Filiera delle carni Rapporto 2004 OESAAS Osservatorio sull’Economia del Sistema AgroAlimentare della Sicilia R EG IO N E S I C IL IA N A ASSESSORATO AGRICOLTURA E FORESTE CORERA S CONSORZIO REGIONALE PER LA RICERCA APPLICATA E LA SPERIMENTAZIONE Filiera delle carni Rapporto 2004 OESAAS Osservatorio sull’Economia del Sistema AgroAlimentare della Sicilia Responsabile della Ricerca e Responsabile Scientifico Antonino Bacarella Coordinamento Tecnico Pietro Columba Redazione Lorella Di Giovanni Si ringrazia per la gentile collaborazione: • il dott. Riccardo Abbate della sede Istat di Palermo • l’Associazione Italiana Allevatori (AIA) • l’Associazione Regionale Allevatori Sicilia (ARAS), nella persona del dott. Andrea Truscelli, Responsabile Area Tecnico – Scientifica • il dott. Marco Ballin dell’Istituto Nazionale di Statistica • la dott.ssa Anna Gullotto, il dott. Pietro Miosi, il dott. Salvatore Piazza, il dott. Salvatore Ricupati e la dott.ssa Antonietta Roccheri, funzionari dell’Assessorato all’Agricoltura ed alle Foreste • il dott. Antonino Virga, Dirigente dell’Assessorato Regionale alla Sanità Ispettorato Regionale Veterinario in copertina Giovanni Segantini, La mucca all’abbeveratoio, 1887 - olio su tela Indice Introduzione 9 1. La consistenza del bestiame e le strutture aziendali 11 1.1 1.2 1.3 1.4 1.5 Premessa L’allevamento bovino L’allevamento ovino e caprino L’allevamento suino Gli allevamenti minori La zootecnia biologica 13 14 16 20 29 32 2. Le m a c e l la z io n i e l a tr a s f o r m a z io n e d e l le c a rn i 35 2.1 Le macellazioni e la produzione di carne delle varie specie Industria di trasformazione delle carni rosse (bovini, suini, ovicaprini ed equini) Le caratteristiche del settore industriale delle carni 2.2 2.3 3. 3.1 3.2 37 40 43 La distribuzione dei prodotti carnei e gli acquisti domestici 57 La distribuzione Gli acquisti domestici di carne 59 62 Commercio estero 65 Premessa Importazioni di bovini vivi e carni bovine fresche o refrigerate Importazioni di suidi vivi e carni di suidi congelate, fresche e refrigerate Importazioni di carni ovi-caprine fresche, refrigerate e congelate 67 5. Programmazione regionale e filiera delle carni 83 5.1 Le linee di intervento 85 6. L a n o r m a t iv a d i s e t t o r e 103 6.1 6.2 6.3 6.4 OCM carni bovine La riforma della Pac e la nuova OCM carni bovine La posizione dell’Italia OCM carni suine e OCM pollame 105 113 118 120 Conclusioni 123 4. 4.1 4.2 4.3 68 69 70 Bibliografia 127 Pubblicazioni 129 Riviste specializzate 131 Siti web consultati 131 Appendice statistica 133 Indici delle tavole e dei grafici 151 Indice delle tavole nel testo 152 Indice dei grafici nel testo 157 Indice delle tavole in appendice 158 Introduzione La zootecnia da carne, in Sicilia, costituisce un valido contributo alla formazione del reddito agricolo, assumendo nel contempo una valenza estremamente importante anche sotto il profilo dei delicati equilibri ambientali e sociali. In Sicilia nel 2004, secondo i dati Istat, la zootecnia da carne incide per l’8% sul totale della Produzione a Prezzi di Base agricola e zootecnica regionale. Nel corso degli ultimi anni (2000 – 2004), inoltre, il settore carni ha rappresentato il 62% circa della PPB sviluppata da tutte le attività zootecniche (prodotti zootecnici alimentari: carni, latte uova e miele e prodotti zootecnici non alimentari). Il comparto bovino, con un valore della PPB di circa 200 milioni di Euro, incide per il 63% sulla Produzione a Prezzi di Base dell’intero comparto delle carni. I settori delle carni suine e di quelle di pollame contribuiscono alla PPB del comparto rispettivamente per il 7% e per il 13%. La zootecnia da carne si svolge prevalentemente nelle aree interne svantaggiate e di montagna; si tratta di frequente di allevamenti tradizionali di tipo estensivo o semiestensivo; le aziende, di ridotte dimensioni, sono lontane dal mercato e carenti in termini produttivi nonché strutturali (con strutture e condizioni igienico-sanitarie talvolta inadeguate) ed organizzativi. Il sistema di macellazione regionale si basa prevalentemente sui macelli pubblici che risultano insufficienti dal punto di vista dimensionale e scarsamente efficienti, sebbene nell’ultimo decennio si assista ad una consistente riduzione del numero dei macelli pubblici e del loro peso ope9 Introduzione rativo, e ad uno sviluppo - anche se molto contenuto rispetto alle regioni del nord Italia - dell’attività dei macelli privati. Questi infatti, rispetto ai primi, offrono migliori garanzie sotto il profilo degli standard qualitativi ed igienico – sanitari. Il mercato di sbocco della produzione delle carni siciliane è rappresentato dalle macellerie locali. L’offerta risulta estremamente frammentata e la mancanza di strutture di centralizzazione dell’offerta crea le condizioni per il proliferare di molte figure intermedie che si occupano di acquistare il prodotto direttamente alla stalla - riuscendo così a spuntare dagli allevatori prezzi molto vantaggiosi - e di farlo pervenire fino ai punti vendita. Il comparto sconta dunque i limiti dell’arretratezza delle tecniche di allevamento e delle strutture di trasformazione e commercializzazione che le politiche di intervento nazionali e regionali non sono riuscite a far superare. Inoltre, fattori quali la crisi-Bse e l’affermarsi di una normativa igienico – sanitaria piuttosto rigida, che ha interessato i capi di bestiame (BSE, piani di eradicazione della tubercolosi bovina e della brucellosi ovicaprina), i ricoveri per gli animali e gli impianti di macellazione e di trasformazione delle carni, hanno gravato ulteriormente sui precari equilibri del sistema. Sia nel Programma Operativo Regionale che nel Piano di Sviluppo Rurale, si prevedono interventi volti ad incrementare la competitività delle aree rurali dell’Isola attraverso il miglioramento delle strutture aziendali e delle condizioni di trasformazione e di commercializzazione dei prodotti agricoli. Sono inoltre contemplate misure a favore della tutela dell’ambiente naturale, del miglioramento delle condizioni di igiene e di benessere degli animali e della valorizzazione delle specie animali in pericolo di estinzione e dei prodotti agroalimentari tipici e di qualità. 10 1. La consistenza del bestiame e le strutture aziendali La consistenza del bestiame e le strutture aziendali Premessa La zootecnia siciliana conserva ancora in larga parte caratteristiche strutturali, tecniche ed organizzative tradizionali e superate; inoltre si colloca nelle zone interne e svantaggiate, dove la condizione di marginalità determina una scarsa integrazione dell’attività zootecnica con il mercato. Inoltre, gli orientamenti della politica agricola comunitaria, nazionale e regionale non sono ancora riusciti a ridurre il “gap” esistente tra la zootecnia isolana e quella degli ambienti continentali del settentrione italiano e del centro Europa. Dall’esame dei dati relativi agli ultimi 13 anni (dal 1990 al 2003) però si evince che è in corso un processo di ristrutturazione del comparto con la riduzione del numero di aziende, a carico soprattutto di quelle più piccole, e con un modesto aumento delle dimensioni aziendali. Le aziende zootecniche siciliane infatti, ed in particolare i piccoli allevatori, gravate dalle crisi congiunturali (BSE, regime delle quote latte, malattie e siccità) e dall’affermarsi di una normativa igienico-sanitaria piuttosto rigida, sono state sottoposte, negli ultimi anni, ad un processo di disgregazione (falcidia del patrimonio in bestiame) e di espulsione, con ripercussioni sui fenomeni di esodo agricolo e rurale dalle zone montane e collinari. Lo studio della struttura zootecnica siciliana e delle sue tendenze evolutive è stato realizzato confrontando i dati relativi agli ultimi due censimenti generali dell’agricoltura (1990 e 2000). E’ bene precisare, inoltre, che per gli allevamenti bovini, ovicaprini e bufalini il confronto fra i dati censuari, qui di seguito riportato, rappresenta una sintesi di quanto ampiamente trattato nella pubblicazione relativa alla “Filiera lattiero-casearia Rapporto 2003” (CORERAS, 2003), alla quale si rimanda per eventuali approfondimenti. I dati più recenti sulle consistenze zootecniche e sugli allevamenti si riferiscono alla rilevazione sulla struttura e le produzioni delle aziende agricole condotta dall’Istat nel 2003. Questi ultimi però non sono confrontabili con quelli relativi al censimento del 2000, in quanto, il campo di osservazione non coincide; pertanto, le variazioni percentuali calcolate tra il 2000 ed il 2003, in alcuni casi, potrebbero risultare inesatte. 13 La consistenza del bestiame e le strutture aziendali 1. 1 - L’allevamento bovino In questo paragrafo vengono considerati gli allevamenti nel loro complesso: le statistiche sulla zootecnia bovina, fornite dall’Istat, infatti non permettono di identificare gli allevamenti da carne; quelli da latte, invece, sono definiti dalle vacche produttrici di latte, che tra l’altro producono, sia pur come prodotto secondario, anche carne bovina. L’analisi strutturale ed evolutiva dell’intero comparto bovino risulta comunque rappresentativa dal momento che in Sicilia la maggior parte degli allevamenti è di tipo misto, secondo il classico schema vacca - vitello. La consistenza del bestiame bovino, nei dieci anni compresi fra le due rilevazioni censuarie, appare ridotta del 34%. Il numero dei bovini, infatti, è passato da 466 mila capi del 1990 a circa 308 mila capi del 2000. Nello stesso periodo di riferimento, oltre 7 mila aziende zootecniche hanno cessato l’attività (-44%); inoltre, si registra un aumento del numero medio di capi allevati per azienda di 5,2 unità (Tav. 1.1a). In Sicilia, la contrazione della zootecnia è proseguita anche negli anni successivi alla rilevazione censuaria del 2000: infatti, nel 2003, si contano 1.237 allevamenti bovini in meno rispetto al 2000, mentre il numero di capi rilevati e rimasto pressoché invariato. Inoltre, il numero medio di capi presenti in azienda è passato da 34 unità della rilevazione censuaria (anno 2000) a 38,8 unità del 2003 (Tav.1.1b). Questa situazione è il risultato di un processo di ristrutturazione che ha portato da una lato, all’abbandono dell’attività zootecnica da parte di molti piccoli allevatori e dall’altro, ad una crescita della dimensioni degli allevamenti meglio organizzati sia relativamente al numero di capi detenuti sia in termini di superficie aziendale complessiva. Nel 2003 il 71% delle aziende zootecniche presenta un carico di bestiame compreso fra i 10 ed i 99 capi. In questi allevamenti si distribuisce il 64% del patrimonio bovino regionale, mentre un terzo della mandria ricade nella classe di capi da 100 a 499 unità e si concentra nell’8,3% delle aziende. Per quanto riguarda l’ampiezza della base aziendale in termini di superficie totale, il 78% degli allevamenti si ripartisce più o meno equamente nelle classi da 5 fino a 100 ettari, ed in essi vengono allevati 219.300 capi, pari al 72% del totale. 14 La consistenza del bestiame e le strutture aziendali L’allevamento bovino in Sicilia è distribuito su tutto il territorio, anche se si evidenziano province di più intensa concentrazione quali quelle di Ragusa, Messina, Enna e Palermo. La zootecnia di tipo semiestensivo ed estensivo (indirizzo produttivo di tipo misto, secondo lo schema vacca-vitello) si svolge prevalentemente nelle zone di collina e montagna. Nelle aree di pianura, invece, si trovano i sistemi zootecnici intensivi (aziende zootecniche specializzate nella produzione di latte). Le carni prodotte vengono destinate prevalentemente al mercato locale per il consumo fresco e talora alla trasformazione industriale. 15 La consistenza del bestiame e le strutture aziendali 1. 2 - L’allevamento ovino e caprino Il comparto ovi-caprino, negli ultimi anni, ha subito un forte depauperamento del numero dei capi allevati e delle aziende. Le cause sono da attribuire, in gran parte, al diffondersi delle malattie, quali blue tongue e brucellosi, alle rigide norme igienico-sanitarie vigenti ed agli eventi atmosferici più recenti (siccità). Tra il 1990 ed il 2000, la consistenza del patrimonio ovi-caprino si è ridotta del 44,3%, mentre il numero di aziende è passato da 18 mila a circa 9 mila unità (-51%). Nello stesso periodo di riferimento si segnala, inoltre, una crescita dimensionale degli allevamenti in termini di numero medio di capi allevati: di 3,3 unità per gli allevamenti ovini e di 17,4 unità per quelli caprini (Tav. 1. 2a). La rilevazione realizzata dall’Istat nel 2003 indica un’ulteriore riduzione degli ovi-caprini sia in termini di capi che di numero di aziende. Nello specifico, nel 2003 si contano rispettivamente 52.798 ovini e 33.881 caprini in meno rispetto alle consistenze censite nel 2000. Per quanto riguarda invece gli allevamenti, tra il 2000 ed il 2003 il 16 La consistenza del bestiame e le strutture aziendali comparto ovino si è ridotto del 7,4%, mentre quello caprino ha perso circa 130 allevamenti (Var. % 2003-’00: -5%). Il numero medio di capi allevati per azienda è rimasto invariato nel caso degli ovini e si è ridotto di 11 punti percentuali per i caprini. L’ovinicoltura siciliana, il cui indirizzo produttivo prevalente è quello misto rivolto alla produzione di latte e carne, è varia e composita, si passa infatti dagli allevamenti stanziali, provvisti di snelle e idonee strutture per il ricovero degli animali, soddisfacenti condizioni igienico sanitarie dei capi e alimentazione razionale, a quelli basati su un sistema pastorale arcaico: allevamento brado e transumante, assenza di strutture, alimentazione inadeguata e insoddisfacenti condizioni igienico-sanitarie dei capi allevati. L’allevamento ovino si presenta alquanto polverizzato: nel 2003, ben il 66% delle aziende presenta un carico di bestiame inferiore a 100 capi, in questi allevamenti è presente il 15% della mandria ovina siciliana (Tav. 1.2b). La quasi totalità degli ovini (83%), infatti, si concentra nelle aziende ricadenti nelle classi di capi da 100 a 499 (1.808) e da 500 a 999 (213). Per quanto riguarda la distribuzione degli allevamenti in funzione dell’ampiezza della base aziendale, circa il 60% delle aziende che allevano ovini ha una base aziendale che non supera i 20 ettari; in questi allevamenti si concentra circa la metà (44%) dei capi presenti in Sicilia (Tav. 1.2b). Gli allevamenti sono distribuiti su tutto il territorio regionale, con una maggiore prevalenza nelle aree collinari e di montagna delle province di Palermo, Messina ed Enna. 17 La consistenza del bestiame e le strutture aziendali Le razze più rappresentate sono la Pinzirita, la Comisana, la Valle del Belice e la Barbaresca. I prodotti dell’allevamento (latte, carne e formaggi) vengono veicolati prevalentemente verso il mercato locale e/o comprensoriale. 18 La consistenza del bestiame e le strutture aziendali L’allevamento caprino, pur essendo spesso associato, per tradizione, a quello ovino, presenta i suoi caratteri distintivi. Gli allevamenti caprini sono dislocati principalmente nelle zone di montagna (Nebrodi e Madonie). Il tipo di allevamento più diffuso è quello nomade su terreni in affitto o, addirittura, occasionali. Le razze e le popolazioni più rappresentate sono la Maltese e la Derivata di Siria. Ancora presenti, anche se in numero ridotto, sono le razze Girgentana e Argentata Etnea; importanza riveste inoltre, per le aree montane dei Nebrodi dove è maggiormente diffuso, il tipo genetico noto come Capra dei Nebrodi. Nel 2003 più della metà (60%) delle aziende che allevano caprini presenta una base aziendale che non supera i 20 ettari ed in essa ricade il 26% dei capi allevati in Sicilia (Tav.1.2c). Nei 733 allevamenti che ricadono nelle ultime tre classi di superficie totale (da 30 a 100 ettari ed oltre) si concentra il 65% della consistenza caprina complessiva. 19 La consistenza del bestiame e le strutture aziendali 1. 3 - L’allevamento suino. La suinicoltura regionale, rilevata nel 2000 dal Censimento generale dell’agricoltura (Istat), risulta costituita da circa 2,5 mila aziende e 42 mila capi. Nell’ultimo decennio (1990 – 2000) essa ha manifestato una evidente situazione di crisi, il settore infatti ha subito una forte riduzione sia delle consistenze (-58,4%) sia del numero di allevamenti (-57,4%) – (Tav. 1. 3). Le aziende suinicole sono presenti in numero consistente nelle province di Messina (47,8%), Enna (19,9%) e Ragusa (14,2%) dove viene allevato rispettivamente il 20, l’11 ed il 30% del patrimonio suino della Sicilia. I numerosi allevamenti suini dislocati nelle province di Messina e di Enna sono di piccole dimensioni, come testimonia il basso numero di capi allevati per azienda (circa 10); in queste aree infatti, l’allevamento suino costituisce, nella maggior parte dei casi, un’attività integrativa all’azienda agraria. Nella provincia di Trapani sono invece presenti le porcilaie di maggiori dimensioni dove si contano circa 170 capi per azienda. La quasi totalità (97%) delle aziende con suini è a conduzione diretta del coltivatore, la forma di conduzione con salariati interessa soltanto il 2% delle aziende (Tav. 1.4). L’allevamento suino in Sicilia, si svolge prevalentemente nelle zone collinari e di montagna dove si concentra il 98,3% delle aziende ed il 96,3% dei capi allevati. La suinicoltura si presenta alquanto polverizzata; gli allevamenti con un carico di bestiame che non supera i 10 capi rappresentano infatti il 78,5% del totale, sono circa 400, pari al 20%, le aziende che ricadono nelle classi di capi comprese fra 10 e 49 capi. Relativamente alla distribuzione dei capi per classi di capi, si osserva che il 45% del patrimonio suino si concentra nelle classi di ampiezza da 20 a 499 unità e ben il 32% ricade nella classe con 1000 capi ed oltre (Tav. 1.5) Per quanto riguarda la distribuzione degli allevamenti in funzione dell’ampiezza della base aziendale (Tav. 1.6a): il 30% circa delle aziende appartiene alle classi di ampiezza comprese fra meno di un ettaro e 2 ettari, ed in esse ricade il 16,3% dei capi suini, ben il 50% degli animali invece, viene allevato nelle aziende con superficie compresa fra 5 e 30 ettari, che rappresentano il 34% delle aziende nel complesso. Altro aspetto strutturale di notevole importanza riguarda la limitata incidenza di aziende con scrofe (25%) sul totale delle aziende con suini, 20 La consistenza del bestiame e le strutture aziendali fatto, questo, che evidenzia la diffusione di allevamenti cosiddetti “a ciclo aperto”, nei quali si effettua la sola fase di ingrasso di suinetti acquistati da altri allevamenti (Tav. 1.7). I dati Istat relativi alla rilevazione del 2003 indicano 1.595 allevamenti suini, circa il 34% in meno rispetto al dato censuario, la mandria invece è passata da 41.649 capi allevati nel 2000 a 49.014 capi rilevati nel 2003 (Var.% ‘03/’00: +17%); di conseguenza il numero medio di capi detenuti per azienda è passato rispettivamente da 17,2 a 30,7 unità (Tav. 1.6b). Nel 2003 gli allevamenti con un carico di bestiame non superiore a 10 capi rappresentano il 69% del totale regionale; in queste aziende viene allevato soltanto il 6% della mandria, mentre, ben il 64% del patrimonio suino siciliano si concentra in 267 allevamenti ricadenti nelle classi di capi da 20 a 49 unità e da 1000 ed oltre. Relativamente alla ripartizione degli allevamenti in funzione dell’ampiezza della base aziendale, sempre nel 2003, il 66% degli allevamenti ricade nelle classi di superficie totale da 3 a 5 (40%), da 30 a 50 (13%) e da 50 a 100 ettari(13%). Queste aziende raggruppano il 20% circa del totale suini. La distribuzione della mandria suina per classi di capi indica che la gran parte dei capi (69%) ricade nelle classi di ampiezza comprese fra 5 e 30 ettari. 21 La consistenza del bestiame e le strutture aziendali 22 La consistenza del bestiame e le strutture aziendali 23 La consistenza del bestiame e le strutture aziendali 24 La consistenza del bestiame e le strutture aziendali 25 La consistenza del bestiame e le strutture aziendali 26 La consistenza del bestiame e le strutture aziendali Una descrizione a parte merita l’allevamento del “Suino Nero dei Nebrodi o delle Madonie”1 per il quale, il 13 ottobre ‘97, è stato richiesto alla Commissione Europea, per il tramite del Mi.P.A.F, l’inserimento nell’inventario delle razze minacciate di estinzione. Il “suino Nero” (ceppo autoctono) viene allevato allo stato brado o semi-brado prevalentemente nelle zone montane della provincia di Messina, con piccole presenze anche nelle province di Catania e Palermo (Nebrodi – Madonie e Peloritani). I soggetti di questo ceppo indigeno sempre meno numerosi allo stato di purezza, in quanto sottoposti a ripetuti incroci con razze bianche - vivono nelle zone boschive impervie, nutrendosi talora di alimenti di fortuna e sfruttando le loro tipiche caratteristiche di elevata rusticità e resistenza alle malattie. Si stima che la suinicoltura dei Nebrodi interessa circa 30.000 ettari di bosco e centinaia di aziende che fanno dell’allevamento suino la loro attività principale o integrativa; in questo caso si tratta generalmente di aziende armentizie. L’allevamento del “suino nero” viene praticato prevalentemente da allevatori affittuari di boschi, i quali, nel periodo di utilizzo della carne procedono alla cattura dei soggetti da macellare con l’ausilio di cani ammaestrati e cappi. Questo tipo di allevamento provoca, talora, sensibili danni alle aree coltivate, al pascolo utilizzato da altre specie di animali ed a volte pregiudica lo stesso rinnovamento del bosco. Una seconda modalità di allevamento prevede che i branchi di suini seguano gli armenti aziendali nella transumanza. In questo caso, nei mesi invernali gli animali seguono le greggi e vengono alimentati con granaglie e sottoprodotti caseari e nel periodo da aprile a luglio pascolano nei 1 Tratto da “Indagine preliminare sul Suino Nero e sulla produzione degli insaccati nei Nebrodi” Regione Siciliana Assessorato Agricoltura e Foreste – Servizio Assistenza Tecnica e Divulgazione agricola - Sezioni Operative: Brolo (N.5); Castell’Umberto (N.7); S. Agata di Militello (N. 8); Caronia (N.10); Mistretta (N.11) – Anno 1991. 27 La consistenza del bestiame e le strutture aziendali boschi, mentre nei mesi di agosto e settembre, i suini vengono riuniti in prossimità dei ricoveri aziendali e ricevono integrazioni alimentari a base di granaglie e cruscame. Nel periodo ottobre-novembre, quando le specie arboree maggiormente diffuse nei boschi fruttificano, gli animali vengono nuovamente immessi e lasciati liberi nel sottobosco. Poco prima della macellazione vengono condotti al centro aziendale dove si provvede ad un eventuale periodo di ingrasso; alcuni capi vengono destinati all’autoconsumo mentre la restante parte viene venduta in loco per essere utilizzata allo stato fresco o per la preparazione di insaccati. Le ridotte dimensioni aziendali, che incidono negativamente sul livello dei costi d’allevamento, la carente organizzazione produttiva e commerciale e la forte dipendenza dal mercato per la fornitura dei mangimi, contribuiscono a determinare nel comparto uno stato diffuso di precarietà. I prodotti specifici derivati dal “suino nero” e dalla zona tradizionale di allevamento sono le carni per uso fresco, caratterizzate da spiccate doti di qualità e genuinità, il salame e le pancette caserecce tradizionali. In particolare, la produzione del salame “Sant’Angelo” di Brolo, ha assunto nel tempo una spiccata tipicità. Nella vallata omonima e nelle zone limitrofe, infatti, la particolare morfologia dei versanti e dei rilievi determina condizioni di temperatura, umidità e ventosità estremamente favorevoli alla stagionatura degli insaccati. Il salame “Sant’Angelo” può essere definito un insaccato stagionato con involucro esterno naturale ed a contenuto unigrana in quanto contiene esclusivamente carne suina; a differenza di altri salumi preparati con i sottoprodotti delle produzioni pregiate (prosciutto, pancetta, coppa, etc.), viene prodotto utilizzando le masse muscolari migliori del suino, che sono coscia, lombata, costata e pancetta, mentre vengono scartati il guanciale, il collo, gli arti e tutto il lardo. I locali utilizzati per la preparazione e la stagionatura sono costituiti da magazzini di vecchie abitazioni; essi comprendono la sala di lavorazione fornita di cella frigorifera, il bancone per la preparazione dei tagli, apposite macchine ed attrezzature per il taglio della carne, la “consa” e l’insaccamento, nonché la sala di stagionatura provvista di apposite aperture e strumenti per regolare la temperatura e l’umidità e di telai in legno ove viene appeso il salame ad asciugare. La durata della stagionatura varia in base all’andamento climatico ed al tipo di budello utilizzato; in genere è di 20 - 25 giorni per il budello 28 La consistenza del bestiame e le strutture aziendali bovino; 30 - 40 giorni per quello suino; 90 - 100 giorni per il cosiddetto budello “clarino”, ottenuto dall’ampolla rettale o budello gentile del suino. Attualmente la produzione del salame “Sant’Angelo” interessa alcune decine di “macellai insaccatori”, i quali, a causa della poca disponibilità di materia prima locale, sono costretti a ricorrere all’importazione, dalle aree suinicole italiane ed estere, di suini vivi o di carcasse, le cui carni risultano poco idonee ad essere salumificate. A questo si aggiunge la diffusa abitudine di immettere sul mercato, per motivi tecnici ed economici, salame in fase di stagionatura, rinunciando all’azione esplicata dal micro-ambiente. Questi fattori, unitamente alla carente organizzazione produttiva e commerciale, condizionano fortemente la diffusione del salame “Sant’Angelo”. La sua commercializzazione, infatti, si limita alle città di Messina e Catania ed ai medi e piccoli centri delle due province, e la concorrenza tra i produttori tende a deprimere i prezzi di vendita. Il Piano di Sviluppo Rurale della Regione Siciliana prevede interventi volti alla valorizzazione delle specie animali in pericolo di estinzione (tra le quali viene menzionato anche il suino nero) e dei prodotti agroalimentari tipici e di qualità e può contribuire al rafforzamento di questo interessante comparto. 1. 4 - Gl i all evam enti min ori In Sicilia, nel 2000, si contano 6.771 aziende avicole con 1,7 milioni di unità allevate. Tra il 1990 ed il 2000 si è osservata una riduzione abbastanza spinta sia in termini di capi (-40,2%) che di aziende (-40%), il numero medio di capi allevati per azienda invece, si è mantenuto relativamente stabile, segnando una flessione trascurabile (-0,9). Si tratta, in generale, di allevamenti di piccole dimensioni, non specializzati, i quali rappresentano, per lo più, un’attività integrativa all’azienda agraria o zootecnica. Soltanto nelle province di Ragusa e Catania sono presenti le aziende più consistenti, con un numero medio di capi allevati intorno alle 1.400 unità per allevamento (Tav. 1. 8). Il ruolo marginale di questo comparto zootecnico viene oltremodo confermato anche a livello nazionale: la Sicilia infatti partecipa al patrimonio avicolo nazionale con una quota pari appena allo 0,9%. Il 61% della 29 La consistenza del bestiame e le strutture aziendali consistenza avicola italiana si concentra invece in Lombardia, in Veneto ed in Emilia Romagna. A livello nazionale il comparto è, di fatto, dominato dai grandi marchi: il 95% del pollo italiano è sotto il controllo di 12 aziende e il 97% del mercato del tacchino è coperto da sei aziende. A caratterizzare il sistema produttivo di queste aziende è la <<filiera integrata>>: ciascuna azienda ha allevamenti di proprietà o è legata agli allevatori tramite contratti, produce i mangimi, controlla la produzione in tutte le sue fasi, dal pulcino fino alla macellazione, al confezionamento e alla distribuzione. La Sicilia, con 1.588 allevamenti cunicoli e 100.929 capi, non è attualmente in grado di coprire l’intero fabbisogno regionale di carne cunicola, che quindi viene importata dall’estero e dalle regioni del centronord Italia come le Marche, il Veneto ed il Piemonte dove si concentra il 48% della consistenza cunicola nazionale. Le strutture aziendali più grandi (864 capi per allevamento) sono ubicate nella provincia di Siracusa dove si contano 55 aziende, nelle quali si concentra circa la metà (47%) del patrimonio cunicolo regionale. Quanto agli eq ui n i, emerge un forte calo della consistenza dei capi (-36,1%) che da circa 13 mila unità del 1990 sono passati a 8 mila esemplari; anche il numero delle aziende si è ridotto in modo consistente (- 55,1%). Tale trend negativo si riallaccia alla situazione di difficoltà che da lungo tempo ha investito l’allevamento di questa specie. Per quanto riguarda l’allevamento bufalino, l’ultimo censimento indica una consistenza esigua, ma rettifica in aumento il numero dei capi allevati tra il 1990 ed il 2000. L’allevamento di questa specie in Sicilia, è orientato prevalentemente alla produzione di latte per la preparazione delle mozzarelle, la produzione di carne, ad oggi, risulta modesta. Nel 2003, l’Istat ha rilevato 1.255 allevamenti avicoli e 3 milioni circa di unità allevate, 172 aziende cunicole e 64.220 unità allevate, 2.633 aziende zootecniche che allevano complessivamente 9.468 equini e 22 allevamenti bufalini con 190 capi (Tav. 1.9 a-b). 30 La consistenza del bestiame e le strutture aziendali 1. 5 - La zootecnia biologica La zootecnia biologica, disciplinata dal Reg. CE n. 1084/99, si prefigge diversi obiettivi, quali applicare tecniche e sistemi rispettosi della natura e dei suoi cicli biologici, allevare animali con adeguate condizioni di vita in modo da valorizzare gli aspetti etologici, recuperare la biodiversità, preservando il territorio e i suoi aspetti paesaggistici, e si propone inoltre di utilizzare nel miglior modo possibile le energie rinnovabili. In Italia, già nel 1999, anno in cui è iniziato lo sviluppo della zootecnia biologica, ammontavano ad oltre 500 le aziende zootecniche che aderivano al sistema di certificazione nazionale biologico. Il comparto zootecnico, sebbene copra ancora un ruolo defilato nel panorama delle produzioni biologiche, ha proseguito nella sua dinamica di crescita raggiungendo nel 2002 le 4.109 aziende certificate. Circa la loro distribuzione percentuale sul territorio nazionale: al Nord si trova il 22% delle aziende zootecniche biologiche, al Centro il 19%, al Sud il 4% e nelle Isole ben il 55%2. In particolare, in Sicilia ed in Sardegna, a livello di specializzazione aziendale, la zootecnia da carne incide per il 50% mentre le aziende da latte incidono per il 32% e quelle miste pesano per il restante 17% (Tav.1.10). Le informazioni più recenti sulla zootecnia biologica in Sicilia sono 2 32 Fonte: Bio Bank da Informatore Zootecnico n. 16 Anno L del 10 settembre 2003 pagg. 69-70 La consistenza del bestiame e le strutture aziendali contenute nell’indagine sul patrimonio zootecnico biologico della Sicilia, realizzata dal Servizio di Sviluppo Locale e Attività Agroambientale in collaborazione con gli organismi di controllo. Lo studio ha rilevato – al 31 dicembre 2001 – la presenza, sul territorio regionale, di 1.568 aziende zootecniche bio, con una superficie agricola utilizzata (SAU) di circa 75 mila ettari. Per quanto riguarda invece la statistica ufficiale, i dati dell’ultimo censimento generale dell’agricoltura non consentono di risalire al numero di aziende zootecniche biologiche per specie allevate, in questa sede pertanto analizzeremo esclusivamente i dati relativi alle consistenze. In Sicilia la zootecnia biologica conta circa 11 mila capi bovini, cioè il 3,5% della mandria bovina regionale nel suo complesso e 20 mila ovicaprini, pari al 2,4% del totale (Tav. 1.11-12). Relativamente agli allevamenti minori, gli avicunicoli allevati in biologico rappresentano una percentuale molto esigua (Tav.1.13), pari a circa lo 0,3% della consistenza avicunicola regionale complessiva, questa percentuale sale al 2,9% e al 2,8% rispettivamente per gli allevamenti suini ed equini. La consistenza della zootecnia biologica, di fatto è assai modesta, anche a causa del fatto che questa è stata compiutamente regolamentata solo da pochi anni (Reg. CE 1084/99 e DM 4/8/2000). Il potenziamento della zootecnia biologica da carne potrebbe contribuire alla valorizzazione delle razze autoctone e quindi anche all’affermazione della qualità delle carni italiane. Le caratteristiche di tipicità della razza allevata possono infatti trovare un moltiplicatore del valore aggiunto nella sicurezza del processo produttivo e nel ridotto impatto ambientale assicurato dai metodi di produzione biologica. 33 La consistenza del bestiame e le strutture aziendali 34 2. Le macellazioni e la trasformazione delle carni Le macellazioni e la trasformazione delle carni 2 . 1 - L e m a c e l l az i o n i e l a p r o d u z i o n e d i c a r n e d e l l e v a r ie s p e c ie In Sicilia l’attività di macellazione risulta modesta se si considera che nel 2002 sono stati macellati 175.303 bovini, 190.385 suini e 532.000 ovicaprini, pari rispettivamente a circa il 4%, l’1,4% ed il 7,6% dei capi complessivamente abbattuti in Italia per la produzione di carne dei diversi tipi. Per il settore della carne bovina, l’attività di macellazione in Sicilia è decisamente indirizzata verso i vitelloni ed i manzi (85%), seguiti dalle vacche (9,3%) e dai vitelli (4,8%) mentre, la categoria buoi e tori rappresenta solo lo 0,3% del totale. In Sicilia l’andamento delle macellazioni ha seguito le alterne vicende legate al caso “BSE”: tra il 1996 - anno in cui è stata individuata la malattia in Gran Bretagna - ed il 1999, l’attività di macellazione ha subito una contrazione del 30% (Graf. 2.1)3. Negli anni successivi si osserva una certa stabilità del dato con variazioni positive (2000-1999 e 2002-2001) e negative (2001-2000) intorno al 4-5%. La crisi BSE, iniziata nel 1996, coinvolge direttamente gli allevamenti Italiani nel 2001, pertanto, possibili segni di ripresa degli abbattimenti per il consumo umano si attendono a partire dal 2002 in coincidenza del rientro dell’allarme “mucca pazza”. L’andamento delle produzioni di carne bovina, ossia il peso morto (Graf.2.2), risulta perfettamente in linea con il trend delle macellazioni; pertanto, dopo il triennio (1996 – 1999) in cui la quantità di carne complessivamente prodotta si è ridotta del 44%, il 2000 invece, segna una variazione positiva del 7%, determinata appunto da un aumento del numero di capi macellati e da un lieve incremento del peso medio a capo, passato da 4,33 quintali del 1999 a 4,50 quintali del 2000, la resa media (alla macellazione) si è invece, leggermente abbassata. Nel 2001 la produzione di carne ritorna sui valori del 1999, l’anno successivo, invece, si registra una lieve variazione positiva (Var.% 2002-2001: + 3,7%). Relativamente alla carne suina: la scarsa attitudine della Sicilia alla produzione di salumi indirizza le macellazioni verso le categorie dei lattonzoli e dei magroni. Il peso medio per capo macellato – pari a 100 kg – risulta infatti inferiore alla media nazionale (145 chilogrammi) 4. Questa differenza è dovuta in gran parte all’influenza determinata 3 4 Ulteriori dettagli nella Tav. A. 1a in appendice Ulteriori dettagli nella Tav. A. 2a in appendice 37 Le macellazioni e la trasformazione delle carni Graf. 2.1 - Macellazione dei bovini in Sicilia dal 1996 al 2002 Graf. 2.2 - Carne bovina complessivamente prodotta (peso morto) in Sicilia 1996-2002 Fonte: ISTAT elaborazione CORERAS 38 Le macellazioni e la trasformazione delle carni dalle regioni settentrionali, la cui attività, maggiormente legata all’industria dei prosciutti, richiede animali di peso maggiore (grassi). Tra il 1996 ed il 2002 si riscontra una contrazione del numero di capi suini macellati: infatti, ad eccezione del 2000 - anno in cui si registra una variazione positiva (+6%) - dal 1999 in poi le macellazioni si sono attestate intorno ai 190 mila capi, circa il 16% in meno rispetto al 1996. Sempre nel periodo di riferimento (1996-2002), la produzione di carne suina - seguendo il trend delle macellazioni - ha segnato un calo dell’11%, contemporaneamente si è registrato un aumento del peso medio a capo (+6%), invece, la resa media alla macellazione si è mantenuta pressoché invariata (79,0%). In Sicilia l’attività di macellazione delle carni ovine e di quelle caprine si concentra tra novembre e aprile con punte massime in dicembre e in aprile, in coincidenza con le festività natalizie e pasquali ed è indirizzata rispettivamente verso la categoria degli agnelli (51% del totale ovini) seguita dalle pecore e montoni (35%) e dalla categoria dei capretti e caprettoni (77% del totale caprini)5. Relativamente all’entità delle macellazioni tra il 1996 ed il 1998 si rileva un aumento del numero di capi abbattuti del 12%. Il 1999 segna, invece, un’inversione di tendenza, che viene confermata anche negli anni successivi (Var.% 2002-1998: -24%). Tale riduzione è stata causata dalla forte diminuzione degli abbattimenti degli ovini (-27%), mentre il numero dei caprini è aumentato del 36%. Per gli ovini, la significativa diminuzione sia del numero di capi macellati sia del peso morto registrata tra il 1999 ed il 2000 sembra essere riconducibile alle malattie quali la blue tongue e la brucellosi, che, da alcuni anni, hanno determinato la contrazione del patrimonio ovino regionale. Anche in questo caso, la produzione complessiva di carne ovi-caprina (peso morto) ha seguito il trend delle macellazioni. Nell’ultimo anno analizzato (2002), sono stati prodotti 54.273 quintali di carne, il 13% in meno rispetto all’anno precedente. La variazione negativa è stata determinata da una riduzione del numero di capi macellati, il peso medio a capo e la resa media (alla macellazione), invece, sono rimasti pressoché invariati. 5 Ulteriori dettagli nella Tav. A. 3a in appendice 39 Le macellazioni e la trasformazione delle carni 2 . 2 - I n d u s tr i a d i tr a s f o r m a z i o n e d e ll e c a r n i r o s s e ( b o v i n i , s u in i, o v i c a prin i ed e quini) Nel corso dell’ultimo decennio, a livello nazionale, si è assistito ad un processo di ristrutturazione nel settore della macellazione, segnato, a fronte di una accentuata crescita dei volumi, da una notevole diminuzione del numero degli impianti di lavorazione delle carni che ha riguardato prevalentemente gli stabilimenti di ridotte dimensioni, con conseguente aumento della concentrazione dell’attività negli impianti più efficienti. Questo processo di ristrutturazione si è caratterizzato per investimenti finalizzati al miglioramento tecnologico, al contenimento dei costi di produzione, ma soprattutto al miglioramento ed al controllo della qualità del prodotto e delle condizioni igienico sanitarie, in accordo con quanto previsto in ambito nazionale e comunitario. Su tutto il territorio nazionale, una spinta importante al cambiamento del panorama industriale, si è avuta in seguito all’introduzione del decreto legislativo n. 286 del 1994 - volto al miglioramento igienico-sanitario degli impianti - che ha dato attuazione alle direttive comunitarie 91/497, 91/498 in materia di macellazione e di lavorazione delle carni rosse fresche6. L’applicazione di questo decreto ha imposto alle imprese di macellazione, il rispetto di elevati standard igienici, sia nelle strutture che nei processi produttivi, nonché l’effettuazione di regolari controlli, necessari all’utilizzo del bollo Ce con la conseguente possibilità di commercializzazione sull’intero territorio dell’Ue. Diversamente, agli impianti di capacità limitata7 è stata concessa la possibilità di operare sul solo territorio nazionale, commercializzando le carni con un differente bollo. 6 7 40 Secondo l’art. 2 del D.L.vo 286/94, per carni fresche si intende carni, comprese quelle confezionate sotto vuoto o in atmosfera modificata, che non hanno subito alcun trattamento diverso dal trattamento per mezzo del freddo destinato ad assicurarne la conservazione. Secondo il D. M. 23 nov. 1995 – modificazioni al D.L.vo n. 286/94, relativo alle condizione sanitarie per la produzione e immissione sul mercato di carni fresche – art. 1, gli impianti di macellazione a capacità limitata sono quelli non in possesso dei requisiti prescritti per ottenere il riconoscimento di cui all’art. 13 del D.L.vo 286/94 e possono macellare un massimo di 1.000 capi bovini equivalenti (UGB) all’anno o comunque non oltre i 20-40 UGB alla settimana - un UGB corrisponde ad un capo bovino adulto o a due vitelli o ad un solipede o a cinque suini o a dieci ovini o caprini o a venti agnelli, capretti o suinetti di peso vivo inferiore a quindici chilogrammi. I macelli con Bollo CE non presentano alcuna limitazione relativamente al numero di UGB a settimana e devono soddisfare le condizioni di cui all’allegato I, capitolo I e II del D.L.vo 286/94 e che sono riconosciuti a norma dell’art. 13 del medesimo decreto. Le macellazioni e la trasformazione delle carni Nonostante le numerose proroghe concesse per agevolare l’adeguamento alla normativa, le difficoltà di applicare tale disciplina in un universo produttivo molto frammentato, hanno contribuito alla chiusura di molti macelli. In Sicilia,, in particolare, nell’ultimo decennio si è verificata una consistente riduzione del numero dei macelli pubblici e del loro peso operativo. Le cause sono da attribuire in parte alle loro modeste dimensioni e alla scarsa capacità gestionale delle amministrazioni comunali ed in parte ad uno sviluppo - decisamente meno rilevante rispetto alle regioni del Nord Italia - dell’attività di macellazione privata, sia in impianti artigianali che di tipo industriale8. Pertanto, tra il 1990 ed il 2004, il numero degli impianti pubblici si è ridotto del 70% mentre gli impianti privati sono passati da 7 del 1990 a 22 del 2004. Inoltre, se si considera il volume (in numero di capi) di macellazione per tipo di mattatoio, nel 2004 l’attività dei mattatoi pubblici ha interessato il 22% dei capi bovini complessivamente macellati, quando nel 1990 questa percentuale era pari all’83% (Tav. 2.1-2.2a e b). La stessa tendenza si è registrata - anche se in misura diversa - sia nel comparto suino che in quello ovi-caprino. Di contro è aumentata l’attività dei macelli privati, ed in particolar modo quella degli impianti specializzati nella macellazione suina (Tav. 2.2a - b)9. 8 9 Il prevalere dei mattatoi pubblici rispetto a quelli privati resta, comunque, una caratteristica distintiva delle regioni del Sud Italia, dove si localizza il 60% degli stabilimenti pubblici di macellazione nazionali. Ulteriori dettagli nelle Tav. A. 1b, 2b, 3b, 4b in appendice. 41 Le macellazioni e la trasformazione delle carni 42 Le macellazioni e la trasformazione delle carni 2. 3 - Le caratteristiche del settore industriale delle carni. In Sicilia, il settore della trasformazione delle carni è soggetto a repentine variazioni del numero di impianti in dipendenza di vari fattori, quali: l’apertura di nuovi stabilimenti o la chiusura di quelli esistenti; le possibili sospensioni per carenze igienico-sanitarie e le eventuali fusioni o cambi di ragione sociale. Secondo i dati forniti dall’Assessorato alla Sanità della Regione Siciliana - servizio 2° IRV, ed aggiornati al 31 marzo 2005, in Sicilia si contano circa 100 macelli (carni rosse) autorizzati dalle autorità competenti (Ass. Sanità) ai sensi del D.L.vo 286/94. Dei 100 macelli autorizzati, circa l’82% è rappresentato da macelli di ridotte capacità, mentre gli impianti dotati di bollo CE sono soltanto 22. Il numero degli impianti di macellazione autorizzati però, risulta di gran lunga superiore al numero degli impianti realmente funzionanti (57 unità). Si nota inoltre, che i macelli non attivi, sono per la maggior parte di ridotte capacità e gestiti dalle amministrazioni comunali. Alla base di questo fenomeno si collocano le difficoltà incontrate dalle imprese di macellazione nel rispettare gli elevati standard igienici imposti dalla normativa vigente10, pur avendo ottenuto l’autorizzazione ai sensi del suddetto decreto. L’adeguamento alla normativa infatti, comporta dei costi non indifferenti per la gestione e la manutenzione periodica 10 Gli stabilimenti di macellazione sono soggetti a periodici controlli sanitari. 43 Le macellazioni e la trasformazione delle carni dei locali, delle attrezzature, ecc., che le amministrazioni comunali – nel caso dei macelli pubblici – talvolta non possono sostenere. Inoltre, gli impianti dotati del bollo CE, rispetto ai macelli a capacità limitata, richiedono una struttura organizzativa più complessa, difficilmente gestibile dalle amministrazioni pubbliche. Proprio per questo motivo, la maggior parte dei macelli CE risulta di proprietà privata e gli impianti pubblici, a loro volta, vengono dati in gestione ad imprese private. Dei 57 macelli operanti in Sicilia nel segmento delle carni rosse (bovini – suini – ovicaprini – equini), la gran parte è rappresentata da impianti a capacità limitata (n. 35 pari al 61%) mentre i macelli in possesso del bollo CE (22) rappresentano il 39% del totale (Tav. 2. 3a e b). Oltre la metà (59,5%) degli impianti di macellazione si concentra nelle province di Palermo (28%) e nelle province di Messina (16%) ed Agrigento (14%). Gli impianti in possesso del bollo CE sono 22, di questi 20 sono impianti privati e due soltanto sono pubblici (Tav. 2.3b). Inoltre i macelli CE assorbono circa l’80% della macellazione regionale, avendo appunto una capacità lavorativa illimitata (si veda nota 7). Circa la loro dislocazione si osserva un’elevata concentrazione di questa tipologia di impianti nelle province di Palermo, Messina, Catania e Ragusa. La parte più numerosa dei 35 macelli di ridotte capacità è rappresentata da stabilimenti pubblici (n. 29 pari all’83%), mentre il 17% (n.6) è costituito da stabilimenti privati; circa la loro dislocazione si distribuisco44 Le macellazioni e la trasformazione delle carni no soprattutto nelle zone rurali delle province di Palermo e Agrigento (54%) (Tav. 2.3b). Il livello di specializzazione rispetto al prodotto lavorato, infine, evidenzia una larga presenza di impianti di macellazione mista11 (n. 53 pari al 93%) ed un numero molto contenuto di stabilimenti per l’esclusivo abbattimento di suini (n. 4 pari al 7%). Di fatto, in Sicilia, non esistono stabilimenti specializzati nell’abbattimento esclusivo dei bovini. Tra il 2003 (15 gennaio) ed il 2005 (31 marzo) il numero complessivo degli impianti di macellazione è rimasto pressoché invariato, passando da 59 a 57 unità. Più interessanti risultano invece le dinamiche legate alla nata-mortalità delle imprese: nello stesso periodo di riferimento, infatti, hanno cessato l’attività 7 macelli di cui 6 gestiti dalle amministrazioni comunali e, nel contempo, 3 macelli pubblici sono diventati privati e 5 nuovi macelli - di cui 4 privati - sono entrati in attività. Questo quadro conferma quanto detto in merito alla tendenza allo spostamento dell’attività di macellazione dagli impianti pubblici a quelli privati e da quelli a capacità limitata a quelli dotati di bollo CE. L’attività di macellazione consiste nella trasformazione dell’animale vivo in carcasse, mezzene o quarti. Le attività del disosso, ulteriore taglio e porzionatura delle carni in tagli anatomici, rientrano invece nell’attività di sezionamento che può essere effettuato esclusivamente in impianti autorizzati ai sensi del D.L.vo 286/94. Nelle strutture tecnologicamente più avanzate, le due attività, di cui sopra, sono funzionalmente e strutturalmente collegate ed integrate. Nonostante l’importanza crescente del sezionamento, in termini di competitività, tale attività è praticata soltanto in 8 stabilimenti di macellazione (14%); di cui quattro sono dotati esclusivamente di impianti di sezionamento (carni rosse); gli altri invece si presentano strutturalmente più completi, affiancando all’attività di macellazione e sezionamento anche il laboratorio per “le carni macinate e preparazione di carni”12, e 11 Carni bovine, ovine, caprine, suine ed equine. 12 I laboratori per le “carni macinate e preparazione di carni” sono disciplinati dal D.P.R 309/98 recante norme di attuazione della direttiva 94/65/CE relativa ai requisiti applicabili all’immissione sul mercato di carni macinate e di preparazione di carni; secondo il suddetto D.P.R. per preparazione di carni si intendono carni con aggiunta di prodotti alimentari, condimenti, additivi od oggetto di trattamenti tali da modificarne le caratteristiche di carne fresca (rientrano tra queste le salsicce fresche), escluse: a) carni macinate destinate al consumatore finale ed ottenute in esercizi di vendita al minuto; b) carni, separate meccanicamente, destinate a prodotti a base di carne trattate termicamente; c) rifilatura carni fresche provenienti da laboratori di sezionamento destinate ad impiego "come materia prima per la produzione del trito di salumeria" da inserire in insaccati. Su etichette o documento di accompagnamento si riporta la dicitura "Carni destinate alla trasformazione". 45 Le macellazioni e la trasformazione delle carni talora anche il deposito frigorifero e lo stabilimento13 per la preparazione di prodotti a base di carne. (Tav. 2.4 a e b). Gli stabilimenti di cui sopra si trovano dislocati nelle province di Caltanissetta, Enna, Messina, Palermo, Ragusa e Trapani. In Sicilia si osserva una scarsa integrazione orizzontale tra le tipologie di impianti di trasformazione delle carni rosse: dai macelli, agli impianti di sezionamento, ai laboratori per la preparazione delle carni fresche e agli stabilimenti di lavorazione e confezionamento dei prodotti a base di carne. Si evidenzia invece, una maggiore integrazione fra l’attività di sezionamento ed i laboratori per la preparazione delle carni. In Sicilia sono presenti 71 impianti di sezionamento, la maggior parte dei quali (n. 57 pari all’80%) possiede il bollo CE14 e ben il 60% (n.43) risulta strutturalmente collegato al laboratorio per la preparazione delle carni e/o al deposito frigorifero (Tav. 2.4 a e b). In Sicilia si contano 63 depositi frigoriferi (D.L.vo 286/94), dove le carni rosse, provenienti dai macelli o dai laboratori di sezionamento, vengono sottoposte a refrigerazione. L’attività della maggior parte di essi consiste nell’acquisto di carne, proveniente sia dai macelli regionali che dal nord Italia e dai paesi dell’UE15 e la successiva vendita presso le macellerie e la grande distribuzione (vendita all’ingrosso). I depositi frigorifero annessi agli impianti di sezionamento e/o ai laboratori di preparazione delle carni e/o agli stabilimenti di lavorazione dei prodotti a base di carne rappresentano invece, il 31% (n. 20) del totale16. 13 Impianti per la preparazione di prodotti a base di carne sono autorizzati ai sensi del D.L.vo 537/92 che recepisce la direttiva 92/5/CEE relativa a problemi sanitari in materia di scambi intracomunitari di prodotti a base di carne. Secondo l’art. 2 del suddetto decreto, per prodotti a base di carne si intendono i prodotti di salumeria, di gastronomia a base di carne, paste alimentari farcite con ripieno di carne, piatti cotti e precotti a base di carne, ecc. 14 Secondo l’art.6 del D.L.vo 286/94, gli impianti di sezionamento a bollo CE devono soddisfare le condizioni di cui all’allegato I, capitoli I e III e che sono riconosciuti a norma dell’art. 13, i laboratori di sezionamento a capacità limitata sono quelli non in possesso dei requisiti prescritti per ottenere il riconoscimento di cui all’art. 13 del suddetto decreto; in essi possono essere sezionate carni in quantità non superiori alle tre tonnellate a settimana, le carni prodotte nei suddetti laboratori devono essere riservate alla vendita esclusivamente nel territorio nazionale. 15 I 57 macelli riescono a soddisfare circa la metà della richiesta di carne regionale, il resto arriva dal nord Italia, dalla Francia (animali vivi) e dalla Spagna (quarti e mezzene). 16 Sono circa 4 i depositi annessi agli stabilimenti per la lavorazione dei prodotti a base di carne, di cui si parlerà appresso. 46 Le macellazioni e la trasformazione delle carni Circa la loro dislocazione, il 65% (n. 41) si concentra nelle province di Catania, Palermo e Trapani. Nel primo trimestre del 2005 si contano 13 impianti di sezionamento in più rispetto alla data del 15 gennaio 2003, anche la percentuale degli stabilimenti strutturalmente collegati ad altre tipologie di impianti è cresciuta passando dal 40% circa del 2003 al 60% del 2005. Il numero dei depositi frigoriferi invece ha segnato una contrazione del 19%, nel contempo però è aumentata la percentuale dei depositi annessi ad altri impianti (nel 2003: 25%; nel 2005: 31%). Gli impianti di trasformazione delle carni avicole (Tav. 2.5 a e b) sono disciplinati dal D.L.vo 495/97, recante attuazione della direttiva comunitaria 92/116/CEE che modifica la direttiva 71/118/CEE, relativa a problemi sanitari in materia di produzione ed immissione sul mercato di carni fresche di volatile da cortile. Relativamente alle strutture di macellazione di carni avicole, sono attive sul territorio regionale soltanto 5 unità, di cui 3 nella provincia di Ragusa. Poco più della metà di esse – dotate di bollo CE - presenta l’impianto di sezionamento; sono soltanto due, infatti, gli stabilimenti privi sia di locali di sezionamento, sia di strutture frigorifere. Nell’attività di sezionamento (40 impianti), il numero maggiore di stabilimenti, pari a 30 unità, è rappresentato da quelli dotati di bollo CE. Il 37,5% (n. 15) di essi risulta strutturalmente collegato ad altre attività, quali la macellazione, la preparazione di carni, il riconfezionamento, e talora sono dotati anche di deposito frigorifero. Questi ultimi sono circa 19, di questi 7 sono collegati ad altre attività. Nel confronto fra i dati relativi al 2003 e quelli aggiornati al primo trimestre del 2005, si osserva che la situazione riguardante i macelli è rimasta invariata, tranne per l’apertura di un macello specializzato nel trattamento delle carni di volatile. Gli impianti di sezionamento invece, sono passati da 36 a 40 unità ed il numero di impianti connessi in modo strutturale ad altre attività ha segnato un incremento di circa 10 punti percentuali, raggiungendo - nel marzo del 2005 - il 37% del totale. Infine si contano 4 depositi frigoriferi in più rispetto al 2003. Nella macellazione e sezionamento delle carni di coniglio17 (Tav. 2.5 a e b) operano 3 macelli, di cui, uno soltanto, con attività di seziona17 Autorizzazione ai sensi del D.P.R. 559/92, regolamento di attuazione della direttiva comunitaria 91/495/CEE relativa ai problemi sanitari e di polizia in materia di produzione e commercializzazione di carni di coniglio e di selvaggina da allevamento. 47 Le macellazioni e la trasformazione delle carni mento annessa. Sono dislocati nei comuni di Modica (Rg), Noto (Sr) e nel comune di Alcamo (TP). La situazione osservata nel marzo del 2005 è rimasta uguale a quella del 2003. Infine, gli impianti di lavorazione di prodotti a base di carne (Tav. 2.6) - riconosciuti idonei ai sensi del D.L.vo 537/92 - presenti nel territorio regionale ammontano a 76 unità, di cui circa il 30% è rappresentato da stabilimenti di tipo industriale. Si tratta dunque, per la maggior parte (n. 53), di impianti di ridotte dimensioni di tipo artigianale ad organizzazione familiare, la cui produzione è orientata prevalentemente verso il mercato locale. In alcuni casi (18) gli stabilimenti di lavorazione di prodotti a base di carne sono dotati di deposito frigorifero e talora sono collegati ad altre attività, quali la macellazione e/o il sezionamento e/o il laboratorio per la preparazione delle carni (Tav. 2.4 a e b). Circa la loro dislocazione, il 70% degli impianti si localizza nelle province di Palermo (n.13) Catania (n.11), Messina (n.20) e Ragusa (n.10). Gli stabilimenti di lavorazione dei prodotti a base di carne, tra il 2002 ed il 2005 (primo trimestre), hanno segnato una crescita del 30%, passando da 58 a 76 unità: sono soprattutto gli impianti definiti non industriali a registrare gli incrementi più consistenti (+ 33%). La percentuale di integrazione con le altre tipologie di impianto risulta contenuta, mantenendosi sui valori registrati nel 2003 (24% del totale). 48 Le macellazioni e la trasformazione delle carni 49 Le macellazioni e la trasformazione delle carni 50 Le macellazioni e la trasformazione delle carni 1) Gli impianti di macellazione pubblici e privati sono autorizzati ai sensi del D. L.vo n. 286/94 e per il bollo Ce dalla Dir. 64/433/CEE art. 10. 2) Capacità di macellazione: 20 e 40 UGB indica che si tratta di macelli a capacità limitata dove è possibile macellare 20 o 40 Unità Bovino Equivalente a settimana, inoltre i macelli a capacità limitata possono commercializzare le carni sul solo territorio nazionale. I macelli con Bollo CE possono macellare un quantitativo di carne illimitato a settimana e possono commercializzare le carni in tutto il territorio dell’Unione Europea. 3) L’autorizzazione alla macellazione è legata al rilascio di un numero di riconoscimento seguito dall’indicazione della tipologia degli stabilimenti collegati al macello. M: macello; S : impianto di sezionamento; F: deposito frigorifero; P: laboratorio preparazione carni macinate; L: Stabilimento di lavorazione dei prodotti a base di carne. 4) L’impianto di macellazione è strutturalmente e funzionalmente collegato all’impianto di sezionamento. 5) Nel 2005 il macello privato A.S.I. ha cambiato ragione sociale, mentre, i macelli pubblici di Messina e di Ragusa sono stati acquisiti da due ditte private. 51 52 53 Le macellazioni e la trasformazione delle carni 55 3. La distribuzione dei prodotti carnei e gli acquisti domestici La distribuzione dei prodotti carnei e gli acquisti domestici 3. 1 - La distribuzione L’indagine Ismea/Nielsen del 2001, sulla commercializzazione dei prodotti carnei per canale distributivo indica, che nel Sud la distribuzione tradizionale detiene ancora una quota importante del mercato della carne. Contemporaneamente si segnala anche la tendenza ad un incremento dello share di mercato relativo alla grande distribuzione. In Sicilia, in particolare, il dettaglio tradizionale presenta ancora, per tutte le carni, la principale quota di mercato. Le macellerie, quindi, continuano a svolgere un ruolo decisivo anche a fronte di una significativa diffusione della distribuzione moderna. La “tenuta” delle posizioni delle macellerie è da attribuire alle abitudini del consumatore, che si mostra decisamente più restio, rispetto a quanto avviene per altri prodotti, ad abbandonare il negoziante di fiducia per rivolgersi alla distribuzione moderna. In un momento di incertezze sulla qualità delle carni, infatti, il macellaio del negozio specializzato, diventa il garante della qualità; colui il quale, in altre parole, è in grado di garantire la provenienza delle carni. Del resto, com’è noto, la distribuzione tradizionale si è sempre basata quasi esclusivamente sui negozi specializzati. Anche in passato, infatti, la delicatezza delle operazioni di conservazione e trattamento delle carni prima della vendita non consentiva la promiscuità di questo prodotto con altri prodotti alimentari. Il radicamento di queste abitudini di acquisto dei consumatori – molto forte in Sicilia e nel Sud rispetto al resto d’Italia – rende molto più difficile il passaggio dall’acquisto presso le macellerie a quello presso i supermercati e gli ipermercati, nonostante la rapida introduzione di specialisti della vendita al banco anche all’interno della distribuzione moderna. Nonostante la “tenuta” della quota di mercato e gli sforzi di innovazione, negli ultimi quattro anni in Sicilia il numero delle macellerie si è ridotto del 7%. Questo declino risulta comunque più contenuto rispetto a quanto si registra nel resto d’Italia (Var.% 2004/2000: -9%) - e meno accentuato rispetto a quello degli altri negozi alimentari, a dimostrazione anche di una competizione meno forte da parte della distribuzione moderna (Tav. 3. 1a ). Le variazioni percentuali più significative si riscontrano soprattutto al Nord ( Var. ‘04/’00: -12%) ed al Centro Italia (-13%); dove la densità 59 La distribuzione dei prodotti carnei e gli acquisti domestici delle strutture distributive ha ormai raggiunto un livello prossimo alla saturazione. Al Sud, ed in particolare nelle aree interne, la dotazione di strutture moderne risulta, invece, molto carente. Al primo gennaio 2004, in Sicilia, si contano 471 supermercati alimentari, concentrati prevalentemente nelle province di Catania (115), Messina (64) e Palermo (77); 9 ipermercati, di cui 5 soltanto in provincia di Palermo e 14 cash and carry ubicati in prevalenza a Catania (6) ed a Messina (4). In Sicilia, negli ultimi tre anni di osservazione (2001-2002-2003) i supermercati sono cresciuti di 27 unità; la situazione relativa agli ipermercati e cash and carry è rimasta, invece, pressoché invariata (Tav. 3. 1b ). 60 La distribuzione dei prodotti carnei e gli acquisti domestici 61 La distribuzione dei prodotti carnei e gli acquisti domestici 3. 2 - G li acquisti domestici di carne I dati Istat sugli acquisti domestici delle diverse tipologie di carne (bovina, suina, pollame, conigli, selvaggina e salumi) relativi al 2002 indicano, per le famiglie siciliane, una spesa media mensile (102,90 Euro) di poco superiore a quella nazionale (98,50 Euro) (Tav. 3.2a). A livello regionale infatti, tra il 1995 ed il 2002, la spesa media mensile di carne dei vari tipi ha mostrato la tendenza al raggiungimento prima (dal 1995 al 1999), ed al superamento poi (2000 - 2001 - 2002), della media nazionale. Questi dati indicano, pertanto, un avvicinamento delle abitudini alimentari delle famiglie siciliane a quelle del resto d’Italia. Se, negli ultimi anni, la spesa complessiva in carne ha segnato un trend positivo; diverse si presentano, invece, le dinamiche relative agli acquisti di carne dei vari tipi, che sono state fortemente condizionate dalle alterne vicende legate all’emergenza “mucca pazza”. In Sicilia infatti, tra il 2000 ed il 2001, la crisi BSE ha determinato una contrazione pari al 19,3% della spesa media mensile familiare di carne bovina ed un’impennata della spesa per l’acquisto delle carni suine (la principale tipologia di carne utilizzata come alternativa alla carne bovina) pari al 25%; per le carni di pollame, coniglio e selvaggina si registra invece, un incremento più contenuto (9,4%) (Tav. 3.2b). Successivamente (nel 2002), grazie all’efficace campagna informativa sul programma di controllo e prevenzione della malattia adottato in Italia, si è assistito ad un rientro dell’allarme “mucca pazza” e ad una conseguente ripresa dei consumi di carne bovina. Nel 2002 difatti, per questa tipologia di carne, si registra una crescita della spesa media mensile familiare del 25%; di contro, si calcola una flessione più consistente (-17,4%) degli acquisti di carne suina e più contenuta per le carni bianche (Var.% 2002-’01:-4,1%). Per quanto riguarda i salumi, negli anni, la spesa media mensile familiare mostra una tendenza in crescita (Graf. 3.1). 62 La distribuzione dei prodotti carnei e gli acquisti domestici 63 La distribuzione dei prodotti carnei e gli acquisti domestici Graf. 3.1 - Sicilia: spesa media mensile familiare di carne dal 1997 al 2002 1997 1998 1999 2000 anni 64 2001 2002 4. Commercio estero Commercio estero Premessa La Sicilia, a causa dei limiti strutturali ed organizzativi che caratterizzano l’intera filiera delle carni, non è attualmente in grado di coprire l’intero fabbisogno regionale di carne dei vari tipi (bovina, suina, ovi-caprina) che quindi viene importata sia dall’Italia che dall’estero: in parte come animali vivi ed in parte come carne fresca, refrigerata o congelata. Le esportazioni, di conseguenza, sono del tutto trascurabili; per questo motivo, qui di seguito, verranno analizzate esclusivamente le voci di importazione. L’Unione Europea rappresenta il principale mercato di approvvigionamento di carni e di animali vivi della Sicilia. Le importazioni sono costituite sopratutto da carni bovine e suine destinate al consumo o alla successiva trasformazione aziendale. Nel 2004 queste due categorie merceologiche hanno rappresentato il 79% in volume e l’82% in valore delle importazioni totali18. L’acquisto di bovini e di suidi vivi - destinati prevalentemente all’ingrasso negli allevamenti siciliani - incide sull’import totale per il 19% in volume e per il 15% in valore. Le carni ovi-caprine fresche, refrigerate e congelate, ma sopratutto le carni bovine congelate rappresentano le due voci più modeste dell’import. In Sicilia l’andamento e la struttura delle importazioni, nel periodo che va dal 1998 al 2004, ha seguito le alterne vicende legate all’epidemia di encefalopatia spongiforme (manifestatasi nel 1996 in Gran Bretagna) che ha messo in ginocchio la zootecnia in diversi paesi dell’Unione Europea. Nel 2001, infatti, in coincidenza del secondo insorgere della BSE che ha coinvolto direttamente gli allevamenti bovini italiani, si è verificata una forte contrazione delle importazioni di carni e bovini vivi. Nel contempo però, lo spostamento dei consumi verso carni alternative a quelle bovine, ha determinato un consistente aumento delle importazioni di carni suine congelate, fresche e refrigerate. Si deve aspettare il rientro dell’allarme “mucca pazza”, avvenuto nel 2002, per registrare i segni di una ripresa delle importazioni bovine a discapito delle importazioni di carni di suidi. 18 Bovini vivi + carni bovine fresche o refrigerate + carni bovine congelate + suidi vivi + carni di suidi congelate, fresche e refrigerate + carni ovi-caprine fresche, refrigerate e congelate. 67 Commercio estero 4 . 1 - I m p o r t a z i o n i d i b o v i n i v i v i e c a r n i b o v i ne f r es c h e o r e f r i g e r a t e Alla voce bovini vivi corrispondono le seguenti tipologie merceologiche: bovini da riproduzione, bovini da macello e bovini da allevamento. Il peso delle prime due tipologie, sul fronte dell’import, risulta poco consistente; sono invece i bovini da allevamento a rappresentare la principale voce di importazione di bovini vivi in Sicilia. Le importazioni di capi destinati alla prosecuzione e al completamento della fase di allevamento rappresentano infatti una caratteristica strutturale degli allevamenti italiani di bovini da carne. Le importazioni di bovini vivi provengono essenzialmente dai Paesi dell’Unione Europea ed in particolare dalla Francia e dalla Spagna seguite dal Belgio, Irlanda, Paesi Bassi e Germania (Tav. 4.1). L’entità delle importazioni di animali vivi dai Paesi quali la Polonia, la Repubblica Ceca e la Slovacchia risulta invece di scarsa importanza, rappresentando, nel periodo 1998-2004, circa lo 0,3% dell’import (sia in valore che in quantità) complessivo19. Tra il 1998 ed il 2004 le importazioni (UE+extraUE) di animali vivi hanno segnato una contrazione del 45% in valore e del 40% in quantità, dovuta principalmente alla crisi “mucca pazza” del 2001. La battuta d’arresto registrata nel 2001 ha interessato esclusivamente le importazioni provenienti dai Paesi dell’Unione Europea (Var.% 20012000: -63% in valore; -57% in quantità), infatti, quelle provenienti dalla Polonia e dalla Slovacchia20 non sembrano aver risentito della crisi. Nel 2002, il quadro generale dell’import (UE+ extraUE) mostra deboli accenni di ripresa - principalmente sul prezzo degli animali importati (+13%); e meno sulle quantità (+5%). Questi cenni di ripresa però non trovano conferma nei dati relativi ai due anni successivi: nel 2003 e 2004, infatti, i valori di importazione di bovini vivi rimangono ancora lontani dai livelli antecedenti la crisi BSE, basta confrontare i 15 milioni di Euro del 2004 con i 41 milioni di Euro del 2000. Inoltre, negli ultimi tre anni di osservazione si registra un allentamento dei rapporti commerciali della Sicilia con la Repubblica Ceca e la Slovacchia. L’aggregato carni bovine fresche o refrigerate rappresenta la principale voce di importazione della Sicilia21, con un valore di gran lunga superiore a quello delle altre categorie merceologiche di animali vivi e carni congelate (Tav. 4.2, 4.3). 19 Paesi UE +Paesi extra UE. 20 La Polonia, la Slovacchia e la Repubblica Ceca entrano in Europa nel 2004. 21 Relativamente all’import complessivo di animali vivi e carni dei diversi tipi. 68 Commercio estero Nel periodo 1998-2004 le importazioni di carni fresche o refrigerate hanno seguito le diverse fasi della crisi BSE: il calo dal 1998 al 2000 (in valore -22%; in quantità -23%); la brusca caduta del 2001 (Var% 20012000 in valore -48%; in quantità -45%); e la decisa ripresa nel 2002 (Var% 2002-2001 in valore +85%; in quantità +67%) che prosegue anche l’anno successivo (Var.% 2003-2002 in valore + 3,3%; in quantità + 2%). Nel 2004, invece, le importazioni segnano una lieve contrazione. Diversamente dalle carni fresche, gli approvvigionamenti di carni congelate provengono non solo dall’Unione Europea ma anche dal Sud America e precisamente dal Brasile. In Sicilia nel 2004 i quantitativi importati dal Brasile hanno rappresentato il 56% dell’import complessivo di carni congelate. 4 . 2 - I m p o r t a z i o n i d i s u i d i v i v i e c a r n i d i s u i d i c on g e l a t e , f r e s c he e r e f r i gerate Così come avviene per il comparto bovino, anche per quello suino i Paesi dell’Unione Europea rappresentano i principali, se non addirittura gli esclusivi, partners commerciali della Sicilia. Le importazioni sono costituite prevalentemente dalla categoria merceologica delle carni di suidi congelate, fresche e refrigerate destinate al consumo o alla successiva trasformazione aziendale. Nel 2004 infatti, la Sicilia ha importato circa 28 milioni di chilogrammi di carni per un valore di 50 milioni di Euro; le importazioni di suidi vivi (destinati all’ingrasso negli allevamenti siciliani) - nello stesso anno di riferimento - sono ammontate in quantità a 4 milioni di chilogrammi ed in valore a circa 5,4 milioni di Euro. Sempre nel 2004 le carni suine provengono prevalentemente da Francia (62% in volume) e Spagna (24%), mentre gli animali vivi sono più che altro di origine spagnola (60% in volume). Tra il 2000 ed il 2001 l’epidemia di encefalopatia spongiforme con il conseguente spostamento dei consumi verso carni alternative a quelle bovine, ha determinato un forte aumento delle importazioni di carni suine destinate al consumo alimentare. Il sistema degli allevamenti siciliani invece non sembra aver risentito particolarmente delle tendenze in atto; le importazioni di animali vivi infatti - negli stessi anni - sono addirittura diminuite. L’andamento delle importazioni di suidi vivi (in valore e quantità) mostra dal 1998 fino al 2000, una crescita consistente (Var.% 2000-1998: 69 Commercio estero +47% in quantità; +57% in valore) seguita, tra il 2000 e il 2001, da una contrazione delle quantità (-39%) e del valore (-30%), segno di un riequilibrio dei flussi in entrata dopo la consistente crescita avvenuta negli anni precedenti. Nel 2002, infatti, l’import si attesta nuovamente sui valori del 1998. Nel 2003 le importazioni di animali vivi si portano sui valori più bassi registrati dal 1998 (40% in valore e al 36% in volume) mentre il 2004 indica segni di ripresa (Var.% 2004-2003: +16% in valore e +12% in quantità) (Tav. 4.4). Relativamente alle carni di suidi congelate, fresche e refrigerate, i volumi importati nel periodo che va dal 1998 al 2001 hanno presentato tendenze crescenti, passando da circa 22 milioni di chilogrammi del 1998 ai circa 30 milioni di chilogrammi del 2001; i valori di importazioni, per lo più stabili tra il 1998 ed il 1999, hanno segnato un deciso balzo in avanti nel 2000 e soprattutto nel 2001 (Var% 2001-1999: +86%). Nel 2002 e nel 2003, in coincidenza del rientro dell’allarme mucca pazza, si segnala una contrazione principalmente sul prezzo delle carni importate (Var.% 2003 -2001: -25%) e meno sulle quantità (Var.% 2003 -2001: -4%). Per il 2004, si registra un calo trascurabile delle quantità importate (Var.% 2004-2003: -1,6%) ed una variazione positiva - pari al 6% - del valore di importazione (Tav. 4.5). Le carni di suidi congelate, fresche e refrigerate provengono esclusivamente dall’Unione Europea, (Francia e Spagna, Germania). Negli ultimi anni (2001-2004) si registra inoltre, un incremento dei rapporti commerciali della Sicilia con la Germania a discapito di quelli con il Belgio, il Lussemburgo ed i Paesi Bassi. 4. 3 - Importazioni di carni ovi-caprine fresche, refrigerate e congelate Le importazioni (UE+extraUE) di carni ovi-caprine fresche, refrigerate e congelate nel periodo che va dal 1998 al 2004 hanno mostrato incrementi in valore e nelle quantità rispettivamente del 55% e del 30%, anche se nel 2000 si è registrato un calo, seppur trascurabile, dell’import (in valore e in quantità); tale andamento non sembra, comunque, essere legato al fenomeno “mucca pazza”. La Francia e la Spagna sono i principali Paesi Europei di provenienza delle carni ovi-caprine importate dalla Sicilia nel periodo di osservazione. I rapporti commerciali di quest’ultima con la Germania, i Paesi Bassi, l’Irlanda e il Regno Unito, invece, non sono stati sempre costanti (Tav. 4.6). 70 Commercio estero 71 Commercio estero 72 Commercio estero 73 Commercio estero 74 Commercio estero 75 Commercio estero 76 Commercio estero 77 78 79 80 81 5. Programmazione regionale e filiera delle carni Programmazione regionale e filiera delle carni 5. 1 - Le linee di intervento Per questa filiera e per le sue potenzialità economiche, gli indirizzi e le nuove risorse finanziarie sono da ricercare all’interno degli atti e dei documenti della programmazione nazionale e regionale. In particolare il Programma Operativo Regionale – Sicilia 2000-2006 ed il Piano di Sviluppo Rurale, sotto il profilo degli aiuti reali, prevedono interventi per il comparto zootecnico e per il comparto della trasformazione e commercializzazione dei prodotti carnei. Tali interventi rientrano in un disegno più grande volto a migliorare le competitività dei sistemi agricoli ed agro-industriali in un contesto di filiera e sostenere lo sviluppo dei territori rurali e valorizzare le risorse agricole, forestali ambientali e storico-culturali delle regioni obiettivo 1. Nel POR gli interventi destinati in modo esplicito al comparto zootecnico sono riconducibili all’Asse IV “Sistemi locali di sviluppo”. In particolare vanno prese in considerazione la Misura 4.06 dedicata agli Investimenti aziendali per l’irrobustimento delle filiere agricole, la Misura 4.09 intestata al Miglioramento delle condizioni di trasformazione e commercializzazione ed infine la Misura 4.13 relativa alla Commercializzazione dei prodotti agricoli di qualità. La Misura 4.06 - Investimenti aziendali per l’irrobustimento delle filiere agricole prevede al suo interno un pacchetto di finanziamenti per il settore zootecnico. Per l’annualità 2001 la Misura 4.06 è stata attivata tramite bando di gara pubblicato sulla GURS n. 48 del 5 ottobre 2001, l’importo messo a bando per l’attuazione della stessa è stato pari a 73.053.713 Euro, di cui 32.245.066,89 Euro per finanziare i progetti ricadenti nelle aree dei Progetti Integrati Territoriali (PIT) e 40.808.646,11 per i progetti fuori area PIT. Nel bando, la misura è stata articolata in quattro tipologie di azioni; in particolare, gli aiuti previsti per il settore zootecnico sono stati contemplati all’interno dell’Azione 2 dedicata, appunto, agli “Investimenti aziendali per la zootecnia e per il miglioramento delle condizioni di igiene e benessere degli animali”. Per quanto riguarda il caso specifico degli allevamenti di specie destinate alla produzione di carne e derivati (per specie bovina – suina – ovicaprina,), l’Azione 2 ha previsto il finanziamento dei seguenti interventi: 85 Programmazione regionale e filiera delle carni primo acquisto di riproduttori appartenenti alle specie bovina, suina, ovi-caprina e di razze da carne, iscritti al Libro genealogico o al Registro anagrafico, in sostituzione dei capi posseduti i quali, nel rispetto dei limiti produttivi individuati nel POR, dovranno obbligatoriamente essere macellati; • primo acquisto di riproduttori appartenenti alla specie equina, di razze di popolazioni da carne, iscritti al Libro genealogico o al Registro anagrafico; • primo acquisto di riproduttori appartenenti alla specie cunicola in purezza di razza; • realizzazione e/o miglioramento delle strutture aziendali destinate all’allevamento; • acquisto di impianti per il confezionamento della carne e dei prodotti finiti da essa derivati; • realizzazione e/o miglioramento delle strutture aziendali destinate alla lavorazione, trasformazione, conservazione e confezionamento delle carni macellate e dei prodotti finiti da essa derivati; • acquisto di impianti per la lavorazione, trasformazione, conservazione e confezionamento della carne e dei prodotti finiti da essa derivati; • realizzazione di opere funzionali all’attività zootecnica. Sempre per l’Azione 2 la dotazione finanziaria indicata nel bando era pari a 14.610.742,60 Euro, di cui 8.037.671,94 Euro per il settore latte, 5.665.553,38 Euro per la carne e 907.517,28 Euro per gli allevamenti minori. Successivamente alla presentazione delle istanze ed alla relativa selezione dei progetti, è stata pubblicata la graduatoria delle iniziative ammissibili a valere sulla Misura 4.06, approvata con Decreto Assessoriale del 17 settembre 2002. Le iniziative ammesse a finanziamento sono state in totale 791 (aiuto richiesto: 129.265.510,01 Euro) di cui 188 per l’Azione 2. In seguito alla presentazione di istanze di ricorso, la suddetta graduatoria è stata modificata ed integrata. In particolare, nell’ambito dell’Azione 2, sono stati presentati 60 ricorsi di cui 12 sono stati accettati. La nuova graduatoria dunque, approvata con Decreto del 24 dicembre 2002 e pubblicata sulla GURS n. 3 del 17 gennaio 2003, per l’Azione 2, indicava 200 progetti approvati su un totale di 397 istanze presentate, per complessivi 39.524.857,58 Euro di contributo richiesto. • 86 Programmazione regionale e filiera delle carni Nello specifico sono stati approvati 77 progetti relativi al settore della carne (bovina, ovi-caprina e suina), 20 istanze riguardanti gli allevamenti minori (apicoli, cunicoli, elicicoli, selvaggina ed equini) e 103 progetti del settore latte (bovino, ovi-caprino e di asina). Nelle fasi successive alla pubblicazione della suddetta graduatoria, la dotazione finanziaria assegnata all’Azione 2 è stata incrementata, raggiungendo i 34.863.970,93 Euro, dei quali 11.143.218,43 Euro destinati a finanziare le iniziative ricadenti nell’ambito dei Progetti Integrati Territoriali, e 23.720.752,50 Euro afferenti alla quota non territorializzata. Quest’ultima, a sua volta, è stata suddivisa nel modo seguente: 9.198.108,07 Euro sono stati assegnati al settore carni, 1.473.367,47 Euro agli allevamenti minori e 13.049.216,94 Euro sono stati attribuiti al comparto latte. Nel contempo, la graduatoria ha subito delle variazioni, in quanto sono state archiviate 72 istanze. I 128 progetti rimasti in elenco sono stati inviati agli Ispettorati Provinciali per l’istruttoria. Al momento in cui si scrive, gli Ispettorati hanno emesso 111 decreti di contributo per complessivi 19.117.505,50 Euro. Le somme che, di fatto, sono state erogate invece ammontano a 9.472.290,33 Euro. Per quanto riguarda la territorializzazione dell’Azione 2 nell’ambito dei Progetti Integrati Territoriali, dei 128 progetti di cui sopra, 41 rientrano nell’area interessata dai PIT. Il contributo pubblico complessivamente richiesto ammonta a circa 26 milioni di Euro, di cui 18 milioni di Euro relativi alla quota fuori PIT e 8 milioni a valere sulla risorsa dei PIT (Tav. 5.1). Relativamente al settore carne, si contano 52 progetti di cui 12 rientrano nell’area dei PIT. Il 73% delle istanze si concentra nelle province di Enna (19), Messina (8) e Palermo (11), il restante 27% si distribuisce nelle altre province ad esclusione di Trapani. Il contributo pubblico totale per il comparto in oggetto è di 10.527.265,29 Euro, inoltre, la quasi totalità delle iniziative ricade nelle aree svantaggiate (Tav. 5.2a). I 9 progetti riguardanti gli allevamenti minori interessano le province di Catania (5 progetti ricadenti in area PIT), Palermo (2-fuori PIT), Agrigento (1 - fuori PIT) e Messina (1- fuori PIT). Il contributo pubblico richiesto ammonta complessivamente a 1.302.467,75 Euro (Tav. 5.2b). 87 Programmazione regionale e filiera delle carni Il nuovo bando di gara relativo alla Mis. 4.06 è stato pubblicato nel luglio del 200322 e per l’Azione 2, ha previsto una dotazione finanziaria di circa 12 milioni di Euro. Sempre a valere sull’Azione 2 sono state presentate 651 istanze, di queste 551 si sono collocate utilmente in graduatoria e 100 progetti sono stati esclusi. La graduatoria pubblicata sul sito dell’Assessorato dell’Agricoltura e delle Foreste non specifica il settore di appartenenza delle imprese ammesse a finanziamento né l’ubicazione della sede aziendale, pertanto non è stato possibile disaggregare i dati per settore di appartenenza e per provincia. Quindi le informazioni, qui di seguito riportate, si riferiscono al dato aggregato comprendente i progetti appartenenti sia al settore latte, che al comparto della carne (bovina, ovi-caprina, suina ed allevamenti minori). L’importo complessivo dei 551 progetti ritenuti finanziabili ammonta a poco meno di 270 milioni di Euro, mentre il contributo pubblico presunto è di circa 138 milioni di Euro. Le istanze in graduatoria ricadono in gran parte (85%) nelle aree svantaggiate e nel 52% dei casi sono state presentate da giovani imprenditori. Per quanto riguarda la territorializzazione dell’Azione 2 nell’ambito dei Progetti Integrati Territoriali, dei 551 progetti ammissibili a finanziamento 159 - pari al 28% - rientrano nell’area interessata dai PIT. Al momento in cui si scrive, l’Assessorato ha stabilito che le risorse economiche assegnate all’Azione 2 verranno incrementate per garantire la copertura finanziaria a tutti i progetti ammessi in graduatoria. Misura 4.09 – Miglioramento delle condizioni di trasformazione e commercializzazione. La presente misura prevede una linea di intervento volta a favorire gli interventi sia di carattere strutturale che tecnologico per il miglioramento e la razionalizzazione delle condizioni di lavorazione, trasformazione, confezionamento e di commercializzazione dei prodotti agricoli. Secondo quanto riportato nel CdP il costo totale della misura è pari a 449.563.124 Euro (di cui 137.453.925 Euro a carico del FEAOG, 87.327.637 Euro di fondi nazionali e 224.781.562 Euro a carico dei privati). E’ previsto, inoltre, un aiuto supplementare da parte della Regione che 22 Sul Supplemento ordinario n. 4 della GURS n. 31 dell’ 11 luglio 2003. 88 90 Programmazione regionale e filiera delle carni non potrà superare i 200 M.Euro nel settennio. La misura, tra l’altro, prevede interventi specifici a favore del settore carne bovina, ovi-caprina, suina e allevamenti minori: • gli interventi saranno finalizzati all’adeguamento e/o all’ammodernamento di impianti di macellazione e confezionamento esistenti, per la commercializzazione di prodotti a marchio DOP, IGP, AS, di prodotti di pregio e di prodotti innovativi. Saranno inoltre finanziati investimenti finalizzati ad implementare sistemi di gestione di qualità e di gestione ambientale (ISO 9000 e ISO 14000 o EMAS); ad aumentare la capacità di conservazione della carne; a trattare gli scarti della macellazione. In ogni caso non si prevede l’aumento della capacità complessiva di macellazione a livello regionale. e del settore carni avicole: • sono previsti investimenti finalizzati all’attivazione dei sistemi di gestione della qualità (ISO 9000) e di gestione ambientale (ISO 14000 o EMAS). Per quanto riguarda le uova, sono previsti investimenti per la trasformazione industriale finalizzata alla loro utilizzazione nel settore dolciario ed alimentare in genere, che non comportino un aumento della capacità di trasformazione. Al fine di evitare la perdita della dotazione finanziaria per l’annualità 2000, secondo quanto previsto dalla circolare n. 300 del 26 giugno 2001 e senza alcuna deroga rispetto al possesso dei requisiti minimi, sono state finanziate le istanze già istruite ai sensi del Reg. CE 951/97 e presentate entro il 7/08/2000, data di approvazione del POR Sicilia 2000-2006. Sono stati ammessi a finanziamento 34 progetti di cui 5 appartenenti al settore zootecnico (n. 4 progetti relativi al settore latte ed 1 al comparto della carne) per complessivi 8.983.706,54 Euro di aiuto richiesto. Per l’annualità 2001-2002 è stato pubblicato sulla GURS n. 47 del 2001 il bando per la selezione delle iniziative: in seguito ad istruttoria è stata approvata la graduatoria con decreto assessoriale del 29 luglio 2002, che ammette a finanziamento 21 aziende, per un importo complessivo, comprensivo della quota privata, pari a 109.821.704,48 Euro. In particolare per il settore zootecnico, sono stati approvati 4 progetti per il comparto della carne ed uno soltanto riguardante il settore lattiero caseario. Riguardo alla territorializzazione della misura nessuna delle istanze ammesse a finanziamento ha inoltrato richiesta per accedere alla riserva finanziaria nell’ambito dei Progetti Integrati Territoriali, poiché la dota91 Programmazione regionale e filiera delle carni zione finanziaria a valere sulla quota non territorializzata permette di coprire tutti i progetti ammessi a finanziamento. A seguito della presentazione di istanze di ricorso a valere sulla misura in oggetto si è proceduto ad un riesame delle stesse ed alla formulazione e pubblicazione di una nuova graduatoria. I progetti che si sono collocati utilmente in questo nuovo elenco sono in tutto 6: è stato infatti accolto un solo ricorso (settore carne). L’importo totale degli investimenti approvati (importo progetti) ammonta a 8.823.000,00 Euro per il settore della carne ed a 6.184.520,00 Euro per il progetto appartenente al settore lattiero-caseario, il contributo richiesto invece, è pari rispettivamente a 4.411.500,00 Euro ed a 3.092.260,00 Euro. Ad oggi sono stati erogati 1.767.352,97 Euro per il settore carne e 1.546.130,00 Euro per il comparto lattiero-caseario. Il secondo bando relativo alla Mis. 4.09 è stato pubblicato l’11 luglio 2003 sul Supplemento ordinario n. 4 della GURS n. 31. Al momento in cui si scrive, la graduatoria definitiva delle istanze approvate è in corso di pubblicazione. Misura 4.13 – Commercializzazione dei prodotti di qualità. La misura, organizzata in due sottomisure, si propone di valorizzare le produzioni di qualità attraverso: la creazione di strumenti – quali l’Enoteca Regionale, gli Osservatori di Filiera, un portale per le produzioni agro-alimentari regionali ecc. - che promuovano la conoscenza delle principali filiere agro-alimentari siciliane e del mercato, e la diffusione delle informazioni tra i diversi operatori del settore (Sottomisura A “Sostegno alla commercializzazione di prodotti regionali di qualità”) e la predisposizione e l’attuazione di programmi concreti volti alla diffusione delle certificazioni volontarie di prodotto e di sistema, mediante le quali fornire al mercato le debite rassicurazioni in materia di qualità dei prodotti alimentari e dei relativi processi produttivi (Sottomisura B - “Sostegno alla creazione, al riconoscimento comunitario ed al controllo dei prodotti regionali di qualità)”. Relativamente alla sottomisura B, fino ad oggi sono stati emanati 4 bandi: i primi due, pubblicati rispettivamente nel 2001 e nel 2002, si rivolgevano esclusivamente ai consorzi di tutela e valorizzazione di quei prodotti riconosciuti o in fase di riconoscimento come Dop, Igp, As, Vqprd, e prodotti biologici. Le spese eleggibili a finanziamento riguardavano l’av92 Programmazione regionale e filiera delle carni viamento dei consorzi di tutela, la consulenza e assistenza tecnica per la stesura dei disciplinari di produzione e gli studi preliminari e l’implementazione dei sistemi di gestione per la qualità ed ambientale - secondo le norme volontarie Iso 9000, Iso 14000 ed Emas - e dei sistemi haccp. Le iniziative ammesse a finanziamento sono state complessivamente 5: una soltanto a valere sul primo bando e 4 a valere sul secondo, di queste nessuna ha riguardato il settore carne. Lo scarso interesse mostrato dai consorzi nei riguardi degli obiettivi della sottomisura B ha portato ad una reinterpretazione della stessa. Nei due bandi successivi pertanto, la misura 4.13b e stata estesa anche alle imprese singole o associate di produzione e/o di lavorazione e/o di condizionamento e/o trasformazione e/o di commercializzazione di prodotti biologici, Igp, Dop e Doc, ai Gruppi di Azione Locale (GAL) - purché non finanziati nell’ambito dei PIC e Leader Plus - ed agli Enti Parco. Il terzo bando - pubblicato nel giugno del 2003 - ha previsto una spesa pubblica di Euro 9.960.278 e la realizzazione degli stessi interventi di cui sopra. La sottomisura ha riguardato l’intero territorio regionale ed ha previsto anche, la territorializzazione nell’ambito dei Progetti Integrati Territoriali. A seguito della presentazione delle istanze a valere sul terzo bando, per il settore della carne, l’amministrazione regionale ha ammesso a finanziamento un solo progetto. L’importo approvato è stato di Euro 349.793,78, il contributo concesso invece è stato pari ad Euro 188.439,84. Il quarto bando di attuazione della misura 4.13b è stato pubblicato sulla GURS del 20 maggio 2005; la spesa pubblica prevista per la realizzazione degli interventi sarà pari a Euro 9.293.579,02 ed anche in questo caso la misura sarà soggetta a territorializzazione nell’ambito dei PIT. Con il quarto bando, in particolare, tra le spese finanziabili vengono contemplate anche quelle riguardanti l’introduzione di sistemi di gestione della salute dei lavoratori (OHSAS 18001) dei sistemi di gestione etici dell’azienda (SA 8000), di standard di qualità specifici (IFS, BRS e EUREPGAP) e di sistemi di tracciabilità di filiera ed aziendale (UNI 10939 ed Uni 11020). Al momento in cui si scrive è in corso la presentazione delle istanze da parte dei partecipanti al suddetto bando. Il Piano di Sviluppo Rurale - Sicilia 2000-2006 viene a completare la politica di sviluppo rurale in parte attuata dal POR, infatti, secondo quanto previsto dal Reg. CE 1257/99, i Piani delle regioni obiettivo 1 93 Programmazione regionale e filiera delle carni riguardano la programmazione delle sole misure finanziate dal FEAOG/garanzia e quindi le ex-misure di accompagnamento (agroambiente, zone svantaggiate, imboschimento e prepensionamento); le restanti misure, cioè quelle finanziate dal FEAOG/orientamento, rientrano nell’ambito di competenza del POR. Il PSR insieme al POR, attraverso una programma coordinato di azioni, persegue l’obiettivo dell’incremento della competitività delle aree rurali dell’Isola, in un contesto di sviluppo intersettoriale compatibile con le esigenze di tutela e salvaguardia del territorio, del paesaggio e dell’agroecosistema in genere. In ogni caso è il POR che si pone come documento principale a cui spetta il compito di definire i collegamenti e le complementarietà tra le azioni dei due programmi. Il PSR, quale meccanismo di sostegno allo sviluppo rurale, si articola in quattro misure; e precisamente: Misura F - Agroambiente Misura E - Zone Svantaggiate Misura H - Imboschimento Misura D - Prepensionamento Le misure perseguono obiettivi generali ed inoltre possono individuare al loro interno azioni ed interventi che mirano ad obiettivi specifici. Il piano inoltre indica come requisito indispensabile per l’accesso al regime di aiuti il rispetto della normativa comunitaria in materia di ambiente. Pertanto, relativamente alle misure F “Agroambiente” ed H “Forestazione”, i beneficiari dovranno impegnarsi a garantire l’integrità dei Siti di Importanza Comunitaria (SIC) individuati dalla Direttiva 43/92 “Habitat” e delle Zone di Protezione Speciale (ZPS) identificate dalla Direttiva 79/409 “Uccelli”. Inoltre, per i soggetti che applicano una o più azioni e/o interventi relativi alla misura F Agroambiente ed E Zone svantaggiate, si prevede il rispetto della normale buona pratica agricola23. Nel caso specifico dell’azione F, tale rispetto va esteso anche alle superfici agricole aziendali non oggetto d’impegno. 23 Il regolamento sullo sviluppo rurale prevede che i PSR tengano conto della Buona Pratica Agricola (BPA). Tale concetto viene approfondito nel regolamento applicativo, il Reg. CE 445/2002, che, all’art. 29, definisce la “Normale Buona Pratica Agricola” come “l’insieme dei metodi colturali che un agricoltore diligente impiegherebbe nella regione interessata. Tale complesso di norme viene definito a livello locale da ogni amministrazione che ha competenza di redigere il PSR e, nel caso della Sicilia, si trova allegato al piano stesso. 94 Programmazione regionale e filiera delle carni Per quanto riguarda la dotazione finanziaria, al piano sono destinati 560,8 milioni di Euro di cui 420,1 di quota FEAOG. Di queste risorse il 77,8%, che corrisponde in valore assoluto a 436,26 milioni di Euro, è destinato ai pagamenti relativi agli impegni assunti con la passata programmazione. In particolare, gli interventi a favore del comparto zootecnico sono contemplati all’interno della Misure F “Agroambiente”. Questa misura si pone come obiettivo generale quello di diffondere metodi di produzione agricola e di gestione dei terreni compatibili con la tutela dell’ambiente e del suolo, salvaguardando nel contempo la redditività dell’impresa. La Misura F, a sua volta, si pone anche degli obiettivi specifici articolati in una serie di azioni ed interventi: - Azione F1a - Metodi di produzione Integrata; - Azione F1b - Introduzione o mantenimento dei metodi dell’agricoltura e della zootecnia biologica; Quest’ultima, in particolare, è associabile in via facoltativa con l’azione F4b “Allevamento di specie animali locali in pericolo di estinzione”, nel rispetto dei massimali previsti dal Reg. 1257/99. - Azione F2 - Sistemi foraggeri estensivi, cura del paesaggio e interventi antierosivi: Intervento F2a - Conversione e mantenimento in aziende zootecniche; Intervento F2b - Conversione dei seminativi in pascolo per la protezione dei versanti dall’erosione; Intervento F2c - Impiego di metodi di produzione compatibili con l’esigenze dell’ambiente e della cura del paesaggio; Intervento F2d - Pascoli con pendenze superiori al 25%. L’azione è associabile, in via facoltativa, con l’azione F4b “Allevamento di specie animali locali in pericolo di estinzione” nel rispetto dei massimali previsti dal Reg. 1257/99 e del carico massimo di densità di bestiame bovino pari a 1,4 UBA/ha. - Azione F3 - Ricostituzione e/o mantenimento del paesaggio agrario tradizionale, di spazi naturali e seminaturali: Intervento F3a - Salvaguardia del paesaggio; Intervento F3b - Conservazione e ripristino di spazi naturali; - Azione F4a - Ritiro dei seminativi dalla produzione per scopi ambientali: Intervento F4a.1 - Zone Umide; Intervento F4a.2 - Formazioni miste di macchia mediterranea e radura; 95 Programmazione regionale e filiera delle carni - Azione F4b - Allevamento di specie animali locali in pericolo di estinzione. Il costo della misura previsto è di 409,561 Milioni di Euro di cui 307,171 Milioni di Euro a carico del FEAOG e 102,390 Milioni di Euro a carico dello Stato. Il costo comprende anche i contratti in corso derivanti dalla precedente programmazione ex Reg. CE 2078/92. Infatti, in attuazione al Reg. CE 1929/00, è possibile trasformare un impegno assunto in forza al Reg 2078/92 in un nuovo impegno previsto dal Piano di Sviluppo Rurale, a condizione che tale trasformazione rechi vantaggi sul piano ambientale, che l’impegno esistente sia rafforzato e che vengano soddisfatte le condizioni di applicabilità dell’azione interessata (Tav. 5.3). 96 Programmazione regionale e filiera delle carni E’ previsto inoltre, un aiuto di stato aggiuntivo a totale carico della Regione, fino ad un importo massimo di 80 MEuro. Per le annualità 2001 e 2002 è stata avviata l’erogazione degli aiuti a valere sulla misura F, sia per gli impegni pregressi (ex Reg. 2078/92) sia per i nuovi (PSR). Per quanto riguarda il pagamento degli aiuti relativi alla precedente programmazione, per le Azioni A1 e A2 – essendo rivolte ad aziende zootecniche e non - non è possibile risalire alle istanze relative al comparto zootecnico. Qui di seguito, pertanto, per i contratti relativi alla passata programmazione si farà riferimento soltanto alle Azioni D2, B1 ed E; per la nuova programmazione invece, verranno considerate le Azioni e gli interventi destinati esclusivamente alle aziende zootecniche. All’interno della Misura F “Agroambiente”, gli interventi destinati esclusivamente al comparto zootecnico sono contemplati nelle Azioni F1b, F2 – intervento “a” ed F4b. L’Azione F1b – Introduzione o mantenimento dei metodi dell’agricoltura e della zootecnia biologica, sotto la voce “Obiettivi operativi”, sottolinea, tra l’altro, le grandi potenzialità della zootecnia biologica delle aree interne collinari, dove l’allevamento brado e semibrado di razze autoctone è ormai connaturato al territorio e parte integrante della cultura regionale, e che la possibilità di valorizzare, tramite un processo certificativo di valenza Europea, le produzioni tradizionali degli allevamenti estensivi assume un’importanza strategica per l’agricoltura regionale. La suddetta misura è attuabile sull’intero territorio regionale, all’interno del quale è previsto un regime di aiuto differenziato per aree, privilegiando le aziende che ricadono nelle seguenti zone più vulnerabili dal punto di vista ambientale: parchi e riserve naturali, oasi di protezione e di rifugio della fauna selvatica, aree ad elevata vulnerabilità di rischio d’inquinamento delle acque, siti di importanza comunitaria - individuati dalla Direttiva 43/92 “Habitat”- interi bacini imbriferi, zone afferenti gli ambiti territoriali della rete ecologica prevista dall’Asse I del POR Sicilia e zone di protezione speciale “Uccelli” (ZPS) - designate ai sensi della direttiva 79/409 CE. Le aziende che aderiscono all’azione, sottoscrivendo un impegno di durata quinquennale, devono rispettare una serie di obblighi; in particolare, le aziende con allevamenti devono, tra le altre cose, impegnarsi a rispettare il Reg. CE 1084/99 - che completa, per le produzioni animali, il Reg. CEE n. 2092/91 relativo al metodo di produzione biologico dei prodotti 97 Programmazione regionale e filiera delle carni agricoli e alla indicazione di tale metodo sui prodotti agricoli e sulle derrate alimentari. Gli aiuti alle aziende zootecniche sono applicabili esclusivamente in presenza di una dotazione di bestiame pari a un carico minimo di 0,5 UBA24 (unità bovino adulto) per ettaro di superficie ammissibile all’aiuto e comprendono anche il premio per la coltura interessata (Tav. 5.4). 24 I bovini di età superiore ai due anni e gli equini di età superiore ai sei mesi corrispondono ad 1 UBA, i bovini di età compresa tra i sei mesi e i due anni corrispondono a 0,6 UBA, le pecore, capre di età pari o superiore a 12 mesi o femmine con prole corrispondono a 0,15 UBA. 98 Programmazione regionale e filiera delle carni Per il comparto zootecnico i pagamenti effettuati a valere sull’azione F1b, e relativi alle annualità 2001 - 2002 -2003 - 2004, hanno riguardato: 1) per la misura D2 (Reg. 2078/92) - Allevamento di specie animali locali in pericolo di estinzione: • annualità 2001 - 72 istanze per un totale di 761,34 UBA e per un importo complessivo25 di 91.971,08 Euro; • annualità 2002 - 61 istanze per un totale di 709,63 UBA e per un importo complessivo di 85.724,52 Euro; • annualità 2003 - 57 istanze per un totale di 697,44 UBA e per un importo complessivo di 84.250,76 Euro; • annualità 2004 - nessuna istanza. 2) per la misura B1 (Reg. 2078/92) – Conversione dei seminativi in pascoli estensivi: • annualità 2001 - 2.505 istanze per un totale di 21.132,57 ettari e per un importo complessivo di 6.462.987,44 Euro; • annualità 2002 - 1514 istanze per un totale di 13.076,86 ettari e per un importo complessivo di 3.942.264,92 Euro; • annualità 2003 - nessuna istanza; • annualità 2004 - nessuna istanza. 3) per la misura E (Reg. 2078/92) – Cura dei terreni agricoli e forestali abbandonati (esclusivamente per i seminativi e pascoli): • annualità 2001 - 265 istanze per un totale di 3.373,08 ettari e per un importo complessivo di 1018.243,64 Euro; • annualità 2002 - 150 istanze per un totale di 2.035,23 ettari e per un importo complessivo di 614.346,56 Euro; • annualità 2003 - nessuna istanza; • annualità 2004 - nessuna istanza. 4) per l’azione F1b - Introduzione o mantenimento dei metodi dell’agricoltura e della zootecnia biologica: • annualità 2001 - 878 istanze per un totale di 18.397,76 ettari e per un importo complessivo di 7.133.966,48 Euro; • annualità 2002 - 874 istanze per un totale di 17.880,00 ettari e per 25 Importo feaog + importo nazionale. 99 Programmazione regionale e filiera delle carni • • un importo complessivo di 7.151.884,8 Euro; annualità 2003 - 807 istanze per un totale di 16.649,48 ettari e per un importo complessivo di 6.733.836,72 Euro; annualità 2004 - 1.218 istanze per un totale di 16.649,48 ettari e per un importo complessivo di 10.230.975,48 Euro. 5) per l’azione F1b associata all’azione F4b - Allevamento di specie animali locali in pericolo di estinzione: • annualità 2001 - 7 istanze per un totale di 256,18 ettari e per un importo complessivo di 144.849,00 Euro; • annualità 2002 - 10 istanze per un totale di 268,8 ettari e per un importo complessivo di 153.904,48 Euro; • annualità 2003 - 8 istanze per un totale di 243,1 ettari e per un importo complessivo di 121.205,96 Euro; • annualità 2004 - 7 istanze per un totale di 228,6 ettari e per un importo complessivo di 117.561,00 Euro. L’Azione F2 – Sistemi foraggeri estensivi, cura del paesaggio e interventi antierosivi - si pone come obiettivi l’introduzione e mantenimento di sistemi foraggeri in asciutto a bassa intensità, costituzione e salvaguardia di habitat seminaturali, difesa del suolo dall’erosione, incremento della biodiversità e riduzione delle superfici destinate a cereali attraverso quattro tipologie di intervento: a) Conversione e mantenimento in aziende zootecniche; b) Conversione dei seminativi in pascolo per la protezione dei versanti dall’erosione; c) Impiego di metodi di produzione dei seminativi compatibili con le esigenze dell’ambiente e la cura del paesaggio; d) Pascoli con pendenze superiori al 25%. L’azione è realizzabile esclusivamente nelle seguenti zone (almeno il 50% della superficie aziendale impegnata deve ricadere in dette aree): • terreni sottoposti a vincolo idrogeologico e/o paesaggistico; • parchi e riserve naturali; • oasi di protezione e rifugio della fauna selvatica; • aree ad elevata vulnerabilità di rischio d’inquinamento; • siti di importanza comunitaria; • zone di protezione speciale “uccelli”. L’adesione all’azione prevede, da parte dell’azienda sottoscrivente, un impegno di durata decennale. 100 Programmazione regionale e filiera delle carni In particolare l’intervento “a” – Conversione e mantenimento in aziende zootecniche - è rivolto esclusivamente alle aziende zootecniche, con densità minima di bestiame allevato pari a 0,5 UBA/ha di superficie impegnata, e si attua attraverso la conversione dei seminativi in sistemi foraggeri estensivi o il mantenimento dei pascoli estensivi. Il livello di aiuto per l’intervento “a” è di 450 Euro/ha/anno, e per l’azione F2 associata alla F4b è di 450 Euro/ha/anno. Per le annualità 2001 e 2002 si è proceduto alla liquidazione rispettivamente di 21 istanze per un totale di 560,93 ettari e per un importo complessivo di 235.979,88 Euro e di 22 istanze per un totale di 576,97 ettari e per un importo complessivo di 259.636,32 Euro. Nel 2003 e nel 2004, invece, i pagamenti hanno interessato rispettivamente 24 e 29 domande per un totale di 643,2 e di 575,39 ettari e per un importo complessivo di 289.088,8 e di 258.927,52 Euro. L’azione F4b – Allevamento di specie animali locali in pericolo di estinzione - si applica su tutto il territorio regionale e si pone come obiettivo quello di salvaguardare la biodiversità ed il patrimonio genetico delle razze animali autoctone; invertire il trend negativo della dinamica delle popolazioni delle razze tradizionali autoctone in pericolo di estinzione, compensando la minore competitività rispetto a razze maggiormente produttive e stimolare l’adozione di metodi di allevamento biologico con l’utilizzo di razze locali. L’azione è applicabile appunto per l’allevamento delle razze minacciate da estinzione quali le bovine Modicana e Cinisara, le caprine Girgentana e Argentata dell’Etna, l’ovina Barbaresca, l’Asino Ragusano, il Suino Nero dei Nebrodi e delle Madonie, il Cavallo Sanfratellano, ed il Purosangue Orientale Siciliano. Le aziende che sottoscrivono l’impegno, di durata quinquennale, sono soggette ad una serie di obblighi, tra i quali: l’iscrizione dei capi allevati al libro Genealogico o al registro Anagrafico di razza, alla tenuta del registro di stalla e all’adozione di tecniche di allevamento che garantiscano idonee condizioni igienico-sanitarie e di profilassi. La misura F4b può essere associata all’azione F1b “introduzione o mantenimento dei metodi dell’agricoltura e della zootecnia biologica” e all’azione F2 “sistemi foraggeri estensivi, cura del paesaggio e interventi antierosivi”, nel rispetto del massimale per ettaro previsto dal Reg. 1750/92 e del carico massimo ammesso in zootecnia biologica. Il premio è fissato in 200 Euro per UBA allevata annualmente, nel 101 Programmazione regionale e filiera delle carni rispetto dei coefficienti di conversione; tuttavia anche se il carico di bestiame massimo ammesso dalla normale buona pratica agricola è di 2,5 UBA, l’aiuto non potrà superare i 450 Euro per ettaro di superficie considerata per la densità dei capi allevati. Per le annualità 2001 e 2002 sono state liquidate rispettivamente 6 istanze per un totale di 86,80 UBA e per un importo complessivo di 16.760,00 Euro e 4 istanze per un totale di 67,1 UBA e per un importo di 13.440,00 Euro. Nei due anni successivi, le istanze destinatarie del contributo sono state 4 per ogni anno per un totale di 97,57 UBA e per un importo complessivo di 19.520,00 Euro. 102 6. La normativa di settore 6 . 1 - O C M c a r n i b ov i n e Con il documento <<Agenda 2000>> del 16 luglio 1997, la Commissione Europea ha formulato proposte per il processo di ampliamento dell’Unione Europea ai Paesi dell’Est, per il quadro finanziario relativo al periodo 2000-2006 e per la riforma delle politiche dell’Unione Europea. Tra queste viene dato un rilievo non secondario al futuro della PAC esplicitandone gli obiettivi ad essa assegnati e proponendo un’ipotesi di riforma delle Organizzazioni Comuni di Mercato (OCM) relative ai comparti dei seminativi, delle carni bovine e del latte. Con il Reg. (CE) n. 1254/99 relativo all’organizzazione comune dei mercati nel settore delle carni bovine, vengono ad essere tradotti in norme legislative gli orientamenti contenuti in Agenda 2000. La nuova OCM, entrata in vigore il 1° gennaio 2000, ha come elementi innovativi il progressivo smantellamento del sistema dell’acquisto all’intervento26 da parte della Comunità Europea, fino alla totale scomparsa dell’acquisto pubblico e la sua sostituzione con lo stoccaggio privato, l’introduzione di nuove forme di sostegno diretto che affiancano e potenziano il regime di pagamenti diretti già previsti, l’istituzione dell’envelope nazionale, cioè di una quota di sostegno gestita direttamente dagli Stati membri e l’estensione del premio alla macellazione a tutte le categorie di bestiame. L’organizzazione comune dei mercati nel settore delle carni bovine prevede misure riguardanti il mercato interno e misure relative agli scambi con i paesi terzi, i prodotti interessati sono gli animali di specie bovina, le carni, le frattaglie, le farine e i grassi. Le misure riguardanti il sostegno al mercato interno sono volte a stabilizzare i mercati, garantire alla comunità agricola un buon livello di vita, riequilibrare il consumo di carne nella Comunità, a vantaggio delle carni bovine, migliorare la competitività di tali prodotti sui mercati internazionali. Il nuovo regolamento ha previsto una riduzione del 20% del sostegno al mercato da attuarsi per i primi tre anni di applicazione della nuova OCM. Il prezzo di intervento è stato mantenuto a 3.475 Euro/tonnellata per il primo semestre del 2000 e ridotto successivamente a 3.242 Euro/tonnel26 Scatta tutte le volte che sul mercato, a causa della eccessiva offerta rispetto alla domanda, il prezzo del prodotto scende al di sotto di quello previsto dagli organismi comunitari. 105 La normativa di settore lata per la campagna 2000/2001 e a 3.013 Euro/tonnellata per la campagna 2001/2002. Il 1° luglio 2002, il prezzo di intervento è stato sostituito da un prezzo di base per l’ammasso, pari a 2.224 Euro/tonnellata; l’aiuto allo stoccaggio privato può essere concesso qualora si verificano determinate condizioni sul mercato interno, cioè quando il prezzo medio dell’UE si colloca al di sotto del 103% del prezzo di base. A decorrere sempre dal 1° luglio 2002 inoltre, il regime di intervento viene mantenuto come “rete di sicurezza”; pertanto, se il prezzo medio di mercato dei tori e dei manzi in uno Stato membro (o in una regione di uno Stato membro) resterà inferiore a 1.560 Euro per tonnellata per due settimane consecutive, la Commissione bandirà una gara per l’acquisto all’intervento nello Stato interessato, mediante la procedura prevista dal comitato di gestione. Per compensare la graduale riduzione del sostegno al mercato, necessaria per ricreare un miglior equilibrio tra domanda e offerta sul mercato Europeo nel quadro di una strategia a lungo termine, è stato messo a punto un sistema articolato di pagamenti diretti. Tenendo conto della gran varietà di aziende produttrici all’interno della Comunità Europea, i pagamenti diretti includono diversi tipi di misure di sostegno diretto agli allevatori, destinate a: • compensare le riduzioni del prezzo di intervento (premio all’abbattimento e premio speciale per bovini maschi); • sostenere i redditi degli allevatori specializzati nella produzione di carni bovine (premio per vacca nutrice); • incoraggiare i produttori ad adottare metodi di allevamento estensivo (pagamento per l’estensivizzazione); • assistere gli allevatori delle aree meno favorite o degli Stati membri altamente specializzati nella produzione di carni bovine (premio supplementare per vacca nutrice); • garantire l’equilibrio del mercato lungo tutto il corso dell’anno (premio di destagionalizzazione); • consentire agli Stati membri di finanziare sistemi di produzione specifici (dotazioni nazionali). Il premio speciale per bovini maschi viene concesso, per anno civile e per azienda, entro i limiti fissati dai massimali regionali per un numero massimo di 90 capi (gli Stati membri possono derogare a tale limite 106 La normativa di settore sulla base di criteri oggettivi da essi stabiliti): • una volta nella vita di ogni toro a partire dall’età di 9 mesi o la cui carcassa abbia un peso minimo di 185 kg; • due volte nella vita di ogni manzo, segnatamente a 9 e dopo i 21 mesi di età. Per beneficiare del premio speciale ogni capo deve essere accompagnato da un passaporto o da un documento amministrativo contenente tutte le informazioni riguardo al premio. Qualora il numero di bovini ammissibili al premio superi i massimali regionali, il premio per produttore è ridotto in funzione del superamento constatato. Sulla base di criteri obiettivi, gli Stati membri possono rivedere i massimali di 90 capi o esentare dalla riduzione i piccoli produttori che non hanno presentato domande superiori ai massimali. Gli Stati membri possono altresì concedere un premio speciale all’abbattimento dei bovini. L’importo del premio speciale per i tori e per i manzi è stato rispettivamente di 160 e di 122 Euro per l’anno 2000 e di 185 e 136 Euro per il 2001. Nel 2002 e per gli anni successivi invece, è stato stabilito un premio pari a 210 Euro per i tori e di 150 Euro per i manzi. Il premio per vacca nutrice è concesso annualmente ai produttori che per un anno non producono latte o prodotti lattiero-caseari o che sono titolari di un quantitativo di riferimento individuale massimo di 120 tonnellate (gli Stati membri, tuttavia, possono stabilire un limite diverso), purché detengano per almeno sei mesi consecutivi a decorrere dalla data di presentazione della domanda, un numero di vacche nutrici pari almeno all’80% e un numero di giovenche pari ad un massimo del 20% rispetto a quello degli animali per cui è richiesto il premio. A partire dal 1° gennaio 2000, il diritto al premio è limitato al numero di diritti che ciascun produttore possedeva al 31 dicembre 1999 e la loro somma non deve superare i massimali nazionali definiti dall’allegato II del regolamento. Il premio può essere integrato da un premio nazionale supplementare per vacca nutrice, pari ad un massimo di 50 Euro. In alcune regioni e per alcuni casi specifici il premio supplementare viene finanziato in parte o nella sua totalità dal FEOGA sezione garanzia. In caso di vendita o di trasferimento dell’azienda, l’agricoltore può trasferire i suoi diritti di premio. Se il trasferimento dei diritti di premio non è accompagnato dalla 107 La normativa di settore vendita dell’azienda, una parte dei diritti trasferiti, non superiore al 15%, viene destinata alla riserva nazionale dello Stato membro in cui è situata l’azienda, per essere ridistribuita gratuitamente. Il nuovo regolamento, inoltre, prevede che ogni Stato membro conceda i diritti di premio affluiti alla riserva nazionale, in particolare ai nuovi produttori, ai giovani allevatori e ad altri produttori prioritari. Il numero totale dei diritti di premio per vacca nutrice in ogni Stato membro può essere stabilito sulla base dei premi effettivamente versati in anni storici di riferimento, con l’aggiunta di un certo margine previsto per il mantenimento della riserva nazionale. Negli Stati membri in cui la percentuale di vacche nutrici allevate in zone di montagna è superiore al 60%, la gestione dei premi può essere differenziata a seconda che si tratti di giovenche o di vacche nutrici. L’importo del premio è stato pari a 163 Euro nell’anno 2000 ed a 182 Euro nel 2001, per l’anno 2002 e per i successivi invece, il premio ammonta a 200 Euro. Il premio speciale ed il premio per vacca nutrice sono concessi a condizione che il coefficiente di densità dell’azienda non superi le 2 unità bestiame adulto (UBA) per unità di superficie foraggera utilizzata per tali animali. Il Premio all’abbattimento viene attribuito distinguendo due diverse categorie di bestiame: 1) ai tori, ai manzi, alle vacche e alle giovenche a partire dall’età di 8 mesi; 2) ai vitelli di età compresa tra 1 e 7 mesi e la cui carcassa abbia un peso inferiore a 160 chilogrammi. Il premio all’abbattimento è versato direttamente al produttore, purché il capo ammissibile sia stato detenuto per un periodo minimo di 2 mesi. Ai fini della concessione del premio, inoltre, è necessario comprovare, in particolare, che il capo è stato macellato o esportato verso un paese terzo. L’importo del premio per la prima categoria di capi è stato fissato a 27 Euro per l’anno civile 2000, a 53 Euro per il 2001 e ad 80 Euro per il 2002 e per i successivi. Alla seconda categoria sono stati attribuiti, per gli stessi anni di riferimento, rispettivamente 17, 33 e 50 Euro. Secondo quanto recita l’art. 3 del regolamento in oggetto, i massimali di ciascun Stato membro relativi a questo premio sono stati fissati sepa108 La normativa di settore ratamente per entrambe le categorie di animali previste. Ciascun massimale corrisponde al numero degli animali di ciascuna di queste due categorie che nel 1995 sono stati macellati nello Stato membro in questione a cui si aggiungono quelli esportati verso paesi terzi. Nel caso in cui in uno Stato membro la richiesta di premio supera il massimale nazionale, i premi sono ridotti in proporzione. Il Premio per l’estensivizzazione può essere attribuito ai produttori che beneficiano del premio speciale e/o del premio per vacca nutrice. Tale premio supplementare, che ammonta a 100 Euro, viene concesso a condizione che, rispetto all’anno civile in questione, il coefficiente di densità nell’azienda interessata sia inferiore a 1,4 UBA per ettaro. Per il pagamento per l’estensivizzazione, tuttavia, gli Stati membri 109 La normativa di settore possono autorizzare i seguenti importi: 1) rispetto agli anni civili 2000 e 2001: •33 Euro per coefficiente di densità pari o superiore a 1,6 UBA per ettaro e pari o inferiore a 2,0 UBA per ettaro; •66 Euro per coefficiente di densità inferiore a 1,6 UBA per ettaro; 2) rispetto all’anno civile 2002 e agli anni successivi: •40 Euro per il coefficiente di densità pari o superiore a 1,4 UBA per ettaro e pari o inferiore a 1,8 UBA per ettaro; •80 Euro per un coefficiente di densità inferiore a 1,4 UBA per ettaro. I criteri di ammissibilità al premio sono più rigorosi, poiché tengono conto di tutto il bestiame adulto realmente presente nell’azienda, nonché degli ovini per i quali è stata presentata domanda di premio. Inoltre la superficie foraggera da considerare per il calcolo del coefficiente di densità deve essere rappresentata per almeno il 50% da pascolo. Ciò non esclude una sua utilizzazione mista nel corso dello stesso anno (pascolo, fieno, foraggi insilati). Negli Stati membri in cui più del 50% della produzione di latte si effettua in zone di montagna, il premio per l’estensivizzazione può essere concesso anche per le vacche da latte detenute da aziende situate in tali zone. Il Premio di destagionalizzazione intende incoraggiare la macellazione in periodi diversi da quello tradizionalmente dedicato a tale attività, allo scopo di ridurre l’eventuale eccesso di offerta in particolari periodi dell’anno e di allentare la pressione sui prezzi. Può essere concesso ai produttori degli Stati membri in cui il numero di manzi macellati in un dato anno sia superiore al 60% dell’insieme dei bovini maschi macellati e più del 35% di tali macellazioni avvenga tra il 1° settembre e il 30 novembre. L’importo del premio varia a seconda del periodo di macellazione da 72,45 Euro per i capi macellati nelle prime quindici settimane dell’anno a 18,11 Euro per i capi macellati tra la ventiduesima e la ventitreesima settimana dell’anno. Gli Stati membri possono effettuare pagamenti supplementari per capo di bestiame (bovini maschi, vacche nutrici e da latte e giovenche) conformemente ai requisiti stabiliti nel quadro dei programmi di concessione dei premi di base, ovvero quale importo supplementare al premio 110 La normativa di settore per l’abbattimento per il bestiame adulto. Possono inoltre effettuare pagamenti per superficie per i pascoli permanenti (definiti dagli Stati membri) destinati all’allevamento di bestiame, ma rispetto ai quali non siano stati richiesti pagamenti supplementari per il bestiame. Per tale aiuto le risorse complessivamente disponibili ammontano a 164,4 milioni di Euro, 328,7 milioni di Euro e 493 milioni di Euro, rispettivamente per gli anni 2000, 2001, 2002 e per gli anni successivi, da ripartire tra gli Stati membri in base alla loro quota di produzione di carni bovine nella Comunità. Disposizioni Comuni - al fine di poter accedere ai premi gli animali devono essere identificati e registrati, ed il pagamento verrà effettuato previa ispezione. Qualora un’ispezione rilevi che il produttore ha fatto uso di sostanze illegali per allevare i propri animali o qualora egli si opponga all’indagine, non gli verranno concessi pagamenti diretti per l’anno civile in causa. Ammasso privato e pubblico - a decorrere dal 1° luglio 2002 può essere decisa la concessione di aiuti all’ammasso privato, qualora il prezzo medio del mercato comunitario constatato sia inferiore al 103% del prezzo di base, fissato a 2.224 Euro per tonnellata per le carcasse di bovini maschi. Il Consiglio può modificare questo prezzo nel caso in cui si renda necessario. A decorrere dalla stessa data, inoltre, si potrà ricorrere all’intervento pubblico se il prezzo medio di mercato di uno Stato membro o di una regione di uno Stato membro è inferiore a 1.560 Euro per tonnellata. In questo caso, il prezzo di acquisto e i quantitativi interessati sono determinati mediante aggiudicazione. 111 La normativa di settore Scambi con i paesi terzi – Ogni importazione nella Comunità di animali vivi della specie bovina diversi dai riproduttori di razza pura è soggetta al rilascio di un titolo di importazione. Titoli analoghi possono essere richiesti per le carni fresche o refrigerate. Per gli altri prodotti, la presentazione dei suddetti titoli non è richiesta. Alle importazioni di carni bovine si applicano le aliquote dei dazi della tariffa doganale comune, se però le importazioni rischiano di perturbare il mercato comunitario, può essere riscosso un dazio addizionale. Per consentire l’esportazione di quantitativi economicamente rilevanti dei prodotti possono essere istituite restituzioni all’esportazione fissate a titolo periodico o per quantitativi determinati mediante aggiudicazione all’esportazione. Le restituzioni sono fissate tenendo conto dei seguenti elementi: • la situazione esistente sul mercato comunitario e mondiale e le prospettive di evoluzione; • gli obiettivi dell’organizzazione comune dei mercati nel settore delle carni bovine; • qualsiasi restrizione derivante da accordi internazionali (Organizzazione mondiale del commercio, ecc.); • l’esigenza di evitare perturbazioni sul mercato comunitario; • l’aspetto economico delle esportazioni previste. Disposizioni generali – gli Stati membri constatano i prezzi dei bovini in base a norme che la Commissione deve stabilire secondo una determinata procedura. In caso di aumento o diminuzione durevole dei prezzi sul mercato comunitario possono essere adottate adeguate misure. Inoltre sono previste misure eccezionali di sostegno al mercato al fine di combattere la propagazione di malattie degli animali. Salvo contrarie disposizioni del regolamento, al settore delle carni bovine si applicano le norme del trattato relative agli aiuti di Stato. Disposizioni transitorie – Fino al 30 giugno 2002, per gli animali vivi della specie bovina è stato possibile l’acquisto da parte degli organismi di intervento al fine di scongiurare una rilevante flessione dei prezzi. 112 La normativa di settore 6. 2 - La riforma della Pac e la nuova OCM carni bovine Con il Consiglio Europeo di Berlino del 1999, che ha dato concretezza a quanto proposto nel documento <<Agenda 2000>>, fu dato incarico alla Commissione di elaborare entro il 2002 una revisione a medio termine, la cosiddetta Mid-term-review, con l’obbligo di: • conoscere l’andamento della spesa agricola e del mercato dei cereali, dei semi oleosi e delle carni bovine; • individuare una possibile strategia per il settore lattiero-caseario, in vista dell’eventuale soppressione dell’attuale regime delle quote latte dopo il 2006; • discutere sulle eventuali modifiche da apportare alle OCM. I contenuti della comunicazione (COM 394/2002), elaborati a seguito di tale incarico e presentati il 10 luglio 2002, sono andati ben oltre la semplice revisione di medio termine, gettando le basi per una riforma più sostanziale della Politica Agricola Comune. Con la “Mid Term review” (MTR) infatti, viene avanzata la proposta di separare definitivamente il sostegno comunitario dalla produzione (disaccoppiamento) nei settori dei seminativi, delle leguminose da granella, del riso, dei foraggi essiccati, delle carni bovine, ovicaprine e del latte; di modificare alcune OCM (Cereali, frumento duro, carni bovine, latte, ecc.) e di rafforzare la politica di sviluppo rurale; si configura inoltre la possibilità di rendere obbligatori gli strumenti della condizionalità ambientale27 e della modulazione che consiste nella riduzione lineare dei pagamenti diretti spettanti agli agricoltori ed il trasferimento di risorse a favore dello sviluppo rurale. Limitatamente al settore delle carni bovine, la revisione di medio termine non ha previsto nuove misure specifiche rispetto a quanto era stato stabilito nel 1999 nel quadro della riforma, dal momento che la situazione di mercato è apparsa migliore rispetto alle previsioni contenute in Agenda 2000. Pur tuttavia la Commissione ha indicato, anche per questo settore, il percorso verso un sistema di aiuti disaccoppiato dalle produzioni a parti- 27 Il regime di aiuti diretti è condizionato dall’osservanza di una serie di requisiti obbligatori in materia di sicurezza alimentare, rispetto dell’ambiente, sicurezza dei lavoratori agricoli, salute e benessere degli animali. 113 La normativa di settore re dal 2004: questo sistema consiste in un unico pagamento per azienda basato su diritti storici che sostituisce tutti i singoli premi previsti dalla OCM. Secondo tale sistema la procedura da adottare per il calcolo degli aiuti da concedere è la seguente: si considera il numero dei capi che hanno originato pagamenti diretti nel triennio 2000-2002 e si moltiplica per gli importi unitari del 2002 (in quanto importi a regime secondo Agenda 2000). Questa cifra rapportata ad anno (divisa quindi per tre) rappresenta l’importo di riferimento aziendale, cioè l’importo che l’azienda continuerà a percepire indipendentemente dalla sua produzione (intesa sia come <<tipo di prodotto>> che come <<quantità>>). Va sottolineato che i capi a cui si fa riferimento sono quelli che hanno ottenuto il premio e non sono quindi compresi tutti quei capi per i quali il premio non è stato richiesto o comunque ottenuto. Questo importo viene suddiviso per gli ettari aziendali (2000-2002) <<eleggibili>> che hanno generato pagamenti diretti (mais, orzo, altre colture, foraggere permanenti, pascoli): si ottiene così il <<diritto di premio per ettaro>>. Dunque per ogni azienda vengono fissati una volta per tutte gli ettari <<eleggibili>> e il diritto per ettaro, ciò darà luogo al pagamento effettivo annuale. Qualora gli allevamenti non abbiano superficie annessa, il diritto corrisponderà agli aiuti percepiti nel periodo di riferimento; in questo caso, tuttavia, gli allevatori non possono svincolare totalmente l’aiuto dall’attività produttiva, ma sono obbligati a mantenere almeno il 50% dell’attività che ha generato l’ammontare dell’aiuto (espressa in UBA). Il diritto all’aiuto può essere trasferito nell’ambito nazionale ed anche regionale, a discrezione di ogni Stato, a titolo oneroso, con o senza terra. I diritti specifici, invece, non sono trasferibili, salvo successione. I diritti sono soggetti a degressività, cioè ad una progressiva riduzione nel tempo: si parte dall’1% in meno nel 2006, si arriva al 19% in meno nel 2012; è prevista, altresì, una franchigia per i primi 5.000 Euro di aiuti diretti ed un prelievo a tasso ridotto per gli importi compresi fra i 5.000 e i 50.000 Euro. Solo oltre questa soglia si applica la riduzione piena (a regime del 19%). A fronte del disaccoppiamento la Commissione ha stimato una flessione della produzione bovina che subirà un’estensivizzazione e il conseguente aumento dei prezzi di mercato. 114 La normativa di settore La Commissione inoltre ha previsto la riduzione degli incentivi a favore dell’allevamento intensivo allo scopo di allentarne la pressione e favorire il raggiungimento di un maggiore equilibrio del mercato. Tra le ipotesi di condizionalità del premio disaccoppiato, oltre ai vincoli già presenti (limiti di densità di carico, completamento dell’anagrafe bovina ecc.) si è fatto riferimento anche al benessere degli animali e alla garanzia della salubrità dei prodotti. Inoltre è stato deciso che i sussidi all’esportazione di animali vivi vengano concessi soltanto sulla base di richieste giustificate ed in linea con i requisiti relativi al benessere degli animali durante il trasporto. Nel gennaio 2003 le proposte contenute nella Mid-term-review sono state formalizzate – talora con qualche modifica - in proposte di regolamento. Ciò nonostante, tutto il pacchetto dalla MTR, e quindi anche la proposta di riforma dell’OCM carni bovine, è stato sottoposto ad un lungo processo di discussione che si è concluso il 26 giugno 2003 con l’approvazione definitiva, da parte del Consiglio dei ministri agricoli Europei, della riforma della Politica Agricola Comune. Secondo quanto si legge nel documento relativo al “compromesso finale della Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea” del 30 giugno 2003, il Consiglio dei ministri ha introdotto numerose e sostanziali modifiche rispetto alle proposte avanzate dalla Commissione nel mese di gennaio. Una delle più importanti riguarda il disaccoppiamento: la riforma infatti, ha confermato il pagamento unico per azienda indipendente dalla produzione, ma nel contempo ha concesso ai Paesi membri l’alternativa di mantenere una certa correlazione tra sovvenzioni e produzione (disaccoppiamento parziale) allo scopo di scongiurare i possibili effetti del disaccoppiamento totale, quali per esempio l’abbandono dell’attività agricola e zootecnica nelle aree marginali e nelle zone svantaggiate, e la conseguente riduzione del potenziale produttivo. Sempre agli Stati membri è stata data la possibilità di “regionalizzare“ il processo di disaccoppiamento - il quale viene demandato ad un livello subnazionale – e di trattenere fino al 10% del massimale nazionale per realizzare un premio supplementare a favore di specifici progetti legati alla qualità ed al miglioramento dell’ambiente. La data di avvio del disaccoppiamento è stata rimandata di un anno (1° gennaio 2005), rispetto a quanto era stato indicato nella comunicazio115 La normativa di settore ne di luglio; anche se gli Stati membri possono spostare la data di avvio al 1° gennaio del 2006 o del 2007, qualora dovessero ritenere necessario un periodo transitorio di implementazione, dovuto a specifiche caratteristiche o condizioni della propria agricoltura: l’Italia, nello specifico, ha deciso di partire subito. L’ammontare complessivo che ogni singolo Stato membro potrà erogare in ciascun anno a favore degli agricoltori aventi diritto è assoggettato ad un massimale finanziario che, all’indomani della conclusione del lungo negoziato, è stato indicato all’interno del regolamento orizzontale n. 178/2003 del 29 settembre 2003. La concessione del pagamento unico per azienda è rimasta subordinata al rispetto delle norme in materia di salvaguardia ambientale, sicurezza alimentare e protezione degli animali (condizionalità). Rispetto alle proposte di regolamento del mese di gennaio, sia l’elenco delle normative oggetto di condizionalità, sia i principi di buona pratica agricola, sono stati semplificati e ridotti. Inoltre, la consulenza aziendale obbligatoria (almeno per gli aspetti relativi alle modalità di applicazione delle norme previste dalla condizionalità, dei pagamenti diretti e delle buone pratiche agricole) è stata estesa a tutte le aziende, dando la possibilità agli Stati membri di dare priorità ai produttori che ricevono pagamenti diretti per più di 15 mila Euro l’anno. Con i testi legali presentati a gennaio, la Commissione aveva proposto una riduzione progressiva dei pagamenti diretti spettanti agli agricoltori, con una percentuale, a regime, del 19%. In pratica questa operazione si traduceva in due tipi di prelievo: un primo prelievo - identificato con il termine modulazione - pari, a regime, al 6% i cui fondi avrebbero dovuto essere destinati a favore della politica di sviluppo rurale; ed un secondo prelievo - definito con il termine degressività - pari a regime, al 13% dei pagamenti diretti, i cui fondi avrebbero finanziato i costi delle riforme di alcune OCM. Il compromesso raggiunto dai ministri agricoli a fine giugno 2003, ha apportato le seguenti modifiche: la degressività28 è stata congelata e scat- 28 Il taglio degli aiuti è stato congelato, esso scatterà solo in caso di necessità finanziaria cioè solo se dovesse esserci un superamento del budget di 300 milioni di Euro. In caso di riduzione ci sarà una franchigia fino a 5.000 Euro, mentre da 5.000 a 50.000 Euro l’aliquota del prelievo sarà dimezzata, oltre questa soglia sarà piena. 116 La normativa di settore terà solo in caso di necessità finanziaria, la modulazione invece è stata confermata per il 2005 ad un tasso del 3%, aumentato al 4% nel 2006 e al 5% nel 2007 e per gli anni successivi. Sono esentate dal prelievo le aziende con aiuti diretti fino a 5.000 Euro. La politica di sviluppo rurale è stata rafforzata con maggiori finanziamenti UE e con nuove misure per promuovere l’ambiente, la qualità, il benessere degli animali e per aiutare gli agricoltori ad adeguarsi alle norme di produzione UE a partire dal 2005. Il Consiglio ha inoltre deciso di rivedere i settori del latte, delle carni bovine, del riso, dei cereali, del frumento duro, dei foraggi essiccati e della frutta in guscio e di introdurre un meccanismo di disciplina finanziaria al fine di rispettare gli stretti vincoli di bilancio fissati per l’Unione Europea a 25 da qui al 2013. In seguito all’accordo raggiunto a giugno, il Consiglio dei ministri Europei ha dato il via libera ai testi giuridici ed i regolamenti (Reg. CE n. 1782/2003 e n. 1783/200329) sono stati pubblicati sulla Gazzetta ufficiale comunitaria del 21 ottobre 2003. Nel settore della carne bovina la riforma della Pac ha mantenuto lo status quo per quanto riguarda le misure settoriali e verticali dell’Organizzazione Comune dei Mercati ma ha rivoluzionato il regime di erogazione dei pagamenti diretti. Questo per effetto del disaccoppiamento, in base al quale i pagamenti da corrispondere a favore degli allevatori devono essere calcolati in funzione dei contributi percepiti nel triennio 2000-2002, in alternativa al disaccoppiamento totale, gli Stati membri possono mantenere una parte dei premi legati ancora alla produzione (disaccoppiamento parziale) allo scopo di evitare l’abbandono della produzione. Per l’applicazione del disaccoppiamento parziale, sono state stabilite le seguenti opzioni: mantenere accoppiato sino al 100% del premio della vacca nutrice e sino al 40% del premio di macellazione dei bovini adulti e dei vitelli; mantenere accoppiato sino al 100% del premio di macellazione oppure mantenere accoppiato sino al 75% del premio speciale per i bovini maschi. Per il settore ovi-caprino, a differenza delle carni bovine, c’è 29 Il Reg. CE n. 1782/2003 del 29 settembre 2003 istituisce norme comuni relative ai regimi di sostegno diretto nell’ambito della politica agricola comune e istituisce taluni regimi di sostegno a favore degli agricoltori e modifica i regolamenti (CEE) n. 2019/93, (CE) n. 1452/2001, (CE) n.1453/2001, (CE) n. 1454/2001, (CE) n. 1868/94, (CE) n. 1251/99, (CE) n. 1254/99, (CE) n. 1673/2000, (CEE) n. 2358/71 e (CE) n. 2529/2001. Il Reg. CE n 1783/2003 modifica il regolamento CE n. 1257/99 sul sostegno allo sviluppo rurale da parte del Fondo europeo agricolo di orientamento e di garanzia (FEAOG). 117 La normativa di settore solo un’alternativa al disaccoppiamento totale: mantenere accoppiato al 50% il massimale nazionale30. Anche per questi settori, i Paesi UE possono decidere di applicare la clausola “qualità - ambiente”; così come prevede l’articolo n. 69 del Reg. CE 1782/’03. 6. 3 - La p o si z i o n e de l l ’ I t al i a Con la riforma del regime dei pagamenti diretti nel settore della carne bovina e l’introduzione del disaccoppiamento - che congela la spesa comunitaria ai livelli raggiunti nel triennio 2000-2002 - l’Italia ha perso una parte assai cospicua delle dotazioni finanziarie che erano state riconosciute, nel corso del negoziato di <<Agenda 2000>>, al comparto bovino. Agenda 2000 infatti, aveva previsto per l’Italia un massimale di 652,2 milioni di Euro che si è ridotto a 409,3 milioni con la riforma della Pac del giugno 2003. Queste correzioni finanziarie subite dal nostro Paese, sono state causate principalmente dai ritardi nella realizzazione dell’anagrafe bovina. Il massimale finanziario assegnato all’Italia per il comparto bovino è stato calcolato sulla base dei pagamenti effettuati da Agea nel triennio di riferimento, che, a causa del mal funzionamento dell’anagrafe bovina, risultano alquanto inferiori ai premi realmente richiesti dagli allevatori. In altre parole, il regime di aiuto stabilito dall’Unione Europea a favore della zootecnia italiana risulta inferiore al livello di spesa raggiunto effettivamente dall’Italia (premi pagati + premi richiesti) nelle ultime tre campagne di riferimento e non consente, pertanto, di perseguire un adeguato processo di sviluppo e di razionalizzazione del settore. Preso atto della situazione, il passo successivo per l’Italia è stato quello di scegliere le modalità più vantaggiose per l’applicazione nazionale della riforma Fischler. La scelta dell’Italia è ricaduta sulla formula del disaccoppiamento totale non regionalizzato ed esteso a tutti i settori, già a partire dal 2005. Le uniche eccezioni al principio generale riguardano le sementi certificate, per le quali i premi resteranno accoppiati alla produzione ed il latte, 30 I dettagli delle modalità di applicazione del disaccoppiamento parziale sono contenuti nel regolamento orizzontale n. 178/2003 del 29 settembre 2003. 118 La normativa di settore il cui disaccoppiamento partirà solo nel 2006. Inoltre, per i seminativi e per le carni bovine ed ovi-caprine verrà applicato l’articolo 69 del Reg. Ce 1782/2003 per incentivare progetti su qualità e tutela ambientale. Il Governo ha giustificato la sua scelta sostenendo che il disaccoppiamento totale degli aiuti al settore dei bovini da carne garantisce la totale erogazione degli aiuti destinati al settore e, sganciando i premi dai meccanismi dell’anagrafe bovina, semplifica le procedure burocratiche ed amministrative, in accordo con l’obbiettivo della semplificazione perseguito dalla riforma della Pac. Infatti, nel caso in cui l’Italia avesse optato per il disaccoppiamento parziale avrebbe corso il rischio di non riuscire a spendere il massimale “accoppiato”, soprattutto nell’ipotesi di una riduzione della zootecnia; inoltre, l’allevatore avrebbe dovuto presentare ogni anno la domanda relativa al pagamento diretto per la parte accoppiata, incorrendo nei noti problemi legati al malfunzionamento dell’anagrafe bovina. Accanto agli aspetti positivi legati all’applicazione in Italia del disaccoppiamento totale, esiste la possibilità che questo sistema di premi slegati dalla produzione possa incoraggiare l’abbandono della zootecnia estensiva nelle zone collinari e montane, con gli inevitabili riflessi di natura ambientale ed occupazionale nelle aree svantaggiate. Questo potrebbe determinare una riduzione della produzione di carne bovina, di cui l’Italia è già ampiamente deficitaria, con conseguenze negative anche sui settori a monte dell’allevamento (in particolare sull’industria mangimistica). Per scongiurare questo rischio l’Italia, insieme a pochi altri Paesi (Portogallo, Svezia, Scozia), ha adottato - sia nel settore bovino che ovicaprino - l’opzione dell’articolo 69 del regolamento UE 1782/2003. Questo articolo prevede la possibilità per gli Stati membri di trattenere fino ad un massimo del 10% dei pagamenti unici per azienda al fine di costituire dei plafond settoriali, i quali saranno utilizzati per erogare pagamenti supplementari a favore degli agricoltori o allevatori che, operando negli stessi settori che subiscono la trattenuta, portano avanti progetti finalizzati alla valorizzazione dell’ambiente e al miglioramento della qualità e della commercializzazione dei prodotti agricoli e zootecnici. Per l’Italia, le trattenute per la formazione degli specifici plafond settoriali sono state stabilite nella misura del 7% sui premi ai bovini; del 5% per gli ovi-caprini e dell’8% per i seminativi. Per l’accesso a questi finanziamenti, nel caso delle carni bovine si punta a valorizzare i capi iscritti ai 119 La normativa di settore libri genealogici e gli allevamenti estensivi e biologici. L’importo massimo del pagamento supplementare è fissato a 180 Euro/capo, che sarà ridotto in base al numero di capi dichiarati, tenendo conto del plafond disponibile di 28,674 milioni di Euro. Per le carni ovi-caprine31, il pagamento supplementare a capo viene erogato agli allevatori singoli e associati con più di 50 capi che conducono gli animali al pascolo per almeno 120 giorni. L’importo massimo del pagamento supplementare è fissato a 15 Euro/capo, che sarà ridotto in base al numero di capi dichiarati, tenendo conto del plafond disponibile di 8,66 milioni di Euro. 6. 4 - OCM carni suine e OCM pollame Il Regolamento (CEE) n. 2759/7532 del Consiglio relativo all’organizzazione comune dei mercati nel settore delle carni suine mira a stabilizzare i prezzi e ad assicurare un equo tenore di vita alla popolazione agricola interessata, fissando i regimi dei prezzi, le modalità degli scambi con i paesi terzi ed incoraggiando le iniziative atte a facilitare l’adeguamento dell’offerta alle esigenze dei mercati. Nello specifico, il Regolamento - che disciplina gli animali vivi diversi dai riproduttori di razza pura ed i prodotti derivati dalle carni suine prevede aiuti all’ammasso privato e l’acquisto di carcasse, mezzene, pancetta oppure lardo fresco o refrigerato al fine di ridurre eventuali flessioni dei prezzi. Inoltre, stabilisce che il prezzo d’acquisto per i suini macellati della qualità tipo non può essere superiore al 92% né inferiore al 78% del prezzo di base. Per i prodotti diversi dai suini macellati o che non sono della qualità tipo i prezzi d’acquisto sono invece derivati dal prezzo d’acquisto dei suini macellati di qualità tipo. Per quanto riguarda le importazioni o le esportazioni, queste possono essere subordinate al rilascio di un titolo di importazione o di esportazione. Ai prodotti del settore suinicolo, invece, si applicano i tassi della tariffa doganale comune. Sempre lo stesso Regolamento dispone che la riscossione dei dazi 31 Il massimale finanziario assegnato al comparto ovi-caprino ammonta a 222,2 milioni di Euro. 32 Modificato da i seguenti regolamenti: (CEE) n. 1423/78 del Consiglio del 20 giugno 1978; n. 2966/80 del Consiglio del 14 novembre 1980; n. 1473/86 del Consiglio del 13 maggio 1986; n. 3906/87 del Consiglio del 22 dicembre 1987; 1249/89 del Consiglio del 3 maggio 1989; n. 3290/94 del Consiglio del 22 dicembre 1994; n. 1365/2000 del Consiglio del 19 giugno 2000. 120 La normativa di settore doganali all’importazione si applica solo nel caso in cui le importazioni rischiano di destabilizzare il mercato comunitario; mentre, un andamento duraturo dei prezzi sul mercato comunitario può determinare la sospensione parziale o totale dei dazi all’importazione. In merito agli scambi con i paesi terzi, se il mercato comunitario rischia di subire perturbazioni a causa delle importazioni o delle esportazioni, possono essere adottate misure di salvaguardia. Inoltre, in caso di malattie degli animali, il regolamento stabilisce che possono essere adottate misure eccezionali di sostegno al mercato. Il Regolamento (CEE) n. 2777/7533 del Consiglio del 29 ottobre 1975, si pone come obiettivo la creazione di un’organizzazione comune dei mercati nel settore del pollame che consenta di stabilizzare i prezzi e garantire un equo livello di vita agli agricoltori grazie ad una commercializzazione più agevole dei prodotti e alla definizione di modalità per gli scambi con i paesi terzi. Il regolamento prevede inoltre misure comunitarie a favore delle iniziative professionali o interprofessionali volte a migliorare la qualità dei prodotti e il loro impiego, a promuovere una migliore organizzazione della produzione e della commercializzazione dei prodotti, o che consentano di seguire meglio l’evoluzione dei prezzi di questi prodotti sul mercato. Nello specifico, il Regolamento - che disciplina i seguenti animali: galli, galline, anatre, oche, tacchine e faraone, carni e frattaglie commestibili, fegato di volatile, grassi ed altre preparazioni a base di pollame – prevede, per le carni e le frattaglie commestibili di pollame, norme di commercializzazione che possono riguardare la classificazione in base alle categorie, la qualità, il peso e l’etichettatura. Per gli altri prodotti l’adozione di norme è facoltativa. Per quanto riguarda le importazioni o le esportazioni, queste possono essere subordinate al rilascio di un titolo di importazione o di esportazione. Ai prodotti del settore del pollame si applicano le aliquote dei dazi della tariffa doganale comune. Sempre lo stesso Regolamento dispone che la riscossione dei dazi 33 Modificato dai regolamenti (CEE): n. 369/76 del Consiglio del 6 febbraio 1976 (Atto di adesione della Grecia); n. 1235/89 del Consiglio del 3 maggio 1989; n. 3714/92 della Commissione del 22 dicembre 1992; n. 1574/93 del Consiglio del 14 giugno 1993 (Atto di adesione dell’Austria della Finlandia e della Svezia; n. 3290/94 del Consiglio del 22 dicembre 1994; n. 2916/95 della Commissione del 18 dicembre 1995. 121 La normativa di settore doganali all’importazione si applica solo nel caso in cui le importazioni rischiano di destabilizzare il mercato comunitario. Qualora il mercato comunitario rischia di subire perturbazioni a causa delle importazioni o delle esportazioni, il regolamento prevede misure di salvaguardia. Negli scambi con i paesi terzi sono vietate le tasse aventi un effetto equivalente ad un dazio doganale nonché l’applicazione di restrizioni quantitative o di misure di effetto equivalente. Inoltre, in caso di malattie degli animali, possono essere adottate misure eccezionali di sostegno al mercato. 122 Conclusioni Conclusioni La zootecnia da carne siciliana, caratterizzata da vincoli territoriali, strutturali ed organizzativi, opera oggi in un contesto generale contraddistinto dalla nuova Politica Agricola Comune (disaccoppiamento, condizionalità, ecc.), dalla globalizzazione dei mercati e dalle emergenze sanitarie che, negli ultimi anni, hanno contribuito a delineare il “nuovo modello di consumatore”: sempre più attento alle proprie scelte alimentari ed alle garanzie inerenti la qualità dei prodotti (certificazioni). Per affrontare queste sfide, la zootecnia siciliana può avviare un percorso di crescita che passa attraverso il rafforzamento della filiera, la flessibilità produttiva e la diversificazione delle attività dell’impresa, la qualità, l’aggregazione ed il marketing. Per le caratteristiche specifiche del territorio più intensamente interessato alle produzioni zootecniche, quello collinare e montano dell’area interna, l’evoluzione del comparto non può orientarsi esclusivamente al miglioramento dell’efficienza produttiva, ma piuttosto alla valorizzazione delle caratteristiche di peculiarità e tipicità. Il rafforzamento della filiera richiede la realizzazione di opere funzionali all’attività zootecnica, il miglioramento delle strutture aziendali destinate all’allevamento, alla trasformazione e al confezionamento delle carni, l’organizzazione dell’offerta e della commercializzazione dei prodotti. La flessibilità produttiva, laddove non entri in conflitto con la possibilità di valorizzazione delle produzioni a valenza territoriale e tipica, persegue il fine di soddisfare le mutevoli richieste del mercato, mentre la diversificazione delle attività dell’impresa (agriturismo, turismo rurale, fattorie didattiche, ecc.) costituisce l’opportunità di integrare il reddito degli imprenditori e, nel contempo, rappresenta un ulteriore sbocco per le produzioni aziendali. La valorizzazione della produzione di qualità si persegue, invece, attraverso la tutela delle razze autoctone, ma sempre abbinata alla garanzia della sicurezza dei processi produttivi e alla rintracciabilità delle carni. In Sicilia, inoltre, il rilancio della zootecnia da carne non può prescindere da iniziative che concentrino l’offerta e che consentano, quindi, l’adozione di sistemi di certificazione di origine, di processo e di prodotto, inaccessibili ai piccolissimi allevatori singoli ma del tutto praticabili attraverso l’intervento di forme aggregative quali consorzi ed associazioni. Le carni siciliane e le preparazioni tradizionali, quindi, andrebbero anche sostenute da un programma efficace di comunicazione che informi 125 Conclusioni il consumatore sulle caratteristiche distintive di queste produzioni. La zootecnia, nell’intraprendere questo percorso di crescita, può trovare nel Programma Operativo Regionale e nel Piano di Sviluppo Rurale, utili strumenti finanziari e di indirizzo. Tuttavia, la possibilità che questi strumenti possano contribuire in modo concreto allo sviluppo del settore, viene ridotta dalla perdurante carenza della capacità imprenditoriale e della specifica competenza professionale indispensabile per la definizione di progetti validi ed orientati al perseguimento di obiettivi strategici. 126 Bibliografia Bibliografia Pubblicazioni: • • • • • • • • • • • • • • • • • Bacarella A., Crescimanno M., Fardella G.G., Tudisca S. - Aspetti strutturali, tecnici, economici organizzativi della zootecnia siciliana 1994 – Regione Siciliana – Assessorato Agricoltura e Foreste, Associazione Italiana Allevatori, Università degli Studi di Palermo, Dipartimento di Economia, Ingegneria e Tecnologie Agrarie Settore Economia. Commissione delle Comunità Europee – Il Libro Bianco Sulla Sicurezza Alimentare – Bruxelles 12.1.2000 COM (1999) 719 def. Commissione Europea – Agenda 2000 per un’unione più forte e più ampia – Bollettino dell’Unione Europea Supplemento 5/97. 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Regione Siciliana Assessorato Agricoltura e Foreste Servizi allo Sviluppo, Sezione Operativa n. 54 Collesano e n. 52 di Gangi – Guida alle principali norme igienico-sanitarie per le aziende lattiero-casearie (marzo 1998). Regione Siciliana Assessorato Agricoltura e Foreste Dipartimento Regionale Interventi Strutturali, Servizio IX – U.O. n. 102 - Sezione Operativa n. 59 di Mezzojuso, Servizio IV – U.O. n. 18 – Interventi in materia di Agricoltura e Zootecnia Biologica – Elementi di zootecnia biologica per gli allevamenti bovini ed ovini (anno 2002). Regione Siciliana Assessorato Agricoltura e Foreste – Servizio Assistenza Tecnica e Divulgazione agricola - Sezioni Operative: Brolo (N.5); Castell’Umberto (N.7); S. Agata di Militello (N. 8); Caronia (N.10); Mistretta (N.11) - “Indagine preliminare sul Suino Nero e sulla produzione degli insaccati nei Nebrodi”– Anno 1991. Schmid O.; Strasser F.; Gilomen R..; Meili E.; Wollesen J.- Agricoltura Biologica – 1994. Zingale L. 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anno 2000 22 Sicilia: aziende con suini e relativo numero di capi per classi di capi – anno 2000 23 Sicilia: aziende con allevamenti suini e classe di superficie totale, anno 2000 e Var. % 2000/1990 24 Sicilia: aziende con suini e relativo numero di capi per classe di capi e classe di superficie totale al 2003 25 Sicilia: incidenza delle aziende con scrofe sulle aziende totali, anno 2000 27 Indice delle tavole e dei grafici Tav. 1.8 Sicilia: distribuzione provinciale degli allevamenti avicoli e relativo numero di capi, anno 2000 31 Sicilia – Italia: allevamenti minori e relativo numero di capi, anno 2000 e Var. % 2000/1990 31 Sicilia: allevamenti minori e relativo numero di capi al 2003 32 Aziende zootecniche in biologico certificate nel 2002 per specializzazione e per aggregati territoriali 33 Tav. 1.11 Sicilia – Italia: la mandria bovina biologica, anno 2000 34 Tav. 1.12 Sicilia – Italia: la mandria ovi-caprina biologica, anno 2000 34 Tav. 1.13 Sicilia: allevamenti minori in biologico, anno 2000 34 Tav. 2.1 Sicilia: evoluzione del volume di macellazione e del numero di impianti 1990 - 2000 -2004 41 Sicilia: macellazioni di bovini e bufalini, suini ed ovicaprini per tipo di mattatoio nel 1990 e dal 2000 al 2002 42 Sicilia: incidenza percentuale delle macellazioni di bovini e bufalini, suini ed ovicaprini per tipo di mattatoio nel 1990 e dal 2000 al 2002 42 Distribuzione provinciale degli impianti di macellazione delle carni rosse in attività nel territorio della Regione Sicilia, al 15 gennaio 2003 e al 31 marzo 2005 44 Impianti di macellazione delle carni rosse in attività nel territorio della Regione Sicilia, al 15 gennaio 2003 al 31 marzo 2005 49 Tav. 1.9a Tav. 1.9b Tav. 1.10 Tav. 2.2a Tav. 2.2b Tav. 2.3a Tav. 2.3b 153 Indice delle tavole e dei grafici Tav. 2.4a Sicilia: stabilimenti di lavorazione delle carni rosse e distribuzione provinciale al 15 gennaio 2003 52 Sicilia: stabilimenti di lavorazione delle carni rosse e distribuzione provinciale al 31 marzo 2005 53 Tav. 2.4a/b Legenda: Sicilia, stabilimenti di lavorazione delle carni rosse e distribuzione provinciale al 15 gennaio 2003 e al 31 marzo 2005 53 Sicilia: stabilimenti di lavorazione delle carni di volatile (D.P.R. 195/97 e Dir.71/118/CEE) e di coniglio (D.P.R. 559/92) al 15 gennaio 2003 54 Sicilia: stabilimenti di lavorazione delle carni di volatile (D.P.R. 195/97 e Dir.71/118/CEE) e di coniglio (D.P.R. 559/92) al 31 marzo 2005 54 Tav. 2.5a/b Legenda: Sicilia, stabilimenti di lavorazione delle carni di volatile (D.P.R. 195/97 e Dir.71/118/CEE) e di coniglio (D.P.R. 559/92) al 15 gennaio 2003 e al 31 marzo 2005 54 Sicilia: distribuzione provinciale degli stabilimenti di lavorazione dei prodotti a base di carne - al 31 dicembre 2002 e al 31 marzo 2005 55 Sicilia - Italia: commercio al dettaglio di carne e prodotti a base di carne, distribuzione provinciale e territoriale dal 2000 al 2004 60 Sicilia - Italia: grande distribuzione per ripartizione provinciale e numero di addetti al 1° gennaio 2002 2003 - 2004 61 Tav. 2.4b Tav. 2.5a Tav. 2.5b Tav. 2.6 Tav. 3.1a Tav. 3.1b 154 Indice delle tavole e dei grafici Tav. 3.2a Sicilia - Italia: la spesa media mensile familiare di carne nel 1990 e dal 1995 al 2002 63 Sicilia: spesa media mensile familiare di carne bovina, suina, di pollame, conigli e selvaggina e salumi dal 1997 al 2002 63 Tav. 4.1 Sicilia: importazioni di bovini vivi da 1999 al 2004 71 Tav. 4.2 Sicilia: Importazioni di carni bovine fresche o refrigerate dal 1998 al 2004 73 Sicilia: Importazioni di carni bovine congelate dal 1998 al 2004 75 Tav. 4.4 Sicilia: importazioni di suidi vivi dal 1998 al 2004 77 Tav. 4.5 Sicilia: importazioni di carni di suidi fresche o refrigerate e congelate dal 1998 al 2004 78 Sicilia: importazioni di carni ovi-caprine fresche o refrigerate e congelate dal 1998 al 2004 80 Mis. 4.06 Azione 2 (bando 2001), graduatoria dei progetti ammissibili a finanziamento (dati aggiornati a maggio 2005) 89 Mis. 4.06 Azione 2 (bando 2001), graduatoria dei progetti ammissibili a finanziamento per il comparto carne (dati aggiornati a maggio 2005) 89 Mis. 4.06 Azione 2 (bando 2001), graduatoria dei progetti ammissibili a finanziamento per il comparto allevamenti minori (dati aggiornati a maggio 2005) 90 Tav. 3.2b Tav. 4.3 Tav. 4.6 Tav. 5.1 Tav. 5.2a Tav. 5.2b 155 Indice delle tavole e dei grafici Tav. 5.3 Tav. 5.4 Trasformazione degli impegni assunti con il Reg. CE 2078/92 in un nuovo impegno previsto dal PSR 96 Azione F1b – Livello di aiuto relativo al comparto zootecnico 98 Tav. 6.1 Massimali nazionali per il premio all’abbattimento 109 Tav. 6.2 Dotazione nazionale 111 156 Indice delle tavole e dei grafici Indice dei grafici nel testo Graf. 2.1 Macellazione dei bovini in Sicilia dal 1996 al 2002 38 Graf. 2.2 Carne bovina complessivamente prodotta (peso morto) in Sicilia dal 1996 al 2002 38 Graf. 3.1 Sicilia: spesa media mensile di carne dal 1997 al 2002 64 157 Indice delle tavole e dei grafici Ind ic e d ell e t av ole in ap p e n d ic e Tav A.1a Sicilia – Italia: macellazione dei bovini e bufalini per categoria di animali abbattuti dal 1996 al 2002 134 Tav. A.2a Sicilia – Italia: macellazioni dei suini per categoria di animali abbattuti dal 1996 al 2002 138 Tav. A.3a Sicilia – Italia: macellazioni degli ovini e dei caprini per categoria di animali abbattuti dal 1996 al 2002 140 Tav. A.4a Sicilia – Italia: macellazioni degli equini per categoria di animali abbattuti dal 1996 al 2002 144 Tav A.1b Sicilia – Italia: macellazione dei bovini e bufalini per tipo di mattatoio dal 1996 al 2002 146 Tav. A.2b Sicilia – Italia: macellazioni dei suini per tipo di mattatoio dal 1996 al 2002 147 Tav. A.3b Sicilia – Italia: macellazioni degli ovini e dei caprini per tipo di mattatoio dal 1996 al 2002 148 Tav. A.4b Sicilia – Italia: macellazioni degli equini per tipo di mattatoio dal 1996 al 2002 149 158 Finito di stampare nel dicembre 2005 Publisicula Industria Grafica Editoriale - Palermo Tel. 091.6883828 - Fax 091.6883829 www.publisiculasrl.it - [email protected]