Gino Brosio e la sua piola
Intervista di Nico Ivaldi
Attraverso i ricordi di Gino Brosio - che per mezzo secolo ha gestito la piola
di famiglia in via Piave a Torino - rivive la storia di un’istituzione antica e
importante, dove i piemontesi s’incontravano per una partita a carte, per
discutere, bere ovviamente e per cantare in compagnia.
Gino Brosio oggi ha settantatré anni, parla il torinese con la voce bassa e tiene il capo
chino. Da dieci anni la sua storica piola si è trasferita dall’altro lato della strada, in via del
Carmine angolo via Piave. Non certo per volere suo: esigenze demaniali.
L’attuale locale - ospitato in un palazzo juvarriano del ‘600 - si chiama enoteca in omaggio
ai tempi moderni, ma nello spirito è rimasta una piola. Prezzi ancora popolari (due euro un
bicchiere di buon vino), nessuna concessione al rito dell’apericena (al massimo grissini
rubatà e una fetta di salame) e, come ha scritto lo storico del vino Vincenzo Reda nel suo
libro Più o meno di vino, qualche “strano figuro dalle guance rubizze che inaugura la
giornata con un bel bicchiere di Barbera”.
Con Reda e con Brosio, davanti ad un bicchiere di freschissimo kerner, ripercorriamo la vita
a Torino ai tempi delle piole.
“A quattordici ero già in piola a servire” racconta Brosio. “Io avrei voluto studiare da
ragioniere ma c’era bisogno di braccia e così ho passato tutta la mia vita qui”.
La bottiglieria l’aveva aperta il nonno nel 1922, il padre l’aveva rilevata nel ’37.
“I nonni erano di Montegrosso d’Asti, dove allevavano un centinaio di maiali. Quando l’afta
gli sterminò le bestie, subito dopo la guerra si trasferirono a Torino e aprirono il locale.
Lavoravamo sempre, tutti i giorni dalle sette e mezza del mattino a mezzanotte. C’erano
otto, nove tavoli nella piola, quand’era pieno ci stavano fino a sessanta persone. Si serviva quasi solo vino rosso, d’estate qualche volta andava il bianco, d’inverno spesso
ci chiedevano un punch caldo. Per un certo periodo davamo anche da mangiare, cose alla
buona: acciughe al verde, tomini elettrici, uova sode, pane e salame, salamini caldi.
Lavoravamo anche a Natale: aspettavamo gli operai della Gazzetta del Popolo, che aveva
la sede nel vicino corso Valdocco, e servivamo agnolotti fatti da mia nonna. E così anche
l’ultimo dell’anno”.
La bevanda più strana che servivate?
“Il vino chinato, che veniva prodotto solo dalla Riccadonna e consegnato in damigiane. Era
l’antenato del vermouth e del Martini”.
Quale era la vostra clientela?
“Una
clientela di gente semplice, modesta. Operai, artigiani. Raramente venivano persone
di un livello più alto. Approfittando della vicinanza col distretto militare, i giovani in visita di
leva spendevano da noi i soldi che le famiglie gli avevano dato per quei tre giorni torinesi. In
dialetto torinese si diceva che venivano a tiré el numer”. “La particolarità della vecchia piola di Brosio, puntualizza Reda, è che le cantine erano state
attrezzare con grandi vasconi per la vinificazione. I Brosio compravano le uve, sempre e
solo Barbera, e vinificavano tre o quattrocento ettolitri di vino che poi alimentavano la
mescita in piola”.
“L’abbiamo fatto fino al '74” sospira Brosio. “Poi la convenienza è venuta a mancare. Da
poco hanno smantellato le vecchie vasche”.
Signor Gino, dei tanti personaggi che hanno affollato il suo locale, ne ricorda uno in
particolare?
Brosio scuote la testa, come per far riemergere dai cassetti della memoria il ricordo più
vivo. “Ecco, sì, c’era un certo Fioretta, un omone che pesava più di un quintale, faceva il
vetraio e abitava anche lui in via Piave. Quando smetteva di lavorare, veniva in piola verso
le quattro del pomeriggio e aspettava che la moglie gli portasse da mangiare. Mangiava e
restava a bere e a giocare a tarocchi fino a mezzanotte. E il giorno dopo, ricominciava. Era
così grosso che non riusciva a montare i vetri delle porte, doveva farsi aiutare dai due figli”.
Il sabato sera e domenica erano i giorni in cui si lavorava di più. Donne a casa e uomini in
piola.
Da noi, spiega Gino Brosio, si serviva vino sfuso, per le grandi occasioni tiravamo fuori
qualche bota stopa e mezza stopa. Il pintone non esisteva ancora, è nato negli anni ’60.
Pensi che anche l’aperitivo più in voga in quegli anni, il Punt&Mes, arriva in damigiane e noi
lo travasavamo in bottiglie. Così come il Marsala e l’Alcamo, che arrivavano in fusti da 7/8
brente, ogni brenta è cinquanta litri, le vuotavamo nelle damigiane”.
Vincenzo Reda si guarda intorno. Sono da poco passate le diciotto e da Brosio continuano
ad arrivare clienti che non sono solo anziani (quelli giocano alle carte all’interno), ma anche
giovani coppie, liberi professionisti con la borsa di cuoio, addirittura due punk, tre manager
che depositano sui tavoli cellulari touch screen e pc portatili dell’ultima generazione.
“Naturalmente è cambiata la clientela, ma se noti, dice, tutti vengono qui solo per bere calici
di vino. È rimasta la mentalità della vecchia piola, come ha voluto Gino Brosio. Niente a che
vedere con i cosiddetti wine-bar spuntati come funghi un po’ in tutto il centro storico,
popolati soprattutto nella movida cittadina del fine settimana”.
Ricorda Gino Brosio: “Nella vecchia piola non si poteva servire il vino nei calici; si beveva in
semplici bicchieri che dovevano essere riempiti fino al’orlo che quasi colavano. Guai a non
farli traboccare, ti davano subito del taccagno!”
Domando a Reda quando è finita l’epoca della vecchia piola.
“Forse è finita perché aveva fatto il suo tempo o forse è finita con lo scandalo del metanolo,
il vino adulterato di metà anni ’80. Mi viene da pensare che ciò che scrisse Burton
Anderson, giornalista americano, uno dei primi a raccontare il potenziale qualitativo del
vigneto Italia, non si discosti dal vero. Secondo Anderson “lo scandalo del metanolo è la
cosa migliore mai successa al vino italiano”. Per dire che solo una tragedia figlia di
ingordigia e irresponsabilità invitò per davvero l’Italia del vino a riflettere. La qualità ha un
costo, chiede dignità e rispetto senza sconti”.
È giusto dire che oggi si beve vino solo per bere mentre un tempo lo si considerava anche
un alimento?
Il vino ha un alto valore proteico” spiega Reda. “Quante volte, anni fa, vedevamo muratori e
operai durante la pausa del pranzo, aprire il sacchetto col panino e tirare fuori
l’immancabile fiaschetta di vino...”
Gino Brosio annuisce con la testa. Il suo passato è nel vino e anche il suo presente. Anche
se la continuità dell’enoteca è assicurata da Antonella, che ha cominciato con lui come
commessa nel 1985, quando a suo padre è venuto l’ictus, ancora oggi non può fare a meno
di scendere nel locale. E alla domenica gli piace assaggiare il vino degli altri (“costa il
doppio che da me”, osserva) e degustarlo da vero intenditore nelle manifestazioni di
settore, come Vinum ad Alba e la Douja d’Or ad Asti.
“Non potrei immaginare una vita diversa, senza vino. Fin quando la salute me lo consente,
continuerò a occuparmi della mia piola..”
Sì, dice proprio piola. Anche se non si usa più quel termine. E anche se i tempi sono
cambiati e la cosiddetta globalizzazione ha imposto altri riti (come l’apericena).
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Gino Brosio e la sua piola