Anno XVIII N. 3 Maggio 2011
Unitre Arenzano Cogoleto
Università delle Tre Età
NOI
Nuovi
Nuo
vi Orizzonti Insieme
Trimestrale dell’Unitre - Sede Arenzano Cogoleto - Reg. Tribunale di Genova n. 29/94 del 30/11/94
Redazione: Unitre - 16011 Arenzano, via Terralba, 79 - Tel. e Fax 010 9112640
e.mail: [email protected] - Internet: www.unitre.org
Unitre è...
... amicizia da gustare insieme
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Anno XVIII N. 3
L’uomo e la forza della Natura
Il terremoto e il maremoto giapponese dell’11 marzo ci hanno risvegliato dal delirio di onnipotenza che
ci faceva credere che tutto fosse sotto controllo, grazie alle nostre sofisticate tecnologie.
La natura ogni tanto con potenti scossoni ci ricorda
quello che meglio di noi sapevano gli antichi, dai profeti biblici ai Greci, ai Latini fino al nostro Leopardi
(rileggiamo il suo Dialogo della Natura e di un
Islandese): di fronte alla potenza della natura siamo
ben poca cosa, quasi niente. Non niente. In quel quasi c’è lo spazio per la nostra azione operosa e
costruttiva. Noi possiamo pensare, e agire di conseguenza, ridimensionando la nostra volontà di potenza, modulando un rapporto con la natura tutta, rispettoso di equilibri e confini.
Scriveva Pascal “L’uomo non è che una canna, la
più fragile di tutta la natura; ma è una canna pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo: un vapore, una goccia d’acqua è sufficiente
per ucciderlo. Ma quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di chi lo
uccide, dal momento che egli sa di morire e il vantaggio che l’universo ha su di lui; l’universo non sa nulla.
Tutta la nostra dignità sta dunque nel pensiero. È in
virtù di esso che dobbiamo elevarci, e non nello spazio e nella durata che non sapremmo riempire. Lavoriamo dunque a ben pensare: ecco il principio della
morale”.
Redazione di NOI
Fabia Binci, Direttore Responsabile
Maria Rosa Baghino
Maria Berlingeri Cesari
Marilina Bortolozzi
Selma Braschi
Beppe Cameirana
Roberta Campo
Ida Fattori
Gianna Guazzoni
Idelma Mauri
Edda Sinesi
La centrale di Fukushima
I Giapponesi, da sempre consapevoli di vivere in un
territorio ad elevato rischio sismico, hanno cercato
con tutti i mezzi offerti dalla tecnologia più avanzata
di arginare il pericolo e si sono preparati ad affrontare il problema della terra che trema.
Le case sono costruite con sistemi capaci di resistere alle scosse più violente. Non oso pensare a cosa
sarebbe avvenuto da noi, con una scossa tellurica di
magnitudo 9, secondo la scala Richter.
Le sue numerose centrali nucleari sono tarate per
affrontare terremoti ma al sisma si è aggiunto lo
tsunami di una violenza non prevista e la centrale di
Fukushima è stata pesantemente danneggiata. Le forze della natura hanno messo in crisi tutti i criteri di
sicurezza che devono essere ripensati.
Hanno collaborato
Amici di Arenzano
Auser (Marisa Carrea)
A.V.O. AR.CO.(RosaAnna Princi)
Töre di Saraceni (P. Robello)
WWF (Marabotti - Vallarino)
Gruppo Biblioteca
Francesca Antoniotti
Fanny Casali Sanna
Nuccia Cavallino
Angela Caviglia
Maria Elena Dagnino
Patrizia Detti
Emilia Garaventa
Lorenzo Giusto
Giuseppina Marchiori
Franco Merega
Maria Luisa Moreno
Loredana Odazzi
Gianni Paglieri
Giorgio Stella
Maura Stella
Fiorenza Torella
Distribuzione
Auser, Pina Antignani, Guglielmo Famà, Rina Rancati, Pericle Robello, Rosanna Trogi
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Conosco un po’ il Giappone sia perché lo ho visitato
sia la sua poesia che amo. Non mi ha stupito la dignità composta e operosa della sua gente. Una millenaria
sapienza li ha abituati ad accettare i colpi del destino
come un fato ineluttabile e a superare il dolore individuale per trovare risorse e rimettersi in moto come
nazione: è già avvenuto dopo la seconda guerra mondiale.
Ho il privilegio di frequentare il corso Unitre di Giapponese e ad ogni incontro sono affascinata dalla cortesia premurosa di Miwa, dalla sua infinita pazienza,
dalla delicatezza efficace dei suoi metodi. Con un’altra insegnante, di fronte alle difficoltà della lingua,
avrei già desistito. Anche in questo tragico frangente
Miwa, pur molto provata (si è appannata la luce dei
suoi occhi, incrinata per la commozione la sua voce),
è unica. Ci tiene aggiornati di quello che avviene nel
suo paese, corregge le informazioni sensazionalistiche
della stampa, ci suggerisce siti internet, ci invia video, ma sempre con gentilezza e discrezione.
Siamo soliti dimenticare quando si spengono i riflettori sulla tragedia, ma il Giappone ha bisogno della nostra solidarietà. Non possiamo limitarci a guardare immagini di distruzione al sicuro delle nostre case,
a provare facili emozioni, magari sentenziando con
superficialità, cercando i colpevoli e esprimendo giudizi tracotanti. Una riflessione sul nostro futuro si impone per tutti, certo, ma rispettiamo il dolore del popolo giapponese e proviamo a fare qualcosa di concreto, partecipando a iniziative sicure di raccolta fondi pro emergenza Giappone.
Fabia Binci
Tokyo: tomba di Edoardo Chiossone
A Tokyo, nella piccola sezione dedicata a stranieri
illustri del cimitero di Aoyama, è sepolto il nostro
concittadino Edoardo Chiossone (1833 - 1898),
chiamato dall’imperatore Meiji nel 1875, per
organizzare e dirigere l'Officina Carte e Valori del
Ministero delle Finanze.
Poesia come un albero
Il 7 maggio, alle 16,30, per ricordare il legame della nostra terra con il Giappone, si terrà la cerimonia
di “piantamento” di un albero nel Parco Comunale,
ai cui rami saranno appese poesie haiku, come foglie vaganti en plein air.
All’evento, inserito nelle manifestazioni per il
decennale della Carta di Arenzano per la Terra e
per l’Uomo, seguirà, in Sala Consiliare, un reading
poetico a più voci su temi ecologici-ambientali, con
intermezzi musicali del Duo Novecento.
Sommario
L’uomo e la forza della natura ..........................
Maria saluta ......................................................
Grazie, Maria e Scintille di solidarietà .................
Vent’anni sono tanti ........................................
Vita Unitre .......................................................
Personaggi Unitre ............................................
Premio di Poesia “Città di Arenzano” .................
Essere o non essere... su Facebook .................
San Bartolomeo alla Certosa .............................
Commenda di Pré ............................................
A cena con gli amici .........................................
Storia della geografia e delle esplorazioni ...........
L’angolo dei libri ................................................
Leggiamo insieme ............................................
Capolavori nascosti ...........................................
Matisse ............................................................
Un viaggio in Irlanda .........................................
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Dante, il primo Italiano .....................................
Quando la ingua italiana è una lingua straniera ..
WWF: Biodetersivi alla spina .............................
A.V.O. AR.CO ...................................................
Consorzio Arenzano per voi ............................
Töre di Saraceni ................................................
Amici di Arenzano ............................................
Auser: Feste antiche, care a tuttii ....................
“Le cognate” di Michel Tremblay e poesie .........
Una giornata di sole .........................................
La trebbiatura ..................................................
Le emozioni della musica ..................................
L’angolo di Marilina - Perché ..............................
La moda di Roberta ..........................................
Ricordi degli anni 50 e poesie ...........................
Ricette estive ..................................................
Memorandum ...................................................
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Maria saluta...
Carissimi Amici.
Sabato 26 marzo si è tenuta l’Assemblea degli Associati
Unitre per il rinnovo del Direttivo e questa volta ho ritenuto
opportuno non candidarmi più.
La mia è stata una decisione molto ponderata e anche un po’ sofferta, per me infatti si chiude un periodo importante della mia vita; problemi di salute mi
impediscono di dedicarmi alla nostra Associazione
come vorrei e poi, dopo 12 anni, mi sembrava giusto
passare il testimone.
Lascio il mio incarico serena perché la nuova Presidente ha tutta la mia stima. Fabia Binci è una persona
veramente speciale e l’Unitre sarà in mani capaci e
sicure.
È comunque mia intenzione continuare a dare il mio
contributo come e quando mi sarà richiesto.
Desidero ringraziare tutte quelle persone che in tutti
questi anni mi hanno supportato e sopportato, tutti i
Membri del Direttivo che si sono succeduti e, se permettete, un grazie particolare va a Mino, mio marito,
che mi ha sempre spronato e al quale è toccato mangiare tante pizze, se arrivavo a casa tardi dopo le
riunioni del C. D.
A Fabia il mio grazie e il mio augurio di cuore di
tanti, tanti anni di una buona e fruttuosa Presidenza.
Auguri anche a tutto il nuovo Direttivo.
Vi abbraccio tutti con tanto affetto e ricordatevi, in
me troverete sempre un’amica sincera.
Maria Cesari Berlingeri
Nuovo Direttivo
Presidente:
Vicepresidenti:
Direttore dei corsi:
Tesoriere:
Segretario:
Revisori dei conti:
Rappresentanti degli studenti:
Gestione tecnica:
Gestione segreteria Arenzano:
Gestione segreteria Cogoleto:
Gestione contratti, fisco:
Delegati al Consiglio Nazionale Unitre:
Delegati al Regionale Unitre:
Fabia Binci
Aldo Maglierini
Franco Merega
Francesca Antoniotti
Pierluigi Signorelli
Idelma Mauri
Licia Marceglia
Guido Molinari
Silvano Morando
Loretta Emiliani
Luciano Gerbi
Adriana Mauri
Marinella Fabris
Lino Pavanelli
Loredana Odazzi
Vanna Checchetto
Silvano Morando
Fabia Binci e Idelma Mauri
Fabia Binci o Idelma Mauri
Presidente Onorario: Maria Cesari
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Grazie, Maria
Vorrei ringraziare gli assocati che mi hanno eletto,
per la fiducia che mi accordano che mi sprona a fare
di più e meglio di quanto non sia riuscita a fare finora, con il sostegno di tutti coloro che hanno a cuore la
nostra Unitre.
Vorrei, in particolare, ringraziare Maria per il particolare carisma con cui ha rivestito il suo ruolo di Presidente, per ben dodici anni.
Maria, per tanti anni Presidente, da questo momento
ha aggiunto un titolo: la nostra Presidente onoraria.
Gentile, generosa e materna; capace di entrare in
empatia con le persone che incontra; di mettersi nei
panni degli altri, di ascoltare, di consigliare, di rispettare. Con un asso nella manica: trattare gli altri sempre alla pari, mai mettendosi un gradino sopra, con
uno sguardo orizzontale.
Ha innestato sulla pianticella
Unitre ancora giovane, sorrisi,
parole di conforto, gesti di condivisione, convivialità…
Ne è nato un giardino, ma bisogna difenderlo dai parassiti,
dai rovi, dal maltempo… Bisogna concimarlo, continuare a spargere sorrisi, parole di conforto, gesti di
condivisione.
Le persone speciali non vanno mai in pensione. Possono per un po’ smettere di remare e lasciar remare
gli altri, ma restano sulla barca, aiutano a mantenere
la rotta con la loro esperienza, la loro capacità di vedere e di sentire.
A tutto il nuovo Direttivo i miei auguri.
Fabia Binci
Scintille di Solidarietà
La Legge Finanziaria 2011 prevede
la possibilità di destinare il cinque per
mille delle proprie imposte a associazioni di volontariato, di promozione
sociale e ad altri enti.
Anche l’Unitre (C. F. 95028210102) può beneficiarne.
L’assemblea degli associati del 13 dicembre 2010 ha
deliberato che i proventi saranno utilizzati per inizia-
San Francesco ONLUS - Adozione bimbi Burundi - Convento N. Signora degli Angeli - Genova Voltri.
• 451 all’Opera San Francesco per i Poveri ONLUS Milano.
• 451 alla Fondazione Istituto C. Besta, Milano per
ricerca malattie rare.
• 451 (+ • 1 di spese) all’Associazione COPOS di
Sant’Egidio Genova.
tive di volontariato.
La somma di • 1.805 ricevuta dallo Stato per le
dichiarazioni del 2006 è stata versata, il 23 dicembre
2010, agli Enti che di seguito si elencano, scelti dalla
commissione ad hoc istituita: • 451 all’Associazione
L’Unitre ha anche versato, il 21 giugno 2010, • 250
al Consorzio Arenzano per voi. Inoltre ha al suo attivo
2 adozioni a distanza e per questo, il 21 febbraio 2011,
ha versato alla Comunità di Sant’Egidio la somma di •
626.
I nostri ragazzi
Una grande novità nella vita di Natalia, la bambina ucraina che
abbiamo adottato a distanza: è stata adottata da una famiglia americana, assieme alla sorella Alina e al fratello Aleksandr, e non vive più
nel Centro di Motovilovka. Siamo felici di averla aiutata fino ad ora e
le mandiamo ogni augurio di felicità nella sua nuova famiglia.
Abbiamo accolto al suo posto - tramite adozione a distanza - Valerij, un bimbo dello stesso Centro. Il
piccolo Valerij é orfano di padre, viveva con la madre che soffre di problemi mentali e non é in grado di
occuparsi di lui. Così è stato accolto nell’istituto “La casa della gioia” di Motovilovka.
Valerij é un bimbo allegro e socievole, frequenta regolarmente la scuola, si impegna molto nello studio
e ottiene ottimi risultati. Noi lo vogliamo aiutare a crescere bene. Forza, Valerij, ti siamo vicini.
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Vent’anni sono tanti
Alla fine di questo anno accademico 2010/
2011, la nostra Unitre si appresta a compiere venti anni della sua esistenza (questo numero di N.O.I. è l’ultimo del 19° anno).
Mi viene in mente una frase attribuita a
Napoleone “Giunge più lontano chi non sa
dove va”. Nel senso di distanza chilometrica
è certamente vero, nel senso letterario,
penso sia meglio conoscere la strada. Da
tempo mi chiedo: “I nostri soci fondatori
avevano intravisto o già conoscevano gli
obiettivi da raggiungere? Già conoscevano
Arenzano: Auditorium Santo Bambino
la strada?”.
Inaugurazione A.A. 1992 - 1993
Certamente non sono stati i primi in Italia. L’Unitre nasce a Torino nel 1975 per
opera della grande Irma Re. Mi piacerebbe quindi ri- hanno dimostrato una grande capacità organizzativa
volgere queste domande alla Presidentessa Naziona- e senso profondo di umanità) e, spero non ultimi, a
le, Irma Re, colei che ha avuto la grande idea, la feli- tutti gli allievi e collaboratori.
ce intuizione.
L’Accademia di Umanità costituisce uno dei pilastri
Dopo Torino l’Unitre si è espansa su gran parte del dell’associazione, che realizza le sue finalità princiterritorio nazionale, con prevalenza in Piemonte, dove pali: negli anni novanta, dopo la fondazione, ha costiconta 86 sedi. La nostra Unitre ha raggiunto obiettivi tuito uno dei “fiori all’occhiello” della nostra Unitre e
straordinari fin dai primi anni successivi al 1992, poi continua ad esserlo tuttora.
c’è stata un’esplosione di adesioni.
Sono certo che il nostro Consiglio Direttivo ha già in
Non a caso proprio Irma Re, (che ci ha onorato del- mente i programmi per i festeggiamenti.
la sua presenza alcune volte) durante le sue numeroHo voluto anticipare con questo piccolo scritto, gli
se visite presso le sedi locali in città e paesi, negli eventi che verranno, lasciando spazio poi, per i “grossi
anni novanta, citava come esempio la nostra Unitre, calibri” che sapranno onorare al meglio, il traguardo
sia per la presenza qualitativa, sia per il numero dei raggiunto.
Beppe Cameirana
corsi e per il numero dei partecipanti (record nazionale in un certo periodo, nel rapporto iscritti e popolazione, avendo sempre avuto, altresì, docenti di bravura e disponibilità).
Bastano questi risultati a rendere orgogliosa la nodi Angela Caviglia
stra associazione, ma soprattutto è doveroso da
parte di tutti porgere un
Mi rinchiuderò
caloroso ringraziamento
nella gabbia dei ricordi
ai soci fondatori, a quelli
e butterò via
ordinari venuti dopo, a
la chiave perché
tutti i docenti che si sono
prestati in questi venti
a nessuno venga
anni, ai Consigli Direttivi
lo sghiribizzo
che si sono succeduti
Il primo numero
di liberarmi
(quasi sempre formati
del nostro giornale
dalle stesse persone che
Fuga
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Vita Unitre
“L’anno accademico sta per finire… Che peccato!”
Sì, avete capito bene… “che peccato!”
E avete ragione a meravigliarvi, infatti in questi anni
in cui studenti e professori, di ogni ordine e grado,
non fanno altro che lamentarsi della scuola, sentire
una tale affermazione può, senza dubbio, suscitare
un certo stupore.
Eppure è proprio così. Mi dispiace che questi mesi
siano passati così in fretta. Solo ieri era settembre,
solo ieri sono entrata, con qualche perplessità, nella
segreteria dell’UNITRE. Possiamo fare gli spavaldi
quanto si vuole, possiamo darci un tono, ma la verità
è che tutti, chi più chi meno, siamo un po’ timidi.
La nostra timidezza poi si manifesta più chiaramente
se tutti gli altri già si conoscono mentre noi non conosciamo nessuno. E tutti in quella segreteria si conoscevano! Anzi si salutavano calorosamente, proprio come vecchi amici.
Si davano anche tutti del tu. Mi guardavo in giro,
io non conoscevo proprio nessuno, neppure di vista.
Chissà come mi troverò? Farò bene ad iscrivermi?
Mi sono iscritta. Sono tornata a casa stringendo il
libretto verde che mi era stato consegnato. Ho iniziato a sfogliarlo. Ho letto il nome di tante persone sconosciute. Le proposte culturali erano varie, talvolta
intriganti. Ho, diligentemente, letto anche tutto il regolamento. Il libretto verde suggerisce la frequenza
ad un massimo di sei corsi.
E qui sono cominciate le difficoltà. Come un bambino all’interno di un negozio di giocattoli continuavo
Arenzano: Villa Maddalena
Festa di fine A.A. 1994 - 1995
Maria Cesari
Gruppo Teatrale
Unitre
La Panchina
infatti ad andare da una pagina all’altra. Un corso mi
sembrava che avrebbe potuto essere interessante ma
l’altro mi incuriosiva ancora di più. Sempre più incerta, e anche un po’ confusa, ho deciso che era indispensabile darsi un metodo. Ho stabilito quindi di seguire l’indice per giorno, in modo da non creare
sovrapposizioni di orario e di operare delle scelte che
rispondessero al vecchio adagio “mens sana in corpore
sano”: ovvero un po’ di attività motorie e un po’ di
corsi utili a tenere in esercizio anche il pensiero.
Nel frattempo mio marito ha iniziato a ronzarmi intorno. Allungava l’occhio sul libretto verde, ma non
voleva far neppure intuire un suo interessamento.
È suonato il telefono e mi sono allontanata, lasciando il libretto verde sul tavolo. Al mio ritorno era immerso nella lettura di tale libretto.
Ed ecco iscritto anche lui! … E, chi lo avrebbe mai
supposto?, al gruppo teatrale!
Sono … x … anni che siamo sposati, ma che il suo
più segreto desiderio fosse quello di salire su di un
palcoscenico non lo avevo neppure mai intuito.
Abbiamo iniziato a frequentare.
A Natale ci sono state diverse feste “di classe”. Un insegnante ci ha regalato un angioletto
della Lindt che, nonostante la mia proverbiale
golosità, non mangerò mai perché mi è troppo caro.
Ora l’anno sta per finire. Il prossimo settembre, in segreteria al momento dell’iscrizione, mi darò del tu con tutti anch’io. Sarà
un bel momento perché mi ritroverò con tanti amici. Mi resta solo ancora un dubbio, o
meglio una tentazione. E se fingessi di non
aver letto il regolamento e mi iscrivessi a
qualche corso in più?
Maura Stella
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Anno XVIII N. 3
N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Personaggi Unitre
Incontro con Miwa Wakabayashi
a cura di Beppe Cameirana
Nell’Unitre, nei corsi di lingue, hanno sempre “fatto
da padrone le lingue “classiche” europee, Inglese,
Francese, Spagnolo e Tedesco, a noi molto vicine.
Non sono mancati però, fin dal 1992, tentativi anche riusciti, di affrontare lingue di paesi culturalmente molto diversi dai nostri europei, come il Russo, l’Arabo e il Giapponese. Lingue molto diverse, difficili da
imparare, con un “alfabeto” (se così si può chiamare), molto complicato come nell’Arabo e nel Giapponese, forse meno complesso nel Russo con i caratteri
Cirillici.
Da cinque anni è in programma il corso di Giapponese tenuto dalla bravissima Miwa, coadiuvata anche
dal marito italiano Gianpiero Borello, per la parte informatica. Nel mese di marzo ho voluto incontrare la
docente Miwa per una breve intervista.
to l’incidente della centrale nucleare di Fukushima di
cui tutto il mondo parla ed ha paura. Questo fatto ha
colpito molto noi Giapponesi, anche mentalmente.
Credo che tutti i Giapponesi, vuoi chi vive in Giappone vuoi chi vive all’estero, abbiano pensato a cosa
fare per potere aiutare il Giappone in questo frangente.
Nel mio caso, poiché vivo all’estero, ad Arenzano,
ho pensato di dare il piccolo mio contributo alla situazione informando gli studenti, durante le lezioni all’Unitre di Giapponese, su come evolve la situazione.
Vorrei inoltre comunicare i tanti messaggi di affetto
e vicinanza che ho ricevuto dagli Italiani al mio Paese.
Credo che purtroppo occorrerà molto tempo per ricostruire il Giappone, ad ogni modo ho fiducia nel futuro e spero di potere contribuire anch’io personalmente a tale ricostruzione.
Grazie di cuore per il vostro interesse e per lo spazio che mi concedete per esprimere il mio pensiero.
Miwa, prima di parlare del tuo corso di lingua,
vorrei dirti che sono molto addolorato per
l’immane tragedia che ha colpito il tuo Paese,
così come lo sono tutti gli amici dell’Unitre e
certamente tutti gli Italiani.
Quasi tutti i docenti dell’Unitre sono persone
Nello stesso tempo mi fa piacere aver sapu- di “una certa età”, molti ex insegnanti già ritito, nel nostro colloquio telefonico, che i tuoi pa- rati dal lavoro. Tu sei molto giovane cosa ti ha
renti rimasti in Giappone non hanno subito danni spinto a insegnare la tua lingua?
fisici. Il tuo è un Paese forte, sono certo che si
Mi sono laureata in letteratura giapponese e ho
saprà risollevare, così come ha fatto dopo la l’abilitazione per l’insegnamento del Giapponese, quindi
seconda guerra mondiale.
mi interessa molto questo campo.
Prima di tutto vorrei ringraziare tutti coloro che hanno
Inoltre, tenendo il corso di lingua giapponese, fare
espresso interessamento, direttamente o indiretta- amicizia con persone interessate alla lingua e alla culmente, verso questo cataclisma che ha colpito il Giap- tura giapponese, è una cosa piacevole per me.
pone ed i Giapponesi.
Terremoti ed inondaSappiamo che il
Nihon-go class:
zioni sono comuni in
Giapponese è una
Miwa tra i suoi allievi
Giappone tanto che la
lingua difficile, (algente sa, in generale,
meno per noi). Cocome affrontarli visto
me riesci a renderche vi sono continue
la comprensibile a
persone adulte coesercitazioni; questa
volta però la tragedia
me gli allievi delnon si è limitata solo ad
l’Unitre?
un grandissimo terreNon credere che sia
moto ed allo tsunami,
così difficile, sicurama anche ha provocamente imparare i ca-
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
ratteri giapponesi è molto faticoso,
ma al contrario, la grammatica è
molto semplice anche rispetto all’Inglese, che è già più semplice rispetto all’Italiano. Ad ogni modo svolgendo gli esercizi e i compiti a casa
si impara.
Ogni tanto, al corso, facciamo giochi sulla lingua o sulla cultura per
renderlo più divertente e meno scolastico.
ni e usanze antiche, soprattutto
durante le ricorrenze annuali e stagionali. Per esempio, durante il
capodanno, andiamo ai templi
scintoisti/buddisti per pregare per
un buon nuovo anno.
In primavera andiamo ad ammirare la fioritura degli alberi.
Nelle notti d’estate seguiamo i
fuochi di artificio indossando lo
Yukata (Kimono leggero estivo di
cotone), in autunno le foglie rosse, gialle etc.
Gioco didattico:
Se è possibile, puoi spiegare
Giorgia e Hyottoko
brevemente le caratteristiche
Quali sono le principali diffeprincipali della lingua con riferirenze
che
trovi
fra
la tua cultura e la nostra?
mento all’uso degli ideogrammi?
Credo che siano diversi il modo di parlare, di penNella lingua giapponese ci sono quattro tipi di casare e di comportarsi nelle varie situazioni.
ratteri
1) - Kanji: Ideogrammi cinesi, ma non sono proprio
Miwa se lo permetti ti faccio una domanda pertutti uguali a quelli originali cinesi.
2) - Hiragana: Fonemi sillabici giapponesi, in pratica sonale: hai sposato recentemente Gianpiero,
come il vostro alfabeto. Vengono utilizzati per scri- come vi siete conosciuti?
Da quando ero in Giappone studiavo già l’Italiano,
vere, per esempio, i suffissi verbali e le postper cui cercavo persone che usavano questa lingua
posizioni, possono anche sostituire i kanji.
3) - Katakana: Altro gruppo fonetico sillabico che vie- per praticarla, viceversa lui studiava già il Giapponene utilizzato per scrivere le parole e i nomi stranie- se ed è venuto in Giappone per il suo lavoro, così ci
ri, non cinesi, importati e per le onomatopee o per siamo conosciuti.
questione di stile.
4)- Romaji: Segni romani (i caratteri latini), ma non
sono tutti uguali a quelli italiani.
Quali risultati pensi di poter ottenere dai tuoi
allievi?
Dipende dalle motivazioni e dai desideri soggettivi, ma in genere se si frequentasse il corso costantemente e si svolgessero gli esercizi ed i compiti a casa,
si riuscirebbe a leggere almeno gli Hiragana e a comporre frasi semplici. Alcune persone potrebbero anche arrivare al livello di poter affrontare l’esame per
la certificazione della Lingua Giapponese.
Il tuo paese ha sempre avuto per noi occidentali un grande fascino. Oggi il Giappone è un
paese fra i più avanzati tecnologicamente, per
molti anni è stato leader nel campo dell’elettronica, che cosa è rimasto ancora delle vostre
tradizioni, usi e costumi?
Ai Giapponesi piacciono molto le novità ma, contemporaneamente, sono anche ancorati alle tradizio-
Come ti trovi nel nostro paese molto diverso
e lontano dal tuo?
Generalmente mi trovo abbastanza bene, anche
se, vivendo all’estero, naturalmente si trovano ogni
tanto anche difficoltà e problemi, ma credo che i problemi ci siano vivendo in ogni luogo.
Credo, quindi, che abituarsi, adeguarsi e integrarsi
nella località in cui si vive sia il segreto per trovarsi
sempre bene.
Ho assistito furtivamente in silenzio ad una
tua lezione, prima dell’intervista (forse te ne
sarai accorta) e ne sono rimasto affascinato,
spero di potermi iscrivere per il prossimo anno.
Miwa ti ringrazio a nome dell’Unitre e mio per
la tua gentilezza, cordialità e disponibilità, spero tu possa continuare con il tuo insegnamento
in futuro, con gli allievi che hai e con altri nuovi
che si iscriveranno.
Con simpatia, Beppe
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Anno XVIII N. 3
N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Premio di Poesia “Città di Arenzano”
dedicato a Lucia Morpurgo Rodocanachi
Il Premio di Poesia “Città di Arenzano”,
istituito dal Comune di Arenzano e dalla
nostra Unitre, con il proposito di promuovere la poesia come bene irrinunciabile e
antidoto efficace al degrado del linguaggio, è arrivato alla IV edizione.
Durante l’anno il direttivo organizzativo
(Fabia Binci, Angela Caviglia, Rocky Marotta
e Franco Merega) realizza, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e con
la Biblioteca “G. Mazzini” di Arenzano, una serie di
eventi atti a promuovere la poesia e ad essere per il
territorio un centro di operatività culturale.
Al Premio è affiancato un concorso di
poesia “Luci a mare” per la scuola primaria e secondaria di primo grado, al quale
quest’anno hanno partecipato circa 400
ragazzi.
La Giuria Tecnica (Umberto Piersanti,
Roberto Galaverni e Stefano Verdino) ha
selezionato i tre finalisti, ma sarà la Giuria
Popolare composta da trenta persone a
scegliere il “supervincitore”, nella cerimonia conclusiva del 18 giugno, alle ore 21, presso il
Grand Hotel. È un appuntamento al quale non possono mancare tutti coloro che amano la poesia.
Finalisti 2011
Fabio Pusterla
concorre
con
Le terre emerse
Einaudi 2009
Antonio Riccardi
concorre
con
Aquarama
e altre poesie d’amore
Garzanti 2009
Gian Mario Villalta
concorre
con
Vanità della mente
Mondadori 2011
Maggio 2011
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Essere o non essere… su Facebook
Molti di noi della terza età ricordano una follia collettiva degli anni cinquanta, il fungo cinese. Era un
repellente vegetale molliccio, che stava costantemente
immerso in una vaschetta di acqua; quest’acqua veniva poi bevuta - da chi ne aveva il coraggio - e si
diceva che avesse proprietà taumaturgiche, più che
terapeutiche, contro i principali malanni che affliggevano l’umanità.
Poi la moda passò, dopo un paio di anni, e del fungo cinese non si parlò più.
Era diventata un’ossessione collettiva.
Oggi si potrebbe attaccare a
Facebook questa definizione, a
livello planetario: basta dare
uno sguardo ai numeri.
In Italia ci sono 18 milioni di
persone iscritte a Facebook e
saranno di più quando leggerete questo pezzo.
In America ve ne sono sette
su dieci.
Ogni anno vengono caricate
su Facebook 750 milioni di foto,
un numero davvero impressionante.
Il 48% degli utenti controlla Facebook appena si sveglia.
Ogni ora si registrano un milione di “mi piace”, cinque milioni di aggiornamenti di stato e trenta milioni
di commenti. Ripeto, ogni ora.
E per concludere, il 57% delle persone ammette di
parlare più sui social network che non nella vita reale.
Sono i numeri di un grande successo, oppure
l’espressione numerica della più grande ossessione
collettiva mai verificatasi a livello mondiale?
La risposta non è semplice: proviamo a fare un paio
di considerazioni senza divinizzare o demonizzare il
fenomeno.
Facebook nasce con intenzioni semplici, come mostra il film “The Social Network” apparso di recente al
cinema: il nome si riferisce agli annuari
con le foto di ogni singolo membro (facebook, il libro con le fac-
ce) che alcuni college e scuole statunitensi pubblicano all’inizio dell’anno accademico e distribuiscono ai
nuovi studenti e al personale della
facoltà come mezzo per conoscere
le persone del campus.
Evidentemente in questi anni il sito di Facebook ha
assunto una dimensione diversa, imprevedibile, dovuta forse ad una latente richiesta di libertà e comunicazione di cui solo ora il mondo prende coscienza.
In una foto che gira in rete da qualche tempo si
vede Mark Zuckerberg, fondatore e proprietario di Facebook,
che parla con il presidente
Barak Obama ed alcuni altri selezionati personaggi del mondo hi-tech durante una cena riservata che ha avuto luogo alla
Casa Bianca, su iniziativa di
Obama, il 17 febbraio 2011.
Il più tecnologico dei politici
moderni, che deve ai social
network buona parte del suo
successo tra i giovani durante
le elezioni americane, sottolinea - seppure in maniera informale - l’interesse strategico di tali realtà.
Non serve perdere tempo a discutere aridamente
se essere o non essere su Facebook. La cosa non ha
alcuna importanza: ciò che veramente conta é capire
dove Facebook può portare, ci piaccia o no.
Viviamo certo un momento di estrema turbolenza e
non é ignorando il vortice che ci si salva, bensì conoscendolo e, per quanto possibile, facendone un uso
positivo, scatenando la nostra creatività per trovare e
mettere in pratica utilizzi virtuosi delle nuove tecnologie: Obama insegna.
Pensate davvero che Mark Zuckerberg sia stato invitato a cena dal Presidente degli Stati Uniti solo perché vale 50 miliardi di dollari?
I soldi sono l’ultimo dei problemi: Facebook al momento non é neppure quotato in Borsa.
Penso che Obama si preoccupi di non perdere il
controllo su situazioni con potenziali sociali
inimmaginabili.
Ed é su Facebook.
Franco Merega
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Anno XVIII N. 3
N.O.I. nuovi orizzonti insieme
San Bartolomeo alla Certosa
Visita guidata
Oggi, 21 gennaio 2011. Un freddo veramente micidiale. È la prima cosa che voglio scrivere. Mi sono
coperta come se fossi al Polo Nord. Al freddo naturalmente si è aggiunto il vento.
Le mie amiche e compagne di esperienza, come
amo chiamarle, mi hanno subito distratta con mille
discorsi ed il freddo si è fatto più accettabile.
Sampierdarena, Stazione, bus n. 8 e incontro con
un’adorabile guida, Lucia, che ci ha finora accompagnate nelle nostre scorribande culturali. Siamo giunte ad un primo chiostro di questa imponente Certosa
e qui lo sgomento è stato veramente grande.
Questa mirabile costruzione del 1400 è completamente in stato di abbandono, vuoi per la mancanza
assoluta di sensibilità e forse di fondi, vuoi perché
ormai è davvero difficile il recupero dal punto di vista
economico perché il degrado è andato veramente oltre.
Gli archi gotici del chiostro basso sono stati chiusi
col cemento per far posto a cantine, box e magazzini
vari. Il secondo piano, aggiunto alla costruzione, con
archi questa volta chissà perché romanici, ancorché
siano stati costruiti in un secondo tempo, presenta
rovine e distacchi ormai in stato avanzato.
Le spiegazioni della guida, che spaziano dalla costruzione del complesso da parte di monaci certosini,
arrivati qui su invito della famiglia Di Negro, e descrivono l’ambientazione antica del complesso, non fanno altro che peggiorare la nostra angoscia nel vedere
lo stato attuale non solo ma anche l’attuale colloca-
Il chiostro
di San Bartolomeo alla Certosa
zione in mezzo a palazzoni invadenti, che senz’altro
hanno rappresentato una soluzione di dormitorio per
molte famiglie di lavoratori portuali e non.
Difficile immaginare campi di grano e terrazzamenti
a vite e alberi da frutto. Difficile anche immaginare i
monaci al lavoro nelle loro celle/laboratorio, nel silenzio e nella quiete della campagna! Direi quasi impossibile.
Siamo quindi risalite alla Chiesa nella speranza di
trovare situazioni di migliore conservazione.
No, non proprio. Si salva leggermente la Chiesa vera
e propria. Il secondo chiostro, pare il più grande d’Italia
(ma forse della Liguria), è adibito a campo di calcio
mentre le antiche costruzioni dei monaci sono state
trasformate in asilo.
I sotterranei con le
cripte sepolcrali di prelati e di un Di Negro, con
moglie e figlio, non si sottraggono al degrado.
Le stanze per l’accoglienza agli immigrati comunque potrebbero essere tenute in uno stato
più decoroso, cosicché
anche loro possano sensibilizzarsi alla nostra
Tomba
cultura e godere di situadi Benedetto Di Negro zioni confortevoli e piacevoli. Se un ospite viene a casa mia non gli faccio trovare la casa sporca e
sottosopra, ma cerco di accoglierlo in un ambiente
dignitoso. Cerco insomma di fargli vivere un piccolo
sogno e semmai di far sì che la sua sosta non sia
soltanto transitoria. Se non ha una bella casa, almeno qui trovi la possibilità di godere di un minimo di
conforto. Sono sicura che tutti ne sarebbero felici.
Insomma questa visita mi ha lasciato nel cuore molta
tristezza e come al solito la consapevolezza, condivisa anche con le mie amiche, di vivere ad Arenzano in
un ambiente privilegiato, anche se semplice e a volte
scomodo. Come al solito comunque ne è valsa la pena.
Alla prossima.
Loredana Odazzi
Maggio 2011
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Commenda di Pré
Visita guidata
25 febbraio 2011: in treno, col solito gruppo di amiche Unitre, alla volta di via di Pré per la visita alla
Commenda, così chiamata perché i capi, a cui erano
demandati gli incarichi di assistenza e di organizzazione, si chiamavano Commendatari.
La Commenda di Pré nasce dall’esigenza, sentita
nel Medioevo, di offrire ospitalità a tutti i Pellegrini in
arrivo ed in partenza per le varie Crociate e/o ai luoghi di culto. Sappiamo infatti che allora era usanza
recarsi ai vari Santuari e cito Santiago di Compostela,
Loreto, Roma, Gerusalemme come città Santa ecc,
per ottenere indulgenze e favori in cambio del sacrificio cui si sottoponevano i pellegrini. A volte addirittura i ‘ricchi’ pagavano i ‘poveri’ per effettuare questo
viaggio al posto loro.
Il viaggio era non solo lungo, ma anche irto di pericoli. Inoltre in particolare la Commenda rimetteva ‘in
sesto’ coloro che, arrivati da terre lontane, dovevano
imbarcarsi per la Terra Santa per combattere contro
i pagani. Qui venivano rifocillati (e pare bene, con
alimenti di ottima qualità) curati e insomma rimessi
in piedi per la continuazione del viaggio.
La Commenda era nelle mani dei Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni o di Malta. Essi assistevano, curavano, davano sepoltura e comunque conforto a tutti. Le donne erano alloggiate in un altro palazzo. La
Commenda sorgeva in riva al mare!
L’edificio è in stile romanico e nessuno di noi si aspettava di trovare tale ampiezza
di volumi al di là
della bellissima
facciata.
Essa infatti nasconde l’ospedale
vero e proprio, la
chiesa inferiore
(quella superiore
è stata resa accessibile lateralIl campanile
mente dall’alto
della Commenda
nel 700, trasformando l’abside in
Loggia della Commenda
San Giovanni di Prè
ingresso e l’ingresso precedente in abside). È stata
quindi capovolta per essere separata da quella inferiore.
Inizialmente infatti la chiesa era su due livelli, come
tutte le chiese edificate dall’Ordine dei Cavalieri di
Malta. Essi non potevano per regola farsi seppellire
nella chiesa, e pare quindi che l’unica tomba esistente, con tanto di sarcofago di marmo, sia di qualche
benefattore o persona gradita ai Cavalieri, ma non di
uno di loro.
L’esterno è come al solito fatiscente, perché si trova in una zona trascurata di Genova: bottigliette, cartacce, sporcizia varia, vetri infranti accolgono il visitatore. Immediatamente si ha una sensazione di disagio e si vorrebbe scappare. Poi la curiosità, l’interesse e il rispetto per la nostra storia ci fa resistere
ed entriamo.
All’interno l’amministrazione comunale ha restaurato come poteva, anche con qualche pretesa di raffinatezza, come per esempio tramite video e pannelli
esplicativi sulla vita di allora. Purtroppo non sono stati destinati altri fondi per la salvaguardia delle parti
esterne.
Alla fine devo dire che sono molto contenta di essere potuta entrare in questo piccolo mondo di storia e
di aver avuto l’opportunità di approfondire ancora una
volta la tipologia di vita dei nostri antenati. In fondo
siamo tutti orgogliosi del nostro passato. Quanta fatica e quanta sofferenza traspare, però, sempre da
queste visioni del tempo che fu!
Loredana Odazzi
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Anno XVIII N. 3
A cena con gli amici
Fa parte della nostra cultura la consuetudine di ral-
dalla prima fase del pasto, era il clou dell’incontro,
legrare una riunione di amici o familiari, sia essa rituale o scelta od improvvisata, con un buon pranzetto
o con il semplice Facciamoci una pizza insieme. Non
mancano le cene di lavoro o quelle fra persone legate
da interessi comuni, segnatamente da quelli politici:
a tavola gli animi si distendono, sono più aperti al
dialogo, con le dovute pause di riflessione fra un boccone e l’altro e con il calore di un buon bicchiere. Un
piatto ben cucinato, arricchito da un buon vino, dispone meglio alla cordialità e al successo dello scopo per cui il simposio avviene.
Già, il simposio: questo termine oggi è solitamente usato nel significato figurativo di incontro ad alto livello fra studiosi per discutere di un
tema di elevato interesse culturale.
La parola è di origine
greca (sun = insieme + posis = bevanda) come pure
la consuetudine di cui il nome è espressione.
Nella vita e nella cultura greca, così aperta allo spirito di socialità, il simposio aveva una sua forma rituale, caratterizzata da determinate regole e procedure perché il bere insieme era un rito collettivo in
cui persone della stessa estrazione si riunivano per
riflettere insieme su temi fondanti delle società e della cultura dominante, sia in rapporto alle memorie e
ai valori del passato, sia nella prospettiva dell’azione
futura.
Vi si univa la pratica del pasto sacrificale con quella
centrale del gustare collettivamente il vino, sia pure
annacquato, bevanda connessa al culto di Dioniso, in
cui si esalta il dono trasmesso di superare i limiti della natura umana per penetrare nella forza creativa
dell’universo in cui elementi divini ed umani si fondono nell’unità trasfigurata dell’insieme.
Quell’unità perduta era segnata dal rito sacrificale
che precedeva il banchetto: le carni del sacrificio, la
libagione, il canto del peana segnavano la condizione
attuale di separazione fra i due mondi; il momento
del bere insieme, che avveniva dopo e separatamente
fra persone che recavano in capo una corona d’edera
e le cui mani dovevano essere pulite.
Poesia, musica, danza, brevi spettacoli con buffoni,
giocolieri, con la partecipazione di etere, ed anche
qualche gara in giuochi - passatempo, intervallavano
piacevolmente le alternanze dei discorsi in cui si venivano snodando i ragionamenti intorno all’asse logico del tema guidato dal simposiarca. Costui era il re
del simposio, colui che, eletto o sorteggiato, regolava
la miscelazione dell’acqua e del vino, le modalità del bere, la grandezza delle coppe, la
quantità spettante a ciascuno.
Con la presenza dei
filosofi, particolarmente
con i sofisti, ma soprattutto con Socrate, venne ridotta o eliminata la
parte più leggera e
diversiva per dare più
spazio alla discussione culturale tanto che la consuetudine produsse un genere letterario il simposio appunto, di cui fu forse iniziatore Senofonte e massimo
esponente Platone.
Ci sono somiglianze fra i due testi: l’occasione del
simposio è la vittoria in un agone e la presenza di un
ospite senza invito.
Il testo di Senofonte per la vittoria di Agatocle nel
pancrazio, una specie di lotta libera, ha un carattere
più leggero e divertente in cui Socrate, al centro dell’interesse, sollecita una piacevole discussione sul
tema dell’eros, in modo garbato e scherzoso, più vicino al livello ed alla mentalità comune, anche se sempre ad un livello di saggia guida.
Il linguaggio, agile ed elegante, anticipa la koinè
ellenistica, cioè quella lingua greca che dominò, come
lingua internazionale dei commerci e soprattutto della cultura, che si diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo e lasciò segni riconoscibili in tutte le lingue europee.
La bellezza che sollecita l’amore giustamente inteso conduce alla libertà d’animo nei riguardi della ricchezza, al senso della moderazione e del decoro e
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
non importa se nella sua forma smagliante sfiorisce
del 416 e, tra convitati di alto livello umano e cultura-
rapidamente perché, dice Socrate, “a ogni età si accompagna la sua bellezza”.
le, tratta anch’esso del tema dell’Eros nelle sue più
varie dimostrazioni, da quella tra amante ed amato o
E ancora: “come è possibile che coloro tra cui c’è
amore non si guardino l’un l’altro con inevitabile piacere, non si parlino con affetto, non nutrano reciproca fiducia, non abbiano cura l’uno dell’altro, non condividano la gioia per le cose fatte bene, e non soffrano insieme se capita qualcosa di avverso? O non trascorrano il tempo felici, stando insieme in salute, e
non stiano insieme più di frequente se uno dei due è
malato? O non si diano pensiero l’uno dell’altro quando sono lontani, più che quando sono vicini? Tutte
queste cose non sono forse propizie all’amore? È appunto grazie a tutto questo che, desiderando l’amore
e godendolo, vivono sino alla vecchiaia”.
Il Simposio di Platone trae occasione dalla vittoria
del poeta Agatone nelle feste delle Grandi Dionisiache
amata a quello coniugale.
L’Amore celeste e l’Amore Volgare si contrappongono, ma è il primo ad avere un carattere più elevato,
perché guida la persona ai sentimenti più nobili ed al
proprio perfezionamento. Interviene così Pausania, lo
storico, commensale del simposio platonico:
“Abbietto è l’amante volgare, innamorato più del
corpo che dell’anima: non è un individuo che resti
saldo, come salda non è nemmeno la cosa che egli
ama. Infatti quando svanisce il fiore della bellezza del
corpo del quale era preso “si ritira a volo” ad onta dei
molti discorsi e delle promesse. Chi invece si è innamorato dello spirito quando è nobile resta costante
per tutta la vita perché si è attaccato a una cosa che
resta ben salda”.
Anche qui interviene Socrate per dire
che chi cerca un’anima bella per unire
la propria con una comunanza profonda riuscirà “a capire che tutto il bello
che riguarda solo il corpo è cosa ben
da poco”. Così il banchetto diventa un
confronto di idee, una palestra di discussione sui temi che riguardano la
società e i valori su cui la vita democratica poggia i suoi fondamenti.
Tiziano: Amor sacro e Amor profano
Roma, Galleria Borghese
Martedì 3 maggio 2011
ore 21
Teatro Gassman
Borgio Verezzi
Emilia Garaventa
Sabato 14 maggio 2011
ore 16
Auditorium
Santuario Gesù Bambino
La Panchina
Il coro “Eco del mare”
Gruppo Teatrale Unitre
Regia: Patrizia Detti
Direzione: Ada Bongiovanni Maglierini
Pianoforte: Anna Venezia
presenta
presenta
Le cognate
Il concerto di primavera
16
N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Anno XVIII N. 3
Storia della geografia e delle esplorazioni
Il Corso di “Storia della geografia e delle Esploralassia che lo contiene e che comprende oltre cento
zioni” si pone l’obiettivo di raccontare la meravigliosa
miliardi di stelle. Al di fuori della nostra galassia ve
storia del progressivo ampliarsi dell’orizzonte geograne sono altre formate a loro volta da centinaia di mifico degli uomini e della scoperta della Terra.
liardi di stelle, quasi sempre più grandi del Sole. L’uniLa storia delle esplorazioni è intessuta di miti e di
verso è in movimento, le stelle nascono e muoiono, e
leggende e ci fa conoscere i protagonisti di queste
tutte le galassie si muovono, sono fenomeni che avimprese che spesso sono degli eroi solitari, altre volvengono in tempi lunghissimi rispetto alla vita umate gruppi di uomini della stessa tempra, o addirittura
na, al punto che a noi uomini pare di vivere in un
interi popoli, che hanno saputo osare oltrepassando i
universo immobile.
limiti imposti dalle cognizioni scientifiche e tecniche
***
della propria epoca. Infine, forse con un poco di preLa Geografia è una disciplina molto antica che risunzione, il corso si propone di dare un quadro chiaro
sponde all’esigenza dell’uomo di conoscere l’ambienanche se sintetico della storia della conoscenza del
te. Oggi, i geografi di tutto il mondo attribuiscono alla
mondo, così come si è andata disegnando attraverso
geografia il significato di scienza che studia il rapporl’evoluzione del pensiero geografico e il procedere
to delle società umane con l’ambiente in cui vivono,
delle esplorazioni.
che è in continua evoluzione per cui vi è stretta relaL’uomo ha sempre sognato di conoscere, di esplozione tra storia e geografia.
rare e di conquistare la parte della Terra che si estenLa geografia è anche rappresentazione cartografica
deva al di là dei limiti del suo
e una carta non è soltanto la
orizzonte geografico, di cui averiproduzione grafica di un terriva sentito parlare e di cui cotorio ma una sorta di trascrizionosceva leggende e descrizione della storia, un riassunto grani fantastiche.
fico dell’espandersi di una culDa sempre l’uomo ha avvertura. Marinai, soldati, amminitito nel suo cuore il desiderio
stratori hanno sempre avuto biinsopprimibile di quell’altrove
sogno di carte e ad essi hanno
da scoprire, intessuto di miti e
risposto i cartografi, che erano,
di meraviglie, quel lontano scomatematici, specialisti di callinosciuto che continua a rendegrafia e della stampa, agrimenre inquieto il suo cuore e lo
sori, astronomi, piloti esperti nel
spinge a osare, a partire, ad atdisegno nautico.
traversare il mare o a mettersi
La “terra cognita” prima
La carta è ritratto del territoin cammino.
rio… ma è stata anche segno di
di Cristoforo Colombo
Oggi la Terra è tutta esploradominio o di conoscenza. Infatta, conosciuta, misurata e il nostro altrove è ancora
ti i principi decoravano le sale dei loro palazzi con
nel nostro cuore, ma non è più sulla Terra, bensì nelcarte geografiche e molti ricchi borghesi ornavano le
lo spazio che ci apprestiamo a esplorare, a conquiloro case con carte che erano decorative come i quastare con tecnologie e strumenti sempre più sofistidri, e insegnavano qualcosa.
cati.
Quelle carte erano opere d’arte impareggiabili e i
La Terra, la nostra casa, è stata considerata per
disegni che le abbellivano davano una vivida descrimillenni il centro dell’Universo ma a partire dalla rivozione del mondo conosciuto ma, col trascorrere del
luzione copernicana si è rivelata una piccola cosa, un
tempo hanno perduto precisione e affidabilità, e i loro
piccolissimo punto, in un disegno infinitamente più
colori sono sbiaditi… come avviene per i ricordi .
grande. La Terra sembra enorme soltanto se la conNei pochi esemplari originali che ancora possediafrontiamo con le dimensioni dello spazio in cui si svolmo, troviamo mari che continuano ad essere simili a
ge la vita quotidiana degli esseri umani che la popoquelli che sono stati e altri mari che nel corso dei
lano, ma è solo una porzione infinitesimale dell’unisecoli sono diventati diversi, città che non sono più e
verso che la circonda. Il Sistema solare di cui la Terra
città che non sono state… Collocando una carta acfa parte ha dimensioni molto piccole rispetto alla gacanto all’altra possiamo rileggere la storia dell’uomo.
Maggio 2011
N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Negli incontri di quest’anno abbiamo raccontato l’ampliarsi
progressivo dell’orizzonte geografico, partendo dall’uomo della
preistoria il cui spazio
era delimitato da barriere naturali, fatto di
luoghi impervi, di impetuosi corsi d’acqua,
ricoperto dalla volta
celeste con gli astri
che regolavano i tempi della sua vita. Siamo giunti
alla vigilia della scoperta del Nuovo Mondo, preludio
dell’impresa di Cristoforo Colombo che con l’impresa
di Alessandro Magno, alla fine del IV sec. a. C. e con
i viaggi nell’Oceano Pacifico nel XVIII secolo (che racconteremo) è uno dei momenti che più di ogni altro
hanno segnato la storia delle esplorazioni.
Le motivazioni che hanno spinto l’uomo a varcare il
limite del suo orizzonte sono state originate da molte
ragioni, aumenti demografici, sete di ricchezza, desiderio di conquista, fuga da guerre e carestie, oppure
semplicemente dalla sua innata intraprendenza e curiosità che lo spinse a varcare le Colonne d’Ercole, a
navigare verso ponente per raggiungere il levante,
ad affrontare mari tempestosi e freddi, l’Oceano, “il
Mare dell’oscurità” come lo chiamavano gli Arabi, a
navigare attorno alla Terra per ritornare dove era partito, per appagare il desiderio di raggiungere paesi
fantastici dei quali aveva sentito soltanto parlare…
come le Indie o il favoloso regno di Prete Gianni.
Gli uomini che attuarono quelle imprese erano abili, immaginosi e intraprendenti
e hanno tracciato la mappa del
mondo che noi tutti conosciamo.
Poco alla volta dimostrarono che
tutti i mari formavano un mare
solo, che disponendo di navi
adatte, di abilità e di coraggio,
si poteva raggiungere qualunque
regione del mondo bagnata da
un oceano, e ancora più importante… ritornarne.
Oggi le scoperte sono finite e
la geografia, dopo essere stata solo visione del mondo, racconto fantastico o visione di fede, addirittura
causa di eresia, è diventata finalmente una scienza
esatta. Per conoscere l’intero pianeta che lo ospita
l’uomo ha impiegato circa diecimila anni, misurati a
17
partire dal Neolitico fino alla spedizione al Polo Sud di
Roald Amundsen, nel 1911.
Il nostro viaggio sulla nave dell’Unitre è iniziato nello scorso Ottobre, nell’aula B di Villa Mina: è partito
dalla preistoria, è passato attraverso i Sovrani di Uruk
che “regnavano dal Mare Inferiore al Mare Superiore”, ha esaminato le prime speculazioni dei Greci sulla forma e sull’origine del mondo, raccontato l’impresa di Alessandro Magno che allargò a dismisura il mondo verso l’Asia, la grandezza di Roma e del suo impero, gli Arabi, i Vichinghi e il mistero di una mappa
falsa che li vuole in America quattrocento anni prima
di Colombo, il risveglio dell’Occidente, i mercanti sulla via delle spezie, i missionari, la scoperta dell’Oriente, fino alla vigilia della più grande rivoluzione geografica dell’era moderna, la scoperta dell’America. La
“nostra nave” ha ora raggiunto un porto calmo e ben
riparato nel quale trascorreremo un po’ di tempo in
attesa di alzare ancora la vela, al ritorno del prossimo autunno, quando gli Alisei ci spingeranno attraverso l’Atlantico fino all’Isola di Guanahani nelle
Bahamas dove rivivremo una data fatidica e risaputa,
quella del 12 Ottobre 1492. Con Magellano, racconteremo la prima circumnavigazione del mondo e con
altri capitani esploreremo il Pacifico sconfinato dove
si sono perduti gentiluomini e pirati e tutti quei mari
dove sono state piantate tante bandiere su altrettante isole e terre e continenti, dall’uomo che in tal modo
testimoniava la sua vittoria e ne prendeva possesso
in nome di un re, di un impero, di una repubblica.
La prima parte del nostro viaggio si è dunque conclusa. Abbiamo viaggiato “insieme” e siamo diventati
amici. Non c’è “ciurma”… e nemmeno comandanti …
sulla nave che ha le vele sempre gonfie del vento
della curiosità e della gioia del
raccontare.
Come veri compagni di viaggio, ad ogni tappa del nostro
vagabondare tra storia e geografia, ci siamo ritrovati tutti insieme per una nuova partenza.
Abbiamo raccontato molte cose
e le domande sono state tante,
segno evidente che questo viaggiare alla scoperta della Terra ci
ha affascinato e interessato.
Un grazie sentito ai miei “compagni di viaggio” nell’attesa di riunirci ancora tutti a bordo per issare le
vele e per intraprendere altri viaggi.
Buona estate a tutti
Gianni Paglieri
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Anno XVIII N. 3
L’angolo dei libri
a cura del Gruppo Biblioteca
Clara Sanchez, Il profumo delle foglie di limone, ed. Garzanti
Spagna. Costa Blanca. L’aria è pervasa dal profumo di limoni che arriva
fino al mare. Il sole è ancora caldo nonostante sia già settembre inoltrato.
È qui che Sandra, trentenne in crisi, ha cercato rifugio: non ha lavoro, è in
rotta con i genitori e incinta di un uomo che non è sicura di amare.
Un giorno incontra una coppia di amabili vecchietti, Frederik e Karin
Christensen. Sono come i nonni che non ha mai conosciuto. Le regalano
una tenera amicizia, le presentano persone affascinanti, la accolgono nella
loro villa piena di fiori: Un paradiso. Ma, in realtà, si tratta dell’inferno
perché loro sono dei criminali nazisti.
Sandra, forse, può smascherarli con l’aiuto di Julian, scampato al campo
di concentramento e che da molti giorni segue i loro movimenti, ma non è facile convincerla della verità. Dopo
una comprensibile incredulità, comincia a guardarli con occhi diversi. Adesso rischia molto. Ma non importa.
Perché tutti devono sapere. Perchè è impossibile restituire la vita alle vittime, ma si può almeno fare in modo
che tutto ciò che è successo non cada nell’oblio.
E che il male non rimanga impunito.
Uscito in sordina in Spagna, ben presto ha scalato le classifiche. Grazie al passaparola del pubblico. Poi è
venuta la consacrazione della critica: la vittoria del Nadal, il premio più antico e prestigioso.
Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere
Daniel Pennac
Flora M. Mayor, La figlia del reverendo, ed. Neri Pozza
Dedmayne è un villaggio insignificante nelle contee orientali dell’Inghilterra. Non ha una casa signorile, né
un parco, né un giardino che gli dia prestigio. Non ha una vita sociale degna di questo nome. Non c’è gente
altolocata, né le solite ricche bigotte che possono contribuire alle necessità della canonica. Il canonico, il
reverendo Yocelyn, ha ormai ottantadue anni. È un vecchio accidioso e risentito che vive con la figlia Mary.
Mary è nata lì e non ha mai lasciato il circondario.
“Inosservata come i biancospini nelle aiuole” è sempre stata fedele al ruolo di figlia nubile, condannata al
ruolo di governante - padrona di casa accanto all’erudito e indifferente padre.
Un giorno si trasferisce nelle vicinanze il figlio di un vecchio amico del padre,
Robert Herbert. Tutte le emozioni soffocate nel corso degli anni, riemergono
con forza, in una attrazione mai provata prima. Mary sembra rifiorire. La finestra che le si apre sul mondo, tuttavia, si richiude subito. Mary non tarda a
scoprire di essere fuori posto nella modernità, “una zitella anglicana” capace di
vivere soltanto in un luogo dove gli anni scorrono sempre uguali, ma dove tutto
si aggiusta.
Pubblicato per la prima volta nel 1924 , “La figlia del reverendo” è al centro
ora in Inghilterra di una rinnovata attenzione della critica, che non esita a porlo
tra i libri più importanti della narrativa inglese del Novecento.
Un romanzo sulla scia di Jane Austin che esplora magistralmente il rapporto
tra padre e figlia.
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Leggiamo insieme
Mi è sempre piaciuto leggere. Quando ero bambina
i miei mi compravano il Corriere dei Piccoli e, quando
ero malata, addirittura un Almanacco di Topolino che
io leggevo e rileggevo non so quante volte. Ma in casa
mia non circolavano libri. Fu veramente un colpo di
fortuna che mi fece “ereditare” l’intera biblioteca di
libri per bambine/ragazzine delle due figlie, ormai
cresciute, di un collega di mio padre: che felicità!
A scuola invece la lettura mi dava qualche preoccupazione: l’esercizio di lettura ad alta voce non me lo
godevo. Ognuno doveva essere pronto a proseguire
la lettura quando la maestra chiamava il suo nome,
bisognava leggere correttamente, con la giusta intonazione. Avevo sempre un po’ di timore... e un po’ di
vergogna.
Fu nell’ora di Epica alle Medie che cominciai ad apprezzare la lettura insieme. La professoressa leggeva, noi seguivamo con gli occhi il testo sul nostro libro: si sentiva solo la voce della prof che ci guidava
nella scoperta della storia. Come per magia, il testo
diventava facile e noi eravamo liberi di immedesimarci
nella vicenda e di goderla appieno. E poi, nelle pause, sentivo il piacere di condividere con i miei compagni un’esperienza bella e bastavano poche parole di
commento per sentirci in sintonia.
Quando dovevo leggere qualche brano da sola, non
era la stessa cosa: la lettura “con la mente” era più
veloce, oserei dire frettolosa, fino a quando mi imbattevo in qualche difficoltà e allora dovevo ricorrere
alle note che mi aiutavano ma mi davano anche un
senso di fastidio.
Sicuramente, anche se inconsapevolmente, questi
ricordi devono aver giocato un ruolo importante nella
mia idea di proporre, nell’ambito dei corsi
Unitre, la lettura dei “classici” fatta insieme.
Non ci pensai
molto a proporla a Fabia quando, qualche anno fa, mi
chiese se ero disponibile a tenere un corso.
E così è iniziata l’esperienza di un gruppo di persone che negli anni si è un po’ allargato ma soprattutto
consolidato, segno che la lettura insieme piace.
Abbiamo letto parecchi miti
delle Metamorfosi di Ovidio: avevo pensato di dedicare un anno
accademico alle Metamorfosi
ma quella lettura è piaciuta al
punto di decidere tutti insieme
di dedicarle un altro anno. Poi
abbiamo letto alcune novelle di
Verga: certamente è stata una
lettura più “pesante” perché drammaticamente ci portava a realtà difficili, presentate senza un barlume di
speranza. Il pessimismo di Verga un po’ ci ha contagiato!
Quest’anno ci siamo “consolati” con le avventure
metropolitane di un Marcovaldo strampalato ma inguaribilmente fiducioso. Ed ora abbiamo iniziato a leggere qualche novella di Boccaccio: altra epoca, altra
realtà, altra lingua letteraria. Ma per dirla con Margherita, l’assistente del mio corso, “è sempre piacevole leggere insieme”.
Maria Luisa Moreno
Nel silenzio
Nel profondo silenzio della stanza,
immersa nel buio della notte,
voci velate vagano,
sussurri e sospiri d’amore,
figure evanescenti si levano
riemerse dal passato.
Dal cuore e dalla mente
affiorano i ricordi
e dolce è sprofondare in questo nulla
parlando con se stesso
per non sentirsi solo.
Selma Braschi
20
N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Anno XVIII N. 3
Capolavori nascosti
La scuola di San Giorgio degli Schiavoni con le tele di Vittore Carpaccio
La via della conoscenza è quella del viaggio, che in Italia può essere anche fuori della porta di casa, meglio se
lento e solitario, poiché l’informazione può essere di massa, la conoscenza no, viaggio desiderato per andare
a vedere una sola opera d’arte che si trovi nella stesso posto da non meno di cento anni. Per sapere che cosa
ha da dirci. (E. De Marchis)
A chi si rechi a Venezia e voglia evitare di essere
travolto dal flusso dei turisti che assediano la città,
consiglio una passeggiata per le calli e i campielli che
si trovano alle spalle della Basilica di San Marco. Ci
rendiamo subito conto che quanto più ci allontaniamo
dal grande polo di attrazione costituito da piazza S.
Marco, tanto più scopriamo l’atmosfera più vera e
poetica di questa città.
Camminiamo adagio, guardiamoci intorno, cerchiamo di avvertire e gustare le sensazioni per noi nuove
che ci provengono dalla costante presenza dell’acqua
e dall’assenza delle macchine e dei rumori. Non usiamo cartine topografiche, lasciamoci guidare dai canali, dai ponti, dagli scorci sempre nuovi che ci si presentano ad ogni passo. E se, inevitabilmente, perderemo l’orientamento, basterà chiedere ad un veneziano di passaggio che ci rimetterà sulla buona strada.
Al termine del piacevole vagabondaggio raggiungiamo la nostra meta: la Scuola di San Giorgio degli
Schiavoni.
Nella Venezia del tardo Medioevo e del primo Rinascimento col termine di “scuola” si indicava una confraternita religiosa di laici che si dedicavano alle ope-
San Giorgio degli Schiavoni
re di carità e all’assistenza spirituale e religiosa dei
propri membri. Alcune di queste rappresentavano un
punto di riferimento e di incontro per le molte comunità straniere della città o erano associate alle corporazioni degli artigiani e dei mercanti. Non erano soggette all’autorità ecclesiastica, bensì a quella della Repubblica di Venezia.
La Scuola di San Giorgio, fondata nel 1451, era gestita dalla colonia degli abitanti della Dalmazia che i
veneziani chiamavano Schiavoni e che avevano stretti rapporti commerciali e militari con la città lagunare.
Si tratta di un edificio a due piani di dimensioni piuttosto contenute, con una bella facciata realizzata in
stile sansoviniano da Giovanni de Zan.
Entriamo. Ci veniamo a trovare in uno degli interni
meglio conservati e più autentici di Venezia. Subito ci
sentiamo immersi in un’atmosfera intima e rara che
ci rimanda al gusto e alla raffinata sensibilità della
casa veneziana del tempo. Qui, per le dimensioni piuttosto ristrette della sala, i dipinti disposti sulle pareti
devono essere visti a distanza ravvicinata, in uno spazio
raccolto, nella luce e nell’atmosfera più adatte a farli
vivere in tutta la loro preziosità.
In un brano scritto nel 1877 lo scrittore e critico
d’arte inglese John Ruskin ha espresso in
maniera efficace, anche se in forma un tantino romantica, l’impressione suscitata da
questo interno.
“Entrando ci troviamo in una piccola stan-
za la quale ha all’incirca le dimensioni del
salotto comune d’una locanda inglese all’uso
antico; forse n’è un po’ più alto il soffitto, di
buone travi orizzontali, strette e numerose,
per dare un’impressione di ricchezza,... una
stanza dall’aspetto comodo e caldo, specialmente perché i quadri danno l’impressione
di una mite luce di tramonto sulle pareti, o
del chiarore delle braci ravvivate nel caminetto del pacifico salottino dove si aspetti,
al crepuscolo, un caro amico.”
Maggio 2011
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Le tele alle pareti sono opera
di Vittore Carpaccio (1460?1526) e rappresentano episodi
della vita dei tre santi protettori
della confraternita: San Giorgio,
San Gerolamo e San Trifone.
Il Carpaccio è uno straordinario narratore: le sue storie, raccontate su grandi tele (i teleri),
sono ambientate in ampi spazi
occupati da un’architettura fantastica dal sapore vagamente veneziano, abitati da folle di personaggi dai costumi, ora sontuosi ora pittoreschi, che creano
un’atmosfera cosmopolita ricca
di elementi esotici. Sono storie fantastiche descritte
utilizzando particolari presi dalla realtà e inquadrate
all’interno di scenari regolati da un eccezionale rigore prospettico.
Mescolando così la fantasia con la realtà e il rigore
intellettuale, Carpaccio riesce a creare una pittura di
grande fascino davanti alla quale avvertiamo un leggero senso di sdoppiamento, una piacevole ambiguità, dovuta alla sovrapposizione dei diversi modi di narrare e siamo costretti
a passare continuamente dalla realtà all’illusione senza riuscire ad individuare il confine fra questi due mondi.
Osservando questi dipinti siamo attratti dalla grande quantità di particolari, anche minuti, che il pittore
dissemina sui percorsi del nostro sguardo; ci lasciamo così coinvolgere nel gioco dell’esplorazione e della continua scoperta che solo alla fine si rivela essere
un espediente dell’artista per prolungare il colloquio
fra noi e la sua opera.
Ma questi particolari, così come i contorni delle forme, non restano integri a fronte di un esame particolarmente ravvicinato; se ci spingiamo oltre un certo
limite li vediamo sfaldarsi, fino a confondersi con la
trama della tela che affiora, sciogliendosi nella luce e
nel colore. Per questo Carpaccio rientra a pieno titolo
nell’alveo della grande pittura veneziana.
Giorgio Stella
Incontro con Roberto Mussapi
Narrazione teatrale dell’opera “L’incoronazione degli uccelli nel giardino”
Roberto Mussapi, una delle voci più autentiche della nostra poesia, oltre che
drammaturgo e scrittore, è anche uno dei firmatari della “Carta di Arenzano per la
Terra e per l’Uomo”.
Il suo poema in versi e in prosa “L’incoronazione degli uccelli in giardino”, un’avventura fantastica in un mondo di piume, è stato scritto per i ragazzi, ma affascina
tutti, con la grazia di una fiaba limpida in grado di risvegliare emozioni e far volare
la fantasia. Oltre che invitare a riflettere.
L’appuntamento è per Domenica I maggio
ore 10,45 Sala Consiliare
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Mostra di Brescia
Anno XVIII N. 3
N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Matisse
Se state programmando i prossimi ponti di primavera tenete in considerazione Brescia.
Da diversi anni infatti la città, ricordata in passato,
per lo più, per il tondino di ferro, si sta attestando tra
le città italiane più attive in campo culturale.
Dopo il grande successo, dell’anno scorso, dell’iniziativa sugli Inca, per il 2011 Brescia ha allestito, al
Museo di S. Giulia, l’esposizione intitolata “Matisse,
la seduzione di Michelangelo”.
La fama dell’artista francese è legata, per lo più,
alla definizione di “Fauves” ovverosia “Belve”, che il
critico Louis Vauxcelles ne diede nel 1905. Egli era
rimasto colpito dall’uso che Matisse faceva del colore. Una ricerca del colore che Matisse, in effetti, proseguì per tutta la vita e che lo porterà a realizzare i
papiers découpés, cioè, come scrive Matisse stesso,
nel ’47, a “… ritagliare nel colore… Operazione - è
sempre Matisse a dirlo - che mi ricorda lo sbozzare
diretto degli scultori….”.
Matisse,
Nel programmare la vostra visita ricordatevi inoltre del contenitore in cui sono inserite le due mostre.
Se infatti non conoscete già il Museo di S. Giulia,
sappiate che vi troverete all’interno di una delle realtà museali più apprezzate in Europa .
Non lasciate quindi il museo senza averlo visitato.
La visita è compresa nel biglietto di ingresso alla
mostra.
Se arrivate in treno potrete servirvi di comodi mezzi
pubblici, ma qualora siate degli sportivi imprestati
all’arte potrete, alla stazione, noleggiare delle moderne biciclette. Se invece arriverete in auto vi consiglio il parcheggio Caserma Goito, in Via Spalto S.
Marco. Con • 2, 50 si parcheggia per tutto il giorno.
In tal modo, usciti da S. Giulia, potrete fare quattro
passi lungo Via dei Musei e dare un’occhiata al
Capitolium nonché al centro di Brescia.
Maura Stella
Ed è proprio in questa ulteriore ricerca artistica la
Matisse, La gioia di vivere
chiave di interpretazione della mostra di Brescia.
L’opera dell’artista francese viene infatti analizzata
da un punto di vista nuovo, ovvero in rapporto ai suoi
studi sull’arte antica e, in particolare, su Michelangelo.
Ecco allora spiegato perché, accanto a diverse opere
di Matisse, sono esposte anche copie di opere di
Michelangelo.
Compreso nel prezzo del biglietto è l’uso dell’audioguida. Essa, oltre che illustrare la mostra di Matisse,
vi guiderà anche lungo la seconda mostra allestita in
S. Giulia, intitolata “Ercole, il fondatore. Dall’antichità
al Rinascimento”. Con tale mostra si intende operare
una rilettura del mito di Ercole che, secondo la tradizione, avrebbe fondato la città di Brescia.
La mostra
“Matisse. La seduzione di Michelangelo”
è aperta dall’11 febbraio al 2 giugno
Museo di S. Giulia
Via dei Musei 81/b
Numero verde 800775083
www.matissebrescia.it
Lunedì-giovedì: 9.00-20.00
Venerdì-sabato: 9.00-21.00
Domenica: 9.00-20.00
Maggio 2011
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Un viaggio in Irlanda
Per una bella vacanza
L’Irlanda o EIRE è considerata giustamente l’isola
verde per la sua natura dominata dal verde scuro dei
pascoli, dei prati e delle paludi. Le colline e i monti si
sollevano appena dalla pianura, dando la sensazione
dell’ampiezza. Sulla costa occidentale, piuttosto selvaggia, il mare s’infrange contro le scogliere in cui
nidificano numerosi uccelli marini.
Il cielo non è mai del tutto azzurro: il sole e la
pioggia si alternano facilmente.
Non mancano in questo paese testimonianze d’arte come monumenti in pietra d’epoca preistorica,
castelli e fortezze medievali. Le strade sono buone e
le spiagge sono di sabbia fine a est e di tipo tropicale
a sud.
Interessanti sono le città, gli alberghi sono dotati
di tutte le comodità, le trattorie sono confortevoli e
la gente è molto ospitale.
I mesi migliori per un viaggio in questa magnifica
isola sono maggio e giugno, in cui si hanno il maggior numero di ore di sole e giugno inoltre è il mese
in cui fioriscono i rododendri che danno al paesaggio
un aspetto molto suggestivo.
In Irlanda si parla, oltre l’inglese, l’irlandese o antico gaelico, perciò anche le indicazioni stradali, i nomi
delle vie e le insegne sono bilingui.
La prima città da visitare bene è, senz’altro, Dublino, la capitale. Per orientarsi in essa è meglio seguire il fiume Liffey che la attraversa da ovest ad est,
collegando varie strade con dei ponti e sfociando nella
baia di Dublino. Caratteristico è il grattacielo, la Liberty
Hall, sede dei sindacati, con 17 piani, che domina la
Custom House, ovvero la vecchia dogana con la sua
cupola verde, presso la stazione degli autobus che
collegano Dublino con il resto del paese.
Il Castello di Dublino
Paesaggio d’Irlanda
Una circonvallazione circonda il centro che termina
a ovest con il Phoenix Park, un grande parco di 800
ettari, considerato da molti uno dei maggiori di Europa, dove si trovano lo zoo, il monumento ad Wellington,
la sede dell’Ambasciata degli Stati Uniti e la residenza del Presidente della Repubblica.
Da Dublino si può andare verso nord fino a
Drogheda, un porto sulla foce del Boyne, presso il
quale è situata Monasterboice, che conserva le rovine di un antichissimo monastero con un’alta torre rotonda e tre croci di pietra scolpite che raffigurano varie
scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. Poco lontano, a Newgrange, c’è una grande tomba a tumulo
del 2500 circa a. C. con 12 menhir.
Chi volesse visitare i luoghi più interessanti dell’Irlanda, facendo un viaggio molto breve, potrebbe attraversarla internamente, da est ad ovest, partendo
da Dublino per giungere a Galway, da dove si può
prendere un battello per le isole Aran, scendendo poi
un po’ più a sud sino alle scogliere Cliff of Moher, a
picco sul mare, popolate da numerose famiglie di uccelli marini.
Altre città di particolare interesse sono Cork, la seconda d’Irlanda, nella zona meridionale e Limerick,
un porto sul fiume Shannon.
Molte potrebbero essere ancora le località da vedere ma il nostro breve viaggio può già essere indimenticabile.
Selma Braschi
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Anno XVIII N. 3
Dante il primo Italiano
L’ UNITRE in occasione dei 150 anni dello Stato Italiano
Chi ha fatto l’Italia?
Certamente 150 anni fa
politicamente l’Italia è
stata fatta da Cavour
Garibaldi, Mazzini e tanti altri, ma culturalmente come lingua storia
arte l’Italia ha ben più dei
150 anni dello Stato Italiano. Anzi è stata la cultura
fattore di unità più che la politica, perché è la cultura
che ci ha dato l’identità e chi ha contribuito maggiormente a costruire la nostra identità è stato Dante,
perché ha inventato l’italiano e nulla come la lingua è
il terreno comune di ogni nazione.
Il Petrarca giustamente lo chiamò Dux Nostri Eloquii
Vulgaris e diffusa fin dal 1300 fu l’espressione che
chiama Dante “padre della lingua italiana”, intesa come
lingua capace di tutti gli usi letterari e civili.
Dobbiamo intenderci sulla parola “volgare”- dal latino vulgus/popolo - che significava “comune a tutti” ,
non aveva cioè una accezione negativa come ha oggi.
Lo stesso Dante, nel Convivio, definisce la lingua volgare come “del volgo,detto di forme linguistiche in
uso presso gli strati meno colti del popolo”. Anche
presso i romani c’era il latino delle persone colte che dicevano per es.equum - e il latino del popolo che diceva caballus - da cui il nostro “cavallo” perché
il latino fu portato fuori Roma non da Cicerone o Virgilio, ma dai mercanti, dai soldati, dai veterani a cui
veniva dato un pezzo di terra nelle zone conquistate
da Roma perché le colonizzassero.
Grazie alla Divina Commedia gli italiani si sono sentiti discepoli di Dante e hanno così potuto tramite essa
verificare la loro unità nazionale.
L’Italia è l’unico paese che ha visto la sua lingua
affermarsi attraverso un libro di poesia!
Il francese si è affermato tramite il potere accentratore di Parigi, il tedesco tramite la traduzione in
tedesco della Bibbia fatta da Lutero, l’arabo tramite
la jahad con la diffusione del Corano attraverso la
forza delle armi, l’inglese tramite la lingua di corte (il
king’s english), l’italiano tramite la Divina Commedia.
Ma che cosa c’era prima di Dante? Il latino, parlato
nelle università, conosciuto solo dalle persone colte
aveva una preponderanza schiacciante; poi occasio-
nalmente veniva adoperato il
francese; infine i dialetti, lingue locali, che si sviluppano nel
corso dei secoli dopo la caduta dell’impero romano e della
lingua latina come lingua del
potere: dal crogiuolo tra parlate locali, latino, vocaboli barbari nascono le lingue
romanze, cioè derivate dal latino ma con altri apporti.
Pensiamo alla parola guerra: il latino bellum cade
in disuso e si fa largo la parola longobarda werra,
che prende il sopravvento, mentre la radice di bellum
permane in italiano in bellico, bellicoso, belligerante.
L’opera di Dante ha una carica così nuova che in
breve tempo produce un tale rivolgimento nell’opinione pubblica non solo in Toscana ma anche fuori che
l’italiano di Dante si innalza al livello di grande lingua
capace non solo di quotidianità, ma di alta poesia e di
speculazione filosofica e teologica: domina tutta la
cultura del suo tempo.
Finita l’età classica, la lingua di Virgilio fu lentamente
sostituita da idiomi locali, rimanendo però per secoli
il codice universale per discutere di Dio, di filosofia, di
teologia, di scienza: per secoli il latino fu la lingua
della cultura.
Nel medioevo nelle università si insegnava in latino:
ancora nel 1600 Galileo insegnava in latino a Padova
e nel 1700 Linneo (Carl von Linné) il naturalista svedese scrive in latino i nomi delle piante e dei fiori: in
Europa con il latino c’era la possibilità di una comunicazione universale.
Il latino divenne anche la lingua della Chiesa nonostante che per i primi cristiani tale lingua si identificasse con l’impero romano persecutore; nella riforma protestante il latino si identificava con la Chiesa
Cattolica, eppure in tutti i collegi d’Europa anche di
area protestante si continuò a studiare il latino.
L’esilio fa conoscere a Dante buona parte dell’Italia,
ciò gli permette di venire a contatto con le diverse parlate nelle quali intravvede una sostanziale conformità
che gli permette di immaginarla unita da una sola lingua: suo uditorio ideale è l’Italia in tutte le sue parti ”a
le quali questa lingua si estende nei suoi confini naturali dal Varo al Quarnaro fino a Pachino”. (Convivio I,3)
Maggio 2011
N.O.I. nuovi orizzonti insieme
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Certamente le condizioni politiche dell’Italia del 1300
sono difficili: il Papato è ad Avignone, l’Impero è vacante, i liberi Comuni sono afflitti da lotte interne ed
esterne, i vari signorotti si fanno tiranni (Este a Ferrara,
Medici a Firenze...). L’Italia come entità politica non
esiste in quanto non ha coscienza della sua unità culturale, che le avrebbe permesso di accogliere una
lingua comune letteraria e civile più adatta del latino
ad unire gli italiani: “Dante ebbe questa coscienza e
la trasmise tramite la Divina Commedia e l’Italia fu
perché gli italiani si riconobbero in quell’opera, in quell’opera riconobbero la loro lingua” dice Bruno
Migliorini, lingua ingentilita, dirozzata, riplasmata,
sublimata.
Dante va cercando per tutta l’Italia il volgare più
elegante, eliminando le parlate peggiori (romanesco,
milanese, bergamasco, friulano, istriano, sardo, genovese - che è sgradevole -, romagnolo - troppo
femmineo -, bolognese - il più gradevole -, trentino e
piemontese troppo vicini al confine quindi contaminati). In nessun luogo d’Italia è tuttavia riuscito a trovare il volgare illustre che è di ogni città italiana, ma
non risiede in nessuna. Perché illustre? perché innalzato dall’arte, capace di commuovere, di cui è il poeta l’autore: fondamentale è l’apporto quindi del poeta
nel crearlo.
Dal volgare Dante dice di aver ricevuto moltissimi
benefici perché esso congiunse i suoi genitori “questo mio volgare fu congiungitore de li miei generanti
che con esso parlavano” (Convivio I,13).
Dante giustifica la bontà del volgare e chiude il
Convivio con queste parole: “Il volgare sarà luce nuova, sole nuovo e darà lume a coloro che sono nelle
tenebre per lo usato sole che a loro non luce”, cioè
anche quelli che non conoscono il latino (lo usato sole)
potranno finalmente accostarsi a opere di alto pensiero e grazie all’opera di Dante la profezia si avverò.
Perché Dante ama così il volgare tanto da voler scrivere in volgare l’opera sua più grande? Il suo genio,
ma anche l’amore per la lingua nascente e la gente
che la parlava: egli si fece per noi oltre che poeta,
filosofo, scienziato, teologo, perché la gente potesse
uscire nella vita del mondo con la conoscenza e la
cultura necessarie. Quindi genio grandissimo ma anche amore per la gente, per noi.
La Commedia fin dal 1300 diventa “il libro santo”
commentato così come si commentavano le pagine
sacre della Bibbia e letto nelle scuole anche di alto
livello; inoltre fu ed è materia di continue citazioni: “il
fiero pasto” del conte Ugolino, “il disiato riso” della
regina Ginevra nel canto di Paolo e Francesca, la lupa
del primo canto dell’Inferno capace di “far tremar le
vene e i polsi”!
È necessario dire che fu importante per l’affermazione del volgare illustre di Dante la Firenze del 1300
dalla vitalità prodigiosa; a Firenze operano in quel
tempo Giotto e Arnolfo, quindi la considerazione che
la lingua di Dante acquista è anche frutto della civiltà
comunale, in cui il latino escludeva dalla cultura gli
elementi più vitali della società quali i mercanti, l’elemento più attivo delle città e le donne, che di solito
non andavano a scuola.
Firenze è stata senza dubbio il terreno culturale più
adatto per l’affermarsi di grandi scrittori quali Dante
Petrarca Boccaccio; del resto il desiderio di guadagno, l’aspirazione alla gloria, l’ansia e la ricerca della
bellezza sono spinte eterne dell’animo umano ma in
pochi tempi e in pochi luoghi hanno raggiunto una
così forte tensione come nella Firenze del 1300 e in
Italia: alle antiche università (Bologna) si aggiungono
quelle di Firenze, di Siena, di Perugia, anzi proprio a
Perugia, per opera di insigni interpreti del diritto romano nasce la nuova dottrina giuridica che diventa
patrimonio comune italiano ed europeo.
Il fiorentino si diffuse senza ordini o comandi né militari né politici ed ebbe i suoi campioni decisivi in Dante Petrarca e Boccaccio la cui poesia e prosa furono
codificate nelle “Prose della volgar lingua” di Pietro
Bembo: il grande letterato veneziano scrive le regole
della lingua volgare unitaria e costruisce in tal modo la
prima grammatica italiana ricavandola dai testi appunto
dei tre grandi scrittori toscani; l’Ariosto stesso modifica la lingua dell’Orlando Furioso sul testo del Bembo.
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Anno XVIII N. 3
nata nel lontano 1300 ad opera di Dante che può a
buon diritto essere chiamato “Il primo italiano”.
E che la nostra lingua sia il segno di una identità
forte dal punto di vista culturale lo dimostra anche il
La Divina Commedia:
illustrazione di G. Doré
Ma Dante è immerso nella cultura anche politica
del medioevo: vaticinava una monarchia universale,ma
fu il primo a considerare Roma come il centro di una
possibile rinascita dove l’Impero, il sacro romano impero di Carlo Magno, avesse pari dignità del Papato:
anzi nell’opera De Monarchia Papa e Imperatore devono essere due “soli” non uno il sole e l’altro la luna,
non cioè dipendenti l’uno dall’altro ma entrambi volti
al bene dell’umanità.
Già nel primo canto dell’Inferno infatti parla dell’
Italia e profetizza un “ Veltro” che la possa unire da
“feltro a feltro”, alimentando una speranza che fu poi
di altri letterati quali Petrarca , Machiavelli, Foscolo,
Manzoni, Leopardi. Chi fosse il Veltro di cui si fa cenno nel primo canto non è dato sapere: forse neppure
Dante lo sapeva, ma certamente lo sperava.
La nostra è quindi una nazione nata non dalla forza
delle armi ma dalla poesia: Stato fragile perché giovane - la corruzione, a mio giudizio, ne è il segno più
evidente: quando corrompiamo o ci lasciamo corrompere dimostriamo di non avere il senso della comunità, perché la danneggiamo - ma identità forte perché
Bibliografia
Bruno Migliorini, Storia della lingua italiana, Sansoni,
Firenze 1961
Francesco Bruni, Storia della lingua italiana
L’italiano nelle regioni, Garzanti 1996
Natalino Sapegno, Storia della letteratura italiana,
La Nuova Italia, Firenze 1957
Manlio Cortellazzo - Paolo Zolli, Dizionario etimologico
della lingua italiana, Zanichelli 1979
N. Sapegno-G.Trombatore-W.Binni, Scrittori d’Italia,
La Nuova Italia, Firenze 1963 .
fatto che l’italiano nel mondo è studiato unicamente
per motivi culturali: la maggior parte dei giapponesi,
per esempio, che studiano l’italiano, lo fanno per leggere Dante nella lingua originale.
Infine la parola Risorgimento: ha un significato più
che politico, vorrei dire religioso; ri-sorge qualcosa
che è caduto! Pietro Verri, l’illuminista milanese, fu
tra i primi ad usare tale parola, infatti scrisse “Amo la
mia patria, compiango i suoi mali e morirò prima che
ne disperi il risorgimento”.
Solo nel 1847/48 la parola acquisterà un’indicazione politica precisa.
Concludendo:
L’Italia e la sua importanza come ideale politico, culturale, storico è cosa ben anteriore alla proclamazione del Regno d’Italia del 17 marzo 1861.
L’Italia come patria, intesa come terra dei padri,
nacque molto prima: il nome ITALIA è stato a partire
da Dante un filo ideale che ha tenuto insieme le vicende di un territorio che è stato per secoli diviso e
che solo nel 1861 ha trovato la sua unità politica.
Maria Elena Dagnino
Scrittura Creativa
A Fabia porgo un grazie,
grande come il mondo,
perché continua a trasmettermi
tanta creatività,
perché mi insegna a saper osservare
e non solo guardare,
ad ascoltare e non solo parlare,
a leggere e non solo sfogliare,
a riflettere,
a scegliere
per poter continuare. G
raz
i
Fab e,
ia
Nuccia Cavallino
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Quando la lingua italiana è una lingua straniera
Il piacere di studiare la lingua italiana è diventata ora un’esigenza per
alcuni stranieri che dovranno affrontare un esame per poter ottenere il
permesso di soggiorno.
L’Unitre ha accettato ben volentieri la richiesta dei responsabili dei
Servizi Sociali dei Comuni di Arenzano e Cogoleto e sta collaborando
per la preparazione linguistica di coloro che dovranno
sostenere la prova d’esame.
Alla fine dell’Anno Accademico verrà rilasciato agli
interessati un attestato di frequenza utile per l’ammissione al test, previa opportuna richiesta alle autorità competenti.
Da molti anni l’Unitre include nei propri programmi
corsi di lingua italiana per stranieri sia ad Arenzano
che a Cogoleto: gente proveniente da tutto il mondo
ha conosciuto la nostra Associazione e ha avuto l’opportunità di affrontare o migliorare lo studio della lingua.
Spesso sono state proprio le aule Unitre a favorire
la nascita di nuove amicizie e tutti sanno quanto sia
difficile l’integrazione nel tessuto sociale! Volti sorridenti, tanto entusiasmo e voglia d’imparare sono le
caratteristiche dei partecipanti ai corsi. Sono persone che hanno lasciato il loro Paese per una nuova vita
e ora devono affrontare problematiche diverse e incognite sempre in agguato: c’è da compilare un modulo complicato dalla burocrazia o c’è da leggere un
bando di concorso di evidenza non
sempre immediata. A volte c’è semplicemente la voglia di vedere un film
e comprenderne il significato, oppure di rispondere ai perché della Lingua Italiana.
Per una insegnante è gratificante
riuscire a trasmettere nuovi elementi
linguistici a studenti che sono riuniti
nella stessa aula, ma provengono da Paesi e idiomi
assai differenti, spesso con costruzioni e anche alfabeti del tutto diversi: c’è chi proviene dal Sud America, dal mondo arabo e dall’Europa dell’Est, dall’India
e dall’estremo Oriente.
Sono molte nella lingua italiana le eccezioni alle
regole e ciò favorisce numerose domande:
Perché parole come “idioma, poeta, telegramma,
tema, problema, pigiama”
sono nomi maschili anche se
terminano con la lettera a?
Perché si compra un televisore, ma si guarda la televisione?
Perché in soggiorno c’è il
tavolo, ma poi ci si siede a tavola?
Perché con i verbi di movimento si usa l’ausiliare
essere, ma si dice aver viaggiato e aver passeggiato?
Che bello imparare divertendosi!
Francesca Antoniotti
Corso di Lingua Italiana
P artecipazione
A michevole
R itrovo
C mpagnia
O limpica.
e,
Grazi a
esc
Franc
L ettere
E
T anto
T rattenimento.
E ntusiasmo,
R ipassi.
A rcobaleno,
R itornello
I nsieme:
O sanna.
Nuccia Cavallino
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N.O.I.
N.O.I.nuovi
nuoviorizzonti
orizzontiinsieme
insieme
Anno
AnnoXVIII
XVIIIN.N.33
Fondo Mondiale per la Natura
Sezione di Arenzano Cod. L.I.11
Via Sauli Pallavicino, 33
16011 Arenzano (Ge)
Tel. 335/8180625
e-mail: [email protected]
Sezione Regionale Liguria
Vico Casana 9/3 int. 9
16123 Genova
010-267312
Biodetersivi alla spina
Diventiamo ECOFURBI! La spesa “furba” dopo la “carta FSC” continua con i detersivi!
L’Italia sostenibile non è una chimera, ma una realtà possibile e già avviata in alcune realtà del nostro
paese. Possiamo contribuire con il nostro stile di vita a migliorare l’ambiente.
Giancarlo Marabotti
Forse ne avrete sentito parlare in giro, forse avrete
letto qualcosina su qualche giornale, mi sto riferendo
alla grandiosa idea dei detersivi di origine vegetale
alla spina!
Una realtà ormai consolidata che esiste anche ad
Arenzano e permette di risparmiare sui conti del portafoglio e perché dà un importante
sollievo alla salute dell’ambiente!
Insomma ci guadagni tu e ci guadagna l’ambiente cioè di nuovo tu!
In cosa consiste il vostro risparmio?
Innanzitutto azzerate i costi del
flacone: infatti, una volta comprato
basterà ricaricarlo! In questo modo sarete protagonisti di un vero e proprio auto riciclo del contenitore!
Riutilizzare i flaconi, vuol dire meno rifiuti, risparmiare acqua, energia, plastica, carta, ed emissioni di CO2.
Inoltre, comprate soltanto la quantità di detersivo
che vi serve e mettete nella borsa della spesa un
flacone di peso contenuto!
Ma soprattutto la differenza sta nella qualità! Basta
infatti poca soluzione, è un prodotto naturale ad alta
resa, con un alto grado di concentrazione!
Sembrerebbe quindi che la convenienza sia intuitiva
e questo nuovo “modo di fare la spesa” tutto improntato
sulla qualità e su un risparmio dei consumi, sia comodo e semplice.
Si può soddisfare a pieno il bisogno di spesa e
riscoprire quel senso di genuinità e tradizionalità dei
prodotti, ritornando ad utilizzare ciò che la natura ti
offre, ossia basi naturali e vegetali efficientissime! Al-
tro che prodotti chimici, tossici, non biodegradabili,
cari, e che ci fanno sprecare un mucchio di energia,
se pensiamo al solo fatto che sono diluiti con acqua e
sostanze inerti al solo scopo di aumentarne il volume!
Diventiamo eco-furbi, facendo una furbata per le
nostre tasche!
Ammorbidente è prodotto
formulato con i moderni Esterquat
(molecole ammorbidenti) di origine vegetale, sostanze che hanno un bassissimo impatto ambientale e sono biodegradabili, sia
in condizioni aerobiche che
anaerobiche. Il prodotto non contiene additivi petrolchimici che oltre a essere inquinanti sono spesso causa di dermatiti e allergie. Quindi, quando come ogni
detersivo che si rispetti terminerà la sua corsa in mare,
saremo sicuri che la natura lo degraderà in poco tempo, rimettendo gli elementi in ciclo e non disturberà
gli organismi acquatici in quanto non possiede proprietà tossiche!
Con soli 30 ml potete far andare una lavatrice a
pieno carico di 4-5kg!
Bucato a mano e lavatrice!
Si tratta di un moderno formulato caratterizzato da
sostanze biodegradabili quali i solfati di alchile da fonte
vegetale e da sapone di cocco Marsiglia.
La sua forza lavante è data da specifici enzimi che
digeriscono lo sporco. Il prodotto non contiene conservanti e il rischio di allergia è limitato al massimo!
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
N.O.I. nuovi orizzonti insieme
È ideale per tutti i tipi di capi e tessuti: bianchi,
colorati, scuri, delicati e lana. Con una lavatrice a
pieno carico (4-5kg) bastano 60-80 ml!
Lava piatti
Questo efficace formulato non contiene i tossici LAS
ma i biodegradabili alchil-solfati e le betaine!
Multiuso pavimenti vetri sanitari
Si tratta di una formulazione che dev’essere diluita
prima dell’uso in proporzione dall’1% al 2% (non serve
risciacquare). Contiene tensioattivi biodegradabili di
origine vegetale come gli alchilpoliglucosidi.
Impariamo a scoprire le potenzialità nascoste dei
prodotti naturali. Al dire il vero non dovrebbero essere poi tanto nascoste, visto che i nostri nonni ben
si ricordano di come facevano il bucato un tempo e di
come venivano bianche anche le tovaglie con le macchie più aggressive.
Forse è più una questione di fiducia, non riusciamo
più a fidarci della natura, siamo diventati così dipendenti dalla tecnologia e dalla chimica e non ci accorgiamo degli imbrogli, delle contraddizioni, del
business nascosto, di ciò che ci si ritorce contro!
Dietro al bianco più bianco che non si può si nascondono allergie, patologie, coralli sbiancati, schiume sulle nostre spiagge e molto altro! Quando compriamo i detersivi ci compriamo anche malattie e mare
sporco!
Più ne diventiamo consapevoli e più sarà impossibile non fare la scelta giusta!
Gabriele Vallarino
Raccolta differenziata Olio esausto
Vi ricordate l’articolo sulla raccolta differenziata dell’olio esausto? L’Ar.a.l. in diverse zone del paese fornisce gli appositi contenitori gialli! Qui sotto trovate l’elenco
delle varie zone di raccolta, scegliete quella più vicina alla vostra abitazione:
1) Via Cambiaso (isola ecologica)
2) Via Pian Masino (Parcheggio antistante Area ecologica Ar.a.l. spa)
3) Via del Roccolo (isola ecologica ingresso Pineta)
4) Via Marconi (antistante Corpo Forestale dello Stato)
5) Via Vittorio Veneto (isola ecologica raccolta differenziata)
La goccia d’olio, dopo l’utilizzo in cucina, è esausta e deve
essere rigenerata nel suo contenitore.
Gli oli vegetali esausti sono una risorsa perché da essi, una
volta rigenerati, si può ricavare biodiesel, glicerina e saponi.
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N.O.I.
N.O.I. nuovi
nuoviorizzonti
orizzontiinsieme
insieme
Anno XVIII N. 3
A.V.O. - AR.CO.
Associazione Volontari Ospedalieri di Arenzano e Cogoleto
“Che ore sono, signorina?” - “Sono le 16, le quattro del pomeriggio.”
Inizia così il mio rapporto con un
degente dell’Ospedale La Colletta,
dove prestano servizio oltre trenta volontari/e dell’Avo di Arenzano e
Cogoleto.
L’ora non sarebbe importante, continua il degente, ma voglio essere
pronto per quando arrivano “gli angeli azzurri”!
Così ci chiamano, per il nostro camice azzurro, i nostri sorrisi, i nostri occhi buoni, le
nostre parole dolci e sempre cortesi, il nostro servi-
possibilità di sfogarsi, di dire cose anche stupide ed
apparentemente poco importanti, ma che… sono dentro... fanno male... e vogliono uscire. Cose che non si riescono a dire
ad un parente - perché non sempre
i parenti possono essere presenti o al personale dell’ospedale, indaffarato in mille incombenze, quindi
impossibilitato a “perdere” troppo
tempo per ascoltare.
L’ascolto è un rapporto “in silenzio”, fatto di empatia tra i due, chi
parla e chi ascolta.
Quando questo momento viene instaurato - e sem-
zio solerte e discreto.
L’Ospedale La Colletta, come noto, è un ospedale
di recupero e rieducazione funzionale, dove vengono accolti degenti per rieducare arti (dopo un intervento ortopedico), cuore (dopo un intervento
cardiologico), ecc.
Le degenze non sono molto lunghe, quindi i volontari/e riescono ad incontrare un degente tre o quattro volte al massimo - i volontari/e fanno servizio
una volta alla settimana, o al mattino dalle 11 alle
12.30 o al pomeriggio dalle 16 alle 18.30 Nonostante ciò si instaura un rapporto con il degente, che aspetta il momento in cui vede entrare
nella cameretta “l’angelo azzurro”, con il suo sorriso, il suo passo discreto, la sua solerzia ed attenzione alle piccole richieste che gli vengono rivolte.
E soprattutto la sua disponibilità ad ascoltare!
L’ascolto... è veramente la parte più importante del
servizio di un volontario ospedaliero. Allevia la solitudine - di cui più soffre chi è ricoverato - lascia la
bra un miracolo che ciò avvenga tra sconosciuti ed in
pochi minuti - crea come uno sblocco nel paziente,
che alleggerisce il suo peso interiore.
La maggioranza dei volontari è donna - anche se
abbiamo parecchi uomini tra noi - forse perché la
donna, cioè la femminilità della psiche umana è più
specifica: negli ospedali dove si opera sono state viste - in passato - suore o donne di carità.
I compiti stessi dei volontari sono caratteristici delle madri o delle sorelle, per propria natura più portate a dedicarsi agli altri.
I volontari/e dell’Avo Ar.Co. fanno servizio anche alla
Fondazione Pio Lascito Baglietto a Cogoleto, dove oltre a quanto detto prima - è necessario un maggior
rapporto umano verso persone anziane e - a volte costrette a letto.
I volontari/e sono presenti tutti i pomeriggi - dalle
15.30 alle 18 - tranne i giorni festivi.
Due o tre per turno, un pomeriggio alla settimana.
Per gli ospiti organizzano
attività di gioco, di intrattenimento ed in particolare la
tombola settimanale, molto
attesa dagli ospiti - che si divertono... come bambini.
Agli ospiti allettati i volontari danno il loro aiuto anche
per i pasti, alleviando - per
quanto possibile - l’impegno
del personale dell’istituto.
Per informazioni e/o prenotazioni:
AVO - AR.CO.
Piazza Martiri della Libertà - Torre dello Scalo
16016 Cogoleto
Aperto: martedì e giovedì - dalle h 16 alle h 18
Tel: 338 1178652 - 339 6073586 010 9125237 - 010 9183931
E-mail: [email protected]
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Ma la parte più importante è la pre-
solo e chiuso in sé stesso. Vorrei chiu-
senza “empatica” che conta molto per
dere questa chiacchierata con poche
tutto quanto riesce a “donare” alle
parole, dette da un anonimo:
persone.
L’ospite anziano ha tante cose da raccontare: parlerebbe per ore!
Racconta episodi della sua vita, della “storia” vissuta in passato e che il volontario/a non conosce assolutamente - periodi di guerra, di pace, di fame, di
solitudine, di gioia...
Si instaura un rapporto molto caloroso e... quasi
personale: il volontario/a incontra gli ospiti dell’Istituto ogni settimana, per anni, fino a...
Questo li rende partecipi della vita dell’ospite. Molto spesso incontrano i parenti, con cui si instaura un
rapporto amicale, e soffrono quando...
Spero di avere spiegato quale sia lo spirito che fa
andare avanti il volontario/a ospedaliero: la solidarietà e la consapevolezza di avere donato parte del
proprio tempo - gratuitamente - agli altri, ricevendo
un sorriso ed a volte un grazie, ma sicuramente certi
di avere usato il proprio tempo in maniera utile e comunque gratificante, dando conforto a chi è spesso
“Quando ti chiedo di ascoltarmi
e tu cominci a consigliarmi
non hai fatto ciò che ti ho chiesto
Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu cominci a dire
perché non dovrei sentirmi così
non rispetti i miei sentimenti.
Quando ti chiedo di ascoltarmi e tu senti di dover
fare qualcosa per risolvere il mio problema
sei venuto meno alle mie attese
Ascoltami!
Tutto ciò che ti chiedo è di ascoltare,
non di parlare o di darti da fare
solo ascoltami!”
Un caro saluto a tutti
RosaAnna Princi
Ti svegli un mattino
Non sono in vendita
Una giovane coppia entrò nel più bel negozio di
giocattoli della città. L’uomo e la donna guardarono a lungo i colorati giocattoli allineati sugli scaffali, appesi al soffitto, in lieto disordine sui banconi.
C’erano bambole che piangevano e ridevano, giochi elettronici, cucine in miniatura che cuocevano
torte e pizze. Non riuscivano a prendere una decisione. Si avvicinò a loro una graziosa commessa.
“Vede”, spiegò la donna, “noi abbiamo una bambina molto piccola, ma siamo fuori casa tutto il giorno e spesso anche di sera”.
“È una bambina che sorride poco”, continuò l’uomo.
“Vorremmo comprarle qualcosa che la renda felice”, riprese la donna, “anche quando noi non ci
siamo... Qualcosa che le dia gioia anche quando è
sola”.
“Mi dispiace”, sorrise gentilmente la commessa.
“Ma noi non vendiamo genitori”.
Bruno Ferrero
A volte basta un raggio di sole
Ti svegli un mattino,
che bello, c’è il sole!
Inizio Settembre
stagione ideale.
Verranno gli amici, stasera. Fa caldo,
mangeremo in giardino.
Tosiamo un po’ il prato,
spuntiamo la siepe,
via foglie secche e fiori appassiti,
le piante fiorite in bella evidenza.
È a posto la casa?
C’è da fare la spesa?
un andirivieni gioioso,
un allegro daffare da giorno di festa.
E poi, all’improvviso…
Ti svegli un mattino e…
non sai, che la tua vita è finita.
Fanny Casali Sanna
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nuoviorizzonti
orizzontiinsieme
insieme
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Anno XVIII
XVIII N.
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Anno
“Consorzio Arenzano per Voi”- Onlus
È ancora freddo, ma noi del Consorzio siamo già in piena attività per preparare la Festa del Volontariato, che si
terrà nei giorni di venerdì 24 e sabato 25 giugno prossimi.
Saremo sul Lungomare - tra Piazza Calasetta - dove
ci sarà musica, teatro, sport - i Bagni S. Pietro – dove
ci saranno gli stands gastronomici - il Lungomare fino
a… dove arriveranno gli stands delle Associazioni, che
proporranno oggetti artigianali ed altro.
Avis e Fidas avranno un proprio spazio per prelievo
sangue, misurazione pressione ecc.
Presto sarà in circolazione il nostro dépliant informativo, con tutte le attività e le Associazioni presenti.
Mi pare superfluo ripetere cosa è il Consorzio
Arenzano per voi. Ormai sono anni che siamo impeAnche quest’anno abbiamo aperto una Lotteria, con gnati nel sociale - in collaborazione con i Servizi Soricchi premi (donati da commercianti e privati)!
ciali del Comune e con il Consiglio Comunale dei RaIl prezzo dei biglietti è minimo - • 1 - quindi invitia- gazzi.
mo tutti ad acquistarli.
Trovo invece utile raccontarvi le attività in cui ci siaVi sarà la Pesca di benefimo impegnati nel 2010.
cenza, con vincita assicurata
Festa del Volontariato
Il Progetto “Sostegno scoper ogni biglietto!
nelle immagini dell’articolo
lastico”: integrando il servizio
E la gastronomia: focaccine,
già esistente presso il Centro
bruschette, panini, frittelle...!
Polivalente del Comune, rivolto ai ragazzi delle scuoE poi musica, teatro, sport... Venite numerosi!
le medie, ha garantito la presenza costante nell’attiIl filo conduttore della Festa - quest’anno - è l’am- vità di sostegno scolastico, attraverso il finanziamenbiente. Quindi saranno presenti esperti dell’ARAL per to di tre operatori.
fornire ogni utile informazione su: raccolta differenIl Progetto “Attività educativa”: durante il fermo
ziata, compostaggio, raccolta oli...
scolastico nel mese di febbraio, ha garantito la preVari stands delle Associazioni esporranno - e ven- senza di educatori - sostenendone le spese - per i
deranno - oggetti artigianali, ottenuti riciclando cose bambini i cui genitori non potevano portarli in settiche, normalmente, vengono eliminate. Stupirete nel mana bianca.
vedere cosa si può ottenere con materiale riciclato!
Il Progetto “Sostegno Disabili”: preso atto di alBasta un po’ di fantasia e di tempo!
cune limitazioni imposte dalle norme, si è fatto carico
delle polizze assicurative di tre ragazzi disabili, seguendo il loro inserimento al lavoro, già iniziato nel
2009.
Il Progetto “Soggiorno montano”, organizzato dal
Comune: ha ottenuto il nostro sostegno finanziario
per un educatore (comprensivo di spese di soggiorno
in albergo e tariffa oraria) in accompagnamento ad
una disabile.
Il Progetto “Centro estivo”, organizzato dal Comune: ha ottenuto il nostro sostegno finanziario per
le spese per alcuni educatori, assicurandone quindi la
presenza a sostegno di quei bambini i cui genitori non
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
potevano seguirli fino all’ inizio dell’attività scolastica
(fine settembre).
Nel Progetto “Gita per disabili ed anziani” abbiamo contribuito alle spese di viaggio.
Nel Progetto “Emergenze” abbiamo portato avanti
(e tuttora continuiamo a farlo) un intervento finanziario immediato (pagamento affitto camera) per un ragazzo arenzanese, affetto da una malattia rara, in
terapia sperimentale fuori regione.
Su richiesta del Presidio scolastico Terralba abbiamo iniziato il Progetto “Pre scuola” (che proseguirà
fino a giugno 2011), sostenendo le spese per due
operatrici che accolgono ed assistono una decina di
bambini della Scuola Primaria ed una decina della
Scuola dell’Infanzia del Presidio Terralba (max 15),
dalle ore 7.30 alle ore 8.30 circa - dal lunedì al venerdì - dando sollievo ed aiuto a quei genitori che non
possono accudirli fino alle 8,30, inizio delle lezioni.
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Tutto questo è stato possibile proprio con i profitti
della Festa del volontariato - l’ultimo fine settimana
di giugno - cui si sono aggiunti: il contributo di una
artista arenzanese, che ha devoluto l’intero ricavato
della sua mostra al nostro Consorzio, ed il ricavato
della vendita dei biglietti della Lotteria, i cui premi
erano stati “donati” da commercianti e privati.
Siamo molto soddisfatti del nostro lavoro, consapevoli di essere riusciti a fare del bene a tanti cittadini di
Arenzano, così come voluto dal nostro Statuto.
Ma sappiamo anche che senza la Vostra presenza,
senza il vostro sostegno economico... tutto ciò non
sarebbe possibile!
Quindi vi invito a partecipare numerosi! Grazie
RosaAnna Princi
Dal Corso di Filosofia per non addetti
Ringraziamenti in forma di haiku
Non è facile
vivere con gli altri
e perdonarsi
La Filosofia
con Gianna Rivanera
interessante
Dubito di me?
Devo Riconoscermi
per comprendermi
Soggettività
scienza da costruire
accettazione
Il male dentro
ansie, colpe, conflitti
miserie umane
È stato bello
cercarsi, comprenderci
ti ringraziamo
Nuccia Cavallino
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nuovi
orizzonti
insieme
N.O.I.
nuovi
orizzonti
insieme
Anno
Anno XVIII
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Centro Storico Töre Di Saraceni
Piazza XXIV Aprile - 16011 Arenzano - tel. 338.7713935
Attività dell’associazione: Tutela delle tradizioni arenzanesi. Pubblicazione di un
giornale sociale ad argomento storico e culturale. Organizzazione di mostre, cene
sociali. Corsi di genovese presso le scuole.
In una villa
Testimonianze
Dall’archivio di Pericle Robello
Istruzione, tanto valevano in lui in ogni caso scrupolo
Di questa brevissima elegia abbiamo due redazio-
e diligenza.
ni a distanza di circa dieci anni l’una dall’altra.
La prima reca nell’autografo la data del 14 e 16
luglio 1889, e il titolo Villa Figoli ad Arenzano (nella
copertina Arenzano. Villa Figoli: cfr. Ed.Naz. IV 181,
270).
Perché il Carducci di quei giorni, dal 12 luglio (cfr.
Epist.XVII, 80), fosse a Genova è detto in una lettera
Giosuè
Carducci
del 17 ad Adriano Lemmi (Epist.XVII 81): “Sono qui
per salvare la parte più antica del palazzo di San
Giorgio che la camera di commercio vorrebbe sacrificato per questioni di viabilità; che non è necessario”.
Intanto anche pensava a un’alcaica intitolata ap-
A Genova il Carducci alloggiò all’Hotel de Gênes;
punto Palazzo di San Giorgio di cui vedi la prima strofa
ma una volta o due fu ospite, in Arenzano del conte
e mezza in Ed.Naz. IV 311, e non andò più avanti;
Eugenio Figoli des Geneys; e una di queste volte, nel-
ma anche vedi a p. 336 annotazioni e tracce di libri
l’albo della contessina prima figlia, Georgina, già spo-
ricercati e studiati per la pensata alcaica e soprat-
sa dal 1897, scrisse di sua mano i tre distici dell’elegia,
tutto per l’incarico avuto dal Ministero della Pubblica
i quali poi concedette pubblicare col titolo Villa Figoli
nel giornale torinese “La Letteratura” del 15 gennaio
1890. Sono questi:
Villa Figoli
(14 luglio 1889).
Salve tra i placidi ulivi, tra i cedri e le palme sedente
Villa Figoli al riso de la ligure proda.
Te operosa vecchiezza illustra serena, te adorna
signoril grazia e il dolce di giovinezza lume.
Lieta in te l’ora felice ma rapida ahi troppo trasvola
Come l’aura soave tra la collina e il mare.
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Il conte Eugenio Figoli
Discendeva da famiglie di gran casata, fra liguri e piemontesi, così da parte del padre, conte e poi senatore
Eugenio, come da parte della madre, contessa Alice Agnes des Geneys: l’avo paterno, Carlo, fu, nel parlamento subalpino, il primo deputato di Novi Ligure; un avo materno era stato il fondatore della marina sarda
sotto il regno di Carlo Felice.
Il conte Eugenio Figoli, nato nel 1845, era ancora molto giovane quando ospitò ad Arenzano il Carducci; e
fu sempre ospite lieto, giocoso e giocondo, a quel che anche a me hanno raccontato persone che lo conobbero (morì novantenne nella sua villa, il 1937).
Questa fu dunque dell’elegia la prima redazione, del 1889. Quando poi, sulla fine del 1898, il Carducci
pensò di riordinare e raccogliere insieme un certo numero di poesie maggiori e minori che aveva scritte in
quel decennio, tra cui il gruppo dei così detti Idilli alpini riprese allora anche i tre distici di Villa Figoli, e fu il
14 ottobre 1898; e così anche questi, con qualche variante dalla prima stesura e col titolo definitivo In una
villa, ebbero il loro luogo nel volumetto di Rime e Ritmi, 1899.
In una villa
O tra i placidi olivi, tra i cedri e le palme sedente
Bella Arenzano al riso de la ligure piaggia;
operosa vecchiezza t’illustra, serena t’adorna
signoril grazia e il dolce di giovinezza lume;
facil corre in te l’ora tra liete aspettanze e ricordi
calmi, sì come l’aura tra collina e il mare.
Villa Figoli, Sala degli arazzi
Foto F B
(M.V.)
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Anno XVIII
XVIII N.
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Anno
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ASSOCIAZIONE “AMICI DI ARENZANO”
Via Sauli Pallavicino, 33
16011 ARENZANO GE
e-mail: [email protected]
L’Associazione AMICI DI ARENZANO,
costituita nel 1994, ha lo scopo di concorrere
alla tutela ed alla valorizzazione dei beni
culturali, delle risorse ambientali, naturali e
paesaggistiche di Arenzano; non è legata a
partiti politici e non ha scopo di lucro.
Un percorso per tutti
Sul periodico NOI di marzo
2008 l’Associazione Amici di
Arenzano aveva segnalato che il
Parco del Beigua stava ultimando “un percorso davvero per tutti con un panorama mozzafiato”,
con due foto che illustravano la
bellezza dei luoghi.
Si faceva riferimento ad un
percorso realizzato secondo criteri, tecnologie e materiali che
consentivano a chiunque, anche
ai diversamente abili costretti in
carrozzella, a godere di uno dei
più bei tratti dell’Alta Via dei Monti Liguri.
La località di partenza è Prato Rotondo, poco sotto
la vetta popolata di ripetitori del Monte Beigua, raggiungibile in auto da Varazze o dal Sassello.
In quell’articolo veniva descritta, seppure succintamente, la lunga storia del percorso e si auspicava
che la diffusione di notizie al riguardo consentisse di
farlo apprezzare al maggior numero possibile di amanti della
natura.
In questa occasione è con vero
piacere che pubblichiamo alcune foto di Ilaria Mangini, gentilmente forniteci dall’Ente Parco
del Beigua, che testimoniano la
frequentazione, durante la buona stagione nel 2009 e nel 2010,
da parte di gruppi di persone in
carrozzella.
Esse hanno potuto percorrere
il tratto, ultimato, dal rifugio Pra
Riondo al Riparo della Miniera.
I primi atti finalizzati alla richiesta di realizzazione
di questo percorso risalgono al 1990 e sono una petizione di gennaio e una successiva lettera di richiesta
del mese di giugno.
Ricordiamo che un forte promotore e sostenitore di
questa iniziativa è stato Bruno Bacoccoli, mancato in
montagna, trentenne, nel settembre 1991 a seguito
di un incidente.
Il raggiungimento di questo primo obiettivo fa onore all’Ente Parco e agli altri Enti Locali e fa ben sperare per la prosecuzione del percorso fino al Passo
Resonau, così come è stato già sottolineato nell’articolo del 2008 citato e come “sognava” Bruno insieme
agli altri promotori della petizione.
Ci auguriamo, infine, che, come già avviene per il
punto di informazione del Parco del Beigua a Prato
Rotondo, anche il percorso porti il nome di Bruno
Bacoccoli, vero amante della montagna.
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Foto Ente Parco del Beigua
via San Giobatta 13
16011 Arenzano
tel/fax 010.9111114
Feste antiche, care a tutti
Il giovedì di mezza Quaresima, le famiglie si riunivano in campagna per rompere un recipiente di creta
che veniva precedentemente riempito di fichi secchi,
noci, mandarini, castagne, lupini, fave, ceci arrostiti
e frutta secca.
Fare questo gesto era nel mondo contadino di buon
auspicio per tutto l’anno. Così riempita, la pignatta
veniva posta ad un paio di metri da terra e gli adulti
bendati e armati di bastone dovevano cercare di romperla per il divertimento di grandi e piccini.
In altri luoghi, al posto della pentola si preparava
un pupazzo di stoffa con le sembianze di una vecchia
Arenzano, p.za XXV Aprile
Pentolaccia 2011 Auser
che rappresentava l’Inverno (che ormai stava per finire) e all’interno del pupazzo venivano introdotti
dolcetti e prodotti locali.
Dopo i festeggiamenti del Carnevale nel periodo della
Scopo dell’Auser è rinnovare ogni anno questa tra-
Quaresima, è consuetudine in tutta Italia, organizza-
dizione, non solo per animare un pomeriggio ma so-
re la festa della Pentolaccia.
prattutto per promuovere momenti di aggregazione
Anche ad Arenzano la tradizione viene rispettata,
così diversi circoli, la Parrocchia e altri organizzano
questo evento.
mirati all’intergenerazionalità, argomento di cui si
parla molto nei seminari dell’Associazione.
Oggi più che mai bisogna incentivare i rapporti tra
In particolar modo, gli amici dell’Auser locale pre-
le più svariate tipologie di età perché è un arricchi-
parano per nonni e nipoti una grande pentola di car-
mento culturale che va a completare il progetto di
tone che gentili signore decorano con nastri e catene
socializzazione che l’Auser da tempo promuove.
di carta velina multicolori, riempiendola, infine, di caramelle e coriandoli.
L’enorme pentola viene collocata nella caratteristica piazza XXV Aprile, appesa ad una robusta fune,
allestita precedentemente dagli operai del Comune di
Arenzano perché l’Amministrazione locale collabora
per la buona riuscita della festa.
Naturalmente ogni anno accorrono numerosi bimbi, con nonni e genitori non solo residenti ma anche
parecchi turisti per condividere un pomeriggio in allegria.
Ma la tradizione della Pentolaccia, ancora così sentita nonostante l’epoca tecnologica in cui viviamo dove
i giochi di una volta sono stati sostituiti dal PC o dalle
play station, pesca nel lontano Medioevo.
Marisa Carrea
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Anno XVIII N. 3
N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Le cognate di Michel Tremblay
IX Festival Teatrale Unitre a Borgio Verezzi
La commedia, adattata opportunamente, verrà rappresentata dalla Compagnia Teatrale “La panchina”
dell’Unitre di Arenzano-Cogoleto, martedì 3 Maggio
alle ore 21, al teatro Gassman di Borgio Verezzi.
Michel Tremblay è uno dei più importanti autori
francofoni contemporanei e, grazie a questa opera,
nel 1968 ottenne numerosi premi.
Egli intende con essa rivitalizzare il tessuto sociale
del paese, utilizzando il palcoscenico per narrare la
realtà della vita.
Le donne raccontate ricalcano modelli di vita che
da troppo tempo le rende incattivite, frustrate,
instupidite, ancora estromesse dai processi di emancipazione i cui sentori si sentono giungere dalla lontana Europa.
Questa farsa anticipa nel tempo anche un nemico
del secolo: la bieca frenesia dell’apparenza e del consumismo.
Dietro l’apparente leggerezza
del testo, si cela
uno spessore tragico seppur comico.
La docente dell’Unitre, causa il
numero di allievi
molto
superiore a
Michel Tremblay
quello dei perso-
naggi della storia (alcuni
dei quali troppo giovani
rispetto all’età media degli attori), nell’adattamento ha dovuto toglierne alcuni ed inventarne
dei nuovi, cercando con difficoltà di non travisare lo
spirito dell’autore. Per lo stesso motivo ha sì tentato, per non troppo scandalizzare il pubblico, di limare il più possibile il linguaggio saporito di Tremblay,
ma non totalmente, pena lo snaturamento eccessivo del testo.
Trovare dei lavori teatrali per così tante persone,
con una maggioranza di donne dai 50 anni in su,
non è certo facile e questa commedia dalle svariate
voci femminili, ci ha GRIDATO il suo soccorso.
Portarne avanti la gestazione, con 20 interpreti sul
palco e con un’età media in cui le traversie della vita
portano a parecchie assenze e imprevisti dell’ultimo
minuto, è stata un’impresa coraggiosa ed ardua, ma
la buona volontà e l’amicizia che contraddistingue
questo gruppo, tentano e sempre riescono ad arginare le inevitabili difficoltà che si palesano durante il
percorso.
Per questo motivo, vogliamo ringraziare in anticipo chi avrà la pazienza di venirci ad applaudire e
perché no, anche a fischiare in quel di Borgio.
Partizia Detti e Lorenzo Giusto
Riflessioni in versi
Vita
Pende da tutte le parti
lo so
ma sta su
questa vita
imbastita
sugli errori.
E alla prima
fa pure la sua figura
Semi
Le impronte
I semi c’erano
pare
e han dato un frutto
felice.
Ci si era illusi
allora
di essere sempre verdi
Di molti nomi
e in movimento
le impronte
si fissano sul marmo.
Un lume
è custode
Patrizia Detti
Maggio 2011
N.O.I. nuovi orizzonti insieme
39
Una giornata di sole
Presentazione del libro “Africa malata”
In una giornata inondata di sole estivo, in compagnia di tanti amici, mi sono trovata ad ascoltare dalle
labbra del prof. Meo episodi della sua vita in molti
anni di volontariato in uno dei paesi africani più poveri del mondo: il Sud Sudan.
Il suo libro, fresco di stampa, Africa Malata, è una
toccante testimonianza di amore verso gli ultimi della
terra. Come, giustamente, ha sottolineato l’amica
Fabia Binci, quasi una sorta di Vangelo.
Conosco ormai da alcuni anni il prof. Meo (fondatore del Comitato Collaborazione Medica), e più di
una volta mi sono commossa ad ascoltarlo, ma oggi
in particolare. Mentre citava alcuni episodi toccanti di
vita vissuta (letti con bravura da Lazzaro Calcagno),
la sua voce ogni tanto s’incrinava e, quasi a scusarsi,
ci diceva: “Indubbiamente sto diventato vecchio se mi
commuovo così facilmente”.
Penso a quanto abbia sofferto nello scrivere alcuni
episodi che lo hanno più toccato. Come la storia di
quel ragazzo che lo seguiva di capanna in capanna e
gli sussurrava sempre la stessa frase per lui incomprensibile, ma che poi tradotta voleva dire: “Portami
con te!”. Era un ragazzo che per gli orrori della guerra era rimasto completamente solo e, del quale, durante un’incursione di nemici nel villaggio, si era persa ogni traccia. Ma questa figura così umana, così
colma d’amore verso il prossimo, ha conosciuto anche la prigionia e ne parla in modo tranquillo, pacato,
come se fosse una cosa naturale venire sottratto alla
propria libertà.
Un momento della presentazione
Libertà, parola
agognata da questo povero popolo,
il quale finalmente il 09/07/2011
sarà ufficialmente
indipendente. Un
popolo che vuole
un futuro. Un popolo che regala
amore, un popolo
ricco di dignità.
L’esperienza del
prof. Meo è affascinante, coinvolgente. Tra le domande che gli sono state poste ne
ricordo una: “Cosa posso fare io personalmente per
aiutare questo popolo?”. Certo, non tutti possiamo
andare in Africa, ma possiamo contribuire con l’acquisto del libro, oppure con l’invio di una somma, anche piccola al CCM. Piccole gocce, ce lo ricorda madre Teresa di Calcutta, formano il mare. Così possiamo fare noi: tendere la mano alla solidarietà.
Le pagine del libro sono ricche d’umanità, di episodi di vite vissute, di testimonianze di persone che, per
amore del prossimo, contraggono diversi tipi di malattie, alcune delle quali mortali. E di persone, come
la moglie del prof. Meo, la signora Carla, che ha appoggiato per tutta la vita le scelte del marito.
Penso che il sole che oggi ci ha inondato con il suo
calore è lo stesso sole che bacia tutta la terra e che
non sia giusto che, solo per il fatto di essere nati in
una parte privilegiata del globo, noi possiamo godere
di più benefici. Sì! È lo stesso sole che ci scalda, è la
stessa notte che ci avvolge, così come sono le stesse
stelle che brillano. Prendiamo ognuno una stella, pensando ad un bimbo, ad una madre, ad un padre che
soffrono per la fame, per le torture, per l’ingiustizia
della guerra.
Grazie, prof. Meo. Grazie a lei e a tutte le persone
che con lei lavorano e condividono l’amore verso gli
ultimi della terra
Giuseppina Marchiori
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Anno XVIII N. 3
La trebbiatura
Brano tratto dai racconti autobiografici di Beppe Cameirana
Il giorno più felice dell’anno, per grandi e piccoli
era quello della trebbiatura del frumento. Giorno felice e pieno di significati profondi, il ricavo del frutto
più prezioso della terra: il grano, la farina e “il pane”
che è ed è sempre stato il simbolo dell’alimento umano.
Nei secoli tutte le attività umane hanno avuto come
scopo quello di “guadagnarsi il pane”. Un termine e
un modo di dire che oggi nella civiltà cittadina dei
supermercati si va perdendo, forse rimane ancora nel
mondo agricolo, che in Italia si è molto industrializzato con coltivazioni intensive, mirate alla super
produzione, perdendo il fascino rurale di una volta.
I prodotti ricavati da questo tipo di coltivazione hanno perso in qualità e genuinità, per l’uso massiccio e
a volte indiscriminato di fertilizzanti chimici, anticrittogamici, pesticidi, diserbanti etc.
Non sappiamo inoltre cosa ci riserverà il futuro, attraverso la bioingegneria, con la produzione già in
atto di alimenti geneticamente modificati.
Nella valle del Letimbro, come del resto in altre località simili della Liguria, la coltivazione del grano era
molto frammentata, lungo pendii collinari, salvo alcune eccezioni, limitata in quantità, ogni famiglia produceva pochi quintali.
La mietitura delle messi avveniva “a mano” con i
piccoli falcetti, gli stessi usati per tagliare l’erba. I
fasci di spighe venivano legati in covoni e alla sera
trasportati nell’aia o nel cortile presso l’abitazione dove
avveniva poi la trebbiatura.
Chi, pur possedendo un piccolo podere, non aveva
uno spiazzo necessario
o aveva una casa ubicata in un luogo troppo
disagiato, si accordava
con un vicino possessore di un’aia più spaziosa e comoda per trebbiare i propri covoni. A
volte a favore del servizio, sempre amichevole, veniva ceduta all’ospitante spontaneamente, una parte della
paglia risultante dalla
trebbiatura, paglia utilissima per la
stalla di mucche e ovini.
Per la trebbiatura veniva usata una
piccola macchina in ferro, molto
pesante, le cui dimensioni erano di
circa un metro per un metro, munita di quattro robuste “gambe”. La parte superiore di
forma semicircolare, aveva da un lato una feritoia alta
circa 20 cm e larga circa 80 cm, attraverso la quale si
introducevano le spighe di grano. All’interno la macchina conteneva un rullo in ferro munito da una miriade
di denti sempre in ferro, sporgenti su tutta la superficie cilindrica i quali con la rotazione si incrociavano
con altri denti fissati sulla calotta semicircolare della
macchina. Lo spazio fra un dente e l’altro, nel punto
di incrocio, aveva circa la dimensione del chicco di
grano, in modo da consentirne la sgranatura dalla
spiga senza rompere il chicco stesso.
Sul lato opposto della macchina rispetto alla feritoia
di introduzione, verso il basso era presente l’apertura da dove potevano uscire i chicchi misti alla paglia.
Sotto la trebbiatrice e su un tratto dell’aia veniva steso preventivamente un grande lenzuolo solitamente
di iuta, per contenere e separare i chicchi di grano
dal terreno. La paglia uscita durante la trebbiatura
veniva continuamente tolta e portata a “bracciate” in
luogo attiguo e cumulata quasi sempre sotto una grande tettoia.
Sul cumulo di paglia, uno stuolo di bambini e ragazzi, che contribuivano al trasporto, si divertivano a fare
capriole e salti con grande allegria. Questo felice divertimento costituiva
anche un lavoro utile,
avendo il duplice scopo di compattare il cumulo e spezzare la rigidezza dello stelo, renderla quindi più morbida e idonea per l’uso di
lettiera nella stalla.
Il cumulo di paglia
veniva usato dai bambini e ragazzi come se
fosse un lago, si tuffavano nella paglia dopo
Maggio 2011
N.O.I. nuovi orizzonti insieme
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re cotte, come piselli o fave, raramente patate lesse
con funghi, il bis era di norma. Il pranzo doveva essere comunque sempre veloce, non si poteva perdere
tempo.
Van Gogh, Campo di grano
una veloce rincorsa, altri facevano una specie di lotta, man mano che il cumulo si ingrandiva aumentava
il divertimento.
L’asse rotante del tamburo usciva sul fianco della
macchina con una puleggia la quale veniva azionata
da una lunga e robusta cinghia in cuoio, messa a sua
volta in movimento da un vecchio motore a scoppio
molto rumoroso, posto ad una distanza di circa sei
metri, alimentato a petrolio, (diverso dalla benzina o
miscela usata oggi) credo fosse lo stesso combustibile usato per le lampade di illuminazione.
La trebbiatrice, una volta che aveva finito il suo lavoro, veniva in parte smontata, la parte più pesante
pesava circa 90 Kg. e veniva trasportata se necessario, anche a “spalle” dai robusti contadini abituati quotidianamente a questi tipi di fatiche.
Generalmente si riusciva a trebbiare nella stessa
giornata in un paio di cascine, vista la modesta quantità di grano prodotta da ciascuna famiglia. Il proprietario della trebbiatrice era un uomo onesto, di statura medio alta, un tipo caratteristico, poco propenso
al sorriso, serio, un po’ scorbutico e irascibile, la cui
parlata dialettale era difficilmente comprensibile perché era affetto da “labbro leporino”.
Molti bambini si divertivano ad imitarne i gesti e la
parlata, quando se ne accorgeva erano guai. Al
trebbiatore veniva riconosciuto un compenso calcolato percentualmente al peso del grano trebbiato, che
non veniva pesato con bilance ma stimato per esperienza in base ai sacchi riempiti, inoltre era sempre
invitato a pranzo presso la cascina in cui si trebbiava.
Il pranzo era abbondante, solitamente solo il primo piatto, pastasciutta o patate lesse miste a verdu-
Il grano, dopo che era uscito dalla trebbiatrice descritta, veniva raccolto con badili per essere sottoposto alla seconda fase, la vagliatura, per cui si adoperava una seconda macchina, più grande, che veniva
chiamata “il vaglio”, con struttura in legno, azionata
da un altro motore. Il grano veniva passato gradualmente in questa macchina munita di setacci oscillanti, sottoposto a forte ventilazione e privato della membrana di rivestimento, la pula. I chicchi, così puliti
uscivano da una tramoggia e finalmente insaccati e
portati in casa.
Mentre si procedeva all’operazione di vagliatura, la
prima trebbiatrice già smontata e trasportata iniziava
a lavorare in una cascina vicina. Il “vaglio” molto più
ingombrante era munito di ruote e poteva essere trainato come un carro, da mucche o cavalli lungo le
carrarecce.
L’attività era davvero frenetica, tutti si muovevano
senza sosta, sudati e impolverati all’inverosimile, specialmente il trebbiatore, alla fine stanchi ma felici. Le
donne di casa contribuivano allo stesso modo degli
uomini, in tutte le fasi di lavorazione.
Ho brevemente descritto un mondo perduto, ricco
di valori, sentimenti di umanità, di collaborazione sincera, di onestà, di semplicità, di persone piene di vitalità appena uscite dall’incubo della guerra, piene di
speranza, con la voglia di lavorare onestamente.
Molte volte mi rattristo quando vedo qualche documentario alla televisione, dove una imponente
mietitrebbia divora ettari di campi in pianura, trainando un grosso rimorchio che velocemente si riempie di grano. Solitamente un noleggiatore, proprietario della macchina e non del campo, con l’unico pensiero forse, di “divorare” metri quadrati e di non rovinare la macchina.
Pensieri simili a quelli del proprietario, assente all’operazione, impegnato forse a valutare il profitto.
Quanto sono distanti questi uomini
da quelli che ho descritto, di quel
“mondo” di sessant’anni fa, molti ancora vivi, tutti così diversi, tutti forse
così incolpevoli, vittime i primi e gli
ultimi di una società divoratrice, come
la mietitrebbia.
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Anno XVIII N. 3
N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Le emozioni della musica
Come restiamo estatici davanti a un artista che canti,
Prove, controprove, applausi! Cosa ci donano gli
così ci sentiamo davanti a chi sa trarre suoni melodiosi da uno strumento. È logico pensare che dopo la
voce umana, i primissimi strumenti fossero a percussione; il
battere dei piedi o delle mani era
la primitiva funzione ritmica della musica. Si sono poi aggiunti
strumenti a fiato, strumenti a
corda.
L’arpa, per esempio, era conosciuta dagli Egizi e dagli Ebrei.
Si dice che anche Achille placasse la sua “ira funesta” suonando la cetra inventata da Mercurio.
Il cristianesimo trasse dalla tradizione pagana ed
ebraica quanto gli conveniva. Nacque così il canto liturgico.
Nel Medioevo, coi trovatori, nasce il canto profano.
Carducci ne immortalò il più celebre: Jaufrè Rudel.
Fu nel XIV secolo che la musica strumentale ebbe il
suo massimo sviluppo. I Greci avevano anche una scrittura musicale: con le lettere indicavano l’altezza dei
suoni e, la durata, con segni.
Fu un abate di Cluny a indicare le prime sette note
dall’alfabeto latino. Ma fu Guido d’Arezzo, prima del
Mille, a desumere le prime note della scala, dalle prime sillabe di un Inno a San Giovanni, e ad adottare il
rigo a quattro righe. Nei Paesi anglosassoni le note si
indicano con le lettere dell’alfabeto.
Fra gli strumenti, il regno del clavicembalo fu lungo
e glorioso, basterà ricordare: Domenico Scarlatti,
François Couperin, Sebastian Bach… Ma, lo strumento perfetto per suono, forza e dolcezza fu il pianoforte che, attraverso i suoi successivi perfezionamenti,
è diventato lo strumento che tutti conosciamo.
Dagli strumenti ad arco il derivato ideale fu il violino. Questi gli strumenti. E i compositori?
Il compositore deve trovarsi in un particolare stato
di grazia per arrivare a descrivere il tema prescelto,
è l’ispirazione che illumina la mente dell’artista e gli
fornisce il motivo.
Dalla partitura nascono le parti per i singoli strumenti: quanti? In una grande orchestra moderna anche più di quaranta.
artisti con la loro arte! La musica fa volare attraverso
la vita, ci percorre come un brivido, risveglia emozioni.
Pensiamo alla realtà sonora di
alcune composizioni che ci parlano di mare, di pianeti, di montagne, un universo di note. La
musica impressionistica di Debussy, l’effervescenza di un valzer! Quante volte un bel film è
tutt’uno con la colonna sonora?
Come la pittura, la musica si
fa contemporanea, trova nuove
espressioni. L’arte si trasforma
e s’adegua al nuovo sentire dell’uomo d’oggi.
Il mondo moderno è rumore e introduce il rumore
nella musica. Un giovane compositore americano ha
messo in musica i rumori notturni di Central Park, ha
metabolizzato in musica il rumore della locomotiva
Coast to Coast. Anche il silenzio è “musicato”, quello
profondo e assoluto del deserto. Oggi si fanno registrazioni di habitat primordiali: foreste equatoriali,
boschi, paludi…
Questi ascolti si propongono nei musei, nelle gallerie d’arte contemporanea, ai festival di musica sperimentale per sensibilizzare quelle industrie che della
Natura si servono senza preoccuparsene troppo.
Da quando l’uomo ha imparato a guardare in alto,
ha creato mirabili graffiti, ha percorso un lungo cammino verso capolavori assoluti.
Gianna Guazzoni
Guido d’Arezzo
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
L’angolo di Marilina
a cura di Marilina Bortolozzi
D. Ti invio la foto della mia camera da letto, che
vorrei modificare per renderla più funzionale e per
darle una maggiore personalizzazione.
L’armadio non è più addossato alla parete, ma funge da divisorio e da testata del letto. Dietro si è venuto così a creare un piccolo spogliatoio.
Crea un gioco di specchi: le sottili strisce di specchio fanno apparire il locale molto più grande.
R. Prova semplicemente a cambiare la disposizione
dei mobili e poi fai una “cura di bellezza” a base di
stoffe e specchi.
Perché?
di Gianna Guazzoni
“Io non ho talenti straordinari. Sono solo appassionatamente curioso”. Albert Einstein
Perché la ruota gira?
Perché vi è sempre una forza che mette in moto le
cose.
La ruota della bicicletta gira per la forza delle vostre
gambe. Quando cessate di pedalare la resistenza dell’aria ne frena il moto.
Se siete in discesa, l’attrazione terrestre sarà più forte di tale resistenza, si dovrà allora ricorrere a una
forza esterna, i freni.
Perché battiamo le palpebre?
Quando l’occhio è aperto, è soggetto ad asciugarsi
ed è esposto alla polvere. Noi, così, lo laviamo.
Vi è una ghiandola lacrimale che produce lacrime,
quando l’occhio è asciutto
o sporco di polvere ne avverte il cervello che, con un
battito, fa sgorgare la lacrima che pulisce.
Perché un rumore forte può spezzare un vetro?
Perché deriva da vibrazioni violente
e irregolari che generano ampie
onde nell’aria, che ha peso e consistenza come qualunque altra sostanza.
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Anno XVIII N. 3
La moda di Roberta
Ci risiamo! Piove a dirotto, fa freddo ed io sono qui
a suggerirvi qualche idea per l’estate che... verrà?!!!
È vero, i giornali di moda sono già pieni di sole, di
colori e di belle soluzioni e gli stilisti hanno già fatto le
loro sfilate per l’estate ed io, che sono in difficoltà, vi
trascrivo, per il momento, quello che ho letto su Grazia: “Rivoluzione colorata nel guardaroba estivo, tutto giocato su tinte audaci, righe protagoniste e dettagli fluo. Si va dal blu tuareg (come detto nel numero
precedente) all’arancione vitaminico, portati in modo
nuovo. In alternativa, fantasie shock che danno vita
ad una nuova sensualità, abiti fluidi ed orientalismi e
non mancano i fiori, il minimalismo urbano, i pizzi
stile corredo, l’abito caftano che regala una nuova
libertà al corpo; insomma la bella stagione è frizzante, energetica, solare. E voi siete pronte a uscire allo
scoperto?”
In poche parole, la libertà più assoluta nella scelta,
ma attente a non esagerare, attente allo specchio e
quindi al vostro... buon gusto.
Comunque, quest’anno basta una T-shirt per sentirsi “vestite” soprattutto in estate, a volte basta soltanto una maglietta.
Ma attenzione, via scritte, stampe e slogan.
È il momento delle magliette bon ton, sempre perfette come un “little black dress” monocolore o con
piccoli decori, a righe, a pois o a fiori.
Ve ne darò un piccolo esempio.
Portate con jeans, gonne lunghe e fruscianti di un
tessuto fantasia e leggerissimo, in ogni modo la Tshirt che ci piace oggi è quella senza scritte, senza
foto e senza facce!
Blazer - gilet, uno dei pezzi più convincenti: la giacca senza maniche in evoluzioni audaci, fino a diventare miniabito, spolverino lungo al ginocchio o giacca
tailleur da indossare sopra abiti leggerissimi, minimali
o gonne lunghe o corte di pizzo o fiorate.
Un nuovo aggettivo del vestito? Fluttuante! Come
per esempio la camicia bianca allungata, fantasiosa
e romantica che può diventare l’abito che vuoi; pizzi
e lino bianco anche per le borse - -sacche al crochet,
sabot in legno, sandali con o senza tacchi, infradito
sempre.
L’abito nel disegno - collage è una fantasia viola e
grigio.
Buona estate!
Roberta Campo
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Ricordi degli anni cinquanta...
Per me il colmo della gioia era andare con la nonna, a fine estate, a
trovare la zia Nicoletta al “Cao”, località ai piedi del promontorio di Punta San Martino, dove attualmente
sorgono le case del porticciolo.
La casetta di questa zia, sorella di
mio nonno, era una vecchia costruzione di campagna in pietra, priva di
acqua corrente e forse anche di luce
elettrica.
Si ergeva nei pressi di un bunker della seconda guerra mondiale, all’ombra di un albero di fico che, per la
mia statura di allora e non per le sue reali dimensioni, ricordo molto grande. Questa visita non era piacevole solo per l’amenità del luogo, che si affacciava su
un mare limpido, punteggiato di scogli e di barche di
pescatori! Le cose che maggiormente suscitavano interesse in me, bambina golosa, erano essenzialmen-
Una tazza
di amicizia
L’amica Sylvie Saltet, in passato studentessa e
docente Unitre di Lingua Francese, ci scrive dal
Villers - Cotterêts, comune francese della Piccardia, dove si è trasferita lo scorso anno, una bellissima lettera, di cui con piacere riportiamo un passo significativo.
“Sapeste come mi manca l’Unitre! Che gioia era
alzarsi al mattino e fare qualche passo fuori casa
per andare a prendere una tazza di amicizia al
corso di Francesca. Senza questo corso non avrei
mai incontrato un giapponese!!!”.
Sylvie ci invita anche a riflettere sul dramma delle
immigrazioni clandestine con la poesia che trascriviamo a lato.
Nel salutare tutti ci ringrazia per l’affetto che ha
respirato ad Arenzano. Promette anche di venirci
a trovare e si propone per un minicorso intensivo
di Lingua Francese, tra settembre - ottobre. Grazie Sylvie, accettiamo senz’altro e ti aspettiamo.
Un caloroso saluto da tutti NOI.
te due: i fichi dolci che mi offriva la
zia appena arrivavo e l’acqua freschissima, attinta direttamente dal
pozzo con un secchio di alluminio.
A parte la bontà dei fichi maturi,
su cui penso siano tutti d’accordo,
mi preme soprattutto ricordare il piacere provato nel bere quell’acqua
limpida e fresca del pozzo. Mi veniva offerta con un semplice mestolo
da cucina, su cui poggiavo con avidità le labbra, per
placare la sete in giornate ancora calde e soleggiate...
Ricordo che in quei momenti piacevolissimi mi riusciva difficile credere agli insegnamenti della mia
maestra, la quale amava ripetere spesso (o forse era
una frase che mi colpiva particolarmente?) che l’acqua oltre ad essere incolore e inodore, è anche
insapore!
Fiorenza Torella
Immigrazioni clandestine
Colme di pianti e di disperazione
spariscono tra i flutti le “carrette”
inghiottite dal mare “forza sette”
con morti senza pace né orazione...
Verso questi fratelli, ogni Nazione
dovrebbe porgere un po’ più le mani
e prestar più sollecita attenzione:
sono pur sempre degli esseri umani!
Che siano bianchi, neri o musulmani
sono fratelli meno fortunati;
dovremmo cogliere il grido d’aiuto…
Ma se al richiamo il cuore resta muto
dico: non meritiamo d’esser nati
dove abbiamo ogni bene a piene mani.
Vittorio Zucca
da “Con lo sguardo perso a lontani orizzonti versi in rima”, ed. PTM
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Anno XVIII N. 3
Ricette estive
Nei mesi caldi…. “i piatti freddi” sono un’ottima soluzione dal punto di vista organizzativo:
c’è il vantaggio che si possono preparare in anticipo e gustare poi con gli ospiti senza
doversi assentare per recarsi ai fornelli.
INVOLTINI DI BRESAOLA E CAPRINO
(per 4 persone)
300 g di insalate assortite (indivia belga, soncino, lattuga variegata, rucola), una carota
100 g di bresaola a fette
80 g di formaggio caprino (per i più golosi: metà
caprino e metà mascarpone)
5 cucchiai di olio d’oliva extravergine
2 cucchiai di succo di limone
2 fette di pane a cassetta
Sale e pepe
Privare della crosta le fette di pane e dividere la
mollica in cubetti e farli tostare al forno.
Pulire e lavare le insalate e asciugarle delicatamente con un canovaccio, tagliare a rondelle la carota
oppure a listarelle.
Stendere le fette di bresaola sopra un tagliere, spalmarvi sopra uno strato leggero di caprino, poi arrotolarle formando degli involtini e porli in frigorifero.
Mettere in una ciotolina un pizzico di sale e il succo
di limone, aggiungere l’olio, un pizzico di pepe e sbattere con una forchetta gli ingredienti fino a ottenere
una salsa emulsionata.
Disporre le insalate sul piatto di portata, distribuire
le rondelle di carota condite con la salsa di olio e limone e adagiarvi sopra gli involtini di bresaola, aggiungere i crostini di pane tostati e servire.
FRISELLE con pomodoro e origano
Otto friselle
300 g di pomodori sodi e maturi
un mazzetto di origano
1,5 dl. Olio extravergine di
oliva e sale quanto basta.
Scottare i pomodori in acqua in ebollizione, scolarli in acqua fredda, scolarli di
nuovo, privarli della buccia e dei semi e tagliare la
polpa a dadini, poi metterli in una ciotola e aggiungere le foglioline di origano.
Infine condire con un pizzico di sale e con l’olio.
Immergere brevemente le friselle in acqua fredda e
scolarle. Spennellarle con l’olio rimasto, distribuirvi
sopra il composto di pomodori e disporli sul piatto di
portata.
GELO D’ANGURIA (per 6 – 8 persone), tempo di
preparazione circa un’ora oltre il tempo di riposo
2 kg d’anguria
6 - 8 g di amido di mais
100 g di zucchero
qualche goccia di essenza di
vaniglia
un pizzico di cannella in polvere appena macinato oppure 2 gocce di essenza di cannella
2 gocce di essenza di gelsomino
Per decorare 20 g di cioccolato fondente
Attrezzatura: 6 - 8 stampini scannellati
Questo dolce, secondo un’antica tradizione palermitana, viene preparato a ferragosto, in occasione
della festa dell’Assunzione di Maria Vergine.
Privare l’anguria della buccia, eliminare i semi interni, ricavare qualche listarella per la finitura e tenerla da parte, dividere la polpa rimasta a pezzetti,
passarla al passaverdura (oppure centrifugarla) e pesare un litro di succo.
Mettere l’amido di mais in una ciotola, aggiungervi
un poco di succo d’anguria e stemperarlo mescolandolo con una frusta, versarlo in un tegamino, aggiungere lo zucchero, il succo d’anguria rimasto e mescolare fino a ottenere un composto omogeneo.
Porre il tegame su fuoco moderato, portare a ebollizione, mescolando continuamente e, quando il composto si sarà rappreso, toglierlo dal fuoco e farlo
intiepidire un poco mescolandolo di tanto in tanto.
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N.O.I. nuovi orizzonti insieme
Unire infine la cannella in polvere, l’essenza di va-
Il Bicerin di Cavour
niglia e di gelsomino.
Versarlo negli stampini e conservarli in frigorifero
Nel 1700 la prima colazione
almeno per due ore.
Al momento di servire capovolgere i dolci sui singoli piatti e decorarli a piacere con le listarelle d’anguria tenute da parte e con il cioccolato tritato.
dei torinesi era la “Bavareisa”,
CESTINI CON CREMA di parmigiano e porri (per quattro persone)
250 g di pasta brisèe
1 porro
2 uova
40 g di parmigiano grattugiato
4 cucchiai di panna
3 cucchiai di olio di oliva extravergine, burro e sale
Stendere sottilmente la pasta e ritagliarla in 4 dischi da 15 cm ciascuno.
Imburrare esternamente 4 stampini da 10 cm, sistemare sopra di essi i dischi, in modo che prendano la forma di un cestino e cuocerli per 10 – 15
minuti in forno caldo a 180 ° C.
Pulire il porro eliminando la parte verde, le foglie
esterne e la radice, tagliarlo a rondelle sottili e rosolarlo in un tegame con l’olio: unire poca acqua,
salare leggermente, coprire e fare cuocere fino a
quando le rondelle risulteranno tenere.
Sbattere le uova con la panna, poi unire il parmigiano e una presina di sale e mescolare bene in
modo da amalgamare gli ingredienti.
Estrarre gli stampi dal forno e lasciare intiepidire,
poi staccarli dagli stampini e lasciarli raffreddare;
riempirli infine con le rondelle di porro e il composto
di uova e passarli in forno caldo a 180°C per una
decina di minuti.
Edda Sinesi
una bevanda a base di caffé,
cioccolato e latte, che un secolo dopo si chiamerà “Bicerin” (piccolo bicchiere) e
avrà un successo straordinario, dando il suo nome al locale in cui veniva servita
con alcune varianti nella preparazione: caffé caldo
sul fondo di un bicchiere di cristallo sottile da vino
rosso, poi uno strato di cioccolata calda, poi uno strato di panna fredda.
Il “bicerin” era la bevanda preferita da statisti come
Cavour (ancor oggi qualcuno lo chiama “bicerin ‘d
Cavour”) e Giovanni Giolitti, ma anche da filosofi come
Friedrich Nietzsche che ne apprezzava molto lo straordinario equilibrio dei gusti.
La storia del bicerin è strettamente intrecciata a
quella del “Caffé Al Bicerin”, in piazza della Consolata, il più storico (risale al 1763) locale torinese, in cui
tra arredi in legno, vetrine e atmosfera “d’antan” si
degusta la versione originale di questa deliziosa bevanda a base di cioccolata, caffé, panna e latte.
Ingredienti per 4 persone
1 litro di latte intero
70 g di cioccolato fondente
200 g di zucchero
Panna montata e caffè a piacere
In un pentolino mettete il cioccolato fondente ridotto a scaglie e un po’ di latte tiepido. Fate riscaldare a
fuoco basso, senza mai portare ad ebollizione se volete che si conservi tutto l’aroma del cacao. Quando il
cioccolato si è ammorbidito, amalgamate il composto
lontano dal fuoco con l’aiuto di una spatola di legno e
aggiungete il resto del latte, sempre tiepido, a cucchiaiate. Aggiungete lo zucchero, mettete di nuovo
sul fuoco, mescolando con cura fino ad ottenere una
crema omogenea, priva di grumi e piuttosto densa.
Travasate in un bicchiere la cioccolata, versateci
sopra il caffé bollente e aggiungete un po’ di panna
montata in cima.
Il bicerin va servito caldissimo, in un bicchiere trasparente, in modo che si possano vedere i diversi strati
degli ingredienti.
Memorandum
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I maggio 2011, ore 10,45: Sala Consiliare, il poeta Roberto Mussapi presenta il suo libro L’incoronazione
degli uccelli nel giardino, a cura del Premio di Poesia “Città di Arenzano”.
3 maggio 2011, ore 21 al Teatro Gassman di Borgio Verezzi, in occasione del nono Festival Teatrale
Unitre, la nostra compagnia “la Panchina” andrà in scena con la commedia di Michel Tremblay “LE
COGNATE”.
7 maggio 2011: Parco di Arenzano (ore 16,30) e Sala Consiliare (ore 17), reading poetico “Poesia
come un albero”.
Dal 3 maggio 2011 il segretariato viaggi aprirà le prenotazioni per il viaggio in BASILICATA che si
realizzerà dal 31 agosto al 5 settembre 2011. In considerazione delle vacanze estive, gli interessati
sono pregati di iscriversi durante il mese di maggio ad Arenzano e Cogoleto e nel mese di giugno solo
ad Arenzano a villa Mina, il martedì ed il mercoledì mattina dalle ore 10 alle 12 (informazioni dettagliate
su Noi Informa).
13 maggio 2011: Visita guidata “Il Porto, cuore di Genova” La mattinata sarà dedicata alla visita del
sottomarino Nazario Sauro e del Museo Galata.
14 maggio 2011, ore 16: Auditorium Santuario S. Bambino di Praga ad Arenzano. Pomeriggio musicale
con l’intervento del coro Unitre “Eco del Mare” diretto da Ada Bongiovanni e accompagnato al piano da
Anna Venezia.
20 maggio 2011: Termine delle lezioni nei corsi e laboratori.
24 maggio 2011 ore 16,00: Festeggeremo i nostri Docenti all’Agriturismo VALDOLIVO a Cogoleto
località Capuà 3.
27 maggio (pomeriggio) e 28 maggio 2011: Nella nostra sede di Villa Mina ad Arenzano Mostra dei
lavori realizzati nei laboratori Unitre durante l’anno 2010/2011.
29 maggio 2011 ore 16,00: Festeggeremo la chiusura dell’Anno Accademico a Villa Maddalena ad
Arenzano.
Escursioni:
1 maggio 2011
Basanata Scarpeggin
15 maggio 2011
Punta Mesco
22 maggio 2011
Giornata escursione F.I.E.
Spettacoli Carlo Felice: Opera Madama Butterfly di Giacomo Puccini
21 maggio 2011, turno F - 22 maggio 2011 turno C
Dal 4 al 11 giugno 2011: Viaggio “Francia Atlantica di Sud Ovest (AQUITANIA)”. Prenotazioni in segreteria
ad Arenzano e Cogoleto (informazioni dettagliate su Noi Informa).
Dal 13 al 18 giugno 2011: Saranno aperte le preiscrizioni all’anno accademico 2011/2012, riservato
agli iscritti Unitre degli anni precedenti, presso la segreteria di Arenzano, Villa Mina, dalle ore 9 alle 12.
18 giugno 2011, ore 21, al Grand Hotel: Premio di Poesia “Città di Arenzano”
A partire dal 13 settembre 2011 saranno aperte, a tutti, le iscrizioni all’anno accademico 2011/2012
presso le segreterie di Arenzano e Cogoleto.
Stampato dalla Grafica L. P. Genova - maggio 2011
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NOI Maggio - UNITRE Arenzano Cogoleto