PAOLO VI
e il mondo del lavoro
1
INDICE
Introduzione
Don Ruggero Zani
8
Discorso ai partecipanti al congresso di studi organizzato
dall'Ente Nazionale A.C.L.I. per la Formazione Professionale (E.N.A.I.P.)
Domenica, 6 ottobre 1963
9
Discorso a gruppi di lavoratori
Sabato, 19 ottobre 1963
11
Discorso alla «Casa del Giovane Operaio» di Milano
Sabato, 30 novembre 1963
15
Discorso ad una cospicua rappresentanza delle A.C.L.I.
Sabato, 21 dicembre 1963
17
Santa Messa nella Basilica Vaticana - Omelia
Domenica, 26 gennaio 1964
21
Messa per i dipendenti dell'azienda statale dei telefoni - Omelia
23 febbraio 1964, Seconda domenica di Quaresima
24
Santa messa per i tranvieri di Roma ed i calzaturieri di Vigevano - Omelia
Domenica, 15 marzo 1964
27
Pellegrinaggio della FIAT - Omelia
Giovedì, 19 marzo 1964, festività di S. Giuseppe
30
Discorso ai lavoratori delle industrie della Campania
Sabato, 25 aprile 1964
33
Festività di S. Giuseppe Artigiano - Omelia
Venerdì, 1° maggio 1964
36
Discorso ai lavoratori della «Saffa»
Sabato, 5 maggio 1964
39
Discorso al pellegrinaggio di lavoratori bresciani
Sabato, 9 maggio 1964
41
Discorso ai dirigenti, funzionari e maestranze dell’E.N.I.
Venerdì, 29 maggio 1964
42
Discorso al XI Congresso Nazionale
dell'Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti (U.C.I.D.)
Lunedì, 8 giugno 1964
44
Discorso ai partecipanti alla 1ª settimana di studio
2
sulla «presenza e funzione del sacerdote nelle comunità di lavoro»
Venerdì, 26 giugno 1964
47
Udienza generale
Mercoledì, 9 settembre 1964
49
Discorso ai partecipanti al IX Congresso Nazionale
del Movimento Giovanile delle A.C.L.I.
Martedì, 5 gennaio 1965
53
Discorso a vari gruppi di pellegrini italiani
Domenica, 14 febbraio 1965
55
Discorso nel XX anniversario delle A.C.L.I.
Festività di S. Giuseppe, Patrono della Chiesa Universale
Venerdì, 19 marzo 1965
59
Discorso alle rappresentanti dell’«opera impiegate»
Sabato, 20 marzo 1965
63
Discorso ai membri della società «Permaflex»
Sabato, 27 marzo 1965
64
Radiomessaggio alle A.C.L.I. di Milano
Sabato, 1° maggio 1965
65
Udienza generale - Festa di San Giuseppe Artigiano
Sabato, 1° maggio 1965
66
Discorso ai dirigenti e alle maestranze della società
«Gio. Buton e rosso antico» di Bologna
Sabato, 15 maggio 1965
68
Discorso alla società «Salmoiraghi» e alla società «Fratelli Testori»
Venerdì, 28 maggio 1965
70
Discorso ai lavoratori della società «Elettrocondutture»
Sabato, 19 giugno 1965
72
Udienza generale
Mercoledì, 23 giugno 1965
73
Discorso alla Società Editrice «La Scuola» di Brescia
Lunedì, 28 giugno 1965
77
Discorso a diversi gruppi di pellegrini
Lunedì, 28 giugno 1965
79
Radiomessaggio ai lavoratori italiani in Germania
Lunedì, 1° novembre 1965, festività di Tutti i Santi
82
3
Parrocchia di San Giovanni Battista a Casal Bruciato - Omelia
Domenica, 21 novembre 1965
83
Incontro con le rappresentanze dei gruppi di lavoro in Africa
Lunedì, 3 gennaio 1966
86
Discorso all’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti
Lunedì, 7 febbraio 1966
88
Visita ai cantieri edili di Pietralata
Mercoledì, 9 febbraio 1966
90
Visita alla centrale dei servizi per la nettezza urbana
Martedì, 15 febbraio 1966
94
Visita ad un importante stabilimento chimico - farmaceutico
Giovedì, 24 febbraio 1966
97
Omelia - Festa di San Giuseppe Artigiano
Domenica, 1° maggio 1966
100
Omelia - Celebrazione del LXXV anniversario della «Rerum Novarum»
Domenica, 22 maggio 1966
103
Discorso a gruppi di lavoratori e di sposi cristiani
Sabato, 18 giugno 1966
106
Omelia - Santa Messa al centro industriale di Colleferro
Domenica, 11 settembre 1966
108
Discorso agli anziani della società O. M. di Brescia
Sabato, 5 novembre 1966
110
Discorso VI al pellegrinaggio dell'Unione Italiana dei Parrucchieri
Lunedì, 21 novembre 1966
111
Discorso ai dirigenti e ai collaboratori dell’E.N.E.L.
Lunedì, 19 dicembre 1966
113
Discorso ad un gruppo di lavoratori dell'industria
Lunedì, 20 febbraio 1967
115
Discorso all’azione cattolica e ai lavoratori
Lunedì, 1° maggio 1967
116
Discorso ad un pellegrinaggio di operai napoletani
Sabato, 3 giugno 1967
119
Udienza generale
Mercoledì, 20 marzo 1968
121
4
Discorso agli assistenti ecclesiastici delle Acli
Mercoledì, 24 aprile 1968
123
Udienza generale «la pace di Cristo esulti nei vostri cuori»
Mercoledì, 1° maggio 1968
126
Discorso ai netturbini di Firenze
Domenica, 8 settembre 1968
128
Omelia - Santa Messa di mezzanotte nel centro siderurgico di Taranto
Notte Santa, 24-25 dicembre 1968
129
Discorso all'assemblea dell'Organizzazione Internazionale
del Lavoro nel 50° anniversario della sua fondazione
Ginevra, Mercoledì 10 giugno 1969
134
Discorso alla Federazione dei Portieri d'Albergo
Sabato, 29 novembre 1969
141
Angelus Domini
Giovedì, 19 marzo 1970, festività di San Giuseppe
142
Discorso ad un gruppo di lavoratori anziani dell’industria
Giovedì, 5 febbraio 1970
143
Udienza generale di Paolo VI
Mercoledì, 22 aprile 1970
144
Udienza generale
Sabato, 25 aprile 1970
147
Discorso ai pellegrini convenuti nella Basilica vaticana
nella festa di San Giuseppe Artigiano
Venerdì, 1° maggio 1970
151
Udienza generale
Mercoledì, 24 giugno 1970
153
Udienza generale
Mercoledì, 8 luglio 1970
157
Discorso ad un gruppo di sacerdoti italiani dediti
all’assistenza spirituale ai lavoratori emigranti
Mercoledì, 8 luglio 1970
161
Discorso ai partecipanti al convegno nazionale
dell’Associazione Cristiana Artigiani Italiani
Lunedì, 5 ottobre 1970
162
Udienza generale di Paolo VI
Sabato, 20 marzo 1971
163
5
Udienza ai lavoratori in occasione della solennità di San Giuseppe Artigiano
Sabato, 1° maggio 1971
166
Regina Coeli
Domenica, 16 maggio 1971
168
80° anniversario della «Rerum Novarum» - Omelia
Domenica, 16 maggio 1971
169
Discorso ai sacerdoti incaricati dell’assistenza ai lavoratori
Sabato, 4 dicembre 1971
171
Santa messa nella solennità di San Giuseppe Artigiano - Omelia
Lunedì, 1° maggio 1972
175
Udienza generale
Mercoledì, 10 maggio 1972
178
Incontri nell’anniversario del transito di Papa Giovanni XXIII
Sabato, 3 giugno 1972
184
Discorso ai sacerdoti partecipanti ad un corso di esercizi spirituali a Frascati
Mercoledì, 30 agosto 1972
187
Udienza generale
Mercoledì, 1° maggio 1973
188
Udienza generale
Mercoledì, 27 marzo 1974
192
Udienza generale
Mercoledì, 1° maggio 1974
195
Solennità di San Giuseppe - Omelia
19 marzo 1975
197
Festa di San Giuseppe Artigiano - Omelia
1° maggio 1975
199
Discorso a 25.000 lavoratori della regione Campania
Sabato, 21 giugno 1975
202
Discorso al pellegrinaggio giubilare dei fiorentini
Venerdì, 14 novembre 1975
204
Angelus Domini
Domenica, 12 settembre 1976
206
Angelus Domini
Domenica, 22 agosto 1976
207
6
Discorso ai dirigenti e ai funzionari
del Centro Internazionale di Perfezionamento Tecnico e Professionale di Torino
Mercoledì, 15 settembre 1976
208
Discorso al consiglio nazionale del Movimento Cristiano Lavoratori
Sabato, 4 dicembre 1976
208
Discorso ai congressisti dell’UCID
Sabato, 12 febbraio 1977
209
Regina Coeli
Domenica, 1° maggio 1977
210
Angelus Domini
Domenica, 21 agosto 1977
211
Angelus Domini
Domenica, 28 agosto 1977
212
Udienza generale
Mercoledì 1° febbraio 1978
212
Udienza generale
Mercoledì, 3 maggio 1978
215
7
Introduzione
La memoria di Paolo VI è presente in questa sua terra e non mancano pubblicazioni di vario genere
che contribuiscono a mantenere vivo il ricordo, e soprattutto a ravvivare i temi del suo magistero.
Se guardiamo al tempo del dopo Concilio scorgiamo un “Santo Padre” saggio, paziente, deciso e
amorevole nel guidare la Chiesa sulla via non sempre sgombra di ostacoli che le era stata indicata.
Se poi consideriamo l’apertura all’intera umanità che così chiaramente emerge dalla Gaudium et
Spes e dalla Populorum Progressio non possiamo non ammirare la grande apertura mondiale che ha
saputo indicare alle persone di buona volontà.
Sul tema del lavoro ritroviamo quei pensieri che la Chiesa stava elaborando fin dai tempi della
Rerum Novarum e che ricevono ulteriore impulso dal Concilio e dal magistero di Paolo VI. La
priorità del lavoro sui mezzi di produzione, la dignità del lavoratore che deve essere visibile nel
momento in cui la persona svolge la sua attività, il valore del tempo libero e della festa.
Altri capitoli importanti sono quello della partecipazione alla gestione dell’impresa e della
conflittualità nel mondo del lavoro per affrontare la quale mai si deve abbandonare la strada del
dialogo tra le parti.
Abbiamo quindi raccolto volentieri il lavoro paziente di mons. Angelo Bonetti, che ha catalogato i
discorsi di Paolo VI relativi alla tematica del lavoro, e lo abbiamo reso disponibile a tutti coloro che
ne vorranno usufruire.
A mons. Bonetti il ringraziamento delle ACLI, che hanno dato veste informatizzata a questo lavoro,
e dell’Ufficio diocesano di Pastorale Sociale.
don Ruggero Zani
8
DISCORSO AI PARTECIPANTI AL CONGRESSO DI STUDI
ORGANIZZATO DALL'ENTE NAZIONALE A.C.L.I.
PER LA FORMAZIONE PROFESSIONALE (E.N.A.I.P.)
Domenica, 6 ottobre 1963
Cari Signori e cari Amici, e tutti cari Figliuoli!
Ecco un’udienza che Ci apre il cuore a vivi sentimenti e a grandi pensieri: i sentimenti, che sono di
affezione, di compiacenza, di speranza, vanno principalmente alle persone, vanno ai promotori,
vanno agli intervenuti al Convegno nazionale di studio su «La formazione professionale in Italia»,
vanno ai Maestri ed agli Alunni che frequentano i corsi d’Istruzione professionale promossi dalle
ACLI, vanno alle ACLI, a questa grande e cara Associazione cristiana dei Lavoratori italiani, alla
quale Ci sentiamo legati da molti ricordi, da molta benevolenza e da molti desideri: sono sentimenti,
che non possono in questo breve momento trovare espressione adeguata, ma che Ci obbligano a
salutare con paterna cordialità tutta la immensa famiglia delle ACLI, ad assicurarla della Nostra
premurosa memoria e ad incoraggiarla nel suo intento di raccogliere nelle sue file i Nostri carissimi
Lavoratori, di aprire gli animi alla concezione moderna e cristiana della società e di temprarne le
forze morali e spirituali per una vita buona e forte, degna di uomini e di cristiani del tempo nostro.
Sentimenti vivi, diciamo, a cui si associano grandi pensieri; e questi sono piuttosto rivolti al tema
del Convegno, che vuol trovare in questo incontro la sua felice conclusione; il tema, già enunciato,
della formazione professionale. Neppure ai pensieri, che argomento di tanta ampiezza e di tanta
importanza risveglia nel Nostro spirito, potremo dare qui lo svolgimento che essi meriterebbero,
non forse per una Nostra particolare competenza in materia, quanto piuttosto per i riferimenti
ch’essi comportano con tutta la concezione della vita moderna e con tutto l’ordinamento verso cui si
orienta oggi l’educazione delle nuove generazioni. La formazione professionale, e a suo servizio la
scuola moderna, viene assumendo una funzione determinante e qualificante della società odierna;
impegna l’attenzione di quanti ne studiano i fenomeni salienti e ne curano il progressivo
svolgimento; s’innesta nel piano della pedagogia e della psicologia contemporanea; tocca la vita
personale, familiare, sociale; reclama l’assistenza dei genitori, dei maestri, degli imprenditori, dei
pastori d’anime; merita, insomma, ogni interesse.
Ottimo perciò il vostro proposito di dare al Convegno nazionale di studio simile oggetto. Non
possiamo che compiacerci di simile scelta; e non possiamo tacere il Nostro elogio per averlo
considerato, analizzato, finalizzato, mediante trattazioni e discussioni meritevoli di attenzione e di
plauso. I lavori ampli e seri del Convegno Ci dispensano di entrare Noi stessi nel vivo del vostro
tema; a Noi ora non resta che raccomandare a voi, ed a quanti giunge il vostro raggio di azione, di
perseverare nello studio di cotesto problema, che giustamente è stato definito «problema di attualità
permanente»; e di fare quanto è possibile perché esso abbia sollecita ed adeguata soluzione.
Ci limitiamo perciò ad alcune brevi e semplici osservazioni. Di cui la prima riguarda la genesi della
formazione professionale: essa nasce dalla vita, ancor prima che dalla scuola; dalla pratica, ancor
prima che dalla teoria; dall’iniziativa privata, ancor prima che da quella pubblica. Non che lo Stato
non abbia, oggi almeno, e doveri e meriti preponderanti verso la formazione professionale; ma è
facile e doveroso osservare che la sua iniziativa non è la sola, spesso non è la prima.
9
La stessa istituzione del vostro Ente promotore di istruzione professionale dimostra, ad un tempo, la
vigile e feconda sensibilità delle ACLI nell’interpretare e nel servire, senza che altri suggerisca e
anticipi soccorsi, le esigenze latenti ed impellenti della vita dei lavoratori; ed insieme dimostra
come la scuola, se vuol essere vivo fenomeno di popolo, dev’essere libera e pluralistica, e quando
sorge così provvida e spontanea dal buon volere di cittadini fedeli, deve trovare nell’ordinamento
civile protezione, aiuto, disciplina, complemento, piuttosto che abbandono, o freno, o scoraggiante
sperequazione di trattamento. Va dunque riconosciuto alle ACLI un merito grande per aver dato
origine ad una vasta e promettente rete di scuole professionali, istituite con audacia e con amore
ammirabili, gestite con serietà e tenacia non meno commendevoli, e adattate a bisogni scoperti e
impellenti. Abbiamo Noi stessi visto da vicino, durante il Nostro ministero pastorale a Milano,
esperimenti di questo genere, e abbiamo notato con stupore e con compiacenza la dedizione
generosa, da un lato, dei promotori e dei maestri. la rispondenza magnifica; dall’altro, dei giovani ed anche non sempre giovani - frequentatori di quelle scuole professionali, dove veramente
l’impegno di tutti raggiunge quasi un livello ascetico, il rendimento un risultato insperato, la fusione
degli animi una mirabile armonia di solidarietà e di fraternità. Veramente le ACLI in tale sforzo
danno prova di fedeltà al loro programma e di capacità di saperlo degnamente attuare.
Il Nostro encomio, in materia di formazione professionale, deve allargarsi a molte altre istituzioni
dipendenti dalla Autorità ecclesiastica, a tutti notissime e da tutti riconosciute meritevoli di fiducia,
di riconoscenza e di appoggio; basti accennare, ad esempio, a quelle dei Salesiani, per dimostrare
che cosa possa la Chiesa e il suo genio educatore per il bene del popolo lavoratore e per la gioventù
che cresce nella civiltà della tecnica e dell’industria; e basta osservare come dovunque la vita
pastorale riesce a svilupparsi secondo la linea dei bisogni della nostra gente, che subito si pronuncia
il proposito, si direbbe istintivo ma spesso solo per tentativo, di fondare una scuola che qualifichi il
lavoratore all’arte sua, e gli infonda il senso della dignità della sua fatica, nell’amore, non più nel
rancore o nell’odio, alla società che così lo educa e lo onora.
E dobbiamo infine rilevare come saggiamente voi parlate di «formazione», comprendendo in questa
parola programmatica una complessità di scopi, e perciò di metodi, che onora la vostra coscienza
umana e cristiana. La vostra attività non è diretta soltanto a «qualificare» il lavoratore, a renderlo
cioè idoneo a compiere il suo ufficio, che la macchina moderna e la strumentazione e la complessità
del lavoro moderno esigono appunto che sia dotato di particolari nozioni e di specifiche abilità; a
voi non basta preparare dei tecnici, fare delle macchine umane, capaci di guidare strumenti e di
raggiungere certi risultati produttivi. Una scuola professionale, la quale non mirasse che a questo,
solleverebbe il dubbio se rappresenti veramente un progresso nel grande ciclo della educazione
umana. Il pericolo dell’orientamento scolastico moderno è appunto questo tecnicismo, se limitato a
se stesso e privo di ricchezza interiore, il quale, in forza precisamente del suo sviluppo esteriore e
delle sue finalità contingenti, può aggravare l’alienazione dell’alunno oggi, dell’uomo e del
cittadino domani, e dare a lui, in definitiva, una formula di vita deludente e infelice.
Se la scuola professionale, posta di fianco e in vantaggio al grande fenomeno del lavoro tecnico e
industrializzato, rivendica giustamente l’importanza del fattore umano nel confronto con ogni altro
fattore operativo e produttivo, voi conferite alla scuola stessa quella pienezza che tende non soltanto
a coordinare l’alunno allo strumento del suo lavoro, e a farne un complemento intelligente, sì, e
indispensabile, ma quasi meccanico e in certa misura vincolato e subordinato al suo strumento; ma
tende a fare altresì dell’alunno un uomo, un uomo completo, un uomo pensante e responsabile, un
uomo edotto, non solo delle realtà meccaniche, economiche e sociali, ma di quelle altresì morali,
spirituali e religiose; un uomo, in una parola, cristiano.
Questo è merito di valore incomparabile, al cui raggiungimento sono ora rivolte le Nostre
esortazioni e le Nostre speranze.
10
Continuate nell’opera vostra: che è buona, che è provvida, che è civile, che è cristiana: vi incoraggia
e vi segue la Nostra Benedizione Apostolica.
*****
Mit besonderer Freude begrüssen Wir bei dieser Audienz jene deutschen Pilger, die der «Deutschen
Jugendkraft» angehören.
Drei Tatsachen machen Uns ihren Besuch besonders erfreulich: Erstens: es sind junge Deutsche,
Vertreter also eines grossen und starken Volkes; zweitens: es sind Sportler, die sich der
körperlichen Ertüchtigung verpflichten, die einen so breiten Raum einnimmt bei der Ausbildung des
Menschen und in der Auffassung des Lebens; drittens: es sind katholische junge Menschen, also
befähigt, ihrer Jugend einen wahren und vollen Lebens-sinn zu geben, der getragen ist von den
geistigen Werten des Glaubens und der Gnade.
Wir sehen auch hier anwesend Seine Exzellenz den von Uns geliebten und hochgeschätzten Mons.
Jäger, Erzbischof von Paderborn, dem Wir Unseren väterlichen Grüss entbieten.
Wir wünschen Ihnen persönlich wie Ihrer Vereinigung alles Gute und segnen Sie von Herzen.
Bei dieser Audienz sind auch anwesend andere Pilger aus Deutschland und aus Oesterreich. Auch
diesen gilt Unser väterlicher Gruss und Unser Segen. Wir segnen auch alle Andachtsgegenstände,
die Sie mitgebracht haben.
We welcome with paternal affection the English Students who are present at this Audience.
While extending Our cordial greetings to them, We bless them and their dear ones and We invoke
upon them all an abundante of heavenly favours and divine graces.
DISCORSO A GRUPPI DI LAVORATORI
Sabato, 19 ottobre 1963
Il Santo Padre accoglie con riconoscenza la parole sapienti e gentili che sono state adesso
pronunziate e se ne compiace con chi le ha espresse con tanta convinzione e con tanta nobiltà.
È per il Papa motivo di letizia vedere dinanzi a Sé delle categorie che potrebbe chiamare di
benemeriti del lavoro. La prima di queste categorie è formata dai cavalieri del lavoro la cui
Associazione è appunto presieduta dal Dott. Pozzani. E sono coloro che hanno il merito di avere
promosso, organizzato, rinnovato, ingrandito, reso forte, produttivo e moderno, il fenomeno del
lavoro. Poi vi sono i Maestri del lavoro, anche essi degni di ogni considerazione, perché conoscono
egregiamente il loro mestiere, e lo insegnano agli altri; mettono cioè nel lavoro un senso di
perfezione, di puntualità, di impegno che lo rende veramente produttivo, utile e atto a raggiungere i
suoi fini, merito anche questo che bisogna riconoscere, lodare ed incoraggiare.
11
Poi, c’è un’altra categoria di persone; gli anziani del lavoro che hanno il merito della perseveranza,
della fedeltà, della pazienza, della costanza, della adesione al dovere quotidiano protratto per anni e
sempre con buono e lodevole spirito e con arte degna di approvazione e di rimunerazione.
Ed è presente anche un’altra categoria, distinta dalle altre che sono strettamente unite, ed è quella
dei consulenti del lavoro, anche essi benemeriti per l’atto riflesso che pongono sopra l’attività altrui,
affinché il lavoro si compia come si deve.
Perciò, come già diceva, se si volesse fare una sintesi il Santo Padre potrebbe definire i presenti a
una udienza così bella come i «benemeriti» del lavoro, coloro che veramente sono degni di essere
ringraziati ed elogiati, di essere considerati benefattori della società proprio perché al lavoro hanno
dedicato tanto ingegno, tanti mezzi, tanti anni, tante fatiche e con il massimo impegno, con grande
onestà di intenti ed anche con grande efficacia di risultati.
Ed allora il Papa si sente in dovere di ringraziare di una visita così gradita, del voler presentare al
Padre Comune delle anime le loro persone e nello stesso tempo anche le loro attività, persone e
attività che meritano encomio, incoraggiamento e benedizione cordiale. E volendo aggiungere a tali
riconoscimenti una sola parola di esortazione, il Papa la trova in un sentimento che deve già essere
nel cuore di tutti: l’amore al lavoro.
AMARE IL LAVORO
Bisogna amare il lavoro. I diletti figli confermano e documentano questo amore con i loro meriti, e
lo pongono in rilievo in maniera molteplice e varia, rispettivamente adatta a ciascuna delle loro
categorie.
Il Papa rinnovando il Suo incoraggiamento e la Sua benedizione a questo amore al lavoro, invita i
presenti a fare oggetto di meditazione sia pure per breve tempo tale sentimento.
Si può ben dire che l’Italia ama il lavoro, non solo perché è stampato nel primo articolo della sua
Costituzione, ma perché lo troviamo impresso nel cuore di tutti i cittadini.
Non ci sono, per fortuna, in Italia classi sociali inerti, non c’è nessuno che voglia sottrarsi a questa
legge fondamentale; si vedono anzi tante categorie che erano non impegnate in maniera ben definita
e specifica e che desiderano anch’esse entrare nel grande cimento del lavoro; anche le donne, che
una volta erano piuttosto appartate nella casa, e si dedicavano ad una attività che non era
socialmente considerata.
Dell’unanime desiderio di lavorare il Santo Padre deve compiacersi come di una bellissima
manifestazione della psicologia e della moralità del popolo italiano, che il Papa prega Iddio di
conservare sempre laborioso e anelante all’impegno, all’occupazione, a non perdere tempo, a
rendere saggi e proficui i propri studi in ordine ad una esplicazione di attività bene ordinata, utile,
saggia e benefica.
GLI SCOPI DELL’OPEROSITÀ UMANA
A questo punto però bisogna fare un’altra riflessione; chiedersi se sotto questa manifestazione
generale che si può davvero dire amorosa per la fatica umana non ci siano lacune o difetti, od anche,
alcune volte, traviamenti.
12
Quando? Quando noi cerchiamo quali sono i motivi, le ragioni, le spinte dinamiche per cui,
comunemente parlando, la gente cerca di lavorare. È comune a tutti, legittimo e, si può ben dire,
sacro il desiderio di lavorare per guadagnare, per avere il pane sulla propria mensa. È un fine
economico immediato, degno di ogni considerazione, anzi di ogni cura perché questo primo scopo
della fatica umana, il vivere della propria opera e del proprio lavoro, possa essere accessibile a tutti,
abbia delle strade ben preparate, con le scuole professionali e di avviamento al lavoro, con gli
apprendistati, e poi con tutto il necessario per proteggere il disoccupato quando ancora ci fosse.
È da augurarsi che anche il profitto immediato del lavoro, la mercede, possa essere tale - come
hanno detto ed esortato tante volte anche i Documenti pontifici - da assicurare un pane conveniente;
un sostentamento lieto e gradevole, che sia bastevole a mantenere decorosamente una famiglia e
non solo l’individuo, ad assicurare al lavoratore, non un equilibrio economico instabile, ma quella
certa agiatezza che possa dare distensione e tranquillità per il domani.
L’utile economico è, come tutti ben sanno, la grande molla che muove e sospinge l’uomo al lavoro.
Ci sono però, per fortuna, delle altre componenti umane, degnissime, che nobilitano questa
aspirazione e la indirizzano a finalità più alte: l’amore della famiglia, il desiderio di dare migliore
espressione alla propria attività. Come ha detto or ora il comm. Pezzani con parole molto nobili e
molto precise, l’uomo ha bisogno del lavoro per esplicare se stesso; il lavoro è una pedagogia
personale e aiuta a risvegliare e ad impiegare tutte le facoltà, anche quelle implicite, o dormienti e
ancora atrofizzate, che abbiamo nella nostra ricchissima natura; il lavoro le risveglia e le fa capaci
di manifestazioni della prodigiosa adattabilità ed educabilità dell’uomo.
Ma poi, ecco la ricerca dei fini che si può approfondire. Perché se vediamo che ci sono dei
fenomeni non felici nel campo del lavoro, questo si deve spesso ad una deficienza di fini.
PER UNA GERARCHIA DEI FINI
Infatti anche in questo grande e collettivo fenomeno della operosità umana vi è chi tende a lavorare
così da non averne più bisogno. È quel lavoro che suscita il desiderio del piacere, della pigrizia,
dello sforzo per addossare sulle spalle altrui la fatica umana e potere invece essere personalmente
esonerato da questo comune dovere. Perché purtroppo l’egoismo è anche un fenomeno che
accompagna tutta la grande manifestazione dell’attività umana. Così la ricerca della sola utilità
economica può essere causa di quella inquietudine che noi notiamo nei campi del lavoro, di quella
asprezza che ancora serpeggia nella popolazione, specialmente nelle classi lavoratrici.
Non si riesce a stabilire dei rapporti di collaborazione, più serena, più facile, come quelli che i
presenti invece cercano di stabilire, forse proprio perché i fini per cui tanta gente lavora, sono dei
fini puramente economici, immediati, egoistici, che non hanno una visione sociale e soprattutto una
visione umana completa.
Nessuno negherà che il lavoro sia una fatica e che quindi sia un peso, talvolta anche gravoso, sulle
spalle di chi lo deve portare, compiere con intensità. Accade allora di sentir dire: c’è un compenso
adeguato a tutto questo? basta la remunerazione economica per compensare in me il dispendio di
forze umane che il lavoro mi ha domandato?
Anche per quelli che cercano nel lavoro, nella passione della propria arte, di migliorare uno
strumento, di raggiungere un risultato nuovo, di abbellire un prodotto, di allargare la cerchia della
sua diffusione, questi motivi possono accrescere la passione del lavoro; ma sono sufficienti per
appagare questo benedetto cuore umano che non è mai sazio delle sue conquiste e che quando più
arriva a conquistare, tanto più - esperienza modernissima - si sente vuoto, stanco, desolato, inutile?
13
Vi è uno scetticismo, un pessimismo che pesa sulla psicologia della società moderna, e che fa paura.
La nostra società, nell’immensa dovizia di mezzi che si è procurata, manca spesso della scienza dei
fini più alti e più umani che devono guidare l’operosità dell’uomo.
Il Santo Padre ha letto il manifesto che presiede al loro convegno e vi ha trovato delle parole sagge
che sono state proferite da magistrali rappresentanti della guida umana. Tra questi alcuni Pontefici,
immediati Predecessori del Santo Padre, hanno dato degli insegnamenti - che non devono essere
dimenticati - sopra il senso, il valore, il modo di esplicare la fatica umana.
Il Santo Padre ricorda queste cose a quei carissimi figli proprio perché siano contenti e per dire loro
che se cercheranno, seguiranno e tradurranno in pratica la concezione cristiana del lavoro, il
conforto, il sostegno alla loro fatica, non verrà mai meno.
NEL CONCETTO CRISTIANO DELLA VITA
Sì, il segreto che può rendere il lavoro forte, perseverante, fonte di conforto, onesto, desideroso
sempre di perfezione, si può trovare, e non nascosto ma offerto a tutti, proprio in quella concezione
della vita che chiamiamo cristiana.
Sì, la fatica ha la sua ragion d’essere, sia per il valore di riparazione che assume, sia per l’aspetto
fecondo di conquista delle cose buone e benefiche.
Nella vita cristiana troviamo esempi come quello di S. Benedetto, che risalgono ad un magistero
ancora più autorevole, a quello del Redentore stesso che si è voluto fare lavoratore sia manuale che
della parola salvatrice.
Troveremo nel Vangelo tutti i compensi che le retribuzioni umane non possono dare. Il Signore
premierà l’operaio forte e fedele; la vita umana è una giornata di lavoro, lo sappiamo bene dalle
parabole evangeliche e alla fine vi è una mercede, cioè una vita superiore, una vita compensativa,
una pienezza che in tutta la nostra attività non potremmo raggiungere.
Abbiamo infatti una speranza, più ancora una certezza: se avremo lavorato bene, con onestà e con
fatica, nessuna azione sarà dimenticata; nulla andrà perduto; il calcolo che si fa per il profitto
materiale e che raggiunge alcune volte delle perfezioni infinitesimali, la Provvidenza, che sorveglia
e vigila sulla nostra vita, sa compierlo con altrettanta perfezione per il premio spirituale. Il Signore
ha promesso che neppure un bicchiere d’acqua resterà senza ricompensa; ciò vuol dire anche un
gesto gentile, anche un atto che sembra insignificante e di nessun valore, se è compiuto con animo
buono non resterà senza acquistarci un credito per il regno dei cieli.
Il Santo Padre è sicuro che i diletti figli danno alle loro fatiche un fine superiore e che faranno
propaganda per diffondere nella società idee così buone e così alte.
È stato parlato di responsabilità. Questa parola significa un lavoro svolto con libertà; ma chi ha
associato, per primo, al lavoro la libertà? Oggi sembra una cosa evidente; ma se guardiamo al
mondo pagano e dove Cristo non è arrivato, troveremo che questo binomio - lavoro e libertà - non è
raggiungibile. Il lavoro era compiuto dagli schiavi; persino l’insegnamento che è il lavoro più
nobile, più spirituale era una operazione riservata allo schiavo. E ci sono tante illustri figure del
paganesimo, Cicerone per esempio, che documentano con delle espressioni assai significative e
sconcertanti questa dissociazione della libertà dal lavoro.
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È il Cristianesimo che ha conferito al lavoro questa dignità e questa superiorità; perciò il Santo
Padre esorta ad essere cristiani; vedranno che il loro lavoro diventerà buono, fervoroso, consolato,
sarà sostenuto nelle sue pene e nelle sue stanchezze, sarà illuminato nelle sue ricerche e soprattutto il Papa può prometterlo e garantirlo - sarà degnamente rimunerato dal Signore.
DISCORSO ALLA «CASA DEL GIOVANE OPERAIO» DI MILANO
Sabato, 30 novembre 1963
Nel salutare gli Ecc.mi Presuli e tutti i carissimi figli intervenuti, il Santo Padre rileva, anzitutto, che
Don Orione riserva sempre delle sorprese; e una è questa: soffermandosi su quell’aggettivo Piccolo
Cottolengo, Piccola Opera, verrebbe naturale il supporre che le sue fossero cose di dimensioni
molto modeste, mentre la realtà è ben diversa. Così, per oggi, è stata chiesta una piccola Udienza,
non solenne, né lunga, appena di un qualche minuto; e invece che cosa il Papa vede davanti a Sé?
Al completo i Superiori, la rappresentanza della grande famiglia della parrocchia di S. Benedetto in
Milano, e tante altre persone, convenute appunto per celebrare insieme un avvenimento, per il Papa
davvero molto caro e significativo. Egli lo accetta quindi anche nella proporzione di solennità e di
grandezza, che all’incontro s’è voluto dare.
E dapprima il costante, dolce ricordo della parrocchia di S. Benedetto. Essa, un tempo, era ai
margini di Milano; ora, invece, è già circondata dai nuovi quartieri e si distingue per una
monumentalità e per una completezza di apostolato impressionante, degno di ogni encomio. A tale
centro fiorente, - dove sempre l’attuale Pontefice soleva recarsi alla sera della festività di S.
Ambrogio, e che lo ha accolto in diverse altre circostanze -, Egli riserva il suo particolare saluto e la
benedizione più cordiale.
STUPENDO APOSTOLATO DI RECENTE PARROCCHIA
Inoltre, siccome il giovane presentatore ha voluto ricordare un altro incontro, quello avvenuto,
sempre con la Famiglia spirituale di D. Orione, a Boston, il Santo Padre vuol far sua la
rievocazione. Pure in quella città degli Stati Uniti le piccole cose diventano notevoli, anzi
grandiose; attestano, invero, dati molteplici e preziosi di bene, che prendono slancio dalla formula
caritativa del Servo di Dio e dei suoi degnissimi figli. Immagini confortevoli, memorie vive e
tonificanti, che ci dicono come l’odierno evento sia molto significativo, trattandosi del sacro rito per
la prima pietra di nuovo edificio. Ciò merita innanzitutto il ringraziamento del Papa. Perché? Ma
perché è bastato un semplice suo accenno alla opportunità di destinare la costruenda ala, integrativa
del grande complesso della parrocchia di S. Benedetto, a un pensionato per la gioventù operaia, che
subito veniva dato volenteroso e pratico assenso. È un ragguardevole esempio: e merita lode. Del
resto il Santo Padre, ogniqualvolta ha avuto occasione di rivolgere una richiesta ai figli di Don
Orione, ha sempre trovato in essi pronti .e generosi esecutori. A tanta sollecitudine va reso, quindi,
pubblico attestato di lode.
MULTIFORMI ASSISTENZE DI ZELO PASTORALE
E ancora: la letizia del Padre è pure motivata da un criterio, come dire, edilizio, urbanistico ed
estetico. L’edificio dell’Opera Don Orione a Milano è di proporzioni immense: davvero non si
crederebbe come le piccole cose possano avere sviluppi di tanta importanza ed organicità. C’è la
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chiesa, ci sono le scuole, gli ospedali, le attività parrocchiali. È stata aggiunta una quantità di
provvide irradiazioni intorno al nuovo nucleo religioso, portato da Don Orione a Milano. Ora, tale
complesso di strutture mancava appunto di una parte che deve integrare questa cittadella della carità
e della preghiera. E perciò, il sapere che l’ottimo centro sarà finalmente definito in tutta la
magnifica simmetria e monumentalità, presentandosi organico e soddisfacente non solo per l’occhio
ma per le iniziative che esso promuove, ricolma il cuore paterno di letizia e di augurio. Di
conseguenza, anche per tale motivo, il Sommo Pontefice esprime riconoscenza ed effonde
benedizioni.
Tutto è dunque singolarmente bello, anche perché la ragione principale del comune gaudio è il
sapere che la nuova costruzione, così moderna, opportuna, utile, viene promossa a vantaggio della
gioventù operaia. Accorrono da tutte le parti i giovani, in cerca di lavoro. Chiedono il lavoro e non
hanno la casa. La mancanza di così indispensabile bene produce grave angustia nella vita, nelle
abitudini, nella stessa anima. È facile immaginare che cosa può accadere in una città che deve
ospitare, d’improvviso, un’estesa mano d’opera giovanile priva del suo ubi consistam. È uno dei
problemi morali e pastorali più gravi di una metropoli industriale e in crescente sviluppo come
Milano.
Ed ecco la carità sempre all’avanguardia. Sorge l’idea di apposito pensionato. Già altri ve ne sono: e
se ne intravede ulteriore notevole serie nel programma sociale di Milano. Si tratta appunto di aprire
le porte e dare ospitalità alla nuova gioventù lavoratrice immigrata nella vasta città. Quello che da
oggi si inizia, sarà, di certo, tra i più ridenti e completi, tra i più adatti ad accogliere i carissimi
giovani. Essi vi troveranno dimora cordiale e familiare, l’educazione, il riposo, il diporto, la
preghiera, quel senso rassicurante di essere immediatamente inseriti in una società non forestiera,
non nemica, non ostile, non impenetrabile, bensì in una società come dev’essere la nostra: civile e
cristiana.
«DARE CASA AL LAVORO»
È qui un motivo di vivissima consolazione e di grande speranza: per l’opera in se stessa, per la sua
esemplarità, giacché molti vi scorgeranno una delle forme più necessarie ed urgenti dell’apostolato
moderno.
Dare casa al lavoro; dare completezza di assistenza alle classi lavoratrici: intento nobilissimo,
disegno stupendo! Il fatto, poi, che esso prenda l’avvio proprio alla vigilia della Beatificazione di un
giovanetto santo e operaio, conferisce valida fiducia e forse ci dischiude qualche spiraglio sulla
Provvidenza, la quale ci assiste tutte le volte che noi ci prodighiamo per servire i programmi di
carità che il mondo odierno propone. La Divina Provvidenza, adunque, conferma e benedice. Lo
dichiara la fausta congiuntura: dal Cielo, un Amico, un protettore, un eroico giovane distende senza
dubbio la sua simpatia, le sue compiacenze e certo la sua intercessione: tutto ciò promette le
benedizioni di Dio sull’auspicato edificio che sta per sorgere.
NEL NOME E NELLO SPIRITO DI CRISTO
A questo punto - prosegue Sua Santità - vedo un’altra causa di intensa gioia in quanti condividono
la stima per le opere di Don Orione. Voi Sacerdoti, che vi appartenete; voi Suore, che date la vita
per questi trionfi della carità; e voi benefattori, che siete larghi del vostro obolo ad imprese di tanta
importanza e di tanta bellezza: appare sempre più che non solo materialmente queste opere si
affermano, crescono, giganteggiano dinanzi a noi, ma palpitano e risplendono. Uno spirito, cioè, le
sorregge; uno spirito che è quello di Don Orione, diciamo meglio, quello di Cristo, che ama tutti gli
indigenti, li assiste nelle loro necessità e suscita energie, risorse e mezzi là dove non sembrerebbero,
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umanamente parlando, possibili; mentre la carità fa germogliare, quasi con prodigi perenni, sempre
nuovi intenti e programmi. La vivezza di questo spirito, la fiamma di soprannaturale ardore che
guida le gesta di Don Orione: ecco, mi sembra, la cosa che deve allietarci tutti e che ci sprona ad
implorare con fiducia il divino aiuto per la istituzione nascente, per quelle che sono a Tortona, a
Milano, nelle Americhe, e che dappertutto ancora verranno, col nome benedetto di questo pioniere,
di questo araldo dell’amore cristiano, a coronare il grande rigoglio di apologia evangelica da lui
promosso. Senza dubbio le promettenti fatiche ci daranno non soltanto la consolazione di vedere ma
quella di parteciparvi e di essere, e proprio con l’insigne apostolo della carità, anche noi discepoli,
anche noi seguaci, anche noi benedetti da Dio.
DISCORSO AD UNA COSPICUA RAPPRESENTANZA DELLE ACLI
Sabato, 21 dicembre 1963
Carissimi Figli!
Il Vostro Congresso, al quale dobbiamo il piacere di questo incontro, ha per tema: «Il movimento
operaio cristiano nella nuova realtà sociale italiana». Cioè voi andate pensando quale posizione
abbia raggiunto lo sforzo organizzativo, formativo, operativo delle Associazioni Cristiane dei
Lavoratori Italiani, le ACLI, in seno alla società italiana, e quali linee direttive debbano orientare
oggi e domani il loro movimento.
Ci asteniamo, in questo breve momento, dall’interloquire in tema di tanta ampiezza e di tanta
importanza, e rinunciamo anche a rilevare quale corrispondenza esista fra il quadro della vostra
attività, complessa e concreta, e il quadro ideologico, dal quale essa trae la sua giustificazione.
Sarebbe questa l’osservazione, che maggiormente interesserebbe il Nostro ministero, e che darebbe
motivo di compiacenza per Noi, di lode per voi; e Ci offrirebbe occasione anche di qualche
opportuno commento, di qualche paterna esortazione per confortare la rettitudine e l’alacrità del
vostro non facile e pur tanto volonteroso cammino.
Ma conosciamo quale sia il vostro proposito di fedeltà ai principii cristiani, che sono costitutivi
delle vostre Associazioni e del movimento a cui esse danno origine; sappiamo la vigilanza esercitata
e l’animazione promossa dai vostri bravi Assistenti ecclesiastici, e ricordiamo come l’impegno di
ferma adesione alla dottrina sociale della Chiesa e della sua interpretazione genuina non è per voi
un pesante obbligo esteriore, quanto piuttosto una tonificante voce interiore della vostra stessa
coscienza. E perciò Ci limitiamo, questa volta, a dare un rapido sguardo ad un ipotetico tema
parallelo a quello del vostro Congresso, e così enunciabile: «Il movimento operaio cristiano nella
realtà della vita cattolica italiana».
Potremmo meglio proporre l’argomento in forma di domanda: quale posizione occupano oggi le
ACLI - ad esse ora Ci riferiamo - nel campo cattolico, davanti alla Chiesa? La domanda Ci
porterebbe a rievocare tanti ricordi di studi e di episodi, che Ci hanno dato modo di assistere e di
favorire il sorgere delle ACLI, e di aiutarle a determinare un posto nell’area delle istituzioni facenti
capo alla Chiesa. Diciamo soltanto che, sebbene fin dal secolo scorso i cattolici avessero dato vita
anche in Italia ad una multiforme attività in favore delle classi lavoratrici, un posto per qualche loro
specifica organizzazione era venuto a mancare, e non soltanto perché, fino alla conclusione
dell’ultima guerra, non era possibile concepire che esistessero libere associazioni cattoliche, ma
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anche perché il criterio preciso che doveva informare l’istituzione delle ACLI non era pensabile. Si
ricorderà come Papa Pio XI, di venerata memoria, era riuscito, con tutto il peso del suo coraggio e
della sua autorità, a salvare le sole associazioni di Azione Cattolica; e queste perché strettamente
collegate con la vita religiosa, propria della Gerarchia Ecclesiastica.
Una notevole e promettente fioritura di opere e di organizzazioni sociali cattoliche, dicevamo,
esisteva in Italia alla fine della prima guerra, ma aveva dovuto appassire prima, inaridirsi e morire
poi, nel periodo d’un totalitarismo statale, che aveva vietato simili forme di vita sociale. Ricuperata
la libertà civile, era rinata la possibilità di riprendere l’attività sociale organizzata: e allora, quale
sarebbe stata per il mondo del lavoro la forma preferita nel campo cattolico? quella
dell’associazione di Azione cattolica, fondata sui suoi due criteri essenziali: selettivo l’uno,
gerarchico l’altro, alle dipendenze dirette cioè dell’Autorità Ecclesiastica? ovvero quella della pura
assistenza benefica e religiosa a gruppi di categoria? ovvero la forma sindacale e confessionale?
ovvero soltanto politica come quella di partito, o economica come quella delle cooperative? oppure
corporativa? Nessuno di questi modelli parve preferibile, nel subito dopo guerra, quando il
fenomeno associativo esplodeva da ogni parte nelle forme più disparate.
Fu allora che si pensò alle ACLI, come organizzazione libera e responsabile, aperta all’accoglienza
delle masse lavoratrici con la massima larghezza possibile, basata su criteri democratici, non
statutariamente collegata con altre associazioni cattoliche riconosciute, ma non priva della dignità,
della forza, della vocazione del nome cristiano, ché anzi su questo nome la nuova formazione
doveva puntare e far leva, come sulla sua ragion d’essere e come sul titolo superiore della sua
autorità nel campo cattolico e della sua inconfondibile peculiarità di fronte alla società e
all’opinione pubblica.
Doveva essere cioè un organismo nuovo, di semplice, ma piena espressione morale e sociale,
articolato con la compagine cattolica non solo da una identità ideologica, come ora si dice, ma
altresì dalla funzione qualificata dell’assistenza ecclesiastica, ma organismo relativamente
autonomo e capace di dare ai Lavoratori non soltanto la possibilità, ma l’idoneità altresì di
esprimersi con loro proprio linguaggio e di allenarsi all’esercizio di loro proprie funzioni. Cioè:
l’istituzione delle ACLI fu un grande gesto di bontà e di fiducia della Chiesa verso i Lavoratori. Fu
uno sguardo amoroso della Chiesa nel cuore del nostro popolo, uno sguardo che non durò fatica a
scoprirvi impliciti, ma vivi e preziosi tesori di saggezza, di virtù, di capacità, di ordine e di
sacrificio, di talento sociale cristiano: e fu un rischio, che chi è padre, chi è maestro conosce e
affronta in un dato momento, quando vuole che il figlio impari a camminare da uomo, e che il
discepolo diventi maturo a ragionare e a fare da sè. Fu un’intuizione e quasi una preparazione dei
tempi nuovi: occorreva aprire alle categorie dei Lavoratori la via di transito dalla fase di strumenti
fisici ed ignari della produzione alla fase di operatori coscienti e gradualmente idonei a partecipare
ai momenti responsabili e razionali della produzione stessa; occorreva offrire alle masse lavoratrici
l’alternativa liberatrice fra la lotta di classe e l’ascesa ordinata ad una società più equamente
organizzata; occorreva proporre al mondo del lavoro una formula che considerasse, ma non
limitasse la sua difesa al solo interesse economico e ad un fatale inquadramento sociale, ma
interpretasse le aspirazioni profonde e legittime del Lavoratore educandolo alla giusta e ragionata
rivendicazione d’ogni suo interesse, materiale e spirituale, e alla partecipazione progressiva ad ogni
forma della vita sociale, con senso superiore di solidarietà e di responsabilità verso il bene di tutti.
Cosi le ACLI ebbero un loro posto originale, non solo - come il vostro Congresso va esponendo nella vita della società italiana, ma anche in quella organizzativa cattolica. Un posto, che se non
sempre è da tutti identificabile nel suo essere di forza morale cristianamente associata a scopo
sociale (le ACLI, si chiede da alcuni, che cosa sono? non sindacato, non partito, non confraternita,
non cooperativa, non accademia, non società sportiva, o altro: che cosa sono?), un posto, diciamo,
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che si definisce invero molto bene dalle funzioni che le ACLI esercitano nel concerto delle
organizzazioni cattoliche, e che altre formazioni associative cattoliche non potrebbero esercitare,
così bene almeno, come voi invece potete.
Quali funzioni? Per amore di brevità, riduciamole a tre. La prima è quella della testimonianza
religiosa nel campo sociale. La parola del vostro valoroso Assistente Ecclesiastico Mons. Quadri,
già vi ha resi edotti di ciò. Si tratta di questo: tocca alle ACLI, tocca a voi, carissimi Lavoratori
cristiani, dire al mondo del lavoro che Cristo, non altri, è il vero Redentore dell’umanità, che Cristo
è amico, fratello, maestro, collega, salvatore di chi è definito dalla condizione sociale, dalla fatica,
dalla indigenza, dalla sete di giustizia, dal bisogno di salire al respiro della fratellanza e della vita
spirituale del lavoratore; tocca a voi, Aclisti, con l’amicizia, con l’esempio, con la solidarietà porre
davanti ai vostri rispettivi colleghi di lavoro il modello d’un uomo cosciente, sano, onesto,
vigoroso, e credente e praticante una religione, che non solo non è morta, ma che non deve morire,
perché è la religione della speranza e della vita; tocca a voi dire chiaro al mondo del lavoro che la
Chiesa questo vostro mondo lo conosce, lo comprende, lo difende, lo ama, non in qualche
circostanza dimostrativa, o per qualche segreto interesse suo proprio, ma perché, se la Chiesa è di
tutti gli uomini, per tutti rendere buoni e giusti e fratelli, la Chiesa dapprima è per la gente che
soffre, la Chiesa è del popolo; la Chiesa delle Encicliche sociali, la Chiesa di Cristo. E possa la
vostra testimonianza distogliere il mondo del lavoro dalla fatale illusione che possa avere una
sociologia veramente umana senza il ricorso al Vangelo di Cristo, o che, ritornando alla religione e
alla fede, esso perda la coscienza delle realtà concrete e positive di questa terra, e si rallenti in esso
il vigore delle sue giuste aspirazioni ad un mondo economicamente e socialmente più equilibrato e
più operante.
Sarà provvidenziale e, Dio voglia, risolutiva la vostra testimonianza. Ma non sarà né facile, né forse
di rapido effetto. Perché una seconda funzione spetta a voi, che altri meno sistematicamente e meno
persuasivamente potrebbero compiere: quella della formazione della coscienza e della cultura
cristiana, appropriata alle classi lavoratrici. La formazione: Noi sappiamo quanto questa magnifica,
ma ardua finalità interessi i vostri programmi ed impegni la vostra attività. Vediamo con grande
compiacenza e con grande speranza la vostra fatica in questo settore. È un aspetto mirabile del
vostro movimento; e basterebbe per conciliargli la simpatia e l’affetto di quanti hanno a cuore il
bene e lo sviluppo della nostra società. Voi organizzate scuole, corsi, conferenze, studi, degni
d’encomio e d’incoraggiamento. E ciò non solo per una migliore qualificazione professionale - ch’è
già degnissima e necessaria cosa -, ma anche per una qualificazione ideologica e spirituale.
Ricordiamo la bella attività delle ACLI milanesi a questo riguardo; e ricordiamo il senso di
ammirazione che Ci invadeva lo spirito quando incontravamo convegni estivi di operai e di operaie,
che sacrificavano i pochi giorni delle loro vacanze annuali per istruirsi, per prepararsi, per ricevere
una migliore formazione intellettuale e religiosa: fenomeno meraviglioso, che dice la coscienza e la
forza del popolo lavoratore cristiano nell’ascesa a livelli superiori, della vita civile e della vita
spirituale. È cotesto della formazione un posto che le ACLI si stanno guadagnando e rafforzando, di
cui tutta la comunità cattolica deve esservi grata.
La formazione poi vi abilita, cari Aclisti, anche ad un’altra funzione, quella della promozione dei
legittimi interessi delle categorie lavoratrici. È funzione che altri, cioè i sindacalisti ed i politici,
esercitano con specifica competenza: ma la conoscenza e la formulazione dei termini concreti di
certe questioni (le vostre inchieste lo dimostrano), come dei termini dottrinali e giuridici delle
questioni stesse, possono essere, a profitto di tutti, anche vostre; e lo stimolo che viene in tal modo
dal vostro settore, che dovrebbe essere contrassegnato dalla serenità di chi giudica le cose senza
esservi implicato da peculiari interessi diretti, può essere benefico e confortatore, come un servizio
di vigilanza e di alacrità nella tutela e nella promozione della causa dei Lavoratori.
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Così che, cari Aclisti, anche considerando molto sommariamente la vostra cittadinanza nel campo
cattolico, Noi riconosciamo volentieri che voi avete una grande missione da compiere per il vero
bene delle classi lavoratrici, e di riflesso verso la società e verso la Chiesa.
Il momento presente segna certamente per voi un’occasione propizia, e forse decisiva, per esercitare
tale missione. Voi ben conoscete le nuove condizioni della vita politica e sociale in Italia, e come
esse richiedano non già la passiva acquiescenza al giuoco evolutivo della società moderna e
l’illusorio irenismo rinunciatario alle affermazioni ideali e morali, ma piuttosto una più vigile ed
operosa coscienza dei principii e dei valori, che voi possedete e rappresentate, una più coraggiosa
ed apostolica attività per immunizzare le vostre file dall’inavvertito contagio di concezioni
fondamentalmente errate e pericolose, specialmente sotto l’aspetto religioso e morale, e per offrire
alle schiere dei Lavoratori, in mezzo ai quali vivete e che forse ora più facilmente accostate, il dono
della vostra fede e della vostra concezione cristiana della vita. Pare a Noi di vedere sorgere, proprio
là dove vedevamo ostilità e pericoli, qualche possibilità di bene, qualche speranza nuova, che voi
saprete certo identificare e valorizzare. Pare a Noi di scorgere un’incertezza latente, ma prossima
forse a diventare cosciente, in tanti onesti Lavoratori, dubbiosi finalmente se sia degno di loro e
utile alla loro causa cedere supinamente alle clamorose e insinuanti suggestioni del marxismo ateo e
sovversivo, quasi che esso avesse vera capacità di rappresentare efficacemente le loro aspirazioni, e
pensosi se debbano cercare oggi qualche altra via migliore, meno discutibile dal punto di vista
scientifico e sociologico, meno sistematicamente negatrice della realtà sociale italiana ed avversa in
ogni caso ad un sincero spirito di collaborazione e di pace sociale: una qualche altra via
autenticamente rivolta verso il loro bene e verso quello ordinato, progressivo e comune dell’intera
società. Voi oggi potete portare a tanti vostri compagni un invito, reso persuasivo dalla vostra fede e
dalla vostra lealtà, a volere scegliere formule di sviluppo sociale ed economico più vere e più
umane, e specialmente a volere riscoprire nella religione cristiana, la nostra, quella ch’è patrimonio
incomparabilmente prezioso del nostro popolo, la sola interpretazione completa e sicura della vita
integrale dell’uomo.
Mentre sappiamo, dicendo tutte queste cose, di indicarvi mete grandi e difficili, Noi vi diciamo,
carissimi Lavoratori cristiani, la Nostra affezione e la Nostra fiducia; vi assicuriamo, per quanto a
Noi è possibile, il Nostro appoggio cordiale; vi esprimiamo il Nostro sincero augurio di buon
Natale; e pregandovi di portarlo, a Nostro nome, alle vostre famiglie, alle vostre associazioni ed ai
vostri colleghi di lavoro, tutti di cuore, in Cristo, vi benediciamo.
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SANTA MESSA NELLA BASILICA VATICANA
OMELIA
Domenica, 26 gennaio 1964
Figli carissimi,
Noi siamo lieti che il primo incontro con le schiere dei Lavoratori Romani avvenga in questa forma
confidenziale e religiosa, in questa Basilica, sacra quant’altre mai alla preghiera ed ai grandi
pensieri, e in un’occasione - il ricordo del passato Natale -, che semplifica e determina il tema di
questo nostro incontro, lasciando ora da parte, di proposito, senza negarle, senza dimenticarle, tante
questioni importanti, che riguardano voi, riguardano Noi, riguardano la società e il mondo del
lavoro. Occupiamoci ora soltanto di questo incontro.
Siamo lieti, innanzitutto, perché veniamo a conoscere le vostre persone, le vostre famiglie, le vostre
associazioni, le vostre attività, e un po’ di riflesso anche il campo delle vostre rispettive professioni,
nel quale praticamente si svolge la vostra vita. La conoscenza reclama i saluti. Lasciate che, fin da
questo primo momento, Noi vi salutiamo; ciascuno e tutti; per quello che voi siete, giovani ed
anziani, romani di origine e romani di immigrazione; apprendisti, operai, maestranze, impiegati,
funzionari, dirigenti; figli, ovvero padri di famiglia; uomini e donne; tutti diciamo. Nessuno pensi
d’essere dimenticato. E lasciate che Noi vi salutiamo per quello che Noi siamo: non vi piace che il
Papa vi saluti come vostro Padre nel Signore, come vostro Pastore spirituale, come vostro Amico,
come vostro Vescovo, ed anche e specialmente come successore dell’Apostolo di Roma, S. Pietro,
e, ancora di più, come rappresentante di quel Gesù, del quale voi avete celebrato il Natale, e del
quale, con i vostri presepi, avete ricordato il modo della venuta al mondo; non vi piace? Ebbene,
sappiate che questo Nostro saluto vi dice davvero il Nostro cuore, e vorrebbe stabilire fin da questo
momento il clima di rispetto, di fiducia, di affezione: nel quale Noi desideriamo che abbiano a
svolgersi i Nostri rapporti con i Lavoratori cristiani, e i vostri col Papa; vorrebbe il Nostro saluto
assicurarvi del pastorale interesse del Papa per le vostre persone, per le vostre famiglie, e per le
questioni morali e sociali, che vi riguardano.
Il Nostro saluto si estende perciò all’ONARMO, all’opera cioè di assistenza religiosa e morale, che
vi circonda delle sue cure, e oggi qua vi conduce; così salutiamo le ACLI, a cui molti di voi
appartengono, e salutiamo pure i liberi Sindacati, che rappresentano e promuovono i vostri interessi
professionali. Vada un saluto particolare ai Sacerdoti, che vi assistono col loro ministero, vada a
quanti vi sono amici e benefattori, vada anche ai vostri bravi Dirigenti, e a tutto il mondo del lavoro
romano, al quale auguriamo prosperità, concordia, progresso, nella pace e nella speranza cristiana.
Come vedete, questo Nostro saluto vuol essere largo e affettuoso, perché è il primo; ma non solo
per questo. Vuol essere largo e affettuoso, perché trae dal Natale la sua ispirazione. Voi venite a
darci relazione d’una vostra simpaticissima iniziativa, quella del «Concorso Presepi», alla quale,
Noi sappiamo, da alcuni anni partecipano, con crescente interesse, numerose Aziende e migliaia di
Famiglie di Lavoratori, e vi prestano attiva collaborazione moltissimi Operai e appartenenti a varie
categorie lavoratrici.
Voi avete voluto celebrare il Natale con questa figurazione scenica, che si chiama il Presepio, con
questo «specchio del Salvatore», come scrive S. Girolamo (Ep. 108, 10, P.L. 22, 384); figurazione
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popolare, ma gentile e geniale, che vuole rievocare l’umile, grande quadro della nascita di Gesù
Cristo, e introdurci, per via della rappresentazione sensibile, alla riflessione su lo straordinario
avvenimento, alla comprensione del Vangelo, alla meditazione ingenua ed estatica, umanamente
amorosa, del mistero dell’Incarnazione e della salvezza, che il Signore ha recato al mondo.
Bellissima cosa, Figliuoli carissimi; bellissima cosa, che si allaccia alle più antiche e genuine
tradizioni, sia dell’arte, sia della pietà del popolo italiano; bellissima cosa, che ci fa tutti fanciulli
nella ricerca della espressione elementare ed arcadica del racconto evangelico, ma tutti saggi, tutti
commossi e comprensivi, davanti ai sommi valori umani e religiosi, che si tentano rappresentare, e
tutti singolarmente invitati ad incontri prodigiosi tanto con i massimi Artisti, che hanno profuso
tesori di genialità e di bellezza nell’iconografia del Presepio, quanto con i più grandi Santi, che
davanti al Presepio hanno pianto, pregato, cantato e gioito.
Bellissima cosa, ripetiamo, il Presepio, anche per un altro aspetto, che voi Lavoratori, più che altri,
con la vostra partecipazione al Concorso-Presepi, avete mostrato di comprendere, e di voler
penetrare ed esprimere. E cioè, avete capito che il Presepio è, sì, «lo specchio del Salvatore», come
dicevamo, ma proprio per questo è anche lo specchio della nostra vita, lo specchio dell’uomo, la cui
natura fu assunta dal Verbo di Dio per farsi nostro Fratello e nostro Salvatore. Avete compreso che
la nascita di Gesù è storica e reale, ma ha un riferimento universale a tutta l’umanità, e riflette
qualche cosa di nostro e di attuale, che i più bravi a comporre oggi un Presepio, in una delle vostre
case, in una delle vostre officine, in una delle vostre aziende, sanno cogliere e sanno rappresentare.
Può darsi che questo criterio di rappresentazione introduca qualche elemento anacronistico nella
descrizione della scena della notte di Betlem, o qualche stile fantastico e ben lontano dalla sempre
rispettabile ed encomiabile fedeltà descrittiva e fotografica della scena stessa. Ma l’arte cristiana, in
cotesto esercizio popolare di immediata e soggettiva figurazione, ha concesso e concede qualche
libertà, quando essa serve ad avvicinare l’incantevole sequenza evangelica alla realtà di pensiero e
di vita del mondo nostro, del mondo moderno.
Ricordiamo, ad esempio, d’aver visto, nell’esposizione d’arte sacra tenuta a Roma durante l’Anno
santo, un quadretto, che rappresentava una misera e ansiosa fuga notturna in Egitto, mediante una
jeep in pessime condizioni, guidata al volante da S. Giuseppe, mentre al finestrino della vettura
interiormente illuminata si affacciava, con un giocattolo in mano, il bambino Gesù, quasi a
rappresentare con tragico e umoristico realismo la sorte affannosa di tanti profughi, che gli anni di
guerra ci hanno tristemente abituati a vedere fuggire nelle più avventurose e penose condizioni.
Sì, questo è da ricordare e da capire: Cristo non è lontano nei secoli e nei luoghi propri della sua
apparizione storica; Cristo è venuto nel mondo per vivere la sorte dell’intera umanità, per assorbire
in Sé quanto di umano possiede la stirpe di Adamo, all’infuori, s’intende, della macchia originata
dal primo fallo, e venuto per riflettere ed emanare da Sé, sul mondo, quanto di umano e di divino
Egli ha destinato a nostro conforto, a nostro esempio, a nostra luce, a nostra salvezza. Cristo è
vicino, Cristo è presente, Cristo è nostro, se lo sappiamo capire ed accogliere: il Presepio ce lo
ricorda.
Noi ne abbiamo avuto l’interiore, confermata certezza nel Nostro recente pellegrinaggio a Betlem,
dove il vostro ricordo Ci è stato cordialmente presente, pensando che tra l’uomo moderno, in cerca
di elevazione e di pienezza, tra voi Lavoratori specialmente che dell’uomo moderno siete, sotto
molti aspetti, i rappresentanti qualificati, e Gesù Cristo, il Bambino silenzioso, povero e inerme, «il
Figlio dell’uomo» posto al centro della storia e della profezia, tra voi, diciamo, e Cristo esiste una
simpatia profonda, una parentela naturale, una corrispondenza congeniale, che attende d’essere
riscoperta, perché la gioia, l’energia, la speranza, la pace, il vero e perfetto umanesimo, in una
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parola, abbia a inondare il mondo. Attende d’essere riscoperto il rapporto fra Cristo e l’uomo; fra
Gesù e l’atteggiamento di lavoratore, assunto come tipico dalla società contemporanea.
Figli carissimi, anche per questo abbiamo pregato a Betlem; abbiamo pregato perché voi possiate
capire chi è Cristo per voi.
La Nostra preghiera, allora come adesso, ha coscienza di lottare contro un’enorme barriera di
obbiezioni, di difficoltà, di opposizioni, di negazioni, di apostasie, che separa tuttora il mondo del
lavoro da Cristo. Sappiamo come Egli, il viandante che si fa compagno al fianco dell’uomo, sia che
questi corra nuove strade veloci, o sia che stenti nella stanchezza il suo arduo cammino, Egli è stato
dichiarato da tanti e tante volte estraneo, sconosciuto, inutile, quando addirittura non sia stato
accusato di essere l’ostacolo, l’avversario, il nemico, da crocifiggere ancora, oggi come nel venerdì
esecrando e santo di allora. «Chi è Cristo? a che cosa mi serve? conosce Lui i miei problemi? come
può, Lui, aiutarmi a risolverli? e che relazione esiste fra Lui e questo avvento del mondo nuovo?»:
questioni queste, che sono in fondo all’animo di tanti lavoratori, e che spesso vengono alle labbra
senza trovare risposta.
No; una risposta comincia ad essere formulata e pronunciata; e proprio da voi, artefici dei vostri
Presepi. Costruendo il Presepio, e cercando di collocare nel minuscolo panorama il Bambino
misterioso in modo che si veda, in modo che faccia ricordare quella notte meravigliosa, in modo che
faccia pensare qualche cosa, che sia messo lì, come simbolo di umanità povera, ma innocente,
piccola, ma divina, voi avete intuito che il Natale non è una bella favola, non è un mito grazioso,
non è una tradizione folcloristica, ma è il punto focale della storia, è la radice della civiltà, e, al
tempo stesso, la spiegazione ed il mistero dei problemi fondamentali della vita; si, anche della
vostra vita.
Quali sono i problemi fondamentali della vostra vita? oh, quale immensa domanda! ; ma
riduciamola ora all’essenziale.
Non cercate voi, figli del lavoro, per tanti secoli schiavi della fatica, vincolati alla terra, alle
espressioni più materiali e più dure dell’opera umana e ancor oggi moralmente legati da tanti
insufficienti maestri alla considerazione di ciò che è puramente materiale, sensibile, economico, non
cercate voi chi dichiari sacra la vita, degna ogni vita, libero cioè l’uomo dalle catene che il primato
del materialismo e dell’egoismo economico, volendo o no, ha stretto non solo intorno ai polsi del
lavoratore, ma al suo cuore, al suo spirito, al suo destino di creatura di Dio? Non cercate voi,
colleghi delle officine, dei campi, della organizzazione tecnica e burocratica della società, non
cercate voi un principio, un titolo, una ragione, che renda gli uomini eguali, solidali fra loro, che
renda fratelli, non per l’odio contro altri uomini, e non solo per la tutela classista di interessi
economici e sociali, quanti vivono in una comunità naturale, quanti cospirano a formare una società
umana, quanti sentono la grandezza d’essere un popolo? E non cercate poi, voi, magnifici
trasformatori delle cose, che, per così dire, traete pane dalle pietre, che fecondate la terra, che
impiegate le sue segrete energie in meravigliosi strumenti, che generate ricchezze capaci di
cambiare il volto e il costume della società, non cercate voi, a lavoro compiuto, tante altre conquiste
che il lavoro non dà: e come godere saggiamente delle cose utili, da voi adattate ai bisogni e ai
piaceri della vita; e come temperare questo godimento, che può degenerare in stolta sazietà; e come
arrivare a beni superiori, a quelli dello spirito, alla verità, all’amore; e come essere garantiti che, al
termine di questa suprema aspirazione, non troverete, come tanti ciechi guide di ciechi, la noia, la
delusione, l’assurdo, la morte?
Immensa domanda, dicevamo. Ma altrettanto immensa risposta, per chi, ripetiamo, sa riscoprire
Cristo. Immensa e semplice; e sempre lì, umile, umana, vittoriosa, irraggiante dal Presepio: è Cristo,
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il Dio fatto uomo, che proclama la dignità della vita, e perciò il suo carattere sacro e supremo; è Lui
perciò il liberatore dai confini, dai vincoli che costringono l’uomo nella statura inferiore delle sue
espressioni materiali e animali, e l’innalza alla statura di figlio di Dio; è Lui che porta, col dono di
Sé, l’amore al mondo, e riannodando i rapporti dell’uomo con Dio, rapporti ineffabili di figli al
Padre dei cieli, rende eguali e fratelli fra loro gli uomini; è Lui, che facendosi nostra carne, santifica
e benedice le cose della terra e della vita, e ci insegna a scoprirvi sapienza e bellezza, a goderne con
temperanza, ad ordinarle alla conquista finale d’un bene trascendente ed eterno.
Se questo capite, se questo credete, voi potrete essere chiamati, nel pieno senso della parola, i bravi
operai della parabola che la Chiesa ci fa considerare nel Vangelo di questa domenica di
Settuagesima; i bravi operai, diciamo, i quali hanno assecondato l’invito del Signore che chiama in
ogni tempo, in ogni ora a lavorare nella sua mistica vigna, ed hanno perciò diritto alla mercede
riservata a coloro che avranno fedelmente servito; mercede larghissima, sovrabbondante, al di là di
ogni nostro desiderio, la gloria, cioè, del suo regno e la sorte di amarlo e goderlo per tutta l’eternità.
Carissimi Figli!, non crediate che questi orizzonti sublimi siano superiori alla vostra sorte di
autentici Lavoratori. Non sono superiori e sproporzionati; sono vostri. Anzi essi riflettono la loro
luce su di voi, proprio su di voi, se qualche povertà, se qualche pena, se qualche difficoltà, se
qualche contrasto mette in sofferenza la vostra vita, come una vocazione preferenziale; voi lo
sapete, e non dovreste mai dimenticarlo; Cristo a voi per primi rivolge il suo messaggio evangelico.
Forse voi lo avete compreso, e proprio componendo e ammirando i vostri Presepi.
Beati voi, se così è. E così sia, sì, per voi, per i vostri colleghi e per le vostre famiglie, per tutto il
mondo del lavoro; con la Nostra paterna Benedizione Apostolica.
MESSA PER I DIPENDENTI DELL'AZIENDA STATALE DEI TELEFONI
OMELIA
Seconda domenica di Quaresima, 23 febbraio 1964
Siamo molto lieti di accogliere gli appartenenti alla Azienda di Stato per i Servizi Telefonici, qua
guidati dal loro Sindacato Italiano dei Lavoratori Telefonici di Stato, e diamo il Nostro rispettoso
saluto al Signor Direttore Generale, che sappiamo gentilmente partecipe a questo incontro, come
pure agli altri Dirigenti e Tecnici della grande Azienda, ai promotori di questa Udienza ed in
particolare al Signor Segretario Generale del vostro Sindacato Italiano dei Lavoratori Telefonici di
Stato, a voi tutti, figli carissimi, addetti a codesti importantissimi e modernissimi servizi, a voi qui
presenti, che Ci è caro abbracciare col Nostro sguardo, ammirato per la vostra assistenza a questa
sacra cerimonia, per il vostro numero tanto consolante e tanto significativo, e per i sentimenti buoni,
filiali, religiosi, che con codesta visita Ci manifestate e trasfondete nel Nostro cuore, affinché ne
facciamo a vostro nome offerta al Signore, come professione di fede e di vigore morale, e li
esprimiamo noi stessi in preghiera per voi, per le vostre persone singole, per le vostre famiglie, per i
vostri colleghi, per tutta la vostra comunità di lavoro, per tutta la società alla quale voi prestate
opera assai utile e assai delicata.
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Sì, lasciate che tutti vi salutiamo. Lasciate che, ancora prima di aprirvi il Nostro animo con le parole
religiose, proprie di questa domenica. Noi vi assicuriamo, tutti ed ognuno, della Nostra paterna
affezione, della Nostra stima, del Nostro desiderio del vostro bene. Lasciate che Noi stessi Ci
inseriamo nel circuito delle vostre ordinarie occupazioni, e, invece di trasmettervi una
comunicazione che, come sempre a voi capita, dev’essere passata ad altri, lasciate che indirizziamo
a voi, proprio a voi, operatori e operatrici dei servizi telefonici, il Nostro messaggio; voi, questa
volta, siete gli interlocutori terminali, voi siete coloro a cui la comunicazione è rivolta, e vuole
arrivare a fermarsi: ai vostri spiriti, alle vostre persone!
Vorremmo cioè onorare il vostro lavoro non già nel suo aspetto tecnico, che è pure meraviglioso,
ma riduce quasi a prestazione strumentale, meccanica, il vostro servizio, ma nel suo aspetto
personale e vivo, che vi impegna come esseri spirituali, intelligenti, liberi e responsabili, e domanda
a voi una prestazione, che l’impianto tecnico non può sostituire e non può dare: l’opera umana. Vi
salutiamo, vi onoriamo, vi benediciamo non come esseri anonimi, come numeri insignificanti d’un
grande complesso, ma come anime singole e viventi, ciascuna con la sua inconfondibile personalità,
con la sua civile prestanza, con la sua storia interiore, con il suo superiore destino, con la sua
cristiana dignità.
Vorremmo anzi che ciascuno di voi comprendesse come questa elevazione di ogni individuo umano
alla dignità sacra ed inviolabile di persona rivestita della vocazione e dello splendore della
figliolanza divina e della fratellanza cristiana costituisce proprio la missione della nostra religione,
che conserva e difende in ogni essere umano la sua statura di nobiltà e di grandezza, anzi la solleva
al grado superiore della vita soprannaturale.
Meravigliosa cosa, figli e figlie carissimi, che solo la religione cristiana sa operare, e che non solo si
compie lasciando ai fenomeni sociali del mondo moderno, i quali producono complessi
organizzativi, dove l’ individuo è come assorbito e quasi annientato, che si svolgano secondo le
leggi razionali del progresso, ma li penetra, tali fenomeni, li richiama ai principi inalienabili del
rispetto alla personalità umana, li nobilita, li umanizza, e perfino li santifica.
Ricordiamo questa funzione della vita religiosa, diffusa nella vita economica, professionale e
sociale, affinché ne sappiate valutare l’importanza, la necessità anzi: e non abbiate a cadere nella
illusione, pur troppo diffusa nell’opinione pubblica contemporanea, che il progresso tecnico e
meccanico basti alla nostra vita e sostituisca tutto quanto un tempo si attribuiva alla Provvidenza e
alla vita spirituale, alla fede religiosa. Sarebbe invece atto di buona intelligenza quello che
confermasse in voi la persuasione che quanto più siamo tecnicamente progrediti tanto più abbiamo
dovere e bisogno d’essere religiosamente fedeli; quanto più la civiltà strumentale e di massa
soffoca, nell’atto stesso che la serve, la vita dell’uomo, tanto più dobbiamo alimentare il respiro
dell’anima, che solo la preghiera e la fede possono, in sommo grado e in modo non fallace,
vivificare.
Vi diremo anzi che questo è uno dei compiti maggiori e, per tanti problemi, risolutivo della vita
odierna: come la religione possa e debba diffondersi in un mondo tutto proteso e impegnato nelle
sue febbrili e interessantissime attività temporali, come possa essere considerata utile, anzi
indispensabile, come possa essere compresa e praticata, non tanto come un giogo pesante e molesto,
ma come un diritto alla verità, alla bontà, alla felicità.
Naturalmente questo processo di comprensione e di rivalutazione della religione, come elemento
magnifico e necessario di vita, non è sempre facile; impegna la Chiesa a rivedere i suoi metodi
pratici nella presentazione del messaggio di Cristo; ed impegna i fedeli, anzi impegna ogni persona
intelligente e responsabile, ad assecondare questo sforzo di «aggiornamento», come ora si suol dire.
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Ma Noi stessi comprendiamo quante e quali difficoltà esso possa presentare a chi, specialmente,
non ha né modo né tempo di fare sull’argomento studi speciali. Ma vorremmo confortare la vostra
buona volontà a non disperare, a non cedere alla tentazione della superficialità, a non privare voi
stessi della gioia di scoprire come quel cristianesimo che sembrava, a chi è preso dall’esperienza del
vivere moderno, cosa vecchia e superflua, estranea e difficile, arbitraria ed esigente, è invece
vivissimo e bellissimo, fatto apposta, si direbbe, per il nostro secolo e per i problemi reali del nostro
spirito.
È possibile?
Ecco: a questo punto Noi vi leggeremo semplicemente il testo evangelico della santa Messa che
stiamo celebrando. È una delle pagine più misteriose, più meravigliose e più istruttive del Vangelo.
Non vorremmo mai più staccarci dalla sua lettura, dalla visione, dalla rivelazione, che essa ci
presenta.
Dice così:
«. . . Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, e li condusse in disparte sopra un
alto monte e si trasfigurò innanzi a loro: il suo viso risplendeva come il sole e le sue vesti erano
candide come la neve. E apparvero a loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. E Pietro,
prendendo la parola, disse a Gesù: Signore, è bene per noi stare qui. Se Tu vuoi, io farò qui tre
capanne, una per Te, una per Mosè ed una per Elia. Parlava ancora quando una nube luminosa li
avvolse; ed ecco una voce partire dalla nube e dire: Questi è il mio Figlio diletto, in cui Io mi sono
compiaciuto; ascoltatelo. E sentendo ciò i discepoli caddero prostrati per terra e furono presi da
grande timore. Ma Gesù si avvicinò e toccandoli disse: alzatevi e non temete. E levando gli occhi
non videro nessun altro, se non il solo Gesù. Il quale, nello scendere dal monte, diede loro, questo
ordine: Non parlate ad alcuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo sia risuscitato dai morti»
(Matth. 17, l-9).
Qui dovremmo fermarci. Quante cose dovremmo meditare, quale impressione dovremmo stampare
nelle nostre menti circa questa scena sublime! San Pietro, scrivendo da Roma la sua seconda lettera,
ricorderà il fatto prodigioso, con una testimonianza che ce ne conferma la miracolosa realtà e ce ne
mostra la efficacia probativa del messaggio evangelico.
A noi basterà ricordare come il volto umano di Cristo nasconda e riveli ad un tempo il suo volto
divino; come Gesù, e con lui il cristianesimo che ne deriva, si presenti a noi con sembianze, che
spesso, a prima vista, non mostrano nulla di straordinario, nulla di originale, nulla di profondo.
Anzi, alcune volte, la faccia di Cristo è quella d’un sofferente, d’un condannato, d’un morto;
ascolteremo presto, nelle rievocazioni della Liturgia quaresimale, le parole strazianti di Isaia, che si
riferiscono al Cristo crocifisso: «. . . egli non ha bellezza alcuna, né splendore: noi lo abbiamo visto,
e non aveva alcuna apparenza che attirasse i nostri sguardi. Era abbietto, l’ultimo degli uomini,
l’uomo dei dolori, che conosce la sofferenza . . .» (53, 2-3).
La faccia di Cristo e quella della sua religione ci appare talvolta misera e miserabile, lo specchio
dell’infermità e della deformità umana. Ci sembra macchiata, profanata, inetta a irradiare ciò che
piace tanto al gusto della gente di oggi: la bellezza sensibile, l’espressione formale, l’apparenza
gioiosa. Ci sembra, da un lato, priva di luce sua, non più bella e splendente delle luci artificiali della
bravura umana che incantano e abbagliano gli occhi della nostra più giovane generazione; dall’altro,
ci sembra privata della luce sua da chi dovrebbe farla risplendere e tenerla alta e consolatrice sulla
scena umana. Cioè Cristo e la sua Chiesa sembrano non aver alcuna attrattiva per noi, alcun segreto
con cui affascinarci e salvarci.
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Ebbene, bisogna ripensare al prodigio della Trasfigurazione; bisogna accogliere il monito che
riempie il cielo di Cristo e ci invita ad ascoltarlo. Fu un’ora unica e prodigiosa quella che i discepoli
fedeli trascorsero quella notte sul Tabor; ma sarà un’ora continuata e consueta per noi, se sapremo
tenere l’occhio fisso sul viso di Cristo e su quello, che storicamente lo riproduce, della sua Chiesa:
una trasparenza singolare ci lascerà dapprima intravedere, poi scorgere, poi ammirare la faccia
nascosta, la faccia vera, la faccia interiore del Signore e del suo mistico Corpo; e la nostra
meraviglia, la nostra letizia non avranno più né misura né smentita.
Bisogna riscoprire il volto trasfigurato di Gesù, per sentire ch’Egli è ancora, e proprio per noi, la
nostra luce. Quella che illumina ogni anima che lo cerca e che lo accoglie, che rischiara ogni scena
umana, ogni fatica, e le dà colore e risalto, merito e destino, speranza e felicità.
Figli carissimi, lasciate dunque che oggi il lume soave e folgorante di Cristo di qui vi rischiari e vi
illumini, e con la Nostra benedizione accompagni il vostro terreno cammino alla visione dell’ eterna
luce.
SANTA MESSA PER I TRANVIERI DI ROMA ED I CALZATURIERI DI VIGEVANO
OMELIA
Domenica, 15 marzo 1964
Anzitutto il saluto del Pastore Supremo ai gruppi venuti per assistere alla Santa Messa celebrata dal
Papa. Due sono particolarmente numerosi.
I tranvieri dell’A.T.A.C. hanno inviato cospicua rappresentanza, insieme con molte famiglie. Ad
essi, da parte del Padre, uno speciale augurio, che si estende anche agli assenti, molti dei quali
trattenuti dal necessario servizio.
SALUTO A BENEMERITE CATEGORIE
È a tutti nota l’opera di questi lavoratori: essa richiede soprattutto puntualità, perfezione, gentilezza.
Sua Santità pensa di aver ulteriore occasione per incontrarli, ma intanto formula ogni migliore voto
per i dirigenti, per le singole categorie degli addetti all’importante servizio; per quanti si occupano
di loro nell’ambito materiale e spirituale, segnatamente quelli che attendono a una formazione
religiosa sempre più profonda ed attiva, a cominciare dalle ACLI, l’ONARMO, l’ODA, i
Cappellani del Lavoro.
Del pari Sua Santità saluta i lavoratori dei Calzaturifici di Vigevano, appartenenti a varie ditte ed
aziende, i quali con i loro doni filiali hanno fatto doppiamente felice il Santo Padre sia per lo slancio
degli offerenti, sia perché Gli si dà modo di alleviare non poche necessità.
Il secondo gruppo è accompagnato dal venerato Vescovo, del quale Sua Santità ben conosce
l’attività e lo zelo pastorale. Ha potuto scorrere una recente relazione che indica l’ottimo lavoro
compiuto in Vigevano e in tutta la zona circostante, sì che il nome di quella città non è soltanto
oggetto di lode, da quanti, in Italia e all’estero, apprezzano lo specifico suo prodotto industriale, ma
anche per le varie iniziative di carattere religioso ivi fiorenti.
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Ed ora - continua Sua Santità - un invito a tutti perché aprano la mente e il cuore a breve commento
sul Vangelo del giorno. L’odierna sacra liturgia, con la partecipazione del popolo ai Divini Misteri
che il Sacerdote compie e rende effettivi sull’altare, ci chiama alla meditazione della Passione del
Signore: il dramma grandioso che avrà l’epilogo il Venerdì Santo con la memoria della Morte di
Gesù e, quindi, nella Domenica successiva, con il fulgore della Resurrezione.
IL MISTERO DELLA PASSIONE DEL SIGNORE
Come ci introduce la Chiesa nel doveroso ricordo dei vari atti della Redenzione, nostra salvezza? Si
direbbe, con una domanda semplice e naturalissima: come mai è stato possibile arrivare alla
crocifissione di Gesù? e proprio da parte del suo popolo che l’aspettava da migliaia di anni?
Siamo avvolti e compenetrati di stupore. I conterranei di Gesù, invece di riconoscerlo, lo accusano,
lo calunniano, si fanno promotori di una tragedia, ch’è la più grande tra quelle succedutesi nella
storia del mondo. L’inizio è descritto nel brano del Vangelo di S. Giovanni testé letto. Vi si narra di
uno scontro avvenuto tra Gesù e alcuni alti dirigenti del suo popolo, i quali interpretavano in senso
negativo la sua predicazione e persino i suoi miracoli. Capovolgendo anzi ciò che era chiaro ed
evidente, arrivarono ad accusarlo di operare non per virtù di Dio ma del demonio. Di qui
l’inesplicabile dramma che si presenta come un mistero quant’altri mai oscuro e profondo, nel quale
però il Cristo domina, risplende, vince con forza straordinaria, usando anche un linguaggio
veemente, ben diverso da quello consueto della sua predicazione alle turbe imploranti ed
acclamanti.
ESAME COSCIENZIOSO DEL NOSTRO TEMPO
Ora il Figlio di Dio, il benefattore dell’umanità, l’operatore di innumerevoli prodigi, viene accusato
nella maniera più orribile. E tuttavia non è di questo dramma che il Santo Padre vuole parlare. Egli,
cioè, non intende soffermarsi sugli aspetti storici ed apologetici di quell’incontro. Vuole, invece,
prospettare a tutti un’altra domanda: riguarda anche noi questa tragedia? ci interessa? ha riflessi nel
nostro tempo?
Sì, questo dramma comprende anche noi, poiché è il dramma universale del Salvatore del mondo;
ed ha per protagonista il Maestro dell’umanità. Tutti possono infatti agevolmente rilevare che il
grande dramma oggi si prolunga e, in un certo senso, si rinnova, Cristo, infatti, anche oggi è
avversato; tanta gente gli è nemica, lo bestemmia, lo vorrebbe sopprimere, anche in un Paese come
il nostro, chiamato alla sublime missione di custodire le migliori tradizioni e all’onore di avere nel
suo territorio il Successore di Pietro.
Vi sono quelli che negano e intendono combattere, crocifiggere il Signore. Gesù è spesso
considerato come un estraneo. L’accanimento della ostilità usa modi e sistemi i più disparati,
specialmente per cancellare il suo nome dalla vita sociale, oltre che da quella personale e domestica.
Molti lavorano a questo scopo, insistono, si agitano. Questo è il laicismo nel suo senso deteriore; i
suoi adepti si affannano a cancellare il nome di Dio dalle attività umane. Orbene, in questa lotta
inimmaginabile, tanto è triste e sconcertante, Gesù stesso, a sua volta, risponde con un interrogativo
che esige una risposta, la sola possibile. Si legge nel Vangelo odierno: Gesù disse ai suoi
denigratori: chi di voi mi può accusare di aver recato qualche male all’umanità? In altri termini,
quali sono le vere accuse contro Cristo e il Cristianesimo?
COME RAGGIUNGERE CRISTO
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Esaminiamo come rivolte a noi tali richieste. Incombe a noi il dovere di considerare e meditare la
figura di Cristo, la sua bontà, il suo amore, la sua sapienza: tutte qualità. al grado infinito poiché
Egli è Dio. Le colpe invece ricadono sopra di noi. Il processo che si vuol intentare a Cristo diviene
il processo dell’umanità. Si ritorce sopra di noi l’accusa, poiché le ragioni di ogni iniquità si trovano
non in Lui, bensì nel cuore dell’uomo. Anche coloro che scientificamente, e cioè attraverso una
letteratura di studi e di indagini, hanno cercato di soffocare la divinità, la realtà, l’innocenza di
Cristo, si sona trovati sempre costretti ad ammettere dei riconoscimenti che, se potessero essere
raccolti, formerebbero la più grande apologia del Cristo. Tutti quegli autori hanno finito per
dichiarare che Gesù era il più mite, il più saggio, il più giusto; e che il suo nome non si dimenticherà
mai nel mondo . . . Ciò dicono i negatori del Signore : il che significa, dunque, che se abbiamo
riluttanze o ribellioni contro il Signore, dobbiamo ricercarne la causa nel nostro essere, non nella
vita di Cristo.
A logica conseguenza di tutto ciò, s’impone ad ognuno un esame di coscienza. Perché non siamo
cristiani? perché anzi non sentiamo l’entusiasmo, la gioia, la fortuna di essere cristiani? Spesso, al
contrario, intristiamo in assurde riserve; chi di indifferenza, chi di paura, altri anche di inimicizia e
furore.
Ora il Santo Padre, deplorate così amare ignominie e miserie purtroppo presenti nel mondo,
propone ai diletti uditori, i quali, grazie a Dio, non fanno parte delle categorie di negatori o di
accusatori, a formulare per sé un esame positivo e cioè a chiedersi in quale maniera si può essere e
diportarsi da veri cristiani. Come cioè distinguersi da coloro che vorrebbero ancora crocifiggere il
Signore; ed agire invece, saldamente, nelle schiere dei reali e generosi fedeli. In una parola, come
tornare a scoprire, a riconoscere il Cristo. I figli del nostro tempo hanno più che mai bisogno e
necessità di porsi dinanzi al Salvatore, di approfondire il Vangelo, di fissare lo sguardo sul volto di
Gesù e leggere, nel mistero infinito della psicologia divina ed umana di Lui, quale sia la sublimità
di un dovere, la bellezza di un’adesione. Abbia ognuno l’intelligenza, la capacità di rispondere con
profondo convincimento alla domanda fondamentale: chi è Gesù Cristo?
UN INCONTRO DECISIVO, STUPENDO
Se la risposta sarà quella giusta ed esatta, non solo si compirà un primario dovere religioso, ma si
troverà la soluzione vera dei problemi umani, poiché Cristo è al centro dei destini del mondo. Se
sapremo chi Egli è, sapremo che cosa siamo noi e conosceremo profondamente il senso della nostra
vita.
Chi sia il Signore è detto in altro brano del Vangelo, presentatoci sabato scorso: «Io sono la luce del
mondo». Seguendo questo fulgore si potrà agevolmente superare qualsiasi stato d’animo di
indifferenza o di ostilità; tutti potranno godere di inestinguibile fiducia ed agire come figli di Dio.
Arrida a tutti la certezza che Egli ci salva. Convinti di ciò, poiché è la grande verità, dovremmo aver
sete dell’insegnamento del Divino Maestro, aprire il cuore alle irrompenti energie della grazia, che
ci renderanno per sempre buoni, puri, innocenti. Anche nell’ambito delle materiali attività, stando
con Cristo saremo veramente uomini, troveremo cioè una soluzione al problema più grave
dell’umanità contemporanea, che spesso ci mostra i segni di cupa angoscia e di mortale
disperazione. Gesù dona la vita, l’amore, la speranza: Egli mette ordine in ciascuno di noi; ci
largisce la possibilità di vivere bene, di conservare in pienezza il concetto vero dell’esistenza.
È questa, in una parola, la raccomandazione del Papa. Nessuno rimanga assente, lontano da Cristo.
L’incontro con Lui è una cosa grande, decisiva, stupenda; è dono così alto e provvido da far
piangere e cantare di riconoscenza e di gioia. E per incontrarsi bene con Cristo occorre avere
l’anima rinnovata, aperta, come quella del bambino, che sa di poter trovare nei genitori tutto quanto
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è necessario a superare la propria debolezza ed inesperienza. A Gesù diremo la nostra fede assoluta
e il nostro sconfinato amore.
Cristo deve essere celebrato da noi per quello ch’Egli è: la via, la verità, la vita.
PELLEGRINAGGIO DELLA F.I.A.T.
OMELIA
Festività di S. Giuseppe
Giovedì, 19 marzo 1964
Figli carissimi!
Noi siamo lieti che la vostra venuta a Roma, il vostro pellegrinaggio verso il Vicario di Cristo,
coincida con la celebrazione di questa festa, la quale mette in luce, proprio come se San Giuseppe
risplendesse sopra questa sacra assemblea, voi stessi! Come Ci è caro riconoscervi, a questa luce,
quello che siete! Non è parola profana la Nostra quella che ora sente il bisogno di chiamarvi per
nome: gente della F.I.A.T.: dirigenti e dipendenti di questo famoso complesso industriale, il primo
d’Italia per numero di componenti, per grandiosità di sviluppo, per modernità d’impianti, per
celebrità di nome, ed anche per rappresentatività di fenomeni economici e sociali, di cui tutti lo
sanno fecondo.
Ci sentiamo in obbligo di salutarvi; e vogliamo dirvi la Nostra compiacenza, la Nostra riconoscenza
per codesta visita, che tanto Ci onora, che tanto Ci consola, e che tanto Ci fa pensare a sperare.
Vogliamo esprimere il Nostro rispettoso saluto a chi vi dirige, a chi ha l’intelligenza, la costanza, il
merito nel promuovere e nell’organizzare un così vasto e così utile campo di lavoro; vogliamo dar
lode al vostro gruppo Pellegrinaggi, che ha avuto l’idea di codesta iniziativa; e vogliamo, in modo
speciale, assicurare della Nostra stima e della Nostra benevolenza tutta l’immensa schiera dei
Lavoratori della F.I.A.T.: l’eccellente gruppo dei tecnici, le ottime ed esperte maestranze, i bravi e
numerosissimi operai; gli anziani per la loro bravura e la loro fedeltà all’Azienda e al dovere; i
giovani, per l’energia e per la fiducia che portano nella loro fatica; gli apprendisti, per le speranze
ch’essi hanno nel cuore e ch’essi rappresentano per l’impresa; le famiglie di tutti questi Lavoratori,
alle quali va il Nostro affettuoso ricordo ed il Nostro augurio; e tutti quanti qui siete e qui
rappresentate; a quanti rettamente tutelano i vostri interessi e giustamente interpretano le vostre
aspirazioni; alle associazioni e alle istituzioni che vi offrono assistenza morale e spirituale; a tutta la
F.I.A.T., quale da questo punto prospettico idealmente Ci appare, nella sua grande capacità
produttiva e nella sua tendenziale comunità di lavoro nella concordia, nella libertà, nella giustizia e
nella prosperità. La visione, che voi sollevate davanti al Nostro spirito, Ci darebbe tema per
discorrere a lungo di voi e delle vostre questioni; ma, come certo voi comprendete, non è questa la
sede, non questo il momento. Vi basti sapere che guardiamo a voi, al grande fenomeno industriale,
economico, sociale, morale e religioso, che in voi prende dimensioni tanto grandi e significative,
con immenso interesse, con paterna simpatia, con particolare stima, e con vigilante preghiera: voi
meritate che il Papa vi conosca, vi osservi, vi accompagni appunto con i suoi voti e con le sue
orazioni.
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Adesso, dicevamo, siamo qui per celebrare insieme la festa di San Giuseppe; il che Ci solleva, sì,
nella sfera spirituale e religiosa, ma non Ci distrae dalla realtà della vostra vita. Perché sempre è
così: la religione non è un’evasione dalla vita reale, ma è piuttosto una posizione superiore al suo
livello profano e banale, dalla quale posizione possiamo meglio conoscere e guidare la vita stessa e
meglio valutarne l’esperienza, i bisogni, i doveri, i destini.
Ed è poi proprio così nel caso presente per il fatto della parentela professionale e sociale,
chiamiamola così, che voi avete con San Giuseppe. Potremo dire: era dei vostri.
Riflettiamo un istante.
Celebriamo la festa di San Giuseppe, Patrono della Chiesa Universale. È una festa, che interrompe
la meditazione austera e appassionata della Quaresima, tutta assorta nella penetrazione del mistero
della Redenzione e nell’applicazione della disciplina spirituale, che la celebrazione d’un tale
mistero porta con sé. È una festa che chiama la nostra attenzione ad un altro mistero del Signore,
l’incarnazione, e c’invita a ripensarlo nella scena povera, soave, umanissima, la scena evangelica
della sacra Famiglia di Nazareth, in cui quest’altro mistero s’è storicamente compiuto. La Madonna
Santissima ci appare nell’umilissimo quadro evangelico; accanto a lei è S. Giuseppe, in mezzo a
loro Gesù. Il nostro occhio, la nostra devozione si fermano quest’oggi su S. Giuseppe, il Fabbro
silenzioso e laborioso, che diede a Gesù non i natali, ma lo stato civile, la categoria sociale, la
condizione economica, l’esperienza professionale, l’ambiente familiare, l’educazione umana.
Bisognerà osservare bene questo rapporto fra San Giuseppe e Gesù, perché ci può far comprendere
molte cose del disegno di Dio, che viene a questo mondo per vivere uomo fra gli uomini, ma nello
stesso tempo loro maestro e loro salvatore.
È certo innanzi tutto, è evidente, che S. Giuseppe viene ad assumere una grande importanza, se
davvero il Figlio di Dio fatto uomo sceglie proprio lui per rivestire se stesso della sua apparente
figliolanza. Gesù era detto «Filius fabri» (Matth. 13, 55), il Figlio del fabbro; ed il fabbro era
Giuseppe. Gesù, il Cristo, ha voluto assumere la sua qualificazione umana e sociale da questo
operaio, da questo lavoratore, ch’era certamente un brav’uomo, tanto che il Vangelo lo chiama
«giusto» (Math. 1, 19), cioè buono, ottimo, ineccepibile, e che quindi assurge davanti a noi
all’altezza del tipo perfetto, del modello d’ogni virtù, del santo. Ma c’è di più: la missione, che San
Giuseppe esercita nella scena evangelica, non è solo quella della figura personalmente esemplare e
ideale; è una missione che si esercita accanto, anzi sopra Gesù: egli sarà creduto padre di Gesù
(Luc. 3, 23), sarà il suo protettore, il suo difensore. Per questo la Chiesa, che altro non è se non il
Corpo mistico di Cristo, ha dichiarato San Giuseppe protettore suo proprio, e come tale oggi lo
venera, e come tale lo presenta al nostro culto e alla nostra meditazione. Così oggi s’intitola la festa:
dicevamo, di S. Giuseppe, Protettore di Gesù fanciullo, durante la sua vita terrena, e Protettore della
Chiesa universale, ora ch’egli guarda dal cielo tutti i cristiani.
Ora fate attenzione.
San Giuseppe era un lavoratore. A lui fu dato di proteggere Cristo. Voi siete lavoratori: vi sentireste
di compiere la stessa missione, di proteggere Cristo? Lui lo protesse nelle condizioni, nelle
avventure, nelle difficoltà della storia evangelica; voi vi sentireste di proteggerlo nel mondo in cui
siete, nel mondo del lavoro, nel mondo industriale, nel mondo delle controversie sociali, nel mondo
moderno?
Forse non pensavate che la festa di San Giuseppe potesse avere delle conclusioni così inaspettate e
così direttamente rivolte alle vostre scelte personali; né forse aspettavate che fosse il Papa a
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delegare a voi una funzione che sembra tutta sua, o almeno più sua che vostra, quella di difendere e
di curare gli interessi di Cristo nella società contemporanea.
Eppure è così. Carissimi Figli! ascoltateCi bene. Noi pensiamo che il mondo del lavoro abbia
bisogno ed abbia diritto d’essere penetrato, d’essere rigenerato dallo spirito cristiano. Questo è un
punto fondamentale, che meriterebbe un lungo discorso; ma voi, se siete qua venuti, siete già di ciò
persuasi; del resto, un giudizio spassionato e sincero sul processo evolutivo del mondo moderno lo
dice e lo conferma: o il mondo sarà pervaso dallo spirito di Cristo, o sarà tormentato dal suo stesso
progresso fino alle peggiori conseguenze, di conflitti, di follie, di tirannie, di rovine. Cristo è più
che mai, oggi, necessario; primo punto. Secondo punto: chi riporterà, o meglio porterà (tanto è
profonda la diversità del mondo del lavoro di oggi da quello di ieri), chi porterà Cristo nel mondo
del lavoro? Ecco: Noi siamo convinti, come lo erano i Nostri venerati Predecessori, che nessuno
meglio dei lavoratori stessi, può compiere questa grande e salutare missione. Gli aiuti esterni, le
condizioni d’ambiente, l’assistenza di maestri, eccetera, sono certamente fattori utili, necessari,
anche, sotto certi aspetti; ma il coefficiente indispensabile e decisivo per rendere cristiano, e cioè
per salvare il mondo del lavoro, dev’essere il lavoratore stesso. Bisogna rigenerare questo mondo,
ancora tanto inquieto, tanto sofferente, tanto bisognoso e tanto degno, dal di dentro, dalle risorse di
energie, di idee, di persone, di cui ancora è ricco. Cristo oggi ha bisogno, come già nella sua
infanzia evangelica, d’essere portato, protetto, alimentato, promosso in seno alle categorie
lavoratrici, da quelli stessi che le compongono; o, per meglio dire, da coloro che in seno alle classi
lavoratrici sentono la vocazione e assumono la missione di animare cristianamente le schiere dei
colleghi di fatica e di speranza.
Anche questo punto si presterebbe a lunghe dimostrazioni e applicazioni. Crediamo che siete così
bravi e intelligenti da saperle fare anche da voi, La vostra esperienza vi è maestra; la vostra
aderenza alla parola della Chiesa vi offre lo stimolo e la guida a cotesto grande programma di
rigenerazione e di vitalità cristiana.
Quello che preme ora a Noi di farvi notare, per bene celebrare la festa odierna e per fissare un
ricordo vivo ed operante nei vostri spiriti, si è la stima che la Chiesa professa nella vostra capacità
di difesa e di diffusione dell’ideale cristiano; si è la scoperta del disegno provvidenziale che riposa
sopra di voi, e che ammiriamo prodigiosamente compiuto nell’umiltà e nella fedeltà di S. Giuseppe:
potere cioè e dovere voi stessi essere i tutori, essere i testimoni, essere gli apostoli di Cristo nella
vita sociale e nel mondo del lavoro dei nostri giorni.
Ci accorgiamo di chiedere molto! Sì. È un atto di fiducia, che mostra non facili doveri ed impegna a
non lievi fatiche. Ma confidiamo di non chiedere indarno: non è vero, figli carissimi?
Da parte Nostra vi diamo quanto di meglio abbiamo: la Nostra affezione, la Nostra parola e il
Nostro ministero. Il Nostro pensiero vi segue con particolare benevolenza, e vi accompagna nelle
vostre quotidiane fatiche, con una preghiera fervida, nella quale vogliamo abbracciare anche i vostri
cari, specialmente i vostri bambini, e i vostri colleghi provati da qualche afflizione.
E in questo momento inviamo un saluto di grande cordialità e reverenza al venerato Arcivescovo di
Torino, il Signor Cardinale Maurilio Fossati, che sappiamo spiritualmente presente a questo
incontro di anime, da lui tanto desiderato e patrocinato, anche se le condizioni di salute non gli
hanno concesso di prendervi parte. Gli auguriamo ogni consolazione nel suo alto ministero, e
l’augurio si fa preghiera, invocandogli i doni del Signore, che lo allietino nella rispondenza dei suoi
figli, e nella coscienza dei grandi meriti, acquistati dal suo zelo generoso. Così rivolgiamo un
beneaugurante pensiero. al Vescovo Coadiutore, Mons. Stefano Tinivella, e a Mons. Vescovo
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Ausiliare. Rinnoviamo anche il Nostro deferente saluto e diamo la Nostra Benedizione ai Signori
Dirigenti della F.I.A.T. e agli Operai qui presenti.
La Benedizione Apostolica suggelli i Nostri voti e sia riflesso della continua assistenza del Cielo su
di voi, sul vostro lavoro, sulla vostra dilettissima arcidiocesi.
La Benedizione si estende anche agli altri gruppi, specialmente alle maestranze dello Stabilimento
«Tintorie Industriali Colombo» di Brescia, agli Studenti di Ragioneria dell’Istituto Tecnico
Commerciale di Busto Arsizio, ed anche alle singole persone di varie nazionalità.
DISCORSO AI LAVORATORI DELLE INDUSTRIE DELLA CAMPANIA
Sabato, 25 aprile 1964
Accogliamo con grande piacere questa visita spettacolare dei Lavoratori di Napoli e della
Campania. Essa è veramente degna del Nostro plauso per il numero straordinario del vostro
pellegrinaggio; trentamila, Ci hanno detto, voi siete: quando mai una folla di visitatori, provenienti
dalla stessa regione, si è mai riversata in questa dimora del Papa? Le proporzioni stesse delle vostre
schiere costituiscono un avvenimento singolare e memorabile. La vostra visita si fa per Noi più
preziosa al pensiero che voi venite dalla terra napoletana; voi siete «Napoli»! e tanto basta perché le
meravigliose bellezze della incomparabile Città e della sua regione si presentino al Nostro spirito, e
perché le glorie secolari della vostra storia e della vostra cultura sollevino in Noi visioni e memorie
meravigliose. Siete «Napoli»; ed ecco che l’eco dei suoi canti e l’onda della sua poesia, la ricchezza
del suo sentimento lirico e languido alle volte, appassionato e tragico altre volte risuona nel Nostro
ricordo, mentre la vivacità del suo genio espressivo e la sottigliezza del suo talento speculativo Ci
fanno ripensare alla grandezza dei suoi artisti e dei suoi pensatori. Siete «Napoli»: e Ci sentiamo
obbligati ad esprimervi il Nostro ringraziamento per una visita che tanto Ci commuove e Ci onora.
Noi vogliamo tutti salutarvi. Noi vogliamo specialmente salutare il vostro Cardinale Arcivescovo,
che una indisposizione tiene lontano da questa adunata, ma che una sua lettera Ci assicura essere
spiritualmente presente; a lui mandiamo il Nostro cordiale e riverente pensiero, a lui inviamo i
Nostri voti beneauguranti e benedicenti. E non possiamo non presentare il Nostro rispettoso saluto a
quanti hanno promosso e guidato questa solenne manifestazione e quante Autorità politiche e civili
e Personalità rappresentative qua la accompagnano, e le vediamo tanto numerose e distinte, ai
Dirigenti qui presenti di Aziende e di vasti campi di lavoro, ai Direttori delle vostre schiere e delle
vostre associazioni, agli Assistenti Ecclesiastici, che vi fiancheggiano con la loro amicizia e col loro
ministero.
Vediamo presenti i Nostri venerati Fratelli Vescovi della Campania, ai quali tributiamo la Nostra
cordiale devozione ed esprimiamo il Nostro fraterno incoraggiamento; e con loro a Monsignor
Michele Campano, Delegato Regionale dell’ONARMO e della Pontificia Opera di Assistenza, al
quale va il merito principale di questa grandiosa iniziativa.
Ma voi, carissimi figli, mettete in evidenza venendo a Noi due altre note caratteristiche, che Ci
interessano moltissimo e che Ci obbligano a dirvelo. Voi siete Lavoratori e voi siete credenti. Siete
gente delle officine e dei campi, e gente della Chiesa. Uomini siete, che traete il pane dalla vostra
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fatica, e che pregate Dio, il Padre celeste, di renderla buona e feconda di quel pane di cui ha bisogno
la nostra terrena esistenza. Siete rappresentanti d’una antica formula di vita, che proprio nella vostra
regione - Montecassino non è lontana da Napoli - ha avuto la sua espressione originaria, ideata da
un genio romano e cristiano, San Benedetto, che ha scolpito in due parole i caratteri genetici della
civiltà medioevale e tuttora superstite: lavora e prega, ora et labora.
Qui Noi dovremmo fare l’elogio di queste due vostre tradizionali attività, che tanto qualificano la
vostra vita da farne quasi delle prerogative caratteristiche. Dovremmo ricordare come la legge del
lavoro, or ora detta la grande legge della vita, sia connaturata nella vostra anima, anche se, tale
legge, di per sé austera e grave, si è quasi sempre presentata come pesante, subordinante, scarsa di
risultati, e come essa faccia risultare il vostro volto di bravi lavoratori tanto più degno di affezione,
di riverenza e d’interessamento quanto più paziente, modesto e dimesso sovente esso si presenta
all’aspetto.
Cari Lavoratori Napoletani, onore alla vostra fatica! onore alla vostra costanza! onore alla vostra
sobrietà! onore al vostro coraggio! onore al genio della vostra stirpe, che vi lancia sulle vie
pericolose del mare e vi disperde sui sentieri dolorosi dell’emigrazione in cerca di pane e di
speranza, e che al nome magico di Napoli vi fa vibrare di fedeltà, di commozione e di poesia!
Così dovremmo ricordare la vostra religiosità, che forse talora sotto forme folcloristiche e sotto
espressioni esteriori d’altri tempi, conserva un fondo nobilissimo di fede, di pietà, di bontà, che dice
una gloriosa tradizione locale di spiritualità e di santità, e che costituisce tuttora una nota di
altissima dignità dell’anima napoletana. Troppo vi sarebbe da dire anche su questo punto; ma
adesso appena Ci basta il tempo per fissare un istante la vostra attenzione sopra il fenomeno
principale della vostra vita di lavoratori napoletani e cristiani, fenomeno comune a tutta la classe
lavoratrice del nostro tempo, ma in voi forse più evidente e forse più incidente nel vostro costume e
nella vostra mentalità. Non diciamo nulla di originale, ma crediamo sempre importante notare tale
fenomeno; ed è quello della maturità delle classi lavoratrici alla quale voi siete pervenuti. Che cosa
intendiamo per maturità? Intendiamo trasformazione, intendiamo metamorfosi, intendiamo
passaggio dalle forme e dalla mentalità proprie del lavoro tradizionale alle forme e alla mentalità
proprie del lavoro moderno. Intendiamo coscienza del proprio stato, intendiamo volontà e attitudine
a dare al lavoro un posto più degno nel concerto sociale.
E voi sapete benissimo che cosa questo significa. Significa qualche cosa di nuovo, di bello, di utile,
di godibile nello svolgimento consueto della vita: cambiano gli abiti, cambiano le abitazioni,
cambiano le abitudini, cambiano gli orari, cambiano i divertimenti, cambiano i rapporti sociali;
cambia tutto, si direbbe. Ed è bene che sia così. Se questo vasto e sensibile mutamento porta a voi
un po’ di benessere, Noi lo salutiamo con piacere; anzi, per quanto a Noi è possibile, Noi lo
favoriamo, Noi lo promoviamo e lo invochiamo. Se questo cambiamento si chiama giustizia,
progresso, cultura, modernità, Noi ci dichiariamo senz’altro araldi e difensori di tale programma
innovatore della vita sociale, e specialmente della vita delle classi lavoratrici.
Ma la trasformazione e la novità non si fermano qui: il fenomeno è più complesso e più profondo; la
maturità riguarda non tanto il quadro esteriore della vita quanto piuttosto il mondo interiore delle
idee. La maturità si misura maggiormente dalla capacità di pensare e di giudicare, che non da quella
di accogliere le comodità ed i godimenti d’una società sviluppata e progredita. Anzi voi capite
benissimo che è la maturità delle idee che provoca, produce, dirige, apprezza o condanna la maturità
delle cose. La vita, volere o no, dipende dal modo di pensare. Oggi questo è chiarissimo: sono le
ideologie - come ora si dice - che governano il mondo. E qui il fenomeno della maturità diventa
delicatissimo e importantissimo.
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Dicevamo che la maturità produce evoluzione, produce cambiamento. Nell’evoluzione in corso,
della quale voi, come tutti, siete partecipi, dovranno cambiare anche le vostre idee? Dovrà mutarsi
anche la vostra anima napoletana? Dovrà cadere anche la vostra fede cristiana? Domani voi non
sarete più né veri napoletani, né veri cristiani? Voi vedete come il fenomeno della maturità può farsi
drammatico e decisivo.
Ebbene, fate attenzione. Quando la crisalide diventa farfalla muta enormemente il suo aspetto e la
sua funzionalità biologica. Sì. Ma non muta la sua vita; non muta il suo essere individuale e
sostanziale; anzi questo si sviluppa e si manifesta in perfezione e pienezza. Cioè: vi sono
cambiamenti che fanno morire ciò ch’è caduco, o superfluo, o nocivo; e vi sono cambiamenti che
sviluppano ciò che è implicito e vivo. Vi sono cambiamenti che portano ad una trasformazione, che
implica o genera decadenza; e ve ne sono altri, che nella trasformazione conservano elementi
essenziali e producono rinascenza e splendore. Tutto sta a saper bene giudicare e bene scegliere per
segnare il cammino buono dei tempi nuovi.
Ebbene, ascoltate ancora. Noi pensiamo che sia venuto per voi questo momento di bene giudicare e
di bene scegliere. L’ora della maturità è l’ora della scelta. È un’ora grande, figli carissimi; è un’ora
che implica non solo il presente, ma l’avvenire. È presunzione la Nostra, se vi chiediamo di
scegliere in questo momento stesso, in questa solenne e irrepetibile Udienza?, e se vi chiediamo,
Lavoratori di Napoli e della Campania, di scegliere Cristo? Perché, vedete, carissimi figli, la scelta
si decide alla fine sul nome di Cristo! È troppo grave, troppo complesso, Noi comprendiamo, questo
problema, anche se voi, buoni cittadini e fedeli cristiani quali siete, già ne conoscete i termini e la
soluzione, perché Noi ne attendiamo da voi, ora, una esplicita definizione. Ci basta porlo, questo
problema, davanti a voi nella sua chiarezza, e chiedere a voi che lo portiate nella mente come
ricordo di questo incontro.
Noi Ci limiteremo adesso ad enunciare tre proposizioni, che possono servire al vostro orientamento
verso la maturità sociale, a cui siete candidati.
Prima. Occorre pensare bene. Lo abbiamo già accennato, e lo ripetiamo: occorre pensare bene. E
quante cose occorrono per pensare bene! Qui Noi tocchiamo uno dei punti nevralgici dello sviluppo
sociale del Nostro popolo, del Nostro amatissimo popolo lavoratore e italiano. È spontanea e
doverosa la domanda: quali sono le ideologie che lo impressionano e lo risvegliano?, quali sono gli
uomini che si presentano a lui come guide e maestri?, quali sono i giornali, i discorsi, le
organizzazioni che vogliono aver presa sull’anima della gente di lavoro? Siamo franchi. Molte di
queste ideologie, quelle dell’egoismo sociale e del primato dell’economia sulla legge morale e
religiosa, ad esempio, quelle del marxismo eversivo, classista ed ateo, quelle del piacere e del vizio
come libero programma di vita, e così via, sono ideologie errate, sono ideologie dannose; possono
essere, e proprio per il popolo lavoratore in cerca di sufficienza economica, di dignità e di libertà
personale, di pace sociale e internazionale, disastrose. Aprite gli occhi e osservate gli avvenimenti
di questi giorni, che denunciano la debolezza scientifica, l’inconsistenza sociale, la pericolosità
politica di dottrine, diventate entità potenti e assurde alla pretesa di guida del mondo del lavoro. Noi
auguriamo che queste crisi ideologiche richiamino gli uomini di pensiero onesti e coraggiosi a
rettificare tante facili acquiescenze alle correnti culturali di moda, e auguriamo che esse si risolvano
in bene di coloro stessi che le subiscono e ne soffrono, per una più giusta ed umana concezione
delle umane vicende. A voi poi, cari Lavoratori, vogliamo raccomandare intelligenza e libertà di
fronte alle tentazioni delle false ideologie. Ricordate: occorre pensare bene.
Ed allora ecco la seconda affermazione. Restate fedeli alla Chiesa, restate fedeli a Cristo. Madre e
Maestra la Chiesa, come la chiamò recentemente Giovanni XXIII, Nostro compianto Predecessore.
Madre e Maestra la Chiesa è, a sua volta, alunna e rappresentante di Cristo. Voi sapete che da
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questa scuola del sommo Maestro dell’umanità, del solo Maestro della vera vita sono venuti, tramite
la voce dei Papi specialmente, in questi ultimi anni, tanti insegnamenti, che si riferiscono proprio a
voi Lavoratori e a tutti i problemi che travagliano la vostra vita. Ebbene Noi vi diremo che questo
ampio e ripetuto interessamento dottrinale della Chiesa, dovuto principalmente ai Nostri ultimi
Predecessori, non è predicazione puramente verbale, non è apologia interessata di propri privilegi o
temporali vantaggi, non è difesa di condizioni sociali storicamente e logicamente superate, non è
impedimento ad un legittimo e concreto dinamismo trasformatore, non è azione semplicemente
dimostrativa e propagandistica; è amore vero e sapiente per voi, figli della campagna, del mare,
dell’officina, dei servizi e degli uffici, uomini del lavoro; è sollecitudine in vostro vantaggio; è
sforzo intelligente e leale di collaborazione con le vostre libere ed oneste associazioni e con le
competenti Autorità civili e politiche, per dare alla società la giustizia, l’ordine e la pace, di cui voi
per primi avete ansia e bisogno.
Ed ecco perciò la Nostra terza raccomandazione. Siate positivi, siate costruttori del mondo nuovo, a
cui il progresso tecnico e scientifico ci può preparare. E cioè: invece di odiare e maledire la società,
in cui la Provvidenza ci ha messo a vivere, cerchiamo di capirla, di servirla, di guarirla, di amarla.
Date serenità, speranza, vigore, letizia ai vostri pensieri, come appunto l’educazione cristiana ci
insegna a fare.
Amate il vostro lavoro. Probabilmente esso vi impone disciplina, disagi, rinunce, fatiche che vi
fanno soffrire. Si dovrà cercare, con ogni mezzo, di alleviare quanto è possibile queste vostre pene.
Noi anzi siamo grati a quanti vi assistono, vi aiutano, vi comprendono e procurano di rendere
agevole ed umano il vostro lavoro. Ma, ripetiamo, amate il vostro lavoro; e sappiate sublimare in
pazienza cristiana le sofferenze che restassero inevitabili. Amate il vostro lavoro, e dategli un soffio
interiore di alti e nobili pensieri, quelli della onestà, della ami-cizia, della fratellanza, della
solidarietà. E col vostro lavoro amate le vostre famiglie, i vostri vecchi, i vostri figli, i vostri
compagni; amate le vostre campagne, il vostro mare, i vostri campi di studio e di fatica; amate, sì, la
vostra Napoli; e siate voi a conservarla e a rinnovarla nella libertà, nella concordia, nella prosperità,
nella pace. Con la Nostra paterna Benedizione Apostolica.
FESTIVITÀ DI S. GIUSEPPE ARTIGIANO
OMELIA
Venerdì, 1° maggio 1964
Tra i vari gruppi presenti Noi dobbiamo in modo particolare distinguere e salutare quegli degli
Aclisti di Roma e di Milano, che furono i primi a chiedere a Noi di fissare questo incontro, al quale
vediamo con piacere unirsi altri pellegrinaggi di lavoratori: quelli di Mondovì, guidati dal loro
Vescovo, quelli di Melzo, quelli di Castiglione delle Stiviere, quelli della Società Elettrotecnica
Palazzoli, di Brescia, e con tanti altri gli Artigiani Cristiani di Milano. Dobbiamo perciò notare che
questa celebrazione si caratterizza dalla presenza varia, numerosa, e assai significativa di Lavoratori
Cristiani, e di Artigiani Cristiani, ottimi e carissimi tutti. Non poteva meglio celebrarsi per Noi la
festa del Lavoro cristiano.
Noi siamo felici di saperli presenti questi uomini del lavoro, di averli vicini a Noi in questo giorno
che il calendario moderno dedica al lavoro e che quello ecclesiastico fa proprio per tributare al
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lavoro l’onore che egli è dovuto e per santificarlo con l’esempio e con la protezione del caro e santo
lavoratore Giuseppe di Nazareth. Questo incontro, carissimi figli, Ci ricorda quelli che lo hanno
preceduto, e proprio in questa giornata che mette in movimento non meno le coscienze che le masse
del mondo operaio; ed oggi ancora vi diciamo la Nostra affezione, la Nostra stima, la Nostra
fiducia, il Nostro desiderio di aiutarvi in ogni vostra buona aspirazione. Cari Lavoratori cristiani, sia
chiaro per voi e sia chiaro per quanti voi qui rappresentate che il Papa vi vuol bene, che la Chiesa vi
apprezza e vi assiste. Vorremmo che anche quest’ora di comune conversazione e di comune
preghiera vi persuadesse, ancor più che già non siate persuasi, che la Chiesa vi comprende. Anche
questa elevazione del primo maggio a festa religiosa che cosa vi dice, alla fine? Che la Chiesa ha
per voi una comprensione particolare. Niente sarebbe più contrario alla verità che il dubitare della
comprensione della Chiesa verso il mondo del lavoro. E se il dubbio venisse (e viene ancora in tanti
vostri colleghi, lontani dalla Chiesa e prevenuti malamente nei suoi riguardi) che la Chiesa non vi
conosca, che la Chiesa badi ad altre cose che non la vostra vita, che la Chiesa preferisca altre
amicizie che non la vostra, ebbene la festa, che stiamo celebrando, qui, in onore di San Giuseppe
Lavoratore, e sulla tomba di San Pietro pescatore - un lavoratore anche lui, -basta per dimostrare
quanto invece la Chiesa vi sia vicina, e non solo con i suoi solenni insegnamenti, ma altresì con
l’accoglienza affettuosa e rispettosa della vostra visita, del vostro colloquio, della vostra esperienza.
Ed è questo incontro, come già altri, che Ci dà immensa consolazione; e, ancor più della gioia che la
vostra presenza Ci reca, esso Ci allieta, vorremmo dire, perché esso Ci offre occasione di dire a voi
e di dare a voi qualche cosa di Nostro. Che cosa possiamo dirvi e che cosa possiamo darvi? Ce lo
domandiamo spesso, davanti al Signore, tanto è il Nostro desiderio di dar prova della sincerità e
dell’efficacia dei Nostri sentimenti. Ci domandiamo spesso, infatti, nelle riflessioni sui Nostri
doveri pastorali, che cosa vogliono, che cosa aspettano i nostri lavoratori da Noi, dalla Chiesa? Voi,
che siete venuti oggi a trovarci, e a dimostrarci così la vostra fedeltà e la vostra devozione, che cosa
volete da Noi?
Vediamo. Voi volete indubbiamente una parola religiosa. Forse una nuova parola religiosa; quasi
una rivelazione. Voi siete cristiani, voi conservate la vostra fede, voi frequentate ancora le vostre
chiese. Beati voi. Siate perseveranti. Siate forti. Ma a Noi pare di intravedere nei vostri spiriti una
certa difficoltà verso la religione, una certa pesantezza. Non è più così semplice come una volta
l’andare in chiesa. Noi non facciamo ora l’analisi di cotesto stato d’animo, cioè della fatica interiore
che oggi sente l’uomo del lavoro a credere, a pregare, a professare la sua fede, a praticare la sua
religione. Sarebbe troppo lungo. Dovremmo elencare le obbiezioni, massicce e volgari alcune,
sottili e seducenti altre, che turbano spesso lo spirito dell’operaio, e del giovane in modo speciale, in
ordine alla concezione cristiana della vita, e nei riguardi della Chiesa in modo particolare. Notiamo
solo due conclusioni, e sono piuttosto due impressioni, alle quali giunge oggi facilmente in questo
campo il lavoratore moderno; una è l’impressione di cecità, di oscurità, di miopia almeno in tutto
quello che riguarda la religione; donde la tentazione, che spesso diventa in pratica la regola, di non
interessarsi della religione stessa; l’altra impressione è di sconforto, di pessimismo, di disperazione,
che resta in fondo al cuore, un po’ su tutto, sugli uomini, sulla vita, sul mondo. La prima
impressione viene a galla, e si manifesta, dicevamo, nel disinteresse per le cose di Dio e dell’anima;
l’altra impressione invece, pesante come piombo, rimane quasi sempre silenziosa e segreta, e si
deposita in fondo alla coscienza, triste ed amara.
Ed ecco allora che voi, per i quali i valori spirituali sono ancora apprezzati e conservati, venite da
Noi, venite dal Papa, dalla Chiesa - Madre e Maestra - per chiederle (è oggi la vostra stessa
presenza in questa basilica una domanda), per chiederle una parola nuova, una parola viva, una
parola, sì, rivelatrice. È possibile ancor oggi dire al mondo del lavoro, che vuol dire al mondo
scientifico, industriale, tecnico, sociale, una parola di fede cristiana, che vada dritta al suo cuore? È
ancora, se c’è questa parola, utile, vera, rigeneratrice?
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Figli carissimi! Sì. Questa parola c’è, ed è viva, è vera, è per voi! E la Chiesa la conserva, la Chiesa
ancora ve la offre! E ripeto: è nuova, perché è vera e perché è viva, anche se è sempre
sostanzialmente la stessa; è eterna. Quale parola, mi chiedete, è questa? E vi rispondo: è il Vangelo.
Sì, il Vangelo, luce del mondo, scienza di Dio e dell’uomo, codice della vita. Quel Vangelo che si
apre alla prima pagina con il muto linguaggio di S. Giuseppe, custode, quasi portinaio del regno di
Dio, recato al mondo da Cristo Signore; è lui che vi dice: si entra di qui, l’ingresso è la vita umile,
forte, sacra del lavoro. Cioè, nella comprensione cristiana del lavoro abbiamo la porta, avete la
chiave per entrare, voi lavoratori, nel mondo dello spirito, della fede, della luce religiosa che dà alla
vita il suo senso, la sua dignità, il suo destino. Per altri il lavoro è l’introduzione nel regno della
materia; per voi cristiani è un’iniziazione alla vita superiore dell’anima.
Carissimi!, voi sapete già queste cose; e venite da Noi per sentirle ripetere, e per essere assicurati
che, seguendo la concezione cristiana della vita, non sbagliate. No, non sbagliate, anche quando, ed
è subito, la concezione cristiana, l’ideologia come voi dite, diventa programma concreto della vita,
diventa costume, diventa impegno. Cioè volete da Noi, dopo la parola religiosa, anche un impulso
morale. Volete una infusione di energia per essere coerenti con la vostra ideologia, per essere gente
di carattere, gente capace di dare testimonianza, non foss’altro col vostro modo di vivere e di
parlare, alla vostra fede. Ebbene, figli carissimi, anche questo la Chiesa vi può dare, non per legarvi
con tante proibizioni, ma per suscitare in voi stessi quelle forze spirituali, che si chiamano virtù, e
che fanno l’uomo, l’uomo vero, l’uomo forte, l’uomo libero. La Chiesa vi può dare questa
formazione umana autentica e completa, se state alla sua scuola: parola e grazia essa vi darà; e tanta
sarà la bellezza di codesta esperienza, che non ne sarete facilmente sazi; ne vorrete ancora, ne
vorrete di più, con grande consolazione anche se con soverchiante fatica di chi sa dispensare la
parola e la grazia, i vostri bravi Sacerdoti!
E questo è tutto? La Chiesa non vi può dare altro?
Oh!, voi sapete che la Chiesa può darvi ancora qualche cosa; ed è ciò che tormenta di più i vostri
animi, ansiosi anche in questo momento d’avere pure di qui una risposta a quei vostri problemi
pratici, che sempre tanto vi angustiano e che investono la vostra vita, non solo nelle sue esigenze
economiche, ma altresì nella sua concreta realtà personale, familiare e professionale, e proprio in
ordine a ciò che socialmente vi definisce, cioè il lavoro. Ebbene la Chiesa, anche questo voi ben
conoscete, si crede in dovere ed in diritto di offrire a voi, Lavoratori cristiani, ed anche a tutte le
immense e varie schiere dei vostri colleghi, la sua parola che possiamo definire di «conforto
sociale». Ella sa che ne avete tuttora bisogno, che ne avete tuttora diritto. Ella sa come in questo
momento nuove difficoltà sono sorte nel campo economico e sociale, e che tutti ne soffrono, e non
pochi delle vostre categorie ne soffrono nel pane, nella elementare sufficienza per la vita, nella
indispensabile sicurezza delle loro condizioni materiali e morali. Ella sa come sia ancora tanto
difficile per voi la tranquillità dello spirito: da un lato la controversia per la tutela dei vostri interessi
economici, inasprita dalle fluttuazioni della presente congiuntura; dall’altro la diversità ideologica,
che vi separa dai vostri stessi colleghi di lavoro. Ella sa come la trasformazione della società deve
risolversi anche in vostro vantaggio, e non deve ledere, sì bene garantire e promuovere la libertà e la
giustizia per tutti. Ella sa come tutto il presente progresso ha bisogno di principi morali, che lo
conservino umano, e di forze spirituali che lo rivolgano al fine superiore della nostra vita, che è il
suo destino immortale, da Cristo svelato e reso da noi raggiungibile, come cioè la religione abbia
oggi più che mai la sua funzione illuminante ed elevante da svolgere a guida ed a sostegno dei
grandi fenomeni umani, a cui è strettamente interessata la vostra vita.
Perciò la Chiesa non vi nega il suo « conforto sociale », ma ve lo elargisce con un’assiduità e con
un’abbondanza di insegnamenti, di affermazioni, di esortazioni, che dev’essere motivo per voi di
onore e di fiducia. E ve lo rinnova ancor oggi questo conforto, assicurandovi la sua assistenza ed
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invitandovi a qualificarvi sempre meglio per quelli che siete, Lavoratori cristiani; a trovare cioè
nella vostra adesione a Cristo la originalità, la ragion d’essere, la forza, lo stile, la sicurezza, la
fierezza delle vostre attività sociali. Così v’insegni il Maestro a cercare nella sua dottrina i principi
della vostra concezione della vita, v’insegni la dignità e l’onestà della vostra fatica, vi insegni ad
immunizzarvi dai tanti errori e dalle tante tentazioni che insidiano la vostra condizione di
Lavoratori, v’insegni come si possa essere forti senza odiare, amando anzi e servendo il proprio
interesse in congiunzione col bene comune, v’insegni ad essere amici e apostoli in mezzo ai vostri
compagni, v’insegni a consolare e a nobilitare il vostro lavoro con la fede e con la preghiera.
A voi, a tutti i vostri colleghi, alle vostre associazioni libere e cristiane, alle vostre famiglie, ai
vostri campi di lavoro, confermi questi voti la Nostra Benedizione apostolica.
DISCORSO AI LAVORATORI DELLA «SAFFA»
Sabato, 5 maggio 1964
Il Santo Padre è felice di ricevere i diletti figli di Magenta e della Saffa; Gli sembra quasi di essere
ancora nella terra ambrosiana, a Magenta ove già il grande complesso industriale della Saffa destò
la Sua ammirazione; e pertanto vuole esprimere a tutti il Suo apprezzamento e il Suo
ringraziamento. La loro presenza suscita nel Papa tanti ricordi: quante volte si è recato a Magenta.
Ma ad una visita sola vuole ora accennare: quando il Presidente della Repubblica Italiana e il
Presidente della Repubblica Francese si incontrarono là, ove avvenne la famosa battaglia.
L'Augusto Pontefice celebrò allora la S. Messa, in suffragio dei caduti, all'Ossario che perpetua la
memoria dello storico avvenimento. E ricorda ancora quel che disse in quella circostanza: che il
secolo scorso aveva messo insieme l'Europa, e che bisognava ora cercare di darle una pace, una
fratellanza veramente sentita.
Al termine della S. Messa il Generale De Gaulle scese dal palco per stringergli la mano e dirgli:
«Ce que vous avez dit sera fait», quello che Lei ha detto sarà fatto. Il Santo Padre prega il Signore
che l'augurio, nato da quelle memorie storiche, di dolore e di grandezza, si possa realizzare. I ricordi
di tante Sue visite alla basilica di Magenta, anche quando non aveva ancora l'attuale bellissima
facciata, fanno sì che Egli invii alla popolazione della cara storica cittadina un paterno saluto, un
vivissimo augurio e la Sua benedizione. E lo portano, questi ricordi, sul grande complesso
industriale che Egli visitò, accompagnato dai dirigenti, ammirando lo sviluppo, la tecnica, l'arte di
questo lavoro che nelle macchine perfette e nella ingegnosissima lavorazione è un po' il simbolo del
mondo moderno, il quale ha trovato nella strumentazione nuova e raffinatissima, l'espressione più
congeniale della sua cultura e che, in questa espressione, pone tante speranze insieme con la
documentazione della sua valentia e bravura.
Durante la visita al reparto dove si fabbricano le macchine un operaio rivolse a Sua Santità un
discorsino che è ancora vivo nella Sua memoria: disse, quel lavoratore, con fierezza condivisa dai
suoi compagni di fatica, una cosa commoventissima con un linguaggio schietto e semplice: che
avevano avuto compagno in quel reparto un futuro missionario. Ma il ricordo più solenne è stato
rievocato dal Presidente. Or è un anno, il 1 Maggio, il Papa era a Magenta, a Pontenuovo, per
consacrare la nuova chiesa del complesso industriale, bellissima e moderna, sorta in sostituzione
dell'altra, insufficiente. E rivede le officine e poi le scuole, le abitazioni, l'asilo, la chiesa,
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l'ambulatorio, tutte le opere sorte una dopo l'altra, e sviluppatesi con eleganza, come un giardino
fiorito, intorno ai grandi stabilimenti che fanno prospera e celebre la Saffa.
Nell'animo del Papa è rimasto impresso questo fenomeno che Gli pone sulle labbra e nel cuore
specialissimi auguri; non è forse sotto i loro occhi che sta così delineandosi e realizzandosi quella
evoluzione, quella trasformazione della società moderna che tutti andiamo auspicando? Il Santo
Padre invoca le benedizioni del Signore su questi imprenditori bravi ed intelligenti, che hanno dato
lavoro al popolo, hanno dato mezzo di progresso all'Italia, hanno reso intelligente la fatica umana,
l'hanno alleviata nello sforzo fisico sostituendovi quello più umano dell'intelligenza e della guida
della macchina. A questo hanno aggiunto anche la comprensione di altri bisogni; si sono resi conto
cioè che occorreva tutto un altro complesso di provvidenze che essi hanno avuto l'intelligenza e il
cuore umano e cristiano di offrire ai loro dipendenti e di ciò il Papa, pubblicamente, li ringrazia e li
addita ad esempio. Il loro complesso industriale va evolvendosi; si formano nuovi rapporti ai quali
il Papa guarda con vero interesse.
E quello che più tocca la Sua sensibilità, il Suo dovere di osservazione, è che tutto questo mondo
del lavoro che per sé potrebbe prescindere - e il Santo Padre dice questo a fatica - dal fatto religioso,
invece si orna, si completa di una presenza religiosa e non solo esterna ma interna. Anche questa
città del lavoro oltre agli impianti sportivi, agli ambulatori ecc., ha così il suo centro di preghiera
affinché l'anima del lavoratore affaticata, bisognosa di pace, di gioia, di speranza, possa essere
appagata. Ed i lavoratori sono rimasti non solo valenti ed esperti, e degni di essere al livello delle
migliori manifestazioni della operosità umana, ma anche cristiani, capaci di ereditare tutto il grande
fiume della nostra tradizione spirituale, bellissima nelle loro campagne dove sono ancora aurei i
costumi delle loro famiglie e stupendi i loro riti, le loro feste, e dove è ricco il patrimonio spirituale
che la educazione cattolica delle nostre popolazioni rurali ancora conserva. Essi hanno portato
questo tesoro nel loro complesso industriale, e la lampada della fede e della preghiera è stata accesa
nel campo della fatica e della lotta per la conquista dei beni economici e materiali.
Una cosa così bella e degna di essere citata ad esempio, mette sulle labbra del Papa l'augurio agli
imprenditori di continuare sulla buona strada, di avere la fierezza e la gioia di rendere felici i loro
operai, di avere la sensibilità del grande fenomeno che hanno dinanzi, e del bisogno, che la nuova
generazione ha, di cure e di assistenze, per affermarsi in una maniera nuova di vita. Il Santo Padre li
esorta dunque a progredire; forse c'è ancora qualche cosa da fare; non tolgano a questi loro fratelli
la speranza di ricevere i mezzi e i modi per vivere bene, in una società nuova e migliore. Ed ai
carissimi lavoratori, che pongono a contatto con la fatica la persona, il muscolo, l'opera manuale, il
Papa rivolge una esortazione a comprendere ciò che sta avvenendo, a rendersi conto che il mondo si
evolve di fronte a loro, e li invita ad una riflessione, a rendere più facile il progresso di questa
evoluzione che viene verso di loro, che offre loro case, istruzione, cultura, pace, dignità.
Se c'è qualche irragionevolezza nel loro contegno - fosse anche giustificata da certe necessità o da
certi inconvenienti - questa evoluzione si arresta. Si può pensare che l'Italia sarebbe molto più
avanti nel progresso e nella evoluzione delle classi lavoratrici se non ci fossero state delle idee
sovvertitrici che hanno turbato le concezioni, i cervelli e gli animi dei lavoratori; se questi cioè
fossero stati più intelligenti, più capaci di capire le cose, di darsi ragione che occorre della misura,
del tempo, che occorre trattar serenamente, che l'ira e la collera non servono a nulla; che gli
argomenti che debbono far valere sono la forza della loro unione, la fondatezza dei loro diritti,
l'umanità delle loro aspirazioni. Questa è l'intelligenza di cui la classe operaia - ormai matura - deve
dar prova. Continuino ad essere bravi, intelligenti; a comprendere come la nostra società deve
evolversi; ad allontanare ciò che turba e confonde le idee; cerchino nella ragionevolezza le vie
migliori per tutelare i loro interessi e per dare alle loro famiglie pace e ordine e, a questa bellissima
espressione della loro industria, il carattere - dice il Papa - di campione.
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Ed ora una seconda raccomandazione. Dopo aver detto: siate intelligenti, ora il Papa aggiunge: siate
cristiani, non crediate che il portare nell'anima, nel cuore, nella vita questa qualifica vi renda meno
atti al lavoro, meno idonei a difendere i vostri interessi, meno preparati anche a godere dei beni
nuovi che la civiltà può offrire alle classi lavoratrici. Questa qualifica cristiana vi renderà più
contenti, più onesti, più capaci di godere i beni della terra. La chiesa sia il simbolo di questa
affermazione, di fedeltà alle tradizioni e di speranza per gli anni futuri; cerchino di guardare questa
chiesa non soltanto dal di fuori, ma di frequentarla; di vivervi, di farla palpitare delle loro preghiere;
che sia veramente l'espressione delle loro speranze e dei loro animi; dicano, con tutta la voce della
quale sono capaci: Padre nostro che sei nei cieli! Sia santificato il tuo nome... dacci oggi il nostro
pane quotidiano, perdonaci le nostre colpe, rendici fratelli, consola le nostre pene, benedici le nostre
famiglie, le nostre case; fa che siamo capaci di educare i nostri figli, di dare alla nuova generazione
i doni più belli e più grandi: i doni che vogliono essere adesso consacrati dalla benedizione del
Papa: i doni della pace, della concordia, del progresso e della benedizione di Dio.
DISCORSO AL PELLEGRINAGGIO DI LAVORATORI BRESCIANI
Sabato, 9 maggio 1964
Ci procurate una viva gioia, diletti figli, con la vostra presenza, e ve ne ringrazio di cuore. Il Nostro
compiacimento nasce da un duplice motivo: anzitutto perché, in gruppo tanto cospicuo, provenite
dalla Nostra diocesi di origine, la sempre diletta e ricordata Brescia cristiana, che prosegue con
onore e fedeltà sul cammino segnato dai padri, pur adattandosi con ritmo giovanile alle nuove
esigenze dei tempi moderni. L’appartenere a una terra, fortemente caratterizzata nei secoli dalla
fede, dalla carità operosa, dalla libera, franca e generosa adesione a Cristo e alla Chiesa, impone ai
suoi figli di oggi una responsabilità costante: è una lezione, che sale dal fondo di epoche trascorse,
ma sempre vive nella memoria e nell’ammirazione, per ricordare ai posteri come il primo titolo di
onore di una città è quello di appartenere coscientemente e appassionatamente alla cristiana civiltà,
di servire il Vangelo, di ispirarsi alla sua luce per vivificare le proprie istituzioni, i propri statuti, la
propria inconfondibile forma di vita: perché questo soprattutto può dare fondamento solido e
duraturo alle virtù civiche e umane, le quali, senza un marcato timbro cristiano, potrebbero rimanere
deboli e insufficienti, prive del loro contenuto più valido e vero.
Voi volete continuare su questo nobile solco, che ha segnato nei secoli la storia di Brescia, nella sua
sana dirittura e fermezza municipale, come nella sua aperta testimonianza cristiana. Sappiate essere
gli eredi fedeli di quel patrimonio, ora affidato al vostro impegno di cittadini e di credenti; sappiate
essere gli interpreti sensibili e pronti delle esigenze dei tempi nuovi, da inquadrare saldamente nel
contesto storico e religioso del passato, come antenne alzate sull’orizzonte, che captano le voci
misteriose dell’etere e le trasmettono intatte e potenti.
Il secondo motivo, che Ci rende cara la vostra presenza, nasce dal fatto che voi appartenete ad un
Ente, che offre la sua esperienza e competenza a uno dei più delicati ed essenziali servizi della
comunità sociale: quell’ENEL, come ora si chiama, che provvede l’energia elettrica - luce, forza
motrice e propulsiva in tutte le sue molteplici e mirabili applicazioni - a tutto il corpo sociale, come
una innervazione vitale ramificata in ogni direzione. Ci commuove il pensare che anche i più
sperduti casolari delle nostre valli montane, le loro povere e linde chiesette, le scuole ricevono per il
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tramite vostro la scintilla luminosa, che rischiara e riconforta. E pensiamo altresì ai grandi
complessi industriali, alle fabbriche sonanti del baldo lavoro umano, alle molteplici esigenze della
città, anch’esse servite dalla vostra continua presenza e vigilanza.
Di qui potete comprendere sempre meglio, diletti figli, il significato di mutua edificazione e di
aiuto, che ha il lavoro, come una comunione di volontà e di amore, che serve i fratelli, nella visione
più ampia del servizio dovuto a Dio, e da Lui ordinato per il bene di tutti. Nessuno è inutile in
questo corpo sì ben organizzato, nessuno deve esimersi dalla sua responsabilità, che, unita a quella
degli altri, offre un insostituibile apporto al comune progresso.
Tutti hanno qualcosa da dare, e qualcosa da ricevere, e tutti sono chiamati a donarsi, avvalorando le
proprie risorse e i propri talenti, e spendendoli bene. E per non perdere di vista il fine supremo, a cui
Dio ci chiama, ecco il pensiero costante del Cielo, che deve sorreggere e nobilitare ogni umana
attività, e ispirare a propositi nobili e santi: è quello il destino umano, segnato dalla volontà di Dio,
secondo la ovvia, ma profonda affermazione del Nostro Predecessore S. Gregorio Magno, che
amiamo lasciarvi a ricordo di questo lietissimo incontro: «L’uomo è stato creato per contemplare il
suo Creatore, cercare sempre la sua bellezza e abitare nella solidità del suo amore» (Mor. VIII, XII).
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In questa solidità Noi vi auguriamo di stabilire sempre più fermamente le vostre vite, affinché esse
siano orientate con decisione e sicurezza verso il bene, nella pienezza di letizia e di entusiasmo che
solo dà la vocazione cristiana, quando è integralmente vissuta. I Nostri voti paterni sono confermati
dalla Benedizione Apostolica, che impartiamo ai vostri Dirigenti, a voi tutti, ai colleghi lontani, in
particolar modo alle vostre dilette famiglie, presenti al Nostro ricordo e alla Nostra preghiera.
DISCORSO AI DIRIGENTI, FUNZIONARI E MAESTRANZE DELL’E.N.I.
Venerdì, 29 maggio 1964
Signor Presidente!
Diletti figli, dirigenti, impiegati e operai
dell’Ente Nazionale Idrocarburi!
Salutiamo il vostro distinto gruppo con paterno affetto. L’odierno incontro, che avete desiderato
sullo spirare di questo mese mariano con espressioni di devota pietà, che tanto Ci hanno rallegrato,
riveste per il Papa che vi parla un carattere festoso, intimo, familiare. Infatti, come sempre avviene
per le memorie vive ed eloquenti, che Ci legano alla Nostra Milano dilettissima, non possiamo non
ricordare con animo commosso gli incontri, che avemmo allora più volte con la grande famiglia di
quella Metanopoli, di cui l’E.N.I. ha fatto suo modernissimo centro. Come Pastore della diocesi
ambrosiana, abbiamo visto crescere e affermarsi quel centro di studio e di lavoro, sorto con le sue
possenti strutture, che hanno modificato radicalmente quell’angolo quieto e pittoresco della
campagna lombarda, dandovi l’impronta propria dei tempi nuovi.
Conosciamo dunque per qualche diretta esperienza il valore di quel complesso, e siamo lieti di
esprimervi il Nostro compiacimento, per le affermazioni di carattere scientifico, industriale, sociale
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ed economico, per cui esso si impone alla considerazione e al rispetto della Nazione e dell’Estero.
Ma soprattutto non Ci sfuggono gli importanti problemi di indole religiosa, pastorale, assistenziale
che l’organizzazione di un grande centro industriale, come il vostro, ha portato con sé: problemi
che, con lodevole tempestività, mediante la vostra generosa collaborazione, sono già stati in parte
risolti per quanto riguarda le necessarie strutture edilizie: e Noi fummo lieti di intervenire in
particolari momenti, per invocare le benedizioni del Cielo sulle opere felicemente realizzate, per
riconoscere il merito delle vostre efficaci prestazioni e per attestare la sollecita presenza della
Chiesa nel mondo del lavoro umano. Altri problemi attendono ancora la loro soluzione, imposta dal
crescente sviluppo industriale della zona: sappiamo che dovrà sorgere una nuova chiesa, a ricordo
del compianto Enrico Mattei; e sarà anche doveroso pensare agli adolescenti e ai giovani, affinché,
in apposite scuole e oratori, possano prepararsi, nello studio e nella cristiana educazione, alle
responsabilità del domani. Siano benedetti tutti gli sforzi, le provvidenze, le iniziative, che voi
vorrete prendere a cuore per la soluzione di queste esigenze, che, pur essendo di natura spirituale e
formativa, sono strettamente collegate con il programma delle opere sociali della grande famiglia
del vostro Ente.
Codesta visione larga ed organica di tutti i bisogni, anche religiosi e morali, della popolazione d’un
centro industriale moderno non può non avere una benefica ripercussione sul buon ordine e sul retto
andamento anche delle attività di indole puramente tecnica: perché - ed è questo l’insegnamento
costante della dottrina sociale della Chiesa - non bisogna mai dimenticare che il soggetto della vita
economica è la persona umana, creata da Dio e redenta dal Cristo, con i suoi problemi spirituali e
con le sue quotidiane responsabilità della famiglia e dell’educazione dei figli. Quando si viene
provvidamente incontro a questi fondamentali postulati della persona umana, oh allora si è posto un
fondamento sicuro anche per la solidità ed efficacia del suo apporto alla vita civile, mediante la sua
serena, positiva, volonterosa applicazione al dovere, che le viene affidato. Così il progresso tecnico
procede di pari passo con lo sviluppo religioso e morale, collegandosi armoniosamente coi valori
eterni dell’uomo, nella globalità della sua vocazione.
Vengono a Noi spontanei questi pensieri per averli altra volta raccolti nelle rare, ma dense
conversazioni che avemmo con due alte personalità, oggi defunte, a cui sentiamo il dovere di dare il
tributo della Nostra riverente memoria, e a cui l’E.N.I. deve tanto della sua origine e della sua
prosperità: vogliamo dire l’on. Prof. Ezio Vanoni e l’Ing. Enrico Mattei. L’uno e l’altro in momenti
diversi, ma quasi collegati da una medesima meditazione di fondo, ambivano confidarci come fosse
loro ispiratore proposito quello di dare grande impulso allo sviluppo industriale del Paese,
perseguendo in prima linea l’interesse pubblico, e considerando nello schema produttivo il fattore
umano non alla sola stregua dell’efficienza fisica ed economica, ma a quella altresì d’un soggetto
vivo e responsabile, degno di valutazioni sue proprie, che lo fanno assurgere al livello dell’umana
eguaglianza e poi a quello della graduale corresponsabilità e della cristiana fratellanza.
L’odierna temperie del progresso della scienza e dell’industria, lo sforzo per raggiungere una
efficienza crescente e la soddisfazione, stimolatrice di nuove conquiste, per i risultati conseguiti,
possono mettere in pericolo questa visione totale dell’uomo, alla luce cristiana; e cioè l’eccessivo e
predominante tecnicismo potrebbe soffocare ogni altra esigenza, fino a dimenticare la grande
dimensione spirituale, l’unica che dia valore all’uomo di oggi e di sempre, la sola che lo salvi dalle
insidie dell’autosufficienza egoistica come dalle ansie della solitudine e dell’incomunicabilità, come
è invalso dire. Solo la visione cristiana della vita e del lavoro, delle responsabilità esaltanti
dell’uomo come delle sue immancabili delusioni, può dare stabilità ferma all’umano progresso,
ancorandolo alle radici dell’eterno.
Siamo certi che condividete con Noi queste verità, e vi auguriamo che esse diano sempre luce di
orientamento al vostro vivere quotidiano. E per confermarvi nelle vostre ottime disposizioni,
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invochiamo su di voi e sul vostro lavoro i continui favori del Signore, di cui vuol essere pegno e
riflesso l’Apostolica Nostra Benedizione. Scenda essa sui vostri cari lontani, sui vostri colleghi, sui
luoghi della quotidiana attività, e avvalori l’operosità e gli sviluppi dell’Ente Nazionale Idrocarburi
nei suoi quadri dirigenti, come nel compatto organismo delle sue laboriose maestranze.
DISCORSO AL XI CONGRESSO NAZIONALE
DELL'UNIONE CRISTIANA
IMPRENDITORI DIRIGENTI (U.C.I.D)
Lunedì, 8 giugno 1964
Cari ed Illustri Signori!
Reduci dal vostro XI Congresso Nazionale, che l’unione Cristiana degli Imprenditori e dei Dirigenti
ha tenuto a Napoli, voi venite a recarci la espressione dei sentimenti di devozione e di fedeltà, che
ispirano e sostengono l’Unione stessa; venite a presentarci i risultati della vostra attività e a
rinnovare davanti a Noi i propositi che la devono guidare e sorreggere; e venite a chiedere al Nostro
apostolico ministero una parola di luce e di conforto.
Diciamo subito che Noi siamo sensibili alla vostra deferenza e alla vostra fiducia. Vi consideriamo
con vero rispetto per quello che siete: operatori economici, come oggi si dice; imprenditori,
dirigenti, produttori di ricchezza, organizzatori di imprese moderne, industriali, agricole,
commerciali, amministrative che siano; generatori perciò di lavoro, di impieghi, di addestramenti
professionali, atti a dare occupazione e pane ad una enorme folla di lavoratori e di collaboratori;
trasformatori per ciò stesso della società mediante il dispiegamento delle forze operative, che la
scienza, la tecnica, la strutturazione industriale e burocratica mettono a disposizione dell’uomo
moderno. Con i maestri ed i medici voi siete tra i principali trasformatori della società, quelli che
maggiormente influiscono sulle condizioni della vita umana e che le aprono nuovi ed impensati
sviluppi. Qualunque sia il giudizio che si voglia dare di voi, si dovrà riconoscere la vostra bravura,
la vostra potenza, la vostra indispensabilità. La vostra funzione è necessaria per una società, che trae
dal dominio della natura la sua vitalità, la sua grandezza, la sua ambizione. Avete molti meriti e
molte responsabilità.
Voi siete i rappresentanti tipici della vita moderna, che si qualifica come tutta condizionata e
plasmata dal fenomeno industriale; vogliamo anche rilevare in voi un magnifico sviluppo delle
facoltà umane, le quali, impiegate dai canoni caratteristici della vostra scuola, hanno dato saggio di
immense e superbe capacità, e hanno ancor più svelato il riflesso divino sul volto dell’uomo, e
ancor più scoperto le tracce d’un Pensiero trascendente e dominante nel cosmo aperto dagli studiosi
a nuove esplorazioni, e da voi a nuove conquiste. La posizione, che voi avete così occupato nel
quadro della vita contemporanea, è eminente, è strategica, è rappresentativa; e Noi, come chiunque
guardi con occhio obbiettivo la realtà storica e sociale che ci circonda, diamo atto sinceramente
della vostra importanza, e, per quanto essa ha di buono, sotto moltissimi aspetti, le tributiamo la
Nostra riconoscenza, il Nostro plauso e il Nostro incoraggiamento. È questa Nostra testimonianza
un segno dell’atteggiamento della Chiesa verso il mondo moderno: un atteggiamento di attenzione,
di comprensione, di ammirazione, di amicizia.
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Se poi Noi pensiamo che voi unite alla vostra qualifica di Imprenditori e di Dirigenti quella di
cristiani: e non solo di fatto, ma di professione sincera, semplice e virile, ma vigilante ed operante,
la Nostra ammirazione diventa affettuosa, e subito nasce in Noi il bisogno di una conversazione, di
cui voi già conoscete i termini, e sentite ad un tempo il disagio e il beneficio. Introdurre il termine
cristiano nella formula che vi definisce non è senza fatica; tutto il sistema ideologico che vi sostiene
entra in sofferenza: ecco che critica, denuncia, dovere si insinuano come elementi nuovi nella
formula stessa, la quale tarda a rassegnarsi d’essere così disturbata, quasi inquinata nella sua
semplice e limpida espressione originaria, quasi invasa da un reagente estraneo al sistema stesso:
che cosa hanno a che fare la religione, il Vangelo, la Chiesa nel nostro campo?, non sono elemento
eterogenei?, non vengono a mescolare il sacro col profano?, non rappresentano una contaminazione
del rigore scientifico e specifico, che governa e chiude in se stesso il ciclo della nostra attività?
Voi avete compreso che queste obbiezioni non hanno ragione d’essere quando si consideri codesta
attività come facente parte di un’attività più larga, l’attività propria dell’uomo, l’attività morale, e
quando si tengano presenti le finalità a cui il vostro gigantesco lavoro vuole arrivare, cioè alla vita
dell’uomo, nella sua complessità e totalità, nella sua dignità e nel suo superiore e immortale destino.
Anzi, avete compreso che quelle obbiezioni sbarrano il passo all’ingresso nel vostro settore di
alcuni fattori spirituali, la cui mancanza è, in gran parte, la causa delle deficienze, dei disordini, dei
pericoli, dei drammi, che pur esistono, e come!, nel regno prodotto dalla civiltà industriale.
L’elemento cristiano, ancor prima di suscitare inquietudine, entrando nel vostro campo, la trova, e
quale! Chi oserebbe sostenere che il fenomeno sociologico, derivato dall’organizzazione moderna
del lavoro sia un fenomeno di perfezione, di equilibrio e di tranquillità? Non è vero proprio il
contrario? La nostra storia non lo prova in modo evidente?, e non siete voi stessi a sperimentare
questo strano risultato delle vostre fatiche, l’avversione, vogliamo dire, che sorge contro di voi
proprio da parte di quelli stessi a cui voi avete offerto le vostre nuove forme di lavoro?, le vostre
aziende, meravigliosi frutti dei vostri sforzi, non vi sono forse causa di dispiacere e contrasti? Le
strutture meccaniche e burocratiche funzionano perfettamente, le strutture umane ancora no.
L’azienda, ch’è per sua esigenza costituzionale, una collaborazione, un accordo, un’armonia, non è
ancor oggi un urto di animi e di interessi?, e talvolta non viene considerata quasi un capo di accusa
per chi l’ha costituita, la dirige e la amministra? Non si dice di voi che siete i capitalisti e i soli
colpevoli? Non siete spesso il bersaglio della dialettica sociale? Vi deve pur essere qualche cosa di
profondamente sbagliato, di radicalmente insufficiente nel sistema stesso, se dà origine a simili
reazioni sociali.
È vero che chi oggi parla, come tanti fanno, di capitalismo con i concetti che lo hanno definito nel
secolo scorso dà prova di essere in ritardo con la realtà delle cose; ma sta il fatto che il sistema
economico-sociale, generato dal liberalismo manchesteriano e tuttora perdurante nella concezione
della unilateralità del possesso dei mezzi di produzione, e dell’economia rivolta al prevalente
profitto privato, non è la perfezione, non è la pace, non è la giustizia, se ancora divide gli uomini in
classi irriducibilmente contrastanti, e caratterizza la società dai dissidi profondi e laceranti che la
tormentano, appena contenuti dalla legalità e dalla tregua momentanea di qualche accordo nella
lotta sistematica ed implacabile, che dovrebbe portarla alla sopraffazione d’una classe sull’altra.
Voi avete compreso ciò che le Encicliche pontificie in tema sociale continuamente affermano,
essere cioè necessario il coefficiente religioso per dare soluzione migliore ai rapporti umani
derivanti dall’organizzazione industriale; e ciò non già per impiegare tale coefficiente religioso
come un semplice correttivo paternalistico e utilitario per temperare l’esplosione passionale e
facilmente sovversiva della classe lavoratrice rispetto a quella imprenditoriale, ma per scoprire alla
sua luce la deficienza fondamentale del sistema che pretende di considerare come puramente
economici e automaticamente regolabili i rapporti umani nascenti dal fenomeno industriale, e per
suggerire quali altri rapporti devono integrarli, anzi rigenerarli secondo la visione emanante dalla
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luce cristiana: prima l’uomo, poi il resto. È bello notare come la religione nostra, la quale proclama
il primato di Dio su tutte le cose, mette per ciò stesso in essere, nel campo delle realtà temporali, il
primato dell’uomo. Ed è bello osservare come sia, questo primato, garantito dal riconoscimento
della sovranità, anzi della paternità di Dio sugli uomini, il motivo che stimola e giustifica quel
dinamismo sociale, quel progresso civile a cui il fenomeno industriale, cosciente o no, imprime il
suo moto ineluttabile, e che costituisce, in fondo, la sua più nobile aspirazione e il suo più
indiscutibile vanto.
E così voi avete compreso molte cose, fastidiose e redentrici. Avete compreso che bisogna uscire
dallo stadio primitivo dell’era industriale, quando l’economia del profitto unilaterale, cioè egoistico,
reggeva il sistema, e quando si attendeva che l’armonia sociale risultasse soltanto dal determinismo
delle condizioni economiche in gioco. Avete compreso che tanti malanni conseguenti alla ricerca
del benessere umano, fondato esclusivamente e prevalentemente sui beni economici e sulla felicità
temporale, nascono proprio da questa impostazione materialista della vita, imputabile non solo a
coloro che del vecchio materialismo dialettico fanno il dogma fondamentale d’una triste sociologia,
ma a quanti altresì mettono il vitello d’oro al posto spettante al Dio del cielo e .della terra. Avete
compreso che per voi l’accettazione del messaggio cristiano costituisce un sacrificio: mentre per le
categorie umane non abbienti esso è un messaggio di beatitudine e di speranza, per voi è un
messaggio di responsabilità, di rinuncia e di timore; ma perché cristiano quel messaggio, voi
coraggiosamente lo accogliete, con la fiducia, con l’antiveggenza che la sua. laboriosa applicazione
esige, sì, il superamento dell’egoismo, proprio dell’economia resa norma a se stessa, ma ristabilisce
la scala dei valori, fa dell’economia un indispensabile servizio, perfino un esercizio d’amore, e
conferisce all’operatore economico la dignità propria del benefattore sociale e l’intima,
soddisfazione d’aver dedicato le sue prodigiose energie a qualche cosa che vale e che resta,
l’umanità; anzi a qualche cosa che trascende il tempo e costituisce credito per l’eternità: «Avevo
fame . . . avevo sete . . . ero ignudo . . . . e voi mi avete sfamato, dissetato, vestito...» (cfr. Matth. 25,
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Avete compreso. Ecco perché Ci è cara la vostra Unione e perché Ci sentiamo onorati della visita
che essa Ci fa. Comprendiamo benissimo le difficoltà interiori ed esteriori che si oppongono
all’apertura delle vostre e delle altrui volontà per l’elaborazione d’una nuova sociologia fondata
sulla concezione cristiana della vita, e al rifacimento effettivo delle strutture economiche secondo
tale concezione.
Ma tanto di più lodiamo i vostri propositi e incoraggiamo i vostri sforzi. La gradualità, purché
progressiva, è sapiente. E non andremo lontano per indicarne la via. Essa è già aperta davanti a voi
dalle linee di sviluppo della società moderna. Essa va verso quel bene comune, di cui ha parlato a
Pescara la recente Settimana Sociale dei Cattolici Italiani; ed esige perciò il superamento del
particolarismo di interessi e di mentalità che ora oppone il capitale al lavoro, l’utile proprio al
pubblico bene, la concezione classista alla concezione organica della società, l’economia privata a
quella pubblica, l’iniziativa particolare a quella razionalmente pianificata, l’autarchia nazionale al
mercato internazionale, il vantaggio proprio in una parola al vantaggio dell’umana fraternità.
Bisogna avere le visioni nuove, larghe e universali del mondo, alle quali il corso stesso della storia
ci invita, ed alle quali il cristianesimo non da oggi soltanto ci stimola.
Voi, operatori economici, siete stati piloti nella formazione della moderna società industriale,
tecnica e commerciale.
Voi, operatori economici cristiani, potete ancora, con arte diversa, con virtù nuova, essere piloti
nella formazione d’una società più giusta, più pacifica, più fraterna. Siete gli uomini dalle idee
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dinamiche, dalle iniziative geniali, dai rischi salutari, dai sacrifici benefici, dalle previsioni
coraggiose; e con la forza dell’amore cristiano voi potete grandi cose.
E Noi, che siamo, per dovere della Nostra missione, i difensori degli umili, gli avvocati dei poveri, i
profeti della giustizia, gli araldi della pace, i promotori della carità, a ciò vi esortiamo e per ciò vi
benediciamo.
DISCORSO AI PARTECIPANTI ALLA 1ª SETTIMANA DI STUDIO
SULLA «PRESENZA E FUNZIONE DEL SACERDOTE
NELLE COMUNITÀ DI LAVORO»
Venerdì, 26 giugno 1964
Venerabile Fratello
e diletti figli.
Nel salutare codesta splendida schiera sacerdotale dei partecipanti alla 1ª Settimana di studio sulla
pastorale del mondo del lavoro, promossa dall’ONARMO, sotto l’alto patronato della Conferenza
Episcopale Italiana, il Nostro cuore vibra di paterna e commossa soddisfazione. Come non vedere in
voi, dilettissimi Cappellani del lavoro, i sacerdoti delle prime file, e con voi, tutti i Sacerdoti che in
varie forme sono impegnati nell’assistenza al mondo del lavoro, gli apostoli di tempi nuovi, dedicati
ad un fervido sforzo missionario, che per voi tutti è instantia cotidiana (cfr. 2 Cor. 11, 28), ansia
generosa e talora drammatica, ricerca assillante di contatti amichevoli e vivificanti per portare
l’annunzio di Cristo nel mondo dell’umana fatica? Come non vedere in voi, e in tanti vostri
confratelli, e incoraggiare con l’autorità del Nostro apostolico mandato una vocazione eletta per il
Sacerdozio cattolico, un ministero provvido ed ardito, una sollecitudine che cerca continuamente di
adeguarsi alle sue gravi responsabilità, per poter fraternamente e autorevolmente dare la risposta
cristiana agli interrogativi e alle esigenze del lavoratore? Il tema che avete trattato nei giorni scorsi è
prova evidente di questa vostra ansia apostolica: e siamo grati alla Conferenza Episcopale Italiana,
che vediamo qui rappresentata da suoi venerati e diletti membri; siamo grati alla Presidenza
dell’ONARMO e alle altre organizzazioni cristiane dei lavoratori per la zelante e dinamica
sensibilità dimostrata con l’indire questa prima Settimana di studio.
Di fatto, parlare della «presenza e funzione del sacerdote nelle Comunità di lavoro», qual è il tema
proposto alla vostra attenzione, dice l’esigenza di un provvido apostolato, richiede il programma
d’un’opera intelligente e generosa, prepara la definizione d’un ministero specializzato a beneficio
dei lavoratori in quanto tali. Ce ne rallegriamo sinceramente. E Ci dà viva soddisfazione
l’apprendere che l’iniziativa vuol essere la prima di una particolare serie di studi e di incontri per
l’approfondimento e l’estensione della vostra azione pastorale, per l’esame e la verifica della sua
metodologia, per la preparazione di più adeguate tattiche di apostolato. Tutto ciò significa un
particolare fervore di vita e di attività, che Ci procura vivo conforto e di cui vi ringraziamo di cuore.
Non è necessario sottolineare a voi l’importanza, la necessità e l’urgenza della missione pastorale
del Sacerdote. Essa vuole portare Cristo nel mondo del lavoro, com’è dovere della Chiesa in tutti i
campi della umana società. Essa vuole stampare in esso, secondo l’espressione del Nostro
Predecessore S. Pio X, «quell’impronta cristiana» (Lett. all’Unione economico-sociale per i Catt.
italiani, 20 gennaio 1907; cfr. La Civiltà Cattolica 1907, 1, 740), che successivamente Pio XII
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sottolineava con vigorosa ed esaltante consegna: «Un compito importante v’incombe - egli diceva quello di dare a questo mondo dell’industria una forma e una struttura cristiane... Cristo, per il quale
tutto è stato creato, maestro del mondo, resta anche il maestro del mondo attuale, perché anch’esso
è egualmente chiamato a essere un mondo cristiano. È vostro dovere di conferirgli l’impronta di
Cristo» (Radiomessaggio al 77° Katholikentag di Colonia, 2-1X-1956; Discorsi e Radiom. 18, p.
397).
Conferire l’impronta di Cristo! Quale orizzonte vastissimo si apre all’anima del sacerdote, pensoso
delle sue responsabilità e della sua vocazione. Ciò porterà a scoprire le orme di Dio nelle realtà
materiali, come pure nelle conquiste tecniche e organizzative del mondo del lavoro, e a vincere
l’inerzia e l’opacità della materia, che sembra talora impadronirsi dell’anima immortale dell’uomo,
e signoreggiarla e asservirla come in una morsa ferrea; ciò vorrà dire comunicare al lavoratore la
coscienza altissima della sua dignità di persona umana, amata da Dio, redenta in Cristo, e
trasformata in novella creatura, che è chiamata al destino di costruire la città terrena nella giustizia,
nella pace e nella libertà, affinandosi nel lavoro e nel sacrificio, in attesa della città celeste; vorrà
dire soprannaturalizzare nel lavoratore cristiano tutti i motivi della sua quotidiana fatica,
abituandolo a considerare la sua vita non dal solo aspetto materiale e terreno, ma anche e soprattutto
da quello spirituale e divino, per poter attendere alla propria santificazione, e alla elevazione del
mondo circostante, attraverso gli strumenti del proprio lavoro; vorrà dire ancora impegnare i singoli
ad una convinta, lieta, coerente testimonianza di fedeltà al Vangelo di Cristo, per dilatare le schiere
di quanti non sono insensibili ai valori cristiani: una testimonianza fatta di esempio, di generosità, di
carità reciproca e fraterna, allo scopo di unire gli animi nella mutua comprensione, superando gli
ostacoli dell’egoismo e della divisione, che isolano anche le forze migliori; ciò vorrà dire infine
stimolare e promuovere le iniziative che i nostri Laici, con alta sensibilità religiosa e con metodi
conformi alle esigenze sociali moderne, cercano di realizzare per una concreta affermazione dei
principii cristiani.
Questa molteplice azione pastorale esigerà inoltre un’attenta e illuminata opera di formazione,
esercitata attraverso la stampa specializzata, incontri e contatti periodici, enti e organizzazioni
apostoliche e sociali, allo scopo di preparare i vostri uomini, secondo le capacità di ciascuno, a una
mentalità, a un giudizio, a una Weltanschauung, per usare una corrente espressione, ad una presenza
e ad una azione, che si ispirino ai valori esaltanti e sicuri del cristianesimo, affinché tutto sia
collocato nella giusta luce: dalla coerente impostazione della propria vita, alla sicura conoscenza del
criterio morale, fino al giudizio sui fattori più importanti del tempo moderno, con le sue ideologie,
con le varie forme di divertimento e di spettacolo, con la mentalità corrente.
Conferire l’impronta di Cristo! Il vostro zelo, la vostra esperienza, i vostri studi vi sapranno
suggerire i diversi campi, nei quali intervenire, i metodi da seguire, gli aggiornamenti a cui ispirarsi
per lo svolgimento di un programma così vasto e impegnativo. Ma il compito è troppo importante e
urgente per essere sottovalutato, per non richiedere l’assoluta dipendenza dalla grazia divina,
l’accurata preparazione, e poi l’impiego di tutte le forze in una instancabile azione pastorale, che
non rifugga da alcun tentativo pur di annunziare Cristo, e di conquistare a Lui anime ardenti e
generose, che forse attendono una voce che le chiami, come gli operai della parabola evangelica
(cfr. Matth. 20, 1 ss.).
Venerabile Fratello e diletti figli.
Ancora una consegna abbiamo da lasciarvi, che Ci sta particolarmente a cuore per la piena riuscita
del vostro ministero nella comunità di lavoro. E ve la lasciamo con le parole del Nostro
Predecessore Pio XI, che, alla Federazione Nazionale Cattolica Francese diceva: «È l’unione che fa
la forza ed è la disciplina che fa l’unione... Non tralasciamo mai l’occasione di dire che nel campo
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delle formalità naturali e soprannaturali, nel quale voi lavorate, non si farà mai nulla senza l’unione.
Soprattutto, ad ogni costo, siate uniti, perché è la condizione della forza e del successo. Quella che
voi ascoltate non è soltanto parola di un uomo, sia pure del Papa, ma quella di Dio. È una divina
parola del Cuore di Gesù: negli ultimi suoi ammonimenti e sublimi insegnamenti Egli disse: “Siate
uniti”» (12 giugno 1929).
Con la stessa fermezza vi ripetiamo queste parole, certi come siamo che, soprattutto nelle presenti
condizioni di vita e di lavoro, solo l’unione, la convergenza dei metodi e degli obiettivi da
raggiungere, la concorde strumentazione di un comune piano di attività non solo possono assicurare
al vostro lavoro maggiore efficacia e più rapida effettuazione, ma sono addirittura condizioni
essenziali per la sua riuscita, e corrispondono, come sapete, al Nostra desiderio.
Lasciate che queste Nostre brevi e semplici parole, dopo aver preso calore di esortazione, prendano
ora valore di speranza: abbiamo fiducia nell’opera vostra e di altri buoni sacerdoti amici del mondo
del lavoro; abbiamo fiducia nel cuore del lavoratore, che deve certamente intuire l’importanza e la
fortuna d’un dialogo con la Chiesa, che con immensa stima e incomparabile amore gli apre davanti i
tesori del suo Vangelo.
Noi vi siamo accanto con il Nostro appoggio, vi seguiamo con la preghiera quotidiana, che vi
invoca l’assistenza costante del Divino Spirito, affinché ciascuno di voi, «chiamato ad essere
apostolo, prescelto per annunziare il Vangelo di Dio» (cfr. Rom. 1, 1), si allieti di frutti fecondi pur
nelle asperità del proprio ministero.
L’Apostolica Nostra Benedizione, che ora di gran cuore vi impartiamo, vuol essere conferma di
questi voti paterni, e pegno dei costanti incrementi del vostro sacerdotale lavoro.
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 9 settembre 1964
Diletti Figli e Figlie!
La vostra visita Ci trova, alla vigilia della ripresa del Concilio ecumenico, assorbiti dai pensieri e
dalle occupazioni, che il grande avvenimento reca con sé; e Noi non sapremmo oggi d’altro parlarvi
che di questo tema, che interessa al sommo il Nostro ministero, ma che deve interessare altresì gli
animi vostri e di quanti si sentono figli fedeli della Chiesa. Abbiamo già inviato al Cardinale
Decano, che sta a capo del Consiglio cardinalizio di Presidenza del Concilio, una Lettera con
un’esortazione da estendere a tutta la Chiesa per invitare tutti, Clero e fedeli, ad una preparazione
ascetica, ad una partecipazione spirituale al Concilio stesso; abbiamo raccomandato, com’è ovvio
per i grandi momenti della vita della Chiesa, di esprimere in qualche speciale atto di penitenza e di
preghiera l’invocazione e l’attesa dello Spirito Santo, che assiste e guida il cammino dei seguaci di
Cristo. Rinnoviamo a voi qui presenti, ottimi Figli e Figlie, la stessa raccomandazione: fate dono al
Concilio della vostra adesione spirituale, rettificando le intenzioni interiori che sono al timone della
vostra vita verso l’obbedienza a Dio e verso il suo amore, e facendo sorgere dalla profondità dei
cuori qualche viva preghiera per il felice esito della straordinaria assemblea della Gerarchia
ecclesiastica. Vi saremo gratissimi se avrete un ricordo nelle vostre orazioni anche per Noi, che
sentiamo l’enorme peso delle Nostre responsabilità, e abbiamo più di tutti bisogno dell’aiuto di Dio.
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L’ora del Concilio infatti è fra tutte, si può dire, l’ora di Dio. È l’ora nella quale la sua Provvidenza,
che governa il mondo in modo a noi incomprensibile e talora identificabile dopo che gli eventi
hanno lasciato intravedere un certo disegno superiore di sapienza e di bontà, deve in qualche modo
lasciarci scoprire le sue intenzioni prima e durante lo svolgersi dei fatti conciliari, affinché sia
sempre vera la sentenza, che precede le deliberazioni dell’assemblea ecumenica come lo fu nel
primo Concilio apostolico di Gerusalemme, di cui gli Atti degli Apostoli ci danno interessantissima
notizia: «Visum est enim Spiritui Sancto et nobis . . .» (Act. 15, 28). È parso infatti allo Spirito Santo
ed a noi . . . L’azione divina si innesta in quella degli Apostoli, e le loro decisioni coincidono col
pensiero di Dio, perchè sono suggerite e guidate dallo Spirito Santo.
Questo significa che un Concilio deve avere, da un lato, lo sguardo aperto e teso per scoprire i
«segni dei tempi», come disse Gesù (Matth. 16, 4), gli avvenimenti umani, cioè, i bisogni degli
uomini, i fenomeni della storia, il senso delle vicende della nostra vita, considerata al lume della
parola di Dio, e dei carismi della Chiesa; e dall’altro, lo sguardo del Concilio deve cercare e
scoprire «i segni di Dio», la sua volontà, la sua presenza operante nel mondo e nella Chiesa.
Difficile l’una e l’altra scoperta; ma la seconda, quella dei segni di Dio, più della prima.
L’indicazione del pensiero divino deve farsi, in un certo modo, conoscibile, sperimentale; e ciò è
grazia, che bisogna, se non meritare, essere almeno in grado di accogliere. Ciò vi dice come il
Concilio non è tanto un avvenimento esteriore e spettacolare, sebbene ciò abbia la sua ragion
d’essere e la sua benefica efficacia; quanto un fatto interiore e spirituale, preparato, atteso, sofferto e
goduto, dentro gli animi di quanti compongono il Concilio; esso diventa un fatto morale e spirituale
d’incomparabile tensione e pienezza, che deve essere confortato dalla certezza d’essere animato
dallo Spirito Santo. È l’ora di Dio che passa . . .
Voi comprendete perciò le Nostre apprensioni. Voi comprendete come, con l’invocazione della
divina assistenza, e specialmente con la preghiera allo Spirito Santo, animatore della Chiesa, e con
la supplica alla Madonna, Regina degli Apostoli e perciò dei Vescovi, voi potete. magnificamente
collaborare alla buona riuscita del Concilio. Confidiamo tanto, Figli e Figlie in Cristo, in cotesto
spirituale aiuto; e, con riconoscenza aggiunta alla benevolenza, di cuore tutti vi benediciamo. Ora
una parola anche a voi, diletti fanciulli di Azione Cattolica, che punteggiate questa Udienza come
fiori soavissimi di innocenza, di bontà e di grazia. Siete venuti da ogni parte d’Italia con un
particolare titolo di onore, che vi deve far andare giustamente fieri: avete vinto infatti le gare
diocesane per lo studio catechistico-liturgico, e per l’attività apostolica delle vostre Associazioni; e
vi accompagnano le vostre ottime Delegate parrocchiali, liete di vedere nei risultati da voi
conseguiti il meritato riconoscimento delle loro fatiche e sollecitudini.
Non è Nostra intenzione rivolgervi un discorso, perché la naturale vivacità dei vostri anni troverà
forse già troppo lunga la durata di questa Udienza. Desideriamo dirvi soltanto: bravi! Vincere un
concorso diocesano, ove si presentano altri fanciulli e fanciulle, certamente preparati, certamente in
gamba nei riflessi mnemonici, nella prontezza delle risposte, nella completezza dello studio, vincere
un simile concorso, diciamo, è segno che siete stati bravi per davvero. Ve lo diciamo dunque di
cuore.
E con le Nostre parole ve lo dice Gesù, di cui tanto umilmente compiamo le veci qui in terra: Gesù
che, come ai tempi della sua vita terrena, vi guarda con particolare predilezione, e, come allora,
vuole accarezzarvi, abbracciarvi, stringervi al cuore, dicendo ai grandi: «Lasciate che i fanciulli
vengano a me!» (Marc. 10, 14).
Per meglio conoscere Lui avete studiato così bene il catechismo; per vivere di Lui e in Lui siete
incominciati a entrare nel regno suggestivo e ricchissimo della Liturgia e della vita della Chiesa; per
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portare a Lui i vostri compagni di scuola e di giuochi vi aprite alle prime conquiste entusiasmanti
dell’apostolato.
Sia Gesù la vostra vita, il vostro cibo, la vostra luce, il vostro amico: oggi, negli anni preziosi e
fuggevoli dell’infanzia, domani negli impegni della adolescenza, e poi sempre, sempre, per tutta la
vita! È questo il Nostro augurio, la Nostra preghiera, la Nostra benedizione: nella quale vogliamo
comprendere gli Assistenti e le Dirigenti Centrali e Diocesani, qui presenti, le Delegate
Parrocchiali, il cui corso merita il più ampio incoraggiamento, i genitori lontani, e quanti nelle
parrocchie si dedicano con generosità e fervore alla completa formazione cristiana di codeste belle
speranze della Chiesa, germogli di giovinezza buona e pura, consolazione profonda del cuore del
Papa.
***********
All'odierna Udienza Generale partecipa il cospicuo gruppo dei Sacerdoti Assistenti Provinciali e
Diocesani delle ACLI, provenienti da Rocca di Papa, ove si svolge il loro XIII Convegno nazionale.
Vogliamo perciò rivolgerci particolarmente a loro, che si preparano nella preghiera e nello studio
allo svolgimento di un nuovo anno di attività e di iniziative, a favore degli interessi spirituali e
anche materiali dei diletti lavoratori cristiani d’Italia.
Sacerdoti carissimi!
La vostra presenza procura viva consolazione al Nostro cuore, e ve ne ringraziamo sentitamente. Se
è sempre grande la gioia che Ci procurano i numerosi gruppi di pellegrini, che continuamente si
succedono, attestando con l’eloquenza dei fatti il vivente fervore della loro fede, più toccante è
quella che Ci danno i Nostri sacerdoti. Il pensiero ritorna, in queste occasioni, agli incontri avuti
nella Nostra vita pastorale con le schiere valorose di un sacerdozio umile e preparato, generoso e
positivo: con le figure di pastori zelanti, che, talora in condizioni disagiate, spesso nell’isolamento e
nella solitudine dei loro posti avanzati di sentinelle di Dio, portavano l’impronta viva del testimone
di Cristo, del missionario, del custode vigile, che scruta i segni dell’alba nella notte incombente. I
sacerdoti, tutti i sacerdoti, Ci sono particolarmente cari, li portiamo nel cuore con le loro ansie
apostoliche, con le loro difficoltà, con le loro speranze: e Ci è cara questa occasione, che Ci
permette di affermarlo ancora una volta pubblicamente, affinché la Nostra voce giunga a tutti i
sacerdoti in cura d’anime, e sia loro di conforto e di sostegno.
Ma la caratteristica fisionomia della pastorale, alla quale dedicate le vostre migliori energie l’assistenza spirituale ai lavoratori - dà a voi uno speciale titolo alla Nostra benevolenza, diletti
Assistenti Provinciali e Diocesani delle ACLI. Non possiamo esimerci da una parola di sentito
compiacimento per la dedizione, con cui vi preparate con sempre più cosciente senso di
responsabilità, per la serietà, che dedicate all’approfondimento e all’aggiornamento dei problemi
inerenti al vostro ministero, per la ricerca di una completa qualificazione di fronte agli imperativi
indilazionabili dell’apostolato fra i lavoratori cristiani.
E vogliamo lasciarvi una parola di paterna esortazione, che vi accompagni nell’attività del nuovo
anno di lavoro, e sia come il ricordo del vostro Congresso, e di questa significativa Udienza.
— Siate sacerdoti, anzitutto, e sacerdoti santificatori. È questa la vostra missione precipua, il vostro
titolo d’onore, il motivo che giustifica la vostra presenza nel mondo del lavoro; questo desiderano
essenzialmente da voi i lavoratori, adusi alle fatiche e alle usure della loro vita. E il sacerdote che,
in qualunque forma, sotto qualunque pretesto, ponesse in secondo piano questo aspetto primordiale
della sua vocazione, per dar luogo alle doti esteriori, alle risorse di natura e di carattere, o ai mezzi
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puramente naturali di un lavoro da organizzatore, da burocrate, da tecnico anche brillante e
completo, quel sacerdote, diciamo, si esporrebbe forse all’insuccesso e al fallimento. Permetteteci il
ricordo di alcune parole, rivolte ai Nostri dilettissimi sacerdoti di Milano, ma che vogliamo qui
ricordare per meglio sottolineare il Nostro pensiero: «La conoscenza del nostro sacerdozio... ci
riporti a Cristo, con umiltà piangente, con carità commossa, con abbandono generoso alla sua
operante presenza.. . Questa ascetica sacerdotale, esteriore ed interiore, ci trova talvolta dimentichi:
ci si concede alle abitudini profane; talvolta impazienti, ci si domanda a che cosa servono tante
vecchie prescrizioni, e non ci si fa scrupolo di contravvenire a qualcuna di esse; ci si trova tal altra
convinti che fare il contrario di ciò che la lettera prescrive è un conquistare lo spirito: la lettera
sarebbe l’obbedienza, sarebbe la conformità di costume con i propri Confratelli, sarebbe la rinuncia
all’occhio che si scandalizza: mentre lo spirito sarebbe l’esperienza della vita profana, specialmente
sotto alcune forme seducenti: come, ad esempio, l’amore ai beni di questo mondo, al di là dei nostri
doveri, l’acquiescenza a tendenze culturali e sociali che la Chiesa proscrive. Il mondo, nel quale
dobbiamo vivere ed operare, esercita anche su di noi le sue seduzioni sottili: come avvicinarlo e
come rimanere indenni dal suo fascino contagioso è problema assai importante e complesso per la
vita del sacerdote» (G. B. Card. Montini, Discorsi al Clero, p. 128-129).
— Ancora: la vostra presenza al fianco dei lavoratori sia la testimonianza vivente, fatta persona che
con essi soffre, spera ed ama, che la Chiesa è con loro, e fa proprie e incoraggia le loro giuste
aspirazioni ad una condizione di vita e di lavoro, che sia consona alla dignità della persona umana,
creata a immagine e somiglianza di Dio, e redenta col Sangue Preziosissimo di Cristo. La Chiesa è
vicina ai lavoratori con cuore di madre, e moltiplica le attestazioni, solenni o quotidiane, di questo
suo interesse affettuoso e sollecito verso la loro condizione. Solo una mente accecata dalla
prevenzione più ostile potrebbe oggi negare tale realtà: tante sono le prove e i documenti di queste
materne premure, che si distribuiscono nei secoli come tante pietre miliari di un millenario
cammino, che ha il suo punto di partenza nella lieta novella dell’umana fraternità in Cristo Signore
e nel suo Mistico Corpo, per giungere fino alle splendenti affermazioni dei più recenti documenti
pontifici. Sì, la Chiesa mette in guardia i lavoratori dal seguire teorie e pratiche ingannevoli, che
essendo basate sulla negazione di Dio non possono che sfociare anche nella negazione dell’uomo,
nonostante i loro effimeri successi, ma essa non ha mai cessato, né cesserà mai di sostenere i diritti
dei più deboli, di proteggere gli oppressi e gli sfruttati, di predicare l’amore sincero, basato sul
reciproco rispetto dei mutui diritti e doveri.
Questo ricordi la vostra presenza tra i lavoratori, diletti figli. procurando di far giungere a tutti,
come primo obiettivo del vostro apostolato, i lineamenti precisi, accessibili, suasivi della dottrina
evangelica e del Magistero della Chiesa.
— Infine: la vostra parola e la vostra azione siano spese per inculcare la netta preminenza degli
interessi spirituali su ogni altro valore umano, anche il più sacrosanto. Come sacerdoti siete luce
della terra, sale del mondo (Matth. 5, 13-14): siete i ministri di Cristo e i dispensatori dei misteri di
Dio (1 Cor. 4, 1); siete i buoni amministratori della multiforme grazia del Signore (1 Petr. 4, 10). Il
vostro primo dovere è dunque quello di alimentare nei lavoratori cristiani il senso comunitario della
vita ecclesiale, la stima e la frequenza dei Sacramenti, la fame e la sete della parola di Dio: nella
certezza, prima vissuta e quindi luminosamente inculcata, che il primato di ogni ricerca e di ogni
interesse spetta per il vero cristiano al regno di Dio e alla sua giustizia, perché il resto verrà dato in
soprappiù (Matth. 6, 33).
Ciò non vuol dire che si debbano trascurare i valori materiali; tutt’altro, perché, secondo il Vangelo,
questa è la prima condizione per possederli; ma è un paterno richiamo a voi, sacerdoti carissimi,
perché siete i rappresentanti autorevoli della Chiesa, la quale - come abbiamo scritto nella recente
Enciclica - «con candida fiducia si affaccia sulle vie della storia, e dice agli uomini: io ho ciò che
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voi cercate, ciò di cui voi mancate. Non promette così la felicità terrena, ma offre qualche cosa - la
sua luce, la sua grazia - per poterla, come meglio possibile, conseguire; e poi parla agli uomini del
loro trascendente destino» (L’Osservatore Romano, 10-11 agosto 1964, p. 8) .
Ecco, diletti figli, quanto abbiamo desiderato dirvi in questo lietissimo incontro. E affinché il vostro
lavoro sia sempre fecondo di soprannaturale efficacia, avvalorata dalla grazia divina, Noi vi
accompagniamo col Nostro affetto e con la Nostra preghiera, ed effondiamo su di voi e sulle
benemerite Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani la confortatrice Benedizione Apostolica.
DISCORSO AI PARTECIPANTI AL IX CONGRESSO NAZIONALE
DEL MOVIMENTO GIOVANILE DELLE ACLI
Martedì, 5 gennaio 1965
Carissimi Giovani,
Prima di tutto: vediamo di conoscerci.
Che voi siate Giovani, i Nostri occhi lo vedono; e ne siamo molto contenti. A Noi piace la
Gioventù. Ditelo anche ai vostri amici e colleghi: il Papa vuol bene ai Giovani. Perché questa
preferenza? Sarebbe lungo spiegarne le ragioni; ma il fatto è che da un pezzo, fin da quando
nessuno pensava ai Giovani, nella casa del Papa essi erano oggetto di affezione, di fiducia, di
assistenza particolari. Fin dai suoi tempi Giovanni l’Evangelista, che da giovane era stato prediletto
da Cristo, scriveva, ormai vecchio: «Scrivo a voi, Giovani, perché siete forti, e la parola di Dio sta
in voi, e avete vinto il maligno» (1 Io. 2, 14). Dunque, perché Giovani, siate i benvenuti.
Siete Lavoratori? Chi vi ha condotti qua, Ce lo assicura. Non ci sarebbe nulla da osservare, se voi
foste Studenti o Professionisti, perché avremmo anche per loro tanto affetto e tante cose da dire.
Non Ci piacerebbe invece se voi foste oziosi, sfaccendati, o come oggi si dice, «vitelloni», o
«jeunesse dorée», o «teddy-boys», o «blousons noirs», o che so io: giovani gaudenti e teppisti.
Essere Lavoratore è già un titolo di serietà, è una qualifica rispettabile, anzi un merito ed un onore.
Essere Lavoratori vuol dire che prendete la vita sul serio, che sapete che cosa è il dovere, conoscete
il valore del tempo, del denaro, della fatica; e avete subito una certa idea del mondo in cui viviamo,
un mondo che fa del lavoro una legge di vita, un obbligo per tutti, un principio di sviluppo
personale e sociale, un dovere e un onore. Anche questo a Noi piace assai. Potremmo farvi un lungo
discorso sulla stima che la Chiesa ha sempre avuto del lavoro; del lavoro manuale anche, e come
sempre lo ha onorato, protetto, difeso e benedetto. Voi conoscete certo qualche cosa delle
Encicliche sociali dei Papi di questi ultimi tempi: ebbene, sapete allora quanta comprensione,
quanta simpatia, quanta protezione voi, Giovani Lavoratori, trovate qui. Anche questo dovete
ricordarlo, e dovete dirlo, quando capita l’occasione, ai vostri compagni: noi, gente del lavoro,
siamo ben voluti dal Papa e dalla Chiesa.
Continuiamo: voi siete Aclisti, o, in qualche modo, aderenti al movimento giovanile promosso dalle
A.C.L.I. Anche questo titolo vi rende a Noi molto cari, e Ci lascia pensare di voi molte cose belle,
che fanno a voi grande onore, a Noi grande piacere. Se siete Aclisti vuol dire, innanzi tutto, che vi
professate cristiani; e questa è la cosa più importante di tutte, perché vi assicura la fortuna
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maggiore, quella della fede conservata e professata, con tutte le scelte e tutte le conquiste che ne
derivano.
Bravi, bravi, bravi: voi date una soluzione felicissima ad una delle questioni più gravi del nostro
tempo, che tocca direttamente la vostra vita e il vostro destino, quella della relazione fra la religione
cristiana e la concezione del lavoro nella vita moderna. È molto saggio il tema del vostro convegno
a questo riguardo; Noi lo lodiamo e lo raccomandiamo alla vostra memoria: «Un forte movimento
di Giovani Lavoratori per una risposta cristiana alla Gioventù operaia». Proprio così: dovete cercare
d’essere bene convinti dell’importanza di cotesto binomio: Cristo e lavoro; e dovete anche
persuadervi che per collegare, nella vita pratica, questi due termini, Cristo e lavoro, voi, voi dovete
essere direttamente impegnati. Tocca a voi (con l’aiuto, si capisce, dei vostri Assistenti e dei vostri
Dirigenti), tocca a voi a portare, a riportare Cristo nel mondo del lavoro, e specialmente nelle nuove
leve di Lavoratori. Non si tratta di fare una propaganda fanatica, né di assumere atteggiamenti
bigotti, e nemmeno di rinchiudersi in cenacoli chiusi, o di straniarsi dalla partecipazione alla vita
operaia. Si tratta di non privare questa vita operaia della sua dignità spirituale, dei suoi diritti
religiosi e morali; si tratta di infondere nel lavoro il senso cristiano e umano, che lo nobilita, lo
fortifica, lo purifica, lo conforta, e lo pervade di buoni sentimenti di solidarietà e di amicizia, e lo
aiuta a difendere i propri interessi economici e professionali con spirito di giustizia e di
comprensione del bene comune. Se si accettano e si seguono gli insegnamenti sociali del
cristianesimo, c’è davvero da sperare in una società più equa, più fraterna, più sensibile ai bisogni e
alle aspirazioni del popolo, a cui voi appartenete. E a dare fondamento positivo a questa speranza,
tocca a voi, Giovani, tocca a voi, Giovani Lavoratori Cristiani!
Qui potremmo anche finire questo semplice discorso.
Ma vengono alla Nostra mente tre questioni, che a Noi pare di leggere, in questo momento, dentro i
vostri animi. Le accenniamo appena, lasciando a voi stessi ed ai vostri maestri darvi adeguata
risposta. La prima questione, Ci pare, suona così: che cosa posso fare io, che cosa possiamo fare noi
davanti a problemi così gravi e così vasti? Come può un Giovane Lavoratore influire sopra un
mondo immenso e complesso e potente in cui egli viene a trovarsi? È vero: la sproporzione fa
paura, ma non deve togliere né il senso del dovere, né il coraggio, né la speranza; specialmente se
siete uniti, se siete molti, se siete perseveranti. Fatevi spiegare le parabole evangeliche del seme, del
fermento, del piccolo gregge; e vi sentirete riempire gli animi di fiducia e di voglia di tentare e di
osare: la vostra testimonianza può essere come una scintilla che accende un fuoco; e il vostro
sacrificio alla causa cristiana, ricordatelo bene, non resta senza premio, anche se restasse a questo
mondo senza risultato.
L’altra questione è quella che riguarda la diversità di opinioni, la differenza, anzi l’opposizione
delle ideologie (come le chiamano), la difficoltà di capire, in questa continua lotta sociale, dove stia
la verità. Anche questa è questione grave e comune. Non si finirebbe mai di parlare, se solo
volessimo dire qualche cosa su questo punto. Ma fate attenzione a questi Nostri due suggerimenti:
primo, occorre ragionare. Non si può andare alla cieca in problemi così gravi, che toccano la sorte
di tante esistenze e riguardano l’intera società. Occorre ragionare, e non lasciarsi trasportare dalle
passioni, dalle impressioni, dai discorsi di chi non conosce bene le cose. Per ragionare occorre
istruirsi, occorre informarsi, occorre fare come voi fate, frequentare i corsi delle A.C.L.I.! L’altro
suggerimento è quello di ascoltare la dottrina sociale della Chiesa, che, come diceva il Nostro
Predecessore, Giovani XXIII, è «Madre e Maestra». Informatevi, pensateci bene, e fidatevi. Sarete
sulla buona strada!
E finalmente la terza questione: ma serve realmente la religione al Lavoratore? Non è cosa fuori dei
suoi interessi, la religione? Gli cresce forse la paga, gli assicura l’avvenire? Non gli mette scrupoli
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in corpo, e doveri pesanti sulle spalle? Non tiene la parte dei padroni e dei potenti, la religione? In
fondo: a che cosa serve?
Figliuoli carissimi! Siamo Noi a sollevare in voi queste domande; e vedete che lo facciamo senza
timore. Questo è segno che avremmo cento buone ragioni, con cui rispondere a interrogazioni così
conturbanti. Vi rispondono e vi risponderanno i vostri bravi Assistenti Ecclesiastici (che qui
salutiamo con particolare riconoscenza e particolare affezione). Ma possiamo intanto osservare una
cosa, che sorge anch’essa dai vostri animi stessi, dalla vostra esperienza, anzi da quella Grazia
divina che voi, Giovani Lavoratori Cristiani, portate nei cuori: non è la, vostra fede, la vostra
coscienza cristiana, la vostra certezza religiosa quella che vi dà il senso più alto, più sicuro, più lieto
della vita? Ecco a che cosa serve la fede: serve alla vita!
E con l’augurio e con la fiducia che voi abbiate sempre in voi questa luce, questa forza e questa
gioia, tutti, Figliuoli carissimi, vi benediciamo.
DISCORSO A VARI GRUPPI DI PELLEGRINI ITALIANI
Domenica, 14 febbraio 1965
Alla comunità diocesana di Salerno
Sia il nostro primo saluto a chi prima richiese questo incontro con Noi; e cioè al pellegrinaggio di
Salerno. Al degnissimo e veneratissimo Arcivescovo di così vetusta ed illustre sede, Mons.
Demetrio Moscato, esprimiamo la Nostra letizia e la Nostra riconoscenza per questa visita; a lui
rivolgiamo la professione della Nostra cordiale venerazione e della Nostra sincera stima; a lui le
Nostre felicitazioni per vederlo circondato, e non solo in questo singolare momento, dalla corona
devota e filiale della sua bella comunità diocesana; a lui il Nostro voto per la felicità e la fecondità
del suo ministero pastorale. Il Nostro saluto devoto e affettuoso si estende alle Autorità Civili,
Militari e Scolastiche di Salerno, delle quali siamo lieti ed onorati di vedere qui presenti le più
qualificate rappresentanze. E salutiamo insieme gli esponenti del venerato Clero salernitano, dei due
Seminari, Regionale e Arcivescovile, col caro Pre-seminario dei piccoli amici di Gesù; e poi il
Nostro saluto si rivolge a molti e valorosi dirigenti e membri delle varie Associazioni cattoliche, che
sappiamo numerose ed animate da alta coscienza del loro impegno cristiano e da fervoroso zelo per
ogni sorta di buone attività; e parimente ai Collegi ed Istituti, che illustrano a Salerno la missione
educatrice della Chiesa; ed infine, per non omettere alcuno, ai vari ceti sia di fedeli, che di cittadini,
affinché a tutti sia manifestata la Nostra gratitudine per aver partecipato a questo grande e singolare
pellegrinaggio.
La Nostra gratitudine si esprime altresì per il dono prezioso, materialmente e spiritualmente, che
voi, cari figli di Salerno, Ci recate: il reliquiario contenente «sacra pignora», sacri frammenti, delle
spoglie mortali del grandissimo e santo Nostro Predecessore, l’immortale Gregorio VII.
Ci curviamo riverenti davanti a queste sacre reliquie, e umilmente imploriamo dal Santo, di cui
sono fisica parte e spirituale memoria, di ottenerci dal Signore le invitte virtù, di cui fu campione
nella difesa e nel governo della santa Chiesa; e per la santa Chiesa, la vostra Salernitana, la Nostra
Romana, e per l’intera cattolicità, lo preghiamo d’essere sempre dal cielo esempio e presidio. Valga
la Nostra Benedizione Apostolica a confermare questi sentimenti e questi voti.
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Le fiorenti istituzioni della Chiesa per i lavoratori
In secondo luogo salutiamo il gruppo dei partecipanti al Concorso Presepi, promosso
dall’ONARMO di Roma; e siamo lieti di accogliere una visita così importante per il numero dei
visitatori (è vero che siete diecimila? molto bene! molto bravi i vostri Assistenti e i vostri Dirigenti,
e molto bravi voi a muovervi in file così copiose e a portarci, con la vostra cara presenza, anche
quella di alcuni vostri familiari!); una visita, aggiungiamo, così significativa per essere quella di
Lavoratori; e Lavoratori, la maggior parte, di grandi Aziende municipali e statali e di grandi
complessi industriali, come, ad esempio, i gruppi degli appartenenti alle Ferrovie dello Stato,
all’«ACEA», all’«ATAC», alla «STEFER», alla «RomanaGas», al Poligrafico dello Stato, alla
«RAITV», ai Mercati Generali, all’«ENEL», alla «FIAT», alla Pantanella, alla Manifattura
Tabacchi, a vari Cantieri Edili, ecc.; e con questi rappresentanti dei grandi campi di lavoro quelli di
Aziende e Stabilimenti minori, quelli delle così dette piccole Industrie, e quelli, sempre da Noi
ricordati cordialmente, del settore artigiano. Abbiamo perciò quest’oggi con Noi la «Romalavoratrice»; la Nostra Città, la Nostra Diocesi, che Ci offre il suo volto sotto un aspetto speciale,
meno conosciuto dagli ammiratori di Roma, ma a Noi non ignoto, ben sapendo quale rilievo abbia
sempre avuto nella storia romana il popolo lavoratore, e ricordando come la Chiesa abbia
efficacemente contribuito a redimerlo, questo popolo, dalla condizione di schiavitù o di soggezione,
in cui anticamente grande parte del lavoro, e non solo manuale, si trovava; e a elevarlo col
riconoscimento d’una sua dignità spirituale, non seconda a quella di alcuna altra categoria; e poi a
educarlo a forme associate e protettive dell’operosità umana, come le corporazioni e le
confraternite; ed infine a confortarlo e ad assisterlo, con nuove forme di tutela, di promozione, di
educazione, di beneficenza, nelle contingenze sociali dei tempi nostri, come fanno le ACLI, come fa
l’ONARMO, come fanno i Ritiri Operai, e come fanno pure altre minori, ma sempre lodevoli
iniziative a vantaggio della gente di lavoro. A Noi, voi lo sapete, piace assai osservare ed ammirare
il volto di Roma-lavoratrice; esso non copre, non avvilisce il volto di Roma regale e pontificale, di
Roma storica ed artistica, di Roma antica, civile ed ecclesiastica, di Roma universale e perenne; sì
bene rivela i suoi tratti umani e reali, mette in risalto le sue virtù popolane, sane e vigorose. Ci fa
sentire l’accento della sua parlata romanesca, spiritosa e vigorosa, Ci presenta anche una sua
fisionomia, da cui non possiamo staccare lo sguardo, né il cuore, quella della sua abitudine alla
fatica e all’obbedienza, alla sobrietà e alla religiosità, quella delle sue sofferenze e delle sue
privazioni e delle sue necessità, ancora tanto grandi e in alcuni casi ancora neglette ed acerbe. Sia la
benvenuta, in questa pontificale Basilica. la Nostra Roma-lavoratrice; e sappia d’avere su questa
Cattedra di autorità e di verità, che sovrasta il mondo, non un sovrano immemore e distante, ma un
amico, un padre, un pastore, che, come sempre, le apre le braccia, il cuore, e . . . quando e come
può, voi sapete, anche la borsa!
La vostra visita inoltre ridesta in Noi uno speciale interesse per il fatto ch’essa vuole concludere
qui, praticamente, il vostro famoso Concorso-Presepi. Siamo informati che codesta iniziativa
dell’ONARMO ha preso proporzioni numeriche ed espressioni artistico-religiose veramente
notevoli: sono settanta le Aziende che hanno aderito al Concorso del 1964, e le Famiglie sono forse
più di cinquemila.
Un fatto di tanto rilievo, sia per il numero dei concorrenti, sia per la varietà, la modernità e la
genialità delle espressioni figurative e artistiche, sia, e soprattutto, per il valore religioso ch’esso
manifesta ed alimenta, merita che Noi Ci fermiamo un momento a considerarlo e ad ammirarlo: il
presepio di Gesù, ideato e costruito dai Nostri Lavoratori, e collocato là, umile e sacro, nel cuore
delle officine, degli stabilimenti, degli ambienti della operosità e della fatica profana, tanto spesso
pervasa da una pesante atmosfera materialista e areligiosa e talvolta, purtroppo, anche antireligiosa
e anticlericale, ridesta in Noi molti e vivaci sentimenti: di stupore, di ammirazione di gaudio, di
speranza. E non solo sentimenti, pensieri. E sarebbero molti, con radici lontane, che si affondano
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nell’analisi della psicologia del lavoratore moderno e dei fatti sociali contemporanei. Pensieri molti;
ma che teniamo, per ora, dentro di Noi, per non tediarvi con lungo discorso; salvo uno, che si
formula così: quale attitudine, quale capacità può prodursi in un uomo, per il fatto ch’egli è un
Lavoratore, a capire e a esprimere Cristo? Già l’anno passato, in questa occasione, abbiamo
accennato a questo problema; ora lo consideriamo sotto un aspetto diverso, positivo, sia artistico
che spirituale, perché Ci chiediamo se voi, uomini del lavoro, del lavoro manuale specialmente,
siete in grado, siete in condizione propizia voi per comprendere qualche cosa di nostro Signore, di
scoprire in Lui qualche cosa meglio degli altri, e di presentare Gesù - il suo volto, la sua vita, la sua
parola - in maniera vostra, ma autentica, cioè vera e originale?
Avremmo subito argomento di risposta passando in rassegna le fotografie, i disegni, le immagini dei
vostri Presepi: essi Ci dimostrano come i vostri occhi vedono Gesù, e come la vostra tecnica, la
vostra arte lo sa figurare, nelle linee, nel linguaggio artistico del nostro tempo. Avremmo altro
argomento ricordando il concorso, indetto anni fa, dal compianto Barone Professore Francesco
Mario Oddasso, uno dei vostri Dirigenti Industriali, della CISA, qui di Roma, se ben ricordiamo:
anche le figure di Cristo, risultate da quel concorso (ne rammentiamo alcune fotografie), Ci dicono
qual è la visuale di alcuni fra di voi, abili a disegnare e a modellare plasticamente, nei riguardi di
Gesù. Questi esempi Ci offrirebbero una documentazione molto istruttiva e interessante. Ma forse
non basterebbero per dare una risposta adeguata e profonda alla questione, che Ci siamo posta,
perché Ci offre piuttosto i segni di qualche mano sperimentata particolare, i segni esteriori di
qualche maniera artistica convenzionale, che risente l’influsso della tecnica figurativa del nostro
tempo; Noi vorremmo arrivare alla sensibilità spirituale interiore, al cuore del Lavoratore, - che il
più delle volte non sa esprimersi, ma sa sentire, sa capire -, quando ci domandiamo: lui, il
Lavoratore, perché Lavoratore, come può comprendere Gesù Cristo, come può intuire chi sia il
Cristo, che cosa rappresenta per lui, che cosa gli dice, che cosa gli insegna? Il Lavoratore, proprio
perchè tale, proprio come tale, è idoneo, o no ad afferrare qualche cosa del mistero di Gesù?
Verrebbe pronta alle labbra la risposta negativa: che cosa può sapere di nostro Signore un uomo che
passa la vira lavorando? L’officina non è una chiesa, non è una scuola; il lavoro impegna le mani, di
fuori; non il cervello, di dentro; di grazia se egli ricorda ancora qualche cosa di Lui, ascoltata al
catechismo, quando era fanciullo; o di grazia se riconosce come sacra e cara qualche immagine di
Lui, ad esempio, come voi, di Gesù nel presepio, o di Gesù in Croce; ma sembra ovvio dire che uno
che lavora non ha né tempo, né voglia, né capacità di leggere e di studiare; e per di più molti di voi
diranno: chi può capir qualche cosa delle questioni così difficili della Bibbia e della Teologia? Un
Lavoratore non è fatto per queste cose, non sa il latino, e sempre è tentato di pensare: a che cosa
servono tutte queste questioni . . . di preti? Si dovrebbe concludere che un Lavoratore non può
conoscere da vicino e addentro il Vangelo; non è il suo campo, non è il suo mestiere. E allora un
Lavoratore, perché tale, è lontano da Cristo? sarebbe impedito di conoscerlo, di amarlo?
Figliuoli carissimi, fate attenzione! Noi diciamo invece che anche voi potete intimamente,
magnificamente conoscere Gesù nostro Signore, nostro Pastore, nostro Redentore! e potete amarlo,
meglio di tanti altri più istruiti e più benestanti di voi! a vostro modo, si capisce; ma voi potete! se
fossimo ora a scuola vi diremmo, con un linguaggio oggi di moda, ma difficile: voi potete, non
forse per via di pensiero astratto, di concetti scientifici, ma per via, come dicono, esistenziale, per
via cioè d’una certa e viva simpatia istintiva, per via d’una certa scoperta interiore: forse si tratta
d’un’ispirazione segreta, forse d’un ricordo d’una qualche predica ascoltata, o di qualche quadro
osservato, forse d’una eco di una parola del Vangelo, che in dato momento ritorna in mente, e
sembra essere pronunciata proprio ora, proprio per noi! forse si tratta d’una specie di incontro di
chi, come noi, cammina all’oscuro e incontra uno che porta una lampada, e subito i due si
riconoscono, e il viandante delle tenebre dice al viandante della luce: Oh! sei Tu! Gesù, voi sapete,
si è definito ed è la luce del mondo. È giusto che noi ci chiediamo in quale luce Gesù appare
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all’occhio d’un Lavoratore; una lanterna da minatore ci fa vedere chi è e come è colui che la porta e
ci fa vedere altresì chi è e come è colui che entra nel cono di luce di quella lanterna: Gesù si fa
conoscere: Gesù fa conoscere.
Qui occorrerebbe un discorso lungo e difficile, ma sarebbe certo molto interessante. Contentiamoci
di ricordare che il Vangelo, proprio nell’annuncio originario fatto da Gesù agli uomini del suo
tempo, è un messaggio rivolto al popolo, alla gente semplice, ai poveri, agli umili, ai piccoli. Gesù è
felice d’essere ascoltato e capito da persone senza pretesa e di ben modesta cultura. In una stupenda
pagina del Vangelo udiamo Gesù, in tono ispirato, parlare a Dio Padre così:
«Io Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai dotti e
ai sapienti, e le hai rivelate ai piccoli» (Matth. 11, 25). Il Vangelo è vostro, figli del popolo, uomini
del lavoro, gente che traete la vostra cultura, non forse dai libri e dalle scuole, ma da ciò che vedete,
da ciò che soffrite, da ciò che vivete. Ci pare di risentire la voce profonda e grave d’uno dei più
grandi pensatori dell’umanità, Pascal: «Dio d’Abramo, Dio d’Isacco, Dio di Giacobbe, non dei
filosofi e dei sapienti». Questi Patriarchi, a cui fu aperta la rivelazione su Dio e sul destino del
popolo d’Israele, erano pastori i nomadi, gente vicina alla terra da lavorare e impegnata
nell’avventura temporale. Dio non solo non disdegna di stabilire i suoi rapporti trasfiguranti di luce
e di amore con uomini semplici e adusati alla fatica fisica, ma li preferisce.
E proprio perché semplici e obbligati a faticare e a soffrire i Lavoratori sarebbero in grado di
avvertire non solo una loro somiglianza con Cristo, ma una misteriosa solidarietà con Lui. In un
celebre romanzo russo uno dei personaggi più rappresentativi esce in queste parole: «Cristo mi ha
chiamato a portare la croce!». Quanti Lavoratori potrebbero dire le stesse parole! Quanti potrebbero
scoprire nella loro stessa condizione di soggezione, di fatica, di sofferenza la chiave per penetrare
nel mistero di Gesù, l’obbediente, il paziente, l’innocente che porta il peso degli altri, con fortezza,
per amore, e per questo diventa il modello, l’eroe, il salvatore, il Signore del mondo.
Sarebbe lungo dire. Ma ricordate quello che vi dico: voi, perché avete sulle spalle la croce della
vostra condizione sociale e della vostra fatica e delle vostre pene, siete in grado di scoprire, di
capire, di amare Cristo Gesù. Occorrerà, sì, un po’ di istruzione; occorrerà una disposizione
d’animo, che si chiama l’onestà, e più: la rettitudine, il desiderio, sì, di capire e di amare; occorrerà
qualche attenzione, qualche aspirazione; occorrerà cioè un po’ di preghiera, come quella del cieco
del Vangelo: «fa’ ch’io veda» (Marc. 10, 51); ma poi Gesù si farà vedere per quello ch’Egli è, in sé
e per voi: il Fratello, il Collega, l’Amico, il Maestro, il Difensore, il Consolatore, il Redentore, il
Signore.
Ai diletti Bresciani nel giorno dei Santi Protettori
Abbiamo ancora un saluto speciale da rivolgere ad un altro gruppo di persone presenti: quello dei
Bresciani dimoranti in Roma e facenti capo all’Opera pia dei Bresciani. Siamo molto sensibili a
questa presenza, che avviene in coincidenza della vigilia della Festa dei Santi Protettori della Città
di Brescia, i Santi Martiri Faustino e Giovita, Festa quest’anno resa più solenne e commovente dalla
consacrazione episcopale di Padre Giulio Bevilacqua, a tutti ben noto, e chiamato da Noi a far parte
del sacro Collegio Cardinalizio. Siamo molto lieti di associare le Nostre preghiere alle vostre, cari
concittadini di Brescia e di Roma! E di cuore salutiamo tutti gli associati e gli assistiti dall’Opera
pia, il suo Presidente con la sua Famiglia per primo, e quanti nella fede e nella virtù tengono alto e
onorato il nome di quella Città della Nostra Roma.
A tutti ogni miglior augurio e la Nostra Apostolica Benedizione.
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DISCORSO NEL XX ANNIVERSARIO DELLE ACLI
Festività di S. Giuseppe, Patrono della Chiesa Universale
Venerdì, 19 marzo 1965
Dobbiamo alle ACLI ACLI - le Nostre care Associazioni Cristiane di Lavoratori Italiani - un
particolare pensiero in questa festività di San Giuseppe, che fa loro onorare nell’umile e grande
Santo, custode e guida dell’infanzia e dell’adolescenza di Cristo, il loro protettore e sotto tanti
aspetti il loro modello; lo dobbiamo in questa ricorrenza del ventennio della loro fondazione,
ricorrenza propizia a fare la storia, a fare il bilancio di un periodo non breve, non facile, non sterile
della loro attività, e propizia altresì a fare previsioni ed auguri per gli anni futuri, verso i quali le
ACLI si dirigono con passo ormai sicuro e con la coscienza ormai chiara della loro missione; lo
dobbiamo un pensiero particolare per l’interesse personale, con cui, in ossequio ai doveri del Nostro
servizio ecclesiastico e pastorale, Ci siamo occupati delle ACLI stesse, venendo così a conoscere
tanti ottimi e valenti Soci e Dirigenti, tanti problemi della nostra vita sociale e della loro strenua e
feconda attività con tanti felici risultati e con tante positive conquiste.
Sapete, carissimi Aclisti, su quale aspetto della vostra passata e presente esperienza si ferma ora, per
brevi istanti, questo particolare pensiero? Sulle vostre difficoltà!
Non perdiamo di vista, soffermandoci su questo aspetto, il quadro grande e complesso, in cui si
svolge la vita del vostro grande movimento; anzi, fissando lo sguardo su questo punto delicato e
dolente, rendiamo onore alle dimensioni, alle forme, ai programmi, con cui il movimento, attraverso
esperienze, studi e fatiche è riuscito a qualificarsi. Sappiamo benissimo, e ve ne diamo lode,
valorosi Aclisti, che voi fate vostro ideale la promozione, partendo dal mondo del lavoro, di «una
società di uomini liberi e fratelli», come avemmo occasione Noi stessi, in questa medesima
Basilica, di proclamare; sappiamo benissimo che voi perseguite questo ideale mettendo la vostra
fiducia nella dottrina sociale cristiana, avendo somma cura di tenere sospesa sopra i vostri passi la
lucerna degli insegnamenti di quella «Madre e Maestra», che è la Chiesa, e procurando con cura
non minore di bene dirigere e fondare i passi stessi nella realtà della vita operaia e sociale del nostro
tempo, cautamente, arditamente, amorosamente.
Così sappiamo quale sete vi muove verso le sorgenti spirituali, che sole possono dare consistenza di
verità e di efficacia a quell’ideale, nella profondità e nella sincerità delle vostre singole anime, e
nella professione esteriore della vostra franca testimonianza e della vostra pratica attività. Vi
abbiamo visti tante volte, come oggi, raccolti in preghiera, non certo mossi dalla vana ambizione di
dare spettacolo di religiosità, ma ansiosi di umile sublimazione nel colloquio spirituale, e lieti di
sentirvi uniti e molti in unica professione di fede. Vi abbiamo visitati e scoperti in molti vostri
convegni di meditazione e di studio, in un’intensità di partecipazione da lasciare in Noi commossa e
ammirata memoria di tali giornate, rubate alle vostre vacanze, e da infondere in Noi fiducia che
davvero così voi state generando una nuova società, cosciente, buona e veramente umana e civile.
Vorremmo, figli carissimi, dirvi la Nostra lode e la Nostra riconoscenza per così piena, così
esemplare, così promettente vostra inserzione nella vita della Chiesa, nel vostro meraviglioso
sforzo, non già di fare delle sue risorse religiose strumento per fini temporali, ma di derivare dalle
risorse stesse l’ispirazione, l’energia, l’urgenza, la garanzia al vostro lavoro in favore dei fratelli e in
aiuto alla rigenerazione cristiana della società.
E conosciamo molto bene tante altre voci del vostro bilancio attivo, morale e organizzativo. La
vostra azione sociale, che promuove scuole e corsi di formazione e di qualificazione, che si espande
in una sempre più fiorente rosa di servizi al mondo del lavoro, primo fra essi il vostro polivalente e
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instancabile Patronato, che si articola in determinate iniziative provvidenziali : cooperative, mense,
biblioteche, inchieste, case di soggiorno, gare e turismo . . ., la vostra azione sociale, diciamo,
merita plauso e incoraggiamento; e fate bene, mediante il resoconto del vostro ventennio, ad averne
coscienza, per ringraziare, per godere e per rinfrancare con nuovi propositi la multiforme opera
intrapresa.
Sta bene. Ma codesta opera, Noi sappiamo parimente e voi non Ce lo nascondete, non è facile.
Anzi, com’è nella natura delle cose, man mano che l’opera cresce, essa si trova davanti a sempre
nuove difficoltà. Non è così?
Voi le conoscete e ne soffrite; e Noi ora perciò non faremo l’elenco di codeste difficoltà. Vorremmo
piuttosto confortare la vostra fatica con qualche parola di consolazione, che questo momento e
questo luogo di incomparabile comunione con Cristo Signore fanno sgorgare più abbondante e più
fresca.
Diremo a voi la parola, tanto spesso ripetuta da Gesù ai suoi discepoli; non abbiate timore; siate
fedeli, e non abbiate timore. Vi sia di sicuro conforto sapere che siete sulla buona strada, e che avete
in voi stessi, cioè nei vostri cuori cristiani, nei vostri statuti e nei vostri programmi, nelle vostre
stesse strutture organizzative, le risorse capaci di sostenere e di sviluppare il magnifico piano del
vostro lavoro.
Accenneremo soltanto a due fra le tante difficoltà, che tentano di intralciare il vostro cammino.
La prima è quella di ben determinare la natura e gli scopi del vostro movimento. È difficoltà, che ha
accompagnato fin dall’origine la vostra attività. Ricordiamo le fasi e le forme della sua insistenza; si
può dire ch’essa ha modellato nella realtà la fisionomia astratta, delineata nello Statuto, e che
l’esperienza laboriosa del compiuto ventennio ha ormai superato, quasi del tutto, questa difficoltà.
Movimento di massa, ma qualificato cristiano e, sotto questo aspetto, confessionale, come s’usa a
dire: movimento democratico, e perciò dotato di sua autonomia e di propria responsabilità, ma non
estraneo al campo delle forze cattoliche operanti per la rigenerazione sociale, morale e spirituale del
nostro tempo; movimento di lavoratori, e perciò impegnato a conoscere, a seguire, a risolvere ogni
loro problema, ma non per via sindacale, o politica; movimento rivolto alla formazione religiosa,
morale, tecnica, sociale del lavoratore, ma non per questo insensibile alle questioni pratiche e
contingenti in cui si svolge la vita di lui. Voi avete sperimentato e sofferto la difficoltà di
raggiungere in pratica la vostra definizione; ma ormai essa è assicurata, non solo nella vostra
coscienza, ma in quella altresì dell’opinione pubblica, che vi circonda e che riconosce la specifica
ragion d’essere del vostro movimento, quando si ammetta che, da un lato, è legittimo - e necessario,
aggiungeremo Noi - che il lavoratore si affermi e si esprima «cristiano» proprio nell’atto stesso che
si esprime e si afferma lavoratore; e che, dall’altro lato, nessuna scuola, nessuna associazione e
nemmeno alcun momento della cura pastorale è in grado di compiere tale caratteristica e
inderogabile qualificazione. Non è questione di nomi, di quadri, di classifiche formali; è questione
di servire e coltivare una vocazione difficilmente esprimibile nella psicologia e nella vita pratica del
lavoratore di oggi, ma ancora, e sempre speriamo, radicata nella profondità del suo spirito, la
vocazione cristiana; è questione che riguarda una missione propria dei nostri lavoratori, quella di
risolvere in una nuova sintesi vitale la fede e il tecnicismo impersonale e meccanizzante proprio del
lavoro moderno; è questione di formare il tipo nuovo dell’uomo credente ed operante, come oggi
dev’essere, questione perciò il cui risultato può essere decisivo non solo per la classe propriamente
lavoratrice, ma per l’orientamento generale dell’intera società, nella quale il lavoro assurge ad
importanza, a funzione, a dignità, a diritto preponderanti. Non sono perciò le ACLI un fenomeno
sporadico della vita sociale italiana; non sono un pleonasmo nella serie degli enti pedagogici,
culturali, economici, confessionali che promuovono e qualificano la vita sociale; siete un organo
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distinto e caratteristico, a cui competono grandi, specifiche e provvidenziali finalità. Aclisti: siate
quindi fidenti e fedeli
Accenneremo appena anche ad un’altra difficoltà, che Noi vediamo pesare sulla vostra attività,
immanente, potremmo dire, alla vostra vita vissuta, quella cioè dell’ambiente in cui i Lavoratori
sono immersi, quella del contegno, del rapporto, del dialogo, a cui li espone il fatto stesso d’essere
in mezzo a colleghi di opinioni diverse e spesso avverse, e di trovarsi molto spesso di necessità in
situazioni di disagio morale e spirituale. Comprendiamo benissimo come sia assai difficile
convivere e distinguersi, essere colleghi e amici e non gregari, dover lavorare insieme e non poter
pensare con le stesse idee, avere interessi comuni e avere una concezione della vita ben diversa. È
così difficile che sentiamo il dovere di esprimere la Nostra lode a quei Lavoratori, che, vivendo
appunto in ambienti contrari alla loro fede e alle idee, sanno conservarsi immuni dalla propaganda
contraria, dalle intimidazioni, dalle lusinghe, dalla tentazione di rinunciare alla propria libertà
interiore per subire il fascino di ideologie e l’impero di organizzazioni, con cui non è possibile
andare d’accordo. Dovremmo anzi notare come questa difficoltà si faccia più forte e più pericolosa
quanto più l’invito all’intesa, pratica oggi, ideale domani, sembra risultare da comuni interessi,
appare cioè naturale e seducente, mentre ogni giorno ne scoprono l’insidia e l’inganno gli attacchi
sistematici a tutto ciò che sfugge al controllo di coloro che avanzano l’invito, la loro fobia
anticlericale, la loro professione di un ostinato e miope ateismo, la loro solidarietà con i regimi
totalitari, la confidenza di loro autorevoli esponenti, i quali avvertono le loro file che l’accostamento
alle così dette masse cattoliche è puramente strumentale per attirarle nell’ambito e sotto il dominio
di chi esse oggi considerano loro nemico.
Il dialogo non può essere una insidia tattica; non può essere per i cattolici una transigenza ai loro
principi, e non deve risolvere l’apologia delle loro proprie idee nell’accettazione condiscendente ed
ingenua di quelle avversarie. L’unità poi delle forze del lavoro non deve mutarsi in un asservimento
a idee, a metodi, a organizzazioni in profondo contrasto con ciò che i cattolici hanno di più caro: la
fede religiosa, la libertà civile, la concezione cristiana della società. Perciò vi esorteremo a rimanere
fermi e ben fondati nelle vostre convinzioni, pur conservando atteggiamenti leali e rispettosi verso
tutti i colleghi di lavoro, cercando anzi di far loro comprendere come i loro pregiudizi verso la
religione e verso le espressioni della vita cristiana siano spesso non fondati, e spesso non siano
degni di gente che pensa onestamente col proprio cervello, mentre essi fanno torto a se stessi
privandosi della verità, della speranza, della forza, proprie del messaggio cristiano.
Così vi ricorderemo che la scelta della professione cristiana non è senza qualche personale
sacrificio; essa esige carattere diritto e forte, e capacità di coraggiosa testimonianza, e più spesso di
pazienza, di bontà, di silenzio, di perdono e di amore, anche nelle situazioni aspre e difficili della
vita quotidiana.
Vi diremo infine che la Chiesa è con voi, Lavoratori cristiani, per comprendervi, per assistervi, per
aiutarvi. Intendiamo dire chi nella Chiesa ha direzione e funzione pastorale, chi operando per la
Chiesa vuole assicurarle l’adesione del popolo nella sua espressione più genuina e più rilevante,
qual è la vostra di Lavoratori; chi della Chiesa osserva e studia la vita ed i bisogni, e vede
l’importanza e la connaturalità della vostra presenza cosciente e organizzata nella comunità
ecclesiale; e Chi finalmente in questo momento vi parla, vi incoraggia e vi benedice.
Saluti
Fra le presenze a questa grande e sacra riunione una ve n’è che non possiamo non avvertire con
speciale rilievo: quella del forte gruppo dell’Istituto Universitario pareggiato di Magistero «Maria
Assunta» di Roma; esso anzi meriterebbe da Noi ben più diffuso discorso. Ma basti per ora il
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Nostro saluto e la Nostra benedizione a chi ha promosso, con tanta saggezza e tanta tenacia, la
provvida istituzione, vogliamo dire principalmente i Signori Cardinali Pizzardo e Traglia e la
silenziosa ed operosa Professoressa Tincani Benefattori, Professori, sostenitori di questo Istituto
siano da Noi ringraziati e benedetti. E vada la Nostra Benedizione a tutte le Studenti, di ieri e di
oggi, della scuola universitaria «Maria Assunta»: sono queste Studenti brave e fervorose Religiose,
provenienti da differenti Famiglie religiose; sono Suore che si consacrano all’insegnamento. Oh,
quanto Ci commuove e Ci conforta un simile fatto! Vediamo in questa qualificazione universitaria
all’insegnamento un fatto morale, innanzi tutto, di grandissimo valore; vediamo un fatto culturale
degnissimo d’ogni plauso ed incoraggiamento, vediamo una speranza di educazione cattolica e di
vita cristiana che si può estendere a innumerevoli anime, alla gioventù femminile delle nuove
generazioni. Siamo perciò lieti di vedere raccolte le file di queste Religiose laureate e laureande
intorno a Noi nel ventennio dalla fondazione dell’Istituto «Maria Assunta»: tutte le incoraggiamo,
tutte le esortiamo a fare della loro professione scolastica una missione spirituale e civile; tutte le
benediciamo.
***
Unser besonderer Gruss gilt am heutigen Festtag auch den Teilnehmern deutscher Sprache am
grossen Jugend-Pilgerzug, den der hochwürdigste Herr Bischof Gargitter aus der Diözese BozenBrixen nach hier geleitet hat.
Herzlich heissen Wir euch, geliebte Söhne und Töchter, willkommen. Euer Merkmal ist katholische
Jugend zu sein. Eure Formung hat ihr Schwergewicht in der religiösen Formung, von der ihr wisst,
dass sie Grundlage jeder echten Bildung ist. Katholischer Glaube, christliches Gewissen und tiefe
religiöse Oberzeugung geben eurem Leben erst seinen eigentlichen Sinn und schenken ihm eine
beglückende Sicherheit und wertvolle Impulse.
In heiliger Gemeinschaft feiern wir heute gemeinsam das heilige Opfer. Nach der Liturgie-Reform
nimmt der Gläubige am heiligen Messopfer aktiven Anteil. Das ist höchster Akt der
Gottesverehrung. Wir vollziehn ihn gemeinsam. Hierin will die heilige Messe ein Zeichen echter
christlicher Bruderliebe sein. Möge das so gefeierte heilige Messopfer immer mehr geistiger
Mittelpunkt eures ganzen Lebens werden.
Mit diesem Wunsche erteilen Wir eurem von Uns hochverehrten Bischof wie jedem von euch,
geliebte Söhne und Töchter, aber auch allen andern hier anwesenden Pilgern aus Ländern deutscher
Sprache von Herzen den Apostolischen Segen.
***
Lasciate che dopo il Nostro colloquio con i gruppi presenti a questo sacro rito tributiamo anche Noi
un plauso all’impresa spaziale che oggi commuove il mondo; lo tributiamo all’eroico protagonista
ed al suo compagno, agli scienziati ed agli esperti che hanno reso possibile l’audacissimo ed
imprevedibile esperimento; lo tributiamo al mondo della scienza e della tecnica, che caratterizza il
mondo odierno e che apre all’umanità nuove e stupende conquiste. Un augurio faremo e
appassionato: che tutto questo progresso serva a rendere gli uomini più buoni, più uniti ed intenti a
servire ideali di pace e di comune benessere. E un inno scioglieremo al Dio del creato che tutto
governa con la sapienza che va da confine a confine, e che nell’immenso cosmo muto ed ignaro ha
suscitato l’uomo, fatto a sua immagine e chiamato ad un soprannaturale colloquio per farlo signore
non solo della materia ma altresì del pensiero che tutta la penetra e la regge e per renderlo capace di
rivolgere a Lui la grande e libera voce: Padre nostro che stai nei cieli!
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DISCORSO ALLE RAPPRESENTANTI DELL’«OPERA IMPIEGATE»
Sabato, 20 marzo 1965
Salutiamo ora con particolare espressione di considerazione e di affetto le rappresentanti dell’Opera
Impiegate di Roma, Milano e Napoli, riunite in questi giorni in un incontro sereno di anime in
questo centro della cattolicità.
Dilette figlie. Vi accogliamo con profondo compiacimento, lietissimi che la vostra venuta Ci offra
l’occasione di intrattenerci con voi, e di continuare uno spirituale, amichevole, stimolante colloquio
con la vostra benemerita istituzione, a Noi tanto cara, e conosciuta ormai da lunghi anni. Avete
infatti voluto amabilmente richiamarci a un corso di Esercizi Spirituali in preparazione alla Pasqua,
che tenemmo qui a Roma nel lontano 1929 alla Sezione Impiegate della Gioventù Femminile
Cattolica Italiana presso le Religiose del Cenacolo, in via della Stamperia; e bene ancora ricordiamo
con commossa consolazione la rispondenza che trovammo in quelle vostre Colleghe di allora, nei
primi anni di attività della vostra Opera. Ci ritrovammo poi a Milano nella sede di quella Sezione
così attiva, e fervida, e sensibilmente aperta a tutti i vostri problemi; e Ci è caro attestarvi che
abbiamo seguito da vicino, con interesse e incoraggiamento per le vostre belle iniziative, quanto la
Fondazione milanese compiva di buono, di utile, di interessante per le sue associate.
Ed ora vi abbiamo presenti a questa udienza, dilette Impiegate di Roma, di Milano e di Napoli,
accomunate, pur nella notevole diversità di provenienza, in una sola identità di interessi, di
aspirazioni, di propositi. L’esiguità del tempo a disposizione non Ci consente di intrattenerci a
lungo con voi, come pur tanto vorremmo; ma accogliete queste Nostre parole, seppur brevi e
limitate, come espressione di paterna e singolarissima e immutata benevolenza.
Amiamo lasciarvi, a ricordo di questa udienza, come una consegna e un’esortazione: siate unite,
spiritualmente fuse e docili e volonterose nell’assecondare le preziose indicazioni dell’Opera, tanto
opportune per la vostra vita individuale, intellettuale, spirituale; siate unite nel favorirne le comuni
attività, intese all’arricchimento culturale e religioso della vostra anima, all’avvaloramento della
vostra professione, al sostegno fraterno dell’amicizia e della simpatia reciproche, come difesa e
antidoto di fronte alle asperità della vita, alle difficoltà di un mondo spesso arido e indifferente.
L’omogeneità dell’Associazione, che riunisce le Impiegate delle grandi città, favorisce di per sé
questa fusione dei cuori, pur nelle diversità psicologiche e ambientali, che il lavoro di ciascuno può
presentare. Partendo da questa base comune, rendete sempre più profondi i vostri legami di stima, di
collaborazione e di amicizia, nella stessa felice comunanza di gusti e di interessi; ma soprattutto
fondateli, codesti vincoli, in uno sforzo di vera pietà, di partecipazione cosciente all’esaltante vita
della Chiesa, di genuina spiritualità liturgica ed eucaristica, che si irradii poi in una solidarietà
concreta di amore per quanti, tra di voi, possono aver bisogno di una buona parola, di un consiglio,
di un aiuto e, in un raggio ancora più largo, in una testimonianza di operosa carità per chi soffre
nello spirito e nel corpo.
L’essere organizzate, come voi siete, può offrire stimoli incessanti alla vostra intelligenza, al vostro
buon gusto, alla vostra generosità: sappiateli accogliere, nella docilità alla voce del Maestro
interiore, che parla soavemente a chi sa ascoltare nella fedeltà e nell’amore. La Nostra Benedizione
vi conforti in questo impegno, e si estenda alle vostre dilette famiglie, agli orizzonti del vostro
lavoro, alle sollecitudini della vostra Opera.
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DISCORSO AI MEMBRI DELLA SOCIETÀ «PERMAFLEX»
Sabato, 27 marzo 1965
Salutiamo i venerabili Fratelli presenti a questa udienza, gli zelanti Vescovi di Pistoia e di
Frosinone!
E salutiamo tutti voi, diletti operai degli Stabilimenti industriali «Permaflex» di quelle città, venuti
in numero veramente cospicuo, insieme con l’Amministratore Unico e con gli altri Dirigenti della
Società, a portarci la testimonianza della vostra fede, del vostro amore, del vostro entusiasmo!
Vi diciamo subito che la vostra presenza Ci riempie l’animo di gioia, sincera e profonda.
Anzitutto perché il vedere un gruppo di oltre duemila lavoratori, animati, come voi siete, da
sentimenti di schietta fedeltà, di cui è preziosa conferma questo incontro di stamane, non può non
rallegrare, e colpire, e commuovere, anche, l’animo del Papa, le cui sollecitudini, le cui ansie, le cui
preferenze per il mondo cristiano del lavoro sono ben note ai figli della Chiesa, e proprio
recentemente, nel giorno di San Giuseppe, festa del vostro Patrono, sono state ancora una volta
solennemente affermate davanti a qualificate organizzazioni cristiane di lavoratori.
La vostra presenza Ci offre poi motivo di paterno compiacimento, perché essa Ci dà la possibilità di
adempiere un gradito dovere di riconoscenza nei vostri riguardi. Sappiamo infatti quale generosità
vi abbia spinto a far dono dei confortevoli e razionali prodotti della vostra attività a beneficio della
Missione di Kariba, a Noi carissima, della quale avete dotato in modo magnifico l’Ospedale. Così,
animati dalle stesse disposizioni, avete pensato alle strettezze delle popolazioni più bisognose
dell’India, facendo loro pervenire una notevolissima quantità di materassi e di reti metalliche,
destinate a venire incontro alle necessità di una esistenza più rispondente alla dignità della persona
umana.
In questo modo, lasciatecelo dire, avete dato una prova di grande sensibilità umana e cristiana;
avete assecondato le inclinazioni del Nostro cuore, a cui non può sfuggire la delicatezza di accenni
e di significato di codesto duplice gesto; e soprattutto, avete dato al vostro lavoro, con le fatiche e i
sacrifici che esso comporta, un nuovo, più alto valore, che può sfuggire forse alla valutazione degli
uomini, ma non a quella di Dio; e, per sua grazia, si trasfigura in merito eterno, secondo le parole
del Redentore divino: «Tutto quanto avete fatto a uno dei più piccoli tra i miei fratelli l’avete fatto a
me» (Matth. 25, 40).
In questa luce vi esortiamo a continuare nel compimento del quotidiano dovere: nel pensiero che il
lavoro umano, come espressione di una operante solidarietà generosa per la edificazione del bene
comune, può venire anch’esso avvalorato dalla fede nella Comunione dei Santi, diventa atto di
amore e di fraterno aiuto; costituisce un elemento sia pur limitato, ma sempre necessario, sempre
prezioso, sempre insostituibile, che, sommato con quello di tutti gli altri, contribuisce a procurare il
bene dei fratelli, i quali così debbono sentirsi impegnati in un mutuo dare come in un mutuo
ricevere.
Sia sempre questa la convinzione, che vi accompagni nella serena fatica di ogni giorno: è l’augurio
che amiamo farvi di tutto cuore in questo carissimo incontro, che, ne siamo certi, resterà impresso
nella vostra memoria con la stessa vivezza e con la stessa compiacenza con cui Noi stessi lo
ricorderemo. Ritornando ai vostri Stabilimenti, dite ai vostri colleghi di lavoro che il Papa li ama e
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li benedice, seguendoli a uno a uno nel loro degno e responsabile dovere; dite alle vostre famiglie,
in particolare ai vostri piccoli e ai vostri giovani, che il Papa invoca loro le gioie sante del Signore,
e la sua continua assistenza in tutte le necessità della vita.
Con questi voti paterni, scenda su di voi e sui vostri cari la Nostra particolare Benedizione
Apostolica, che estendiamo altresì alle dilette diocesi di Pistoia e di Veroli-Frosinone nella persona
dei loro cari e venerati Pastori.
RADIOMESSAGGIO ALLE ACLI DI MILANO
Sabato, 1° maggio 1965
Signor Cardinale Arcivescovo di Milano!
Venerabili Fratelli,
Vescovi della regione Lombarda!
E voi tutti, Dirigenti e soci delle Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani di Milano e della
Lombardia!
Avete desiderato ascoltare la voce del Papa, in questa festa A di San Giuseppe Artigiano, nel
ventesimo anniversario di fondazione delle benemerite associazioni dei Lavoratori Cristiani. Siamo
ben lieti di corrispondere alla vostra richiesta, che Ci dice il vostro antico affetto e la vostra
immutata fedeltà; e siamo lieti di rivolgervi una parola in questa celebrazione così significativa per
voi e per Noi, che ben ricordiamo tuttora l’origine delle ACLI, le speranze e le attese che ne
accompagnarono i primi passi, il loro lento ma sicuro procedere per raccogliere nelle loro file
numerose schiere di Lavoratori desiderosi e impegnati all’affermazione dei principii cristiani nel
mondo del lavoro.
Noi, spiritualmente presenti a cotesto odierno convegno, uniti con voi nella preghiera, con cui voi
avete accompagnato la celebrazione del Sacrificio Eucaristico, in una magnifica fusione di cuori,
ravvivata dall’amore per Cristo e per la Chiesa, Noi vi esprimiamo la Nostra compiacenza, il Nostro
conforto, il Nostro incoraggiamento.
Conosciamo le difficoltà, in cui voi vi trovate; ma lungi dallo scoraggiarvi, sappiate prenderne
entusiasmo e forza nuova per il proseguimento della vostra missione. Il ricordo degli inizi delle
ACLI, quando, vent’anni fa, si trattava di superare contrarietà, incomprensioni ed ostacoli, che
allora sembravano insormontabili, nel disorientamento di un mondo sconvolto da tante rovine, quel
ricordo, diciamo, vi sia di stimolo e d’orientamento per la presente azione.
Si tratta sempre d’un grande programma. Voi avete assunto la missione - non politica, né sindacale,
ma morale, cioè umanamente più ampia e fondamentale - di guidare il popolo lavoratore alla sua
elevazione economica, sociale, civile, religiosa, nella coscienza della dignità d’ogni umana persona
e d’ogni onesta fatica; nello studio e nella difesa dei suoi legittimi interessi; nella visione superiore
e moderna del bene comune, nell’unione salda e fraterna, nella difesa della libertà e nell’attuazione
d’una progressiva giustizia sociale. Grande ed arduo programma, certamente. Ma abbiate coraggio.
Abbiate fede. Ve lo dice con tutto il cuore chi ha visto con immensa speranza sorgere la vostra
istituzione; ve lo dice chi è stato vicino alle vostre aspirazioni ed ai vostri problemi negli anni
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indimenticabili del ministero pastorale in terra ambrosiana; ve lo dice chi sempre continua a
seguirvi con grande affezione ed ampia fiducia.
Continuate nel cammino intrapreso, e già segnato dai magnifici esempi dei vostri migliori: innanzi
tutto, fedeltà alla vita cristiana sinceramente professata come forza interiore trasfigurante e come
esempio esteriore trascinatore; conoscenza della dottrina sociale cristiana, la quale attende ancora
d’essere volenterosamente e integralmente applicata; sforzo per la sempre migliore qualificazione
morale e professionale del lavoratore; impegno di servizio e di aiuto ai fratelli, specialmente per
coloro che sono provati dalla disoccupazione e dalla sofferenza; e sempre coraggio delle proprie
convinzioni, affinché le ACLI siano nell’officina, nello stabilimento, nell’azienda, nel laboratorio,
nei campi, negli uffici e nei servizi il lievito che fa fermentare la massa, cioè tutto quel nostro
immenso popolo lavoratore, a cui va la Nostra stima ed oggi il Nostro particolare saluto.
Ecco la vocazione, a cui vi chiama l’appartenenza alle ACLI, ecco l’aspettativa fiduciosa che
riponiamo in voi.
Mentre preghiamo S. Giuseppe che sia sempre vostro valido intercessore presso Dio per la
prosperità delle vostre persone e delle vostre famiglie, per la sicurezza del vostro lavoro, per la pace
delle vostre coscienze, Noi vi assicuriamo la Nostra sincera benevolenza, di cui ora vuol essere
pegno la Nostra Apostolica Benedizione.
UDIENZA GENERALE
Festa di San Giuseppe Artigiano
Sabato, 1° maggio 1965
Diletti Figli e Figlie!
Se cerchiamo quali motivi spirituali dànno a questa udienza un significato particolare, è facile
rilevare che tali motivi sono due: la festa del lavoro e la festa di San Giuseppe; anzi è uno solo,
quello che suggerì dieci anni or sono, al Nostro Predecessore, di venerata memoria, Pio XII, di
abbinare questi due titoli, che dànno al Calendimaggio il carattere d’un giorno speciale di festa, per
farne, com’Egli disse, un «giorno di giubilo per il concreto e progressivo trionfo degli ideali
cristiani della grande famiglia del lavoro» (Discorsi e Radiomessaggi, XVII, 76). Questo atto, che
ha potuto apparire a qualcuno come un pio artificio, come uno sforzo per attribuire ad una
celebrazione profana, anzi laica nel senso più radicale del termine, un qualche tardivo e
compiacente riconoscimento, rivela invece, come nel campo cattolico tutti hanno notato con
soddisfazione, un gesto doppiamente coerente: coerente con la tradizione del culto cristiano, il quale
non soltanto per purificare ed elevare le feste pagane, più d’una di esse ha assorbito nel suo
calendario e ha trasfigurato in senso cristiano, ma altresì per obbedire al suo genio profondamente
teologico e profondamente umano, il quale scopre in ogni manifestazione autentica della vita un
campo sempre possibile e quasi predisposto all’economia dell’Incarnazione, alla penetrazione del
divino nell’umano, all’infusione redentrice e sublimante della grazia.
E seconda coerenza: e cioè con tutta l’opera dottrinale e pastorale svolta dalla Chiesa, dai Papi
specialmente, dai Vescovi e da Maestri cattolici, da un secolo in qua, per ridare al lavoro una sua
nuova spiritualità, una sua animazione cristiana. E allora l’aver fatto coincidere la festa del lavoro
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con la festa del lavoratore S. Giuseppe, che nella scena evangelica, nella stessa famiglia terrena di
Cristo, personifica il tipo umano, che Cristo medesimo scelse per qualificare la propria posizione
sociale «fabri filius» (Matth. 13, 55), pone il grande, enorme, moderno problema della
riconciliazione del mondo del lavoro con i valori religiosi e cristiani, e della conseguente
irradiazione di dignità, di energie, di conforti, di speranze, che il Vangelo può e deve ancor oggi
diffondere sulla fatica umana; anzi quasi lo dà, questo problema, per risoluto, anche se oggi pur
troppo, in gran parte, risoluto non è.
Anche questo modo di agire è nel costume della Chiesa credente, la quale sovente opera «contra
spem, in spem» (Rom. 4, 18), sicura che il tempo, i fatti, gli uomini le daranno ragione, perché lo
Spirito di Dio anticipa alla Chiesa una sicurezza profetica, che un giorno, a bene dell’umanità, sarà
vittoriosa.
E nulla diremo, in questo brevissimo momento, delle troppe cose che si offrono alla mente dalla
presentazione del problema suddetto, del rapporto cioè fra vita religiosa e vita del lavoro: perché
queste due supreme espressioni dell’attività umana dovrebbero essere separate fra loro? Perché in
contrasto? Come fu che la loro alleanza, la loro simbiosi si ruppe? Quale lunga storia, quale
diligente analisi ce ne può indicare le ragioni, i pretesti, le rovine? Forse non fu a tempo compresa
la trasformazione psicologica e sociale che il passaggio dall’impiego di umili e primitivi utensili in
aiuto della fatica dell’uomo all’impiego della macchina con tutte le sue nuove potentissime energie
avrebbe prodotto? Non ci si avvide che nasceva una favolosa speranza dal regno della terra che
avrebbe oscurato e sostituito la speranza del regno dei cieli? Non ci si accorse che la nuova forma di
lavoro avrebbe risvegliato nel lavoratore la coscienza della sua alienazione, che cioè egli non
operava più per sé, ma per altri, con strumenti non più propri, ma di altri, non più solo ma con altri,
e che sarebbe sorta nel suo animo la brama d’una redenzione economica e temporale, che non gli
lasciava più apprezzare la redenzione morale e spirituale offertagli dalla fede di Cristo, non a quella
contraria, ma di quella fondamento e corona? E mancò forse (non certo nei Papi) il linguaggio,
mancò il coraggio per dire al mondo del lavoro, sconvolto delle sue stesse affermazioni, qual era la
via buona del suo riscatto, e quale il bisogno e il dovere di non mortificare al livello del benessere
economico la sua capacità ed il suo diritto di salire insieme al livello delle supreme realtà della vita,
che sono quelle dell’anima e di Dio?
Nulla diremo. Del resto sono cose che tutti ora, più o meno, conoscono, e che solo richiamiamo al
vostro spirito, oggi e proprio qui, perché abbiate a ricordarle e a meditarle, alla luce che la festa di
S. Giuseppe, esempio e protettore del mondo del lavoro, proietta su di noi, quando siamo memori
del Vangelo e memori della meravigliosa fedeltà, con cui esso si rispecchia nelle attualissime
Encicliche pontificie.
E abbiate a interessarvi di queste cose, che hanno tanta importanza nella vita moderna fino a
determinarne le forme salienti ed il corso, non si sa se più travagliato o trionfale. Interessarvi per
pregare per il mondo del lavoro, per quanti in esso sono oggi sofferenti: disoccupati, sottoccupati,
emigrati, mal sicuri del loro pane, mal retribuiti della loro fatica, amareggiati della loro sorte. E per
quanti anche del lavoro fanno argomento programmatico e permanente di lotta sociale, invece che
di armoniosa e positiva cooperazione nella giustizia e nella libertà; fonte di odio sociale e di
passione, invece che di amore fraterno e di esaltazione di nobili sentimenti. Ed infine perché
all’interessamento di pensiero e di preghiera abbiate ad aggiungere, come possibile, quello della
solidarietà e dell’operosità, affinché «la giustizia e la pace» auspice l’umile e grande Artigiano di
Nazareth, abbiano a rifiorire cristianamente nel mondo del lavoro.
La Nostra Benedizione vi incoraggia e vi assicura l’aiuto del Cielo.
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DISCORSO AI DIRIGENTI E ALLE MAESTRANZE DELLA SOCIETÀ
«GIO. BUTON E ROSSO ANTICO» DI BOLOGNA
Sabato, 15 maggio 1965
Signor Cardinale!
E voi tutti, Figli carissimi della diletta e gloriosa Arcidiocesi di Bologna!
Accogliamo con grande piacere la vostra visita e ve ne diciamo subito la Nostra riconoscenza. Un
pellegrinaggio bolognese sveglia nel Nostro animo sentimenti di particolare interesse, innanzi tutto
per l’eminente e venerata persona di colui che a Noi lo conduce, il Cardinale Arcivescovo, al quale
Ci legano grandissima devozione, altissima stima, affettuosa amicizia, e ora viva gratitudine per
l’opera ch’egli presta al Concilio Ecumenico tuttora in corso e prossimo a concludere con
importantissime deliberazioni i suoi lavori, non che per la presidenza, ch’egli esercita con prudenza
pari allo zelo e alla competenza, del Consiglio per l’applicazione della Costituzione sulla Sacra
Liturgia: volentieri profittiamo di questa occasione per manifestare a lui la Nostra riconoscenza e la
Nostra fiducia. Deriva poi la Nostra compiacenza di questo incontro dalla provenienza donde
cotesto gruppo si qualifica: da Bologna; e dire Bologna a Roma, qui nella casa del Papa, solleva una
interminabile serie di pensieri e di ricordi, che da soli basterebbero a dare tema d’interminabile
discorso: la sua storia, la sua arte, la sua cultura specialmente, - legum Bononia mater -, le sue
relazioni col potere temporale dei Papi, la sua vita ricchissima religiosa e civile, la posizione
giuridica, morale, economica, sociale, che la vostra Città è venuta occupando, non solo rispetto alle
regioni che la circondano, l’Emilia e la Romagna, ma altresì all’intera Nazione italiana, le visite che
Noi stessi avemmo occasione di fare a Bologna, in circostanze per Noi memorabili, la conoscenza
che Ci ha cordialmente legato a qualche caro Amico e ad alcune persone insigni della Città stessa:
basti fra queste ricordare Papa Benedetto XV e il Cardinale Giovanni Battista Nasalli Rocca,
entrambi di venerata memoria: sono questi altrettanti titoli alla Nostra rispettosa, affettuosa e
particolare considerazione della bella, operosa, caratteristica Città, della quale voi Ci portate, con la
vostra visita, una degna e gradita rappresentanza. Anche per questo aspetto, che questa udienza non
può non assumere, Noi prendiamo motivo per mandare alla illustre Città di Bologna, alla sua
Arcidiocesi, alla sua Università, alle sue istituzioni civili e religiose, al giornale cattolico che ivi si
pubblica, L' Avvenire d’ Italia, al Clero ed ai Fedeli tutti, il Nostro saluto e la Nostra Benedizione.
Ma vi è una terza ragione, che Ci fa lieti e pensosi per la vostra presenza: il fatto cioè che voi
appartenete ad una rinomata famiglia aziendale, che fa capo ai Figli del compianto Marchese
Filippo Sassoli de’ Bianchi, figura ben nota, e quanto mai tipica nel campo del Laicato cattolico
della passata generazione. Sappiamo che la particolare impronta spirituale, impressa da
quell’illustre Signore, a cui la generosa e fiera professione cattolica rese possibile fondere in una
sua originale espressione l’educazione aristocratica con sentimenti e con attività di nuovo e sincero
amore del popolo, quella impronta, diciamo, dura tuttora, per merito dei successori, che
presentemente dirigono l’azienda, aprendola ai moderni sviluppi industriali ed ai non meno moderni
esperimenti dello spirito sociale cristiano, che deve garantirle. con la prosperità economica, la
graduale conquista del nuovo spirito e delle nuove strutture, l’uno e le altre intese a formare
d’un’azienda puramente profana una cristiana comunità di lavoro.
Conosciamo i vostri meriti, ottenuti e sperati, perseguendo codesta linea che cerca di interpretare e
di applicare quei principi della dottrina sociale della Chiesa; e valutando le difficoltà inerenti a tale
programma, Ci sentiamo in dovere di manifestarvi la Nostra lode ed il Nostro incoraggiamento.
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Diremo di più, oggi, proprio oggi 15 maggio, data memorabile per essere quella che segna
l’anniversario della celebre Enciclica di Leone XIII, la «Rerum Novarum», e dell’altra Enciclica,
non meno importante, di Pio XI, la «Quadragesimo anno», due documenti pontifici, che con quelli
successivi di Papa Pio XII e di Papa Giovanni XXIII, venerati nomi, legato quest’ultimo alla più
recente e ora più nota Enciclica «Mater et Magistra», costituiscono la prova solenne della
competenza, dell’interesse, dell’amore della Chiesa-per il Popolo lavoratore e per i problemi della
moderna sociologia. Diremo che la vostra presenza, qualificata dal vostro carattere aziendale, reca a
Noi un grande conforto ed una grande speranza, perché viene a confermare ed a nutrire di realtà, se
pure tuttora in fase sperimentale ed in via di sviluppo, la risposta che Noi diamo, dentro, nel Nostro
spirito, e fuori, nel cerchio dei Nostri frequenti incontri col mondo del lavoro e con quello della
cultura rivolta ai problemi sociologici contemporanei; la risposta fiduciosa, la risposta affermativa,
la risposta che potrà, Dio voglia, essere domani piena e felice alle seguenti conturbanti domande.
È possibile, veramente possibile, che il lavoro, il lavoro moderno, attinga dalla concezione cristiana
della vita una sua nuova e vera ispirazione, che lo illumini nelle sue profonde ragioni umane e
sociali, così che l’opera umana, da un lato, rivolta al dominio delle cose e delle energie naturali per
trarne immensi, meravigliosi, tremendi servizi, risplenda nella sua piena virtù evocatrice delle leggi,
cioè dei pensieri che l’opera divina vi ha infusi, e che in tal modo d’altro lato l’operatore-uomo,
Lavoratore, Tecnico o Imprenditore che sia, s’incontri in uno stupendo colloquio con Dio Creatore,
e ne derivi, non già l’alienazione, di cui si vorrebbe incolpare la religione professata dall’uomo del
lavoro, ma la sua esaltazione, la sua redenzione, la sua suprema dignità e il suo merito superiore, il
suo conforto profondo, la sua speranza infallibile? È possibile? È possibile restituire al Lavoratore
la sua capacità religiosa di godere di ciò che fa e di chi egli è, la sua capacità cristiana di pace, di
bontà e di amore? È possibile?
Ed altra domanda: ed è possibile che l’uomo ricco, colui che possiede i mezzi necessari a mettere in
mote il grande processo del lavoro organizzato moderno, che dispone cioè della iniziativa e degli
strumenti della produzione, che promuove all’origine la fecondità del fatto economico e in gran
parte lo domina nei suoi risultati, vinca la naturale tentazione dell’egoismo e dell’edonismo, e
preferisca la ricchezza dell’amore all’amore della ricchezza, associando generosamente il vantaggio
privato del possedere alla funzione sociale oggi più che mai inerente ad ogni forma di proprietà? È
possibile che la sociologia cristiana riconosca, protegga, nobiliti la figura dell’Imprenditore e ne
faccia al tempo stesso l’amico, il benefattore, il «funzionario» della società?
È possibile dare efficienza storica, economica, politica alla dottrina sociale della Chiesa, farla
passare dall’enunciazione teorica alla sua realizzazione pratica, difenderla dal sospetto di mera
predicazione dimostrativa, e darle attuazione concreta nel mondo contemporaneo? È possibile
conseguire effettivi ed originali risultati di progresso economico e sociale senza ricorrere agli
stimoli inebrianti, ma alla fine debilitanti e corrosivi delle moderne teorie materialistiche e delle
loro formidabili e vincolanti forze operanti? È possibile sperare in una società nuova e moderna,
caratterizzata dal progresso e dal lavoro, e che risplenda di luce cristiana?
La vostra presenza, cari figli, Ci conforta a rispondere: sì, è possibile! Deve essere possibile!
Prescindiamo, così dicendo, dai saggi positivi e pratici che voi rappresentate; e quasi spinti da essi
Ci riportiamo più su al livello della visione ideale del!e cose; e diciamo: è possibile, sì, perché la
dottrina sociale cristiana possiede l’interiore carisma della verità, conosce e interpreta la natura
dell’uomo e del mondo, possiede energie operative di genialità, di bontà, di sacrificio capaci di
raggiungere i migliori risultati. Sì, è possibile, se uomini intelligenti e volenterosi, cattolici forti e
liberi, Pastori illuminati e coraggiosi, figli del popolo, bravi, coerenti e fedeli, si impegnano alla
grande impresa della edificazione d’una società giusta, libera e cristiana. Sì, è possibile se quanti a
tale impresa si consacrano sanno attingere alle sorgenti della fede e della grazia quel misterioso e
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indispensabile supplemento di luce e di forza, ch’è appunto l’apporto originale del cristianesimo per
la salvezza del mondo.
E per voi, Bolognesi, aggiungeremo: sì, è possibile, se da umili e fieri figli della vostra Madonna di
S. Luca saprete sempre fedelmente invocare dalla Madre di Cristo la sua protezione celeste.
A propiziare la quale eccovi, carissimi figli, la Nostra Apostolica Benedizione.
DISCORSO ALLA SOCIETÀ «SALMOIRAGHI»
E ALLA SOCIETÀ «FRATELLI TESTORI»
Venerdì, 28 maggio 1965
Diletti figli e figlie.
Vi apriamo il cuore e le braccia al più affettuoso dei saluti, e vi ringraziamo della consolazione che
Ci procura la vostra presenza. L’incontro di oggi ha infatti un significato tutto particolare: non è
occasionale, non è casuale, non è, diciamo così, protocollare; ma è un incontro tra amici, tra persone
care, che si conoscono a vicenda; ma è un ritrovarsi insieme dopo anni di lontananza; ma è un
ravvivare sentimenti dolcissimi, che abbiamo provato la prima volta, quando Ci recammo in mezzo
a voi, negli anni del Nostro ministero pastorale a Milano.
Ricordiamo ancora con viva consolazione l’accoglienza rispettosa e reverente e cordiale che voi,
diletti Dirigenti e Maestranze della Filotecnica Salmoiraghi, riservaste al vostro Arcivescovo, il
pomeriggio del 20 novembre del 1957, in occasione della Missione cittadina. E ora, volendo
degnamente commemorare il primo centenario di vita della vostra rinomata Società, avete rinnovato
quegli istanti di fede e di spirituale fusione dei cuori, portandoci l’espressione della vostra immutata
fedeltà.
Così ricordiamo con sentita compiacenza il Nostro incontro con voi, diletti Dirigenti e Maestranze
della Società Fratelli Testori, quando, nel 1956, salimmo a Sormano per benedire quel moderno
stabilimento di filatura, che allora si inaugurava. Sappiamo che oggi gli operai di Sormano sono
venuti qua, con i loro colleghi di lavoro di Novate Milanese, in occasione del 60° anniversario di
fondazione della Società, che ben conosciamo.
Ci piace dunque pensare che le vostre due Industrie hanno voluto restituirCi la visita, da Noi
compiuta in quegli anni lontani: e vi ringraziamo per il pensiero filiale.
Vorremmo che il ricordo di questo incontro romano, aperto come una parentesi serena sul faticoso
fluire dei giorni del vostro lavoro, rimanesse impresso a fondo in ciascuno di voi, a conforto, a
premio, a incoraggiamento nel vostro impegno di uomini, di cristiani, di lavoratori.
Vorremmo che la consapevolezza di questa triplice vocazione, che vi definisce nella vostra più
intima e reale e sacra dignità, vi accompagnasse sempre, nelle varie applicazioni della vita, per
nobilitare essenzialmente ogni vostra attività, anche la più modesta, anche la meno appariscente o
meno considerata dagli altri.
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Siete uomini, siete cristiani, siete lavoratori. Uomini, creati a immagine e somiglianza di Dio;
uomini che portano nello spirito immortale l’orma vitale e soavissima della intelligenza, della
potenza, della volontà divina; posti infinitamente al di sopra della materia inerte, liberi, attivi, forti,
chiamati a prolungare nel mondo, nella famiglia e nel lavoro, l’opera creatrice del Signore.
Cristiani: redenti dal Salvatore Divino, da Lui ricreati e rigenerati alla vita della grazia; consapevoli
della ferita lasciata dal peccato originale, ma in Lui fatti ora figli del Padre ed eredi del Cielo,
membri operanti e attivi della Chiesa, cementati gli uni con gli altri nel vincolo della carità.
Lavoratori, infine: che portano il peso talora opprimente, forse monotono della propria condizione
umana, ma chiamati a piegare la materia, a trasfigurarla, a imprimerle la finalità superiore voluta dal
pensiero, e farla servire alla gloria di Dio e alla utilità dei fratelli.
Sono tre valori che non si oppongono, che non si escludono a vicenda, quasi che la pienezza della
vita cristiana sia di remora e di ostacolo, e non piuttosto di completamento, di perfezione, di
armonioso equilibrio sia dei valori umani sia dell’efficienza del lavoro. La tentazione
dell’autosufficienza e dell’orgoglio, insita in ogni cuore fin dalla caduta del primo uomo, può
raggelare tante buone energie, può chiudere la mente e il cuore, impedendo di vedere e di amare la
gloria di Dio, può far precipitare nell’aridità, nella durezza, e alla fine nella delusione. È una
tentazione a cui anche voi potreste soggiacere. Come dicevamo appunto in quei giorni della
Missione di Milano, parlando ad operai dell’industria, «chi fa della tecnica ed è occupato come voi
a costruire degli stupendi strumenti, chi, come voi, è riuscito a scoprire forze segrete fino a pochi
anni fa, e a strapparle dal regno della natura, imprigionandole e domandole, spesso non può
trattenersi dal dire: "Obbedisci, Natura, a me, sono io che comando! Io uomo, io primo scopritore,
io scienziato, io ingegnere, io tecnico, io operaio! . . .". Questa padronanza, questa vostra stupenda
abilità nel mettere le forze naturali a servizio dell’uomo può farvi credere di essere molto bravi - e
lo siete, in verità -; ma bravi al punto da dimenticare che le forze e le leggi di cui vi siete
impadroniti non le avete create voi . . . Ed ecco, allora, che le vostre difficoltà a sentire i problemi
religiosi, i problemi dell’infinito e dello spirito; i problemi che spiegano l’universo in cui siamo, da
ostacolo diventano scala per salire a Dio» (La Missione di Milano 1957, pp. 186-7).
E allora vi diciamo: ricordate sempre questa vostra vocazione, che vi preordina a Dio
nell’adempimento del dovere quotidiano; voi siete chiamati a compiere, in voi e attorno a voi, la
sintesi completa e gioiosa della vostra vocazione di uomini, di operai, di cristiani; da voi, operai
cristiani, la Chiesa si aspetta la volonterosa applicazione dei principii della sua dottrina sociale,
come abbiamo rilevato qualche giorno fa ad altro gruppo industriale, per «farla passare
dall’enunciazione teorica alla sua realizzazione pratica, difenderla dal sospetto di mera predicazione
dimostrativa, e darle attuazione concreta nel mondo contemporaneo» (L’Osservatore Romano, 16
maggio 1965); da voi, operai cristiani, la stessa società attende un contributo insostituibile per il
proprio continuo progresso nella pace e nell’ordine, per il conseguimento del vero benessere.
Ecco, diletti figli e figlie, quanto abbiamo desiderato dirvi con semplicità in questo lietissimo
incontro, aprendo il Nostro cuore alla soavità dei ricordi del passato, e alla fioritura di speranze per
l’avvenire. Noi auguriamo alle vostre due egregie Società di trarre dai luminosi traguardi
felicemente raggiunti sempre nuovi incrementi e lusinghiere affermazioni.
Una parola di compiacenza e di augurio dobbiamo aggiungere per chi ha merito nella fondazione,
nello sviluppo, nella rinomanza delle due Ditte qui presenti: il nome della «Filotecnica
Salmoiraghi» fa onore all’industria italiana per l’incremento scientifico e tecnico impresso alla ben
nota impresa dell’illustre Senatore Ing. Angelo Salmoiraghi, e per lo sforzo mirabile e competitivo,
sempre continuato sugli esempi del Fondatore, nella celebrata produzione di strumenti ottici,
topografici, geodetici, fotografici di alta precisione e d’indiscussa utilità. All’attuale chiarissimo
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Presidente Professor Carlo Masini, a Noi ben caro anche per altri titoli, ai componenti del Consiglio
d’Amministrazione, ai Dirigenti e alle Maestranze tutte, le Nostre felicitazioni per così onorata e
promettente celebrazione centenaria della loro Società.
Ai promotori, ai direttori della Ditta Testori dobbiamo parimente le Nostre congratulazioni; essa
merita d’essere citata ad esempio fra le imprese familiari, che per l’abilità e la dedizione dei loro
dirigenti hanno saputo seguire ed emulare le grandi imprese dell’industria tessile lombarda, unendo
alla perizia tecnica e alla probità amministrativa una vigile ed effettiva sollecitudine verso
l’applicazione della sociologia cristiana nell’ambito aziendale. Noi ben conosciamo quanto i Signori
Testori e fra tutti l’egregio Ing. Angelo Testori hanno fatto per dare alla loro Ditta questo
encomiabile vanto, e volentieri li lodiamo e li incoraggiamo, lieti Noi stessi d’aver avuto nel campo
dell’Azione Cattolica lo stesso Ing. Angelo Testori come zelante Presidente della Giunta Diocesana
milanese e solerte collaboratore in altre opere, che, come l’UCID e il Comitato permanente
dell’Istituto Toniolo, godono tuttora del valido contributo della sua attività. A lui, al suo fedele
collaboratore il Comm. Faroldi, ai loro Familiari e a tutto il Personale della Ditta Testori voti d’ogni
bene.
Perciò a voi tutti Noi siamo accanto col Nostro affetto e con la Nostra preghiera, invocando su di
voi e sui vostri cari ogni più bella grazia del Signore, di cui vuol essere pegno e riverbero la Nostra
Benedizione Apostolica.
DISCORSO AI LAVORATORI DELLA SOCIETÀ «ELETTROCONDUTTURE»
Sabato, 19 giugno 1965
La vostra presenza Ci procura una gioia sincera, diletti figli, e ve ne siamo grati. Avete infatti voluto
ricordare l’incontro del dicembre del 1959, quando venimmo a benedire i magnifici, moderni locali
del nuovo Stabilimento di Via Valtorta della vostra Società «Elettrocondutture». Anche Noi
ricordiamo quella lietissima circostanza con immutato compiacimento, che conserviamo vivo in
cuore, come avviene per tutte le opere e istituzioni della diletta Milano, che avemmo occasione di
visitare negli anni del Nostro pastorale ministero, intrattenendo fecondi colloqui con le forti,
robuste, generose rappresentanze del mondo del lavoro.
E ora siete venuti voi, come a restituire quella visita al vostro amato Padre e Pastore, che la più
vasta e tremenda responsabilità del governo di tutta la Chiesa non rende meno sensibile alle
attenzioni di delicata reverenza dei figli e diocesani di un tempo, reputandoli tuttora figli carissimi,
amati di un affetto, che il nuovo ufficio apostolico rende più intenso e commosso.
Vi salutiamo pertanto con tutta benevolenza. La felice occasione di questa familiare e spontanea
udienza Ci offre l’opportunità di rivolgere una parola di lode sentita al benemerito fondatore della
Società l’ingegner Giovanni Calì, qui presente, che col suo talento e il suo impegno ha fatto di essa
un’azienda modello, molto specializzata e moderna. Il Nostro compiacimento va altresì a voi,
Dirigenti e Maestranze, alla cui intelligente, fattiva, consapevole collaborazione è dovuta la
lusinghiera, crescente affermazione della Società «Elettrocondutture», nel suo breve e fecondo
cammino. Estendiamo il Nostro saluto alle vostre dilette famiglie, ai vostri figli specialmente, su
tutti invocando ogni desiderato dono del Cielo.
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Sappiate che il Papa vi segue nel vostro lavoro quotidiano, condivide le vostre aspirazioni, conforta
le vostre interiori disposizioni. Vorremmo che la Nostra voce giungesse, con voi, a tutti i lavoratori
dell’industria, per attestare loro la assidua sollecitudine della Chiesa a favore della loro continua
elevazione professionale, religiosa e morale. Siamo consapevoli del pericolo di fondo, a cui sono
esposti i bravissimi artefici del lavoro umano: la tentazione di sentirsi autosufficienti per il dominio
che essi operano sulla materia, senza avvertire che in tal modo è la materia a umiliare lo spirito,
imprigionandolo in una visuale ristretta, limitata alla esperienza sensibile e sperimentale, e
privandolo della possibilità di veramente dominare, con l’affermazione della propria superiore
dignità spirituale: dignità di uomini, creati a immagine e somiglianza di Dio, redenti da Cristo, resi
tutti fratelli nella Chiesa, chiamati a imprimere l’orma della loro anima immortale nel regno opaco e
inerte delle pur meravigliose realtà materiali. Ecco dunque - e Noi siamo certi che questo è
diventato per voi legge di vita - il dovere di dare un’anima al proprio lavoro, di sentire la grandezza
della propria vocazione di lavoratori: che sanno cioè di essere collaboratori di Dio nell’impiegare e
sottomettere le energie e gli elementi della sua creazione; che sanno offrire a Cristo il peso, inerente
alla quotidiana fatica, per trasfigurarlo e impreziosirlo a contatto col suo Sacrificio Redentore; che
vogliono vedere nelle opere delle proprie mani un pegno di solidarietà offerto ai fratelli, un aiuto
gioioso e costruttivo per il progresso sociale, della intera famiglia umana. In una parola, è il dovere
di dare al lavoro il suo grande complemento, che è la religione, come abbiamo detto parlando di un
giovane lavoratore, chiamato alla gloria degli Altari, Nunzio Sulprizio: «È la religione, che dà la
luce, cioè le ragioni supreme della vita, e che determina perciò la scala dei veri valori della vita
stessa; è la religione che dà il respiro, cioè l’interiorità, la purificazione, la nobiltà, il conforto alla
fatica fisica e all’attività professionale; è la religione, che umanizza la tecnica, l’economia, la
socialità; è la religione, che fa grandi e buoni e giusti e liberi e santi gli uomini laboriosi»
(Allocuzione del 1° dicembre 1963; Insegnamenti di Paolo VI, I, p. 364).
È l’augurio che oggi vi rivolgiamo, diletti figli, avvalorato dalla preghiera per ciascuno di voi, e per
i vostri cari lontani. Ne sia pegno e testimonianza la Nostra Apostolica Benedizione, che vi
accompagna nel quotidiano lavoro, auspicandovi di sempre trovare in esso fonte di degne
soddisfazioni, motivo di spirituale letizia, strumento di operosa solidarietà.
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 23 giugno 1965
All'odierna udienza generale prendono parte gruppi di sacerdoti e religiosi, di varia provenienza e di
diversa e specifica attribuzione nel pastorale ministero, che conferiscono all’udienza stessa, nel
concerto animato e multiforme degli altri pellegrinaggi qui presenti, una caratteristica singolare e a
Noi gratissima. Codesti gruppi reclamano pertanto un particolare accenno, una speciale parola di
compiacimento e di elogio, che li additi all’attenzione, alla simpatia, alla gratitudine anche dei
carissimi fedeli, che oggi fanno loro corona.
Salutiamo anzitutto i dirigenti dell’ONARMO, e i numerosi Cappellani del lavoro di tutta Italia,
partecipanti alla II Settimana di studio sulla Pastorale del mondo del lavoro, promossa dalla
benemerita Organizzazione, in collaborazione con gli altri Sodalizi che si dedicano all’apostolato
nel mondo del lavoro.
Diletti figli!
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La vostra visita Ci procura vera soddisfazione, e ve ne ringraziamo di cuore. È ancora vivo nel
Nostro ricordo l’incontro dello scorso anno con voi, incontro vibrante di fede, di letizia, di santo
fervore; e Ci fa piacere rilevare il vostro impegno che, sulla scia delle consegne da Noi allora
paternamente tracciate, vuol continuare nella ricerca di sempre più efficaci metodi di apostolato,
nella non mai stanca preparazione ai vostri compiti, nell’intelligente adeguamento alle ricorrenti
necessità e ai problemi della pastorale per i lavoratori.
Abbiamo preso visione con interesse dei temi che, sotto la guida di valorosi specialisti, state
approfondendo in questi giorni circa l’argomento centrale della Settimana di studio: «La dinamica
dei gruppi e l’apostolato sacerdotale nella comunità di lavoro». L’esiguità del tempo a disposizione
non Ci permette di sostare più a lungo, come pur vorremmo, con voi, per cogliere dal tema
annunziato qualche particolare indicazione per il vostro delicato, urgente, generoso ministero.
Certamente saprà supplire la vostra esperienza e preparazione, unitamente alla parola dei maestri
della Settimana.
La Nostra parola vuol sonare oggi ad ampio e commosso incoraggiamento al vostro quotidiano
servizio della Chiesa e delle anime. Vogliamo dirvi che il Papa pensa a voi, per quello che fate con
tanta abnegazione, non di rado con vero sacrificio, per conferire al mondo del lavoro quell’auspicata
impronta cristiana, di cui nello scorso anno vi abbiamo parlato con immensa fiducia.
Ci aspettiamo tanto da voi. Il mondo del lavoro, nel quale siete chiamati a portare la testimonianza
del vostro sacerdozio - Pro Christo . . . legatione fungimur, tamquam Deo exhortante per nos (2
Cor. 5, 20) -, il mondo del lavoro, diciamo, ha bisogno della vostra presenza: voi siete in esso il sale
della terra, talvolta forse segno di contraddizione; ma i lavoratori han bisogno di scoprire in voi il
volto di Cristo, e di trovare la presenza materna della Chiesa. Oh, non certo vogliono vedere in voi
l’esperto, il tecnico, o, Dio non voglia, il burocrate, o l’agitatore: ma invece il ministro di Dio, il.
fratello, l’amico, il consigliere, che sappia gioire e soffrire con loro, che indichi con parola chiara e
scevra da ogni compromesso terreno la direzione esatta per servire Dio e i fratelli. Han bisogno di
trovare, insieme con coloro che tutelano le loro aspirazioni, chi li spinga alla generosità dei propri
doveri, chi li aiuti a essere strumenti consapevoli, efficienti, dignitosi della elevazione delle proprie
famiglie, artefici dell’ordine e del benessere della società.
Noi vi confortiamo a codesta grave e illuminante responsabilità sacerdotale, con l’assicurazione
della Nostra benevolenza, con l’aiuto della Nostra preghiera, col pegno, della Nostra Benedizione.
Salutiamo ora il gruppo, anch’esso assai numeroso, degli Assistenti Ecclesiastici dell’Associazione
Scoutistica Cattolica Italiana, i quali partecipano al loro Convegno Nazionale.
Il vostro nome richiama al pensiero immagini fresche e radiose di giovinezza, perché vi dedicate
con tanta passione alle dilettissime schiere degli Scouts. Voi siete infatti presenti ai loro incontri, ne
alimentate la pietà, orientandola verso le forme nobili e sostanziose della sacra Liturgia, ne assistete
l’attività di gruppo, ne dividete le pause serene: sempre a contatto con quel mondo giovanile di
attese e di speranze, al quale prodigate i tesori della vostra sacerdotale formazione, della vostra
cultura, del vostro zelo.
L’età, che a voi si affida, meritevole delle più gelose attenzioni, vi impone un continuo sforzo di
adattamento, di aggiornamento, di comprensione: e per questo vi siete incontrati nel vostro
Convegno Nazionale, per il quale vi esprimiamo la Nostra soddisfazione. Continuate, diletti figli, a
prodigarvi per i costanti incrementi spirituali e organizzativi della vostra provvida Associazione: il
cuore del Papa è con voi e con i vostri Scouts, invocandovi ogni più lieto dono del Cielo.
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Un particolare saluto rivolgiamo ora a voi, sacerdoti partecipanti al Corso Nazionale per predicatori
di Esercizi Spirituali alle adolescenti e alle giovani, promosso dal Consiglio Centrale della Gioventù
Femminile di Azione Cattolica Italiana. La delicatezza del vostro compito, che schiude nel segreto
di quelle coscienze in formazione le vie difficili ma luminose del colloquio con Dio e della
conoscenza di sé, non Ci trova insensibili alle vostre difficoltà, ai vostri sacrifici, ai vostri problemi
di natura psicologica, pedagogica, ascetica, dottrinale. Lasciate che vi diciamo che Ci attendiamo
tanto da voi, dalla vostra opera silenziosa, attenta alla voce dello Spirito, ferma nel dirigere e nel
consigliare, gioiosa nell’invitare alle ascensioni interiori. Noi siamo certi che le brave giovani di
Azione Cattolica trovino in voi le guide sicure e sperimentate per la loro maturazione interiore, e
per l’avvio generoso alla vita di apostolato. Siate ringraziati, diletti figli, siate benedetti.
Ed ora eccoCi a voi, sacerdoti di diverse diocesi dell’Emilia e della Romagna, già alunni del
Pontificio Seminario Regionale di Bologna, che celebrate il XXV anniversario di ordinazione
sacerdotale e di Prima Messa. Vi accogliamo con un ampio augurio, al quale certo si associano i
fedeli presenti a questa udienza; e vi esprimiamo la Nostra consolazione nel sapervi impegnati nella
quasi totalità al ministero diretto delle anime, nelle vostre parrocchie. Il traguardo raggiunto, mentre
è lieta conferma della fecondità che il Signore ha dato al vostro sacerdozio, sia altresì di stimolo per
propositi di rinnovata generosità, per un costante progresso nelle vie del Signore, per l’inesausta
donazione della vostra vita a Cristo e alla Chiesa.
Ritornando alle vostre parrocchie, portate con voi l’assicurazione che il Papa vi segue nel vostro
evangelico lavoro, e abbraccia con un’ampia Benedizione le vostre persone, e le anime a voi
affidate.
Il Nostro deferente augurio va infine ai degnissimi Religiosi della Società dell’Apostolato Cattolico,
che hanno testé concluso il loro XI Capitolo Generale: salutiamo il Padre Guglielmo Möhler, ancora
una volta eletto all’ufficio di Rettore Generale, con gli altri membri del Regime Generale,
rappresentanti delle singole Province, sparse in tutto il mondo.
Voi Ci portate il palpito di fede e di amore dei vostri Confratelli, i 2.450 Pallottini, che,
proseguendo sulla scia luminosa tracciata da San Vincenzo Pallotti, si prodigano nelle varie opere
dell’apostolato sacerdotale e missionario. Siamo grati della vostra devozione generosa, che tanta
utilità porta alla Chiesa di Dio. E vi incoraggiamo a proseguire nella vostra generosa fedeltà, che
cerca sempre più validi orientamenti per corrispondere alle attese del Concilio Ecumenico Vaticano
II.
A voi, come a tutti i gruppi di sacerdoti, a quelli di Bologna, ex Alunni del Seminario Regionale,
celebranti il XXV anniversario di ordinazione e a quelli di Udine, Sacerdoti Oblati, che
commemorano il XX anniversario della fondazione del loro sodalizio, per opera del compianto
Mons. Giuseppe Nogara, i quali stamane hanno allietato questa udienza, l’Apostolica Nostra
Benedizione attesti il paterno affetto, con cui vi seguiamo nella preghiera, invocando su di voi, su le
persone a voi care, e su le vostre attività di ministero le continue grazie del Signore.
Queridos Sacerdotes del Convictorio Latino Americano
«San Pio X».
Después de estos años romanos, en los que habeis enriquecido vuestra formación humana, cultural y
espiritual, deseáis con vuestra presencia, para Nos gratísima, testimoniarNos aquí, cabe la Tumba
de San Pedro, los sentimientos de devoción y los propósitos de abnegado trabajo que os animan
para intensificar y extender el Reinado de Cristo.
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Volver desde Roma a América, donde frecuentemente va y se detiene Nuestro pensamiento de
solicitud pastoral, donde tan dilatados, luminosos y fecundos campos de apostolado os esperan,
comporta una alta y delicada responsabilidad que vuestra seria y profunda conciencia sacerdotal
afrontará serenamente. Sed siempre dóciles y fieles a las exigencias de la vocación: imitadores de
Cristo, con santidad de vida, con caridad ardiente, servidores del prójimo, magnánimos en la pronta
obediencia a vuestros Prelados. Que las inevitables dificultades ministeriales nunca os desalienten y
sirvan a intensificar el alma de todo apostolado eficaz: la vida interior, entretejida de plegaria y de
sacrificio.
Con estos paternales deseos invocamos sobre cada uno de vosotros, sobre vuestros seres amados,
sobre las Diócesis que se beneficiarán de vuestras fatígas sacerdotales, abundantes gracias divinas
en prenda de las cuales Nos complacemos en otorgaros la Bendición Apostólica.
Riconoscenza al Signore nei grandi anniversari
Diletti Figli e Figlie!
Siamo oggi obbligati a parlarvi di Noi stessi per causa dell’anniversario - già il secondo! - della
Nostra elevazione al Pontificato romano, e per le festività ricorrenti in questi giorni dei Santi, al cui
patrocinio è affidata l’umile Nostra esistenza: i Santi Giovanni Battista, Pietro e Paolo.
Ci obbliga a ciò il coro dei voti, che da ogni parte Ci pervengono, e quelli stessi che sarebbe in Noi
affettazione non riconoscere nei vostri cuori: la vostra stessa visita, così numerosa e così cordiale
Ce ne sembra dare la prova. E prendere la parola su questo tema vuol dire per Noi ringraziare, vuol
dire ricambiare: siano tutti ringraziati e benedetti, quanti Ci offrono per queste ricorrenze, che
preferiremmo ignorate e lasciate soltanto alla Nostra interiore memoria, i loro buoni e pii, e perciò
tanto graditi, auguri.
Ci obbliga ancor più la gratitudine che Noi dobbiamo al Signore per tanti suoi benefici, che
assumono nell’evidenza dell’ufficio apostolico a Noi affidato l’aspetto d’un singolare ed eccelso
favore. Ne sentiamo confusione, ma ne dobbiamo riconoscere la grandezza; dobbiamo protestare di
non avervi alcun merito, ma vi dobbiamo ravvisare un dono immenso della divina bontà. Vengono
opportune alle Nostre labbra le parole d’un grande;antico e santo Nostro predecessore, Leone
Magno, che, precisamente nell’anniversario della sua elezione al Sommo Pontificato, diceva: «. . .
non verecundae, sed ingratae mentis indicium est, beneficia tacere divina; non sarebbe indizio
d’animo riservato, ma ingrato, il tacere i benefici divini» (Sermo I; P.L., 54, 141). Siamo perciò
grati a Dio, che sceglie le cose che nulla valgono, «ea quae noti sunt», come dice San Paolo (1 Cor.
1, 28) per compiere i suoi disegni, affinché il merito ne sia a lui solo riservato. E se a lui solo risale
la fonte benefica dell’ufficio, che Ci pone Pastore del gregge di Cristo, a voi tutti, e a quanti del
nome cattolico godono l’onore e la fortuna, discende il gaudio di questa celebrazione del ministero
apostolico, che Cristo, sola sorgente della nostra salvezza, volle a Pietro per tutta la Chiesa
benignamente affidare. Ancora San Leone ha il conio dell’espressione precisa: «Intellegitis . . .
honorem celebrari totitu gregis per annua festa pastoris; voi comprendete che nella festa annuale
del Pastore si celebra l’onore dell’intero gregge» di Cristo (Sermo IV, P.L., 54, 148).
Pertanto Noi profittiamo di questa pia ricorrenza per dare a voi, ai fratelli nel sacerdozio
specialmente qui presenti, e per estendere a tutta la Chiesa in comunione con questa Sede
Apostolica, più ampia effusione dei doni, che il Signore ha posti nelle Nostre mani, della fede cioè
nella Persona, nella Parola, nella missione salvifica di Cristo Signore; «Resistite fortes in fide», siate
resistenti e forti nella fede, ancora una volta ripeteremo con le parole stesse dell’Apostolo Pietro (1
Petr. 5, 9); della speranza, di cui Gesù, Profeta della vita futura, ci ha fatti mallevadori; della carità,
che da Lui proviene, principio, cioè, e ragion d’essere e scopo del Nostro ministero pastorale.
E profitteremo altresì di questa circostanza per raccomandare ancora Noi stessi alle vostre
preghiere; per raccomandare la Chiesa tutta, affinché in quest’ora critica per i destini dell’umanità,
in quest’ora benedetta e misteriosa del Concilio ecumenico, ci siano chiare e piane le vie del
Signore verso la santità del Popolo di Dio, verso l’unità di tutti i Cristiani, verso la prosperità e la
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pace del mondo. Che la vostra preghiera, Figli carissimi, Ci assista, come agli albori del
cristianesimo, nei momenti più incerti e più difficili; ricordate? «Oratio autem fìebat sine
intermissione ab ecclesia ad Deum pro eo; si faceva orazione a Dio senza posa per lui» (Act. 12, 5).
Per lui, cioè per Pietro. Ed ora così sia per il povero suo Successore; che tutti vi ringrazia e vi
benedice.
DISCORSO ALLA SOCIETÀ EDITRICE «LA SCUOLA» DI BRESCIA
Lunedì, 28 giugno 1965
Cari Signori della Società Editrice «La Scuola»,
e cari Figli della Nostra Brescia!
La vostra venuta ha per Noi una commovente virtù evocatrice. Dire «La Scuola» di Brescia, la
valorosa casa editrice della ormai famosa rivista «La Scuola Italiana Moderna», che da oltre
settant’anni alimenta la classe magistrale di ideali cristiani, umani, pedagogici, con incomparabile
ricchezza di pensiero, di notizie, di materiale didattico, sempre nuova, sempre fresca, sempre
penetrante nel vivo dei problemi scolastici; dire «La Scuola», con la sua poderosa organizzazione
editoriale, con il suo sovrabbondante catalogo di moderne pubblicazioni, con la varietà delle sue
riviste e dei suoi sussidi didattici; dire «La Scuola», con quel suo singolare e magnifico carattere di
comunità di uomini competenti e valenti, appassionati, come forse pochissimi, alla causa della
educazione del popolo, legati in silenziosa e indefessa dedizione al proprio lavoro, e compresi che
altro migliore non v’è; dire «La Scuola» è per noi, sì, un richiamo ad una storia, ad uno spirito, ad
una milizia, che non già la «carità del natio loco» fa giudicare ammirabili, ma il valore dell’impresa
in se stessa; chi appena la conosce non può con Noi in ciò non convenire, e che il valore morale
delle persone, che tale impresa fondarono e servirono, la rende degna d’essere iscritta, anche se
volutamente modesta, fra le cose migliori della vita italiana contemporanea.
Vengono al Nostro spirito figure di uomini ottimi e a Noi, non meno che a voi, carissimi; prima
quella di Giuseppe Tovini, più viva che mai nel cuore di quanti compongono il vostro gruppo, e
nella memoria dei cattolici militanti italiani. Occorreva un uomo di fede e di azione della sua
tempra per iniziare la pubblicazione della Rivista, che doveva essere la bandiera intorno alla quale
si costituiva, nel 1904, la vostra Società. L’ardimento, l’idealismo, la tenacia che sostennero ai suoi
albori l’impresa possono qualificare eroica la virtù del Tovini; la distanza di prospettiva da cui oggi
noi la guardiamo ce ne dà migliore certezza, mentre ci fa chiamare provvidenziale il concorso di
anime alte e buone, che confortarono quei difficilissimi inizi; vengono alle labbra i nomi del Prof.
Rezzara di Bergamo, delle Sorelle Girelli di Brescia, di Caterina Restelli, di Marietta Bianchini, dei
Maestri Pellegrini e Segnali e della Prof. Magnocavallo, e fra tutti quello di Monsignor Angelo
Zammarchi, che possiamo ben dire l’uomo della vostra «Scuola», per esserne stato, per oltre
sessant’anni, tutto: l’ispiratore, il sostenitore, il direttore, il maestro, il servitore; sempre fervente,
sempre indefesso, sempre geniale, e sempre l’ultimo a comparire, umile fino all’eccesso, capace di
tacere come nessuno, e portato a usare la sua voce squillante come nessuno (egli se ne faceva già
vecchio ancora rimprovero), quando un’idea buona? una verità ammirabile, una causa giusta
balzavano nel suo spirito, e lo trasportavano. Oh! chi l’ha conosciuto non lo dimentichi mai!
Sacerdote purissimo e ferventissimo, studioso e scienziato di riconosciuta statura, insegnante ed
educatore di raro valore, amico discreto e fedelissimo, diede alla «Scuola» l’anima: chi di voi non
gli deve la certezza ch’essa tutto merita, e l’impulso, l’entusiasmo, la gioia di servirla con totale
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fedeltà? La sua fiera modestia, il suo disinteresse assoluto, il suo interiore assorbimento spirituale,
la sua arte di mettere avanti gli altri, collaboratori e discepoli che fossero, velarono la sua umana
figura agli occhi del pubblico; ma non così che quanti ebbero la ventura di avvicinarlo non
riconoscessero in lui un uomo di eccezionali virtù, di pensiero; di cuore, di azione. Voi certo lo
sapete.
E comprendete come spontaneamente la memoria Ci faccia intravedere accanto a Monsignor
Zammarchi, il profilo alto e nobile d’un’altra figura di straordinario valore, quella di Luigi Bazoli,
amicissimo dello Zammarchi e della vostra «Scuola», avvocato rinomatissimo, ma ancor più degno
che voi lo ricordiate fra i migliori della vostra schiera per l’incomparabile dirittura d’animo, per
l’insonne attività di pensiero, per la finissima sensibilità di cuore, per la trascinante e virile virtù di
penna e di parola, per la fede umile e gioconda di cattolico militante. Dovremmo dire anche come il
ricordo di Nostro Padre si unisca a quello di queste buone e grandi figure; fu egli per non pochi anni
presidente della vostra Società; e tanto basta per dire quanto anch’egli l’abbia amata e servita; e
quanto Noi pure, non insensibili a queste limpide ragioni del cuore, siamo spiritualmente uniti alla
vostra impresa e alle sue altissime finalità.
Voi ora, con la vostra visita e con l’omaggio delle vostre recenti produzioni librarie, tra cui il
prezioso volume sui problemi attuali circa «L’Educazione e la Società» a Noi dedicato, Ci
dimostrate cose che Ci riempiono l’animo d’immensa soddisfazione.
Voi Ci fate vedere i vostri progressi: il grano di senape è diventato, evangelicamente, e realmente,
uno stupendo albero, fiorente e vigoreggiante di magnifiche strutture e di molteplici iniziative; le
vostre pubblicazioni ne sono la prova evidente. Voi Ci date altresì prova d’un’altra vitalità, quella
della vostra compagine, di persone e di opere; e Ci sembra cotesto un meraviglioso attestato di
quelle virtù nascoste e tenaci, che fanno prospere e grandi le imprese, e che sempre dovrebbero
distinguere quelle che intendono servire il regno di Dio: la concordia, l’abnegazione, l’alacrità, la
saggezza, l’onestà... Elogiamo e benediciamo! Voi ancora Ci lasciate leggere nei vostri. animi i
sentimenti generatori di tanto lavoro; due ne scorgiamo principalissimi, la vostra fede cattolica, che
in voi, una volta di più, dà saggio della sua connaturalità con le migliori facoltà dello spirito umano;
c perciò offre conferma della sua fecondità generatrice delle migliori energie di pensiero e di azioni,
di quella chiaroveggenza delle verità, che danno senso e destino alla vita, e delle necessità, che
reclamano intervento e soccorso, e suscitano nell’animo la santa inquietudine dell’apostolato:
«Necessitas enim mihi incumbit; vae enim mihi est, si non evangelizavero», una necessità mi
spinge; e guai a me se non mi farò annunciatore del Vangelo (1 Cor. 9, 16). Sappiamo quanto un
simile fervore di fede si effonda. e forse, per dire ancor meglio, si realizzi in una spontanea e ferma
adesione al nome cattolico, e alla Chiesa perciò, che sempre è stata dell’opera vostra e guida e tutela
amorosa. Anche per codesta filiale professione Noi vi elogiamo e vi benediciamo.
Poi un altro sentimento scorgiamo nei vostri cuori, reso palese ed eloquente dalla vostra venuta
presso di Noi: il vostro amore alla causa della scuola. Oh! Dio vi benedica per così eletta e provvida
vocazione! Non Ci sembrerebbe difficile derivarne da Lui stesso la prima ed intima origine. Essa ha
il carattere delle cose migliori, che possono albergare nel cuore umano. Essa si profila sul grande
mistero del Verbo che si fa uomo; nasce dalla verità, che, per circolare nella rete delle esistenze
umane, ha bisogno di chi la apprenda e la comunichi; ha bisogno del servizio d’un magistero che la
ricerchi, la custodisca, la esprima, la renda parola, la trasmetta ad altri spiriti, la fecondi con
l’esempio e con l’amore, la renda vita. Essa è ministero che si curva su i piccoli, è arte che ne
dischiude le implicite facoltà, è prodigio che forma la personalità dell’uomo e lo incammina alla
pienezza e alla perfezione dell’essere suo. Ricordiamo sempre la scultorea definizione del
Tommaseo: educare vale a me emancipare. Così che operando libera, compiendo il dover suo si
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annulla; il maestro ha formato l’uomo, lo ha avviato sul cammino della vita; tace e scompare:
grandezza della sua missione e magnanimità del suo umile sacrificio!
Il discorso non avrebbe più fine, e Ci metterebbe a colloquio con voi; e inoltrandosi nell’analisi dei
problemi suoi propri Ci farebbe piuttosto vostri ascoltatori, che interlocutori. Diamo onore alla
vostra consumata scienza pedagogica; diamo incoraggiamento alla vostra attività in servizio della
scuola, di quella primaria e popolare specialmente; diamo riconoscimento alla vostra sensibilità
moderna dei problemi scolastici; diamo lode ai frutti, che già avete così largamente conseguiti; e
diamo voti per i forti propositi che spingono la vostra attività, non solo alla conservazione
dell’efficienza raggiunta, ma all’audacia altresì di nuovi sviluppi e di nuove conquiste. Il Nostro
affetto vi conforti, la Nostra stima vi avvalori, la Nostra Benedizione vi segua e vi ottenga da Dio
luce, vigore, merito e premio.
DISCORSO A DIVERSI GRUPPI DI PELLEGRINI
Lunedì, 28 giugno 1965
Diletti Figli e Figlie!
Vi è una parola, una parola di Gesù nostro Signore, che viene alla Nostra memoria davanti a
udienze generali, come questa, così numerosa, così variamente composta, così bella e significativa,
così rappresentativa dei ceti più vari della società: uomini, donne, fanciulli, giovani, studenti,
studiosi, lavoratori, soldati, professionisti, sposi, famiglie, pellegrini, turisti, sacerdoti, religiosi e
religiose, poveri e malati anche, sofferenti, curiosi . . . Una parola, che sembra qui - in certa misura realizzarsi; e che la vostra presenza Ci conforta a ripetere, mentre essa Ci sembra tanto audace da
far tremare il Nostro cuore e la Nostra voce, se osiamo proferirla. E dobbiamo proferirla, perché il
Signore stesso Ce ne fa obbligo, e C’infonde fiducia che, nonostante la Nostra umana pochezza, il
ministero ch’Egli, il Signore, Ci ha affidato, non la smentirà.
La parola è questa: «Venite a me, tutti! . . .» (Matth. 11, 28). E, com’è chiaro, si riferisce a Gesù: è
Lui che la dice.
Parola dolcissima, parola densissima, parola sovrana; una di quelle che possono e debbono
sconvolgere il mondo, e cambiare la faccia della terra. Pensate se nella indifferenza, nella
confusione, nella lotta degli uomini, questa voce di Cristo fosse ascoltata, fosse assecondata: quale
trasformazione, quale ordine, quale bellezza acquisterebbe l’umanità! Dalla dispersione di Babele
alla convergenza verso l’unità, verso la comprensione di tutte le lingue, verso la pace universale! E
pensate se la promessa, che Cristo ha fatto seguire al suo sbalorditivo invito, si avverasse; come
deve avverarsi: «Venite a me voi tutti, che siete affaticati e tribolati; ed Io vi consolerò!».
È una parola solenne, formidabile, meravigliosa; soltanto un Messia divino la poteva pronunciare! È
la parola di cui il mondo ha bisogno, e che possiede, al tempo stesso, la rivelazione ed il segreto
della salvezza del mondo. Per noi tutti, che la ascoltiamo: quale fortuna! ed insieme: quale
responsabilità! Per la Nostra misera persona, che ha l’incarico di ripeterla: quale coscienza di
profetica magnanimità Ci fa sorgere nello spirito, ed insieme quale timore di non saperla abbastanza
annunciare al mondo, di non saperla poi abbastanza onorare con l’ufficio di salvezza, che Ci fa
«servo dei servi di Dio»!
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Vi è di che meditare. E la moltitudine e la composizione pluralistica di questa grande riunione Ci fa
davvero tanto pensare, tanto riflettere, tanto pregare, se osserviamo che quella parola rappresenta in
modo caratteristico l’intervento di Cristo, cioè della religione cattolica, in mezzo all’umanità. È un
comando? è una minaccia? è una evidenza che obblighi ogni uomo ragionevole ad accoglierla? No;
è un invito. Un invito pieno di bontà e di autorità, pieno di forza e di dolcezza. Un invito seducente
per le promesse che offre, per i vantaggi che porta con sé; e forse ancor più per il fascino
misterioso, che esercita su i cuori di chi lo ascolta; un incantesimo, si direbbe; una attrattiva
misteriosa, che noi sappiamo essere d’origine divina (cfr. Io. 6, 44), altrettanto vincolante, che
rispettosa della libertà individuale: «Non obligatio, sed delectatio»: non una costrizione, ma un
diletto (cfr. S. Aug., in Io. 26, 4; P.L. 35, 1608).
Notate bene. Siamo nel centro del grande problema della libertà religiosa, sul quale la prossima
Sessione del Concilio Ecumenico ci darà preziosi insegnamenti, interpretando il pensiero di Cristo:
Egli invita a sé; invita alla fede; produce un obbligo morale per coloro a cui giunge l’invito, un
obbligo salvatore; ma non costringe, non toglie la libertà fisica dell’uomo, che deve decidere da sé,
coscientemente, del suo destino e del suo rapporto di fronte a Dio. Così sentirete riassumere grande
parte di questa capitale dottrina in due famose proporzioni: rispetto alla fede, che nessuno sia
impedito! che nessuno sia costretto! Nemo impediatur! Nemo cogatur! Dottrina che si completa con
la conoscenza della parola di Cristo, di cui stiamo ragionando: esiste una chiamata divina, esiste una
vocazione universale alla salvezza portata da Cristo; esiste un dovere d’informare e d’informarsi;
esiste un ordine di istruire e di istruirsi, esiste, di fronte al problema religioso, una somma
responsabilità; a cui però in una sola maniera si deve e si può corrispondere: liberamente, cioè; il
che vuol dire, per amore, con amore; non per forza. Il cristianesimo è amore.
Stupendo e tremendo disegno in ordine alla nostra salvezza! E a Noi sembra di ravvisarne qui,
nell’episodio di questa stessa udienza, un semplice, ma significativo riflesso. Perché siete qui, figli
carissimi? chi vi ha costretto a venire? nessuno; liberamente si raduna questa grande assemblea; ma
una forza, una scelta, un amore qua ha condotto i vostri passi; ancor prima che Noi la ripetessimo,
voi avete ascoltato nelle vostre coscienze la voce misteriosa dell’invito di Cristo: venite, venite tutti,
ché Io ho per tutti un infallibile conforto; venite.
E siete venuti. E trovate un’umile voce umana, che è autorizzata a ripetere sensibilmente,
umanamente, storicamente, la soave e potente chiamata di Gesù Salvatore: a Lui venite; ed Egli vi
consolerà.
È ciò che vuol ripetere ed effettuare oggi, per ognuno di voi, figli liberi e fedeli, la Nostra
Benedizione Apostolica.
Dopo l’Esortazione a tutti i pellegrinaggi, alcune speciali parole a gruppi particolarmente
qualificati, incominciando dai dirigenti diocesani dei Maestri dell’Azione Cattolica.
A questa udienza, che si svolge nella radiosa vigilia della festa di San Pietro, in questo tempio che è
glorificazione del suo martirio e scrigno prezioso della sua tomba, partecipano alcuni gruppi di
pellegrini, ai quali desideriamo rivolgere in particolare la Nostra parola di incitamento e di
benedizione.
Salutiamo anzitutto i Dirigenti diocesani del Movimento Maestri di Azione Cattolica Italiana, riuniti
a Roma per le giornate di studio e di preghiera del loro annuo Convegno Nazionale. La vostra
presenza Ci procura particolare soddisfazione, diletti figli e figlie, perché vediamo in voi l’aperta e
fervidissima professione cristiana, che illumina e avvalora la preziosa opera di educatori e di
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insegnanti, che svolgete con zelo e passione, e con gioioso sacrificio, a beneficio dei vostri alunni e
della intera società.
Grande invero è la missione, che avete scelto di compiere; grande è la dignità del Maestro, che,
fatto piccolo con i piccoli, ne arricchisce la mente con i suoi pazienti e graduali insegnamenti, ne
tempra la volontà con gli esempi costanti e generosi, ne avvia la personalità ai primi sicuri sviluppi,
ponendo i fondamenti di una vera sapienza di vita. Ma particolarmente grande, e degna di ogni
rispetto e di sentito incoraggiamento, è la missione del Maestro cattolico, per il quale la fede è
ragione di vita e di apostolato; la consapevolezza della vocazione cristiana diventa precisa consegna
di interiore coerenza e di costante dedizione al perfezionamento spirituale e morale degli alunni; e
la delicata professione si trasfigura in luce di merito eterno, secondo la biblica promessa: «Coloro
che avranno insegnato la giustizia brilleranno come stelle per l’eternità» (cfr. Dan. 12, 3).
L’intimo rapporto tra la vostra fede e la vostra missione e lo spirito con cui volete viverlo,
l’abbiamo rilevato con vero compiacimento anche dal tema del Convegno: «Vita scolastica e vita
liturgica». Continuate, diletti figli e figlie, nel vostro impegno, che tanto vi onora. Il Papa è con voi,
vi segue con l’affetto paterno, vi conforta con la preghiera, vi incoraggia con la Sua benedizione.
Uno speciale saluto, pieno di cari e commossi ricordi, è poi riservato a voi, diletti parrocchiani dei
Santi Quattro Evangelisti, di Milano, che partecipate al pellegrinaggio commemorativo dei primi
dieci anni di vita della vostra parrocchia. Ricordiamo con particolare compiacimento come essa sia
stata da Noi fondata, durante il ministero pastorale nell’Arcidiocesi ambrosiana; possiamo ben dire
che vedemmo crescere la grande e bella chiesa, dedicata agli Evangelisti; e Ci è caro ora attestare,
anche pubblicamente, la Nostra stima all’ottimo Preposto-Parroco, qui presente, don Dante
Basilico, e a tutti i suoi bravi parrocchiani, che hanno saputo rendere viva e attiva la loro parrocchia
con ben avviate ed efficienti opere e scuole.
Non possiamo, purtroppo, per l’esiguità del tempo a Nostra disposizione, trattenerci con voi come
vorremmo, e come pur reclamerebbe il Nostro affetto di Padre verso gli antichi figliuoli così
affezionati, e tanto più diletti perché, possiamo ben dire, primogeniti: solo desideriamo esortarvi a
mantenervi sempre fedeli al Vangelo, di cui la vostra parrocchia porta il particolare titolo di onore:
nel Vangelo è Cristo che ci rivela il Padre, dimostrandosi soavemente a noi come la Via, la Verità e
la Vita; là è l’insegnamento suasivo e penetrante e anche talora sconvolgente, che ci sprona e ci
stimola alla fede, alla fiducia in Dio, all’amore ai fratelli; là è la luce per le ore buie, l’alimento e il
sostegno per la nostra debolezza, la chiave di volta per la costruzione della città celeste su questa
terra, la garanzia della serenità e della pace anche materiale. Fate che la vostra comunità di anime
cementate dalla vita eucaristica, sia una conferma costante e gioiosa di quello che può il Vangelo, se
vissuto con schietta aderenza e con buona volontà. A questo vi esortiamo con sempre vivo affetto,
accompagnandovi con voti fervidissimi di sempre più luminosi traguardi.
Ora la presenza di numerosi gruppi di lavoratori reclama con giusta impazienza la Nostra parola:
siamo ben lieti di rivolgerla con intimo compiacimento per la testimonianza di fede e di devozione,
che il mondo del lavoro continuamente Ci offre nelle sue varie applicazioni e provenienze.
A voi, settecento maestranze del complesso tessile Miroglio, della diocesi di Alba, va anzitutto il
Nostro particolare saluto, con l’espressione di viva soddisfazione per la data, che celebrate, per il
numero e il fervore del vostro gruppo, per lo spirito, con cui volete compiere il vostro quotidiano
lavoro, nella continua adesione dell’anima a Cristo e alla Chiesa, nella fraterna comunione di intenti
e di interessi.
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A voi, operaie del laboratorio di maglieria «SACOR» di Cassano Murge, in provincia di Bari, va
altresì il Nostro saluto, il Nostro augurio, il Nostro ringraziamento per i doni che, per il Nostro
tramite, avete già fatto giungere ai bimbi poveri delle Missioni. Che la vostra carità, compiuta con
sensibilità esemplare per la causa missionaria, sia ricambiata e centuplicata dal Divino Salvatore,
che non lascia senza ricompensa anche solo un bicchier d’acqua offerto in collaborazione
all’apostolato (cfr. Matth. 10, 42).
A voi, infine, diletti Aclisti della diocesi di Casale Monferrato e di Torre Pellice (Pinerolo),
rivolgiamo il Nostro paterno incoraggiamento. La vostra appartenenza alle Associazioni Cristiane
dei Lavoratori Italiani vi impegna a una cosciente e vissuta fedeltà alla Chiesa, all’esempio
generoso, all’apostolato di ambiente: sappiate rendere sempre onore al nome cristiano, in tutte le
forme del vostro lavoro, ovunque vi chiami il quotidiano dovere, per essere le viventi testimonianze
della presenza cristiana fra i lavoratori, della concreta attuazione dell’insegnamento sociale della
Chiesa.
Su tutti voi, operai qui venuti, sui Dirigenti e Proprietari delle Ditte rappresentate, sui vostri colleghi
di lavoro, spiritualmente uniti a questo soave incontro di anime, e specialmente sulle vostre
famiglie, sui vostri bambini, e su quanti chiudono in cuore una trepidazione e una pena, scenda la
Nostra confortatrice Apostolica Benedizione, pegno delle più belle e sante grazie del Cielo.
RADIOMESSAGGIO AI LAVORATORI ITALIANI IN GERMANIA
Festività di Tutti i Santi
Lunedì, 1° novembre 1965
Cari Lavoratori Italiani in Germania!
È a noi offerta la possibilità di rivolgervi una parola in occasione della festa di Tutti i Santi e del
giorno dei Morti.
Ringraziamo di cuore il Westdeutscher Rundfunk, e profittiamo di questa opportunità per mandare a
voi, Lavoratori Italiani emigrati in terra tedesca, un Nostro particolare saluto.
Perché a voi? Perché Noi sappiamo che queste ricorrenze dei Santi e dei Morti vi fanno ricordare le
vostre Famiglie rimaste in Patria, le vostre città e i vostri paesi, le vostre parrocchie e i vostri
cimiteri. Sono giorni del cuore quelli dei Santi e dei Morti. La memoria si riempie di immagini care
e dolorose; ciascuno ripensa ai propri Defunti, ciascuno rivede i propri familiari scomparsi, i propri
amici e compagni di lavoro perduti. Sono i giorni tristi. Si vorrebbe tornare indietro. Si vorrebbero
avere i propri cari vicini, e con loro, come un tempo, andare al camposanto per mettere un cero, un
fiore, e dire una preghiera sulle tombe dei propri Morti. Poi si vorrebbe essere ancora insieme, la
sera, per sentire il conforto dell’intimità familiare. Una volta, Noi lo sappiamo, le famiglie, alla sera
dei Santi, si riunivano attorno al fuoco, assaggiavano il vino nuovo e sbucciavano e gustavano le
castagne lesse, dicevano insieme il Rosario; e poi parlavano; parlavano piano, con voce dolce e
buona: Ti ricordi? Ti ricordi? e le immagini delle persone scomparse sembravano prendere vita, e
venire quasi a discorso con i presenti: morti e vivi erano insieme in quella sera mesta e benedetta.
Anche i piccoli stavano quieti, e ascoltavano. E dopo le parole, quel silenzio, quel silenzio insolito,
quanti sentimenti, quante domande faceva sorgere nel fondo dei cuori: ma perché sono morti? e
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dove saranno? e tutto finisce così? e perché tanto si fatica e poi si muore? e che cosa è dunque
questa nostra vita, che passa, che corre, come un fiume; e dove va? verso un’altra vita, e quale?
Cari Figli, cari Lavoratori lontani! Noi crediamo che simili pensieri siano anche i vostri, nella sera
di Ognissanti, alla vigilia del giorno dei Morti; e pensieri per voi più gravi e più tristi, perché voi
siete lontani, perché siete soli, e forse perché non sapete più pregare come una volta.
Ecco perché vi parliamo: voi non siete lontani, per Noi; voi non siete soli, perché Noi, con questa
voce almeno, veniamo a trovarvi, veniamo a consolarvi. Veniamo a dirvi, nel nome di Cristo, ch’è
la Vita e la Risurrezione, che i Morti non sono morti. Dormono. Dormono d’un sonno che ha
dissociato il loro essere umano, ma non ha spento la loro anima. E se essi hanno avuto la fede e
sono stati buoni, la loro sorte, la loro sorte felice, è assicurata per sempre.
E veniamo a dirvi, ancora nel nome di Cristo, che noi possiamo in qualche modo aiutarli, se le loro
anime fossero in via di purificazione, con qualche opera buona, con qualche preghiera. E poi vi
diciamo che dobbiamo ascoltare la loro voce misteriosa; i nostri Defunti sono i nostri amici, sono i
nostri maestri. Ci insegnano ad apprezzare la vita, la nostra vita presente, la quale deve servire di
preparazione per quella futura. Essi ci dicono che dobbiamo, innanzi tutto, essere uniti a Dio. Dio è
la Vita; a Lui dobbiamo affidare le nostre esistenze e a Lui rivolgere qualche buon pensiero,
qualche preghiera. E poi ci dicono che dobbiamo essere giusti, onesti, forti, pazienti e buoni con
tutti.
Ascoltate, carissimi, questi ammonimenti, che vengono oggi alle vostre coscienze dal ricordo dei
vostri Morti, e che Noi, con loro e per voi, vi ripetiamo. Siate fedeli, siate forti, siate giusti, siate
buoni. Volete che diciamo una preghiera insieme? Così: L’eterno riposo dona a loro, o Signore!
Così. E mentre il Papa, bravi Lavoratori Italiani in Germania, tutti vi saluta, pensando anche alle
vostre Famiglie ed ai vostri compagni di lavoro, tutti di cuore vi benedice.
PARROCCHIA DI SAN GIOVANNI BATTISTA A CASAL BRUCIATO
OMELIA
Domenica, 21 novembre 1965
Dopo d'avere ascoltato insieme la parola del Signore nella nuova chiesa, ascoltiamo ora la voce
delle cose e delle persone, che qui incontriamo. Le persone: ecco il Nostro Cardinale Vicario
Traglia — accompagnato dal Vicegerente Monsignor Cunial, dagli Ausiliari Monsignori Pecci e
Canestri e dal Delegato Monsignor Camagni — che qui gode con Noi la visita a questo nuovissimo
Centro Internazionale per la Gioventù Lavoratrice, e Ci presenta un’opera che onorerà Roma
cattolica.
Ecco Monsignor José Maria Escriva de Balaguer, notissimo fondatore dell’Istituto secolare «Opus
Dei», al quale è affidato questo Centro; ed ecco i Soci dell’«Opus Dei», che fanno gli onori di casa
e già Ci mostrano i primi risultati della loro attività.
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Ecco Monsignor Angelo Dell’Acqua, Sostituto della Nostra Segreteria di Stato, promotore di questa
nuova e grande istituzione, dovuta alla generosità di quanti hanno voluto onorare Pio XII, e di Papa
Giovanni XXIII, che a quest’opera ha destinato le somme raccolte in omaggio al suo Predecessore.
Ecco qui gli operatori della grande impresa: architetti, ingegneri, tecnici, maestranze, operai; e poi
sacerdoti, maestri, dirigenti; e finalmente la gioventù ospite di questa Casa, alunni ed alunne delle
Scuole professionali, che qui hanno cominciato a funzionare, e giovani, venuti un po’ da ogni parte,
dall’Italia e da altri Paesi e primi testimoni del carattere nazionale e internazionale di questo Centro.
Ecco infine le Autorità ecclesiastiche e civili, che onorano con la loro presenza questa
inaugurazione; ecco qui una rappresentanza dei Padri del Concilio ecumenico, dell’Episcopato
Spagnolo in particolare; ecco finalmente la folla, la popolazione di questo quartiere, e la schiera dei
conoscenti e degli amici. Cerchiamo indarno tra i presenti una persona che avremmo voluto qui
incontrare: quella del compianto Barone Prof. Francesco Mario Oddasso, tanto benemerito, sia
finanziariamente che moralmente verso la fondazione di . quest’opera; uomo pio, retto, benefico e
tanto propenso verso l’elevazione cristiana del lavoratore, Noi lo pensiamo ora in ,Dio e lo
vogliamo spiritualmente presente a questa inaugurazione.
A tutta questa corona di persone il Nostro cordiale saluto. Il Nostro saluto ha un accento di
riverenza per tutte le persone autorevoli, qualificate e rappresentative qui presenti; ha un accento di
riconoscenza per tutte le persone benemerite nella ideazione, nell’esecuzione, nel finanziamento di
questo Centro; ed ha il Nostro saluto un accento di affezione per quelli che a questo Centro
appartengono, ai carissimi giovani ai quali esso è destinato. E dica questo troppo breve saluto come
la voce d’ogni persona, che per qualsiasi ragione qua confluisce, Ci risuona nel cuore; come Noi la
ascoltiamo con interesse e con rispondenza; come la vorremmo prolungare a dialogo, perché questo,
sì questo, è un punto d’incontro, a cui volentieri Ci concediamo, per il suo significato sociale e
educativo, per il suo scopo pastorale e religioso, per le sue intenzioni commemorative e celebrative.
La Nostra presenza dica appunto quanto questo luogo, quest’opera, queste persone richiamino la
Nostra simpatia e la Nostra fiducia; diciamo di più: il Nostro ministero, sia pastorale che apostolico.
E basti a tutto dire il fatto che Noi siamo felici oggi d’essere qui, con voi e per voi.
Questa testimonianza del cuore vi dice che non solo qui ascoltiamo la voce delle persone presenti,
ma ascoltiamo altresì la voce delle cose; la voce che già quest’opera nascente pronuncia; vogliamo
dire il significato intenzionale, che l’ha fatta sorgere e che, a Dio piacendo, la farà vivere e
prosperare.
Ascoltiamo. A voi giovani specialmente Ci rivolgiamo in questo momento. Qual è l’idea, che ha
fatto sorgere questa opera? Perché si sono costruiti questi edifici? Perché sono stati aperti per
ricevervi e per educarvi ? Che cosa volevano fare Papa Pio XII e Papa Giovanni XXIII dando
origine a questa fondazione?
La risposta è semplice. Ma fate attenzione e ricordatela. Questa opera vuole essere una prova
dell’interesse, della stima, della fiducia, dell’affezione di quei Papi veneratissimi per la gioventù
lavoratrice. Una prova tangibile, una prova evidente, una prova nuova, una prova comprensibile e
gradita: la prova dei fatti. Certamente tutti voi saprete quanto i Papi, di questi ultimi tempi
specialmente, hanno parlato circa la questione sociale, e perciò circa quanto tocca voi
personalmente, giovani carissimi, che siete, in un certo senso, i protagonisti della questione sociale.
Parlato: discorsi, documenti, encicliche; in tanti modi, in tanti toni, in tante occasioni. Sì; si
potrebbe dire che i Papi sono stati non solo i maestri in questo tremendo e difficile problema
riguardante l’ordine sociale, ma sono stati anche i vostri avvocati. Potremmo citare molte ed alte e
forti parole pontificie in difesa della gioventù lavoratrice, in vantaggio dei figli del popolo, in
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soccorso dei fanciulli e dei giovani provenienti dalle classi sociali meno favorite ed esposti perciò a
maggiori bisogni ed a maggiori pericoli. Giovani, dovete ricordare questo: i Papi —e con loro i
Vescovi, i cattolici, la Chiesa — sono stati molte e molte volte i vostri difensori, i vostri interpreti, i
vostri tutori ed amici.
Ma Noi conosciamo l’obbiezione che spesse volte è mossa a chi prospetta questo merito del
ministero della Chiesa e dell’azione sociale dei cattolici, il merito cioè d’aver sempre preso la difesa
dei deboli, dei bisognosi, dei giovani privi di risorse e di assistenza; e l’obbiezione è questa: sono
parole, belle parole, ma solo parole. Ma non è così. E lo neghiamo senza ritorcere ora, come per
molti casi si potrebbe, l’accusa di retorica a chi così giudica l’apologia dei Papi e della Chiesa per
l’elevazione delle classi lavoratrici. Lo neghiamo, perché non è vera la ragione su cui l’accusa si
fonda: che cosa può fare la religione, che si occupa di cose spirituali, per i problemi temporali, per
le questioni economiche e sociali di questo mondo? Che ne sa la Chiesa di queste cose, che non
sono di sua competenza? Fate attenzione: una religione, sì, tutta rivolta a Dio, al regno dei cieli, ma
fatta per l’uomo, per il suo bene, può forse ignorare i problemi concreti della vita dell’uomo, anche
se riguardano un ordine temporale, che non può essere praticamente ignorato per la costruzione
dell’ordine spirituale? e se questa stessa religione si fonda essenzialmente sul grande precetto della
carità, può essere incompetente, può essere inabile ad affrontare i problemi reali, in cui si dibatta
quel prossimo che della carità è l’oggetto immediato?
L’interesse infatti della Chiesa per le classi lavoratrici non è mai stato soltanto religioso, verbale e
dottrinale; né tanto meno è stato retorico e vano; è stato sempre ed anche pratico, positivo, reale.
Potrà essere stato limitato, perché limitati sono i mezzi di cui la Chiesa dispone, ma non mai è
mancato da parte della Chiesa con il dono della parola il dono del pane, vogliamo dire il dono
dell’ausilio pratico e concreto a beneficio di coloro ai quali la parola era destinata. Anzi: se
volessimo fare la storia dell’interessamento della Chiesa per il bene del popolo in necessità,
vedremmo che maggiore è stata l’opera effettiva di soccorso, di assistenza, di educazione, compiuta
dalla Chiesa, che non la parola detta a questi stessi fini. Prima d’essere teorica la sociologia
cattolica è stata pratica. L’azione della Chiesa è stata più silenziosa e operativa, che magistrale e
discorsiva: date uno sguardo a tutte le istituzioni sociali e caritative, che ora la comunità civile
assume a proprio carico per dare all’azione sociale un contenuto positivo, e vedrete che esse sono
nate primieramente dalla carità cattolica, che spesso con umili mezzi e poi talora con magnifiche
istituzioni, ha dimostrato come la Chiesa sia stata all’avanguardia della cura amorosa, gratuita,
sapiente, indefessa dei bisogni scoperti e trascurati dei più modesti strati sociali; l’opera salesiana,
per citarne una, o quella dei Fratelli delle Scuole Cristiane, e l’assistenza ai malati da parte di tante
famiglie religiose dicono qualche cosa!
Ma ritorniamo a ciò che stavamo dicendo: questa istituzione, che voi qui vedete quanto bella,
grande e moderna, vuol essere una prova, una nuova prova dell’amore che la Chiesa, che i Papi
ancor oggi nutrono per la gioventù lavoratrice. Essa non certo esaurisce il loro amore e il loro
dovere; ma essa ne offre la testimonianza, ne è il segno, ne è l’impegno. E come tale, voi carissimi
giovani, dovrete giudicarla. Quest’opera, come tutte le opere benefiche della Chiesa, non nasconde
alcun proprio interesse temporale; è un’opera del cuore; è un’opera di Cristo; è un’opera del
Vangelo, tutta rivolta cioè a beneficio di quelli che ne profittano. Non è un semplice albergo, non
una semplice scuola, non è un campo sportivo qualsiasi: è un centro dove l’amicizia, la fiducia, la
letizia, formano atmosfera; dove la vita ha una sua dignità, un suo senso, una sua speranza; è la vita
cristiana, che qui si afferma e si svolge, e che qui vuol dimostrare che la Chiesa, madre e maestra, è
presente, come dicevamo, in mezzo alla gioventù lavoratrice; vuol dimostrare che dove è più la fede
— la religione, la preghiera, l’osservanza cristiana —, come qui lo sarà, più viva è la carità, più
sensibile é più operante l’amore, più generosa e geniale l’arte di conoscere e di assistere i bisogni
del prossimo; vuol dimostrare che l’azione sociale della Chiesa fa sue le istanze dei problemi
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moderni, di quelli specialmente che si riferiscono alla scuola e al lavoro; vuol dimostrare che la
visione della Chiesa, anche quando è concentrata, per esigenze di concretezza, in un punto locale e
in una determinata forma d’azione, non è ristretta, non è chiusa, ma aperta al ricordo e al soccorso
dei bisogni internazionali; non cessa d’essere, almeno intenzionalmente, universale; ecumenica,
come oggi si dice.
Noi ricordiamo una triste giornata lontana, dell’immediato dopo guerra. Per motivi di assistenza,
derivanti dal Nostro servizio alle immediate dipendenze del Papa Pio XII, di venerata memoria, Noi
venimmo un giorno, proprio in questo quartiere Tiburtino, per vedere che cosa si poteva fare per
portare qualche soccorso a tanti bisogni, che qui sembravano particolarmente acerbi, ed erano
caratterizzati dai penosi fenomeni della miseria, della disoccupazione, della massa dei ragazzi — gli
sciuscià — randagi per le strade. Fu allora che Ci vedemmo circondati da un folto gruppo di
giovanotti, che subito si strinsero d’intorno a Noi e a quelli che Ci accompagnavano; e quei
giovanotti si misero a implorare: «Ci faccia lavorare! Ci dia un lavoro!». Era una pena: come
provvedere, in quelle condizioni, a così elementare e legittima esigenza? Chiedemmo loro, tanto per
cercare una soluzione positiva: «Che cosa sapete fare?». Risposero quei giovani: «Tutto! Cioè
nulla!». Nulla: non avevano alcuna preparazione, nessuna capacità, nessuna «qualificazione», come
ora si dice. E naturalmente non fu possibile soddisfare quella loro commovente e straziante
domanda, se non con insufficienti rimedi e indicazioni. Noi portammo sempre nel cuore l’immagine
di quella. scena, con l’umiliazione di non aver allora potuto offrire l’onesto, il nobile soccorso a Noi
domandato, il lavoro; e con l’afflizione sempre cocente di aver incontrato giovani, pieni di forza e
di buona volontà, mortificati dalla loro imperizia, che li escludeva dall’inserimento nel sistema
produttivo e nell’ordine economico indispensabile per vivere.
Ebbene quell’amarezza trova oggi, trova qui, per Noi finalmente una consolazione. Quest’opera
sembra una risposta, tardiva, ma sempre tempestiva e quanto mai provvida ed efficace, a quella
domanda dei giovani avviliti e disoccupati, per farne giovani allegri, laboriosi e fiduciosi. Noi
perciò la benediciamo di cuore.
INCONTRO CON LE RAPPRESENTANZE DEI GRUPPI DI LAVORO IN AFRICA
Lunedì, 3 gennaio 1966
Siamo molto lieti di ricevere questa udienza, tanto numerosa e tanto significativa, innanzi tutto
perché essa Ci offre grata occasione d’incontrare persone a Noi ben note e da Noi sempre
cordialmente ricordate, che tengono in Noi viva la memoria del Nostro viaggio in Africa, nei mesi
di luglio ed agosto del 1962, a Kariba e a Chirindu, nella Rhodesia, ed a Akosombo nel Ghana.
Siamo lieti di porgere a queste persone il Nostro particolare saluto: all’Ing. Giuseppe Lodigiani
specialmente, che Ci fu per buona parte compagno di viaggio e che Ci dette modo di dare al Nostro
viaggio, non solo un interesse turistico d’eccezionale rilievo, ma anche un valore missionario al
quale quella Nostra escursione africana principalmente mirava; a lui, alla sua famiglia, ai suoi
collaboratori, e poi a tutte le maestranze, che vediamo qui così largamente rappresentate, la Nostra
affettuosa e rispettosa riconoscenza per quegli incontri africani e per questo incontro vaticano.
Non possiamo tacere il nome del caro e reverendo don Giuseppe Betta, Cappellano prima a Kariba
e poi ad Akosombo; è a lui che dobbiamo l’assistenza agli Imprenditori ed agli Operai delle due
gigantesche dighe, quella sullo Zambesi e quella sul Volta; a lui, assecondato ed aiutato
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dall’Impresa costruttrice, dobbiamo le due belle Cappelle da Noi visitate, l’una e l’altra focolari di
incontri spirituali e di assistenza religiosa ben degni del Nostro encomio e della Nostra
riconoscenza. Noi siamo lieti che quei due piccoli focolari non si siano spenti con la fine dei lavori,
ma che siano rimasti accesi e che si vadano trasformando e sviluppando in stazioni missionarie
provvidenziali e piene fin d’ora di grandi meriti e di grandi promesse. Non sarà piccolo merito per
le Imprese costruttrici delle ciclopiche dighe l’aver favorito in tal modo l’assistenza religiosa dei
gruppi di lavoro impegnati nelle lunghe e difficili imprese e l’aver lasciato a ricordo dei Morti
durante l’esecuzione dei lavori e dei Vivi, che hanno avuto il genio e l’ardimento di portarli a
termine, tali segni di cristiana e civile metà.
Profittiamo perciò di questo incontro per esprimere la Nostra lode e la Nostra ammirazione per
quelle difficilissime e grandiose costruzioni. Esse sono l’espressione monumentale e commovente
del lavoro pesante e organizzato moderno, che studia e scopre le immense risorse della natura, sfida
difficoltà sempre credute insuperabili, lotta con tenacia, con astuzia, con energia contro gli ostacoli
della materia, ne asseconda abilmente le leggi e le domina piegando le loro forze cieche e nemiche a
fedele ed utile servizio dell’uomo, per produrre altro lavoro ed altre imprese, finché estratto dal
seno della terra, che finalmente si mostra materna e prodiga, quel pane - beni, ricchezze, energie che sazierà la fame, la prima fame dell’uomo, darà alla sua vita possibilità di sviluppo e di
godimento, e - cosa mirabile - ne sveglierà altra fame, altro bisogno di pienezza e di elevazione, che
solo un altro Pane, quello che non sorge dalla terra resa feconda, ma discende gratuito dal cielo, la
Parola di Dio, il Pane della vita eterna, che solo Cristo ci dà, potrà finalmente saziare. È la
meditazione della civiltà industriale moderna, che s’impone con voce dolorante dapprima, trionfale
poi, davanti alla mole delle vostre opere conquistatrici e dominatrici; è la potenza e la dignità del
lavoro umano che esse obbligano ad ammirare; è la speranza d’una redenzione temporale,
economica e civile, che scaturisce da imprese così vittoriose e trasformatrici delle condizioni
sociali; ed è anche il timore che l’uomo inebbriato dei suoi risultati arresti il suo cammino verso la
vera vita a codesto stupendo, ma intermedio livello; ed è infine la consolazione di aver incontrato
Cristo curvo con voi al lavoro, che Ci ha riempito di ammirazione e di gaudio. Vi dobbiamo queste
confidenze anche per il legittimo orgoglio, che allora Ci era concesso, come Arcivescovo di Milano,
di vedere ciò che può e ciò che vale il lavoro italiano; ve le dobbiamo anche per la grande affezione
che portiamo, ora più che mai, a quelle popolazioni africane, alle quali le sorgenti di progresso e di
benessere, da voi fatte scaturire nella loro terra, voi non volevate fossero precluse ad esclusivo
vantaggio di chi con la civiltà deve non solo per sé, ma per tutti recare pienezza di diritti, e con i
beni temporali non solo per sé, ma per quanti ne hanno desiderio e bisogno deve saper offrire i beni
superiori della libertà, della cultura, della giustizia sociale e della fratellanza cristiana.
Voi aprite il Nostro spirito a considerazioni gravi ed a speranze liete; ve ne siamo molto obbligati. E
perciò ancora vi ringraziamo della vostra visita; auguriamo nuovi incrementi alle vostre imprese;
incoraggiamo il buono spirito di cameratismo e di collaborazione ordinata e fraterna, che Ci è parso
notare nei vostri cantieri; mandiamo un saluto ai vostri compagni di lavoro lontani; diamo un
pensiero affettuoso per le vostre rispettive famiglie; e nel Nome di quel Cristo che indegnamente
rappresentiamo, tutti di cuore, vi benediciamo.
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DISCORSO ALL’UNIONE CRISTIANA IMPRENDITORI E DIRIGENTI
Lunedì, 7 febbraio 1966
Illustri e cari Signori!
Da più di vent’anni la vostra Rivista, dal titolo lapidario «Operare», offre ai Soci dell’Unione
Cristiana degli Imprenditori e dei Dirigenti pagine d’informazione sociale, ricche di pensieri, di
notizie, di immagini, splendidamente presentate. Si deve al Gruppo Lombardo la sua origine, al
compianto e valoroso Pio Bondioli la sua prima pubblicazione, al vostro Presidente nazionale
Commendatore Lorenzo Valerio Bona da non pochi anni la sua presente direzione, condivisa e di
fatto esercitata dal bravo Condirettore responsabile, il Dottor Vittorio Vaccari, Segretario Generale
dell’Unione medesima.
Codesta pubblicazione rappresenta un successo notevole nel campo editoriale, se da più di quattro
lustri si offre ai suoi lettori in così degna forma e in ritmo così regolare e perseverante. Ma nel
campo ideale la Rivista «Operare» a maggior ragione si distingue, e merita che, come voi ne
segnalate con giusta compiacenza la non breve, non facile e non vana esistenza, così Noi plaudiamo
a codesta intelligente e generosa fatica, e le riconosciamo la insigne benemerenza di tener accesa fra
i soci della Unione Cristiana degli Imprenditori e dei Dirigenti non solo la coscienza religiosa e
morale delle loro singole persone, ma quella altresì che deve rischiarare di luce cristiana la sfera
immensa, complessa ed agitata, della vita economico-sociale del nostro tempo.
Si direbbe facile il suo compito, tanto è oggi esuberante la vegetazione editoriale, sperimentale,
culturale nel campo dell’economia e in quello della sociologia; i fattori, che sono alle sorgenti di
codesti fenomeni tipici della vita contemporanea, e cioè la conquista scientifica della natura e
l’applicazione utilitaria della conquista scientifica ai bisogni e ai desideri dell’uomo, cioè la tecnica,
cioè l’industria, riempiono talmente di sé le scuole, i giornali, le riviste, i libri, i laboratori, da
concedersi alla conoscenza di tutti, e da assorbire l’attenzione dell’uomo moderno in tal modo da
non lasciargli quasi possibilità per altri interessi e per altri pensieri, fossero pur quelli incombenti e,
alla fine, inevitabili del suo vero essere e del suo supremo destino. Tutto è ridotto in termini
scientifici; poi tutto è studiato in ordine al dominio e all’impiego che la scoperta scientifica
consente di fare a vantaggio dell’uomo; e delineata questa signoria tecnica sulle cose e le leggi
scoperte, ecco l’organizzazione industriale, sistematica, strutturata, calcolata in ordine ad una prima
e naturale finalità, la produzione; donde la prima grande trasformazione del quadro tradizionale
della vita, la trasformazione economica, cioè la disponibilità di ricchezze nuove che invadono la
circolazione economica preesistente, quasi dappertutto modesta, stentata e caratterizzata da grandi
disuguaglianze di distribuzione; donde ancora l’altra trasformazione, che ancora ci assale e ci
conturba, quella sociale; voi la conoscete, perché ne siete stati i promotori principali; avete messo in
azione le macchine; queste hanno cambiato non solo le forme abituali del lavoro, rurali e manuali
principalmente, ma la mentalità del lavoratore, il suo genere di vita, la sua modesta, ma formidabile
psicologia, la sua coscienza di membro d’una società regolata fino allora da schemi immobili e
destinata ad evolversi non tanto secondo le antiche categorie ereditarie del censo e della cultura, ma
secondo quelle, in via di formazione, delle funzioni da ciascuno assunte nel complesso ciclo
dell’economia sociale.
Queste elementari nozioni sono alla conoscenza di tutti. Esse poi si arricchiscono e si complicano
con una serie di altre informazioni complementari: storiche, statistiche, comparative, organizzative,
amministrative, commerciali, politiche, che dànno pascolo a studi, a discussioni, a pubblicazioni,
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senza fine. Ecco perché dicevamo non sembrare difficile interloquire, con una bella Rivista, nel
concerto, nel frastuono, delle tante voci che parlano di economia e di sociologia.
Ma voi subito osservate che facile non è. Ed avete ragione: parlare bene di fatti, sì, alla portata di
tutti, ma in se stessi e nelle loro conseguenze complicatissimi, non è facile; possiamo anzi dire ch’è
più difficile dire cose esatte, semplici, utili, decisive in un campo intricato e arruffato da mille
opinioni e da mille fenomeni, che non in un altro più tranquillo, già esplorato e classificato. La
serietà della vostra Rivista ha degnamente superato questa prima difficoltà: l’ha superata con la
competenza dei suoi collaboratori, con la pazienza della sua ricerca in ogni aspetto della realtà
considerata, con la sincerità delle sue opinioni, con la moderazione delle sue affermazioni, con
l’ampiezza delle sue visuali. Non saremo Noi soli a farvi l’elogio per codesti pregi qualitativi della
vostra Rivista, ma potrete avere facilmente, Noi pensiamo, quello del mondo della cultura e quello
del vostro ambiente specifico, quello imprenditoriale.
Ma ben altra costante difficoltà si presenta alla vostra Rivista, e possiamo pur dire alla vostra
Unione, alla vostra attività, alla vostra affermazione di Imprenditori e di Dirigenti Cristiani; la
difficoltà di porre in evidenza cotesto carattere morale e religioso del vostro pensiero e della vostra
azione, in un campo, come il vostro, che sembra di natura sua refrattario a qualificazioni etiche e
spirituali: che cosa c’entrano, pare doversi dire, la moralità e la religione con l’organizzazione
industriale e aziendale? E a questo riguardo voi avete tenuto fede alla vostra concezione cristiana
della vita, concezione che può dirsi estranea alla sfera delle cose temporali, ma che non è mai
estranea a qualsiasi sfera dove l’uomo viva, lavori, pensi, soffra e speri. È anzi cotesto l’aspetto
originale della vostra affermazione sia organizzativa, che culturale. È il titolo della vostra saggezza,
meritevole di riconoscimento non solo da chi, come Noi, guarda la scena della vostra attività con
occhio pastorale, ma altresì da chi lo osserva oggettivamente nelle sue lineari manifestazioni. Nota
acutamente, in Francia, uno dei vostri: «Il disorientamento attuale dei capi di impresa riflette una
omissione di carattere “strategico” nella categoria, che data dall’inizio dello sviluppo industriale: la
rinuncia ad elaborare idee fondamentali e premesse ideologiche capaci di giustificare il proprio
comportamento nella vita sociale... Gli imprenditori non si sono resi conto del fatto che le idee
hanno un peso politico ed economico, sia per se stesse, sia in quanto, in regime di suffragio
universale, condizionano gli atteggiamenti delle masse e diventano uno dei fattori dominanti
dell’organizzazione economica . . .» (L. de Rosen). Non così voi: in virtù della vostra adesione alla
concezione cristiana della vita e agli insegnamenti, che i Nostri Predecessori hanno largamente
prodigato circa gli sviluppi della società moderna, voi avete compreso come un’attività generatrice
di nuovi rapporti umani e di nuovi fenomeni sociali, qual è quella dell’impresa industriale, doveva
essere illuminata da una sicura dottrina su l’uomo e sulla società, la dottrina sociale cristiana, e
doveva in essa trovare le ragioni atte a giustificare e a promuovere quell’ordine nuovo della società
moderna, che né il solo automatismo del gioco economico, né la sola lotta degli interessi di classe
valgono a fondare.
Avete perciò osato affrontare un compito altrettanto nobile, quanto ingrato: quello di iniziare la
formazione della categoria dirigente delle imprese produttive secondo la dottrina sociale cristiana;
nobile, diciamo, perché tale compito tende a fornire alla società i capi, di cui essa oggi ha bisogno,
capi che alla preparazione professionale sappiano congiungere quella rettitudine morale, quella
sensibilità umana, quella speranza spirituale, che facciano della loro attività un esempio, della loro
funzione un servizio, del loro successo un contributo al bene comune; e ingrato, diciamo, perché il
richiamo alla necessità ed al primato dei valori dello spirito richiede tanto maggiore sforzo quanto
più immediata e più forte è la suggestione dei valori temporali, estremamente fecondi e attraenti nel
regno dell’economia, in cui la vostra professione vi colloca. Ma avete osato; e tanto basta perché
Noi incoraggiamo cotesto generoso tentativo, e auspichiamo ch’esso sia coraggiosamente diretto
verso le giovani leve della dirigenza imprenditoriale. Dovete suscitare e formare una nuova
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generazione di capi di aziende e di imprese, ai quali si possa riconoscere con piena ragione il titolo
di cristiani, titolo che Noi crediamo equipollente, a livello terreno, a quello di ottimi capi.
Forse il momento è favorevole a questa fioritura di giovani dirigenti, ai quali l’essere cristiani non
sia né peso, né rimprovero, ma sia impegno ed energia interiore ad una pienezza di integrità morale,
di competenza, di dedizione, di apertura sociale, e sia fierezza di nuova e incomparabile
testimonianza di fede, di carattere, di umanità. Favorevole perché a Noi sembra che di tali giovani,
disponibili alla vocazione cristiana di capi nel mondo del lavoro organizzato moderno, vi sia buon
numero oggi quando da ogni parte si vanno reclutando i migliori alunni della scuola superiore a ciò
predisposti e quando lo smarrimento delle ideologie fino a ieri direttrici di tanta parte della pubblica
opinione si fa maggiormente sentire.
Ed è favorevole anche per un altro motivo, che meriterebbe da solo un lungo discorso: la Chiesa è
vicina anche a voi, Imprenditori e Dirigenti, non già per far scudo a se stessa della vostra potenza e
della vostra ricchezza (ché anzi sapete come non sia mutato il suo linguaggio a tale proposito), ma
per riconoscere nel suo complesso come buona, come avente valore in se stessa, come derivata da
un disegno di Dio e a quello riferibile, la civiltà del lavoro, che anche per il vostro apporto si va
sviluppando e perfezionando, e per confortare con parole, non già di adulazione, ma di incitamento
la funzione indispensabile e, sotto certi aspetti, incomparabile, che a voi spetta in seno a detta
civiltà, come ideatori del continuo rinnovamento di cui essa si alimenta, come propulsori delle forze
economiche, come organizzatori dei complessi industriali, dove strumenti meccanici e braccia
umane si coordinano e si potenziano a vicenda, e come consultori qualificati della vita sociale e
politica, come promotori e mecenati delle moderne opere della cultura e della pubblica assistenza, e
come testimoni di quanto di realizzare sia capace la libertà d’iniziativa, di rischio,
d’amministrazione, equilibrata e integrata dall’attività dello Stato, guidata dai principii superiori
d’un cristianesimo vivo.
È la dottrina del Concilio ecumenico che suggerisce apprezzamenti e voti come questi. E Noi siamo
lieti di farvene saggio in questo incontro, nella fiducia che esso rinvigorisca a nuova fecondità di
pensiero e di azione la vostra Unione, che ora nelle vostre persone siamo lieti di tutta salutare e
benedire.
VISITA AI CANTIERI EDILI DI PIETRALATA
Mercoledì, 9 febbraio 1966
Devo esprimere anzitutto un ringraziamento. Sono molto lieto di questo incontro, come vedo che lo
siete voi; e questa comune letizia deve appunto trasformarsi in espressione di gratitudine: a chi ha
fatto l’invito cortese, di venire a visitare e a benedire le nuove costruzioni del Quartiere di
Pietralata, cioè al Presidente dell’Istituto autonomo per le Case Popolari della Provincia di Roma, il
Comm. Scognamiglio. Conoscendo quanto egli si occupi dell’opera, che gli è stata affidata, debbo
veramente compiacermi con lui di fronte a voi tutti, per questa bella realizzazione, e specialmente
per l’animo con cui serve il nobile scopo di dare casa, lavoro e tranquillità agli abitanti della
Provincia.
Così debbo ringraziare tutti coloro che collaborano e hanno merito in questa impresa; e tutti voi,
cari operai, per l’accoglienza che mi avete riservata, per il vostro numero, veramente consolante:
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certamente, se avessi trovato in cantiere poca gente, sarebbe stata minore la mia soddisfazione,
mentre, trovare molti in una volta sola, è per me cagione di profonda letizia. Grazie ancora per le
vostre parole, grazie per i doni che mi avete fatti con tanta bontà e cortesia, indicando con quale
animo mi abbiate voluto ricevere: e questi doni, strumenti del vostro lavoro, li terrò assai cari per
vostro ricordo.
IL COMPIACIMENTO DEL PAPA
In secondo luogo debbo esprimere il mio particolare compiacimento: all’Istituto delle Case
Popolari, per l’opera altamente sociale e benefica, che esso svolge; alle Autorità e agli Istituti
governativi, che presiedono a queste grandi cose: al Signor Ministro, ai collaboratori e promotori; a
tutti gli altri, poi, come agli ingegneri, uno dei quali ha preso la parola; ebbene - sono certo, che vi
associerete a questo mio pensiero - esprimo tutta la mia ammirazione per la grandiosità e la bellezza
dell’iniziativa, per l’armonia che già dà all’occhio il piacere di contemplare una città nuova. Ma
particolarmente con voi debbo felicitarmi, con voi che avete costruito queste case: tecnici e
costruttori, maestranze e manovalanze, quanti avete insieme prestato la vostra opera nei vari settori
del lavoro edilizio.
Costruire una casa non è facile, perché presenta tante complicazioni, tanti servizi che impegnano
una quantità di categorie di lavoratori.
Quindi io sono proprio lieto di compiacermi con tutti, perché dal concerto delle loro fatiche, e dal
sommarsi di tutti i disegni, di tutti i progetti, di tutti i finanziamenti, risulta una cosa veramente
bella e benefica e moderna, quella di cui la nostra società ha tanto bisogno. E al compiacimento
dovrei aggiungere l’auspicio che di queste opere Roma possa circondarsi; e che tutte quelle povere
casupole, sorte specialmente dopo la guerra per opera di tutta la gente affluita nella Capitale, che si
è costruita delle abitazioni misere e insufficienti, possano scomparire e la città, invece di essere
circondata da un anello di case inabitabili, sia cinta da questa città nuova che fa vedere come il
popolo italiano sappia davvero progredire sulla via delle belle novità e sappia dare alla sua gente le
abitazioni di cui ha bisogno per la sua vita buona, sana, onesta. Con la casa sufficiente, pulita,
comoda, accogliente, cambiano idee e sentimenti, si forma un nuovo senso sociale, una nuova
sensibilità morale.
Fra questa cinta di case sorgerà pure presto la chiesa? Me lo auguro di cuore; e in auspicio di tale
soave speranza, desidero che fra i doni che mi avete fatti, quelli religiosi come il calice e
l’ostensorio siano destinati fin d’ora alla chiesa che sorgerà e che deve completare questa piccola
città, la quale deve avere il suo cuore, il suo centro nella chiesa che costruiremo; in modo che
possiate sempre vederli a ricordo di questo nostro incontro.
«PERCHÉ SONO VENUTO? . . .»
E questo pensiero che si rivolge alla chiesa mi suggerisce una riflessione che confido a voi, che più
che un discorso è una domanda: perché sono venuto? per quale ragione?
Devo dire subito che questa mia venuta non nasconde alcun interesse; io non sono membro di
nessuna società, non ho nessun beneficio e nessuna mira, direi, d’indole economica, materiale. Le
mie ragioni sono d’altro ordine, diverse; voi potrete forse indovinare alcuni dei motivi che qui mi
spingono. Ma sono due principalmente le circostanze, che - oltre l’invito - mi hanno spinto a venire
qui fra voi. Una è il Concilio: avete inteso parlare del Concilio? Ebbene, è proprio il Concilio che
mi manda, perché questa grande adunanza dei Vescovi di tutto il mondo si è molto occupata di voi,
del lavoro, del popolo, dei bisogni sociali, del progresso, di questa fatica umana che deve essere
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considerata, valorizzata; e ci sono appunto pagine scritte dal Concilio che vi riguardano e sono in
vostro favore, sono per voi, per il vostro onore, per la vostra libertà, per il vostro progresso, per
tutto quello che potete legittimamente e umanamente desiderare.
Ve ne parleremo. E poi c’è un’altra ragione succedanea al Concilio, e cioè il Giubileo, che lo ha
seguito: è la Chiesa che apre le braccia ai figli e dice: celebriamo questa novità, questo proposito di
rinnovare cristianamente le nostre vite; vogliamoci bene, cerchiamo di riconciliarci con Dio,
preghiamo insieme e promettiamo di essere bravi e buoni.
LA CHIESA È VICINA AI LAVORATORI
Però né l’una né l’altra ragione sarebbero forse state sufficienti per muovere i miei passi per venire
qua; la vera ragione è questa: mi preme di farvi sapere, di farvi vedere che la Chiesa vi è vicina.
Osservate, io credo che è la prima volta che il Papa entri in un cantiere di lavoro.
I Papi sono andati tante volte a vedere i lavoro finiti, a inaugurarli; così mi ricordo di aver visto una
immagine, una delle prime fotografie del secolo scorso, in cui si vede Pio IX in visita al primo
tronco ferroviario, costruito nei suoi Stati; ma allora il Papa era anche Sovrano temporale, civile.
Molte volte i Papi si interessarono dei problemi del lavoro; moltissime volte ricevettero le schiere di
lavoratori, da quelle guidate da Léon Harmel fino alle nostre ACLI. Il Papa parlò, accolse, beneficò,
benedisse; ma, al tempo nostro almeno, non aveva mai visitato non solo i lavori in corso, ma i
Lavoratori sul lavoro. È un primato che mi commuove, come quando sono stato per la prima volta
in Palestina, in India, e per la prima volta in mezzo al concerto delle Nazioni; allo stesso modo per
la prima volta ho voluto ora venire in mezzo a voi, in mezzo al mondo del lavoro, non soltanto alle
opere del lavoro, ma a quelli che le creano, che le costruiscono, cioè agli operai, ai lavoratori, a
coloro dalle cui mani, dalla cui fatica, dalla cui sapienza sorgono queste opere nuove.
Sono venuto per onorare il lavoro moderno: questa è una delle ragioni. Ma voi mi potreste ancora
chiedere: ma perché questo? Non conosce il Papa i lavoratori? Certo che li conosco! I miei
Predececsori, l’avete sentito anche voi spiegare tante volte, hanno scritto dei bellissimi documenti
proprio per le classi lavoratrici. Avete sentito parlare della Rerum Novarum, della Mater et
Magistra, di queste encicliche, cioè di questi grandi documenti pontifici che sono la magna charta, i
grandi statuti che dovrebbero guidare le vie ascensionali del lavoro moderno. Quindi i Papi non
sono mai stati estranei ai problemi del lavoro; e poi ricevono anche pellegrinaggi di lavoratori. Ogni
settimana ho dei gruppi che vengono a trovarmi. Pure questa mattina, all’udienza generale, ci sono
stati diversi lavoratori. Ma sono gruppi, sono nuclei di lavoratori che si fanno avanti da sé e il Papa
li accoglie. Ma sono tutti? Questo mondo del lavoro è così ristretto, come sono relativamente
ristrette le folle che vengono a trovarmi, o non è il mondo del lavoro grande, grande come un mare,
fino a coprire quasi tutta l’area della nostra società? Io pongo uno dei problemi più semplici, ma
anche più gravi - lo potete ben comprendere - del mondo moderno, che costituisce la storia di tutti
questi ultimi anni, dal secolo scorso fino adesso: che cosa è successo? È successo che il mondo del
lavoro non va più verso la religione, verso la fede, verso la Chiesa; anzi, lo avrete sentito anche voi,
lo provate forse anche voi, nelle vostre coscienze, nei vostri circoli, nelle vostre riunioni, c’è quasi
un senso di distacco, di diffidenza: l’operaio moderno sente di essere fuori, di essere estraneo,
quando non sia addirittura nemico; non c’è più questa simpatia, questa convivenza, questa
trasfusione di esperienze vitali che venivano dalla Chiesa al mondo del lavoro e dal mondo del
lavoro risalivano verso la Chiesa.
Il popolo d’una volta - lo sapete bene anche voi, se venite dalle campagne - alla Chiesa invece ci va
volentieri; ma nel mondo del lavoro moderno si è prodotta questa scissione: Pio XI ha parlato
perfino di apostasia del mondo del lavoro.
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Sarebbe un discorso molto lungo, ma io non lo faccio. Vi lascio invece una domanda: se siete
intelligenti, se siete bravi, ponetevi voi, da voi stessi, questa domanda: perché non sentiamo più il
bisogno di Cristo, perché non sentiamo più il bisogno di una osservanza religiosa, perché abbiamo
tanta diffidenza e forse tanta antipatia per tutto il mondo della Chiesa, della religione e così via?
Perché questa frattura? Cioè, perché non venite più voi, a trovare me? E se riflettete, nel silenzio
delle vostre coscienze troverete tanto tanto da pensare, da giudicare, sul nostro mondo. Ma capirete
almeno questo: il perché io sono venuto, che è molto semplice: perché voi non venite da me, io
vengo da voi.
«. . . SONO VENUTO A CERCARVI . . .»
Sono venuto proprio a cercarvi, e quello che avviene adesso in questo bellissimo e grande quadro,
non dev’essere che un piccolo simbolo. Io vengo a voi, e vedo in voi i rappresentanti di tutta
l’immensa folla umana del mondo del lavoro; io vengo a cercarvi, per dirvi che la Chiesa vi è
vicina, che noi vi comprendiamo, che noi vi amiamo, che siamo vostri amici. E non c’è nessuna
ragione per dubitare di questo. Perché vorreste dubitarne? Che cosa abbiamo fatto contro di voi?
Avete qualche cosa da obiettarci? Desiderate qualche cosa da noi? Perché non abbiamo altro
desiderio che di soddisfare le vostre necessità, di elevare le vostre condizioni, di conoscere le vostre
sofferenze, di scusare anche certe vostre intemperanze, certe vostre manifestazioni.
Non abbiamo che buoni sentimenti. Per me, venire tra voi, credete che sia stata una cosa difficile? È
stata invece una gioia, io sono contentissimo, io vorrei venirci tutti i giorni e non solo in questo
cantiere, ma, se avessi tempo, e se il Signore mi desse forza e facoltà di farlo, andrei a trovare tutti,
ad uno ad uno, le vostre case, le vostre famiglie, i vostri figli. Nessuna ragione mi separa da voi,
anzi verso di voi mi attrae una grande simpatia, un grande amore, una grande carità. E quello che
voi tante volte credete che vi renda meno presentabili - vi conosco, sapete? - vi rende ancora più
cari. Tante volte andando a Milano nelle officine tendevo la mano ai lavoratori, muratori o
meccanici; se si tiravano indietro pensando che la loro mano non fosse presentabile, allora dicevo
loro paternamente: «Ma dà qui la mano, che siamo amici!».
E quello che si dice della mano si può dire dei pensieri, e della vostra anima. Sappiamo
comprendervi, sappiamo conoscervi, sappiamo scusare tante cose che sarebbero da correggere e che
non sono approvabili; ma siccome vi vogliamo bene, tutto questo per noi è superabile.
E dirò ancora - in questo spero che voi mi comprendiate - l’ultima ragione per cui sono qui: è
perché io sono il rappresentante del Signore, sono ministro suo, sono mandato, sono stato incaricato
per una via che adesso non consideriamo, ma sono missionario, sono inviato per essere in mezzo
agli uomini.
LA MISSIONE DEL PASTORE
Posso stare a casa mia? Posso dire: io sto alla finestra per vedere se capitano, a piazza San Pietro,
questi operai, questi uomini della scienza, della tecnica, del mondo moderno? Sì, vengono molti.
Ma gli altri? E se vedo che la grande moltitudine è lontana, e questa moltitudine - è forse quella di
coloro che soffrono di più, che hanno più bisogno, che hanno più problemi interni, più angustie non viene, non è mio dovere venire a trovarli? Non è mia missione, non è mio ministero venire in
cerca di voi? Io non posso, figliuoli miei, io che sono rappresentante e successore del Pastore divino
che va a cercare le sue pecorelle, non posso stare tranquillo, finché non sono venuto a contatto con
voi per potervi dire che vi voglio bene, che non ho niente da chiedervi; avrei tutto da darvi, le mie
parole, la mia cultura, voglio dire la verità di cui sono depositario, la bellezza della vita cristiana, la
gioia di essere tra uomini, i quali hanno una speranza che oltrepassa il livello misero e breve di
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questa vita mortale. Io ho questa luce nelle mani e non verrò a portarvela? Voi ne avete il diritto e il
bisogno. È purtroppo vero che qualcuno non ve lo riconosce, questo diritto, e dice, ad esempio, che
basta ricevere la propria paga. No, figliuoli miei, la paga non basta, voi dovete ricevere qualche
cosa di più. Come avete diritto alla scuola, alla farmacia, ai divertimenti, così avete diritto alla
religione. Non siete uomini? Non siete anime? Non siete cristiani? Avete un’anima, e a questa chi
penserà? Chi darà le parole vivificanti per il vostro spirito? Chi vi dirà: figliuoli miei, siete figli di
Dio, siete esseri immortali, avete diritto alla libertà, alla giustizia, all’amore, alla verità che vi faccia
vivere veramente da uomini, da figli di Dio?
E perché voi avete diritto alla parola che io porto e io ho il dovere di portarvela, ci siamo incontrati.
Vogliamo fare che questo incontro non sia l’ultimo, che non. si dica: è venuto il Papa e tutto è
finito? No, bisogna che noi stabiliamo una corrente di buoni rapporti, di amicizia. Vi manderò i
miei sacerdoti, i miei religiosi, per assistervi, non per imporvi niente, non per darvi fastidio. Chi
vuole essere buon cristiano, chi vuole essere credente, chi vuol dare una speranza e una dignità alla
propria vita, ha possibilità di accogliere questa parola e questa grazia, che il Signore ha lasciato al
destino umano. Noi lo faremo, rispondete, ed ecco che allora faremo amicizia, ecco che allora il
mondo del lavoro non sarà più quello triste, angosciato, attraversato da tante passioni, che lo
rendono infelice, anche se è così grande e così degno di essere assistito ed amato.
Che possa essere un mondo sereno, forte, sano, tranquillo, cristiano e felice, come vi auguro. Che in
voi rinasca la fiducia nella Chiesa, come in me l’amore per tutto il mondo moderno del lavoro. Ecco
il mio voto, ecco la mia Benedizione Apostolica, che tutti vi abbraccia in Dio, insieme alle vostre
dilette famiglie.
VISITA ALLA CENTRALE DEI SERVIZI PER LA NETTEZZA URBANA
Martedì, 15 febbraio 1966
Innanzi tutto il Santo Padre vuole rivolgere ai carissimi figli un saluto, diretto in primo luogo al
Sindaco, primo Magistrato della Città, quegli che tutta la rappresenta, l’amministra e con la sua
presenza conferma l’incontro che la città stessa intende fare col Papa.
Grazie anche all’Assessore che presiede il servizio della Nettezza Urbana. Egli, con le sue parole,
ha illustrato un’organizzazione grande e sviluppata, sì che il Santo Padre è lieto dell’occasione per
compiacersi del progresso dell’importante servizio nella città di Roma, sempre più perfezionato,
ora, mediante macchine ed altre innovazioni, tutte cooperanti a vero progresso igienico e civile.
Il Papa ne è lieto anche perché vuole molto bene ai cari figliuoli addetti alla Nettezza Urbana e il
sapere che essi impiegano strumenti moderni, più efficaci, che alleviano la fatica, Gli dà
consolazione.
Egli poi ringrazia chi ha parlato per primo, e cioè l’interprete, il portavoce di tutti i netturbini di
Roma, ai quali ricambia il saluto. Le ragioni per cui il Papa si è recato a visitare tanto cari figliuoli
sono molteplici. Il Santo Padre ha il dovere e il diritto di far ciò ma una circostanza speciale ha
affrettato la sua visita: poiché, come ha già avuto occasione di dire anche pochi giorni or sono, il
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Concilio si è premurato di inviare un messaggio a tutti i lavoratori del mondo, ed ha incaricato i
Vescovi di farsene interpreti.
Il Papa non ha soltanto il peso del Pontificato Romano, ma anche quello di Vescovo di Roma;
ufficio, questo, che lo rende loro padre, amico, guida e pastore. Egli viene ad annunciare, perciò,
quanto il Concilio ha detto ai lavoratori, e questo messaggio il Santo Padre l’ha voluto
particolarmente portare personalmente fra quei suoi figli, perché così si troveranno in condizioni
migliori per accoglierlo. Non è un messaggio nuovo. I più anziani lo avranno sentito tante volte
dall’umile e buon sacerdote, che fu loro cappellano ed amico per tanti anni, Don Ariodante Brandi,
il quale sempre con l’esempio e l’insegnamento ripeteva loro: guardate che il vostro lavoro è una
cosa grande, degna, deve essere amato e rispettato: il Papa è sicuro che nell’animo di ognuno dei
suoi ascoltatori non vi è disagio di sorta, ma la fierezza, la coscienza di compiere un servizio grande
ed utile.
E il Papa è venuto, a nome di tutti i Vescovi del mondo e Suo, e per personale ufficio a dare un
annunzio che bisognerebbe spiegare a lungo: la dignità del lavoro, il lavoro dell’uomo è cosa
meritevole di illimitata stima, di grande considerazione e di un rispetto senza confini. Dicendo ciò il
Papa non enuncia cosa nuova: nel mondo moderno non si fa che ripeterlo. La Costituzione Italiana
nel primo articolo rende omaggio al lavoro come alla pietra fondamentale di questo Paese, rinato
dopo la guerra e chiamato alla vita moderna e democratica: la Repubblica Italiana, vi si legge, è
fondata sul lavoro; ciò significa che il lavoro è la cosa più importante, più degna, più normale tra le
manifestazioni della vita.
La dignità di questo enunciato sta proprio nella coincidenza tra quello che il mondo odierno pensa,
l’Italia proclama e la Chiesa riconosce. Ci sono, infatti, due voci che si uniscono in una voce sola
per dire: il lavoro merita di essere conosciuto come realtà immensamente degna. Pertanto, se la
dottrina della Chiesa coincide con la mentalità, con la professione più caratteristica della vita
moderna, cade una delle obiezioni più diffuse, più frequenti, più attive che si sono manifestate:
quella che sentenzia e vuol far credere che la Chiesa non è per i lavoratori, che la Chiesa sta con le
classi più fortunate, che la Chiesa ignora il verbo dei tempi moderni, non conosce l’operaio, il
lavoratore!
Non è vero, non è vero! Ed il Papa è venuto appunto per proclamare davanti a questi lavoratori, con
tutta la forza ed anche l’autorità del suo magistero, la dignità del lavoro umano.
Inoltre: non solo il messaggio della Chiesa coincide con quello che esalta il lavoro moderno, ma il
suo messaggio ha qualcosa di originale, di superiore a tutta la contemporanea glorificazione del
lavoro: la quale sovente è parziale e circoscritta.
C’è, infatti, chi vede nel lavoro soltanto l’aspetto economico, strumentalizzandolo e rendendolo
simile ad una macchina, togliendogli il valore personale, sfruttandolo.
C’è, d’altra parte, chi considera unicamente l’aspetto sociale, a tal punto esaltandolo, da mettere nel
cuore tanti sentimenti eccitati che non sempre sono buoni, perché accendono lo sdegno, la collera,
la vendetta, la rivoluzione: dunque non portano alla pace del mondo del lavoro né all’ordine che
dovrebbe regnare nei vari settori della fatica umana. È un’esaltazione a volte deprimente quella che
da taluni vien fatta dell’opera umana, quando poi non sia addirittura livellatrice, affermando che il
lavoro non va oltre il raggiungimento dello stipendio e dei godimenti materiali. La Chiesa invece ha
una sua visione originale del mondo del lavoro che lo rende ancor più degno, ancor più grande.
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L’occhio del Papa, Pastore e Rappresentante di Cristo, vede qui non solo dei netturbini, non solo
della gente che maneggia gli umili strumenti del mestiere, non solo dei giovani e dei padri di
famiglia. Il suo occhio scorge in essi qualcosa di più, ed il Santo Padre vorrebbe che ognuno di loro
capisse come non c’è nessuno che abbia dell’uomo concetto più grande di quello posseduto e
insegnato dalla Chiesa.
La Chiesa vede in ciascuno di loro, dal piccolo fanciullo che il Papa ha davanti, all’ultimo dei
netturbini di Roma, un figlio di Dio. Io sono obbligato ad inchinarmi - aggiunge Sua Santità dinanzi ad ogni creatura umana che porta impressa sulla fronte l’immagine di Dio. In ciascuno di
loro il Papa deve guardare un figlio di Dio, un fratello, un candidato a vita superiore, alla vita
eterna.
Con rispetto indicibile Egli viene in mezzo ai lavoratori e dichiara a ciascuno la sua nobiltà, la sua
vocazione alla grandezza, alla dignità, alla bellezza della vita umana, al suo destino trascendente ed
eterno. Per questo quando si afferma la dignità del lavoro con voce cristiana, si lancia uno squillante
grido di vittoria e di salvezza.
Pertanto, nel lavoro di quei diletti figli, a motivo della sua stessa missione, il Papa non soltanto
considera, come farebbe un profano, il lato esteriore, materiale, ma l’utilità, il servizio, l’aspetto
sociale. Pur esso è molto stimato dalla Chiesa. Che cosa sarebbe, infatti, la società, se non vi fossero
i servizi più semplici e più modesti e faticosi, se non vi fossero i minatori, i soldati, i netturbini?
Come sarebbe la nostra città? Per quali caratteristiche - il Santo Padre lo domanda anche al Sindaco
- una città può dirsi civile? Non è forse quando è bella e pulita?
Il Papa riconosce quindi l’utilità del servizio civico e sociale di quanti lo ascoltano: lo esalta, lo
onora e dice: bravi, coraggio, figliuoli, c’è chi vi stima molto!
Essi iniziano la loro fatica già nelle ore mattutine, quando le strade sono poco frequentate. Ma c’è
un occhio che li vede, quello di Dio, del quale il Papa è il rappresentante e il messaggero. Iddio ha
presenti la necessità, il carattere provvidenziale della loro opera, e il Santo Padre è venuto a darne
loro testimonianza.
Come non rivivere qui, ad esempio, la bellezza dell’episodio evangelico allorché il Signore volle
egli stesso curvarsi a lavare i piedi dei suoi discepoli? È un episodio di profondo senso sociale, che
insegna ad onorare l’umiltà umana quando l’umiltà umana ha bisogno e merita di essere onorata.
Un altro aspetto dello stesso servizio non sfugge al Papa: la fatica, che è l’elemento ambiguo del
lavoro. Essa, infatti, da una parte lo onora e dimostra l’apporto reale che le mani e i muscoli
dell’uomo danno all’opera da compiere; dall’altra sembra indicare che il lavoro sia una pena, una
cosa deprimente, nociva, e perciò lo si vorrebbe abolire.
Oggi, per fortuna, le macchine sono moltiplicate, sì da rendere più leggera e meno pesante la fatica
fisica. Ma la macchina obbliga l’operaio a fare sempre lo stesso gesto, e la macchina ha bisogno di
questa collaborazione umana, lieve forse come sforzo materiale, ma umiliante come peso morale.
Ed ecco allora che lo sguardo cristiano sul lavoro considera anche questo aspetto.
Figliuoli e fratelli che soffrite per il vostro lavoro - dichiara il Santo Padre - sappiate che c’è
Qualcuno che vi è stato collega: Nostro Signore Gesù Cristo volle essere anch’egli lavoratore; ha
portato il peso della fatica fisica; le sue mani si sono incallite nel lavoro ed il suo stato sociale è
disceso all’ultimo livello per dimostrarsi vostro collega, vostro compagno, vostro amico, vostro
esempio. Il Signore inoltre ci ha insegnato che non è tanto la qualità del lavoro a rendere grande
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l’uomo, ma l’animo, le ragioni con cui è espletato. Esse trasfigurano la fatica umile e modesta
rendendola immensamente grande e bella, degna davvero di riconoscimenti sia umani che
trascendenti davanti allo sguardo di Dio.
Nella concezione cristiana del lavoro esiste quasi un rapporto direttamente proporzionale tra la
durezza, l’umiltà dell’opera svolta e il suo valore di redenzione. Quanto più modesta, umile,
sconosciuta e dimenticata appare una categoria agli uomini, tanto più, alla luce del cristianesimo,
essa risulta degna d’essere chiamata al regno di Dio, ai premi superni. Il segreto consiste
nell’affrontare il lavoro secondo lo spirito di Gesù, nel trasformarlo in una preghiera quotidiana.
Ora la Chiesa appunto desidera aiutare questa incomparabile elevazione.
Sua Santità conclude rievocando per i carissimi ascoltatori le Beatitudini stabilite dal Redentore.
Beati i poveri, beati coloro che piangono, beati coloro che soffrono, beati quelli che hanno fame e
sete di giustizia, beati gli umili.
VISITA AD UN IMPORTANTE STABILIMENTO CHIMICO-FARMACEUTICO
Giovedì, 24 febbraio 1966
Il Santo Padre è lieto di incontrarsi con i diletti figli e ringraziarli della loro accoglienza. Ha
desiderato di conoscerli, di prendere contatto con loro, e nel vederli così numerosi, così cordiali,
sente una grande consolazione.
Vorrebbe che ognuno portasse nella sua vita il ricordo di essere stato personalmente salutato dal
Papa, che è lì per loro e rivolge il Suo pensiero ad un complesso tanto imponente di lavoro e di
comunità operosa.
Non credano che gli ecclesiastici vivano con gli occhi rivolti al passato, siano assenti alla nostra
epoca e non la comprendano e non vogliano parteciparvi. Essi, invece, hanno gli occhi aperti, per
ammirare i grandi complessi tecnici ed economici che assicurano la vita e il lavoro e poi, come è
stato detto poco prima, lavorano non solo per sé, ma per produrre cose che vanno a beneficio della
società e salvano tante esistenze umane; giacché nulla è più provvidenziale del farmaco per guarire
malanni che altrimenti sarebbero fatali.
SEMPRE VIVO NELLA CHIESA L'AMORE AI LAVORATORI
Il Papa pertanto guarda con immensa simpatia al loro sforzo organizzato, scientifico, che tende a
suscitare esteso bene per tutti.
Dovrebbe anche ricordare che ha conosciuto il conte Armenise, e proprio in un momento difficile
della opera da lui svolta, verso la fine della guerra. Il conte si recò varie volte a trovarlo, e fu tanto
buono da porre a disposizione Monte Cavo, che era di sua proprietà, dove, così, si svolse il Campo
nazionale degli Scouts. E questo bastò perché il Papa avesse ammirazione per un uomo di così
grande e geniale capacità lavorativa e di tanta bontà, tutto avendo in animo di rivolgere - oltre che
per le sue imprese - a fare del bene agli altri, ed opere utili alla vita pubblica.
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Il Santo Padre sa che, tra le cose gentili previste, c’è una visita agli impianti. Egli non è qui
competente e non si intende troppo di chimica, ma ne sa abbastanza per apprezzare, per compiacersi
dello stabilimento che gareggia con tanti altri di Europa e del mondo.
Tuttavia, non è questa la vera ragione della visita. Il Papa è venuto, sì, perché ha trovato non solo le
porte, e pur i cuori aperti, ma anche perché conosce la efficiente varietà delle maestranze.
Il reale motivo della sua presenza è che il Concilio, durato quattro anni con la partecipazione dei
Vescovi di tutto il mondo - circa duemila e cinquecento - ha esaminato e discusso le cose della vita
e della Chiesa, si è interessato dei lavoratori, dei fenomeni che riguardano l’esistenza; ha osservato,
meditato e, in certo senso, sofferto guardando il panorama umano, la società, come adesso si attua e,
in modo speciale, il fenomeno più notevole nella società moderna: il lavoro organizzato.
Dal lavoro artigianale od agricolo, personale, si è passati a sistemi di lavoro che interessano
migliaia di persone innestate in grandi complessi, perché è sopravvenuto un elemento nuovo che
prima mancava: la macchina, sostituitasi alle mani dell’uomo. Un secolo fa, ad esempio, l’Africa,
eccettuata la zona vicina al Mediterraneo, non conosceva, nella maggioranza delle altre regioni, la
ruota; e ciò significava non avere mezzi di trasporto, non avere strade, ed essere ancora a uno stadio
di civiltà molto primitiva.
Ricordata l’importanza degli strumenti e degli attrezzi di lavoro, primo fra tutti l’aratro, il Papa
illustra le conseguenze, e l’impulso, la spinta al progresso allorché alla macchina, prima manovrata
dall’uomo, si poté applicare una energia; un risparmio ingente di fatica.
Ciò arreca grandi fenomeni, che di per sé sarebbero estranei non riguardando la Chiesa o la fede.
Eppure il lavoro industriale tocca profondamente la psicologia dell’uomo, la sua mentalità,
condizionata dall’ambiente in cui viviamo e dall’attività svolta.
LE TRASFORMAZIONI DELLE ATTIVITÀ UMANE
Ecco perché il Papa ha vivissimo interesse ai problemi del lavoro. Non solo i presenti risentono di
questa condizione, ma tutta la popolazione dell’Italia e del mondo, si può dire, impegnata nel lavoro
organizzato, scientifico, industriale, è, quindi, influenzata dalla macchina e dai fenomeni che la
macchina produce.
Pertanto Colui che il Signore ha voluto fosse Maestro delle anime, Pastore dei popoli, Guida dei
cristiani, è profondamente desideroso di sapere che cosa il lavoro produce nelle loro anime.
Il sorgere di uno stabilimento, di una centrale di lavoro, produce, come primo fenomeno, proprio la
ricerca del lavoro. Il Santo Padre ricorda che, nel dopoguerra, allorché andava a portare qualche
soccorso in zone depresse, più volte si incontrò con gente, con giovani che chiedevano
ansiosamente lavoro, ma non erano preparati professionalmente.
Tanta gente ha lasciato i campi, la famiglia anche, per andare in città: la ricerca di lavoro, anzi, ha
mosso milioni di persone, che si sono spostate, divenendo esuli, immigrati nelle grandi città ove
non avevano conoscenze. Abbiamo assistito ed assistiamo al passaggio dalla società ove prevaleva
il lavoro agricolo, all’altra, caratterizzata dal lavoro industriale. La Chiesa guarda con sollecitudine,
con amore, e comprende; accompagna quanti cercano un tenore di esistenza più elevato; molto ha
fatto per gli emigrati; e cerca sempre di seguirli e di proteggerli.
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Anche le donne passano in una nuova forma di vita, divengono direttamente responsabili in
determinati settori, capaci di un lavoro diverso da quello domestico. La Chiesa fa il possibile per
ridare una comunità all’operaio, all’operaia che ha lasciato la casa, la parrocchia, il paese,
l’ambiente nativo, perché ci sia ancora qualcuno che accolga, conosca, sorregga, orienti.
Precedentemente il lavoro era basato sul contratto individuale e questa povera gente, che andava in
mezzo alle folle della città, rimaneva tanto sola. Ora è diverso: ma sempre la Chiesa ha pianto su
questi figli che ama, e fa tutto quello che può per ridare loro la casa spirituale, il tempio, le
associazioni; apre loro le braccia, il cuore e desidera che nessuno si senta estraneo e forestiero nel
nuovo ambiente.
ORGANIZZAZIONE MODERNA ED ESIGENZE SPIRITUALI D'OGNI TEMPO
Il lavoro moderno ha prodotto felicità?
La caratteristica saliente è che si è ingrandito, accentuato il fatto economico, come il salario, e gli
aspetti sociali: la società si è suddivisa in classi, che non vanno d’accordo; l’attrito inasprisce e
arroventa i rapporti tra gli uomini; e specialmente all’inizio del periodo industriale la lotta di classe
è diventata comune, perché i rapporti di lavoro non erano regolati ed ancora non lo sono
completamente.
«Vediamo - diceva Leone XIII - che la condizione di tanti operai è poco meno che una schiavitù»;
da tale asprezza di rapporti è nato il proletariato. La Chiesa è stata calunniata, ma la verità è che
essa, nelle sue sfere più autorizzate e rappresentative, ha guardato con cuore materno e si è
avvicinata all’operaio che soffre ed ha riconosciuto legittimo il suo anelito per migliorare le sue
condizioni, per adeguare il salario alle necessità familiari, per avere una casa, modesta ma decorosa.
La Chiesa è alleata, è comprensiva di tutto questo impegno di elevazione sociale.
È quello che la Chiesa ha detto agli operai, invitandoli non a irose e sterili querimonie, che ritardano
il progresso, ma a trattare; mentre agli imprenditori - tante volte il Papa ha avuto occasione di fare
questo a Milano - ha ricordato che non basta il salario, ma che produttori e dirigenti devono mettersi
a fianco dei lavoratori, e farsene non dei forzati, lontani strumenti, ma degli amici, dei collaboratori.
Ecco l’ideale che la Chiesa ha sempre propugnato a vantaggio dell’economia generale e sociale. E
questo processo di elevazione sociale ed economica la Chiesa lo rivendica per i lavoratori; ogni
volta che c’è un’aspirazione legittima, onesta ed umana che deve essere accolta, essa lo proclama
quale inalienabile diritto, e si pone vicina all’operaio.
«PIÙ STUDIO LA MATERIA, PIÙ TROVO LO SPIRITO»
C’è un altro fenomeno ancora: quali effetti sono prodotti dal lavoro industriale? Se l’uomo si mette
a studiare, ad applicare le conquiste della sua scienza alle macchine, compie cose mirabili, e nasce
in lui una grande soddisfazione di sé; così pensa di poter bastare a se stesso e che la ragione può
essere soddisfatta dai risultati di una mentalità che potremmo definire matematica.
E tutto il resto potrebbe non esistere più; la vera filosofia della vita potrebbe essere la scienza; e
allora si sente dire che la scienza è contro la fede.
La Chiesa dichiara di non aver prevenzioni contro la scienza; anzi, ha cercato sempre di favorirla e
di stimolare il pensiero umano; la Religione Cristiana è sorgente di energie per pensare bene, per
divenire coscienti, per capire le cose, per guardare che cosa veramente si deve conoscere e si deve
fare.
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Ora, quando l’uomo dice che la scienza è tutto, la Chiesa risponde che la scienza è una scoperta
perché a forza di osservare, di indagare finisce per scoprire, per vedere l’essenza delle cose e la loro
reale natura. Un celebre scienziato affermava: più studio la materia più trovo lo spirito. Chi scruta
nella materia vede che esistono delle leggi; questo mondo che sembrava opaco, inerte, è una
meraviglia, e il Papa pensa che sarà proprio la scienza - che sembra allontanare le masse, gli uomini
moderni, la gioventù da Dio - a ricondurli a Dio, allorché il mondo sarà veramente intelligente e
dirà: io devo rendermi ragione di quanto vedo; non io ho creato questo: il mondo è creato da Uno
che ha fatto piovere la sua sapienza su tutte le cose. E il Santo Padre cita Teilhard de Chardin, che
ha dato una spiegazione dell’universo e, tra tante fantasie, tante cose inesatte, ha saputo leggere
dentro le cose un principio intelligente che deve chiamarsi Iddio. La scienza stessa dunque obbliga
ad essere religioso, e chi è intelligente deve inginocchiarsi e dire: qui c’è Dio. I lavoratori, perciò,
che hanno dinanzi a sé aspetti meravigliosi e grandi del creato, si chiedono chi ha infuso un senso di
superiore presenza. Sono chiamati per primi a questo colloquio gigantesco con l’universo, a
leggerlo, a viverlo. Così un operaio modello saprà far sorgere dalle sue officine, dalle sue fatiche,
dai suoi sudori, dalle sue speranze, un inno a Dio, il creatore e il padre di tutti. L’uomo si domanda
perché si lavora, si ama, si muore: la scienza pone interrogativi, non dà risposte. Allora occorre un
supplemento di sapienza: Dio che ha detto: io sono il Maestro, la Via, la Verità e la Vita, è quel
Cristo del Vangelo che non è soffocato dal progresso, non è assente dai nostri dolori e dalle nostre
aspirazioni. Egli ci aspetta, ci sente, ci parla e ci chiama: è nostro amico, nostro Redentore; ha
santificato le lacrime umane, ha voluto bene ai fanciulli, ha perdonato ai peccatori, è stato operaio, e
deve essere nostro esempio.
Il Santo Padre invita perciò tutti a cercare Cristo che ci ha amato e ha dato la vita per noi. Di Gesù
ha portato un’immagine che esorta ad esser cristiani per esser felici.
L’Augusto Pontefice annunzia poi alcuni doni a ricordo della sua visita; il Crocifisso da conservare
nell’ambiente di lavoro e, per ognuno dei presenti, un libretto composto dai loro colleghi; la
pubblicazione su il Concilio e il mondo del lavoro; e una medaglia. Sua Santità conclude con una
benedizione agli ascoltatori, alle famiglie, agli assenti, ai colleghi non soltanto in Roma ma in tutto
il mondo e all’intera grande famiglia del lavoro, che benedice nel nome di Cristo.
FESTA DI SAN GIUSEPPE ARTIGIANO
OMELIA
Domenica, 1° maggio 1966
NEL QUADRO E NEI RIFLESSI DEL VANGELO
Eccoci a salutare il gruppo principale presente a questa celebrazione del primo maggio, festa del
lavoro e dei Lavoratori, assurta, per disposizione del Papa Pio XII, di venerata memoria, Nostro
grande predecessore e promotore di idee e di movimenti per la elevazione del popolo lavoratore,
assurta a festa di San Giuseppe, artigiano e lavoratore lui pure, e in quale quadro e con quali riflessi!
Il quadro del Vangelo, i riflessi, che attribuiscono a Cristo, a Cristo stesso, la sua qualifica sociale:
«Figlio del fabbro» (Matth. 13, 55), la sua formazione umana, la sua professione economica, prima
di quella messianica, quella anzi in funzione dispositiva e tipica di questa, a misteriosa e
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sconvolgente lezione sui valori, sulle virtù, sui requisiti preferenziali del regno messianico, offerto
in primo luogo ai poveri, agli affaticati, agli umili, ai bisognosi di giustizia e di pace.
Salutiamo dunque, con tutti i Lavoratori presenti, il gruppo degli Aclisti romani, alla iniziativa dei
quali dobbiamo questo religioso incontro. Li salutiamo di cuore, e diciamo loro la Nostra
compiacenza per vederli così numerosi, così qualificati, così organizzati, così coscienti del titolo
che li distingue, di Lavoratori cristiani. E profittiamo di questa occasione per assicurarli della
Nostra affezione; per incoraggiare il loro movimento, che pensiamo sempre come provvida scuola
di formazione al concetto cristiano del lavoro, e come fermento di coscienza morale e religiosa in
seno alle varie categorie lavoratrici, a cui gli Aclisti appartengono; per dire loro la Nostra
comprensione a riguardo delle difficoltà in cui si svolge la loro testimonianza cristiana, e dei
problemi concreti, economici e professionali, che impegnano i vari settori operativi; per ringraziare
i loro Assistenti ecclesiastici dell’amicizia che loro dimostrano e del ministero che loro dispensano;
e per esortarli infine a perseverare con fedeltà e con fervore nella scelta generosa, da loro fatta,
d’essere quelli che sono, Lavoratori cristiani.
STIMA E INTERESSE DELLA CHIESA
Noi abbiamo voluto, nei mesi scorsi, fare qualche visita personale ad alcuni caratteristici campi di
lavoro di questa Nostra diocesi di Roma, per dimostrare con tali Nostre insolite apparizioni la stima
e l’interesse che la Chiesa, specialmente in questo periodo dopo il Concilio, nutre sia per il lavoro
moderno, per l’opera umana ingigantita nella sua potenza, nella sua abilità, nella sua organizzazione
dalla meravigliosa tecnica scientifica in fase di sempre nuovi e prodigiosi sviluppi; sia, ed ancor
più, per i Lavoratori del giorno d’oggi, che, inseriti nell'ingranaggio del lavoro industriale, sono
esposti alle più esaltanti e insieme più pericolose conseguenze, sia sociali, che economiche, morali e
religiose, che tutti conosciamo. Stima e interesse, che si estendono a tutti i più vasti ed i più vari
campi di lavoro e di Lavoratori, e che, in questa festa dell’umile e grande loro Protettore ed
esempio, S. Giuseppe, designato dalla Chiesa, e precostituito dal Vangelo stesso, al culto e alla
fiducia dell’umanità impegnata nella fatica trasformatrice delle cose in beni utili alla vita, Noi
rinnoviamo ed annunciamo, nel sentimento e nel voto della progrediente giustizia, della libertà
ordinata e fraterna, della pace delle coscienze, degli ordinamenti sociali, dei popoli fra loro, e
finalmente nella affermazione di quei superiori valori spirituali, che soli possono dare consistenza e
pienezza ad ogni altra umana, temporale conquista. Siate voi, carissimi Lavoratori cristiani qui
presenti, messaggeri di questi Nostri affettuosi ed augurali pensieri a tutti i vostri colleghi di lavoro.
EVOLUZIONE SOSTENUTA ED ANIMATA DAI PRINCIPII CRISTIANI
Questo diciamo tanto più volentieri a voi, Aclisti romani, perché vi sappiamo convinti e fiduciosi
della sincerità e dell’efficacia proprie dell’assistenza che la Chiesa offre alle classi lavoratrici in
quest’ora importantissima per esse, e non meno per la Chiesa; perché la grande evoluzione, ch’è in
corso nella società moderna, raggiungerà fini realmente benefici e duraturi per l’uomo - per l’uomo
artefice, protagonista, spettatore, vittima o vincitore del medesimo processo evolutivo -, se tale
evoluzione sarà sostenuta ed animata da principii, da dottrine, da energie, che soltanto il
cristianesimo può suggerire ed infondere. Sembra esagerata, sembra utopistica questa affermazione;
ma siamo sicuri che essa è vera; la fede la proclama, la ragione la conferma, la storia la prova, la
coscienza la sente e anche la scienza alla fine la scopre.
POSSENTE AZIONE DELINEATA DAL CONCILIO
Donde: dovere impellente per la Chiesa di offrire al mondo i tesori di verità, i servizi di carità, i
carismi di grazia e di preghiera, di cui ella è depositaria e tuttora idonea ad un’effusione originale ed
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espressa, sì, in termini autentici e perciò soprannaturali, ma umanissimi, e cavati, si direbbe, da quel
cuore umano medesimo, a cui sono diretti, tanta è la omogeneità, - l’incarnazione - del messaggio
cristiano con lo spirito umano. Dovere, figli carissimi, che attende da voi libera e virile
collaborazione: come potrebbe la Chiesa far giungere questo suo messaggio di salvezza nello
sconfinato e complicato campo del lavoro, se non trovasse in voi, ed in altri come voi alfieri del
nome cristiano, la schiera massiccia, ovvero i singoli testimoni capillari, che assumono per sé la
missione apostolica della diffusione di tale messaggio, rendendola con la parola, con l’esempio,
connaturata all’ambiente a cui è destinata? Si è detto, a ragione, che il Lavoratore deve essere
l’apostolo del Lavoratore, e che il mondo del lavoro deve trovare nell’interno stesso della sua area
spirituale e professionale i suoi capi morali, i suoi maestri, le sue guide. La Chiesa, in certa misura,
quella misura che è chiamata apostolato d’ambiente, ammette, anzi promuove questa forma di
espansione del suo messaggio; ed oggi più che mai, forte della parola del Concilio, ella invita i
Laici ad assumere per sé questa funzione evangelizzatrice, altissima, degnissima, non disgiunta
dalle cure temporali, bensì ad esse congiunta e quasi compenetrata. Grandi e molte parole ha detto il
Concilio a questo riguardo: sarà bene conoscerle e sarà bene sentirne lo stimolo nuovo e potente ad
un’azione spiritualizzata del mondo profano, perché da tale azione dipende in gran parte l’esito
felice dello sforzo in corso verso una civiltà di’autentico benessere umano.
Questo vi dica, cari Lavoratori intelligenti e volonterosi, come la qualifica di «cristiani», che vi
definisce, non è un pleonasmo decorativo, e non incidente sulla vostra coscienza, sulla vostra
concezione della vita, e sulla vostra attività; né tanto meno una catena al piede, che frena e limita la
vostra efficienza operativa, e neppure un titolo che autorizza ed immunizza collusioni, che
annullino le sue proprie esigenze di pensiero e di azione; ma è qualifica quella di «cristiani», che dà
a coloro che la portano con franchezza e con semplicità un fermento profondo negli animi, uno
stimolo vivace nelle coscienze, uno stile superiore in tutto il comportamento personale e collettivo,
privato e sociale, che marca un carattere, che infonde uno spirito, che scolpisce una vita.
LA NOBILTÀ, L’IMPEGNO, L’APOSTOLATO NEL NOME DI CRISTO
Ci compiacciamo con voi che tutto questo capite e professate; incoraggiamo le vostre iniziative, che
vi portano di tanto in tanto a pause di rifornimento interiore, nei «Ritiri Operai», o nei vostri
convegni di preghiera e di studio; vi diamo volentieri il Nostro plauso per la fedeltà, per la
fermezza, per la coerenza, con cui vi professate Lavoratori cristiani; vi raccomandiamo ancora di
onorare codesto degnissimo nome con un corrispondente spirito sociale, che vi dia sana e vigilante
sensibilità dei vostri problemi del lavoro; vi renda abili, forti e leali, e sempre comprensivi del bene
comune, nella tutela dei vostri interessi; capaci d’essere per tutti i vostri colleghi amici sinceri e
sereni, ma non mai satelliti di altrui errate ideologie e di altrui metodi riprovevoli e in fondo
antisociali.
Noi portiamo sempre nella memoria e nel cuore l’immagine di alcuni fra voi, veri tipi di Lavoratori
cristiani, dalle braccia forti e impegnate in una rude e onesta fatica e dal cuore schietto; tipi che
sanno che cos’è la sincerità, il dovere, il sacrificio necessario, l’amore vero, l’allegria sana, la vita
buona, tipi dall’anima semplice e grande, che sentono il bisogno e la forza della fede, della
preghiera, di Cristo; e che quando li incontriamo Noi possiamo guardarli in viso, come se già li
conoscessimo, come amici di antica data, come silenziosi, ma poderosi costruttori della società e dei
suoi complicati servizi. Sono muratori, sono minatori, sono tranvieri e ferrovieri, sono contadini,
sono meccanici, sono netturbini, sono operai, sono tipografi, sono autisti, sono impiegati, sono
lavoratori e sono lavoratrici in una parola: uomini veri e bravi cristiani. Ma forse non siete voi tutti
così? Quale bellezza umana autentica! San Giuseppe, certo, vi guarda contento dall’alto, e vi
protegge. Noi di cuore tutti vi benediciamo.
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CELEBRAZIONE DEL LXXV ANNIVERSARIO DELLA «RERUM NOVARUM»
OMELIA
Domenica, 22 maggio 1966
A Voi, Lavoratori, il Nostro saluto! A voi, che Ci rappresentate i vostri fratelli di fede e di lavoro di
tutto il mondo, la Nostra affettuosa accoglienza! Siate i benvenuti! Siate fiduciosi di essere qui
ricevuti come figli cari e fedeli! Come Lavoratori ben degni di portare le divise delle vostre fatiche
e l’espressione delle vostre speranze al Papa, al Vicario visibile del Redentore del mondo, del
vostro Divino Collega, il figlio del fabbro, Nostro Signore Gesù Cristo!
LE PREDILEZIONI DEL DIVINO COLLEGA
Perché siete venuti così numerosi da tanti diversi Paesi? Perché voi avete buona memoria; una
memoria che si è trasmessa da alcune generazioni e che ricorda il 75° anniversario d’una grande
parola, qui pronunciata, una parola magistrale, direttiva, liberatrice e profetica, del Nostro
Predecessore d’immortale grandezza, Papa Leone XIII, circa la vostra sorte, circa la «questione
degli operai», come allora si diceva, la questione sociale nascente dalle nuove ideologie e dalle
nuove forme della produzione industriale e dell’economia moderna. Voi la ricordate quella parola;
anzi tanto ne sapete valutare l’importanza, che col passare degli anni la sentite più forte e più vostra,
veramente decisiva e orientatrice, e volentieri riconoscete che essa è stata una sorgente meravigliosa
di pensiero e di azione; una sorgente, che ha generato una tradizione di dottrina, non solo nel
mondo, ma qui, qui stesso, dando origine ad una serie di documenti pontifici di altissimo valore,
quali l’Enciclica di Papa Pio XI «Quadragesimo anno», i Messaggi sociali di Papa Pio XII,
l’Enciclica «Mater et Magistra» di Papa Giovanni XXIII. Voi comprendete benissimo che per
camminare occorre la luce, per promuovere un progresso sociale occorre una dottrina un’ideologia, come oggi si dice -; è il pensiero che guida la vita; e se il pensiero riflette la verità - la
verità sull’uomo, sul mondo, sulla storia, su le cose - allora il cammino può procedere franco e
spedito; se no, il cammino si fa o lento, o incerto, o duro, o aberrante. E comprendete che qui, da
questa scuola, ch’è la Chiesa cattolica, da questa cattedra, ch’è il Magistero pontificio, viene la
verità, che serve e salva l’uomo. Qui il Maestro della umanità, Cristo Signore, ci fa prima discepoli,
e poi uomini sicuri e liberi, capaci di marciare sulle vie del vero progresso.
GRATITUDINE E FIDUCIA
La vostra venuta pertanto assume ai Nostri occhi il duplice significato d’un atto di riconoscenza e di
una tacita interrogazione. Voi venite per ringraziare quel Papa ormai lontano, ma sempre ricordato e
benefico; e professate fede, e convinzione, e impegno, e speranza in quella sua parola; e qui, donde
essa partì, voi gli dite che quella parola, la «Rerum novarum», era vera e buona, ed è ancora viva ed
operante; il tempo non l’ha esaurita, ma collaudata, tanto che voi la sentite ancora così attuale e
feconda da derivarne coraggio per quei nuovi sviluppi dell’ordine sociale, a cui il mondo del lavoro
è interessato. Di codesto atto di gratitudine e di fiducia, degno di uomini intelligenti e di figli fedeli,
Noi vi ringraziamo, carissimi Lavoratori.
E poi Ci pare di sorprendere in fondo ai vostri animi una discreta domanda, quasi il bisogno di
verificare quale eco abbia in questa sede quella parola di settantacinque anni fa. Risuona ancora? Ha
tuttora lo stesso accento d’autorità, di profezia e d’amicizia? Sì, Lavoratori carissimi; se voi tendete
l’orecchio, cioè fate attenzione a quanto oggi la Chiesa insegna, e fa per la vostra causa, sentirete
103
che l’eco è fedele, anzi si è fatta voce più esplicita e più varia di motivi e di applicazioni. Tutto è
stato detto e scritto in proposito; questa stessa celebrazione ha avuto ed avrà testimonianze
autorevoli d’ogni genere circa la persistenza e lo sviluppo degli insegnamenti pontifici, provenienti
dalla Enciclica leoniana; non solo una letteratura in proposito è scaturita e continua a produrre
pagine meritevoli di considerazione e di divulgazione, ma si è formato un corpo di dottrine,
interessanti l’economia, la sociologia, il diritto, l’etica, la storia, tutta la cultura in una parola, degne
di prendere il nome di scuola sociale cristiana.
Se volessimo ridurre, a titolo di esempio e a ricordo di quest’ora significativa, in alcune
proposizioni elementari l’eco della celebre Enciclica, Noi potremmo enunciare, fra gli altri, questi
semplici, ma fondamentali assiomi:
CIÒ CHE LA CHIESA RITIENE UN DOVERE
- Primo. La Chiesa si è interessata a fondo della questione sociale. Nessuno la può rimproverare di
assenza, di timidezza, di superficialità, d’incostanza. Essa ha sentito il grido di dolore del
proletariato operaio, non solo, lo ha fatto proprio, non come fomite di odio e di vendetta, ma come
esigenza di amore e di giustizia; e ancora prima di occuparsi degli altrui bisogni e degli altrui diritti,
ha francamente riconosciuto il proprio nuovo dovere, che la storia delle vicende umane le poneva
davanti: curarsi del mondo operaio, mettersi a fianco degli indifesi, e cercare con loro e per loro
migliori condizioni di vita.
IL POPOLO: LA SUA COSCIENZA E LIBERTÀ
- Secondo. La Chiesa ha proclamato la dignità del lavoro, qualunque fosse, purché onesto, e vi ha
tessuto meravigliosi ragionamenti. S’è parlato perfino d’una «teologia del lavoro» (cfr. Chenu),
tanto nel pensiero della Chiesa l’attività umana, anche manuale ed esecutiva, è stata riconosciuta
nelle sue più umane e più misteriose implicazioni. E del Lavoratore, della sua persona, della sua
singola e numerica unità sperduta nella folla (che la Chiesa non chiama «massa», ma popolo), della
sua coscienza, della sua libertà, dei suoi inalienabili e sacrosanti diritti al pane, alla famiglia,
all’educazione, alla speranza spirituale, alla professione religiosa, che cosa non ha detto e
proclamato la Chiesa? Chi più di essa ha avuto stima, rispetto, cura, amore della vostra personalità,
Lavoratori che Ci ascoltate?
GIUSTIZIA SOCIALE E UMANA CONVIVENZA
- Terzo assioma. La Chiesa ha fatto proprio, non solo nella dottrina speculativa (come sempre fu, da
quando risuonò il messaggio evangelico, che proclamò beati coloro che hanno fame e sete di
giustizia), ma anche nell’insegnamento pratico il principio del progresso della giustizia sociale (cfr.
Summa Theol. II-IIæ, 58, 5) e cioè della necessità di promuovere l’attuazione del bene comune,
riformando la norma legale vigente, quando essa non tenga conto sufficientemente dell’equa
distribuzione dei vantaggi e dei pesi del vivere sociale (cfr. Jarlot, Doctrine pontificale et histoire,
p. 178). Oltre il concetto di giustizia statica, sancita dal diritto positivo, e tutrice d’un dato ordine
legale, un altro concetto di giustizia dinamica, derivato dalle esigenze del diritto naturale, il
concetto di giustizia sociale è reso operante nello sviluppo dell’umana convivenza.
DISPENSATRICE E MINISTRA DI CARITÀ
- Quarto. La Chiesa non ha temuto di scendere dalla sfera religiosa sua propria a quella delle
condizioni concrete della vita sociale. Come il Samaritano della parabola evangelica, la Chiesa
scese dalla sua cavalcatura, cioè dall’ambito puramente cultuale, e si fece ministra di carità, non pur
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individuale, ma sociale. Si è curvata sul campo economico; ha parlato dei rapporti fra capitale e
lavoro, si è pronunciata sul contratto di lavoro, sul salario, sull’assistenza, sul diritto familiare, sulla
proprietà privata, sul risparmio, su cento questioni pratiche essenzialmente collegate con le oneste e
legittime necessità della vita. La sua carità si è armata di esigenze progressive, che chiamò umane e
cristiane, e perciò giuste. Vagliò aspirazioni e interessi delle classi meno abbienti, e non esitò a
cavarne, con sapienza e con prudenza, ma altresì con coraggio antiveggente, nuovi diritti da
soddisfare; ispirò ed ispira tuttora una legislazione contraria al privilegio e all’egoismo, e protettiva
dei deboli, degli umili, dei diseredati. Anzi: intimò allo Stato d’intervenire, non per assorbire diritti
e funzioni, che spettano in una libera società ai cittadini, sia singoli che associati, ma per proteggere
la libertà e l’eguaglianza dei cittadini stessi, e per assumere in proprio l’esercizio di quelle attività
che solo l’autorità pubblica può svolgere con migliore garanzia del bene comune.
IL DIRITTO DELL’ASSOCIAZIONE OPERAIA
- E quinto. La Chiesa riconobbe il diritto di associazione sindacale, lo difese, lo promosse,
superando una certa preferenza teorica e storica per le forme corporative e per le associazioni miste;
intravide non solo la forza del numero, che il fatto associativo doveva portare in una società
orientata verso la democrazia, ma altresì la fecondità dell’ordine nuovo, che poteva scaturire
dall’organizzazione operaia: la coscienza del lavoratore, della sua dignità e della sua posizione nel
concerto sociale, il senso di disciplina e di solidarietà, lo stimolo al perfezionamento professionale e
culturale, la capacità di partecipare al ciclo produttivo, non più come semplice strumento esecutivo,
ma per qualche grado anche come elemento corresponsabile e cointeressato, e così via.
IL MARXISMO NEGA LA PACE SOCIALE
- E poi un sesto assioma, quello più discusso e difficile. La Chiesa non aderì e non può aderire ai
movimenti sociali, ideologici e politici, che, traendo la loro origine e la loro forza dal marxismo, ne
hanno conservato i principî e i metodi negativi, per la concezione incompleta, propria del marxismo
radicale, e perciò falsa, dell’uomo, della storia, del mondo. L’ateismo, ch’esso professa e promuove,
non è in favore della concezione scientifica del cosmo e della civiltà, ma è una cecità, che l’uomo e
la società alla fine scontano con le conseguenze più gravi. Il materialismo, che ne deriva, espone
l’uomo ad esperienze e a tentazioni sommamente nocive; spegne la sua autentica spiritualità e la sua
trascendente speranza. La lotta di classe, eretta a sistema, vulnera e impedisce la pace sociale; e
sbocca fatalmente nella violenza e nella sopraffazione, portando all’abolizione della libertà, e
conduce poi all’instaurazione d’un sistema pesantemente autoritario e tendenzialmente totalitario.
Con questo la Chiesa non lascia cadere nessuna delle istanze vòlte alla giustizia e al progresso della
classe lavoratrice; e sia ancora affermato che la Chiesa, rettificando questi errori e queste
deviazioni, non esclude dal suo amore qualsiasi uomo e qualsiasi lavoratore.
Cose note, dunque, anche per una esperienza storica in atto, che non consente illusioni; ma cose
dolorose, per la pressione ideologica e pratica, ch’esse esercitano proprio nel mondo del lavoro, di
cui pretendono interpretare le aspirazioni e promuovere le rivendicazioni, generando così grandi
difficoltà e grandi divisioni. Non ne vogliamo ora discutere, se non per ricordare che quella stessa
parola, alla quale voi, Lavoratori Cristiani, oggi rendete testimonianza di onore e di riconoscenza, è
quella che ci ammonisce a non mettere la nostra fiducia in ideologie errate e pericolose, e che ci
invita piuttosto ad un’altra considerazione, che Noi poniamo alla fine di queste sintetiche
osservazioni.
CRISTO VI ATTENDE, VI ACCOGLIE, VI UNISCE
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- E sia il Nostro settimo assioma, quale risulta a gran voce dall’Enciclica «Rerum novarum» e da
quelle che la seguirono. Ed è l’indispensabile funzione che la religione ha nella promozione del
progresso sociale e nella soluzione della famosa e ricorrente questione sociale. Non è funzione
puramente strumentale, ma, diremmo, trasfiguratrice per i principi, le energie, i conforti, le
speranze, che la religione - diciamo quella vera, quella fortunatamente nostra, quella cristiana infonde in tutto il mondo del lavoro. Cristo, voi lo sapete, induce un’esperienza di Sé, della vita,
della società, delle cose, del tempo, della giustizia e dell’amore, che non ha paragone, non ha
definizione, se non quella della beatitudine da lui annunciata ai poveri, ai piangenti, ai perseguitati,
agli onesti, agli affamati di giustizia e di amore.
Ebbene, Lavoratori carissimi, a Cristo Noi vi affidiamo. A Cristo Noi vi esortiamo, come a luce
della vostra coscienza individuale e come a centro del movimento di Lavoratori Cristiani, al quale
voi volete oggi dare dimensioni mondiali, e di cui Noi siamo lieti e fieri di salutare l’istituzione e di
dare il Nostro paterno e fiducioso incoraggiamento. E affinché non vi manchi la sicurezza che
Cristo vi attende, che Cristo vi accoglie, che Cristo vi unisce, che Cristo vi fortifica e vi santifica,
sia su di voi dell’umile suo Vicario la Benedizione Apostolica.
DISCORSO A GRUPPI DI LAVORATORI E DI SPOSI CRISTIANI
Sabato, 18 giugno 1966
Rivolgendosi dapprima al gruppo di Lecco, l’Augusto Pontefice si dice lieto di salutare il grande
pellegrinaggio di lavoratori, i quali festeggiano il 90° di fondazione della loro azienda, e sono
venuti a Roma per avere col saluto augurale del loro antico Arcivescovo la benedizione del Vicario
di Gesù Cristo.
Un vincolo di affetto - così Paolo VI - unisce il Papa a Lecco che ha visitato tante volte, ammirando
il bellissimo paesaggio manzoniano, al quale si sono ora aggiunte le ciminiere delle industrie e
fabbriche. Li incarica subito di interpretare il suo cordiale saluto alla città, alle autorità, alle loro
famiglie, ai colleghi di lavoro, Speciali pensieri del Santo Padre sono per Monsignor Prevosto, per
D. Aldo Farina e le Acli, per il centro turistico.
Sua Santità aggiunge l’espressione della propria letizia per questo 90°, che è un fatto storico,
morale, sociale e civile degno di ammirazione; e augura che la cooperazione degli imprenditori e
degli esecutori di lavoro faccia sempre più prospera la loro impresa, con spirito nuovo, affinché essa
sia sempre più onorata ed efficiente.
Novant’anni! Quanto studio, quanto laborioso sforzo ed intelligente fatica nel lungo, ragguardevole
periodo di tempo!
In così vasto insieme d’opere e di risultati, di intenti e trasformazioni, ecco la dottrina sociale della
Chiesa ad indicare il carattere, gli obblighi, le funzioni dell’impresa e di quanti da essa traggono,
con il lavoro, i mezzi di sussistenza. Tali insegnamenti parlano di giustizia, di equilibrio, di pace: e
qui è il fondamento di quel progresso che il Pastore Supremo augura a tanto diletti suoi figli,
formulando speciali voti che proprio essi abbiano ad attuare integralmente i principi d’unione e
concordia stabiliti dal magistero della Chiesa. Ne conseguiranno preziosi risultati d’ordine, di pace,
d’amore: un reale tesoro per conseguire piena e vera prosperità.
106
Con l’auspicio che tali nobili mete possano essere da tutti raggiunte, il Santo Padre esprime
felicitazioni all’Azienda, ai singoli dirigenti e dipendenti, unendo ancora nella sua più estesa
benedizione le singole famiglie, specie i bambini ed i sofferenti, e l’intera città di Lecco.
Egualmente ricca di invocate copiose assistenze divine è la parola di Sua Santità per gli Sposi
venuti a Roma e diretti a Pompei, in atto di viva riconoscenza al Signore per i doni ricevuti durante
venticinque anni, - alcuni, anzi, per cinquant’anni - da famiglie che sentono e si gloriano d’essere
cristiane.
Già nel vederli il Santo Padre rievoca il primo prodigio operato dal Redentore del mondo; fu a
Cana, in un banchetto di sposi per i quali il generoso atto del Signore volle simboleggiare la sua
immancabile assistenza a quanti intendono fondare una nuova famiglia secondo le leggi di Dio.
Per Sposi che possono considerarsi anziani arride quale grazia di completa felicità l’aver tenuto fede
a quelle sacre leggi.
Dalla loro letizia familiare, da questa festa dei cuori può, infatti, trarsi come l’apologia della
famiglia cristiana, del matrimonio che, oggi, è tanto discusso da quelli che credono di poter mutare
questa pietra fondamentale della società.
L’unità e la stabilità - prosegue il Santo Padre - sono le colonne dell’istituto familiare, vivente in
quanti ne fanno parte; ed il Vicario di Gesù Cristo li esorta ad essere essi medesimi gli apologisti ed
i difensori della vera famiglia cristiana, basata appunto sulla unità e indissolubilità: leggi
incomparabili, che essi onorano con il loro amore e che costituiscono la maggiore possibilità di
essere felici.
La dignità della società ben ordinata esige tali leggi, che possono sembrare di ferro, e invece sono
d’oro, vengono definite dure e invece sono salutari, anche se, talvolta, richiedono spirito di
abnegazione e di sacrificio. Ma si tratta di leggi inoppugnabili; non sono state inventate o formulate
dagli uomini, ma da Dio. E perciò, né ora sono, né mai potranno essere socialmente superate, come
taluni affermano.
La natura della società umana esige siffatta unità e stabilità. Le due note sono indispensabili per la
salvaguardia dell’istituto domestico, per la tutela e l’educazione dei figli; per la dignità stessa
dell’uomo e della società; in una parola per l’esatto adempimento del carattere del matrimonio,
elevato da Cristo alla superna dignità di Sacramento.
Adunque i cari pellegrini siano - ribadisce il Santo Padre - essi stessi gli apostoli zelanti e i
testimoni esemplari dell’unità voluta e benedetta da Dio.
Perciò l’Augusto Pontefice invoca sui presenti, i loro figliuoli, su tutte le famiglie cristiane
l’abbondanza delle divine grazie.
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SANTA MESSA AL CENTRO INDUSTRIALE DI COLLEFERRO
OMELIA
Domenica, 11 settembre 1966
Il Santo Padre inizia la sua Omelia rivolgendo un fervido saluto al Vescovo Diocesano, al Parroco,
al Clero, ai Religiosi, alle Autorità e alle molte Personalità presenti, agli Imprenditori e Dirigenti a
tutte le categorie e alle Associazioni dei diletti Lavoratori.
È la prima volta che Egli visita questa città, e ne riceve una impressione che ben potrebbe dirsi
simbolica. Simbolo di che cosa? Dei tempi nuovi, di questo doloroso, faticato ma anche glorioso
dopoguerra, che ha visto risorgere il Paese in opere grandi, buone, oneste e protese verso l’avvenire,
per cui si viene sempre più affermando un’impronta, una fisionomia che non esisteva in passato e
cioè: la caratteristica industriale, del lavoro organizzato, dell’uomo che. opera non da solo con le
sue mani, ma con le macchine e in ragguardevoli comunità. È il lavoro moderno.
UNA CITTÀ SIMBOLO DEI TEMPI NUOVI
E così: volendo commemorare uno storico Documento proprio sulle condizioni dei lavoratori, il
Papa si è chiesto dove cercare un incontro con il mondo operaio. La scelta è stata per Colleferro, ed
Egli ne è lietissimo; ringrazia il Signore di poter qui salutare una rappresentanza tanto qualificata e
appunto del lavoro industriale.
Perciò i lavoratori sono l’oggetto principale della sua visita: alle loro persone, a quanto essi
compiono, a tutte le iniziative di assistenza e di sviluppo connesse con la loro fatica vanno le
sollecitudini più ardenti del Padre delle anime.
I carissimi ascoltatori sanno che il motivo precipuo della presenza del Papa tra loro è per tributare
onore e gratitudine ad un suo grande Predecessore: Leone XIII. Settantacinque anni or sono quel
Pontefice pubblicò un documento, ormai a tutti noto, che si intitola Rerum novarum: la grande
Enciclica che tratta della questione operaia, della questione sociale. È stato un gesto determinante,
storico, con cui la, Chiesa si è impegnata alle questioni di quanti lavorano, e da allora essa di
continuo si è interessata ai bisogni, alle aspirazioni, alle fatiche, difficoltà, lotte; in una parola sola:
alle anime dei singoli lavoratori.
Partendo da questa memoria è agevole riassumere il movente della visita del Papa.
Perché sono venuto? La presenza lo dice più che il discorso: sono venuto per dirvi che la Chiesa
ama il mondo del lavoro, ama i lavoratori, gli operai, tutti quelli che svolgono un’attività secondo il
modo con cui il lavoro moderno è organizzato, e con la psicologia, le esigenze le angustie che esso
porta con sé. Sono venuto ad assicurarvi dell’affetto, della solidarietà, dell’interesse che la Chiesa
ha per voi.
LA CHIESA AMA I LAVORATORI
Qui forse potrebbe affacciarsi in taluno una qualche obiezione: di certo non più quella, per tanto
tempo diffusa, che negava senz’altro la presenza della Chiesa nel mondo del lavoro. Le molte prove
di questo suo raggiante apostolato risplendono ovunque, ed hanno dissipato la inconsistente accusa.
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Piuttosto qualcuno ancora potrebbe avanzare un dubbio: sì, riconosciamo che la Chiesa si interessa;
tuttavia, in pratica, che cosa essa può fare non avendo mezzi, capacità e competenza nelle questioni
economiche, nei problemi industriali, sociali, del lavoro?
La sua funzione è quella di pregare il Signore, di predicare il Vangelo, ma non di andare in mezzo
ai lavoratori. Il suo è, dunque, un amore inefficace, dimostrativo, verbale. Orbene il dubbio dilegua
quando si pensi al reale e fattivo atteggiamento. Se ne hanno prove eloquentissime e chiare. Si tratta
- e lo si può dimostrare con tanti esempi - di una premura non soltanto teorica; e nemmeno può
asserirsi che essa assuma forme antiquate, inefficienti, paternalistiche, per proteggere e beneficare.
La Chiesa veglia sul popolo; ne illumina la coscienza e la forza; lo conduce ed aiuta a sentirsi
libero, arbitro dei propri destini. Basta dare uno sguardo a quanto è stato compiuto attuando i
dettami sociali della Chiesa; all’azione politica ispirata dai principi cristiani, per avere di tutto
mirabile conferma.
INCOMPARABILE OPERA ATTIVA E RIGOGLIOSA
Noi vi conosciamo e desideriamo sempre più conoscervi. La Chiesa si è curvata sopra le vostre
condizioni; ha esaminato i vostri problemi. Essa ancor oggi studia le condizioni di vita in cui siete;
non ignora affatto le odierne esigenze dei lavoratori, soprattutto le trasformazioni sociali derivanti
dalla macchina; sente i desideri e le domande per raggiungere una pienezza di giustizia e di armonia
nella società.
Non ignorando affatto tali istanze, la Chiesa le esamina con tutta l’attenzione onesta e diligente;
guarda in faccia le cose e cerca di comprendervi non soltanto nell’aspetto esteriore che può essere
anche disciplinare e apparentemente ordinato, ma vi vede nel cuore, vi studia nel profondo della
vostra psicologia. Quante volte, negli anni decorsi, andando in mezzo agli operai, soprattutto
durante il ministero pastorale svolto nell’Arcidiocesi di Milano, è occorso al Papa di scorgere tanti
volti di lavoratori silenziosi, muti, che sembrano soltanto osservare. In realtà non è che siano privi
di un sentimento che non avvertono o che non vogliono esprimere. Sono diffidenti e perciò
rimangono quasi intimiditi. Ebbene, la Chiesa spiega questo silenzio e questo riserbo. Essa arriva
nell’intimo del cuore e coglie il risentimento per tutto quanto è ingiusto o il rammarico per cose non
bene eseguite. Sa quindi rispondere all’interrogativo a proposito di chi realmente può bene guidare
e ottenere tutto quanto è necessario non solo alla vita materiale, ma alla pace interiore.
LA PIÙ ALTA GUIDA E DIFESA
La Chiesa difende i lavoratori. Non sta semplicemente a guardare. Ha precisato la sua dottrina; ha
speso la sua autorità per la tutela e la promozione dei lavoratori, ha fatto suoi i loro diritti alla
dignità, alla mercede. Si schiera al di sopra d’ogni competizione e prende arditamente e
risolutamente le loro difese. E ciò compie - si intende - senza voce rivoluzionaria, senza demagogici
termini altisonanti, od ostili. Esercita, invece, tale difesa guardando le cose reali, giuste e possibili.
Si rifletta, poi, a quante opere la Chiesa ha suscitato per dare questa certezza e per venire incontro
non soltanto con la parola, ma con i fatti concreti, con efficace organizzazione, alle tante necessità.
Ogni giorno essa cura e sviluppa il coordinamento delle iniziative. Né va dimenticato che proprio la
Chiesa - e ne parla diffusamente la Rerum novarum - propugna uno dei più grandi diritti della classe
lavoratrice e cioè la libertà di associazione, l’elemento per sentirsi forza, per sentirsi popolo; e, in
piena coerenza a questo principio, la Chiesa sempre più dispiega la sua attività illuminatrice e
benefica.
LA IDEOLOGIA GIUSTA È QUELLA DI CRISTO
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Ancora un’altra mirabile realtà. La Chiesa parla ai lavoratori. Il Papa è venuto a Colleferro per
commemorare una grande parola, pronunciata settantacinque anni or sono da Papa Leone. Che cosa
vuol dire questo continuo discorso della Chiesa? Una grandissima cosa. Sono le idee a guidare la
vita; esse fanno trionfare le buone cause; danno al popolo la sua forza e tracciano i sentieri del suo
destino. C’è ormai una parola corrente che riassume tutto ciò: l’ideologia. Essa è necessaria alle
conquiste dell’avvenire. Ora, sappiamo tutti che l’insegnamento della Chiesa non è parola
d’interesse, di passione, di opportunismo. Vi dice - e oggi vi ripete -: bisogna avere un pensiero;
un’«ideologia». Sono le idee che muovono il mondo.
Sbagliare, perciò, sulle ideologie è gravissimo. Ed è della più alta importanza attenersi alla buona,
alla vera, a quella collaudata dalle esperienze della storia, su cui riposa - e dovrebbero pure
ammetterlo coloro che non hanno la fortuna di condividerla - la luce del Vangelo; la luce del
grande, umanissimo e divinissimo Maestro, Nostro Signore Gesù Cristo.
Egli ci insegna, nella realtà più completa e sublime, il valore della vita, la dignità del lavoro, la
libertà umana e come deve essere intesa e impiegata, il mistero della fatica e del dolore che Gesù ha
voluto assumere su di Sé con il sacrificio della Croce, indicandoci che, attraverso il dolore, è
possibile trovare virtù e redenzione e, con questa, la speranza temporale e religiosa.
Tutto ciò proclama e insegna la Chiesa con l’autorità immensa che le deriva dal Magistero stesso di
Cristo.
A suggello dunque del pio e fulgido incontro, tutti vogliano ricordare sempre che la Chiesa vuol
bene ai lavoratori; li comprende; non ha alcun interesse di dominio. Vuole liberarli, elevarli e far
loro capire i reali valori della vita; dare loro la gioia di essere uniti nell’amore e non nell’odio.
Ed aggiunge un’altra parola che nessuno, all’infuori di Essa, può pronunciare: al di là di questa vita
si raggiunge, attraverso il sudore, le lacrime e le speranze di quaggiù, la vita superna e senza fine.
Per ottenere questo ineffabile dono a quanti Lo ascoltano, il Santo Padre rivolgerà ora speciale
preghiera al Signore durante il Divin Sacrificio, auspicando ogni grazia per i Lavoratori e per quanti
procurano ad essi i mezzi della quotidiana attività; per le famiglie di ciascuno; per l’intera
cittadinanza di Colleferro.
Che la benedizione di Leone XIII e del suo Successore qui presente sia ognora sulla vostra terra per
l’ordine cristiano: da lui, da voi sognato, nella fede e nell’amore.
DISCORSO AGLI ANZIANI DELLA SOCIETÀ O. M. DI BRESCIA
Sabato, 5 novembre 1966
Ci fa tanto piacere che siano presenti a questa udienza anche i numerosi e sempre diletti operai
anziani della Società O. M. di Brescia. Vi diamo il Nostro paterno benvenuto, e Ci è caro
assicurarvi che portiamo in cuore il ricordo delle vostre persone, della vostra operosità, della vostra
bontà e schiettezza d’animo; e Ci commuove il pensiero che voi Ci amate, e pregate per Noi.
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Ve ne ringraziamo di cuore; e ricambiamo la vostra carità con un augurio di ogni bene, con una
particolare preghiera per voi, per le vostre famiglie, per i vostri problemi e le vostre ansie, affinché
il Signore, «Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione» (2 Cor. 1, 3) vi custodisca nella
pace e nella serenità di una buona coscienza, lieta di aver fatto sempre il proprio dovere, nella
vostra famiglia e nel vostro lavoro, portando alla società il contributo generoso di una vita spesa per
gli ideali più alti, quelli che valgono davvero, assicurando onorabilità in terra, e il premio
dell’eternità in Cielo.
Vi assista sempre il Signore; e in pegno delle sue compiacenze vi impartiamo la Nostra paterna
Benedizione Apostolica, che estendiamo di tutto cuore al venerato e zelante Padre Marcolini, tanto
benemerito della vostra assistenza spirituale.
DISCORSO VI AL PELLEGRINAGGIO
DELL'UNIONE ITALIANA DEI PARRUCCHIERI
Lunedì, 21 novembre 1966
Diletti Figli,
Siamo assai lieti di accogliere il vostro pellegrinaggio, così numeroso, così caratteristico, così vario,
e di darvi il Nostro benvenuto: Vi diciamo subito che siamo grati a Voi, e ai solerti organizzatori di
questo incontro, per il pensiero che avete avuto per Noi, con un gesto di squisita cortesia, che Ci
allieta e Ci commuove: siete infatti venuti a Roma per dirci, con la sola vostra presenza, quanto
grande sia stata la vostra soddisfazione per il Breve Apostolico «Tonsoriam artem», del 20 luglio
scorso, con cui abbiamo proclamato San Martino de Porres, Patrono dei Parrucchieri «per uomo e
per signora», dei Barbieri e delle Categorie affini in Italia. Siete venuti per dirCi grazie, e dirCelo
con la forza del vostro numero, con la schiettezza dei vostri sentimenti, con la spontaneità delle
vostre parole. Un grazie che Ci ha fatto particolare piacere, non solo perché il sacrificio, che avete
dovuto affrontare per gli assillanti impegni delle vostre giornate lavorative, lo rende più meritorio,
ma perché esso riveste il significato di un atto di fede: la vostra contentezza nell’avere un Patrono
tutto vostro Ci dice infatti lo spirito con cui compite il vostro lavoro, e l’intento, che avete, di
avvalorarlo a contatto dell’esempio luminoso di un Santo.
Ve ne lodiamo di cuore; e, nell’accogliervi, il Nostro pensiero ritorna con immutato affetto ai
parecchi incontri che abbiamo avuto, negli anni del Nostro pastorale ministero a Milano, con i
vostri colleghi della Società Mutua dei Parrucchieri ed Affini, e soprattutto in occasione della
celebrazione a S. Maria delle Grazie, in onore di Martino de Porres. E Ci piace dare atto qui,
pubblicamente, alla benemerita Presidenza di quella Società, e agli ottimi Padri del Convento
Domenicano delle Grazie, dello zelo encomiabile che essi hanno impiegato nel diffondere la
devozione al Santo presso tutta la Categoria dei Parrucchieri e Barbieri, prima, e per ottenerne, poi,
la proclamazione che voi, oggi, festeggiate.
Vorremmo avere più tempo a Nostra disposizione per effonderci a Nostro agio in una conversazione
familiare, quale talora avviene con tono disteso e cordiale nei luoghi di lavoro, mentre attendete alla
vostra quotidiana attività. Ma anche il pur brevissimo incontro di oggi Ci permette di dirvi cose, che
Ci stanno particolarmente a cuore, e che vi affidiamo con paterna benevolenza, a ricordo del vostro
bel pellegrinaggio.
111
1. Vogliamo dirvi anzitutto che vi ammiriamo. Non crediamo, diletti Figli, che vi dobbiate
meravigliare di questa parola; forse, in fondo, ve l’aspettavate, in premio della vostra fedeltà. Sì, vi
ammiriamo: perché siete al servizio degli altri, e a totale servizio, anche in ore e in giorni in cui si
potrebbe esigere quel maggior agio e quel doveroso riposo, di cui gli altri pur godono. La vostra
fisionomia, è questa: servire, essere utili; e sempre col sorriso sulle labbra, sempre con i modi più
compiti, diventati perfino proverbiali, sempre con rispetto e buon garbo, interessandovi ai discorsi e
ai problemi degli altri, anche quando i vostri problemi, o affanni personali, o dolori familiari
tumultuano in cuore, e non permetterebbero diversioni o evasioni. Eppure, in ogni circostanza, voi
siete là, dimentichi dei vostri interessi per far piacere agli altri, servirli, essere ai loro ordini.
Non è un atteggiamento, questo, che merita non solo ammirazione, ma gratitudine? Non è una
benemerenza che possiamo dire sociale, oltre che un intimo acquisto personale, che può fare di voi
degli uomini sempre più coscienti della bellezza, della grandezza, del merito della vita umana,
quando è spesa con un ideale generoso? Stimate la vostra professione anzitutto per questo: perché
oltre la bravura, che richiede, oltre il contributo personale di buon gusto, che la rende anch’essa
un’arte, è un ministero, un servizio: e tutto ciò che corrisponde a questo ideale, merita da Dio il
premio, nella pace della coscienza per il dovere compiuto, qui in terra, e nella ricompensa della vita
eterna, lassù in Cielo.
2. Vi diciamo di più. La vostra professione, per le ricche esperienze, ch’essa dischiude, per gli
straordinari contatti umani, ch’essa facilita, per le innegabili correnti di simpatia, ch’essa stabilisce,
può essere un singolare strumento di apostolato. Intendiamoci bene: non c’è bisogno di atteggiarsi a
predicatori, a banditori di messaggi alti e sonori. Le pose, da qualunque parte vengano, in quanto
sono pose, cioè forzate, artefatte, insincere, non ottengono risultato, sono anche controproducenti.
Ma qui non si tratta di pose: si tratta di essere cristiani sinceri, coerenti, consapevoli. Si tratta di
vivere il proprio battesimo, che, secondo l’insegnamento del Concilio ai laici, a tutti i laici, dà a
ciascuno una missione «profetica», quella cioè di essere testimoni, di Gesù Cristo nel mondo,
«perché la forza del Vangelo risplenda nella vita quotidiana, familiare e sociale», come ha detto la
Costituzione dogmatica sulla Chiesa (n. 33), e perché gli uomini «siano resi capaci di ben
indirizzare tutto l’ordine temporale e di ordinarlo a Dio per mezzo di Cristo», come ha sottolineato
il Decreto sull’apostolato dei laici (n. 7). Secondo il pensiero genuino del Concilio Ecumenico
Vaticano II, i laici, per il fatto stesso che fanno parte della Chiesa, hanno di per sé il dovere di farle
onore, edificando cristianamente il mondo circostante - con l’esempio, sempre, con la parola,
quando è necessario -, perché scompaiano gli stridenti dissidi che talora si fanno avvertire tra la
fede cristiana e le opere, che non le corrispondono, tra il pensiero e l’azione, tra l’ideale e la vita. Il
già citato Decreto ha detto anche che il vero apostolo laico «cerca le occasioni per annunziare
Cristo» (ibid. n. 6): e quali occasioni, le più impensate, le più adatte, le più efficaci, non sono offerte
anche a voi, purché sappiate ricordarvi sempre - come certamente è in realtà - della vostra
vocazione cristiana, che deve permeare anche il vostro lavoro, e renderlo utile per il Regno di Dio?
Anche a questo vi incoraggiamo, certi di trovare in voi una risposta generosa, che vi orienti per tutta
la vita.
3. In una parola, abbiate fede. Non si può dare un orientamento sicuro alla propria esistenza
individuale, familiare, professionale, senza la fede; non si può mantenere integra la propria solidità
interiore di uomini, specialmente di fronte alle crisi e alle tentazioni della vita, se non c’è una
visione cristiana del mondo e degli avvenimenti, se non c’è un metro sicuro di giudizio sul perché
ultimo e segreto di tutte le cose: e questo lo può dare solo la fede.
Abbiamo detto che questo vostro pellegrinaggio in onore al Santo vostro Patrono riveste un
significato di fede: che lo sia oggi, che lo sia sempre! In questo vi sarà di aiuto la devozione, tenera
e profonda, che nutrite per San Martino de Porres, per questo grande e umile Domenicano, lieto e
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sacrificato, generoso e ardente, che il Signore ha voluto porre tanto più in alto sul candelabro,
quanto più grande fu il suo studio di abbassarsi, di nascondersi, di servire.
Egli vi insegnerà a unire la serenità dell’animo all’impegno quotidiano, arduo e pesante; a trovare il
senso della vita nello spenderla per gli altri; vi insegnerà ad amare il prossimo, ma soprattutto ad
amare Dio con tutte le forze dell’anima, e a restare a Lui fedeli nella pratica generosa della virtù
cristiana, nella adesione costante alla Chiesa e al suo insegnamento, nella osservanza fedele dei
doveri della vita liturgica e sacramentale, anche se questo vi può costare un qualche sacrificio.
Noi vi affidiamo alla sua intercessione: gli raccomandiamo il vostro lavoro, le vostre famiglie, le
vostre gioie e le vostre pene, affinché vi ottenga la continua protezione del Signore. E a conferma di
questi voti, e in pegno della Nostra benevolenza, di cuore impartiamo a voi, qui presenti, ai vostri
Colleghi lontani, e a tutti i vostri cari, la propiziatrice Benedizione Apostolica.
DISCORSO AI DIRIGENTI E AI COLLABORATORI DELL’E.N.E.L.
Lunedì, 19 dicembre 1966
Salutiamo l’avvocato Vito Antonio Di Cagno, Presidente dell’ENEL, e lo ringraziamo per le nobili
parole che Ci ha rivolte a nome di tutti i presenti.
Salutiamo con lui i membri del Consiglio di Amministrazione, e l’Unione Gruppi dei Lavoratori
Anziani dell’ENEL.
E salutiamo di gran cuore voi, diletti dirigenti, impiegati e operai dell’Ente Nazionale per l’Energia
Elettrica, che avete ricevuto un meritato riconoscimento per i 35 anni del vostro servizio. Agli elogi
che vi sono stati rivolti in questi giorni dalle più alte Autorità dello Stato, vogliamo ora unire anche
i Nostri, che sono come quelli di un padre verso figli tanto amati. Anche Noi siamo lieti di dirvi che
i lunghi anni, in cui avete speso il meglio delle vostre energie al servizio della comunità nazionale,
non sono perduti, perché il vostro impegno di cittadini onesti e di fedeli cristiani ha dato loro un
valore altissimo, sacro, prezioso; è facendo Nostre le parole del Signore che possiamo promettervi
soprattutto il premio più ambito, con quelle divine parole, piene di consolazione e di speranza:
«Bravo, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti farò signore su molto: entra nella gioia del
tuo padrone» (Matth. 25, 23).
Questa gioia Noi vorremmo che vi accompagnasse nel vostro ritorno alle usate occupazioni, dopo le
cerimonie a cui avete assistito in questi giorni, che sono un po’ quelli, lasciateci dire amabilmente,
del vostro trionfo, e che fosse con voi in tutti i giorni della vostra vita.
Proprio perché sembra a Noi che la vostra premiazione favorisca il raccoglimento di pensieri più
alti, quasi come un esame di coscienza; proprio perché essa sembra a Noi avere una duplice
fisionomia: di un consuntivo per il passato, e di un augurio per l’avvenire, Noi vi auguriamo che
essa sia per ciascuno di voi vera e duratura fonte di gioia.
1. Questi 35 anni sono anzitutto un consuntivo: del lavoro compiuto, di esperienze fatte, di una
maturazione professionale acquisita e perfezionata; consuntivo che porta con sé ricordi di incontri e
di contatti fraterni con amici lontani nel tempo, forse ancora al vostro fianco, o forse dispersi
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altrove, o forse anche passati all’eternità. Ebbene, nella comprensibile commozione del momento,
vi deve accompagnare, ripetiamo, una gioia virile, l’impagabile soddisfazione del dovere compiuto,
l’intima consolazione di sapere che vi siete resi utili, col vostro lavoro, alla famiglia e alla società.
Questa è la bellezza sacra del lavoro dell’uomo, della missione ch’egli è chiamato a svolgere nei
brevi anni della sua vita operosa; e non importa se la sua occupazione avrà avuto grande rilievo, o
se sia stata nascosta per l’intera vita come dal velo dell’anonimato, del poco o niente appariscente,
dell’ordinario. Il Signore non giudica secondo ciò che si vede al di fuori, ma scruta il cuore, premia
la generosità con cui si fa il proprio dovere, e la dedizione totale in esso impiegata. Beati siete voi,
diletti figli, se - come non dubitiamo affatto - vi canta in cuore, ora e per sempre, questa letizia
profonda di aver fatto tutto quello che potevate, e di averlo fatto bene; in tal modo, siatene certi, la
vostra vita non sarà stata inutile, ma avrà scritto a caratteri d’oro il vostro nome nella oscura e
incessante successione degli umili, che fanno grande la storia delle Nazioni.
Ecco, diletti Figli, il perché della gioia, che deve accompagnarvi in questo consuntivo degli anni
spesi al servizio degli altri.
2. Ma il trentacinquennio, che avete maturato, è anche un augurio; è un programma di nuova
alacrità di mente e di forze fisiche; è un rinnovato slancio verso il dovere che vi attende, per
riprenderne gli obblighi con occhio luminoso e contento. Può anche darsi, anzi certamente avviene
che il lavoro non soddisfi sempre: la sua monotonia, il suo peso quotidiano, le soddisfazioni avare e
le responsabilità numerose, tutto concorre a renderlo pesante. La Rivelazione ci viene in soccorso in
questo enigma spiegandoci che il peccato originale ha infranto l’ordine primigenio, voluto da Dio, e
che, di conseguenza, l’attività umana ha perduto la sua originaria freschezza di opera di
collaborazione con Dio stesso, mettendo in primo piano, che essa costa sacrificio, impone
limitazioni, pesa quasi come un castigo. Ma la fatica, inerente al lavoro, diventa preziosa se
accettata in penitenza della carne riottosa e in esercizio dello spirito obbediente al dovere, al volere
di Dio; e allora il lavoro riacquista il suo slancio fervido, il suo significato profondo, la sua efficacia
vitale di frutto proprio dell’uomo, della sua capacità inventiva, della sua ingegnosità; il lavoro non è
più soltanto una pena, ma è anche un premio, uno stimolante invito, una novità che si rinnova ogni
giorno.
Sia così anche per voi, diletti Figli. Voi avete la dignità e la responsabilità di assicurare alla società
l’energia elettrica e la luce e tante altre applicazioni che da essa derivano, di generarla con i vostri
potenti apparati che sfruttano le forze della natura, di diffonderla con una efficiente organizzazione,
che si ramifica in ogni direzione, portando anche ai punti più sperduti l’impalpabile e terribile e
provvida amica potenza, che illumina, e dà forza, vita e movimento. Se il lavoro umano è
collaborazione all’opera creatrice di Dio, voi ne dovete avere la consapevolezza più gioiosa, perché
date la luce, cosa quanto mai divina, aiutate l’uomo nelle sue necessità più preziose, gli rendete
accogliente la casa, gli illuminate le tenebre, sostenete le sonanti macchine del suo quotidiano
lavoro.
Quale fonte di gioia, di conforto, di soddisfazione per voi! Ce ne compiacciamo di cuore: e perché
la vostra gioia sia piena, vi auguriamo, come Ci ispira il Nostro pastorale ministero, di avere sempre
con voi, nelle vostre famiglie, la luce di Colui, che è la vita e la luce degli uomini (Io. 1, 4): Gesù
Cristo, il Salvatore Divino, il Quale ha detto: «Io sono la luce del mondo; chi viene dietro a me, non
cammina nelle tenebre» (Io. 8, 12). La presenza della sua grazia vi illumini sempre, vi conforti nel
declinare della lunga giornata della vita, vi sussurri le eterne certezze. Nel Suo Nome Noi vi
benediciamo, e vi auguriamo ogni letizia, unitamente ai vostri cari, e ai diletti colleghi del vostro
lavoro: pace e benedizione a tutti, in Cristo Gesù nostro Signore.
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DISCORSO AD UN GRUPPO DI LAVORATORI DELL'INDUSTRIA
Lunedì, 20 febbraio 1967
Noi dobbiamo innanzi tutto esprimere la Nostra compiacenza per la visita che voi Ci fate, e che Noi
accogliamo con affettuosa riconoscenza. È la visita di persone che avviciniamo sempre molto
volentieri, perché vengono da quel mondo del lavoro industriale, che è oggetto del massimo
interesse, non solo da parte di chi lo promuove e di chi vi partecipa, e non solo da parte degli
economisti, dei sociologi e dei politici, ma anche dei Pastori di anime, cioè da parte della Chiesa,
che vede in cotesto mondo del lavoro esprimersi i problemi più gravi, più nuovi e più difficili, per
non dire i più impegnativi, i più fecondi, ed anche i più belli della vita morale e spirituale del nostro
tempo. Siamo sempre convinti che un’intesa fra il vostro mondo e quello nostro, quello della
religione e della fede, non solo è possibile, ma è doverosa da una parte e dall’altra, e con reciproca
soddisfazione; o per meglio dire con vostro vantaggio, professionale, sociale e morale. Voi certo
sapete quanto la Chiesa, specialmente in questi ultimi tempi, ha parlato sulle questioni che
interessano la vostra vita, non tanto per fare della speculazione teorica, o per dispensare parole di
occasione e di proprio interesse, ma per entrare nel vivo dei vostri problemi e per offrirvi l'aiuto
della sua esperienza, per sostenervi nelle vostre difficoltà, per darvi prova, in una parola, che essa vi
comprende e vuole il vostro bene.
Dunque, siate i benvenuti, e sappiate che Chi siede a questo posto e ha il tremendo incarico di
rappresentare il Signore Gesù guarda a voi sempre con grande simpatia ed è felice quando vi può
avvicinare e vi pu6 dire una parola di luce e di conforto.
Poi dobbiamo dire una parola di soddisfazione e di incoraggiamento per coloro che hanno promosso
i concorsi, ai quali voi avete preso parte e vi hanno guidati fino qua. Sappiamo che il merito va al
periodico settimanale «La Gazzetta per i Lavoratori», e volentieri riconosciamo la bontà di tale
iniziativa. Ci piace osservare che cotesto periodico, che Ci dicono avere finalità educative e di
elevazione spirituale, non si contenta d’offrire le sue colonne alla lettura dei Lavoratori, ma prende
a suo carico promuovere attività che vanno oltre la sfera strettamente professionale dei Lavoratori, e
che intendono interessare la loro vita. Questo è saggio. Il lavoro industriale spesso impegna
l’operaio ad una serie ristretta, esteriore, monotona di azioni, nelle quali l’uomo senza volerlo si
assimila alla macchina ch’egli assiste e dirige, e nelle quali non si esplica che in minima parte il
tesoro di qualità di cui l’animo umano è dotato. Succede allora che il lavoro, reso quasi meccanico e
perciò spiritualmente insignificante, anche se impegna grande attenzione ed esige speciali abilità, si
fa moralmente pesante, e non sazia lo spirito del lavoratore, il quale ha bisogno di evadere, di
pensare ad altro, di rifarsi con lo svago del cinema o dello sport, sempre lasciando inerti e sepolte
dentro di sé tante capacità, che nessuno sveglia, educa ed avvia a qualche geniale espressione.
Ecco il merito dei vostri concorsi: essi rivelano a voi stessi certe risorse che non mai verrebbero in
evidenza, se appunto non vi fosse lo stimolo d’un determinato concorso. Perciò di cuore vi diciamo:
bravi! per avere corrisposto all’invito, allo stimolo del concorso; e ,bravi diciamo doppiamente a voi
che siete riusciti vincitori nei concorsi a voi proposti. Questi vi inducono a pensare, forse anche a
studiare, poi a provare; e vi stimolano a cavare dal fondo del vostro animo, dai vostri ricordi, dalle
vostre esperienze, dai vostri impulsi artistici (che non mancano a nessuno: chi è che non sa cantare?
chi è che non crede d’aver lui la parola giusta per tante questioni?) un’espressione personale, un
segno vivo della propria personalità.
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Una parola di particolare ammirazione diremo ai Lavoratori anziani dell’industria; a voi, che
vediamo qui premiati, ed a tutti i vostri colleghi, che con voi hanno dato questa grande prova di
morale valore: la fedeltà al lavoro! Resistere alla fatica, resistere alla monotonia degli orari e delle
prestazioni lavorative, resistere con solidarietà per la causa comune dei Lavoratori, ma insieme con
amore al proprio stabilimento, alla propria officina, al proprio mestiere, alla propria azienda, è
merito che dev’essere riconosciuto, specialmente in tempi così inquieti come i nostri. Anche a voi,
cari Lavoratori anziani, diremo: bravi! Facendo eco con questo elogio a quello che la società vi
deve per il servizio positivo, perseverante, costruttivo, che voi le avete dato con la vostra paziente
assiduità al compito a voi assegnato; e interpretando la soddisfazione fiera e silenziosa, che sale
dalle vostre coscienze e che Noi pensiamo sia ispirata da Dio: la soddisfazione del dovere compiuto
per tanti anni quanto è lunga la vita professionale. E se davvero è stato il dovere la legge di codesta
vita professionale, e voi lo avete volonterosamente ed onestamente compiuto, sappiate che vi resta,
appunto davanti a Dio, un credito, che la mercede economica non può soddisfare, il credito di quelle
opere buone, che saranno il nostro unico bagaglio per l’ultimo viaggio, all’eternità!
Dunque: bravi tutti. E tanto più, se a codeste buone attività aggiungerete ciò che ne moltiplica il
valore: l’intenzione religiosa, l’amor di Dio, ch’è, come sapete, la suprema vocazione ed il più
grande precetto della nostra vita quaggiù.
Vi salutiamo tutti; e vi incarichiamo di portare il Nostro saluto alle vostre case, ai vostri colleghi di
lavoro, alle vostre rispettive residenze; ed a tutti, anticipando l’augurio della buona Pasqua, diamo
ora la Nostra cordiale Benedizione Apostolica.
DISCORSO ALL’AZIONE CATTOLICA E AI LAVORATORI
Lunedì, 1° maggio 1967
Salutiamo i partecipanti al Convegno nazionale dei Delegati Vescovili e dei Presidenti Diocesani di
Azione Cattolica Italiana, qui presenti con la Presidenza Generale, l’Assistente Ecclesiastico
Generale, i Dirigenti e gli Assistenti Centrali dei vari rami e movimenti.
Questa presenza, anche osservata nel suo quadro esteriore, merita considerazione ed elogio, e fa da
sé sola l’apologia dell’Azione Cattolica. Rileviamo appena, senza i commenti che pur sarebbero
dovuti: il vostro numero, risultato di lungo e fedele lavoro; il vostro carattere rappresentativo, che
Ci procura il grande piacere di sentire vicino a Noi tutte le Diocesi Italiane; la composizione della
vostra assemblea, nella quale confluiscono Laicato e Clero tipicamente articolati, cioè i Dirigenti
organizzati e organizzatori con i loro Assistenti ecclesiastici diocesani; il vostro proposito di voler
concludere i lavori del Convegno là dove spiritualmente cominciano, nel momento religioso, e dove
idealmente finiscono, nel momento ecclesiale. Tutto questo è molto bello, . . . absque eo quod
intrinsecus latet, senza dire di ciò che tutto questo contiene; vogliamo dire ciò che realmente siete
nella Chiesa di Dio e ciò che effettivamente fate e vi proponete di fare. Dovremmo ancora una volta
risalire alle ragioni dottrinali, che definiscono l’Azione Cattolica rispetto all’essenza e alla missione
della Chiesa manche dopo il Concilio, e che non solo giustificano la sua esistenza, ma la esigono
(cf. Apostolicam actuositatem, nn. 20-21; Christus Dominus, n. 17); e dovremmo ricordare qui lo
svolgimento, compiuto o progettato, della vostra attività. Ciò che siete e ciò che fate: due punti
fondamentali, da voi continuamente meditati e discussi, anche nel Convegno che ha impegnato, in
questi giorni, la vostra attenzione ed i vostri propositi. Diremo soltanto, a questo riguardo, ciò che
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abbiamo avuto occasione di affermare anche recentemente circa la permanente validità della
formula, che classifica l’Azione Cattolica come la collaborazione dei laici all’apostolato gerarchico,
una collaborazione diretta, qualificata, responsabile, organizzata, nella quale la vocazione
all’apostolato, propria d’ogni cristiano, si realizza nella forma più impegnativa, e perciò più
meritoria, e più degna dell’appoggio e della fiducia della Gerarchia, come pure della stima e della
promozione da parte della comunità ecclesiale.
Se l’apostolato dei Laici ha avuto dal Concilio così ampio riconoscimento e incoraggiamento,
l’Azione Cattolica deve più che mai sentirsene confortata, senza che da tale impulso conciliare si
ritengano escluse altre forme di buona attività, sia individuali che associate, rivolte anch’esse alla
dilatazione del regno di Dio; e senza che l’Azione Cattolica rinunci a perfezionare continuamente le
sue strutture, i suoli programmi, la sua animazione ideale e spirituale. La Chiesa ha tuttora grande
bisogno dell’Azione Cattolica; e come la Gerarchia cerca di sostenerla e di onorarla, di renderla
sempre migliore ed efficiente, così il Laicato cattolico deve corrispondere alle aspettative che la
Gerarchia ripone nella sua comunione di sentimenti, di intenti e di opere. Dipenderà non poco
l’incremento della vita cristiana nel nostro tempo da questa specifica articolazione della Gerarchia
col Laicato, che si chiama l’Azione Cattolica; e Noi confidiamo che voi, Figli carissimi,
convaliderete con la prova dei fatti questo Nostro beneaugurante presagio. Questo si riferisce al
«ciò che siete».
Quanto poi al «ciò che fate», Noi non abbiamo che da compiacerci di quanto voi stessi avete
esposto nelle vostre discussioni, le quali Ci risultano, a quanto ne sappiamo, tutte ottimamente
ispirate ed orientate; la relazione, in particolare, del Presidente Generale Ci è sembrata assai bene
concepita, per l’ampiezza di vedute, per il realismo delle analisi, per la praticità delle conclusioni.
Ecco un documento che dimostra come la connessione del Laicato con la Gerarchia, così stretta e
così operante nello spirito e nella norma dell’Azione Cattolica, quando è cordiale e filiale, lungi dal
mettere paraocchi e pastoie a chi ad essa appartiene, lo stimola e lo abilita a lucidità di pensiero, a
franchezza di giudizio e di parola, a operosità coraggiosa e congeniale. Siamo certo più lieti Noi di
dare al vostro caro e bravo Presidente questo riconoscimento, che forse lui di riceverlo, schivo e
modesto qual è; ma voi tutti condividerete sicuramente questa Nostra fondata e affettuosa opinione.
Così che la Nostra raccomandazione, alla quale voi pure tanto tenete, può limitarsi ad
un’esortazione che vi rimanda al vostro Convegno: date peso, date efficacia, date diffusione a
quanto avete ascoltato, discusso e stabilito. L’Azione Cattolica non è un’accademia di parole vane;
è una scuola di idee vere, è un’officina di propositi seri, è una palestra di addestramento pratico.
Scuotete da voi lo stato di dubbio, d’incertezza, di timore; semplificate le divagazioni critiche;
misurate le vostre forze e le vostre responsabilità; e, come esige la vostra definizione, passate
all’azione; all’azione umile, metodica, coraggiosa; e sempre badate ai doveri ed ai valori spirituali
che portate con voi, uniti a Cristo, uniti alla Chiesa, uniti fra di voi.
Ci piacerebbe, a questo punto, spingere la Nostra esortazione alla formazione della coscienza, che
un membro dell’Azione Cattolica deve avere del processo storico e psicologico, attraverso il quale
essa è giunta alla sua presente funzione nella vita religiosa e morale di questo Paese: fu difesa,
difesa della Chiesa, difesa della fede, difesa dei diritti cattolici, al principio; ve lo dicono i primi
passi di quelle iniziative e di quelle istituzioni, delle quali vi proponete di celebrare il centenario,
che felicemente si collega con quello del martirio dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, nell’anno che
Noi abbiamo voluto chiamare «anno della fede». Poi, quasi istintivamente, divenne espansione,
apostolato, diffusione dei principi cristiani; e subito un altro movimento subentrò, interno questo
alle file e alle coscienze dei militanti per l’idea cattolica, un movimento di formazione, di
educazione, di approfondimento spirituale, reclamato dalla logica dell’azione cattolica; essa non
può essere tale se non è mossa interiormente da luce e da forza che solo lo stato di grazia e la spinta
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della Parola di Dio e l’esuberanza dell’amore a Cristo sanno produrre; era naturale che un fatto
simile generasse il bisogno dell’unione, dell’organizzazione; e qualche periodo caratteristico di
questo processo fu distinto particolarmente dal bisogno organizzativo e dalla «formazione dei
quadri»; ed infine, come epilogo fortunato, il collegamento con la Gerarchia ecclesiastica e
l’inserimento rinnovatore nei suoi piani apostolici e pastorali. Chi riflette a queste varie tappe
dell’Azione Cattolica, che non si escludono l’una dall’altra, perché ciascuna porta con sé le
aspirazioni e le conquiste delle altre, si accorge della intrinseca ricchezza del concetto e della
esperienza dell’Azione Cattolica; ne fa suo alimento e suo entusiasmo e suo programma di vita, fino
appunto a riprenderla, come voi oggi fate, come una vocazione, come una missione che il Signore
propone alla vita di ognuno e al programma di tutti.
E allora, per esprimere con termini semplicissimi i sentimenti che sorgono nel Nostro animo alla
vostra presenza, vogliamo racchiuderli in due indicazioni, quasi banali (ma sono evangeliche!) e
apparentemente contrarie: Figli carissimi dell’Azione Cattolica, venite sempre vicino a Noi, che a
voi guardiamo con tanta stima, tanta affezione, tanta speranza; vicino all’a Chiesa, vicino a quel
Cristo, che Noi predichiamo e rappresentiamo; vicino, sempre vicino; il vostro affetto Ci è prezioso,
la vostra fedeltà Ci è necessaria, la vostra comunione di tutto Ci ripaga. Questa la prima indicazione
di marcia: venite, venite vicino. L’altra indicazione di marcia: andate, andate lontano, più lontano
che potete, come vanno i missionari, nel mondo che vi circonda, nel mondo che si è staccato dalla
fede e dalla vita cristiana; lontano, dove il Sacerdote non arriva, nel regno delle realtà temporali,
che hanno bisogno d’essere penetrate dal soffio dello spirito; andate, perché Noi vi mandiamo e la
carità di Cristo vi spinge e vi fortifica. Vicino e lontano, come i discepoli, come gli apostoli del
Signore. Con la Nostra Benedizione Apostolica.
Ai lavoratori il Santo Padre rivolge il seguente benvenuto:
La presenza di altri gruppi rende preziosa per Noi questa Udienza. E fra questi, quello specialmente
dei partecipanti al primo Congresso unitario dei movimenti dei Lavoratori della Gioventù di Azione
Cattolica Italiana e delle Lavoratrici della Gioventù Femminile di Azione Cattolica Italiana.
G.I.A.C. e G.F. Ci portano circa trecento esponenti responsabili diocesani di un’attività quanto mai
importante ed interessante nascente da e per le leve giovanili del mondo del lavoro.
Visita più cara non potevamo ricevere oggi, primo maggio, festa del lavoro; festa per noi cattolici,
che s’illumina della figura, dell’esempio, della protezione di San Giuseppe lavoratore, colui che
fece qualificare Gesù come «figlio del fabbro», operaio perciò anche Lui, Cristo, il nostro Maestro
di vita, il Redentore dell’umanità. O carissima Gioventù lavoratrice, che vieni a Noi nel giorno che
apre dinanzi al Nostro sguardo gli immensi campi degli uomini impegnati nello sforzo di cavare il
pane, di trarre le forze, di scoprire i segreti, di ricavare ricchezze dalla terra dura e nemica per gli
oziosi, prodiga ed amica per chi la studia, la domina, la coltiva, la trasforma; nel giorno che ricorda
a Noi i grandi problemi che travagliano e trasformano le classi lavoratrici e che accende in Noi
l’interesse e l’amore per esse; o Gioventù già piena di ansie, di amarezze e di aspirazioni, accogli
oggi il Nostro sincero saluto; portalo e fallo risonare là dove già è iniziata la tua fatica, dove la
società a te si presenta nelle sue forme concrete ed ancora incomprensibili, dove la coscienza della
tua vita si risveglia e comincia a misurarsi con i suoi diritti ed i suoi doveri; e reca tu, Gioventù
libera e nuova, la testimonianza della comprensione, dell’affezione della Chiesa per il mondo del
Lavoro!
Noi siamo felici di questo incontro per incoraggiare ancora una volta l’opera intesa ad introdurre
con appropriata pedagogia cristiana la gioventù nel mondo del Lavoro stesso; a suscitare in essa la
coscienza e l’energia morale affinché da sé sappia orientarsi, difendersi, affermarsi; a infondere nei
giovani non lo sconforto, il rancore, d la volgarità, ma piuttosto la gioia di vivere e di operare, il
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senso dell’amicizia, della solidarietà e della giustizia sociale, l’amore al lavoro ed all’autodisciplina,
l’apprezzamento dei valori morali e religiosi. È questa un’opera di grande merito e di grande
urgenza; è un’opera delicata ed impegnativa; ma opera feconda di soddisfazioni per coloro che vi si
consacrano seriamente; opera da cui la Chiesa, non meno che la società, attende, come dice il
programma della presente riunione, d’essere costruita. Accompagniamo questi voti con la Nostra
benedizione, ed invochiamo sulla Gioventù lavoratrice e su quanti con amore e con saggezza la
assistono, la protezione dell’umile e grande fabbro di Nazareth, S. Giuseppe.
DISCORSO AD UN PELLEGRINAGGIO DI OPERAI NAPOLETANI
Sabato, 3 giugno 1967
Il Santo Padre è lieto di salutare, con i diletti pellegrini di Napoli, il Presule illustre che li
accompagna e di salutarlo non solo come Arcivescovo di Napoli, ma anche come prossimo
Cardinale di Santa Romana Chiesa. E questo dice la stima, l’affetto, la considerazione che il Papa
ha per il loro Arcivescovo e come sia per Sua Santità cosa lieta e piena di speranza l’associarlo a
quel Collegio Cardinalizio del quale il Sommo Pontefice si serve per essere consigliato, aiutato e
confortato nell’esercizio della sua apostolica missione.
L’avere per sé, in tale ufficio, l’Arcivescovo di Napoli, è una cosa della quale il Papa conosce il
pieno valore. Inoltre Napoli è una delle Chiese più antiche del mondo, perché risale, secondo una
tradizione venerabile, all’epoca apostolica, ed il Santo Padre aveva riletto, proprio pochi giorni
prima, che, quando l’Imperatore Costantino fece sorgere le prime basiliche romane, fondò anche,
tramite Papa Silvestro, una chiesa a Capua, che era allora il capoluogo della Campania, e un’altra
chiesa a Napoli, il che attesta come Napoli fosse già una grande città, la quale godeva del primo
posto sia nella valutazione imperiale sia in quella della Chiesa che, dalle catacombe, veniva a
respirare l’aria della libertà dei cittadini del regno di Dio.
Il Papa è quindi lieto che questo vincolo di parentela spirituale e di collaborazione con Napoli sia
rinsaldato con l’atto - che Egli ritiene doveroso e felice - che pone a fianco del Sommo Pontefice il
loro Arcivescovo; atto con il quale il Santo Padre ha inteso di onorare il clero napoletano, l’intera
Campania e tutto il diletto popolo di Napoli, il quale può essere fiero di avere un tale Pastore e un
tale Capo come guida spirituale.
Il Papa, rinnovando poi l’espressione della sua sollecitudine ai lavoratori presenti, dopo aver
ricordato le origini della «Fiore» e posto in rilievo lo sforzo compiuto dai cinque fratelli Fiore per
portare la loro Società a livello industriale nelle cinque sedi nelle quali essa opera, si compiace con
essi che danno lavoro, pane, professione e diritto civile a folle di lavoratori nel mondo moderno.
Sua Santità rivolge poi il suo saluto, oltre che ai fondatori, ai dirigenti, a tutti coloro che nelle
Officine Fiore svolgono la loro opera, ricordando che, se ancora persistesse il malinteso che la
Chiesa non è favorevole al mondo del lavoro, proprio da questo incontro tutti possono vedere
quanto, invece, la Chiesa ami i lavoratori, pensi ad essi, come li sostenga e quanto faccia per
tutelare e promuovere la loro dignità di uomini, di cittadini della Terra e del Regno dei Cieli.
Vuole pure esprimere, il Santo Padre, la compiacenza che Gli arreca il sapere che essi sono operai
del Mezzogiorno d’Italia: Egli ha conosciuto gli operai del Mezzogiorno ed ha avuto occasione di
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apprezzarli quando era a Milano, dove essi giungevano in sì gran numero, per le loro capacità di
intelligenza, di assiduità, di disciplina e di organizzazione, per l’opera svolta nelle grandi officine
della Regione Lombarda.
Il Mezzogiorno offre al mondo del lavoro braccia e menti di prim’ordine, ed il Papa tiene a
rivendicare questa loro abilità e le loro doti, e lo fa con piena coscienza di dire il vero.
Le caratteristiche della «Fiore», il fenomeno da essa rappresentato di una rete di officine collegate
lo rende pure molto pensoso. I suoi operai rappresentano infatti un lavoro organizzato, e cioè il
lavoro moderno basato sulla molteplicità associata dei lavoratori, presupposto di ogni industria e
fondamento di progresso, di sviluppo tecnico, sociale ed economico. Essi costituiscono quindi non
solo una speranza per il Mezzogiorno, ma un esempio, dimostrando concretamente che la loro terra
può essere altrettanto fertile di sviluppo industriale moderno quanto lo è qualsiasi altra d’Italia.
Il paterno elogio Sua Santità vuole estendere poi al Circolo Mediterraneo dei Sarti, con il quale
ebbe contatti quando premiò a Milano il miglior sarto d’Italia.
Sua Santità vuole sottolineare poi un altro titolo per esprimere la letizia di quella visita, motivata dal
fatto che essi sono credenti, cristiani, religiosi, e questo pone in evidenza un’altra caratteristica del
popolo meridionale: la sua religiosità. Il Papa è lieto che essi ne portino la testimonianza, e desidera
accoglierli non soltanto come lavoratori, ma come figli della Chiesa, e cioè con una corrente di
maggiore simpatia, di carità, di colloquio personale con ciascuno; come il padre si intrattiene coi
figli.
L’uomo moderno, assorbito dal lavoro, finisce per dimenticarsi di guardare in alto; e s’interessa più
delle cose della terra, dei beni economici che di altro; perciò il Concilio, che è stato uno sforzo di
rinnovamento della vita religiosa, ha voluto ricordare al mondo moderno che bisogna guardare
anche il Cielo: là è la patria futura; siamo fatti per camminare sulla terra, non per strisciarvi;
bisogna procurarsi il necessario ma non dimenticare che nella vita bisogna attendere alla ricerca
superiore di Dio e dei beni spirituali.
Nel motto di San Benedetto «Ora et labora» è il segreto delle questioni sociali, morali e spirituali
del nostro tempo, il quale, purtroppo, si caratterizza per aver invece separato queste due parole.
Il Santo Padre si augura pertanto che tutti i lavoratori sappiano unire alle loro quotidiane fatiche la
fede che li fa cristiani e figli di Dio e dà speranze che trascendono il livello del tempo e i confini
della materia: la parola della Fede entri dunque come un programma, e non come un peso, nei loro
spiriti.
Conclude invitando i presenti ad essere portatori e messaggeri del suo saluto e della sua benedizione
a tutti i loro colleghi, agli ammalati, ai vecchi e ai bambini.
120
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 20 marzo 1968
UN DIRITTO INSOPPRIMIBILE AL BENESSERE
Diletti Figli e Figlie!
La vostra vita Ci trova occupati da un pensiero, di cui crediamo bene dare conto anche a voi, come
padre ai suoi, figli. È un anno (l’anniversario esatto cadeva ieri, 26 marzo), è un anno da che Noi
abbiamo pubblicato la lettera-enciclica, che dalle parole iniziali s’intitola «Populorum progressio»,
rivolta alla Chiesa e al mondo per impegnare l’attenzione di tutti sopra un fatto caratteristico e
capitale del nostro tempo, il risveglio cioè della coscienza dei popoli circa il bisogno di progredire,
un risveglio che sembra scoprire una legge generale dell’umanità, quella d’essere di più, d’avere di
più, di fruire di più dei beni che la vita ed il mondo mettono a disposizione dell’uomo. Questa idea
di progresso non era nuova per le nazioni già civilizzate e sviluppate, tanto da costituire una di
quelle formole magiche e mitiche di cui l’uomo moderno si compiaceva e si esaltava, come fosse
una religione, una somma concezione dei tempi nuovi. Ma quando l’idea di progresso entrò nella
psicologia delle popolazioni stagnanti nelle loro forme primitive, o imperfette di civiltà, prive cioè
delle prodigiose risorse economiche e sociali derivanti dalle scoperte scientifiche (pensate, ad
esempio, all’elettricità) e dall’applicazione delle risorse della natura alla macchina, a potenti
strumenti cioè ausiliari del lavoro umano fino a moltiplicarne prodigiosamente il rendimento
diminuendone in pari tempo la fatica, un’inquietudine enorme sollevò e solleva queste popolazioni,
suscitando in esse il desiderio, il bisogno, il diritto a passare dal livello modesto, e spesso
miserabile, del loro tenore di vita ad un livello più alto, più ricco, più degno, più umano. Questa
aspirazione è tuttora in piena efficienza; essa fermenta nella maggior parte dell’umanità,
producendo gli effetti molteplici, che tutti conosciamo: lo sforzo verso l’indipendenza, politica
dapprima, economica e culturale poi, mettendo in evidenza condizioni alle volte tristissime di questi
popoli nuovi, la fame, la malattia, l’ignoranza, l’incapacità a trasformarsi in meglio con le loro
proprie forze; e insofferenti come essi sono d’ogni sfruttamento colonialista, non riconoscono talora
nemmeno i vantaggi che l’epoca coloniale loro recò, e misurano così la loro inferiorità al confronto
dei popoli progrediti, con sentimenti ribelli ad ogni forma di tutela da parte di popoli ricchi, e ostili
a quello stesso benessere che si è fra loro prodotto per opera altrui, e ancor oggi detenuto da pochi,
forestieri o indigeni che siano, a loro quasi esclusivo vantaggio.
Lacrime e collera caratterizzano, per lo più, la psicologia di questi popoli giovani, che soffrono d’un
male nuovo, prima inavvertito, oggi intollerabile, l’avvertenza della sperequazione economica e
civile, che li separa e li umilia nel confronto dei popoli benestanti.
DIMENSIONE INTERNAZIONALE DI GRAVI PROBLEMI
È un problema cruciale e mondiale. Esso trasferisce la famosa questione sociale dall’interno delle
singole società alla dimensione internazionale, alla umanità intera; e se la giustizia sociale - che
promuove la trasformazione delle classi componenti una società verso una più equa distribuzione
della ricchezza e della cultura, in modo che a nessuno manchi la sufficienza per vivere da uomo, ed
a nessuno sia dato un esagerato ed egoistico godimento dei beni temporali quando altri ne siano
penosamente privi - si applica sul piano delle relazioni fra nazione e nazione, si comprende la
vastità e l’importanza dei problemi suscitati dal progresso moderno, quando oramai ogni popolo ne
acquisti la nozione, e con la nozione la pretesa, per tanti versi legittima, d’esserne partecipe.
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Può la Chiesa disinteressarsi di questo gigantesco aspetto della vita umana contemporanea? La
Chiesa certamente non è fatta per occuparsi della soluzione tecnica di questi problemi; vogliamo
dire dei problemi economici e politici che riguardano la ammissione dei popoli in via di sviluppo al
livello di sufficienza e di dignità che loro compete; ma questi stessi problemi derivano la loro forza
logica ed umana da una concezione della vita umana, che solo la religione ad essi fornisce. E cioè: è
la religione, quella cristiana fra tutte, che vede nel progresso umano una intenzione divina: Dio ha
creato l’uomo perché fosse signore della terra, e la terra fosse a beneficio ordinato di tutti. È la
religione che offre fondamento di giustizia alle rivendicazioni dei non abbienti, quando ricorda che
tutti gli uomini sono figli d’uno stesso Padre celeste, e perciò fratelli. È la religione che sola può
ricordare al ricco d’essere amministratore, e non padrone dispotico dei suoi beni, i cui frutti devono
in qualche equa misura essere a profitto di chi ne abbisogna. È la religione cattolica, la nostra, che
instaura la legge suprema della carità, chiaroveggente dei mali e dei bisogni del prossimo, e
cogente, col soave e libero impero dell’amore, al soccorso altrui; ed è la religione di Cristo, della
quale è principio e fine in questo mondo l’ordine, l’equilibrio, la concordia degli uomini, che
ricorda essere lo sviluppo dei popoli il nome attuale della pace.
UNA PRESENZA DI GIUSTIZIA DI COMPRENSIONE E DI PACE
Potevamo Noi tacere, se così stanno le cose? Non potevamo. E perciò abbiamo parlato. È sembrato
ad alcuni che la Nostra parola fosse aspra e ingiustificata verso quei sistemi economici, che di per sé
non tendono a creare condizioni paritarie fra gli uomini, favorendo gli uni e obbligando gli altri a
soffrire d’una perpetua condizione d’inferiorità; ma non è certo Nostra intenzione di disconoscere i
termini naturali dei processi economici, né d’offendere coloro che ne sono i promotori, quando una
visione non parziale, non egoista, ma globale, ‘ma umana inquadri tali processi nelle esigenze del
bene comune. Così è sembrato ad altri che, denunciando Noi nel nome di Dio i gravissimi bisogni
per cui soffre tanta parte dell’umanità, Noi aprissimo la via alla così detta teologia della rivoluzione
e della violenza: lungi dal Nostro pensiero e dal Nostro linguaggio una simile aberrazione; cosa ben
diversa dalla positiva, coraggiosa e energica attività necessaria, in molti casi per instaurare nuove
forme di progresso sociale ed economico. Come pure è sembrato a molti, e fors’anche a voi che Ci
ascoltate, che una così complessa e gigantesca questione, qual è quella della retta e decisa
promozione del progresso del popoli, esulasse dall’interesse degli uomini singoli, dalla iniziativa
privata e da quella dei corpi intermedi; e ciò è vero; questa è questione di chi governa le sorti della
politica generale e delle relazioni internazionali; ma tuttavia essa può e deve interessare l’attenzione
di tutti, dev’essere oggetto di opinione pubblica, deve entrare nella mentalità di tutti, dev’essere
problema di coscienza d’ogni cristiano: le moderne comunicazioni hanno fatto nostro prossimo
anche i lontanissimi; e dove è la fame, la miseria, l’impotenza a vivere da uomini liberi e degni, ivi
è la chiamata alla nostra carità.
PROSEGUE IL LAVORO INTELLIGENTE E FERVOROSO
Quando voi beneficate le missioni, quando concorrete al soccorso della fame nel mondo: quando
sostenete le opere che promuovono l’alfabetizzazione, eccetera, voi rispondete alla vocazione di
questa carità universale, che mira al giusto progresso dei popoli.
Abbiamo voluto ricordarvi questo grande tema, a cui la Chiesa è impegnata, ed a cui attende con
intelligente e fervorosa attività la Nostra Commissione Post-conciliare Iustitia et Pax (di cui
vediamo qui presenti alcuni valorosi dirigenti), affinché sappiate come oggi palpita il cuore della
Chiesa; e se il vostro batte all’unisono col suo; la Nostra Benedizione Apostolica vi è assicurata.
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Saluto alle Religiose della Congregazione Romana di San Domenico
Nous tenons à adresser un souhait particulier de bienvenue aux Religieuses de la Congrégation
Romaine de Saint Dominique, réunies autour de leur nouvelle Prieure générale pour un chapitre
spécial d’aggiornamento. Nous vous encourageons, chères Filles, à tout mettre en œuvre, dans la
fidélité à votre vocation apostolique dominicaine, pour assurer le service d’éducation humaine et
chrétienne qui vous est confié à travers le monde: promouvoir la formation d’une jeunesse, forte
dans sa foi et soucieuse d’apostolat dans son milieu de vie. Aussi est-ce volontier que Nous louons
vos efforts généreux de rénovation religieuse dans l’esprit du Concile et de l’Eglise et que Nous
vous bénissons, toutes et chacune, de grand cœur.
Due pellegrinaggi della Jugoslavia
Il Nostro saluto si rivolge ora ai due gruppi di pellegrini venuti dalla Jugoslavia: ai fedeli della
parrocchia di S. Antonio di Zagabria, e a quelli della Diocesi di Maribor.
Siate i benvenuti, Figli dilettissimi!
Ci recate con la vostra visita la viva eco del vostro Paese che Noi molto amiamo ed apprezziamo. E
Ci recate insieme la prova del vostro amore e della vostra fedeltà a Cristo e alla Chiesa; amore e
fedeltà che vi proponete certamente di rafforzare in questo odierno incontro col Successore di
Pietro. Comprendete allora che il Nostro saluto non è un semplice gesto convenzionale, ma vuol
dirvi invece tutta la Nostra soddisfazione di potervi accogliere, di assicurarvi del Nostro affetto e di
promettervi l’assistenza delle Nostre preghiere.
Entrando oggi nella casa del Padre Comune, avete potuto gustare spiritualmente e quasi
sensibilmente la gioia di appartenere alla grande universale famiglia della Chiesa Cattolica, e avrete
ripetuto dentro di voi le parole. del Salmista: «Quam bonum et quam iucundum habitare fratres in
unum» (Salmo 132, 1).
Ritornando alle vostre case, siate i testimoni di questa felice esperienza, e conservatela gelosamente
come grazia grande nei vostri cuori; vi aiuterà a mantenervi saldi in quella fermezza di fede e di
propositi di vita cristiana che siete venuti ad attingere alla Tomba di San Pietro.
A tal fine vi impartiamo di cuore la Nostra Apostolica Benedizione.
DISCORSO AGLI ASSISTENTI ECCLESIASTICI DELLE ACLI
Mercoledì, 24 aprile 1968
IL GRAVE E ASSIDUO IMPEGNO DELL'ASSISTENZA SPIRITUALE AL MONDO DEL
LAVORO
Cari e venerati Confratelli,
Quale altra parola potremo Noi dirvi in questo brevissimo incontro, per tutto riassumere quello che
sarebbe da dire a vostro riguardo, se non questa sola: perseverate! Sì, continuate nel vostro
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ministero di assistenza religiosa, di consiglio morale, di amicizia cristiana, di comprensione umana,
di presenza vissuta, di dono di voi stessi alle Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani. Una
reminiscenza evangelica sembra suffragare quest’unica Nostra esortazione: «Nessuno che mette
mano all’aratro, e si volta indietro, è adatto al regno di Dio» (Luc. 9; 62).
Voi notate che il Nostro incitamento svela una certa diagnosi, più supposta che verificata, dei vostri
animi; suppone cioè che voi sentiate la fatica del vostro ministero, e con la fatica la tentazione di
abbandonarlo per dedicare l’opera vostra ad altro lavoro, di più facile impegno e di maggiore
soddisfazione. L’assistenza spirituale al mondo del lavoro non è impresa leggera e di copioso
rendimento; essa presenta oggi non poche difficoltà, d’ambiente soprattutto; e poi reclama impegno
grave ed assiduo, offre sorprese impensate, tanto nel campo psicologico, che in quello sociale, esige
un continuo aggiornamento di linguaggio e di metodo, non gode di larghi consensi e di facili
collaborazioni, espone talvolta a solidarietà compromettenti, e incontra più spesso critiche che
approvazioni, sia nell’opinione pubblica, che in quella cattolica. Intrapresa codesta assistenza con
fervore e dedizione, espone a sbagli, a intemperanze, a sconfessioni; condotta invece con comoda
moderazione autocritica e prudenziale, perde molto della sua efficacia ed è mal ripagata dalla stima
e dalla fiducia di coloro a cui è destinata, così insinua nell’animo il dubbio d’essere opera vana e
male concepita.
TESTIMONIANZA INCONFUTABILE DELL'ATTUALITÀ DEL VANGELO
Ebbene, cari Confratelli, qualunque sia l’esperienza desunta dal ministero che vi è stato affidato,
non lo lasciate, non lo abbandonate, posponendolo ad altro più facile e più fecondo di risultati e di
applausi; resistete, finché il mandato dei vostri superiori vi consegna in cotesto posto, alla lusinga
d’altro impiego del vostro tempo e della vostra fatica. Non vi faremo l’apologia che il ministero
sacerdotale, comunque esercitato nel mondo del lavoro, si merita; voi, del resto, potete farla a Noi
stessi e ad altri, meglio di Noi, esperti come siete, non solo delle difficoltà d’un tale ministero, ma
altresì dei bisogni che lo reclamano, dell’ampiezza del campo che gli è aperta davanti, dei frutti
anche, che non di raro lo premiano e lo consolano. Noi vi ripeteremo un solo argomento, il quale
basterebbe da solo a giustificare, anzi a reclamare la vostra operosa presenza in mezzo ai
Lavoratori, ed è la testimonianza non verbale, non retorica, non occasionale, non puramente
dimostrativa, ma reale, ma vissuta, ma sofferta, ma inconfutabile, dell’interesse, anzi dell’amore,
che la Chiesa professa per le classi lavoratrici; diciamo di più, per il mondo dei poveri, per coloro
che nel regno temporale hanno meno, spesso assai meno degli altri, ed hanno ancora fame e sete di
giustizia, e che il Vangelo gratifica di promesse preferenziali al regno dei cieli. Voi siete gli amici
dell’umile popolo; voi siete, in qualche maniera, i colleghi della sua pesante fatica; voi siete i
fratelli maggiori che lo possono comprendere, guidare ed istruire; voi siete gli avvocati della
giustizia, ch’esso per naturale, se non per legale diritto attende con crescente coscienza ed
impazienza; voi siete i portatori della speranza umana e sovrumana, di cui solo il cristianesimo
possiede i tesori per coloro che di speranza soffrono, vivono e muoiono (cfr. Mad. Delbrêl, Nous
autres, gens des rues, p. 255, ss.).
«AVETE SCELTO LA PARTE MIGLIORE»
La realtà umana, sociale, morale, a cui si rivolge il vostro interesse pastorale, è ancora così grande,
e, in molte situazioni tuttora così cruda e così implorante intelligenza e carità, da conferire al
sacerdote, che in essa si immerge, un titolo primario, unitamente a quello del ministero
sacramentale, della sua vocazione evangelica e della sua missione ecclesiale. Non temete: se sapete
conservare come l’albero le sue radici, la comunione contemplativa e affettiva col mistero di
presenza, di verità, di obbedienza e di grazia, proprio del sacerdozio cattolico, voi, consacrandovi
all’apostolato dei Lavoratori, specialmente quando essi sono poveri, diseredati, soli, illusi ed
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esacerbati dalle loro condizioni di insicurezza, d’insufficienza, di inferiorità, voi, possiamo dire
usurpando una parola di nostro Signore, «avete scelto la parte migliore» (Luc. 10, 42). La Chiesa è
con voi.
Il Papa è con voi. Piuttosto resta da considerare il vostro posto e la vostra funzione in seno ad un
corpo, di cui ora non parliamo, già costituito, nella sua propria organizzazione, qual è quello delle
Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani, e già maturo nelle sue esperienze e nei suoi
programmi. Ma tutto questo è già in atto, e voi stessi ben sapete come un Assistente ecclesiastico
non è un Dirigente - come si dice e si fa - democraticamente nominato; e sapete anche come un
delicato, ma amichevole problema di competenze e di rapporti sia permanente in codeste
Associazioni circa Dirigenti laici e Assistente ecclesiastico, e come esso esiga vicendevole
comprensione e rispetto, ed elastica soluzione. Riconosciamo ai Dirigenti laici la priorità
dell’iniziativa e della responsabilità; ma è fuori dubbio che quanto spetta all’Assistente
ecclesiastico, è sempre di somma importanza, anche perché esso non è oggetto di contestazione da
parte dei nostri Laici, Dirigenti o soci che siano, sì bene è ordinariamente desiderato e bene accolto,
a loro guida morale e a loro conforto spirituale.
MIRABILE GUIDA ED ALTO CONFORTO MORALE E RELIGIOSO
Tocca innanzi tutto a voi, Assistenti, tener viva la specificazione cristiana dell’organizzazione e
dell’intero suo movimento ideale; una specificazione che vuol essere non puramente nominale, ma
reale, cioè aderente sia ai programmi delle Associazioni, sia agli animi, alle coscienze di quanti
hanno l’onore e la fortuna di appartenervi. Il che vuol dire proporre al vostro ministero uno dei più
grandi problemi spirituali e pastorali del nostro tempo: quello della vita religiosa del mondo del
lavoro; problema che va dal modo di conservare una effettiva sopravvivenza alla pratica religiosa
tradizionale, all’arte di rendere viva, cosciente, gradita l’assistenza comunitaria ai riti religiosi, alla
santa Messa festiva, in modo particolare, alla cui partecipazione la riforma liturgica, mentre ravviva
la coscienza della sua essenziale importanza, facilita a tutti l’adesione ed il godimento. È di oggi un
denso articolo di Padre Spiazzi su «La fede religiosa nell’età tecnologica» nel quale si osserva:
«Sono molti coloro che oggi ritengono che ci sia un insanabile contrasto tra lo spirito religioso e
una mentalità dominata non solo dal senso storico di ciò che la tecnica può realizzare e ottenere, ma
addirittura da una specie di idolatria della tecnica . . .» (Oss. Rom., p. 5). Sarà studio, sarà zelo di
voi, Assistenti, analizzare e risolvere questo contrasto, che per fortuna trova nei bravi Soci delle
ACLI frequenti e felici soluzioni.
LA CONDOTTA RESPONSABILE DEL LAVORATORE CRISTIANO
E quanto si dice del culto religioso deve essere esteso alla formazione della mentalità morale e
sociale degli Aclisti stessi; non si creda che il vigilante richiamo alla valutazione morale delle cose
e delle situazioni sia cosa pedante o superflua; compiuto con tatto, con saggezza, con tempestività
esso può costituire un fattore pedagogico d’alto valore, che, lungi dall’annoiare o dall’inceppare la
naturale tendenza del Lavoratore all’azione rapida e concreta, può risvegliare in lui il senso della
sua dignità e lo stimolo al suo coraggio per una condotta libera e nobile, quale appunto a chi
cristiano è chiamato si addice. Cosi può dire del richiamo, che può svilupparsi talora anche in corsi
sistematici, alla dottrina sociale della Chiesa; dottrina che solo chi non ha l’occhio aperto alle verità
proprie della concezione cristiana dell’uomo e della società, e agli insegnamenti copiosi e moderni
del magistero ecclesiastico, può contestare come superata, o addirittura inesistente, o punto
originale ed obbligante. Su questo punto voi, Assistenti, siete e dovete essere maestri; e trovate
nell’abile e bene informato esercizio di cotesto servizio un merito particolare, quello della fiducia
dei vostri assistiti, ben disposti a farsi da discepoli apostoli e da alunni seguaci ed amici. Ed a
questo proposito lasciateci aggiungere una esortazione, che Ci sembra suggerita dalla natura del
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vostro ministero e dalla temperie psicologica spirituale e sociale del ‘momento presente: abbiate la
fraterna franchezza di essere e di mostrarvi uomini di equilibrio; uomini, cioè, che «guardando in
alto, a Gesù Cristo, - come sapientemente si esprime il vostro valoroso ed a Noi caro Assistente
Nazionale, Mons. Cesare Pagani - stimolano a chiarire le ambivalenze e a non esasperare gratuiti
carismatismi»; e a fare sempre delle ACLI un «centro di forze cristianamente ispirate e capaci di
sostenere con i loro dibattiti, con le loro esperienze e con la loro azione il rinnovamento della nostra
società» (cfr. M. R. - Agg. sociali, n. 4, 1968, p. 292).
PROSEGUIRE E RICOMINCIARE «IN NOMINE DOMINI»
Non vi pare, cari Confratelli, che in certi momenti della vita, a certe svolte degli avvenimenti, in
certe ore di bilancio consuntivo e preventivo della nostra attività, tutto sembri essere messo in
questione, e che una tempesta di dubbi, di timori, di noia e di stanchezza ci sorga dal fondo dello
spirito con la divorante domanda della pseudosaggezza : «Cui bono?»: Vale la pena? a che giova?
Ebbene, se questo fosse per voi uno di quei momenti, vi conforti a serenità, a fortezza, a
perseveranza, la Nostra paterna risposta: sì, per la causa di Cristo nel mondo del lavoro, per il bene
dei nostri cari Lavoratori, sì vale la pena di continuare, di ricominciare, in nomine Domini, con la
Nostra Apostolica Benedizione.
UDIENZA GENERALE «LA PACE DI CRISTO ESULTI NEI VOSTRI CUORI»
Mercoledì, 1° maggio 1968
Mercoledì 1° maggio, solennità di San Giuseppe Artigiano e festa del lavoro, il Santo Padre
accorda la settimanale udienza generale a grande moltitudine di fedeli e visitatori provenienti da
tutti i continenti.
Nella sua Esortazione Paolo VI riafferma la particolare costante dilezione ed opera della Chiesa
nell'elevare ed onorare i lavoratori di ogni categoria; e nell'offrire ad essi i mezzi per un completo
benessere secondo lo spirito e l' insegnamento cristiano.
Diletti Figli e Figlie!
Eccoci a celebrare insieme il primo maggio, la festa del lavoro.
È una festa nuova, che ha trovato posto nel calendario religioso in questi ultimi tempi; ed è chiaro
che la Chiesa, introducendola nella serie delle sue sacre celebrazioni, manifesta un'intenzione
redentrice, quasi un desiderio di ricupero, e certamente uno scopo santificatore.
S'era prodotto un distacco in questi ultimi secoli fra la psicologia del lavoro e quella religiosa, un
distacco che ha avuto grandi ripercussioni sociali, e che ancora tiene lontane dalla fede tante folle di
uomini e di donne, che fanno del lavoro non solo la loro professione, ma altresì la loro qualifica
spirituale, l'espressione della loro suprema concezione della vita, in opposizione a quella cristiana.
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È questo uno dei più grandi malintesi della società moderna, e che tutti oramai dovrebbero sapere
risolvere da sé, non solo a lode della verità, ma a tutto vantaggio altresì del lavoro stesso e dei
lavoratori, che della fatica e dell'attività produttiva portano nella loro vita l'impronta distintiva.
Infatti, per ciò che riguarda il lavoro, il pensiero cristiano, e per esso la Chiesa, lo considera come
espressione delle facoltà umane, e non soltanto di quelle fisiche, ma altresì di quelle spirituali, che
imprimono nell'opera manuale il segno della personalità umana, e perciò il suo progresso, la sua
perfezione, e alla fine la sua utilità economica e sociale.
Il lavoro è l'esplicazione normale delle facoltà umane, fisiche, morali, spirituali! e riveste perciò la
dignità, il talento, il genio perfettivo e produttivo dell'uomo. Ne esplica la sua fondamentale
pedagogia, ne segna la statura del suo sviluppo. Obbedisce al disegno primigenio di Dio creatore,
che volle l'uomo esploratore, conquistatore, dominatore della terra, dei suoi tesori, delle sue energie,
dei suoi secreti.
Non è perciò il lavoro, di per sé, un castigo, una decadenza, un giogo di schiavo, come lo
consideravano gli antichi, anche i migliori;ma è l'espressione del naturale bisogno dell'uomo di
esercitare le sue forze e di misurarle con le difficoltà delle cose, per ridurle al suo servizio; è
l'esplicazione libera e cosciente delle facoltà umane, delle mani dell'uomo guidate dalla sua
intelligenza. È nobile perciò il lavoro, e, come ogni onesta attività umana, è sacro.
Qui, fra le tante, due interrogazioni fermano il facile corso di questi pensieri.
E cioè: che cosa dobbiamo dire del lavoro quando esso è pesante, oppressivo, inetto a raggiungere il
suo primo risultato, il pane, la sufficienza economica per la vita? quando serve ad accrescere l'altrui
ricchezza con lo stento e la miseria propria? quando si manifesta indice, e quasi suggello
d'insuperabili e intollerabili sperequazioni economiche e sociali? La risposta teorica è facile, anche
se nella pratica è spesso assai difficile; ma è risposta forte della sofferenza umana, una forza alla
fine vittoriosa: bisogna rivendicare al lavoro condizioni migliori, progressivamente migliori;
bisogna assicurare al lavoro una sua giustizia, che cambi al lavoro il suo volto dolorante e umiliato,
e gli renda un volto veramente umano, forte, libero, lieto, irradiato dalla conquista dei beni non solo
economici, sufficienti ad una vita degna e sana, ma altresì dei beni superiori della cultura, del
ristoro, della legittima gioia di vivere e della speranza cristiana.
Molto è già stato fatto in questo senso, ma altro resta ancora da fare. Le grandi encicliche pontificie
hanno alzato voce alta e grave a tale riguardo; e così quella dei Pastori e dei Maestri e degli
Esponenti del Laicato cattolico.
Noi oggi ricordiamo queste magistrali parole, come quelle in cui risuona l'eco dei nostri testi
liturgici. La Chiesa così onora il lavoro, e cammina anch'essa, non certo alla retroguardia, sulla via
maestra della civiltà del vostro tempo.
L'altra questione, che sorge spontanea parlando del lavoro, è quella relativa alla nuova forma, che
ha assunto il lavoro moderno, la forma industriale, quella delle macchine, quella della produzione
massiccia, quella che ha trasformato la nostra società, marcando la distinzione e l'opposizione delle
classi sociali.
Che cosa diremo? si è tanto detto, scritto, operato su questo tema, che non vorremmo apparire
semplicisti nelle Nostre risposte. Ma voi conoscete l'elementare semplicità di questo Nostro
colloquio. La prima risposta è questa: la Chiesa ammira e incoraggia questa potente espressione del
lavoro moderno: perché mira a moltiplicare i beni economici in modo che tutti ne possano, in
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sufficiente misura, godere; e perché, potenziato dalla macchina, il lavoro è diventato meno gravoso
sulle spalle dell'uomo (cfr. Danusso).
Potremmo anche dire: perché, organizzato com'è, il lavoro moderno produce nuovi rapporti sociali,
nuova solidarietà, nuova amicizia fra chi vi attende, fra i lavoratori specialmente; e ciò è un bene, se
davvero la solidarietà dell'amore li unisce e conferisce alla società un tessuto di rapporti umani più
compatti e più coscienti, cioè li associa nella confluenza dapprima delle categorie proprie alle
indispensabili divisioni funzionali del lavoro compresso e organizzato da compiere, e poi della
tutela dei comuni interessi; ma insieme li forma alla concezione organica della società, che non
deve risultare dall'urto di contrastanti e irriducibili avidità, ma dall'armonia dialettica della
collaborazione ad un ordine giusto per tutti e della partecipazione ad un bene comune razionalmente
distribuito. Speranza questa ancora in gran parte, ma anche realtà, che va maturandosi là dove la
visione cristiana della società e il concetto sacro della persona umana, quale soltanto il Vangelo può
alla fine definire e difendere, guadagnano la mentalità del moderno progresso.
Quante cose avremmo ancora da dire! ma questa risulta quasi da sé: la religione sta alla radice e sta
al vertice del processo che fa grandeggiare sia il concetto, che la realtà del lavoro. Essa ha una sua
dottrina anche per l'aspetto di fatica e di pena, che il lavoro non perde mai, e ricordandone l'infelice
origine (cfr. Gen. 3, 19), ne rammenta il felice e sublime epilogo, il suo valore redentivo (cfr. Matt.
5, 6); e quasi l'insegnamento non bastasse a persuaderci dell'onore e dell'amore che al lavoro umano
noi dobbiamo, essa, la nostra religione, un esempio e un protettore oggi ci offre, l'umile e grande
San Giuseppe, maestro d'opera a quel Cristo dalle cui mani divine l'opera della creazione e della
redenzione sortì.
Veneriamo Giuseppe, il fabbro di Nazareth; e nel suo nome salutiamo e benediciamo oggi tutti i
Lavoratori.
E siccome, in un modo o in un altro, tali siete voi tutti, di cuore tutti vi benediciamo.
DISCORSO AI NETTURBINI DI FIRENZE
Domenica, 8 settembre 1968
Diletti figli di Firenze, cari Netturbini,
che ravvivate nel Nostro animo il mai spento ricordo di un Natale non lontano, vissuto insieme,
nella sofferenza, ma anche nella fede, nell’amore, nella speranza; e che Ci fate pensare ad una
Firenze sempre più bella, rinnovantesi ogni giorno nello splendore del suo magnifico volto anche
per merito, certo non piccolo, della vostra quotidiana fatica: voi siete i benvenuti!
Vi raccogliete attorno al Vicario di Cristo per testimoniarGli la vostra filiale incondizionata
adesione; e Noi siamo lieti di potervi contemplare così numerosi e fraternamente uniti, con occhio
paterno e sentimenti di sincera commozione e gratitudine.
Desideriamo stringervi cordialmente la mano e rendere onore al vostro nome e al vostro servizio. Il
vostro lavoro è essenziale e necessario, come le cose importanti a cui si è spesso disattenti: l’aria,
l’acqua, la luce del sole. Un servizio pubblico: del quale, cioè, non potrebbe fare a meno la città,
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intesa non solo come complesso di edifici, di strade, di piazze, di giardini, ma anche come ordinato
sistema di civile convivenza, ispirato ad alti valori umani.
Quando si parla di «nettezza urbana», o si usa il nome, familiare e simpaticamente modesto, di
«Netturbini», si coglie piuttosto l’aspetto immediato del vostro servizio a vantaggio dell’urbe:
aspetto che non può certo essere trascurato, rispondendo a ben precise e fondamentali esigenze,
senza la cui soddisfazione la stessa urbanità e civiltà - sintesi degli accennati valori - sarebbero
gravemente pregiudicate. Ma il vostro servizio contribuisce alla urbanità e alla civiltà anche in
maniera più diretta, promovendo il decoro, il buon gusto, l’armonia, il limpido assetto delle cose e
dell’ambiente che fanno cornice alla nostra vita: valori, pure questi, che aiutano l’uomo ad essere
più uomo, realizzandosi in maniera confacente alla propria dignità.
Sappiamo che la visione della nobiltà del vostro servizio può essere offuscata dalla pesantezza e
dalla monotonia delle prestazioni; dal dover realisticamente conoscere, della città, anche le macchie
e le rughe. Senza dire di altri problemi che possono interessare la vostra categoria e le vostre care
famiglie. Il Papa, peraltro, confida che le Sue precedenti parole, intese a mettere in luce quel
personaggio importante che è il Netturbino, vi riescano di aiuto per superare, appunto, tali
difficoltà; per rafforzarvi nella coscienza della vostra missione; per ottenervi, sempre, da parte di
tutti, la riconoscenza, il rispetto, la collaborazione che ben meritate.
Ma c’è di più. La vostra appartenenza alle ACLI, che non possiamo non sottolineare con vivo
compiacimento, Ci assicura che il vostro servizio è animato dallo spirito cristiano; e pertanto,
quanto maggior onore e quanto maggior conforto ve ne deriva!
In detto spirito, le stesse dimensioni temporali della vostra attività sono sì assunte e fatte proprie
dall’ordine della grazia, ma ne vengono anche completate e superate. Ed una luce ed una forza
nuova scendono, in particolare, sui vostri sacrifici, giacché lo spirito cristiano, mentre dà energico
impulso alla promozione della città terrena e del benessere temporale, fa al tempo stesso ricordare
che, non avendo quaggiù stabile dimora, invano cerca l’uomo una soluzione vera e integrale ai
propri problemi, se prescinde dal mistero del Regno eterno.
Vogliate accogliere, diletti figli, questi pensieri; ritornarci sopra con la vostra meditazione;
servirvene anche nel vostro generoso e illuminato apostolato.
E vi accompagni la Nostra Benedizione, che di gran cuore impartiamo a voi e alle vostre famiglie,
propiziatrice dei più eletti doni del Cielo.
SANTA MESSA DI MEZZANOTTE NEL CENTRO SIDERURGICO DI TARANTO
OMELIA
Notte Santa, 24-25 dicembre 1968
PER CIASCUNO E PER TUTTI PADRE PASTORE FRATELLO AMICO
Figli! Fratelli! Amici! Uomini sconosciuti e già da Noi amati come reciprocamente legati - voi a
Noi, Noi a voi - da una parentela superiore a quella del sangue, del territorio, della cultura; una
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parentela, ch’è una solidarietà di destini, una comunione di fede, esistente o da suscitare, una unità
misteriosa, quella che ci fa cristiani, una sola cosa in Cristo!
Tutte le distanze sono superate, le differenze cadono, le diffidenze e le riserve si sciolgono; siamo
insieme, come se non fossimo forestieri gli uni e gli altri; e questo specialmente con Noi, proprio
perché siamo vostri, come lo è il Papa per tutti, per i cattolici, quali voi siete, specialmente: Padre,
Pastore, Maestro, Fratello, Amico! Per ciascuno, per tutti.
Così adesso pensateci! Così ascoltateci!
Siamo qua venuti per voi, Lavoratori! Per voi Lavoratori di questo nuovo e colossale centro
siderurgico; ed anche per gli altri delle officine e dei cantieri di questa Città e di questa Regione; e
diciamo pure per tutti i Lavoratori dell’immenso e formidabile settore dell’Industria moderna (e non
dimentichiamo neppure i Lavoratori dei campi, i Pescatori, gli Addetti ai cantieri navali, i Marinai,
e quelli d’ogni altro campo dell’attività umana: voi ora tutti li rappresentate al Nostro sguardo).
Per voi, Lavoratori!
Ma prima che Noi vi parliamo, lasciateci essere cortesi e riconoscenti con tutti coloro che qui Ci
hanno accolto e permesso di entrare. Noi Ci sentiamo obbligati a ringraziare le Autorità civili e
militari, i Promotori e i Dirigenti di questa gigantesca impresa; così l’Arcivescovo e quanti
spiritualmente e socialmente vi assistono; le vostre Rappresentanze; ed anche le vostre Famiglie, i
vostri Figli, tutta la Popolazione di questa Città e di questa Regione. A tutti il Nostro saluto, il
Nostro augurio ed anche la Nostra Benedizione. Il Natale riempie il cuore di voti buoni e felici per
tutti.
AGLI OPERAI IL MESSAGGIO DI RINNOVAZIONE E DI SPERANZA DEL REDENTORE
DEL MONDO
Ma ora a voi, Lavoratori, che cosa diremo nel breve momento concesso a questo nostro rapido
incontro?
Vi parliamo col cuore. Vi diremo una cosa semplicissima, ma piena di significato. Ed è questa: Noi
facciamo fatica a parlarvi. Noi avvertiamo la difficoltà a farci capire da voi. O Noi forse non vi
comprendiamo abbastanza? Sta il fatto che il discorso è per Noi abbastanza difficile. Ci sembra che
tra voi e Noi non ci sia un linguaggio comune. Voi siete immersi in un mondo, che è estraneo al
mondo in cui noi, uomini di Chiesa, invece viviamo. Voi pensate e lavorate in una maniera tanto
diversa da quella in cui pensa ed opera la Chiesa! Vi dicevamo, salutandovi, che siamo fratelli ed
amici: ma è poi vero in realtà? Perché noi tutti avvertiamo questo fatto evidente: il lavoro e la
religione, nel nostro mondo moderno, sono due cose separate, staccate, tante volte anche opposte.
Una volta non era così. (Anni fa Noi parlammo di questo fenomeno a Torino). Ma questa
separazione, questa reciproca incomprensione non ha ragione di essere. Non è questo il momento di
spiegarvi perché. Ma per ora vi basti il fatto che Noi, proprio come Papa della Chiesa cattolica,
come misero, ma autentico rappresentante di quel Cristo, della cui Natività noi questa notte
celebriamo la memoria, anzi Ia spirituale rinnovazione, siamo venuti qua fra voi per dirvi che
questa separazione fra il vostro mondo del lavoro e quello religioso, quello cristiano, non esiste, o
meglio non deve esistere. Ripeteremo ancora una volta da questo centro siderurgico, che
consideriamo ora espressione tipica del lavoro moderno, portato alle sue più alte manifestazioni
industriali, d’ingegno, di scienza, di tecnica, di dimensioni economiche, di finalità sociali, che il
messaggio cristiano non gli è estraneo, non gli è rifiutato; anzi diremo che quanto più l’opera umana
qui si afferma nelle sue dimensioni di progresso scientifico, di potenza, di forza, di organizzazione,
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di utilità, di meraviglia - di modernità insomma - tanto più merita e reclama che Gesù, l’operaio
profeta, il maestro e l’amico dell’umanità, il Salvatore del mondo, il Verbo di Dio, che si incarna
nella nostra umana natura, l’Uomo del dolore e dell’amore, il Messia misterioso e arbitro della
storia, annunci qui, e di qui al mondo, il suo messaggio di rinnovazione e di speranza.
LE CONQUISTE DELL’UMANITÀ
DELL’INEFFABILE DISEGNO DI DIO
SONO
CONFERMA
DELLA
GRANDEZZA
E
Lavoratori, che Ci ascoltate: Gesù, il Cristo, è per voi!
Ricordate e meditate: il Cristo del Vangelo, quello che la Chiesa cattolica vi presenta e vi offre, è
per voi! Questa notte è con voi!
Non abbiate timore che questa presenza, questa alleanza, vissuta nella fede e nel costume, voglia
mutare l’aspetto, la finalità, l’ordinamento d’un’impresa come questa, e d’altre simili; voglia cioè,
come volgarmente si dice, clericalizzare il lavoro moderno dell’uomo, ovvero frenare la sua
espansione, opporre la finalità religiosa della vita allo sviluppo dell’attività umana, il Vangelo al
progresso scientifico, tecnico, economico e sociale.
Voi avete certamente sentito parlare del recente Concilio, nel quale la Chiesa ha espresso e
precisato il suo pensiero a riguardo dei suoi rapporti col mondo contemporaneo. Ecco che cosa dice
il Concilio: «I cristiani . . . non solo non pensano di contrapporre le conquiste dell’ingegno e
dell’abilità dell’uomo alla potenza di Dio, quasi che la creatura razionale sia rivale del Creatore;
ma, al contrario, essi - i cristiani - sono piuttosto persuasi che le conquiste dell’umanità sono segno
della grandezza di Dio e frutto d’un suo ineffabile disegno. E quanto più cresce la potenza degli
uomini, tanto più si estende e si allarga la loro responsabilità individuale e collettiva» (Gaudium et
spes, n. 34).
Questo vale per chi pone a confronto il cristianesimo con l’umanesimo del lavoro moderno; e vale
specialmente per chi infonde in questo lavoro le risorse della scienza, della tecnica,
dell’organizzazione industriale, e produce opere ciclopiche e perfette come quella in cui ci
troviamo, ovvero domina in tal modo le leggi e le forze della natura da aprire agli ardimenti
dell’uomo imprese impensabili e meravigliose, come quella che proprio durante questa notte porta
tre uomini a girare nello spazio celeste intorno alla Luna. Onore ai pionieri dell’espansione
dell’intelligenza e dell’attività dell’uomo! E gloria a Dio che sul volto dell’uomo irradia la sua luce
e imprime alle facoltà umane la regale potestà di dominare le creature che lo circondano (cfr. Gen.
1, 20 ss.; cfr. S. IRENEO, Gloria Dei vivens homo).
È questo un pensiero, un principio, che dovrà sempre più diventare sorgente di meditazione per
l’uomo moderno, e suscitare in lui non l’orgoglio e la tragedia di Prometeo, ma quel sentimento
primordiale e dinamico di simpatia e di fiducia verso la natura, di cui siamo parte e in cui siamo
esploratori (cfr. EINSTEIN, Cosmic Religion, New York, 1931, 52-53); sentimento che si chiama
meraviglia - sentimento di gioventù e d’intelligenza -, e che passando dall’osservazione incantata
delle cose alla ricerca suprema della loro origine diventa scoperta del mistero, diventa adorazione,
diventa preghiera.
Cari Lavoratori! sono parole difficili? No; sono parole consolanti, e proprio per voi, che vivete in
questo quadro, che sembra a prima vista un enigma formidabile, un intreccio di macchine e di
energie incomprensibile, un regno della materia che dispiega certi suoi segreti, che voi trasformate
con una lotta tremenda e abilissima in elemento utile ad altri lavori, perché sia poi utile al servizio e
al bisogno dell’uomo. Voi avete davanti una visione estremamente realista, ma non materialista.
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Voi sapete come trattare la materia, che sembra ingrata e refrattaria ad ogni tentativo dell’arte
umana; sapete trattarla e dominarla, perché, da un lato, siete diventati così intelligenti, voi e chi vi
dirige, da scoprire le leggi nuove del mestiere umano, cioè dell’arte di dominare le cose, e, d’altro
lato, avete scoperto, voi e i vostri maestri, le leggi nascoste nelle cose stesse: le leggi? Che cosa
sono le leggi, se non pensieri? Pensieri nascosti nelle cose, pensieri imperativi che non solo le
definiscono con i nostri nomi comuni, ferro, fuoco, o altro, ma che danno ad esse un loro essere
particolare, un essere che da sé, è evidente, le cose non sanno darsi, un essere ricevuto, un essere
che diciamo creato. Voi incontrate ad ogni fase del vostro immane lavoro questo essere creato, che
VUOI dire pensato. Pensato da Chi? Voi, senza accorgervi, estraete dalle cose una risposta, una
parola, una legge, un pensiero, ch’è dentro le cose; un pensiero che, a ben riflettere, ci porta a
rintracciare la mano, la potenza, che diciamo?, la presenza, immanente e trascendente, cioè li dentro
e li sopra, d’uno Spirito Pensante e Onnipotente, al quale siamo abituati a dare il nome, che ora Ci
trema sulle labbra, il nome misterioso di Dio.
LAVORO E PREGHIERA HANNO UNA RADICE COMUNE ANCHE SE ESPRESSIONE
DIVERSA
Cioè, cioè, cari Lavoratori! voi vedete come quando lavorate in questa officina è, in certo senso,
come se foste in Chiesa; voi, senza pensarvi, voi qui venite a contatto con l’opera, col pensiero, con
la presenza di Dio. Voi vedete come lavoro e preghiera hanno una radice comune, anche se
espressione diversa. Voi, se siete intelligenti, se siete veri uomini, potete e dovete essere religiosi,
qui, nei vostri immensi padiglioni del lavoro terrestre, senza altro fare che amare, pensare, ammirare
il vostro faticoso lavoro.
Abbiamo detto faticoso; cioè abbiamo riconosciuto l’aspetto umano dell’opera vostra. Qui due
mondi s’incontrano: la materia e l’uomo; la macchina, lo strumento, la struttura industriale da una
parte, la mano, la fatica, la condizione di vita del lavoratore dall’altra. Il primo mondo, quello della
materia, ha una sua segreta rivelazione spirituale e divina, Noi dicevamo, da fare a chi la sa
cogliere; ma quest’altro mondo, che è l’uomo, impegnato nel lavoro, carico di fatica, e pieno lui
stesso di sentimenti, di pensieri, di bisogni, di stanchezza, di dolore, quale sorte trova qui dentro?
Qual è, in altri termini, la condizione del Lavoratore impegnato nell’organizzazione industriale?
sarà macchina anche lui? puro strumento che vende la propria fatica per avere un pane, un pane da
vivere; perché prima e dopo tutto, la vita è la cosa più importante d’ogni altra; l’uomo vale più della
macchina e più della sua produzione. Sappiamo bene tutte queste cose, le quali hanno assunto, nel
tempo passato e ancora assumono, nel tempo nostro, una importanza nuova, immensa,
predominante; e hanno avuto la loro espressione in quel complesso di problemi e di lotte, che
chiamiamo la questione sociale. Tutti sanno quali sono stati i fenomeni culturali, storici, sociali,
economici, politici, nei quali la questione sociale si è posta e si pone. Non è in questo momento che
se ne vuole parlare.
In questo momento a Noi, e certo a voi, preme di risolvere con qualche risposta, sia pure molto
sommaria, l’obbiezione che Noi stessi abbiamo sollevato entrando qua dentro; e cioè: che cosa fa .
il messaggero del Vangelo qua dentro? che cosa può dire il rappresentante di Cristo a questo vostro
mondo del lavoro moderno? a voi, specialmente, lavoratori delle braccia, datori di quella fatica
fisica, umile ed estenuante, che ancora nessuna macchina vale a sostituire?
Cari Lavoratori! sotto questo aspetto, quello umano, la Nostra parola diventa più facile, e quasi Ci
erompe dal cuore perché Ci sembra di leggerla nel vostro cuore. Che cosa avete nel cuore? siete
uomini: siete per questo felici? avete tutto quello che vi spetta come uomini e che voi
profondamente desiderate? Questo certamente non può del tutto verificarsi; non lo è per alcuno; non
lo è, forse tanto meno, per voi. Ciascuno porta in fondo al suo animo una sofferenza: siete miseri?
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siete veramente liberi? siete affamati di giustizia e di dignità? siete desiderosi di salute? bisognosi di
amore? Avete nel cuore sentimenti di rancore e di odio? avete ansia di vendetta e di ribellione?
Dov’è per voi la pace, la fratellanza, la solidarietà, l’amicizia, la lealtà, la bontà? dentro e fuori di
voi?
LA CHIESA VI CONOSCE VI INTERPRETA VI DIFENDE IN PIENA GIUSTIZIA
Noi vi diremo una cosa, che dovrete ricordare: noi vi comprendiamo. Dicendo noi, diciamo la
Chiesa. Sì, la Chiesa, come una madre, vi comprende. Non dite e non pensate mai che la Chiesa sia
cieca ai vostri bisogni, sorda alle vostre voci. Ancora prima che voi abbiate coscienza di voi stessi,
delle vostre condizioni reali, totali e profonde, la Chiesa vi conosce, vi studia, vi interpreta, vi
difende. Anche più che voi talvolta non pensiate. Che direste se noi, la Chiesa, ci limitassimo a
conoscere le passioni che hanno agitato in tanti modi le classi lavoratrici? Che cosa moveva queste
passioni? Il desiderio, il bisogno di giustizia. La Chiesa non condivide le passioni classiste, quando
queste esplodono in sentimenti di odio e in gesti di violenza; ma la Chiesa riconosce, sì, il bisogno
di giustizia del popolo onesto, e lo difende, come può, e lo promuove. E badate bene: non di solo
pane vive l’uomo, dice la Chiesa ripetendo le parole di Cristo; non di sola giustizia economica, di
salario, di qualche benessere materiale, ha bisogno il Lavoratore, ma di giustizia civile e sociale.
Ancora per questa rivendicazione la Chiesa vi comprende e vi aiuta. E di più: voi avete altri bisogni
e altri diritti; a tutelare i quali la Chiesa molto spesso rimane l’unica vostra avvocata; i bisogni e i
diritti dello spirito, quelli propri di figli di Dio, quelli di cittadini del regno delle anime, chiamate ai
veri e superiori destini della pienezza della vera vita presente e di quella futura. Non siete voi
elevati a questa eguaglianza, che supera ogni dislivello sociale? Anzi non siete fra tutti i preferiti del
Vangelo, voi se piccoli, voi se poveri, voi se sofferenti, voi se oppressi, voi se assetati di giustizia,
voi se capaci di gioia vera e di amore vero?
La Chiesa questo pensa e dice di voi e per voi. Ed è chiaro il perché. Perché la Chiesa è la
continuazione di Cristo. La Chiesa è il tramite che porta attraverso i secoli e diffonde per tutta la
terra la Parola del Signore, anzi la presenza, avvertita solo da chi crede, di Gesù, di quel Gesù, del
quale questa notte commemoriamo e in noi, spiritualmente, rinnoviamo la nascita.
REALTÀ NECESSARIA E SUBLIME: CRISTO È PRESENTE FRA VOI
Dite una cosa: trovate strano, allora, trovate anacronista, trovate nemico il messaggio del Vangelo
qui dentro? non vi sono uomini vivi, uomini sofferenti, uomini bisognosi di dignità, di pace, di
amore qui dentro, che non comprendono il pericolo d’essere ridotti ad esseri di una «sola
dimensione», quella di strumenti, e che non si accorgono proprio qui (vogliamo dire nel cuore del
mondo industriale in grande stile), dove il pericolo di questa disumanizzazione è maggiore, proprio
qui il soffio del Vangelo, come ossigeno di vita degna dell’uomo, è più che mai al suo posto, e la
presenza umile e amorosa di Cristo è più che mai necessaria?
Ecco, figli carissimi, perché qua siamo venuti. Siamo venuti per voi. Siamo venuti, affinché la
Nostra presenza vi dimostrasse la presenza consolatrice, salvatrice di Cristo in mezzo al mondo
meraviglioso, ma vuoto di fede e di grazia, del lavoro moderno. Siamo venuti per lanciare di qui,
come uno squillo di tromba risonante nel mondo, il beato annunzio del Natale all’umanità che sale,
che studia, che lavora, che fatica, che soffre, che piange e che spera; e l’annuncio è quello degli
Angeli di Bethleem: oggi è nato il Salvatore vostro, Cristo Signore.
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DISCORSO ALL'ASSEMBLEA DELL'ORGANIZZAZIONE INTERNAZIONALE DEL
LAVORO NEL 50° ANNIVERSARIO DELLA SUA FONDAZIONE
Ginevra - Martedì, 10 giugno 1969
Signor Presidente,
Signor Direttore Generale,
Signori,
INTRODUZIONE
1. È per Noi un onore e una gioia partecipare ufficialmente a questa Assemblea, nell’ora solenne in
cui l’Organizzazione Internazionale del Lavoro celebra il cinquantesimo anniversario della sua
fondazione. Perché siamo qui? Noi non apparteniamo a questo organismo internazionale. Noi siamo
estranei alle questioni specifiche, che trovano qui i loro uffici di studio e le loro sale di delibazione,
e la Nostra missione spirituale non intende intervenire al di fuori del proprio dominio. Se Noi siamo
qui, è, Signor Direttore, per rispondere all’invito che voi Ci avete così amabilmente rivolto. E Noi
siamo felici di ringraziarvene pubblicamente, di dirvi come Noi abbiamo apprezzato questo atto
così cortese, come Noi ne misuriamo la importanza, e di quale valore Ci appare il suo significato.
I. PER NULLA ESTRANEO ALLA GRANDE CAUSA DEL LAVORO, MA AMICO
2. Senza particolare competenza nelle discussioni tecniche sulla difesa e la promozione del lavoro
umano, Noi non siamo tuttavia per nulla estranei a questa grande causa del lavoro, che costituisce la
vostra ragion d’essere, e alla quale voi consacrate le vostre energie.
La Bibbia e il lavoro dell’uomo
3. Fin dalla sua prima pagina, la Bibbia di cui Noi siamo il messaggero ci presenta la creazione
come originata dal lavoro del Creatore (cfr. Gen. 2, 7) e affidata al lavoro della creatura, il cui
sforzo intelligente deve metterla in valore, perfezionarla per così dire nell’umanizzarla, al suo
servizio (cfr. Gen. 1, 29 e Populorum progressio, 22). Così il lavoro è, secondo il pensiero divino,
l’attività normale dell’uomo (cfr. Ps. 104, 23 ed Eccli. 7, 15), e rallegrarsi e gioire dei suoi frutti un
dono di Dio (cfr. Eccli. 5, 18), giacché ciascuno è naturalmente retribuito secondo le sue opere (cfr.
Ps. 62, 13 e 128, 2; Matth. 16, 27; 1 Cor. 15, 58; 2 Thess. 3, 10). Gesù Cristo e la dignità del lavoro
4. In tutte queste pagine della Bibbia, il lavoro appare come un dato fondamentale della condizione
umana, al punto che, divenuto uno di noi (cfr. Io. 1, 14), il Figlio di Dio è divenuto anche allo stesso
tempo un lavoratore, che si designava naturalmente nel suo ambiente con la professione dei suoi.
Gesù è conosciuto come «il figlio del carpentiere» (Matth. 13, 55). Il lavoro dell’uomo acquistava
da ciò i più alti titoli di nobiltà che si potessero immaginare, e voi li avete voluti presenti al posto
d’onore, nella sede della vostra Organizzazione, con questo mirabile affresco di Maurice Denis
consacrato alla dignità del lavoro, dove il Cristo annunzia la Buona Novella ai lavoratori che lo
circondano, figli di Dio anch’essi e tutti fratelli.
I pionieri della giustizia sociale
5. Se non è compito Nostro evocare la storia, che ha visto nascere e affermarsi la vostra
Organizzazione, Noi non possiamo per lo meno passare sotto silenzio, in questo Paese ospitale,
l’opera di pionieri come Mons. Mermillod e l’Unione di Friburgo, l’ammirabile esempio dato
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dall’industriale protestante Daniel Le Grand, e la feconda iniziativa del cattolico Gaspard Decurtins,
primo germe di una Conferenza internazionale sul lavoro. Come potremmo Noi anche dimenticare,
Signori, che il vostro primo direttore desiderava, per il 40° anniversario dell’enciclica di Leone XIII
sulle condizioni del lavoro, rendere omaggio agli operatori tenaci della giustizia sociale, e tra gli
altri quelli che si rifanno all’enciclica Rerum novarum (citato da A. LE ROY, Catholicisme social et
Organisation Internationale du Travail, Park, Spes, 1937, p. 16). E, facendo il bilancio di «Dieci
anni di Organizzazione Internazionale del Lavoro», i funzionari dell’organismo Internazionale del
Lavoro non esitavano a riconoscerlo: «Il grande movimento nato, nel seno della Chiesa Cattolica,
dall’enciclica Rerum novarum, ha provato la sua fecondità» (Dix ans d’organisation Internationale
du Travail, Genève, BIT 1931, p. 461).
Dalla «Rerum novarum» alla «Populorum progressio»
6. La simpatia della Chiesa per la vostra Organizzazione, come per il mondo del lavoro, non
cessava fin da allora di manifestarsi, e particolarmente nell’enciclica Quadragesimo anno di Pio XI
(Enc. Quadragesimo anno, 15 maggio 1931, n. 24), nell’allocuzione di Pio XII al Consiglio
d’Amministrazione dell’organismo Internazionale del Lavoro (Allocuzione del 19 novembre 1954),
nella enciclica Mater et Magistra di Giovanni XXIII che esprimeva il suo «cordiale apprezzamento
per l’OIT . . . per il suo valido e prezioso contributo alla instaurazione nel mondo di un ordine
economico-sociale informato a giustizia ed umanità, nel quale trovano la loro espressione anche le
istanze legittime dei lavoratori» (Enc. Mater et Magistra, 15 maggio 1961, n. 103).
Noi stessi avevamo la gioia, al termine del Concilio ecumenico Vaticano secondo, di promulgare la
Costituzione pastorale Gaudium et spes elaborata dai Vescovi del mondo intero. La Chiesa vi
riafferma il valore del «gigantesco sforzo dell’attività umana individuale e collettiva», la prevalenza
del lavoro degli uomini sugli «altri elementi della vita economica, che non hanno valore che di
strumenti», con i diritti imprescrittibili e i doveri che richiede un tale principio (Cost. Past.
Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, nn. 34 e 67-68). La Nostra enciclica Populorum progressio,
infine, si è adoperata a far prendere coscienza che «la questione sociale è diventata mondiale», con
le conseguenze che ne derivano per lo sviluppo integrale e solidale dei popoli, lo sviluppo che è il
«nuovo nome della pace» (Enc. Populorum progressio, 26 marzo 1967, nn. 3 e 76).
Osservatore e amico dell’OIT e delle altre Istituzioni ginevrine
7. Ve lo diciamo: Noi siamo un osservatore attento dell’opera che voi svolgete qui, di più, un
ammiratore fervente dell’attività che spiegate, un collaboratore anche, felice di essere invitato a
celebrare con voi l’esistenza, le funzioni, le realizzazioni e i meriti di questa istituzione mondiale, e
di farlo da amico. E Noi non vogliamo dimenticare, in questa circostanza solenne, le altre istituzioni
internazionali ginevrine, a cominciare dalla Croce Rossa, tutte istituzioni meritevoli e degne di
elogi, alle quali Noi desideriamo estendere i Nostri saluti rispettosi e i Nostri voti ferventi.
Tempi e prove affrontate in nome di un nobile ideale
8. Per Noi che apparteniamo ad una Istituzione posta da duemila anni di fronte all’usura del tempo,
questi cinquanta anni instancabilmente dedicati alla Organizzazione Internazionale del Lavoro sono
la sorgente di feconde riflessioni. Tutti sanno che una tale durata è un fatto veramente singolare
nella storia del nostro secolo. La fatale precarietà delle cose umane, che l’accelerazione della civiltà
moderna ha reso più evidente e più divorante, non ha scosso la vostra istituzione, al cui ideale Noi
vogliamo rendere omaggio : «una pace universale e duratura, fondata sulla giustizia sociale»
(Constitution de l’OIT, Genève, BIT, 1968, Prefazione, p. 5). La prova subita dal fatto della
scomparsa della Società delle Nazioni, alla quale era legata organicamente, dal fatto anche della
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nascita della Organizzazione delle Nazioni Unite in un altro continente, invece di toglierle le sue
ragioni d’essere, le ha al contrario fornito l’occasione, con la celebre dichiarazione di Filadelfia, 25
anni fa, di confermarle e di precisarle, radicandone profondamente nella realtà del progresso della
società: «Tutti gli esseri umani, qualunque sia la loro razza, la loro fede o il loro sesso, hanno il
diritto di raggiungere il loro progresso materiale e il loro sviluppo spirituale nella libertà e la
dignità, nella sicurezza economica e con uguali possibilità» (Ib. art. 2, p. 24).
Omaggio agli uomini e all’opera
9. Di cuore Noi Ci rallegriamo con voi della vitalità della vostra cinquantenaria, ma sempre giovane
istituzione, dalla sua nascita nel 1919 con il trattato di pace di Versailles. Chi dirà i travagli, le
fatiche, le veglie generatrici di tante decisioni coraggiose e benefiche per tutti i lavoratori, come per
la vita dell’umanità, di tutti quelli che, non senza merito, le hanno consacrato con talento la loro
attività? Tra tutti, Noi non possiamo omettere di nominare il suo primo direttore, Albert Thomas, e
il suo attuale successore, David Morse. Noi non possiamo passare sotto silenzio il fatto che a loro
richiesta, e quasi dalle origini, un sacerdote è sempre stato in mezzo a coloro che hanno costituito,
costruito, sostenuto e servito questa insigne istituzione. Noi siamo riconoscenti verso tutti per
l’opera compiuta, e Noi auguriamo che essa prosegua felicemente la sua missione così complessa
quanto difficile ma veramente provvidenziale, per il più gran bene della società moderna.
II. L’OIT AL SERVIZIO DEI LAVORATORI
10. Voci meglio informate della Nostra diranno quale somma di attività l’Organizzazione
Internazionale del Lavoro ha realizzato in cinquant’anni di esistenza, e quali risultati essa ha
ottenuto con le sue 128 convenzioni e le sue 132 raccomandazioni.
Concezione moderna e cristiana: il primato dell’uomo
11. Ma come non sottolineare il fatto primordiale di una importanza capitale che manifesta questa
impressionante documentazione? Qui - ed è un fatto decisivo nella storia della civiltà -, qui il lavoro
dell’uomo è considerato degno di un interesse fondamentale. Non fu sempre così, si sa, nella storia
già lunga dell’umanità. Si pensi alla concezione antica del lavoro (cfr. per es. CICERONE, De
Officiis, 1, 42), al discredito che lo circondava, alla schiavitù che portava seco, questa orribile piaga,
che bisogna purtroppo riconoscere che non è ancora completamente scomparsa dalla faccia della
terra. La concezione moderna, di cui voi siete gli araldi e i difensori, è diversa. Essa è fondata su un
principio fondamentale che il cristianesimo, da parte sua, ha singolarmente messo in luce: nel
lavoro è l’uomo che è il primo. Che sia artista o artigiano, imprenditore, operaio o contadino,
manovale o intellettuale, è l’uomo che lavora, è per l’uomo che egli lavora. È dunque finita la
priorità del lavoro sui lavoratori, la supremazia delle esigenze tecniche ed economiche sui bisogni
umani. Mai più il lavoro al di sopra del lavoratore, mai più il lavoro contro il lavoratore, ma
sempre il lavoro per il lavoratore, il lavoro al servizio dell’uomo, di ogni uomo e di tutto l’uomo.
Di fronte alla tecnica
12. Come non sarebbe impressionato l’osservatore nel vedere che questa concezione si è precisata
nel momento teoricamente meno favorevole a questa affermazione del primato del fattore umano
sul prodotto del lavoro, al momento stesso della introduzione progressiva della macchina che
moltiplica a dismisura il rendimento del lavoro, e tende a rimpiazzarlo? Secondo una visione
astratta delle cose, il lavoro eseguito ormai con la macchina e le sue energie, fornite non più dalle
braccia dell’uomo, ma dalle formidabili forze segrete di una natura addomesticata, avrebbe dovuto
prevalere, nella stima del mondo moderno, fino a far dimenticare il lavoratore, spesso liberato dal
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peso estenuante e umiliante di uno sforzo fisico sproporzionato al suo troppo debole rendimento.
Ma di fatto non è così. Nell’ora stessa del trionfo della tecnica e dei suoi effetti giganteschi sulla
produzione economica, è l’uomo che concentra su se stesso l’attenzione del filosofo, del sociologo e
del politico. Perché non c’è in definitiva vera ricchezza che quella dell’uomo. Ora, tutti lo vedono,
l’inserzione della tecnica nel processo dell’attività umana si farebbe a detrimento dell’uomo, se
questi non ne rimanesse sempre il padrone, se non ne dominasse l’evoluzione. Se «bisogna in tutta
giustizia riconoscere l’apporto insostituibile dell’organizzazione del lavoro e del progresso
industriale nell’opera dello sviluppo» (Populorum progressio, n. 26), voi sapete meglio di
qualunque altro i misfatti di quella che si è potuto chiamare la parcellizzazione del lavoro nella
società industriale contemporanea (cfr. per es. G. FRIEDMANN, Où va le travail humain; e Le
travail en miettes, Paris, Gallimard, 1950 e 1956). Invece di aiutare l’uomo a diventare più uomo, lo
disumanizza; invece di rasserenarlo, lo soffoca sotto una cappa di pesante noia. Il lavoro rimane
ambivalente, e la sua organizzazione rischia di spersonalizzare colui che lo compie, se questi,
divenuto il suo schiavo, vi abdica intelligenza e libertà, fino a perdere la sua dignità (cfr. Mater et
Magistra, n. 83 e Populorum progressio, n. 28). Tutti lo sanno, il lavoro, sorgente di frutti
meravigliosi quando è veramente creatore, può invece (Ex. 1, 8-14), trascinato nel ciclo
dell’arbitrario, dell’ingiustizia, della rapacità e della violenza, divenire un vero flagello sociale,
come testimoniano quei campi di lavoro eretti ad istituzione, che sono stati l’onta del mondo civile.
Il compito salutare dell’OIT
13. Chi dirà il dramma talvolta terribile del lavoratore moderno, dilacerato nel suo duplice destino
di grandioso realizzatore, in preda troppo spesso delle intollerabili sofferenze di una condizione
miserabile e proletaria, in cui la mancanza di pane si unisce alla degradazione sociale per creare uno
stato di vera insicurezza personale e familiare? Voi l’avete capito. È il lavoro, in quanto fatto
umano, primo e fondamentale, che costituisce la radice vitale della vostra Organizzazione, e ne fa
un albero magnifico, un albero che estende i suoi rami nel mondo intero, per il suo carattere
internazionale, un albero che è un onore per il nostro tempo, un albero la cui radice sempre fertile lo
spinge ad una attività continua ed organica. È questa stessa radice che vi proibisce di favorire
interessi particolari, ma vi pone al servizio del bene comune. È essa che costituisce la vostra
genialità e la sua fecondità; intervenire dappertutto e sempre per portare rimedio nei conflitti del
lavoro, possibilmente prevenirli, soccorrere spontaneamente gli infortunati, elaborare nuove
protezioni contro nuovi pericoli, migliorare la sorte dei lavoratori, rispettando l’equilibrio oggettivo
delle reali possibilità economiche, lottare contro ogni segregazione generatrice di inferiorità, per
qualunque motivo - schiavitù, casta, razza, religione, classe -, in una parola, difendere, verso e
contro tutti, la libertà di tutti i lavoratori, far prevalere instancabilmente l’ideale della fraternità tra
gli uomini, tutti uguali in dignità.
La sua vocazione: far progredire la coscienza morale dell’umanità
14. Tale è la vostra vocazione. La vostra azione non riposa, né sulla fatalità di una implacabile lotta
tra quelli che forniscono il lavoro e quelli che lo eseguono, né sulla parzialità di difensori di
interessi o di funzioni. È al contrario una partecipazione organica liberamente organizzata e
socialmente disciplinata alle responsabilità e ai profitti del lavoro. Un solo scopo: né il denaro, né il
potere, ma il bene dell’uomo. Più che una concezione economica, meglio che una concezione
politica, è una concezione morale, umana, che vi ispira: la giustizia sociale da instaurare, giorno
dopo giorno, liberamente e di comune accordo. Scoprendo sempre meglio tutto ciò che richiede il
bene dei lavoratori, voi ne fate prendere a poco a poco coscienza e lo proponete come ideale. Di
più, voi lo traducete in nuove regole di comportamento sociale, che si impongono come norme di
diritto. Voi assicurate così il passaggio permanente dall’ordine ideale dei principi all’ordine
giuridico, cioè al diritto positivo. In una parola voi affinate a poco a poco, fate progredire la
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coscienza .morale dell’umanità. Compito certamente arduo e delicato, ma così alto e necessario, che
chiede la collaborazione di tutti i veri amici dell’uomo. Come non gli apporteremmo Noi la Nostra
adesione e il Nostro appoggio?
Il suo strumento e il suo metodo: far collaborare le tre forze sociali
15. Sulla vostra strada, gli ostacoli da rimuovere e le difficoltà da superare non mancano. Ma voi
l’avevate previsto, e per farvi fronte siete ricorsi ad uno strumento e ad un metodo che potrebbero
bastare da soli per l’apologia della vostra istituzione. Il vostro strumento originale ed organico è di
far convergere le tre forze che sono all’opera nella dinamica umana del lavoro moderno: gli uomini
di governo, gli imprenditori e i lavoratori. E il vostro metodo - ormai tipico paradigma -, è di
armonizzare queste tre forze, di farle non più opporsi (tra di loro), ma concorrere «in una
collaborazione coraggiosa e feconda» (Allocuzione di Pio XII al Consiglio di Amministrazione del
BIT., 19 novembre 1954), in un costante dialogo per lo studio e la soluzione di problemi sempre
rinascenti e continuamente rinnovati.
Il suo scopo: la pace universale, per mezzo della giustizia sociale
16. Questa concezione moderna ed eccellente è degna di sostituire definitivamente quella che ha
infelicemente dominato la nostra epoca: concezione dominata dall’efficacia ricercata attraverso
agitazioni troppo spesso generatrici di nuove sofferenze e di nuove rovine, rischiando così di
annullare, invece di consolidare, i risultati ottenuti a prezzo di lotte più d’una volta drammatiche.
Bisogna proclamarlo solennemente: i conflitti del lavoro non saprebbero trovare il loro rimedio in
disposizioni imposte artificiosamente, che privano fraudolentemente il lavoratore e tutta la sua
comunità sociale della loro prima ed inalienabile prerogativa umana, la libertà. Essi non saprebbero
più trovarlo del resto in situazioni che risultano dal solo e libero giuoco - come si dice - del
determinismo dei fattori economici. Simili rimedi possono avere le apparenze della giustizia, ma
non ne hanno l’umana realtà. È solo comprendendo le ragioni profonde di questi conflitti e venendo
incontro alle giuste rivendicazioni che esprimono, che voi ne prevenite l’esplosione drammatica e
ne evitate le conseguenze rovinose. Con Albert Thomas, ridiciamolo: «Il ‘sociale’ dovrà vincere
‘l’economico’. Dovrà regolarlo e condurlo, per meglio soddisfare alla giustizia» (Dix ans
d’organisation Intevnationale du Travail, Genève, BIT., 1931, Préface, p. XIV). Perciò
l’Organizzazione Internazionale del Lavoro appare oggi, nel campo chiuso del mondo moderno
dove si affrontano pericolosamente gli interessi e le ideologie, come una strada aperta verso un
migliore avvenire della umanità. Più di ogni altra istituzione forse, voi potete contribuirvi,
semplicemente rimanendo attivamente e inventivamente fedeli al vostro ideale: la pace universale
per mezzo della giustizia sociale.
III. VERSO L'AVVENIRE
17. È per questo che Noi siamo qui venuti per darvi il Nostro incoraggiamento e il Nostro accordo,
per invitarvi anche a perseverare con tenacia nella vostra missione di giustizia e di pace, e per
assicurarvi della Nostra umile, ma sincera solidarietà. Perché è in gioco la pace del mondo,
l’avvenire dell’umanità. Questo avvenire non può costruirsi che nella pace fra tutte le famiglie
umane in lavoro, tra le classi e tra i popoli, una pace che riposa su una giustizia sempre più perfetta
fra tutti gli uomini (cfr. Encicl. Pacem in terris e Populorum progressio, n. 76).
Un’opera ogni giorno più urgente: il grido dell'umanità sofferente
18. In quest’ora contrastata della storia dell’umanità, piena di pericoli, ma ripiena di speranza, è a
voi che spetta, in larga parte, costruire la giustizia, e così assicurare la pace. No, Signori, non
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credete la vostra opera finita, essa al contrario diviene ogni giorno più urgente. Quanti mali - e quali
mali! - quante deficienze, abusi, ingiustizie, sofferenze, quanti pianti si levano ancora dal mondo del
lavoro! PermetteteCi di essere davanti a voi l’interprete di tutti quelli che soffrono ingiustamente,
che sono ingiustamente sfruttati, oltraggiosamente dileggiati nei loro corpi e nelle loro anime,
avviliti da un lavoro degradante sistematicamente voluto, organizzato, imposto. Ascoltate questo
grido di dolore che continua a salire dall’umanità sofferente!
Proclamare i diritti e farli rispettare
19. Coraggiosamente, instancabilmente, lottate contro gli abusi sempre rinascenti e le ingiustizie
continuamente rinnovate, costringete gli interessi particolari a sottomettersi alla visione più ampia
del bene comune, adattate le vecchie disposizioni ai nuovi bisogni: suscitatene nuove, impegnate le
nazioni a ratificarle, e adoperate i mezzi per farle rispettare, perché, bisogna ripeterlo: «sarebbe
vano proclamare dei diritti, se non si mettesse contemporaneamente tutto in opera per assicurare il
dovere di rispettarli, da tutti, dappertutto e per tutti» (Messaggio alla Conferenza internazionale dei
diritti dell’uomo a Teheran, 15 aprile 1968).
Difendere l’uomo contro se stesso
20. Osiamo aggiungerlo: è contro l’uomo che dovete difendere l’uomo, l’uomo minacciato di non
essere altro che una parte di se stesso, ridotto, come si è detto, a una sola dimensione (cfr. per es. H.
MARCUSE, L’uomo a una dimensione). Bisogna ad ogni prezzo impedirgli di non essere che il
fornitore meccanizzato di una macchina cieca, divoratrice della parte migliore di lui stesso, o di uno
Stato che cerca di asservire tutte le energie al suo solo servizio. È l’uomo che dovete proteggere, un
uomo travolto dalle forze formidabili che egli mette in opera e come inghiottito dal progresso
gigantesco del suo lavoro, un uomo trascinato dallo slancio irresistibile delle sue invenzioni, e come
stordito dal contrasto crescente tra il prodigioso aumento dei beni messi a sua disposizione, e la loro
ripartizione così facilmente ingiusta tra gli uomini e tra i popoli. Il mito di Prometeo proietta la sua
ombra inquietante sul dramma del nostro tempo, in cui la coscienza dell’uomo non arriva ad
elevarsi al livello della sua attività e ad assumere le sue gravi responsabilità, nella fedeltà al disegno
d’amore di Dio sul mondo. Avremmo perduto la lezione della tragica storia della torre di Babele, in
cui la conquista della natura da parte dell’uomo dimentico di Dio si accompagna a una
disintegrazione della società umana? (cfr. Gen. 11, 1-9).
Dall’avere di più all’essere di più: la partecipazione
21. Dominando tutte le forze dissolvitrici di contestazione e di babelizzazione, è la città degli
uomini che bisogna costruire, una città il cui solo cemento durevole è l’amore fraterno, tra le razze e
i popoli, come tra le classi e le generazioni. Attraverso i conflitti che dilaniano il nostro tempo, è,
più che una rivendicazione di avere, un desiderio legittimo di essere che si afferma sempre più (cfr.
Populorum progressio, nn. 1 e 8). Voi avete da cinquant’anni tessuto una trama sempre più fitta di
disposizioni giuridiche che proteggono il lavoro degli uomini, delle donne, dei giovani, e gli
assicurano una conveniente retribuzione. È necessario che adesso prendiate i mezzi per assicurare la
partecipazione organica di tutti i lavoratori, non solo ai frutti del loro lavoro, ma anche alle
responsabilità economiche e sociali da cui dipende il loro avvenire e quello dei loro figli (cfr.
Gaudium et spes, n. 68).
Il diritto dei popoli allo sviluppo
22. È necessario anche che voi assicuriate la partecipazione di tutti i popoli alla costruzione del
mondo, e vi preoccupiate da adesso dei meno favoriti, come ieri avevate per prima cura le categorie
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sociali più sfavorite. Il che significa che la vostra opera legislativa deve proseguire arditamente, e
impegnarsi su strade risolutamente nuove, che assicurino il diritto solidale dei popoli al loro
sviluppo integrale, che permettano singolarmente «a tutti i popoli di divenire essi stessi gli artefici
del loro destino» (Populorum progressio, n. 65). È una sfida che vi è oggi lanciata all’alba del
secondo decennio dello sviluppo. E vostro dovere rilevarlo. Tocca a voi prendere le decisioni che
eviteranno la ricaduta di tante speranze e soffocheranno le tentazioni della violenza distruttrice. È
necessario che voi esprimiate in regole di diritto la solidarietà che si afferma sempre più nella
coscienza degli uomini. Come ieri voi avete assicurato con la vostra legislazione la protezione e la
sopravvivenza del debole contro la potenza del forte - Lacordaire lo diceva: «Tra il forte e il debole,
la libertà opprime, la legge libera» (52ª Conferenza di Notre-Dame, Quaresima 1845, in Œuvres,
del P. Lacordaire, t. IV, Paris, Pousielgue, 1872, p. 494) -, è necessario ormai che voi freniate i
diritti dei popoli forti, e favoriate lo sviluppo dei popoli deboli creandone le condizioni, non solo
teoriche, ma pratiche, di un vero diritto internazionale del lavoro a livello dei popoli. Come ogni
uomo, ogni popolo deve effettivamente, per mezzo del suo lavoro, svilupparsi, crescere in umanità,
passare da condizioni meno umane a condizioni più umane (cfr. Populorum progressio, nn. 15 e
20). C’è bisogno di condizioni e di mezzi adatti, una volontà comune, di cui le vostre convenzioni
liberamente elaborate tra governi, lavoratori e imprenditori, potrebbero e dovrebbero fornire
progressivamente l’espressione. Parecchie organizzazioni specializzate lavorano già a costruire
questa grande opera. È su questa strada che vi è necessario avanzare.
Una ragione di vipere per i giovani
23. Perciò, se gli ordinamenti tecnici sono indispensabili, essi non saprebbero portare i loro frutti
senza questa coscienza del bene comune universale che anima e ispira la ricerca, e che sostiene lo
sforzo, senza questo ideale che porta gli uni e gli altri a superarsi nella costruzione di un mondo
fraterno. Questo mondo di domani, è ai giovani di oggi che spetterà di edificarlo, ma è a voi che
spetta di prepararveli. Molti ricevono una formazione insufficiente, non hanno la possibilità reale di
imparare un mestiere e di trovare un lavoro. Molti anche adempiono compiti per essi senza
significato, la cui monotona ripetizione può sì procurare loro un profitto, ma non basta a dar loro
una ragione di vivere e soddisfare la loro legittima aspirazione ad occupare, da uomini, il loro posto
nella società. Chi non comprende, nei paesi ricchi, la loro angoscia dinanzi alla tecnocrazia
invadente, il loro rifiuto di una società che non riesce ad integrarli, e nei paesi poveri, il loro
lamento di non potere, per mancanza di preparazione sufficiente e di mezzi adatti, portare il loro
generoso contributo ai compiti che li stimolano? Nell’attuale mutazione del mondo, la loro protesta
risuona come un segnale di sofferenza e come un appello di giustizia. In seno alla crisi che scuote la
civiltà moderna, l’attesa dei giovani è ansiosa e impaziente: sappiamo loro aprire le strade
dell’avvenire, proporre loro dei compiti utili e prepararveli. C’è tanto da fare in questo campo. Voi
siete ben coscienti, d’altronde, e Noi Ci felicitiamo con voi per aver inserito nell’ordine del giorno
della vostra 53ª sessione lo studio di programmi speciali di impiego e di formazione della gioventù
in via di sviluppo (Organisation Internationale du Travail, Rapport VIII, [1], Genève, BIT 1968).
CONCLUSIONE
La forza dello spirito di amore sorgente di speranza
24. Vasto programma, Signori, degno di suscitare il vostro entusiasmo e di galvanizzare tutte le
vostre energie, nel servizio della grande causa che è la vostra - che è anche la Nostra -, quella
dell’uomo. A questo pacifico combattimento i discepoli di Cristo intendono partecipare di vero
cuore. Perché se è necessario che tutte le forze umane collaborino a questa promozione dell’uomo,
bisogna mettere lo spirito al posto che gli spetta, il primo, perché lo Spirito è Amore. Chi non vede?
Questa costruzione sorpassa le sole forze dell’uomo. Ma, il cristiano lo sa, egli non è solo con i suoi
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fratelli in questa opera d’amore, di giustizia e di pace, in cui egli vede la preparazione e la garanzia
della città eterna che egli aspetta dalla grazia di Dio. L’uomo non è lasciato in balía di se stesso in
mezzo a una folla solitaria. La città degli uomini che egli costruisce è quella di una famiglia di
fratelli, di figli dello stesso Padre, sostenuti nei loro sforzi da una forza che li anima e li sostiene, la
forza dello Spirito, forza misteriosa, ma reale, né magica, né totalmente estranea alla nostra
esperienza storica e personale, perché essa si è espressa in parole umane. E la sua voce risuona più
che altrove in questa casa aperta alle sofferenze e alle angosce dei lavoratori, come alle sue
conquiste e alle sue prestigiose realizzazioni, una voce la cui eco ineffabile, oggi come ieri, non
cessa né cesserà mai di suscitare la speranza degli uomini in lavoro: «Venite a me voi tutti che siete
affaticati e stanchi, ed io vi darò completo riposo». «Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia
perché saranno saziati!» (Matth., 11, 28 e 5, 6).
DISCORSO ALLA FEDERAZIONE DEI PORTIERI D'ALBERGO
Sabato, 29 novembre 1969
Siamo lieti di soffermarci stamane in mezzo a voi, cari Portieri di Albergo, che partecipate
all’annuale Congresso del Consiglio Direttivo della vostra Federazione Italiana, organizzato in
questi giorni a Roma dall’Associazione «Le Chiavi d’Oro»; vi diamo di cuore il Nostro benvenuto,
con sincero affetto. I motivi di questa Nostra particolare soddisfazione nel vedervi qui oggi, sia pure
per brevi istanti, sono molti.
Anzitutto perché, a quanto Ci risulta, non era ancor mai avvenuto che la categoria dei Portieri
d’Albergo, in quanto tale, fosse ricevuta in Udienza dal Papa: se questo, a buon diritto, vi riempie di
legittimo orgoglio perché quello di oggi è per voi, senz’altro, un avvenimento importante, degno di
essere ricordato nelle vicende della vostra organizzazione, ciò d’altro canto colma di paterna gioia
anche il Nostro cuore, che vuole aprirsi a tutti, come questa Casa è aperta a tutti quanti, nel mondo,
guardano con fede, con amore, con rispetto al Papa e alla sua Cattedra di verità. Davvero, siamo ben
lieti di accogliervi in una circostanza tanto significativa, per voi e per Noi.
Secondariamente, Ci fa piacere accogliere e segnalare tra voi i membri dell’Associazione Romana
dei Portieri di Albergo, per dir loro il Nostro grazie. Sì, diletti figli, grazie della premura e della
bontà con cui, come Ci è stato riferito, nell’esercizio della vostra particolare funzione sapete tenere i
contatti con la Prefettura del Palazzo Apostolico, a cui è demandata l’organizzazione delle Nostre
Udienze, e farvi tramite efficace delle aspirazioni che muovono la maggior parte dei turisti, ospiti
dei vostri alberghi, a richiedere di vedere il Papa, assistendo agli incontri che Egli ha ogni
mercoledì, e in altre occasioni, con le magnifiche assemblee di pellegrini di tutto il mondo. Le
vostre informazioni li orientano, il vostro aiuto - che auspichiamo sempre disinteressato, per l’onore
vostro e per l’edificazione degli altri - li agevola a conseguire lo scopo. Voi rendete perciò un buon
servizio, meritevole di riconoscenza e di plauso, perché va al di là delle vostre strette incombenze e,
se compiuto con buon spirito, si arricchisce di riflesso anche del frutto spirituale, che i vostri ospiti
ne ricavano. Se saprete adempierlo sempre con rette disposizioni, voi ne avrete certamente la
ricompensa dal Signore, che non lascia senza premio quanto è fatto nel suo Nome.
Infine, il terzo motivo che Ci rallegra nell’accogliervi è la possibilità che così Ci è offerta di
incoraggiarvi nell’adempimento del vostro dovere. Immaginiamo quanto esso sia delicato e
logorante, svolto, com’è, continuamente a contatto diretto con gli altri, sempre a disposizione degli
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altri, e con orari che limitano il tempo che dovete dedicare a voi e ai vostri cari; eppure voi lo sapete
certo compiere così bene, con tanta gentilezza, con tanta sollecitudine, con tanto garbo, sempre
pronti, sempre vigilanti, sempre sorridenti, che il cliente, lasciateCi pur dire, ha forse l’impressione
di farvi un favore quando ve lo chiede. Non è così? Ebbene, diletti figli, questo continuo controllo
su di voi stessi, questa premurosità sollecita, questo donarsi è un servizio di alto valore sociale, da
cui i contemporanei hanno molto da imparare, in un tempo in cui si è raffreddata purtroppo la bontà
nei cuori di molti, e ‘si parla più volentieri di diritti che di doveri; diciamo di più, questa vostra
disponibilità è una ricchezza spirituale, che raffina e matura la vostra personalità umana, perché
l’uomo raggiunge la sua vera statura nell’amore per gli altri; e, più ancora, tale disponibilità vi
avvicina all’ideale cristiano e può essere fonte inesauribile di merito, perché vi aiuta a vivere nello
spirito del Vangelo in conformità agli insegnamenti del Signore, il quale, nelle parabole, ha
paragonato la vita umana all’impegno di fedeltà, di gentilezza e di carità dei servi gli uni verso gli
altri (cfr. Luc. 12, 42-48; Matth. 24, 45-51); anzi vi rende simili a Colui, che è venuto non a farsi
servire ma a servire (cfr. Matth. 20, 28), ed ha voluto farci capire che la sua gioia, in Cielo, sarà
quella di far sedere i suoi servi, e passare tra di essi in qualità di ministro, Lui Padrone e Re, per
essere a loro disposizione (cfr. Luc. 12, 37).
Vedete quali riflessi, umani, sociali, religiosi, ha la vostra umile incombenza quotidiana. Pur nelle
legittime esigenze che dovete avere per voi, nel rispetto dovuto al vostro lavoro e alla vostra fatica,
che esige ogni attenzione, sappiate compiere il vostro lavoro con questi sentimenti, per conferirgli
un valore eterno, degno della vostra dignità di uomini, e della vostra coerenza di cristiani. Vi
conforti in questi propositi la Nostra Apostolica Benedizione, che di tutto cuore vi impartiamo, ed
estendiamo altresì ai membri della Federazione, e a tutte le vostre dilettissime famiglie.
ANGELUS DOMINI
Giovedì, 19 marzo 1970, festività di San Giuseppe
S. Giuseppe: protezione da invocare. La missione, che egli esercitò nel Vangelo, a favore di Maria e
di Gesù nel quadro storico dell’Incarnazione, una missione di protezione, di difesa, di custodia, di
sostentamento, dobbiamo sperare e implorare che l’umile, grande Santo la voglia continuare a
vantaggio della Chiesa, ch’è il corpo mistico di Cristo, è Cristo che vive nella umanità e continua
nella storia l’opera della redenzione. Come nel Vangelo dell’infanzia del Signore, la Chiesa ha
bisogno di difesa e di essere conservata alla scuola di Nazareth, povera, laboriosa, ma viva e sempre
cosciente e valida per la sua vocazione messianica. Ha bisogno di protezione per essere incolume e
per operare nel mondo; e oggi ben si vede quanto grande sia questo bisogno; perciò invocheremo il
patrocinio di San Giuseppe per la Chiesa tribolata, minacciata, sospettata, rifiutata.
Ma non ci basti invocare: dobbiamo imitare. E che Cristo abbia voluto essere protetto da un
semplice artigiano, nell’umile nido della vita familiare ci insegna che ognuno lo può Cristo così
proteggere nel regno delle pareti domestiche e nel mondo del lavoro; e ci persuade che tutti lo
dobbiamo, per il fatto che tutti possiamo professare, cioè difendere ed affermare il nome cristiano
nella nostra casa e nell’esercizio del nostro lavoro. La missione di San Giuseppe diventa la nostra:
custodire e fare crescere Cristo in noi e d’intorno a noi.
Siamo così logicamente portati ad un pensiero particolare, ma per Noi tanto caro e importante:
quello delle ACLI, cioè delle Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani. o di altri Paesi: le
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vogliamo raccomandare tutte al loro Santo Protettore, affinché le sostenga e le benedica, e le renda
sempre valide e fedeli nell’annuncio vissuto del nome di Cristo nell’ambito della famiglia e nel
mondo del lavoro.
La Madonna è certamente con noi.
DISCORSO AD UN GRUPPO DI LAVORATORI ANZIANI DELL’INDUSTRIA
Giovedì, 5 febbraio 1970
Diletti Figli,
Siamo lietissimi di dedicare stamane un saluto di particolare affetto a voi, che costituite il gruppo
dei vincitori dei vari concorsi indetti nello scorso anno dal settimanale «La Gazzetta per i
Lavoratori». E ve lo porgiamo di gran cuore, perché il desiderio vostro di includere nel breve
soggiorno-premio a Roma l’odierno incontro con l’umile Successore di Pietro, ci reca la
consolazione di trovarci, sia pure per pochi momenti, tra una così eletta e ben qualificata
rappresentanza del popolo lavoratore. Grazie, diletti figli, di questo vostro delicato pensiero. Ne
profittiamo non soltanto per dire a voi la Nostra parola di elogio e di compiacimento, ma altresì per
rivolgere il Nostro plauso più sincero a coloro che hanno promosso le gare a cui voi avete
partecipato, e che veramente possono ascriversi tra le iniziative più opportune per elevare il clima
spirituale e culturale dei lavoratori e valorizzare sempre più il loro apporto allo sviluppo delle
aziende. Ma ci piace cogliere un altro consolantissimo significato da questo vostro incontro con
Noi. La vostra presenza, diletti figli, ci dice che voi siete qui venuti per rendere omaggio al Papa,
per testimoniare la vostra fedeltà a Cristo e alla Chiesa, e per partire da questa udienza rinfrancati
nel proposito di forte e sincera vita cristiana. Viaggio-premio adunque, il vostro, ma anche viaggio
di fede. Lasciate allora che rivolgiamo a voi la raccomandazione di amare sempre più questo
incomparabile tesoro, di custodirlo gelosamente, e soprattutto di irradiarne la forza salutare intorno
a voi. Ne ha bisogno in particolar modo il mondo del lavoro, percorso da tanti fermenti pericolosi e
così pieno di pregiudizi nei confronti della Chiesa. Siate quindi di esempio e di guida a tanti vostri
fratelli che hanno bisogno di luce, ed aiutateli a comprendere che la Chiesa è vicina ai lavoratori, li
ama e partecipa alle loro ansie e alle loro legittime aspirazioni per la costruzione di un mondo più
umano, più giusto, più degno dei figli di Dio. In tal modo voi avrete offerto alla società un prezioso
contributo di sanità morale. Avrete professato a Cristo una testimonianza di inestimabile valore.
Avrete meritato che la Chiesa guardi a voi come a figli fedeli e generosi, quali essa richiede in un
periodo così travagliato della sua storia.Con questi voti e con effusione di cuore Noi impartiamo a
tutti voi qui presenti, ai vostri dirigenti e a tutte le vostre famiglie la propiziatrice Apostolica
Benedizione.
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UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Mercoledì, 22 aprile 1970
Chi entra in questa Basilica, se per la prima volta specialmente, subisce il fascino dell’edificio: la
sua vastità, registrata perfino sul pavimento a confronto delle altre più grandi chiese del mondo, il
suo carattere monumentale, la sontuosità di ogni sua parte, dappertutto uno sforzo di grandezza e di
arte, la profondità dei suoi spazi, il trionfo in altezza e in bellezza della sua cupola, tutto attrae lo
sguardo, tutto ferma lo spirito a sé. L’anima si effonde, si distrae. Impressioni d’ogni genere la
incantano: ricordi storici, stimoli estetici, confronti architettonici, meraviglie strane, senso della
costruzione perfetta e gigante . . . L’anima quasi si smarrisce: siamo in un museo? in una casa
incomprensibile da ammirare, ma non da abitare? in un tempio incomprensibile? in un mondo di
sogno, tanto più etereo, quanto più espresso in una magnifica solidità? Questa la prima soverchiante
impressione. Poi l’anima ricerca se stessa: io sono qui per pregare; ma dove? ma come in questo
splendido spazio che sembra non offrire raccoglimento, né riposo, né silenzio allo spirito? Dov’è il
suo mistero? come stabilire una sinfonia fra le note di questo poema trionfante e le timide voci del
mio cuore? come esprimere qui i miei umili desideri, i miei dolori, i miei dubbi, i miei gemiti, le
mie ingenue giaculatorie? E ancora l’anima rimane perplessa e smarrita, e cerca nella complessa
configurazione della Basilica un angolo, un rifugio, dove riprendere fiato e voce per mormorare
un’orazione; e subito questa ricerca è soddisfatta: dovunque essa si volga, ivi è invito alla preghiera,
ad una preghiera che si fa subito intensa e volante nel piano ideale della Basilica: qui è San Pietro, il
testimonio della fede e il centro dell’unità e della carità; qui è la Chiesa, la Chiesa cattolica, la
Chiesa universale, cioè di tutti, la mia Chiesa, per me, per il mio mondo, anzi per tutto il mondo; qui
è Cristo, presente e invisibile, ma parlante del suo regno, della sua vita nei secoli, del suo cielo.
È un itinerario comune; chi entra con animo pio in questo mausoleo, che custodisce la tomba e le
reliquie di San Pietro, lo percorre subito, con lieta fatica, con soddisfatto stupore, con ravvivato
desiderio di andare oltre; e arriva alla domanda che noi ci poniamo: la Chiesa; che cosa fa la
Chiesa? a che cosa serve la Chiesa? qual è la sua manifestazione caratteristica? qual è il suo
momento essenziale? la sua attività piena, che giustifica e distingue la sua esistenza? La risposta
sgorga dalle mura stesse della Basilica: la preghiera. La Chiesa è un’associazione di preghiera. La
Chiesa è una societas Spiritus (Cfr. Phil. 2, 1; S. AUG., Sermo 71, 19; PL 38, 462). La Chiesa è
l’umanità che ha trovato, mediante Cristo unico e sommo Sacerdote, il modo autentico per pregare,
cioè per parlare a Dio, per parlare con Dio, per parlare di Dio. La Chiesa è la famiglia degli
adoratori del Padre «in spirito e verità» (Io. 4. 23). Sarebbe interessante, a questo punto, ristudiare
la ragione della coincidenza della parola «chiesa» attribuita all’edificio eretto per la preghiera e
attribuita all’assemblea dei credenti, i quali sono «chiesa», dentro o fuori che siano dal tempio, che
li raccoglie in preghiera. Si può allora notare, fra le altre cose, come l’edificio materiale, destinato a
raccogliere i fedeli in orazione, possa, e in certa misura (qui resa maestosa) debba essere non solo
luogo di preghiera, domus orationis, ma altresì segno di orazione, edificio spirituale e preghiera essa
stessa, espressione di culto, arte per lo spirito; donde deriva la necessità pratica della costruzione di
luoghi di culto per dare al popolo cristiano l’opportunità di riunirsi e di pregare, e deriva altresì il
merito di quanti si adoperano per costruire quelle «chiese nuove», che devono accogliere e educare
alla preghiera le comunità nuove che sono sprovviste delle loro indispensabili domus orationis,
delle case dove riunirsi per celebrare la loro preghiera comunitaria.
Cioè: noi vorremmo in questo luogo e in questo momento ricordarvi l’appellativo che tanto bene
definisce il cattolicesimo: Ecclesia orans, Chiesa che prega. Questo carattere squisitamente
religioso della Chiesa è essenziale e provvidenziale per essa. Lo insegna il Concilio con la prima
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sua Costituzione sulla sacra Liturgia. E noi dobbiamo ricordare questo carattere della Chiesa, la sua
necessità e la sua priorità. Che cosa sarebbe la Chiesa senza la sua preghiera? che cosa sarebbe il
cristianesimo, che non insegnasse agli uomini come possono e devono comunicare con Dio? Un
umanesimo filantropico? una sociologia puramente temporale? È noto come oggi vi sia la tendenza
a tutto «secolarizzare», e come questa tendenza penetri anche nella psicologia dei cristiani; perfino
nel clero e nei Religiosi. Ne abbiamo parlato altre volte; ma giova riparlarne, perché l’orazione oggi
sta decadendo. Precisiamo subito: l’orazione comunitaria e liturgica sta riprendendo una sua
diffusione, una sua partecipazione, una sua comprensione, che è certamente una benedizione per il
nostro popolo e per il nostro tempo. Dobbiamo anzi portare avanti le prescrizioni della riforma
liturgica in atto, le quali sono state volute dal Concilio, sono state studiate con sapiente e paziente
cura dai migliori liturgisti della Chiesa e suggerite da ottimi esperti delle esigenze pastorali. Sarà la
vita liturgica, bene curata, bene assorbita nelle coscienze e nelle abitudini del popolo cristiano
quella che terrà vigile ed operante il senso religioso nel nostro tempo, così profano e così dissacrato,
e che darà alla Chiesa una nuova primavera di vita religiosa e cristiana.
Ma dobbiamo nello stesso tempo lamentare che la preghiera personale diminuisce, minacciando
così la liturgia stessa di impoverimento interiore, di ritualismo esteriore, di pratica puramente
formale. Il sentimento religioso stesso può venir meno per la mancanza d’un duplice carattere
indispensabile all’orazione: l’interiorità e l’individualità. Bisogna che ciascuno impari a pregare
anche dentro di sé e da sé. Il cristiano deve avere una sua preghiera personale. Ogni anima è un
tempio. «Non sapete - dice San Paolo - che siete il tempio di Dio, e che lo Spirito di Dio abita
dentro di voi?». E quando noi entriamo in questo tempio della nostra coscienza per adorarvi il Dio
presente? saremmo noi delle anime vuote, sebbene cristiane, anime assenti da se stesse, dimentiche
del misterioso e ineffabile appuntamento che Iddio, Iddio Uno e Trino, si degna offrire al nostro
filiale e inebriato colloquio, proprio dentro di noi? Non ricordiamo noi la parola estrema del
Signore, all’ultima cena: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà; e noi
verremo a lui, e faremo dimora presso di lui»? (Io. 14. 23) È la carità che prega (S. Agostino):
abbiamo noi il cuore animato dalla carità, che ci abilita a questa intima preghiera personale?
L’Ecclesia orans è un coro di singole voci vive, coscienti, amorose. Un’iniziativa spirituale
interiore, una devozione personale, una meditazione elaborata col proprio cuore, un certo grado di
contemplazione pensante e adorante, gemente e gaudiosa, questa è la domanda della Chiesa, che si
rinnova e che ci vuole poi testimoni e apostoli. Ascoltiamo l’inno a Cristo, a Dio, che sale da questa
Basilica e procuriamo di assecondarlo con la nostra propria umile voce. Ora e qui; e poi dappertutto
e sempre. Con la Nostra Benedizione Apostolica.
Sacerdoti e seminaristi di Cecoslovacchia
Rivediamo qui volentieri Monsignor Carlo Skoupy, Vescovo di Brno, col quale già ci siamo
intrattenuti in privata udienza lo scorso venerdì, e che ora ci porta il gruppo dei seminaristi
cecoslovacchi e dei sacerdoti convittori del Pontificio Collegio Nepomuceno, entrato ormai nel
quinto decennio della sua proficua esistenza. Siamo assai lieti di ricevervi, diletti figli, che vi
preparate all’ordine sacro, e portate a compimento la vostra formazione spirituale e intellettuale qui
a Roma, presso le sacre memorie degli Apostoli, per essere poi, fra i vostri connazionali, i
continuatori di una tradizione ininterrotta di fedeltà e di amore alla Chiesa, i portatori ardenti e
generosi della fiaccola del Vangelo, il sale della terra, la luce del mondo. Voi siete, voi sarete i
collaboratori della Santissima Trinità nientemeno nell’edificazione della Chiesa: l’ha sottolineato il
Concilio Vaticano II quando ha affermato che «i Presbiteri, in virtù della sacra Ordinazione e della
missione che ricevono dai Vescovi, sono promossi al servizio di Cristo Maestro, Sacerdote e Re,
partecipando al suo ministero, per il quale la Chiesa qui in terra è incessantemente edificata in
Popolo di Dio, Corpo di Cristo e Tempio dello Spirito Santo» (Presbyterorum ordinis, 1). Siate
perciò sempre degni della missione, che a voi si affida, e mantenete intatti per tutta la vita, gli ideali
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di donazione e di fervore di questi anni: e un flusso incessante di grazia si diffonderà dalle vostre
esistenze, e le renderà sempre più preziose per il bene di innumerevoli anime. Risponda a questi
voti la Vergine Santissima con la sua materna protezione, mentre di cuore vi impartiamo la
confortatrice Benedizione Apostolica, che estendiamo alle vostre care famiglie ed alle vostre dilette
diocesi di origine.
Gli assistiti dall’ENAOLI
Ci è poi, molto gradito porgere il nostro paterno benvenuto ai 400 giovani dell’Ente Nazionale
Assistenza Orfani Lavoratori Italiani (ENAOLI), i quali partecipano a Roma ai loro «Giuochi di
Primavera», organizzati dal benemerito Ente. Salutiamo le personalità che li accompagnano, il
Presidente Professor Giaccone, il Direttore Generale Dott. Pini, il Consigliere Ecclesiastico Mons.
Bovone, e i qualificati rappresentanti dei Ministeri e delle Istituzioni, che seguono l’attività
dell’ENAOLI, ed esprimiamo loro il nostro sincero apprezzamento per l’opera che svolgono, con
saggezza e abnegazione, per il bene di codesta fiorente gioventù Ma a voi, soprattutto, desideriamo
rivolgerci, per dirvi che vi seguiamo con tutto il nostro affetto da tanti anni: ci siete tanto vicini e
cari, diletti figli, perché siete giovani; perché siete la speranza di un domani migliore, fondato su
energie sane e generose, quali voi siete; perché siete pensosi del vostro avvenire, e, ormai preparati
in questi anni di formazione tecnica e professionale, vi disponete a dare alla società l’apporto del
vostro lavoro; perché sapete impiegare il tempo libero in queste nobili competizioni sportive, che
certamente vi temprano l’animo, oltre che il fisico, all’esercizio di forti virtù; ma ci siete cari
soprattutto perché il dolore vi ha precocemente visitati e voi siete cresciuti a questa impareggiabile
scuola di nobiltà, che è la sofferenza, specie quella che tocca negli affetti più sacri, lasciando
un’impronta di maturità e di fortezza d’animo che non si cancella più. Per questo vi ripetiamo la
nostra stima, commossa e sincera, e vi incoraggiamo a mantenervi sempre fedeli ai principii che
avete ricevuto. La Chiesa si aspetta molto, oggi, dai giovani: dalla loro esigenza di autenticità, dal
loro coraggio, dalla loro lealtà, dal loro impegno. E noi vi invitiamo a fare onore alla Chiesa, come
alla società, recando il vostro contributo di convinzioni e di opere, che è tanto necessario. A voi, ai
vostri Cari, a quanti hanno contribuito egregiamente alla vostra formazione umana e cristiana, di
cuore impartiamo l’Apostolica Benedizione, pegno della Nostra grande benevolenza.
Un particolare saluto desideriamo rivolgere anche al folto gruppo di bambine ed adolescenti ospiti
dei Centri Medico-Sociali «Santa Zita» di Altopascio ed «Elena Guerra» di Pescia. Sappiamo,
dilette figlie, che vi ha spinte a questa Udienza il desiderio di porgere l’omaggio della vostra
devozione e del vostro affetto al Vicario di Cristo. È, questa, una testimonianza di fede che ci
commuove profondamente e ci reca molto conforto. Vi ringraziamo di cuore, e insieme ringraziamo
le buone Suore Oblate dello Spirito Santo, che vi assistono con tanto amore e dedizione. Vi
assicuriamo la Nostra preghiera, con la quale chiediamo al Signore che esaudisca i vostri desideri e
voglia trasformare in ricca sorgente di grazie e di meriti le fatiche di quanti si prodigano per il
vostro bene. Nel ritornare alle vostre case, dite ai vostri cari, alle vostre compagne e a tutti quelli
che non vi hanno potuto personalmente seguire, che il Papa li ha presenti insieme a voi nel Suo
cuore e tutti paternamente benedice.
Nous sommes heureux de vous saluer, chers représentants de l’«Association sportive de la
Préfecture de Police de Paris», et nous saluons les membres de vos familles qui vous ont
accompagnés. A la rencontre amicale avec le groupe sportif des Agents de Ville de Rome vous avez
voulu ajouter une rencontre de foi avec le Représentant de Pierre au centre de la chrétienté. Soyezen félicités et remerciés. Puissiez-vous emporter de votre séjour romain une joie durable, celle qui
résulte de la fraternité humaine et celle, plus profonde encore, qui est le fruit de la grande fraternité
des enfants de Dieu dans le Christ. C’est en son nom que nous vous bénissons de grand cœur, et que
nous bénissons aussi, avec ceux que vous représentez ici, tous ceux qui vous sont chers.
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Unas palabras de saludo, con nuestra bienvenida, para vosotros, Peregrinos de Guatemala, cuya
devota participacion a esta audiencia agradecemos vivamente. Que vuestra presencia ante la Tumba
de San Pedro sirva para alentar vuestros anhelos de vivir fielmente el cristianismo, cuya esencia en
amor a Dios y a los hermanos los hombres. Que las gratias celestiales os acompaiien copiosas en
vuestros caminos que os deseamos serenos y felices. Prenda de ellas es Nuestra Bendicion
Apostolica.
E agora, aos queridos peregrinos de lingua portuguesa, urna palavra, para vos saudar, com muito
afecto e estima: sede bem-vindos, todos! Em particular, um aceno d e simpatia ao Grupo Cora1 de
Belo Horizonte, denominado «Madrigal Renascentista». Quisestes vir render homenagem ao
Vigario de Cristo, na Nossa humilde pessoa: muito obrigado! Que Deus vos pague, com seus
favores, a delicadeza do gesto; e que sempre, ao cantardes, possa a mensagem do belo, ser para vós
e para os que a ouvem, meio de elevagáo espiritual, até ao Altíssimo, e fonte de serenidade
espiritual, com a paz de consciência. Com estes votos, vos abencoamos, bem como aos vossos
familiares, na pátria distante, o querido Brasil.
UDIENZA GENERALE
Sabato, 25 aprile 1970
Noi vi saluteremo con un grido di stagione, la stagione pasquale, che, come tutti sapete, mette sulle
labbra della Chiesa questa esclamazione: alleluia! Alleluia diremo pertanto noi pure a voi, cari
visitatori, invitandovi tutti a ripeterlo nel cuore con noi. È un grido di gioia, che esprime il
sentimento, semplice e denso ad un tempo, di cui i cuori dei Fedeli traboccano nella celebrazione
della festa della risurrezione di Cristo, per la memoria del fatto storico e reale che conclude la
narrazione evangelica e per l’intelligenza, esultante ed accecata di luce, del mistero della redenzione
e della vita nuova, che da Cristo ai cristiani si estende. Alleluia vuol dire: lode a Dio, ed esprime il
gaudio e l’entusiasmo che sostiene ed accompagna, come un canto, il nostro ormai sicuro
pellegrinaggio verso la pienezza dell’eterna vita (Cfr. S. AUG., Sermo 255; PL 38, 1186).
Un’intenzione occasionale e un’intenzione pastorale suggeriscono a noi questa beatificante parola:
noi vorremmo che voi, visitatori e pellegrini convenuti a questa Udienza generale straordinaria,
aveste a provare un’interiore impressione di gioia, di quella gioia singolare, la quale ancor più sale
dal di dentro dell’anima che non sia tanto provocata dalla sempre stupenda e impressionante visione
dei monumenti dell’Urbe e dalla magnificenza di questa Basilica, ma dal fatto d’essere qui : la gioia
d’essere in questa aula sontuosa ed immensa come in casa vostra, la gioia di sentirvi fedeli autentici,
di sentirvi figli della santa Chiesa, la gioia d’avere raggiunto il polo dell’unità e della carità, la gioia
di sapervi sopra la tomba di San Pietro, e perciò anche voi inseriti, come pietre vive, nel mistico
edificio che Cristo sta misteriosamente costruendo (Cfr. 1 Petr. 2, 5). Alleluia! Noi vorremmo che
tutti voi aveste a gustare questo momento di felicità spirituale, e che ne aveste a comprendere la
verità, la singolarità, la profondità: essere qui, alleluia! Sono così rari i momenti in cui si può essere
felici senza limiti, senza timori, senza rimorsi! Ricordate le strofe del salmo: «Io mi sono rallegrato
quando mi hanno detto: andremo nella casa di Iahve!» (Ps. 121), il Dio delle vittorie. E ancora:
«Quanto sono amabili le tue tende, o Dio dei cieli; gode e si effonde l’anima mia negli atri del
Signore!» (Ps. 83). La religione, la fede, la grazia hanno questi istanti d’esultanza interiore, queste
sorprese dello Spirito, questi preludi dolci e impetuosi della vita di Dio in noi. Sì, alleluia, in Cristo
e nella Chiesa. «Gioia, gioia, pianti di gioia» (PASCAL).
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E se Noi ripetiamo questo grido di esuberante letizia, lo facciamo anche per un’intenzione pastorale.
Non basta la gioia di un attimo di pienezza sensibile e spirituale insieme; la gioia dovrebbe essere
perenne, anche se in un grado inferiore d’intensità. Il credente, colui ch’è riuscito a incontrare, sia
pure nell’incognito del nostro pellegrinaggio terreno (Cfr. Luc. 24, 32) Cristo risorto, dovrebbe
avere sempre dentro di sé il carisma del gaudio. Il gaudio, con la pace, è il primo frutto dello Spirito
(Gal. 5, 22). E noi sappiamo che nel disegno divino della salvezza esiste un rapporto (che ora non
precisiamo) fra lo Spirito e la Chiesa; ci basti ripetere la sentenza scultorea di S. Agostino: quantum
quisque amat Ecclesiam, tantum habet Spiritum Sanctum, quanto uno ama la Chiesa, tanto possiede
lo Spirito Santo (In Io. 32, 8; PL 35, 1635-1646). Per godere del carisma gaudioso dello Spirito,
bisogna amare la Chiesa. Si è parlato del «senso della Chiesa»; noi vorremmo spingere più avanti
questo fenomeno interiore, ed esortarvi ad avere «il gusto della Chiesa», che oggi, purtroppo,
sembra venir meno in tanti che pur della Chiesa si atteggiano a riformatori: hanno gusto della
contestazione, della critica, della emancipazione, della arbitraria concezione, e spesso della sua
disgregazione e demolizione. No, non possono avere il «gusto della Chiesa», e fors’anche nemmeno
l’amore. Una comprensione vera di ciò che è, di ciò che deve essere (Cfr. S. AUG., De moribus
Ecclesiae, 1, 30; PL 32, 1336) noi non vediamo come codesti figli inquieti possono davvero in se
stessi sperimentare. Noi vi auguriamo, Fratelli e Figli, che voi possiate sempre avere nel cuore,
pensando alla Chiesa, alla sua storia, alle sue glorie, alle sue debolezze, ai suoi bisogni, alla sua vera
rinascita postconciliare, avere sulle labbra e nel cuore il grido pasquale: alleluia! Vi esorta, vi
assiste la Nostra Benedizione Apostolica.
La secolare fede della diocesi di Bergamo
Un cordiale benvenuto vogliamo adesso rivolgere al numeroso gruppo di pellegrini della diletta
diocesi di Bergamo, illustre e benedetta patria di Papa Giovanni, guidati dallo zelante pastore, S. E.
Mons. Clemente Gaddi. Avete voluto celebrare, carissimi figli, con un viaggio a Roma il
cinquantesimo anniversario della fondazione del vostro settimanale diocesano «La Domenica del
Popolo», che con le sue 25.000 copie dà il suo prezioso contributo di informazione e di formazione
dei vari strati sociali della vasta diocesi. Ai redattori, ai sostenitori, ai lettori, a tutti i cari
bergamaschi vogliamo esprimere il nostro paterno apprezzamento per tutto quello che il vostro
settimanale (cattolico) da tanti anni ha operato, in mezzo a difficoltà e sacrifici, mentre auguriamo
che esso possa ancora continuare la sua benemerita azione. Desideriamo anche ringraziarvi perché il
vostro pellegrinaggio, il primo che viene ufficialmente a Roma durante il nostro pontificato, vuole
anche essere un filiale atto di devozione alla nostra persona per il cinquantesimo anniversario della
nostra ordinazione sacerdotale. Noi ben conosciamo il vostro secolare attaccamento, geloso e
convinto, alla fede cristiana, trasmessavi dai padri, una fede forte come le vostre massicce
montagne e serena come le vostre verdi pianure: portate sempre alta questa luce divina, e
trasmettetela, insieme con le tipiche virtù della vostra gente, ai vostri figli. Come segno della Nostra
benevolenza ed in auspicio di copiosi doni celesti volentieri impartiamo all’Ecc.mo vostro Pastore,
a tutti i presenti, alle vostre famiglie e alla diocesi di Bergamo la propiziatrice Apostolica
Benedizione.
Ferrovieri del compartimento di Ancona
Salutiamo i mille ferrovieri e operai del Compartimento delle Ferrovie dello Stato di Ancona, e i
trecentocinquanta orfani di ferrovieri, assistiti nei Collegi dell’Opera di Previdenza del Ministero
dei Trasporti di Senigallia e Porto San Giorgio. Li guidano i rispettivi Dirigenti compartimentali e
l’Arcivescovo di Ancona, Monsignor Carlo Maccari, ai quali porgiamo il nostro più cordiale
ringraziamento per aver organizzato, con la collaborazione del Cappellano, Padre Tesei, questo
bell’incontro di anime. Grazie a voi, per la vostra venuta, come per tutte le iniziative spirituali che
sapete organizzare nel corso dell’anno, tra le quali meritano un cenno particolare i bei presepi,
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allestiti in varie stazioni ferroviarie del Compartimento. E grazie a codesti carissimi giovanetti,
venuti con voi a portarci l’attestazione della loro fede e della loro serietà nel prepararsi alla vita. La
vostra presenza ci dice molte cose: ci parla della vostra onestà, del vostro affetto alla famiglia, delle
vostre fatiche quotidiane e notturne nel compimento di uno dei più importanti, necessari e provvidi
servizi della società; ci parla soprattutto del vostro impegno cristiano, della testimonianza che volete
portare nel mondo del lavoro con l’esempio e con la parola, per fare onore alla Chiesa, alla sua
materna presenza, al suo insegnamento per l’elevazione del mondo operaio e per il progresso dei
popoli.
Vi conforti in questa volontà la certezza che il Papa vi segue e vi incoraggia, mentre tutti vi
benedice, abbracciando nella sua preghiera anche i vostri colleghi e i vostri familiari.
I «Villaggi della Famiglia»
Ora, un benvenuto tutto particolare alla nutrita rappresentanza di muratori e abitanti dei «Villaggi
della Famiglia», iniziativa sociale altamente benemerita della città di Brescia e della Congregazione
dei Padri Oratoriani della Pace. È venuto ad accompagnarli il Padre Ottorino Marcolini, che
salutiamo di cuore. E salutiamo voi, cari bresciani, che col vostro lavoro portate un contributo
prezioso ad una delle più urgenti necessità della odierna società: provvedere una casa, che risponda
alla dignità umana e cristiana di chi vi abita. Vi esprimiamo tutto il nostro elogio, perché, con la
vostra opera sapete dimostrare in forma concreta il vostro amore ai fratelli, e così rispondete
fattivamente alle consegne del Concilio Vaticano II, nel quale si è anche sottolineato che
l’abitazione è una esigenza delle famiglie (Apostolicam actuositatem, 11), anzi è un diritto
dell’uomo (Gaudium et spes, 26), e il provvedervi rientra nei compiti della carità e dell’apostolato
laicale (Apostolicam actuositatem, 8, 13). Il Signore vi ricompensi di tanta generosità, vi ricolmi
della sua pace, e faccia delle vostre famiglie altrettante piccole Nazareth, ove regni l’amore
reciproco, il timor di Dio e la pienezza della grazia celeste! È l’augurio che vi facciamo, con la
Nostra Apostolica Benedizione, che impartiamo a voi, qui presenti, ai vostri cari e, specialmente, ai
vostri bambini, agli ammalati, agli anziani.
Giovani dell’Azione Cattolica di Fano
Dobbiamo ora una parola di vivo plauso ad un gruppo assai distinto: sono i soci fondatori del
Circolo giovanile di Azione Cattolica «San Giorgio» di Fano, che commemorano il quarantesimo di
fondazione; con essi è il Nostro venerato Cardinale Giuseppe Paupini, il quale fu tra i fondatori di
quel Circolo e anche il primo assistente ecclesiastico, prima di iniziare il suo alto servizio della
Santa Sede. Ci ha procurato viva compiacenza l’apprendere i motivi, l’impegno, il sacrificio da cui
ha preso vita il sodalizio, vedere com’esso mantenga intatti i propri ideali per la maturazione
cristiana della gioventù, e, soprattutto, costatare come un’attività tanto provvida sia stata sempre
benedetta dal Signore. Il traguardo raggiunto sia pegno di nuovi incrementi, di più ampi sviluppi, di
instancabili iniziative, perché i giovani sono la parte prediletta della Chiesa e della società, e
occorre perciò seguirli con particolare amore, con sapiente attenzione, con trepida sollecitudine.
Tramandate loro la fiaccola ardente, che un giorno sapeste accendere con spirito soprannaturale,
formati a una scuola di grande saggezza: e il Signore sarà con voi, sempre. Auspicio della sua
protezione e del suo premio sia per voi, come per i diletti soci del Circolo, la Nostra Apostolica
Benedizione.
La Pontificia Scuola «Mastai»
Meritevole di un particolare e cordiale saluto, si presenta a noi la Pontificia Scuola «Mastai» Elementare e Media parificate - di Roma, che celebra il centenario della sua fondazione, e che ha
voluto coronare la fausta ricorrenza con l’odierna devota visita al Papa. Ne accogliamo con
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profonda compiacenza Superiori ed Insegnanti, Alunni ed ex-Alunni qui convenuti in cospicuo
gruppo, unitamente ai loro familiari. Mentre il nostro pensiero si eleva, reverente e grato, al Nostro
Predecessore Pio IX di v. m., che tale Scuola promosse e di persona volle inaugurare il 14 ottobre
1869, desideriamo anzitutto esprimere un sincero plauso ai benemeriti Fratelli delle Scuole
Cristiane, ai quali l’Istituzione fu affidata dallo stesso Sommo Pontefice, e che, nell’arco dei cento
anni trascorsi, vi hanno dedicato cure sapienti e generose, sì da farne, per la serietà degli studi e per
il fervore di apostolato, la più conosciuta ed apprezzata scuola del Rione Trasteverino.
Cari e venerati Religiosi! Noi guardiamo con viva riconoscenza alla missione a cui vi siete
consacrati, l’educazione della gioventù; guardiamo alla fede, alla pietà e all’abnegazione che le
danno vigore; guardiamo alla efficacia della vostra pedagogia e alla fiducia che sapete ottenere dalle
famiglie, premurose della formazione dei loro figlioli; guardiamo ai frutti della vostra delicata e
ardua attività, frutti invero abbondanti non solo nella quantità, ma nella qualità altresì, se la loro
qualità deve desumersi dalla perseveranza della formazione impartita e dall’affezione, che i vostri
alunni, anche diventati adulti, conservano per i loro maestri. Abbiate dunque il meritato elogio per
la vostra appassionata opera di educatori e di apostoli, e siate da noi confortati nella costante
dedizione a prodigarvi per il vero e duraturo bene della gioventù. E a voi, carissimi Alunni, siamo
lieti di manifestare il Nostro affetto paterno. Sappiamo con quanta diligenza e forza di volontà
procurate di accogliere e di seguire gli insegnamenti e gli esempi dei vostri maestri. Bravi! Ciò offre
motivo di intimo gaudio al nostro cuore e ci suggerisce ogni migliore speranza per il vostro
avvenire. Continuate ad applicarvi con serietà nella vostra formazione culturale e spirituale; siate
sempre di esempio in mezzo ai vostri compagni; coltivate, come esorta San Paolo, le aspirazioni a
«tutto quello che è vero, tutto quello che è onesto, tutto quello che è giusto, tutto quello che è santo,
tutto quello che rende amabile: e il Signore della pace sarà con voi» (Phil. 4, 8-9). La Nostra
Apostolica Benedizione avvalori i sentimenti e i propositi che la ricorrenza centenaria suscita
nell’animo dei Superiori, degli Insegnanti, degli Alunni ed ex-Alunni della Pontificia Scuola
«Mastai», sia conferma della Nostra incoraggiante benevolenza, e ottenga ad essi e alle rispettive
famiglie i continui favori dell’assistenza celeste.
La società «Viticola Toscana»
Salutiamo ora con vivo compiacimento i partecipanti all’assemblea annuale della Società Agricola
Immobiliare «Viticola Toscana», con sede in Pitigliano, che si svolge in questi giorni a Roma. Il
nostro cordiale benvenuto va al suo Presidente, all’Amministratore Delegato, ai Consiglieri, ai Soci,
ai loro familiari e agli addetti alle fattorie. La delicatezza dei sentimenti che vi ha portati a questa
udienza non lascia insensibile il nostro animo; e ve ne esprimiamo un sincero ringraziamento, lieti
dell’occasione che ci si offre per attestarvi la nostra stima e il nostro affetto. Non ignoriamo lo
scopo della vostra Società, sorta per contribuire a risolvere, in modo più adeguato e moderno, i
numerosi ed assillanti problemi dell’agricoltura. Auspichiamo pertanto che il vostro generoso e
comune impegno sia coronato da fecondi risultati; e vi esortiamo altresì a continuare nel
compimento del quotidiano dovere con serena fiducia, dando sempre un soffio interiore di alti e
nobili pensieri al vostro lavoro, quelli cioè dell’onestà, dell’amicizia, della fratellanza e della
operante solidarietà; ed avvalorando la vostra fatica con la professione franca e coraggiosa della
fede cristiana, che oggi avete voluto attestare presso la tomba del Principe degli Apostoli. Noi vi
accompagniamo col nostro cordiale incoraggiamento e con la preghiera, invocando su di voi, sulle
vostre attività e su tutti i vostri cari, la continua assistenza del Signore, di cui vuol essere consolante
pegno la Nostra Apostolica Benedizione.
Il concorso «Veritas» della diocesi di Grosseto
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Una parola di saluto vogliamo anche indirizzare ai cari studenti, vincitori del «Concorso Veritas»
della Diocesi di Grosseto e dell’Abbazia dei Santi Vincenzo e Anastasio alle Tre Fontane,
accompagnati dall’Amministratore Apostolico Monsignor Primo Gasbarri, dal Provveditore agli
Studi di Grosseto, Dott. Mariano Romano, dai presidi e dai docenti; come pure salutiamo i bambini
dell’orfanotrofio maschile della stessa diocesi, retto dalle Suore di Maria Ausiliatrice. Mentre vi
esprimiamo, carissimi figliuoli, il nostro vivo compiacimento perché questo viaggio a Roma è
testimonianza e premio dell’applicazione da voi dimostrata nello studio della Religione,
desideriamo in questa lieta occasione ripetervi le parole che San Giacomo rivolgeva ai cristiani del
primo secolo: «Accogliete con dolcezza la parola che è stata seminata in voi, e che può salvare le
anime vostre; mettete dunque in pratica la parola, e non vi limitate ad ascoltarla» (Iac. 1, 2122).Date pertanto un concreto esempio di fede cristiana in mezzo ai vostri condiscepoli, in una
gioiosa adesione al messaggio evangelico e in intima unione e amicizia col Cristo Redentore. Con
questi auspici, volentieri vi impartiamo l’Apostolica Benedizione.
Pensiero riconoscente alla città di Cagliari
Voi sapete che ieri io sono stato a Cagliari e ho visitato un villaggio per le famiglie bisognose,
povere: si chiama il villaggio di Sant’Elia. È stata un’accoglienza cordialissima, bellissima. Io ero
circondato da bambini, avevo davanti giovanotti, avevo tutte quelle famiglie intorno a me; sono
andato a piedi anche in mezzo al quartiere, sono salito a visitare una casa dove c’era una famiglia
poverissima e la mamma inferma con sei figli, e un padre, ottimo e laborioso, ma
semidisoccupato.Un’accoglienza commovente; ho quasi dovuto difendermi dalle unanimi
espressioni di cordialità, e sono partito pacificamente. Se voi leggete i giornali di questa mattina,
anche quelli, anzi, purtroppo quelli, che si dicono i grandi giornali, vedete assolutamente travisata la
notizia: dovrei dire che questa volta non sono giornali informatori, ma sono deformatori! Dobbiamo
dare questa rettifica non solo per la verità, ma anche per l’onore di quella popolazione, non meno
cordiale e cortese di tutta l’immensa folla cagliaritana e sarda incontrata nella Nostra visita.
DISCORSO AI PELLEGRINI CONVENUTI NELLA BASILICA VATICANA
NELLA FESTA DI SAN GIUSEPPE ARTIGIANO
Venerdì, 1° maggio 1970
La vostra venuta coincide quest’oggi con il 1° maggio, giorno dedicato alla celebrazione del
Lavoro, che, come tutti sanno, ha assunto nella società moderna una valutazione di primaria
importanza, e che la Chiesa ha onorato con tanti suoi insegnamenti.Quali siano le dottrine, quali i
problemi, quali gli avvenimenti che si riferiscono al Lavoro Noi adesso non intendiamo trattare.
Solo ci basti invitare voi tutti a innalzare al Signore una speciale preghiera per il mondo del lavoro
secondo alcune particolari intenzioni.Vogliamo pregare affinché il concetto del lavoro sia visto nel
piano di Dio in ordine alla natura ed alla persona umana, la quale mediante il lavoro esplica il suo
ingegno e le sue energie e perfeziona se stessa, e mediante il lavoro conquista il dominio delle cose
e le pone al proprio servizio.Perciò pregheremo affinché il lavoro, e specialmente quello moderno
che pone strumenti meravigliosi nelle mani dell’uomo, sia considerato come sintesi, non come
contrasto fra il suo ingegno e la sua opera, e sia così in sempre più larga misura estesa l’efficienza
dell’attività umana e insieme diminuita la fatica, così che l’uomo trovi nel lavoro la sorgente del
progresso, cioè del benessere sia materiale che spirituale.Pregheremo parimente affinché la
distinzione fra gli uomini, che deriva dalla diversa funzione esercitata nell’esecuzione e
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nell’incremento del loro operare, non li renda avversari fra loro, ma collaboratori, li educhi alla
solidarietà, non alla separazione sociale, non accresca in loro l’egoismo e la lotta, ma piuttosto il
senso dell’ordine reclamato dalla complessità dell’impresa e dal pubblico bene, e trovi il suo giusto
e libero equilibrio nella saggia partecipazione alla responsabilità dell’organizzazione dell’impresa
stessa e nell’equa distribuzione dei profitti economici e dei diritti civili.
Ancora bisogna pregare per la concordia fra le categorie sociali, anche nella fase sempre aperta
della difesa dei rispettivi interessi, per la tutela e la promozione economica e morale delle classi
sociali oggi meno favorite, e specialmente per la schiera ancora immensa degli umili, dei poveri, dei
disagiati, dei bisognosi, degli oppressi, dei disoccupati, dei profughi, degli emigranti, dei lavoratori
impegnati a fatiche estenuanti e malsane.Pregheremo specialmente per i giovani, quelli delle nuove
leve del lavoro, affinché siano convenientemente istruiti e preparati, siano socialmente, moralmente
e spiritualmente assistiti, in modo che essi sentano e vivano la dignità della loro condizione: non
decadano nella volgarità e nel disgusto dell’ambiente, dove spesso la fatica, la disciplina, la
promiscuità, il gregarismo li obbligano a vivere; possano integrare con l’educazione, la cultura, il
risparmio, la ricreazione, l’amicizia, la preghiera, la pesante e monotona loro attività; e sappiano
prepararsi alla felicità e al dovere dell’amore sano e della famiglia buona, ed insieme nutrire la
coscienza del servizio leale e generoso alla comunità civile.Pregheremo anche per la donna
introdotta oggi in ogni campo di lavoro, affinché, tanto dotata di umane qualità e tanto educabile ad
ogni perfezionamento, ella possa dimostrare la sua capacità ed il suo valore, possa conservare la sua
peculiare personalità spirituale e morale, e possa infondere negli ambienti nei quali presta l’opera
sua quel senso del dovere, quella delicatezza pia, dignitosa e gentile di sentimento e di costume,
ch’è propria della sua privilegiata natura.E infine una preghiera per ogni singolo lavoratore, perché
ami il proprio lavoro, lo compia con dedizione, con dignità, con onestà, vi acquisti abilità e
competenza, senta nel suo animo la parentela che lo unisce a Cristo lavoratore e salvatore, e sappia
in sé alimentare quella coscienza religiosa e morale che lo rende vero uomo forte, diritto, generoso e
libero, ed insieme sincero cristiano chiamato alla dignità, alla speranza e alla beatitudine del regno
di Dio.San Giuseppe, oggi venerato come esempio e come protettore del mondo del lavoro, voglia
avvalorare la nostra preghiera. A voi tutti la Nostra Benedizione.
Siamo debitori di un vivo ringraziamento ai cinquecento operai di Prato, venuti, insieme col loro
Vescovo, a dirci tutto il loro affetto per il 50° anniversario del Nostro sacerdozio. Sappiamo bene
che, per compiere questo atto gentile, avete voluto sostare appositamente a Roma, nel
pellegrinaggio che vi porterà a Pompei: ne cogliamo occasione per raccomandarci alle preghiere,
che eleverete in quel celebre santuario mariano. Avrete un ricordo per Noi, vero? Per le Nostre
intenzioni nell’universale ministero pontificale, per il peso quotidiano della sollicitudo omnium
Ecclesiarum, della sollecitudine per tutte le Chiese (2 Cor. 11, 28), per le sofferenze e le ansie del
mondo. E Noi ricambieremo la vostra carità con una particolare invocazione al Signore e alla
Vergine Santa per voi, per le vostre famiglie, per i vostri figli, per il vostro lavoro, e soprattutto
perché continuiate ad essere figli fedeli della Chiesa, facendo onore, sempre, al nome cristiano. Vi
accompagna la Nostra Apostolica Benedizione, che impartiamo a voi, al vostro zelantissimo
Vescovo e, per il suo tramite, all’intera città e diocesi di Prato.
Un paterno saluto rivolgiamo ora al gruppo dei fedeli di Bozzolo e di Cicognara-Roncadello Po,
venuti pellegrini a Roma a conclusione delle manifestazioni commemorative del loro venerato
parroco, l’indimenticabile Don Primo Mazzolari.Siate i benvenuti, figli carissimi ! Se grande è la
gioia vostra per questo odierno incontro col Papa, non minore è la consolazione che Noi stessi
proviamo nel vedere i vincoli di affetto e di venerazione che ancora vi legano a colui che per tanti
anni, con fede generosa e dedizione piena, fu guida e padre delle vostre anime. Niente più prezioso
e desiderabile di questa intima unione spirituale tra clero e fedeli. Né potevate offrire alla memoria
dello scomparso tributo più degno di questa pubblica testimonianza di amore e venerazione alla
152
persona del Vicario di Cristo; testimonianza, nella quale ci piace ravvisare la conferma dei vostri
impegni di vita cristiana e il proposito di rimanere «forti nella fede» (1 Petr. 5, 9).È questo il
significato che Noi amiamo attribuire anche alla lampada che ci avete chiesto di benedire e di
accendere, e che arderà perennemente sulla tomba del vostro antico parroco, mettendo in pratica in
tal modo l’esortazione dell’apostolo Paolo: «Tenete viva la memoria dei vostri capi che vi hanno
predicato la parola di Dio, e considerando quale è stata la fine della vita da essi vissuta, imitate la
loro fede» (Hebr. 13, 7).Con questi sentimenti, aderiamo volentieri al vostro desiderio, e con
effusione di cuore impartiamo a voi e a tutti i vostri cari la propiziatrice Apostolica Benedizione.
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 24 giugno 1970
Il nostro studio su lo spirito del Concilio, quello spirito che deve formare in noi una nuova ed
autentica mentalità cristiana e deve esprimersi in un nuovo stile di vita ecclesiale, ci porta
facilmente al tema della povertà. Se ne è parlato molto. Aprì il discorso il Nostro venerato
Predecessore Papa Giovanni XXIII con il radiomessaggio ai cattolici di tutto il mondo, un mese
prima del Concilio, accennando, fino d’allora, ai problemi che la Chiesa trova davanti a sé, dentro e
fuori dell’ambito suo, e affermando che «la Chiesa si presenta qual è, e vuole essere, come la
Chiesa di tutti e particolarmente la Chiesa dei Poveri» (A.A.S. 54 (1962), p. 682). Questa parola
ebbe un’eco immensa. Era essa stessa eco d’una parola biblica, venuta da lontano, dal Profeta Isaia
(Cfr. Is. 58, 6; 61, 1 ss.) e fatta propria da Gesù, nella sinagoga di Nazareth: «Io sono mandato per
annunciare ai Poveri la buona novella» (Cfr. Luc. 4, 18). Tutti sappiamo quale importanza abbia in
tutto il Vangelo il tema della povertà: a cominciare dal sermone delle beatitudini, nel quale i
«Poveri di spirito» hanno il primo posto, non solo nel sermone, ma nel Regno dei cieli, per
continuare nelle pagine dove gli umili, i piccoli, i sofferenti, i bisognosi sono magnificati come i
cittadini preferiti del medesimo regno dei cieli (Matth. 18, 3) e come i rappresentanti viventi di
Cristo stesso (Matth. 25, 40). L’esempio poi, e soprattutto, di Cristo è la grande apologia della
povertà evangelica (Cfr. 2 Cor. 8, 9; S. AUG., Sermo 14; PL 38, 115). Sappiamo; e faremo bene a
ricordarlo, proprio in omaggio a quella autenticità cristiana, che, auspice il Concilio, conforme aI
genio spirituale del nostro tempo, noi tutti andiamo cercando.
PRINCIPIO TEOLOGICO E MORALE
Il tema è molto vasto; e Noi non pretendiamo affatto darvi qui svolgimento; solo lo ricordiamo, per
la sua importanza teologica: la povertà evangelica comporta infatti una rettifica del nostro rapporto
religioso, con Dio e con Cristo, a causa dell’esigenza primaria che questo rapporto afferma dei beni
dello spirito nella classifica dei valori degni d’essere prefissi alla nostra esistenza, alla nostra ricerca
e al nostro amore: «Cercate come prima cosa il regno di Dio» (Matth. 6, 33); e che svaluta - ecco la
povertà! - nella graduatoria di stima verso i beni temporali, la ricchezza, la felicità presente, al
confronto con il sommo Bene, che è Dio, e con il suo possesso, che è la nostra eterna felicità.
L’umiltà dello spirito (S. AUG., Enarr. in Ps. 73; PL 36, 943) e la temperanza, e sovente il
distacco, sia nel possesso, che nell’uso dei beni economici, costituiscono i due caratteri della
povertà, che il Maestro divino ci ha insegnata con la sua dottrina e ancor più, come dicevamo, col
suo esempio: Egli si è rivelato, socialmente, nella povertà. Come subito si vede, questo principio
teologico, su cui si fonda la povertà cristiana, diventa un principio morale, informatore dell’ascetica
cristiana: la povertà, vista nell’uomo, è, più che un dato di fatto, il risultato volontario d’una
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preferenza d’amore, scelta per Cristo e per il suo regno, con rinuncia, ch’è una liberazione, alla
cupidigia della ricchezza, la quale comporta una serie di cure temporali e di vincoli terreni,
occupando con prepotenza grande spazio nel cuore. Ricordiamo l’episodio evangelico del giovane
ricco, il quale, posto nell’alternativa della sequela di Cristo, e dell’abbandono delle proprie
ricchezze, preferisce queste a quella, mentre il Signore «lo guarda e lo ama» (Marc. 10, 21), e lo
vede andarsene tristemente.
Ma il Concilio ci ha richiamato, ancor più che alla virtù personale della povertà, alla ricerca e alla
pratica d’un’altra povertà, quella ecclesiale, quella che dev’essere praticata dalla Chiesa in quanto
tale, come collettività riunita nel nome di Cristo. Vi è in una pagina del Concilio una parola grande
a questo proposito; la citiamo anche tra le molte altre, che incontriamo su questo tema nei
documenti conciliari; essa dice: «Lo spirito di povertà e di amore è infatti la gloria e la
testimonianza della Chiesa di Cristo» (Gaudium et spes, 88). Essa è una parola luminosa e vigorosa,
che esce da una coscienza ecclesiale in pieno risveglio, avida di verità e di autenticità, e desiderosa
di affrancarsi da costumanze storiche, che ora si dimostrassero difformi dal suo genio evangelico e
dalla sua missione apostolica. Un esame critico, storico e morale, s’impone per dare alla Chiesa il
suo volto genuino e moderno, in cui la presente generazione desidera riconoscere quello di Cristo.
Chi ha parlato a questo proposito si è particolarmente soffermato sopra questa funzione della
povertà ecclesiale, quella cioè di documentare la giusta visibilità della Chiesa (Cfr. CONGAR, Pour
une Eglise servante et pauvre, p. 107). Così parlò specialmente il Card. Lercaro, alla fine della
prima sessione del Concilio (6 dicembre 1962), insistendo su l’«aspetto», che la Chiesa oggi deve
mostrare, agli uomini del nostro tempo in modo particolare, l’aspetto col quale si è rivelato il
mistero di Cristo: l’aspetto morale della povertà, e l’aspetto sociologico della sua estrazione
preferenziale fra i Poveri.
ESPERIENZE STORICHE
Tutti vediamo quale forza riformatrice abbia l’esaltazione di questo principio: la Chiesa dev’essere
povera; non solo; la Chiesa deve apparire povera. Forse non tutti vedono quali giustificazioni
possono darsi di aspetti diversi assunti storicamente dalla Chiesa nel corso della sua vita secolare e
al contatto con particolari condizioni della civiltà; quando, ad esempio, l’aspetto della Chiesa
apparve come quello d’una grande proprietaria terriera, essendo lei impegnata a rieducare le
popolazioni al lavoro dei campi; ovvero come quello d’un potere civile, quando sfasciatosi questo,
occorreva chi lo esercitasse con umana autorità; ovvero quando per esprimere il suo carattere sacro
e il suo genio spirituale ornò di magnifici templi e di ricche vesti il suo culto; o per esercitare il suo
ministero assicurò pane e decoro ai suoi ministri; o per dare impulso all’istruzione o all’assistenza
del popolo fondò scuole e aperse ospedali; o ancora per immedesimarsi nella cultura di dati
momenti storici parlò sovranamente il linguaggio dell’arte (Cfr. ad es. G. KURTH, Les origines de
la civilisation moderne).
I MEZZI ECONOMICI E I FINI
Come si potrebbe, proprio ad onore dell’economia di povertà della Chiesa, facilmente dimostrare
che le favolose ricchezze, che di tanto in tanto certa pubblica opinione le attribuisce, siano di ben
diversa misura, spesso insufficienti ai bisogni modesti e legittimi della vita ordinaria, sia di tanti
ecclesiastici e religiosi, sia di istituzioni benefiche e pastorali. Ma non vogliamo ora fare questa
apologia. Accettiamo piuttosto l’istanza che gli uomini d’oggi, specialmente quelli che guardano la
Chiesa dal di fuori, fanno affinché la Chiesa si manifesti quale dev’essere, non certo una potenza
economica, non rivestita di apparenze agiate, non dedita a speculazioni finanziarie, non insensibile
ai bisogni delle persone, delle categorie, delle nazioni nell’indigenza. Né vogliamo ora esplorare
questo campo immenso del costume ecclesiale. Vi accenniamo appena, affinché sappiate che noi lo
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abbiamo presente e che già vi stiamo lavorando con graduali, ma non timide riforme. Noi notiamo
con vigile attenzione come in un periodo come il nostro, tutto assorbito nella conquista, nel
possesso, nel godimento dei beni economici, si avverta nella opinione pubblica, dentro e fuori della
Chiesa, il desiderio, quasi il bisogno, di vedere la povertà del Vangelo e la si voglia ravvisare
maggiormente là dove il Vangelo è predicato, è rappresentato; diciamo pure: nella Chiesa ufficiale,
nella nostra stessa Sede Apostolica.
Siamo consapevoli di questa esigenza, interna ed esterna, del nostro ministero; e, con la grazia del
Signore, come già molte cose sono state compiute in ordine alle rinunce temporali e alle riforme
dello stile ecclesiale, così proseguiremo, col rispetto dovuto a legittime situazioni di fatto, ma con la
fiducia d’essere compresi e aiutati dal popolo fedele, nel nostro sforzo di superare situazioni non
conformi allo spirito e al bene della Chiesa autentica. La necessità dei «mezzi» economici e
materiali, con le conseguenze ch’essa comporta: di cercarli, di richiederli, di amministrarli, non
soverchi mai il concetto dei «fini», a cui essi devono servire e di cui deve sentire il freno del limite,
la generosità dell’impiego, la spiritualità del significato. E alla scuola del divino Maestro
ricorderemo tutti di amare simultaneamente la povertà ed i Poveri; la prima per farne austera norma
di vita cristiana, i secondi per farne oggetto di particolare interesse, siano essi persone, classi,
nazioni bisognose di amore e di aiuto. Anche di questo ci ha parlato il Concilio. Abbiamo cercato e
cercheremo di ascoltarne la voce. Ma il discorso su la Chiesa dei Poveri dovrà continuare; per noi e
per voi tutti, con la grazia del Signore. E con la Nostra Apostolica Benedizione.
Cappellani dell’ONARMO
Dobbiamo una parola di beneaugurante saluto e di paterno incoraggiamento ai numerosi Sacerdoti,
partecipanti alla VI1 settimana di studio sulla pastorale nel mondo del lavoro, promossa
dall’ONARMO. Bravi e generosi Cappellani del lavoro! Voi portate nel compimento del mandato,
affidatovi dai rispettivi Vescovi, la testimonianza vissuta dell’interesse sincero che la Chiesa nutre
per le categorie lavoratrici. Continuate con fermezza e fiducia, pur in mezzo alle immancabili
difficoltà, a compiere il vostro zelante ministero, dedicando ad esso . le cure più vigili e generose, e
promuovendone un sempre più efficiente inserimento organico nei programmi pastorali della
Comunità ecclesiale.L’approfondimento del tema proposto alla vostra riflessione in questa
settimana di studio: «l’apostolato sacerdotale nel mondo del lavoro, nel quadro della pastorale
d’insieme della Chiesa locale», come apre vaste prospettive di coordinata attività, così possa
stimolare il vostro impegno a seguire fedelmente l’orientamento e le direttive dei Sacri Pastori, con
rispettoso amore, con devota obbedienza e con volonterosa collaborazione. Noi auguriamo alla
vostra fatica il più fruttuoso e consolante successo, vi accompagniamo con le Nostre preghiere e di
cuore vi benediciamo.
Sacerdoti di varie diocesi
Salutiamo ora i vari gruppi di sacerdoti provenienti dalle diocesi di Genova, di Milano, di Bologna,
di Tortona, di Trento. Diletti figli sacerdoti! Sappiamo che alcuni di voi sono sacerdoti novelli, altri
celebrano il decennale della loro ordinazione, altri ancora il 25°: sono circostanze, queste, piene di
significato, che invitano ognuno di noi a riflettere sulla grandezza della vostra dignità di «ministri di
Cristo e dispensatori dei misteri di Dio» (1 Cor. 4, 1), e sulle responsabilità che ne conseguono.
Sappiamo anche che avete voluto celebrare queste date vicini al Vicario di Cristo, animati dal
comune intento di protestargli la vostra filiale devozione. Vi ringraziamo di cuore per il delicato
pensiero, che conferma in noi la convinzione che il Signore vi guarda con specialissimo amore. Vi
diremo adunque: siate fedeli alla chiamata del Signore, siate generosi, siate fiduciosi nel vostro
sacerdozio, senza mai assimilarvi al mondo, ma al mondo dedicando il vostro servizio pastorale,
senza indulgere al suo spirito, ma sempre mantenendo intatta la vostra personalità e individualità
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sacerdotale e lasciandovi sempre dirigere, come figli di Dio, dallo Spirito di Dio: «Quicumque enim
Spiritu Dei aguntur, ii sunt filii Dei» (Rom. 8, 14). Noi vi saremo vicini con la Nostra preghiera, e
mentre vi ringraziamo del dono che avete fatto di voi stessi alla Chiesa, vi impartiamo di cuore
1’Apostolica Benedizione.
Delegati del «Secours Catholique»
Nous nous tournons maintenant avec joie vers les Délégués diocésains du Secours catholique
français, qui entourent leur bien aimé et si dévoué Secrétaire général, notre et votre cher
Monseigneur Jean Rodhain. Chers Fils et chères Filles, votre pèlerinage à Rome, sur la tombe du
premier pape Saint Pierre et sur celle du diacre Saint Laurent, illustre à merveille votre inséparable
fidélité au Saint-Siège et aux pauvres. Dans notre société, qui laisse subsister tant de détresses, vous
représentez, à un titre particulier, l’œil vigilant, le cœur affectueux, la main diligente de l’Eglise:
«La charité ne passe jamais» (1 Cor. 13, 8). Dans l’amour sans frontières du Christ, vous
rassemblez donateurs et bénéficiaires, et vous favorisez la rencontre et l’action solidaire de tous
ceux qui veulent marcher sur les traces du bon Samaritain en vivant une charité quotidienne,
généreuse et efficiente. De tout cœur Nous vous disons notre vive gratitude pour ce témoignage vrai
d’amour chrétien. Et en attendant d’avoir la joie d’accueillir l’an prochain le grand rassemblement
que vous êtes venus préparer ici en précurseurs, Nous vous exprimons, avec notre satisfaction, nos
paternels encouragements.
Nous adressons aussi un salut spécial aux chers séminaristes de Dijon, à leur Supérieur, à leurs
professeurs. Comme Nous Nous réjouissons, chers amis, de votre démarche filiale, de votre souci
de prendre ici contact avec la longue histoire de l’Eglise et avec ceux qui, aujourd’hui, portent, avec
Nous, la sollicitude de toutes les églises! Dans ces sentiments de communion confiante, vous
chercherez à acquérir une connaissance approfondie du message du Christ dont vous serez, de façon
spéciale, les hérauts, et à pénétrer dans son mystère dont vous deviendrez bientôt les dispensateurs.
Un tel service requiert de vous, vous le savez, une consécration totale, mais vous vaut aussi la joie
sans partage des amis du Christ. Qu’il vous guide sur le chemin où tant de saints prêtres nous ont
précédés. En le lui demandant, Nous vous donnons de grand cœur, à tous, Notre affectueuse
Bénédiction Apostolique.
Nous saluons avec une particulière affection les 200 adolescentes du Mouvement «Generazione
nuova», actuellement en Congrès international à Rocca di Papa. Chères jeunes, vous êtes venues
d’Italie, de France, de Belgique, d’Angleterre et de Portugal. Nous savons votre commune volonté
de prendre au sérieux votre vie chrétienne, et de servir l’Eglise de votre mieux dans le monde
nouveau qui se construit. Merci du beau témoignage que vous donnez déjà à tous .., et merci des
vœux de fête que vous etes venues Nous apporter aujourd’hui. De tout coeur Nous vous bénissons,
Nous bénissons tous les jeunes de votre Mouvement, vos familles, vos pays.
Il Nostro paterno saluto si rivolge anche ai ricoverati di un benemerito Ospedale Provinciale
dell’Aquila, accompagnati dal Comm. Pasquale Santucci, Presidente della Amministrazione
Provinciale, dai dirigenti, dai medici e dal personale di assistenza. Vogliamo augurarvi, carissimi
figli, che possiate presto ritornare, ristabiliti e rinfrancati nel corpo e nello spirito, alla serenità delle
vostre famiglie. A questo fine invochiamo sulle vostre persone, sui vostri cari, e su quanti hanno
cura di voi, copiosi favori celesti, in pegno dei quali impartiamo l’Apostolica Benedizione.
Vogliamo anche indirizzare una parola di saluto e di augurio ai dirigenti e ai giovani atleti del «XII
Torneo di Calcio Industria e Sport», organizzato dalla Società Ottico-Meccanica Italiana. L’attività
sportiva, alla quale dedicate con impegno il vostro tempo libero, sia per voi, carissimi figli,
autentica palestra di sano e generoso agonismo, e di fraterna lealtà: giovi pertanto alla vostra
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formazione umana, al perfezionamento morale e all’equilibrio del vostro spirito (Cfr. Gaudium et
spes, 61). Con questi voti, volentieri impartiamo a voi, ai vostri dirigenti e a tutte le persone care
1’Apostolica Benedizione.
Ein Wort herzlicher Begrüssung richten Wir noch an die Teilnehmer eines Schulungskurses vom
«Internationalen Zentrum Pius des Zwölften» in Rocca di Papa. In lobenswerter Weise bemühen Sie
sich, die wertvollen Anregungen, die das Konzil gab, in der Heiligung Ihres christlichen Alltags zu
verwirklichen. Setzen Sie sich auch in Zukunft mit Nachdruck dafür ein, dass die
Konzilsdokumente, diese unerschöpfliche Quelle tiefer religiöser Gedanken, aufmerksam gelesen
und ihr Inhalt immer mehr bekannt werde.
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 8 luglio 1970
Un altro carattere del Concilio, dopo quelli che abbiamo in precedenti udienze considerati, ha dato
al Vaticano Secondo una sua nota speciale, ed è il carattere pastorale. Così lo ha voluto Papa
Giovanni XXIII, il quale, fino dal suo discorso inaugurale, ha manifestato il proposito che il
magistero del Concilio da lui convocato dovesse avere un’indole prevalentemente pastorale (A.A.S.
54 (1962), p. 585). Cosi è stato. Basta ricordare che uno dei documenti conciliari, l’ultimo ed il più
diffuso, è intitolato «Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo»: è la Gaudium
et spes, ormai famosa. Così l’altra Costituzione principale, dogmatica questa: Lumen gentium circa
la Chiesa, richiama continuamente le nozioni ed i doveri della funzione pastorale (Lumen gentium,
26-27); come pure la Costituzione sulla sacra Liturgia (Sacrosanctum Concilium, 33-36; 43-46);
come è ovvio che il contenuto del Decreto Christus Dominus, sull’ufficio dei Vescovi, riguardi
principalmente il carattere pastorale della loro funzione (Christus Dominus, 16); e parimente quello
sulla formazione sacerdotale Optatam totius (Ad gentes, 5-6); quello sulle Missioni Ad gentes
(Optatam totius, 12; 19-20); e così via.
L'ORIGINE DI VENERANDA NOZIONE
Sebbene questo vocabolo « pastorale » sia chiarissimo per l’uso continuo che se ne fa, giova
ricordarne l’origine. Deriva dal linguaggio antico e classico: Omero chiamò i re pastori di popoli;
deriva specialmente dal linguaggio biblico (Cfr. Ier. 31, 10; Ez. 34); ma prende per noi il suo tipico
significato nel Vangelo, sulle labbra di Gesù, che ama definire se stesso: «Io sono il buon Pastore»
(Io. 10, 11, 14; Matth. 15, 24; Luc. 15, 4-7; Hebr. 13, 20; 1 Petr. 2, 25), e deriva dall’attribuzione
della funzione pastorale, tre volte ripetuta, che Cristo risorto riferisce a Pietro, come conseguenza e
come prova del suo amore per Lui (Io. 21, 15-17): se mi ami, sii pastore del mio gregge. Dunque: la
pastoralità non ha importanza soltanto nel Concilio, l’ha nel Vangelo; e questa coincidenza ci
dimostra ancora una volta come sul Vangelo sia ricalcato il Concilio. Ma che cosa comporta questo
concetto di pastoralità? l’analisi di esso meriterebbe una lunga meditazione. Riassumiamo. È fuori
dubbio che la funzione pastorale comporta l’esercizio di un’autorità. Il Pastore è capo, è guida; è
maestro, potremmo anche dire, se è vero ciò che dice Gesù, che il suo gregge ascolta e segue la sua
voce di buon Pastore (Io. 10, 3-4). Un’autorità, che non è conferita dal gregge; una prerogativa, una
responsabilità, un’iniziativa, che lo precede: ante eas vadit (Io. 10, 4), e che non si fa condurre da
lui, come vorrebbe certa concezione dell’autorità. Ma subito una seconda nota, coesistente con
quella dell’autorità, definisce il Pastore, nel disegno costituzionale evangelico; ed è quella del
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servizio. L’autorità, nel pensiero di Cristo, non è a beneficio di chi la esercita, ma a vantaggio di
coloro ai quali si rivolge; non da loro, ma per loro.
Questa concezione è ciò che la giustifica (ricordiamo ancora una volta la celebre formula del
Manzoni nel delineare il profilo ideale del Card. Federigo: «Non ci può essere giusta superiorità di
uomo sopra gli uomini, se non in loro servizio») (MANZONI, I Promessi Sposi, c. XXII). Ne
abbiamo già e spesso parlato: l’autorità è un dovere, è un peso, è un debito, è un ministero verso gli
altri, per condurli alla vita, di cui Dio l’ha resa dispensatrice (Tit. 1, 7; 1 Cor. 4, l-2; 1 Petr. 4, 10;
Luc. 12, 42), ed a cui Dio vuole che essi possano giungere. È un canale; canale obbligato,
necessario, ma salutare. Si chiama «cura d’anime». Questa è la funzione pastorale. E questo aspetto
di «cura d’anime», nel quale si perfeziona il concetto della pastoralità, ci apre una nuova visione, ci
indica una terza nota, oltre quelle dell’autorità e del servizio; la nota dell’amore: è un servizio
compiuto per amore e con amore. E l’amore, se davvero è tale, porta subito alla sua espressione
assoluta, il dono totale di sé, il sacrificio; proprio come Gesù ha detto ed ha fatto di Sé e propone ad
esempio di chi nell’ufficio di Pastore lo seguirà: «Il buon Pastore dà la vita per il suo gregge» (Io,
11. 10).
GLI INEFFABILI VINCOLI DI CRISTO
Qui vi è compresa una duplice somma di requisiti pastorali; una somma soggettiva di virtù proprie
di chi esercita la cura d’anime; e quante sono! La premura (ricordiamo la sollicitudo di San Paolo)
(2 Cor. 11, 28), il disinteresse, l’umiltà, la tenerezza (cfr. ancora San Paolo nel commovente
discorso ai Cristiani di Mileto) (Act. 20, 19); e poi la somma oggettiva delle esigenze dell’arte
pastorale, cioè lo studio e l’esperienza di quanto interessa la cura d’anime, fino a classificare la
funzione pastorale fra le scienze derivate dalla teologia; la teologia pastorale, nei cui tesori la
psicologia (si veda, ad esempio, il libro terzo della famosa Regala pastoralis di San Gregorio
Magno), e la sociologia, oggi tanto in voga, figurano con legittima dignità. Donde si conclude che la
pastoralità non vuol dire empirismo e bonarietà nei rapporti comunitari, né tanto meno esclusione
dal ricorso a principi dottrinali indispensabili per l’energia e la fecondità stessa dell’apostolato
pastorale; ma significa piuttosto applicazione concreta, esistenziale delle verità teologiche e dei
carismi spirituali all’apostolato, a quell’apostolato che arriva alle singole anime e alla comunità
delle persone, e che, dicevamo, si chiama cura di anime. Tutto questo riguarda, voi ci direte, la
gerarchia, il sacerdozio ministeriale, i Pastori, che nel Popolo di Dio sono investiti della specifica
funzione di procurare ai Fedeli i doni della parola, della grazia, della carità comunitaria. È vero. Ed
è questa la nostra responsabilità, piena e diretta, tanto più impegnativa quanto più prossimo è il
grado che ci unisce alla Persona di Cristo e alla sua missione della salvezza.
Ma ricordate che il Concilio ha richiamato in onore di memoria e di esercizio anche il Sacerdozio
comune dei Fedeli (Lumen gentium, 10-11), Sacerdozio regale, come proprio San Pietro lo chiama
(1 Petr. 2, 5-9); ha svegliato in ogni cristiano il senso della sua responsabilità nel grande quadro
della salvezza (Cfr. Lumen gentium, 30-34); ogni Fedele dev’essere missionario (Cfr. Ad gentes,
36); anzi ha riconosciuto che certe forme di apostolato non possono essere esercitate propriamente
che dai Laici (Lumen gentium, 31; Gaudium et spes), dedicando all’apostolato dei Laici un intero
Decreto (Apostolicam actuositatem). Si direbbe che il Concilio ha fatto propria la parola biblica: (Il
Signore) «diede comandamenti a ciascuno a riguardo del suo prossimo (Eccli. 17, 12). Ha voluto
creare un’atmosfera di pastoralità collettiva e scambievole; ha voluto stringere i vincoli operativi
della carità che tutti ci unisce in Cristo; ha voluto ridare alla Chiesa, nelle sue moderne strutture,
l’entusiasmo, la solidarietà, la sollecitudine della primitiva comunità cristiana (Cfr. Act. 4, 32 ss.).
Operazione-cuore, potremmo dire in linguaggio pubblicitario, ha voluto essere il Concilio mettendo
in tanta evidenza il suo carattere pastorale. Operazione nostra, dica ciascuno di noi. Con la Nostra
Benedizione Apostolica.
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Il XXV de «La vie catholique»
Parmi tous les groupes qui se pressent autour de Nous et que Nous voudrions tant accueillir en
particulier, il en est plusieurs qui méritent un salut tout spécial. Et d’abord, celui des amis de la Vie
Catholique, avec son vaillant Directeur, Monsieur Georges Hourdin. Chers Fils et chères Filles,
Nous sommes très sensible à la démarche significative qui vous conduit ici, à Rome, pour fêter le
vingt-cinquième anniversaire de votre revue, avec les collaborateurs des autres publications, leurs
lecteurs, leurs diffuseurs, leurs invités. Vous avez tenu en effet à manifester cette solidarité
largement ouverte, véritablement catholique, qui vous est si chère et où se trouvent intégrés des
pauvres, des vieillards, des handicapés, des militants de votre pays et du Tiers-Monde. Nous
connaissons par ailleurs le zèle apostolique que vous déployez pour faire entendre la Bonne
Nouvelle au sein des familles, toucher le coeur de nos contemporains, pénétrer de réflexion
chrétienne toutes les situations. A chacun, vous voulez crier, comme l’Apôtre Pierre: «Elle est pour
vous, la promesse - celle du salut, celle de l’Esprit-Saint - ainsi que pour vos enfants et pour tous
ceux qui sont au loin» (Act. 2, 39). Vous ne prenez pas votre parti d’une Eglise coupée du monde.
Gardez, chers amis, ce dynamisme missionnaire, fruit de l’espérance. Mais purifiez-le sans cesse,
dans un souci de laisser transparaître l’authenticité de 1’Evangile qui transcende tout ordre humain,
la vraie vocation de l’Eglise, l’objectivité des situations, le respect des personnes, l’amour «qui
édifie», «qui ne se réjouit pas de l’injustice, mais qui place sa joie dans la vérité» (1 Cor. 10, 23; 13,
6).
Vous avez voulu mettre vos pas dans le sillage de ceux, qui, avant nous, se sont laissés conduire par
l’Esprit-Saint: saint Paul, saint François, sainte Catherine de Sienne. Nous vous en félicitons: oui,
méditez le message de ces témoins, tout leur message, pour pénétrer, avec eux, jusqu’au coeur de
Dieu. Et vous voilà près de la tombe de saint-Pierre, à qui le Christ a confié la lourde charge d’être
en son nom le Pasteur de tous. Priez pour Nous qui avons reçu du Seigneur cette responsabilité, qui
est aussi une paternité spirituelle élargie à l’échelle du monde. Nous sommes heureux de saluer
aussi le groupe des religieuses du Conseil général de l’Education des Filles de la Charité, assistées
des experts en théologie et en pédagogie, qui depuis quelques jours se consacrent avec assiduité à
réfléchir sur les aspects spécifiques de l’éducation catholique, dans le monde pluraliste où elles sont
appelées à travailler. Quelle belle mission vous avez là dans l’Eglise, chères Filles de saint Vincent
de Paul, quel magnifique service vous pouvez rendre à tous ces jeunes! Puissent-ils apprendre, avec
vous, le dessein de Dieu sur leur vie; accueillir et approfondir une foi qui doit devenir personnelle, à
la hauteur des exigences de leur culture; s’ouvrir aux besoins d’une société qui attend leur
engagement humain et leur témoignage de chrétiens; fortifier leur espérance, et découvrir, à travers
toute votre attitude éducatrice comme dans votre enseignement, l’appel de Jésus-Christ qui libère,
qui éclaire, qui entraîne à l’amour et au service. Pour cette éducation de la foi, nos meilleurs vœux
vous accompagnent avec nos paternels encouragements.
Nous Nous tournons encore vers les prêtres du mouvement des Focolari, venus des divers pays
d’Europe retremper leur vocation, dans la prière et dans l’étude, à la lumière des documents
conciliaires, avec le soutien d’une communauté active et ardente. Vous savez l’affection toute
spéciale que Nous portons à ceux qui ont la grâce de dispenser aujourd’hui les mystères du Christ,
et l’espérance que l’Eglise met en eux pour le service spirituel de tout le Peuple de Dieu.
Enfin bienvenue à vous tous, chers étudiants, rassemblés de tous les horizons, pour visiter cette
belle cité de Rome, et participer à cette rencontre universelle de nos fils catholiques. Profitez de ces
heureuses vacances pour découvrir, avec un œil attentif et un cœur accueillant, toute cette humanité
et cette Eglise qui s’enracinent dans un passé méritoire, et se tournent avec espérance
courageusement, avec l’aide du Seigneur. Le Christ vous fait signe à vous aussi: il vous invite à le
rencontrer dans la foi et à le servir généreusement, en Lui-même et dans la personne de vos frères.
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A chacun d’entre vous, chers Fils et chères Filles, à chacune de vos familles, Nous donnons de
grand cœur notre paternelle Bénédiction Apostolique.
Nuovi assistenti ecclesiastici delle ACLI
Una particolare parola di saluto vogliamo rivolgere al gruppo dei nuovi Assistenti Ecclesiastici
delle ACLI, convenuti a Roma per frequentare un corso di preparazione presso l’apposita «Scuola
Nazionale». Sappiamo che lo scopo di questi corsi - che lodevolmente si ripetono oramai da
quindici anni - è di preparare i Sacerdoti, nuovi Assistenti, alla missione di apostolato nel mondo
del lavoro: ci compiacciamo per la rinnovata realizzazione di tale provvida iniziativa, promossa
dall’Ufficio Nazionale Assistenti ACLI. Il vostro compito, cari Sacerdoti, è delicato e importante:
voi siete il segno visibile del legame, sempre crescente e solido, tra Chiesa e mondo del lavoro: voi
testimoniate la sollecitudine della Chiesa per tutte le classi lavoratrici, operaie e contadine.
I lavoratori cristiani hanno bisogno del vostro aiuto, della vostra presenza sacerdotale, affinché la
loro azione si animi di quei valori morali e religiosi di cui, come Sacerdoti, siete portatori, e diventi
testimonianza cristiana di fronte a tutto il mondo del lavoro. La vostra missione, quindi, ha un
ambito ben preciso, che si riferisce ai settori morale, spirituale e religioso delle Associazioni di
lavoratori, nelle quali i vostri Vescovi vi hanno dato incarico di operare. La vostra azione dovrà
essere rispettosa di quelle responsabilità che sono proprie del laicato, e dei lavoratori in particolare,
di fronte agli impegni temporali; ma la vostra presenza dovrà tendere a dare ai lavoratori stessi
sostegno spirituale e morale, garanzia dottrinale di fedeltà all’insegnamento della Chiesa, cura
religiosa. In tal modo, i Sacerdoti Assistenti aiuteranno le ACLI a continuare ad essere fedeli alla
loro ispirazione cristiana ed alle loro finalità originarie, per adempiere efficacemente il ruolo di
forza di animazione cristiana del mondo del lavoro. Con questi sentimenti, voti e speranze, vi diamo
la Nostra Apostolica Benedizione.
Artigiani Cristiani
Un paterno saluto rivolgiamo ora ai rappresentanti dell’Associazione Cristiana Artigiani Italiani
convenuti a Roma per studiare gli attuali problemi della loro categoria. La Nostra parola, figli
carissimi, vuol essere di sincero compiacimento e di incoraggiamento per l’azione che la vostra
Associazione svolge in questo importante settore dell’artigianato italiano. Azione che merita tutta la
nostra stima, perché, oltre a mantenere viva e fiorente una nobilissima tradizione italiana, favorisce
l’elevazione artistica dei prodotti artigiani destinati al culto sacro e alla devozione personale. È
quindi un grande servizio che voi rendete sia alla religione che all’arte, tanto più degno di
apprezzamento in quanto - come voi stessi ci avete annunziato - il vostro impegno intende adeguarsi
alle prospettive aperte dal rinnovamento liturgico post-conciliare. È chiaro che la produzione
dell’artigianato sacro, rivolta a servire il culto e a fondere insieme bellezza e fede, per essere valida
richiede non solo abilità artistica, ma altresì squisita sensibilità religiosa, dalla quale l’artigiano e
l’artista sappiano trarre ispirazione per nuove e convenienti forme espressive. Perciò Noi
formuliamo l’augurio che un profondo e sincero spirito cristiano abbia sempre a guidare e ad
elevare tutte le vostre attività, come è tradizione della vostra benemerita organizzazione. Intanto
Noi vi accompagniamo con la Nostra preghiera e di gran cuore vi impartiamo l’Apostolica
Benedizione.
Pellegrini litùani
With pleasure and joy We see present here this morning a group of our Lithuanian sons and
daughters. We know that you have gathered from many parts of the world and we welcome you
with all our heart. It was just yesterday that We personally blessed your chapel in this Basilica and
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offered Mass there. On that occasion We did not fail to commend to the protection of our Mother of
Mercy your dear country and its people. In Our prayerful remembrance our thoughts turned back to
your past. We thought of the vicissitudes and glories of your history and gave thanks to God for the
fidelity of your people to the Church and to this Apostolic See. We prayed for all of you, especially
for the youth of today who are the hope of tomorrow. Once again this morning We wish to show
Our special affection for you. Through you We send our greeting into your churches and homes,
and to your families wherever they may be. Always close to you in suffering and in joy, We renew
our prayer for you to remain ever faithful and confident. With the Apostle Peter we would charge
you to “set your hope fully upon the grace that is coming to you at the revelation of Jesus Christ” (1
Petr. 1: 13). Most cordially We impart to your beloved clergy, religious and faithful Our special
Apostolic Blessing.
We are happy to greet also in English the many students here this morning. Our brief word to you is
one that the Council spoke to youth: “We exhort you to open your hearts to the dimensions of the
world, to heed the appeals of your brothers, to place your youthful energies at their service”. On this
occasion We assure you again: “The Church looks to you with confidence and love”.
A group of eminent Chinese Catholics from Thailand and Malaysia is, We know, present at this
audience. We extend to you a special greeting, and we bless you with the prayer that you may
receive the grace and strength to live according to the Good News which you have welcomed. Bring
Our blessing with you to your dear ones and to all the communities from which you come.
We extend a special greeting to the representatives of the Firestone Tire and Rubber Company.
While We are happy to welcome you to his audience We are also pleased to express Our
appreciation for the worthy social and educational activities of your firm. We know that religious
institutions are among those that have benefited from your help. We wish you great success in
contributing to the advance of social justice and to the development of mankind.
We bid a warm welcome to the group of Catholics and Protestants from Scandinavia who have
come to Rome on pilgrimage together. May your visit be a help to greater progress towards the
unity desired by Christ. We promise you our prayers for yourselves and your families, and for
fruitful results from your pilgrimage.
DISCORSO AD UN GRUPPO DI SACERDOTI ITALIANI DEDITI
ALL’ASSISTENZA SPIRITUALE AI LAVORATORI EMIGRANTI
Mercoledì, 8 luglio 1970
Siamo molto grati al Signore di questo incontro con voi, carissimi Sacerdoti che vi state
intensamente preparando ad assumere presto la cura spirituale degli emigranti, come missionari.
Abbiamo visto con animo commosso che avete voluto mettere in relazione i cinquant’anni trascorsi
da quando il Pontificio Collegio per l’Emigrazione fu messo dalla Santa Sede a disposizione del
Clero italiano, col cinquantesimo anniversario del Nostro sacerdozio, e che in questa luce volete
ricevere il Crocifisso, che vi qualificherà davanti agli Emigranti come padri, pastori, confidenti,
consiglieri, amici, nel nome santo di Colui il quale, dalla Croce, apre le braccia per accogliere tutti
gli uomini. Di Lui sarete i rappresentanti presso chi, sospinto da dure ragioni di lavoro in terra di
diversa lingua e di costume estraneo, troverà in voi non solo il fratello a cui aprire il cuore, ma
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soprattutto il Ministro di Dio, deputato ufficialmente alla sua cura pastorale attraverso la Liturgia
del Mistero eucaristico, l’annuncio della Parola e l’amministrazione dei sacramenti.
Questa impronta sacerdotale, l’abbiamo visto con vivo compiacimento, ha caratterizzato il vostro
corso, con un programma di preghiera e di studio incentrato sulla vostra funzione sacerdotale. Ce ne
congratuliamo con la solerte Direzione Nazionale delle Opere per le Migrazioni, della Conferenza
Episcopale Italiana; e ci piace lasciarvi come ricordo di questa Udienza proprio l’esortazione
affettuosa e paterna a compiere la vostra difficile missione da sacerdoti, da consacrati, unicamente e
definitivamente, a Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote, modello di vita e di immolazione
sacerdotale. Questo la Chiesa chiede a voi, carissimi, e questo vogliono da voi i buoni Emigranti,
non altro. Siate tra di essi il richiamo costante alle realtà celesti, il conforto alle pene e alle fatiche
quotidiane, l’aiuto che, anche quando deve soffermarsi su questioni di ordine materiale, sociale,
economico, porta il segno dell’uomo di Dio.
A questo ha mirato il Concilio Vaticano II, quando ha raccomandato ai Vescovi l’assistenza
religiosa per «gli emigranti, gli esuli, i profughi, i marittimi, gli addetti ai trasporti aerei, i nomadi
ed altri simili categorie» (Christus Dominus, 18); questo ha voluto intendere in primo luogo il
recente riordinamento di tutta l’ampia materia con l’Istruzione Apostolica «Pastoralis Migratorum
cura» e la costituzione di un particolare organismo centrale a ciò espressamente deputato.Per tale
effettiva rispondenza ai voti della Chiesa e della Santa Sede Noi vi ringraziamo di cuore; guardiamo
a voi come si guarda a figli prediletti, che accorrono ove la Chiesa chiama, indicando questi
sterminati e ancor troppo disertati campi di sacro ministero; vi seguiamo con la preghiera,
invocando su di voi, sui vostri cari che abbandonate, e sulle anime che saranno vostre, la continua
protezione del Cielo. E sia testimonianza di questi sentimenti la Nostra paterna Apostolica
Benedizione.
DISCORSO AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO NAZIONALE
DELL’ASSOCIAZIONE CRISTIANA ARTIGIANI ITALIANI
Lunedì, 5 ottobre 1970
Dobbiamo il piacere di questo incontro all’Associazione Cristiana Artigiani Italiani che, traendo
motivo dal 50° anniversario della Nostra Ordinazione Sacerdotale, ha avuto il delicato pensiero di
promuovere una manifestazione di omaggio alla Nostra umile persona, accompagnandola con
l’offerta di arredi liturgici, prodotti dall’artigianato italiano, da destinare alle chiese che sorgono nei
nuovi quartieri popolari e nelle terre di Missione.Sono stati invitati a partecipare a così gentile e da
Noi tanto apprezzata iniziativa, e vi hanno aderito con entusiasmo, i dirigenti e soci dell’anzidetta
Organizzazione; le Camere di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura; le Commissioni
Provinciali per l’Artigianato; le Casse Mutue Artigiane; le Confederazioni sindacali artigiane; gli
Enti che operano nel settore artigiano.Figli carissimi! Vi apriamo il cuore e le braccia al più
affettuoso e beneaugurante saluto, e vi ringraziamo della consolazione che ci procura la vostra
presenza, come vi esprimiamo la Nostra sincera riconoscenza per i doni molteplici che avete voluto
recarci e che sono segno tangibile della vostra sensibilità, della vostra generosità e della vostra
devozione.
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Desideriamo anche esprimervi il Nostro compiacimento per la rinnovata professione di fedeltà a
Cristo e alla Chiesa, che voi volete mantenere con propositi che tanto vi fanno onore. Noi vi
incoraggiamo con tutto il cuore: anche dai luoghi di lavoro, ove l’uomo dona il meglio di sé, deve
salire a Dio l’inno dell’amore, attraverso l’attività accettata come strumento di collaborazione alla
divina opera creatrice, come mezzo di purificazione e di ascesi per la fatica quotidiana ch’essa
comporta, e come vincolo di solidarietà verso i fratelli e la società. Sappiate, cari e valorosi
artigiani, che il Papa vi segue nel vostro lavoro quotidiano, condivide le vostre legittime aspirazioni
per prepararvi un avvenire sempre più sicuro e sereno, e conforta le vostre interiori disposizioni.
Vorremmo che la Nostra voce giungesse, con voi, a tutti gli artigiani d’Italia, per attestare loro la
sollecitudine assidua della Chiesa in favore della loro continua elevazione religiosa, morale e
professionale. Ci è gradita l’occasione per rinnovare i Nostri voti per l’azione dell’Associazione
Cristiana Artigiani Italiani, che promuove l’affermazione dei principi sociali cristiani nella vita,
negli ordinamenti, nella legislazione artigiana; che intende realizzare il progresso economico e
sociale dell’artigianato in una visione armonica e generale di tutta la complessa realtà socioeconomica della comunità nazionale; che persegue i suoi nobili scopi di elevazione religiosa,
morale, tecnica e sociale degli artigiani attraverso lo studio approfondito dei problemi ed esigenze,
la formazione, l’assistenza capillare e competente.
Vorremmo, inoltre, che il ricordo dell’odierno incontro – suggerito dalla ricorrenza del Nostro
Giubileo Sacerdotale – rimanesse impresso in ciascuno di voi, a conforto nel vostro impegno di
uomini, di lavoratori, di cristiani. Abbiate viva la consapevolezza di questa triplice vocazione, che
vi definisce nella vostra più sacra dignità. Da voi, artigiani cristiani, la Chiesa si aspetta la
volonterosa e fedele applicazione dei principi della sua dottrina sociale, la quale esalta, come
nessun’altra, la dignità della persona umana dei lavoratori, la loro grandezza davanti a Dio e al
mondo. Da voi, artigiani cristiani, la stessa società attende un valido contributo per il proprio
continuo progresso nell’ordine e nella giustizia, per il conseguimento del vero benessere individuale
e collettivo.Possa la protezione di Dio assistere le vostre persone, le vostre famiglie, le vostre
attività; possa alimentare tra voi una sempre più intensa e fattiva unione; possa conservare ed
accrescere nell’esercizio degno e responsabile della vostra professione quelle virtù morali e civili
che le conferiscono prestigio; possa la protezione di Dio tener acceso nei vostri cuori il senso
religioso della vita.Con questi fervidi voti, che si accompagnano ai Nostri sentimenti di
benevolenza e di gratitudine, scenda su di voi e sulle vostre dilette famiglie, sulla vostra
Associazione e sull’intera categoria degli artigiani italiani, sulle Autorità e su quanti sono presenti a
questo incontro, la Nostra propiziatrice Benedizione Apostolica.
UDIENZA GENERALE DI PAOLO VI
Sabato, 20 marzo 1971
Siamo assai lieti di dare il Nostro benvenuto ai millecinquecento Maestri del Lavoro, e ai loro
familiari, convenuti a Roma per partecipare all’annuale Convegno nazionale, promosso dalla
omonima Federazione Italiana. Voi rappresentate davanti ai Nostri occhi tutti coloro che, come voi,
sono stati insigniti della Stella al Merito del Lavoro per le particolari qualità professionali, umane e
morali, di cui sono forniti, ed è perciò cosa assai gradita per Noi potervi attestare pubblicamente la
Nostra stima e la Nostra benevolenza, per un riconoscimento così alto, che a buon diritto vi onora,
coronando la vostra esistenza di buoni cittadini e di degni lavoratori. Ma la vostra presenza è altresì
simbolica di un ben più vasto numero di persone: effettivamente, voi ci portate davanti l’immagine
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di tutto il mondo del lavoro, con la sua somma di attività, di fatiche, di aspirazioni, di benemerenze,
di delusioni: mondo ampio e poliedrico, organizzato e volitivo, talora inquieto e tumultuoso, che
non nasconde talora le sue diffidenze verso la Chiesa, ma che pure è fatto oggetto, da parte di essa,
delle premure più vigili e attente. In questo giorno, che segue la festa liturgica di San Giuseppe,
l’umile operaio di Nazareth, ci fa piacere, cogliendo questa occasione di riattestare la materna e
continua sollecitudine della Chiesa per i lavoratori, per la difesa della loro dignità umana, e per la
loro elevazione spirituale e morale; ne sono prova i più famosi documenti pontifici, ne fa fede
l’impegno che essa ha attraverso apposite istituzioni internazionali e nazionali di seguirne e di
favorirne lo sviluppo con ogni mezzo a sua disposizione.
Non è Nostra intenzione fare l’apologia di quanto ha compiuto e compie la Chiesa in questo settore;
l’abbiamo fatto altre volte, sulla scia dei nostri Predecessori; del resto non ce n’è bisogno, perché
tale posizione è chiara come la luce del sole, ed è ben sintetizzata da una frase del Concilio
Vaticano II, che nella Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo ha
solennemente affermato che «il lavoro umano . . . è di valore superiore agli altri elementi della vita
economica, poiché questi hanno solo natura di mezzo. Tale lavoro, infatti, sia svolto
indipendentemente che subordinatamente ad altri, procede immediatamente dalla persona, la quale
imprime sulla natura quasi il suo sigillo e la sottomette alla sua volontà. Col suo lavoro, l’uomo
abitualmente sostenta la vita propria e dei suoi familiari, si associa agli altri e rende servizio agli
uomini suoi fratelli, può praticare una vera carità, e collaborare con la propria attività al completarsi
della divina creazione» (Gaudium et Spes, 67).
Grandi parole! Sintesi profonda, che getta un fascio di grande luce sulla dignità del lavoro umano!
Ed è appunto su questo valore pedagogico del lavoro sottolineato incessantemente
dall’insegnamento e dalla pratica della Chiesa, che Noi vorremmo oggi insistere, per lasciare a voi,
carissimi Maestri del Lavoro, un ricordo di questo Nostro incontro, a vostra consolazione, e a vostro
incoraggiamento, per riprendere con rinnovato fervore, il corso monotono della vita di ogni giorno.
Sì, il lavoro è pesante, è faticoso, è arduo; le moderne condizioni della vita industriale lo portano
talora ad un livellamento di atti e di gesti, che sembra mortificare la persona umana; eppure esso,
anche quando è svolto nella sfera più libera e creativa dell’iniziativa artigianale o artistica, reca
sempre con sé un elemento di sofferenza e di pena. La fede cattolica ci insegna che queste sono le
vestigia del peccato originale che ha trasformato il lavoro da un impulso gioioso e fecondo
dell’uomo, creato da Dio per sottomettere la terra (Cfr. Gen. 1, 28), in un peso da portarsi con
volontà riottosa e renitente, in una lotta continua contro la natura ostile, scardinata anch’essa dal suo
equilibrio in conseguenza della ribellione dell’uomo a Dio: «Col sudore del tuo volto mangerai il
pane» (Ibid. 3, 19).
Nella nuova economia della Redenzione, il lavoro trova però tutto il suo valore di ascesi e di
perfezione spirituale: unito alla sofferenza di Cristo Gesù, il Quale volle essere operaio nell’umiltà
della casa di Nazareth, il lavoratore - sia esso della mano e del braccio, come della penna, della
mente, dell’insegnamento, ecc. - dà alla propria opera un valore altissimo: non è solo più la
prosecuzione dell’attività creatrice di Dio, ma diventa mezzo di elevazione e di purificazione, di
raffinamento interiore nella pace e nella pazienza, di elevazione del mondo, in comunione con tutti i
fratelli che, attraverso l’apporto di ognuno, si porgono l’un l’altro la mano in un servizio
indispensabile alla comunità umana.
Voi siete «Maestri» del lavoro: dovete dunque viverne, e insegnare agli altri la difficile arte di
adoperarne tutte le ricchezze, insite per la propria maturazione umana e cristiana. Il lavoro sia per
voi e per gli altri non impedimento, non ostacolo, non remora, bensì scalino per ascendere
gradatamente e sicuramente nella comprensione del piano divino di amore verso tutti gli uomini,
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per portare il proprio contributo alla costruzione non solo della società terrena, ma di quella
cristiana, cementata dalla carità e dalla fratellanza, sinceramente vissute.
È questo l’augurio che vi facciamo, assicurando a voi, e a tutti i vostri colleghi di lavoro che un
posto di predilezione è riservato per voi nel Nostro cuore.
Assistenti e dirigenti dell’Azione Cattolica Ragazzi
Ed ora una parola di saluto ad altri gruppi di particolare rilievo, che distinguono questa affollata
udienza.
Salutiamo anzitutto gli Assistenti e i Dirigenti Nazionali e Diocesani dell’Azione Cattolica Italiana
dei Ragazzi, che hanno tenuto la prima assemblea nazionale dopo l’approvazione del nuovo Statuto
della stessa Azione Cattolica.
Il vostro è un apostolato tanto necessario; e ci fa piacere costatare il senso di responsabilità con cui
affrontate i problemi della vita dei giovanissimi. Oggi i ragazzi crescono prima, si dice; sono più
vivaci, più intelligenti, più aperti, conoscono un mondo di cose attraverso le nuove forme della
Scuola e per il tramite dei mezzi di comunicazione sociale. Ma proprio per questo hanno maggior
bisogno di cure: si sviluppano in mezzo ai pericoli di un ambiente pluralistico, nel quale il bene e il
male sono apertamente mischiati, e manca un criterio di buon giudizio perfino per gli adulti.
Figuriamoci per i ragazzi, che devono essere guidati da mano amorevole, ma esperta e ferma, se
non si vuole che le doti della loro intatta freschezza siano corrose, e forse irrimediabilmente
avvelenate. Non comprendiamo quindi perché, da parte di certuni, anche dei nostri buoni Sacerdoti,
si tenda a sottovalutare l’importanza della pastorale dei ragazzi, per dare la preferenza a quella in
favore dei grandi: certo, è necessaria una gerarchia di valori. Però il metodo di Gesù, e quello dei
grandi santi pedagogisti della Chiesa - pensiamo a un La Salle, a un Giovanni Bosco - non è stato
questo: e la ricchezza dei risultati ne ha confermato la bontà. Occorre ritornare a centrare le proprie
sollecitudini sulla formazione dell’adolescenza, compito che richiede sapienza, esperienza, tatto,
buonsenso, forza di persuasione; oggi più che mai.
Un grande e meritato elogio a voi, che lo fate: non lasciatevi scoraggiare dalle difficoltà, ma
raddoppiate i vostri sforzi per rivitalizzare anche questo importante settore dell’Azione Cattolica.
Ve ne ringraziamo di cuore, e preghiamo il Signore per voi, affinché non vi manchi mai il suo aiuto.
Pellegrini di Reggio Emilia e Guastalla
Ed ora a voi, carissimi familiari dei Sacerdoti, dei Missionari, dei Religiosi e delle Religiose delle
diocesi di Reggio Emilia e di Guastalla, venuti col vostro zelantissimo Vescovo, Monsignor
Gilberto Baroni, in un pellegrinaggio così qualificato, così significativo. La vostra presenza ci
commuove, non solo perché richiama alla memoria la soavità dei ricordi dei Nostri Genitori, ma
soprattutto perché è una testimonianza, tanto più formidabile quanto silenziosa, di amore a Cristo e
alla Chiesa.
Voi avete dato un figlio, una figlia al Signore; vi siete privati di cullare speranze terrene
sull’avvenire di questi vostri figlioli, rinunziando, nella maggior parte dei casi, perfino alla dolcezza
di averli con voi, alla sicurezza del vostro domani. Vi siete affidati alla Provvidenza, avete fatto
conto su Dio solo! Come Abramo, come Elisabetta, come Maria Santissima.
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Il Signore, che non lascia senza la dovuta mercede anche un bicchier d’acqua dato ai suoi apostoli
(Cfr. Matth. 10, 42), non mancherà di aprirvi la fonte delle sue consolazioni: già grandi,
inesprimibili, ineffabili, fin da questa terra, ma soprattutto amplissime in Cielo. Il Papa vi ringrazia,
comprendendo in un unico abbraccio voi e i vostri figlioli consacrati, e le vostre diocesi, che, in voi,
offrono un aspetto così consolante della propria spirituale efficienza.
Suore Agostiniane
Dobbiamo infine una parola di benvenuto e di incoraggiamento alle duecento Suore Agostiniane
d’Italia; esse rappresentano oltre mille consorelle di sei diverse Congregazioni agostiniane, e sono
venute a Roma per un convegno di preghiere e di studio sul tema «Azione e contemplazione nella
vita religiosa agostiniana, oggi». Avremmo voluto maggior tempo a disposizione, per dedicare un
approfondito esame ad un argomento tanto interessante; ma fortunatamente avete per voi i testi del
vostro grande Patrono e Istitutore, Sant’Agostino, le cui pagine sono come una sorgente di acqua
viva e zampillante, profonda e quieta, per indirizzare la vostra vita sul duplice binario
dell’apostolato in favore delle anime e della preminente vita di unione con Dio. Chi più di lui fu
attivo nell’impegno quotidiano per l’edificazione della Chiesa; e chi meglio di lui fu attento alla
voce del Maestro interiore, che parla nel fondo dell’anima in un segreto e continuo e amoroso
colloquio? Quale esempio, quale scuola, quale forza per voi, che ne siete le figlie spirituali! (Cfr. la
celebre Epistola 211; PL 33, 958, ss.) Vi ripeteremo le parole di S. Agostino alle monache da lui
istruite: «Che il Signore vi dia la grazia d’osservare tutte queste cose con dilezione, come amatrici
della bellezza spirituale, e come fragranti del profumo di Cristo per la vostra buona condotta, non
come serve sotto la legge, ma come fatte libere sotto la grazia» (Ibid. 965).
Non lasciate pertanto consumare il prezioso alimento della vita interiore, da cui sola scaturisce la
fecondità delle opere; oggi si è più portati a sottolineare queste a scapito di quella, con conseguenze
purtroppo assai funeste. Sappiate compiere la felice, indispensabile sintesi, che garantisce pienezza
di frutti alla vostra vita religiosa in seno alla Chiesa, al servizio del Redentore e delle anime
acquistate dal suo Sangue prezioso. Con questa intenzione vi ricordiamo nelle Nostre preghiere, e vi
assicuriamo la Nostra benevolenza.
Ai menzionati pellegrinaggi, e a tutti coloro che sono presenti a questa udienza, vada il Nostro
pensiero beneaugurante, pieno di affetto e di sollecitudine. Il Signore vi accompagni sempre nelle
vie della vita, mentre, in pegno dei suoi doni, di cuore impartiamo la Nostra propiziatrice
Benedizione Apostolica.
UDIENZA AI LAVORATORI IN OCCASIONE DELLA SOLENNITA' DI
SAN GIUSEPPE ARTIGIANO
Sabato, 1° maggio 1971
Noi salutiamo oggi i Nostri visitatori pensando che questo giorno è dedicato alla celebrazione del
lavoro, che per noi cattolici trova la sua figurazione tipica in Cristo, il quale ha voluto essere
classificato, entrando nell'anagrafe umana, come "figlio del fabbro", ed essere lui stesso operaio di.
fatica fisica e manuale, obbediente a colui che allo stato civile fungeva da suo padre (putativo) e da
suo maestro d'arte, S. Giuseppe;così nacque e visse Gesù in una sfera di attività dura, umile e
povera, in una società primitiva, ma per altro intensamente carica di coscienza religiosa, quella
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propria del Popolo di Dio, fedele ad una secolare e storica tradizione di alleanza nella fede e nella
legge ad una elezione divina, rivestito d'una dignità e d'una missione regale, e proteso sempre verso
un indefinibile, ma meraviglioso futuro destino messianico, che solo l'oscuro giovane artigiano di
Nazareth, Gesù, conosceva quale era realmente e come in lui stesse per realizzarsi.
Né più semplice e modesta potrebbe essere la scena sociologica in cui Cristo ha voluto apparire sul
teatro della storia del mondo, né più densa e misteriosa di significato e di realtà trascendente. Per
questo, contemplare il quadro, dove Gesù "di Nazareth, Re dei Giudei" si presenta al mondo, come
lavoratore e come Messia prossimo a svelare e a compiere la sua missione salvatrice, è tema pieno
d'interesse per noi, i quali avvertiamo la voluta inserzione di Gesù, accanto e soggetto a Giuseppe
artigiano, nel mondo del lavoro umano, e possiamo derivare da questa apparizione di Cristo nel
tempo e nel consorzio sociale una fecondissima meditazione.
La quale meditazione diventa attuale, proprio per il fatto che Egli, Gesù, il Messia, il Salvatore
dell'umanità, volle essere lavoratore, soggetto all'umiltà e alla fatica dell'opera manuale, classificato
come membro d'una onesta e umile categoria sociale, e personifica così l'umanità nella sua
espressione più semplice e primitiva, più naturale e più necessaria, più bisognosa e più meritevole
dell'ascensione pluriforme, economica, sociale, spirituale, a cui la vita dell'uomo è destinata.
Siamo così invitati a onorare il lavoro, che vediamo assunto alla scuola di S. Giuseppe da nostro
Signore Gesù Cristo. sì, onoriamo il lavoro, programma stabilito da Dio creatore alla vita dell'uomo,
affinché egli "s'impadronisca della terra", "la coltivi e la custodisca"; titolo perciò della sovranità
dell'uomo sulla creazione, e della sua vocazione a portare a compimento il mondo creato, estraendo
da esso le ricchezze, le energie, le virtualità, che vi sono nascoste, e a coordinarle al vantaggio e al
progresso della propria vita, destinata così a scoprire Dio nell'opera sua tutta imbevuta della sua
sapienza.
Onoriamo il lavoro, che esplora, domina e feconda la creazione. Onoriamo il lavoro, tramutato in
fatica, dopo il peccato del primo uomo, quasi castigo espiatore, e sforzo e lotta con una terra
diventata nemica, che solo a prezzo di sudore darà pane al suo mortale padrone, ma restituirà poi
col sudore una ricuperata grandezza, un merito nuovo della difficile e dura sua attività. Onoriamo il
lavoro che ha in sé la virtù della penitenza e della riabilitazione, la nobiltà del dolore, il
superamento dell'egoismo, il segreto dell'amore.
E onoriamo il lavoro che rende fratelli gli uomini, li educa alla cooperazione, gli stimola alla
solidarietà, li fortifica alla conquista non solo delle cose, ma altresì della speranza, della libertà,
della felicità, e offre loro così la base della moderna vita sociale. Onoriamo il lavoro nelle sue
impensabili, meravigliose, continue conquiste, quando febbrilmente animato dal pensiero
scientifico, cioè capace di rintracciare il recondito pensiero divino nelle cose, impugna strumenti
prodigiosi, che lo sollevano in grande parte dalla durezza della fatica fisica, e gli infondono
un'incalcolabile efficienza, tanto da convertire l'antica stanchezza in gaudente ebbrezza, e fino
anche in trepidante timore . . .
E poi il lavoratore noi dobbiamo onorare. Oggi, sua festa. Non vediamo noi riflessa nella sua curva
figura, nella sua sofferta pazienza, l'immagine di Cristo che lavorò, che stentò, che conobbe il
dolore, che subì l'ingiustizia, che portò la Croce e che subì la morte precoce? Non ascoltiamo noi
oggi la chiamata che a lui il Signore, come ad ogni tribolato e affaticato, rivolse per l'incontro con
Lui, solo vero consolatore?
Non salutiamo noi oggi il suo risveglio da un secolare torpore ed il suo avvento nella sfera
dell'eguaglianza e della libertà? E non vediamo delinearsi nel suo forte e sudato profilo il tipo
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dell'uomo autentico, che infonde nell'inevitabile e faticosa attività la sua energia, la sua personalità
e ne trae il prezzo della sua indipendenza e il dono del benessere per la sua casa e per la sua città? e
di più, che nella fecondità del connubio dell'opera sua con le inerti ed ignare e recondite risorse
della terra fa scaturire i segni d'una Provvidenza che dà il pane quotidiano, reso sacro dalla fatica e
dalla preghiera, a chi col lavoro lo ha meritato? Figli e Fratelli! questa è la grande poesia della
nostra vita terrena; la grande realtà.
Se un giorno nella storia (e ancora non è del tutto tramontato), questa palingenesi del mondo del
lavoro, si aprì nel furore della lotta fra l'uomo povero e l'uomo ricco, fra la classe disarmata della
folla sterminata degli uomini segnati dalla fatica e quella privilegiata per goderne e per l'esercizio di
altre funzioni sociali, ricordiamo che tale non dev'essere la norma necessaria della dialettica sociale,
sì bene la virile e giusta difesa dei sacrosanti diritti umani, la promozione delle legittime
aspirazioni, ma sempre nel preciso intento di tutti della collaborazione delle classi sociali, della
mutua partecipazione al progresso economico e civile, nell'equa distribuzione dei benefici risultanti
dal comune lavoro, nella concordia solidale gioconda fra uomini figli d'uno stesso Paese, e fratelli
della medesima patria, ch'è la terra universa.
Ricordiamolo noi, specialmente; noi cristiani, noi cattolici, che abbiamo la fortuna di non
restringere l'orizzonte della vita nel cerchio temporale ed economico, ma di aprirlo al cielo dello
spirito, al colloquio con Dio Padre e alla fede trasfigurante della parola di Cristo! e sappiamo trarre,
Figli e Fratelli carissimi, l'ispirazione corroborante esaltante per portare pace e giustizia al mondo al mondo operaio, specialmente -, non dalla scelta equivoca di dottrine contestabili, o di formule
imbevute di materialismo e di odio, ma dall'urgenza sentita e vissuta della carità, umile e forte, che
quel Cristo dal Quale traiamo la qualifica e la consegna, ci ha insegnato con la parola e con
l'esempio, e ci ha infuso con il suo Spirito vivificante.
REGINA COELI
Domenica, 16 maggio 1971
Noi oggi abbiamo in San Pietro ricordato una storica parola liberatrice di Papa Leone XIII, Nostro
grande predecessore, per la classe operaia, e abbiamo rinnovato il proposito di continuare nello
sforzo cristiano per ogni dovuta giustizia al lavoro umano, alla sua dignità, alla sua libertà, alla sua
promozione civile e spirituale.
Questo programma è già in corso nella società moderna, ma esige ancora molto impegno perché
sempre nuovi problemi sorgono dal fatto che oggi tutti, in modo e misura diversi, sono obbligati al
lavoro, e non tutti lo trovano e sono disoccupati, non tutti lo possono compiere in maniera sicura e
adeguatamente retribuita ed assistita; e tutti poi aspirano a ricavare dalle loro fatiche maggiori diritti
e maggiori soddisfazioni. Molti poi hanno idee sbagliate su questo grande problema del nostro
tempo: e alcuni non ammettono che il lavoratore possa aspirare a nuove e migliori condizioni di
vita; ed altri credono ancora che la causa del lavoro non possa progredire senza un perpetuo e
violento conflitto sociale.
È il dramma del nostro tempo; e per la sua soluzione noi credenti dobbiamo innanzitutto pregare.
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Noi dunque pregheremo per i lavoratori che soffrono ancora e sudano in una fatica dura, rischiosa,
malsana; pregheremo per i disoccupati e per i poveri.
Poi pregheremo affinché il lavoro, invece di convertire la legittima tutela degli interessi particolari
in odio profondo, in lotta permanente e insanabile, in demagogia rivolta al disordine pubblico, e alla
finale sopraffazione degli uni sopra gli altri, ci sia invece scuola di comune rispetto e ci conduca a
maggiore giustizia, alla fratellanza, al bene comune, alla pace.
Pregheremo perché, su l’esempio di Gesù Cristo, sappiamo amare e compiere bene il nostro lavoro,
studiando non solo di ricavarne pane e mercede e benessere, ma altresì di scoprirvi un certo
incontro con i segreti della creazione e quindi una vocazione al progresso, all’incontro con Dio.
Per questo, sì, infine pregheremo, affinché il lavoro non sia chiuso nella visuale materialistica ed
atea, ma sia aperto agli orizzonti dello spirito, della preghiera, della ricompensa eterna.
Così, salutando i fratelli nel lavoro, nella fatica, nella speranza, preghiamo.
80° ANNIVERSARIO DELLA «RERUM NOVARUM»
OMELIA
Domenica, 16 maggio 1971
Il momento di religiosa riflessione, che la celebrazione del rito sacro a Noi concede, è innanzi tutto
rivolto a definire lo scopo di questa solenne e semplice cerimonia.
Lo scopo, voi lo sapete, è commemorativo. Noi vogliamo cioè insieme ricordare un avvenimento,
che ebbe a suo tempo ed in quello successivo grande importanza; vogliamo dire la pubblicazione da
parte del Nostro sempre venerato e grande predecessore, Papa Leone XIII, di un documento
ufficiale e di carattere universale, cioè di una Lettera Enciclica, riguardante le condizioni sociali di
quel tempo, di ottanta anni fa, e più precisamente la «questione operaia», cioè il genere di vita
economica, morale, sociale, riservato allora ai lavoratori, dopo il primo periodo dell’applicazione
della macchina industriale nel campo del lavoro. Si moltiplicò la produzione e la ricchezza da un
lato, si creò una moltitudine di lavoratori, poveri e soggetti, dall’altro; si delinearono in forma
nuova le classi della società, divise ed opposte da enormi sperequazioni economiche; si polarizzò
intorno a due termini, capitale e lavoro, questa paradossale situazione, l’associazione necessaria,
cospirante ad un’opera comune, la produzione, e la dissociazione degli animi e degli interessi fino
alla lotta sistematica fra coloro ch’erano impegnati nel fatto produttivo, creando così una società
stretta allo stesso tempo ad una inevitabile collaborazione ed a un inevitabile conflitto. Il Papa vide
allora due fenomeni salienti: vide che questo spontaneo statuto fondamentale della nuova società in
via di formazione, uno statuto di lotta permanente e quindi di avversione congenita tra i membri
d’uno stesso popolo, era sbagliato rispetto all’armonia, alla concordia, all’equilibrio, alla pace, che
devono fare la sua vitalità e la sua felicità; e vide che questo stato di cose comportava per ciò stesso
qualche radicale ingiustizia, e soprattutto non solo tollerava, ma spesso imponeva all’immensa
classe dei lavoratori condizioni inumane di vita, incalcolabili disagi e sofferenze, disuguaglianze
inique rispetto ai comuni diritti, una specie di condanna a un genere di vita umiliante e privo di
libertà e di speranza.
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PAROLA LIBERATRICE E PROFETICA
E perciò parlò. La Chiesa e il Papa stesso avevano già altre volte denunciato gli errori sociali, di
idee specialmente, che venivano generando nei tempi nuovi, quelli appunto del lavoro industriale,
gravi inconvenienti; ma quella volta la parola fu più forte, più chiara, più diretta; oggi possiamo dire
fu liberatrice e profetica.
Ed ecco allora un secondo scopo di questa cerimonia; essa vuol essere non soltanto
commemorativa, ma anche giustificativa. Perché il Papa parlò? Ne aveva il diritto? Ne aveva la
competenza? sì, rispondiamo, perché ne aveva il dovere. Qui si tratterebbe di giustificare questo
intervento della Chiesa e del Papa nelle questioni sociali, che sono di natura loro questioni
temporali, questioni di questa terra, dalle quali sembra esulare la competenza di chi trae la sua
ragion d’essere da Cristo, che dichiarò il suo regno non essere di questo mondo. Ma, a ben
guardare, non si trattava per il Papa del regno di questo mondo, diciamo semplicemente della
politica; si trattava degli uomini che compongono questo regno, si trattava dei criteri di sapienza e
di giustizia che devono ispirarlo; e sotto questo aspetto la voce del Papa, che si faceva avvocato dei
poveri, costretti a rimanere poveri nel processo generatore della nuova ricchezza, degli umili e degli
sfruttati, non era altro che l’eco della voce di Cristo, il quale si è fatto centro di tutti coloro che sono
tribolati ed oppressi per consolarli e per redimerli; della voce di Cristo che proclamò beati i poveri e
gli affamati di giustizia, e che volle personificarsi in ogni essere umano, piccolo, debole, sofferente,
disgraziato, assumendo sopra di sé il debito di una ricompensa smisurata per chiunque avesse avuto
cuore e rimedio per ogni sorta di umana miseria.
DIRITTO-DOVERE FORTE ED URGENTE
Il che vuol dire un diritto-dovere del Papa, che rappresenta Cristo, della Chiesa tutta, ch’è pure il
Corpo mistico di Cristo, anzi d’ogni autentico cristiano, dichiarato fratello d’ogni altro uomo, di
occuparsi, di prodigarsi per il bene del prossimo; diritto-dovere tanto più forte ed urgente quanto più
grave e pietosa è la condizione del prossimo nel bisogno.
E vuol dire ancora che la Chiesa, nei suoi ministri e nei suoi membri, è l’alleata per vocazione
nativa dell’umanità indigente e paziente; perché la salvezza di tutti è la sua missione, e perché tutti
hanno bisogno d’essere salvati; ma la sua preferenza è per chi ha bisogno, anche nel campo
temporale, di essere aiutato e difeso. Il bisogno umano è il titolo primario del suo amore. Povera
normalmente essa stessa, la Chiesa, amando e soffrendo insieme con gli affamati di pane e di
giustizia, trova in qualche modo in se stessa la prodigiosa virtù di Gesù che moltiplicò i pani per la
folla e svelò la dignità d’ogni vivente per misero e piccolo che questi fosse. E trova le parole gravi e
talvolta minacciose, anche se sempre materne, per i ricchi e per i potenti, quando la indifferenza,
l’egoismo, la prepotenza fanno loro dimenticare la fondamentale eguaglianza e l’universale
fratellanza degli uomini, e consentono loro di confiscare a proprio esclusivo profitto i beni della
terra, specialmente se questi sono frutto dell’altrui sudore e dell’altrui sacrificio.
Vi sarebbero molte cose da dire e da spiegare a questo riguardo circa la fedeltà o l’inadempienza
degli uomini di Chiesa a questo riguardo; ma ora basta a noi raccogliere la testimonianza del grande
documento, che da ottanta anni grida nella storia moderna questo messaggio di giustizia sociale e di
umano dovere, e lo grida con perseveranza, con operosità, con amore, e lo fa echeggiare nelle
pagine dell’ultimo Concilio, nel quale l’unica gloria terrena che la Chiesa rivendica a sé è quella di
servire gli uomini, che essa sola, a bene osservare, con titolo inoppugnabile proclama fratelli.
LA CHIESA SEMPRE MADRE E MAESTRA DEI LAVORATORI
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Notiamo così un altro scopo di questa commemorazione, ed è quello di continuare. Di continuare,
diciamo, nell’affermazione della scuola sociale cattolica. La inesauribile fecondità dei principi.
teologici, filosofici, antropologici, dai quali trae la sua sorgente e la validità del suo insegnamento,
l’imperativo evangelico e storico della sua tradizione, la formidabile tempesta di teorie, di
ideologie, di fatti sociali e politici dalla quale siamo avvolti e investiti, la persistenza, anzi la
recrudescenza e l’insorgenza di gravi problemi sociali, e, non fosse altro, la ammissione del
pluralismo delle opinioni e dei sistemi in vista della sempre dinamica formazione d’un progressivo
ordine sociale, autorizzano la Chiesa e obbligano i suoi figli cattolici a interloquire con una loro
propria dottrina sociale moderna, che alla luce di eterne e sempre vive verità sappia interpretare le
esperienze dei tempi nuovi nel senso della difesa e della promozione dell’uomo incamminandolo
verso i suoi veri destini temporali ed eterni.
Continuare. È ciò che Noi abbiamo, con ben più modesta parola, cercato di fare riascoltando quella
che, or sono ottanta armi, Leone XIII annunciava alla Chiesa ed al mondo, mediante la Nostra
Lettera Apostolica, ieri pubblicata e indirizzata al Card. Roy, Presidente del Consiglio dei Laici e
della Commissione Pontificia per la Giustizia e la Pace, vale a dire a questi nuovi organi della
Chiesa per la diffusione universale e apostolica della dottrina cattolica in materia sociale. Sono
semplici pagine aperte alla vostra riflessione specialmente, cari Lavoratori cristiani, affinché abbiate
qualche buona e meditata indicazione per il vostro cammino onesto e legittimo verso le nuove
conquiste alle quali aspirate; affinché abbiate fiducia nella Chiesa non solo come guida che talvolta
interviene nella disputa dei vostri problemi per preservarvi da facili e seducenti illusioni, o da pause
di amarezza e di scoraggiamento, ma davvero, come Madre e Maestra, per sostenervi, per incitarvi,
per difendervi, per rendervi capaci di conseguire conquiste di carattere economico, ma di carattere
veramente umano, spirituale e religioso: e finalmente affinché non abbiate a credere né superato, né
inefficiente, né bisognoso d’equivoche integrazioni il nome cristiano, che vi qualifica e vi onora.
Fedeltà, fiducia, unione, sia questa la nostra celebrazione della «Rerum novarum», nel progresso
dell’opera e nella letizia della speranza.
DISCORSO AI SACERDOTI INCARICATI DELL’ASSISTENZA AI LAVORATORI
Sabato, 4 dicembre 1971
Ci fa veramente piacere ricevere oggi, sia pure per brevi istanti, il vostro gruppo, carissimi
sacerdoti, incaricati, su scala regionale, della Pastorale del mondo del lavoro. Il Convegno
Nazionale, a cui avete partecipato, è la concreta risposta all’auspicio emerso, nello scorso
settembre, dalla riunione dei Vescovi italiani, delegati dalle Conferenze Episcopali regionali per
questo specifico settore: ed è quindi un segno di vitalità nella comunità ecclesiale italiana, di
docilità alle indicazioni della Gerarchia, di prontezza nell’adeguarsi alle crescenti esigenze di una
pastorale, che deve inserirsi organicamente e con pieno diritto nella complessa pastorale d’insieme
del giorno d’oggi.
LA CURA SPIRITUALE DEI LAVORATORI
Per questo siamo assai lieti della vostra presenza; ma ne abbiamo piacere soprattutto perché è la
prima volta, dopo la decisione del Consiglio di Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana, che
ci incontriamo con un gruppo qualificato di sacerdoti, che si dedicano unicamente e specificamente
alla cura spirituale dei lavoratori. Sappiamo che le vostre cure si dirigono per ora al settore
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dell’industria, della terra e del commercio. Ma il vostro scopo, a cui vi preparate intensamente, sarà
quello di animare, in seno alle vostre rispettive regioni, altri sacerdoti, la cui missione, affidata dai
Vescovi, sia quella di fornire assistenza pastorale a tutti i lavoratori, senza nessuna distinzione,
perché in tutti voi vedete il fratello da amare - ogni uomo è mio fratello! - l’uomo che porta nella
dignità della sua persona il suggello della somiglianza divina, impressagli da Dio creatore e
redentore. A questi lavoratori, alle loro iniziative e organizzazioni voi guardate per dare una
formazione religiosa, morale e sociale, per interessarvi di loro, dei loro problemi, delle loro
sfiducie, delle loro speranze.
È evidente che, nel quadro di questa azione pastorale attenta alla globalità dei problemi e coordinata
nelle sue varie implicanze, che tutta la Chiesa deve svolgere nel mondo del lavoro, acquistano un
rilievo tutto particolare le associazioni laicali e i gruppi sacerdotali.
I laici, col loro sforzo, o personale o congiunto, sono chiamati a collaborare alla pastorale nel
mondo ove lavorano, e danno nell’azione sociale la testimonianza cristiana, a cui li abilita e
consacra la grazia del Battesimo e della Cresima, che li rende partecipi della vita della Chiesa e
direttamente responsabili della salvezza dei fratelli mediante l’apostolato e il buon esempio.
DUE TEMI SPECIFICI: LA GIOVENTÙ, IL CLERO
Accanto a loro, animatore e guida, il gruppo sacerdotale presta la sua assistenza pastorale ai
lavoratori secondo le linee che abbiamo sopra descritte: ad esso, che è momento essenziale nella
pastorale della Chiesa, soprattutto nella nostra era tecnologica e in questo momento di tensioni e di
incertezze, spetta il compito essenzialmente sacerdotale di formazione cristiana, di assistenza
fraterna, di cura spirituale a quanti, da ogni parte, si rivolgono al sacerdote per averne l’aiuto che
sostiene, la parola che illumina, il ministero che salva. In questa visuale, molto ampia, che rompe in
certo modo schemi tradizionali e abitudini di comodo, voi avete giustamente rivolto l’attenzione, in
questo Congresso, a due temi specifici: la gioventù e il clero; la gioventù, come primo e più urgente
soggetto della collaborazione dei laici; il clero, per la sua specifica vocazione. Effettivamente, è
necessario dedicare premure assidue e specialissime anzitutto ai giovani che si avviano al lavoro, e
devono essere preparati, fin dal loro primo, e forse brusco contatto, diciamo così, con l’ambiente
lavorativo, a prendere coscienza della responsabilità di essere in esso testimoni della loro fede, in
tale momento di delicato e travagliato e maturante trapasso psicologico e sociologico. Dei giovani è
l’avvenire! Essi, col loro entusiasmo e col loro ottimismo, possono e devono essere i primi
collaboratori del sacerdote; bisogna lavorare guardando profeticamente al domani, e i giovani,
cristianamente formati, saranno dell’avvenire il tessuto connettivo più consistente, da cui dipende la
sanità e l’ordine, non che del mondo del lavoro, anche della famiglia e della società intera. Con la
vostra scelta, avete dimostrato di aver visto giusto, di aver guardato lontano.
Inoltre, è altrettanto indilazionabile il problema della sensibilizzazione del clero e dei seminaristi
alla pastorale del mondo del lavoro, affinché ne conoscano il significato, il fine e i metodi, la
tengano nel dovuto onore, dandovi tempo e sacrificio e fatica e pensiero, con un diretto impegno di
evangelizzazione e di comprensione.
L’ORA È IMPORTANTE E GRAVE
I due temi si integrano l’uno con l’altro; essi, inoltre, sia pure sotto una speciale e limitata
angolazione, presentano anche singolare consonanza con gli argomenti trattati nel recente Sinodo
dei Vescovi. Tutto questo ci dice quanto siate attenti ai segni dei tempi, e come grande sia la vostra
volontà di animare sempre più a fondo, da veri sacerdoti, le forme della pastorale, perché anche le
forze del lavoro vi trovino la loro degna collocazione, e siano chiamate a rendere pienamente, a
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fruttificare per la mercede del Regno di Dio, secondo la volontà del Signore che, secondo la
parabola evangelica, tutti invita, a ogni ora del giorno, a operare per la sua vigna, e non vuole che
alcuno rimanga in ozio (Cfr. Matth. 20, 1-8).
Impegnatevi a fondo, carissimi sacerdoti. L’ora è importante, l’ora è grave: il padrone della vigna
chiederà più stretto conto a noi, come avremo faticato per le moltitudini dei lavoratori. La folla
innumerevole e spesso anonima dei lavoratori in ogni settore ci guarda e ci giudica: che cosa
abbiamo fatto per loro? Come è stata messa in pratica la dottrina sociale della Chiesa? Come sono
stati vissuti i documenti pontifici, dalla Rerum novarum alla Octogesima adveniens? Molto, sì,
moltissimo, è stato compiuto, ma molto resta ancora da fare. Il buon seme del Vangelo deve portare
frutti maggiori anche là, ove anime forti, menti aperte, forze generose, talora frustrate o deluse,
chiedono a buon diritto di avere una cura adeguata, di essere aiutate a conoscere meglio il Vangelo,
e stimare di più la loro dignità umana, che da esso trae la sua difesa e la sua grandezza.
Siate consapevoli della necessità della vostra missione, e collaborate perché, sotto la guida sapiente
dei Vescovi, le forze vive delle vostre rispettive diocesi si muovano sempre più per permeare della
parola di Cristo il mondo del lavoro, e per portarvi la testimonianza della fede, della speranza,
dell’amore. A tanto vi incoraggia la Nostra Benedizione Apostolica, che di cuore vi impartiamo,
assicurandovi una preghiera, affinché il Signore allieti e fecondi i vostri sforzi e i vostri propositi.
Un decalogo per efficiente attività
Nel corso della importante udienza il Santo Padre desidera precisare, in maniera evidente, alcuni
punti. E li espone in un’ampia premessa al già riportato Discorso.
Il Papa, salutando con sentita cordialità i presenti, nota che la assistenza ecclesiastica al mondo del
lavoro in Italia esce da una fase difficile, dalla quale tuttavia è scaturita una conseguenza positiva:
quella di una linea di azione diretta a tutti i lavoratori, senza alcuna distinzione, e assunta in proprio
dalla stessa Conferenza Episcopale italiana.
Dopo aver ricordato la passione con cui, fin dal primo dopoguerra, il problema della formazione
cristiana dei lavoratori è affrontato dal clero, Sua Santità si dice lieto di trovare davanti a sé un
gruppo di sacerdoti - tra i quali molti veterani - pronto a intraprendere una nuova fase della grande e
impegnativa missione. Dobbiamo portare Cristo alla classe operaia, per quanto travagliata. Cristo
non deve essere estraneo a questa manifestazione della società. Se voi dovete dedicarvi toto corde e
con urgenza evangelica a questo apostolato di grandissimo impegno e responsabilità. Se la
situazione presenta difficoltà, non è questo un motivo per lasciarsi scoraggiare.
Io spero in voi, dichiara Paolo VI. Dare la propria esistenza per questa causa, merita! Qualcuno si
domanderà: ma i risultati? I risultati non dobbiamo mai pretenderli. Agiamo, perché sentiamo il
grande dovere di farlo. Ai risultati penserà il Signore. Paolo VI aggiunge di sentire con profonda
partecipazione personale la visita e si dice obbligatissimo verso i sacerdoti, per la loro disponibilità
e il loro impegno.
Quindi il Papa espone ai presenti una sua riflessione personale, particolarmente attuale nella
circostanza. Perché non cercare di riassumere in un decalogo, in una serie di punti, le linee di azione
di una pastorale del lavoro?
1. Bisogna avvicinare i lavoratori. Se il parroco, centro della pastorale tradizionale, può, in un certo
senso, attendere che i fedeli cerchino lui, quando si tratta dei lavoratori, portati continuamente
lontano dalle necessità sociali e professionali, dev’essere il sacerdote a cercarli, andando loro
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incontro nelle fabbriche, nei campi, negli uffici, nelle officine, là dove è possibile avvicinarli ed
introdurli al messaggio di Cristo. Quella del sacerdote specializzato in questa missione, dev’essere
l’opera di un pastore pellegrino che cerca la pecorella, non tanto smarrita, quanto lontana. Solo così
si potrà esercitare quella formazione cristiana dei lavoratori, che spesso, poich0 presupposta, viene
trascurata.
2. Bisogna comprendere i lavoratori. Non si può trattare con essi partendo da basi improvvisate,
empiriche, generiche. Bisogna avvertire anzitutto che il mondo dei lavoratori nei riguardi dei
«portatori della parola» si sente estraneo, forse intimidito, per una certa sua coscienza di inferiorità,
per un suo stato di frustrazione e di oppressione che lo caratterizza. Bisogna saperlo; e sapere che
cosa pensano i lavoratori. Il loro desiderio di uguaglianza, di partecipazione, di conoscenza si
traduce spesso in un’aspirazione rivoluzionaria, che esprime più un’ansia di riabilitazione, che un
proposito eversivo. L’anima della classe operaia è complessa, è sofferente. Bisogna conoscerla e
comprenderla, per scoprire i punti che già in essa sono in sintonia con il Vangelo e portare la luce e
la forza che viene dalla parola di Cristo, per la soluzione dei suoi problemi. Donde l’opportunità
dello studio personale, dei convegni, di tutto ciò che può approfondire nel sacerdote questa dote di
comprensione e di sintonizzazione.
3. Conoscere le ideologie che pervadono il mondo del lavoro. Oltre al dramma psicologico e
spirituale dei lavoratori, questo aspetto merita per se stesso una speciale attenzione. Da un secolo a
questa parte molte ideologie lontane dalla visione evangelica della vita vengono a incidere sul
mondo del lavoro e lo pervadono, spesso avvelenandolo. Materialismo, determinismo, fatalismo,
idee rivoluzionarie, filosofie negatrici di Dio hanno compiuto la loro opera, creando un ambiente
non pacifico, di lotte sistematiche, di odio, di rappresaglia, di rivincita, di atteggiamenti, al limite,
antisociali. Bisogna sapere donde certe manifestazioni traggono la loro linfa, per poter svolgere
l’opera risanatrice, capace di portare avanti l’uomo e la rivendicazione dei suoi diritti in forma che
non si ritorca contro lui stesso e la società.
4. Sentirsi certi di avere un messaggio autosufficiente e originale. Talvolta il dubbio entra
nell’animo di chi dev’essere portatore della parola di Cristo. Ne nasce un’autocontestazione, che
svuota l’apostolo di ogni ‘energia conquistatrice. Perché metter in discussione se stessi, quando la
parola di Cristo è una realtà che non teme contraddizioni o smentite dalla storia? Questa certezza va
alimentata attraverso l’approfondimento e la verifica, nello studio e nella preghiera, così che
l’apostolo che scende in campo aperto si senta corazzato dalle sue convinzioni di fondo e pronto a
tutto osare per comunicare a quanti ne hanno fame e sete.
5. Farsi sentire non colonialisti ma apostoli. L’atteggiamento del sacerdote presso i lavoratori non
può essere quello di chi tenta di catturare persone con scopi temporali o contingenti. Dev’essere
l’amore disinteressato a guidarlo. Per questo cercherà di assumere fin dove è possibile le maniere
stesse del loro vivere nella società, che è un modo per far sentire fin dove giunge l’amore: siamo
loro colleghi, condividiamo la loro vita, vogliamo loro bene, desideriamo portare loro pace e
conforto, tanto più quanto più sono poveri, indifesi, sofferenti, forse umiliati.
6. Approfondire la teologia del lavoro. È tutto un campo da esplorare, per portare avanti anche
concettualmente l’incontro della nostra fede con le realtà materiali, sociali, economiche e la loro
evoluzione. Il mistero della materia e della vita umana, il mistero del lavoro, mediante il quale
l’uomo vince la resistenza della materia e diventa dominatore di ciò che spesso quantitativamente lo
sorpassa, il mistero della natura, la rivelazione di Dio che è possibile intravedere in queste realtà, la
gioia, l’entusiasmo, l’ammirazione che si deve a ciò che riempie la creazione, come parola che
esprime la gloria di Dio, il silenzio che nasce dal mistero: sono tutti temi che meritano di essere
esplorati a fondo, affinché gli uomini della fatica, i protagonisti del processo di trasformazione del
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mondo, vedano nella loro opera il profondo nesso che li ricollega a Dio e che li nobilita, al di là
della sofferenza e dei limiti della vicenda quotidiana.
7. Sviluppare la coscienza morale. I temi della libertà e della giustizia trovano immediata eco nei
lavoratori. L’apostolo deve farsi portatore di questi valori, così che si trasmetta agli uomini del
lavoro il giusto senso del bene e del male, secondo la verità cristiana, anche andando contro
corrente. La classe lavoratrice è sensibilissima a tutto ciò che è giusto. È importante che si renda
conto che i canoni della giustizia hanno radice nel Vangelo del Signore.
8. Sviluppare la coscienza sociale. La nostra vita è avvelenata da un senso sociale negativo, che
tende a distruggere e a contestare ogni cosa. È anche deteriorata da un permanere di senso
individualistico, che impedisce alla coscienza di percepire le corresponsabilità e i sacrifici necessari
per il bene comune. Questa coscienza sociale rientra nella coscienza morale, ma si specifica per il
suo rapporto con l’ambito particolare entro il quale si svolge tutta la vita del lavoratore, al quale
deve essere portata una forza ideale che lo metta in grado di agire responsabilmente e
cristianamente.
9. Azione. Bisogna agire. Non basta insegnare teoricamente, costruire corpi di dottrina, lasciando
poi che ciascuno rimanga nella sua ignavia. Bisogna diffondere un ottimismo dinamico, per
intraprendere veramente insieme l’edificazione di una società nuova.
10. Far presente Cristo. Per un cristiano, per un sacerdote, è sempre Lui, il Signore l’autore di ogni
cosa elevata, consistente, trasformatrice nell’ambito delle coscienze. Ai lavoratori, a questa gente
autentica, bisogna proporre Cristo e il suo interrogativo: vuoi? Spesso la risposta è di una generosità
sorprendente. Soltanto l’incontro con Cristo è la grande forza religiosa capace di mutare in meglio
l’intimo sentire dell’uomo.
In questo decalogo semplice, ispirato all’esperienza e all’osservazione di tanti fenomeni che
toccano la classe lavoratrice, Paolo VI riassume i principali pensieri, che egli ritiene importanti per
un’efficace e organica azione pastorale. Quanto espone poco dopo nel Discorso, acquista forza
nuova alla luce di questi principi. L’esortazione a valorizzare le associazioni laicali e i gruppi
sacerdotali, per una collaborazione comune allo sforzo pastorale dei vescovi, l’insistenza sulla
preparazione dei giovani lavoratori e dei futuri sacerdoti, l’invito a proseguire nello sforzo comune
di affinamento dello spirito e della tecnica pastorale, hanno, nelle parole pronunciate
precedentemente, una base solida di pratici consigli.
SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI SAN GIUSEPPE ARTIGIANO
OMELIA
Lunedì, 1° maggio 1972
Primo maggio: festa del lavoro!
Quale grande tema di studio e di parola!
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Tema attuale, fondamentale, costituzionale! riguarda in pieno l’attività umana (Cfr. Gaudium et
Spes, 33, ss.).
Tema fecondo, percorre la storia, la scienza, la tecnica, la economia, la sociologia, la morale, la
politica, la cultura, la civiltà.
E tema antropologico, teologico, spirituale, ed ora, con l’apparizione di San Giuseppe in mezzo alla
festa del lavoro, tema liturgico.
Tema dunque centrale nel fenomeno mondiale dello sviluppo e del progresso umano; e perciò tema
controverso, esplosivo, risolutivo.
Quando se n’è parlato; quanto se ne parla! Anche la Chiesa quali studi, quali documenti, quali
esperimenti, quali sforzi e quali opere vi ha profusi!
Accenniamo soltanto a questo tema, affinché, se ve ne fosse bisogno, vi abbiate a pensare, ed
abbiate coscienza dell’interesse, dell’importanza, della complessità del tema che s’intitola al lavoro,
e abbiate a comprendere come esso supponga ed insieme produca una concezione generale della
vita: siamo nel tempo moderno, celebrativo quant’altri mai dell’operare umano, che chiamiamo
lavoro. A voi questo studio, che ben sapete quanto la Chiesa, dicevamo, lo alimenti di dottrina e di
esempio.
È troppo breve questo momento perché noi ne parliamo. E sapete? Se noi ne dovessimo parlare,
preferiremmo parlare dei Lavoratori, piuttosto che del Lavoro in se stesso; cioè degli esseri umani,
delle Persone, che sono impegnate nel lavoro; e fra queste sceglieremmo quelle che al lavoro danno
la mano, voglio dire la fatica fisica, l’esecuzione, piuttosto che quelle (per altro ben degne esse pure
del nostro interessamento) che lo preparano con gli studi e lo dirigono. E qui, in questo momento
brevissimo, nemmeno con la parola vogliamo venire a colloquio con il mondo sterminato dei
Lavoratori, ma con un altro mezzo di comunicazione sociale, un mezzo silenzioso, e forse non da
tutti percepibile: la simpatia.
Sì, oggi noi rivolgiamo verso tutti i Lavoratori questa corrente spirituale e cordiale: la simpatia.
Questa onda, invisibile per sé e imponderabile, ha tuttavia la sua realtà e la sua efficacia. La nostra
simpatia, che è quella della Chiesa, quella di chi si dichiara discepolo del Vangelo, si effonde su
tutti i Lavoratori; vorremmo che loro lo sapessero, anzi che in qualche modo la sentissero. Voce del
silenzio; ma voce vera.
Tanto spesso negli ambienti del lavoro è invece diffusa l’opinione contraria: la Chiesa non ha
simpatia per la gente che lavora, che tanto spesso è la gente delle classi umili, la povera gente. La
Chiesa, si dice, non ci conosce, la Chiesa sta con i ricchi, con i potenti. La Chiesa è conservatrice, la
Chiesa predica i doveri dei deboli e i diritti dei forti. La Chiesa si occupa dei valori morali e
religiosi, e si disinteressa dei valori economici e temporali. La Chiesa cerca i suoi interessi, i suoi
privilegi; è avara, è egoista, non pensa a noi, Lavoratori subordinati, sfruttati, abbandonati.
E quando i fatti dicono il contrario? Allora altre obiezioni si oppongono all’interpretazione giusta
del contegno amico e solidale della Chiesa verso la gente del lavoro. Spesso questa gente del lavoro
dubita e diffida delle parole e dei gesti benevoli della Chiesa: così ella fa, si pensa e si dice, perché
ha paura del popolo lavoratore; ci usa belle maniere, alcuni dicono, per prenderci e per paralizzare
le nostre rivendicazioni, o anche per strumentalizzare il nostro numero, per illudere la nostra
mentalità semplice e priva di alta cultura, per frenare lo slancio delle nostre ormai irresistibili
conquiste sociali: o meno per tenere in piedi tutto il castello della religione, a cui noi non crediamo
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più . . . E questa diffidenza si fa spesso e subito opposizione, odio, lotta e maledizione. Pur troppo.
Lo sanno quei Paesi dove prevale l’ateismo e dove esso è diventato programma. Si potrebbe
continuare.
Eppure la Chiesa non può, non vuole guardare al Lavoratore, proprio in quanto tale, senza questo
sentimento inestinguibile di simpatia. Lo voglia o no, lo sappia o no, il Lavoratore è oggetto, da
parte della Chiesa di Cristo, di simpatia. Che cosa vuol dire simpatia? Oh! vuol dire molte cose, che
tutti conosciamo! Vuol dire, innanzi tutto, partecipazione alla sofferenza altrui; vuol dire affinità
morale, vuol dire comprensione; vuol dire predisposizione alla stima, al favore, all’amicizia, al
servizio, all’amore.
La Chiesa possiede un tale sentimento?
Sì, figli e fratelli; sì, sappiatelo, voi tutti Lavoratori, ai quali arrivasse l’eco di questa semplice
professione di simpatia, di questo silenzioso discorso.
Se noi vi dicessimo i motivi di questo profondo sentimento, il discorso non sarebbe più silenzioso,
ma sarebbe lungo da non finire più. La Chiesa ha simpatia nel Lavoratore, innanzi tutto, perché ne
vede e ne proclama la dignità di uomo, di fratello eguale ad ogni altro uomo, di persona inviolabile
sul cui volto è stampata una sembianza divina. E ciò tanto più (badate: non tanto meno!) quanto
sono più marcati su cotesto volto il bisogno, la debolezza, la sofferenza, l’offesa, l’ansia di
abilitazione e di liberazione. La fatica, la povertà, l’insicurezza, lo sfruttamento, ed anche qualche
eventuale inferiorità sono titoli per la simpatia della Chiesa.
E alle tante altre ragioni che fanno scaturire nel cuore della Chiesa questa simpatia per la folla
innumerevole degli uomini che a causa del lavoro sudano, soffrono, ed oggi attendono ed esigono,
queste due alla fine aggiungiamo, che tutte riassumono; prima: anche Cristo fu uomo del lavoro
manuale; fu soggetto alla fatica alla scuola di Giuseppe, fu chiamato «il figlio del fabbro» (Marc. 6,
3), fu collega vostro, Lavoratori numero uno e numero ultimo, perché diede la vita, il sangue, per
tutti salvare. E seconda: è proprio di Cristo il grido che ancora passa nei secoli e sul mondo:
«Venite a me, voi tutti che siete affaticati ed oppressi, ed Io vi sosterrò» (Matth. 11, 28).
Questa è la simpatia di Cristo, della Chiesa, ancor oggi per il mondo lavoratore.
Con la nostra Apostolica Benedizione.
Quarto centenario di San Pio V
Il nostro saluto si rivolge ora al pellegrinaggio della diocesi di Alessandria, guidato dal suo venerato
Pastore, Monsignor Giuseppe Almici. Sappiamo che questo pellegrinaggio rientra nel quadro delle
celebrazioni del quarto centenario della morte di San Pio V, l’alessandrino, Religioso Domenicano
e poi Cardinale Antonio Michele Ghislieri, ed ha lo scopo non soltanto di venerare le reliquie del
Santo custodite nella Basilica di S. Maria Maggiore, ma altresì di «videre Petrum», e porgergli
l’omaggio della propria fedeltà e devozione filiale. Grazie, figlioli, della vostra visita! Grazie del
conforto che ci procurate col vostro affetto, con la vostra pietà e soprattutto con la vostra
testimonianza di fedeltà a Cristo e al suo Vicario in terra. Diremo: camminate sulla via che vi è stata
luminosamente indicata dal vostro grande concittadino e nostro Predecessore, sempre fedeli delle
belle tradizioni cattoliche della vostra terra e sempre più saldi in quella fermezza di fede e di
attaccamento alla Sede Apostolica, che tanto vi onora.
A tal fine impartiamo con effusione di cuore a voi e a tutti i vostri cari l’Apostolica Benedizione.
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Cooperativa «La Famiglia» di Brescia
Siamo lieti di incontrarci, una volta ancora, con i membri della Cooperativa «La Famiglia», di
Brescia: sono circa quattrocento muratori, tra i quali si trovano anche quelli che lavorano nel
villaggio che abbiamo auspicato si costruisse in Acilia. Vi salutiamo con affetto, e con voi
salutiamo il Padre Marcolini, il quale si occupa con tanta dedizione della vostra Cooperativa.
Conosciamo l’impegno che ponete nel realizzare le vostre opere e nel costruire quella che a noi sta
tanto a cuore, ad Acilia. Seguiamo con interesse la vostra attività, che ha acquistato già tante
benemerenze, destinate, così speriamo, ad accrescersi sempre più; e vi diciamo la benevolenza, la
gratitudine, il compiacimento che la vostra presenza suscita in noi, come tutto quanto ha attinenza
con la nostra cara terra bresciana.
Voi sapete mettere a frutto, con un impegno di lavoro comunitario, le istanze del nostro tempo, ove
c’è bisogno di braccia generose, che si mettano al servizio del prossimo, privo di casa, di sostegno,
di appoggio fraterno. Che San Giuseppe, Patrono dei lavoratori, protegga e dia incremento alle
vostre attività! Noi lo preghiamo per voi e per le vostre famiglie, affinché a tutti ottenga dal Signore
prosperità, pace e letizia di spirito. Con la nostra Apostolica Benedizione.
Studenti della regione parigina
Nous souhaitons particulièrement la bienvenue aux élèves de la région parisienne, venus, avec leurs
professeurs et parents, prendre sur place une connaissance visuelle et concrète de tette histoire
romaine qui a déjà enchanté leur imagination dans leur classe de cinquième. Chers enfants, vous
trouvez ici, n’est-ce-pas, des souvenirs émouvants de tette civilisation romaine. Il nous est très utile
de bien la connaitre: elle a contribué à la nôtre; son expérience, avec ses grandeurs et ses misères,
nous fait réfléchir, éclaire notre route. Vous trouvez aussi, dans les catacombes en particulier, la joie
sereine, le dynamisme et le courage des premiers chrétiens qui, au sein de la vieille Rome, ont su
faire briller leur foi au Christ et leur amour fraternel. Vous êtes invités vous aussi, chers amis, à
mettre au service du monde qui doit sans cesse se renouveler, les talents humains et chrétiens que le
Seigneur a donnés à votre jeunesse. Pour vous encourager dans cette voie, en union avec l’Apôtre
Pierre mort tout près d’ici, Nous vous donnons notre paternelle Bénédiction Apostolique.
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 10 maggio 1972
Prima che si concluda il periodo pasquale diamo ancora un pensiero alla Pasqua, sempre ricordando
l’importanza che essa occupa nel sistema dottrinale cristiano, nel ciclo liturgico della Chiesa, nella
nostra vita spirituale. «Occorre che noi riconosciamo, scrive uno dei più dotti liturgisti
contemporanei, nel mistero pasquale il centro della nostra esistenza cristiana» (J. S. JUNGMANN,
Tradit. lit. 346).
INFUSIONE DI VITA NUOVA
Se così è, dobbiamo cercare quale sia effettivamente il nostro rapporto primo ed essenziale con
questo mistero pasquale; come cioè noi ne diventiamo partecipi, come esso si rifletta in noi nel suo
duplice aspetto di morte e di vita, sia nel segno che nella sua mistica realtà. Questo primo rapporto,
178
sappiamo bene, è stabilito dal battesimo, che riproduce nel cristiano simbolicamente ed
efficacemente il mistero pasquale, il mistero della morte e della risurrezione di Cristo, il mistero
della nostra salvezza. È nota a tutti la dottrina di San Paolo: «Quanti siamo stati battezzati in Cristo
Gesù, nella morte di lui siamo stati battezzati - egli scrive ai Romani -; siamo stati sepolti con lui
per mezzo del battesimo nella morte, affinché, come fu risuscitato Cristo da morte per la gloria del
Padre, così anche noi camminiamo in novità di vita» (Rom. 6, 3-4). Ecco la Pasqua: muore e risorge
Cristo; nascono, redenti dal peccato originale, i cristiani. Nasce il corpo mistico di Cristo, nasce la
Chiesa. Dunque: «La finalità del battesimo è in primo luogo ecclesiale, e non escatologica, ciò che
spiega il battesimo dei bambini» (A. HAMMAN, Baptême, p. 137).
Sarà molto istruttivo e molto utile per la nostra concezione della vita cristiana fissare il pensiero in
questo punto focale della nostra fede: la risurrezione del Signore, la Pasqua, è diventata per noi,
mediante il battesimo, l’infusione della vita nuova, soprannaturale, la quale si svolge, possiamo
dire, in una sfera propriamente teologica, dominata dalle relazioni vitali e ineffabili con Dio Padre,
con Cristo Salvatore, con lo Spirito Santo ed animatore; e nello stesso tempo in una sfera
sociologica, nella comunione ecclesiale, fraterna e gerarchica, la Chiesa. Ancora S. Paolo ce lo
insegna: «Tutti noi in un solo corpo siamo stati battezzati» (1 Cor. 12, 13).
L'APPARTENENZA ALLA CHIESA
Questa appartenenza alla Chiesa dovrebbe essere, nel ricordo e nella pratica, il frutto della nostra
celebrazione pasquale.
Apparteniamo alla Chiesa. Non è un’appartenenza qualunque, esteriore, puramente formale,
consistente in una celebrazione passeggera, che ci lascia quelli di prima. È questo un avvertimento
che troviamo nelle esortazioni ai neofiti nella Chiesa primitiva, in occasione, ad esempio, della
deposizione delle vesti candide, di cui erano ornati i neo-battezzati, durante la prima settimana dopo
la Pasqua, fino alla così detta Domenica in Albis (cioè in vestibus albis depositis). Con la Pasqua e
con il Battesimo che la inserisce nella vita dell’uomo (e, aggiungiamo, con gli altri sacramenti che
ne fanno rivivere la grazia, come la Penitenza, sacramento esso pure di reviviscenza, e come
l’Eucaristia, sacramento che alimenta la fede con la pienezza della carità), è inaugurata una nuova
esistenza che deve avere carattere di stabilità. Ce lo ricorda S. Agostino, parlando ai fanciulli circa i
sacramenti da loro appena ricevuti: «Ciò che tu vedi, passa; ma ciò che è stato significato ed è
invisibile, non passa, rimane» (S. AUG. Sermo 227; PL 38, 1001). La prima esigenza di chi è
diventato cristiano è la costanza, è la perseveranza; essa ci è ricordata e confortata dalla ricorrenza
settimanale della domenica, con i suoi obblighi religiosi e la sua rinnovazione festiva del giorno del
Signore, della Pasqua. La stabilità! Quanto impegna il cristiano! L’educazione vi è intimamente
collegata; ch’è quanto dire che un cristiano dev’essere fedele (non è questa qualifica un sinonimo di
cristiano?), dev’essere coerente, dev’essere forte, dev’essere franco, dev’essere umilmente fiero di
definirsi tale, e pronto, ove occorra, alla testimonianza del proprio titolo privilegiato di cristiano.
Scrive S. Pietro nella sua prima lettera per infondere coraggio ai primi fedeli già provati
dall’impopolarità e dalle incipienti persecuzioni: «Che nessuno di voi tolleri d’essere ritenuto come
un delinquente . . . Ma se siete maltrattati perché cristiani, non arrossite; date piuttosto gloria a Dio
per questo nome» (1 Petr. 4, 15-16).
LE ESIGENZE INALIENABILI DELLA SEQUELA DI CRISTO
Quale coscienza profonda e forte dovrebbe generare in noi la novità della vita cristiana, quale
originalità di stile nella forma mentis, nella mentalità, nel costume, nel rapporto sociale!
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Oggi questa concezione caratteristica dell’appartenenza a Cristo e alla società visibile e spirituale da
Lui fondata, la quale attualizza la presenza e la missione di Lui nella storia, in seno all’umanità,
cioè alla Chiesa, non è sempre di moda. Anzi è contraddetta. Per il fatto che essa, la Chiesa, vive nel
mondo e per il mondo, si diffonde l’opinione, anzi l’idea che la Chiesa deve diluirsi nel mondo,
assimilarsi al costume ambientale, accogliere ideologie e abitudini correnti nella società profana;
deve secolarizzarsi.
Si parla assai oggi della secolarizzazione nella Chiesa, fino a professarla come una rinnovazione,
come una liberazione, come una penetrazione del messaggio cristiano nella società moderna. Anche
noi avremmo molto da dire in proposito, sì, per dare alla vita ecclesiale forme e norme
corrispondenti ai bisogni dei tempi, e per aprire alla testimonianza della fede e all’effusione della
carità le vie nuove e genuine della perenne vitalità della Chiesa vivente. Ma non senza ricordare ai
fedeli le esigenze inalienabili della sequela di Cristo, e quelle vigenti e responsabili ch’essa reca con
sé.
Ci limitiamo ora a raccomandare a tutti di vivere il mistero pasquale, con il senso di Cristo e con il
senso della Chiesa che gli è dovuto.
E con la nostra Benedizione Apostolica.
I corsi di perfezionamento dell’IRI
Rivolgiamo un cordiale saluto ai partecipanti ai Corsi di perfezionamento promossi dall’Istituto per
la Ricostruzione Industriale per i quadri tecnici delle Nazioni in via di sviluppo.
Ben volentieri, cari Signori, abbiamo accolto il desiderio che avete avuto di visitarci prima di
ripartire per i vostri rispettivi Paesi, e ve ne ringraziamo di cuore. Voi avete trascorso mesi
estremamente fruttuosi durante i Corsi cui avete partecipato. Il vostro soggiorno qui in Italia vi ha
arricchito di preziose esperienze, permettendovi di perfezionare il vostro sapere teorico e pratico e
mettendovi così in condizione di servire meglio il bene comune delle Nazioni alle quali appartenete.
Noi ci rallegriamo con voi, e ci auguriamo che, attraverso la vostra fattiva collaborazione, i vostri
Paesi possano più facilmente raggiungere quel livello di vita migliore verso cui dirigono
coraggiosamente i loro sforzi. Non occorre certo ricordarvi che il vero sviluppo di un popolo non è
di ordine puramente materiale, ma si costruisce fondandolo sulle solide e sicure basi dei valori
spirituali. Lavorate dunque per offrire alle vostre comunità un maggiore benessere e più ampie
possibilità di espansione; ma nello stesso tempo preoccupatevi di assicurare il massimo rispetto dei
valori morali e religiosi.
Formulando questi voti per voi, per le vostre famiglie e per le vostre Nazioni, noi vi invochiamo di
gran cuore le più elette benedizioni del Signore.
Sull’addestramento professionale
Salutiamo ora, con grande e cordialissimo affetto, i cinquecento giovani, che frequentano i Centri di
Istruzione e di Addestramento Professionale aderenti alla omonima Federazione Italiana
(F.I.C.I.A.P.). Sono con loro il Presidente Don Pilla, il Direttore Generale del Ministero del Lavoro,
Dott. Ghergo, gli Insegnanti e i familiari. A tutti il nostro benvenuto!
180
Voi rappresentate davanti ai nostri occhi i diecimila giovani, che nelle Scuole della vostra
Federazione trovano la possibilità di qualificarsi professionalmente per prendere domani, ben
preparati, il proprio posto nella società. L’istituzione a cui appartenete risponde ai segni dei tempi,
sia perché dà alla gioventù uno strumento oggi indispensabile per potersi affermare nel lavoro e,
quindi, nella vita, sia perché congiunge e avvalora gli sforzi delle varie scuole, insieme consociate,
in un’azione di mutuo sostegno e perfezionamento, di cui e le scuole stesse e specialmente gli
allievi non possono che avvantaggiarsi per conseguire i propri ideali.
Tale intento comunitario e formativo incoraggiamo di gran cuore; e a voi, qui presenti, come a tutti
i vostri coetanei dei vari Centri di addestramento, di cuore impartiamo la nostra Benedizione.
Gli ospiti della Casa di riposo di Firenze
Tra i gruppi presenti stamane a questa Udienza, ve n’è uno che desta nel nostro cuore sentimenti del
tutto particolari: sono i 75 ospiti della Casa di riposo, costruita a Firenze, per nostro desiderio, a
ricordo della visita che facemmo nella notte di Natale del 1966 a quella Città, che stava
vigorosamente sollevandosi dalle conseguenze della tragica alluvione del novembre dello stesso
anno. Vi salutiamo con grande affetto, e con voi diamo il benvenuto al costruttore dell’edificio, Ing.
Boldrini, al primario Prof. Sesti che disinteressatamente vi assiste, e alle Figlie della Carità alle
quali è affidata la direzione della Casa. Voi ci portate il saluto di tutti gli altri ospiti, che con voi
hanno trovato in essa un’oasi di serenità; soprattutto ci rinnovate il ricordo di quelle indimenticabili
ore passate a Firenze, ancora segnata dalle vive cicatrici della rovina subita, in un Natale di
preghiera, di commozione, di speranza, in cui ci sentimmo tutti più intensamente uniti nel vincolo
dell’amore di Cristo, nato per noi nella povertà e nell’abbandono per fare di noi i figli di Dio.
Sappiamo bene, per diretta informazione, che siete contenti di trovarvi nella Casa costruita per voi;
e soprattutto ci rallegriamo per il tono che in essa regna: tono di semplicità, di letizia e di fraterna
carità, che si esplica nel mutuo rispetto e nella cordiale collaborazione, fatta di piccole attenzioni
che rendono leggero il peso degli anni e serena la coabitazione. Ci piace perciò pensare alla vostra
Casa come a un fiore gentile, spuntato come una promessa di pace tra il fango e le rovine di quel
doloroso avvenimento, e come un segno della bontà e della Provvidenza del Signore, che prova noi
suoi figli solo per renderci più puri e più buoni, più aperti alla dolcezza e alla compassione, più
maturi nella nostra fede e nella nostra fortezza cristiana.
Vi ringraziamo della testimonianza che date; e specialmente vi diciamo la nostra riconoscenza per
la delicatezza, con cui tutti gli ospiti della Casa hanno preparato un ricco tesoro spirituale in
previsione di questo pellegrinaggio. Dite ai cari amici, restati a Firenze, che il Papa è rimasto
commosso della loro generosità, li segue con tanto affetto, li pensa nelle sue preghiere quotidiane. A
tutti la nostra Benedizione.
I pionieri della bonifica delle Paludi Pontine
Con sincera gioia salutiamo stamane i membri dell’Associazione tra i Pionieri della Bonifica delle
Paludi Pontine, venuti da ogni parte d’Italia a porgerci il loro omaggio insieme alle autorità
religiose e civili della provincia pontina.
La vostra presenza, figli carissimi, richiama alla nostra mente l’opera altamente benemerita, ormai
lontana nel tempo ma ancor presente nella memoria degli italiani, che voi avete svolto per sottrarre
le terre dell’agro pontino dal loro secolare stato di insalubrità e di abbandono. Ciò facendo, voi
ponevate le sicure basi del prospero avvenire di quella zona. La vostra fu allora un’impresa
coraggiosa per la quale furono necessari sforzi e disagi a non finire; ma guardando ora gli sviluppi
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di quella regione con la sua fiorente agricoltura e i suoi numerosi complessi industriali in atto, voi
potete rendervi conto del valore dei vostri sacrifici. Vorremmo che la vostra esperienza servisse di
ammaestramento e di stimolo, ai giovani soprattutto, che in un’epoca come la nostra hanno più che
mai bisogno di questi esempi di coraggio, di tenacia, di intraprendenza, per affrontare con fiducia il
loro avvenire.
Accogliete pertanto i sentimenti della nostra simpatia e della nostra stima, figli carissimi; e mentre
vi ringraziamo per la visita graditissima, di cuore impartiamo a voi qui presenti e a tutti i vostri cari
la confortatrice Apostolica Benedizione.
Giovani indiane
India is a country for whose ancient traditions we have very high esteem, and which we had the
great pleasure of visiting on the occasion of the International Eucharistic Congress in Bombay.
Today we welcome most cordially the group of fifty pilgrims from Kerala. You are here in Europe
that you may learn to be better able to serve your country and all your fellowmen. May God assist
you in your studies and in your future service, and may he bestow his graces abundantly on you and
on all the dear people of India.
Insegnanti e studenti svedesi
To the group of teachers and students from Framnäs in Sweden we give a special welcome. We
hope that your visit to Rome will be a memorable one and the occasion of receiving many spiritual
graces. It is our prayer that you will always experience the powerful assistance of God in your own
lives and in your work for others, and that you will constantly be grateful for the blessings he will
bestow.
I dirigenti di «Radio Popular» nella Spagna
Nos complacemos en dirigir un saludo especial a los dirigentes y miembros de la «Cadena de Ondas
Populares Españolas», emisoras dependientes del Episcopado: Os agradecemos de corazón esta
visita que nos haceis acompañados de monseñor Antonio Montero.
En vísperas de la Jornada Mundial de las Comunicaciones Sociales, os exhortamos de un modo
particular a continuar con entusiasmo vuestra noble y cristiana misión de informar, orientar y
proclamar la verdad con espíritu apostólico y voluntad de servicio; tratando de reavivar siempre en
los ánimos de los oyentes la actualidad perenne del mensaje de Cristo y fomentando sentimientos de
amor y de paz.
En prenda de la divina asistencia, impartimos a vosotros y a vuestros radioyentes nuestra paternal
Bendición Apostólica.
Pellegrini dell’arcidiocesi di Colonia
Ein wort besonderer Begrüssung richten Wir an den Pilgerzug der Lesergemeinde der
"Kirchenzeitung für das Erzbistum Köln". Liebe Söhne und Töchter! Wir heissen Sie alle herzlich
willkommen. Sie kommen von Köln. Vor vielen Jahren waren auch Wir als junger Priester im
"heiligen Köln" und bewunderten staunend Ihren herrlichen Dom. Dieser Dom ist Symbol für die
jahrhundertealte christliche Vergangenheit Ihrer Heimat. Sie sind in dieses heilige Erbe eingetreten.
Bleiben Sie darum stets treu Ihrem katholischen Glauben, der den Ruhm Ihrer Stadt und Ihres
Landes in die ganze Welt getragen hat. Bemühen Sie sich aber auch als mündige Christen, Ihren
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Glauben durch ein vorbildliches christliches Leben in die Tat umzusetzen. Dazu erteilen Wir Ihnen
und allen Anwesenden von Herzen den Apostolischen Segen.
Folta delegazione dei prediletti dal Signore
Grande è il conforto - così il Santo Padre nell’aula della Benedizione, dopo l’udienza generale - che
ci recate con la vostra affettuosa e numerosa presenza - siete 1600! - carissimi bambini, che
recentemente avete fatto la Prima Comunione, e voi, studenti di varie parti d’Italia, tutti convenuti
con i vostri Sacerdoti, Catechisti e Insegnanti per esprimerci i vostri sentimenti.
Come è già avvenuto nelle scorse settimane, per altri giovani, ci fa tanto piacere soffermarci, sia
pure un istante, tra di voi: e vorremmo quasi che il tempo si fermasse, dopo l’intenso succedersi dei
nostri impegni in questa mattinata, per dedicarci a tutto nostro agio ai vostri singoli gruppi, e dirvi
la nostra benevolenza, esprimervi la nostra speranza.
Sì, speranza! Voi, infatti, siete la promessa del domani! Voi siete la speranza della Chiesa e della
società! Nel guardarvi, pensiamo con trepidazione, ma al tempo stesso con fiducia, a quello che
sarete, a ciò che Dio chiederà a ciascuno. Nelle vie che la vita vi schiude, e alle quali state
preparandovi nel compimento dei vostri doveri quotidiani, ciascuno di voi ha segnata la propria
missione: nella professione, nel lavoro, nella famiglia, nella società, nella Chiesa! Dovrete dare il
vostro contributo, con profonda consapevolezza che il Signore ve ne chiederà conto. E questa
missione voi la state preparando oggi, con la serietà del vostro impegno di cristiani, con la diligenza
della vostra applicazione allo studio. Quale responsabilità, ma anche quale grandezza hanno gli
anni, splendidi e promettenti, che state vivendo!
Vi aiuti il Signore a non passarli invano. Noi preghiamo per voi, affinché dall’amicizia con Cristo
sappiate trarre la forza per essere sempre all’altezza di tale compito: lo diciamo a voi, che avete
ricevuto per la prima volta Gesù nell’Eucaristia, e che dovete mantenere intatta la fragranza di
quell’incontro; lo diciamo a voi, studenti medi e superiori, per i quali la vita sacramentale e la
cultura religiosa devono essere il cardine della vostra formazione, affinché troviate nel Cristo la
sorgente di luce per la vostra intelligenza e di energia per la vostra volontà, per non abbandonarvi al
conformismo dei pavidi e dei deboli, ma andare contro corrente, se necessario, perché non si
sviliscano le vostre meravigliose energie, e la vostra giovinezza sia sempre illuminata dalla luce e
dalla gioia.
È questo l’augurio che vi facciamo; con la nostra Benedizione Apostolica, che estendiamo ai vostri
cari, alle vostre scuole e a quanti con voi si preparano alla vita.
Sanitari specialisti per la cura della tubercolosi
Accogliamo volentieri un gruppo di giovani Sanitari di diverse A Nazioni, i quali stanno
frequentando, presso l’Ospedale Sanatoriale «Carlo Forlanini» un Corso speciale di Epidemiologia
e di Lotta contro la Tubercolosi, che si tiene sotto gli auspici dell’Organizzazione Mondiale della
Sanità e del competente Ministero Italiano.
Il saluto che vi rivolgiamo vuol essere non solo un ringraziamento per la visita, ma anche un
incoraggiamento della qualificata attività, alla quale vi siete indirizzati. Sono studi specialistici
quelli che ora vi impegnano e che vi riporteranno alle cliniche ed agli ospedali con quelle
aggiornate cognizioni ed esperienze che l’odierno progresso scientifico mirabilmente suggerisce e
propone. Sappiamo quanta strada abbiano percorso le discipline del settore, da voi prescelto, dopo
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le conquiste, per larga parte risolutive, del nostro secolo per debellare un male che, se in passato
mieteva numerosissime vittime, non cessa di esser tuttora un flagello sociale.
Questo riferimento, che abbiamo fatto al valore della ricerca, vi dica il nostro apprezzamento e la
nostra stima per la vostra arte, che è missione nobilissima di servizio e - nella misura in cui si ispira
e conforma al convincimento religioso - assume spirituale rilievo e si fa donazione ai fratelli, nel
nome di Colui che è il Padre comune degli uomini.
Su di voi e sul vostro lavoro invochiamo, in segno di benevolenza, l’abbondanza dei celesti favori,
ed in tale augurio intendiamo comprendere gli insegnanti, i collaboratori e le vostre famiglie
INCONTRI NELL’ANNIVERSARIO DEL TRANSITO DI PAPA GIOVANNI XXIII
Sabato, 3 giugno 1972
1. La luminosa figura di Francesco Olgiati
Noi accogliamo in questa Udienza con particolare commozione il gruppo milanese degli ex-allievi
della scuola di Propaganda, fondata dal compianto Monsignor Francesco Olgiati, vanto della diocesi
ambrosiana; salutiamo di gran cuore tutti i presenti, e, tra le personalità intervenute, ci piace di
nominare il venerato Monsignor Carlo Colombo, Presidente dell’Istituto di Studi Superiori
«Giuseppe Toniolo», e il Rettore Magnifico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, il Prof.
Giuseppe Lazzati.
Questo gruppo intende rievocare con noi la pia, la mesta, la luminosa memoria del tanto venerato e
compianto Monsignor Francesco Olgiati, nella ricorrenza del decennio della sua morte, avvenuta a
Milano il 21 maggio 1962, quando ancora noi eravamo colà investiti del ministero pastorale. Pia,
piissima memoria, come quella d’un Sacerdote tutto dedito a Cristo e al servizio della Chiesa con
ammirabile pienezza religiosa, quale bella figura di uomo di fede, di prete, di fratello, amico,
maestro, esempio per il Clero Italiano e per innumerevoli anime, giovanili specialmente, fidate alla
sua guida, alla sua saggezza, alla sua tonificante e gioconda conversazione; mesta memoria, perché
era a tutti carissimo ed ha lasciato un incolmabile vuoto in quanti cuori, in quante opere
sperimentarono la bontà della sua cura, della sua assistenza, e ricordandolo viene alle labbra il nome
di padre per lui, di orfani per i suoi spirituali clienti; e memoria luminosa infine, perché il tempo
trascorso non la spegne, ma la fa piuttosto davanti a noi grandeggiare, come incomparabile
collaboratore e fratello del fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Padre Agostino
Gemelli, entrambi iscritti ormai nella storia della cultura cattolica italiana, e ognora meritevoli che
le nuove generazioni attingano alle fonti del loro pensiero e della loro opera.
Sì, luminosa figura quella dell’ottimo, instancabile Monsignor Olgiati, fecondissimo, pur negli
stenti della malferma salute, di attività, di parola e di scritti, quasi a catena lungo tutto il corso della
sua vita di Sacerdote, di Professore, d’uomo di azione.
Noi confidiamo che un tale patrimonio di studio, di lavoro, di esempio non vada perduto, e non solo
in questa circostanza abbia una degna celebrazione, ma altresì ottenga poi un accurato inventario,
un’opportuna conservazione, e un progressivo sviluppo. Monsignor Olgiati merita d’essere ancora
maestro. E non diremo di più, in questo troppo breve istante a noi concesso per tributare alla sua
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cara e compianta figura il nostro cordiale omaggio di venerazione, di ammirazione, di riconoscenza,
e di quella affezione che circola fra noi pellegrini nel tempo e la «turba magna» già accolta nella
definitiva comunione dei Santi.
Ma, quasi a suo nome, sicuri d’interpretare il suo cuore, raccomanderemo a voi ciò ch’egli ebbe di
più caro, perché più prezioso per l’incremento della causa di Cristo in questo Paese; due cose:
l’Azione Cattolica, quella formatrice e promotrice d’una Gioventù veramente forte, pura e cristiana;
e l’Università Cattolica, le cui dimensioni stesse sembrano esigere più che mai chi la sostenga, la
benefichi ed anche le consacri la vita. Monsignor Olgiati ne sarà felice e ricompenserà dal Cielo.
Nel ricordo comune di lui, impartiamo a tutti voi una particolare Benedizione Apostolica.
***
2. Apostolato di religiose fra le lavoratrici
Un particolare saluto vogliamo ora riservare alle Religiose alunne della Scuola di formazione sociopastorale di Verona per religiose addette all’apostolato tra le lavoratrici.
La vostra presenza, figlie carissime, a fianco delle donne operaie, è una nuova testimonianza delle
sollecitudini della Chiesa a favore delle classi lavoratrici. Quando poi si rifletta alle condizioni di
disagio in cui molto spesso si trova la donna nel suo ambiente di lavoro, ai pericoli morali e
spirituali ai quali essa è particolarmente esposta a motivo delle strettezze familiari, della fatica, della
promiscuità, si comprende allora facilmente la necessità e l’urgenza dell’apostolato che la Chiesa
intende affidarvi. Nella vostra condizione di donne e di religiose, voi siete particolarmente adatte
per offrire assistenza alle lavoratrici, affinché abbiano a conservare la loro dignità umana e
cristiana. Non è certamente un compito facile quello che dovete affrontare, essendo, il vostro, un
apostolato che si estende dalla fabbrica alla parrocchia, alla famiglia, e si propone di raggiungere la
donna lavoratrice in ogni circostanza della sua vita. In tutto questo noi vi raccomanderemo di
svolgere la vostra delicata missione sempre alla luce della vostra vocazione di anime consacrate a
Dio. Il servizio che voi prestate al prossimo non deve essere altro che il fiorire all’esterno
dell’amore che voi portate a Dio, a cui vi siete indissolubilmente congiunte. Questo la Chiesa
chiede a voi, figliole; e questo vogliono soprattutto da voi le lavoratrici, le quali desiderano, sì,
trovare in voi le sorelle a cui aprire spontaneamente il cuore, ma ancor più vogliono vedere in voi
anime elette, distaccate dal mondo e sublimate dal continuo contatto con Dio.
In questo senso noi formuliamo i nostri voti; e mentre vi assicuriamo un particolare ricordo nella
preghiera, invocando su di voi tutte, sulla vostra Scuola, e sulle anime che vi saranno affidate la
continua protezione del Cielo, volentieri vi impartiamo la nostra Apostolica Benedizione.
***
3. La virtù evangelica della povertà
Ci piace rivolgere ora un saluto particolare alle Suore Agostiniane di vita apostolica, convenute a
Roma da varie regioni d’Italia, con le Consorelle di altri Paesi, in occasione del loro III Congresso.
La vostra presenza devota, Figlie carissime, la comune appartenenza alla grande famiglia di S.
Agostino ed il tema stesso che studiate in questi giorni, dànno una nota caratteristica all’incontro,
che, anche se breve, vuol essere un momento di spirituale comunione di sentimenti e pensieri. Non
possiamo certo, pur desiderandolo, attingere e proporvi dal tesoro degli scritti del Santo Dottore,
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che è vostro padre e maestro, le indicazioni più adatte a conforto delle vostre riflessioni. Ma come
dimenticare che la povertà - virtù genuinamente evangelica, virtù che autentica la sequela di Cristo
secondo l’ideale della vita religiosa - trova nelle pagine del Santo un insegnamento che, mentre la
inquadra nella sua funzione di strumento per conseguire la carità perfetta, si fa monito ed anche
rimprovero verso chi, avendo scelto la vita comune - la socialis vita, com’egli la chiama - non si
decide a rinunciare al proprium? (Cfr. S. AUG. Sermo 356; PL 39, 1580) «La carità, di cui
l’Apostolo ha scritto che non cerca le cose sue, va intesa nel senso che antepone le cose comuni alle
proprie, e non le proprie alle comuni. Perciò, quanto più vi preoccuperete delle cose comuni anziché
delle vostre, tanto più saprete di aver progredito»: sono espressioni della sua Regola, che è la vostra
regola (Cap. VIII).
Ecco alcune tracce, che suggeriamo non soltanto per la circostanza del Convegno, ma anche per
l’orientamento che qualifica, in concreto, la vostra azione. L’impegno, che portate nelle opere di
assistenza, nell’insegnamento scolastico, nella collaborazione missionaria, riceverà dalla pratica
della povertà una intrinseca elevazione, che ne garantirà l’efficacia. Confermiamo i nostri voti con
una speciale Benedizione, che volentieri estendiamo alle Consorelle con le quali condividete la
quotidiana fatica.
***
4. Artigiane della pace e della solidarietà
Par l'entremise de votre Aumônier, vous avez manifesté le désir de Nous rencontrer à l’occasion de
la première réunion annuelle de l’Association «Shape Officers». Nous espérons que ces rencontres
puissent contribuer à fortifier ces liens d’estime et d’amitié si bénéfiques à notre époque.
Pour Nous, vous le savez, cette fraternité entre les peuples doit devenir une réalité, dans le respect
des droits de chacun et aussi dans une solidarité effective qui les tournent les uns et les autres vers
les tâches urgentes du développement à accomplir à tous égards, particulièrement près des faibles,
des pauvres, des opprimés. Nous ressentons vivement les actes d’injustice et de violence, si
contraires à l’évangile, à la dignité humaine et au bien commun de la société à construire. Nous
vous invitons à être vous aussi, à votre manière, des témoins, des artisans de la paix et de la
solidarité.
Sur chacun d’entre vous, sur vos familles et ceux qui vous sont chers, Nous invoquons de grand
cœur les Bénédictions du Seigneur.
***
5. Il vero progresso delle popolazioni rurali
Ci fa molto piacere accogliere in voi, cari Signori, i distinti membri del Comitato Generale
dell’«International Catholic Rural Association» (I.C.R.A.). Anzitutto ci felicitiamo per la vostra
recente nomina a tale incarico, e vi assicuriamo tutta la nostra stima e il nostro incoraggiamento per
l’opera, a cui siete chiamati a dedicare il vostro talento. Non è opera facile, lo sappiamo. Il mondo
agricolo è dappertutto in crisi, e specialmente nei Paesi in via di sviluppo: si tratta di andare di pari
passo con i progressi della civiltà della tecnica e dell’industria, di studiare i problemi rurali a livello
e con collegamento internazionali, di sensibilizzare la popolazione rurale al ruolo di primaria
importanza ch’essa ha nell’economia generale, e di darle peraltro la possibilità e i mezzi di
attendere a codesta sua responsabilità, perché possa contribuire all’elevazione generale delle
condizioni di vita dei propri Paesi.
186
Ci fa piacere apprendere che siete animati dai migliori propositi, e che ispirate la vostra azione agli
insegnamenti pontifici e alla dottrina della Chiesa: del resto, l’I.C.R.A. è nata come risposta alla
«Mater et Magistra» del nostro venerato Predecessore Giovanni XXIII, di cui oggi ricordiamo il
nono anniversario del pio transito. Il Signore ricompensi e avvalori i vostri sforzi! Invocando sulla
vostra attività e sulle organizzazioni che rappresentate, il suo costante aiuto, di cuore vi
benediciamo.
As we extend our special welcome to the new members of the General Committee of the
International Catholic Rural Association we are pleased to assure you of the deep interest we have
in your activities. We hope that your term of office will be fruitful and that all your endeavours will
be blessed by God. In a particular way we invoke the Lord’s assistance on all that you will do to
uphold and clarify the role of agriculture and of the agricultural population in regard to
development. Be assured of our prayerful support.
DISCORSO AI SACERDOTI PARTECIPANTI AD UN CORSO
DI ESERCIZI SPIRITUALI A FRASCATI
Mercoledì, 30 agosto 1972
Abbiamo desiderato molto di accogliervi e di riservarvi un posto a particolare in questa mattinata di
Udienze, carissimi Sacerdoti del Gruppo Nazionale per la pastorale nel mondo del lavoro, per dirvi,
come già il 4 dicembre dello scorso anno, tutta l’attenzione con cui seguiamo il vostro apostolato,
l’incoraggiamento che vi dedichiamo, le speranze che riponiamo in voi.
Voi state partecipando ad un corso di Esercizi spirituali, a Frascati, predicati da Monsignor Alfredo
Ancel, Vescovo Ausiliare di Lione, che salutiamo con affettuosa deferenza insieme con Monsignor
Santo Quadri, responsabile del vostro Gruppo sacerdotale. L’occasione, che qui vi ha portati, ci dice
meglio di ogni parola che voi, pur immersi a fondo nell’azione, volete porre le basi insostituibili
della sua fecondità nella preghiera, nel raccoglimento, e nella riflessione dei grandi temi della fede:
avete fatto come gli apostoli, ai piedi di Cristo, per riposare spiritualmente con Lui in solitudine
(Cfr. Marc. 6, 31), e da questo contatto vivificante trarre la forza e il vigore per le fatiche, che vi
attendono. E questo ci dice inoltre che avete preso molto sul serio quanto abbiamo voluto
raccomandarvi nell’incontro già ricordato.
Carissimi fratelli! Quale consolazione ci procura questa testimonianza di soda pietà e di impegno
concreto e generoso davanti a Dio, davanti a voi stessi, e davanti ai lavoratori, per il cui ministero
siete specializzati! Non abbiamo bisogno di ricordarvi quanto ci stia a cuore la vostra presenza,
umile, fattiva, instancabile, aperta, fraterna nel mondo del lavoro: in questo mondo fatto di uomini,
di nostri amici e fratelli, che hanno una mente che si interroga e un’anima che si appassiona ai
problemi propri e dei colleghi; un mondo permeato da fermenti di ribellione, sì, ma anche maturo a
sentire le proprie responsabilità, nella misura in cui si sente compreso e aiutato nelle sue aspirazioni
a una vita più consona alla propria dignità umana; un mondo che per una serie di preconcetti storici
e dottrinali è stato e rimane per tanta parte diffidente, se non ostile, verso la Chiesa, ma, quando si
veda accostare con animo sincero da noi sacerdoti, è disposto in modo sorprendente ad allacciare un
dialogo, che può portare a frutti insperati.
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Non dobbiamo lasciar cadere inerti le braccia di fronte agli smisurati problemi, ch’esso pone alla
tradizionale concezione dei metodi pastorali, ma studiare, ma impegnarci, ma dedicarci totalmente
alla loro soluzione, per portarvi il contributo che la Chiesa della dottrina sociale pontificia, la
Chiesa del Concilio Vaticano II, la Chiesa del Sinodo dei Vescovi, con gigantesco sforzo cerca di
introdurre in questo settore, come il piccolo lievito nella grande massa da fermentare.
La preghiera vi sosterrà nelle difficoltà, che un tale compito comporta; il ricorso alla fonte
inesauribile della pietà eucaristica e mariana saprà darvi forza, unitarietà, coerenza, nei vostri
tentativi volonterosi e audaci, che stanno organizzandosi da parte vostra con tanta buona volontà, e
con tanto, diciamo pure, eroismo; Cristo è con voi, vive con voi, si serve di voi, per entrare a
contatto di quelle moltitudini, la cui fatica quotidiana è tutta un grido, forse inconsapevole, verso la
sua presenza, verso la sua bontà, verso la sua grazia. Siate presso di esse i suoi araldi, i suoi
testimoni, i suoi portavoce; la luce che avete attinto da questi esercizi vi accompagni nei giorni che
verranno, per portare avanti l’opera sua. È un’opera, ripetiamo, che ci è particolarmente cara,
perché corrisponde alle ansie del Cuore di Cristo per la salvezza di questo mondo, da Lui salvato.
Sappiateci sempre accanto a voi con l’affetto, e col ricordo all’Altare del Signore; e la nostra
Apostolica Benedizione vi accompagni, come espressione della speranza che riponiamo in tutti voi.
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 1° maggio 1973
Oggi, Festa del Lavoro, alla quale il nostro venerato Predecessore Papa Pio XII volle attribuire un
carattere religioso, quasi a sublimare il suo carattere economico-sociale, quante, quante cose
sarebbero da ricordare in questo nostro incontro, che non può dimenticare il tema dominante della
festa, il lavoro cioè, e non può rinunciare al tentativo di inquadrarne l’idea nel disegno spirituale e
religioso della vita cristiana.
La brevità stessa di questa nostra familiare conversazione impone una sintesi. Concentriamo i nostri
pensieri in un solo punto focale: onorare il lavoro.
1. Sì, onoriamo dapprima il lavoro, sotto l’aspetto soggettivo, come un’esigenza naturale dell’essere
umano. L’uomo è un essere virtuale, implicito, bisognoso di sviluppo e di perfezionamento. Questo
sviluppo e questo perfezionamento non avviene in forma dovuta ed in misura soddisfacente da sé,
quasi per crescita vegetativa; avviene mediante l’attività dell’uomo, un’attività razionale, ordinata,
che mette in esercizio le forze e le facoltà umane; questo esercizio è il lavoro. È l’operosità, è la
scuola, è la ginnastica, è la fatica. L’uomo non raggiunge la sua dimensione vera senza il lavoro,
ch’è legge benefica e grave per tutti noi. Guai all’ozio, alla pigrizia, allo spreco del tempo,
all’impiego vano e superfluo delle proprie capacità. Ogni uomo deve essere in qualche modo
intelligente e volenteroso lavoratore. Onoriamo nel lavoro ciò che lo fa grande, nobile, meritorio: il
dovere. E riconosciamo nel lavoro un programma immancabile e irrinunciabile della nostra vita: il
diritto al lavoro (Cfr. Gen. 2, 15; Matth. 20, 6; Gaudium et Spes, 33-37).
2. Riconosciamo sinceramente un altro aspetto del lavoro: l’aspetto, diciamo così, penale. Il lavoro
non è sempre piacevole. È insito nella natura stessa del lavoro un effetto sgradevole: la fatica, lo
sforzo, la stanchezza; e poi il fatto ch’esso è dovere, è obbedienza, è necessità ci ricorda che
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l’attività umana porta in se stessa un castigo derivato da un fallo antico, il peccato originale, di cui
noi portiamo ancora la triste eredità: «col sudore del tuo volto mangerai il tuo pane», disse Dio
Creatore ad Adamo peccatore; ricordate? (Gen. 3, 17-19); tanto che S. Paolo, lanciando un principio
perenne di deontologia e di economia sociale, scrisse, in una delle prime lettere, chiaro e tondo ai
Tessalonicesi: «se uno non vuole lavorare, neppure deve mangiare» (2 Thess. 3, 10). Sì, il lavoro è
gravoso, talvolta penoso, rischioso. Onoriamo il lavoratore che soffre. Onoriamo il lavoratore
fiaccato, spesso umiliato, sfruttato. E cerchiamo di asciugare il suo sudore, procurando che esso sia
alleviato, risparmiato; e anche confortando la pena di lui come titolo d’una maggiore dignità umana
e come segno non vano di simiglianza a Cristo paziente.
3. Onoriamo il lavoro nel suo aspetto economico. Cioè come dominatore della natura, e
trasformatore delle cose in beni utili all’uomo. Il fenomeno è universale e gigantesco. Oggi l’uomo
pensante è venuto in soccorso all’uomo faticante: gli ha inventati e dati tali strumenti, che mentre
questi alleggeriscono, fino quasi ad annullarla, la fatica fisica, ne moltiplicano a dismisura
l’efficienza. È il prodigio caratteristico del nostro tempo, della civiltà moderna: il connubio della
scienza e della tecnica, dal quale provengono i frutti ciclopici dell’industria e i ritrovati meravigliosi
della nostra cultura. È una gloria questa, che noi dobbiamo spiritualmente riconoscere e esaltare. La
vita della società moderna ormai ne dipende; e poi l’opera dell’uomo così vi risplende, che noi
dovremo onorare in lui quella somiglianza divina che il Padre ha infuso, creandola, nell’anima
umana. Sì, dovremo esaltare e benedire questo fenomeno, estremamente complesso, fecondo,
potente, e sempre nuovo, dell’attività organizzata e strumentalizzata dall’industria e dalla tecnica,
non come un’apostasia naturalista dell’uomo fattosi adoratore della terra, ma come uno sforzo
dell’uomo che, mediante una sua sapienza celeste, la mente umana, estrae da essa, la terra, i doni ivi
infusi dal Pensiero creatore (vedi la bella lapide murata alla diga del Tirso, in Sardegna).
4. Tutto bello dunque il lavoro trionfante che qualifica la nostra età? vi è un altro aspetto, ed è il più
importante che noi dobbiamo considerare nel lavoro, ed è l’aspetto sociale. Questo è più degno di
ogni altro del nostro onore, perché riguarda il valore prioritario relativo al lavoro, ed è l’uomo.
L’uomo lavoratore, per antonomasia; l’uomo che mediante lo sviluppo industriale ha moltiplicato
oltre ogni attesa i membri della società, li ha divisi in classi, e, come tutti sappiamo, ha fatto della
società non una famiglia, ma un inevitabile campo di lotta, perciò sovente senza concordia, senza
pace, senz’amore. I grandi valori del progresso, il pane, la libertà, la gioia di vivere, sono in
perpetua contestazione, se il grande torrente di ricchezza, che scaturisce dal nuovo lavoro
conquistatore e produttore, è confiscato da un duplice egoismo: quello che ripone nei beni temporali
il solo e maggiore fine dell’uomo fine supremo a se stesso, errore ideologico, materialista; e quello
che fa programma costitutivo della vita comunitaria la lotta radicale, esclusivista, fra le varie classi
fra loro per il monopolio della ricchezza; errore sociale ed economico. Ma questo aspetto sociale del
lavoro merita ad ogni modo il nostro onore ed il nostro interesse, anche perché noi pensiamo che un
dovere cristiano, pari alle dimensioni del bisogno, reclama nel mondo del lavoro il nostro impegno
di saggezza e di carità, la nostra testimonianza di fraternità e di esperienza storica e psicologica. Noi
crediamo che i rimedi alle tensioni sociali presenti esistano; e con speranza già vediamo delinearsi
alcune vie di felici soluzioni, alle quali vogliamo, oggi specialmente, augurare successo.
5. Ed una di queste vie ci presenta un ultimo aspetto del lavoro, quello religioso. Una volta esso
rappresentava la formula individuale e collettiva dell’operosità umana: ora et labora; prega e
lavora. Questa formula ha il vantaggio di considerare l’attività nostra in tutta la sua possibile
estensione, e di conferirle una dignità, una onestà, una razionalità, una forza e una pace, che il
lavoro, di natura sua rivolto al regno temporale, da solo non può raggiungere, e che illuminato,
sorretto, integrato dalla preghiera può facilmente godere.
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Lasciamo alla vostra meditazione esplorare queste vaste regioni del pensiero e dell’esperienza; e in
nome di Cristo, divino lavoratore, tutti vi benediciamo.
Pellegrini di Alba
Dobbiamo ora un saluto al pellegrinaggio della diocesi di Alba, guidato dal Vescovo, Monsignor
Luigi Bongianino, che ci fa tanto piacere rivedere, insieme con i rappresentanti del Clero e delle
benemerite Congregazioni religiose colà operanti, e con le forze del laicato cattolico, dei fedeli delle
varie parrocchie e dei lavoratori delle industrie locali. Siate i benvenuti a questo tonificante incontro
di anime, presso il Sepolcro di Pietro!
Facciamo voti che questa opportunità di ritrovarvi in preghiera al centro della fede cristiana, in
consonanza di propositi e d’intenti, vi infonda nuova generosità nel fare onore al nome cristiano.
Sappiamo che la vostra diocesi si è sempre distinta per il numero e per la formazione dei suoi
sacerdoti, per la solidità della vita parrocchiale e dell’insegnamento catechistico, per l’attività di
azione cattolica; è stato tracciato un solco, è stata lasciata un’orma che dovete impegnarvi a seguire,
perché le nuove generazioni ricevano e tengano alta la fiaccola della fede, nella serietà e nella
laboriosità alla vita, nella letizia dei cuori. Il Signore vi accompagni sempre, vi renda docili alla sua
grazia, vi stimoli alla cooperazione apostolica e missionaria, renda feconda di opere e di meriti la
vostra vita diocesana! Con questi voti, impartiamo a voi, presenti, ed all’intera diocesi albese la
nostra particolare Benedizione.
Catechiste parrocchiali di Verona
È presente all'udienza un gruppo assai numeroso di Catechiste Parrocchiali della diocesi di Verona,
le quali, guidate dal caro e venerato Monsignore Giuseppe Carraro, sono venute a farci visita per
ascoltare da noi una parola di incoraggiamento e di augurio.
Rispondiamo volentieri al vostro desiderio, perché sappiamo che il pellegrinaggio a Roma vi è
costato non poco sacrificio e, più ancora, vi costa sacrificio l’attività catechistica, che svolgete nelle
parrocchie e nei centri pastorali della diocesi. Voi siete, in gran maggioranza, operaie, ed alla fatica
quotidiana nelle fabbriche e negli opifici avete voluto aggiungere, con lodevole spirito di
generosità, un’altra e più meritoria fatica nella Chiesa, che è - come ha ricordato il Concilio,
riprendendo due suggestive immagini di S. Paolo - il «campo di Dio» e l’«edificio di Dio» (Lumen
Gentium, 6). Come potremmo, inoltre, dimenticare la scuola diocesana, che vi ha preparate al
ministero di catechiste? È giunta al suo tredicesimo anno di vita, ha un’originale fisionomia ed
assolve una preziosa funzione nella Comunità ecclesiale Veronese. Ne diamo meritata lode al
degnissimo Pastore, che l’ha istituita, ed ai Sacerdoti e alle Religiose Canossiane, che curano la
formazione delle alunne. Auspichiamo che da questa scuola scaturiscano sempre più fresche energie
per alimentare la vita spirituale dell’antica Chiesa di S. Zeno, il Patrono di cui ricorre il XVI
centenario della morte e che fu tra i massimi evangelizzatori della regione. Il ricordo della sua opera
missionaria deve stimolarvi a collaborare con impegno all’opera della educazione cristiana, dando
così coerente sviluppo alla tradizione religiosa, che onora la vostra terra. Vi sia di conforto la
Benedizione Apostolica, che estendiamo ai vostri maestri, alunni e familiari.
Centro di addestramento professionale
Ed ora, un particolare saluto ai numerosi allievi della «Federazione Italiana Centri di Istruzione e di
Addestramento Professionale».
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Desideriamo esprimere, anzitutto, il nostro apprezzamento per le finalità, umane e cristiane, della
vostra Federazione, la quale intende promuovere tutte quelle iniziative atte alla istruzione e alla
formazione integrale dei giovani nel campo del lavoro. Con questo essa intende anche rispondere ad
un pressante invito del Concilio Vaticano secondo, il quale ha così affermato: «Occorre fare ogni
sforzo affinché quelli che ne sono capaci possano ascendere agli studi superiori; ma in tale maniera
che, per quanto è possibile, essi possano occuparsi nella umana società di quelle funzioni, compiti e
servizi che sono consentanei alle loro attitudini naturali e alle competenze acquisite» (Gaudium et
Spes, 60).
Con lo sguardo rivolto a queste ampie prospettive, preparatevi, figli carissimi, con serio impegno
alla vostra professione, per essere cittadini coscienti di dover offrire un fattivo e positivo contributo
alla società; ma, specialmente, siate e mostratevi sempre cristiani coerenti, capaci di dare, con
costante generosità, una testimonianza di vita, ispirata alle esigenze del messaggio evangelico.
Con questi voti ed in pegno della nostra benevolenza impartiamo a voi, ai responsabili della
Federazione, a tutti i vostri cari l’Apostolica Benedizione.
Ammalati di Saint-Brieuc
Chers Fils du Centre Hospitalier de Saint-Brieuc,
Nous savons que depuis deux années vous prépariez votre pèlerinage: dans la joie de venir, pour la
première fois, tout près du Successeur de l’Apôtre Pierre; mais aussi dans la générosité, car vous
avez voulu assumer une part de votre voyage par des économies patiemment répétées; surtout, vous
avez laissé grandir dans vos cœurs chrétiens l’amour de l’Eglise du Christ! Si en ce moment vous
etes comblés de bonheur spirituel, croyez bien que notre joie est à la mesure de la votre.
A la suite de Jésus, l’Eglise veut donner son cceur et ses activités, en priorité aux souffrants. Et le
Rape, autant qu’il le peut, ouvre largement sa maison à ceux qui ont mystérieusement recu la Croix
du Christ en partage. Puissiez-vous, avec l’aide certaine du Seigneur, retourner vers votre maison de
Saint-Brieuc avec une espérance toute nouvelle, une espérance puisée au cceur de l’.Eglise et qui
rayonnera sur votre vie, camme les phares si indispensables aux jolies cotes de votre Bretagne!
Chers fils, votre présence dans l’Eglise mais aussi dans la société, est sacrée. Votre présence est un
appel à la solidarité, au courage, à la foi! Votre présence est porteuse de simplicité, de paix, de joie
meme! Nous ne craignons pas de vous le dire, la sainteté chrétienne est possible pour vous aussi. Et
nous rendons un hommage très particulier aux responsables, aux aumoniers, aux religieuses qui sont
à votre service, et vous aident, jour après jour, à développer vos possibilités humaines, à etre de
vrais disciples de Jésus. En vous, le Christ nous donne des signes émouvants du dépassement de la
souffrance humaine. En vous, le Christ déploie la force de sa résurrection.
Avant de passer au milieu de vous, à l’exemple du Sauveur, Nous appelons sur vos personnes, sur
ceux qui vous entourent avec une délicatesse remarquable, sur tous ceux que vous aimez ou que
vous représentez ici, la Bénédiction du Seigneur.
Pellegrinaggio di Biella
Partecipano all'udienza odierna numerosi pellegrini della diocesi di Biella, venuti a Roma in
occasione del secondo centenario della istituzione della loro diocesi, per manifestare la loro fede
indefettibile in Cristo e la loro costante devozione alla Cattedra di Pietro. Sono guidati dai Pastore
della diocesi stessa, il venerato Monsignore Vittorio Piola; e sappiamo che li accompagnano i loro
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Presuli Monsignore Carlo Rossi, già Vescovo di Biella, e Monsignore Giovanni Picco, già Vescovo
Ausiliare di Vercelli, insieme a numerose autorità civili della zona.
Anche noi, figli carissimi, siamo profondamente lieti di questo incontro. Vi riceviamo, quindi, con
animo paterno, e nel gradire il vostro devoto ed affettuoso omaggio, sentiamo di raccogliere la
testimonianza di fede e di carità che la vostra intera diocesi ha saputo offrire in questi due secoli di
generosa e fattiva vitalità.
Ai membri di questa eletta porzione della Chiesa di Dio, e in particolar modo a voi qui presenti,
giunga il nostro affettuoso saluto. Esso vuol essere in pari tempo un’esortazione a corrispondere alla
gioia ecclesiale di questa fausta ricorrenza, con un intensificato impegno di fedeltà, di unità attiva e
feconda dei sacerdoti, dei religiosi e dei laici attorno al loro Vescovo, quale è nelle belle tradizioni
della vostra Chiesa, per il suo migliore avvenire. Un avvenire che noi auspichiamo sereno e
prospero, sotto la protezione della Vergine Santissima che, dal suo Santuario di Oropa, veglia da
secoli sulle sorti della Chiesa biellese. Non è senza un particolare motivo questo richiamo alla
vostra celeste Protettrice. Avete voluto, infatti, presentarci, perché sia da noi benedetto, un
imponente ed artistico cero che, portato a Lourdes con un pellegrinaggio di malati, avrà la sua sede
definitiva nel Santuario di Oropa a ricordo di questa centenaria ricorrenza. Ben volentieri aderiamo
al vostro desiderio, e vorremmo che questo cero, che d’ora innanzi brillerà nel vostro celebre
Santuario, fosse il segno di un rinnovato patto di fedeltà e di amore fra noi e la Gran Madre di Dio,
come sarà certamente un segno della protezione che Ella non lascerà mancare a chi vorrà
volenterosamente seguire le sue orme sulla via della onestà, della purezza, della santità e della
grazia.
Avvalori questi nostri voti paterni la Benedizione Apostolica che ora di cuore impartiamo a voi qui
presenti, a cominciare dai degnissimi e a noi carissimi Vescovi, e che amiamo estendere a tutti i
vostri condiocesani spiritualmente uniti con voi in questo incontro col Vicario di Cristo.
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 27 marzo 1974
Avevamo intenzione di ricevere stamane i vostri numerosi gruppi, ma purtroppo, nonostante il
nostro desiderio, una indisposizione ce lo impedisce. Ce ne dispiace specialmente per voi, venuti a
portarci il dono della vostra presenza, che tanto ci conforta.Vi auguriamo ogni bene,
nell’adempimento generoso dei vostri quotidiani doveri; vi seguiamo con la preghiera, che invoca
su di voi dal Signore ogni dono di fortezza, di grazia, di pace; e di cuore vi impartiamo la nostra
benedizione, ch’è rivolta anche a tutti i vostri Cari lontani.
Chers Fils et chères Filles de langue française,Sans pouvoir vous parler plus longuement, Nous
vous saluons cordialement. Nous souhaitons que ce séjour romain fortifie votre sens chrétien et
votre amour de l’Eglise. A vous-memes, et à tous ceux qui vous sont chers, Nous donnons la
Bénédiction Apostolique.
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We are happy to extend to all of you-our sons and daughters and our friends-the expression of our
affection in Christ the Lord. We invoke his graces upon you, and in his name give you our
Apostolic Blessing.
Von Herzen erteilen Wir den vielen Pilgern aus den Ländern deutscher Sprache Unseren
Apostolischen Segen. Es sind auch alle Andachtsgegenstande geweiht, die Sie bei sich haben.Unas
palabras de saludo y bienvenida para todos nuestros oyentes de lengua española y portuguesa.
Lamentando no poder recibiros hoy corno habríamos deseado, os impartimos la Bendición
Apostólica, que extendemos a vuestros familiares.
Al termine dei saluti, il Papa imparte a tutti la Benedizione Apostolica. Prima di ritirarsi, si è infine
intrattenuto brevemente alla finestra, per rispondere al rinnovato saluto della moltitudine.Ed ecco
il testo dei successivi saluti che il Santo Padre si proponeva di pronunciare, se gli fosse stato
possibile dar corso alla consueta udienza generale.
Centri d’istruzione professionale
Diamo ora un saluto particolare al gruppo proveniente dai Centri di istruzione e di addestramento
professionale, curati dall’apposita Federazione Italiana (F.I.C.I.A.P.). La vostra presenza è, anche
quest’anno, molto numerosa; come siamo informati, si tratta prevalentemente di allieve di
benemerite scuole, venute soprattutto dal meridione d’Italia: e quindi ci offrite quest’anno e un
nuovo aspetto della molteplice attività dei Centri, e una diversa rappresentanza di quei trentamila
giovani e signorine che, sotto la guida di esperti maestri, si preparano ad una qualificazione
professionale che sarà loro utile, anzi indispensabile, per inserirsi con piena maturità e
responsabilità nel mondo del lavoro.Ci fa piacere apprendere che questa preparazione, compiuta nel
raggio capillare di innumerevoli scuole, si svolge appunto dando un sicuro e approfondito
orientamento cristiano alle istanze fondamentali della vostra giovane vita. Sappiamo inoltre che
intervenite liberamente a corsi di esercizi spirituali, organizzati per voi, e che siete aperti alle
esigenze della collaborazione missionaria. Bravi, giovani carissimi! Così facendo voi dimostrate di
aver compreso che solo nella luce del Vangelo l’uomo trova le indicazioni necessarie per vivere la
propria esistenza secondo il piano di Dio, per dare al proprio lavoro il suo significato di
collaborazione all’ordine creato, e di consacrazione delle realtà terrestri, di redenzione della fatica
inerente al lavoro, rendendola fruttuosa nella comunione col Mistero della salvezza, operata
mediante la Croce.Vi auguriamo di dare sempre alla vostra vita il suo significato autentico di
risposta generosa a Dio che ci chiama, e di amore concreto e operoso ai fratelli: e tutti vi
benediciamo di cuore, unitamente ai vostri familiari e a quanti si occupano della vostra formazione
spirituale e professionale.
Giovani liceali alsaziani
Chers fils de l’Alsace,Vous êtes presque huit cents dans tette rencontre de famille!Et nous savons
qui vous etes: des jeunes lycéens, accompagnés de leurs aumoniers, de leurs parents et de leurs
professeurs. Nous vous félicitons d’avoir pris ensemble le chemin de Rome pour vivre un temps fort
de votre appartenance joyeuse et attive à l’Eglise du Christ.Si l’ambiance contemporaine est trop
souvent imprégnée d’intolérance et d’agressivité, vous refusez d’eri etre complices! C’est pourquoi
vous avez choisi camme thème de votre pèlerinage: «L’Eglise, lieu de réconciliation». Les chrétiens
ont en effet besoin de reprendre souvent conscicnce qu’ils sont disciples du Christ «doux et humble
de cœur». Nous souhaitons vivement que vous emportiez dans les communautés humaines et
spirituelles auxquelles vous appartenez tette flamme fragile et merveilleuse de la charité
évangélique dont l’Apôtre Paul rappelait le primat à la communauté chrétienne de Corinthe, sans
193
tesse tentée par les coteries et les divisions (1 Cor. 13, l-8). C’est dans ces sentiments que nous vous
accordons de tout cœur notre Bénédiction Apostolique.
Novelli sacerdoti di Propaganda Fide
We extend our congratulations and good wishes to the newlyordained priest from Propaganda
College, whom we welcome here today with their families and with the superiors and staff of the
College. Beloved sons, you are beginning a new chapter in your lives. It will be your great privilege
to help evangelize your own countries. You will go forth in obedience to Christ’s command to teach
all nations, baptizing them in the name of the Father and of the Son and of the Holy Spirit. Your
zeal and generous selfsacrifice will help to spread the faith among some, and to deepen it in others.
May Christ your divine Master always go with you.
Concertisti musicali d’America
We great also the students from America who belong to a number of musical bands. Welcome to
Rome. We hope that your stay here help you to develop your talents in the service of your fellow
men. We are always pleased to welcome young people, and we are grateful to you for coming to see
us.
Pellegrini dell’Associazione cattolica della Thailandia
We give a special welcome to the pilgrims from the Catholic Association of Thailand. Thank you
for coming to see us.We send our greetings also to your families at home. May your stay in the
Eternal City be an enjoyable one, and may you benefit from the cultural and spiritual riches to be
found here.Pellegrini tedeschi convenuti a Roma per la beatificazione di Liborio Wagner Von
herzen begrüßen Wir heute die vielen Pilger aus Deutschland.Sie wohnten am vergangenen Sonntag
der Seligsprechung Ihres Landsmannes bei, des Priesters und Martyrers Liborius Wagner. Wir
freuen Uns mit Ihnen und beglückwünschen Sie, daß Deutschland, das der Kirche schon so viele
heilige Männer und Frauen geschenkt hat, im Glanze eines neuen Seligen aufstrahlt.
Der selige Liborius lebte in einer Zeit der Glaubensnot, aber auch der Glaubensfreude und des
Bekennermuttes. Er gehörte zu den vielen unbekannten Priestern der damaligen schweren
Glaubenskrise, die auf das Lehramt der Kirche hörten und darum ihren Gläubigen die
unveränderlichen Glaubenswahrheiten einheitlich lehrten.So erfüllten sie die unsicher und
schwankend gewordenen Christen mit neuer Zuversicht und begeisterten die Menschen für den
heiligen katholischen Glauben.Es steht ferner geschichtlich fest, daß der neue Selige wegen seiner
Treue zur Kirche und zum Papst, dem Nachfolger des heiligen Petrus, des Märtyrertodes sterben
mußte. Denn er war davon überzeugt: «Ubi Petrus, ibi Ecclesia, wo Petrus, der Papst, ist, dort ist
die Kirche».Möge der selige Liborius Wagner uns allen in drangvoller Gegenwart leuchtendes
Vorbild und mächtiger Fürsprecher sein! Dazu erteilen Wir allen Anwesenden von Herzen Unseren
Apostolischen Segen.
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UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 1° maggio 1974
La nostra riflessione, quest’oggi 1° Maggio, si rivolge con grande interesse verso il lavoro, tema
immenso e oggetto di tanti studi e di non finite controversie. Noi ci limitiamo, in questa sede, a
qualche citazione, che riprendiamo semplicemente dal Concilio, con intenzione chiarificatrice ed
elogiativa.
Rimane certamente nel nostro ricordo e nella nostra esperienza la sentenza di Dio a punizione di
Adamo, dopo il primo fatale peccato: «ti guadagnerai il pane col sudore della tua fronte» (Gen. 3,
19), sentenza che aggrava e inasprisce il rapporto fra l’uomo e le cose necessarie alla sua vita; il
rapporto non sarà più facile e giocondo, ma sarà stentato e faticoso; lo sappiamo, anche dopo
l’invenzione meravigliosa, propria dell’uomo moderno, di strumenti potenti e perfezionatissimi, che
diminuiscono, ma alla fine non annullano la fatica dell’uomo dominatore della natura per la propria
utilità. Il lavoro è quindi maledetto? No; è l’uomo che subisce il castigo dello sforzo penoso; non,
per sé, il lavoro, che rientra nel disegno provvido e sapiente di Dio in ordine all’esercizio delle
facoltà umane e al progressivo umano sviluppo. Dice infatti il Concilio: «l’attività umana,
individuale e collettiva, ossia quel poderoso sforzo col quale gli uomini nel corso dei secoli cercano
di migliorare le proprie condizioni di vita, considerato in se stesso, corrisponde al disegno di Dio . .
Gli uomini . . . col loro lavoro prolungano l’opera del Creatore, . . . e dànno un contributo personale
alla realizzazione del piano provvidenziale di Dio nella storia» (Gaudium et Spes, 33). Sia dunque
promosso e benedetto il lavoro, e sia consolato l’uomo che lo compie, non senza grave suo sforzo e
copioso sudore.
Un’altra citazione del Concilio ci istruisce sulle finalità superiori e trascendenti del lavoro. Noi ci
domandiamo: il lavoro è fine a se stesso? È chiaro che no. Il lavoro tende direttamente al profitto
economico, il quale a sua volta tende alla soddisfazione dei bisogni umani. Alcuni si fermano a
questa visione immediata del lavoro, e ne fanno la sorgente della liberazione umana, diventata la
parola-vertice e magica di tanti movimenti ideologici, sociali, economici e politici, ed anche perfino
spirituali e religiosi. Può dunque qualificarsi il lavoro come la sorgente della liberazione umana,
cioè delle somme aspirazioni della vita?La domanda, buona e legittima in radice, in quanto
riconosce nel lavoro e nella prosperità economica, che ne può derivare, uno dei coefficienti
indispensabili alle necessità e alla dignità della vita umana, non è soddisfacente nella sua risposta,
se questa si limita ai beni temporali, che possono scaturire dal lavoro orientato alla soddisfazione
materialista o edonista dei desideri dell’uomo. Dice il Concilio : «Alcuni attendono dai soli sforzi
umani una vera e propria liberazione del genere umano e sono persuasi che il futuro regno
dell’uomo sulla terra appagherà tutti i desideri del loro cuore . . . Con tutto ciò diventano sempre più
numerosi quelli che, di fronte all’evoluzione attuale del mondo, si pongono o avvertono con nuova
acutezza gli interrogativi più fondamentali: che cosa è l’uomo? Qual è il significato del dolore, del
male, della morte, che nonostante tanto progresso continuano a sussistere? . . . nella luce di Cristo . .
. il Concilio intende rivolgersi a tutti per illustrare il mistero dell’uomo e per aiutare a trovare la
soluzione dei principali problemi del nostro tempo» (Gaudium et Spes, 10).
Così il Concilio. Noi possiamo concludere con un’osservazione: la filosofia della vita, che
restringesse nel solo lavoro rivolto al possesso del mondo esteriore e materiale la sua sapienza, non
sarebbe sufficiente, non sarebbe soddisfacente, e alla fine non sarebbe invulnerabile dalla critica del
pensiero, dall’esperienza della storia; e fin da ora dalla parola, sì, veramente liberatrice, di Cristo:
«Non di solo pane vive l’uomo, ma d’ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Matth. 4. 4).Il
195
lavoro, cioè l’attività dell’uomo, solo tesa al possesso e al dominio del benessere temporale, ha
bisogno d’un elemento complementare indispensabile, quello autentico dello spirito, quello della
fede, quello del dono della vita soprannaturale. L’antica formula di San Benedetto è sempre valida:
ora et labora; prega e lavora; è la formula, sempre moderna, della vita cristiana, quale noi oggi
auguriamo a tutto il mondo del lavoro, con la nostra Benedizione Apostolica.Vorremmo oggi, 1°
Maggio, festa del lavoro, entrata anche nel nostro calendario liturgico, cioè del pensiero e del culto
cattolico, mandare un saluto a tutti i Lavoratori.Vorremmo far sentire a tutti, con umile ma sincera
affezione, che la Chiesa pensa a loro. Essa guarda alla loro aspirazione di giustizia e di progresso
con solidale simpatia.
Essa teme soltanto che l’ansia della loro lotta metta lo spirito di odio, di vendetta, di violenza nei
loro cuori, e chiuda sopra i loro occhi la visione vera e totale dei beni spirituali, che non meno di
quelli economici, sono necessari alla loro vita e sono degni della loro condizione sociale: Cristo fu
povero, Cristo fu egli pure lavoratore, Cristo ha incontrato l’opposizione e l’incomprensione dei
suoi contemporanei, Cristo ha sofferto ed è morto per liberare noi tutti dai nostri peccati, e per
renderci tutti fratelli, ed eredi d’una vita immortale, che supera i confini di questa nostra vita
mortale presente. ssa, la Chiesa, mantiene e svolge le parole e le promesse, che i Papi, specialmente
da un secolo ad oggi, hanno pronunciate per la causa giusta e rinnovatrice delle classi operaie.Essa
oggi vi saluta e vi benedice nei vostri posti di lavoro: vede tanti di voi impegnati in fatiche molto
dure ed estenuanti; la fatica fisica è la vostra prova ed il vostro onore.Vede altri di voi addetti a
imprese rischiose, che spesso richiedono un coraggio acrobatico e una straordinaria padronanza di
sé, che merita il plauso di tutti. Vede molti di voi occupati in lavori monotoni ed alienanti, ed
ammira la vostra bravura e la vostra pazienza.E quanti di voi passano la loro giornata in officine
accecanti ed assordanti; quanti sono obbligati a lavori notturni e a turni di lavoro che rompono ogni
ritmo tranquillo alle vostre giornate: la Chiesa non vi dimentica.
E ancora quanti non ricavano più dall’austera e georgica vita dei campi un benessere sufficiente ad
un’esistenza civile, non inferiore a quella dei compaesani che hanno preferito il lavoro industriale e
più sicuramente retribuito: la Chiesa è ancora con i laboriosi coltivatori della terra e allevatori di
armenti e di greggi.E vediamo i mille e mille di voi, che hanno lasciato la casa e la patria per
cercare all’estero un ingrato lavoro e un po’ di fortuna: cari esuli, la Chiesa pensa agli
emigranti.Vediamo le vostre famiglie ancora in povere case, spesso con figli senza scuola vicina, e
prive della sufficiente assistenza sanitaria e sociale di cui avrebbero bisogno: la Chiesa è sempre
casa per la vostra famiglia cristiana ed onesta.Vediamo le vostre chiese quasi abbandonate, le vostre
parrocchie dalle campane talvolta senza voce, e le vostre feste locali quasi deserte.Vediamo spesso
voi tutti affascinati da idee, spesso venute da lontano, col fascino della rivolta, ma senza garanzia di
verità e di felicità . . .Lavoratori! oggi noi guardiamo a voi con nessun altro interesse che la vostra
giustizia, la vostra prosperità, la vostra fedeltà a Cristo, nostro Salvatore e nostra pace.È vicino a noi
un vostro collega e vostro protettore, San Giuseppe, che insegnò a Gesù il mestiere del fabbro; e
con lui, sempre nel nome di Cristo, tutti vi salutiamo e vi benediciamo.
L’Apostolato della Preghiera
Our special greeting goes to the National Secretaries of the Apostleship of Prayer who have
assembled in Rome. We are mindful of the efforts and accomplishments of your Association to
promote holiness through the daily offering of one’s life to God.As we encourage you to persevere
in the love of Jesus Christ and in authentic Christian prayer, we thank you and all our beloved sons
and daughters who are especially mindful of the intentions of our universal ministry. We are happy
to repeat with Saint Paul: “Pray perseveringly, be attentive to prayer, and pray in a spirit of
thanksgiving. Pray for us too . . .” (Col. 4, 2-3). With our Apostolic Blessing in the Lord.
196
Pellegrinaggio de «La Vie Montante»
Avec une joie particulière, Nous accueillons les quatre mille représentants de «La Vie Montante»
qui Nous entourent aujourd’hui, ainsi que le cher Monseigneur Caillot qui donne à ce mouvement
tout son dévouement pastoral.Amis très chers, Nous nous sentons proche de vous et de ceux que
vous représentez ici! De vous surtout, qui souffrez moralement; de vous qui vous sentez isolés ou
incompris; de vous qui, ayant porté le poids du jour et de la chaleur, n’avez plus la force d’antan
mais ne manquez cependant ni de courage ni d’énergie.Il n’y a point, vous le savez, « d’âge de la
retraite » pour accomplir la volonté de Dieu, qui est que nous devenions des saints!Tous les âges de
la vie ont donc leur manière de répondre à l’amour du Christ et de lui rendre témoignage. L’Eglise,
elle, a le grave devoir et le souci de faire que chacun trouve en elle sa place pour répondre à cet
appel. Si l’accomplissement de la vie ne réalise jamais parfaitement l’idéal des commencements, il
doit nous permettre de reconnaître combien, mystérieusement, «tout est grâce». L’essentiel devient
alors, selon le mot de Saint Paul, «d’achever en nous ce qui manque aux souffrances du Christ pour
son corps qui est l’Eglise» (Col. 1, 23).
La sanctification par la prière, les sacrements, la charité fraternelle, voilà l’action spirituelle par
excellence, l’achèvem.ent du Corps Mystique du Christ. Vivez, chers amis, ce dogme de la
«Communion des Saints». Puissions-nous tous y trouver cet élan qui s’épanouira un jour - c’est un
point essentiel de notre foi – en vie éternelle.Grâce à cette communion spirituelle, invisible,
beaucoup peuvent compter aujourd’hui sur le témoignage des membres de «La Vie Montante».
D’abord vos compagnons et compagnes du troisième âge, qui attendent votre soutien, votre amitié,
votre apostolat, à une heure où le recul leur permet souvent de redécouvrir l’essentiel.Vos familles,
vos paroisses, l’Eglise locale peuvent apprécier les multiples services que permet votre
disponibilité, la sagesse de votre regard et de votre expérience, l’exemple de votre foi et de votre
piété.
A vous tous, présents à Rome près des tombeaux des Apôtres, comme à tous les membres de votre
mouvement, qui vous sont particulièrement unis en ces jours par la prière, Nous disons notre
confiance, l’espérance que Nous mettons dans votre sens de l’Eglise, dans votre dynamisme
spirituel, et apostolique, et Nous vous donnons de grand cœur notre affectueuse Bénédiction
Apostolique.
SOLENNITÀ DI SAN GIUSEPPE
OMELIA
19 marzo 1975
Onoriamo San Giuseppe, «lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo» (Matth. 1,
16). Noi oggi lo onoreremo come colui che Iddio scelse per dare al Verbo di Dio, che si fa uomo, il
nido, la genealogia storica, la casa, l'ambiente sociale, la professione, il custode, la parentela, in una
parola, la famiglia, questa cellula primaria della società, comunità d'amore, liberamente costituita,
indivisibile, esclusiva, perpetua, mediante la quale l'uomo e la donna si rivelano reciprocamente
complementari, e destinati a trasmettere il dono naturale e divino della vita ad altri esseri umani, i
loro figli. Gesù, Figlio di Dio, ha avuto una sua famiglia umana, per cui apparve e fu insieme Figlio
dell'uomo; e con questa sua scelta ratificò, canonizzò, santificò questo nostro comune istituto
197
generatore dell'esistenza umana, sopra il quale la nostra preghiera e la nostra meditazione antepone
oggi la pia, la silenziosa, la esemplare figura di San Giuseppe.
Veramente noi dobbiamo fare subito un'osservazione fondamentale sopra questo Santo personaggio,
destinato a fungere da padre legale, non naturale, di Gesù, la cui generazione umana avvenne in
modo singolarissimo, prodigioso, per opera dello Spirito Santo, nel seno di Maria, la Vergine
Madre di Dio, Gesù suo vero figlio, e solo ufficialmente, com'era creduto (Luc. 3, 33; Marc. 6, 3;
Matth. 13, 55), «figlio del fabbro», Giuseppe. Qui si aprirebbe alla nostra considerazione la storia
personale di lui, il suo dramma sentimentale, il suo «romanzo», che rasentò il crollo del suo amore,
che con intuito privilegiato aveva scelto Maria, la «piena di grazia», cioè la più bella, la più amabile
fra tutte le donne, come sua futura sposa, quando seppe ch'ella non era più sua; ella stava per
diventare madre; ed egli ch'era uomo buono, «giusto» lo dice il Vangelo, capace cioè di sacrificare
il suo amore all'ignoto destino della fidanzata, pensava di lasciarla senza fare clamore, sacrificando
ciò che aveva di più caro nella vita, il suo amore per l'incomparabile Fanciulla.
Ma Giuseppe, anche lui, sebbene umile artigiano, era un privilegiato; aveva il carisma dei sogni
rivelatori; ed uno, il primo registrato nel Vangelo, fu questo: «Giuseppe figlio di David, non abbi
timore ad accogliere Maria come tua consorte, poiché quello che è nato in lei è opera dello Spirito
Santo. Darà alla luce un figlio, e tu gli metterai nome Gesù; poiché Egli salverà il suo popolo dai
loro peccati» (Matth. 1, 20-21); cioè sarà il Salvatore, sarà il Messia, «l'Emmanuele, che vuol dire il
Dio con noi» (Ibid. 23). Giuseppe obbedì: felice, ed insieme generoso nel sacrificio umano che gli
era chiesto. Egli sarà padre del nascituro non carne, sed caritate, scrive Sant'Agostino (S.
AUGUSTINI Serm. 52, 20; PL 38, 351); marito, custode, testimonio, della immacolata verginità e
insieme della divina maternità di Maria (Cfr. IDEM Serm. 225; PL 38, 1096). Situazione unica,
miracolosa, che mette in evidenza la santità personale non solo della Madonna, ma insieme quella
del modesto, ma sublime suo sposo, Giuseppe, il Santo che la Chiesa presenta, pur durante il
tirocinio quaresimale, alla nostra festosa venerazione. Ed eccoci allora davanti alla «sacra
Famiglia»!
Sì, care, carissime Famiglie cristiane, da noi oggi convocate a questa celebrazione, lieti di vedere
che molti Pellegrini e Fedeli vi fanno corona. Sì, noi dobbiamo esprimere con fervore nuovo, con
coscienza nuova il nostro culto a questo quadro, che il Vangelo ci pone davanti: Giuseppe, con
Maria, e Gesù, bimbo, fanciullo, giovane con loro. Il quadro è tipico. Ogni Famiglia vi può essere
rispecchiata. L'amore domestico, il più completo, il più bello secondo natura, irradia dall'umile
scena evangelica, e subito si effonde in una luce nuova ed abbagliante: l'amore acquista splendore
soprannaturale. La scena si trasforma: Cristo vi ha il sopravvento; le figure umane che gli sono
vicine assumono la rappresentanza dell'umanità nuova, la Chiesa; Cristo è lo Sposo; Sposa è la
Chiesa; il quadro del tempo si apre sul mistero dell'oltre-tempo; la storia del mondo si fa
apocalittica, escatologica; beato chi ne sa fin d'ora intravedere la luce vivificante; la vita presente si
trasfigura in quella futura ed eterna: la nostra casa, la nostra famiglia si farà paradiso.
Figli carissimi, ascoltateci. Accogliere come programma la vita cristiana diventa oggi un esercizio
forte. L'abitudine tradizionale delle nostre case, ordinate, semplici ed austere, buone e felici, non
regge più da se stessa. Il costume pubblico presidio delle virtù domestiche e sociali, è in via di
mutamento, e, sotto certi aspetti, in via di dissoluzione. La legalità sembra, e non sempre è
sufficiente alle esigenze della moralità. La famiglia è messa in discussione nelle sue leggi
fondamentali: l'unità, l'esclusività, la perennità. Tocca a voi, Sposi cristiani; a voi, Famiglie
benedette dal carisma sacramentale; a voi, fedeli d'una religione che ha nell'amore, nel vero amore
evangelico la sua espressione più alta e più sacra, più generosa e più felice, a voi riscoprire la vostra
vocazione e la vostra fortuna; a voi preservare il carattere incomparabilmente umano e
spontaneamente religioso della famiglia cristiana; a voi rigenerare nei vostri figli e nella società il
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senso dello spirito che solleva al suo livello la carne. San Giuseppe vi insegni come. Noi oggi a tal
fine insieme lo invocheremo.
Aux foyers ici présents, et à tous ceux qu'ils représentent, Nous adressons nos encouragements et
nos voeux affectueux. Prenez courage, vivez dans l'espérance! Malgré toutes les difficultés que
nous connaissons, l'amour fidèle, chaste et généreux que vous vous donnez entre époux, et le climat
d'amour dont vous faites bénéficier vos enfants, ne sauraient demeurer stériles: ils viennent de
l'amour de Dieu et vous y conduisent. L'Eglise et la société comptent sur le rayonnement de votre
foyer. Priez le Seigneur, invoquez Marie et Joseph, pour que la force de Dieu et sa joie vous
accompagnent toujours!
On this solemnity of Saint Joseph, patron of the universal Church, our thoughts go out to all
Catholic families throughout the World. As you endeavour with God's grate to fulfil your destiny
and live fully your lofty vocation as Christian husbands and wives and fathers and mothers, we send
you the expression of our own paterna1 love and deep affection in the Lord. We pray that, in the
realization ad acceptance of your dignity and of your sacramenta1 charism, you will find great
strength, deep joy and unending love.
Unas palabras de saluto para todos vosotros, los componentes de los grupos familiares de lengua
española, que participais en este atto liturgico. Que la espiritualidad del Año Santo os enseñe a
cultivar con esmero las virtudes específicas que caracterizan a las familias cristianas. Defended el
núcleo familiar contra toda insidia de disgregación y haced reinar en él la paz y el amor de Cristo.
Heute am Hochfest des heiligen Joseph ein Wort herzlicher Begrüssung an alle anwesenden Pilger
aus den Ländern deutscher Sprache. Der heilige Joseph ist das erhabene Worbild für alle
christlichen Familien durch seine tiefe, gesunde Frömmigkeit, durch seine Treue gegenüber dem
ihm anvertrauten Gotteskind und zur allerseligsten Jungfrau Maria, durch sein unersch5tterliches
Gottvertrauen in allen Prüfungen des Lebens. Liebe Sohne und Tochter! Habet allezeit ein grosses
Vertrauen auf die mächtige Fürsprache des heiligen Joseph!
FESTA DI SAN GIUSEPPE ARTIGIANO
OMELIA
1° maggio 1975
La buona educazione cristiana, che trova nella Sacra Scrittura le sue abituali espressioni, mette nel
nostro cuore e sulle nostre labbra, parole cordiali di saluto per questa religiosa riunione: che la
grazia e la pace (Rom. 1, 7) del Signore sia con voi! Siate i benvenuti a questo spirituale convegno!
La nostra voce vuole aprirsi oggi specialmente verso di voi (Cfr. 2 Cor. 6, 11), Lavoratori, che
sempre abbiamo avuto presenti nella nostra stima e nel nostro ministero. Grazie per la vostra
presenza! non è quella di forestieri, ma quella di fratelli e di figli, per i quali sentiamo il dovere, un
grato dovere, di particolare affezione e di speciale considerazione. Grazie, carissimi; e con voi siano
salutati quanti altri fedeli di Roma, o pellegrini qua venuti in occasione dell'Anno Santo; a tutti il
nostro riconoscente e benedicente saluto!
199
Ma questa sacra celebrazione, vi diremo con semplice sincerità, mette nel nostro animo una certa
trepidazione. Perché? perché essa, questa celebrazione, si qualifica da due note, che, a prima vista,
non sembrano facilmente consonanti; prima nota: oggi è il primo Maggio, e sappiamo quale
risonanza abbia una tale data nell'opinione comune, specialmente nel mondo del lavoro: è la festa
del lavoro! seconda nota: codesta riunione riveste un carattere religioso, sia perché essa è rivolta al
culto di S. Giuseppe, artigiano, padre putativo di Gesù e vostro particolare patrono, Lavoratori, sia
perché questo rito sacro si collega con quelli del giubileo, che fa di questo 1975 un anno santo, un
anno dedicato alla revisione spirituale e morale delle nostre coscienze, per metterle in ordine, di
fronte a Dio e alla Chiesa, e richiama alle basiliche romane, fra le quali San Pietro, quei credenti,
che, sulla tomba del primo Apostolo, Martire e Vescovo di Roma e della Chiesa cattolica, vogliono
professarsi fedeli e implorare perdono e fortezza per rimettersi in forma nuova e felice a vivere da
uomini buoni e da veri cristiani.
Vanno d'accordo queste due note, profana l'una, religiosa l'altra? ovvero la loro sinfonia costituisce
una stonatura? una forzatura artificiale? Si può forse conservare al primo maggio il suo carattere di
festa del lavoro, ed insieme infondervi i sentimenti spirituali, propri d'una memoria liturgica in
onore di S. Giuseppe, e insieme d'una celebrazione giubilare? La vostra presenza vince ogni dubbio
e risponde: sì! Sì, Fratelli e Figli carissimi; noi raccogliamo codesta franca risposta; e vi diciamo
che, dopo avervi molto pensato, noi la troviamo risposta vera e sapiente. Avremmo anzi molte,
moltissime cose, da riferirvi a questo proposito. Ma bastino ora pochissime e semplicissime
osservazioni. La prima però è un'osservazione capitale; ed è questa: come mai si può storicamente e
logicamente sostenere che vi sia un'opposizione fra l'esaltazione del concetto del lavoro, quale oggi
voi dovete avere nei vostri animi, e il compimento d'un atto religioso, altamente qualificato, qual è
uno speciale atto di culto al Santo operaio di Nazareth, e unito alla celebrazione del giubileo,
proprio di quest'anno santo? sono due atti contrari? si escludono l'uno dall'altro?
Ben lo sappiamo che la mentalità circa il lavoro, diffusa nel mondo moderno, si è affermata spesso
come suprema e come esclusiva; ma sappiamo anche, e voi tutti sapete, che codesta mentalità
professionale, codesta idealità operativa, cioè il lavoro, tanto è più alta, tanto è più degna, noi
aggiungeremo, tanto è più sacra, quanto più si integra nella concezione superiore e globale della
vita, nel riconoscimento del primo posto, che nella scala dei valori occupa l'uomo. L'uomo è primo.
È l'uomo che produce il lavoro; e il lavoro, ch'è lo sforzo per dominare la terra, tende a servire
l'uomo. Se così non fosse, l'uomo ritornerebbe schiavo; e il lavoro segnerebbe al livello materialista
la statura, lo sviluppo, la dignità dell'uomo. Ora se l'uomo, cioè la vita nostra, è il primo valore, noi
non possiamo decapitare l'uomo negandogli la sua essenziale proiezione verso la trascendenza;
diciamo semplicemente: verso Dio, verso il mistero che tutto sostiene e tutto spiega; sì, Dio; che ha
fatto dell'uomo un lavoratore, cioè un suo collaboratore (Cfr. 1 Cor. 3, 8) ma obbligandolo, dopo la
prima fatale caduta, a guadagnarsi con sudore, con fatica, il suo pane, cioè il suo nutrimento, il suo
perfezionamento, appunto in questo rapporto di forza dell'opera umana con il mondo da conquistare
e da ridurre a strumento utilitario e a fonte di vita.
Il lavoro: pena e premio dell'attività umana. Così che in questa visione superiore, ch'è la vera, il
lavoro ha di per sé un altro rapporto, ed è quello essenzialmente religioso; l'hanno ben compreso i
monaci medioevali, tuttora maestri di vita, condensando in una felicissima formula tutto il loro
programma: ora et labora, prega e lavora. Così è, così è, fratelli; e perciò questo nostro modo di
celebrare il primo maggio non deforma l'aspetto celebrativo del lavoro umano, ma gli conferisce
una spiritualità animatrice e redentrice. Noi dobbiamo comprendere questa parentela tra il lavoro e
la religione, una parentela che riflette l'alleanza misteriosa, ma reale e confortante della causalità
umana con la provvidenziale e paterna causalità divina. Finché il mondo del lavoro non saprà
affrancarsi dalla suggestione radicalmente materialista ed ombrosamente laicista, dalla quale oggi è
quasi allucinato, come se essa soltanto avesse fondamento scientifico e razionale e come se essa
200
costituisse una liberazione, la liberazione di chi cammina senza sapere dove, e rappresentasse la
formula obbligata e risolutiva dell'evoluzione sociale contemporanea, solo stimolo efficace e
fecondo di civile progresso, noi non avremo una sociologia organica veramente umana, né tanto
meno cristiana, ma una pesante convivenza organizzata da complicati ed impersonali ingranaggi
economici e legali, non una società veramente libera, naturale e fraterna. Bisogna ridare le ali, ora
spesso mozzate, al lavoratore, affinché riacquisti la sua vera e piena forma umana e la sua nativa
levitazione; le ali dello spirito, della fede, della preghiera; gli orizzonti della speranza, della
fraternità, della giustizia, della comunità e della pace.
Noi conosciamo le cento obiezioni a questo nostro sogno augurale; e prima fra esse quella che
accusa la religione di inutilità, anzi di ostacolo al positivo progresso della civiltà. Nessuno di voi,
noi pensiamo, può essere convinto di questo vecchio aforisma: «la religione, oppio del popolo»,
smentito dalla storia, intendiamo dalla storia animata dal Vangelo; aforisma superato dalla
documentazione delle dottrine della Chiesa, tutte impregnate di amore per il popolo, e oggi più che
mai testimoniate dall'impegno dei suoi figli e dei suoi santi. Potremmo, se volessimo polemizzare,
ritorcere l'obiezione, chiedendo se l'impiego sistematico dell'odio, della rivolta, della violenza, della
lotta contro membri d'una medesima società reclamato da rivendicazioni puramente positiviste, non
abbia forse maggiormente ritardato le legittime e auspicate conquiste del mondo del lavoro
esecutivo, suscitando contro le sue aspirazioni rigidi antagonismi ed implacabili egoismi. E
potremmo, a questo proposito, ripetere le parole del nostro compianto e venerato Predecessore,
Papa Giovanni XIII, il quale, proprio in un suo discorso di primo maggio, nel '59, citava parole sue,
pubblicate qualche anno prima, a Venezia, per scongiurare, egli diceva, «il pericolo che penetri
nelle menti lo specioso assioma che, per fare la giustizia sociale, per soccorrere i miseri d'ogni
categoria,... bisogna assolutamente associarsi coi negatori di Dio e gli oppressori delle libertà
umane» (Cfr. AAS 51, 1959, p. 358).
Ma vogliamo in questo felice momento raccogliere i nostri animi a più sereni pensieri. Lasciate,
Figli carissimi, che noi salutiamo in voi tutto il mondo del lavoro e che lo assicuriamo della nostra
affezione e della nostra cristiana amicizia. Lasciate che il nostro pensiero particolare si rivolga in
modo speciale a tutti quelli che soffrono per la pesantezza e per la insalubrità della loro fatica, per la
insicurezza della loro occupazione, per la insufficienza delle loro abitazioni e delle loro retribuzioni.
Soffriamo con loro e vorremmo essere in grado di aiutarli! Noi osiamo invocare per tutte codeste
pene e codeste insufficienze l'opera sollecita e intelligente delle autorità competenti, ed esprimiamo
il nostro incoraggiamento e il nostro elogio per quanti dedicano cure e mezzi per dare ai lavoratori
condizioni sempre più giuste e più stabili per la loro attività e per il loro benessere. E per voi,
carissimi, e per quanti, Sacerdoti e Laici, vi vogliono bene, e, nel nome di Cristo e dell'umana
solidarietà, sono a voi di conforto e di aiuto, oggi innalziamo al Signore la nostra preghiera e
imploriamo da Lui, auspice il vostro collega e protettore San Giuseppe, una grande consolatrice
benedizione.
Nous voulons saluer maintenant les pèlerins venus de France et des pays d'expression française. A
travers eux, Nous adressons aussi notre salut cordial à tous ceux qu'ils représentent, en particulier à
tous ceux qui travaillent pour assurer au monde le pain et le mieux-être. Que Saint Joseph soit leur
modèle et les protège, et Nous, de grand cœur, Nous les bénissons.
As we honour Saint Joseph and extol his role as a worker and a just man, we likewise proclaim the
dignity of al1 those like him who are engaged in honest labour and toil. To all the Christian workers
of the World we say: «May the peace of Christ reign in your hearts, because it is for this that you
were called . . .» (Col. 3, 14). We pray that you will be faithful to your responsibility in building a
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better World, and that the Lord will indeed give you joy and satisfaction as you fulfil your high
vocation of service. And «do everything in the name of the Lord Jesus» (Ibid. 3, 17).
Unser herzlicher Gruß den Pilgern deutscher Sprache. Josef ist der bescheidene und gerechte Mann.
Er verdiente sein Brot durch seiner Hände Arbeit. Er ist unser aller Vorbild beim Aufbau einer
gerechten und friedvollen Welt. Er ist unser Fürsprecher in unseren kleinen und großen Anliegen, in
unseren irdischen Nöten und auf unserem Weg zum ewigen Heil.
Dirigimos ahora nuestra palabra a todos vosotros, amadisimos peregrinos de lengua española. Que
San José, a quien hoy veneramos corno ejemplo y protector del mundo del trabajo, os ayude a
descubrir a Jesucristo en vuestra actividad diaria y en vuestra relación con los hermanos. Así lo
pedimos de todo corazón.
DISCORSO A 25.000 LAVORATORI DELLA REGIONE CAMPANIA
Sabato, 21 giugno 1975
Venerabili Fratelli e carissimi Figli,
Non possiamo tacere la nostra gioia e la nostra commozione nel ricevere qui, presso la tomba del
Principe degli Apostoli, il vostro pellegrinaggio giubilare, che per il suo numero straordinario
costituisce un avvenimento singolare di questo Anno Santo, pur nel flusso dei gruppi sempre più
numerosi di pellegrini che varcano senza posa le soglie di questa Basilica.
A voi tutti, cari lavoratori, il nostro affettuoso saluto; e con voi salutiamo il caro e venerato
Cardinale Arcivescovo Corrado Ursi e gli altri zelanti Pastori della regione Campana, come pure
salutiamo volentieri i Cappellani dell’ONARMO e il Gruppo Sacerdotale della Pastorale del
Lavoro, ai quali va in gran parte il merito di questa grandiosa iniziativa.
Il desiderio che vi ha spinti a realizzare il vostro pellegrinaggio nell’anniversario della nostra
elezione al Pontificato, rivela una chiara attestazione di venerazione che va, sì, alla nostra umile
persona, ma soprattutto al nostro servizio apostolico nella Chiesa, alla sede di Pietro, centro della
cattolicità.
Grazie, adunque, della vostra visita e del conforto che ci avete procurato col vostro filiale omaggio:
omaggio tanto più apprezzato da noi, perché è testimonianza cristiana che giunge dalle vostre terre,
ricche di bellezze naturali ma anche di tradizioni religiose, e perché proviene dal mondo del lavoro,
verso il quale la Chiesa non cessa di rivolgere le sue premurose sollecitudini.
Accogliendovi col cuore che a tutti si apre e con tutti condivide le aspirazioni, i voti, le speranze di
questo Anno Giubilare, che voi con tanto fervore state celebrando, desideriamo lasciarvi qualche
pensiero come ricordo di questo odierno incontro.
E il primo pensiero non può essere altro che un invito alla fede. È la fede, non altro, che vi ha tratti
a Roma, a sottoporvi a molti disagi, per varcare la Porta Santa e accedere alle fonti della grazia,
dischiuse dal Giubileo a tutti gli uomini di buona volontà: e allora fate onore alla vostra fede
cristiana, e custoditela come il tesoro più bello e più prezioso della vostra vita. L’uomo moderno,
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assorbito dal lavoro, molto spesso, pur troppo, finisce per dimenticarsi di guardare in alto; e si
interessa sempre più delle cose della terra e dei beni economici più che di ogni altro. Perciò il
Giubileo, che è uno sforzo di rinnovamento della vita religiosa, vuol ricordare al mondo moderato
che bisogna guardare anche il Cielo. È necessario certamente procurarsi l’onesto sostentamento
della vita, ma non bisogna dimenticare che nella vita si deve attendere anche e soprattutto alla
ricerca superiore di Dio e dei beni spirituali. Nel motto di San Benedetto «Ora et labora» è il segreto
per risolvere le questioni sociali, morali, spirituali del nostro tempo, il quale, pur troppo, si
caratterizza per aver invece separate queste due parole. Voi, cari lavoratori, sappiate unire alle
vostre quotidiane fatiche sempre la fede che vi fa cristiani e figli di Dio e dà speranze che
trascendono il livello del tempo e i confini della materia; essa entri come un programma, e non
come un peso, nel tessuto della vostra vita individuale e familiare, e nelle varie forme di attività alle
quali ciascuno di voi è chiamato.
Vi diremo ancora: amate il vostro lavoro. È ben vero che esso non sempre vi soddisfa: la sua
monotonia, i disagi quotidiani che comporta, le soddisfazioni avare e le responsabilità numerose,
tutto concorre a renderlo pesante. Si dovrà certamente cercare con ogni mezzo di alleviare quanto è
possibile queste vostre pene. Ma le fatiche inevitabili, inerenti al lavoro stesso, diventano preziose e
feconde s’e sono accettate con pazienza e con fede, come esercizio di spirito obbediente al dovere e
al volere di Dio: se cioè saprete fare della vostra fatica un omaggio filiale, schietto e affettuoso a
Dio Padre che è nei Cieli; uno strumento di redenzione, unendolo alle fatiche, alle sofferenze, alla
croce di Gesù Cristo Nostro Signore; un contributo di solidarietà offerto ai fratelli in spirito di leale
servizio. Il lavoro così riacquisterà il suo slancio fervido, il suo significato profondo; non sarà più
soltanto una pena, ma anche un premio; non sarà solo sorgente di progresso, ma anche fonte di
gioia, di conforto, e di tanta soddisfazione per voi.
Infine siate promotori della concordia e della fratellanza nel vostro ambiente di lavoro. L’Anno
Santo ci parla appunto di riconciliazione. Bisogna che gli uomini diventino fratelli; bisogna che
sappiano perdonarsi e volersi bene; bisogna che collaborino sempre più fra di loro per la
costruzione di un mondo più umano, più giusto, più solidale. La distinzione che deriva loro dalle
diverse funzioni svolte nella società, non li renda avversari tra loro, ma collaboratori, non accresca
in loro l’egoismo e la lotta, ma li educhi al senso della responsabilità. Con ciò non si nega la
legittimità della difesa dei rispettivi interessi, per la tutela e la promozione economica e sociale
delle classi oggi meno favorite, e specialmente per la schiera ancora immensa degli umili, dei
poveri, dei disagiati, degli oppressi, dei disoccupati, dei lavoratori impegnati in fatiche estenuanti e
malsane. Ma noli che abbiamo la ventura di non restringere l’orizzonte della vita nel cerchio
temporale ed economico, ma di aprirlo al cielo dello spirito e alla fede trasfigurante nella parola di
Cristo, sappiamo trarre l’ispirazione per portare la pace e la giustizia al mondo - al mondo operaio,
specialmente - non dall’istinto della violenza e da ideologie imbevute di materialismo o di odio, ma
dall’urgenza sentita e vissuta della carità cristiana, che Gesù Cristo ci ha insegnato con la parola e
con l’esempio, e ci ha infuso con lo Spirito vivificatore.
Ecco i pensieri che vi lasciamo come ricordo del vostro pellegrinaggio giubilare. Vorremmo che,
tornati alle vostre case, recaste a tutti i vostri cari e a tutti i vostri compagni di lavoro il nostro
saluto; dite loro che li portiamo nel cuore e che raccomandiamo a Dio nella quotidiana preghiera le
loro aspirazioni, le loro sofferenze, le loro fatiche, invocando ogni più bella gioia di una vita
operosa e serena.
E tutti abbracciando con affetto, impartiamo la nostra particolare Benedizione Apostolica nel nome
del Signore.
203
DISCORSO AL PELLEGRINAGGIO GIUBILARE DEI FIORENTINI
Venerdì, 14 novembre 1975
Salutiamo con particolare compiacimento i pellegrini dell’Arcidiocesi di Firenze con il loro
venerato Pastore, il Signor Cardinale Ermenegildo Florit, che li ha guidati a Roma per la
celebrazione dell’Anno Santo e qui li accompagna per una visita tanto deferente e devota.
Sono molti, Fratelli e Figli carissimi, i motivi che ispirano la gioia dell’odierno incontro : voi ci
portate il saluto di una Città, la quale nella storia della civiltà umana e, dunque, a livello universale
ha valore emblematico, tale da costituire per tutti un costante punto di riferimento, ma che anche
nella storia cristiana ed ecclesiastica, per l’esempio di santità di tanti suoi figli, ha scritto pagine
memorabili e imperiture. Per questo Firenze ci è cara, e tuttora noi ricordiamo il viaggio che vi
compimmo nel Natale del 1966, in un momento drammatico. Ma Firenze - vogliamo aggiungere ha un legame speciale con l’Anno Santo, non soltanto per le memorie che del primo Giubileo ci
hanno lasciato i suoi cronisti, ma anche soprattutto per la testimonianza che di esso ha lasciato il suo
figlio più illustre, Dante, la cui poesia è voce di inconfondibile religiosità cristiana, è respiro di
un’anima che confessa e vive la sua fede cattolica.
Ecco avvertite come, attraverso la figura di Dante Alighieri, approdiamo, quasi per naturale
trapasso, all’argomento spirituale del Giubileo. Lasciamo ai dotti la questione se Dante sia venuto
veramente a Roma come pellegrino nel 1300; ma, almeno con la sua fantasia, egli ha visto e
descritto l’esercito molto, ossia la gente che passava l’anno del giubileo, su per lo ponte, mentre
dall’un lato tutti hanno la fronte / verso il castello e vanno a Santo Pietro (Cfr. DANTE, Inferno,
XVIII, vv. 28-33).
Egli, inoltre, ha intenzionalmente collocato il suo itinerario ultraterreno nella Settimana Santa dello
stesso 1300: cioè, ha saputo individuare, appunto nella centralità del mistero pasquale che la Chiesa
attualizza e rinnova nella sua liturgia, i due momenti che sono essenziali nella vita di ogni cristiano:
morire con Cristo al peccato; risorgere con Cristo alla vita divina della grazia. Provate a mettere a
confronto questi stessi elementi con la tematica giubilare del rinnovamento e della riconciliazione, e
troverete immediatamente una concordanza di fondo, che per nulla deflette dall’interna e perenne
dinamica che deve qualificare l’esistenza cristiana (Cfr. Col. 3, 1-4; Eph. 2, 5-6; 4, 22-24). La
lezione del Giubileo 1975 è tutta qui, uguale a quella del primo Giubileo, sicché a noi che, sulla
traccia della «Commedia» dantesca, ve l’abbiamo riproposta, non resta che raccomandarla alla
vostra riflessione, aggiungendo una semplice, ma tanto fiduciosa e sincera parola di
incoraggiamento e di augurio.
Possa la Chiesa di Firenze conoscere ancora - se vale l’auspicio del nomen-omen - una nuova e
rigogliosa stagione di fioritura, possa far germogliare altri fiori e frutti di spiritualità evangelica,
diffondendone non solo nella comunità ecclesiale italiana, ma in tutta la santa Chiesa di Dio, il
profumo e lo splendore.
A voi qui presenti, ai concittadini ed a tutti i condiocesani impartiamo con memore benevolenza la
nostra Benedizione Apostolica.
Ai rappresentanti della comunità di Nomadelfia
204
Associamo alla gioia di questa Udienza, con un particolare saluto, il gruppo delle famiglie della
comunità di Nomadelfia, venute a Roma per il loro pellegrinaggio giubilare. Siamo tanto grati di
questa visita; e auspichiamo che, traendo nuova forza dallo spirito di rinnovamento proprio
dell’Anno Santo, di cui avete ripercorso le tappe, voi possiate continuare a spendere generosamente
la vostra vita nel servizio dei vostri ideali cristiani, nella fede profondamente vissuta in unione con
la Chiesa e col Papa, nell’amore operoso dei fratelli per i quali vi prodigate. A tutti la nostra
particolare Benedizione Apostolica.
Ai membri dell’Associazione Cristiana Artigiani Italiani
Un particolare saluto desideriamo rivolgere anche ai membri dell’«Associazione Cristiana Artigiani
Italiani» (ACAI), i quali si sono riuniti in questi giorni a Roma per celebrare insieme l’Anno Santo
e per riflettere sul tema «Evangelizzazione e Promozione Umana».
Vi diciamo, figli carissimi, la nostra letizia per tale incontro, e nel ricordarvi le finalità della vostra
benemerita Associazione, amiamo sottolineare come l’uomo con la propria attività collabora al
completamento della divina creazione e, offrendo a Dio il proprio lavoro, si associa all’opera stessa
redentiva di Cristo, il quale ha conferito al lavoro una elevatissima dignità, lavorando con le proprie
mani a Nazareth (Cfr. Gaudium et Spes, 67).
Impegnatevi a realizzare la vostra presenza cristiana tra i colleghi e nei vari ambienti nei quali
esplicate la vostra preziosa ed insostituibile attività, testimoniando, in particolare, una costante
adesione alla Fede cattolica e una carità generosa e solidale verso tutti.
Con questi voti, vi rinnoviamo la Nostra benevolenza e vi impartiamo l’Apostolica Benedizione.
Ai partecipanti al congresso dell’Associazione Internazionale di propaganda culturale
Nunc mens nostra convertitur ad praeclaros viros, qui hisce diebus coetibus intersunt Conventus
humanismo renovando, quem Academia omnium gentium universis litteris propagandis hac in alma
Urbe indixit.
Salvere libenter iubemus vos, ornatissimi viri, ac liceat vehementer gratulari de argumento vobis ad
disputandum proposito, quod quidem, cum conexas habeat summi momenti quaestiones spectantes
ad amicitiam inter omnes populos condendam confirmandamque, putamus praecipuis nostrorum
temporum necessitatibus plane respondere.
Pro dolor, plerique hodie, mirificis rei technicae incrementis capti, animum ad praestantiora
humanae vitae bona minus advertunt, Deo supremo fine ac divina lege posthabitis. Quare periculum
est ne humanismus invalescat, quo homines, similiter ac machinae ab se inventae, algidi, duri et
amoris expertes exsistant. Quae cum ita sint, vota facimus, ne umquam promovere desistatis
quidquid ad eam spiritualium bonorum aestimationem conducat, in qua solummodo humana
dignitas ac verus civilis cultus innititur. Haec ominati vobis vestrisque laboribus fausta, laeta ac
salutaria omnia a Deo precamur.
Ai partecipanti al «Raduno del Mare»
Diamo infine un cordialissimo benvenuto al pellegrinaggio dei Partecipanti al «Raduno del Mare»:
sono gli appartenenti all’Associazione Nazionale Marinai d’Italia, alla Lega Navale Italiana e alla
Mariponave, convenuti a questa Udienza insieme con i loro familiari.
205
La vostra presenza, cari figli, ci è motivo di paterno compiacimento, portandoci l’attestazione della
fede e dell’impegno cristiano in seno alle Associazioni da voi qui rappresentate. La celebrazione
dell’Anno Santo confermi e rafforzi i vostri buoni propositi e apporti frutti duraturi di
riconciliazione con Dio e di spirituale rinnovamento per una costante crescita nella vita
soprannaturale della grazia e per un’incessante dilatazione degli spazi della carità fraterna. Così noi
speriamo ed auspichiamo: con la nostra Apostolica Benedizione.
Alle Missionarie della Carità, discepole di Madre Teresa
On the occasion of the twenty-fifth anniversary of the foundation of the Missionaries of Charity, we
extend a special welcome to Mother Teresa and to a group of her Sisters. Beloved Religious and
daughter of the Church, we are pleased to extol in your presence and before the entire People of
God the value of your consecration to Jesus Christ. It is our earnest hope today that you will know
ever more intimately the love of Christ your Spouse, and that you will experience how his love is
all-consuming, all-satisfying, all-fulfilling. And we know that, in experiencing the love of Jesus,
you find that his love is likewise all-embracing, For in loving Christ you love his brethren, his poorall those who need his love and yours; and you are moved to lay down your lives, in sacrifice and
immolation, for those whom you are called to serve with a special intensity of Christian charity.
Only you, beloved daughters in Jesus Christ, only you as Religious can make this gift to the Church
and give this witness to the world. Yes, you are consecrated to the love of Jesus. “Although you
have never seen him, you love him and rejoice with inexpressible joy” (1 Petr. 1, 8). And yet, you
do see him every day in his suffering members and needy brethren. May then this love and joy be
your life for ever!
ANGELUS DOMINI
Domenica, 12 settembre 1976
Le vacanze estive sono finite. Un nuovo periodo di operosità ricomincia per tutti. Ciascuno fa il
preventivo circa l’impiego del tempo che viene. Noi lo faremo in ordine alla nostra vita cristiana.
Come sempre è difficile fare programmi riassuntivi; più difficile è poi attenersi a quelli fatti. Ma i
buoni propositi non sono mai superflui.
Il primo proposito che può derivare da una pausa del lavoro ordinario, come quella che a molti di
noi è stata concessa, è quello di dare senso e valore spirituale alla consueta fatica. Vi è certo chi nel
periodo delle ferie estive ha cercato ristoro non solo alle forze fisiche, ma ha dato risveglio alla
facile sonnolenza dello spirito, aggravato com’è di solito dagli impegni della vita esteriore. E questo
risveglio dovrebbe entrare nel preventivo di tutti per il tempo che viene: tenere accesa la lampada
interiore e personale della coscienza pensante, giudicante e pregante. Sì, vigilare e pregare, come ci
ha detto il Signore.
E poi, secondo proposito, lavorare sodo. L’azione ordinata e forte dà anch’essa senso e valore al
tempo fuggente. Siamo poi in una fase storica di necessaria e comune austerità; non dispiaccia, a
noi cristiani specialmente, accettare le esigenze. Superiamo la ricorrente tentazione della vita facile,
comoda, egoista. Onoriamo il lavoro col lavoro. E procuriamo di avere sempre il senso di chi ha
meno di noi ed ha bisogno di spontaneo, fraterno soccorso. L’antico precetto dell’elemosina deve
206
perfezionarsi e svilupparsi in pedagogia di solidarietà sociale, organica e funzionale: ricordiamo: «È
più bello dare, che ricevere» (Act. 20, 35).
Ed ecco allora un terzo proposito per questo sognato programma d’imminente attuazione: vediamo
se è possibile promuovere, a tutti i livelli comunitari, la concordia, la convergenza ideale e
operativa, l’armonia sociale, l’amore, piuttosto che la lotta, la divisione, la pluralità contestatrice;
cerchiamo la pace. «Beati gli operatori di pace - dice il Signore -, perché essi saranno chiamati figli
di Dio» (Matth. 5, 9).
Divagazioni queste di tranquille notti d’estate? Forse. Ma non vane prospettive per la severa
stagione che ci attende. Maria, laboriosa e silenziosa, ci è maestra.
ANGELUS DOMINI
Domenica, 22 agosto 1976
Sono finite le vacanze? per molti sì; per altri, che ancora non ne hanno goduto, o tra poco
ritorneranno alla consueta operosità, si pensa egualmente al dopo-vacanze, cioè agli impegni del
nuovo ciclo di lavoro nel proprio contesto scolastico, professionale e sociale.
Con quale animo? Stanco, incerto, sfiduciato, ribelle, come quello che non ama la fatica che lo
attende, e vorrebbe eludere la legge dell’impegno quotidiano, diventata più molesta dopo la tregua
evasiva e beata delle ferie estive? Questo, se è psicologicamente comprensibile, non deve essere per
«gli operai della vigna» del Signore, che siamo noi tutti, ammissibile. Viviamo sotto l’insegna del
lavoro. Abbiamo tutti coscienza che la vita è dovere; e tutti sappiamo che la nostra attività vale per
l’ideale che la illumina e per l’energia con cui essa è eseguita. Anche un modesto programma di
esistenza può darle senso e valore, se compiuto con amore buono e forte. Noi cristiani non
dovremmo mai dimenticare questa possibilità di dare merito superiore alla nostra operosità, anche
se umile e nascosta, animandola di fede e di carità (Cfr. Luc. 16, 10; Matth. 10, 42; Marc. 12, 43).
Diciamo questo pensando a certi aspetti moralmente tristi del nostro tempo, che possono insinuare
pessimismo nel nostro animo, e acquiescenza, e perfino viltà nella nostra condotta, come sono tanti
avvenimenti contrari ai propositi di pace, di giustizia, di umanità a cui s’è pure impegnata la
convivenza civile del nostro tempo. Anche dalla scena pubblica della vita contemporanea vengono
ora molti esempi contraddittori e deprimenti.
Ma non ci dobbiamo rassegnare alla inguaribile debolezza della natura umana. Dobbiamo
innanzitutto difendere in noi stessi la fiducia delle sempre possibili rivincite del bene. Chi prega
sperimenta questa fiducia. Dobbiamo poi esplorare il problema pratico della Provvidenza e
dell’economia della Croce, la quale sa trarre conseguenze buone anche da premesse negative, e può
rimandare all’ultimo giorno la discriminazione vittoriosa del bene dal male (Cfr. Matth. 13, 29). Ciò
che importa ora è crescere la potenzialità operativa del bene. Bisogna essere più forti, più attivi, e
più buoni; e tutti così. Questo può essere un proposito conclusivo delle vacanze. E ci aiuti la
Madonna ad attuarlo.
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DISCORSO AI DIRIGENTI E AI FUNZIONARI DEL
CENTRO INTERNAZIONALE DI PERFEZIONAMENTO
TECNICO E PROFESSIONALE DI TORINO
Mercoledì, 15 settembre 1976
Siamo lieti di accogliere oggi i dirigenti del «Centro Internazionale di Perfezionamento
Professionale e Tecnico di Torino» e i membri del Comitato Italiano che lo fiancheggia.
A tale Centro, dipendente dalla benemerita «Organisation Internazionale du Travail», abbiamo
voluto offrire tre borse di studio, le quali permettano a studenti provenienti da Paesi in via di
sviluppo di seguire speciali corsi di formazione, mediante i quali prepararsi adeguatamente a
svolgere gli impegnativi compiti richiesti dalle esigenze delle loro nazioni di origine.
Abbiamo voluto in tal modo dare un segno concreto della costante attenzione con cui la Chiesa
segue le iniziative dirette alla promozione dell’individuo e della comunità, alla luce di quanto
affermato dal Concilio Vaticano II: «il fine ultimo e fondamentale di tale sviluppo non consiste nel
solo aumento dei beni prodotti né nella sola ricerca del profitto o del predominio economico, bensì
nel servizio dell’uomo, dell’uomo integralmente considerato, tenendo cioè conto delle sue necessità
di ordine materiale e delle sue esigenze per la vita intellettuale, morale, spirituale e religiosa;
diciamo di ciascuno uomo, e di ciascun gruppo umano, di qualsiasi razza o zona del mondo»
(Gaudium et Spes, 64).
Denominando poi le tre borse col titolo di tre Encicliche «Mater et Magistra», «Pacem in Terris» e
«Populorum Progressio», abbiamo desiderato sottolineare il fecondo legame che deve esistere tra la
competenza tecnica e la concezione globale della persona umana.
Vivamente ci auguriamo che il Centro costituisca un autentico luogo di maturazione delle doti
intellettuali e delle capacità professionali dei giovani che lo frequentano. In tal modo essi sapranno
poi mettersi pienamente al servizio delle loro comunità di appartenenza, e il Centro avrà partecipato
a un’effettiva opera di solidarietà internazionale.
DISCORSO AL CONSIGLIO NAZIONALE
DEL MOVIMENTO CRISTIANO LAVORATORI
Sabato, 4 dicembre 1976
Rivolgiamo il nostro saluto ai membri del Consiglio Nazionale del Movimento Cristiano
Lavoratori, radunati in Roma per discutere il programma di attività del prossimo anno 1977, con
particolare riferimento ai problemi culturali, della formazione, dell’azione sociale, dello sviluppo
dei servizi nei settori dell’assistenza, dell’istruzione professionale e dell’emigrazione.
Esprimiamo anzitutto viva gratitudine ai dirigenti e a voi tutti per un gesto di fedeltà alla Chiesa e di
devozione alla Cattedra di Pietro e, ben conoscendo la vostra disponibilità a ricercare la soluzione
dei non facili problemi del mondo del lavoro, attingendo, come punto insostituibile di orientamento
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al messaggio cristiano, così come viene proposto dal Magistero della Chiesa, volentieri cogliamo
l’occasione per rivolgervi una parola di incoraggiamento a proseguire nel compito tanto delicato
affidato a ciascuno di voi, in ordine alla effettiva realizzazione delle iniziative promosse.
Conosciamo le non poche difficoltà incontrate dal vostro Movimento, specialmente nell’impegno di
portare in atto la formazione delle coscienze dei giovani lavoratori, unitamente al contributo di idee
e di proposte per venire incontro alle esigenze emergenti nelle varie categorie lavoratrici.
Il Vostro desiderio di essere componente operaia cosciente e responsabile del mondo del lavoro e,
ad un tempo, componente cristiana del mondo dei lavoratori, non può non avere la nostra piena
fiducia, anche se ancora una volta riteniamo doveroso di rinnovare la nostra speranza a che le varie
espressioni comunitarie dei lavoratori cristiani esistenti in Italia ritrovino nella necessaria chiarezza
un esemplare e vigoroso cammino unitario, caratterizzato da una vera fedeltà sia a Cristo e alla
Chiesa come al mondo del lavoro.
Ci piace, inoltre, in questa circostanza, ripetere quanto è grande l’interesse della Chiesa per il
mondo del lavoro, che alcuni vorrebbero vedere quasi distaccato dal cristianesimo, ma che, invece,
noi consideriamo parte privilegiata del Popolo di Dio, la quale opera per realizzare una più vasta ed
effettiva giustizia sociale.
La vostra azione e la vostra presenza nel mondo del lavoro, cristianamente ispirate, mentre
costituiscono valido apporto al progresso civile e alla promozione umana dei lavoratori, diventano
anche forma attuale ed efficace di evangelizzazione.
Vi esortiamo, quindi, a perseverare nel vostro impegno con questa duplice prospettiva, che
giustifica il vostro Movimento e lo rende elemento vivo ed importante dell’intera comunità
ecclesiale.
Con la nostra Benedizione Apostolica.
DISCORSO AI CONGRESSISTI DELL’UCID
Sabato, 12 febbraio 1977
Illustri Signori,
In occasione del Congresso Nazionale, che la vostra associazione, l’Unione Cristiana Imprenditori
Dirigenti, ha organizzato nella ricorrenza del trentesimo anniversario della sua costituzione, voi
avete espresso il desiderio di poterci recare la testimonianza del vostro attaccamento alla Sede di
San Pietro. Aderendo volentieri alla vostra cortese richiesta, siamo lieti di darvi ora il benvenuto
nella nostra dimora.
Il Movimento, a cui appartenete, si è proposto fin dalle sue origini l’importante missione di
testimoniare i valori cristiani nel mondo dell’economia e del lavoro, realizzando una presenza che,
grazie ad una sincera preoccupazione di servizio e di efficienza, contribuisse a diffondere le energie
del Vangelo in un settore della vita sociale attraversato da tensioni particolarmente vivaci. Il fine
istituzionale, che vi siete proposto, risponde pienamente al ruolo vostro di laici cristiani,
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responsabilmente inseriti nell’attività temporale. L’impegno vostro specifico sarà dunque quello di
animare cristianamente le strutture, entro le quali si svolge la vostra attività imprenditoriale e
dirigenziale, avvalendovi a tal fine delle notevoli possibilità che le vostre qualità personali nonché
la funzione aziendale e la posizione sociale ricoperta vi offrono.
In questi giorni voi vi siete raccolti per riflettere insieme sui problemi nuovi, che il processo
evolutivo in atto nella società pone a voi non solo come operatori economici, ma in particolare
come cristiani, e cioè come credenti che devono sentirsi chiamati a proporre nel loro ambiente un
modello stimolante di pratica attuazione del Vangelo. Siamo certi che non avrete mancato di
istituire un coraggioso confronto tra l’azione fin qui svolta e le esigenze emergenti della dottrina
sociale della Chiesa, disponendo gli animi ad una leale verifica sia dei risultati positivi che delle
eventuali carenze e ritardi.
Noi profittiamo della circostanza per presentarvi la nostra paterna esortazione ad un sempre più
generoso impegno nell’adempimento dei vostri specifici doveri dirigenziali, in spirito di
collaborazione e di solidarietà con tutte le parti sociali. In un’ora difficile come l’attuale, è
indispensabile che ognuno faccia appello al meglio delle proprie risorse morali e professionali.
All’esortazione uniamo l’augurio: che la vostra testimonianza cristiana contribuisca veramente a
diffondere nell’ambiente imprenditoriale la convinzione della destinazione universale dei beni
creati, i quali «devono equamente affluire nelle mani di tutti, secondo la regola della giustizia, ch’è
inseparabile dalla carità» (Gaudium et Spes, 69, § 1). Possa il vostro esempio stimolare ad un uso
dei redditi disponibili non arbitrario né egoistico; possa soprattutto l’impostazione da voi data
all’attività nell’impresa fare di questa una comunità di persone, nella quale ognuno si senta
valorizzato nella propria dignità, mediante una responsabile partecipazione all’opera comune.
Accompagniamo i nostri voti con l’Apostolica Benedizione, che di cuore impartiamo a voi, alle
vostre famiglie e a tutti coloro che, insieme con voi, collaborano nell’impresa per il progresso
economico e sociale della Nazione.
REGINA COELI
Domenica, 1° maggio 1977
Oggi: anche per noi è festa del lavoro. È grande festa. Anzi per noi vuol essere una festa celebrata
in una visione totale di questo fatto proprio della vita umana; non solo considerato nel suo aspetto di
pena e di fatica (Gen. 3, 17); non solo come tema di contrasto permanente fra gli uomini cittadini
d’una medesima terra; non solo come mezzo di conquista d’un benessere economico e temporale;
ma come adempimento d’un disegno integrale e perfettivo delle facoltà umane e del progresso
sociale, secondo un disegno redentore e nobilitante di Dio sulla vita umana, come ha precisato
anche il Concilio (Cfr. Gaudium et Spes, 33 ss.).
Preghiamo perciò affinché l’ingegno dell’uomo «sapiens» presieda sempre al cammino e allo sforzo
dell’uomo pensatore e lavoratore; preghiamo affinché i frutti del lavoro non siano preda
dell’egoismo ingiusto e del vano piacere; preghiamo affinché la giustizia governi sempre con
progrediente ordinamento il profitto dell’attività consociata degli uomini; e preghiamo affinché essi,
gli uomini, non costringano le loro superiori aspirazioni soltanto ai beni di questo mondo, ma
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sappiano sorpassarne gli angusti confini, e desiderare e conquistare i beni superiori dello Spirito,
anzi quelli eterni delle divine promesse.
E preghiamo, Fratelli, per tutti coloro che desiderano lavorare, e soffrono per la disoccupazione e
per l’insicurezza del loro impiego; preghiamo per i Lavoratori, a cui manca la sufficienza del pane e
la dignità delle loro prestazioni. Preghiamo per quanti soffrono nelle membra e nello spirito,
affinché possano avere conforto da una fraterna solidarietà. Preghiamo per il superamento delle
tante difficoltà sociali e per la pace comune nella giustizia e nell’amore.
L’umile Donna di Nazareth, con lo Sposo S. Giuseppe, artigiano pure lui, tutti ci assistano e ci
affratellino in Cristo Lavoratore e Signore.
ANGELUS DOMINI
Domenica, 21 agosto 1977
Il calendario ci richiama alla fine delle vacanze ed il barometro segna cattivo tempo; ma noi
dobbiamo riprendere il consueto ritmo delle nostre occupazioni con animo nuovo e forte. La pausa
estiva, se pur breve e distratta, deve almeno avere rinvigorito lo spirito a pensieri buoni e sereni;
bisogna tradurre in buona volontà di lavoro, di servizio, di efficienza morale la conclusione delle
nostre vacanze, qualunque ne sia stato il breve periodo. Bisogna operare con fedeltà e con energia,
bisogna essere ottimisti, noi cristiani specialmente; troppo prezioso è il tempo per non viverlo in
tensione di coscienza, in pressione di dovere, in ansia di molto e bene operare.
È superata l’età in cui l’ideale dell’esistenza era il quieto vivere; e insopportabile per noi deve
essere il pessimismo disfattista oggi di moda, ovvero l’astuzia del consumare giorni e forze
nell’eludere gli impegni a cui siamo obbligati; migliore l’età della gioventù generosa e forte che si
prefigga di compiere, oltre lo stretto dovere, una opera buona, libera e volontaria, ogni giorno. Noi
siamo accerchiati da necessità operative enormi; tutta la società ha bisogno di sostegni vigorosi, ed
in grande parte prestati senza altro compenso che la soddisfazione di aiutare chi soffre, nel nome
silenzioso, ma operante e beatificante di Cristo.
Senza affanno, senza pubblicità, procuri ognuno di noi d’infondere questa «buona volontà»,
caratteristica e doverosa per ogni fedele, nella sfera, anche se umile e nascosta, della propria
attività, «portando frutto, come dice S. Paolo, in ogni opera buona» (Col. 1, 10).
Così, col nostro augurio e con la nostra Benedizione.
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ANGELUS DOMINI
Domenica, 28 agosto 1977
Se in questo pensiero domenicale noi teniamo conto, come di solito facciamo, del rapporto fra
l’ispirazione religiosa festiva e l’esperienza del nostro tempo stagionale, noi siamo obbligati a
concentrare il nostro interesse sul grande problema del lavoro, che, a vacanze finite, riprende il
primo posto nell’attività della maggior parte dei componenti della nostra società.
Il lavoro! Il lavoro! Esso si pone al centro della nostra mentalità, e oggi della nostra filosofia, sia
speculativa, che pratica. Vi sarebbero discussioni senza fine da fare. E tutte segnate dalla
inquietudine che caratterizza la società moderna.
Limitiamoci ad accennare ad alcuni punti, per noi cristiani, fondamentali:
Primo: il lavoro comporta la conseguenza di una pena: la fatica, il sudore, lo sforzo fra l’attività
umana e il dominio, che rende utile l’ambiente del nostro operare (Gen 3, 19). Noi dobbiamo subito
accettare questa condizione dell’attività umana, e amare il lavoro, il lavoro proprio, condizione
dello sviluppo non solo economico, ma civile e spirituale dell’umana esistenza. Il lavoro è il
programma sia personale, che collettivo dell’umanità. Bisogna accettarlo, volerlo, promuoverlo con
tutta la nostra intelligenza, con tutto il nostro impegno. Niente vita oziosa e niente vita che scarica
ogni fatica sulle spalle altrui.
Secondo: bisogna procurare lavoro per tutti. La disoccupazione deve essere problema da risolvere,
specialmente per i giovani. Sappiamo bene che è difficilissimo problema, ma esige soluzione.
Benedetti coloro che vi consacrano talento, denaro, impegno. Tutti dobbiamo essere alleati a chi
opera per dare lavoro utile, sano, disciplinato, nuovo alla nuova generazione; la speranza del nostro
mondo vi è collegata.
E terzo: fare del lavoro una libera alleanza tra le classi sociali; interessi contrastanti esistono,
certamente, ma devono diventare sempre più complementari per un bene comune, per un ordine
sociale, libero ma non egoista, non in perpetuo contrasto. La religione ci assista: ora et labora.
Ritornando al lavoro, invochiamo la protezione di Maria umile lavoratrice e Regina del Cielo.
UDIENZA GENERALE
Mercoledì 1° febbraio 1978
TENACE IMPEGNO PER IL BENE SOCIALE
LA VITA CRISTIANA è una vocazione sociale. Questa affermazione sembra eccessiva, e ammette
in pratica una diversa formulazione; e cioè: la vita cristiana è una vita personale, interiore; per
trovare la sua autenticità deve isolarsi, farsi solitaria, difendersi dal contagio di contatti profani,
idealizzarsi in un’espressione individuale e fuggire le tentazioni della conversazione esteriore,
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immunizzarsi dall’ influsso della moda e del costume sociale. Ed è vero, ma non tutto vero, perché
l’ uomo ha bisogno degli altri, anzi ha il dovere di occuparsi degli altri, è obbligato al grande
precetto dell’amore, il quale ha estensione ben più ampia di quella circoscritta all’amore della
famiglia, della parentela, della cittadinanza; il che comporta una dilatazione della sfera dell’amore
istintivo, dell’amore naturale, dell’ amore, possiamo dire, egoista. Anche il monaco, cioè colui che
saggiamente antepone a tutto la ricerca della perfezione personale, e rinuncia a tal fine ai rapporti
sociali non indispensabili, deve trovare spazio nel proprio spirito per il prossimo, da amare e da
servire, in qualche forma, in modo che sia salva la formula del precetto evangelico della carità per
tutti, anche per i nemici (Matth. 5, 44-48.).
Noi dovremo perciò ricordarci di questa legge sovrana, caratteristica del cristianesimo vivo, non
puramente consuetudinario, o praticato in modo da renderlo un antidoto ai fastidi e ai pesi della
convivenza sociale. Dobbiamo guardarci dalle tentazioni di antisocialità, che la vita vissuta può
generare anche in quelli che si propongono un programma onesto di convivenza sociale, ma si
difendono dalle noie e dalle obbligazioni che il rapporto comunitario può portare con sé. È questo
forse per molti cristiani dabbene il momento di una tentazione antisociale, perché è questo un
momento in cui la società è in fase di cambiamento; e, buono o discutibile che sia, il cambiamento
può produrre un senso di molestia, o di offesa, il quale spinge l’ individuo o alla reazione, o alla
indifferenza della norma disturbatrice, nuova e prevalente. La vita comunitaria sembra diventare
insopportabile. Vi è pericolo d’ uno « sciopero » dei buoni cittadini, che si limitano a subire la loro
appartenenza alla collettività, ma con lo studio di sfuggire silenziosamente a quegli oneri che
contrastano con l’ interesse proprio, con le abitudini proprie, con le idee proprie.
Se questa fosse una tentazione anche per noi, vediamo di superarla con uno sforzo di buona volontà
sociale. E mettiamo nel nostro programma propositi tanto più vigilanti, tanto più operosi per il bene
sociale quanto più questo sembra escluso dai nostri gusti e dai nostri interessi. Il bene, battezzato
dal segno cristiano, deve farsi tanto più sollecito della propria presenza, della propria ingegnosità,
della propria generosità quanto meno le condizioni esteriori sono propizie alla sua accoglienza e al
suo sviluppo. Ripetiamo: « vince in bono malum ». Il cristiano, anche se l’ inquadramento sociale
tende a ridurlo al silenzio, a farne un numero della massa, a spegnere in lui la scintilla della sua fede
e del suo amore, possiede sempre in se stesso un principio originale di bontà e di azione, che spesso,
come l’ esempio dei Santi e dei buoni ci insegna, ha saputo trarre dal contrasto dei tempi l’idea e la
forza per attestarsi in forma nuova e per tutti salutare. La saggezza sarà quindi non nella fuga e nella
rassegnata rinunzia, ma nella tacita e tenace presenza in quell’ ambiente sociale che non sembra
propizio alla buona riuscita dell’ iniziativa cristiana. « Patientia vobis necessaria est, la pazienza è a
voi necessaria »(Hebr. 10, 36. 101), noi ripeteremo per quei nostri amici e fedeli, che sperimentano
talvolta le difficoltà dell’ azione nel campo dell’ attività libera ed onesta, che pur dovrebbe essere
aperto alla buona volontà di tutti.
Coraggio quindi, con la nostra Apostolica Benedizione.
Saluti
Ai partecipanti ad un corso per direttori e promotori di Esercizi
SIAMO LIETI di accogliere i partecipanti al Corso per direttori e promotori di Esercizi, direttori
spirituali e formatori, che si sta svolgendo presso il Centro di Spiritualità Ignaziana, qui a Roma.
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Nell’esprimervi la nostra gratitudine per la testimonianza di deferente ossequio, che la vostra visita
ci reca, figli carissimi, desideriamo manifestarvi il nostro apprezzamento sincero per l’impegno, da
voi posto, nell’assimilare più compiutamente l’ispirazione profonda degli Esercizi ignaziani, dai
quali tanto bene è sempre venuto alle anime. La loro utilità non è diminuita col passare del tempo.
Oggi, anzi, in un mondo che assorbe e distrae col ritmo vorticoso dell’attività esteriore e col fascino
sottile di sempre nuove stimolazioni sensibili, la possibilità di concedersi una pausa di silenzio, di
riflessione e di preghiera, che consenta di recuperare se stessi dall’interno e di disporre in libertà di
spirito del proprio destino al cospetto di Dio, è cosa che va rivelandosi sempre più necessaria ed
urgente. Per l’uomo e per il cristiano.
Voi questo avete capito e vi state lodevolmente impegnando per poter svolgere in modo qualificato
questo nobilissimo servizio ecclesiale. Vi sostenga e solleciti sul cammino intrapreso la
Benedizione Apostolica, che di cuore a tutti impartiamo.
Agli Allievi de11’ 83” Corso di Vigilanza della Scuola dell’Aeronautica Militare « VAM » di
Viterbo
RIVOLGIAMO un particolare saluto al folto gruppo di Avieri della Scuola Centrale di Vigilanza
Aeronautica Militare di Viterbo, accompagnati da Ufficiali, Sottufficiali e dal loro Cappellano. Figli
carissimi, abbiamo per voi soprattutto una parola di augurio, che vi riguarda sia in quanto giovani
sia in quanto membri di una scuola militare: auspichiamo cordialmente per voi, come per tutti, un
sereno e costruttivo futuro di pace e di prosperità. Siate sempre garanti e servitori del dovere e della
pace, con la viva coscienza che essa rappresenta il trionfo della vita e di tutte le migliori possibilità
umane. Anche la disciplina propria della vostra condizione non ha, crediamo, altro scopo più nobile
che educare a livelli sempre più profondi di equilibrio e di autocontrollo, indice sicuro di maturità
personale e collettiva. E poiché tale traguardo è irraggiungibile senza il sigillo del « Dio della pace
», (Cfr. 1 Cor. 14, 33) confermiamo i nostri voti invocando la sua corroborante assistenza mediante
la propiziatrice Benedizione Apostolica.
All’ Assemblea Generale dell’ Istituto « Vita et Pax in Christo Iesu »
QUEREMOS RESERVAR una especial palabra de saludo para los miembros aquí presentes del
Instituto « Vita et Pax in Christo Iesu », acompañados de su fundador, el Reverendo Don Cornelio
Urtasun. Sabemos bien, amadas hijas, que habéis terminado recientemente una etapa importante al
concluir la Segunda Asamblea General de vuestro Instituto. Conocemos también el entusiasmo con
el que os dedicais a las tareas educativas, a la asistencia sanitaria, a la ayuda social, sobre todo en el
campo de la emigración, así como al apostolado de la prensa y del arte litúrgico. Os exhortamos a
proseguir con redoblado empeño en vuestros propósitos de perfección personal y de irradiación de
los valores cristianos en los diversos ambientes. Os aliente siempre la plegaria que por vosotras
elevamos al Señor y la Bendición Apostólica que de corazón impartimos a vosotras, a vuestro
Fundador y a todos los miembros del Instituto.
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UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 3 maggio 1978
Non sapremmo, a prima vista, dire perché si presentino al nostro spirito le parole del Vangelo di
San Matteo, al capo quinto, nel celebre capitolo del discorso di Cristo sul monte, dove sono detti
«beati gli affamati e gli assetati della giustizia, perché saranno saziati». E si presentano queste
benedette parole e questo incontro con voi, carissimi nostri visitatori, forse perché la vostra
presenza ravviva in noi l’avvertenza del disagio morale e sociale, ch’è nel mondo d’oggi, donde voi
venite; e qui davanti a noi i vostri animi tesi e fiduciosi denunciano a noi la fame e la sete che li
affligge, ch’è la fame e la sete, propria della nostra società, risultanti dalle condizioni, sia abituali e
sia contingenti, della vita presente; e ciò per motivi contrari, che cospirano ad eguale risultato,
l’inquietudine, provocata in alcuni dal benessere stesso di cui godono e di cui, più che gustare la
soddisfazione, sentono lo stimolo dell’insufficienza; è questa per essi la fame e la sete ad avere di
più, e tale inquietudine è provocata in altri, a maggior ragione, dall’insufficienza di ciò che
posseggono, o dalla fragilità della loro posizione nell’instabile e vacillante concerto sociale,
insufficienza che si esprime nella fame e nella sete, di cui ci parla il Vangelo, e che esso, Parola di
Cristo, qualifica di beatitudine: «Beati voi, ripetiamo, affamati e assetati di giustizia, perché sarete
saziati» (Matth. 5, 6).
Che cosa diremo di queste parole evangeliche?
Innanzitutto che esse riflettono, in diversa forma e in diversa misura, una realtà essenziale e
psicologica, che possiamo dire comune, di tutti cioè, quella derivante fondamentalmente dalla
natura stessa dell’uomo. L’uomo, si deve riconoscere, è un essere incompleto, che anche se è
soddisfatto, non è mai sazio; è un essere così fatto da essere sempre tormentato da fame e da sete,
da desideri, che reclamerebbero maggiore soddisfazione. L’uomo è come Giuseppe, il figlio
prediletto di Giacobbe, ch’egli definisce, nella Bibbia, il figlio che cresce, il rampollo che sale (Gen.
49, 22). Il senso positivo di questa tendenza a desiderare, a crescere, ad avere, è che ciò sia secondo
giustizia, cioè secondo un disegno divino inscritto nella natura ideale dell’uomo, quale Dio creatore
ha implicitamente inserito nella concezione tipica, cioè buona dell’uomo stesso: rintracciare questo
disegno in via di perfezione segna la linea di sviluppo, cioè la fame e la sete di giustizia assegnata
da Dio alla sorte dell’uomo: è la «giustizia» implicita che l’uomo deve desiderare e portare ad un
esplicito compimento; è la promessa evangelica che sta al termine di questa beatitudine.
La fame e la sete di questa perfezione saranno, nell’economia evangelica, finalmente saziate; e la
fame e la sete di tale perfezione già costituiscono beatitudine. E che cosa è la giustizia, che il
Vangelo pone come oggetto della fame e della sete dell’uomo evangelico? È ciò che deve essere, e
ancora perfettamente non è. È ciò che la scienza morale definisce il dovere, l’obbligazione morale,
la legge da eseguire, la volontà divina da compiere; è il desiderabile in forza d’un intervento divino,
per via di logica razionale, ovvero anche per via di ispirazione carismatica. Ed anche questo
fondamentale coefficiente della vita morale può avere una applicazione alla vita spirituale ed
effettiva dell’uomo: il dovere può essere il peso dell’anima, e può avere la sua energia. Cristo
decide e proclama: beati coloro che hanno fame e sete di questo impegno della vita umana, del
compimento cioè del proprio dovere, fino al sacrificio di sé, perché tale compimento risolverà in
beatitudine la fedeltà al dovere compiuto. Qui è il Vangelo, con la sua promessa e, possiamo dire,
con la concomitante beatitudine.
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Già il solo volere, ciò che il Vangelo designa per fame e per sete, possiede la virtù miracolosa di
anticipare la beatitudine, la contentezza della fedeltà alla giustizia. Questo è grande conforto per
noi. La pace dello spirito ci può essere anticipata già nella fase preparatoria del compimento del
nostro dovere, ch’è appunto la fase del desiderio, del proposito, del buon volere. E sovente avviene
che questa iniziale aspirazione alla giustizia modifica nelle anime generose l’orientamento generale
dei desideri insoddisfatti, che rendono infelice l’esistenza, perché tali desideri sono egoisti, non
sono secondo la «giustizia», che nel Vangelo raggiunge e realizza l’amore. Questo solo ha il segreto
della beatitudine, oggi, nella vita presente; domani, in quella futura, escatologica e misteriosa sì, ma
garantita dalla promessa infallibile di Cristo.
Così sia, con la nostra Benedizione Apostolica.
Ai membri dell’associazione «Gemellaggio Austriaci-Italiani»
Einen besonderen WillkommensgruB richten Wir an die anwesenden Mitglieder
der»Osterreichisch-Italienischen Gesellschaft «. Seien Sie sich, sehr geehrte Damen und Herren, in
der Pflege der gegenseitigen Beziehungen zwischen den beiden Nachbarlandern stets deren
gemeinsamer christlicher Grundlage bewuBt. Diese gilt es heute vor allem zu verteidigen, zu
fordern und fiir Europa fruchtbar zu machen. Dazu bestarke Sie Unser Apostolischer Segen!
Ad un gruppo di Sacerdoti, Assistenti Parrocchiali dell’Azione Cattolica Ragazzi
Un saluto tutto particolare va al gruppo di Sacerdoti, Assistenti Parrocchiali dell’Azione Cattolica
Ragazzi, venuti a Roma per il loro secondo Convegno Nazionale.
Figli dilettissimi, la nostra parola per voi vuol essere di plauso sincero e soprattutto di cordiale
incoraggiamento per il vostro delicato e importante ministero pastorale. Voi aiutate la crescita della
vita cristiana in coloro che saranno la Chiesa di domani. Siatene fieri, ma anche trepidi, così che il
vostro impegno assicuri frutti abbondanti e saporosi per l’edificazione della comunità ecclesiale.
Avvaloriamo questo auspicio con la nostra paterna Benedizione Apostolica.
Ai membri dell’Associazione «Artefici del Lavoro Italiano nel Mondo»
Rivolgiamo ora il nostro cordiale saluto al folto gruppo di industriali e di operatori commerciali,
facenti parte dell’Associazione «Artefici del Lavoro Italiano nel Mondo», i quali, trovandosi a
Roma con i loro familiari per un loro convegno, hanno voluto farci visita.
Vi esprimiamo sincera gratitudine per questo vostro gesto premuroso e, soprattutto, per i principi
cristiani, a cui ispirate il vostro lavoro nel mondo. Volentieri ricambiamo il delicato pensiero col
fervido auspicio che codesto incontro di studio serva non solo ad accrescere le conoscenze attinenti
la vostra specifica attività professionale, ma valga anche a stimolare in voi la coscienza di un
servizio sociale sempre più rispondente alle esigenze della giustizia e del progresso umano.
Vi accompagni in tale impegno di civile solidarietà la nostra speciale Benedizione Apostolica, che
estendiamo a tutti i vostri cari di famiglia.
Ai membri dell’«Association chrétienne des Classes moyennes»
Le diocèse de Gand, en Belgique, est aussi représenté aujourd’hui par les pèlerins de l’«Association
chrétienne des Classes moyennes». A tous, Nous souhaitons que leur passage à Rome fortifie leur
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sens de l’Eglise, et les aide à la servir toujours mieux dans leur cher pays. Nous vous bénissons de
grand cœur, ainsi que ceux qui vous sont chers.
Ai Granatieri di Friburgo
Nous saluons chaleureusement le contingent des Grenadiers de Fribourg. Vous savez, chers amis,
cambien Nous apprécions le dévouement de vos compatriotes de notre Garde Suisse, que vous avez
plaisir à retrouver à Rome! Nous vous disons nos encouragements et vous souhaitons un bon
pèlerinage aux tombeaux des saints Apôtres. De grand cœur Nous vous donnons, ainsi qu’à vos
familles, notre Bénédiction Apostolique.
Ad un gruppo di professori e di studenti della «Fundación Universitaria Española»
Saludamos ahora con profunda estima a los miembros del Patronato, profesores y estudiantes, de la
«Fundación Universitaria Española», que han querido venir a renovarnos su homenaje de devoción
y ofrecernos un recuerdo, fruto de sus actividades específicas.
Os agradecemos, amados hijos, esta visita. Sabemos que la vuestra es una entidad con finalidades
benéfico-docentes, que busca dar a conocer, promover y revalorizar la cultura e historia española,
especialmente en su sentido católico.
Os invitamos a ser cada vez más fieles a la inspiración cristiana en vuestras tareas, sabiendo
conjugar el rico patrimonio religioso de vuestro País con una proyección actualizada del mismo,
que dé hoy nuevo impulso a la inserción de los católicos en el entramado de vuestra sociedad. Con
estos nuestros votos ardientes, invocamos sobre vosotros la constante bendición del Altísimo
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