TERRY BROOKS
IL FUOCO DEGLI ANGELI
(Angel Fire East, 1999)
A mio padre, Dean Brooks,
che rinunciò alla sua carriera di scrittore
perché potessi diventarlo io
PROLOGO
John Ross è fermo ai margini di un brullo frutteto devastato. Sta guardando la collinetta che si innalza dolcemente davanti a lui e la figura di un
uomo appeso a una croce di legno. Il poveretto ha le mani e i piedi trafitti
da lunghi chiodi di ferro; polsi e caviglie sono legati strettamente perché
non riesca a liberarsi strappandosi dai chiodi. Su tutto il corpo si scorge
un reticolo di frustate rosse e da una profonda ferita al fianco esce ancora
un rivoletto di sangue. La testa reclinata è nascosta dai capelli lunghi e fini, e il movimento del petto, quando respira, è debole e quasi impercettibile.
Dietro di lui, come una sorta di beffardo fondale alla parodìa della sua
morte, si scorge il guscio annerito dal fuoco di una chiesa di campagna
bruciata. La croce a cui è inchiodato è stata presa dall'edificio, strappata
dalle staffe di metallo che la fissavano alla parete dietro l'altare e piantata
nel terreno. Nella luce grigia del giorno, la vernice lucida che copre il legno di quercia luccica debolmente, quasi a testimoniare il rispetto che un
tempo veniva tributato al culto di Dio.
A poca distanza dall'altura, dove sorge il piccolo villaggio che aveva
cura di quella chiesa, si leva un coro di grida in mezzo all'inconfondibile
rumore del massacro.
John Ross è fermo da molti minuti e continua a riflettere sulle implicazioni dell'orribile scena che gli sta davanti. Non può fare nulla per l'uomo
crocefisso. Non è un medico, non sa nulla di medicina. La sua magia può
rianimare e guarire soltanto lui. È un Cavaliere del Verbo, ma è anche un
fallimento. Termina i propri giorni da solo, in un futuro che non ha potuto
impedire. La scena che ha davanti non è inconsueta, nell'orrore postapocalittico della distruzione della civiltà, ma è tristemente familiare e
sgradevolmente reale.
Alla fine prende una decisione: può staccare l'uomo dalla croce, anche
se non è in grado di salvarlo. Con la propria presenza, può dargli qualche
istante di pace e di conforto.
Sotto un cielo invernale che pare voler smentire la stagione estiva, sale
la collina fino all'uomo crocefisso. Questi non solleva la testa né accenna
in alcun modo di essersi accorto della presenza di Ross. Sotto una patina
di sangue e di sudore, il suo corpo magro e muscoloso è segnato da cicatrici di vecchie ferite. Ha dovuto sopportare molte traversie e violenze in
passato, e sembra ingiusto che debba terminare i suoi giorni fra altro dolore e in ancor più grave abbandono.
Ross rallenta avvicinandosi a lui e passa rapidamente lo sguardo sulla
facciata annerita della chiesa e sugli alberi che la circondano. Nelle ombre vede luccicare occhietti gialli, che rivelano la presenza di Divoratori.
Sono in agguato ai margini della sua vista, nascosti negli angoli bui, in attesa di soddisfare la loro fame. Non sono lì per Ross. Sono venuti per
l'uomo crocefisso. Aspettano che muoia per assaporare il suo passaggio
dalla vita alla morte, la più squisita, appagante e rara tra le umane emozioni che quelle creature bramano.
Ross li fissa minacciosamente finché non vede diminuire il chiarore dei
loro occhi, grandi come lanterne, e non li vede scivolare nelle ombre in attesa del loro momento.
L'attenzione del Cavaliere del Verbo è attirata da un pezzo di legno abbandonato ai piedi della croce. Sono i resti di un bastone nero e lucido...
uguale a quello impugnato da Ross. Con un brivido, fissa l'oggetto, incapace di credere a quanto ha scoperto. Ci dev'essere un errore, si ripete. Ci
dev'essere un'altra spiegazione.
Ma non ne trova. Proprio come lui, l'uomo sulla croce è un Cavaliere
del Verbo.
Ora Ross accelera il passo, si precipita per aiutare, per abbassare la
croce, per sfilare i chiodi, per liberare l'uomo inerme appeso davanti a lui.
Ma l'uomo si è accorto della sua presenza e, con voce roca, sussurra:
«Non toccarmi».
Ross si blocca subito. La forza delle parole del moribondo e la sorpresa
nel constatare che è cosciente gli impediscono di proseguire.
«Mi hanno avvelenato» dice l'uomo.
Ross trae un lento, lungo respiro e annuisce tristemente: coloro che
hanno crocefisso quel Cavaliere del Verbo l'hanno coperto di un veleno
sovrannaturale, creato dalla magia dei demoni. Non c'è speranza per lui.
Ross fa un passo indietro e posa di nuovo gli occhi sul Cavaliere in-
chiodato alla croce. Osserva il lento alzarsi e abbassarsi del suo petto, il
sangue che gli esce dalle ferite, l'ombra della faccia, nascosta dietro la
cortina di capelli.
«Mi hanno preso quando avevo esaurito la magia e non ero in grado di
difendermi» continua a bassa voce il Cavaliere morente. «L'avevo consumata tutta per sfuggire loro, poco prima. Non ho avuto il tempo di rifarne
una scorta. Si sono accorti della mia debolezza e mi hanno dato la caccia
finché non mi hanno trovato. Demoni ed ex uomini, un piccolo esercito che
cerca le sacche di resistenza all'esterno delle fortezze cittadine e della protezione che esse offrono. Mi hanno trovato mentre ero nascosto nel villaggio qui vicino. Mi hanno trascinato quassù e mi hanno inchiodato alla
croce per farmi morire. Adesso ammazzano tutti quelli che hanno cercato
di aiutarmi.»
Ross tende ancora una volta l'orecchio alle grida provenienti dal villaggio. Cominciano a spegnersi, a lasciare il posto a un profondo, minaccioso silenzio.
«Non ho avuto molto successo nei miei sforzi per salvare l'umanità»
sussurra il Cavaliere. Ansima e tossisce, parla con voce roca. Schiuma ài
sangue gli sale alle labbra e gli rotola sul mento e sul petto.
«Nessuno di noi ha avuto successo» ammette Ross.
«Eppure, ne avremmo avuto la possibilità» risponde il Cavaliere. «Ci
sono stati momenti in cui avremmo potuto influire sull'esito degli avvenimenti.»
Ross sospira. «In quei momenti, tutti noi abbiamo fatto quello che potevamo.»
Il debole trillo di un uccello si leva tra gli alberi. Pennacchi di fumo nero salgono nel cielo dal villaggio, e portano odore di sangue e di carne
bruciata.
«Forse sei stato mandato per aiutarmi.»
Ross distoglie lo sguardo dal fumo per guardare l'uomo crocefisso, senza capire.
«Forse ti ha mandato il Verbo. Un'ultima possibilità di redenzione.»
"Non mi ha mandato nessuno" pensa Ross.
«Ti sveglierai nel presente e continuerai la lotta. Io morrò qui. Tu avrai
ancora la possibilità di cambiare il futuro. Io no.»
«Non mi ha mandato nessuno» dice in fretta Ross, colto da un'improvvisa inquietudine.
Ma l'altro non l'ascolta. «Alla fine dell'autunno» mormora «tre giorni
dopo la festa del Ringraziamento, molto tempo fa, mentre ero nella costa
dell'Oregon, ho catturato un Variante.»
Le parole gli escono sibilando dalle labbra, modulate dai suoni della
morte. Ma ora che narra quell'episodio, la sua voce prende forza.
«Il mio principale rimpianto è di averne trovato uno, una creatura così
rara, così preziosa, di essermene impadronito, ma di non essere riuscito a
risolvere il mistero della sua magia. Una possibilità che s'incontra una sola volta nella vita, e io non l'ho saputa sfruttare.»
Ora l'uomo crocefisso tace, poi lotta per respirare, per rimanere in vita
ancora qualche momento, nonostante sia vinto e mortalmente ferito nel
corpo e nell'anima, abbandonato da tutti e costretto, negli ultimi istanti
della sua vita, a rivivere gli insuccessi che sente come una propria colpa.
Nelle ombre della chiesa bruciata e nel frutteto devastato riappaiono gli
occhi gialli e luminosi: i Divoratori tornano a raccogliersi pregustando la
morte imminente. Ross potrebbe bruciarli tutti e ricoprire il terreno dei loro corpi carbonizzati, potrebbe spazzare via, come foglie portate dal vento, i loro occhi così astuti, ma sarebbe inutile. I Divoratori sono una parte
della vita, rientrano nell'ordine naturale delle cose, e se non cìè posto per
loro, allora non c'è posto neanche per gli uomini, perché sono gli uomini
ad attirare i Divoratori e ad alimentarli.
Il Cavaliere inchiodato alla croce riprende a parlare del Variante, di
come e quando e dove lo si potrà trovare, della possibilità concessa a
Ross. Gli fornisce tutti i particolari, lo prepara alla caccia per dare a un
altro la preziosa opportunità che lui ha perso. Ma nello stesso tempo gli
dà anche la possibilità di sbagliare, e Ross, cupo e preoccupato, riesce a
pensare soltanto a quello.
«Fallo per me, se ti è possibile» sussurra l'uomo. Ormai ha quasi perso
la voce: gli si è prosciugata via via che la vita lo lasciava, è diventata secca e raschiante nella sua gola. «Tallo per te stesso.»
Ross sente nella propria carne, come brucianti ferite di rasoio, le implicazioni del compito che il Cavaliere morente gli affida. Accettare una missione così importante e pericolosa, abbracciare una causa così diffìcile
potrebbe significare la sua fine.
Eppure, come può rifiutare?
«Prometti.»
Le parole suonano vuote e deboli e prive di vita. Ross fìssa in silenzio il
morente.
«Prometti...»
John Ross si destò. Il sole gli picchiava sulla faccia e dall'esterno giungevano voci acute di bambini. L'aria era afosa, carica di umidità, e un soffio improvviso di vento gli portò odore di terra smossa e di foglie verdi. Il
Cavaliere del Verbo ammiccò e si rizzò a sedere. Mentre attraversava la
Pennsylvania con l'autostop, si era fermato a riposare in un parco alla periferia di Allentown e si era addormentato all'ombra di una vecchia quercia.
Intendeva fare un pisolino, ma da giorni dormiva male e la mancanza di
sonno aveva finito per prendere il sopravvento su di lui.
Si guardò attorno lentamente, per orientarsi. Il parco era grande, fitto di
alberi, e il punto in cui si era fermato era lontano dai sentieri e dai campi di
gioco. Era solo. Posò gli occhi sullo zaino e sulla sacca da viaggio, poi sul
lucido bastone di legno nero che teneva tra le mani. Aveva la gola secca e
gli faceva male la testa. In un punto indeterminato, nel profondo del petto,
sentiva un dolore bruciante, come di carboni accesi.
Nei raggi del sole gli apparvero nuovamente le figure del sogno: le immagini del suo inferno privato.
Ross era un Cavaliere del Verbo e conduceva una doppia vita: una nel
presente e un'altra nel futuro, una quando era sveglio e una quando dormiva, una in cui poteva cambiare il mondo e una in cui doveva sopportare le
conseguenze del suo insuccesso nel cambiarlo. Aveva accettato l'incarico
quasi venticinque anni prima e da allora era sempre vissuto così. Aveva
trascorso quasi tutta la sua vita da adulto combattendo una guerra che era
iniziata col mondo e sarebbe terminata solo con la sua distruzione. Il campo di battaglia non aveva confini nello spazio o nel tempo. E non ci sarebbe mai stata una battaglia risolutiva.
Eppure, la magia di un Variante poteva avere un'influenza determinante.
Frugò nello zaino finché non trovò una vecchia borraccia. Svitò il tappo
e bevve lunghi sorsi del liquido tiepido, trovando un momentaneo sollievo
all'arsura in bocca e in gola. Quando volle riavvitare il tappo, però, incontrò qualche difficoltà. Il sogno l'aveva sconvolto. Gli succedeva spesso,
perché i sogni gli mostravano un mondo dominato dalla follia, dove l'orrore era la realtà quotidiana. Nel presente in cui viveva durante la veglia c'era
ancora qualche speranza, nel futuro dei suoi sogni non ce n'era nemmeno
una.
Eppure, quell'ultimo sogno era diverso dagli altri.
Si alzò, si mise in spalla lo zaino, prese la sacca e attraversò il parco in
direzione opposta a quella da cui era venuto, per raggiungere la strada a
due corsie che conduceva a ovest, verso Pittsburgh. Come sempre, gli eventi che gli erano stati rivelati nel sogno erano imminenti, e gli davano la
possibilità di influenzarli in modo positivo. Era giugno e il Variante sarebbe apparso tre giorni dopo la festa del Ringraziamento. Se fosse stato presente e se fosse stato abbastanza svelto, sarebbe riuscito a catturarlo.
Poi avrebbe avuto circa trenta giorni per cambiare il corso della storia.
La sfida avrebbe scosso qualsiasi uomo, ma non era il pensiero del Variante a tormentarlo mentre usciva dal parco per iniziare il viaggio che l'avrebbe portato nell'Ovest. Era il ricordo dell'uomo da lui sognato: l'uomo
crocefisso, il Cavaliere del Verbo caduto. Era la faccia che aveva visto
quando l'uomo aveva sollevato la testa negli ultimi istanti della sua vita, liberandola dall'ombra dei lunghi capelli.
La faccia dell'uomo crocefisso era quella di John Ross.
DOMENICA 21 DICEMBRE
1
Nest Freemark aveva appena finito di vestirsi per andare in chiesa quando sentì bussare alla porta. Era davanti allo specchio del bagno e si fermò a
metà dell'applicazione del mascara. Istintivamente si guardò alle spalle,
poi pensò di essersi sbagliata: non aspettava nessuno ed era troppo presto,
di domenica mattina, perché venisse qualche visitatore senza avvertire
prima con una telefonata.
Riprese a truccarsi. Pochi minuti più tardi, i colpi alla porta si ripeterono.
Fece una smorfia, poi lanciò una rapida occhiata all'orologio per avere la
conferma. Proprio come pensava. Le otto e tre quarti. Posò il mascara, si
rassettò il vestito e controllò allo specchio il proprio aspetto. Era alta, poco
meno di un metro e ottanta, snella e perfettamente in forma, con le gambe
lunghe, i fianchi stretti e la vita sottile del corridore di fondo. Per tutta l'adolescenza le era sembrato di essere impacciata e ossuta, tolto quando correva, ma alla fine era riuscita ad accettare il proprio corpo e adesso, a ventinove anni, si muoveva con la sicurezza di sé e la grazia di una modella,
senza far risaltare la forza e la resistenza acquisite con anni di allenamento
rigoroso.
Ora si osservò allo specchio con lo stesso sguardo franco e aperto che
rivolgeva a tutti. Aveva occhi verdi, grandi, e la faccia tonda e liscia, un
po' alla Charlie Brown. I capelli castani, corti e ricci, le incorniciavano i lineamenti minuti e regolari. La gente le ripeteva sempre che era bella, ma
lei non ci aveva mai creduto per davvero: gli amici la conoscevano fin da
bambina e tendevano a essere generosi nel giudizio; gli estranei lo dicevano per educazione.
"Comunque" pensò ora con ironia mentre si pettinava "non si può mai
sapere quando il Principe Azzurro verrà a suonare al tuo campanello. Meglio tenersi pronte per l'occasione."
Uscì dal bagno, attraversò la camera da letto e si avviò lungo il corridoio. Si era alzata alle cinque e mezzo ed era andata a correre sulle strade
deserte che si stendevano dal Sinnissippi Park a Moonlight Bay. L'inverno
era giunto da alcune settimane con una lunga nevicata, ma qualche giorno
prima, per un improvviso innalzamento della temperatura, la neve si era
sciolta e non ne era caduta altra. Qualche macchia di colore bianco sporco
rimaneva ancora nelle parti più ombrose del bosco e negli avvallamenti e
nei fossi dove l'avevano spinta gli spazzaneve, ma l'asfalto delle strade era
asciutto e pulito. Nest aveva corso per cinque miglia, poi era tornata a casa, aveva fatto la doccia, si era preparata la colazione e si era vestita. Alle
nove e mezzo la aspettavano in chiesa, per dare una mano con i bambini
del nido, e chiunque ci fosse alla porta avrebbe fatto bene a sbrigarsi.
Passò davanti alle vecchie foto in bianco e nero, nelle semplici cornici di
legno, delle donne della sua famiglia: facce severe, aria pratica e sullo
sfondo i tronchi e i rami del parco. Gwendolyn Wills, Carolyn Glynn e
Opal Anders. C'era anche l'immagine della nonna: Nest l'aveva aggiunta
dopo il funerale. Aveva scelto una vecchia immagine in cui Evelyn Freemark appariva giovane, volitiva e insofferente, chioma ribelle e occhi pieni
di aspettativa e di voglia di vivere. Era così che le piaceva ricordare la
nonna, con la forza e la debolezza che avevano impostato la sua vita.
Guardò l'intero gruppo mentre percorreva il corridoio e sorrise nel notare
gli sguardi decisi. Le donne Freemark, amava chiamarle, anche se quello
era soltanto il cognome del nonno. Tutte erano entrate al servizio del Verbo, collaborando con Pick per mantenere in equilibrio le magie che operavano nel parco. Tutte erano nate con doti magiche, anche se non tutte le
avevano sapute usare al meglio. Per un attimo le tornarono in mente gli inquietanti segreti che la nonna aveva tenuto per sé, gli inganni cui lei stessa
era ricorsa nell'uso della sua magia, e il prezzo che aveva dovuto pagare.
Nel gruppo mancava la foto della madre di Nest. Caitlin Anne Freemark
si era dimostrata troppo fragile per le esigenze della magia. Era morta gio-
vane, poco dopo la nascita di Nest, vittima dei tradimenti del suo amante,
un demone. Nest teneva la sua fotografia su un tavolino del soggiorno, la
stanza più soleggiata e accogliente della vecchia casa.
Il visitatore bussò una terza volta proprio mentre lei apriva la porta. Le
campanelline d'argento che circondavano la ghirlanda appesa sotto lo
spioncino tintinnarono delicatamente a quel movimento. Nest non aveva
preparato molte decorazioni natalizie: niente albero, niente luci o cose vistose, solo foglie verdi, qualche fiocco vivacemente colorato e alcuni festoni appartenuti alla nonna. Quell'anno avrebbe festeggiato il Natale soprattutto in cuor suo.
L'aria gelida e asciutta dell'inverno la colpì con forza quando aprì la controporta esterna e uscì nel portico.
Il vecchio in attesa era vestito di nero dalla testa ai piedi. Portava quella
che in altri tempi sarebbe stata chiamata una finanziera, doppiopetto, con
larghi risvolti e lunga fino al ginocchio. Dal cappello nero a tesa piatta uscivano ciuffi di capelli bianchi che parevano ansiosi di fuggire. Il viso era
rugoso e scurito dal vento e dal sole, e due acquosi occhi grigi ammiccarono nel vederla. L'uomo sorrise, e l'intera faccia parve prendere parte al sorriso, increspandosi dalla fronte al mento. Era più alto di Nest di una decina
di centimetri, ma teneva le spalle leggermente curve come se volesse compensare la differenza.
A lei fece venire in mente un predicatore dei tempi antichi, di quelli di
cui si narra nelle storie di fantasmi e nei romanzi gotici del Sud, sempre
occupati a tuonare contro la scarsa fede dell'umanità e la sua totale mancanza di morale.
«Buongiorno» la salutò l'uomo, con una voce bassa e profonda. Chinò
leggermente la testa e sollevò la mano a toccare la falda del bizzarro cappello.
«Buongiorno» rispose lei.
«Signorina Freemark, mi chiamo Findo Gask» si presentò l'uomo. «Sono
un ministro della fede e un portatore della parola divina.»
Come a sottolineare quella frase, le mostrò un volume rilegato in cuoio
nero da cui pendeva un segnalibro di seta.
Nest annuì e attese. Quell'uomo sapeva il suo nome, ma lei non ricordava di averlo mai visto prima.
«Gran bella giornata per uscire a passeggiare, perciò non la tratterrò a
lungo» continuò l'uomo, sorridendole con aria rassicurante. «Vedo che è
pronta per andare in chiesa e non intendo intromettermi tra una giovane
donna e le sue ore di preghiera. Approfitti di ogni momento di consolazione, dico io. Il nostro è un mondo inquieto, insoddisfatto, pieno di incertezze e di calamità, sempre sull'orlo del precipizio, ed è bene ricordare che la
prudenza consiglia di procedere a piccoli passi, adottando le più semplici
cautele.»
Nest cominciò a provare una leggera inquietudine, non tanto per le parole in sé, quanto per il modo in cui l'uomo le pronunciava. Di per sé sembravano rassicuranti, tuttavia l'uomo le faceva sembrare vagamente minacciose.
«Cosa posso fare per lei, signor Gask?» chiese, ansiosa di giungere alle
ragioni di quella strana visita.
Il vecchio piegò leggermente la testa di lato. «Cerco un uomo» spiegò.
«Si chiama John Ross.»
Nest trasalì visibilmente, senza riuscire a nascondere la sorpresa. John
Ross. Non lo vedeva e non aveva sue notizie da più di dieci anni; in tutto
quel tempo, l'unico che le avesse fatto il suo nome era stato Pick.
«John Ross» ripeté con voce priva di inflessione. La sua inquietudine
aumentò.
Il vecchio sorrise di nuovo. «Si è messo di recente in contatto con lei, signorina Freemark? Le ha telefonato o scritto in questi ultimi mesi?»
Nest scosse la testa. «Perché avrebbe dovuto farlo, signor Gask?» chiese.
Il sorriso si allargò, come per sottolineare la stupidità di tale domanda.
Gli acquosi occhi grigi fissarono con espressione interrogativa il corridoio
alle spalle di Nest. «È già qui, signorina Freemark?»
Con una punta di irritazione nella voce, Nest chiese: «Ma chi è lei, signor Gask? Perché s'interessa di John Ross?».
«Le ho già detto chi sono, signorina Freemark. Sono un ministro della
fede. Quanto al mio interesse per il signor Ross, quell'uomo ha una cosa
che mi appartiene.»
Nest lo fissò senza parlare. Nel vecchio c'era qualcosa di falso. L'aria attorno a lei si era scaldata, aveva cambiato colore, sapore, consistenza. Sentì un brontolio dentro di sé, dove si trovava Wraith, il protettore incatenato
alla sua anima, addormentato ma pericolosamente pronto.
«Forse potremmo parlare dentro?» suggerì Findo Gask.
Si mosse come per entrare in casa: uno spostamento pressoché impercettibile da un piede all'altro, e lei fu tentata di scostarsi per lasciarlo passare.
Ma rimase al suo posto, e l'inquietudine divenne un nodo alla bocca dello
stomaco. Si costrinse a guardarlo attentamente, a fissarlo dritto negli occhi.
Il nodo allo stomaco lasciò di colpo il posto a un'ondata di nausea.
Nest respirò a fondo per riprendere la padronanza di sé. Aveva davanti
un demone.
«So che cosa è lei» gli disse con voce tranquilla.
Il sorriso continuò ad aleggiare sulle labbra dell'uomo, ma ogni traccia di
calore scomparve dalla sua faccia. «E io so che cosa è lei, signorina Freemark» rispose Findo Gask, senza battere ciglio. «Allora, John Ross è qui o
no?»
Nest sentì per la prima volta il gelo dell'aria invernale e rabbrividì. Un
demone che si presentava a casa sua con tanta sfacciataggine: c'era veramente di che tremare. «Anche se fosse qui, non verrei a dirlo a lei. Perché
non se ne va da casa mia, signor Gask?»
Il vecchio spostò di nuovo il peso del corpo da un piede all'altro, come
per far capire che non intendeva muoversi finché non avesse finito. Dentro
di sé, Nest sentì Wraith muoversi: il lupo fantasma reagiva al pericolo.
«Lasci che le dica solo un paio di cose, signorina Freemark, e poi me ne
andrò» rispose Findo Gask, con un sospiro annoiato. «Non siamo poi tanto
diversi, noi due. Quando ho detto di sapere che cosa è lei, intendevo proprio questo. Lei è figlia di suo padre, e tutt'e due sappiamo cos'era, vero?
Forse non apprezza molto la realtà della sua origine, ma la verità si farà
strada. Lei è quello che è, perciò non vale la pena di fingere che le cose
siano diverse, anche se lei si sforza tanto di farlo, no?»
Nest arrossì di collera, ma Findo Gask mosse la mano con indifferenza.
«Ho anche detto di essere un ministro della fede. Naturalmente lei ha pensato che alludessi alla sua fede, ma si è sbagliata. Io sono un servitore del
Vuoto ed è questa la fede che abbraccio. Lei ribatterà che è una fede malvagia e iniqua, ma si tratta di un'opinione molto personale. La sua fede e la
mia, come le nostre due persone, non sono molto diverse. Sono entrambe
espressioni del potere superiore che cerchiamo di comprendere e, nella misura in cui ne siamo capaci, di manipolare. Entrambe possono essere curative o distruttive. Entrambe hanno i loro sostenitori e i loro detrattori, e
ciascuna cerca di dominare l'altra. La lotta tra loro dura da tempi incommensurabili. Non terminerà né oggi né domani, e neppure domani l'altro o
in qualche tempo a noi prossimo.»
Fece un passo avanti e le rivolse un sorriso gentile e condiscendente che
non cercava affatto di nascondere la minaccia. «Ma un giorno la lotta terminerà, e quel giorno il Verbo sarà distrutto. Sarà così, signorina Free-
mark, perché la magia del Vuoto è sempre stata la più forte delle due.
Sempre. La fragilità e la debolezza dell'uomo sono insormontabili. L'erronea convinzione che l'umanità meriti di essere salvata è chiaramente ridicola. Guardi come va il mondo. La fragilità e la debolezza umane abbondano. Corruzione morale e desideri venali. A ogni angolo avidità, invidia,
accidia e tutto il resto. I seguaci del Verbo le combattono senza posa, ma
inutilmente. Il Vuoto invece le abbraccia, e trasforma in forza la debolezza. Pacifismo e accettazione supina? Carità e buona volontà? Gentilezza e
virtù? Sciocchezze!»
«Signor Gask...» cercò di interromperlo Nest.
«No, no, mi ascolti fino in fondo. Un po' di quella tanto decantata gentilezza, prego.» Lei fece per protestare, ma il vecchio la interruppe con un
secco "ssst!". «Non vengo a dirle queste cose per spaventarla. Né per convincerla a passare dalla mia parte. Di quello che lei pensa di me, m'importa
men che niente. Glielo dico per dimostrarle la profondità della mia convinzione e della mia dedizione. Non è facile distogliermi dalla mia meta. Deve capire che il mio interesse per il signor Ross è di importanza capitale.
Pensi a me come a un'onda di marea e a se stessa come a un castello di
sabbia sulla spiaggia. Nulla potrà salvarla da me, se si troverà sulla mia
strada. È meglio che lei si lasci mettere da parte. Non ha nessun motivo per
impedirmelo. Nessuno. In questa cosa, lei non ha alcuna parte. Non ha nulla da guadagnare intromettendosi, solo tutto da perdere.»
Il vecchio s'interruppe, sollevò il volume rilegato in cuoio nero e se lo
premette contro il petto quasi con reverenza. «Qui stanno scritti i nomi di
coloro che si sono opposti a me, signorina Freemark. I nomi dei morti. Mi
piace conservarne il ricordo, pensare di tanto in tanto a chi erano. Io sono
in vita da molto tempo, e lo sarò ancora a lungo dopo che lei non ci sarà
più.»
Abbassò il libro e si accostò un dito alle labbra. «Ecco che cosa deve fare. Non incontrerà nessuna difficoltà a capire la mia richiesta, perché la
formulerò in termini a lei familiari. Nei termini usati dalla sua fede. Voglio
che lei ripudi John Ross. Voglio che lei lo espella dal suo cuore, dalla sua
mente e dalla sua anima come se fosse un cancro. Voglio che lei lo eviti
come un lebbroso. Lo faccia per se stessa, signorina Freemark, non per me.
Io riuscirò comunque ad avere Ross. Non ho bisogno di prendere anche
lei.»
Nest era combattuta da tante emozioni che non riusciva a distinguerle.
Era rimasta in silenzio per tutto il minaccioso, esecrabile discorso, lottando
per tenere sotto controllo se stessa e un Wraith sempre più agitato. Era
convinta che Findo Gask non conoscesse l'esistenza di Wraith e non voleva che la scoprisse se non ve n'era un'assoluta necessità. Prima aveva bisogno di sapere cosa stava succedendo, perché non aveva alcuna intenzione di prestarsi alle richieste dell'uomo.
«John Ross non è qui» riuscì finalmente a dire, afferrandosi alla controporta con tanta forza che le nocche le divennero bianche.
«Accetto questa risposta» disse Findo Gask con un leggero inchino del
largo cappello. «Ma verrà.»
«Come fa a esserne tanto sicuro?»
Da quello che lesse negli occhi del vecchio, Nest capì che credeva di averla convinta, e che adesso lei cercava di collaborare. «Chiamiamolo un
presentimento. Seguo da qualche tempo i suoi movimenti e penso di conoscerlo abbastanza bene. Verrà qui. E quando verrà, o quando cercherà di
mettersi in contatto con lei in qualche altro modo, non faccia niente per
aiutarlo.»
«E che cos'ha Ross che lei vorrebbe?» chiese Nest, incuriosita suo malgrado.
Il demone alzò le spalle. «Una magia, signorina Freemark. Una magia
che tenterà di usare contro di me, temo.»
La giovane annuì lentamente. «E che lei invece tenterà di usare contro
Ross, giusto?»
Findo Gask fece un passo indietro e sfiorò il cappello con le dita. «Le ho
portato via fin troppo del suo tempo. La funzione domenicale l'attende.
Aspetto sue notizie.»
«Signor Gask» lo chiamò Nest, mentre il vecchio stava già scendendo
gli scalini del portico. Gask si voltò verso di lei, socchiudendo gli occhi a
causa del riverbero del luminoso cielo invernale. «Mio nonno teneva nel
suo armadietto un fucile per la caccia alle anatre. Quando mio padre cercò
di tornare in questa casa, quindici anni fa, mia nonna usò quel fucile per
impedirglielo. Ce l'ho ancora. Se lei metterà di nuovo piede sulla mia proprietà, lo userò contro di lei. Farò saltare il suo miserabile travestimento e
la lascerò nudo nel suo aspetto di demone per tutto il tempo che le occorrerà per ricomporsi, e per tutto il tempo pregherò Dio perché lei non ci riesca!»
Findo Gask la fissò senza parlare, poi la sua faccia subì una trasformazione così terribile da farle temere che volesse assalirla. Invece si limitò a
voltarle le spalle, ad allontanarsi lungo il vialetto e a raggiungere la strada
senza guardarsi indietro. Infine scomparve.
Nest attese che fosse lontano, quindi rientrò in casa e sbatté la porta con
tanta forza da inclinare, per il contraccolpo, tutti i ritratti delle donne Freemark.
2
Mentre raggiungeva la chiesa, Nest Freemark continuò a pensare a un
possibile incontro con John Ross.
Come sempre, le sue idee sul Cavaliere del Verbo erano assai confuse.
Nel poco tempo trascorso insieme, forse sette giorni in quindici anni, aveva esercitato uno straordinario impatto sulla sua esistenza. Gran parte della
sua attuale personalità e della vita che conduceva era un risultato diretto
del loro strano, amaro rapporto.
Quando Ross le era comparso davanti la prima volta, lei era una ragazzina: aveva compiuto da poco quattordici anni e cominciava a scoprire di
non essere affatto colei che credeva di essere. I segreti della sua famiglia
cominciavano a svelarsi e Ross aveva tirato ì capi della matassa con tanta
energia che Nest era stata quasi strangolata dai nodi che si erano formati.
Ma lei stessa sapeva che tale valutazione non era del tutto corretta. Nel dirle la verità, Ross aveva fatto ciò che era necessario. Se non l'avesse fatto,
probabilmente lei sarebbe morta. O peggio che morta. Suo padre aveva ucciso sua madre e sua nonna e aveva cercato di uccidere il nonno. L'aveva
fatto per giungere a lei, per rivendicarne la proprietà, per piegarla e portarla alla vita che lui aveva abbracciato molti anni prima. Findo Gask aveva
detto il vero: il padre di Nest era un demone, un mostro capace delle peggiori nefandezze. Ross aveva aiutato Nest a eliminarlo. Così facendo, le
aveva rimesso nelle mani la sua vita, e assieme a essa la possibilità di scoprire quale fosse il suo futuro.
Ross era pronto a toglierle la vita, se lei si fosse lasciata convertire alla
causa del Demone, e questo spiegava perché i sentimenti di Nest nei suoi
riguardi non fossero chiari. Questo, e il fatto che all'inizio aveva creduto
che Ross fosse suo padre. Ripensarci le faceva un certo effetto. Era stata
felice all'idea che fosse suo padre. Aveva scoperto che era tenero e comprensivo; forse si era innamorata di lui. A quell'epoca era una ragazzina e
non aveva mai conosciuto il padre, così aveva finito per inventargli una vita e per trovargli un posto nella propria. Le era parso che John Ross fosse
venuto a occupare quel posto.
La nonna l'aveva avvertita, naturalmente. A suo modo, senza mai dirlo
in modo esplicito, le aveva fatto capire molte volte che suo padre non era
una persona che Nest avrebbe voluto conoscere. Tuttavia lei aveva sempre
pensato che la nonna fosse egoista e che avesse assurde prevenzioni. Nest
era convinta che John Ross fosse un'ottima persona. La scoperta che non
era suo padre e che lei era invece figlia del Demone era stata un colpo durissimo. Quando poi aveva saputo che la missione di Ross non consisteva
unicamente nel salvarla, ma anche nell'ucciderla se fosse passata al Vuoto,
le si era quasi spezzato il cuore.
Gran parte del risentimento e dello sgomento le era passata quando l'aveva incontrato di nuovo a Seattle, cinque anni più tardi, e in quella circostanza i ruoli si erano invertiti: Ross era la vittima e lei la salvatrice. Ross
correva il pericolo di passare al Vuoto, e se Nest non fosse riuscita a salvarlo, un inviato del Verbo l'avrebbe ucciso.
Da allora erano passati dieci anni, e non aveva mai avuto sue notizie.
Scosse la testa e quando imboccò la Lincoln Highway per dirigersi in
centro, guardò le case di Hopewell, la cittadina dell'Illinois dove era sempre vissuta, sfilare lentamente ai lati della sua nuova Taurus. La giornata
era chiara e luminosa, il cielo azzurro e privo di nuvole pareva dilatarsi all'infinito in tutte le direzioni. Per martedì era prevista un'altra bufera di neve, ma al momento era difficile immaginarla.
Socchiuse il finestrino per far entrare un po' d'aria e ascoltò lo scricchiolio delle ruote che passavano su un residuo di terra battuta e ghiaia. Quando fu davanti all'ufficio postale scorse i Peterson vicino alla cassetta delle
lettere. Suoi vicini da sempre, i due coniugi abitavano a Hopewell fin da
quando la nonna di Nest era ragazza. Ma ormai erano vecchi, e la giovane
era preoccupata per loro. Si ripromise di passare a trovarli più tardi, e di
portare loro un po' di dolci.
Dalla Quarta Strada svoltò nella Seconda Avenue e superò la Prima
Chiesa Congregazionalista per cercare un posto nel parcheggio adiacente
all'edificio. Scese dall'auto, fece scattare il blocco delle portiere e tornò indietro diretta alla chiesa.
Josie Jackson stava arrivando dal suo ristorante-pasticceria che si trovava a pochi isolati di distanza e Nest si fermò ad aspettarla. Sorridente e
piena di vita, Josie era una di quelle donne che non sembrano invecchiare.
A quarantotto anni era ancora giovane e vivace, agitava il braccio e sorrideva come una ragazzina nell'avvicinarsi, e i capelli biondi e ondulati le
danzavano sul viso dai lineamenti regolari. Il suo sorriso era sempre lo
stesso, e nessuno riusciva a scordare il sorriso di Josie Jackson.
Nest si chiese se John Ross la ricordava.
«Buongiorno, Nest» la salutò Josie affiancandosi a lei e adattandosi senza difficoltà al suo passo veloce. «Pare che siamo tutt'e due di servizio al
nido, questa mattina.»
Nest le sorrise. «Sì. L'esperienza conta, e tu ne hai più di me. Quanti ne
arriveranno?»
«Oh, Dio, dieci o dodici, contando quelli di tre o quattro anni.» Josie si
strinse nelle spalle. «Alice Wilton ci darà una mano, e ci sarà anche sua
nipote... come si chiama... Anna?»
«Royce-Anna» rispose Nest.
«Già. Royce-Anna Colson» annuì Josie, con una smorfia. «Che razza di
nome è?»
Nest scoppiò a ridere. «Un nome che non daremmo mai ai nostri figli.»
Salirono i gradini della chiesa e spinsero le pesanti porte di quercia per
entrare nel vestibolo bxdo e freddo. Nest si chiese se Josie pensava mai a
John Ross. Tra lei e il Cavaliere del Verbo doveva esserci stata una storia,
quando lui era venuto a Hopewell. Per molti mesi dopo che era uscito di
scena Josie le aveva chiesto di lui, ma erano passati anni dall'ultima volta
che ne aveva parlato.
"Sarebbe strano" pensò Nest "se tornasse a Hopewell dopo tutto questo
tempo." Findo Gask le era parso piuttosto sicuro al proposito, e anche se
sapeva che un demone poteva dire qualsiasi menzogna, era portata a credergli: altrimenti, perché si sarebbe dato tanta pena di convincerla che ciò
sarebbe successo?
L'idea la metteva a disagio. La comparsa di John Ross, soprattutto con
un demone che già lo stava aspettando, significava guai. Quasi certamente
avrebbe portato un nuovo sconvolgimento nella sua vita, cosa di cui avrebbe fatto volentieri a meno, dato che cominciava ad abituarsi alla sua
tranquilla routine.
Che cosa poteva riportare lì il Cavaliere del Verbo dopo tanti anni?
Incapace di trovare la risposta, proseguì con Josie lungo il corridoio vuoto e buio. Le vetrate colorate e il legno lucido parevano volerla avvolgere
in un bozzolo di silenzio.
Nelle due ore successive Nest lavorò nel nido, si divertì un mondo con i
bambini e Josie e il lavoro le impedì di almanaccare troppo su cose che avrebbe preferito dimenticare. Invece di pensare a Findo Gask e a John
Ross, si concentrò sui bambini da cambiare, sui biberon da scaldare, sulle
favole da raccontare e sui giochi, e lasciò che il resto del mondo, fuori della stanza allegra e luminosa, tappezzata di disegni colorati, se la cavasse
senza di lei.
Un paio di volte pensò anche a Paul. Le era impossibile non pensare a
lui quando era con i bambini, ma ormai aveva trovato il modo di fermare il
dolore convincendosi che non era destinata ad avere figli propri, ma a fare
da madre ai figli delle altre. Era doloroso pensarlo, ma non poteva fare di
meglio. L'eredità di magia che le veniva dalle donne Freemark non le permetteva di pensare diversamente.
Josie la aiutò a passare il tempo con le sue battute e con qualche colorito
aneddoto su persone di comune conoscenza, e per quelle due ore Nest si ritenne abbastanza fortunata.
Terminata la funzione, ci fu un piccolo ricevimento nel vestibolo, dietro
la navata principale. Dopo avere restituito i bambini ai genitori, Nest si unì
al resto dei fedeli e bevve con loro caffè e punch, mangiò alcuni biscotti e
una fetta di torta e partecipò all'immancabile scambio di complimenti e
pettegolezzi. Passò da un gruppo all'altro, salutò, chiese dei vecchi e dei
figli tornati a casa per le vacanze, augurò buon Natale a tutti.
«Dove andremo a finire, ragazza mia?» la apostrofò con indignazione
Blanche Stern quando si fermò a salutare un gruppo di vedove attempate,
ferme sulla porta. La donna scrutò Nest da vicino e da lontano, prima con
una parte e poi con l'altra delle lenti bifocali. «È colpa della tua generazione se i ragazzi fanno tante cose terribili! Mi viene voglia di piangere!»
Nest non capì di che cosa parlasse.
«Il ragazzo che ieri ha ucciso tutti quegli insegnanti in partenza per una
gita scolastica in Pennsylvania» spiegò Addie Hull, sporgendo le labbra
sottili e annuendo solennemente per sottolineare la gravità della cosa.
«C'era su tutti i giornali, oggi. Tredici anni.»
«Ha preso il fucile da caccia del padre, è arrivato a scuola in bicicletta e
l'ha scaricato su un insegnante, davanti a un'altra ventina di studenti!» intervenne bruscamente Winnie Ricedorf, col suo tono di voce severo, da
maestra elementare.
«Non ho ancora letto il giornale» confessò Nest. «Sembra una cosa terribile. Perché l'ha fatto?»
«Non gli piaceva il voto che gli avevano dato per un suo lavoro, una ricerca su un programma avanzato di studi» continuò Blanche, con una
smorfia di condanna. Sospirò. «Bontà divina, era uno studente dei più
promettenti, scrive il giornale, e ha buttato via la sua vita per un brutto voto.»
«È arrivato nel cortile» continuò Winnie «con il cuore pieno di odio e
imbracciando il fucile. Che ti fa pensare dei giovani d'oggi, Nest?»
«E ricordate quell'altro ragazzo del Tennessee, lo scorso anno?» chiese
Addie Hull, agitando davanti alla faccia delle altre la tazza vuota del caffè.
Nest notò che aveva stretto il manico fino a farsi venire le nocche bianche.
«Ha preso non so che razza di fucile automatico, è andato a scuola e ha aspettato quelli che uscivano durante l'intervallo di pranzo. Ha ucciso tre
compagni e ne ha ferito altri cinque o sei. Ha detto che era stanco dei loro
soprusi. Be', anch'io sono stanca di tutti i soprusi che devo sopportare, ma
non mi metto a sparare al camion della spazzatura, al postino e a quel controllore del fisco che continua a chiedermi le maledette ricevute!»
«Il nostro controllore!» rise Winnie Ricedorf. «All'inizio del mese l'hanno pescato vestito da donna, santo cielo!» Si affrettò a bere un sorso di caffè.
«Ma la moglie era d'accordo, se ricordo bene» la ammonì severamente
Blanche Stern, strizzando però l'occhio a Nest. «Sai, lei amava vestirsi da
uomo.»
Nest si scusò e passò a salutare un altro gruppetto. Cambiavano i gruppi,
ma gli argomenti di conversazione erano pressappoco gli stessi, a parte il
crocchio di giocatori di golf che sognavano un paio di settimane in Florida
e ricordavano le migliori buche della loro vita, e i ragazzi che vicino a loro
parlavano di film, di musica rap e di posta elettronica. Nest passò da un
gruppo all'altro, trovandosi a proprio agio in tutti perché in realtà non apparteneva a nessuno. Poteva fare gli stessi discorsi e fingere di essere una
di loro, ma sarebbe sempre rimasta un'estranea. La accettavano perché era
nata a Hopewell e faceva parte della sua storia, ma la sua eredità di magia
e la conoscenza del mondo di Pick e la vita complessa che conduceva la
separavano da loro come se fosse appena scesa dall'autobus di New York.
Bevve un sorso di caffè, si avvicinò alle alte finestre che davano a ponente e si soffermò a fissare il cielo azzurro dell'inverno. Non per la prima
volta, si chiese se le rimanesse davvero qualche alternativa.
«Ti piacerebbe essere fuori a correre, vero?» le chiese qualcuno in tono
amichevole.
Si girò e scorse Larry Spence. Gli rivolse un sorriso educato. «Qualcosa
del genere.»
«Puoi sempre farlo, ragazza. Se riprendi gli allenamenti, puoi essere
pronta per San Pietroburgo.»
Le prossime Olimpiadi, intendeva dire. Tra quattro anni. «Il mio tempo
sulle piste è finito, Larry» rispose. «Ci sono già stata e quel che è fatto è
fatto.»
Larry parlava solo per fare conversazione, ma Nest aveva l'impressione
che sotto ci fosse un secondo fine, e la cosa le dava fastidio. Era un uomo
alto e robusto, di bell'aspetto, atletico e simpatico, sui trentacinque; aveva
due figli ed era divorziato. Lavorava come vicesceriffo e la sera arrotondava facendo il buttafuori per un locale notturno. La sua famiglia era di Hopewell e delle piccole comunità agricole dei dintorni. Nest l'aveva sempre
conosciuto solo di vista e non sapeva molto di lui, ma a un certo punto,
negli ultimi tempi, lui si era messo in testa di cambiare la natura dei loro
rapporti. Le aveva chiesto varie volte di uscire e lei gli aveva detto di no,
con educazione ma in tono deciso. Si era aspettata che la cosa finisse lì, ma
evidentemente si era sbagliata.
«Eri la migliore, ragazza» asserì Larry, assumendo la sua espressione da
uomo saggio. La chiamava sempre "ragazza", come se fosse una sorta di
complimento, una confidenza che doveva farla sentire speciale. A Nest faceva venire voglia di prenderlo a pugni.
«Come stanno i bambini?» gli chiese.
«Bene. Crescono come le erbacce.» Si avvicinò a Nest. «Sentono la
mancanza della madre, però. Come se ci fosse qualcosa da rimpiangere, in
lei.»
Marcy Spence non era quello che si definisce una persona affidabile
neppure prima di avere i figli, e il loro arrivo non aveva contribuito a migliorarla. Era una ragazza che amava solo i divertimenti e pensava solo a
quelli. Dopo numerose scappatelle praticamente con chiunque la facesse
divertire e altrettante scenate a base di urla e schiaffi col marito, il matrimonio era finito. Marcy era fuori di casa e lontana da Hopewell ancor prima che si firmasse la richiesta di divorzio, e al diavolo i figli e il marito.
Quando se n'era andata, aveva ventiquattro anni. «Bambini che fanno
bambini» avevano sentenziato le vecchie signore.
«Cosa fai per Natale?» le chiese d'un tratto Larry, aggrottando la fronte.
«Sai, ai bambini farebbe bene una presenza femminile. Per l'apertura dei
regali e tutto il resto...»
Nest annuì, senza scomporsi. «Una specie di surrogato materno.»
Larry tacque per un istante, poi rispose: «Be', anche, in un certo senso.
Ma vorrei che ci fossi tu».
Lei lo guardò con severità. «Larry, ci conosciamo appena.»
«Non per colpa mia» ribatté lui.
«E poi ho visto i tuoi figli esattamente una volta. Non sapranno neppure
chi sono.»
«No, nient'affatto. Lo sanno benissimo.»
Lei scosse la testa. «Non potrei venire in nessun caso» si scusò diplomaticamente. «Ho già degli impegni.»
«Be', era tanto per chiedere.» Si strinse nelle spalle, come per far capire
che non era una domanda importante. «Non è un problema.»
Ma lo era, come avrebbe capito al volo qualsiasi ragazzina, e tanto più
una donna dell'età di Nest. Ma Larry Spence aveva già dimostrato con
Marcy di non capire nulla delle donne. In ogni caso, non era certo all'altezza di Nest. Non immaginava ciò che aveva davanti a sé, nel mettersi a farle
la corte, e lei non intendeva incoraggiarlo passando il Natale a casa sua,
con i suoi figli. Nel caso di Larry, l'ignoranza era una fortuna. Che si cercasse una donna normale: si sarebbe trovato molto meglio.
Dall'altra parte della stanza c'era Robert Heppler. Nest lo vide e si scusò:
«Larry, vedo una persona con cui devo parlare. Grazie dell'invito».
Si affrettò a lasciarlo prima che potesse risponderle, ansiosa di evitare
altre proposte. Larry era una brava persona, ma Nest non provava alcun interesse per lui. Il fatto che lui non lo capisse era un mistero per lei, ma quel
tipo di mistero era abbastanza comune, nei rapporti tra uomini e donne.
Raggiunse Robert e gli sorrise. «Ehi!» lo salutò.
«Oh, guarda chi c'è!» rispose lui, sorridendo a sua volta.
Nest lo abbracciò e lo baciò sulla guancia. Ancora snello e con i capelli
color della stoppa, ancora con l'aria di un bambino dispettoso, Robert avrebbe potuto essere erroneamente scambiato per il ragazzino saccente che
era stato per tutta la durata della scuola. E invece, mentre nessuno lo guardava, era cresciuto. Appena uscito dal biennio di università si era sposato
con una ragazza piccolina e volitiva, Amy Pruitt, che l'aveva messo sulla
giusta carreggiata. Abituata alle decisioni rapide, senza grilli per la testa e
dotata di un senso pratico perfino eccessivo, si era innamorata di Robert a
tal punto da prenderlo come un progetto di lavoro. Robert trascorreva gran
parte della vita con la testa altrove, occupato a sviluppare codici, linguaggi, programmi e sistemi operativi per computer. Convinto della propria intelligenza e insofferente verso le inadeguatezze degli altri, era arrivato a
ottenere voti altissimi grazie alle aspettative dei professori, che pensavano
di poterlo inserire con orgoglio, in futuro, tra i loro meriti accademici. Ma
il mondo reale aveva un metro di giudizio completamente diverso, e Amy
si era accorta subito che se non avesse cambiato il suo atteggiamento, Robert non avrebbe avuto alcuna possibilità di riuscire nella vita.
E aveva effettuato con estrema precisione l'operazione chirurgica. Nest
aveva riscontrato una differenza incredibile in lui, nei pochi mesi, nemmeno una decina, trascorsi fra l'incontro con Amy e il matrimonio. Robert pareva inconsapevole della trasformazione operata su di lui e pensava di non
essere cambiato per nulla. Ma dopo avere conosciuto Amy, Nest aveva capito che il suo vecchio amico non avrebbe potuto trovare di meglio.
Adesso avevano un bambino di due anni, che tirava allegramente Robert
per i calzoni, e Amy ne aspettava un altro. Robert aveva una famiglia e una
vita piena. Finalmente era diventato una persona come le altre.
«Ciao, Kyle» disse Nest, chinandosi ad arruffare i capelli del bambino.
«Abbiamo sentito la tua mancanza, al nido.»
«Ero 'n chiesa» rispose il bambino e le mandò un bacio.
«L'ho tenuto con me» ammise Robert, stringendosi nelle spalle. «Volevo
un po' di compagnia. Amy è rimasta a casa. Quando si è svegliata non si
sentiva tanto bene. Questa gravidanza la stanca più dell'altra.»
«Niente di preoccupante?» volle sapere Nest.
«Oh, no. Sai com'è Amy. Una roccia. Ma non vuole correre rischi. Ha
appena passato il sesto mese. Periodo un po' critico.»
«Se posso fare qualcosa, avvertimi.»
Robert rise. «Ti avvertirò quando potrò fare qualcosa io. Con i miei genitori, mia sorella e mio cognato che le ronzano intorno ventiquattr'ore su
ventiquattro, non riesco neppure ad avvicinarmi a lei!»
Lanciò un'occhiata a Larry Spence, che li osservava di nascosto, fingendo di bere il caffè. «Vedo che continui ad attirare le api peggio di un vaso
di miele. Ma forse la parola giusta potrebbe essere "mosconi".»
Nest inarcò un sopracciglio. «Non hai perso il tuo umorismo al vetriolo,
Robert.»
Lui si strinse nelle spalle. «Solo per proteggerti. Mi ricorda quel tizio
che non si decideva a lasciarti perdere, l'estate prima che andassimo alle
superiori, quello a cui stavo per dare una lezione quando tu l'hai ipnotizzato e l'hai fatto finire a terra. Come si chiamava? Bobby... Bobby...»
«Danny Abbott» lo corresse Nest, a bassa voce.
«Proprio lui. Che estate, quella! Non passava giorno senza che mi mettessi nei guai. E poi c'eri tu, naturalmente, che giocavi con la magia.»
L'aveva detto per scherzo, ma non era molto lontano dal vero. Nest si
sforzò di sorridere.
«Ricordi quel pasticcio del Quattro di Luglio, con John Ross e i fuochi
artificiali che scoppiavano da tutte le parti?» insistette Robert. «Io ti seguivo nel parco e sono inciampato o non so più cosa, e devo avere battuto la
testa. Ricordo ancora l'occhiataccia che mi hai dato quella volta. Poi mi hai
detto di avere usato la magia.» S'interruppe, corrugando la fronte. «Sai una
cosa? Ancora oggi non riesco a capire cos'è successo.»
Nest si chinò di scatto, prese in braccio Kyle, che lanciò un risolino acuto, e lo consegnò al padre. «Ecco, Kyle, spiegaglielo tu.»
«Spelelo tu» ripeté Kyle, ridacchiando.
Robert prese in braccio il figlio e lo fece dondolare dolcemente. «Non
dimenticare la festa di Natale, martedì sera» rammentò a Nest, mentre baciava le guance paffute del figlio. «Amy ti ha telefonato, vero?»
Nest annuì. «Ci sarò.»
«Bene. I miei finirebbero per dare la colpa a me, se non venissi.»
«E farebbero bene» commentò lei, allontanandosi. «Ci vediamo, Robert.
Ciao, Kyle.» Alzò la mano e agitò le dita in segno di saluto, e il bambino
nascose per scherzo la faccia contro la spalla del padre.
«Ehi, non me lo spaventare così!» la sgridò Robert.
Nest andò a posare la tazza sul vassoio a fianco della porta della cucina e
si preparò a uscire. Larry Spence la stava ancora sorvegliando, ma lei finse
di non accorgersene. "La vita in una piccola città è piena di momenti in cui
fìngi di non accorgertene" pensò stancamente.
Stava lasciando la sala per andare a prendere il cappotto quando vide
avvicinarsi una giovane donna alta e ossuta, con una selvaggia chioma rosso fuoco e occhi di un colore tra il verde e il giallo.
«Lei è Nest Freemark?» chiese la donna, sgranando gli occhi e fissandola come una gatta. In realtà, ora che la guardava meglio, più che una donna
fatta, sembrava una ragazza appena uscita dall'adolescenza. Nest annuì.
«Mi chiamo Penny» si presentò l'altra.
Le tese la mano e Nest gliela strinse. Penny aveva una stretta forte e sicura. «Volevo solo farle sapere quanto la ammiro. Ho seguito la sua carriera quasi passo passo, fin dalle Olimpiadi di Melbourne. Ero ancora bambina, allora, ma lei è sempre stata un grande stimolo per me! Volevo correre
anch'io, ma crescendo mi sono accorta di non avere i polmoni abbastanza
robusti o qualcosa del genere. Così ho finito per fare l'attrice. Chi l'avrebbe
mai detto?» Rise. «Comunque, ci tenevo a farle sapere che qualcuno si ri-
corda ancora di lei. Sa, dai tempi che era famosa.» Rise di nuovo. «Ehi, è
stato bello conoscerla. Ci vedremo ancora da queste parti. Ciao-ciao.»
Si allontanò prima che Nest avesse il tempo di replicare e scomparve in
mezzo alla folla raccolta attorno al bricco del caffè. Qualcuno che si ricorda di me, dai tempi che ero famosa? Fece una smorfia. Che strana osservazione. Non aveva mai visto quella ragazza prima di allora, e non aveva idea di chi fosse. Non assomigliava a nessuno di sua conoscenza, perciò era
impossibile ricondurla a qualche famiglia di Hopewell.
"Dev'essere arrivata da poco in città" pensò, continuando a fissarla mentre si allontanava. "Le cose cambiano tanto in fretta" si disse, imitando Alice nel Paese delle Meraviglie.
A proposito di Alice, Larry Spence si stava dirigendo verso di lei con un'aria decisamente speranzosa. Nest si voltò come se si fosse ricordata all'improvviso di qualcosa e si affrettò a uscire.
3
Findo Gask era fermo dall'altra parte della strada, dirimpetto alla Prima
Chiesa Congregazionalista e sotto gli uffici della "Hopewell Gazette", in
paziente attesa del ritorno di Penny. Era una figura incongrua, in finanziera
e con quel cappello largo a tesa piatta, alto, curvo e scuro sullo sfondo di
marmo bianco dell'edificio illuminato dall'abbagliante sole invernale. Teneva il libretto nero sollevato davanti a sé come uno scudo, e sembrava un
moderno profeta venuto ad annunciare l'imminente Giudizio a una popolazione ignara.
La realtà, però, era assai più spaventevole.
Anche per un demone, Findo Gask era molto vecchio. Aveva parecchi
secoli, e questo era assai inconsueto. Nella stragrande maggioranza, i demoni avevano la tendenza ad autodistruggersi o a cadere preda dei loro eccessi in un momento alquanto precoce della loro carriera. Per completare
la trasformazione, lasciavano la loro spoglia umana e si riducevano a un
guscio duro e alato, cosicché, una volta spogliati del loro travestimento,
avevano un aspetto che ricordava quello dei pipistrelli.
Ma per quanto si sforzassero di liberarsi della loro spoglia umana, rimanevano sorprendentemente legati alla loro origine. Per mascherarsi, erano
costretti a riprendere l'aspetto delle creature cui appartenevano un tempo,
ma il disperato bisogno di sfuggire al passato li costringeva a consumare le
creature di cui assumevano l'aspetto. Per sopravvivere nella loro nuova
forma, dovevano lottare senza sosta contro una piccola ma irriducibile verità: avevano un disperato, inestinguibile bisogno del contatto con le. creature che disprezzavano.
In conseguenza di ciò, erano dilaniati dalla contraddizione della loro esistenza. Nel tentativo di dare sfogo alla loro personalità schizofrenica, finivano rapidamente nella follia e nella bestialità. Perdevano il controllo di se
stessi, la loro sanità mentale andava in pezzi, e si disintegravano come ingranaggi che ruotassero troppo velocemente, e con un peso eccessivo, vittime del calore del loro stesso moto.
Findo Gask aveva evitato quella fine perché non era spinto dalle emozioni. Non era assetato di potere o di gratificazioni. La vendetta non gli interessava. La ricerca di conferme non era mai stata uno scopo che lo attirasse. No, Gask era semplicemente curioso: la curiosità era un'infinita sorgente d'ispirazione per lui. Era intelligente, abile, ricco d'inventiva. Come
uomo, avrebbe potuto scoprire segreti, risolvere misteri. Avrebbe potuto
compiere grandi cose come ricercatore. Ma un uomo vive per un numero
limitato di anni, ed è ostacolato da regole che Findo Gask trovava fastidioso accettare. Come demone, se n'era accorto presto, poteva fare molto di
più. Se avesse rinunciato alla sua parte umana, una parte che in qualsiasi
caso non gli pareva particolarmente importante o utile, avrebbe potuto esaminare, scoprire e analizzare per sempre.
Inoltre, si era accorto ben presto che gli esseri umani costituivano eccellenti soggetti di studio. Corrispondevano esattamente ai suoi desideri e alle
sue necessità. La sola cosa che gli veniva richiesta era di staccarsi da loro.
E lui l'aveva fatto con sorprendente facilità. Era difficile ricordare i particolari, ormai. Era in vita da tanto tempo, era un demone da tanti secoli
che non ricordava più nulla della sua storia umana. Si era perfino dimenticato il secolo in cui era avvenuta la sua trasformazione. Era forse il più
vecchio del suo genere, anche se tale primato non gli interessava, dato che
non ne ricavava alcuna soddisfazione. Era un servitore del Vuoto, ma il
suo padrone era una presenza vaga, incorporea, che per gran parte del tempo gli lasciava fare quello che voleva e solo di tanto in tanto compariva
come una fugace presenza: un sussurro, un'ombra, il ricordo di un sogno.
Gli altri demoni lo invidiavano. Alcuni lo odiavano apertamente. Possedeva ciò che essi volevano e non riuscivano a ottenere. Era più vecchio di
loro, più saggio e più forte, e sembrava immune dalle esigenze dell'umanità che ancora incidevano la loro carne come rasoi. La sua comprensione
degli uomini era più profonda, la sua assimilazione dei due mondi, quello
dei demoni e quello umano, era più completa. Accettava solo le sfide che
gli interessavano e si concedeva solo agli studi che lo appassionavano. A
parte le poche volte che il Vuoto gli ricordava come ogni cosa avesse un
prezzo e la scelta non fosse sempre lasciata a lui, per quanto in alto fosse
salito...
Vide Penny uscire dalla chiesa, con i capelli rossi che le ondeggiavano
attorno alla testa come una massa di fili elettrici strappati, la osservò percorrere il marciapiede con mosse sgraziate e attraversare la strada, simile a
un burattino mal costruito, mosso a scatti da fili invisibili. Sorrise con indulgenza, mentre la guardava avvicinarsi. Fuori era un disastro, ma non si
deve giudicare un libro dalla copertina. Dentro era contorta, corrosiva, letale. Penny Orribile. Aveva sentito dire che con quel nome si indicavano i
romanzi gialli di inizio Ottocento, fascicoli a forti tinte venduti al prezzo di
un penny nelle strade di Londra. «Ma sono io!» aveva esclamato con un
sorriso perfido, e da allora si era fatta chiamare così.
Raggiunse Findo Gask camminando a tutta velocità e assunse la sua espressione più infantile, astuta e civettuola. «Ciao, nonno» gli disse sorridendo, fece un giro attorno a lui come per ammirarlo, poi lo abbracciò con
tale trasporto che due vecchie signore che passavano dall'altra parte della
strada si fermarono a guardarli.
Pazientemente, con gentilezza, Gask si sciolse dal suo abbraccio. Capiva
i suoi eccessi, che erano superiori a quelli comuni tra i demoni. Diversamente da lui, a Penny non interessava rimanere in vita. Cercava la distruzione, era innamorata dell'idea in sé, schiava della particolare miscela di
follia che la costituiva e desiderosa di scrivere la propria fine in qualche
maniera spettacolare. Gask la giudicava una bomba a mano vivente, ma si
augurava che rimanesse in vita abbastanza a lungo da risultargli utile nell'attuale missione.
«Hai fatto come ti ho detto?» le chiese, inarcando un sopracciglio in
quella che poteva sembrare, ma non era, un'espressione conciliante.
Penny giocò alla finta tonta, anche se non perdeva una sua mossa. «Certo! Ehi, vuoi che ti dica una cosa, nonno?» Lo chiamava sempre così, sottolineando la differenza di età nel tentativo, continuo ma inutile, di dargli
fastidio. «Quella ragazza non è niente di speciale, sai? Nest Freemark. Anzi, non è proprio niente. Potrei eliminarla con uno schiocco delle dita.»
Schioccò le dita e gli sorrise con superiorità.
Gask la prese per un braccio, in silenzio, e la accompagnò fino all'auto.
«Entra» le ordinò, senza perdere tempo a guardarla.
Lei obbedì, ridacchiando e lanciando brevi occhiate nella sua direzione,
come una bambina piccola ma sveglia che scherzi con un nonno troppo indulgente. Findo Gask si lasciò quasi sfuggire un sospiro di fastidio.
Quando furono tutt'e due in macchina, relativamente fuori dalla vista dei
passanti, Gask osservò a lungo la sua compagna, prima di chiederle: «Chi
hai trovato?».
Con un sospiro, Penny rinunciò a continuare il gioco della nipotina impertinente. Si strinse nelle spalle. «Un imbecille che si chiama Larry Spence. È vicesceriffo e ha una certa autorità perché lo è da dieci anni. Era tutto
contento di raccontarmi la sua vita, mentre io, povera bambina impressionabile, lo guardavo a bocca aperta. È davvero cotto della nostra
Scarpette da Corsa. Non vede altro. Farebbe qualsiasi cosa, per lei. È proprio quello che cerchi.»
Inarcò le sopracciglia e per la prima volta fissò Gask. «Di che cosa si
tratta, esattamente, nonno? Perché perdiamo tempo con quello scemo?»
«Tieni d'occhio la porta della chiesa» le ordinò lui, senza rispondere.
«Quando lo vedi uscire, avvertimi.»
La ragazza lo fissò ancora per un momento, poi sbuffò con fastidio, si
sistemò dietro il volante e fece ciò che Gask le aveva ordinato. Era abbastanza brava in quel genere di lavori, nonostante tutte le sue proteste. Gask
la lasciava fare perché le proteste, nel caso di Penny, non si spingevano
mai al di là delle parole. Con Twitch era tutta un'altra cosa, naturalmente.
Continuarono ad attendere senza parlare, nel calore del sole invernale
che filtrava dai finestrini, e intanto l'orologio segnò il mezzogiorno. Pochi
minuti più tardi, la chiesa cominciò a svuotarsi: la gente uscì sempre più
numerosa, avvolta nei pesanti cappotti e diretta a casa per il pranzo.
«Perché non si sbriga un po'?» brontolò Penny.
«Ti do un avvertimento» le disse Findo Gask, a bassa voce. «Un consiglio di un nonno affettuoso, se vuoi metterla così. Non sottovalutare Nest
Freemark. È più dura di quello che pensi.»
Penny gli rivolse un sorrisino ironico e fece per protestare, ma Gask
scosse la testa e col mento le indicò la chiesa.
Qualche momento più tardi, Larry Spence uscì: con una mano teneva
una bambina piccola e con l'altra un bambino di poco più grande. Penny
disse che era lui, e Gask le ordinò di avviare il motore e poco dopo, quando il vicesceriffo uscì dal parcheggio con i bambini, di seguire la sua macchina. Il vecchio era infastidito di dover sempre dare tutti quegli ordini, ma
non poteva fidarsi di nessuno dei suoi compagni se non spiegava loro per
filo e per segno quello che dovevano fare: tre demoni, ciascuno difficile da
comandare, ciascuno una contraddizione, perfino come demone. Li aveva
presi con sé dopo l'episodio di Salt Lake City, quando aveva compreso che
Ross era un avversario capace di sconfiggerlo. Del resto, già allora conosceva il volere del Vuoto e sapeva che non erano ammessi errori.
Sospirò stancamente e guardò fuori del finestrino; osservando gli edifici
che sfilavano di fianco all'auto, mentre Penny seguiva Larry Spence e i
suoi bambini lungo la Prima Avenue, in direzione della periferia nord della
cittadina. Era giunto a Hopewell una settimana prima, e aveva atteso con
pazienza la comparsa di Ross, sicuro che il Cavaliere del Verbo sarebbe arrivato. Lo sapeva per istinto, come sempre. Era un vantaggio di cui godeva
rispetto agli altri demoni, anche se non aveva mai capito come mai fosse
dotato di quel potere. Forse il suo istinto era più acuto perché era vissuto
così a lungo ed era uscito indenne da tante traversie. O forse il fatto di essere un cercatore di risposte lo metteva in sintonia con le sfaccettature del
comportamento umano assai più degli altri del suo genere. In qualsiasi caso, lui riusciva sempre ad avere successo dove gli altri fallivano. C'erano
demoni che davano la caccia a Ross in tutti gli Stati Uniti, frugando in ogni stanzino e guardando sotto ogni letto. Ma era stato Gask a trovare John
Ross l'ultima volta, e anche questa volta sarebbe stato lui a trovarlo.
Le sue mani sfiorarono amorevolmente il cuoio consumato della copertina del Libro dei Nomi. Lo chiamava così: un titolo semplice per il registro degli esseri umani da lui eliminati in un modo o nell'altro, nel corso
dei secoli. Quando registrava la loro morte non badava all'ora, al giorno, al
luogo: dei particolari non si curava. A lui interessava collezionare le vite
altrui e farle proprie. A lui importava la natura della loro morte, ciò che gli
rivelava, come lottavano per evitarla e le emozioni che gli avevano fatto
provare mentre toglieva loro l'ultimo respiro. C'era qualcosa, nella loro
morte, che poteva diventare suo: l'aveva scoperto molto tempo addietro. E
questo qualcosa poteva trasformarsi in una ricompensa per il suo incessante raccogliere nomi che poteva sempre ricollegare a coloro cui appartenevano. I normali ricordi erano pallidi e privi di sostanza, il ricordo della
morte era forte e duraturo, e Gask li aveva conservati tutti, molte centinaia,
catalogati e immagazzinati.
Sospirò. Se avesse perso la curiosità di vederli morire, forse avrebbe
smesso di raccoglierne i nomi nel libro.
«È arrivato a casa, nonno» lo avvertì Penny, interrompendo le sue fantasticherie.
Gask guardò nella direzione da lei indicata e vide Larry Spence svoltare
in un vialetto che portava a una piccola casa a un piano, sulla Seconda Avenue, quasi all'angolo con la LeFebvre Road.
«Va' avanti per un paio di isolati, poi gira e torna indietro» disse alla ragazza.
Penny proseguì per un breve tratto lungo la Seconda Avenue, poi s'infilò
in un vialetto d'accesso, fece retromarcia e tornò nella strada principale,
ma in direzione inversa. Giunti quasi alla casa di Spence, accostò l'auto al
marciapiede e si fermò. Spense il motore e fissò il compagno. «E adesso,
nonno Gask?»
«Vieni con me» le rispose.
Larry Spence era già in casa con i bambini. Passando accanto all'auto
ferma sul vialetto, Gask e Penny sentirono il calore del motore appena
spento. Da fuori, la casa appariva piccola e disadorna. L'inverno aveva
spogliato gli alberi che la nascondevano alla vista e si scorgeva la vernice
screpolata, il legno scheggiato e messo a nudo. Mentre suonava il campanello, il demone rifletté di sfuggita su quanto fosse patetica la vita degli
umani.
Larry Spence comparve quasi subito. Indossava ancora il vestito della
festa, ma si era slacciato la cravatta e in mano stringeva un canovaccio.
Aprì la controporta e li fissò con aria interrogativa.
«Il signor Spence?» chiese Gask educatamente, in tono amichevole ma
professionale. Vide che Spence annuiva e precisò: «Il signor Larry Spence?».
«Cosa desidera?» rispose il vicesceriffo, sospettoso.
Findo Gask gli mostrò un portatessere di cuoio e lo aprì con il pollice.
«Agente speciale George Robinson, signor Spence. Sono dell'FBI. Ha un
momento per me?»
La sicurezza del vicesceriffo lasciò il posto all'insicurezza non appena
ebbe letto il tesserino d'identità, nella finestrella di plastica trasparente.
«Qualcosa che non va?»
Adesso Gask gli rivolse un sorriso rassicurante. «Nulla che la riguardi
direttamente, signor Spence. Ma dobbiamo parlare con lei di una persona
che conosce. Le presento la mia assistente, Penny. Possiamo entrare?»
Larry Spence mosse a disagio le spalle larghe e atletiche e si passò la
mano nei capelli scuri per ravviarli. «Be', ci sono i bambini, signor Robinson...» provò a dire.
Findo Gask annuì. «Non mi presenterei a lei di domenica se non fosse
una cosa importante. E non mi permetterei di venire a casa sua se la cosa si
potesse risolvere nel suo ufficio.» Fece una pausa carica di sottintesi. «Non
richiederà molto tempo. Penny può giocare con i bambini.»
Spence ebbe ancora qualche istante di esitazione, la fronte aggrottata,
poi annuì. «Va bene, venite dentro.»
Dalla piccola entrata passarono in un minuscolo soggiorno ingombro di
giocattoli, riviste e fogli del "Chicago Tribune" di quella domenica. Evidentemente Larry Spence non aveva fatto i lavori di casa prima di recarsi
in chiesa. Il bambino si affacciò da un corridoio in fondo alla stanza e li
guardò con aria interrogativa.
«Tutto a posto, Billy» si affrettò a tranquillizzarlo il padre, con un tono
di voce assai meno sicuro delle sue parole.
«Signor Spence, forse Billy desidera mostrare a Penny la sua camera»
suggerì Findo Gask, tornando a sorridere. «Penny ha un fratellino che ha
pressappoco la stessa età.»
«Certo, mi sembra una buona idea.» Spence accolse con sollievo il suggerimento. «Che ne dici, Billy?»
«Ehi, giovanotto» lo salutò Penny, avvicinandosi al bambino. «Hai qualche bel gioco da mostrarmi?»
Lo condusse con sé nel corridoio parlando a raffica, mentre Billy la
guardava con l'espressione di un cervo abbagliato dai fari di una macchina.
Findo Gask si augurò che la ragazza non si lasciasse prendere la mano.
«Perché non ci sediamo, signor Spence?» suggerì.
Non perse tempo a togliersi il cappotto, né a posare il libro. Larry Spence non vedeva né l'uno né l'altro. Non vedeva neppure il reale aspetto di
Findo Gask. Il demone gli aveva annebbiato la vista nell'istante in cui aveva aperto la porta, e Spence conservava solo una vaga immagine dell'aspetto dell'uomo che gli stava davanti. Il trucco non avrebbe funzionato con
una persona come Nest Freemark, ma Larry Spence era di tutt'altra pasta.
Già confuso e dubbioso in partenza, sarebbe rimasto in quello stato finché
Gask non avesse finito con lui.
Si diressero a un paio di vecchie poltrone e si accomodarono. La luce del
sole, cruda e tagliente, filtrava dalle fessure delle imposte, e le automobiline rovesciate sul tappeto facevano pensare a incidenti in miniatura.
«Signor Spence, dato che anche lei è un tutore della legge, conosce senza dubbio il nostro lavoro» esordì Findo Gask. «Sono a Hopewell per servizio, e ho bisogno del suo aiuto, ma preferisco che nessuno sappia di questo incontro, neppure i suoi superiori. Di solito cerchiamo di lavorare aper-
tamente con i locali tutori della legge, ma in questo caso non è possibile.
Almeno per ora. Per questo sono venuto a casa sua invece di presentarmi
nel suo ufficio. Soltanto lei sa della nostra presenza.»
S'interruppe per qualche istante, poi riprese: «A quanto ho potuto sapere,
lei conosce una giovane donna che si chiama Nest Freemark».
Larry Spence sembrò stupefatto. «Nest? Certo, ma non penso che possa...»
«Prego, signor Spence, non balzi alle conclusioni» lo interruppe soavemente Gask, facendolo tacere. «Mi lasci terminare. L'interesse dell'FBI per
Nest Freemark è solo marginale, in questo caso. Chi ci interessa veramente
è un uomo chiamato John Ross.»
Spence aveva ancora in mano il canovaccio e lo torceva nervosamente
con le grosse dita. Si accorse di quello che stava facendo e posò il pezzo di
tela. Si schiarì la gola. «Non ho mai sentito parlare di questo John Ross.»
Findo Gask annuì. «Non pensavo che lo conoscesse. Nest Freemark, però, lo conosce bene. La loro amicizia risale all'epoca in cui lei era bambina
e assai impressionabile. Lui era più vecchio, un bell'uomo, anche se dall'aria un po' rude, e le prestava molta attenzione. Era amico della sua defunta
madre e Nest era ansiosa di parlare con lui per quel motivo, se non per altri. Sospetto che si sia un po' innamorata di lui. In qualsiasi caso, si è molto
affezionata a quell'uomo, e lo ritiene ancora un amico intimo.»
Gask aveva scelto con attenzione le parole, basandosi sull'assunto che
Larry Spence provasse un senso di possesso nei riguardi di Nest e non
sopportasse l'idea di avere un rivale, soprattutto uno che piacesse alla ragazza.
«John Ross non è affatto l'uomo che la signorina Nest Freemark crede»
proseguì, con tono di massima onestà. «È un pericoloso criminale. Lei lo
vede come il suo cavaliere rivestito di una splendente armatura, come il
bell'uomo conosciuto quindici anni fa, più maturo di lei, che prestava tanta
attenzione a un'adolescente impacciata. Ha continuato a illudersi, e impiegherà molto tempo a convincersi del proprio errore.»
Aveva un po' esagerato, ma trattando con un uomo innamorato come
Larry Spence lo era di Nest Freemark, poteva calcare la mano.
«Cos'ha fatto?» chiese Spence, irrigidendosi nella poltrona, pronto a partire all'attacco per sconfiggere quel rivale odioso, quel disgustoso seduttore. Gask sorrise tra sé.
«Preferirei non discutere questi particolari del mio lavoro con lei, signor
Spence.» "Lasciamogli usare l'immaginazione" decise Gask con perfidia.
«La cosa che la deve preoccupare, tanto quanto preoccupa noi, non è ciò
che ha commesso altrove, ma ciò che si appresta a commettere quando arriverà qui.»
«È diretto a Hopewell?» chiese Spence, deglutendo. «E lei pensa che si
metterà in contatto con Nest?»
Gask annuì, rallegrandosi del fatto che il vicesceriffo lavorasse al posto
suo. «Abbiamo ragione di credere che cercherà di mettersi in contatto con
lei. Quando lo farà, le chiederà di mantenere segreta la sua presenza. Si
terrà nascosto per tutta la durata della sua visita, senza farsi notare. Ecco
perché abbiamo bisogno di lei.»
Larry Spence si sporse verso di lui stringendo i pugni. «Cosa devo fare?»
Findo Gask rimpianse che le sue missioni non fossero tutte così facili.
«La signorina Freemark è sua amica. Conosce il suo interesse per lei e non
avrà nessun sospetto se lei troverà qualche scusa per passare a trovarla.
Faccia questo. Almeno una volta al giorno. Entri in casa con un pretesto e
si guardi attorno. Può darsi che non veda Ross, ma potrà forse notare qualche segno della sua presenza. E se lo nota, non faccia nulla di avventato. Si
limiti a chiamare questo numero.»
Trasse di tasca un biglietto da visita e lo porse a Larry Spence. C'erano
la sua falsa identità, il grado e il numero di una segreteria telefonica.
«Non sto a dirle quanto l'FBI le sarà grato della sua collaborazione, signor Spence» concluse Gask, alzandosi. «Per oggi non le ruberò altro tempo, ma starò in contatto con lei.»
Strinse la mano al vicesceriffo lasciando un'impronta finale della sua
presenza, in modo che l'altro non riuscisse a scordarsi tanto facilmente delle sue parole. Poi si girò verso il corridoio e chiamò: «Penny!».
Penny Orribile arrivò subito. Sorrideva con aria schiva e cercava di nascondere l'eccitazione dello sguardo, come tutte le volte che stava con i
bambini. Gask la prese per un braccio e la guidò all'uscita, con un ultimo
cenno della testa in direzione di Larry Spence.
«Cominciavo appena adesso a divertirmi» protestò la ragazza, mettendo
il broncio. «Avevo tirato fuori uno dei miei giocattolini e gli insegnavo a
tagliare le cose. Mi sono mozzata un dito col rasoio.» Ridendo gli mostrò
il dito mozzato, poi lo mise al suo posto: muscoli e legamenti si saldarono
subito.
«Penny, Penny, Penny» sospirò Gask stancamente.
«Non fartela sotto, nonno. Ho fatto in modo che non si ricordasse niente
fino a questa notte, quando si sarà addormentato, e allora si sveglierà urlando. Papà sceriffo penserà che è solo un incubo.»
Rimontarono in auto e allacciarono le cinture di sicurezza. Findo Gask si
chiese per quanto tempo sarebbe riuscito a controllare la ragazza. Era già
abbastanza difficile vedersela con Twitch, ma avere anche Penny che smaniava di liberarsi era un po' troppo. Abbassò il finestrino e inspirò la corroborante aria invernale. La temperatura era salita e l'aria era tiepida e frizzante sulla pelle. Strano, pensò, come potesse ancora provare simili sensazioni in un corpo che non era il suo.
Pensò per qualche istante all'immensità della lotta fra il Verbo e il Vuoto. La battaglia continuava dall'inizio dei tempi: una lotta senza quartiere
per il controllo della razza umana. A volte prevaleva l'uno, a volte l'altro.
Ma il Vuoto finiva sempre per guadagnare un po' di terreno in più, perché
il Verbo faceva affidamento sulla forza degli umani per tenere insieme il
mondo, mentre il Vuoto faceva leva sulle loro debolezze per ribaltarlo. Era
facile comprendere chi fosse destinato a prevalere. Le debolezze degli umani avrebbero sempre vanificato la loro forza. C'erano più esseri umani
che demoni, naturalmente, ma per vincere non basta il numero.
E se era vero che i demoni tendevano all'autodistruzione, gli uomini arrivavano al medesimo risultato, e molto più in fretta.
«Andiamo a casa, Penny» disse, accorgendosi che la ragazza aspettava
che lui le dicesse cosa fare.
Lei ingranò la marcia e s'immise nella strada, poi sterzò all'improvviso
per travolgere un gatto, che riuscì a malapena a salvarsi. «Ho sentito quello
che diceva mentre eravamo là dentro» gli disse all'improvviso.
Gask annuì. «Buon per te.»
«Allora, che ci guadagni a far gironzolare l'imbecille attorno a Miss
Noiosa Olimpionica per scoprire se quel Ross va ad abitare da lei?»
«Che ti succede, Penny? Non credi nella necessità di cooperare con le
autorità di polizia locali?»
La ragazza continuò a tenere lo sguardo fisso sulla strada. «Come se importasse a te, nonno. Possiamo scoprire la presenza di Ross senza dover ricorrere al vice-cane poliziotto. Non capisco.»
Gask si sgranchì il lungo corpo, poi alzò le spalle. «Tu non devi capire,
Penny. Tu devi solo fare come ti dico.»
Lei tacque per qualche istante, poi commentò: «Ti metterà solo i bastoni
tra le ruote, nonno. Te ne accorgerai».
Findo Gask sorrise. "Hai perfettamente ragione, Penny" pensò. "È pro-
prio quello che farà. E io ci conto."
4
Mentre tornava a casa dalla chiesa, Nest Freemark continuava a pensare
a John Ross. Era un esercizio inutile, che riusciva soltanto a rovinarle l'umore assai più di quanto desiderasse. Ross era come una lampada che illuminava tutte quelle parti della sua vita che avrebbe preferito ignorare.
Lei non era direttamente responsabile di nessuna di esse, tuttavia era il filo
che le collegava tutte. Quando ebbe parcheggiato l'auto e ne fu scesa, sentì
il desiderio di risalire e di partire per qualche luogo lontano, con un altro
fuso orario.
Entrò in casa, rassegnata, consapevole di non poter fare nulla per impedire a Ross di venire da lei, se aveva intenzione di farlo, né per impedire
un altro sconvolgimento della sua vita. Si cambiò d'abito, s'infilò un paio
di jeans, un maglione, scarpe con spessa suola di gomma e andò in cucina
a prepararsi qualcosa per pranzo. Sedette da sola al consunto tavolo di legno che aveva condiviso per tanti anni con la nonna e si chiese che consiglio avrebbe potuto darle a proposito di John Ross. Riusciva a immaginarselo. La nonna era una persona senza grilli per la testa, che affrontava le
sfide della vita quando si presentavano e cercava di parare i colpi come
meglio poteva. Non era tipo da perdere tempo a fantasticare sulle possibilità e sui "cosa succederebbe se.." E la nipote aveva cercato di mettere a
frutto la lezione.
Bevve un bicchiere di latte e mangiò un sandwich di pollo freddo, poi
s'infilò il parka e uscì dalla porta sul retro. Il giorno dopo sarebbe stato il
solstizio d'inverno e la durata delle giornate si era ridotta a meno di otto
ore. Già il sole stava scendendo a occidente, come per contrassegnare la
fine del primo pomeriggio. Alle quattro e mezzo sarebbe tramontato. Nonostante la brevità dei giorni, l'aria era piuttosto calda per un pomeriggio
invernale, perciò Nest non chiuse il parka mentre attraversava il cortile. Il
monticello di sabbia con cui giocava da bambina e l'altalena fatta con un
vecchio pneumatico non c'erano più, distrutti anni prima dal tempo e dal
disuso. Alberi e cespugli erano un intrico di rami nudi, scheletrici. Simili a
una rete contro l'azzurro del cielo, proiettavano bizzarre ombre sull'erba
secca dell'inverno. La natura dormiva, il vecchio anno e le sue stagioni lasciavano il posto all'anno nuovo: era un tempo di paziente attesa del risveglio. Nest si chiese se la sua vita tenesse il passo con la natura o se si fosse
fermata.
Superò il varco nella siepe spoglia e attraversò la stradina di servizio che
correva dietro la casa. Il Sinnissippi Park si stendeva davanti a lei, deserto
e spoglio alla luce dell'inverno. La barra posta all'ingresso delle auto era
abbassata. A volte coloro che abitavano al limitare del parco vi andavano
ancora a portare a passeggio i cani mentre i bambini giocavano con la neve, quando ce n'era. In quel momento, però, non c'era nessuno. La sera, se
la stagione lo permetteva, il parco apriva dalle diciotto alle ventidue per
quanti volevano usare il toboga o desideravano pattinare sul ghiaccio del
canale.
Se la temperatura fosse scesa e il bollettino meteorologico avesse escluso il rischio di una nevicata, l'indomani sera l'avrebbero aperto.
Nest si diresse verso le alture al centro del parco, attraversando il familiare gruppo di abeti che cresceva a ridosso della rete dei campi di baseball. Da uno dei rami, Pick si lasciò cadere sulla sua spalla.
«Te la sei presa comoda per venire qui!» le disse irritato, accomodandosi
sulla pelliccia del suo colletto.
«In chiesa sono andati un po' per le lunghe» rispose lei, rifiutando di
prestarsi al suo gioco. Pick era sempre irritato con tutto e tutti, e Nest si era
ormai abituata ai suoi commenti bruschi e alle sue ramanzine sferzanti.
«Comunque, penso che avrai già fatto quasi tutto, anche senza di me.»
«Non è questo il punto!» ribatté lui. «Quando ci si prende un impegno...»
«... bisogna mantenerlo» terminò lei, che aveva già sentito quella frase
un migliaio di volte. «Ma non posso neppure ignorare il resto della mia vita.»
Pick brontolò qualcosa di incomprensibile e cambiò posizione sulla sua
spalla, incapace di stare fermo. Aveva centosessantacinque anni ed era un
Silvano, una creatura della foresta fatta di muschio e di stecchi, creata dalla magia e nata in un baccello. I Silvani avevano il compito di mantenere
l'equilibrio della magia che si creava in ogni bosco e ogni foresta del mondo, in modo che tutte le creature viventi potessero coesistere come voleva
il Verbo. Non era un lavoro facile e gli insuccessi erano tutt'altro che rari:
moltissime specie erano scomparse per l'evoluzione naturale o per opera
degli umani. Interi boschi e foreste venivano distrutti, e con essi scomparivano le creature che vi abitavano, inclusi i Silvani che ne avevano cura.
Nel corso dei secoli, l'erosione della magia delle foreste era stata lenta ma
ininterrotta, e Pick affermava spesso, in tono apocalittico, che ormai rima-
neva poco tempo.
«Il parco mi sembra a posto» osservò Nest, allontanando dalla mente
quei pensieri e cercando di prendere le cose dal verso positivo, almeno per
la durata di quel pomeriggio.
Ma Pick non si lasciò ammansire. «L'apparenza inganna. Ci sono guai in
vista.»
«Che tipo di guai?»
«Ah! Non te ne sei accorta, vero?»
«Perché non me lo dici e non la fai finita?» ribatté Nest.
Attraversarono la strada d'accesso e si avviarono verso la rotatoria posta
nella parte est del parco, dove c'era il precipizio affacciato sul Rock River.
Dietro la recinzione che contrassegnava il limite del parco c'era il cimitero.
Da più di una settimana Nest non si recava alle tombe della madre e dei
nonni, e nel ricordarsene provò un senso di vergogna.
«I Divoratori sono usciti dai loro nascondigli» la informò Pick, con un
brontolio irritato. «Si aggirano nel parco. Da anni non ne vedevo tanti.»
«Quanti sono?»
«Moltissimi. Troppi perché possa contarli. Qualcosa li ha richiamati, ma
non so cosa.»
I Divoratori erano creature delle ombre che si nascondevano ai margini
delle vite umane e divoravano l'energia prodotta dalle forti emozioni. Più
cupe e forti le emozioni, maggiore il numero di Divoratori che accorreva a
banchettare. Erano parassiti che rispondevano soltanto ai loro istinti, non
giudicavano e non operavano scelte. La maggior parte degli umani non li
vedeva mai, tolte le volte in cui la morte sopraggiungeva inattesa e in modo violento, ed erano l'ultima immagine che si registrava nella coscienza
del morente prima che la vita si spegnesse. Solo le persone come Nest, nate con la magia dentro di sé, sapevano dell'esistenza dei Divoratori.
Pick le rivolse un'occhiata scrutatrice. Con la faccia affilata simile a legno scolpito, scabra e rugosa, e le braccia nodose incrociate sul petto,
sembrava un nido d'uccello. I suoi strani occhi piatti fissarono quelli di
Nest. «Tu ne sai qualcosa, vero?» le chiese.
Lei annuì. «Può darsi.»
Gli raccontò della visita di Findo Gask e della possibilità che John Ross
tornasse a Hopewell. «La presenza di un demone può spiegare questa moltiplicazione di Divoratori, suppongo» terminò.
Attraversarono la zona dei giochi e i tavoli da picnic, che occupavano il
tratto alberato posto dirimpetto ai tumuli sepolcrali indiani e al precipizio.
Giunta alla rotatoria, Nest rallentò l'andatura, e solo allora notò che Pick
non aveva fatto parola da quando gli aveva riferito di Findo Gask e di John
Ross. Non le aveva neppure detto il tipo di lavoro che intendeva farle
compiere quel giorno nel parco.
«Che ne pensi?» gli chiese, per farlo uscire dal mutismo.
Ma il Silvano seduto sulla sua spalla continuò a tacere, chiuso nei propri
pensieri. Nest attraversò la strada e si portò fino al bordo del precipizio,
poi raggiunse un punto da cui si vedeva la superficie ghiacciata del Rock
River. Nei giorni precedenti la temperatura si era alzata, ma il canale paludoso che si estendeva tra la riva e la diga su cui correva la ferrovia era coperto di ghiaccio. Più avanti, verso la confluenza con il Mississippi, nell'acqua si scorgeva solo qualche breve tratto ghiacciato, perché la corrente
era più rapida e il fiume non riusciva a gelare completamente. In genere,
però, in gennaio anche quella parte gelava.
«Un altro demone» disse infine Pick, a bassa voce. «Pensavo che uno
nella vita fosse sufficiente.»
Nest annuì, senza parlare. Scrutava con attenzione l'intrico di rami sotto
di lei per tentare di scorgere qualche movimento nelle ombre sempre più
lunghe. I Divoratori, se erano già usciti dalle loro caverne, erano certamente laggiù a sorvegliarla.
«Molti Silvani trascorrono la loro intera esistenza senza mai incontrare
un demone» osservò Pick con voce calma, quasi riflettendo fra sé. «Centinaia di anni, e non un solo demone.»
«Colpa mia» commentò Nest.
«Nient'affatto!»
«Oh, sì, è colpa mia» insisté lei. «È cominciato tutto con mio padre.»
«Che è stato un errore di tua madre!» replicò lui.
Nest lo guardò, si accorse che era sulle difensive e intendeva proteggerla, e gli rivolse un sorriso. «Dove sarei, Pick, se non ci fossi tu?»
«Da qualche altra parte, penso.»
Nest sospirò. Nei quindici anni precedenti aveva tentato varie volte di
lasciare il parco. Allontanarsene era inconcepibile per Pick; il parco era la
sua casa e il suo dovere. Per il Silvano non esisteva altro. Per lei era differente, certo, ma Pick non lo capiva. Pick vedeva le cose in termini molto
restrittivi: o erano bianche o erano nere. Nemmeno un obbligo ricevuto in
eredità - in quel caso un obbligo trasmesso per sei generazioni di donne
Freemark e consistente nel prendersi cura del parco - poteva essere ignorato, qualunque cosa succedesse. Lei apparteneva al parco, doveva lavorare
con Pick, aiutarlo a conservare l'equilibrio della magia e curarsi delle piante e degli animali. Tuttavia, la visione di Pick si limitava al suo piccolo territorio. Per più di centocinquant'anni non si era occupato d'altro. Invece
Nest non aveva centocinquant'anni a disposizione, e non era sicura di voler
passare tutta la vita a occuparsi del parco e delle sue magie.
Sollevò gli occhi per fissare il cielo al disopra del Rock River. La caligine del crepuscolo cominciava a levarsi a oriente, mentre il chiarore della
breve giornata invernale avanzava verso occidente. «Che intendi fare oggi,
Pick?» gli chiese a bassa voce.
Il Silvano si strinse nelle spalle. «È troppo tardi per poter combinare
qualcosa di utile, presumo.» Non lo disse in tono di rimprovero, sembrava
semplicemente rassegnato. «Limitiamoci a dare un'occhiata intorno, a controllare se c'è bisogno di qualcosa di particolare, e potremo occuparcene
domani.» Sospirò e sollevò la testa. «Se pensi di non avere niente di meglio da fare, naturalmente.»
«Naturalmente» gli fece eco lei.
Si lasciarono alle spalle il precipizio e si avviarono verso il punto dove
la strada che scendeva dalla rotatoria si biforcava in due: una tornava indietro, passava sotto un ponte e arrivava alla base della rupe, dove c'erano
quelle che Nest chiamava "le caverne dei Divoratori"; l'altra proseguiva
verso est, lungo le alture, e giungeva fino al limite del parco, dove c'erano
la zona più fittamente alberata e l'area principale per i picnic. Si incamminarono su questa seconda strada, passando accanto agli alberi e osservando
le condizioni della vegetazione, e constatarono che pressoché tutto era in
ordine. Il parco era in ottima forma, anche se Pick non era disposto ad
ammetterlo. Con l'inverno, alberi e animali erano in letargo e la magia era
in perfetto equilibrio e si riposava, in attesa che la stagione, lentamente, finisse.
"Il mondo del Sinnissippi Park è in pace" pensò Nest, passando lo
sguardo sui campi di baseball, sui giochi dei bambini, sugli alberi spogli e
le macchie di sempreverdi. Perché non poteva esserlo anche il suo mondo?
Ma sapeva la risposta. La sapeva da molto tempo. E la risposta era
Wraith.
Tre anni prima, era stata salutata come la più grande campionessa americana di fondo di tutti i tempi. Aveva già corso in una Olimpiade vincendo
due medaglie d'oro e stabilendo due record mondiali. Da allora aveva vinto
trentadue gare consecutive. Deteneva complessivamente otto titoli mondiali sui tremila e sui cinquemila metri. Poi era andata per la seconda volta al-
le Olimpiadi e aveva vinto i tremila con un margine tale da far pensare che
avrebbe vinto anche i cinquemila.
Ricordava perfettamente l'ultima gara. Ne aveva visto il video mille volte ed era in grado di rivederlo nella mente immagine dopo immagine, istante per istante.
Con gli occhi fissi sugli alberi, tornò a rivederlo.
Nest parte con un movimento fluido e si accontenta di rimanere nel
gruppo per le prime falcate, perché quella corsa premia più la pazienza e
la resistenza che la velocità. Nei primi duemila metri ci sono otto cambiamenti in testa al gruppo, poi le sue avversarie cominciano a stringerla.
Lavorando a turno, le ucraine, le etiopiche, una marocchina e una spagnola la spingono verso l'interno della pista. Da quattro anni Nest non ha
rivali nei tremila e nei cinquemila e per quanto un'atleta sia amata e rispettata, dopo un simile curriculum e impossibile non avere nemici. In ogni caso, lei non ha mai dato molta confidenza alle altre: si prepara con
l'allenatore del suo college o da sola; quando viaggia per raggiungere il
luogo delle competizioni, sta per conto suo; si tiene isolata a causa della
sua natura, presta molta attenzione a non avvicinarsi troppo a nessuno. La
sua eredità di magia l'ha resa molto cauta.
Giunta a millecinquecento metri dal filo di lana, è chiusa in mezzo a un
mucchio di fondiste e non riesce a liberarsi.
A mille metri c'è uno spintonamento per passare avanti, Nest viene urtata con violenza, perde l'equilibrio e rotola sulla pista.
Si rialza un attimo dopo essere andata giù e riprende la corsa. È così
furiosa per essere stata bloccata, spinta e gettata a terra che rincorre le
altre senza accorgersi di perdere copiosamente sangue da una ferita alla
caviglia, procuratale da una scarpa chiodata. Chiusa in quell'angolo della
propria mente dove si rifugia a volte quando corre e dove ci sono solo il
rumore del suo respiro e il battito del suo cuore, raggiunge il gruppo e lo
supera. Non si limita a superarlo gradualmente: lo supera d'infilata. C'è
qualcosa di crudo e primordiale in lei quando aumenta la velocità, falcata
dopo falcata. La vista le si offusca e si tinge di rosso, il respiro le brucia in
gola come fuoco e il movimento alternato delle gambe e delle braccia minaccia di spezzarle il corpo.
Corre con tale determinazione e con tale noncuranza per se stessa da
non accorgersi che c'è qualcosa che non va.
Poi sente le esclamazioni delle etiopiche, quando le supera nella posi-
zione tre e quattro, e vede l'espressione inorridita sulla faccia della spagnola quando la raggiunge a duecento metri dal traguardo.
Un muso a strisce simile a quello delle tigri compare davanti a lei, indistinto ma visibile nell'aria afosa e polverosa. Wraith sta emergendo dal
suo corpo. Si vuole liberare, esce da lei senza che gli sia stato ordinato e
senza che sia possibile controllarlo. Wraith, creato da suo padre con la
magia dei demoni e legato a lei fin da quando era bambina. Wraith, creato
come suo difensore ma ormai divenuto una presenza minacciosa e intollerabile. Wraith, che ora vive dentro di lei, una magia di cui non riesce a
sbarazzarsi e che deve continuamente sforzarsi di nascondere.
Tutto accade in un attimo. Dapprima emerge come un'immagine indistinta che la circonda, simile a uno sfarfallio di luce. Poi comincia a prendere una forma riconoscibile. Solo coloro che le stanno accanto riescono
a vedere quello che succede, ma sono confusi. La loro confusione, tuttavia,
è solo momentanea, si dice Nest. Se Wraith uscisse completamente da lei,
non ci sarebbero dubbi. E se si liberasse, potrebbe assalire le altre atlete.
Nest lotta per riprendere il controllo del cane-lupo fantasma. È disperata, non riesce a capire perché sia apparso senza essere chiamato, in un
momento in cui niente la minaccia.
Corre lungo il rettilineo, con il corpo dolorante per la fatica e per lo
sforzo di trattenere Wraith. Raggiunge ai cinquanta metri la concorrente
marocchina. Mentre la supera, vede il suo sguardo impaurito fisso su di
lei. Nest ha i denti scoperti, serrati nello sforzo, e Wraith entra ed esce da
lei in una successione di piccoli movimenti scattanti: il suo muso terrificante brilla alla luce del sole come un miraggio iridescente. L'atleta marocchina si scosta, terrorizzata, e Nest rimane da sola in testa.
Taglia per prima il traguardo, vince la medaglia d'oro con dieci metri di
distacco. Sa che è la fine della sua carriera, ancor prima che la gente si
chieda come ha fatto a riprendersi dalla caduta fino al punto di vincere e
che cominci a parlare di droghe per aumentare le prestazioni atletiche. Il
suo controllo su Wraith, che fin dall'inizio era molto limitato, è diminuito
ulteriormente, e non ne capisce la ragione. La presenza del lupo fantasma
dentro di lei e sopportabile a patto che sia in grado di tenerlo a freno. Se
però si mette a comparire ogni volta che lei perde il controllo delle proprie emozioni, ciò comporta la fine dei suoi giorni di campionessa, esattamente come il tramonto del sole annuncia l'inizio della notte.
«Sto invecchiando» disse all'improvviso Pick, battendo i talloni contro la
sua spalla in quello che doveva essere un gesto di frustrazione.
«Sei sempre stato vecchio» gli ricordò lei. «Eri già vecchio quando sono
nata io. Sei vissuto il doppio della media umana.»
Lui la fissò con irritazione, ma non fece commenti.
Nest osservò le nubi che giungevano da ponente, al di là dei rami spogli
delle querce, e coprivano le pianure. La bufera di neve prevista dai bollettini meteorologici si stava avvicinando. Si potevano già notare un leggero
calo della temperatura, una maggiore forza nel vento che sopraggiungeva
con le ombre. La giovane si strinse addosso il parka e tirò la lampo.
«Arriva il freddo, quello vero» disse Pick, appollaiato sulla sua spalla.
«Per oggi conviene rinunciare.»
Nest si voltò e tornò indietro, nel lungo tragitto verso casa. Le foglie
secche frusciavano in mucchietti radunati dal vento negli avvallamenti del
terreno e contro i tronchi degli alberi. Diede un calcio a un ramo caduto,
innervosita dal ricordo della gara e di quanto era successo dopo.
Erano passati mesi prima che i giornali finissero di parlare dell'argomento, anche se lei si era sottoposta volontariamente al controllo antidoping
per troncare sul nascere le chiacchiere. Tutti volevano sapere come mai intendeva rinunciare alle gare pur essendo al culmine della carriera, pur essendo ancora giovane, e dopo avere vinto sempre. Per mesi Nest aveva
concesso a chiunque interviste sull'argomento, poi aveva smesso, di punto
in bianco. Non poteva fornire la spiegazione vera, naturalmente, perché
non sarebbero stati in grado di capire. Non poteva parlare loro della magia
o di Wraith. Poteva solo dire che era stanca di correre e che voleva fare
qualcos'altro. Solo questo ripeteva a tutti, sempre la stessa risposta.
Un mese prima aveva ricevuto una telefonata da un redattore della rivista sportiva dove lavorava Paul, il suo ex marito. Il giornalista le aveva
detto che la rivista intendeva fare un servizio su di lei. Nest gli aveva
rammentato la sua decisione di non concedere interviste.
«Cambia politica, Nest» le aveva detto l'uomo. «La prossima estate ci
sono le Olimpiadi. La gente vuole sapere se intendi uscire dal ritiro e tornare a gareggiare. Sei la più grande campionessa che il Paese abbia mai
avuto nel fondo, non puoi fingere che non significhi nulla. Allora?»
«No, grazie.»
«Ma perché? Ha qualcosa a che vedere con il tuo abbandono delle gare
dopo i cinquemila alle ultime Olimpiadi? Ha qualcosa a che fare con le voci di doping? Si sono fatte molte ipotesi su quello che è successo...»
Lei aveva riagganciato di colpo e il giornalista non aveva più telefonato.
A dire la verità, la rinuncia alle gare era stata la decisione più difficile
che avesse mai preso, perché aveva sempre amato gareggiare. Le piaceva
la sensazione che provava nel tagliare il traguardo per prima. Non poteva
negare che con la rinuncia aveva perso qualcosa di sé, le era rimasto un
vuoto dentro. Si allenava ancora, perché non riusciva a concepire la vita
senza il tipo di disciplina e di ordine richiesti dall'addestramento. Era tuttora al massimo della forma, e di tanto in tanto andava in città, senza dirlo a
nessuno, e si faceva prendere il tempo dal suo vecchio allenatore. Lo faceva per orgoglio e perché sentiva il bisogno di conoscere il proprio valore.
Da allora la sua vita era stata un po' senza capo né coda. Viveva abbastanza bene di quanto aveva risparmiato delle sponsorizzazioni e dei gettoni di presenza, e di tanto in tanto guadagnava qualcosa scrivendo articoli
per le riviste specializzate. L'attività giornalistica non le rendeva granché,
però le dava qualcosa da fare, oltre ad aiutare Pick a prendersi cura del
parco. Oltre alle opere assistenziali e alla chiesa. Oltre a sedere al tavolo
della cucina, da sola, a pensare al matrimonio con Paul e al perché era fallito.
Tagliò attraversò il ruscello, secco in quella stagione, che divideva il
parco propriamente detto dal fitto del bosco e risalì il pendio che portava
alla pista del toboga e al padiglione. In lontananza si levò il fischio penetrante di un treno merci, seguito dallo sferragliare delle ruote sul binario.
Nest si voltò verso sud e vide il lungo convoglio giungere dalla direzione
di Chicago, nudo e solo contro lo sfondo vuoto del panorama invernale.
Attese che passasse, poi proseguì. Stranamente, Pick non si era lamentato. Forse si era accorto che Nest era preoccupata, o forse era chiuso nei
propri pensieri. Non lo disturbò. Si avviò verso i campi di baseball e la
stradina di servizio con la siepe divisoria tra i giardini privati e il parco.
Pick la lasciò in qualche punto del percorso. Immersa nei suoi pensieri,
Nest non lo sentì allontanarsi. Quando si voltò verso di lui, era sparito.
Mentre attraversava il cortile vide Occhio di Falco sgattaiolare verso il
retro della casa, intento a dare la caccia a qualcosa che Nest non poteva
vedere. Era il grosso randagio arancione che l'aveva adottata: il tipo di gatto che ti accetta se gli dai da mangiare e si aspetta che per tutto il resto del
tempo non ti impicci di lui. A Nest piaceva avere con sé un gatto che desse
la caccia ai topi, ma Occhio di Falco la innervosiva. Il nome gliel'aveva
dato per il modo in cui l'animale la guardava, e la guardava sempre nello
stesso modo. Una sorta di occhiata di traverso, piena di malizia e di gelido
interesse. Pick diceva che pensava alla maniera migliore per trasformarla
nella propria colazione.
Quando arrivò vicino al garage, vide una giovane donna e una bambina
sedute sugli scalini della porta di servizio. La bambina era avvolta in un
vecchio parka rosso scolorito; la testa, nascosta nel cappuccio, era china su
una bambola di pezza che teneva protettivamente sulle ginocchia. La donna sembrava sui vent'anni, forse meno, era magra, di bassa statura, e i capelli lunghi e spettinati le scendevano sulle spalle. Portava un giubbotto di
cuoio da motociclista, minigonna e stivali al polpaccio. Non aveva guanti
né cappello né sciarpa.
Sollevò la testa, nel vedere Nest che si avvicinava, e si alzò in piedi con
aria guardinga. La pallida luce del pomeriggio si rifletté sugli anellini d'argento che portava alle orecchie, a una narice e a un sopracciglio. Sul dorso
di una mano, stretta sull'altra per proteggersi dal freddo, si scorgeva la
macchia blu di un tatuaggio.
Nest si avvicinò lentamente a lei pensando "Ma io la conosco, questa ragazza".
Poi, per un attimo, sul viso della ragazza comparve un'espressione simile
a quella della bambina che Nest conosceva quindici anni prima.
«Ben Ben?» esclamò, incapace di credere che fosse davvero lei.
La ragazza sorrise. «Sai cosa ti dico, Nest? Sono tornata a casa.»
La giovane donna che attendeva il suo rientro era proprio Bennett Scott.
5
Il demone che si faceva chiamare Findo Gask scese dal sedile accanto a
quello del guidatore e lasciò che Penny Orribile parcheggiasse l'auto nel
piccolo garage. Si stiracchiò, spianò con la mano le pieghe della sua finanziera e si guardò attorno, come per valutare il suo nuovo vicinato. Le abitazioni erano grandi case padronali che avevano conosciuto tempi migliori.
In passato, la zona era una delle migliori di Hopewell e solo i ricchi e le
famiglie più in vista potevano permettersi di abitarvi. Quasi tutte le abitazioni erano circondate da almeno diecimila metri quadri di terreno ondulato e avevano piscina, campo di tennis, giardini con padiglioni. Vi si tenevano lussuose feste all'aperto nelle quali si bevevano cognac e porto delle
migliori marche, si fumavano sigari d'importazione e un'orchestra suonava
fino all'alba.
Tutto questo prima che la Midwest Continental Steel cominciasse a espandere i suoi impianti alla periferia occidentale della città, proprio dietro
quelle residenze, elevando un muro di lamiera ondulata, di stridori metallici e di odore di metallo fuso tra le case e il fiume. A quel punto i ricchi e le
famiglie più in vista si erano trasferiti in zone meno rumorose e più appartate, e il valore delle abitazioni era colato a picco. Per qualche tempo, le
famiglie della classe medio-alta avevano allevato i figli in quelle antiche
case, liete di abitare in un quartiere che dava un senso di prestigio e in residenze davvero spaziose. Ma queste famiglie erano riuscite a resistervi
soltanto per una decina d'anni, poi si erano rese conto che gli aspetti negativi - cioè il costo della manutenzione e la vicinanza del laminatoio - superavano di gran lunga quelli positivi.
Da allora quasi tutte le abitazioni erano state suddivise in appartamenti o
sostituite da case a schiera, tranne qualcuna che i proprietari originali, ormai tra i settanta e gli ottant'anni, avevano deciso di tenere fino all'ultimo.
Nemmeno la conversione in condomini aveva però portato a grandi risultati. Dato che erano vecchie, le case non avevano adeguati impianti sanitari,
elettrici e di riscaldamento, e nonostante le modifiche e le ristrutturazioni
erano antiquate, buie e vagamente sinistre. Inoltre non si poteva fare niente
per rimediare all'ingombrante presenza della MidCon Steel, che sorgeva a
poca distanza dalla porta di servizio, in fondo al cortile, per cui molti potenziali inquilini sceglievano, per lo stesso affitto, un luogo con almeno un
minimo di tranquillità e di decoro.
In breve tempo gli affitti erano calati a un livello tale da richiamare i residenti temporanei e coloro che non potevano permettersi molto più dell'affitto di una roulotte. Gli inquilini andavano e venivano con la regolarità
degli spettacoli televisivi stagionali. Le banche e le finanziarie avevano
venduto quello che erano riuscite a vendere e rifiutavano di compiere le
manutenzioni non strettamente necessarie. Il declino del quartiere proseguì
in direzione del fondo, e alla fine coloro che si adattarono ad abitarvi appartenevano quasi tutti al tipo di persone che vivono di espedienti.
Findo Gask aveva appreso la situazione dall'agente immobiliare con cui
aveva esaminato la casa un paio di giorni prima. Era una vecchia costruzione vittoriana, con quattro camere da letto, tre bagni, soggiorno, sala da
pranzo, studio, stanza per i giochi nel seminterrato, due verande chiuse da
vetrate, piscina convertita in un patetico giardinetto roccioso in stile giapponese e un ampio prato, il quale scendeva sino a un alto filare di abeti che
isolava abbastanza efficacemente dalla vista, se non dal puzzo e dal chiasso, della fonderia e che era la parte più bella della proprietà. La casa era
verniciata in color lavanda e mirtillo e a tutte le finestre del pianterreno
c'erano vasi di fiori.
L'agente aveva continuato a ripetere che si trattava di un vero affare.
Findo Gask sorrise, pensando alla donna. Era davvero ansiosa di vendergli la casa, poveretta, ma non aveva capito una cosa: che Gask non soltanto non aveva intenzione di comprarla, ma neppure di prenderla in affitto. Gli erano bastati pochi, sgradevoli momenti per convincerla. Una volta
finito, la donna era così atterrita da riuscire a malapena a compilare il contratto, ma almeno aveva smesso di ripetergli i suoi discorsetti da venditrice. Prima che si riprendesse a sufficienza per capire cos'aveva fatto, lui sarebbe stato lontano.
Lasciò Penny a badare a se stessa e si avviò lungo il vialetto che portava
alla casa. Tenendo con entrambe le mani il suo libro, si fermò per qualche
istante a esaminare l'antico edificio, interrogandosi sulla sua solidità. Le
assi di legno delle pareti erano rotte e scheggiate, e si scorgevano fessure
attorno alle finestre e alle porte. Gask aveva l'impressione che se avesse
inspirato a fondo e poi avesse soffiato con forza, la casa sarebbe crollata
come quelle dei Tre Porcellini.
Scosse la testa. Era solo uno dei tanti edifici patetici e cadenti in un
mondo patetico che stava per crollare.
Salì gli scalini ed entrò dalla porta principale. L'ingresso era buio e freddo e la casa era silenziosa. Era sempre così, quando non c'era Penny: gli altri due non facevano alcun rumore. Solo tendendo l'orecchio udì il sonoro
del televisore e capì che Twitch era in casa: lo teneva sempre acceso quando non andava in qualche bar alla ricerca di persone da spaventare.
Findo Gask aggrottò la fronte. Se non altro, nel caso di Twitch, per sapere dov'era bastava cercare il sonoro della televisione, mentre l'altro...
Anzi, dove si era cacciato?
Guardò nel soggiorno e in sala da pranzo, ma solo per la forza dell'abitudine, poi si avviò lungo la scala. Salì adagio, posando deliberatamente i
piedi sugli scalini in modo che il suo peso gravasse ogni volta sull'asse di
legno, facendola cigolare. Meglio non arrivare all'improvviso. Ad alcuni
demoni non piaceva, e l'Ur'droch era uno di quelli. Non si era mai certi
della sua reazione, se lo si coglieva di sorpresa.
Findo Gask esaminò tutte le camere da letto, i bagni, gli armadi, gli angoli e le nicchie. Era più probabile trovarlo lassù che con Twitch, perché
non amava né Twitch né la luce né la televisione. A lui piacevano i luoghi
bui e silenziosi nei quali poteva sparire completamente.
Gask si guardò attorno, perplesso. "Vieni fuori" pensò. "Vieni fuori, o-
vunque tu sia."
A dire il vero, Twitch non piaceva nemmeno a Findo Gask. E non gli
piacevano né le luci né la televisione né Penny, e nemmeno quella casa e il
tempo che ci passava. Sopportava tutto ciò solo perché era affascinato dall'idea di aggiungere il nome di John Ross nel suo libro.
"E forse" pensò ora, all'improvviso "anche quello di Nest Freemark."
Annuì, soprappensiero. "Già, forse."
La sua attenzione venne richiamata da un leggero rumore: come un'unghia passata sul legno, non di più. Gask alzò gli occhi al soffitto. Nel solaio, certo. Andò in fondo al corridoio, aprì la porta che dava accesso alla
scala nascosta e salì. La lampada era spenta, l'unica illuminazione veniva
dalla luce del sole che filtrava da un paio di lucernari incrostati di sporco
situati ai due lati della scala. Gask arrivò in cima e si fermò. Ogni cosa era
avvolta in un'ombra nera come l'inchiostro, strato su strato di oscurità, impenetrabile e scostante. L'aria sapeva di polvere e di legno vecchio, e nel
silenzio si sentiva solo il suono del suo respiro.
«Sei qui?» chiese a bassa voce.
L'Ur'droch lo sfiorò prima ancora che Gask si rendesse conto della sua
presenza, poi sparì di nuovo, confondendosi tra le ombre. Per quanto il
vecchio demone si sforzasse di vincere il ribrezzo, il contatto con quella
creatura lo faceva sempre rabbrividire. Si augurava che di tanto in tanto dicesse almeno una parola, ma non emetteva mai alcun suono e non proferiva verbo. Inoltre, si mostrava solo di rado, e questa era un'abitudine che
Gask approvava in pieno. Non c'erano molti demoni come l'Ur'droch, e
quei pochi erano evitati da tutti. Diversamente dalla maggioranza degli altri, non prendevano forma umana, anzi, non prendevano alcuna forma.
Qualcosa nella loro costituzione li spingeva a rimanere incorporei, a entrare a far parte delle ombre: le stesse che regnavano al loro interno.
Non che questo impedisse loro di uccidere.
«Questa sera dobbiamo uscire» lo avvertì, cercando invano di distinguere la sua forma. «Desidero che tu venga con noi.»
Nessuna risposta. Nessun movimento. Ogni tanto Findo Gask era tentato
di illuminare l'intera casa da cima a fondo, giusto per sottoporre quell'anguillesco demone a un esame completo, ma sarebbe stata una fatica inutile.
L'Ur'droch era utile proprio perché era così, e accettarne la sembianza
d'ombra faceva parte del prezzo da pagare per i suoi servigi.
Gask voltò la schiena alla creatura di tenebra, scese le scale e chiuse la
porta. Si fermò nel corridoio e fece una smorfia, passando amorevolmente
le dita sulla legatura del suo libro. Penny, Twitch e l'Ur'droch. Uno strano
e imprevedibile terzetto, ma erano esattamente coloro che gli servivano.
Aveva imparato la lezione a Salt Lake City.
Il più grosso dei cinque uomini che aveva assunto si era chinato verso la
porta della camera d'albergo, tendendo l'orecchio per udire i rumori. Era
l'una di notte e il corridoio in penombra era deserto e silenzioso. L'unico
rumore che giungesse all'orecchio di Findo Gask era il respiro dei suoi
compagni.
L'uomo che aveva accostato l'orecchio alla porta si era raddrizzato e aveva scosso la testa in segno di diniego, passando lo sguardo prima su
Gask e poi sui due uomini vicino a lui. Non si sentiva russare né respirare
pesantemente, neppure l'audio della televisione. Niente.
Il demone gli aveva fatto un gesto con la mano, spazientito: "Entrate.
Facciamola finita".
L'omone era tornato a guardare i due che gli stavano accanto. Poi aveva
controllato la posizione degli altri due, dislocati in punti diversi del corridoio, uno davanti all'ascensore e l'altro alla porta della scala d'emergenza.
Quindi aveva tirato fuori la Glock con il silenziatore già avvitato, aveva
fatto un passo indietro e inserito la chiave nella toppa, senza fare rumore.
La ricerca condotta da Findo Gask per trovare John Ross era iniziata tre
settimane prima, con una convocazione. In quel momento, il demone era a
Chicago e si occupava dei progetti di risanamento della zona meridionale
della città. Il suo lavoro consisteva nel creare dissensi e nel fare leva sulle
frustrazioni: la sua era una presenza invisibile in una desolazione intellettuale e culturale dove la speranza era un miraggio e la realtà un maglio pesante. Le sommosse di quell'estate erano opera sua, così come gli incendi
dell'autunno. Ora l'inverno portava il gelo e toglieva tutto il calore, ottimo
materiale da costruzione per arrivare a qualche nuova e ancor più sanguinosa sommossa.
La convocazione gli era giunta nel cuore della notte, sotto forma del gemito di un bambino. Era inudibile per un orecchio umano, ma perfettamente chiara per lui: Findo Gask l'aveva riconosciuta subito. Era già stato convocato altre volte, e riconosceva le emozioni suscitate da una convocazione del Vuoto. Fame, sete di sangue, furia e un vuoto profondo, dilagante. Era come se il Vuoto scavasse dentro di lui per svuotarlo, gli togliesse tutto ciò che aveva dentro, il cuore, la mente e l'anima, con un tagliente raschietto di metallo. Il dolore era insopportabile, e Gask si era af-
frettato a lasciare la stanza per far cessare il tormento.
Aveva trovato sollievo nelle cantine dell'edificio abbandonato in cui aveva tessuto la sua ragnatela di odio, un luogo in cui le varie bande commettevano atti così inqualificabili che non esistevano parole per descriverli. Il gemito aveva origine in un angolo buio, dove solo i ratti osavano aggirarsi e dove venivano gettati i resti umani con l'indifferenza con cui si
getta via un giornale vecchio. Non c'erano finestre, nelle compatte pareti di
cemento, ma alcune aperture nel soffitto servivano perfettamente allo scopo. I lampioni stradali illuminavano l'ambiente quanto bastava a Findo
Gask per farsi strada fino al punto da cui giungeva la convocazione.
Il gemito si era ridotto a un brusio quando Gask si era avvicinato, e aveva preso la forma di parole: era però una voce che, invece di giungere dall'angolo buio, pareva originarsi all'interno della sua stessa testa. La presenza del Vuoto era inconfondibile, gelida, vuota e priva di vita, un sussurro
che parlava della fine di tutte le cose esistenti al mondo e dell'inizio di nessuna.
"Ascolta con attenzione" l'aveva avvertito la voce del Vuoto. "Un Variante è stato catturato da un Cavaliere del Verbo in un luogo dell'Oregon
chiamato Cannon Beach. Il nome del Cavaliere è John Ross. È un agguerrito, pericoloso veterano delle nostre guerre. Ora cerca di usare ai propri
fini la magia del Variante. Devi trovarlo e distruggerlo, Findo Gask, Findo
Gask."
Le parole erano echeggiate nella sua testa e poi si erano spente, lasciando il posto a un profondo silenzio. L'oscurità del sotterraneo si era fatta più
densa e l'aveva circondato, mentre attendeva il seguito.
"Portami il Variante, Findo Gask, Findo Gask."
A quel punto, il demone era stato colpito da una sorta di scossa elettrica
che l'aveva sollevato di peso, staccandolo dal pavimento, e gli aveva riempito la vista di una fiamma rossa che subito si era spenta per lasciare una
luce chiara come cristallo. Nella luce erano comparse le figure di John
Ross e del Variante, in un giorno grigio e duro come la pietra. Uscivano da
una caverna affacciata sul mare, ai piedi di una ripida scarpata di rocce e
cespugli; il Variante era preso in una strana reticella fatta di luci brillanti
che si rincorrevano veloci, e il Cavaliere del Verbo cominciava già a guardarsi attorno per individuare i nemici che, come sapeva, sarebbero giunti
presto a cercarlo.
La visione era sparita e Findo Gask si era trovato in ginocchio sul gelido
pavimento di cemento, fra i topi che correvano qua e là, le ombre che era-
no tornate immobili e il silenzio assoluto.
Come Gask sapeva perfettamente, ben pochi erano i demoni che potessero vantarsi di essere stati convocati dal Vuoto. Solo i più vecchi ed esperti,
quelli di cui il Vuoto si fidava maggiormente. Un Variante era una creatura
rara e pericolosa. Costituito di magia libera, grezza, che si coagulava a caso nell'etere, un Variante era potenzialmente in grado di diventare un'arma
di valore incalcolabile. Il demone non riusciva a concepire come il Cavaliere del Verbo fosse riuscito a catturarne uno. Doveva avere avuto un incredibile colpo di fortuna. Comunque fosse, adesso la fortuna del Cavaliere del Verbo stava per finire.
Quella notte stessa Findo Gask aveva lasciato il cantiere e la città di
Chicago. Senza dubbio il Vuoto aveva assegnato lo stesso incarico anche a
qualche altro demone, ma Gask sapeva di essere quello che aveva le maggiori probabilità di successo.
Dapprima seguire le tracce di John Ross non era stato affatto difficile.
Ogni volta che il Variante subiva una trasformazione, fenomeno che all'inizio avveniva ogni ora, si irradiava nell'etere una vibrazione che testimoniava un consumo di magia. Come un faro, la vibrazione poteva essere utilizzata per individuare la posizione di Ross. Ma il comportamento umano è
complesso. John Ross sapeva che lo cercavano e sapeva anche che il Variante tradiva la loro presenza. Di conseguenza avrebbe cercato di depistare gli inseguitori. Non sarebbe rimasto ad aspettare di essere preso.
Findo Gask aveva inseguito John Ross per diciotto giorni prima di trovarlo. Aveva studiato le vibrazioni emesse dal Variante a ogni trasformazione e si era affidato all'istinto per capire le mosse di Ross. Infine aveva
trovato il Cavaliere del Verbo in un infimo albergherto di Salt Lake City,
nella parte a nord del centro cittadino, quando mancavano dieci giorni a
Natale. Pagati profumatamente cinque malviventi esperti nel loro lavoro,
era entrato nell'atrio dell'albergo, a quell'ora deserto, aveva mostrato al
portiere il suo falso tesserino di sceriffo federale e gli aveva chiesto la
chiave della camera di Ross. Il portiere, giovane e stupido e spaventato,
gliel'aveva data senza fare obiezioni.
«Non ci sarà mica confusione?» aveva chiesto.
Gask gli aveva rivolto un sorriso rassicurante. «Dimmi cos'aveva con sé
il signor Ross quando ha preso la stanza» gli aveva ordinato.
Il portiere l'aveva guardato a bocca aperta, cercando di capire il senso
della domanda. «Non saprei, aveva solo uno zaino e una sacca di tela. È arrivato con l'autobus.» Si era interrotto per concentrarsi. «Ah, sì» aveva poi
aggiunto. «Ha anche un furetto. Dev'essere un suo animaletto domestico.»
Gask aveva accompagnato i suoi uomini fino al terzo piano, dove Ross
aveva la camera. Un uomo doveva stare all'ascensore, l'altro doveva controllare la scala e i tre rimanenti dovevano entrare a prendere Ross. Gask
aveva detto loro che si trattava di un uomo pericoloso, un traditore e una
spia. Non dovevano cercare di catturarlo; dovevano ucciderlo. Era armato,
e li avrebbe uccisi se non fossero stati più veloci di lui. I cinque avevano
ricevuto pistole Glock col silenziatore e avevano prestato giuramento come
vicesceriffi federali. Nessuno li avrebbe accusati di omicidio, naturalmente, né avrebbero rischiato punizioni a causa di ciò che stavano per fare. Da
quel momento erano sotto la protezione del governo degli Stati Uniti. Tutto ciò che facevano aveva la benedizione della legge.
Un demone è in grado di far credere qualunque cosa a uomini abituati alla violenza, perciò Findo Gask non aveva incontrato alcuna difficoltà con
quei cinque. «Uccidete John Ross» aveva ripetuto «ma in nessun caso fate
del male al furetto. Lasciate che me ne occupi io.»
Nascosto nella penombra in fondo al corridoio, aveva assistito a tutta la
scena. La chiave era entrata senza difficoltà nella toppa, la porta si era aperta, con una spinta l'omone aveva spezzato la catena e tutt'e tre si erano
gettati all'interno della stanza, facendo fuoco contro la figura sotto le coperte... phfft, phfft, phfft. Un istante più tardi era esploso un lampo di luce
vivissima, come se i flash di mille macchine fotografiche fossero scattati
tutti insieme. La parete tra la camera e il corridoio era crollata per la violenza con cui ì corpi di due assalitori erano stati scaraventati contro di essa.
Il terzo, aveva poi saputo Gask, era finito in strada, sfondando la finestra.
John Ross era uscito dalla camera, curvo in avanti, con il bastone che
splendeva di magia, lo zaino sulle spalle e senza la sacca. Per un breve istante aveva guardato nella direzione di Findo Gask, ma questi si era mantenuto nell'ombra ed era rimasto perfettamente immobile.
L'uomo all'ascensore si era messo a sparare e Ross l'aveva lanciato a sei
o sette metri di distanza con una semplice scarica di magia del suo bastone.
Quando la testa del malcapitato aveva battuto contro la bocchetta metallica
dell'impianto di riscaldamento, Gask aveva udito distintamente il rumore
della vertebra che si spezzava. Anche l'ultimo dei cinque uomini si era
messo a sparare, ma Ross l'aveva abbattuto con un colpo di bastone e l'aveva superato con tanta rapidità che, per quello che era riuscito a combinare, tanto valeva che Gask gli avesse dato uno scacciamosche invece di una
pistola.
In meno di due minuti il Cavaliere del Verbo aveva eliminato cinque assalitori ed era scomparso lungo la scala di sicurezza. Quattro erano morti e
Findo Gask aveva dato il colpo di grazia all'ultimo mentre usciva a sua
volta, poi si era soffermato ancora un istante, prima di allontanarsi dall'atrio, per far tacere anche il portiere.
Era stato un gran pasticcio, e non ne aveva tratto alcun profitto. Aveva
però compreso una cosa: se voleva vincere John Ross, gli occorreva un
aiuto di genere assai speciale. Il genere di aiuto che soltanto gli altri demoni erano in grado di dargli.
Tre giorni prima, mentre proseguiva nella ricerca di Ross, era successo
qualcosa di imprevisto.
Il fatto che il Variante continuasse con regolarità a cambiare forma non
solo forniva un modo per localizzarlo, ma dimostrava che non si era ancora
assestato in una forma definitiva e che non si era rivelato. Di conseguenza,
si era detto Gask, John Ross non aveva ancora trovato la chiave che gli avrebbe aperto la sua magia. Il Cavaliere del Verbo non aveva molto tempo.
Un Variante, in genere, sopravviveva solo per trenta giorni prima di disgregarsi. Se Ross voleva risolvere il suo mistero, doveva affrettarsi. Le
probabilità di un insuccesso erano soverchianti. Nel corso della storia, si
contavano sulle dita di una mano le volte che i servitori del Vuoto o del
Verbo erano riusciti a trovare il modo di utilizzare la magia di una di quelle creature.
Ma ecco che tre giorni prima, nel cuore della notte, il Variante aveva
trovato la forma che cercava. Da allora non era più cambiato, neppure una
volta e neppure per un brevissimo istante. Findo Gask aveva esaminato
con estrema attenzione le linee di forza che coprivano la Terra, alla ricerca
di qualche disturbo, di qualche interferenza, ma non ne aveva trovati.
Ancor più imprevedibile del fatto che il Variante avesse assunto una
forma stabile era il fatto che avesse parlato. I Varianti non avevano voce.
Erano pura e semplice energia magica. In qualche modo, però, quel Variante era riuscito a comunicare: aveva pronunciato un'unica parola, e l'aveva ripetuta tre volte. Senza dubbio la parola era solo per l'orecchio di
John Ross, ma era stata pronunciata con tanta concentrazione, con tanta
decisione e con una urgenza così pressante da insinuarsi lungo le linee di
forza che convogliano tutta la magia del mondo per filtrare infine nell'etere
sotto forma di un sussurro: sussurro che Findo Gask era stato perfettamente in grado di cogliere. La parola era: «Nest».
Gask riprese il cammino lungo il corridoio della vecchia casa vittoriana,
diretto verso la scala principale, e intanto rifletteva sulla propria fortuna.
Nessun altro demone aveva udito quella parola, ne era certo, nessun altro
aveva un talento pari al suo né istinti così affidabili. La scoperta era sua e
solo sua, e sarebbe stato lui a sfruttarla. John Ross si sarebbe recato a Hopewell perché sarebbe giunto alle stesse conclusioni cui era giunto Findo
Gask. Vi si sarebbe recato nella speranza che Nest Freemark gli fornisse la
chiave capace di schiudergli il segreto della magia del Variante. Sarebbe
venuto a cercare aiuto da una persona che rispettava e di cui si fidava. Sarebbe venuto perché non aveva altri posti dove andare.
E una volta arrivato a Hopewell, John Ross avrebbe trovato Findo Gask
ad aspettarlo.
6
«Sono tornata a casa.»
Per qualche istante, Nest non afferrò bene le parole. Era troppo colpita
dall'idea di avere davanti Bennett Scott, non più bambina, ma talmente diversa dalla bambina che ricordava da restare stupefatta di fronte a una simile trasformazione.
«A casa?» le fece eco, confusa.
Bennett la guardò imbarazzata. «Sì, be', lo so che è passato un mucchio
di tempo da quando abitavo qui. Avrei dovuto scrivere o telefonare o qualcosa del genere, ma tu sai come sono fatta. Tenermi in contatto non è mai
stato il mio forte.»
Nest continuava a fissarla, ancora incapace di capire il significato del ritorno di Bennett. «Sono passati quasi dieci anni» riuscì finalmente a dire.
Il sorriso di Bennett si smorzò. «Lo so. Mi spiace.» Si passò la mano sui
capelli lisci. «Speravo che fosse una buona idea fare un salto qui.»
Nel pronunciare l'ultima frase aveva preso un tono difensivo, e c'era un
inconfondibile sottofondo di disperazione. La giovane donna pareva usata
e consunta, e non sembrava del tutto a posto quanto a salute. Nest percepì
acutamente, all'improvviso, il gelo e il grigiore del cielo. Il sole stava ormai tramontando e l'oscurità pendeva come un sudario sui rami spogli degli alberi.
«Certo che è stata una buona idea» disse a bassa voce.
La giovane tornò a sorridere. «Sapevo che avrei fatto bene. Sei sempre
stata la mia sorella maggiore, Nest. Anche quando sono tornata con mia
madre e i miei fratelli, e siamo finiti in quella città di contadinacci dell'Indiana...»
La voce le si incrinò, mentre rabbrividiva per qualcosa che non era freddo.
«Mamma» disse la bambina che le stava al fianco, tirandola per la manica.
Bennett si chinò ad accarezzarle la guancia paffuta. «Ehi, meloncino
mio, è tutto a posto. Questa è zia Nest. Nest, questa è la mia bambina,
Harper.»
Nest fece un passo avanti e posò un ginocchio a terra per guardare la
bambina. «Ciao, Harper.»
«Di' ciao a zia Nest, Harper» la invitò Bennett.
La bambina sollevò gli occhi, con espressione dubitativa. «Ciao, Nest.»
Bennett la sollevò e la strinse a sé. «È un po' timida, all'inizio, ma appena conosce le persone diventa amica di tutti. Non sta più zitta. Conosce già
un mucchio di parole, non è vero, Harper?»
La bambina tuffò la faccia contro la spalla della madre e le infilò le manine nei capelli neri. «Succo mela.»
Nest si raddrizzò. «Devo avere un po' di succo di mela in frigo. Andiamo dentro.»
Bennett prese una piccola borsa di tela appoggiata allo stipite e, tenendo
in braccio la figlia, seguì Nest lungo la veranda ed entrò con lei in casa.
Nest le condusse in cucina e le fece accomodare al tavolo. Prese la tazzina
da bambini che Bennett le porgeva e la riempì di succo di mela. La bambina bevve il liquido a sorsate regolari, con desiderio.
Mentre Nest toglieva i piatti dalla lavastoviglie, Bennett faceva saltellare
Harper su un ginocchio. Di tanto in tanto Nest le lanciava un'occhiata, ancora incapace di credere che fosse davvero Bennett. A parte il piercing e i
tatuaggi, la giovane seduta al tavolo della sua cucina non assomigliava affatto alla bambina che ricordava. Ogni morbidezza e rotondità erano
scomparse, tutto in lei era tagliente e spigoloso. La Bennett che conosceva
era una bambina dagli occhi ridenti, piena di vita, era tutto un mondo di
nuove possibilità. Quella che vedeva sembrava svuotata, una persona la cui
vita si era ridotta a dure verità che la tenevano prigioniera.
«Volete mangiare qualcosa?» chiese d'impulso, preoccupata dall'aspetto
di Bennett.
«Cosa c'è?» chiese Bennett.
«Che ne diresti di un po' di zuppa di pollo con tagliatelle, per te e Harper? È in scatola, ma almeno è calda.» Si voltò verso di loro. «Avete fame?»
«Sicuro» rispose Bennett, china a guardare Harper. «Non mangiamo
niente da...»
Nest mise a scaldare una scatola di zuppa di pollo con tagliatelle, preparò alcune fette di pane con burro d'arachidi e marmellata e sbucciò un'arancia. Non ne prese per sé e fu meglio così, perché Harper e Bennett
mangiarono tutto fino all'ultima briciola.
Mentre le guardava mangiare, Nest pensava al tempo passato dall'ultima
volta che aveva visto Bennett. La bambina era vissuta con lei per quasi due
anni mentre la madre, alcolizzata, entrava e usciva dalle comunità e cercava di mettere ordine nella propria vita. Quindici anni prima, quando Nest
aveva quattordici anni, il compagno di Enid Scott aveva picchiato il fratello maggiore di Bennett, Jared, uno dei ragazzi del gruppo di Nest, con tale
violenza che il giovane era rimasto per qualche giorno tra la vita e la morte. Dopo quanto era successo, il tribunale aveva tolto a Enid la patria potestà sui figli e li aveva dati in affidamento. A quell'epoca il nonno di Nest, il
Vecchio Bob, era ancora vivo e Nest gli aveva chiesto di prendere la piccola Bennett, che allora aveva cinque anni. Bob, che forse ricordava la
promessa fatta dalla moglie a Enid Scott di fare quello che poteva per lei,
aveva chiesto l'affidamento temporaneo e il tribunale gliel'aveva concesso.
Era stato un periodo brutto per tutti. Sia Nest sia Bennett avevano vissuto un'esperienza traumatica, indimenticabile, nel corso di quel Quattro Luglio che aveva visto John Ross arrivare e partire da Hopewell come una
squadra di salvataggio composta di un solo uomo. La nonna di Nest era
morta, Enid era andata in comunità e i suoi figli erano finiti ciascuno in
una casa diversa, ma qualcosa delle comuni esperienze aveva portato Nest
e Bennett ad affezionarsi ancora di più. Nelle settimane e nei mesi seguenti
erano divenute come sorelle, e Nest ricordava quanto fosse contenta Bennett di abitare con loro.
Ma alla fine Enid era tornata, abbastanza disintossicata e affidabile da
poter riprendere con sé i figli. Era stata un'esperienza terribile per Bennett
e per Nest. Il Vecchio Bob era persino giunto a chiedere a Enid di lasciare
loro Bennett finché non fosse un po' più grande. Ma Enid voleva riunire la
famiglia, e non si poteva dar torto a una madre che voleva i figli con sé.
Bennett era tornata a casa con gli altri e, dopo un anno di osservazione da
parte dei servizi sociali, Enid aveva avuto il permesso di lasciare l'Illinois
per andare in una cittadina dell'Indiana dove abitavano alcuni suoi parenti.
All'inizio era arrivata qualche lettera di Bennett, ma la bambina aveva
solo nove anni e a quell'età non ti viene in mente di scrivere se non c'è
qualcuno che ti spinge a farlo. Dopo qualche tempo, le lettere non erano
più arrivate. Nest aveva continuato a scrivere, poi aveva telefonato. Aveva
scoperto che Enid era di nuovo in comunità a disintossicarsi e che i bambini abitavano presso i parenti. Aveva ricevuto qualche cartolina da Bennett, poi anche quelle erano cessate.
Dopo la morte del Vecchio Bob, Nest aveva perso le tracce di Bennett
Scott. Tutto il suo tempo era dedicato agli allenamenti per le Olimpiadi e
alle esigenze dello studio. Anche quel rapporto, come tanti altri della sua
vita, aveva finito per spezzarsi.
Prese i piatti di Bennett e di Harper e li mise nell'acquaio. La bambina si
era addormentata tra le braccia della madre, con la faccia affondata in una
piega della giacca di cuoio, e di lei si vedevano solo i capelli. Nest fece segno a Bennett di alzarsi e la accompagnò fino a una camera da letto sul retro. Insieme, distesero Harper sul letto grande, le tolsero le scarpe e il parka, la infilarono sotto la coperta e uscirono in punta di piedi.
«Preparo un po' di tè» disse a Bennett, facendola di nuovo accomodare
al tavolo della cucina.
Mentre metteva l'acqua a bollire e cercava le bustine nella dispensa, si
chiese cosa fosse successo a Bennett nei dieci anni passati. Niente di buono, aveva l'impressione: della Bennett bambina che abitava a Hopewell restava ben poco. Adesso sembrava logorata, consumata, indurita. I tatuaggi
e i piercing suggerivano cose cui Nest preferiva non pensare.
Ma forse i suoi erano pregiudizi piccolo-borghesi e stava balzando troppo in fretta alle conclusioni. Allontanò dalla mente quelle considerazioni,
irritata con se stessa.
«Il padre di Harper è venuto con voi?» le chiese porgendole una tazza di
tè e sedendosi davanti a lei.
Bennett scosse la testa. «Siamo solo io e lei.»
«Non vi vedete con lui a Natale?»
«No, a meno che il giudice non decida di farlo uscire per le feste.»
Nest la fissò stupefatta.
«Scusa, Nest, è una bugia.» Bennett scosse la testa e guardò da un'altra
parte. «È quello che dico sempre. L'ho ripetuto così tante volte che ho finito per crederci. Bobby pensa di essere il padre perché gliel'ho detto io una
volta che avevo bisogno di soldi. Ma non lo è. Non so chi sia il padre di
Bennett.»
Nel silenzio che fece seguito a quelle parole si sentì il rintocco della
pendola dell'ingresso. Nest sospirò dolorosamente. «Perché non mi hai
scritto di venirti a prendere, Bennett?» le chiese poi. «Sarei venuta.»
Bennett annuì. «Lo so. Eri la mia sorella maggiore. Eri la sola che si
prendesse cura di me, tolto Jared. Lui è scappato via appena ha compiuto
sedici anni. Da allora non l'abbiamo più visto. Avrei dovuto telefonarti
quando potevo farlo. Ma non ero sicura di far bene. Proprio così. Mia madre continuava a dirmi che tutto sarebbe andato a posto, anche dopo che
aveva ripreso a bere e a portarsi a letto la spazzatura che trovava nei bar. E
io continuavo a darle retta, perché volevo che fosse davvero così.»
Posò la tazza e si voltò verso la finestra. «È morta, sai? Bevi e bevi, alla
fine c'è rimasta secca. Cinque anni fa. Di polmonite, hanno detto, ma il
dottore ha detto a mio zio Timmy che aveva tutti gli organi rovinati dall'alcol.»
Scosse la testa. «Così ho seguito l'esempio di Jared. Vivevo per strada,
nei parchi, sulla spiaggia, dovunque potevo. Sono cresciuta in fretta, Nest,
non puoi neppure immaginarlo. O magari puoi, ma non vuoi. Ero sola e
avevo sempre paura di tutto. La gente con cui stavo mi trattava come non
si trattano neppure i cani. Ero così affamata che andavo a cercare nei bidoni della spazzatura. Stavo sempre male. Varie volte sono stata in ospedale,
poi mi hanno mandata in affidamento da qualche famiglia. Sono sempre
scappata.»
«Tuttavia non sei mai tornata qui» commentò Nest, a bassa voce.
Bennett Scott sospirò e rise. «Hai una sigaretta, Nest?» Lei scosse la testa e Bennett annuì. «Lo immaginavo. Le campionesse olimpioniche di
corsa non fumano, vero? E scommetto che non bevi neppure.»
«No.»
«E droghe?»
«Perché non sei venuta qui, Bennett?»
La giovane si stiracchiò, poi si sfilò la giacca di pelle. Indossava una
maglietta di cotone senza maniche, aderente e leggera. Nest si alzò, andò a
prendere lo scialle che c'era sul divano e glielo posò sulle spalle. Bennett
se lo avvolse addosso, senza fare parola, e continuò a fissare la tazza sul
tavolo.
«Io ne ho provate tante» disse dopo un minuto, senza guardare Nest.
Bevve un sorso di tè. «Mi sono "fatta" di tutte le droghe che conosci e anche di qualcuna che non conosci. Per qualche tempo me le facevo tutte in-
sieme, solo per sfuggire a me stessa e alla mia vita schifosa. Ma lo sballo
dura poco, alla fine torni di nuovo te stessa, esattamente come prima, e
niente è cambiato.»
Alzò gli occhi e fissò Nest. «Avevo sedici anni quando me le facevo tutte, ma avevo cominciato molto prima.» Scosse adagio la testa. «Ecco perché non ti ho telefonato e non ti ho scritto e non sono venuta. Non volevo
che mi vedessi in quello stato. Non volevo che sapessi come mi ero ridotta.
La mia vita era...» Si strinse nelle spalle.
«A me non sarebbe importato, lo sai» commentò Nest.
Bennett scosse la testa in segno di rimprovero. «Ascolta, Nest. Lo so che
a te non sarebbe importato, ma sarebbe importato a me, e questo è il punto.» Rabbrividì nonostante lo scialle, poi si piegò in avanti e il suo corpo
minuto smise di sussultare. «Quando mi sono accorta di aspettare un bambino ho cercato di smettere, ma non ci sono riuscita. Volevo davvero smettere, lo volevo con tutte le mie forze. Sapevo cosa poteva farle la roba, ma
non riuscivo a farne a meno. Ho cercato di seguire un paio di programmi
di recupero, ma non funzionavano. Non c'era niente che funzionasse.»
Si ravviò i capelli scuri. «Quando Harper è nata, sono andata ad Hazelden. Probabilmente ne hai sentito parlare, è un famoso programma antidroga dalle parti di Minneapolis. Sono entrata nel centro per nuove madri,
con un progetto a lungo termine. Là era meglio. Eravamo tutte donne che
si disintossicavano, con bambini appena nati o prossimi a nascere. Ci sono
andata perché Harper era nata senza difetti e quello è stato davvero un miracolo. Il mio angelo custode mi aveva dato una possibilità di ricominciare
e sarei stata un'imbecille a non approfittarne. Stavo diventando come mia
madre.» Sbuffò in segno di irrisione. «Chi voglio prendere in giro? Ero già
come lei, peggio di lei. Hai ancora un po' di tè?»
Nest si alzò e andò a prendere l'acqua bollente e qualche bustina. Versò
a tutt'e due un'altra tazza, poi tornò a sedere. «Adesso stai meglio?» le
chiese.
Bennett rise con amarezza. «Se sto meglio? No che non sto meglio! Non
lo starò mai! Sono una tossicodipendente, e i tossici non stanno mai meglio!»
Fissò Nest con collera, con sfida. Lei attese un momento, poi disse: «Tu
sai cosa intendo».
Bennett sospirò: un sospiro triste e desolato. «Scusa. Non ce l'ho con te.
Per niente. Ce l'ho con me stessa. Ventiquattr'ore al giorno, sette giorni la
settimana, per tutti i mesi dell'anno, ce l'ho con me stessa. Perché sono una
disgraziata.»
Si strinse nelle spalle, poi riprese: «Comunque, non sto meglio. Sono di
nuovo "tra una cura e l'altra". Rigo dritto per un poco, poi casco di nuovo
giù dal carretto. Prendi il dizionario, cerca "ricaduta" e avrai il mio ritratto.
Una cosa da far pietà. Io non voglio che mi succeda un'altra volta, ma non
sono abbastanza forte da impedirmelo. Ogni volta che vado a chiedere aiuto, mi dico che forse è la volta buona che mi tolgo dalla droga. Ma poi non
ce la faccio».
«Immagino che non sia facile» disse Nest.
Bennett Scott sorrise. «Per niente.» Posò bruscamente la tazza. «Non era
un problema quando si trattava soltanto di me, ma adesso c'è Harper, ha
quasi tre anni e non mi ha mai vista "pulita" per più di qualche settimana.
Il primo anno, o giù di lì, andavo in comunità dove mi permettevano di tenerla con me. Adesso non me la lasciano più. Io non ho molti amici, perciò
sono costretta a darla a chiunque sia disposto a tenerla.»
Si guardò le mani, appoggiate al bordo del tavolo. La pelle era secca e
squamosa, le unghie sporche. Soprappensiero, le nascose sotto il tavolo.
«Sono uscita un paio di settimane fa. Non intendo tornare in comunità.»
«Se ne hai bisogno» le disse Nest, piano «posso tenere Harper qui con
me.»
Bennett sollevò gli occhi. Per un istante non disse niente. Poi rispose:
«Grazie, Nest. È molto gentile da parte tua».
«Qui starebbe bene.»
«Lo so.»
Nest guardò fuori della finestra, osservò il cielo ormai scuro per l'avvicinarsi della sera. Erano quasi le cinque. «Vi fermate a cena con me?»
Bennett Scott abbassò di nuovo lo sguardo sulle proprie mani. «Non vogliamo darti fastidio.»
In quelle poche parole, Nest colse un'implorazione così disperata da farle capire che la situazione era assai peggiore di quanto non le fosse parso
fino a quel momento. Ricordò la vecchia borsa di tela che Bennett aveva
con sé. Era ancora appoggiata accanto alla porta, dove Bennett l'aveva lasciata quando erano entrate. Nest aveva pensato che fosse la borsa con il
necessario per la bambina, ma ora si chiese se non contenesse tutto quello
che Bennett possedeva al mondo.
«Potreste rimanere qui a dormire» propose con cautela, procedendo a
tentoni su quel terreno pericoloso. «C'è qualcuno che vi aspetta? Siete venute a trovare qualcuno?»
Bennett scosse la testa. «No. Nessuno.» Rimase in silenzio per qualche
istante, come per chiedersi se doveva parlare o meno, poi alzò di nuovo gli
occhi. «La verità è che io e Harper siamo venute perché non abbiamo altro
posto dove andare.»
Agli angoli degli occhi le brillava una lacrima. Si affrettò a guardare in
basso. Nest allungò una mano e la posò sulle sue. «Mi fa piacere che tu sia
venuta da me. Puoi fermarti finché vuoi.»
Si alzò e girò attorno al tavolo. «Vieni» la invitò, aiutandola ad alzarsi.
«Adesso voglio che tu ti metta nella vasca e faccia un buon bagno caldo,
che ti lavi via tutto, che si porti via tutte le preoccupazioni. Mi occupo io
di Harper. Quando avrai finito, riprenderemo il discorso.»
Accompagnò Bennett fino al bagno degli ospiti, la aiutò a togliersi i vestiti e riempì la grande vasca da bagno, dai piedi a zampa di felino, che un
tempo era della nonna. Lasciata Bennett nell'acqua, andò a controllare se
Harper dormiva, poi tornò in cucina a pulire. Con quello che pensava di se
stessa, solo il coraggio della disperazione poteva avere spinto Bennett a
venirla a cercare dopo tanto tempo. Si chiese quante altre cose nascondesse
nel proprio intimo: cose che le erano successe e di cui non riusciva neppure a parlare.
Quando ebbe finito con i piatti, cominciò a preparare la cena. Fece un
pasticcio di tagliatelle al tonno e mise la pentola nel frigorifero, in modo
che Bennett potesse scaldarle più tardi. Nest aveva accettato di accompagnare alcuni ragazzi della chiesa a cantare le carole natalizie ai malati e ai
vecchi che non uscivano di casa e mancava poco all'ora dell'appuntamento.
Avrebbe cenato al ritorno.
Terminati i preparativi, si fermò davanti all'acquaio e guardò fuori della
finestra, nell'oscurità. Il parco era di fronte a lei, al di là del cortile, ma la
luna e le stelle erano coperte dalle nubi, di conseguenza c'era poco da vedere. La temperatura era calata al disotto dello zero ed era improbabile che
quella notte nevicasse. Quando sollevò la mano per toccare il vetro della
finestra, il freddo le trafisse la pelle come un ago.
Come faceva Pick a riscaldarsi in una notte come quella? S'infilava nel
cavo di qualche albero o semplicemente la sua pelle, simile a corteccia,
non pativa il gelo? Non gliel'aveva mai chiesto. Doveva ricordarsi di farlo.
Pensò a come la magia governasse la vita di entrambi, al suo influsso invadente e inesorabile. A volte si augurava di poterne parlare con qualcuno,
ma per la maggior parte della sua vita ne aveva potuto parlare soltanto con
Pick e con la nonna. Quest'ultima era ben disposta ad affrontare l'argomen-
to, ma Pick considerava i discorsi sulla magia alla stessa stregua di quelli
sul tempo: chiacchiere inutili. Era disposto a insegnarle la magia, ma non
poteva condividere le emozioni che Nest provava al riguardo. Per lui, possedere la magia non significava la stessa cosa che significava per lei. Per
Pick la magia era una componente naturale della sua esistenza di Silvano.
Per lei, nonostante la sua eredità, era un'anomalia.
Vide accendersi la luce dell'ingresso posteriore dei Peterson e si rammentò che si era ripromessa di andare a trovarli. Raggiunse la porta della
cucina e, affacciata sulla soglia, tese l'orecchio per sentire eventuali rumori
fatti da Bennett o da Harper. Ma l'intera casa taceva, e Nest tornò in cucina
e preparò qualche biscotto. La nonna le aveva insegnato a cucinare quando
era ancora bambina e lei, nonostante vìvesse da sola, si era imposta di rimanere in allenamento. Così era sempre occupata a preparare torte e dolci
per la chiesa e per i vicini. Nel far da mangiare c'era qualcosa di confortevole e di appagante; quando cucinava, Nest finiva per sentirsi sempre a posto con se stessa.
Le teglie finirono nel forno e l'odore di zucchero vanigliato si diffuse
nella cucina. Nest prese le zuccheriere rosse e verdi col coperchio forato e
le posò sul tavolo. Dalla porticina apposita entrò Occhio di Falco, che raggiunse in silenzio la sua ciotola ignorando intenzionalmente la padrona di
casa. Mangiò facendo un sacco di rumore, gettò tutt'attorno pezzetti di cibo
e annusò e inghiottì senza riguardi. Quando ebbe finito, rifece la strada
dell'andata e se ne andò senza una sola occhiata in direzione di Nest.
Qualche minuto più tardi, dalla porta della cucina si affacciò Harper
Scott, con gli occhi gonfi per il sonno e l'aria smarrita. «Mamma?» chiese.
Nest la raggiunse e la prese in braccio. «Mamma sta facendo un bagno
caldo, meloncino, ma adesso arriva. Che ne diresti di un biscotto alla vaniglia appena uscito dal forno, mentre aspetti?»
I grandi occhi scuri la fissarono con espressione attenta. Poi le rivolse un
minuscolo cenno affermativo. Nest la fece accomodare al tavolo, prese la
sua tazza e le versò del latte, poi andò a prendere la prima infornata di biscotti, tolse la teglia dal forno e mise i biscotti su un piatto. Quando si furono raffreddati a sufficienza, ne diede uno ad Harper, che lo prese con entrambe le mani e cominciò a mangiucchiarlo tutt'attorno, lungo il bordo.
"Oh, bambina, bambina."
Quindici anni prima, lei aveva salvato Bennett Scott che i Divoratori avevano attirato, semiaddormentata e spaventata, in cima al precipizio del
parco. Quando Pick e Nest l'avevano trovata, stava per cadere nel vuoto. In
preda al terrore e alla confusione, la bambina non sapeva neppure dove
fosse.
Erano passati tanti anni, pensò Nest osservando Harper intenta a mangiare il biscotto. A quell'epoca, Bennett non era molto più grande della figlia. Era difficile conciliare il suo aspetto attuale con quello della bambina
di allora. Ricordava l'espressione con cui Bennett l'aveva guardata tanto
tempo fa e l'espressione con cui l'aveva guardata un'ora prima, quando
Nest l'aveva aiutata a immergersi nella vecchia vasca da bagno. Come aveva fatto, Bennett, ad allontanarsi tanto dalla bambina di allora? Oh, era
facile trovare spiegazioni razionali basate sulla dipendenza dalla droga e
sui maltrattamenti infantili, ma la dissonanza era emotivamente sconvolgente. Non era facile allontanare il ricordo della bambina di un tempo.
Harper era alle ultime briciole del biscotto quando Bennett entrò in cucina, con indosso il vecchio accappatoio di spugna che Nest le aveva lasciato
accanto alla vasca. Abbracciò la figlia e si sedette a mangiare un biscotto
con lei. Alla luce della lampada della cucina, la sua pelle pallida sembrava
trasparente e gli occhi scuri era spenti e cerchiati. Sotto la vestaglia, aveva
le braccia e le gambe costellate dei segni dell'ago: Nest li aveva visti e
l'immagine le tornò alla mente.
Bennett le sorrise. «Avevi ragione a proposito del bagno. Mi sento davvero meglio.»
Nest le restituì il sorriso. «Bene. Adesso infila nella vasca anche Harper.
Prendi pure i vestiti che ti servono. In frigo c'è una pentola con tonno e tagliatelle, basta scaldarla. Io devo andare ad accompagnare i ragazzi della
chiesa, ma per le otto o le nove sarò a casa.»
Tolse dal forno gli ultimi biscotti, chiuse lo sportello e lavò le teglie.
Diede un'occhiata all'orologio. Le cinque e mezzo. Alle sei e mezzo sarebbero passati a prenderla Alien Kruppert e sua moglie Kathy, con la loro
grossa Suburban. Aveva appena il tempo di portare un piatto di dolci ai Peterson.
Telefonò per informarsi se erano già a cena, ma le risposero di no.
«Devo andare» disse a Bennett, senza voltarsi, mentre impacchettava i
dolci da portare ai vicini. «Non preoccuparti per il telefono, ho messo la
segreteria. E non stare sveglia ad aspettarmi. Hai bisogno di dormire.»
Andò in corridoio a infilarsi parka, sciarpa e guanti. Poi tornò a prendere
il pacchetto dei dolci e uscì dalla porta posteriore.
Non appena mise piede sugli scalini, sentì l'aria gelida e tagliente contro
la pelle delle mani e rabbrividì. Le nubi si erano aperte e la luna illuminava
i rami spogli e scheletrici degli alberi conferendo loro una patina argentea.
Tutt'attorno a lei, nell'oscurità, regnava il silenzio. Quando respirò, vide
una nuvoletta bianca di vapore. Affondò il mento contro il petto e si affrettò ad attraversare il cortile per arrivare alla casa dei vicini.
Aveva fatto in tempo a muovere solo pochi passi quando vide i Divoratori. Si erano raccolti in fondo al cortile, formavano gruppi informi contro
la siepe divisoria e i loro occhi gialli brillavano come lucciole nel buio della notte. Rallentò e li fissò. Da mesi non vedeva Divoratori così vicino a
casa. Guardò prima in una direzione e poi nell'altra e ne vide anche intorno
alla casa e al garage, ombre che strisciavano silenziose, con movimenti
furtivi nel gelo della notte.
«Andate via di qui!» ordinò loro con voce sibilante.
Alcuni scomparvero, ma gli altri si limitarono a scostarsi o a cambiare
posizione. Si guardò attorno con inquietudine. Erano troppi perché si trattasse di una semplice coincidenza. Si chiese d'un tratto se sapessero di
John Ross, se fosse la possibilità del suo arrivo ad attirarli.
No. Era più probabile che ad attirarli fosse la puzza del demone che era
venuto a trovarla al mattino.
Allontanando da sé quel pensiero, si affrettò a raggiungere la casa dei
vicini, passando sull'erba del giardino scricchiolante per il gelo.
Non si accorse della figura che attendeva alla fine del vialetto d'ingresso,
celata nell'ombra profonda dei cedri.
7
Findo Gask attese che Nest attraversasse il cortile e raggiungesse la casa
dei Peterson, poi che uscisse dalla casa dei vicini quando la grossa Suburban entrò nel vialetto d'accesso. Attese immobile, nell'oscurità, virtualmente invisibile nella finanziera nera, il volto nascosto dall'ampia tesa del cappello, il libro rilegato in cuoio stretto al petto. La notte era gelida, il calore
e l'umidità del giorno si erano cristallizzati in una sottile crosta di ghiaccio
che copriva di una pellicola luccicante il terreno e scricchiolava come minuscole conchiglie quando la si calpestava. Anche l'asfalto scuro della
strada, davanti alla casa dei Freemark, luccicava alla luce dei lampioni.
Nest salì sull'auto, questa fece retromarcia e poi sparì lungo la strada
municipale, ma Findo Gask attese ancora per qualche tempo. Era scrupoloso e paziente. Osservò il vapore del proprio respiro formare una nuvoletta
nell'aria davanti alla sua bocca. Dopo essere stato ad aspettare all'aperto
per più di un'ora, un essere umano avrebbe rischiato il congelamento, ma i
demoni non pativano come gli umani i cambiamenti di temperatura: i loro
corpi erano gusci e non vere abitazioni. La maggior parte delle reazioni
umane di Findo Gask era scomparsa tanto tempo prima che non ricordava
neppure cosa gli facessero provare. Caldo o freddo, dolore o piacere, per
lui erano la stessa cosa.
Perciò continuò ad aspettare il momento giusto, imperturbabile all'attesa,
avvolto nel guscio scuro a cui si era ridotto tanti anni prima. Gli era occorsa una certa fatica per scoprire che Nest sarebbe uscita quella sera. Ora non
voleva che quella fatica andasse sprecata.
Trascorse il tempo sorvegliando la casa, incuriosito dal movimento delle
ombre che scorgeva all'interno. Alcune camere erano illuminate e questo
rivelava una presenza imprevista. Nest aveva lasciato qualcuno in casa. Il
viso di Gask, segnato di rughe, s'increspò in un sorriso. Chi poteva esserci
nella casa?
Quando su tutta la zona fu sceso il silenzio della notte e dell'inverno,
cessato ogni ragionevole dubbio che Nest Freemark tornasse perché si era
dimenticata qualcosa, Findo Gask lasciò il nascondiglio, raggiunse l'ingresso e bussò piano.
La porta venne aperta da una ragazza avvolta in un accappatoio di spugna. Era piccola e magra, con i capelli lisci e gli occhi scuri. Furono questi
a richiamare la sua attenzione, perché erano pieni di dolore, di delusioni e
di tradimenti, colmi di una rabbia che faticava a non esplodere e di un inconfondibile bisogno. Il demone capì subito cos'era, la vita che aveva condotto e i modi in cui avrebbe potuto usarla.
La giovane lo guardò da dietro la controporta a vetri, senza accennare a
volerlo fare entrare. «Buonasera» le disse lui, rivolgendole il suo migliore
sorriso umano. «Sono il reverendo Findo Gask.» Lo disse in tono quasi di
domanda, come per farle capire che il suo arrivo era atteso. «Nest è pronta?» chiese.
Sul viso pallido della ragazza comparve per un istante una leggera confusione. «Nest non è in casa. È già uscita.»
Adesso toccava a Findo Gask mostrarsi confuso. Fece del suo meglio.
«Oh, è già andata? Qualcun altro è venuto a prenderla?»
La giovane annuì. «Quindici minuti fa. È andata a cantare con un gruppo
della chiesa.»
Findo Gask scosse la testa. «Ci dev'essere stato un malinteso. Posso entrare a fare una telefonata?»
Allungò la mano verso la maniglia della controporta, come per invitarla
a farlo passare. Ma la ragazza non si mosse, le braccia ripiegate a tenere
chiuso l'accappatoio, gli occhi fissi su di lui.
«Non posso farla entrare» gli disse senza mezzi termini. «Questa non è
casa mia. Non posso lasciar entrare nessuno.»
«Mi basta un momento.»
Ma lei scosse la testa. «Mi dispiace.»
Gask provò il desiderio di passare attraverso la controporta e di strapparle il cuore, azione che sarebbe stato perfettamente in grado di compiere.
Non furono l'ira o la frustrazione a suscitare in lui quel pensiero: era il
semplice fatto di vedersi sfidare. Ma non era né il tempo né il luogo per un
atto di violenza. Perciò si limitò a fare un cenno d'assenso.
«Telefonerò dalla cabina» disse conciliante, facendo un passo indietro.
«Oh, dimenticavo, è andato anche il signor Ross con lei?»
La ragazza strinse le labbra. «Chi è il signor Ross?»
«Il signore che sta con lei. L'altro ospite della casa.»
Dall'interno giunse una voce di bambina e la ragazza guardò dietro di sé.
«Devo andare. Non conosco nessun signor Ross. Qui non abita nessun altro. Buonasera.»
Gli chiuse la porta in faccia. Gask continuò a fissare il battente per qualche minuto. A quanto pareva, Ross non era ancora arrivato. Tutt'a un tratto
il demone si scoprì a chiedersi se non si fosse sbagliato nel venire a Hopewell, e se per caso l'intuito non l'avesse tradito. Il suo istinto prendeva raramente abbagli su cose di tal genere, ma forse era proprio una di quelle
rare volte.
Non poteva permettersi che accadesse una cosa simile.
Voltò le spalle alla casa e tornò sul vialetto. L'Ur'droch si unì a lui dopo
una decina di passi: un'ombra, un movimento ai margini della zona illuminata.
«Notato qualcosa?» chiese Gask.
Il demone d'ombra non disse nulla, e questo costituiva già una risposta.
Come sapeva, Ross non era ancora arrivato, altrimenti la ragazza l'avrebbe
visto. Chi era? Da dove veniva? "Un'altra pedina sulla scacchiera, in attesa
di essere portata nella sua posizione" pensò. Sarebbe stato interessante trovare la maniera di usarla.
Ripercorse il tratto di strada fino a dove aveva lasciato l'auto, parcheggiata sul ciglio, e montò. L'Ur'droch scivolò all'interno dopo di lui e scomparve nell'interstizio buio tra i sedili. Avrebbe concesso a Ross altri tre
giorni, fino a Natale, prima di rinunciare alla sorveglianza. Non era ancora
il momento di farsi prendere dal panico. Il panico era per i demoni di grado basso, per coloro che si affidavano ad abilità diverse dall'esperienza e
dalla ragione.
Avviò l'auto e si immise nella strada per tornare a casa e godersi la piccola sorpresa che avevano preparato per Nest Freemark.
Nest salì in macchina accanto a Kathy Kruppert, che si spostò verso il
marito per farle posto sul sedile della Suburban. Dietro di loro, dai sei ai
nove ragazzini attorno ai dieci anni, tra cui i due figli dei Kruppert, scherzavano e ridevano, si scambiavano insulti, chiacchieravano. Nest li salutò
tutti, poi si appoggiò alla spalliera di finto cuoio mentre Alien faceva fare
retromarcia alla grossa Chevrolet e si avviava verso il successivo appuntamento.
Pensò a John Ross e a Findo Gask, a Bennett e Harper Scott e poi di
nuovo a Ross.
«Come va, Nest?» le chiese Kathy dopo qualche minuto di silenzio da
parte dei tre occupanti del sedile anteriore, mentre il chiasso in quello posteriore continuava imperterrito. Era una bionda dalle spalle larghe e dalle
ossa grosse, con addosso più chili di quanti avrebbe voluto, come amava
ripetere lei stessa, ma su di lei quei chili non stavano male.
«Tutto bene, grazie.»
«Mi sembri molto silenziosa, questa sera.»
«E dato che sei una persona notoriamente rumorosa...» aggiunse Alien,
con aria seria.
Nest gli rivolse un mezzo sorriso. «Risparmio le forze per dopo, quando
si comincerà a cantare.»
«Ah, è per quello?» esclamò Alien, con un vistoso cenno d'assenso. Abbassò la testa e la guardò dal disopra degli occhiali. Aveva la fronte lucida
e un accenno di calvizie. «Sai, Kathy, sono sempre quelli che stanno zitti, i
più pericolosi.»
Finirono con la ruota in una buca scavata dal maltempo e dalla cattiva
manutenzione. «Ahio! Ehi, sta' attento!» gridarono i ragazzi dal sedile posteriore, tutti insieme, e offrirono mille consigli non richiesti su come si
doveva guidare.
«Zitte, bestie!» gridò loro Alien, aggrottando la fronte. Quando obbedirono per la durata di un nanosecondo, dichiarò con un sorriso di superiorità: «Avete visto come so metterli a posto?».
Kathy gli posò allegramente una mano sulla gamba. «I padri sanno sempre tutto, caro.»
Alien e Kathy si erano sposati appena usciti dalle superiori. Avevano sei
o sette anni più di Nest. Alien aveva cominciato a lavorare per un'agenzia
immobiliare e aveva scoperto di essere portato per quel lavoro. Dieci anni
più tardi lavorava in proprio. In passato aveva presentato a Nest un'offerta
di acquisto della sua casa in un momento in cui lei aveva preso seriamente
in considerazione l'idea di vendere. Anche se poi aveva deciso di non farne
nulla, aveva conservato l'amicizia con i Kruppert.
«Come stanno i Peterson?» le domandò all'improvviso Kathy.
«Sempre più delicati.» Con un sospiro, Nest infilò le mani nelle tasche
del parka. La verità era che i Peterson si stavano spegnendo lentamente.
Avevano sempre più acciacchi, non c'era nessuno che si occupasse di loro
e non si riusciva a convincerli a trasferirsi in una casa di riposo dove sarebbero stati accuditi.
«Tu fai già il possibile per loro, Nest» le disse Kathy.
Alien si assestò meglio sul sedile e si passò una mano tra i radi capelli.
«Sono persone decise. Quando li si vuole aiutare, non si può fare più di
tanto. È inutile sforzarsi. Continueranno a vivere come hanno sempre vissuto, finché non moriranno o finché non succederà qualcosa che li costringerà a cambiare. Ma i loro desideri meritano di essere rispettati.»
«Io li rispetto, ma non posso fare a meno di preoccuparmi. È come starsene seduti ad aspettare che caschi la tegola.»
«Proprio così» confermò Kathy, con un sospiro. «Mio zio Frank era fatto come loro.»
«Anche mia nonna» disse Nest.
Alien rise. «Buon per voi che vi rendete conto del problema. Così riuscirete a evitarlo quando toccherà a voi. La cosa farà tirare un sospiro di sollievo a molta gente.»
Prelevarono altri due ragazzi nella zona di Moonlight Bay, poi tornarono
indietro perché avevano appuntamento con un'altra auto piena di ragazzi
guidata da Marilyn Winthorn, una delle signore anziane che facevano le
animatrici per i giovani della parrocchia. Formato il gruppo, iniziarono il
giro delle case, seguendo una lista di nomi e indirizzi fornita dal reverendo
Andrew Carpenter, subentrato a Ralph Emery quando questi era andato in
pensione, tre anni prima. A ogni sosta si fermavano davanti alla porta, cantavano alcuni inni, lasciavano un cestino di doni forniti dalle signore della
chiesa, si scambiavano auguri di buon Natale e felice anno nuovo e prose-
guivano.
Dopo una decina di visite, Nest aveva accantonato i suoi problemi e
pensava solo a come quel giro la facesse sentire in pace con se stessa.
Erano circa le otto e mezzo quando raggiunsero una vecchia casa vittoriana sulla Terza Strada Ovest, un'area con un passato di splendore e di
soldi di famiglia ormai trasferitisi altrove. Il nome sulla lista era scritto
male e nessuno riuscì a leggerlo bene. Hattie o Harriet e un cognome indecifrabile. Nessuno di loro sapeva chi abitasse a quell'indirizzo, ma poteva
trattarsi di qualche parente di un parrocchiano. Uscirono dalle auto, raggiunsero l'ingresso principale e si disposero a semicerchio davanti alla porta.
La luce era accesa, ma nessuno uscì a salutarli. Allen salì fino alla porta,
bussò forte e attese la risposta.
«Una vecchia casa che fa venire i brividi, non ti pare?» sussurrò Kathy
Kruppert all'orecchio di Nest.
Nest annuì, anche se a lei metteva soprattutto tristezza, adesso che era
soltanto la tomba della bella dimora di un tempo. Si guardò attorno mentre
i ragazzi bisbigliavano tra loro e strusciavano i piedi, impazienti di iniziare. Era un quartiere di edifici-tomba. Lungo le file di vecchie case, tra i
corridoi di antichi alberi, c'era buio e silenzio. Anche la strada che li attraversava era deserta.
Qualcuno arrivò e scostò la tendina che copriva il vetro. Si scorse una
faccia dai lineamenti vaghi e indistinguibili a causa del buio.
La porta venne socchiusa e una voce tremolante disse: «Buon Dio!».
Interpretando quelle parole come l'invito a iniziare, Alien scese dal portico e i ragazzi cominciarono a cantare Gioia al mondo. Le voci echeggiarono nell'oscurità e nel freddo e nell'aria si levavano le nuvolette dei respiri. La porta rimase socchiusa, ma non apparve nessuno.
Erano arrivati al ritornello, "Che il cielo e la natura cantino", quando la
porta si spalancò con tanta violenza da mandare in frantumi il vetro e una
figura enorme, dalle spalle curve, si precipitò giù per gli scalini. Aveva la
pelle chiara degli albini e la testa calva, era alto almeno due metri e doveva
pesare un quintale e mezzo, ma si muoveva con una tale rapidità che raggiunse il gruppo ancor prima che il canto lasciasse il posto alle grida di
paura e di orrore.
«Gioia al mondo! Gioia al mondo! Gioia al mondo!» gridava il gigantesco albino.
Mentre i ragazzi scappavano in tutte le direzioni, il nuovo venuto afferrò
per le ascelle Kruppert e lo sollevò di peso a più di un metro e mezzo da
terra, per poi scuoterlo con furia come una bambola di pezza. Intanto continuava a ripetere: «Gioia al mondo! Gioia al mondo! Gioia al mondo!»
con un'espressione che non si capiva se fosse di allegria o di collera.
Con le mani davanti alla bocca, Kathy Kruppert urlò il nome del marito.
Marilyn Winthorn, pallida e atterrita, si affrettò a far salire sulla sua auto il
maggior numero possibile di ragazzi.
Alien gridava e scalciava, ma l'energumeno lo teneva saldamente e continuava a scuoterlo come se intendesse staccargli le ossa dalla carne e
svuotargli la pelle di tutto il contenuto.
«Gioia al mondo! Gioia al mondo! Gioia al mondo!»
Tutto era accaduto in pochi secondi, e per quel breve periodo di tempo
Nest Freemark era rimasta paralizzata dall'indecisione. Il suo primo impulso fu di usare la magia per fermare il gigantesco albino: la magia che faceva perdere il controllo dei muscoli e costringeva le persone ad afflosciarsi
come sacchi vuoti, la stessa che aveva usato per paralizzare Danny Abbott
e Robert Heppler, tanti anni prima, e che aveva anche provato a usare contro suo padre.
Se però l'avesse usata ora, avrebbe rischiato di scatenare Wraith. Era il
rischio con cui era stata costretta a convivere da quando aveva diciannove
anni. Non sapeva che cosa avrebbe scatenato la sua comparsa. L'aveva
scoperto alle Olimpiadi tre anni prima, e da allora non aveva più usato la
magia.
Adesso, a quanto pareva, non aveva scelta.
Gridò all'energumeno di smetterla e gli si avvicinò, piccola e inerme al
suo confronto. L'albino la degnò a malapena di uno sguardo, ma abbassò
un poco Alien e prese a dondolarlo più lentamente. Era un gigante deforme, notò ora Nest, pareva che non fosse stato messo insieme bene e che alcune parti di lui fossero troppo grandi mentre altre erano troppo piccole.
Pareva fatto di pezzi scartati e venuti male, i detriti del pool genetico umano.
Nest gridò ancora più forte, e gli strani occhi rosa dell'albino la fissarono. Facendo appello al suo coraggio e tenendo sotto controllo Wraith, che
si era già ridestato dentro di lei e cercava di uscire, usò la sua magia per
colpire il gigante, cercando di farlo inciampare in modo che perdesse l'equilibrio e lasciasse libero Alien. Ma era come picchiare contro un muro.
L'albino si liberò della sua magia come se non esistesse e Nest trovò nei
suoi occhi solo uno spazio vuoto in cui non c'era niente di umano.
"Niente di umano..." pensò.
Il gigante lasciò cadere Alien, che finì a terra come un fagotto, a quattro
zampe e con la testa abbandonata tra le spalle, simile a un pugile suonato.
Mentre il malcapitato agente immobiliare cercava di rialzarsi, Kathy s'inginocchiò accanto a lui, con le lacrime che le scendevano lungo le guance.
L'albino si voltò di scatto verso Nest. «Gioia al mondo! Gioia al mondo!
Gioia al mondo!»
Non appena mosse un passo nella sua direzione, Nest fissò gli occhi nei
suoi e lo colpì con un'altra scarica di magia. Questa volta l'energumeno rallentò e barcollò leggermente sotto la forza dell'attacco. Intanto, come comparse sul fondo di un palcoscenico, i ragazzi continuavano a gridare. Alcuni, ritenendo che lei fosse paralizzata dalla paura e dall'indecisione, le gridarono di scappare, di allontanarsi. Ma lei non si mosse, e rimase tra il gigante e Kathy, che cercava invano di rimettere in piedi il marito, ancora
sotto shock per quanto gli era successo.
L'albino ringhiò contro Nest: un grido animalesco, un suono che le portò
Wraith fin quasi alla gola, così vicino a liberarsi che Nest vide le strisce
del suo muso di lupo e sentì sulla pelle il suo pelo ispido. Fece un passo
indietro, cercando di dominarlo. Se l'avesse lasciato uscire, tutti avrebbero
scoperto la verità, e Nest non poteva permetterlo.
«Gioia al mondo!» ripeté il gigante continuando ad avanzare verso di lei.
«Gioia al mondo!»
«Twitch!» gridò una voce di donna.
Il gigante si fermò come se fosse stato strattonato da un'invisibile briglia: rizzò di scatto le spalle e sollevò la testa strana, deforme, nel gesto di
un uccello spaventato.
«Rientra subito in casa!» ordinò la voce. «Sei troppo cattivo! Te lo ordino! Subito!»
Sul portico era comparsa una figurina avvolta in un pesante cappotto.
Attorno alla testa aveva una sciarpa da cui uscivano ciuffi di capelli rossi
ricciuti. Era la giovane che si era presentata a Nest in chiesa, quella mattina, e aveva detto di chiamarsi Penny. Al suono della sua voce, il gigante si
voltò lentamente e si avviò verso la vecchia casa. Nest respirò a fondo per
calmarsi, mentre le grida alle sue spalle lasciavano il posto a mormorii e
singhiozzi.
La giovane dai capelli rossi si fece da parte mentre il gigante le passava
davanti con aria sommessa e scompariva poi all'interno, quindi scese gli
scalini e si diresse verso Nest, scuotendo la testa con aria esasperata.
«Nest, non so dirle quanto mi dispiace per quello che è successo.» Le
prese una mano coperta dal guanto e la strinse nella propria. «È mio fratello. Non è tanto a posto di cervello. Non lo fa per cattiveria, ma non si rende conto di quanto è forte.»
Si voltò verso Allen, che si stava rialzando. «Lei è a posto, signore? Le
ha fatto male?»
Alien Kruppert pareva appena uscito da una betoniera. Cercò di dire
qualcosa, tossì e infine scosse la testa.
«Penso che stia bene» intervenne Kathy, senza ira, abbracciando forte il
marito. «Suo fratello ci ha messo una bella paura, signorina.»
Penny si affrettò ad annuire. «Lo so. Avrei dovuto prestare maggiore attenzione a lui, ma ero al piano di sopra, a mettere in ordine. È stata la nonna ad aprire la porta, però è così vecchia e debole che non riesce a imporsi
su di lui. L'ha spinta da parte ed è uscito.» Passò lo sguardo da Nest ai
Kruppert. «Voleva soltanto giocare» si scusò. «Ecco cos'è per lui. Un gioco.»
Nest le rivolse un sorriso brevissimo, incerto. Provava una leggera sensazione di nausea. Penny sembrava sincera mentre rivolgeva loro le sue
scuse, tuttavia qualcosa lasciava adito al dubbio.
Nest alzò lo sguardo per esaminare la casa. «Lei abita qui, Penny?»
chiese, col tono di chi vuole solo fare conversazione.
«Di tanto in tanto.» Quei capelli la facevano sembrare una che ha appena
preso una scossa elettrica. Gli occhi verdi le brillarono. «In questo momento sono in visita.»
«Con suo fratello?» chiese Nest.
«Sì, con Twitch. Noi lo chiamiamo Twitch.»
«È sua nonna che appartiene alla nostra chiesa?»
Penny si strinse nelle spalle. «Credo di sì.»
«Come si chiama sua nonna?»
Penny sorrise. «È meglio che io rientri, Nest. Non mi piace lasciare
Twitch da solo dopo una delle sue mattane. Sa come vanno queste cose.
Comunque, grazie per essere venuta con quelli della chiesa. È stato davvero gentile da parte vostra.»
Le girò le spalle e risalì gli scalini fino alla porta dal vetro rotto, chiudendola poi accuratamente dietro di sé, nonostante fosse ridotta al solo telaio. Nest la guardò finché non fu sparita, poi, mentre raggiungeva gli altri,
passò in rassegna le finestre della casa.
L'interno dell'edificio era completamente buio.
Aiutò Kathy a riportare Alien nell'auto. L'uomo protestava di non avere
niente, e probabilmente era vero, tuttavia lo fecero sedere accanto al guidatore e lo assicurarono con la cintura. I ragazzi erano visibilmente scossi e
qualcuno propose di piantare lì tutto e di tornare a casa. Ma Alien non ne
volle sapere. Nella lista c'erano ancora quattro visite, compresa quella alla
casa di riposo sulla Northway. Tutte persone che li aspettavano. Alien non
intendeva venire meno ai suoi impegni, perciò insistette per finire quello
che avevano iniziato.
Mancava poco alle dieci quando Nest riuscì finalmente a tornare a casa.
Tutti gli altri, compreso Alien, parevano intenzionati a dimenticare l'incidente della Terza Strada Ovest, ma lei era ancora a disagio. Due incontri in
un solo giorno con Penny Comesichiama sembravano un po' troppi, come
coincidenza, e in ogni caso erano due incontri di troppo. Tutto l'accaduto la
preoccupava, soprattutto perché l'aveva costretta ad affrontare di nuovo il
problema di usare la magia come arma. Aveva sperato di non doverla utilizzare mai più, ma l'incidente di quella sera le faceva sospettare che la sua
speranza fosse stata troppo ingenua.
Risalì il vialetto ed entrò dalla porta posteriore. Una luce era accesa, ma
dalla casa non veniva alcun rumore. Occhio di Falco era acciambellato in
cucina sulla sua sedia, quella che aveva scelto per la settimana, e non aprì
neppure gli occhi al suo passaggio. Lasciò parka, sciarpa e guanti nel corridoio e raggiunse la stanza del nonno, dove la televisione era accesa. Bennett dormiva nella poltrona di cuoio del Vecchio Bob.
All'arrivo di Nest, la ragazza aprì gli occhi. «Ehi, ciao» mormorò.
«Ciao» rispose Nest, accomodandosi nella sedia degli ospiti. «Harper si
è addormentata?»
Bennett si stiracchiò e sbadigliò. «Un'ora fa. Era esausta.» Si alzò in
piedi. «Anch'io. Adesso vado a letto. Il reverendo Gask è poi riuscito a
trovarti? È passato quando eri già uscita.»
Nest sentì un brivido e tutto il suo corpo s'irrigidì. Si era dimenticata di
avvertire Bennett a proposito di Gask. Ma cosa avrebbe potuto dirle? «No,
non ci siamo incontrati.»
«Ha detto che era venuto a prenderti. Voleva entrare, ma gli ho detto che
non era casa mia e che non potevo aprire a nessuno. Spero di avere fatto
bene.»
L'ondata di sollievo che Nest provò fu talmente forte da spingerla ad alzarsi per andare ad abbracciarla. «Hai fatto benissimo.»
«Grazie.» Bennett si avviò verso la porta, un po' incerta sulle gambe. Poi
si girò. «Oh, dimenticavo. Cercava anche un certo John Ross. Ha detto che
dovrebbe abitare qui, ma io gli ho risposto che si sbagliava.»
«Gli hai detto la cosa giusta» la rassicurò Nest, irritandosi di nuovo con
Gask. «Va' a dormire, adesso. Ci vediamo domani.»
Quando fu sola, tornò a pensare a John Ross e a Findo Gask e al significato del loro conflitto. Gask non intendeva cedere. Avrebbe continuato a
farsi vivo finché non avesse trovato Ross e quello che voleva da lui: i demoni erano tenaci. Il tempo non significava nulla per loro; operavano in
base a schemi estranei alla mentalità umana quanto la vita su Marte. Nest
aveva affrontato demoni per metà della sua vita e sapeva bene che cosa aspettarsi.
Si alzò e andò a spegnere la televisione, poi tornò a sedere e sollevò lo
sguardo verso la finestra, fissando lontano, nell'oscurità. In quei momenti
sentiva acutamente l'assenza della nonna che, con il suo modo pratico di
affrontare i problemi della vita e con la sua esperienza dei demoni e delle
creature della foresta, avrebbe saputo destreggiarsi meglio di lei in quella
situazione. Inoltre, la nonna avrebbe potuto darle qualche suggerimento su
come comportarsi con Bennett e Harper. Nest doveva fare del suo meglio
per pensare come la nonna e augurarsi che fosse sufficiente a farle superare quel momento.
Dopo un po' andò in cucina per cenare. Mangiò un piatto di tagliatelle e
bevve un bicchiere di latte, seduta al tavolo, e ascoltò il ticchettio della
pendola mentre continuava a seguire il filo di pensieri che riguardava gli
avvenimenti di quel giorno. Il suo problema non verteva sul fatto che John
Ross arrivasse o meno: impossibile che ciò non accadesse dopo tutto quello che le aveva detto Findo Gask. Il problema era cosa fare di lui, una volta
che fosse arrivato. O meglio, come comportarsi quando lui le avesse chiesto il suo aiuto, dato che era quella la ragione che lo portava da lei.
All'idea di aiutare di nuovo John Ross, Nest scosse la testa. Era passato
molto tempo senza che vi fossero contatti tra loro. Cosa poteva portarlo da
lei, adesso? Di che cosa aveva bisogno?
Circondata dai ricordi del passato, della sua giovinezza inestricabilmente
legata alla figura di lui, continuò a cercare una risposta ma non riuscì a
trovarla.
A mezzanotte era ancora sveglia quando sentì bussare alla porta principale. Aveva spento quasi tutte le luci ed era andata in soggiorno. Seduta al
buio, con gli occhi nuovamente fissi sull'oscurità che si estendeva al di là
della finestra, aveva lasciato correre i pensieri sulle sagome degli alberi del
parco che si scorgevano in lontananza. Non aveva sonno: continuava ad
analizzare i fatti del giorno e a cercare spiegazioni in grado di chiarirli. La
sua magia si era ridestata e le riempiva il sangue di una insolita energia.
Seduta al buio, muovendosi tra i ricordi del passato per riuscire a comprendere il futuro, provò anche lei il desiderio di fare quello che aveva fatto la nonna da giovane: andare nel parco e correre con i Divoratori, libera,
selvaggia, dimentica di tutto. Era un pensiero bizzarro, e si sentiva un po'
turbata dall'idea di essere ancora attratta dal passato della nonna dopo tutti
gli sforzi fatti per liberarsene.
I colpi alla porta la fecero alzare in piedi di scatto e cancellarono tutti
quei fili di pensieri. Non ebbe alcun dubbio sull'identità della persona che
aveva bussato. Attraversò rapidamente la stanza buia e il corridoio, dove
era accesa una sola lampada. Anche la luce della porta era accesa, ma non
ebbe bisogno di guardare dallo spioncino: sapeva chi era perché non poteva essere nessun altro. Aprì la porta per averne la conferma, e lo vide davanti a sé.
«Ciao, Nest» le disse lui. Era fermo nella macchia di luce proiettata dalla
lampada, con lo sguardo chiaro e un'espressione d'attesa, e sembrava più
giovane e in forma dell'ultima volta che l'aveva visto, a Seattle, dieci anni
prima. Si stupì della trasformazione, e sentì la diffidenza dentro di sé.
Accanto a lui c'era un bambino dall'apparente età di quattro o cinque anni, con i capelli biondi lunghi e ricci, gli occhi azzurri e lo sguardo attento
e intelligente. Il bambino la fissò con tale intensità da lasciarla stupefatta.
Passò lo sguardo dal bambino a Ross e per un momento l'oscuro avvertimento di Findo Gask affiorò dal ricettacolo in fondo alla sua mente dove
l'aveva chiuso. Le pareva di essere sul ciglio di un precipizio e sentiva ribollire dentro di sé una terribile miscela di attrazione e repulsione. Da qualunque parte si voltasse, qualunque scelta effettuasse, la sua vita non sarebbe mai più stata la stessa.
Aprì la controporta. «Entra, John» gli disse con un caldo sorriso. «Ti aspettavo.»
LUNEDI 22 DICEMBRE
8
Dopo essersi destato dal sogno del Cavaliere crocefisso, John Ross ave-
va dato subito inizio alla ricerca del Variante.
Non erano stati gli avvertimenti del Cavaliere a guidarlo nel tentativo. Si
era dimenticato dei pericoli quasi subito: schegge di suono sepolte nell'onda delle emozioni provate nel constatare che quel Cavaliere del Verbo aveva il suo volto. Ma negli occhi del Cavaliere morente, nei suoi occhi,
aveva trovato un percorso, una sorta di mappa che non avrebbe mai dimenticato. In un istante quella mappa si era impressa nella sua coscienza in
modo incancellabile. Tutti i ricordi del Cavaliere sul luogo in cui avrebbe
potuto trovare il Variante e sul modo di catturarlo erano divenuti suoi. Per
richiamarli alla memoria, per ricordare ciò che gli mostravano, gli bastava
guardare dentro se stesso.
Quando era partito era appena iniziata l'estate e il clima era ancora temperato in quasi tutti gli Stati Uniti. In Pennsylvania, dove il viaggio aveva
avuto inizio, l'aria profumava di erba e foglie giovani, la nuova linfa del
mese di giugno era fresca e penetrante. Una volta giunto sulla costa occidentale era ormai subentrata l'afa di luglio e l'aria era rovente e carica di
umidità, pesante e irrespirabile: un oceano di evaporazione sospesa nell'aria, che gravava sulla terra con l'intenzione di soffocarla.
Nelle previsioni meteo di USA Today, i sette ottavi della nazione erano
coperti dei colori rosso e arancione che visualizzavano il clima torrido.
La sola eccezione era la costa nordoccidentale del Pacifico, dove Ross si
recava ad attendere la venuta del Variante. Nell'Oregon, dove intendeva
compiere i preparativi, il calore era spinto verso l'entroterra dalla brezza
che giungeva dall'oceano, e le scogliere e le foreste a ovest delle Cascades
rimanevano verdi e fresche. Come un porto, il lato delle montagne esposto
al vento riparava dalle temperature ardenti che dominavano la sequenza
delle altre regioni fino all'Atlantico, e la costa era un mondo a sé.
John Ross sapeva cosa doveva fare. I ricordi che gli erano stati trasmessi
dal Cavaliere crocefisso erano chiari e sicuri. Non poteva sapere se il sogno gli avesse mostrato il proprio futuro, se il Cavaliere sulla croce fosse
lui e se avesse assistito alla propria morte. Non poteva sapere se informandolo del Variante gli venisse data una seconda possibilità di cambiare
la propria vita. Ammettere che il sogno gli aveva permesso di uscire completamente da se stesso e di entrare nel futuro che si sforzava di impedire
equivaleva ad ammettere che c'era un'importante ragione per lo sdoppiamento, visto che prima non era mai successo. Più facile pensare che
l'essersi riconosciuto nel Cavaliere del Verbo inchiodato alla croce fosse
uno scherzo della sua immaginazione, un inganno creato dalla paura di
sbagliare come aveva sbagliato l'altro Cavaliere e di finire poi allo stesso
modo. Questa seconda ipotesi era la più credibile, perché catturare un Variante e giungere a utilizzarne la magia era quasi impossibile. Nella storia
del mondo era avvenuto non più di cinque o sei volte. I metodi seguiti e i
diversi risultati erano rimasti sconosciuti. Non esisteva una procedura sperimentata per affrontare il problema dei Varianti, ma se la necessità era
davvero la madre dell'ingegno come si diceva, John Ross avrebbe trovato
un modo.
Le storie sui Varianti erano soprattutto leggende. Ross ne aveva sentito
parlare nel quarto di secolo in cui aveva servito il Verbo. Venivano sussurrate con timore reverenziale dalle creature magiche della foresta, che se le
tramandavano da una generazione all'altra. Quando era in gioco qualche
magia che aveva grandi conseguenze, nel bene o nel male, si suggeriva
sempre che fosse da imputare alla presenza di un Variante. Ma nessuno dei
viventi, a quanto sapeva Ross, aveva mai visto una di tali creature. Nessuno sapeva che aspetto avessero al momento della nascita. E nessuno sapeva che aspetto avrebbero assunto, perché non ce n'erano due che assumessero lo stesso aspetto. Circolavano alcune voci, ma non c'erano prove. Un
Variante, si diceva, era diventato un antibiotico. Un altro invece era diventato un virus. I Varianti erano un enigma, e John Ross doveva essere preparato a tale realtà.
Quello che sapeva con certezza, nel recarsi nell'Oregon, era che chiunque avesse ottenuto il controllo di un Variante avrebbe potuto cambiare il
futuro in modi di cui nessun altro sarebbe stato capace. Era un risultato che
meritava ogni sforzo, anche sapendo che era virtualmente impossibile ottenerlo. Non aveva molti elementi su cui basarsi, ma quanto bastava per
sapere dove recarsi. Dai ricordi del Cavaliere crocefisso sapeva che il Variante sarebbe apparso in una grotta accessibile solo con la bassa marea,
sulla costa dell'Oregon nei pressi della cittadina di Cannon Beach, tre giorni dopo la festa del Ringraziamento. I ricordi contenevano l'immagine della caverna e dintorni, perciò Ross sapeva dove cercare.
Nel complesso, le rivelazioni del Cavaliere crocefisso non gli avevano
rivelato molto di più dei suoi soliti sogni: un luogo e un momento in cui
aveva luogo qualche fatto che lui poteva alterare mediante il proprio intervento. In genere, Ross veniva a sapere i dettagli dell'avvenimento, il corso
che aveva seguito e il motivo dell'insuccesso che aveva portato a quel particolare futuro. Quella volta, però, non conosceva alcun dettaglio. Non sapeva la forma che avrebbe assunto il Variante. Non sapeva come catturar-
lo. E non sapeva nemmeno cosa sarebbe successo in seguito, a lui e alla
creatura magica.
In un certo senso, però, quell'ignoranza era rassicurante, perché pareva
voler significare che, nonostante la somiglianza, il Cavaliere crocefisso
non era John Ross. Strano però che i ricordi cessassero al momento della
comparsa del Variante, come se la lavagna fosse stata cancellata di lì in
poi, o come se non fosse mai stata scritta. Il Cavaliere gli aveva detto chiaramente di non essere riuscito ad assicurarsi la magia del Variante, a scoprirne il segreto, ma come erano da interpretare quelle parole? Nel senso
che non era riuscito a catturare il Variante? O non voleva far sapere a Ross
la verità su ciò che era successo? Ross non aveva risposte e non riuscì a
trovarne, per quanto si sforzasse di riflettervi.
Cannon Beach era una piccola e graziosa cittadina sull'oceano, a poco
più di un'ora da Portland. Ferventi di attività in preparazione dell'arrivo dei
turisti che, come tutti gli anni, sarebbero venuti a passarvi le vacanze estive, negozi e abitazioni erano raccolti attorno a una deviazione che si staccava dall'Autostrada 101 e procedeva parallela alla costa per circa cinque
chilometri. Una seconda cittadina molto più piccola, Tolovana Park, poco
più di un gruppo di case attorno a una stazione di servizio, occupava l'estremità sud della deviazione e tra le due comunità si incontravano decine
di locande, alberghi, motel e bungalow unifamiliari, ristoranti dal tetto di
ardesia e dalle pareti di legno, fast-food, negozi di souvenir, di prodotti artigianali, di abbigliamento sportivo, gallerie d'arte. C'erano un cinema, un
panificio, due enoteche, una stazione di servizio, un supermercato, un ufficio postale e un'infinità di agenzie immobiliari. A favore di Cannon Beach
va detto che pareva essere riuscita a resistere all'invasione di quelle catene
di ristoranti economici che avevano invaso ogni altro luogo di vacanza della nazione, cosicché l'occhio aveva ancora la fortuna di non incontrare le
fin troppo familiari insegne pubblicitarie con gli hamburger, i tacos e il
pollo fritto.
Ross vi giunse una domenica, con l'autostop, su un camion che veniva
da Portland e trasportava ricambi per una segheria del nord. Il camionista
lo lasciò a cinque chilometri dalla costa, e lui si fece a piedi il resto del
percorso, in un pomeriggio tiepido e sotto un cielo sereno. Quando arrivò
era ancora giorno e Cannon Beach era così fervente di attività da dare
l'impressione che lì la domenica fosse uguale a tutti gli altri giorni della
settimana. La strada principale era invasa dalla folla dei turisti che entravano e uscivano dai negozi leccando gelati e masticando croccanti, con
in mano borse di carta, in braccio bambini piccoli e il cane al guinzaglio.
Zaino in spalla e sacca in una mano, Ross proseguì zoppicando lungo il
marciapiede, appoggiandosi al suo bastone nero; il sole si rifletteva sulla
vernice e metteva in evidenza le rune che vi erano incise. Sembrava uno
senza fissa dimora, e l'impressione non era molto lontana dalla realtà. Non
era né indigente né privo di speranza o di scopo, ma era senza casa e radici, un cittadino del mondo. Viveva in quel modo da venticinque anni, e
ormai vi era abituato. Il servizio del Verbo richiedeva che viaggiasse in
continuazione, che potesse spostarsi subito dove lo mandavano i sogni, che
una volta finita la sua azione fosse pronto a passare a un'altra. Era un'esistenza randagia, strana e logorante, e se non avesse creduto così fermamente nel lavoro che stava facendo, quel modo di vivere l'avrebbe portato
presto alla fine.
Una volta, dieci anni prima, aveva perso la fede e aveva deciso di ritirarsi. Si era stabilito in una città e aveva cercato di condurre una vita uguale a
quella di tutti gli altri uomini, ma non c'era riuscito: il suo passato gliel'aveva impedito. Ormai Ross aveva capito di non potersi mai staccare dal
servizio del Verbo, e continuava a essere quello che sarebbe stato per sempre.
Rifletteva sui ricordi di quel passato e sul suo presente mentre attraversava il quartiere degli affari di Cannon Beach. La Hemlock, la principale
strada nord-sud, raccoglieva tutto quello che c'era di importante nella cittadina, e nella quarantina di minuti occorrenti per percorrerla John Ross
non si allontanò da essa. Come faceva sempre quando arrivava in una nuova città, cercava un luogo da cui iniziare. Se fosse stato in una città più
grande, avrebbe preso una stanza all'Associazione Giovani Cristiani e l'avrebbe usata come base, ma non poteva farlo in una cittadina balneare o in
una situazione come l'attuale. Dato che doveva rimanere a Cannon Beach
fino agli ultimi giorni di novembre, gli occorreva ben di più di una stanza
all'Associazione per sei o sette giorni.
Trovò abbastanza presto quello che cercava, anzi assai prima di quanto
si aspettasse. Un cartello scritto a mano nella vetrina della Libreria Cannon
Beach, situata all'estremità meridionale della Hemlock, dove negozi e gallerie cominciavano a essere più rari, diceva: "Cercasi aiutante". Ross entrò
nel negozio e chiese che tipo di aiutante cercassero. Il gestore, un uomo
sulla cinquantina, magro, con la barba e un'aria simpatica, che sì chiamava
Harold Parks, gli disse che cercava un commesso per l'estate e Ross gli rispose che il lavoro poteva interessargli.
«È solo per l'estate, signor Ross» volle precisare Harold Parks. «Fino a
metà settembre, non molto di più. E solo per una trentina di ore la settimana. E non posso pagare più di sette dollari e mezzo l'ora.»
«Per me va bene» rispose Ross.
Parks aveva dei dubbi. Non capiva perché John Ross cercasse un lavoro
che durava solo due mesi. E poi, che esperienza aveva di libri e di vendite?
Come aveva saputo di quel lavoro?
Ross sapeva cosa rispondere perché aveva già avuto molti colloqui come
quello, in precedenza. Spiegò che era un professore di letteratura inglese in
aspettativa perché voleva scrivere un romanzo. Un thriller. Aveva deciso
di ambientarlo nella costa dell'Oregon, ed era venuto a Cannon Beach per
fare le ricerche e cominciare una prima stesura. Gli occorreva un lavoro
con cui pagarsi le spese, ma che non gli portasse via l'intera giornata. Confessò di non avere una grande esperienza come commesso, ma affermò di
conoscere bene i libri. Ne diede una breve dimostrazione e ripeté che il lavoro gli interessava.
Parks lo assunse subito.
Ross gli chiese dove poteva andare ad abitare e Parks fece alcune telefonate trovandogli una stanza presso una vecchia signora che un tempo lavorava nella libreria e ora integrava la pensione affittando due camere. Al
momento entrambe le camere erano libere e Ross poteva scegliere quella
che preferiva.
Così, prima ancora che fosse giunta la sera di quella domenica, Ross aveva trovato un lavoro e un'abitazione, ed era pronto a iniziare la ricerca
del Variante, o meglio del luogo dove sarebbe apparso poco dopo la festa
del Ringraziamento. Sapeva che doveva trovarsi nelle vicinanze e che si
trattava di una caverna scavata dagli elementi nel fianco delle scogliere.
Sapeva che la caverna era coperta dall'acqua durante l'alta marea. Conosceva l'aspetto dell'interno della caverna e un poco anche quello dell'esterno.
Ma le spiagge dell'Oregon correvano da Astoria al confine con la California in un'ininterrotta striscia di sabbia e le caverne da esplorare erano
migliaia. Si trattava per lo più di caverne che non avevano neppure un nome, e in ogni caso Ross non sapeva il nome di quella che cercava. Pensava
di dover controllare ogni palmo della costa per una ventina di chilometri in
entrambe le direzioni per avere la certezza di trovare quella giusta.
Cominciò la ricerca durante le ore di riposo, dirigendosi a nord fino a
Seaside e a sud fino ad Arch Cape. Si muoveva di giorno, e con la bassa
marea, per aumentare le probabilità di scoprire la grotta. Per esaminare la
zona prescelta impiegò tutto luglio e buona parte di agosto, ma quando ebbe terminato non aveva nulla in mano. Non era riuscito a trovare la caverna.
Come commesso di libreria, invece, i suoi risultati erano migliori. Aveva
una dote istintiva per la vendita e poiché conosceva il prodotto e credeva in
esso, Harold Parks rimase impressionato dalle sue capacità. La padrona di
casa, la signora Staples, lo prese in simpatia a tal punto da lasciargli libero
accesso a tutta la casa, compreso il frigorifero, e da andare spesso a trovarlo sul lavoro, insistendo con Parks sul fatto che il signor Ross le dava sempre ottimi consigli.
E fu la signora Staples a suggerirgli di parlare con Anson Robbington.
Settembre si avvicinava e Ross cominciava a preoccuparsi. Non solo
non aveva trovato la caverna in cui sarebbe apparso il Variante, ma non
aveva neppure idea del suo aspetto o di come catturarlo. Non aveva chiesto
aiuto a nessuno perché era convinto di potercela fare da solo e non voleva
coinvolgere altri. Quando si accorse che il piano non aveva funzionato,
dovette studiare il modo di chiedere le informazioni occorrenti senza rivelare le sue vere intenzioni.
Di conseguenza si limitò ad accennare ad alcune persone di fiducia, tra
una conversazione e l'altra, che gli occorreva qualcuno che conoscesse bene la costa dell'Oregon attorno a Cannon Beach.
«L'uomo che fa per lei è Anson Robbington» gli rispose subito la signora Staples. «Ha esplorato ogni palmo della costa da Astoria a Lincoln City,
in un momento o nell'altro della sua vita. Se c'è qualche informazione che
le serve, è proprio la persona più adatta a dargliela.»
Ross trovò Robbington due giorni più tardi, nell'agenzia immobiliare
dove lavorava part-time. Era un uomo grande e grosso, con la faccia bruciata dal sole e una folta barba, vestito da contestatore. Parlava adagio e si
muoveva senza fretta, e per gran parte della conversazione parve perdersi
nei propri pensieri, come se fosse occupatissimo a pensare a qualcosa
d'importante e potesse concedere a Ross solo una parte del tempo e dell'attenzione.
Il Cavaliere del Verbo iniziò con circospezione, prendendo l'argomento
molto alla larga. Cominciò con domande generiche sulla struttura geologica delle scogliere e fece un breve riassunto del libro che diceva di voler
scrivere, poi passò al tipo di ambiente che aveva in mente per una scena, e
descrisse la caverna cercata.
«Oh, certo» disse Robbington, dopo una lunga pausa, distogliendo lo
sguardo dal paese immaginario dove si era perso e riportandolo su Ross.
«Conosco un posto identico a quello. Identico a quello che mi ha descritto.» Annuì con vigore per sottolineare l'affermazione, poi tornò a seguire
per qualche minuto i propri pensieri, lasciando Ross in sospeso. «Sa cosa
le dico?» riprese quando tornò sulla terra. «Lunedì mattina la accompagno
laggiù. Riesce ad avere qualche ora libera?»
Quel lunedì, in una mattinata piena di sole, si diressero a sud lungo la
strada costiera, sul vecchio camioncino Ford di Robbington. Uscirono da
Cannon Beach, oltrepassarono Tolovana Park, svoltarono ad Arcadia Beach e proseguirono verso Arch Cape. La caverna a cui pensava, lo avvertì
Anson Robbmgton, si trovava proprio sotto Arch Cape, dall'altra parte della galleria in cui passava la strada, ed era stata scavata dagli elementi nella
stessa roccia in cui era stata scavata la galleria. Erano le sei del mattino e
la marea era bassa. In altri momenti, quando la marea saliva, era impossibile vedere la grotta.
Giunti a destinazione parcheggiarono il camioncino, smontarono e proseguirono sulla cima della scogliera fino a uno stretto sentiero, così nascosto in mezzo ai cespugli da risultare invisibile finché non vi furono giunti
davanti. Il sentiero scendeva alla spiaggia serpeggiando in mezzo a massi e
cornici di roccia, affiancato da una successione di profondi crepacci. Impiegarono quasi un quarto d'ora a scendere, soprattutto a causa dei troppi
tornanti. Robbington ammise che proseguendo sulla strada per qualche
centinaio di metri avrebbero trovato una discesa più agevole e una volta
giunti alla spiaggia sarebbe bastato tornare indietro, ma affermò che Ross
doveva conoscere le emozioni di quella discesa pericolosa, se voleva descrivere correttamente l'aspetto del luogo. Ross, che lo seguiva con cautela
e aveva la gamba dolorante per lo sforzo, evitò di dirgli quello che pensava
di un simile iperrealismo.
Quando raggiunsero la caverna, Ross capì subito che era quella giusta.
Era scavata lateralmente nella roccia in un punto dove la scogliera formava
una rientranza a ferro di cavallo la cui imboccatura era nascosta da vecchi
alberi, rocce e conchiglie. Era a mezzo miglio dal punto dove Ross aveva
interrotto le proprie ricerche, ma forse non l'avrebbe vista in alcun caso,
tanto era nascosta e buia. Per trovarla occorreva infatti spingersi nella rientranza a ferro di cavallo e farsi strada fra cedri e abeti prossimi a staccarsi
perché il tratto di scarpata dove crescevano stava cedendo sotto le onde.
L'esterno della grotta corrispondeva a quello da lui cercato e all'immagine
che aveva letto negli occhi del Cavaliere morente.
Accesero le lampade portatili, passarono per una stretta fessura nella
scogliera ed entrarono nella grotta, che era piuttosto ampia e costituita di
più camere. L'aria e le rocce al suo interno erano gelide e umide e puzzavano di pesce marcio e di mare. Dal soffitto pendevano radici che sembravano vecchi merletti e l'acqua gocciolava lentamente, con insistenza.
Poco più avanti il pavimento della grotta cominciava a salire e formava
una sorta di alto scalino nel punto in cui la roccia si era spezzata in un lontano passato a causa di qualche evento sismico. Nella parete destra, dove
terminava il tratto più alto, il tempo aveva scavato una strana figura che
sembrava una testa di toro.
Ross provò un sollievo indicibile. Da quel momento tutto sarebbe stato
più facile.
Trascorse una mezz'ora con Robbington dentro la grotta: ormai non aveva più bisogno di lui, ma voleva far vedere alla sua guida che stava raccogliendo informazioni per il suo romanzo. Quando se ne andarono, percorsero un tratto di spiaggia fino a un sentiero meno ripido del precedente che
li portò sulla strada carrozzabile. Fecero ritorno al camioncino a piedi.
Quando furono saliti, Ross ringraziò Anson Robbington e gli promise di
parlare di lui nel romanzo. L'uomo parve soddisfatto di essere stato utile.
Quel pomeriggio John Ross lavorò nella libreria e la sera invitò la signora Staples a cenare con lui. Era così felice della sua scoperta da scordare
per qualche ora dubbi e timori. Una ben misera soddisfazione, rispetto al
tormento della sua esistenza. Da quando aveva iniziato quella ricerca, era
stato assillato regolarmente dai sogni di un orribile futuro. Un paio di volte
aveva ricevuto informazioni che gli avrebbero permesso di intervenire, ma
non aveva osato allontanarsi da Cannon Beach per timore di perdere il Variante. Era difficile ignorare gli orrori del mondo in cui entrava ogni notte
nei suoi sogni, e il primo impulso, ogni mattina, era di cercare di impedire
quanto aveva visto in sogno. Ma non poteva essere in due posti nello stesso momento, e un uomo solo non poteva fare tutto, neppure un Cavaliere
del Verbo armato della sua magia. Doveva scegliere, difendere la propria
posizione e sopportare i rimorsi.
Nei giorni seguenti ritornò parecchie volte nella caverna, alla ricerca di
altri elementi che gli fossero utili per catturare il Variante. Studiò la costituzione delle pareti, delle varie camere che la componevano, dell'ingresso.
Immaginò vari modi di prendere la creatura magica e di portarla via con
sé. Si chiese come farsela amica e convincerla a rivelare qualcosa sulla sua
natura.
Ma era un'impresa disperata, e verso la fine di settembre era al punto di
partenza. Aveva sperato di sognare nuovamente il Cavaliere crocefisso, per
avere ulteriori informazioni da lui, ma il sogno non si era mai ripetuto.
Cominciava a pensare di non avere alcuna possibilità di riuscita quando
una notte buia, svegliandosi di soprassalto da un sogno particolarmente orribile, gli apparve un Tatterdemalion, inviato dalla Signora del Lago con
l'ordine di recarsi nel Galles.
9
John Ross interruppe il racconto e bevve lentamente un altro sorso di
caffè. Lo sguardo gli corse alla finestra. Dietro le tendine si scorgeva già
l'alone dorato del sole che annunciava una giornata gelida e luminosa.
Nest Freemark sedeva davanti a lui al tavolo della cucina e lo fissava
con attenzione, riflettendo sulle sue parole e cercando di capire le possibili
conseguenze. Il Cavaliere pensò che non era molto cambiata dall'ultima
volta che l'aveva vista, tuttavia pareva più sicura di sé, come se avesse imparato ad accettare la magia con cui era nata. La notte precedente aveva
ammirato la calma con cui l'aveva accolto dopo dieci anni di lontananza,
l'aveva fatto entrare senza fare domande, senza imporgli condizioni, limitandosi ad accompagnarlo in una stanza per gli ospiti e a invitarlo a riposarsi. Era una donna forte come pochi riuscivano a essere.
«Allora, sei andato nel Galles» lo invitò, passandosi la mano nei capelli
corti e ricciuti.
Ross annuì. «Sì.»
Senza mai distogliere lo sguardo dal suo viso, Nest lo incitò a proseguire: «E cos'hai saputo, laggiù?».
«Che la cosa era assai più complicata delle mie previsioni.» Le sorrise
con aria stanca e inarcò un sopracciglio. «Succede sempre così. Non imparo mai.»
La grande casa era avvolta nel silenzio. Quando tacevano tra una frase e
l'altra, si udiva solo il ticchettio della pendola. Il sole stava sorgendo e gli
angoli della stanza erano ancora avvolti nell'oscurità. Fuori si destavano i
primi uccelli. Non si sentivano macchine passare scricchiolando sulla strada coperta di brina gelata. Nessuna voce salutava il mattino.
Il bambino venuto con Ross - la forma assunta dal Variante qualche
giorno prima - era inginocchiato sul divano del soggiorno, appoggiato allo
schienale, con le braccia incrociate e il mento contro il petto, e fissava il
parco dalla finestra.
«Con il bambino come va?» chiese Nest a bassa voce.
Ross scosse la testa. «Me lo chiedo anch'io. Non lo so. Ha smesso di
cambiare forma, però non so assolutamente cosa fa o la ragione di quello
che fa.»
Nest si aggiustò la vestaglia attorno al collo e si raddrizzò sulla sedia.
«La Signora non ti ha detto niente?»
«Mi ha spiegato a grandi linee cosa potevo aspettarmi.» S'interruppe, ripensando all'incontro. «Mi ha dato una specie di rete, così sottile e leggera
che sembrava di tenere in mano una ragnatela. Dovevo usarla per catturare
il Variante non appena l'avessi visto apparire nella caverna.»
Si schiarì leggermente la gola. «Mi ha spiegato come si forma un Variante: è costituito da schegge di magia grezza che si uniscono per dare un'entità compiuta. Come dicevo, non è un fenomeno frequente, anzi, è rarissimo, ma quando si verifica l'unione è così forte da poter diventare qualsiasi cosa. Ho chiesto alla Signora che genere di cosa. "Una cura o una pestilenza" mi ha risposto. "Non si può mai dire: ogni volta è qualcosa di diverso, e cerca da sé la propria forma." La Signora non poteva darmi altri
particolari. Ha detto che la magia grezza di quel genere è così rara e instabile che riesce a rimanere coerente solo per breve tempo prima di disgregarsi di nuovo. Se però trova una forma di suo piacimento, allora sopravvive molto più a lungo e diventa una forza nella guerra tra il Verbo e il
Vuoto. Se non la trova, si disgrega e torna nell'etere.»
Per qualche istante guardò la tazza di caffè e la fece ruotare sul piattino.
«Un Variante non è una creatura del Verbo, diversamente da tanti altri esseri magici, ma è la conseguenza di altre creazioni. Si genera perché il
mondo è fatto così, con tutte le sue magie e le conseguenze che derivano
dall'usarle. Il Verbo non ha previsto il formarsi dei Varianti, perciò non
può intervenire su di essi. A quanto pare, anche il Verbo sta ancora imparando.»
Nest annuì. «È credibile. Nella vita ci sono sempre conseguenze imprevedibili. Perché la cosa dovrebbe riguardare soltanto noi e non anche il
Verbo?»
Dall'esterno giunse Occhio di Falco, percorse il corridoio ed entrò in cucina per dare un'occhiata, poi andò in soggiorno. Senza fermarsi, saltò sul
divano, accanto al bambino, e cominciò a strofinarsi contro di lui. Il bambino abbassò la mano e lo accarezzò sul collo senza guardare.
«Non ho mai visto quel gatto comportarsi così» osservò Nest. Ross le
sorrise. Tornando a fissarlo negli occhi, lei gli chiese: «Allora, dicevi che
ti ha dato una rete?».
Il Cavaliere del Verbo annuì. «Quando un Variante si forma, mi disse la
Signora, si materializza con l'aspetto di uno sfarfallio di luci, un po' come
il pulviscolo luminoso che scorgiamo in un raggio di luce solare che entra
in una camera buia. Non appena avessi scorto quelle luci, dovevo gettare la
rete. Le luci l'avrebbero attratta e la rete si sarebbe avvolta da sola sul Variante, catturandolo. Mi ha inoltre avvertito che la creatura avrebbe cominciato immediatamente a cambiare forma e che dovevo lasciare subito la
grotta perché il dispendio di magìa dovuto ai cambiamenti avrebbe richiamato i demoni da ogni dove.»
«È andata così?»
Ross sollevò la tazza e fissò lo sguardo su di essa.
Ricordava con chiarezza l'avvenimento, e nel descriverlo gli tornò alla
mente in tutti i dettagli. Aveva raggiunto la caverna all'alba, il giorno previsto, aveva ripassato varie volte le azioni da compiere ed esplorato minuziosamente la grotta e la zona circostante: la conosceva così bene che sarebbe riuscito a descriverla a occhi chiusi. La giornata era fredda e umida.
La pioggia dei due giorni precedenti era cessata durante la notte, ma la terra e l'aria erano ancora fredde e umide. Sulla spiaggia e sul mare gravava
una fitta, impenetrabile cappa di nebbia. Qualche brandello di foschia si
era staccato dal corpo principale ed era penetrato nell'entroterra, acquattandosi tra gli alberi e le rocce come un bandito in fuga. L'oceano era calmo, in quella mattina senza vento, e le onde si frangevano sulla sabbia con
un suono regolare e monotono, avanti e indietro, avanti e indietro in un
movimento quasi ipnotico. I gabbiani lanciavano le loro strida aggressive e
volavano in cerca di cibo sullo sfondo grigio e uniforme del cielo.
Anche quella mattina si era fatto prestare la Chevrolet della signora Staples. Nei tre mesi precedenti quell'auto l'aveva portato tante volte sul posto
che probabilmente sarebbe riuscita ad andarci da sola. La parcheggiò sul
ciglio della strada asfaltata, nel punto in cui da essa si dipartiva il sentiero
più agevole, poi scese verso il grigiore e l'umidità simile a un solitario cacciatore nella pallida luce dell'alba, tornò indietro lungo la spiaggia larga e
sabbiosa e raggiunse la caverna.
All'interno era buio e dovette accendere la lampada per salire fino allo
scalino di roccia dove iniziò la sorveglianza. Non sapeva con precisione a
che ora sarebbe apparso il Variante: sapeva solo che sarebbe apparso prima
del tramonto. Oltre alla lampada e alla rete che gli aveva dato la Signora, si
era portato una coperta e un cestino con un po' di cibo e acqua. Nei ricordi
del Cavaliere morto c'era una chiara immagine del punto dove sarebbe apparso il Variante, e Ross si portò quanto più vicino possibile.
Dopo qualche tempo cominciò a vedere i Divoratori. Dapprima un paio,
poi quattro, poi sei, nascosti negli angoli bui, intenti a sorvegliarlo con occhi scintillanti. Ross non si stupì di vederli perché c'era sempre qualche
Divoratore che lo guardava, attirato dalla sua magia e in attesa che la usasse. Non ricordava un solo istante in cui non li avesse visti attorno a sé, perciò non diede molto peso alla loro presenza.
Quando però la mattinata si prolungò e si avvicinò il mezzogiorno, il loro numero aumentò e presto ce ne furono così tanti da non poterli contare.
Sentivano che stava per succedere qualcosa di speciale, forse erano perfino
in grado di capire di che cosa si trattava. Quando se ne radunavano così
tanti in un solo posto era pericoloso, perché altre creature della magia avrebbero percepito la loro presenza e sarebbero state attirate a loro volta.
Ross si alzò e attraversò la caverna da un angolo all'altro ricacciando i
Divoratori nel buio. I loro occhi sparivano per riapparire dietro di lui. Anche se debole e velata, la luce del sole della tarda mattinata filtrò attraverso
i rami e i cespugli e illuminò l'entrata della caverna. Il Cavaliere si affacciò
cautamente all'esterno per dare un'occhiata alla spiaggia e vide che era deserta. I soli esseri viventi erano i gabbiani. L'onda continuava a frangersi
sulla riva, regolare e monotona.
A mezzogiorno Ross mangiò e bevve una bottiglia d'acqua. La lunga attesa cominciava a inquietarlo. Col passare del tempo, il numero dei Divoratori era divenuto incalcolabile, e sulla spiaggia cominciava a comparire
qualche persona, venuta a passeggiare, o a portare il cane o i bambini. Passavano davanti alla grotta senza fermarsi, senza nemmeno vederla, ma erano per Ross una fonte di preoccupazione. Ormai l'affollarsi dei Divoratori
e la sua acuta sensibilità per la presenza di un'altra magia gli dicevano che
il Variante stava per comparire. La caverna era satura di magia allo stato
grezzo, che vibrava e si propagava nell'etere in ondate che gli colpivano la
coscienza ed esaltavano i suoi istinti.
Ross era in piedi, aveva posato il parka e teneva in mano la rete quando
finalmente la magia prese forma: una raffica di suono e di vento investì
con furia la caverna costringendo Ross a cadere in ginocchio. Sentì sulla
faccia uno spruzzo d'acqua gelida e vide gli occhi dei Divoratori ardere e
chiudersi. Curvando le spalle, guardò a occhi socchiusi il movimento che
scorgeva materializzarsi sulla cornice di roccia: una macchia scura che
progressivamente si illuminava. Stava davvero succedendo! Ross scivolò
avanti nel rumore e nella furia del vento, tenendosi stretta al petto la rete
sottile. Quel vento avrebbe potuto farla a pezzi, temeva, ma non aveva altri
strumenti, ed era stata la Signora del Lago a dargliela proprio per quell'uso.
Il chiarore divenne più forte: una specie di pennellata di luce che lentamente cominciò a condensare. Comparvero corpuscoli brillanti che vorticavano dentro la macchia di luce risaltando sullo sfondo buio della caverna. Senza badare all'assordante sibilo del vento, agli spruzzi che lo colpivano e alla pressione esercitata contro di lui dalle particelle magiche,
Ross si alzò in piedi. Doveva essere pronto, quando fosse giunto il momento. Non doveva sbagliare.
Poi, improvvisamente, le particelle luminose si accostarono tra loro, cominciarono a prendere forma nell'aria e Ross lanciò la rete. La trama sottile si gonfiò nel vento come se fosse stata una vela, si allargò mentre volava
nel buio e si chiuse sullo sfarfallio di luce.
Il vento cadde di colpo e ogni luminosità scomparve. Un improvviso silenzio avvolse la caverna. John Ross era immobile nel punto dove si trovava quando aveva lanciato la rete, ancora assordato e con le spalle piegate, gli occhi che cercavano di abituarsi al buio improvviso. Respirava adagio, a fondo, l'orecchio teso, osservando, aspettando che succedesse qualcosa.
Poi cominciarono di nuovo ad apparire gli occhi dei Divoratori, luminosi
come lanterne sullo sfondo buio della grotta. Dall'esterno giungevano le
strida dei gabbiani e il mormorio della risacca. Il Cavaliere si fece avanti
lentamente lungo la cornice di roccia, appoggiandosi alla parete liscia, umida e gelida. Non voleva accendere la lampada perché non sapeva come
la creatura avrebbe reagito.
La rete e la sua preda erano in una cavità al centro dello scalino di roccia. La rete rimase opaca e immobile finché Ross non la toccò, poi la creatura imprigionata si mosse e balenò un lampo. Ross raccolse la rete e la
portò fino all'ingresso della caverna, dove poteva vederla alla debole luce
che filtrava dall'esterno.
La rete cambiava forma con tale rapidità che Ross faticava a seguire
quanto stava succedendo: roteava su se stessa, sobbalzava, si gonfiava e
sgonfiava, e ciascuno di quei movimenti provocava il balenare di un intenso lampo di luce.
Ross lanciò una rapida occhiata fuori della caverna per sincerarsi che la
spiaggia fosse vuota. Stringendosi al petto la rete e il suo contenuto, percorse a passo rapido la spiaggia e rifece la strada da cui era arrivato.
Era quasi giunto all'auto quando vide il primo demone.
Una giovane donna e una bambina di pochi anni comparvero sulla soglia
della cucina e John Ross tacque. La giovane era magra e stanca e aveva
l'aspetto di una persona con problemi che il sonno da solo non sarebbe riuscito a risolvere. Fissò su Ross gli occhi scuri e non distolse lo sguardo,
pareva valutarlo, studiarlo in qualche modo segreto.
Nest, che dava la schiena alla porta, si voltò sulla sedia. «Buongiorno»
le salutò, sorridendo a tutt'e due. «Avete dormito bene?»
La giovane annuì senza staccare gli intensi occhi neri da Ross. «Siamo
arrivate troppo tardi per fare colazione?» chiese.
«No, vi aspettavamo.» Guardò Ross. «Questi è John Ross. John, ti presento Bennett Scott e sua figlia Harper.»
Ross le rivolse un cenno del capo. «Lieto di conoscervi.»
«Lieta di conoscerla» rispose Bennett Scott, ma non sembrava molto
convinta. «Lei dev'essere arrivato dopo di noi.»
«Sì. Mezzanotte passata.»
«È suo figlio?» Indicò il soggiorno, dove il bambino che era il Variante
continuava immobile a guardare il parco, inginocchiato sul divano.
Ross esitò per un attimo, poi disse: «Sì».
«Come si chiama?»
«John Junior» rispose Ross, guardando Nest. «Noi lo chiamiamo Little
John.»
«Little John» ripeté Bennett, pensierosa.
«Non molto originale, temo» aggiunse Ross, con un sorriso incerto.
«Succo mela» disse sottovoce Harper, tirando la mano della madre.
Nest si alzò e andò a prendere in frigorifero il cartone, poi riempì una
delle tazze col coperchio da cui beveva la bambina. Così facendo lasciò soli Ross e Bennett, che continuava a fissarlo.
«Quanti anni ha Little John?» chiese Bennett a Ross con indifferenza,
ma con una inspiegabile punta di freddezza nella voce.
«Quattro anni e due mesi» rispose Ross, continuando a sorridere. «Siamo venuti per un paio di giorni, poi dobbiamo andare.»
Bennett Scott sporse le labbra. «Ieri sera è passato un religioso che ha
cercato di lei. Un certo Findo Gask. Strano nome. Gli ho detto che non la
conoscevo, ma adesso ho l'impressione che ci siamo già visti.»
Ross scosse la testa, sostenendo il suo sguardo. «Non credo.»
Bennett si passò la mano nei capelli sottili, poi incrociò le braccia sul
petto. «Nest non sembra avere un'alta opinione di quel religioso, e neppure
io, a dire il vero. Era un po' troppo insistente.»
Ross si alzò lentamente in piedi, appoggiandosi al tavolo. «Mi spiace se
le ha dato fastidio, signorina Scott. Ma non so chi sia quell'uomo, né cosa
voglia da me.» "Anche se posso immaginarlo" aggiunse tra sé.
La giovane puntò improvvisamente il dito su di lui. «Adesso so chi è lei!
Ora ricordo. Lei era qui una quindicina di anni fa. Io ero ancora piccola. È
venuto a trovare i nonni di Nest. Aveva conosciuto sua madre, vero?»
Ross sentì un nodo alla gola. «È vero. Ma è successo tanto tempo fa...»
«Si sieda» lo invitò Bennett, con aria interessata. Gli indicò la seggiola e
Ross obbedì. «Non penso che si ricordi di me da quella volta. Ecco perché
mi pareva di aver già sentito...»
S'interruppe e si guardò attorno alla ricerca di Harper, che sorseggiava
tranquilla il succo di mela. «Hai fame, cara?»
Harper fissava il bambino inginocchiato sul divano. «Bambino» disse,
come se non avesse udito la madre. Passò davanti a Bennett e andò in salotto, poi si arrampicò sul divano accanto al Variante. S'inginocchiò come
lui e continuando a sorseggiare il succo si mise a guardare il parco. Il
bambino non si girò verso di lei.
«Perché non vai a lavarti e vestirti?» propose Nest a Bennett. «Harper
può giocare con Little John. La tengo d'occhio io, non preoccuparti. Quando ti sarai vestita, faremo colazione.»
Bennett rifletté per un istante sulle parole di Nest, poi annuì, uscì dalla
cucina, percorse il corridoio e quando raggiunse la sua camera chiuse piano la porta dietro di sé. Ross la guardò uscire e non fece commenti; si limitò a chiedersi perché fosse tanto preoccupata per la sua identità. Non gli
era parsa una semplice inquietudine, bensì vera e propria paura. D'un tratto
capì che si era chiesta dove si fossero già incontrati; una volta risolto il mistero del loro precedente incontro, la giovane gli era parsa più tranquilla.
Ma forse la parola giusta era "sollevata".
Nest tornò a sedere. «Little John?» chiese, inarcando un sopracciglio.
Ross si strinse nelle spalle. «Non ho saputo trovare di meglio, sul momento. Sono passati solo quattro giorni, da quando è diventato un bambino, e non avevo motivo di trovargli un nome.»
«Little John va benissimo. Parlami di quei demoni, prima che Bennett ri-
torni.»
Ross allontanò da sé la tazza come per staccarsi da ciò che raccontava,
poi fece come gli veniva chiesto.
Non era ancora arrivato all'auto che il primo demone fece la sua comparsa. Ross risaliva faticosamente il sentiero sterrato che portava dalla spiaggia alla strada carrozzabile tenendo in una mano la rete contenente il Variante e nell'altra il bastone, e si accorse subito del giovane dai capelli lunghi fermo a qualche decina di metri dalla Chevrolet. Non prestava alcuna
attenzione a lui e pareva intento a osservare l'oceano, ma Ross sentì il proprio istinto fremere e la magia che lo proteggeva affacciarsi e capì subito il
rischio che correva.
Si avviò lungo la strada ostentando indifferenza per la presenza del giovane e tenendosi sull'asfalto come se volesse passare dietro di lui. Il giovane cambiò posizione e si portò la mano davanti agli occhi, come per vedere
meglio qualcosa sulla spiaggia. Quando Ross gli fu accanto, il giovane girò sui tacchi per attaccare, ma il Cavaliere si stava già muovendo, il suo
bastone era già sollevato e calava con forza sulla fronte del demone. Lungo
il legno coperto di rune guizzò una fiamma abbagliante e la testa del giovane esplose in uno zampillo di sangue. Rivelato nella sua natura e spogliato del travestimento, il guscio del demone precipitò dalla scogliera e
scomparve.
Dopo avere tolto il sangue dal bastone con un vecchio fazzoletto, Ross
montò in macchina e si diresse verso Cannon Beach. I demoni lo stavano
di certo aspettando in casa della signora Staples e convergevano da tutte le
direzioni per intercettarlo, ma lui l'aveva previsto e non intendeva rientrare
nella cittadina. Non era sopravvissuto per tanti anni comportandosi in modo prevedibile.
Perciò superò il bivio che portava a Cannon Beach e imboccò l'Autostrada 26 in direzione di Portland. Sul sedile accanto al suo, il Variante
continuava a cambiare forma e a emettere luce, e a ogni trasformazione la
magia pulsava come un faro attirando i nemici. Ross sapeva che se voleva
avere qualche possibilità di salvarsi doveva perdersi in mezzo alla popolazione di una metropoli. Se fosse rimasto a Cannon Beach o avesse cercato
asilo in un'altra piccola città, i demoni l'avrebbero trovato in un batter d'occhio. In una grande città, invece, avrebbe potuto perdersi in mezzo alla folla. Presto il numero e la frequenza delle trasformazioni sarebbero diminuiti
e anche se non poteva illudersi di sfuggire ai demoni che lo cercavano, po-
teva rendere loro difficile il compito. Quando non cambiava forma, il Variante non era identificabile, gli aveva detto la Signora. Di conseguenza i
demoni avrebbero dato la caccia a lui, ma in mezzo a milioni di persone
sarebbe stato difficile trovarlo.
Per avere qualche possibilità di salvezza doveva arrivare almeno a Portland, ma i demoni lo stavano aspettando. Un camion carico di tronchi
d'albero spinse infatti fuori strada la Chevrolet poco prima che arrivasse a
Banks. Ross si rifugiò nei boschi, trovò una stradina sterrata e si fece dare
un passaggio da una vecchia signora e dalla figlia, che lo lasciarono in una
cittadina talmente piccola da non avere neppure un cartello stradale con il
nome. Gli dispiaceva per la macchina della signora Staples, ma non poteva
farci nulla. Gli dispiaceva anche di aver dovuto rubare un'auto nella cittadina senza nome, ma era questione di vita o di morte. Abbandonò quest'auto alla periferia di Portland e prese un autobus per entrare in città.
In una stazione ferroviaria buia e cavernosa stava aspettando il treno per
San Francisco quando venne attaccato di nuovo. Due uomini lo assalirono
nelle toilette armati di tubi di ferro e sostenuti da un'intera vita di prepotenze. Ross li eliminò entrambi in pochi secondi, ma il demone che li aveva inviati e attendeva fuori lo colse di sorpresa quando cercò di sgusciargli
dietro le spalle. Quel demone era selvaggio e primordiale, ma anche intelligente. Aveva scelto un buon posto per un'imboscata e se fosse stato più
fortunato sarebbe riuscito a eliminare il Cavaliere. Ma ancora una volta
John Ross venne salvato dal proprio istinto e il demone morì in un'esplosione di fuoco magico.
Ross telefonò alla signora Staples dalla stazione degli autobus, quando
scese dal taxi, e la informò dell'incidente scusandosi di essere dovuto partire senza preavviso. Le disse che le avrebbe pagato i danni e, tutto considerato, la donna la prese abbastanza bene. Poi il Cavaliere del Verbo acquistò
un biglietto, salì, attese che l'autobus facesse per muoversi e smontò all'ultimo momento. Uscì dalla stazione e si fermò nel primo salone di auto usate che incontrò. Salì su una vecchia auto e chiese di provarla; lasciò come
cauzione il prezzo della vettura e una volta uscito non tornò più indietro.
Raggiunse Vancouver, abbandonò l'auto, prese un autobus diretto a sud e
l'indomani si trovò in California.
Proseguì in questo modo per più di una settimana, andando avanti e indietro, fintando e schivando, come un pugile sotto attacco. Molte volte ripartì subito dopo essere arrivato, spesso senza neanche aprire lo zaino.
Dormì poco e solo per brevi momenti, esausto e teso, sempre più stanco. A
peggiorare la situazione c'era il fatto che era costretto così tante volte a difendersi da non avere più alcuna protezione nei sogni, cosicché era un fuggiasco sia nella realtà sia nel sogno, costantemente braccato e in pericolo
di vita. Il fatto di riuscire a sopravvivere in entrambi i mondi era un successo. Il fatto di riuscire a tenere con sé il Variante un vero miracolo.
Per i primi sette giorni il Variante continuò a cambiare molto rapidamente, ma in seguito la frequenza dei suoi cambiamenti diminuì. Rimase
nella rete e non cercò mai di uscire, attraversando una miriade di trasformazioni che lo videro di volta in volta animale, vegetale, insetto, uccello,
rettile e una quantità di altre cose che Ross non riuscì a identificare. Una
volta parve scomparire, ma quando il Cavaliere guardò nella rete scoprì
che era diventato una lumaca. Un'altra volta era diventato un'ape. Una terza volta una sorta di muffa. A quel punto Ross smise di guardare e si limitò a supporre che fosse sempre al suo posto. Non emise mai alcun suono e
non parve mai avere bisogno di mangiare o bere. In qualche modo, aveva
la capacità di sostentarsi durante quel primo periodo, perciò il Cavaliere
dovette pensare soltanto a tenerlo sano e salvo.
Quando accadde l'incidente di Salt Lake City, verso metà dicembre,
cambiava ormai mediamente una sola volta al giorno. Per due giorni in
quel periodo fu un gatto. Per un giorno e mezzo uno scimpanzé. Una volta,
ma solo per poche ore, divenne un lupo dal muso a strisce come quelle delle tigri, e a Ross verme in mente Wraith.
Subito dopo si trasformò nel bambino visto da Nest Freemark e disse
una sola parola: «Nest». Quando la ripeté altre due volte nel giro di poche
ore, Ross decise di correre il rischio di tornare a Hopewell.
«Perché ha detto "Nest" e hai pensato che parlasse di me» commentò lei.
«Perché ho pensato che forse parlava di te, certo.» Ross aggrottò la fronte, preoccupato. «L'avevo appena visto diventare un piccolo Wraith ed ero
perplesso. Ma soprattutto non sapevo che soluzioni scegliere - non lo so
ancora, se è per questo - e qualcosa dovevo pur fare.»
Si appoggiò allo schienale della sedia. «Sono esausto, ho quasi finito il
tempo e non sono arrivato a niente. Sono con lui da ventidue giorni e non
ho alcun indizio sul modo di entrare in contatto con lui. Pensavo di imparare qualcosa, in questo periodo, di riuscire ad avere qualche indicazione
sulla sua magia, ma sono riuscito solo a mantenere in vita me e lui e a fuggire. Tra noi non c'è stata comunicazione, non c'è stato scambio di informazioni, nessuna scoperta di qualsiasi genere. Il tuo nome è stato la prima
rivelazione che ho avuto. Il tuo nome e il fatto che ormai da quattro giorni
è un bambino può darsi che vogliano dire qualcosa.»
Nest annuì, poi si alzò per versare a entrambi un'altra tazza di caffè e
tornò a sedere. Fuori la giornata era luminosa e gelida, il cielo era terso,
nelle zone in ombra e sulla corteccia degli alberi si scorgeva la brina del
mattino. Ross sentì il ronzio del bruciatore a kerosene che si sforzava di riscaldare la casa.
«Non sembra affatto interessato a me, adesso che è qui» commentò
Nest.
Ross bevve un sorso di caffè. «Lo so, non ha più pronunciato il tuo nome, non ha più detto una parola. Forse mi sono sbagliato.»
«Quanto tempo resta?»
«Prima che scompaia?» Ross scosse la testa. «Vari giorni, credo. In genere assegnano a un Variante trenta giorni di vita, perciò ne rimarrebbero
otto.»
«Interessante che abbia preso l'aspetto di un bambino» commentò Nest.
«Interessante» convenne Ross.
Parlarono ancora dei Varianti, ma dato che quelle creature non avevano
uno scopo preciso e tendevano a comportarsi in modo diverso tra loro, non
c'era modo di capire le intenzioni del bambino. A Nest sarebbe piaciuto
conoscere meglio la strana creatura, ma in realtà conosceva poco anche
Pick, benché fosse presente nella sua vita fin dall'infanzia. Le creature magiche tendevano a rimanere estranee agli umani, anche a quelli che vivevano con loro come lei.
Bennett arrivò poco più tardi, vestita con jeans, un vecchio maglione e
scarpe trovati nell'armadio di Nest, e tutti sedettero a fare colazione. Andarono in sala da pranzo, dove il tavolo era più grande, e tutti mangiarono
eccetto il Variante, che si limitò ad assaggiare il cibo senza parlare.
«Ciao, bambino» gli disse Harper, tra un boccone e l'altro.
Il Variante la osservò con grande serietà.
«È sempre così taciturno?» chiese Bennett, aggrottando la fronte.
Ross annuì. «Capisce tutto, ma non parla.» Dopo un attimo di esitazione,
aggiunse: «Lo sto portando a Chicago, dove ho appuntamento con uno
specialista, una volta finite le feste».
«Gli faccia controllare anche l'appetito» suggerì la giovane. «Non ha
mangiato niente.»
«Ha mangiato i fiocchi d'avena prima che arrivaste» le rispose Nest.
«Mamma?» chiese Harper, guardando incuriosita la madre. «Bambino
parla?»
«Più tardi, cara» rispose Bennett, e tornò alla colazione.
Quando ebbero finito, infilò ad Harper la giacca a vento e disse a Nest
che la portava a passeggio nel parco. Chiese a Ross se Little John poteva
andare con loro, ma il Cavaliere le disse che era ancora stanco del viaggio
e che era meglio non farlo uscire. Le intenzioni della giovane erano buone,
ma Ross non poteva perdere di vista il Variante.
Bennett e Harper uscirono dalla porta posteriore, attraversarono il cortile
e si diressero verso i prati gelati del parco. Mancavano ancora alcune ore a
mezzogiorno. Dalla sua posizione sul divano, rivolto come sempre verso la
finestra, il Variante guardò madre e figlia allontanarsi. Ross si fermò accanto a lui per qualche tempo, gli parlò sottovoce ma non ottenne risposta.
Alla fine tornò in cucina e prese uno strofinaccio per asciugare i piatti a
mano a mano che Nest li lavava.
«Hai la lavastoviglie» le disse, indicando l'elettrodomestico davanti a lei.
«Preferisco lavarli a mano. Lo trovo riposante.»
Continuarono in silenzio per qualche minuto, una volta trovato il ritmo.
Poi Ross osservò: «Verranno a cercarmi, lo sai».
Nest annuì. «Sono già venuti. Uno di loro, almeno. Un certo Findo
Gask, che si dice ministro della fede.»
«Ne arriveranno altri. Sarà pericoloso, se rimarrò qui.»
«Niente da fare.»
«Forse la soluzione migliore è che oggi vada via» insistette Ross.
«Può darsi che sia la migliore, ma può anche darsi che venire qui sia stata la cosa giusta. Perciò, l'unica è aspettare e vedere.» Gli diede un bicchiere di succo d'arancia. «Mettiamo in chiaro una cosa, John. Io non intendo
chiederti di andar via. Quel ponte l'abbiamo già attraversato ieri.»
Ross fini di asciugare i bicchieri e li mise in ordine su un canovaccio disteso sul bancone. «Ti ringrazio. Vuol dire molto per me. Ho l'impressione
di non essere mai stato così esausto.»
Nest sorrise. «Strano. Pensavo che quest'anno avrei finito per passare il
Natale da sola. Adesso ho la casa piena di amici. Tutto cambiato!»
«È la vita a decidere per noi.» Le rivolse un sorriso triste. «Lo fa per evitarci di diventare troppo arrendevoli con noi stessi.»
Avevano appena terminato di mettere via i piatti quando sentirono bussare alla porta d'ingresso. Nest rivolse a Ross un'occhiata interrogativa, poi
andò ad aprire. Il Cavaliere del Verbo rimase per qualche istante in cucina,
ad ascoltare la conversazione col nuovo venuto, poi si accostò alla finestra
e guardò fuori.
Nel vialetto d'accesso c'era un'auto della polizia.
10
Bennett Scott attraversò il cortile posteriore della casa di Nest Freemark
ed entrò nel Sinnissippi Park camminando a testa bassa e tenendo gli occhi
socchiusi per proteggerli dal sole abbagliante. Nelle zone non illuminate,
uno strato cristallino di brina copriva l'erba secca e crepitava sotto le scarpe. Guardò Harper che correva davanti a lei e cantava piano tra sé, persa in
un mondo infantile nel quale gli adulti non potevano entrare. Ricordava
ancora quello della sua infanzia, un passato non poi così lontano, accuratamente celato nella memoria. Era un mondo in cui si rifugiava spesso, da
bambina, ogni volta che voleva sfuggire a sua madre e agli aspetti sgradevoli della vita reale. Si chiese se anche per Harper fosse così, e sentì quasi
il bisogno di piangere.
«Mamma, uccellini!» esclamò la bambina, indicando un paio di forme
scure che volavano tra i rami.
«Pettirossi» rispose Bennett, tirando a indovinare. Sorrise alla figlia.
«'tirossi» le fece eco la bambina. E corse di nuovo avanti, guardando il
movimento della propria ombra che correva accanto a lei.
Bennett si ravviò i capelli scuri e sollevò la faccia verso il sole. Lì sarebbe andata meglio, pensò. Meglio di com'era andata sulle strade, dove si
"faceva" di continuo con roba di ogni genere. Meglio che nel dormitorio,
dove teneva sempre in una mano il coltello a serramanico e nell'altra il
polso della bambina. E meglio anche della comunità, dove si sentiva vuota
e disperata, dove sopportava la litania della riabilitazione ma continuava a
sentire il bisogno della dose. Aveva cercato di proteggere Harper, ma la
verità era che tutto dipendeva da lei. Non poteva proteggerla senza separarsene, e questo Bennett non lo sopportava.
Era già successo alcune volte, ma solo perché era necessario per la sopravvivenza. Adesso che si era lasciata tutto questo alle spalle riusciva a
pensarci, anche se con difficoltà. Aveva lasciato Harper in luoghi che soltanto i topi potevano chiamare casa, e con persone alle quali, se fosse stata
in grado di ragionare, non avrebbe affidato neppure un cane, ed era un piccolo miracolo che alla bambina non fosse successo niente. Il ritorno a Hopewell e a Nest era un tentativo di mettere ogni cosa sui binari giusti, di
evitare altri incidenti, di non esporre più Harper ai rischi che lei aveva de-
ciso di correre. Gli uomini, il sesso, la nausea, le droghe, la vita... tutto finiva per arrotolarsi in una pesante e perversa palla al piede che l'avrebbe
tirata a fondo e sepolta se avesse fatto loro qualche concessione.
"Mai più" pensò. "Mai più."
Attraversarono i campi di baseball e percorsero la strada che portava al
bordo della scarpata per osservare il canale e il fiume sotto di loro. Harper
aveva trovato un bastone e lo strisciava sulle zone coperte dalla brina, tracciando ghirigori. Bennett accese una sigaretta, inspirò a fondo e sospirò.
Era ridotta a uno straccio. Non si "faceva", ma la sua salute era andata, nella testa aveva una gran confusione, la guerra della ragione contro i bisogni
e le emozioni divampava ogni pochi giorni in una scarica pirotecnica terribile. Pensò alla madre e si augurò che bruciasse all'inferno, ma subito si
pentì di averlo pensato. Gli occhi le si riempirono di lacrime. Aveva sempre voluto bene a sua madre, l'aveva amata disperatamente, come si augurava l'amasse Harper. Ma la madre l'aveva abbandonata, l'aveva delusa e
aveva finito per rifiutarla tutte le volte che l'aveva ripresa con sé. Cosa le
rimaneva, se non fuggire per salvarsi? La fuga le aveva salvato la vita, forse, ma le era costata a varie riprese l'innocenza, il senso del proprio valore
e la possibilità di evitare la vita dell'alcolizzata - o della drogata, che era la
stessa cosa - come sua madre.
Per Harper doveva essere diverso. L'aveva giurato all'ospedale, la mattina in cui aveva saputo di essere incinta e aveva deciso: se il suo angelo custode le dava quell'ultima possibilità di fare qualcosa di buono, non intendeva rovinarla.
Perciò Bennett era tornata nel luogo dove era iniziato tutto, dove sembrava ancora possibile fare qualcosa. Portava i vestiti di un'altra donna e
gli abiti della figlia erano stati rubati o scartati da altri, ma anche così si
sentiva rinnovata e piena di speranze. Nest Freemark era sempre stata buona con lei in passato. Se c'era qualcuno che poteva aiutarla a uscire dal
tunnel in cui si era incamminata, quella persona era Nest.
Si levò il fischio di un treno, lontano e solitario nel silenzio del mezzogiorno, ed echeggiò dall'altra parte della superficie grigia del Rock River.
«Ciù-ciù» disse Harper, facendo il verso del treno. Cominciò a girare in
cerchio, trascinando il bastone dietro di sé e soffiando nuvolette di fiato.
"Può funzionare" pensò Bennett, gli occhi persi nella distanza, dove il fischio del treno echeggiava ancora nel silenzio invernale.
«Ehi, piccola!» disse qualcuno alle sue spalle. «Sai che sei la più bella
bambolina che abbia mai visto?»
Bennett sì voltò di scatto e con una sola mossa dettata dalla lunga pratica
si mise tra Harper e la nuova venuta. Questa le sorrise e si strinse nelle
spalle, come per scusarsi di essere arrivata all'improvviso e nello stesso
tempo dire: "E allora?". Aveva pressappoco l'età di Bennett, era alta e magra, con una massa di capelli rossi che si protendevano in tutte le direzioni.
I suoi occhi verdi fissavano Harper con un'attenzione sconcertante. «Ehi,
ciao!»
Poi guardò Bennett e il suo sguardo si raffreddò, s'indurì. «Sei fortunata
ad avere una bambina simile. Come va? Io sono Penny.»
Le tese la mano. Bennett esitò prima di stringerla. «Bennett. E lei è Harper.»
Penny cambiò leggermente posizione e sorrise. «Sei di qui o sei solo di
passaggio, come me?» Il suo sorriso si allargò. «Io sono venuta da mia
nonna per le feste, ma ti assicuro che questo buco è vecchio e ammuffito.
Niente da fare, neanche un posto dove andare, nessuno con cui passare il
tempo. Non vedo l'ora di andarmene. E tu?»
«Io sono nata qui. Sono tornata a trovare... un'amica. Una vecchia amica.» Bennett cercò di non dire niente di compromettente, sempre sospettosa, con la mano che teneva nella tasca stretta attorno al coltello a serramanico. «Ci fermiamo un po'.»
Penny sbuffò. «Come ti pare. Quanto a me, il ventisei me la squaglio e
sarà una liberazione.»
Si voltò a guardare il treno merci che si allontanava lungo il molo, tra lo
sferragliare delle ruote sui binari. Tutt'e tre fissarono senza parlare il lunghissimo convoglio che tagliava l'orizzonte come una linea nera che pareva infinita, l'unico movimento sullo sfondo immobile del fiume e degli alberi. Quando scomparve, il suono si abbassò gradualmente, ma rimase udibile anche da parecchie miglia di distanza.
«Allora, ti piace il parco, Harper?» chiese Penny, tornando a fissare la
bambina.
Harper le rivolse un breve cenno affermativo, senza parlare, e si avvicinò a Bennett. Davanti alla nuova venuta provava il medesimo senso di disagio provato dalla madre, l'impressione che ci fosse qualcosa che non
quadrava. Tutt'a un tratto, Bennett si sentiva troppo esposta e vulnerabile,
ai margini del bosco, lontano da tutti, nel gelo dell'inverno. Da nordovest
erano giunte le prime nubi a oscurare il sole, e il cielo grigio si confondeva
con le cime degli alberi spogli.
«Dobbiamo andare» disse Bennett, chinandosi a prendere per mano la
bambina ma senza staccare gli occhi da Penny.
«Oh, certo» rispose questa, sorridendo allegramente e con gli occhi scintillanti. Si strinse nelle spalle e si allontanò di un passo. «Va', se è quello
che devi fare. Ma, sai, mi sembri un po' tesa. Capisci cosa voglio dire?»
«No» si affrettò a rispondere Bennett, che non voleva udire il seguito
perché aveva l'impressione di conoscerlo. «Sto benissimo.»
S'incamminò, ma Penny si mosse con lei. «Be', puoi dire che stai benissimo, se ti pare, ma non è affatto vero, giusto? Lo vedo perfettamente. E
non ti do torto. Nemmeno io starei bene se non avessi qualcosa che mi aiuta, lascia che te lo dica.»
Bennett si voltò di scatto verso di lei. «Senti, io non so chi sei...»
«Oh, sono solo un'altra vittima della vita, una sorella che lotta per arrivare al giorno dopo.» Penny sollevò le mani in gesto difensivo. «Non avere
paura di me. Credi che sia dalla parte degli sbirri? Nient'affatto, sorella.»
Le strizzò l'occhio. «E spero che non lo sia neppure tu, perché ho qualcosa
per te, se ti interessa. Qualcosa che ti farà sentire un po' meglio.»
Bennett udì il sangue martellarle nelle orecchie: il familiare aumento
delle pulsazioni, la risposta automatica del suo corpo nel sentir parlare di
una dose. Tutto era tornato all'improvviso a colpirla, tutte le familiari aspettative, tutto il bisogno insaziabile. Si stupì nel constatare quanto fossero forti, nonostante la decisione di rinunciare.
Penny le si accostò sorridendo. «Ho una polverina che se ne prendi un
pizzico ti porta nel paese delle meraviglie, facile facile e liscio come il velluto. Con questa roba puoi andare avanti per giorni. Ti tiene sveglia e attenta, ma toglie tutti i fastidi. Me la sono procurata prima di venire qui a
Noiosville, perché sapevo cosa aspettarmi. L'ho assaggiata l'altro ieri e sono ancora in volo adesso.»
«No, grazie» le disse bruscamente Bennett, scuotendo la testa e avviandosi di nuovo. Per dirlo dovette fare appello a tutta la sua forza di volontà,
ma ci riuscì. «Dobbiamo andare.»
«Aspetta un momento, Bennett!» Penny la seguì, mettendosi al passo
con lei. «Non te la prendere, non volevo obbligarti. Cercavo solo di essere
gentile, di fare conversazione. Mi sento un po' sola, qui, lo ammetto, e tu
mi sembri una come me. Cercavo un po' di compagnia.» S'interruppe, poi
spiegò: «Non intendevo chiederti soldi, sai. Volevo dividere con te, è un
regalo».
Bennett continuò a camminare, cercando di farla smettere, di convincerla ad allontanarsi. "Anche qui" pensava intanto. "Anche qui trovo qualcuno
che ha la roba e che vuole farmela usare." Accelerò il passo trascinando
praticamente Harper dietro di sé, perché nello stesso tempo voleva sfuggirle e non voleva.
«Possiamo vederci più tardi e assaggiarla insieme» suggerì Penny, mantenendosi senza fatica al suo fianco. «Magari da me. Noi due sole. Mia
nonna non sa mai cosa succede al mondo, perciò non è un problema.»
«Ahi, mamma!» si lamentò Harper, cercando di liberarsi dalla stretta
della madre.
Bennett prese la figlia per il braccio, spostando la presa, e guardò Penny
con ira. «Non posso...»
«Come?» la interruppe Penny. «La vuoi assaggiare adesso? Per capire se
vale la pena di prenderla più tardi?»
Bennett si fermò, abbassò la testa e chiuse gli occhi. In realtà lo voleva.
Lo voleva a tal punto da non poter aspettare. Si sentiva vuota e dolorante e
pensava: "Che differenza vuoi che faccia, dopo tutte le altre droghe che ho
preso?".
Penny le posò una mano sulla spalla e accostò la testa alla sua. «Vedrai
che non te ne pentirai, è una promessa. Un solo assaggio, tanto per farti resistere fino a questa notte, d'accordo? E dai, conosco i segni. Sei tutta tesa
e vuoi un po' di spazio per te. Perché non assaggiarla?»
Bennett sentì le sue difese crollare e i suoi bisogni di drogata ribollire
con decisione spietata. Il desiderio le risalì lungo la colonna vertebrale e le
chiuse la gola, e pensò, anzi fu certa, che se non avesse accettato l'offerta
si sarebbe suicidata in modo spettacolare. E poi un assaggio non era molto,
e Nest poteva aiutarla, dopo, darle la forza di ricominciare... la forza che
adesso lei non possedeva.
«Vieni, prendiamone un po' tutt'e due» insistette Penny, in un sussurro
che soltanto Bennett poteva sentire.
La giovane aveva ancora gli occhi chiusi, ma adesso, sul punto di crollare, spinta da una fame così intensa che non c'erano parole per definirla, li
aprì.
Fu allora che vide l'indiano.
Nest Freemark aprì la porta e trovò ad aspettarla il vicesceriffo Larry
Spence, con i guanti di cuoio in mano. Indossava l'uniforme marrone e
portava una giacca di pelle, con il collo e i polsi foderati di pelliccia nera.
Il metallo delle mostrine e dei distintivi brillava alla luce grigia del cielo e
gli dava quell'aspetto di antico cavaliere in armatura che poliziotti e milita-
ri prediligono.
«Come stai, ragazza?» la salutò affabilmente.
Nest guardò in direzione dell'auto del vicesceriffo e vide che era vuota.
Era venuto da solo. «Cosa posso fare per te, Larry?»
L'uomo infilò i guanti nella tasca della giacca e distolse gli occhi. «Vorrei parlarti per un attimo, se puoi.»
Nest lo fissò senza dire nulla, in attesa che si spiegasse, e lui arrossì. «È
una questione dell'ufficio, non una cosa personale.»
Lei sorrise, ma non si mosse. «Bene. Dimmi tutto.»
Larry si schiarì la gola e alzò gli occhi verso il corridoio alle spalle di
lei. «Mi chiedevo se non potessimo parlare dentro...»
Nest non avrebbe voluto che Larry Spence entrasse, ma non poteva farlo
stare sulla soglia, era da maleducati, e non c'era alcun motivo per non farlo
entrare quel tanto che bastava per dirle ciò che doveva.
«Certo» rispose, facendosi da parte.
Il vicesceriffo entrò e, mentre lei chiudeva la porta, si guardò attorno e
annuì in segno di apprezzamento. «Hai proprio una bella casa. Calda e accogliente. Mi ricorda un po' quella dei miei.»
«Prendi un tè?» gli propose Nest. «Possiamo parlare in cucina.»
Lo precedette lungo il corridoio e si fermò sulla soglia della cucina per
lasciarlo passare. John Ross era accanto al lavandino, appoggiato al bastone, e guardò con curiosità e diffidenza il nuovo venuto. Ma quello che colpì Nest fu lo sguardo che colse sulla faccia di Larry Spence: un'espressione
che in un istante passò da amichevole a ostile e poi di nuovo ad amichevole. C'era qualcosa di strano, ma non riuscì a capire di che cosa si trattasse.
«John, il vicesceriffo Larry Spence» li presentò. «Larry, il mio vecchio
amico John Ross. È venuto a passare le feste qui da noi, con suo figlio.»
I due uomini si strinsero la mano: una stretta ferma, misurata, priva di
calore e guardinga. Nest fece accomodare Larry al tavolo e servì a entrambi il tè. Ross restò in piedi, lei si accomodò di fronte a Spence. «Allora,
dimmi cos'è successo, Larry.»
Lui si schiarì la gola e raddrizzò le spalle. «Ci sono giunte voci che nel
parco si spaccia droga. Sto effettuando una piccola indagine, nel caso sia
stato notato qualcosa di strano, nell'ultima settimana o giù di lì. Hai visto
qualche sconosciuto nei dintorni?»
Era la prima volta che Nest ne sentiva parlare. Se qualcuno avesse spacciato droga nel Sinnissippi Park, Pick l'avrebbe scoperto e gliel'avrebbe
detto. Aggrottò la fronte. «È un po' difficile nascondersi nel parco in que-
sta stagione, Larry.»
«Può darsi. Ma devi sapere che si tratta di persone pericolose.»
Nest si strinse nelle spalle. «Non ho visto nessuno.»
Larry guardò Ross. «E lei, signor Ross? Ne sa qualcosa?»
Dal tono di voce e dall'enfasi con cui parlò, sembrava più un'accusa che
una domanda. Nest lo guardò stupefatta.
John si limitò a scuotere la testa. «Io sono arrivato la notte scorsa.»
«E quando ha parcheggiato la macchina ha visto qualcuno nel parco?»
«Sono arrivato con l'autobus.»
«Lei è di queste parti, signor Ross?»
«No, io...»
«Un attimo, John.» Nest ne aveva abbastanza. Fissò Larry Spence come
se volesse incenerirlo. «Più che un vicesceriffo sembri un nazista, Larry.
Cosa stai facendo? John è un vecchio amico e un mio ospite. Ti ho fatto
entrare per essere gentile con te, non perché potessi allenarti a fare gli interrogatori.»
Il vicesceriffo annuì, con l'aria di volerla tranquillizzare, come se ogni
altro gesto potesse portare a un ulteriore attacco. Si passò la mano nei capelli. «Il suo nome è venuto fuori nel corso della mia indagine, Nest.»
«Cosa?» esclamò lei, incredula. «Chi è stato?»
Larry si strinse nelle spalle. «Una denuncia anonima.»
«Una denuncia anonima! Davvero comodo!»
Il vicesceriffo inspirò lentamente. «Faccio solo il mio lavoro, ragazza, se
ti rivolgo queste domande. E sono preoccupato per la tua sicurezza. Il signor Ross è un forestiero, e voglio solo essere certo...»
Lei si alzò di scatto in piedi, indignata. «Tu non devi essere certo, nella
mia casa, Larry. Tu devi solo essere cortese. È meglio che te ne vada.»
Larry si alzò con riluttanza e rivolse un cenno a Ross. «Mi scuso della
mia maleducazione, signor Ross. Non ero venuto per litigare.»
John Ross gli rivolse un cenno affermativo. «Non deve scusarsi con me,
vicesceriffo.»
Larry Spence abbassò lo sguardo sul pavimento. «Mi dispiace, Nest, ma
sono preoccupato per te. Le voci finiscono per coinvolgere anche le persone che non c'entrano, se non si presta attenzione. Se qualcuno spaccia droga nel parco, non voglio che tu ci vada di mezzo.»
Nest lo fissò senza parlare. Per un attimo sentì che stava parlando di
qualcosa di completamente diverso, che cercava di farle capire qualcosa.
Scosse adagio la testa e si avvicinò a lui. «Larry, ti ringrazio della tua pre-
occupazione per me, ma le droghe non hanno mai fatto parte della mia vita, e nemmeno di quella di John. Comunque ti prometto di telefonarti, se
vedo qualcosa di sospetto.»
Il vicesceriffo annuì e si avviò verso il corridoio. Vide Little John sul divano, intento a fissare il parco, e si voltò verso Ross. «Suo figlio?»
Ross annuì.
Spence tornò a guardare il bambino con aria perplessa, come se trovasse
difficile accettare la sua presenza. Poi proseguì fino alla porta e si fermò.
«L'offerta di passare il Natale da me è sempre valida. Ai bambini piacerebbe.»
«Temo di no, Larry» rispose Nest, chiedendosi cosa diavolo gli passava
per la mente.
Lui annuì, aprì la porta e uscì. Ferma sulla soglia, Nest lo guardò salire
sull'auto e allontanarsi lentamente. Aveva serrato i pugni per la collera e
non riusciva a parlare.
Larry Spence, si disse, era un vero idiota.
L'indiano parve comparire dal nulla, tra gli alberi spogli che crescevano
dietro la pista del toboga, come una grossa sagoma scura nella luce grigiastra del giorno. Era un uomo imponente, con calzoni di una tuta mimetica,
pullover grigio-verde dell'esercito, a coste, giubba militare e stivali da paracadutista. I suoi capelli neri brillavano come se fossero di metallo, acconciati in due grosse trecce e tesi sul cranio, e la sua pelle color del rame
pareva metallo fuso. Su una spalla teneva un grosso zaino e un sacco a pelo arrotolato. Anche da parecchi metri di distanza, si vedevano i suoi occhi
brillare sotto le folte sopracciglia.
Bennett Scott si scordò Penny, la droga e tutto il resto e rimase a fissarlo
mentre si avvicinava a passi lenti e regolari, finché non occupò tutto il suo
campo visivo.
Solo all'ultimo istante Penny, intenta a sussurrare promesse di delizie e
suppliche urgenti, si accorse che c'era qualcosa che non andava. Fece di
scatto un passo indietro, si girò e vide l'indiano incombere su di lei. Bennett udì la sua esclamazione di sorpresa che un istante dopo si trasformò in
un sibilo minaccioso.
«Buongiorno» disse l'indiano. La sua faccia color del rame era priva di
espressione, la voce profonda era calma. Parlò a Bennett e Harper come se
Penny non esistesse. «Bellissima giornata per passeggiare nel parco.»
Nessuno rispose. Le due donne e la bambina erano immobili come statue
di ghiaccio. Imperturbabile, l'indiano passò lo sguardo da Bennett ad Harper. «Ah, piccola» disse dolcemente alla bambina. «Aspetti la nevicata di
questa notte così domani potrai uscire con la mamma e fare un pupazzo di
neve?»
Harper annuì lentamente. «Sì.»
L'indiano sorrise, poi si rivolse a Bennett, parlando senza guardare
Penny, che schiumava di rabbia: «E tu, mamma, conosci una donna che si
chiama Nest Freemark?».
Bennett deglutì a fatica, così spaventata da non riuscire a fare altro. Gli
indiani che aveva conosciuto erano vagabondi ubriachi e indigenti, a malapena capaci di alzarsi dall'angolo della strada per mettersi in coda per la
minestra dei poveri, ma questo era del tutto diverso: alto e robusto, sicuro
di sé. Non aveva minacciato lei o Harper, ma pareva capace di tutto.
«Conosci Nest Freemark?» ripeté con gentilezza.
Bennett annuì. «Abita laggiù» riuscì a dire. All'improvviso era tornata
padrona di se stessa, aveva di nuovo la mente chiara.
«È amica tua?»
«Sì. Abito a casa sua.»
«Puoi andare a dirle che Due Orsi la aspetta nel parco e desidera parlarle?»
Era una strana richiesta. Perché non andava di persona e non glielo diceva lui stesso? Ma Bennett non intendeva discutere, e poi la commissione le
forniva la scusa di cui aveva bisogno per lasciare Penny. «Certo» rispose.
«Vieni, Harper.»
Fece per prendere la mano della figlia, ma Penny si mise davanti a lei,
bloccandole la strada, poi si volse verso l'indiano. «Perché non te ne vai,
Penna Bianca? Fatti da te le tue commissioni. Stavamo parlando.»
Ora, per la prima volta, l'indiano la guardò. E Penny, con tutte le sue
droghe e la sua aria saccente, per un momento parve trasformarsi in una
statua di sale. Poi fece un passo indietro, come se fosse stata colpita da uno
schiaffo, e piegò leggermente le ginocchia, con il torso in avanti, preparandosi a lottare. In quel momento le si affacciò nello sguardo qualcosa di
orrendo e di nero, che faceva pensare a un animale feroce. Veloce come un
serpente, scattò per colpire l'indiano. Bennett scorse il luccichio del metallo, ma il metallo volò in aria, roteando sullo sfondo grigio del cielo, e
Penny lanciò un urlo e cadde su un ginocchio, tenendosi il polso e mostrando i denti a Due Orsi. Per terra, a qualche metro di distanza, c'era il
coltello che le era volato via di mano. Bennett non aveva neppure visto il
movimento dell'indiano.
«Devi stare più attenta» disse l'uomo a Penny, poi si disinteressò di lei,
come se non esistesse. Si chinò verso Harper. «Vieni, piccola» le disse,
prendendola per la mano. «Vi accompagno per un pezzo di strada.»
Harper andò con lui senza protestare. Bennett li seguì, lasciando Penny
inginocchiata dove l'indiano l'aveva fatta cadere, e non si guardò alle spalle.
11
Nest Freemark si infilò il parka senza chiudere la lampo, uscì in fretta di
casa sbattendo la controporta, attraversò il portico sul retro, scese gli scalini e sospirò per la frustrazione, mentre rifletteva su quanto stava accadendo. Prima Larry Spence con la sua stramba storia degli spacciatori nel parco, e adesso O'olish Amaneh. La giornata sembrava una ripetizione di
quella che l'aveva preceduta, e non sapeva se sarebbe stata in grado di reggere.
Stava già scrutando il parco alla ricerca della familiare sagoma dell'indiano quando Pick si lasciò cadere sulla sua spalla.
«Sembra quasi una riunione di famiglia, vero?» commentò allegro, aggrappandosi con entrambe le mani al colletto. «Ehi, attenta!»
Nest aveva scosso le spalle per aggiustarsi il parka, mettere a posto il
colletto e chiudere la lampo, e per poco non aveva fatto cadere Pick. La
temperatura era scesa, il sole era scomparso dietro un banco di nuvole e
ormai il tepore della mattina era solo un ricordo.
«Cerca di pensare anche agli altri, e non solo a te stessa!» la redarguì
Pick, quando ebbe riacquistato l'equilibrio.
«Oh, piantala di brontolare.» Non era nello stato d'animo adatto per ascoltare le rimostranze del Silvano. Pick parlava a fin di bene, ma a volte
era una gran seccatura. E lei ne aveva già altre. «Suppongo che tu l'abbia
visto.»
«Di chi parli? Del vicesceriffo, di John Ross o dell'indiano? Li ho visti
tutti e tre. Che succede?»
Nest scosse la testa. «Non lo so.»
Oltrepassata la siepe divisoria, si trovarono sulla stradina che correva tra
il parco e la proprietà dei Freemark. Davanti a loro si stendeva l'erba secca
dei campi di baseball e dell'area dei giochi, simile a un tappeto grigio e inaridito dal vento. Più avanti, lungo il profilo della scogliera, sia verso il
cimitero Riverside sia verso la pista del toboga, sullo sfondo del cielo grigio si stagliavano solo i tronchi e i rami spogli degli alberi.
Di Due Orsi non c'era traccia.
«Non lo vedo» mormorò Nest, continuando a guardarsi attorno.
«Eppure c'è» insistette Pick. «L'ho visto questa mattina, seduto tutto solo
a uno dei tavoli da picnic.»
«Be', adesso non lo vedo.»
«Ed ero io quello che brontolava! Cribbio!» Tacque per qualche istante,
poi riprese: «Cosa vorrà questa volta? La giovane Scott te l'ha detto?».
«No. Non credo che lo sappia.»
Il terreno scricchiolava sotto i suoi passi. Qualche ora prima, il sole aveva sciolto la brina, che ora si formava di nuovo.
Aveva lasciato i bambini con Bennett, che pareva confusa dall'incontro
con Due Orsi. "Nel parco c'è un indiano che ti aspetta" le aveva riferito.
"Zampa d'Orso" l'aveva chiamato. Ross era sotto la doccia, e forse non era
necessario che lo sapesse. Forse era meglio che ignorasse la presenza di
O'olish Amaneh. Già, e forse gli asini si sarebbero messi a volare.
Non s'illudeva sul significato della presenza dell'indiano. Quando Due
Orsi faceva la sua comparsa, c'era da aspettarsi qualche guaio. Avrebbe
potuto prevedere il suo arrivo, se si fosse presa la briga di riflettere. Con
Findo Gask che girava alla ricerca del Variante, John Ross che lo portava
da lei per salvarlo e la quasi certezza di uno scontro fra i paladini del Verbo e quelli del Vuoto, era impensabile che non arrivasse anche O'olish
Amaneh.
Un labrador nero attraversò di corsa il parco nella loro direzione, ma il
padrone fischiò e il cane si affrettò a tornare indietro. Nest si guardò alle
spalle, verso la casa che, nascosta dietro gli alberi e nella luce grigia del
pomeriggio, sembrava lontana e vuota. Tornò a chiedersi la ragione dell'improvvisa comparsa di Larry Spence. Una cosa era certa: non era venuto
solo per avvertirla di fare attenzione agli spacciatori, la vera ragione della
sua visita riguardava John Ross. A Larry, Ross non piaceva, ma non riusciva a capire il perché. Non pensava che si fossero incontrati quando Ross
era passato da Hopewell, quindici anni prima. Ma anche se si fossero incontrati, era impensabile che Larry fosse irritato con lui dopo tanti anni, e
senza alcuna ragione apparente. Doveva trattarsi di qualcosa d'altro, qualcosa di più recente.
«Eccolo» disse Pick.
Due Orsi era fermo accanto alla pista del toboga, un'ombra più scura tra
quelle delle travi di legno. Il suo nome era O'olish Amaneh nella lingua
della sua tribù, i Sinnissippi. Un tempo aveva detto a Nest di essere l'ultimo della tribù, che i suoi erano tutti morti, e la giovane rabbrividì a quel ricordo. Ma Due Orsi era molto di più di un indiano d'America: era uno dei
messaggeri del Verbo, una specie di memoria storica e di profeta, conosceva cose che si erano perse nel passato e vedeva le cose ancora a venire.
Nello scorgere Nest, si mosse verso di lei, imperturbabile come sempre,
massiccio e con la faccia arrossata dal sole e dal vento, i capelli neri raccolti in lucide trecce, esattamente come quindici anni prima, e in effetti,
nonostante fossero passati tanti anni, non sembrava invecchiato neppure di
un giorno.
«Piccolo Nido d'Uccello» mormorò con affetto porgendo le mani per
stringere le sue.
«O'olish Amaneh» rispose lei porgendo a sua volta le mani che sparirono in quelle enormi dell'indiano.
Due Orsi non si avvicinò a lei per abbracciarla, ma si limitò a fissarla,
come per valutarla. Adesso la giovane era quasi alta come lui, ma alla sua
presenza si sentiva piccola e debole.
«Hai fatto molte cose, dall'ultima volta che ci siamo incontrati» disse infine l'indiano, lasciando le mani di lei. «Olimpiadi, campionati del mondo,
onori di ogni tipo. Hai messo le ali e hai volato molto. Dovresti esserne orgogliosa.»
Nest sorrise e scosse la testa. «Ho alle spalle un matrimonio fallito, non
ho figli, non ho futuro, c'è un lupo fantasma che vive dentro di me e ho la
casa piena di guai.» Lo fissò negli occhi. «Non ho proprio il tempo di essere orgogliosa.»
Due Orsi annuì. «Forse non l'hai mai avuto.» Posò lo sguardo su Pick.
«Vedo che hai sempre con te il tuo timido amichetto. Signor Pick, il parco
mi pare ben curato e in ottima salute, la magia è in perfetto equilibrio. Lei
è un abile guardiano.»
Pick aggrottò la fronte e fece un piccolo "Uhm", poi brontolò, con un
cenno d'assenso: «Un po' di aiuto non mi farebbe male».
Due Orsi sorrise. «Ci sono cose che non cambiano mai.» Tornò a fissare
Nest. «Vieni con me. In riva al fiume potremo parlare meglio.»
Si avviò senza aspettare risposta e Nest lo seguì. Lasciarono la pista del
toboga e s'infilarono tra gli alberi, per scendere lentamente fino al canale
coperto di ghiaccio. La temperatura si abbassava rapidamente e il cielo si
era fatto più scuro, il vapore del respiro formava nuvolette davanti alla loro
faccia. Nest avrebbe voluto parlare per prima, chiedere quello che sapeva
già, ma era stato Due Orsi a voler parlare con lei, perciò decise di attendere.
«È bello sentirti pronunciare il mio nome, scoprire che non l'hai dimenticato» disse l'indiano, fissando lo sguardo nella distanza.
"Come se fosse possibile" pensò Nest. L'aveva incontrato due sole volte,
ma entrambe le volte la sua vita era cambiata. O'olish Amaneh e John
Ross, gli araldi del cambiamento: si chiese se avessero mai pensato a se
stessi in quella veste. Entrambi servivano il Verbo, ma in modi diversi, e il
rapporto tra loro era misterioso. Due Orsi aveva dato a Ross il bastone coperto di rune che era sia il talismano del suo potere sia la catena che lo legava al suo destino. Ross aveva cercato almeno una volta di restituire il
bastone, ma non c'era riuscito. Ciascuno di loro si era presentato a Nest
come salvatore e come possibile carnefice, a volte si erano scambiati le
parti, e non sempre era chiaro il loro ruolo. Entrambi provavano affetto per
Nest, ma nessuno dei due pareva provarne per l'altro. Forse il ruolo che ricoprivano imponeva restrizioni ai sentimenti ed era loro permesso l'affetto
per Nest, ma non la simpatia reciproca.
La giovane, comunque, non era certa dei propri sentimenti, quando si
trattava di quei due uomini. Pensava di essere più affezionata a Ross perché ne aveva conosciuto la vulnerabilità dieci anni prima, a Seattle, quando
un demone per poco non l'aveva ucciso facendo leva sull'amore. A quell'epoca Ross aveva perso quasi tutto, gli era stata tolta ogni illusione e ogni
speranza. In pochi secondi di comprensione accecante, aveva scoperto la
capacità di penetrazione del male e l'impossibilità di ritirarsi dalla guerra
che combatteva. Aveva ripreso il bastone nero del suo incarico, era tornato
a vivere come Cavaliere del Verbo ed era andato avanti per quella strada
perché non aveva scelta. Per questo Nest l'aveva giudicato coraggioso e
meraviglioso.
Per lo stesso motivo, pensava, si era staccata da Due Orsi. Non per qualcosa che l'indiano aveva fatto, ma per quello che poteva fare. O'olish Amaneh si era recato a Seattle a osservare, a vedere se Nest sarebbe riuscita
a far capire a John Ross il pericolo mettendolo così in grado di sfuggire alla trappola. L'ultimo dei Sinnissippi era andato come osservatore, ma anche per assicurarsi che John Ross non diventasse un servitore del Vuoto, se
Nest avesse fallito. L'aveva detto chiaramente quando l'aveva spinta a insistere presso Ross, anche dopo che il Cavaliere del Verbo aveva rifiutato il
suo aiuto, e lei aveva visto una faccia dell'indiano che avrebbe preferito
non vedere.
"È successo molto tempo fa" pensò mentre camminava nel parco assieme a lui. "E questa volta la situazione è diversa."
«Mi stupisce che ti sia mostrato a Bennett» disse alla fine, rinunciando
al proposito di aspettare che parlasse lui.
«Aveva bisogno di qualcuno che la proteggesse dai cattivi spiriti.» L'indiano teneva lo sguardo fisso dinanzi a sé e Nest non riuscì a capire se parlava sul serio.
«Ho ricevuto la visita di un demone chiamato Findo Gask» commentò.
«Uno spirito cattivo del genere di cui parlavo. Uno dei peggiori. Ma già
lo sai.»
Con un leggero fastidio, Nest tracciò una linea in terra con la punta della
scarpa. «C'è anche John Ross. Mi ha portato un Variante.»
«Una quantità di guai sufficiente a riempire una casa, diresti tu, specialmente se aggiungi la tua amica e la bambina.» Dal tono, sembrava che parlasse del tempo. «E cosa intendi fare?»
Nest fece una smorfia. «Speravo che me lo dicessi tu.» Sulla sua spalla,
Pick brontolò qualcosa, con irritazione, ma lei non comprese chi o che cosa lo irritasse.
Due Orsi si fermò a una decina di passi dal fiume, in una radura di erba
grigia. La guardò con aria interrogativa. «Non sta a me dirti quello che devi fare, Piccolo Nido d'Uccello. Sei una donna adulta, con una straordinaria forza di mente, di cuore e di corpo. Hai superato tempi difficoltosi e
sgradevoli verità. Le risposte che cerchi devono venire da te stessa, non da
me.»
Lei si accigliò, esasperata da quel discorso così evasivo. «Eppure hai
chiesto di parlarmi, O'olish Amaneh.»
L'indiano alzò le spalle. «Ma non di questo. Di qualcos'altro.» Riprese a
camminare e Nest lo seguì. «Una casa piena di guai» ripeté, evitando un
cespuglio di rovi e alcuni steli secchi di ortica e dirigendosi verso i piedi
della scarpata, al disotto della zona degli alberi alti. Passò su una striscia di
neve che scendeva fino al canale. «Una casa piena di guai può farti diventare sua prigioniera. Per liberarti devi svuotare la casa di quello che c'è di
cattivo e riempirla di quello che c'è di buono.»
«Intendi dire che devo sbattere via tutti e ricominciare?» Inarcò un sopracciglio. «Invitare altri ospiti?»
Continuando a camminare come se avesse in mente una destinazione
precisa e intendesse raggiungerla, l'indiano non si voltò verso di lei. «A
volte un cambiamento è necessario. A volte ne percepiamo il bisogno, ma
non sappiamo come operare. Interpretiamo male la sua natura. Pensiamo
che sia al di là delle nostre forze e non capiamo che l'incapacità di agire è
un problema che ci siamo creati noi stessi. Il cambiamento è la soluzione
che ci occorre, ma non è una meta che si raggiunga così facilmente. Per riconoscere ed eliminare la fonte dei nostri guai occorrono cautela e comprensione.»
L'indiano intendeva dirle qualcosa, in quel suo modo oscuro e obliquo
legato al fatto che ciascuno, secondo lui, doveva trovare da sé la propria
strada e che tutt'al più gli si poteva offrire un po' d'illuminazione. Nest cercò di utilizzare la luce che Due Orsi le aveva fornito, ma era troppo debole.
«Ciascuno di coloro che sono nella mia casa ha bisogno di me» commentò. «Non posso chiedere loro di andarsene, anche se la loro presenza è
pericolosa per me.»
L'indiano annuì adagio. «Da te non mi aspetterei niente di meno.»
«Perciò i guai di cui ho piena la casa, per dirlo con le tue parole, devono
essere affrontati dove sono, se ho capito bene.»
«Ti sei già occupata in passato degli stessi guai, Piccolo Nido d'Uccello.»
Lei rifletté su quelle parole. Si riferiva ai nonni, quindici anni prima,
quando John Ross era venuto da lei per la prima volta e lei aveva saputo la
verità sulla sua sfortunata famiglia. Ma adesso le cose erano diverse. I segreti non riguardavano lei, bensì il Variante. O forse John Ross stesso.
O no?
Guardò attentamente l'indiano, con l'impressione che dopotutto stesse
parlando proprio di lei, che le stesse facendo una rivelazione sulla sua vita.
«Non tutti i nostri guai devono essere risolti da noi» le suggerì Due Orsi,
proseguendo senza girarsi. «La vita porta la propria soluzione ad alcuni di
essi, e noi dobbiamo accettarla nel modo in cui accettiamo il cambiamento
di stagione.» La guardò come aspettandosi una risposta.
«Be', non sono abituata a mettermi a sedere e ad aspettare che la vita risolva i miei problemi al posto mio.»
«Vero. E non è così che devi fare. Devi risolvere i problemi che conosci
bene, e lasciar stare gli altri. Devi fornire le soluzioni quando puoi e convincerti che è sufficiente.» S'interruppe per sospirare, poi proseguì: «In una
casa piena di guai, non sempre si può salvare tutto».
"D'accordo" pensò lei. "Salvi quello che puoi e lasci perdere il resto.
Abbastanza giusto. Ma come salvare qualcosa se non sai neppure da dove
iniziare?"
«Puoi dirmi qualcosa del Variante?» tentò Nest.
L'indiano annuì. «Una magia molto potente. Imprevedibile. Un Variante
diventa quello che vuole, ammesso che diventi qualcosa, il che è molto raro. In genere non riesce a trovare una forma e la sua magia svanisce di
nuovo nell'aria, grezza e inutilizzabile. Gli spiriti lo capiscono, perché occupano lo spazio che lo contiene. Lo sfiorano, lo attraversano, vi passano
sopra prima che diventi un corpo solido, mentre aspetta ancora di prendere
forma.» Alzò le spalle. «È un enigma in attesa di una risposta.»
Nest esalò una nuvoletta di vapore. «Bene. Come posso cercare la risposta? Questo Variante è divenuto un bambino di pochi anni: cosa significa?
È la forma che intende prendere? E cosa vuole da me? Ha detto il mio nome a John Ross, ma da quando è arrivato non mi ha neppure guardata.»
Si fermarono sul ponticello di legno che attraversava il ruscello, in quel
momento asciutto e con solo una piccola striscia centrale di ghiaccio. Due
Orsi si appoggiò al parapetto e congiunse le mani.
«Parla con lui, Piccolo Nido d'Uccello.»
«Come?»
«Gli hai mai parlato? Questo bambino, hai mai preso l'iniziativa di parlargli?»
Lei rifletté per qualche istante. «No.»
«La soluzione è spesso nascosta in qualche aspetto del problema. Se il
Variante ha bisogno di te, potrebbe decidere di dirtelo. Ma forse vuole
prima sapere se gli sei affezionata.»
Nest rifletté su quelle parole. Il Variante era un bambino, un neonato di
nemmeno trenta giorni, e come ogni altro bambino di quattro anni forse
occorreva conquistare la sua fiducia, rassicurarlo. Lei non l'aveva fatto.
Non ci aveva neanche pensato perché si era lasciata influenzare da Ross.
Forse il Variante aveva bisogno di lei, ma bisogno e fiducia sono due cose
diverse.
«D'accordo» disse.
«Bene.» Due Orsi si staccò dal parapetto. «Ora ti spiegherò perché ho
chiesto di parlarti. È semplice. Sono tuo amico, e sono venuto a salutarti.
Sono l'ultimo dei Sinnissippi e sono tornato a casa per riunirmi al mio popolo. Volevo che lo sapessi, perché forse non ci rivedremo più.»
Nest lo fissò, cercando di cogliere l'intera portata delle sue parole. «Tutta la tua gente è morta, O'olish Amaneh. Questo significa che morrai anche
tu?»
L'indiano rise di cuore. «Dovresti vedere la tua faccia, Piccolo Nido
d'Uccello! Avrei paura di morire avendo davanti un'espressione così truce!
Signor Pick! La guardi! Che decisione feroce e che severo rimprovero nei
suoi occhi! Come resistere a una simile forza, quando è puntata contro di
te?»
Poi smise di ridere e scosse la testa. «È una cosa difficile a spiegarsi, ma
cercherò di farlo. Unendomi ai miei antenati, alla mia gente, che hanno lasciato questa terra, non devo rinunciare alla vita nel modo che immagini
tu. Devo legarmi a loro in una forma diversa. Così facendo, devo rinunciare a qualcosa di me. È difficile capire in anticipo che cosa comporti. Ti dico addio come precauzione, nel caso non sia più in grado di tornare da te.»
«Una trasmutazione?» chiese lei. «Diverrai qualcosa d'altro?»
«In un certo senso. Ma se è solo per questo, lo sono sempre stato.» Mosse la mano come per porre termine a quel discorso. «Se me ne andrò, non
sarà per sempre. Come le stagioni, io rimarrò nei semi della terra, in attesa
di tornare.» Si strinse nelle spalle. «La mia partenza è una piccola cosa.
Nessuno sentirà la mia mancanza.»
Lei ribatté bruscamente: «Non parlare in questo modo. Non è vero».
Tra loro scese un lungo silenzio, si fissarono nella grigia luce invernale,
e la sola cosa che si muoveva erano le nuvolette di vapore del loro respiro.
«Se per te non è così, te ne sono riconoscente» disse infine l'indiano.
Nest faticava ad accettare l'idea di non vederlo più, di perderlo come aveva già perso la nonna e il Vecchio Bob, il padre e la madre, molti dei
suoi amici. Era una strana reazione, trattandosi di una persona che aveva
incontrato due sole volte e sulla quale aveva ancora le idee confuse. Una
reazione strana da qualsiasi angolatura la si considerasse. L'unica analogia
che le veniva in mente era la scomparsa di Wraith, il giorno del suo diciottesimo compleanno: il cane fantasma sembrava sparito per sempre, finché
Nest non aveva scoperto che era dentro di lei.
Sarebbe successo lo stesso nel caso di O'olish Amaneh?
«Quando succederà?» chiese Nest, con un filo di voce.
«Al momento opportuno. Forse non succederà mai. Forse gli spiriti della
mia gente non mi vorranno.»
«Forse lo cacceranno via quando scopriranno che parla sempre per indovinelli!» sbottò Pick.
Due Orsi scoppiò a ridere e la sua risata echeggiò tra gli alberi del parco
deserto. «Forse, se lo faranno, verrò ad abitare con lei, signor Pick!» Guardò Nest. «Vieni, cammina con me ancora un po'.»
Rifecero la strada dell'andata, in direzione del canale, poi proseguirono
lungo la riva. Gli alberi giungevano fin quasi all'argine e i loro scheletrici
rami neri si stagliavano contro il cielo grigio. L'aria era gelida, ma conteneva un sentore di umidità, l'odore denso e pesante della neve. Davanti alla
pista del toboga, il Rock River era coperto da una spessa lastra di ghiaccio:
probabilmente quella sera avrebbero aperto la pista.
Quando uscirono da sotto gli alberi e scorsero la pista di legno che arrivava fino al ghiaccio, Due Orsi si fermò.
«Anche quando sarò con la mia gente, forse potrai vedermi, Piccolo Nido d'Uccello» disse.
Lei fece una smorfia. «Sotto forma di fantasma?»
«Forse. Hai paura di quello che significa?»
Nest gli rivolse un'occhiata. «Siamo amici, no?»
«Sempre.»
«Allora non ho motivo di preoccuparmi.»
L'indiano scosse la testa contraddicendola. «Se verrò a trovarti, lo farò
come hanno fatto per me i miei antenati, nel parco, quindici anni fa. In sogno. Quella notte sono apparsi anche a te, ricordi?»
Nest ricordava perfettamente. Quindici anni prima, nel sogno che le avevano inviato gli spiriti dei Sinnissippi, aveva visto la nonna giovane correre nel parco con una luce selvaggia negli occhi, a fianco di un demone e
attorniata da Divoratori. Quella notte i Sinnissippi le avevano rivelato verità che avevano cambiato la sua esistenza.
«C'è sempre ragione di temere quello che ci rivelano i sogni» sussurrò
l'indiano. Sollevò la mano per accarezzarle delicatamente una guancia.
«Pronuncia ancora una volta il mio nome.»
«O'olish Amaneh» obbedì lei.
«Nessuno potrebbe pronunciarlo dandomi un maggiore piacere. Il vento
trasporta le tue parole nel cielo e le sparge sotto forma di stelle.»
Fece un gesto in direzione del cielo e gli occhi di Nest seguirono la sua
mano, scrutando obbedienti.
Quando abbassò lo sguardo, l'indiano era sparito.
«Dimmi solo una cosa» commentò Pick, dopo un lungo silenzio. «Hai
idea di quello che intendeva dire?»
Uscito dal bagno e tornato nel soggiorno, John Ross trovò Bennett Scott
seduta a leggere "Sports Illustrated" mentre Harper disegnava, seduta sul
pavimento. Il Variante era inginocchiato sul divano e guardava fuori della
finestra come se fosse pietrificato.
Bennett lo guardò e Ross le chiese: «Non c'è Nest?».
La giovane si strinse nelle spalle. «È andata nel parco, a parlare con non
so che indiano.»
Ross sentì un gelo improvviso allo stomaco. Due Orsi. Si appoggiò pesantemente al bastone, pensando che la storia stava per ripetersi: un altro
scontro tra il Verbo e il Vuoto, un'altra battaglia in una guerra interminabile. Cosa si aspettavano da lui, questa volta? Che scoprisse il segreto del
Variante, questo lo sapeva. Ma se avesse fallito...
Allontanò quel pensiero perché precipitava in un'oscurità che non intendeva affrontare. Pensò alla Valle delle Fate e alla Signora, all'ultima visita
laggiù, al segreto che aveva scoperto e non poteva rivelare a nessuno. Pensando a esso, provò all'improvviso una grande stanchezza di vivere.
«È tutto a posto?» gli chiese Bennett Scott.
Per poco John Ross non scoppiò a ridere, pensando che non sarebbe mai
stato del tutto a posto, ma che si trattava di una domanda strana, vista la
persona da cui veniva. «Sì» rispose, e andò in cucina.
Si era preparato un caffè e lo stava bevendo quando squillò il campanello. Al secondo squillo, Ross raggiunse la porta della cucina e guardò nel
soggiorno. Harper era in braccio alla madre e sfogliava un libro di favole.
Bennett alzò gli occhi e si strinse nelle spalle, così Ross percorse zoppicando il corridoio.
Aprì la porta e vide Josie Jackson.
12
Erano passati quindici anni dall'ultima volta che si erano visti ma pareva
che fosse passato meno di un giorno. Fisicamente erano cambiati, perché
la vita e le sue esperienze avevano segnato il loro viso, ormai erano giunti
alla mezza età e si rendevano conto dell'avvicinarsi della vecchiaia. Ma
emotivamente si erano fermati, chiusi nello spazio che occupavano l'ultima
volta che si erano parlati. I loro reciproci sentimenti erano così profondi e i
ricordi dei pochi giorni che avevano condiviso così vividi e presenti che
entrambi vennero subito riconquistati da una passione che credevano spenta.
«John?» Josie pronunciò piano il suo nome, ma lo shock che si rifletteva
nei suoi occhi era intenso e doloroso.
Era invecchiata, ma così poco che lui lo rilevò appena. Era pressoché i-
dentica a come la ricordava: la stessa pelle abbronzata e fresca e qualche
efelide alla radice del naso. I capelli biondi ondulati erano leggermente più
corti, ma sottolineavano i lineamenti del viso e lo facevano sembrare un
cammeo.
Solo il sorriso mancava, quel sorriso abbagliante, meraviglioso, ma Ross
non aveva ragione dì aspettarsi che gli sorridesse. Quando l'aveva conosciuta, la loro attrazione era stata immediata, qualcosa di elettrico. Pur sapendo che una relazione con lei sarebbe risultata disastrosa, soprattutto se
si fosse innamorato, il Cavaliere aveva lasciato che accadesse. Per due
giorni si era concesso di immaginare come sarebbe stata una vita normale,
condivisa con una donna che gli piaceva, di fingere che potesse portare a
qualcosa di permanente. Avevano trascorso una serata al Sinnissippi Park,
avevano fatto picnic e poi ballato. Quando Ross era stato assalito da alcuni
uomini che l'avevano scambiato per una spia dei padroni dell'acciaieria, lei
l'aveva portato a casa sua, gli aveva lavato e fasciato le ferite, l'aveva consolato e si era data a lui. La mattina seguente l'aveva lasciata per andare ad
affrontare il demone padre di Nest Freemark, e nell'allontanarsi da lei, che
era rimasta sull'auto dopo averlo accompagnato, aveva pensato che non
l'avrebbe più rivista.
«Ciao» disse Josie, e solo allora Ross si rese conto di non avere detto
niente, di essere rimasto sulla soglia a occhi sgranati.
«Ciao, Josie» riuscì a dire, con un tono di voce forzato e roco che non
era il suo. «Come stai?»
«Bene.» Dal suo sguardo era scomparso lo shock iniziale, ma neanche
lei pareva in grado di dire molte parole. «Non sapevo che fossi qui.»
«Il mio arrivo è stato un po' una sorpresa.»
Si sentiva goffo alla sua presenza, di colpo consapevole del proprio aspetto trasandato, vestito com'era con vecchi jeans, camicia a scacchi da
lavoro, scarpe scalcagnate. Nei suoi lunghi capelli, legati dietro la nuca e
ancora umidi per la doccia, comparivano molti fili grigi, e sulle tempie ne
aveva molti di meno. Sul viso e sulle braccia erano visibili le cicatrici delle
battaglie combattute contro i seguaci del Vuoto, e la gamba gli doleva.
Trovava Josie giovane e fresca come la ricordava, ma lui doveva sembrarle
stanco e vecchio.
Abbassò lo sguardo e vide per la prima volta il vassoio di dolci che Josie
aveva in mano.
Anche lei abbassò lo sguardo. «Li ho portati per Nest. Prepara sempre
dolci per tutti, e ho pensato che qualcuno avrebbe fatto bene a prepararne
per lei. Mi fai entrare?»
«Certo» si affrettò a rispondere, spostandosi per lasciarla passare. «Dovevo essere soprappensiero. Entra.» Attese che fosse entrata, poi chiuse la
porta. «Nest è andata nel parco, ma tra pochi minuti dovrebbe essere qui.»
Si guardarono in silenzio nella penombra dell'ingresso, dove giungevano
fino a loro il ticchettio della pendola e il mormorio di Bennett che leggeva
le fiabe ad Harper.
«Hai l'aspetto un po' stanco, John» disse infine lei.
«Tu hai un aspetto meraviglioso.»
Le parole gli uscirono di bocca prima che riuscisse a fermarle. Josie arrossì, poi gli rivolse il suo sorriso abbagliante, e nulla sulla terra avrebbe
potuto fare più piacere a Ross.
«Il tuo sorriso... ecco una cosa cui ho pensato spesso» confessò, scuotendo la testa per ciò che provava, già consapevole che non avrebbe dovuto
permetterselo, ma incapace di difendersi.
Lei continuò a fissarlo sorridendo. «Anch'io ho sentito la tua mancanza.
Non è straordinario?»
«È passato tanto tempo» commentò lui.
«Ma non abbastanza perché tu sentissi il bisogno di scrivere o di telefonare?»
Ross la guardò con aria colpevole. «Non è mai stato il mio forte. Mi dico
che dovrei farlo, ma finisce sempre che non lo faccio. In realtà, non so mai
cosa dire. Mi sento a disagio a mettere sulla carta o dire al telefono i miei
pensieri. Chiedi a Nest. Non ho mai scritto o telefonato neanche a lei.»
Josie scosse la testa e smise di sorridere. «Non fa niente. Ho sempre saputo che non l'avresti fatto.» Gli porse il vassoio dei dolci. «Me lo puoi tenere per un momento?»
Si tolse il cappotto e andò ad appenderlo all'attaccapanni, vi appoggiò la
sciarpa e infilò i guanti nelle tasche. Si ravviò i capelli, soprappensiero, e
si aggiustò la camicetta in corrispondenza della cintura, poi riprese in mano il vassoio.
«Offrimi un bicchiere di latte e assaggiamo i biscotti» gli propose, tornando a sorridere.
Quando passarono davanti al soggiorno, Bennett e Harper sollevarono la
testa per guardarli. Little John, inginocchiato sul divano, non si mosse. Josie si voltò a salutarli e chiese se qualcuno voleva assaggiare i biscotti. Le
due donne non davano l'impressione di conoscersi, tuttavia nessuna si presentò all'altra, così Ross lasciò perdere. Andò in cucina con Josie, le porse
i bicchieri e il latte, poi si fermò accanto all'acquaio, lo sguardo perso nella
distanza, verso gli alberi del parco, mentre Josie portava il latte a Bennett e
ai bambini.
Al suo ritorno, sedettero al tavolo di legno, davanti al latte e ai biscotti.
Per qualche istante nessuno dei due parlò.
«Hai ancora il bar?» le chiese infine Ross.
«Sì, e in gran parte gli stessi clienti. Qui non cambia mai niente.» Inarcò
un sopracciglio. «E tu?»
«In giro» rispose Ross in tono vago. «Qualche lavoretto qui e là, cercando di dare un senso alla mia vita. Mi conosci. E tua figlia?»
«È grande, si è sposata, ha due figli. Sono già nonna. Chi l'avrebbe mai
detto?»
«Non io. Non ti vedo, come nonna.»
«Grazie. Quanto ti fermi?»
Ross scosse la testa. «Non lo so ancora. Fin dopo Natale, penso. Dipende.»
Josie annuì. «Da loro?» chiese, accennando con la testa al salotto.
«Be', dal bambino, almeno.»
La donna lo fissò, in attesa della spiegazione, ma vedendo che non era
intenzionato a rispondere aggiunse: «Chi è?».
Ross si schiarì la gola. «Mio figlio. Lo porto a Chicago da uno specialista perché non parla.»
Josie s'immobilizzò. «E sono tua moglie e tua figlia?»
«Come?»
«Sì, la donna e la bambina?»
Ross batté le palpebre, sorpreso. «No. Cosa te lo fa... Non ha neppure
vent'anni, e io potrei...»
«Be', mi parevi un po' imbarazzato di dovermele presentare» spiegò Josie.
«Oh, può darsi.» Scosse la testa. «Non le conosco, tutto qui. Sono arrivato questa notte, e madre e figlia c'erano già. Su di loro, non ne so molto
più di te.»
Josie bevve un sorso di latte e assaggiò un dolce, distogliendo lo sguardo. «Dimmi di tuo figlio. Dov'è la madre?»
Ross scosse di nuovo la testa. «Non lo so.» La bugia gli sfuggì quasi di
bocca e dovette rimediare. Si affrettò ad aggiungere: «L'ho adottato. Adozione da parte di un single». Cercò in fretta altre giustificazioni. «Ecco un
altro motivo per venire qui. Non sono molto bravo come genitore. Speravo
che Nest potesse aiutarmi.»
La spiegazione si faceva sempre più tortuosa, ma Ross non riusciva a
fermarsi. Non aveva previsto l'eventualità di dover spiegare la presenza del
Variante ad altri che a Nest. Aveva pensato di arrivare di notte, di dirle
perché era venuto, di aspettare che succedesse qualcosa e poi di allontanarsi senza farsi vedere da nessuno. Invece adesso si trovava costretto a inventare spiegazioni plausibili, e in fretta.
«E cosa può fare Nest, secondo te?»
Ross la fissò con aria stanca. «Non lo so» ammise. Si accorse di averlo
già detto, ma questa volta era la verità. «Sono preso fino ai capelli e non so
a chi rivolgermi.»
Josie tornò subito a sorridere. «John, puoi chiedere qualsiasi favore a
Nest, lo sai. Se potrà aiutarti, lo farà.» S'interruppe per un istante, poi aggiunse: «E, come spero tu sappia, puoi rivolgerti anche a me».
Ross le sorrise con aria colpevole. «Mi fa piacere sentirtelo dire. Non
ero sicuro di come fossero le cose tra noi.»
Josie annuì. «Sono come sempre. Non lo vedi?»
E da come lo guardava nel dirlo, il Cavaliere pensò che forse era vero.
Il vicesceriffo Larry Spence parcheggiò l'auto davanti allo spaccio del
Quik Stop e andò a comperare la gomma da masticare. Quando uscì, si
strinse nel pesante giaccone di cuoio imbottito per riscaldarsi e notò che il
cielo si faceva sempre più grigio e che si era levato un vento gelido. Entrò
nella cabina telefonica e compose il numero dell'FBI che gli aveva dato
l'agente Robinson. Nutriva ancora molti dubbi sull'intera la faccenda, però
non intendeva correre rischi con Nest.
Continuò a tamburellare con le dita sulla scatola metallica dell'apparecchio, in attesa che qualcuno rispondesse. Non gli piacevano né l'agente
Robinson né quella donna poliziotto che lo accompagnava, soprattutto dopo che erano stati a casa sua. Quella coppia non era piaciuta neppure ai
bambini. Nessuno dei due aveva dormito bene, la notte precedente, e Billy
si era svegliato cinque o sei volte gridando qualcosa sui coltelli. No, non
gli piacevano affatto. Secondo lui, avrebbero dovuto trovare un altro posto
per parlargli di John Ross. Aveva pensato di chiamare il loro ufficio per
controllare, ma aveva temuto di fare la figura del fesso. Comunque, volevano solo sapere di Ross: una volta riferito quello che era successo, per lui
la faccenda era chiusa.
E a quel punto, forse, il ronzio che sentiva nelle orecchie sarebbe dimi-
nuito, il mal di testa gli sarebbe passato e non avrebbe dovuto perdere tutta
la giornata a dibattere tra sé su quello che doveva fare.
Qualcuno finalmente rispose, una voce maschile: «Sì?».
Il ronzio cessò. «Agente Robinson?»
«Buongiorno, vicesceriffo Spence» gli rispose Robinson, in tono rassicurante. «Che novità ha per me?»
Spence alzò gli occhi, colto dai dubbi. Ross non gli pareva una grande
minaccia. Diamine, riusciva a malapena a camminare, con quella gamba
zoppa. E non gli pareva che Nest fosse granché infatuata di lui, almeno
non quanto gli aveva fatto intendere Robinson. Era molto più anziano di
lei, poteva farle da padre. Non gli sembrava credibile.
«Vicesceriffo?»
«Scusi, controllavo un particolare.» Allontanò le preoccupazioni. Sentiva già mormorii di derisione che lo avvertivano del rischio di equivocare.
Era ansioso di vedere la fine di quella storia. «Sono passato da Nest Freemark poco fa. John Ross era da lei.»
«Ottimo lavoro, vicesceriffo. Cos'ha detto per giustificare la sua visita?»
«Oh, ho trovato la scusa di un controllo sugli spacciatori di droga nel
parco. Ho detto che ci sono giunte voci e che stavamo controllando. Ho
chiesto se avevano visto qualcosa, a tutt'e due.» Ripensò alla risposta irritata che aveva avuto da Nest quando aveva parlato di Ross, ma decise di
non riferire quel particolare.
All'altro capo del filo ci fu una pausa. «Ha notato qualcosa di inconsueto? Ross aveva con sé qualcosa?»
Spence aggrottò la fronte. «Di che genere?»
«Non so, vicesceriffo. Lo chiedo a lei.»
Spence s'irritò al rimprovero. «Camminava col bastone Ha una gamba
paralizzata.»
«Sì. Nient'altro?»
«Non che potessi vedere.» Il suo respiro condensò in una nuvoletta di
vapore. Il ronzio all'orecchio ritornò e gli entrò nel cervello, minacciando
di farlo impazzire. Si premette la mano contro la tempia. «Non capisco.
Cosa dovrei cercare?»
La voce di Robinson era un pugno d'acciaio avvolto nel velluto. «Sa che
non posso dirglielo, vicesceriffo. C'è un'indagine in corso. Non ho ancora
il permesso di rivelarlo, in questo momento.»
I mormorii superarono in volume il ronzio, riempiendo di rumore e di
dolore la testa di Spence: "Non fare domande stupide! Non invadere il ter-
reno altrui! Fa' quello che ti si dice! Ricorda chi è in pericolo!".
"Nest! Nest è in pericolo!" pensò Spence.
La rivide irritata contro di lui per colpa di John Ross. Tornò a premersi
la mano contro la tempia e si appoggiò alla parete della cabina, incollerito
e bellicoso. Non gli piaceva il modo in cui Nest proteggeva quell'uomo. E
poi, cos'era venuto a fare a Hopewell? Occupava tutto lo spazio della vita
di Nest e non lasciava posto ad altre persone.
"Ad altre persone come me! Dovrei esserci io, con lei!" pensò Spence.
"Fa' quello che ti si dice, e tutto andrà bene" mormorava qualcuno al suo
orecchio. Poi sentì la voce di Robinson: «Ci terremo in contatto».
Larry Spence rimase senza fiato. «Come? Pensavo di non dover fare altro» esclamò, ma l'altro aveva già interrotto la comunicazione.
Josie e Ross terminarono il latte e i biscotti e mentre aspettavano il ritorno di Nest lei parlò della vita a Hopewell, del suo lavoro al bar, di coloro
che frequentavano il locale. Ross ascoltava, perché non poteva spiegarle la
propria vita senza rivelare cose che preferiva tenere segrete. Raccontò di
essere tornato un paio di volte all'università, di avere seguito alcuni corsi
di specializzazione e insegnato. Accennò ad alcuni dei luoghi dov'era stato,
e Josie ascoltò senza fare domande, accettando quello che lui le diceva e
lasciandogli lo spazio per un'eventuale ritirata.
«Farei meglio ad andarmene» disse infine la donna. «Riferisci a Nest
che sono passata.»
Si alzò e Ross si alzò a sua volta, appoggiandosi al bastone. «Sei sicura
di non volerla aspettare?»
«Non credo di poterlo fare.» Portò fino all'acquaio i bicchieri e il piatto e
cominciò a sciacquarli. «Ci vedremo ancora, prima che tu parta?» chiese,
senza girarsi.
La domanda sorprese Ross. «Non lo so» rispose automaticamente. Poi
aggiunse: «Spero di sì».
Josie si voltò e lo fissò negli occhi. «Vieni a cena da me, domani sera?»
La porta sul retro si aprì e si chiuse ed entrambi si voltarono a guardare
verso il corridoio. Un attimo più tardi comparve Nest che si strofinava le
mani con vigore. «Fa un bel freddo, là fuori. Ciao, Josie.» Passò lo sguardo
da uno all'altra. «Ho interrotto qualcosa?»
«Sono passata a trovarti, Nest» disse Josie, allegramente. «Ti ho portato
un po' di dolci e John mi ha tenuto compagnia.» S'interruppe solo per un
istante. «Gli ho chiesto se verrà a cena da me, domani sera.»
Nest non guardò Ross. Si avvicinò al tavolo, prese un biscotto e cominciò a mangiarlo. «Mi pare una buona idea. Perché non vai, John?»
Ross aveva l'impressione che gli occhi di Josie lo trafiggessero come
spade. «Siete tutti invitati, naturalmente» aggiunse la donna, con un sorriso
caldo e incoraggiante.
«Grazie dell'invito, ma non posso» rispose subito Nest. «Devo andare a
una festicciola natalizia. Pensavo di portare Bennett e Harper, e potrei portare anche Little John. Ci saranno molti altri bambini.»
Fissò Ross. «John, tu va' da Josie.»
Ross pensava che avrebbe fatto meglio a non accertare l'invito. Avrebbe
voluto andare, ma un incontro l'avrebbe inevitabilmente messo davanti al
medesimo problema incontrato con Josie Jackson quindici anni addietro.
Non aveva senso permettere che la storia si ripetesse, dato che sapeva di
non poterla cambiare. Inoltre avrebbe dovuto lasciare il Variante con Nest
mettendola in pericolo, esponendola a un rischio mortale.
D'altra parte Nest sembrava la sola speranza del Variante. L'aveva portato a lei nel tentativo di salvarlo. Prima o poi avrebbe dovuto consegnarlo
alla giovane, e non aveva molto tempo. Forse sarebbe stato un bene lasciarli insieme per qualche ora.
«Allora, John?» chiese Nest.
Ross continuava a guardare Josie, ad assimilare i lineamenti familiari, il
viso e il corpo che ricordava così bene, anche dopo tanti anni. Ogni cosa in
Josie andava bene, era una composizione così perfetta che non riusciva a
immaginarla diversa. Quando era davanti a lei, gli pareva che tutto fosse
possibile e che nulla avesse importanza, solo lei e il momento presente.
Erano passati quindici anni, ma gli faceva ancora provare emozioni simili. Si sentì invadere da un dolce dolore, poi da una sorta di disperazione
perché comunque lei lo facesse sentire, sarebbe finita allo stesso modo.
«Ti darò una risposta più tardi.»
Per un istante Josie lo guardò senza parlare. «Va bene, capisco.» Si avviò verso il corridoio, a occhi bassi. «Ci vediamo, Nest.»
Si fermò a prendere il cappotto, la sciarpa e i guanti, poi uscì. Montò in
auto e rientrò in città.
Nest dedicò la sua attenzione ai biscotti, mettendoli nella dispensa.
Quando tornò a guardare Ross, il suo viso era privo di espressione. «Se ti
siedi, ti riferisco cos'è successo nel parco.»
Il Cavaliere si sedette e ascoltò con pazienza il resoconto dell'incontro
con Due Orsi, ma la sua mente divagava come fumo spinto dal vento.
Fuori, intanto, cominciava a nevicare.
13
Quando scese la notte erano già caduti venti centimetri di neve, e continuava a cadere. Il bollettino meteorologico ne prevedeva sessanta centimetri per il mattino dopo, e una seconda nevicata per Natale. Ross ascoltò alla
radio il bollettino e guardò dalla finestra la coltre bianca che copriva tutto
il paesaggio fin dove giungeva l'occhio, ossia non molto lontano, perché i
grossi fiocchi che cadevano rifrangevano le luci della strada e del porticato
creando piccoli arcobaleni giallognoli e nascondendo il buio della notte.
Bennett Scott sedeva sul pavimento del soggiorno accanto alla figlia,
che cercava di ricomporre un vecchio puzzle di legno. Harper sollevava
ogni pezzo e lo studiava con cura, poi lo posava e passava al successivo. Il
puzzle aveva solo dodici pezzi, ma la bambina pareva giudicare la fase
preparatoria importante quanto la composizione vera e propria. Little John
si era allontanato dalla finestra, si era seduto sul pavimento accanto a loro
e guardava con attenzione. Continuava a non parlare e a non rispondere alle domande. Rimaneva un enigma.
Nest preparò per cena uno stufato. Tagliò patate, cipolle, carote, sedano
e tirò fuori dei piselli surgelati. Dispose il tutto in una teglia assieme a un
pollo a pezzi, irrorò con brodo di manzo e infilò la teglia nel forno. Lavorava sia a memoria sia a occhio, senza seguire una ricetta precisa, e di tanto in tanto, prima di aggiungere un ingrediente, si fermava a riflettere.
Scambiò solo qualche parola con Ross, che sedeva davanti a lei ma aveva
lo sguardo rivolto allo spettacolo della neve che cadeva e la mente rivolta a
Josie.
L'ossessione per quella donna lo preoccupava. Non era il fatto di avere
pensato a lei nel pomeriggio: la cosa gli accadeva spesso. Ma il ricordo di
Josie, fino a quel giorno, gli pareva fare parte di un lontano passato non
collegato al presente. Si diceva che il forte sentimento provato nel rivederla segnalava quanto era vuota la sua vita. Privo di famiglia e di amici, di
persone da amare, di parenti, di un'esistenza come quella di tutti, era come
i senzatetto per i quali aveva lavorato anni prima, a Seattle. Era naturale, si
diceva, desiderare le cose che gli altri avevano e a lui mancavano.
Rifletté anche sulla comparsa di Due Orsi, ma la sua conoscenza dell'indiano non era mai andata oltre ciò che era evidente. Si avvicinava un momento cruciale nella guerra tra il Verbo e il Vuoto e Due Orsi era venuto a
controllare, forse anche a influenzare il corso degli avvenimenti, come aveva fatto già due volte durante la vita di Nest Freemark. Ma era inutile
cercare di indovinare le intenzioni di O'olish Amaneh. L'indiano viveva in
una sfera diversa da quella degli uomini normali e faceva quello che gli
veniva chiesto. Per Ross, farsi domande su di lui era una perdita di tempo.
"Come pensare a Josie" si disse.
Erano passate le sei e il sole era tramontato da due ore quando giunse la
telefonata di Robert Heppler. Chiedeva a Nest se aveva voglia di andare
nel parco per fare qualche discesa col toboga. I sorveglianti del Sinnissippi
Park avevano controllato il ghiaccio e assicuravano che era abbastanza robusto da reggere una slitta da otto posti; con tutta la neve che era caduta
sulla pista, la discesa si presentava veloce e sicura. Robert portava Kyle,
mentre Amy rimaneva a casa con i suoceri, perciò gli occorreva qualche
altra persona perché la slitta non fosse troppo leggera. Che gliene pareva?
Mentre la giovane parlava al telefono, Ross la guardava. Non sapeva la
natura della comunicazione, e la vide comportarsi in modo strano. Nest
stava forse per dire che non era il momento o per inventare un'altra scusa,
ma poi sollevò gli occhi, guardò Bennett e Harper sedute accanto a Little
John, esitò per un attimo, come se stesse seguendo un altro filo di pensieri,
infine rispose che l'avrebbe accompagnato se avesse potuto portare i suoi
ospiti, due adulti e due bambini. Robert, evidentemente, rispose di sì perché si diedero appuntamento alle otto, poi Nest riagganciò.
Riferì la conversazione a Ross, poi alzò le spalle. «Penso che potrebbe
fare bene ai bambini uscire di casa e divertirsi un po'.»
Il Cavaliere annuì: portando il Variante in un luogo aperto gli avrebbe
fatto correre dei rischi, ma la sua utilità dipendeva dal fatto che Nest riuscisse a capire le sue esigenze, e forse quell'uscita sarebbe stata utile. Non
vedeva alcun plausibile motivo per credere che una corsa in slitta facesse
differenza, dato che fino a quel momento non avevano trovato niente che
funzionasse. Nest era andata parecchie volte da Little John, prima di mettersi a cucinare, e aveva cercato di parlare con lui, ma non aveva avuto risposta. Anche lei era perplessa davanti al comportamento del Variante e la
sua sola speranza consisteva nel provare più strade, anche se la situazione
pareva priva di grandi possibilità di riuscita.
«Forse Little John farà amicizia con Kyle» suggerì Nest, che pareva leggergli nel pensiero. «Forse parlerà, con un bambino della sua età.»
Ross annuì e la aiutò a portare in tavola le posate e i tovaglioli, poi apparecchiò. Se il Variante aveva preso l'aspetto di un bambino, dove esserci
un motivo; di conseguenza, forse si poteva ottenere qualche rivelazione
trattandolo come un bambino normale. Era una possibilità su cui Ross non
faceva molto affidamento, ma non aveva proposte migliori. Era esausto,
dopo gli avvenimenti delle tre settimane precedenti, e non era certo di potersi assumere ancora per molto tempo la responsabilità del Variante.
Sedettero a tavola e mangiarono lo stufato con pane imburrato e latte
freddo. Il Variante toccò appena il cibo, ma Harper mangiò per tre. Misero
i piatti nell'acquaio, si infilarono maglioni, parka, sciarpe e guanti e si diressero verso il parco. Nest aveva in casa vestiti di ricambio sufficienti per
tutti, anche per Ross, che infatti indossava gli abiti lasciati da Paul. La notte era silenziosa e gelida, ma il vento era cessato. La neve continuava a cadere in grossi fiocchi pigri e si schiacciava al loro passaggio, lasciando un'orma acquosa. Nel cortile posteriore e sui campi di baseball, la bianca distesa era intatta, perciò Nest e i suoi ospiti si aprirono la strada a testa china sul manto di neve, preceduti dalle nuvolette di vapore che uscivano dalle loro bocche.
Ross zoppicava in fondo al gruppo e il suo bastone lasciava fori profondi
dove s'appoggiava. Per tutto il tragitto continuò a guardarsi attorno, timoroso per la sicurezza di Little John. Quando attraversarono la stradina di
servizio a ridosso della siepe, con la coda dell'occhio colse un movimento
nel cielo: un gufo usciva dagli alberi vicino alle case e attraversava il parco. Sul suo dorso c'era una minuscola figurina: Pick in ricognizione.
«Mamma, guarda!» gridò Harper, correndo avanti e indietro con la bocca aperta e la lingua fuori per raccogliere i fiocchi di neve. «Mmm, fragola! Mmm, 'niglia!»
Attraversarono i campi di baseball e l'area per i picnic e si diressero verso la parte orientale del parco, dove s'innalzava la pista. Il parcheggio illuminato era pieno di macchine e grida eccitate giungevano dal fianco del
colle, dove erano già iniziate le discese in slitta. Ross scrutava nella neve
che continuava a cadere, ma ormai era solo una spruzzata di fiocchi sul
fondale scuro del cielo. Scorsero la pista del toboga: alte colonne di legno
scuro sullo sfondo illuminato, simili alle ossa di una creatura antidiluviana
semidivorata.
«Mamma! Mamma!» gridava Harper eccitata tirando la mano di Bennett
per spingerla ad affrettarsi.
Robert li attendeva accanto alla pista e Kyle giocava a palle di neve con
un altro bambino. Nest fece in fretta le presentazioni. Robert guardò con
simpatia Bennett Scott e Harper, ma con diffidenza John Ross, il quale non
poté dargli torto. Robert Heppler non aveva alcuna ragione di ricordarlo
con simpatia, tuttavia gli strinse la mano senza ritrosie, come per mostrare
la sua intenzione di superare i vecchi sospetti, e li invitò a montare sulla
slitta.
La pista del toboga era nel Sinnissippi Park fin da quando Nest era una
bambina piccola. Varie volte si era tentato di smantellarla perché pericolosa, e si era detto che prima o poi qualcuno si sarebbe fatto male e avrebbe
fatto causa al parco. Ma ogni volta le proteste della popolazione di Hopewell si erano levate così alte che la direzione del parco aveva lasciato cadere la cosa.
La pista di assi di legno era fissata sopra un traliccio di tronchi uniti tra
loro da grosse viti di ferro e infissi in un basamento di calcestruzzo. In cima, a cinque metri dal suolo, c'era la piattaforma di partenza alla quale si
accedeva da una scaletta. La piattaforma era abbastanza grande da ospitare
due slitte: una pronta all'inizio dello scivolo e una in attesa di prenderne il
posto. La pista scendeva fino al canale e terminava sul ghiaccio. Laggiù
era stato liberato dalla neve uno spazio che arrivava fino al molo della ferrovia. Una buona corsa con sufficiente peso a bordo poteva portare una
slitta fino al molo.
Sulla piattaforma, un incaricato del parco manovrava una massiccia leva
di legno che teneva ferma la slitta mentre i passeggeri salivano e veniva
abbassata quando tutti erano pronti per la corsa.
Quando vide come funzionava la cosa, Ross si rivolse a Nest: «Io non
posso venire» le disse a bassa voce. «Salire lassù mi costerebbe troppa fatica.»
«Oh!» fece lei, lanciando un'occhiata al bastone. «Me n'ero scordata.»
Ross passò lo sguardo sul gruppo. «Aspetto qui.»
«Va bene, John» gli rispose. «Lo tengo d'occhio io.»
Non c'era bisogno di chiedere a chi si riferisse. Il Cavaliere si spostò di
lato mentre Robert metteva in fila gli altri e si caricava sulle spalle la slitta,
lasciando penzolare le corde che servivano per dirigerla. Non appena cominciarono a salire, Nest afferrò la slitta dal fondo per aiutare Robert a trasportarla su per la scaletta. Ross scrutava la pista che scendeva verso il
ghiaccio con pendenza costante. Era illuminata da alcune lampade, ma solo fin dove lo scivolo toccava il canale. Sulla lastra di ghiaccio regnava l'oscurità.
Il gruppo di Robert salì sulla piattaforma e attese che la slitta che li precedeva imboccasse la discesa. Ross, appoggiato al bastone, guardò tra gli
alberi e vide un paio di Divoratori scivolare nell'ombra, simili a due gocce
d'olio. Per un istante tese i muscoli, poi scosse la testa. "Piantala di preoccuparti" si disse: dappertutto c'erano luci e persone e la presenza di un paio
di Divoratori non significava nulla.
Provò a guardare in alto alla ricerca di Pick, ma non riuscì a vederlo.
Qualche istante più tardi, il gruppo di Robert montò sulla slitta: Robert
in testa, Kyle dietro di lui, poi Bennett, Harper, Little John e Nest. A parte
Robert, ciascuno stringeva le gambe attorno alla vita della persona che aveva davanti e gli abbracciava le spalle. Kyle e Harper ridevano e gridavano, Little John guardava fisso dinanzi a sé.
Quando la leva venne abbassata, la slitta si lasciò alle spalle la piattaforma e prese a scendere sempre più velocemente con un forte scricchiolio
dei pattini sulla neve e sul ghiaccio, fendendo l'aria tra grida e risate. Ross
la guardò finché non raggiunse il ghiaccio e non venne inghiottita dal buio.
Intorno alla piattaforma, le famiglie si mettevano in fila per un'altra corsa.
Una sola discesa, comunque, fu più che sufficiente per Bennett Scott.
Harper, eccitatissima, se l'era divorata, gridando e ululando per tutto il tragitto e ridendo istericamente quando la corsa era finita, e mentre risalivano
verso la pista aveva implorato di farlo di nuovo.
«Mamma, mamma! Veloce, veloce!» gridava ridendo.
Se la corsa non era stata sufficiente a far venire un infarto a Bennett, la
risalita rischiò di completare l'opera. Quando finalmente arrivarono in cima era senza fiato e sentiva il disperato bisogno di una sigaretta.
«Vi dà fastidio se salto la corsa?» chiese a Nest, mentre si mettevano in
fila. Ross, quello strano tipo, se ne stava tutto solo da una parte, come se
temesse di essere aggredito o chissà cosa, e se lui non si sentiva in dovere
di accompagnare suo figlio, Bennett non vedeva perché avrebbe dovuto
sentirsi obbligata ad accompagnare la propria.
«Fa' pure» le rispose Nest, guardandola con preoccupazione. «Ti senti
bene?»
Bennett si strinse nelle spalle. «Dipende da cosa intendi per "bene". Voglio fumare una sigaretta, nient'altro.» Guardò Harper. «Tesoro, puoi andare con Nest e lasciare che la mamma riprenda fiato?»
La bambina la guardò con aria interrogativa, poi si girò per dire qualcosa
a Kyle. Parevano avere fatto amicizia, mentre Little John rimaneva isolato
da entrambi. "Strano figlio di uno strano padre" pensò Bennett. Le dispia-
ceva per lui, ma così era la vita. Esperienza personale.
Evitando di passare accanto a John Ross, che del resto guardava da un'altra parte, si allontanò dalla fila. Respirò a fondo, con il petto che le doleva per il freddo e la fatica, cercò in tasca le sigarette, ne prese una dal
pacchetto e cercò l'accendino.
La fiammella di un altro accendino si accese davanti al suo viso e Bennett vi accostò la sigaretta. Aspirò una lunga boccata di fumo caldo, poi alzò lo sguardo e vide gli occhi verdi di Penny.
«Ehi, sorella» disse Penny, spegnendo l'accendino.
Bennett le soffiò in faccia il fumo. «Sta' lontana da me.»
Penny sorrise. «Non è quello che pensi veramente.»
«Hai solo da provare.» Bennett si allontanò da lei.
«Aspetta!» Penny la raggiunse e le si affiancò. «Ho portato una cosa per
te.»
«Non la voglio.»
«Oh, sì che la vuoi! È roba fine. Un fulmine bianco e un fumo di angeli.
Ti farà volare alto per tutta la notte. Io ne ho preso un pizzico poco fa, e ti
assicuro che questa città è divenuta subito migliore!»
Bennett aspirò dalla sigaretta e tenne lo sguardo altrove. «Senti, perché
non mi lasci perdere?»
«Ascolta, questo posto non piace a te come non piace a me. Non far finta
che le cose siano diverse.» Così dicendo, Penny si passò la mano nella
chioma selvaggia e i suoi occhi guizzarono in tutte le direzioni, famelici e
funesti. «Questa città è per chi non sa vivere! È un fallimento. Io continuo
a cercare qualcosa da fare, oltre a sentire mia nonna che russa, ma non trovo niente! Non c'è neppure una discoteca. Solo una manciata di bar pieni
di operai della fonderia e di contadini. "Com'è andato il raccolto, Jeb?"
"Oh, benissimo, Harv." E via di questo passo. Il solo modo per non dar
fuori di testa è fare qualcosa di sensato.»
«Io ho smesso, con la roba.» Bennett si fermò ai margini del bosco, dove
l'oscurità era così fitta che non si riusciva a distinguere neppure i tronchi.
Senza averne l'intenzione, si era allontanata già troppo dalla luce. «Adesso
sono pulita e voglio rimanerlo.»
«È solo uno stato mentale, sorella» disse Penny, tirando su col naso.
«C'è un modo di essere puliti e ce n'è un altro. Fai quello che vuoi, prendi
quello che ti serve, e resti pulita lo stesso.»
«Già, proprio così» ironizzò Bennett.
Penny si strinse nelle spalle. «Allora, cos'hai deciso? Vai a farti un'altra
bella corsa in slitta?» Fissò la piattaforma bene illuminata. «Torni dai tuoi
amici?»
Bennett seguì la direzione del suo sguardo. Nest, Robert e i bambini erano già saliti e attendevano il loro turno. «Può darsi.»
Penny si piegò in due dalle risate. «Non riesci a mentire, sorella! Non
torneresti lassù per tutto l'oro del mondo Ma puoi credere quello che vuoi,
se ti fa sentire meglio. Io, però, ho un sistema migliore. Guarda qui.»
Prese di tasca una bustina piena di polvere bianca cristallina, se ne versò
un pizzico sul dito e la inspirò dal naso. Trasse un profondo sospiro, poi
sorrise. «Come il latte della mamma, sorella. Ne vuoi un assaggio?»
Bennett si umettò le labbra, incapace di staccare gli occhi dalla bustina.
Il bisogno che provava era così forte che non si fidava a parlare o a muoversi. Voleva una dose con tanta intensità da non riuscire neppure a sopportare quell'idea. "Solo un assaggio" pensava. "Solo questa volta." Penny
aveva ragione. Lei era troppo ingarbugliata dentro di sé, lottava per liberarsi, ma la prima a non essere certa di farcela era lei.
"Non mi farebbe niente. L'ho già presa in passato e non mi ha dato nessun fastidio. E poi Harper sarebbe a posto, in qualsiasi caso. C'è Nest. Può
occuparsene lei, magari meglio di me. Nest le piace. Non ha bisogno di
me. Un po' di coca mi può schiarire le idee. Quel poco che basta, posso
prenderne un pizzico e poi smettere. Ce l'ho sempre fatta. Posso smettere
in qualsiasi momento. Basta che decida di farlo."
Poi pensò: "Oh, Dio" e chiuse gli occhi con tanta forza che le palpebre le
fecero male. "No. No." Incrociò le braccia e guardò verso la pista del toboga. «Tientela» rispose.
Penny continuò a fissarla per un istante, poi si infilò in tasca la bustina e
guardò la piattaforma, dove Nest e gli altri stavano montando sulla slitta.
Sorrise: uno squarcio rosso sulla faccia pallida. «Meglio che torni dagli
amici, a farti un'altra corsa sullo scivolo» disse. Sorrise con aria cupa, rivolgendo a Bennett un'occhiata ostile e cattiva.
Poi andò fino al bordo della salita e guardò in giù, verso il canale. «Va' a
fare la brava mammina, allora. Tieni compagnia a tua figlia.» Infilò una
mano in tasca, ne tirò fuori una torcia a pile, la puntò verso la riva e la accese e la spense due volte.
Poi si voltò verso Bennett, e aveva un'espressione dura come la pietra.
«Magari dopo, sorella» disse. «C'è sempre un dopo.»
Senza guardarla, la salutò con la mano e si allontanò.
Fermo dietro le querce e i cespugli che bordavano il canale, in un punto
in cui la luce proveniente dallo scivolo non giungeva, Findo Gask vide accendersi e spegnersi due volte la torcia di Penny Orribile, in cima al pendio, e sorrise tra sé. Era giunto il momento di mostrare a Nest Freemark
cosa poteva aspettarsi se avesse persistito nel suo atteggiamento di non
collaborazione. Aveva perso fin troppo tempo con lei e non intendeva perderne altro.
Uscì dall'ombra e scese in riva al canale. L'acqua era divenuta ghiaccio,
naturalmente, ma tutto può sempre cambiare. Basta sapere dove applicare
la corretta pressione. Una lezione che Nest Freemark avrebbe fatto meglio
a imparare finché era ancora in tempo.
Con quella finanziera e quel cappello dalla larga tesa, il demone sembrava un predicatore sceso al fiume per battezzare i nuovi convertiti, ma
aveva in mente qualcosa di più duraturo della pulizia dell'anima. E, in ogni
caso, il battesimo non era nel suo stile: lui era più portato per le sepolture.
Senza badare ai Divoratori che uscivano famelici dall'ombra per avvicinarsi a lui, s'inginocchiò accanto al ghiaccio. I Divoratori amavano Findo
Gask, potevano sempre contare su di lui per un buon pasto. Non vedeva
motivo di deluderli proprio ora.
Abbassò la mano e appoggiò il dito sul ghiaccio, chiudendo gli occhi per
concentrarsi meglio. Lentamente comparve sulla superficie una crepa che
si allargò e si allungò, per poi correre via, nell'oscurità, verso il tratto privo
di neve dove le slitte si fermavano, vicino al punto in cui si alzava, simile a
una parete nera, il molo che reggeva i binari. Staccò la mano dal ghiaccio e
tese l'orecchio. Dal buio dove, spinta dalla sua magia, era corsa la crepa,
giunse il rumore di qualcosa che si spezzava e poi lo sciacquio dell'acqua.
Questa volta, terminata la discesa, Nest Freemark e i suoi amici avrebbero trovato ad attenderli una bella sorpresa.
Si alzò in tempo per scorgere un grosso uccello che usciva dagli alberi
alle sue spalle e volava verso lo scivolo.
L'inserviente manovrò la leva sulla piattaforma.
Il toboga si avviò lungo la discesa facendo scricchiolare i cristalli di
ghiaccio sotto i pattini di legno, e acquistò rapidamente velocità. A bordo
erano solo in cinque: Robert, davanti, teneva nelle mani guantate le corde
con cui guidava la slitta; dietro di lui Kyle, poi Harper, Little John, e Nest
in coda. Stretti l'uno all'altro, con la testa piegata in avanti per proteggersi
dal freddo, videro gli alberi e le luci attorno alla pista scorrere velocemente
e perdere forma.
«Tenetevi forte!» gridò allegramente Robert, girandosi verso i passeggeri e sorridendo loro.
«Forte!» gli fece eco Harper, al settimo cielo.
Il rumore dei pattini sulla neve compressa, sul ghiaccio e sulle tavole di
legno divenne assordante quando la velocità aumentò e si unì al sibilo dell'aria, coprendo le loro grida. Nest si teneva stretta a Little John, sperando
di vedere qualche sua reazione, ma il bambino continuò a tacere stoicamente, fissando un punto indeterminato del buio con espressione distaccata
e lontana.
«Iiiik!» gridò Harper fingendo di avere paura, e nascose la faccia contro
il parka di Kyle. «Troppo veloce! Troppo veloce!»
Erano a metà della discesa, il ghiaccio avvolto nell'oscurità si avvicinava
sempre più, il toboga volava sulla neve compatta della pista. Nest sorrideva: la sferza del vento sulle guance era tagliente ed esaltante. Era una bella
corsa. Sebbene fossero solo in cinque a dare peso alla slitta, scendevano
veloci e probabilmente sarebbero arrivati fino al molo. Davanti a lei, Robert era curvo sulla parte anteriore della slitta per diminuire la resistenza
dell'aria e acquistare velocità.
«Vai, Robert!» gli gridò Nest, d'impulso.
Erano quasi alla fine della pista quando un'ombra scura, alata, uscì dal
buio e si portò accanto alla slitta, all'altezza di Nest. La giovane scorse due
ampie ali e un corpo tozzo, poi udì la voce di Pick: «Saltate giù, Nest!
Gask ha spezzato il ghiaccio davanti a voi! Saltate giù!».
Dapprima, Nest pensò di esserselo immaginato: il gufo, Pick che le gridava all'orecchio, l'invito folle e pericoloso. Voltò la testa da quella parte,
aspettandosi che l'ombra e le parole scomparissero e che l'accaduto si rivelasse un frutto della sua immaginazione. Invece il gigantesco uccello volava davvero accanto alla slitta, sfiorando coloro che risalivano fino alla
piattaforma per un'altra corsa e che nel vederlo lanciavano esclamazioni di
stupore.
«Nest, salta giù subito!» le gridò Pick.
Sconvolta, riconobbe il Silvano. Quello che aveva sentito era vero.
Giunto al termine della pista, il toboga prese a correre sul ghiaccio, nelle
tenebre, lasciandosi dietro le luci.
«Robert, volta la slitta!» gridò.
Robert si girò a guardarla, con aria confusa. Nest allungò la mano e,
schiacciando tra loro i tre bambini, lo afferrò per un braccio e tirò, costrin-
gendolo a dare uno strattone alla corda che fece uscire i pattini dal solco.
Ma la corda permetteva solo un controllo minimo, e la slitta continuò a
correre, un po' inclinata ma nella stessa direzione di prima.
«Piantala, Nest!» gridò Robert, liberando il braccio. «Cosa fai?»
Le tenebre davanti a loro erano una voragine nera sotto il cielo coperto
di nuvole e solo due luci lontanissime, all'inizio del molo, fornivano un po'
di chiarore. Nest sentì un nodo allo stomaco nel pensare a quello che li aspettava, e tirò di nuovo Robert per il braccio.
«Robert, c'è un buco nel ghiaccio!»
Alla fine, disperata, lo afferrò per le spalle, mentre i bambini, schiacciati
in mezzo a loro due, gridavano spaventati, e saltò fuori della slitta, trascinando con sé gli altri. Il toboga s'inclinò e dopo un attimo si ribaltò, rovesciandoli tutti sul ghiaccio. Slitta e passeggeri si separarono: questi piombarono contro un mucchio di neve, il veicolo proseguì la corsa nel buio.
I cinque passeggeri erano finiti uno addosso all'altro, ansimavano per lo
shock e cercavano di mettersi in piedi sulla superficie sdrucciolevole del
ghiaccio. Harper piangeva e Robert imprecava. Ma Nest udì all'improvviso
uno sciacquio e si sentì paralizzare da una terribile premonizione.
«Zitti!» ordinò, posando le mani sulle loro spalle per far capire che parlava sul serio. Aveva bisogno di silenzio per udire ciò che stava succedendo, e inoltre temeva che Gask li sentisse. «Zitti!»
Udendo il suo tono, tacquero tutti. Nel silenzio che scese sul canale si
udì sibilare un vento gelido che abbassò di quindici gradi la temperatura e
portò via il poco calore ancora conservato dall'aria. Il ghiaccio scricchiolò
e si ruppe, ma quando il vento gelido colpì l'acqua si riformò immediatamente. Il varco si chiuse. Si udì un rumore di legno spezzato quando il
ghiaccio afferrò il toboga, come uno stuzzicadenti tra le fauci nere di un
gigante, e lo sigillò dentro di sé.
Nest prese in braccio Harper e la calmò stringendola a sé e parlandole,
finché non cessò di singhiozzare. Kyle fissava le tenebre con occhi grandi
come piattini da tè. Little John aveva lo sguardo fisso come il suo, ma sul
viso non gli si leggeva alcuna espressione.
«Maledizione!» mormorò Robert, quando anche l'ultimo di quei suoni
terribili si spense. «Cos'è stato?»
"Non vorresti saperlo, Robert" pensò Nest, nel silenzio cupo della collera e della paura.
14
Lasciarono il ghiaccio, dove adesso non c'era nessuno, e risalirono il
pendio fino alla piattaforma. Nest e Robert spingevano i bambini davanti a
loro e nessuno aveva voglia di parlare. Quando la loro slitta si era ribaltata,
le corse erano state sospese. Ray Childress, il dipendente del parco addetto
alle slitte che svolgeva quel lavoro da venti anni e che Nest conosceva fin
da bambina, aveva messo la barra di chiusura, aveva fatto scendere la gente dalla piattaforma ed era corso ai piedi della rampa per sapere cos'era
successo. Quando li aveva raggiunti, aveva dato un'occhiata a Nest ma,
forse dopo avere visto la sua faccia, aveva preferito rivolgersi a Robert.
Questi aveva fatto del suo meglio per spiegare l'accaduto, ma in realtà non
aveva capito bene quello che era successo, e si limitò a improvvisare dicendo che probabilmente il ghiaccio non era sicuro e che l'indomani, con
la luce, avrebbero potuto capire meglio.
Poco dopo arrivò Bennett, che scese il pendio agitando gambe e braccia
e afferrò Harper con tale forza da farla gridare di dolore.
«Bambina mia, bambina mia, stai bene?» Continuando a baciarla e abbracciarla, si rivolse con ira a Nest: «Ma cos'hai combinato? Una bambina
così piccola! Non avevi il diritto di farle correre pericoli, Nest! E io che
pensavo di potermi fidare di te!».
Era una reazione irrazionale, alimentata da una mescolanza di colpa e di
paura. Nest lo capiva benissimo: Bennett era una drogata e dava sempre
agli altri la colpa di quello che succedeva, pur essendo al fondo convinta
che fosse colpa sua.
«Mi dispiace, Bennett» le rispose. «Ho fatto il possibile per tenere Harper lontana dal pericolo. Non era una cosa prevedibile. Comunque lei è
stata molto brava quando ci siamo rovesciati: non si è spaventata e si è tenuta a me. È una bambina coraggiosa.»
«Mi dispiace, mamma» disse piano Harper.
Bennett Scott guardò la figlia e in un attimo la sua collera si dileguò.
«Va tutto bene» disse. «Dispiace anche alla mamma. Non volevo sembrare
così arrabbiata. Ero solo spaventata.»
Quando arrivarono in cima alla salita, Ray Childress disse a tutti i presenti di tornare a casa: la pista era chiusa e l'indomani avrebbe riaperto se
le cose fossero andate a posto. Gli adulti, che avevano freddo e pensavano
a luoghi più caldi, accettarono la notizia senza protestare, mentre ì bambini
brontolarono un po', prima di allontanarsi trascinandosi dietro le slitte. Le
auto accesero il motore e uscirono dal parcheggio, i fari sciabolarono in
mezzo agli alberi, le gomme crepitarono sulla neve ghiacciata. L'aria spostata dalle auto fece turbinare i fiocchi di neve, ma ormai la nevicata era
quasi finita.
Nest guardò in alto per cercare qualche indizio di Pick, ma il Silvano era
scomparso. Senza dubbio se n'era andato anche Findo Gask. Nest si rimproverò per la propria trascuratezza, per avere pensato che il demone non
avrebbe osato agire in mezzo alla folla, anzi, non avrebbe osato agire e basta. Quanto era stata arrogante e stupida! Si era creduta invulnerabile, una
veterana troppo esperta nelle guerre del Verbo e del Vuoto perché Gask
osasse sfidarla, troppo ben protetta dalla magia di Wraith. O forse era solo
passato troppo tempo dall'ultima volta che era stata minacciata, perciò era
giunta a credersi inattaccabile.
«Hai l'aria di voler strappare gli occhi a qualcuno» commentò Robert,
fermandosi accanto a lei.
Nest gli posò una mano sulla spalla e si appoggiò a lui. «Magari potrei
limitarmi a strapparti i bottoni del parka.»
«Non ho bottoni, solo lampo.» Robert sospirò. «Allora, spiegami. Cos'è
successo? Voglio dire, cos'è successo veramente?»
Nest si strinse nelle spalle e distolse gli occhi. «C'era un foro nel ghiaccio. L'ho visto appena in tempo.»
«Era scuro come la pece, Nest. Io non sono riuscito a vedere niente.»
Lei annuì. «Lo so, ma io vedo bene anche di notte.»
Robert si passò una mano nei capelli color stoppa e lanciò un'occhiata a
John Ross, che si era inginocchiato davanti a Little John e gli parlava a
bassa voce. Il bambino guardava da un'altra parte. «Non so, Nest» commentò. «L'ultima volta che è successa una cosa strana come questa c'era
anche lui. Ricordi?»
«Non ricominciare, Robert.»
«Il Quattro di Luglio di quindici anni fa, quando proprio qui, sotto di
noi, sono scoppiati i fuochi artificiali, e tu sei andata dietro a lui, e io sono
venuto dietro a te, e tu mi hai steso a terra tra gli alberi...»
Nest si allontanò di un passo. «Piantala, Robert. Non è colpa di John.
Non era neppure con noi sulla slitta.»
Robert scosse la testa. «Può darsi. Ma può darsi che la sua presenza sia
negativa. Non mi sento a mio agio con lui, Nest. Mi dispiace.»
La giovane si portò davanti a lui. «Robert, tu sei sempre stato un po' una
testa di cavolo. Era una caratteristica simpatica quando eravamo ragazzini
e penso che lo sia ancora. Ma capirai, spero, se non condivido i tuoi giudi-
zi superficiali e infantili su persone delle quali non sai nulla.» Respirò a
fondo. «Cerca di ricordare che John Ross è un amico.»
Robert fece una faccia talmente afflitta che Nest scoppiò a ridere e gli
diede scherzosamente uno spintone. «Prendi Kyle e va' a casa, da Amy e
dai tuoi genitori. Ci vediamo domani sera.»
Con un cenno d'assenso, Robert fece per allontanarsi. Poi si girò verso di
lei. «Io sarò una testa di cavolo, ma tu sei troppo fiduciosa» disse indicando prima Ross poi Bennett Scott. «Fammi un favore. Fa' attenzione.»
Nest lo congedò con un gesto della mano, poi andò da Ross, che si alzò
per salutarla. «Stai bene?» le chiese.
Nest si guardò attorno per assicurarsi che nessuno sentisse. Accanto a loro c'era Little John, ma il suo sguardo era perso nella distanza. Lei gli appoggiò una mano sulla spalla, ma il bambino non reagì.
«Gask ha aperto un foro nel ghiaccio davanti a noi, mentre scendevamo
con la slitta» spiegò Nest. «Pick mi ha avvertita in tempo e io ho rovesciato la slitta in modo che finissimo tutti in un mucchio di neve. La slitta è
caduta nell'acqua e il ghiaccio si è chiuso su di essa e l'ha fatta a pezzi.
Almeno, credo che sia andata così. Era buio, e non sono certamente andata
a guardare. La mia impressione è che dovesse succedere a noi quello che è
successo alla slitta.» Scosse la testa. «Mi dispiace. So che è colpa mia. Sono io che ho accettato l'invito. Non immaginavo che Gask avrebbe tentato
qualcosa.»
Ross annuì. «Non accusarti. Neanch'io ho immaginato che potesse farlo.» Alzò lo sguardo in direzione degli alberi. «Mi chiedo chi fosse il bersaglio dell'attacco.» S'interruppe e tornò a fissare Nest. «Capisci cosa intendo dire?»
Nest abbassò la testa e diede un calcio a un mucchietto di neve. «Certo.
Noi o Little John?» Rifletté per alcuni istanti. «Se sapeva che Little John è
il Variante, perché ha cercato di ucciderlo anziché provare a impadronirsi
della sua magia?»
Ross respirò con aria stanca e il vapore del suo fiato annebbiò l'aria tra
loro. «I demoni non possono identificare i Varianti se questi non usano la
loro magia, e la usano solo quando cambiano forma. Little John non è
cambiato dal nostro arrivo.» Aggrottò la fronte. «Forse Gask ha indovinato
la verità.»
Nest scosse la testa. «Non mi sembra plausibile. L'attacco è stato una
sorta di bordata che doveva colpire chiunque si trovasse in mezzo. Una distruzione indiscriminata. Gask mi aveva avvertita che avrebbe fatto qual-
cosa di simile se avessi cercato di aiutarti.»
Arrivò Bennett, stanca e turbata, con la figlia, e disse che la bambina aveva freddo e voleva tornare a casa. Harper guardava per terra e non parlava. Nest annuì e suggerì di tornare tutti per bere una cioccolata calda.
Chiudendo bene il colletto e coprendosi con le sciarpe per proteggersi
dal freddo, rifecero in senso inverso il cammino dell'andata. Attraversarono i campi di baseball innevati diretti verso il quartiere residenziale Sinnissippi, verso le luci e i fili di fumo che uscivano dai comignoli. I fari delle
ultime auto lasciavano il parco. Dalle case, qualcuno chiamò un nome, attese un istante e infine chiuse la porta.
Nest tornò a guardare in cielo alla ricerca di Pick, ma non c'era traccia di
lui. Si chiese se gli fosse successo qualcosa, poi pensò che era poco probabile, perché se ne sarebbe accorta. Pick si sarebbe fatto vedere l'indomani
mattina.
Arrivarono a casa e, una volta dentro, lasciarono accanto alla porta posteriore stivali bagnati, giacconi, sciarpe e guanti, poi passarono in cucina
per sedere attorno al tavolo mentre Nest scaldava il latte e vi scioglieva la
polvere di cioccolato, poi andava a prendere i biscotti di Josie. Era ancora
irritata con se stessa per la scarsa cautela dimostrata, ma era anche in collera con Findo Gask e si chiedeva come fare per impedirgli qualche nuovo
attacco. Se il demone era così sfrontato da attaccarli all'aperto, in mezzo
alla gente, nessun luogo era sicuro.
Mangiarono i biscotti e bevvero il cioccolato, poi Bennett portò a letto
Harper. Quando tornò, Nest aveva finito di mettere in ordine e sedeva da
sola al tavolo della cucina.
Bennett andò alla finestra e guardò fuori. «Esco a prendere le sigarette.»
Nest cercò di rimanere impassibile. «È tardi.» Avrebbe voluto dire qualcos'altro, convincere Bennett a non uscire, ma non le venne in mente niente. «Forse faresti meglio ad aspettare fino a domani.»
Bennett abbassò gli occhi. «Faccio in fretta. Vado solo fino alla stazione
di servizio.»
«Vuoi che ti accompagni?» Nest fece per alzarsi.
«No, ho bisogno di stare da sola.» Si allontanò dalla finestra e si diresse
alla porta. «Torno subito.»
Nest continuò a fissarla finché non ebbe lasciato la cucina. Subito dopo,
sentì aprire e chiudere la porta sul retro. Bennett era uscita.
Bennett Scott percorse il vialetto e raggiunse la Woodlawn Road. Tirò
su fino al collo la lampo del giaccone per ripararsi dal freddo intenso; i
suoi stivali lasciavano profonde impronte nella neve caduta da poco. Inspirò l'aria gelida e incrociò le braccia sul petto per riscaldarsi. Il freddo non
le era mai piaciuto. Gli spazzaneve non erano ancora arrivati fin lì e la
strada era ammantata di bianco. Alcune auto passarono lentamente accanto
a lei, fuoristrada con quattro ruote motrici, ma per gran parte del tragitto
non si udì alcun rumore e la strada rimase deserta.
Bennett abbassò la testa e si chiuse ancor più strettamente il colletto. Sapeva di agire in modo irrazionale. Non capiva cosa l'avesse spinta a uscire,
sapeva solo di dover uscire per qualche momento.
Quando si era accorta che la slitta si era rovesciata e che Harper era finita chissà dove nel buio, fuori dal suo sguardo, e che forse era ferita, forse
morta, aveva perso la ragione. Per questo aveva aggredito Nest senza riflettere, reagendo d'istinto alla propria paura. Non sopportava l'idea di perdere Harper. La bambina era la sola cosa che avesse, la sola, in tutta la sua
vita, che fosse riuscita a non rovinare. Avrebbe fatto di tutto per proteggerla, e si aspettava che gli altri facessero come lei, pur sapendo che non l'avrebbero fatto, e questo pensiero la angosciava. Ma lei aveva sempre avuto
fiducia in Nest, si era sempre fidata della sua sorella maggiore.
Continuò a camminare nella neve, la testa insaccata tra le spalle, gli occhi fissi sulla strada. Le dispiaceva di essersela presa e di avere dovuto
constatare che la sua reazione era sbagliata e fuori luogo. Sperava, camminando, che la collera le sbollisse. Nest non era arrabbiata con lei e non le
avrebbe rinfacciato lo scatto d'ira. Non Nest. Nest non l'avrebbe mai fatto.
Quando arrivò alla stazione di servizio, prese due pacchetti di sigarette e
un caffè. Il freddo la colpì di nuovo come uno schiaffo quando uscì e attraversò il parcheggio per raggiungere la strada. Accese una sigaretta proteggendo con la mano la fiamma dell'accendino, e inspirò profondamente
il fumo caldo e acre. Per un attimo si sentì girare la testa e le disgrazie della sua vita scesero a un livello sopportabile. Forse poteva funzionare: venire con Harper da Nest, cercare di ricominciare da capo. Forse avrebbe trovato lì quello che cercava, nella vecchia, cara Hopewell. Non occorreva
molto per mantenersi puliti, bastava un po' di buona volontà. Poteva cercarsi un lavoro, un appartamento, mettere Harper al nido d'infanzia e farsi
qualche amicizia. Poteva funzionare.
Funzionare... già! Scosse la testa con ira. Come se ci fosse veramente
qualche possibilità per una come lei. Chi voleva prendere in giro? Pianse
un poco, al pensiero di quanto fosse confusa la sua vita e di quanto fossero
scarse le sue possibilità di rimetterla in sesto.
«Qui fa freddo, sorella» disse Penny Orribile, materializzandosi accanto
a lei come se fosse spuntata dal nulla. «Ehi, ho la macchina. Vieni con me,
ti porto io.»
Bennett la guardò con espressione opaca, come se fosse qualcosa di inevitabile, una costante della sua vita che si rifiutava di cambiare o di sparire.
Si sentì di colpo stanca, esaurita, sola. Il freddo la intontiva e le toglieva la
forza, ma non avrebbe voluto sentirsi così. Voleva sentirsi bene. Anche solo per pochi istanti. Anche solo per breve tempo.
Gettò la sigaretta nella neve e si lasciò prendere per il braccio da Penny
e condurre via.
Il vicesceriffo Larry Spence sedeva da solo in soggiorno, in un angolo
del grosso divano, e guardava la televisione posta sull'altro lato della stanza. Guardava lo schermo ma non prestava attenzione alle immagini, perché
la sua mente era tutta concentrata sulla voce che gli parlava al telefono. I
bambini erano a letto, addormentati o che facevano finta di esserlo. Si preparavano per le ultime ore di scuola prima della pausa natalizia, ma pensavano soprattutto ai regali che avrebbe portato loro Babbo Natale. Billy
dormiva già un po' meglio, non aveva più gli incubi in cui gli tagliavano le
dita, ma aveva ancora uno sguardo agitato e sofferente.
«Domattina deve tornare là per controllare» gli diceva l'agente speciale
Robinson, e le sue parole echeggiavano nella mente confusa di Spence. «Si
assicuri che non faccia del male alla ragazza.»
«Ma perché dovrebbe fargliene?» chiese Spence, con lo sguardo fisso su
un punto dello schermo. «Non ne ha alcun motivo.»
Robinson fece una breve pausa, poi rispose in tono molto serio: «È un
uomo pericoloso, e le persone pericolose possono fare di tutto. Si serve dì
lei per avere un nascondiglio. È un trafficante di droga, ed è venuto qui per
una grossa partita. Se la ragazza dovesse scoprirlo, cosa pensa che farebbe,
quell'uomo?».
«Ma la ragazza non vuole che io vada in casa sua. Praticamente mi ha
cacciato fuori. Cosa posso fare?» replicò Spence, esasperato.
«Le faccia una visita nell'esercizio delle sue funzioni, proprio come ha
fatto oggi. Lei ha tutti i diritti di condurre indagini.»
«Su che cosa dovrei indagare?»
«Lei che ne dice, vicesceriffo? Secondo lei, cosa potrebbe succedere?»
Larry Spence batté le palpebre e scosse la testa. «È uno spacciatore. È
qui per una grossa partita. Perciò qualcosa succederà nel parco, vero?»
«Mi sembra un buon punto di partenza.»
«Posso dire che qualcuno ha visto aggirarsi persone sospette. Lo dico e
poi guardo la reazione.»
«Forse qualcuno ha davvero visto qualcosa. C'è sempre qualcuno che
vede tutto.»
Spence cambiò posizione e sporse in avanti le spalle massicce. «Non
posso permettere che facciano del male a quella ragazza. Lei non capisce
com'è fatta la gente. Pensa sempre bene di tutti, ma le cose non stanno così.»
«Qualcuno dovrebbe aprirle gli occhi» convenne Robinson. «E la ragazza avrebbe motivo di essere davvero riconoscente con chi glieli aprisse,
non crede?»
Larry Spence annuì lentamente. «Potrei farlo io. Potrei aiutarla a vedere
le cose come sono in realtà. Basta che riesca a far commettere un errore a
quel Ross, a fargli dire la cosa sbagliata. Devo solo stargli addosso, nient'altro. Sì, stargli addosso.»
Non immaginava che Findo Gask lo ascoltava con lo stesso interesse
con cui un bambino osserva le formiche prima di schiacciarle sotto i piedi.
Non sapeva di essere solo una carta di scarto in una partita giocata da altri.
Pronta a essere usata all'occorrenza. "Se non altro" pensava il demone "il
nostro buon vicesceriffo mi aiuterà a distrarre l'attenzione della fastidiosa
signorina Freemark." La giovane si era rivelata un ostacolo peggiore di
quanto avesse previsto.
Nelle prossime ventiquattr'ore, comunque, tutta la situazione sarebbe
cambiata. Lo imponevano gli avvenimenti della notte.
«È proprio la cosa giusta da fare» mormorava tra sé Larry Spence, e intanto annuiva con vigore, per sottolineare la decisione.
Il demone sbadigliò. Annoiato dagli umani, mandò un nuovo incubo nella testa del ragazzino che dormiva nella camera accanto al soggiorno, poi
ascoltò oziosamente al telefono il grido con cui il bambino si svegliò per
correre tra le braccia rassicuranti del padre.
Il vento freddo faceva roteare gli ultimi fiocchi di neve sul Sinnissippi
Park, dove quasi tutte le luci erano ormai spente. Parevano bianche falene
attirate dal chiarore dei lampioni stradali, mulinanti in piccoli vortici candidi. La luce della luna si affacciava dagli squarci tra le nubi e si rifletteva
sulle cancellate di ferro e sulle croste di ghiaccio che coprivano qualche
tratto della strada. La neve si ammucchiava contro i tronchi e le siepi divisorie, dove il vento l'aveva spinta: un soffice panneggio bianco sullo sfondo di velluto nero della notte.
Ray Childress terminò di chiudere la pista del toboga, collocò alcune catenelle di traverso sulla scaletta e sulla piattaforma, appese segnali d'avvertimento, poi chiuse a chiave il magazzino delle attrezzature. Il parco era silenzioso, le auto si erano allontanate, tutti erano tornati a casa. Le luci erano ancora accese lungo lo scivolo e sulla riva del canale, dove la neve era
stata sgomberata, ma solo le ombre danzavano nel loro bagliore.
Mentre metteva il lucchetto al magazzino guardò il canale buio, sotto di
lui. "Maledettamente strano" pensò "che il ghiaccio si sia spezzato in quel
modo, tutto in un colpo." L'aveva esaminato lui stesso nel pomeriggio.
Aveva effettuato fori in vari punti e aveva trovato dappertutto almeno dieci
centimetri di ghiaccio, e nessun segno di indebolimento lungo il percorso
delle slitte.
"Maledettamente strano" pensò di nuovo.
Lavorava nel parco da parecchi anni e durante l'inverno si era sempre
occupato di quella pista. Nel corso degli anni aveva visto molte cose, e alcune spingevano a grattarsi la testa perplessi, ma non aveva mai visto niente di simile.
Ghiaccio che si spacca senza alcuna ragione.
Mentre rifletteva su quella stranezza, sentì il suono inconfondibile, secco
e penetrante nell'immobilità della notte, del ghiaccio che si spezzava: un
crepitio lento, come se il ghiaccio volesse prendersi tutto il tempo che giudicava necessario, simile allo spicinio delle schegge di vetro quando vi si
cammina sopra.
Si voltò nella direzione da cui era giunto il rumore e osservò con attenzione. In vent'anni non era mai successo niente di simile.
Ray Childress era un uomo pignolo, metodico, che quando iniziava
qualcosa andava sempre fino in fondo e si assicurava che il lavoro fosse
compiuto bene. Se nel suo lavoro sorgeva qualche difficoltà, si preoccupava di capire la natura del problema, in modo da evitare che si ripetesse o da
essere pronto nel caso si fosse ripetuto.
D'impulso, quasi con cocciutaggine, prese la torcia a pile e si avviò verso il canale. Scese lentamente, mettendo con attenzione il piede sui mucchi
di neve e cercando a ogni passo un appoggio saldo. Non poteva farne a
meno: doveva scendere a controllare. Si rendeva conto di comportarsi da
sciocco, scendendo adesso che era buio invece di aspettare il mattino, ma
voleva sincerarsi dell'accaduto prima degli altri, per poterci riflettere un po'
di più. Dopotutto non ci sarebbe voluto molto tempo, per dare un'occhiata.
Miriadi di occhi gialli, grandi come lanterne, seguirono la sua discesa
verso il canale, uscendo dall'ombra degli alberi che crescevano sul fianco
del pendio, e spiarono i suoi movimenti, ma lui non si accorse della loro
presenza.
Il suo fiato velava l'aria davanti a lui, mentre scendeva fino al termine
della pista e proseguiva poi sul ghiaccio. Sua moglie Carol era uscita per
andare in chiesa col gruppo della parrocchia e sarebbe rientrata tardi: Ray
non aveva nessuna fretta di tornare a casa. Camminando con prudenza,
proseguì sul ghiaccio, mantenendosi ai margini dell'area dove era stata
spalata la neve, per evitare di scivolare. Il raggio della torcia setacciava il
buio, riflesso dalla scura superficie del fiume ghiacciato.
"Che strano silenzio" pensò. Non c'era neppure il vento a disturbarlo...
Giunto a un centinaio di metri dalla riva, si fermò all'improvviso e vide
il toboga degli Heppler: spuntava dal ghiaccio come la lapide di una tomba, leggermente piegato di lato, con la parte anteriore arrotondata sollevata
verso l'alto e il resto intrappolato nel ghiaccio. Il legno della slitta era
scheggiato e curvato, le assicelle sporgevano e i tiranti erano strappati.
Ray scosse la testa. Non aveva mai visto niente di simile. Nel ghiaccio si
era aperto un foro che si era poi richiuso spezzando il toboga come un fuscello. Maledizione, che cosa strana!
Fece un passo, con l'intenzione di avanzare solo per un paio di metri, ma
il ghiaccio cedette all'improvviso sotto di lui, spezzandosi come se fosse
stato una crosta sottilissima. Ray balzò all'indietro per salvarsi, ma stava
già scivolando nelle acque gelide e lo shock del contatto col freddo gli tolse il respiro. Finì completamente sott'acqua, ma riuscì a riemergere boccheggiando. Gli stivali e il giaccone lo trascinavano a fondo. Riuscì a sfilarseli, e si sfilò anche i guanti, e nello stesso tempo cercò disperatamente
di afferrarsi a un tratto dove il ghiaccio fosse solido e si potesse trovare
una presa.
«Aiuto!» gridò, con voce debole e chioccia. «Per l'amor di Dio, aiuto!»
Dibattendosi selvaggiamente nell'acqua gelida, continuò a tentare di afferrarsi al bordo del ghiaccio. Ma aveva perso la lampada, non vedeva nulla e non riuscì a trovare il bordo del foro.
«Aiuto!» gridò con un gemito lungo, disperato.
Poi vide gli occhi gialli, grandi e luminosi, uscire dall'oscurità e rimanere ai margini del suo campo visivo, come spettatori del suo dibattersi.
Aspettavano.
Il ghiaccio cominciò a muoversi. Lo sentì scheggiarsi e rompersi, poi
sentì l'acqua sollevarsi lentamente intorno a lui. Lo scricchiolio che seguì
fu profondo, pieno d'echi, e riempì il silenzio della notte. Gridò ancora, ma
qualcosa lo tirava per le gambe, trascinandolo verso il fondo. Finì sott'acqua, poi riemerse ansimando. "No!" gridò dentro di sé. "Oh, per favore,
no!"
Finì di nuovo sotto e questa volta, quando risalì, il ghiaccio era già contro la sua faccia e lo rinserrava al proprio interno. Brancolando, si afferrò
al bordo del foro e riuscì a protendere un braccio prima che il ghiaccio finisse di chiudersi, intrappolandolo sott'acqua con la sola eccezione della
mano. Scalciò e spinse freneticamente da sotto, ma il ghiaccio non cedette.
Dall'alto, e adesso li vedeva bene, gli strani occhi gialli lo guardavano
con desiderio.
Per qualche istante la sua mano si mosse nell'aria della notte. Quando finalmente cessò di muoversi, la brina che si formò sulla pelle diede l'impressione che calzasse un guanto bianco.
Gli occhi gialli grandi come lanterne lo guardarono ancora per qualche
istante, poi svanirono.
MARTEDÌ 23 DICEMBRE
15
L'indomani mattina, quando Nest si alzò per andare a correre, era ancora
buio. Fuori, i lampioni proiettavano cerchi di luce sulla neve e il display
luminoso della sveglia sul comodino le diceva che non erano ancora le
cinque. Si vestì senza accendere la luce, infilandosi i calzoni della tuta, le
scarpe da corsa e un paio di maglioni, poi raggiunse in punta di piedi la
porta posteriore, prese un berretto con visiera, guanti e sciarpa. Un'occhiata all'attaccapanni le rivelò l'assenza del parka di Bennett. A quanto pareva, non era tornata a casa.
L'aria del mattino era così fredda da togliere il fiato. Passò in mezzo ai
mucchi di neve con andatura da jogging, scese lungo il vialetto e raggiunse
la strada, poi cominciò a correre. Gli spazzaneve erano passati prestissimo
e adesso la Woodlawn Road, sgomberata fino all'asfalto, sembrava un fiume nero che scorreva tra argini di neve. In lontananza si udivano gli spazzaneve al lavoro: il silenzio della mattina senza vento era rotto dal sordo
brontolio dei potenti motori e dal forte stridore delle lame metalliche. Nella strada davanti a lei nulla si muoveva e Nest corse da sola lungo la mezzeria, passando per le zone più sgombre, evitando i mucchi di ghiaccio e di
neve gelata, e respirando a fondo e con metodo mentre si allontanava dall'abitato.
Là, nella solitudine e nel silenzio, nella profonda calma del pieno inverno, si sentiva in pace.
I lampioni le rischiararono il cammino finché non si lasciò alle spalle il
centro abitato e non raggiunse i campi coltivati che circondavano la cittadina. Ormai il cielo mostrava le prime tracce di luminosità e il nero della
notte sì era rischiarato fino a diventare grigio. Le stelle brillavano ancora
in piccoli grappoli dagli squarci tra le nubi e i campi coperti di neve riflettevano la loro luce argentea.
Nest rallentò l'andatura quando sentì il cuore accelerare i battiti. Il ronzio
alle orecchie diminuì, ma il calore del sangue allontanò il gelo della notte e
lei non lo sentì più. La sua mente prese a correre in sintonia con l'energia
del corpo, i suoi pensieri vagarono qua e là, come bambini che alzano la
mano durante la lezione, ansiosi di fare domande. Nest cercò di soffocarli,
di pensare solo al movimento delle gambe e al ritmico rumore dei piedi
sull'asfalto, di tenere sotto controllo le emozioni suscitate da quei pensieri.
La notte precedente era stato un errore portare tutti alla pista del toboga,
dove Gask poteva attaccarli. Un altro lasciar uscire Bennett da sola. Di sicuro ne aveva fatti ancora, di errori, e ne stava facendo: per esempio correre da sola in una strada deserta, nelle prime ore del mattino, dove poteva
essere facilmente attaccata dai demoni che davano la caccia a John Ross e
al Variante. Pareva quasi che li sfidasse a colpirla.
"E forse" pensò con ira "è proprio così. Che affrontino Wraith!"
Accantonò subito la sfida, perché sapeva cos'era e dove portava. Meglio
usare la ragione e la cautela. Ma a instillarle quei pensieri era la collera.
Non aveva chiesto lei di trovarsi in quella situazione, continuava a ripetersi. Non era stata lei a chiedere a Ross di tornare nella sua vita, portandole
nuovi guai sotto forma di un bambino di quattro anni che non comunicava
con nessuno. Che il Variante avesse fatto il suo nome e che Ross l'avesse
portato da lei era già abbastanza negativo. Ma che tutta la comunicazione
tra lei e il bambino si riducesse al fatto che lui aveva pronunciato, giorni
addietro, il suo nome... ecco, la cosa la faceva infuriare.
Quella notte, mentre Ross e Harper dormivano e lei aspettava il ritorno
di Bennett, e cominciava a chiedersi se le cose stavano proprio andando
per il verso giusto, il Variante era uscito dalla sua stanza ed era venuto a
sedere accanto a lei. Silenzioso come un'ombra, aveva preso posto sul divano. L'aveva guardata per un momento, i suoi occhi azzurri le avevano
esaminato il viso, poi aveva rivolto l'attenzione all'oscurità che si estendeva attorno alla casa, e si era messo a fissare ancora una volta il parco. Lei
l'aveva osservato in silenzio per qualche istante, poi si era girata per inginocchiarsi accanto a lui. In casa le luci erano spente, a parte una piccola
lampada in fondo al corridoio, e sul vetro non c'erano riflessi. Al di là della
sagoma frastagliata della siepe divisoria si scorgeva il parco innevato, una
vasta distesa bianca e scintillante.
«A che pensi, Little John?» gli aveva chiesto, provando di nuovo a seguire il suggerimento di Due Orsi. Poi aveva aggiunto: «Cosa vedi?».
Nessuna risposta. Il bambino aveva lineamenti delicati e fini, corpo sottile, capelli biondo scuro che gli ricadevano sulla fronte e sulle orecchie in
ciuffi disordinati. "Bisognerebbe tagliarli" si era detta lei, chiedendosi se
non fosse il caso di farlo. Il bambino aveva bisogno di cibo ma anche di affetto, di sentirsi parte di una famiglia. Era troppo fragile, correva il rischio
di svanire da un momento all'altro.
«Non mi dici niente, Little John?» aveva insistito. «Non puoi parlare un
poco con me? Una volta hai pronunciato il mio nome, me l'ha detto John.
Hai detto: "Nest", e quello è il mio nome. Mi conoscevi? Dimmelo, Little
John. Dimmi di che cosa hai bisogno, e io cercherò di dartela.»
Nessuna risposta. Gli occhi del bambino erano rimasti fissi sul parco.
«Anch'io ho la magia» aveva detto Nest infine, avvicinandosi a lui fin
quasi a toccarlo. Si aspettava che si scostasse o se ne andasse, ma il bambino era rimasto perfettamente immobile. «Io sono nata con la magia, proprio come te. Non è facile possedere la magia, sai? La magia agisce su di
te in modi che non sempre ti piacciono. Ti fa diventare qualcosa che non
sempre desideri. È successo anche a te?»
Aveva atteso invano la risposta, poi aveva proseguito: «C'è una creatura
magica che vive dentro di me e che preferirei non avere. È la magia di mio
padre, me l'ha data quando ero molto piccola e per un sacco di tempo non
sapevo di averla. L'ho scoperta quando avevo quattordici anni. Questa magia ha la forma di un lupo fantasma, Wraith. È una creatura molto grande e
forte, che incute spavento. Quando ero piccola mi seguiva dappertutto e mi
proteggeva. Adesso abita dentro di me e non so bene come sia successa la
trasformazione...».
Si era interrotta perché pensare a Wraith e alla magia la metteva a disa-
gio. Le erano tornate in mente le immagini di Seattle e del demone contro
cui aveva combattuto: il demone che aveva cercato di spingere Ross ad allontanarsi dal Verbo. Era stato quello scontro a far uscire Wraith dall'interno di Nest, a rivelare dove la belva era rimasta nascosta dal giorno
della sua sparizione. Nel ricordo, lo sentì di nuovo sorgere dentro il proprio corpo, prendere con sé lei e il suo essere, saldarli insieme, cosicché
anche Nest aveva condiviso la sua cupa rabbia, la sua forza terrificante.
Il lupo fantasma era di nuovo comparso, senza essere chiamato, nell'ultima gara cui Nest si era iscritta...
Aveva chiuso gli occhi per un momento e poi li aveva riaperti per fissare
la notte incorniciata dalla finestra. «Se tu mi parlassi della tua magia, Little
John, forse potremmo aiutarci a vicenda. Forse ciascuno potrebbe far capire all'altro cosa ci sta succedendo. A me non piace vivere così. E a te?» Gli
aveva posato con dolcezza la mano sul polso, aveva sentito sotto le dita il
calore della pelle e il battito del cuore. «Forse potremmo sentirci meglio
tutt'e due, se ne parlassimo.»
Ma il Variante non aveva risposto. Nest aveva continuato a parlargli ancora per molto tempo, ma non aveva ottenuto risposta. Alla fine aveva accompagnato Little John nella sua stanza ed era andata a letto. Era stanca e
delusa, e tutti gli errori della giornata le erano parsi ancora più gravi a causa dell'ora tarda e dell'assoluto insuccesso nel far parlare il bambino.
Nest aveva trovato la sua andatura e correva in modo sciolto e automatico, senza pensare alla corsa, sul rettifilo che portava alla Moonlight Bay e
al fiume. Le sue preoccupazioni erano scomparse, assorbite dal ritmo della
falcata: se le era lasciate alle spalle come il luogo da cui era partita. Naturalmente al ritorno le avrebbe trovate tutte ad aspettarla. Ma al ritorno le
sarebbero parse meno pesanti, più facili da affrontare. Una lunga corsa aveva sempre su di lei quell'effetto.
Percorse cinque miglia si fermò e riprese a correre in direzione inversa. I
pensieri le si erano schiariti, non accusava stanchezza e avrebbe potuto
continuare all'infinito. Il vapore del respiro annebbiava l'aria davanti a lei,
braccia e gambe si muovevano con maggior scioltezza nel freddo. Nest
correva quasi tutti i giorni, se il tempo lo permetteva, perché per tutta la
sua vita quell'esercizio fisico era sempre stato il miglior sistema per sentirsi bene. La corsa le aveva sempre dato la forza che le occorreva, fin da
quando era ragazzina. L'aveva portata alle Olimpiadi e alla carriera di
campionessa mondiale di fondo: una carriera durata otto anni. E la corsa,
in più di un'occasione, le aveva salvato la vita.
A volte si chiedeva cos'avrebbe fatto se non l'avesse avuta. Era difficile
da immaginare; la corsa definiva la sua personalità, il suo modo di affrontare l'esistenza. Non era una fuga dalla realtà, bensì un mezzo per vedere la
vita da altri punti di vista e per trovare le risposte di cui aveva bisogno per
affrontarla. E soprattutto, amava pensare, correva verso la vita. Nel suo
modo di affrontare le cose, infatti, era sempre veloce, diretta: una lezione
che aveva imparato anni prima, dalla nonna. La lezione le piaceva: tutto
sommato, quel modo di affrontare la vita era secondo lei il migliore che esistesse.
Al momento, però, incontrava qualche difficoltà ad applicarlo.
Quando giunse al vialetto di casa scorse nella neve una nuova serie di
impronte: Bennett era tornata. Aprì la porta posteriore senza fare rumore,
perché non sapeva se qualcuno fosse già sveglio, e udì una voce giungere
dal soggiorno. Si tolse il berretto, la sciarpa e i guanti, si sfilò le scarpe da
allenamento, poi raggiunse il soggiorno e si fermò sulla soglia.
«"Così l'orsacchiotto tornò a casa dalla mamma e da quel giorno in poi
non andò mai e poi mai nella foresta senza chiedere prima il permesso."
Fine.» Bennett Scott chiuse il libro di favole che stava leggendo ad Harper
e lo posò. «Questa è una buona lezione anche per le bambine. Non uscire
mai di casa senza chiedere il permesso alla mamma. Te ne ricorderai, cara,
vero?»
«Sì, mamma» promise la bambina.
Harper sedeva sulle ginocchia della madre. Era in pigiama, però coperta
da un vecchio scialle di lana che la madre aveva avvolto sulle spalle di entrambe. Nest notò che Bennett indossava i vestiti della sera prima ed era
pallida e stanca.
«Perché la mamma starebbe molto male se succedesse qualcosa alla sua
bambina. Lo sai, Harper?» La strinse a sé. «La mamma vuole che tu sia
sempre al sicuro.»
«Ahi, mamma!» si lamentò la bambina, perché la madre la stringeva
troppo forte.
«Scusa, tesoro.» Bennett le passò una mano nei capelli. «Ehi, guarda, sta
sorgendo il sole! Guarda, Harper! Tutto il cielo è oro, e rosso, e color lavanda e rosa! Guarda quanti magnifici colori!»
Si voltarono verso la finestra per guardare a levante, dove la prima luce
del sole oltrepassava proprio allora le cime degli alberi del parco. Nest osservò senza parlare Bennett che stringeva a sé Harper e le indicava il cielo.
«Sai cos'è, Harper?» le chiese piano. «Ricordi quello che ti ho detto? È il
fuoco degli angeli. È bellissimo, vero?»
«Bellissimo» ripeté la bambina.
«Ricordi quello che la mamma ti ha detto del fuoco degli angeli? All'inizio di ogni giorno, gli angeli vanno in tutto il mondo e raccolgono un pezzetto dell'amore delle mamme per i loro bambini. Ne prendono qualche
briciola, un pizzichino da ciascuna, perché le mamme ne hanno bisogno
per loro, per tenere al sicuro i loro figli. Ma gli angeli prendono tutto quello che possono e lo mettono insieme, prima che la gente si svegli, poi lo
usano per far sorgere il sole. A volte il cielo è chiaro e pieno di colori come oggi perché c'è più amore del solito. Ma ce n'è sempre quanto basta per
far sorgere il sole, per iniziare un nuovo giorno.»
Bennett tacque e abbassò la testa sui capelli di Harper. Nest lasciò la soglia e andò nella propria camera. Si tolse la tuta da ginnastica e andò in
bagno. Fece una lunga doccia, si lavò i capelli, si vestì e si truccò, e per
tutto il tempo si chiese se doveva dire qualcosa a Bennett. "Meglio di no"
continuò a ripetersi. Forse era meglio lasciare le cose come stavano.
Nell'uscire per andare in cucina a preparare la colazione notò che sulla
segreteria telefonica brillava la spia dei messaggi.
Ce n'era uno solo.
«Ciao, sono Paul. Pensavo di trovarti, ma si vede che sei già in faccende.
O forse dormi ancora, ma non credo. Non tu. Comunque, volevo solo dire:
"Ciao" o "Buon Natale". Ho pensato a te, ultimamente. Non ti sento da parecchio tempo, perciò ho deciso di telefonarti. Spero che vada tutto bene.
Ti richiamo più tardi. Ciao.»
La segreteria le recitò l'elenco delle possibilità: cancellare, conservare il
messaggio, ripeterlo, ma Nest si limitò a riagganciare. Seduta sul letto, fissò il telefono. Non sentiva Paul da parecchi mesi. Perché le telefonava
proprio adesso? Forse voleva solo parlarle, come aveva lasciato detto, ma
forse voleva dell'altro, e lei aveva l'impressione che, una volta saputo cosa,
non le sarebbe piaciuto.
Uscì dalla camera e andò in cucina. Stava tirando fuori pentolini e padelle e si chiedeva cosa preparare per colazione, quando arrivò Bennett, che si
sedette al tavolo.
Nest si voltò verso di lei. «Buongiorno.»
«Buongiorno» ripeté Bennett. Fissò Nest per un istante, poi distolse lo
sguardo. Aveva un'aria orribile, ben peggiore di quanto era parso a Nest
poco prima. «Posso fare qualcosa?»
Harper era rimasta in soggiorno e giocava tranquilla, pareva non avere
bisogno d'altro. «Puoi preparare il caffè, grazie.»
Bennett si alzò e si avvicinò alla caffettiera. Aveva tolto il filtro e aperto
la scatola del caffè in polvere quando le cominciarono a tremare le mani.
Non riusciva a fermare il tremito, ma continuò a cercare di mettere il filtro
al suo posto e così facendo rovesciò il caffè per terra.
Nest le si avvicinò e le prese le mani. «Nessuno ha mai detto che è facile.»
Bennett aggrottò la fronte e s'irrigidì. «Va tutto bene. Lasciami stare.»
«Dove sei stata questa notte, Bennett?»
«Sono uscita. Senti, non ho voglia di parlarne, va bene? Lasciami in pace!»
Tirò indietro le mani di scatto e si lasciò scivolare sulla sedia, mordendosi le labbra. Nest la guardò, poi si voltò e andò a preparare il caffè.
«Vuoi che me ne vada?» chiese Bennett dopo qualche istante, abbassando la testa. I capelli neri le caddero davanti al viso nascondendo la sua espressione. «Basta una parola. Io e Harper ce ne andiamo in un lampo.
Non abbiamo bisogno di stare qui.»
«Io voglio che tu rimanga» rispose Nest, piano.
«No, non è vero! Tu vuoi che io me ne vada! Ammettilo, una buona volta! Non mentire proprio a me. Tu vuoi tornare padrona della tua vita, come
prima che arrivassimo noi due!»
Nest finì di preparare il caffè e andò al fornello: aveva deciso di cuocere
wurstel e frittelle. «Be', nella vita non sempre si ottiene quello che si vuole,
ma a volte ciò che si ottiene è meglio di ciò che volevamo. La nonna lo ripeteva sempre. Penso che avere qui con me per Natale te e Harper, e John
e Little John sia un ottimo esempio di quello che intendeva dire. Non credi?»
Attese un momento, poi si voltò verso di lei. Bennett piangeva, la testa
fra le mani e le spalle curve in avanti. Nest le si avvicinò e si abbassò per
parlarle meglio, appoggiando un ginocchio sul pavimento.
«Non ho neppure un regalo per lei!» sussurrava Bennett, disperata e incollerita. «Neppure un regalo! Non ho soldi per comprarlo! Che razza di
madre sono?»
Nest le posò un braccio attorno alle spalle. «Allora facciamoglielo insieme. Tu e io. Qualcosa di veramente meraviglioso. Lo facevo sempre,
con la nonna, perché a lei piaceva fare regali ma non cose comprate. Diceva che quando li facevi tu erano speciali. Perché non proviamo anche
noi?»
Bennett annuì in modo pressoché impercettibile. «Sono una disgraziata,
Nest. Non riesco a fare niente di giusto.»
Nest le si accostò ancora di più. «Quando le feste saranno finite, Bennett, possiamo andare a trovare un uomo che lavora con i drogati. È molto
bravo. Ha un programma di assistenza domestica, e lui fa il supervisore del
gruppo. Puoi andare a stare con loro, se vuoi, ma non è necessario. A me
piace, e penso che piacerà anche a te. Forse riuscirà ad aiutarti.»
Bennett scosse la testa. «Certo, perché no?» Ma non pareva molto convinta. Sospirò e si tenne la faccia nascosta tra le mani finché non smise di
singhiozzare. «Dio, come odio questa vita!»
Nest si alzò e tornò a occuparsi dei fornelli. Continuò finché il caffè non
fu pronto, poi ne riempì una tazza e la portò a Bennett, che non si era più
mossa. La giovane ne bevve un sorso, poi andò in sala da pranzo ad apparecchiare. Poco più tardi giunsero John Ross e Little John. Il bambino si
diresse subito verso il divano e si inginocchiò come sempre davanti alla finestra. Harper, seduta sul pavimento, lo guardò per qualche istante, poi riprese a giocare.
Fecero colazione con le luci accese. Dopo una breve comparsa, il sole
era sparito: di lui rimaneva solo un indistinto disco più chiaro in mezzo alle nuvole, mentre l'aria si era fatta grigia e si era levato il vento. Le auto
passavano sulla strada come insetti al rallentatore, e il loro passaggio era
accompagnato dal cigolio delle gomme da neve e dal tintinnio delle catene.
Andy Wilts venne con la jeep della stazione di servizio a ripulire il vialetto. Bennett parlava ad Harper di angeli della neve e di ghiaccioli dolci come lecca-lecca, e Nest propose di andare a prendere un albero di Natale,
ora che aveva ospiti per le feste. Ross mangiò in silenzio, e il Variante
continuò a guardare il parco.
Mentre sparecchiavano e mettevano i piatti nella lavastoviglie, sentirono
bussare all'ingresso. Nest guardò fuori della finestra e scorse un'auto della
polizia municipale. "Di nuovo" pensò per prima cosa. Lasciò a Bennett
l'incarico di finire di sparecchiare e andò alla porta, irritata all'idea di dover
di nuovo discutere con Larry Spence. Cosa voleva, questa volta? Per fortuna Ross era nella sua stanza, così almeno avrebbero evitato un altro battibecco.
«Buongiorno, Larry» lo salutò mentre apriva la porta e faticò a non dirgli quello che pensava veramente.
Larry Spence se ne stava impacciato davanti a lei, cappello in mano, in-
fagottato nel cappotto d'ordinanza. «Buongiorno, Nest. Mi spiace di doverti disturbare di nuovo.»
«Non preoccuparti. Cosa posso fare per te?»
Lui si schiarì la gola. «Be', sarebbe meglio se mi facessi entrare e ne parlassimo dentro.»
Nest scosse la testa. «Non credo. Abbiamo provato ieri e non è andata
molto bene. Faresti meglio a dirmi subito cosa vuoi, qui sul portico.»
Larry si mosse a disagio. «Va bene. Come vuoi tu.» Poi cambiò tono di
voce e aggiunse, con irritazione: «È per quello spaccio di droga nel parco.
La cosa prosegue. La scorsa notte c'è stato un grosso acquisto. Un testimone ha visto e ci ha telefonato. È possibile che sia coinvolto qualcuno che
abita da te».
A Nest venne subito in mente Bennett Scott, che era rimasta fuori tutta
la notte. Che fosse stata coinvolta in un acquisto di stupefacenti? Fissò
Larry Spence cercando di decifrare la sua espressione. Ma come avrebbe
fatto Bennett Scott a pagare per un "grosso acquisto''? Non aveva un soldo.
«Chi hanno visto, quei testimoni?» chiese subito.
«Non posso dirlo.»
«Chi sono i tuoi testimoni?»
«Non posso dirti neanche questo.»
«Comunque ci sono dei testimoni, e hanno visto qualcuno che acquistava droga e sarebbero in grado di riconoscerlo, è così?»
«Esatto.»
Nest non gli credette. Andava a caso. Se così non fosse stato, non sarebbe venuto a farle tante domande, ma con un mandato d'arresto per Bennett.
«Stammi a sentire, Larry.» Nest si chiuse la porta alle spalle e uscì nel
portico, le braccia incrociate sul petto. «La scorsa notte, tutti i miei ospiti
erano in casa, a letto, e dormivano. Se qualcuno afferma il contrario, tiralo
fuori. Altrimenti va' a indagare su qualcun altro.»
Larry Spence arrossì. «Non devi adottare un atteggiamento così difensivo. Io faccio solo il mio lavoro. Lo spaccio di droga è una brutta cosa, e la
gente che spaccia è pericolosa. Faresti meglio a convincertene.»
«Ma cosa stai dicendo, Larry? Io non conosco nessuno che traffichi in
droga, e non sono amica di spacciatori. A casa mia ho quattro ospiti: due
sono amici che conosco da molti anni e gli altri due sono bambini piccoli.
Non credo che siano il tipo di persone di cui parli tu.»
Larry scosse la testa con ostinazione. «Forse non li conosci bene come
credi.»
«Be', può anche darsi. Ma perché credi di conoscerli tu meglio di me?
Questa è la seconda volta in due giorni che arrivi qui e mi scarichi addosso
grandi dosi di insinuazioni e di accuse senza prove.» Tutt'a un tratto provò
una forte collera. «Se sai qualcosa che io non so, perché non me lo dici subito, invece di aspettare che io crolli e confessi?»
«Senti, Nest, io non...»
«No, tu adesso mi dici quello che sai, oppure te ne vai da casa mia!»
Larry respirò a fondo. Era rosso come un peperone. «John Ross è un
uomo pericoloso» disse. «Sono arrivate delle persone che fanno indagini
su di lui. Io cerco di tenerti fuori dai guai, ragazza!»
Lei lo fissò a bocca aperta. «John Ross? Tutta questa faccenda riguarda
John?» Dunque, capì ora, Larry Spence non aveva mai pensato a Bennett,
ma solo a John. John Ross che spacciava droga! Le venne da ridere.
Spence pareva confuso. «Ehi, faresti meglio a svegliarti, riguardo a
Ross» obiettò. «La gente che indaga su di lui...»
Un campanello d'allarme le squillò nella testa. «Che gente?» chiese subito. «Di chi si tratta?»
«Non posso dirtelo.»
«A quanto pare, ci sono un po' troppe cose che non puoi dirmi. Comincio a chiedermi che cosa tu sappia realmente.» Fece un passo verso di lui.
«Chi ti hanno detto di essere, quelle persone? Hai controllato? Perché adesso sono io ad avere dei sospetti su questa faccenda.»
Larry serrò le labbra. «È un'indagine ufficiale, Nest. Ho già detto più di
quello che avrei dovuto e io...»
«Uno di loro è un uomo anziano con gli occhi grigi e un libro rilegato in
cuoio? Un tizio che sembra un antico predicatore?»
Larry Spence la fissò con stupore, lasciando a metà quello che stava dicendo. Nest percepì la sua incertezza. «Ascoltami, Larry» gli disse lentamente, scegliendo con cura le parole. «Questa cosa è più grossa di te. Molto più grossa. Sta' lontano da quell'uomo, mi hai capita? Non è quello che
pensi. Lui è la persona pericolosa, non John Ross.»
Il vicesceriffo fece una smorfia. «Allora sai qualcosa di questo spaccio
di droga, vero?» disse.
«Non c'è nessuno spaccio di droga!» ribatté lei, infuriata. «Non riesci a
ficcartelo in testa?»
In quel momento la radio portatile prese a gracidare seccamente nella tasca del cappotto di Larry Spence, che si spostò di alcuni passi da Nest per
rispondere senza farsi sentire. Parlò a bassa voce per qualche istante, co-
prendosi con la mano la bocca, poi ascoltò la risposta e si voltò di nuovo
verso Nest. «Devo andare» annunciò. «Ne riparliamo più tardi. Comunque,
cerca di fare attenzione, ragazza. Ho l'impressione che tu la sappia più lunga di quello che vuoi farmi credere.»
Senza aspettare risposta, si diresse all'auto, salì a bordo e partì. Nest girò
sui tacchi quando fu partito, rientrò in casa e si fermò nell'ingresso, schiumante di rabbia. Larry Spence era un imbecille, e Findo Gask lo stava usando, questo era certo. Ma a che scopo lo usava? Pensò a come i demoni
da lei conosciuti in passato avevano usato gli esseri umani: come pedine
per raggiungere il proprio scopo. Si rammentò di suo padre, venuto a riprenderla per usarla ai propri fini. Si rammentò di Stefanie Winslow e di
come voleva usare John Ross.
"La storia si ripete" pensò con ira. "Non puoi fare nulla per cambiarlo.
Perfino nei piccoli particolari della nostra vita quotidiana, noi commettiamo sempre gli stessi errori." Come impedire che succedesse di nuovo?
Si massaggiò le braccia sotto il pesante maglione per togliersi dalla pelle
il gelo dell'inverno. Ma il gelo che si era insediato nella bocca del suo stomaco non aveva intenzione di andarsene.
16
Quando si fu calmata a sufficienza per pensare ad altro, Nest caricò tutti
sulla Taurus e li portò in un vivaio situato a nord della cittadina. Fattasi
prestare una sega dal proprietario, portò i suoi ospiti nel boschetto di alberi
natalizi per cercarne uno accettabile. Altri clienti si aggiravano già nei lunghi filari, alla ricerca dell'albero più adatto alle loro necessità. L'aria era
gelida e pungente e il vento soffiava da ovest sollevando dai campi spruzzate di neve. Dal Mississippi giungevano scuri nuvoloni, e Nest sentiva già
il sapore e l'odore della neve che stava per cadere.
Come inebriata da un forte liquore, respirò a pieni polmoni l'aria invernale. Visto che doveva festeggiare il Natale, l'avrebbe fatto nel modo migliore. Starsene seduti in casa poteva essere la scelta più comoda, ma a
lungo andare c'era il rischio di impazzire. Meglio uscire per fare qualcosa.
Fin da bambina, aveva sempre affrontato tutti i problemi alzandosi dalla
sedia e trovandosi qualcosa da fare. La aiutava a pensare, ad arrivare alla
radice delle cose. Era una delle ragioni che l'avevano spinta a darsi alla
carriera sportiva.
Harper correva davanti a tutti, s'infilava in mezzo ai filari di alberelli
frondosi per poi uscirne all'improvviso, e giocava a nascondino con chiunque fosse disposto a darle retta, balzando fuori alle spalle degli adulti e
mettendosi a ridere, mentre questi fingevano stupore e spavento. Little
John la guardò per qualche tempo, con la faccia priva di espressione ma
con lo sguardo attento. Non imitò la bambina e non giocò con lei, ma pareva un po' più interessato di prima. Nel gioco c'era qualcosa che pareva
destare la sua curiosità: un paio di volte rallentò quanto bastava perché
Harper potesse balzare davanti a lui e correre via. Nest glielo vide fare e si
chiese il significato di quel comportamento. Lo incoraggiò a unirsi al gioco, ma il Variante si limitò a riprendere il cammino.
Trovarono un bell'abete alto un metro e mezzo di cui Harper si innamorò
subito, appendendosi ai rami per dondolarsi; lo tagliarono e lo portarono al
proprietario perché lo misurasse e incassasse il prezzo. Lo infilarono nel
baule dell'auto e legarono il portellone per tenerlo fermo, poi tornarono a
casa. Non era ancora mezzogiorno, e dopo l'abbondante colazione di poche
ore prima nessuno aveva fame. Nest voleva che tutti i suoi ospiti avessero
qualcosa da fare, così suggerì di prendere l'albero, di infilarlo in un secchio
d'acqua e di metterlo nel portico posteriore per dargli la possibilità di riprendersi, e poi di uscire a fare una passeggiata.
La neve ricominciava a cadere in fiocchi grossi e pigri quando raggiunsero il parco. Harper era in testa a tutti e correva avanti e indietro, Nest,
Ross e Little John la seguivano. In fondo alla fila, Bennett fumava una sigaretta, con la testa piegata in avanti per proteggersi dal freddo, e aveva
l'aria di chi vorrebbe essere da un'altra parte. Nel corso della mattina era
diventata sempre più irritabile, e lentamente si era allontanata da tutti,
compresa Harper. Nest aveva cercato di parlarle, di farla uscire dal mutismo in cui era caduta, ma non c'era riuscita. La giovane evitava di guardarla negli occhi e quando pensava di non essere vista gettava occhiate furtive
intorno come se cercasse qualcuno. Qualunque cosa fosse successa la notte
prima, pensò Nest, non doveva essere stata niente di buono.
Tuttavia aveva deciso di non parlarne. Bennett era già in così brutte acque che sottolinearlo poteva essere un grave errore. Ne avrebbero parlato
dopo Natale.
Attraversarono i campi di baseball, di nuovo coperti di neve, e si diressero verso la pista del toboga. Erano andati da quella parte per la curiosità di
sapere qualcosa di più sull'incidente della sera prima, ma quando si furono
avvicinati si accorsero della presenza di pompieri, polizia e ambulanza.
L'auto della polizia era quella di Larry Spence. Nest rivolse un'occhiata a
Ross, ma questi scosse la testa per indicare di non avere idea sull'accaduto.
La giovane fece segno di passare dietro il parcheggio, per evitare il traffico, e di attraversare la strada più avanti. La gente si affollava sul bordo del
pendio che scendeva al canale e osservava in silenzio i pompieri e gli infermieri affaccendati attorno a qualcosa che sporgeva dal ghiaccio. Il solo
rumore che si sentisse era qualche bisbiglio.
Il gruppo di Nest si fermò accanto agli altri. La prima cosa che la giovane scorse fu il toboga frantumato di Robert posato a qualche metro di distanza dal gruppo di pompieri. Il ghiaccio era stato spezzato con le asce e i
picconi e si scorgeva un largo foro nel quale scintillava l'acqua. Ma pompieri e infermieri non erano andati laggiù per la slitta: Nest si accorse che
stavano lavorando per liberare dal ghiaccio una seconda forma, scura e indistinta.
«Cos'è successo?» chiese a un uomo fermo a poca distanza da lei.
L'uomo scosse la testa. Aveva una faccia da gufo e barba brizzolata; non
lo conosceva. «Qualcuno è caduto in una buca del ghiaccio ed è affogato.
Dev'essere successo questa notte. Hanno appena finito di tirarlo fuori.»
Nest respirò a fondo per calmare i battiti del cuore e tornò a fissare la
scena che si svolgeva sul ghiaccio del canale. Gli infermieri avevano con
sé un sacco del tipo usato per portare i cadaveri all'obitorio e lo stavano
srotolando e aprendo: il colore arancio vivo risaltava sulla superficie grigia
del ghiaccio. «E si sa chi è?» chiese.
L'uomo si strinse nelle spalle. «No. Nessuno è ancora venuto a dirlo.
Qualche povero vagabondo.» Non sembrava che l'identità del morto gli
importasse molto.
"Qualcuno caduto in una buca del ghiaccio" si ripeté mentalmente Nest,
come per saggiare l'effetto di quelle parole. Fin dal primo istante aveva capito che il responsabile era Findo Gask.
«Hanno dovuto spaccare tutto il ghiaccio per tirarlo fuori» continuò
l'uomo, divenuto molto più loquace ora che vedeva la possibilità di condividere con un nuovo venuto le informazioni da lui raccolte. «Quando
l'hanno trovato, la sua mano sporgeva fuori dal ghiaccio. Si vede che il buco si è chiuso sopra di lui proprio mentre affogava. La mano è la sola parte
che ha fatto in tempo a tirare fuori. Forse è sceso con la slitta lungo la pista. L'hanno trovato vicino a quel toboga, anche quello chiuso nel ghiaccio.»
"Chi può essere?" si chiese Nest. Qualcuno che si era avventurato sul
ghiaccio mentre la magia del demone era ancora attiva? Forse la magia a-
veva reagito a chi si era avvicinato troppo.
L'uomo accanto a lei tornò a fissare il ghiaccio. «Chiunque sia, avrebbe
dovuto essere più intelligente. Andare a passeggiare sul ghiaccio dopo che
la pista è stata chiusa e con le luci spente. Una stupidaggine, secondo me.
Quello è andato a cercarsela.»
Una donna ferma a guardare a pochi metri di distanza si voltò verso di
loro. Parlando a voce bassa, come se temesse di essere udita da qualcuno,
spiegò: «Hanno detto che è uno che lavorava nel parco. Hanno detto che la
scorsa notte ha lavorato alla pista delle slitte finché non l'hanno chiusa perché è successo un incidente. Dev'essere andato sul ghiaccio, più tardi, per
controllare qualcosa, ed è caduto nel buco». Era una donna piccola e con i
lineamenti affilati; portava un cappello azzurro, di maglia, con un campanellino sulla cima. Passò lo sguardo dall'uomo a Nest, poi distolse gli occhi.
"Ray Childress" pensò lei, provando un dolore sordo. "In quel sacco c'è
Ray."
Si voltò di scatto e si avviò verso la strada. «Rientriamo» disse agli altri.
«Mamma, cos'è successo?» chiese Harper. Bennett le fece segno di tacere e la prese per mano.
Nest proseguì a occhi bassi, triste, furiosa e impotente. Ray Childress,
povero Ray. Faceva solo il suo lavoro, ma si era trovato nel posto sbagliato
al momento sbagliato. Era colpa di Nest. Tutto questo era successo perché
lei aveva voluto portare i suoi ospiti a divertirsi con la slitta, pur sapendo
che Findo Gask era un pericolo, pur essendo stata avvertita di non aiutare
John Ross. Non era stato sufficiente che li avesse salvati sul ghiaccio. Avrebbe dovuto prevedere che potevano essere in pericolo anche altre persone. Avrebbe dovuto avvertire Ray. Avrebbe dovuto fare qualcosa. I suoi
occhi si riempirono di lacrime al pensiero che lo conosceva da tanti anni.
Le pareva di conoscerlo da sempre. Era presente quando il nonno era rimasto ferito nell'esplosione dei fuochi artificiali, quindici anni addietro. Era
uno di coloro che avevano soccorso il Vecchio Bob.
Adesso era morto, e non era del tutto sbagliato pensare che fosse morto
per colpa sua.
«Nest!» la chiamò Ross, seccamente.
Dapprima lei lo ignorò perché non voleva parlare con nessuno, chiusa
nel suo dolore. Ma il Cavaliere del Verbo la chiamò di nuovo, e questa
volta Nest colse l'allarme nella sua voce e alzò lo sguardo.
Findo Gask era fermo a una decina di metri di distanza, ai margini di un
boschetto di ontani e abeti. Si era materializzato all'improvviso, e la sua
sagoma vestita di scuro era a malapena distinguibile dai tronchi scuri e
snelli degli ontani e dalle loro ombre sottili. Indossava il familiare cappello
nero e aveva in mano il vecchio libro rilegato in cuoio. Nel fissarla, i suoi
occhi scintillavano sotto le bianche sopracciglia.
«Un tragico volgere degli eventi, signorina Freemark» disse a bassa voce. «Ma qualche incidente capita sempre.»
Nest lo fissò per un momento senza parlare, spaventata dalla sua comparsa inattesa, ma furiosa con lui. «Chi lo può sapere meglio di lei?» ribatté.
Gask continuò a sorridere senza scomporsi. «La vita è appesa a un filo.
La morte viene a chiamarci quando meno ce l'aspettiamo. Rientra nella natura della condizione umana, signorina Freemark. Non vi invidio certo.»
Guardandosi alle spalle per un istante, Nest vide che Ross, Bennett,
Harper e Little John si erano fermati ad attenderla. Tornò a fissare il demone. «Cosa posso fare per lei, signor Gask?»
Il vecchio rise piano. «Può darmi quello che cerco, signorina Freemark.
Può darmi la cosa che sono venuto a prendere. Lei e il signor Ross me la
date e io me ne vado. Puf, e io non ci sono più.»
Nest fece qualche passo avanti per allontanarsi dai suoi ospiti, e si fermò
a breve distanza da Gask. «Il Variante?» gli chiese.
Lui annuì, piegando appena la testa.
«Io glielo consegno e lei se ne va?» continuò Nest. «Nessun altro incidente misterioso? Nessun'altra visita da parte di vicesceriffi ingannati che
vengono a indagare sullo spaccio di droga nel parco?»
Il sorriso del demone si allargò. «Ha la mia parola.»
Nest lo ricambiò con un sorriso altrettanto largo. «La sua parola? Non so
perché, ma non la trovo così degna di fede.»
«In questo caso si può fidare. Non ho alcun interesse per lei e i suoi amici che vada al di là del recupero del Variante. Dov'è, signorina Freemark?»
La fissò negli occhi con intensità, come per penetrare nei suoi pensieri, e
Nest capì all'improvviso un particolare. "Non sa che il Variante è Little
John" comprese. Ecco la ragione delle minacce e degli attacchi: il demone
non poteva fare nulla se non fosse riuscito a convincerla a collaborare.
Senza di lei non era in grado di identificare il Variante.
Per poco Nest non scoppiò a ridere.
«Mi sembra un po' perplessa, signorina Freemark, di fronte alla mia domanda» disse Findo Gask in tono gioviale, ma con una punta di irritazione
nella voce. «C'è qualcosa che le sfugge in quanto le ho chiesto?»
Nest scosse la testa. «No, è tutto chiarissimo. Ma sa cosa le dico? Non
mi piace essere minacciata. Soprattutto da uno come lei. E soprattutto adesso, in un momento in cui sono di pessimo umore, infuriata e ferita per
causa sua. Conoscevo fin da bambina l'uomo che lei ha fatto morire nel
ghiaccio. Mi era simpatico. Non ha mai fatto niente contro di lei, ma questo non è stato sufficiente a salvarlo, vero? A lei non importano queste cose, eh? Non gliene importa niente.»
Findo Gask sporse in fuori le labbra e scosse adagio la testa. «Pensavo
che fossimo al di là delle accuse e delle frasi velenose. Pensavo che lei avesse capito la sua posizione in questa faccenda assai meglio di quanto mi
risulti adesso.»
«Ah, si è sbagliato a giudicare, eh?» Fece un altro passo verso di lui.
«Allora mi permetta di chiederle una cosa. Come fa a sentirsi tanto sicuro,
qui e adesso?»
Gask la fissò con stupore. Il sorriso gli scomparve di colpo dalle labbra e
la sua faccia segnata dalle rughe perse ogni espressione.
Nest fece un altro passo avanti, poi un terzo. Ormai era a pochi metri da
lui. «Io non ho paura dei demoni, signor Gask. Li ho già affrontati in passato, e non una volta sola. So come tener loro testa. So come distruggerli.
Possiedo la magia per farlo. Se ne rende conto?»
Gask non indietreggiò, ma nei suoi occhi color del ghiaccio comparve
un lampo di incertezza. «Non sia sciocca, signorina Freemark. Ci sono dei
bambini da prendere in considerazione. E non sono venuto da solo.»
La giovane annuì lentamente. «Così va meglio. Molto meglio. Ora la
vedo come lei è realmente. Le minacce dei demoni sono la norma, però
funzionano meglio quando sono rivolte ai bambini e si riparano dietro la
superiorità numerica.»
Le sue parole erano piene di veleno, sentiva bruciare dentro di sé una
collera ardente. Wraith si era destato e si muoveva, impaziente, cupo, letale, e la collera di Nest dava alimento al suo istinto di liberarsi per attaccare.
E lei fu tentata di farlo. Fu sul punto di lasciarlo uscire, di scagliarlo sull'odiosa creatura che le stava di fronte. Non sapeva come sarebbe finito un
simile scontro, ma poteva essere interessante scoprirlo.
«Ho commesso un errore quando si è presentato a casa mia due giorni
fa, signor Gask» gli disse. «Non avrei dovuto permetterle di allontanarsi.
Avrei dovuto eliminarla in quel momento e in quel luogo.»
Il demone fece una smorfia. «Lei si sopravvaluta, signorina Freemark.
Non è forte come crede di essere.»
Nest gli sorrise di nuovo. «Potrei dire la stessa cosa di lei, signor Gask.
Perciò, ora che ciascuno di noi sa la posizione dell'altro, perché non ci salutiamo e non ce ne andiamo ciascuno per i fatti propri?»
Il vecchio la studiò in silenzio per alcuni istanti. Il suo sguardo corse a
Ross e agli altri, poi di nuovo a lei. «Forse farebbe meglio a dare un'attenta
occhiata a se stessa, signorina Freemark, prima di sprecare le sue energie
nel giudicare gli altri. Lei non è un normale, comune appartenente a quella
razza umana con cui è tanto lesta a immedesimarsi. Lei è un'aberrazione,
un fenomeno da baraccone. Lei ha sangue di demone nelle vene e passioni
di demone nell'anima. Lei viene da una famiglia che ha pasticciato più di
una volta con la magia dei demoni. Crede di essere migliore di noi ed è
convinta che la sua fedeltà al Verbo e alla causa degli umani finirà per salvarla. Ebbene, non è così. Finirà per condurre esattamente al risultato opposto. Finirà per distruggerla.»
Sollevò il libro rilegato in cuoio e se lo portò davanti al petto. «La sua
vita è un inganno, signorina. Tutto quello che ha ottenuto è un risultato diretto della sua eredità di demone. Ma lei ne ha rifiutato gran parte, nel corso degli anni, cosicché adesso non le rimane più niente. Conosco la sua
storia, signorina Freemark. Mi sono premurato di scoprirla. I suoi famigliari sono tutti morti, suo marito l'ha piantata, la sua carriera è andata a rotoli. La sua vita è vuota e inutile. Forse lei pensa che l'alleanza col signor
Ross le possa dare lo scopo e la direzione che le mancano. Non li troverà.
Continuerà invece a scoprire sgradevoli verità su se stessa e, alla fine di
tutto, il premio che ne ricaverà sarà una morte assolutamente inutile.»
Le parole erano taglienti e dolorose, e contenevano abbastanza verità da
sortire almeno in parte l'effetto desiderato. Ma erano le stesse parole che
Nest aveva rivolto a se stessa più di una volta, nei momenti bui della sua
vita, quando accettare le sgradevoli verità era la sola cosa che potesse salvarla, e ormai poteva ascoltarle senza battere ciglio. Findo Gask poteva
spezzare la sua volontà servendosi della paura e del dubbio, ma solo se lei
glielo permetteva.
Il demone le sorrise senza alcun calore. «Meglio che ci ripensi, signorina
Freemark. Se dovessimo arrivare a una prova di magia tra noi, lei non sarebbe abbastanza forte da sopravvivere.»
«Non sia così pronto a scommettere contro di me, signor Gask» rispose
lei, calma. «Può darsi che lei riesca a vincere questa battaglia, che la sua
magia sia più forte della mia. Ma dovrà scoprirlo nella maniera più ri-
schiosa. Io e John Ross siamo già d'accordo. Non le consegneremo il Variante: non cederemo né ai suoi ordini né alle sue minacce, non cederemo
nemmeno se lei ci colpirà. Non le daremo mai un simile potere sulle nostre
vite.»
L'altro non replicò. Rimase fermo dov'era, nero come l'inchiostro e immobile come se fosse scolpito nella pietra. Il vento si alzò all'improvviso,
sollevando la neve e facendola mulinare nell'aria tra loro. Il demone rimase
visibile ancora per un istante, poi la neve lo nascose alla vista.
Quando il vento si abbassò e la neve ricadde a terra, Findo Gask era sparito.
Ci sono lezioni che si imparano presto, nella vita, e alcune sono sgradevoli. Nest ne aveva imparata una quando aveva dodici anni. L'anno prima
aveva scoperto il pericolo che nasceva dall'usare la magia dopo che la
nonna l'aveva avvertita di non usarla, e cominciava solo allora a rendersi
conto del fatto che sarebbe sempre stata diversa da coloro in mezzo ai quali viveva. Aveva preso un libro dalla biblioteca scolastica e si era dimenticata di restituirlo in tempo. Aveva cercato di rimetterlo nello scaffale senza
dirlo a nessuno, ma era stata colta sul fatto. La signorina Welser, che gestiva la biblioteca con polso ferreo e con un'ovvia sfiducia nei riguardi degli studenti in generale, l'aveva scoperta e accusata di mentire quando Nest
aveva cercato di spiegarsi. Come punizione avrebbe dovuto andare in biblioteca dopo l'orario scolastico. A Nest i nonni avevano sempre detto che
non si dovevano contestare gli ordini degli adulti, soprattutto quelli degli
insegnanti, perciò aveva accettato la punizione senza protestare. Giorno
dopo giorno, settimana dopo settimana, aveva trascorso i suoi pomeriggi in
biblioteca per fare i lavori che la signorina Welser le assegnava: rimettere i
libri sugli scaffali, controllarli, compilare le schede e spolverare, sopportando in silenzio.
Dopo un mese aveva cominciato a chiedersi se non fosse stata punita a
sufficienza per una colpa che in realtà non le pareva di avere commesso, e
si era fatta coraggio quanto bastava per chiedere alla signorina Welser
quando l'avrebbe lasciata libera. Era quasi marzo e presto sarebbero cominciati gli allenamenti per le gare di fondo. La corsa era già allora la sua
passione, esattamente come ora, e non riteneva giusto dover rinunciare solo perché la signorina Welser non le aveva voluto credere. Ma la signorina
Welser non era stata d'accordo, le aveva detto che la punizione sarebbe durata per tutto il tempo necessario, che nascondersi e mentire erano colpe
che richiedevano punizioni severe al fine di evitare che si ripetessero.
Nest era disperata, intrappolata in una situazione dalla quale non pareva
capace di districarsi. Tutto sembrava dipendere dall'autorità che la signorina Welser era venuta a esercitare sulla sua vita: un'autorità che diventava
sempre più insopportabile. Forse la nonna si era resa conto di quello che
stava succedendo, ma non aveva fatto commenti, e Nest non intendeva parlargliene. A dodici anni cominciava a capire che i suoi problemi li doveva
risolvere da sola.
Alla fine, quando ormai mancava solo una settimana all'inizio delle corse, Nest aveva detto al suo allenatore, il signor Thomas, che forse non sarebbe riuscita a partecipare alle gare. E poiché una cosa tira l'altra, aveva
finito per raccontargli tutto. L'allenatore era un uomo grande e grosso, che
predicava ai suoi atleti il sacrificio e l'abnegazione. «Vincere non è la sola
cosa che conti» amava ripetere. «Tuttavia le vittorie non sono neppure bruscolini.»
L'allenatore era rimasto un po' perplesso, davanti all'atteggiamento remissivo di Nest. «Da quant'è che vai in biblioteca dopo l'orario scolastico?» le aveva chiesto, come se non fosse certo di averla udita bene. Quando lei gliel'aveva riferito, aveva scosso la testa, disgustato, e le aveva indicato la porta. «Ora va' a dire alla signorina Welser che le gare iniziano lunedì prossimo e che l'allenatore Thomas ti vuole qui ad allenarti con tutti
gli altri, e non in biblioteca a mettere in ordine i libri.»
Nest aveva fatto come le era stato detto, convinta che probabilmente la
signorina Welser l'avrebbe condannata a recarsi in biblioteca per tutta la
vita. Ma la bibliotecaria non aveva nemmeno risposto. Si era limitata ad
annuire e aveva guardato da un'altra parte. Nest aveva terminato la settimana e non era più tornata. Dopo qualche tempo aveva capito che avrebbe
dovuto parlare prima, andare dal preside o da qualche insegnante per far
valere le proprie ragioni. La signorina Welser l'aveva costretta ad andare in
biblioteca semplicemente perché lei non aveva fatto valere i propri diritti.
Le aveva dato il potere di comandarla accettando il presupposto di non potersi opporre alla sua volontà. Era stato un errore, e non intendeva ripeterlo.
Fissando ora il punto occupato da Findo Gask fino a un attimo prima,
Nest rifletté su quella vecchia esperienza. Se avesse dato al demone il dominio su di lei ammettendo di essere spaventata, avrebbe perso qualsiasi
possibilità di liberarsene.
Naturalmente, far valere le proprie ragioni comportava una certa dose di
rischio, ma a volte era un rischio che si doveva correre.
Ross, Bennett e i bambini la raggiunsero. Ross stringeva il pugno e agitava il bastone coperto di rune, mentre si avvicinava alle ombre degli alberi
e le studiava con attenzione. Lontano, nella penombra indistinta delle conifere, ci fu un movimento e il Cavaliere si voltò di scatto da quella parte.
Era così teso che Nest temette di vederlo scagliare la sua magia contro tutto quello che si muoveva.
«John» gli disse piano. Quando lui si voltò, aggiunse: «Lascialo andare».
Il Cavaliere scosse adagio la testa. «Penso che sia un errore. Penso che
dovrei sistemare la faccenda una volta per tutte, in questo momento.»
«Forse è quello che vuole, e spera che tu faccia proprio così. Ha detto di
non essere solo.» S'interruppe per dare a Ross il tempo di riflettere sulle
sue parole. «Sarà per un'altra volta. Adesso andiamo a casa.»
«Quel vecchio non mi piace» disse Bennett, con aria preoccupata, prendendo in braccio Harper. «Di che cosa parlava? Era difficile sentirlo.»
«Paura» mormorò la bambina, stringendosi alla madre.
«Fa davvero paura» convenne Nest, e per allentare la tensione accarezzò
la testa della bambina, riparata dal cappuccio del giubbotto. Incontrò lo
sguardo di Bennett e le spiegò: «Il signor Gask ritiene che abbiamo una
cosa che gli appartiene. Non si riesce a farlo ragionare, su questo argomento, non riesco a convincerlo a lasciar perdere. Se dovesse venire a casa un'altra volta, non aprirgli la porta, qualunque cosa ti dica».
Bennett fece una smorfia. «Non preoccuparti, non lo farò certo entrare.»
Poi si strinse nelle spalle. «Comunque, Penny dice che lui...»
S'interruppe e si girò svelta dall'altra parte, ma Nest le si portò davanti.
«Penny chi? E cos'ha detto Penny?»
Bennett si affrettò a scuotere la testa. «Ma niente, niente, pensavo solo
che...»
"Non può essere" si disse Nest, ricordando la strana ragazza dai capelli
rossi che aveva incontrato in chiesa. «Penny chi?» insistette, rifiutando di
lasciar cadere l'argomento.
«Lasciami stare!»
«Penny chi, Bennett?»
La giovane si fermò e sollevò la testa, fissando Nest con aria di sfida.
Con una mano si ravviò i capelli. «Fatti i fatti tuoi, Nest! Io non ho l'obbligo di dirti niente!»
«Lo so» rispose Nest. «Non hai nessun obbligo. Ma la cosa è importan-
te. Per favore, Penny chi?»
Bennett sospirò e guardò lontano. «Non lo so. Non mi ha detto il suo cognome. È una ragazza che ho conosciuto, niente di più. Una ragazza con
cui ho parlato un paio di volte.»
«Una ragazza che conosce Findo Gask?»
Bennett agitò la mano come per far capire che era una cosa priva d'importanza. «Dice che il vecchio è suo zio. E chi ne sa niente?» Si frugò in
tasca, alla ricerca delle sigarette. «Non credo che lo trovi più simpatico di
noi. Lo prende sempre in giro.»
«Lo prende sempre in giro» ripeté Nest, guardando Bennett che accendeva una sigaretta e ne aspirava una lunga boccata. "Come questa notte,
forse" pensò. "Perché è con lei che sei stata tutta la notte, vero?" «E cosa
dice di Findo Gask?» chiese.
Bennett soffiò un sottile filo di fumo. «Solo che tra un paio di giorni lascerà la città e non tornerà più. Dice che è la sola cosa su cui siano d'accordo, ossia andarsene da questa cittadina morta di sonno.» Sospirò. «Volevo solo dire che forse non lo vedremo più perché va via, nient'altro. Cos'è tutto questo can-can?»
Ross le stava osservando con crescente preoccupazione.
«E Penny è per caso una ragazza con una gran massa di capelli rossi?»
chiese Nest, in tono pacato.
Bennett sollevò gli occhi. «La conosci anche tu?»
Nest si chiese come spiegarle la situazione, ma sarebbe stato impossibile. «Ascoltami bene» le rispose invece. «Non posso dirti in che modo devi
vivere la tua vita. Non intendo neppure provarci. Non è compito mio. Tu
sei qui con Harper perché sei tu che ci vuoi stare, e io non voglio farti
scappare dandoti un mucchio di ordini. Ma non sono capace di guardare
dall'altra parte se ti vedo in pericolo. Perciò, ecco cosa ti dico. Sta' lontana
da Penny e da Gask, e da tutti coloro che, secondo te, sono amici di quei
due. Devi fidarti di me su quanto ti dico, esattamente come io devo fidarmi
di te per altre cose. Sono stata chiara?»
«Sì, va bene.» Bennett tirò un'ultima boccata dalla sigaretta e la gettò
nella neve. «Mi pare di sì.»
Nest scosse la testa. «No, in questo caso, niente "mi pare". Io so cose
che tu ignori, e questa è una. Sono due persone pericolose, e Penny lo è
quanto Gask. Qualunque cosa ti dica, qualunque cosa faccia, quella ragazza non è tua amica. Sta' lontana da lei.»
Ross guardò verso il canale, dove gli infermieri stavano portando via il
cadavere di Ray Childress. «Forse è meglio tornare a casa» disse fissando
Nest.
Lei annuì, si voltò e riprese a camminare senza più fare parola. "E forse
dovremmo scavare un buco, strisciarci dentro e seppellirci sottoterra" pensò. "Perché non c'è luogo che sia sicuro."
Ma tenne la considerazione per sé.
17
Avevano attraversato la strada del parco ed erano già arrivati ai campi di
gioco - ormai erano vicini a casa - quando Nest cambiò idea e disse agli altri di proseguire senza di lei. Era una decisione presa sul momento, ma
sentiva il bisogno di visitare la tomba dei nonni e della madre. Non vi andava da qualche tempo, anche se più volte si era ripromessa di farlo, e lo
scontro con Findo Gask le aveva fatto venire il desiderio di andarci subito.
Era pericoloso rimandare troppo le cose. Ross, Bennett e i bambini potevano tornare a casa e cominciare a decorare l'albero. Tutto ciò di cui potevano aver bisogno era nel garage, dentro scatole etichettate. Lei li avrebbe
raggiunti presto.
Bennett e i bambini non obiettarono, ma Ross parve preoccupato. Senza
bisogno di dirlo, temeva la presenza di Gask in qualche punto del parco.
Anche Nest aveva in mente quella eventualità, ma riteneva che non ci fosse il rischio di un altro scontro. Il parco era pieno di famiglie e di gente che
portava a passeggio il cane, e anche nel cimitero avrebbe incontrato parecchi visitatori.
«Faccio in fretta» gli assicurò. «Vado fino al cimitero, mi fermo qualche
minuto e poi torno.» Diede un'occhiata al cielo. «Voglio arrivare a casa
prima che ricominci a nevicare.»
Ross si offerse di accompagnarla, un po' seccato, le parve, ma lei rifiutò.
C'era bisogno di lui per l'albero di Natale, gli fece notare altrettanto seccamente, e indicò Bennett e i bambini. Ross capì.
Rimasta sola, Nest attraversò con passo veloce i campi e giunse di nuovo alla strada, sulla quale si incamminò in direzione della scogliera. Il cielo era gonfio di nubi scure e cominciavano a cadere i primi fiocchi di neve.
A occidente, da dove venivano le nubi, era buio e nebbioso. La bufera che
stava per arrivare si annunciava come una delle peggiori.
Un flusso continuo di veicoli le passò accanto, diretto al parcheggio. Alcuni avevano uno slittino sul tetto o nel vano bagagli: evidentemente non
era ancora stata annunciata la chiusura della pista. Qualche bambino si
lanciava in slitta giù per il fianco delle colline, di fronte al canale, altri giocavano nei campi sotto l'occhio vigile e indulgente degli adulti. Qualcuno
cercava inutilmente di costruire un pupazzo di neve: faceva ancora troppo
freddo perché la neve rimanesse compatta.
Guardando i bambini giocare, Nest pensò a quanta parte della sua vita si
fosse svolta nel Sinnissippi Park. Quando era piccola, il parco era tutto il
suo mondo. Sapeva che c'erano altri luoghi, e i suoi nonni l'avevano portata in alcuni di essi. Capiva che c'era tutto un mondo, all'esterno del suo, ma
quel mondo non aveva importanza per lei, era lontano come la luna. La sua
famiglia e i suoi amici abitavano ai margini del parco. Pick abitava nel
parco. Gli stessi Divoratori si mostravano a lei soprattutto lì. La magia, naturalmente, traeva dal parco le sue origini, e la nonna e le altre donne Freemark, per cinque generazioni prima di lei, si erano prese cura dell'equilibrio di quella magia.
Le cose non erano cambiate finché non era giunto suo padre, nell'estate
del suo quattordicesimo compleanno. In seguito il parco era tornato a essere suo, ma non era più lo stesso. Le mortali macchinazioni di suo padre l'avevano costretta a dire addio per sempre al suo mondo infantile e ad accettarne uno assai più grande. In ogni caso, lei si era adeguata alle necessità.
Ma anche dopo essere cresciuta ed essere stata lontana dal parco per
qualche tempo, e nonostante tutto quello che aveva conosciuto, Nest non
aveva mai perso la sensazione di essere a casa, quando era nel parco. Mentre camminava sulla neve della strada, nella luce grigia di quella giornata
invernale, se ne meravigliò: si meravigliò della pace che provava quando
era nel parco, del senso di familiarità che le davano quei pochi ettari di boschi, campi di gioco e aree per il picnic. Nemmeno adesso, pur avendo tutti
i motivi per temere le creature che vi si potevano nascondere, si sentiva
minacciata. Era un'eredità della sua infanzia, dei suoi anni formativi, trascorsi con la magia e le creature magiche del bosco, in un mondo di cui la
gente ignorava l'esistenza.
Si chiese se fosse destinata a perdere anche quel senso di familiarità.
Non era certa di poterlo mantenere, soprattutto ora. Findo Gask era una
presenza forte e invadente, e aveva lo scopo di distruggere ogni aspetto
della sua vita. Di ucciderla, si affrettò a correggersi, se ne avesse trovato il
modo. Guardò al di là del fiume, dove il fumo dei camini si levava nell'aria
in lunghi nastri mossi dal vento. Era di nuovo all'opera il fattore John
Ross. Ogni volta che Nest lo incontrava, la sua vita cambiava in modi che
fino a un attimo prima non avrebbe neppure immaginato. Sarebbe successo
anche questa volta. Era sciocco pensare il contrario.
Scosse la testa davanti all'enormità di quella ammissione. Ne sarebbe
rimasta schiacciata, se avesse cercato di accettarne tutto il peso in un solo
momento. Doveva affrontarlo un poco alla volta, senza farsi schiacciare. E
forse, col tempo, sarebbe riuscita a sopportarlo.
Il vento soffiava con forza lungo la strada, e spingeva contro di lei una
spolverata di fiocchi di neve ghiacciata, duri e pungenti, che le colpivano
la pelle e le ferivano la gola. Il freddo era intenso, ma la faceva sentire viva. Nonostante fosse rattristata dalla morte di Ray Childress e furiosa per
lo scontro con Findo Gask, provava un senso di esaltazione. La sua natura
la portava a essere pratica e ottimista, a usare le emozioni per tirarsi su. Ma
l'esaltazione era anche dovuta al suo rapporto di simbiosi col parco. C'era
un legame tra loro, un vincolo più forte di tutti i cambiamenti sperimentati
nei suoi ventinove anni.
Forse, rifletté piena di speranza, sarebbe riuscita anche questa volta a
salvare il suo legame col parco. Nonostante lo sconvolgimento che, come
sapeva, si sarebbe prodotto. Nonostante il ritorno di John Ross.
Attraversò il ponte dove la strada si biforcava e una deviazione scendeva
al canale e alle caverne dei Divoratori. Si diresse verso la cima dell'altura,
dove c'era la rotatoria che permetteva alle macchine di tornare indietro. Il
parcheggio era vuoto e la neve si stendeva liscia e intatta fino agli alberi.
All'ombra dei sempreverdi si acquattava una manciata di Divoratori, che la
sorvegliavano con gli occhi grandi e luminosi. In quel momento non avevano un particolare interesse per lei, ma la cosa poteva cambiare in un batter d'occhio.
Nella rete del cimitero trovò il varco che si era aperto due anni prima e
che nessuno aveva ancora riparato ed entrò. Le lapidi e le statue del cimitero Riverside erano davanti a lei, collegate da sentieri che con mille giravolte passavano tra le macchie di querce e di conifere. Qualcuno aveva sgombrato i sentieri dalla neve. Nest raggiunse il più vicino e lo seguì fino all'orlo del precipizio. Si era alzato il vento, la neve cadeva più fitta e cominciava a formare una cortina bianca sullo sfondo grigio del cielo. Così
vicino al solstizio d'inverno, il giorno era breve e la notte lunga: alle quattro il sole tramontava e scendeva il buio della sera. Nest si chiuse il parka
sul collo e accelerò il passo.
Raggiunse le lapidi dei nonni e della madre e s'inginocchiò nella neve
davanti a esse. La neve copriva il marmo e il terreno, ma le lapidi verticali
erano chiaramente leggibili. Nest lesse in silenzio i nomi: ROBERT ROOSEVELT FREEMARK. EVELYN OPAL FREEMARK, CAITLIN ANNE
FREEMARK. Tutta la sua famiglia era sepolta in quel punto alberato del
cimitero, in vista del fiume. Un giorno anche lei sarebbe stata sepolta lì, e
si chiese se avrebbe rivisto i suoi cari, dopo la morte, e, in tal caso, cos'avrebbe provato.
«Un po' freddo, oggi, per venire a trovare i propri morti» commentò
qualcuno, dietro di lei.
Senza alzarsi, Nest voltò appena la testa e scorse Due Orsi. Era a pochi
passi da lei, con le braccia muscolose incrociate sull'ampio petto. La sua
treccia nera era piena di fiocchi di neve e così il maglione a coste dell'esercito. Con un braccio teneva il sacco a pelo e lo zaino, che gli sfiorava i calzoni mimetici e gli stivali da paracadutista. Anche se non era vestito in
modo adatto per quella stagione, non pareva patire il freddo.
«Non metti mai un cappotto?» gli chiese Nest, restando inginocchiata.
L'indiano si strinse nelle spalle. «Quando fa troppo freddo. Cosa ti porta
in visita agli spiriti dei tuoi antenati, Piccolo Nido d'Uccello? Ti senti triste
per i morti?»
«Per la nonna e il Vecchio Bob, certo. Penso sempre a loro. Ricordo
come mi sentivo bene, quando erano con me. Sento la loro mancanza soprattutto a Natale, quando la famiglia è così importante.» Abbassò la testa
e rifletté. «Sento anche la mancanza di mia madre, ma in un modo diverso.
Non l'ho mai conosciuta. Penso sia soprattutto questa, la mancanza che
sento.»
L'indiano fece qualche passo verso di lei. «Io sento allo stesso modo la
mancanza della mia gente.»
«Non l'hai ancora trovata, allora.»
Due Orsi scosse la testa. «Non ho controllato con molta attenzione. Evocare gli spiriti degli antenati richiede una buona preparazione. Richiede
sforzo. Richiede una sospensione del presente e un passo nel nulla, per
raggiungere il futuro. Significa incontrarsi a metà strada fra la vita e la
morte.» Alzò gli occhi e guardò verso il fiume. «Nessuno abita in quel posto. Vi si recano solo i visitatori di passaggio.»
Nest si alzò e si spolverò la neve dalle ginocchia. «Ho accolto il tuo
suggerimento. Ho cercato di parlare con il Variante, ma non ha funzionato.
Lui non ha risposto. Si è limitato a guardarmi... beninteso, le poche volte
che si è preso il disturbo di farlo. Sono stata parecchie ore con lui, la scorsa notte, e non ne ho tirato fuori neppure una parola.»
«Devi avere pazienza. È solo un bambino. Ha meno di trenta giorni.
Pensa a quello che ha visto, a quello che deve provare nei riguardi della vita. Gli hanno dato la caccia a partire dal momento in cui è nato.»
«Ma ha chiesto di me!» ribatté Nest, con insofferenza. «È venuto qui a
cercarmi!»
Due Orsi spostò sull'altro piede il peso del corpo. «Forse il prossimo
passo richiede più tempo e fatica. Forse il prossimo passo non sarà altrettanto facile.»
«Ma se solo mi dicesse...»
«Può darsi che te lo dica, ma che tu non lo ascolti.»
Lei lo fissò a occhi sgranati. «Che significa? Non parla!» Poi batté le
palpebre e annuì. «Oh! Intendi dire che cerca di comunicare in un altro
modo?»
L'indiano le sorrise. «Io sono un semplice sciamano, Piccolo Nido d'Uccello, non un profeta. Sono un indiano Sinnissippi senza casa e senza tribù
e stufo di essere senza queste due cose. Do i suggerimenti che mi sembrano più giusti, ma non posso assicurare che funzioneranno. Devi affidarti al
tuo giudizio. Possiedi sempre la tua magia, vero?»
Nest lo guardò con aria di rimprovero. «Sai che la posseggo. Ma la mia
magia è un giocattolo, a parte quella che riguarda Wraith e che apparteneva a mio padre. Non mi vorrai dire che devo usare quella?»
Due Orsi scosse la testa. «Sei troppo veloce nel rinunciare alle tue capacità e nel dubitare della tua forza. Rifletti un momento. Sei sopravvissuta a
molte cose. Hai ottenuto molti risultati. E questo ti ha resa più forte. Devi
ricordartene sempre.»
Nest gli sorrise. «Non basta che mi ricordi di pronunciare il tuo nome?
O'olish Amaneh. Lo ripeto ogni volta che mi sento debole, oppure ho paura, o sono troppo sola. Lo uso come un talismano.»
Sul viso color del rame del gigantesco indiano comparve un'espressione
di pura letizia. Rivolse alla giovane un cenno affermativo, come per darle
la sua approvazione. «Lo sento, quando lo pronunci. Qui dentro.» Si toccò
il petto. «Quando pronunci il mio nome, dai forza anche a me. Mi ricordi,
e io non sono più dimenticato.»
«Be', non so se serva a molto, ma se ne sei convinto, la cosa mi fa piacere.» Nest sospirò, esalando una nuvoletta di vapore. «È meglio che rientri»
disse, guardando il cielo. «Tra poco sarà buio.»
«Questa notte cadrà molta neve» disse Due Orsi, con la sua voce profonda, dolce. La fissò. «Potrebbe essere un buon momento per pensare ai
viaggi che hai fatto nella tua vita. Un buon momento per pensare alle strade che hai percorso.»
Nest preferì non chiedergli perché le desse quel suggerimento. Meglio
non saperlo. Del resto, aveva l'impressione che l'indiano non le avrebbe risposto.
«Addio, Piccolo Nido d'Uccello» disse Due Orsi, facendo un passo indietro. «Corri a casa.»
«Arrivederci, O'olish Amaneh» rispose lei. Si avviò verso casa, poi si
voltò verso di lui. «Ci vediamo più tardi.»
L'indiano non rispose. S'incamminò in mezzo alla neve che cominciava
a cadere più fitta e dopo qualche istante scomparve alla vista.
Nascosto dietro una folta macchia di abeti, Findo Gask aveva osservato
Nest Freemark conversare con il gigantesco indiano. Aveva continuato a
osservarli mentre la neve cadeva sempre più fitta, finché non aveva visto la
giovane separarsi dall'uomo e incamminarsi verso casa. A quel punto si era
voltato verso l'impaziente Penny Orribile.
«Andiamo a prenderla» suggerì adesso Penny, ansiosa di ucciderla.
Findo Gask rifletté per un istante, poi scosse la testa. «Non credo sia il
caso. Almeno per ora.»
Penny lo guardò come se fosse appena arrivato da Marte. Una raffica di
vento le scompigliò un ciuffo di capelli rossi, arricciati come cavatappi.
«Nonno, mi stai diventando troppo tenero. Non hai voglia di fargliela pagare, dopo il modo in cui ti ha parlato?»
Gask le sorrise con indulgenza. «Voglio fargliela pagare, certo, e così
cara che dopo non sarà mai più la stessa. Ma l'approccio diretto non è necessariamente il modo migliore per raggiungere tale risultato.»
Lei fece una smorfia. «Sono stufa marcia di giocare con la tua Piccola
Miss Olimpia, sai? Non mi hanno mai convinta, quei giochini mentali che
ti piacciono tanto. Se proprio vuoi giocare, scegliamo un gioco che comporti qualche bella mutilazione. È così che si fa, quando si vuole colpire
qualcuno in modo indimenticabile.»
Findo Gask osservò Nest Freemark sparire dietro la cortina di neve che
cadeva. «Se la uccidessimo ora, John Ross prenderebbe il Variante e si nasconderebbe, e correremmo il rischio di non trovarlo più. È lui il più pericoloso dei due. Ma Ross fa affidamento su di lei. Evidentemente la ragazza
ha qualcosa che gli serve, e io voglio sapere cos'è.»
Fece un segnale verso gli alberi dietro di loro, dove erano in attesa
Twitch e l'Ur'droch. Poi si avviò, seguito a poca distanza da Penny.
«Piuttosto, adesso andiamo dietro l'indiano» le disse.
La giovane accelerò il passo per portarsi accanto a lui. «L'indiano? Davvero?» Pareva eccitata all'idea.
Simile a un'ombra nei suoi abiti scuri, Gask uscì dalla macchia di alberi
e osservò il terreno innevato davanti a sé. Aveva sentito parlare di un indiano collegato in qualche modo al Verbo, o come messaggero o come
profeta, una presenza importante nel pantheon di magia di cui disponeva il
Verbo. Quell'indiano sembrava il più potente alleato di Nest Freemark, di
conseguenza appariva sensato farlo fuori per primo. Il piano di Gask consisteva nell'eliminare a uno a uno tutti gli amici di Nest. Il demone non aveva scelto quel piano per indebolirla al fine di impadronirsi del Variante.
E neppure perché temeva che uccidendola troppo presto John Ross si spaventasse. L'aveva fatto perché in Nest c'era qualcosa che gli dava fastidio.
Non riusciva a capire cosa fosse, ma l'aveva colto nel modo in cui la ragazza l'aveva affrontato: con tanta sicurezza di sé, così decisa. Prima di
ucciderla, Gask voleva sapere cosa fosse, voleva spezzare le sue difese,
spogliarla della sua sicurezza e decisione, vedere cosa c'era sotto.
Si sarebbe anche impadronito del Variante, naturalmente, a dispetto di
quello che potevano fare Nest e John Ross per fermarlo. Prima che la settimana finisse, intendeva avere il Variante, e i loro nomi scritti nel libro.
Il gigantesco indiano era sparito alla vista, scomparso nella bianca cortina della nevicata, ma Findo Gask non aveva bisogno della vista per sapere
dove si trovava: aveva altri sensi cui ricorrere, oltre alla vista, e tanti altri
modi di trovare ciò che era nascosto.
Si guardò a sinistra e a destra, e colse solo una traccia della presenza di
Twitch e dell'Ur'droch ai suoi fianchi. Penny gli camminava accanto. Gli
occhi della ragazza guizzavano da una parte all'altra e sulla sua faccia pallida si leggeva una grande concentrazione. Mormorava qualcosa tra sé, e
Gask tese l'orecchio per sentire le sue parole: «Qui, Penna Bianca. Qui,
Toro Seduto. Vieni dalla tua Penny».
Il vento giungeva a raffiche e si smorzava, la neve vorticava e veniva
soffiata qua e là, il cimitero Riverside era una giungla surreale di tronchi
scuri e di lapidi coperte di neve. Ormai erano vicini al precipizio affacciato
sul canale, dove il cimitero terminava in corrispondenza di una rete metallica di recinzione a poca distanza dal ciglio. Non si vedeva traccia dell'indiano, ma Gask ne sentiva la presenza: era poco lontano da loro, continuava a camminare ma non pareva avere particolare fretta. La mente del vec-
chio predicatore passava rapida in rassegna tutte le possibilità. Correva il
rischio di perdere un paio dei suoi compagni, in quell'azione, ma i demoni
erano sostituibili.
Tutti meno lui, naturalmente.
Non ce n'era un altro, come lui.
Uscirono dalla bufera di neve in corrispondenza di una piccola radura
circondata da alberi, a poca distanza dal ciglio del precipizio. L'indiano era
là ad aspettarli.
Nest uscì dal labirinto di lapidi e si avviò verso la strada asfaltata che
portava alle zone centrali del parco. Il vento era aumentato e la neve era
così fitta che la visibilità era ridotta a poco più di una decina di metri. Banchi di nubi scure correvano nel cielo, e la luce era un grigiore plumbeo che
nascondeva tutti i particolari del paesaggio e gli toglieva tutti i colori.
«O'olish Amaneh» sussurrò Nest, per farsi coraggio.
Un'ombra scura passò accanto alla sua testa, e la giovane si ritrasse meccanicamente, piegandosi sulle ginocchia nella posizione difensiva del lottatore. L'ombra sparì dopo un istante e poi tornò, simile a una macchia scura che uscisse dal biancore mulinante della neve. Era un gufo che volava a
bassa quota in mezzo alle lapidi e ai monumenti e allargava le ali come un
grosso aquilone. Senza fare rumore, volò verso di lei, ma all'ultimo minuto
batté le ali e si sollevò, e Pick si lasciò cadere sulla spalla di Nest borbottando.
«Cribbio, non si vede niente, oggi!» brontolò, accomodandosi sul colletto e infilandosi sotto la sciarpa per riscaldarsi.. «Fa anche un bel freddo, su
per aria. Sarò fatto di legno, ma sono congelato lo stesso!»
«Che fai?» gli chiese Nest, raddrizzandosi e guardando nella direzione
dove aveva visto allontanarsi il gufo un momento prima. Il grosso pennuto
era ormai scomparso in mezzo alla neve che mulinava nell'aria.
«Secondo te, cosa sto facendo? Sorveglio il parco, ecco cosa faccio!»
«Con questo tempo?» esclamò Nest. «E a che serve?»
«Oltre a salvarti la vita, intendi dire?» ribatté il Silvano, irritato. «Oh,
scusa, dimenticavo. Quello è successo ieri, vero? Allora oggi sto solo perdendo tempo.»
«Va bene, va bene, ti chiedo scusa.» Non l'aveva più visto dopo l'incidente della notte, e si era scordata di non averlo ringraziato. «Che posso
dire? Sono un'ingrata. Mi hai salvato la vita. Hai salvato la vita a tutti noi,
anzi.»
Sentì che il Silvano sbuffava. «Di' quello che ti pare» le rispose.
«Parlavo sul serio. Sono in ritardo, lo so, ma grazie.»
«Va bene.»
«Ho tante cose per la testa.»
Pick gesticolò con impazienza. «Cammina, adesso. Qui si gela, e io devo
assicurarmi che tu sia a casa prima di mettermi anch'io al riparo. Il signor
Gask è ancora nei paraggi e ha con sé un paio dei suoi amici demoni. Ti
osservavano mentre parlavi con l'indiano.»
«Con Due Orsi?» Si guardò rapidamente attorno.
«Non preoccuparti, non ti hanno seguita. Sono rimasto a sorvegliare per
esserne sicuro. Vieni, muoviti, non stare a guardarti attorno come se non
conoscessi la strada. Controllo io per tutt'e due.»
Nest raggiunse la rete metallica e s'infilò nell'apertura. Davanti a lei, il
parco era una macchia bianca. Le case alla sua sinistra e il canale e i binari
del treno alla sua destra erano invisibili, ma anche in quella bufera Nest era
in grado di trovare la strada, perché il parco le era familiare quanto la sua
camera da letto nella notte più buia. Con la testa abbassata per proteggersi
dalla neve e dal vento, oltrepassò i tumuli sepolcrali degli indiani.
«Dimmi quello che sai sulla notte scorsa» invitò Nest, quando furono
sulla strada asfaltata.
«Non c'è molto da dire.» Pick era così leggero che lei non ne sentiva il
peso sulla spalla. «Volavo con Jonathan e controllavo il parco, come faccio sempre quando c'è qualche pericolo. E dopo quello che mi avevi detto
di Gask, sapevo che sarebbe tornato. Infatti l'ho scoperto giù, accanto al
ghiaccio, nascosto tra gli alberi. Mi pareva che non stesse facendo niente,
così ho detto a Jonathan di alzarsi. Tu sei scesa una o due volte col toboga,
e Gask ha continuato ad assistere. Poi qualcuno ha fatto un segnale con
una torcia, accanto alla piattaforma, e il nostro amico demone è sceso fino
al bordo del ghiaccio e l'ha toccato con la mano. Quando ho visto le crepe
farsi strada verso il centro del canale, ho capito cosa intendeva fare. Tu
stavi già scendendo. Così sono volato ad avvertirti.»
«Ottima cosa» commentò Nest.
Pick brontolò: «Questo sì che è minimizzare! Magia davvero cattiva, la
magia di quel demone. Roba letale. Non è riuscita a prendere voi, ma ha
colpito l'uomo del parco».
«Ray Childress, lo so. Mi sento male a pensarci.»
Per qualche tempo Pick rimase in silenzio. «Faresti meglio a stare più attenta, Nest» disse infine. «Ci sono demoni cattivi e demoni pessimi, ma
credo che Findo Gask appartenga a una categoria tutta particolare e soltanto sua. Non rinuncerà mai. Continuerà a darti la caccia finché non otterrà
quello che vuole.» S'interruppe. «Forse faresti meglio a darglielo.»
Nest scosse la testa. «Non sono disposta a farlo. E gliel'ho anche detto.»
Pick sospirò. «Be', la cosa non mi sorprende. John Ross sarà al tuo fianco?»
«Fino all'ultimo respiro.»
«Buona scelta di termini. È così che andrà a finire, forse.» Pick si spostò
sulla sua spalla mettendosi più comodo. «Preferirei che fosse successo d'estate, quando fa caldo. Semplificherebbe il mio compito.»
Nest lo guardò. «Sta' attento anche tu, Pick.»
Il Silvano sbuffò. «Bah! Non devi preoccuparti per me. Io ho un paio di
occhi anche dietro la testa, e Jonathan li ha sulla punta delle ali. Noi siamo
al sicuro. Sei tu che devi tenere all'erta il tuo istinto.»
Nest si piegò in avanti, per proteggersi dal freddo. Era il momento di
tentare qualche diversivo. «Com'è che hai deciso di chiamarlo Jonathan? E
prima di lui ci sono stati Benjamin e Daniel. Che razza di nomi sono, per
dei gufi? Non potevi trovare qualche nome... che so... meno comune?»
Pick la fissò con irritazione. «Quei nomi sembrano comuni a te, non a
me. Sono un Silvano, non te l'ho mai detto? Noi non usiamo nomi come
Daniel o Benjamin o Jonathan, normalmente. Cribbio! Cerca di ricordare
che non siamo come voi!»
«Va bene, va bene.»
«A volte mi lasci senza parole, con la tua ignoranza!» esclamò ancora il
Silvano.
«Va bene, ti ho detto!»
«Oh, cribbio!»
Nest proseguì senza più parlare, seguendo il nastro di asfalto scuro della
strada che pian piano andava scomparendo sotto la neve.
Findo Gask lo fissò stupefatto. L'indiano era fermo in mezzo alla radura
e guardava verso di loro. Doveva essersi accorto che lo seguivano, ma non
aveva cercato di fuggire, e neppure di nascondersi. Perché?
«Guarda guarda, nonno» ironizzò Penny. «C'è qualcuno che vuole giocare.»
Gask non le badò. Si limitò a rallentare l'andatura per studiare il suo avversario. L'indiano era più imponente di quanto gli fosse sembrato all'inizio, la pelle color del rame era più scura, i capelli neri luccicavano per i
cristalli di neve, gli occhi erano duri e penetranti. Aveva posato sulla neve
il sacco a pelo e lo zaino, come se prevedesse di dover avere le mani libere.
«Mi stavi cercando?» chiese con la sua voce in chiave di basso.
Findo Gask si fermò a circa sei metri da lui, abbastanza vicino da poterlo
guardare negli occhi, ma non tanto da trovarsi alla portata di quelle mani
enormi. L'indiano non degnò Penny di uno sguardo. Né si guardò di lato,
dove Twitch e l'Ur'droch si erano confusi tra gli alberi.
«Ehi, Penna Bianca» gli fece Penny. «Ti ricordi di me?»
Per un istante, Gask spostò lo sguardo sulla ragazza. Si era avvicinata all'indiano con un coltello in ciascuna mano: le lame scintillavano mentre lei
le muoveva lentamente, in piccoli cerchi.
L'indiano la guardò, poi scosse le spalle, come per indicare che non presentava alcun interesse per lui. «Che c'è di notevole da ricordare? Sei un
demone. Ne ho visti tanti come te, in passato.»
«Mai come me» rispose lei, soffiando come un serpente.
L'indiano tornò a guardare Findo Gask. «Perché mi fai perdere tempo?
Cosa vuoi da me?»
Gask si portò davanti al petto il libro nero e lo strinse con entrambe le
mani. «Come ti chiami?» gli chiese.
L'indiano rimase immobile come una statua. «O'olish Amaneh, nella lingua della mia gente, i Sinnissippi. Due Orsi nel linguaggio degli uomini
bianchi. Ma se tu dovessi pronunciare il mio nome, ti brucerebbe la lingua
e la gola fino a dove il tuo cuore si è trasformato in carbone.»
Findo Gask lo guardò come per valutarlo. Con la coda dell'occhio vide
Twitch strisciare lungo la rete metallica, dietro l'indiano: i suoi movimenti
erano fluidi e silenziosi sulla neve, la sua forma massiccia era a malapena
visibile. Non vedeva l'Ur'droch, nascosto dietro qualche albero, ma sapeva
che non era lontano. Penny ridacchiava nell'attesa. Era imprevedibile,
pronta a fare qualsiasi cosa soprattutto in situazioni come quella, e ciò la
rendeva utile.
Due Orsi pareva non badare loro. «Tu sei un demone che si vanta della
propria comprensione degli esseri umani» disse, osservando Gask. «Ma
quello che capisci si limita a ciò che senti dentro di te. I demoni sentono
troppo poco. Non hanno sensibilità. Sono privi delle emozioni più sottili.
Alla fine, questo segnerà la vostra fine.»
Findo Gask sorrise senza calore. «Non penso che la mia fine sia l'oggetto del nostro attuale discorso, vero?»
«No?» La faccia dell'indiano, segnata dal sole e dal vento, rimase priva
di espressione. «Faresti meglio a non sottovalutare i tuoi nemici, demone.
Temo che tu l'abbia fatto, almeno in questo caso.»
Gask continuò a fissare negli occhi l'avversario. «Io ho l'abitudine di non
sottovalutare mai i miei nemici. Penso che sia tu ad avermi sottovalutato,
questa volta. Hai commesso un grave errore alleandoti con la signorina
Freemark. È un errore cui intendo rimediare.»
Twitch era dietro l'indiano, adesso, a meno di dieci passi da lui. Gask
sapeva che l'Ur'droch era dall'altra parte. Due Orsi era circondato, non aveva via di scampo. La neve continuava a vorticare, spinta dal vento di
nordovest. Le nubi parevano essersi abbassate a sfiorare la cima degli alberi e la luce era divenuta fosca e grigia.
Due Orsi spostò leggermente il peso piegando verso Gask le spalle possenti. «E come pensi di fare la correzione, signor demone?»
Findo Gask inclinò la testa. «Togliendoti di qui, facendoti allontanare in
modo che tu non possa più tornare indietro.»
Ora fu l'indiano a sorridere. «E cosa ti fa pensare che io sia mai stato realmente qui?»
Twitch attraversò di corsa lo spazio che lo separava da Due Orsi e si gettò contro l'indiano. Un movimento di ombre contrassegnò l'attacco dell'Ur'droch dall'altra parte. Penny gridò di gioia, piegandosi sulle ginocchia e
sollevando la mano destra per lanciare il coltello.
Ma nello stesso istante la neve formò una sorta di vortice attorno a Due
Orsi, un vortice sollevatosi dalla terra su cui l'indiano posava i piedi: una
nube di particelle bianche che riempì l'aria. Il vento si alzò attorno a lui, e
per una frazione di secondo tutto scomparve dietro una parete bianca.
Quando la neve si posò e l'aria tornò trasparente, Due Orsi era sparito.
Sacco a pelo e zaino erano sulla neve, ma l'indiano non c'era più. Ruotando
a destra e a sinistra la grossa testa pelata, Twitch era curvo nello spazio
poco prima occupato dall'indiano. L'Ur'droch era una macchia scura che
andava avanti e indietro sulla neve calpestata, nell'inutile ricerca della preda.
Soffiando di rabbia, Penny fece sparire i coltelli nei vestiti. «Che razza
di trucco è? Dov'è finito?»
Per qualche istante, Findo Gask non si mosse; cercò di cogliere qualche
indizio nell'aria. «Non lo so» ammise infine.
«Ma l'abbiamo ucciso o no?» chiese Penny, con voce stridula.
Gask cercò ancora, ma non colse nulla: né una traccia, né un bisbiglio.
L'indiano si era come volatilizzato. Nella mente del demone echeggiavano
le sue ultime parole: «E cosa ti fa pensare che io sia mai stato realmente
qui?». Eppure, in qualche maniera, l'indiano era presente. Quella vista da
Gask era qualcosa di più di un'illusione ottica.
Ignorando i vaneggiamenti di Penny, Findo Gask aprì il libro rilegato in
pelle nera e lesse le ultime parole tracciate sulle antiche pagine.
Dopo il nome di Ray Childress non c'era niente.
Chiuse lentamente il libro. Una fitta di delusione macchiava il suo orgoglio. L'indiano sarebbe stato una piacevole aggiunta.
«Per essere andato, se n'è andato» commentò. «Un bel trucco, però per
qualche tempo, dopo averlo eseguito, non sei più in grado di ritornare. Si è
tolto dalla scena, dovunque sia finito.» Si strinse nelle spalle, come per indicare che considerava chiuso l'argomento, e la sua faccia segnata dalle rughe s'increspò in un sorriso. «Andiamo a occuparci degli altri.»
18
John Ross era fermo da tempo davanti alla finestra del soggiorno, in attesa del ritorno di Nest, e finalmente la vide emergere dalla neve che cadeva: una sagoma indistinta che si muoveva tra i rami spogli della siepe divisoria e poi attraversava il cortile in direzione della casa. Dal modo in cui
teneva le spalle e dalla lunghezza dei passi, capì che era determinata come
prima e che lo scontro con Findo Gask non l'aveva fatta tornare sulle sue
decisioni. Restava ancora da vedere se aveva cambiato idea sul Variante e
sulla necessità di non consegnarlo al demone, ma aveva l'impressione che
non l'avesse cambiata.
Mentre lei entrava, Ross raggiunse zoppicando la porta sul retro. Bennett
e Harper stavano già decorando l'albero, che era stato collocato nell'angolo
della stanza opposto al caminetto. Ross aveva aiutato Bennett a trasportare
l'albero e le scatole con le decorazioni, poi si era fatto da parte. Little John
era tornato al suo posto sul divano e osservava il parco.
«Ehi, fa un tempo terribile, là fuori» commentò Nest, quando Ross la
raggiunse. Batté gli stivali sul tappeto per liberarli dalla neve e scosse il
parka. «Non si vede a un palmo dal naso. Qui come va?»
«Bene.» Ross si spostò per lasciarla passare e la seguì lungo il corridoio.
«Stanno decorando l'albero.»
Nest lo guardò con stupore. «Anche Little John?»
«Be', no.» Il Cavaliere si strinse nelle spalle. «E neanch'io, a dire il ve-
ro.»
«Con quale scusa?»
«Nessuna.»
Nest lo guardò con severità. «Proprio come pensavo. Cerca di ricordarti,
John, che è Natale. Vieni con me.»
Lo riportò in soggiorno e lo mise al lavoro con gli altri. Fece scendere
Little John dal divano e passò qualche tempo a insegnargli come appendere le decorazioni. Il bambino la fissò senza alcuna espressione particolare,
osservò per qualche minuto Harper, appese una decorazione e tornò sul divano. Nest finse di non accorgersene. Continuò ad appendere per qualche
tempo lampadine e nastri di stagnola, poi lo raggiunse. Inginocchiata vicino a lui, cominciò a parlargli a bassa voce. Ross non riusciva a udire quello che diceva, ma riguardava il parco e le creature che vi abitavano. Sentì
che citava Pick e i Divoratori. La sentì parlare di Tatterdemalion, di Silvani e della loro magia. Nest si prese tutto il tempo necessario, senza precipitare le cose, conversando di quelle creature come se fossero la cosa più naturale del mondo.
Quando ebbero finito con le decorazioni, Nest portò biscotti e cioccolata
calda, e tutti sedettero attorno all'albero a parlare di Babbo Natale e delle
sue renne. Harper fece molte domande e Nest le rispose. Bennett si limitava ad ascoltare, ma i suoi occhi erano persi lontano, come se fosse concentrata su qualcosa che era solo suo. Fuori cominciava a fare buio, il crepuscolo era svanito in fretta e la bufera era stata inghiottita dall'oscurità, interrotta solo dalla luce dei lampioni e delle lampade sopra le porte d'ingresso delle abitazioni: in quelle luci, i fiocchi di neve parevano rincorrersi
come falene attorno alla fiamma. Qualche auto passava ancora per strada:
lente e caute belve di metallo alla ricerca delle tane. Nel caminetto il crepitio della legna che bruciava suonava quanto mai confortevole.
Erano quasi le cinque quando squillò il telefono. Nest andò in cucina a
rispondere, parlò per qualche minuto, poi chiamò Ross. «È Josie» gli spiegò. Sollevò un sopracciglio con aria interrogativa e gli passò il ricevitore.
Lui la fissò per un attimo, poi portò il ricevitore all'orecchio e guardò
fuori della finestra, nel buio della sera interrotto dalla luce di qualche lampione.
«Pronto.»
«Non intendo disturbarti, John» gli disse Josie in fretta. «Voglio solo
dirti che non mi è piaciuto il modo in cui ci siamo lasciati ieri pomeriggio.
È passato molto tempo, e nel rivederti all'improvviso sono rimasta un po'
scossa. Non ricordo neppure cosa ho detto, a parte invitarti questa sera a
cena, e ho l'impressione, a ripensarci adesso, di essere stata un po' invadente.»
«A me non è parso affatto» le assicurò lui.
Sentì il sospiro di Josie. «Oh, non so. Mi sembravi un po' imbarazzato
dall'invito.»
«No.» Si appoggiò alla parete. «L'ho molto apprezzato, invece. Non sapevo cosa rispondere, ecco. Sono un po' preoccupato per Little John, tutto
qui.»
«Porta anche lui. Sarebbe il benvenuto.» Poi s'interruppe. «Credo che sia
un altro invito, vero? Ero in cucina a preparare la cena e ho pensato a te.
Così ti ho chiamato per scusarmi della mia invadenza di ieri ed ecco che
sono invadente anche oggi. Patetico, no?»
Nonostante fossero passati quindici anni, Ross ricordava bene la sua cucina, dove lei l'aveva medicato delle ferite dopo che era stato aggredito nel
Sinnissippi Park dagli operai dell'acciaieria sobillati dal Demone. Immaginava Josie nella cucina, il suo aspetto, lei vicino al telefono, il punto dove
guardava mentre parlava con lui.
«Sarei lieto di venire» le disse.
«Ma?» continuò lei.
«Ma non credo di potere. È una cosa complicata. Non si tratta di te.»
Il telefono tacque per qualche istante. «Va bene. Ma se vuoi parlare, più
tardi, io sono qui. Da' a tuo figlio un bacio da parte mia.»
Josie riagganciò. Ross posò il ricevitore e tornò in soggiorno. Harper e
Bennett sedevano accanto all'albero e giocavano con vecchie cartoline
d'auguri natalizi. Nest si alzò, lasciando Little John sul divano.
«Vado a portare un po' di minestra ai Peterson» disse, avviandosi verso
la cucina. «Torno tra una ventina di minuti.»
Non accennò alla telefonata e dopo pochi istanti uscì dalla porta sul retro. Ross continuò a guardare nella direzione in cui l'aveva vista allontanarsi. Pensava a Josie, e ogni volta che pensava a lei si trovava a riflettere
su tutte le cose cui aveva rinunciato per divenire un Cavaliere del Verbo.
Ripensò di nuovo a com'era vuota la sua vita, senza famiglia, senza amici e
senza amore. A parte Stefanie Winslow, non c'era stata nessuna donna in
venticinque anni oltre a Josie Jackson. E Josie era la sola che contasse.
Per due volte si avvicinò al telefono con l'intenzione di chiamarla, ma
non lo fece. Ogni volta il problema era lo stesso: non sapeva cosa dirle. Le
parole sembravano insufficienti a esprimere quello che voleva dire. Le
emozioni che Josie scatenava in lui erano forti e trascinanti, piene del bisogno di agire, non di parlare. Ma lui era intrappolato dalla propria posizione, dalla propria vita. Era vissuto secondo un codice che non permetteva contatti con gli altri, al di fuori di quelli legati alla sua missione di Cavaliere del Verbo. Niente poteva intromettersi. Ogni altra cosa era una distrazione che Ross non si poteva permettere.
Quando tornò, più silenziosa di prima, Nest condusse Bennett nel laboratorio del Vecchio Bob per lavorare su un regalo per Harper e lasciò a
Ross la custodia dei bambini. Vedendo che Harper, seduta sul divano accanto a Little John, fingeva di leggergli un libro, Ross si sedette davanti al
caminetto e si mise a guardare le fiamme. Il suo interesse per il Variante e
il ritorno da Nest Freemark erano stati inevitabili, dettati dalla necessità, e
avevano richiesto sacrifici che andavano al di là delle considerazioni personali. Ma adesso le sue decisioni erano poco chiare. La presenza di Findo
Gask e dei suoi alleati non era inattesa, ma preoccupante. Chiudeva la
strada a un certo numero di possibilità. Richiedeva una pausa. Nest era minacciata solo perché Ross era da lei. Se si fosse allontanato, i demoni avrebbero perso ogni interesse per lei. Se avesse portato il Variante in qualche altro luogo, l'avrebbero seguito.
Era una delle possibilità, ma non quella logica. Un'altra possibilità, più
cupa e pericolosa ma più sensata, era quella di cercare i demoni e distruggerli prima che potessero fare altri danni.
In questo secondo caso, il Variante sarebbe potuto rimanere con Nest, la
quale avrebbe avuto maggiori probabilità di scoprirne il segreto.
Per qualche istante prese in esame la possibilità di un attacco preventivo.
Non sapeva quanti demoni ci fossero, ma già altre volte ne aveva affrontato più d'uno, e la sua forza era sempre stata sufficiente. Li snidava, li inceneriva e la minaccia era finita.
Continuò a fissare la legna che bruciava nel caminetto, e le fiamme sembravano lo specchio di quelle che sentiva nel cuore. Ne sarebbe valsa la
pena, pensava. Anche a costo di perdere la vita...
Gli tornarono in mente la sua ultima visita alla Valle delle Fate e le verità che la Signora del Lago gli aveva rivelato. L'immagine era più chiara
delle fiamme che ardevano nel caminetto, le parole tornarono a sfiorarlo,
carezzevoli: «Mio valoroso Cavaliere, il tuo servizio è quasi alla fine. Una
sola cosa dovrai ancora fare per me epoi sarai libero. Un'ultima ricerca di
un talismano di incomparabile potere, un ultimo sacrificio per tutto quello
che hai cercato di ottenere e per tutto ciò che, come sai, ha qualche valore
nel mondo. Soltanto questo e poi sarai libero...».
Posò lo sguardo sui bambini seduti sul divano. Little John si era voltato
e ora guardava il libro illustrato. Pareva incuriosito da una particolare immagine e Harper teneva sollevato il libro in modo che la potesse vedere
meglio.
Ross sospirò. Doveva fare qualcosa. Non poteva permettersi di aspettare
che i demoni li attaccassero di nuovo. Era certo dell'attacco. Avrebbero
adottato una tattica diversa, e questa volta non avrebbero ucciso un dipendente del parco, ma qualcuno della casa. Se non domani, dopodomani, e
non sarebbe finita lì, ma sarebbe continuata finché i demoni non avessero
posseduto il Variante, o non l'avessero distrutto.
Osservò il bambino sul divano. Un Variante. Cosa sarebbe divenuto, se
fosse sopravvissuto? Cosa poteva renderlo tanto importante? Gli sarebbe
piaciuto saperlo. Un vero peccato che la Signora non gliel'avesse detto.
Forse gli avrebbe agevolato la decisione.
Nest e Bennett arrivarono poco più tardi con diversi pacchetti che misero
sotto l'albero. Nest era allegra e sorridente, come se il semplice atto di impacchettare regali le avesse dato un nuovo spirito natalizio. Si avvicinò al
divano per guardare il libro illustrato che Harper stava leggendo, e abbracciò la bambina e Little John dicendo che Babbo Natale non si sarebbe
dimenticato di loro. Bennett, invece, taceva, chiusa nei propri pensieri, in
un mondo tutto suo dove non voleva far entrare nessuno. Rivolgeva agli
altri un sorriso forzato quando era necessario, ma non cercava di comunicare e continuava ad avere uno sguardo assente, tormentato, smarrito. Ross
la studiò di nascosto. Nelle ultime ventiquattr'ore doveva essere successo
qualcosa che l'aveva cambiata. Dati i suol precedenti di drogata, il Cavaliere poteva fare un'ipotesi abbastanza plausibile.
«Dobbiamo andare alla festa di Robert» gli disse Nest qualche minuto
più tardi, prendendolo da parte. «Ci sarà un mucchio di gente, adulti e
bambini. Dovrebbe essere abbastanza sicuro.»
Lui la guardò con scetticismo, ma lei aggiunse: «So cosa pensi, ma continuo a sperare che esponendo Little John a situazioni diverse, qualcosa
prima o poi scatterà. La presenza di altri bambini potrebbe aiutarlo ad aprirsi. Noi potremo tenerlo d'occhio».
Alla fine, John Ross accettò la sua idea. Probabilmente la casa in cui si
trovavano non aveva importanza, se i demoni avessero deciso di attaccarli,
ma il Cavaliere tendeva a concordare con lei su un particolare: era meno
probabile che attaccassero in mezzo alla folla. Anche la notte precedente i
demoni avevano atteso che Nest e i bambini fossero isolati, prima di colpire.
Nest mobilitò gli altri e aiutò i bambini a infilarsi parka e stivali. Mentre
lei li vestiva, Ross tornò in cucina e guardò fuori della finestra. Continuava
a nevicare, la visibilità era ridotta e su ogni cosa si stendeva una spessa
coltre bianca. Sarebbe stato difficile per i demoni tentare qualcosa con un
simile tempo. Anche se il freddo non avrebbe dato loro fastidio, la neve ne
avrebbe limitato la mobilità. Era probabile che stessero rintanati da qualche parte fino al mattino. Di conseguenza, era il momento migliore per coglierli con la guardia abbassata. Ross si disse che avrebbe dovuto trovarli e
distruggerli subito.
Ma dove cercarli?
Continuò a guardare fuori, ma non trovò la risposta.
Quando tutti furono pronti, salirono in macchina e dalla Woodlawn
Road si immisero sulla Spring Drive per poi entrare di nuovo nei boschi e
raggiungere la casa di Robert. Numerose auto erano già parcheggiate lungo
il vialetto d'accesso e altre stavano arrivando. Nest si fermò davanti alla
porta principale e Bennett e i bambini scesero dall'auto e corsero dentro
casa.
Ross non si mosse. "Se fossi Findo Gask, dove mi nasconderei?" si
chiedeva.
Nest continuava a fissarlo. «Devo fare una cosa» disse infine il Cavaliere. «Può darsi che mi occorra un po' di tempo. Mi presti la macchina?»
Lei annuì. «Di che si tratta?»
«Un po' di perlustrazione. Ce la farai tu, da sola, con Bennett e i bambini? Può darsi che dobbiate farvi accompagnare a casa da qualcuno.»
Ci fu una lunga pausa, infine Nest commentò: «La cosa mi piace poco».
Ross le sorrise. «Non hai ragione di preoccuparti. Non mi metterò nel
pericolo.»
La bugia gli era venuta facilmente. Con tutta l'esperienza accumulata
negli anni, poteva dire qualsiasi cosa senza tradirsi.
Lei gli appoggiò una mano sul braccio. «Fa' un favore a te stesso, John.
Qualunque cosa tu abbia in mente di fare, lascia perdere. Va' a cena da Josie.»
Lui la fissò stupito. «Ma io non intendevo...»
«Dammi retta» lo interruppe lei. «Sei in fuga da settimane, continui a
guardarti alle spalle, dormi con un occhio solo, quando riesci a dormire.
Sei così teso che stai per spezzarti. Forse non te accorgi, ma io sì. Meglio
che rinunci ai tuoi progetti, almeno per qualche ora. Non puoi continuare
così.»
«Sto benissimo» insistette lui.
«Non è vero.» Nest si sporse verso di lui. «Non puoi fare niente, almeno
per questa notte. Di qualunque cosa si tratti, non ce la faresti. Ti conosco.
So come sei. Ma questa volta devi fare un passo indietro. Devi riposarti.
Altrimenti finiresti per fare qualche sciocchezza.»
Lui la fissò senza parlare. Poi, lentamente, annuì. «Devo essere fatto di
vetro» commentò. «Puoi vedere dentro di me, non è vero?»
Nest sorrise. «Entra, John. Potresti passare una buona serata, se solo tu
volessi.»
Ross ripensò al suo piano di mettersi alla caccia dei demoni, e capì
quanto fosse stupido. Non sapeva da dove iniziare. Non aveva alcun piano
per trovarli. E Nest aveva ragione: era stanco, esausto mentalmente, emotivamente e fisicamente. Se avesse trovato i demoni, quante probabilità avrebbe avuto di vincerli?
Quando però alzò gli occhi sulla casa degli Heppler, vivamente illuminata, sentì che quello non era il suo posto. Troppa gente sconosciuta. Troppo
chiasso. Troppe conversazioni.
«La macchina me la presti lo stesso?» chiese sottovoce.
Nest scese senza fare parola. Poi, voltandosi verso di lui, prima di chiudere la portiera, gli disse: «Abita sempre nella stessa casa, John. Fa' attenzione alla strada, mentre torni in città.»
Poi chiuse la portiera e scomparve all'interno della casa.
A Ross occorse molto tempo per arrivare a destinazione: era come guidare in mezzo all'esplosione di un cuscino di piume: c'erano particelle
bianche che volavano dappertutto, le luci dei fari dell'automobile si riflettevano su di esse e lo abbagliavano, l'oscurità era una parete nera attorno a
lui. L'auto slittava sul ghiaccio dei solchi lasciati dalle altre auto, e ogni
volta che Ross toccava il volante minacciava un testa-coda. Riusciva a malapena a distinguere la strada davanti a sé; si limitava a seguire i solchi lasciati dalle altre macchine e a tenersi nel corridoio formato dai lampioni
stradali accesi ai lati della carreggiata. Di tanto in tanto incontrava i neon
delle stazioni di servizio e dei negozi di alimentari, le insegne dei bar e
delle pizzerie, ma anche così era difficile mantenere l'orientamento.
Tornò a pensare all'idea di cercare i demoni, di colpirli mentre erano tutti insieme e aspettavano che la bufera terminasse. La prospettiva era allet-
tante, ma Nest aveva ragione. Lui aveva una probabilità su un milione, e
l'impresa richiedeva un'energia di cui non disponeva.
A indebolirlo, inoltre, più che la stanchezza erano la solitudine e la disperazione. Ross le aveva negate per molto tempo, ignorando il vuoto che
sentiva dentro di sé, fingendo che per lui quel genere di cose non avesse
importanza. Invece ne aveva. John Ross era un Cavaliere del Verbo, ma
era anche un uomo.
A far scattare quelle emozioni era stata Josie, naturalmente, ma anche il
fatto di essere tornato da Nest Freemark a Hopewell: la cittadina somigliava molto a quella in cui Ross era cresciuto, e anche Nest era l'ultimo membro di una famiglia simile alla sua. A Hopewell, Ross aveva l'impressione
di rivivere una parte del suo passato; poteva ripetersi di non essere venuto
per quello, ma la verità era semplice e immediata. Desiderava riaffermare
la sua umanità. Desiderava uscire dall'armatura e tornare a provare la sensazione di essere un uomo.
Proseguì lungo la Lincoln Highway finché questa non divenne la Quarta
Avenue, poi svoltò a sinistra, verso il fiume. Trovò la strada senza sforzo:
la direzione era ancora impressa nella sua memoria dopo tanti anni. Guidò
la Taurus nel vicolo accanto all'edificio a due piani e la parcheggiò su un
lato della strada. Per qualche minuto si limitò a fissare la casa, pensando a
quello che avrebbe fatto.
"Non devi decidere proprio ora" provò a dire a se stesso. "Come puoi
sapere cosa succederà, dopo tanto tempo?"
Ma lo sapeva bene, glielo gridava il suo istinto. Come una fiamma, la
certezza bruciò ogni dubbio e ogni esitazione.
Smontò dall'auto, chiuse la portiera, attraversò zoppicando il terreno innevato, salì gli scalini e bussò. Dovette bussare altre due volte prima che
Josie venisse ad aprire.
Lo fissò con stupore. «John?»
Pronunciò il suo nome come se non le fosse familiare, come se l'avesse
appena imparato. I suoi occhi azzurri erano accesi e perplessi, come per
sottolineare che Ross era in un posto dove non doveva essere. Indossava i
jeans e una camicia di cotone stampato, con le maniche rimboccate. Stava
cucinando, pensò Ross, che non accennò a voler entrare, non fece alcun
movimento, ma si limitò ad attendere.
Alla fine fu lei ad allungare una mano per tirarlo dentro e a chiudere la
porta alle sue spalle. Adesso gli sorrideva e scuoteva la testa. Ross era come ipnotizzato dalle efelidi sotto i suoi occhi e sulle guance. Desiderò ac-
carezzarle i capelli.
Poi la guardò negli occhi e capì quello che aveva sempre saputo: non
c'era nessuna come lei.
Josie gli spazzò via la neve dalle spalle e gli aprì la lampo del giubbotto.
«Non dovrei sorprendermi» commentò, gli occhi fissi sulle dita con cui apriva la lampo. «Sei sempre stato imprevedibile. Come mai sei qui? Hai
detto che non saresti venuto.»
Lui arrossì. «Forse avrei dovuto telefonare.»
Lei rise. «Sei stato quindici anni senza telefonare, John. Perché farlo adesso? Dai, togliti quel giaccone.»
Lo aiutò a togliersi il giaccone, i guanti e la sciarpa, e si chinò a slacciargli anche gli scarponi. In calze di lana, appoggiandosi al bastone ancora bagnato dalla neve, Ross la seguì nella cucina. Lei gli indicò una sedia
al tavolino della colazione e gli diede una tazza di sidro caldo, poi passò
qualche momento a regolare le manopole del forno e dei fornelli. Dalle teglie e dalle casseruole si levavano profumi appetitosi.
«Hai mangiato?» gli chiese, voltandosi verso di lui. Ross scosse la testa.
«Bene. Neanch'io. Mangeremo tra poco.»
Tornò a cucinare e lo lasciò a sorseggiare il sidro. Lui la guardava senza
parlare, apprezzando la fluidità dei movimenti, la flessuosità della figura.
Josie sembrava tanto giovane, come se il tempo si fosse limitato a sfiorarla. Quando lei lo guardò e gli sorrise - il sorriso abbagliante, meraviglioso
che Ross ricordava - gli parve impossibile che fossero passati quindici anni.
Capì di essere innamorato di lei e si chiese perché non se ne fosse mai
accorto prima. Non sapeva perché l'amasse, non poteva spiegarselo con la
ragione, perché ad analizzare troppo la cosa c'era il rischio di mandarla in
frantumi come vetro. Né poteva analizzarne le varie parti, come tessere di
un mosaico. Non era una cosa facile a spiegarsi, ma era vera, e ciò che sentiva era così profondo che gli venne voglia di piangere.
Dopo un poco, Josie andò a sedersi accanto a lui e gli chiese di Nest e di
Bennett e dei bambini, passando in fretta da un argomento all'altro, riempiendo di parole e risate i momenti di silenzio, evitando le occhiate e le
pause. Non gli chiese perché non si era fatto vivo per quindici anni. Lasciò
perdere il passato. Forse capiva che era venuto da lei perché sapeva che
non gli avrebbe fatto domande, e che quello che li aveva attirati in origine
era il fatto che si accontentavano della reciproca compagnia.
Josie preparò la tavola per la cena, senza formalità, riempiendo i piatti
sul bancone e portandoli in tavola. Aveva preparato arrosto e verdure, e
Ross mangiò con appetito. Sentì il vuoto e la tensione allontanarsi pian
piano da lui; per la prima volta da diverse settimane tornò a sorridere.
«Sono lieta che tu sia venuto» osservò lei a un certo punto. «Ti sembrerà
sciocco, ma anche dopo che hai detto di non poter venire, ho pensato che
forse saresti venuto lo stesso.»
«Anche a me sembra una cosa un po' strana» ammise lui, guardandola.
Avrebbe voluto guardarla per sempre, studiarla fino a sapere tutto quello
che c'era da sapere. Poi si accorse che la stava fissando e abbassò gli occhi.
«Non avevo voglia di stare con un mucchio di persone che non conoscevo.
Anzi, non volevo stare con un mucchio di persone e basta. In casa di estranei, a Natale. Pensavo di mettermi alla caccia di...» S'interruppe e la guardò. «Non so cosa pensavo. Non so perché ho detto che non sarei venuto.
Ossia, lo so, ma è difficile da spiegare. È una cosa complicata.»
Josie non diede importanza a quelle parole. «Non devi spiegarmi niente»
gli disse.
Ross annuì e tornò a mangiare. Fuori, il vento soffiava sugli angoli e sui
cornicioni della vecchia casa con un fischio che sembrava un rantolo. La
neve passava a folate davanti ai vetri delle finestre, simile alle macchie di
una pellicola cinematografica uscita dalle guide. Ross la guardava e sentiva che il tempo e le occasioni si stavano via via consumando.
Terminato di mangiare, Josie portò i piarti nel lavandino e preparò il tè.
Bevvero in silenzio, ascoltando il rumore del vento, scambiandosi occhiate
brevi, quasi furtive.
«Ho continuato a pensare a te» disse infine Ross, posando la tazza e fissando Josie.
Lei annuì, e continuò a sorseggiare il tè.
«È proprio così» affermò lui. «Anche se non ho mai scritto né telefonato, e spesso mi sono trovato molto lontano e in posti orrendi, non ho mai
smesso di pensare a te.»
Continuò a fissarla, nella speranza che lei gli credesse. Josie posò con
cautela la tazza sul piattino.
«John» gli disse. «Tu sei qui solo per questa notte, vero? Non sei tornato
a Hopewell per stabilirti qui. Non pensi di chiedermi di sposarti o di venire
via con te o di aspettare il tuo ritorno. Non intendi promettermi qualcosa
che vada al di là delle prossime ore.»
Lui la fissò, preso alla sprovvista da quella domanda così diretta. Sentì il
vuoto e la solitudine tornare. «No» ammise.
Lei gli sorrise con gentilezza. «Mi piace pensare che la sola cosa su cui
ciascuno di noi può contare è l'onestà. Io non chiedo altro. Non saprei cosa
farmene.» Si sporse verso di lui. «Prenderò queste poche ore, John. Le
prenderò con gioia. Le avrei prese in qualsiasi momento durante gli ultimi
quindici anni della mia vita. Anch'io ho pensato a te. Ogni giorno, ho pensato a te. Pregavo perché tornassi. All'inizio avrei voluto che tornassi per
sempre. Poi solo per pochi anni, o mesi, o giorni, o minuti, o qualsiasi cosa. Non potevo farne a meno. E non posso farne a meno adesso. Ti desidero così tanto da star male.»
Si passò nervosamente la mano nei capelli. «Perciò non perdiamo tempo
a scusarci o a darci spiegazioni. Non facciamoci nessuna promessa, anzi,
non parliamone più.»
Si alzò, si portò accanto a lui e lo baciò sulla bocca. Tenne le labbra sulle sue, lo assaporò, lo esplorò con dolcezza, gli mise le braccia attorno alle
spalle e infilò le dita nei suoi capelli. Si baciarono a lungo, poi lei gli diede
la mano perché si alzasse.
«Come forse ricordi, ero una ragazza molto sfacciata» gli sussurrò, la
faccia a pochi centimetri dalla sua, le braccia attorno al suo collo, il corpo
premuto contro quello di lui. «Non sono cambiata. Scommetto che ricordi
la strada.»
Ross la ricordava perfettamente.
19
Bennett Scott rimase alla festa degli Heppler per quasi due ore, prima di
tentare la fuga, anche se la decisione l'aveva presa da tempo. Giocò con
Harper e Little John, nella misura in cui era possibile giocare con quel
bambino così strano, e aiutò due adolescenti dall'aria di santarelline a occuparsi degli altri ragazzini nella stanza dei giochi, nel seminterrato. Passò
un po' di tempo con gli adulti - una banda di noiosi rimbambiti, a parte
Robert Heppler che era sempre uno schianto - e si complimentò per gli addobbi natalizi. Sopportò le occhiate della gente, sia di coloro che le fissavano i piercing e i tatuaggi e magari i segni degli aghi sulle braccia, sia di
coloro che la guardavano con compassione o distoglievano con avversione
lo sguardo. Si servì al buffet e riuscì a infilarsi nella borsa qualche pezzo
di pollo fritto e dei panini, sicura che per qualche tempo non avrebbe avuto
molto da mangiare. Cercò di farsi notare e di assumere un'aria allegra, in
modo che nessuno, in particolare Nest, sospettasse le sue intenzioni. Rima-
se finché le fu possibile, e per un tempo assai più lungo di quanto avrebbe
creduto, poi uscì senza destare sospetti.
Prima però andò a salutare Harper.
«La mamma ti vuole tanto, tanto bene, piccola» le disse, inginocchiandosi davanti alla bambina, nel corridoio tra la stanza dei giochi e il bruciatore, mentre gli altri bambini giocavano rumorosamente. «La mamma ti
vuole bene più di ogni altra cosa al mondo. Mi credi?»
Harper annuì con aria incerta, fissandola con grande attenzione. «Sì.»
«Lo so che mi credi, ma la mamma vuole sentirtelo dire.» Bennett faceva uno sforzo perché la voce non le si incrinasse. «La mamma ti deve lasciare per un poco, piccola. Solo per un po' di tempo, capisci? La mamma
deve fare una cosa.»
«Che cosa, mamma?» chiese subito Harper.
«Una cosa, piccola. Ma devi stare buona mentre non ci sono. Nest penserà a te. Devi fare quello che ti dice e comportarti da brava bambina. Me
lo prometti?»
«Harper viene» rispose la bambina. «Harper viene con mamma.»
Bennett sentì che le spuntavano le lacrime e le asciugò in fretta, costringendosi a sorridere. «Mi piacerebbe molto, piccola, ma la mamma deve
andare da sola. È una cosa da grandi. Non è per i bambini piccoli. Capisci?»
Perché continuava a ripeterlo? "Capisci? Capisci?" Sembrava una bambola parlante. La sua sopportazione era al limite. Abbracciò Harper e la
tenne stretta a sé. «Addio, piccola. Devo andare. Ti voglio bene.»
Riportò Harper nella stanza dei giochi e salì in silenzio le scale. Recuperò il giaccone dalla pila di vestiti appoggiati sul divano in una stanza da
letto, percorse il corridoio fino all'ingresso facendosi largo tra la folla e
disse a chi le fece domande che usciva a fumare una sigaretta. Ebbe fortuna: Nest non si vedeva in giro e non fu necessario mentirle. Le lasciò nella
tasca del cappotto il foglietto che le avrebbe spiegato tutto. Nest l'avrebbe
trovato più tardi e avrebbe fatto quello che era giusto. Bennett sapeva di
poter contare su di lei.
Non aveva la minima voglia di uscire con quel freddo, e non perse tempo una volta che la porta si chiuse dietro di lei. Si avviò lungo il vialetto
coperto di neve, la sciarpa avvolta strettamente sul collo e il colletto alzato,
raggiunse la strada principale e si avviò verso la casa di Nest. Intendeva
viaggiare leggera: l'aveva deciso parecchie ore prima. Non che avesse molto da portare via, ma intendeva lasciare tutto quello che Nest le aveva dato,
a parte il parka e gli stivali. Voleva portare con sé le foto di Harper, per
guardarle quando avesse voluto ricordare quello che cercava di salvare,
quello che aveva perso.
Quanto le era costata la droga.
Per tutto il giorno il bisogno di una dose aveva continuato a roderla, a
chiederle soddisfazione. La dose che Penny le aveva dato la sera prima non
era stata sufficiente. Era sempre sorprendente constatare come il bisogno
tornasse a farsi vivo in fretta, quando si riprendeva a bucarsi: un bisogno
esigente e totale. Era come una bestia in agguato, sempre presente e in attesa, sempre affamata e mai soddisfatta, che aspettava di prenderti. Tu potevi renderti conto della sua esistenza, potevi affrontarla e tenerla a bada,
ma non potevi mai liberartene. Ti seguiva dappertutto, mantenendosi ai
margini della tua percezione. Ma bastava un momento di debolezza, di disperazione o di panico, o di disattenzione, e la bestia riappariva e ti divorava di nuovo.
Com'era successo la notte precedente. Penny le aveva fornito l'occasione
e i mezzi, un po' di incoraggiamento, una faccia amichevole, e lei era partita. Penny, con quei capelli rossi spettinati, quell'aria sprezzante nei riguardi di tutto e di tutti, quel disgusto per le cose comuni, quotidiane. Bennett
conosceva Penny, la capiva. Erano due spiriti che si assomigliavano. Almeno per il tempo occorrente per "farsi" e sballare, poi ciascuna viaggiava
per conto proprio e Bennett galleggiava nella luce e nella serenità del porto
sicuro che la droga le forniva.
Ma quella mattina, quando fu di nuovo sola e l'effetto della droga era finito, Bennett capì quello che aveva fatto, comprese la verità su se stessa.
Non sarebbe mai cambiata. Non avrebbe mai smesso di drogarsi. Forse
non lo voleva dentro di sé, nel profondo, dove la cosa aveva importanza.
Era in dipendenza completa, e non se la sarebbe mai cavata. Drogarsi era
per lei la cosa più importante del mondo, e qualsiasi occasione di smettere
le fosse stata offerta non avrebbe cambiato la realtà. Che Nest intendesse
aiutarla non aveva importanza. E nemmeno il fatto di essere in un posto sicuro. Non aveva importanza neppure perdere Harper.
O almeno, un'importanza sufficiente a convincerla.
La sola cosa che potesse fare, si era detta, era lasciare Harper con Nest.
Così avrebbe dato alla figlia la possibilità di condurre una vita migliore
della sua. Forse ne sarebbe venuto qualcosa di buono, forse il distacco l'avrebbe spinta, prima o poi, a rinunciare alla droga. O forse no. In qualsiasi
caso, Harper sarebbe stata meglio.
Aveva continuato a pensarci per tutto il giorno. Poteva sopportare le
brutte cose che succedevano a lei, ma non le loro ripercussioni sulla bambina. Soprattutto se lei si sentiva in colpa perché si "faceva". Non lo sopportava, non poteva vivere con quella preoccupazione, quel tormento. Per
impedire che succedesse, per eliminare ogni possibilità, doveva dare Harper a Nest.
Rabbrividì nel parka; il vento gelido la colpiva a raffiche improvvise, la
neve gelata le graffiava la faccia e le faceva lacrimare gli occhi. Qualche
auto passava lungo la strada. Bennett sperò che almeno una si fermasse e
le offrisse un passaggio, ma nessuna lo fece. Una volta raggiunta la casa di
Nest, si diceva, si sarebbe riscaldata per qualche minuto, prima dell'arrivo
dell'amica. Penny le avrebbe portato la droga e poi l'avrebbe accompagnata
in città a prendere l'autobus delle dieci; l'indomani mattina Bennett si sarebbe trovata in un altro Stato.
Le dispiaceva di essere stata costretta a rubare a Nest il denaro per la fuga, ma quello era il più piccolo dei peccati da lei commessi durante la sua
vita di drogata, e probabilmente il primo che le sarebbe stato perdonato.
Nest era la sua sorella maggiore, una brava persona, una di famiglia più di
sua madre e dei suoi fratelli, spariti tutti, per sempre, come la sua infanzia,
e buon viaggio a loro. A volte, però, sentiva la mancanza di Jared. Ricordava come tra Nest e lui ci fosse del tenero. "Del tenero." Scoppiò a ridere.
Da dove le era venuta in mente quell'espressione? Sperava che Jared stesse
bene, ovunque si trovasse. Le avrebbe fatto piacere sapere che stava bene.
Sua madre, invece, era una faccenda diversa: sperava che bruciasse all'inferno.
Le occorse molto tempo per raggiungere la casa. La faccia le pizzicava e
aveva le dita delle mani e dei piedi insensibili a causa del freddo. Prese la
chiave, aprì il battente ed entrò. Si fermò dietro la porta e per qualche minuto si godette il caldo del corridoio, aspettò che il freddo che le era entrato nelle ossa si sciogliesse. Cominciò a tossire e sentì una fitta al petto. Era
malata, e si chiese fino a che punto. Era passato molto tempo dall'ultima
volta che aveva visto un dottore. O che ci aveva portato Harper. Nest sarebbe stata più brava di lei, in questo.
Accanto all'albero di Natale vide l'orsacchiotto di pezza di Harper e
scoppiò a piangere. «Harper...» sussurrò. «Bambina mia.»
Telefonò al numero che le aveva dato Penny, e la ragazza disse che sarebbe arrivata subito. Poi Bennett riagganciò. La valigia era già pronta,
perciò, una volta fatta la telefonata, non le rimaneva che aspettare. Dalla
cucina passò in soggiorno e per qualche istante rimase ferma a fissare il
chiarore che giungeva dalla finestra. Poi inserì la spina nella presa accanto
all'albero e le piccole luci colorate si rifletterono sul vetro e nello specchio
del corridoio. Bennett sorrise. Harper avrebbe passato un bel Natale. Guardò il regalo che aveva preparato per lei: una bambola con il nome scritto
sul grembiulino. Nest aveva trovato quell'idea in una rivista di cucito e l'aveva aiutata a realizzarla. Le dispiaceva di non poter vedere la faccia di
Harper quando avrebbe aperto il pacco, ma forse poteva telefonare dalla
strada, per augurare buon Natale.
Chiuse gli occhi e incrociò le braccia sul petto, pensando che sarebbe
stata subito meglio, non appena Penny fosse arrivata con la droga. Pensava
di farsene giusto quel poco che l'avrebbe portata fino al mattino, e di risparmiare il resto per poi. Intendeva comprare tutta quella che l'amica era
disposta a venderle. Era eccezionale, qualunque cosa fosse, una polvere
cristallina che si scioglieva subito. Non sapeva dove Penny avesse trovato
roba così buona, che ti portava su, sempre più su. Aveva promesso di regalargliela, ma Bennett non le credeva. La droga si dà gratis la prima volta.
Ossia la notte precedente. La seconda volta si paga. Perché Penny l'aveva
pagata. Così andavano le cose.
Il telefono squillò, ma non rispose. Tanto, non cercavano lei. Cominciò a
temere che Nest si accorgesse della sua assenza e venisse a cercarla prima
dell'arrivo di Penny, perciò portò la valigia davanti alla porta d'ingresso e
si mise a osservare la strada. Passava qualche macchina, non molte, ma
non riusciva a distinguerle bene in mezzo alla neve. Si chiese se la nevicata fosse destinata a proseguire per tutta la notte. Si chiese se l'autobus fosse
in orario. Sentì ancora di più il bisogno della droga.
Quando finalmente un'auto imboccò il vialetto, il bisogno era così pressante che Bennett risentiva la pelle pizzicare. Guardò da dietro la finestra,
chiedendosi se avrebbe dovuto correre fuori o nascondersi. Quando la portiera si aprì e comparvero i capelli rossi e ricci di Penny, sospirò di sollievo e corse all'uscio per farla entrare.
«Oh, sorella, come sei ridotta!» rise la rossa, entrando. Chiuse la porta e
si tolse il parka. «Allora, cerchiamo di rimetterti a posto subito!»
Si iniettarono la droga lì, nell'ingresso, sedute a gambe incrociate sul pavimento di legno, si passarono le dosi ridendo e incoraggiandosi. Le parole
non avevano importanza, la sola cosa che importasse era l'iniezione e l'attesa della prima, splendida ondata di piacere.
Bennett non sapeva quanta droga si era iniettata, ma l'effetto la colpì
come un maglio, le mozzò il respiro. La testa le cadde all'indietro e rimase
a bocca aperta: tutto il resto del mondo scomparve, lasciando solo l'inebriante sensazione.
«Sei in viaggio, sorella!» sussurrò Penny, da qualche luogo lontanissimo. Bennett udì appena la sua voce fioca e distante, poco più di un movimento nella nebbia. «Vai, ragazza! La mammina ha il diritto di spassarsela!»
Bennett rise e si librò in aria e guardò il mondo di zucchero filato attorno
a sé. Era a malapena cosciente quando Penny si alzò e andò ad aprire la
porta. Era a malapena cosciente quando un vecchio vestito di nero entrò in
casa e si chinò su di lei.
«Ehi, sorella» sibilò Penny, con un tono di voce improvvisamente tagliente e sarcastico. «Che te ne pare di questa sorpresa? Guarda chi è venuto alla festa!»
Allora Bennett alzò gli occhi e, come in sogno, vide Findo Gask piegarsi
su di lei.
Erano ormai le nove e mezzo quando Nest si accorse della sparizione di
Bennett Scott. Si era divertita a parlare con gli amici, persone che conosceva dall'infanzia, si erano scambiati ricordi e avevano chiacchierato del
più e del meno. All'inizio non riusciva a scrollarsi di dosso Robert, il quale
voleva scusarsi per i suoi commenti maligni su John Ross. Per un po' lei
l'aveva sopportato perché aveva le migliori intenzioni, ma a volte una piccola dose di Heppler era il massimo che lei riuscisse a reggere. Per fortuna
nei pressi c'era Amy, anche se non si sentiva del tutto a posto, e Nest si mise a parlare con lei di gravidanze e neonati facendo eclissare Robert in un
batter d'occhio.
Ogni tanto Nest scendeva nella stanza dei giochi per vedere cosa facevano i bambini. Era andata in quella casa a giocare fin da piccola, e la conosceva bene. La stanza dei giochi era sicura. Aveva un solo ingresso e vi si
arrivava dal corridoio. Non c'erano porte o finestre che dessero sull'esterno. Le ragazze che guardavano i bambini sapevano che potevano far entrare solo i genitori e gli amici e che dovevano chiamare gli adulti nel caso
fosse sorto qualche problema.
Harper giocava con gli altri bambini, ma Little John si era messo in un
angolo e non si era più mosso. Nest aveva continuato a tenerlo d'occhio,
sperando in qualche cambiamento nel corso della sera, ma non ce n'erano
stati. I suoi incoraggiamenti a unirsi agli altri bambini erano caduti nel
vuoto e alla fine aveva rinunciato.
Una volta o due aveva visto Bennett, ma dato che si preoccupava soltanto dei bambini e che la ragazza si comportava normalmente, aveva smesso
di pensare a lei.
A un certo punto si accorse che cominciava a essere tardi e che dovevano trovare qualcuno che li portasse a casa, e solo allora si rese conto di non
avere visto Bennett da diverso tempo. Fece un paio di volte il giro della
casa senza trovarla, e allora cercò Robert e lo portò in disparte.
«Non voglio preoccuparmi più del necessario, ma non riesco a trovare
Bennett Scott» gli disse. Dalla sua espressione, Robert capì che era importante.
Inarcò un sopracciglio e poi lo abbassò. Un gesto che faceva sempre.
«Sarà andata a casa.»
«Senza Harper?»
Robert si strinse nelle spalle. «Si sarà sentita male. Sei sicura che non sia
qui? Vuoi che chieda?»
Nest si allontanò da lui senza rispondere e scese nella sala dei giochi.
S'inginocchiò accanto ad Harper che giocava con una scatola di costruzioni
e le chiese se aveva visto la mamma.
Harper non alzò neppure la testa. «Mamma andata via.»
Nest sentì la gola chiudersi per il panico. «Te l'ha detto lei, Harper? Ti
ha detto che andava via?»
La bambina annuì. «Sì.»
Nest si alzò e si guardò attorno, disperata. Da quanto tempo si era allontanata? E dove poteva essere andata, senza Harper, senza dirlo a nessuno,
senza automobile? Seppe la risposta ancora prima di avere formulato la
domanda, e provò un forte senso di collera, unita a disperazione.
Salì in fretta le scale per cercare Robert. Doveva trovarla, naturalmente...
anche se non sapeva da dove iniziare. Doveva chiamare John perché custodisse i bambini, mentre lei prendeva la macchina e andava in cerca di
Bennett.
"In una bufera di neve, con tutto chiuso e con le macchine che riescono a
malapena a viaggiare? In una notte in cui il vento gelido ti trasforma in un
pezzo di ghiaccio?"
L'inutilità di ogni suo eventuale sforzo minacciò di travolgerla, perciò
lasciò da parte i dubbi per concentrarsi sul compito che la attendeva. Trovò
Robert sulle scale. Quando la vide, lui scosse la testa.
«Non so cosa dire, Nest. Ho guardato dappertutto...»
Nest alzò la mano interrompendolo. «Se n'è andata. Me l'ha detto Harper. È andata via da tempo. Non so perché.»
Robert sospirò. «Ma puoi indovinarlo, vero? È una drogata, Nest. Ho visto i buchi sulle braccia.» Scosse la testa. «Senti, so che la cosa non mi riguarda, ma...»
«Non cominciare, Robert. Per favore, no!» Gli strinse il braccio così forte da strappargli una smorfia. «Non cominciare la predica sulla gente che
frequento, Bennett Scott e John Ross e tutte le strane cose che succedono e
di come ti ricordi che accadde lo stesso quindici anni fa, alla festa del
Quattro di Luglio! Va' a mettere in moto l'auto, mentre io vesto i bambini,
e poi accompagnaci a casa!» Gli lasciò il braccio. «Credi di poterlo fare?»
Robert la guardò con aria mortificata. «Certo che posso farlo. Cosa credi?»
Lei gli diede un buffetto sulla guancia. «Sei un bravo ragazzo, Robert,
ma hai bisogno di manutenzione. Adesso, sbrigati, per favore.»
I demoni infilarono Bennett Scott nel suo parka e la fecero uscire di casa, lasciando che a renderla obbediente fosse la droga che aveva nel sangue. La neve mulinava in tutte le direzioni, il vento soffiava con forza e faceva così freddo da gelare il fiato, ma Bennett Scott aveva l'impressione di
galleggiare lontana dal suo corpo, la sua sola sensazione era di essere piacevolmente staccata dalla realtà. Di tanto in tanto qualcosa di ciò che la
circondava si metteva di colpo a fuoco: il vento tagliente, la furia bianca
della neve, l'ombra scheletrica di un ramo, e le facce di Findo Gask e di
Penny Orribile, una per lato, che la tenevano dritta e la trascinavano avanti.
Ma per la maggior parte del tempo udì solo un sommesso brusio all'orecchio e provò un meraviglioso senso di pace.
Findo Gask non aveva toccato nulla, nella casa, e aveva chiuso la porta
senza girare la chiave. Voleva che Nest Freemark, al suo ritorno, non avesse alcun sospetto della sua presenza, perciò non aveva fatto niente che potesse allarmarla. Se fosse diventata troppo cauta, la sorpresa che aveva in
serbo per lei avrebbe perso parte del suo effetto.
Con Penny che rideva e parlava a ruota libera, salirono in auto, percorsero a marcia indietro il vialetto, si immisero nella Woodlawn e raggiunsero
il parco. Parcheggiarono davanti alla sbarra e si avviarono a piedi. Il Sinnissippi Park era una nera voragine di gelo e nevischio: una coltre ininterrotta d'oscurità si stendeva sui prati e sui boschi, e la neve diventava ghiaccio sotto la sferza del vento di tramontana che ululava sul fiume. Le luci
che di solito illuminavano la strada si erano spente poco prima, quando era
crollato un tratto della linea, e la cortina di neve nascondeva il pallido
chiarore delle case vicine. Quella notte, il parco avrebbe potuto essere sulla
luna.
Bennett Scott inciampava e affondava nella neve, trascinava i piedi e
riusciva ad andare avanti solo perché i demoni che la tenevano per le braccia la trasportavano. L'aria gelida le colpiva dolorosamente la gola quando
respirava. Lei abbassava la testa per proteggersi dal freddo: risposte automatiche del suo corpo, ma la sua mente non sapeva quasi nulla di ciò che
stava facendo. Ricordava che Penny era venuta a trovarla, che si erano iniettate la droga che adesso le dava tanto sollievo. E ricordava il tenue,
fragile filo di speranza cui si aggrappava: un giorno o l'altro, avrebbe trovato il modo di tornare da Harper. Di tanto in tanto sentiva la voce della
figlia che la chiamava, brevi parole, frammenti di ricordi che emergevano
dalla foschia dei suoi pensieri.
Non vide gli occhi gialli comparire nel buio: coppie di cerchi grandi e
luminosi che uscivano dalla notte, a quattro e a sei per volta, finché non furono decine.
Attraversarono il parco fino a raggiungere la parte più alta, poi proseguirono in direzione del precipizio, al di là dei tumuli indiani. La strada era
scomparsa sotto la neve e l'intera area era un tappeto bianco sovrastato dai
rami spogli delle querce. Findo Gask non aveva alcun timore di venire disturbato: nel parco non c'era nessuno. Lui e Penny spinsero Bennett Scott
verso il precipizio, finché non fu a pochi metri dallo strapiombo.
I Divoratori si avvicinarono, ansiosi di partecipare. «Lasciala andare,
Penny» ordinò Gask.
Si allontanarono da Bennett, lasciandola sola sul bordo del precipizio,
voltata verso il fiume, con la testa ciondolante e le braccia senza forza. I
Divoratori si raccolsero attorno a lei, la sfiorarono appena appena, la incitarono in silenzio, cercarono di spingerla a dare loro ciò di cui si nutrivano.
Ma Bennett non si muoveva: la sua mente era altrove, lontano, sorvolava
valli e montagne, una terra dorata e luminosa, e il canto del sangue nelle
vene la consolava e le dava forza. Continuò a volare libera per un tempo
lunghissimo, senza vedere e sentire nulla, finché, di colpo, si rammentò di
non essere sola.
«Penny?» riuscì a chiamare.
Il vento fischiò accanto a lei. «Penny?»
Una voce di bimba chiamò all'improvviso: «Mamma!».
Bennett alzò la testa e scrutò in mezzo alla neve e al buio. Era Harper!
«Mammina, mi senti?»
«Piccola, dove sei? Piccola?»
«Mammina, ho bisogno di te! Ti prego, mammina!»
Bennett sentì tutt'a un tratto il grande freddo, e il primo morso di gelo
lacerò la corazza di stupore in cui era avvolta, lasciandola tremante e ansimante. Si leccò le labbra secche e si guardò attorno. E vide gli occhi, vicinissimi, attenti, famelici, e si ritrasse, sconvolta, terrorizzata.
«Harper!» strillò.
«Mammina, presto!» gridò Harper.
E allora Bennett vide la figlia, un'immagine indistinta davanti a lei, illuminata da una pallida luce bianca che si accendeva e si spegneva al battito
del suo cuore, al pulsare del suo sangue. Vide Harper e si protese per afferrarla, ma Harper si stava già allontanando.
«Harper!» gemette.
Non poteva raggiungerla, sapeva che non poteva, che c'era qualcosa di
profondamente sbagliato nel tentativo di farlo. Aveva la vaga impressione
di essersi già trovata una volta in quella situazione, ma non ricordava né
dove né quando.
«Mammina!» supplicava Harper, incespicando mentre indietreggiava.
Qualcuno aveva preso la bambina e la portava via: una creatura nera,
minacciosa, priva di forma. Era troppo per Bennett Scott. Si liberò del torpore e della paura, si buttò in mezzo alla ressa di occhi gialli che premeva
contro di lei e si lanciò in avanti per afferrare la figlia.
Era quasi giunta a toccare Harper, a vedere la paura negli occhi della figlia, quando il terreno scomparve sotto i suoi piedi e Bennett Scott precipitò nel buio.
20
Robert Heppler entrò nel vialetto d'accesso della casa dei Freemark e
parcheggiò la grossa Navigator, ma lasciò il motore in folle mentre Nest,
accanto a lui, tirava un sospiro di sollievo. Nevicava così forte che il vialetto e le tracce di pneumatici che avrebbero potuto indicarne la posizione
erano scomparsi. Per fortuna Robert conosceva bene la strada, altrimenti
sarebbero finiti contro qualche muretto. Nest guardò le finestre della casa:
erano illuminate, ma non si scorgeva alcun movimento. C'erano più luci
accese di quante ne avesse lasciate prima di andare alla festa, perciò qual-
cuno doveva essere già arrivato. Tornò a sperare. Forse si era sbagliata a
proposito di Bennett. Forse la aspettava in casa.
«Vuoi che ti accompagni dentro?» chiese Robert. Nest gli rivolse un'occhiata interrogativa e lui fece un cenno vago con la mano. «Così, per essere più sicuri.»
Capì quello che intendeva dire. «No» gli rispose. «Posso occuparmene
io. Grazie per averci riportati a casa, Robert.»
Lui si strinse nelle spalle. «Figurati. Se hai bisogno di me, telefona.»
Nest aprì la portiera e fu subito investita dal sibilo del vento. Quando
mise a terra il piede, sprofondò nella neve fino al ginocchio. "Cribbio!" avrebbe detto Pick. «Fa' attenzione mentre torni a casa, Robert!» gridò.
Fece scendere dal sedile posteriore i bambini, due piccoli fagotti di vestiti imbottiti e di lembi di sciarpe, e li incamminò verso la casa. Il vento li
colpiva con forza, facendoli barcollare mentre avanzavano a testa china,
piegati in avanti, nella neve alta. Faceva molto freddo, il gelo penetrava fino alle ossa. Sentì il rombo del motore della Navigator che faceva retromarcia e si immetteva nella strada, ma in pochi secondi il rumore fu sovrastato da quello della bufera.
Salirono gli scalini coperti di neve e si trovarono un po' al riparo, sotto il
portico. I bambini batterono i piedi per pulire gli stivali e si tolsero la neve
dalle spalle, imitando Nest. Lei fece per aprire la porta e constatò che non
era chiusa a chiave, segno che in casa c'era qualcuno, poi spinse dentro
Harper e Little John.
Quando chiuse la porta, però, si accorse del silenzio che regnava nella
casa: un silenzio tale da farle capire subito che si era sbagliata. In casa non
c'era nessuno o, se c'era stato, se n'era andato da tempo. Udiva il ticchettio
della pendola e il cigolio delle persiane, sull'altro lato dell'edificio, che il
vento investiva con furia, ma nessun altro rumore.
Abbassò lo sguardo e vide la piccola borsa di Bennett accanto alla porta.
Vicino a essa scorse orme umide che non erano le loro. Poi notò un luccichio sul tappeto. Si chinò lentamente a raccogliere l'oggetto: era una siringa.
Per un momento provò una tristezza indescrivibile. Posò la siringa in un
vasetto sul tavolino dell'ingresso, si voltò verso i bambini e li aiutò a svestirsi. Harper aveva la faccia rossa per il freddo e gli occhi stanchi. Little
John era come sempre: pallido, distaccato, chiuso in se stesso. Pareva però
assai più fragile di prima, come se il passare del tempo lo svuotasse di energia e di vita e cominciasse a lasciare il segno. Mentre gli toglieva il
giubbotto, Nest si fermò, lo fissò e poi lo abbracciò, cercando di trasmettergli quello che provava per lui, cercando ancora una volta di parlargli.
«Little John» sussurrò.
Il Variante non reagì nel sentirsi abbracciare, ma, quando lei lo lasciò, la
fissò con curiosità, con meraviglia.
«Nest» disse sottovoce Harper, prendendola per il gomito. «Succo mela?»
Lei guardò la bambina e sorrise. «Un momento, cara. Finiamo di toglierci la giacca e gli stivali.»
Posò i giacconi sulla borsa di Bennett per nasconderla, sfilò gli stivali ai
bambini e distese guanti e sciarpe sul radiatore. Un'auto con le catene passò sferragliando lungo la strada, ma un istante più tardi il suono venne coperto dal vento. Fuori dalla finestra si scorgeva il movimento dei rami agitati dalla bufera. Nest si fermò per qualche istante accanto alla porta, chiedendosi se Bennett era stata così sciocca da uscire. La presenza della borsa
suggeriva il contrario, ma la casa dava l'impressione di essere completamente vuota.
«Venite, bambini» li invitò, prendendoli per mano e dirigendosi verso la
cucina.
Si guardò attorno. In fondo al corridoio era buio. Se Bennett era in casa,
doveva essere a letto. Passando davanti al soggiorno guardò dentro e vide
gli occhi luminosi di Occhio di Falco, acciambellato sotto l'albero di Natale, accanto ai regali.
Poi guardò in fondo al corridoio: la porta dello scantinato era aperta.
Colta da un sospetto, Nest rallentò il passo. Quella porta era chiusa, quando erano usciti. Che Bennett fosse scesa laggiù per qualche motivo?
Si fermò sull'uscio della cucina e tornò a fissare la porta dello scantinato.
Non c'era nessun motivo per scendere laggiù. In quel piccolo vano c'erano
solo il bruciatore, il pannello degli interruttori della corrente elettrica e
qualche vecchia scatola. Non c'erano stanze o armadi. Fuori, il vento soffiava ancora più forte, sbatacchiando le persiane e facendo tremare i vetri.
Nest trasalì nell'udire quel rumore e lasciò la mano dei bambini.
«Sedetevi al tavolo» li invitò, spingendoli con dolcezza in cucina.
Ferma sulla soglia della cucina, alzò il telefono per chiamare John Ross,
ma era muto. Posò il ricevitore e tornò a guardare la porta dello scantinato.
Anche se pensava che si stava comportando da sciocca, raggiunse in
fretta la porta, la chiuse senza guardare giù per la scala e girò la chiave.
Poi, per qualche istante, rimase a fissare la porta, stupita di come quell'atto
la facesse sentire meglio.
Soddisfatta, tornò in cucina e servì succo di mela e biscotti. Quando i
bambini li ebbero presi, andò a controllare le camere da letto, per vedere se
Bennett era presente. La giovane non c'era. Nest tornò in cucina, riflettendo su quello che doveva fare. Solo una delle possibilità aveva senso: doveva chiamare la polizia, anche se la cosa le piaceva poco.
Stava bevendo succo di mela e mangiando un biscotto con i bambini,
quando dallo scantinato giunse un suono di metallo strappato o lacerato. Il
suono si levò una volta sola, poi tutto tacque.
Per qualche momento rimase a sedere senza muoversi, poi si alzò, uscì
dalla cucina, fece alcuni passi lungo il corridoio e si fermò di nuovo, tendendo l'orecchio. «Bennett?» chiamò a bassa voce.
Un istante più tardi, tutte le luci si spensero.
John Ross si è addormentato e sogna il futuro. La giornata è grigia, il
cielo è coperto, la luce è scarsa. È mattina, ma il sole non è che una macchia più chiara nel grigiore del cielo. Pareti di edifici parzialmente crollati lo circondano da tutti i lati, impedendogli di vedere ciò che c'è al di là e
dandogli la sensazione di essere un topo in un labirinto. Percorre vie e vicoli con movimenti veloci e furtivi, scivola da una porta a una nicchia, da
un viottolo a un angolo buio. Lo inseguono, e sa che coloro che gli danno
la caccia non sono lontani.
Ross è in un villaggio dove si nasconde da parecchi giorni, esausto e
privo della magia. Ha con sé il bastone nero coperto di rune, ma la sua
magia è inattiva. L'ha usata nel passato, perciò è senza nel presente. È
trascorsa più di una settimana dall'ultima volta che ha avuto a disposizione la magia: non ha mai trascorso un periodo tanto lungo senza quella
protezione. Non sa perché la magia l'abbia abbandonato in maniera così
completa e così a lungo, ma ormai ha poco tempo. Nel futuro che Ross non
è riuscito a impedire, una settimana senza armi e senza protezione è lunga
quanto una vita.
Attraverso una foschia che non si dirada mai, vede davanti a sé le sagome degli alberi. Se riuscisse ad arrivarci avrebbe la possibilità di salvarsi. Qualcuno del villaggio l'ha tradito, come succede sempre. Gli abitanti del villaggio dipendono da lui, ma non si fidano. La magia di Ross è
molto potente, ma fa anche paura. Presto o tardi, qualcuno finisce sempre
per convincersi che Ross è più pericoloso degli ex uomini e dei demoni
contro cui combatte. Arrivano a quella decisione spinti dalla malintesa
convinzione che sacrificando lui potranno salvare se stessi. Così è diventata l'umanità dopo il collasso del mondo civile. Ross l'ha accettato da
tempo come normale corso degli eventi, ma non è mai riuscito ad abituarsi, e mentre fugge ancora una volta per salvarsi la vita, è furioso e disgustato nei riguardi di coloro che cerca di proteggere a un prezzo tanto alto.
I rumori dell'inseguimento sono ormai udibili. Ross accelera, puntando
verso gli alberi. Una volta lontano dal villaggio e ben nascosto nel fitto
dei boschi, sarà difficile trovarlo. È fisicamente in forma, indurito dagli
anni di sopravvivenza nel nuovo mondo della supremazia del Vuoto. Non è
più affetto dalla zoppia che lo limitava nel vecchio mondo, quando comandava il Verbo. Sa come fuggire e nascondersi, come attaccare e lottare, e non è disposto a farsi scoprire facilmente. Ricorda che conosceva ben
poco quelle arti, nella sua vecchia vita. Era un Cavaliere del Verbo, allora, ma a quel tempo c'era ancora speranza. Con amarezza pensa che se
non fosse andato incontro a un insuccesso allora, la sua conoscenza delle
arti della sopravvivenza non sarebbe stata necessaria ora.
I Divoratori lo seguono mentre raggiunge il dedalo di alberi e si confonde nel buio che regna tra la vegetazione. Quegli esseri gli sono sempre
accanto, sperano di potersi un giorno nutrire di lui come si sono nutriti di
tanti altri. Dovunque vada, i Divoratori sono attirati da lui. È giunto ad
accettare anche questo. Ross è un magnete per i predatori di tutti i tipi, e i
Divoratori sono solo i più numerosi. A volte lo sfidano, ma non possono
contrastare la sua magia. In momenti come quello, però, quando la magia
non è a sua disposizione, sentono di avere una possibilità di riuscita. Ross
cerca di ignorare la fame riflessa nei loro occhi, ma non riesce a ignorarla del tutto.
Dietro di lui, dal villaggio, si levano le prime grida. I demoni e gli ex
uomini raccolgono la loro messe di morte, riducono il villaggio in macerie
fumanti. È un destino inevitabile. Tutte le comunità umane, siano esse fortezze cittadine o villaggi privi della protezione di mura, sono destinate a
scomparire. La distruzione dell'umanità è la meta cui sono votati i servitori del Vuoto. È una meta che sarà raggiunta presto, nonostante alcuni come Ross lottino ancora per impedire che ciò accada. E la raggiungeranno
perché ogni possibilità di vittoria è stata persa molto tempo addietro, e il
Verbo è stato ridotto a un ricordo di un passato lontano.
Alla destra e alla sinistra di Ross ci sono dei movimenti e l'ex Cavaliere
del Verbo comprende che i suoi nemici l'hanno affiancato, si sono mossi
più in fretta di quanto aveva calcolato. Rallenta e tende l'orecchio, cer-
cando di decidere cosa fare, ma non ha tempo per riflettere, e dopo un
momento si rimette a correre, ridotto a sperare di poterli distanziare. Non
ci riesce. Gli arrivano addosso pochi istanti dopo, prima uno o due, gridando selvaggiamente quando lo scoprono, e presto ne arrivano altri, finché ce ne sono così tanti da riempire l'intero bosco. Ross continua a correre zigzagando negli avvallamenti e sulle alture, abbattendo i pochi così
coraggiosi da attaccarlo da soli. Cerca di evocare la magia, spera che sia
tornata, che non l'abbia abbandonato ora che ne ha tanto bisogno, ma la
magia non risponde.
Lo catturano, infine, in una radura dove c'è spazio sufficiente per attaccarlo da tutte le parti. Ross lotta con ferocia, usando tutte le sue considerevoli abilità di lottatore, ma gli assalitori riescono a sopraffarlo con il
semplice numero. Viene gettato a terra e tenuto fermo da molte mani. La
puzza degli ex uomini gli ferisce le narici, i loro occhi sono illuminati dall'attesa e dalla febbre di uccidere. I Divoratori si gettano su di lui a sciami, ora che finalmente è inerme, e cominciano ad assaporare le sue emozioni di prigioniero intrappolato e incapace di difendersi.
Un demone si fa strada in mezzo alla confusione di corpi e gli strappa di
mano il bastone nero. Nessuno era mai riuscito a farlo, prima di allora,
ma in passato Ross ha sempre avuto a disposizione la magia per evitarlo,
e adesso non ce l'ha. Il demone osserva il bastone. La sua faccia deforme è
coperta di nero pelo irto e butterata di fori dove la pelle è marcita fino all'osso. Tenta di spezzare il bastone servendosi della propria forza inumana, ma non ci riesce. Allora, frustrato, lo scaglia per terra e lo prende a
calci, ma il bastone non si spezza. Infine il demone lo incendia con la sua
magia, disperdendo gli ex uomini che si sono avvicinati troppo, riducendolo a un pezzo di legno carbonizzato e fumante in mezzo a un fazzoletto di
terreno bruciato.
Lo portano via dalla radura. Decine di mani lo tengono stretto mentre
attraversano il bosco e lo riportano al villaggio. Il demone li segue, stringendo in mano i resti del bastone. Ross sente di nuovo i gemiti dei feriti e
dei moribondi, della gente che prima l'ha ospitato e poi tradito, colpevoli e
innocenti, senza distinzione. Molti saranno morti prima della fine del
giorno, e questa volta sarà uno di loro. Il pensiero di morire non lo spaventa. È vissuto rischiando la morte ogni giorno per tanto tempo che non
ne ha paura. Né teme il dolore. La sua pelle è costellata di cicatrici e di
ferite, il sangue gli scorre lungo le braccia e le gambe, ma non se ne accorge. Il dolore che sente è nel profondo del suo cuore.
Lo portano oltre il villaggio, fino a un frutteto spoglio e bruciato, salgono su una bassa collina e arrivano a una chiesa di campagna. La chiesa
fuma ancora, ma le fiamme che le hanno appiccato si sono spente. Il tetto
è crollato, i muri sono sporchi di fuliggine, le finestre sfondate. Alcuni ex
uomini hanno preso dalla chiesa una grossa croce di legno e ora la posano sul terreno. Le staffe che la tenevano in posizione sono ancora avvitate,
ma sono state curvate e spezzate. Alcuni ex uomini sono in attesa con martelli e chiodi di ferro, e all'arrivo di Ross si voltano verso di lui.
Lo calano sulla croce e lo tengono premuto contro il legno, le braccia
aperte, le caviglie una sull'altra. Gli tolgono gli stivali in modo che i piedi
non abbiano protezione. Ross non lotta contro di loro. Non c'è motivo di
farlo. Il suo tempo come Cavaliere del Verbo è finito. Assiste quasi con disinteresse mentre il demone scaglia sul terreno, ai suoi piedi, il bastone
bruciato e gli uomini con i chiodi e i martelli s'inginocchiano attorno a lui.
Lo costringono ad aprire una mano e gli appoggiano contro il polso la
punta di un chiodo. Ross ricorda un sogno fatto in passato, molto tempo
prima, quando c'era ancora speranza. Nel sogno si trovava in quel momento e in quel luogo ed era inchiodato a una croce, sconfitto. Si ricorda
di quel sogno, e pensa che forse la misura di ogni vita è l'unione del passato e del futuro al momento della morte.
Poi un martello si alza e si abbassa e il chiodo gli entra nelle ossa e nella carne del polso...
Ross si destò con un sussulto, stringendo tra le mani il lenzuolo e le coperte, il corpo rigido e sudato. Per qualche momento fissò il buio della
stanza, cercando di ricordare dove si trovava. I suoi sogni erano sempre
come quello: così vividi che quando si destava si sentiva perduto e fuori
posto.
Poi Josie Jackson si mosse accanto a lui, si rannicchiò contro il suo corpo, e allora si rammentò di essere nella sua casa, nella sua camera da letto,
e di essersi addormentato dopo avere fatto l'amore con lei. Da una fessura
tra le tende filtrava un raggio di luce proveniente dalla strada, argenteo e
gelido. Josie gli circondava il petto colbraccio e appoggiava sulla sua spalla la mano liscia e calda. Il calore del corpo della donna dava a Ross sicurezza e un senso di pace.
Ma l'appagamento che provava era un'illusione. Il sogno gli aveva rivelato che l'incapacità di salvare il Variante, di oltrepassare le sue difese, di
scoprire la chiave della sua magia e dunque di farla vivere, stava rendendo
impossibile sfuggire a quel futuro.
Ross rifletté sul significato del sogno, su come potesse continuare a vivere sapendo che, anche se fosse riuscito a superare gli ostacoli, la sua
morte era già stabilita. Non era certo di poter vivere in quel modo. La sua
sola speranza di cambiare le cose era oggi.
"Ma allora" si chiese con ira "che ci faccio qui?" Nest, almeno, era con
Little John, controllava i suoi progressi e cercava il modo di raggiungerlo.
Invece lui, lontano da entrambi, soddisfaceva esigenze che non avevano
nulla a che vedere con il Variante e con Nest Freemark.
Con un gusto amaro in bocca, strinse le labbra in una smorfia. Lui era
soltanto un essere umano. Non ci si poteva aspettare di più, da lui. Non gli
era possibile dare di più.
Chiuse gli occhi. "Comunque" si disse nel buio della propria mente "è
ora di andare."
Si sciolse con delicatezza dall'abbraccio di Josie, scese dal letto, raccolse
i suoi abiti e scivolò via dalla stanza. Si vestì in corridoio e andò a prendere il giubbotto e gli stivali. L'orologio della cucina gli disse che era quasi
mezzanotte. Si guardò attorno. La casa era buia e silenziosa, confortevole.
Non aveva voglia di allontanarsi.
Sospirò. Era innamorato di Josie Jackson. Ecco perché era lì. E avrebbe
voluto rimanere. Per sempre.
Rimase fermo in cucina per qualche istante, poi raggiunse il fondo della
scala e guardò in direzione del piano di sopra. Avrebbe dovuto salire da
lei, dirle addio.
Rifletté solo per pochi secondi su quella possibilità. Poi si voltò e uscì
nella notte.
Nest Freemark s'immobilizzò nell'oscurità calata così all'improvviso. Era
sorpresa e vagamente inquieta. Le luci erano spente. Il ronzio del frigorifero era cessato. Mancava la corrente. L'unico rumore era il ticchettio della
pendola del nonno.
Tornò rapidamente in cucina. I bambini erano seduti al tavolo e si guardavano attorno confusi. «Nest» sussurrò Harper. «Buio.»
«È tutto a posto, cara» rispose, avvicinandosi alla finestra per guardare
fuori. Le luci delle case vicine erano accese. Le sue erano le uniche spente.
Guardò in cortile e scorse solo la neve che continuava a cadere e i rami
scheletriti degli alberi. «È tutto a posto» ripeté.
Tutt'a un tratto rimpianse l'assenza di John Ross, o anche solo di Pick,
che avrebbero potuto fiancheggiarla. Si sentiva sola nella casa buia, con
due bambini da proteggere. Era una sciocchezza, lo sapeva. Come il timore
per la porta dello scantinato...
Gli scalini dello scantinato cigolarono piano. Nest udì con chiarezza il
rumore. Qualcuno stava salendo. Per un istante si disse che era un'idea ridicola, che il suono era frutto della sua immaginazione. Poi lo udì di nuovo.
Tornò in cucina e si avvicinò ai bambini. «Rimanete seduti qui, senza
muovervi» disse loro.
Andò all'armadietto delle scope e prese la torcia elettrica del Vecchio
Bob: una torcia portatile a quattro batterie, grossa e dalla luce forte. La afferrò con decisione, e il solo peso la fece già sentire più sicura, poi scivolò
in silenzio dalla cucina fino allo scantinato, accostò l'orecchio alla porta,
ma non sentì niente.
Fece un respiro profondo, aprì di scatto la porta e accese la torcia, illuminando la scala col suo forte raggio.
Per poco non le sfuggì la creatura che era nascosta laggiù, perché era salita sul soffitto e pendeva lungo la parete. Era nera e priva di forma, più
ombra che sostanza, una specie di macchia d'inchiostro in movimento ai
margini del raggio di luce. Quando Nest le puntò addosso la luce della torcia, scorse gambe e braccia, occhi che luccicavano su una forma simile a
quella di un ragno, colse artigli e denti, poi la creatura si staccò di colpo
dal soffitto.
Nest reagì per istinto ed evocò la magia con cui era nata, quella che le
avevano trasmesso cinque generazioni di donne Freemark. Catturò lo
sguardo dell'orrore che saliva le scale e gli mandò contro la magia. Era
come scavare nel fango primigenio, pareva che la creatura non avesse ossa
e non contenesse niente di solido. Tuttavia barcollò e indietreggiò: la magia gli tolse l'impeto e confuse i suoi riflessi, cosicché il mostro capitombolò nel buio.
Nest sbatté la porta, la chiuse di nuovo a chiave e si precipitò in cucina.
Afferrò una delle pesanti sedie di legno, la portò fino allo scantinato e la
infilò sotto la maniglia perché non si muovesse più. Ansimava per lo
shock. Doveva portare via i bambini. Tornò in cucina, prese in braccio
Harper e per mano Little John. «Venite con me» riuscì a dire. «Presto.»
Li portò nell'ingresso e cominciò a vestirli. Harper protestava e Little
John si limitava a fissarla. Sforzandosi di controllare i nervi, Nest tese l'orecchio per sentire i rumori della creatura nascosta nello scantinato e pen-
sò: "Siamo senza luce, senza telefono, senza automobile. In trappola".
La porta della cantina si spalancò con uno schianto, la serratura cedette,
la sedia volò via.
Tenendo i bambini dietro di sé, Nest tornò in corridoio per affrontare
l'aggressore, ma non lo trovò. Accese la lampada e illuminò prima il soffitto, poi le pareti. Non c'era. Indietreggiò verso i bambini, guardandosi attorno. Doveva essere in cucina o nel soggiorno. Doveva essersi infilato in
una delle porte aperte. Sentì un rimescolio allo stomaco, la gola e il petto
stringersi per la paura. Wraith si destava dentro di lei. Entro pochi istanti si
sarebbe liberato. Nest non poteva permetterlo, davanti ai bambini.
Occhio di Falco fuggì dal suo rifugio sotto l'albero di Natale e scomparve lungo il corridoio: una palla di pelo arancione.
Nest puntò il raggio della torcia in direzione della cucina e illuminò freneticamente ogni angolo.
"Dov'è?"
Le arrivò alle spalle, dall'oscurità in fondo al corridoio, dalle camere da
letto. Nest ne intuì la presenza prima ancora di udirne il rumore e si voltò
ad affrontarlo un attimo prima che entrasse nel raggio di luce. Una massa
nera e indistinta si lanciò contro di lei, ma imprevedibilmente si spostò all'ultimo istante, come se volesse passarle dietro. Nest gli scagliò contro la
propria magia, come una rete, poi lo illuminò. Lo vide contorcersi e barcollare, avvolto nella magia. Un pezzo del mostro la colpì con violenza sul
braccio, facendo volare via la torcia, poi la creatura le passò davanti e andò
a confondersi tra le ombre del corridoio.
La torcia si spense e la casa piombò di nuovo nell'oscurità. Nest prese
per le braccia i bambini e li trascinò verso la sua camera da letto. Era troppo tardi per fuggire o cercare aiuto. Non ne aveva più la possibilità. Le occorreva un posto dove fermarsi e lottare. Adesso, dopo l'ultimo attacco, un
particolare le era chiaro: la creatura che l'aveva attaccata non voleva lei,
voleva i bambini.
Li portò nella camera da letto e chiuse la porta a chiave. Era il massimo
che poteva fare. Sentiva un forte rimescolio dentro di sé, e capì che Wraith
non si sarebbe lasciato imprigionare ancora per molto. Del resto non aveva
scelta: se volevano vivere, doveva farlo uscire. La sola cosa che potesse
proteggerli era il lupo fantasma. La magia di Nest era del tutto inadeguata:
al massimo poteva rallentare per qualche istante il mostro di tenebra. Dietro di lei, Harper singhiozzava, invocava la madre, ma Nest non aveva il
tempo di consolarla. Fece entrare i bambini nell'armadio e disse loro di
stendersi sul fondo e di non muoversi.
Aveva appena chiuso l'anta quando sentì un rumore proveniente dal corridoio. Non aveva tirato le tende e la stanza era illuminata dai lampioni
stradali. Nest riusciva a distinguere con chiarezza ogni particolare. Aveva
sempre avuto una vista eccezionale, un dono della magia e della sua eredità, le aveva detto la nonna. Poteva correre nel parco di notte con Pick e vedere con chiarezza come lui. E adesso aveva bisogno di quella sua caratteristica.
La porta della camera da letto si mosse, la serratura cedette e la creatura
nera entrò nella stanza. Questa volta, però, non si diresse verso di lei, ma si
spostò lungo la parete. Nest si portò verso il centro della stanza, staccandosi dal letto e cercando sempre di tenersi tra l'assalitore e i bambini. La forma nera scivolò per qualche momento lungo una parete, poi si fermò nell'angolo. I suoi movimenti erano fluidi, privi di scatti, quasi ipnotici.
Lentamente, il mostro di tenebra cominciò ad allargarsi sul pavimento
sotto forma di una macchia nera che puntava verso Nest.
A quel punto Wraith si liberò, spezzando i legami con cui Nest aveva
cercato di fermarlo. Impossibile impedirlo, il pericolo era troppo grande. Il
grosso lupo si catapultò attraverso la stanza in direzione della creatura nell'angolo, il muso distorto dalla furia, le mascelle spalancate, le zanne scintillanti. Nest lo seguì, incapace di staccarsi: una parte di lei era intrappolata
nel lupo fantasma, vedeva con i suoi occhi, il suo cuore batteva all'unisono
con quello di lui nel possente petto della bestia. E provava le stesse emozioni primordiali e feroci, di cacciatore e di predatore vincolato dall'istinto
di difenderla a ogni costo.
La creatura nera contrattaccò, e per qualche istante ci fu un groviglio di
zanne e di artigli e di corpi che si contorcevano, una cacofonia di grida
gutturali. Il lupo lottò con selvaggia determinazione, ma la creatura nera,
nonostante l'assenza di forma e l'aspetto fluido, era immensamente forte.
Colpì Wraith più volte e Nest sentì l'impatto dei colpi come se fossero stati
sferrati contro il suo corpo. Respinto con violenza, incapace di tenere la
posizione, il lupo fantasma finì a terra in un groviglio di zampe e di pelo
ritto, con il muso tigrato distorto per la rabbia.
Si rialzò subito e tornò all'attacco, a testa bassa, le fauci spalancate.
Ma la creatura nera era sparita.
A Nest occorse qualche istante per capire cos'era successo. Wraith si avvicinò alla porta e i suoi occhi acuti scrutarono nelle tenebre. Dal fondo del
corridoio giunse il rumore della porta che si apriva. Il lupo s'immobilizzò,
una sagoma enorme e minacciosa sulla soglia della camera da letto. Nest
sentì spezzarsi all'improvviso il collegamento tra loro.
Poi l'anta dell'armadio si aprì alle sue spalle e ne uscì Little John. Per un
attimo il Variante rimase immobile, come ipnotizzato dalla scena che aveva davanti. Il suo sguardo passò da Nest a Wraith e poi tornò di nuovo a
Nest, con un'espressione terrorizzata e disperata: Nest gli lesse con chiarezza i due sentimenti sul viso. Ma c'era qualcos'altro: un bisogno cupo e
trascinante, una inequivocabile richiesta di contatto. Nest era stupefatta. Il
Variante cercava finalmente di comunicare con lei, a tentoni, silenzioso e
disperato. La giovane fu colpita dall'intensità della sua richiesta d'aiuto, ne
fu terrorizzata.
Reagì d'istinto, richiamando Wraith dentro di sé per nascondere al bambino la sua presenza. Il lupo fantasma arrivò in fretta, obbediente, ma con
un senso di riluttanza cui Nest, nell'eccitazione del momento, non fece caso.
Little John, invece, venne colto da una specie di frenesia. Corse verso di
lei agitando le braccia e la raggiunse un attimo dopo che Wraith era scomparso dentro di lei. Lo strano, enigmatico bambino che rifiutava di rivelarsi
e di farsi capire le si gettò addosso e la abbracciò come se fosse la cosa più
preziosa al mondo.
Poi, nel silenzio della stanza, mentre si stringeva al petto Little John e
gli assicurava che gli avrebbe dato tutto quello di cui avesse bisogno, lo
sentì piangere sommessamente.
«Mamma» diceva con la sua voce di bambino. «Mamma. Mamma.»
MERCOLEDÌ 24 DICEMBRE
21
L'indomani Nest era in piedi alle sei, vestita e pronta a uscire. Nel silenzio, nel buio e nel gelo del primo mattino, raggiunse la cabina telefonica
della stazione di servizio sulla Lincoln e passò venti minuti a prendere accordi con la società telefonica e con quella elettrica perché mandassero gli
operai a fare le riparazioni urgenti. Aveva trascorso tutta la vita a Hopewell, perciò sapeva a chi rivolgersi per quel tipo di interventi, tuttavia non
le fu facile convincere i suoi conoscenti a recarsi da lei la vigilia di Natale.
Alla fine riuscì ad avere l'assicurazione che sarebbero venuti.
La sera precedente, prima di andare a dormire, aveva controllato la gra-
vità dei danni. Il cavo telefonico era tagliato nel punto in cui entrava in casa, perciò non si trattava di un guasto grave. Ma l'intera scatola degli interruttori era stata strappata dalla parete e lei non sapeva quanto tempo occorresse per una riparazione del genere.
Prima di tornare a casa si fece dare una scatola di ciambelle e due contenitori termici con cioccolata e caffè caldi, pensando che almeno con quelli
avrebbero potuto fare colazione. La neve era cessata e il vento non soffiava
più, il mondo attorno a lei era calmo e immobile. I bambini dormivano, fisicamente ed emotivamente esausti dopo quanto era successo nella notte.
C'era voluto molto prima che Nest riuscisse a farli addormentare, soprattutto Little John, che aveva compiuto un completo voltafaccia nei suoi riguardi. Invece di allontanarsi come aveva sempre fatto e di chiudersi nel
suo mondo personale al quale nessuno poteva accedere, si era attaccato a
lei a tal punto che qualsiasi tentativo di allontanarlo pareva spezzargli il
cuore. Nest era riuscita a malapena a salutare John Ross, che era arrivato
meno di mezz'ora dopo la sua battaglia contro la creatura dello scantinato e
aveva visto il Variante appiccicato a lei come una seconda pelle.
Nest era compiaciuta del cambiamento di Little John, ma anche perplessa. L'aveva chiamata "mamma" tre volte, ma da allora non aveva più parlato. Pareva desolato dall'incapacità di lei di capire i suoi desideri. Nest l'aveva tenuto tra le braccia e aveva continuato ad accarezzarlo e a dirgli che
tutto era a posto, che gli voleva bene, ma sembrava inutile. Il bambino era
desolato e triste in un modo che lei non capiva.
«Ha qualcosa a che vedere con Wraith» aveva spiegato a John Ross.
Si erano seduti nel soggiorno, dopo essere finalmente riusciti a far addormentare i bambini e avere chiuso bene porte e finestre. In casa cominciava a fare freddo per l'assenza del riscaldamento. Nest aveva infilato i
bambini nei sacchi a pelo e li aveva messi a dormire davanti al caminetto
perché stessero al caldo.
Parlavano piano per non svegliarli. «Quando Little John mi ha vista,
mentre Wraith era ancora dall'altra parte della stanza, era tutto eccitato, pareva pieno di speranza. Quando però Wraith è rientrato in me, sembrava
disperato.»
«Forse era spaventato» aveva suggerito Ross, guardando con la fronte
aggrottata il bambino che dormiva. «Forse non ha capito quello che succedeva.»
Nest aveva scosso la testa. «È una creatura della magia. Ha capito quello
che era successo. No, si trattava di altro. Era Wraith a preoccuparlo. Ma
perché mai? Wraith è sempre stato dentro di me.»
«E per tutto quel tempo il Variante non ha voluto avere a che fare con
te» aveva commentato Ross, guardandola in modo significativo.
«Proprio così» aveva annuito lei.
«Forse ti chiede di fare una scelta.»
«Tra magie o tra creature?» aveva chiesto Nest. «Che tipo di scelta?»
«Non lo so. Riflettevo a voce alta. Rinunciare a una magia per un'altra...
chissà.» Ross scosse la testa.
Nest ripensava a quel discorso, mentre tornava a casa dalla stazione di
servizio. A quanto pareva, il Variante non trovava il modo di dirle quello
che voleva. Little John era un bambino, ma non un bambino vero: era come Pinocchio, fatto di pezzi di legno spruzzati di polvere magica. Forse
voleva che Nest scegliesse lui e rinunciasse a Wraith, ma come fare? In
passato, Nest aveva desiderato molte volte liberarsi del lupo fantasma, della magia dei demoni che le aveva lasciato suo padre. Non voleva quella
magia dentro di sé. Doveva lottare di continuo per tenerla sotto controllo.
La notte precedente non c'era riuscita, era stata costretta a liberarla a causa
della presenza del demone. Sapeva di non poter mai stare tranquilla finché
Wraith fosse rimasto dentro di lei. Ma non era una scelta che dipendesse
da lei.
Lo spazzaneve le passò accanto sferragliando, per ripulire la Woodlawn
e le altre strade laterali e Nest sentì lo stridore della lama metallica sull'asfalto. La strada era illuminata dai lampioni e dalle luci sopra le porte d'ingresso delle abitazioni, da qualche finestra illuminata e dai fari delle rare
macchine, ma in quella vigilia natalizia l'oscurità era ancora fitta e ininterrotta. Il solstizio era vicino e fino a gennaio le giornate non si sarebbero allungate. Il sole spuntava alle otto e tramontava alle sedici, ma il cielo era
coperto e ben difficilmente si sarebbe schiarito. Non c'era da sperare molto, da quella parte. Nest proseguì a testa bassa, chiusa nelle sue riflessioni.
Ross era sveglio e aspettava il suo ritorno. Lo trovò in cucina, vicino alla
finestra. I bambini dormivano. Nest servì al Cavaliere del Verbo il caffè e
una ciambella, ne prese una per sé ed entrambi sedettero al tavolo della cucina.
«Sono stato sveglio per quasi tutta la notte» le disse Ross, poco più tardi.
Anche se non aveva dormito, pareva perfettamente sveglio e attento. «Non
riuscivo a chiudere occhio.»
Nest annuì. «Neanch'io.»
«Non dovevo andare da Josie. Avrei fatto meglio a rimanere con te e
Little John.»
Lei scosse la testa. «Non avrebbe fatto differenza, lo sai. Avremmo perso Bennett in qualsiasi caso. E se ci avessi protetto tu da quella creatura
nello scantinato, Wraith non sarebbe uscito e Little John non avrebbe reagito nel modo in cui ha reagito. Per la prima volta si è interessato a me. È
stata la prima reazione che ho ottenuto da lui. E adesso sono quasi certa di
riuscire ad arrivare a capirlo.»
«Se ce ne resta il tempo.» Ross scosse la testa. «Non so che dire, Nest.
La cosa ci è sfuggita di mano. Findo Gask ci sorveglia, aspetta l'occasione
di attaccarci in qualche altro modo. Sono sicuro che è lui il responsabile
della presenza di quella creatura in cantina. E forse anche della sparizione
di Bennett.»
Nest rifletté per un istante. «È probabile» convenne.
«Hai telefonato alla polizia per denunciare la sua scomparsa?»
Lei scosse la testa. «Non ancora. Ieri notte è uscita, ma è tornata a casa
di propria iniziativa. Continuo a sperare che lo faccia anche questa volta.»
Sospirò. «Se non la vedrò arrivare, quando il telefono sarà riparato telefonerò alla polizia.»
Ross prese il suo bastone e vi appoggiò entrambe le mani. «La mia presenza qui è troppo pericolosa» disse a bassa voce. «Non sarei dovuto venire. Devo prendere Little John e andarmene prima che succeda qualcos'altro... prima che qualche altro orrore venga fuori dalla cantina, o dall'armadio, o da qualche altro nascondiglio e tu non sia abbastanza veloce per
fermarlo.»
Nest centellinò il caffè e rifletté su quelle parole. Fuori l'oscurità cominciava a lasciare il posto alla luce del giorno. Il mondo scintillava di riflessi
cristallini e bianchi su uno sfondo grigio. Ripensò alla battaglia di quella
notte con la creatura di tenebra e provò di nuovo il terrore e la rabbia che
l'avevano sopraffatta, ricordando cos'aveva provato quando Wraith era uscito da lei, dopo tanto tempo, dopo che lei aveva faticato tanto per impedirglielo. Ripensò all'espressione angosciata di Little John, che l'aveva
guardata come se fosse stato abbandonato e tradito. Un'espressione che
Nest non riusciva a dimenticare, anche se non era stata in grado di interpretarla.
«Ho un'idea, John» disse infine, tornando a fissarlo. «Ne dovrò parlare
con Pick, ma potrà darci un po' di respiro.»
Ross non pareva convinto. «Se prendo Little John e me ne vado, avrai
tutto il respiro che ti occorre.»
«Se prendi Little John e te ne vai, sarà come darci per sconfitti. Per non
parlare dell'effetto che avrà su di lui.» Lo guardò con aria decisa. «Lasciami parlare con Pick, poi vedremo. D'accordo?»
Il Cavaliere annuì, ma non pareva affatto convinto. Prima che potesse fare qualche obiezione, Nest si alzò e uscì dalla cucina per andare a controllare i bambini.
Mike, l'elettricista, un giovanotto grande e grosso, arrivò poco più tardi.
Guardò la scatola semidistrutta degli interruttori, scosse la testa e chiese
chi diavolo aveva combinato una cosa simile. Testuali parole. Nest gli disse che le erano entrati in casa i ladri e avevano fatto un mucchio di danni
senza una ragione precisa, per puro vandalismo. Mike si strinse nelle spalle e attaccò a lavorare, accettando la spiegazione, a quanto pareva. L'operaio dei telefoni arrivò mentre Nest dava la cioccolata, il succo di mela e le
ciambelle ai bambini e impiegò circa due minuti a riparare la linea. Diversamente dal collega, non pareva affatto desideroso di una spiegazione.
Si limitò a riparare il danno e se ne andò.
Come riebbe l'uso del telefono, Nest chiamò la polizia per denunciare la
scomparsa di Bennett, cercando di non farsi sentire dai bambini. Non fu
difficile perché Little John era tornato a disinteressarsi dì lei. L'aveva abbracciato quando si era svegliato, ma lui aveva risposto appena e si era rimesso a guardare lontano, come se fissasse qualcosa a un miglio di distanza. Era tornato sul divano a guardare il parco finché Nest non l'aveva portato in cucina a mangiare; poi, una volta terminato, era rimasto a sedere in
silenzio, perso nel suo mondo interiore. Al momento Nest era troppo indaffarata per preoccuparsene, ma sapeva che se ne sarebbe preoccupata in
seguito, se il bambino non fosse tornato indietro da quel suo mondo personale.
La polizia raccolse la denuncia e disse che l'avrebbero informata. Quanto a loro, non avevano nessuna notizia, il che lasciava spazio alla speranza.
Nest si augurava che Bennett arrivasse da un momento all'altro, drogata o
meno. Sperava ancora di poterla aiutare senza coinvolgere la polizia.
Ma poco più tardi, quando andò a mettere nell'armadio il cappotto che si
era tolta la sera prima, trovò in tasca il biglietto di Bennett.
Cara Nest,
mi dispiace di andarmene così, lasciandoti Harper, ma devo
farlo. Ieri sera mi sono drogata e so che tra poco lo farò di nuo-
vo. Non vorrei, ma non riesco a farne a meno. Credo di essere un
caso disperato. Non mi piace che Harper sia con me quando mi
faccio, perciò la lascio con te. Forse ne ho avuto l'intenzione fin
dall'inizio. Non posso più prendermi cura di lei e non voglio lasciarla a estranei. Mi resti solo tu. Per favore, abbi cura di lei,
sorella maggiore, mi fido di te, Harper è tutto quello che ho e voglio che sia al sicuro e che non venga su come me. Quando starò
meglio verrò a prenderla. Dille che le voglio bene e che penserò a
lei ogni giorno. Mi dispiace di darti tanti fastidi. Ti voglio bene.
Bennett
Nest lesse varie volte il biglietto, cercando di decidere cosa fare. Ma non
c'era niente da fare. Bennett poteva trovarsi in qualsiasi posto, con chiunque, e lei preferiva non immaginare le possibilità. Non aveva difficoltà a
prendersi cura di Harper, anche se non poteva sapere come avrebbe reagito
la bambina, una volta appreso che la madre l'aveva abbandonata. Era già
successo altre volte, ma questo non significava che avrebbe reso più facili
le cose.
Mike salì dallo scantinato e disse che per sistemare tutto gli occorreva
un'ora, così Nest lasciò a Ross i bambini, s'infilò il parka e andò alla ricerca di Pick.
Lo trovò subito. Mentre attraversava il cortile e superava la siepe divisoria lo vide uscire dal bosco sulla groppa di Jonathan. Il cielo era grigio
come il piombo, le nubi erano basse e minacciose e pareva che da un momento all'altro avrebbe ripreso a nevicare. Dal fiume si era levata la nebbia, lunghi tentacoli che serpeggiavano tra gli alberi e cercavano di raggiungere le strade e le case. Quel giorno il parco era vuoto, e Nest fu la sola spettatrice mentre Pick e Jonathan le si avvicinavano.
Il gufo fece un ampio giro attorno a Nest, poi andò a posarsi su una
quercia che si protendeva sulla strada. Pick smontò e cominciò a scendere
con movimenti rapidissimi, simile a uno scoiattolo. Passava da un ramo all'altro soffermandosi spesso per cercare il cammino più sicuro. Jonathan
piegò le ali, infilò la testa sotto l'ala e divenne una parte dell'albero.
Nest raggiunse la quercia e attese che Pick le saltasse sulla spalla. Il Silvano si sedette ansimando per lo sforzo.
«Maledetto gufo!» brontolò. «Ci voleva tanto a posarsi su un ramo più
basso? Come gufo, ne ho visti di più svegli.»
Nest andò a sedere sulla neve, con la schiena appoggiata al tronco della
quercia. «Ho bisogno del tuo aiuto» gli disse.
«Sai che novità.» Il Silvano rise della propria battuta. «Citami una volta
che non ne hai avuto bisogno.»
Rise di nuovo. Il suono era abbastanza strano, dato che veniva da una
creatura fatta di stecchi di legno e alta meno di venti centimetri.
Nest sospirò, decisa a non lasciarsi trascinare in una discussione. «Mi
devi trovare qualche magia contro i demoni, del genere di quella che usi
per proteggere gli alberi quando qualcuno li attacca.»
«Ehi, aspetta un minuto!» Pick schizzò in piedi, perdendo tutta l'aria
scherzosa. Puntò il dito contro di lei. «Stai forse parlando di Findo Gask?»
«Proprio così.»
«Be', allora il discorso è già finito!» Allargò le braccia. «Per chi mi hai
preso? Io sono solo un Silvano, per l'amor del Cielo! Io non ho quel tipo di
magia! Sotto il tuo tetto c'è un vero, autentico Cavaliere del Verbo. Rivolgiti a lui! Lui ha il tipo di magia che ti serve, quella che in un batter d'occhio riesce a strappare la pelle a un Maentwrog. A che ti servo io, visto che
hai lui?»
«Pick, vuoi calmarti e lasciarmi finire di parlare?» gli chiese lei.
«No, se il resto della conversazione è come l'inizio!» Pick si alzò e prese
a mulinare le braccia. «Io sono un semplice Silvano!» ripeté. «Io non combatto contro i demoni! Non mi metto a battagliare con creature che possono mangiarmi in un boccone! Il mio compito è prendermi cura di questo
parco, e credimi, basta e avanza! Mi servono tutta la mia energia e la mia
magia per il mio lavoro, Nest Freemark, senza bisogno che arrivi tu chiedendomi di inventarmi...»
«Pick, piantala!»
«... qualche magia di mezza tacca che non farebbe nemmeno il solletico
a una cosa tanto nera da...»
«Pick!»
Il Silvano s'interruppe, finalmente, ansimando per il lungo discorso, e la
guardò irritato, quasi sfidandola a parlare ancora di demoni e di magia dei
Silvani.
«Riprendiamo il discorso dall'inizio» gli disse Nest con calma. «Non mi
aspetto che tu mi tiri fuori una magia contro i demoni. Non mi sono espressa bene.»
«Uhm» brontolò lui.
«E non mi aspetto che tu sprechi tempo ed energia per una missione nella quale non puoi essere di molto aiuto. So quanto lavori per proteggere il
parco e non ti chiederei mai una cosa che mettesse a rischio i tuoi sforzi.»
Il tentativo di rabbonire il Silvano pareva funzionare. Se non altro, Pick
la ascoltava. Lo guardò con grande serietà: non era difficile farlo, considerando quello che doveva dirgli. Gli parlò di quanto era successo durante la
bufera di neve, della scomparsa di Bennett Scott e dell'attacco della creatura nera che si era nascosta nello scantinato. Gli disse che Wraith era uscito
da lei per difenderla e gli raccontò della lotta tra il lupo fantasma e il mostro di tenebra.
«Findo Gask, certo!» sbottò Pick. «Le mascalzonate dei demoni sono inconfondibili!»
«Be', comprenderai allora che sono piuttosto nervosa.» Si rilassò un poco, ma continuò a tenere d'occhio Pick, perché temeva che cambiasse di
nuovo umore. «Non posso permettere che succedano cose simili ogni volta
che apro la porta. Devo trovare il modo di impedirlo. John Ross parla di
prendere con sé il Variante e di lasciare Hopewell. Ma se lo facesse perderemmo ogni possibilità di risolvere l'enigma. Il Variante vivrà ancora solo
per pochi giorni, poi si disgregherà e sparirà. La sua magia andrà persa per
sempre.»
Pick si strinse nelle spalle. «Quella magia è già persa adesso, dal momento che nessuno sa come usarla. Forse ha ragione Ross.»
Adesso fu Nest a guardarlo con ira. «Allora, secondo te, io dovrei rinunciare?»
«Non ho detto questo.»
«Dovrei preoccuparmi unicamente di aiutare te nel parco? Il resto del
mondo può andare al diavolo?»
Il Silvano fece una smorfia. «Non imprecare così. Non mi piace.»
«Be', a me invece non piace che tu ti consideri sconfitto! O che suggerisca a me di rinunciare!»
«Ti vuoi calmare?»
«No, se mi dici che non intendi aiutarmi!»
«Cribbio!» Pick prese a camminare avanti e indietro sulla sua spalla.
«Va bene, va bene! Cosa vuoi che faccia?» Si girò di scatto e la fissò.
«Beninteso, escluso la magia contro i demoni.»
Nest alzò una mano per tranquillizzarlo. «Non ti chiedo cose che non
puoi fare.» S'interruppe per qualche istante. «Quello che mi serve è un sistema d'allarme. Devi tessere una rete di magia e stenderla attorno alla mia
casa in modo che i demoni non possano entrare senza che io me ne accorga.»
Pick la guardò con sospetto. «Non vuoi che usi la magia per tenerli a distanza?»
«No, voglio solo sapere se cercano di entrare. Un sistema d'allarme.»
«Ah!» esclamò il Silvano, allargando le braccia. «Ma perché non me
l'hai detto subito? Certo che posso farlo!» Alzò lo sguardo al cielo. «Guarda quanto tempo abbiamo perso parlando di queste cose mentre potevamo
darci da fare per costruirle. Cribbio, Nest, avresti dovuto arrivare più in
fretta al nocciolo!»
«Be', io...»
«Muoviamoci, dai!» la interruppe. Balzò giù dalla sua spalla e si arrampicò sull'albero per farsi prendere a bordo da Jonathan.
Pick percorse sul dorso del gufo il tragitto fino a casa di Nest, mentre lei
li seguiva a piedi. Si avvicinava mezzogiorno, il cielo era ancora grigio e
nebbioso, le nubi basse e minacciose, l'aria gelida e tagliente. Il vento non
si era più alzato e la neve non aveva ripreso a cadere, ma il ritorno di entrambi sembrava assai probabile. Nest osservò le case accanto al parco,
lontane e indistinte, con i tetti coperti di neve, cumuli di neve contro le pareti, ghiaccioli che pendevano dalle grondaie. Sulle strade sdrucciolevoli,
poche auto si muovevano con cautela. Era la vigilia di Natale, ma Nest aveva l'impressione che quell'anno la gente avrebbe festeggiato in famiglia.
Quando arrivò a casa, Pick era già all'opera. Gli aveva già visto fare quel
lavoro nel parco, quando doveva proteggere un albero, e il procedimento
era lo stesso. Faceva volare Jonathan da ciascun albero alla casa e poi all'albero successivo, costruendo una struttura complessa che univa in una
sorta di ragnatela i fili di magia via via stesi. In corrispondenza di ciascun
albero il Silvano creava una sorta di aggancio e di recettore, invisibile all'occhio, che raccoglieva la magia in quel punto e la convogliava alle linee
magiche. Pick non si serviva di alcun materiale e non lasciava tracce visibili, ma il suo lavoro aveva l'effetto di rendere sicura la casa come se fosse
avvolta da una rete d'acciaio. Tutte le vie d'accesso furono sorvegliate da
uno di quei fili magici, tutti gli ingressi collegati a quel sistema d'allarme.
Ogni tentativo di entrare sarebbe stato subito scoperto.
Occorse quasi un'ora al Silvano per completare il lavoro, passare lentamente da un punto all'altro, tutt'attorno alla casa, intessere il suo reticolo di
magia, assicurarsi di non avere dimenticato niente. Mentre Pick lavorava,
Nest non interferì, si limitò a guardare in silenzio, pensando che non avrebbe avuto altre sorprese come quella della notte precedente. Se i demo-
ni avessero cercato di entrare, lei l'avrebbe saputo.
«Una cosa devi ricordare» la avvisò Pick, quando ebbe finito. Era tornato sulla sua spalla. Jonathan si era appollaiato su un sicomoro, a qualche
decina di metri di distanza, in attesa che il Silvano lo chiamasse. «Ogni
tentativo, da parte di un demone, di oltrepassare la rete e di entrare farà
scattare l'allarme. L'allarme non è un suono, un fischio o un grido o quello
che ti pare: è una sensazione, ma ti accorgerai che è inconfondibile.» Sollevò il dito in segno di avvertimento. «Un uomo che entra in casa non fa
scattare l'allarme, e neanche un uomo che ne esce. Se però apri una finestra
o una porta e la lasci aperta, inviti il demone a entrare e il sistema non scatta. Perciò, chiudi tutte le aperture e lasciale chiuse.»
Nest aggrottò la fronte. «Questo non lo sapevo.»
«Be', nel parco non ci interessa, quando proteggiamo gli alberi, perché
dentro la rete non c'è nessuna creatura vivente che possa aprirla. Ma qui è
diverso. Tieni chiuse tutte le aperture. Se lo farai, nessun demone potrà superare il sistema senza che tu lo sappia. Pensi che te ne ricorderai?»
«Me ne ricorderò.» Gli sorrise. «Grazie, Pick.»
«Ricorda quello che ti ho detto. Per me sarà un ringraziamento sufficiente.»
Il Silvano pareva molto orgoglioso di quello che aveva fatto, mentre saltava a terra e correva a raggiungere Jonathan. I due volarono via in direzione del parco. Nest li guardò allontanarsi e pensò che nel corso degli anni Pick si era dimostrato il più affidabile di tutti i suoi amici.
Passò lo sguardo sulla casa. Nel suo aspetto nulla era cambiato e guardandola Nest non provò alcuna emozione diversa dal solito. Doveva accettare sulla fiducia il nuovo sistema d'allarme, ma nel caso di Pick la fiducia
era ben riposta. Senza dubbio i demoni si sarebbero accorti della presenza
del sistema, ma forse questo sarebbe bastato a tenerli a bada per un paio di
giorni. Il tempo sufficiente, forse, per scoprire il segreto di Little John.
Di punto in bianco, Nest si scoprì a chiedersi come fosse arrivata a quel
punto della sua vita. Intrappolata in casa propria, in compagnia di una
creatura che non capiva e attaccata dai demoni. Combatteva servendosi
della propria magia e della magia di altri esseri, e la combinazione di quelle magie minacciava di schiacciarla" da un momento all'altro. Lei possedeva segreti capaci di distruggerla. A ventinove anni, la sua vita era priva di
scopo e di direzione, il suo futuro era incerto.
Qual era la ragione della sua esistenza? Il dono della magia sembrava
una cosa inutile. La sua vita pareva non averla condotta da nessuna parte.
Lei era sempre stata speciale fin dalla nascita, ma ciò che era non le aveva
mai dato alcuna indicazione su ciò che doveva essere. Era giunta a un punto morto, e gli eventi degli ultimi giorni le mostravano soltanto una cosa:
che si era completamente persa.
"Se la nonna fosse ancora qui, saprebbe dirmi cosa devo fare? Capirebbe
il motivo di tutto quello che mi è successo nella vita? O si sentirebbe perduta come me?"
Scosse la testa. "Forse" concluse "si limiterebbe a dirmi di continuare
come ho sempre fatto."
Non c'era nessuna influenza stabilizzante nella sua vita. Né genitori o
nonni, né un marito o dei figli. Nessun famigliare. Aveva alcuni amici, ma
non erano la stessa cosa. Sentiva la mancanza di un'ancora, di qualcosa di
solido che le desse la sensazione di avere un posto nella vita. Un tempo
gliel'aveva fornito la casa. E il parco. Tutti i posti dov'era cresciuta, lo scenario del viaggio che l'aveva fatta uscire dalla fanciullezza. Ma in qualche
modo non le erano più sufficienti. Servivano solo a scatenare ricordi che la
legavano al passato.
Continuò a riflettere su tutto ciò, a lungo, con gli occhi fissi nel vuoto,
su distanze troppo grandi per essere percepite con chiarezza.
Poi la porta si aprì e John Ross si affacciò. «È meglio che entri, Nest» le
disse piano. «Hanno telefonato dall'ufficio dello sceriffo. Hanno trovato
Bennett Scott.»
22
Mentre guidava l'auto diretta all'ospedale, passando tra due argini di neve incrostati di fanghiglia, Nest rifletté sulla natura ciclica della vita. Non
pensava alla cosa in sé, che era ovvia e poco interessante, ma ai modi in
cui succedeva. A volte, nel corso dell'esistenza, non si poteva evitare di finire dove si era iniziato. Potevi viaggiare in luoghi remoti e vivere esperienze inconsuete, ma una volta detto tutto, una volta fatto tutto, il viaggio
ti riportava esattamente là dove era iniziato.
In un certo qual modo, del tutto imprevedibile, questo valeva per Bennett Scott. Era stata sul punto di cadere nel precipizio del Sinnissippi Park
quindici anni prima, quando aveva appena cinque anni. Quella volta Nest
era là a salvarle la vita, ma non questa, e adesso si chiedeva se la morte di
Bennett in quel precipizio non fosse in qualche modo preordinata, se salvarla dalla caduta la prima volta non avesse semplicemente rimandato l'i-
nevitabile. Era strano e preoccupante che Bennett fosse morta in quel modo dopo avere evitato quella fine e quando si sarebbe detto che, tra tutti i
rischi che poteva correre, fosse al sicuro almeno da quello.
Pensando alla natura ciclica della vita di Bennett Scott e alla sua morte,
Nest ripensò alla propria madre. Anche Caitlin Anne Freemark era morta
cadendo nel precipizio del Sinnissippi Park poco dopo la nascita di Nest.
Per anni si erano chiesti com'era morta: se era scivolata e caduta, se era arrivata fin là per errore, o se si era uccisa. Solo quando Nest aveva affrontato il Demone, suo padre, era venuta a conoscenza della verità: era stato lui
a mettere in moto gli eventi e a causare il trauma emotivo che aveva portato alla morte di sua madre. Si poteva chiamarlo suicidio o si poteva considerarlo un'orchestrazione calcolata, ma la causa e l'effetto non cambiavano.
Ora si chiese se i demoni fossero responsabili anche della morte di Bennett. Erano stati Findo Gask e quella ragazza, Penny, e gli altri che li aiutavano a mettere in moto gli eventi culminati con la morte di Bennett?
Nest aveva la netta impressione che fosse così. Come nel caso di sua madre, come nel caso dei bambini che lei e Pick avevano salvato molte volte
nel corso dell'estate di quindici anni prima, Bennett Scott era stata irretita
dalla malizia dei demoni. Rivedeva nella mente Bennett a cinque anni,
ferma sul ciglio del precipizio, con i Divoratori che le giravano intorno e la
spingevano avanti, facendo leva sulla paura, sul dubbio e sulla tristezza
della sua vita. E anche ora non doveva esserci stata molta differenza. La
vita di Bennett Scott non era granché cambiata, da allora.
Era stato Larry Spence a telefonare. Una giovane donna era stata trovata
ai piedi del precipizio del Sinnissippi Park, aveva detto. Corrispondeva alla
descrizione di Bennett Scott, la cui scomparsa era stata denunciata quella
mattina. Poteva Nest andare a identificare il cadavere? Lei si era chiesta,
irrazionalmente, se c'era qualcun altro che lavorava nell'ufficio dello sceriffo, oltre a Larry Spence.
Parcheggiò l'auto nel settore riservato ai visitatori, entrò nell'atrio, raggiunse l'ascensore e, seguendo i cartelli, scese all'obitorio.
Quando uscì dall'ascensore, c'era Larry Spence ad attenderla. «Mi dispiace, ragazza.»
Nest non sapeva per che cosa esattamente fosse dispiaciuto, tuttavia gli
rivolse un cenno d'assenso. «Fammela vedere» disse.
Spence la guidò oltre due pesanti porte e poi per un breve corridoio con
varie porte ai lati. Entrarono nella seconda a sinistra. Una luce intensa il-
luminava una piccola stanza in cui si trovava un tavolo operatorio con un
corpo coperto da un lenzuolo. Jack Armbruster, il medico legale, beveva
caffè e guardava la televisione. Al loro ingresso nella stanza, si girò e salutò Nest.
In silenzio, la giovane aspettò che sollevasse il lenzuolo e le mostrasse la
faccia. Bennett aveva un'aria quasi da bambina: la pelle del viso era pallidissima, con vari graffi e abrasioni. Gli anelli e gli altri oggettini dei vari
piercing le davano l'aria di qualcosa di messo insieme alla meno peggio.
Aveva gli occhi chiusi, sembrava addormentata. Nest la fissò a lungo, poi
annuì. Armbruster riabbassò il lenzuolo e per Bennett fu tutto finito.
«Voglio che sia trasportata all'agenzia delle pompe funebri» disse Nest,
in fretta. Nonostante l'autocontrollo, le spuntò una lacrima. «Telefono io a
Marty. Voglio che si occupi lui del funerale. Pago io.»
Le lacrime le annebbiavano la vista, rendevano tutto indistinto, come se
ogni cosa galleggiasse attorno a lei. Quando ebbe terminato di parlare, scese un silenzio imbarazzato. Si asciugò gli occhi quasi con rabbia.
«Dovrai aspettare che Jack finisca il suo lavoro, Nest» intervenne Larry
Spence in tono ufficiale. Nest lo guardò stupita. Il vicesceriffo continuò:
«Ci sono alcuni particolari da chiarire, sulla sua morte. Occorre fare prima
l'autopsia».
Nest fissò Armbruster. «Per scoprire com'è morta?»
Il medico legale scosse la testa. «So com'è morta. Congelamento. Ma ci
sono altri aspetti.»
«Lui intende dire che un primo esame del sangue ha rivelato la presenza
di narcotici» spiegò in fretta Spence. «Una grossa dose. Inoltre aveva fori
di iniezioni sulle gambe e sulle braccia. Sai cosa significa.»
«Era una drogata» annuì Nest, lanciando un'occhiata gelida nella sua direzione, ma senza guardarlo in faccia. «Lo sapevo quando è venuta a trovarmi. Me l'ha detto lei. Era tornata a Hopewell con la figlia per farsi aiutare.»
«Può essere» rispose Spence, cambiando posizione e infilando le mani
nelle tasche della divisa. «Resta il fatto che è morta in circostanze sospette
e dobbiamo sapere tutto quello che è possibile sulle sue condizioni al momento della morte. Lo capisci, vero?»
Nest lo capiva, naturalmente. Voci di spaccio di droga nel parco, una
drogata ospite in casa sua, misteriosi estranei in visita. Larry Spence si era
già fatto la sua opinione sull'accaduto, e adesso stava cercando le prove.
Era ridicolo, ma Nest non poteva fermarlo. Spence aveva già deciso e non
si sarebbe lasciato convincere da lei.
«Chi l'ha trovata?» chiese Nest.
Larry Spence scosse la testa. «Una telefonata anonima.»
"Ma guarda" pensò lei.
«Ci sono lesioni, ma tutte sembrerebbero da attribuirsi alla caduta» osservò Armbruster, che cominciava a prepararsi per il suo lavoro, tirando
fuori strumenti e recipienti e stendendo teli. «Ma non credo che siano state
quelle, a ucciderla. Penso che sia stato il freddo. Naturalmente, è possibile
che la droga le abbia danneggiato il cuore, ma non posso dirlo senza aprire.»
Nest si avviò verso la porta. «Ricordatevi di mandarla alle pompe funebri, quando avrete finito di controllare.»
Qualche istante più tardi era già nel corridoio, così furiosa da avere voglia di mettersi a gridare. Poi si accorse che Larry Spence l'aveva seguita e
cercava di raggiungerla.
«C'è la possibilità» disse Larry, dietro di lei «che non sia caduta per un
incidente. In casi come questo, non possiamo ignorare l'ovvio.»
"Cerca di non avvicinarti troppo, Larry" pensava Nest. "Non pensare
neppure a toccarmi."
Arrivò all'ascensore e pigiò il pulsante di chiamata. Le portine si aprirono e lei e Larry entrarono. La cabina era sgradevolmente stretta.
«Te l'avevo detto di quelle voci» insistette Larry, a pugni stretti. «Forse
non erano soltanto voci, forse erano fatti. È possibile che la ragazza fosse
coinvolta in ciò che stava succedendo.»
"Sei un tale imbecille, Larry" avrebbe voluto dirgli, ma lo tenne per sé.
Il vicesceriffo non aveva idea di quello che stava accadendo. Non poteva
neppure immaginare cosa c'era sotto. Non aveva il minimo sospetto di essere usato. Vedeva le cose nei termini consueti, familiari, ma quel tipo di
spiegazioni non era valido in questo caso. La sua realtà e quella di Nest erano completamente diverse. Lei avrebbe potuto cercare di farglielo capire,
ma Larry Spence non l'avrebbe ascoltata. Non avrebbe creduto a demoni e
Divoratori, e neppure alla magia, e nemmeno alla guerra tra il Verbo e il
Vuoto e al modo in cui gli uomini venivano usati come semplici pedine, in
tale guerra.
«Dovrò venire a raccogliere le tue dichiarazioni» proseguì Spence. «E
quelle del signor Ross.»
La collera di Nest svanì, sostituita da una tristezza che la riempiva di dolore e di senso di perdita. Lo guardò con aria stanca, mentre uscivano dal-
l'ascensore.
«Senti, Larry, tutto ciò che so l'ho detto questa mattina quando ho denunciato la sua scomparsa. Se vuoi che ripeta quanto ho già detto, lo ripeterò. Anche John ti farà una dichiarazione. Passa da me, se ne hai bisogno.
Ma io ti dico che l'intera faccenda non ha niente a che fare con la droga, e
tu prendi le mie parole per quello che ti pare.»
Lui la fissò. «E che cosa riguarda, allora?»
Nest sospirò. «I bambini, Larry. È per tenerli lontani dalle cose che vorrebbero distruggerli.» Tirò la lampo del parka. «Devo andare. Devo pensare a come dire a una bambina che non rivedrà mai più sua madre.»
Uscì dall'ospedale, montò sull'auto e tornò a casa sulle strade piene di
neve, sotto il cielo plumbeo. Non si stupiva del fatto che Findo Gask avesse ucciso Bennett Scott. Da tempo le azioni dei demoni avevano smesso di
stupirla. Ma a cosa poteva servire quell'uccisione? Perché perdere tempo
con Bennett? La ragazza non aveva alcun legame con il Variante. Non sapeva cosa fosse un Variante o un demone, non sapeva neppure dell'esistenza del loro mondo.
Più ci pensava, più si infuriava. Tutta la cosa puzzava di dispetto e di
vendetta. Puzzava di rabbia di demone. Gask ce l'aveva con lei, prima perché aveva accolto John Ross e il Variante, poi perché non glieli aveva consegnati. L'attacco al toboga e quello contro la sua casa servivano a spaventarla mettendo in pericolo coloro che lei amava. Nest sapeva che l'uccisione di Bennett aveva avuto lo stesso scopo.
Era incollerita e sconvolta quando parcheggiò nel vialetto e scese dall'auto. I primi fiocchi cominciavano a cadere e nel tempo che le era occorso per andare e tornare dall'ospedale la giornata si era fatta più buia. Si avvicinava un'altra bufera, e lei si augurò che arrivasse presto e che intrappolasse tutti in casa, demoni compresi, per settimane.
John Ross stava finendo di controllare le chiusure delle finestre, un
compito che Nest gli aveva assegnato dopo averlo informato delle misure
adottate da Pick per fornire loro un sistema d'allarme. Gli riferì di Bennett
Scott, e il Cavaliere scosse la testa senza parlare. Mike se n'era andato, dopo avere terminato il lavoro, e in casa erano tornati la luce e il calore.
Guardò in soggiorno, dove Harper e Little John sedevano davanti all'albero
di Natale, a gambe incrociate, e giocavano. Le luci colorate dell'albero si
riflettevano sui nastri e sulla carta lucida in cui erano avvolti i regali. La
scena sembrava una pubblicità dei grandi magazzini.
Quando entrò in cucina vide che sulla segreteria telefonica era accesa la
spia. C'erano due messaggi, entrambi giunti quella mattina. Il primo era di
Paul.
«Ciao, sono sempre io. Faccio seguito alla mia telefonata di ieri. Pare
che neanche questa volta sia riuscito a trovarti, ma continuerò a telefonare.
Pensavo a te. Ricordati di me. Ci sentiremo più tardi. Buone feste.»
Il suono familiare della sua voce le strappò un sorriso, ma nello stesso
tempo la fece stare male. Scoprì che avrebbe voluto parlargli: quelle poche
parole avevano riportato alla sua memoria ricordi e sentimenti che da tempo non vi si affacciavano. Forse perché era sola. Forse perché il matrimonio le mancava più di quanto volesse ammettere.
Chiuse gli occhi per un momento, immaginando la faccia di Paul, poi
ascoltò il secondo messaggio. Era un numero di telefono, nient'altro, ma
Nest riconobbe subito la voce e tutta la sua allegria svanì: fissò per qualche
istante l'apparecchio, poi compose il numero.
«Signorina Freemark» disse Findo Gask, quando alzò il ricevitore all'altro capo della comunicazione. Niente esitazioni, niente saluti. «Perché non
si decide a darmi quello che mi serve, così mettiamo fine a tutto?»
Pur sapendo chi avrebbe risposto, Nest provò un brivido nell'udire la sua
voce.
«Sarebbe la soluzione più semplice, vero?» rispose. Si stupì di riuscire a
parlare con tanta disinvoltura, a dispetto dell'ira che provava.
«Forse potrebbe evitarsi altri dispiaceri» suggerì lui, in tono convincente. «Forse più nessuno cascherebbe in un precipizio. Forse non troverebbe
altre sorprese nascoste nello scantinato. Forse la sua vita potrebbe tornare
quella di prima.»
Nest scosse la testa, anche se l'altro non poteva vederla. «Non credo.
Non lo ritengo più possibile.»
Gask rise, e lei sentì di odiarlo a tal punto che faticò a non gridargli tutta
la sua avversione. Il demone continuò: «La vita ci chiede di adattarci ai
cambiamenti, penso. Il segreto consiste nell'adattarsi nella maniera meno
dannosa a noi e a quelli che ci stanno accanto. Ultimamente lei non si è
comportata molto bene in questo senso, signorina Freemark. Le sue decisioni sono costate la vita di Bennett Scott e di Ray Childress e hanno portato a quello sgradevole incontro con l'Ur'droch. Che gliene pare del mio
amico, signorina Freemark? Le piacerebbe se venisse a farle un'altra visita? Gli piacciono molto i bambini».
Nest respirò a fondo per calmarsi. «La prossima volta sarò qui ad aspettarlo. La visita del suo amico potrebbe avere una fine diversa.»
La voce odiosa parve sorridere. «Una simile caparbietà è sciocca e inutile. Lei non può vincere, signorina Freemark, non s'illuda. I suoi alleati diminuiscono. Quel grosso indiano del parco, ha perso anche lui.»
Nest sentì un nodo alla gola e rimase per un momento senza fiato. Due
Orsi? No, non potevano avergli fatto nulla. Non a lui. Lo rivide nella mente: una roccia, forte, saldo. O'olish Amaneh. No, non poteva essergli successo qualcosa. Lei se ne sarebbe accorta.
«Vedo che non mi crede» continuò l'altro con calma. «Faccia come le
pare. Quello che lei crede o non crede non cambia la realtà. Se n'è andato,
e non tornerà. E chi sarà il prossimo? Il signor Ross? O quel piccolo Silvano che abita nel parco? Lei è molto amica di quel Silvano, vero? Che ne
direbbe se l'Ur'droch lo prendesse e...»
Nest riagganciò e la voce odiosa tacque. Poi, per qualche tempo, continuò a fissare il telefono, con le parole di Findo Gask che le echeggiavano
nella mente. Le tremavano le mani. Aspettò per qualche minuto che il telefono squillasse, che Gask la richiamasse, ma non ci furono chiamate.
Alla fine, si allontanò. Se voleva sopravvivere, doveva tenere la testa
sulle spalle, rimanere attiva, prendere le cose una alla volta, prevedere
quello che poteva succedere ma senza esagerare. Solo così si sarebbe salvata. Findo Gask poteva parlare finché voleva di decisioni da prendere e di
conseguenze da subire, ma lei aveva deciso. Quando aveva visto la faccia
di Bennett Scott all'obitorio, aveva deciso di non dare ai demoni la magia
del Variante a nessun costo. Aveva superato un confine, e non intendeva
tornare indietro. Non sapeva quanto le sarebbe costata quella decisione, ma
il prezzo di una capitolazione sarebbe stato così elevato che non sarebbe
riuscita a sopravvivere.
Era sorpresa dall'intensità della propria determinazione. Non si trattava
di coraggio o della convinzione della superiorità del bene rispetto al male.
Findo Gask aveva ragione: la sua ostinazione era irragionevole. Tuttavia a
un certo punto - chissà quando, forse dopo gli avvenimenti della notte precedente, si disse - aveva deciso di non tirarsi indietro, qualunque cosa accadesse a lei o a coloro che la circondavano. Stava succedendo qualcosa di
importante. Non capiva esattamente che cosa, ma avrebbe combattuto perché l'evento giungesse a compiersi. Era convinta che in questo caso fosse
necessario lottare, e che lei avrebbe dovuto farlo senza badare ai rischi.
John Ross avrebbe capito, ne era certa. Di sicuro aveva già combattuto
battaglie analoghe nel corso degli anni, in difesa di cause di cui non conosceva fino in fondo i termini, ma convinto che l'istinto l'avrebbe portato al-
la giusta decisione, se la ragione non fosse stata sufficiente.
Guardò il parco e pensò che doveva avvertire Pick delle minacce di
Gask, sebbene il Silvano fosse già abbastanza guardingo per conto proprio.
Tuttavia, se neppure O'olish Amaneh si era potuto opporre ai demoni, che
possibilità aveva il Silvano? Non riusciva a immaginare nessuno più forte
di Due Orsi, non riusciva a credere che se ne fosse andato.
Allontanò il pensiero dell'ultimo dei Sinnissippi ed entrò in soggiorno.
Harper e Little John stavano ancora giocando. Sorrise alla bambina. «Vieni
a parlare un momento con me, cara» le disse.
La condusse in fondo al corridoio, nella stanza che era stata del Vecchio
Bob, e chiuse la porta. Si accomodò sulla poltrona di cuoio dove il nonno
amava rifugiarsi per leggere e riflettere e sonnecchiare e si prese Harper
sulle ginocchia.
«Quando ero piccola, mio nonno mi portava sempre in questa stanza e
mi faceva sedere sulle sue ginocchia ogni volta che aveva da dirmi qualcosa di importante» cominciò, stringendo la bambina tra le braccia. «A volte
intendeva parlarmi della nostra famiglia, a volte di qualcuno dei nostri amici. E se avevo fatto qualcosa di male, mi portava qui per spiegarmi perché non dovevo rifarlo.»
La bambina la fissò. «Harper cattiva?»
«No, cara, sei stata buonissima. Non ti ho portata qui per quello. È successa una cosa alla mamma, e io devo dirtelo. Preferirei non parlarne, perché è una cosa che ti darà tristezza, ma a volte succedono cose che ci rattristano, e noi non possiamo farci niente.»
Sospirò stancamente, e le accarezzò i capelli. «Harper, la mamma non
tornerà a casa, cara.» La bambina s'immobilizzò. «Si è ammalata e non
tornerà. Non voleva ammalarsi, ma non ha potuto farne a meno.»
«Mamma malata?»
Nest si morse il labbro. «No, cara, non più. La mamma è morta.»
«Mamma morta?»
«Hai capito, Harper? La mamma è andata via. È in cielo con gli angeli di
cui ti parlava sempre, quelli che fanno sorgere il sole con l'amore che le
mamme danno ai loro bambini. Mi ha chiesto di prendermi cura di te, cara.
Tu e io vivremo insieme qui, in questa casa, per tutto il tempo che vorrai.
Puoi avere la tua stanza e i tuoi giocattoli, puoi essere la mia bambina. Io
ne sarei molto contenta.»
Ad Harper tremavano le labbra. «Sì, Nest.»
Lei la abbracciò. «La tua mamma ti voleva tanto bene, Harper. Ti voleva
bene più che a qualunque altra cosa al mondo. Non voleva morire. Voleva
stare sempre con te, ma non ha potuto.» Guardò il parco, dove la luce grigia del giorno volgeva già verso il buio. «Lo sai che anche la mia mamma
è morta quando ero piccola? Ero ancora più piccola di te, a quell'epoca.»
«Voglio vedere mamma» singhiozzò Harper.
«Lo so, cara, lo so.» Le accarezzò con dolcezza i capelli scuri. «Anch'io
volevo vedere la mia mamma, ma non potevo. Però se chiudo gli occhi la
vedo ancora nella mia mente. Tu sei capace di farlo? Chiudi gli occhi e
pensa alla mamma.»
Sentì che Harper non si muoveva più. «Vedo mamma» disse piano.
«Sarà sempre lì, Harper, quando la cercherai. Le mamme devono andare
via, qualche volta, ma lasciano sempre il loro ritratto nella nostra mente, in
modo che non ci dimentichiamo di loro.»
Harper sollevò la testa dal suo petto. «Little John ha la mamma, Nest?»
Nest esitò per un istante. Poi le sorrise per rassicurarla. «Ha te e me,
Harper. Noi siamo le sue mamme. Dobbiamo prenderci cura di lui, va bene?»
Harper annuì con grande serietà, asciugandosi con la manica gli occhi.
«Harper vuole succo mela, Nest.»
Nest la mise in terra e le appoggiò le mani sulle spalle. «Andiamo a berne un bicchiere, cara. E portiamone uno anche a Little John.» La baciò sulla fronte. «Ti voglio bene, Harper.»
«Voglio bene, Nest» le rispose la bambina, fissandola con gli occhi scuri
e profondi, lucidi e pieni di meraviglia.
Nest la prese per mano e uscì con lei dalla stanza. Le occorse tutta la sua
forza per non piangere. Aveva l'impressione che il cuore le si spezzasse,
ma non sapeva se per la tristezza o per la gioia.
23
Mentre Nest parlava con Harper nello studio del Vecchio Bob, John
Ross era fermo all'ingresso del soggiorno e osservava Little John giocare
con i pezzi del puzzle. Seduto davanti all'albero di Natale, il bambino
prendeva i pezzi a uno a uno e li studiava con attenzione. Pareva costruire
il puzzle nella sua mente invece che sul pavimento, perché rimetteva nella
scatola ciascun pezzo quando aveva finito di studiarlo, senza cercare il
modo di unirlo agli altri. Imitava i gesti che aveva visto fare da Harper un
paio di giorni prima. Aveva gli occhi attenti, luminosi nell'ovale pallido
della faccia. Nelle ultime ventiquattr'ore aveva perso colore. C'erano in lui
un vuoto e una fragilità che facevano pensare che non stesse del tutto bene.
Ma Little John era solo un guscio creato per nascondere la forza vitale che
si trovava al suo interno, e ogni indizio esteriore di malattia poteva essere
il sintomo di qualcosa di completamente diverso. Dopotutto, Little John
non era un bambino vero, ma una creatura della magia.
Eppure, seduto nel soggiorno, perso nei propri pensieri, così assorto nel
gioco mentale nel quale si era impegnato, dimentico di ogni altra cosa attorno a lui, pareva reale quanto ogni bambino visto da Ross. I Varianti erano davvero così diversi dagli esseri umani? La forza vitale di Little John
era chiusa nel guscio del suo corpo. Ma non si poteva forse dire lo stesso
anche degli uomini? I loro spiriti non erano ospitati in contenitori di carne
e di sangue? E quando questi morivano, i primi non continuavano a vivere?
Molti pensavano di sì, e Ross era uno di loro. Non sapeva perché era
convinto di ciò. Supponeva che la sua convinzione si fosse formata nei
lunghi anni in cui aveva servito il Verbo, originata dalla considerazione
che Verbo e Vuoto erano reali e nemici, e che si combattevano da quando
era iniziata l'evoluzione dell'umanità. Ma forse ci credeva solo perché ne
aveva bisogno, perché la natura della sua lotta lo richiedeva. Qualunque
fosse la spiegazione, era convinto che tanto gli esseri umani quanto i Varianti possedessero un'essenza spirituale che sopravviveva una volta scomparsi i corpi.
Si appoggiò al bastone e rifletté su quell'idea. Pensieri simili nascevano,
come sapeva, dalla sgradevole constatazione che il tempo suo, e di tutti loro, si avviava alla fine. Qualunque cosa stesse per succedere a Little John,
Nest, Harper e lui stesso, non doveva succedere lì. Nest voleva rimanere
nella sua casa per lottare in un luogo familiare. Pensava che la rete protettiva stesa da Pick attorno alla casa avrebbe evitato attacchi di sorpresa, ma
Ross era convinto che la loro salvezza consistesse nell'allontanarsi quanto
prima e nel rimanere nascosti finché il problema del Variante non si fosse
risolto, in un modo o nell'altro. Dovevano andarsene quel pomeriggio stesso perché Findo Gask non avrebbe atteso che passasse Natale o che sparisse lo spirito natalizio. Sarebbe giunto al calare delle tenebre, e se li avesse
trovati, qualcun altro sarebbe morto.
Ascoltò nel silenzio il ticchettio della vecchia pendola e quel rumore cadenzato gli ricordò la propria inefficienza nell'impiego del tempo concessogli. Sapeva cosa doveva fare, se voleva risolvere il segreto del Variante.
Lo sapeva fin dall'inizio. Gli era occorso un sacco di tempo per arrivare a
quel punto, ma non aveva alcun risultato in mano. Il fatto che il Variante
l'avesse portato da Nest Freemark era un progresso alquanto discutibile. La
convinzione di Nest che Little John volesse qualcosa da lei gli pareva sospetta. La ragazza aveva ottimo intuito e notevole intelligenza, ma a tale
conclusione era giunta nel bel mezzo di una lotta per la sopravvivenza, e
poteva essersi sbagliata. Gran parte delle convinzioni di Nest era puramente speculativa e poteva essere influenzata dai suoi desideri e dalle sue emozioni. Era davvero credibile che Wraith e il Variante fossero collegati tra
loro? Che importanza poteva avere per il Variante la presenza in lei del lupo fantasma?
Ross rifletté su quell'aspetto della cosa. "Cerca di essere obiettivo" si
impose. Il fatto che il lupo era stato creato dalla magia dei demoni poteva
essere il nocciolo della questione: forse il Variante non sopportava quella
presenza. Eppure, per definizione, i Varianti potevano essere qualunque
cosa. La loro magia poteva essere buona o cattiva, poteva essere impiegata
per qualsiasi scopo, e la presenza di un'altra magia non avrebbe dovuto avere importanza. Che la magia del lupo interferisse con la sua?
Ross continuò a riflettere. Quel bambino! Una presenza enigmatica,
strettamente avvolta su se stessa e imperscrutabile! Perché il Variante era
diventato un bambino? Se avesse risposto a quella domanda, avrebbe avuto tutte le altre risposte, ne era certo. Tutto ciò che era accaduto dipendeva
dall'ultima trasformazione del Variante in Little John, l'ultima forma che
aveva assunto prima di chiedere di Nest.
Serrò le mani sul legno liscio del bastone. Cosa cercava il Variante? E
perché non l'aveva trovato nella donna di cui aveva fatto il nome?
La porta dello studio si aprì e ne uscì Nest, che teneva per mano Harper.
Nessuna delle due parlò, quando gli passarono davanti, dirette in cucina.
Ross le seguì con lo sguardo e non fece commenti. Dai loro occhi rossi capì che avevano pianto, e la ragione non era difficile da indovinare. Nest
versò del succo di mela nella tazza di Harper e la passò alla bambina, poi
ne versò un bicchiere per Little John e lo portò in soggiorno, seguita da
Harper. I bambini sedettero in terra e ripresero a giocare.
Nest si chinò ad aiutarli e prese a parlare loro a bassa voce. Quando
squillò il telefono, la giovane non si mosse.
Senza alzare la testa, chiese: «Puoi rispondere tu, John, per favore?».
Lui andò in cucina e sollevò il ricevitore. «Casa Freemark» disse.
«Credo che questa telefonata sia un'ulteriore prova che sono una svergo-
gnata, a cercare qualcuno che se n'è andato senza dire una parola nel bel
mezzo della notte» disse Josie Jackson.
John Ross si massaggiò la fronte. «Mi dispiace. Lo svergognato sono io.
Ma ero preoccupato per Little John. Dormivi così bene che non ho avuto il
coraggio di svegliarti.»
«Ed è per quello che non hai telefonato neppure stamattina? Volevi lasciarmi dormire?»
«Qui c'è stata parecchia confusione» le disse lui. Poi si chiese cosa poteva rivelarle, e abbassò la voce. «Ieri sera è scomparsa Bennett Scott.
L'hanno trovata questa mattina, ai piedi del precipizio del Sinnissippi
Park.»
«Oh, John.»
«Nest l'ha appena detto ad Harper. È difficile capire come reagirà, e credo che Nest cerchi di scoprirlo.»
«Devo venire a darle una mano?»
Ross ebbe un attimo di esitazione. «Lascia che riferisca a Nest la tua offerta. Se pensa che tu debba venire, ti chiamerà.»
«Va bene.» Josie rimase in silenzio per un istante. «Se non mi chiamerà,
c'è la possibilità che venga tu da me?»
«A dire la verità, Josie, ho continuato a pensarci fin da quando sono andato via» le confessò.
Non poteva andare da lei, si ricordò con fermezza. Non poteva, anche se
le aveva detto la verità e desiderava tornare da lei con tutto se stesso. Sapeva cosa doveva fare. Doveva lasciare Hopewell, e a tutta velocità, portando con sé Little John e Nest e Harper. Forse sarebbe tornato, una volta
finita quella faccenda. Forse si sarebbe fermato per sempre, forse lui e Josie avrebbero potuto vivere insieme.
O forse no.
Gli tornò alla mente quello che era successo alcuni mesi prima, quando
era andato nel Galles, nella Valle delle Fate, per parlare con la Signora del
Lago. E si ripeté che la speranza poteva risultare ingannevole.
Era iniziato da poco il mese di ottobre quando gli era apparso il Tatterdemalion. Ross abitava a Cannon Beach dalla signora Staples e lavorava
alla libreria. Grazie ad Anson Robbington aveva scoperto la caverna in cui
doveva comparire il Variante e vi era tornato varie volte per studiare il
luogo. Aveva imparato la planimetria e si era chiesto come catturarlo, ma
non era riuscito a trovare un modo soddisfacente. Sperava di rifare il sogno
del Cavaliere crocefisso e di apprendere qualche nuovo particolare.
Insomma, perdeva tempo.
Il Tatterdemalion gli era apparso un giorno in cui si era destato da un
sogno particolarmente brutto, nel quale aveva visto distruggere una città e
massacrare tutti i suoi abitanti. Non ricordava il nome della città e questo
lo preoccupava. Non riusciva neppure a ricordare in che parte della nazione fosse situata. Nel sogno c'era gente di cui conosceva il nome e la faccia,
ma al risveglio non ricordava nessuno. Aveva combattuto lungo una strada
che portava fuori dalla città, e aveva con sé un gruppo di donne e di bambini e di vecchi. Era riuscito a portarli via, ma non ce la facevano a viaggiare abbastanza in fretta da distanziare gli inseguitori. Alla fine Ross era
stato costretto a fermarsi e a combattere. Ex uomini e demoni li avevano
circondati rapidamente, tagliando loro ogni via di fuga. Ross stava ancora
combattendo per aprirsi un varco quando si era svegliato.
Per un attimo non era riuscito a ricordare dov'era. Aveva la testa piena
delle immagini del sogno e i rumori della battaglia gli echeggiavano nelle
orecchie. Era una notte calda e senza vento, un residuo dell'estate ormai finita, e le finestre erano aperte. Il Tatterdemalion era fermo davanti alla finestra che dava sul mare. Era pallido e vagamente iridescente, un bambino
dal sesso indeterminato, molto piccolo, con gli occhi smarriti che riflettevano pezzi e frammenti di vite umane che era preferibile dimenticare.
«Sei John Ross?» aveva chiesto con voce acuta.
Ross aveva battuto gli occhi e annuito, mentre gli ultimi brandelli del
sogno svanivano dalla sua mente. «Sì.»
«Ho un messaggio per te dalla Signora. Vuole parlarti. Vuole che tu la
raggiunga.»
«Alla Valle delle Fate?» aveva chiesto il Cavaliere, rizzandosi a sedere.
Il Tatterdemalion aveva preso a pulsare debolmente. «Vuole che tu la
raggiunga subito.»
«Alla Valle delle Fate?» aveva ripetuto Ross.
Ma il Tatterdemalion stava già svanendo, la sua luminescenza sbiadiva, i
lineamenti si cancellavano, la sua presenza diventava un ricordo. In pochi
istanti si era completamente disintegrato e Ross era di nuovo solo.
Quello stesso pomeriggio aveva preso un volo che partiva da Portland,
era sceso a New York, aveva cambiato aereo al Kennedy e l'indomani a
mezzogiorno atterrava a Heathrow. Di lì aveva preso un treno per Cardiff,
dove aveva noleggiato un'auto e raggiunto Betwys-y-Coed. Il viaggio gli
era costato tutto quello che aveva guadagnato quell'estate nella libreria.
Prima di partire era a malapena riuscito a mettere insieme l'abbigliamento
che gli occorreva. All'arrivo era disorganizzato ed esausto, e anche se l'istinto lo spingeva a recarsi subito alla valle, il suo corpo non era d'accordo:
era crollato sul letto e aveva dormito per dieci ore.
Quando si era destato, scosso da un sogno ma in grado di prendere le
decisioni che gli potevano essere richieste, si era fatto la doccia, si era vestito e aveva fatto colazione nel pub al pianterreno. Poi, in una tipica giornata gallese - nebbiosa, con qualche breve piovasco intercalato da ancor
più brevi comparse del sole, e nell'aria l'annuncio dell'inverno - era andato
in macchina fino alla Valle delle Fate e si era avviato lungo la stradina.
Nel piccolo parcheggio c'erano altre due auto e nella valle alcune persone si arrampicavano sulle rocce o percorrevano i sentieri. La valle era verde e rigogliosa di vegetazione, il torrente che scorreva sul fondo era gonfio
di pioggia. Ross scese con cautela, servendosi del bastone. I suoni familiari
lo riempirono di speranza: lo scroscio della cascata, lo sciacquio del ruscello, il sussurro del vento tra le fronde, il canto degli uccelli. Respirò la
fragranza della terra e delle piante, il profumo dell'erba e dei fiori selvatici.
Era stupefacente come si sentisse in pace, lì, come si sentisse parte di tutto
ciò che vi cresceva, quasi che quella fosse la sua vera casa.
Sapeva di non poter vedere la Signora durante il giorno, ma pensava di
poter forse vedere Owain Glyndwr nel suo familiare abbigliamento da pescatore. Tuttavia non era venuto per lui, ma soprattutto per vedere la valle
di giorno, per sentire di nuovo il fascino di quel luogo che aveva cambiato
la sua vita. Scese fino al fondovalle e sedette su una pietra, fissando la cascata e il ruscello, gli alberi e i fiori, senza guardare nulla in particolare,
solo il luogo e i suoi colori.
Dopo un paio d'ore tornò alla locanda e dormì ancora. Quando si svegliò, fece un giro nel villaggio e tornò per cena. Il locandiere lo ricordava
dalla sua ultima visita, e parlò un po' con lui di tutti gli sconvolgimenti che
avvenivano nel mondo. Betwys-y-Coed era un'isola di tranquillità e di
immobilità, e dava ai suoi abitanti un senso di sicurezza. Il locandiere vi
abitava da sempre e non capiva come si potesse desiderare di vivere altrove.
Quando mancava un'ora alla mezzanotte, Ross era tornato alla valle. La
notte era buia e priva di stelle, e la luna che faceva capolino dalle nubi
sembrava un'intrusa. Ross aveva parcheggiato e raggiunto il cancelletto di
legno, poi era sceso lungo il sentiero fino al laghetto sotto la cascata. L'aria
era fredda, e aveva insaccato la testa per ripararsi nel pesante giaccone, no-
tando il fiato condensare nell'aria. Appoggiandosi al bastone, era sceso
lungo il sentiero che si distìngueva a fatica e quando aveva raggiunto il ruscello si era fermato a guardarsi attorno. Aveva respirato i profumi della
notte e ascoltato il mormorio della cascata.
Quasi subito davanti a lui era comparso Owain Glyndwr, un tempo Cavaliere del Verbo e ora portavoce della Signora. L'antico guerriero era immobile come una statua sull'altra sponda del ruscello, avvolto strettamente
nel lungo cappotto, la faccia nascosta sotto l'ampio cappellaccio. Teneva in
mano la canna da pesca, e la lenza spariva nelle acque tumultuose del ruscello.
Aveva rivolto a Ross un amichevole cenno del capo. «Ottima notte per
vedere le fate» aveva detto con calma. «Sei venuto per loro, vero?»
«Sì» aveva ammesso Ross, e all'improvviso si era reso conto che era vero, che quella era una delle ragioni che l'avevano portato fin là.
«Se aspetti un poco, appariranno» aveva asserito l'altro. «I tuoi occhi mi
dicono che hai bisogno del loro conforto. Bene. Coloro che credono possono sempre trovare conforto nelle fate.»
Aveva cambiato leggermente posizione e il suo viso era uscito dall'ombra. In quel viso, Ross aveva scorto se stesso, una somiglianza assai più
accentuata dell'ultima volta che aveva visto il suo antenato. Adesso Ross
era più vecchio, perciò la sua età era più vicina a quella di Owain, ma c'era
anche dell'altro: era come se la vita di Cavaliere del Verbo avesse aumentato la somiglianza tra loro.
Owain Glyndwr si era allontanato da Ross, spostandosi a valle. Poi si era
fermato e aveva di nuovo lanciato la lenza. Ross l'aveva osservato per un
momento, poi si era voltato a guardare la cascata. Quando si era girato di
nuovo dalla sua parte, il pescatore era sparito.
Ross era rimasto dove si trovava, in paziente attesa. L'oscurità della valle era profonda e l'aria gelida, ma il luogo era stranamente confortevole, lo
avvolgeva e lo accoglieva in sé. Gli dava pace. Non era stato così nell'ultima visita, dieci anni prima, quando era tornato per dire alla Signora che
non poteva più prestare servizio come Cavaliere del Verbo. La valle gli era
parsa ostile e minacciosa, quella volta, l'aveva ripudiato. La Signora non
era comparsa, e Ross se n'era tornato a casa sconsolato e frustrato. Aveva
smarrito la strada senza saperlo, e in conseguenza delle sue azioni aveva
rischiato di morire.
Una spolverata di luci si era accesa all'improvviso nell'acqua della cascata, scintille luminose e pulsanti. Ne erano apparse centmaia, come minu-
scole lucciole venute a salutarlo, a dargli il benvenuto. Ross aveva sorriso
nel vederle, nel comprendere che le fate si erano accorte della sua presenza
e si stavano rivelando a lui. Il loro numero era cresciuto fino a riempire di
luce l'intera cascata, e il Cavaliere aveva pensato che mai più avrebbe visto
uno spettacolo altrettanto meraviglioso.
Poi si era sentito chiamare per nome: «John Ross».
Aveva riconosciuto subito la voce, così come aveva riconosciuto le fate
che danzavano nella cascata.
«John, sono qui.»
Era ferma nel punto dov'era scomparso Owain Glyndwr, e danzava sulla
superficie dell'acqua, sospesa nell'aria. Era giovane, bellissima ed effimera
come la ricordava, e pareva che stesse per sparire da un momento all'altro,
tanto era eterea. Aveva proteso le braccia verso di lui e la luce si era mossa
ad avvolgerla, aveva seguito il suo gesto sotto forma di una scia luminosa.
Gli si era avvicinata con un movimento fluido: una figura cangiante, fatta
di ombra e di luce lunare.
«Mio valoroso cavaliere errante» gli aveva sussurrato, avvicinandosi.
«Hai agito bene al mio servizio. Sei il ritratto del tuo antenato, e non solo
nell'aspetto. Nelle tue vene scorre il suo sangue e nel tuo petto batte il suo
cuore. Seicento anni sono passati dalla sua epoca, ma in te rivivono le sue
parti migliori.»
Ross tremava, non per la paura o per l'attesa o per qualcosa che si potesse definire facilmente, ma per la semplice vicinanza della Signora. Non
riusciva a rispondere, poteva solo aspettare che gli parlasse.
«John Ross» aveva sussurrato la Signora, avvolta nell'oscurità di seta e
nella luce brillante. «Mio valoroso Cavaliere, il tuo servizio è quasi alla fine. Ancora una sola cosa dovrai fare per me, poi sarai libero.»
Ross non riusciva a crederci. Aspettava da un quarto di secolo quelle parole. Aveva cinquantatré anni, e per metà della sua vita era stato un Cavaliere del Verbo. Dieci anni prima aveva chiesto invano di essere liberato, e
ora la Signora gli offriva la libertà senza che lui la chiedesse. Era stupefatto.
«Devi tornare ad aspettare l'apparizione del Variante» gli aveva detto.
«Come nel tuo sogno, esso apparirà. Apparirà come ti è stato predetto. E
quando ciò avverrà, dovrai essere pronto. Per il tempo che gli è concesso,
dovrai proteggerlo dal Vuoto. Proteggerlo a tutti i costi, perché mi è caro e
devi tenerlo al sicuro. Quando si sarà trasformato per l'ultima volta, il tuo
servizio a favore del Verbo sarà finito. A quel punto porrai tornare a casa.»
Ross era riuscito a malapena a comprendere quelle parole. Quando aveva tentato di parlare, la voce gli era mancata, le parole non si erano volute
formare nella sua bocca.
«Dammi la mano» gli aveva ordinato la Signora.
Senza esitare, Ross si era inginocchiato e aveva allungato la mano per
toccare quella della Signora. Tutto ciò che era lei e ciò che era il Verbo l'avevano riempito di forza e di decisione. Aveva sentito che gli metteva in
mano qualcosa, e quando la Signora aveva ritirato il braccio, aveva visto
una rete sottilissima che pareva fatta di ragnatela.
«La userai per impadronirti della creatura che cerchi. Quando la vedrai
comparire e prendere forma, getta la rete. Allora il Variante sarà tuo... e
dovrai prenderne cura, proteggerlo, curarlo come un agnello appena nato.»
La Signora aveva alzato il braccio riempiendo l'aria di una scia di luce.
«Offrigli il rifugio della tua magia, della tua fede e del tuo grande cuore.
Non abbandonarlo mai, per quanto forte possa essere la tentazione, per
quanto grave possa essere il rischio. Fallo per me.»
«Lo farò» aveva promesso Ross. Le parole gli erano uscite dalle labbra
spontaneamente, la voce gli era tornata.
«Alzati» gli aveva ordinato lei, e Ross si era alzato. «Il Verbo si compiace di te, John Ross, e lo stesso vale per me. Va', ora, e servici bene.»
Ross aveva fatto come gli era stato ordinato, aveva lasciato la Valle delle
Fate portando con sé la rete sottile come una ragnatela che doveva servirgli
per catturare il Variante, deciso a fare tutto il necessario, in modo che il
suo servizio potesse finalmente terminare.
Più tardi, una volta tornato a Cannon Beach, mentre attendeva la festa
del Ringraziamento e l'apparizione del Variante, aveva cominciato a riflettere meglio sulle parole della Signora del Lago. Solo negli ultimi due o tre
giorni, tuttavia, quando il tempo cominciava a esaurirsi e i demoni erano
sempre più vicini, era stato colto dal sospetto di avere completamente
frainteso il loro significato.
«Lo pensi davvero, John?» gli chiese Josie, interrompendo bruscamente
i suoi sogni a occhi aperti. «Perché non vorrei sentirtelo dire, se non fosse
così, se lo dicessi solo per farmi sentire meglio, o perché è la cosa giusta
da dire dopo la scorsa notte.»
Ross cancellò dalla mente il ricordo della Signora del Lago e della Valle
delle Fate. «Lo dico perché è la verità, Josie.»
«Passerai a trovarmi, allora? Questa sera?»
«Se potrò.» Ross sospirò. «Vorrei potertelo promettere. Vorrei poterti
promettere un mucchio di cose. Ma ieri sera avevi ragione. Non sono tornato per quello. Non sono in una posizione che mi permetta di fare promesse. Non ancora, almeno. Un giorno la situazione potrebbe cambiare, e
io spero che succeda, lo spero più di ogni altra cosa.»
Josie non rispose subito, e Ross attese che parlasse. Intanto Occhio di
Falco comparve dal fondo del corridoio, entrò nel soggiorno e, senza degnare di un'occhiata John Ross, raggiunse Little John e si sdraiò vicino a
lui. Il bambino allungò subito una mano e cominciò ad accarezzarlo. Il gatto chiuse gli occhi, deliziato.
«Ti amo, John» disse a un tratto Josie. Poi aggiunse, con la voce incrinata: «Bella scoperta, eh? Ma dovevo dirlo almeno una volta. Curioso, ma
non ho sentito alcun dolore. Ci sentiamo più tardi, va bene?».
Riagganciò prima che Ross riuscisse a rispondere. Il Cavaliere fissò il
ricevitore, sentì un paio di volte il segnale della centrale, poi lo posò. Il dolore che provava era dolce e amaro insieme, e gli fece sentire ancor più aspramente l'impossibilità di prendere una decisione. Avrebbe dovuto
chiamarla per dirle che anche lui l'amava, ma sapeva che non l'avrebbe fatto.
Stava ancora riflettendo su Josie quando colse un movimento sul vialetto
d'accesso. Si avvicinò alla finestra per controllare e vide un'auto con lo
stemma dello sceriffo della contea e Larry Spence che si dirigeva all'ingresso.
24
Dall'espressione di John, Nest capì chi aveva bussato ancora prima di alzarsi per andare ad aprire. Il fastidio e l'insofferenza che provava verso
Larry Spence presero subito il sopravvento sugli altri suoi pensieri, ma si
costrinse a ignorarli. Quella visita non riguardava lei, bensì Bennett Scott.
Dato che prima o poi avrebbe dovuto parlargliene, era pronta a sopportare
la seccatura della sua presenza.
«Buongiorno» la salutò, quando lei gli aprì la porta. «Va bene se vengo
adesso a raccogliere quelle dichiarazioni?»
"Come se non fossi già qui" pensò Nest, ma riuscì a rivolgergli un debole sorriso. «Certo. Entra.»
Larry entrò, si scosse la neve dagli scarponi sullo zerbino, si tolse il
giaccone e il cappello e li appese all'attaccapanni. Pareva a disagio, come
se la sua mole e la sua autorità fossero fuori posto in quella casa. Nest sorrise dentro di sé, pensando che un po' di imbarazzo gli avrebbe fatto bene.
«Armbruster ha terminato l'autopsia» le confidò con aria da cospiratore,
abbassando la voce. «La ragazza aveva nel sangue una quantità di droga
sufficiente a far volare una nave da guerra. Ma non è stata la droga a ucciderla, è morta per assideramento. I segni che aveva sul corpo sono dovuti
alla caduta. Ritengo che abbia perso l'orientamento e sia caduta nel precipizio, ma è solo un'ipotesi.»
«Larry» gli disse a bassa voce, prendendolo per le braccia e girandolo in
modo da fargli voltare la schiena al soggiorno. «Io non so nulla di droghe e
di Bennett Scott, a parte il fatto che era una tossicodipendente. John ne sa
ancora meno di me. Non immaginavo che intendesse tornare qui finché
non l'ho vista alla porta. E John, quando è venuto a trovarmi, ignorava la
sua presenza. Lui non veniva a Hopewell da quindici anni, e a quell'epoca
Bennett ne aveva cinque. Tutti quei discorsi sul traffico di droga nel parco,
veri o falsi che siano, non ci riguardano. Cerca di tenerlo presente, per favore.»
Larry aggrottò la fronte. «Cercherò di non avere pregiudizi, te lo prometto.» Si guardò attorno. «Devo vedere la stanza della ragazza. Puoi rifiutare,
naturalmente, se non vuoi, ma se me lo permetti mi eviti un viaggio fino
dal giudice a farmi dare un mandato di perquisizione.»
«Oh, per l'amor di Dio, Larry!» ribatté lei, irritata. «Puoi andare a vedere
tutto quello che ti pare!» Sospirò stancamente. «Vieni. Ti mostro la stanza
dove ha dormito.»
Lo condusse in fondo al corridoio, oltre lo studio del Vecchio Bob e la
sua camera da letto, fino alla stanza degli ospiti dove avevano dormito
Bennett e Harper. La stanza era immersa nella penombra e silenziosa, i vestiti di Bennett erano ancora nella borsa, dentro l'armadio. Nest aveva rassettato e rifatto il letto. Stando sulla porta, guardò Larry Spence frugare
qua e là, controllare nell'armadio e nel comò, guardare sotto il letto e in
bagno e ispezionare la borsa. Parve non trovare nulla di importante. Quando ebbe finito, rimise le cose com'erano.
«Penso che basti» disse senza molto entusiasmo. «Perché non facciamo
le deposizioni ora, così mi tolgo dai piedi?»
«Va bene» rispose Nest. «Dobbiamo metterci in qualche posto dove nessuno ci senta?»
Larry si strinse nelle spalle, e lei sentì il cigolio della cintura di cuoio cui
era assicurata la pistola. «Posso raccogliere le vostre deposizioni in sog-
giorno. Tutt'e due insieme. I bambini potrebbero giocare qui, mentre noi
parliamo.»
Nest scosse la testa. «Non voglio che Harper stia in questa stanza, almeno per ora. Ho appena finito di parlarle della madre.» Rifletté per un istante. «Possono giocare nella mia camera.»
Si avviò lungo il corridoio, irritata ma rassegnata, pensando al problema
più importante: cosa fare nelle prossime ventiquattr'ore. Non sarebbe stato
facile. Harper avrebbe pensato alla madre. Little John era un peso che faticava a portare, eppure doveva trovare il modo di farlo parlare. Ross probabilmente intendeva andarsene e nascondersi. Non l'aveva detto, ma sentiva
che così aveva deciso. Qualunque decisione lei avesse preso ora nei riguardi di tutti loro, se ne sarebbe pentita.
Prese Harper e Little John, il puzzle e gli altri giocattoli, e li portò in
camera da letto. Disse ai bambini che doveva parlare con una persona in
soggiorno ma che sarebbe tornata presto.
La cosa le piaceva poco, ma voleva lo spazio di manovra del soggiorno
per poter mandare via Larry Spence non appena finito di rendere le deposizioni - o prima, se avesse cominciato a darle fastidio - senza disturbare i
bambini.
Larry aveva chiuso la porta della stanza di Bennett e aspettava in corridoio. Pareva ancora a disagio. Nest socchiuse la porta della camera da letto, in modo che Harper non sentisse i loro discorsi, poi accompagnò il vicesceriffo in soggiorno. Nest e Ross sedettero sul divano, Spence sulla poltrona. L'uomo recuperò un piccolo notes e una penna, prese alcuni appunti,
poi disse a Nest di iniziare.
Lei non perse tempo in preamboli e raccontò quanto era accaduto dal
momento in cui avevano lasciato la casa fino a quando aveva scoperto, da
Robert, che Bennett era sparita. Non disse nulla di Ross, lasciando che fosse lui stesso a dare la propria versione. Non parlò dell'Ur'droch, ma si limitò a dire che quando era arrivata a casa aveva scoperto che qualcuno aveva
tagliato i fili del telefono e sabotato gli interruttori della luce.
Terminato il racconto, gli mostrò il biglietto che Bennett le aveva infilato in tasca. «Ho dimenticato di dirlo, ma l'ho trovato solo questa mattina.
Bennett deve averlo scritto prima di andare via dagli Heppler.»
Lo consegnò a Spence, che lo lesse con attenzione. «È come se sapesse
che stava per succederle qualcosa» commentò l'uomo tra sé. Si schiarì la
gola e cambiò posizione. «Ancora una domanda o due, poi raccoglierò la
deposizione del signor Ross e me ne andrò.»
Finì che erano ben più di una o due, e Nest notò con grande irritazione
che tendeva a ripetersi e a fare sempre le stesse domande. Lei però continuò a rispondere perché non voleva correre il rischio di vederlo tornare.
Una volta o due si alzò per andare a controllare i bambini, ma ogni volta
Larry Spence la fece rimanere con la scusa che ormai aveva finito: forse
temeva che se andava via non sarebbe più tornata.
Quando ebbe terminato con lei, interrogò Ross, cosa che, nonostante tutte le sue precedenti affermazioni sul traffico di droga e sulle persone sospette, richiese un tempo assai più breve del suo. Inarcò un sopracciglio
nel sentir nominare Josie Jackson, ma non fece commenti. Se non avesse
sentito le sue affermazioni dei giorni prima, Nest avrebbe potuto pensare
che non nutriva alcun interesse per John Ross.
«Credo che possa bastare» disse infine Larry, controllando l'ora per
quella che doveva essere la centesima volta, chiudendo il notes e alzandosi. «Mi dispiace di averci messo tanto.»
Era ancora nervoso mentre Nest lo accompagnava alla porta: guardava
dappertutto ma non lei, e aveva l'aria di chi vorrebbe dire qualcosa ma non
ne ha il coraggio. Sulla soglia, si lasciò sfuggire un accenno.
«Senti, non voglio che tu ti faccia delle idee sbagliate, ragazza, ma la tua
permanenza in questa casa mi preoccupa.» Pareva incerto su come continuare, teneva la testa abbassata e il cappello in mano. «In questa indagine
ci sono aspetti che non sai. Cose che non posso dirti.»
"È la stessa affermazione che potrei fare io" pensò lei, ma non aveva
tempo per quelle discussioni. «Be', telefonami, quando potrai dirmele» rispose.
Larry annuì, soprappensiero. «Se vuoi passare più tardi in ufficio, da sola, posso spiegarti.» Scosse la testa. «Non dovrei farlo, sai? Non dovrei
dirti niente, ma non posso lasciarti brancolare nel buio. Capisci?»
Nest lo fissò. «A dire il vero, no.»
Lui annuì di nuovo. «Suppongo di no, hai ragione. È una cosa molto
complicata anche per me. Ma sei finita in mezzo a una faccenda grossa,
ragazza. So che non c'entri niente, con quello che è successo, ma io...»
«No, Larry, basta con questa storia» si affrettò a interromperlo.
«So cosa provi, ma...»
«No, tu non sai niente di quello che provo» esplose lei. «E se vuoi la mia
onesta opinione, tu non sai di cosa parli! Se tutto questo ha a che fare con
il vecchio vestito di nero e con il libro di pelle, te lo dico per l'ultima volta:
lascialo perdere. Non ascoltare ciò che ti dice, non fare ciò che ti ordina. È
un uomo pericoloso, Larry. Fidati di me. Non devi avere niente a che fare
con lui.»
Larry Spence fece una smorfia e raddrizzò le spalle. «Ma è dell'FBi,
Nest!» sussurrò.
Lei lo guardò come se fosse appena uscito da un disco volante. «No, per
niente. Non è uno degli "arrivano i nostri", Larry. Non è tuo amico e certamente non è amico mio. Non è quello che dice di essere. Hai controllato
chi è? Hai chiesto a qualcun altro, e non solo a lui, le prove che sia chi dice
di essere?»
«Senti, non vorrai insegnarmi il mio mestiere!»
«Be', forse sarebbe ora che qualcuno lo facesse. Dammi retta, Larry, fa'
un favore a te stesso. Chiama Washington o dove ti pare. Controlla. Perché
sai cosa ti dico? È possibile che proprio quel vecchio sia responsabile della
morte di Bennett!»
«Sei fuori di testa, ragazza!» esclamò Spence, agitato e combattivo. «Tu
non sai un bel niente! Lo dici solo per proteggere Ross!»
«Lo dico per proteggere te!»
Larry arrossì di collera. «Mi prendi per stupido? Credi che non capisca
cosa succede? Tu e Ross siete...»
S'interruppe, ma era troppo tardi. Nest aveva capito benissimo cosa voleva dire. Strinse le labbra. «Esci di qui, Larry» ordinò, trattenendo a stento l'ira. «Immediatamente. E non tornare.»
Lui si allontanò brontolando e se ne andò sbattendo la porta. Lei lo vide
risalire sull'auto e fare retromarcia. Era talmente in collera che continuò a
guardare finché non fu sparito, preoccupata che magari cambiasse idea e
tornasse indietro.
Quando squillò il telefono, era ancora infuriata. Entrò in cucina e sollevò
il ricevitore. «Pronto?»
«Nest? Ciao. Mi sembri un po' arrabbiata. Ho scelto il momento sbagliato per telefonare?»
Lei rimase senza fiato. «Paul?»
«Sì. Stai bene?»
Nest si ravviò i capelli. «Benissimo.»
«Non sembra, a sentirti» insistette lui.
Lei annuì tra sé. «Niente. Solo una visita che mi ha fatto venire i nervi.
Tu come stai?»
«Bene.» Sembrava tranquillo, rilassato. A Nest piaceva, quando era così.
«Hai ricevuto gli altri miei messaggi?»
«Sì. Scusa se non ti ho chiamato, ma ho avuto un mucchio di cose da fare. Ho degli ospiti per le vacanze, e...» Non sapeva come terminare, perciò
lasciò interrotta la frase. «Be', è stato un periodo un po' frenetico.»
«Sì, le tue solite vacanze. Più fatica di quello che valgono, spesso. Soprattutto quando hai la casa piena.»
«Oh, non è poi così brutta» mentì Nest.
«Se lo dici tu. Comunque, che ne diresti di avere un altro ospite, magari
dopo il primo dell'anno?»
Nest non riuscì a dirgli quanto le sarebbe piaciuto, né quanto sentisse il
bisogno di vederlo. Si sorprese per la profondità dei sentimenti che suscitava in lei. Sapeva che in parte era dovuto alla solitudine e ai dubbi di quel
periodo, al senso di perdita e di mortalità. E sapeva altrettanto bene che
Paul le piaceva ancora. Una parte di lei non aveva mai rinunciato all'ex
marito e avrebbe voluto riaverlo.
«Mi piacerebbe.» Rispose sorridendo con gioia. «Mi piacerebbe eccome.»
«Anche a me. Ho sentito la tua mancanza. Mi pare che sia passato un
milione di anni dall'ultima volta che ti ho vista. Anzi, da quando qualcuno
ti ha vista in giro.» Parlò in tono leggero, ironico. «La cara, vecchia Hopewell, rifugio delle campionesse olimpioniche. Non riesco a credere che
tu sia ancora lì. Non mi sembra il posto giusto, dopo tutto quello che hai
fatto. Continui ad allenarti, Nest?» «Certo, un poco.»
«Pensi di andare alla prossima Olimpiade?» Lei ebbe un attimo di esitazione. La domanda l'aveva presa alla sprovvista. «No, a dire il vero.»
«Be', in qualsiasi caso, hai una bella storia da raccontare, e il mio direttore pagherebbe bene. Possiamo parlare della tua carriera, dei tuoi ricordi,
dei vecchi tempi, e poi completare con quello che fai oggi. Posso prendere
una tua vecchia foto o chiamare il fotografo per farne una nuova. Come
vorrai tu. Siccome però avresti la copertina, una foto recente sarebbe più
adatta.»
Nest scosse la testa, confusa. «Di cosa stai parlando?» «Della rivista. La
copertina. Voglio scrivere un articolo su di te, mentre sono lì. Mettere insieme il piacere e gli affari. Mi sembra una cosa sensata. Tutti vogliono
sapere cos'hai fatto dopo le ultime Olimpiadi. E chi può raccontare la tua
storia meglio di me? Possiamo prepararla nel tuo tempo libero. Pagano
molto bene, Nest. Sono soldi facili.»
Lei era senza fiato, raggelata. «Vuoi scrivere un articolo su di me?»
chiese, ricordando che aveva riagganciato il telefono un mese prima,
quando le aveva telefonato il direttore di quella rivista. Paul rise. «Certo.
Sono un giornalista, ricordi?» «Allora è per questo che vuoi venire qui?»
«Be', no, naturalmente. Prima di tutto voglio rivederti, però mi è venuto in
mente che si potrebbe approfittare dell'occasione per...»
Nest appese il ricevitore interrompendo la comunicazione. Rimase immobile a guardare il telefono, incapace di credere a quello che aveva appena sentito. Un articolo. Paul voleva vederla per scrivere un articolo. Era
stato il suo direttore a spingerlo? Aveva pensato di arrivare a lei tramite
Paul? Si sentì bruciare gli occhi. Lottò per fermare le lacrime, poi rinunciò.
Andò in un angolo dove Ross non poteva vederla e pianse in silenzio. Il telefono squillò, ma lei non rispose. Rimase nell'angolo desiderando che tutto e tutti la lasciassero sola.
Le occorsero alcuni minuti per riprendersi. Fuori, la giornata diventava
sempre più scura e la neve riprendeva a cadere. Lungo la Woodlawn erano
già accese le prime luci e dalle finestre si scorgevano gli alberi di Natale.
Su un prato coperto di neve, dall'altra parte della via, si vedeva un presepe
di legno dipinto illuminato da una luce bianca.
Ross si affacciò sulla porta della cucina. «Stai bene?»
La domanda del giorno. Annuì senza guardarlo. «Solo delusa.»
Il telefono squillò di nuovo, e questa volta rispose. «Senti, Paul...» cominciò.
«Nest, sono Larry Spence.» Ansimava come se avesse fatto una corsa e
parlava con voce rotta. «Voglio dirti che mi dispiace, so che forse non mi
rivolgerai più la parola, ma Robinson ha ragione, non possiamo correre rischi. Tu non ti rendi conto, ragazza, altrimenti capiresti in che guaio sei e
andresti mille miglia lontano da qui. Io faccio solo quello che devo fare,
niente di più, ma mi dispiace che sia toccato a me, perché ci conosciamo
e...»
«Piantala, Larry» disse Nest, e riagganciò.
Fissò il telefono. Di cosa parlava? Non ne aveva idea, ma il suo tono di
voce la preoccupava. Sembrava ansioso, quasi frenetico. Scusarsi così, e
più volte, per qualche noiosa domanda...
Poi, all'improvviso, le vennero in mente i bambini. Nel trambusto, con
Larry Spence che andava e veniva e con le telefonate, si era dimenticata di
loro. Guardò verso la camera da letto. C'era un silenzio inquietante.
Si precipitò in corridoio accendendo le luci man mano che avanzava.
Che stupida! Aveva i nervi troppo tirati. Pick aveva steso la rete d'allarme.
Nessuno poteva entrare senza che lei se ne accorgesse. Voleva mettersi a
correre, ma riuscì a dominarsi. "No" continuò a ripetersi. "È impossibile."
«Harper! Little John!»
Arrivò alla camera da letto e spalancò la porta. Una macchia arancione
schizzò da sotto il letto e le sfrecciò accanto scomparendo lungo il corridoio: Occhio di Falco, col pelo ritto, che soffiava per la collera e la paura.
Nest esaminò in fretta la stanza. Vi regnava una confortevole penombra,
più fitta negli angoli. I giochi erano sul pavimento, il succo di mela di
Harper era sul comodino.
Ma i bambini erano spariti.
25
Incapace di muoversi, Nest fissava la stanza vuota come se lo shock e
l'incredulità l'avessero paralizzata. In testa le si affollava una ridda di pensieri. I bambini dovevano esserci. Li aveva fatti entrare lei stessa. Forse
giocavano a nascondino e si aspettavano che lei li trovasse. Forse erano
sotto il letto, o si erano chiusi nell'armadio. Non potevano essere spariti!
Si costrinse a cercarli perché quei pensieri la facevano impazzire. Pur
sapendo che non li avrebbe trovati, cercò sotto il letto e in tutti i nascondigli che le vennero in mente. E intanto lo shock svaniva e la sua collera aumentava. I bambini dovevano essere al sicuro, la casa era protetta, nessuno
poteva entrare senza che lei se ne accorgesse. Era la prima volta che Pick
la deludeva, ed era infuriata contro di lui.
Solo quando cominciò a setacciare le stanze adiacenti nella disperata ricerca di un aiuto qualsiasi, vide la finestra aperta nella stanza di Bennett.
Allora cominciò a capire la telefonata di Larry Spence. L'aveva lasciato solo nella stanza quando era andata a prendere i bambini, e lui ne aveva approfittato per aprire la finestra. Pick l'aveva avvertita che la rete d'allarme
era vulnerabile dall'interno. Larry era dominato da Findo Gask, e gli aveva
permesso di entrare: era andato a casa sua all'unico scopo di aiutare il demone a rapire ibambini.
Preoccupato dal suo silenzio, Ross la raggiunse e fu lui a scorgere sul
tappeto l'impronta bagnata. Non era un'orma umana, assomigliava a quella
di una lucertola, con tre dita e un artiglio in punta.
Li aveva presi l'Ur'droch, capì subito Nest. I bambini erano in mano ai
demoni.
Avrebbe voluto appallottolarsi in terra e morire. Avrebbe voluto aggredire qualcuno. Era lacerata da emozioni fortissime e riusciva a malapena a
mantenere la padronanza di sé, mentre discuteva con Ross sulle loro possibilità.
«Li ha presi Gask» disse a bassa voce, come per impedire alle pareti di
trasmettere le sue parole a chi non le doveva sentire.
Ross annuì, silenzioso e immobile nel corridoio in penombra, una statua
scolpita dalla notte che si addensava all'esterno. «Li vuole scambiare con il
Variante.»
«Ma ce l'ha in mano» osservò lei.
«Non lo sa. Se lo sapesse, non avrebbe perso tempo con Harper.» Ross
la fissò negli occhi. «Pensa che l'abbiamo nascosto. Ha rapito i bambini
per costringerci a consegnarlo. Nient'altro ha funzionato: minacce, attacchi, aggressioni in casa. Ma sa cosa provi per i bambini.»
Nest ripensò a Larry Spence. «Sono stata una stupida» disse con amarezza. Si appoggiò alla parete, passandosi le dita nei capelli. «Dovevo prevederlo. Gask ha cercato di catturare i bambini la notte scorsa, ma io non
l'ho capito. Pensavo che volesse attaccarli per spaventarmi, invece voleva
rapirli.»
«Questa volta è stato molto più astuto» commentò Ross. «Ha usato il vicesceriffo per farsi aprire la casa, e poi ha distratto noi.»
Nest fece una smorfia di disgusto. «Larry non ha capito nulla. John, cosa
dobbiamo fare?»
«Aspettare» rispose lui tornando verso il soggiorno. «Gask telefonerà.»
Il demone telefonò un quarto d'ora dopo. Nest e Ross sedevano in cucina, bevendo caffè e ascoltando in silenzio il ticchettio della pendola. Fuori,
l'oscurità aveva allontanato gli ultimi residui del giorno e si stendeva sul
paesaggio ammantato di neve. Lampioni e lampadine ardevano coraggiosamente nelle tenebre, piccoli fari che illuminavano case sparpagliate
nella bianca distesa e inghirlandate di ghiaccioli. Grossi fiocchi di neve
fluttuavano nei loro diafani aloni, mentre la nuova bufera si faceva strada
nelle pianure.
«Buonasera, signorina Freemark» la salutò affabilmente Findo Gask,
quando lei sollevò il telefono al secondo squillo. «Ho qui una persona che
vorrebbe parlare con lei.»
Dopo una breve pausa: «Nest?» chiese Harper, con un filo di voce, spaventata.
Findo Gask riprese il ricevitore. «Basta con i giochi, signorina Freemark. La ricreazione è finita. Lei ha perso. Mi dia quello che desidero o
non vedrà mai più questi bambini, glielo prometto. Non mi metta alla pro-
va.»
«Non lo farò» rispose lei, piano.
«Bene. Non so dove avete nascosto il Variante, ma vi do tempo fino a
mezzanotte per andare a prenderlo. Vi chiamerò a quell'ora per stabilire il
luogo e il momento dello scambio. Telefonerò una volta sola. Un ritardo,
una scusa, un trucco, e lei e il signor Ross passerete un Natale molto solitario. Ci siamo capiti?»
Nest chiuse gli occhi. «Sì.»
Gask riagganciò. Lei posò il ricevitore e guardò Ross. «Avevi ragione»
gli disse. «Propone uno scambio. I bambini in cambio del Variante.»
Ross annuì senza parlare.
«Noi però non abbiamo il Variante da dargli.»
«No» convenne Ross. «Non ce l'abbiamo.»
Findo Gask strinse amorevolmente le dita attorno al Libro dei Nomi e alzò gli occhi senza fissare niente in particolare. C'era qualcosa che non lo
convinceva. Non riusciva ad afferrarlo con precisione, ma c'era. Non era la
situazione, che progrediva nel modo da lui voluto, né la voce di Nest Freemark, sottomessa e preoccupata nel modo previsto. No, era qualcos'altro,
un particolare che aveva trascurato.
«Nonno!» esclamò Penny, con impazienza. «Che cosa ha detto?»
Il particolare trascurato non gli veniva in mente, così rimandò quelle riflessioni a un altro momento. «Farà come vogliamo noi.»
Penny ridacchiò e cominciò a girare su se stessa come per festeggiare.
«La Signorina Scarpette Chiodate ha finito i suoi trucchi! Peccato, peccato! Niente medaglie d'oro, questa volta. Speriamo che la prossima volta
abbia più fortuna!»
Continuò a danzare per tutta la stanza, con i capelli rossi che svolazzavano, cantando: «Trallallà». Danzò davanti a Twitch, che si limitò a guardarla con espressione opaca, poi davanti all'Ur'droch, che si era nascosto in
un angolo. Gask attese con pazienza che finisse.
«Prepara qualcosa per i bambini» le disse quando vide che si era calmata
a sufficienza da prestargli attenzione. «Non fare la furba e non spaventarli.»
«Che vuoi che importi?» chiese lei, mettendogli il broncio. «Tanto li ucciderai comunque. Perché non posso divertirmi un po' con loro?»
«Perché te lo dico io, Penny» rispose, guardandola con severità. «È una
ragione sufficiente per te?»
La ragazza dai capelli rossi gli rivolse una smorfia sprezzante. «Certo,
nonno. Come il tuo vecchio cuore desidera.»
Scomparve in cucina, cantando con voce stonata. Diventava sempre più
instabile, era sempre più difficile da controllare. Se si fosse ribellata, come
certo avrebbe fatto prima o poi, Gask avrebbe dovuto ucciderla. Non avrebbe esitato a farlo, ma era poco opportuno. Poteva avere ancora bisogno
di lei. I suoi avversari erano agguerriti, e la disperazione poteva renderli
imprevedibili. Penny Orribile era una valida alleata contro simili comportamenti. Forse avrebbe potuto prometterle di lasciarle i bambini come
premio. La proposta le sarebbe piaciuta. Con la sua promessa di poterli tenere una volta che tutto fosse finito, sarebbe stata molto più obbediente.
Era un prezzo abbastanza basso.
I bambini erano nello scantinato, in una grande stanza dei giochi a forma
di L che conteneva il vecchio plastico di un trenino, un juke-box e un mobile bar, un biliardo e un bersaglio per le freccette, oltre a un po' di seggiole e di divani attorno a un televisore. C'era un solo ingresso, da una scala
sul retro della casa, perciò non era difficile tenerli d'occhio.
Comunque, Gask mandò l'Ur'droch a sorvegliarli senza che lo vedessero.
Twitch e Penny avevano un aspetto troppo allarmante, e c'era il rischio che
facessero qualcosa che il demone non approvava. L'Ur'droch, invece, si sarebbe limitato a rimanere nascosto.
Quando squillò il telefono, il demone si stupì. Non aspettava telefonate.
Sollevò con diffidenza il ricevitore. «Sì?»
«Signor Robinson?»
Era quel vicesceriffo, come si chiamava, Spence. Findo Gask fece una
smorfia. «Cosa posso fare per lei?»
«Dobbiamo parlare con urgenza.»
«Benissimo, vicesceriffo. Parli.»
«No, non al telefono. Di persona. Devo chiarire alcune cose su quanto
sta succedendo a proposito di John Ross e della faccenda della droga. Sono
preoccupato per i bambini. Voglio essere sicuro che non corrano rischi.
Dove possiamo vederci?»
Findo Gask scosse la testa. Dal tono di Spence, aveva capito cos'era successo. Quell'uomo aveva controllato e scoperto che nessuno sapeva niente
di un'operazione dell'FBl a Hopewell o di un agente chiamato Robinson.
Spence aveva paura. Su ordine di Robinson aveva aperto una finestra nella
casa di Nest Freemark, in modo che si potessero rapire i bambini mentre
l'FBI organizzava un'irruzione per catturare il pericoloso signor Ross.
Spence temeva di avere facilitato il rapimento di due bambini rendendosi
complice di un reato, e vedeva andare a rotoli la sua carriera.
Che fare?
«Le do un indirizzo, vicesceriffo.» L'occhio di Gask cadde su Twitch,
seduto sul divano davanti alla televisione, grosso e dallo sguardo vuoto.
«Pensavo che i bambini starebbero meglio con le autorità locali. Se passa a
prenderli, gliene sarò grato. Potremo parlare quando viene.»
«Oh, certo, buona idea.» Spence gli parve sollevato.
Il demone gli diede il loro indirizzo. Spence non sarebbe calato su di loro con un esercito di agenti di polizia: per prima cosa, avrebbe cercato il
modo di proteggersi da possibili conseguenze. Se fosse riuscito a riprendere i bambini, tutto sarebbe andato a posto. Così avrebbe pensato il vicesceriffo. E sarebbe venuto da solo.
Findo Gask agganciò il ricevitore. Nella sua mente cominciava a prendere forma un possibile finale per tutta quella storia. Titoli di giornali e annunci televisivi gli passarono davanti agli occhi. Una tragedia familiare
scatenata dalla gelosia e dall'incomprensione aveva coinvolto due uomini e
una donna: questa era una notissima campionessa olimpionica. Come conseguenza, c'era stato un autentico massacro, tra adulti e bambini. L'omicidio e il suicidio avrebbero fatto la loro comparsa nella piccola Hopewell.
Nelle altre città l'avrebbero letto con interesse.
«Che facciamo, John?» ripeté Nest, con una sfumatura di disperazione
nella voce.
Ross zoppicò fino all'altro lato della cucina aiutandosi con il bastone e si
appoggiò con la schiena all'acquaio, incrociando le braccia sul petto e
stringendo con aria possessiva il bastone. Aveva la faccia stanca, ma negli
occhi uno sguardo feroce.
«C'è una cosa che non ti ho detto» esordì, dopo un momento di riflessione. «Non perché intendessi nasconderla o perché non mi fidassi, ma perché
non aveva niente a che vedere con te. Adesso invece ti riguarda. Ti ho detto che è stato un sogno a condurmi al Variante, ma non ti ho parlato del
sogno. In quel sogno c'era un Cavaliere del Verbo inchiodato a una croce.
Erano stati i demoni e gli ex uomini a crocifiggerlo. Era moribondo, e proprio prima di svegliarmi ho visto la sua faccia.»
Alzò la mano per interrompere la sua esclamazione di stupore. «A tutta
prima non capii se il Cavaliere crocefisso ero io o se dovevo semplicemente vedermi in lui. Speravo di venire a sapere la risposta dalla Signora,
quando mi ha convocato nel Galles due mesi fa. Non l'ho saputa, ma ho
saputo qualcosa di più interessante. Ho saputo che se fossi riuscito a proteggere il Variante nella sua ultima trasformazione, sarei stato liberato per
sempre dal servizio del Verbo.»
«John!» esclamò lei.
Ross annuì. «Lo so. Dieci anni fa ho lottato con tutte le mie forze per ottenere la libertà, e non mi è stata data. Adesso mi viene offerta senza bisogno di chiederla. Voglio essere libero, Nest, lo ammetto. Ho visto troppe
cose, vivendo nel presente e nel futuro. Sono stanco di morti, di caos e di
distruzioni, sono stanco di lottare per sopravvivere. Maledizione, sono
stanco e basta. Sono un Cavaliere del Verbo da venticinque anni, metà della mia vita. Non riesco neppure a ricordare il periodo precedente. Questa
mi sembra la sola esistenza che ho mai conosciuto. Sento il bisogno di
smettere, sento il bisogno di riposare.»
«Ma lo puoi già fare!» esclamò lei, d'impulso. «Hai fatto quello che ti
veniva chiesto. Da parecchi giorni il Variante non è più cambiato. Il suo
tempo è quasi scaduto, ma è ancora un bambino. Ha finito di cambiare,
no?»
«Forse. Ma forse no. Non ne sono certo. Non ha legato con te nel modo
che mi aspettavo. Mi sembra che stia ancora cercando qualcosa. Non so
cosa, ma il modo in cui ha risposto a te la notte scorsa, quando Wraith è
uscito, fa pensare che stia aspettando qualcosa che deve succedere. Potrebbe essere una sua nuova trasformazione.»
Nest rifletté per qualche istante. «D'accordo. Cosa facciamo, allora?»
«Aspettiamo che Findo Gask ci richiami e organizziamo lo scambio. Ci
incontriamo con lui. Troviamo la maniera di allontanare Harper dai demoni. Il tuo compito sarà quello di portarla via sana e salva. Il mio di fare il
possibile per salvare il Variante.»
Nest si avvicinò alla finestra e guardò fuori. Aveva ripreso a nevicare
forte, grossi fiocchi mulinavano nella luce proiettata dalla cucina, e sul terreno era già distesa una nuova coltre bianca. «Si aspetteranno qualcosa di
simile» osservò.
«Lo so.»
«Perderai il Variante. E anche la vita.»
«Può darsi.»
«In questo caso non avremo concluso niente.»
«Salveremo Harper.»
Nest rifletté ancora. Per lo scambio, Gask avrebbe scelto un posto favo-
revole ai demoni. Avrebbe nascosto i suoi compagni tutt'intorno alla zona.
Si sarebbe assicurato che lei e Ross non potessero attaccarlo di sorpresa.
Esaminò i possibili scenari e li trovò tutti cupi e disperati. Non riuscì a
immaginarne nemmeno uno con il lieto fine.
Poi le si affacciò alla mente un'altra considerazione, molto più preoccupante. Non ci sarebbe stato nessuno scambio. Non ce n'era alcun motivo.
Perché pensare che Findo Gask intendesse lasciarli vivere, se poteva eliminarli? Per un demone era perfettamente sensato non liberarli, ma ucciderli.
"Non sottovalutare Findo Gask!" si rammentò.
Doveva trovare il modo di anticipare le mosse del demone. Tanto per
cominciare, dov'era adesso? Dove nascondeva Harper e Little John? Se solo l'avesse saputo...
S'interruppe. Ma lei lo sapeva! L'aveva sempre saputo, pur senza rendersene conto. Sapeva benissimo dov'erano.
Il telefono squillò interrompendo il filo dei suoi pensieri. Andò all'apparecchio e sollevò il ricevitore. «Pronto?»
«Nest, sono Robert. Ho appena saputo di Bennett.» Pareva profondamente scosso. «Non ti so dire quanto mi dispiace.»
Nest si passò una mano sugli occhi in un gesto desolato. «Grazie, Robert.»
«Mi spiace che sia morta e mi spiace per tutte le cose che ho detto su di
lei. E su John Ross. Non dovevo dirti quel mucchio di stupidaggini. Mi
pento di averle dette, ma l'ho fatto, ed è troppo tardi per rimangiarmele. È
sempre stato il mio problema.»
«Non preoccuparti, Robert» lo rassicurò lei.
«So che da voi dev'essere un momento brutto, soprattutto per i piccoli.
Io e Amy pensavamo di invitarvi qui, per Natale. Tutti, compreso Ross.
Non siete obbligati a fermarvi per l'intero giorno, solo il tempo che volete.
Ai bambini farebbe bene giocare con altri bambini. E anche a voi farebbe
bene vedere un po' di gente.»
Nest non riuscì a dire nulla. Aveva la gola e il petto stretti dal dolore e
dalla disperazione che l'avevano colta all'improvviso. Riusciva solo a pensare che Little John e Harper erano in mano ai demoni e non poteva salvarli.
«Nest?» chiese Robert.
La giovane si sentì spezzare dentro come legno secco, ma poi i pezzi si
ricomposero, tenuti insieme da una determinazione ferrea. «Sei un bravo
ragazzo, Robert» gli disse piano. «Di' ad Amy che apprezzo moltissimo il
vostro invito. Ci devo pensare, ma le telefono domani mattina.»
Nest abbassò il ricevitore, fissò per qualche istante nel vuoto poi guardò
Ross. «Che ne pensi, John? Sono stufa di farmi comandare a bacchetta.
Perché perdere tempo ad aspettare Findo Gask e la sua telefonata? Andiamo a riprenderci i bambini subito.»
26
Le ci volle del bello e del buono per convincere Ross che la sua soluzione era la più ragionevole. Se si fossero lasciati imporre da Gask le condizioni dello scambio, il demone avrebbe tolto loro qualsiasi possibilità di
manovra. Avrebbe creato una situazione in cui non rimanesse loro alcuna
speranza di liberare Harper e Little John. A parte il fatto che il demone non
avrebbe effettuato lo scambio in nessun caso, neanche se gli avessero rivelato che aveva già con sé il Variante. Si sarebbe limitato a uccidere i bambini. Perciò, se volevano avere una possibilità di riuscita, dovevano agire
subito, mentre Gask li riteneva paralizzati e inermi. Dovevano attaccare i
demoni sul loro terreno.
Ross non era contrario a un attacco preventivo, anzi, l'idea lo attraeva.
Aveva adottato un atteggiamento fatalista per ciò che riguardava il suo futuro, e la sua unica preoccupazione erano i bambini. Continuava però a sostenere che la soluzione migliore consisteva nel lasciare Nest fuori dall'azione. Sarebbe andato da solo, avrebbe affrontato Gask e liberato i bambini, se possibile. Se qualcuno doveva sacrificarsi, quel qualcuno era lui.
«John, non puoi farcela da solo» gli aveva fatto notare lei, ragionevolmente. «Non sai neppure come si arriva in quel posto, devo portarti io.
Dammi retta. Quando arriveremo, uno di noi dovrà distrarre i demoni mentre l'altro libera i bambini. Sarà già difficile in due, ma sarà impossibile se
agirai da solo.»
C'erano almeno quattro demoni, aveva continuato: Findo Gask, Penny,
l'Ur'droch e un gigantesco albino chiamato Twitch. Erano troppi, per lui,
non poteva affrontarli da solo.
«Io sono interessata quanto te in questa cosa» aveva continuato. «Harper
è stata affidata a me da Bennett. E Little John? Ha chiesto di me, ti ha fatto
tornare qui, e la scorsa notte mi ha chiamata "mamma", come se potessi
dargli quello che gli occorre. Non posso ignorarlo. Non posso fingere che
non sia successo o che non significhi niente, e da parte tua è sbagliato
chiedermelo.»
«Tu non sei attrezzata per questo genere di cose, Nest» aveva insistito
Ross, con animosità. «Non hai gli strumenti. La sola vera arma che possiedi è quella che non vuoi usare. Cosa succederebbe se dovessi chiamare
Wraith in tua difesa? E se lui non dovesse venire? I demoni ti ucciderebbero in un attimo. Io ho la magia per difendermi, ma non credo che
possa difenderci entrambi.»
Il Cavaliere del Verbo aveva scosso la testa. «Inoltre» aveva continuato
«non sei tu a dover proteggere il Variante. È stato chiesto a me. Questa lotta non ti riguarda.»
Nest gli aveva sorriso. «Mi riguarda dal giorno in cui Findo Gask si è
presentato a casa mia per dirmi quello che mi sarebbe successo se ti avessi
ospitato. Non penso di avere avuto scelta.»
Alla fine, Ross aveva accettato. Sarebbero andati insieme, ma si era fatto
promettere che, una volta ripresi i bambini, lei sarebbe andata via e non avrebbe corso alcun pericolo che non fosse assolutamente necessario.
"Come se fosse possibile" avrebbe voluto dire Nest, ma si era dichiarata
d'accordo con lui.
I bambini, gli spiegò, erano in una vecchia casa della Terza Strada Ovest, vicino all'impianto della MidCon Steel. Lei c'era andata con il gruppo
della sua chiesa, la sera che Ross era arrivato a Hopewell.
Con tutto quello che era successo da allora, si era dimenticata dell'incidente di Twitch e Alien Kruppert. Aveva avuto la sensazione che ci fosse
qualcosa di sospetto in quella casa e nei suoi strani abitanti, ma non ci aveva più pensato dopo che il Cavaliere del Verbo era comparso con il Variante. Solo ora si rammentò di altri particolari, come l'ammissione da parte di Bennett che Penny era la nipote di Findo Gask.
«Se questa parentela è vera» spiegò a Ross «allora abitano tutti in quella
casa della Terza Strada Ovest. E avranno portato là i bambini. Gask non
c'era, la sera che ci siamo andati, o se c'era non si è fatto vedere. Penso che
volesse mettermi alla prova, John, controllare la mia forza e la facilità con
cui mi spaventavo. Ma per tutto il tempo della nostra permanenza è stato
attento a non farsi vedere da me. Dev'essere convinto che non sappiamo
del suo collegamento con quella casa.»
«Può darsi» ammise Ross, a malincuore. «Ma anche se tu avessi ragione,
non possiamo pensare di arrivarci senza ostacoli. Se a te è venuto in mente
di convincere Pick a stendere sulla tua casa una rete d'allarme, anche a
Gask sarà venuto in mente di fare qualcosa di simile.»
Nest dovette ammettere che aveva ragione. Come superare le misure di
sicurezza del demone? E come scoprire dov'erano nascosti i bambini? Se
non fosse riuscita a trovarli prima che i demoni si accorgessero della sua
presenza, i bambini erano spacciati. Neanche l'attacco diversivo messo in
atto da Ross sarebbe riuscito a salvarli. Almeno uno dei demoni sarebbe
arrivato prima di loro.
Fuori continuava a nevicare forte e gli spazzaneve avevano cominciato a
pulire le strade vicine; lo stridore delle lame di metallo sull'asfalto si levava distintamente nel silenzio ovattato della nevicata. Pick poteva fornire la
soluzione a quei problemi, con la sua conoscenza della magia, ma era poco
probabile che riuscisse a trovarlo in una notte come quella. Il Silvano era
in grado di comunicare con lei anche a grandi distanze, ma Nest non aveva
modo di chiamarlo. Quando lei glielo chiese, Ross ammise di non avere
alcun sistema per superare una rete d'allarme dei demoni. Da come si presentava la situazione, ogni tentativo di entrare nella casa della Terza Strada
Ovest si preannunciava come un fallimento.
Nest sentiva che il tempo e le probabilità di successo le sfuggivano tra le
dita. Erano già quasi le otto. Avevano poco più di quattro ore. Il tempo
peggiorava, le strade sarebbero presto divenute inagibili e il tragitto fino
alla casa dei demoni sarebbe stato difficoltoso.
Occhio di Falco era uscito dal suo nascondiglio e si era steso sul divano
del soggiorno. Aveva ancora il pelo ritto e l'espressione furiosa. Nest lo osservò dalla cucina, pensando che doveva avere avuto un incontro ravvicinato con l'Ur'droch, quando il mostro aveva portato via i bambini. Era fortunato a essere ancora vivo.
All'improvviso le venne un'idea, ma era così stravagante che in un primo
momento rifiutò di prenderla in considerazione. In realtà era più che stravagante, era una cosa che non avrebbe voluto fare. In qualsiasi altra circostanza l'avrebbe scartata subito, ma quando si è disperati si scelgono strade
che in condizioni normali si eviterebbero.
«John, esco un attimo» disse e aggiunse, prima di pentirsi e cambiare idea: «Voglio fare una prova. Una cosa che forse ci può essere utile. Aspettami qui».
S'infilò il parka pesante, la sciarpa, i guanti e gli stivali, e tirò tutte le
lampo per proteggersi dal freddo. Sentì che Ross diceva qualcosa, ma non
riuscì a distinguere le parole. Non appena le parve di essere sufficientemente protetta, uscì dalla porta posteriore.
Faceva freddo e nevicava, ma non c'era vento e l'aria non era tagliente
come la sera prima. Raggiunse la siepe divisoria ed entrò nel parco. Nelle
case vicine, le luci erano accese, ma ad attirare la sua attenzione furono gli
occhi dei Divoratori raccolti attorno a lei. Ce n'erano decine, che scivolavano nelle ombre, apparivano e svanivano in mezzo alla neve. Erano venuti per assaggiare la magia che si stava per scatenare, in qualche modo tutti
loro avevano sentito quello che Nest intendeva fare.
Il suo piano era semplice, anche se le ripugnava. Intendeva liberare
Wraith e mandarlo nel parco in cerca di Pick. Se l'avesse fatto lei sarebbe
stata una perdita di tempo, perché la sua presenza non era sufficiente a richiamare il Silvano. Inoltre, le sarebbe occorso tempo, e non ne aveva.
Wraith, invece, era una creatura magica, e la presenza della sua magia nel
parco avrebbe fatto accorrere il Silvano.
Il problema, naturalmente, risiedeva nel fatto che avrebbe dovuto liberare Wraith, cosa che avrebbe preferito non fare perché non sapeva se sarebbe stata in grado di tenerlo sotto controllo, una volta che l'avesse liberato,
né se, una volta libero, sarebbe riuscita a riportarlo dentro di sé. Inoltre non
sapeva quanta energia avrebbe speso nell'evocare Wraith, e nelle prossime
ore quell'energia le sarebbe stata necessaria per sopravvivere.
Tuttavia senza l'aiuto di Pick non avrebbe potuto superare le difese di
Gask né trovare i bambini. Senza Pick, non avrebbe avuto possibilità di
successo.
Era un rischio, si ripeté, ma valeva la pena di correrlo.
Trovò un punto buio in mezzo a una piccola macchia di alberi spogli e
arbusti, presso l'angolo più lontano del cortile dei Peterson, e si mise comoda. I Divoratori ormai la circondavano, ma non se ne preoccupò. Non
costituivano una minaccia finché lei avesse conservato la calma.
Chiuse gli occhi e cercò Wraith dentro di sé. Era la prima volta che lo
faceva consapevolmente. Non sapeva come comportarsi, perciò era costretta ad andare a tentoni. Non c'erano vie da seguire, e non c'erano la
rabbia e la paura a destare il lupo fantasma. Nest continuò a cercare dentro
di sé, ma non ottenne risultato: trovò solo il silenzio.
Allora aprì gli occhi e aggrottò la fronte. Non funzionava.
Per un attimo fu tentata di rinunciare, ma era ostinata per natura e curiosa, e non capiva perché non trovava il lupo. Doveva esserci qualche traccia
della sua presenza. Perché le sfuggiva?
Si pulì la fronte dai fiocchi di neve che vi si erano posati e provò di nuovo. Questa volta, però, cercò una cosa che sapeva di trovare: la sua magia,
quella che possedeva fin dalla nascita. La trovò subito e la destò con la si-
curezza nata dall'abitudine. Un familiare calore le si diffuse sulla pelle, un
brivido che sembrava una leggera scossa elettrica.
Come si aspettava, l'evocazione della sua magia fece comparire anche
Wraith. Lo sentì esplodere dentro di sé, un colpo che la fece barcollare. In
un attimo il lupo fantasma si fece sentire dentro di lei, brutale e possente,
pronto a combattere contro ciò che la minacciava. Lei percepì gli istinti feroci e il desiderio di lottare di lui scorrerle nelle vene come sangue fresco.
Uscì da lei senza che gliel'avesse chiesto e anche se non c'era nessuna
minaccia. In un attimo i peggiori timori di Nest vennero confermati: non
era in grado di controllarlo, lei era solo il recipiente che lo conteneva, ma
non aveva potere sopra di lui. Lo capì d'istinto, visceralmente, e quella certezza la lasciò nel dubbio e nella confusione. Desiderava la sua presenza e
la sua protezione, ma non voleva la responsabilità di quanto lui faceva. Il
suo desiderio immediato era che si allontanasse per sempre da lei, ma il bisogno di aiuto era ancora superiore.
I Divoratori sparirono in un sussurro, i loro occhi grandi come lanterne
vennero assorbiti dalla notte.
Wraith cominciò a correre. Con uno scatto, si lanciò nel parco: una forma scura che correva sulla neve fresca, il lungo corpo teso. Non era stata
Nest a chiederglielo, non era stata lei a dargli l'ordine, ma il lupo fantasma
pareva sapere quello che voleva da lui. E una parte di Nest prese a correre
con Wraith, a sentire quello che sentiva lui, a vedere attraverso i suoi occhi. Era intrappolata nel suo corpo di lupo, e con lui passava accanto ai
tronchi scuri, saliva sulle collinette e scendeva lungo gli avvallamenti. Non
sentiva il freddo e la neve, perché Wraith era fatto di magia, era energia
pura, e gli elementi naturali non avrebbero mai potuto colpirlo. Nest ne
sentiva la forza bruta e il coraggio, sentiva la sua furia ardere sotto la propria pelle. Ma soprattutto sentiva la magia di suo padre, rovente e capace
di tutto, non appesantita da codici morali e dalla ragione, e tenuta insieme
dallo scopo per cui Wraith era stato creato quando lei era bambina: proteggerla, difenderla dalla magia pericolosa, portarla senza rischi alla maturità
e, infine, consegnarla a lui. Col passare del tempo le cose erano cambiate:
suo padre era morto, lei era cresciuta e non dipendeva da nessuno, ma
Wraith era rimasto con lei.
Il lupo fantasma continuò a correre sui campi coperti di neve e in mezzo
agli alberi, protendendo il muso tigrato feroce e spettrale. Nel parco non
c'era nessuno che potesse vederlo, ed era meglio così. Da un simile incontro potevano nascere solo incubi. Nest era confusa da una nebbia di emo-
zioni che non sapeva né definire né analizzare, emozioni nate dalla libertà
del lupo fantasma e dalla sua forza, che divennero più intense via via che si
addentravano nella parte più fitta del bosco.
Wraith aumentò l'andatura, immergendosi ancor più nella notte.
Poi, all'improvviso, la giovane sentì qualcosa spezzarsi dentro di lei, nel
punto in cui lei e Wraith erano legati. Rimase senza fiato per lo shock, e
per un lungo e doloroso momento ebbe l'impressione di precipitare nelle
tenebre.
Quando tornò a vedere, era di nuovo nel proprio corpo, nell'angolino
dietro il cortile dei Peterson. I Divoratori erano scappati. La neve le cadeva
sulla faccia, gelida e umida, e il parco le si stendeva dinanzi, vuoto e silenzioso.
Comprese in un istante cos'era successo e rimase stordita. Non vedeva
più con gli occhi di Wraith, non era più collegata a lui.
Il lupo fantasma si era liberato.
Larry Spence entrò nel viale d'accesso della vecchia villa vittoriana sulla
Terza Strada Ovest e spense il motore. Nel silenzio che seguì, cercò di riflettere, di decidere come affrontare la situazione, ma era difficile: la testa
gli pulsava e aveva un continuo ronzio nelle orecchie. Non sapeva da
quanto tempo aveva mal di testa e sentiva il ronzio, non ricordava quando
erano iniziati, ora però lo assalivano senza dargli tregua e non gli permettevano di concentrarsi.
All'improvviso, tutto era diventato così difficile!
Sapeva di avere commesso un errore per ciò che riguardava i bambini.
Sapeva di avere messo a rischio la sua carriera, quando aveva consentito a
Robinson di portarli via dalla casa di Nest. Il modo in cui aveva tradito
Nest gli era quasi insopportabile. Non aveva importanza il fatto che Larry
credesse, in quel momento, di fare la cosa giusta; si era lasciato ingannare
e manipolare. Era infuriato per l'accaduto, ma anche stranamente impotente ad agire... Doveva fare qualcosa, ma perfino adesso, con l'auto parcheggiata davanti alla casa di Robinson, non sapeva cosa fare.
Esalò tutto il fiato. Sentiva una grande stanchezza. Come minimo, doveva riprendere i bambini. Qualunque cosa succedesse, non poteva andarsene
senza di loro. Non sapeva bene cosa stava succedendo, ma capiva che avrebbe fatto meglio a cacciare Robinson fin dal giorno che era andato a casa sua. Ora che ci ripensava, non capiva perché non l'aveva fatto.
Il mal di testa gli pulsava nelle tempie, il ronzio nelle orecchie lo assor-
dava. Provò a serrare le palpebre. Si augurava che quella faccenda finisse
presto.
Respirò a fondo e scese dall'auto. Si avviò sulla neve, verso il portico
d'ingresso, salì i gradini e bussò alla porta. Nella casa non si udiva il minimo rumore. C'erano delle luci, ma nessun movimento dietro le tendine.
Quel quartiere di abitazioni un tempo ricche sembrava un cimitero. Le
strade, da quando era iniziata la bufera di neve, erano deserte.
"Farò presto" si ripromise. "Porterò via i bambini e mi libererò di questa
gente."
La porta si aprì e l'uomo che diceva di chiamarsi Robinson lo guardò
sorridendo. «Venga avanti, vicesceriffo.» Si fece da parte per lasciarlo passare.
"Attento, ora"- si disse Larry Spence. "Resta calmo."
Entrò e si guardò attorno con diffidenza. Si trovava in un ampio ingresso. Su un lato c'era una scala che portava al piano superiore, non illuminato. Sull'altro lato c'era una porta chiusa. Di fronte a lui c'era il soggiorno illuminato, originale con quei mobili inizio secolo e con la carta da parati
sbiadita, un campo di fiori gialli, che cominciava a staccarsi in alto e vicino ai battiscopa.
«Si tolga il cappotto, vicesceriffo» lo invitò Robinson. Da come lo disse,
sembrava un ordine. «Si sieda un momento.»
«Non penso di fermarmi molto.» Larry guardò Robinson, poi di nuovo il
soggiorno, dove Penny sedeva sul divano, accanto a un albino gigantesco,
dalla testa calva; guardavano la televisione. Penny lo vide e lo salutò con
la mano. Spence le rivolse un cenno, senza sorridere.
«Dove sono i bambini, signor Robinson?» chiese. La testa gli pulsava
ancora più dolorosamente di prima, il ronzio era così insistente da impedirgli di pensare.
«Sono sotto, che giocano.» L'uomo lo guardava con attenzione.
«Vorrei che li facesse salire, per favore.»
«Be', le cose sono un po' cambiate» disse Robinson, in tono di scusa.
«Le devo chiedere ancora un favore.»
«Mi pare di avergliene già fatti abbastanza.»
Robinson gli sorrise di nuovo. «Non chiedo molto. Solo che lei venga a
fare un breve viaggio con noi, tra poco. Possono venire anche i bambini.
Dopo lei potrà portarseli via.»
Larry Spence ebbe l'impressione che ci fosse qualcosa di strano in quella
richiesta, gli parve di cogliere un atteggiamento diverso, e temette che le
cose sarebbero andate diversamente da come sperato. Era vicesceriffo da
quindici anni e si fidava del proprio istinto. Doveva far valere subito la sua
autorità su quella gente, senza correre rischi.
«Ho eseguito alcuni controlli» disse, per forzare la mano all'altro. «Ho
telefonato all'FBI di Chicago e ho chiesto di lei. Non hanno mai sentito il
suo nome. Non sanno nulla di un'operazione antidroga in questa zona.»
Robinson si strinse nelle spalle. «Non sanno della nostra presenza. Noi
dipendiamo da Washington. Che problema c'è, vicesceriffo?»
«Quello è uno dei suoi agenti?» chiese Larry, cercando di mantenere la
calma, e indicò l'albino sul divano.
Robinson guardò in quella direzione e poi tornò a fissare Spence. «Sì,
della polizia di Stato...»
Larry estrasse la .45 e la puntò contro lo stomaco di Robinson. «Non si
muova» gli disse. «Tenga le mani dove posso vederle.» Con l'altra mano
tastò le tasche dell'uomo, poi fece un passo indietro. «Ho controllato anche
a Washington. Nessuno la conosce nemmeno là.»
L'uomo che si faceva chiamare Robinson non fece alcun commento.
«Chi è lei?» insistette Larry.
L'altro si strinse nelle spalle. «Non ha importanza.»
Penny si girò verso di loro. Quando vide che Larry impugnava la pistola,
fece per alzarsi.
«Stia seduta!» le ordinò Larry, secco. La donna esitò per un attimo, poi
fece come le diceva, ma si mise a sorridere. «Che succede qui dentro?»
chiese Larry, senza rivolgersi a nessuno in particolare.
Robinson sorrise. «Lo giudichi lei, vicesceriffo. Mi sembra così sveglio.»
«La vostra presenza non ha niente a che fare con gli stupefacenti, vero?»
Robinson sporse le labbra. «No, vicesceriffo, non c'entra niente. Ma ha a
che fare con le dipendenze. Io sono uno specialista in dipendenze, sa? Le
dipendenze che colpiscono la razza umana. Ce ne sono centinaia. Migliaia.
Gli esseri umani cadono schiavi delle loro dipendenze e io ho scoperto che
basta individuare la natura delle dipendenze che li dominano per influenzare le loro azioni.»
Inarcò un sopracciglio e fissò Spence. «Prenda il suo caso, per esempio.
Ho saputo quasi subito che se avessi voluto qualcosa da lei mi sarebbe bastato collegare la mia richiesta alla sua evidente infatuazione per la signorina Freemark. Lei è cieco a ogni logica, quando si tratta di quella donna.
Una sciocchezza, in realtà, poiché la donna in oggetto non le attribuisce il
valore di un soldo bucato. Però lei la vede come sua futura moglie e madre
dei suoi figli, ed è disposto a tutto per raggiungere tale meta.»
Larry arrossì di collera. «Ma quella non è una dipendenza da droghe.
Che diavolo dice?»
«Ci sono droghe di tutti i tipi» continuò Robinson, tranquillissimo «e chi
ne è affetto pensa sempre che si tratti di qualcosa di diverso. Le droghe
dell'umanità sono tutte quelle cose che tolgono la volontà, signor vicesceriffo, che portano a una dipendenza. Ci illudono facendoci credere di avere
il controllo delle nostre azioni, in realtà ce lo tolgono. La sua è una piccola
dipendenza, ma profondamente radicata e ha finito per dominarla. Per questo lei mi è stato così utile. Io le ho dato l'illusione di saper dominare il suo
bisogno di essere approvato dalla signorina Freemark, e lei era pronto a
camminare sui carboni ardenti.»
Il mal di testa e il ronzio avevano assalito Larry Spence con tale ferocia
da non permettergli di capire bene le parole di Robinson. «Faccia venire
qui i bambini, subito!» ordinò, infuriato.
«No» rispose con calma Robinson.
Larry Spence lo fissò a bocca aperta. Cosa credeva, quell'uomo? Che
non avrebbe sparato, che non avrebbe usato la pistola se avesse cercato di
fermarlo? Pensava che la situazione gli fosse sfuggita di mano? Che non
fosse capace di fare quello che era necessario solo perché nei giorni precedenti si era lasciato abbindolare?
Poi fissò Robinson negli occhi e vide la verità: la pistola non aveva alcuna importanza, e neppure il distintivo della polizia, o il peso della legge,
o lo stesso Larry. Niente di tutto questo aveva importanza. Quegli occhi
erano morti a tutto ciò da moltissimo tempo.
Larry Spence sentì caldo e freddo contemporaneamente, e all'improvviso
capì di desiderare una sola cosa: andarsene di lì quanto prima. Ma sapeva
che ormai era troppo tardi, che non poteva andarsene, che era intrappolato
in quella casa come se fosse Robinson a puntare la pistola contro di lui.
«Oh, mio Dio» mormorò.
La sua mano sembrava paralizzata. Terrorizzato, cercò di tirare il grilletto, ma le sue dita si rifiutarono di muoversi. Robinson fece un passo avanti, gli tolse la pistola e la infilò di nuovo nella fondina. Larry non poté fare
nulla per opporsi. Nulla. Era paralizzato dalle pulsazioni del sangue nella
testa, dal ronzio nelle orecchie, e dalla gelida certezza di essere totalmente
inerme. Adesso era davanti a Robinson a mani vuote e aveva consumato
tutte le risorse a sua disposizione. Avrebbe voluto gridare, ma non poteva.
Gli spuntarono le lacrime e cominciò a piangere, le grosse spalle scosse
dai singhiozzi.
«Per favore...» implorò, incapace di trattenersi. «Per favore...»
Robinson sorrise, ma senza alcun calore.
Intorno a lei regnava il silenzio.
Nest era come pietrificata, nella gelida oscurità, ai margini del Sinnissippi Park. La sua mente sconvolta cercava di capire quello che era successo. L'enormità dell'accaduto minacciava di schiacciarla. Aveva perso
Wraith! Chissà come, chissà perché, l'aveva perso. Non aveva voluto perderlo, non aveva mai sospettato che fosse possibile. Il lupo fantasma era
uscito pochissime volte da lei, vero, ma non c'era mai stato alcun indizio
che intendesse liberarsi. Adesso si sentiva vuota e abbandonata in un modo
che non avrebbe mai immaginato. La sua speranza di salvare i bambini veniva spazzata via come la neve che le turbinava intorno.
"Che cosa ho fatto?" si chiese.
Per alcuni minuti continuò a chiederselo, incapace di muoversi. Cercò di
decidere cosa fare. Non poteva rientrare in casa, doveva trovare Wraith e
riportarlo sotto il suo controllo. Guardò l'enorme distesa del parco e capì
che era un compito disperato. Wraith era molto più veloce di lei e non si
sarebbe mai fatto trovare, se non l'avesse voluto. Non aveva neppure bisogno di fuggire, bastava che scomparisse, come faceva quando era piccola.
Poteva svanire come il calore dell'estate, e lei non aveva modo di riportarlo
indietro.
La disperazione le dava le vertigini, le pareva di impazzire. Riuscì a non
perdere la testa facendo appello a tutta la sua forza di volontà. Non poteva
cedere le armi di fronte a ciò che provava. Se l'avesse fatto, la partita sarebbe stata persa in partenza.
Poi un'ombra passò su di lei: un'ombra uscita dalle tenebre che si librava
elegante e silenziosa in mezzo alla neve che cadeva, prendendo corpo sullo
sfondo dei rami spogli e dei tronchi. Nest riconobbe Jonathan, con le grandi ali spiegate, e sul suo dorso scorse Pick. Aggrappandosi alla lieve speranza che le dava la presenza del Silvano, Nest uscì dall'ombra. Jonathan la
oltrepassò, poi cambiò direzione e ripassò su di lei, questa volta vicinissimo, e Pick le saltò sulla spalla.
«Cribbio, che ci fai fuori con questo tempo?» la redarguì. Ma c'era anche
un sottofondo di preoccupazione nella sua voce; aveva capito che era successo qualcosa.
«Oh, Pick, mi è andato tutto storto!» si lamentò, sollevando le mani
guantate in modo che lui potesse saltarvi sopra.
Pick saltò brontolando: «Ne avevo l'impressione, quando ho sentito uno
squilibrio nella magia del parco e ho visto Wraith, che correva nel bosco
come un indemoniato. Cosa che è, in un certo senso, vera!».
Lei lo guardò stupita. «Hai visto Wraith? Dov'è? Perché non è qui?»
«Ti vuoi calmare?» ribatté Pick, alzando le mani in un gesto difensivo.
«Da quando in qua mi devo occupare anche di Wraith? È il tuo cagnolino,
no?
«Mi è sfuggito!» esclamò Nest. «L'ho mandato nel parco a cercarti, e lui
è scappato. Perché l'ha fatto? Adesso se n'è andato, e io non so come farlo
tornare!»
Parlava come una bambina, ma non riusciva a evitarlo. Pick, comunque,
non diede peso alla cosa. Allontanò dalla faccia un fiocco di neve. «Ti dispiacerebbe metterti al riparo?» disse. «O è chiedere troppo?»
Nest tornò nel rifugio tra gli alberi e i cespugli, dove i rami e i tronchi li
riparavano un po' dalla neve. Nell'ombra comparvero i primi occhi dei Divoratori.
«Comincia dall'inizio» le ordinò il Silvano «e vediamo se riusciamo a
trovare un po' di logica in quello che mi racconti!»
Nest gli riferì tutto quello che era successo dal momento in cui si era
presentato Larry Spencer il varco aperto nella rete d'allarme, la scomparsa
dei bambini, la telefonata di Findo Gask, il tentativo di mandare Wraith nel
bosco a cercare lui, Pick. Gli disse che intendevano provare a riprendere i
bambini dalla vecchia casa nella Terza Strada Ovest e che speravano di
sorprendere i demoni.
Terminò: «Però mi occorre qualcuno che accerti se hanno messo sistemi
d'allarme. E mi occorre qualcuno che scopra anche dove sono nascosti i
bambini. Ho bisogno di te, Pick».
Il Silvano rimase stranamente silenzioso, dopo la sua supplica. Sedeva
nella coppa formata dalle mani di lei, mormorava qualcosa di incomprensibile e si mordicchiava un ciuffo della barba di muschio. Nest non fece
commenti; non aveva altri argomenti per convincerlo.
«Peccato che quel tizio abbia aperto la finestra» disse infine Pick. «Comunque, se Gask voleva tanto quei bambini, in un modo o nell'altro avrebbe finito per averli. È quello che ha cercato di fare la notte scorsa. Non
penso che la rete d'allarme l'avrebbe fermato.»
Nest annuì in silenzio.
«Demoni» mormorò Pick.
Nest continuò ad aspettare.
«A me non piace allontanarmi dal parco» dichiarò Pick. Vedendo che
Nest stava per parlare, alzò le mani. «Non che non lo faccia di tanto in tanto, quando ce n'è bisogno.» Scosse la testa. «E non mi piace entrare nelle
case che non conosco. Sei proprio sicura di non volere lasciar perdere? Sarebbe meglio, per te. Quattro demoni sono tanti, anche se c'è un Cavaliere
del Verbo ad aiutarti. Ti conosco e so che sei ostinata, ma non puoi combattere tutte le battaglie. Non puoi salvare il mondo intero.»
«Pick» gli disse sottovoce, chinandosi su di lui fino a fissarlo negli occhi
grossi come due capocchie di spillo. «Non posso spiegare con precisione
perché, ma lo devo fare. Lo sento come tu senti una incrinatura nell'equilibrio della magia. So che è la cosa giusta. Harper è rimasta sola, e in Little
John c'è qualcosa che mi riguarda.»
Il Silvano sbuffò.
«È importante per me, Pick. Devo andare a salvare quei bambini. Con o
senza il tuo aiuto, io devo andare.»
«E quando mai hai fatto qualcosa che riguarda i demoni e la magia senza
il mio aiuto?» le chiese, esasperato. «Ascolta, facciamo così. Io esaminerò
il terreno, i muri, le porte e le finestre alla ricerca di trappole ed entrerò a
cercare i bambini. Ma quando avrò finito, se ti dirò che non si può fare, la
cosa finirà lì. Va bene?»
«D'accordo» rispose lei.
Poi il Silvano sbuffò. «E adesso dimmi: cos'è quella sciocchezza che hai
perso Wraith? Non puoi perdere una magia, una volta che ti è stata data.
Non se ne va via da sola. Devi consumarla tutta, oppure passarla ad altri, o
liberarla o gettarla via. Hai fatto una di queste cose?»
Nest scosse la testa. «Non credo. Non ho fatto niente. L'ho solo mandato
a cercarti, poi c'è stato come uno strappo dentro di me, la sensazione di
qualcosa che si era sciolto, e non ho più sentito la sua presenza.»
Pick si strinse nelle spalle. «Be', di questo non so cosa dirti, ma so che
Wraith è lì dietro, e ti guarda.»
Nest si voltò di scatto a guardare nel punto da lui indicato. Ed effettivamente Wraith era là, al riparo degli alberi, nel cortile dei Peterson, immobile come una statua, gli occhi fìssi su di lei. Nest lo guardò incredula. Che
ci faceva, là?
«Pick?» chiese, piano.
«Lo so, lo so» rispose lui, dimenandosi sulle sue mani. «Si tiene lontano
da te, per qualche motivo. Sei sicura di non avergli fatto niente?»
«Cosa devo fare?» si lamentò lei.
«Non lo so! Chiamalo! Guarda cosa fa!»
Nest fece come le aveva suggerito e lo chiamò per nome, prima piano,
poi più forte. Ma Wraith non si mosse. La neve continuava a posarsi sul
suo mantello ispido. Tutt'intorno, la gelida notte taceva.
«Forse non ha ancora voglia di rientrare dentro di te» azzardò il Silvano.
Cambiò posizione nelle sue mani, un mucchietto di stecchi. «Forse vuole
starsene un po' per conto suo.»
«Per me va bene» si affrettò a commentare lei, frustrata e confusa. «Non
sono mai stata del tutto a mio agio, pensando che abitava dentro di me.»
Pick la fissò. «Forse se n'è accorto.»
«Che non voglio riaverlo dentro di me?»
«Può darsi. A me l'hai detto chiaramente. Forse l'hai fatto capire chiaramente anche a lui.»
Nest scosse la testa, perplessa. «Ma allora, perché non se n'è andato...»
All'improvviso capì. La rivelazione era stupefacente. Wraith era rimasto
non perché lo voleva, ma perché lei non lo lasciava andare via. Viveva
dentro di lei perché era lei a trattenerlo. Forse all'inizio, quando era bambina, non era così. Forse allora il lupo fantasma era libero di rispondere alle
sue necessità, che erano genuine e importanti. Ma a un certo punto il loro
rapporto era cambiato. Almeno inconsciamente, lei aveva deciso di non
poter rinunciare a lui. Non si era resa conto della catena che aveva forgiato
per tenerlo con sé. Aveva pensato che fosse sparito. Solo quando il lupo
fantasma si era rivelato a Seattle, dieci anni prima, lei aveva saputo che
c'era ancora.
Rimase così sbalordita dalla scoperta che a tutta prima pensò di essersi
sbagliata. Aveva talmente desiderato staccarsi da Wraith che ora stentava a
credere di averlo tenuto prigioniero dentro di sé senza rendersene conto.
Ma la sua magia era soltanto sua: gliel'avevano data il padre e la nonna.
Pick aveva detto che la magia non se ne va via di propria iniziativa. Wraith
era suo, e lei, sapendo di averne bisogno, si era convinta che doveva tenerselo stretto, per sempre.
Ora lo guardò in modo diverso, alla luce della verità. «Sono stata io»
disse a Pick.
«Di cosa parli?» le domandò il Silvano.
«Non capisci? Ero io a non volerlo lasciare. Anche se non me n'ero mai
resa conto, non volevo che si staccasse da me, perciò me lo sono tenuto
dentro. Non ho deciso che diventasse parte di me, però ho fatto in modo
che ciò accadesse. Pensavo che fosse stato lui a decidere, e invece sono
stata io.»
Pick si accarezzò la barba. «Non mi sembra che il discorso abbia molto
senso. Da anni ti lamenti perché è dentro di te. Lui l'ha sempre saputo, ma
non ha mai reagito. Adesso, invece, non vuole più rientrare. Se prima non
si è mai voluto staccare, perché lo fa proprio adesso? Cos'è cambiato tra
voi?»
Nest tornò a guardare Wraith, il suo muso di tigre, gli occhi brillanti che
parevano vedere cose a lei invisibili. «Il Variante» sussurrò.
«Come?» chiese Pick, confuso. «Spiegati!»
«Il Variante» ripeté lei. «Ecco cosa c'è di diverso.»
Cominciava a intravedere la verità che cercava da quando Ross e Little
John erano comparsi, tre giorni prima. Una presenza indistinta le sfrecciò
nella mente e scomparve. Le parlò in un sussurro di Little John, le spiegò
perché il Variante aveva preso la forma di un bambino, aveva pronunciato
il suo nome ed era venuto a cercarla, e l'aveva chiamata "mamma". Il sussurro parlò di una rivelazione che aspettava di essere svelata: le bastava
credere.
Le tornarono in mente le donne Freemark, la magia che passava da una
generazione all'altra. Pensò alla nonna, e al sacrificio che aveva fatto a favore di lei, tanti anni prima.
Quando parlò, la sua voce era lontana, perplessa. «Pick, se dovessi dare
la libertà a Wraith, lo perderei? Perderei la sua magia?»
Pick rifletté a lungo. «Non lo so» disse infine. «È possibile.»
Lei annuì lentamente. «Devo rischiare. Gli lascerò fare quello che vuole.
Non lo riprenderò dentro di me.» Respirò a fondo e girò le spalle al lupo
fantasma. Non c'era bisogno di parole, Wraith avrebbe saputo.
«Chiama Jonathan» disse a Pick. «Vola alla casa sulla Terza Strada Ovest e comincia a controllare. Sta' attento. Io vado a prendere John e ti raggiungo.»
Pick brontolò qualcosa tra sé, poi fischiò. Il gufo uscì dagli alberi e volò
accanto a Nest, che aveva proteso la mano. Pick saltò sul dorso del rapace
e i due si allontanarono nella notte.
Nest li guardò scomparire nella nevicata, dando sempre la schiena al lupo fantasma. Quando il gufo fu scomparso, si voltò a controllare se Wraith
c'era ancora. Non lo vide: il grosso lupo era sparito. Fissò il punto dove si
trovava, poi si guardò attorno, ma non c'era traccia di lui.
«Buona caccia, Wraith» mormorò.
Poi tornò in casa di corsa, da John Ross.
27
Percorsero le strade semideserte di Hopewell, Nest al volante e Ross accanto a lei. Nessuno dei due parlò. La neve continuava a cadere fitta: una
cortina di soffici, grossi fiocchi. Ogni cosa era coperta di bianco. Le strade
principali erano state sgombrate dagli spazzaneve, ma le strade laterali erano pressoché intatte. Lì la neve si depositava sui marciapiedi e sull'asfalto in un soffice strato compatto, e i tetti metallici delle auto parcheggiate si
alzavano sul resto del paesaggio come schiene di animali addormentati. La
luce dei lampioni faceva luccicare i candidi fiocchi che ne attraversavano
gli aloni. Dappertutto regnava un profondo, avvolgente silenzio.
Mentre guidava in un paesaggio simile a quello dei globi di vetro che, a
girarli, si riempiono di neve, Nest era assillata dai dubbi. Non riusciva a
immaginare come avrebbe fatto, senza Wraith ad aiutarla. Entrare nella tana dei demoni, trovare i bambini e portarli via senza disporre della magia
di Wraith: cercava di non pensare troppo all'enormità del compito che la
attendeva. Era convinta che la separazione da Wraith fosse necessaria per
scoprire il segreto del Variante, ma si trattava di una convinzione sostenuta
solo dall'istinto, sottile come un foglio di carta. Non ne aveva parlato a
Ross. Non gli aveva detto di avere liberato il lupo fantasma. Se l'avesse
saputo, il Cavaliere del Verbo non le avrebbe permesso di accompagnarlo.
Gli aveva detto solo quello che le era parso necessario: che Pick era andato
in avanscoperta a cercare una falla nelle difese dei demoni. Del resto si
doveva preoccupare soltanto lei, non era il caso di gravare Ross anche di
quel peso.
Quando raggiunsero l'intersezione tra la Quarta Strada Ovest e l'Avenue
G, lasciarono la macchina in un parcheggio a due isolati di distanza dalla
casa vittoriana, in un punto non visibile dall'edificio. Di lì proseguirono
lungo stradine secondarie finché non giunsero in vista dell'antica costruzione. La Terza Strada Ovest era stata sgombrata dalla neve, ma era priva
di traffico, e le case erano quasi tutte buie. Anche quella in cui abitavano
Findo Gask e i suoi demoni aveva poche luci accese, come se l'elettricità
fosse razionata.
Erano quasi giunti alla casa, tenendosi ben lontani dalla luce dei lampioni, quando videro l'auto della polizia parcheggiata nel vialetto.
Nest la indicò a Ross mentre sostavano dietro un massiccio noce. «Larry
Spence.» Lo disse con rabbia e disprezzo. «Non riesce a tenersi lontano da
questa cosa.»
Ross annuì, senza staccare gli occhi dall'edificio. «Ora non possiamo occuparcene. Dobbiamo entrare.»
Nest sospirò, pensando a quante volte aveva avuto la possibilità di allontanare Larry dalla scena, di spaventarlo a tal punto da convincerlo a non
farsi più rivedere. Si sarebbero risparmiati ciò che stavano per fare. Le cose avrebbero potuto andare in altro modo. Quella considerazione aveva il
difetto del senno di poi, che non sbaglia mai. Lei non aveva mai pensato a
fare del male a Larry, aveva sempre creduto che prima o poi avrebbe perso
interesse e se ne sarebbe andato. Ma forse non sarebbe stato possibile. Forse i demoni si erano impadroniti della sua volontà e sarebbe stato impossibile allontanarlo.
Guardò un'ultima volta l'auto e si strinse nelle spalle. Non l'avrebbe mai
saputo.
Si avvicinarono alla casa nascondendosi dietro la siepe che separava l'edifìcio vittoriano dalla riproduzione di un maniero inglese, buio e fatiscente. Si portarono davanti alla porta d'ingresso e si fermarono, inginocchiati
nella neve, tenendosi bassi e nell'ombra.
"Se mi sono sbagliata..." continuava a pensare Nest, senza riuscire a finire il pensiero, ma incapace di fermarsi.
Non vide arrivare Pick. Comparve dal nulla e si lasciò cadere sulla sua
spalla. Nest era così tesa che le sfuggì un'esclamazione di stupore.
«Cribbio, calmati!» la sgridò l'omino, afferrandosi al suo colletto per
non cadere. Aveva la barba muschiosa piena di fiocchi di neve e il corpo di
legno bagnato. «Ve la siete presa comoda!»
«Be', viaggiare per queste strade piene di neve non è proprio come volare» ribatté lei, irritata a sua volta. «Cos'hai scoperto?»
Pick sbuffò. «Cosa posso avere scoperto, secondo te? Ci sono dappertutto trappole e reti di magia dei demoni. La casa è piena della loro puzza. Ma
sono demoni, non Silvani, perciò tendono a essere degli sciattoni. Non
hanno nessun orgoglio del loro lavoro. In quella rete ci sono buchi talmente grossi da lasciar passare un gufo... ed è quello che ho fatto. Poi mi sono
infilato attraverso la rete di recinzione del portico posteriore, che è strappata e si sono dimenticati di riparare, e sono entrato. I bambini sono nello
scantinato, in una grande stanza dei giochi, e si arriva facilmente fino a loro.»
Fece una smorfia. «La brutta notizia è che c'è qualcuno con loro, forse
un demone, forse qualcos'altro. Non l'ho visto, ma l'odore l'ho sentito benissimo!»
Nest annuì. Sapeva cos'era. «E puoi dirmi dove si trova, esattamente?
Voglio dire, in che punto della stanza?»
«Certo che posso!» ribatté il Silvano. «Potresti scoprirlo anche tu, se avessi il mio naso!»
«È proprio quello che intendevo dire» proseguì Nest, con prontezza.
«Puoi tornare dentro con me e indicarmi dov'è nascosto?»
Il Silvano rimase in silenzio per qualche istante, grattandosi la barba e
brontolando tra sé. "Non parlare di Wraith" lo supplicò lei in silenzio, sapendo che Pick ardeva dalla voglia di parlarne.
Il Silvano la sorprese limitandosi a stringersi nelle spalle e a dire: «Già,
forse da sola non lo troveresti. Andiamo avanti».
Parlarono ancora per qualche istante, a bassa voce, per decidere il piano
d'attacco. Nest doveva entrare con Pick dalla porta posteriore, poi rimanere
nascosta mentre il Silvano ispezionava lo scantinato alla ricerca dell'Ur'droch. Avevano a disposizione venti minuti. Passato quel tempo, Ross
avrebbe fatto irruzione dalla porta principale e attaccato i demoni, distraendoli il tempo necessario a Nest per portare via i bambini dal retro.
Fissarono per qualche secondo la vecchia casa, che si stagliava scura e
isolata sullo sfondo dell'acciaieria e del fiume, le linee del tetto ammorbidite dalla neve, le gronde inghirlandate da stiletti di ghiaccio. Nest si chiese se stava per suicidarsi. Aveva fiducia che Wraith sarebbe comparso, se
lei ne avesse avuto bisogno, che non le avrebbe negato la protezione della
sua magia. Aveva fiducia, ma non ne era certa. L'avrebbe saputo solo all'ultimo minuto. Tutto quello che stava facendo si basava unicamente sulla
fiducia in se stessa e nel proprio intuito.
«Va bene, Pick» disse infine.
Passarono dietro la siepe divisoria, arrivarono davanti all'ingresso posteriore e attraversarono rapidamente il cortile coperto di neve. Pick la guidava, sussurrandole nell'orecchio la direzione, tenendola lontana dalle trappole dei demoni. Giunti al portico, il Silvano la guidò alla breccia nella recinzione. Lei la allargò con cautela, tirando la rete di metallo arrugginito
che cedette facilmente a una lieve pressione, e la attraversò. Si fermò sul
portico, una veranda cadente che guardava su quello che un tempo era un
elegante prato all'inglese, poi andò alla porta, che era chiusa ma non a
chiave. Con Pick sulla spalla, accostò l'orecchio al legno.
Udì soltanto il sonoro della televisione, in lontananza. Controllò l'orologio: erano trascorsi sette dei suoi venti minuti.
Aprì con cautela la porta ed entrò. Si trovava in fondo a un lungo corridoio, in un piccolo ingresso posteriore per la servitù. Alla parete rivestita
di pannelli di quercia era fissato un attaccapanni; a sinistra c'era lo stanzino
della lavanderia. Più avanti, a destra, una scala portava nello scantinato:
dalla rampa giungeva una debole luce.
Cercò Pick per dirgli di controllare, ma il Silvano si era già allontanato.
Immobile accanto alla porta, Nest ascoltò i rumori della casa: i leggeri cigolii di assestamento delle assi, il lieve brusio del bruciatore, un rubinetto
che gocciolava. Udì anche le voci di un programma televisivo e qualche
commento di uno dei demoni. La differenza tra i due suoni era perfettamente avvertibile: il primo aveva i toni della riproduzione elettronica, il
secondo era secco e immediato. Cercò di conservare la calma e continuò a
guardare l'orologio.
Quando Pick tornò, le rimanevano tre minuti. Il Silvano annuì e le indicò
lo scantinato: aveva trovato i bambini e il loro custode.
Mancavano venticinque minuti alla mezzanotte.
Nest si tolse il giaccone, gli stivali, i guanti e la sciarpa e in calzini scese
lungo la scala, posando i piedi con grande attenzione, uno dopo l'altro, sui
vecchi scalini di legno. I suoi passi furtivi erano attutiti dal tappeto, e non
fece alcun rumore. Pick sedeva sulla sua spalla e non parlava: la faccia di
legno era puntata in avanti, le capocchie di spillo dei suoi occhi luccicavano nell'ombra.
Giunta in fondo alla scala, Nest scorse una stanza avvolta nella penombra. Il vasto ambiente a forma di L era illuminato da un'unica lampada posta su un vecchio mobile bar rivestito di cuoio. I bambini sedevano in una
poltrona a dondolo vicino alla lampada e guardavano un libro illustrato.
Harper fingeva di leggere sottovoce a Little John, il quale guardava la scala e Nest.
"Sa che sono qui" pensò lei, sorpresa.
Pick indicò la zona buia dietro il mobile bar, alle spalle dei bambini.
L'Ur'droch era nascosto là. Nest sentì crescere all'improvviso la speranza:
tra lei e i bambini non c'era alcun ostacolo.
Respirò a fondo, con metodo. Che fare adesso?
Il problema venne risolto per lei da un'esplosione che fece tremare la casa, al piano di sopra.
John Ross era rimasto a guardare Nest e Pick che scivolavano dietro la
siepe e attraversavano il cortile posteriore per entrare infine in casa dalla
porta di servizio. Aveva teso l'orecchio per sentire se c'era qualche reazione dall'interno, ma non ce n'erano state. Aveva atteso con pazienza per dieci dei venti minuti a sua disposizione, poi aveva attraversato il giardino fino all'auto del vicesceriffo e si era accucciato dietro di essa, nell'ombra.
Aveva combattuto infinite volte, nel corso della sua carriera di Cavaliere
del Verbo, sia nel presente sia nel futuro, da sveglio e in sogno, e sapeva
cosa aspettarsi. I demoni avrebbero reagito d'istinto, ma almeno nei primi
istanti sarebbero caduti in preda alla confusione. Se li avesse colpiti in fretta, non avrebbero potuto approfittare del numero per sopraffarlo.
Osservò le finestre della casa per scoprire se c'era qualche movimento.
Non ne vide. Controllò l'orologio. Gli rimanevano meno di cinque minuti.
Si sentì attraversare da un brivido di paura e serrò le mani sul bastone nero
della sua magia. La casa era sorvegliata dalla magia dei demoni e non poteva pensare di attraversarla come aveva fatto Nest. Doveva avvicinarsi il
più possibile e poi entrare in fretta. Cercò di capire dove iniziava la rete
d'allarme. Al limite del portico, decise. Probabilmente non si estendeva al
giardino.
Ma c'era un solo modo per scoprirlo.
Attese finché non vide che gli rimanevano due minuti, poi lasciò l'auto e
avanzò veloce verso il portico anteriore. Si fermò davanti agli scalini, scrutando ancora una volta l'edificio e le finestre. Niente si mosse, all'interno.
Niente cambiò.
Guardò l'orologio e vide che i venti minuti di Nest erano finiti. Fece appello a tutte le proprie risorse: non aveva più tempo per pensare, non c'era
più nulla su cui riflettere.
Salì rapido gli scalini, usando la ringhiera e il bastone per arrivare al
portico, poi si mise in posizione, sollevò il bastone e scagliò la sua magia
contro la porta con una forza tale da farla volare via dai cardini. In un attimo attraversò il varco e fu dentro. Esaminò l'ambiente in cui si trovava:
davanti a lui, attraverso un velo di fumo, vide una stanza di soggiorno, illuminata, con un televisore acceso. Alcune figure si muovevano rapide e
decise in mezzo alle volute di caligine magica. A destra, in una poltrona,
c'era Larry Spence, nell'uniforme da vicesceriffo, immobile e con lo sguardo fisso.
Ross si abbassò e si portò su un lato della porta della stanza. La ragazza,
Penny, gli passò davanti, con la faccia contorta, gli occhi che mandavano
fiamme e in mano due coltelli da lancio. Con un urlo, li scagliò contro di
lui, ma la magia del bastone li deviò. Ross puntò la magia contro di lei facendola volare all'indietro: Penny cadde a terra con un urlo di rabbia. Intanto, scivolando lungo la parete, Findo Gask passava all'attacco. Ross lo
colpì subito sbattendolo contro il muro. Il cappello dalla larga tesa volò
via, il vecchio agitò inutilmente le braccia per mantenersi in equilibrio.
Poi, dall'altra parte della porta, comparve all'improvviso Twitch, che si
lanciò contro Ross gridando e lo colpì con un pugno. Il Cavaliere rimase
senza fiato e finì a sbattere contro la parete. Si rialzò subito,boccheggiò per
riprendere a respirare, e scagliò contro il gigantesco albino il fuoco del suo
bastone. Furibondo, Twitch gridò qualcosa di incomprensibile e continuò a
farsi avanti. Ross lo bruciò ancora con la sua magia, questa volta molto più
intensa di prima, e il gigante indietreggiò, artigliando l'aria e gemendo di
dolore.
Ross gli passò vicino per entrare nel soggiorno, dove poteva impegnare i
demoni impedendo loro di andare da Nest. Ma Gask si era rimesso in piedi, con i capelli ritti che formavano un alone bianco attorno alla sua faccia.
Puntò le braccia verso Ross, che sollevò il bastone per proteggersi, ma a
rispondere al gesto del demone fu Larry Spence, che afferrò il Cavaliere da
dietro, bloccandogli le braccia e il bastone. Come una marionetta mossa da
Gask, il vicesceriffo fece ruotare Ross verso Penny, che si staccava in quel
momento dalla parete e aveva piegato all'indietro le braccia. Altri due sottili coltelli da lancio volarono nell'aria, così in fretta che Ross ebbe appena
il tempo di vederli. Con Spence che continuava a bloccarlo, Ross si contorse disperatamente, stringendo il bastone tra le mani, e la magia del Verbo avvampò per difenderlo. Larry Spence gemette per il dolore, lo lasciò
libero, barcollò all'indietro e le lame di Penny gli si piantarono nella spalla
e nel fianco. Il vicesceriffo cadde in ginocchio, cercò a tastoni la .45, la estrasse dalla fondina e cominciò a sparare attorno a sé, a caso, contro le
persone e i mobili. Ross lo vide per un attimo in faccia e si accorse che aveva le orbite vuote e insanguinate: i demoni gli avevano strappato gli occhi.
Poi Penny comparve all'improvviso in mezzo al fumo, con un altro coltello in mano. Urlando e soffiando come una belva, si lanciò contro lo
stomaco di Ross. Rafforzata dalla magia dei demoni, la lama affilata attraversò le difese del Cavaliere del Verbo e si piantò nel suo fianco. Ross
boccheggiò per la forza del colpo e il dolore improvviso. Penny ritrasse il
coltello e cercò di colpire nuovamente, ma Ross deviò il secondo colpo e
scagliò lontano da sé la donna dai capelli rossi.
Quasi subito ricomparve Twitch. Si chinò su Ross, gli serrò il collo tra le
mani e cominciò a stringere.
Quando udì l'esplosione che faceva volare via la porta d'ingresso, Nest
avvertì Pick: «Tieniti forte».
Lasciò l'oscurità della scala e si lanciò verso i bambini. Ma si era dimenticata di essersi tolta gli stivali, e le calze scivolarono sulle mattonelle.
Harper era abbracciata a Little John. I bambini erano immobili, incapaci
di capire cosa stava accadendo.
«Scappate!» gridò loro Nest.
Si aspettava di essere attaccata dal demone ed era pronta a combatterlo
con la sua magia, ma scoprì di essere del tutto impreparata quando l'Ur'droch uscì dall'ombra. Una macchia di tenebra passò davanti ai bambini
per intercettarla e attraversò la sua magia come se non esistesse. La colpì
con forza, incredibilmente solido per essere una creatura che pareva priva
di forma. Il colpo sbatté Nest contro la parete, la fece cadere in ginocchio.
Pick volò via dalla sua spalla e scomparve.
Girando su se stesso, tenendosi nell'ombra fino all'ultimo momento, l'Ur'droch attaccò di nuovo. Stordita e boccheggiante, Nest raccolse tutta la
sua magia sotto forma di una lancia sottile e la scagliò contro il Demone,
per ottenere un attimo di tregua. L'Ur'droch barcollò, questa volta, e finì
contro il divano, rovesciandolo. Poi, rapidamente, scomparve nell'ombra.
Nest si guardò attorno, alla ricerca dei bambini. Harper e Little John si
tenevano abbracciati, a pochi passi da lei.
«Scappate!» gridò loro di nuovo.
Sopra di lei, il soffitto tremava per l'urto dei corpi che si scontravano e
della magia che esplodeva. La lampada sul mobile bar barcollò, la sua debole luce formò ombre strane che dondolavano incerte.
Nest si appoggiò alla parete e si sforzò di rimanere in piedi. Le pareva di
avere tutte le ossa rotte. I bambini correvano verso di lei tendendo le braccia, e l'Ur'droch uscì dall'ombra per inseguirli, una macchia nera increspata. Nest scagliò la magia contro di lui, ma le rimaneva poca forza, e la sentì
cedere sotto la decisione dell'avversario.
In quel momento comparve Wraith, all'improvviso, come un'esplosione,
in risposta alla sua disperata richiesta, uscendo dall'oscurità come dall'epicentro di un incubo. Con il muso tigrato pronto a mordere, il grosso lupo
fantasma colpì come un maglio il nemico e lo ricacciò nell'oscurità. Poi,
senza fermarsi, si lanciò all'inseguimento. Un istante più tardi uscivano entrambi dal buio, una palla di furia tenebrosa, mordendosi e lacerandosi,
emettendo versi primordiali che facevano accapponare la pelle. Rotolarono
da una parte all'altra della stanza in penombra, stretti in una lotta senza
quartiere.
I bambini raggiunsero Nest e si attaccarono alle sue gambe. Lei era così
debole che per poco non finì a terra. Le girava la testa. Doveva portarli via,
ma non ne aveva la forza.
E non poteva lasciare Wraith, ora che il lupo fantasma era venuto a difenderla. Doveva cercare di aiutarlo.
Il lupo e l'Ur'droch continuavano a rotolare nella stanza, alla pallida luce
della lampada, in mezzo ai mobili ridotti in frantumi.
Harper piangeva e si teneva stretta alle gambe di Nest, e Little John ripeteva: «Mamma. Mamma».
"Portali via!" si disse Nest. "Wraith è solo una creatura fatta di magia!
Non è reale! Che t'importa di quello che gli succede? Porta via i bambini!"
Li strinse a sé, paralizzata dalla confusione, ipnotizzata dalla battaglia
che si svolgeva davanti a lei.
"Fa' qualcosa!" si disse.
L'Ur'droch cercava continuamente di portarsi verso la parte buia della
stanza, trascinava Wraith in quella direzione, lo allontanava dalla luce...
D'impulso Nest tornò sulla scala e allungò la mano verso un pannello di
interruttori della luce che aveva visto quando era scesa. Vi appoggiò la
mano e schiacciò tutti i pulsanti.
La luce inondò bruscamente la stanza, disperdendo tutte le ombre, e di
colpo non ci fu più nessuna zona buia che offrisse ospitalità all'Ur'droch. Il
demone si guardò attorno, disorientato, e Wraith ne approfittò. Con furia
selvaggia, serrò le zanne su qualche parte del demone che Nest non riuscì a
identificare e cominciò a scuotere il nemico, come un cane che scuote un
coniglio. L'Ur'droch sbatté da una parte all'altra come se fosse fatto di
stracci, poi cominciò a perdere i pezzi. Non emise alcun suono. Solo una
sua parte, che potevano essere i piedi muniti d'artigli, grattò sul pavimento
e batté nell'aria. Ma Wraith non cessò di scuoterlo, fermo su tutt'e quattro
le zampe, il muso sollevato per tenerlo staccato da terra.
Poi, all'improvviso, l'Ur'droch esplose in una nuvoletta di fumo nero e si
trasformò in cenere. La piccola creatura alata che era la sua anima inaridita
tentò invano di scappare: Wraith la serrò subito tra le fauci possenti e la
fece a pezzi.
Con un soffio di vento e una nuvoletta di fumo scuro, l'Ur'droch scomparve.
Nello stesso istante John Ross lottava per liberarsi dal gigantesco albino.
Con la magia del bastone, colpì Twitch nello stomaco, bruciandolo da parte a parte. Le mani possenti che lo stringevano al collo lo lasciarono, ma
subito le braccia grosse come tronchi gli serrarono il petto. Neppure la
magia del Verbo riuscì a proteggere Ross, che sentì le costole spezzarsi.
Disperato, assestò una forte testata sulla radice del naso dell'albino, che
ruggì e allentò la presa per un istante, quanto bastava a Ross per liberarsi.
Il Cavaliere cadde sul pavimento e si allontanò dal gigante, che cercava
ancora di afferrarlo, ma finì contro Penny, che tentò di nuovo di accoltellarlo. La ragazza aveva la faccia sporca di sangue e gli occhi di una pazza.
Ross la allontanò con un calcio, poi la colpì col bastone. La prese poco al
disopra delle caviglie, facendola cadere in ginocchio. Come impazzita, lei
piantò i suoi coltelli nel tappeto, lacerandolo e strappandolo, consumata
dalla follia e dalla sete di sangue. Larry Spence le passò accanto barcollando. Continuava a premere il grilletto della .45 ormai scarica, clic, clic,
clic. Con un colpo laterale di coltello, maligno e inutile, Penny lo squarciò
da sotto in su.
Larry Spence cadde a terra agonizzante, mentre Ross calava il bastone
sulla faccia di Penny e le mandava in frantumi il cranio. Accecata e brancolante, priva dei suoi coltelli, cercò di raggiungere con le unghie il Cavaliere, mentre la magia le bruciava la carne fino alla sua anima nera e contorta, e le trasformava in cenere tutt'e due.
Alte fiamme si levavano intanto dalle tende e dalla parete. Tenendosi
stretto al petto il suo libro rilegato in cuoio, Findo Gask era accovacciato
accanto al vecchio caminetto, e rideva. Ross cercò di raggiungerlo, ma sul
suo cammino riapparve Twitch che, come un'enorme macchina da distruzione, cominciò a sferrare colpi dappertutto, all'aria e contro i mobili. Ross
non si spostò, fece appello a quello che gli rimaneva della propria forza,
evocò ancora una volta la magia. Twitch fece per afferrarlo, ma Ross gli
cacciò in gola il bastone e vi scaricò la magia. L'albino indietreggiò, sussultando come se fosse finito contro i fili dell'alta tensione e gridando a
gran voce. Il Cavaliere lo spinse contro la parete e ve lo tenne inchiodato,
senza permettergli di sfuggire. Dalla bocca, dalle orecchie e dal naso dell'albino cominciarono a uscire fiamme, e il grosso corpo sussultò nelle
convulsioni.
Quando finalmente il demone si afflosciò a terra, Ross attese che la piccola creatura malvagia e alata che formava il suo nucleo lasciasse il gigantesco guscio vuoto, la sbatté a terra con un colpo di bastone e la ridusse in
cenere.
Tutti coloro che lo circondavano erano morti. John Ross posò a terra un
ginocchio e fissò Findo Gask, fermo in fondo alla stanza. Il demone lo fissò a sua volta. Per qualche istante, nessuno dei due si mosse, mentre le
fiamme appiccate dalla magia del combattimento consumavano la parete
della vecchia casa. Quelle fiamme avevano uno strano aspetto di argento
vivo, sullo sfondo della notte, parevano qualcosa di vivo venuto a sfidarla.
«Signor Ross!» gridò Gask.
Il Cavaliere cercò di alzarsi in piedi, ma non ci riuscì. Non aveva più
forza.
«Lei sta morendo, signor Ross!» esclamò il demone, e rideva.
La sua faccia rugosa era sporca di sudore e di fuliggine, il vestito nero
era strappato. Cominciò a muoversi lentamente lungo la parete, diretto al
retro della casa. Ancora una volta, Ross cercò di alzarsi in piedi, ma inutilmente. Evocò la magia perché lo reggesse, ma non gliene era rimasta a
sufficienza.
«Veleno di demone, signor Ross!» gli disse Gask, con irrisione. «Per
una persona normale basta un graffio. Il coltello di Penny piantato nello
stomaco è sufficiente perfino per un Cavaliere del Verbo!»
Ross si portò la mano allo stomaco, dove Penny l'aveva ferito, e con la
forza della sua magia ordinò al sangue di fermarsi e alla ferita di chiudersi.
Per tutto il tempo tenne gli occhi fissi su Gask.
«Adesso la lascio, signor Ross!» lo sfidò il demone. «È ora che mi interessi della signorina Freemark. È scesa nello scantinato, vero? Rimanga
pure comodo, non stia ad alzarsi per indicarmi la strada, la trovo da solo.
Continui pure a morire, non si preoccupi per me.»
Era già nel corridoio quando si voltò un'ultima volta. «Tanta fatica per
niente, signor Ross! Ha perso tutto!»
Poi girò sui tacchi e scomparve nel corridoio buio.
Nel silenzio calato sulla stanza dopo la distruzione dell'Ur'droch, Nest si
inginocchiò davanti ad Harper e Little John e sfiorò con dolcezza il loro
viso. «È finita» disse loro. «Adesso è tutto a posto.»
Wraith era fermo accanto ai resti del Demone e, abbassata la grossa testa, fiutava le ceneri. Little John lo osservava con attenzione. Al piano di
sopra la battaglia continuava a infuriare, violenta e senza soste.
«Vieni qui, nocciolina» disse Nest ad Harper, e quando la bambina le fu
accanto, la prese tra le braccia, ripetendole piano: «È tutto finito, va tutto
bene».
Little John le guardò, con il dubbio e il sospetto negli occhi. Nest gli tese
la mano, ma lui rifiutò di muoversi. Allora gli fece segno di avvicinarsi,
ma lui rimase dov'era.
Gentilmente Nest si staccò da Harper, se la appoggiò a un fianco e liberò
entrambe le mani. «Little John» gli disse. «È tutto a posto.»
Il bambino la guardò con un tale desiderio che Nest per poco non scoppiò in lacrime. Il bisogno di Little John era evidente, ma il bambino pareva
incapace di superare l'indecisione o il dubbio. Lei continuò a fissarlo negli
occhi, tendendo le braccia, e attese pazientemente che si muovesse. Notò
ora, per la prima volta, che aveva i capelli e il colore della pelle uguali ai
suoi. E notò con stupore quanto si assomigliavano. "Strano" pensò. Non si
era mai accorta che il bambino aveva gli occhi verdi, come i suoi. Le erano
sempre parsi così azzurri...
"In realtà" si corresse subito "erano davvero azzurri!"
«Oh, mio Dio!» sussurrò.
Il Variante stava cambiando davanti a lei, leggermente, ma quanto bastava per farle capire che stava succedendo qualcosa. Adesso era la faccia
che si trasformava, cominciava ad assomigliare alla sua: in modo quasi
impercettibile, ma sufficiente a farle capire cosa voleva da lei.
"Mamma" l'aveva chiamata. Mamma. «Vuoi che diventi tua madre?» gli
chiese. «È questo che vuoi? Lo voglio anch'io. Voglio essere tua madre più
di ogni altra cosa. Tu, io e Harper possiamo essere una famiglia, vero?»
«Bene a Nest» disse Harper, la faccia affondata nel fianco di lei.
«Vieni qui, Little John» lo invitò di nuovo Nest. «Fatti prendere in braccio, tesoro.»
Il Variante guardò Wraith, che sollevò subito la grossa testa per guardarlo a sua volta. Dopo un istante, il lupo fantasma fece un passo verso di lui,
e Little John corse subito da Nest, spaventato. Nest lo prese in braccio e lo
strinse a sé, accarezzandogli i capelli.
«Va tutto bene, Little John» gli disse. «Non ti farà del male. Non viene
da me. Rimane lì dov'è.»
Lanciò a Wraith un'occhiata d'avvertimento, e il lupo la fissò a sua volta,
senza rivelare le proprie intenzioni. Poi si voltò dall'altra parte, come se
avesse capito in ritardo.
«Bambino mio» mormorò Nest al Variante. «Dimmi cosa vuoi, te ne
prego.»
Little John sollevò la testa e si girò per accertarsi che Wraith non si avvicinasse.
«No» lo rassicurò Nest. «Non tornerà più dentro di me. Non è più come
prima. Non è il suo posto. Neanche lui vuole stare dentro di me. Era colpa
mia, Little John. Ero io a costringerlo a rimanere. Ma lui non tornerà dentro di me. Né io glielo permetterò. Adesso siamo solo noi due.»
Al piano di sopra era sceso il silenzio, ma Nest cominciava a sentire l'odore del fumo e il calore dell'incendio. La casa bruciava e lei non aveva
più tempo. Se non fosse riuscita a capire Little John ora, non avrebbe più
avuto la possibilità di farlo. Doveva portarlo via, ma non voleva interrompere quanto stava succedendo. Little John non le era mai stato così vicino.
Sentiva che era pronto a rivelarsi. Dall'alto giunse uno schianto e Nest si
chiese cos'avrebbe trovato, una volta che avesse portato su i bambini.
«Ti voglio bene, Little John» gli sussurrò con una sfumatura di disperazione nella voce.
Lo sentì muoversi, insinuarsi in lei.
«Dimmi quello che vuoi, piccolo» lo supplicò.
Quando lui lo fece, non era quello che Nest si aspettava, però era assai
più di quanto si fosse mai sentita autorizzata a sperare.
NATALE
28
Spettinato e contuso, con i vestiti sporchi e laceri, Findo Gask percorse
lentamente il corridoio del vecchio edificio vittoriano in cerca di Nest Freemark. Aveva perso il cappello e una buona fetta della sua compostezza. Si
teneva stretto al petto il Libro dei Nomi. Dietro di lui le fiamme si arrampicavano lungo le pareti e divoravano il soffitto, consumando affamate
l'edificio. I suoi strani occhi grigi ardevano come il fuoco cui voltava la
schiena, riflettendo la miscela di collera e delusione che si era impadronita
di lui.
John Ross e Nest Freemark erano risultati molto più forti e pericolosi del
previsto. Stentava ancora a credere che avessero avuto la temerarietà di
venire a cercarlo, e soprattutto il coraggio di attaccarlo nonostante la sua
superiorità numerica. Non era la perdita di Twitch, di Penny e probabil-
mente anche dell'Ur'droch a preoccuparlo. Tutti e tre erano sacrificabili fin
dall'inizio. Era l'aver perso il controllo della situazione. Era la sfrontatezza
con cui Ross e Nest Freemark l'avevano attaccato in un momento in cui
credeva di averli saldamente in pugno. Si vantava di essere attento e scrupoloso, di non lasciarsi mai sorprendere dagli eventi, ma gli eventi di quella notte avevano fatto deragliare tutto il suo mondo, che si muoveva così
armoniosamente sui propri binari.
Aggrottò la fronte. Ormai non poteva farci niente. L'unica cosa che gli
restava da fare consisteva nel rimettere le cose a posto. Doveva assicurarsi
che Nest Freemark, se era ancora viva, non lo rimanesse per molto. Poi avrebbe dovuto trovare il Variante e, nel caso non fosse riuscito a impadronirsene, impedire che la sua magia andasse a vantaggio del Verbo.
Giunto alle scale che conducevano nello scantinato, si fermò. In basso
tutte le luci erano accese, ma non si udiva alcun suono. Chiunque fosse ancora vivo, laggiù, non parlava. Poi udì un movimento, una voce infantile, e
comprese che non gli erano ancora sfuggiti. Quando i passi si avvicinarono
alla scala, si nascose nell'ombra. Vide Nest Freemark ai piedi della scala e
indietreggiò nel corridoio. Dove era meglio aspettarla per affrontarla? La
giovane avrebbe di sicuro tentato di uscire dalla porta di servizio portando
con sé i bambini. I primi cui avrebbe pensato sarebbero stati i bambini,
non Ross. Era venuta per salvarli supponendo, e a ragione, che aspettare lo
scambio con il Variante avrebbe significato condannarli a morte.
Quella ragazza era intelligente e piena di risorse. Peccato che non assomigliasse di più al padre. In tutti gli anni in cui aveva lavorato al servizio
del Vuoto, non aveva mai incontrato una come lei.
Sospirò. L'avrebbe aspettata fuori, decise, dove avrebbe finalmente concluso quella partita.
Quando la giovane uscì sul portico, Findo Gask era all'ombra della siepe, dirimpetto a lei. La vide chiaramente alla luce delle fiamme: aveva in
braccio la bambina e il Silvano le sedeva sulla spalla. Non c'era traccia del
bambino.
Nest scese gli scalini del portico e Gask uscì dall'ombra per affrontarla.
«Signorina Freemark» esclamò, costringendola a voltarsi «non abbia
tanta fretta di andarsene! Lei ha ancora una cosa che mi appartiene!»
Nest si fermò ai piedi della scala e lo guardò senza parlare. Non sembrava in preda al panico. Non si voltò e non cercò di allontanarsi. Si limitò a
rimanere dov'era, senza cedere terreno.
«Abbiamo finito, noi due, signorina Freemark» disse il demone, avvici-
nandosi di qualche passo. «La partita è terminata. Non resta più nessuno,
tranne noi due.» S'interruppe. «Lei ha ucciso l'Ur'droch, vero?»
Il cenno affermativo di Nest fu a malapena avvertibile. Pareva soprappensiero, come se cercasse di chiarire qualcosa a se stessa. «Congratulazioni» continuò Gask. «Non l'avrei creduto possibile. L'Ur'droch era virtualmente indistruttibile. Il conto torna, quindi. Il signor Ross ha eliminato
Twitch e Penny, i quali a loro volta hanno eliminato il signor Ross e il signor vicesceriffo. Rimaniamo soltanto noi due.»
A merito di Nest va detto che non reagì alle sue parole. Si limitò a fissarlo in silenzio, guardinga. Vederla così calma, così impassibile, non fece affatto piacere a Gask. Era una donna focosa, dalle emozioni primordiali, e
avrebbe dovuto reagire con maggiore animosità.
«Pensi come sarebbe stato tutto più semplice se mi avesse dato retta fin
dal primo giorno, quando ho chiesto il suo aiuto.» Sospirò. «È stata molto
ostinata, e le è costato caro. Adesso eccoci qui, al punto di partenza. Proviamo ancora una volta, allora? Mi dia quello che desidero. Mi dia il Variante, in modo che io possa uscire per sempre dalla sua vita!»
Nest gli rivolse un sorriso divertito. «La sorte le ha giocato un bello
scherzo, signor Gask. Per l'intera notte ha avuto quello che cercava, e non
se n'è accorto. Ce l'aveva proprio sotto il naso. Il Variante era Little John.
Il bambino era ciò che lei cercava. Questo era diventato nella sua ultima
trasformazione, prima di venire qui. Che gliene pare, signor Gask?»
Findo Gask smise di sorridere. «Lei mente, signorina Freemark.»
Nest scosse la testa. «Sa benissimo che non mento. Lei è in grado di capirlo. I demoni riconoscono le bugie meglio degli altri, sono veri esperti in
materia. No, signor Gask, il Variante ce l'aveva lei. È stata una delle ragioni che hanno spinto me e John a venire qui: non avevamo nulla da dare in
cambio dei bambini e non avevamo altri modi per riaverli.»
Cambiò posizione alla bambina che teneva in braccio e che premeva la
faccia contro la sua spalla. «Comunque, adesso è irraggiungibile da entrambi. Altro bello scherzo della sorte. Avrà notato che non è con me, vero? Be', sa cos'è successo? Ha esaurito il suo tempo. La sua magia si è dissolta proprio mentre eravamo nello scantinato. È scomparso. Puf! Perciò,
come dice lei, siamo proprio rimasti soltanto noi due.»
Findo Gask la osservò con attenzione, le studiò la faccia, gli occhi, rifletté sulle sue parole. Stava mentendo? No, secondo lui. Ma se il Variante
si era disgregato, lui non se ne sarebbe accorto? No, concluse. Nella casa
c'era magia che volava dappertutto, e non sarebbe stato in grado di ricono-
scere le varie fonti.
«Mi guardi negli occhi, signor Gask» lo invitò lei. «Cosa vi legge?»
Vi lesse che diceva il vero. Il Variante era il bambino, e adesso se n'era
andato. La magia si era trasformata un'ultima volta. Era diventata irraggiungibile. Ecco ciò che lesse.
Sentì un prurito in gola. «Lei è stata una notevole fonte d'irritazione per
me, signorina Freemark» disse piano. «Forse è ora che subisca le conseguenze del suo irragionevole comportamento.»
«Adesso vuole uccidere anche me» commentò la giovane. «Come contava di fare fin dall'inizio, vero?»
«Lo sapeva. Non è un'altra delle ragioni che l'hanno spinta a venire qui
invece di aspettare la mia telefonata?»
Il demone fece un passo verso di lei.
«Non mi avvicinerei molto, se fossi in lei, signor Gask» disse pronta la
giovane. «Posso difendermi meglio delle sue solite vittime.»
Guardò qualcosa alla propria destra, e Gask seguì il suo sguardo. Il grosso lupo fantasma che l'Ur'droch aveva incontrato a casa di lei, la sera prima, lo fissava dall'ombra, la testa bassa, le zanne snudate, il corpo teso.
Gask lo osservò per un momento, sorpreso che fosse ancora vivo, che non
fosse stato costretto a dare la vita in cambio di quella del demone di tenebra. Aveva sempre pensato che l'Ur'droch fosse un avversario imbattibile
per chiunque. Be', non si smette mai di imparare.
«Non penso che il suo amico sia abbastanza forte per fermarmi» disse a
Nest Freemark, senza staccare gli occhi dalla bestia.
«Ho perso molte cose negli ultimi giorni, signor Gask» rispose lei. «La
bambina tra le mie braccia è una delle poche che mi siano rimaste. Ho
promesso a sua madre di averne cura. Se lei vuole impedirmi di mantenere
la promessa, dovrà farlo nel modo più faticoso.»
Gask continuava a studiare il lupo fantasma e ciò che vedeva gli piaceva
sempre meno. Quella creatura era stata fabbricata mediante una potentissima magia dei demoni, che da allora era stata rafforzata almeno una volta.
Non era vincolata alle regole che frenavano i servitori del Verbo. Lottare
contro di essa sarebbe stato come lottare contro un altro demone. Doveva
essere stato il lupo a distruggere l'Ur'droch. Findo Gask era più forte e intelligente del suo defunto compagno, ma non era indistruttibile. Forse sarebbe riuscito a vincere quella creatura, ma a che prezzo?
In lontananza si udivano già le sirene dei pompieri. Nelle case vicine si
erano accese molte luci. In strada cominciava a radunarsi gente.
Il demone allentò la tensione allontanandola da sé. Era tempo di lasciar
perdere tutta quella faccenda, era tempo di andarsene. Non poteva permettere che i sentimenti personali interferissero con il suo lavoro. Doveva tenersi pronto per i giorni a venire, e per battaglie più importanti.
Una spolverata di fiocchi di neve gli imbiancava le spalle e i risvolti della finanziera. La spazzolò via con le mani, come se si fosse stancato di discutere. «Che vale la vita di un solo bambino, qui o altrove?» chiese, nel
tono di una domanda retorica. «Nulla. La fine è sempre la stessa. Prima o
poi il Vuoto li avrà tutti.»
«Può darsi» rispose Nest.
Gask indietreggiò lentamente, continuando a tenere d'occhio il lupo fantasma, ancora sul chi vive. «Lei ha fallito, signorina Freemark. Varie persone sono morte per lei, e cosa le è rimasto in mano? Il signor Ross ha perso la vita, e cos'ha ottenuto in cambio? A che pro, tutto questo? Cosa siete
riusciti a raggiungere?»
Gli occhi gialli ardevano nel muso tigrato come carboni ardenti, mentre
seguivano la ritirata del demone. Findo Gask indietreggiò per l'intero cortile e fino alla siepe, prima di voltarsi.
Raggiunse la strada senza più guardarsi alle spalle, lottando per mantenersi calmo, per impedire che la frustrazione e la rabbia gli facessero
commettere qualche sciocchezza. Poteva tornare, poteva trovare il modo di
colpire quella donna, prima o poi. Ma sarebbe stata solo una perdita di
tempo. Nest Freemark non aveva più nulla che gli interessasse. C'erano altre cause cui dedicarsi. Non era riuscito ad assicurarsi la magia del Variante, ma non aveva molta importanza: l'importante era che non sarebbe stata
usata al servizio del Verbo. Se si guardavano le cose da questo punto di vista, lui aveva vinto. E tanto gli bastava per considerarsi soddisfatto.
Quando arrivò alla strada, vide giungere un paio di autopompe. Lui si diresse dalla parte opposta, camminando in fretta. Giunto all'angolo, si fermò
e, alla luce del lampione stradale, aprì il Libro dei Nomi e guardò l'ultima
riga.
Il nome John Ross era già vagamente leggibile sull'antica pergamena.
Mentre guardava, divenne un po' più scuro.
"Da queste battaglie bisogna accontentarsi di ottenere quello che si può"
si disse. La vita di un Cavaliere del Verbo era un trofeo soddisfacente.
Chiuse il libro e proseguì lungo la strada. Pochi istanti più tardi, la sua
alta figura nera fu inghiottita dalla notte.
Nest Freemark rimase ferma dov'era finché non ebbe visto allontanarsi
Findo Gask. Harper, annidata contro il suo petto, si era addormentata. Pick
sedeva sulla sua spalla, aggrappato al colletto di pelliccia, senza parlare.
Wraith era svanito nell'etere, libero di andare dove voleva, ma non di allontanarsi troppo da lei, o per lo meno così lei credeva.
«È stato bravo a convincersi di quello che gli conveniva, vero?» commentò Pick, indicando la direzione in cui si era allontanato Findo Gask.
Nest annuì. «Ha creduto a quello che mi ha letto negli occhi.»
«Non hai mentito.»
«Non ne ho avuto bisogno» rispose lei.
«Secondo me, ti ha guardata con una tale intensità che con un po' di fortuna l'avrebbe scoperto.»
«Lo credo anch'io.»
Ormai si sentiva benissimo il calore delle fiamme della casa che bruciava. Sul giardino anteriore, i pompieri si sforzavano di contenere l'incendio,
e pensavano soprattutto a proteggere le abitazioni adiacenti. Era chiaro che
non potevano più salvare la casa vittoriana e chiunque fosse ancora al suo
interno.
«Pensi che abbia detto la verità su John Ross?» chiese all'improvviso
Pick.
Nest continuò a guardare in silenzio per qualche istante i pompieri, poi
annuì. «Sì.»
«Potrei tornare dentro per dare una rapida occhiata» propose il Silvano.
L'intera facciata della casa era avvolta dalle fiamme e il fuoco avanzava
rapido verso la parte posteriore. Ogni tentativo di entrare sarebbe stato una
follia. Il cuore di Nest non voleva accettare che John Ross fosse davvero
morto, ma la ragione le diceva che non poteva essere diversamente. Se fosse stato vivo, sarebbe uscito a cercarla.
«Lascia stare, Pick» disse piano.
Il Silvano tacque per assorbire l'impatto delle sue parole. Harper si mosse tra le braccia di Nest. La bambina cominciava a pesare, ma Nest non voleva metterla a terra. Pensava alla volta che aveva portato a casa Bennett,
dopo averla salvata dal precipizio del Sinnissippi Park, quindici anni prima, quando era stata attirata laggiù dai Divoratori. Anche quella notte aveva continuato a tenere la bambina in braccio finché non l'aveva messa a
letto. Con Harper voleva fare lo stesso. Forse questa volta le cose sarebbero andate diversamente.
«È meglio che torni a casa» disse infine Pick.
Nest annuì. «Anche tu.»
Il Silvano ebbe un istante di esitazione. «Non darti la colpa di tutto, più
tardi» disse. «Hai fatto quello che potevi! Più di quello che potevi, in realtà! Cribbio, dovresti essere orgogliosa di te!»
Balzò giù dalla sua spalla e scomparve in mezzo alla siepe. Qualche istante più tardi, Nest scorse un gufo che volava verso il fiume, in mezzo
alla neve, sullo sfondo buio della notte.
"Buon viaggio, Pick" gli augurò.
Si voltò e si diresse verso la strada, tagliando attraverso i cortili delle
vecchie case e tenendo Harper stretta a sé. Si girò una volta sola a guardare
la casa che bruciava, e le vennero le lacrime agli occhi. Pianse in silenzio,
pensando a ciò che si lasciava dietro, pensando a John Ross, alle cose che
avevano condiviso nei passati quindici anni, a quanto aveva dovuto sopportare nei venticinque anni passati come Cavaliere del Verbo. Aveva rinunciato a tutto per servire la Signora. Alla fine, aveva sacrificato anche la
vita.
Si asciugò gli occhi con il dorso del guanto. John Ross poteva essere
morto per lei e per i bambini, ma non era morto inutilmente. E nessuno di
loro aveva fallito in ciò che si era prefisso di fare.
Si sforzò di riprendersi, quando attraversò una stradina laterale e vide la
sua auto. John Ross non era vissuto fino a vedere il bambino. Peccato!
"John Ross Freemark" intendeva chiamarlo. Sarebbe nato in autunno: un
altro di quei bambini che Findo Gask aveva con troppa fretta liquidato affermando che non avevano importanza. Quel bambino sarebbe riuscito a
stupirlo: costituito di magia vergine e nato da una donna per la quale la
magia era un'eredità. Lo sentiva dentro di sé, nella profondità del suo corpo, trasformato in quello che aveva sempre cercato di divenire: il suo futuro figlio. Lei non conosceva la sua meta, forse non la conosceva neppure il
Variante stesso. Forse non la conosceva nemmeno il Verbo. Tutti dovevano avere pazienza, aspettare e vedere.
Montò in auto e accomodò Harper sul sedile accanto al suo. La bambina
si raggomitolò e le appoggiò la testa sulle gambe. Avviò il motore e lasciò
che si riscaldasse per qualche momento.
Pensò all'inevitabilità di quanto era successo al Variante, alle sue trasformazioni e al lungo viaggio che aveva compiuto per giungere fino a lei.
Ripensò agli ultimi momenti di Little John fuori del suo corpo, premuto
contro di lei, poi dentro di lei nella sua ultima trasformazione. Adesso capiva perché Wraith costituisse un ostacolo per lui: affinché il Variante po-
tesse diventare quello che voleva, Wraith non doveva rimanere dentro di
lei. Il suo corpo poteva appartenere unicamente al bambino che sarebbe
nato. Il Variante aveva bisogno di essere certo che anche lei lo volesse, e
per questo motivo le aveva chiesto un sacrificio. Lei stessa, fino a quella
sera, non sapeva di essere in grado di farlo.
Perché aveva scelto di divenire suo figlio? Nest non aveva alcuna risposta, o almeno non ancora. Forse non l'avrebbe mai avuta, e doveva accontentarsi della considerazione che entrambi lo desideravano.
Un bambino. Qualsiasi bambino faceva sempre una grande differenza:
tutta la differenza del mondo. Findo Gask si sbagliava nel negargli importanza. Un giorno avrebbe scoperto il proprio errore.
Avviò l'auto lungo la Terza Strada Ovest e attraversò Hopewell. Per ora
intendeva portare Harper a casa e metterla a letto. Domani, al suo risveglio, avrebbero aperto i regali, poi sarebbero andati da Robert per trovare
Amy e i bambini, e avrebbero pranzato da loro.
Sarebbe stato l'inizio di una nuova vita.
L'indomani sarebbe stato un giorno di Natale luminoso e pieno di gioia.
Accasciato sul pavimento del soggiorno, con le fiamme che salivano sulle pareti attorno a lui, John Ross lottava contro il veleno che gli era entrato
nelle vene chiamando a raccolta la forza, la magia e il coraggio che gli rimanevano. Si alzò in piedi e si avviò lungo il corridoio per raggiungere
Findo Gask. Gli occorse molto tempo. Il suo unico pensiero era arrivare al
demone prima che questi arrivasse a Nest. Ma era troppo tardi. Quando
riuscì a trascinarsi fino alla porta di servizio, lo scontro tra i due era già
avvenuto. Gask era scomparso e Nest si allontanava. Non sembrava che la
giovane avesse subito danni.
Si chiese se doveva seguirla, ma capì di essere troppo debole. Era meglio lasciarla andare. La osservò dalla porta, mentre le fiamme consumavano la casa dietro di lui e si avvicinavano lungo il corridoio. Continuò a
osservarla finché non si fu allontanata, poi uscì dalla casa e si dileguò nella
notte.
Sarebbe andato da Josie, decise. Avrebbe raggiunto la sua casa e Josie si
sarebbe presa cura di lui. Prima o poi sarebbe guarito, e avrebbero passato
insieme il resto della vita.
Non si rese conto della direzione che aveva preso. L'istinto ebbe il sopravvento sulla volontà e Ross si limitò a ubbidirgli. A fatica, barcollando,
attraversò cortili e macchie di alberi, passò accanto a muri e a siepi diviso-
rie, si tenne all'ombra delle case e percorse marciapiedi coperti di neve.
Non incontrò nessuno e non fu visto da anima viva. Era passata da tempo
la mezzanotte e, a parte coloro che si erano radunati sulla scena da lui lasciata, il mondo dormiva. Si appoggiò al bastone e ne trasse la forza che
gli occorreva per proseguire. Era a pezzi, e la ferita del coltello di Penny
bruciava e suppurava sotto il vestito. Sentiva sempre più freddo.
Quando arrivò in vista del Rock River, vicino al ponte che portava all'isola di Lawrence, si accorse con stupore di essere finito assai lontano dalla
meta che intendeva raggiungere. La casa di Josie, come ben sapeva, era
nella direzione opposta. Si sedette appoggiandosi alla ruvida corteccia di
un'antica quercia e guardò il panorama notturno. Il fiume era coperto da
una lastra di ghiaccio, tranne al centro, dove la corrente era abbastanza forte per impedire al ghiaccio di chiudersi. Guardò il movimento dell'acqua
scura, che rifletteva le luci del ponte. Sarebbe andato tutto bene, si disse.
Attorno a lui regnava il silenzio. Si sentì in pace con se stesso.
Una macchia di luce apparve sulla cresta dell'acqua corrente, una luce
che si alzò e si allargò. La Signora uscì dall'oscurità vestita del suo abito
leggerissimo e fluente. I suoi lineamenti delicati erano incantevoli. Attraversò il ghiaccio sui piedi minuscoli, fin dove sedeva Ross, e si chinò su di
lui.
«Mio valoroso Cavaliere, ti sei comportato bene» gli disse con dolcezza.
«Hai fatto tutto quello che ti ho chiesto. Hai mantenuto la promessa e
compiuto il tuo dovere. Hai completato il tuo servizio a favore del Verbo.
Sei libero. Ti do la libertà.»
Ross provò all'improvviso una grande stanchezza. Non riusciva a parlare, ma sorrise. Era soddisfatto. Era il risultato per cui aveva lavorato così a
lungo. Era quanto desiderava da tempo.
«Valoroso Cavaliere» sussurrò la Signora «vieni a casa con me. Vieni
alla casa cui appartieni.»
Gli tese la mano. Con grande sforzo, John Ross sollevò la propria e la
posò su quella di lei. La luce che circondava la Signora scivolò lungo il
corpo di lui e lo avvolse.
Quando si alzò in piedi, si sentiva rinnovato e risanato. Il bastone nero
gli sfuggì di mano.
Un istante più tardi, Ross era scomparso.
Il bastone rimase dov'era caduto. Nel profondo silenzio della notte, la
neve che continuava a cadere cominciò a coprirlo. A poco a poco svanì
sotto una bianca coltre.
Poi una figura uscì dall'ombra, un uomo gigantesco, con la pelle color
del rame e lunghi capelli neri raccolti in una treccia che gli scendeva sulla
schiena, un uomo che indossava vestiti militari da fatica e portava stivali
da paracadutista. Raggiunse il punto dov'era caduto il bastone e si chinò a
raccoglierlo. Ripulì dalla neve la sua lucida superficie nera e lo tenne davanti a sé, con espressione pensosa.
Dopo qualche istante il guerriero solitario, il cercatore di verità, alzò lo
sguardo sul ghiaccio, sull'acqua che scorreva libera più avanti e oltre ancora, là dove si combatteva la guerra del Verbo contro l'ignoranza e l'indifferenza di un mondo addormentato.
FINE
Scarica

terry brooks - Ebook Gratis