La gestione energetica delle seconde case
Nelle case per vacanze ubicate nelle località di montagna la
salvaguardia dei principi di efficienza energetica non deve contrastare le
esigenze di confort ambientale alla base della piena fruizione del bene
di Stefano Gibello*, Marco Surra** e Luca Antonio Tartaglia**
Premessa
Le esigenze di risparmio nei consumi e la necessità di rispettare le normative nel settore
dell’efficienza energetica secondo la Direttiva Europea 2012/27/UE, resa applicabile in Italia dal
Decreto Legislativo 102 del 4 luglio 2014 determinano l’obbligatorietà, a partire dal 31 dicembre
2016, della contabilizzazione del calore per ogni singola unità immobiliare.
La normativa di settore applicabile è costituita dalla UNI 10200:2013 “Criteri di ripartizione delle
spese di climatizzazione invernale e acqua calda sanitaria”, richiamata all’art. 9 punto 5 lettera d)
del citato decreto.
Il presente articolo prende in considerazione una tipologia particolare di residenze, quelle
classificate ai sensi del D.P.R. 412/93 come E.1 (2) abitazioni adibite a residenza con occupazione
saltuaria, quali case per vacanze, fine settimana e simili.
E’ facile intuire come l’utilizzo non continuativo di tali abitazioni sia un aspetto che presenta
rilevanti implicazioni nell’ambito della loro gestione energetica, sia per quanto concerne l’esigenza
della riduzione dei consumi, sia per ciò che riguarda più propriamente il confort ambientale da
garantire e i tempi di messa a regime della temperatura interna. Sono inoltre da considerare
ulteriori fattori di estrema importanza quali ad esempio l’esigenza del mantenimento di temperature
minime nei periodi di non utilizzo, le dispersioni verso gli altri alloggi non occupati e la prevenzione
dal rischio di congelamento dell’impianto, argomenti che verranno esaminati nel seguito.
Risulta quindi evidente come, ferma restando l’esigenza di rispettare le linee generali delle direttive
europee in materia di efficienza energetica dell’impianto, l’applicabilità della norma UNI 10200, nei
casi descritti, debba avvenire in modo ragionato e parziale.
Peraltro l’interpretazione corrente, avvalorata dagli stessi componenti della Commissione Tecnica
del CTI, estensori del testo, è che la norma, nella sua attuale stesura, non sia integralmente
adottabile in tali realtà.
Sistemi di generazione dei fluidi termovettori
Ci riferiamo a seconde case in località montane, quindi è raro che l’impianto sia autonomo. Tale
situazione si verifica di solito per ville singole, dotate in genere di un presidio permanente o
saltuario e dove si adotta l’accortezza di additivare il fluido termovettore con liquido antigelo.
La tipologia ricorrente è dunque quella di impianto centralizzato condominiale con generatore di
calore a combustione alimentato con combustibile di origine fossile, come gasolio (soluzione
diffusa nelle località non servite dalla rete del gas), metano o GPL.
L’utilizzo di pompe di calore è molto raro, sia per la scarsa efficienza alle temperature negative
dell’aria esterna come sorgente termica, sia per la generale difficoltà nel realizzare sonde
geotermiche in zone a prevalente substrato roccioso. L’unica possibilità in tal senso potrebbe
essere offerta dall’utilizzo di corsi idrici superficiali a regime torrentizio, ma si tratta di situazioni
particolari di difficile attuabilità su larga scala.
Anche la produzione di energia con sistemi rinnovabili quali pannelli fotovoltaici (elettrica) o
collettori solari (termica) nelle località montane è fortemente limitata dall’innevamento che può
vanificare per lunghi periodi la funzionalità dei sistemi di captazione.
Il sistema più utilizzato è quindi quello con caldaia centralizzata, eventualmente sostituibile con un
cogeneratore, sempre alimentato con combustibile liquido o gassoso, in presenza di un gestore in
grado di monitorare direttamente, tramite visite periodiche l’impianto (con maggior frequenza nei
periodi più freddi) ed eventualmente di controllarlo in remoto tramite un sistema di telegestione.
Tipologie impiantistiche
Il sistema di emissione è per la gran parte dei casi costituito da radiatori e più raramente da
convettori (armadietti contenenti batterie di tubi alettati) o ventilconvettori.
Le soluzioni che adottano pannelli radianti di tipo tradizionale a pavimento o a soffitto non vengono
in generale utilizzate nelle seconde case per l’inerzia del sistema che penalizza un’utenza di tipo
saltuario.
Il sistema di distribuzione rappresenta l’elemento più critico sotto l’aspetto del contenimento dei
consumi energetici. Infatti molto spesso si trascura il fatto che le tubazioni passano in ambienti non
riscaldati (autorimesse o cantine) e non vengono neppure rispettati gli spessori minimi degli
isolamenti previsti dall’allegato B del D.P.R. 412/93. Tale fatto presenta un’elevata incidenza sui
consumi poiché l’impianto termico per una seconda casa in montagna (situata in zona climatica F)
rimane continuativamente in funzione per almeno sei mesi l’anno e senza interruzioni diurne.
Sistemi di contabilizzazione
La tipologia della rete di distribuzione dipende principalmente dall’epoca di costruzione dell’edificio
e può essere in genere classificabile nelle due tipologie di:
! impianto a due tubi a colonne montanti;
! impianto con derivazione di appartamento.
Sono presenti anche tipologie con anelli monotubo a partire da una o più colonne montanti che
sono comunque riconducibili alle prime due.
L’impianto a derivazione di appartamento non presenta in genere problemi in quanto è già
presente una valvola di zona collegata ad un termostato di appartamento ed è sufficiente
l’installazione del contabilizzatore di calore. Qualora sia già presente un contaore la miglioria
impiantistica è determinata dal fatto di poter adottare una regolazione climatica e non essere
obbligati a mandare sempre l’acqua alla stessa temperatura per equiparare il valore economico
delle ore di attivazione. Tale sistema è definito di “contabilizzazione diretta”.
La tipologia impiantistica più generalizzata è tuttavia quella di impianti a colonne montanti a due
tubi. In tal caso è necessario adottare i ripartitori di calore e la procedura di contabilizzazione
prevista dalla norma UNI 10200:2013 (“contabilizzazione indiretta”).
La norma UNI 10200
Prescindendo per semplicità in questa sede dai consumi legati alla produzione dell’acqua calda
sanitaria che si presuppone realizzata con sistemi individuali, la composizione del consumo totale
di energia termica utile dell’edificio per la climatizzazione invernale è dato da Qt
Qt = Qui + Quc + Qinv [kWh]
essendo
Qui = consumo totale di energia termica utile delle unità immobiliari
Quc = consumo totale di energia termica utile dei locali ad uso collettivo
Qinv = consumo involontario di energia termica utile
In caso di ripartitori non è noto l’equivalente energetico [kWh] di Qui del quale si conosce la
sommatoria delle unità di ripartizione. Tale valore è ricavabile dalla differenza tra il consumo totale
di energia termica dell’edificio per la climatizzazione invernale Qt, dato dalla sommatoria dei
contributi di energia termica utile fornita dai singoli generatori Qgn, e il consumo involontario e
quello delle eventuali parti comuni.
Ai valori di consumo corrispondono analoghi valori di composizione della spesa totale per la
climatizzazione invernale St
St = Sui + Suc + Sp
[€]
dove
Sui = spesa totale per il consumo di energia termica utile delle unità immobiliari (da ripartire in
base ai consumi di energia termica delle singole unità immobiliari)
Sui = c x Qui
[€]
c = costo unitario dell’energia termica utile per la climatizzazione invernale [€/kWh] = Se/Qt
Se = spesa energetica per la climatizzazione invernale = Σ (cve x Qve)
Cve = costo unitario del singolo vettore energetico [€/kWh, m3 o kg]
Qve = consumo del singolo vettore energetico per la climatizzazione invernale [kWh,m3, kg]
Qui = consumo di energia termica utile della singola unità immobiliare per la climatizzazione
invernale [kWh]
In caso di ripartitori: Qui = (Qt - ∑ Qcc - ∑ Qsc – Qinv) x (ur / ∑ ur) [kWh]
essendo
Qt = consumo totale di energia termica utile
Qc c = consumo di energia termica utile della singola utenza ad uso collettivo dotata di
contacalore
Qs c = consumo di energia termica utile della singola utenza ad uso collettivo priva di
contacalore
Qinv = consumo involontario di energia termica utile
In presenza di ripartitori, cioè quando la distribuzione impiantistica non consenta
l’installazione di contabilizzatori diretti dell’energia termica, la quota di consumo
involontario di energia termica utile Qinv è dato da:
Qinv = Pcli [kWh] nel caso di calcolo analitico
dove
Pcli = perdite dell’impianto di climatizzazione invernale nel periodo considerato = Pd + Pa +
Pdp con
Pd , Pa, Pdp = perdite di distribuzione, accumulo e distribuzione primaria calcolate da UNI TS
11300-2
e
Qinv = Qh x kinv [kWh] nel caso di calcolo semplificato (edifici esistenti)
Qh = fabbisogno ideale di energia termica dell’edificio per climatizzazione invernale nel
periodo considerato calcolato secondo UNI TS 11300-1
kinv = frazione del fabbisogno ideale di energia termica utile dell’edificio per climatizzazione
invernale da attribuire al consumo involontario (da prospetto 10 UNI10200). Per edifici
esistenti assume valori compresi tra 0,2 e 0,3 in funzione delle caratteristiche di
isolamento della rete di distribuzione orizzontale e dal numero di piani dell’edificio
ur = unità di ripartizione singola unità immobiliare (differenza tra lettura finale e iniziale
ripartitore)
Suc = spesa totale per il consumo di energia termica utile dei locali ad uso collettivo (da ripartire in
base ai millesimi di proprietà delle singole unità immobiliari)
Suc = c x Quc [€]
c = costo unitario dell’energia termica utile per la climatizzazione invernale [€/kWh] = Se/Qt
Quc = consumo di energia termica utile dei locali ad uso collettivo per la climatizzazione
invernale [kWh]
suc = spesa totale per il consumo di energia utile dei locali ad uso collettivo da attribuire alla
singola unità immobiliare = Suc x (mp /1000)
[€]
mp =millesimi di proprietà della singola unità immobiliare
Sp = spesa totale per la potenza termica installata (da ripartire in base ai millesimi di fabbisogno di
energia termica utile delle singole unità immobiliari).
Sp = (c x Qinv) + Scm + Scr
[€]
c = costo unitario dell’energia termica utile per la climatizzazione invernale [€/kWh] = Se/Qt
Qinv = consumo involontario di energia termica utile [kWh]
Scm = spesa per conduzione e manutenzione ordinaria dell’impianto termico centralizzato
[€]
Scr = spesa per la gestione del servizio di contabilizzazione dell’energia termica utile [€]
sp = spesa per la potenza termica installata da attribuire alla singola unità immobiliare = Sp x
(mQh /1000)
[€]
mQh =millesimi di fabbisogno di energia termica utile della singola unità immobiliare
La novità principale contenuta nell’ultima edizione della norma UNI 10200, rispetto alla precedente
edizione del 2005, consiste proprio nel fatto che la spesa totale per la potenza termica impegnata,
ossia per godere della disponibilità del servizio (cui corrisponde il consumo involontario ovverosia
la quota fissa attribuibile alle dispersioni condominiali), non viene più suddivisa in base alla
frazione millesimale di potenza termica installata (somma della potenza di ogni singolo corpo
scaldante corrispondente alle caratteristiche dimensionali del radiatore) ma sui millesimi di
fabbisogno di energia termica utile, calcolati tramite una diagnosi energetica.
Quota fissa e quota a consumo
La norma citata distingue tra:
consumo involontario: consumo dovuto alle dispersioni dell'impianto (per distribuzione
secondaria, accumulo e distribuzione primaria), non riconducibile all'azione dei singoli utenti;
e
consumo volontario: consumo riconducibile all'azione del singolo utente sui sistemi di
termoregolazione, al fine di garantire determinate condizioni climatiche in relazione anche alle
caratteristiche dell'unità immobiliare.
Anche la ripartizione tra quota di consumo involontario e volontario (quello contabilizzato dai
ripartitori) è valutata sulla base della diagnosi energetica in relazione alle caratteristiche
dell’edificio.
Infatti, in presenza di ripartitori, cioè quando la distribuzione impiantistica non consenta
l’installazione di contabilizzatori diretti dell’energia termica, la quota di consumo involontario di
energia termica utile Qinv è dato da:
Qinv = Pcli [kWh] nel caso di calcolo analitico
e
Qinv = Qh x kinv [kWh] nel caso di calcolo semplificato (edifici esistenti)
dove
Pcli = perdite dell’impianto di climatizzazione invernale nel periodo considerato
Qh = fabbisogno ideale di energia termica utile dell’edificio nel periodo considerato
ki n v = frazione del fabbisogno ideale di energia termica utile dell’edificio da attribuire al
consumo involontario
Negli edifici esistenti la rete non è sempre rilevabile, e quindi la normativa prevede anche la
seconda formula. Il valore del coefficiente kinv è dato in funzione delle caratteristiche di isolamento
della rete di distribuzione orizzontale e del numero di piani dell’edificio e assume valori variabili da
0,2 a 0,3.
Il fabbisogno ideale Qh è invece dato dalla sommatoria dei fabbisogni mensili ideali di energia
termica utile dei singoli locali calcolati secondo la parte 1 della Norma UNI TS 11300, che derivano
dalla diagnosi energetica.
E’ così possibile valutare l’entità del consumo involontario.
Nella realtà delle seconde case, dove per ragioni di prevenzione dal gelo, o di più rapido
riscaldamento degli ambienti si preferisce mantenere in temperatura uno o due radiatori nel vano
scale, essi funzioneranno in continuazione e potranno, in caso di edifici di ridotte dimensioni,
incidere nei consumi più della sommatoria dei consumi attribuibili alle singole unità immobiliari.
In tal caso il valore più corretto di suddivisione potrebbe essere del 70-80% per la quota fissa e del
20-30% per la quota a consumo. Ma applicando tali coefficienti non viene più incentivato un uso
responsabilmente “parsimonioso” del proprio impianto.
Si preferisce in genere adottare valori prossimi al 50%. Tuttavia tale ripartizione non tutela dalla
situazione limite, ma verificabile, per il quale se in un condominio, per tutta la stagione invernale,
un unico inquilino utilizzasse il proprio alloggio in un solo fine settimana, la notte trascorsa nel
proprio appartamento potrebbe costare più di quella nella suite di un albergo di lusso.
La norma, nell’attuale formulazione, non è quindi applicabile agli edifici con occupazione saltuaria
poiché il consumo involontario, se calcolato preliminarmente attraverso il metodo semplificato
(tabella) o analitico (calcolo dispersioni), potrebbe risultare superiore al consumo totale
determinando consumi volontari negativi.
L’approccio corretto per una seconda casa è quindi quello di verificare a consuntivo il valore della
quota “fissa” di consumo involontario. Se l’assemblea decide di determinare a livello preventivo un
valore, è bene che esso sia verificato a fine stagione, quando si ripartiscono per la prima volta le
spese con il sistema di contabilizzazione. Lo stabilire un valore “sperimentale” di tale quota fissa è
una buona prassi, suggerita dalla stessa legislazione che nel D.Lgs. 102/14 afferma: “E’ fatta salva
la possibilità, per la prima stagione termica successiva all’installazione dei dispositivi di cui al
presente comma (ripartitori), che la suddivisione si determini in base ai soli millesimi di proprietà”.
L’esigenza di definire una temperatura minima ambientale interna
La legislazione, finalizzata al contenimento dei consumi energetici, fissa la temperatura massima
ambientale, al valore di 22 °C. Tuttavia per una seconda casa in località di montagna assume
importanza anche l’imposizione per legge di un valore minimo.
Nessuna normativa attualmente ne impone un limite, anche se la sua definizione può derivare dai
regolamenti edilizi, in funzione di salvaguardia degli immobili e di tutela della salute degli
occupanti.
Nel passaggio da impianto sempre in funzione a impianto con funzionamento intermittente, tramite
l’installazione dei ripartitori e delle valvole termostatiche per la contabilizzazione indiretta
dell’energia termica utilizzata, si favorisce l’esclusione dei radiatori ai fini del risparmio nei giorni in
cui l’appartamento non è utilizzato.
La valvola termostatica viene quindi ad agire non solo come regolatore locale in grado di sfruttare
gli apporti gratuiti (rientrate solari e apporti interni), ma come elemento di disattivazione
dell’impianto. Secondo questa funzione, la testa regolante termostatica ad azionamento manuale
può essere elettrificata e comandata da remoto tramite un sistema cablato o wireless che fa capo
a un termostato ambiente.
Tale utilizzo determina senza dubbio un risparmio energetico a livello condominiale, ma può
penalizzare i condòmini che utilizzano maggiormente il loro appartamento. Infatti, nella esistente
generalizzata situazione di pareti di separazione tra gli appartamenti non isolate, si verifica la
condizione di forti dispersioni verso gli alloggi confinanti non riscaldati (il cosiddetto “furto di
calore”) oltre ad un conseguente prolungato tempo di messa a regime dell’impianto che penalizza
una casa usata prevalentemente nei fine settimana.
L’adozione di una temperatura di non occupazione troppo bassa, sia nel proprio appartamento che
in quelli adiacenti, può determinare quindi tempi di riscaldamento dell’ambiente talmente lunghi da
impedire l’utilizzo degli alloggi nei fine settimana, a meno di non ricorrere a sistemi di accensione
remota e di decidere con largo anticipo la fruizione dell’appartamento.
A tale problema si potrebbe ovviare con la delibera assembleare di un adeguato valore della
temperatura minima da garantire nell’appartamento, al di là dei valori antigelo preimpostati sulla
valvola.
Il raffreddamento dell’unità immobiliare ovviamente pregiudica gli alloggi contigui, che dovranno
riscaldare di più il proprio appartamento per compensare la minor temperatura degli alloggi
confinanti.
Sotto l’aspetto legislativo si può far riferimento ai Regolamenti di igiene comunali che in genere
prescrivono la tutela della salute e dell’ambiente. Il mancato raggiungimento di una adeguata
temperatura di comfort ambientale determina un rischio in termini di salute. Inoltre una insufficiente
temperatura ambientale può generare muffe (rischio salute e rischio ambiente). Se infatti ad
esempio si mantengono 12 °C in ambiente con un umidità relativa del 70% (titolo: 6 g di acqua/kg
aria), la temperatura di rugiada è di 6,7° C e quindi se la parete raggiunge valori inferiori
(situazione possibile nei casi di scarso isolamento) si può verificare la condensa dell’umidità sulle
pareti.
Di qui l’esigenza di imporre ai condòmini di mantenere sempre un valore di temperatura minima
che dovrà essere concordato dall’assemblea condominiale e potrà essere garantito attraverso la
taratura delle valvole termostatiche.
Si da per assodato che eventuali altre forme di limitazione della garanzia di mantenimento di un
valore minimo della temperatura (es. manomissione della taratura delle valvole, rivestimento dei
sensori termici, chiusura dei detentori, ecc.) rappresenta una grave forma di illecito in quanto può
determinare il congelamento dell’impianto con conseguenti danni a tutto il condominio (cedimenti
dei corpi scaldanti e allagamenti).
Un altro riferimento legislativo in tal senso è costituito dal D.P.R. 74/2013 il quale all’art. 4 comma
5 lettera e) specifica che:
e) impianti termici al servizio di più unità immobiliari residenziali e assimilate dotati di gruppo
termoregolatore pilotato da una sonda di rilevamento della temperatura esterna con
programmatore che consenta la regolazione almeno su due livelli della temperatura ambiente
nell’arco delle 24 ore possono essere condotti in esercizio continuo purché il programmatore
giornaliero venga tarato e sigillato per il raggiungimento di una temperatura degli ambienti pari a
16°C + 2°C di tolleranza nelle ore al di fuori della durata giornaliera di attivazione di cui al comma
2 del presente articolo;
Questo dimostra in pratica che il limite minimo sarebbe di 16° C. Per una seconda casa è
applicabile anche un valore inferiore (altrimenti non sarebbe incentivato il risparmio individuale) ma
consigliabilmente non inferiore a 12 °C.
Tuttavia sarebbe opportuno che la temperatura minima di non occupazione fosse stabilita per
legge in base alla collocazione dell’edificio, con riferimento alle temperature esterne, oppure con
un sistema climatico in funzione delle stesse.
Infatti possono verificarsi situazioni tali da impedire nell’ambito dell’assemblea condominiale la
definizione di una temperatura minima che garantisca la minoranza. Infatti la diversa localizzazione
degli appartamenti può favorire alcuni inquilini a scapito di altri ed impedire una decisione
assembleare in grado di tutelare adeguatamente in modo paritario rispetto alla fruizione del bene
immobile. Ad esempio chi abita nei sottotetti può decidere di installare delle stufe a pellet in grado
di scaldare in tempi rapidi l’unità immobiliare e quindi sarà incentivato a richiedere in assemblea
condominiale la statuizione di un valore molto basso della temperatura di non occupazione dei
locali, prossimo al valore antigelo. Tale decisione penalizzerà oltremodo gli occupanti degli alloggi
ai piani inferiori che si troveranno ad avere appartamenti inutilizzabili nei week-end per i lunghi
tempi di messa a regime.
Un’altra conseguenza dell’adozione delle valvole termostatiche e dei ripartitori è data dalla
difficoltà di intervenire sull’involucro dell’edificio dopo l’adozione di sistemi per la contabilizzazione
dei consumi. Ad esempio un inquilino di un piano attico si troverà fortemente penalizzato a seguito
della contabilizzazione individuale dei consumi (ricordiamo che la normativa italiana non prevede
coefficienti correttivi in funzione della posizione dell’alloggio) e un intervento quale l’isolamento
della copertura, che favorirebbe tutto il condominio in relazione ai consumi involontari, ma
particolarmente gli inquilini degli alloggi in copertura, riuscirebbe ben difficilmente ad essere
deliberato dalla maggioranza dell’assemblea. Tale situazione è generalizzata e vale anche per le
prime case di abitazione permanente.
Sarebbe quindi auspicabile sfruttare la dilazione dei termini per l’installazione dei sistemi di
contabilizzazione al 31 dicembre 2016, per mettere a punto interventi di isolamento dell’involucro
dell’edificio che oltre a determinare una generale riduzione dei consumi per l’intero edificio,
perequino il più possibile la situazione degli appartamenti più sfavoriti, usufruendo degli strumenti
di incentivazione esistenti (detrazione fiscale del 65%, titoli di efficienza energetica, ecc.).
L’applicabilità della norma UNI 10200 alle seconde case
Come già anticipato la norma non è applicabile agli edifici con occupazione saltuaria in quanto il
consumo involontario, se calcolato preliminarmente secondo le modalità previste al punto 11.8.3.1
e nell’appendice “E” attraverso il metodo semplificato che si avvale di un coefficiente kinv (frazione
del fabbisogno ideale di energia termica utile dell’edificio per la climatizzazione invernale) o con il
metodo analitico (che prevede il calcolo delle dispersioni), può risultare a consuntivo maggiore del
consumo totale.
Per una corretta valutazione dei consumi volontari può essere valorizzata l’unità di ripartizione
misurata dal ripartitore in termini di kWh. Tale semplificazione è consentita in caso di grado di
occupazione basso quale può essere appunto quello di una seconda casa.
Nel caso di gradi di occupazione più elevati si può valutare un valore approssimato del kinv
supponendo che esso vari linearmente in funzione del grado di occupazione (f occ) secondo la
relazione:
kinv = - 0,8 x focc + 1
Dalla formula si verifica che in caso di occupazione permanente il valore di kinv è pari a 0,2, mentre
per il caso limite di edificio mai occupato esso assume il valore pari all’unità, cioè il consumo è
tutto involontario.
In genere per valori del coefficiente di occupazione compresi tra 0,8 e 1, cioè quando l’energia
prodotta è compresa fra l’80% e il 100% di quella calcolata, ci si può trovare nella situazione di
mancata occupazione, ma anche di stagione favorevole o di accorta conduzione dell’impianto. In
tal caso si può utilizzare o meno la formula indicata, mentre al di sotto dell’80% si può
ragionevolmente utilizzare la formula valida per l’occupazione saltuaria dell’immobile.
Un indicatore significativo dei consumi per le seconde case può quindi essere fornito dal profilo di
occupazione basato su una indagine teorica e validato sulla base dei consumi effettivamente
rilevati nelle stagioni precedenti, corretti sulla base dei gradi giorno effettivi.
Una valutazione in tal senso è riportata nel caso esempio descritto nel seguito.
Esigenze di sicurezza antigelo
Un elemento dell’impianto nei confronti del quale non si rivolge in genere l’adeguata importanza è
costituito dal gruppo di riempimento automatico. E’ consigliabile che il caricamento avvenga in
automatico tramite elettrovalvola a sicurezza passiva, e segnalazione di emergenza al sistema di
telegestione mediante flussostato, in quanto un eventuale rottura impiantistica, in assenza di
controlli può determinare ingenti danni.
Per contro, la chiusura manuale del gruppo di riempimento può determinare l’inefficienza per
formazione di aria degli impianti a servizio dei piani alti.
Se l’impianto è a gasolio è consigliabile mantenere in circolo il combustibile con una pompa ed
eventualmente isolare e tracciare con cavi scaldanti autoregolanti le parti del circuito di
alimentazione più esposte. Solo in particolari casi di edifici isolati (non raggiungibili in condizioni di
forte innevamento) si rende consigliabile l’additivazione con liquido antigelo dell’impianto termico,
in quanto in genere la funzione antigelo dell’impianto, sempre alimentato elettricamente dovrà
rendere possibile l’attivazione in condizioni di temperature prossime a 0°C .
Il telecontrollo ad integrazione della verifica periodica sul posto, sempre necessaria, da parte del
conduttore o del terzo responsabile dell’impianto è comunque il provvedimento, reso possibile
dalla attuale tecnologia a costi molto contenuti, più efficace per la gestione di un edificio adibito a
seconda casa in località montana.
Interventi di efficientamento e tempi di ritorno
Come si è visto, per una seconda casa gli interventi di efficienza energetica non devono limitare né
tantomeno precludere l’utilizzabilità del bene da parte dei proprietari. Essi dovranno dunque essere
valutati tenendo conto non solo dei tempi di ritorno economico, rapportati al grado di occupazione
media dell’immobile, ma in ragione del fatto che essi non pregiudichino i periodi di messa a regime
delle temperature.
In tal senso un intervento di spegnimento parziale, o abbassamento delle temperature dell’acqua
di impianto nei periodi infrasettimanali, potrà garantire un risparmio tale da giustificare il by-pass
della centralina climatica con la gestione di solo due temperature sull’impianto, una minima di non
occupazione e una massima nei fine settimana o nel caso di presenza saltuaria di un solo utente,
per garantire una rapida messa a regime.
Diversa è la situazione di utilizzo misto, con pochi o anche solo un utente (es. custode) sempre
presente. In tal caso solo una diagnosi energetica potrà valutare il vantaggio o meno di un
impianto modulare o al limite dedicato per l’utenza permanente.
Restano tuttavia efficaci sia sotto l’aspetto del rendimento energetico, sia sotto quello del confort
ambientale, interventi di miglioramento dell’involucro dell’edificio, ma per la particolare utilizzazione
di tipo parziale e discontinuo, i tempi di ritorno economico degli investimenti sono in genere molto
più lunghi. Un’adeguata diagnosi energetica deve tener i conto questi fattori, e determinerà
un’effettiva valutazione degli interventi di efficientamento solo se sarà supportata da un efficace
sistema di monitoraggio dei consumi. A tal fine sono stati di recente sviluppati sistemi di
monitoraggio dell’energia termica di tipo non invasivo, agevolmente implementabili anche sugli
impianti esistenti.
Interventi di miglioramento della fruibilità invernale dell’appartamento
Un intervento in grado di ovviare al problema della messa a regime della temperatura interna degli
ambienti in tempi accettabili è costituito dall’aumento della potenza installata a fronte del
fabbisogno termico dell’appartamento. Il potenziamento dei corpi scaldanti non comporta infatti un
analogo sovradimensionamento del sistema di generazione, che è calcolato per l’effettivo
fabbisogno termico in corrispondenza della contemporaneità totale delle presenze (situazione che
può al massimo verificarsi nel periodo natalizio). Tale intervento è da riferirsi a condomini esistenti,
in quanto i nuovi edifici saranno dotati di contacalore di appartamento. Pertanto occorre che il
sovradimensionamento venga operato sulla base dei calcoli eseguiti da un termotecnico (ad
esempio considerando una minore temperatura media sul copro scaldante), salvaguardando il
bilanciamento dell’impianto e nei limiti della portata consentiti dalla rete di distribuzione.
Un’alternativa è costituita dalla gestione remota del proprio impianto, ma è necessario decidere
l’utilizzo dell’appartamento con un certo anticipo.
Un altro modo di preriscaldare l’appartamento può consistere nel mantenimento in funzione di un
solo radiatore per appartamento, ad esempio quello dell’ingresso o del bagno, realizzando se
possibile un circuito idraulico indipendente, sempre in temperatura. Anche in questo caso è
consigliabile l’installazione di un ripartitore, con la sola funzione di verificare che non vengano
eseguite manomissioni quali ad esempio l’aumento del numero di elementi del corpo scaldante. La
soluzione migliore a tal fine è costituita dall’alimentazione permanente di un termoarredo in
acciaio.
Una situazione più complessa si ha in presenza di case per vacanze in cui siano residenti
permanentemente solo uno o pochi condòmini. In tal caso sarebbe auspicabile suddividere la
potenza termica installata in più generatori, in modo da limitare il valore della potenza minima.
Tuttavia, la rete di distribuzione rimarrebbe comunque tutta in temperatura, e sono proprio le
distribuzioni, in genere scarsamente isolate se l’edificio ha un impianto a colonne montanti, a
determinare le maggiori dispersioni. Converrebbe quindi, salvaguardando il valore di temperatura
minima deciso in assemblea e quindi a maggior ragione la funzione antigelo, prevedere la
possibilità di intercettazione di singole colonne o rami di distribuzione mediante elettrovalvole,
azionate da dispositivi in grado di valutare l’effettiva presenza di almeno un utente per quel ramo di
impianto. Tale provvedimento risulta particolarmente efficace negli edifici planimetricamente estesi.
Analisi del comportamento energetico di un edificio campione
Nel caso di edifici residenziali occupati in modo saltuario (seconde case, case vacanze, residence,
ecc.) la modellazione dello stato di fatto e il calcolo della performance energetica dell’edificio
devono confrontarsi con una serie di problematiche derivanti dalla non prevedibilità del
comportamento degli utenti e dalla variabilità dei profili di utilizzo delle diverse unità immobiliari. Il
calcolo delle prestazioni energetiche di un edificio a destinazione d’uso residenziale è, infatti,
strettamente connesso alle condizioni di utilizzo delle diverse zone termiche che lo compongono.
Nel momento in cui tali condizioni si discostano da quanto previsto dalla UNI TS 11300
(funzionamento continuo dell’impianto di riscaldamento e contemporaneità di occupazione delle
unità abitative), le soluzioni di riqualificazione energetica ipotizzabili in sede di diagnosi energetica
non possono essere valutate al solo scopo di conseguire un rientro economico dell’investimento
iniziale, ma devono essere ponderate sulla base delle criticità proprie del fabbricato, in vista del
raggiungimento di un livello prestazionale e di comfort interno superiore a quello di partenza.
Il “coefficiente di utilizzazione” diventa, pertanto, un parametro specifico di ciascuna unità abitativa
poiché dipende dalle abitudini e dal comportamento dell’utente. È, pertanto, necessario partire
dall’analisi della tipologia di unità abitativa con la quale ci si confronta in modo tale da poter
ricavare le informazioni utili all’individuazione di un profilo di utilizzo “tipo” da assumere quale
riferimento. Nel caso di un edificio residenziale situato in una località montana, è possibile, ad
esempio, prevedere con buona approssimazione l’occupazione delle unità abitative (e quindi il
funzionamento dell’impianto) principalmente nei fine settimana e nei periodi di festività della
stagione invernale. Ipotizzando un utilizzo dell’impianto per tutti i fine settimana e i giorni festivi
della stagione invernale, si configura una condizione di esercizio limite rispetto alla quale definire
un profilo di occupazione medio mensile specifico per ciascuna unità immobiliare. La Tabella 1
riporta un esempio del procedimento di stima dei giorni di accensione massimi dell’impianto nel
corso della stagione invernale per una residenza situata in una località montana.
Tabella 1 – Giorni di accensione massimi dell’impianto
GaccMAX
Descrizione
[giorni]
GEN
15
2 ven, 4 sab, 4 dom + 5 festività
FEB
10
2 ven, 4 sab, 4 dom
MAR
10
2 ven, 4 sab, 4 dom
APR
15
2 ven, 4 sab, 4 dom + 5 festività
MAG
5
1 ven, 2 sab, 2 dom
OTT
10
2 ven, 4 sab, 4 dom
NOV
10
2 ven, 4 sab, 4 dom
DIC
17
2 ven, 4 sab, 4 dom + 7 festività
La previsione di utilizzo dell’impianto dipende, quindi, dall’analisi del comportamento degli utenti e
dal confronto con i dati di consumo disponibili per l’edificio oggetto di analisi (consumi contabilizzati
o consumi fatturati). L’ipotesi dei giorni di funzionamento dell’impianto deve essere, inoltre,
valutata sulla base delle condizioni climatiche specifiche della località e degli anni oggetto di
analisi, prendendo in considerazione, nel caso di una località montana, anche l’influenza
dell’andamento della stagione sciistica sul comportamento degli utenti e, quindi, sulla frequenza di
occupazione delle diverse unità abitative.
I sistemi di contabilizzazione e ripartizione del calore, ove presenti, rappresentano un utile
strumento di confronto tramite il quale analizzare il comportamento dell’utente e il profilo di utilizzo
delle unità abitative. I dati contabilizzati, espressi in unità adimensionali chiamate
convenzionalmente “unità termiche”, pur non essendo una misura diretta dei consumi possono
essere utilizzati per estrapolare un profilo di occupazione tipico di ciascuna unità abitativa.
Sommando le unità termiche rilevate dai ripartitori del sistema di contabilizzazione è possibile
ottenere il “consumo” di unità termiche relativo a ciascuna unità abitativa, rilevato all’inizio e alla
metà di ogni mese.
Si consideri, a titolo di esempio, un modello energetico nel quale ad ogni unità abitativa è
associata una zona termica. Al fine di determinare a livello mensile la frequenza di occupazione,
alle unità termiche contabilizzate in ciascuna zona termica vengono attribuite tre diverse condizioni
di utilizzo dell’impianto:
- la condizione “0” indica che l’impianto non è stato utilizzato per tutto il mese;
- la condizione “0,5” indica che l’impianto è stato utilizzato o nella prima o nella seconda metà del
mese;
- la condizione “1” indica che l’impianto è stato utilizzato sia nella prima che nella seconda metà
del mese.
La Figura 1 illustra i profili di occupazione relativi ad una zona termica tipo differenziati a seconda
dell’anno di contabilizzazione e il profilo di occupazione medio ricavato come media sui tre anni
presi in esame. Il profilo medio di occupazione della zone termica si traduce in un coefficiente di
utilizzo dell’impianto differenziato secondo i mesi della stagione invernale. Applicando tale
coefficiente alla condizione di utilizzo limite, quindi ai giorni massimi di funzionamento dell’impianto
precedentemente descritti, si ottiene l’andamento medio dei giorni di accensione dell’impianto in
funzione (vd. Figura 2) dello specifico profilo di occupazione della zona termica presa in esame.
Figura 3 – Coefficiente di utilizzo medio rispetto alla stagione di riscaldamento convenzionale
L’importanza della contemporaneità di occupazione delle diverse unità abitative è avvalorata dalle
misurazioni riportate nei grafici seguenti (Figura 4, Figura 5 e Figura 6), relativi all’andamento delle
temperature in tre diverse unità abitative dello stesso fabbricato denominate Z1, Z2 e Z3. Nella
zona termica Z1 del piano superiore l’impianto è rimasto acceso, in assenza di inquilini, per tutto il
periodo di misurazione; nella zona Z2, ubicata al piano inferiore in corrispondenza della zona Z1,
l’impianto è stato mantenuto spento; nella zona Z3, che non confina con le zone precedentemente
elencate, l’impianto è stato mantenuto spento. Osservando i tre grafici di seguito riportati si
osserva:
l’andamento della temperatura della zona Z1 dovuto al funzionamento dell’impianto con
attenuazione notturna;
- il graduale incremento della temperatura interna nella zona Z2, dovuto unicamente all’energia
termica proveniente dalla zona confinante;
- la temperatura, pressoché costante, della zona Z3 che risente unicamente delle variazioni delle
condizioni climatiche esterne.
Tale confronto consente di comprendere l’entità delle dispersioni che avvengono tra unità abitative
caratterizzate da differenti condizioni di utilizzo e che arrivano a pesare mediamente il 20% sul
totale delle dispersioni del fabbricato.
Figura 4 – Zona tipo Z1, andamento temperatura e umidità relativa
Figura 5 – Zona tipo Z2, andamento temperatura e umidità relativa
Figura 6 – Zona tipo Z3, andamento temperatura e umidità relativa
Nella fattispecie di un edificio caratterizzato dalla non contemporaneità di occupazione delle unità
immobiliari, occorre rapportare gli interventi migliorativi alle reali condizioni di gestione e di utilizzo
dell’edificio. A fronte di un utilizzo non omogeneo delle diverse unità abitative, talune soluzioni
tecnologiche potrebbero risultare a vantaggio esclusivo di un numero ristretto di utenti. L’esempio
riportato nella Figura 7 illustra la distribuzione dei benefici, in termini di riduzione dei consumi,
riferiti a zone termiche caratterizzate da diversi profili di utilizzo. Gli interventi migliorativi proposti
sono riassumibili come segue:
IM1, coibentazione della copertura;
IM2, coibentazione della controparete verso intercapedine non riscaldata;
IM3, isolamento a cappotto delle pareti perimetrali;
IM4, coibentazione solaio inferiore verso piano interrato non riscaldato;
IM5, coibentazione copertura mediante controsoffitto interno;
IM6, coibentazione della controparete (IM2) e del solaio inferiore (IM4);
IM7, coibentazione della copertura (IM1) e cappotto pareti perimetrali (IM3).
È evidente come il miglioramento prestazionale derivante dalla coibentazione della copertura (IM1)
e quello prodotto dalla coibentazione del solaio inferiore (IM4), pur ottenendo una consistente
riduzione dei consumi a livello di fabbricato, interessino esclusivamente le zone termiche
rispettivamente dell’ultimo piano e del piano terra, in contrasto con gli interventi IM2, IM3, IM6 e
IM7 i cui effetti sono maggiormente distribuiti tra le diverse zone termiche. L’unica eccezione è
rappresentata dalla percentuale di riduzione dei consumi della zona denominata “ZC”, zona
comune del piano terra, che è da considerarsi a beneficio delle restanti zone termiche in virtù della
ripartizione delle spese, che avviene in funzione dei millesimi attribuiti a ciascuna unità
immobiliare.
Ne consegue che una corretta prassi di
soggetto a condizioni di utilizzo non
tecnologiche orientate al miglioramento
energetica rispetto alle reali condizioni di
economico conseguibile.
auditing energetico dovrebbe, nel caso di un fabbricato
convenzionali, puntare sull’individuazione di soluzioni
del comfort interno e all’incremento della performance
utilizzo del fabbricato, piuttosto che all’effettivo risparmio
* Dott. Stefano Gibello – Amministrazioni immobiliari Gibello – Bardonecchia (TO)
** Ing. Marco Surra, Arch. Luca Antonio Tartaglia - EMCO Partners - Energy Management
Company - Torino
Bibliografia essenziale
!
Norma UNI 10200 – Febbraio 2013 – Criteri di ripartizione delle spese di climatizzazione
invernale ed acqua calda sanitaria
!
Franco Soma - La norma UNI CTI 10200:2013 - Stato dell’arte e criticità – Atti
Seminario “Criteri di ripartizione e contabilizzazione del calore” – Torino – 10/06/2014
!
Donatella Soma, Franco Soma – La norma UNI 10200:2013, E’ una norma “difficile”? Pag. 2021 – Progetto 2000 n. 46 – Giugno 2014
!
Antonio Magri – Proposta di Appendice G alla norma UNI 10200 – 20/05/2014
!
Antonio Magri – Quanto è “fissa” la quota fissa? – Pag. 39-40 - Casa&Clima n. 51 – Ottobre
2014
1 ma ed.
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