging patients to recover life projectuality: an Italian cross-disease framework. Qual Life Res 2015;24:1087-96. Mulas MF, Cossu M, Dagani R, et al. Diabetologia misurata (più equa, più sobria, più giusta … più slow). MeDia 2015;15:201-4. 16 Musacchio N, Zilich R. Brain & Dia: la ricerca emozionale di AMD. Il Giornale di AMD 2013;16:254-64. 17 2 3 Charles C, Gafni A, Whelan T. Shared decision-making in the medical encounter: what does it mean? (or it takes at least two to tango). Soc Sci Med 1997;44:681-92. 4 Riva G, Gaggioli A, Villani D, et al. Positive technology for healthy living and active ageing. In: Riva G, Ajmone Marsan P, Grassi C, editors. Active ageing and healthy living: a human centered approach in research and innovation as source of quality of life. Amsterdam: IOS Press 2014, pp. 44-56. 151 Sezione di formazione per l’autovalutazione MeDia 2015;15:152-160 governo clinico Personalizzazione della Cura nel Paziente con Diabete Mellito tipo 2 nell’ambulatorio del medico di famiglia Riassunto Nel nostro ambulatorio di Medicina di Famiglia, in Puglia, a Taranto, la prevalenza del diabete mellito tipo 2 (DMT2) è del 9,6% sul totale della popolazione assistita, computando i dati in base alle diagnosi registrate dal medico e non sui dati amministrativi o su valutazioni indirette, che stimano una prevalenza desunta presumibile. Il livello di aderenza ai trattamenti da parte dei pazienti è apparso alto, tranne che per le terapie correttive delle dislipidemie, una significativa criticità, posta in rilievo come da attenzionare e portare a risoluzione, così come avviene anche presso i CD dagli Annali AMD, report 2012. Il benchmarking con i risultati nazionali in valori medi riportati dal Database Health Search - SIMG 2012 (della Medicina Generale) e dagli Annali dell’AMD 2012 (dei Diabetologi Italiani) è risultato nettamente favorevole al nostro lavoro per tutti i parametri esaminati, compreso lo “Score Q” (30,55 vs 24,70). I ricoveri ospedalieri direttamente correlabili alla malattia diabetica operati negli ultimi 2 anni sono risultati particolarmente contenuti. Marco Urago Medico di Famiglia Specialista in Endocrinologia, Presidente della SIMG di Taranto Parole chiave Personalizzazione delle cure Stratificazione secondo target diversificati Team strutturato Medicina di iniziativa Aderenza terapeutica GPwSIs Gestione integrata Scopo Sperimentare nell’ambulatorio del Medico di Medicina Generale con Speciali Interessi (GPwSIs) 23 un modello di “best practice” indirizzato a ottimizzare i livelli di performance gestionale a favore dei pazienti con diabete mellito tipo 2 (DMT2), seguendo le linee guida in concordanza con i Centri Diabetologici (CD), al fine di ridurre gli outcome finali (ricoveri, mortalità) 22 e liste di attesa. Premessa La personalizzazione delle cure nei pazienti diabetici è oggi universalmente accettata come una condizione irrinunciabile per ottenere uno stato di compenso del diabete auspicabile al fine di ritardare la comparsa o gli effetti delle complicanze, di eliminare gli eventi avversi e di ottenere una diminuzione dei ricoveri ospedalieri e della mortalità. Lo suggeriscono molti studi, a partire da ACCORD, ADVANCE e VADT 3, che inducono a diminuire i gravi rischi connessi alle ipoglicemie e all’“overtreatment”, in particolare nell’anziano 24, diversificando target glicemici e di pressione arteriosa, adattati alla singola persona secondo funzionalità renale, fragilità, comorbilità, presenza di complicanze, età anagrafica e di malattia. Resta fondamentale la correzione delle abitudini di vita, dell’assetto lipidico e abolizione del fumo, elementi strettamente legati al paziente in termini di compliance e aderenza terapeutica. 152 Indirizzo per la corrispondenza Marco Urago [email protected] Personalizzazione della Cura nel Paziente con DMT2 nell’ambulatorio del medico di famiglia Pazienti affetti da diabete tipo 2 = n. 100 Prevalenza 9,6% sulla popolazione totale di persone assistite Età media dei ricoverati = 74 anni 34 25 7 N. totale di ricoveri 2 Non dovuti Correlati Scompenso al diabete alle complicanze glicometabolico Ricoveri I dati dei ricoveri ospedalieri effettuati negli ultimi 2 anni (Fig. 1) indicano che 7 su 100 pazienti presentavano cause direttamente correlabili alle complicanze del DMT2, età media 74 anni, durata del diabete almeno da 14 anni e presenza di importanti comorbilità. Solo 2 hanno subito ricovero per scompenso glico-metabolico, entrambi totalmente “non aderenti” e resistenti sia alla corretta esecuzione della terapia che ai controlli, con abitudini voluttuarie (fumo e alcool) pessime, senza alcuna predisposizione al cambiamento. Figura 1. Ricoveri negli ultimi 2 anni. Materiali e metodi Medicina di iniziativa Dagli Standard Italiani 2010 e 2014 è stato rilevato il cronogramma dei parametri clinici da controllare per il follow-up dei pazienti. È stato ricavato un protocollo applicativo pratico con scadenziario disponibile in rete LAN per tutti gli operatori. Aperta la cartella clinica del singolo paziente ciascuno degli operatori riceve in sovrapposizione un avviso elettronico dei parametri in scadenza temporale da controllare. In questo modo il paziente, indipendentemente dalla motivazione, anche occasionale, che lo porta in studio, ha la possibilità di ricevere la prescrizione degli esami necessari al rispetto delle scadenze di follow-up, ovvero il controllo clinico con visita. L’avvio di questa operatività viene garantita dalla segretaria, dall’infermiera o dallo stesso medico. Coloro che non giungono in ambulatorio nei tempi previsti vengono invitati al controllo dalla segreteria. I pazienti non ambulabili vengono visitati in regime di ADP (Accessi Domiciliari Programmati) o ADI (Assistenza Domiciliare Integrata) dal medico e dall’infermiera, secondo le rispettive competenze. Collaborazione con i CD (specialisti) La collaborazione con i CD è avvenuta tramite vicendevole “lettera al Collega” e, nei casi che richiedevano un più sollecito intervento, tramite “telefonata diretta e lettera al Collega”. Non esiste infatti ancora in Puglia e nella nostra ASL una cartella clinica condivisa telematica. L’utilizzata modalità di comunicazione convenzionale o per così dire “classica”, pur non essendo attuale e/o esaustiva, ha funzionato grazie alla reciproca disponibile sensibilità personale dei diabetologi e del medico di famiglia. Abbiamo così cercato di superare una criticità importante esistente nel nostro territorio: le lunghe liste di attesa, anche in presenza dei PAC (Pacchetto Assistenziale Complesso), che andrebbero resi più efficienti. Continuiamo a credere che la “condivisione telematica” dei dati tramite la cartella clinica informatizzata, sulla base di un codificato PDT (percorso diagnostico terapeutico) regionale, derivato dalle linee guida nazionali e adattato alle realtà delle singole ASL, rappresenta un caposaldo obbligato per una integrazione efficiente, tesa a migliorare la gestione di una malattia multifattoriale così complessa come il diabete, che necessariamente coinvolge molteplici attori. È quanto stiamo sollecitando, avendolo proposto ai decisori politici in CTS (Comitato Tecnico Scientifico) regionale. Struttura dell’ambulatorio di Medicina Generale (Fig. 2) Medico (M) Il medico coordina e dirige il servizio in ambulatorio. Visita il paziente (P) e assume le decisioni cliniche e terapeutiche, in concordanza con il CD di riferimento. Le condivide con l’assistito, una volta stabiliti i target personalizzati da raggiungere, sulla 153 M. Urago CCM Strumenti informatici Medicina di iniziativa • Software gestionale Cartella clinica informatizzata orientata per problemi (CCiOP) Millewin con Add-on Mille Utilità Medico • Software per analisi, reportistica e audit Software gestionale per la Governance clinica pratica MilleGPG Hosp. M CD P P Collaboratrice di studio Recall pazienti e controllo prescrizione S Specialisti I Infermiera Care Manager Figura 2. Struttura dell’ambulatorio di Medicina Generale. scorta delle linee guida, e scelto il grado di forza dei trattamenti, temperati o aggiustati secondo la funzionalità renale, la presenza di crisi ipoglicemiche, le comorbilità e fragilità. Impartisce le indicazioni educazionali per indirizzare il comportamento alla giusta modalità di esecuzione della terapia, in particolare quella insulinica, del self-monitoring “strutturato” e del controllo delle abitudini di vita. L’intervento educazionale verrà ripreso dall’infermiera CM (care manager), presente alla visita. Collaboratore di studio (segretaria) (S) La segretaria accoglie il paziente. Sulla cartella clinica informatizzata orientata per problemi (CCiOP), effettua una prima verifica della regolarità delle assunzioni farmacologiche e dei presìdi terapeutici attraverso un “numeratore posologico” e un “calendario cronologico” in dotazione al software. La segretaria inoltre si occupa della registrazione dei dati in cartella, insieme all’infermiera, e dei “recall” alla visita dei pazienti in trattamento cronico. Si ottiene così una prima idea oggettiva dell’aderenza al trattamento. Il paziente sarà quindi affidato al CM con i dati raccolti. Infermiera (CM) (I) Riceve il paziente su segnalazione della segretaria (S). Nel follow-up provvede a controllare l’avvenuta esecuzione degli esami richiesti e alla registrazione del dato, ovvero li rileva sul suo PC, compreso il “self-monitoring”, evidenziando i dati patologici e le criticità difformi dal protocollo, stabilito in precedenza con il medico. Controlla e registra la pressione arteriosa, il ritmo e la frequenza cardiaca, l’indice di massa corporea (BMI) e la circonferenza vita. Nel colloquio con il paziente rileva eventuali difficoltà a seguire corretti stili di vita e rinnova brevi mes154 saggi educazionali. Verifica l’aderenza alle cure controllando nei tempi e nei modi la corretta assunzione dei farmaci. In caso di terapia con insulina precisa “sedi e circolarità” di somministrazione, nonché le modalità di assunzione in rapporto con i pasti e l’attività fisica. Ricerca la presenza di sintomi di ipoglicemia, soprattutto in caso di terapia con insulina e/o sulfaniluree. Registra il VFG (velocità di filtrazione glomerulare) calcolato in automatico dal PC con formula EPI-CKD, MDRD e Crockoft. Appronta sul software gestionale i controlli clinici mancanti come da protocollo e li sottopone alla verifica e firma del medico. Sintetizza i livelli di aderenza ai trattamenti e le criticità: fornisce al paziente gli opportuni primi suggerimenti tendenti al miglioramento. Presenzierà alla successiva visita del paziente da parte del medico, a cui rapporterà con l’ausilio del PC in rete, tutti i dati raccolti e le relative segnalazioni di criticità, per le decisioni cliniche finali. Metodi Nel lavoro, di durata superiore ai 18 mesi, è stata tenuta in cura integrata e in osservazione l’intera popolazione dei pazienti assistiti con DMT2. Sono stati registrati gli esami laboratoristici e strumentali previsti dalle linee guida (Standard Italiani SID-AMD 20101, prima, e 2014, poi) e dalle raccomandazioni derivate dalla letteratura internazionale 4-6 . La terapia, prescritta in condivisione con i CD, è stata adattata alle caratteristiche cliniche del paziente. Sono state considerate e misurate le comorbilità, l’aspettativa di vita e l’età, la durata della malattia, la presenza di complicanze maggiori, la fragilità, ponendo particolare attenzione alla funzionalità renale e all’entità e numero degli episodi ipoglicemici, do- Personalizzazione della Cura nel Paziente con DMT2 nell’ambulatorio del medico di famiglia 53 47 319 180 17 12 1 1 0 0 1 16 15 16 10 4 2 5 152 184 108 29 31 67 26 32 0 2 5 35 45 55 65 75 85 > 85 14 36 46 56 66 46 > 85 7 14-3536-45 46-5556-6566-7576-85 > 85 Tot Figura 3. Stratificazione per età e sesso dei diabetici assistiti (in rosso le donne). Figura 4. Confronto numerico tra popolazione totale e diabetica assistita per fasce di età. cumentati dal “self monitoring strutturato” della glicemia. I target da raggiungere sono stati diversificati secondo le peculiari caratteristiche cliniche e socio-sanitarie dei pazienti suddivisi in gruppi. Sono stati avviati alla correzione i soggetti giudicati non a target secondo il “cluster” di appartenenza, raggiungendo livelli di performance elevati per gli indicatori di esito intermedio PA a target “personalizzato” (89% dei pazienti diabetici assistiti) e HbA1c ≤ 7 (70%), tanto da dover rimodulare quest’ultimo a valori target me- no “aggressivi” per ridurre l’“overtreatment” dei pazienti a maggior rischio di ipoglicemia e più fragili. Ultimi 6 mesi 100 96 Risultati Nella stratificazione secondo età e sesso (Fig. 3) (età > 14 anni) prevalgono in totale le donne diabetiche, diversamente dalle statistiche a valenza epidemiologica nazionale. Ultimi 12 mesi 98 99 92 100 100 100 80 Report personale 60 Health Search 2012 40 Annali AMD 2012 20 0 HbA1c PA CKD-EPI µ Alb. LDL BMI Fumo Figura 5. Registrazione dati ed esami eseguiti. 155 M. Urago Tabella I. Benchmarking del report personale vs i Db HS-SIMG e AMD anno 2012. HbA1c PA CKD-EPI o creatinina* Albuminuria LDL BMI Fumo Personale 96a 98a 99b 95b 100b 100b 100b HS-SIMG* 68,8b 48,6b 72,6c 40,8c 44,5c 49,2d 88,5e AMD* 92,3 77,8 44,1 38,8 73,8 Val registrati % di pazienti b b b b b Registrazioni: a = ultimi 6 mesi; b = ultimo anno; c = ultimi 15 mesi; d = ultimi 24 mesi; e = sine die. Appare scontato che con l’avanzare dell’età la popolazione diabetica raggiunge una prevalenza molto alta rispetto alla corrispondente fascia di età della popolazione generale, sopra i 65 anni dal 28,70 sino al 38,81% nell’età più avanzata, dopo essere giunta già al 15,76% nella fascia 56-65 anni (Fig. 4). Risulta invece più interessante in questa popolazione l’andamento distributivo nelle fasce più giovani (in particolare sotto i 46 anni) ove i pazienti risultati affetti da DMT2 sono in numero molto basso. Questo dato è confermato dall’andamento nel database Health Search - SIMG dei medici di famiglia in Italia, con numero medio nettamente inferiore rispetto a quello delle corrispettive fasce di età riportato negli annali AMD 2012. Per la prevenzione tornerebbe pertanto utile ricercare in forma attiva il diabete, prevalentemente asintomatico, in tutte le categorie a rischio, come suggeriscono le linee guida, e in particolare nei pazienti con obesità, data l’alta prevalenza in Puglia di questa patologia. 70% dei pazienti con HbA1c < 7% vs 48,3% AMD vs 56,7% HS SIMG 46 Allora il dato epidemiologico già alto tenderebbe a crescere ulteriormente. Indicatori di processo La registrazione dei risultati degli esami richiesti secondo il cronogramma delle linee guida ed eseguiti dai pazienti è stata effettuata nella quasi totalità dei pazienti diabetici (Fig. 5). Il confronto effettuato con i valori medi riportati nei database della Medicina Generale Health Search-SIMG (HS-SIMG Report 2012) 10 e dei Diabetologi Italiani Annali AMD (Report 2012) 11 mostra una netta prevalenza a favore del report personale nella registrazione dei dati (Tab. I). Indicatori di esito intermedio Controllo glicemico Il controllo glicemico è stato effettuato tramite il controllo perio- 46 Tot A target No target 29 18 11 4* 5* 9 17 7 18 15 11 7 Non Oltre reg. 6 mesi ≤ 6,5 6,6-7 7,1-7,5 7,6-8,5 > 8,5 Classi di HbA1c (val.%) * Pazienti esclusi dal computo. Figura 6. Persone (91) suddivise in 5 classi di HbA1c% misurata negli ultimi 6 mesi. 156 ≤ 6,5 9 3 4 6,6-7 7,1-7,5 7 7 7 2 7,6-8,5 > 8,5 Classi di HbA1c (val.%) Figura 7. Quintili di persone con DMT2 sottostratificati in 2 sottogruppi di HbA1c% “a target” e “non a target”. Personalizzazione della Cura nel Paziente con DMT2 nell’ambulatorio del medico di famiglia Tabella II. Personalizzazione del target glicemico nei pazienti diabetici assistiti. Cluster di HbA1c in val. % ≤ 6,5 6,6-7 7,1-7,5 7,6-8,5 > 8,5 Pazienti non a target (33) 17/46 3/18 4***/11 2/9 7/7 2*/5 1**/2 1/2 0/2 0/2 4 1 (val. 7,6%) 2 1 (val. 8,2%) 2 Pazienti con eventi ipoglicemici (13) Classi (range#) di HbA1c % Target “ad personam” entro cui riportare i soggetti a rischio 6,5-7 2 6,5-7,5 4 7-8 6 1 7,5-8,5 5 2 3 # Classi di valori personalizzati in funzione di: età, durata malattia e aspettativa di vita, comorbidità e/o complicanze significative, rischio di ipoglicemia, fragilità (quantificazione individuata con CCI 8 e 4YPI 9). Range tratti dagli hot topic dell’EASD 2014 e dalle raccomandazioni del PDT per il “trattamento dell’iperglicemia nell’anziano con DM” in delibera della Regione Puglia nov. 2014 17; * Errori posologici compiuti dal paziente o dal caregiver; ** In terapia insulinica Basal Bolus 1 evento grave, risolto senza ospedalizzazione; *** Valore mediano di HbA1c 7,4%. dico della emoglobina glicata secondo la periodicità suggerita dalle linee guida e l’autocontrollo glicemico “strutturato” 12 13 . I pazienti diabetici con valore < 7% sono risultati essere 64/91 pari al 70% (vs il valore medio 48,3% degli Annali AMD 2012 e vs 56,7% di HS-SIMG, Report 2012) (Fig. 6). È stata successivamente operata una stratificazione in “quintili” suddividendo la popolazione dei 91/100 pazienti diabetici, con HbA1c registrata negli ultimi 6 mesi, in cinque RR Molto alto classi con valori percentuali di HbA1c corrispettivi di ≤ 6,5; 6,67,0; 7,1-7,5; 7,6-8,5; > 8,5. I soggetti di ogni “quintile” sono stati ulteriormente stratificati in 2 sottogruppi a seconda che sia stato raggiunto o non raggiunto il “target personalizzato” (Fig. 7). I pazienti a maggior rischio di morbilità/mortalità cardiovascolare (CV) 15 e/o di ipoglicemia 14 sono stati individuati tenendo conto dei parametri: età, durata malattia e aspettativa di vita, Stadi dell’albuminuria, descrizione e range (mg/g) A1 A2 A3 Ottimale e alta normale Alta Molto alta e nefrosica RR Alto RR Moderato RR Basso < 10 Fasi VGF, descrizione e range (ml/min per 1,73 m2) 10-29 30-299 300-1999 ≥ 2000 > 105 G1 Molto alto e ottimale G2 Lieve G3a Lieve-moderato 45-99 G3b Moderato-grave 30-44 G4 Grave 15-29 G5 Insufficienza renale < 15 90-104 75-89 60-74 Figura 8. Stadiazione della MRC da KDIGO 2009 7 - RR di ESRD e CV. 157 M. Urago Prima mattina (spot) Urine delle 24 ore: l’escrezione urinaria di albumina, mg/24 ore Concentrazione di albumina urinaria, mg/L < 30 < 20 Normoalbuminuria Microalbuminuria 30-300 20-200 Macroalbuminuria > 300 > 200 Albumina: tasso di creatinina Sesso Uomo mg/mmol mg/g < 2,5 < 20 Donna < 3,5 < 30 Uomo 2,5-25 20-200 Donna 3,5-35 30-300 Uomo > 25 > 200 Donna > 35 > 300 Figura 9. Albuminuria: modalità di misurazione utilizzata 18. 34N RR Molto alto RR Alto RR Moderato RR Basso 16N 4P1 1P2 1 G1 16P1 14N 3 Dialisi 4N 2 1P2 1 1P2 G2 G3a G3bG4 G5 1N 1P1 Stadi dell’albuminuria: N: normale-bassa 19-21 P1: alta (micro-albuminuria) P2: molto alta (macro-albuminuria) : albuminuria non misurata Questa suddivisione in 4 classi di rischio (basso, moderato, alto, molto alto), tratta dai criteri classificativi della National Kidney Fundation (Q/ DOQI) 7, è stata operata per stabilire il grado della riduzione della funzione renale in rapporto al rischio relativo di progressione dei pazienti diabetici assistiti verso la ESRD e la morbilità/mortalità CV. Figura 10. Numero pazienti stratificati secondo il RR ESRD e CV. 158 comorbidità e/o complicanze significative, fragilità 16, nonché dei dati rilevati dal “selfmonitoring” strutturato periodico ovvero della compresenza di terapia con insulina e/o sulfaniluree e del grado di MRC (malattia renale cronica). Successivamente a questi pazienti appartenenti al sottogruppo “non a target” nel singolo “cluster” (quintile) di HbA1c%, è stato attribuito un nuovo target di emoglobina glicata da considerare come obiettivo glicemico da mantenere, in un range di valori tratto dagli hot topic EASD 2014, secondo le personali caratteristiche cliniche e la quantificazione del rischio di mortalità/ morbilità e fragilità calcolato rispettivamente con il CCI (Charlson Comorbidity Index) 8 e con il 4YPI (Four Years Prognostic Index) 9 (Tab. II). Stratificazione dei pazienti con DMT2 secondo gli stadi della MRC (Figg. 8, 9) I soggetti sono stati distribuiti in 6 gruppi (G1, G2, G3a, G3b, G4, G6) secondo il VFG calcolato con il metodo CKD-EPI e rapportato all’assenza/presenza di albuminuria, secondo i valori standard di riferimento su urine spot del mattino 18. Questa stratificazione ha sostituito gli stadi in ACR, metodica non utilizzata dai nostri laboratori di riferimento. La finalità di “buona pratica clinica “ è quella di attenzionare i pazienti in merito al rischio aumentato di ipoglicemia e al target ottimale della pressione arteriosa, oltre che al rischio di morbilità/mortalità CV, tutte condizioni dipendenti anche dal grado di decremento della funzionalità renale, vista come riduzione del VFG e dalla presenza di micro-albuminuria o di franca macro-albuminuria. Abbiamo operato una sottoclassificazione tra i soggetti (n. 69) classificabili nello stadio N dell’albuminuria, includendo coloro che presentavano VFG nei limiti della normalità (classi G1N + G2N), e abbiamo individuato in 23 di essi un valore compreso tra 10 e 20 mg/L nelle urine spot, in quel range normale ma non ottimale, che Personalizzazione della Cura nel Paziente con DMT2 nell’ambulatorio del medico di famiglia Tabella III. Pressione arteriosa (Standard italiani 2014). PAS PAD Sì target PAS Sì target PAD No target PAS No target PAD No target PASD N. tot 2 3 66 4 29 Obiettivo generale < 140 < 90 62 61 1 Pazienti selezionati* < 130* < 80* 24 25 1 Anziani** < 150 < 90 1 1 1 1 1 3 87 87 3 3 8 98 N. totale * Diagnosi recente, giovani, dai pazienti con microalbuminuria, elevato rischio di ictus; ** Con grande attenzione agli elementi di fragilità. N. pazienti A target No target 100 AMD 57,5% 53 47 34 24 N. totale 19 Statine sì 23 Statine no Target < 100 mg/dl e < 70 mg/dl nei pazienti con storia di IMA o cardiopatia ischemica. Sono risultati a target 47 soggetti. La totale percentuale raggiunta, per confronto, è appena più alta della media riportata dagli Annali AMD 2012 e riferita ai CD italiani e superiore al database dei ricercatori italiani HS-SIMG (entrambi comunque fanno riferimento a un cut-off unico “meno stringente” di 100 mg/dl). Figura 11. Controllo delle LDL con o senza terapia. potremmo far rientrare nella “Low-Grade Albuminuria” 19. Di questa abbiamo voluto esasperare appositamente il concetto al fine di aumentare il nostro livello di attenzione con scopo preventivo a favore di quei soggetti diabetici nei quali può associarsi un aumento della morbilità/mortalità CV 20 21, come sottolineato anche nell’ultimo Congresso EASD 2014. Consi- derando che solo 5 soggetti non presentavano affatto microalbuminuria, se si sommano i pazienti classificabili nella condizione di “Low-Grade Albuminuria” a coloro risultati a rischio più elevato (moderato, alto e molto alto), ben 2/3 della totale popolazione diabetica assistita (66/100) va tenuta a più stretto controllo, seppure con diverso grado di intensità, riferito alla progressione della MRC, al rischio CV, al rischio ipoglicemico e al target adeguato della pressione arteriosa. Controllo della pressione arteriosa (Tab. III) Sono risultati a target personalizzato 87/98 diabetici ovvero il 89% della popolazione diabetica assistita, un risultato spiegabile con la maggiore possibilità di rivedere spesso i pazienti che ha il medico di famiglia, aiutato dall’infermiere, applicando una medicina di iniziativa con attento monitoraggio della pressione arteriosa. Controllo delle LDL (Fig. 11) Resta una criticità il numero alto di pazienti non a target (53/100) che non assumono statine (34) o che, pur assumendole, non raggiungono l’obiettivo auspicabile (19). Tale dato conferma quello già marcato nel database degli Annali AMD 2012, ove il valore medio riportato dai CD dei soggetti non trattati è del 57,5% (nonostante il “cut-off” più alto di LDL ≥ 130 mg/ dl). Segno questo che dà l’indicazione a intervenire farmacologicamente, laddove necessario, con prescrizione appropriata o aggiustando le dosi o favorendo l’incremento dell›aderenza ai trattamenti prescritti. Il punteggio complessivo “SCORE Q” raggiunto è di 30,55 vs 24,7 (punteggio medio dei CD Italiani) (cfr. Annali AMD 2012). Conclusioni Nell’ambulatorio del medico di famiglia il “team strutturato” sul modello del CCM, con collaboratore infermiere CM e personale di segreteria, può praticare una “Medicina di iniziativa” efficace e può raggiungere buoni livelli di “Best Practice”. Si può così ottenere, in integrazione con i CD, un miglioramento dell’aderenza alle cure, degli indicatori di esito intermedio e una riduzione dei rischi dell’“overtreatment”, connessi alle complicanze CV e alla mortalità, soprattutto negli anziani. 159 M. Urago La nuova figura di GPwSIs ben si adatta, e può diventare strategica, nel contesto delle Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT) previste dalla Legge n. 158 del 13/09/2012, ove le reti territoriali di medici di medicina generale devono erogare l’assistenza tramite l’integrazione concorde con la medicina specialistica ed i servizi sociali, con le quali è indispensabile realizzare una “gestione a rete integrata”. Finalizzare alla “buona pratica clinica” la “personalizzazione” delle cure e l’atteggiamento pro-attivo, ispirandosi alle evidenze scientifiche, dovrebbe diventare patrimonio comune al diabetologo e al medico di famiglia per garantire agli interventi effettuati efficacia duratura e persistente nel tempo, indispensabile per mirare a migliorare la qualità di vita ed a ridurre le complicanze e le loro conseguenze sulla persona e sul sistema socio-sanitario. 10 Ringraziamenti Questo lavoro è stato possibile grazie all’operosa collaborazione di L. Franzoso (infermiera, socio SIMG Taranto, Care Manager presso l’ambulatorio del dott. Urago). Un ringraziamento per il prezioso contributo rivolgiamo a F. Murianni, Segretaria di Studio Medico. 16 Bibliografia http://www.aemmedi.it/pages/linee-guida_e_raccomandazioni/ 1 AMD - SID http://www.standarditaliani.it/. 2 Skyler JS, Bergenstal R, Bonow RO, et al. Intensive glycemic control and the prevention of cardiovascular events: implications of the ACCORD, ADVANCE, and VA diabetes trials: a position statement of the ADA and a scientific statement of the ACCF and the AHA. ADA; ACCF; AHA. Circulation 2009;119:351-7. 3 Standards of Medical Care in Diabetes – 2013. Diabetes Care 2013;36(Suppl 1). 4 Standards of Medical Care in Diabetes – 2014. Diabetes Care 2014;37(Suppl 1). 5 Standards of Medical Care in Diabetes – 2015. Diabetes Care 2015;38(Suppl 1). 6 http://www.kdigo.org/clinical_practice_guidelines/pdf/CKD/KDIGO_2012 7 VII Report Health Search. Istituto di Ricerca della SIMG 2011/2012, novembre 2012. Annali AMD 2012 - Analisi prospettica degli indicatori di qualità dell’assistenza del diabete in Italia (2004-2011). 11 http://www.aemmedi.it/algoritmi_it_2014/ 12 IDF Guideline on Self-monitoring of Blood Glucose in Non-Insulin Treated Type 2 Diabetes http://www.idf.org/guidelines/self-monitoring 13 Giorda CB, Aspetti clinici delle ipoglicemie nel diabete di tipo 1 e di tipo 2. Il giornale di AMD 2013;16(Suppl 2):7-15. 14 Mannucci E, Monami M, Lamanna C, et al. Prevention of cardiovascular disease through glycemic control in type 2 diabetes: a metaanalysis of randomized clinical trials. Nutr Metab Cardiovasc Dis 2009;19:604-12. 15 Sue Kirkman M, Briscoe VJ, Clark N, et al.; Consensus Development Conference on Diabetes and Older Adults. Diabetes in older adults: a consensus report. J Am Geriatr Soc 2012;60:2342-56. Trattamento dell’iperglicemia nella persona anziana con diabete mellito. Giorgino F, Cignarelli M, De Cosmo S, Laviola L, Gentile F, Commissione Appropriatezza Regione Puglia. Deliberazione della Giunta Regionale 21 ottobre 2014, n. 2166. 17 Lambers Heerspink HJ, Brantsma AH, de Zeeuw D, et al. Albuminuria assessed from first-morning-void urine samples versus 24-hour urine collections as a predictor of cardiovascular morbidity and mortality. Am J Epidemiol 2008;168:897-905. 18 Danziger J. Importance of low-grade albuminuria. Mayo Clin Proc 2008;83:806-12. 19 Li MF, Tu YF, Li LX, et al. Low-grade albuminuria is associated with early but not late carotid atherosclerotic lesions in community-based patients with type 2 diabetes. Cardiovasc Diabetol 2013;12:110. 20 Hong JW, Ku CR, Noh JH, et al. Association between low-grade albuminuria and cardiovascular risk in Korean adults: the 2011-2012 Korea National Health and Nutrition Examination Survey. PLoS One 2015;10:e0118866. 21 Giorda C, Picariello R, Nada E, et al. The impact of adherence to screening guidelines and of diabetes clinics referral on morbidity and mortality in diabetes. PLoS One 2012;7:e33839. 22 Medea G., Cricelli C. Nuove forme organizzative della Medicina Generale e “Medici con Speciali Interessi”. Rivista SIMG 2015;(1):3-5. Family Practice Notebook. http://www.fpnotebook.com/prevent/Exam/ChrlsnCmrbdtyIndx.htm 23 Lee SJ1, Lindquist K, Segal MR, et al. Development and validation of a prognostic index for 4-year mortality in older adults. JAMA 2006;295:801-8. 24 8 9 160 Lipska KJ, Ross JS, Miao Y, et al. Potential overtreatment of diabetes mellitus in older adults with tight glycemic control. JAMA Intern med 2015;175:356-362. MeDia 2015;15:161-164 CASO CLINICO Alberto, un Architetto davvero “Di Peso” Dopo venti diete, la ventunesima gli ha portato via ventitré chili e l’insulina Angelo Frascati Premessa Medico di Medicina Generale, Chioggia (VE) L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce l’obesità come una “epidemia globale”. Il sovrappeso è responsabile in Europa di più di un milione di morti e di dodici milioni di anni-vita di malattia ogni anno. I CDC (Centers for Diseases Control) di Atlanta, inoltre, calcolano che l’obesità è la seconda causa di morte prevenibile ed è prossima a diventare la prima. Le malattie croniche legate all’obesità (metaboliche, cardiovascolari, oncologiche, ecc.) causano circa il 60% di tutte le morti ogni anno e rappresentano il 45,9% di tutti i problemi di salute pubblica nel mondo. La complessità della patogenesi (genetica, comportamento, influenze socio-culturali) insieme alla scarsa disponibilità di poche terapie farmacologiche rende spesso difficile un approccio evidence-based unificato con buone possibilità di successo. In questo scenario la dieta proteica (VLCD) offre una possibilità terapeutica importante, se gestita correttamente. Negli anni ’70 George Blackburn presentò il primo protocollo di una dieta proteica (DP) a bassissimo contenuto calorico 1. Egli giunse a concludere che regimi dietetici nei quali si fosse ridotta la quantità dei carboidrati e dei grassi, garantendo il fabbisogno ideale di proteine, inducendo la produzione di corpi chetonici, si sarebbero ottenuti delle perdite di peso, in maniera fisiologica, in pazienti in sovrappeso e obesi, migliorando i risultati ottenuti con le diete fino ad allora praticate. In Europa, in particolare in Francia e in Paesi francofoni, nel tempo furono ulteriormente perfezionati i prodotti proteici sia per quanto riguarda le fonti (caseina, albumina, soia) sia per le caratteristiche di organoletticità. Marineau introdusse il “jeune proteiné” (digiuno proteico) 2 creando una netta distinzione dal metodo Blackburn e dalle diete iperproteiche stile Atkins 3. Brodof calcolò che, fino al 1992, 10-15 milioni di persone erano state trattate con metodi che si rifacevano alla DP. Nel 1993 il Ministero della Salute Americano, attraverso una task force, convalidò la sicurezza e l’efficacia del protocollo 4, però sotto esclusivo controllo medico. Nel 2001 Anderson 5 pubblicò uno studio su 4292 persone concludendo che i pazienti a 5 anni, dopo una DP mantenevano significativamente la perdita di peso e con più successo rispetto ai soggetti trattati con una dieta ipocalorica bilanciata. Nel 2003 il Ministero Finlandese nel programma per la prevenzione dell’obesità associata a fattori di rischio (diabete tipo 2, intolleranza al glucosio, dislipidemia, ipertensione) per il periodo 2003-2010 posizionò la DP come terapia di prima scelta 6. Obiettivi Approfondire le conoscenze sulla Very Low Calorie Diet (VLCD), le sue indicazioni e controindicazioni e i risultati attendibili Parole chiave Dieta proteica (DP) Dieta chetogenica Very Low Calorie Diet (VLCD) Indirizzo per la corrispondenza Angelo Frascati [email protected] 161 A. Frascati Step 1 Alberto, architetto di 62 anni è affetto da obesità da molti anni. Nella sua famiglia la tendenza al sovrappeso o all’obesità è ricorrente. Padre affetto da iperglicemia a digiuno, obesità e ipertensione arteriosa, morto per ictus emorragico a 84 anni. Madre deceduta a 85 anni per insufficienza renale acuta, era affetta da cardiopatia valvolare reumatica, cardiopatia ischemica-ipertensiva, diabete tipo 2 di lieve entità negli ultimi mesi di vita, aveva vissuto lunghi periodi di sovrappeso/obesità. Due zii materni diabetici. Alberto alla nascita pesava 4,8 kg e a 14 anni oltre 90! Poi praticò il basket a livello agonistico fino ai 19 anni, pesando 83-85 kg. Iscritto all’Università smise di fare sport a livello agonistico. A 21 anni pesava 100 kg, a 30 anni 105. Dopo i 30 anni, assorbito dalla sua professione, assunse uno stile di vita ancora più sedentario e il suo peso aumentò gradualmente. – – – – Step 2 Alberto a 40 anni inizia una terapia antipertensiva per l’insorgenza d’ipertensione arteriosa sisto-diastolica. A 45 anni, in seguito a una donazione di sangue, rileva, improvvisamente, glicosuria; viene fatta diagnosi di diabete mellito tipo 2 e inizia terapia con ipoglicemizzanti orali. A 56 anni, non riuscendo a controllare i valori glicemici, aggiunge alla terapia insulina glargine la sera; a 59 anni aggiunge insulina lispro ai tre pasti. Nell’autunno del 2012, a 60 anni, pesa 116 kg (alto 183 cm, BMI [indice di massa corporea] 34,7) e non riesce a controllare in nessuna maniera i valori glicemici, anche se da tempo è attento alla dieta, ma si dedica molto poco all’attività fisica. Alberto ha seguito diverse diete per perdere peso, ma con risultati limitati nel tempo e con rapido ritorno al peso iniziale. I controlli cardiologici e del fundus oculi sono sempre nella norma. Un eco addome superiore rileva una steatosi epatica. È affetto da un’importante sindrome delle apnee notturne documentata da una polisonnografia. A questo punto Alberto si rivolge al suo medico di famiglia, esperto in disordini della nutrizione, che gli propone di seguire un programma basato su un protocollo dietetico VLCD. Domanda Quali sono le indicazioni per poter eseguire un programma dietetico basato sulla VLCD? Risposta • Sovrappeso e obesità. • Sovrappeso e obesità associati a fattori di rischio. – Diabete tipo 2. Henry e Gubiner hanno dimostrato l’efficacia della VLCD nel diabete tipo 2. Amartruda ha dimostrato che la VLCD è in grado di migliorare il controllo 162 – – – del diabete 2 (glicemia, emoglobina glicata e sensibilità all’insulina). Ipercolesterolemia, ipertrigliceridemia, sindrome metabolica. Secondo gli studi di Case, la VLCD consente un netto miglioramento dei parametri legati alla sindrome metabolica. Dhindsa ritiene che: “la DP dovrebbe essere presa in maggiore considerazione nella difficile cura della sindrome metabolica” e Pekkarinen che: “la DP permette un’efficace perdita di peso e una concomitante diminuzione del rischio cardiovascolare”. Asma. Hakala, nella rivista CHEST, rapporta gli effetti positivi della DP sul peak flow con una diminuzione significativa della sindrome ostruttiva. Apnea del sonno. Suratt e Lojander, pubblicano delle ricerche dove dimostrano come la DP possa, con la perdita di peso ottenuta, risolvere o ridurre significativamente gli episodi d’apnea del sonno. Patologie dell’apparato locomotore. Soprappeso e obesità sono responsabili a medio e lungo termine di patologie dell’apparato locomotore. Adiposità localizzate. Sindrome dell’ovaio policistico. Andersen, Mavroupulos e Van Dam dimostrano che, con l’adozione di un protocollo VLCD, nelle donne in sovrappeso o obese, affette da sindrome dell’ovaio policistico, aumento della resistenza insulinica e iperinsulinemia, vi siano risultati soddisfacenti per la riduzione del peso corporeo, il testosterone libero, il rapporto LH/FSH e i livelli d’insulina a digiuno. Prima d’interventi chirurgici negli obesi. Pekkarien, prima d’interventi chirurgici nei grandi obesi, consiglia di utilizzare la VLCD per la rapida e importante perdita di peso senza che si abbia un abbassamento delle difese immunitarie. Domanda Quali sono le controindicazioni a un programma dietetico basato sulla VLCD? Risposta • Insufficienza renale. Un paziente con insufficienza renale è obbligato a diminuire notevolmente il suo apporto proteico. Una creatininemia > 1,5 mg/dl rappresenta una controindicazione assoluta alla VLCD normoproteica. • Insufficienza epatica grave. Il 60% degli acidi grassi subisce un processo di beta-ossidazione a livello epatico, la VLCD è controindicata in caso d’insufficienza epatica grave. • Il diabete mellito tipo 1. In questi pazienti la produzione di corpi chetonici è pericolosa per il rischio di una chetoacidosi diabetica. Pertanto la VLCD rappresenta una controindicazione assoluta. • Blocco atrio ventricolare (QT > 0,44 ms), fibrillazione atria- Alberto, un Architetto davvero “Di Peso” • • • • • • • • le, aritmie maggiori. Un’errata osservanza delle posologie di potassio e di magnesio, durante la VLCD, è sempre possibile, è dunque preferibile escludere dal protocollo questi pazienti a potenziale rischio cardiaco. Insufficienza cardiaca. Nel caso di un’errata gestione del sodio, nella VLCD, un’eventuale ipovolemia potrebbe essere responsabile dell’aggravamento dei problemi cardiovascolari preesistenti. Infarto e incidente cerebrovascolare nei 12 mesi precedenti. Gravidanza e allattamento. Disturbi psichiatrici gravi. Neoplasie evolutive. Rappresentano una controindicazione assoluta alla VLCD perché favoriscono un’importante proteolisi. Ragazzi/e in periodo di crescita. Di fronte agli elevati fabbisogni in macro nutrienti e in micro nutrienti, la prescrizione di una VLCD nell’adolescenza deve essere riservata ai medici molto esperti. Anziani. La chetogenesi accentua la proteolisi che si riscontra fisiologicamente oltre i 65 anni. Si tratta comunque di una controindicazione relativa in quanto è opportuno valutare il rapporto costo-beneficio nei pazienti con patologie collegate all’obesità. Terapia con corticosteroidi prolungata. Step 3 Alberto accetta di seguire il programma propostogli dal suo medico di famiglia e inizia il protocollo dietetico VLCD 7. Prima fase Nelle prime otto settimane il protocollo prevede una fase di dimagrimento che associa: • una dieta a contenuto calorico molto basso (< 800 calorie), ipoglucidica (< 50 g di glucidi al giorno) e ipolipidica (da 12 a 15 g di grassi mono e poli insaturi); • un’integrazione quantitativamente normo-proteica ottenuta attraverso degli integratori proteici (apporto proteico da 1 g a 1,5 g per kg di peso ideale); • una complementazione micronutrizionale (vitamine, minerali, oligoelementi) conforme agli RDA. In questa prima si ottiene una rapida perdita di massa grassa (con preservazione della massa magra), in assenza di fame e di stanchezza, utilizzando una strada metabolica fisiologica: la chetogenesi controllata. In questa fase l’attività fisica deve essere leggera (passeggiate a piedi e in bicicletta, …). Dopo questa prima fase Alberto perde 17,8 kg con una diminuzione di 5.4 punti di BMI (Tab. I). Seconda fase In questa fase, di transizione, si reintroducono gradualmente degli alimenti sia a livello quantitativo (in modo d’aumentare progressivamente la razione calorica per rialzare il metabolismo) che qualitativo (con la reintroduzione progressiva dei glucidi a medio/basso indice glicemico, onde evitare l’oscillazione della secrezione insulinica). Questa fase, della stessa durata di quella del dimagrimento, ha un duplice scopo: evitare la ripresa ponderale e rieducare il paziente ad una corretta alimentazio- Tabella I. Quadro sintetico delle variazioni avvenute durante il regime dietetico VLCD e fino a 16 mesi dopo il termine dello stesso. Circonf. Peso addome BMI cm Inizio DP Dopo 8 settimane 115,8 98,0 116 108 34,7 29,3 PAO 142/68 124/62 HbA1c LDL Uricemia Creatinina % mg/dl mg/dl mg/dl 8,1 7,1 64,2 7,6 60,6 Terapia assunta 0,9 Olmesartan 40 mg; furosemide 25 mg; atenololo 50 mg; glimepiride 4 mg; metformina 1000 mg x 2; insulina lispro 10 + 25 + 25 U; insulina glargine 35 U; ASA 100 mg; simvastatina 40 mg 0,7 Olmesartan 20 mg; furosemide 25 mg; atenololo 50 mg; metformina 500 + 1000 mg; ASA 100 mg;simvastatina 20 mg; macrogol 10 g, al bisogno Dopo 16 settimane Fine DP 92,8 104 27,7 120/56 6,6 48,2 5,1 0,7 Olmesartan 20 mg; furosemide 12,5 mg; metformina 500 mg x 2; ASA 100 mg; simvastatina 40 mg; macrogol 10 g, al bisogno Dopo 16 mesi 96,4 107 28,8 136/64 6.9 60 5 0,7 Olmesartan 40 mg; furosemide 12,5 mg; metformina 850 mg x 2; ASA 100 mg; simvastatina 20 mg 163 A. Frascati ne. In questa fase l’attività fisica va incrementata leggermente. Dopo questa seconda fase Alberto perde altri 5,2 kg (23 kg in 16 settimane) e altri 1,6 punti di BMI (7 punti in 16 settimane) (Tab. I). Terza fase In questa fase, raggiunta la perdita di peso programmata e reintrodotti tutti gli alimenti, va perseguito l’equilibrio alimentare a vita, associando una dieta equilibrata all’attività fisica personalizzata, costante. L’ultimo controllo eseguito da Alberto, dopo 16 mesi dall’inizio del programma dietetico e dopo un anno dalla fine della VLCD, rileva un piccolo incremento di peso (+3,6 kg) e di BMI (+1,1) con una riduzione complessiva, dall’inizio del trattamento, di 19,4 kg e di 5,9 punti di BMI (Tab. I). Conclusioni Alberto riferisce che durante tutto il trattamento dietetico, come unico disturbo collegato al protocollo dietetico, ha sofferto di stipsi e flatulenza. Come effetti benefici, oltre alla perdita di peso e al miglioramento degli indici bioumorali, riferisce essere scomparsi la sonnolenza, l’affaticamento diurno e le difficoltà di concentrazione. Nettamente migliorate anche le performance fisiche, come chinarsi, rialzarsi, salire le scale, camminare lungamente in montagna, ... Alberto è rimasto particolarmente sorpreso del fatto che, durante le sedici settimane di regime dietetico, non ha praticamente mai sofferto di senso di fame. Un altro aspetto particolarmente importante per Alberto e stato poter sospendere la terapia insulinica e ridurre significativamente le altre terapie. Particolarmente soddisfatti del dimagrimento di Alberto sono stati i volontari della Caritas locale, ai quali il “nostro architetto”, avendo perso tre/quattro taglie, ha portato tutti i suoi indumenti e vestiti usati. Bibliografia Lidner PG, Blackburn GL. Multidisciplinary approach to obesity utilizing fasting modified by protein-sparing therapy. Obesity/Bariatric Med 1976;5:198-216. 1 Marineau JM. Mise au point sur le protocole du jeune proteiné. J Med Esth et Chir Derm 2004;XXXI:149-55. 2 Atkins RC. Dr. Atkins’ new diet revolution. New York: Avon Books 1998. 3 The National Task Force on the Prevention and Treatment of Obesity. Very Low-Calorie Diets. JAMA 1993;270:967-74. 4 Anderson JW, Konz EC, Frederich RC, et al. Long-term weight loss maintenance: a meta-analysis of us studies. Am J Clin Nutr 2001;74:579-84. 5 Programme for the prevention of type 2 diabetes in Finland 20032010. Finnish Diabetes Association 2003. 6 Maugeri R. Dimagrire in modo semplice e sicuro. Il metodo per utilizzare efficacemente una VLCD. Officina Editoriale Oltrarno 2014. 7 Commento al caso clinico Il signor Alberto rappresenta il candidato ideale per seguire un programma nutrizionale con una dieta VLCD. Paziente diabetico tipo 2, fortemente obeso, in fase di scompenso metabolico nonostante la terapia insulinica in corso, con una sindrome delle apnee notturne, e con precedenti fallimenti alle diete ipocaloriche. L’esclusione delle controindicazioni e la pianificazione del percorso con le varie fasi rappresentano passi fondamentali e irrinunciabili per avviare il paziente alla dieta VLCD. Il caso descritto mostra il tipico percorso delle diete VLCDs, con una fase iniziale caratterizzata da un notevole calo ponderale, seguita da una graduale rialimentazione che ha permesso comunque un ulteriore calo ponderale. Gli effetti positivi finali sono stati notevoli, dal calo ponderale al miglioramento del compenso metabolico, alla sospensione della terapia insulinica, fonte anch’essa di incremento ponderale, alla migliorata mobilità osteo-articolare, al miglioramento delle condizioni generali. Punto essenziale di un programma nutrizionale con dieta VLCD è l’accompagnamento del paziente in tutte le varie fasi, con uno stretto controllo al fine di evitare una autogestione che potrebbe arrecare danni anziché vantaggi Giuseppe Marelli Responsabile Struttura Semplice Dipartimentale, Diabetologia Endocrinologia e Nutrizione Clinica, Azienda Ospedaliera di Desio e Vimercate, Presidio Ospedaliero di Desio 164 MeDia 2015;15:165 Report Congresso Nazionale AMD www.diabete-rivistamedia.it /report-xx-congresso-nazionale-amd/ Carlo Bruno Giorda Struttura Complessa Malattie Metaboliche e Diabetologia, ASL Torino 5 I temi più salienti del XX Congresso Nazionale AMD di Genova, 13-16 maggio 2015 Appropriatezza a 360°: educativa, diagnostica, terapeutica e professionale, sul territorio e in ospedale Problemi e possibili soluzioni per migliorare l’assistenza alla luce del PN Diabete Le reali potenzialità dell’uso di farmaci generici e biosimilari Terapie innovative, la lente su: SGLT-2 inibitori, incretine, degludec nelle nuove autorizzazioni AIFA Le nuove frontiere del controllo del colesterolo: è iniziata l’era degli anticorpi anti PCSK-9 Il valore dell’autocontrollo glicemico classico, le nuove potenzialità del flash monitoring Il fegato, attore e bersaglio del diabete tipo 2 Viaggio verso il pancreas artificiale 165 MeDia 2015;15:166 Report Congresso Regionale Simg Sicilia http://www.diabete-rivistamedia.it/report-xicongresso-regionale-simg-sicilia/ Umberto Alecci Responsabile Nazionale Area Formazione SIMG I temi più salienti dell’xi Congresso Regionale Simg Sicilia Trapani 22-23 maggio 2015 Modello di formazione e informazione delle sessioni metaboliche con messaggi e obiettivi semplici e funzionali Le insuline biosimilari L’insulina deglutec L’integrazione tra area metabolica e cardiovascolare nella cura delle dislipidemie Integrazione tra Medicina Generale e Dipartimento Regionale Farmaco per la corretta gestione dei farmaci per la cura del diabete: i Progetti aifa Le attività di ricerca dei medici in formazione specifica 166 MeDia 2015;15:167 Disfunzione Erettiva www.diabete-rivistamedia.it/paginapaziente-disfunzione-erettiva-media-315/ Raffaella Michieli Responsabile Area Salute Donna, SIMG Raccomandazioni per l’appropriato e sicuro utilizzo dei farmaci La DE è un disturbo molto frequente nell’uomo, che tende ad aumentare con l’età. Può avere una causa organica, psicologica o mista Non decidete di curarvi da soli né tantomeno comperate i farmaci su Internet: rivolgetevi al vostro medico di famiglia che vi richiederà gli esami necessari e in seguito vi prescriverà il farmaco giusto I farmaci per la DE vanno assunti circa un’ora prima del rapporto e agiscono solo se e quando il rapporto sessuale viene attivamente ricercato dal soggetto È meglio non consumare un pasto abbondante e non bere alcolici in eccesso quando si intenda utilizzare uno di questi farmaci Il loro uso è del tutto controindicato nei pazienti che sono in terapia con nitrati o loro derivati, mentre andrà ridotta la dose iniziale in caso di terapia concomitante con eritrocina, cimetidina e antimicotici orali 167 ... sempre più multimediale inquadra con il tuo device i QRcode per accedere a contributi audiovisivi iscritivi al nostro canale youtube Pacini Editore Medicina ... sempre più social Diventa fan della pagina Facebook Rivista MEDIA www.facebook.com/rivistamedia Quiz di Copertina: scopri la città su ... sempre più completa visita il sito dedicato Vol.15 TUTTO DIABETE NOTIZIE dal MONDO del farmaco NOTIZIE dal MONDO della diagnostica NOTIZIE dal MONDO dei device Focus 3 2015 TUTTO DIABETE MeDia 2015;15:170-172 Caso Clinico: Exanatide LAR associato a pioglitazone e metformina riduce tutti i marker del rischio cardiovascolare globale Paziente di anni 54, sesso maschile, impiegato di banca. Giunge nel dicembre 2014 in prima visita presso il nostro Servizio Diabetologico. Anamnesi familiare positiva per diabete e ipertensione arteriosa. Anamnesi fisiologica: vita sedentaria, stile alimentare scorretto come quantità, qualità e frazionamento dei pasti. Fumatore di 15-18 sigarette al dì dall’età di 18 anni. Beve un bicchiere di vino al pasto serale. Anamnesi patologica: all’età di 43 anni viene fatta diagnosi di diabete mellito tipo 2 (DMT2); trattato inizialmente con associazione glibenclamide 5 mg + metformina 400 mg (3 cp al dì) e, da circa 3 anni, per un non ottimale controllo metabolico, viene aggiunta terapia insulinica con glargine, 28 U.I. dopo cena. Negli ultimi mesi si rileva cattivo controllo metabolico e, pertanto, viene rimodellata la terapia con passaggio a terapia insulinica multiniettiva associata a metformina, 2500 mg/die (terapia insulinica basal bolus: analogo pronto, 6 U.I. a colazione, 18 U.I. a pranzo, 16 U.I. a cena; insulina glargine, 40 U.I. dopo cena). Gli esami ematochimici e gli indici antropometrici, portati in visione, sono elencati nella Tabella I. Giovanni Grossi Ospedale Spoke Paola-Cetraro (CS), Servizio di Diabetologia e Malattie Metaboliche Parole chiave Iperglicemia Sovrappeso Resistenza insulinica Rischio cardiovascolare Informazione e condivisione con il paziente delle strategie terapeutiche da intraprendere Si erudisce il paziente sulle conseguenze del sovrappeso nell’evoluzione delle sue patologie e come esso possa essere la causa principale della sua iperglicemia, steatosi epatica e dello stesso stato ipertensivo. Pertanto, si riconsidera, come parametro importante, il lifestyle (attività fisica leggera e quotidiana da effettuare con tollerabilità crescente; alimentazione corretta definendo il giusto frazionamento dei pasti: colazione, pranzo, cena, intervallati da due spuntini a metà mattino e pomeriggio. Qualità dei carboidrati da assumere, dando spazio (tre volte a settimana) a nutrienti integrali (pane e pasta) con presa di conoscenza dell’indice glicemico e dell’importanza di ridurre il picco post prandiale dell’iperglicemia. Si rilascia al paziente un programma alimentare equilibrato (1400 cal/ die con presenza di carboidrati a basso indice glicemico) e si prescrive esame ematochimico per: glicemia + peptide C a digiuno e dopo 90 minuti dalla colazione. Si dimette il paziente con la terapia già prescritta in altro Centro e con invito a ritornare appena pronti gli esami ematochimici. Dopo tre giorni il paziente ritorna a controllo con netto miglioramento 170 Indirizzo per la corrispondenza Giovanni Grossi [email protected] Caso Clinico: Exanatide LAR associato a pioglitazone e metformina riduce tutti i marker del rischio cardiovascolare globale Tabella I. Esami portati in visione alla prima visita. Glicemia a digiuno 194 Azotemia 36 Acido urico 7 Potassio serico 4,28 Sodio serico 140 Calcio serico 9,2 GOT 40 GPT 88 Gamma GT 76 Trigliceridi 224 Colesterolo totale 210 HDL-colesterolo 36 LDL-colesterolo 129,2 9,2% HbA1c Ormoni tiroidei Nella norma PSA totale e sue frazioni Nella norma Esame urine Nella norma Un’ecografia dell’addome superiore rileva un fegato aumentato di volume con infiltrazione grassa e, quindi, presenza di steatosi epatica definita di 3° grado Tabella II. Risultati degli esami ematochimici dopo 5 mesi con terapia a base di exanatide LAR + pioglitazone 30 mg + metformina 1700 mg/die. Glicemia a digiuno 132 Azotemia 28 Acido urico 5,5 Potassio serico 3,89 Sodio serico 142 Calcio serico 9,00 GOT 37 GPT 42 Gamma GT 28 Trigliceridi 151 Colesterolo totale 200 HDL-colesterolo 45 LDL-colesterolo Esame urine Nella norma PSA totale e sue frazioni Nella norma Valutazione clinica Peso Altezza Circonferenza vita Circonferenza fianchi Polso BMI Rapporto vita/fianchi Pressione arteriosa Frequenza cardiaca 102 180 130 128 19 31,48 1,01 160/90 75/m della glicemia (glicemia media a digiuno 150 mg/dL, glicemia post-prandiale 180 mg/dL). Gliesami ematochimici eseguiti danno i seguenti risultati: • glicemia a digiuno: 180 mg/dL; • glicemia dopo 90 minuti dalla colazione: 274 mg/dL; • peptide C a digiuno: 5,8; • peptide C dopo 90 minuti dalla colazione: 9,6. Con il rilievo degli esami eseguiti si può concludere con una diagnosi di: DMT2 in cattivo controllo metabolico, in obesità centrale di 1° grado associata a resistenza insulinica e iperinsulinismo tardivo. Si informa il paziente sulla nuova strategia terapeutica da adottare mettendolo a conoscenza dei motivi che inducono a rimodellare la terapia e gli obiettivi che la stessa aiuterà a raggiungere (riduzione della glicemia a digiuno e post-prandiale, 89 6,9% HbA1c Valutazione clinica Peso 92 Altezza 180 Circonferenza vita 100 Circonferenza fianchi 98 Polso 18 BMI 28,39 Rapporto vita/fianchi 1,02 Pressione arteriosa 130/85 Frequenza cardiaca 72/m aumento della sensibilità insulinica e riduzione, a livelli fisiologici, della concentrazione dell’ormone sia a digiuno sia nella fase post-prandiale, riduzione della steatosi, rimodellamento ottimale dei valori pressori). Pertanto la terapia farmacologica prescritta è stata: • exanatide LAR: 2 mg in monosomministrazione settimanale; • pioglitazone 15 mg x 2, associato, nella stessa formulazione, a 850 mg di metformina x 2. Si raccomanda al paziente di monitorare i valori pressori in conseguenza dell’uso del pioglitazone e all’eventuale comparsa di importanti edemi; lo si istruisce sul monitoraggio strutturato della glicemia domiciliare i cui profili saranno inviati tramite e-mail, settimanalmente, al nostro Centro con la seguente cadenza: fine 1a settimana, fine 2a settimana, medie 171 G. Grossi delle glicemie a digiuno e post-prandiali alla fine della 3a e 4a settimana, rispettivamente. Il paziente ritorna a controllo dopo 60 giorni: peso attuale 96 kg (delta del peso: 91), glicemia a digiuno 158 mg/dL. Le medie glicemiche domiciliari sono notevolmente migliorate durante la 3a e 4a settimana: tra 140 e 150 a digiuno; tra 150 e 170 dopo i pasti. Si conferma, quindi la stessa terapia, stimolando sempre un corretto stile di vita. Per il prossimo controllo vengono prescritti gli esami ematochimici routinari. Il paziente ritorna a controllo dopo 90 giorni: tutti i parametri ematochimici e antropometrici sono risultati ottimali. I risultati degli esami ematochimici e degli indici antropometrici sono riportati nella Tabella II. Si conferma il proseguimento della stessa terapia. Discussione Il momento più importante nell’approccio clinico al paziente con alterazioni glicemiche è la sua fenotipizzazione che rappresenta la base per un corretto approccio terapeutico rivolto non solo alla normalizzazione glicemica ma anche, e soprattutto, al rispetto e, possibilmente, al miglioramento di eventuali comorbidità associate al diabete. In questo paziente l’opzione terapeutica con exanatide LAR ha trovato diversi spunti e in particolare: 1) paziente giovane adulto con durata della malattia relativamente breve; 172 2) acculturato e pronto a ricevere quelle informazioni che servono a ritrovare fiducia verso se stessi e verso il diabetologo, condizioni importanti per il prosieguo del programma terapeutico; 3) presenza di resistenza insulinica e iperinsulinismo, quindi, con una riserva pancreatica ancora presente (causa della steatosi epatica e di un regime pressorio non perfettamente controllato); 4)sovrappeso; 5) compliance terapeutica (una puntura sottocute a settimana contro le quattro quotidiane legate alla terapia insulinica). L’associazione al pioglitazone è stata scelta al fine di migliorare la resistenza insulinica e avere un’azione antinfiammatoria sul fegato (blocco dell’azione del TN-alfa). È indiscussa l’efficacia dell’azione della metformina, associata ai due farmaci precedenti, nelI’accellerare il raggiungimento degli obiettivi prefissati. Gli obiettivi raggiunti e ottenuti in pochi mesi hanno, tra l’altro, rafforzato nel paziente gli importanti concetti del corretto stile di vita che associato a una personalizzazione terapeutica rende tale risultato duraturo nel tempo. Bibliografia AMD-SID. Standard italiani per la cura del diabete mellito 2014. http:// www.infodiabetes.it/standard_ di_cura/2014_linee_guida.pdf Heine RJ, Van Gaal LF, Johns D, et al.; GWAA Study Group. Exenatide versus insulin glargine in patients with suboptimally controlled type 2 diabetes: a randomized trial. Ann Intern Med 2005;143:559-69 Scheen AJ. Bydureon: prima una volta alla settimana GLP-1 agonista del recettore (exenatide LAR). Rev Med Lieg 2014;69:214-9. MeDia 2015;15:173 TUTTO DIABETE Caso Clinico “Togliamo le catene al frigorifero”: utilizzo di Exenatide once weekly in paziente diabetica tipo 2 con obesità viscerale di 2° grado affetta da sindrome di Down Paolo Desenzani Responsabile UOS Diabetologia e Malattie del Ricambio dell’U.O. Medicina Generale, P.O. Montichiari, Azienda Spedali Civili di Brescia Parole chiave Diabete mellito tipo 2 Exenatide Sindrome di Down Indirizzo per la corrispondenza Paolo Desenzani [email protected] MC è una paziente di 54 anni di sesso femminile affetta da sindrome di Down che giunge alla mia osservazione per un quadro di diabete mellito tipo 2 di lunga durata (circa 10 anni) scompensato (ultimo valore di HbA1c di 8,4%, riferito a 2 mesi prima della visita) in assenza di complicanze micro- e macroangiopatiche. La paziente è in terapia con metformina al dosaggio di 2500 mg, acarbosio 50 mg 1 cpr 3/die prima dei pasti e glicazide 60 mg RM prima di pranzo; inoltre assume come antipertensivo ramipril al dosaggio di 5 mg 1 cpr/die e come antidepressivo sertralina 50 mg/die. All’esame obiettivo presenta peso di 100 kg, altezza di 160 cm, BMI (indice di massa corporea) di 39 kg/m2, circonferenza vita di 120 cm, massa grassa 45% del peso corporeo (obesità viscerale di 2 grado). Gli esami ematochimici e i dati dell’autocontrollo domiciliare evidenziano: assenza di anticorpi anti GAD 65, insulinemia di 12 uU/ml con Homa Index di 5 (valore normale < 2,5), glicemia a digiuno di 200 mg ± 40 dl e glicemia postprandiale di 250 g ± 30 mg/dl, TSH uIU/ml di 3 (vn 0,5-4,0) con assenza di autoanticorpi antiperossidasi e antitireoglobulina. Dal colloquio con la sorella della paziente emerge come la compliance sia alla dieta sia alla pratica di una pur minima attività fisica siano pressoché nulle. La sorella mi confida che è arrivata perfino ad acquistare una catena con cui chiudere ermeticamente il frigorifero per impedire le abbuffate notturne di MC. Prendendo in considerazione le particolari caratteristiche della paziente, l’impossibilità di poter intervenire in maniera significativa con modifiche dello stile di vita si concorda di aggiungere alla terapia in corso un’iniezione di bydureon 2 mg s.c/settimana con l’obiettivo di ridurre il valore di HbA1c cercando di portare i valori di glicemia a digiuno e prima dei pasti sotto la soglia di 160 mg/dl. Dopo 3 mesi dall’inizio della terapia rivaluto MC che presenta una riduzione del peso corporeo di 3 kg (circa 3% del valore di partenza), un miglioramento dei valori glicemici con una glicemia media di 180 mg/dl ± 30 e un valore di HbA1c di 7,7% (riduzione dello 0,7% rispetto al valore iniziale). La sorella riferisce una riduzione significativa delle abbuffate notturne con un maggiore senso di sazietà: al prossimo controllo si concorda con MC di arrivare a togliere le catene al frigorifero!!!!!! Questo semplice caso clinico sottolinea la possibilità di impiegare un analogo long-acting del GLP-1 come valida alternativa all’inizio di una terapia insulinica basale in una particolare popolazione di pazienti estremamente fragili con necessità di dover calare di peso e che mal tollererebbero una terapia iniettiva quotidiana. 173 MeDia 2015;15:174-175 TUTTO DIABETE TECOS Highlights Antonio Ceriello Insititut diInvestigacions Biomèdiques August Pi i Sunyer (IDIBAPS) Barcellona, Spagna Indirizzo per la corrispondenza Antonio Ceriello [email protected] www.diabete-rivistamedia.it/studio-tecos/ Obiettivo primario Dimostrare che il rischio di eventi cardiovascolari in pazienti trattati con sitagliptin in aggiunta alla terapia usuale era non-inferiore a quello nei pazienti trattati senza sitagliptin in aggiunta alla terapia usuale. Percentuale di pazienti con un evento Outcome primario composito cardiovascolare* Analisi di non-inferiorità PP (per-protocollo) 100 80 15 10 60 5 HR (95% IC): 0,98 (0,88, 1,09) p < 0,01 40 20 0 0 4 8 12182430 364248 Placebo Sitagliptin 0 0 4 8 1218 24 3036 4248 Mesi Pazienti a rischio: Sitagliptin 7,257 6,857 6,519 6,2755,931 5,6163,9192,8961,7481,028 Placebo7,266 6,846 6,449 6,1555,803 5,4213,7802,7431,6901,005 * Morte cardiovascolare, IMA non fatale, ictus non fatale, ricovero per angina instabile. (da Green et al. N Eng J Med 2015; DOI: 10.1056/NEJMoa1501352, mod.) 174 TECOS Highlights Riassunto dei risultati • Per l’outcome primario composito cardiovascolare (morte cardiovascolare, IMA non fatale, ictus non fatale, ricoveri per angina instabile) sitagliptin era non inferiore e non superiore rispetto al placebo. • Per l’outcome secondario composito cardiovascolare (morte cardiovascolare, IMA non fatale, ictus non fatale) sitagliptin era non inferiore e non superiore rispetto al placebo. • Il tasso di ricoveri per scompenso cardiaco non differiva fra i gruppi di trattamento con sitagliptin e con placebo. • TECOS è uno studio di sicurezza cardiovascolare. • Lo studio si proponeva di ottenere un controllo glicemico equivalente per minimizzare possibili effetti glicemici confondenti sugli outcome di interesse, col risultato che vi è stata solo una piccola differenza dei livelli di HbA1c fra il gruppo sitagliptin e il gruppo placebo. • L’utilità di sitagliptin come agente ipoglicemizzante è confermata dal più frequente inizio della terapia insulinica e dalla più frequente necessità di aggiungere un farmaco antidiabetico nel gruppo placebo rispetto al gruppo trattato con sitagliptin. Percentuale di pazienti con un evento Ricoveri per scompenso cardiaco* Analisi ITT 100 80 15 HR (95% IC): 1,00 (0,83, 1,20) p < 0,983 10 60 5 40 20 0 0 4 8 12182430 364248 Sitagliptin Placebo 0 0 4 8 1218 24 3036 4248 Mesi Pazienti a rischio: Sitagliptin 7,332 7,189 7,036 6,9176,780 6,6194,7283,5152,1751,324 Placebo7,339 7,204 7,025 6,9036,712 6,5494,5993,4432,1311,315 * Corretto per storia di scompenso cardiaco al basale. (da Green et al. N Eng J Med 2015; DOI: 10.1056/NEJMoa1501352, mod.) 175 MeDia 2015;15:176-177 TUTTO DIABETE Caso Clinico: Dapagliflozin, una nuova prospettiva per la terapia del diabete tipo 2 Orietta T. è una signora di 56 anni, lavora come commerciante ed è diabetica da circa 10 anni. Non ha una familiarità per diabete mellito tipo 2. È venuta nel nostro ambulatorio la prima volta circa 2 anni fa in una situazione di scompenso glico-metabolico con emoglobina glicata di 14,4% e glicemia a digiuno di 328 mg/dl. Non ha mai seguito un regime alimentare adeguato, ha uno stile di vita molto sedentario. La prima volta è stata iniziata terapia con metformina 1000 mg 1 cp ai 3 pasti principali e un’insulina basale, associata a una dieta personalizzata. Orietta ha un BMI di 46,7 kg/m2, peso:108 kg, altezza 1,52 m. All’inizio segue la dieta in maniera molto attenta, convinta di voler modificare il suo stile di vita, infatti riesce a perdere 5 kg in 2 mesi e le sue glicemie migliorano sensibilmente arrivando a un valore di emoglobina glicata di 8,4%. Alla visita di controllo Orietta si dimostra molto motivata ed è riuscita anche a ridurre la dose di insulina basale; decidiamo allora di modificare la terapia e di sospendere l’insulina e iniziare un analogo del recettore del GLP-1. Dopo circa 6 mesi Orietta è ulteriormente dimagrita, ha iniziato a fare delle passeggiate e il valore dell’HbA1c è pari a 7,3%. Al controllo successivo la paziente torna presentando degli esami decisamente peggiorati, la sua emoglobina glicata era nuovamente alta (10,7%) e aveva raggiunto il peso iniziale; abbiamo intrapreso la terapia insulinica basal-bolus, sospendendo l’analogo del recettore del GLP-1. Dopo un mese la dose totale giornaliera di insulina era di 48 UI/die, senza un sensibile miglioramento delle glicemie. A quel punto è stato aggiunto anche dapagliflozin 10 mg 1 cp/die. La funzione renale di Orietta era normale (GFR secondo CKD-EPI 83 ml/ mn/1,73m2) e non aveva mai avuto alcun tipo di infezione delle vie urinarie. Dopo circa 2 mesi l’emoglobina glicata era di 7,8%, il peso si è ridotto di circa 3 kg e la dose totale di insulina è stata ridotta di circa il 13 %, ottenendo la totale sospensione dell’insulina prandiale. Dapagliflozin appartiene a una nuova classe di farmaci, gli inibitori del cotrasportatore di sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2) localizzato a livello del tubulo prossimale S1 renale; tale farmaco agisce in modo selettivo a livello di questo trasportatore e promuove l’eliminazione del glucosio attraverso le urine inibendone il riassorbimento a livello renale, in questa maniera porta alla riduzione della glicemia. Nell’ultimo algoritmo terapeutico ADA/EASD gli SGLT2 inibitori sono stati posti come possibile terapia di scelta in qualsiasi fase della storia naturale del diabete tipo 2 (fino all’add-on all’insulina), dopo il non raggiungimento del target di compenso glico-metabolico (Fig. 1). Dapagliflozin ha dimostrato una riduzione del valore di HbA1c pari allo 0,7-0,9% con un 176 Elena Ceccarelli A.O.U. Senese U.O.C. Diabetologia, Università di Siena Parole chiave Dapagliflozin Emoglobina glicata Peso Insulina Diabete tipo 2 Indirizzo per la corrispondenza Elena Ceccarelli [email protected] Caso clinico: Dapagliflozin, una nuova prospettiva per la terapia del diabete tipo 2 Farmaco iniziale (monoterapia) Metformina Se necessario per raggiungere il target individualizzato per l’HbA1c, dopo 3 mesi, passare alla combinazione di 2 farmaci Combinazione di due farmaci Combinazione di tre farmaci Metformina + Sulfonilurea Metformina + Tiazolidinedioni Metformina + Inibitori DPP-4 Metformina + Inibitori SGLT-2 Metformina + GLP-1 RA Metformina + Insulina basale Se necessario per raggiungere il target individualizzato per l’HbA1c, dopo 3 mesi, passare alla combinazione di 3 farmaci Metformina + Sulfonilurea o TZD o DPP4o SGLT2-i o GLPIRA o Insulina Metformina + TZD o SU o DPP4-i o SGLT2-i o GLPIRA o Insulina Metformina + DPP4-i o TZD o SU o SGLT2-i o GLPIRA o Insulina Metformina + SGLT-2 i o TZD o DPP4-i o SU o GLP1-RA o Insulina Metformina + GLP1RA o TZD o DPP4-i o SGLT2-i o SU o Insulina Metformina + Insulina o TZD o DPP4-i o SGLT2-i o SU o GLP1RA Se la terapia di combinazione, compresa l’insulina basale, non è riuscita a raggiungere l’obbiettivo di HbA1c, dopo 3-6 mesi, procedere con una strategia insulinica più complessa. Insulina Insulina (più dosi giornaliere) Figura 1. Cambiamento dello stile di vita (alimentazione, peso, aumento dell’attività fisica). importante risparmio della terapia insulinica (fino a 19 UI/die), una perdita di peso media di circa 3-4 kg e una riduzione media di pressione sistolica di circa 3-4 mmHg. Questa classe di farmaci si aggiunge ai già numerosi farmaci presenti per la terapia del diabete, ma offre numerosi vantaggi non solo nel mantenimento del controllo glico-metabolico ma anche a livello della riduzione di peso corporeo e pressione arteriosa. Bibliografia Wilding JPH, Norwood P, T’joen C, et al. A study of dapagliflozin in patients with type 2 diabetes receiving high doses of insulin plus insulin sensitizers: applicability of a novel insulin-dependent treatment. Diabetes Care 2009;32:1656-62. 1 Inzucchi SE, Bergenstal RM, Buse JB, et al. Management of hyperglycemia in type 2 diabetes, 2015: a patient-centered approach: update to a position statement of the American Diabetes Association and the European Association for the Study of Diabetes. Diabetes Care 2015;38:140-9. 2 177 TUTTO DIABETE MeDia 2015;15:178-180 Caso Clinico: quali farmaci ipoglicemizzanti utilizzare in associazione alla metformina nel diabete tipo 2? Vincenzo T., imprenditore, di 62 anni, sposato con due figlie. Familiarità positiva per diabete mellito tipo 2 e ipertensione arteriosa in quanto la madre, deceduta per ictus, ne era affetta. In anamnesi, nel 2004, un intervento di tiroidectomia totale per voluminoso gozzo iperfunzionante con diffusione retro sternale e mediastinica: conseguentemente all’intervento ha presentato disfonia, tuttora persistente, in modo lieve trattata con sedute di logopedia. Inoltre, anche ipoparatiroidismo post chirurgico per cui assume calcio e vitamina D [Calcium Sandoz® 2 bustine da 1 g e colecalciferolo (Rocaltrol®) 0,50 mg/die], oltre a levotiroxina 125 µg/die. Queste terapie mantengono una condizione di calcemia nella norma (all’ultimo precedente controllo calcio 9,1 mg/ dl) e di eutiroidismo (TSH 1,46 microU/ml). È iperteso da circa 6 anni, in trattamento con perindopril 8 mg 1 cp al mattino e amlodipina 5 mg la sera. Soffre di dislipidemia mista per cui assume, da circa 4 anni, atorvastatina 20 mg/die e omega-3. Il paziente è diabetico da circa 4 anni, seguito finora dal medico di medicina generale, il quale ha prescritto inizialmente metformina 500 mg 1 cp/3 die ai pasti. Recentemente, visti i valori glicemici e di Hb glicosilata elevati, il dosaggio è stato incrementato a 500 mg a colazione e 850 mg x 2 a pranzo e a cena. Viene inviato al nostro Ambulatorio Diabetologico perché tuttora presenta Hb glicosilata di 7,8%, con glicemia basale di 198 mg/dl e post prandiale di 201 mg/dl; i valori elevati sono confermati anche dai pochi controlli glicemici capillari che il paziente esegue a domicilio. Inoltre, il paziente presenta un’obesità di I grado, prevalentemente viscerale: peso 106 kg e altezza 178 cm, con BMI (indice di massa corporea) di 33,46; circonferenza vita 112 cm. Sicuramente non segue una dieta ipocalorica ipoglucidica adeguata, perché, per sua stessa ammissione, spesso si concede “trasgressioni” e non svolge attività fisica per problematiche connesse agli orari di lavoro, ma anche per “pigrizia”. I valori dell’assetto lipidico, pur in terapia con statina, non sono ottimali per quanto riguarda la trigliceridemia che risulta costantemente elevata (all’ultimo controllo 254 mg/ dl), mentre il colesterolo totale è di 168 mg/dl, ma con HDL basso (35 mg/dl). Creatininemia nella norma, GFR calcolato di 67 mmol/mol. Anche il valore della microalbuminuria è nella norma, benché ai limiti superiori (30 mg/24 ore). I valori pressori si mantengono ai limiti superiori per quanto riguarda sia la pressione sistolica (145 mmHg) sia la diastolica (85-90 mmHg), verificata ai controlli domiciliari o dal curante. Ha eseguito recentemente un ecocolordoppler dei TSA che ha mostrato 178 Laura Sali U.O. Medicina, Ospedale di Saronno, Azienda Ospedaliera di Busto Arsizio, Ambulatorio di Diabetologia Parole chiave Dipeptidyl peptidasi IV Angioedema Inibitori del co-trasportatore sodio-glucosio 2 (SGLT2) Indirizzo per la corrispondenza Laura Sali [email protected] Caso clinico: quali farmaci ipoglicemizzanti utilizzare in associazione alla metformina nel diabete tipo 2? modeste placche fibrocalcifiche all’origine della carotide interna bilateralmente, con stenosi stimata del 30-35%, non emodinamicamente significativa. Il paziente mostra alla prima visita anche un ECG e visita cardiologica recente sostanzialmente nella norma, se non per segni di ipertrofia ventricolare sinistra e un fundus oculi negativo per retinopatia diabetica. Abbiamo deciso, visto lo scarso compenso glicometabolico di inserire un secondo farmaco ipoglicemizzante ed è stato inizialmente scelto un DPP-IV inibitore (dipeptidyl peptidasi-IV) (vildagliptin), utilizzando la formulazione già associata alla metformina (50 mg vildagliptin + metformina 850 mg) a pranzo e cena, mantenendo metformina 500 mg a colazione. Il paziente si è presentato con richiesta urgente al nostro Ambulatorio due settimane dopo per la comparsa di una reazione orticarioide diffusa a tutto il soma, con edema delle labbra e tumefazione delle palpebre e della lingua, tanto che ha dovuto recarsi nella serata del giorno precedente in Pronto Soccorso dove è stato praticato metilprednisone 40 mg per via endovenosa e antistaminico (clorfenamina) per via intramuscolare, con l’indicazione a proseguire antistaminico e steroide per os a scalare fino alla risoluzione dei sintomi. A questo punto ci siamo posti il quesito: 1) se la reazione allergica orticarioide fosse dovuta a cibi e/o alimenti che il paziente possa aver ingerito, anche se in passato non si era mai verificato il fatto; 2) se fosse dovuta all’assunzione del farmaco vildagliptin da poco inserito. In letteratura sono riportati casi di ipersensibilità a DPP-IV inibitori (come anafilassi, angioedema e dermatiti esfoliative che includono la sindrome di Steven-Johnson). Di fatto, negli studi premarketing, il rischio di angioedema associato all’assunzione di vildagliptin non è da considerarsi significativo, comparato a tutti gli altri farmaci ipoglicemizzanti come metfomina, pioglitazone, acarbose, glimepiride con una percentuale dello 0,22% vs lo 0,15% degli altri farmaci, rispettivamente. Ciò che sembra, invece, incidere significativamente, dai dati della letteratura, è l’associazione della terapia con DPP-IV inibitori e gli ACE-inibitori: gli inibitori del DPP-IV, infatti, riducono la degradazione delle incretine, ma anche la degradazione di altri peptidi, come la sostanza P, che può essere implicata nella patogenesi dell’angioedema associato all’assunzione degli inibitori dell’enzima convertitore dell’angiotensina (ACE). Pertanto, mentre non viene segnalata una concomitanza stretta fra l’assunzione di vildagliptin e angioedema, è invece segnalata in alcune metanalisi come ci sia un incrementato rischio di angioedema fra pazienti in trattamento con DPP-IV inibitori e ACE-inibitori 1. Considerando, quindi, che il nostro paziente era da anni in trattamento con perindopril, non potendo escludere l’evento correlato all’assunzione farmacologica, abbiamo deciso di sospendere immediatamente il trattamento con vildagliptin e siamo tornati a prescrivere, per il momento, metformina 500 mg al mattino e 1000 mg a pranzo e cena con strette indicazioni dietetiche e di impegno nell’attività fisica e con l’indicazione a ripresentarsi al controllo dopo un mese con gli esami glicometabolici. Dopo un mese il paziente si ripresenta al controllo ambulatoriale con Hb glicosilata costantemente elevata (7,6%), una glicemia basale di 187 mg/dl e con controlli delle glicemie capillari basali e post prandiali costantemente non a target. Inoltre, presenta un valore della trigliceridemia persistentemente elevato (201 g/dl), nonostante riferisca di aver assunto più rigorosamente omega 3. Decidiamo quindi di dover inserire un secondo farmaco ipoglicemizzante e quindi di associare alla metformina alle stesse dosi, dapaglifozin 10 mg 1 cp, da assumere al mattino. Dapaglifozin appartiene a una nuova categoria di farmaci ipoglicemizzanti, gli inibitori del co-trasportatore sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2), che riducono il riassorbimento renale di glucosio. Il rene svolge una parte importante nella regolazione dell’omeostasi glicemica attraverso la gliconeogenesi, l’uptake di glucosio dal circolo e in quanto organo responsabile del riassorbimento del glucosio, tutto il glucosio filtrato è riassorbito nei tubuli prossimali attraverso il co-trasportatore sodio-glucosio SGLT-2 responsabile del 90% del riassorbimento (nel segmento S1-S2) e attraverso il co-trasportatore SGLT-1 responsabile di circa il 10% del riassorbimento (nel segmento S3). Nel diabete mellito tipo 2, il SGLT-2 è maggiormente espresso e il riassorbimento del glucosio è aumentato come meccanismo di compenso per consentire un risparmio di glucosio e quindi un risparmio energetico. Il meccanismo d‘azione degli SGLT-2 inibitori è quello di garantire, con un meccanismo insulino-indipendente, la riduzione del riassorbimento renale di glucosio in soggetti con scarso compenso glicemico 2. Dopo tre mesi, il paziente torna al controllo presentando un miglioramento del compenso glicemico e perdita di peso. Sicuramente, ha anche iniziato a modificare lo stile di vita e la compliance dietetica. Alla visita presenta un peso di kg 101, BMI di 31,9, circonferenza vita 108 cm, Hb glicosilata di 7,1%, con glicemia basale di 143 mg/dl e post prandiale di 152 mg/dl. La trigliceridemia è di 178 mg/dl, quindi in decremento. Il valore dell’albuminuria è di 22 mg/24 ore e la creatininemia di 0‚76 mg/dl. Il valore della pressione arteriosa alla misurazione in ambulatorio è di 140/80 e comunque il paziente riferisce rilevazioni costantemente più basse. Come è atteso è presente glicosuria. Il paziente ha riferito un aumento significativo della frequenza delle minzioni soprattutto nelle ore del mattino per le prime tre settimane, poi diminuita e comunque non tale da dover interrompere il trattamento; non ha presentato infezioni genitali, che a volte possono essere un effetto collaterale all’assunzione delle glifozine: pertanto si decide di proseguire con la terapia attuale, che ha dato beneficio. 179 L. Sali Conclusioni A nostro avviso l’introduzione di un SGLT2 inibitore (dapaglifozin) ha avuto effetto positivo sia sul miglioramento del compenso glicometabolico, ma anche per gli effetti extraglicemici. In particolare la riduzione del peso corporeo e della circonferenza vita, quindi riduzione del grasso viscerale, indotta in parte dal farmaco oltre che dal trattamento dietetico, la riduzione, pur modesta ma costante, dei valori pressori, soprattutto sistolici, ha verosimilmente anche un effetto benefico sulla riduzione della trigliceridemia. È certamente opportuno, per questa nuova classe di farmaci, tipizzare il paziente, escludendo soggetti per cui esiste la possibilità di un deficit insulinico. In particolar modo il soggetto che può beneficiare del trattamento è un paziente diabetico tipo 2 di recente insorgenza o anche già noto (in quanto è dimostrata l’efficacia di dapaglifozin indipendentemente dalla durata di malattia), non compensato, in terapia con metformina o anche in trattamento con metformina e/o insulina, con o senza microalbuminuria e con conservata funzionalità renale (GFR < 60 ml/min), iperteso, sovrappeso o obeso, con obesità viscerale in cui è auspicabile un buon controllo pressorio e un calo ponderale. 180 Gli SGTL2 inibitori sono quindi da considerare un’importante opzione terapeutica, oltre ai già noti e utilizzati farmaci incretinici, nel paziente affetto diabete tipo 2 con le caratteristiche sopracitate e come aggiunta al trattamento con metformina, considerando anche la dimostrata durata nel tempo (“durability”) dell’effetto per quanto riguarda il calo ponderale e il controllo glicometabolico negli studi di confronto con altri farmaci e in modo particolare con sulfanilurea 2 3. Bibliografia Brown NJ, Byiers S, Carr D, et al. Dipeptidyl peptidase-IV inhibitor use associated with increased risk of ACE inhibitor-associated angioedema. Hypertension 2009;54:516-23. 1 Nauck MA. Update on developments with SGLT2inhibitors in management of type 2 diabetes. Drug design, Development and Therapy 2014:8:1335-80. 2 Nauck MA, Del Prato S, Meier JJ, et al. Dapagflifozin versus glipizide as add-on therapy in patient with type 2 diabetes who have inadequate glycemic control with metformin: a randomized, 52 week, double-blind, active-controlled noninferiority trial. Diabetes Care 2011;34:2015-22. 3 MeDia 2015;15:181-184 TUTTO DIABETE Ruolo di Exenatide LAR nella gestione del paziente con diabete mellito tipo 2 Riccardo Candido1 Maria Antonietta Pellegrini2 Giuseppe Felace3 Patrizia Li Volsi4 Paola Gelisio5 Claudio Taboga6 Laura Tonutti2 Carla Tortul7 Roberta Assaloni7 Barbara Brunato7 Carmela Vinci8 1 S.S. Centro Diabetologico Distretto 3, A.A.S. 1 Triestina, Trieste 2 S.O.C. di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, AOU di Udine, Udine 3 Diabetologia e Malattie Metaboliche, Presidio Ospedaliero di Spilimbergo, A.A.S. 5 Friuli Occidentale, Pordenone 4 S.S.D. Diabetologia, AO di Pordenone, A.A.S. 5 Friuli Occidentale, Pordenone 5 U.O Semplice di Diabetologia, ULSS 12 Veneziana, Venezia 6 Ambulatori Diabetologici, A.A.S. 3 Alto Friuli-CollinareMedio Friuli 7 S.O.S. di Diabetologia, A.A.S. 2 Bassa FriulianaIsontina, Monfalcone, Gorizia 8 UOSD Diabetologia, ULSS 10, S. Donà di Piave, Venezia Parole chiave Diabete tipo 2 GLP-1 agonisti Exenatide LAR Indirizzo per la corrispondenza Riccardo Candido [email protected] Introduzione Nel corso degli ultimi anni sono stati inseriti nell’armamentario farmacologico per il paziente con diabete mellito tipo 2 (DMT2) nuove classi di farmaci e tra queste quelle che agiscono sul sistema delle incretine risultano essere di particolare interesse non solo per la loro efficacia in termini di riduzione dell’emoglobina glicata (HbA1c), ma anche per i loro effetti sul peso corporeo, sulla pressione arteriosa e sull’assetto lipidico, che rendono questi farmaci potenzialmente utili per ottenere un effetto benefico sul rischio cardiovascolare globale associato al DMT2. Due sono le classi di farmaci, attualmente in uso, che agiscono sul sistema delle incretine: la prima coinvolge l’uso di peptidi sintetici con effetti glucoregolatori simili a quelli del GLP-1 endogeno (agonisti del recettore del GLP-1); la seconda utilizza gli inibitori della dipeptidil-peptidasi (DPP)-4, piccole molecole che inibiscono l’attività proteolitica dell’enzima DPP-4 e incrementano le concentrazioni endogene di GLP-1 1. Tra queste due classi, gli agonisti del recettore del GLP-1 sono quelli che nei diversi studi hanno dimostrato maggior efficacia sia sul controllo glicemico, sia sulle altre anormalità metaboliche e cardiovascolari associate al DMT2 2. Oggi è possibile riconoscere due gruppi di agonisti del recettore del GLP‑1: gli “short-acting” (exenatide BID, lixisenatide) oppure i “long-acting” (liraglutide, exenatide LAR, dulaglutide, albiglutide) 2. Il profilo farmacocinetico di questi farmaci e la stabilità di concentrazione sono legati essenzialmente all’emivita e quindi alla modalità di somministrazione, che per le diverse molecole oscilla tra due iniezioni al giorno a un’iniezione una volta a settimana. Andamenti sinusoidali della concentrazione sono maggiormente garantiti dai GLP-1RA short-acting, mentre sono i longacting a mantenere nei diversi giorni una concentrazione ematica costantemente più elevata. Le diverse molecole sono state confrontate in termini di glicemia a digiuno, glicemia post-prandiale, HbA1c, riduzione del peso corporeo e tollerabilità in studi di confronto testa a testa 3-8. In generale, le molecole long-acting si sono rivelate sistematicamente più efficaci di quelle short-acting, evidenziando riduzioni dell’HbA1c e della glicemia a digiuno maggiori 2 9. Viceversa, nei diversi studi, si è osservato un leggero vantaggio delle molecole short-acting sul controllo della glicemia postprandiale 2 9. Guardando alle evidenze emerse dai trial clinici, quello che è in sostanza un miglior profilo di efficacia dei long-acting si accompagna, tuttavia a un maggior numero di effetti collaterali e a una minore tollerabilità 9. La percentuale di pazienti che hanno riferito nausea, l’effetto collaterale più comune con questi farmaci, a seguito del trattamento è 181 R. Candido et al tendenzialmente maggiore nei gruppi trattati con i long-acting. In ogni caso, questo effetto si manifesta solo nelle prime settimane di trattamento ed è causa di sospensione della terapia in un numero molto limitato di casi. Per la natura stessa degli studi di registrazione, gli accurati criteri di selezione, le caratteristiche dei pazienti arruolati e la modalità di conduzione degli studi stessi si possono determinare delle differenze rispetto a quanto poi osservato nella pratica clinica. Questo è uno degli aspetti che, a volte, determina la mancata risposta clinica di alcuni pazienti quanto vengono posti in trattamento con questa classe di farmaci. Ancora pochi sono gli studi che abbiamo valutato l’efficacia e la tollerabilità di exenatide LAR nella pratica clinica e le caratteristiche cliniche che possono predire la risposta al farmaco sulla base di dati della real-life. Sulla base di queste premesse, scopo di questo studio è stato, pertanto, quello di: 1. analizzare l’efficacia del trattamento, a breve termine (3-6 mesi), con exenatide LAR, sui parametri glicemici, sul peso e sulla pressione arteriosa; 2. valutare la tolleranza al farmaco e il rischio ipoglicemico; 3 valutare retrospettivamente le caratteristiche cliniche dei pazienti posti in trattamento con tale farmaco e le terapie ipoglicemizzanti di associazione al fine di identificare eventuali parametri predittori di fallimento al trattamento; L’analisi è stata effettuata partendo da una popolazione ambulatoriale di pazienti affetti da DMT2 afferenti ad alcune Strutture di Diabetologia del Friuli Venezia Giulia e del Veneto. Materiali e metodi Si tratta di uno studio osservazionale retrospettivo, della durata massima di 6 mesi, effettuato su tutti i soggetti adulti affetti da DMT2, afferenti ad alcune Strutture di Diabetologia del Friuli Ve- nezia Giulia e del Veneto, che soddisfacevano i criteri di utilizzo del trattamento con l’agonista recettoriale del GLP-1, exenatide LAR, secondo gli Standard Italiani per la cura del diabete mellito 10. I soggetti arruolati sono stati tutti quelli posti in terapia con exenatide LAR, in associazione alla pre-esistente terapia con ipo glicemizzanti orali, nel periodo compreso tra marzo 2014 (periodo in cui si è reso disponibile il farmaco in Italia) e dicembre 2014. Sono stati esclusi dall’analisi i soggetti con diabete mellito di tipo 1, anamnesi positiva per pancreatite acuta o cronica e insufficienza renale (GFR < 60 mL/min/1,73 mq). I parametri analizzati sono stati: età, sesso, anni di malattia, peso, BMI, HbA1c, glicemia a digiuno, glicemia post-prandiale, pressione arteriosa sistolica e diastolica. Le visite di follow-up sono state eseguite a 3 e 6 mesi dall’inizio del trattamento con exenatide LAR. La terapia con exenatide LAR è stata impostata, seguendo le indicazioni AIFA sull’uso del farmaco, alla dose di 2 mg/settimana sottocute, in combinazione con la precedente terapia ipoglicemizzante, considerando la possibilità di ridurne la posologia in caso di aumentato rischio di ipoglicemia. Considerato che l’osservazione era in itinere, non tutti i pazienti inclusi nello studio hanno completato l’osservazione finale a 6 mesi a causa del diverso tempo di inizio di assunzione della terapia. Del totale degli 89 pazienti, 25 sono arrivati al controllo di 6 mesi. I dati raccolti sono stati registrati su foglio di calcolo Excel di Windows 7. Per ogni variabile continua esaminata si sono calcolati gli indici riassuntivi: media ± deviazione standard per le variabile con distribuzione normale, mediana e range interquartilico per variabili con distribuzione non gaussiana. La normalità delle distribuzioni delle variabili è stata verificata con il test di Tabella I. Principali caratteristiche cliniche e parametri di laboratorio della popolazione studiata al basale. Parametri Totale 89 paz. Maschi 44 paz. (49,4%) Femmine 45 paz. (50,6%) Età (anni) 61 ± 7 60 ± 9 62 ± 8 Peso (kg) 101,2 ± 17,4 105,7 ± 16,7 97,3 ± 17,2 BMI (kg/m2) 36,0 ± 5,9 34,9 ± 5,4 37,0 ± 6,3† Glicemia a digiuno (mg/dl) 165 ± 43 165 ± 42 165 ± 44 Glicemia post-prandiale (mg/dl) 185 ± 44 182 ± 46 188 ± 44† 7,72 ± 0,85 7,9 ± 0,9* 7,5 ± 0,8 Durata del diabete (anni) 9,7 ± 6,5 9,6 ± 5,5 9,7 ± 7,4 Durata del follow-up (mesi) 3,2 ± 2,0 3,1 ± 2,1 3,3 ± 1,9 Pressione arteriosa sistolica (mmHg) 138 ± 14 137 ± 13 138 ± 15 Pressione arteriosa diastolica (mmHg) 79 ± 8 78 ± 7 78 ± 9 HbA1c (%) I dati sono espressi come media ± DS. * p < 0,01 vs femmine. † p < 0,01 vs maschi. 182 Ruolo di Exenatide LAR * p <0,001 vs basale (-1,06%) HbA1c (%) 8 7,5 7 6,5 6 Basale Fine studio Figura 1. Efficacia dell’exenatide LAR rappresentata dalla riduzione significativa del valore di emoglobina glicata a fine studio. Shapiro-Wilk. Le differenze al basale per ogni variabile continua, sono state valutate con il test di Mann-Withney nel caso di variabili non parametriche o con il test t-Student nel caso di variabili gaussiane. Il livello di significatività è stato fissato per un valore del p-value < 0,05. Risultati La popolazione individuata era costituita da 89 soggetti, 45 F (50,6%) e 44 M (49,45), con età anagrafica media di 61 ± 7 anni (range 41-78 anni) e un’età media di malattia di 9,68 ± 6,52 anni (range 1-38 anni). Le caratteristiche generali della popolazione al basale sono indicate in Tabella I. Per tali caratteristiche generali non si sono osservate differenze significative tra maschi e femmine, a parte un valore di HbA1c maggiore nei maschi e un valore di BMI e di glicemia post-prandiale superiori nelle femmine. Il trattamento con exenatide LAR ha comportato, rispetto al valore basale, una riduzione significativa (p < 0,01) del valore medio dell’HbA1c (-1,06%), della glicemia a digiuno (-24 mg/dl) e di quella post-prandiale (-39 mg/dl) (Fig. 1, Tab. II). Parallelamente al miglioramento del controllo glicemico si è osservata anche una riduzione significativa del peso corporeo, del BMI e della pressione arteriosa sistolica (p < 0,01 per tutti i parametri). Mentre non si sono osservate differenze per quanto riguarda la pressione arteriosa diastolica (Tab. II). L’analisi dei diversi trattamenti associati all’exenatide LAR ha dimostrato che il farmaco era utilizzato nel 58% dei casi in combinazione con sola metformina, nel 29% in triplice associazione con metformina e sulfaniluree, nel 7% con sola sulfanilurea e nel 5% in combinazione con metformina e pioglitazone. Durante l’osservazione solo 9 degli 89 soggetti non hanno completato il follow-up a 6 mesi: 3 per fallimento farmacologico della exenatide LAR (mancata riduzione dell’emoglobina glicata), 5 per intolleranza (nausea, diarrea e vomito) e 1 per reazione nel sito di iniezione. Il trattamento con exenatide LAR era associato globalmente a un basso rischio di ipoglicemie (3,4% dei pazienti), che erano a carico esclusivamente dei pazienti che associavano, al GLP-1 agonista, una sulfanilurea. Infine, la valutazione per sottogruppi dell’efficacia del trattamento, espressa in termini di riduzione di HbA1c, evidenziava come il farmaco fosse tanto più efficace quanto minore era la durata di malattia e questo indipendentemente dal valore di HbA1c al basale (Tab. III). In aggiunta, l’associazione di exenatide LAR con una sulfanilurea era associato a una minor efficacia del farmaco e a una maggior probabilità di andare incontro a un fallimento terapeutico. Discussione La terapia con exenatide LAR conferma, nella real life, i dati di efficacia sia in termini di controllo glicemico sia di effetti sul peso corporeo e sul BMI, riportati in letteratura 3 7. La nostra osservazione evidenzia come tale effetto si verifica già nel breve termine (entro 6 mesi dall’inizio del trattamento) e che il trattamento è in grado di ridurre in maniera significativa sia la glicemia a digiuno sia quella post-prandiale. Nella pratica clinica dei Tabella II. Andamento dei principali parametri in studio al basale e a fine studio. Parametri Basale Fine studio Differenza Glicemia a digiuno (mg/dl) 165 ± 43 141 ± 26* -24 Glicemia post-prandiale (mg/dl) 185 ± 44 146 ± 22* -29 101,2 ± 17,4 97,2 ± 14,8* -4 Peso (kg) BMI (kg/m ) 36,0 ± 5,9 34,9 ± 5,8* -1,1 Pressione arteriosa sistolica (mmHg) 138 ± 14 130 ± 11* -8 Pressione arteriosa diastolica (mmHg) 79 ± 8 78 ± 9 -1 2 I dati sono espressi come media ± DS. * p < 0,01 vs basale. 183 R. Candido et al Tabella III. Variazioni di emoglobina glicata in relazione alla durata di malattia. Durata di malattia HbA1c media al basale (%) HbA1c media ultimo follow-up (%) HbA1c delta (%) < 5 anni 7,98 6,54 -1,44 5-10 anni 8,21 6,95 -1,26 > 10 anni 7,77 7,22 -0,55 nostri Centri la tendenza è quella di iniziare il trattamento con questo farmaco nei pazienti francamenti obesi (BMI > 35), con durata di malattia mediamente elevata e controllo glicemico non adeguato, con iperglicemia sia a digiuno sia post-prandiale. Tale atteggiamento prescrittivo è analogo a quello rilevato per un altro GLP-1 agonista, la liraglutide, in un precedente studio effettuato nel 2011 presso i Centri Diabetologici del Friuli Venezia Giulia 11: in sostanza dopo 4 anni i diabetologi tendono a prescrivere gli agonisti recettoriali del GLP1 “long acting” a pazienti con le medesime caratteristiche fenotipiche. In aggiunta, il comportamento osservato è quello di associare, prevalentemente, in duplice combinazione, l’exenatide LAR, alla terapia con metformina o sulfanilurea o in triplice combinazione con metformina e sulfanilurea. La riduzione della pressione arteriosa sistolica, da noi rilevata, conferma ulteriormente l’efficacia di questa molecola nel migliorare il rischio cardiovascolare nei pazienti con DMT2. Confrontando i dati di tollerabilità che emergono dalla letteratura, con quelli osservati nella pratica clinica, emerge come per questo farmaco gli effetti collaterali si verificano in una percentuale molto più bassa nella real life sia per quanto riguarda quelli a livello del tratto gastrointestinale, sia per le reazioni nel sito di iniezione 2 9. Infine, una bassa percentuale di pazienti è andato incontro alla sospensione del farmaco per fallimento terapeutico, quantomeno nel breve termine. In conclusione, nella nostra esperienza clinica i dati raccolti confermano i potenziali effetti benefici della exenatide LAR sia sul controllo glicemico, sia sugli altri fattori di rischio cardiovascolare (peso, BMI e pressione arteriosa). A questo si aggiunge la buona tollerabilità e sicurezza del farmaco (solo 6 pazienti hanno sospeso il trattamento per intolleranza). La tendenza a utilizzare il farmaco prevalentemente in pazienti con lunga durata di malattia e associato alle sulfaniluree, fattori questi che aumentano la probabilità di fallimento terapeutico, inducono a rivedere alcuni comportamenti della nostra pratica clinica al fine di sfruttare al meglio le caratteristiche e l’efficacia di tale classe di farmaci. Il proseguimento del monitoraggio, nel tempo, di questi pazienti ci permetterà di definire ancora meglio nel lungo termine l’efficacia e la tollerabilità del farmaco 184 Bibliografia Giorgino F, Leonardini A, Natalicchio A, et al. Multifactorial intervention in type 2 diabetes: the promise of incretin-based therapies. J Endocrinol Invest 2011;34:69-77. 1 Meier JJ. GLP-1 receptor agonists for individualized treatment of type 2 diabetes mellitus. Nat Rev Endocrinol 2012;8:728-42. 2 Drucker DJ, Buse JB, Taylor K, et al. Exenatide once weekly versus twice daily for the treatment of type 2 diabetes: a randomised, open-label, non-inferiority study. Lancet 2008;372:1240-50. 3 Buse JB, Rosenstock J, Sesti G, et al. Liraglutide once a day versus exenatide twice a day for type 2 diabetes: a 26-week randomised, parallel-group, multinational, open-label trial (LEAD-6). Lancet 2009;374:39-47. 4 Kapitza C, Forst T, Coester HV, et al. Pharmacodynamic characteristics of lixisenatide once daily versus liraglutide once daily in patients with type 2 diabetes insufficiently controlled on metformin. Diabetes Obes Metab 2013;15:642-9. 5 Rosenstock J, Raccah D, Koranyi L, et al. Efficacy and safety of lixisenatide once daily versus exenatide twice daily in type 2 diabetes inadequately controlled on metformin: a 24-week, randomized, open-label, active-controlled study (GetGoal-X). Diabetes Care 2013;36:2945-51. 6 Buse JB, Nauck M, Forst T, et al. Exenatide once weekly versus liraglutide once daily in patients with type 2 diabetes (DURATION-6): a randomised, open-label study. Lancet 2013;381:117-24. 7 Pratley RE, Nauck MA, Barnett AH, et al. Once-weekly albiglutide versus once-daily liraglutide in patients with type 2 diabetes inadequately controlled on oral drugs (HARMONY 7): a randomised, open-label, multicentre, non-inferiority phase 3 study. Lancet Diabetes Endocrinol 2014;2:289-97. 8 Trujillo JM, Nuffer W, Ellis SL. GLP-1 receptor agonists: a review of head-to-head clinical studies. Ther Adv Endocrinol Metab 2015;6:19-28. 9 AMD-SID. Standard italiani per la cura del diabete mellito 2014. 10 Candido R, Pellegrini MA, Felace G, et al. Ruolo di Liraglutide nella gestione dei pazienti con diabete tipo 2: l’esperienza della Regione Friuli Venezia Giulia. In: Atti del Congresso Nazionale della Società Italiana di Diabetologia, Torino, 23-26 maggio 2012. Il Diabete 2012:97. 11 MeDia 2015;15:185-188 NOTIZIE dal MONDO della diagnostica Autocontrollo Glicemico nel paziente con diabete mellito Graziano Di Cianni Emilia Lacaria UOC Diabetologia e Malattie del Metabolismo, ASL 6 Livorno Indirizzo per la corrispondenza Graziano Di Cianni [email protected] Il diabete mellito rappresenta un rilevante problema sanitario e il suo progressivo aumento nella nostra popolazione espone a conseguenze potenzialmente devastanti per l’organizzazione sanitaria del paese. Componente essenziale della gestione del diabete è l’autocontrollo glicemico (SMBG). Questo termine fa riferimento alla misurazione strutturata della glicemia capillare, all’interpretazione dei risultati glicemici ottenuti e ai conseguenti interventi terapeutici coerenti a migliorarli 1. Il monitoraggio della glicemia capillare riveste un’importanza fondamentale seppur differente nella cura dei diversi tipi di diabete mellito. L’autocontrollo quotidiano è indispensabile nella gestione della malattia diabetica tipo 1, sia per ottenere un buon controllo glicometabolico, sia per ridurre il rischio di ipoglicemia 2-6. L’importanza del ruolo dell’automonitoraggio glicemico e la frequenza dei controlli nella cura del diabete mellito tipo 2 appare, invece, ancora non ben definito. Esso rappresenta tuttavia, la modalità più efficace per il controllo dell’iperglicemia postprandiale e, quindi, per l’adozione della terapia più appropriata e personalizzata del singolo paziente 1 7-9. È fondamentale quindi fare una distinzione tra ruolo del SMBG nel diabete tipo 1 piuttosto che nel diabete tipo 2: • nel diabete mellito tipo 1, la maggior parte degli studi clinici ha evidenziato il ruolo centrale dell’autocontrollo nel raggiungimento di un buon controllo glicemico. Il monitoraggio glicemico domiciliare nel paziente diabetico tipo 1 deve essere eseguito prima di ogni iniezione di insulina in modo tale da aggiustarne eventualmente il dosaggio, sia in base al valore della glicemia, sia al contenuto di carboidrati del pasto. Nei pazienti in terapia intensiva multiiniettiva e/o con microinfusore il controllo delle glicemie capillari, secondo le raccomandazioni ADA (American Diabetes Association), dovrebbe essere eseguito sistematicamente prima dei pasti e degli spuntini, occasionalmente dopo i pasti principali, prima di andare a letto e prima di un esercizio fisico, sempre nel sospetto di ipoglicemia, dopo la correzione delle ipoglicemie, prima di guidare. In questi pazienti l’automonitoraggio glicemico rappresenta uno strumento fondamentale finalizzato ad adeguare la dose di insulina in rapporto all’attività fisica e a ridurre il rischio di ipoglicemia, e per tale motivo esso deve essere considerato come un componente essenziale dell’autogestione quotidiana di questo tipo di pazienti. L’uso dell’autocontrollo per raggiungere un obiettivo glicemico il più possibile vicino alla normalità consente di ridurre il rischio di complicanze microangiopatiche nel diabete tipo 1 2 3; • le evidenze inerenti l’automonitoraggio glicemico nel diabete mellito tipo 1 sono verosimilmente trasferibili anche al paziente diabetico tipo 2 in trattamento insulinico intensivo. Inoltre l’automonitoraggio a digiuno si è dimostrato essenziale anche per il raggiungimento di un buon controllo glicemico nel diabetico tipo 2 in trattamento con 185 G. Di Cianni, E. Lacaria antidiabetici orali associati a un’insulina a lunga durata d’azione 10; • nel diabete tipo 2 non insulino-trattato, il ruolo dell’autocontrollo è ancora controverso. A favore del monitoraggio glicemico sono i risultati emersi dallo studio PRISMA, che sottolineano come un monitoraggio intensivo strutturato eseguito in soggetti diabetici tipo 2 non in terapia insulinica (4 misurazioni/die per 3 gg/settimana) determini una riduzione dell’HbA1c significativamente maggiore rispetto ai soggetti che non eseguivano tale monitoraggio 11 12. L’ultima metanalisi pubblicata dalla Cochrane 13 evidenzia, inoltre, che l’autocontrollo glicemico nei soggetti non insulino-trattati di nuova diagnosi, al follow-up a 1 anno, si traduce in una riduzione significativa dei livelli di HbA1c rispetto al gruppo di controllo. Tale dato sottolinea quindi come l’inizio di un precoce intervento educativo, entro il primo anno dalla diagnosi, permetta di ottenere un migliore effetto a lungo termine 14. Autocontrollo strutturato e personalizzato Il termine autocontrollo “strutturato” si riferisce sostanzialmente all’esecuzione del test glicemico capillare con la giusta frequenza, al momento giusto e nella giusta situazione. La frequenza dei controlli glicemici deve essere determinata su base individuale tenendo conto del tipo di diabete e dello schema di terapia. Alla luce di quanto sopra, le raccomandazioni ADA e gli Standard Italiani per la Cura del Diabete Mellito 7 15 hanno individuato cinque classi di pazienti, in funzione della terapia e del quadro clinico. 1. Pazienti in trattamento insulinico intensivo (trattamento multi-iniettivo o microinfusore): sono necessari, di regola, 5 controlli/die ma è possibile effettuare 4 controlli/die in condizioni di controllo glicemico stabile. Per i pazienti in terapia con microinfusore, per le pazienti con diabete pregestazionale in gravidanza e per i soggetti con età inferiore a 18 anni sono suggeriti 6-8 controlli/die; un controllo più stretto può essere necessario nei bambini più piccoli. Anche per i pazienti che iniziano il trattamento insulinico è auspicabile un numero maggiore di controlli (6-7/die) per il primo trimestre. È consigliato un numero illimitato di controlli in condizioni di squilibrio glicemico o malattie intercorrenti, per periodi limitati alla risoluzione dell’evento. 2. Pazienti in trattamento insulinico non intensivo o in trattamento combinato: si consiglia un numero di controlli quotidiani pari al numero di iniezioni +20% in condizioni di controllo glicemico stabile. Nei pazienti che presentano un rischio elevato di ipoglicemia o conseguenze potenzialmente gravi dell’ipoglicemia (coronaropatia, vascolopatia cerebrale, retinopatia proliferante) e nei soggetti che svolgono professioni in grado di esporli a un rischio potenzialmente grave di ipoglicemie è consigliabile un monitoraggio più 186 stretto (2-4 controlli/die). Per i pazienti che iniziano il trattamento insulinico possono essere utili un numero maggiore di controlli (2-4/die) per il primo trimestre. È consigliato un numero illimitato di controlli in condizioni di squilibrio glicemico o malattie intercorrenti, per periodi limitati alla risoluzione dell’evento. 3. Pazienti in trattamento con ipoglicemizzanti orali secretagoghi (sulfaniluree, glinidi): si consiglia un numero di controlli pari a un profilo settimanale su 6 punti in condizioni routinarie e fino a 2 controlli/die in presenza di rischio elevato di ipoglicemia o conseguenze potenzialmente gravi dell’ipoglicemia e nei soggetti che svolgono professioni in grado di esporli a un rischio potenzialmente grave di ipoglicemie. Per i soggetti diabetici non insulino-trattati è raccomandato un automonitoraggio più intensivo, concentrato in brevi periodi di tempo (3-6 mesi), alla diagnosi e periodicamente, soprattutto quando viene modificata la terapia, per raccogliere dati che facilitino l’identificazione degli andamenti della glicemia nel corso della giornata. è consigliato un numero illimitato di controlli in condizioni di squilibrio glicemico o malattie intercorrenti, per periodi limitati alla risoluzione dell’evento. 4. Pazienti in trattamento dietetico e/o con farmaci insulinosensibilizzanti e/o incretino-mimetici e/o antiperglicemici: viene suggerito un automonitoraggio concentrato in brevi periodi di tempo, all’inizio della malattia e periodicamente, per raccogliere dati che facilitino l’identificazione degli andamenti della glicemia nel corso della giornata, ad esempio un profilo a 6 punti al mese, o un profilo per 6 giorni ogni trimestre. È consigliato un numero illimitato di controlli in condizioni di squilibrio glicemico o malattie intercorrenti, per periodi limitati alla risoluzione dell’evento. 5. Pazienti con diabete gestazionale: la frequenza dei controlli suggerita per le donne con diabete gestazionale in trattamento dietetico è di 2 controlli/die. Si deciderà per l’eventuale intensificazione del monitoraggio in relazione alle singole situazioni cliniche, fino allo schema a 7-8 punti/die per le pazienti in trattamento insulinico intensivo. L’autocontrollo glicemico è uno strumento fondamentale nella gestione quotidiana della malattia diabetica. Esso non è solo un mero strumento di monitoraggio, ma rappresenta un aspetto importante nell’ambito dei programmi di educazione terapeutica. L’efficacia dell’autocontrollo glicemico dipende anche e soprattutto dalla capacità del personale sanitario di trasferire al paziente le abilità necessarie. La formazione di personale qualificato è dunque fondamentale nel favorire lo sviluppo delle capacità del paziente, che dovrebbe quindi essere educato ad avere le abilità necessarie per effettuare la rilevazione della propria glicemia, saper interpretare i risultati, percepire il nesso fra specifici comportamenti alimentari e comportamentali e i risultati della misurazione glicemica e, infine, essere in grado di attuare comportamenti correttivi in risposta ai risultati dell’automonitoraggio. Autocontrollo glicemico nel paziente con diabete mellito Scelta del glucometro: differenti strumenti e differenti pazienti Nella scelta di uno strumento rispetto a un altro è necessario in prima battuta prendere in considerazione le caratteristiche del paziente e la situazione ambientale in cui viene utilizzato (Tab. I). In commercio sono presenti differenti modelli di glucometro e ciascuno di essi si caratterizza per molteplici aspetti, la maggior parte dei quali sono riassunti nella Tabella I. La facilità di utilizzo del glucometro rappresenta un aspetto fondamentale per lo stesso operatore sanitario (diabetologo, medico di medicina generale, infermiere specializzato) in quanto, per la valutazione nel tempo dell’autocontrollo, è importante che le informazioni ottenute siano recuperabili con semplicità dalla memoria. Vi sono delle funzioni base all’interno della memoria del glucometro (glicemia, data, ora) dalle quali non si può prescindere, ed eventuali caratteristiche più avanzate sono da considerarsi un valido aiuto in relazione all’intensità della terapia e al grado di compliance e autogestione del singolo paziente. Alcuni strumenti sono inoltre in grado di registrare e analizzare i dati dell’autocontrollo dopo download in diversi formati analitici (grafici, indici di variabilità glicemica, ecc.), consentendo quindi una migliore gestione della terapia e disponendo di uno strumento obiettivo ai fini della valutazione delle ipoglicemie. Le Aziende Sanitarie devono garantire la disponibilità di scelta tra modelli diversi in relazione alla caratteristiche dei singoli pazienti. L’evoluzione tecnologica ha ampiamente favorito la semplicità d’uso dei devices e la prevenzione di errori di utilizzo degli stessi 15. Accuratezza glucometro - Norme ISO La scelta del glucometro deve rispettare le esigenze, le caratteristiche e le capacità manuali ed intellettive del singolo paziente. Nelle raccomandazioni a cura di un gruppo di lavoro intersocietario AMD-SID-SIEDP-OSDI-SIBioc-SIMel 16 sono stati definiti i requisiti qualitativi minimi e quelli desiderabili relativamente alle prestazioni analitiche, quale strumento guida fondamentale per operare una scelta accurata dello strumento di monitoraggio glicemico da adottare. Le raccomandazioni esplicitate nel documento sono allineate a quelle proposte dallo standard ISO 15197 (2003) ma, più di recente, sono state pubblicate 17 le nuove norme ISO che prevedono requisiti più stringenti per la valutazione della performance dei dispositivi in termini di accuratezza e precisione (ISO/FDIS 15197). Oltre ad aver definito criteri maggiormente stringenti di accuratezza sono stati introdotti, inoltre, criteri di valutazione di accuratezza per l’utente e di valutazione dell’interferenza e dell’ematocrito. In Italia sono ancora poco diffusi i programmi di Valutazione Esterna di Qualità (VEQ) dedicati esplicitamente agli strumenti portatili e quelli operativi presentano problemi ancora non risolti di commutabilità dei materiali. Appare tuttavia auspicabile che le strutture di riferimento diabetologico e di laboratorio scelgano una strategia a questo proposito, basata su un programma di VEQ o su confronto tra dati. Nell’ambito del controllo di qualità è importante distinguere un controllo interno da uno esterno. L’esecuzione del controllo di qualità interno, che dovrebbe essere eseguito dal personale infermieristico competente e in collegamento con la struttura del laboratorio dedicata alle analisi decentrate, è fondamentale per la valutazione della precisione e dunque della riproducibilità nel Tabella I. Paziente Glucometro Età Dimensioni dello strumento Tipo e intensità della terapia Tipo di enzima e le interferenze Stile di vita Tecnologia di misura (elettrochimico, reflettometrico) Eventuale tipo di attività sportiva Riferibilità della calibrazione (sangue o plasma), caratteristiche analitiche, modalità di calibrazione Condizioni/temperatura dell’ambiente domestico Facilità d’uso, modalità d’inserzione ed espulsione della striscia (impatto ambientale-sicurezza), il display e la sua leggibilità Compliance all’esecuzione dell’automonitoraggio Possibile determinazione di altri test o parametri calcolati Capacità di attuare comportamenti correttivi in risposta ai risultati Capacità di interagire via bluetooth o wireless con la pompa insulinica dell’automonitoraggio Grado di informatizzazione Capacità di memorizzare i valori glicemici e di eseguire lo scarico dei dati in ambulatorio Limitazioni manuali o visive Possibile funzione di suggerimento bolo (per i pazienti in terapia insulinica intensiva) 187 G. Di Cianni, E. Lacaria tempo. La finalità del controllo di qualità interno è quindi quella di identificare tendenze alla deriva o instabilità ed errori di conservazione dei materiali o di gestione dell’analisi. È comunque importante consultare la competenza del laboratorio per la pianificazione del programma sulla base del contesto operativo locale. Obiettivo principale di questo tipo di controllo sono certamente i pazienti in terapia insulinica intensiva, particolarmente esposti a rischi connessi a errori di determinazione della glicemia e quindi della dose di insulina. Il controllo di qualità esterno è finalizzato, invece, alla misura dell’inesattezza e va gestita in diretta collaborazione con la struttura del laboratorio delegata alla gestione delle analisi decentrate, elaborando una strategia gestionale idonea allo specifico contesto locale. L’orientamento è quello di mantenere il sistema analitico allineato ai criteri minimi proposti dalla norma ISO 15197. La riferibilità di ogni tipologia di glucometro può essere ottenuta attraverso il dosaggio periodico di materiali di controllo interni. Nella gestione dei risultati di tale programma devono essere definiti a priori i limiti di accettabilità e le eventuali azioni correttive. effect of intensive treatment of Diabetes on the development and progression of long-term complications in insulin-dependent diabetes mellitus. N Engl J Med 1993;329:977-86. White NH, Cleary PA, Dahms W, et al. Beneficial effects of intensive therapy of Diabetes during adolescence: outcomes after the conclusion of the Diabetes Control and Complications Trial (DCCT). J Pediatr 2001;139:804-12. 3 Weissberg-Benchell J, Antisdel-Lomaglio J, Seshadri R. Insulin pump therapy: a meta-analysis. Diabetes Care 2003;26:1079 8. Diabetes Control and Complications Trial Research Group. Effect of intensive Diabetes treatment on the development and progression of long-term complications in adolescents with insulin-dependent diabetes mellitus: Diabetes Control and Complications Trial. J Pediatr 1994;125:177-188 4 The absence of a glycemic threshold for the development of longterm complications: the perspective of the Diabetes Control and Complications Trial. Diabetes 1996;45:1289-1298 5 Coster S, Gulliford M, Seed P, et al. Monitoring blood glucose control in diabetes mellitus: a systematic review. Health Technol Assess 2000;4:i-93 6 American Diabetes Association-Standards of Medical Care in Diabetes 2015. 7 Pozzilli P, Leslie RD, Chan J, et al. The A1C and ABCD of glycaemia management in type 2 diabetes: a physician’s personalized approach. Diabetes Metab Res Rev 2010;26:239-244 10 Conclusioni In conclusione, come riportato negli Standard Italiani per la Cura del Diabete Mellito SID e AMD del 2014, l’autocontrollo glicemico deve essere inteso come un vero e proprio strumento terapeutico da prescrivere secondo precise indicazioni e con la scelta degli strumenti ritenuti più idonei da parte del diabetologo e/o del medico di medicina generale dove sia stato istituito un regime di assistenza integrata; tale prescrizione deve quindi essere preceduta da un addestramento pratico strutturato del personale sanitario e accompagnata da un sistema di distribuzione capillare assimilabile, per efficienza, a quello dei farmaci 15. I risultati sul beneficio dell’autocontrollo e la sua importanza nell’ambito di una strategia globale di cura sono evidenti nel trattamento del diabete mellito tipo 1 e anche nel diabete mellito tipo 2 non insulino-trattato molti studi hanno dimostrato come il SMBG si associ ad un miglioramento del compenso glicometabolico. La scelta del glucometro non deve essere casuale ma appare necessario selezionare il device in base alle necessità del singolo paziente e, soprattutto, in grado di rispondere a requisiti specifici di qualità (ISO 15197). Bibliografia Cavalot F, Pagliarino A, Valle M, et al. Postprandial blood glucose predicts cardiovascular events and all-cause mortality in type 2 diabetes in a 14-year follow-up: lessons from the San Luigi Gonzaga Diabetes Study. Diabetes Care 2011;34:2237-43. 1 The Diabetes Control and Complications Trial Research Group. The 2 188 Ceriello A, Gallo M, Armentano V, et al.; Associazione Medici Diabetologi. Personalizing treatment in type 2 diabetes: a self-monitoring of blood glucose inclusive innovative approach. Diabetes Technol Ther 2012;14:373-8. 9 White RD. The treat-to-target A1C approach to control type 2 diabetes and prevent complications. Adv Ther 2007;24:545-59 10 Scavini M, Bosi E, Cerriello A, et al. Prospective, randomized trial on intensive SMBG management added value in non-insulin-treated T2DM patients (PRISMA): a study to determine the effect of a structured SMBG intervention. Acta Diabetol 2013;50:663-72. 11 Giorgino F. L’automonitoraggio glicemico nel diabete tipo 2 non trattato con insulina: il contributo dello studio PRISMA. G It Diabetol Metab 2012;32:53-5. 12 Malandas UL, Welschen LMC, Riphagen II, et al. Self monitoring of blood glucose in patients with type 2 diabetes mellitus who are not using insulin. Cochrane Database Syst Rev 2012;1:CD005060 13 Hemmingsen B, Lund S, Gluud C, et al. Intensive glycaemic control for patients with type 2 diabetes: systematic review with metaanalysis and trial sequential analysis of randomised clinical trials. BMJ 2011;343:d6898. 14 AMD-SID. Standard italiani per la cura del diabete mellito 2014. www.standarditaliani.it. 15 AMD-SID-SIEDP-OSDI-SIBioc-SIMel. Raccomandazioni per l’autocontrollo della glicemia nel paziente diabetico - 2012. www. siditalia.it/pubblicazioni/raccomandazioni.html 16 International Diabetes Federation. IDF Guideline on self-monitoring of blood glucose in non-insulin treated type 2 diabetes - 2008. http://www.idf.org/guidelines/self-monitoring. 17 MeDia 2015;15:189 Sezione di autovalutazione Risposte ai precedenti questionari 2015, vol. 15, n. 2 Stile di vita ancestrale e collisione evolutiva . Parte 3 – L’acido urico: un’amicizia finita male • F. Gregorio, M. Sudano, D. Gregorio, N. Musacchio 1) Il silenziamento dell’uricasi è presente: a. b. c. d. in tutte le scimmie solamente nelle grandi scimmie solamente nell’uomo in tutti i mammiferi del nuovo mondo 2) Il silenziamento dell’uricasi determina livelli di acido urico mediamente: e. inferiori ai 3 mg/dl nelle popolazioni primitive f. superiori a 6 mg/dl in tutte le grandi scimmie g. non modifica sensibilmente i livelli di acido urico rispetto ai mammiferi che esprimono l’enzima h. sempre superiori ai 6 mg/dl 3) L’aumento dei livelli di acido urico potrebbe aver determinato vantaggi evolutivi tranne: a. b. c. d. l’aumento dell’attività antiossidante l’aumento della massa e della potenza muscolare un effetto neuroprotettivo sul sns un effetto lipogenetico a livello epatico 4) L’acido urico è in grado di determinare: a. una riduzione della pressione arteriosa b. un aumento della pressione arteriosa assolutamente sodio-indipendente c. un aumento della pressione arteriosa solo inizialmente sodioindipendente d. non ha effetti sulla pressione arteriosa 3) Qual è il numero di pazienti che è necessario operare (NNT) per prevenire un caso di diabete nei successivi 10 anni nei pazienti con prediabete arruolati nello studio SOS? e. 1,3 f. 7,0 g. 13,0 h. 17,0 4) Quale di questi fattori clinici è risultato aumentare la probabilità di remissione del diabete dopo chirurgia bariatrica? a. b. c. d. maggiore presenza di retinopatia diabetica maggiore durata del diabete minore durata del diabete presenza contemporanea di ipertensione arteriosa Acromegalia: uno studio di prevalenza in Sicilia • S. Cannavò, S. Puglisi, O.R. Cotta, S. Inferrera, S. Marino, U. Alecci 1) L’acromegalia è causata più frequentemente da: a. un macroadenoma ipofisario b. un microadenoma ipofisario c. un tumore neuroendocrino 2) Negli studi epidemiologi più recenti basati su registri di malattia, la prevalenza di acromegalia è intorno a: a. 1000 casi x milione di abitanti b. 500 casi x milione di abitanti c. 100 casi x milione di abitanti 3) L’acromegalia clinicamente silente si può riscontrare più facilmente nei pazienti con: La chirurgia bariatrica nel paziente con diabete mellito tipo 2 • L. Busetto 1) Secondo gli standard dell’ADA, qual è il livello di BMI sopra il quale la chirurgica bariatrica dovrebbe essere considerata in un paziente diabetico? e. f. g. h. > 50 kg/m2 > 40 kg/m2 > 35 kg/m2 > 30 kg/m2 2) Quale di queste procedure chirurgiche ha la minore mortalità operatoria? a. b. c. d. diversione bilio-pancreatica by-pass gastrico bendaggio gastrico sleeve gastrectomy a. gozzo b. prolattinoma c. malattia di Cushing 4) La cosecrezione di TSH in un adenoma GH secernente: a. maschera gli effetti clinici dell’ipersecrezione di GH b. esalta gli effetti clinici dell’ipersecrezione di GH c. non modifica gli effetti clinici dell’ipersecrezione di GH 5) Nei pazienti con acromegalia clinicamente silente i livelli di IGF-1 sono in genere: a. molto elevati b. moderatamente elevati c. normali 189 la soluzione Nathura per le ferite superficiali e profonde Numerosi studi pubblicati nella letteratura scientifica hanno dimostrato che l’acido ialuronico è tra le principali sostanze che favoriscono il processo di guarigione delle ferite, accelerando le fasi di riparazione tissutale. Le proprietà chimico-fisiche dell’acido ialuronico sono dovute alla sua capacità di legare grandi quantità di molecole di acqua, formando una sostanza viscosa, che gioca un ruolo fondamentale nel mantenimento e nella lubrificazione delle parti mobili, come ad esempio articolazioni e muscoli. Inoltre, l’acido ialuronico costituisce uno dei principali componenti del derma, dove agisce da supporto strutturale, donando ai tessuti tonicità, trofismo ed elasticità. Grazie alle sue proprietà igroscopiche (capacità di assorbire acqua) regola l’idratazione dei tessuti e il trasporto di acqua, garantendo il mantenimento di un ambiente umido, favorevole al processo di rigenerazione dei tessuti stessi. Le sue considerevoli proprietà e la sua elevata biocompatibilità fanno sì che l’acido ialuronico sia impiegato in numerose applicazioni cliniche, oltre che nello skin-care come agente idratante. In diversi studi clinici l’applicazione topica di acido ialuronico è risultata essere efficace nel migliorare i processi di guarigione delle ferite, anche nei casi di ferite profonde o croniche come radioepiteliti, ulcere venose agli arti inferiori, ulcere diabetiche. L’applicazione dell’acido ialuronico sulla cute e sulle mucose è confermata, ad esempio, nei lavori di Nolan (2006) e Lee (2007) che trattano le ulcere della mucosa orale, e Kogan (2007) che passa in rassegna i diversi ambiti clinici di utilizzo dell’acido ialuronico: dal settore dell’otorinolaringoiatria a quello chirurgico, od osteoarticolare. Durante la guarigione delle ferite l’acido ialuronico gioca un ruolo importante sia nella fase d’infiammazione sia durante la proliferazione e la migrazione cellulare. Nelle fasi iniziali, in seguito al ferimento, l’acido ialuronico partecipa, con una funzione meccanica, alla formazione di una struttura provvisoria che favorisce la diffusione di elementi nutrizionali e l’eliminazione dei cataboliti dell’accelerato metabolismo cellulare, che si accumulerebbero nella ferita stessa. Durante le fasi di proliferazione e migrazione cellulare, elevati livelli di acido ialuronico, con il suo importante carico di acqua, indeboliscono l’ancoraggio delle cellule alla matrice extracellulare, consentendone un rapido distacco e facilitando la migrazione e la divisione cellulare. L’ambiente, così favorevole anche alla proliferazione e al meta- bolismo dei fibroblasti, fa sì che tali cellule producano durante la fase di granulazione del processo di guarigione, collagene e sostanza fondamentale, che vanno a riempire la ferita. Quando il tessuto di granulazione procede verso la maturazione, i livelli di acido ialuronico precipitano a favore di un aumento di molecole proteiche che, legandosi all’acido ialuronico stesso, formano i proteoglicani, elementi strutturali che portano alla generazione di un tessuto più resistente. In Lietofix® l’acido ialuronico è ad alto peso molecolare ed è stato ottenuto attraverso tecniche di sintesi biotecnologica. In Lietofix® vale la sinergia d’azione dell’acido ialuronico con altri particolari e preziosi ingredienti. Il colostro, di origine bovina, sostanza nota fin dai tempi antichi per le sue proprietà cicatrizzanti e antinfettive che si compone di fattori di crescita, immunoglobuline e lattoferrina. L’Aloe barbadensis gel e l’alginato di sodio conferiscono, infine, proprietà lenitive e protettive. Grazie alla sua buona tollerabilità Lietofix® è adatto a tutta la famiglia. Già dalla prima applicazione favorisce il benessere della pelle sensibile, irritata o soggetta ad arrossamenti e pruriti ed è utile per il trattamento di ferite superficiali e profonde. Lietofix® è disponibile in farmacia, in due formati, nel tubo da 15 ml e in quello da 40 ml, è facile da applicare, non unge, non contiene parabeni ed è testato per il nichel (inferiore a 1 ppm). Lietofix® è un dispositivo medico CE 0546, leggere attentamente le avvertenze o le istruzioni per l’uso. Riferimenti bibliografici Kogan G, Soltés L, Stern R, et al. Hyaluronc acid: a natural biopolymer with a broad range of biomedical and industrial application. Biotechnol Lett 2007;29:17-25. Nolan A, Baillie C, Badminton J, et al. The efficacy of topical hyaluronic acid in the management of recurrent aphthous ulceration. J Oral Pathol Med 2006;35:461-5. Lee JH, Jung JY, Bang D. The efficacy of topical 0.2% hyaluronic acid gel on recurrent oral ulcers: comparision between recurrent aphthous and the oral ulcers of behcet’s disease. J Eur Acad Dermatol Venereol 2007;22:590-5. ... sempre più multimediale inquadra con il tuo device i QRcode per accedere a contributi audiovisivi iscritivi al nostro canale youtube Pacini Editore Medicina ... sempre più social Diventa fan della pagina Facebook Rivista MEDIA www.facebook.com/rivistamedia Quiz di Copertina: scopri la città su ... sempre più completa visita il sito dedicato è on line il SITO WEB DEDICATO ALLA RIVISTA Videogallery Documenti ufficiali Report Convegni tutto open access Iscriviti alla e-newsletter Diventa Fan della Pagina Facebook della Rivista Media www.facebook.com/rivistamedia disponibile la APP gratuita Dal 2001 accanto ai Medici che curano il diabete Direttore scientifico: Antonio Ceriello La Terapia Insulinica: Problematiche irrisolte, personalizzazione e prospettive future. Gian Paolo Fadini, Carlo Bruno Giorda, Edoardo Mannucci, Giorgio Sesti (2014) L’innovazione nel trattamento delle dislipidemie Carlo B. Giorda (2013) Novità in tema di chetonemia, chetoacidosi e autocontrollo glicemico Riccardo Candido, Antonio Ceriello, Carlo B. Giorda, Carla Origlia (2012) Nuove tecnologie nella cura del diabete. Recenti sviluppi e prospettive Paolo Di Bartolo, Sandro Gentile, Giorgio Grassi, Dario Iafusco, Alberto Maran (2010) Le incretine: dalla fisiopatologia all’utilizzo terapeutico Carlo B. Giorda, Marta Letizia Hribal, Edoardo Mannucci, Carla Origlia, Salvatore Piro, Francesco Purrello, Giorgio Sesti (2008) Una visione unitaria dei fattori di rischio, dalla resistenza insulinica al rischio globale Alimentazione e terapia dietetica nel sovrappeso e nel diabete di tipo 2 in trattamento con insulina cod. 43476 Lorenzo Arnaboldi, Roberta Assaloni, Alberto Corsini, Carlo B. Giorda, Gerardo Medea, Carla Origlia, Umberto Valentini, Giacomo Zoppini (2007) Direttore Scientifico: Carlo B. Giorda Dario Iafusco, Dolores Marzano (2007) Novità iN tema Alimentazione e terapia dietetica nel diabete giovanile e in gravidanza si e autocoNt Carlo B. Gorda, Dolores Marzano, Tecla Marchese (2007) , chetoacido di chetoNemia Alimentazione e terapia dietetica nel sovrappeso e nel diabete di tipo 2 non trattato con insulina rollo glicemico Dolores Marzano, Carla Origlia, Tecla Marchese, Antonino Cimino (2007) ma di Novità iN teetoacidosi ch , ia em N o ico chet glicem trolloB. Giord a, Carla Origlia e autocoN Antonio Ceriello, Carlo Riccardo Candido, a a cura di Carlo B. Giord Edizioni digitali in pdf disponibili su www.aemmedi.it www.simg.it www.pacinimedicina.it Serie editoriale Società italiana di M edicina G enerale AGGIORNAMENTI SUI PERCORSI DIAGNOSTICI - TERAPEUTICI - ASSISTENZIALI NOVITÀINUSCITAVitaminaD-Tuttociòcheavrestevolutosapereenonavetemaiosatochiedere OsteoporosiefragilitàosseainMedicinaGenerale FibrillazioneatrialeinMedicinaGenerale LagestionedelledipendenzedaalcolinMedicinaGenerale Icasicliniciciinsegnanol’osteoporosi Ifarmacimiorilassantinelmaldischiena Duloxetina,gabapentin,pregabalin:sappiamocomeprescriverlineldolore? Lemalattiecardiovascolari:dinamicheassistenziali La(nuova)nota13AIFAeiusoeffettiprofessionali,clinicieeconomici Guidapraticaallagestionedelrischiocardiovascolare-metabolico Lemalattiecardiovascolari:dinamicheassistenziali Ladepressionenelpreepost-parto Ladepressionesottosoglia TerapiaFarmacologicadeidisturbid’ansia Checosaèl’ansia:basibiologicheecorrelazionicliniche L’ansiacomepatologiapsichica PrevenzioneVaccinaledeitumoridelcollodell’utero LagestonedellaTrombosivensaprofondainMedicinaGenerale Checosaèl’ansia-basibiologicheecorrelazionicliniche L’artritereumatoideinMedicinaGenerale LespondiloartritiinMedicinaGenerale L’artrosiinMedicinaGenerale Gestionedelpazienteconcongestionenasale GestionedelpazienteemicranicoinMedicinaGenerale Sindromepremestruale,contraccezione,menopausa:idisturbidell’umore Allattamento:aspettigeneraliedisturbidell’umore L’occhiodell’anziano Problematichepsichicheingravidanzaepost-partum Iltrattamentodelladepressione GuidapraticasullaBPCO Depressione Ilpazienteiperteso.Nuoviorientamenticlinico-assistenziali Ictus(Stroke) Lamalattiaemorroidaria Lerinosinusiti Lepolmonitiacquisiteincomunità(CAP) Lasindromedavescicaiperattiva Disfunzioneerettile Ildisturbodistimico IlproblemadeldoloreinMedicinaGenerale(vol.II) IlproblemadeldoloreinMedicinaGenerale(vol.I) Ansiageneralizzata(GAD) S ocietà italiana di M uto incondizio di M edic ina G ene rale 13 AIFA La (nuova) nota fessionali, e i suoi effetti pro omici on ec ed clinici oli, C. Cricelli, F. Belotti, O. Brign V. Atella, A. Battaggia, Mortari, G. Medea A. Pasqua, A. Piano A. Filippi, S. Giustini, Società italiana di Medicina Generale con il contributo Edizioni digitali in pdf disponibili su www.simg.it www.pacinimedicina.it nato di G eneral e S ocie tà itali ana ato di con il contributo incondizion Con il contrib edicina Serie editoriale La gestio dipenden ne delle z in Medicin e da alcol a Genera le Ma ur o Ci bi n, Al fio Lu cc hi ni , Al es sa nd ro incondizionato di Cod. 510035 06 • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • cod. 242-71-R-DISNOTA13 • APP “Serie Editoriale Disease Management SIMG” Serie editoria le Società italiana Medicina Generadi le S oc ietà ital ian a di M ed ici na G en era le Fibrillaz in Medic ione Atriale ina Gen erale A cu ra de l Gruppo di lav Doriano Batti oro gelli, Ovidio Alessandro Brignoli, Giul Filippi, Brun o Guillaro, Sa iano Ermini, ffi Ettore Gi ustini Massimo Zo Revisori ni Berisso, Claudio Borg hi, Giuseppe Di Pasqua le Società italiana Medicina Gene di rale Ro ss i exenatide 2 mg polvere e solvente per sospensione iniettabile a rilascio prolungato in penna preriempita 1. DENOMINAZIONE DEL MEDICINALE Bydureon 2 mg polvere e solvente per sospensione iniettabile a rilascio prolungato in penna preriempita. 2. COMPOSIZIONE QUALITATIVA E QUANTITATIVA Ogni penna preriempita contiene 2 mg di exenatide. Dopo ricostituzione, ogni penna rilascia una dose di 2 mg in 0,65 ml. Per l’elenco completo degli eccipienti, vedere paragrafo 6.1. 3. FORMA FARMACEUTICA Polvere e solvente per sospensione iniettabile a rilascio prolungato. Polvere: polvere da bianca a bianca sporca. Solvente: soluzione limpida, incolore da giallo chiaro a marrone chiaro. cod. MP-534 4. INFORMAZIONI CLINICHE. 4.1 Indicazioni terapeutiche. Bydureon è indicato nel trattamento del diabete mellito di tipo 2 in associazione a: • metformina, • sulfonilurea, • tiazolidindione, • metformina e sulfonilurea, • metformina e tiazolidindione in pazienti adulti che non hanno raggiunto un adeguato controllo glicemico con la dose massima tollerata di queste terapie orali. 4.2 Posologia e modo di somministrazione. Posologia. La dose raccomandata è 2 mg di exenatide una volta a settimana. I pazienti che passano da exenatide due volte al giorno (BYETTA) a Bydureon possono manifestare degli aumenti transitori delle concentrazioni di glucosio nel sangue che generalmente migliorano entro le prime due settimane dopo l’inizio della terapia. Quando Bydureon viene aggiunto alla terapia in atto con metformina e/o un tiazolidindione, la dose in corso di metformina e/o tiazolidindione può essere mantenuta. Quando Bydureon è aggiunto alla terapia con una sulfonilurea, una riduzione della dose della sulfonilurea deve essere presa in considerazione per ridurre il rischio di ipoglicemia (vedere paragrafo 4.4). Bydureon deve essere somministrato una volta a settimana, lo stesso giorno di ogni settimana. Il giorno della somministrazione settimanale può essere cambiato se necessario purché la dose successiva sia somministrata almeno un giorno dopo (24 ore). Bydureon può essere somministrato in qualsiasi momento del giorno, indipendentemente dai pasti. Se una dose viene dimenticata, deve essere somministrata non appena possibile. Per l’iniezione successiva i pazienti possono tornare al loro giorno scelto per le iniezioni. Tuttavia, deve essere fatta una sola iniezione nell’arco delle 24 ore. L’uso di Bydureon non richiede un automonitoraggio aggiuntivo dei livelli di glicemia. Tuttavia, l’automonitoraggio dei livelli glicemici può diventare necessario per aggiustare la dose della sulfonilurea. Se, dopo l’interruzione di Bydureon, viene iniziato un differente trattamento antidiabetico è necessario fare attenzione al rilascio prolungato di Bydureon (vedere paragrafo 5.2). Popolazioni speciali. Pazienti anziani. Non sono richiesti aggiustamenti della dose in base all’età. Tuttavia, poiché la funzionalità renale generalmente diminuisce con l’età, la funzione renale del paziente deve essere presa in considerazione (vedere pazienti con compromissione renale). L’esperienza clinica nei pazienti sopra i 75 anni è molto limitata (vedere paragrafo 5.2). Pazienti con compromissione renale. Non sono necessari aggiustamenti della dose per i pazienti con compromissione renale lieve (clearance della creatinina da 50 a 80 ml/min). L’esperienza clinica nei pazienti con compromissione renale moderata (clearance della creatinina da 30 a 50 ml/min) è molto limitata (vedere paragrafo 5.2). Bydureon non è raccomandato in questi pazienti. Bydureon non è raccomandato nei pazienti con malattia renale in stadio terminale o con grave compromissione renale (clearance della creatinina <30 ml/min) (vedere paragrafo 4.4). Pazienti con compromissione epatica. Non sono richiesti aggiustamenti della dose per i pazienti con compromissione epatica (vedere paragrafo 5.2). Popolazione pediatrica. La sicurezza e l’efficacia di Bydureon in bambini e adolescenti di età inferiore a 18 anni non sono state ancora stabilite. I dati al momento disponibili sono riportati nel paragrafo 5.2, ma non può essere fatta alcuna raccomandazione riguardante la posologia. Modo di somministrazione. Bydureon è adatto all’autosomministrazione da parte del paziente. Ogni penna deve essere usata da una sola persona ed è monouso. Prima di iniziare il trattamento con Bydureon, si raccomanda fortemente che i pazienti vengano istruiti da un operatore sanitario. Le “Istruzioni per l’utilizzatore” allegaS e te alla confezione devono essere seguite attentamente dal paziente. Ogni dose deve essere somministrata mediante iniezione sottocutanea nell’addome, nella coscia o nella parte alta posteriore delle braccia immediatamente dopo la sospensione della polvere nel solvente. Per le istruzioni sulla sospensione del medicinale prima S i della somministrazione, vedere il paragrafo 6.6 e le “Istruzioni per l’utilizzatore”. M G 4.3 Controindicazioni. Ipersensibilità al principio attivo o ad uno qualsiasi degli eccipienti elencati al paragrafo 6.1. 4.4 Avvertenze speciali e precauzioni di impiego. Bydureon non deve essere usato nei pazienti affetti da diabete mellito di tipo 1 o per il trattamento della chetoacidosi diabetica. Bydureon non deve essere somministrato mediante iniezione endovenosa o intramuscolare. Questo medicinale contiene meno di 1 mmol di sodio (23 mg) per dose, cioè è praticamente “senza sodio”. Compromissione renale. Nei pazienti con malattia renale in fase terminale sottoposti a dialisi, dosi singole di exenatide due volte al giorno hanno causato un aumento della frequenza e della gravità delle reazioni avverse gastrointestinali pertanto Bydureon non è raccomandato nei pazienti con malattia renale in fase terminale o con grave compromissione renale (clearance della creatinina <30 ml/min). L’esperienza clinica in pazienti con compromissione renale moderata è molto limitata e l’uso di Bydureon non è raccomandato. Con exenatide sono stati riportati spontaneamente rari casi di alterazione della funzione renale, inclusi aumento della creatininemia, deterioramento della funzione renale, peggioramento della compromissione renale cronica e compromissione renale acuta, che talvolta hanno richiesto Alcuni di questi eventi si sono verificati in pazienLa d eprlaeemodialisi. ion ti che presentavano eventi s in s grado di e alterare lo stato di idratazione, inclusi nausea, n e l p o t-p vomitoSale/o diarrea e/osche erano trattamento con medicinali noti per alterare lo arinto vatore Alberi co, Matteo Ba stato di idratazione/la renale. I medicinali assunti contemporaneamente inclulestrie Raffaella Mic funzione ri, Serena Goljevscek, hieli, Flavio Tab oga Antonella Toselli dell’angiotensina, devano gli inibitori dell’enzima di ,conversione gli antagonisti dell’angiotensina II, farmaci antinfiammatori non steroidei e diuretici. La reversibilità dell’alteS i M G razione della funzione renale è stata osservata con un trattamento di supporto e con erie ditoriale Depositato presso AIFA in data 13/07/2 011 ocie tà tali ana di ocietà talia na di edicina enera le edic ina ene rale l’interruzione dell’assunzione degli agenti potenzialmente responsabili di questi eventi, incluso exenatide. Patologia gastrointestinale grave. Bydureon non è stato studiato in pazienti con gravi patologie gastrointestinali, inclusa la gastroparesi. Il suo uso è comunemente associato a reazioni avverse a livello gastrointestinale, comprendenti nausea, vomito e diarrea. Pertanto, l’uso di Bydureon non è consigliato nei pazienti con gravi patologie gastrointestinali. Pancreatite acuta. L’uso di agonisti del recettore GLP-1 è stato associato al rischio di sviluppare pancreatite acuta. Sono stati riportati spontaneamente rari casi di pancreatite acuta con Bydureon. La risoluzione della pancreatite è stata osservata con un trattamento di supporto, ma sono stati riportati casi molto rari di pancreatite necrotizzante o emorragica e/o morte. I pazienti devono essere informati del sintomo caratteristico della pancreatite acuta: forte e persistente dolore addominale. Se esiste il sospetto di pancreatite, Bydureon deve essere interrotto; se la pancreatite acuta è confermata, il trattamento con Bydureon non deve essere ripreso. Si deve esercitare cautela nei pazienti con storia di pancreatite. Medicinali usati contemporaneamente. L’uso di Bydureon in associazione ad insulina, derivati della D-fenilalanina (meglitinidi), inibitori dell’alfa-glucosidasi, inibitori della dipeptidil peptidasi-4 o altri agonisti del recettore GLP-1 non è stato studiato. L’uso di Bydureon in associazione ad exenatide due volte al giorno (BYETTA) non è stato studiato e non è raccomandato. Ipoglicemia. Quando negli studi clinici Bydureon è stato usato in associazione ad una sulfonilurea, il rischio di ipoglicemia è aumentato. Inoltre, negli studi clinici, i pazienti con lieve compromissione renale, sottoposti al trattamento in associazione ad una sulfonilurea, hanno avuto un aumento dell’incidenza dell’ipoglicemia rispetto ai pazienti con funzione renale normale. Per ridurre il rischio di ipoglicemia associato all’uso di una sulfonilurea, deve essere presa in considerazione una riduzione della dose della sulfonilurea. Rapida perdita di peso. In pazienti trattati con exenatide è stata osservata una rapida perdita di peso >1,5 kg a settimana. Una perdita di peso di questa entità può avere conseguenze dannose, per esempio colelitiasi. Interazioni con warfarin. Con l’uso contemporaneo di warfarin ed exenatide sono stati riportati alcuni casi di aumentato INR (Rapporto Normalizzato Internazionale), qualche volta associato a sanguinamento (vedere paragrafo 4.5). Interruzione del trattamento. Dopo l’interruzione, l’effetto di Bydureon può continuare dal momento che i livelli plasmatici di exenatide diminuiscono nell’arco di 10 settimane. La scelta di altri medicinali e la scelta della dose devono essere valutate di conseguenza, poiché le reazioni avverse possono continuare e l’efficacia può persistere, almeno in parte, fino a quando i livelli di exenatide non diminuiscono. 4.5 Interazioni con altri medicinali ed altre forme di interazione. I risultati di uno studio che usa paracetamolo come marcatore dello svuotamento gastrico suggeriscono che l’effetto di Bydureon sul rallentamento dello svuotamento gastrico sia minore e non si prevede che determini delle riduzioni clinicamente significative della velocità e del grado dell’assorbimento dei medicinali orali somministrati contemporaneamente. Pertanto, non sono necessari aggiustamenti della dose per i medicinali sensibili al ritardato svuotamento gastrico. Quando, dopo 14 settimane di terapia di Bydureon, sono stati somministrati 1000 mg di paracetamolo in compresse, indipendentemente dai pasti, non sono state osservate variazioni significative dell’AUC del paracetamolo rispetto al periodo di controllo. La Cmax del paracetamolo è diminuita del 16% (a digiuno) e del 5% (a stomaco pieno) e il tmax è aumentato da circa 1 ora nel periodo di controllo a 1,4 ore (a digiuno) e 1,3 ore (a stomaco pieno). Sulfoniluree. La dose di una sulfonilurea può richiedere un aggiustamento dovuto all’aumentato rischio di ipoglicemia associata alla terapia con sulfonilurea (vedere paragrafi 4.2 e 4.4). I seguenti studi di interazione sono stati condotti usando 10 mcg di exenatide due volte al giorno ma non con exenatide una volta a settimana. Inibitori della Idrossi Metil Glutaril Coenzima A (HMG CoA) reduttasi. L’AUC e la Cmax di lovastatina sono state diminuite rispettivamente di circa il 40% e 28%, e il tmax è stato ritardato di circa 4 ore quando exenatide due volte al giorno è stato somministrato in associazione ad una singola dose di lovastatina (40 mg) rispetto a lovastatina somministrata da sola. Negli studi clinici a 30 settimane, controllati con placebo, con exenatide due volte al giorno, l’uso concomitante di exenatide con inibitori della HMG CoA reduttasi non è stato associato ad una corrispondente variazione del profilo lipidico (vedere paragrafo 5.1). Non è richiesto un aggiustamento predeterminato della dose, tuttavia i profili lipidici devono essere monitorati in maniera appropriata. Warfarin. Quando warfarin è stato somministrato 35 minuti dopo exenatide due volte al giorno, è stato osservato un ritardo del tmax di circa 2 ore. Non sono stati osservati effetti clinicamente significativi sulla Cmax o l’AUC. È stato riportato un aumentato valore dell’INR durante l’uso concomitante di warfarin ed exenatide due volte al giorno. L’INR deve essere controllato all’inizio della terapia di Bydureon nei pazienti in trattamento con warfarin e/o derivati cumarinici (vedere paragrafo 4.8). Digossina e lisinopril. In studi di interazione dell’effetto di exenatide due volte al giorno sulla digossina e sul lisinopril non sono stati osservati effetti clinici rilevanti sulla Cmax o sull’AUC; tuttavia, è stato osservato un ritardo del tmax di circa 2 ore. Etinilestradiolo e levonorgestrel. La somministrazione di un contraccettivo orale combinato (30 mcg di etinilestradiolo più 150 mcg di levonorgestrel) un’ora prima di exenatide due volte al giorno non ha modificato l’AUC, la Cmax o la Cmin di etinilestradiolo o levonorgestrel. La somministrazione del contraccettivo orale combinato 35 minuti dopo exenatide non ha modificato l’AUC, ma ha determinato una riduzione del 45% della Cmax di etinilestradiolo e una riduzione del 27-41% della Cmax di levonorgestrel ed un ritardo di 2-4 ore del tmax dovuto allo svuotamento gastrico più lento. La riduzione della Cmax è di limitata rilevanza clinica e non è necessario nessun aggiustamento della dose dei contraccettivi orali. Popolazione pediatrica. Sono stati effettuati studi d’interazione con exenatide solo negli adulti. 4.6 Fertilità, gravidanza e allattamento. Donne potenzialmente fertili. A causa del lungo periodo di eliminazione di Bydureon, le donne in età fertile devono usare un metodo contraccettivo durante il trattamento con Bydureon. Bydureon deve essere interrotto almeno 3 mesi prima della gravidanza pianificata. Gravidanza. I dati relativi all’uso di Bydureon in donne in gravidanza non sono adeguati. Gli studi condotti sugli animali hanno mostrato una tossicità riproduttiva (vedere paragrafo 5.3). Il rischio potenziale per gli esseri umani non è noto. Bydureon non deve essere usato durante la gravidanza ed è raccomandato l’uso di insulina. Allattamento. Non è noto se exenatide sia escreto nel latte materno. Bydureon non deve essere usato durante l’allattamento. Fertilità. Non sono stati effettuati studi di fertilità sull’essere umano. 4.7 Effetti sulla capacità di guidare veicoli e sull’uso di macchinari. Non sono stati effettuati studi sulla capacità di guidare veicoli e sull’uso di macchinari. Quando Bydureon viene usato in associazione ad una sulfonilurea, i pazienti devono essere informati di adottare le necessarie precauzioni per evitare la comparsa di una reazione ipoglicemica mentre stanno guidando un veicolo o usando un macchinario. 4.8 Effetti indesiderati. Riassunto del profilo di sicurezza. Le reazioni avverse più frequenti (incidenza ≥5% nei pazienti in trattamento con Bydureon) sono state principalmente a livello gastrointestinale (nausea, vomito, diarrea e costipazione). La reazione avversa riportata più frequentemente da sola è stata la nausea che è stata associata all’inizio del trattamento ed è diminuita con il proseguo della terapia. In aggiunta, si sono verificate reazioni a livello del sito d’iniezione (prurito, noduli, eritema), ipoglicemia (con una sulfonilurea) e mal di testa. La maggior parte delle reazioni avverse associate con l’uso di Bydureon sono state di intensità da lieve a moderata. La pancreatite acuta e la compromissione renale acuta sono state riportate raramente da quando exenatide due volte al giorno è commercializzato (vedere paragrafo 4.4). Tabella riassuntiva delle reazioni avverse. La frequenza delle reazioni avverse di Bydureon identificate da studi clinici e segnalazioni spontanee sono riassunte di seguito nella Tabella 1. La fonte dei dati include due studi controllati con placebo (a 10 e 15 settimane) e 3 studi clinici che confrontano Bydureon ad exenatide due volte al giorno (a 30 settimane), a sitagliptin e pioglitazone (a 26 settimane) e a insulina glargine (a 26 settimane). Le terapie di base comprendevano dieta ed esercizio fisico, metformina, una sulfonilurea, un tiazolidindione o una associazione di medicinali antidiabetici orali. Inoltre, la Tabella 1 comprende segnalazioni spontanee di eventi che non sono stati osservati negli studi clinici (frequenza considerata non nota) o che sono stati osservati negli studi clinici, usando il database degli studi clinici per stimarne la frequenza. Le reazioni sono di seguito elencate secondo i termini stabiliti dal MedDRA sulla base della classificazione per sistemi ed organi e alla frequenza assoluta. La frequenza dei pazienti è così definita: molto comune (≥1/10), comune (≥1/100, <1/10), non comune (≥1/1000, <1/100), rara (≥1/10.000, <1/1000), molto rara (<1/10.000) e non nota (la frequenza non può essere definita sulla base dei dati disponibili). All’interno di ciascun gruppo di frequenza, gli effetti indesiderati sono presentati in ordine di gravità decrescente. Tabella 1. Reazioni avverse di Bydureon identificate dagli studi clinici e dalle segnalazioni spontanee Classificazione per sistemi e organi/ reazione avversa Frequenza Non Molto Comune comune comune Disturbi del sistema immunitario Reazione anafilattica Disturbi del metabolismo e della nutrizione Ipoglicemia (con una X1,3 sulfonilurea) Riduzione dell’appetito X1,3 Disidratazione Patologie del sistema nervoso Cefalea X1,3 Vertigini X1,3 Disgeusia X4 Patologie gastrointestinali Ostruzione intestinale X4 Pancreatite acuta (vedere paragrafo 4.4) Nausea X1,3 Vomito X1,3 Diarrea X1,3 Dispepsia X1,3 Dolore addominale X1,3 Malattia da reflusso X1,3 gastroesofageo Distensione addominale X1 Eruttazione X1 1 Costipazione X Flatulenza X1,3 Patologie della cute e del tessuto sottocutaneo Rash maculare e papulare Prurito e/o orticaria X1 Edema angioneurotico Ascesso e cellulite al sito di iniezione Iperidrosi X4 Alopecia X4 Rara Molto rara Non nota X2 X4 X2 X2 X2 X2 Classificazione per sistemi e organi/ reazione avversa Frequenza Non Molto Comune comune comune Rara Molto rara Patologie renali e urinarie Alterata funzione renale comprendente compromissione renale acuta, peggioramento della compromissione renale cronica, compromissione della funzione renale, aumento della creatininemia (vedere paragrafo 4.4) Patologie sistemiche e condizioni relative alla sede di somministrazione Prurito a livello X1 del sito d’iniezione Affaticamento X1,3 Eritema a livello X1 del sito di iniezione Rash a livello X1 del sito di iniezione Sonnolenza X1 Astenia X4 Sensazione di X4 nervosismo Esami diagnostici Aumento del Rapporto Normalizzato X4 Internazionale (vedere paragrafo 4.4) Non nota X2 1 Incidenza basata sul database degli studi clinici con Bydureon n=592 totale (pazienti trattati con sulfonilurea n=135). 2 Incidenza basata sui dati di segnalazioni spontanee con Bydureon. 3 Le reazioni erano della stessa classe di frequenza nel gruppo trattato con exenatide due volte al giorno. 4 Incidenza basata sul database degli studi clinici di Bydureon n=3111 (inclusi tutti gli studi a lungo termine completati di efficacia e di sicurezza). Descrizione di selezionate reazioni avverse. Ipoglicemia. L’incidenza dell’ipoglicemia è aumentata quando Bydureon è stato usato in associazione con una sulfonilurea (15,9% versus 2,2%) (vedere paragrafo 4.4). Per ridurre il rischio di ipoglicemia associato con l’uso di una sulfonilurea, può essere considerata la riduzione della dose della sulfonilurea (vedere paragrafi 4.2 e 4.4). Bydureon è stato associato con un’incidenza significativamente inferiore di episodi di ipoglicemia rispetto all’insulina glargine nei pazienti che ricevevano anche una terapia di metformina (3% versus 19%) e anche nei pazienti che ricevevano una terapia di metformina associata a sulfonilurea (20% versus 42%). In tutti gli studi la maggior parte degli episodi (96,8% n=32) di ipoglicemia sono stati minori e si sono risolti con la somministrazione orale di carboidrati. Un solo paziente ha riportato un episodio di ipoglicemia maggiore poiché ha avuto un basso valore di glicemia (2,2 mmol/l) e ha richiesto assistenza con un trattamento orale di carboidrati che ha risolto l’evento. Nausea. La reazione avversa riportata più frequentemente è stata la nausea. Nei pazienti trattati con Bydureon, generalmente il 20% ha riportato almeno un episodio di nausea rispetto al 34% dei pazienti trattati con exenatide due volte al giorno. La maggior parte degli episodi di nausea sono stati da lievi a moderati. Con la continuazione della terapia, la frequenza si è ridotta nella maggior parte dei pazienti che inizialmente avevano avuto la nausea. L’incidenza della sospensione della terapia a causa degli eventi avversi durante lo studio clinico controllato a 30 settimane è stata del 6% nei pazienti trattati con Bydureon, del 5% nei pazienti trattati con exenatide due volte al giorno. Gli eventi avversi più comuni che hanno portato alla sospensione del trattamento in ciascun gruppo di trattamento sono stati la nausea e il vomito. La sospensione a causa della nausea o del vomito è stata <1% per i pazienti trattati con Bydureon e dell’1% nei pazienti trattati con exenatide due volte al giorno. Reazioni a livello del sito di iniezione. Durante i 6 mesi della fase controllata degli studi sono state riportate reazioni a livello del sito di iniezione con una frequenza maggiore nei pazienti trattati con Bydureon rispetto ai pazienti trattati con il comparatore (16% versus il range 2-7%). Queste reazioni a livello del sito di iniezione sono state generalmente lievi e normalmente non hanno portato al ritiro dagli studi. I pazienti possono essere trattati per alleviare i sintomi mentre continuano il trattamento. Per le iniezioni successive deve essere usato un diverso sito di iniezione ogni settimana. Nelle esperienze post-marketing, sono stati segnalati casi di ascesso e cellulite al sito di iniezione. Negli studi clinici sono stati osservati molto frequentemente dei piccoli noduli sottocutanei a livello del sito di iniezione, in linea con le proprietà note delle formulazioni in microsfere del polimero poly (D,L-lactide-co-glicolide). La maggior parte dei noduli individuali sono stati asintomatici, non hanno interferito con la partecipazione allo studio e si sono risolti in 4-8 settimane. Immunogenicità. In linea con la potenziale immunogenicità dei farmaci proteici e peptidici, i pazienti possono sviluppare anticorpi anti-exenatide a seguito del trattamento con Bydureon. Nella maggior parte dei pazienti che sviluppano anticorpi, il titolo anticorpale diminuisce nel tempo. La presenza di anticorpi (titolo alto o basso) non è predittiva del controllo della glicemia per un singolo paziente. Negli studi clinici di Bydureon, circa il 45% dei pazienti ha avuto un titolo di anticorpi anti-exenatide basso alla fine dello studio. La percentuale complessiva dei pazienti con positività anticorpale è stata consistente in tutti gli studi clinici. In generale, il livello di controllo glicemico (HbA1c) è stato para- gonabile a quello osservato nei pazienti senza risposta anticorpale. Negli studi di fase 3, in media, il 12% dei pazienti ha avuto un titolo anticorpale più alto. In una parte di questi la risposta glicemica a Bydureon è stata assente alla fine del periodo controllato degli studi; il 2,6% dei pazienti non ha mostrato miglioramenti della glicemia con titoli anticorpali più alti mentre l’1,6% non ha mostrato miglioramenti con negatività anticorpale. I pazienti che hanno sviluppato anticorpi anti-exenatide tendono ad avere più reazioni a livello del sito di iniezione (per esempio: arrossamento della cute e prurito), ma, d’altro canto, manifestano eventi avversi di incidenza e tipologia simili ai pazienti che non hanno sviluppato anticorpi anti-exenatide. Per i pazienti trattati con Bydureon, l’incidenza di reazioni potenzialmente immunogeniche a livello del sito di iniezione (più comunemente prurito con o senza eritema) nel corso dello studio a 30 settimane e dei due studi a 26 settimane, è stata del 9%. Queste reazioni sono state osservate meno comunemente nei pazienti con negatività anticorpale (4%) rispetto ai pazienti con positività anticorpale (13%), con un’incidenza maggiore in quelli con un maggiore titolo di anticorpi. L’esame di campioni anticorpo-positivi non ha evidenziato alcuna significativa reattività crociata con peptidi endogeni simili (glucagone o GLP-1). Rapida perdita di peso. In uno studio clinico a 30 settimane, circa il 3% dei pazienti (n=4/148) trattati con Bydureon ha manifestato almeno un periodo di tempo di rapida perdita di peso corporeo (la perdita di peso corporeo rilevata tra 2 visite di controllo consecutive nello studio è stata maggiore di 1,5 kg/settimana). Aumento della frequenza cardiaca. Un incremento medio della frequenza cardiaca (FC) di 2,6 battiti al minuto (bpm) rispetto al basale (74 bpm) è stato osservato in studi clinici aggregati di Bydureon. Il quindici percento dei pazienti trattati con Bydureon ha avuto incrementi medi della FC ≥10 bpm; approssimativamente dal 5% al 10% di soggetti all’interno degli altri gruppi di trattamento ha avuto incrementi medi della FC ≥10 bpm. Segnalazione delle reazioni avverse sospette. La segnalazione delle reazioni avverse sospette che si verificano dopo l’autorizzazione del medicinale è importante, in quanto permette un monitoraggio continuo del rapporto beneficio/rischio del medicinale. Agli operatori sanitari è richiesto di segnalare qualsiasi reazione avversa sospetta tramite il sistema nazionale di segnalazione all’indirizzo “www.agenziafarmaco.gov.it/it/responsabili”. 4.9 Sovradosaggio. Gli effetti del sovradosaggio con exenatide (sulla base degli studi clinici con exenatide due volte al giorno) includono nausea grave, vomito grave e rapida riduzione della glicemia. In caso di sovradosaggio, deve essere iniziato un appropriato trattamento di supporto a seconda dei segni clinici e dei sintomi manifestati dal paziente. 5. PROPRIETÀ FARMACOLOGICHE. 5.1 Proprietà farmacodinamiche. Categoria farmacoterapeutica: Medicinali usati nel diabete, altri ipoglicemizzanti, escluse le insuline. Codice ATC: A10BX04. Meccanismo d’azione. Exenatide è un agonista del recettore del glucagon-like-peptide-1 (GLP-1) che mostra numerose azioni antiiperglicemiche del glucagon-like-peptide-1 (GLP-1). La sequenza degli aminoacidi di exenatide si sovrappone in parte a quella del GLP-1 umano. Exenatide ha mostrato in vitro di legarsi al recettore del GLP-1 umano e di attivarlo con un meccanismo di azione mediato dall’AMP ciclico e/o da altre vie di segnalazione intracellulare. Exenatide aumenta la secrezione di insulina dalle cellule beta del pancreas con una modalità glucosio-dipendente. Man mano che la glicemia diminuisce, la secrezione di insulina rallenta. Quando exenatide è stato usato in associazione con metformina e/o tiazolidindione, non è stato osservato nessun aumento dell’incidenza di ipoglicemia rispetto al placebo in associazione con metformina e/o tiazolidindione, ciò può essere dovuto a questo meccanismo insulinotropico glucosio-dipendente (vedere paragrafo 4.4). Exenatide sopprime la secrezione di glucagone che è noto essere inappropriatamente elevata nei pazienti con diabete di tipo 2. Concentrazioni più basse di glucagone determinano una riduzione dell’output epatico di glucosio. Tuttavia, exenatide non altera la normale risposta del glucagone e le altre risposte ormonali all’ipoglicemia. Exenatide rallenta lo svuotamento gastrico e di conseguenza riduce la velocità con cui il glucosio introdotto con il pasto compare in circolo. È stato dimostrato che la somministrazione di exenatide riduce l’assunzione di cibo a seguito di una riduzione dell’appetito e di un aumento del senso di sazietà. Effetti farmacodinamici. Exenatide migliora il controllo glicemico attraverso gli effetti prolungati sulla riduzione della glicemia a digiuno e post-prandiale nei pazienti con diabete di tipo 2. A differenza del GLP-1 endogeno, Bydureon ha un profilo farmacocinetico e farmacodinamico negli uomini adeguato ad una somministrazione una volta a settimana. Uno studio farmacodinamico con exenatide ha dimostrato nei pazienti con diabete di tipo 2 (n=13) un ripristino della prima fase della secrezione dell’insulina e un miglioramento della seconda fase della secrezione dell’insulina in risposta alla somministrazione di un bolo intravenoso di glucosio. Efficacia e sicurezza clinica. I risultati degli studi clinici a lungo termine di Bydureon sono di seguito presentati; questi studi hanno coinvolto 1628 soggetti (804 trattati con Bydureon), 54% uomini e 46% donne, 281 soggetti (141 trattati con Bydureon) avevano un’età ≥65 anni. Controllo glicemico. In due studi Bydureon 2 mg una volta a settimana è stato confrontato con exenatide due volte al giorno 5 mcg per 4 settimane seguito da exenatide due volte al giorno 10 mcg. Uno studio è durato 24 settimane (n=252) e l’altro studio è durato 30 settimane (n=295) ed è stato seguito da una fase di estensione in aperto dove tutti i pazienti sono stati trattati con Bydureon 2 mg una volta a settimana per altre 22 settimane (n=243). In ambedue gli studi le riduzioni dell’HbA1c sono state evidenti in entrambi i gruppi di trattamento già alla prima misurazione dell’HbA1c (dopo 4 o 6 settimane) dopo l’inizio del trattamento. Bydureon ha determinato una riduzione statisticamente significativa dell’HbA1c rispetto ai pazienti che hanno ricevuto exenatide due volte al giorno (Tabella 2). Un effetto clinicamente rilevante sull’HbA1c è stato osservato sia nei pazienti trattati con Bydureon che in quelli trattati con exenatide due volte al giorno, in entrambi gli studi, indipendentemente dalla terapia antidiabetica di base. Un numero maggiore di pazienti trattati con Bydureon rispetto ai pazienti trattati con exenatide due volte al giorno ha ottenuto una riduzione dell’HbA1c ≤7% o <7%, in maniera statisticamente e clinicamente significativa, in entrambi gli studi (rispettivamente, p<0,05 e p≤0,0001). Sia i pazienti trattati con Bydureon che quelli trattati con exenatide due volte al giorno hanno ottenuto una riduzione del peso corporeo rispetto al valore basale, sebbene le differenze tra i due bracci di trattamento non siano state significative. Ulteriori riduzioni dell’HbA1c e una riduzione del peso mantenuta nel tempo sono state osservate per almeno 52 settimane nei pazienti che hanno completato sia lo studio controllato a 30 settimane sia lo studio di estensione non controllato. I pazienti valutabili che sono passati da exenatide due volte al giorno a Bydureon (n=121) hanno ottenuto lo stesso miglioramento dell’HbA1c pari a –2,0%, alla fine delle 22 settimane di estensione rispetto al valore basale iniziale, così come i pazienti trattati con Bydureon per 52 settimane. Tabella 2. Risultati di due studi di Bydureon versus exenatide due volte al giorno in associazione solo a dieta ed esercizio fisico, a metformina e/o sulfonilurea e a metformina e/o tiazolidindione (campione di pazienti “intent to treat”) Bydureon 2 mg Exenatide 10 mcg due volte al giorno Studio a 24 settimane N 129 123 HbA1c media (%) Basale 8,5 8,4 Variazione dal basale (±ES) –1,6 (±0,1)** –0,9 (±0,1) Differenza media della variazione –0,67 (–0,94; –0,39)** dal basale tra i trattamenti (IC del 95%) Pazienti (%) che hanno ottenuto 58 30 un HbA1c <7% Variazione della glicemia a digiuno –1,4 (±0,2) –0,3 (±0,2) (mmol/l) (±ES) Peso corporeo medio (kg) Basale 97 94 Variazione dal basale (±ES) –2,3 (±0,4) –1,4 (±0,4) Differenza media della variazione –0,95 (–1,91; 0,01) dal basale tra i trattamenti (IC del 95%) Studio a 30 settimane N 148 147 HbA1c media (%) Basale 8,3 8,3 Variazione dal basale (±ES) –1,9 (±0,1)* –1,5 (±0,1) Differenza media della variazione –0,33 (–0,54; –0,12)* dal basale tra i trattamenti (IC del 95%) Pazienti (%) che hanno ottenuto 73 57 un HbA1c ≤7% Variazione della glicemia a digiuno –2,3 (±0,2) –1,4 (±0,2) (mmol/l) (±ES) Peso corporeo medio (kg) Basale 102 102 Variazione dal basale (±ES) –3,7 (±0,5) –3,6 (±0,5) Differenza media della variazione –0,08 (–1,29; 1,12) dal basale tra i trattamenti (IC del 95%) ES = errore standard, IC = intervallo di confidenza, * p<0,05, ** p<0,0001 È stato condotto uno studio di 26 settimane in cui Bydureon 2 mg è stato confrontato con insulina glargine una volta al giorno. Bydureon ha dimostrato una maggiore variazione dell’HbA1c rispetto all’insulina glargine. Rispetto al trattamento con insulina glargine, il trattamento con Bydureon ha significativamente ridotto il peso corporeo medio ed è stato associato con un minor numero di eventi di ipoglicemia (Tabella 3). Tabella 3. Risultati di uno studio a 26 settimane di Bydureon versus insulina glargine in associazione a metformina da sola o metformina e sulfonilurea (campione di pazienti “intent to treat”) N HbA1c media (%) Basale Variazione dal basale (±ES) Differenza media della variazione dal basale tra i trattamenti (IC del 95%) Pazienti (%) che hanno ottenuto un HbA1c ≤7% Variazione della glicemia a digiuno (mmol/l) (±ES) Peso corporeo medio (kg) Basale Variazione dal basale (±ES) Differenza media della variazione dal basale tra i trattamenti (IC del 95%) Bydureon 2 mg 233 8,3 –1,5 (±0,1)* Insulina glargine1 223 8,3 –1,3 (±0,1)* –0,16 (–0,29; –0,03)* 62 54 –2,1 (±0,2) –2,8 (±0,2) 91 –2,6 (±0,2) 91 +1,4 (±0,2) –4,05 (–4,57; –3,52)* ES = errore standard, IC = intervallo di confidenza, * p<0,05. L’insulina glargine è stata dosata al target della concentrazione di glucosio pari a 4,05,5 mmol/l (72-100 mg/dl). La dose media di insulina glargine all’inizio del trattamento è stata pari a 10,1 UI/die con aumenti fino a 31,1 UI/die per i pazienti trattati con insulina glargine. 1 I risultati alla settimana 156 erano compatibili con quelli precedentemente riportati nel report ad interim alla settimana 26. Il trattamento con Bydureon migliorava persistentemente e significativamente il controllo glicemico e il controllo del peso, rispetto al trattamento con insulina glargine. I risultati relativi alla sicurezza dopo 156 settimane erano compatibili con quelli riportati a 26 settimane. In uno studio a 26 settimane in doppio cieco Bydureon è stato confrontato alle massime dosi giornaliere di sitagliptin e pioglitazone in soggetti che stavano assumendo anche metformina. Tutti i gruppi di trattamento hanno avuto una riduzione significativa dell’HbA1c rispetto al valore basale. Bydureon ha dimostrato una superiorità in termini di variazione dell’HbA1c dal valore basale rispetto sia a sitagliptin che a pioglitazone. Bydureon ha dimostrato una riduzione del peso corporeo significativamente maggiore rispetto a sitagliptin. I pazienti trattati con pioglitazone hanno avuto un aumento del peso corporeo (Tabella 4). Tabella 4. Risultati di uno studio a 26 settimane di Bydureon versus sitagliptin e versus pioglitazone in associazione a metformina (campione di pazienti “intent to treat”) Bydureon 2 mg 160 Sitagliptin 100 mg 166 Pioglitazone 45 mg 165 N HbA1c media (%) Basale 8,6 8,5 8,5 Variazione dal basale (±ES) –1,6 (±0,1)* –0,9 (±0,1)* –1,2 (±0,1)* Differenza media della variazione dal basale tra –0,63 (–0,89; –0,37)** i trattamenti (IC del 95%) versus sitagliptin Differenza media della variazione dal basale tra –0,32 (–0,57; –0,06)* i trattamenti (IC del 95%) versus pioglitazone Pazienti (%) che hanno 62 36 49 ottenuto un HbA1c ≤7% Variazione della glicemia –1,8 (±0,2) –0,9 (±0,2) –1,5 (±0,2) a digiuno (mmol/l) (±ES) Peso corporeo medio (kg) Basale 89 87 88 Variazione dal basale (±ES) –2,3 (±0,3) –0,8 (±0,3) +2,8 (±0,3) Differenza media della variazione dal basale tra –1,54 (–2,35; –0,72)* i trattamenti (IC del 95%) versus sitagliptin Differenza media della variazione dal basale tra –5,10 (–5,91; –4,28)** i trattamenti (IC del 95%) versus pioglitazone ES = errore standard, IC = intervallo di confidenza, * p<0,05, ** p<0,0001 Peso corporeo. Una riduzione del peso corporeo rispetto al basale è stata osservata in tutti gli studi con Bydureon. Questa riduzione del peso corporeo è stata osservata nei pazienti trattati con Bydureon indipendentemente dal fatto che si sia verificata la nausea sebbene la riduzione sia stata maggiore nel gruppo con la nausea (riduzione media da –2,9 kg a –5,2 kg in presenza di nausea rispetto ad una riduzione media da –2,2 kg a –2,9 kg con assenza di nausea). La proporzione di pazienti che ha avuto sia una riduzione del peso corporeo che dell’HbA1c varia dal 70 al 79% (la proporzione di pazienti che ha avuto una riduzione dell’HbA1c varia dall’88% al 96%). Glicemia plasmatica/sierica. Il trattamento con Bydureon ha determinato riduzioni significative della glicemia plasmatica/sierica a digiuno, queste riduzioni sono state osservate già dopo 4 settimane. Ulteriori riduzioni sono state osservate nelle concentrazioni postprandiali. Il miglioramento della glicemia plasmatica/sierica a digiuno è stato mantenuto per 52 settimane. Funzione beta-cellulare. Gli studi clinici con Bydureon hanno indicato un miglioramento della funzione beta-cellulare, usando metodi di misurazione come “l’homeostasis model assessment” (HOMA-B). La durata dell’effetto sulla funzione beta-cellulare è stata mantenuta per 52 settimane. Pressione del sangue. Negli studi con Bydureon è stata osservata una riduzione della pressione arteriosa sistolica (da 2,9 mmHg a 4,7 mmHg). In uno studio di confronto con exenatide due volte al giorno a 30 settimane sia Bydureon che exenatide due volte al giorno hanno ridotto in maniera significativa la pressione del sangue sistolica dal valore basale (4,7±1,1 mmHg e 3,4±1,1 mmHg rispettivamente) e la differenza tra i trattamenti non è stata significativa. Il miglioramento della pressione sanguigna è stato mantenuto per 52 settimane. Lipidi a digiuno. Bydureon non ha mostrato effetti avversi sui parametri dei lipidi. Popolazione pediatrica. L’Agenzia europea dei medicinali ha rinviato l’obbligo di presentare i risultati degli studi con Bydureon in uno o più sottogruppi della popolazione in età pediatrica con diabete mellito di tipo 2 (vedere paragrafo 4.2 per informazioni sull’uso in età pediatrica). 5.2 Proprietà farmacocinetiche. Le caratteristiche di assorbimento di exenatide riflettono le caratteristiche del rilascio prolungato proprie della formulazione di Bydureon. Una volta assorbito in circolo, exenatide viene distribuito ed eliminato secondo le proprietà farmacocinetiche sistemiche conosciute (come descritte in questo paragrafo). Assorbimento. Dopo la somministrazione settimanale di Bydureon 2 mg, le concentrazioni medie di exenatide hanno superato le concentrazioni minime efficaci (~50 pg/ml) in 2 settimane con un aumento graduale della concentrazione plasmatica media di exenatide in 6-7 settimane. Successivamente sono state mantenute delle concentrazioni di exenatide di circa 300 pg/ml indicando che è stato raggiunto lo steady-state. Le concentrazioni di exenatide allo steady-state sono mantenute nell’intervallo di tempo di una settimana tra i dosaggi con minima fluttuazione (di picchi e depressioni) da questa concentrazione terapeutica media. Distribuzione. Il volume apparente medio di distribuzione di exenatide dopo somministrazione sottocutanea di una singola dose di exenatide è 28 l. Biotrasformazione ed eliminazione. Studi non-clinici hanno mostrato che exenatide è eliminato principalmente per filtrazione glomerulare con successiva degradazione proteolitica. La clearance apparente media di exenatide è 9 l/h. Queste caratteristiche farmacocinetiche di exenatide sono indipendenti dalla dose. Circa 10 settimane dopo la sospensione della terapia con Bydureon, le concentrazioni plasmatiche di exenatide sono scese sotto le concentrazioni minime rilevabili. Popolazioni particolari. Pazienti con compromissione renale. L’analisi farmacocinetica della popolazione dei pazienti con compromissione renale che hanno ricevuto 2 mg di Bydureon indica che ci può essere un aumento dell’esposizione sistemica di circa il 74% e il 23% (previsione mediana in ciascun gruppo), rispettivamente nei pazienti con compromissione renale moderata (N=10) e lieve (N=56) rispetto ai pazienti con funzione renale normale (N=84). Pazienti con compromissione epatica. Nei pazienti con compromissione epatica non sono stati condotti studi di farmacocinetica. Exenatide è eliminato principalmente per via renale; pertanto, non è atteso che una disfunzione epatica alteri le concentrazioni plasmatiche di exenatide. Sesso, razza e peso corporeo. Sesso, razza e peso corporeo non hanno un’influenza clinicamente rilevante sulle proprietà farmacocinetiche di exenatide. Pazienti anziani. I dati nei pazienti anziani sono limitati, ma non suggeriscono alcuna variazione marcata nell’esposizione ad exenatide con l’aumento dell’età fino a circa 75 anni. In uno studio di farmacocinetica con exenatide due volte al giorno in pazienti con diabete di tipo 2, la somministrazione di exenatide (10 mcg) ha determinato un aumento medio dell’AUC di exenatide del 36% in 15 soggetti anziani di età compresa tra 75 e 85 anni rispetto a 15 soggetti di età tra 45 e 65 anni probabilmente in relazione alla ridotta funzionalità renale nel gruppo di età maggiore (vedere paragrafo 4.2). Popolazione pediatrica. In uno studio di farmacocinetica con exenatide due volte al giorno su 13 pazienti con diabete di tipo 2 di età compresa tra i 12 e 16 anni, la somministrazione di exenatide (5 mcg) in dose singola ha determinato valori leggermente inferiori dell’AUC media (16% inferiore) e della Cmax (25% inferiore) rispetto a quelli osservati in pazienti adulti. Non sono stati condotti studi di farmacocinetica con Bydureon nella popolazione pediatrica. 5.3 Dati preclinici di sicurezza. I dati non-clinici non rivelano rischi particolari per l’uomo sulla base di studi convenzionali di sicurezza farmacologica, tossicità a dosi ripetute o genotossicità condotti con exenatide due volte al giorno o Bydureon. In uno studio di cancerogenicità di 104 settimane con Bydureon è stato osservato un aumento statisticamente significativo dell’incidenza di tumori a cellule C tiroidee (adenoma e/o carcinoma) nei ratti a tutte le dosi (da 1,4 a 26 volte l’esposizione clinica nell’uomo con Bydureon). Non è attualmente nota la rilevanza di questi risultati per l’uomo. Gli studi su animali con exenatide non hanno indicato effetti dannosi diretti sulla fertilità; alte dosi di exenatide hanno causato effetti sullo scheletro e ridotto lo sviluppo fetale e neonatale. 6. INFORMAZIONI FARMACEUTICHE. 6.1 Elenco degli eccipienti. Polvere: poly (D,Llactide-co-glicolide), saccarosio. Solvente: croscaramellosa sodica, sodio cloruro, polisorbato 20, fosfato sodico diidrogeno monoidrato, fosfato disodico eptaidrato, acqua per preparazioni iniettabili, idrossido di sodio (per l’aggiustamento del pH). 6.2 Incompatibilità. In assenza di studi di compatibilità, questo medicinale non deve essere miscelato con altri medicinali. 6.3 Periodo di validità. 3 anni. Dopo la ricostituzione. La sospensione deve essere iniettata immediatamente dopo avere miscelato la polvere e il solvente. 6.4 Precauzioni particolari per la conservazione. Conservare in frigorifero (2 °C – 8 °C). Non congelare. Prima dell’uso, le penne possono essere tenute fino a 4 settimane a una temperatura inferiore a 30 °C. Dopo questo periodo Bydureon deve essere usato o gettato via. 6.5 Natura e contenuto del contenitore. Ogni penna a doppia camera contiene exenatide in polvere e solvente in una cartuccia di vetro di Tipo 1 sigillata a un’estremità con un disco di gomma clorobutilica e una ghiera di alluminio e all’altra estremità con un pistone di gomma clorobutilica. Le due camere sono separate da un secondo pistone di gomma clorobutilica. Per ogni penna è fornito un ago. Ogni confezione contiene anche un ago di riserva. Usare soltanto gli aghi forniti con la penna. Confezione da 4 penne preriempite monodose e una confezione multipla contenente 12 (3 confezioni da 4) penne preriempite monodose. È possibile che non tutte le confezioni siano commercializzate. 6.6 Precauzioni particolari per lo smaltimento e la manipolazione. Penna preriempita monouso. La polvere contenuta in una camera deve essere miscelata con il solvente nell’altra camera della penna preriempita. Il solvente deve essere ispezionato visivamente prima dell’uso. Il solvente deve essere usato solo se è limpido e privo di particelle. Dopo la ricostituzione, la miscela deve essere usata solo se appare da bianca a bianca sporca e torbida. Per ulteriori informazioni sulla sospensione e sulla somministrazione, vedere il foglio illustrativo e le “Istruzioni per l’utilizzatore”. Usare soltanto gli aghi su misura forniti con la penna. Bydureon deve essere iniettato per via sottocutanea immediatamente dopo la miscelazione della polvere con il solvente. Bydureon non deve essere usato se è stato congelato. Il paziente deve essere istruito a gettare via la penna in modo sicuro, con l’ago ancora inserito, dopo ogni iniezione. Il medicinale non utilizzato ed i rifiuti derivati da tale medicinale devono essere smaltiti in conformità alla normativa locale vigente. 7. TITOLARE DELL’AUTORIZZAZIONE ALL’IMMISSIONE IN COMMERCIO AstraZeneca AB SE-151 85 Södertälje Svezia 8. NUMERO(I) DELL’AUTORIZZAZIONE ALL’IMMISSIONE IN COMMERCIO EU/1/11/696/003-004 9. DATA DELLA PRIMA AUTORIZZAZIONE/RINNOVO DELL’AUTORIZZAZIONE 17 giugno 2011 10. DATA DI REVISIONE DEL TESTO Gennaio 2015 Informazioni più dettagliate su questo medicinale sono disponibili sul sito web della Agenzia europea dei medicinali: http://www.ema.europa.eu Bydureon 2 mg penna preriempita € 148,48* – Classe A (PT/PHT) Medicinale soggetto a prescrizione medica limitativa, vendibile al pubblico su prescrizione di centri ospedalieri o di specialisti (RRL) * Prezzo al pubblico € 164,52, temporaneamente ridotto a € 148,48 come da Determinazione AIFA del 3 luglio 2006, Supplemento ordinario della GU n. 156 del 7 luglio 2006, e successiva Determinazione AIFA del 27 settembre, GU n. 227 del 29 settembre 2006 RIASSUNTO DELLE CARATTERISTICHE DI PRODOTTO Medicinale sottoposto a monitoraggio addizionale. Ciò permetterà la rapida identificazione di nuove informazioni sulla sicurezza. Agli operatori sanitari è richiesto di segnalare qualsiasi reazione avversa sospetta. Vedere paragrafo 4.8 per informazioni sulle modalità di segnalazione delle reazioni avverse. 1. DENOMINAZIONE DEL MEDICINALE Forxiga 10 mg compresse rivestite con film. 2. COMPOSIZIONE QUALITATIVA E QUANTITATIVA Ogni compressa contiene dapagliflozin propanediolo monoidrato equivalente a 10 mg di dapagliflozin. Eccipiente con effetto noto: Ogni compressa contiene 50 mg di lattosio anidro. Per l’elenco completo degli eccipienti, vedere paragrafo 6.1. 3. FORMA FARMACEUTICA Compressa rivestita con film (compressa). Gialla, biconvessa, a forma di diamante con diagonale approssimativamente di 1,1 x 0,8 cm, con impresso “10” su un lato e “1428” sull’altro. 4. INFORMAZIONI CLINICHE 4.1 Indicazioni terapeutiche. Forxiga è indicato in pazienti adulti, a partire dai 18 anni di età, con diabete mellito di tipo 2 per migliorare il controllo glicemico come: Monoterapia. Quando la dieta e l’esercizio fisico non forniscono da soli un controllo adeguato della glicemia nei pazienti nei quali l’impiego di metformina è ritenuto inappropriato a causa di intolleranza. Terapia di associazione aggiuntiva (add-on). In associazione con altri medicinali ipoglicemizzanti inclusa l’insulina, quando questi insieme a dieta e esercizio fisico, non forniscono un controllo adeguato della glicemia (vedere paragrafi 4.4, 4.5 e 5.1 per i dati disponibili sulle diverse associazioni). 4.2 Posologia e modo di somministrazione. Posologia. Monoterapia e terapia di associazione aggiuntiva (add-on). La dose raccomandata è di 10 mg di dapagliflozin una volta al giorno come monoterapia e come terapia di associazione aggiuntiva con altri medicinali ipoglicemizzanti inclusa l’insulina. Quando dapagliflozin è utilizzato in associazione con insulina o un medicinale insulino secretagogo, come una sulfanilurea, per ridurre il rischio di ipoglicemia si può considerare la somministrazione di una dose più bassa di insulina o del medicinale insulino secretagogo (vedere paragrafi 4.5 e 4.8). Popolazioni speciali. Compromissione renale. L’efficacia di dapagliflozin dipende dalla funzione renale e l’efficacia è ridotta in pazienti che hanno una compromissione renale moderata, e praticamente assente in pazienti con una compromissione renale grave. Forxiga non è raccomandato per l’uso in pazienti con compromissione renale da moderata a grave (pazienti con clearance della creatinina [CrCl] <60 ml/min o velocità di filtrazione glomerulare stimata [eGFR] <60 ml/min/1,73 m2, vedere paragrafi 4.4, 4.8, 5.1 e 5.2). Non è indicato alcun aggiustamento della dose in pazienti con compromissione renale lieve. Compromissione epatica. Non è necessario alcun aggiustamento della dose in pazienti con compromissione epatica lieve o moderata. In pazienti con compromissione epatica grave, è raccomandata una dose di partenza di 5 mg. Se ben tollerata, la dose può essere aumentata a 10 mg (vedere paragrafi 4.4 e 5.2). Anziani (≥65 anni). In generale, non è raccomandato alcun aggiustamento della dose in base all’età. La funzione renale e il rischio di deplezione di volume devono essere tenuti in considerazione (vedere paragrafi 4.4 e 5.2). Considerata la limitata esperienza terapeutica in pazienti con 75 anni di età ed oltre, non è raccomandato iniziare la terapia con dapagliflozin. Popolazione pediatrica. La sicurezza e l’efficacia di dapagliflozin nei bambini di età compresa tra 0 e <18 anni non sono state ancora stabilite. Non ci sono dati disponibili. Modo di somministrazione. Forxiga può essere assunto per via orale una volta al giorno indipendentemente dai pasti in ogni momento della giornata. Le compresse vanno deglutite intere. 4.3 Controindicazioni. Ipersensibilità al principio attivo o ad uno qualsiasi degli eccipienti elencati al paragrafo 6.1. 4.4 Avvertenze speciali e precauzioni di impiego. Descrizione generale. Forxiga non deve essere usato in pazienti con diabete mellito di tipo 1 o per il trattamento della chetoacidosi diabetica. Impiego in pazienti con compromissione renale. L’efficacia di dapagliflozin dipende dalla funzione renale, e l’efficacia è ridotta in pazienti che hanno una compromissione renale moderata, e praticamente assente in pazienti con una compromissione renale grave (vedere paragrafo 4.2). In soggetti con compromissione renale moderata (pazienti con CrCl <60 ml/min oppure eGFR <60 ml/min/1,73 m2), una maggiore proporzione di soggetti trattati con dapagliflozin ha avuto reazioni avverse di aumento di creatinina, fosforo, ormone paratiroideo (PTH) e ipotensione, rispetto al placebo. Forxiga non è raccomandato per l’uso in pazienti con compromissione renale da moderata a grave (pazienti con CrCl <60 ml/min o eGFR <60 ml/min/1,73 m2). Forxiga non è stato studiato nella compromissione renale grave (CrCl <30 ml/min o eGFR <30 ml/min/1,73 m2) o nella malattia renale allo stadio terminale (ESRD). Il monitoraggio della funzione renale è raccomandato come segue: • Prima di iniziare dapagliflozin e almeno una volta all’anno successivamente (vedere paragrafi 4.2, 4.8, 5.1 e 5.2). • Prima di iniziare medicinali concomitanti che possono ridurre la funzione renale e poi periodicamente. • Per una funzione renale prossima alla compromissione renale moderata, almeno da 2 a 4 volte all’anno. Se la funzione renale scende sotto una CrCl<60 ml/min o eGFR <60 ml/min/1,73 m2 il trattamento con dapagliflozin deve essere interrotto. Uso in pazienti con compromissione epatica. C’è un’esperienza limitata in studi clinici in pazienti con compromissione epatica. L’esposizione a dapagliflozin è aumentata in pazienti con compromissione epatica grave (vedere paragrafi 4.2 e 5.2). Impiego nei pazienti a rischio di deplezione di volume, ipotensione e/o sbilanciamento elettrolitico. Grazie al suo meccanismo d’azione, dapagliflozin aumenta la diuresi associata ad una modesta riduzione della pressione sanguigna (vedere paragrafo 5.1), che può essere più pronunciata in pazienti con concentrazioni molto elevate di glucosio nel sangue. Dapagliflozin non è raccomandato per l’uso in pazienti che ricevono diuretici dell’ansa (vedere paragrafo 4.5) o con deplezione di volume, ad esempio, per una malattia acuta (come patologie gastrointestinali). Deve essere usata cautela nei pazienti per i quali un calo della pressione sanguigna indotto da dapagliflozin potrebbe rappresentare un rischio, come pazienti con malattie cardiovascolari note, pazienti in terapia anti-ipertensiva con una storia di ipotensione o pazienti anziani. Per pazienti che assumono dapagliflozin, in caso di condizioni intercorrenti che possono portare a deplezione di volume, è raccomandato un attento monitoraggio dello stato di volume (ad esempio visita medica, misurazioni della pressione sanguigna, esami di laboratorio che includono l’ematocrito) e degli elettroliti. È raccomandata la temporanea interruzione del trattamento con dapagliflozin per i pazienti che sviluppano deplezione di volume finché la deplezione non viene corretta (vedere paragrafo 4.8). Infezioni delle vie urinarie. È stata segnalata una più frequente insorgenza di infezioni delle vie urinarie per dapagliflozin 10 mg rispetto al placebo in un’analisi combinata fino a 24 settimane (vedere paragrafo 4.8). La pielonefrite è stata non comune e si è verificata con una frequenza simile al controllo. L’escrezione urinaria di glucosio può essere associata ad un aumentato rischio di infezione delle vie urinarie; pertanto, si deve considerare la temporanea interruzione di dapagliflozin durante il trattamento della pielonefrite o della sepsi urinaria. Pazienti anziani. I pazienti anziani hanno più probabilità di avere una funzione renale ridotta e/o di essere trattati con medicinali antipertensivi che possono causare modifiche della funzione renale come gli inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE-I) ed i bloccanti del recettore dell’angiotensina II tipo 1 (ARB). Le stesse raccomandazioni per la funzione renale valgono per i pazienti anziani come per tutti i pazienti (vedere paragrafi 4.2, 4.4, 4.8 e 5.1). Nei soggetti di età ≥65 anni, una percentuale più alta di soggetti trattati con dapagliflozin in confronto al placebo ha manifestato reazioni avverse associate al danno o alla compromissione renale. La reazione avversa correlata alla funzione renale più comunemente segnalata è stata incrementi della creatinina sierica, nella maggior parte dei casi transitori e reversibili (vedere paragrafo 4.8).I pazienti anziani possono essere a rischio più elevato di deplezione di volume e hanno più probabilità di essere trattati con diuretici. Nei soggetti di età ≥65 anni, una percentuale più alta di soggetti trattati con dapagliflozin ha avuto reazioni avverse associate a deplezione di volume (vedere paragrafo 4.8). L’esperienza terapeutica in pazienti di 75 anni di età ed oltre è limitata. L’inizio della terapia con dapagliflozin in questa popolazione non è raccomandata (vedere paragrafi 4.2 e 5.2). Insufficienza cardiaca. L’esperienza nelle classi NYHA I-II è limitata e non c’è esperienza in studi clinici con dapagliflozin nelle classi NYHA III-IV. Uso in pazienti trattati con pioglitazone. Mentre non è probabile una relazione di casualità tra dapagliflozin e cancro alla vescica (vedere paragrafi 4.8 e 5.3), in misura precauzionale, dapagliflozin non è raccomandato per l’uso in pazienti trattati in concomitanza con pioglitazone. I dati epidemiologici disponibili per pioglitazone suggeriscono un leggero aumento del rischio di cancro alla vescica in pazienti diabetici trattati con pioglitazone. Elevati livelli di ematocrito. In seguito a trattamento con dapagliflozin è stato osservato un aumento dell’ematocrito (vedere paragrafo 4.8); pertanto, si deve prestare attenzione nei pazienti che hanno già valori elevati di ematocrito. Associazioni non studiate. Dapagliflozin non è stato studiato in associazione con analoghi del peptide-1 simil-glucagone (GLP-1). Esami delle urine. A causa del suo meccanismo d’azione, i pazienti che assumono Forxiga, risulteranno positivi al test del glucosio nelle urine. Lattosio. Le compresse contengono lattosio anidro. I pazienti affetti da rari problemi ereditari di intolleranza al galattosio, da deficit di Lapp lattasi, o da malassorbimento di glucosio-galattosio, non devono assumere questo medicinale. 4.5 Interazioni con altri medicinali ed altre forme di interazione. Interazioni farmacodinamiche. Diuretici. Dapagliflozin può aumentare l’effetto diuretico dei diuretici tiazidici e dell’ansa e può incrementare il rischio di disidratazione e ipotensione (vedere paragrafo 4.4). Insulina ed insulino secretagoghi. Insulina e medicinali insulino secretagoghi, come le sulfaniluree, causano ipoglicemia. Pertanto, può essere richiesta una dose più bassa di insulina o di un medicinale insulino secretagogo per ridurre il rischio di ipoglicemia quando vengono utilizzati in associazione con dapagliflozin (vedere paragrafi 4.2 e 4.8). Interazioni farmacocinetiche. Dapagliflozin viene metabolizzato principalmente attraverso la coniugazione con glucuronide mediata dalla UDP glucuronosiltransferasi 1A9 (UGT1A9). In studi in vitro, dapagliflozin non ha inibito né il citocromo P450 (CYP)1A2, CYP2A6, CYP2B6, CYP2C8, CYP2C9, CYP2C19, CYP2D6, CYP3A4, né ha indotto il CYP1A2, CYP2B6 o CYP3A4. Pertanto, non ci si aspetta che dapagliflozin alteri la clearance metabolica di medicinali co-somministrati che sono metabolizzati da questi enzimi. Effetto di altri medicinali su dapagliflozin. Studi di interazione condotti in soggetti sani, utilizzando principalmente un disegno a dose singola, suggeriscono che il profilo farmacocinetico di dapagliflozin non è alterato da metformina, pioglitazone, sitagliptin, glimepiride, voglibose, idroclorotiazide, bumetanide, valsartan o simvastatina. In seguito alla co-somministrazione di dapagliflozin con rifampicina (un induttore di diversi trasportatori attivi e di enzimi che metabolizzano medicinali) è stata osservata una riduzione del 22% nell’esposizione sistemica di dapagliflozin (AUC), ma senza alcun effetto clinicamente significativo sull’escrezione urinaria di glucosio nelle 24 ore. Non è raccomandato alcun aggiustamento della dose. Non è atteso un effetto clinicamente rilevante con altri induttori (ad es. carbamazepina, fenitoina, fenobarbital). In seguito alla co-somministrazione di dapagliflozin con acido mefenamico (un inibitore del UGT1A9), è stato osservato un incremento del 55% nell’esposizione sistemica di dapagliflozin, ma senza alcun effetto clinicamente significativo sull’escrezione urinaria di glucosio nelle 24 ore. Non è raccomandato alcun aggiustamento della dose. Effetto di dapagliflozin su altri medicinali. In studi di interazione condotti in soggetti sani, utilizzando principalmente un disegno a dose singola, dapagliflozin non ha alterato i profili farmacocinetici di metformina, pioglitazone, sitagliptin, glimepiride, idroclorotiazide, bumetanide, valsartan, digossina (un substrato della P-gp) o warfarina (S-warfarina, un substrato del CYP2C9) né gli effetti anticoagulanti di warfarina misurati attraverso l’INR. L’associazione di una dose singola di dapagliflozin 20 mg e simvastatina (un substrato del CYP3A4) ha determinato un aumento del 19% dell’AUC di simvastatina e un incremento del 31% dell’AUC di simvastatina acida. L’aumento delle esposizioni a simvastatina e simvastatina acida non è considerato clinicamente rilevante. Altre interazioni. Non sono stati studiati gli effetti del fumo di sigaretta, della dieta, dei medicinali di origine vegetale e del consumo di alcol sul profilo farmacocinetico di dapagliflozin. Popolazione pediatrica. Sono stati effettuati studi di interazione solo negli adulti. 4.6 Fertilità, gravidanza e allattamento. Gravidanza. Non ci sono dati sull’uso di dapagliflozin in donne in gravidanza. Studi su ratti hanno mostrato tossicità durante la fase di sviluppo dei reni che corrisponde al secondo e al terzo trimestre di gravidanza nell’essere umano (vedere paragrafo 5.3). Di conseguenza, l’uso di dapagliflozin non è raccomandato durante il secondo e il terzo trimestre di gravidanza. Quando la gravidanza è accertata, il trattamento con dapagliflozin deve essere interrotto. Allattamento. Non è noto se dapagliflozin e/o i suoi metaboliti siano escreti nel latte umano. I dati farmacodinamici/tossicologici disponibili in animali hanno mostrato l’escrezione di dapagliflozin/ metaboliti nel latte, nonché effetti farmacologicamente mediati nella progenie allattata (vedere paragrafo 5.3). Non si può escludere un rischio per i neonati/bambini. Dapagliflozin non deve essere usato durante l’allattamento. Fertilità. L’effetto di dapagliflozin sulla fertilità non è stato studiato nell’uomo. In ratti maschi e femmine, dapagliflozin non ha mostrato effetti sulla fertilità a qualsiasi dose testata. 4.7 Effetti sulla capacità di guidare veicoli e sull’uso di macchinari. Forxiga non altera o altera in modo trascurabile la capacità di guidare veicoli o di usare macchinari. I pazienti devono essere avvertiti del rischio di ipoglicemia quando dapagliflozin è usato in associazione con una sulfanilurea o l’insulina. 4.8 Effetti indesiderati. Riassunto del profilo di sicurezza. In un’analisi combinata predefinita di 13 studi controllati con placebo, 2.360 soggetti sono stati trattati con dapagliflozin 10 mg e 2.295 sono stati trattati con placebo. La reazione avversa più frequentemente segnalata è stata ipoglicemia che dipendeva dal tipo di terapia di base utilizzata in ogni studio. La frequenza di episodi minori di ipoglicemia è risultata simile tra i gruppi di trattamento, placebo compreso, con le eccezioni di studi di terapie di associazione aggiuntiva con sulfanilurea (SU) e di associazione aggiuntiva con insulina. Terapie di associazione con sulfanilurea e di associazione aggiuntiva (add-on) con insulina hanno avuto una più alta incidenza di ipoglicemia (vedere Ipoglicemia sotto). Elenco delle reazioni avverse in forma tabellare. Le seguenti reazioni avverse sono state identificate in studi clinici controllati con placebo. Nessuna è risultata correlata alla dose. Le reazioni avverse segnalate di seguito sono elencate secondo la frequenza e la classificazione per organi e sistemi (SOC). Le categorie di frequenza sono definite in base alla seguente convenzione: molto comune (≥1/10), comune (≥1/100, <1/10), non comune (≥1/1.000, <1/100), raro (≥1/10.000, <1/1.000), molto raro (<1/10.000), non nota (la frequenza non può essere definita sulla base dei dati disponibili). Tabella 1. Reazioni avverse osservate in studi clinici controllati con placeboa Classificazione per organi e sistemi Infezioni ed infestazioni Molto comune Comune* Vulvovaginite, balanite e infezioni genitali correlate*,b,c Infezione delle vie urinarie*,b,d Non comune** Infezione fungina** Disturbi del metabolismo e della nutrizione Patologie del sistema nervoso Deplezione di volumeb,e Sete** Ipoglicemia (quando usato con SU o insulina)b Capogiri Costipazione** Bocca secca** Patologie gastrointestinali Patologie del sistema muscoloscheletrico e del tessuto connettivo Mal di schiena* Patologie renali e urinarie Disuria Poliuria*,f Nicturia** Compromissione renale**,b Prurito vulvovaginale** Prurito genitale** Aumento dell’ematocritog Riduzione della clearance renale della creatininab Dislipidemiah Aumento del livello ematico di creatinina**,b Aumento del livello ematico di urea** Riduzione del peso corporeo** Patologie dell’apparato riproduttivo e della mammella Esami diagnostici La tabella contiene i dati raccolti fino a 24 settimane (a breve termine) a prescindere della terapia di salvataggio glicemica. b Per maggiori informazioni vedere la sottosezione corrispondente riportata di seguito. c Vulvovaginite, balanite e le infezioni genitali correlate include, ad es. i termini predefiniti preferiti: infezione micotica vulvovaginale, infezione vaginale, balanite, infezione genitale fungina, candidosi vulvovaginale, vulvovaginite, balanite da candida, candidosi genitale, infezione genitale, infezione genitale maschile, infezione del pene, vulvite, vaginite batterica, ascesso vulvare. d Le infezioni del tratto urinario includono i seguenti termini preferiti elencati secondo la frequenza riportata: infezioni del tratto urinario, cistite, infezioni del tratto urinario da Escherichia, infezioni del tratto genitourinario, pielonefrite, trigonite, uretrite, infezioni renali e prostatite. e La deplezione di volume include, ad es. i termini predefiniti preferiti: disidratazione, ipovolemia, ipotensione. f La poliuria include i termini preferiti: pollachiuria, poliuria, aumento dell’escrezione urinaria. g Le variazioni medie dal basale dell’ematocrito sono state 2,30% per dapagliflozin 10 mg vs –0,33% per il placebo. Valori dell’ematocrito >55% sono stati riportati nel 1,3% dei soggetti trattati con dapagliflozin 10 mg vs 0,4% dei soggetti trattati con placebo. h La variazione percentuale media dal basale per dapagliflozin 10 mg vs placebo, è stata rispettivamente: colesterolo totale 2,5% vs 0,0%; colesterolo HDL 6,0% vs 2,7%; colesterolo LDL 2,9% vs –1,0%; trigliceridi –2,7% vs –0,7%. * Segnalata nel ≥2% dei soggetti e ≥1% e più e in almeno 3 e più soggetti trattati con dapagliflozin 10 mg rispetto al placebo. ** Segnalata dallo sperimentatore come possibilmente correlata, probabilmente correlata o correlata al trattamento in studio e riportata in ≥0,2% dei soggetti e ≥0,1% e più ed in almeno 3 e più soggetti trattati con 10 mg di dapagliflozin rispetto al placebo. a Descrizione delle reazioni avverse selezionate. Ipoglicemia. La frequenza di ipoglicemia dipendeva dal tipo di terapia di base impiegata nel singolo studio clinico. Negli studi di dapagliflozin in monoterapia, come associazione aggiuntiva a metformina o come associazione aggiuntiva a sitagliptin (con o senza metformina), la frequenza degli episodi minori di ipoglicemia è stata simile (<5%) tra i gruppi di trattamento, compreso il placebo fino a 102 settimane di trattamento. In tutti gli studi, gli eventi maggiori di ipoglicemia sono stati non comuni e comparabili tra i gruppi trattati con dapagliflozin o placebo. Studi sulle terapie aggiuntive con sulfanilurea e insulina hanno riscontrato tassi più alti di ipoglicemia (vedere paragrafo 4.5). In uno studio di associazione aggiuntiva alla glimepiride, alle settimane 24 e 48 sono stati segnalati episodi minori di ipoglicemia più frequentemente nel gruppo trattato con dapagliflozin 10 mg più glimepiride (6,0% e 7,9%, rispettivamente), rispetto al gruppo trattato con placebo più glimepiride (2,1% e 2,1%, rispettivamente). In uno studio di associazione aggiuntiva all’insulina, sono stati segnalati episodi di ipoglicemia maggiore nello 0,5% e 1,0% dei soggetti trattati con dapagliflozin 10 mg più insulina rispettivamente alle settimane 24 e 104, e nello 0,5% dei soggetti del gruppo trattato con placebo più insulina alle settimane 24 e 104. Sono stati segnalati episodi di ipoglicemia minore alle settimane 24 e 104, rispettivamen- te nel 40,3% e 53,1% dei soggetti che avevano ricevuto dapagliflozin 10 mg più insulina e nel 34,0% e 41,6% dei soggetti che avevano ricevuto placebo più insulina. In uno studio di associazione aggiuntiva alla metformina e a una sulfanilurea fino a 24 settimane, non sono stati segnalati episodi di ipoglicemia maggiore. Episodi di ipoglicemia minore sono stati riportati nel 12,8% dei soggetti che avevano ricevuto dapagliflozin 10 mg più metformina e una sulfanilurea e nel 3,7% dei soggetti che avevano ricevuto placebo più metformina e una sulfanilurea. Deplezione di volume. Sono state segnalate reazioni correlate alla deplezione di volume (inclusi casi di disidratazione, ipovolemia o ipotensione) nello 1,1 e 0,7% dei soggetti trattati rispettivamente con dapagliflozin 10 mg e placebo. Si sono verificate reazioni gravi nel <0,2% dei soggetti bilanciate tra dapagliflozin 10 mg e placebo (vedere paragrafo 4.4). Vulvovaginite, balanite e infezioni genitali correlate. Sono stati segnalati casi di vulvovaginite, balanite e infezioni genitali correlate nel 5,5% e nello 0,6% dei soggetti trattati rispettivamente con dapagliflozin 10 mg e placebo. Nella maggior parte dei casi, le infezioni sono state da lievi a moderate, e i soggetti hanno risposto a un ciclo iniziale di trattamento standard e raramente si sono risolte con l’interruzione del trattamento con dapagliflozin. Queste infezioni sono state più frequenti nelle donne (8,4% e 1,2% per dapagliflozin e placebo rispettivamente), e i soggetti con una storia pregressa avevano più probabilità di avere un’infezione ricorrente. Infezioni delle vie urinarie. Sono state segnalate più frequentemente infezioni delle vie urinarie per dapagliflozin 10 mg in confronto al placebo (rispettivamente, 4,7% vs 3,5%; vedere paragrafo 4.4). La maggior parte delle infezioni sono state da lievi a moderate ed i soggetti hanno risposto ad un ciclo iniziale di trattamento standard, e raramente si sono risolte con l’interruzione del trattamento con dapagliflozin. Tali infezioni sono state segnalate più frequentemente nelle donne e i soggetti con una storia pregressa avevano più probabilità di avere un’infezione ricorrente. Aumento della creatinina. Reazioni avverse al farmaco correlate all’aumento della creatinina sono state raggruppate (ad es. ridotta clearance renale della creatinina, compromissione renale, aumento della creatinina plasmatica e ridotta filtrazione glomerulare). Questo gruppo di reazioni è stato riportato nel 3,2% e nel 1,8% dei pazienti che hanno ricevuto dapagliflozin 10 mg e placebo, rispettivamente. Nei pazienti con funzionalità renale normale o compromissione renale moderata (eGFR al basale ≥60 ml/ min/1,73m2) questo gruppo di reazioni è stato riportato nel 1,3% e nello 0,8% dei pazienti che hanno ricevuto dapagliflozin 10 mg e placebo, rispettivamente. Queste reazioni sono state più comuni nei pazienti con eGFR al basale ≥30 e <60 ml/min/1,73 m2 (18,5% nei pazienti trattati con dapagliflozin 10 mg e 9,3% in quelli trattati con placebo). Un’ulteriore valutazione dei pazienti che avevano avuto reazioni avverse correlate ai reni ha mostrato che la maggior parte ha avuto cambiamenti nei livelli di creatinina nel siero di ≤ 0,5 mg/dl dal basale. Gli aumenti nei livelli di creatinina sono stati generalmente transitori durante il trattamento continuo o reversibili dopo l’interruzione del trattamento. Ormone paratiroideo (PTH). Sono stati osservati dei leggeri aumenti dei livelli di PTH sierico con aumenti più marcati in soggetti con concentrazioni basali di PTH più alte. Le misurazioni della densità minerale ossea in pazienti con funzionalità renale normale o con moderata compromissione della funzionalità renale non hanno indicato una riduzione della densità ossea nel periodo di trattamento di due anni. Tumori maligni. Durante gli studi clinici, la percentuale totale dei soggetti con tumori maligni o non specificati è stata simile tra quelli trattati con dapagliflozin (1,50%) e quelli con placebo/medicinale di confronto (1,50%), e non c’è stato alcun segnale di carcinogenicità o mutagenicità nei dati sugli animali (vedere paragrafo 5.3). Quando si considerano i casi di tumori che si verificano nei diversi sistemi d’organo, il rischio relativo associato a dapagliflozin era sopra 1 per alcuni tumori (vescica, prostata, mammella) e sotto 1 per altri (ad esempio ematico e linfatico, ovaio, tratto renale), non risultante in un rischio complessivo aumentato di tumore associato a dapagliflozin. Il rischio aumentato/ridotto non era statisticamente significativo in nessuno dei sistemi d’organo. Considerando l’assenza di riscontro di tumori negli studi non clinici così come la breve latenza tra la prima esposizione al farmaco e la diagnosi di tumore, una relazione causale è ritenuta improbabile. Poiché lo squilibrio numerico dei tumori della mammella, della vescica e della prostata deve essere considerato con cautela, sarà ulteriormente analizzato in studi post-marketing. Popolazioni speciali. Pazienti anziani (≥65 anni). Nei soggetti di età ≥65 anni, sono state segnalate reazioni avverse associate al danno o alla compromissione renale nel 7,7% dei soggetti trattati con dapagliflozin e nel 3,8% dei soggetti trattati con placebo (vedere paragrafo 4.4). La reazione avversa, associata alla funzione renale, più comunemente segnalata è stata l’incremento della creatinina sierica. La maggior parte di queste reazioni è stata transitoria e reversibile. Nei soggetti di età ≥65 anni, reazioni avverse di deplezione di volume, più comunemente segnalate come ipotensione, sono state segnalate nel 1,7% e 0,8% dei soggetti trattati con dapagliflozin e con placebo, rispettivamente (vedere paragrafo 4.4). Segnalazione delle reazioni avverse sospette. La segnalazione delle reazioni avverse sospette che si verificano dopo l’autorizzazione del medicinale è importante, in quanto permette un monitoraggio continuo del rapporto beneficio/rischio del medicinale. Agli operatori sanitari è richiesto di segnalare qualsiasi reazione avversa sospetta tramite il sistema nazionale di segnalazione riportato nell’Allegato V. 4.9 Sovradosaggio. Dapagliflozin somministrato a dosi orali singole fino a 500 mg (50 volte la dose massima raccomandata nell’uomo) non ha mostrato alcuna forma di tossicità in soggetti sani. Questi soggetti avevano livelli rilevabili di glucosio nelle urine per un periodo di tempo dose correlato (almeno 5 giorni per 500 mg di dose), senza casi di disidratazione, ipotensione o squilibrio elettrolitico, e senza un effetto clinicamente rilevante sull’intervallo QTc. L’incidenza di ipoglicemia è risultata simile al placebo. Negli studi clinici in cui sono state somministrate singole dosi giornaliere fino a 100 mg (10 volte la dose massima raccomandata nell’uomo) per 2 settimane in soggetti sani e con diabete mellito di tipo 2, l’incidenza dell’ipoglicemia è risultata leggermente superiore al placebo e non era dose correlata. I tassi di frequenza degli eventi avversi inclusa la disidratazione o l’ipotensione sono risultati simili al placebo, e non ci sono state alterazioni dose correlate clinicamente rilevanti dei parametri di laboratorio, inclusi i livelli sierici degli elettroliti e i marcatori di funzionalità renale. In caso di sovradosaggio, si deve attuare un trattamento appropriato di sostegno secondo quanto richiesto dalle condizioni cliniche del paziente. L’eliminazione di dapagliflozin attraverso l’emodialisi non è stata studiata. 5. PROPRIETÀ FARMACOLOGICHE 5.1 Proprietà farmacodinamiche. Categoria farmacoterapeutica: Farmaci usati nel diabete, altri ipoglicemizzanti, escluse le insuline, codice ATC: A10BX09. Meccanismo d’azione. Dapagliflozin è un inibitore molto potente (Ki: 0,55 nM), selettivo e reversibile del co-trasportatore sodio-glucosio 2 (SGLT2). L’SGLT2 è espresso selettivamente nel rene senza nessuna espressione rilevata in più di 70 altri tessuti inclusi fegato, muscolo scheletrico, tessuto adiposo, mammella, vescica e cervello. L’SGLT2 rappresenta il trasportatore predominante responsabile del riassorbimento di glucosio dal filtrato glomerulare alla circolazione ematica. Nonostante la presenza di iperglicemia nel diabete tipo 2, il riassorbimento del glucosio filtrato continua. Dapagliflozin migliora sia la glicemia a digiuno sia postprandiale riducendo il riassorbimento di glucosio renale che porta all’escrezione urinaria di glucosio. Tale escrezione di glucosio (effetto glicosurico) è osservata dopo la prima dose, è continua per un intervallo di somministrazione di 24 ore ed è mantenuta per la durata del trattamento. La quantità di glucosio rimossa dal rene attraverso questo meccanismo dipende dalla concentrazione ematica di glucosio e dal GFR. Dapagliflozin non compromette la produzione endogena normale di glucosio in risposta all’ipoglicemia. Dapagliflozin agisce indipendentemente dalla secrezione di insulina e dall’azione dell’insulina. In studi clinici con Forxiga, è stato osservato un miglioramento nel modello di valutazione dell’omeostasi della funzionalità delle cellule beta (HOMA beta-cell). L’escrezione urinaria di glucosio (glicosuria) indotta da dapagliflozin è associata alla riduzione calorica e al calo ponderale. L’inibizione del co-trasporto di glucosio e sodio indotta da dapagliflozin è associata anche a moderata diuresi e natriuresi transitoria. Dapagliflozin non inibisce altri trasportatori del glucosio importanti per il trasporto del glucosio nei tessuti periferici ed è >1.400 volte più selettivo per SGLT2 rispetto a SGLT1, il trasportatore principale nell’intestino responsabile dell’assorbimento di glucosio. Effetti farmacodinamici. Sono stati osservati incrementi della quantità di glucosio escreto nelle urine di soggetti sani e con diabete mellito di tipo 2 in seguito alla somministrazione di dapagliflozin. All’incirca 70 g di glucosio al giorno sono stati escreti nelle urine (corrispondenti a 280 kcal/giorno) a una dose di dapagliflozin pari a 10 mg/die in soggetti con diabete mellito di tipo 2 per 12 settimane. Sono emerse evidenze a conferma di un’escrezione prolungata di glucosio nei soggetti con diabete mellito di tipo 2 che hanno ricevuto una dose di 10 mg/die di dapagliflozin fino a 2 anni. Questa escrezione urinaria di glucosio, indotta da dapagliflozin, determina anche una diuresi osmotica e incrementi del volume urinario in soggetti con diabete mellito di tipo 2. Gli aumenti del volume urinario in soggetti con diabete mellito di tipo 2 trattati con 10 mg di dapagliflozin sono perdurati fino a 12 settimane e corrispondevano approssimativamente a 375 ml/giorno. L’incremento del volume urinario è stato correlato a un aumento esiguo e transitorio dell’escrezione urinaria di sodio, che non è stato associato ad alterazioni delle concentrazioni sieriche di sodio. Anche l’escrezione urinaria di acido urico è aumentata temporaneamente (per 3-7 giorni) ed era associata a una diminuzione prolungata della concentrazione sierica di acido urico. A 24 settimane, le riduzioni delle concentrazioni sieriche di acido urico variavano da –48,3 a –18,3 micromoli/l (da –0,87 a –0,33 mg/dl). Efficacia e sicurezza clinica. Sono stati condotti tredici studi clinici randomizzati, controllati, in doppio cieco, su 6.362 soggetti con diabete mellito di tipo 2 per valutare l’efficacia e la sicurezza di Forxiga; in questi studi 4.273 soggetti sono stati trattati con dapagliflozin. Dodici studi prevedevano un periodo di trattamento di 24 settimane, 8 studi avevano fasi di estensione a lungo termine da 24 a 80 settimane (fino a una durata massima totale dello studio di 104 settimane) e uno studio aveva una durata pari a 52 settimane con estensione a lungo termine di 52 e 104 settimane (durata totale dello studio di 208 settimane). La durata media del diabete andava da 1,4 a 16,9 anni. Il cinquantadue percento (52%) dei soggetti soffriva di compromissione renale lieve ed l’11% di compromissione renale moderata. Il cinquantuno percento (51%) dei soggetti era di sesso maschile, l’84% era di Razza Bianca, il 9% era Asiatico, il 3% era di Razza Nera e il 4% apparteneva ad altri gruppi razziali. L’ottanta percento (80%) dei soggetti aveva un indice di massa corporea (BMI)≥27. Due studi di 12 settimane controllati verso placebo sono inoltre stati condotti in pazienti con diabete di tipo 2 non adeguatamente controllato e ipertensione. Controllo glicemico. Monoterapia. È stato realizzato uno studio clinico in doppio cieco, controllato vs placebo, della durata di 24 settimane (con un periodo di estensione supplementare) per valutare la sicurezza e l’efficacia della monoterapia con Forxiga in soggetti con diabete mellito di tipo 2 inadeguatamente controllato. Il trattamento giornaliero con dapagliflozin ha prodotto riduzioni statisticamente significative (p<0,0001) di HbA1c rispetto al placebo (Tabella 2).Nella fase di estensione, le riduzioni di HbA1c sono perdurate fino alla settimana 102 (una variazione media aggiustata dal basale pari rispettivamente a –0,61% e –0,17% con dapagliflozin 10 mg e con placebo). Tabella 2. Risultati rilevati alla Settimana 24 (LOCFa) in uno studio clinico con dapagliflozin in monoterapia controllato con placebo Monoterapia Nb HbA1c (%) Basale (media) Variazione rispetto al basalec Differenza rispetto al placebo c (IC 95%) Soggetti (%) che hanno ottenuto: HbA1c <7% Aggiustato dal basale Peso corporeo (kg) Basale (medio) Variazione rispetto al basalec Differenza rispetto al placeboc (IC 95%) Dapagliflozin 10 mg Placebo 70 75 8,01 –0,89 –0,66* (–0,96; –0,36) 7,79 –0,23 50,8§ 31,6 94,13 –3,16 –0,97 (–2,20; 0,25) 88,77 –2,19 a LOCF: Ultima osservazione portata avanti (prima della terapia di salvataggio per i pazienti sottoposti a tale trattamento). b Tutti i soggetti randomizzati che hanno assunto almeno una dose del medicinale in studio in doppio cieco durante il periodo a breve termine in doppio cieco c Metodo dei minimi quadrati aggiustato dal basale. * Valore di p<0,0001 rispetto al placebo. § Non valutati in termini di significatività statistica come risultato della procedura di test sequenziale per gli endpoint secondari. Terapia di associazione. In uno studio di non inferiorità con controllo attivo, della durata di 52 settimane (con periodi di estensione di 52 e 104 settimane), Forxiga è stato valutato come terapia aggiuntiva a metformina in confronto a una sulfanilurea (glipizide) come terapia aggiuntiva a metformina, in soggetti con un controllo glicemico inadeguato (HbA1c >6,5% e ≤ 10%). I risultati hanno mostrato una riduzione media simile di HbA1c dal basale alla Settimana 52, rispetto a glipizide, dimostrando così la non inferiorità del trattamento (Tabella 3). Alla settimana 104, la variazione rispetto al basale della media di HbA1c era –0,32% per dapagliflozin e –0,14% per glipizide. Alla settimana 208, la variazione rispetto al basale della media di HbA1c era –0,10% per dapagliflozin e 0,20% per glipizide. Alle settimane 52, 104 e 208, una percentuale significativamente più bassa di soggetti nel gruppo trattato con dapagliflozin (3,5%, 4,3% e 5,0% rispettivamente) ha manifestato almeno un evento ipoglicemico rispetto al gruppo trattato con glipizide (40,8%, 47,0% e 50,0% rispettivamente). La percentuale dei soggetti presenti nello studio alla settimana 104 e alla settimana 208 era 56,2% e 39,7% per il gruppo trattato con dapagliflozin e 50,0% e 34,6% per il gruppo trattato con glipizide. Tabella 3. Risultati rilevati alla Settimana 52 (LOCFa) in uno studio con controllo attivo che ha confrontato dapagliflozin rispetto glipizide come terapia aggiuntiva alla metformina Parametro Nb HbA1c (%) Basale (media) Variazione rispetto al basalec Differenza rispetto a glipizide + metforminac (IC 95%) Peso corporeo (kg) Basale (medio) Variazione rispetto al basalec Differenza rispetto a glipizide + metforminac (IC 95%) Dapagliflozin + metformina Glipizide + metformina 400 401 7,69 –0,52 7,74 –0,52 0,00d (–0,11; 0,11) 88,44 –3,22 87,60 1,44 –4,65* (–5,14; –4,17) a LOCF: Ultima osservazione portata avanti. b Soggetti randomizzati e trattati con una valutazione di efficacia al basale e almeno 1 successiva al basale. c Metodo dei minimi quadrati aggiustato dal basale. d Non inferiore a glipizide + metformina * Valore di p<0,0001. Dapagliflozin in aggiunta a metformina, glimepiride, metformina e una sulfanilurea, sitagliptin (con o senza metformina) o insulina ha prodotto riduzioni statisticamente significative di HbA1c alla settimana 24, in confronto a quanto osservato nei soggetti che hanno ricevuto il placebo (p<0,0001; Tabelle 4, 5 e 6). Le riduzioni di HbA1c rilevate alla Settimana 24 permanevano negli studi sulla terapia di associazione (glimepiride e insulina) in base ai dati alla settimana 48 (glimepiride) e fino alla settimana 104 (insulina). Alla settimana 48, quando aggiunto a sitagliptin (con o senza metformina), le variazioni medie aggiustate rispetto al basale per dapagliflozin 10 mg e per il placebo erano rispettivamente –0,30% e 0,38%. Secondo lo studio sulla terapia aggiuntiva a metformina, le riduzioni di HbA1c si sono mantenute fino alla Settimana 102 (variazione media aggiustata dal basale, pari rispettivamente a –0,78% e 0,02% per 10 mg e placebo). Alla settimana 104 per insulina (con o senza l’associazione di ipoglicemizzanti orali), le riduzioni medie di HbA1c rispetto al basale erano –0,71% e –0,06% rispettivamente per dapagliflozin 10 mg e placebo. Alle settimane 48 e 104 la dose di insulina è rimasta stabile rispetto al basale in soggetti trattati con dapagliflozin 10 mg ad una dose media di 76 UI/die. Nel gruppo con placebo c’era un incremento medio dal basale rispettivamente di 10,5 UI/die e 18,3 UI/ die (media della dose media di 84 e 92 UI/die) alle settimane 48 e 104. La percentuale di soggetti presenti nello studio alla settimana 104 era del 72,4% per il gruppo trattato con dapagliflozin 10 mg e del 54,8% per il gruppo placebo. Tabella 4. Risultati rilevati alla settimana 24 (LOCFa) degli studi clinici di dapagliflozin controllati con placebo in terapia di associazione con metformina o sitagliptin (con o senza metformina) Terapia di associazione aggiuntiva Metformina1 Nb Dapagliflozin 10 mg Placebo Dapagliflozin 10 mg Placebo 135 137 223 224 7,92 8,11 7,90 7,97 –0,84 –0,30 –0,45 0,04 HbA1c (%) Basale (media) Variazione rispetto al basalec Differenza rispetto al placeboc (IC 95%) –0,54* (–0,74; –0,34) Soggetti (%) che hanno ottenuto: HbA1c <7% Aggiustato dal basale 40,6** 25,9 86,28 87,74 91,02 89,23 –2,86 –0,89 –2,14 –0,26 Peso corporeo (kg) Basale (medio) Variazione rispetto al basalec Differenza rispetto al placeboc (IC 95%) –0,48* (–0,62; –0,34) –1,97* (–2,63; –1,31) –1,89* (–2,37; –1,40) Metformina≥1500 mg/die; 2sitagliptin 100 mg/die. a LOCF: Ultima osservazione portata avanti (prima della terapia di salvataggio per i pazienti sottoposti a tale trattamento). b Tutti i soggetti randomizzati che hanno assunto almeno una dose del medicinale in studio in doppio cieco durante il periodo a breve termine. c Metodo dei minimi quadrati aggiustato dal basale. * Valore di p<0,0001 vs placebo + medicinale ipoglicemizzante orale. ** Valore di p<0,05 vs placebo + medicinale ipoglicemizzante orale. 1 Tabella 5. Risultati rilevati alla Settimana 24 in uno studio clinico controllato con placebo riguardante l’impiego di dapagliflozin in associazione con sulfanilurea (glimepiride) o metformina e una sulfanilurea Terapia di associazione aggiuntiva Sulfanilurea (glimepiride1) Na Sulfanilurea + Metformina2 Dapagliflozin 10 mg Placebo Dapagliflozin 10 mg Placebo 151 145 108 108 8,07 8,15 8,08 8,24 –0,82 –0,13 –0,86 –0,17 HbA1c (%)b Basale (media) Variazione rispetto al basalec Differenza rispetto al placeboc (IC 95%) –0,68* (–0,86; –0,51) Soggetti (%) che hanno ottenuto: HbA1c <7%(LOCF)d Aggiustato dal basale 31,7* −0,69* (−0,89; −0,49) 13,0 31,8* 11,1 Peso corporeo (kg) (LOCF)d Basale (medio) Variazione rispetto al basalec Differenza rispetto al placeboc (IC 95%) 80,56 80,94 88,57 90,07 –2,26 –0,72 –2,65 –0,58 –1,54* (–2,17; –0,92) −2,07* (−2,79; −1,35) Glimepiride 4 mg/die. 2 Metformina (formulazioni a rilascio immediate o prolungato) ≥1500 mg/die più massima dose tollerata di sulfanilurea, che deve essere almeno la metà della dose massima, per almeno 8 settimane prima dell’arruolamento. a Soggetti randomizzati e trattati con una valutazione di efficacia al basale e almeno 1 successiva al basale. b Colonne 1 e 2, HbA1c analizzato usando LOCF (vedere nota d); Colonne 3 e 4, HbA1c analizzato usando LRM (vedere nota e). c Metodo dei minimi quadrati aggiustato dal basale. d LOCF: Ultima osservazione portata avanti (prima della terapia di salvataggio per i pazienti sottoposti a tale trattamento). e LRM: Analisi longitudinali di misure ripetute. * Valore di p<0,0001 vs placebo + medicinale ipoglicemizzante orale. 1 Tabella 6. Risultati rilevati alla Settimana 24 (LOCFa) in uno studio clinico controllato con placebo riguardante l’impiego di dapagliflozin in associazione con l’insulina (da sola o con farmaci ipoglicemizzanti orali) Parametro Nb HbA1c (%) Basale (media) Variazione rispetto al basalec Differenza rispetto al placeboc (IC 95%) Peso corporeo (kg) Basale (medio) Variazione rispetto al basalec Differenza rispetto al placeboc (IC 95%) Dose giornaliera media di insulina (UI)1 Basale (media) Variazione rispetto al basalec Differenza rispetto al placeboc (IC 95%) Soggetti con riduzione della dose giornaliera media di insulina almeno del 10% (%) Dapagliflozin 10 mg + insulina ± farmaci ipoglicemizzanti orali2 Placebo + insulina ± farmaci ipoglicemizzanti orali2 194 193 8,58 8,46 –0,90 –0,30 –0,60* (–0,74; –0,45) 94,63 94,21 –1,67 0,02 –1,68* (–2,19; –1,18) 77,96 73,96 –1,16 5,08 –6,23* (–8,84; –3,63) 19,7** 11,0 LOCF: Ultima osservazione portata avanti (prima o alla data del primo incremento della dose di insulina mediante titolazione, se necessario). b Tutti i soggetti randomizzati che hanno assunto almeno una dose del medicinale in studio in doppio cieco durante il periodo a breve termine in doppio cieco. c Metodo dei minimi quadrati aggiustato dal basale e la presenza di un medicinale ipoglicemizzante orale. * Valore di p<0,0001 vs placebo + insulina ± medicinale ipoglicemizzante orale. ** Valore di p<0,05 vs placebo + insulina ± medicinale ipoglicemizzante orale. 1 L’aumento dei regimi di dosaggio mediante titolazione dell’insulina (fra cui insulina a breve durata d’azione, intermedia e basale) era consentito soltanto se i soggetti erano conformi ai criteri predefiniti per la glicemia a digiuno (FPG). 2 Il 50% dei soggetti era sottoposto alla monoterapia con insulina alla visita basale; il 50% assumeva 1 o 2 farmaci ipoglicemizzanti orali in aggiunta all’insulina: di quest’ultimo gruppo, l’80% dei soggetti era con metformina da sola, il 12% era in terapia con metformina + sulfanilurea e la percentuale restante dei soggetti assumeva altri farmaci ipoglicemizzanti orali. a Glicemia a digiuno. Il trattamento con dapagliflozin 10 mg come monoterapia o come terapia aggiuntiva a metformina, glimepiride, metformina e una sulfanilurea, sitagliptin (con o senza metformina) o insulina ha prodotto riduzioni statisticamente significative della glicemia a digiuno (da –1,90 a –1,20 mmol/l [da –34,2 a –21,7 mg/dl]) rispetto al placebo (da –0,33 a 0,21 mmol/l [da –6,0 a 3,8 mg/dl]). Questo effetto è stato osservato alla Settimana 1 di trattamento ed è persistito negli studi di estensione alla Settimana 104. Glicemia postprandiale. Il trattamento con dapagliflozin 10 mg come terapia di associazione aggiuntiva a glimepiride ha prodotto alla Settimana 24 riduzioni statisticamente significative della glicemia postprandiale misurata a distanza di 2 ore, che sono persistite fino alla Settimana 48. Il trattamento con dapagliflozin 10 mg come terapia di associazione aggiuntiva a sitagliptin (con o senza metformina) ha prodotto alla settimana 24 riduzioni della glicemia postprandiale misurata a distanza di 2 ore, che sono persistite fino alla Settimana 48. Peso corporeo. Dapagliflozin 10 mg come terapia di associazione aggiuntiva a metformina, glimepiride, metformina e una sulfanilurea, sitagliptin (con o senza metformina) o insulina ha prodotto una diminuzione statisticamente significativa del peso corporeo alla Settimana 24 (p<0,0001, Tabelle 4 e 5). Questi effetti erano persistenti negli studi clinici a lungo termine. A 48 settimane la differenza per dapagliflozin in associazione a sitagliptin (con o senza metformina) rispetto al placebo era –2,22 kg. A 102 settimane la differenza per dapagliflozin in associazione a metformina rispetto al placebo, o in associazione a insulina rispetto al placebo era rispettivamente di –2,14 e –2,88 kg. Come terapia aggiuntiva a metformina in uno studio di non inferiorità con controllo attivo, dapagliflozin ha prodotto una diminuzione statisticamente significativa del peso corporeo rispetto a glipizide di –4,65 kg alla settimana 52 (p<0,0001, Tabella 3) che persisteva alle settimane 104 e 208 (–5,06 kg e –4,38kg, rispettivamente). Uno studio clinico a 24 settimane in 182 soggetti diabetici utilizzando l’assorbimetria a raggi X a doppia energia (DXA) per valutare la composizione della massa corporea ha mostrato una riduzione con dapagliflozin 10 mg più metformina in confronto al placebo più metformina, in relazione rispettivamente al peso corporeo e alla massa grassa corporea, secondo quanto misurato mediante DXA, piuttosto che alla massa magra o alla perdita di liquidi. Il trattamento con Forxiga più metformina ha prodotto una riduzione numerica nel tessuto adiposo viscerale rispetto al placebo più metformina in un sottostudio mediante risonanza magnetica per immagini. Pressione sanguigna. In un’analisi combinata predefinita di 13 studi controllati con placebo, il trattamento con dapagliflozin 10 mg ha prodotto una variazione dal basale della pressione arteriosa sistolica di 3,7 mmHg e della pressione arteriosa diastolica di –1,8 mmHg vs –0,5 mmHg (pressione arteriosa sistolica) e –0,5 mmHg (pressione arteriosa diastolica) per il gruppo con placebo alla Settimana 24. Riduzioni simili sono state osservate fino alla Settimana 104. In due studi di 12 settimane controllati verso placebo, un totale di 1.062 pazienti con diabete di tipo 2 non adeguatamente controllato e ipertensione (nonostante il preesistente trattamento stabile con ACE-I o ARB in uno studio e ACE-I o ARB più un altro trattamento antipertensivo nell’altro studio) sono stati trattati con dapagliflozin 10 mg o placebo. Alla Settimana 12 in entrambi gli studi, dapagliflozin 10 mg più un trattamento antidiabetico usuale ha prodotto un miglioramento di HbA1c e ha ridotto la pressione sanguigna sistolica corretta per il placebo in media di 3,1 e 4,3 mmHg, rispettivamente. Sicurezza cardiovascolare. È stata condotta una metanalisi degli eventi cardiovascolari registrati nell’ambito del programma clinico. Nel programma clinico, al basale il 34,4% dei soggetti aveva un’anamnesi positiva per malattia cardiovascolare (esclusa l’ipertensione) e il 67,9% soffriva di ipertensione. Gli episodi cardiovascolari sono stati valutati da un comitato indipendente di valutazione. L’endpoint primario era il tempo trascorso fino alla comparsa del primo evento di uno dei seguenti esiti: morte cardiovascolare, ictus, infarto miocardico (IM) o ricovero ospedaliero per angina instabile. Sono stati registrati episodi primari ad un tasso di 1,62% per paziente-anno nei soggetti trattati con dapagliflozin e a 2,06% per paziente-anno nei soggetti sottoposti al trattamento con un farmaco di confronto. L’hazard ratio tra dapagliflozin e il farmaco di confronto era di 0,79 (intervallo di confidenza [IC] al 95%: 0,58, 1,07), che ha indicato che in questa analisi il trattamento con Forxiga non è stato associato ad un aumento del rischio cardiovascolare nei pazienti con diabete mellito di tipo 2. Morte cardiovascolare, IM e ictus sono stati osservati con un hazard ratio di 0,77 (IC 95%: 0,54, 1,10). Pazienti con compromissione renale. Compromissione renale moderata (eGFR da ≥30 a <60 ml/min/1,73 m2). L’efficacia di dapagliflozin è stata valutata anche separatamente nell’ambito di uno studio dedicato condotto in soggetti diabetici con compromissione renale moderata (252 soggetti con un valore medio di eGFR di 45 ml/ min/1,73 m2). La variazione media di HbA1c dal basale alla settimana 24 è stata di –0,44% e –0,33% per dapagliflozin 10 mg e placebo, rispettivamente. Pazienti con HbA1c al basale ≥9%. In un’analisi predefinita di soggetti con HbA1c al basale ≥9,0% il trattamento con dapagliflozin 10 mg come monoterapia ha portato a riduzioni statisticamente significative di HbA1c alla Settimana 24 in monoterapia (variazione media aggiustata dal basale: –2,04% e 0,19% per dapagliflozin 10 mg e placebo, rispettivamente) e in associazione aggiuntiva alla metformina (variazione media aggiustata dal basale: –1,32% e –0,53% per dapagliflozin e placebo rispettivamente). Popolazione pediatrica. L’Agenzia europea dei medicinali ha rinviato l’obbligo di presentare i risultati degli studi con dapagliflozin in uno o più sottogruppi della popolazione pediatrica per il trattamento del diabete tipo 2 (vedere paragrafo 4.2 per le informazioni sull’uso pediatrico). 5.2 Proprietà farmacocinetiche. Assorbimento. Dapagliflozin è assorbito in modo rapido ed efficace dopo somministrazione orale. Le concentrazioni plasmatiche massime (Cmax) di dapagliflozin vengono raggiunte generalmente entro 2 ore dalla somministrazione in condizioni di digiuno. La media geometrica dei valori di Cmax e AUCτ di dapagliflozin allo stato stazionario, rilevati in seguito alla somministrazione in singola dose giornaliera di dapagliflozin 10 mg, sono rispettivamente di 158 ng/ml e di 628 ng ora/ml. La biodisponibilità orale assoluta di dapagliflozin in seguito alla somministrazione di una dose di 10 mg è di 78%. La somministrazione in concomitanza con un pasto ad alto contenuto di grassi ha ridotto la Cmax di dapagliflozin fino ad un massimo del 50% e ha prolungato il Tmax di circa 1 ora, ma non ha alterato l’AUC in confronto a quanto osservato in condizioni di digiuno. Queste variazioni non sono considerate clinicamente significative. Pertanto, Forxiga può essere assunto in concomitanza o meno dei pasti. Distribuzione. Dapagliflozin è legato alle proteine per circa il 91%. Il legame con le proteine non è stato alterato in presenza di vari stati di malattia (es. compromissione renale o epatica). Il volume medio di distribuzione di dapagliflozin allo stato stazionario è risultato pari a 118 l. Biotrasformazione. Dapagliflozin viene ampiamente metabolizzato, principalmente a dapagliflozin 3-O-glucuronide, che è un metabolita inattivo. Dapagliflozin 3-O-glucuronide o gli altri metaboliti non contribuiscono a produrre gli effetti ipoglicemizzanti. La formazione di dapagliflozin 3-O-glucuronide è mediata da UGT1A9, un enzima presente nel fegato e nel rene, e il processo metabolico mediato da CYP rappresentava una via secondaria di clearance nell’uomo. Eliminazione. L’emivita plasmatica terminale media (t1/2) di dapagliflozin è stata di 12,9 ore in seguito alla somministrazione di una dose orale singola di dapagliflozin 10 mg in soggetti sani. La clearance sistemica media totale di dapagliflozin, somministrato per via endovenosa, era pari a 207 ml/min. Dapagliflozin e i relativi metaboliti sono eliminati principalmente attraverso l’escrezione urinaria, con meno del 2% come dapagliflozin in forma immodificata. Dopo la somministrazione di una dose di [14C]-dapagliflozin 50 mg, è stato recuperato il 96%, il 75% nelle urine e il 21% nelle feci. Nelle feci, il 15% circa della dose è stata escreta sotto forma di farmaco progenitore. Linearità. L’esposizione a dapagliflozin è aumentata in modo proporzionale rispetto all’incremento della dose di dapagliflozin nell’intervallo di 0,1500 mg e il suo profilo farmacocinetico non è mutato nel tempo in seguito a somministrazioni giornaliere ripetute fino a un massimo di 24 settimane. Popolazioni speciali. Compromissione renale. Allo stato stazionario (20 mg di dapagliflozin somministrati una volta al giorno per 7 giorni), i soggetti con diabete mellito di tipo 2 e compromissione renale lieve, moderata o grave (secondo quanto stabilito in base alla clearance plasmatica dello ioexolo) evidenziavano esposizioni sistemiche medie a dapagliflozin rispettivamente del 32%, del 60% e più dell’87%, rispetto a quelle dei pazienti con diabete mellito di tipo 2 e una funzione renale normale. L’escrezione urinaria di glucosio nelle 24 ore allo stato stazionario è risultata altamente dipendente dalla funzione renale e nei soggetti con diabete mellito di tipo 2 e una funzione renale normale o compromissione renale lieve, moderata o grave sono stati escreti rispettivamente 85, 52, 18 e 11 g di glucosio/ giorno. Non è noto l’impatto dell’emodialisi sull’esposizione a dapagliflozin. Compromissione epatica. Nei soggetti con compromissione epatica lieve o moderata (classi Child-Pugh A e B), valori medi di Cmax e AUC di dapagliflozin erano rispettivamente fino al 12% e 36% maggio- ri, in confronto a quelli rilevati nei soggetti sani di controllo appaiati. Queste differenze non sono state considerate clinicamente significative. Nei pazienti con compromissione epatica grave (classe Child-Pugh C), i valori medi di Cmax e AUC di dapagliflozin erano rispettivamente del 40% e del 67% superiori rispetto ai controlli sani appaiati. Pazienti anziani (≥65 anni). Non si mostra alcun incremento clinicamente rilevante nell’esposizione in base unicamente all’età nei soggetti fino a 70 anni. Tuttavia, si può prevedere un aumento dell’esposizione dovuto a una diminuzione della funzione renale correlata all’età. Non sono disponibili dati sufficienti per poter trarre conclusioni in merito all’esposizione nei pazienti di età >70 anni. Popolazione pediatrica. Il profilo farmacocinetico non è stato studiato nei pazienti pediatrici. Sesso. L’AUCss media di dapagliflozin nelle donne è stata stimata superiore del 22% circa rispetto a quella rilevata negli uomini. Razza. Non sono state riscontrate differenze clinicamente rilevanti nelle esposizioni sistemiche tra i soggetti di Razza Bianca, Nera o Asiatica. Peso corporeo. È stato riscontrato che l’esposizione a dapagliflozin diminuisce con l’aumentare del peso corporeo. Di conseguenza, i pazienti con un peso corporeo ridotto possono avere talvolta un’esposizione aumentata e i soggetti con un peso corporeo elevato possono avere talvolta un’esposizione ridotta. Tuttavia, le differenze relative all’esposizione non sono state considerate clinicamente significative. 5.3 Dati preclinici di sicurezza. I dati preclinici non rivelano rischi particolari per l’uomo sulla base di studi convenzionali di sicurezza farmacologica, tossicità a dosi ripetute, genotossicità, potenziale cancerogeno e fertilità. Dapagliflozin non induce tumori nei topi o nei ratti a qualsiasi delle dosi valutate in studi di carcinogenicità a due anni. Tossicità riproduttiva e dello sviluppo. La somministrazione diretta di dapagliflozin in ratti giovani appena svezzati e l’esposizione indiretta nel corso dell’ultima fase della gravidanza (periodi di tempo corrispondenti al secondo e al terzo trimestre di gravidanza rispetto allo sviluppo renale nell’uomo) e durante l’allattamento sono associate ciascuna a un aumento dell’incidenza e/o della gravità delle dilatazioni tubulari e pelviche renali nella progenie. Nell’ambito di uno studio di tossicità condotto su animali giovani, quando dapagliflozin è stato somministrato direttamente a ratti giovani a partire dal 21° giorno fino al 90° giorno successivo alla nascita, sono state rilevate dilatazioni tubulari e pelviche renali a tutti i livelli di dose; le esposizioni dei cuccioli alla dose più bassa testata erano ≥15 volte la dose massima raccomandata nell’uomo. Questi risultati sono stati associati ad incrementi dose-correlati del peso del rene e all’ingrossamento macroscopico del rene rilevato a tutti i dosaggi. Le dilatazioni della pelvi renale e tubulari, osservate negli animali giovani, non sono completamente scomparse entro il periodo approssimativo di recupero pari a 1 mese. In uno studio isolato sullo sviluppo prenatale e postnatale, alcune madri di ratti sono state trattate a partire dal 6° giorno di gestazione fino al 21° giorno dopo la nascita, mentre la progenie è stata esposta indirettamente in utero e durante l’intero periodo di allattamento (è stato condotto uno studio satellite per valutare le esposizioni a dapagliflozin nel latte e nella progenie). È stato osservato un aumento dell’incidenza o della gravità della dilatazione della pelvi renale nella progenie adulta delle madri trattate, benché soltanto alla dose massima testata (le esposizioni delle madri associate e della progenie a dapagliflozin erano rispettivamente 1.415 volte e 137 volte i valori osservati nell’uomo alla dose massima raccomandata). L’ulteriore tossicità inerente allo sviluppo era limitata alle riduzioni dose-correlata del peso corporeo della progenie ed è stata osservata soltanto a dosaggi ≥15 mg/kg/die (associati ad esposizioni della progenie che sono ≥29 volte i valori osservati nell’uomo alla dose massima raccomandata). La tossicità nelle madri è risultata evidente soltanto alla dose massima testata, ed era limitata a riduzioni transitorie del peso corporeo e del consumo di cibo alla somministrazione della dose. Il livello senza effetti avversi osservabili (NOAEL) per la tossicità sullo sviluppo, alla dose minima testata, è associato a un’esposizione sistemica materna multipla che è circa 19 volte il valore umano alla dose massima raccomandata nell’uomo. In ulteriori studi sullo sviluppo feto-embrionale condotti su ratti e conigli, dapagliflozin è stato somministrato ad intervalli coincidenti con le fasi più importanti dell’organogenesi in ogni specie. Non è stata osservata nei conigli alcuna forma di tossicità nelle madri o nello sviluppo a qualsiasi dose testata; il dosaggio massimo testato è associato a un’esposizione sistemica multipla di circa 1.191 volte la dose massima raccomandata nell’uomo. Nei ratti, dapagliflozin non è risultato embrioletale né teratogeno ad esposizioni fino a 1.441 volte la dose massima raccomandata nell’uomo. 6. INFORMAZIONI FARMACEUTICHE 6.1 Elenco degli eccipienti. Nucleo della compressa. Cellulosa microcristallina (E460i), Lattosio anidro, Crospovidone (E1201), Silicio biossido (E551), Magnesio stearato (E470b). Film di rivestimento. Alcool polivinilico (E1203), Titanio biossido (E171), Macrogol 3350, Talco (E553b), Ferro ossido giallo (E172). 6.2 Incompatibilità. Non pertinente. 6.3 Periodo di validità. 3 anni. 6.4 Precauzioni particolari per la conservazione. Questo farmaco non richiede condizioni particolari di conservazione. 6.5 Natura e contenuto del contenitore. Blister Alluminio/Alluminio. Confezione da 14, 28 e 98 compresse rivestite con film in blister calendarizzati non perforati. Confezione da 30x1 e 90x1 compresse rivestite con film in blister perforati per dose unitaria. È possibile che non tutte le confezioni siano commercializzate. 6.6 Precauzioni particolari per lo smaltimento. Nessuna istruzione particolare. 8. NUMERO(I) DELL’AUTORIZZAZIONE ALL’IMMISSIONE IN COMMERCIO EU/1/12/795/006 14 compresse rivestite con film EU/1/12/795/007 28 compresse rivestite con film EU/1/12/795/008 98 compresse rivestite con film EU/1/12/795/009 30 x 1 (dose unitaria) compresse rivestite con film EU/1/12/795/010 90 x 1 (dose unitaria) compresse rivestite con film 9. DATA DELLA PRIMA AUTORIZZAZIONE/RINNOVO DELL’AUTORIZZAZIONE 12 novembre 2012 10. DATA DI REVISIONE DEL TESTO 3 ottobre 2014 7. TITOLARE DELL’AUTORIZZAZIONE ALL’IMMISSIONE IN COMMERCIO AstraZeneca AB – SE-151 85 Södertälje – Svezia Informazioni più dettagliate su questo medicinale sono disponibili sul sito web dell’Agenzia europea dei medicinali http://www.ema.europa.eu Forxiga 28 cpr riv 10 mg – Classe A (PT/PHT) Prezzo al Pubblico € 53,30* Medicinale soggetto a prescrizione medica limitativa, vendibile al pubblico su prescrizione di centri ospedalieri o di specialisti – Internista – Endocrinologo – Geriatra (RRL). Depositato presso AIFA in data 02/04/2015 – Cod. IT000509 * Prezzo al pubblico € 59,05 temporaneamente ridotto a € 53,30 come da Determinazione AIFA del 3 luglio 2006, Supplemento ordinario della G.U. n° 156 del 7 luglio 2006 e Legge n° 147 del 27 dicembre 2013, G.U. n° 302 del 27 dicembre 2013. Informazioni riservate ai signori medici e farmacisti Per le ferite superficiali o profonde da oggi c’è un lieto fine Crema a base d’ingredienti attivi naturali e arricchita con colostro, per una perfetta rigenerazione e protezione dei tessuti. Tutto questo è Tubo da 15 ml e 40 ml DISPOSITIVO MEDICO NATHURA.COM 0546 L’unico agonista del recettore del GLP-1 con efficacia mantenuta a 5 anni 1 Una valida alternativa a insulina glargine 2 BYDUREON penna preriempita Per una somministrazione più semplice* 3 * Rispetto a BYDUREON 2 mg polvere e solvente per sospensione iniettabile a rilascio prolungato. 3 Bibliografia 1. Wysham CH, et al. Mayo Clin Proc. 2015;90(3):356-65. 2. Buse JB, et al. Diabetes Obes Metab. 2015;17(2):145-51. 3. LaRue S, Malloy J. J Diabetes Sci Technol. 2015 Mar 9. pii: 1932296815576186. © AstraZeneca – Depositato presso AIFA in data 05/08/2015 Cod. IT002583 – Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto in allegato.