Anno VI
Numero 50
febbraio 2009
TRASH & CLEAN
TRASH & CLEAN
“Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti”, dice
Freak Antony. Come dire elogio della stupidità,
antidoto alla realtà. Stanchi di dover capire è
bello abbandonarsi dove senso non c’è. Il giullare,
da sempre, ha avuto un ruolo fondamentale nella
società. La comicità, la parodia, il sarcasmo sono
elementi chiave del vivere. Nel corso dei secoli
questo ruolo è cambiato specchiandosi nel reale e
sottolineandone alcuni aspetti, in altri casi lo ha
esasperato e superato in un’operazione surreale
che tanta letteratura ha ispirato. In nessun caso
tutto questo è stato fine a se stesso ma bensì utile,
necessario. Spesso la comicità ha incontrato la
musica, altro contenitore di gioia. Nasce da
qui la canzone comica o demenziale, da questa
naturale tendenza dell’uomo a cercare, anche se
per pochi minuti, l’ebbrezza della felicità. Musica
che, più di altre, nasce per il pubblico, a metà
strada tra teatro e canzone delle volte, più vicina
al circo, all’osteria o alla caserma alcune altre.
Disimpegno ma anche satira politica e sociale,
fiaba ma anche musica triviale e sconcia, attinge
alla fantasia, spesso inespressa, della gente e ha
tutta la commedia umana a disposizione, una
miniera di storie e personaggi da canzonare,
sbeffeggiare, ridicolizzare. Un cosmo pieno di
stelle, meteore, supernove che abbiamo cercato
di esplorare. Lo abbiamo fatto con una piccola
Storia demenziale della musica e attraverso le
voci di alcuni dei protagonisti di ieri e di oggi.
Gli storici e intramontabili Elio e le storie tese,
il fenomeno del momento Checco Zalone, lo
“spagnolo” Armando De Razza con un ricordo
ai grandi del genere (Giorgio Gaber e Frank
Zappa a cui abbiamo dedicato la copertina) per
finire con un piccola finestra sul demenziale
made in Salento. Sfogliando le pagine troverete
una sezione musica mai come in questo numero
dedicata ai cantautori italiani, una sezione
recensioni che si distende e accoglie dischi anche
non freschissimi, un po’ per recuperare il mese di
assenza un po’ per dare ad alcuni album un’altra
chance, le rubriche dedicate alle etichette e
alle case editrici, le interviste ad Alessandro
Leogrande, Gianluca Morozzi, Filippo Timi,
Antonio Errico, le nostre letture e le nostre
visioni all’inizio di questo nuovo anno. Come
ogni anno, e cominciano a diventare tanti (siamo
arrivati al traguardo dei 50 numeri) invitiamo
tutti a sostenere in qualsiasi modo Coolclub.
it. Come sempre siamo impazienti di accogliere
nuovi collaboratori che vogliono cimentarsi sulle
nostre pagine. Basta scrivere al nostro indirizzo
[email protected].
Buona lettura.
Osvaldo Piliego
Editoriale 3
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Anno 6 Numero 50
febbraio 2009
Iscritto al registro della
stampa del tribunale di Lecce
il 15.01.2004 al n.844
Direttore responsabile
Osvaldo Piliego
Collettivo redazionale
Pierpaolo Lala, C. Michele
Pierri, Cesare Liaci, Antonietta
Rosato, Dario Goffredo
Hanno collaborato a questo
numero: Antonio Iovane,
Marcello Zappatore,
Dino Amenduni, Claudia
Attimonelli, Tobia D’Onofrio,
Nino G. D’Attis, Valentina
Cataldo, Camillo Fasulo,
Dieghost, Enrico Martello,
Federico Baglivi, Fulvio
Totaro, Michela Contini,
Rossano Astremo, Sara
Natilla, Antonio Lupo, Vito
Lubelli, Stefania Ricchiuto,
Valeria Blanco
In copertina Frank Zappa
Ringraziamo la Cooperativa
Paz di Lecce (che ci ha
ospitato in questi ultimi tre
mesi), Manifatture Knos e le
redazioni di Blackmailmag.
com, Radio Popolare Salento di
Taranto e Lecce, Controradio
di Bari, Mondoradio di
Tricase (Le), Ciccio Riccio
di Brindisi, L’impaziente di
Lecce, quiSalento, Lecceprima,
Musicaround.net.
Progetto grafico
erik chilly
Impaginazione
Scipione
Stampa
Martano Editrice - Lecce
Chiuso in redazione il 2/2 più o
meno attorno alle 2
Per inserzioni pubblicitarie e
abbonamenti:
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TRASH & CLEAN
Elio e le storie tese 6-7
Checco Zalone 8-9
Giorgio Gaber 10-11
Frank Zappa 12-13
musica
Massimo Bubola 18-19
Pippo Pollina 20-21
Roberto Angelini 22-23
Recensioni 24
Libri
Gianluca Morozzi 40-41
Alessandro Leogrande 42-43
Antonio Errico 44-45
Recensioni 47
Cinema Teatro Arte
Filippo Timi 52-53
Per il cinema italiano 54-55
Frammenti di Beckett 56-57
Eventi
Calendario 59
sommario 5
USATE ALMENO
L’ACCORDATORE
Intervista a Cesareo, chitarrista di Elio e le storie tese
6
TRASH & CLEAN
La musica demenziale in Italia è sinomino da
una ventina di anni a questa parte di Elio e le
storie tese. Non esiste nessun cantante di questo
filone e che non indichi la band milanese con un
sole da seguire. Negli anni ‘80 le loro canzoni
erano già diventate culto, poi con il secondo
posto al Festival di Sanremo nel 1996 e con le
partecipazioni sempre più stabili in trasmissioni
televisive gli Eelst sono divenuti celebri anche
al grande pubblico. Ironia dissacrante e testi
politicamente scorretti; la loro capacità musicale
però è il tratto distintivo. Nel numero dedicato
alla musica demenziale loro, ovviamente, non
potevano mancare. Abbiamo fatto qualche
domanda al chitarrista Cesareo.
Com’è cambiata la musica demenziale in
Italia nel corso di questi trent’anni?
Quando abbiamo iniziato la situazione in Italia
era molto diversa da quella attuale. C’eravamo
solo noi e gli Skiantos. Ora c’è un sacco di gente
che pensa di far ridere con una chitarra e un
semplice motivetto farcito di doppi sensi. In realtà
è sempre importante una buona preparazione
musicale per poter anche interpretare un gesto
leggero e ironico. Un aspetto positivo è che in
questi anni hanno inventato quel meraviglioso
accessorio chiamato accordatore elettronico e in
molti hanno anche deciso di usarlo.
Esistono secondo voi dei filoni in Italia? A
chi vi siete ispirati nei vostri esordi?
Ci siamo ispirati ai Gufi, agli Skiantos, alla
comicità di Monty Python ma anche a Frank
Zappa. Questi sono i gruppi dai quali abbiamo
attinto per quanto riguarda la nostra ironia.
Poi, all’interno della band, ognuno ha le proprie
preferenze e i propri gusti.
Nel 1996 arrivaste secondi a Sanremo, fu
una sorta di sdoganamento per tutto il
movimento?
In realtà c’è stato un piccolo errore - che abbiamo
perdonato - in fase di conteggio delle schede.
Eravamo arrivati primi; in ogni caso il nostro
percorso era già definito e la partecipazione
al Festival è stata sì una vetrina ma anche
la conferma delle nostre potenzialità come
musicisti.
Cosa pensate della comicità televisiva di
oggi?
Fra i tanti ci piacciono tantissimo Maurizio
Milani, Ale e Franz, i Guzzanti, Aldo Giovanni e
Giacomo, ma anche altri come Stanlio e Ollio.
Progetti per il futuro?
Costruire autostrade per i giovani e stradine per
gli anziani
Pierpaolo Lala
STORIA
DEMENZIALE
DELLA MUSICA
La storia della canzone demenziale, ironica,
satirica o comica che dir si voglia è vecchia più
o meno quanto l’uomo. La parodia della società,
il mettere in risalto aspetti ridicoli dell’uomo,
l’essere esplicitamente slegati dalla morale,
il fare riferimento al sesso, l’essere volgari
serve all’uomo per sentirsi libero. È forse con
l’avanspettacolo che la canzone commedia, nella
sua accezione formalizzata, ha ufficialmente
inizio. Parallelamente altri luoghi furono
incubatrici e palchi naturali della canzone
comica: le osterie e le caserme. Ma è con la
televisione che questo genere, diventa “nazional
popolare”.
La nostra carrellata, la nostra Storia
demenziale della musica italiana (ovviamente,
e come al solito, non completamente esaustiva),
parte dagli anni ’50,
da Fred Buscaglione
(nella foto) e dal suo
immaginario quasi
letterario. Il suo
personaggio è una
sorta di gangster
tricolore, sempre a
che fare con le donne,
l’alcool, il lusso
tutto scritto con una
chiave di sbruffone
ma eterno perdente...
assolutamente
esilarante. Buono per
le famiglie era invece
il Quartetto Cetra, gruppo vocale celebre per i
riadattamenti in chiave popolare e comica dei
grandi classici della letteratura come l’Odissea,
Il Conte di Montecristo. Furono autori anche
di canzonette simpatiche adatte a un pubblico
molto vasto. In un certo senso demenziali
possono essere anche considerate alcune canzoni
di Lelio Luttazzi, Natalino Otto e Alberto Sordi.
Gli anni ’60 rappresentano un momento molto
importante per la storia del genere. Un luogo
chiave è il Derby di Milano che raccoglie attorno
a sé una serie di artisti, poeti e intellettuali
che danno al genere nuovo spessore. Come
dimenticare Enzo Jannacci, insieme a Dario Fo
IO PARACULO
SOLO I FAMOSI...
Intervista a Checco Zalone
La curiosità è troppa. Ad un certo punto
dell’intervista telefonica faccio la domanda di
rito. Ma cos’è Lu pollu cusutu an culu, titolo della
canzone dei Negramaro? “È una ricetta che mi
faceva mia zia salentina. Mio padre è di Maglie
quindi io sono metà leccese e metà barese”.
Checco Zalone, nome d’arte di Luca Medici, da
Capurso, provincia di Bari è uno dei fenomeni
televisivi del momento. Dopo una laurea in
giurisprudenza (presa per fare un piacere alla
mamma), un passato da musicista autodidatta
con la passione per il jazz, una brillante carriera
di cantante da matrimoni, Luca approda a Zelig
Off dopo aver seguito il laboratorio di Bari. Nasce
il personaggio di Checco Zalone (in barese che
cozzalone, che tamarro) che nell’estate del 2006
esplode grazie a Siamo una squadra fortissimi,
un motivetto che inizia a passare per la radio e
diventa famosissimo.
Te lo aspettavi?
Dopo le prime due edizioni di Zelig, dove
comunque avevo già avuto un discreto successo,
viene fuori questo motivetto. All’inizio devo dire
che mi sembrava culo. A distanza devo però
sottolineare che si trattava di una canzone ben
scritta e ben fatta. È difficilissimo ripetersi.
Quella era una evergreen.
8
TRASH & CLEAN
Come nascono le attuali imitazioni. Come
scegli i brani e gli artisti?
Prima era più facile sceglierli, la cerchia di
vittime si restringe sempre di più e diventa un
problema selezionare qualcuno. Inoltre ormai
devo cambiare per sorprendere, Tra l’altro è
un lavoraccio, dietro quelle paraculate, ci sono
un sacco di giorni di lavoro. Ad esempio con i
Negramaro sono partito dal fatto che Giuliano
tende sempre a sottolineare la sua orgine
salentina. Quindi quale occasione migliore per
parlare del Salento attraverso una ricetta di mia
zia?
È recente anche la Taranta del centro
destra?
La canzone è nata a Cannole durante un
concerto alla Sagra della Municeddha. Prima
della nostra esibizione c’era questo gruppo che
suonava la pizzica. I primi cinque minuti era
carino, tutti ci siamo fatti coinvolgere dal ritmo
incalzante, dopo mezz’ora non ne potevamo più.
Noi eravamo su un altro palco, cercavamo di
accordare gli strumenti ma non si riusciva a
capire niente. Così da un palco all’altro abbiamo
iniziato a sfottere. Tendenzialmente il pubblico
della pizzica è di sinistra, quindi noi abbiamo
iniziato a inneggiare a Berlusconi e ai valori di
autore di canzoni come Ho visto un re, Vengo
anch’io no tu no. Con loro anche Giorgio Gaber,
sintesi dell’unione tra musica comica e al
contempo colta e inventore del teatro canzone.
Ancora Cochi e Renato sono forse i primi ai
quali si può attribuire il termine demenziale.
Il loro approccio con la realtà era (ed è) spesso
non sense e risulta semplicemente esilarante
grazie anche alle loro grandi capacità attoriali.
Basta ricordare canzoni come La Gallina e
La Canzone Intelligente che hanno segnato
un’epoca e sono state spesso riprese. Negli anni
’60 bisogna ricordare anche alcuni gruppi come
I Brutos, i Balordi, i Gufi e altri ancora.
Un personaggio chiave degli anni 70 è stato
sicuramente Renzo Arbore (nell foto) che
in radio con Gianni Boncompagni (Alto
centro destra. Così è nata l’idea del brano che poi
ho portato sul palco di Zelig.
Tu rientri nel filone della musica
demenziale. Ci sono dei predecessori
ai quali ti ispiri? Ci sono colleghi che ti
piacciono?
Nessuno ai quali mi ispiro in particolare. Mi
piacciono Elio e le storie tese, Toti e Tata, poi
ci sono molte cose belle nel panorama comico
ma ho ancora vivo il ricordo della cassetta degli
Squallor in macchina di mio padre con la canzone
Telefonaastucazzo.
È difficile far ridere con le canzoni?
Sono partito dalla musica seria studiando il
piano e la chitarra ma da quando ero bambino
provavo a fare ridere anche quando facevo le
serate normali di piano bar. Non riuscivo mai a
essere serio, dovevo sempre prendere per il culo
qualcuno.
Le tue vittime si sono mai arrabbiate?
E perché? Vuol dire che sono famosi. Io paraculo
solo i famosi. (pila)
gradimento) e in tv con il programma culto
L’altra domenica (e non solo) lancia una nuova
comicità e una nuovo modo di fare radio e
televisione. Più tardi Renzo Arbore, negli anni
80, con trasmissioni con Quelli della notte
e Indietro tutta sarà anche autore di sigle e
canzoni che faranno e fanno ridere tutt’Italia
(Ma la notte no e Il materasso, La vita è tutto
un quiz, Grazie dei fiori bis, Vengo dopo il Tg).
Sigla della trasmissione L’altra domenica era
Fatti più in là delle Sorelle bandiera. Verso la
fine degli anni 70 mentre in Inghilterra esplode
il punk in Italia a Bologna si sviluppa una
scena che attinge musicalmente dalla scena
inglese e che nei testi abbraccia la demenzialità
come mezzo di comunicazione assolutamente
alternativa alla tradizione musicale Italiana.
Gruppo simbolo e superstite di questa scena
sono gli Skiantos di Freak Antoni che per la
prima volta usa l’espressione “rock demenziale”.
Nel 1978 la band pubblica infatti, in allegato
al secondo cd Monotono, il manifesto del rock
demenziale che si apre così: “La gente stupida
non considera l’energia dell’errore e la vitalità
del rock. Gli intellettuali usano il nonsenso
calibrato e non il demenziale pesante”. Nascono
molti gruppi come i Windopen di Roberto
GIORGIO GABER
Ecco, gli anni ’60 sono quasi finiti e lui è ricco,
famoso: tutto grazie alla televisione dove si
esibisce con brani romanticoidi, pure apprezzabili.
Che volere di più? In Rai è il tempo del gran
censore dc, Ettore Bernabei, dal ‘61 direttore
generale Rai, il cui motto era: «La censura è
assunzione doverosa di responsabilità». Gaber
furoreggia quando canta, in languidi birignao,
«non arrossire quando ti bacio». Cose fuori posto
ne dice poche, pochissime, qualcuno storce il
naso quando definisce «le nostre serate stupide
e vuote», ma è tutto lì. Finché non diventa se
stesso.
Deve essere stato un daimon a chiamarlo:
Gaber, alla fine degli anni ’60, dice basta. A dire
il vero già nel ’63 era stato uno dei protagonisti
di una censuratissima trasmissione meteora,
Canzoniere minimo, dove venivano proposte
anche canzoni di protesta. Ma restava pur sempre
un molle uomo-Rai. Di quel suo passato dirà: «eri
costretto a dire cose che non ti appartenevano».
Così, il 6 ottobre 1970, dopo una tournèe teatrale
con Mina, capisce che il teatro è la Via. Nasce
il Signor G., il teatro-canzone, e comincia il
viaggio, anticipato dall’Asse d’equilibrio, un
album splendido e inquieto del ’68 scritto con
Herbert Pagani (quello di Albergo a ore), dove in
La vita dell’uomo c’è tutta la poetica della scelta
tra le due strade, quella della «gloriosa nullità»
o quella dell’«anima come orizzonte».
Sceglie la seconda.
Ciò che era lo ripudia, lo guarda dall’esterno
e vede un uomo «così compromesso con ogni
compromesso/ che oramai più nulla né sente né
vede/ e il compromesso è l’unica sua fede». Qui è
la sua forza: nella scelta di partire, sapendo che
a orientarlo sarà solo la stella del Sé.
Arruola Sandro Luporini, che lavora ai testi.
Legge Laing, Adorno, la Scuola di Francoforte,
Céline, L’uomo senza qualità e li trasforma in
musica. Sceglie alcune parole cui attribuisce un
significato personale. Ne nasce un Pensiero, che
vuol dire: un’idea del mondo. Manco a dirlo: fa
incazzare tutti.
É censore delle storture del ‘68: l’uomo ha
smesso di essere individuo ed è diventato massa,
10 PUGLIA VINCENTE?
i sessantottini li definisce «polli d’allevamento»
- pensate il putiferio. È disgustato dalla miseria
di pensiero e dal carrierismo degli anni ’80
e all’inizio del decennio scrive forse il suo
capolavoro: la violentissima Io se fossi Dio, dove
attacca Aldo Moro, morto da poco e che pure
aveva ricevuto una semiassoluzione da Pasolini.
«Vorrei dire che Aldo Moro resta ancora quella
faccia che era», gli grida contro Gaber, e il disco
viene subito ritirato e disintegrato in reattori
nucleari. Il penultimo Gaber, degli anni ’90,
è quello millenarista, disilluso, erga omnes:
giornali, televisione, politica, «dio mercato».
Ma la vena è inaridita, le invettive sempre più
scolorite, il suo qualunquismo – perché il signor
G. è stato spesso qualunquista – senza la forza
ironica, la poesia e la lucidità che lo assolvevano.
Lo scrittore Luca Canali, dopo uno spettacolo del
‘98, palerà di «protesta inerte, rimpianto condito
da uno snobismo da salotto medio-borghese
scontento di tutto». E forse ha ragione. Gaber
risponde: «io esprimo solo quello che penso». E
forse ha ragione. A quella stella del Sé Gaber
fu sempre fedele, anche quando le sue scelte
risulteranno discutibili.
Poi, per ultimi, arriveranno due album con picchi
altissimi.
L’ultima volta che andai a teatro a vederlo
- perché Gaber andava visto: il suo pensiero
era monco senza l’azione, senza il suo lavoro
sul corpo – gli chiesi, come bis, Io se fossi Dio.
Sorrise e alzò le spalle, come a dire: non ho più
il fisico. Era già consumato dal suo male. Sulla
pagina 103 del Televideo, il giorno di capodanno
del 2003, c’era scritto: È morto Giorgio Gaber; e
io pensai: e me lo dice così?
Fu la mia prima reazione: me la presi col
Televideo, che liquidava la faccenda in modo
freddo, insensibile, con quei caratteri inattuali,
quel bianco e verde su sfondo nero. La verità è
che alla fine sul Televideo c’era scritto: È morto
Giorgio Gaber, ma io lessi: Antonio, una parte di
quella materia di cui sei fatto è morta. Ciascuno,
nelle cose, ci legge quello che vuole.
Antonio Iovane
Terzani, i Teobaldi
Rock di Luca Carboni,
i Luti Chroma di
Tullio Ferro e Mauro
Patelli, i Supercircus
di Andrea Mingardi,
la Kandeggina Gang e
molti altri ancora. Dal
1973 erano già attivi
gli Squallor che negli anni ’80 approderanno
anche nelle sale cinematografiche con Arrapaho
e Uccelli d’Italia.
Gli anni ’80 sono quelli in cui si crea un
pubblico di settore, gli anni di Lino e i
Mistoterital, dei primi Elio e le storie tese, dei
Camaleunti, degli Edipo e il suo complesso, dei
Powerillusi. Tutte formazioni in cui prevale
il lato parodistico, dissacrante, non sense. Si
affaccia sulla scena anche Armando De Razza,
cantautore finto spagnolo che gioca con le
parole e propone brani celebri come Esperanza
d’Escobar, Amalia De Lana e La Lambada
Strofineira. Nel 1990 nasce anche il festival di
San Scemo che prosegue tutt’ora (un piccolo
festival simile e omonimo da un po’ di anni
a questa parte si tiene anche ad Erchie, in
provincia di Brindisi).
Nel corso degli anni ’90 si affacciano sulla scena
televisiva e discografica quelli che potrebbero
essere definiti i cantautori demenziali.
Importante, in questa direzione, è il Maurizio
Costanzo Show palestra e trampolino di
lancio di molti di questi cabarettisti votati
alla canzone. Marco
Carena vince nel 1990
la prima edizione di
San Scemo con Ti
amo (come una bestia,
me lo dici sempre
che sono una bestia)
e partecipa tra le
nuove proposte del
festival di Sanremo
nel 1991 con Serenata.
Ora prosegue, con
minore fortuna, la sua
carriera con concerti di piazza. Più fortunato
sicuramente Dario Vergassola che dopo aver
firmato moltissime canzoni di successo (Mario,
Non me la danno mai) si è trasformato in un
vero e proprio conduttore televisivo. Il successo
è stato toccato anche da Stefano Nosei e il
suo pastiche di canzoni celebri mescolate, e
Federico Salvatore che dopo la famosa Azz
e altre canzoni comiche partecipa anche a
FRANK ZAPPA
Può l’umorismo appartenere alla musica? Frank
Zappa si poneva direttamente ed esplicitamente
questa domanda nel titolo di uno dei suoi dischi
(Does humour belong in music?, 1986). Sembra
legittimo d’altronde chiedersi effettivamente
in che modalità o a che titolo possa l’umorismo
inferire con la musica, soprattutto considerando
l’eredità plurisecolare di una musica classica che
non ha mai smesso di prendersi oltremodo sul
serio. Le risposte zappiane al suddetto quesito
sono molteplici. Teniamo presente che la risata si
genera spesso al cospetto dell’interruzione della
prevedibilità di un’azione o di uno schema verbale,
interruzione che crea una situazione inaspettata
(come una modella che cade durante una sfilata,
12 TRASH & CLEAN
oppure un gioco di parole, o una pubblica puzzetta
vanziniana); in musica può essere ottenuto un
simile risultato con un’improvvisa e inaspettata
divergenza ritmica, melodica o armonica rispetto
alla regolarità della maggior parte dei generi
musicali. Lo stesso Frank Zappa affermava:
“Qualsiasi composizione (o improvvisazione) che
suoni consonante e regolare sempre e comunque
mi pare l’equivalente di un film dove ci siano solo
i buoni o di una cena a base di ricotta”.
Anche l’accostamento di elementi tra loro
normalmente estranei può indurre al riso, e
così come farebbe ridere un capo di Stato vestito
per l’occasione da suora, allo stesso modo ha
un effetto assolutamente dirompente ascoltare
Stairway To Heaven in versione reggae (The
best band you never heard in your life, 1991), con
tanto di sezione fiati che all’unisono esegue il
celeberrimo assolo di chitarra di Page.
Zappa parlava anche di strumenti dal timbro
inerentemente buffo, citando alcuni utilizzi
della tromba con la sordina, del sassofono basso
suonato nel suo registro più grave nonché del
trombone a coulisse, i quali scatenano reazioni
di ilarità negli ascoltatori “cresciuti a cliché
subliminali che hanno determinato la loro realtà
auditiva fin dalla culla”; per lo stesso motivo
utilizzava effetti sonori di stampo rumoristico,
come ad esempio nel finale di Peaches En Regalia
(Hot Rats, 1969).
La risposta più semplice e superficiale è
riscontrabile inoltre nell’analisi delle liriche dei
brani cantati, che portano alla risata per via delle
tematiche particolarmente pungenti o originali
- difficile trovare una canzone che nomini nel
proprio testo il filo interdentale, se si fa eccezione
per Montana di Frank Zappa (Overnite sensation,
1973) - o anche per la sfrontatezza con cui l’autore
ha saputo discutere nei propri testi di tematiche
sessuali (talvolta collegate alla vita ‘da tour’)
di cui tutti parlano o fantasticano nella sfera
privata, ma che difficilmente si ha il coraggio di
portare alla superficie dell’ambito pubblico. A tal
proposito gli ammiratori italiani di Frank Zappa
sono ulteriormente sollazzati da un paio di brani
del repertorio zappiano che, proprio nel nostro
idioma, si intitolano Tengo na minchia tanta
(Uncle Meat, 1969) e Questi cazzi di piccione
(Yellow Shark, 1993), a testimonianza ancora
più pregnante delle origini siciliane dell’autore.
Eppure non bisogna fare l’errore di considerare
“demenziale” la musica di Frank Zappa,
perché etimologicamente “demenziale” viene
da “de-mens” ovvero “lontano dalla mente”, o
“fuori di testa”, da cui pare evidente che tale
termine non si addice affatto a una vis comica
che invece era frutto di un’acutissima ricerca
intellettuale. E, per chiudere, sembrerà anche
paradossale, dopo quanto detto, il fatto che far
ridere non era affatto l’obiettivo primario di
Zappa, poiché in realtà il suo vero scopo era il
riconoscimento della sua dignità di compositore
‘serio’, alla stessa stregua dei suoi idoli Varese e
Stravinskij, e realizzava dischi e tour di musica
un po’ più vicina alla popular music, se pur con
un approccio rivoluzionario e rimasto unico, con
lo scopo di racimolare denaro per i lavori più
impegnati. Come recita un altro titolo di un suo
disco: We’re Only In It For The Money (1968).
Marcello Zappatore
Sanremo (e con una canzone seria sul tema
dell’omosessualità). La scena demenziale ha
ospitato poi, con alterne vicende, attori che si
sono cimentati in canzoni come Paolo Rossi,
Claudio Bisio (famosissima la sua Rapput) e
Davide Riondino simpaticissimo nel proporre
“sconosciuti inediti” di famosi cantautori come
la strepitosa Giuseppina che cammina sul filo di
Francesco de Gregori.
Gli anni 90 vedono inoltre la consacrazione di
Elio e le storie tese
che riescono, più di
tutti forse, a imporre
e a conquistare
il pubblico e la
critica (vincono
il premio della
critica a Sanremo
del 1996 con la
Terra dei cachi e
arrivano addirittura
secondi dietro
Ron). Come negli
anni ottanta era
stata la partecipazione di Renzo Arbore al
Festival con il Clarinetto a segnare una sorta
di spartiacque (che aprì le porte del festival
ai comici come i già citati Marco Carena e
Armando De Razza o il Maestro Mazza con il
Lazzo) così nei ’90 la presenza di Elio e le storie
tese sul palco dell’Ariston ha forse sdoganato un
certo genere. Interessante anche la carriera dei
Latte e i suoi Derivati di Lillo & Greg che poi
sono passati stabilmente in tv e in radio (con
la trasmissione sei uno zero). Da Napoli arriva
invece Tony Tammaro che firma numerose
canzoni di successo come Patrizia, A casa per
le sette, Se potrei avere te, anche grazie alla
diffusione radiofonica. Stesso filone anche per
Leone Di Lernia autore di tormentoni (anche da
discoteca) e Gianni Drudu (quello di Fiki Fiki
e Tiramisù la banana col bacio). Tra i gruppi
recenti si possono citare i Gem Boy, Gli Atroci,
Zio Ematitos, Prophilax.
Il movimento è sano e forte in tutta Italia.
Ovviamente si tratta di gruppi che difficilmente
balzano agli onori della cronaca nazionale o
riescono a produrre dischi di un certo successo.
La comicità, anche quella musicale, passa
soprattutto dalla tv. Non è un caso che uno dei
comici più famosi degli ultimi anni coniughi
musica e parole. Checco Zalone dopo il singolo
Siamo una squadra fortissimi ha proseguito
con le sue divertenti parodie musicali che
coinvolgono Negramaro, Jovanotti, Gigi
D’Alessio, Carmen Consoli e tanti altri.
13
RISATE DAL SALENTO
Andrea Baccassino e Antonello Taurino
Nel panorama comico salentino, a dire il vero
non troppo folto, spiccano due nomi in particolare
che propongono generi molto diversi. Il neretino
Andrea Baccassino e il copertinese Antonello
Taurino. Entrambi attori e musicisti eclettici
hanno storie e stili diversi.
“Io sono un autore: scrivo storie”, sottolinea
Andrea Baccassino. “A volte queste storie
prendono la forma di canzoni, altre volte di
spettacoli di cabaret, racconti, film... E se non
trovo nessuno che le porti sul palco lo faccio
da solo”. Le canzoni più famose sono le parodie
proposte in dialetto neretino come Lu semiasse
no mbale, Nardò Nardò, Brutta Stroppia. “Il
vizio di scrivere parodie l’ho avuto (come tutti
credo) sin da piccolino. Solo che nel ’96 ho pensato
che potesse anche diventare un mestiere e così
ho iniziato a impegnarmi. Le canzoni che scelgo
devono avere due caratteristiche: devono essere
molto conosciute dal pubblico e soprattutto
devono piacere molto a me. Per questo alla fine
scelgo sempre canzoni dei Pooh, dei Police, dei
Beatles... Ed è questo il motivo per cui mi sento
più legato a canzoni che poi al mio pubblico
piacciono un po’ meno: per esempio Perenospula,
cioè la parodia di Fastlove di George Michael.
Non credo di ispirarmi a nessun collega,
semplicemente perché non credo di essere ancora
14 TRASH & CLEAN
all’altezza di essere definito “collega” di Elio e
le Storie Tese”, prosegue Baccassino. “A parte
gli scherzi, la musica demenziale italiana è in
una fase di grande fermento, grazie soprattutto
agli Elio e alla larghissima diffusione delle
loro canzoni. Ma oltre a loro ci sono anche
Max Paiella, i Blues Willies”. Tra i progetti di
Andrea c’è anche un tributo a Giorgio Gaber,
un programma radiofonico (Radio Bottazzo) e
la nuova carriera da regista cinematografico, il
suo sogno fin da piccolo. “Quest’anno ho iniziato
a dar vita a questo sogno scrivendo e girando
una versione “salentina” dei Promessi Sposi,
tutta interpretata da attori bambini. È stata una
grande soddisfazione per me, coronata anche
dalla vittoria nell’Ecologico Film Festival. Ora
ci sono già sulla scrivania altri tre o quattro
progetti. Quello che manca è un produttore, anzi
se ne conoscete qualcuno...”.
Diversa la formazione di Antonello Taurino.
“A usare frasi confezionate nasco come attore
non comico intorno ai diciannove anni, e poi sono
andato avanti sul doppio binario”, sottolinea.
“Avevo però già alle spalle qualche esperienza
di animazioni, che mi aveva fatto capire che far
ridere era una cosa che mi divertiva molto fare.
Sono cominciati i primi laboratori teatrali non
comici a Lecce, e parallelamente è nato un trio
ARMANDO
DE RAZZA
La mia passione smodata per la musica
demenziale ai tempi delle scuole medie mi
condusse ad un incontro con uno strano
personaggio che parlava mezzo italiano e mezzo
spagnolo. Era Armando De Razza che, sulla
fine degli anni ’80, raggiunse il successo con
Esperanza D’Escobar (che poi da piccolo non mi
era ancora tutto chiaro), La lambada strofineira,
scritta con Renzo Arbore e approdata a Sanremo,
Amalia De Lana e molte altre ancora. Quando
abbiamo pensato ad un numero di Coolclub.
it sulla musica demenziale è venuto subito in
mente lui, quell’accento improbabile e i suoi
giochi di parole. Così ci siamo messi subito alla
sua ricerca, scoprendo le sue origini salentine.
Armando De Razza (vero nome Maurizio) dopo
aver iniziato a teatro, ha raggiunto un grande
successo in televisione grazie a Renzo Arbore ma
non ha mai abbandonato il cinema.
“Ho sempre suonato da quando avevo dodici o
tredici anni e mi piacevano tanto il rock quanto
le canzoni poco serie. Amavo Renato Carosone
e Armando Gil. Un giorno ci trovammo con gli
amici del tempo come Massimo Ghini, Fabrizio
Bentivoglio, Alessandro Haber, in una casa con
Renzo Arbore. Mi fecero suonare le mie canzoni
comiche e così ebbe inizio la mia carriera in
comico, La mera Compagine dei Clerici Vaganti
con Giovanni Trono e Corrado Nestola. Poi il
gruppo si scioglie, per colpa ovviamente di Yoko
Ono, e comincio l’attività solista. A fine 2002
metto in scena lo spettacolo Guasto e una mia
carissima amica che lavorava lì mi fa sapere che
fanno i provini a Zelig. Porto il Clerico Vagante al
laboratorio e dopo 5 mesi, aprile 2003, mi fanno
fare la trasmissione a Zelig Off. Ho partecipato
alle edizioni 2003, 2004 e 2005 con il “Il Clerico
Vagante”, e nelle edizioni 2007 e 2008 con Il
Teatro senza Conflitto con Rubes”. Chitarrista
diplomato, Antonello si cimenta anche con la
musica demenziale. “Ho avuto molta fortuna
con i miei maestri. Oltre a Jurij e Carlo Turati,
autore col quale lavoro dagli inizi a Zelig, la
chitarra classica l’ho studiata niente popò che con
Massimo Felici e Lorenzo Micheli. In generale
credo che in Italia, a parte l’eccezione Elio che si
rifà alla lezione zappiana, la comicità in musica
o ha livelli inarrivabili (Gaber, Jannacci), o non
tv”, sottolinea l’attore. “Le mie canzoni sono
state sempre di due tipi “serie” e “demenziali”
poi il caso ha voluto che abbiano visto la luce
queste seconde”. Il personaggio all’interno
della trasmissione “International D.O.C. Club”
era questo cantante spagnolo. “Lo chiamammo
Armando in onore di Gil ma anche di Maradona
che in quel periodo era all’apice”. Tra la fine degli
anni ‘80 e l’inizio dei ‘90 Armando fa più di 500
concerti non abbandonando mai il cinema. “Il
motivo per cui non ho proseguito con le cazoni è
perché non ci sono più le grandi etichette italiane.
Il problema è la distribuzione. Perché dovrei fare
un disco che so già in partenza che non vende?
Quando ci sarà la possibilità di essere sicuri che
esca il disco senza che rimanga in giacenza allora
ci penserò” (pila).
mi piace perché in genere la musica è molto più
povera della parte testuale, seppur esilarante
(da Dario Vergassola a Tony Tammaro a Checco
Zalone). Per questo non è un filone che batto
molto, perché lo farei solo se trovassi una musica
che reputo all’altezza dei miei stessi gusti di
diplomato, e mi ci vorrebbe un sacco di tempo.
Ho fatto una ballata su Gino, un coltivatore
salentino di marijuana che perde il lavoro a
fine anni ’90 per l’arrivo dell’erba albanese, ho
musicato una storiella sul comunismo, ho scritto
la parodia alla Giovanna Marini di una canzone
di lavoro data la sbornia, a volte eccessiva, di
etnomusicologia nella nostra terra, Cantu te
fatia te le Pierre te discoteca. A Milano faccio
spettacoli con gente bravissima del ramo anche
se non ancora “famosa”: Flavio Pirini, Walter
Leonardi, Lanzoni&Didoni, o citare altri come
Beretta, Orselli”.
Antonietta Rosato
TRASH & CLEAN 15
E NON RIDERE,
NON CONOSCI
L’EDUCAZIONE?
(Piero Ciampi - Adius)
Alcuni generi musicali si basano ontologicamente
sulle strategie ironiche, comiche e parodiche,
talvolta facendo leva sui testi dalle lyrics
taglienti (la musica d’autore italiana vanta
esempi eccellenti da questo punto di vista, un
riferimento su tutti è l’Adius di Piero Ciampi che
si apre con versi di raro lirismo per poi sciogliersi
in un definitivo e inequivocabile saluto rivolto
all’amata), altre volte giocando sull’immagine
live o nei videoclip dei componenti della band,
altre volte sullo stratagemma della scelta di una
cover.
Youtube, ad esempio, è stato il ring dove si sono
scontrate tre rappresentazioni diversamente
ironiche della sensualità femminile, due delle
quali parodiavano l’altra attraverso la cover
di un pezzo hip-hop e del corrispettivo video.
Si tratta di My Humps (2005), singolo grazie
al quale i Black Eyed Peas vinsero gli MTV
Awards nel 2006 per il miglior video hip-hop e i
cui stilemi rientrano nell’iconografia classica del
genere che vuole il corpo femminile ricoperto di
tante griffe e pochi abiti, circondato da uomini
che ne esaltano gli aspetti sessuali questa volta
esplicitati dal titolo: “humps” significa natiche.
La cover ad opera di Alanis Morissette (2007)
tenta un approccio ironicamente didascalico
per demolire lo stereotipo sessista e “maleoriented”, tuttavia la Morrissette scegliendo
il rallenti nel cantato e nelle movenze non
ottiene l’effetto ironico sperato e, anzi, come
dichiarò la Associated Press “la sobrietà di
questa interpretazione non fa che nobilitare la
ridicolaggine del testo originale di Fergie”. Molto
di più aveva, invece, già fatto Peaches, l’artista
canadese trapiantata a Berlino, quando nel 2006
per prima si cimentò in una parodia del brano
dei Black Eyed Peas esasperando in direzione
coprofila i toni edulcorati di Alanis Morissette e
modificando i versi e il titolo originali con una
scelta che, come si conviene al genere ironico-
parodico, capovolgeva i contenuti di partenza:
My Dumps di Peaches significa le mie scorie e
infatti il video, volutamente low-fi, ha come
protagonista la carta igienica che avvolge il corpo
della cantante al posto di marchi e gioielli.
Ma può accadere che la dissacrazione diventi
materiale sacrale. In fondo, come poter evocare
l’immaginario di un lunedì pomeriggio a teatro,
in una rassegna low-cost dedicata a giovani ed
anziani se non con la purezza di un’esibizione
di Stefano Belisari, ovvero Elio, leader di una
formazione che ha fatto della profondissima
costruzione del senso attraverso il nonsense? È il gioco dei salti, dei rimandi, delle
citazioni e delle ricostruzioni, è questa l’ironia.
Difficilmente nasce dal nulla, spesso vive di
contrasti, di maieutiche sbilenche. Pure. Così
come la carriera di questa band. Converrebbe
leggerla al contrario. Prima del reading teatrale
di Elio, il Dopofestival ma soprattutto le Nozze di
Figaro nella serata finale, unico momento degno
di nota e memoria del disastroso Sanremo 2008.
2006: Valzer transgenico, con Bollani e Mondo
Marcio. Altro ossimoro, altra purezza. 2003:
Shpalman, improbabile ma riuscito tormentone.
2000: Elio legge Brecht all’Auditorium di Santa
Cecilia: standing ovation e un’ulteriore prova del
“vizietto” di uno dei cantanti più sottovalutati
d’Italia (una formazione come gli EeLST distrae,
e non è necessariamente un male). 1999: Best
Italian act agli MTV Music Awards: come dare
un Grammy a Frank Zappa. 1996: secondi a
Sanremo, ma qualcuno dice che non vinsero
solo per motivi “politici”. La canzone, premio
della critica, è La Terra dei Cachi. Riascoltatela,
sembra scritta ieri. E tutto attorno, la carriera,
e i classici: Pippero, Mio Cugino, Il Vitello dai
Piedi di Balsa, John Holmes, Servi della Gleba.
Il dissacrante finisce a teatro. Ironia della sorte.
Claudia Attimonelli e Dino Amenduni
TRASH & CLEAN 17
MUSICA
MASSIMO BUBOLA
“Il mio non è un tributo. È la riproposizione di
canzoni che ho scritto nel corso di tredici anni
con Fabrizio De Andrè”. Inizia con una gaffes
la mia chiacchierata con Massimo Bubola,
musicista e autore, compagno di strada di
De Andrè dal 1978 al 1990. Molti dei brani
composti per Rimini, L’indiano e Le nuvole
sono entrati nel suo nuovo lavoro discografico
Dall’altra parte del vento. Da poco passato il
decimo anniversario della scomparsa di De
Andrè questa parola “tributo” mi era rimasta
addosso. Molti tributi in club, festival, giornali,
una puntata fiume di Che tempo che fa su
Rai Tre con Fabio Fazio e Dori Ghezzi a fare
da cerimonieri. Eppure ci sono i tributi delle
18 MUSICA
persone che hanno lavorato con lui e tributi di
persone che lo hanno solo amato.
Cosa pensa di queste manifestazioni?
I tributi non richiesti mi lasciano sempre
qualche perplessità. Queste sono scelte che fa
la Fondazione e io le rispetto però ci dovrebbe
essere una scelta più rigorosa. Non so, per
esempio, cosa Tiziano Ferro abbia da dividere
con Fabrizio De Andrè. A questo punto sarebbe
meglio proporre un approfondimento sulla sua
opera e sulla sua vita attraverso tutti coloro
che hanno collaborato con lui. Fabrizio ha fatto
delle scelte nelle linee di scrittura che hanno
coinvolto Piovani, De Gregori, Pagani, me,
innovativo, poeticamente e musicalmente. Così
mi ha voluto conoscere e con calma, giacché per
lui la fretta non esisteva, abbiamo elaborato
insieme i brani che sono poi entrati in Rimini.
Tutte canzoni che gli hanno dato una grande
visibilità e che, secondo me, lo hanno condotto
ad avere un pubblico più vasto di prima. Canzoni
come Rimini, Andrea, Volta la Carta, Sally e
le successive Quello che non ho, Fiume Sand
Creek, Hotel Supramonte, Se ti tagliassero a
pezzetti sono tutte canzoni molto eseguite oggi.
Dall’altra parte del vento racconta la sua
storia musicale al fianco di De Andrè.
Come hai scelto i brani che sono entrati
nel cd?
Semplicemente ho preso quelli che mi son venuti
in mente e gli ho riproposti come erano nati
nella mia mente, secondo la visione che avevo
io che segue una certa letteratura del rock, del
country, del folk. Diffido dalle imitazioni. Ci
sono tantissimi gruppi che propongono i brani
di De Andrè in maniera pedissequa, cercando
anche di imitare la sua voce.
Fossati. Secondo me a queste persone andava
dato uno spazio maggiore, per consentire una
testimonianza più vasta e approfondita.
La sua collaborazione con De Andrè è
durata oltre tredici anni. Ci racconta quel
periodo?
In quegli anni anni abbiamo scritto moltissime
canzoni insieme. Fabrizio, ed è questa la sua
grandezza, ha sempre collaborato con qualcuno
nella realizzazione dei suo album. In quel
periodo io ho influenzato la sua poetica. Oltre
il tempo del lavoro infatti si parlava poco
di canzoni e molto di storia, di botanica, di
letteratura, di cinema e di tanto altro ancora.
Lei era molto giovane, aveva poco più di
venti anni. Perché De Andrè la scelse?
Nel 1976 avevo inciso il mio primo disco Il
nastro giallo con il suo stesso produttore. Questo
lavoro piacque molto a Fabrizio, lo riteneva
Il suo precedente lavoro è Ballate di terra
& d’acqua un cd prettamente rock che
prende la grande tradizione americana
di Bob Dylan, Lou Reed, Leonard Cohen,
Byrds, The Band, Willy De Ville. Quali
sono stati in questi anni i suoi punti di
riferimento?
Io cerco da tanti anni di proporre rock italiano. Il
rock è una vera e propria letteratura e riguarda
la musica, la pittura, la poesia, i film. In Italia
però c’è stato uno scarso attecchimento, io sono
tra quelli che ha creduto ad una via italiana al
rock. Questa musica ha bisogno di grandi testi:
grandi gruppi come Joe Division, Pealr Jam,
U2, Rollling stones avevano grandi autori.
Quanto a De Andrè nel periodo “buboliano”,
diciamo così, ha seguito questa letteratura poi
è tornato a fare musica più etnica con Mauro
Pagani e dopo Le nuvole invece ha intrapreso
la sua collaborazione con Fossati. Io sono
trentadue anni che porto avanti la mia idea di
rock attraverso dischi più folk, più acustici, più
elettrici, più latini ma ho capito già a venti anni
cosa fare. Quest’ultimo cd è il più elettrico degli
ultimi anni; ma sono importanti soprattutto i
testi. Il rock ha bisogno di poesia.
Pierpaolo Lala
MUSICA 19
PIPPO POLLINA
Caffè Caflish è il titolo del nuovo cd di Pippo
Pollina, cantautore siciliano che dal 1985 ha
abbandonato l’Italia “rifugiandosi” in Svizzera.
Dodici canzoni inedite, sei firmate da Pippo
Pollina e sei dal cantautore svizzero Linard
Bardill, con l’unica eccezione di “Grida no”,
versione italiana (su testo originale di Pippo
Pollina) di “Sage nein”, storica canzone del
cantautore tedesco Konstantin Wecker e simbolo
pacifista in tutta la Germania e la Mitteleuropa.
La prima domanda riguarda i tuoi esordi
con gli Agricantus. Quanto è cambiata
la scena della musica popolare in questi
20 MUSICA
trent’anni?
È cambiata la scena musicale complessivamente
quindi è cambiata notevolmente anche quella
popolare. Alla fine degli anni ’70 ho cominciato
la mia carriera proprio con la musica popolare e
a quel tempo in Sicilia c’era una scena molto viva
con tutti e due i piedi ancorati alla tradizione.
Erano ancora attivi personaggi come Rosa
Balistreri, Ignazio Buttitta, Ciccio Busacca e
molti gruppi storici come La taberna Mylaensis.
In quel periodo abbiamo avuto la fortuna, forse
non compresa fino in fondo, di vedere all’opera
gli ultimi grandi del canto popolare. Nella vostra
zona, quella del Salento, la tradizione è molto
più sentita grazie al lavoro fatto sulla pizzica e,
da quello che mi sembra di capire e di ascoltare,
c’è una maggiore aderenza alla tradizione dei
musicisti rispetto a quanto avviene in Sicilia.
Da voi la tradizione è ancora forte poiché ha
toccato le corde delle ultime generazioni. Dopo la
mia uscita gli Agricantus hanno spostato la loro
attenzione più verso la world music, mantenendo
il dialetto come comunicazione verbale, ma
allontanandosi dalla tradizione.
Il 5 gennaio è stato il venticinquesimo
anniversario della scomparsa di Giuseppe
Fava. Proprio quella morte ti portò lontano
dalla tua Sicilia. Come vedi oggi la lotta
contro la Mafia?
A fronte di un grandissimo risultato a livello
investigativo, culminato con la decapitazione
della cupola che portò all’eliminazione degli
esecutori delle grandi stragi, a mio giudizio non si
è riusciti a ottenere un risultato identico a livello
culturale. I risultati, da questo punto di vista,
non possono essere considerati soddisfacenti
altrimenti non si assisterebbe all’attuale
scempio del sottoproletariato. In Campania
e in Sicilia la criminalità esercita ancora un
forte fascino per le giovani generazioni. Non è
sorprendente se si pensa ai valori promossi dalle
compagini governative come l’arricchimento e il
materialismo. Convincono soprattutto i ragazzi
che tutti mezzi sono buoni.
Il successo è arrivato in Svizzera anche
grazie a Linard Bardill. Dopo dodici cd in
italiano il nuovo lavoro è bilingue. Come
mai questa scelta?
è figlia di una grande amicizia con Linard Bardill
che ho conosciuto agli esordi della mia carriera. Il
nostro primo spettacolo insieme, nel 1987, era in
italiano, tedesco e ladino. Il nuovo cd si interroga
sul tema dell’emigrazione, degli spostamenti dei
popoli nella storia; questo è un tema di grande
attualità ma lo sarà ancora, tutti i popoli della
storia, prima o poi, si sono spostasti. I Caflisch
erano una famiglia di pasticceri migranti. Partiti
dalla Svizzera per cercar fortuna nel Meridione
d’Italia, sbarcarono prima a Napoli, poi a
Palermo, dove ben presto il loro caffè-pasticceria
diventò un irrinunciabile punto di riferimento
soprattutto per la vita artistica e letteraria dei
palermitani che ogni giorno al Caffè Caflisch si
incontravano per discutere di arte, letteratura e
società. Sembra assurdo ma anche gli Svizzeri
sono emigrati e molti di loro vennero proprio nel
Sud Italia.
L’Italia, soprattutto quella del Sud, negli
ultimi anni si è trasformata da terra di
emigrazione a terra di immigrazione.
La situazione è drammatica, c’è un atteggiamento
vergognoso nei confronti di questi poveracci. Ci
si dimentica che fino a poco tempo fa milioni di
italiani erano i vu cumprà nel mondo. Non si vuole
capire come una atteggiamento di solidarietà e
di seria politica di integrazione possa arricchire
loro e noi, possa introdurre altre culture e nuove
energie. Il processo di fraternizzazione può dare
risultati.
Qual è il tuo attuale rapporto con la
Sicilia?
Principalmente un rapporto di visita ad una
madre amorevole e amata. è un continuo
arrivederci; scendo ogni due mesi con la promessa
di ritornarci stabilmente. Ma deve passare
ancora un po’ di tempo. potrei dire che si parte
per vedersi ritornare, ad ogni andare corrisponde
un ritornare, una ricerca delle proprie radici.
Come mai molti autori devono espatriare
per poter produrre un cd in tranquillità?
Qual è la situazione della musica italiana
oggi?
Da una parte difficile. Credo che ci sia un
pubblico interessato e pronto a ricevere un tipo
di messaggio artistico come quello che propongo
io. Il problema è la visibilità. I grandi mezzi
di comunicazione di massa hanno deciso di
proporre una immagine culturale dell’Italia per
modellarla al basso. Allora non ci sarà mai spazio
per chi fa un altro tipo di proposta. Negli ultimi
venticinque anni è stato deciso strategicamente
un sistema per cui l’italiano va rincretinito in
modo che tu possa dire quello che vuoi e lui ci
crede. Più impoverisci un popolo più è facile
fargli fare quello che vuoi tu. La strategia politica
è precisa. Quello che appare e che vedi in tv deve
essere in un certo modo. Le nostre proposte non
centrano anzi sono sovversive.
Quale credi sia oggi il ruolo di Internet
nella diffusione della musica.
Fondamentale. La rete è uno strumento di libertà
che bisogna usare bene. Internet ti consente di
riempire i teatri senza passare dal redattore
di turno che segue logiche di un certo tipo. Noi
facciamo arrivare la nostra voce laddove pochi
anni fa era impossibile. Non dovendo passare da
tv, dai giornali nazionali che scrivono sempre dei
soliti noti. (pila)
MUSICA 21
ROBERTO
ANGELINI
22 MUSICA
La carriera musicale di Roberto Angelini, cantante e chitarrista romano, sembrava destinata
a quel settore dedicato alle boy band. Un ragazzo
“figo”, con una bella voce, con brani per adolescenti urlanti. Dopo il buon esordio con Il signor
domani, premio della critica a Sanremo nel 2001,
e il successivo cd celebre per il Gatto Matto, il
cantautore entra in crisi, straccia il suo contratto discografico e riparte dalla sua musica, dalla
sua chitarra, dai piccoli locali. Si appassiona a
Nick Drake e pubblica con il violinista Rodrigo
D’Erasmo, il tributo Pong Moon. Qualche giorno
fa è uscito La vista concessa, il suo nuovo, atteso
da cinque anni, cd di inediti. Abbiamo parlato
con Roberto della sua storia e del futuro della
musica italiana.
Ci racconti un po’ questo nuovo cd?
Dopo il successo con Gatto Matto, improvvisamente sono ritornato sulla terra e mi sono ricordato che avrei voluto fare le mie cose. Ho avuto
una forte rottura con il mio produttore e con l’etichetta. Da lì ho pensato di ripartire da zero, ricominciando a suonare nei locali di Roma, come
facevo all’inizio, ricreando il terreno per una
composizione iniziale. Contemporaneamente ho
aperto una piccola etichetta, uno studio di registrazione. Ho deciso di vivere di musica facendo
l’artigiano. Lavoro da tempo con lo stesso fonico,
con una squadra di musicisti. Abbiamo tanti progetti, uno dei più importanti è questo disco.
Cosa c’è dentro La vita concessa? Quali influenze, quali ascolti? C’è anche un po’ di
“scuola romana”?
Ci sono tante cose. Nick Drake, ad esempio, influenzava la mia musica anche prima di conoscerlo bene. Poi c’è l’amore per la psichedelica,
l’esempio più facile è quello dei Pink Floyd, ma
c’è anche tanta musica di oggi come quella di Sigur Ros, Mogwai, Kings of Convenience, Damien
Rice. Prediligo certi suoni acustici e le composizioni fatte con la chitarra. I Radiohead sono un
gruppo che amo, forse quello che amo di più. In
questo disco ci sono certe loro cupezze. Infine c’è
un po’ di scuola romana, come dici tu, giacché ci
conosciamo tutti. Io e Pino Marino, ad esempio,
suoniamo insieme da tanti anni. Poi mi piacciono Iron & Wine, Calexico, Piers Faccini e tanti
altri.
Dicembre è da un paio di anni in giro su
you tube con un video particolare con sculture in plastilina realizzate da te e Stefano
Argentero. La tua passione è modellare il
pongo. Lo si vede anche dalle copertine.
Mi è sempre piaciuto modellare il pongo e usarlo
per le copertine perché mi piace l’idea di approfittare della cover del disco come se fosse un’opera. Il faccione mi rompe le scatole. Il disco così
diventa una cosa mia, particolare e caratterizza
il mio pensiero. Il pongo lo vedo bene con la mia
musica. In questo caso mi sono affidato ad un
ragazzo molto bravo che ha interpretato il titolo
con il falconiere bendato.
Qual è la situazione della musica indipendente italiana? Cosa pensi degli After
Hours a Sanremo?
Negli ultimi anni ho ascoltato tante cose belle e
ogni tanto ho l’impressione che alcune abbiano
anche visibilità. Credo che tutti sognino di fare
una carriera come quella degli After hours, di girare con il furgone e fare tante serate a cantare
le proprie canzoni. La partecipazione a Sanremo
la vedo come una loro voglia di dimostrare che
possono andare anche al Festival senza mediazioni, visto che sono stati invitati con i tappeti
rossi. La loro presenza è un segnale importante
ma contraddittorio. A Sanremo vanno tanti cantanti che non vendono dischi e non possono fare
concerti con il biglietto. Quindi mi sembra più
Bonolis che cerca di creare uno spettacolo interessante e invita un gruppo importante. Nell’attuale scena mi piacciono poi Alessandro Grazian,
Dente, Calibro 35, Massimo Giangrande. In Italia ci sono tante cose interessanti che hanno avuto anche un buon successo come Le Luci della
Centrale Elettrica, Baustelle, Il Genio.
Strano tu mi risponda con tanta dovizia di
particolari. Di solito la risposta è... ascolto
solo musica classica...
Spesso chi fa musica ascolta solo se stesso e alla
fine perde il contatto con il mondo.
Negli ultimi anni hai dato vita anche all’etichetta Fiorirari. Ci parli un po’ di questa
esperienza?
La cosa che mi poteva permettere di continuare
a fare la mia musica era mettere in piedi uno
studio di registrazione e una etichetta per sbrigare tutta la parte burocratica. Le case discografiche si sono sempre approfittate di molti giovani
ma ne pagano il conto. Oggi i musicisti devono
imparare anche cosa sono le edizioni, i diritti
connessi. Già ci sono pochi soldi in giro, se non si
è neanche tutelati è ancora più dura. (pila)
MUSICA 23
ANTONY AND THE
JOHNSONS
The Crying Light
Rough Trade
Tagliamo la testa al toro. I giornali vi diranno che è l’album
dell’anno, o vi diranno che Antony Hegarty è l’artista dell’anno, con le sue liriche struggenti, la sua sensibilità fuori dal
comune, il suo corpo che non lo
rappresenta e lo mette in crisi,
la sua sessualità ingabbiata. È
tutto vero ciò che avrete letto,
tranne il fatto che queste siano notizie fresche fresche. The
Crying Light non è un album
indimenticabile, non è soprattutto il miglior lavoro di questa
non-formazione (i the Johnsons
sono “solo” un’adorabile prosecuzione del nome da solista).
Andatevi a sentire il precedente I’m a bird now, appicicateci
la psicologia spicciola del critico a cui hanno dato la soffiata e
sarete più o meno di attualità.
Antony non è l’artista dell’anno, ma è uno dei migliori della
sua, della nostra generazione.
Sa cantare, e lo sa fare benissimo. Sa scrivere, e non ha mai
abbassato la qualità dei suoi testi (melensi? Melodrammatici?
Paranoici? Embè?). In questo
The Crying light marcia, forse
un po’ troppo, sui suoi stessi
clichè, varia un po’ troppo poco
e quando lo fa tocca le punte
migliori dell’album (la performance di un capolavoro come
Daylight and the sun varrebbe
24 MUSICA
un intero concerto). Insomma,
preparatevi all’ondata trendy
di Antony, ma rispondete subito con l’album vecchio. Questo
The Crying Light, però, non potete buttarlo mica.
Dino Amenduni
to sincopato di didjeridoo in
LionInACom, piuttosto che lo
slancio tribale techno/fusion di
Brothersport; il resto è magia
psichedelica che prende forma nei ripetuti ascolti. A voi il
viaggio.
Tobia D’Onofrio
ANIMAL COLLECTIVE
Merryweather Post
Pavillion
Domino
DAVID GRUBBS
An Optimist Notes
The Dusk
Drag City
Gennaio 2009: il decennio volge al termine e chi si interroga sullo stato del rock dovrà
ascoltare l’ultimo di Animal
Collective, un disco che unisce elettronica avanguardista,
propulsione lisergica, i volumi
proibitivi del noise-shoegaze e,
al centro di ogni composizione,
melodie capaci di agganciare l’orecchio più schizzinoso.
Come TVonTheRadio e NoAge, anche gli AC giocano sul
binomio rumore/melodia: qui
è un po’ come se i Residents
incontrassero gli Spacemen3,
facendo cover dei FlamingLips
e generando stratificazioni di
suono pirotecniche, prodotte
da un estro primitivista e folle,
molto Barrettiano. Tenendo a
freno la componente anarchica, quest’album orecchiabile
e immediato potrebbe accrescere il numero di chi li ama
spassionatamente. Già ad un
primo ascolto affioreranno MyGirls, i coretti alla Beach Boys
di GuysEyes, oppure il tappe-
Tra il 1985 e il 1995 David
Grubbs ha praticamente “inventato” il post-rock. Oggi torna a deliziarci con un lavoro degno dei primi GastrDelSol, che
incredibilmente ripropone il
modello dei ‘90 risultando, dopo
quasi vent’anni, più attuale che
mai. Si parte con il cantautorato free-form che tra minimalismo e stream of consciuousness
ha rappresentato il marchio di
fabbrica, e si continua con una
roboante batteria, a distillare
vibrazioni con la solita noncuranza. Sciabolate elettriche
si avviluppano al “sacro asse
del drone”, in un cupo vortice
Slint-iano. Nel cuore del disco,
una radiosa cavalcata degna
di Motorpsycho o addirittura
Bastro, la band seminale della
scena di Louiseville. Le successive miniature incrementano
la tensione dando sfogo all’ispirata ricerca timbrico-melodica,
che finisce per sciogliersi nel
tetro “droneggiare” di The-NotSo-Distant. Etichette appena
coniate come weird, avant-folk,
drone ambient, calzerebbero a
pennello ma è semplicemente
Grubbs fedele a se stesso, narrativo e formalmente perfetto.
Ascoltarlo vuol dire lasciarsi
cullare, perdere l’orientamento e pregustare una folgorante
rinascita. Magia dell’avantgarde e della musica in genere,
che al servizio di artisti illuminati, suona anche tanto calda,
pittorica e stimolante.
Tobia D’Onofrio
PSYCHIC TV/PTV3
Mr. alien brain vs. the
skinwalkers
Cargo/Sweet Nothing
Le ombre di Syd Barrett e Lou
Reed (rispettivamente nelle
splendide versioni di No good
trying e Foggy notion) attraversano la nuova prova discografica degli Psychic TV (o PTV3,
a sottolineare il fatto che, con
una formazione rinnovata,
siamo alla terza incarnazione
del progetto creato nel 1981
da Genesis Breyer P-Orridge).
Un album che arriva dopo il
lutto del leader per la scomparsa dell’amata Lady Jaye, la
sua seconda moglie. Un disco
(registrato in presa diretta a
Philadelphia, nel corso di un
programma radiofonico) che,
in un riuscito alternarsi di luci
ed ombre tra dark, post punk e
psichedelia, parla anche d’amore, con l’Alien Brain del titolo
che fa riferimento all’individuo
ANDREW BIRD
Noble beast
Bella Union
Uno scenario musicale che abbraccia luoghi dell’anima e pizzica
dove pensavi di sentire poco e niente. Andrew Bird ha questo
dono. Violinista, chitarrista e songwriter ha creato un mondo a cui
subito ci sentiamo legati, ammaliante nel suo essere poeticamente
vicino. Chi ama Rufus Wainwrigth ma vorrebbe spogliarlo di tutti
gli orpelli barocchi, chi ancora galleggia a mezz’aria ascoltando
Donovan troverà molte risposte in questo bellissimo disco. Non c’è
tristezza ma vita pulsante nelle canzoni di questo artista capace di
imbastire melodie non tipicamente folk semplicemente fischiando
o intessendo pop song dalle strutture robuste come anche Sufjan
Stevens sa fare. Dopo i Fleet floxes la musica saluta un nuovo
disco capace di aprire cuore e mente ai grandi pascoli del nuovo
cantautorato. (O.P.)
capace di vedere la miseria del
mondo, il lato autodistruttivo
dell’essere umano soffrendone
molto e resistendo alla forza
oscura degli Skinwalkers, esseri che credono unicamente
nel potere, nella sopraffazione
e nel materialismo. La nuova
versione di New York Story
con il mix di Michael Gira (ex
Swans) è un gioiello di microelettronica rinforzata da un giro
di basso Joy Division. Il Dvd
accluso, con le immagini della
filmaker Marie Losier racconta
il progetto di P-Orridge on the
road. Un uomo famigerato, imbarazzante, scandaloso, amato
e/o dileggiato che conversava
amabilmente con un certo William S. Burroughs, non so se
mi spiego.
Nino G. D’Attis
BLITZEN TRAPPEN
Furr
Sub Pop
Il quarto album dei Blitzen
Trappen, grazie all’ingresso in
scuderia Sub Pop si avvale di
una produzione impeccabile e
di un sound eclettico e potente. Pur giocando sul revivalismo rock anni 70, la band di
Portland sembra trarre linfa
vitale da un approccio trasversale, mai troppo indie-rock (per
MUSICA 25
capirci, alla Pavement), ma
neanche troppo calligrafico.
Blues, glam rock, folk, country
e psichedelia, BobDylan, Neil
Young, le citazioni si perdono
in un’ispirata base cantautoriale, sensibilità contemporanea e arrangiamenti trascinanti e talvolta personali, come nel
marasma psichedelico di Love
U, ideale punto d’incontro tra
John Lennon, i WolfParade e
i BadSeeds. La scaletta è equilibrata fra momenti poetici,
digressioni lisergiche e sfuriate
ritmiche, tanto che il disco scorre veloce senza apparentemente lasciare segni memorabili.
Successivamente canticchierete una melodia pensando: sembra Bowie (War On Machines)
o Grant Lee Buffalo che fa il
verso a Dylan (Furr). Allora
metterete su Black River Killer e sorriderete: “Hei Sceriffo,
qui a SubPop la vita è davvero
grandiosa!”.
Tobia D’Onofrio
THE CHILD OF A
CREEK
Unicorns still make
me feel fine
Dust Wind Tales
Inizia delicatamente “Oh, Litte
Man! (Your home like Mine)”:
piccoli tocchi di piano, impercettibili arpeggi di chitarra,
leggeri suoni indecifrabili. Prima traccia del secondo lavoro
di Lorenzo Bracaloni, in arte
The Child of Creek, che già
26 MUSICA
FRANZ FERDINAND
Tonight
Domino Records
All’inizio la sorpresa, il
loro arrivo sulla scena nel
2004 fu come una meteora piombata direttamente
dagli anni 80 e sapientemente irradiata da ritmi
in levare, irrobustita da
chitarroni rock, e virata
da un che di trendy che
ha contribuito ad eleggere i Franz Ferdinand
come una delle band più
calde del periodo. A breve
la conferma e oggi l’atteso
rischioso terzo capitolo.
Impossibile ripetersi, gli
anni trascorsi hanno segnato un’evoluzione del
“rock da ballare”. Ecco perché questo Tonight è stato un disco tribolato, registrato in estenuanti session “notturne” alla ricerca di
un nuovo suono per la band. L’impronta di Alex Kapranos non
può essere che quella “cacthy” di sempre: un occhio alla classifica
e l’altra all’underground. Ma non si può giocare a fare i ragazzini
per tutta la vita e i Franz Ferdinand lo hanno capito. Prima grande novità un uso più deciso dell’elettronica che spesso supplisce a
quello che prima era un tripudio di stilettate chitarristiche. Anche
i toni sembrano più rilassati, non mancano perle di eleganza e
potenziali singoloni killer. (O.P.)
avevamo conosciuto per il suo
precedente Once upon a time
the light through the trees. Poliedrico artista, musicista originale, persona dai modi riservati e raffinati, come i suoi pezzi.
Unicorns still make me feel fine
raccoglie dieci brani registrati
in stanze da letto e giardini, è
invaso dall’odore e dai colori
tenui della natura, evocata da
Lorenzo nelle parole, nel ritmo
delle canzoni, nella scelta degli
strumenti (chitarre acustiche
elettriche e slide, armonica,
flauto, un bordan irlandese,
una balalaika russa, organo,
un piano elettrico e uno a muro
Steiner, scricchiolii del legno
ed electronics). Questo è un disco per chi ama il genere folk,
ma non solo. È un disco per di-
strarsi, immaginarsi nel verde
distesi a braccia aperte. Invidiabile come Lorenzo riesca
a costruire pezzi così intensi
(strumentalmente e vocalmente) facendo tutto da sé: ha cantato, scritto, composto, arrangiato, suonato, registrato, prodotto e mixato il suo Unicorns
col mac e dei microfoni. Un
musicista totalmente autonomo, ma che ha collaborato con
numerosi artisti aprendo i concerti di Moltheni e Basile, Mi
and L’au e José Gonzalez tra
gli altri nomi. Come sempre, in
ogni disco, c’è una canzone preferita. La mia è quella su una
curiosa ragazza chiamata Josephine Goldenheart che veniva
da una stella…
Valentina Cataldo
JOAN AS
WOMAN
To Survive
Reveal
POLICE
disco per riscaldare queste serate invernali, da far girare a
basso volume, magari mentre
leggete un buon libro seduti
davanti al fuoco scoppiettante
di un caminetto.
Camillo “RADI@zioni” Fasulo
ne musicale al tutto. I progetti
paralleli nascono spesso per
allargare i confini stilistici di
un gruppo, allora il cantato in
inglese da il via alla conquista
di mercati extra-italiani. Dna
subsonico.
Dieghost
CAESAR PALACE
Dogs from V-Gas
Universal
FUJIYA & MIYAGI
Lightbulbs
Full Time Hobby
Da una costola dei Subsonica
Considerando la musica sensuale di Joan Wasser – la “poliziotta” di New York – questo
nome suona un po’ strano.
Sostengono le cronache che il
soprannome derivi dalla somiglianza, notata da un amico,
con Angie Dickinson, star di un
poliziesco TV americano degli
anni ’70. La copertina rappresenta bene il disco, ancora più
notturno e malinconico del precedente Real Life di due anni
fa. Forse anche perché nato
in un periodo difficile per la
Wasser. E questo, a sua volta,
giustifica la progressiva scomparsa delle chitarre elettriche,
presenti, invece, nel primo lavoro: reminiscenze delle sue
origini indie-rock. Chitarre o
no, To Survive si appresta a
diventare uno dei migliori dischi di questi mesi. Un album
che espone toni più intimi, più
soul rispetto all’esordio, proponendo suoni più raffinati,
ricchi di preziosismi che conquistano: non solo folk e rock
ma anche elettronica, hip-hop,
classica e toni da musical che
si amalgamano tutti in un insieme compatto. Un album che,
senza perdere grinta e personalità, dimostra l’ormai piena
maturità raggiunta da Joan
Wasser, sicuramente una delle
più talentuose ed interessanti
cantautrici contemporanee. Un
nascono i Caesar Palace, progetto parallelo (ma sarebbe
meglio dire verticale) di Boosta
dj. Suonano rock con sprazzi di
industrial. Cantano di amori
moderni tra angoscie attuali
e ossessioni ereditate dal tempo, forse prese come un virus
dagli ’80, con cui condividono
una lieve tensione dark-new
wave. L’alchimia musicale è
però figlia dei nostri anni, infatti i Caesar Palace suonano
come un gruppo degli anni ’80
teletrasportato negli anni “00”,
senza troppi elettronicismi a
manetta, nessuna manopolina
in distorsione, solo la perfetta
equilizzazione del suono odierno. Dogs from V-Gas è una raccolta di canzoni come telecronaca in diretta di cupe vorticose
insicurezze. Brani come Martyr
Mask o Red Sofa Vampire sono
ben in linea con un certo rock
accattivante, ma il meglio arriva con My Ring, God and Ants
e Spiders from (the) Sky. Boosta traspare come un sapiente
Merlino, dà la migliore direzio-
Dopo la raccolta Transparent
Things, finalmente il nuovo
atteso lavoro della band londinese (un tempo formata da
due componenti, oggi da quattro), dedita ad un misto di pop,
qualche strumento tradizionale ed elettronica onnivora anni
90. Il primo e l’ultimo pezzo
racchiudono il tutto in un cerchio, sfoderando un motorik
beat alla Neu ed incensando
l’aria di fragranze Kraut-rock.
Lightbulbs è una docile ballata trip-hop cantata sotto voce.
Poi si gioca con l’electro, con il
synth-pop (Pussyfooting) con
groove sincopati (Pterodactylus) e tanta psichedelia da
risvegliare lo spettro di Brian
Eno (Goosebumps). Le tracce
scorrono fresche come un bicchiere d’acqua, e la sete si fa risentire dopo poco… certo non si
potrà parlare di originalità, ma
l’ottima confezione di questo
disco lascia sperare bene per il
futuro. Davvero un bell’album,
da ascoltare dopo Moon Safari
degli Air e prima dell’ultimo
Notwist.
Tobia D’Onofrio
MUSICA 27
HELTER SKELTER
HS
Autoprodotto
CATS’N JOE
Cats’n joe
Autoprodotto
Il 2009 si apre brillantemente nell’ambito delle autoproduzioni musicali salentine.
Proprio da Brindisi giunge
questo nuovo promo degli HS,
formazione attiva già da qualche anno in ambito locale ed
anche ben collaudata sui palchi nazionali come il Sanremo
Rock di Modena. Nel corso del
tempo il line up ha subito diverse modifiche, ma il capitolo
attuale è contrassegnato da un
ridimensionamento a quartetto
classico (voce, chitarra, basso e
batteria) che ha scarnificato gli
arrangiamenti rendendoli particolarmente incisivi e di forte
impatto. Sei tracce incalzanti
che presentano una pregevole
sintesi tra canzone melodica
italiana e Brit pop, evidenziato dalla timbrica “gallagheriana” del singer Marco Maffei, il
tutto accostato a testi a tratti
laconici ma contraddistinti da
un’innocente semplicità. Da segnalare il brano Un altro canto,
track meglio riuscita sul piano
espressivo grazie ad una struttura compositiva travolgente
sulla quale si tessono le linee
di violino della guest star Valentina Cariulo. In sostanza un
lavoro certamente valido, caratterizzato da uno stile che rievoca nomi illustri come Oasis,
The Shining e Kula Shaker.
Buone le aspettative….
Enrico Martello
“Brindisi è la mia città, portuale, industriale, americana,
dall’aria puzzolente e mi sento
brindisino nel bene e nel male,
il sentimento vago di insoddisfazione e il desiderio ancora
più vago di fuggire mi appartiene eccome”, dice Creme in
una recente intervista. Che
Brindisi sia un terreno fertile per rock ed affini oramai è
stato appurato dai vari Creme, Verardi, Birdyhop e non
solo, che il rock sia intriso nelle
mura delle sue case è un dato
di fatto. E proprio da Brindisi,
tra il pullulare delle band che
in città parlano il rock, arrivano i Cats’N’Joe, un quintetto
che mantiene alta la tradizione
musicale dell’agglomerato urbano portuale. Cinque ragazzi
che hanno saputo catturare
da 40 anni di rock quello che
c’era da prendere, trasformare, pulire e risporcare. Ottimi
arrangiamenti ed una parte
vocale femminile graffiante si
concretizzano in un Demo EP
di cinque tracce che lasciano
immaginare al primo ascolto la
loro attitudine rock’n roll, ma
non solo: prendete la psichedelia di qualche decennio, il garage più recente, attraversate
un po’ di blues e sporcatevi con
varie atmosfere sonic-iuttiane,
ora frullate tutto, aggiungete
un pizzico di rabbia, che non
guasta mai, uguale Cats’n Joe.
Da tener d’occhio.
Federico Baglivi
28 MUSICA
SENSE OF AKASHA
People Do Not Know
Who Rules
Riff
L’incipit del quarto disco degli
italiani Sense Of Akasha, è un
post-rock soffice e geometrico
su base elettronica. Il punto
debole dell’album risiede nella
predilezione di giri decadenti
e atmosfere noir tendenti allo
slo-core, con sviluppi alla Mogway e un cantato psichedelico
(Mellow), elementi che rendono
monotone e prevedibili canzoni
che dovrebbero essere intense.
Made of Dirt è un suggestivo
patchwork dark apocalittico
con inserti pop e percussioni
esotiche. Option Key è pura
frenesia in crescendo, acid rock
per il nuovo millennio, con la
ritmica incalzante, una meccanica recitazione vocale e acidi
contrappunti di chitarra elettrica. Se la tendenza generale
è quella di suonare come Sigur
Ros e Mogway, negli episodi in
cui si lascia più spazio alla fantasia, emerge un gusto personale più solare e contaminato.
Spin è un omaggio agli Stereolab, Make Me Real incontra la
new-wave di B.Eno e Talking
Heads, mentre la conclusiva
Wish tenta di riunire le diverse
anime del gruppo. Un disco piacevole e a tratti coinvolgente.
Tobia D’Onofrio
THE WRAITHS
The Tragical Tale
Of Wednesday The
Ectoplasm
Hurricane Shiva
Uscito per la coraggiosa
e
lungimirante
etichetta
indipendente Hurricane Shiva,
The Tragical Tale Of Wednesday
The Ectoplasm si presenta
come un tributo ai leggendari
Misfits di Glenn Danzig e i The
Wraiths sono perfetti per chi si
ciba costantemente di massicce
dosi di horror-punk. Attitudine
cafona,
passione
sfrenata
per il macabro e citazioni a
non finire nella musica del
quintetto: dai T.S.O.L. ai
The Cramps passando per i
Ramones che vengono citati,
oltre che nell’approccio vocale
del cantante, anche nella
trovata di darsi tutti lo stesso
cognome (Bones) variando poi
il nome (Dorian/voce, Damien
e Tony/chitarre, Henry/basso,
Doctor/batteria). La principale
attitudine della band è fare
casino con un punk‘n’roll che
si presta benissimo ad essere
suonato dal vivo con uno
spirito gotico che proviene
direttamente
anche
dalla
carriera solista di Glenn
Danzig. Comunque, occorre
sottolineare che gli undici
episodi del cd sono delle perfette
canzoni in stile e lo sarebbero
anche se non sapeste neanche
chi Danzig & Co. siano stati
per la storia del punk a stelle
e strisce. Pezzi veloci e chitarre
potenti, ma non troppo, sorrette
da una ritmica martellante ma
anche ipnotica come il rintocco
di un orologio in un racconto
di Edgar Allan Poe. Fantastici
questi The Wraiths! Se avete
amato i Misfits, amerete anche
loro che più che esserne i
discendenti ne sono proprio la
reincarnazione.
Camillo “RADI@zioni”
Fasulo
VIVIAN GIRLS
Vivian Girls
In The Red
Dopo la metà degli anni 80 fu
lo Shoegaze. Fenomeno di culto,
morto al principio dei 90 sotto il
peso di grunge e brit-pop, questo genere è stato protagonista
di ripetuti fenomeni di revival,
fino alla definitiva consacrazione
avvenuta nel nuovo millennio. A
distanza di quasi vent’anni, infatti, sono in molti a conoscere il
genere e si cominciano persino a
coniare nuove espressioni, come
quella di Shit-gaze: a parte il
nome/escremento, questo presunto genere musicale coniuga il Wall Of Sound tipico dello shoegaze,
con l’estetica DIY della musica lo-fi. È un po’ quello che accade con
il nuovo trio femminile di Brooklyn, le Vivian Girls, artefici di una
proposta affine a quella dei vulcanici No Age, ovvero melodie pop
in salsa garage-punk suonate con i volumi e le equalizzazioni proibitive dello shoegaze, appunto. L’iniziale AllTheTime fa leva sulla
cadenza delle strofe, a metà fra country biascicato e bubblegum
spensierato. Il trio talvolta ricorda i MyBloodyValentine (WhereDoYouRunTo), altre volte predilige ipnotici giri post-punk (TellTheWorld), sempre e comunque sfoggia una fragorosa attitudine
garage, mascherata da tonnellate di dissonanze e decibel spaccatimpani. Un album sincero e potente che ben riflette lo stato del
rock all’inizio del 2009.
Tobia D’Onofrio
SIN FANG BOUS
Clangour
Morr Music
Sin Fang Bous è islandese ed
ormai questi islandesi non
fanno più notizia. Dietro queste tre parole si nasconde Sindri Mar Sigfusson, il cantante
ventiseienne dei Seabear che
ci prova da solo, e come per i
Seabear, anche lui è roba Morr
Music. Dopo un 7pollici uscito
a Novembre, l’album di esordio
Clangour è stato pubblicato
come LP e in formato digitale a
Dicembre, ed uscirà su CD nel
prossimo mese. Dodici tracce,
un disco ottimista, spensierato, sognante, pop, folk, tutto
contornato da una piacevole
elettronica di sottofondo: acchiappa qualcosa dall’ormai
tradizione dei Belle and Sebastian in chiave più elettronica,
con ovvie influenze Morr da atmosfera, strizza l’occhio all’indie da chitarra acustica senza
troppe distorsioni elettriche.
Folktronica? Non perdiamoci
in queste etichette: va semplicemente ascoltato perché è bello, è poco importa se ‘bello’ può
essere soggettivo. Rischio. Nel
2009 Sin Fang Bous farà parte di un tour Morr: se ci passa
vicino potremmo pensare di andarlo a vedere.
Federico Baglivi
MUSICA 29
30
SECRET MACHINES
Secret machines
World’s fair
Fare del suono un muro capace di piegarsi e avvolgerti fino
a riempire le orecchie, a fare
pressione, diventare quasi fisico. Fare delle note una colata,
flusso che conquista spazi oltre
i nostri orizzonti e arriva in
orbita e lì diventa un’onda psichedelica. Non stiamo parlando
di musica cosmica né tantomeno di qualche epigono dei Pink
Floyd ma dei Secret Machine
band che riesce a comprendere
in un magma sonoro tendenze
sonore diverse (glam, pop, new
wave, shoegaze, krautrock). Il
tutto con una giusta dose di rumore e melodia potente ma accattivante. Prendete i Mercury
Rev con la distorsione e i Flaming Lips più psichedelici e aggiungeteci un tocco di eleganza
inglese. Non è abbastanza ma
è già qualcosa per descrivere il
sound dei Secret Machines che
pur indossando una maschera
pop (hanno anche accompagnato Bono degli U2 nella cover di
I’m the warlus dei beatles nel
film Across the universe) hanno
nervi e muscoli ben tesi nel toccare corde e tamburi. (O.P.)
GIANMARIA TESTA
Solo dal vivo
Odd times records
La prima volta che vidi Gianmaria Testa dal vivo era solo sul
palco del Teatro Elio di Calimera, in provincia di Lecce. Solo
con la sua chitarra, la sua voce
profonda e la sua carica di ironia
di duro uomo piemontese. A distanza di circa sei anni da quella
“visione” esce questo primo cd
live del cantautore ferroviere.
Solo-dal vivo, raccoglie ben venti brani registrati in un concerto
tenuto al Parco della musica di
Roma. Le canzoni scelte ripercorrono tutta sua la carriera (partita dalla Francia) con brani come
Dentro la tasca di un qualunque mattino, Un aeroplano a vela,
Seminatori di grano, Polvere di gesso (la mia preferita in assoluto), Ritals (dedicata allo scrittore Jean Claude Izzo), Gli amanti
di Roma. Un disco intenso, scarno per definizione, emozionante
per l’interpretazione e per i testi mai banali. Concerti (e dischi)
di questo genere danno agli appassionati di musica d’autore la
sensazione di ritornare nella stanze e nei pensieri dell’autore, che
con la chitarra si appresta a comporre. Il risultato è da ascoltare e
da godere, magari con un buon bicchiere di vino che Testa decide
di mettere anche in copertina. (pila)
THE UGLYSUIT
The Uglysuit
Touch & Go
Quando si scopre un disco in
ritardo si è sempre animati
da due sentimenti. Da un lato
ci si pente per il tempo perso,
dall’altro ci si consola per aver
recuperato. Questo disco degli
Uglysuit è un’esplosione di pop
psichedelico colorato e sognan-
te. E mi piace, rotondo nel suo
essere attento alla scrittura
di canzoni lineari ma ariose
allo stesso tempo. C’è qualcosa di adolescenziale nella loro
musica, del resto l’età media
della band si aggira intorno ai
vent’anni, ma anche passaggi più spessi in cui sembra di
ascoltare echi di Elliot Smith o
qualche vicinanza di chi ha fatto del pop materia quasi perfetta come gli Shins. Il singolone
Chicago è perfetto per accompagnare un telefilm pieno di
ormoni e storie di corna, ma il
resto viaggia con una velocità
diversa e lascia intravedere interessanti spunti. Non è il disco
di una stagione ma di sicuro
uno di quelli capaci di mettere
sui giusti binari una domenica
mattina. (O.P.)
MUSICA 31
32 MUSICA
MOGWAI
The Hawk Is Howling
Pias/Wall Of Sound
Tornati alla produzione di
Andy Miller che aveva già lavorato con il gruppo in occasione
del capolavoro Young Team,
(l’esordio felicissimo del 1997)
i Mogwai hanno raggiunto con
The Hawk Is Howling il massimo grado di equilibrio nell’utilizzo di furia e consapevolezza.
Annullato l’avvicinamento ad
una più semplice forma di canzone palesato con i due dischi
immediatamente precedenti,
questo evidenzia, quindi, settanta minuti di musica senza
compromessi, diluiti in dieci
tracce che non lasciano mai
indifferenti: devastanti per la
bellezza sonora, fascinosi per
l’eleganza, dolce o spietata che
sia. Loro restano così: scontrosi
e sfuggenti. Sfuggenti esattamente come il falco della copertina… che dopo un po’ vola via.
Ma, occorre ammetterlo: The
Hawk Is Howling non prende
mai il volo. Sta fermo lì, nella
sua bellezza pura, ed osserva.
Di pari passo va fatta un’aggiunta: questo è, a suo modo,
un classico (minore, ma pur
sempre classico) della band
scozzese. Che piacerà molto ai
seguaci meno attenti al concetto evolutivo e soddisferà gli
altri, perché, in quest’ambito
(chiamatelo pure “post rock”,
se vi pare!), di meglio non esiste nient’altro!
Camillo “RADI@zioni” Fasulo
GIANT SAND
proVISIONS
Yep Roc
È in giro da più di vent’anni…
Ha fatto e disfatto società e
progetti vari innumerevoli
volte, Howie Gelb. È lui l’unico filo rosso che, nel bene o nel
male, unisce i Giant Sand di
ogni epoca. Nel bene, perché
in oltre vent’anni di onorata
carriera non ha mai toppato un
disco: dalla rugginosa elettricità degli esordi alla maturità
cantautorale dei lavori più recenti. Nel male, perché oramai
sai cosa aspettarti da un disco
di Howie, e raramente lui riesce a sorprendere con soluzioni
inedite. proVisionsnon fa eccezione. Circondato dai musicisti svedesi che già da tempo
hanno preso il posto di Burns
& Convertino e accompagnato
da ospiti di rilievo (Isobel Campbell e Neko Case tra gli altri),
Howie si balocca tra ballate ed
elettricità, ruvido folk e impennate rock, ma c’è un’attenzione
in più per la scrittura che eleva molti brani sopra la media
del genere e degli stessi Giant
Sand. Questa edizione è nata
nel 2002 in Danimarca, ha prodotto vari album dal vivo e in
studio (in particolare It’s All
Over The Map, 2004) ed ancora
resiste: un ottimo trio acustico
di chitarra, basso, batteria si
accompagna all’eclettico leader
e mescola nordiche brume europee alla sabbia e al sole del
suo amato Arizona.
Camillo “RADI@zioni” Fasulo
GRENOUILLE
Saltando dentro il
fuoco
Lunatik/Via audio records
Grenouille come il protagonista del profumo di Suskind.
Un personaggio affascinante
capace di sentire quello che altri non possono, abile nel riprodurne l’essenza, una persona
tanto sensibile da non riuscire
a sopportare tanto, al punto da
impazzire. Un libro e un personaggio che non solo questa
band milanese ha ispirato ma
anche lo stesso Kurt Cobain
solo per fare un esempio. E i
Grenouille sentono ciò che li
circonda, il tempo che vivono
e sono giustamente incazzati,
hanno sicuramente un debito
con quello che è stato e sarà per
sempre il suono di Seattle e il
grunge in genere e si sente. Più
in generale hanno un suono
metropolitano, di scuola Stones
temple pilots, Soundgarden.
Parlano come suonano i Grenouille, diretti, violenti senza
fronzoli. Dopo i Ministri un
nuovo tassello della scena rock
alla milanese. (O.P.)
34 MUSICA
AVANTI POP
Cinque brani di successo che piacciono anche a Coolclub
Lily Allen – the Fear
Quando nel luglio del
2006 la redazione di
Coolclub mi chiese
di recensire il primo
album della 23enne
londinese
(Alright
Still, voto 6) mi dissero: “Non puoi farlo che
tu, che sei l’anima pop
della redazione”. Quel
giorno fu una sorta di investitura al contrario,
perché prima di allora una come Lily non me la
sarei mai filata. Ma in effetti chi meglio di lei,
chi è più pop di una cantante che non sa cantare,
non è bella, non è magra, ma è su tutte le copertine delle pagine dei giornali di gossip inglesi?
In più, aggiungete una dose di coraggio infinita
e ottimi collaboratori (il solito, il migliore: Mark
Ronson) e vi renderete conto che avete tra le
mani uno dei pezzi dell’anno di una delle artiste
del decennio (Eresia!).
BPA – Seattle
Ed ecco a voi il nuovo
singolo di Brighton
Port Authority, alias
Mighty Dub Katz,
alias Pizzaman, alias
Fat Boy Slim, alias
Norman Cook, alias
Quentin Leo Cook (tra
la popolarità e l’anagrafe, che cammino
tortuoso), ex-bassista degli Housemartins, conosciuto prima come dj, poi come remixer, poi
come produttore, fino a diventare squisito artista pop. In questa “Seattle” si accompagna ad
Emmy the Great, alias Emma-Lee Moss, nata
ad Hong Kong e cresciuta a Londra, prossima
all’album d’esordio dopo aver fatto tour con Marta Wainwright, sorella di Rufus Wainright, figli
d’arte di Loudon Wainwright III e Kate McCarrigle…basta, salvatemi.
Kerli – Walking on air
Kerli Koiv (classe ’87) è la punta di diamante
della nuova tradizione della musica pop estone,
ammesso che ce ne fosse una vecchia. Salita agli
onori della cronaca per essere riuscita ad arriva-
re sino alla colonna sonora del nuovo James Bond
(impresa ardua, ad esempio, per Amy Winehouse, giustificata da zio Mark Ronson per problemi
di “salute”), biondissima, bellissima, firma per
la Def Jam nel 2006 in circostanze abbastanza
inspiegabili. Per una volta i discografici ci hanno
visto giusto: il singolo funziona anche nelle radio italiane e l’album che segue è molto solido. È
nato un nuovo genere: il nordic pop (dite Abba?
Dite A-Ha? Dite Roxette?)
Amy Macdonald – This is the life
Da Glasgow (anche
lei classe ’87), l’artista
più sottovalutata di
questo straordinario
filone di giovani cantantesse anglosassoni.
Più folk che soul, più
normale che maledetta, dichiara, il giorno
dell’uscita di This is
the life, di essere una fan di Justin Timberlake. Elton John dichiara invece di essere fan di
quest’altra Amy, che nel frattempo entra nella
top ten di tutta Europa, vendendo oltre 2 milioni
di copie. Prima in classifica anche nel suo Regno Unito con l’album omonimo, giunge in questi
mesi in Italia nel più perfetto anonimato. Noi sì
che siamo furbi.
The ting tings – Be the one
Su Internet ci sono
tante cose belle, ma
altrettante fesserie.
Al pezzo in cui si parla di “pop raffinato”
ho chiuso tutto e ho
deciso di abbandonare il politicamente
corretto. Questo duo
di Manchester copia
spudoratamente; Be the One è stato preso in sequestro dallo studio di registrazione dei Cure,
di indie non c’è una beneamata mazza. Ma sono
così piacevoli da ascoltare, così ruffiani, così pop
nel loro essere finto-alternativi che si fanno amare da noi, gente raffinata.
Dino Amenduni
35
36
DAMMI UNA SPINTA
Cinque artisti che ascolteremo in radio. Forse...
Rusko – Cockney Thug
Il dubstep imbastardito. Essendo il dubstep
un genere bastardo,
nel senso migliore del
termine, potete immaginare l’impossibilità
di fornire una descrizione degna. Nato a
Leeds nel 1985, è uno
dei dj di punta della
scena londinese insieme al suo compagno Caspa.
Ma i tempi sembrano maturi per un’emancipazione sia in termini di carriera, sia, soprattutto,
musicali. Rusko infatti aggiunge ignoranza (anche qui, nel senso migliore del termine) alla calda paranoia del dubstep, muovendosi su terreni
più elettronici, quasi clash, quasi trash. Potrebbe diventare un top-dj di fama mondiale. Italia
esclusa, dove nessuno sa chi sono i Crookers. I
milanesi Crookers.
Florence and the Machine – Dog days are
over
NME ha già deciso che
la BBC aveva visto giusto quando aveva deciso. Insomma, hanno
deciso, e hanno deciso
giusto. Florence Welch
è bravissima. Finchè
l’Inghilterra continua
a sfornare queste strepitose artiste e gli Stati
Uniti continuano a sfornare cloni di Beyoncè che
è una cover di Alicia che è una cover di Aretha
ed Ella, non c’è dubbio su dove sia il centro del
mondo musicale. Jack White (po-ppo-po-po-po),
bravissimo ma non esattamente un istrione, ha
detto che come lei non ce n’è. Prima nel sondaggio della critica su chi sarà l’artista del 2009.
Andate sul suo Myspace (www.myspace.com/
florenceandthemachinemusic), chiamate la responsabile del booking e fatela venire a suonare
in Puglia. E scusatemi per l’entusiasmo.
Jamelle Monae – Many moons
Non vi bastano gli Outkast? Andrè 3000 è bravissimo ma volete pure le tette? Eccovi Jamelle
Monae. Lanciata proprio dal lungometraggio del
duo di Atlanta, Idlewild, e messa rapidamente
sotto contratto dalla Bad Boy di Puff Daddy, Jamelle si presenta agli onori della cronaca con un
timbro assolutamente unico, con una nomination
ai Grammy da perfetta sconosciuta, con il bellissimo video di questo brano, un vero e proprio cortometraggio e con una personalità assai spiccata
che di questi tempi non fa male nel mondo della
musica. Certo, ora viene il bello: suonare come
gli Outkast (Jamelle si è trasferita ad Atlanta da
Kansas City, sarà un caso?) o prendere il coraggio a due mani? Il talento c’è, si spera che non ci
sia paura.
Fionder – Bari
Una scelta di campanile nuda e cruda. Luigi De Michele, nato in
Germania ma cresciuto
a Bari, canta della sua
città con disincanto,
azzeccando il campionamento su cui liberare le sue rime e non
lesinando siluri a chi
governa ma anche a chi vive la città e a chi contribuisce a lasciare aperte ferite culturali sempre
dolorose e sanguinanti. Il rap non è un genere
facile in Italia, non lo è mai stato e l’attacco del
marketing musicale ai Fabri fibra di turno non
aiuta a superare quel velo di diffidenza verso una
forma di espressione nobilissima. Chissà, si parlasse di Chicago (e a Chicago) avremmo descritto
un altro mondo. E invece Fionder è qui, e quando
leggerà queste righe sarà a dir poco stupito.
Magistrates – Make this work
Il nome del gruppo
non porterà troppo
bene in Italia, visti i
tempi. Ma speriamo
che non ci si fermi alle
apparenze: date una
possibilità al falsetto
di Mark, leader del quartetto dell’Essex che si
autodefinisce pop e che potrebbe ricordare i Phoenix come Robin Thicke come Prince, ma che può
avere potenziale aldilà di facili e ovvi apparentamenti. Certo, dopo i Ministri, anche i Magistrati:
quando arriveranno anche i the Veltronis? E che
musica faranno? Downtempo?
Dino Amenduni
37
GO DOWN RECORDS
cercando di portare avanti queste due band. Con
il passare del tempo io mi sono appassionato al
“lavoro” di discografico, ci siamo divisi i compiti,
organizzati, entrando a far parte della “musica
indipendente”. Io mi occupo di promozione, uscite
dei dischi, burocrazia (tantissima!) mentre Max
si è concentrato sul booking delle band e insieme
lavoriamo sull’estero, sulle grafiche, sulle
distribuzioni, aiutati da amici e persone anche
loro appassionati a questo mondo.
Nuova puntata della nostra saga dedicata agli
intrepidi eroi che producono e promuovono la
nuova musica. Un’altra etichetta indipendente
si aggiunge al foltissimo sottobosco musicale
italiano. Tanto rock, promozione in Italia e
all’estero, attenzione per i capisaldi del genere,
amore per l’artigianato musicale e tanta
passione: è la Go down Records.
La vostra parola d’ordine sembra essere
rock’n’roll. Da dove nasce la vostra
passione?
La nostra passione nasce dai nostri ascolti, a noi
piacciono le sonorità di matrice 60/70, rock n roll,
hard, stoner, psichedelia, garage, freakbeat &
similar. Per questo crediamo in ciò che facciamo
e cerchiamo di farlo al meglio delle nostre
possibilità. Nessuno in Italia, a parte pochissime
realtà con cui collaboriamo come Tiziano di Area
Pirata, Nicotine Records, Dario della Tre accordi
fa ciò che facciamo noi nell’interesse della buona
musica e credendoci fino in fondo!
E come nasce la Go Down Records?
Dopo aver fatto diversi anni on the road come
fonico degli Ojm, assieme a Max (il batterista)
abbiamo pensato di far nascere Go Down Records.
Ci piaceva stare on the road again, ed all’inizio
è venuto naturale partire con due band: Ojm e
Small Jackets (prime due band dell’etichetta)
38 MUSICA
Tra le band anche i mitici Not moving,
gruppo fondamentale per la scena rock
italiana…
Si, è stato un incrocio di strade, fra l’etichetta e
i Not Moving che avevano in ballo una reunion.
Appena Tony e Dome si sono fatti avanti non
abbiamo esitato a dire si. Anzi, eravamo contenti
di aver la possibilità di ri-lanciare una band
che negli anni ’80 non è scesa a compromessi.
Inoltre ci allettava l’idea di farli conoscere a chi
non ha avuto la possibilità di apprezzarli allora,
con il box (cd e DVD) che abbiamo prodotto. Io
stesso non li conoscevo bene discograficamente
parlando, avevo solo due brani su una vecchia
cassetta che ho tirato fuori dopo la prima
telefonata… Ma ricordavo di avere quei brani
e se me lo ricordavo significava che in qualche
modo già tempo fa mi avevano colpito.
Passato e presente naturalmente, quali
sono le vostre ultime uscite?
Le nostre ultime uscite sono state tutte differenti
l’una dall’altra. I Les Bondage per esempio fanno
punk/garage/surf, i Pater Nembrot psychedelia/
progressive stoner rock ed è l’unica band che canta
in italiano e probabilmente non ne produrremo
altre in lingua italiana, ma il loro sound non
ha nulla di italiano. Gli Electric 69 sono una
band fantastica, personale e votata al rock n
roll di matrice americana, l’unica band italiana
che è stata invitata l’anno scorso al Popkom in
Germania, il meeting più importante a livello
europeo per la scena musicale internazionale.
L’uscita che ci ha di più entusiasmato l’anno
scorso è stata la possibilità di pubblicare per
Europa, Russia e Australia il vinile in edizione
limitata ed il cd dei The Morlocks, garage
band culto degli anni 80, fondata da Leighton
Koizumi.Grazie a loro il catalogo dell’etichetta
ha preso prestigio, siamo riusciti ad essere
seguiti dalla scena internazionale, siamo stati
gli unici a credere nel loro ritorno, e non è una
semplice band di garage revival. Easy listening
for the underachiever è un disco di rock’n’roll
sudato, con tante sfumature bluesy, rock’n’roll,
hard e soprattutto con un front man davvero
pazzo. Hanno fatto un tour lungo 3 mesi per
tutta l’Europa a supporto dell’uscita e presto
andranno in Russia e Cina. Ora siamo in procinto
di pubblicare il nuovo disco dei Muffx, band
emergente salentina e il nuovo album degli Small
Jackets, al loro terzo disco. Lo registreranno in
Svezia e sarà prodotto da Chips e Henry Lipps
(la stessa coppia di produttori degli Hellacopters
e dei Nomads. Il disco non sarà licenziato solo
dalla Go Down e per la prima volta label estere
sono interessate a produrre in licenza il loro
disco. Gli stessi produttori credono molto nel
gruppo e fa ine marzo si avrà la possibilità di
ascoltare il nuovo album e di vederli in tour.
Etichetta italiana ma con un occhio
all’estero, ce ne parli?
Visto ciò che produciamo e ciò che ci piace
ascoltare era normale guardare l’estero. Ma
soprattutto quando abbiamo incominciato a
spedire i primi cd promozionali alle riviste,
radio e webzine estere, loro stessi ci indicavano
la strada, ci supportavano aiutandoci a cercare
distributori ed agenzie di booking, abbiamo
notato un meccanismo molto differente rispetto
all’Italia, dove o conosci qualcuno o sei fuori dal
giro. È brutto da ammettere ma l’Italia è così,
all’estero ti valutano per quello che proponi, per
come lo proponi e per quanta professionalità
metti in ciò che fai. Go Down Records è distribuita
in Francia, Spagna, Germania, Svezia, USA,
Olanda, Belgio, Austria e Canada. Tutto in 9
anni di duro lavoro. Ora abbiamo uffici stampa
che promuovono i nostri album nei singoli
paesi, booking che supportano le nostre band e
distributori che vendono i nostri dischi.
Tra i vostri gruppi dunque ci sono anche i
salentini Muffx. Come vi siete incontrati?
On the road. Il nostro rapporto è nato grazie
alla linfa della scena indipendente, persone che
rispettano idee e cercano di aiutarle. I Muffx
li ha conosciuti Max il mio socio e batterista
degli Ojm durante un concerto nel Salento, la
scorsa estate, Max li ha notati e da li è nata la
collaborazione. Gran gruppo e il disco che uscirà
nei prossimi mesi è veramente un capolavoro del
genere stoner.
Antonietta Rosato
PAVEMENT
Brighten The
Creedence Ed
Domino
Corners:
Nicene
Ogni tanto vale la pena di mettere su un vecchio
disco, ci aiuta a capire cosa eravamo. Quando
poi si tratta dei Pavement, almeno per il sottoscritto, il momento assume contorni poetici. In
questi giorni mi è capitato di trovare su youtube
un video in cui due bambini cantano la bellissima Stereo (tratta da Brighten the corners dei
Pavement appunto). Vedendo oggi quel video ho
pensato che anche io vorrei avere dei figli che
cantano felici le mie canzoni preferite. Per me
i Pavement sono questo, un gruppo che sempre
mi accompagnerà e segnerà momenti della mia
vita. Esce in questi giorni la ristampa di questo
disco, non il migliore della band secondo molti,
un album dove molte delle irresistibili spigolosità dei precedenti vengono smussate da una produzione più nitida e da composizioni più regolari. Brighten the corner contiene brani che hanno
il dono di saper dosare con maturità la naiveté,
espressione che normalmente sembrerebbe un
controsenso ma che ben sintetizza il lavoro della
band: la capacità di essere ingenuamente geniale. Canzoni come Type slowly o Shady Lane o
la stessa Stereo dovrebbero essere vangelo per
chiunque professi il verbo dell’indie. Nella splendida riedizione troverete un bellissimo libretto
di 62 pagine, il cd originale rimasterizzato e un
altro disco pieno zeppo di b-side brani live e inediti. Senza tempo.
Osvaldo Piliego
39
LIBRI
GIANLUCA MOROZZI
40
Gianluca Morozzi è uno degli autori più duttili
e prolifici. Bolognese, di nascita e di sfegatata
fede calcistica, classe 1971, dopo l’incontro con
Giorgio Pozzi della Fernandel inizia la sua
brillante carriera di scrittore che prosegue tra
la piccola casa editrice ravennate e la Guanda.
I suoi romanzi e racconti spaziano dal calcio
alla musica, dal giallo alla comicità. Da poco è
uscito (per Guanda) Colui che gli dei vogliono
distruggere nel quale entrano le due grandi
passioni di Morozzi: i fumetti e la musica. Sulla
Terra L (un mondo quasi uguale al nostro) fra
i tetti di Bologna vive Leviatan un supereroe
particolare i cui poteri cambiano ogni dodici ore,
in maniera incontrollabile. Nella sua identità
segreta, Leviatan (che cambia faccia serrando la
mascella) si fa chiamare Daniel, vende dischi e
fumetti rari (che recupera viaggiando nel tempo)
ed è fidanzato con un’isterica scrittrice di romanzi
erotici che ha una storia “segreta” con Leviatan.
Sulla nostra terra Kabra ha pochi giorni per
scrivere la canzone che rilancerà i Despero e
sfuggire ai tentativi di seduzione della bella
Elettra. Il musicista si imbatte in un edicolante
che blatera di supereroi e di supercriminali dai
nomi molto noti.
Colui che gli dei vogliono distruggere
racconta di uno strano supereroe Leviatan.
Ci racconti un po’ la genesi di questo
curioso personaggio?
Nasce da un’idea di supereroe che avevo avuto
creando Shatterthunder, il giornalaio pazzo de
L’era del porco e L’abisso. Mi sarebbe piaciuto
giocare con un supereroe con tutti i poteri del
mondo. Ma che potesse disporre soltanto di
due di quei poteri alla volta, in modo random e
incontrollabile. E poi mi piaceva molto il triangolo
sentimentale con se stesso, tra il supereroe, la
ragazza, e l’alter ego del supereroe. Ci ho messo
dentro un sacco di cose, dal western al mondo
distorto del rock alla Legione dei Supereroi. Avrei
potuto scrivere ottomila pagine con protagonista
Leviatan senza stancarmi mai.
Nel libro però riappare il leader dei Despero
che dà il titolo al tuo primo romanzo. Come
mai questo ritorno?
Per la parte “normale” del romanzo mi occorreva
un artista in crisi di ispirazione. Il solito scrittore
no, della figura dello scrittore ne ho abusato.
Allora, ho pensato, dovrei usare un musicista in
crisi creativa, uno un po’ di nicchia, tipo Kabra
dei Despero. E perché non Kabra dei Despero?,
mi sono detto. Così, ho pensato, il mio lettore di
vecchia data terrorizzato da questa storia del
supereroe almeno ritrova un vecchio amico e si
sente rassicurato...
Continui a cambiare genere. È una tua
necessità?
Sì. Considera che nell’ultimo anno ho partecipato
a un’antologia di racconti erotici, a una noir, ho
scritto fumetti... odio ripetermi. Mi sembrerebbe
di scrivere sempre le stesse cose. Ora sto scrivendo
tre romanzi alla volta, tutti diversi: un chick-lit
surreale a quattro mani con Elisa Genghini, un
noir con un io narrante femminile, una storia
d’amore quasi fantasy... Più un romanzone che
mi impegnerà ancora per molto tempo, una cosa
alla De Sade che si chiama La tempesta.
Hai già sentito il nuovo disco di Bruce
Springsteen? Cosa ne pensi?
Che mi piace molto! A differenza di Magic, che
faticavo ad ascoltare dall’inizio alla fine pur
apprezzando le singole canzoni, questo mi scorre
via dalla prima alla tredicesima canzone come
un bicchier d’acqua. È gioioso, ben arrangiato,
un omaggio al pop orchestrale di Phil Spector,
con una parentesi bluesettona (Good Eye) un
breve ripasso della Seeger Session (Tomorrow
never knows) e dei gioielli come Outlaw Pete.
The last carnival e The wrestler...
Tra i tuoi gruppi preferiti mi pare ci
siano anche gli Afterhours che quest’anno
saranno a Sanremo. Cosa pensi di questa
scelta?
Dipende dalla canzone che porteranno e dal loro
atteggiamento. Non li condanno certo a priori
per volersi far conoscere a un pubblico più vasto
dopo più di vent’anni di carriera integerrima.
Ho visto a Sanremo Bruce Springsteen, posso
vedere anche loro...
Cosa ascolta Morozzi?
Morozzi, un sacco di cose. Dagli Afterhours ai
Baustelle, dai Diaframma ai Pearl Jam, dai
Beatles a De Andrè. da Dylan agli Who. dagli
Strokes ai Velvet Underground ecc.
Questo numero è dedicato alla musica
demenziale. C’è qualche gruppo che ti
piace?
Elio e le Storie Tese, naturalmente! E, da buon
bolognese, gli Skiantos.
Prossimi progetti in cantiere?
I tre romanzi più la Tempesta di cui parlavo
sopra... la prosecuzione della maxiserie a fumetti
FactorY... e, ah, dimenticavo, un altro breve noir
che mi è venuto in mente. Ah, forse anche un
libro con tutti i miei racconti apparsi in giro tra
riviste e antologie.
Antonietta Rosato
LIBRI 41
ALESSANDRO
LEOGRANDE
Lavoratori stranieri, per lo più polacchi o
romeni, ma anche africani, venuti in Puglia
con la promessa di un lavoro stagionale nei
campi: raccogliere pomodori per guadagnare un
po’ di soldi da portare a casa. Giovani e meno
giovani che, arrivati nel Tavoliere, sono stati
schiavizzati da caporali spesso connazionali
(ma alle dipendenze di proprietari italiani),
costretti con le minacce e la violenza a lavorare
fino a dodici ore sotto il sole, sottopagati e spesso
non pagati. Costretti anche a non protestare e
a non scappare. Fino alla morte, per qualcuno,
ammazzato a bastonate o stremato dalla
fatica. Fino a quando qualcuno non è riuscito a
scappare e a raccontare, con molta paura. E così,
dopo le pressioni della stampa e della politica
polacca sono partite le indagini, i blitz e anche
un processo che ha portato alla condanna dei
primi caporali.
È una storia pugliese quella che il tarantino
Alessandro Leogrande ha raccontato in Uomini e
caporali, un libro pubblicato da Mondadori. Una
storia che non è ancora finita e che ha ormai una
dimensione globale, ma ci riguarda da vicino.
Ci sono zone della Puglia lontane e in parte
sconosciute per chi vive nel Salento oppure a
Taranto. Eppure basta pensare a un viaggio fatto
in macchina o in treno, verso nord, per ricordarsi
di aver attraversato il panorama del Tavoliere
e della campagna foggiana: “Uno dei cuori della
produzione mondiale di pomodoro (oltre il 30%
42 LIBRI
della produzione nazionale) che conserva i tratti
di un’economia arcaica e medievale. Basta fare
pochi chilometri per arrivare in un altro mondo
e scoprire luoghi con la loro vita. Man mano
che si esce dalla città o dai paesi, le campagne
diventano non italiane: nelle borgate, nei casolari
la base della produzione agricola non è italiana:
si trovano centinaia, migliaia di stranieri che
vivono e lavorano in un regime di segregazione
e sfruttamento”. Nel libro ci sono le storie di chi
è riuscito a scappare e ha permesso che questo
caso esplodesse, ma anche le storie di braccianti
stranieri trovati morti nelle campagne pugliesi
e che sono rimasti senza nome. Le resistenze
iniziali e il modo in cui anche alcuni pugliesi si
siano attivati contro il caporalato.
Sono vicende degli ultimi anni eppure per
molto tempo sembra che nessuno se ne sia
accorto, o forse, semplicemente, nessuno
ne parlava?
Ora che la bolla è esplosa, c’è maggiore
consapevolezza ma è una situazione in cui
si mischiano tante cose: l’indifferenza, come
dappertutto, come c’è stata per l’Ilva a Taranto
dove solo ora la gente comincia a incazzarsi.
Indifferenza rispetto a qualcosa che sta ai
margini. Ma in parte c’è stata anche connivenza
con l’imprenditoria agricola che si è servita di
caporalato schiavistico. E poi anche xenofobia
strisciante dei paesi del Sud verso i neri e verso
gli stranieri venuti dall’Europa dell’est.
Ma come è possibile questo scollamento
per una comunità che per decenni è stata
contadina?
Quelli che usano i caporali oggi, sono i figli dei
vecchi padroni, ma anche i figli dei vecchi cafoni.
Questo è il frutto del fallimento della riforma
agraria che negli anni Cinquanta ha provocato
un frazionamento eccessivo della proprietà
dei terreni agricoli invece di incentivare, per
esempio, la creazione di cooperative di contadini.
Ma c’è anche un fatto culturale in senso ampio,
antropologico: è come se noi avessimo ammazzato
la campagna e la civiltà contadina, salvo poi
farle risorgere in modo edulcorato nei canti
popolari o nel teatro. È come se l’emigrazione al
nord o il trasferimento delle città negli anni dello
sviluppo industriale, avessero chiuso questa
storia, che però non si è affatto chiusa: si è invece
popolata di nuovi attori e il quadro è cambiato:
ora è diventato un fenomeno di portata globale
che ha coinvolto in maniera diversa braccianti
provenienti dall’Africa e dai paesi dell’est. Ma
la produzione agricola è andata avanti con un
sistema che è rimasto arretrato e ha spinto sulla
diminuzione del costo del lavoro, portando avanti
la vecchia cultura, quella del caporalato.
Nel libro racconti dei braccianti e caporali
venuti dalla Polonia, poi dalla Romania
e dall’Ucraina, ma anche dei lavoratori
africani. Questi nuovi schiavi, non
sembrano tutti uguali.
In molti casi i braccianti che arrivano dai paesi
neocomunitari sono stagionali in senso stretto:
si fermano solo pochi mesi. Gli africani invece
più spesso si stabiliscono in questi posti. Per
esempio, c’è un villaggio africano a Rignano
Garganico. Ma è difficile dire chi sta peggio: chi
vive in condizioni di violenza estrema per tempi
brevi, o chi sopravvive ai margini della società
per anni? È una domanda a cui fanno fatica a
rispondere anche i volontari di Medici senza
frontiere che in questi anni hanno monitorato
le zone dello sfruttamento nella produzione
agricola tra Puglia e Calabria.
Nel libro racconti insieme le vicende
di questi anni e una storia di rivolte
contadine degli anni Venti. Perché questo
parallelismo?
Non tanto per dire che il presente sia il risultato
di ferite del passato, ma per mostrare che le
vittime di oggi, gli stranieri morti e non sepolti
o sepolti e non pianti, sono i figli o i fratelli dei
braccianti ammazzati o sfruttati nel passato.
Per mostrare che c’è una storia di violenze che
si riproduce e il libro è il tentativo di metterla
insieme per far reagire il lavoro dello storico sulle
rivolte contadine all’alba del fascismo e il lavoro
del giornalista sul nuovo caporalato schiavista di
questi anni.
Fulvio Totaro
LIBRI 43
ANTONIO ERRICO
Stralune è l’ultimo lavoro di Antonio Errico,
edito da Manni. Considerato una delle voci più
interessanti ed autorevoli del Salento, e non
solo letterario, Errico è per definizione un irrequieto, uno impaziente che non si accontenta di
quello che accade per caso, ma costruisce le sue
occasioni e le coltiva, le eleva, riuscendo a vivere
delle sue passioni, che sono la scuola e la scrittura. Nei suoi romanzi Errico ci restituisce il suo
sguardo appassionato sul mondo, che considera
il “luogo della e per la scrittura”. In Stralune un
disertore ritorna nella notte. La memoria diventa corpo, diventa voce di madre, di figlia, di
amante, di padre, di sé. Sullo sfondo del tempo,
una guerra. Sul fondo della coscienza un ricordo.
Mentre un’ombra richiama, frastorna, appare e
scompare, protegge. È un enigma, una verità,
una menzogna, una passione, un delirio, un destino. Così il racconto attraversa l’esistenza, si
rispecchia nei passaggi di stagione, sprofonda e
riemerge dal gorgo di un confronto con il passato
misterioso.
Nelle ultime pagine del libro ci presenti il protagonista, stordito dai suoi stessi
pensieri che continuamente si rincorrono
sull’urgenza di trovare una risposta al perché del raccontare. Tu perché ci hai raccontato questa storia? C’era in te una ferita
da guarire? O un’urgenza di ricomposizione del passato? E perché questo titolo?
Volevo raccontare la storia di qualcuno che ritor44 LIBRI
na in un luogo che ha lasciato e trova tutto cambiato, stravolto, oppure concluso. Nessun luogo
è mai così come lo abbiamo lasciato e nessuna
creatura resta identica a quella che ricordiamo.
Nessuna storia dell’esistere dura in eterno. Probabilmente volevo raccontare questo attraverso
personaggi che hanno una valenza archetipica:
la madre, una donna amata e amante, una figlia,
un padre, se stesso. Non c’è nessuna ragione di
tipo personale all’origine del romanzo, se non
una intenzione di confrontarsi con la dimensione
del ritorno e della coscienza del tempo. Questa è
la verità. Poi aggiungo che se ci fosse un motivo
o un movente personale comunque non lo direi.
Sono convinto che le intenzioni dell’autore non
contano nulla. Conta solo quello che dice un testo. Il titolo è il sintomo di un eccesso, di una
sovrabbondanza emotiva che a volte sfocia nel
delirio dei personaggi, nello stralunamento da
cui sono rapiti.
La tua scrittura, sempre molto viscerale e
impulsiva, questa volta mi dà l’impressione di essere per necessità così passionale
e onnicomprensiva, mi verrebbe da dire: le
parole dei personaggi sembrano voler raccontare il mondo tutto, il bianco e il nero,
la forza e la debolezza, il bene e il male.
Dici benissimo. Loro vorrebbero poter dire tutto
il possibile e invece, come tutti, si devono fermare sulla soglia dell’espressione possibile, del dicibile che spesso è molto meno rispetto al pensato,
o al sognato, all’immaginato. I loro discorsi procedono per accumulo lessicale, con una tensione
disperata a trovare tutte le parole per dire il contrasto, la contraddizione, lo spavento, lo stupore,
la gioia, il dolore.
La memoria ha una parte importante in
questo tuo lavoro, è quell’ombra grigia dentro la quale ognuno ritrova i suoi fantasmi
e prova a ragionare con essi. Allo stesso
tempo la capacità di dimenticare sembra
essere l’unica possibilità per liberarsi dal
peso del vivere, da ogni forma nella quale
ci costringono lo sguardo e il sentirci degli
altri.
La battaglia costante tra memoria e oblio credo
che sia una condizione fondamentale della vita
di ogni uomo. E forse non si può fare altro che
raccontare questo contrasto collocando la narrazione in una sorta di zona franca nella quale la
coesistenza di memoria e dimenticanza consente
il confronto con il proprio presente, con il proprio
ritrovarsi in un tempo e in una situazione che
costituisce in qualche modo l’identità. In fondo
i personaggi di Stralune si confrontano con una
identità frantumata o comunque messa in crisi
dal contrasto tra una memoria prepotente, in
qualche caso ossessiva, e un desiderio di dimenticanza, in qualche caso anche di rimozione del
passato.
Memoria e destino sono indissolubilmente
legati nel romanzo; ce li presenti come due
aspetti complementari e direttamente proporzionali. Anche nella tua vita riconosci
un legame tra i due?
Indubbiamente si. Noi siamo esattamente quello
che la nostra memoria ci porta ad essere. Più o
meno inconsciamente noi andiamo sempre per
una strada che la memoria ci indica. Torniamo
sempre verso casa. Quando ce ne allontaniamo
lo facciamo soltanto per avere desiderio di tornare.
Chi ti conosce sa che sei una persona molto pratica e puntuale nel tuo lavoro di dirigente scolastico. Chi legge i tuoi libri si
ritrova davanti ad una scrittura che è tutta
istinto, pulsione, spinta emotiva. È il solito
caso della distanza tra autore reale e autore implicito, o c’è altro?
Bella domanda. Difficile. Il mio lavoro si può fare
soltanto con una tensione pratica e con principi
rigorosi. Poi credo che sia la pratica che il rigore dei principi debbano avere come presupposto
e orizzonte una dimensione utopica che è fondamentale nell’educazione e nella formazione.
P40
Indovinelli spintarelli
Manni editori
Ogni provincia ha
i suoi cantastorie,
quelli che raccolgono storie in giro e ne
fanno musica. A volte
sono sognatori, altre volte folli armati
di coraggio e senso
dell’humour. P40 sta
nel mezzo, una scheggia imprevedibile del
nostro panorama musicomico, che viaggia
in compagnia del suo campionario di canzoni
e personaggi. Il suo immaginario prende dalla strada, dalla vita di tutti i giorni ma pesca
a piene mani anche dalla tradizione, a partire
dalla lingua. Oltre alla sua carriera di musicista e autore di brani originali P40, al secolo Pasquale Quaranta, dà alle stampe in questi giorni
Indovinelli spintarelli un libro che raccoglie una
serie di indovinelli tratti dalla tradizione erotica
salentina. Oltre a questo volumetto, pubblicato
da Manni Editori con la collaborazione di Carlo
Verrienti di Notas music factory, P40 ha realizzato un cd in allegato in cui ha messo in musica,
come solo lui è capace di fare, questi indovinelli
che potranno imbarazzare qualcuno, ma che sicuramente faranno ridere tutti.
Anche nel lavoro di scuola c’è una componente
d’istinto, di pulsione, di spinta emotiva che ti dà
la motivazione per affrontare la routine e l’incombenza delle problematiche. Questo mestiere
mi ha insegnato a governarmi, a contemperare
componenti diverse della personalità. In effetti
sono più come si può capire che io sia dai libri
che come a volte posso sembrare a scuola. Però
so anche che le persone che a scuola mi sono più
vicine non notano una grande differenza. Non
credo, sinceramente, di avere una doppia personalità. Semplicemente cerco di essere coerente
rispetto a quello che c’è da fare. Se a scuola facessi lo scrittore sarebbe un disastro . E sarebbe
un disastro se facessi il dirigente quando scrivo
due righe di un articolo o di un romanzo. Stare
in una scuola e scrivere sono le sole cose che mi
piace fare. Probabilmente perché sono le uniche
in cui me la cavo alla meno peggio. Per tutto il
resto sono assolutamente negato.
Michela Contini
LIBRI 45
AA.VV.
Dizionario affettivo della lingua
italiana
Fandango
Fandango ha appena
pubblicato il Dizionario
affettivo della lingua
italiana, libro curato
da Matteo B. Bianchi,
con la collaborazione
di Giorgio Vasta. Nata
come gioco, lo scorso
anno pubblicato in
formato molto ridotto
in Rete, sulla rivista
‘tina, curata dallo
stesso Bianchi, l’idea si
è trasformata in un libro vero e proprio. Bianchi
ha chiesto a 330 scrittori italiani di scegliere la
loro parola preferita e di spiegarne il perché.
Ogni autore ha selezionato, quindi, la sua parola
del cuore. Sono 315 le parole presenti nel volume,
divise, come ogni dizionario che si rispetti, in
perfetto ordine alfabetico. Il Dizionario affettivo
della lingua italiana parla, quindi, del rapporto
privato che ogni autore sviluppo con la propria
lingua. Il numero degli autori è superiore a
quello delle parole per il semplice fatto che
alcuni autori hanno selezionato la stessa parola.
Ed è paradossale che la parola più presente nel
volume sia “silenzio”. Ovviamente un’operazione
del genere, con un numero così vasto di scrittori
coinvolti, può essere considerato un vero e proprio
censimento dei narratori italiani presenti oggi in
Italia. Perché Bianchi, visto l’operazione colossale
che andava ad intraprendere, ha preferito
chiedere la partecipazione dei soli narratori,
evitando giornalisti, registi, sceneggiatori e
quant’altri. E ci sono davvero tutti, Andrea
Camilleri, Edoardo Sanguineti, Erri De Luca,
Giorgio Faletti, Tiziano Scarpa, Paolo Nori,
Domenico Starnone, e l’elenco sarebbe davvero
infinito. Le definizioni oscillano dalla lunghezza
di una riga sino a quella di 4000 battute. Cito
qui alcuni estratti di particolare bellezza.
Romolo Bulgaro ha scelto la parola “cielo”: “Non
occorre veleggiare al largo delle isole australi.
Basta e avanza qualsiasi città italiana, purché
sia aprile e gli alberi abbiano le foglie nuove e la
luce sia giusta, per esempio il riverbero striato
del tramonto che trascolora nel blu cobalto della
sera. Il cielo contiene ogni cosa. Quando ce ne
andremo, sarà lì”. Marosia Castaldi ha scelto la
parola “mani”: “Quando penso alle mani, rivedo
le mani di mia madre chiuse nel grembo di una
donna stanca di guerra. E rivedo le mani di mio
padre consumate dal lavoro. Avevano toccato
stoffe e denaro per una vita intera. E vedo le
mie mani intente nel tormento della tastiera di
un computer. Le mani sono cuore e cervello di
un’intera vita”. Roberto Pazzi sceglie la parola
“avversario”, e la sua definizione è stringata e
lucente: “Colui che eternamente siamo tentati
di baciare”. Più che citare è necessario sfogliare
questo piccolo dizionario del cuore, in cui
l’idioletto di ciascun autore può ravvivare, nella
condivisione d’immaginario, zone morbide della
nostra mente.
Rossano Astremo
MURIEL BARBERY
Estasi Culinarie
Edizioni e/o
Parigi, numero 7 di Rue de la Grenelle. Al quarto
piano del signorile palazzo che abbiamo già
conosciuto attraverso le parole della portinaia
Renée voce narrante con Paloma in L’eleganza
del riccio, il critico gastronomico monsieur
Arthens, il Maestro, il più grande di tutti i
tempi è sul letto di morte. Gli restano solo 48
ore di vita... Nella sua camera da letto rapito
dai suoi pensieri, ricorda: “quando prendevo
possesso della tavola lo facevo da Monarca”. Un
re dell’haute cuisine che ha creato e demolito
reputazioni; ha dispensato gloria e rovina a
questa o a quella maison. Ma c’è un cruccio che lo
attanaglia o meglio, c’è il ricordo di un sapore. La
verità prima ed ultima della sua vita! Un sapore
lontano, che non riesce a percepire più. Un sapore
della sua lontana infanzia o dell’adolescenza? Un
sapore però dimenticato ma che rimane nascosto
nel suo inconscio, che cerca ma che non trova! E
così comincia il suoi viaggio attraverso i ricordi,
che lo porterà prima di morire a ritrovarlo.
Sara Natilla
LIBRI 47
GIORGIO VASTA
Il tempo materiale
Minimum fax
Il tempo materiale
di
Giorgio
Vasta
è
il
romanzo
dell’allucinazione.
Apro a caso una
pagina del libro. Ecco.
Pagina 168: “Mentre
sulla mia testa grava
un magma nero e l’ape
regina – l’ostaggio
nomade al centro
del magma – non ha
scelto ancora dove
annidarsi, Stato e Br
coincidono. Le loro
logiche
coincidono.
Il loro linguaggio,
osservandolo
da
vicinissimo, coincide.
Lo Stato brigatista.
La statalizzazione delle Br. La fabbricazione e la
distruzione, l’ordine e il disordine. Equilibrare,
squilibrare, equilibrare di nuovo. Come nelle
traiettorie del volo. Come nella costruzione di
una frase”. Ora, lo stato di allucinazione che
genera la lettura del romanzo di Vasta è dettato
dal fatto che l’io narrante è un undicenne che
vive nella Palermo del 1978 e che, assieme a due
suoi amici, totalmente affascinati dal linguaggio
e dalle azioni delle Brigate Rosse, cerca di
replicare nella logica del suo piccolo mondo
preadolescenziale l’eversione dell’organizzazione
fondata da Franceschini, Curcio e Cagol nel
1970. Nimbo è un undicenne che parla come un
comunicato delle Br, un undicenne che decide di
agire come le Br, attuando, assieme a Volo e Bocca
operazioni quali il rapimento di un compagno
di classe, un undicenne che verrà fagocitato
dalle sue stesse malevoli azioni, scontrandosi
con la follia del suo piano, tanto lucido quanto
sgranato, e divenendo vittima del più totale
dei sentimenti, l’amore. Vasta, attraverso la
creazione del suo piccolo protagonista, dà vita ad
un’operazione allegorica di grande suggestione
sul tema “estremismo malattia infantile del
comunismo”, come ha giustamente osservato il
critico Stefano Giovanardi, e lo fa (ed è in questo
che l’autore crea un gap tra sé e molti autori
della sua generazione) utilizzando una lingua
superba, ricercata, precisa, suggestiva, ossessiva
e visionaria.
Rossano Astremo
48 LIBRI
PAOLO VINCENTI
Danze Moderne (I tempi
cambiano)
Agave Edizioni
Con uno stile che
travalica i confini tra
i diversi linguaggi,
già sperimentato ne
L’orologio a cucù (Good
times) Paolo Vincenti,
scrittore-intellettualeimprenditore, propone
ora le riflessioni sul
suo personale vissuto
degli anni ottanta
in Danze Moderne (I
tempi cambiano). Una
scrittura
“liquida”
verrebbe da dire, usando un termine in voga
per definire la nostra attuale società, della
quale riflette i caratteri transitori, mutevoli ed
eterogenei. Attraverso una creatività che prende
vita nello spazio multiforme della pagina,
l’autore tiene abilmente insieme suggestioni di
matrice diversa, in un cocktail di rimandi e di
citazioni, di passaggi da un codice espressivo
all’altro. Scorrono così piacevolmente sotto
gli occhi del lettore frasi in lingua inglese o
assemblaggi desunti dalla grafica telematica,
richiami alla saggezza degli aforismi latini o
riferimenti ad espressioni dialettali, in una
originale disposizione grafica della parola e del
testo. La storia individuale “di rabbia, di amore,
di odio e di altre trasgressioni”, tessuta sullo
sfondo di collettivi scenari massmidiali, viene
raccontata “in compagnia” dei cantautori più
amati. Quasi un testo parallelo e/o “a supporto”,
costituiscono infatti i richiami dei versi delle
canzoni di Ligabue alternati a quelli di Francesco
De Gregori, di Francesco Guccini o di Roberto
Vecchioni. Una sorta di colonna sonora che lega
il piano esistenziale a quello generazionale. Pezzi
di storia vissuta e pezzi di canzoni creano perciò
un tutt’uno, a volte lirico a volte dirompente,
in cui ci si ritrova insieme all’autore. Una
fluida integrazione di modi espressivi, circolari
e fluttuanti, modulati sull’onda “reticolare”
del revival di un passato prossimo. Viene
quindi a coagularsi in modo convincente un
mondo tumultuoso e funambolico, fatto di testi
visivi, di sequenze “parolibere”, a cascata e
a sorpresa, che ricordano le sperimentazioni
trasgressivo-tipografiche di origine futurista.
Anche questa volta il divertisssment linguistico
e la facilità coinvolgente dei flash-back si
mescolano all’amarezza di considerazioni varie
in una sintassi testuale quanto mai originale ed
efficace.
Antonio Lupo
MARIA PIA ROMANO
La settima stella
Besa
Miscuglio di seme di sesamo
e riso della giornalista
e scrittrice Maria Pia
Romano è una silloge breve
ma intensa, un condensato
di momenti lirici incentrato
sul tema della liquidità
e che alterna brani in
versi e passi in prosa. Un
primo giudizio immediato
non può che concernere
la metrica: a prescindere
dalla
forma
adottata
dall’autrice per comunicare
le proprie emozioni, se il
blank verse o piuttosto
la narrazione, il risultato
migliore
è
raggiunto
quando si realizza la sintesi stilistica, cioè
laddove la Romano riesce a scolpire l’efficacia
prosastica, attraverso un linguaggio fluido,
nel verso breve. In linea di principio meglio la
costruzione ipotattica di quella paratattica; ma
meglio ancora, verrebbe da dire lasciando da
parte la critica pura del testo, quando la Romano
riesce ad aprirsi completamente e a trasmettere
in pieno la purezza di certe sensazioni intime e
personalissime, che si addensano appunto nella
liquidità degli affetti esposti, nel liquore acqueo,
nel mare, nell’amore che diviene liquido. Ma
non è solo questa percezione di liquidità il tema
trattato dalla Romano, benché sia il cuore della
sua ricerca stilistica ed emotiva. C’è anche il
richiamo del Sud, che incombe sui suoi versi e
al tempo stesso li attraversa, chiaramente grazie
alla lezione bodiniana che l’autrice ha assimilato
e fatto sua, connotandola di una peculiare
sensualità. E c’è anche un tema forse più alto
e generale, quello dell’incomprensione, del
silenzio, della perdita dal sapore definitivo, quel
sapore tutto meridionale della tragicità. Ma in
fondo, soprattutto, la Romano trasfigura questa
liquidità in un concetto che alla prima lettura è
celato, che però poi si affaccia di tanto in tanto dal
sotterraneo, salvo poi prorompere quando meno
lo si aspetta: la melanconia che affonda le sue
radici nei classici greci e latini e che si suggella
nella rassegnazione. La silloge è ciclica perché
questi temi, liquidità, sud, incomunicabilità,
trovano la loro perfetta sintesi nell’immagine,
vero e proprio atto mitopoietico, dello scirocco,
che Maria Pia Romano è costretta a “deglutire”,
condensato estremo di quella metafisicità che
insegue con i suoi versi. In chiusura, interessante
novità è l’uso di segnalazioni di artisti e musicisti
presenti su “myspace”, tra cui Francesca Romana
Perrotta, che divengono vere e proprie citazioni
poetiche, sostitutive dei classici, in margine ai
componimenti.
Vito Lubelli
LORENZO LAPORTA
Le parole della piogga
Edizioni Il filo
Con Le parole della pioggia, Lorenzo Laporta,
nato a Taranto nel 1981, giunge alla seconda
tappa della sua carriera di giovane narratore, e
lo fa con una lunga novella senza compromessi
linguistici né pretese intellettuali. Le parole
della pioggia è infatti un romanzo con cui il
protagonista, Guido, alter ego dello scrittore,
ripercorre il proprio passato e le proprie
avventure pregresse vivendo il tutto come una
memoria apparentemente nebulosa ma ricca
invece di dettagli; un ricordo solo in superficie
sfocato, ma la cui forza evocativa emerge con
forza con il trascorrere delle pagine. Guido è una
matricola dell’Università di Napoli che ripercorre
il suo passato a partire da un incidente stradale
su una strada dissestata, dopo una curva, un
impatto. Grazie a una breve ellissi che da un
momento prima dell’impatto passa attraverso
una luce e poi il nulla, il narratore in prima
persona inizia a sviscerare la propria storia
servendosi di un linguaggio diretto, informale,
che si rifà probabilmente – tra gli altri influssi –
allo “stream of consciousness” ma depurato degli
aspetti più ostici che ne renderebbero difficile la
lettura. E invece questo registro informale usato
dall’autore, proprio grazie al confronto binario
tra sogno e realtà, assume le tinte pastello di un
paesaggio metafisico, ma pur sempre soggettivo,
dove le immagini sono al tempo stesso nitide
e mitiche. Passando tra numerosissime
esperienze soprattutto amorose, e tra Paesi che
sono anzitutto luoghi dell’anima prima ancora
che luoghi fisici, come la Francia, la Grecia,
il Canada, Napoli e la stessa Taranto natia,
Laporta descrive quello che tutto sommato è un
viaggio, con tanto di colonna sonora ideale che va
da Lucio Battisti ai Green Day: e persino le scelte
musicali non sono meri accessori del romanzo,
ma ingredienti tanto necessari quanto azzeccati;
come per esempio Amor mio di Mina pensando
all’amata, o Wake me up when september ends
degli stessi Green Day prima dell’impatto che
apre e chiude il romanzo.
Vito Lubelli
LIBRI 49
BECCOGIALLO
C’è una narrazione che passa per l’immagine non
evocata ma espressa, e che è accolta dalla forma
complessa e completa del fumetto. A quest’arte
visuale si dedica BeccoGiallo, giovane casa editrice di Padova (www.beccogiallo.it), impegnata
dal 2005 a miscelare con dovizia gli ingredienti
di una produzione di seria qualità: documentazione inconfutabile, scrittura notevole, disegno
altrettanto mirabile. Con queste risorse, tanti i
terreni fertili di storie, tradotti da autori e artisti
in potenti novelle grafiche: dalla cronaca nera,
con i suoi avvenimenti più sinistri, alla memoria collettiva, con i suoi fatti più impressionanti,
passando per le biografie rigorose e le geografie
accurate. Il tutto, accudito e poi reso con infinito
coraggio. Lo stesso coraggio che caratterizzava
la rivista satirica degli anni ’30 Il becco giallo,
che conobbe più volte la violenza della censura,
e a cui la casa editrice veneta dedica il nome e
la propria quotidiana resistenza. Guido Ostanel,
co-direttore editoriale insieme a Federico Zaghis,
ci ha permesso, con le risposte che seguono, di conoscere meglio questa significativa realtà.
Avete debuttato attingendo in tutto e per
tutto da risorse locali: i primi due titoli,
Unabomber e I Delitti di Alleghe, raccontavano “per nuvolette” il mistero degli ordigni piazzati in ogni dove nel Friuli e nel Veneto, e gli omicidi che turbarono un borgo
50 LIBRI
locale negli anni ’30-’40, sullo sfondo della
Seconda Guerra Mondiale. Anche gli autori
chiamati a sceneggiare e disegnare questi
due casi erano vostri corregionali. Da cosa
fu dettata questa scelta? Dall’intento di lavorare sul territorio mettendo in gioco un
patrimonio comune, o dall’ambizione di
portar fuori, in un modo altro, cronache e
talenti?
Ci è parsa una scelta obbligata, necessaria. Era
infatti “necessario” far scrivere e disegnare la
storia di Unabomber a qualcuno che rischia ogni
giorno, in prima persona, di raccogliere da terra
un ordigno nascosto e non a un autore qualsiasi,
così come sarebbe stato in futuro “necessario” affidare il libro sulla mafia e padre Pino Puglisi a
due ragazzi di Brancaccio, uno dei quartieri più
difficili di Palermo.
A proposito di dimensioni difficili, Cronaca
Nera è la collana che più di tutte vi caratterizza. I titoli che proponete richiamano
vicende che hanno mosso non poco lo sconcerto collettivo: La banda della Magliana,
Il delitto Pasolini, Il mostro di Firenze, per
citarne solo alcuni. Raccontare l’inquietudine di certi eventi attraverso l’arte del
fumetto cosa aggiunge - oltre alla risorsa
dell’immagine - alla restituzione del fatto?
Il linguaggio del fumetto, per come è fatto e per
come funziona, è un mezzo che più di altri “costringe” il lettore a farsi attivo, a partecipare in
prima persona alla costruzione del senso durante il processo di lettura. Questo, secondo noi, è
l’aspetto più importante delle nostre produzioni.
Rileggere la morte di Pasolini a fumetti significa
prima di tutto accettare di farsi coinvolgere in un
mondo altro, rigoroso e affascinante allo stesso
tempo, dove al di là della descrizione delle cose
e degli eventi c’è spazio per sensazioni e simboli.
Ed è qui, sul piano simbolico, che si gioca la vera
partita per la memoria, contro i “testi” (canzoni, televisione, agenzie di stampa) che sembrano
sempre più costruite per farsi dimenticare il più
in fretta possibile.
Attraversiamo tutte le collane: in Cronaca Storica custodite la memoria collettiva.
Non la rimembranza comune costruita per
stereotipi e mitizzazioni, ma la capacità di
ricordare in modo autentico e “dal basso”.
Che tipo di lavoro richiede una ricostruzione – narrativa e grafica – di questo tipo?
Significa provare a parlare di mafia partendo dalla gente comune, non solo dagli eroi. Di provare
a parlare del Petrolchimico di Porto Marghera
ascoltando i parenti degli operai morti (uccisi), il
loro dolore ma sopratutto la loro rabbia e la voglia
di far sì che certe nefandezze non accadano più.
Significa, insomma, provare a sporcarsi le mani,
andare sul posto, fare sopralluoghi, intervistare
la gente, oltre a documentarsi nella maniera più
classica, con film, archivi, atti processuali. Spesso il nostro lavoro, assieme a quello degli sceneggiatori e disegnatori, sembra più quello di una
redazione di un giornale d’inchiesta che quella
di una casa editrice classica.
Nella collana Cronaca Estera, invece, affrontate le “insensatezze del mondo moderno”, toccando temi come la globalizzazione
e il genocidio. Come selezionate le urgenze
planetarie da elaborare? E quali i prossimi
temi?
Per la Cronaca Estera “dipendiamo” da ciò che le
case editrici straniere propongono nei loro mercati di riferimento. Il nostro, dunque, diventa un
lavoro di filtro e selezione, che consiste nell’individuare quelle opere che fra le altre si distinguono per il coraggio di guardare alle cose in maniera
critica, decisa, sincera. Abbiamo portato in Italia
volumi a fumetti sulla globalizzazione, il genocidio ruandese, l’amministrazione Bush. Il prossimo volume è un reportage su una delle zone più
calde del pianeta: le ex repubbliche sovietiche,
dove è in atto una lotta senza esclusione di colpi
fra le potenze mondiali per il controllo delle fonti
energetiche non ancora sfruttate. È stato scritto
e disegnato da Ted Rall, finalista al Pulitzer.
Con Quartieri scavate nel sottofondo
dell’urbanità. Che metodo utilizzate? Come
avviene la ricerca dei microcosmi cittadini
da porre in luce?
Per questa collana ci affidiamo soprattutto alle
proposte degli autori. Così è stato per Brancaccio, così per il volume dedicato a Lisbona e alla
dittatura portoghese, così per i progetti antologici a cui hanno partecipato più di quaranta giovani talenti provenienti da ogni regione d’Italia. Il
principio di fondo rimane lo stesso di sempre: ricostruire fatti, storie, ambienti e luoghi dal basso, in maniera autentica, viscerale. Per questo
ogni luogo è potenzialmente “interessante”: non
solo Scampia, ma anche il Nordest, i centri commerciali, il precariato sono, per noi, “quartieri”.
Con Biografie, poi, affondate la china
nell’esistenza di uomini che, con il loro agire, hanno elaborato dinamiche personali
per opporsi al mondo, come Martin Luther
King e Fabrizio De Andrè. A chi dedicherete le prossime uscite della collana?
Come si dice in questi casi, top secret. Per ora
possiamo solo dire che anche nel 2009 ci sarà un
volume BeccoGiallo dedicato a una figura non
banale, nel panorama dell’immaginario collettivo. Così è stato con Toni Negri e Luigi Tenco,
oltre a Martin Luther King e Fabrizio De André.
Così sarà per le prossime uscite.
L’ultima domanda riguarda la vostra distribuzione. Dal primo giorno di attività, avete
voluto fortemente la presenza in libreria,
e non nei circuiti tradizionali del fumetto.
Che cosa ha significato per voi tenere fede
a questa intenzione?
Fin da subito abbiamo pensato che la nostra proposta editoriale potesse parlare anche ai lettori
che frequentano la libreria di varia, ai ragazzi
delle scuole, alle associazioni, a chi frequenta i
centri sociali, oltre agli appassionati di fumetto.
I dati di distribuzione e di vendita lo confermano: il lettore BeccoGiallo è un lettore decisamente curioso, attento ai contenuti e impegnato, al
di là dei luoghi che frequenta per le sue passioni,
per le sue letture.
Stefania Ricchiuto
LIBRI 51
CINEMA TEATRO ARTE
FILIPPO TIMI
Filippo Timi è uno degli attori italiani del momento. Nato nel ’74 a Perugia, vive tuttora nella
frazione di Ponte San Giovanni. Balbuziente ed
auto ironico, ha nel suo modo di fare un’inconfondibile carica di semplicità che lo rende l’antidivo
per eccellenza. Dopo quindici anni di carriera
teatrale arriva nel 2004 alla conquista del prestigioso Premio Ubu come miglior attore dell’anno under 30. È la svolta. Il grande schermo si
accorge di lui e da allora si divide equamente
fra cinema e letteratura. Nel 2006 è uscito il suo
primo romanzo Tuttalpiù muoio (Fandango Libri), scritto a quattro mani con Edoardo Albinati,
mentre il 2007 è l’anno di Saturno contro con la
regia di Ferzan Ozpetek. Sono del 2008 Peggio
che diventar famoso (Garzanti Editore) e Come
Dio comanda, pellicola di Gabriele Salvatores
tratta dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti edito da Mondadori.
grande libro come quello di Ammaniti che mi ha
permesso di avere maggiori punti di riferimento
rispetto a un normale copione.
Filippo, partiamo dal tuo ultimo lavoro,
Come Dio Comanda. Nel film di Salvatores
interpreti un padre fascista e violento. Un
personaggio che si direbbe il tuo esatto
contrario...
Si, senza dubbio un personaggio complesso. La
mia fortuna è stata quella di avere dietro un
I tuoi libri invece sembrano un diario, un
modo come un altro per parlare di te...
Credo sia soltanto una forma. Se magari un giorno arrivassi a scrivere di qualcosa di inventato,
dentro ci sarei sempre io. Nei miei libri c’è un
personaggio, Filo, che è il mio alter ego, un Filippo estremizzato in un modo o nell’altro. È sem-
52 cinema teatro arte
A proposito di libri, forse alcuni non sanno che sei anche un autore. Ma come si approccia uno scrittore all’interpretazione di
un film tratto da un romanzo? A cosa dà più
peso?
Nel caso specifico di Come Dio comanda ho avuto modo di leggere prima la sceneggiatura. Mi
è piaciuta un casino e così ho preso il libro in
mano e l’ho davvero divorato, analizzandolo fin
nei minimi recessi. Per quanto riguarda l’approccio generale considero che avere un libro a
disposizione sia un autentico regalo per un attore. Permette di cogliere quegli aspetti che per varie ragioni devono essere messi da parte in una
normale sceneggiatura.
pre bene, per la mia mente, far accadere qualcosa a Filo e non a me. Oltre questo c’è poi una
scelta comunicativa. Sembra un controsenso, ma
per arrivare all’universale bisogna essere estremamente specifici; più lo sei più arrivi a tutti,
più sei descrittivo più diventi generale. Me lo ha
insegnato Albinati che diceva: “Non fare filosofia, racconta quello che capita a te e raggiungerai
la profondità di tutti quanti”.Anch’io continuo a
domandarmi spesso a chi “iene può fregà de me”,
ma rileggendo ciò che scrivo mi accorgo che parlo del sottoscritto in modo solo apparentemente
quotidiano.
Nella tua esperienza ci sono alle spalle anni
di teatro prima di approdare al cinema.
Molti tuoi colleghi considerano quella nel
grande schermo una carriera di serie B...
Serie B un corno! Alcuni attori di cinema sono
assolutamente straordinari. Se penso a Daniel
Day Lewis nel film Il Petroliere mi manca il fiato,
è stato immenso. Personalmente non mi manca
il teatro quando guardo attori eccezionali e mi
è capitato di incontrare grandi interpreti come
Fausto Russo Alesi che si dividono al cinema.
Capisco però il disagio di alcuni. In teatro ogni
pièce ha personaggi enormi, hai a disposizione
testi che arrivano dal ‘600 e che sono ormai rodati. Al cinema alcuni film hanno invece meno
spessore.
Non sarà invece una questione di snobismo?
Di certo una chiacchierata come la nostra non
è sempre possibile. Spesso bisogna prima porre
delle domande a un agente che poi le gira all’attore, che a sua volta risponde solo a quelle a
lui gradite. Però ti dico una cosa, è molto facile
tirarsela e anche io sento di correre questo pericolo a volte. Fa un certo effetto camminare in
giro per Roma e vedere la tua faccia spalmata su
un cartellone di trenta metri o andare al cinema
dove la gente è a fare la fila per vedere te. Forse
mi salvo perché non sono ricco, ma se mi capitasse di guadagnare un milione e mezzo di euro
per due mesi di lavoro non so come la prenderei.
Conta anche il fatto che quindici anni di teatro,
dove praticamente non guadagni un cazzo, hanno rafforzato la mia passione per il mestiere. Ma
devi starci attento perché l’essere umano chiede
naturalmente approvazione e quando ne riceve
troppa i risultati possono essere inaspettati. Filo
serve anche a questo, a ricordarmi di non esagerare, perché alle medie ero uno sfigato.
COME DIO COMANDA
Gabriele Salvatores
01 Distribution
Sesso, sangue, violenza, follia. Come Dio
Comanda sembra allo
spettatore un calderone
nel quale Salvatores si
è sbizzarrito a mescolare alcune delle pulsioni peggiori dell’animo
umano. In una montuosa e isolata provincia
del nord Italia, Rino
Zena (Filippo Timi) e
suo figlio Cristiano vivono facendosi forza a vicenda. I due nutrono per
l’altro un amore assoluto, a tratti violento ma necessario, l’unico modo per non sentirsi soli. Il loro
unico amico è Quattro Formaggi (Elio Germano),
un ex collega di Rino con problemi psichici a seguito di un incidente di lavoro. Nella loro esistenza irrompe un brutale omicidio e quell’equilibrio
precario, raggiunto con determinazione, rischia
di sfaldarsi in fretta. Ispirato all’omonimo romanzo di Ammaniti, il film ha le sembianze di un
Vaso di Pandora che scoperchiato libera una confusa e pericolosa carica nera, capace di ottenere
un effetto dirompente. Non manca l’amore, che
anzi diventa in maniera paradossale l’elemento
fondante di tutte le cose, anche quelle sbagliate.
Ma il vero arbitro in questo caso è la vita, che
con il suo carico di ingiustizia e fatalità rende
tutto imponderabile. Una pellicola nera? Forse
si, ma non diversa da un quotidiano notiziario.
(C.M.P.)
Tornando ai divi, è vero che hai progetti in
cantiere negli Usa?
No, no. È solo una voce messa in giro dai giornali
(ride). Però un anno fa son stato per due mesi a
New York dove ho seguito un corso di recitazione
a pagamento. C’erano un sacco di persone, dal
cantante che voleva migliorare la sua interpretazione a semplici ragazzi in cerca di svago. Alla
fine del corso abbiamo fatto uno spettacolo a Broadway, che detto così sembra una cosa enorme,
in realtà eravamo in un teatrino con pochi spettatori. In realtà ho un progetto che spero veda la
luce prima o poi: scrivere qualcosa da portare nel
paesino in cui vivo. Te lo immagini un musical
come quelli Broadway con le mie zie a cantare
qui a Ponte San Giovanni?
C. Michele Pierri
cinema teatro arte 53
PER IL CIN
Bari ha ospitato con gran
Per raccontare quello che è successo a Bari tra
il 12 e il 17 gennaio scorsi – a Per il cinema
italiano, edizione numero zero - si deve partire
dalla fine. Da un bilancio di più di diciassettemila
biglietti staccati – complice il prezzo politico di
un euro per film - tra tutte le sale che hanno
ospitato proiezioni ed eventi speciali. Dai mille
e novecento ingressi negati per mancanza di
posti, dai cinquemila partecipanti alle lezioni
di cinema di Ettore Scola, Michele Placido,
Laura Morante, Davide Ferrario e Sergio
Rubini. O forse dai mille e duecento partecipanti
ai seminari tecnici, i mille e cento che hanno
affollato gli incontri con i giovani attori e i
duecentoventi cineasti che hanno soggiornato in
città.
Un test ben riuscito. Una scommessa vinta
per la neonata Apulia film commission, che
ha voluto il festival, e per il direttore artistico,
Felice Laudadio, che ha trasformato la Puglia
- per una settimana - nell’ombelico del mondo
cinematografico italiano. Strano l’effetto di veder
passeggiare su corso Cavour – novella via del
Corso - l’attrice Valentina Lodovini a braccetto
col regista Luca Lucini (quello di Solo un padre),
a pochi passi dal critico cinematografico Enrico
Magrelli. O quello di sedersi su una poltrona al buio di una sala, a proiezione già iniziata – e
accorgersi di avere di fianco un Michele Placido
che il festival lo ha seguito tutto, dividendosi tra
palco (a lui anche un premio per l’eccellenza
artistica) e l’anonimato della platea. Un risultato
che va ben oltre quello dell’asettico conteggio
di sedie occupate e “sold out” registrati. “Ci ha
colpito – ha commentato il presidente dell’Afc,
Oscar Iarussi – la qualità della partecipazione:
un pubblico giovane e preparato. Consapevole
nelle relazioni con i grandi personaggi con cui
ha avuto modo di dialogare”. E già si pensa
all’ItaliaFilmFest 2010.
Laudadio ha voluto portare a Bari non un festival,
ma un mosaico di eventi che ne include uno –
programmaticamente pensato per tracciare un
bilancio dell’anno appena concluso – e dà spazio
ad iniziative volte a esplorare tutti i comparti
54
NEMA ITALIANO
nde successo la prima edizione del festival
della cinematografia italiana. Punto forte – ma
anche punto debole, per chi non avrebbe voluto
perdersi nemmeno un appuntamento – proprio la
molteplicità di iniziative, con lezioni, anteprime,
proiezioni e seminari in tutto o in parte in
sovrapposizione. Obbligatoria una scelta, da fare
assecondando le proprie inclinazioni e cercando
di ritagliarsi il tempo per vedere/rivedere i film
in concorso.
Partendo proprio dal concorso, indiscutibile
il trionfo di Il Divo. Alla storia di Giulio
Andreotti - che il senatore a vita ha definito
“una mascalzonata” mentre per il regista,
Paolo Sorrentino, è “una monumentale opera
rock” - sono andati sette premi su undici, tra
cui i più ambiti: miglior film e miglior regia,
quest’ultimo consegnato a Sorrentino dal
maestro Mario Monicelli. A Il Divo anche
i premi per miglior compositore (a Theo
Teardo), miglior sceneggiatura (Sorrentino),
miglior fotografia (a Luca Bigazzi), miglior
scenografia (a Lino Fiorito) e migliori costumi
(a Daniela Ciancio). Gli altri premi sono andati
a Donatella Finocchiaro - miglior attrice in
Galantuomini di Edoardo Winspeare - a Silvio
Orlando – miglior attore in Il papà di Giovanna
– e a Roberto Saviano e Marco Spoletini,
rispettivamente miglior soggetto e miglior
montaggio per Gomorra. Quattro le anteprime,
di cui una mondiale: Il piede di Dio, di Luigi
Sardiello con Emilio Solfrizzi, girato a Taranto;
La casa sulle nuvole di Claudio Giovannesi;
L’ultimo crodino di Umberto Spinazzola con Enzo
Iacchetti e Il dubbio di John Patrick Shanely.
Emozionanti le lezioni di cinema. Da quella
di Sergio Rubini - che si è fatto paladino della
migliore “pugliesità” – a quella di Ettore Scola
che, ritiratosi dal set da cinque anni, si è
affannato a dare consigli “saggi” agli aspiranti
registi. “Se avete scelto il cinema per far soldi
o successo – ha detto -, abbandonate. È meglio
che a fare cinema siamo in pochi, ma fortemente
motivati”. Le sorprese sono arrivate da Laura
Morante – che ha annunciato l’esordio dietro la
macchina da presa con Ciliegine, di cui ha scritto
anche la sceneggiatura - e Michele Placido. Oltre
a presentare il backstage di Il grande sogno
- racconto semiautobiografico sul ’68, forse in
concorso a Cannes – Placido ha annunciato
due progetti impegnativi: un film su Renato
Vallanzasca e uno, con Mariangela Melato, sul
tema doloroso e attualissimo dell’eutanasia.
Non sono mancate sorprese neppure agli
incontri con le “rising stars”. Alba Rohrwacher
– la Giovanna di Pupi Avati – non conferma, ma
sarà probabilmente nel prossimo film di Ferzan
Ozpetek, da girare in primavera a Lecce. “So che
a Ferzan – ha detto – piacerebbe avermi nel cast.
Il piacere sarebbe reciproco”.
A conclusione della settimana, un seminario sul
tema: “Quale 2009 per il cinema italiano”. Un
momento di riflessione per il gotha dell’industria
cinematografica italiana: dai produttori Domenico
Procacci (Fandango) e Tilde Corsi a Davide Rossi,
presidente di Univideo, passando per Paolo Protti
(presidente dell’Anec, associazione esercenti) i
registi Vicari, Lucino, Placido, Monicelli e Giulio
Manfredonia in rappresentanza dei Centoautori.
Vari gli argomenti affrontati: la pirateria, i fondi
che mancano, il ruolo della fiction, il mercato
asfittico e senza regole. Unanime la conclusione:
sarà un anno duro per il cinema italiano a causa
dei tagli ai finanziamenti statali. L’unica via è
far fronte comune e imitare, per quanto possibile,
il modello francese.
Per la Puglia, invece, un futuro più roseo. Almeno
per quei giovani che vorranno studiare al Polo
digitale in corso di realizzazione a Mola di Bari.
Docenti di prestigio – tra cui David Bush, esperto
mondiale e futuro supervisore del campus e moderne strutture per produzione e post
produzione faranno di Mola un polo d’eccellenza.
A Bari e Lecce, invece, i due cineporti che –
una volta completati, verosimilmente entro la
prossima primavera – saranno il secondo sistema
di cineporti in Italia dopo quello di Torino.
Valeria Blanco
cinema teatro arte 55
FRAMMENTI
DI BECKETT
Ai Cantieri Koreja in scena lo
spettacolo, per la regia di
Peter Brook, vincitore
del Premio Ubu 2009
Fragments, cinque pezzi brevi di Samuel Beckett,
per la regia di Peter Brook è stato l’appuntamento
più atteso del cartellone di LecceTeatro, stagione
teatrale promossa da Cantieri Koreja, Provincia
di Lecce, Regione Puglia e Ministero per i Beni e
le Attività Culturali. Il 30 e 31 gennaio è andato
in scena ai cantieri di via Dorso questo spettacolo
poetico e semplice, drammatico ed umoristico
al tempo stesso, creato per i cento anni della
nascita di Beckett. L’atmosfera è quella delle
grandi occasioni, e non per caso: non c’è solo la
garanzia di Brook ad alimentare l’attesa, ma
anche il riconoscimento del premio Ubu 2009
come miglior spettacolo straniero presentato in
Italia. Lo spettatore viene accolto da una scena
vuota, assolutamente significante nella sua
nudità, votata all’incontro di due mondi poetici,
quello delle parole scavate di Beckett e quello dei
segni essenziali di Brook. Un cubo con le rotelle,
un bastone, un violino, una sedia, due sacchi
di plastica sono le declinazioni materiali scelte
da Brook per raccontarci Rough for Theatre I,
Rockaby, Act without Words II, Neither e Come
and Go, cinque dramaticules scritti da Beckett
come atti unici e presentati da Brook in forma
di un’unica pièce, sapientemente organizzata
56 cinema teatro arte
e compattata dal rigoroso gioco delle luci e del
buio, che rivela la sua valenza semantica (e non
solo di puro artificio decorativo) soprattutto nel
più breve dei frammenti, Neither, in cui sono
proprio i cambi di luce, ad intermittenza dai
due lati di una scena buia, a generare l’azione
della bravissima Hayley Carmichael (nella foto
di Arthur Franc) attirata senza decisione ora da
una parte, ora dall’altra. E in questo andirivieni
insoluto, prepotentemente sottolineato dal
testo, che qui risuona di tutta la sua forza, si
materializza il passaggio from impenetrable self
to impenetrable unself.
In Rough for Theatre I un cieco e uno storpio
sono legati (come Vladimiro ed Estragone di
Aspettando Godot) da un rapporto ossessivo
di dipendenza, che i due attori spagnoli,
César Sarachu e Antonio Gil Martinez,
riescono a tradurre in azioni e gesti e forme
straordinariamente reali, ricchi di una forte
carica umana, capaci di dire tutta la solitudine
dell’uomo al cospetto del vuoto.
In Rockaby Brook si concede un’interpretazione
d’autore, sostituendo il dondolo con una sedia
a schienale rigido e costringendo la superba
Hayley ad uno sforzo fisico pur di salvaguardare
il potere rassicurante di quel dondolio solitario.
E nello sforzo reale si rivela, in negativo, il senso
metaforico dell’attesa della morte di questa
giovane donna.
Act Without Words II, omaggio al cinema muto
e al genere delle comiche, particolarmente
apprezzato da Beckett, porta in scena, come in
Godot, due esemplari, simili nella figura, opposti
nei comportamenti: svogliato il primo, meticoloso
il secondo. Pungolati ad agire, escono fuori da
sacchi bianchi e compiono gesti archetipici,
che hanno il sapore di universalità: lavarsi i
denti, pregare, prendere medicine, consultare
orologi, addentare una carota, per poi ritornare
nuovamente nel sacco, essere nuovamente
pungolati e nuovamente ricominciare daccapo,
in un continuum comico che nasconde forme di
disperazione autentica.
L’ultimo frammento, Come and go, ha in scena Flo,
Vi e Ru, tre donne di età indefinibile, tre zitelle
che a turno si alzano a parlare lasciando le altre
due da sole, per rivelare, sussurrato all’orecchio,
non appena l’altra è fuori scena, della sua
malattia incurabile, di cui è ignara. Lo schema
di uscita e ritorno si ripete tre volte, così che alla
fine il pubblico intuisce che per nessuna delle
tre c’è scampo, e assiste a tre piccole apocalissi,
rese ancora più struggenti dalla mitezza delle
tre figure e dal fatto che ad interpretarle sono
due attori uomini. L’abilità dei tre protagonisti
interviene a saldare con concretezza una scena
che rischierebbe di risultare astratta, essendo
fatta di non detti e di rivelazioni intuite.
Cinque frammenti per raccontare l’assoluta
solitudine dell’uomo: l’essenzialità e la
profondità del teatro di Brook per dire della
necessità beckettiana di rappresentare il tenace
accanimento a vivere nel momento in cui si
testimonia la non esistenza della vita.
Il Cartellone LecceTeatro prosegue il 26, 27
e 28 febbraio presso il Museo Sigismondo
Castromediano di Lecce con England, spettacolo
per 50 spettatori. Il 6 aprile al Politeama
Greco di Lecce va in scena infine Radio and
Juliet, Nobody’s story, la poeticità dei versi
shakespeariani e il ritmo rock di una delle
band anglosassoni contemporanee più famose,
i Radiohead. Un incontro tra amore e musica,
suggellato dalla coreografia del grande ballerino
Edward Clug.
Michela Contini
GIANNI DE BLASI
Jiuliet
Torna alla regia, questa volta con un originale
documentario, il leccese Gianni De Blasi,
che un paio d’anni fa aveva firmato il corto
Quasisia, con Ippolito Chiarello. Juliet è il titolo
del mediometraggio – 50 minuti circa – ma
anche il nome della barca a vela che, assieme
con Salvatore, Giovanni, Michele, Christian e
Pierluigi, è protagonista dell’avventura.
Si parte da Otranto. Cinque giorni in Greciaguidati dallo skipper Antonio Todisco - con
visita al manicomio di Corfù che presto, in
virtù di una legge simile alla nostra Basaglia,
chiuderà battenti. L’elemento straordinario è
che l’equipaggio è costituito per la quasi totalità
da malati della cooperativa sociale L’Adelfia di
Tricase. «La barca a vela – spiega lo psichiatra –
è un luogo terapeutico straordinario, una buona
alternativa alla psicofarmacoterapia».
Infatti, i malati sono felici di fronte all’avventura
inedita. Il tempo trascorre tra un caffè e una
canzone suonata alla chitarra. Si toccano con
leggerezza – e a farlo sono proprio i protagonisti
- i temi della fede, dell’amore che non c’è, del
futuro e delle aspirazioni. Ma anche la necessità
di fare i conti con diverse limitazioni nella vita
di tutti i giorni. Nascono amicizie suggellate da
strette di mano. Traspare la voglia di restare
in Grecia per sempre, forse per sfuggire, dice
Michele, «all’insofferenza delle persone che ci
ha catalogati, che pensa che per noi non c’è più
niente da fare. Alla fine, invece, si torna alla vita
di tutti i giorni. «A lavorare, a guadagnarsi la
giornata, come per voi. Per me è lo stesso».
Il regista – a cui i compagni di viaggio chiedono
di comparire sullo schermo per non rimanere
«invisibile e innominato» - alla fine, si fa vedere
e accompagna alla chitarra un’improvvisazione
canora a tratti toccante. Ma più che in questa
scena, in cui compare fisicamente, la sua
presenza sta tutta nell’emblematico sottotitolo:
“Juliet. Siamo tutti sulla stessa barca”.
Valeria Blanco
57
58 EVENTI
EVENTI
VENERDÍ 6
Le carte live all’Istanbul Cafè di Squinzano (Le).
Andrea Padova - Notes on the refrigerator al
Teatro Paisiello di Lecce
Blu Cianfano al Molly Malone di Lecce
Soul Bossa Trio al Kalì di Melpignano (Le)
SABATO 7
Cesare Dell’Anna - Surprise ai Sotterranei di
Copertino (Le)
Riondino Accompagna Vergassola - Ad Incontrare
Flaubert al Teatro Filograna a Casarano (Le)
Jam Session Nextrio alla Svolta di Lecce
Proseguono ogni venerdì e sabato gli appuntamenti
della Svolta, un nuovo ristorante e jazz bar di Lecce,
che si presenta con una ricetta i cui ingredienti
principali sono la cucina semplice, rispettosa dei
cicli naturali degli alimenti, e la musica jazz. Il
sabato sul palco spazio ad una Jam session con
il Nextrio di Igor Legari (contrabbasso), Andrea
Favatano (chitarra) e Francesco Pennetta
(batteria). ingresso gratuito.
Presentazione Annuario della Cultura Salentina e
Tobia Lamare & The Sellers alla Libreria Caforio
di Manduria (Le)
Julie’s Harcuit allo Spazio Off di Trani
SABATO 7 E DOMENICA 8
L’ultima radio al Teatro Comunale di Nardò
La Panne, ovvero la notte più bella della mia vita
al Teatro Paisiello a Lecce
DAL 7 AL 26
Why We Came ai Cantieri Koreja di Lecce
LUNEDÌ 9
Agnese Manganaro Quartet al Teatro Elio di
Calimera (Le)
MARTEDÍ 10
Sabina Guzzanti – Vilipendio al Teatro Italia di
Gallipoli (Le)
Jam Session al Joyce di Lecce
Roberta & Carlo presentano Jam Session, un live
itinerante dedicato ai musicisti appassionati di
tutti i generi. Strumenti residenti e divertimento
garantito. Ingresso gratuito.
MERCOLEDÍ 11
Après la Classe al Jack’n’Jill di Cutrofiano (Le)
400 posti disponibili e biglietti acquistabili solo
in prevendita per questo ritorno a casa degli
Après la Classe. Dopo i numerosi live sui palchi
di tutta Italia infatti, la band salentina chiude
il faticoso Luna Park tour con un concerto nello
storico locale di Cutrofiano. Una scelta precisa
quella di esibirsi, nelle ultime tappe del concerto,
in club con capienza limitata, lo scopo è quello
di ritrovare un contatto più intimo con i fan di
sempre. Inizio ore 22.30. Ingresso 10 euro. Info
329.2273200
GIOVEDÍ 12
Dj set Sorge al Molly Malone di Lecce
La strada al Teatro Filograna a Casarano
Carion al Goldoni di Brindisi
Jam Session all’Heineken Green Stage di Tricase
(Le)
VENERDÍ 13
Emanuela Gabrieli Trio al Kalì di Melpignano
(Le)
Prosegue la programmazione live a base di rock,
bossa, jazz e musica d’autore. L’appuntamento
è con il trio formato da Emanuela Gabrieli
(voce), l’argentino José Luis Molteni (fiati)
e Palmiro Durante (chitarra) e con il loro
personalissimo tributo a Fabrizio de Andrè. Un
live intimo e raccolto, per tenere vivo il ricordo
dell’indimenticato poeta della canzone italiana
attraverso i suoi brani più emozionanti. Inizio ore
22.00. Ingresso libero.
Open Mic Session al Molly Malone di Lecce
Spazio alla musica dal vivo e alla libera espressione
a microfono aperto, torna l’atteso appuntamento
mensile con la jam dell’irish pub di via Cavallotti.
Il palco è a disposizione di chiunque voglia esibirsi,
previa prenotazione al proprio arrivo. Inizio ore
22.00. Ingresso libero.
Warknife e Arcadia all’Istanbul Cafè di Squinzano
(Le)
VENERDÍ 13 e DOMENICA 15
Stagione Lirica - L’olandese Volante al Politeama
Greco di Lecce
SABATO 14
Movimenti poetici, letterari e musicali del ’68 al
Castello di Copertino (Le)
Una riflessione e un’analisi critica ad opera di
Nichi Vendola nell’ambito del ciclo di conferenze
sul tema “Il ’68: Una stagione formidabile?” volute
da Union 3, Università di Lecce, Lupo Editore, con
il patrocinio di Provincia di Lecce e Ministero per i
beni e le attività culturali. Inizio ore 19.00.
Assalti Frontali a Copertino (Le)
Il nuovo tour nazionale della band romana fa tappa
nel Salento (luogo ancora da definire). L’evento,
organizzato da i Sotterranei di Copertino, è
sponsorizzato da Arcireal, la rete dei circoli Arci
di musica live e sarà aperto da tre band locali:
Brigata Libertaria, Shotgun Babies, Lamas and
the Bones.
eventi 59
Flavio Jordan all’Istanbul
Cafè di Squinzano (Le)
Flavio Jordan eccellente
impersonatore
di
Elvis
Presley e grande interprete
della musica rock, blues
con espressioni e sfumature
vocali tendenti al gospel.
Il giorno che segnò il suo
destino fu proprio il 16
Agosto 1977 giorno della
morte di Elvis, da quel
momento Flavio intraprese
la sua attività musicale
mantenendo sempre alto il nome di Elvis Presley.
A seguire le selezioni di Tobia Lamare con il suo
Sabatone. Inizio ore 23.00
SABATO 14 E DOMENICA 15
Apres la Classe allo Spazio Off di Trani
DOMENICA 15 E LUNEDÌ 16
La strada al Teatro Paisiello a Lecce
LUNEDÌ 16
Concerto del duo Guerri-Guazzaloca al Teatro
Elio di Calimera (Le)
Novecento al Teatro Comunale di Nardò (Le)
Il testo di Baricco è uno dei tascabili più letti in
Italia, da esso il grande regista cinematografico
Giuseppe Tornatore ha tratto il film La leggenda
del pianista sull’Oceano. Questa riproposizione
teatrale per ragazzi è a cura di Skené produzioni
teatrali. Regia ed interpretazione Raffaele Braia.
MARTEDÌ 17 e 18
Novecento al Teatro Illiria di Poggiardo (Le)
MARTEDÌ 17 FEBBRAIO
La favola di Amore e Psiche al Teatro Italia a
Gallipoli
MERCOLEDÍ 18
Francesca Romana al Molly Malone di Lecce
La cantautrice presenterà i brani del suo cd
d’esordio Vermiglio. Esiste un filo, ma non è rosso
come quello di Goethe bensì vermiglio ed è questo
che avvolge la figura femminile che Francesca
Romana dipinge nel suo nuovo album. Una figura
femminile archetipica: non la donna “moderna”,
ostentata, con scarso rispetto di sè, ma la donna
che è simbolo di sensualità profonda e al tempo
stesso di maternità, la femmina nella sua essenza
più antica, che ha dentro di sè il mistero della
Natura, legata da un istinto metafisico e carnale
alle leggi imperscrutabili dell’Universo. Inizio ore
22.00. Ingresso Libero.
GIOVEDÌ 19
La passione delle Troiane al Teatro Filograna di
Casarano
Lo spettacolo dei Cantieri Koreja, per la regia
di Salvatore Tramacere, intende coniugare le
Troiane di Euripide con il tema della Passione di
Cristo, scegliendo di dialogare con la tradizione
60 EVENTI
grika del Salento. “Passiuna tu Christu” è un
canto dell’area grika salentina. L’idea nasce dalla
volontà di accostare il lamento delle donne di
Troia, alle moroloja, ovvero i pianti che un tempo
le donne facevano a pagamento per un morto del
quale appena a volte conoscevano il nome.
Morrison Hotel al Jack’n Jill di Cutrofiano (Le)
Rivive il mito dei Doors con i Morrison Hotel.
La band nasce come progetto tributo a uno dei
gruppi che ha rivoluzionato come altri, ma in
maniera forse più profonda in quei mitici anni 60
-70, la storia della musica, sopratutto nella figura
leggendaria di Jim Morrison. I brani riproducono
i suoni vintage tanto ricercati con un tocco più
rock. Sul palco Luigi Cataldi (batteria), Fabio
Lecci (voce), Pippo Fiorentino (chitarra) Gabriele
Saracino (organo).
Da’namaste al Goldoni di Brindisi
Tra un’ora e dodici minuti della Compagnia
Induma allo Spazio Off di Trani
Dj set con Tobia Lamare al Molly Malone di
Lecce
Utopia ragionevole e costitutiva-omaggio a Joyce
Lussu presso l’Auditorium di Zollino
GIOVEDÌ 19 E VENERDÌ 20
Italia Wave - Selezioni provincia di Lecce
all’Istanbul Cafè di Squinzano (Le)
Dok. F. ai Cantieri Koreja di Lecce
In scena Fabrizio Pugliese e Fabrizio Saccomanno
della Compagnia Koreja, i due attori-autori dello
spettacolo intraprendono il loro viaggio all’interno
delle problematiche che il capolavoro di Mary
Shelley, capostipite di un genere e quindi sempre
attuale, lanciò due secoli fa, e che oggi ritornano
tanto incalzanti. Da una semplice domanda, una
miriade di risposte, questioni, dubbi, incertezze,
follie: “Da dove procede il principio della vita”;
questa la domanda che genera l’orrore, la genesi
innaturale della creatura con tutto ciò che questa
genesi comporta; questa la “semplice” domanda
che origina la tragedia del mostro.
VENERDÍ 20
Da’namaste alla Saletta della Cultura di Novoli
(Le)
Musica elettrica e poesia, pulsioni ritmiche e
forza lirica, un sound compresso e sfuggente
che sottolinea l’attitudine alla sperimentazione
di questa band salernitana di scena a Novoli.
Il concerto apre la rassegna di musica d’autore
Tele e Ragnatele. Inizio ore 21.30. Info: www.
salettadellacultura.it
Freeze-up al Kalì di Melpignano (Le)
Gli intramontabili brani del rock e del blues dagli
anni settanta fino ai giorni nostri rivivranno
grazie ai Freeze-up. Un live in forma di viaggio
attraverso la musica partendo dal rhythm’n’blues
dei Blues Brothers, passando per la psichedelia
dei Pink Floyd, ai Dire Straits e agli U2, solo
per citare alcuni dei mostri sacri cui i Freeze-Up
attingono a piene mani. Sul palco Paolo Zappi, già
voce e chitarra della band salentina Malgarbo,
ed Enrico Frisullo, chitarrista che si esibisce e
collabora con numerose band della scena rock,
blues e classic. Inizio 22.00. Ingresso libero.
Black I Know al Molly Malone di Lecce
La band composta da Emanuele Pagliara (chitarra
acustica e voce) e Federico Frisullo (voce), è nata
artisticamente nel novembre del 2007 per gioco.
Il progetto diventa piu reale durante l’estate,
quando al gruppo si aggiunge Silvio Negro (basso)
e una batteria vacante, diventando Black I Know
funk&soul. Inizio ore 22.00. Ingresso gratuito.
VENERDÌ 20
Bolero. Balletto di Roma al Teatro Filograna di
Casarano
SABATO 21
Coolclub Carnival Party alle Officine Cantelmo di
Lecce
Sabato grasso all’insegna del rock con le selezioni
di I Hate 80’s e il concerto dei Rekkiabilly Dopo
anni spesi ad ascoltare i soliti pezzi anni 80, un
gruppo di amici si riunisce per dare vita ad uno
dei party più innovati del momento accomunati
dalla passione per i nuovi anni 80. I Hate 80’s è
mix di moda e musica ispirata dalle sonorità della
nuova scena musicale francese come Justice,
Simian, Busy P, Uffie, EdBanger. Dal Nu Rave
inglese con Klaxons, Trash Fashion; e dagli
italiani Scuola Furano. The Crookers, Ex-Otago,
Amari. Non mancheranno Riot in Belgium,
Gossip, CSS, Daft Punk, Mr Flash. Il sound e la
filosofia dei Rekkiabilly unisce alla dimensione
del suono quella del viaggio, della ricerca delle
contaminazioni, dell’improvvisazione e del
divertimento. Info www.coolclub.it
Carnevale Chicago’s 20 alla Svolta di Lecce
Francesco Libetta & Friends – Concerto di
Carnevale ai Cantieri Koreja di Lecce
Discoteca Rock - Speciale Carnevale all’Istanbul
Cafè di Squinzano (Le)
Una folle notte a base di musica per scatenarsi
e ballare a suon di rock dagli anni ’60 ad oggi,
quello selezionato dai Ballarock. Dai Beatles ai
Rolling Stones, dai Cure ai Depeche Mode, dai
Blur agli Strokes, così si festeggia il carnevale nel
noto locale salentino. Ingresso 2 euro (libero per le
maschere). Inizio 22.00.
Libera Velo ai Sotterranei di Copertino (Le)
Cat Claws allo Spazio Off di Trani
LUNEDÌ 23
Vittorino Curci Ensemble al Teatro Elio di
Calimera (Le)
MARTEDÌ 24
Vafè Cartoons allo Spazio Off di Trani
MERCOLEDÍ 25
Confuse the Cat ai Sotterranei di Copertino (Le)
Proseguono i live del circolo Arci di Copertino con
questa band post punk che arriva dal Belgio.
Inizio ore 22:30
MERCOLEDÍ 25, VENERDÍ 27 E DOMENICA
1 MARZO
Stagione Lirica – Rigoletto al Politeama Greco di
Lecce
MARTEDÌ 24 E MERCOLEDÌ 25
Shakespeare/Venere e Adoneal Teatro Paisiello di
Lecce
GIOVEDÌ 26 E VENERDÌ 27
Italia Wave - Selezioni provincia di Lecce
all’Istanbul Cafè di Squinzano (Le)
GIOVEDÍ 26
Mr Jack al Molly Malone di Lecce
Skarlat al Jack’n Jill di Cutrofiano (Le)
Il loro sound è la miscela di uno ska fresco ed
indiavolato, che spazia da toni “core” a melodie
più classiche e giamaicane, estremamente
melodico, basato su chitarre spesso in levare,
inserti trombettistici, linee di tastiera a smorzare
i toni e i testi dal forte carattere pacchiano, ideali
per far subito presa sull’ascoltatore.
Jam Session all’Heineken Green Stage di Tricase
Roberta & Carlo presentano Jam Session, un live
itinerante dedicato ai musicisti appassionati di
tutti i generi. Strumenti residenti e divertimento
garantito. Ingresso gratuito.
Eva mon amour al Goldoni
VENERDÍ 27
Italian Swing Connection al Kalì di Melpignano
(Le)
Una dichiarazione d’amore per lo Swing e un
tributo ai grandi crooner di questo genere dagli
anni ’50, fino ad oggi. Il repertorio spazia da Frank
Sinatra e Dean Martin fino a Michael Buble’ e
Peter Cincotti abbracciando anche l’Italian swing
e le grandi voci del panorama jazz nostrano come
Nicola Arigliano, Fred Buscaglione e Renato
Carosone. La band è composta da Roberto Lezzi
(voce), Giancarlo Del Vitto (chitarra), Michele
Colaci (contrabbasso).
I hate 80’s allo Spazio Off di Trani
Eva mon amour alla Saletta della Cultura di
Novoli (Le)
Elettricità, istinto e sudore, ecco il mix esplosivo
che caratterizza questa band, nata nel 2008 come
evoluzione dei Cappello a Cilindro. Senza niente
addosso è l’album che segna l’esordio discografico
della band composta da Emanuele Colandrea (voce
e chitarra), Corrado Maria De Santis (chitarra),
Matteo Scannicchio (tastiere), Fabrizio Colella
(batteria). Info: www.salettadellacultura.it
Super Reverb al Molly Malone di Lecce
Appuntamento con il rock and roll incendiario di
Jessy Maturo & company, un live coinvolgente
che spazia da brani classici del rock fino al rockblues selvaggio.
Irene Scardia – Il mio sentire al Teatro Paisiello
di Lecce
La pianista leccese in concerto per la terza
edizione della rassegna musicale Suoni a Sud.
Info su www.orchestrina.it - tel. 329.4123339
SABATO 28
Jam Session Nextrio alla Svolta di Lecce
Lola & The Loves allo Spazio Off di Trani
GIOVEDÌ 5 MARZO
Giuliano Dottori al Goldoni di Brindisi
VENERDÌ 6
Giuliano Dottori alla Saletta della Cultura di
Novoli (Le)
VENERDÌ 7
Giuliano Dottori al Circolo Arci37 di Giovinazzo
(Ba)
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