Giornalino mensile della Fisac/Cgil San Paolo Banco di Napoli
SPAZIO LIBERO
Numero 15 – Agosto 2005
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Anno II
EDITORIALE
Dalle braccia all’anima
Ci sono pervenute diverse sollecitazioni dopo quanto scritto nell’articolo “Ragionando sullo stress..”
La domanda più frequente è stata, da parte di molti colleghi: come siamo arrivati a questo? Si tratta di un
destino cinico e baro, oppure ci sono delle tendenze di fondo, “oggettive”?
Riteniamo che tutto tragga origine dal cambio dei modelli produttivi: dal passaggio da quello che si chiamava
fordismo (operazioni di serie, standardizzate) al post-fordismo.
Nel fordismo tutti avevamo un posto, il sistema produttivo era nettamente gerarchizzato (chi produce e chi
controlla) e l’antagonismo chiaro: la contesa era sulla ricchezza prodotta, quanto di questa dovesse andare
al produttore diretto (salariato/stipendiato) e quanto a chi possedeva i beni di produzione
(capitalista/proprietario); vi era in altre parole chiaramente postulato il conflitto di classe.
In questo scenario bastava integrare il lavoratore nella sola “disciplina” della produzione, non potendosi ne
dovendosi conquistarlo alla logica della produzione stessa, anzi, coltivando egli - attraverso partiti e
sindacati di massa – un disegno (tragicamente fallito nelle esperienze storiche concrete) alternativo.
Da almeno un trentennio nel mondo, da poco più di venti anni in Italia, questo schema è stato spezzato
dall’avvento di tecnologie basate sull’informatica, che hanno spazzato via le tecnologie “monouso”, quella
delle produzioni standardizzate e di massa, sostituendole con una gamma molto vasta e variabile di
modelli dello stesso tipo, adattandoli a diversi usi; le macchine divengono sempre più flessibili.
A questo punto anche l’impresa ha bisogno di un dipendente “nuovo”, meno esecutivo e più capace di iniziativa,
dunque l’impresa postfordista non gli consente, né lo spinge, alla vecchia contrapposizione, al limite lo
emargina.
L’azienda, infatti, tende ad assorbire il lavoratore nelle sue ragioni, gli chiede non soltanto l’erogazione della
forza lavoro (come in passato), ma la condivisione intima del progetto lavorativo, gli chiede l’ “anima”, la
fine della separazione tra tempo di lavoro e tempo privato: o sei “”omologato” o sei “mobizzato”; nell’era
della produzione e dei servizi flessibili e globalizzati il rapporto di lavoro capitalistico rivela al massimo
grado la sua natura totalizzante.
Fino a qui le linee di tendenza: sulla possibilità di gestione del fenomeno, ovviamente sorgono i problemi.
Per alcuni, questo processo nella sua carica, per così dire, vitale tenta di dare una risposta non di alienazione,
non di frustrazione.
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Segue: “Dalle braccia all’anima”
Si afferma che la rigidità gerarchica del fordismo, “io sono il capo e zitto”, va in crisi, che può aprirsi la strada a
sedi di decisioni di tipo trasversale, con gruppi di lavoro abbastanza autonomi e polivalenti.
Sembrerebbe così schiudersi una strada mai prima consentita all’iniziativa del dipendente, ciò però a due
condizioni:
che egli diventi soggetto/oggetto di una formazione permanente adeguata alla flessibilità dell’azienda;
che, a tendere, conquisti il diritto ad un’autonomia decisionale dei gruppi di lavoro, fino ad una
progettazione costruita da e per un uomo pensante.
Insomma non più il gorilla ammaestrato della catena di montaggio, ma un individuo capace di intervenire nello
stesso progetto oltre che nel processo lavorativo.
Questo però è l’intenzione, una visione della realtà, un tentativo nobile di renderla accettabile e governabile, ma
ciò ha due difetti:
non scalfisce, ma rafforza il fatto nuovo che il lavoratore “deve” dare piena adesione “interiore” al
processo aziendale;
si scontra con la realtà, non immaginata, ma materiale.
Il processo descritto porta, infatti, il lavoratore ad una torsione drammatica: l’impresa flessibile lo mette
continuamente a rischio di identità se non della perdita del posto di lavoro e qualora non lo perda lo
stringe nella necessità di reinventarsi, di ri-formarsi, acquisire contemporaneamente polivalenza e
specializzazione, cosa né semplice né garantita.
La realtà, indica processi drammatici e, per il momento, non reversibili di precarizzazione e frammentazione,
anche nel nostro Gruppo.
Infatti, la fusione, al di là della percezione soggettiva di ciascuna di noi, ha fatto apparire qualche migliaio di
lavoratori come mero accessorio alla produzione, tanto che coloro che sono stati espulsi sono indicati
come “esuberi”, ridotti da cittadini a numeri.
Contemporaneamente si dilata la tipologia dei contratti di lavoro, con la crescita delle figure fragili: da noi, se va
bene, si entra in apprendistato, con l’utilizzo di salario e di norme di ingresso.
Ma anche lì dove si tenta di tenere “tutti dentro” , come si sforzano di fare i nostri contratti di lavoro, sia
nazionale sia integrativo, la diversificazione delle figure contrattuali, ha portato, ancora una volta
oggettivamente, ad una frammentazione se non ad una frantumazione (anche con i budget personali) di
legami antichi di solidarietà: ciascuno è sempre più solo.
Quale visione è più vicina alla realtà? E se vi fossero elementi di realtà in entrambe?
MONDO FILIALI
Dal Direttore dell’Agenzia di Staiano I
All’Ufficio Tecnico
All’Ufficio Sicurezza
Oggetto: lavori sostituzione cassa continua, in data 30 febbraio 2005
Stamane alle ore 12, 30, a sei mesi dall’inconveniente, sono iniziati i lavori presso l’agenzia di Staiano I,
relativi alla sostituzione della cassa continua.
In un primo tempo sembrava che i lavori riguardassero una zona, il vano esterno bancomat, tale da non
creare disagio né all’utenza né ai lavoratori, ma successivamente le esigenze tecniche hanno portato
gli operai ad entrare ed uscire dal punto operativo, con materiale vario, in prossimità dell’orario di
intervallo, costringendo un addetto al family market in quel momento responsabile della casse, a
dover gestire le bussole a consenso, senza poter dare la giusta attenzione alla propria mansione:
riscontrata differenza 577 euro a fine giornata
L’esigenza di guardiania, nell’intervallo, stante estranei in agenzia, non poteva venire soddisfatta dalla
guardia giurata in quanto anch’essa tenuta all’intervallo; richiesta alla sua volante la possibilità di
coprire l’agenzia per l’intervallo con un’altra guardia, ciò non era possibile per carenza di personale.
Mentre i lavoratori del punto operativo erano in pausa, gli operai, afferenti a due ditte - una per il
trasporto e la sistemazione, l’altra per il montaggio - hanno continuato a lavorare, un gruppo
all’esterno dei locali, un altro all’interno con le bussole ovviamente chiuse.
Circa le due ditte, si segnala l’inesistente dotazione di materiale antinfortunistico, guanti, caschi, visiera
per la fiamma ossidrica, mascherine antitossiche, per gli operai, ricordando che la legge ritiene
responsabile anche chi dà l’appalto per le mancanze di chi si aggiudica lo stesso.
I lavori sono proseguiti in orario di lavoro dalle ore 14,35 in poi con fili, saldatrici e attrezzature varie nel
salone, con rumori assordanti, senza contare una serie di traballanti ponteggi dove si è costretti a
passare: ciò in contrasto con le più elementari norme sulla sicurezza, per il pubblico e per i
lavoratori. La gestione delle entrate e delle uscite è stata affidata ad un collega di buona volontà,
non potendosi attivare il metal detector stante la continua necessità degli operai di uscire ed
entrare, con evidenti rischi connessi ad un’errata valutazione delle persone che accedono ai locali.
Per evitare conseguenze gravi, si è quindi preferito chiudere il servizio al pubblico.
A conclusione della vicenda, appariva opportuno nell’interesse di tutti programmare i lavori o subito dopo
le 17 oppure nel week end senza creare disagi e insicurezza.
Cordiali saluti
OGNI RIFERIMENTO A FATTI O PERSONE REALI E’ PURAMENTE CASUALE (?)
LA NOSTRA CIVILTA’
Quando frequentavo il liceo, l’insegnante di religione, un sacerdote del clero diocesano, spesso ci intratteneva con
la lettura di articoli tratti da ‘La civiltà cattolica’, periodico dei gesuiti.
Quando ci mostrò il periodico per la prima volta, suggerendoci peraltro di sottoscriverne l’abbonamento (cosa
che sono stato assolutamente tentato di fare: nulla, per un laico, è più radical-chic dell’essere abbonati alla
rivista dei gesuiti), volle precisarci le motivazioni di quel titolo, La civiltà cattolica, e ci spiegò che nel
linguaggio corrente la parola civiltà è impropriamente utilizzata per indicare tradizioni, usi, costumi,
patrimonio letterario, artistico e scientifico di un popolo o un’etnia, in sintesi tutto ciò che andrebbe evocato
con la parola ‘cultura’.
La civiltà, ci disse, consiste invece nella capacità di tutelare, proteggere, sostenere e sollevare i soggetti più deboli
ed indifesi.
Parole che mi sono tornate alla mente in questi giorni, allorquando, a seguito degli ultimi tragici accadimenti,
sugli organi di informazione è tornato un inconcludente dibattito sulla (presunta) guerra tra civiltà in atto.
Non molto tempo fa destò aspre critiche una infelice sortita del nostro Presidente del Consiglio, per il quale ‘la
superiorità della nostra civiltà poteva evincersi dalla maggiore capacità di assicurare ai propri appartenenti
prosperità e benessere economico.
Anche Berlusconi, evidentemente, equivocava tra civiltà e cultura, e le sue improvvide affermazioni furono
prontamente rigettate: il rivendicare la superiorità di una cultura rispetto ad un’altra non può che
ascriversi a tentazioni di tipo razzista.
Come cambia la nostra prospettiva, la percezione del reale partendo da un’accezione di civiltà come quella che
anche noi laici, pur senza addentrarci in problematiche religiose, possiamo condividere con i gesuiti?
Evitando scrupolosamente facili scorciatoie, che finirebbero col condurci fuori strada alla stregua di Berlusconi
(tanto per dirne una, la tentazione di far riferimento alla condizione della donna nella maggioranza dei
paesi islamici, oppure la mancante reciprocità nella permissività di culto) chiediamoci quanto noi siamo in
grado di tutelare, proteggere, sostenere e sollevare i soggetti più deboli ed indifesi.
Non c’è bisogno di compiere una indagine sociologica approfondita per avere sotto gli occhi un quadro di
assoluta desolazione e sconforto, al di là di qualsiasi inutile ed aberrante forma di comparazione .
In occasione del 60° anniversario del 25 Aprile Festa della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo,
la FISAC-CGIL AVELLINO unitamente alla SEGRETERIA REGIONALE CAMPANIA e al
DIPARTIMENTO INTERNAZIONALE FISAC CGIL, in collaborazione con il Comune di SAVIGNANO
IRPINO e con il benestare della ASSOCIAZIONE NAZIONALE DIVISIONE ACQUI, organizza:
CEFALONIA
VIAGGIO – MEMORIA (1 – 7 settembre 2005)
“Dal grande balcone della casa nativa in Savignano, dove si era recato in convalescenza, padre
Romualdo Formato rivedeva per l’ultima volta i colli e le montagne dell’Irpinia e il vento che
sempre passa impetuoso su quella terra generosa.”
Era il 24 ottobre del 1961. Se ne andava così a 55 anni il sacerdote che aveva dedicato tutta la
sua vita per ridare gloria ed onore ai soldati italiani barbaramente trucidati dai tedeschi a
Cefalonia durante il settembre del 1943.
Era nato - infatti - a Savignano il 22 ottobre 1906. Dopo gli anni in seminario e il noviziato in
Spagna, aveva completato i suoi studi a Roma. Nel 1930 era stato ordinato sacerdote,
dedicandosi negli anni successivi all’insegnamento delle Lettere come preside di un Istituto
Magistrale. Chiamato alle armi allo scoppio della seconda guerra mondiale, fu nominato
cappellano militare con il grado di tenente e assegnato al 33° Reggimento Artiglieria
Divisione Acqui. Durante la campagna di Grecia e di Albania si distinse per le sue doti di
grande umanità.
Ma fu durante i giorni di combattimento successivi all’armistizio dell’8 settembre, quando
sull’isola di Cefalonia i soldati italiani rifiutarono l’alleanza tedesca ed ingaggiarono un
impari scontro bellico, che si prodigò ad assistere i soldati italiani spiritualmente e
materialmente fino alla resa dopo una eroica resistenza.
Durante il successivo massacro presso la Casa Rossa, quando convinto di dover essere fucilato
come tutti gli altri suoi compagni, chiedeva solo di esserlo per ultimo per poterli assistere
con cristiana pietà.
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Continua: Cefalonia Viaggio - Memoria
Ad ogni esecuzione, continuò a implorare i tedeschi di porre fine a quel barbaro massacro: fu
risparmiato e con lui altri 37 ufficiali italiani sopravvissero. Dopo quel tragico settembre
del 1943, tutta la vita di padre Romualdo Formato fu dominata dal ricordo di quanto era
successo sull’isola. Fu dominata dall’idea di restituire onore alle 9000 vittime della
rappresaglia nazista.
Incominciò a raccogliere ed elaborare documenti e testimonianze, dando alle stampe a caldo
un testo “L’eccidio di Cefalonia “ che, tenendo viva la memoria fin dal 1946, è servito a
riconoscere a quei Patrioti - come li ha chiamati il Presidente della Repubblica - l’onore e la
gloria di aver dato inizio alla Resistenza italiana, contro il nazismo e il fascismo.
Vale la pena ricordare che fra quei soldati, con il sacerdote di Savignano Irpino, ci furono anche
soldati della nostra Provincia. Soldati che chiedono ancora oggi che il loro sacrificio non sia
dimenticato, che la loro memoria non sia offesa da chi intende equiparare la
vittima al carnefice, il torturato al torturatore, il torto alla ragione.
Nell’albo della memoria ci sono nomi di soldati irpini che entrano di diritto nel numero di quelli
che ci hanno lasciato in eredità la nostra Costituzione. Il loro ricordo è affidato alla nostra
memoria: come l’avvocato Ermete Ferrara, originario di Teora, decorato per aver
combattuto con valore contro i tedeschi ed essere stato fucilato presso i pezzi della sua
batteria, o il sergente Manzo Raffaele anch’egli di Savignano Irpino. E tanti altri: De Cicco
di Avellino - Lo Moro Giovanni di Monteverde - Massa Rocco di Avellino - Pacia Guido di
Avellino - Puzzio Carmine di Ariano Irpino - Ruberto Angelo di Morra de Sanctis - Sirignano
Giacomo di Dentecane - Tisi di Avellino - Venezia Carmine di Cesinali - Vitale Elzeario di
Castel Baronia - Ciaglia Nunzio di Serino.
A tutti questi soldati - umili e sconosciuti eroi - deve andare il nostro grazie e la nostra
riconoscenza. “Il vento d’Irpinia/ ripete ancora la sua parola,/ quando passa l’autunno/ e le
foglie/hanno il colore di sangue,/il sole/ la luce dell’amore.”
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Programma:
CEFALONIA
1-7 settembre 2005
Giovedì 1 settembre
Ore 9 - Partenza per Savignano Irpino - Incontro con l’Amministrazione Comunale - Saluti del Sindaco Oreste Ciasullo Ricordo di P. Romualdo Formato - Rinfresco - Ore 17.00 arrivo a BARI - Ore 18.00 operazioni di imbarco (BLUE STAR
FERRIES) - Sistemazione in cabine quadruple con servizi - Cena libera - Navigazione.
Venerdì 2 settembre
Ore 12 –Arrivo a PATRASSO - Pranzo libero - Nel pomeriggio trasferimento a KILLINI per l’imbarco - Arrivo a
CEFALONIA: trasferimento ad AGIA PELAGIA: sistemazione in albergo Categoria *** camere doppie con servizi - Cena.
Sabato 3 settembre
Prima colazione - Visita del Monastero S. GERASSIMOS e/o CASTRO con le suggestive rovine del Castello di San Giorgio che
in età veneziana fu il capoluogo dell’isola - Pranzo libero - Nel pomeriggio trasferimento nella BAIA di MIRTOS, una delle più
conosciute e fotografate di tutta la Grecia. Passaggio panoramico per ASSOS con arrivo a FISKARDO paese in stile veneziano
dove morì - nel 1085 - Roberto il Guiscardo - Rientro in albergo - Cena: serata con musica e danze greche.
Domenica 4 settembre
Prima colazione - Incontro della delegazione FISAC CAMPANIA guidata dal Segretario Regionale Massimo Vellante con
quella del Sindacato bancario greco OTOE guidata dal Presidente Regionale Dimitris Tsoukalas - Trasferimento ad
ARGOSTOLI - Cerimonia presso il MONUMENTO AI CADUTI ITALIANI: deposizione di una corona d’alloro della FISAC
CGIL e del Comune di SAVIGNANO IRPINO - Benedizione di Padre Severino dell’Associazione Mediterraneo operante ad
Argostoli. Visita della FOSSA DELLA FUCILAZIONE, della CASETTA ROSSA, del PONTE HIMONIKO e della sottostante
CHIESA di SANTA BARBARA - Pranzo in albergo: saluti e brindisi - Pomeriggio libero - Cena.
Lunedì 5 settembre
Prima colazione - Trasferimento a SAMI: traghetto ed escursione ad ITACA.
Nel pomeriggio visita delle KATAVOTRES, profonde fenditure nella roccia in cui precipita l’acqua del mare: per un complesso
sistema di correnti sotterranee che formano inghiottitoi, grotte e laghi sotterranei, l’acqua riemerge nella grotta di MELISSANI
presso SAMI. Rientro in albergo - Cena.
Martedì 6 settembre
Prima colazione - Trasferimento ad ARGOSTOLI: traghetto per KILINI - Trasferimento ad OLIMPIA: visita dell’area
archeologica (scavi e museo) segnalata dall’UNESCO come uno dei patrimoni dell’Umanità - Trasferimento a PATRASSO - Ore
16-imbarco (MY WAY FERRIES) - Sistemazione in cabine quadruple con servizi - Ore 18- in navigazione. Cena libera.
Mercoledì 7 settembre
Ore 8.00 - Arrivo a BRINDISI - Proseguimento con sosta a CASTEL DEL MONTE - Rientro.
Quota di partecipazione: Euro 390,00
Per informazioni tel. 339 4506290 Giovanni Marino (Segretario Responsabile)
TICKETS
Il film di Ermanno Olmi, Abbas Kiarostami e Ken Loach uscito nelle sale cinematografiche la scorsa primavera
non è il classico film ad episodi, bensì rappresenta i tasselli di un mosaico multietnico. Sono tre storie che si
incastrano e si inseguono correndo sul filo conduttore del rispetto dell”altro”, della tolleranza e della
comprensione del “ diverso”, e di questi tempi, alla luce dei fatti dell’ultimo mese, non è una cosa da poco.
Tre registi dagli stili personalissimi, che hanno dato la loro impronta alla storia del cinema.
Ermanno Olmi, cantore del quotidiano, che riscopre i sentimenti più atavici, vincitore a suo tempo a Cannes della
Palma d’oro con L’albero degli zoccoli , a Venezia del Leone d’oro per La leggenda del santo bevitore e
tornato di recente alla ribalta con Il mestiere della armi e Cantando dietro i paraventi.
Kiarostami, poeta iraniano che ha gettato un ponte tra culture d’Oriente e d’Occidente, vincitore della Palma
d’oro a Cannes con Il sapore della ciliegia e del Leone d’argento a Venezia per Il vento ci porterà via .
Infine Ken Loach, il “menestrello” arrabbiato del nuovo cinema britannico, che racconta il disagio
dell’emarginazione, due volte premiato a Cannes con il Prix du Jury ( per L’agente nascosta e Piovono pietre
) nonché autore di pellicole intense quali Ladybird Ladybird, Terra e Libertà, My name is Joe.
Tre assi, troppi galli nel pollaio? Il rischio dello scontro tra forti personalità c’era, invece è filato tutto liscio.
“La voglia di questo film nasce per caso a tavola”, racconta Kiarostami in un’intervista. “Abbiamo deciso che ci
sarebbe piaciuto lavorare insieme. C’era solo da capire come far combaciare le nostre idee, senza entrare
nel merito di quello che ciascuno di noi aveva intenzione di raccontare.” È nata così l’idea di un treno che
parte dal cuore dell’Europa, dalla stazione di una città svizzera, e con la sua miscellanea di tipologie umane
giunge a Roma.
Tickets è come una corsa a staffetta, è come se di storia in storia i tre registi si fossero passati il testimone del
racconto. Comincia Olmi con la storia di un anziano professore che, impossibilitato a prendere l’aereo, sale
all’ultimo momento sul treno grazie al posto procuratogli sulla carrozza ristorante da una gentile assistente
di lavoro. La giovane donna lo affascina, e il suo cuore vola indietro nel tempo, a un amore giovanile. Mentre
tenta invano di scrivere una lettera il suo sguardo incrocia quello di un’altra persona, che sarà protagonista
della storia di Kiarostami. E in secondo piano scorgiamo una famiglia di immigrati albanesi, maltrattati da
nervosissimi poliziotti, che sarà il fulcro del racconto di Loach.
Continua: “Tickets”
Interpreti della prima vicenda sono il bravissimo Carlo delle Piane e una stupenda Valeria Bruna Tedeschi.
Meno noti invece i volti della matrona Silvana De Santis e del giovane Filippo Trojano, i protagonisti
scelti da Kiarostami per il continuo sfavillante alterco tra la bizzosa vedova di un generale e il suo
attendente. Storia minimalista per suggerire che di tolleranza, di comprensione per il diverso ci sarebbe
bisogno pure nelle piccole cose quotidiane?. È una possibile interpretazione , anche sei il regista iraniano
non ama fornire chiavi di lettura. Essenzialmente egli ha voluto creare un ironico trait d’union tra
l’intimismo di Olmi e l’estroversa umanità di Loach.
Quello del regista britannico è l’episodio più movimentato. Al centro ci sono la famigliola albanese che, di
vagone in vagone, scivola fino in seconda classe, e un trio di giovani scozzesi, tifosi del Celtic in trasferta
a Roma.. Al disprezzo per il diverso, all’intolleranza, al pregiudizio da parte dei tre giovani nei confronti
della famiglia albanese si sostituisce piano piano il senso di solidarietà.
“Racconto che la solidarietà non ha età e non conosce nazionalismi, e che il valore di un biglietto (ticket) non è
lo stesso per ogni viaggiatore” afferma in un’intervista il regista britannico .
insomma una pellicola toccante e perché no, anche divertente, pur nella sua disomogeneità.
“ la vera unità del film non è nella ricerca stilistica “ dice Olmi, “ bensì nella scoperta di un comune
sentimento che avvicina me, Ken e Abbas. È la ricerca del dialogo, il bisogno di trovare una
corrispondenza. Tutti e tre crediamo nel rispetto dell’altro. Perché l’altro è la ragione stessa della nostra
identità. Siamo felici di aver preso assieme questo treno, ma c’eravamo già, senza saperlo. Su vagoni
diversi, viaggiavamo da tempo verso la stessa direzione. “
E noi invitiamo tutti i nostri lettori a salire loro stessi su questo treno, e a godersi questo film, magari in una
delle tante arene estive…..
FLASH
BUONE VACANZE!
La Redazione
Giorgio Campo
Alfredo Conte
Antonio Coppola
Mario De Marinis
Antonio Forzin
Amedeo Frezza
Rosalia Lopez
Raffaele Meo
Italo Nobile
Maria Teresa Rimedio
Anna Maria Russo
ha collaborato: Giovanni Marino
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