Inserto della rIvIsta ComunItàItalIana - sotto l’egIda deI dIpartImentI dI ItalIano delle unIversItà pubblIChe brasIlIane
Suplemento da Revista Comunità Italiana. Não pode ser vendido separadamente.
ano VII - numero 61
Per Pavese
dopo cento anni
Gennaio / 2005
2
gennaio / 2009
Istituto Italiano di Cultura
Editora Comunità
Rio de Janeiro - Brasil
www.comunitaitaliana.com
[email protected]
Direttore responsabile
Pietro Petraglia
Coordinatori
Fabio Pierangeli
Direttori
Roberto Mosena
e Serena Maffìa
Grafico
Alberto Carvalho
Copertina
Riproduzione
ComItato dI redaZIone
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Arcangelo Carrera; Cristiana Cocco
(UFF); Cristiane Magalhães; Doris
Natia Cavallari (USP); Ernesto Livorni
(Wisconsin-Madison); Esman Dias
(UFPE); Fabio Andrade (UFPE); Fabrizio
Fassio; Flora De Paoli Faria (UFRJ);
Francesca Papi; Giovanni Zambito;
Giuzy D’Alconzo; Hilário Antonio Amaral
(UNESP); Katia d’Errico; Laura Pacelli;
Livia Apa (Istituto Orientale di Napoli);
Maria Lizete dos Santos (UFRJ); Maria
Pace Chiavari (IIC-RJ); Mauricio Santana
Dias (UFF); Paola Micheli (Siena); Paolo
Spedicato (UFES); Sonia Cristina Reis
(UFRJ); Wander Melo Miranda (UFMG)
ComItato edItorIale
Affonso Romano de Sant’Anna; Alberto Asor
Rosa; Beatriz Resende; Dacia Maraini; Elsa
Savino; Everardo Norões; Floriano Martins;
Francesco Alberoni; Giacomo Marramao;
Giovanni Meo Zilio; Giulia Lanciani; Leda
Papaleo Ruffo; Luciana Stegagno Picchio;
Maria Helena Kühner; Marina Colasanti;
Pietro Petraglia; Rubens Piovano; Sergio
Michele; Victor Mateus
gruppo dI traduZIonI
Antonella Genna; NUPLITT - Núcleo de
pesquisa em literatura e tradução da UFSC
(Universidade Federal de Santa Catarina):
Andréia Guerini, Cláudia Borges de Faveri,
Marie-Hèlene C. Torres, Mauri Furlan,
Walter Carlos Costa e Werner Heidermann.
I mattini passano chiari daVerrà
la morte e avrà i tuoi occhi
30 marzo 1950
I mattini passano chiari
e deserti. Così i tuoi occhi
s’aprivano un tempo. Il mattino
trascorreva lento, era un gorgo
d’immobile luce. Taceva.
Tu viva tacevi; le cose
Vivevano sotto i tuoi occhi
(non pena non febbre non ombra)
Come un mare al mattino, chiaro
Dove sei tu, luce, è il mattino.
Tu eri la vita e le cose.
In te desti respiravamo
Sotto il cielo che è ancora in noi.
rICerCa
non pena non febbre allora,
Federico Bertolazzi; Nello Avella; Rino
Caputo; Università Roma II “Tor Vergata”
non quest’ombra greve del giorno
esemplarI anterIorI
affollato e diverso O luce, chiarezza lontana, respiro
Redazione e Amministrazione
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Centro - Niterói - RJ - 24030-050
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Mosaico italiano è aperto ai contributi
e alle ricerche di studiosi ed esperti
brasiliani, italiani e stranieri. I collaboratori
esprimono, nella massima libertà, personali
opinioni che non riflettono necessariamente
il pensiero della direzione.
sI rIngraZIano
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Rio de Janeiro, UFBA, UFF, UFRJ, IIC, USP.
stampatore
Editora Comunità Ltda.
ISSN 1676-3220
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Cesare Pavese
affannoso, rivolgi gli occhi
immobili e chiari su noi.
E’ buio il mattino che passa
senza la luce dei tuoi occhi/
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Pavese
cent’anni
A
cento anni esatti dalla nascita, avvenuta su
quelle che rimarranno
le sue colline, fonte primaria
di ispirazione, nelle Langhe
a Santo Stefano Belbo, il 9
settembre 1908, ancora di
recente, l’autorevole italianista e critico militante, Giulio
Ferroni, in preparazione di un
convegno romano alla Casa
delle Letterature per i cento
anni dalla nascita nel marzo
del 2008, testimoniava della
necessità di leggere Cesare
Pavese allontanandosi da un
effetto bruciante e annichilente del primo impatto dell’adolescenza e della giovinezza.
Personalità di diverse generazioni, confessavano della
difficoltà di confrontarsi con
quello scrittore, furiosamente
legato alle ansie di una età
trascorsa, a domande a cui,
con rude maturità, si è dovuto
rispondere una volta per tutte,
oltrepassandole.
Si tratta di evitare, insomma, un possibile terremoto
interiore.
Nel frattempo, abbattute
ostilità varie, da Moravia agli
integralisti di partito, studi ed
edizioni accurate donano a
Pavese il profilo che gli spetta,
quello di un classico del Novecento per lo stile, la lingua,
l’inconfondibile voce narrativa e poetica, per il lavoro editoriale e di traduttore. Si pensi
all’edizioni curata dal compianto Marziano Guglielminetti e da Mariarosa Masoero,
A cura di Mosaico
dei Romanzi e Racconti per la
prestigiosa Pleiade Einaudi,
alla monumentale bibliografia della critica, a cura di Luisella Mesiano, Cesare Pavese
di carta e di parole, Edizioni
dell’Orso.
Rileggere oggi Pavese e
le sue biografie, da quella
storica di Lajolo Il vizio assurdo, riedito da Daniela
Piazza editrice in Torino,
a cura della figlia Laurana,
costruito sulle testimonianze degli amici, su materiali
allora sconosciuti, provenienti dal famoso “baule”
conservato dalla sorella Maria fino a quella più recente
di Lorenzo Mondo, edita da
Rizzoli, Quell’antico ragazzo, ci pone di fronte a quelle
domande radicali al centro
dell’esperienza artistica, civile, umana, intellettuale di
Cesare Pavese: ci conduce
a rileggerlo nella estrema
complessità del “classico”
si pensi almeno alla Casa
in collina (la guerra civile
osservata da un intellettuale incapace di prendere le
armi) e La luna e i falò, appunto, con le sue grandezze
e le sue fragilità, capace di
affrontare nodi come ispirazione, destino, pienezza, felicità, amore assoluto
nelle vicende di personaggi
quotidiani e nelle asprezze
del diario. Se è necessario
considerare la letterarietà
classica di Pavese, altrettanto necessario non ridurlo
al silenzio dell’erudizione
(elementi del resto, che si
sposano “naturalmente” in
studi seri: basti citare i lavori di Anco Marzio Mutterle
tra cui Le bacche di Leucò).
La tensione centrale del suo
compitodi scrittore rimane
il tentativo di unire in un
unico stile narrativo veloce,
spezzato, ritmico sul modello della letteratura americana il piglio vivacemente
e furbescamente realistico
alla profondità dei sensi del
mito, come archetipo necessario e tragico, con cui leggere anche l’esperienza contemporanea, in particolare il
dramma della guerra:
«Parlare con la gente, bisogna, capirli, sapere quel che
ognuno vuole. Tutti vogliono
qualcosa nella vita, vogliono
fare qualcosa che non sanno
mai bene. Ebbene, in questa
voglia c’è Dio», afferma Pieretto nel XIV capitolo del Diavolo sulle colline. E Poli, nel
XX«Ti fanno paura le parole?
Dagli il nome che vuoi. Io
chiamo Dio l’assoluta libertà
e certezza. Non mi chiedo se
Dio esiste: mi basta esser libero, certo e felice, come Lui».
“Voglia”, come ben sa
il lettore di Pavese, chiama
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fragilità, leggerezza, vizio,
inadattamento ai ritmi della
città, del lavoro adulto, della
maturità. Rosetta, in Tra donne sole, ne muore, proprio
davanti a quelle radici lontane, immemori e dimenticate, dentro all’effimero tenero
della ricerca di successo («il
curioso era stata l’idea di affittare uno studio da pittore,
farci portare una poltrona,
nient’altro, e morire così davanti alla finestra che guardava Superga»): «e si chiedevano come può darsi che chi
come Rosetta ha tanto bisogno di vivere, voglia morire.
Qualcuno diceva che il suicidio andrebbe proibito».
Per ragioni storiche ed individuali la “storia” di Pavese descrive lo sradicamento
esistenziale che diverrà poi
epocale (la pasoliniana scomparsa delle lucciole) da quei
valori di sanità contadina e
naturale rappresentati, con il
vigore del comunista contadino dal Nuto de La luna e i
falò, struggente romanzo di
un impossibile ritorno al paese dell’infanzia e del mito,
che si chiude, come si apriva
la intensa e breve stagione
dello scrittore, con una ascesa
sulla collina, appreso al Cugino, nella splendida lirica di
Lavorare stanca, le poesie racconto dell’esordio pavesiano,
Mari del sud. Proprio il salire
sulla collina accompagnati
da una guida o in solitudine
diviene l’immagine centrale
si una ricerca esistenziale e
stilistica. Forse lì, come per
Esiodo, abita l’inafferrabile
dea della Memoria
Nel frammento dedicato
ad Odisseo, nei Dialoghi con
Leucò, il libro più caro a Pavese, in cui lo scrittore attraverso il linguaggio noto del mito
greco insegue gli archetipi
fondanti dell’esistenza uma-
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na, L’isola, si legge: «Quello che cerco l’ho nel cuore
come te».
L’amore come assoluto,
la potenza ammaliatrice del
vizio, la ricerca della carità
umana, la scoperta delle radici contadine e di esserne
lontano, l’attesa della gloria
e lo scoprirla effimera, restano i punti essenziali della
esperienza artistica di Pavese,
riassunti tutti in quella ricerca delle libertà testimoniata
fedelmente, fino alla morte,
da Pavese come scrive Davide Lajolo.
«Questa ansia di libertà
che si esprime nelle opere di
Pavese spiega ancor meglio
la ragione per cui giovani e
giovanissimi
ripercorrono
tuttora i suoi scritti e vogliono riandare al suo tempo, anche oggi che tante cose sono
mutate e le delusioni patite
da Pavese, fino al gesto irreparabile, sono accresciute»,
scriveva Davide Lajolo presentando il lavoro per la Rizzoli ventiquattro anni dopo
la prima edizione.
L’ansia della “durata” si
descrive in mille modi, da
quelle romantiche posizioni
adolescenziale, alle motivate
descrizioni dei giovani della
Bella estate, che gli valse, nel
1950, prima della morte suicida, la notte tra il 27 e il 28
agosto, in quella che sembra
essere una ribellione al tempo
scandito dalla società borghese, in Pieretto, Poli, Rosetta,
nel tentativo di prolungare
il divertimento oltre il limite simbolico della giornata,
avvertito da Pavese fin dalle
lettere giovanili all’amico Sturani, insieme alla baluginante
volontà di restare oltre il tempo assegnato attraverso l’arte.
«C’è in me- sono le celebri parole di Pavese all’amico
biografo- almeno tanto egoi-
smo quanta generosità, e c’è
sempre esitazione tra fedeltà
e tradimento. Forse soltanto
il mago di Vesime potrebbe
scoprirmi tutto. Nessuno sa:
io non mi confesso né ai preti, né agli amici, anzi, appena
m’accorgo che un amico mi
sta entrando dentro, lo abbandono. Ed abbandono le
donne, quelle che tu chiami
materne, appena mi illudo
che mi vogliono bene. Sono
sempre alla disperata ricerca
di quella che non me ne ha
voluto e non me ne vorrà».
E proprio questa percezione si abbraccia con lo studio
del mito, con i suoi potenti dialoghetti. Da un parte
Odisseo dell’Isola, la “cara
speranza” (la vita e la morte) di Mnemosine, dall’altra
lo schiacciamento, la Belva
donna, i sacrifici umani, la
palude Boibeide, la belluina
cattiveria dell’uomo esplosa
nella guerra civile..
A questa inquieta ferita
della ricerca di un amore
assoluto, per ogni istante,
Pavese opponeva (sentendosene escluso) la dura, laica
(a mio modo di vedere religiosissima) speranza dalla
terra, dalla tradizione, dalla
bellezza del lavoro ben fatto, durissimo, nella lotta per
migliorarne le condizioni,
traducendola, da buon piemontese, nello scrupoloso
lavoro editoriale, imponente, di traduttore, di direttore
di collana (quella viola che
con De Martino istituisce il
fondamento degli studi etnologici e antropologici nella
chiusa Italia del dopoguerra)
e nel mestiere di scrittore. La
ricercata maturità espressa
in sintesi nell’ esergo della
Luna e i falò: «man must endure / his going hence e’ en
as his coming hither. / Ripeness is all.
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Pavese a
Maria Bellonci
A cura della redazione di Mosaico
Pubblichiamo alcune lettere, depositate alla Biblioteca Nazionale di Roma, di Pavese a Maria
Bellonci, la scrittrice nota per il suo salotto di Amici della Domenica da cui prende le mosse,
nel 1949, quello che ancora oggi resta il più ambito e celebre premio letterario, Lo Strega.
Pavese lo ottiene con la Bella estate nel 1950. La relativa tranquillità e la sottile ironia ci
rimandano alle foto del Premio e stridono con le pagine di Diario commentate nell’articolo
seguente, dove lo scrittore,, dolorosamente, contesta il desiderio di gloria accarezzato negli
anni giovanili, accusando l’inconsistenza, di fronte all’inquieta angosciosa che sorride da
sola, al termine di ogni sentimento d’amore e di bellezza. Le lettere riferiscono soprattutto
delle vicende del Premio Salento e testimoniano una fiduciosa amicizia con la Bellonci, il cui
salotto romano è stato, in generale assai critico con Pavese.
24 agosto 1947
via Lamarmora 35
Gentile signora,
credo di esser / stato degno della sua fiducia.
Ho scritto a […]una splendida lettera dove elogiavo lui, la Puglia, il Reame, tutto il Sud.
E va bene. Adesso ho il premio.
A proposito, sa che per contratto le 200.000 ₤ andranno a Giulio Einaudi e non a me? E’
un sacrificio che ho dovuto fargli per indurlo a stampare I dialoghi, anch’essi sotto la stessa
clausola. Inoltre né dal Compagno né dai Dialoghi prendo un soldo di percentuale.
Ho o no il diritto di sostenere che gli scrittori devono essere disinteressati?
Si figuri se non ho piacere che il Compagno peregrini fra le case bianche e cubiche del
Sud. Lei dimentica che sono stato un anno confinato (1935 - 36) in Calabria, dove neppure
mancano albanesi e greci, e qui contrassi amicizia e piansi a lungo in riva al mare. Presto
anzi stamperò un libro dove racconto questa storia. Ma la cosa più bella e di cui ringrazio
Lei e i suoi colleghi con tutto il cuore, è il trionfo del Compagno davanti agli ottimati e al
clero del card. Ruffo.
Questi sono Colpi.
Cordialmente suo
Cesare Pavese
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[1947]
3 sett.
(su carta intestata Einaudi)
Gentile Signora,
io sono stato buono, ma Indraccolo no. Gli ho scritto un verso autografo, ma lui niente.
Insomma, i famosi soldi non si sono visti.
Scrivo a lei, caso mai sapesse precisarmi l’indirizzo di questo benedetto premio, onde
fulminare come sono uso. Capirà in che pasticcio sono. Se non ricevo i soldi, Einaudi è capace di credere che li ho tenuti io - e così farei la doppia figura del poverino e del birbante.
Ah ma perché esistono premi letterari?
La saluto, intanto, caramente e mi scuso, ancora una volta
suo
Pavese
24 mercol.
[marzo 1948]
Cara Signora,
le sono grato di quanto mi scrive per il mio protetto. Si chiama avv. March. David Invrea, abita in Corso Stati Uniti 39, e il suo telefono è il 42712. Io credo che se avrà buone
notizie da dargli, farà bene a telefonargli nella notte dall’8 al 9. Credo che, se sarà il caso,
verrà senz’altro a Roma.
Dovevo sempre rispondere alla Sua cara lettera di gennaio, dove mi parlava dei miei
libri. Sono confuso di tanto interesse. Inutile dire che tutte le mie simpatie vanno ai Dialoghi
e, come certi padri snaturati, vorrei che si dicesse male del Compagno per esaltare l’altro
e l’altro soltanto. Del premio Strega non so nulla, ma non credo che Einaudi sia per fare la
minima difficoltà. Ricordi comunque, che se le mancano libri-omaggio per i giudici li può
chiedere liberamente in via Uff. del Vicaro 49. Tutto sommato, è più spiccio
Mi auguro di vederla presto, cara Signora, e le faccio molti auguri.
Suo
Cesare Pavese
22 aprile 48
Torino via Lamarmora 35
Gentile Signora,
ho avuto il Suo ultimo biglietto e la ringrazio di tutto ciò che ha fatto e fa per il mio protetto. Visto che ci siamo, e che i rimandi lo hanno un poco allarmato, le pregherei di esser tanto
buona di telefonargli o telefonargli qualcosa non appena deciso, qualunque sia l’esito. Questo
infelice non esce più la sera per attendere notizie del premio, e ciò da quindici giorni.
Probabilmente, in maggio farò una scappata a Roma e sarò lieto di venirla a salutare.
Suo
Cesare Pavese
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4 agosto Torino [1948]
La ringrazio del Suo fulmineo biglietto. Al premio come Lei sa non tenevo gran che, ma
molto invece al benvolere e al ricordo degli amici.
Ma vorrei che questo ricordo potesse manifestarsi in modi meno pubblici. Che cos’ha
di comune l’autore col suo libro? Io credo ben poco.
La ringrazio anche della Candidatura Strega. Mi pare che così come andò, il pr. Str.
Sia andato bene, peccato però che adesso il Salento abbia per sempre distrutto la mia verginità.
Le sarò grato se vorrà ringraziare per me tutti quei giudici che mi hanno favorito e che
se capitassero sotto mano.
Non dubito che ciò avverrà, in quanto leggo e sento che corso Liegi è diventato una
vera sala d’asp[etto] d’Immortali. Augurando d’avere al più presto occasione d’incontrarla la
ossequio e la prego di salutarmi Suo marito.
Cordialmente
Cesare Pavese
9 giugno [1950]
Gentile Signora,
i giornali non mi hanno annunciato niente. Bisogna anche dire che non li leggo. Me
ne ha detto qualcosa Carlo Levi e poi per telegramma (!!) di Muscetta. E va bene. Vedremo
anche questa.
Le sue lusinghiere parole mi fanno arrossire. Visto che è tanto buona, veda di tenermi
divertito a suo tempo. Penso che votandosi il 24 si farà la festa domenica 25, o no? Comunque, non vedo come sarà possibile essere divertito in tempo per partire dopo la votazione.
A lei il problema.
Io intanto la ringrazio ancora e sono il suo devoto
Cesare Pavese
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8
«E poi?».
Ritorno a
Pavese
«P
er me la collina resta tuttora un paese
d’infanzia, di falò e
di scappate, di giochi». (La
casa in collina XXIII e ultimo
capitolo).
Un «paese d’infanzia»,
quasi che Cesare Pavese aves-
8
Fabio Pierangeli
se lasciato lì il «cuore», e volesse andarlo a riprendere.
«Il cuore di ciascuno di noi
è attesa di una felicità vera, e
vera vuol dire che corrisponde
al cuore. È attesa di un compimento, per sempre. “Forse
qualcuno ci ha mai promes-
so qualcosa? E allora perché
aspettiamo?” scriveva Cesare
Pavese nei suoi diari. Perché
aspettiamo? Se il cuore aspetta, vuol dire che Qualcuno
ci ha promesso qualcosa. È
grande cosa questa promessa
per ogni uomo».
Pavese trova un’immagine
suggestiva e vera per descrivere l’attesa originaria:
«Ma tutti i pazzi, i maledetti, i criminosi sono stati bambini, hanno giocato
come te, hanno creduto che
qualcosa di bello li aspettasse». (Il mestiere di vivere, 9
dicembre 1945).
Anguilla, protagonista de
La luna e i falò, ritorna al paese d’infanzia dopo aver fatto
fortuna in America per vedere se veramente «qualcosa
di bello» lo attende dopo
tutti quegli anni in giro per il
mondo.
Prima ancora, in limine
all’opera di Pavese, nella lirica I mari del sud, il cugino
si stabilisce, taciturno, in quel
piccolo borgo di collina da
dove era partito, dopo aver
visto le isole più belle del
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mondo. Sono il primo e l’ultimo dei personaggi di Pavese
che come tanti altri salgono la
collina e si girano a osservare
il tempo che è passato.
Nessuna esperienza fuori
dal «paese d’infanzia» è stata
sufficiente a riempire il desiderio di felicità del cuore.
Il paese, la collina, rimette davanti quella promessa,
il «cuore», che ora sembra la
più grande illusione.
Rileggiamo per intero la
frase accennata precedentemente, Il mestiere di vivere,
27 novembre 1945:
«Come è grande il pensiero che veramente nulla a noi
è dovuto. Qualcuno ci ha mai
promesso qualcosa? E allora
perché attendiamo?
Eppure è semplice. Quando non si resiste più, si muore. E voilà».
«E voilà». Nel Mestiere
di vivere sono moltissime le
espressioni di questo tipo tra
l’ironico e il tragico, tra la
speranza e lo scetticismo anche cattivo, rabbioso.
E poi?, E con questo? Ebbene? le più usate. Ogni avvenimento importante («il
mio più alto trionfo») segna
un limite, non raggiunge mai
la pienezza sperata. Costringe a dire E poi? o Valeva la
pena? espressione analoga
che troviamo ripetutamente
nei romanzi e nelle poesie.
Ecco un’altra espressione del
diario, 18 dicembre 1937,
che sembra preludere, per
lucida profezia, alle marmoree sentenze delle ultime
due annate:
«C’è una cosa più triste
che fallire i propri ideali: esserci riusciti».
Quando Pavese raggiunge
i propri ideali, per lo meno
professionalmente, nel successo dei suoi libri e con la
vittoria al Premio Strega nel
9
Cinquanta, troviamo le formule consorelle a «E voilà»
ed «E poi?» che, grilli parlanti, ricordano la verità inflessibile della formula del ‘37.
Anche un amore intensissimo lascia, a posteriori, questa tragica consapevolezza,
dopo aver illuso di scalare i
gradini del successo. Pavese
è ben consapevole di gettarsi
in ogni nuova avventura, «tagliando i ponti dietro le spalle», senza rete di protezione.
Dopo l’ennesimo fallimento
sessuale scrive:
«Il dolore più atroce è
sapere che il dolore passerà.
Adesso è facile umiliarsi. E
poi?» (Il mestiere di vivere, 27
novembre 1945).
Nel solito consuntivo
dell’annata, in data 1 gennaio 1946, ecco annunciarsi
l’oscillazione tipica di queste
ultime annate; la sete di gloria e la distruzione rabbiosa
di questa nella consapevolezza di non saperla godere,
di aspettare sempre altro, altrove. Come in uno specchio,
un altro motivo ricorrente
corre tra due diversi magnetismi: sei solo e ne sei orgoglioso, (il mito dello stoicismo) eppure hai un disperato
bisogno degli altri, del loro
consenso. La formula questa
volta è «Ebbene?»:
« Sei felice? si, sei felice.
Hai la forza, hai il genio, hai
da fare. Sei solo.
Hai due volte sfiorato il
suicidio quest’anno. Tutti ti
ammirano, ti complimentano,
ti ballano intorno. Ebbene?
Non hai mai combattuto,
ricordalo. Non combatterai
mai. Conti qualcosa per qualcuno?».
Nel consuntivo del 1948,
questa volta affidato al 31 dicembre di quell’anno e non ai
primi giorni del nuovo, come
più consueto, sembra presen-
tarsi come un dio indurito e
celebre, che ha raggiunto i
suoi ideali artistici e professionali. Ma il brano è complesso, di una sincerità spietata. Vale la pena di riprodurlo
per intero:
«Anno serissimo, di definitivo e sicuro lavoro, di acquisita posizione tecnica e
materiale. Due romanzi. Altro
in gestazione. Dittatore editoriale. Riconosciuto da tutti
come un grand’uomo e uomo
buono. Da tutti? Non so.
Difficilmente andrai più
in là. Non credere che tutto
ciò sia molto. Non ci speravi in passato e ti stupisce. Ci
sei giunto cercando soltanto
di lavorare bene e di voglia.
Continua, pronto all’idea che
i frutti saranno magari domani
di cenere. Non deve importartene. Così soltanto espierai
la buona fortuna e te ne mostrerai degno».
Un programma per non
«ricaderci»
che
Pavese
smentirà a volte, ma che saprà dignitosamente portare
alle estreme conseguenze:
cenere. C’è qualcosa di religioso in questa posizione,
paganamente tragica e fatalista, cristianamente in cerca
di una giusta posizione verso
il mistero che dona e toglie
la vita.
Il 19 gennaio la formula
«ebbene?» segue l’orgoglio
di fronte al fioccare delle recensioni positive per Prima
che il gallo canti, ripassando
le smanie dei vent’anni, l’età
in cui si desiderava la gloria,
con rabbia e nostalgia:
«[...] Sognavi altro a
vent’anni? Ebbene? Non dirò
“tutto qui e adesso?”. Sapevo
quel che volevo e so quel che
vale ora che l’ho».
Fedele al modello piemontese e langarolo del lavoratore
taciturno e tosto, si impone di
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ritornare al lavoro, come se
non fosse niente, «domani
darò dentro, come ieri».
Nell’estate il relativo equilibrio tra ambizione, senso
di aver raggiunto una meta,
consapevolezza di non saper
che farsene si incrina di nuovo, preludio di stagione finale
breve e vorticosa, con ascensioni affettive e gioie creative
direttamente
proporzionali
alle depressioni. Il 22 giugno:
«[...] Probabilmente è la
tua stagione più intensa, e comincia a corrompersi - tant’è
vero che te ne accorgi. Che
cosa scopriremo di nuovo cioè, che cosa vivremo, per
poi scoprirlo quando comincerà a puzzare? Verra la fine.
E allora?»
Pavese espone la ben nota
demarcazione tra il vivere
comune e quella speciale
condanna
all’intelligenza
(alla creatività, con punte depressive quando questa non
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è percepita presente) che è
il marchio dei grandi autori
tragici. La formula «E poi?»
cosi grammaticalmente banale, crea lo iato, la frattura tra
l’uomo «pacifico» e l’artista
insoddisfatto:
«C’è gente che questa
maturità, questa efficienza,
questa ricca misura, non l’ha
mai provata. Che cosa sanno
della vita? La vita non è che
questo. E poi? La felicità della pesca, del grappolo d’uva.
Chi gli chiede più in là? Sono
e basta».
In autunno, si accorge di
essere entrato in un giro egotistico da cui difficilmente si
rialzerà. Come una gabbia,
con il sentimento di struttivo e in cerca di oltre dell’«E
poi?» a costruirne, per così
dire, le sbarre.
30 settembre:
«Non hai più intimità. Meglio, la tua intimità è oggettiva, è il lavoro (bozze, lettere,
capitoli, sedute) che fai. Ciò è
pauroso. Non hai più esitazioni, paure, stupori esistenziali.
Ti vai prosciugando.
Dove sono le angosce,
gli urli, gli amori dei 18-30
anni? Tutto quanto adoperi
fu accumulato allora. E poi?
Che si farà?».
16 ottobre:
«Esiste qualcuno oltre a
te? Non parli che di te e del
tuo lavoro. Siamo tornati a
una posizione infantile di
prima di scoprire il mondo
(adolescenza), quando si era
se stessi e il proprio gioco e
nient’altro. Qualcosa si chiude. E poi?».
Di questo ritorno all’infanzia, però, si gode. In modo
unico in questi mesi. Nella
stessa giornata appunta di
aver finalmente trovato il titolo presentito da sedici anni, il
racconto del paese, lo scavare la memoria ancestrale: La
luna e i falò.
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E ancora si accorge di essere definitivamente in gabbia, tra due sentimenti già
altrove delineati: la depressione dell’inconsistenza e la
febbrile e potente onnipotenza della creazione che riporta
alla luce il segreto interiore
custodito nei gesti dell’infanzia/adolescenza, attraverso il
ritmo della parola:
«Quante volte in queste
ultime note hai scritto E poi?
Cominciamo a essere in gabbia, no?»
Nel mestiere di scrittore l’illusione che il «proprio
ideale» soddisfi l’attesa del
cuore può essere più estenuante e lunga, quando l’invenzione di mitologie letterarie, di personaggi, di fantasie, rialzano stupendamente
la qualità del gioco.
Ma «l’ardente sazietà», si
è visto più volte, in una sorta
di progressivo ictus, è pericolosissima. Più si tocca con
mano, più si discende di colpo. L’identico meccanismo
per la gloria letteraria. Quando vince il premio Strega,
il massimo riconoscimento
mondano per uno scrittore,
scrive il 22 giugno 1950, non
rinuncia alla solita formula:
«È una beatitudine. Indubbio. Ma quante volte la godrò
ancora? E poi?
Questo viaggio ha l’aria di
essere per essere il mio massimo trionfo. Premio mondano, D che mi parlerà - tutto
il dolce senza l’amaro. E poi?
e poi?»
E poi? Si ha solo voglia
di tornare. Ma dove? A chi
chiedere perdono del tempo
dissipato in cose «inutili»? La
domanda sul cuore si esprime così nelle ultime, brucianti, pagine del diario, in
quell’agosto di cinquant’anni
fa. Un punto interrogativo al
confine del tempo, del pro-
11
prio tempo, verso un «dopo»
che non c’è, è il nulla:
«Non importano i nomi.
Sono altro che nomi di fortuna, nomi casuali - se non
quelli, altri? Resta che ora so
qual è il mio più alto trionfo
- e a questo trionfo manca la
carne, manca il sangue, manca la vita» (Il mestiere di vivere, 17 agosto 1950).
La carne, il sangue, la vita:
la felicità e la pienezza del
cuore.
Il paese è proprio il luogo dove si intuisce, perduta,
questa pienezza
«Di tutto quanto, della
Mora, di quella vita di noialtri, che cosa resta? Per tanti
anni mi era bastata una ventata di tiglio, la sera, e mi
sentivo un altro, mi sentivo
davvero io, non sapevo nemmeno bene perché».(La luna
e i falò cap.XXVI).
Pavese alla fine della sua
carriera di scrittore, dando
fondo alle immagine più care,
setacciando i suoi ricordi più
intimi, inventa nella Luna e i
falò, la figura di un bastardo
che cerca il suo paese e non
lo ritroverà mai. Cerca il suo
cuore e non lo troverà più.
Senza padre né madre. Il meccanismo del E poi? sorprende
ancora. Anguilla ha fatto fortuna in America può avere
tutte le donne del mondo, ha
visto paesi, sterminate praterie, eppure non gli basta:
«Valeva la pena esser venuto? Dove potevo ancora
andare? Buttarmi dal molo?
[...] Ma dove andare? Ero
arrivato in capo al mondo,
sull’ultima costa, e ne avevo
abbastanza. Allora cominciai
a pensare che potevo ripassare le montagne».
Ma «nulla resiste all’andare del tempo», predice
Calipso ad Ulisse nel dialogo
L’isola, dai commentatori con-
siderato, con tutta evidenza,
la sintesi «mitologica» del romanzo della piena maturità.
Anche per Ulisse si tratta di
accettare un orizzonte molto
più modesto di quello che avverte nella speranza di tornare alla sua Itaca.
Calipso già sa tutto quello
che Anguilla dovrà scoprire,
una volta ripassate le montagne e l’Oceano:
«Calipso: Il passato non
torna. nulla regge all’andare
del tempo. Tu che hai visto
l’Oceano, i mostri e l’Eliso,
potrai ancora riconoscere le
case, le tue case? Odisseo:
Tu stessa hai detto che porta l’isola in me. Calipso: Oh
mutata, perduta, un silenzio[...] Con te nessuno potrà
condividerla. Le case saranno
come il viso di un vecchio. Le
tue parole avranno un senso
altro dal loro».
Nel bellissimo finale, Calipso ripete quasi alla lettera
una frase del King Lear, che
sarà posta in esergo a La luna
e i falò: accettare l’istante è
l’unica saggezza.
Ulisse capisce. È un attimo. Immagino che in quel
momento, prima di rispondere, possa sorridere: «Quello che cerco l’ho nel cuore,
come te».
È grande cosa questo sorriso. «Grande cosa è quello
che ci è promesso». Chi sa se
a Cesare Pavese, in quell’agosto di cinquant’anni fa, sia
tornato alla mente dal punto
lontano, e vicinissimo, della
sua disperazione il «cuore» di
questa attesa. Ha scritto pietà
al volto per lui sconosciuto
della misericordia, prima di
aggiungervi, nell’impossibilità del pianto, la consueta formula del «non esiste»: «Scrivo: o Tu, abbi pietà. E poi?».
(Il mestiere di vivere,18 agosto 1950).
11
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12
Pavese tra
donne sole
I
talo Calvino aveva appena
ventisei anni, ma già poteva prendere in giro l’amico più grande: «E la cosa che
scombussola di più – scrive
per lettera a Pavese – è quella
donna-cavallo pelosa, con la
voce cavernosa e l’alito che sa
di pipa, che parla in prima persona e fin da principio si capisce che sei tu con la parrucca
e i seni finti che dici: Ecco, una
donna sul serio dovrebb’esser
12
Paolo Di Paolo
così». Il personaggio di cui
parla il giovane Calvino è Clelia, l’io narrante del romanzo
Tra donne sole, che Pavese
pubblica nel 1949 insieme a Il
diavolo sulle colline e La bella
estate. Clelia è alla fine della
giovinezza, vive sola. «Arrivai
a Torino sotto l’ultima neve
di gennaio, come succede ai
saltimbanchi e ai venditori
di torrone» – l’aria cruda le
morde le gambe, allora pensa
alla primavera «nella penombra dei portici». Pavese aveva
molto a cuore Tra donne sole:
lo pensava come il «gran romanzo» della scoperta di sé,
e del fondo tragico e vano del
mondo cittadino.
Rileggendo anni dopo quel
libro su cui si era trovato a
scherzare, Calvino conclude
che in Clelia, nella sua fierezza
amara, c’è tutto Pavese, e che
perciò risulta «il personaggio
più bello d’uno scrittore che
non credeva nei personaggi».
Ma com’è, per uno scrittore
uomo, sondare il segreto delle cose attraverso un corpo
femminile? Com’è, insomma,
questo Pavese-Clelia? Donna
dai gesti bruschi, le frasi corte,
che tagliano (a volte si pente
di averle pronunciate), sacrifica sé stessa a un’idea concreta, laboriosa dell’esistenza
(«la smania di far da sola, di
bastarmi»). Frequenta ragazze
più giovani e più lievi, che – a
lei pare – si buttano via. Pratica il loro mondo ma con un
senso di ripulsa. Sembra pronta a stornare lo sguardo da ciò
che dell’esistenza si rivela più
sporco, brutale – e però continua a seguire tutto con la
coda dell’occhio (restandone
turbata, sebbene paia dire,
con tono burbero, «so già».
«So già», ricorda Natalia Ginzburg, era una delle frasi di
Pavese). Sentenzia: «Sporco
può essere tutto, è questione
d’intenderci, ma allora anche
sognare di notte, anche andare in automobile… Ieri la
Nene vomitava»; «La vita è
lunga. Il mondo non l’hanno
fatto gli innamorati. Ogni mattino è un altro giorno». Clelia
non si scopre, resta un passo
indietro. Osserva le altre – Mariella, Momina – che si lasciano andare, si avventurano, si
abbandonano, sanno la verità
(«è la vita che è sporca») ma
Gennaio / 2005
non si sottraggono. Poi magari
piangono. Oppure, come Rosetta, si uccidono: «Nel salone
arioso, sotto il grande lampadario, sembrava un ricevimento, e si chiedevano come può
darsi che chi come Rosetta ha
tanto bisogno di vivere, voglia
morire. Qualcuno diceva che
il suicidio andrebbe proibito».
Aveva già tentato di avvelenarsi. Non per amore, dice Momina: «“Lei fa la vita che ho
fatto io, che fanno tutte… Sappiamo bene cos’è il cazzo”
(…) “Fa succedere dei grossi
guai. Sarebbe meglio se non
ci fosse”. “Può darsi. Ma a me
mancherebbe. A te no? Figùrati. Tutti carini e dignitosi, tutti
per bene. Più nessuno sarebbe costretto a uscire dalla sua
tana, a mostrarsi com’è, brutto
e porco com’è. Come faresti a
conoscere gli uomini?”».
Le donne che non sono Clelia hanno coraggio di spogliarsi, di stare nude anche dopo
aver scoperto che la vita non è
nuda, che invece è disonesta,
sleale: per quel segreto torbido, «morboso» che da sempre
cova, di cui fa avvertire il peso
senza mai svelarne la natura. Il
disgusto, o la rabbia, derivano
dalla coscienza di quel peso,
che pure non riesce a privare
il corpo di vitalità, di slancio.
Le donne che non sono Clelia
sono calde e corrono, hanno
paura però restano («il vecchio
s’era tolta la cinghia e picchiava Gisella come fosse una scarpa. Ma Gisella non scappava»,
Paesi tuoi, 1941); dicono, delle
loro ferite, fa male ancora, sì,
ma solo «se fai forte». Le donne sopportano. Sanno che «i
maschi non sono cattivi ma
scemi». Le donne che non
sono Clelia piangono. Come
Ginia nella Bella estate, dopo
essersi spogliata per Guido, il
pittore che ama. Tutto il bello è
finito, pensa. Come l’estate. «In
13
certi momenti, per le strade,
Ginia si fermava perché di colpo sentiva persino il profumo
delle sere d’estate, e i colori e
i rumori e l’ombra dei platani.
Ci pensava in mezzo al fango
e alla neve, e si fermava sugli
angoli col desiderio in gola».
Quindi si lascia condurre, si
abbandona di nuovo.
Le donne che non sono
Clelia sono quelle di cui Pavese si innamora. Le descrive
sempre mosso da uno strano
turbamento, che non è soltanto erotico. C’è sì la carica sensuale («la bocca ch’era tutta
una voglia e i capelli negli occhi»), ma c’è pure lo strazio: di
qualcosa che in fondo si teme,
perché inafferrabile, oscuro.
«Guido – si legge nella Bella
estate – diceva della collina
che voleva fare, e che aveva
in mente di trattarla come una
donna distesa con le poppe al
sole, e darle il fluido e il sapore che sanno le donne». Così
pure Berto di Paesi tuoi è quasi ossessionato dalla visione
della collinaccia-mammella,
«tutta rotonda sulle coste e col
ciuffo di piante che la chiazzava in punta». Il fluido e il
sapore che sanno le donne
Pavese ha provato a raccontarlo anche quando si traveste
da Clelia e guarda le altre. Se
ne avverte tutta l’attrazione e il
fastidio, di uomo deluso.
Al nono capitolo di Tra
donne sole, Momina domanda
a Clelia se desidera avere figli.
«Chi fa figli – disse fissando il
bicchiere, – accetta la vita. Tu
l’accetti la vita?». «Se uno vive
l’accetta, no? I figli non cambiano la questione». Clelia qui
stranamente non sentenzia, e
per una volta attende conferma: se uno vive l’accetta, no?
Sta in questo interrogativo il
ritorno di Pavese a sé stesso:
nel suo non poter accordarsi a
Momina – a quell’idea di vita,
a quel sapore, a quel fluido.
13
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14
Non c’è più tempo,
l’ultimo romanzo
di Sergio Givone
Dante Maffìa
S
ergio Givone insegna
Estetica all’Università di
Firenze. Molti suoi libri
sono studi fondamentali, per
esempio Disincanto del mondo e pensiero tragico, Storia
del nulla e Il bibliotecario di
Leibniz. E’ sicuramente una
delle personalità più in vista della cultura europea, un
punto di riferimento. Ha scritto anche opere di narrativa.
Nel 1998 Favola delle cose
ultime e nel 2002 Nel nome
di un dio barbaro, dimostrando immediatamente di saper
convertire la sua scrittura saggistica in scrittura narrativa e
renderla ancora più leggera,
accattivante, coinvolgente.
Accadde lo stessa cosa
per il suo romanzo più recente, Non c’è più tempo, uscito
in questi giorni con Einaudi,
come gli altri precedenti.
Una invenzione al limite del
paradosso, eppure vera oltre
ogni dire, favola di una realtà che spesso si consuma in
noi come sogno sfuggente e
che è invece parte essenziale di un percorso che tutti
dovremmo compiere per riuscire ad entrare nel vivo di
problematiche alle quali passiamo accanto quasi senza
accorgercene.
La storia si svolge a Firenze, una Firenze ritratta a
14
puntasecca da chi la conosce dall’interno, dalla parte
del popolo, da chi la vive
come una sorgente di luce e
di ombre che si accapigliano di continuo senza trovare
mai la sintesi.
La sera del 2 ottobre 1981
Venturino Filisdei, professore di architettura ma adesso
in pensione perché finito
sulla sedie a rotelle a seguito
di una disgrazia, viene condotto in un luogo irreale e
Gennaio / 2005
a un tempo massicciamente
reale dalla sua badante che
egli chiama Capra. Ci si reca
perché ha ricevuto una telefonata in cui gli si diceva
che avrebbe potuto incontrare un figlio mai conosciuto.
Non sembra essere curioso e
interessato e alla fine lo è. Si
fa accompagnare e nel buio
cominciano a tessersi vicende che sembrano nascere dai
sussulti delle ombre, dal groviglio intricato di allucinazioni che si susseguono con
colpi teatrali davvero strabilianti. Venturino vive una
lunga notte infinita davanti a
se stesso, alla pioggia, all’abbaiare insistente di un cane,
alla tentazione di conoscere
e non conoscere, di farla finita o di scoprire il motivo vero
per cui ha accettato l’appuntamento. Ha a che fare con
personaggi buffi con il piglio
e le movenze delle marionette e che invece interpretano una parte seria, quella
di terroristi che però cercano
una sorta di giustificazione
al loro operato, che vivono
una loro fede delusi e chiusi
in una deriva di rituali.
Givone ha la mano felice
nel rappresentarli col loro
carattere svagato, con i vezzi
che accompagnano sempre i
giovani impegnati in azioni
più grandi di loro. Il terrorismo così viene visto in tutta
la sua truculenza e anche in
tutta la sua effimera baldanza e insipienza che è offesa
all’utopia.. Eppure non risulta un atto di accusa, ma
semplicemente un dato di
verità che si scioglie all’alba., quando la luce rischiara
il luogo, l’Antica Manifattura Tabacchi, già convento di
Sant’Orsola.
Il testo è cosparso di
enigmi che via via sembrano sciogliersi e che invece si
15
caricano di maggiori nodi, di
più diffuse allusioni. E’ certo
che “il destino di quei luoghi
era segnato. Ne avrebbero
ricavato piazzali per auto. O
rimesse, casengoli,, tettoie
presto destinate a trasformarsi in abitazioni”. Osservazioni simili ci spiegano il motivo
per cui il protagonista debba
essere un architetto, perché
in effetti è sul luogo che si
giocano le coordinate del
mistero e si coagulano i fitti
riferimenti del gruppo terrorista. Il luogo è il simbolo di
ciò che può essere e non è,
di ciò che si progetta e poi
si sfalda nella luce. E’ una
possibilità e una parvenza, la
ricusazione di una sacralità
con l’illusione che altra sacralità possa sopperire.
Lo svolgimento degli avvenimenti dura meno di dodici
ore. Una sfida al tempo impiegato da Joyce e da Broch
per raccontarci di Mister Bloom e di Virgilio? O semplicemente la necessaria consistenza del buio che serve
a Givone per avvolgere idee
e avvenimenti, sensazioni e
azioni in un’atmosfera ovattata dentro la quale fluiscono
meglio e più agevolmente le
“marionette” di turno?
Non si dimentichi che
“Una teoria dell’architetto
è che il luogo decide degli
eventi anche più profondamente del tempo” e che “Se
l’invisibile che esiste sta in
cielo, sottoterra sta l’invisibile che esiste”. Dunque Filisdei a suo modo filosofeggia
e in questo filosofeggiare si
contorce e ne pensa di tutti i
colori, mentre la banda sfila
e si propone in varia maniera, compreso quel figlio che
finalmente conosce e che
ha una fisionomia sfuggente.
Del resto lo hanno soprannominato Riseverzi, come dice
Givone, riso e cavolo, anzi
riso e verza.
A proposito di nomi, Givone non li ha attribuiti a
caso, a cominciare da Venturino Filisdei. E poi Max
Penitenti, Confiteor, Dolores
Entierro, Quisqualis, Feuer…
nomi improbabili, nient’altro
che nomi? O invece “doppio
speculare” di una condizione
umana che si dibatte nelle incertezze e cerca una giustificazione alle azioni?
Il ricorso al “contino di
Recanati” e poi al Petrarca
crea una alternativa alle teorie, mi verrebbe da dire deliranti, del gruppo dei terroristi
che stanno sospesi sul burrone a due passi dalla chiesa di
Sant’Orsola, ma si tratta di
poesia, cioè di roba inutile,
che non attirerebbe mai chi
pensa di cambiare il mondo,
le sorti degli uomini. Allora le
scene si susseguono sempre
più tese e proiettate su un teatro che non riesce a liberarsi
dalle finzioni per diventare
vita che si apre ad altra vita,
sviluppo di eventi che non
siano soltanto il crogiolo di
elucubrazioni attorno a cui
sembra di poter giocare il destino dell’universo.
Givone riesce a portarci
dentro le coscienze di ognuno dei protagonisti e ne sa
ricavare momenti storici che
vanno al di là di ognuno di
loro, perché rappresentano
ognuno una posizione chiara,
un modo di essere nei confronti del potere.
Ma perché come protagonista viene scelto un paraplegico? Perché appare Capra
che subito dopo averlo accompagnato deve tornare a
casa? Capra è ancora la parvenza della tenerezza e della
vita, poi prende dominio il
sogno, il non tempo, il pulviscolo notturno che rende
15
Gennaio / 2005
16
inconsistente ogni cosa, dalle
voci ai pensieri, dalle azioni
ai rumori di sottofondo che
cadenzano la mancanza del
tempo. Givone ha saputo
realizzare uno scenario di
autentica rarefazione, dove
esistono soltanto le ragioni
dell’imponderabile, dei sussulti, dei presagi, della malattia del nulla.
Chi è in effetti Filisdei? Il
provocatore che deve mettere
a nudo gli scalmanati di turno? La loro coscienza? Il loro
fallimento?
Probabilmente
tutte queste cose insieme. In
effetti egli non ha nulla di più
e nulla di meno degli altri che
gli stanno attorno, che parlano di morte, di condanne, di
assoluzioni come se fossero
officianti di una messa di non
si sa bene quale religione.
Comunque nel suo allucinato pensare e nel suo
intorbidarsi nelle ossessioni
che escono dalla sua anima
e dalla sua mente come fuochi fatui Venturino mostra di
aver preso conoscenza che il
mondo è diventato una cloaca massima mefitica e impazzita. Ogni uomo è sospeso al
burrone lì davanti, ogni uomo
è tentato di perdersi, anche
lui, tanto non c’è un prima né un dopo, non c’è più
un fine per cui combattere.
Neppure quello di un figlio?
Già, un figlio : “Lei ha un figlio! Lei, il principe della negazione, il signore del nulla,
il maestro della fine, lei, lei
ha fatto un figlio. Roba da
non credere”.
Il figlio, avuto con Maria, la sordomuta, non colma
il suo vuoto, la sconfinata
materia del grigiore inconsistente. Anche “Alla luce della fiammella il volto del ragazzo è apparso all’uomo in
sedia a rotelle come il volto
di un altro. Tanto più vicino e
16
intimo, ora che l’identità vera
è svelata. Eppure estraneo. E
in fondo ostile, ignoto”.
Ma al di là della bellezza
delle pagine ricche addirittura di aforismi che restano nel
lettore con forza e tengono
la scrittura tesa in un’aura
etica forte e calibrata, e al di
là dell’eleganza espressiva
che è propria di Givone che
riesce perfino a mutuare una
lingua di quegli anni non disdegnando neppure vocaboli
forse ormai desueti ma che
allora erano in voga (“aggalla”, “sgrigliorare”, “casipola”, “manfano”, “sfruculiare”,
“manfruito”, “acciocchito”,
“abbrica”, “misirizzi”), il romanzo è un affresco di epoca
dettagliato e connotato dal
flusso di idee che circolavano
negli anni settanta e ottanta
in una Italia che vide opposte
fazioni ideologicamente impegnate in una guerra proprio
“senza tempo”.
È’ sempre stato quasi impossibile riuscire a scrivere
un romanzo di idee, di politica, di storia insieme, un
romanzo complesso che sappia contemperare la psicologia dei protagonisti, il loro
rapporto con gli altri, con la
società, con il mondo. Molti narratori hanno tentato di
realizzarlo ma con scarsi risultati, se si escludono alcuni
grandi maestri. Sergio Givone invece ci riesce, perché
non si preoccupa di mettere
in primo piano la storia, la
politica, la sociologia, ma
la poesia e l’umano, servendosi di quella “tenerezza
della memoria” a cui fa cenno nelle prime pagine. Non
solo, egli affida ad elementi
apparentemente inessenziali
la struttura narrativa in modo
che il lettore si appropria
della storia indirettamente,
come se si trovasse per caso
in quel “punto cieco di Firenze”. Così diventano legittimi
incubi e dubbi, parvenze e
risonanze lontane, progetti
di vita e di morte. Venturino
ormai è il nulla personificato e può assistere indenne e
indifferente a ciò che sta accadendo. Non è neppure più
protagonista, a un certo punto, ma una delle tante pedine
di quella storia senza storie
che si dipana come un suono
di tamburo che man mano si
affievolisce.
Il terrore sovrasta, ma
qual è il fine di questo terrore che ha mani flaccide e
lunghe che si muovono circolarmente? Ecco dunque
che il terrore genera dal suo
stesso corpo altro terrore e
la morte appare sempre più
vicina, sempre più pronta a
mischiarsi nella notte di sinistri bagliori. Non sa, Venturino, che c’è qualcosa peggiore della morte stessa e che è
in agguato. Potrebbe fuggire,
poteva non essere andato a
questo strano appuntamento. Ma c’è andato, ed ha
potuto assistere allo sfacelo
di un progetto, di un sogno
che, ahimé, “Non significa
più nulla”.
Sergio Givone ha scritto
un romanzo indimenticabile
per la forza del dettato che
non cede mai agli ammiccamenti romanzeschi tout
court, un romanzo soprattutto su Firenze (“E sopra e
intorno e fuori di lì, Firenze.
Che mai come in questo momento gli appare imperscrutabile. Eppure è stata oggetto
d’amore – un amore infinito,
il suo. Ma che cosa ha amato di questa sua città? Tutto.
Tutto ciò di cui essa è fatta.
Le sue pietre. La sua luce.
Perché sono pietre di luce,
le pietre di Firenze. Pietra serena è pietra di luna. Pietra
Gennaio / 2005
forte è pietra di sole. Anche
la luce è pietra. Ah, la luce di
Firenze! Che un più profondo
buio partorisce, allo scopo di
ritirarsi nei suoi antri, sparire alla vista ed essere quel
che è: buio, invincibile buio,
eterno buio”. Sembra di leggere una pagina di Tommaso
Campanella tratta dalla Metafisica o Dal senso delle cose
e della magia e si comprende
perché Givone si serva di
tracce e motivi esoterici per
farci assistere all’apoteosi del
dissolvimento che poteva essere evitato soltanto se i brigatisti avessero pensato che
“i giornali del giorno dopo”
avrebbero dato all’accaduto
scarso risalto.
Viene da domandarsi se
Venturino non sia anche una
sorta di Amleto contemporaneo che analizza innanzi tutto, come ha notato Ivan Turgenev a proposito dell’opera
di Shakespeare, e subito però
si chiude nel più bieco egoismo. Egli non ama nessuno,
non è capace di guardare fuori di se stesso, di affacciarsi
alla verità, qualunque possa
essere. Eppure Venturino dovrebbe sapere, e dovrebbero
17
saperlo anche i terroristi, che
“La vita è lotta”, una vecchia
verità di tutti i tempi, come
ci ricorda Johan Huizinga,
ne La crisi della civiltà. Invece alla lotta ha rinunciato, dimenticando anche che “Due
culture si giustappongono
sempre, due gruppi, due collettività parlano due famiglie
di lingue” (Michel Serres) e
che quindi non ci può essere
punto di contatto teorico, e
che il solo momento di saldatura potrebbe avvenire se
non si scambiasse il buio con
la luce.
Ma l’argomento è vasto e
complesso e non è il caso di
aggiungere altro alle parole
di un Givone che ha saputo
rendere anche le idee leggere e cariche di suggestioni narrative. Pregio, questo,
raro tra i narratori soprattutto italiani.
Insomma, non si leggeva da tempo un romanzo
così denso di accensioni, di
riferimenti occultati e resi
fluidi, di tensioni che hanno il sapore a volte kafkiano
e a volte di certe atmosfere
francesi degli anni quaranta cinquanta. “C’è stato un
tempo in cui abbiamo ucciso per uno scopo. Lo esigeva la giustizia proletaria.
Semplicemente la giustizia
aveva bisogno di noi… Poi,
è vero, c’è stato un tempo
in cui abbiamo ucciso senza scopo… Ora lei vorrebbe
sapere che tempo è questo…
Questo è il tempo in cui il
compagno uccide il compagno, il fratello uccide il fratello. Per amore”. Givone ha
affrontato un tema che non
era facile rendere narrativamente, che presenta di per
sé infinite ambiguità e col
rischio di fare un romanzo
di idee pesante e slegato
dalle percezioni storiche. La
sua consapevolezza e la sua
attenzione costante sia alla
struttura e sia al dialogo e
al linguaggio gi hanno permesso di rendere le azioni
convincenti e significative
anche quando si sono avvicinate all’assurdo e al surreale. Infatti si avverte qualche
nota lontana del teatro di
Beckett, quell’attesa senza
attesa che rende le parole
stesse qualcosa di stupidamente sublime, di riccamente irrilevante.
17
Gennaio / 2005
18
Perche’ la vita
non muore
Giovanna Scarsi
Giovanna Scarsi è Preside Liceo Tasso di Salerno
“T. Tasso” Salerno Fondatrice e Presidente “Martedì Letterari” dal 1981, docente letteratura
artistica Università e critico letterario- collaboratrice Studium Roma dal 1979, conferenziere
istituti italiani di cultura ed università autrice 23 volumi 800/900, specialista sul rapporto fra
le arti. Pubblichiamo il suo intervento al convegno organizzato dal Liceo sulla figura della Fallaci
e che ha coinvolto tutta la città.
A
rrivederci, Oriana non
addio, perché la vita non
muore.
Piccola, minuta, fragile:
tailleur grigio fumo, il cappello nero celato su due bande, accuratamente scrinate,
di capelli scuri sulle spalle,
orecchini di perle bianche;
il volto intenso e mobile col
solo ornamento delle tue “
medaglie”, alcune rughe ai
lati degli occhi e della bocca, gli occhi dal taglio esotico smeraldo: eri tutta nello
sguardo vivido, tagliente che
mi avvolse e coinvolse come
sapevi fare solo tu: prepotente, aggressiva, provocatrice ma capace di squarci di
tenerezza con i pochi fortunati cui sapevi che entravano
nel cerchio magico della tua
simpatia.
Così quella sera, l’una di
fronte all’altra, in quel contesto di autorevoli personaggi
maschi e maschilisti “ fottuti”.
“ Chi credevi di trovare,
piccola?”. Sono tutta qui:
alta 1,56, peso 43 Kg” e la
piccola “ di rimando, intimidita,: “Signora io sono alta
1,58 e peso 45 Kg ma senza
i suoi tacchi”.
18
Erano gli anni delle battaglie laiche e laiciste sul divorzio, l’aborto etc.
Una signora all’antica o
un’antica signora nella sua
elegante casa in via Prati a
Firenze dove parlò di “ Un
Uomo” che avremmo dovu-
to presentare a Salerno in un
martedì letterario con l’assenso eccezionale di Lei,
schiva a cose pubbliche ed
altro: fra oggetti antichi, quadri e mobili antichi, ritratti,
piccole cose anche ma su
ciascuna impressa una ve-
Gennaio / 2005
stigia del passato: l’unica
certezza concreta per Oriana
– il Futuro un’ipotesi: senza
il passato non c’è il futuro
come senza memoria non c’è
civiltà. La Memoria - gridava
nei giorni di pericolo per la
sua Firenze - causa la presenza dei No Global, è la vera
forza della Civiltà.
Sentii di trovarmi davanti ad una persona speciale,
una vera donna, capace di
una percezione del Reale,
speciale, fondata sull’intuito
della ragione ma anche su
quello del cuore, pur sempre filtrato dalla mente. Intransigente e dura prima con
se stessa, aliena dal compromesso, era fiera della sua indipendenza pagata sulle sue
spalle e della dignità con cui
era ostinatamente sfuggita
ad ogni irregimentazione
in congrega politica letteraria accademica che sia, in
nome della sua Religione
della libertà che le dava il
coraggio e l’orgoglio della
Verità. Atea-cristiana fino
all’ultimo, visse con coerenza le sue convinzioni; il suo
ultimo saluto fu alla cupola
del Brunelleschi nella sua
Firenze, sublimò nell’Assoluto dell’Arte la sua ricerca
dell’Assoluto, religiosa più
del credo storico che rifiutò.
Che ella rifiutò fino all’ultimo. Se ne andò insieme a
Suor Leonella, a significare
per caso, come coraggio, verità, amore, avvicinino vite
diverse ma parallele perchè
accomunate dagli stessi ideali: la Verità e l’Amore. San
Francesco, il Santo della carità, era il suo amuleto, Papa
Benedetto il suo riferimento
di rispetto pur nella sua laicità, convinta, qual era, della forza della tradizione per
l’opera svolta dalla Chiesa
nella storia.
19
Vero è che Oriana era e fu
fino a l’ultimo se stessa : un
Io “ipertrofico” che si nutriva
di contrasti irriducibili: elegante e cinica, aggressiva e
tenera, forte e fragile, colta e
popolare, il tutto si dissolveva in quell’energia esplosiva,
il vero prodigio di una vitalità
eccezionale che si sprigionava tutta nel fascino della sua
affabulazione e della sua gestualità, comprese le sfuriate
proverbiali quando parlava.
Parlava come scriveva: tutti
tacciono, rapiti nel vortice
della sua incisività ed immediatezza di comunicazione.
Oriana era se stessa anche
nell’abbigliamento:
quella in tailleur era la seconda
Oriana. Ai nostri tempi, fece
moda il mito dell’esile ragazza: elmetto, tuta, scarponi,
la prima donna soldato nella guerra dove essere donna
non solo è inutile, ma è dannoso. Già bambina, a nove
anni, faceva da staffetta nella
resistenza con la bici, nascondendo i messaggi dentro
le treccine, accanto al padre
Edoardo che fu il suo mito:
lo stesso ebbe il coraggio di
darle uno schiaffo perché in
quelle circostanze una bimba non deve piangere.
Vennero poi le guerre storiche di cui lei fu testimone attiva: del Vietnam, Libano etc.
dove la morte la sperimentò di
persona, accanto al suo compagno fotografo,Gianfranco
Moroldo con cui maturò un
rapporto di intesa profonda
nella collaborazione fervida:
testimoniavano entrambi, lei
con la forza della scrittura,
lui con la forza dell’immagine, a leggere e interpretare i
fatti. A Città del Messico, ferita, fu creduta per qualche
momento morta.
Erano i tempi in cui
Oriana in pubblico porta-
va i jeans e i capelli lunghi,
quando noi portavamo la
minigonna ed i capelli cotonati e le Signore ingioiellate
usavano raffinati e costosi
maquillages. Ancora ricordo
la lite con la Cederna, allora
sulla cresta dell’onda: la signora incipriata ed ingioiellata rinfacciò ad Oriana che
faceva la populista vivendo
in una casa di ventidue stanze. Ad un’attricetta Sabrina
Guzzanti, che si fece trovare
sotto la cupola del Brunelleschi, vestita come lei, nelle
giornate del forum fiorentino, irridendo il cancro e la
chiamò guerrafondaia, Oriana: “ Giovanotta, al cancro
non si irride. Circa la guerra
io non l’ho vista a cinema ma
l’ho vissuta per dare a lei e ai
suoi compari la libertà di cui
godete”. Essere donna è affascinante, è un’avventura che
richiede tale coraggio, una
sfida che non finisce mai”.
La sua testimonianza è storia
per cui ognuna di noi le deve
gratitudine. Invece, le donne
le furono nemiche, eccetto
quelle vere e grandi come
la Loren, Magnani, la Rossellini, la Madre Tosca che
le raccomandava di scrivere
facile perché capissero gli altri. La invidiavano, anche se
- come la sorella Paola più
volte ha affermato - quel successo così sudato era fonte
di infelicità “ Mi sento come
l’ultima medusa nell’oceano
deserto:”; la sua solitudine
era la sua grandezza. Non
furono capiti i suoi discreti
appelli di amore, i suoi affetti furono rari ma intensi e
schivi; invece fu odiata dalle
donne, lottata dai colleghi
maschi che oggi mutano in
elogi quegli stessi difetti,
perché se li avessero avuti
loro non sarebbero diventati
direttori di giornali.
19
Gennaio / 2005
20
Ed il telefono tace e non
solo per la volontà di Oriana che non apriva la posta
dall’Italia ma per una voluta
avversione dei suoi concorrenti che così scaricavano
con gli improperi e le calunnie i loro complessi di
inferiorità. Qualche donna
tentò anche di imitarla ma il
modello restò inattingibile.
Invece, l’America la osannava ( laurea honoris causa,
premio al coraggio ecc….):
nei paesi dove la donna
vale meno di un cammeo
divenne un mito ed un idolo. Concludeva la fila degli
esuli grandi del’900, innalzando l’esilio a categoria
etica di libertà come i maestri del passato. Vero è che
senza Pasolini prima e senza
Fallaci dopo, non ci sarebbe
stato il dibattito di contestazione storica.” Ho sempre
pagato per dire quello che
dico ed essere quella che
sono”. Una persona che
dice “ pane al pane vino al
vino,” che butta in faccia la
verità, che non si piega ai
ricatti e imposizioni. Una
persona libera: “tutta la mia
vita professionale è stata un
crucifige, ogni mio libro,
articolo reportage”. Un novello Padre Turoldo, cattolico del dissenso, che per
altre strade, testimoniò per
lo stesso obiettivo: la Verità
e l’Amore. Verità ed Amore
anche nel dramma del cancro, “il drago” per Turoldo,
per Oriana “ l’alieno” con
cui manteneva colloquio di
sfida ogni giorno. “ Ritenevo prima dovuto tutto: ho
apprezzato il sole e il mare,
il miracolo della vita….
Perbacco qui si muore, bisogna mettersi subito al lavoro”! Attinse dall’alieno
che dominò sempre con il
cervello, la forza di inizia-
20
re il romanzo segregandosi
per anni nella sua villetta a
New York, cercando la verità, interrogando ed interrogandosi. Un percorso di fatiche estenuanti, ma lei sola,
sfinita ma ostinata e lucida
scriveva
indefessamente:
un lavoro il più faticoso ma
che fu la sua forza e la sua
terapia. Ma il mondo intero
la conosceva e l’ammirava
attraverso quella lettera tradotta in tutte le lingue che
fu strumentalizzata addirittura nelle battaglie abortiste
delle femministe che detestavano Oriana con la stessa visceralità con lui lei le
detestava.
Quel libretto, invece, è il
canto della vita che si leva
da un’anima ferita dal dramma della maternità mancata,
fra dolori e lacrime. “ Uno
muore due volte quando
muore senza lasciare un figlio. Non c’entra la creatività; i figli di carta sono altra
cosa e non valgono a sostituire quelli veri”.
“Stanotte ho saputo che
c’eri: goccia di vita scappata
dal nulla” ; “ spero che tu non
abbia mai urlato l’atroce bestemmia: perché sono nato ?
Spero che tu abbia concluso
che ne valeva la pena: a costo di soffrire, di morire…..
Ma altrove nascono mille,
centomila bambini e mamme di futuri bambini. La vita
non ha bisogno né di te né di
me. Tu sei morto. Ora muoio
anch’io. Ma non conta, perché la vita non muore.”
Un inno alla vita come un
inno all’Amore alla Piaf “ Un
uomo” il suo uomo, l’unico
che un suo collega miserabile
disse che era lei, Oriana!
Non poteva esserci vituperio maggiore per un romanzo che ha consacrato
un eroe nazionale e non un
amore ma l’Amore come lei
lo intese e lo visse,” un’amicizia, un’intesa non per passione fisica”.
Un Assoluto, quell’Assoluto si chiamava Alekos Panagulis. Chi era e quale la verità della storia al di sopra dei
contingente della cronaca?
Oriana detestava il gossip
ed andava dritto per la sua
storia. In suo rispetto anch’io
tralascio i dettagli, talvolta
disgustosi, delle cronache di
allora di quanti, soprattutto
le donne, non sapevano né
potevano levarsi a tanta altezza. La verità la consacra
il libro e la consegna alla
storia: Oriana ha così compiuto la sua missione di giornalista testimone della storia
secondo la volontà di Alekos
che le aveva affidato questo
compito che solo lei poteva
assolvere avendo in custodia i documenti che lui gli
aveva consegnato. Salvare
Alekos dall’oblio, affidarlo
alla memoria dell’immaginario collettivo, consacrare
l’Assoluto dell’Amore e con
esso quei valori per cui insieme avevano lottato: la
Verità, la libertà, il coraggio
della lotta contro la tirannide, non solo quella politica
ma quella della miseria del
quotidiano, dell’ignoranza e
della stupidità.
L’eroe nazionale nasce
con un “Uomo” : i suoi funerali del cinque Maggio 1976
descritti in pagine di alto
pathos ne sono la testimonianza. Alekos aveva lottato
contro la dittatura militare
in Grecia con ostinazione e
coraggio che rasentò il fanatismo. Dopo l’attentato a
Papadopulos fu incarcerato, torturato e condannato
a morte. Oriana l’incontrò
all’uscita del carcere e fu
amore a prima vista, un’inte-
Gennaio / 2005
sa di amicizia, una sintonia
immediata
etico-estetica,
fondata sulla fede in valori
comuni soprattutto la libertà
nella lotta contro il potere,
la verità , il coraggio, i sensi giocarono l’ultimo ruolo.
Perciò durò al di là delle
distanze, al di sopra dei gossip e delle tempeste furiose
con poche tregue nonostante
i dodici anni in più di Oriana. Lui beveva e delirava, era
violento ed ostinato, lei era
sempre pronta a perdonarlo
e proteggerlo, era il suo approdo. Ad ogni interruzione
e promessa di rottura , di
nuovo si cercavano fino a
quel cinque Maggio in cui
si erano dati appuntamento ad Atene e lei vi si recò
d’urgenza per il suoi funerali, chiamata mentre svolgeva
una conferenza. Fu l’appuntamento con la morte apparentemente avvenuta per
incidente d’auto ma di fatto
determinata da un attentato
politico al deputato Panagu-
21
lis; che Oriana aveva creato
lei: fra vicissitudini numerose
Oriana l’innalzò a simbolo
di eroe poeta nazionale della Grecia, svelando tutta la
verità su quei documenti che
solo lei possedeva. Una storia che è anche l’espressione della saggezza del poeta
che si batte contro i mulini a
vento, dolorosa sì ma anche
ilare e gioiosa. “ Ti amo ora,
ti amerò sempre:” è la scritta
sul cuscino di rose bianche.
La divina di Manattan non è
più uscita dal suo riserbo ma
ha continuato a controllare
dal suo limbo di aristocratica
solitudine come dalla torre
di un osservatorio, il mondo
intero: intervistando i potenti
del mondo, condannando e
facendosi condannare, lanciando anatema contro tutto
e tutti , ma sempre fedele a
se stessa, alla sua passione di
vivere e di soffrire. Il simbolo era quell’amore di donna
indomabile che fu domata
solo dalla vitalità travolgente
di un uomo forse non bello
che fu travolto da una donna
bella non so, ma che dominava e dava fastidio, anche
per la sua età maggiore,
per la classe, per lo stile, il
fascino dell’intelligenza e
della parola. “ La bellezza
non basta in un rapporto se
non si ha nulla da offrire se
non il monotono “ facciamo
all’amore”, che suona alla
fine attentato alla libertà”.
“ L’amore al suo sbocciare è una festa di verde , al
suo appassire un mucchio
di foglie marce”. Ma senza
quell’amore non ci sarebbero stati né la “Lettera a un
bambino mai nato” - vero o
falsa la storia di quel calcio
nè “ un Uomo”.
Ancora una storia di donne capaci di sublimare il sacrificio di una vita nell’arte.
Prima di lei Eleonora Duse
che anche l’America scoprì
ed acclamò. Così l’amore
non muore perché la vita
non muore.
21
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22
Una vita alla radio
Marco Tesei
“P
er ogni cosa ci
sono due parole,
una che ingrandisce e una che rimpicciolisce”. Lo diceva Robert
L. Stevenson nel “Signore di
Ballantrae.”
Come dire che le parole
vanno usate con cautela, con
quella accortezza semantica
che non conduca a fraintendimenti, dubbie interpretazioni,
ambigui segnali. Qualchesecolo prima, Pindaro affermava che “le parole hanno vita
più lunga che i fatti”. E’ una
22
(ideatore e conduttore di Radio Games, Rai
RadioUno, domenica mattina)
frase che fa riflettere soprattutto se, come spesso accade
ed è giusto che accada, ci
chiediamo quanto sia valida
oggi una simile affermazione. Una cosa è certa. Pindaro
contraddice la celebre: “verba volant, scripta manent”. E’
vero, il suo riferimento non è
ad una pagina scritta quanto
ad un’azione, un insieme di
comportamenti o una sequenza( parola usata in senso strettamente cinematografico) di
atteggiamenti dalla cui somma si deduce appunto “un fatto”. Non si riferisce alla pagi-
na scritta ma quello che a noi
interessa, coinvolti e spesso
travolti dalle tecnologie che
cambiano ogni 24 ore, come
una prescrizione medica: una
pasticca , una volta al giorno
o al dì( in alcune ricette c’è
scritto ancora “dì ”), è capire,
per essere consapevoli, se “le
parole hanno vita più lunga
dei fatti”. Capire per essere
consapevoli con la stessa differenza che esiste in latino tra
“quaero e “peto” (cioè chiedere per sapere e chiedere per
ottenere). In questo caso, noi
vogliamo sapere, in quanto
le parole sono il nostro pane
Gennaio / 2005
quotidiano, le parole servono
a incantarci, a convincerci, a
distrarci, a coinvolgerci……a
ingannarci.……….Insomma,
è l’uso della parola che conta,
non la parola in sé: il significante non il significato.
Perché un giornalista radiofonico si deve preoccupare di queste cose?
Quando Pindaro faceva quell’ affermazione non
soltanto radio e televisione
sarebbero state( se fossero
apparse all’improvviso) una
terribile maledizione di Zeus
come i tornadi o un’eclissi di
sole per le popolazioni primitive; ma anche una rivoluzione impossibile. Troppi
passaggi logici, troppe fasi
evolutive saltate per pensare di non trovarsi di fronte
a mostri distruttivi. “Ogni
cosa a suo tempo”, dunque:
è sempre un sano proverbio
popolare. Oggi che radio e
televisione hanno cambiato
la nostra vita e che internet,
telefonia mobile, e-mail, la
stanno ulteriormente cambiando e ancora lo faranno
al di là di noi e malgrado noi,
quella frase di Pindaro non va
più bene. Oggi, la parola si
accavalla con un’altra, sfugge, si intreccia e si confonde
con il mezzo che la diffonde,
il senso della realtà è cambiato, quindi è cambiata la sua
percezione. In fondo, viviamo producendo un’infinità di
discorsi, articoli, reportagès
televisivi e radiofonici, libri di
tutti i generi che, guarda caso,
sono un insieme di parole ma
spesso l’esito complessivo è
quello di un ammassarsi multiforme e difforme, precario e
provvisorio( che poi ha “quasi” lo stesso significato). Insomma, è il trionfo del “tutto
e il contrario di tutto”. Meglio
i fatti, caro Pindaro, meglio i
fatti.“Io credo soltanto nella
23
parola. La parola ferisce, la
parola convince, la parola
placa. Questo, per me, è il
senso dello scrivere”(E. Flaiano). La parola. L’intellettuale
di Pescara, molto citato per le
sue antinomie dialettiche, per
i suoi sillogismi “alla rovescia”, per quell’ ironia dove il
senso del tragico diventa una
lotta contro “l’illogicità della
vita”, un trionfo del paradosso come schermo di altre verità, rappresenta un modo di
intendere il reale che si insinua nella nostra sensibilità di
lettori: gli ascoltatori della radio dovrebbero essere come i
lettori di Flaiano. Un sorriso
consapevole li dovrebbe sempre accompagnare.
-“L’italiano è una lingua
parlata dai doppiatori”.
Ancora Flaiano, che aveva
spesso come bersaglio proprio
l’italiano. Un altro paradosso
ma che confina con la verità.
La nostra lingua diventa vera
soltanto quando la parlano
i doppiatori: una lingua retorica, costruita, tradotta da
un’altra lingua; una lingua
quasi “solitaria” perché gli
italiani non la conoscono se
non attraverso i mass-media
e il cinema. Gli italiani conoscono non la lingua che parlano ma quella che ascoltano
attraverso televisione, radio,
cinema.
La radio che faccio io
Chi parla alla radio dovrebbe
avere dentro di sè umiltà ed
entusiasmo.
Innanzitutto, mantenere il
senso delle proporzioni ma
prima di tutto dei ruoli. Vale
a dire: parlo alla radio non
per soddisfare un latente esibizionismo con tendenze narcisistiche, ma per rivolgermi a
chi ascolta, tanto più che al
di là di sondaggi, ricerche di
mercato, studi di ogni genere,
l’ascoltatore resta sempre un
mistero.
L’entusiasmo aiuta a rinnovarsi anche quando si crede di essere “veri professionisti”. E poi fa bene: evita un
virus terribile che può catturare anche chi ha un microfono
davanti: LA NOIA! All’inizio
di questo scritto, vi ho doverosamente intrattenuto su alcuni aspetti tecnici che si riferiscono alla conoscenza del
mezzo. Questo ha implicato
una serie di descrizioni specifiche che servono a capire di
che cosa si sta parlando. Sono
elementi propedeutici che, se
necessari per chi vuole fare il
dentista( quelli per i dentisti,
ovviamente) devono per necessità essere appresi anche
per i giornalisti della radio.
Tutto è utile e a volte anche
geniale (è il caso di Gadda).
Ma come leggevo anni fa
in un manuale di antropologia culturale, esiste il ruolo e
“l’interpretazione del ruolo”.
Vale a dire ciò che si deve
sapere per essere e ciò che
si deve essere per sapere. Insomma, la radio potenzialmente offre a chi si mette
una cuffia sulle orecchie e un
microfono davanti, una vasta
gamma di modalità espressive. Questo dipende dalla personalità, dalla professionalità
e dal talento. E’ una parola
impegnativa( e ripensando
a Pindaro me ne assumo la
responsabilità) ma anche la
radio ha persone di talento e
quando le ascolti te ne accorgi. Io cerco sempre di parlare
con la massima disinvoltura,
senza un testo precostituito,
con appunti di massima, una
scaletta essenziale, stringata e
un buon dosaggio di improvvisazione. Va tenuto presente
che mi occupo di programmi
culturali e non di conduzione
di Giornali Radio. In quest’ul-
23
Gennaio / 2005
24
timo caso, è necessaria una
maggiore “compostezza”, un
certo distacco dalle notizie
ma non freddezza e nemmeno asetticità (ma senza
troppa partecipazione). E’ più
facile farsi tagliare a pezzi in
una scatola con lame di metallo che penetrano da tutti
i lati? Certamente sì, anche
perché in quel caso c’è il trucco e quando sei al microfono
i trucchi non ci sono, non ci
possono essere. Dal momento che, dopo tante PAROLE,
qualcuno potrebbe rimanere
quanto meno dubbioso, ecco
due esempi concreti del mio
modo di intendere la radioIl primo si riferisce ad una
conduzione del GR1 cultura
del 1997 proprio sulla lingua
italiana. Buona giornata……
.”oh, parole, quanti delitti si
commettono in vostro nome!”
A dirlo è Eugene Ionesco e
c’è da crederlo, il drammaturgo di origine romena sapeva
quel che diceva. E noi oggi
proprio di parole parleremo,
non sappiamo quanto compromettenti o delittuose per
riprendere Ionesco ma sicuramente
parole ricorrenti,
di largo uso………andando
a scovare la loro data di nascita. Questo tra poco, dopo
la rassegna stampa delle pagine culturali dei quotidiani
che, come ogni lunedì, arriva
dall’estero. Tocca al nostro
corrispondente da Londra.
“Le parole false non sono
soltanto male in se stesso, ma
anche contagiano l’anima. “
Non l’abbiamo detto noi
ma Platone. Ebbene, persi in
un mare di parole, avvolti
nuoda vocaboli vecchi e nuo
vi, dietro l’uso di modi di
quotidire, tra linguaggio quoti
diano e scritto, parlato,
ririferito, tramandato, ri
proposto, cancellato,
posrecuperato, non pos
torsiamo che dire: tor
nare all’origine delle
parole non è soltan
soltanto curiosità fine a se
stessa ma anche un
percorso culturale,
un percorso an
ancora da esplorare
e decifrare per
conoscere, in una
volta sola, le tante
piccole storie che for
formano la Storia.
La radio di domani
Non mi avventurerò in previ
previsioni troppo compromettenti
sul futuro della radio.
Ma ci sono dei segnali che
fanno ben sperare. Quando
nacque la televisione, si disse
che la radio sarebbe morta.
E’ successo altre volte con il
proliferare dei canali televi
televi-
24
sivi, con la pay TV. Internet
avrebbe dovuto affossarla.
Persino gli SMS( è ancora sto
cercando di capire perché)
ma è stato detto. In realtà, la
radio, come dimostrano i dati
di ascolto è sempre più nel
cuore della gente. Radiouno
Rai occupa il primo posto di
questa classifica seguita da altre emittenti che hanno scelto ciascuna la loro modalità
di espressione. Pochi sanno
che Jean Tardieu, annoverato
come uno dei più interessanti
drammaturghi dell’assurdo,
lavorava alla radio francese. Ebbene, non c’è nessun
mezzo di comunicazione che
permetta di dimostrare quello
che si è come la radio. La radio è crudele. Ti fa capire subito chi è valido e chi lo è un
po’ meno. Ma non basta. La
radio consente una spinta alla
creatività. Le idee si “accucciano” dentro la radio, la radio le cova come una chioccia e le fa nascere, crescere,
maturare.
Il supporto telematico è
oggi di grande importanza
per la radio.Il sito di RadioRai è un supporto essenziale
per informare e indirizzare
lo spettatore e l’ascoltatore.
Oggi un programma radiofonico ha molte vite: attraverso
l’apparecchio radio ma anche
sul web, può essere scaricato, ci sono, in molti casi, i
numeri verdi, gli SMS, la comunicazione diventa quasi
“interattiva”, nel senso che si
moltiplicano i canali del comunicare.Anche per queste
nuove realtà, il linguaggio
delle radio cambia. Lo fa discretamente, ma avviene.Le
tecnologie, invece che affossarla, le hanno offerta un’altra
grande opportunità di esistere
come e meglio di prima.
Non lasciamoci sfuggire
una simile occasione.
Gennaio / 2005
25
Nel mondo delle
volta al nuovo mondo si rivolse. Anche lei camminava ora
per quelle strade prima tanto
desiderate, ma non erano più
larghe e vuote come prima le
aveva viste o forse solo immaginate. Ora in tanti si guidava
Greta cresceva turbata, un
po’arrabbiata e amareggiata,
ma col tempo la rabbia se ne
andò e la delusione cominciò. La delusione per aver
creduto in quello che aveva
ingenuamente veduto, ma
che in fondo non era mai esistito né accaduto.
Un giorno però Greta inciampò nelle reti dell’amore.
Lui e lei di nuovo racchiusi in
una bolla di sapone, a rivivere la favola che da bambini li
cullava. Si potevano stringere,
baciare, intrecciare. Si potevano amare e lo fecero più volte.
e il rischio c’era sempre che
qualcuno ti acciaccava. Pochi
erano i boschetti, spesso i poveri alberelli erano più simili
a fragili stecchetti. Non più
verdi le città, ma grigie e buie
senza speranza per la luce
della felicità. Il mare c’era, ma
era oscuro, benzina e smog lo
rendevano poco puro. Succedeva che se sbagliavi non la
pagavi, che se nella vita tu
vincevi era perché qualcuno
lo conoscevi, se eri importante, ma un furfante non avevi come gli altri la pena più
umiliante. Il clima era dunque di tristezza e di amarezza, quello che la gente prova
quando nel suo mondo non
c’è sole, non c’è amore e
non c’è vera giustizia.
Ma la felicità di quell’amore
consumato tutto aveva rovinato perché la bolla aveva scoppiato e i due amanti separato.
Così Greta tornava sulla
terra a vivere l’amarezza di
quel dolore e di quell’età che
avanzava e maturava. Ora
non ci credeva più, nemmeno all’amore, nemmeno ai
sentimenti del suo cuore. E
quando capitava che l’emozione di nuovo forte per qualcuno la stregava… no, non si
avvicinava, a mezz’aria come
da bimba restava. Perché da
grandi tante volte era ancora
bello restare fra le nuvole del
cielo, e dalle favole cullati,
coccolati, rassicurati, anche
se purtroppo tristemente o felicemente ingannati.
bolle di sapone
G
Apologo-favola di Marzia Consalvi
reta era piccola e serena, viveva in una bolla
di sapone adagiata su
leggeri fiocchi di cotone e a
mezz’aria si cullava senza
mai salire troppo in alto perché era lì che si raffreddava
l’aria, il suo cuore le gelava e
la vista le annebbiava. Preferiva quindi rimanere a quell’altezza, tanto alta quanto bassa
da preservare la mitezza mai
avuta ad altra altezza.
E da lì guardava il mondo che le appariva come un
grande e armonioso tondo:
il mare blu, ovunque cristallino, proteggeva ogni suo
piccolo e grande pesciolino.
Foreste verdi, ovunque fitte,
ospitavano specie varie e mai
estinte. Per le strade lunghe,
ovunque grandi, si camminava in tanti, ma in pochi si
guidava perché a nessuno il
cammino affaticava e il tempo ritardava. Sani e forti si
nasceva e col cibo del buon
orto si cresceva. Se sbagliavi la pagavi, se nella vita tu
vincevi era perché qualcosa
la valevi, se eri giusto e meritevole ti aspettava il posto più
lodevole. Se eri importante,
ma un furfante meritavi come
gli altri la pena più umiliante.
Il clima era dunque di letizia, quello che la gente prova
quando nel suo mondo c’è
sole, amore e vera giustizia.
Ma Greta cresceva e la
sua bolla di sapone la premeva e la stringeva. E così in un
solo puff, un giorno la bolla si
dissolse e Greta per la prima
25
Francesco
Alberoni
L
Torniamo ad
esser quelli che
inventarono la Vespa
a crisi economica finirà
quando le nostre imprese creeranno prodotti più
adatti alla nostra epoca e a
prezzi concorrenziali. Oggi
molti di questi prodotti esistono già in forma di prototipi lasciati in un cassetto. La
gente vorrà acquistare auto
promiscue a benzina, a metano o ad elettricità, villette o
case in condomini alimentati
con energia solare, spostarsi
in una rete metropolitana sotterranea capillare, usare treni
ad alta velocità. Occorrono
poi desalinizzatori per le regioni aride, trasporti di merci
su rotaia, scuole più complete
e più moderne, una sanità con
metodi e tecniche che evitino
i paurosi ritardi odierni.
Molti pensano che per
raggiungere questo risultato si debba rivoluzionare il
nostro tessuto produttivo.
Nient’affatto. L’innovazione
sorge proprio nei distretti che
hanno già cultura industriale, tradizione, dove esistono
centinaia di imprese che cercano, sperimentano, hanno
rapporti con tutto il mondo e
percepiscono subito i bisogni
emergenti. Il nostro Paese ha
molte di queste aree. Alcune
nate per iniziativa di un uomo
o di una famiglia come Agnelli a Torino, Marzotto a Valdagno, Ferrari a Modena. Altre
generate da una collettività
26
come il Parmigiano Reggiano,
l’oreficeria a Valenza Po o le
ceramiche a Sassuolo. Spesso
sono tradizioni antichissime,
antiche sensibilità ed antichi
saperi che hanno fruttificato nel tempo arricchendosi di
tecnologie cresciute insieme al
prodotto. E che sono pronti a
sbocciare di nuovo.
Si dice che l’Italia non ha
ricerca e sviluppo. Non è vero.
Queste comunità di imprese,
più numerosi centri universitari o postuniversitari di altissimo valore— per esempio i
Politecnici di Milano e Torino,
l’Istituto del Restauro a Firenze, Sant’Anna di Pisa, Telespazio, il Centro Nazionale di Fisica Nucleare — costituiscono
altrettanti laboratori di ricerca
avanzata proiettati sul mondo,
patrimoni preziosi che dobbiamo conservare e alimentare.
Guai a tagliare loro le radici,
sarebbe una perdita incolmabile che nessun apporto tecnologico astratto potrebbe più colmare. In questa crisi le misure
finanziarie sono insufficienti.
La ripresa verrà quando inventeremo prodotti adatti alle esigenze del presente e del futuro.
L’Italia del dopoguerra ha saputo farlo, pensiamo solo all’invenzione della Vespa, della
Lambretta, della Cinquecento,
della plastica. E’ l’entusiasmo,
la voglia di vivere, di fare, di
riuscire che crea.
27
SoLuZIoNI
Sudoku
Sudoku
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ano VII - numero 61 INSERTO DELLA RIVISTA