Effetti della “Primavera araba”
sugli arrivi degli harraga in Sardegna
di Arianna Obinu
La rivolta sociale e politica che ha investito il mondo arabo durante i primi mesi del
2011 non sembra aver prodotto, sul breve termine, risultati confortanti dal punto di vista
dello sviluppo democratico dei Paesi coinvolti. Egitto e Tunisia, dopo il ribaltamento
politico dei rispettivi leader storici non sembrano trovare la via della pacificazione
effettiva; la Libia appare chiusa nel silenzio febbrile del dopo Al-Qadhafi; la Siria è
attualmente in preda ad una guerra che potrebbe assumere dimensioni inattese e ancor
più drammatiche; la popolazione del Bahrain riunita a più riprese in piazza della Perla a
Manama, ha tentato timidamente di far sentire la sua voce, approfittando anche della
visibilità internazionale offerta dal Gran premio di Formula1, in programma nel marzo
2011 e poi rinviato a causa delle sommosse; in Marocco la situazione sembra essere
contenuta sotto l'ala regale della monarchia regnante. E l'Algeria?
Interessante, in una recentissima pubblicazione dell'intellettuale Tahar Ben Jelloun
che racconta con lucidità la caduta dei regimi di Ben Ali e di Moubarak schiacciati dalla
“rivolta per la dignità” dei popoli arabi - più nota al pubblico occidentale come
“Primavera araba” -, il titolo riservato al capitolo dedicato all'Algeria: “Algeria: sarà
dura”.1 In effetti, il più grande Paese d'Africa non ha subito il contagio rivoluzionario e
prosegue indisturbato nella sua specifica transizione verso la modernità.
“Quello che è successo in Tunisia e in Egitto – scrive Ben Jelloun -, è una protesta
morale ed etica. È un rifiuto assoluto e senza mezzi termini dell’autoritarismo, della
corruzione, del furto dei beni del paese, rifiuto del nepotismo, del favoritismo, rifiuto
dell’umiliazione e della illegittimità che è alla base dell’arrivo al potere di questi
dirigenti il cui comportamento prende a prestito molti metodi dalla mafia. Una protesta
1 Ben Jelloun, T.: La rivolta dei gelsomini. Il risveglio della dignità araba, Bompiani, Milano 2012, 144
pp.
1
per stabilire un’igiene morale in una società che è stata sfruttata e umiliata fino
all’inverosimile. È per questo che non è una rivoluzione ideologica. Non c’è un leader,
non c’è un capo, non c’è un partito che porta avanti la rivolta. Milioni di persone
qualunque sono scese in strada perché quando è troppo è troppo! È una rivoluzione di
tipo nuovo: spontanea e improvvisata. È una pagina della storia scritta giorno per giorno,
senza una pianificazione, senza premeditazione, senza intrallazzi, senza trucchi. È come
una poesia che sgorga dal cuore di un poeta che scrive sotto dettatura della vita, che si
ribella e vuole giorni migliori”.2
A dimostrazione che il Maghreb raggruppa Paesi molto differenti tra loro e non
monoliticamente inquadrabili entro un'unica cornice, l'Algeria non rientra nel novero dei
Paesi in cui la rivoluzione ha avuto uno sviluppo culminato con il sovvertimento del
potere vigente.
I motivi sono rinvenibili, in parte, nell'analisi sopra citata di Ben Jelloun. Anzitutto,
sebbene gli algerini soffrano anch'essi, come i loro correligionari, dell'ingiustizia, del
nepotismo, dell'umiliazione quotidiana, della corruzione radicata, dell'immobilismo
socio-economico, è evidente che la spinta all'“igiene morale” sia stata frenata da fattori
interni ed esterni agli algerini stessi. Da un lato, potremmo parlare del prevalere del buon
senso - o della paura? -, che hanno lavorato come deterrenti della violenza. Le immagini
traumatiche del decennio nero del terrorismo sono troppo nitide e dolorose per gli
algerini, perché rimettano in causa la relativa pax sociale raggiunta. D'altro canto, però, il
governo stesso ha mediato ed è intervenuto promettendo nuovi aiuti e nuove riforme,
onde evitare il renversement politique. L'Algeria, Paese ricco di idrocarburi e petrolio,
per mettere a tacere i malumori ha sempre l'asso nella manica dell'elargizione di aiuti
economici alle masse, sistema ben funzionante laddove un intero popolo è stato educato
sin dagli anni '70 in questo senso. Una giovane universitaria algerina mi ha raccontato:
“Tout est gratuit en Algèrie et l'être humain s'habitue à la gratuité! Alors puisque tout est
gratuit, alors c'est pas la peine que je me caisse la tête à travailler, à avoir un salaire qui
est très bas...on s'en fiche! Et donc ça encourage la médiocrité. Il n'y a rien qui est fait
très très bien! Tout est fait de façon à ce que, si tu veux, l'algérien moyen ne supporte
plus son pays”.
In secondo luogo, i moti algerini del febbraio-marzo 2011 non erano scevri da
orditure politiche. Il frazionamento partitico ed etnico algerino, ha dato per l'ennesima
volta prova dell'incapacità della popolazione di unirsi al di là delle distanze ideologiche o
2 Ivi, p. 15.
2
culturali, votando i sabati in piazza nella capitale al fallimento.
Inoltre, hanno concorso al mancato decollo della rivoluzione in Algeria altri fattori,
esposti con chiarezza dal sociologo Nadji Safir: la conquista nel 1989 di una relativa
libertà di associazione, stampa e del multipartitismo; il controllo dell'esercito e dei
servizi segreti, invisibile ma performante; la convinzione che stia per aver fine l'era
Bouteflika a causa della sua malattia; la tolleranza governativa nei riguardi del settore
informale che permette a tanti giovani di “cavarsela”; i favoritismi di Bouteflika all'islam
e la conseguente assenza in piazza di ribelli etichettabili come “religiosi”; 3 la cultura
delle piccole rivolte, in nome della quale l'abitudine a rivoltarsi è quasi cronica e
percepita come sfogo periodico di frustrazioni e malesseri che non hanno preso
dimensioni macro; la violenza generalizzata che si respira nella società e che non è
diretta essenzialmente contro obiettivi politici.4
Il Maghreb, intanto, nel 2011, ha conosciuto il caos (al-fawDà, in arabo), e l'estate
italiana del 2011 è stata inaugurata dai copiosi sbarchi di migranti e profughi dalla
Tunisia e dalla Libia: le nazionalità rappresentate sono tra le più varie, eritrei e sudanesi,
egiziani e libici, tunisini e nigerini, congolesi e nigeriani. Probabilmente, tra i tanti che
hanno approfittato dell'assenza di controlli lungo le coste tunisine e libiche per
raggiungere Lampedusa, si sarà inserito sui barconi qualche algerino, mimetizzandosi tra
i profughi in fuga dall'anarchia e dalle vendette sanguinose in corso nel piccolo Stato ex
feudo appannaggio della famiglia Ben Ali – Trabelsi.
A giudicare dalle pagine dell'attualità sarda, la Sardegna ha perso d'attrattiva agli
occhi degli harraga algerini5. Dopo gli oltre quattromila arrivi sull'isola a partire dal
3 Il giornalista algerino Mohamed Benchicou ha affermato che “a Bouteflika piace la gonna della
Messaoudi e la barba dell'islamista”, per sottolineare questo atteggiamento che scorre sul duplice
binario delle concessioni ora ad un gruppo ora ad un altro. Purtroppo però, come si evince da una
ricerca effettuata dal CIDDEF - Centre d'information et de documentation sur les droits de l'enfant et
de la femme, la situazione della donna è nettamente peggiorata dal 2000 alla fine del decennio. Alcuni
esempi: se nel 2000 il 27% degli intervistati algerini si dichiarava d'acordo sull'uguaglianza dei sessi,
la percentuale è scesa al 16% nel 2009; nel 2000, un algerino su due avrebbe acconsentito all'equa
spartizione dell'eredità tra uomo e donna, mentre nel 2009 neanche uno su tre; la metà degli intervistati
nel 2000 si diceva pronto ad accettare una donna come presidente della Repubblica, invece nel 2009
tale dato passa ad un terzo del campione; il 38% poi, afferma la propria contrarietà al lavoro
femminile.
Cf.
http://www.presse-dz.com/info-algerie/version-imprimable/9141-les-acquis-sontserieusement-menaces.html (Le soir d'Algérie, 02/03/2009).
4 Safir, N.: “L'Algérie et le “printemps arabe”: un contexte singulier, à court terme et des perspectives
communes, à long terme”, rinvenibile sul sito IEMedObs – Observatory of Euro-Mediterranean
Policies, settembre 2011, 8 pp.
5 Harraga (lett. bruciatori) è il termine dialettale in uso in Algeria e Marocco per indicare coloro che
partono verso l'Europa privi dei documenti necessari al viaggio, che partono in modo irregolare.
Questi giovani uomini sono bruciatori di tappe, di identità (poiché distruggono i propri documenti per
non essere identificabili), di vita (poiché aspirano ad una nuova vita, ad una rinascita!). Purtroppo,
occorre sottolinearlo, queste avventure per mare terminano spesso in tragedia.
3
2006, i dati relativi al 2011 evidenziano il calo netto del fenomeno: quattro gli sbarchi tra
gennaio e maggio, per un totale di una settantina di persone; due sbarchi appena durante
l'estate, per un totale di 48 persone (45 uomini, una donna e due bambini) giunte in
Sardegna il 14 agosto, e 25 giovani approdati il 13 settembre a Porto Pino, spiaggia del
comune sulcitano di Sant'Anna Arresi. 6 L'ultimo tragico tentativo di harga del 2011
risale al 17 novembre, fatale ad un minore, la cui vita è stata strappata dal mare.
Le riflessioni di fronte a tale sensibile riduzione degli arrivi sono le seguenti:
–
i potenziali harraga algerini hanno scelto la Tunisia come porto di partenza,
sull'onda della notizia del rilascio di permessi di soggiorno per motivi umanitari. Non è
difficile intuire che, all'atto dell'identificazione dei giovani sbarcati a Lampedusa, possa
sfuggire la distinzione tra un algerino dell'est e un tunisino, come del resto è avvenuto in
Grecia, altra meta dei migranti irregolari algerini, pronti in quel contesto a dichiararsi
palestinesi;7
–
l'Algeria, al riparo dai rivolgimenti sociali avvenuti negli altri Paesi a
maggioranza arabo-islamica, sta forse vivendo una fase di ripresa e sta mettendo in atto
politiche serie di contrasto ai problemi sociali che spingono i suoi giovani a cercare la
fuga in Europa;8
–
la situazione sociale permane la stessa dei mesi addietro, ma lo Stato algerino,
incoraggiato dall'UE, ha infine dispiegato le sue forze di polizia ottenendo il risultato di
impedire ai propri connazionali di prendere il largo, svolgendo quel ruolo di “fossato” 9
6 Cf. “Immigrazione, sbarcati 48 clandestini a Sant'Antioco”, in La Nuova Sardegna online
(14/08/2011). Cf. anche “”Sbarcati a Porto Pino 25 immigrati del Nord Africa”, in La Nuova Sardegna
online (15/09/2011). Occorre sottolineare che i migranti, una volta fermati dalle forze dell'ordine, non
sempre si dichiarano di nazionalità algerina. Per quanto concerne gli sbarchi del primo semestre 2011
(20 gennaio, 3 febbraio, 4 aprile e 27 maggio), per esempio, i 32 migranti giunti sulla spiaggia di Chia,
nel comune di Domus de Maria, sono stati definiti tunisini dalla stampa. Questo contrasta con la
notizia di 8 del gruppo datisi alla fuga. Il decreto “Misure di protezione temporanea per i cittadini
stranieri affluiti dai Paesi Nordafricani” firmato dal presidente del Consiglio Berlusconi, infatti,
stabiliva la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, di validità sei mesi, a tutti i
nordafricani in fuga dalle rivolte locali e arrivati in Italia nel periodo compreso tra il 1 gennaio ed il 5
aprile. Appare bizzarro, pertanto, di fronte all'opportunità di ottenere il prezioso lasciapassare, il
tentativo di fuga dei giovani maghrebini, che a questo punto, proprio tunisini non erano.
7 Cf. Ait Mouhoub, Z.: “Grèce: le nouveau chemin des harragas”, in El Watan (8/10/2010).
8 Poiché l'attenzione dei media italiani non si focalizza sull'Algeria oramai dagli anni neri del terrorismo
e dai tentativi di mediazione posti in essere dalla Comunità di Sant'Egidio, si riscontra una cattiva
informazione sul Paese e sulla sua situazione socio-economica e politica. Il desiderio di fuga
dall'Algeria non è appannaggio dei giovani marginalizzati delle periferie delle grandi città, si fa largo
tra categorie insospettate: dai ballerini del Balletto Nazionale di Algeri al nipote dell'ex presidente
della Repubblica Chadli (notizia poi smentita). Cf. “Algérie: 9 membres du Ballet national ne sont pas
rentrés près une tournée au Canada”, in Le temps d'Algérie online (14/11/2010); cf. Lassal, Gh.: “Le
petit-fils de Chadli quitte le Pays. Les harragas vus per les Etats-Unis”, in El Watan online
(24/01/2011).
9 Zeghbib, H.: “Les étrangers en Algérie: quel statut juridique?”, in Naqd n.26/27 (autunno-inverno
2009), p.75.
4
della “fortezza” tanto anelato dagli Stati membri dell'UE.10
La prima riflessione appare plausibile, ma non riscontrabile, se non informalmente
tramite interviste privilegiate con i gli stessi harraga o con i mediatori linguistici di
lingua araba partecipanti all'accoglienza dei presunti profughi. Una rapida analisi della
stampa algerina esclude la validità della seconda riflessione, ritenendola un'opzione
irreale visto lo status quo. La terza riflessione è avvalorata dalla cronaca riportata sui
principali quotidiani locali: la guardia costiera algerina nell'ultimo biennio ha frenato
numerosissimi harraga che avevano preso il largo.
D'altro canto, le espulsioni di algerini dall'Europa sono diminuite rispetto al passato:
la Spagna, al primo posto per le espulsioni di algerini, nel primo semestre del 2011 ne ha
registrate 215, contro le 609 dell'anno passato e le 798 del 2009. 11 Secondo una fonte
ufficiale del Segretariato di Stato che segue la Comunità algerina all'estero, oltre 2000
algerini sarebbero stati arrestati da unità della Marina europee nel tentativo di
raggiungere le coste spagnole o italiane, mentre 4536 sarebbero stati gli arresti in mare
di harraga effettuati dalla Guardia Costiera algerina.12
Anche sul fronte Est, dunque, non è diminuita l'appetibilità dell'approdo in Europa
attraverso la Sardegna, come testimoniano sia le scritte sui muri di taluni quartieri
10 L'Agenzia dell'UE Frontex ha stanziato più di 100 milioni di euro nel 2011 contro gli 87 del 2010 e i
42 del 2007, per l'implementazione del sistema di sicurezza delle zone di frontiera marittima. Con un
effettivo di 700 guardie costa del gruppo Rabits (Rapid Border Intervention Teams) e un migliore
coordinamento tra i partner italiani ed algerini, si è verificato l'innalzamento dei livelli dei controlli ed
in generale, l'effettivo abbassamento a sud della frontiera della fortezza Europa, ha di fatto dato luogo
ad un classico fenomeno in materia di analisi dei flussi migratori, ossia lo spostamento dei punti di
partenza e la nascita, conseguentemente, di nuove rotte verso L'Eldorado europeo, spesso più lunghe e
tortuose, indi più rischiose per chi le percorre. Significativo è che la rotta Algeria-Sardegna sia nata a
seguito dei controlli ispessiti nella fascia di mare condivisa da Algeria, Marocco e Spagna. Altrettanto
significativo è che la partenza della via per l'Europa si sia spostata attualmente fino in Senegal, e che
abbia per obiettivo primariamente le Isole Canarie. Cf. Fall, P.D.: “Le mbëkk ou migration clandestine
des Subsahariens vers les iles Canaries”, in Chabita, R.(a cura di): Migration clandestine africaine
vers l'Europe, L'Harmattan, Paris 2010.
11 Cherifa, K.: “215 harraga expulsés depuis janvier”, in El Watan online (24/07/2011). Il funzionamento
del sistema di sicurezza delle frontiere algerine, il cui irrigidimento è stato ufficializzato con la Legge
n.8-11 del 25/06/2008 caldeggiata dall'UE e relativa alle condizioni di ingresso, soggiorno e
circolazione degli stranieri in Algeria, è inoltre affiancato dall'accordo di associazione sottoscritto tra
la Repubblica Algerina e l'UE entrato in vigore il 1 settembre 2005, che prevede la riammissione di
cittadini algerini irregolarmente presenti nell'area Shengen. Secondo un articolo comparso su El Watan
(19/01/2011), nel 2010 sarebbero occorse 1400 espulsioni di harraga dalla Spagna verso l'Algeria.
Oltre ai dati riguardanti le espulsioni di cittadini algerini, un altro problema passa troppo spesso in
sordina, ovvero quello dei numerosi harraga algerini imprigionati nelle strutture detentive tunisine e
marocchine senza che ai familiari pervenga alcuna notizia sul loro stato di salute. Sarebbero circa 500
i detenuti algerini in Marocco colti in mare durante la harga,300 quelli presenti in Tunisia. Per quanto
concerne questi ultimi, molteplici appelli sono stati lanciati dal collettivo delle famiglie degli haraga
dispersi in mare, per il tramite del portavoce Kamel Belabed. Cf. Alilat, Y.: “Harragas. Des familles
algériennes veulent connaitre le sort de leurs enfants disparus en Tunisie”, in Le quotidien d'Oran
(18/07/2011).
12 Cf. “2000 harragas algériens retenus dans les centres de détention européens”, in Algerie-Focus online
(16/06/2011).
5
popolari delle grandi città dell'est algerino: “Sardinia”,13 sia le parole di diverse canzoni
rap di Lofti Double Canon o di Karim El Gang. 14 Resta da verificare se le partenze
continuano ad essere ascrivibili al dominio dell'autonomia nell'organizzazione e nella
realizzazione del viaggio per mare, o se, al contrario, una rete di trafficanti, i cosiddetti
“passeurs”, abbia in mano la gestione della harga verso l'isola italiana.15 Pare plausibile
una trasformazione delle dinamiche migratorie in questione. L'indagine sul campo
effettuata nel mese di settembre 2011 nel Sulcis, infatti, ha fatto emergere la transizione
da una modalità di viaggio auto-organizzato - in cui piccoli gruppi di conoscenti si
decidevano all'acquisto di barca, motore, giubbotti di salvataggio e GPS e si mettevano
in mare -, ad una nuova modalità che prevede, per evitare i controlli della Guardia
Costiera, di affidarsi a reti di passatori professionisti, con il concorso di mercantili che
darebbero un passaggio agli harraga e alle loro barchette in vetroresina fino a una
quindicina di miglia dalle coste sarde, come testimonierebbero i GPS rinvenuti e lo stato
fisico dei migranti, affatto reduci, stando alle testimonianze dei sulcitani, da una
provante traversata.16
Di fatto, il 2011 sulla stampa algerina ha rappresentato un altro anno di drammatici
avvenimenti su quest'autostrada del mare. Proviamo a darne conto, affinché si diffonda
la consapevolezza che la rotta migratoria in questione non è stata accantonata, bensì
permane in piena attività, anche se noi, dalla sponda Nord, non ne siamo a conoscenza, a
causa della diffusa opinione che non sia un problema di nostra pertinenza finché i
barconi non si materializzano all'orizzonte. Soprattutto, è bene ribadire, non è intenzione
13 Chena, S.: “Exil et Nation. Said, Merleau-Ponty et les harragas”, in Naqd, op.cit., p.229.
14 Karim El Gang, giovane rapper di Souk Akhras, unito artisticamente ai Soldats de l'Est, ha dedicato
una canzone molto nota al tema degli harraga, intitolata Haraga Sardinia.
15 Rahim, S.: “La nouvelle méthode des passeurs de harragas”, in Tsa-algerie.com (27/08/2011). Un
informatore racconta dell'aumento del prezzo da pagare a queste “reti mafiose” che detengono il
monopolio delle partenze irregolari dalla costa di Annaba: da 100000 a 150000 dinari algerini.
L'aumento sembrerebbe giustificato da una nuova strategia messa in atto dai trafficanti che prevede
l'utilizzo di una barca “appât”, ossia di un'imbarcazione esca con a bordo dei finti harraga, che svii i
controlli della Guardia costiera e lasci il mare libero ai veri migranti in rotta verso la Sardegna. Si
tratta di una strategia nota ai passatori di migranti clandestini. Il termine passatore, benché non di
ampia diffusione, è preferibile al termine trafficante, che indurrebbe ad una confusione di senso.
Mentre la lingua inglese distingue tra smuggler e trafficker, l'italiano per pigrizia d'inventiva traduce
entrambi preferenzialmente con “trafficante”, facendo sì che si perda il significato di passatore di
migranti consapevoli del loro status illegale, e trafficante vero e proprio di esseri umani, vittime di
coercizione da parte di criminali senza scrupoli.
16 L'indagine sul campo ha consentito di raccogliere 250 testimonianze tra gli abitanti dei comuni di
Pula, Teulada, Sant'Anna Arresi, Giba e Sant'Antioco. È stato somministrato un questionario che ha
indagato la percezione del fenomeno harga attraverso le cronache giornalistiche; la conoscenza delle
cause scatenanti le migrazioni clandestine dall'Algeria; il giudizio sull'operato delle Istituzioni
preposte alla gestione della cosiddetta “emergenza sbarchi”. Parallelamente, sono state raccolte
interviste privilegiate con i sindaci, gli operatori volontari della Protezione Civile, gli educatori dei
Centri che accolgono minori stranieri non accompagnati, mediatori culturali della Provincia di
Carbonia-Iglesias.
6
dell'autrice redigere una cronaca sterile delle morti in mare o della risvegliata efficienza
della Guardia Costiera algerina, quanto piuttosto cercare di dare dignità alla dura
decisione che porta giovani e meno giovani ad imbarcarsi in quest'avventura dalle tinte
fosche.
Già nel mese di dicembre 2010, quando i malumori sociali cominciavano ad
esplodere in Algeria, 19 harraga di Annaba, di età compresa tra i 15 e i 36 anni avevano
invano tentato di raggiungere la Sardegna, fermati dalle autorità tunisine. Stessa sorte è
toccata ad altri 17 giovani originari di Skikda, altra città dell'est algerino noto vivaio di
una gioventù sventurata. Ancora 36 migranti, partiti da Sidi Salem,17 una località vicina
ad Annaba, sono stati intercettati dalla Guardia costiera tunisina a Tabarka e subito
rimpatriati e chiamati a comparire di fronte al giudice per rispondere del reato di “sortie
illégale du territoire national”.18
Il nuovo anno è stato inaugurato dall'intercettazione di 25 ragazzi di Annaba, El Tarf
e Skikda, colti in flagranza di reato a sette miglia dalla costa di Oued Bagrat da cui
erano partiti per raggiungere la Sardegna su un'imbarcazione di fortuna. 19 Negli stessi
giorni da Mostaganem, ad ovest della capitale, lasciava perplessi l'intercettazione di una
barca con a bordo 12 ragazzi minorenni, alcuni dei quali frequentanti il ciclo secondario
di studi, trovati soli e probabilmente attori protagonisti di una traversata verso la Spagna
improvvisata che poteva rivelarsi mortale.
La notte del 17 gennaio, a largo di Annaba, la Guardia Costiera ha dovuto mettere in
salvo diciotto harraga che all'intimazione di arrestare la loro corsa verso l'Italia, hanno
dato fuoco – nomen omen (sic!)20 - all'imbarcazione su cui viaggiavano, con il risultato
che alcuni dei passeggeri sono caduti in mare, in piena notte, finendo dispersi.
Il 16 agosto è la volta di 23 candidati all'emigrazione clandestina: 18 uomini, 2 donne
e 3 bambini, tutti intercettati dalla Guardia costiera di Annaba che, a distanza di due
giorni, ha infranto il sogno di altri 13 migranti. Originari di Annaba, Guelma e
Costantina, intendevano raggiungere “cieli più clementi”, come hanno raccontato. Dopo
17 Sidi Salem è il punto di partenza principale degli harraga che intendono raggiungere la Sardegna.
Questo quartiere è tristemente famoso per le misere condizioni di vita dei suoi abitanti. Definito
“ghetto vivent”, a Sidi Salem “le cadre de vie est catastrophique, tout n'est que pénurie et désolation”.
Cf. “Des quartiers envahis par les détruits”, in El Watan online (24/02/2009).
18 Djafri, A: “Arretés la semaine dernière, 36 harraga devant la justice à Souk Akhras”, in El Watan
online (17/12/2010).
19 Cf. “Des harragas interceptés au large d'Annaba”, in El Watan online (8/01/2011).
20 Il riferimento è qui al termine harrag, che in dialetto algerino indica “colui che brucia” la propria vita,
i propri documenti per evitare l'identificazione immediata, i tempi di ottenimento del risultato atteso, il
semaforo, intendendo qui il rischio che si corre in mare, simile a quello di chi in auto passa con il
rosso bruciando, per l'appunto, il semaforo. Cf. Peraldi, M. e Rahmi, A.: “Migrations marocaines,
vieilles routes, nouveaux destins”, in Naqd, op.cit., pp. 90-91, 99.
7
le visite mediche di rito, ad attenderli c'era un'aula di tribunale e, presumibilmente, una
multa salata (sui duecento milioni di centimes) se non addirittura l'arresto. Tali misure
entrate in vigore l'8 marzo 2009, non distolgono gli algerini dall'idea di partire. C'è anzi
chi può fregiarsi di diversi tentativi di harga, divenendo, così, un recidivo di mestiere.
Il 2012 ha fatto quasi dimenticare il fenomeno, fino all'autunno. Il 5 ottobre, infatti,
quattro persone di nazionalità algerina, tra cui due donne, sono state intercettate sulla
spiaggia del Poligono militare di Teulada, in Sulcis.21 Nel frattempo, sulla sponda sud
del Mediterraneo, gli aspiranti harraga, nonostante i rischi penali e le disavventure per
mare22, non hanno cessato i tentativi di lasciare il Paese, nemmeno nel corso del 2013. A
fronte dell'unico sbarco di cui si ha notizia, avvenuto il 10 luglio, 23 le cronache di
Annaba raccontano di numerosi casi di ragazzi sorpresi in mare nell'atto di fuggire via
dall'Algeria. Due giorni prima di questo ultimo episodio, la Guardia Costiera algerina in
pattugliamento si è imbattuta nelle prime ore del mattino in due imbarcazioni di
harraga con 23 giovani a bordo. Dopo un inseguimento al largo di Ras El Hamra, una
delle due barche avrebbe virato dirigendosi a tutta velocità in direzione dell'unità della
Guardia Costiera, che avrebbe aperto il fuoco. Il bilancio è stato di due morti e cinque
feriti.
Ancora, nella notte tra il 23 e il 24 settembre 2013, il GTGC (Groupement territorial
des Garde-cotes) ha bloccato due barche su cui viaggiavano ben 27 candidati
all'emigrazione verso la Sardegna. Tutti giovani tra i 16 e i 30 anni, tra cui anche un
ragazzo disabile, sono stati ricondotti al porto di Annaba.24
È evidente che i fattori di spinta (push factors) all'emigrazione restino copiosi, ed in
ogni caso preponderanti. Nulla pare ancorare gli algerini al loro Paese. La popolazione
è oramai dégoutée, e il disgusto nasce dal malessere sociale, dal senso di provvisorietà,
dall'indecenza delle condizioni di vita, dalla sete di libertà repressa, dalla cosiddetta
“moushkilation” (dall'arabo mushkil, “problema”),25 ovvero dalla tendenza capillare a
rendere difficile, problematica, inaccessibile qualsiasi cosa. Ciò che non si riesce ad
avere o a trovare in Algeria, lo si cerca all'estero, finanche la propria dignità, la propria
21 Cf. http://lanuovasardegna.gelocal.it/carbonia/cronaca/2012/10/04/news/immigrazione-clandestina-4algerini-sbarcano-a-capo-teulada-1.5802988.
22 L'11 maggio 2013 sono stati 25 i candidati all'emigrazione irregolare portati in salvo da
un'imbarcazione
tunisina
dopo
48
ore
in
preda
del
mare.
http://news.annabacity.net/breve_7885_annaba+emigration+clandestine+25+harraga+sauves+dune+m
ort+certaine.html?PHPSESSID=c76b97ea362f63adb6d90bba8c6665a5.
23 Cf.http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca_sardegna/2013/07/10/barcone_alla_deriva_vicino_a_ca
po_teulada_soccorsi_17_migranti_dopo_tre_giorni_in_mare-6-321759.html
24 Cf. G.M. Faouzi: “Les harraga continuent à braver la mort”, in El Watan (13/10/2013).
25 Il neologismo è citato in Chena, S.: op.cit., p.228.
8
identità. Troppi algerini si muovono nel territorio pericoloso della non-appartenenza
vivendo un inner exile26 come dei veri e propri esuli in patria, dei clandestini in patria,
degli harraga nel Paese natale: la rottura con la terra natia si è consumata, l'estraneità
dal proprio nucleo familiare si va intensificando, la solitudine impone la sofferenza.
Immaginare un futuro non è possibile, mancando dei tasselli necessari alla ricostruzione
del passato e alla ricomposizione del presente. Ricucire lo strappo tra il cittadino e lo
Stato (incarnato dalle sue Istituzioni) richiede una seria stagione di riforme che facciano
riguadagnare la fiducia reciproca, la serenità e il rispetto umano.
L'Algeria allo stato attuale non ha capacità di resilienza: i suoi cittadini soffocano
nella violenza, unico linguaggio universalmente compreso. Quali sono le origini della
aggressività insita dell'algerino e come si manifesta questa violenza ce lo indica in
termini semplici e chiari il prof. Ighemat.27 Secondo il professore, il primo luogo in cui
si sviluppa la violenza è la famiglia, colpevole di non assolvere più al suo ruolo
educativo e di trasmissione di valori; seconda concausa è rappresentata dal sistema
educativo, inadeguato, qualitativamente scadente, isolato dal contesto in cui opera. In
terzo luogo, partecipa alla fertile crescita della violenza il sistema politico, corrotto sin
dall'epoca coloniale tanto da non suscitare più le attenzioni del popolo, bensì il suo
disprezzo che di quando in quando si scatena in rivolte di piazza (culture des émeutes).
Quarto fattore implicato è il sistema economico, anch'esso incancrenito come quello
politico e da esso intimamente dipendente: d'altri tempi non si poteva ottenere un posto
di lavoro, un prestito bancario, una licenza commerciale se non si apparteneva al partito
unico. Con l'introduzione del sistema multipartitico, tuttavia, la situazione non è
cambiata. Così per i giovani non esistono sbocchi lavorativi e le uniche alternative sono
la rassegnazione, la ribellione vandalica o la fuga. Il terroir è propizio alla
riorganizzazione di frange di estremismo religioso che nell'era Bouteflika si credevano
estirpate. Lo scontento gioca a favore di gruppi di estremisti come i membri dell'Aqmi
(Al-Qa'ida nel Maghreb Islamico), così il governo si trova a dover gestire
contemporaneamente più piaghe sociali, senza trovare soluzioni appropriate, ma
rimandando il crack definitivo grazie a politiche tampone28 atte a lenire il dolore, ma
26 Cf. Drouet, P. e Brailowsky, Y.: “Le bannissement et l'exile”, Presses Universitaires de Rennes, 2010,
www.pur-editions.fr, p.8.
27 Ighemat, A.: “Pourquoi l'algérien est-il agressif?”, in El Watan online (28/08/2011).
28 Il riferimento è all'erogazione di credito attraverso le iniziative dell'ANSEJ (Agenzia Nazionale di
Sostegno all'Impiego), della CNAC (Cassa Nazionale di Assicurazione per i Disoccupati) e
dell'Angem (Agenzia Nazionale di Gestione del Microcredito), che non danno luogo ad uno sviluppo
economico duraturo né ad assunzioni stabili in settori trainanti dell'economia. Altra misura nata a
contrasto delle partenze di harragas, nell'oranese, è la creazione di un Numero verde che risponda alle
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non a garantire al male rimedi reali sul medio e lungo periodo.
chiamate dei giovani afflitti da disperazione e intenzionati per questo a prendere il mare. Pur lodando
l'iniziativa, se non è supportata da azioni concrete di possibilità lavorative o di recupero della gioventù
sfiduciata, risulta difficile intravederne l'utilità. Il contrasto a questo fenomeno sociale che la harga
rappresenta sembra trovare para-soluzioni oscillanti unicamente tra l'apparato punitivo costruito ad
hoc, e la mera solidarietà.
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riflessioni 2011-2013