ISTITUTO TECNICO INDUSTRIALE STATALE
"Enrico Fermi"
via Capitano Di Castri - 72021 FRANCAVILLA FONTANA (BR)
tel. 0831 - 852132
Progetto
Classi: IV A Meccanica e IV A Elettronica
Docenti: Maria Crocetta Franciosa
Paola D’Ambrosio
Anno Scolastico 2005/2006
Presentazione del progetto
“La lettura non va in esilio”
Il progetto “La lettura non va in esilio” proposto dal Centro Astalli in collaborazione con il
Ministero per i Beni e le Attività Culturali (Direzione generale per i Beni Librari – servizio per la
promozione del libro e della lettura) intende sensibilizzare gli studenti al tema dell’asilo politico
e approfondire la conoscenza delle problematiche dei richiedenti asilo e dei rifugiati. In
particolare vuole favorire la riflessione sul tema dei profughi, attraverso la lettura di autori che
hanno scritto sul tema dell’esilio. Da sempre l’esilio rappresenta uno degli eventi più drammatici
nella vita dell’uomo. I rifugiati sono persone come noi, che, prima di essere costrette a fuggire
avevano una famiglia, una casa, un lavoro. Leggere e conoscere le loro storie, tra cui quelle di
personaggi celebri che durante la loro vita hanno cercato rifugio lontano dal paese d’origine,
aiuta a comprendere parole capaci di valicare confini, abbattere muri, sorvolare la palude
dell’odio e della violenza. Parole che parlano di terre lontane, di paesaggi sconosciuti, di
lacrime, di angoscia, di miseria, di sradicamento. Parole che ci invitano a riflettere per costruire
una società tollerante.
Il progetto ha coinvolto due classi dell’istituto: la IV A Meccanica e la IV A Elettronica, che
guidate dalle docenti di lettere hanno letto e schedato i libri messi a disposizione dal Centro
Astalli.
Dopo questa prima fase, gli alunni della IV A Meccanica, durante una discussione in classe,
hanno individuato le tematiche presenti in ogni testo ed enucleato quelle ricorrenti quali: l’
emigrazione,
l’ accoglienza, l’ integrazione, i bambini soldato. L’attività di ricerca che è seguita ha dato un
taglio sociale al lavoro svolto ed è nata la curiosità di conoscere la situazione dell’ immigrazione
e dell’ accoglienza in Puglia, anche attraverso un percorso storico di confronto tra passato e
presente.
Gli studenti della IV A del corso di Elettronica si sono lasciati conquistare dalla lettura producendo commenti,
recensioni, o, prendendo spunto dai testi, anche una poesia e un racconto.
In particolare, la dignità di chi parte viene evidenziata nel commento della poesia “Due voci“ di Erri De Luca.
Le cause dell’abbandono delle propria terra sono diverse: tra le altre, la guerra civile in Colombia e in Serbia,
l’autoritarismo in una famiglia irachena , come nelle testimonianze tratte dalla raccolta di storie “La notte
della fuga”, a cura del “Centro Astalli”. Tali testimonianze sono state analizzate nelle relative schede di
lettura.
Una volta giunti nel paese ospitante ci sono i problemi di integrazione, il bisogno di aprirsi alla nuova realtà.
Per superare il disagio si avverte l’appartenenza “ solo a ciò che piace”, come è per la cinese Jie,
protagonista dell’omonimo racconto in “Una questione di pelle”; oppure si avverte il disagio della doppia
appartenenza, come capita ai personaggi e alla stessa protagonista del romanzo “Rhoda”, di cui è stata scritta
la recensione.
Ci può essere, però, una volta integrati, il bisogno di tornare alle proprie radici, soprattutto se un padre
affabulatore lo ha tratteggiato con i colori del mito ad una bambina che ne ha conservato l’incantesimo nel
suo cuore, come avviene per l’Afghanistan dell’”L’albero delle storie”.
Ma non tutti fuggono dalla propria terra : c’è chi lotta per liberare il proprio paese dal regime coloniale, come
si racconta nel romanzo “La vera vita di Domingos Xavier“, in cui il protagonista in Angola combatte contro il
regime coloniale portoghese. Le vicende drammatiche hanno fornito lo spunto per una poesia, una specie di
testamento spirituale di Domingos.
Partendo da un’esperienza personale, nel breve racconto, “Milo, mani di pietra”, viene descritto un episodio di
intolleranza che ha per protagonista un albanese reo di aver apprezzato, semplicemente guardandola, una
giovanissima romana.
Il valore di tale progetto sta nell’entusiasmo dimostrato dagli studenti e nella prontezza della risposta alle
sollecitazioni. Per l’insegnante, ancora una volta, è stata, da una parte, un’occasione di aggiornamento
personale, entrando in contatto con una produzione letteraria a volte pregevole, ma sicuramente con il valore
della testimonianza; dall’altra, un’occasione in più per invogliare alla lettura e alla produzione, anche creativa,
i propri studenti.
Indice
IV A Meccanica




Schede di lettura
Immigrazione in
Puglia
Accoglienza in
Puglia ieri e oggi
Il problema dei
bambini soldato
IV A Elettronica




Recensioni
Poesia
Commento
Racconto
Schede Di Lettura
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




La Vera Vita Di Domingos Xavier
E Venne La Notte
Rhoda
Soldatini Di Piombo
Migramente
Solo Andata
Questione Di Pelle
La notte Della Fuga
Sognando Maldini
Allah non è mica obbligato
Congedi Balcanici
ESCI
Congedi Balcanici
Notizie sull’autore:
L’ autore del libro “Congedi balcanici” è Drazan Gunjaca; un ex primo ufficiale della marina
militare Jugoslavia a Spalato. Da una decina d’anni vive a Pola, dove esercita la professione di
avvocato. Una ventina d’ anni fa scrisse in romanzo”A metà strada del cielo”che non ha mai
pubblicato; ha dato alle stampe invece il secondo romanzo ”Congedi balcanici”, e in seguito
“Amore come pena”(2002). Ha scritto tutti libri sulla guerra, scritti non per esporre le cause,
ma per sperare che un conflitto come quello che ha vissuto nella sua terra non si ripeta più.
Notizie sul libro”congedi balcanici”
“Congedi balcanici” è uscito in Italia nel 2003 presso Fara Editori tradotto da Sardja Orbanic e
Danilo Skomercic, ha rappresentato per Gunjaka un ottimo esordio, infatti ha vinto il premio
Satyagraha 2002 (Riccione) ed e stato pubblicato in Germania, Australia, USA, Bosnia
Erzegovina, Iugoslavia. E’ un romanzo contro la guerra, in particolare contro tutte quelle
difficoltà che la popolazione coinvolta deve affrontare, come, soprattutto, l’ impossibilità di
mantenere i legami affettivi ben saldi con gli amici e con le ragazze. Si tratta quindi di problemi
degli individui, presi singolarmente perchè più indifesi. Nella narrazione di Gunjaca non si parla
di divise, perchè ognuno dei suoi personaggi intreccia le sue “sfortune” con quelle dei suoi
nemici. Non ha importanza se il protagonista è serbo o croato, oppure se la sua donna è serba
o croata, la sofferenza che mette in risalto l’autore e al di sopra di queste distinzioni.
Ogni personaggio entra nel racconto in un momento preciso, mostra la sua storia, per non dire
disgrazia, e poi “sparisce”tutto nello stesso capitolo. Sembra che il ruolo del personaggio sia
finito ma invece più avanti ritroviamo i personaggi (che sono Aca, Bonis, Mario) però “cresciuti”
con la guerra e quindi cambiati. Per alcuni dei personaggi c’è addirittura la morte. Il vero
protagonista del brano è Rodi che racconta con la sua quotidianità che cosa è stata la guerra
nei Balcani.
ESCI
Questo romanzo parla di un luogo dove le cose belle sono temporanee, mentre il male,
purtroppo, non lo è; qui può succedere qualunque cosa, dove un uomo non può meditare da
sobrio nella sua vita, dove nessun ideale si può realizzare perchè come dice Robi nel libro: “Qui
gli ideali durano solo dall’ oggi al domani”. E’ un luogo in cui sono successe tante cose, tante
battaglie ci sono stati tanti morti che hanno dato la loro vita per la patria, il protagonista passa
dal dolore alla rabbia, pensando alle centinaia di persone che sono stati mandati a morire, e
anche chi è sopravvissuto si è trovato con la vita distrutta per sempre, ma niente di ciò e
successo ai “capi” che tornavano in patria solo per qualche festa, senza perdere la coscienza
che in patria c’era la guerra. Vittime assolute risultano solo i giovani volontari, pieni di forza, di
speranza e di coraggio, persone contente finchè non è arrivata la guerra, con i suoi morti, i
suoi feriti e con traumi psicologici. Vittime assolute sono anche i bambini,che si ritrovavano a
dover colmare il vuoto lasciato dai loro padri. Comunque in tutto il romanzo ci sono delle storie
a lieto fine, ma ci sono anche personaggi che crollano proprio quando sembra che abbiano
raggiunto la loro gioia.
ESCI
Sognando Maldini
La scrittrice è una donna africana, che nel libro racconta la sua storia e quella di alcune
persone di un piccolissimo villaggio di un'isola africana. Nel libro spiccano due personaggi,
Salie e il suo fratellino Madickè.
Salie è una donna che emigrata in francia fa la scrittrice, Madikè uno dei tanti ragazzini che
vedendo all'unica televisione del villaggio le partite, è un tifoso di Maldini e sogna di andare in
Francia per diventare un calciatore ed incontrare il suo idolo, appunto Maldini. Tra una partita
dell'Italia agli Europei del 2000 e l'altra, si svolge tutto il libro.
Salie, una figlia illegittima, viene trattata male dal marito della madre e viene cresciuta da sua
nonna, una donna a cui deve la sua formazione. Inizia ad andare a scuola di nascosto, ed
aiutata dal suo maestro, un politico francese mandato in Africa, in quanto scomodato, riesce a
convincere sua nonna a proseguire gli studi.
Salie sogna di diventare una giornalista e vuole andare a vivere in Francia. Anche i ragazzini
che guardano le partite, sognano di andare a giocare a calcio in una squadra francese, per
diventare ricchi e andarsene dal villaggio che non offriva niente. Il desiderio di emigrare viene
dai racconti della gente che era andata a lavorare in Francia ed era ritornata in patria ricca,
raccontavano che in Francia c'era la vera vita, c'era tutto: profumi, vestiti, televisioni.
In uno dei suoi ritorni in patria Salie, scopre che suo fratello ha un sogno, quello di emigrare.
Aiutata dal maestro, vuole convincere il fratello ed altri ragazzini che tutto ciò che gli altri
dicevano della Francia, non era vero. Salie, gli raccontò la storia di un nonno che aiutato da un
benefattore aveva raggiunto la Francia per giocare a calcio. Nessuna squadra fu interessata a
lui, e il benefattore per recuperare i soldi spesi lo "vendette". Senza documenti, questo fu
trovato dalla polizia e dopo alcuni giorni di carcere, fu rimandato in africa. Tornato in patria si
vergognava perchè non era riuscito a guadagnare soldi per aiutare la sua famiglia povera e la
vergogna lo portò al suicidio in mare.
ESCI
Ma i ragazzini non credevano o meglio pensavano che a loro non sarebbe andata così.
Salie, non voleva che il fratello andasse in Francia, sarebbe rimasto deluso, allora decise di
mettere da parte un pò di soldi e mandarglieli per aprire un negozio nel villaggio. Alla fine ci
riuscì Madikè è aprì il negozio e gli affari andavano bene.
Il sogno di raggiungere la Francia era stato messo da parte.
Il libro mette in risalto la situazione di molti popoli, che non avendo nulla nel loro paese, sono
costretti ad emigrare, credendo che nella parte ricca del mondo, c'è la vera vita. Ma quando
provano sulla loro pelle tale esperienze, si rendono conto che trovano solo un mondo che li
sfrutta e mortifica la loro dignità umana.
Infatti da una realtà, quella dei piccoli villaggi africani, dove il senso di umanità è sentito,
passano ad una realtà che non li considera affatto.
Il libro fa anche conoscere una realtà e cultura molto diversa dalla nostra.
Ancora ci si accorge di quanta parte del mondo è tanto povera da non poter mangiare,
lavorare, e dove per avere qualcosa di migliore, si è costretti a lasciare la propria patria per
andarsene in una terra sconosciuta lontana da tutti gli affetti.
ESCI
Allah non è mica obbligato
“Allah non è mica obbligato ad essere giusto in tutte le cose di quaggiù”, su questa frase gira
tutto il libro, infatti la frase viene pronunciata dal protagonista, Birahima, durante il mostruoso
viaggio effettuato da lui e dal suo compagno Macuba attraverso la Liberia e la Sierra Leone
sconvolte dalle guerre tribali.
Orfano di padre e di una madre costretta da un’infezione a “camminare sulle chiappe”, il
protagonista viene affidato ad una zia che vive in Liberia; accompagnato da Yacumba, il quale
era un uomo d’affari e bandito capace di fare lo stregone e di costruire amuleti, nel loro viaggio
i due compagni vengono rapiti da un gruppo di uomini armati, e il piccolo Birahima per non
essere ucciso è costretto a diventare un bambino soldato; d’ora in poi i due vengono sballottati
da un luogo all’altro a secondo dell’evoluzione degli eventi politici e militari, e hanno contatti
con pericolosi individui, militari e banditi, ma tutti con un unico obbiettivo il denari e il potere;
questa gente senza scrupoli per raggiungere i suoi scopi utilizza i bambini soldato che vengono
sfruttati e muoiono per una causa inesistente!
ESCI
La notte della fuga
In questo libro il Centro Astalli vuole mettere in evidenza come la vita di un rifugiato o di un
migrante sia totalmente diversa dalla nostra, e cosa dovrà affrontare uno di essi per avvalersi
dei diritti umani; ma la cosa ancor più preoccupante, è come noi siamo estranei a questi fatti,
pur conoscendoli.
Si sa che nella vita quotidiana, di migranti e rifugiati si parla raramente, e quando se ne parla,
essi sono identificati da un foglio di soggiorno, da una pratica o da un dossier come se fossero
uomini e donne senza volto; il principale scopo di questo libro è dare un nome e un volto a
queste persone, e soprattutto a farci conoscere meglio il loro dramma, le loro sofferenze
vissute, gli affetti familiari spezzati, lo strappo dalla propria terra, i sogni e le speranze di
persone in fuga, ed anche per farci capire che essi sono persone umane come noi, e quindi
come noi devono avere gli stessi diritti umani.
Questa è la storia di un uomo Sudanese, che per aver scritto quello che lui ed altri uomini
pensavano sul loro governo, è stato costretto a quaranta giorni di prigionia senza cibo,
costretto a bere acqua sporca, ed a dormire con gli scorpioni che camminavano sul viso.
Sin da bambino quando giocava con il suo fratello maggiore Tag, il suo sogno era diventare un
giornalista, quando nel 1985 frequentando la facoltà di letteratura dell’ università di Khartoum
vince una borsa di studio per frequentare la facoltà di giornalismo a Belgrado.
Sin da giovane, cominciò ad interessarsi di politica, entrando a fa parte del Fronte Nazionale
Democratico, un’ organizzazione di sinistra composta da studenti, che si opponevano al
governo. Il giorno prima di partire, andò a trovare il fratello Tag in ospedale, ricoverato in
coma per una emorragia celebrale; egli non sapeva che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’
avrebbe visto, perché Tag morì qualche tempo dopo.
Egli frequentò l’ università di Belgrado dal 1985 al 1993. Egli svolgeva una normale vita da
studente, e scrivendo alla sua famiglia, scoprì che la loro vita era sempre più difficile, ma non
erano in pericolo.
ESCI
Nel 1989 nel suo paese ci fu l’ ennesimo colpo di stato, e lui essendo presidente dell’
associazione degli studenti Sudanesi a Belgrado, decise insieme ad altri studenti di scrivere e
divulgare un documento in cui dichiarava che l’ associazione non riconosceva più il governo
Sudanese che si era instaurato con il colpo di stato, e quel documento portava la sua firma.
Qualche anno dopo scoppiata la guerra in Jugoslavia, fu costretto a tornare in Sudan, e lì fu
accolto come un terrorista. Sceso dall’ aereo fu fatto salire in una macchina bendato, e portato
in un posto sconosciuto, dove per quaranta giorni fu costretto a mangiare carne marcia ed a
bere acqua sporca, ma soprattutto a dormire con gli scorpioni che gli camminavano sul viso.
Dopo essere stato liberato tornò dalla sua famiglia, cosciente che nel Sudan non avrebbe più
avuto nessuna prospettiva di lavoro, e così decise di scappare.
Così con l’aiuto di suo padre, e con l’aiuto del suo partito “il Fronte di Liberazione Nazionale”,
riuscì ad ottenere un biglietto per una nave che salpava da Port Sudan diretto a Napoli.
Arrivato in Italia trascorse i primi tempi con qualche lavoretto, e mangiando nelle mense
pubbliche, fino a quando non conobbe il Centro Astalli che lo aiutò.
Così ora è sposato con una donna Sudanese, da cui alcuni anni fa ebbe una figlia di nome
Fatima, e solamente può dichiararsi un uomo libero.
Concludo dicendo che un immigrato o un rifugiato non è soltanto una persona bisognosa di
aiuto, ma è dotata di una straordinaria maturità umana, acquisita grazie sia alle sofferenze
patite, sia all’ incontro con culture diverse.
ESCI
Campioni senza dimora
L’ AUTORE: Filippo Podestà (1975) è fotografo. Si occupa di fotografia sociale e in particolare
della questione dei migranti in Europa e nel mondo. Haiti, Repubblica Domenicana, Bosnia e
Brasile sono alcuni dei Paesi di cui ha documentato situazioni di povertà e ricostruzione. Da
anni denuncia col suo lavoro la condizione di chi vive nelle baraccopoli della periferia milanese.
CONTENUTO DEL LIBRO: Il libro racconta una storia di una squadra di calcio che diventa
campione del mondo. Bogdan e Barbara lasciano Katawice il 27 agosto del 1993 per venire in
Italia con 700 euro. Prima si recano a Roma ma dopo un breve periodo decidono di andare a
Milano perché Roma non faceva per loro. Non avendo i soldi veruna casa cercano di trovare
rifugio tra i campi, qui fondano un’associazione che promuove la dignità degli ospiti del campo
“piccoli invisibili topolini metropolitani”. Questa associazione, che ha Bogdan consigliere e
Barbara come presidente, lavora con l’associazione “3Febbraio” in collaborazione con i centri
sociali Milanesi e MultiEtnica, l’associazione sportiva, punta a dare visibilità alle lotte.
Bogdan forma una squadra di calcio composta di rom e di immigrati da vari paesi. La squadra
anche affrontando enormi difficoltà dei senza casa e dei senza lavoro e non avendo un campo
di calcio in cui allenarsi migliorano di giorno in giorno. La prima partita viene disputata contro i
consiglieri comunali di destra e della Lega, i tornei dei Csi, queste partite erano una gioia pei
giocatori perché avevano la possibilità di farsi una doccia.
Sotto le bandiere della pace prosegue il viaggio fino al 2003 al primo mondiale di “Street
soccer” duecento atleti, rifugiati, emarginati, uomini e donne di 18 nazioni e l’Italia che porta a
casa un quinto posto. Nel 2004 è prima, in un torneo a 26 squadre, ma l’Italia non si è accorta
di niente mentre loro erano a giocarsi tutto.
CONSIDERAZIONI PERSONALI: Io sono stato contento di aver letto questo libro “campioni
senza dimora” perché mi è piaciuto quello che ha fatto Bogdan che pur di farsi ascoltare fa di
tutto fino a creare una squadra di calcio multietnica e alla fine diventano anche campioni del
mondo
ESCI
Questione Di Pelle
Giovanni Maggi vive a Voghera, ha lavorato a lungo nella redazione della Provincia Pavese e poi
ha diretto la “Sentinella del Canavese”.
Con la giornalista Marta Rattinelli ha scritto “Sfida al buio”, il “Fantastico Po – Miti, fiabe e
leggende”, e “Il Po racconta”, scrivendo per ultimo nell’anno 2005 “Questioni di pelle”.
“Questione di pelle” è un libro composto da undici racconti differenti e indipendenti tra loro, di
undici ragazzi che hanno in comune il fatto di essere immigrati nel nostro paese, ed il libro
tratta quindi da differenti punti di vista, quello che è il tema dell’impatto di ragazzi con una
nuova società e tutti i problemi che esso comporta tra cui la differenza di pelle.
In alcuni racconti di Giovanni Maggi è anche trattato in secondo piano il tema dell’amicizia e
quanto sia importante avere vicino un amico in situazioni difficili.
Tra tutti gli undici racconti che ho letto, quello che mi ha maggiormente colpito è stato “Omar”.
È la storia di un ragazzo, Omar, che trasferitosi dal suo paese originario qui in Italia con la sua
famiglia trova difficile ambientarsi nel nostro ed entrare in contatto con gli altri ragazzi suoi
coetanei,ed il padre per proteggerlo gli impedisce di uscire fuori dalla loro abitazione. Ma ogni
giorno Omar vede una cosa che gli è completamente sconosciuta, la neve, affacciatosi alla
finestra Omar vede questa strana cosa bianca e vedendo gli altri ragazzi rotolarsi nella neve
decide di uscire fuori e di imitarli per provare, almeno una volta, una sensazione simile a quella
degli altri ragazzi e sentirsi finalmente uguale.
Ma rotolarsi nella neve Omar non si rende conto di essere finito in mezzo alla strada, dove
passa una macchina ad alta velocità che lo investe e Omar perde la vita.
Questo racconto mi ha colpito perché pensando che questo ragazzo ha perso la vita, non
perché non aveva mai visto la neve ma perché almeno una volta voleva sentirsi un ragazzo
“normale”, provando le loro stesse sensazioni e questo credo che ci deve far riflettere e capire
quanto le cose più semplici per un ragazzo che non possiede nulla possano rappresentare un
vero tesoro.
ESCI
La Vera Vita Di Domingos Xavier
Autore:José Luandino Vieira
Scritto nel 1961 ma pubblicato soltanto nel 1974 per motivi di censura, “La vera vita di
Domingos Xavier” ha conosciuto una diffusione clandestina ed è diventato, come scrive Livia
Apa nella prefazione al libro, “il simbolo della vergognosa quanto ormai anacronistica crudeltà
del potere coloniale […] e di una guerra coloniale spietata che mieterà migliaia di vittime anche
tra gli stessi portoghesi”. José Luandino Vieira, figlio di portoghesi poveri, è nato in Portogallo
ma vive, dall’età di un anno, in Angola, dove ha conosciuto la povertà, la vita delle musseque,
le bidonville che si arrampicano attorno alle città, alle ville dei coloni ricchi, fatte di baracche di
alluminio, di cartone, di fango, ma anche la forza e la dignità di un popolo che ha lottato contro
il dominio straniero, ha subito la prepotenza, la tortura, il razzismo, ha visto giovani morire
nelle carceri e nei campi di concentramento per difendere l’idea di libertà e di indipendenza.
Attraverso il protagonista del romanzo, Domingos Xavier, il giovane alto e magro, impegnato
nel movimento clandestino anticolonialista e che preferirà morire piuttosto che denunciare i
compagni di lotta, entriamo nella vita povera ma orgogliosa del popolo angolano, tra i giochi
dei bambini e i profumi dei cibi cucinati dalle donne, tra le feste che diventano un momento di
unione e di resistenza, con i canti di libertà, e i terribili temporali che in poche ore riescono a
travolgere le povere case della periferia di Luanda. Attorno alla figura di Domingos Xavier e alla
storia del suo arresto, Vieira racconta del vecchio Petelo, del piccolo Zitinho, del giocatore del
Botafogo Xico, di Maria, la moglie di Domingos, e di quella rete di solidarietà, di affetto, di
amicizia e di complicità che ha reso possibile la resistenza e ha portato a compimento la lotta
per l’indipendenza. Vieira fu arrestato nel 1961 dal regime di Salazar e, come ricorda l’amico e
critico letteraio Carlos Everdosa, “con noi quel giorno rimasero oltre all’angoscia e a un dolore
immenso, Linda inconsolabile e Xexe nell’innocenza dei suoi tre mesi, estraneo al dramma che
stava avendo luogo. Ma riuscimmo a salvare il manoscritto de La vita vera di Domingos Xavier,
concluso pochi giorni prima”. Vieira rimarrà in campo di concentramento fino al 1972 e lì
scriverà la maggior parte della sua opera. A trent’anni dalla pubblicazione in portoghese, il libro
di Vieira viene pubblicato anche in Italia, permettendoci di conoscere un testo importante della
giovane e ancora poco conosciuta cultura angolana.
ESCI
Autore:Victor Majar
E Venne La Notte
Notizie sull’autore:nasce in Libia nel 1957.Nel 1988 e tra i fondatori del gruppo martivo buberebrei per la pace,e dal 1993 al 2001 è stato consigliere comunale di Roma. Attualmente dirige il
Dipartimento relazioni internazionali dell’associazione nazionale dei comuni italiani.
Notizie sul libro:E venne la notte è la storia di una presa di coscienza, cioè quella di un
bambino ebreo in un paese arabo che,travolto da un’improvvisa guerra, riesce a comprendere il
legame della propria esperienza è la memoria storica della sua famiglia.
Commento: in questo libro il giovane Haym racconta di suo zio che guida da sempre il camion
tra città e campagna, e quando insieme al padre decisero di vedere la casa dove erano
nati.Durante questi viaggi lui non potè mai dimenticare la sua amata Esther, che andò via in
Israele per costruirsi un futuro migliore, che nel suo paese sarebbe stato difficile da
realizzare.Parla della sua scuola descrivendo come essa è fatta,i suoi amici, la sua maestra
Giulia e di tutte le suore ma in particolare di suor Carmen che era tra le più cattive. Racconta
del suo amore mai rilevato per la piccola greca Ivy,sbocciato fra i banchi di scuola. Riguardo
alla guerra afferma che essa è una cosa terribile per tutti ma soprattutto per chi doveva
combatterla;ad essa non vi facevano parte solo i soldati ma anche i civili, infatti le autorità
avevano organizzato diversi campi di concentramento per gli Ebrei che venivano considerati
nemici.Il 7 luglio ci fu lo sbarco in Sicilia degli alleati e il 19 si accelerò la caduta del fascismo
ma non la fine della guerra.Il clima che si creò tra Ebrei e Inglesi stava cambiando,per questo
iniziavano degli scontri in strada;questi furono molto violenti e provocarono molti
morti.Racconta delle sue cavalcate sui blue belle, e di quando si spingeva fino alla proprietà di
Abd Assan Ben Sayed, che era un notabile col quale parlava come un adulto sui perché e sui
problemi della vita. Infine racconta che torna ancora sul porto del lungo mare e pensa a
quando veniva qui con suo padre e sui perché della guerra.
Riflessioni Personali:il libro che ho letto è stato molto interessante e bello perché parla di un
argomento molto importante che ancora oggi sussiste quali la guerra.
ESCI
Rhoda
Autore: Igiaba Scego
Rhoda è il romanzo di esordio di Igiaba Scego, una giovane autrice italo-somala nata a Roma
nel 1974 da genitori somali fuggiti in Italia in seguito al golpe di Siad Barre. In Rhoda l'autrice
racconta l'emigrazione dal punto di vista di quattro donne somale, appartenenti a due
generazioni diverse. Nel romanzo si incrociano i punti di vista di Barni e Faduma, emigrate da
tempo in Italia e ancora legati alle tradizioni e ai valori della Somalia; e quelli di Rhoda e Aisha,
le nipoti di Barni, che vivono l’integrazione in maniera differenti. È presente anche un punto di
vista maschile e italiano, quello di Pino, un giovane volontario napoletano. La vicenda è
raccontata su tre piani temporali diversi in un arco di tempo che va dal 2001 al 2003 e si
svolge tra Roma, Napoli e il cimitero di Mogadiscio dove “il tempo non ha più importanza”. Nell’
estate del ’90, a Mogadiscio, durante la semifinale dei mondiali Italia – Argentina Rhoda e
Aisha scoprono che lasceranno il loro paese per raggiungere la zia a Roma. Rhoda tenta di
integrarsi solo attraverso una relazione con Gianna, una donna italiana, ma fallisce
miseramente. Prova sentimenti ambigui, che le fanno desiderare la compagnia di questa donna
più grande di lei forse per una ricerca di una figura materna. Il rifiuto di Gianna viene vissuto
da Rhoda come un rifiuto del suo corpo, della sua diversità non solo di colore, e decide di
prostituirsi. La sua vita finisce tragicamente, malata di Aids, trova la forza di smettere di
prostituirsi grazie a Pino, il giovane volontario che l'aiuta a riacquistare amore e fiducia in se
stessa. Tornata in Somalia, Rhoda muore non della malattia letale, ma vittima della guerra
civile che dilania il suo paese, è pugnalata da una banda di criminali e in seguito la sua tomba
viene anche profanata. La zia Barni, sapeva bene l'italiano, avendolo imparato a Mogadiscio in
una scuola italiana, anzi ha conosciuto prima la cultura italiana di quella del suo paese, ma in
Italia, sentendosi sempre dire "Voi negri non sapete l'italiano", si è adeguata a questo
stereotipo Barni alla fine accetta la sua vita nel paese dei gaal (gli europei), complice anche il
fatto che può finalmente avere un'attività propria (un negozio etnico) insieme alla sua amica
Faduma.La figura di Aisha è in opposizione a quella di Rhoda, a differenza dalla sorella la
giovane riesce a fare da collegamento tra le due culture, a trovare aspetti positivi in entrambe
e vuole combattere il razzismo con l'arma del dialogo. La vicenda si conclude con il matrimonio
tra Pino e Aisha, che incontratisi per ricordare la loro “amata” Rhoda si scoprono innamorati.
ESCI
Soldatini Di Piombo
Padre Giulio Albanese, nato a Roma nel 1959, vissuto in Africa dove ha svolto la duplice
attività di giornalista e di missionario, fondatore dell’Agenzia di stampa dei missionari, la Misna,
la Missionary Service News Agency, la più importante agenzia di informazione e
controinformazione sulle aree più depresse del mondo. Collaboratore di varie testate
giornalistiche tra cui Radio Vaticana, “Avvenire”, “Espresso” e Radio Rai. Nel 2003 il presidente
C.A. Ciampi gli ha dato il titolo di Grande ufficiale della Repubblica italiana per meriti
giornalistici nel sud del Mondo. Nel suo libro “Soldatini di piombo” pubblicato nel Maggio del
2005 Giulio Albanese ha affrontato la questione dei bambini soldato. Questo fenomeno è
presente in tante zone del mondo, in Colombia, in Birmania, nei Balcani, e in tanti altri stati. Lui
si è occupato specialmente dell’ Uganda e della Sierra Leone dove c’è una particolarità: gli
eserciti ribelli che hanno arruolato o arruolano i bambini soldato sono tra i pochi ad essere, o
essere stati, quasi esclusivamente composti da bambini sia nel caso del Ruf della Sierra Leone,
dove la guerra è finita e il Ruf è stato disciolto, sia nel caso del Lord’s Resistance Army
ugandese, che invece continua a combattere. I bambini vengono rapiti in età preadolescienziale, subiscono violenze psicologiche, sono costretti a combattere contro gli stessi
villaggi dove sono cresciuti, a commettere delle atrocità. Vengono drogati con sostanze
anfetaminiche e sottoposti agli allucinogeni per rimanere soldati. Una volta fuggiti dall’esercito
ribelle per i bambini soldato era difficile reinserirsi nella loro famiglia d’origine perché avevano
ancora atteggiamenti violenti e a volte venivano rifiutati. Stando ai dati forniti dalla coalizione
stop all’uso dei bambini soldato, sono più di 300mila i minori di 18 anni attualmente impegnati
in conflitti nel Mondo, ma ci sono reclute anche di dieci anni e la tendenza è verso un
abbassamento dell’età. Centinaia di migliaia hanno combattuto nell’ultimo decennio, alcuni
negli eserciti governativi, altri nelle armate di opposizione.
ESCI
“…improvvisamente , uno dei miei compagni si presentò con un neonato che piangeva. Il nostro
comandante afferrò il piccolo per una gamba, lo sbattè a terra con un pugnale sventrò il
petto, tirando fuori tutto quello che c’era dentro: cuore, stomaco… Il sangue scorreva a fiotti
e fu raccolto in una latta e bevuto a piccoli sorsi dal capo come se fosse stata una pozione
magica. Fu allora che decisi di fare bella figura di fronte agli altri; gli chiesi di sorseggiare
quel sangue…”
Ho deciso di riportare queste poche righe, tratte da una delle
tante storie vere di questo libro, quella di Johnny
un bambino sierraleonese, per sottolineare gli orrendi atti che
realizzano i piccoli soldatini di piombo a causa
delle pressioni che subiscono dai loro “superiori”.
ESCI
Migramente
AUTORE: Sabatino Annecchiarico (Buenos Aires, 1951) – Figlio di emigranti italiani, dal 1985
vive in Italia.Giornalista militante, esperto di geopolitica latino-americana e politiche migratorie,
ha lavorato come fotografo, fotoreporter e giornalista per diversi enti di Buenos Aires.Ha
collaborato con il progetto “Sirams” dell’ UNESCO e con l’Università di Architettura di Buenos
Aires per la preservazione del patrimonio naturale, artistico e culturale del Cono Sur.E’ stato
docente della Direcciòn Nacional de Educaciòn para Adultos (DINEA), lavorando in programmi
di alfabetizzazione nei quartieri poveri e nelle villas miserias di Buenois Aires.Collabora con
numerosi settimanali, mensili e agenzie di stampa in Italia.Attualmente è socio fondatore e
presidente dell’Associazione nazionale di mediatori interculturali “StraniEri”.
NOTIZIE SUL LIBRO: L’Agenzia Migra è nata nel 2003 grazie a un finanziamento dell’Unione
europea con l’obiettivo di dare la parola sull’immigrazione agli immigrati. In Italia vivono
tantissimi bravi giornalisti stranieri che raramente hanno l’opportunità di fare il loro lavoro.
Migranews per due anni ha messo insieme “menti” italiane e straniere per fornire notizie,
racconti, reportages sull’universo dell’immigrazione italiana, spesso tirando fuori delle vere e
proprie “chicche”.
Al momento l’agenzia è congelata: i fondi sono finiti.Per l’editrice missionaria italiana (Emi) è
però appena uscito un volume che raccoglie i testi più significativi di due anni di lavoro.Si
chiama Migramente e verrà presentato a Roma il 16 settembre alle ore 18, alla Feltrinelli di via
Emanuele Orlando.
COMMENTO: Questo libro espone le storie, i punti di vista di venticinque cittadini del mondo,
donne e uomini che hanno vissuto in prima persona il fenomeno delle migrazioni e del
razzismo.Come sappiamo l’Italia, precisamente nel meridione, è teatro frequente degli sbarchi
di migranti.Molti di questi riescono a sistemarsi, ma alcuni finiscono per essere reclutati dalla
malavita locale, non a caso le donne e sfruttamento della prostituzione, sono fra le attività più
abusate. Così da anni associazioni e organizzazioni di volontariato cercano di aiutare queste
donne a uscire dalla condizione di schiavitù per introdurle a una vita libera, offrendo
innanzitutto un rifugio sicuro. Alcune ci sono riuscite, altre però hanno paura, le ritorsioni
arrivano anche ai parenti nel Paese d’origine.
ESCI
E’ il caso ad esempio di Mimì, una giovane nigeriana di venticinque anni che è riuscita a
“lasciare” la strada e ora vive una vita diversa. Poi la mafia “immaginaria”. Nell’estate del 2003
Reggio Emilia viene scossa da un duplice delitto. Vengono uccisi due ragazzi cinesi e alcuni dei
loro connazionali e coetanei vengono arrestati per gli omicidi. I mass media usano subito un
automatismo: usare la frase “mafia cinese” anche se nulla del genere emerge dalle indagini.
Tra gli arrestati c’è una ragazza minorenne di quindici anni, C.W.K. Il suo avvocato, colpito
dagli indizi pesanti contro i ragazzi, dedicò molta parte del suo tempo lavorativo ad aiutarla.
Arrivati al processo, egli è riuscito a salvare la ragazza e ora è in una comunità dove frequenta
normalmente la scuola ed è stata brillantemente promossa.”E’ stata dura” afferma in una
intervista perché le differenze sull’idea di giustizia sono tante quanto le culture. Un’altra storia è
quella di Yohan Cazacun, un ingegnere rumeno che lavorava da operaio piastrellista nella
località di Gallarate, in provincia di Varese: aveva preteso dal suo datore di lavoro Cosimo
Iannese, un trattamento dignitoso pari a quelli dei lavoratori italiani. Fu bagnato dalla benzina
e bruciato vivo, dopo mesi di atroci sofferenze dovute alle bruciature che coprivano quasi il
90% del suo corpo, morì all’ ospedale di Genova. A tre anni dalla sentenza che aveva
condannato Iannece a trent’ anni sia in primo che in secondo grado (con il rito abbreviato per
evitare l’ergastolo), la Cassazione annullò la condanna per “carente motivazione” da parte dei
giudici sulla volontà d’uccidere dell’imputato.”E’ stato bruciato per la seconda volta”, risponde la
figlia maggiore di Yohan Cazacu, anche la giustizia è stata ingiusta nei confronti del padre. Ci
sono molte vicende che colpiscono in questo libro, quello di Papa un “nero” vittima di razzismo
e sfruttamento, delle sorelle C con Radio Padania e la vicenda di Porta palazzo.
RIFLESSIONI:Questo libro mi ha colpito tantissimo. Mi hanno colpito le storie, i problemi, le3
ingiustizie di tante persone che soffrono. L’immigrazione non deve essere vista come un
fenomeno dai connotati negativi, ma come un fenomeno “comprensivo” per tanti motivi: si
emigra per disperazione, per motivi politici, per studio, per amore, si parte per una vita
migliore, libera, ripartendo da zero. Avevo molte idee circa le sventure degli immigrati, ma
grazie a questo libro mi sono accorto che nessuna era paragonabile a quelle. La vita umana
non ha prezzo, non ha colore e soprattutto non ha distinzione fra le culture.
ESCI
Solo Andata
AUTORE: ERRI DE LUCA
Forse vi chiederete se questo è il solito e banale libro che parla sterilmente e staccatamente
della vita dei profughi che fuggono dal loro paese in cerca di una vita migliore.. invece no,
tratta principalmente dei sentimenti di questa gente.
La sua caratteristica è che è formato solo e soltanto da poesie e che oltre a presentare le
sensazioni dell’autore descrive le aspettative, i dubbi, le incertezze e le preoccupazioni di gente
che si aspetta tanto dal futuro. Le prime poesie sono dedicate alla descrizione di situazioni
riprovevoli avvenute nelle zone colpite dalla guerra e perciò all’analisi attenta degli stati d’animo
dei personaggi. Masse di gente che si spostano quasi fossero una mandria di montoni. Una
delle poesie che mi ha colpito di più è intitolata ”H2O2”. Questa poesia parla di una madre che
per non far entrare sua figlia nei campi di concentramento le tinge i capelli con l’acqua
ossigenata. All’ età di otto anni la portò da un chirurgo perché le rifacessero il naso, e sugli
album fotografici colorava i suoi occhi di azzurro. La madre fece tutto ciò per paura che i
tedeschi le portassero via la cosa più preziosa che avesse, sua figlia. Per farla apparire di razza
ariana, la sottopose ad ogni genere di intervento chirurgico. Dopo tanti anni la bambina diventò
una donna e ripensando a quei giorni capì quanto “l’acqua ossigenata” le avesse salvato la vita.
Ciò sta a dimostrare due cose. Una è la malvagità tedesca che faceva apparire bella agli occhi
di tutti la propria popolazione non dando importanza ai sentimenti di quella gente che veniva
torturata e uccisa crudelmente. La seconda è l’amore sconfinato di una madre nei confronti
della propria figlia.
Le altre poesie sono altrettanto emozionanti e intense poiché rispecchiano realmente gli stati
d’animo di gente che vive in paesi purtroppo afflitti ancora da guerre.
L’attività svolta è stata molto interessante, perché oltre a permettermi di conoscere gli stati
d’animo, speranze e aspettative di persone in condizioni di vita particolari, mi ha fatto capire
che la poesia è un ottimo mezzo per esprimere le proprie emozioni.
ESCI
Recensioni
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AA.VV., La notte della fuga
Giovanni Maggi, Questione di pelle
Igiaba Scego, Rhoda
Saira Shah, L’ albero delle storie
Josè Luandino Vieira, La vera vita di Domingos Xavier
ESCI
AA.VV., La notte della fuga
Il titolo del libro è “La notte della fuga”. Scritto da più autori, racconta fatti realmente accaduti
di gente che è dovuta scappare dal proprio paese a causa prevalentemente della guerra. Le
vicende narrate si sviluppano per lo più di notte trattandosi di fughe: solo alcuni di loro hanno
potuto lasciare la loro terra alla luce del sole. Il libro è una denuncia per tutta quella gente che
a causa della guerra è costretta a scappare in posti sconosciuti senza sapere cosa fare e dove
andare.
Le vicende sono narrate in prima persona, perché sono testimonianze scritte di proprio pugno
spesso per esprimere il dolore provato, riuscendo così a trovare il coraggio e la forza per
andare avanti. Proprio per questo motivo il linguaggio è crudo, perché si vuole trasmettere la
verità che spesso è stata così crudele. Non mancano riferimenti a minacce e tante volte anche
violenza. Lo stile è essenziale perché si deve colpire il lettore ricordandogli che ciò che sta
leggendo è tutto vero.
Tra le undici storie raccontate però due mi hanno colpito in particolare: le storie di vittime della
guerra civile in Colombia e nella ex Jugoslavia.
La vittima della guerra civile in Colombia ha perso il padre in giovane età, ucciso dai
guerriglieri (almeno questo è quanto affermò la polizia del luogo).Da quel giorno Isabel (così si
chiamava la donna)dovette crescere in fretta perché la guerra prima o poi avrebbe colpito
anche lei. Molti anni dopo l’accaduto Isabel ebbe una figlia che chiamò Marianna,cresciuta
senza il padre, costretto ad allontanarsi per “non mettere in pericolo”né Isabel né Marianna.
Una sera mentre la donna cercava di far addormentare la piccola, ebbe una visita indesiderata
da parte di un uomo con il volto coperto che le
ordinò minacciosamente di abbandonare la Colombia, probabilmente perché aveva assistito
all’omicidio di un suo collega nell’ufficio dove
lavorava. Fu costretta ad eseguire l’ordine, anche se quel viaggio l’avrebbe portata lontana da
sua figlia che avendo solo due anni
non avrebbe potuto sopportare le condizioni di vita precaria che si prospettavano per lei. Era
costretta a perdere per la terza volta una persona a lei tanto cara: dopo il padre e il marito,ora
anche la figlia, affidata alle cure di sua madre.
ESCI
Arrivata in Italia, decise di non arrendersi e di richiedere subito asilo politico per poi poter
richiedere il ricongiungimento. L’attesa fu lunga, ma
dopo ventisette mesi poté riabbracciare la sua piccola.
Mi è piaciuta molto questa storia perché si sottolinea l’enorme coraggio e la forza d’animo di
quella donna che fino alla fine ha combattuto
riuscendo a raggiungere i suoi obbiettivi.
La storia di Igor invece parla di una insegnante di italiano che si innamora di un serbo. Questo
grande amore aiuterà moltissimo il giovane
profugo ad inserirsi nella società italiana.
In questa storia si può notare la “rinascita”che può scaturire da un amore, e soprattutto si
conferma la teoria che un uomo dopo aver vissuto
tanti terribili momenti può riprendere da dove ha lasciato, reprimendo (ma non cancellando)
quei ricordi dolorosi e riprendendo a vivere.
A mio parere la lettura delle storie di questo libro è molto istruttiva perché fa
vedere le vicende delle migrazioni da un altro lato, più sensibile,
più umano. Con questo voglio dire che i personaggi dei racconti è tutta gente come
noi nata in luoghi dove è difficile vivere, ma combattendo è
riuscita ad uscirne e a riprendere la propria vita. Ma in queste storie non c’è solo la
voglia di ricominciare e l’attesa di un futuro migliore, ma
anche il ricordo degli orrori e dei torti subiti.
ESCI
Giovanni Maggi, Questione di pelle
Questioni di pelle è una raccolta di undici racconti scritti da Giovanni Maggi, giornalista
contemporaneo che vive a Voghera. Il problema dell’integrazione degli immigrati in Italia,
affrontato in questo libro, è ben visibile anche grazie alla presenza di diverse realtà verosimili
raccontate per lo più in prima persona che permettono di vedere come siano difficili e così
tanto vicine queste problematiche.I personaggi raccontano il loro viaggio verso l’Italia, visto
come un viaggio di speranza che cambierà in meglio la loro vita anche a costo di abbandonare
la propria terra. Il gioco vale la candela perché all’interno dei racconti i personaggi si
espongono a innumerevoli difficoltà, ma grazie anche all’aiuto di parenti o amici, anche italiani,
riescono ad avere la meglio sulle avversità e sui problemi dovuti alla loro situazione. In
aggiunta all’importante decisione del viaggio, forse il più importante che faranno nella loro vita,
i protagonisti vivono un cambiamento della loro situazione. Questo cambiamento è
accompagnato da una successiva trasformazione, ed è questa ‘metamorfosi’ che ci porta a
scoprire una nuova realtà in una realtà già nuova per quelle persone. Questo passaggio è
considerevole perché ci permette di capire come sia possibile una loro presenza nella nostra
società senza differenze e discriminazioni. Esempio di questa metamorfosi è quella vissuta nel
quarto racconto” Jie”, dal nome della protagonista. È la storia di una ragazza cinese che, in
seguito ad un incontro casuale con un gruppo di ragazzi italiani, prende coscienza di sé
arrivando a ribellarsi a chi le dà lavoro. Questa conoscenza di se stessa la porta a rivalutarsi,
rendendosi conto che si può uscire dalla situazione di sfruttamento in cui si trova.” Deve
vendere, per ora non c’è altro da fare. Ma non lo avverte più come un obbligo, un dovere.
Sfiora nella tasca il biglietto che le ha dato il giovane alto. E avverte confusamente che c’è
qualche cosa che sino ad oggi le è rimasto sconosciuto: l’appartenenza solo a quello che si
desidera, che piace.”Appunto questo è il pensiero chiave della trasformazione, in questo caso
da uno stato di sottomissione ad uno di indipendenza. L’autore riporta fedelmente le
sensazioni, i dubbi e le speranze dei personaggi dandoci l’impressione di sentirli parlare mentre
leggiamo. La presenza dei dialoghi favorisce una lettura più veloce, anche se a volte il
linguaggio diventa crudo e volgare. Giovanni Maggi con questo libro ci propone di vedere in
maniera diversa gli immigrati che incontriamo nell’arco della nostra vita, ormai
quotidianamente, perché la loro presenza non ci deve impaurire o farci vivere in uno stato di
difesa, ma aprirci a nuove idee vivendo nel rispetto di chi lascia tutto senza nessuna certezza
del futuro in un viaggio pieno di speranze e paure.
ESCI
Igiaba Scego, Rhoda
Notizie sull’autore:
Igiaba Scego è nata a Roma il 20 Marzo 1974, da genitori somali, rifugiatisi in Italia dopo il colpo
di stato militare di Siad Barre (1969) che mise fine alla felice parentesi democratica del paese. È
laureata in lingue e letterature straniere all’università La Sapienza di Roma.
Ha collaborato con alcune riviste che si occupano di immigrazione tra cui "Latinoamerica", "Carta"
e "Migra". Nel 2003 ha vinto il premio letterario Eks&tra per scrittori migranti. Di prossima
pubblicazione un suo libro "La nomade che amava Alfred Hitchcock", Sinnos editore.
Il suo interesse per il mondo dell’intercultura non è nato solo per le sue radici somale, ma anche
grazie all’incontro con persone illuminate (sia nel mondo accademico sia all’esterno). Dopo gli studi
infatti ha collaborato con alcune ONG (anche sul triste fenomeno delle mutilazioni dei genitali
femminili) ed ha continuato il suo percorso di studi.
Nel 2002 ha conseguito un master in peacekeeping and security studies all’Universita Roma Tre e
ora sta ultimando il corso di specializzazione in educazione interculturale nella stessa università.
Attualmente vive a Roma dove si divide tra la passione per la scrittura e il lavoro.
Genere: Il genere del testo è un romanzo in quanto si tratta di una narrazione di vicende di più
personaggi che implica una situazione iniziale di cui segue gli sviluppi fino alla conclusione.
Trama e personaggi: La trama del testo si basa sui fatti verosimili, inspirati a situazioni reali ma
sviluppati in modo fantastico. L’autrice racconta l’emigrazione dal punto di vista di quattro donne
somale: Barni e Faduma, emigrate in Italia già da tempo, e Aisha e Rhoda, nipoti di Barni.La storia
più travagliata è quella di Rhoda, a cui si ispira il titolo del libro.
Rhoda, viene presentata dapprima indirettamente fino a che la sua esperienza viene ripercorsa
mediante un
ESCI
flashback: ella, tornata in Somalia e ormai morta rievoca la sua sofferta esistenza da quando
con la sorella Aisha ha dovuto lasciare Mogadiscio per raggiungere in Italia la zia.
Un’emigrazione vissuta come un’imposizione, tanto che non ha mai voluto inserirsi
(condizionata in questo anche dall’atteggiamento della zia).L’unico tentativo di integrarsi con
Gianna, una donna italiana, fallisce. Rhoda desidera questa donna più grande di lei: la ammira,
vuole la sua compagnia, ne è attratta, ricerca in lei una figura materna. Il rifiuto di Gianna
viene interpretato da Rhoda come un rifiuto della sua diversità. Questa è la scintilla che la
induce ad auto-emarginarsi con la prostituzione. Non è la necessità del denaro la causa della
prostituzione, ma questa è un espediente per sentirsi desiderata dagli italiani che disprezza ma
che invidia ‹…” Io invidiavo quella gente. Sotto sotto avrei voluto essere come loro”…›.
La vita di Rhoda finisce tragicamente: malata di AIDS trova la forza di smettere di
prostituirsi,torna in Somalia dove muore, non per la malattia, bensì per una banda di criminali
che la pugnalano mentre è ancora in corso la guerra civile. Verrà profanata anche la sua
tomba. La ritroviamo in un luogo in cui “il tempo non ha importanza”, nel cimitero di
Mogadiscio. Mentre per tutti è ormai morta, lei riesce ancora a sentire gli odori, percepire
presenze: è questo il momento di chiedersi il senso della propria esistenza, di capire a pieno le
ragioni del suo auto-distruggersi. Sulle stesse ragioni si interrogano anche gli altri personaggi,
fra cui Aisha, primo personaggio del libro, presentata in una situazione spiazzante: quel suo
tagliarsi i capelli in maniera così netta sarà dettato dalla sua scarsa vanità o è un taglio che
rappresenta un rimedio al dolore?
Aisha è una figura antitetica a quella di Rhoda. Lei riesce a rapportarsi sia alla cultura somala
che a quella italiana, vuole dimostrare che attraverso il dialogo si può superare il razzismo e
trova in entrambe le culture degli aspetti positivi. Aisha è triste e questa tristezza porta il nome
di Rhoda. E’ presente anche il punto di vista di un italiano: Pino, un giovane volontario
napoletano che si lega a Rhoda e la aiuta a smettere di prostituirsi. Il duo Barni-Faduma è
ossessionato dal ricordo di Rhoda. Si trovano di fronte a un dolore improvviso. La zia Barni in
particolar modo, dopo la morte di Rhoda, comprende che il suo atteggiamento negativo verso
l’Italia e gli italiani le ha impedito di vivere veramente.Alla fine Barni riesce ad aprire un negozio
etnico, attività che le permette di mediare la cultura somala e quella italiana e riesce così ad
accettare di vivere nel Paese dei “gaal”.
La vicenda è ambientata nell’Italia contemporanea fra Roma e Napoli, ma sono presenti alcune
digressioni; si sviluppa su piani temporali diversi.
ESCI
Struttura narrativa:L’autrice fa parlare Rhoda e gli altri personaggi in prima persona usando il
monologo interiore per evocare ricordi, pensieri e situazioni.
Il discorso che prevale è quello indiretto.
La costruzione sintattica è varia mentre per ciò che riguarda le scelte lessicali,l’autrice spazia
nella scelta del lessico utilizzando termini somali, espressioni gergali e talvolta volgari, tipiche
del linguaggio parlato. Lo stile è incisivo, ma talora ampio.
Tematica/problematica: L’autrice affronta il tema della doppia identità e della emigrazione. Il
suo punto di vista rispetto all’argomento è significativo avendo vissuto egli stessa tali
problematiche. Questo le permette di osservare la realtà con gli occhi di una somala e
contemporaneamente con quelli di un’italiana. Sembra addirittura ritrovare un’alter ego nella
figura di Aisha che come lei, sa prendere il meglio dei due mondi, conscia del fatto che vivere
in una società come quella attuale, che si sta appena aprendo al multiculturalismo, comporta
delle difficoltà. E’ convinta d’altra parte che per abbattere i pregiudizi, che talvolta si basano
sull’ignoranza, è necessario far conoscere la propria cultura.
Valutazione critica: questo libro a me è piaciuto in quanto si propone come denuncia di una
triste realtà che purtroppo dilaga nel nostro Paese e ci permette di comprendere l’isolamento di
chi emigra e si trova a vivere ai margini della società ospitante. L’atto di prostituirsi può essere
inteso come metafora della situazione del migrante, unasituazione che porta Rhoda a essere
vittima di una società che vede la donna straniere solo attraverso gli stereotipi della modella o
della prostituta. E’ certamente duro vivere sapendo che in Italia una donna nera ha
nell’immaginario comune spazio solo come “femmina disposta a vendersi per pochi spiccioli”.
Anche la zia Barni è vittima dei pregiudizi: ella sapeva bene l’italiano ma sentendosi sempre
dire “voi negri non sapete l’italiano”, si è adeguata a questo stereotipo.
Penso che l’importanza di tale libro risieda nell’evidenziare i problemi dei giovani che
appartengono alla terza generazione dei migranti e nel comprender come sia difficile sviluppare
una doppia appartenenza.
ESCI
Saira Shah, L’ albero delle storie
L’albero delle storie è la storia della scoperta dell’Afghanistan da parte di Saira Shah, giornalista
di channel 4 , più volte inviata di guerra, che visita la terra dei suoi avi in più riprese tra gli anni
’80 e il 2001. Il testo è una testimonianza sull’ Afghanistan: infatti, Saira Shah, giornalista di
guerra ed autrice del testo, ripercorre le fasi dei vari viaggi, alternando ai ricordi in presa
diretta del primo contatto con la patria, a fianco dei mujahidin, alle immagini della guerra civile
degli anni ’90, a quella dell’uscita dei talebani, fino al reportage realizzato nel 2001, prima e
dopo l’11 settembre. E’ un paese semidistrutto dai bombardamenti, quello di Saira Shah,
dilaniato dalle rivalità fra etnie, con una popolazione decimata da vent’anni di violenze, fame,
un paese che nonostante la bellezza del suo aspetto sta andando in rovina. Le città-gioiello, i
giardini, i palazzi blu sotto un cielo altrettanto blu sono spariti. Ma Saira Shah non rinuncia a
cercarli: è cresciuta in un verde villaggio inglese del Kent dove suo padre non hai smesso di
raccontarle le storie della sua nobile famiglia e di quel paesaggio magico: l’amata Kabul. Nel
1982, Saira Shah, allora adolescente, si avvicina finalmente alla sua amata terra di origini, in
occasione del matrimonio di un suo cugino, in Pakistan. Nella casa dello zio, nuove storie,
innumerevoli episodi famigliari e vivaci storielle si aggiungono a quel patrimonio che fa di lei
quella che è: due persone in una, una ragazza di classe media e pacifista, cresciuta in
Occidente, e un “nobile combattente che non ha paura di nulla”. Quest’ultima parte emerge
soprattutto nella sua lunga convivenza con i mujahidin, durante la guerra contro l’Unione
Sovietica. Durante questo periodo Saira si identifica con questi combattenti, i quali non hanno
paura di perdere la loro vita per difendere la loro patria, la loro amata terra. Nel 1986 Saira
Shah entra finalmente in Afghanistan, come giornalista. Si è preparata al viaggio con tutta la
cura che impone l’amore per il paese natale: ne ha studiato le lingue, la storia, l’archeologia e
conosce bene il Corano tollerante dei suoi avi. Da allora ci è tornata molte altre volte. È a Kabul
nel 1992, quando i mujahidin vincitori entrano nella capitale; è tornata a Kabul nel 1996 per
raccontare la presa del potere da parte del movimento talebano.
Saira in questo libro documenta la distruzione e l’orrore, ma anche il prolungamento di una
memoria passata. La nostra autrice scopre che la realtà è diversa dai suoi miti, e che la verità
si trova in un territorio mitologico. Infatti scrive: “Il mio viaggio fin qui è durato vent’anni.
Mentre cercavo di raggiungerlo, il luogo che aveva ispirato il mito è stato distrutto. Ma solo
grazie al mito ( la mappa delle storie che la mia famiglia ha disegnato
ESCI
per me in quegli anni ormai lontani) posso riconoscere la bellezza in questa rovina “. Ed ancora,
ricordando le parole del padre,” Le storie sono come un albero che si staglia all’orizzonte. Tu
avanza verso l’albero, così manterrai il tuo cammino su una linea retta. Ma la tua meta non è
l’albero in sé. Appena l’avrai raggiunto ignoralo, e scegli un altro punto più lontano”, l’Autrice
aggiunge: “ Io non sono mai riuscita a trovare l’Afghanistan mitico che ho passato tanti anni a
cercare, ma il viaggio mi ha portato in luoghi di cui all’inizio non avrei mai nemmeno
immaginato l’esistenza. E alla fine ho imparato il vero valore del lascito di mio padre. Porto
queste storie nel mio cuore: quando le ascolto, esse sono con me dovunque io vada.”
Saira narra tutto ciò che ella ha vissuto, in prima persona, soffermandosi a volte su alcuni
comportamenti di sottomissione delle donne afgane, messe a confronto con le donne
occidentali.
Il linguaggio è molto realistico, particolarmente dettagliato quando analizza il modo di agire e di
pensare, ad esempio dei mujahidin o del diverbio fra le sue due zie in Pakistan.
Lo stile è discorsivo e ampio, a volte la narrazione di alcuni episodi diventa ripetitiva.
Per quanto riguarda i miei orizzonti di lettura questo libro non è molto affine al mio genere.
Nonostante ciò, ne consiglio la lettura perché mette in evidenza i modi di pensare di queste
popolazioni che si rivelano per noi occidentali completamente fuori dal comune, ed inoltre aiuta
a capire il perché di una cosi grave situazione che vi è in quel territorio martoriato dalla guerra.
ESCI
Josè Luandino Vieira, La vera vita
di Domingos Xavier
Prefazione alla poesia
Questa poesia è stata scritta prendendo spunto dal romanzo intitolato “La vera vita di
Domingos Xavier” che comunica al lettore valori morali e sociali essenziali per il vivere civile
molto profondi. Il libro appena citato è stato scritto da José Luandino Vieira nel 1961, ma per
motivi di censura è stato pubblicato nel 1974. La storia del trattorista Domingos, un giovane
negro alto e magro impegnato nel movimento clandestino anticolonialista presente in Angola, si
articola in un romanzo che ritrae la crudeltà dei colonizzatori portoghesi nel territorio africano.
Il momento cruciale, dal quale dipendono le varie vicissitudini del racconto, è la cattura da
parte della PIDE (polizia segreta portoghese guidata dal regime dittatoriale di Salazar)
dell’innocente Domingos. A questo punto nel romanzo sono evidenti i toni bassi ed aspri che
accentuano l’insopportabile sofferenza del protagonista all’interno della prigione, pronto a
subire continue umiliazioni e ad essere martoriato disumanamente. Nonostante il suo corpo
martoriato, Domingos tace completamente alle domande fattegli dal capo della polizia ironico,
ma razzista al tempo stesso. Il giovane senza nessuna speranza di salvezza preferisce essere
ucciso piuttosto che riferire tutti i nomi dei suoi collaboratori, compreso quello del bianco
Bernardo de Sousa. C’è da dire che buona parte di quanto raccontato nel romanzo da Vieira è
davvero accaduto e le personaggi, con nomi inventati, ricalcano persone esistite realmente.
La poesia qui riportata è stata realizzata immaginando che l’innocente ed indifeso Domingos
l’abbia scritta di proprio pugno durante il periodo di prigionia salutando con tono nostalgico
tutti i suoi amici collaboratori, suo figlio ancora bambino e sua moglie, Maria, pensando a lei
che addolorata lo starà cercando ansiosamente. Inoltre, questa poesia è dedicata al
protagonista e a tutti quelli che, purtroppo, hanno avuto il suo stesso crudele destino.
ESCI
Poesia
Un eroe fedele al suo popolo
Mi vedo lì, alle nostre feste,
al sol pensiero mi sento triste.
L’odore buono di cibi e pietanze,
i giochi, i canti e le danze.
In quelle baracche
che a noi sembravan castelli
passammo i momenti più belli.
Sarà la lotta contro lo straniero
a rendere il nostro popolo fiero.
La camionetta blu ed il soldato severo
mi hanno fatto prigioniero,
tra i baobab fioriti e giganti
si udì dei miei amori grida e pianti.
E la cella dal cattivo odore
rende ancor più cupo il mio dolore.
Ma a voi amici rimango fedele
con umiltà sopporto le pene.
Semmai vinceremo questa battaglia
solo un pensiero mi attanaglia,
abbandonare un’anima sola
che ora per me si addolora.
ESCI
Erri De Luca: Solo andata
Erri De Luca , nato a Napoli nel 1950 è scrittore e giornalista italiano. Dopo la militanza
politica degli anni giovanili nell’estrema sinistra e un lungo periodo di lavoro come operaio,
muratore e camionista, nel 1989 esordì come scrittore con il romanzo Non ora non qui. Al
volume d’esordio fecero seguito numerosi racconti e romanzi brevi, caratterizzati da uno stile
asciutto e incisivo e da una forte tensione etica. L’interesse per la cultura ebraica, che lo ha
spinto a studiare da autodidatta l’ebraico, lo portò a tradurre con uno stile letterario molto
personale alcuni libri dell’Antico Testamento di cui curò l’edizione tra il 1994 e il 1999. Nel 1997
uscì una raccolta di articoli (Alzaia) scritti per il quotidiano "L’Avvenire", una delle testate
giornalistiche con cui ha collaborato come opinionista.
PARAFRASI E COMMENTO DELLA POESIA : DUE VOCI
ESCI
Siete del sud: no, veniamo dall’equatore,
che divide la terra in due metà.
La nostra pelle è di colore scuro, per la luce più forte,
ci allontaniamo dalla metà del mondo, non dal sud.
A piedi, con il vento contro nel deserto del Sahara,
luogo di bellezza della notte con le stelle che sembrano essere appese nel cielo.
Ci muoviamo carichi d’acqua su una spalla, di cibo sull’altra,
con il mantello, la camicia e il libro di preghiera.
Il cielo è alto, il cammino già scritto,
più corto della crosta terrestre.
La sera, ricuciamo i nostri sandali di cuoio con filo di budella
e ago d’osso, ogni attrezzo ha un valore, ma vale di più il coltello .
Dio della terra che ci hai creato poveri e al tempo stesso
padroni dell’universo infinito, ci hai dato anche un nome per invocarti.
Commento
In questa poesia l’Autore ci parla di migranti provenienti dal Sahara, che hanno “ la pelle
annerita dalla più dritta luce” . Vi è rappresentato il percorso che compiono, il cammino
faticoso “ a spinta di calcagno”, il vento del deserto incessante, poche e umili cose personali
con sé: l’acqua, il fagotto, il mantello per ripararsi dal caldo del giorno e dal freddo della notte,
la camicia. Non manca il libro di preghiere, per invocare il” Signore del mondo” nei momenti di
solitudine e sconforto, ma neanche l’ago d’osso per poter ricucire “il cuoio dei sandali col filo di
budello” e il coltello, che ha più “valore” più di tutti gli altri “arnesi”, per potersi difendere.
Il Poeta esalta la bella visione della natura del deserto nella notte con “tutte le stelle appese”
che suscita un piacere immenso negli animi dei migranti, ma, d’altra parte, li fa sentire dei
miserabili costretti a spostarsi in cerca di fortuna, disprezzati dalla “prima voce” che
chiamandoli del “sud “li fa sentire inferiori.
Quando a parlare è la “seconda voce”, la voce dei migranti che vengono dal sud, si può vedere
la loro dignità messa in risalto, nel momento in cui rispondono che non vengono dal sud, ma
vengono dal “ parallelo grande, dall’equatore centro della terra ” e si sentono “padroni delle
immensità” del creato. Possiamo vedere la loro umiltà, anche nel momento in cui l’Autore li
raffigura durante la sera, quando per loro anche la possibilità di poter ricucire i sandali, e
quindi poter proseguire questo viaggio, è un segno divino, è già un traguardo .
Rassegnati al destino che si beffa della loro condizione di ricchezza e miseria al tempo stesso,
innalzano l’invocazione finale come conforto al Signore del mondo nel momento in cui
intraprendono il loro viaggio.
ESCI
Milo,mani di pietra
Di bambini virus è piena la piazza. sono dappertutto. Loro e i loro motorini. Li senti da lontano
che si chiamano tra loro: urlano, ballano, cercano il fumo. O stai con loro o ti affacci dalle
balaustre del centro commerciale e ti metti a guardare: c’è chi dice che sembra di stare allo
zoo. I bambini virus non superano i venticinque anni, si sporgono alti dalle scarpe con la zeppa
color oro, argento o fucsia shocking e hanno i capelli più strani del mondo: ciuffi stinti di biondo
o di rame, dritti e pungenti. Oppure rape rasate come quadri con i peli messi a disegnare croci
celtiche in altorilievo o scritte tipo viva il duce.
I bambini virus si pomiciano le ragazze restando seduti sui motorini e si calano pasticche a
tuttandare. Il bello di stare a guardarli è che ogni tanto qualcuno scolla il sedere dal sellino del
motorino e comincia a muoversi a scatti, in preda alla pasticca della sera prima che risale
quando meno te l’aspetti: sono gli scatti della danza techno. E se un bambino virus, dove sta
sta, comincia la sua danza, presto diventano in tanti a muovere a scatti testa, braccia e gambe
e a fare gli occhi stralunati, mentre con la bocca riproducono i suoni della musica techno
modulando i toni della sillaba bo: “Bo. bo, bobobo. ho. ho, bobobo, ho. ho. bobobo, bobobo,
bobobo, bo. bo, bobo...” La musica finisce all’improvviso. Le chiappe adagiate su una sella di
scarabeo, le mani strette sopra al didietro di qualche ragazza. magari i bambini virus decidono
di farsi una canna: “Bo, ho. bobobo, aoh! Che ce l’hai ‘na sigheretta? E n’avvorgibile’? Aoh! Te
voi dì a Coso da passamme n’avvorgibile, tacci tua...” “Bo, ho, boboho, che voi? N’avvorgibile’?
Ce l’ha Coso: Aoh! Ah Coso! Te vo Coso.” “Che voi?” “Che me passi n’avvorgibile’?” “Aoh! N’te
‘e comprà mai ‘e cartine, sa. Io te passerebbi ‘na sveglia. artro che n’avvorgibile. tacci tua...”
“Bo, ho, bobobo, aoh! Ah Secco! Che me fai accenne. ah Secco! Oh! Ah Secco! E damme
d’accenne!” Stranamente, dopo tutto quel chiedere, i bambini virus non si passano la canna
seguendo un giro preciso: la droga, per loro, è un consumo non un rito. Chi c’ha il fumo fuma
per conto suo o al massimo passa la canna all’amichetto o alla ragazza e si sbriga pure per
paura di un possibile colpo di mano di qualche bambino virus ingordo e senza fumo.
ESCI
Infatti chi non c’ha il fumo si sbatte come può per scroccare tiri di canna il più possibile,
naturalmente urlando: “Ah Coso porcoddue, t’ho chiesto se me lasciavi du’ tiri!”
“Aoh! Vedi d’annà a.... tacci tua: compratelo er fumo così poi te fai tutti i tiri che te pare.”
“Vabbè. oh! E che t’ho detto? Lasciameli du’ tiri porcoddue...”
Dalla balaustra del centro commerciale agli striminziti giardini della piazza, i discorsi dei bambini
virus arrivano sotto forma di strilli, sgasate improvvise, bestemmie e pomiciate. Seguo dall’alto
le monotone evoluzioni dei bambini, lunghe da motorino a motorino e finalizzate allo scambio
di occhiali di plastica trasparente, da provare subito, di fronte allo specchietto: ciò che mi
stupisce di più è la loro alterigia nei confronti di me stesso. I bambini virus portano le scarpe
con la zeppa e girano in scarabeo, stanno le ore a pensare di rasarsi i capelli in un certo modo
e poi vanno in discoteca con gli occhiali da sole giallo fosforescente e si calano l’ecstasy e la
ketamina. Tutto è vero in loro: le loro cose e le loro azioni formano messaggi coincidenti. La
gerarchia delle loro cose e delle loro azioni ne fornisce il senso. Inutile cercare ambiguità. Come
nella pornografia e nella pubblicità, così nei bambini virus: quello che si mostra è quello che si
mostra e basta.
Smetto di pensare quando sento che si urla ancora più forte: c’è qualcosa che non va, forse
una rissa. C’era, spintonato in un angolo, un uomo sulla trentina. Dalla pettinatura - capelli
lunghi sulle spalle e rasati ai lati - sembra un albanese. Una ragazza gli strilla forte in faccia che
cosa cavolo c’ha da guardare. Pure io mi metto a guardare la ragazza: minigonna striminzita
con il filo del tanga in rilievo tra i fianchi stretti, calze a giarrettiera e camicetta trasparente,
dodici anni al massimo. Un mucchio di bambini virus hanno fatto gruppo intorno all’albanese,
gli vanno sotto a turno e lo insultano: “Che te guardi!” “Qui stai a casa nostra l’hai da tenè
bassi l’occhi quanno cammini!” “Tornatene ar paese tuo, pezzente ‘nfame!” L’albanese, in ogni
caso, conosce il fatto suo e resta tranquillo. Per un po’ prova persino a fornire delle
giustificazioni: “Amico, io no stava guardando.” Lui ci voleva mettere una pietra sopra ma i
bambini virus no, insistono. Basta alzare una mano ed è subito troppo: all’albanese parte subito
uno sganassone che arriva al bambino virus che si è fatto troppo sotto a mano aperta sulla
faccia. Mano da lavoro pesante, mano che viene dalle cave di tufo che stanno sulla Teverina.
ESCI
Ottanta sacchi al giorno, sedici ore di lavoro: strappare tufo dalla montagna, tagliarlo a
squadra, impilarlo sulle pedane. La sera a dormire nelle casupole di lamiera in mezzo alle ruspe
con altre cinque, sei persone e sempre poca birra, una sigaretta veloce e poi sotto le lenzuola.
pensando ad altro. La sveglia è alle cinque di mattina: sono blocchetti non appena aperti, gli
occhi. C’è solo un giorno libero a settimana, il giorno sbagliato dei bambini virus. Il primo a
prendere lo schiaffo dall’albanese rincula dieci metri e s’accascia sul cofano di una punto
marrone con lo stampo del cinque impresso sulla faccia, Il galletto della situazione pensa di
farla finita con un cazzotto a tradimento: si becca un calcione nello stomaco e poi sono pizzoni
made in Albania per tutti i bambini virus che si fanno avanti.
Alla fine c’è rimasto solo l’albanese, al centro della piazza. Io, a un certo punto. avevo smesso
di guardare, per scendere in piazza ad aiutare l’albanese contro tutti quei coatti. Quando arrivo,
però, sono in tempo solo per calmarlo: “Io no guardare, io camminare e lei in mezzo a strada e
se passare per strada io guarda quello che mi pare.” “Hai ragione, come ti chiami?” “Milo, io
lavorare in cava di pietra.” “Avranno chiamato le guardie. ti conviene andare.” Milo. senza
fretta, se ne va. Dei bambini virus, adesso, non c’è traccia. Alla ragazza che si era arrabbiata
tanto chiedo: “Ma che t’ha fatto?” “Aoh, me stava a guarda’!”
Così, nemmeno fatta sera, niente più bambini virus in piazza: stanno dal dottore o si sono
spostati in qualche bisca a tramare vendetta. Della loro recente presenza restano solo chiazze
di catarro sul marciapiede e cicche di canna in abbondanza. Questa volta, ai bambini virus è
andata male.
ESCI
Bambini soldato:Situazione,
Cause, Conseguenze
Più di 300.000 minori di 18 anni sono attualmente impegnati in conflitti nel mondo.
Centinaia di migliaia hanno combattuto nell'ultimo decennio, alcuni negli eserciti governativi,
altri nelle armate di opposizione. La maggioranza di questi hanno da 15 a 18 anni ma ci sono
reclute anche di 10 anni e la tendenza che si nota è verso un abbassamento dell'età. Decine di
migliaia corrono ancora il rischio di diventare soldati.
Il problema è più grave in Africa (il rapporto presentato nell'aprile scorso a Maputo parla di
120.000 soldati con meno di 18 anni) e in Asia ma anche in America e Europa parecchi stati
reclutano minori nelle loro forze armate.
Negli ultimi 10 anni è documentata la partecipazione a conflitti armati di bambini
dai 10 ai 16 anni in 25 Paesi. Alcuni sono soldati a tutti gli effetti, altri sono usati come
"portatori" di munizioni, vettovaglie ecc. e la loro vita non è meno dura e a rischio dei primi.
Alcuni sono regolarmente reclutati nelle forze armate del loro stato, altri fanno parte di armate
di opposizione ai governi; in ambedue i casi sono esposti ai pericoli della battaglia e delle armi,
trattati brutalmente e puniti in modo estremamente severo per gli errori. Una tentata
diserzione può portare agli arresti e, in qualche caso, ad una esecuzione sommaria.
Anche le ragazze, sebbene in misura minore, sono reclutate e frequentemente soggette allo
stupro e a violenze sessuali. In Etiopia, per esempio, si stima che le donne e le ragazze formino
fra il 25 e il 30 per cento delle forze di opposizione armata.
Anche nella storia passata i ragazzi sono stati usati come soldati, ma negli ultimi anni questo
fenomeno è in netto aumento perché è cambiata la natura della guerra, diventata oggi
prevalentemente etnica, religiosa e nazionalista. I "signori della guerra" che le combattono non
si curano delle Convenzioni di Ginevra e spesso considerano anche i bambini come nemici.
Secondo uno studio UNICEF, i civili rappresentavano all'inizio del secolo il 5 per cento delle
vittime di guerra. Oggi costituiscono il 90 per cento.
ESCI
L'uso di armi automatiche e leggere ha reso più facile l'arruolamento dei minori; oggi un
bambino di 10 anni può usare un AK-47 come un adulto. I ragazzi, inoltre, non chiedono
paghe, e si fanno indottrinare e controllare più facilmente di un adulto, affrontano il pericolo
con maggior incoscienza (per esempio attraversando campi minati o intrufolandosi nei territori
nemici come spie).
Inoltre la lunghezza dei conflitti rende sempre più urgente trovare nuove reclute per
rimpiazzare le perdite. Quando questo non è facile si ricorre a ragazzi di età inferiore a quanto
stabilito dalla legge o perché non si seguono le procedure normali di reclutamento o perché
essi non hanno documenti che dimostrino la loro vera età.
Si dice che alcuni ragazzi aderiscono come volontari: in questo caso le cause possono essere
diverse: per lo più lo fanno per sopravvivere, perché c'è di mezzo la fame o il bisogno di
protezione. Nella Rep. Democratica del Congo, per esempio, nel '97 da 4.000 a 5.000
adolescenti hanno aderito all'invito, fatto attraverso la radio, di arruolarsi: erano per la maggior
parte "ragazzi della strada".
Un altro motivo può essere dato da una certa cultura della violenza o dal desiderio di
vendicare atrocità commesse contro i loro parenti o la loro comunità. Una ricerca condotta
dall'ufficio dei Quaccheri di Ginevra mostra come la maggioranza dei ragazzi che va volontario
nelle truppe di opposizione lo fa come risultato di una esperienza di violenze subite
personalmente o viste infliggere ai propri familiari da parte delle truppe governative.
Per i ragazzi che sopravvivono alla guerra e non hanno riportato ferite o mutilazioni, le
conseguenze sul piano fisico sono comunque gravi: stati di denutrizione, malattie della pelle,
patologie respiratorie e dell'apparato sessuale, incluso l'AIDS.
Inoltre ci sono le ripercussioni psicologiche dovute al fatto di essere stati testimoni o aver
commesso atrocità: senso di panico e incubi continuano a perseguitare questi ragazzi anche
dopo anni. Si aggiungano le conseguenze di carattere sociale: la difficoltà dell'inserirsi
nuovamente in famiglia e del riprendere gli studi spesso è tale che i ragazzi non riescono ad
affrontarla. Le ragazze poi, soprattutto in alcuni ambienti, dopo essere state nell'esercito, non
riescono a sposarsi e finiscono col diventare prostitute.
ESCI
L'uso dei bambini soldato ha ripercussioni anche su gli altri ragazzi che rimangono nell'area del
conflitto, perché tutti diventano sospettabili in quanto potenzialmente nemici. Il rischio è che
vengano uccisi, interrogati, fatti prigionieri.
Qualche volta i bambini soldato possono rappresentare un rischio anche per la popolazione
civile in senso lato: in situazioni di tensione sono meno capaci di autocontrollo degli adulti e
quindi sono "dal grilletto facile".
Una forma di sfruttamento
Per quanto molti stati siano riluttanti ad ammetterlo, l'uso di bambini soldato può essere
considerato come una forma di lavoro illegittimo per la natura pericolosa del lavoro. L'ILO
riconosce che: "il concetto di età minima per l'ammissione all'impiego o lavoro che per sua
natura o per le circostanze in cui si svolge porti un rischio per la salute, la sicurezza fisica o
morale dei giovani, può essere applicata anche al coinvolgimento nei conflitti armati". L'età
minima, secondo la Convenzione n° 138, corrisponde ai 18 anni.
Ricerche ONU hanno mostrato come la principale categoria di ragazzi che diventa soldato in
tempo di guerra, sia soggetta allo sfruttamento lavorativo in tempo di pace.
La maggioranza dei bambini soldato appartiene a queste categorie:
ragazzi separati dalle loro famiglie (orfani, rifugiati non accompagnati, figli di single)
provenienti da situazioni economiche o sociali svantaggiate (minoranze, ragazzi di strada,
sfollati)
ragazzi che vivono nelle zone calde del conflitto.
Chi vive in campi profughi è particolarmente a rischio di essere sfruttato da gruppi armati. Le
famiglie e le comunità sono distrutte, i ragazzi sono abbandonati a se stessi e la situazione è di
grande incertezza. I rifugiati sono così spesso alla mercé dei gruppi armati.
ESCI
Perché escludere gli under-18 dalle forze armate
I 18 anni sono l'età minima per votare nelle legislazioni nazionali della stragrande maggioranza
degli stati e segnano il momento formale di transizione tra l'adolescenza e l'età adulta.
La Convenzione dei Diritti dell'Infanzia del 1989 ha definito come "minore" ogni essere umano
inferiore ai 18 anni.
La maggior parte dei Paesi non recluta minori e non permette che questi prendano parte ai
conflitti armati.
L'uso dei bambini-soldato deve essere considerato come uno sfruttamento illegale di minori per
la natura pericolosa del lavoro in cui questi si trovano coinvolti. I 18 anni sono l'età minima
stabilita dai trattati internazionali per accedere a lavori pericolosi.
ESCI
Paesi che reclutano minori di 18 anni nelle forze armate con
coscrizione obbligatoria o adesione volontaria
ESCI
Australia
Finlandia
Messico
Austria
Francia
Namibia
Bangladesh
Germania
Nicaragua
Belgio
Giappone
Nuova Zelanda
Buthan
Honduras
Norvegia
Brasile
India
Paesi Bassi
Burundi
Indonesia
Pakistan
Canada
Iran
Perù
Cile
Iraq
Portogallo
Colombia
Irlanda
Regno Unito
Corea
Israele
Sud Africa
Croazia
Italia
Sudan
Cuba
Libia
Uganda
ElSalvador
Lussemburgo
Stati Uniti
Estonia
Mauritania
Yugoslavia
Sierra Leone
Liberia
Costa D’Avorio
Uganda
ESCI
Liberia
La storia della Liberia
Fin dall’inizio degli anni ‘80 la storia della Liberia è stata un susseguirsi di attentati, a volte
reali a volte solo presunti, che hanno portato a massicce detenzioni ed esecuzioni. In
generale può dirsi che due principali filoni di conflitti interni hanno insanguinato la Liberia. Il
primo, in qualche modo risoltosi con il colpo di stato del 1980, si è consumato tra gli
Americo-Liberiani e la maggioranza delle popolazioni indigene, ed ha visto le famiglie con
ascendenze statunitensi pronte a riprendere il proprio posto nella politica, mentre
continuavano a detenere anche il potere economico.
ESCI
In questo primo filone si inseriva il piccolo gruppo di ribelli armati capeggiati da Charles Taylor,
esponente della stirpe Americo-Liberiana (scappato in Costa d'Avorio qualche anno prima per
sottrarsi ad accuse di saccheggio), e che ancora nel dicembre dell'89 invase la Contea di Nimba
sfruttando i contrasti già in atto tra la tribù Kran, a cui apparteneva Mr. Doe, capo della Forza
Armata di Liberia-Armed Forces of Liberia (AFL), cioè l'iniziale esercito nazionale trasformatosi
poi in fazione guerrigliera, e le tribù del nord Gio e Mano. Il secondo filone di conflitti della
Liberia si consuma infatti proprio tra gli stessi gruppi etnici indigeni, e si basa sul desiderio, da
un lato, di rivendicare antichi risentimenti etnici, e dall'altro, di assicurarsi il potere politico.
I conflitti sono diminuiti nel maggio del '96, consentendo di ripristinare un certo controllo nella
città di Monrovia, mentre nell'agosto dello stesso anno è stato firmato ad Abuja (Nigeria) il
secondo accordo di pace. Ma i combattimenti e le uccisioni eseguite dai soldati della AFL sono
state così violente da condurre la popolazione a supportare proprio Mr. Taylor ed il suo National
Patriotic Front of Fileria (NPFL). In pratica, la percepibile voglia di dominazione e la spietata
crudeltà del pressante regime del gruppo etnico Kran di Mr. Doe, ha consentito a Mr. Taylor
addirittura di vincere, nel luglio '97, le elezioni alla presidenza del Paese con più del 75% dei
voti. La gran parte dei consensi da parte del popolo liberiano è stata infatti accordata proprio
per paura delle possibili devastanti conseguenze di una eventuale mancata vittoria da parte di
Mr Taylor. In ogni caso, la vittoria di Mr Taylor, sostenuta dal National Patriotic Party (NPP), è
stata vista dagli osservatori quantomeno come una parziale riasserzione del potere AmericoLiberiano. Ancora alla fine degli anni ‘90 sembrava però che ogni fazione della guerra civile
liberiana si fosse abbandonata alla messa in opera di stermini etnici e torture, mentre il
perenne conflitto ha creato nuovi focolai di lotte intestine e rivendicazioni inter-etniche che
potrebbero in ogni momento far scoppiare ulteriori disordini.
ESCI
Nell'euforia post-elettorale del 1997 il futuro della Liberia sembrava dipendere dalla capacità del
presidente Taylor di creare le necessarie condizioni per una riconciliazione successiva alla
guerra civile ed un rinnovamento economico. Ancora nel 1999, a circa due anni dalla sua salita
al potere, si constatava invece che una nuova minaccia per la stabilità e la sicurezza montava
in Liberia, dal momento che Taylor aveva fino ad allora dimostrato una carenza sia nella
volontà che nelle risorse per affrontare le crescenti difficoltà politiche ed economiche, ed allo
stesso tempo, era apparso anche incapace di raccogliere le sfide di un ambiente regionale
sempre più ostile. La strategia del governo liberiano fino alla fine del 1999 è sembrata infatti
orientata semplicemente ad una propaganda dai presupposti viziati, a tutto svantaggio della
situazione politico-economica generale del Paese, già aggravata da sette anni di guerra civile.
All'indomani della conquista di Taylor della presidenza, era già opinione comune che semplici
misure di accrescimento economico non sarebbero state sufficienti per il popolo. Gli investitori
internazionali, la comunità internazionale dei finanziatori, i liberiani rifugiati all'estero e la classe
media delle città, erano tutti attenti a constatare se Mr. Taylor fosse riuscito a mettere in
pratica ciò che aveva promesso. In particolare restava da vedere se egli sarebbe riuscito a
mantenere nella nazione un sistema di diffusa legalità, mentre il clima pacifico delle relazioni
con le contrarie forze politiche costituiva la vera sfida per il suo governo. Nel generale
fallimento di tali aspettative, gli osservatori hanno continuato inoltre a valutare se i membri
della famiglia di Taylor che siedono nel governo, fossero effettivamente competenti o stessero
soltanto traendo vantaggi di tipo nepotistico. Come conseguenza si è registrato
l’allontanamento dei donatori Occidentali che sono rimasti in attesa di assicurazioni sul fatto
che Mr. Taylor fosse realmente convinto circa il ripristino della democrazia.
ESCI
Un certo sblocco nella situazione generale della Liberia si è cominciato a realizzare invece nel
corso del 2000. Infatti, pur restando il potere concentrato nelle mani del presidente Taylor, le
crescenti pressioni esercitate sul suo governo per la creazione di sostanziali condizioni che
favoriscano una genuina riconciliazione post-bellica e le forti istanze per una concreta ripresa di
vigore nell’economia, stavano cominciando a far perdere al National Patriotic Party (NPP) ed
allo stesso presidente Taylor anche l’appoggio dei suoi stessi sostenitori.
Alcuni proficui cambiamenti nella gestione politica ed economica del Paese, considerati vitali
per la popolarità futura dell’amministrazione, sono così stati implementati tra la fine del ’99 ed il
2000, tanto che ad aprile del 2000 il Fondo Monetario Internazionale ha rilasciato il più
completo rapporto sullo stato dell’economia della Liberia dall’inizio della guerra civile nel 1989.
Una generale carenza di dati statistici aveva infatti finora impedito di formulare prospettive
sull'evoluzione economica del Paese. Invece, sulla base di dati raccolti da un team che ha
visitato la Liberia a novembre del 1999, per dare anche l’avvio ad un nuovo dibattito con i
funzionari liberiani, il rapporto ha indicato numerosi segni di ripresa nell’economia liberiana. La
produzione domestica è infatti fortemente risalita dopo la fine della guerra civile, sebbene
rimanga a circa un terzo dei livelli pre-guerra. La crescita del Pil è stimata essere raddoppiata
nel 1997 e cresciuta di circa il 25-30% nel 1998, grazie agli incrementi nelle produzioni di cibo
e nei raccolti. La crescita è rimasta alta anche nel 1999, stimata intorno al 23%, secondo un
trend che tuttavia appare in discesa già nel 2000, con crescita intorno al 15%. Secondo il FMI
si stima che il Pil pro capite sia indicativamente compreso tra i 150 ed i 200 US$.
La corsa verso le elezioni legislative e presidenziali del 2003 costituì la più difficile sfida per il
presidente Taylor, per il governo e per la stessa opposizione liberiana, in un generale clima di
ribellione, che infiammò soprattutto il nord del Paese, e in vigenza delle sanzioni delle Nazioni
Unite.
ESCI
Il presidente Taylor ha allora cercato di recuperare la sua immagine internazionale. Taylor è
stato infatti molto attivo nella recente crisi della Sierra Leone, rispetto alla quale le sue strette
relazioni con il Fronte Unito Rivoluzionario-Revolutionary United Front (RUF) della Sierra Leone
gli hanno consentito di rivestire la vantaggiosa posizione, allo stesso tempo, di messaggero e di
mediatore per conto delle Nazioni Unite. In conseguenza di tali interventi, anche le relazioni
con il Fondo Monetario Internazionale e con la Banca Mondiale sono state avviate verso una
normalizzazione, sebbene il governo liberiano avrà bisogno nel prossimo futuro non solo di
attuare le riforme raccomandate dal FMI, ma anche di rassicurare le organizzazioni dei diritti
umani ed i membri del Congresso Statunitense riguardo all’impegno di rispetto dei diritti umani.
Anche gli Stati Uniti, ad ogni modo, si sono da ultimo dimostrati inclini ad assistere la Liberia
nella sua spinta per lo sviluppo.
Gli ultimi eventi indicano pertanto che il presidente Taylor sembra aver abbandonato la politica
di ignorare completamente i finanziatori occidentali ed internazionali in genere, considerato
anche che la ricostruzione della Liberia si preannuncia sicuramente costosa, mentre il debito del
paese è stimato intorno ai tre miliardi di US$ e il governo è praticamente in bancarotta.
ESCI
Costa d’Avorio
GUERRA NEL PAESE DEL CACAO
La Costa d'Avorio, ex colonia francese, conquistò l'indipendenza il 7 agosto 1960 e il 27
novembre dello stesso anno venne eletto presidente Felix Huophouet-Boigny, ex parlamentare
ed ex Ministro del governo francese . Huophouet-Boigny governò lo stato africano per sette
mandati consecutivi rimanendo in carica sino alla sua morte avvenuta nel dicembre 1993.
Durante questo lungo periodo resse in maniera efficace le sorti del suo paese, portandolo ad
un invidiabile sviluppo economico. Boigny ottenne buoni risultati economici soprattutto grazie al
gran numero di francesi rimasti nella ex colonia,anche se alcune sue iniziative procurano danni
all'economia e all'immagine del paese come, ad esempio, la deforestazione sistematica per
vendere il legname e la costruzione di un enorme basilica nel suo paese natale Yamoussoukro
(seconda per dimensioni solo a San Pietro) che provocò l'indignazione del Papa.
ESCI
Ma l'errore più grande commesso da Huophouet-Boigny fu quello di non riuscire a scegliersi un
successore. Resosi conto della stagnazione politica a cui si avviava il paese, nel 1990 tentò
di aprire la scena politica ivoriana al multipartitismo.Purtroppo tale apertura rappresentò uno
degli elementi dirompenti della situazione interna poichè, invece di portare il paese verso la
democrazia, fu all'origine di frequenti lotte di potere.
Il 24 dicembre 1999 un ammutinamento dei militari si trasformò in colpo di stato e minacciò di
far precipitare il paese in una guerra a sfondo etnico. In quell'occasione il generale Robrt Guei
depose il presidente Konan Bedie. Alla fine di ottobre del 2000 Laurent Gbagbo viene eletto
presidente con elezioni regolari e promette di portare la pace nel paese; ma l'insurrezione del
settembre 2002 ha gelato le speranze.
La Costa d'Avorio è tornata nel caos, sono iniziati gli scontri in quello che fino a pochi anni fa
era considerato uno dei pochi paesi africani politicamente stabili e con condizioni economiche
relativamente buone. La ribellione è iniziata il 19 settembre 2002 con lo scoppio di violenti
combattimenti nella capitale commerciale Abidjan, a cui hanno fatto seguito le uccisioni di
alcuni responsabili della sicurezza, del Ministro dell'interno, della famiglia,di quello della difesa e
del comandante militare della città di Bouaké, anch'essa teatro di scontri tra l'esercito
governativo ed i rivoltosi che hanno tentato di rovesciare il governo di Laurent Gbagbo.
All'origine di questi drammatici eventi ci sarebbero lo scontento di una parte delle Forze armate
nazionali e le ambizioni di rivalsa dei protagonisti del precedente tentativo di golpe, oggi
esiliati. In seguito ad un'ordinanza emessa dal governo due guarnigioni stavano per essere
smobilitate e i militari si sono rivolti ai loro predecessori in esilio perché li aiutassero a
organizzare la loro protesta.
La protesta è immediatamente degenerata in un tentativo di golpe, i ribelli, che hanno iniziato
a farsi chiamare "Movimento patriottico della Costa d'Avorio", hanno attaccato
simultaneamente caserme e armerie in tre città e si sono dimostrati ben attrezzati, disciplinati
ed organizzati; inoltre dispongono di armamenti pesanti, prelevati dai magazzini dell'esercito
ivoriano.Secondo alcuni osservatori i rivoltosi dispongono anche di armamenti molto moderni
che non sono normalmente in dotazione alle truppe governative. Dopo tre settimane di scontri
e di tentativi di mediazione falliti, i ribelli mantenevano il controllo di buona parte del nord del
Paese, compresa l'importante città di Bouakè.
Secondo gli osservatori presenti i rivoltosi possono contare su un certo appoggio da parte della
popolazione locale del nord, in maggioranza musulmana (al sud invece la religione più diffusa è
il cristianesimo).
ESCI
Il presidente Laurent Gbagbo ha accusato il vicino Burkina Faso di essere coinvolto
nell'organizzazione del tentativo di golpe ma finora nulla conferma la fondatezza di queste
accuse. Dal canto suo il Burkina Faso , come anche il Mali, rimprovera alla Costa d' Avorio di
avere espulso e perseguitato migliaia di suoi cittadini immigrati, presi come capri ispiratori della
crisi economica.
Da una prima analisi dei fatti, oltre che dalla debolezza istituzionale del presidente Laurent
Gbagbo, la rivolta potrebbe essere giustificata con la crisi politica, economica e di identità che
da quattro anni interessa la Costa d'Avorio. Il paese è il primo produttore mondiale di cacao,
ma la caduta dei prezzi di questo prodotto lo ha fortemente colpito. Non ha grossi giacimenti di
petrolio ma occupa una posizione strategica di fronte al golfo di Guinea, i cui
giacimenti offshore rappresentano una fonte prioritaria di approvvigionamento per gli Stati
Uniti.L'industria petrolifera non ha però finora inciso significativamente sulla bilancia
commerciale dela Costa d'Avorio, così dal 1999 l'economia del "Paese del cacao" è in
recessione.Le ricette economiche consigliate dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario
Internazionale non hanno fatto altro che aggravare l'indebitamento estero del Paese.
In questo momento (14 ottobre 2002) il Presidente Gbagbo sta conducendo una durissima
repressione della rivolta, peraltro con esiti incerti. Tutti i tentativi di mediazione operati dai
diplomatici della comunità africana dell' ECOWAS sono falliti dimostrando che il governo non ha
alcuna intenzione di scendere a patti coi ribelli.
Già dai giorni immediatamente seguenti la rivolta un contingente di circa 900 uomini
dell'esercito francese è presente sul territorio ivoriano; ufficialmente i soldati francesi non
partecipano alle ostilità ma offrono supporto logistico ed organizzativo alle truppe governative.
La Francia, ex "padrone coloniale", è da sempre partner privilegiato per la Costa d'Avorio. A
tutt'oggi il governo ivoriano non ha sovranità sulla moneta nazionale le cui fluttuazioni sono
decise da Parigi.
Se gli amici francesi riusciranno nell'impresa di riappacificare la Costa d'Avorio dovranno poi
supportare il Paese nella conduzione di un'altra battaglia: quella sul mercato mondiale contro la
diminuzione del prezzo del caffè e del cacao, le due principali fonti di reddito del Paese.
ESCI
Sierra Leone
Il 27 Aprile 1961, la Sierra Leone raggiunge l’indipendenza. Il governo di Londra si ritira e
l’amministrazione del paese è affidata a un primo ministro sierraleonese, Sir Milton Margai, dal
1951 leader del Partito popolare della Sierra Leone. Purtroppo la democrazia non riesce a
imporsi e il paese deve conoscere continue dittature militari e colpi di stato.
La Sierra Leone è ricca di risorse minerarie e la coltivazione di cacao e caffè da esportazione è
già ben sviluppata dai tempi dell’indipendenza. Nonostante queste ricchezze, a causa della
guerra civile il paese sta diventando gradualmente uno dei più poveri e indebitati al mondo.
ESCI
Il 19 Aprile 1971, la Sierra Leone si stacca completamente e definitivamente dalla corona
britannica e diventa una repubblica. I problemi si acuiscono negli anni settanta sotto la
presidenza di Siaka Stevens, laeder del partito di opposizione Congresso di tutto il popolo (All
People’s Congress, Apc). Nel 1978, in base alla nuova costituzione approvata dal governo, l’Apc
diventa partito unico.
La vita economica e lo sviluppo della Sierra Leone sono condizionati pesantemente dalla
corruzione governativa e burocratica, le ricchezze vengono sistematicamente depredate e la
competizione per impossessarsene si fa sempre più violenta.
Nel 1986 Joseph Sidu Momoh, ex capo di stato maggiore, diventa presidente. Eredita un paese
che si dibatte ormai in una penosa crisi economica, ma sotto il suo governo le condizioni
generali di vita della popolazione non migliorano affatto e la Sierra Leone comincia a dipendere
quasi completamente dagli aiuti internazionali.
È proprio in questo periodo che, contro la corruzione governativa, nasce un movimento armato
guidato da Foday Sankoh, ex caporale dell’esercito. All’ inizio è un piccolo nucleo di combattenti
formato da studenti universitari, ribelli fedeli al leader liberiano Charles Taylor e alcuni
mercenari del Burkina Faso, ma in poco tempo si trasforma nel feroce e repressivo Fronte
rivoluzionario unito (Revolutionary United Front,Ruf). La ribellione del Ruf si rivela fin dalle
prime battute strettamente collegata con la guerra civile liberiana. Il 23 Aprile 1991 il Ruf
invade la Sierra Leone dalla vicina Liberia, con l’obiettivo di rovesciare il governo monopartitico
dell’Apc e porre fine al saccheggio delle ricchezze:così ha inizio la guerrea civile.
La guerriglia si estende rapidamente in gran parte del paese e le azioni di difesa dell’esercito
governativo, mal equipaggiato e demotivato, si rivelano inefficaci e nono riescono a contenere
l’avanzata dei seguaci di Sankoh. Grazie all’appoggio economico e militare della Liberia, in poco
tempo i guerriglieri del Ruf si trasformano in feroci milizie che compiono ogni genere di
nefandezze contro i civili. Nel 1991, un referendum popolare approva una nuova costituzione
che ripristina il multipartitismo. Il presidente Momoh invita i ribelli del Ruf a prendere parte al
nuovo processo politico e cerca di avviare delle trattative per fermare la ribellione, ma senza
alcun esito.
ESCI
Nel 1992, un colpo di stato guidato dal giovanissimo capitano dell’ esercito Valentine Strasser
rovescia Momoh e crea il Consiglio di governo provissorio nazionale (National Provisional Ruling
Council, Nprc).
Il Nprc offre ai ribelli l’amnistia, ma i tentativi negoziabili falliscono in quanto Strasser non esita
ad accusare Sankoh e i suoi seguaci di essere dei banditi al soldo di Taylor e con l’intento
dichiarato di distruggere la Sierra Leone. Nel 1996, la Sierra Leone è scossa da un nuovo colpo
di stato. Strasser viene rovesciato dal generale Julius Maada Bio che promette elezioni
multipartitiche e l’avvio di trattative con il Ruf. Nelle elezioni parlamentari di marzo, le prime
realmente democratiche tenutesi dai tempi dell’indipendenza, è eletto presidente Ahmad Tejan
Kabbah, ex alto funzionario delle Nazioni unite e candidato del partito popolare,il Slpp.
Il 30 Novembre il governo firma con i ribelli del Ruf un accordo di pace che prevede il cessate il
fuoco, il disarmo, la smobilitazione, l’amnistia per i guerriglieri ed il ritiro di tutte le forze
straniere. Nel Gennaio 1997 però gli attacchi riprendono con la ferocia di sempre.
Il 25 Maggio il governo di Kabbah è costretto all’esilio nella vicina Guinea da una rivolta armata
guidata dal maggiore Johnny Paul Koroma, capo del Consiglio rivoluzionario delle forze armate.
La costituzione viene sospesa , i partiti vengono messi al bando e inizia un periodo di
repressione politica. La comunità internazionale naturalmente condanna il golpe e le Nazioni
unite impongono un embargo totale sulla vendita di armi e di petrolio.
Kabbah chiede alloral’aiuto della Nigeria e della Sandline International, una compagnia
mercenaria con sede a Londra. Dopo una settimana di feroci combattimenti nella capitale viene
cacciata e reinserito il presidente Kabbah. Nella ritirata, gli uomini di Koroma e i ribelli del Ruf si
danno al saccheggio di tutte le missioni cattoliche. Nel frattempo, una nuova risoluzione del
Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite stabilisce che l’embargo sulle armi rimanga in vigore
esclusivamente per le forze ribelli.
I ribelli riescono in breve tempo ad organizzare un’imprevista contoffensiva e a estendere il loro
controllo sulle più importanti zone del paese; alla fine del 1998 sono padroni di più della metà
del territorio nazionale. Il paese risulta così diviso in due: il sud e la zona costiera sono
presidiati delle forze governative e filogovernative, mentre tutto il resto del territorio, cioè i
bacini diamantiferi, sono saldamente in mano al Ruf e all’Afrc.
ESCI
Tutte le vie di comunicazione sono bloccate e la popolazione si trova così tra due fuochi,
costretta a subire inaudite violenze da ambo le parti.
Per la maggior parte i combattimenti ribelli sono preadolescenti o adolescenti e hanno nomi
fatti apposta per incuter terrore. La crisi assume dimensioni catastrofiche. Si ferma ogni attività
produttiva, molte infrastrutture sono distrutte. Dopo due mesi di spietati combattimenti i ribelle
vengono sconfitti e costretti a ritirarsi, ma i loro attacchi proseguono nell’interno del paese,
soprattutto nelle provincie del nord e del sud-est dove continuano le uccisioni, le mutilazioni e
gli stupri. La comunità internazionale comincia a premere affinchè si avvii ad una soluzione
pacifica del conflitto.
In Maggio , il presidente Kabbah decide perciò di rilasciare Sankoh e avvia le trattative per la
pace. Il 7 luglio a Lomè, in Togo, viene firmato un accordo di pace che prevede il disarmo dei
ribelli, il rilascio dei civili, dei bambini soldato e dei prigionieri di guerra, l’amnistia generale per
tutti i crimini, la creazione di una Commissione di verità e riconciliazione che si occupi della
violazioni dei diritti umani, il libero accesso agli aiuti umanitari, il ritorno dei rifugiati e
l’ammissione del Ruf nel governo. La decisione di perdonare gli ex ribelli e condividere con loro
il potere fa discutere e molti gridano alla sconfitta della democrazia.
Le Nazioni unite condannano la decisione dell’amnistia. A ottobre l’ONU invia i caschi blu
dell’Unamsil con il compito di vigilare sulla pace, disarmare i combattenti e difendere i civili
dalle violenze, ha così inizio il Programma di disarmo, smobilitazione e reintegro dei
combattenti.
Si verificano continue violazioni del cessate il fuoco e la situazione rimane precaria. Nei primi
mesi del 2000, comunque, molti bambini soldato vengono rilasciati e consegnate alla
organizzazioni governative. Alla fine di aprile sono millesettecento i bambini inseriti nel
Programma di disarmo, smobilitazione e reintegro; ottocento vengono riuniti alle famiglie
mentre gli altri rimangono nei centri di assistenza.
ESCI
A partire dalla metà del 2001 i ribelli iniziano a rispettare gli accordi e le clausule riguardanti il
disarmo. L’incubo si conclude definitivamente nel maggio del 2002 con le elezioni che
sanciscono non solo la fine della guerra, ma anche la scomparsa del Ruf.
ESCI
Uganda
Dalla fine degli anni '80 la parte settentrionale del Paese è teatro di violenti conflitti armati tra
forze governative e tre diversi gruppi di ribelli alleati fra loro: l'Esercito di Resistenza del
Signore (LRA), che vuole instaurare un regime basato sui dieci comandamenti cristiani, il
Fronte della Sponda Occidentale del Nilo (WNBF) e le Forze Democratiche Alleate (ADF).
ESCI
Tutto incominciò nel 1987 quando, anno in cui inseguito ad una sconfitta militare, di Alice
Lakwena, leader di una fazione antigovernativa denominata esercito dello” Spirito Santo”,inflitta
per mano di Musevena distrusse il controllo che aveva acquisito fino ad allora quella fazione.
Fu così che questo gruppo di guerriglieri cominciò a fare ricorso alla
violenza uccidendo tutti coloro che si opponevano, sia con la ragione che con la forza al loro
disegno. Così furono assaltate le missioni cattoliche, gente e bambini furono picchiati a sangue.
Nel 1994 questo gruppo di guerriglieri,cominciò ad attuare i suoi primi obbiettivi assieme
all’esercito Sudanese, e lo fece reclutando bambini e ragazzi prevalentemente dagli otto,ai
diciotto anni; mentre l’esercito sudanese li riforniva con le armi e munizioni. L’arruolamento è
un rituale messo a punto apposta per far credere ai bambini di essere protetti dalle pallottole e
dalla morte, e crea un legame tra <<bambino e padrone>> indissolubile.Fino ad ora sono stati
sequestrati oltre venticinquemila bambini, e uccise oltre centoventimila persone. Ai civili tocca
rispettare ben precisi come l’impossibilità di spostarsi o di vivere stabilmente su strada
principali.
I bambini sono quelli che stanno peggio, vivono in condizioni pessime non mangiano, sono
malati, ma il problema maggiore è l’infanzia negata, questi ragazzi vengono strappati dalle loro
famiglie e sono costretti alla violenza. In queste zone poi, l’ambiente e l’indifferenza hanno
mantenuto nell’ombra questo dramma :solo ora la realtà sta cambiando, e la radio cominciano
a raccontare gli episodi e in tragici eventi accaduti fino ad ora nei distretti nord Ugandesi.
Ma questo non è l’unico paese in cui c’è questo problema, l’altro paese è il Sierra Leone; Il
Sierra Leone si presenta come un paese affascinante, un paese il cui paesaggio è mozzafiato.
Settantamila chilometri quadrati di straordinari paesaggi esotici, piante esotiche e foreste
esotiche.
Nel 1986 Joseph Soidu Momoh, ex capo di stato maggiore, divenne presidente, ed eredita
questo paese, in crisi economica.
ESCI
Durante questo suo governo la situazione non migliora affatto e la Sierra Leone cominciò a
dipendere solo dagli aiuti internazionali.
Così nacque un governo guidato da leaders Liberiani, e formato da studenti universitari, che fin
da subito cominciò a trasformarsi in un fronte rivoluzionario unito.
Nel 1991, ha inizio la guerra civile, perché questo gruppo di guerriglieri attacca invadendo il
governo della Sierra Leone.
La guerra si estende rapidamente in tutto il paese, anche perché le azioni di difesa si rivelano
inefficaci o quasi inesistenti. I ribelli vogliono dimostrare come lo stato così come è, non possa
assicurarsi protezione. Così nel 1991 un referendum popolare, approva la nuova costituzione,
che ripristina il multi Partitismo.Il nuovo presidente cerca di fermare la ribellione ma non
ottiene nessun risultato. Ecco che nel1992 un colpo di stato crea un nuovo governo provvisorio,
grazie a questo si creano delle forze speciali che si schierano con lo stesso.Sempre nello stesso
anno i ribelli prendono possesso di una zona diamantifera del paese.
La guerra continua ancora, infatti nel 1996 la Sierra Leone è scossa da un nuovo colpo di
stato. Nel novembre dello stesso anno viene firmato un patto con il quale si sarebbe dovuto
avere la cessazione della guerra e il disarmo, ma questo non avvenne e gia nel1997 la guerra
riprese con la ferocia di sempre.
Però la comunità internazionale comincia a premere per la pace e nel luglio del 1999 viene
firmato il disarmo e il rilascio dei civili, passo importante verso la fine. Nel 2000 vengono
rilasciati molti bambini soldato.
E nel 2001 dopo tante reticenze si cominciano a rispettare gli accordi.
Nel 2002 viene dichiarata guerra finita ma la scomparsa dei ribelli avviene totalmente nel 2004.
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ACCOGLIENZA IN PUGLIA: Ieri
ed Oggi
I PROFUGHI NELLA STORIA
Con il termine di profugo si indica un individuo costretto ad abbandonare il luogo abituale di
dimora a causa di catastrofi naturali, di eventi bellici o di conflitti di varia natura (etnici, politici,
religiosi), più o meno violenti.
Nel XX secolo il problema dei profughi è andato assumendo enormi proporzioni; tra le cause vi
furono le complesse questioni nazionali, le immani distruzioni provocate dalle due guerre
mondiali e le successive ridefinizioni territoriali degli stati, spesso accompagnate da massicce
espulsioni di popolazione. Nel dopoguerra il fenomeno fu alimentato dai conflitti che
accompagnarono la decolonizzazione e da quelli provocati dalla Guerra Fredda tra i “blocchi”
occidentale e orientale. Da un punto di vista prettamente storico, il problema dei profughi è
strettamente correlato allo scoppio del secondo conflitto mondiale, causa maggiore della fuga
da parte di intere popolazioni di diversa etnia, vittime delle violenze e dei massacri delle milizie
antisemitiche, dalle proprie dimore in territori più propensi all’accoglienza.
Da sempre la Puglia è terra di frontiera. Popoli diversi per lingua e costumi vi si sono
avvicendati, spesso sovrapposti e talvolta violentemente respinti. Terra, nel medioevo, famosa
per i suoi pellegrinaggi, per l’imbarco e sbarco di Crociati; terra di mercanti,di guerrieri e di
devoti.
All’indomani dell’8 settembre del 1943, la Puglia, primo lembo dell’Europa libera, offrì ad ex
internati, rifugiati, sfollati italiani e stranieri, in particolare ebrei e slavi, ospitalità nei campi
profughi allestiti.
ESCI
LA PUGLIA COME TERRA DI FRONTERA
Profughi ed ex internati in Puglia durante la seconda guerra mondiale.
Nel settembre del 1943, dopo un lungo periodo di guerre, di saccheggi e di distruzioni da parte
delle milizie tedesche, un gran numero di sfollati e profughi d’ogni genere, dagli extra
comunitari agli stessi italiani come i militari sbandati e civili derubati della loro proprietà,
cercavano rifugio in territori accoglienti nei quali le condizioni politiche e sociali di solidarietà
presenti lo permettevano. Proprio per la presenza di queste prerogative la regione pugliese
diviene meta di un vasto flusso di profughi, militari e sfollati che si dislocarono per tutto il
territorio. Il capoluogo pugliese inoltre era occupato dalle truppe anglo-americane, accolte con
vivido fervore dagli abitanti del luogo, impegnate nella liberazione dell’Italia meridionale dalle
truppe naziste. La rilevante presenza di questi soggetti in territorio pugliese evidenzia la
situazione di un paese trasformato in una grande area d’accoglienza. Furono, infatti, allestiti
campi profughi per stranieri e per italiani stessi in tutta la regione. In primo luogo vi fu un
flusso di sfollati jugoslavi in fuga dai territori occupati dall’esercito del terzo Reich, perlopiù
erano ebrei con dimora nei balcani che cercavano rifugio raggiungendo la costa pugliese. La
presenza di militari alleati che assumono la veste di occupatori del luogo, sottolinea la quantità
di stazionamenti, campi e varie strutture che la regione doveva impegnarsi a portare avanti con
peculiari valori di solidarietà. Un vasto numero di profughi in genere era costituito da italiani del
nord e del centro Italia e prevalentemente operai comunisti o gente che assumeva posizioni
politiche diverse nei confronti della dittatura fuggiti alla deportazione tedesca. Vi era inoltre un
alto numero di ex prigionieri e fuggitivi provenienti dalla Jugoslavia, Serbia, Montenegro e pochi
ebrei fortunati provenienti da
altre zone dell’Europa accompagnati da gruppi di zingari perseguitati e invalidi di ogni genere.
Infine affluirono i congiunti di operai in Germania, Albania bloccati in Italia, ex sussidiati e
direttamente stipendiati dai ministeri, congiunti marittimi bloccati nei porti e naufraghi sbarcati
rimasti privi di tutto.
ESCI
Strutture per l’accoglienza e l’assistenza.
Negli anni in cui avveniva la seconda guerra mondiale, l’unico rimedio moderno e democratico
per minimizzare il problema riguardante l’aumento dell’arrivo di profughi sfollati, consisteva
perlopiù nell’apertura di un ampio sistema di centri d’accoglienza dislocati per tutta la regione.
E’ il caso del commissariato dell’ECA e dei campi profughi UNRRA che operarono
prevalentemente a partire da alcuni mesi prima della conclusione del conflitto.
Si trattava precisamente di comitati interministeriali o meglio dire organi collegiali del governo, i
quali, costituiti da gruppi di coordinamento tra diversi ministeri e con l'assistenza di
collaboratori della regione, che avevano lo scopo di coordinare le iniziative rivolte alla ripresa
della vita economica dopo la seconda guerra mondiale e alla distribuzione degli aiuti alleati e ai
profughi accolti in centri di smistamento. Tali centri erano perlopiù campi di concentramento
istituiti dal fascismo del Mezzogiorno, come l’ex campo militare di Torre Tresca, che dopo la
liberazione furono affidati all’UNRRA per il sostentamento della gente che arrivava. Anche gli
istituti religiosi svolsero un importante ruolo in questo periodo; si documenta, infatti, che nel
solo capoluogo furono organizzati ventisei centri che garantivano la refezione a migliaia di
bambini tratti dalla strada. Per effetto dei patti stipulati tra le forze d’occupazione e la regione,
l’afflusso di truppe alleate per la liberazione dai nazisti, influì notevolmente sul settore
alimentare e in maggior modo su quello degli alloggi del luogo. Furono così impegnate vaste
aree logistiche nel salento per la sistemazione di truppe alleate in particolare per offrire vari
soccorsi ai partigiani feriti e ammalati. Secondo l’accordo sopraccitato, inoltre, in Puglia
dovevano essere garantite le basi dell’esercito jugoslavo di Tito le quali dovevano svolgere la
funzione di assistenza sanitaria dei feriti in guerra. Per accogliere i seguaci di Tito che si erano
rifugiati in Puglia, furono persino requisite scuole e appartamenti privati. Sono un esempio il
liceo ginnasio, il liceo classico Archita di Taranto e le scuole medie di Trani, Otranto, Gallipoli e
Manduria. Altri centri operanti del periodo furono le masserie di città come Grottaglie e Santa
Maria di Leuca, considerati più che altro rifugi precari.
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Condizioni di vita
La difficoltà di garantire assistenza a migliaia di profughi si fa sentire essenzialmente sulla
popolazione del luogo che, già traumatizzata da crisi economiche interne dovute alla guerra, è
costretta a subire le continue pretese di approvvigionamenti e locali da parte di profughi civili e
militari. A rendere più drammatica la situazione s’inseriscono le precarie condizioni igienicosanitarie dei borghi cittadini dovute all’assenza di acqua potabile e fognatura e causa di
numerosi decessi. La Puglia ospita cittadini di tutte le razze, si suppone che in quel periodo
siano rappresentate almeno quaranta nazioni e tali accolti vivono in precarie condizioni salutari
e destinati a permanere in centri di accoglienza che li riforniscono del minimo indispensabile; il
loro numero inoltre cresceva sempre di più e con il passare del tempo i campi profughi gestiti
dagli alleati
divennero inabitabili.
La requisizione d’edifici pubblici come le scuole, accompagnata dall’occupazione delle truppe
slave, fece modo che questi ultimi avrebbero assunto atteggiamenti ostili nei confronti degli
abitanti del luogo. Testimonianze affermano, infatti, che tali soggetti, spesso ubriachi,
manifestarono atteggiamenti ostili nei confronti della popolazione come ad esempio, violenze di
ogni genere su donne e bambini, accompagnati da abusi di potere e rapine in edifici civili. In
linea di massima, i militari slavi vengono descritti come persone scellerate con condizioni
igieniche precarie che, pur essendo considerati alleati liberatori ,provocano uno stato
permanente di pericolo per l’ordine pubblico in quanto, molto spesso, sfilate di dette formazioni
con comportamenti intimidatori, costringono i cittadini a restare spesso chiusi in casa per
evitare che taluni compiessero atti di vandalismo. Nonostante ciò, la presenza dell’esercito di
Tito ebbe un ruolo attivo nell’organizzazione della resistenza contro le truppe tedesche. Essi
parteciparono, infatti, alla lotta armata facendosi spesso promotori grazie all’esperienza in
tecniche di sabotaggio e guerriglia.
ESCI
L’UNRRA
L’UNRRA (United Natìons Relief Rehalbilitation Administration) iniziò l’opera di assistenza e di
riabilitazione nel maggio 1945 con l’affidamento di alcune migliaia di persone che abitavano
fuori dai campi profughi. In un memorandum dell’aprile 1945 si fissò la definizione di Desplaced
Persons (D P) per i destinatari dell’assistenza: «tutti i cittadini privati della loro cittadinanza, i
perseguitati a causa della loro razza, religione o credo politico, qualunque fosse la loro
cittadinanza». Erano inoltre definiti profughi «coloro che si trovavano nei confini della loro
patria ma fuori dell’abituale domicilio», A partire dal 1946 vennero affidati all’UNRRA tutti i
profughi stranieri presenti nei campi alleati. I requisiti richiesti per l’assistenza dell’ UNRRA
erano i seguenti:
«Il profugo (deve appartenere ad una delle Nazioni Unite oppure deve essere stato costretto
ad espatriare per motivi di razza o di religione o per attività svolta a favore delle Nazioni Unite.
I suoi precedenti politici devono essere soddisfacenti ed inoltre deve dar prova di aver
effettivo bisogno di soccorso. Viene aiutato con l’intesa che, appena se ne presenti l‘occasione,
verrà rimpatriato o che, se non vuole rimpatriare, verrà sistemato in un altro paese».
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I profughi nel dopoguerra.
Dopo la resa della Germania il flusso di profughi, soprattutto di quelli provenienti dai campi di
concentramento, assunse le dimensioni di un vero e proprio fenomeno di massa.
Il trattato di Parigi scaturito dopo la fine del conflitto, comportò per l’Italia una serie di misure
gravose che toccarono direttamente le dolorose rinunce. In base ad esso l’Italia, da un punto di
vista finanziario e militare doveva riparare i danni bellici provocati nel conflitto mentre dal
punto di vista territoriale, perdeva le sue colonie dell’ Africa orientale, cedeva alla Iugoslavia
l’Istria, Fiume, Zara, Ragusa e le isole dell’Adriatico e alla Grecia il Dodecaneso. Trieste, inoltre,
veniva costituita in “territorio libero”, diviso in una zona sotto controllo alleato e in un’altra
sotto controllo iugoslavo. La conseguenza di queste rinunce riguardò così la sorte degli italiani
residenti nei territori ceduti e quelli vincitori poiché furono costretti a ritornare in patria. Si
trattava, però, di gran parte di profughi italiani che avevano vissuto nei territori ceduti per
decenni, o addirittura di gente radicata da alcune generazioni in quei luoghi e che dell’Italia
avevano solo un’idea approssimativa, motivi per i quali, dopo il loro arrivo nella penisola,
potevano essere considerati profughi a tutti gli effetti. Erano persone che non conoscevano la
lingua italiana e ci si trovava così di fronte ad una tipologia particolarissima di profughi
costituita prevalentemente da ex immigrati (in maggior numero meridionali), che nella seconda
metà dell’Ottocento, preferirono al Nuovo Mondo l’area del bacino del Mediterraneo (in cui si
estendevano le province dell’impero ottomano), nonché quella dell’Africa orientale. Si trattò,
dunque, di un’emigrazione diretta verso formazioni politico-economiche meno sviluppate, che
per giunta non partecipavano ancora al processo di «nazionalizzazione» dello Stato moderno. Si
ritrovano così scacciati dalle restaurate autorità e perseguitati in condizioni gravose le quali li
costringono a ritornare in un’Italia prostrata dalla guerra. I numeri di questi profughi sono
alquanto approssimativi ma possono dare un’idea i 93.720 provenienti dalla Libia,
54.878dall’Etiopia, 45.142 dall’Eritrea, 12.124 dalla Somalia insieme ai 350.000 provenienti
dalla Dalmazia e l’Istria. I provvedimenti giuridici per il rimpatrio di questi esuli consentirono
l’istituzione di centri di recupero come l’Opera per l’assistenza ai profughi giuliani e dalmati o la
Federazione nazionale profughi e italiani d’Africa che s’impegnarono nel difficile reintegro di
taluni. In questo contesto rientra anche il passaggio della gestione dei profughi dall’UNRRA
all’IRO(Internazional Refugees Organization) la quale stipulò accordi diretti e diplomatici con
datori di lavoro o garanti per agevolare l’accoglienza dei profughi oltre poi agli aiuti
umanitari offerti dalla Croce rossa internazionale e pontificia.
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I profughi ebrei
Nel corso della seconda guerra mondiale si sviluppò un’avversione nei confronti degli ebrei che
si traduce in forme di discriminazione e di persecuzione, spesso cruenta e culminata nello
sterminio di milioni di persone all’interno di campi di concentramento. I sopravvissuti
all’antisemitismo ormai senza dimora furono costretti a spostarsi da una parte all’altra
dell’Europa per sfuggire alla nuova situazione politica che si era venuta a creare soprattutto nei
paesi dell’Est e così il flusso di ebrei rifugiati in Italia divenne sempre maggiore. Un quadro
d’insieme della presenza di profughi ebrei in Puglia scaturisce dalle molte testimonianze, giù
riportate, che confermano una nuova ondata di tali soggetti come l’instaurazione di una
comunità israelitica nel territorio di Bari e nel Salento.
tale Comunità si è costituita a Bari ed è rappresentata da un Consiglio fondato dai seguenti
promotori: il professor Angelo Sullarn, ex presidente della Comunità israelitica di Venezia, e il
presidente del Comitato italiano di assistenza agli emigranti ebrei, in qualità di presidente della
Comunità di Bari; Isidoro Mandler, della Comunità di Trieste, in qualità di segretario; Ermanno
Rocca già vicepresidente della Comunità di Ancona, anche se oriundo della Venezia-Giulia; il
dottor Aldo Ascarelli, della Comunità di Bologna, provvisoriamente assistente alla Clinica
Neurologica della Regia Università di Bari; il ragioniere Davide Ascarelli, della Comunità di
Roma; il signor Alberto Levi, unico ebreo già abitante con la famiglia a Bari. Lui, la moglie e le
due figlie sono i soli ebrei rimasti a Bari dopo la promulgazione delle leggi razziali perché
parecchi ebrei isolati hanno preferito rientrare nelle città d’origine al Centro-Nord, temendo che
rimanere a Bari, dove gli ebrei sono pochi fosse più pericoloso. Tutti questi uomini, ovviamente
con l’eccezione di
Alberto Levi, capo dell’unica famiglia ebrea residente a Bari prima della guerra, hanno
attraversato le linee del fronte tra l’ottobre e il dicembre 1943 Ci sono, poi, a Bari, tra gli iscritti
nella Comunità, altri nomi importanti dell’ebraismo italiano: Sua Eccellenza l’ingegner Mario
Fano, sottosegretario alle Comunicazioni; Sua Eccellenza l’ammiraglio Aldo Ascoli (che nella
prima guerra mondiale ha comandato 11 famoso reggimento San Marco), l’ingegner Guido
Luzzatti; il dottor Giovanni Terracina, procuratore della Commerciale Italiana; il dottor Alfonso
ESCI
Russi dell’omonima società farmaceutica, l’unica nell’Italia centrale. E poi l’ingegner Piero Foàdi
Firenze con il fratello Arnoldo, un giovane attore alle prime armi, con il ruolo di speaker nella
trasmissione Italia combatte di Radio Bari, l’altro attore Cesare Polacco e altri.
Il Salento divenne l’area di maggiore concentrazione degli ex internati ebrei provenienti
soprattutto dai paesi dell’Est europeo che si sistemarono nelle stesse località occupate nei mesi
precedenti dai profughi jugoslavi e albanesi. Secondo i calcoli del ministero degli Esteri, si
erano stabiliti in Italia, in attesa di trasferirsi in Israele, alcune decine di migliaia di ebrei (gran
parte di essi risultava dislocata nel Salento).
Per ospitare la nuova massa di «rifugiati» vennero utilizzate gran parte delle ville classiche
dette delle Cenate, comprese in una vasta area tra Nardò e la costa (le frazioni di Santa
Caterina e Santa Maria al Bagno). In quest’ultima località si costituì un’altra comunità per
l’assistenza ai molti profughi che tentavano di trasferirsi in Palestina. A Santa Maria al Bagno
vennero utilizzate villa Saetta come residenza dei capi dell’emigrazione e villa Personè come
sede della «municipalità» e delle altre attività pubbliche degli ebrei; altre ville, Fonte e Falco,
vennero attrezzate a mensa e a scuola di formazione; mentre sedi dei Kihuz divennero villa
Foscarini e Masseria Mondo Nuovo dove vennero accolti anche molti bambini orfani.
Nelle altre località della penisola salentina, Santa Cesarea Terme, vennero requisiti il palazzo
Corvaglia e altre abitazioni lungo il corso principale per essere adibiti alle attività religiose,
associazionistichee politiche dei profughi. La stessa situazione si determinò a Tricase dove si
reperirono diverse ville signorili di proprietà delle famiglie Ayinone, Codacci Pisanelli, Guerrieri
che hanno fatto si che segni della presenza ebraica nei centri sopra indicati siano visibili un cor
oggi.
Nel corso del XX secolo il flusso migratorio in Puglia non si è praticamente mai arrestato. Il
continuo spostamento, infatti, di individui singoli, di famiglie, di intere comunità ha motivazioni
molto complesse, che sono inerenti alla loro necessità di "fuga" e al bisogno di sentirsi accolti
in un territorio socialmente attivo da questo punto di vista come quello pugliese.
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Accoglienza Oggi
Costruire una società multiculturale e garantire un'accoglienza dignitosa a chi ha deciso di
abbandonare il proprio Paese. E' questo l'impegno preso dall’Italia, in particolare dalla Regione
Puglia nei confronti delle migliaia di persone che ogni anno sbarcano sulle sue coste.
Il fenomeno dello sbarco sulle nostre coste è iniziato nel 1991 quando a Bari, in coincidenza
con la caduta del regime instaurato da Enver Hoxha (capo del governo albanese dal 1946 al
1954 e capo dello Stato e segretario del Partito Comunista Albanese dal 1954 al 1985, anno
della sua morte) approdò la prima nave con a bordo 20.000 albanesi. I problemi di accoglienza
che seguirono furono enormi. Da allora numerosi sbarchi si sono succeduti a Bari, Lecce e
Brindisi. Il culmine è stato raggiunto nel 1999 quando, in seguito alle crisi del Kosovo e del
Kurdistan, sono sbarcate più di 65.000 persone.
Due le misure adottate dalle istituzioni pugliesi per fronteggiare l'emergenza: l'allestimento di
Centri di Accoglienza e l'intensificazione delle attività di controllo sul territorio. In realtà, istituire
Centri di Accoglienza non basta. Un grande impegno è richiesto non solo alle istituzioni, ma a
tutta la società civile. Inoltre occorre esercitare un controllo sul territorio in grado di arginare
fenomeni come la prostituzione e il traffico di armi e di droga, che spesso accompagnano
l'immigrazione.
Nei C.P.T. (Centri di Permanenza Temporanea) vengono avviate la pratiche di accertamento
della loro identità. Questo deve avvenire entro 60 giorni al termine dei quali, quasi sempre,
anche se viene accertata l’identità, vengono rimpatriati.
Coloro invece che, al momento dello sbarco, si dichiarano rifugiati politici, religiosi, etc… (cioè
quelli appartenenti al punto n° 2) vengono avviati nei Centri di Prima accoglienza dove, entro
un mese, devono essere ascoltati dalla Commissione Territoriale. La Commissione Territoriale,
rilascia o meno lo status di rifugiato. A quel punto vengono avviati ai Centri di Seconda
Accoglienza.
Tali Centri, con la legge Bossi-Fini sono diventati Centri per l’Integrazione. Gli ospiti quindi
dovrebbero essere supportati dagli Associazioni, Enti etc…. che li gestiscono per attuare il
processo di integrazione nel territorio Italiano, attraverso corsi di formazione, lingua Italiana,
Informatica, orientamento sociale ed al lavoro.
ESCI
Tutte le azioni e le attività previste nei Centri sono mirate innanzitutto a garantire la continuità
del processo di scolarizzazione dei minori ad attivare occasioni di formazione professionale per
gli adolescenti ed i giovani. La presenza di famiglie numerose e di donne con minori, dove sono
presenti, ha permesso di avviare un lavoro di inserimento scolastico e di elaborare attività
ludico-ricreative per i minori. Il territorio ed in particolare tutto il mondo scolastico, ha risposto
positivamente al bisogno di socializzazione di queste persone.
Durante il periodo di accoglienza nei centri, ai beneficiari sono forniti alcuni servizi che vanno
dall’iscrizione al servizio sanitario nazionale, all’iscrizione a scuola per i minori, dai corsi di
alfabetizzazione per gli adulti, alla diffusione di informazioni legali sulle procedure della
domanda di asilo. Per quanto riguarda l’inserimento nelle scuole pugliesi degli alunni stranieri è
incominciato in ritardo rispetto ad altre regioni italiane, e si è man mano ampliato. La scuola,
quella elementare in particolare, dove ci sono stati inserimenti più massicci, è pronta
all’accoglienza, per cui i docenti che hanno cominciato a vedere le loro classi arricchirsi di nomi
e colori inusuali, hanno accettato la novità senza problemi ed hanno continuato serenamente il
loro lavoro. I problemi sono sorti in seguito, quando le presenze, diventate più consistenti,
hanno costretto a riflettere sulla necessità che l’impostazione pedagogico-didattica fosse rivista
e modificata: gli alunni “diversi” non potevano essere considerati come gli altri, dovevano
diventare una risorsa culturale che allargasse gli orizzonti del lavoro scolastico.
Questo passo in avanti è stato più difficile da realizzare. Pur non mancando di rispetto
all’alunno nella sua specificità , non tutti i docenti sono ancora consapevoli della possibilità di
arricchimento che può portare un alunno straniero nella classe. Il minore ha comunque diritto
all’istruzione anche nel caso di “irregolarità”, quindi i minori appartenenti a famiglie non in
regola con il permesso di soggiorno, sono tenuti all’obbligo scolastico come qualsiasi minore
italiano. La scuola diventa luogo di accoglienza, d’incontro - confronto - scambio fra culture con
un carico di responsabilità notevole dovute ad una accoglienza ed integrazione, nel rispetto e
nella valorizzazione della lingua e della cultura di origine; alla promozione di una cultura del
dialogo e della reciprocità mediante percorsi educativi che coinvolgano tutti gli alunni italiani e
non, in una formazione che proceda alla consapevolezza di sé all’accoglienza dell’altro,
ESCI
all’acquisizione di un’identità multipla che superi gli angusti confini etnocentrici per lasciarsi
contaminare da altre culture.
I progetti per il futuro sono diversi a Bari e Brindisi sono già stati istituiti sportelli gestiti dal
Consiglio Italiano per i Rifugiati, impegnati a dare le prime informazioni a chi sbarca. Altra
iniziativa, nata in collaborazione con il ministero dell'Interno e il ministero dell'Economia, è il
progetto Welcome, il cui obiettivo è fornire assistenza agli immigrati che cercano casa e lavoro
o necessitano di prestazioni sanitarie.
Inoltre, nei comuni della provincia di Bari con più di 50.000 abitanti - prosegue - è prossima la
firma di una convenzione che intende rafforzare l'integrazione fra immigrati e cittadini locali. A
breve, è previsto anche un incontro tra i quattro prefetti delle province pugliesi e il Comitato
Regionale per le Pari Opportunità, durante il quale si metterà a punto un progetto di recupero
rivolto alle donne costrette a prostituirsi.
Gli sbarchi e l’accoglienza nel territorio di Lecce
I dati per leggere il femomeno
Nel 2000 erano stati 13.793 i rintracci effettuati dalla questura di Lecce; l’anno successivo il
dato si è dimezzato e così nel 2002 (ultimo anno di rilevazione) quando gli immigrati non in
regola rintracciati sul territorio di Lecce sono stati poco più di tremila. In assenza di elementi
che facciano presumere un allentamento dei controlli delle coste e del territorio da parte delle
forze dell’ordine, si presume che l’andamento dei rintracci rappresenti una stima ragionevole
dell’andamento negli ultimi anni del fenomeno dell’ingresso di immigrati non in regola. Già la
prima lettura dei dati permette di considerare un ridimensionamento del peso del territorio di
Lecce come terra di approdo per i flussi di immigrazione. Al riguardo è possibile fare alcune
ipotesi. Una prima ha a che fare con la fine di emergenze politiche che nel corso degli anni ’90
hanno visto Lecce e le sue coste il principale luogo di approdo di popolazione proveniente dai
Balcani e dall’Albania. In secondo luogo – come mettono in evidenza gli inquirenti – il governo
albanese avrebbe condotto proprio a partire dalla primavera del 2002 – quando è possibile
notare una netta riduzione dei rintracci – una efficace politica di contrasto, bruciando nel porto
di Valona un gran numero di gommoni appartenenti ai trafficanti di uomini.
ESCI
Tab. 1 - Clandestini rintracciati in provincia di Lecce per mese (2001-2002-2003) e variazioni
percentuali
2000
2001
2002
Var. %
2000-2002
Gennaio 1.128
886
918
-18,6
Febbraio 693
754
633
-8,7
Marzo
473
563
190
-59,8
Aprile
1.098
974
185
-83,2
Maggio
1.604
426
343
-78,6
Giugno
1.567
540
246
-84,3
Luglio
1.226
459
156
-87,3
Agosto
854
364
343
-59,8
settembre 1.226
640
10
-99,2
Ottobre 1.942
397
19
-99,0
novembre 1.091
402
15
-98,6
dicembre 891
297
9
-99,0
Totale
13.793
6.702
Fonte: Procura della Repubblica di Lecce
ESCI
3.067
-77,8
Secondo gli inquirenti, e come emerge dall’analisi dei dati, se in generale la consistenza del
fenomeno è data soprattutto dai flussi di immigrati provenienti dall’Albania, che in virtù della
vicinanza hanno tradizionalmente scelto il territorio di Lecce come luogo d’approdo, rimane
comunque significativo il flusso di curdi (che comunque interessa in misura di gran lunga
maggiore le coste calabresi). Questo secondo tipo di flusso presenta delle caratteristiche
specifiche. Mentre nel caso degli albanesi vengono utilizzate piccole imbarcazioni come i
gommoni, nel caso dei curdi si utilizzano le cosiddette “carrette del mare”, ossia navi in
precario stato e destinate alla demolizione che affrontano l’ultimo viaggio della loro carriera
stipate di gente che fugge. Nel corso degli ultimi cinque anni sono state 12 le navi mandate alla
deriva, che hanno trasportato complessivamente più di 4 mila persone provenienti dai vari
territori di diffusione dell’etnia curda. In questo caso la via prevalentemente utilizzata è stata
quella della Turchia, anche se – come emerge dalle ultime inchieste – pare che qualche cosa
sia cambiato nell’ultimo periodo, coinvolgendo, nella geografia del flusso, le coste greche.
Inoltre, mentre il fenomeno albanese sembrerebbe essere prevalentemente gestito da
organizzazioni criminali impropriamente chiamate mafiose, nella gestione di quello curdo è
rilevabile – sempre secondo le valutazioni degli inquirenti – la partecipazione di organizzazioni
politiche turhe (per esempio i partiti clandestini).
ESCI
Tab. 2 - Distribuzione percentuale delle persone
rintracciate sul territorio della Provincia di Lecce per
l'anno 2002, per nazionalità
Totale
di cui
di cui
di cui
Uomini
donne
Minori
Afghanistan
1,7
96,2
1,9
1,9
Albania
30,4
77,1
7,2
15,7
Bulgaria
1,5
60,9
26,1
13,0
Cina
0,5
87,5
12,5
0,0
Iran
0,6
88,2
5,9
5,9
Iraq
45,7
94,2
1,3
4,5
Pakistan
1,5
100,0
0,0
0,0
Palestina
1,8
98,2
1,8
0,0
Turchia
13,5
74,3
7,6
18,1
Altri
2,8
Totale
100,0
85,5
4,7
9,8
ESCI
4. La costruzione dell’accoglienza
La storia degli sbarchi nel territorio di Lecce e, quindi, dell’accoglienza, è anche la storia di un
continuo adattamento ad una situazione iniziale in cui tutto era affidato all’organizzazione dei
singoli. Si è trattato di un processo lento e per nulla scontato che, se da un lato ha messo in
luce la buona volontà dei singoli, dall’altro ha anche rivelato contraddizioni e disfunzioni,
soprattutto nel rapporto con le istituzioni e con la politica. Su questi elementi critici si innesta
poi una campagna sociale e politica di crescente intolleranza nei confronti delle strutture di
accoglienza degli immigrati paragonati – con alcune campagne di stampa – a veri e propri
lager. Tutto ciò non soltanto mette in discussione un particolare modello di accoglienza, ma fa
crescere anche il malcontento tra gli operatori che denunciano un clima di sfiducia nei loro
confronti e di attacco al loro lavoro.
Prima fase: la gestione della “normalità della disperazione”
Le coste della provincia di Lecce, ed in particolare la spiaggia della cittadina di Otranto, data la
vicinanza con l’Albania, sono luoghi tradizionalmente prediletti per gli sbarchi di persone
provenienti dai paesi balcanici e da gran parte delle zone di crisi di tutto il continente asiatico.
Fino a circa la metà degli anni ’90 il fenomeno degli sbarchi rientrava in una sorta di gestione
della normalità della disperazione, che si consumava tra l’indifferenza dei mezzi di
comunicazione e dell’opinione pubblica italiana. Si trattava, prevalentemente, di piccole
imbarcazioni che trasportavano gruppi di albanesi, curdi, afgani e, sempre più spesso indiani e
cingalesi che sfuggivano alle persecuzioni o a situazioni di povertà. Tuttavia, gli sbarchi erano
continui e ponevano problemi di gestione quotidiana al territorio. Quanti allora hanno potuto
seguire le vicende parlano di periodi in cui ogni notte sbarcavano trenta o quaranta persone.
ESCI
Le istituzioni locali trascuravano il fenomeno o si appoggiavano completamente ad una rete di
organizzazioni del volontariato, parrocchie e gente comune che, alla buona e contando sulla
volontà dei singoli, davano un primissimo soccorso agli sbarcati e cercavano una sistemazione
presso le famiglie del luogo, tra Otranto e Lecce. Si trattava, quindi, di un intervento quanto
mai disorganizzato e spesso la buona volontà non era sufficiente gestire una situazione
drammatica. Un operatore intervistato ha detto: <<allora si gestiva l’accoglienza senza avere i
requisiti per farlo>>. Questo era soprattutto vero nel caso di quanti venivano nel nostro paese
sfuggendo da situazioni di persecuzione etnica, personale, o che sfuggivano da teatri di guerra.
Si percepiva il fatto che queste persone necessitavano, dopo un primo pasto e dopo un letto, di
servizi di assistenza attuati da professionisti, in grado di prendersi carico delle condizioni di
salute, psicologiche o delle esigenze di tipo legale.
Seconda fase: le emergenze albanesi, dalle piramidi finanziarie alla crisi del Kosovo
Le vicende interne dell’Albania dalla seconda metà degli anni ’90 in poi sono state decisive nella
trasformazione del fenomeno, facendolo entrare nella sua fase emergenziale, da un lato
creando situazioni che hanno incrementato il numero degli sbarchi e, dall’altro,
impressionando l’opinione pubblica italiana con il “pericolo profughi”. Inoltre, cominciavano ad
emergere degli elementi che rendevano ancora più preoccupante il fenomeno. Secondo gli
inquirenti, infatti, gli scafisti utilizzavano i gommoni per introdurre in Italia sostanze
stupefacenti. In altri casi queste sostanze erano direttamente messe in vendita dagli immigrati
che tentavano, in questo modo, di pagare almeno una parte del costo del viaggio, - sempre
secondo quanto è dato apprendere dalle testimonianze degli inquirenti.
Il primo momento di crisi è stato segnato dal cosiddetto “scandalo delle Piramidi finanziarie”.
Nel 1997 in Albania sono venuti al pettine i nodi di un’economia costruita sul nulla e con la
forte intromissione delle mafie internazionali. Una sommossa armata, fomentata sulla pelle di
gente disperata, determinò la caduta del governo di Sali Berisha e una spinta per molti ad
abbandonare il paese.
A partire dal 1998, si sono aggiunti i fatti del Kosovo, che hanno creato un’ulteriore spinta per
molti ad abbandonare terre ormai teatro di guerre e di persecuzione. E’ questo l’anno della
massima intensità del fenomeno, quando i rintracci sulle coste leccesi superavano le 26 mila
unità (dato Procura di Lecce).
ESCI
Di fronte a questi fatti, l’Italia ha reagito in maniera dura e ottusa al contempo, cercando di
arginare l’emergenza a Valona, sull’onda di emotività dell’opinione pubblica italiana. Furono
istituiti presidi militari e mandate navi sulle coste albanesi e il risultato fu la verifica della totale
inadeguatezza di questi strumenti a contenere il fenomeno.
Secondo alcuni operatori dell’accoglienza, sarebbe servita allora, da parte delle istituzioni
italiane ed europee, la capacità di programmare e gestire i flussi, criteri la cui assenza ha
determinato un ulteriore rafforzamento delle reti criminali. Queste, infatti, per decine di migliaia
di disperati rappresentavano l’unica speranza per sfuggire al dramma di quelle terre.
Per la provincia di Lecce il periodo dell’emergenza profughi è stato un momento fondamentale,
nel quale si è passati da un modello di accoglienza semispontanea ad una sua organizzazione.
Il Ministero degli interni si è attivato con la Prefettura perché facesse da stimolo a questo
processo, investendo le organizzazioni del volontariato, sia laiche sia religiose. Il periodo
dell’emergenza coincide, quindi, con la nascita dei centri di accoglienza, dapprima il Regina
Pacis, di proprietà della Curia vescovile e gestito dalla Caritas Diocesana, quindi del Centro
Lorizzonte a pochi chilometri da Lecce, dove il CTM stava realizzando una struttura per il
recupero dei tossicodipendenti e di altre categorie di svantaggiati - progetto immediatamente
convertito su proposta della Prefettura. Inoltre è sorto nel Comune di Otranto il centro di
accoglienza Don Tonino Bello per prestare un primissimo soccorso prima che gli immigrati
vengano destinati ad uno dei due centri.
ESCI
L’attenuazione del fenomeno
La fase attuale è caratterizzata da un’attenuazione del fenomeno degli sbarchi. Bisogna tuttavia
segnalare che uno sbarco di una certa rilevanza è avvenuto il 24 agosto del 2002, quando su
una motonave di circa 20 metri (senza denominazione e bandiera) è stata rintracciata a Santa
Maria di Leuca con a bordo 203 curdi. Un più recente fatto è avvenuto – con modalità anomale
secondo gli inquirenti – il 20 gennaio scorso, quando un gommone denominato Sakis è
naufragato ed è stato soccorso da un mercantile russo: a bordo sei persone di nazionalità
curda con sei cadaveri; facevano parte di un equipaggio di 35 persone partite dalla turchia con
una nave e trasportate sul gommone in Grecia. Il resto dell’equipaggio è andato disperso.
Lo spostamento degli sbarchi in altre zone del Sud d’Italia può essere fatto risalire, ad una
sommaria ricostruzione, a logiche interne alle organizzazioni mafiose e al differente livello di
protezione delle coste da parte delle autorità preposte al controllo, ma gli osservatori privilegiati
non sono concordi su questo. In particolare quanti mettono in evidenza le condizioni strutturali
connesse alla fine delle emergenze temono anche che questa attenuazione non sia un processo
irreversibile e che il fenomeno degli approdi possa riprendere con una intensità ancora
sconosciuta in seguito alle vicende in atto in Iraq.
La presenza di strutture organizzative nate durante la fase dell’emergenza, e la possibilità di
gestire una serie di risorse finanziarie messe a disposizione a livello europeo e a livello statale
hanno consolidato le strutture dell’accoglienza, così come anche di interessi, certamente
legittimi, tutti interni alla sopravvivenza degli enti e delle organizzazioni che fanno accoglienza.
Questo fenomeno ha un aspetto di positività, in quanto garantisce e istituzionalizza i criteri di
accoglienza; non sono tuttavia da sottovalutare alcuni effetti perversi che possono generarsi
intorno ad una logica dell’economia dell’accoglienza, laddove più soggetti competono per
ottenere lo stesso finanziamento e questo a scapito della gestione integrata e della
valorizzazione delle competenze di ciascun attore. Il rischio, tutt’altro che taciuto dagli stessi
operatori dell’accoglienza, è quello di disperdere capacità progettuali e di gestione, con la
possibilità – peraltro già in atto – di creare delle cesure tra gruppi e organizzazioni differenti
che poi vengono assorbite dal conflitto politico particolarmente vivo sul territorio di Lecce.
ESCI
In particolare sarebbe viva una continua polemica tra quanti operano congiuntamente alla
Amministrazione provinciale, espressione del centrosinistra, e quanti operano, invece, più vicino
all’Amministrazione comunale, espressione del centrodestra.
Considerando le trasformazioni in corso della legge sull’accoglienza, Lecce, proprio in virtù della
presenza di strutture rilevanti, si candida ad essere una zona in cui verranno concentrati gli
immigrati sbarcati nelle altre coste. Quindi l’attenuazione del fenomeno degli sbarchi
difficilmente andrà a determinare un ridimensionamento delle politiche di accoglienza sul
territorio. Secondo osservatori privilegiati, alcune tra le strutture più significative saranno
potenziate, mentre saranno chiusi i centri pugliesi di più piccole dimensioni. In tutta la Puglia
rimarrebbero, quindi, tre grandi strutture compresa una nei pressi di Foggia. Ma si tratta –
bisogna sottolineare – soltanto di ipotesi raccolte tra gli operatori durante la fase di ricerca sul
campo.
La trasformazione è tutt’altro che indolore e prevede delle precise scelte di campo in funzione
del modello di accoglienza che ci si prefigge di erogare. Alcuni operatori, di differente
estrazione ideologica e con differenti sensibilità rispetto al concetto di accoglienza,
stigmatizzano alcuni problemi a cui probabilmente si andrà incontro e che sono di difficile
soluzione. In primo luogo i centri di prima accoglienza, trasformati in centri di identificazione,
potrebbero divenire delle mere strutture di ordine pubblico, dove comunque sarà necessario
fornire un’assistenza di tipo civile e sociale (complementare e aggiuntiva rispetto a quella
militare) e garanzie perché in questi luoghi vengano rispettati i diritti di tutti. Allo stesso tempo,
tuttavia, questa trasformazione – che tenderebbe comunque a far confluire in strutture sempre
più grosse un numero sempre più elevato di ospiti immigrati – porrà problemi di ordine
pubblico ancora più urgenti. In particolare, con la prevista riduzione dei tempi per l’ottenimento
o il rigetto della richiesta di asilo, si aprirà – secondo alcuni testimoni privilegiati – il problema
di gestire la fase di comunicazione degli esiti del lavoro delle commissioni territoriali. Come
risponderà la massa di richiedenti che potrebbe vedere congiuntamente respinta la richiesta di
asilo? Come saranno gestite eventuali sommosse? E da chi?
Queste considerazioni, insieme ad altre, devono fare riflettere sugli svantaggi connessi alla
gestione di grossi centri dove viene accalcata una umanità eteregonea fatta di disperazione e
pronta a scoppiare quando le speranza – spesso costata risorse ingenti a chi è partito – viene
rotta. Nel mondo associativo leccese questo dibattito è particolarmente vivo e c’è chi auspica
addirittura un passo indietro del volontariato rispetto a queste logiche.
ESCI
5. Descrizione dell’offerta di accoglienza
Il tessuto dell’accoglienza nella provincia di Lecce consiste sia di centri di prima accoglienza sia
di centri di seconda accoglienza; questi ultimi sono quelli previsti dal Programma Nazionale
Asilo (PNA). Inoltre non mancano tentativi delle istituzioni di allargare il concetto
dell’accoglienza a forme di intervento che prevedono la permanenza e la valorizzazione delle
esperienze dei richiedenti asilo e degli immigrati in genere, attivando una serie di attività di
progettazione.
A parte qualche elemento di eccellenza che ad una prima indagine sembrerebbe caratterizzare
il sistema dell’accoglienza nell’area, è sin d’ora possibile evidenziare due momenti critici: una
certa litigiosità che caratterizza i soggetti preposti ad offrire questo servizio, riconducibile ad
una matrice di appartenenza politica, e la caratteristica – tipica di molte situazioni in cui il
volontariato è preminente – di fondarsi essenzialmente sulla presenza e la volontà di individui
singoli, che non dà sufficienti garanzie sulla continuità dell’azione.
La “primissima” accoglienza
Una fase preliminare all’accoglienza vera e propria avviene nella località di concentramento più
prossima alle zone di sbarco. Nella città di Otranto esiste un presidio della Capitaneria di Porto
ed una struttura, il Don Tonino Bello, gestita dal Comune che si avvale del contributo di
associazioni del volontariato cattolico. Non è possibile parlare di vera e propria accoglienza dato
che quanti sono appena sbarcati vi vengono concentrati per tre o quattro ore, ossia per il
tempo necessario ad una prima identificazione. Qui avviene una prima selezione tra quanti
vengono destinati all’espulsione come clandestini e quanti, invece, richiedono asilo politico
oppure vengono riconosciuti provenienti da paesi per i quali è previsto l’aiuto umanitario. Il
Comune di Otranto provvede a coprire i costi compresi quelli di prima assistenza. La Caritas e
la associazione Agimi, utilizzando l’attività dei volontari, forniscono materialmente la prima
assistenza.
ESCI
L’associazione Agimi, che ha sede nei pressi di Maglie, si caratterizza per essere
un’associazione del volontariato europeo operante nell’ambito del programma europeo di
volontariato (si tratta di un network di associazioni tra quelle che forniscono e quelle che
ricevono volontari). Al momento della visita vi erano due volontarie provenienti dalla Germania
che avevano il compito di prestare servizio proprio al Centro Don Tonino Bello. Oltre al classico
servizio connesso all’assistenza queste volontarie avevano il compito di registrare giorno per
giorno quello che accade al centro quando vengono portate delle persone straniere per la
prima assistenza e l’identificazione (che avviene a cura delle forze dell’ordine). Gli animatori
dell’associazione spiegano che la loro funzione va oltre la mera attività di assistenza e deve
essere altresì intesa come orientata a garantire la presenza di osservatori civili durante le
operazioni di identificazione.
Ai tempi delle emergenze degli sbarchi l’attività del Centro Don Tonino Bello era
particolarmente importante, in quanto da qui gli stranieri venivano mandati presso l’uno o
l’altro dei centri e in qualche misura se ne segnava il destino.
Le sorti del Don Tonino Bello sono incerte. La ristrutturazione dell’accoglienza, che avverrà con
il varo dei regolamenti connessi al conseguimento dello status di profugo, porteranno, secondo
l’opinione di alcuni tra gli osservatori privilegiati, ad una sua chiusura, anche se altri ritengono
possa diventare un altro centro di identificazione.
ESCI
La prima accoglienza ai richiedenti asilo
Il Centro di prima accoglienza Lorizzonte[1] è situato nel comune di Casalabate, a circa dieci
chilometri a Nord di Lecce. Sorge in un’area rurale contornata da uliveti in una masseria
nominata “la Badessa” di proprietà della Provincia di Lecce.
L’ente gestore dei servizi di accoglienza è l’associazione CTM, che si occupa di interventi di
aiuto nelle aree svantaggiate, attraverso programmi di cooperazione internazionale e al servizio
delle persone in difficoltà. Dal 1985 opera come ONG ed ONLUS ed ha progetti aperti in
Albania, Libano, Repubblica Dominicana ed Ecuador. Un altro settore si occupa di Commercio
equo e solidale.
Forte dell’esperienza nel campo dell’aiuto umanitario e del volontariato, il CTM ha stipulato una
convenzione con la Provincia di Lecce la quale ha ceduto in comodato la struttura per circa
venti anni a titolo gratuito; le spese di adeguamento dei locali sono state a carico
dell’associazione, almeno nella fase iniziale del progetto, mentre ora tutti gli interventi vengono
coperti dalla Prefettura.
Dal luglio ’98 alla data di rilevazione, sono transitati da Lorizzonte 24.876 immigrati, il 22 per
cento di questi sono minorenni e il 22,3 per cento donne.
[1] La ricerca sul campo è stata conclusa nel febbraio 2003, in data precedente alle vicende che hanno
portato alla chiusura del centro orizzonte. Durante le visite erano in corso le trattative per la stipula di una
nuova convenzione.
ESCI
ESCI
Tab. 3 - Totale ospiti de Lorizzonte dal luglio 1998 al
febbraio 2003, per nazionalità, V. A. e V.%
V.A.
%
Kosovo
7.533
30,3
Iraq
6.771
27,2
Turchia
4.552
18,3
Pakistan
595
2,4
Sri Lanka
508
2,0
Afghanistan
418
1,7
Marocco
393
1,6
Egitto
387
1,6
Montenegro
358
1,4
Liberia
337
1,4
Cina
321
1,3
Bangladesh
320
1,3
Kashmir
258
1,0
India
248
1,0
Sudan
236
0,9
Serbia
220
0,9
Palestina
179
0,7
Albania
140
0,6
Iugoslavia
113
0,5
Tunisia
97
0,4
Macedonia
92
0,4
Nigeria
88
0,4
Algeria
75
0,3
Iran
66
0,3
Sierra Leone
64
0,3
Romania
56
0,2
Bulgaria
47
0,2
Moldavia
46
0,2
Siria
33
0,1
Guinea Bissau
31
0,1
Eritrea
29
0,1
Ucraina
28
0,1
Senegal
21
0,1
Congo
21
0,1
Ghana
19
0,1
Somalia
16
0,1
Libano
13
0,1
Altro
147
0,6
Totale
24.876
100,0
Fonte: Lorizzonte
Nonostante gli ospiti non siano costituiti soltanto da persone sbarcate sulle coste salentine, si
può notare che il dato storico risente fortemente di flussi che tradizionalmente hanno utilizzato
la rotta che dall’Albania e dalla Turchia arriva fino alle coste salentine. La gran parte di essi è
venuta, infatti, dal Kosovo, in particolare durante il periodo del conflitto delle forze Nato con la
Serbia, in misura appena inferiore dall’Iraq e dallaTurchia.
Tab. 4 - Totale ospiti de Lorizzonte dal luglio 1998 al febbraio 2003,
sesso, V.A. e V.%
Donne
%
Uomini
%
Totale
Maggiorenni 3.263
58,9
16.105
83,4
19.368
Minorenni
2.274
41,1
3.196
16,6
5.470
Totale
%
77,9
22,1
100,0
19.301
100,0
24.838 100,0
(22,3)
(77,7)
(100,0)
Fonte: Lorizzonte – la differenza con la precedente tabella è da ricondurre al
differente giorno di rilevazione del dato
ESCI
5.537
per
La forte presenza di maschi adulti, nel corso degli anni di attività del Centro, riflette le
caratteristiche del fenomeno migratorio degli ultimi anni che, a differenza che in altre epoche, è
poco caratterizzato dalla presenza di interi nuclei familiari. Questi hanno comunque
rappresentato una quota minoritaria, ma significativa, durante i periodi di fuga da situazioni di
conflitto o di crisi (Kosovo, Iraq).
Al momento della visita al centro vi erano 111 ospiti (tab. 5); questi erano in prevalenza uomini
di maggiore età (quasi il 95 per cento) e in misura mariginale erano presenti donne e minori.
Considerando il paese di origine, vi è la netta prevalenza di persone che hanno dichiarato
provenienza dall’Iraq e che sono resumibilmente in gran parte di etnia curda. Per la gran parte
erano stati rintracciati nei pressi di Altamura, alla stazione dopo dove si erano recati dopo
essere sbarcati sulla costa salentina; un altro gruppo consistente proveniva o dal CPT Regina
Pacis; in altri casi si era trattato di persone presentatesi spontaneamente in Questura per fare
richiesta di asilo. Un ultimo gruppo era invece stato intercettato a Catania, e trasferito a
Lorizzonte dove erano in corso le operazioni di identificazione con la somministrazione del
questionario da parte del personale della Questura, coadiuvati da interpreti ufficiali.
ESCI
Tab. 5 - Ospiti del Centro di Accoglienza Lorizzonte presenti il giorno
11/02/2003
Donne
Uomini
Donne
Uomini
maggiorenni
maggiorenni
minorenni minorenni
Afghanistan
2
Albania
3
Bangladesh
4
Camerun
1
Costa
2
D'Avorio
Eritrea
1
Ghana
1
4
India
1
Iraq
61
6
Marocco
1
Nigeria
6
1
Pakistan
1
Palestina
1
9
Serbia
1
Sierra Leone
1
Siria
1
Turchia
3
Totale
11
94
6
ESCI
Totale
2
3
4
1
2
1
5
1
67
1
7
1
10
1
1
1
3
111
L’ente di gestione si occupa essenzialmente dei servizi di accoglienza, ossia fornire vitto,
alloggio e vestiario agli ospiti per il periodo di permanenza. Per questi servizi utilizza una
somma messa a disposizione delle Stato sulla base del numero degli ospiti presenti, pari a circa
18 euro giornalieri corrisposti per tutta la permanenza nel centro. Questa permanenza si
protrae per circa un mese, il tempo necessario all’ottenimento di un permesso di soggiorno
temporaneo.
Il direttore del Centro denuncia che la cifra è esigua per affrontare tutte le spese necessarie al
mantenimento. Questo spinge non soltanto ad utilizzare risorse messe a disposizione dal CTM,
ma anche ad attivare reti di solidarietà per procurare, per esempio, gli indumenti, con
specifiche richieste non soltanto alle famiglie della zona ma anche a ditte produttrici. Una
curiosità: l’economia della solidarietà provoca le sue impreviste discriminazioni; risulta, infatti,
relativamente facile trovare indumenti per l’infanzia dato che i bambini crescono, e i vestiti si
accumulano nelle famiglie che sono ben disposte a darli in beneficenza. Sembra invece che
una delle urgenze che tiene impegnata quotidianamente l’amministrazione sia il reperimento di
pantaloni e di scarpe per adulti. Per ovviare al problema si fa ricorso all’acquisto presso aziende
disposte a fare consistenti sconti per motivi umanitari. Durante il colloquio il direttore ha avuto
degli scambi telefonici con una ditta settentrionale produttrice di vestiario disposta a svendere
una parte del suo magazzino.
Il Centro dispone di circa 500 posti letto divisi in camere in grado di ospitare fino a 10 persone
ciascuna. La capacità può essere allargata fino ad arrivare a circa mille unità per fronteggiare
periodi di emergenza. Ma in questo caso le condizioni di vivibilità possono superare i limiti di
sopportabilità.
All’interno operano un direttore ed un responsabile dell’amministrazione. Si tratta delle persone
più motivate e attente alle sorti future di questo centro. Hanno alle spalle esperienze condotte
nella vita associativa e di assistenza alle categorie più deboli, Per esempio, con
tossicodipendenti e malati mentali. La possibilità di lavorare per il CTM all’interno de Lorizzonte
ha rappresentato una possibilità di dare stabilità e continuatività all’impegno sociale, senza che
tuttavia questo abbia comportato burocratizzazione delle attività. La presenza di operatori
motivati permette di affrontare le difficoltà che di volta in volta si presentano nella gestione del
campo. Questo comporta, per esempio, capacità e freddezza nella gestione dei rapporti tra i
differenti gruppi ospitati. In particolare quando il numero degli ospiti è elevato è possibile che
scoppino conflitti anche per le cose più futili.
ESCI
Questi momenti spesso vengono gestiti in maniera problematica dalle forze dell’ordine, che non
sempre sono sufficientemente preparate a trattare con chi è una situazione di sostanziale
internamento in attesa di ottenere il permesso di soggiorno temporaneo. Gli operatori devono,
quindi, mettere in pratica le loro capacità di mediazione per fare che la situazione non
degeneri.
Nei limiti del possibile proprio quelli più motivati tentano di stabilire legami solidi con chi viene
portato nel centro. Le storie che raccontano hanno per protagonisti richiedenti asilo in carne ed
ossa, con il loro problemi (per esempio le loro ansie o i problemi più concreti di una malattia).
Nondimeno questa loro tensione è sostanzialmente mortificata da elementi che definiscono
‘strutturali’, come per esempio il fatto che, una volta ottenuto il permesso di soggiorno, è
difficile seguire i richiedenti asilo. Questo, tra l’altro, comporta che molti non si presentino
dinnanzi alla Commissione centrale, o che questa semplicemente non riesca a comunicare loro
la data dell’audizione. In secondo luogo, la gestione del campo ha a che fare continuamente
con emergenze materiali che impegnano la gran parte della giornata e delle risorse: ricerca di
beni e prodotti da impiegare per l’assistenza primaria, gestione dei conflitti, rapporti con le
istituzioni. Nel periodo di rilevazione si è aggiunta l’amarezza di questi operatori per la sorte del
campo, a causa delle trasformazioni in atto a livello legislativo che aprono incertezze su chi e
su come dovrà essere gestito. Il rischio, dicono, è quello di disperdere improvvisamente il
prodotto di un lavoro complesso e faticoso che, tra mille problemi, si è protratto nel corso degli
ultimi anni.
La presenza di due mediatori culturali, uno di origine albanese e uno di origine marocchina,
garantisce la possibilità di superare, almeno in parte, la barriera della lingua. Il mediatore
marocchino è figlio di un commerciante che si è trasferito molti anni fa in Italia. Ha acquisito
nel nostro paese un diploma professionale come elettricista, dopodiché ha frequentato un corso
per mediatori culturali, e da tre anni lavora nel centro.
Queste figure hanno un contratto a tempo determinato con CTM, e la necessità di trascorrere
gran parte della giornata con le persone che stanno nel Centro – spesso ben oltre le otto ore
previste dal contratto – le rende attenti alla sorte degli ospiti.
ESCI
Nel corso dei colloqui,viene indicato che per migliorare la condizione degli ospiti sarebbe bello
poterli fare uscire, “ma ci sono problemi con le forze dell’ordine”.
Per i servizi mensa, spaccio e pulizie si utilizzano persone provenienti da altre esperienze
lavorative, spesso precarie, che si accontentano di contratti di breve durata. Per il servizio
pulizie operano due o tre persone. Vi è poi un responsabile dello spaccio assunto con modalità
analoghe anche se ha compiti di responsabilità nella gestione del magazzino. In ogni caso si
rileva che gli operatori dei servizi di base generalmente conducono le loro attività in
isolamento, senza contatti con gli ospiti se non quelli formali connessi alla mansione. In
generale, non riescono e non sono interessati ad intrecciare relazioni con persone di cui
ignorano sostanzialmente i problemi. Sopra tutte le difficoltà opera, per di più, la barriera
linguistica. Mansioni di questo tipo sono solo apparentemente quelle più umili e prive di
contenuto relazionale. Proprio la gestione delle esigenze personali più semplici, agli occhi di
persone che fuggono da situazioni di disperazione, assume un significato di capitale
importanza. Da questa considerazione potrebbe conseguire l’obiettivo di agevolare il contatto
tra gli addetti alle mansioni di base e gli ospiti del centro, in modo da riempire di contenuti
umani questi servizi.
Separato dall’ente di gestione, ma operante all’interno della stessa struttura, vi è un servizio
sanitario fornito dall’ASL che funziona ventiquattro ore al giorno. Le attività di questo servizio
sono garantite da cinque medici e otto paramedici. Al momento di svolgimento dell’indagine,
questo è l’unico centro di prima accoglienza in Italia ad offrire un sistema così continuativo.
Recentemente la persona che ha animato il centro sanitario è andata via; il progetto
assistenziale prosegue secondo le medesime linee date dal regolamento, anche se
sembrerebbe mancare una persona in grado di progettare ulteriori sviluppi per questo servizio
e per motivare i colleghi.
ESCI
L’orizzonte offre anche assistenza legale usufruendo sia di volontari del CTM sia degli avvocati
messi a disposizione dal CIR, che sono presenti circa due volte la settimana.
A garantire l’ordine esiste un nucleo composto di sei agenti della guardia di finanza. Durante le
visite effettuate a più riprese nel Centro, ho assistito un paio di volte al loro intervento per
imporre il silenzio ovvero per riportare l’ordine nel piccole situazioni di conflitto, usuali quando
si concentrano in un unico posto persone diverse, accomunate soltanto da una miscela di
speranza e di paura per quello che accadrà. Il rapporto tra gli operatori civili e le forze
dell’ordine è piuttosto complesso: se in alcuni casi si nota una totale fiducia, soprattutto con gli
operatori di polizia più anziani ed esperti, si denunciano rapporti tesi con il personale di polizia
più giovane e inesperto. Nei momenti di tensione tra le forze dell’ordine e gli ospiti, gli
operatori civili si adoperano da intermediatori perché la situazione non degeneri (come mi è
capitato di constatare direttamente).
Dai colloqui effettuati vi è, in generale, la coscienza di operare bene rispetto alle condizioni
date e, soprattutto, di offrire un servizio migliore rispetto a quello offerto dalle altre realtà
dell’accoglienza in Italia. Tuttavia, essi stessi imputano questo relativo vantaggio
semplicemente alla fine della situazione di emergenza che caratterizzava la provincia leccese
negli anni precedenti. Si ritroverebbero, infatti, a gestire una situazione decisamente più
tranquilla e avendo capitalizzato l’esperienza maturata in precedenza.
Un tempo, gli alloggi venivano assegnati sulla base della disponibilità immediata e, seguendo
un semplice criterio temporale, veniva a ciascuno assegnata una stanza; il criterio teneva conto
delle differenze di nazionalità ma soltanto a livello superficiale. Oggi – dicono – si preferisce
fare in modo che ciascuno scelga e costituisca (o ricostituisca) il proprio gruppo. Inoltre, nel
caso dei nuclei familiari si farebbe di tutto perché questi godano di privacy. Bisogna tuttavia
segnalare che ciò non sempre è possibile e che il sistema viene messo seriamente in crisi
quando le persone accolte superano un certo numero, cosa che succede anche oggi durante i
frequenti trasferimenti da altri campi di accoglienza, pur senza raggiungere i numeri
dell’emergenza.
ESCI
Anche se quelli chi viene portato nel Centro formalmente non è in uno stato di detenzione, di
fatto, non può uscirne. Gli operatori spiegano che, non disponendo essi di alcun documento, li
si sconsiglia di uscire, mettendo in guardia dai rischi, in termini di perdita di status e dei pochi
diritti acquisiti. In ogni caso, ho avuto modo di constatare come la struttura del Centro e la
presenza costante delle forze dell’ordine siano di fatto elementi ali da scoraggiare qualsiasi
tentativo di uscire. Questo oggettivo stato di isolamento rende difficile, se non impossibile,
programmare attività orientate all’inserimento dei richiedenti asilo nel territorio, almeno a
questo stadio dell’accoglienza.
Per di più, al momento della ricerca, è in corso la trasformazione dei centri dalla prima
accoglienza alla identificazione. Il CTM spera che essi non vengano trasformati in luoghi
completamente gestiti dalle forze dell’ordine. Gli operatori civili, in particolare sulla base di una
solida esperienza maturata nel corso degli anni della gestione de Lorizzonte, rivendicano l’utilità
del loro contributo. Il CTM è impegnato in un confronto con l’Ente provinciale per il rinnovo
della convenzione.
ESCI
L’assistenza legale
Il CIR è presente nell’area con tre avvocati. Si tratta di persone di giovane età, spesso agli inizi
della carriera. Una notevole spinta motivazionale è spiegabile con il fatto che spesso, alla fine
del percorso di studi, si trovano a svolgere questo tipo di attività come logica prosecuzione
dell’impegno sociale condotto nell’ambito del volontariato e rivolto genericamente a persone
bisognose di assistenza (tossicodipendenti, alcolisti, portatori di handicap oltre che immigrati):
è spesso qui che hanno consolidato le doti motivazionali essenziali per portare avanti questo
tipo di attività. La conoscenza delle problematiche connesse all’immigrazione è avvenuta
prevalentemente sul campo. Grazie alla conoscenza delle principali lingue europee – e alla
possibilità di attingere a interpreti di varie lingue quando inglese, francese e spagnolo non
dovessero essere sufficienti – questi avvocati non hanno generalmente problemi di
comunicazione con il loro assistiti.
Tra le attività più significative vi è l’identificazione delle persone meritevoli di assistenza. Il
problema maggiore è la difficoltà di venire a conoscenza dei diversi casi. Risulta pertanto
fondamentale la capacità di tessere delle reti di conoscenza e di fiducia che mettano l’avvocato
al centro di un circolo di informazioni. Accade spesso che vengano destinati ai centri di
permanenza temporanea, e quindi all’espulsione, immigrati che potrebbero fare la richiesta di
asilo politico; in questo caso è significativa la capacità degli avvocati di entrare nei centri di
permanenza temporanea e, più ingenerale, di venire a conoscenza dei singoli casi. Contano
pertanto i rapporti con gli operatori dei centri che spesso segnalano questi casi. Conta anche la
inclusione nelle reti esistenti sul territorio tra stranieri, che spesso possono segnalare i casi
bisognosi di assistenza legale. Io stesso nel corso della ricerca ho assistito all’attivazione sul
territorio di persone che sono riuscite a contattare gli avvocati per segnalare il caso di alcune
donne nigeriane che erano state portate al Regina Pacis quando sarebbe stato loro possibile
fare richiesta di asilo. In quel caso gli avvocati si sono mobilitati e quelle donne sono state
trasferite.
Altra funzione importante degli avvocati consiste nell’essere presenti nei luoghi di approdo o del
primo concentramento degli immigrati trovati sul territorio di Lecce in situazioni di irregolarità:
è infatti essenziale che qualcuno informi gli immigrati della possibilità di fare richiesta di asilo e
che l’immigrato trovi tempestivamente assistenza legale.
ESCI
Il numero esiguo di avvocati, tuttavia, rende difficoltosa la presenza costante e tempestiva, e
questa difficoltà è soltanto in parte controbilanciata dalla presenza di volontari di altre
associazioni che forniscono informazioni ma non assistenza.
Tra le attività degli avvocati vi è anche qualla di fare il ricorso formale contro l’espulsione una
volta che il richiedente asilo abbia ottenuto il diniego dalla Commissione. In questo caso si
ricorre davanti al giudice civile che può riconoscere un permesso di soggiorno a tempo
indeterminato.
Rencentemente sono riusciti ad ottenere, tramite convenzione con la Prefettura di Brindisi, un
posto nel porto di quella città così da garantire la loro presenza nei casi, sempre più frequenti,
in cui vengono trovati nelle stive delle navi persone entrate illegalmente nel Paese, così da
poter segnalare i casi in cui sia possibile attivare le procedure di richiesta di asilo.
Nei casi di concreta quotidianità, la funzione dell’avvocato va spesso oltre i compiti
strettamente professionali connessi alla difesa e perorazione delle cause, diventando un
momento di appoggio e di conforto per i vari bisogni degli immigrati. Nel corso dei miei colloqui
sono stato testimone di diverse telefonate di richiesta di aiuto, condotte spesso in ottimo
inglese. Con alcuni immigrati in particolare è possibile che si stabiliscano rapporti di lunga
durata, anche a distanza, una volta che si sono allontanati dal territorio leccese.
Il servizio di assistenza legale agli immigrati trova uno dei limiti nel fatto che non garantisce
livelli di reddito consoni al tipo di carriera a cui potenzialmente un avvocato potrebbe aspirare.
Questo determina, da un lato abbandoni dell’attività - eventaulità particolarmente grave in
considerazione del fatto che l’efficacia dell’attività è connessa alle capacità, personali, di
costruire una rete di contatti per venire a conoscenza dei casi meritevoli di aiuto – e dall’altro
sdoppiamenti delle attività che, nel corso della vita professionale, potrebbero mettere in
secondo piano quelle connesse all’assistenza agli immigrati.
ESCI
La seconda accoglienza e chi ne rimane fuori
I centri di seconda accoglienza sono sorti nell’ambito del Programma Nazionale Asilo (PNA)
realizzato dal Ministero dell’Interno, dall’Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia (ANCI), e
dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Si tratta di piccole strutture aperte a
non più di venti o trenta richiedenti asilo, alle quali si può accedere soltanto previa valutazione
della Segreteria Centrale del PNA, che tiene conto della realtà territoriale (presentazione di
progetti da parte di istituzioni, enti, associazioni lì operanti). In un primo momento mi era stato
detto che il criterio è quello di privilegiare quei casi in cui è altamente probabile il
riconoscimento dello status di rifugiato; in un secondo momento la circostanza è stata smentita
da altri operatori, e ho anche raccolto informazioni riguardanti persone che, pur inserite nel
programma, non hanno poi ottenuto lo status di rifugiato. Per convenzione è spesso possibile
che una quota degli ospiti sia inserita autonomamente da chi gestisce i centri, ma non tutti i
centri si avvalgono di questa facoltà.
Fino allo scorso anno, nella provincia di Lecce operavano due strutture di questo tipo, una a
Maglie, gestita dall’ISPE, un ente pubblico di tipo IPAB, e un’altra a Carpignano Salentino,
gestita da un’associazione di volontariato. Tuttavia, questi progetti stanno giungendo ad
esaurimento e si attendono gli sviluppi della normativa prima di presentare nuovi progetti.
L’attività del centro di Maglie è garantita dal fatto di potere avere alle spalle una struttura
pubblica, ma attualmente opera soltanto per portare a termine i programmi di accoglienza già
iniziati. AL momento del colloquio erano ospitate otto persone, di cui due donne ed un minore.
Sono stati anche ridimensionati alcuni servizi offerti, e, in particolare, non è più possibile
procurare l’assistenza legale. Fino all’anno scorso erano 24 le persone presenti. Durante la fase
di piena attività il Centro si era impegnato attivamente nell’inserimento degli ospiti nel tessuto
lavorativo, seguendo le finalità del PNA. In particolare sono stati stipulati con l’Ufficio
provinciale del lavoro alcuni contratti di tirocinio presso aziende della provincia di Lecce, con
diritto di indennità (non è possibile corrispondere un salario vero e proprio data la condizione
giuridica degli ospiti). Le aziende interessate operavano nell’edilizia, nella lavorazione della
pietra leccese e altre operavano nel settore edilizio. Si è trattato comunque di impieghi a basso
contenuto tecnico e richiedenti basse competenze. Inoltre, al fine di affrontare le spesso gravi
condizioni psicologiche dei richiedenti asilo, il Centro si è avvalso dell’assistenza del consultori
dell’ASL e di dei centri di igiene mentale.
ESCI
Ad oggi la sorte dei centri di seconda accoglienza per i profughi è piuttosto critica, ma si
attende un bando per la riproposizione di progetti nell’ambito del PNA che, se da un lato
prevederà l’azzeramento della situazione, dall’altro darà precedenza alle realtà che già hanno
fatto esperienza di seconda accoglienza.
Il centro di Carpignano Salentino accoglie otto persone, e andrà ad esaurire il progetto in
aprile. Ha luogo in una struttura comune, una ex scuola. Sono state effettuate attività di
alfabetizzazione, corsi professionali (come quello di pasticceria) tutti attivati dai Centri
territoriali permanenti.
La seconda accoglienza ha, fondamentalmente, la funzione di agevolare l’inserimento delle
persone nel mondo lavorativo e sociale. Le esperienze della associazione Agimi – che ha
condotto il piano che poi è passato ad un gruppo di Carpignano Salentino – sono state
particolarmente significative, dal momento che è stato introdotto il sistema dell’accoglienza in
appartamenti, e privilegiando i gruppi familiari, sulla base di un decalogo elaborato dagli
animatori dell’associazione. Questo sistema sembra avere avuto due vantaggi: dal momento
che i gruppi familiari venivano inseriti in condomini, avevano la possibilità di prendere parte ad
un microcosmo sociale composto dalle persone del luogo. Lo scopo era quello di attivare i primi
canali dell’inserimento sociale, che in questa prima fase passavano attraverso gesti di
cooperazione e di aiuti ai nuovi ospiti. In secondo luogo la vita in appartamento tendeva a
consolidare l’esperienza di gruppi stabili che mettevano in atto meccanismi interni di gestione
delle difficoltà e dei problemi posti dalla quotidianità in un contesto nuovo.
Quando l’eseprienza della seconda accoglienza termina, per esempio con l’accogliemento della
richiesta di asilo, è necessario che il rapporto con gli operatori continui, anche se ciò non
sempre è facile. Le borse di lavoro, che di fatto per le azienda hanno rappresentato un ‘costo
zero’, dovrebbero tradursi in rapporti più o meno stabili. Contano quindi, e in alcuni casi hanno
funzionato su quel territorio, le relazioni sociali degli animatori dei progetti con il tessuto
economico del luogo per dare prospettive di stabilizzazione, attivando reti basate sulla fiducia
reciproca. Inoltre, esiste tutta una fase di transizione che necessita di essere continuamente
seguita, perché le persone imparino a risolvere problemi banali: per esempio, i contratti per i
servizi essenziali (elettricità, gas, telefono, acqua) devono passare alla loro gestione diretta, e
spesso questo comporta rapporti con la burocrazia ai quali i rifugiati non sono preparati.
ESCI
Il limite della seconda accoglienza è stato la ristrettezza delle risorse messe erogate dal PNA,
che non ha permesso che di operare su un piccolo numero di richiedenti asilo. La grande
maggioranza di essi è rimasta esclusa, impossibilitata ad accedere a situazioni lavorative. Tra
questi, quanti rimangono sul territorio di Lecce sono destinati a condurre una vita ai margini
della società, i più fortunati trovando un lavoro nero, ma comunque vivendo nella precarietà
della situazione economica ed abitativa; gli altri, destinati ad una vita di accattonaggio. Il
problema sostanziale è che il richiedente asilo, con il semplice permesso di soggiorno
temporaneo, non può trovare un impiego regolare. Tutte queste caratteristiche si assommano
alla ansia implicita nella condizione di richiedente asilo. In questa situazione i rischi sono quelli
della dispersione e dell’ingresso nelle reti della criminalità locale, che rappresenta una modalità
di sopravvivenza e una strategia che può illudere sulla possibilità di risolvere i problemi
dell’integrazione.
Alla luce di queste considerazioni è lecito fare alcune considerazioni intorno al cosiddetto mito
della ‘terra di passaggio’. E’ sicuramente vero che, per la grande maggioranza delle persone
che sbarcano al Sud, queste terre rappresentano il primo momento di approdo, e che
probabilmente la totalità degli immigrati vorrebbe lasciare al più presto. E’ tuttavia
sottovalutato il fenomeno di quanti si trattengono nella provincia di Lecce (ma queste
considerazioni possono valere anche per la Calabria e la Sicilia) aggravando la loro condizione
di clandestinità, finendo in maniera pressoché stabile nella rete del lavoro nero. È il caso degli
immigrati che succedono alla manodopera agricola locale nelle operazioni di raccolta, e che
rappresentano sempre di più una risorsa “non detta” dell’economia meridionale; ma è il caso,
anche, di molte mansioni che hanno a che fare con i servizi alla persona. È possibile asserire
l’esistenza di reti, più o meno autonomamente gestite dai gruppi di immigrati, che organizzano
lo spostamento di questa manodopera nelle varie aree della regione, o da una mansione
all’altra.
Come per la prima accoglienza, la prevista trasformazione del funzionamento della commissioni
territoriali – che dovrebbe sulla carta comportare la riduzione dei tempi di attesa – avrà delle
ripercussioni anche sulla seconda accoglienza. Secondo alcuni, essa andrà a scomparire;
secondo altri dovrà essere riempita di contenuti differenti, che hanno a che fare con la
mediazione nel mercato del lavoro e con la preparazione ad esso attraverso i corsi
professionali. In ogni caso verrebbe superato uno dei limiti fondamentali della condizione del
richiedente asilo che è costretto a stare in attesa dell’audizione privo della possibilità formale
di lavorare.
ESCI
L’accoglienza allargata
Con il concetto di accoglienza allargata ci si riferisce a tutte quelle forme di intervento e di
assistenza ai rifugiati che possono essere attivate dal contesto, anche da attori non usualmente
o ufficialmente preposti. Si tratta, insomma, di un concetto che va oltre a quelli di prima e di
seconda accoglienza.
Il Comune
Nel corso degli anni l’Amministrazione comunale sembra avere sottovalutato il fenomeno
dell’immigrazione in generale, e dei richiedenti asilo in modo particolare. Tuttavia nell’ottobre
del 1999 ha indetto un bando pubblico nell’ambito del Programma Urban (Misura 3 – Azione 2)
per la creazione nel centro storico della città di uno sportello che offrisse dei servizi di
assistenza e informazione agli immigrati. Il bando è stato raccolto e vinto da un gruppo di
associazioni:
Associazione Comunità Emmanuel;
Associazione Guy Gi;
Comitato per la Difesa dei Diritti degli Immigrati;
Consiglio Italiano per i Rifugiati
Ufficio Diocesano Migrantes
Di particolare interesse la presenza nel partenariato di un’associazione di immigrati, la Guy Gi,
che raggruppa circa 200 senegalesi nella città. Inoltre, la presenza del Consiglio per i Rifugiati
sottolinea l’impegno del progetto per i richiedenti asilo. Al momento della prima visita la sede di
Lecce Accoglie (questo il nome del progetto) era ubicata in due stanzette al piano terreno di un
palazzo d’epoca nel centro di Lecce, nei pressi della stazione ferroviaria; questa sede è stata
poi lasciata per un’altra, sempre nel centro storico, ma più confortevole.
ESCI
Le funzioni sono prevalentemente di sportello e di consulenza:
ufficio informazioni e prima accoglienza che intende fare da filtro informativo con le realtà della
prima accoglienza;
assistenza per il disbrigo di pratiche riguardanti permessi di soggiorno ricongiungimenti
familiari, iscrizioni scolastiche e al servizio sanitario;
consulenza e assenza legale a richiedenti asilo, rifugiati e stranieri;
servizio per il collegamento del mondo degli immigrati con l’offerta di lavoro, attraverso attività
di collaborazione tra associazioni, enti pubblici e privati.
servizi orientati a categorie di immigrati particolarmente svantaggiate (alcolisti,
tossicodipendenti etc.)
Questo progetto, finanziato con circa 500 mila euro, è stato portato avanti fino alla fine dello
scorso anno fornendo assistenza a circa un migliaio di immigrati che sono passati per quella
struttura. Inoltre ha svolto attività di comunicazione come la pubblicazione di un bollettino ed
una serie di attività di servizio culturale. Ad oggi Lecce Accoglie sta vivendo un periodo di
ridimensionamento: terminato il finanziamento ha continuato ad operare per qualche tempo
privo di copertura, ma ha anche vinto un successivo bando dell’Amministrazione comunale, ma
per un importo che non supera i 50 mila euro e per la durata di un solo anno. E’ stato, quindi,
previsto un ridimensionamento delle funzioni rispetto al progetto iniziale ed anche una
trasformazione nei rapporti tra le associazioni che lo compongono. Infatti il referente e
responsabile del vecchio progetto, espressione della Comunità Emmanuel, al momento del
primo colloquio stava lasciando il suo incarico al nuovo referente (nonché capofila del progetto)
espresso dal CIR.
ESCI
La Provincia
La Provincia di Lecce entra ufficialmente nella gestione dell’accoglienza ai profughi come ente
proprietario della struttura dentro la quale è realizzato il centro Lorizzonte, secondo le modalità
già considerate. Inoltre è partner nel nostro Programma Equal-Asylumisland, dove, insieme al
CTM, prevede di realizzare attività di sensibilizzazione e comunicazione sul territorio.
Bisogna rilevare un generalizzato e diffuso interesse per la questione dell’immigrazione, ma non
è possibile individuare operazioni specificamente rivolte ai soggetti richiedenti asilo. Tuttavia la
vitalità progettuale, che consiste nell’attingere ad una serie di strumenti finanziari per realizzare
progetti di assistenza e di inserimento di categorie svantaggiate, è spesso destinata ad
immigrati, anche se in maniera non sistematicamente orientata all’inserimento. Una parte delle
attività è orientata al sostegno socio-culturale e alla sensibilizzazione degli abitanti di tutta la
provincia di Lecce alla questione dell’avvicinamento culturale; altre attività si prefiggono,
invece, l’inserimento degli immigrati nel mondo del lavoro.
Sono sostanzialmente due i settori impegnati, quello delle politiche comunitarie e quello delle
politiche del lavoro.
Il primo ha attivato una unità operativa, assieme a parti sociali e imprenditori, che ha dato vita
ad un Patto territoriale e ad un PIT che riguarda tutto il settore agricolo. Nell’ambito di questi
piani si prevede di attivare nelle aziende agricole di più piccole dimensioni dei corsi di lingua e
di formazione professionale per gli immigrati. Per quanto riguarda i patti territoriali, si discute
della possibilità di inserimento per 1.500 persone.
Negli ultimi anni sono state realizzate dall’Ente provinciale alcune manifestazioni nell’ottica del
coinvolgimento degli immigrati e del loro inserimento nella comunità locale. Si tratta di
Negroamaro – rassegna di musica etnica, del Capodanno dei popoli e di due progetti congiunti
tra Italia Spagna e Portogallo dal titolo Gira por la Diversidad.
Per quanto riguarda le politiche del lavoro, da rilevare la somministrazione di un questionario
finalizzato alla raccolta di informazioni sulla disoccupazione degli immigrati, fatto nell’ambito del
Programma Nazionale Asilo e su stimolo della Prefettura. Inoltre, nell’ambito del programma
Extrapoint, gestito da un ente di formazione per le industrie (Forema), sono state inviate 14
persone a fare stages in Veneto, che sono poi riuscite ad inserirsi nel mondo del lavoro.
ESCI
La cosa è stata possibile grazie all’interpretazione del Decreto 181 che prevede la possibilità di
inserimento per le fasce più deboli. Dato il loro status, non è stato possibile operare con i
richiedenti asilo, ma – secondo i propositori – questo non significa che non sia possibile
procedere secondo il meccanismo degli stages per indennità, sperimentati all’interno del PNA
dalle strutture della seconda accoglienza.
La Prefettura e il Consiglio Territoriale per l’Immigrazione
La Prefettura, oltre a coordinare le attività di prima e seconda accoglienza sotto il profilo
dell’ordine pubblico e della stipula di convenzioni con i soggetti attuatori dei campi di
accoglienza, è chiamata a svolgere una funzione di propulsione in un’ottica di accoglienza
integrata del territorio attraverso il Consiglio Territoriale per l’Immigrazione. Si tratta di una
realtà prevista dal DPR 394 del 1999 concernente la attuazione del testo unico sulla disciplina
dell’immigrazione. Il Consiglio è organismo consultivo il cui compito è di analizzare le esigenze
e la promozione di interventi da attivare a livello locale per favorire l'integrazione degli stranieri.
In questo ambito è potenzialmente un propulsore di attività orientate all’accoglienza ai rifugiati.
Costituito a Lecce nella primavera dal 2000, è presieduto dal Prefetto di Lecce e composto dai
rappresentanti delle principali realtà coinvolgibili nella tutela e nell’offerta di servizi agli
immigrati. In particolare vi sono rappresentanti degli uffici periferici delle amministrazioni
statali, il Sindaco di Lecce, il Presidente della Camera di Commercio, i rappresentanti delle parti
sociali (organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro). La legge prevede che siano
ufficialmente presenti nel Consiglio le principali associazioni di stranieri; nel Consiglio di Lecce
partecipano a questo titolo un rappresentante dell’associazione senegalese “Guj Gi Baobab” e
un rappresentante dell’associazione dello Sri Lanka “Tamil”. Vi sono inoltre il presidente di CTM
e il rappresentante della Caritas Diocesana a nome di associazioni attive nel soccorso e
nell’assistenza agli immigrati. Questa composizione è tuttavia caratterizzata da una certa
elasticità e viene allargata ogni qualvolta se ne presenti l’esigenza, per esempio all’università e
a quanti altri vengono individuati quali potenziali attuatori di progetti volti alla integrazione degli
immigrati.
Tuttavia, dato il suo carattere consultivo, si limita a fare da input, e non ha alcun potere di
controllo sui progetti. Tutto, quindi, è deferito alle reali capacità di chi deve attuare i progetti.
Nel corso di questi ultimi anni il Consiglio si è adoperato perché venissero realizzate nei centri
di accoglienza strutture sanitarie rispondenti alle esigenze degli immigrati; ha inoltre stimolato
la organizzazione di corsi per mediatori culturali – gestiti da alcune scuole
elementari – che hanno poi fornito personale ai centri di accoglienza.
ESCI
L’ Immigrazione nel mondo
e il problema degli immigrati
Fin dall’inizio dei tempi l’uomo a volte ha sentito il bisogno di lasciare il proprio paese d’origine
per varie cause; gia’ l’uomo primitivo sentiva il bisogno di spostarsi da un posto ad un altro per
cacciare e procurarsi del cibo. Tali spostamenti hanno interessato più di una volta non singoli
individui, ma intere popolazioni, basti pensare alla migrazione del popolo ebraico dall’Egitto alla
terra promessa, o alle imponenti invasioni barbariche che hanno caratterizzato l’Europa del V
sec. D.C. In età moderna invece la causa principale delle emigrazioni è la mancanza ai lavoro
nel proprio paese d’origine. Questo ha spinto intere famiglie a spostarsi dai paesi più poveri a
quelli più industrializzati.
Se si osserva la statistica fatta nel 1998 dalla national geografic society, si può vedere che il
maggior numero di immigrati, circa 43 milioni, sono presenti del continente asiatico, ma
costituiscono una bassa percentuale rispetto alla popolazione residente perché come ben
sappiamo il continente asiatico ha un vastissimo numero di abitanti; ben diversa e’ la situazione
dell’Oceania, che pur contando circa 4,7 milioni di immigrati, percentuale molto bassa rispetto a
quella asiatica, ha un numero di abitanti assai minore di quello dell’Asia e quindi gli immigrati
rappresentano ben il 17,8% della popolazione. Anche in America del nord e in Europa c’è un
consistente afflusso di immigrati che costituiscono rispettivamente l’8,6% e 11,5% della
popolazione.
Per quanto riguarda il nostro paese,l’Italia, secondo un dossier statistico del
1997, gli immigrati regolari sono circa 1.250.000, che hanno costituito il 2,2%
della popolazione, e che provengono in maggioranza dall’Europa orientale e
occidentale, dal Nord Africa e dall’Africa subsahariana.
I paesi da cui partono il maggior numero di emigrati coincidono con la fascia intertropicale del
mondo, che interessa l’Africa nord-occidentale, l’Asia meridionale e l’America centrale.
ESCI
Le popolazioni africane sono emigrate soprattutto a causa di carestie e conflitti etnici quelle
asiatiche sono emigrate alcune dopo la guerra del Vietnam, altre si sono trasferite dalla
Cambogia a causa di guerre intestine e dall’Afghanistan per l’occupazione russa e il regime dei
talebani. Inoltre sono state consistenti le. migrazioni da alcuni stati dell’America centrale,
travolti da guerre civili,i flussi migratori determinati dalla caduta dell’URSS e quelli delle
popolazioni balcaniche, straziate da continue guerre. La meta delle popolazioni balcaniche è
stata soprattutto l’Italia, data la vicinanza tra le due penisole.
Le maggiori mete delle popolazioni emigrate, sono i paesi industrializzati come gli USA, l’Europa
occidentale, l’Australia, il Giappone e gli stati della penisola arabica. In questi paesi gli
immigrati sperano di trovare un lavoro e delle condizioni di vita migliori di quelle che hanno
lasciato nei loro paesi d’origine.
Tuttavia spesso le immigrazioni spaventano gli abitanti del paese ospitante, perché
sconvolgono quella idea tradizionale di stato-nazione e mettono alla prova i concetti di
tolleranza e convivenza democratica che sono stati la bandiera dei moderni stati borghesi. Non
è raro incontrare persone che rifiutano gli extracomunitari ed assumono comportamenti razzisti
nei loro confronti, senza cercare di capire i motivi per cui queste popolazioni sono scappate dai
loro paesi, a volte motivi gravi come guerre, conflitti etnici e calamità naturali.
L’immigrato viene spesso considerato come un delinquente e non viene accettato. Per questo,
come sostiene anche il filosofo contemporaneo Remo Bodei, gli stati dovrebbero abbandonare
l’idea di stato-nazione visto come compattezza etnica o linguistica, per permettere di
condividere diverse culture tra i singoli cittadini e i vari popoli. 11 fenomeno dell’immigrazione è
infatti destinato a continuare, e l’uomo deve imparare a convivere con l’idea di appartenere a
una grande popolazione mondiale, che è costituita da diversi popoli ed etnie, che tuttavia sono
destinate sempre di più a somigliarsi tra loro, proprio grazie a queste migrazioni, che
permettono la mescolanza tra popoli diversi.
Piaccia o non piaccia,l’immigrazione in Italia è ormai un dato strutturale. E il nostro Paese va
avvicinandosi, per percentuali di stranieri residenti, a Francia, Inghilterra e Germania. Parliamo
di due milioni e mezzo di persone, ovvero del 4 per cento della popolazione, di gente che
lavora in quei settori del mercato che agli italiani non interessano più o dei quali hanno sempre
più bisogno. Da tutto ciò discende la necessità di uno sguardo lungimirante e non emergenziale
del fenomeno.
ESCI
Immigrazione: dai primi interventi
alla Legge 189
A partire dagli anni settanta è iniziata una graduale trasformazione del nostro Paese da terra di
emigrazione a terra di immigrazione, verso cui si dirigono flussi sempre più intensi di immigrati.
La legislazione italiana ha cercato di fronteggiare questo fenomeno, mettendo a punto una serie
di interventi normativi che sono stati raccolti e riordinati solo con l'approvazione del Testo Unico
sull'Immigrazione nel 1998. Obiettivo comune è sempre stato quello di governare le emergenze
poste dai flussi migratori, garantendo al tempo stesso adeguate condizioni di vita al cittadino
straniero che risiede nel nostro Paese, favorendone l'integrazione e l'inserimento socio-culturale.
I primi interventi in materia d'immigrazione risalgono agli anni ottanta, quando viene approvata
la legge n. 943 del 1986, che disciplina le condizioni di lavoro dei cittadini stranieri, introducendo
le prime forme di tutela e avviando la prima procedura di regolarizzazione dei lavoratori
extracomunitari. Negli stessi anni, aspetti come il soggiorno e le espulsioni sono ancora regolati
dal Regio Decreto (Rd) n. 733 del 1931, relativo alle norme di pubblica sicurezza.
Solo a partire dagli anni novanta, di fronte all'intensificarsi del fenomeno migratorio, si cerca di
dare maggiore organicità alle norme sull'immigrazione e si adottano misure più incisive. A questo
proposito, due sono le leggi che hanno caratterizzato la normativa sull'immigrazione nel corso
degli anni novanta:
Legge 39/1990 (Legge Martelli), Legge 40/1998 (Legge Turco-Napolitano). E per ultima la
Legge 189/2002 (Legge Bossi-Fini).
ESCI
Storia dell’immigrazione in Puglia
Le prime esperienze di cittadini immigrati nella regione risalgono alla fine degli anni ’60; nel ’67
arriva il primo marocchino in quel Salento di cui, oggi, si parla solo per gli sbarchi e per i centri
d’accoglienza. Anche la Puglia, quindi, è stata interessata dai flussi migratori giunti in Italia in
conseguenza delle politiche di stop attuate da altri Paesi europei. Erano anni in cui il vuoto
legislativo rendeva più facile l’ingresso, la permanenza senza documenti di soggiorno e
l’inserimento nel mercato del lavoro, sebbene nei settori periferici. In questa prima fase, le
comunità maggioranti presenti in Puglia sono la marocchina e la senegalese.
Nella seconda metà degli anni ’80, in seguito alla sanatoria varata dalla 943/86, i soggetti più
giovani e dinamici delle comunità immigrate, ottenuto un regolare permesso di soggiorno,
reimmigrano nel centro-nord d’Italia, dove trovano lavoro soprattutto nei settori dell’industria
chimica e siderurgica. Le regioni di seconda immigrazione sono la Lombardia il Piemonte e il
Veneto per i Senegalesi, la Lombardia e l’Emilia Romagna per i marocchini. Intanto, in Puglia,
le catene migratorie richiamano altri migranti.
Gli anni ’90 si aprono con un ulteriore regolarizzazione (varata legge 39/90) e con l’arrivo degli
albanesi e dei somali: i primi arrivano individualmente già nell’89/’90 e in maniera massiccia e
collettiva nel marzo e nell’agosto del ’91 , con quegli sbarchi spettacolari che sono rimasti
fortemente impressi nella memoria dei pugliesi e degli italiani; i secondi arrivano nel ‘90/’93 a
causa della crisi politica che colpisce il Paese d’origine. In questo periodo continuano le reimmigrazioni e i nuovi arrivi; nelle comunità presenti da più tempo iniziano i ricongiungimenti
familiari.
Nel 1995 la regolarizzazione varata con la legge Napolitano, conversione del decreto Dini, dà
inizio ad un’ulteriore fase della storia dell’immigrazione in Puglia: si assiste alla sedimentazione
di alcune comunità (albanese, marocchina, senegalese, filippina e srilankese) e alla maggiore
mobilità di altre, che in alcuni momenti riducono le presenze a pochi individui (pakistani,
bengalesi, somali, tunisini, egiziani).
ESCI
Nel 1997 la crisi delle finanziarie in Albania causa la rivolta della popolazione e genera un clima di forte
tensione e pericolo che porta, dal 13 al 23 marzo, 12.010 cittadini albanesi alla fuga verso le costi pugliesi.
La fine degli anni ’90 è il periodo in cui diventano più consistenti i flussi di natura politica, che interessano
migranti in fuga da persecuzioni e sorprusi: il ’98 è caratterizzato dagli sbarchi dei kurdi, tuttora in corso, e
dei kosovari.
Questi flussi rappresentano l’emergenza che tanto ha attirato l’interesse dei mass-media e che ha distolto
l’attenzione collettiva dall’immigrazione stanziale, dai nuovi cittadini che costituiscono associazioni, mandano i
propri figli a scuola, avanzano richieste di accesso servizi e di cittadinanza sociale.
I nuovi numeri sull’immigrazione
Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, gli immigrati soggiornati in Puglia al 31.12.01 sono 32.590, il
2,4% delle presenze nazionali. Rispetto al 2000, si registra anche in Puglia un lieve calo delle presenze
regolari (-0,3%) dovuto, come per il resto d’Italia, al riordino dagli archivi del Ministero dell’Interno e alle
notevoli difficoltà incontrate dai cittadini immigrati, soprattutto nelle regioni meridionali, nel rinnovo del
permesso di soggiorno. In Puglia, infatti, sono diffusi rapporti di lavoro non regolarmente dichiarati,
condizione comune tanto ai lavoratori autoctoni quanto a quelli immigrati.
È molto probabile, quindi, che il mancato aumento dei soggiornati rispetto al 2000 sia determinato da cittadini
immigrati scivolati nell’irregolarità per le difficoltà incontrate nello stipulare un regolare contratto di lavoro e,
di conseguenza, nel mantenimento del permesso di soggiorno.
Il 52,7% dei soggiornati in Puglia proviene dall’Europa: in particolare il 5,7% dall’Unione Europea e il 46,4%
dall’Europa centro-orientale; i cittadini immigrati provenienti dall’Africa sono il 21,7% del totale regionale,
mentre il 13,4% ha origini asiatiche. Solo il 4,1% arriva dall’America. Elevata la quota dei soggiornati di cui il
Ministero non registra la nazionalità, in massima parte concentrata nella provincia di Bari.
ESCI
I cittadini marocchini soggiornati in Puglia svolgono per lo più attività commerciale, con
motivazioni differenti a seconda Dell’età: come risulta da un’indagine dell’Osservatorio Provinciale
di Lecce (OPI), infatti, per i più giovani il commercio, ambulante svolto prevalentemente nei
periodi estivi, rappresenta un’attività temporanea e di ripiego, in attesa di una reimmigrazione
verso il centro-nord dell’Italia.
PROVENIENZA CONTINENTALE DEGLI IMMIGRATI SOGGIORNATI
Area di provenienza
U.E.
Est Europa
Altri Paesi
Europa
Africa Settentrionale
Africa Occidentale
Africa Orientale
Africa Centro-Meridionale
Africa
Asia Occidentale
Asia Centro-Meridionale
Asia Orientale
Asia
America Settentrionale
America CentroMeridionale
America
Oceania
Apolidi
Ignoto
TOTALE
ESCI
Bari
599
6.423
33
7.055
1.925
310
1.141
21
3.397
254
231
620
1.105
136
408
Brindisi
300
1.795
28
2.123
262
38
8
10
318
19
88
66
173
66
86
Foggia
284
2.742
14
3.040
1.170
272
24
17
1.483
819
296
80
1.195
36
151
Lecce
428
2.737
104
3.269
943
422
118
9
1.492
681
497
397
1.575
27
199
Taranto
260
1.420
20
1.700
287
86
12
11
396
18
110
198
326
112
131
Totale
1.871
15.117
199
17.187
4.587
1.128
1.303
68
7.086
1.791
1.222
1.361
4.374
377
975
%
5,7
46,4
0,6
52,7
14,1
3,5
4,0
0,2
21,7
5,5
3,7
4,2
13,4
1,2
3,0
544
18
2
2.536
14.657
152
3
3
2
2.774
187
10
0
0
5.915
226
7
2
1
6.572
243
5
2
0
2.672
1.352
43
9
2.539
32.590
4,1
0,1
0,0
7,8
100,0
STIMA DEI SOGGIORNATI STRANIERI
Area di
residenza
Soggiornati Nuovi ingressi
stabili (2004)
(2003)
Minori
residenti
(2004)
Nuovi
nati
(2004)
Stima
soggiornati
(2004)
Bari
19.980
1.162
4.182
491
25.814
Brindisi
3.125
183
784
92
4.274
Foggia
9.314
493
1.548
182
11.537
Lecce
7.160
407
1.439
169
9.175
Taranto
3.494
204
819
96
4.613
PUGLIA
43.163
2.449
8.772
1.029
55.413
Considerando la distribuzione per province, si rileva che a Bari e provincia soggiornano la maggior
parte dei cittadini immigrati: anche in Puglia, quindi, il capoluogo di regione esercita una buona
attrazione sui migranti, in quanto offre maggiori possibilità d’inserimento, soprattutto lavorativo.
In tutti i capoluoghi di provincia le comunità maggiormente presenti sono quella albanese e quella
marocchina.
ESCI
Caratteristiche socio-demografiche
Per capire come sia il ruolo della Puglia nello scenario delle migrazioni che interessano l’Italia,
può essere utile considerare le variazioni intervenute nel numero di permessi di soggiorno
rilasciati dal 1991 ad oggi. Al 31.12.1991 i permessi di soggiorno rilasciati in Puglia sono 16.288
(4.839 a stranieri provenienti da Paesi a Sviluppo Avanzato e 11.449 a cittadini provenienti da
Paesi a forte repressione migratoria). In dieci anni il numero dei permessi di soggiorno è
cresciuto del quasi 50%, come conseguenza della maggiore mobilità del popolo albanese e dei
flussi migratori di natura politica cui si accennava in precedenza.
In tutte le province si registra il raddoppio delle presenze, tranne che a Brindisi dove c’è stato
un calo. Il calo ha interessato i cittadini provenienti dai Paesi a sviluppo avanzato e in
particolare le donne: è ipotizzabile che la causa di questa consistente diminuzione sia la
chiusura della base USA di San Vito dei Normanni, e quindi la drastica riduzione dei
ricongiungimenti che interessavano le mogli dei militari americani.
Per quanto riguarda il sesso dei soggiornati dal confronto con il 1991 risulta che, negli ultimi
anni, la percentuale di donne in possesso di un permesso di soggiorno sia lievemente cresciuto;
aumenta anche la percentuale dei coniugati.
Un altro elemento che conferma l’ipotesi secondo cui larghe fasce della popolazione immigrata
stiano realizzando insediamenti stabili sul territorio è l’aumento del numero di minori, dovuto
alla ricomposizione dei nuclei familiari.
Per quanto riguarda i comuni di residenza, i cittadini immigrati in Puglia hanno manifestato, nel
corso degli anni, la tendenza a stabilirsi in centri di media grandezza, preferibilmente vicini ai
grossi centri urbani; le cittadine pugliesi, infatti, garantiscono una qualità della vita migliore
rispetto ai grandi centri, ma non minori possibilità di inserimento lavorativo, conseguente alla
vicinanza alle grandi città.
L’incidenza dei cittadini immigrati sulla popolazione residente è pari allo 0,9%, un valore molto
al di sotto al 2,5% rilevato a livello nazionale.
ESCI
Minori e inserimento scolastico
Negli ultimi cinque anni si è consolidata la tendenza. Gli albanesi i più rappresentati, sono oltre
il 50 per cento .Sono 7000, uno ogni cento alunni, Bari tra le prime 60 province .
Gli alunni stranieri della Puglia si sono moltiplicati per tre. Il boom del fenomeno è a Bari che
entra a pieno titolo nella rosa delle 63 province italiane col maggior numero gli alunni stranieri:
ne ha 3270. È l’ultimo capitolo di una storia cominciata in Puglia negli anni Novanta con gli
sbarchi dei cittadini dell’Est e cresciuta costantemente. Nell’anno scolastico ‘98 - ‘99 c’erano in
tutta la regione 0,33 alunni stranieri ogni cento studenti, a giugno 2005 erano diventati 0,96
(con picco alla scuola elementare di 1,30). Contati uno per uno si tratta di un vero esercito:
6972 ragazzi, l´1,93 per cento di tutta la popolazione studentesca pugliese. E la scuola si
arrangia, si sforza, lavora, anche con i fondi tagliati dal ministero, pur di favorire l’integrazione
Tra i banchi i ragazzi stranieri non sembrano a disagio. Nella provincia di Bari, rappresentano
86 cittadinanze diverse, trionfa quella albanese. Il Paese delle Aquile è presente nella provincia
di Bari con il 56,64 per cento di alunni sul totale degli stranieri
Nel capoluogo ce n’è uno ogni cento alunni, in tutti gli altri comuni della provincia sono di più:
1,18. Soprattutto nei paesi dove l’attività principale è l’agricoltura, perché gli adulti immigrati
trovano lavoro come braccianti.
Dopo il capoluogo, seguono rispettivamente per la percentuale più alta di studenti stranieri:
Lecce, Foggia, Brindisi e Taranto.
Il dato di Lecce è utile per capire quale possa essere stato l’andamento delle presenze
immigrate nel mondo della scuola negli ultimi anni; infatti da una ricerca dell’Osservatorio
Provinciale sull’Immigrazione di Lecce, risulta che nell’anno scolastico ‘96/’97 - l’ultimo per cui
erano disponibili i dati ufficiali all’epoca della ricerca – gli alunni non comunitari erano 350.
Rispetto ad allora si registra un raddoppio delle presenze.
È presumibile che nel corso del tempo tutta la popolazione scolastica immigrata pugliese sia, se
non raddoppiata, quanto meno aumentata, e anche questo dato conferma la tendenza di
alcune comunità immigrate a soggiornare stabilmente in Puglia.
ESCI
Motivi del soggiorno
I motivi dei permessi di soggiorno confermano quanto ipotizzato nell’analisi della distribuzione
delle nazionalità soggiornanti in Puglia e cioè che si tratti di una migrazione in cui confluiscono
due aspetti: quello economico, che ha come esito insediamenti di tipo stabile, e quello politico,
che invece, ha come tratto peculiare la mobilità sul territorio. Infatti, i primi tre motivi di rilascio
dei permessi di soggiorno sono lavoro, famiglia e richiesta di asilo.
La somma di tutti i permessi di soggiorno per motivi di lavoro è più del 50% di tutti i permessi
rilasciati in Puglia.
Nel corso del tempo è diminuita la percentuale dei permessi di soggiorno per lavoro ed è
contestualmente aumentata quella dei permessi per motivi di famiglia.
Solitamente il ricongiungimento familiare avviene quando il migrante ha raggiunto un certo
grado di inserimento socio-lavorativo nel Paese di accoglienza o quando i tempi del progetto
migratorio iniziale tendono ad allungarsi per le difficoltà incontrate nel realizzare a breve il
ritorno in Patria. In entrambi i casi prevale la necessità dell’unità del nucleo familiare, spesso
garanzia di un miglioramento della qualità della vita.
Il terzo motivo di rilascio di permessi di soggiorno è la richiesta d’asilo. Questo non è un caso
perché in Puglia esistono 5 centri di accoglienza, due dei quali, uno a Foggia e uno a Lecce;
deputati al trattenimento dei richiedenti asilo. La maggior parte dei richiedenti prosegue il
proprio viaggio verso il centro-nord Europa, per ricongiungersi, di fatto, ai propri familiari,
nonostante le leggi vigenti li costringano a restare in Italia, Paese primo d’approdo , fino
all’audizione delle Commissione centrale per il riconoscimento dello status di rifugiato.
ESCI
Immigrati e mercato del lavoro
I richiedenti asilo rappresentano una buona percentuale della migrazione di passaggio che
interessa la Puglia; il resto è dato da due tipologie di migranti: i più giovani e dinamici delle
comunità soggiornanti nella regione, che si spostano nel centro-nord d’Italia alla ricerca di
condizioni lavorative più stabili e sicure; i lavoratori stagionali che arrivano in Capitanata per la
raccolta del pomodoro e nel Salento per la raccolta di patate, carciofi, angurie.
La forte mobilità che interessa gli immigrati in Puglia si evince anche dal dato sull’anzianità
della residenza. La regione della forte mobilità dei lavoratori immigrati è da rintracciarsi nelle
caratteristiche del lavoro pugliese che non offre garanzie sufficienti. Infatti, secondo i dati del
Ministero dell’Interno, al 31.12.01, la forza lavoro immigrata in Puglia è pari a 16.735 unità, il
2,0% della forza lavoro immigrata presente in Italia, una percentuale davvero bassa se
confrontata con i valori di altre regioni.
Il lavoro in agricoltura interessa particolarmente i lavoratori stagionali anche se non mancano
buone percentuali di stanziali che svolgono l’attività di operatori agricoli in alcuni settori, come
quello florovivaistico del Salento. Circa la metà delle assunzioni si rileva nel capoluogo di
regione; la restante metà si distribuisce uniformemente fra le altre province pugliesi. La
differenza fra assunzioni e cancellazioni è più alta nella provincia di Foggia, dove i rapporti di
lavoro durano il tempo della raccolta del pomodoro; infatti, nei mesi della raccolta, confluiscono
in Capitanata lavoratori immigrati da tutta Italia. Fino a qualche anno fa il 60% dei lavoratori
stagionali dediti a questa attività proviene dal Maghreb; attualmente, nei campi lavorano
soprattutto immigrati provenienti dai Paesi dell’Est. Finito il raccolto, si spostano in altre regioni
d’Italia, seguendo la stagionalità delle produzioni agricole.
Oltre che in agricoltura, i lavoratori immigrati maschi trovano più facilmente lavoro nel settore
dell’edilizia, caratterizzato da una forte precarietà, ma in cui è alta la richiesta di manodopera
poco qualificata e disposta ad accettare condizioni di lavoro anche molto difficili. In questo
settore, la domanda e l’offerta di lavoro si incontrano nelle piazze dei paesi, dove si contratta il
compenso giornaliero; l’orario di lavoro è a discrezione di chi dà lavoro e può toccare anche le
12 ore giornaliere.
ESCI
Nel settore dei servizi, la componente delle lavoratrici domestiche rimane molto consistente;
anche in Puglia, come nel resto del Mezzogiorno, il loro ruolo sta cambiando: non più
collaboratrici familiari, ma addette alla cura e assistenza degli anziani, tanto nei grandi centri
urbani, quanto nei piccoli centri della provincia; segno di un cambiamento sempre più profondo,
anche nel Sud, della struttura del sostegno sociale e familiare.
LAVORATORI STRANIERI TESSERATI ALLA UIL NEL SUD ITALIA
Regione
ESCI
Totale tesserati
Lavoratori stranieri
tesserati
% lavoratori
stranieri tesserati
sul totale
Abruzzo
39.764
1.677
4,22
Molise
10.496
224
2,13
Campania
Puglia
Basilicata
Calabria
Sicilia
Sardegna
TOTALE
148.375
168.008
27.269
98.305
180.925
39.193
712.335
2.852
2.711
577
1.848
3.816
790
14.495
1,92
1,61
2,12
1,88
2,11
2,02
2,03
Infine, da non dimenticare è il contributo dato in questo settore dalle associazioni da cui, spesso,
è partito l’input per la realizzazione dei suddetti interventi.
La Puglia, quindi, comincia a muoversi, a rivolgere la propria attenzione agli immigrati che vivono
e lavorano nel territorio da ormai tanti anni, iniziando a considerare il fenomeno come un fatto
strutturale e non più emergenziale.
Riferimento identitario
Senegal
Albania
Isole Mauritius
Burkina Faso
Essere cittadini non comunitari
Etiopia
Filippine
Indie
Associazioni restanti
TOTALE
ESCI
Numero associazioni
4
4
2
2
2
2
2
2
9
29
Immigrazione, la legge Martelli










Il riconoscimento dello status di rifugiato ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951,
convenzione alla quale l’Italia ha aderito nel 1954, è regolato solo dall'articolo 1 della Legge
39/90 (la cosiddetta "Legge Martelli") e da un decreto (DPR 136/90) che definisce soltanto
alcuni aspetti della procedura di determinazione dello status di rifugiato.
La legge 39 del 90 ( conosciuta come Legge Martelli) rappresenta un punto di svolta.
Introduce infatti
Il diritto di cittadinanza come diritto realmente fruibile: l'immigrato iscritto al collocamento
può infatti lavorare godendo degli stesi diritti del lavoratore italiano
L'accesso alla sanità diventa automatico dal momento in cui l'immigrato ottiene il permesso
di soggiorno
Si costituiscono i centri di prima accoglienza
Si rafforza la condizione degli studenti con l'istituzione di borse di studio e attraverso norme
legislative che ne facilitano
Si inaugura la fase della programmazione dei flussi ( ogni anno il Governo decide la
quantità di persone che possono venire dall'estero a lavorare, in base alla richiesta del
mercato )
Si riconoscono le associazioni degli immigrati e le associazioni che operano sul versante
dell'immigrazione
Si istituiscono le consulte nazionali, regionali e provinciali dell'immigrazione.
Vengono previsti fondi destinati alle politiche dell'immigrazione
ESCI
Immigrazione, la legge BOSSI-FINI punto per punto
ROMA - Entra in Italia solo lo straniero che ha già in tasca un contratto di lavoro; diminuzione
da tre a due anni della durata del permesso di soggiorno; introduzione di un reato per il
clandestino che rientra in Italia nonostante sia stato espulso; abrogazione della figura dello
sponsor; sanatoria per colf e badanti irregolari: impronte ai lavoratori extracomunitari. Questi i
cardini della legge Fini-Bossi sull'immigrazione.
Ecco i principali punti della legge.
PERMESSO DI SOGGIORNO: viene concesso solo allo straniero che ha già un contratto di
lavoro. Le ambasciate e i consolati italiani fungeranno quindi da uffici di collocamento,
cercando di soddisfare le richieste di imprese e di famiglie alla ricerca di colf. Il permesso di
soggiorno durerà due anni; se nel frattempo lo straniero ha perso il lavoro dovrà tornare in
patria, altrimenti diverrà irregolare.
QUOTE: entro il 30 novembre il presidente del Consiglio, sentita la Conferenza unificata StatoRegioni, pubblica il decreto con le quote flussi, cioé il numero di extracomunitari che possono
entrare. Il decreto però è facoltativo, e teoricamente per un anno si potrebbe decidere di non
far entrare altri stranieri o di fare un altra sanatoria.
SPONSOR: è abrogata la figura dello sponsor, prevista dalla Turco-Napolitano, e usata
soprattutto dalle famiglie per assumere nuove colf. Alcuni deputati della maggioranza, ne
chiedono il ripristino.
COLF E BADANTI: sarà possibile sanare una colf a famiglia nonchè un numero illimitato di
badanti purchè venga certificato la presenza di anziani o disabili che ne hanno bisogno. La
denuncia (dichiarazione di emersione) dovrà essere presentata entro due mesi dall'entrata in
vigore della nuova legge alla Prefettura-Ufficio territoriale del Governo competente per
territorio. Sveltite le norme burocratiche.
ESCI
RICONGIUNGIMENTI: Il cittadino extracomunitario, in regola con i permessi, può chiedere
di essere raggiunto dal coniuge, dal figlio minore, o dai figli maggiorenni purchè a carico e a
condizione che non possano provvedere al proprio sostentamento. Già il Senato aveva detto di
no ai parenti entro il terzo grado, oggi la Camera ha introdotto alcune novità: potranno entrare
in Italia i genitori degli extracomunitari a condizione che abbiano compiuto i 65 anni e se
nessun altro figlio possa provvedere al loro sostentamento.
IRREGOLARI: l'irregolare (cioè una persona con documenti ma senza permesso di soggiorno)
viene espulso mediante "accompagnamento alle frontiere", cioè viene materialmente messo su
un aereo o una nave che lo riporta in patria. E' quanto già prevede la Turco-Napolitano.
CLANDESTINO: il clandestino (colui che non ha nemmeno i documenti di identità) viene
condotto in appositi Centri di permanenza fino a 60 giorni, durante i quali si cerca di scoprirne
l'identità per poterlo rimandare in patria (la Turco-Napolitano parlava di 30 giorni). Se non ci si
riesce, al clandestino viene "intimato" di lasciare il paese entro tre giorni (attualmente entro 15
giorni).
IMPRONTE DIGITALI: è l'ultima proposta del centrodestra: a tutti gli stranieri che chiedono
il permesso di soggiorno vengono prese le impronte, per poterlo riconoscere se contraffà i
documenti.
REATO DI INGRESSO CLANDESTINO: un extracomunitario che rientra in Italia
clandestinamente dopo un'espulsione, compie un reato che lo condurrà in prigione.
MINORI: I minori non accompagnati da nessun parente che sono ammessi per almeno tre
anni a un progetto di integrazione sociale e civile di un ente pubblico o privato. Avranno il
permesso di soggiorno al compimento dei diciotto anni. Una volta maggiorenne sarà l'ente
gestore del progetto a dover garantire e provare che il ragazzo si trovava in Italia da non meno
di quattro anni, che aveva seguito il progetto di integrazione da non meno di tre, che ha una
casa e che frequenta corsi di studio oppure lavora. O, ancora, che è in possesso di un contratto
di lavoro anche se non ha ancora iniziato l'attività. I permessi di soggiorno rilasciati a minori ed
ex minori dovranno essere sottratti alle quote d'ingresso definite annualmente.
ESCI
CONTRIBUTI INPS: Gli immigrati extracomunitari
per i quali sono stati versati anche meno di cinque anni di contributi potranno riscattarli ma
solo quando avranno raggiunto i 65 anni. L'opposizione si è astenuta pur facendo notare che le
aspettative di vita in molti paesi del terzo mondo non supera spesso i quaranta anni. La prima
stesura del testo prevedeva che gli stranieri perdessero tutti i loro contributi Inps, senza
possibilità di riscatto, a meno che non maturassero il diritto alla pensione con 19 anni di
versamenti; ma si tratta di casi rari, perchè la maggior parte degli stranieri lavora in Italia per
10-15 anni al massimo.
INFERMIERI PROFESSIONISTI - Entrano a far parte delle categorie speciali, sottratte alle
norme sui flussi, vista la grande carenza di questa figura professionale nel nostro Paese.
PREVENZIONE: Per prevenire l'immigrazione clandestina il Ministero dell'Interno potrà inviare
presso ambasciate e consolati funzionari di polizia esperti
ESCI
Legge 40/1998 (Legge Turco-Napolitano).
Dopo l'emanazione di una serie di decreti che integrano o modificano la legge Martelli per
fronteggiare i crescenti sbarchi clandestini nel nostro Paese, viene approvata la legge n. 40 del
6 marzo 1998, che riorganizza la disciplina dell'immigrazione e supera la logica di
emergenzialità che aveva influenzato la normativa precedente. La legge, oltre a regolamentare
ingresso, soggiorno ed espulsione, specifica quali sono diritti e doveri dello straniero e prevede
l'introduzione di una carta di soggiorno di durata illimitata.
In seguito all'esigenza di armonizzare le varie norme sull'immigrazione, nello stesso anno la
legge n. 40 viene fatta confluire nel decreto lgs. 286/98, Testo unico delle disposizioni
concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero.
ESCI
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La lettura non va in esilio