L’Educazione Interculturale
Parlare di educazione interculturale significa
parlare di prospettiva pedagogica anche se è
necessario precisare che si tratta pur sempre di
un processo “in fieri”, destinato certamente ad
affermarsi nel tempo, probabilmente tra molte
resistenze, conflittualità, reazioni dei singoli
soggetti, dei gruppi umani e delle politiche stesse
degli stati.
Per l’Occidente è un processo iniziato,
secondo alcuni autori con la scoperta e la
globalizzazione delle Americhe, un evento
drammatico, stigmatizato dallo sterminio e
dal genocidio, ma destinato malgrado tutto
ad erodere nella cultura occidentale il
pregiudizio etnocentrico, imponendo un
incontro con l’altro da sé, in cui
evidentemente l’occidentale non si
riconobbe, con cui inizio però a misurarsi ,
a confrontarsi.
• E’ evidente che in questo sistema ideologico di
intendere l’”identico” e il “diverso” si rafforza
anche il pregiudizio di “razza” una categoria
etnocentrica, fondata sulla gerarchizzazione tra
le razze umane al culmine della quale si situa la
razza bianca, occidentale ed ariana, per qualità
di ordine morale, intellettuale e fisico non
possedute, biologicamente parlando, da altri
gruppi etnici.
• Il pregiudizio di razza, una nozione diversa da
quella di etnia che ha un significato piuttosto
che biologico, troverà un luogo teorico della sua
fondazione nel positivismo e specialmente in
alcuni autori, criminologi in particolare, i quali
teorizzeranno l’esistenza della differenza di
razza su base biologica, affidandosi sia alla
teoria evoluzionistica – utilizzata per
discriminare i diversi gruppi umani sulla scorta
di diversi gradi di evoluzione – che all’ipotesi
dei condizionamenti ambientali sui caratteri
degli individui, con il preciso intento inteso a
gerarchizzare le popolazioni umane tra
settentrionali e meridionali, a tutto svantaggio di
quelle meridionali.
La Scuola antropologica tra l’Ottocento e il Novecento
fonderà su questi criteri la legittimazione del
pregiudizio di razza ed alimenterà più o meno
direttamente il mito nazionalistico che in Europa
giustificherà con il nazifascismo, la tragedia
dell’olocausto.GFli eventi sociali, politici culturali del
Novecento però imporranno significativamente il
bisogno di intercultura, portando all’attenzione di molti
soggetti, oltre che del pedagogista di professione, la
prospettiva dell’educazione interculturale come ipotesi
di fondazione di una Bildung per la pacifica
convivenza, per la cooperazione, per la democrazia.
• I flussi migratori che hanno segnato e segnano
gli anni più recenti, hanno fatto acquisire
vivibilità alla pluralità, al molteplice, al
differente; le inedite forme della comunicazione
massmediologica ed inrete hanno ridisegnato le
categorie spazio-temporali, facendo del pianeta
il “villaggio globale” profetizzato da Mac Luhan.
A fronte del riconoscimento del plurale, del
molteplice, del differente e del poliformico, si
è andata delineando la consapevolezza della
categoria della diversità non come carattere
negativo della normalità ma come condizione
esistenziale che caratterizza ciascun uomo
che nasce alla vita, ciascun soggetto.
La diversità non è la categoria della negatività,
della difettività e della marginalità ma è il vero
volto dell’identità, ovvero il carattere che
contraddistingue qualsiasi persona per la sua
unicità, singolarità, irripetibilità. La diversità,
altra faccia dell’identità, accomuna
paradossalmente gli uomini nella comune
appartenenza alla categoria della differenza.
L’educazione interculturale si pone come
scelta ineludibile e prefigura una axiologia ed
una teleologia formativa che si può
sostanzialmente ricondurre ad alcuni precisi
vettori. Il rispetto per l’alterità anzitutto.
Si tratta di una fuoriuscita dalla categoria della
soggettività per scoprire la relazione Io e Tu.
Una relazione destinata non solo a dare il
senso dell’identità ma soprattutto rinsaldare il
legame costruendo prossimità.
La prossimità non è riduzione delle differenze e
costruzione delle identità al plurale ma è scoperta
della ricchezza antropologica dell’alterità; è
costruzione di un orizzonte di co-implicazione e di
autentica comprensione.
Lo stesso John Dewey, il filosofo della
della democrazia americana già nel
1916 nell’opera Democrazia ed
educazione, aveva avanzato un a
proposta puntuale per corrispondere
alle esigenze di una convivenza
democratica di un crogiuolo umano,
puntando sulla formazione e sulla
scuola.
Appare chiaro l’importanza e il ruolo nevralgico
della scuola e delle altre agenzie educative. La
scuola infatti può diventare luogo in cui si
sperimentano il pluralismo,la pacifica
convivenza e la democrazia a condizione che
fuoriesca dal modello istituzionale culturale e
pedagogico monotematico, monolinguistico
etnocentrico e monoculturale.
Ponendosi invece come centro della
formazione alla libera investigazione, al
dialogo, al confronto, alla partecipazione la
scuola può fare emergere e sentire vivi i
valori della persona, dell’alterità, della
diversità, della pluralità e
dell’intersoggettività.
La formazione, questo processo
fondamentale dell’esistenza umana che ci
coglie di sorpresa con la nascita e ci orienta
con gli accadimenti della vita può dirsi
processo di coltivazione, di apprendimento,
di sviluppo, di cura se ci permette di
fuoriuscire dalla condizione di soggezione e
farci persona.
. Questo significa che ogni essere umano è
soggetto depositario ontologicamente della
prerogativa dell’umanità ma è attraverso la
formazione che può emanciparsi da
condizioni di illibertà e di reificazione.
In questo senso ritengo che l’analisi di
Martha Nussbaum ci possa aiutare a
comprendere meglio i problemi della
pedagogia interculturale, in relazione anche
alla costruzione di un’autentica democrazia.
Nel pensiero della Nussbaum, infatti, e in
particolare nei testi Coltivare l’umanità e
Diventare persone, è chiaro il tentativo di
ricostruire il significato della formazione e
del concetto di persona nelle situazioni
specifiche .
La Nussbaum propone la costituzione di un
concetto nuovo di soggettività: il cittadino
del mondo, profondamente legato ai principi
della pedagogia interculturale e che vanta
dei precedenti nelle tradizioni educative.
Il termine cittadino del mondo fu coniato da
Diogene il Cinico. Diogene (403-323 a.C.)
riteneva che povertà e libertà di pensiero
andassero di pari passo. Esprimere
liberamente il proprio pensiero era per lui la
cosa più bella che si potesse fare nella vita.
Quando gli si chiedeva da dove venisse
Diogene rispondeva “io sono un cittadino
del mondo”.
Anche Socrate stesso venne educato in
un’Atene fortemente influenzata da questo
tipo di idee. Nel quinto secolo a. C., infatti
egli sosteneva “se qualcuno ti domanda di
dove sei, non rispondere sono di Corinto o
di Atene ma rispondi sono cittadino del
mondo”.
In seguito S. Agostino, Dante, Tommaso
Campanella, Voltaire, Rousseau, Kant,
Hugo, Mazzini, Gandhi e molti altri ancora ci
dicono, sebbene sotto i diversiinflussi delle
proprie idee e dei propri tempi che l’umanità
potrà avere pace e benessere solo
istituendo una cittadinanza universale, sulla
base dell’uguaglianza e della libertà,
suffragata dalla non violenza, dalla
coerenza logica e dalla tolleranza.
La Nussbaum fa notare che per un buon
cittadino del mondo è indispensabile il
riconoscimento di valori come il rispetto e la
comprensione che implicano il
riconoscimento non solo delle differenze ma
anche e nello stesso tempo il
riconoscimento dei diritti, delle aspirazioni,
delle stesse problematiche condivise.
Tre capacità sono essenziali secondo
Nussbaum affinchè si possa coltivare
l’umanità e affinchè un cittadino diventi
un cittadino del mondo.
In primo luogo la capacità di giudicare
criticamente se stessi e le proprie
tradizioni per vivere quella che potremo
chiamare, secondo Socrate, una vita
esaminata.
In secondo luogo i cittadini che vogliono
diventare cittadini del mondo devono
concepire se stessi non solo come membri
di un gruppo o di una nazione ma
soprattutto come esseri umani legati ad altri
esseri umani da interessi comuni.
Il terzo requisito della cittadinanza viene
definito da Martha Nussbaum
“immaginazione narrativa” ovvero la
capacità di immaginarsi nei panni di un’altra
persona per capire meglio la sua storia
personale, il suo vissuto, intuire le sue
emozioni e i suoi desideri.
Diventare un cittadino del mondo significa
spesso intraprendere un cammino solitario,
una sorta di esilio, lontani dalle comodità
delle verità certe, dal sentimento
rassicurante di essere circondati da
persone che condividono le nostre stesse
convinzioni e i nostri stessi ideali.
E’ il compito degli educatori mostrare agli
studenti come sia bella e interessante una
vita aperta al mondo e quanta soddisfazione
si ricavi dall’essere cittadini che si rifiutano
di accettare acriticamente le impostazioni
altrui e quanto sia affascinante lo studio
degli esseri umani in tutta la loro reale
complessità e l’opporsi ai pregiudizi più
superficiali, quanta importanza abbia vivere
fondandosi sulla ragione piuttosto che sulla
sottomissione all’autorità.
L’educazione della persona assolve
fondamentalmente al compito di promuovere
l’affermazione di una democrazia intesa
come orizzonte in cui si invera l’universalità
del progetto della “coltivazione dell’umanità”.
Nell’opera “Coltivare l’umanità” martha
Nussbaum individua l’occasione davvero
unica per formare persone capaci di
realizzare forme più mature e più giuste di
vita democratica. In una società complessa
come quella contemporanea il concetto di
autonomia comporta quello di
responsabilità attraverso la quale il
cittadino diventa soggetto di una realtà
universale, nella quale si avvia la
convivenza democratica che è alla base
del concetto moderno di cittadinanza.
Ma come potrebbe prendere forma il
progetto di un’educazione alla “cittadinanza
del mondo” nel programma di una scuola
odierna? E cosa dovrebbero imparare gli
studenti tenendo presente che tutti noi come
cittadini interagiamo con persone
provenienti da diverse tradizioni e dobbiamo
quindi saper affrontare le questioni che
sorgono dalle differenze culturali?
Questa educazione secondo Nussbaum
deve essere multiculturale deve far cioiè
conoscere agli studenti le caratteristiche
principali della cultura tipica di altri gruppi,
includendo lo studio delle religioni del
mondo, quello dei gruppi razziali ed etnici,
delle minoranze sociali all’interno dei loro
rispettivi curricoli formativi.
Lo studio delle lingue e della storia, gli studi
delle religioni e delle filosofie hanno tutte un
ruolo importante nella realizzazione di
questo progetto: “La consapevolezza della
differenza culturale è essenziale per favorire
il rispetto reciproco, che è a sua volta il
presupposto per l’instaurarsi di un dialogo
produttivo. Le cause principali del rifiuto di
chi è diverso sono infatti l’ignoranza e il
ritenere le proprie abitudini valide per
natura”.
“E’ certo che nessun tipo di educazione
liberale potrà mai mettere gli studenti in
grado di conoscere tutto ciò che sarebbe
utile sapere, ma la conoscenza precisa di
almeno una tradizione non familiare e
qualche nozione sulle altre è già sufficiente
per far nascere la consapevolezza
tipicamente socratica di quanto sia limitata e
limitativa la nostra esperienza”.
E’ giusto, secondo Nussbaum, che il
cittadino del mondo si dedichi maggiormente
allo studio della propria regione e della
propria storia, perché è evidente che le sue
scelte dovranno principalmente essere
compiute in questo ambiente “ la necessità
di dare ampio spazio allo studio delle realtà
locali ha riflessi importanti sull’educazione.
Commetteremmo un grosso errore se
volessimo fornire agli studenti una
conoscenza completa di tutte le culture:
sarebbe come se tentassimo di far imparare
loro qualcosa di ogni lingua “.
D’altra parte secondo Nussbaum, è di
estrema importanza che questi argomenti
vengano presentati agli studenti in modo da
non far dimenticare la realtà più vasta
all’interno della quale si collocano le
tradizioni occidentali :” E’ comunque
indispensabile una riforma del programma,
che dovrebbe dare la possibilità agli studenti
di conoscere le tradizioni di pensiero più
importanti . E’ necessario che i cittadini del
mondo ricevano un’educazione adeguata a
questo scopo fin da piccoli”.
Martha Nussbaum fa notare che per un
buon cittadino del mondo conoscere le
culture degli altri popoli e delle minoranze
non significa soltanto riconoscere la dignità
degli studenti stranieri e di quelli
appartenenti alle minoranze, sebbene anche
questo sia un risultato rilevante.
Ma un’educazione di questo tipo si rivolge
agli studenti così come ai cittadini affinchè
imparino a trattare il prossimo con rispetto e
comprensione. Rispetto e comprensione
implicano il riconoscimento non solo delle
differenze ma anche, e nello stesso tempo, il
riconoscimento dei diritti, delle aspirazioni e
delle problematiche condivise.
La cittadinanza dal punto di
vista giuridico.
In ambito giuridico il termine cittadinanza
indica il vincolo di appartenenza di un
individuo, detto cittadino, che assume diritti
e doveri nei confronti di uno stato o di una
città.
Nell’antica Grecia, secondo quanto
affermava Aristotele nella Politica, il
possesso della cittadinanza definiva il diritto
a partecipare alle funzioni legislative e
giudiziarie della città-stato; tale diritto era
concesso in base alla nascita e ai legami di
sangue, soltanto ai membri liberi della
comunità, negato agli schiavi e assai di rado
concesso agli stranieri.
Nell’antica Roma ogni cittadino godeva del
diritto di voto, ma non tutti i cittadini erano
eleggibili alle cariche pubbliche, il diritto
civile era rivolto ai cittadini e non si
applicava, quindi, agli stranieri. Questi, ad
esempio non potevano sposarsi secondo il
rito del matrimonio romano e i loro figli, di
conseguenza non erano pari ai figli dei
cittadini romani. Solo con l’editto di
Caracalla nel 212 d. . La cittadiannza
romana fu concessa a tutti i sudditi
dell’impero.
Il concetto moderno di cittadinanza si è
sviluppato a partire dalla Rivoluzione
francese e con “la dichiarazione dei diritti
dell’uomo e del cittadino” (26 agosto
1789) che ha formulato gli ideali della
rivoluzione francese riassunti
dall’espressione “libertè, egalitè,
fraternitè”. Era questa la solenne
proclamazione delle libertà fondamentali
dell’individuo (di pensiero, parola,
stampa), dell’uguaglianza di tutti i cittadini
di fronte alla legge senza distinzioni di
ceto e dei principi democratici.
“La dichiarazione dei diritti dell’uomo e del
cittadino” rappresenta una delle conquiste
più importanti, forse la più importante
della Rivoluzione francese posta come
preambolo alla costituzione del 1791 nella
quale si nega il diritto divino del re posto
alla base dell’assolutismo monarchico,
stabilendo invece l’uguaglianza dei
cittadini di fronte alla legge.
Tappa altrettanto importante per la salvaguardia
della dignità dell’uomo si ha nel 1948 quando alla
conclusione della seconda guerra mondiale,
l’Assemblea generale dell’Organizzazione delle
Nazioni Unite ha adottato all’unanimità la
risoluzione che promuoveva il rispetto dei diritti e
delle libertà fondamentali in ambito civile, politico,
economico, sociale e culturale ben interpretato
dall’art. 22
• “Ogni individuo, in quanto membro della
società, ha diritto alla sicurezza sociale,
nonché alla realizzazione dei diritti
economici, sociali e culturali indispensabili
alla sua dignità e al libero sviluppo della
sua dignità”.
Per la Costituzione italiana, la
cittadinanza è una delle qualità che
definiscono la personalità giuridica del
cittadino e che gli consentono di
esercitare i diritti e i doveri che
scaturiscono dall’appartenenza alla
comunità statale.
Accanto alla cittadinanza nazionale i
cittadini degli Stati appartenenti
all’Unione europea godono anche
della cittadinanza europea. Con il
Trattato di Amsterdam del 1997 si è
affermato che la cittadinanza
nazionale e quella comunitaria sono
complementari,
Il possesso della cittadinanza
europea attribuisce diritti e doveri
ai cittadini degli Stati membri ma
solo i primi trovano espressa
collocazione nelle disposizioni
comunitarie,
• Si tratta della libertà di circolare
liberamente nel territorio degli Stati
membri, del diritto di voto e di eleggibilità
alle elezioni del Parlamento europeo e
alle elezioni comunali nello Stato membro
in cui risiedono, alle stesse condizioni dei
cittadini di detto Stato.
Ogni Stato deve prima o poi affrontare
lungo il corso della storia il tema della
cittadinanza attribuita al cittadini per
distinguerlo dallo straniero dal punto di
vista della titolarità di un certo numero di
diritti e di doverti. Thomas Marshall
distingue tre fasi della cittadinanza: civile,
politica e sociale.
La cittadinanza civile si afferma
storicamente per prima e attribuisce agli
individui una serie di diritti, di libertà: la
libertà fisica. La libertà di parola, di
pensiero e di religione .
La cittadinanza politica concede il diritto ai
cittadini di partecipare all’esercizio del
potere politico come membri a suffragio
attivo o passivo. La cittadinanza sociale,
invece, riguarda il diritto all’educazione, al
benessere, alla sicurezza sociale che
salvaguarda, in modo particolare la salute
del cittadino.
In Italia la cittadinanza si acquisisce in
quattro modi: per nascita (il figlio di padre
o madre cittadini); per beneficio di legge (
lo straniero nato e residente in Italia che
al compimento della maggiore età sceglie
la cittadinanza italiana); per estensione (il
coniuge straniero di un cittadino italiano);
per naturalizzazione (il cittadino di uno
Stato membro dell’Unione Europea che
risiede da quattro anni in Italia).
• La situazione delle donne nei
paesi in via di sviluppo.
La filosofa americana Martha Nussbaum
nel testo Diventare Persone descrive la
difficile situazione femminile,
soffermandosi in particolare in India,
offrendo uno straordinario contributo e
individuando in una prospettiva filosofica
e politica, i principi costituzionali
fondamentali che dovrebbero essere
rispettati e fatti rispettare dai governi di
tutte le nazioni per superare tali disparità.
Nussbaum elabora un progetto filosofico
“forte”, di tipo normativo, che vuole uscire
dalla pura dimensione speculativa per
dare risposte concrete ai fatti empirici, e
mettere il lettore in contatto con un
repertorio vivo di voci, storie,
testimonianze che ci aiutano a capire la
reale condizione, ancora oggi fortemente
svantaggiata, della donna rispetto agli
uomini, soprattutto nei paesi in via di
sviluppo.
Peggio nutrite, più esposte alle
malattie, alla violenza fisica e agli
abusi sessuali, meno
scolarizzate, spesso prive di
qualsiasi formazione
professionale, le donne non
possono contare nemmeno sugli
stessi diritti.
Nel programma di sviluppo delle Nazioni
Unite del 1997 emerge, dagli studi
effettuati, che al mondo non esiste alcun
paese che tratti in egual misura le donne
quanto gli uomini. Questo è quanto
attestato da complessi e numerosi
indagini e ricerche che considerano
diversi fattori: il benessere, la mancanza
d’istruzione, la durata della vita , la
denutrizione, la mancanza dei servizi
sanitari.
• I paesi in via di sviluppo presentano
problemi a volte molto pressanti
essendo la disuguaglianza di genere
correlata fortemente alla povertà
Nei paesi in via di sviluppo,
complessivamente il numero di
donne adulte analfabete supera del
60% quello degli uomini, il tasso di
reclutamento scolastico è del 23%
inferiore a quello maschile persino
nelle scuole elementari, mentre i
salari femminili sono tre quarti di
quelli maschili
In questi paesi sono ancora numerosi i
casi di violenza, abuso domestico e
molestie sessuali e spesso la violenza
all’interno del matrimonio non è
considerata un crimine e persino gli atti di
violenza contro estranei sono così
raramente puniti che molte donne evitano
di denunciare il crimine
La storia sociale di una donna e la sua
appartenenza sociale, spiega Nussbaum,
vengono sicuramente usate contro di lei
in tribunale; raramente le prove mediche
sono raccolte con tempestività, la polizia
manda avanti le pratiche con tempestivo
ritardo e quindi è molto difficile giungere
ad una condanna.
Secondo le legge indiana è molto costoso
intentare una causa di questo genere, non
essendoci attualmente assistenza legale
gratuita per le vittime di stupro. Su 105 casi
portati in tribunale (secondo uno studio
condotto da una ONG “Organizzazione non
Governativa” con sede a Delhi) solo 17 sono
puniti con la prigione. Se poi si prende in esame
l’area fondamentale della salute e
dell’alimentazione, ci sono prove diffuse di
discriminazione contro la popolazione
femminile.
In breve, manca alle donne il
sostentamento necessario per
condurre una vita che sia
pienamente umana e ciò è
frequentemente dovuto solo al loro
essere donne. Così, anche vivendo
in una democrazia costituzionale
come l’India, dove tutti, in teoria,
dovrebbero essere uguali, le donne
sono in realtà cittadine di seconda
classe.
Il problema del pieno dispiegamento
umano femminile e maschile nel mondo è
l’oggetto principale di studio di Martha
Nussbaum riferito al problema della
questione femminile. L’impianto teorico
del suo lavoro parte dalla posizione della
donna nei Paesi del Terzo mondo, in
base all’assunto che la disuguaglianza di
“genere” è strettamente correlata alla
povertà.
La tesi “forte” di Martha Nussbaum è
che per arrivare ad una soglia
minima di rispetto della dignità
umana (femminile e maschile)
l’approccio migliore risulta essere
quello fondato sulle capacità umane,
anzi sul principio delle capacità di
ogni persona, basato a sua volta sul
principio di considerare ogni persona
un fine a sé
L’approccio secondo le capacità
difeso da Martha Nussbaum non solo
assegna un posto preminente
all’immaginazione, sentimenti ma fa
anche affidamento su di essi sul
piano metodologico. Il referente
principale della teoria del “capabality
approach” è l’ideale marxiano del
pieno dispiegarsi delle capacità e
delle funzioni umane.
Quel che ci interessa è la soglia più
alta di questo dispiegamento, quella
che una volta raggiunta, la persona
diventa un essere “veramente
umano”, degno di essere tale. L’idea
centrale che Nussbaum accoglie è
quindi il principio marxiano
dell’essere umano in quanto essere
libero e dignitoso che modella la
propria vita in cooperazione e
reciprocità con gli altri.
Se noi guardiamo ad ogni
persona come ad un fine in sé e
non come ad uno strumento per
soddisfare i bisogni altrui, questa
concezione acquista corpo e
spessore.
E’ una prospettiva che può
aiutare le donne ad uscire dalla
“logica del sacrificio”, quella che
chiede loro di porre il
soddisfacimento dei bisogni dei
familiari davanti alla realizzazione
del proprio sé.
Nussbaum spiega che se noi parliamo di
ciò che le persone sono di fatto in grado
di fare e di non fare non diamo nessun
privilegio a quella che potrebbe essere
un’idea occidentale perché le idee di
attività e capacità sono presenti in tutte le
culture. Questo approccio inoltre
salvaguarda il valore della diversità e dei
costumi senza preservare la brutalità di
alcune pratiche: la violenza domestica, la
monarchia assoluta o la mutilazione
genitale
Si capisce bene, quindi, che il
miglior approccio si concentra
sulle capacità umane, vale a dire
su ciò che le persone sono
realmente in grado di fare e di
essere, avendo come modello
l’idea di una vita che sia vissuta
nella dignità per ogni essere
umano.
ci si riferisce quindi ad un
principio di capacità
individualizzato, basato sul valore
della persona intesa come fine
Il rispetto dei diritti civili è, infatti,
il presupposto basilare di un
sistema democratico. Per diritti
civili s’intende l’insieme delle
garanzie, delle libertà e degli
strumenti forniti alla gente perché
possa partecipare alla vita
politica e sociale di un Paese.
La libertà di espressione è il
diritto civile più importante anche
perché in essa è compresa la
libertà di pensiero, di opinione, di
professione religiosa e politica,
cioè tutto quello che è alla base
di una democrazia derivante dal
modello dell’antica polis greca
In India questi diritti vengono
continuamente calpestati e
quando si vuole indicare un
aspetto negativo di questo Paese
si fa riferimento, soprattutto, alla
condizione delle donne e dei
bambini.
L’istruzione che è l’unico strumento
che i vari Stati Nazionali hanno
realmente potuto usare a favore delle
donne, non ha ancora raggiunto gli
obiettivi previsti. Il matrimonio
rappresenta attualmente per la
donna l’unica via di uscita che le
consente di sopravvivere dato che la
società le nega occasioni di lavoro e
inserimento pari a quelli degli uomini.
E’ meglio, dunque, che una
bambina impari, stando a casa, a
fare la moglie e la madre,
piuttosto che andare a scuola
dove le insegnerebbero cose che
nulla hanno a che fare con quello
che sarà il suo ruolo futuro.
Il volontariato è la matrice delle
varie forme che l’intervento del
singolo nel sociale può
assumere, in quanto espressone
di quella visione che si ha
quando l’individuo avverte
l’esigenza forte ed assoluta di
dare aiuto a chi ha bisogno.
L’evoluzione culturale e sociale
del volontariato italiano ha
modificato il suo ruolo rispetto
all’associazionismo sociale, infatti
il volontariato nella cultura e nella
prassi ha assunto una
dimensione politica, cioè un
impegno attivo per l’innalzamento
della qualità della vita nel nostro
Paese.
Il 4 dicembre 2001, nel corso di un
Convegno dal titolo “ Un punto di
arrivo per una nuova partenza”, su
iniziativa della Fondazione Italiana
per il Volontariato e del gruppo Abele
di Don Luigi Ciotti, illustre militante
del volontariato italiano, è stata
presentata la Carta dei Valori del
Volontariato
Questo documento fondamentale per
il volontariato italiano è il frutto dei
numerosi contributi che i gruppi, le
organizzazioni e i singoli hanno
offerto partendo dalla loro personale
esperienza volontaristica e
dell’apporto di illustri studiosi del
volontariato come il sociologo Ardigò
e il filosofo Cacciari.
La Carta vuole essere strumento
indispensabile attraverso il quale ogni
volontariato e ogni organizzazione abbiano
chiari gli elementi del proprio “essere” e
adottino criteri di un “agire” che siano coerente
testimonianza di dimensione ideale, per
svolgere quella che Luciano Tavazza definiva la
duplice missione “[…] di promotore della cultura
e della prassi della solidarietà e di agente del
mutamento sociale” e che si specifica
principalmente in due ruoli:.
la dimensione attiva, attraverso
la gratuita presenza nel
quotidiano; la dimensione
politica, quale soggetto sociale
che partecipa alla rimozione degli
ostacoli che generano
svantaggio, esclusione, degrado
e perdita di coesione sociale.
i valori del volontariato tendono
verso la comunità democratica,
cioè una comunità in cui trovino
sostegno i più deboli, dove siano
contrastate le forme di
emarginazione e siano superate
le forme di sofferenza e di
degrado
Si tratta della costruzione di una
comunità democratica fondata
sulla giustizia, sulla solidarietà,
sulla valorizzazione della
persona e delle culture, sulla
comunicazione e sullo scambio
intersoggettivo
In questo senso il volontariato si
esprime attraverso diverse sfere
di intervento, di cui si segnalano
quella della persona, quella
culturale, quella politica.
Con la prima, l’impegno del volontariato
parte dalla dignità dell’essere umano per
individuarne i bisogni e i diritti,
intervenendo laddove siano negate la
dignità, la libertà, la formazione, la salute,
ecc. Questa dimensione di intervento è
primaria perché al centro dell’azione
volontaria ci sono le persone considerate
nella loro dignità umana, nella loro
integrità umana e nel contesto delle
relazioni familiari, sociali, culturali in cui
vivono
Con la prima, l’impegno del
volontariato parte dalla dignità
dell’essere umano per
individuarne i bisogni e i diritti,
intervenendo laddove siano
negate la dignità, la libertà, la
formazione, la salute, ecc.
Questa dimensione di intervento
è primaria perché al centro
dell’azione volontaria ci sono le
persone considerate nella loro
dignità umana, nella loro integrità
umana e nel contesto delle
relazioni familiari, sociali, culturali
in cui vivono.
Il volontariato, in quanto
esperienza di reciprocità, di
solidarietà esprime una
dimensione operativa dalla
grande tensione culturale e
politica.
In questa specifica accezione,
l’azione volontaria è pratica di
cittadinanza solidale in quanto
“[…] si impegna a rimuovere le
cause delle disuguaglianze
economiche, culturali, sociali,
religiose e politiche e concorre
all’allargamento, tutela e fruizione
dei beni comuni.
A questo punto, è bene chiarire
che il volontariato non nutre solo
l’aspettativa di formare volontari,
quanto quella di puntare anzitutto
a realizzare la figura dell’uomo
solidale. Ma quali sono i caratteri
dell’uomo solidale?
Tavazza dice che è un “[…]
soggetto, una persona che ha
cura di sé, che ha cura dell’altro,
che ha cura dell’ambiente […]
L’uomo solidale sembra essere la
persona di cui il nuovo millennio
ha bisogno
Educare all’azione solidale significa
che scuole, famiglia ed altre
istituzione private, agenzie che
operano nelle comunità, fondate su
valori condivisi, assegnino priorità ad
un’azione formativa in cui siano
valorizzati principi quali la solidarietà
e la responsabilità, la cooperazione e
la giustizia, l’impegno e la coerenza.
Il volontariato è “scuola di
solidarietà”.
volontariato esprime la sua tensione,
nell’aspirazione a formare un soggettopersona che sia votato sì alla
realizzazione del proprio sé, ma che
sappia uscire dal chiuso della propria
individualità per cogliere la ricchezza e le
risorse che sono negli altri uomini, che si
apra, cioè, a nuove prospettive e lasci
all’altro la possibilità di incidere sulle sue
visioni del mondo, sui suoi punti di
riferimento, sui suoi orizzonti conoscitivi e
valoriali
In effetti, Luciano Tavazza
evidenzia con estrema chiarezza
“[…] la passione educativa del
volontariato che non nutre
soltanto l’aspettativa di formare
volontari, quanto quella di
puntare anzitutto a realizzare la
figura dell’uomo solidale
Luciano Tavazza precisa:“ […] è un
soggetto, una persona che ha cura di sé
(necessità di prepararsi al meglio per la
propria crescita personale e per il
servizio), che ha cura dell’altro (solo
l’esperienza dell’alterità apre alla
relazione e ci fa maturare nella nostra
personale dimensione antropologica), che
ha cura dell’ambiente (in quanto ambiente
naturale e comunità territoriale nella quale
tutti ci salviamo o tutti ci perdiamo”
Orientare ed educare all’azione
solidale significa che scuola,
famiglia ed altre istituzioni private
che operano in sintonia nella
comunità attraverso un’azione
fondata su valori condivisi, diano
priorità ad un’azione formativa in
cui siano valorizzati principi quali
la solidarietà e la responsabilità,
la cooperazione e la giustizia,
l’impegno e la coerenza.
Il volontariato, in effetti,
cercando di raggiungere questi
obiettivi diventa “scuola di
solidarietà” e “[…] propone a tutti
di farsi carico, ciascuno per le
proprie competenze, tanto dei
problemi locali quanto di quelli
globali e, attraverso la
partecipazione, di portare un
contributo al cambiamento
sociale.
In questa previsione si può fare
riferimento al volontariato come
“laboratorio di democrazia”,
interpretando il pensiero del
filosofo John Dewey secondo cui
l’idea di un’istituzione come la
scuola che, proprio perché
ispirata ai principi del pluralismo
e della partecipazione, può
educare i giovani alla
democrazia.
Il principio deweyano consiste
nel fatto che, coltivando l’umanità
dell’uomo, nel singolo soggetto,
attraverso l’esperienza educativa
del confronto, del dialogo,
dell’incontro e della reciprocità si
possano concretamente
realizzare principi universali quali
la giustizia sociale e la
democrazia.
Anche la filosofa Martha
Nussbaum, nell’opera Coltivare
l’umanità analizzando il concetto
di cittadinanza inoltrato dalla
nostra società e quindi dall’uomo
del nostro tempo, trova
nell’educazione l’opportunità
davvero unica per formare
persone in grado di attuare forme
più esatte ed equilibrate di vita
democratica.
In questo senso la formazione
dell’uomo solidale si identifica con la
formazione del cittadino del mondo
come processo complesso inteso a
donare libertà al pensiero, aprirlo
all’immaginazione creativa verso un
mondo in cui le persone sono libere
di realizzare la loro umanità nel pieno
superamento di condizioni che non
permettono la comprensione e la
cooperazione.
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