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Spallanzani” ..................................................................................................................... 28 Rita Cavallini L’arte nel pane. Percorso didattico del Liceo artistico “A. Venturi” ........................................................................................ 31 Per approfondire Crediti fotografici ................................................................................................................. 34 3 M i fa molto piacere portare in questo catalogo, realizzato in occasione della mostra sul Pane che verrà inaugurata a Villa Sorra il prossimo 17 maggio, il saluto e l’apprezzamento dell’Amministrazione comunale di Modena per il progetto biennale “Pane a Villa Sorra. Percorso partecipato dalla semina alla tavola”. Come spiegato nelle prossime pagine, è un progetto fortemente legato al tema di Expo “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”, e questa iniziativa ha un profondo significato per il nostro territorio. Non tutti sanno, infatti, che Modena è la provincia italiana più ricca di prodotti a denominazione di origine DOP e IGP. Prima ancora, è riconosciuta nel mondo come sinonimo di mangiare e bere bene. A turisti e visitatori bastano pochi giorni, vorrei dire poche ore, per percepire chiaramente la ricchezza di offerte ed esperienze enogastronomiche offerte da una rete di ristoranti, trattorie, osterie, aziende agricole e artigiani del gusto che con la salvaguardia e valorizzazione dei prodotti e dei sapori hanno conquistato riconoscimenti in ogni ambito. In tutto questo, cosa rappresenta il pane? Il pane rappresenta l’abc dell’alimentazione, la base fondamentale. è l’alimento che non deve mai mancare, ogni giorno e nelle tavole di tutto il mondo. Dalle centinaia di citazioni bibliche, al ‘pane e rose’ del movimento operaio e femminile, a tante espressioni proverbiali, il pane è sempre stato simbolo, per definizione, di alimentazione tout court. Non a caso, lo chef Massimo Bottura nel suo piatto dedicato all’Expo contro gli sprechi alimentari, propone una ricetta a base di pane, zucchero e latte. Il progetto è particolarmente prezioso perché unisce forze e stimola nuove energie grazie alla rete di collaborazioni che i Musei Civici hanno attivato coinvolgendo le scuole, Slow Food, gli Amici del Corni e l’Associazione XVS che da qualche tempo valorizza Villa Sorra, teatro ogni anno di splendidi eventi e punto di riferimento per la popolazione di Modena, Castelfranco, San Cesario e Nonantola. Grazie a tutti coloro che hanno contribuito. Gian Carlo Muzzarelli Sindaco di Modena 4 5 Presentazione P er presentare un’iniziativa come questa, dotata di una forte valenza partecipativa, è opportuno partire dal contesto e quindi da Villa Sorra, una delle più importanti ville storiche del territorio modenese. Nel suo parco, da molti ritenuto il più importante tra i giardini informali presenti in Emilia Romagna, si trova uno degli esempi più rappresentativi di giardino “romantico” dell’Ottocento estense. I singoli elementi che costituiscono il complesso - villa, edifici rustici, serra, parco e giardino storici, campagna - hanno quindi tutti un rilievo non solo locale, ma è l’insieme a costituire un esempio pressoché unico di paesaggio agrario preindustriale, di inestimabile valore storico, culturale e ambientale. Il complesso, che conserva ancora oggi il nome dei Sorra, la nobile famiglia che lo edificò e ne mantenne la proprietà per oltre due secoli, è dal 1972 di proprietà dei Comuni di Castelfranco Emilia, Modena, Nonantola e San Cesario sul Panaro. La sua valorizzazione è da qualche anno affidata all’ Associazione XVS Per Villa Sorra, nata per recuperare e promuovere il complesso Sorra dal punto di vista culturale, ambientale e architettonico, associazione che ogni anno vi organizza un ricco programma di eventi, articolato nei mesi compresi tra aprile e ottobre. All’interno della villa e negli edifici annessi è custodita la Raccolta della Vita contadina di Villa Sorra, costituita nel 1973 quando il pittore e antiquario Celestino Simonini di Castelfranco Emilia decise di donare al Comune di Modena numerosi beni di cultura materiale raccolti nel corso di lunghi anni di ricerca e di studio, da ospitare in questo straordinario contesto, da poco divenuto di proprietà pubblica. Accresciuta nel tempo da altre donazioni, la raccolta è oggi una delle più cospicue a livello regionale con i suoi oltre novemila reperti, databili dal ‘700 alla metà del ‘900. Si tratta di attrezzi e manufatti che fanno parte del vivere quotidiano e rappresentano una testimonianza rilevante del nostro recente passato, fornendo un prezioso contributo documentario per lo studio della storia modenese attraverso l’ottica della microstoria ovvero della cultura materiale. Dal 1991 la sua gestione è affidata ai Musei Civici di Modena che la promuovono attraverso esposizioni di taglio tematico, per lo più di carattere temporaneo, organizzate sia all’interno della villa che in altri contesti, quali Villa Cavazza a Solara di Bomporto e il Palazzo Comunale di Modena, dove è stata creata da qualche tempo un’acetaia tradizionale. La tenuta agricola circostante il parco di Villa Sorra è sede dell’azienda agricola didattica dell’Istituto Spallanzani, che vi coltiva vite, alberi da frutto, prodotti dell’orto, foraggi e grano e che, accanto al tradizionale indirizzo Agrario, negli ultimi anni ha attivato anche un indirizzo Alberghiero-Enogastronomico. 6 Nel corso dell’anno 2014 i Musei Civici, insieme all’Associazione XVS Per Villa Sorra e all’Istituto tecnico Spallanzani, hanno sviluppato un progetto congiunto legato al tema di EXPO 2015, Nutrire il pianeta. Energia per la vita, che invita a riflettere sul rapporto tra tradizione e innovazione, tra cultura e creatività in campo alimentare. La scelta è caduta sul pane, cibo semplice ma fondamentale per una buona parte dell’umanità, attraverso il quale si è ritenuto possibile affrontare i temi di un’alimentazione di qualità, delle nuove tecnologie impiegate nella produzione degli alimenti e del loro rapporto con la tradizione, in un’ottica di carattere divulgativo e didattico imperniata sulla partecipazione. Il progetto biennale Pane a villa Sorra. Percorso partecipato dalla semina alla tavola, è stato avviato nell’autunno 2014 e sviluppato prevalentemente nella splendida cornice architettonica e paesaggistica di Villa Sorra, dove l’Istituto Spallanzani ha messo a disposizione terreno, personale e competenze per avviare concretamente il percorso. Non sono mancati gli appuntamenti ai Musei Civici di Modena e nella sede centrale dello Spallanzani a Castelfranco, tutti volti ad affrontare con diverse angolazioni i temi dell’alimentazione tra Otto e Novecento e del recupero di pratiche produttive rispettose dell’ambiente, a partire dal ciclo di coltivazione del grano fino alla produzione della farina e del pane. Tra ottobre 2014 e maggio 2015 sono state così proposte, ad un pubblico curioso e variegato, un’aratura dimostrativa e la semina di antiche varietà di frumento, realizzata in parte collettivamente con la tecnica tradizionale dello “spaglio”, una serata con degustazione di pani e prodotti derivati a cura degli studenti dell’indirizzo Enogastronomico dell’Istituto Spallanzani e due incontri di approfondimento nell’ambito del ciclo di iniziative primaverili dei Musei Civici, uno tenuto da Sandro Bellei e dedicato alla tradizione del pane e ai suoi derivati nella cucina contadina modenese, il cui testo è pubblicato nel presente catalogo, e l’altro volto ad illustrare un progetto regionale che è stato per dell’iniziativa Pane a Villa Sorra un punto di riferimento importante. Si tratta del progetto regionale Virgo, che ha portato a selezionare, attraverso un percorso di ricerca pluriennale, le migliori varietà di frumento, a migliorarne le tecniche di coltivazione ed ad assicurare un prodotto finale, la farina e quindi anche il pane, caratterizzato da ottime proprietà nutrizionali e salutistiche. Lo hanno illustrato Giovanni Dinelli dell’Università di Bologna e l’agricoltore bio-dinamico Andrea Cenacchi, attraverso un approccio olistico, fondato cioè sulla convinzione che produrre e commercializzare alimenti salubri significhi anche difendere lo stato di salute del pianeta e attivare processi economici sani, capaci di tutelare chi produce, chi trasforma le materie prime e chi le consuma. Fin dai primi mesi la partecipazione al progetto si è ampliata, coinvolgendo anche l’Istituto d’Arte 7 La raccolta della “vita contadina” di Villa Sorra e il percorso di mostra Venturi che ha curato la progettazione della linea grafica e la documentazione fotografica e il Centro Provinciale Istruzione Adulti, dove è stato avviato un percorso di carattere interculturale che si concluderà con l’evento Pani dal mondo previsto per il 7 giugno nel parco di Villa Sorra. Nel frattempo è stato elaborato il progetto di esposizione temporanea che il catalogo documenta; una mostra nella quale vengono esposti per il periodo estivo, in alcuni ambienti della villa, attrezzi agricoli ed oggetti appartenenti alla Raccolta della Vita contadina, la cui manutenzione a fini espositivi è stata curata dal gruppo restauro dell’Associazione Amici del Corni. A questi manufatti, affiancati da interessanti immagini storiche, è affidato il compito di documentare le tecniche tradizionali utilizzate per la coltivazione del grano, la produzione della farina e la fabbricazione del pane. La mostra rende conto, al contempo, anche dell’avvio del progetto e ne documenta, attraverso un filmato che ne costituisce parte integrante, tutta la fase iniziale. La sua inaugurazione apre un secondo momento partecipativo, che si articolerà tra la tarda primavera e l’autunno in eventi, quali la mietitura collettiva, incontri e laboratori di panificazione, il cui programma dettagliato è accessibile a tutti attraverso i siti internet di Villa Sorra e dei Musei Civici. Gli enti promotori del progetto sono grati all’Amministrazione Comunale di Modena per avere messo a disposizione dello stesso le risorse necessarie a realizzarlo e per averne caldeggiato l’inserimento nel programma Expo 2015 della Regione Emilia Romagna e, naturalmente, a tutti coloro che hanno fornito il loro personale contributo al progetto o che hanno partecipato attivamente ad un percorso che aiuta tutti a riflettere sul significato e sul valore di un cibo importantissimo, tradizionale, ma sempre nuovo e fragrante. 8 Francesca Piccinini Direttrice Musei Civici di Modena Luigi Solano Dirigente ISTAS “L. Spallanzani” Renato Cocchi Presidente Associazione “XVS Per Villa Sorra” Nico Lusoli Fiduciario Slow Food Modena L a “Raccolta della vita contadina di Villa Sorra” è costituita dagli stessi oggetti di uso quotidiano che si trovavano nelle stanze e nelle aie delle case coloniche. Provengono dall’area tradizionalmente agricola circostante la città di Modena, ma la loro origine può essere estesa, per tipologia, all’intera area padana. Anche l’epoca di produzione si può riferire a un periodo storico piuttosto ampio, indicativamente tra la metà del XIX e la prima metà del XX secolo, in quanto le condizioni di vita e di lavoro delle classi rurali mutarono molto lentamente, mantenendosi legate a un’economia prevalentemente di sussistenza. Il nucleo più consistente della collezione è costituito da attrezzi relativi ai cicli lavorativi del pane e del vino, vera base economica e alimentare di una società fondata sulla produzione di grano e di uva come principali prodotti di consumo, vendita o scambio. Completano la raccolta oggetti inerenti l’allevamento del bestiame, mezzi di trasporto, arredi domestici, utensili della cucina e vari arnesi relativi ai mestieri dell’artigianato rurale. Molti di essi sono rimasti quasi immutati nella loro essenziale funzionalità, altri sono stati modificati e adattati alle esigenze del lavoro dall’inventiva di chi li usava, o riparati alla meglio anche se frusti e rotti. Comprendere queste testimonianze materiali, e ancor più tentare di valorizzarle, non può prescindere dall’interrogarsi su cosa fosse quella “vita contadina” di cui parliamo oggi come di una civiltà lontana spazzata via dalla modernità. Cercare di leggere questi oggetti significa avvicinarsi alle persone che li hanno usati: al loro ambiente, alla casa in cui abitavano, alla famiglia in cui vivevano. Il territorio della pianura modenese, caratterizzato da abbondanza di corsi d’acqua con pendenze minime e da terreni poco permeabili, contribuisce, assieme al clima umido nei mesi freddi e asciutto nei mesi caldi, a favorire il ristagnare delle acque. Le forme della campagna si sono modellate nel tempo attraverso la costante fatica di espellere dal campo le acque eccedenti, scavando scoline e realizzando canali con aratro, vanga e carriola. Dal Medioevo fino ai primi decenni del Novecento i fondi agricoli erano prevalentemente sistemati “a piantata” con viti legate agli alberi in lunghi filari che costeggiavano i campi, coltivati quasi sempre a grano. Chi lavorava la terra erano piccoli proprietari o affittuari, ma più spesso mezzadri o braccianti. La mezzadria è stata a lungo il contratto prevalente, con un proprietario che forniva la terra, la casa colonica e la metà delle sementi; l’altra metà spettava al mezzadro, il quale metteva il proprio lavoro, gli attrezzi, il bestiame1. Il contratto durava generalmente un solo anno e ciò ha impedito per lungo tempo forme di innovazione e ha limitato gli investimenti in campagna. Il proprietario a fine annata presentava un libretto colonico che era spesso passivo per il mezzadro. 1 Quale ulteriore obbligo spettante al mezzadro vi erano poi onoranze e regalie cioè servizi gratuiti e tributi in natura. 9 Quando arrivava l’escomio, cioè la cessazione dell’accordo, si trattava di un evento drammatico perché ciò significava per la famiglia la perdita simultanea del lavoro e dell’abitazione. Le campagne erano popolate secondo il modello dell’insediamento sparso con case rurali isolate sui diversi fondi. La casa colonica diffusa nel modenese, e nella provincia reggiana, consisteva in un unico edificio attraversato dalla cosiddetta “porta morta”, una sorta di androne aperto che divideva in due il fabbricato. Da un lato vi erano l’abitazione e la cantina, con le camere soprastanti; dall’altro lato la stalla e il fienile. L’aia davanti alla casa era circondata da altri corpi di fabbrica minori: il forno, il pollaio, il porcile, la concimaia, il pozzo. La cucina era il luogo del ritrovo e dei pasti, ma la maggior parte del tempo si trascorreva all’aperto nei campi e nel cortile, vero spazio del lavoro, degli incontri e delle feste. Se la casa e il podere erano al centro della vita sociale e lavorativa delle comunità, la famiglia patriarcale ne era il nucleo fondante. Composta in media da più di quindici persone, doveva avere a disposizione un podere di dimensioni proporzionate ai suoi membri, così da renderla autosufficiente. La famiglia costituiva l’unità lavorativa di base attorno al cui modello era strutturata l’intera società. Le mansioni e i ruoli dei suoi componenti erano suddivisi secondo un’organizzazione rigida finalizzata alla coltivazione dei campi e all’allevamento del bestiame. I matrimoni erano gestiti dagli anziani e spettava alla neo-sposa trasferirsi nella casa del marito. Il capofamiglia dirigeva l’attività produttiva, trasmetteva ai figli e nipoti compiti determinati, provvedeva agli acquisti e accompagnava il padrone, che tutti guardavano con soggezione, nella visita ai terreni. Le donne partecipavano fortemente al processo produttivo a cominciare dalla reggitrice (rezdòra) che aveva la direzione della casa e a cui erano subordinate tutte le donne della famiglia2. Queste, oltre ai lavori domestici, dovevano attendere ai lavori nei campi che coinvolgevano tutti i membri della famiglia senza 2 In caso di trasferimento della famiglia la donna anziana era l’ultima ad abbandonare la casa staccando la catena dal camino e prendendo gli alari. Sarebbe stata anche la prima ad entrare nella nuova casa e ad accendere il fuoco nel camino. 10 Famiglia contadina davanti a una delle prime macchine agricole, 1910-20 distinzione di età dall’alba al tramonto e in condizioni assai dure.3 Questo tipo di famiglia cominciò a disgregarsi sulla spinta dell’industrializzazione e delle nuove idee che mettevano in discussione le rigide gerarchie famigliari. Le lotte contadine del dopoguerra contribuirono a migliorare le condizioni di vita e di lavoro, ma la riforma agraria arrivò quando molti giovani avevano già scelto di lasciare la terra. Le famiglie, urbanizzate, si formarono secondo il modello mononucleare, vero punto di partenza della nuova struttura demografica e sociale. Secondo un approccio di tipo sociologico la causa della scomparsa definitiva della cosiddetta “civiltà contadina” è da individuare nell’avvento della televisione, ma, quali ne siano le ragioni profonde, il travaglio fu vissuto come conflitto di valori tra generazioni e tra diverse concezioni del vivere. Quando, negli anni del boom economico, gli oggetti usciti dalla scena del quotidiano e divenuti ormai inutili venivano gettati o letteralmente bruciati sull’aia perché non avrebbero trovato posto nelle nuove abitazioni di città, si consumò anche la scomparsa della cultura che ad essi si legava. Ciò che sapeva di antico venne abbandonato, ma si finì con il cancellare, assieme agli stili di vita non più adeguati ai nuovi tempi, anche i saperi tradizionali che si erano sedimentati nel corso dei secoli. Fu in quel periodo che alcuni avvertirono con disagio questa perdita di identità e iniziarono un paziente lavoro di raccolta delle cose dismesse. Tra queste persone, Celeste Simonini, vero ideatore e creatore della Raccolta di Villa Sorra, seppe unire al gesto di salvaguardia di un patrimonio culturale, anche la generosità di donarlo e condividerlo con la sua comunità. Oggi, la valorizzazione di questo tipo di beni culturali non può essere disgiunta dal recupero del “saper fare” che era tipico della civiltà materiale che li ha generati. Ciò che è nato come strumento produttivo di lavoro non può essere ridotto a mera memoria del passato, o peggio divenire oggetto di nostalgia. I musei etnografici e gli ecomusei sempre più dovranno nutrirsi di due elementi essenziali per rendere attuale la loro azione. Da un lato lo sviluppo dell’attività rivolta alla didattica e al sociale, dall’altro il collegamento con il mondo della ricerca. Il progetto “Pane a Villa Sorra”, che nasce a partire dalla coltivazione sul campo delle antiche varietà di frumenti ed espone i vecchi strumenti per coltivare il grano e per fare il pane, intende compiere un passo in quest’ultima direzione, cercando di coniugare l’innovazione con il recupero di antichi saperi. 3 In qualche modo anche gli animali domestici erano quasi parte della famiglia essendo oggetto delle cure padronali ed essendo la stalla il principale luogo di ritrovo nelle sere d’inverno, quando il calore emanato dalle bestie riscaldava l’ambiente. Una risorsa primaria nel scarsa alimentazione dell’epoca era poi costituita dalla carne suina: non c’era famiglia che non allevasse un proprio maiale quale vera garanzia di sopravvivenza. 11 Coltivare il grano L’efficacia dell’aratro dipende molto dalla sua costruzione che varia in base alla natura del terreno da coltivare. Ne esistevano di due forme principali: l’aratro simmetrico, di tipologia più antica, che lavorava “a quaderni” e l’aratro asimmetrico (al piόd), che lavorava “a colmare e scolmare” cioè rivoltando lateralmente le zolle, in grado di ottenere un’aratura più profonda, sebbene più faticosa. Quest’ultimo è un aratro pesante a lunga stiva, il più adatto al suolo della pianura padana. L’aratro asimmetrico necessitava di un carrello che è la diretta derivazione dell’antico modello celtico che possedeva due ruote su cui poggia la testa della bure6. La diffusione dell’aratro asimmetrico fu molto lenta nel corso dell’800 in quanto il suo acquisto era a carico del colono a cui il contratto di mezzadria imponeva di fornire tutti gli attrezzi di lavoro. I l frumento è la pianta che ha sempre ricevuto le maggiori cure essendo stato il pane, per secoli, la base e il simbolo stesso dell’alimentazione delle comunità rurali e urbane4. è ancora oggi un cereale coltivato in quasi tutto il mondo per le sue proprietà nutritive e che si adatta a molti tipi di terreno5. La storia del grano e del pane è legata alla storia della sopravvivenza collettiva, alla fatica del lavoro nel suo costante rapporto con l’ambiente, con le innovazioni tecniche e le mutazioni economiche. ARARE L’aratro è uno degli attrezzi di cui si hanno più antiche testimonianze. La sua invenzione, generata probabilmente dal perfezionamento di una zappa per aprire e rivoltare il terreno, ha permesso al singolo di coltivare una superficie molto più ampia grazie al traino animale, rendendo altresì economicamente conveniente la messa a coltura anche di terre poco fertili. L’aratro è lo strumento principale nella coltivazione dei cereali, serve per dissodare e rivoltare la terra, consente di ripulirla dagli agenti infestanti generando anche un arricchimento di azoto ed ossigeno. L’operazione di aratura nei campi coltivati a frumento iniziava a metà giugno, subito dopo si distribuiva lo stallatico e si arava un seconda volta. Le terre destinate a grano dovevano essere pronte per la semina all’inizio di novembre. Aratura con la trattrice americana “Austin”, anni 1920 4 Le altre coltivazioni fondamentali erano l’uva, le foraggere e il granoturco che si diffuse a partire dal ‘700, tanto che la polenta divenne il cibo principale dei contadini durante i mesi invernali scongiurando quelle catastrofi demografiche che avevano caratterizzato i secoli precedenti. 5 Nel mondo 653.654.525 tonnellate (dati FAO 2012). 12 Il giogo serviva a collegare gli animali da tiro al timone dell’aratro. è costituito da una robusta barra di legno foggiato con una doppia curvatura in modo da poggiare orizzontalmente sul collo degli animali appaiati. Da ciascuna estremità pendono i due sottogola legati con una funicella. Al centro è munito di un grosso anello di ferro fissato al timone dell’aratro con un grosso chiodo di ferro. Per sfruttarne anche la forza della nuca e dalle spalle si legavano agli animali anche delle robuste cinghie di cuoio collegate ad anelli posti sulla parte anteriore del giogo e altre cinghie erano legate alla base delle corna. Per l’aratura veniva usata una coppia di buoi a cui erano aggiunte altre coppie di bovini, fino a otto, con timoni ausiliari per ottenere arature più profonde. L’utilizzo delle vacche era assai diffuso, ma controindicato per la produzione del latte. I bovini, una fonte di energia insostituibile, erano piuttosto lenti ma costanti, tanto da diventare il simbolo stesso del lavoratore mansueto e instancabile. La meccanizzazione agricola e la conseguente eliminazione delle forme di energia animale fu piuttosto faticosa; nel 1919 si contavano appena 52 trattori in tutta la provincia modenese. Nati per le ampie aziende americane, non sempre erano facilmente manovrabili sui nostri terreni e inoltre il prezzo del petrolio e i frequenti guasti meccanici ne ostacolarono la diffusione per molti anni. Aratro asimmetrico, Raccolta di Villa Sorra Aratura con i buoi, 1910 circa 6 è la struttura portante dell’aratro costituita da una robusta trave a cui è anteriormente attaccato il giogo. 13 SEMINARE MIETERE L’erpice, trainato da una coppia di buoi, veniva usato in più occasioni: per sminuzzare il terreno dopo l’aratura, per aiutare la frantumazione delle zolle e per livellare il terreno dopo la semina. Ne esistevano due tipi: l’erpice rigido “a coltelli” costituito da un robusto telaio in legno con più traverse e con denti di ferro. A volte, per avere maggior effetto sulle zolle veniva caricato con tronchi e pietre. L’erpice snodato (tipo Howard) era formato da una serie di tridenti in ferro con punte corte e smussate o lunghe e taglienti, collegati tra loro da anelli che ne permettono il movimento snodato. Per il caratteristico rumore monotono e petulante veniva anche detto “chiacchierino”. Quest’ultimo era indicato per completare e rifinire il lavoro fatto dall’erpice rigido e per lavori leggeri e superficiali. La semina avveniva tra fine ottobre e novembre ed era una delle attività che si riteneva soggetta all’influenza lunare. La modalità manuale, già in uso in antico, è detta “a spaglio” e richiedeva abilità nello spargere il seme in modo uniforme e senza sprecarne. La formella del “mese di novembre” del Duomo di Modena (Portale della Pescheria) fornisce una perfetta raffigurazione di questa tecnica mostrando il gesto del seminatore che trattiene un grembiule a bisaccia con la mano sinistra mentre con la destra spaglia avanzando a passi regolari. Le seminatrici meccaniche, prevalentemente di marche inglesi e tedesche, cominciarono a entrare in uso dalla seconda metà ‘800, ma stentarono a diffondersi a causa del costo elevato e della natura dei terreni che poco si prestavano alla semina meccanica. Sovente erano utilizzate delle apposite carrucole sistemate su due lati opposti del campo con una robusta fune che collegava la seminatrice al giogo dei buoi. I buoi percorrevano la cavedagna parallela al campo trainando la seminatrice fino in fondo; a quel punto altri buoi cominciavano a tirare dalla parte opposta del campo invertendo il senso della semina. 14 Erpice snodato, Raccolta di Villa Sorra Semina manuale “a spaglio”, anni 1930 Il periodo della mietitura era tra giugno e luglio anche se, almeno in pianura, normalmente il giorno di S. Giovanni tutto il grano era già stato raccolto. In quel periodo dell’anno avveniva una vera migrazione di manodopera: si assumevano braccianti giornalieri perché la mietitura a mano non si poteva portare a termine senza un gran numero di persone che lavorassero in modo coordinato. Erano soprattutto uomini e donne provenienti dalle zone montane dove la stagione è più tardiva, che si spostavano in pianura offrendo un gran numero di braccia a basso prezzo. Spesso le famiglie di contadini si aiutavano a vicenda nella raccolta: era il cosiddetto scambio delle opere (fer zèrla), vera rete di un tessuto solidale di prestazioni reciproche che rinsaldava i rapporti di alleanza tra le famiglie. Gli strumenti del mietitore erano costituiti dalla grande falce messoria dal lungo manico, o più semplicemente dal falcetto (msόra), di lontana origine preistorica. I mietitori di una squadra avanzano nel campo su un fronte sparso con un caporale che dava il ritmo. Si afferrava con una mano una manciata di culmi e si tagliava con il falcetto all’altezza di 20-40 cm da terra, poi si formavano piccoli cumuli lasciati a terra ad asciugare per qualche giorno. I covoni dovevano poi essere trasportati dal campo al luogo della trebbiatura con un carro trainato dai buoi. La fine dei lavori si concludeva immancabilmente con un pranzo e una grande festa per il raccolto. Per ribattere le tacche e affilare le lame delle falci si usava una piccola incudine conficcata nel terreno o su un ceppo di legno e battuta a martello oppure la cote tenuta dentro un corno di bovino contenere un po’ d’acqua fissato alla cintura. L’introduzione della mietitrice-legatrice che accelerava i lavori di raccolta e diminuiva l’impiego di manodopera risale al periodo tra le due guerre. Falcetti per la mietitura, Raccolta di Villa Sorra Donne al lavoro di mietitura, anni 1930 15 TREBBIARE VAGLIARE La trebbiatura consiste nel separare la cariosside dalla pula. Era operazione che avveniva sull’aia, il grande spiazzo antistante la casa colonica, il cui suolo doveva essere liscio e compatto perché il grano battuto non andasse perduto. Il fondo era irrorato con letame liquido, acqua e pula per renderlo consistente. Battitura è sinonimo di trebbiatura, nome che porta l’eredità del lavoro manuale fatto con semplici bastoni. Nella sua forma più antica essa consisteva infatti nel battere le spighe sparse sull’aia con il correggiato, un tozzo bastone legato all’estremità di un altro che fungeva da manico. Nonostante l’apparente semplicità si trattava di un lavoro da esperti in quanto occorreva mantenere la giusta gestualità e un ritmo di lavoro sincronizzato a quello degli altri lavoranti per evitare incidenti. Pure piuttosto primitiva era la battitura tramite il battitoio, una pesante tavola di legno, trainata da animali, dotata di denti in ferro che nel trascinamento facevano fuoriuscire le cariossidi dalle glume. Questa forma trovava diffusione nella Romagna e solamente nella parte orientale della provincia modenese. Di tutte le fasi di lavorazione del grano la trebbiatura è quella che per prima si avviò verso la meccanizzazione. A partire dagli anni 1860-70 cominciò a diffondersi la cosiddetta “macchina da battere”, una trebbiatrice meccanica azionata da un motore a vapore o elettrico che poteva lavorare dall’alba al tramonto. Era di proprietà di una società che lavorava per conto terzi e si spostava da un fondo all’altro ricevendo una percentuale sul grano trebbiato. Dopo aver tolto la paglia, il grano non era ancora completamente pulito: occorreva eliminare i frammenti minuti della paglia, i semi cattivi, le erbacce e gli altri corpi estranei. Questa separazione poteva avvenire per ventilazione, basata sul principio che la pula, più leggera, viene spostata da una corrente d’aria, mentre il grano, più pesante, si deposita. L’operazione veniva fatta sull’aia lanciando il mucchio di grano in alto controvento con pale e forche di legno. Oppure si usava un grande setaccio detto crivello in cui le parti da separare venivano sollevate e fatte ruotare. Crivello per la vagliatura, Raccolta di Villa Sorra La pulitura del grano, 1910 circa Battitoio per la trebbiatura a traino, Raccolta di Villa Sorra La trebbiatura meccanica sull’aia, anni 1920 16 Dopo la pulitura il grano veniva insaccato e misurato. Sin dall’antichità le granaglie venivano misurate in volume anziché in peso. II recipiente base, lo staio da oltre 60 litri, veniva riempito fino all’orlo e rasato con un’asticella di legno, ogni sacco ne conteneva circa tre. Lo staio e il mezzo staio (la mina) venivano periodicamente controllati e bollati da apposite commissioni di controllo degli strumenti di misura. La parte del padrone veniva portata nei granai, il contadino conservata la sua quota sulla compartecipazione in una stanza asciutta e ben aerata nella parte alta dell’abitazione. Le piccole quantità di consumo si riponevano nel cassone a più scomparti che conteneva anche la farina. 17 Fare il pane I n passato il processo di produzione del grano, della farina, fino alla cottura e al consumo, vedeva la famiglia contadina come soggetto unico di tutte le fasi. Al momento della molitura, cioè dell’unica lavorazione non domestica, il contadino pretendeva di avere dal mugnaio non soltanto il giusto peso di farina, ma il macinato ottenuto dal suo stesso grano. Nel tempo si è andati invece verso la parcellizzazione dei diversi stadi del ciclo produttivo che vede oggi vari soggetti coinvolti come addetti alle specifiche lavorazioni. Questa trasformazione ha relegato il pane, per noi che ne siamo semplici acquirenti e consumatori, alla stregua di un cibo di basso valore economico, facendoci in buona parte dimenticare la sue antiche valenze. Nelle numerose famiglie contadine se ne consumavano circa due o tre chili al giorno e sprecarne significava disprezzare la stessa provvidenza divina, tanto che se un pezzo di pane cadeva a terra, veniva subito raccolto, pulito alla meglio, baciato e mangiato, o tutt’al più dato agli animali domestici. Nella cultura contadina si diceva che il pane, cibo che sazia per antonomasia, “deve riempire il corpo” e infatti dall’antichità fino agli anni della seconda guerra mondiale, quando era difficile procurarsi la farina, il pane era nero, cioè fatto miscelando crusca e farine della più varia provenienza: castagne, granoturco, avena o altro ancora. La corsa al pane bianco, da sempre considerata la variante più nobile e raffinata, è definitivamente esplosa all’arrivo dei liberatori americani che distribuivano pane di colore chiaro subito assunto a indice di migliore qualità e gusto. Per gli italiani si trattava probabilmente di una fuga da quel pane nero simbolo stesso della povertà, inseguendo un sogno di benessere che sarebbe arrivato negli anni successivi7. Il rito della panificazione, legato ad antiche pratiche e a veri atti di sacralità, si svolgeva di solito il sabato per avere il pane fresco la domenica e provvedere al fabbisogno settimanale. La lavorazione nel suo complesso era considerata una delle principali mansioni femminili, sottoposta alla donna più anziana, la rezdòra, che aveva il compito di stabilire la quantità di farina necessaria e di sovrintendere alle fasi operative più delicate. Tra queste vi era la preparazione del lievito che non doveva mai mancare nella casa anche perché ritenuto elemento dalle proprietà prodigiose, usato nelle pratiche curative e in grado di proteggere dalle forze del male. MACINARE Il mulino nasce per evoluzione dai rudimentali sistemi di pestatura con mazza e mortaio per trasformare le cariossidi di frumento in farina. Fu solo in epoca romana che si giunse a un sistema rotatorio dove la pietra di base è fissa e quella superiore è ruotante attorno a un perno. Quest’ultima trasferisce da una tramoggia i grani che penetrando fra le facce in contatto e spostandosi verso l’esterno si riducono in farina. Il lavoro meccanico, prodotto in origine da una manovella o dal lavoro animale, è passato allo sfruttamento della forza idraulica, rimasto per secoli il modello più diffuso. In passato i mulini erano indispensabili alla sopravvivenza della popolazione ed erano capillarmente diffusi sul territorio lungo i corsi d’acqua e i canali. Per secoli la macinatura fu appannaggio della nobiltà terriera e delle autorità che spesso facevano gravare sul macinato pesanti balzelli che opprimevano i più poveri. Le grandi pietre in selce molare erano provviste di scanalature a raggio verso l’esterno, che servivano per far fuoriuscire le farine, e di incisioni meno profonde che riducevano i chicchi in farina. Per questo necessitavano di cure periodiche: dovevano essere martellate per conferire il giusto grado di ruvidità al centro e, progressivamente, la giusta levigatura verso l’esterno. Se troppo consunte le righe avrebbero provocato uno schiacciamento dei chicchi e avrebbero “bruciato” la farina con il rischio di farla irrancidire. Questo sistema di macinazione, ancora in uso nei pochi mulini superstiti a pietra antica, ha la caratteristica di lavorare a una temperatura molto bassa, tecnica che non corrompe il germe di grano e preserva le qualità nutritive delle farine. Tramoggia da mulino, Raccolta di Villa Sorra La pesatura con la bascula, anni 1940 Interno di mulino abbandonato, Soliera (MO) La bascula era lo strumento usato per pesare con precisione i sacchi di farina. è una particolare bilancia a bilico con grande portata adatta a ospitare grossi pesi sulla sua piattaforma resistente. La pedana è in equilibrio con un contrappeso dove si trova la barra graduata che porta incise le misure ed accoglie i pesetti. In questo modo con piccoli pesi si possono equilibrare carichi di molto superiori. 7 Da allora il pane fatto con la farina 00 è stato per lunghi anni il più ricercato perché ritenuto più buono e più sano. Al contrario è risaputo che il pane integrale ha un contenuto più completo in termini di proteine, minerali, vitamine e fibra grezza. 18 19 IMPASTARE La madia (panèra) è una semplice cassa di legno usata per fare e per conservare il pane. Come è stato osservato la madia somiglia alla culla del neonato, al letto dove ci si corica, alla bara dove il corpo umano viene deposto dopo la morte. è un arredo intimamente legato alla vita stessa della cucina che la ospita dominata dall’ampio focolare onorato in tutte le società tradizionali quale simbolo dell’unione familiare, della vita in comune e del legame sociale. Tra le virtù attribuite alla madia nella cultura popolare ve ne erano alcune dettate dal pensiero magico. Se un bambino non si sviluppava in modo adeguato all’età, lo si faceva entrare per qualche minuto nella madia. Il piccolo sarebbe cresciuto, per analogia, come cresce l’impasto del pane nel lievitare. Il “cassone” della farina e del grano, Raccolta di Villa Sorra Dopo la lievitazione il composto veniva trasferito sulla gramola (gràma da pan) che ha la forma di un tavolo basso al quale è fissata una stanga con una leva che si abbassa sul piano. Per il suo utilizzo occorreva una persona che muovesse l’impasto sul piano, mentre un’altra, generalmente un uomo, azionava la leva mescolando quella grande massa di farina, acqua e lievito che poteva superare anche i venti chili di peso. Tutta la lavorazione si svolgeva in modo continuo e regolare fino ad ottenere un pastone omogeneo poi diviso in parti cui si davano le forme dei pani. Questi erano disposti nella madia o su un’asse sulla quale era posto un telo infarinato dove erano lasciati a riposo per alcune ore prima della cottura. L’impasto e la gramolatura, 1910 circa CUOCERE NEL FORNO L’impastare era compito affidato prevalentemente alle donne di casa. Come tutte le attività della cucina, la gestualità del fare il pane è contraddistinta da una articolata manualità che comporta il coordinamento del corpo e un coinvolgimento attivo dei sensi. La preparazione cominciava la sera quando si ammucchiava da un lato della madia la quantità di farina da panificare separandola dalla crusca tramite un setaccio (al sdàz). In un angolo era stato conservato dalla precedente panificazione un panetto sodo e uniforme avvolto in un panno: il lievito (l’alvadòr). La quantità di lievito era variabile a seconda delle farine e della temperatura esterna (normalmente 10 o 20 grammi per chilo di impasto). Lo si stemperava con acqua tiepida, poi si incorporava gradualmente la farina aggiungendo acqua. Ottenuta una pasta di giusta consistenza, questa veniva ben manipolata, battuta, compressa con i pugni e i palmi. Quindi, distesa sul fondo della madia e più volte ripiegata su se stessa, in modo da assimilare i componenti. 20 All’esterno della casa di campagna, vero centro di un intero sistema economico e sociale con una serie di funzioni organizzate a seconda delle stagioni, si trovava il forno. Le regole per la sua costruzione erano antiche e rigide: si dovevano adoperare mattoni capaci di assorbire e mantenere il calore e cocci legati da calce di buona qualità. Il forno, così come il camino, era centro di fuoco e richiedeva rituali che favorissero la cottura del pane. Sulla bocca del forno si trovava incisa sempre una croce a propiziare il passaggio dal crudo al cotto. Il piano interno del forno veniva pulito togliendo i residui di carbone con un tirabrace (al tròl), un bastone con una sorta di mezzaluna ad una estremità oppure con uno straccio bagnato. Si iniziava a scaldare il forno alcune ore prima dell’utilizzo con legna secca e fascine di vite, ponendo attenzione a riscaldare uniformemente le pareti interne. Per sapere quando il forno aveva raggiunto la giusta temperatura si controllava il colore della bocca che assumeva una colorazione biancastra ai bordi. A quel punto si infornavano rapidamente i pani con una pala infarinata, ponendoli prima intorno alle pareti del forno, poi al centro e infine vicino alla bocca. Il forno della cucina di Villa Sorra 21 Il forno era chiuso da uno sportello in ferro dotato di uno spioncino dal quale si poteva controllare la cottura in base al colore della crosta. In seguito si spostavano le pagnotte ponendo le più cotte ai lati e le meno cotte al centro. Una volta sfornato, il pane veniva coperto da un panno per essere poi conservato nei giorni a venire nella parte inferiore della madia. Il residuo calore del forno accoglieva qualche panino, a volte modellato a forma di pupazzo per la gioia dei bambini, o il tegame di qualche famiglia vicina. La cottura di dolci avveniva solo in occasione delle feste solenni. Giorgio Cervetti Curatore della raccolta della vita contandina di Villa Sorra Il pane e i suoi derivati nella cucina contadina modenese “B uono come il pane”, “È un pezzo di pane”: i luoghi comuni che riguardano il pane si sprecano, ma hanno tutti un loro preciso comprensibile significato. Non è un caso, infatti, che il pane sia il cibo primigenio, l’unico alimento da sempre presente sulla nostra tavola, in varie forme, in varie pezzature, ma immancabilmente frutto dell’unione di bianca farina di frumento, acqua e lievito, le tre fondamentali componenti per la sua produzione. Durante i secoli, tuttavia, com’è normale che sia, la panificazione è sostanzialmente cambiata, anche se alla base resta sempre, immutabile, la triade di cui sopra. La pasta per il pane è una di quelle ricette senza tempo che affondano le loro origini nella notte dei tempi. La preparazione di questo meraviglioso impasto, che i Greci definivano il cibo degli dei, ha origine addirittura nella preistoria, quando l’uomo si rese conto che poteva ottenere un impasto lavorabile, dalla polvere delle ghiande schiacciate unita a dell’acqua. La sua meraviglia crebbe ancora di più quando imparò a cuocere questo impasto sulle pietre roventi, ottenendo un prodotto più duro, ma sicuramente più gustoso: era il primo tentativo di pane. Naturalmente, con il passare del tempo, le tecniche per preparare la pasta per il pane si affinarono, in particolar modo nella scelta più accurata degli ingredienti: la farina di ghianda fu presto soppiantata da cereali macinati, come l’orzo o il farro. I primi a rendersi conto dell’importanza che rivestiva questo miracoloso impasto furono i Babilonesi e gli Egiziani, seguiti a ruota dai Greci, che aggiunsero all’impasto di base, fatto di acqua e farina, anche altri ingredienti. Donna che inforna il pane, 1910 circa Pala da fornaio, Raccolta di Villa Sorra 22 Furono i Romani, però, a far conoscere la pasta per il pane e a renderla una ricetta popolare. Al contrario, nel Medioevo, la preparazione del pane e il suo consumo divennero un lusso riservato soltanto ai nobili e ai signori, mentre il popolo doveva accontentarsi di un semplice impasto ottenuto dall’orzo o dalla segale. Fu nel Rinascimento che il pane ridivenne un alimento popolare e, proprio in questo periodo di grande rinascita, la ricetta fu rivisitata, assumendo le caratteristiche che mantiene ancora oggi. I fornai rinascimentali, infatti, introdussero l’utilizzo dell’innovativo lievito di birra e della farina di grano duro di alta qualità. La grande svolta nel mondo della panificazione, però, si verificò nel XVIII secolo, grazie all’invenzione della macchina impastatrice e alla crescente produzione di lieviti artificiali, che resero la preparazione del pane più semplice e rapida. Anno dopo anno, secolo dopo secolo, l’impasto per il pane ha mantenuto le stesse caratteristiche di un tempo e, come allora, è ancora una delle ricette maggiormente utilizzate, forse anche per la sua versatilità. Con l’impasto base per il pane, infatti, si possono realizzare una grande quantità di preparazioni tra cui pizze, focacce e torte salate, oltre a un’enorme varietà di pane e panini. Fino a mezzo secolo fa, la cucina modenese era semplice e povera. In città, se non appartenevano alla “buona” borghesia, erano pochi quelli che consumavano abitualmente tortellini e zampone e condivano l’insalata con l’aceto balsamico. In campagna, le uniche variazioni gastronomiche nel corso dell’anno erano determinate dalle disponibilità che alla tavola offrivano l’orto, il pollaio e l’uccisione del maiale. In zone 23 trattava di una zuppa fatta con il pane avanzato, dell’acqua, un po’ di sale e di lardo (nel migliore dei casi, una noce di burro). Con il latte, al mattino come prima colazione, il pane raffermo rappresentava il cibo più consumato soprattutto dai vecchi e dai bambini. dove la mezzadria era il più diffuso sistema di conduzione dell’economia agricola, il pane e la polenta erano gli alimenti base. Non è un caso, infatti, che si dicesse abitualmente: “Pan e pazìnzia” (Pane e pazienza), oppure “Al pan dal padròun al gh ha set gràsti” (Il pane del padrone ha sette croste), “Pan vèin e ‘na cantèda, salùt per ‘na giurnèda” (Pane vino e una cantata salute per una giornata); “Pan e vèin e làsa ch’la vègna” (Pane e vino e lascia che venga, sottintendendo la neve), “A-i-ho magnê e bvû al mê pan e al mê vèin, a sun sèinza dèbit e a-m pos ciamèr cuntèint” (Ho mangiato e bevuto il mio pane e il mio vino, sono senza debiti e posso chiamarmi contento). Il modo di dire cult dialettale, però, è rimasto “Pan d’un dè, vèin d’un an e ‘na ragàza éd desdòt an” (Pane di un giorno, vino di un anno e una ragazza di diciotto anni), che è la sintesi assoluta di ciò che rappresenta il piacere, a tavola e non solo, per noi modenesi. Molti altri, comunque, sono i concetti, divenuti quasi dei proverbi, che coinvolgono il pane nella nostra lingua madre: “La salùt dal cuntadèin, cór alégher, pan e vèin” (La salute del contadino, cuore allegro, pane e vino), “Chi vól vàdder un bèl pótt, màgna dal pan sótt” (Se vuoi vedere un bel bambino, dagli da mangiare del pane asciutto), “Atàch a la gràzia éd Dio a-n se gh tàca gnint” (Alla grazia di Dio - sottintendendo il pane - non si attacca nulla di male), “Pan e nós, magnèr da spós” (Pane e noci, mangiare da sposi), “A chi lavóra pan e zivàlla, a ch’i-n lavóra mai, pan e furài” (A chi lavora pane e cipolla, a chi non lavora mai, pane e formaggio). E ancora altri, che sono veri e proprio insegnamenti di vita: “Chi a-n sa ménga fèr pan a-n s’al guadàgna” (Chi non sa fare il pane non se lo guadagna). “Chi màgna piò zàndra al magna piò pan” (Chi mangia più cenere, infatti, mangia più pane). Un tempo, i cibi sembravano più saporiti di oggi. Probabilmente, dipendeva dal sapore, ma vi era anche un “condimento” che li rendeva più sapidi: “la sèlsa éd San Bernèrd”, cioè la fame. I nostri vecchi, infatti, dicevano: “Quand a gh è la fam, anch l’ai l’è bòun” (Quando c’è la fame, anche l’aglio buono); “Làng cóme l’an éd la fam” (Lungo come l’anno della fame); “La fam la tira al lóv fóra dal bòsch” (La fame sospinge il lupo fuori dal bosco). Un tempo (della ben nota serie: non si butta via niente), il pane raffermo del giorno precedente costituiva uno degli ingredienti principali della frugale cena serale. Si Famiglia di panettieri, anni 1920 La panificazione domestica, ogni settimana, coinvolgeva tutta la famiglia. Fin dalla sera prima, con un simbolico segno di croce al centro, era già pronta, custodita nella madia (“panèra” o “panarèina”), una gran massa di farina lievitata. Il segno sull’impasto era stato fatto dagli uomini, che avevano mescolato la gran mole a forza di braccia. Si mettevano ai lati opposti di una tavolo e, con un’eccezionale sincronismo trascinavano, mescolandolo, il pastone da una parte e dall’altra. A quei tempi, in ogni casa si doveva cuocere tanto pane Soprattutto in campagna, le famiglie erano numerose, patriarcali. Sotto lo stesso tetto, spesso, convivevano persino due o tre generazioni. L’operazione era importante, fondamentale. Le veniva posta la massima attenzione, perchè il pane era il cibo fondamentale della scarsa, ma sana alimentazione di quella povera gente. Il segno della croce posto in cima al pastone era fatto dal capofamiglia, pronunciando ogni volta una frase propiziatoria, che, a orecchie profane, avrebbe di certo generato un equivoco significato. “Ch’èt pòs cherpèr” (Che tu possa crepare, romperti). Se il pastone, aumentando sotto l’azione del lievito, si fosse rotto durante la cottura, avrebbe procurato molto buon pane per tutta la famiglia, che se ne sarebbe cibata per l’intera settimana successiva. Da quest’operazione discendono anche altri due caratteristici modi di dire dialettali. Il primo: “Fèr pan insàm” (fare pane insieme). Significa: andare d’accordo, essere in sintonia. Per mescolare il grande pastone di acqua e farina la sera prima dell’infornata, infatti, bisognava che le due persone preposte all’operazione, in genere le più robuste della famiglia, poste ai due lati di un tavolo, avessero un notevole senso del ritmo, un eccezionale affiatamento. Vale anche il modo di dire esattamente contrario: “A-n’han mai fat pan insàm” (Non abbiamo mai fatto pane insieme). Che è un po’ come dire: non riusciamo ad andare d’accordo. “Ch’ét pòs cherpèr” suona male, ma ha un significato assolutamente diverso da quello che si potrebbe pensare. In questo caso, infatti, è l’augurio di buona salute, alla stessa stregua di quello che il panificatore fa al pastone non ancora trasformato in pane quando gli incide con le mani (una sorta di liturgia laica) il segno della croce. Sottoponendo il pastone alle cigolanti pressioni della gramola (“grama” o “gramadóra”), occorreva dargli la consistenza atta a ottenere delle pagnotte di diverse forme e grandezze, che assumevano l’arcaica forma “dna man” o “dna ciàpa éd pan”. Il giorno dopo, era tempo del grande rito dell’infornata. Il forno che doveva raccogliere tutta quella grazia di Dio era a forma di tempietto, perchè conteneva la sacralità del fuoco, il bene e il male al tempo stesso. Quando il pane usciva, caldo e bianco, ancora sporco della cenere che ricopriva il piano del forno, era festa grande per tutti. Qualche volta, la “rezdóra”, quasi per esorcizzare gli “spiriti maligni” del fuoco, insieme con il pane, estraeva dal forno la “stria”, un pezzo di pasta dal quale aveva ricavato 24 25 la forma stilizzata di una strega. Quella focaccia, ben cotta o poco cotta secondo dove era caduta dentro il forno (vicino o lontano dal fuoco), era subito regalata ai bambini, che spesso assistevano allegramente all’estrazione delle fragranti pagnotte di farina bianca. A tavola, ognuno in silenzio, uomini, donne e bambini, avrebbe atteso la propria “razione” di pane, staccandone un pezzo dopo l’altro con religiosa attenzione, facendo in modo di non disperdere neanche una briciola. Avete mai fatto caso che ancora oggi, nonostante viviamo in un’epoca di sfrenato consumismo che butta senza scrupoli tutto ciò che non serve più, molti hanno ancora un atavico ritegno a gettar via il pane avanzato dal giorno precedente. È il segno di grande e religioso rispetto che ci stato insegnato da piccoli, quando i nonni, la notte della vigilia di Natale, ci invitavano a lasciare sulla tavola della tradizionale cena di magro alcune briciole di pane per sfamare gli angeli, che sarebbero venuti, poco dopo, a benedire la casa. Citare tanto il pane è un modo per riconoscergli un ruolo. Basta pensare, infatti, a quanto e da quando il pane è presente nelle nostre vite. Ma ovviamente non è così soltanto in Italia. In Germania si dice che “Se il Signore dà il pane duro, dà anche denti duri”. Una filosofia che conoscono molto bene i toscani, i quali sono abituati a far notare che “Chi ha denti, non ha pane e chi ha pane, non ha denti” e anche i siciliani, per i quali “‘U Signuri runa pani a cu unnavi jagni” (Il Signore dà il pane a chi non ha denti). Soltanto gli Inglesi possono dire che “Crumb not your bread before you taste your porridge”, ossia “non far briciole del tuo pane, non mangiarlo, prima di aver assaggiato il porridge”. I francesi fanno notare che “Non esiste pane vecchio per cui non sia possibile trovare un formaggio adatto”. Certo bisogna saper apprezzare, come fanno loro, il goloso universo dei formaggio. È assolutamente didascalico anche il loro: “Pane e vino aprono il banchetto”, non serve altro. Da soli già fanno la felicità. Il pragmatismo americano si avverte nel loro “Il nostro pane di oggi è meglio di mille pani nell’aria”. Suona un po’ come il nostrano “Meglio un uovo oggi che una gallina domani”. Con la pasta di pane, inoltre, almeno dalle nostre parti, si ricavano numerosi golosi “succedanei”, che riempiono la nostra tradizionale alimentare. La regina fra queste rustiche specialità gastronomiche è la crescentina, oggi spesso erroneamente, ma purtroppo comunemente, chiamata tigella. Rappresenta l’esempio di una consuetudine famigliare rimasta fortunatamente intatta. Per conoscerne la storia bisogna rifarsi indietro nel tempo. Le tigelle sono piccoli dischi composti di argilla purissima prelevata nei castagneti a notevole profondità, che era poi miscelata con una speciale terra refrattaria amalgamata con dell’acqua. Con questa miscela si confezionavano i dischi, che erano poi temprati nella cenere ardente. Le crescentine sono dischi impastati con farina di grano e acqua. Qualcuno aggiunge latte e un prodotto lievitante. Una volta lievitati, si formano piccole schiacciate rotondeggianti di circa 10 cm. di diametro, che vanno cotte fra le tigelle accanto al camino o al forno. Con la precauzione di separare le tigelle dalle crescentine con una foglia di castagno. Una volta 26 cotte, le crescentine vanno tagliate a metà in senso longitudinale e poi farcite con i nostri classici salumi o una “pestatina” di lardo e parmigiano-reggiano grattugiato. Un altro modo di utilizzare la pasta di pane è quella per ottenere la crescenta e il gnocco fritto. Dalla maniera più semplice d’impastare acqua e farina è nata la ricetta di uno dei piatti più tipici della nostra tradizione. Crescenta e gnocco sono preparati ancora come un tempo. Ieri costituivano la colazione o la merenda per i contadini che si recavano al lavoro alle prime luci dell’alba, oggi sono l’antipasto o lo “stuzzichino” accettati anche dalla moderna cucina modenese. Ottenuto un impasto consistente, fatelo riposare per un po’ in un piatto coperto da un canovaccio, poi tiratelo con il matterello per ottenere una sfoglia alta circa 0,5 cm. Tagliatela a rombi di 7-8 cm. di lato, che friggerete in una padella dove, nel frattempo, avrete messo a sciogliere lo strutto a fuoco vivo sino a farlo diventare bollente. Quando la crescenta assume un colore dorato e si gonfia, rivoltatela con delicatezza. Appena cotta, ponetela su della carta da cucina che assorba l’unto eccessivo. Per friggere, lo strutto è ideale e rende le losanghe di pasta fritta, turgide, croccanti e profumate al punto giusto. La crescenta, portata caldissima in tavola, accompagna - per una merenda o uno spuntino a qualsiasi ora del giorno - tutta la vasta gamma dei nostri salumi (dai “poveri” ciccioli al “ricco” prosciutto), il parmigiano-reggiano, il pecorino montanaro e anche formaggi freschi come lo stracchino, la crescenza o lo squaquerone romagnolo. La differenza fra crescenta e gnocco fritto è esigua. La prima è più sottile del secondo e, tagliata a rombi, nella padella durante la cottura (possibilmente con lo strutto), deve sollevarsi, gonfiarsi, mentre il gnocco fritto, rotondo, fatto di un impasto più alto e largo come la padella dove è fritto. Sandro Bellei Scrittore e giornalista Due prodotti tipici della cucina contadina modenese: crescentine e gnocco fritto 27 Il percorso didattico dell’ISTAS “L. Spallanzani” P 19 ottobre 2014, semina collettiva a mano nell’azienda didattica di Villa Sorra 28 ane, grano, acqua, sale: tutti questi ingredienti fanno parte della tradizione del nostro Istituto, che da più di 60 anni coltiva, cura e oggi anche trasforma quello che la terra produce. Il progetto “Pane a Villa Sorra” sembra studiato appositamente per il nostro Istituto, infatti accanto all’indirizzo Agrario, negli ultimi anni è stato attivato l’indirizzo Alberghiero-Enogastronomico, quindi una parte di studenti sta seguendo tutte le fasi della coltivazione ed una parte studierà la trasformazione del prodotto in pane. Ecco perché quando ci è stato proposto di entrare a far parte del progetto abbiamo aderito con entusiasmo, in quanto perfettamente in sintonia con i nostri studi e le ricerche sul territorio che compiamo in azienda e sui banchi di scuola. Abbiamo quindi dedicato un’area di circa 1,2 ettari, suddivisa in due strisce parallele, divise dal viale che conduce il viaggiatore a Villa Sorra e che segna il confine della nostra azienda, alla semina di varietà di frumento antico. L’intento è quello di seguire tutte le fasi della crescita del frumento fino alla maturità ed alla macina, per poi arrivare alla fragrante produzione di pane da parte di esperti maestri fornai. La semina è stata effettuata a mano in una striscia, e secondo le moderne tecniche meccaniche nell’altra, per vedere le eventuali differenze al momento del raccolto. Si è utilizzata una semente proveniente da coltivazione biologica che non ha subito quindi nessun trattamento chimico. La varietà scelta si chiama “Inallettabile”. L’allettamento è un fenomeno per cui il culmo (lo stelo che alla sua sommità porta la spiga) invece di rimanere verticale si adagia verso il terreno determinando notevoli perdite di prodotto sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo. Il nome della varietà scelta per il progetto non deve trarre in inganno, infatti tutte le varietà di frumento sono soggette a questo fenomeno. Il fatto che sia stato chiamato con questo nome significa che quando è stato selezionato aveva una resistenza all’allettamento superiore alle varietà allora esistenti. Considerando che i terreni utilizzati per il progetto sono molto fertili potrebbe manifestarsi questo problema, infatti lo sviluppo elevato della pianta provoca però anche un indebolimento del fusto e pertanto una maggiore suscettibilità all’allettamento. La varietà “Inallettabile” ha avuto nell’agricoltura regionale una notevole importanza storica. Infatti l’Emilia Romagna nel 2008 ha varato una legge sulla tutela della biodiversità sul territorio regionale (L.R. 1/2008). Le finalità della legge sono la salvaguardia del patrimonio di varietà e razze locali di interesse agrario al fine di contenerne l’erosione genetica e la valorizzazione di questo patrimonio per un’ agricoltura ed un’alimentazione tipica e identitaria del territorio. La legge regionale ha istituito il repertorio delle risorse genetiche agrarie e la varietà scelta è proprio compresa in questo elenco nella sezione colture erbacee. Per mettere in evidenza le caratteristiche della nostra varietà si ritiene opportuno allegare una tabella esplicativa. CARATTERISTICHE DELLA VARIETà “INALLETTABILE” Anno di costituzione: 1930 Grande resistenza all’allettamento Altezza pianta: cm 140-156 Buona resistenza alle malattie Produzione: 30-35 Q/Ha Buon contenuto di antiossidanti Contenuto proteico: 13% Contenuto glutine:10% Indice di glutine: 21 (scala da 0 a 100) Ottime caratteristiche panificatorie Dei primi due punti si è già trattato. Per quanto riguarda l’altezza della pianta si può notare come le varietà antiche fossero più del doppio di quelle attuali, ma con il miglioramento genetico si è sempre cercato di ridurre la taglia, infatti le piante più sono basse e meglio resistono all’allettamento, quindi possono sopportare una concimazione più abbondante e produrre di più. La concimazione, soprattutto azotata, stimola la produzione, ma favorisce l’allettamento. Utilizzare varietà che rimangono più basse permette di ovviare in parte al problema. Un’altra caratteristica da mettere in evidenza è il contenuto in glutine. Molti pensano che le varietà antiche ne avessero molto meno delle varietà moderne, ma spesso non è cosi. Quello che cambia è la qualità del glutine che in queste ultime varietà è molto più elastico. L’elasticità del glutine è molto importante nella panificazione perché durante la lievitazione i lieviti producono anidride carbonica che viene trattenuta dall’impasto che si gonfia; il glutine elastico trattiene meglio il gas e si adatta meglio alla moderna panificazione. 29 L’arte nel… Pane a Villa Sorra Questa caratteristica si può quantificare con uno strumento che si chiama alveografo di Chopin che misura le proprietà delle farine. Per questa misurazione bisogna macinare il frumento e con la farina ottenuta si fa un impasto con acqua con cui si formano dei dischi di pasta che vengono messi nell’alveografo il quale soffia dell’aria facendo gonfiare la pasta a forma di bolla fino alla rottura (come quando un bambino fa i palloncini di chewing gum). L’apparecchio, in base alla deformazione, alla resistenza ed al punto di rottura della pasta, disegna un grafico. Dall’analisi del grafico si può vedere chiaramente come le varietà moderne abbiano un glutine molto più elastico e resistente. La tecnica di coltivazione seguirà assolutamente le norme dettate dalla coltivazione biologica e gli studenti avranno modo di vedere praticamente le differenze rispetto ad altre coltivazioni di frumento che abbiamo in altre parti della nostra azienda coltivate secondo la tecnica normalmente usata nella zona. Tutte le fasi della coltivazione saranno seguite dagli studenti dell’indirizzo agrario che avranno modo di studiare in modo approfondito le differenze tra le nuove e le antiche varietà di frumento, mentre gli studenti dell’indirizzo Alberghiero studieranno la fase successiva alla raccolta cioè la trasformazione in pane. Ci sono tutte le premesse per ottenere un pane di ottima qualità. Con l’arrivo della primavera il profumo del pane appena sfornato si fa sentire sempre più intensamente: non resta che aspettare di assaporarlo guardando in lontananza la sagoma elegante di Villa Sorra. Loris Dalrio ISTAS “L. Spallanzani” Docente di Tecniche degli allevamenti vegetali 30 C on la collaborazione al progetto Pane a Villa Sorra le classi 3a e 4aC di Grafica del Liceo Artistico “A. Venturi” di Modena esprimono ancora una volta la peculiarità che contraddistingue il percorso formativo della nostra scuola, in particolare dell’indirizzo di grafica dove la comunicazione visiva è l’aspetto caratterizzante. Il sapersi calare nei diversi aspetti culturali tradizionali del territorio o il confrontarsi con eventi e problematiche di attualità, scoprire ed esprimere la realtà che ci circonda attraverso l’elaborazione e il gusto personale è contestuale proprio al nostro profilo scolastico. Campo coltivato con frumenti antichi nell’azienda didattica di Villa Sorra, marzo 2015 I bozzetti realizzati da Thomas Salvioli, Laura Manzini e Francesca Losi della classe 4a C Noi docenti siamo chiamati a individuare tra i tanti temi che ci sono proposti, quelli che riteniamo più utili allo specifico percorso didattico, ma anche all’aspetto formativo-educativo per i ragazzi del nostro liceo. In un’epoca in cui il mondo corre veloce, in cui la comunicazione e l’informazione usano sistemi sempre più immateriali, col rischio di procurare percezioni e relazioni schizofreniche del divenire del mondo, la nostra didattica sembra venire in aiuto ad una gioventù sempre più esposta a questi rischi. Da una parte perché li mette a conoscenza e li esercita alla retorica che sottintende ai sistemi della comunicazione e dall’altra perché i ragazzi hanno la possibilità di avvicinare i diversi contenuti da trasmettere in modo concreto, davvero straordinario. Questo rende gli studenti maggiormente protagonisti della realtà e della loro contemporaneità e un po’ meno passivi, promuovendo una formazione più completa per quello che possono gli strumenti della scuola attuale. Esercitati quindi a non esser solo “contenitori da riempire” di nozioni, gli studenti diventano collaboratori e artefici insieme all’insegnante in una relazione di fiducia e scambio tra generazioni che promuove ed edifica anche noi adulti. Per questi motivi, cosa di meglio che accogliere la proposta di partecipazione al progetto sul “pane”? Anche questa volta abbiamo avuto la possibilità di… sconfinare! Così l’esercizio alla creatività ha trovato nuovamente avvio. Per prima cosa ci è stata chiesta la collaborazione affinché la classe 4aC ideasse il logo che avrebbe dovuto identificare proprio il progetto partecipato Pane a Villa Sorra. La prima fase dell’iter progettuale ha previsto l’illustrazione del progetto, della storia della Villa con il contributo del Museo Civico di Modena, la presenta31 Fotografie realizzate da Elena Vellani, Luca Ferrari e Alessandro Camarda zione dei promotori e dell’attività dei partner, calendario degli eventi, appuntamenti e la proiezione di slides in aula. Successivamente abbiamo effettuato il primo sopralluogo nella villa e nel parco in una delle ultime freddissime giornate dello scorso gennaio. Così anche l’ambiente naturale, freddo compreso, coi suoi colori rarefatti dalla luce dell’inverno si sono trasformati in un’aula dilatata all’esterno. La conoscenza diretta della realtà per la quale si deve lavorare, risulta particolarmente efficace, promuovendo l’attenzione e la ricerca degli aspetti più significativi che vanno sintetizzati per l’elaborazione grafica. Ecco allora la comparsa nei bozzetti dei ragazzi di diversi soggetti: la spiga di grano, la facciata della villa, lo stemma della famiglia Sorra, la fontana del giardino, la pianta di tutto il contesto visto dall’alto da un’antica stampa cartografica, pagnotte e punti di vista particolari che hanno permesso una sintesi quasi ideogrammatica del tetto, le macine di pietra e la sintesi degli elementi architettonici delle colonne del cancello ecc… Nei bozzetti comparivano ancora i lavoratori della filiera per la produzione del pane: l’agricoltore che semina e il panettiere che cuoce. Parallelamente i progetti degli studenti hanno previsto la scelta cromatica in base ai colori specifici delle realtà considerate o relativamente al senso simbolico o espressivo che hanno inteso trasmettere. Così il segno grafico lascia intuire il gusto personale di ogni ragazzo. Coordinatamente al logo hanno simulato il progetto del pieghevole e la cartolina a grande formato per presentare al pubblico il calendario e gli appuntamenti del progetto a Villa Sorra. dei ritmi, del tempo delle stagioni, dei materiali e delle tecniche di produzione, sapendo che è accompagnando in armonia e non imponendo che si avranno i risultati o frutti migliori. L’iter burocratico e l’organizzazione scolastica degli spostamenti sono complessi così non sempre riescono ad andare di pari passo con le necessità delle fasi progettuali. Ciò nonostante ce l’abbiamo fatta! Intanto abbiamo organizzato la prossima uscita per raccogliere elementi e foto utili al procedere della collaborazione articolata in diverse sfaccettature. Procediamo con la collaborazione dell’insegnante di Storia dell’Arte prof.ssa Rossella Ariuli e la prof.ssa Eugenia Martini di Laboratorio di Computer e Ripresa fotografica… ma questa volta abbiamo prenotato una giornata di sole caldo all’insegna della Primavera! Rita Cavallini Docente di Progettazione Grafica Liceo Artistico “A. Venturi” I ragazzi di 3aC invece hanno fatto scatti fotografici ed elaborazioni grafiche con tecniche a mano o con i programmi dedicati in sintonia con le competenze acquisite in questi mesi del primo anno di corso di grafica. Il nostro operare a scuola segue un sistema che agisce sul gruppo classe, ma in particolare si sviluppa attraverso il confronto, lo scambio e la promozione delle idee e delle soluzioni in un rapporto individualizzato con il singolo studente. Il lavoro che si svolge in classe si sviluppa in un dinamismo concorrenziale ma senza antagonismi in un respiro di aiuto reciproco. Insomma anche in aula nelle nostre discipline, il sistema che aiuta a crescere e ad apprendere si avvicina ancora a quello che si ricerca nella logica, speriamo non perduta, per la produzione del pane biologico! Dove per biologico si intende la conoscenza delle risorse, degli elementi, delle caratteristiche, il rispetto 32 33 Per approfondire Bianconi Lorena, La cucina contadina. Storia dell’alimentazione, patrimonio e tradizioni nei musei dell’Emilia-Romagna, Materiali e ricerche IBACN, Bologna, 2009 l Basini Gianluigi, L’uomo e il pane. Risorse, consumi e carenze alimentari della popolazione modenese, Milano Giuffrè 1970 l Camporesi Piero, Alimentazione folklore società” Parma Pratiche ed. 1980 l Camporesi Piero, Il pane selvaggio, Bologna Il Mulino, 1980 l Cirese Alberto M. “Oggetti, segni, musei” Torino Einaudi, 1975 l Di Paolo Andrea, Villa Sorra. Storia di un luogo straordinario tra Modena e Bologna, Modena Sigem, 2014 I musei del mondo rurale in Emilia-Romagna, I libri di Agricoltura n. 5, Assessorato Agricoltura, economia ittica, attività faunistico-venatoria, Regione Emilia-Romagna, 2011 l Matvejevic Predrag, Pane nostro, Prefazione di Enzo Bianchi, Postfazione di Erri De Luca, Milano Garzanti, 2010 l Montanari Massimo, La fame e l’abbondanza. Storia dell’alimentazione in Europa, Bari Laterza 2003 l Mussini Massimo, Carri agricoli reggiano-modenesi, Reggio Emila Bizzochi, 1981 l Muzzioli Giuliano, L’economia e la società modenese tra le due guerre (1919-1939), Modena STEM Mucchi, 1979 l Neri Attilio, Vocabolario del dialetto modenese, Modena Forni editore, 1980 l Scheuermeier Paul, Il lavoro dei contadini, Cultura materiale e artigianato rurale in Italia e nella Svizzera italiana e romanza, Milano Longanesi e C., 1943 l Sereni Emilio, Il paesaggio agrario, Bari Laterza, 1961 l Togni Roberto, Forni Gaetano, Pisani Francesca, Guida ai Musei etnografici italiani, Leo S. Olschki Firenze, 1997 l Crediti fotografici p. 10 - Anonimo. Archivio Fotografico del Museo della civiltà contadina di Bastiglia p. 12 - Benvenuto Bandieri. Fondo Panini, Fondazione Fotografia Modena pp. 13, 21, 22 - Museo Civico d’Arte Modena - Fondo Graziosi pp. 15, 16 - Anonimo. Musei di Palazzo dei Pio - Sezione etnografica p. 16 - Umberto Orlandini. Fondo Panini, Fondazione Fotografia Modena p. 17 - Pellegrino Orlandini e figli. Fondo Panini, Fondazione Fotografia Modena p. 19 - Ferruccio Testi. Fondo Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Fondazione Fotografia Modena pp. 19, 24 - Anonimo. Archivio fotografico del Comune di Soliera 34 Pane a Villa Sorra (Villa Sorra di Gaggio, 17 maggio - 18 ottobre 2015) mostra realizzata nell’ambito del progetto Pane a Villa Sorra. Percorso partecipato dalla semina alla tavola. 2015-2016 promosso dai Musei Civici di Modena con Associazione XVS Per Villa Sorra, Slow Food Modena e Istituto “Lazzaro Spallanzani” di Castelfranco Ideazione: Francesca Piccinini, Giuseppe Modena, Giorgio Cervetti Coordinamento: Francesca Piccinini Ricerca e organizzazione: Giorgio Cervetti Interventi di manutenzione e restauro conservativo: Associazione “Amici del Corni” Filmato: Giuliano Garagnani Fotografie degli oggetti della raccolta: Liceo Artistico A. Venturi, classi 3a e 4aC, docente Eugenia Martini Progetto di allestimento: Lorenzo Lorenzini Collaborazione all’allestimento: Squadra di allestimento del Comune di Modena, Volontari Associazione XVS Ideazione linea grafica coordinata: Liceo Artistico A. Venturi, classe 4aC, docente Rita Cavallini Progetto grafico catalogo: Cinzia Casasanta Stampa catalogo: MIG - Moderna Industrie Grafiche, Bologna Progetto grafico mostra: Elena Righi e Stefano Bulgarelli Stampa pannelli mostra: Logo Pubblicità Comunicazione: Cristiana Zanasi, Cristina Stefani, Alessia Pelillo, Stefano Bulgarelli, Associazione XVS Ufficio Stampa: Roberto Serio, Comune di Modena Segreteria e amministrazione: Annalisa Lusetti, Milvia Servadei, Maria Grazia Lucchi, Camilla Benedetti Ringraziamenti: Gabriele Serafini, Forno Baracca di Nonantola Franco Malavolti, Lodovico Rovatti, Dario Piretti, Claudio Concari, Afro Parenti, Tiziano Quartieri del Gruppo di restauro “Associazione Amici del Corni” Gruppo Volontari dell’Associazione XVS Fondazione Fotografia Modena Giovanni Dinelli, Dipartimento di Scienze Agrarie Università degli Studi di Bologna Andrea Cenacchi Azienda Podere Santacroce di Argelato (Bologna) Forno Bortolani di Modena Diego Veratti, Mulino di Gombola di Polinago (Modena) I dirigenti scolastici del Liceo Artistico “A. Venturi”, dell’ITIS e dell’IPSIA “F. Corni” di Modena La vicepreside Paola Marcialis, i docenti e i tecnici dell ISTAS “L. Spallanzani” 35