CNCA Lombardia ACCREDITAMENTO SOCIALE Regione Lombardia PREMESSA Il processo di Accreditamento Sociale rappresenta una rinnovata ed importante opportunità finalizzata a restituire attenzione specifica al “sociale” sotto il profilo politico, culturale e strategico. In tal senso dunque il sistema sociale è assunto quale parte centrale del Sistema di welfare, sostenuto da pensiero proprio ed autentico non “mutuato” dal sistema sanitario ma con esso integrato, interagente, complementare a partire dalla valorizzazione delle identità ,delle specificità e delle sinergie. Per questa ragione, il processo in atto in Lombardia costituisce una buona occasione per riprendere ed approfondire il confronto in merito e – soprattutto – per fare significativi passi avanti nella definizione condivisa di criteri di qualità per le Unità d’Offerta sociali. La proposta formulata dal CNCA vuole quindi essere un contributo a questo importante percorso a partire da quanto previsto dalla legge reg.3/08 “Governo della rete degli interventi e dei servizi alla persona in ambito sociale e sociosanitario” e specificatamente all’Art. 11 – comma g – laddove si recita che la Regione - all’interno delle proprie funzioni di indirizzo, programmazione, coordinamento, controllo e verifica delle Unità d’Offerta sociali e sociosanitarie – definisce, previo parere della competente commissione consiliare, i requisiti minimi per l’esercizio delle Unità di Offerta Sociali, nonché i criteri per il loro accreditamento. Siamo consapevoli che il processo di accreditamento delle Unità di Offerta sociali si colloca nel percorso precedentemente avviato dalla stessa Regione Lombardia attraverso l’approvazione della DGR n. 7/20943 del 16 febbraio 05; così come siamo a conoscenza che l’individuazione dei requisiti di accreditamento delle Unità di Offerta sociali previste dalla suddetta DGR dovrà essere portato a compimento da parte degli Enti titolari della competenza (i comuni) entro il 31.12.09 (circolare regionale - Direzione generale Famiglia e Solidarietà Sociale – del 18.02.09 (oggetto: nota esplicativa circolare n. 1 del 16 gennaio 2009. Accreditamento delle Unità d’offerta sociali). In tale contesto normativo-istituzionale, la proposta del CNCA parte dalla riproposizione di questioni a carattere politico-culturale che ci appaiono irrinunciabili proprio per dare senso allo stesso processo di accreditamento e renderlo opportunità di risignificazione del sociale quale luogo di tutela e garanzia dell’esigibilità dei diritti di cittadinanza. Il processo di accreditamento infatti interroga profondamente le politiche sociali ed il Sistema di welfare proprio perché si fonda – e richiama – il concetto di qualità dell’offerta sociale che, a nostro parere, non può mai essere ridotta a mera prestazione. Per questa ragione, il processo di co-costruzione dei criteri, quali indicatori di qualità per l’accreditamento sociale, richiede necessariamente la definizione strutturata di luoghi di incontro tra i diversi soggetti coinvolti in ambito distrettuale (il Comune, le realtà del terzo settore, l’UdP in particolare) , ma richiede soprattutto una forte ed importante azione di regia ed indirizzo da parte della Regione affinchè la definizione ed applicazione in ambito locale dei criteri di accreditamento non diventi nuova occasione di frammentazione e di eterogeneità autoreferenziale laddove ogni Ambito distrettuale, ma anche ogni comune (a partire dalla legittima titolarità della competenza) è autorizzato a decidere per sé i propri criteri di accreditamento. Questa modalità di gestione del processo ci appare francamente inaccettabile e disfunzionale. Inaccettabile perché rischia concretamente di non garantire il diritto all’uguaglianza di trattamento laddove sul territorio lombardo le diverse modalità di riconoscimento della qualità in ambito di accreditamento potrebbero comportare risposte diverse per i cittadini a secondo della loro residenza anagrafica. La non definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni e dei servizi peraltro, contribuisce a rendere ancora più problematica e discutibile questa condizione proprio perché i Comuni (e ACCREDITAMENTO SOCIALE 1 CNCA Lombardia gli ambiti distrettuali) non sono in tal senso vincolati. Il rispetto dei criteri previsti dalla DGR 7/20943 del 16.02.05 ci sembra quindi insufficiente a garantire da un lato l’esigibilità del diritto e dall’altra la qualità delle Unità di offerta sociale, così come più avanti meglio approfondito. Disfunzionale perché – a fronte di possibili diversi criteri di accreditamento predisposti dai singoli comuni e/o dagli ambiti distrettuali – le singole Unità di offerta sociale potrebbero essere destinatarie contemporaneamente di richieste non omogenee a scapito dell’unitarietà del Progetto Socio-Educativo del Servizio e con conseguenti prevedibili modalità confusive ed impraticabili sotto il profilo gestionale. Questo aspetto assume altresì rilevanza in riferimento alla prevista stipula degli Atti di convenzione tra l’ente locale e il soggetto gestore della Unità d’offerta sociale accreditata, così come assume rilevanza in riferimento alla definizione delle tariffe/rette in riferimento al servizio erogato. Anche per questa ragione dunque, ci sembra assolutamente necessario che la Regione agisca il proprio ruolo di indirizzo, programmazione, controllo e verifica delle Unità d’offerta sociali attraverso la definizione puntuale e circostanziata dei criteri di qualità per l’accreditamento delle Unità d’offerta sociale, superando ed ampliando quanto previsto dalla precedente DGR del 16.02.05 ed avviando in tal senso un serio confronto con gli enti locali, i distretti sociosanitari, le Organizzazioni del terzo settore valorizzando in tal senso gli specifici tavoli di rappresentanza del terzo settore in sede regionale, ASL e distrettuale. I contenuti qui di seguito esposti si inquadrano dunque in questo contesto culturale di senso. Abbiamo scelto di formulare proposte in merito ai criteri di accreditamento di alcune Unità d’offerta sociale con l’obiettivo di contribuire positivamente ai processi in corso; nello specifico si tratta di: • COMUNITÀ EDUCATIVE e FAMILIARI • COMUNITÀ “MAMMA-BAMBINO” • APPARTAMENTI DI AVVIO ALL’AUTONOMIA • SERVIZI EDUCATIVI DOMICILIARI E TERRITORIALI Consapevoli del diverso impianto e delle diverse tipologie previste dalla DGR 7/20943/05, riteniamo opportuno che i processi di accreditamento declinino con rigore i criteri di qualità delle suddette Unità di Offerta sociale, ritrovando e riconoscendo le specifiche identità per ciascuna di esse e dunque scegliendo di non accorpare in un’unica opzione le comunità di accoglienza minori (educative e familiari) con le comunità mamma-bambino ma anche di dare giusta rilevanza ad unità d’offerta non contemplate, ma a nostro parere fondamentali, quali i servizi di educativa domiciliare e territoriale. Ci sembra utile precisare che la proposta che qui formuliamo, non ha afferenza diretta al tema dell’accreditamento degli Enti gestori finalizzato alla costruzione di un Albo fornitori per l’uso dei voucher. La proposta del CNCA si colloca sul versante dell’accreditamento delle Unità di Offerta sociale ed in tal senso riteniamo utile e serio restituire senso e dignità agli interventi di “educativa domiciliare e territoriale” quale esito pensato di un processo di sostegno alla Famiglia d’origine, di promozione delle competenze dei singoli e della comunità locale, di prevenzione dell’allontanamento quale garanzia dell’esigibilità del diritto del minore alla propria famiglia. Per questa ragione proponiamo in proposito criteri di accreditamento a cui far riferimento anche in sede di utilizzo dei voucher, affinchè il principio condiviso alla libera scelta da parte dei cittadini non si traduca nei fatti semplicemente in libero mercato e libera concorrenza. Contestualmente, il principio condiviso della libera scelta richiede l’assunzione consapevole di politiche sociali, di strategie e di metodologie operative certe, affinchè il diritto alla scelta ed all’autodeterminazione non legittimi – nei fatti – pesanti esperienze di abbandono, solitudine, lontananza relazionale a carico delle persone coinvolte (soprattutto in situazione di fragilità o disagio), laddove non sono previste forme di mediazione , ACCREDITAMENTO SOCIALE 2 CNCA Lombardia chiarificazione, accompagnamento e sostegno quale espressione consapevole della cura e della presa in carico sociale. Peraltro ci sembra decisamente improponibile, inapplicabile e contradditorio l’uso di tale forma in contesti familiari, laddove la competente Autorità Giudiziaria ha emanato specifico provvedimento limitativo della Potestà genitoriale. La nostra proposta si articola a partire dalla ridefinizione dei criteri di qualità per le Unità d’Offerta sociali, ritenendo insufficiente la sola definizione di standard così come proposto dalla più volte citata DGR del febbraio 2005. I criteri di qualità infatti stanno in relazione con il significato e i contenuti dell’Offerta, interrogano le politiche sociali ed il sistema di welfare, richiedono processi di monitoraggio e valutazione, presuppongono una capacità rinnovata di lettura e presa in carico della realtà sociale, dei problemi e delle risorse in essa presenti al fine di esprimere flessibilità, innovazione, competenza nella co-costruzione del benessere e del capitale sociale nei luoghi abituali di vita. LA PROPOSTA COMUNITA’ DI ACCOGLIENZA: Il concetto di qualità. “Per attuare una reale protezione del minore accolto è indispensabile riportare al centro la relazione: il rapporto adulto-bambino va ricostruito nella quotidianità e nella familiarità dell’accoglienza, proprio perché si parte da una carenza relazionale e il conseguente bisogno di attenzione deve trovare una risposta nel giusto equilibrio: tra REGOLE e AFFETTIVITA’, tra indicazioni normative, che permettono di contenere e dare identità, di aiutare a scoprire il senso del limite, e la tenerezza e la comprensione che fanno sentire di essere accolti per quello che si è” (Stefano Ricci – Cinzia Spataro “Una famiglia anche per me” ed. Erickson, 2006) La quotidianità è lo specifico delle comunità residenziali per minori. Le comunità residenziali (educative e familiari) sono soprattutto luoghi strutturati di relazioni e di legami significativi in cui le persone accolte (bambini, ragazzi, adolescenti, mamme, adulti…) possono “sostare” , elaborare la propria storia e crescere costruendo “percorsi possibili” di ridefinizione del proprio progetto di vita e di passaggio verso l’autonomia. La quotidianità è il “setting” dell’educatore. La quotidianità nelle comunità ha come riferimento la quotidianità della famiglia: uno spazio che si fa casa, le relazioni affettive che la abitano e la significano, la cura del particolare e dello specifico, l’ordinaria normalità che l’attraversa, i valori condivisi, uno spazio abitato a cui appartenere, un tempo strutturato: un mondo vivo e vitale. In questo senso la comunità “si fa famiglia” (pur non essendolo, nel caso delle Comunità Educative), praticando deistituzionalizzazione. “Si fa famiglia” perché è luogo degli affetti, della condivisione, della protezione, della ritualità che crea sicurezza e appartenenza, dell’accompagnamento a “stare bene”, del sostegno al possibile progetto futuro, dell’avvio all’autonomia intesa come capacità di ricercare e riconoscere il valore dell’“interdipendenza”; per questo motivo, la quotidianità delle comunità è esperienza di reciprocità tra le persone che la abitano, adulti o bambini che siano. Ma la comunità “si fa famiglia” perchè esprime “genitorialità reale” (nel caso delle comunità familiari) e “genitorialità simbolica” (nel caso delle comunità educative). Una genitorialità adulta che si occupa, si preoccupa, che educa, che tutela e che in tal senso assume “responsabilità” nei confronti del contesto sociale con cui la comunità si relaziona. Nelle comunità, l’educare centrato sulla relazione è soprattutto un “fare con” i bambini, i ragazzi, gli educatori, gli amici….e caratterizza l’esperienza di un quotidiano che accompagna i ACCREDITAMENTO SOCIALE 3 CNCA Lombardia singoli progetti educativi “utilizzando” ciò che la quotidianità propone e offre: la cura dello spazio, del tempo, delle relazioni, dello stare con, del proprio individuale progetto educativo… La personalizzazione degli interventi nel quotidiano assume dunque il valore dell’attenzione specifica ad ogni incontro e ad ogni storia, dove le diversità si integrano e si compongono, dove si alimenta la curiosità della conoscenza, dove si pratica intercultura a partire proprio dai gesti e dalle parole di ogni giorno. La cura delle relazioni educative individualizzate si esprime inoltre nella cura attenta ai percorsi scolastici, di socializzazione, di integrazione, professionalizzanti, lavorativi, nella progettazione del “dopo comunità” (accompagnamento al rientro in famiglia, all’inserimento in famiglia adottiva, affidataria…le case di volo…gli accompagnamenti territoriali…), attenti a presidiare il passaggio affinchè non diventi lacerazione ma piuttosto passaggio evolutivo di crescita. Di vitale importanza per le comunità è la relazione con il contesto sociale, inteso come luogo di legami significativi, in cui si abita e si vive, a cui si appartiene, che si assume come risorsa in cui operare e in cui diffondere solidarietà sociale attraverso il moltiplicarsi di proposte ed esperienze quali “reti di famiglie”, “vicinato solidale”, “cittadinanza attiva”… L’esperienza della comunità richiede la capacità – e la consapevolezza – di conoscere, valorizzare e costruire equilibrio tra lo specifico della comunità (il suo “interno”) ed il contesto sociale di riferimento, quasi a costruire un rapporto virtuoso di interdipendenza dove la comunità “si fa servizio” per il territorio (il quartiere, il paese…) attraverso progetti integrati con le altre agenzie in riferimento a progetti di integrazione, promozione dell’accoglienza e delle reti di famiglia, di attivazione di processi favorenti l’agio e il benessere relazionale. In tale contesto, le comunità familiari si presentano contemporaneamente con un “volto servizio” e un “volto famiglia” attraverso il quale promuovono anche un modo diverso di essere famiglia. La comunità familiare ha dunque la capacità di offrire – di utilizzare – la dimensione più consona alla tipologia della relazione in gioco: dalla dimensione professionale del progetto di accoglienza di minori alla proposta culturale di un modo diverso di fare famiglia. 1) COMUNITÀ EDUCATIVE E COMUNITÀ FAMILIARI: i criteri di qualità Non basta chiudere gli istituti per “fare la comunità”. Ciò che “fa la comunità” è la scelta autentica, praticata, inconfutabile, verificabile della deistituzionalizzazione, affinchè il termine “comunità” non possa mai più corrispondere a forme di ridefinizione esclusivamente strutturale degli Istituti. Le Comunità educative e familiari accolgono la persona e non il sintomo. Esse infatti si configurano come sistemi in relazione basati sulla centralità di ogni progetto educativo. Nel rispetto degli standard le Comunità Educative e le Comunità Familiari sono “comunità di tipo familiare” e la complementarietà tra queste due realtà può essere valorizzata quale risposta appropriata e pertinente rispetto alle diverse situazioni e bisogni di accoglienza. La comunità educativa prevede la presenza di èquipe educativa stabile, mentre la comunità familiare vede la presenza stabile di una famiglia preparata per l’accoglienza, con i suoi figli se ci sono, e si avvale di supporti esterni professionali in modo stabile. Dal punto di vista strutturale, in entrambe le tipologie di offerta, per “dare senso” all’obiettivo di “comunità di tipo familiare” si propone che le caratteristiche abitative e standard strutturali siano riconducibili alla “civile abitazione” riferite al modello di una casa familiare che consenta una accessibilità generale dei bambini ospiti negli spazi interni mentre deve essere escluso ogni riferimento ai requisiti delle strutture alberghiere al fine di non snaturare la dimensione domestica e di normalità (in riferimento ad esempio al numero di servizi igienici al divieto dell’accesso agli utenti alla zona cucina, regole di sicurezza non richieste per la civile abitazione…). ACCREDITAMENTO SOCIALE 4 CNCA Lombardia Così come deve essere previsto l’uso diretto della cucina per la preparazione dei pasti escludendo forme altre di “confezionamento esterno”. Sono altresì proibite ed inammissibili forme di accoglienza riconducibili a ridefinizioni puramente strutturali degli Istituti assistenziali. Dal punto di vista metodologico in entrambe le unità di offerta si da rilevanza e visibilità agli aspetti fondanti la professione dell’educatore e la relazione educativa, non confondibili con forme diversificate di “tecnicismi decontestualizzati”. La relazione educativa è infatti inserita in un processo di lavoro professionale strutturato, documentato e documentabile che permette di “fare memoria”, di rendere “leggibile” l’operato stesso delle comunità, di porre attenzione ai risultati, favorendone il confronto e la rivisitazione critica tra i diversi soggetti coinvolti. Per questo indispensabile risulta il lavoro d’èquipe e la supervisione che garantiscono un pensiero ed una responsabilità non episodica e non frammentata da parte di tutti gli adulti della comunità nel prendere le decisioni relativamente ad ogni singolo accolto. Per le comunità diventa allora importante esplicitare gli strumenti quotidiani del lavoro a supporto del progetto generale ed a supporto della relazione educativa quali, per esempio, il “diario di bordo”, “il diario del minore”, la “cartella sociale”, gli strumenti dell’”osservazione competente”, i P.E.I. scritti e verificati, le relazioni scritte, le verifiche periodiche. Per quanto riguarda i criteri di qualità si distingue tra comunità educative e familiari COMUNITA’ EDUCATIVE - un numero limitato di accoglienza di minori, comunque non superiore a 10 minori - adeguata dotazione organica delle èquipe educative al fine di prevenire il turn over (1 operatore in organico ogni 2 minori in comunità) e di favorire forme significative di copresenza (1 operatore ogni 5 minori) - presenza della funzione di coordinamento del servizio (si confermano requisiti come da DGR 16/2/05 n°7/20943) - adeguato rapporto di lavoro per gli operatori (educatori e coordinatori) nel rispetto di quanto previsto dal CCNL (sia a livello di inquadramento funzionale che economico), dando priorità alla definizione di rapporti di lavoro subordinato, inteso anche quale strategia di contrasto/prevenzione del turn-over - adeguata e documentata formazione di base per gli operatori delle Comunità educative (si confermano requisiti come da DGR 16/2/05 n°7/20943) a cui poi va garantita formazione d’ingresso di almeno 40 h da parte dell’ente gestore - formazione permanente per gli operatori (almeno 20 h annue) e supervisione individuale e/o di equipe (almeno 30 h annue) - formulazione ed effettiva realizzazione di P.E.I. (Progetti Educativi Individuali, si veda schema in allegato) congruente con il Progetto globale/quadro di competenza dell’Ente locale titolare - identificazione, caso per caso, di adeguate forme di coinvolgimento della famiglia d’origine nell’intervento educativo. Il coinvolgimento della famiglia di origine, attraversa le diverse fasi del Progetto Educativo Individuale di ciascun ragazzo: ♦ nella fase di inserimento è imprescindibile la conoscenza della storia della famiglia; ♦ nelle fasi di gestione della vita del figlio in comunità è necessario garantire contatti e, laddove possibile, presenze del genitore nella comunità; ♦ nella fase di dimissioni è necessario un lavoro finalizzato al rientro in famiglia con incontri che possono avvenire anche in comunità - Esistenza comprovata ed adeguata di una metodologia di lavoro, definita con precisione e documentata con rigore in riferimento al PEI, al rapporto di collaborazione con il Servizio Sociale titolare della competenza, al rapporto con la rete esterna, alle modalità del lavoro d’èquipe, intesa quale ambito professionale strutturato, stabile, condotto e documentabile (questi aspetti vengono comunque contenuti e precisati nel “Progetto Generale di Comunità”, si veda schema in allegato) ACCREDITAMENTO SOCIALE 5 CNCA Lombardia - esistenza effettiva di processi di vita comunitaria e di rapporti significativi tra adulti e minori e all’interno del gruppo dei pari; concretamente significa che la vita quotidiana in comunità deve essere caratterizzata da: ♦ Ritmi, tempi e spazi tipici di una famiglia, condivisi tra adulti e ragazzi ♦ Caratterizzazione degli spazi con un’attenzione ai singoli e al gruppo ♦ Responsabilizzazione all’uso e alla cura degli spazi ♦ Responsabilizzazione nel rapporto con gli altri ♦ Assenza di programmazione fissa di attività laboratoriali ♦ Utilizzo di attività e risorse del territorio ♦ Equipe con una composizione di genere mista (questi aspetti vengono comunque contenuti e precisati nel “Progetto Generale di Comunità”, si veda schema in allegato) - Esistenza di strutturati e corretti rapporti di collaborazione con la rete dei Servizi di base e specialistici (dell’ASL), con la scuola, con l’Ente locale competente e con la magistratura minorile e con le altre Agenzie del territorio - Effettiva esistenza di rapporti stabili, continuativi e di scambio positivo con il territorio (con le agenzie in esso presenti, a partire dalle istituzioni/realtà formative-scolastiche) e di tensione alla costruzione della rete relazionale nel contesto sociale COMUNITA’ FAMILIARI - un numero limitato di accoglienza di minori, comunque non superiore a 6 minori - esistenza di un equipe educativa costituita dalla coppia della famiglia e dagli operatori - adeguato rapporto di lavoro per gli operatori (educatori e coordinatori) nel rispetto di quanto previsto dal CCNL (sia a livello di inquadramento funzionale che economico), dando priorità alla definizione di rapporti di lavoro subordinato, inteso anche quale strategia di contrasto/prevenzione del turn-over - adeguata formazione di base per la coppia della famiglia (percorso formativo di almeno 40 h da realizzarsi con ente formativo o ente gestore di comunità, unitamente a precedente e documentata esperienza di affido o volontariato presso progetti socio-educativi in Italia o all’estero) - adeguata e documentata formazione di base per gli operatori (si confermano requisiti come da DGR 16/2/05 n°7/20943) - formazione permanente per la famiglia e gli operatori (almeno 20 h annue) e supervisione individuale e/o di equipe (almeno 30 h annue) - formulazione ed effettiva realizzazione di P.E.I. (Progetti Educativi Individuali, si veda schema in allegato) congruente con il Progetto globale/quadro di competenza dell’Ente locale titolare - identificazione, caso per caso, di adeguate forme di coinvolgimento della famiglia d’origine nell’intervento educativo. Il coinvolgimento della famiglia di origine, attraversa le diverse fasi del Progetto Educativo Individuale di ciascun ragazzo: ♦ nella fase di inserimento è imprescindibile la conoscenza della storia della famiglia; ♦ nelle fasi di gestione della vita del figlio in comunità è necessario garantire contatti e, laddove possibile, presenze del genitore nella comunità; ♦ nella fase di dimissioni è necessario un lavoro finalizzato al rientro in famiglia con incontri che possono avvenire anche in comunità - Esistenza comprovata ed adeguata di una metodologia di lavoro, definita con precisione e documentata con rigore in riferimento al PEI, al rapporto di collaborazione con il Servizio Sociale titolare della competenza, al rapporto con la rete esterna, alle modalità del lavoro d’èquipe, intesa quale ambito professionale strutturato, stabile, condotto e documentabile (questi aspetti vengono comunque contenuti e precisati nel “Progetto Generale di Comunità”, si veda schema in allegato) - Esistenza di strutturati e corretti rapporti di collaborazione con la rete dei Servizi di base e specialistici (dell’ASL), con la scuola, con l’Ente locale competente e con la magistratura minorile e con le altre Agenzie del territorio ACCREDITAMENTO SOCIALE 6 CNCA Lombardia - Effettiva esistenza di rapporti stabili, continuativi e di scambio positivo con il territorio (con le agenzie in esso presenti, a partire dalle istituzioni/realtà formative-scolastiche) e di tensione alla costruzione della rete relazionale nel contesto sociale 2) COMUNITA’ MADRE-BAMBINO” DEFINIZIONE Una “comunità madre-bambino” è una casa in cui si accolgono donne italiane e non, maggiorenni, con figli o in gravidanza che si trovano temporaneamente in una situazione di disagio e/o di fragilità per cui necessitano di un accompagnamento e/o di un supporto socioeducativi. Per rispondere in modo più efficace ai bisogni del nucleo, le “comunità madre-bambino” si articolano in diverse tipologie: - pronto intervento - comunità residenziali a indirizzo segreto - comunità residenziali con copertura educativa continuativa - comunità residenziali con copertura educativa non continuativa Nelle differenti tipologie di unità di offerta sopra elencate, il progetto socio-educativo si articola in risposte differenziate ai bisogni espressi dai nuclei familiari. Risulta infatti necessaria l’accoglienza in una comunità residenziale con copertura educativa non continuativa per poter rispondere al bisogno della donna di fare esperienza di un contesto relazionale accogliente, dove trovare risposte ai propri bisogni personali, ricevere un affiancamento educativo quantitativamente consistente che sia però finalizzato sia all’attivazione delle proprie competenze genitoriali che al potenziamento e allo sviluppo delle autonomie personali. Inoltre, all’interno delle comunità residenziali con copertura non continuativa la madre rimane il primo referente per il proprio figlio, in termini di responsabilità (perchè la tutela del minore è di competenza della madre): il progetto comunitario prevede quindi tempi di “non presenza” della figura educativa all’interno della comunità, al fine di permettere al nucleo di mantenere la possibilità di spazi di autogestione su tempi brevi. FINALITA’ - Costituire risorsa competente e flessibile in risposta ai bisogni del territorio e delle persone. - Promuovere il benessere di donne e di minori al fine di contenere o prevenire situazioni di disagio evolutivo/relazionale, oltre che materiale, relativo alle condizioni di vita e di lavoro. - Accogliere donne e minori in situazione di difficoltà e bisogno relazionali, evolutivi, di disagio familiare, abitativo, economico o per necessità di tutela per motivi di maltrattamento e violenza. - Garantire alla coppia “madre – bambino” di poter stare insieme in un ambiente familiare, sereno e accogliente in cui sperimentare la propria relazione ristabilendo quotidianità ed equilibrio nella propria esperienza. - Offrire percorsi di accompagnamento che possano far crescere sufficienti competenze e autonomie genitoriali, sociali, lavorative, di gestione di sé e dei figli. - Promuovere conoscenza e legami all’interno del contesto territoriale e sociale in cui è presente la comunità. - Offrire l’ospitalità in una casa in cui vivere relazioni di prossimità all’interno di spazi attenti alle esigenze della donna, del bambino e alla convivenza tra adulti e minori: una casa in cui innescare processi di attivazione personale e di gruppo da parte delle donne nella cura e nella gestione degli spazi e della quotidianità. STRUTTURA Requisiti - La comunità madre-bambino può ospitare al massimo 5 nuclei (fino ad un max di 10 persone) - A ciascun nucleo viene data una stanza a uso privato (comunque 1 ogni 3 persone). - All’interno della casa deve essere predisposto un bagno per massimo due nuclei (comunque 1 ogni 5 persone). ACCREDITAMENTO SOCIALE 7 CNCA Lombardia Criteri - Collocazione della comunità all’interno del tessuto sociale per favorire l’interazione e l’inserimento positivi in un contesto da parte del nucleo accolto. - Struttura a dimensione familiare, casalinga, con i requisiti della “civile abitazione”, in cui siano pensati spazi privati e spazi comuni: spazi per sé, spazi per la relazione e per il gioco. TIPOLOGIA D’UTENZA Requisiti La “comunità madre – bambino” accoglie donne con figli in situazione di: - Fragilità genitoriale dovuta a maltrattamento e violenza intra-extrafamiliare - Fragilità sociale dovuta da: disagio abitativo, economico-lavorativo, isolamento sociale, difficile percorso migratorio, abbandono da parte del partner, interruzione della convivenza con il partner, difficoltà legate alla gravidanza. Criteri Sulla base delle finalità e delle caratteristiche organizzative, la comunità madrebambino non prevede professionalità specialistiche per il trattamento di situazioni di dipendenza da alcool o da sostanze stupefacenti, come anche di patologie psichiatriche; per tale motivo non è prevista l’accoglienza di persone nelle suddette situazioni. COMPOSIZIONE ORGANICO Requisiti - Adeguata e documentata formazione di base per gli operatori delle Comunità (si confermano requisiti come da DGR 16/2/05 n°7/20943) a cui poi va garantita formazione d’ingresso di almeno 40 h da parte dell’ente gestore - A supporto dell’équipe, si prevede la formazione permanente (almeno 20 h annue) e la presenza del supervisore, con titolo e competenze di ordine psicologico e/o pedagogico. - Per le comunità che non prevedono la presenza continuativa degli operatori il monte ore dedicato al lavoro con ogni nucleo va da un minimo di 20/30 ore settimanali a seconda dei nuclei accolti. - L’équipe educativa può essere integrata da personale volontario con preparazione e supervisione appropriata. Il personale di cui sopra, inoltre, potrà essere coadiuvato da tirocinanti, ASA o volontari in servizio civile che non sostituiscono la presenza e l’intervento delle figure professionali presenti. Criteri L’organico interno alla comunità madre-bambino è costituito da un’équipe educativa che, attraverso un approccio complementare ad altre professionalità collabora in forma progettuale con altri professionisti, il cui ruolo è specifico e funzionale allo svolgimento del progetto e a rispondere in modo competente e articolato alle esigenze del nucleo (specialisti ASL o di altri enti, coinvolti nel “progetto quadro”). METODOLOGIA Requisiti La metodologia di lavoro si basa sull’elaborazione, organizzazione, realizzazione e verifica intermedia/valutazione conclusiva: - del Progetto di Comunità, condiviso dall’équipe educativa della comunità - del Progetto Educativo Individualizzato, relativo all’intero nucleo e con obiettivi precisi per ciascun suo membro (donna, minore), condiviso dall’équipe educativa con la donna, con il servizio sociale/ente inviante e con gli enti specialistici. A completamento del percorso realizzato all’interno della “comunità madre-bambino”, il nucleo può beneficiare, laddove sia necessario e opportuno, un sostegno temporaneo per la definitiva conclusione dell’accompagnamento, attraverso forme di “autonomia accompagnata”. ACCREDITAMENTO SOCIALE 8 CNCA Lombardia Criteri La figura educativa, per la donna e per il bambino, costituisce un possibile modello di riferimento per sperimentare e valutare un’altra forma di relazione, basata sull’ascolto, sulla prossimità quotidiana, sul rispetto della libertà e delle scelte dell’altro, sul confronto tra adulti per la progettazione di prospettive nuove e maggiormente corrispondenti alle possibilità personali. Il coinvolgimento attivo della donna nella gestione del proprio progetto individuale permette di attivare processi di rimotivazione rispetto al personale progetto di vita, di non sostituzione/delega relativamente alle proprie responsabilità genitoriali, oltre che di valorizzare e potenziare le risorse, di favorire l’acquisizione di maggior consapevolezza dei limiti e dei vincoli legati alla propria condizione, per poter costruire un percorso, soggettivo e familiare, sostenibile e realizzabile. Attenzione specifica viene data quindi, all’interno del progetto educativo, ai bisogni della donna, del bambino e alla loro relazione, oltre che al mantenimento del contatto e della relazione con la famiglia d’origine (laddove sia possibile) e al lavoro di relazione e coprogettazione con la rete di servizi specialistici, istituzionali o del privato sociale che seguono il nucleo. 3) APPARTAMENTI DI AVVIO ALL’AUTONOMIA DEFINIZIONE e FINALITA’ I ragazzi che si avviano al concludere un percorso di comunità si trovano generalmente combattuti tra la soddisfazione di aver raggiunto traguardi importanti e il timore di dover completare la propria crescita senza quei punti di riferimento educativi che li hanno accompagnati in queste faticose conquiste. E’ necessario permettere a questi ragazzi di assecondare il loro desiderio di rendersi autonomi, o di tornare a vivere in famiglia; ma è altrettanto importante mettere loro a disposizione degli strumenti che gli permettano di apprezzare questa autonomia , e di continuare a raggiungere i traguardi della crescita sapendo di poter contare su figure adulte affidabili cui fare riferimento nei momenti di difficoltà. Il passaggio negli Appartamenti di avvio all’Autonomia dà il via alla fase di “sgancio” dei giovani dalla comunità, che per un periodo generalmente tanto lungo quanto intenso, ha rappresentato per loro una “base sicura” dalla quale allontanarsi progressivamente, sperimentare e perlustrare l’esterno, sapendo di avere un posto sicuro dove tornare. Con la fine della comunità, il giovane si trova a dover rinunciare a questa solidità, e non sempre il desiderio dell’autonomia è in grado di compensare la paura di questa perdita. E’ necessario pertanto adoperarsi: da un lato per aiutare il giovane a sperimentare spazi di autonomia soddisfacenti, che lo incoraggino a desiderare maggiormente il distacco dalla comunità; dall’altro per agevolare l’inserimento del giovane in una rete di affetti e di stimoli che possa proporsi come nuovo punto di riferimento, al quale rivolgersi in maniera più adulta. La relazione tra i giovani e gli Educatori degli Appartamenti si ritiene che debba assumere progressivamente un carattere meno “asimmetrico” di quanto normalmente previsto nella relazione tra ospite ed educatore. Tale atteggiamento, che fa leva sulla capacità degli operatori di richiamare la “parte adulta” del giovane, è utile ad incoraggiare il processo di crescita del giovane, che spesso nella fase di “sgancio” dalla Comunità vive la tentazione di agire regressioni per non perdere i vantaggi dell’accudimento per una autonomia della quale non vive ancora appieno i vantaggi. Gli operatori referenti dovranno fissare con i giovani accolti negli appartamenti un contratto che comprenda: - l’impegno al rispetto del regolamento degli appartamenti: esso è ispirato ai principi di rispetto dell’abitazione, dei diritti di eventuali conviventi e/o “vicini di casa”. Le regole dovranno pertanto essere in numero contenuto, chiare e finalizzate a far sperimentare agli ospiti una simulazione fedele della realtà abitativa cui andranno incontro a breve. - gli accordi sulla gestione delle spese: anche in questo caso, al giovane andrà richiesto di confrontarsi con le reali difficoltà che comporta il vivere in autonomia. Verrà ACCREDITAMENTO SOCIALE 9 CNCA Lombardia pertanto richiesta al giovane una caparra per accedere agli appartamenti, che vada a coprire eventuali danneggiamenti arrecati alla struttura; verranno inoltre predisposti strumenti di rilevazione dei consumi per far comprendere agli ospiti l’entità delle spese cui devono fare fronte per vivere in autonomia; - gli obiettivi individuali che ciascun ospite si propone e per raggiungere i quali chiede l’aiuto degli operatori. Gli obiettivi avranno soprattutto carattere pratico (es. la crescita professionale, l’assunzione, la patente, i documenti, l’apertura e la gestione di un conto bancario,..), dovranno prevedere dei tempi di realizzazione e verifiche periodiche. Anche per la Mamme con Bambino, a completamento del percorso realizzato all’interno della comunità, è previsto un percorso di accompagnamento verso l’autonomia, laddove sia necessario e opportuno un sostegno temporaneo per la definitiva conclusione del progetto individuale; esse si possono realizzare in due forme di “autonomia accompagnata”. ♦ L’appartamento per l’autonomia, in cui il nucleo viene accolto ed in cui la gestione della casa è autonoma come anche della quotidianità individuale e familiare. La figura educativa realizza attraverso accompagnamenti ai servizi territoriali, visite di monitoraggio e di supporto del nucleo presso la casa. ♦ L’accompagnamento territoriale sul territorio di nuova appartenenza del nucleo: servizio di accompagnamento socio-educativo di quei nuclei che intraprendono un percorso di autonomia lavorativa ed abitativa e che vengono supportati nella fase iniziale all’interno del nuovo contesto di vita presso la zona di domicilio della donna attraverso visite e accompagnamenti da parte dell’educatrice. I CRITERI DI QUALITA’ Requisiti minimi per accedere agli appartamenti - l’invio da parte della Comunità residenziale, o da parte di un Servizio Sociale - il raggiungimento dei requisiti per sperimentarsi all’autonomia, con particolare riferimento all’occupazione lavorativa, che dovrà essere ragionevolmente stabile e remunerata - la completa conoscenza e sottoscrizione degli accordi con l’Ente gestore, con particolare riferimento al Regolamento e al Progetto Educativo Individualizzato Requisiti minimi della struttura - l’Appartamento deve avere tutte le caratteristiche della civile abitazione, con particolare riferimento alla verifica degli impianti elettrici, idraulici e di riscaldamento - l’Appartamento dovrà avere dimensioni sufficienti a garantire momenti di privacy per gli ospiti, e dovrà essere organizzato con una separazione tra la “zona giorno” e le camere da letto - l’Appartamento dovrà avere un arredamento sobrio e completo - l’Appartamento potrà essere inserito in contesto condominiale - ciascun appartamento potrà essere predisposto per ospitare un minimo di 2 e un massimo di 4 ospiti. In ogni caso non potranno dormire più di 2 ospiti per stanza, e si dovrà garantire la presenza di spazi comuni. Nel caso vengano ospitati più di 3 giovani, sarà necessario garantire la presenza di 2 bagni Composizione e caratteristiche organico - un Responsabile del Servizio, con funzione di coordinamento del servizio (si confermano requisiti come da DGR 16/2/05 n°7/20943) - 1 Educatore part-time; si confermano requisiti formativi come da DGR 16/2/05 n°7/20943, a cui poi va garantita formazione d’ingresso di almeno 40 h da parte dell’ente gestore - a supporto dell’équipe, si prevede la formazione permanente (almeno 20 h annue) e la presenza del supervisore, con titolo e competenze di ordine psicologico e/o pedagogico. - L’équipe educativa può essere integrata da personale volontario, da tirocinanti, ASA o volontari in servizio civile che non sostituiscono la presenza e l’intervento delle figure professionali presenti. ACCREDITAMENTO SOCIALE 10 CNCA Lombardia 4) SERVIZI EDUCATIVI DOMICILIARI E TERRITORIALI DEFINIZIONE L’assistenza domiciliare ai minori (o Educativa Domiciliare) e i Progetto Educativi Territoriali (o Centri Educativi Diurni) si muovono lungo la direttrice tracciata dalla L. 184/83 e rinforzata dalla L. 149/01, a tutela del diritto del minore di crescere nella sua famiglia; mirano infatti ad offrire alla famiglia uno strumento per prevenire l’allontanamento del minore attraverso il potenziamento delle sue risorse interne e delle sue capacità di relazione con l’esterno. Entrambi sono servizi rivolti a minori in situazione di disagio sociale e a rischio di emarginazione, nonché alle loro famiglie quando queste si trovino in difficoltà nell’assicurare ai loro figli un’armonica stimolazione educativa ed un’adeguata socializzazione per impedimenti oggettivi, per deprivazione socio-economica-culturale, per limitazioni fisiche o psichiche. FINALITA’ E OBIETTIVI La finalità generale di questa tipologia di interventi è quella di salvaguardare la qualità del rapporto genitori - figli attraverso progetti individuali di tipo educativo che si realizzano nel contesto di vita domiciliare e territoriale. Il sostegno alla genitorialità, la mediazione nelle relazioni intra-familiari, l’affiancamento educativo individuale e di gruppo, la prevenzione all’insuccesso scolastico, la promozione della socializzazione, l’orientamento e l’accompagnamento all’utilizzo delle risorse del territorio sono i più ricorrenti e principali obiettivi degli interventi che si concordano tra gli operatori sociali del servizio pubblico e gli educatori del privato sociale. REQUISITI E CRITERI DI QUALITA’ Organizzazione dell’Ente - Affidabilità economica e Struttura organizzativa consolidata - Esperienza sul Servizio specifico (almeno triennale) e nel territorio di riferimento (interventi già avviati nel territorio, progetti in corso in sinergia con altri attori del territorio) - Sede operativa sul territorio, aperta al pubblico (da almeno 2 anni) - Carta dei servizi (si veda allegato) contenente: identità del servizio, modalità di erogazione del servizio, tipologie di prestazioni; standard di qualità del servizio, processi di verifica della customer satisfation; indicazione operatori e profili professionali coinvolti; diritti degli utenti e procedure di tutela, modalità per osservazioni e richiami Composizione organico - adeguata dotazione organica delle èquipe educative al fine di prevenire il turn over (1/4 per interventi domiciliari, 1/5 per interventi territoriali) - presenza della funzione di coordinamento del servizio con un orario di almeno il 10% delle ore erogate (si confermano requisiti formativi come da DGR 16/2/05 n°7/20943) - adeguato rapporto di lavoro per gli operatori (educatori e coordinatori) nel rispetto di quanto previsto dal CCNL (sia a livello di inquadramento funzionale che economico), dando priorità alla definizione di rapporti di lavoro subordinato, inteso anche quale strategia di contrasto/prevenzione del turn-over - adeguata e documentata formazione di base per gli operatori (si confermano requisiti come da DGR 16/2/05 n°7/20943) a cui poi va garantita formazione d’ingresso di almeno 20 h da parte dell’ente gestore - effettivo e documentato lavoro di equipe settimanale (almeno 3 h a settimana) che coinvolga tutti gli operatori, come occasione di condivisione, sostegno e monitoraggio del progetto generale e dei progetti individuali - formazione permanente per gli operatori (almeno 20 h annue) e supervisione individuale e/o di equipe (almeno 20 h annue) ACCREDITAMENTO SOCIALE 11 CNCA Lombardia Criteri Metodologici - Esistenza comprovata ed adeguata di una metodologia di lavoro, definita con precisione e documentata con rigore in riferimento al PEI, al rapporto di collaborazione con il Servizio Sociale titolare della competenza, al rapporto con la rete esterna, alle modalità del lavoro d’èquipe, intesa quale ambito professionale strutturato, stabile, condotto e documentabile (questi aspetti vengono comunque contenuti e precisati nel “Progetto Generale di Servizio” e più brevemente nella “Carta dei Servizi”; si vedano schemi in allegato) - formulazione ed effettiva realizzazione di P.E.I. (Progetti Educativi Individuali, si veda schema in allegato) che preveda: ♦ la raccolta delle osservazioni dei primi 2/3 mesi di intervento ♦ la definizione di un programma che possa prevedere: colloqui con il minore, con la famiglia, con il sistema di aiuto, attività individuali e di gruppo, sostegno scolastico, conoscenza e inserimento nel territorio, accompagnamenti, interventi di sostegno alla genitorialità…….. ♦ le fasi di verifica, valutazione e riprogettazione - Esistenza di strutturati e corretti rapporti di collaborazione con la rete dei Servizi di base e specialistici (dell’ASL), con la scuola, con l’Ente locale competente e con la magistratura minorile e con le altre Agenzie del territorio; in particolare, con il Servizio Sociale inviante si co-costruiscono le diverse fasi di progettazione monitoraggio, verifica e chiusura dei singoli interventi - Effettiva esistenza di rapporti stabili, continuativi e di scambio positivo con il territorio e di tensione alla costruzione della rete relazionale nel contesto sociale 20 aprile 2009 ACCREDITAMENTO SOCIALE 12