Viaggio di un astronomo –113
Capitolo 7
L
a guerra. Non saprei descrivere gli eventi della guerra, anche quelli a cui ho assistito, e
se lo sapessi non me la sentirei di farlo. Il mio ricordo di quegli anni terribili è come
quello di un naufrago afferrato ad un rottame,in balia di una burrasca, nella quale si
alternano periodi di relativa calma, tormentati dall'angosciosa attesa per quello che può avvenire
da un momento all'altro, ad altri in cui non c'è neppure il tempo per pensare; sempre senza
nessun controllo sulle forze che spingono ciecamente qua e là.
In verità, a parte le lunghe separazioni da Margherita e dagli altri cari e le privazioni dovute
alla mancanza di tante cose, che oggi sembrano indispensabili, non dovemmo mai attraversare
vicende così spaventose, quali toccarono a milioni di altri esseri umani; la nostra sopravvivenza
non fu mai messa direttamente in pericolo, ma la tormentosa incertezza del domani riempiva di
ansietà tutte le ore della vita.
Le notizie che venivano comunicate dai giornali e dalla radio erano così frammentarie,
incomplete e falsificate dalla propaganda, che era quasi impossibile avere un'idea anche solo
approssimativa della situazione. Oggi per avere un quadro delle vicende della guerra devo
ricorrere ad un libro di storia. Tra l'altro mi è in vari casi assai difficile stabilire i tempi, nei quali
si sono verificati tanti eventi della vita di Margherita e mia e le loro durate.
Così mi rendo conto di aver trascorso gli anni intercorsi tra il mio richiamo alle armi nei
primi giorni di ottobre del 1940 e la fine della guerra nell'aprile 1945, prima come ufficiale di
artiglieria a Mantova, a Bolzano e a Roma e poi, dopo l'armistizio del settembre 1943, a Merate
come astronomo. Sono circa quattro anni e mezzo che, solo a ripensarli, appaiono molto più
lunghi di altri trascorsi in tempi tranquilli; nella mia memoria essi sono pieni di episodi singoli,
distaccati, in sé stessi poco significativi, che non sempre riesco a disporre nella successione in
cui sono avvenuti e di cui ricorderò solo alcuni di maggiore interesse per il mio, anzi nostro,
viaggio.
Trascorsi a Mantova il primo inverno di guerra, quello tra il 1940 e il 1941, cercando di
adattarmi alla nuova vita, lontano dai miei cari, in mezzo a persone nuove e sconosciute – in
verità quasi tutte abbastanza gradevoli – e in un'attività del tutto diversa dalla mia. Ebbi la
fortuna di incontrare come superiore un vecchio colonnello in pensione e richiamato in servizio a
causa della guerra, un poco rimbambito, ma tutto sommato un onest'uomo, malgrado fosse
convinto fascista. In quel tempo circolava la barzelletta, secondo cui un uomo non poteva essere
insieme fascista, onesto e intelligente: il mio colonnello aveva le due prime qualità, ma non la
terza!
Comunque, invece di essere inviato ad un fronte di guerra, come mi aspettavo, fui incaricato
di istruire reclute e soprattutto di far ritornare alla mente degli ufficiali richiamati – colleghi e
superiori – le regole principali per la preparazione dei tiri d'artiglieria, che naturalmente avevano
completamente dimenticato, a dimostrazione di quanto dissi a proposito della completa inutilità
del servizio militare in tempo di pace.
Scrissi per questo scopo un libriccino di topografia e di tiro, che tra l'altro mi diede
l'occasione di viaggiare a Pavia – dove fu stampato a spese del reggimento – con brevi
deviazioni a Merate a ritrovare Margherita, Giulietto e la mamma, che tiravano avanti come
potevano. Mi sembra quasi di commettere una colpa nel pensare a cose tanto da poco, mentre nel
mondo avvenivano gli orribili eventi che la mia generazione ha vissuto e quelle giovani
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conoscono per averli letti nei libri di storia; ma la vita dei singoli è diversa da quella delle
nazioni e si sforza di svolgersi per quanto possibile indipendentemente da essa – e, come dissi,
non scrivo una storia, ma il viaggio di un Astronomo nel secolo XX. La mia vita può avere
interesse solo perché è stata la vita di uno fra tanti, che vissero in quegli anni.
Nella primavera successiva mi sembra di aver passato un lungo periodo – in realtà furono
solo poche settimane – a Spiazzi di Monte Baldo per esercitazioni di tiro del nostro reggimento.
Questo fu un periodo lieto, perché ottenni di farmi raggiungere da Margherita, che era in attesa
del nostro secondogenito, e da Giulietto, un bimbo molto bello e precoce, che mosse i suoi primi
passettini nell'albergo dove eravamo alloggiati con altri ufficiali, tra l'ammirazione delle signore
e delle cameriere – e l'orgoglio di Margherita e mio! Anche il luogo, la catena che separa la valle
dell'Adige dal lago di Garda, era molto bello e contribuì a questa serenità di breve durata.
Devo aver riaccompagnato a Merate Margherita e Giulietto in maggio, perché vedo
Margherita seduta accanto a me nella nostra camera da pranzo ad ascoltare la radio che
annunciava l'invasione tedesca della Russia; con ciò terminava anche quella tenue speranza, che
qualcuno – ignorando come noi la realtà – poteva ancora nutrire che la guerra potesse finire con
un accordo tra Hitler e l'Inghilterra. Malgrado i toni trionfalistici dei giornali e della radio, non
potei fare a meno di ricordare che anche la fine di Napoleone era incominciata proprio con
l'invasione della Russia.
In agosto di quell'anno, 1941, nacque Roberto e per l'occasione ottenni una breve licenza.
Anche Roberto nacque nella clinica di Villa Porpora e potei vivere con Margherita i momenti
della sua fatica e la gioia che li seguì. Vennero a trovarci gli zii Ottorino e Giuditta, ormai
definitivamente a Milano, i quali parteciparono alla nostra felicità di quei pochi giorni.
Poco prima il mio reggimento si era trasferito a Bolzano, dove il colonnello improvvisò una
scuola per allievi ufficiali; in pratica io ero incaricato di tutte le lezioni teoriche, meno quelle di
amministrazione e così continuai in un'attività relativamente tranquilla, che mi ingegnavo di
rendere il meno possibile diversa da quella mia ordinaria. Ricordo tra l'altro di aver scovato non
so dove una vecchia macchina da calcolare e di aver incominciato nelle ore libere dal servizio
alcuni calcoli relativi all'evoluzione stellare: non più che semplici abbozzi preliminari, che
continuai poi a Merate nell'ultimo anno di guerra e anche dopo.
In quei mesi, morì il mio buon direttore, Bianchi, che tanto aveva fatto per me, e qualche
tempo dopo fu nominato direttore dell'Osservatorio di Brera Luigi Volta, pronipote dell'inventore
della pila, di cui parlerò in seguito, mentre Cecchini ottenne l'incarico della direzione
dell'Osservatorio di Pino Torinese e Krüger, congedato dall'esercito, restava solo a Merate.
L'incarico dei lavori per l'Osservatorio del Tuscolo passò ad Abetti, che però non ebbe possibilità
di farli progredire; c'era altro da pensare che agli osservatori astronomici! Poco dopo, assaliti a
tradimento dai giapponesi a Pearl Harbour, anche gli Stati Uniti entravano in guerra e oramai
tutto il mondo era travolto dall'uragano.
Mentre io cercavo di tirare avanti a Bolzano, in un inverno, di cui ricordo soprattutto il gran
freddo, Margherita ebbe seri problemi con Robertino, a causa di uno spasmo pilorico, per cui il
piccino rimetteva quasi tutto il latte che poteva succhiare. Inoltre ci trovavamo in serie difficoltà
economiche, costretti, come eravamo, a vivere separati con il mio magro stipendio da tenente.
Sarebbe stato difficile farla venire a Bolzano con i bambini, perché tra l'altro io vivevo nella
caserma, per ragioni di risparmio, e anche perché non era facile trovare un'abitazione fuori, data
l'ostilità dei bolzanesi verso gli ufficiali italiani, malgrado l'alleanza tra Hitler e Mussolini. Perciò
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decidemmo che Margherita con i bambini e la mamma andassero a vivere a Roma presso il
babbo e le sorelle, che li accolsero con tutto il loro grande affetto.
La primavera del 1942 portò per noi un altro breve periodo sereno, per quanto i tempi lo
permettevano. Incaricato come l'anno prima dal mio colonnello di fare i piani per le esercitazioni
di tiro del reggimento, dopo un breve periodo invernale sul Renon, lo convinsi a scegliere per la
primavera, la valle di Fiemme e precisamente Ziano, che naturalmente conoscevo bene. I soldati
furono accantonati tra Ziano, La Roda e Zanolin e io presi in affitto una casetta a Zanon – queste
sono tutte frazioni di Ziano – dove mi feci raggiungere da Margherita, sperando anche che l'aria
dei monti potesse far bene a Robertino, che continuava a soffrire del suo disturbo e destava non
poca preoccupazione.
In effetti Roberto guarì quasi subito e divenne poi rapidamente un bel bambinone robusto e
vivace. Giulio, appena arrivato, nel vedere i prati coperti di fiori, le stupende foreste di pini e di
abeti e le cime dei monti, alcuni ancora coperti di neve, ne rimase entusiasta e dichiarò subito:
“Mamma, qui è tutto un giardino!”
Tra Predazzo e Ziano l'Avisio si divide in un'infinità di rivoli limpidissimi, che Giulio
chiamava “i fiumicei” e sui quali si divertiva un mondo a far navigare pezzetti di legno. Non solo
parlava ormai perfettamente (a meno di due anni), ma la nonna gli aveva insegnato a riconoscere
tutte le lettere dell'alfabeto, naturalmente senza riuscire a riunirle in parole, ma solo indicando
“l'O tondo”, “la i col puntin”, la “Q col codin” e così via.
Quando il reggimento ritornò a Bolzano, Margherita rimase ancora alcune settimane a Ziano
ed io passavo con lei le domeniche in quei luoghi per noi così pieni di ricordi dolcissimi.
All'inizio dell'estate riaccompagnai i miei cari a Roma, dove papà Roberto aveva preso in affitto
un appartamentino ad Anzio, che Margherita occupò per qualche mese con i bambini. Il mare
completò la guarigione di Robertino, che ormai non dava più preoccupazioni. Io ritornai a
Bolzano, triste e preoccupato per il futuro.
Devo ora parlare di un evento interiore, che può interessare anche come un effetto prodotto
dalla guerra nell'animo di alcune persone.
Fin dai tempi di Spiazzi, era avvenuto in me un profondo e decisivo cambiamento: il
processo di conversione alla Fede, che si era iniziato con la mia unione con Margherita, era
divenuto completo; credo che fu l'esplosione di violenza della guerra che suggellò la
conversione. Compresi, e ne divenni da allora del tutto convinto, che soltanto nella tolleranza e
nella dolcezza dell'insegnamento di Cristo l'umanità può trovare un sollievo alle sue sofferenze,
anzi l'unica possibilità di sopravvivere.
Mi rendo conto che la virtù della tolleranza non è un monopolio del cattolicesimo o più in
generale del cristianesimo – e in verità per comprendere il fondamento della mia conversione
occorre considerare gli eventi di molti secoli passati come una deviazione da parte delle Chiese
cristiane da quelli che sono i veri valori del Cristianesimo – ma mi sembra che solo nell'amore,
insegnato da Cristo ed esaltato da San Paolo con le sublimi parole dell'Epistola ai Corinzi, il
cuore può trovare quel calore di sentimento che fa considerare tutti gli uomini non solo come
compagni o amici, ma come fratelli e figli di un unico Padre. Non si tratta solo di tollerare, ma di
amare i nostri fratelli ed anche i nostri nemici.
Perfino l'uso della forza, per porre termine alla violenza demoniaca del nazismo e del
fascismo e le sopraffazioni delle nazioni potenti su quelle più deboli, mi suscita gravissimi dubbi
– specialmente, poi, nel modo come è stato messo in pratica dai vincitori della guerra.
Certamente è meno difficile perdonare a chi fa del male a noi personalmente e magari porgere
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l'altra guancia che tollerare delitti e sopraffazioni sugli altri – specie su coloro che ci sono più
vicini – senza reagire, opponendo violenza a violenza. La reazione anche violenta da parte di chi
soffre e di chi lo vuole aiutare è comprensibile. Ma esiste un limite preciso tra la violenza
“lecita” e quella “condannabile”? Non c'è forse il pericolo che ad un certo punto quello che può
essere considerato un legittimo desiderio di giustizia si trasformi in brama di vendetta? Forse che
i milioni di morti civili dei bombardamenti delle città tedesche e giapponesi, ormai inermi, sono
vittime di una criminalità meno condannabile di quella che si è voluto punire a Norimberga?
Da quel tempo incominciai a frequentare regolarmente e devotamente le funzioni della
Chiesa cattolica. Devo però confessare che non ho mai potuto comprendere come la Chiesa
tolleri o addirittura sembri favorire certe manifestazioni, che a me appaiono superstiziose.
L'insegnamento di Cristo è indubbiamente quanto di più sublime sia apparso sulla terra, ed è ben
giusto considerarlo come un Pensiero che trascende la ragione umana, rivelatosi in un atto di
amore supremo; ma appunto per questo mi sembra di impoverirlo, accompagnandolo, come
accade spesso fra persone non abituate a riflettere sui suoi più profondi valori, con riti che hanno
un aspetto magico o propiziatorio, con racconti di guarigioni miracolose ed altre manifestazioni,
che mi appaiono un'eredità irrazionale di secoli di ignoranza e superstizione. Tutto ciò che posso
pensare per tollerare queste cose è che ciascuno deve servire il Signore come può, ma mi sembra
paradossalmente di poter dire che non sono un credente a causa dei miracoli, ma malgrado i
miracoli!
Ancor più difficile mi riesce naturalmente identificare il dolce Padre celeste, di cui parla
Gesù, con il Dio terribile, crudele e spietato che ordinava a Mosé, a Giosué ed agli altri
condottieri ebrei di compiere le orribili stragi – senza risparmiare vecchi o bambini e
destinando... ad altro uso le donne giovani e le bambine (quando sarebbero cresciute) – come si
racconta con evidente compiacimento in molti libri dell'Antico Testamento. Il Dio di Abramo,
Isacco e Giacobbe, come appare in quei libri, mi appare in verità come una mostruosa e, oserei
dire, blasfema deformazione del Dio in cui credo, assai più vicina a Marduk o ad Assur, che a
Colui che ha ispirato le pagine sublimi del Sermone sulla Montagna e delle Lettere di San Paolo,
come pure, naturalmente, quelle dei grandi Profeti e dei Salmi. Ma ciò che scrivo è solo la storia
di un viaggio e lascio ai Teologi la cura di risolvere queste difficoltà.
L
a guerra sofferta a Roma. Qualche mese dopo il mio ritorno a Bolzano avvenne un
fatto inaspettato, che mi permise di riunirmi ai miei cari. Cercando di impiegare in
qualche modo il tempo che il lavoro da ufficiale mi lasciava libero, avevo scoperto alcuni
errori nelle tavole di tiro per i nostri cannoni; uno specialmente era così grave, che impiegando
quelle tavole le artiglierie avrebbero finito con colpire le nostre fanterie più avanzate, invece che
quelle nemiche. Non credo – o almeno lo spero – che ciò sia mai avvenuto, perché quelle tavole,
preparate per una guerra di posizione secondo criteri antiquati, non devono essere state molto
usate in una guerra di rapidi spostamenti, come quella che si stava combattendo. Comunque
comunicai al colonnello tutto ciò che avevo trovato ed egli mi disse di preparare un promemoria
per l'Ispettorato d'Artiglieria, che spedì immediatamente insieme con il libriccino che avevo
scritto quando eravamo ancora a Mantova.
Devo dire che non attribuivo molta importanza alla cosa e rimasi molto meravigliato nel
ricevere poco dopo una lettera di encomio per il libretto, accompagnata – e questa era ben più
importante – dall'ordine del mio trasferimento immediato a Roma presso l'Ispettorato per essere
impiegato in funzioni tecniche.
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Così, in uno degli ultimi mesi del 1942 potei riunirmi con i miei cari a Roma. La gioia di
ritrovarmi con Margherita, i bambini, la mamma e la famiglia di mia moglie non può essere
descritta: qualunque cosa ci riservasse il destino, l'avremmo affrontata insieme e questo per ora
ci bastava!
Anche dal punto di vista economico immediato c'erano non piccoli vantaggi; il mio stipendio
da ufficiale era stato aumentato sia per la promozione a capitano avvenuta qualche mese prima e
sia perché l'Ispettorato d'artiglieria faceva parte dello Stato Maggiore e pertanto il mio servizio
era considerato come in “zona di guerra” (a Roma!) con un soprassoldo non molto sostanzioso,
ma neppure trascurabile. Ma tutto ciò passava in seconda linea rispetto al conforto di essere di
nuovo tutti insieme, tanto più che da qualche tempo anche Italo ed i suoi si erano trasferiti di
nuovo a Roma. Giulio ed i suoi erano tornati a Trieste dalla Bulgaria.
Non sono però tanto egoista da dimenticarmi di coloro, ufficiali o semplici soldati, che in due
anni di consuetudine mi erano divenuti amici e che, meno fortunati di me, restavano a Bolzano;
furono tutti deportati in Germania dopo l'armistizio, meno il mio buon attendente, che mi aveva
seguito a Roma e si era molto affezionato ai bambini. Anche i loro fantasmi ricorrono spesso
nelle mie veglie, ma sarebbe impossibile parlare di tutti. Non posso però fare a meno di ricordare
un giovane sottotenente che mi fu particolarmente caro, Mario De Raj, morto prematuramente
dopo la guerra; era un cattolico praticante e le nostre conversazioni ebbero non poca importanza
nei mesi della mia conversione.
Il mio lavoro a Roma era quello di un comune impiegato, con un orario che mi lasciava parte
del sabato e la domenica da passare in casa. Si trattava di un lavoro piuttosto banale: la
traduzione di tavole di tiro per pezzi d'artiglieria catturati in Francia e in Jugoslavia e delle
relative istruzioni per uso degli ufficiali italiani; ma poco tempo dopo il mio arrivo me ne fu
assegnato uno più interessante, che non è fuori luogo ricordare.
Nel secolo scorso l'artiglieria italiana – o meglio piemontese – era una delle prime del
mondo, grazie agli studi di balistica di Cavalli e soprattutto di Siacci, un vero scienziato nel
campo della Balistica; il trattato di quest'ultimo era un profondo studio scientifico sul moto dei
proietti, che teneva conto della resistenza dell'aria e della rotazione impressa dalla rigatura
elicoidale delle bocche da fuoco: un problema di meccanica tutt'altro che facile, risolto
brillantemente per quei tempi da Siacci.
Dopo di allora, erano stati pubblicati vari trattati di balistica teorica da parte di colonnelli e
generali, i quali, però, si erano limitati a copiare il libro di Siacci, introducendo non pochi errori
e senza tener conto dei progressi fatti in più di un secolo dalla Matematica applicata ai problemi,
che implicano calcoli numerici lunghi e complicati, progressi che probabilmente non
conoscevano; per esempio, dai loro libri sembra ignorassero che tra l'altro la soluzione delle
equazioni del moto, anche con le modeste macchine calcolatrici del tempo, era assai più rapida e
precisa di quella calcolata con i logaritmi, per l'uso dei quali Siacci aveva creato il suo metodo,
che essi continuavano ad applicare pedestremente. Naturalmente allora nessuno pensava ai
calcolatori elettronici, che si cominciarono a costruire in America verso la fine della guerra.
Solo nei primi anni della guerra un giovane ufficiale aveva tentato di compilare un trattato un
poco più originale, anche se le sue modeste conoscenze di Matematica e di Meccanica razionale
non gli avevano permesso lo studio di trattati veramente scientifici, come quello tedesco di
Cranz, che io avevo scovato nella modesta biblioteca dell'Ispettorato. Il compito a me affidato fu
quello di rivedere le bozze di questo volume, che quando giunsi a Roma erano già state corrette,
ma non ancora licenziate alle stampe.
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A parte ancora numerosi errori di stampa, dovetti però rilevare che l'autore aveva commesso
un numero non irrilevante di errori concettuali, che mi sembrò necessario correggere riscrivendo
molte pagine del libro. Quando feci notare tutto ciò al generale, che era il mio diretto superiore,
egli mi disse di parlarne all'autore, il cui ufficio si trovava al piano di sotto al nostro.
Io ero un poco esitante a farlo, perché temevo che il detto autore potesse adombrarsi per i
miei rilievi, essendo egli un ufficiale di carriera di grado superiore a me, che ero solo un capitano
di complemento. Fu invece una gradevole sorpresa trovare che questi timori erano del tutto
infondati. L'autore del libro non solo accettò prontamente tutte le varianti da me proposte, ma mi
dimostrò molta gratitudine e i rapporti che ebbi in seguito con lui furono assai cordiali. Alla fine,
quando il volume uscì alle stampe – alquanto rabberciato, ma senza errori troppo gravi – volle
persino dividere con me il premio in denaro che gli fu assegnato dal Ministero della Guerra.
Potrei riferire numerosi episodi interessanti sul lavoro da me svolto all'Ispettorato
d'artiglieria; dirò solo che rimasi spaventato e indignato per la grave impreparazione del nostro
esercito, dovuta al sistema fascista, fatto di improvvisazione e ignoranza, e pagata col sangue dei
nostri soldati. Anche i nostri alleati tedeschi erano al corrente di ciò e ci trattavano di
conseguenza.
Ricordo solo quale umiliazione provai, quando ci inviarono una grossa partita di granate per
l'artiglieria contraerea, assolutamente inservibili, perché di calibro diverso da quello dei nostri
cannoni! Siccome mi era stato ordinato di preparare una lettera, in cui si faceva rilevare l'errore,
dovuto a negligenza ed al poco conto che facevano sull'aiuto italiano, impiegai espressioni così
forti, che il generale che doveva firmarla mi disse se ero matto a pensare di poter parlare in quel
modo ai generali tedeschi; io risposi che ritenevo i tedeschi alleati, non padroni, ma fui ridotto al
silenzio – senza conseguenze, forse anche perché il mio generale era d'accordo con me, ma
riteneva più prudente tacere. Del resto era ormai evidente a tutti quale sarebbe stato l'esito della
guerra; c'era solo da augurarsi che finisse presto, perché ogni prolungamento non avrebbe portato
altro che nuovi lutti e maggiori dolori.
Anche in famiglia, dopo la grande gioia della riunione vi furono eventi dolorosi, come la
perdita di un bambino da parte di Margherita; le conseguenze si trascinarono per qualche mese e
richiesero alcuni interventi che ci tennero non poco in ansia, prima che i timori più seri si
dissipassero. Margherita sopportò tutto con il suo grande coraggio e in mezzo a queste prove la
nostra unione diveniva di giorno in giorno più profonda; eravamo giovani e, malgrado tutto,
pieni di speranze in un futuro migliore per noi e per il mondo.
Un altro grande dolore fu la scomparsa di un cugino di Margherita, Francesco Federici
(Checchino), cognato di Italo. Il povero giovane si era laureato in ingegneria ed aveva trovato
lavoro nelle acciaierie di Terni; veniva a Roma tutti i fine di settimana a trovare i genitori.
Disgraziatamente un giorno il treno fu bombardato in una delle frequenti incursioni aeree; i
passeggeri si dispersero per i campi e in parte si salvarono, ma molti perirono per le bombe ed i
mitragliamenti a bassa quota (su civili inermi in fuga!) e tra questi anche il povero Checchino, di
cui si ritrovò solo la giacca con il portafoglio ed i documenti. Margherita ed io gli eravamo molto
affezionati e la sua perdita ci addolorò profondamente.
Ci furono però anche eventi lieti, come il matrimonio della sorella maggiore di Margherita,
Clara, con il proprietario della farmacia dove era impiegata, il dottor Guido Giorgi. Della loro
famiglia dirò più avanti. In quel momento Guido era richiamato e prestava servizio in un reparto
della Sanità a Roma.
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Giulietto e Robertino crescevano bene, malgrado le difficoltà causate dalla scarsezza dei
generi alimentari, che si andava sempre più aggravando. La nonna era felice di portarli ogni
giorno a passeggio; la loro meta preferita era la piazza del Campidoglio, quasi deserta, dove i
bambini potevano giocare tranquillamente, senza altri pericoli che quello di eventuali allarmi
aerei. Questi non spaventavano molto, perché nessuno pensava che gli alleati avrebbero
bombardato la città, la quale d'altronde non offriva obiettivi di interesse militare, salvo lo Stato
Maggiore dell'esercito. E si potrebbe ironizzare sul fatto che questo, con gli errori che
commetteva, era forse più utile ad essi che ai tedeschi! Le guerre si vincono, perché ci sono
generali anche dalla parte perdente!
Approfittai della permanenza relativamente tranquilla a Roma per riprendere contatto con
l'Istituto di Fisica, dove Amaldi cercava di riunire alcuni dei vecchi rappresentanti della scuola di
Fermi rimasti in Italia. C'erano, tra gli altri, Giancarlo Wick alla cattedra di Fisica teorica e
Mario Ageno, che aveva fatto un periodo di guerra in Africa, dove si era ammalato seriamente ed
era stato dimesso dall'esercito; anche Bruno Ferretti e Giuseppe Cocconi, che erano come me
ufficiali richiamati e assegnati a servizi tecnici, ma in un altro reparto, vi venivano di quando in
quando.
Era per me una grande felicità potermi ritrovare tra persone con cui si poteva parlare di Fisica
e di Astronomia. Malgrado i tempi difficili l'ambiente era sempre vivace e ricordo che si
discuteva anche – in via puramente accademica – la possibilità che qualcuno dei belligeranti
riuscisse ad impiegare la fissione dell'Uranio per costruire un'arma micidialissima, come
purtroppo avvenne.
Io proposi ad Amaldi di tenere come libero docente un corso libero di Astrofisica, avente
come argomento l'Evoluzione Stellare, e questa proposta fu accettata prontamente.
All'Ispettorato non trovai difficoltà ad ottenere che mi venissero lasciati liberi tre pomeriggi alla
settimana. Il mio corso fu frequentato da vari studenti, tra cui l'attuale signora Cayrel (Giusa),
divenuta in seguito una delle maggiori autorità nel campo della Spettroscopia ad alta dispersione.
Le mie lezioni contenevano soprattutto una discussione originale delle equazioni delle
politropiche e un tentativo, che sviluppai in seguito, di tener conto della variazione di
composizione chimica nelle regioni centrali di una stella, dovuta alla trasformazione
dell'idrogeno in elio. La scoperta di Bethe delle reazioni nucleari che danno luogo a questa
trasformazione era una delle ultime notizie che mi erano giunte dall'America prima che la guerra
troncasse ogni comunicazione con il resto del mondo. Questo fu il primo corso di Astrofisica
teorica ad alto livello, che si fosse mai tenuto in Italia. Come vari altri miei lavori non fu mai
pubblicato.
Qualche mese prima dell'armistizio, Wick fu richiamato alle armi come soldato semplice e,
su mia richiesta, mi fu assegnato come segretario presso l'Ispettorato d'Artiglieria. Lavoravamo
insieme, e insieme non finivamo di stupirci per l'ignoranza degli alti ufficiali dell'esercito
italiano. Ricordo che tenevamo sul tavolo un libro sulla Teoria dei Campi e quando suonavano le
sirene dell'allarme aereo, invece di scendere nel rifugio come era prescritto, interrompevamo il
lavoro, tiravamo fuori il libro e io mi facevo spiegare da Wick la teoria – che era stata sviluppata
dopo la mia laurea e, per conseguenza, conoscevo solo per sentito dire. Queste lezioni private da
parte di un insegnante eccezionale mi furono assai utili per migliorare la mia comprensione di
una materia non certo facile... ed erano il modo migliore per aspettare che venisse la fine
dell'allarme!
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Giungemmo così all'estate 1943. Tra aprile e maggio ogni resistenza militare in Africa era
terminata e in luglio gli alleati occuparono la Sicilia senza incontrare praticamente alcuna
resistenza. Il 19 luglio fu bombardata Roma.
Io mi trovai casualmente per ragioni di servizio nel centro della zona bombardata e feci
appena in tempo a scendere in uno dei sottopassaggi della stazione ferroviaria adibito a rifugio.
Ero naturalmente preoccupato per i miei cari, benché mi tranquillizzasse un poco pensare che
con ogni probabilità si trovavano lontani dai punti di maggiore pericolo; in effetti, appena
suonato l'allarme, Margherita si era precipitata in strada e, incurante dei richiami della polizia,
aveva raggiunto i bambini che si trovavano con la nonna nella Piazza del Campidoglio. Insieme
attesero in relativa sicurezza la fine dell'incursione in un rifugio preparato nell'antica costruzione
romana (il Tabularium), sopra la quale sorge il Palazzo dei Conservatori. I bambini, specie
Roberto, rimasero però molto scossi e ancora molti anni dopo il rumore di un aeroplano di
passaggio continuò a spaventarli.
Il bombardamento aveva evidentemente come obiettivo gli impianti della stazione
ferroviaria, il nodo più importante di comunicazione tra il Nord ed il Sud d'Italia, ma, forse per
un errore di valutazione del vento, le bombe caddero sopra il popoloso quartiere di San Lorenzo
e sul Cimitero del Verano, senza apportare gravi danni agli impianti ferroviari; qualcuna giunse
perfino sulla Città Universitaria. Non si guardava tanto per il sottile, anche se l'artiglieria
contraerea italiana era praticamente nulla!
Vi furono perciò molti morti tra la popolazione civile – e non solo per le bombe, ma anche
per i brutali mitragliamenti sulla gente inerme. Data l'ora, la mattina inoltrata, le donne erano in
giro a fare coda davanti ai negozi di alimentari e i bambini giocavano nei giardini e nelle piazze.
Nel rifugio giungevano il rumore degli scoppi, il rombo dei motori degli aerei ed il lugubre
ululare delle sirene delle autoambulanze e quando, durante l'intervallo tra un'ondata e l'altra ci si
affacciava all'uscita, si vedevano dapertutto le fiamme e il fumo degli incendi.
Forse questo fu l'evento che spinse il re, i capi dell'esercito ed anche la maggioranza dei
membri del Gran Consiglio a prendere una decisione, che era già nell'aria. Il 25 luglio Mussolini
fu arrestato e fu nominato un nuovo Governo; malgrado la dichiarazione di Badoglio che la
guerra continuava, era chiaro che ormai l'Italia aveva cessato ogni resistenza.
Qualche giorno dopo mettemmo in atto una decisione, che avevamo discusso a lungo già
prima del bombardamento: Margherita e bambini sarebbero ritornati a Merate con la nonna, sia
per essere lontani dai bombardamenti e sia perché si pensava che in una zona di campagna la
penuria di viveri sarebbe stata meno grave che a Roma. A Merate c'erano anche gli zii Ottorino e
Giuditta, sfollati da Milano, che avevano occupato con l'autorizzazione del nuovo direttore il
nostro appartamento. Pensavamo anche che ormai la guerra non avrebbe potuto durare a lungo.
La notte dopo il nostro arrivo a Merate ci fu il primo dei bombardamenti terroristici di
Milano; dalla nostra casa si vedeva tutto l'orizzonte illuminato dagli incendi e ci giungeva il
rumore delle esplosioni come un cupo rombo continuo. Il giorno successivo feci ritorno a Roma.
Gli eventi della guerra intanto precipitavano; la popolazione, scossa dai gravi bombardamenti
delle città settentrionali, mentre gli alleati sbarcavano a Salerno, chiedeva insistentemente la
cessazione delle ostilità; gli operai delle grandi industrie del Nord erano in sciopero e
cominciavano a formarsi anche i primi nuclei di partigiani. Il Governo Badoglio fu costretto a
chiedere l'armistizio, ma mentre il re, il Governo ed i generali fuggivano precipitosamente a Bari,
i tedeschi, che avevano liberato Mussolini e avevano stabilito il comando del loro esercito a
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Frascati, occuparono Roma, malgrado il tentativo di resistenza da parte di alcuni reparti di
granatieri.
L'esercito italiano si sfasciò rapidamente; una parte dei soldati raggiunsero come poterono le
loro famiglie, una parte furono deportati in Germania, alcuni reparti opposero ai tedeschi qualche
sporadica resistenza; altri, specialmente nel Nord, ripararono sulle montagne e uniti ai partigiani
che già vi si trovavano formarono dei gruppi di resistenza, salvando così almeno l'onore del
nostro popolo.
Quanto a me, rimasi per una decina di giorni a Roma; e fu una ispirazione del Cielo, che
probabilmente mi salvò la vita o, per lo meno, mi risparmiò le sofferenze dei campi di
concentramento tedeschi. Partii in abiti borghesi e accompagnato dalla benedizione di papà
Roberto; dopo qualche peripezia di poco conto giunsi una sera a Merate, dove Margherita e la
mamma non mi attendevano più, perché il mio treno fu uno dei pochi, forse il primo, in cui i
militari che viaggiavano sfuggirono alla deportazione.
Forse eravamo egoisti nel pensare in quei momenti solo al nostro presente; la guerra per il
nostro paese non era terminata e cominciava un periodo di sofferenze e di angoscie ancora
maggiori di quelli precedenti, ma il sollievo per trovarci di nuovo insieme era immenso.
Qualcosa dentro di noi ci diceva che ormai non ci saremmo più separati, se non per le vicende
ordinarie della vita.
U
ltimi anni di guerra. La vita a Merate in quegli anni non fu facile. Avevo ripreso il mio
posto di astronomo e lo stipendio mi veniva pagato regolarmente, ma era insufficente,
perché si doveva ricorrere al mercato nero quasi per ogni cosa. Io uscivo molto poco
dall'Osservatorio, per il pericolo delle deportazioni in Germania, ma Margherita girava
continuamente in bicicletta e, quando veniva segnalato che in qualche cascina era stato macellato
un bue, correva a comprare quei pochi pezzi di minor costo – cuore, milza, fegato, ecc... – che
riusciva a trovare; oppure si spingeva al di là del ponte di Paderno, dove c'era un mulino, in cui
qualche giorno si poteva trovare un pò di farina da polenta. La mamma si era ricordata di una
specie di erba commestibile, che chiamavamo “cornaggetti”, la quale cresce spontaneamente nei
prati ed era abbastanza gustosa cotta come gli spinaci. Qualche altra verdura si poteva avere da
un orticello dietro la cupola del riflettore e da una cascina vicina veniva anche un pò di latte. Si
sentiva molto la mancanza di zucchero, che per i bambini è tanto necessario ed era quasi
introvabile. Anche le frutta scarseggiavano; ricordo come mi sentii stringere il cuore un giorno al
sentir dire da Robertino:
“Mamma, quando sarà finita la guerra, potrò mangiare una mela intera?”
Nei mesi d'inverno c'era una certa abbondanza di castagne del bosco del parco, ma erano
quasi tutte bacate; le facevamo lessare... insieme con i bruchi, cercando di evitarli, quando le
sbucciavamo per mangiarle – e non sono sicuro di non aver mandato giù anche qualche baco, che
lessato ha lo stesso colore della polpa delle castagne!
D'inverno poi c'era il guaio del freddo, che a Merate non scherza quando ci si mette!
Persuademmo il direttore a dividere tra le famiglie il poco carbone che ci era dato per il
riscaldamento dell'Osservatorio, il cui impianto aveva sempre funzionato male anche in tempo di
pace.
Gli zii erano ritornati a Milano, dove i bombardamenti erano molto diminuiti, ma ci
vedevamo spesso. Noi vivevamo tutti nella cucina, che era grande e abbastanza luminosa.
Margherita vi teneva la macchina da cucire, sempre in funzione, la mamma intratteneva i
Livio Gratton – 122
bambini mostrando loro le figure dei libri sul tavolo centrale – dove si prendevano anche i pasti –
ed io avevo installato su di un altro tavolo la mia macchina da scrivere e una calcolatrice
meccanica Brunswiga, che funzionava a mano con un rumore assordante.
Roberto e Giulio ca. 1943
Ci scaldavamo con i fornelli a carbone, sui quali si cucinavano i pasti; ma le altre stanze
erano gelide e per andare al bagno dovevamo metterci il cappotto; i muri della cucina colavano
acqua, perché il calore non era sufficente per riscaldarli ed il vapore vi si condensava in grande
quantità. Avevo fatto installare una stufa a legna a cavallo tra la stanza della mamma e la nostra,
dove dormivano anche i bambini, e prima di coricarci vi bruciavamo della legna ancora verde,
che spesso ci obbligava ad aprire le finestre, malgrado il freddo, per far uscire il fumo.
Comunque si tirava avanti e potevamo considerarci fortunati in confronto di migliaia, anzi
milioni di altri ben più sventurati di noi.
Solo dopo la guerra potemmo conoscere gli orribili crimini perpetrati dai nazisti – in parte
con la complicità dei fascisti – lo sterminio degli ebrei, le stragi tra le popolazioni civili delle
nazioni occupate, Italia compresa. Qualcosa trapelava, ma la censura era rigorosa e nella zona di
Merate ci fu sempre una relativa tranquillità. Ricordo soltanto un giorno, non saprei dire la data,
in cui andando a Milano con Margherita, nella stazione di Monza, udimmo grida provenienti da
un vagone bestiame chiuso e piombato; erano giovani che venivano deportati in Germania per
essere adibiti a lavori forzati in qualche fabbrica tedesca e urlavano insulti all'indirizzo di
Mussolini e della repubblica di Salò.
Per qualche tempo si fermò a Merate il comando della Luftwaffe e l'Osservatorio fu occupato
dalle stazioni radio, con non poco timore da parte nostra di essere bombardati come obiettivo
militare. Per la verità i militari tedeschi non diedero alcun disturbo e si mostrarono sempre assai
gentili e ben educati; occupavano alcune stanze dell'Osservatorio, che erano sempre state
inutilizzate e, se non fosse stato per il rumore dei generatori di energia elettrica per le stazioni
radio che andavano giorno e notte, non ci saremmo quasi accorti della loro presenza.
Viaggio di un astronomo –123
Tuttavia, quando la mattina della vigilia di Natale ci svegliammo in un silenzio che ci parve
irreale e ci accorgemmo che se ne erano andati, fu per tutti un grande sollievo. E il Natale fu
doppiamente festeggiato, malgrado tutto, guerra e... miseria.
In quegli anni gran parte degli oggetti di qualche valore che ci erano stati regalati per il
matrimonio presero un pò per volta la strada di una oreficeria di Merate. Più avanti riuscii a
trovare qualche ripetizione per ragazzi di liceo appartenenti a famiglie di Milano sfollate a
Merate; ma come fare a mettere insieme qualcosa, tanto per ricordare la festa con qualche
piccolo dono natalizio per Margherita e per i bambini?
L'unica risorsa fu quella di ricorrere alla mia abilità manuale e all'amico falegname Spada.
Per quasi una settimana lavorai nella sua officina a costruire per Margherita una scatola da
lavoro, che lucidata faceva una discreta figura, e per i bambini due bei camioncini di legno ben
verniciati. Il tutto era molto resistente, tanto che i bambini conservarono i camioncini per qualche
anno, anche quando furono assai mal ridotti. Margherita, poi, gradì tanto la sua scatola, che non
se ne volle separare neppure quando vari anni dopo – alla fine del 1948 – ci trasferimmo in
Argentina. A sua volta con la stoffa di vecchie tende rimaste per decine di anni in un angolo
dell'Osservatorio essa confezionò per me e per i bambini delle bellissime giacche a vento, che
indossammo, finché la stoffa resistette.
Non posso fare a meno di pensare quanto preziosi furono per noi questi doni così modesti,
quando nei Natali di questi anni i miei nipotini ne ricevono tanti da non saper cosa farne – e ben
più ricchi – e prego il Signore che voglia loro risparmiare quello che toccò alla nostra
generazione; ma ancora più vivo è nel mio cuore il sentimento di gratitudine, perché attraverso le
nostre traversie – pur tanto meno gravi di altre – i legami di amore tra noi divennero sempre più
forti e più profondi.
Margherita ed io ci recammo alla Messa di mezzanotte al convento di Sabioncello,
percorrendo un sentiero che correva lungo il muro del parco di Subaglio. Era una notte chiara e
fredda e mi pare ancora di sentire lo scricchiolio della terra gelata, sotto i nostri scarponi da
montagna. E la mattina dopo ci fu festa; i bambini avevano imparato delle poesiole e Roberto,
così piccino com'era, in piedi sopra una seggiola ne recitò una con grandi gesti che fecero ridere
quasi alle lagrime la mamma ed anche il professor Volta e le figlie che erano venuti a sentirli.
Nella grande tragedia della guerra queste sembrano cose di poco conto, se confrontate con i
grandi disastri, che per nostra fortuna ci furono evitati. Ma io non ho cose straordinarie da
raccontare; la nostra vita fu sempre fatta di piccole cose, che ci diedero una felicità che neppure
tutti gli agi e le comodità potrebbero mai procurare. Perché la felicità – quella vera – nasce
dentro e non fuori di noi.
All'Osservatorio era venuta a vivere, oltre al direttore con la sua famiglia, anche la dottoressa
Campa, che però ritornò appena le fu possibile a Milano, e i due custodi di Brera. C'erano anche
naturalmente Krüger e sua madre e, per qualche tempo, una sua sorella sposata con un ufficiale
dell'Areonautica e due suoi figli – gemelli, se ricordo bene.
Luigi Volta era una delle persone più simpatiche e gradevoli che io abbia mai incontrato; fu
facile affezionarsi a lui ed ai suoi figli, Alessandro, Ricciarda, Ippolita e Piera, e passammo
molte sere con loro, ascoltando Radio Londra e tentando di insegnargli a giocare a bridge –
un'impresa che si rivelò subito disperata! Anche la formazione scientifica di Volta era, come
quella di Bianchi, di tipo assai antiquato; in compenso si interessava molto ai nostri lavori e
lasciò me e Krüger completamente liberi di prendere ogni iniziativa, che ci sembrava opportuna
e che noi gli sommettevamo per deferenza, sapendo in anticipo che la avrebbe approvata.
Livio Gratton – 124
Era un omino piccolo e mingherlino, vivacissimo e con un modo di fare alquanto bizzarro;
per esempio, non scendeva mai le scale come ogni persona normale, specie se non più
giovanissima, ma montava a cavalcioni sulla ringhiera e si lasciava scivolare, come fanno i
bambini. A parte questa ed altre simili bizzarrie, era un uomo colto ed intelligente e soprattutto di
grande onestà e lealtà verso tutti, come si dimostrò in una importante circostanza, che mi sembra
di dover riferire.
Come tutta l'Italia settentrionale, anche noi ci trovavamo sotto il governo repubblichino –
come chiamavamo la Repubblica Sociale di Mussolini, ormai divenuto un fantoccio in completa
balìa di Hitler. Per dire il vero a Merate quasi non ci accorgevamo che questo governo esistesse,
ma un giorno ci venne l'ordine di giurare fedeltà al suo regime, come impiegati dello stato.
Ricevuto questo sgradito ordine, Volta convocò il personale e chiese l'opinione di tutti prima di
compiere un passo, che a lui ripugnava al pari che a tutti gli altri. Gabba, venuto per l'occasione a
Merate, Krüger ed io eravamo contrari, seppure non senza qualche esitazione; la dottoressa
Campa diede l'esempio dichiarando recisamente che non avrebbe in alcun caso giurato,
qualunque cosa decidessero di fare gli altri. I custodi di Brera e di Merate per conto loro dissero
invece di non voler grane e quindi avrebbero giurato, se non se ne poteva fare a meno.
Volta, dopo una breve riflessione, dichiarò che, per il momento, si sarebbe presa la
responsabilità di non rispondere e avrebbe aspettato un sollecito da parte del ministero. Questo
venne però solo dopo vari mesi; tutti, convocati di nuovo, risposero come la prima volta e la
lettera fu messa ancora nel cassetto e così si andò avanti – credo – ancora una volta,... finché si
arrivò alla fine della guerra e della Repubblica di Salò!
E, per restare nell'argomento, devo aggiungere che a me personalmente, arrivarono un paio di
volte lettere del Distretto militare, in cui mi si chiedeva “se gradivo di essere richiamato sotto le
armi come capitano dell'Esercito”; alle quali risposi tutte le volte che il mio lavoro scientifico a
Merate era molto importante e ritenevo di poter servire meglio la patria come astronomo che
come militare – il ché, dopo tutto, era anche vero!.
Il lavoro fu durante quegli anni una grande risorsa, che, se non fosse stato per la continua
preoccupazione per Margherita e per i bambini, mi avrebbe fatto quasi dimenticare la guerra e i
disagi che ne derivavano.
Una parte del tempo la impiegavo con Krüger in vani tentativi di mettere in ordine uno degli
spettrografi, che, non riuscimmo mai a capire per quale ragione, era andato fuori collimazione e
dava degli spettri astigmatici e non usabili. Un'altra parte la dedicavo ad alcuni lavori teorici e
specialmente al calcolo di modelli stellari, con le conoscenze ed i mezzi disponibili in quei
tempi.
Il 17 settembre 1944 nacque Giampaolo. In marzo, quando si era manifestata una minaccia di
perdere il bambino – a causa della scarsa alimentazione e delle fatiche che Margherita affrontava
andando in giro in bicicletta per le colline della Brianza – il medico condotto, un bravo siciliano
di nome Sindoni, ci aveva parlato chiaramente:
“Date le circostanze, se voi volete, possiamo lasciar fare alla natura; benché in tempi normali
non sarebbe stato assolutamente giusto, visto che c'è ancora qualche speranza di evitare l'aborto.”
In questi giorni in cui molti ricorrono con leggerezza all'aborto per motivi non sempre
giustificati, non posso non ricordare l'orrore di cui ci riempì la sola idea. Come avremmo potuto
volontariamente escludere dal mondo una creatura che chiedeva di entrarvi e a cui il nostro
amore aveva già dato la vita? come avremmo potuto mantenere tra noi, dopo un simile atto di
viltà, quel sentimento così completo che c'era stato finora, anzi si era andato facendo sempre più
Viaggio di un astronomo –125
forte, in mezzo alle difficoltà ed ai timori di quei tempi calamitosi? Per quanto il mondo
apparisse cattivo ed ostile, sentivamo in noi un
dovere sacro di sperare nel futuro e di non rinnegare
in alcun momento la nostra Fede.
Margherita era quella che doveva sopportare il
peso maggiore, ma in nessuno di noi ci fu la minima
esitazione; facemmo tutto quello che era in nostro
potere e quando, un paio di mesi dopo, si
manifestarono i segni che la gravidanza procedeva
come avevamo voluto con tutte le nostre forze, fu
una gioia indescrivibile prendere le manine dei due
bambini ed appoggiarle sul ventre della madre per
far loro sentire il fratellino che si agitava vivente nel
suo grembo.
Uno di noi – non ricordo quale – se fosse stato
un maschietto voleva chiamarlo Giovanni e l'altro
Paolo, ma Giulietto che partecipava ai nostri discorsi
ci mise d'accordo dicendo:
“Perché non lo chiamiamo Giampaolo?”
Nacque nella nostra casa nell'Osservatorio ed io
feci da assistente, ormai esperto, alla levatrice di
Merate, che mi parve abile e coscienziosa. Tutto si
Giampaolo, 16 Settembre 1946
svolse bene nel calore della famiglia, che le pretese
igieniche degli ospedali di oggi non riusciranno mai a
compensare. La nuova creaturina era fisicamente perfetta, anche se un pò piccina, e crebbe un
frugoletto vivacissimo e precoce non meno dei fratellini
maggiori. Al battesimo fece da madrina la zia Giuditta –
eravamo completamente tagliati fuori dai nostri cari di
Roma, che era stata occupata dagli alleati tra il 4 ed il 5
giugno.
Durante l'allattamento Margherita ebbe un attacco di
appendicite e dovemmo trasportarla d'urgenza all'ospedale
distante due o tre chilometri. Non essendo possibile trovare
altri mezzi, si scovò nell'Osservatorio una portantina chiusa,
di quelle che usavano nel '600 per i personaggi e le dame e
che Manzoni chiama una “bussola” e uno dei custodi ed il
falegname Spada fecero da portatori; ma all'ospedale il
chirurgo voleva rimandare Margherita a casa, perché non
riteneva urgente l'operazione. Lei però non ne volle sapere:
“Hanno fatto tanta fatica a farmi arrivare fin qui”, disse,
“che non possiamo ricominciare un'altra volta.”
Così fu operata subito e fu un bene, perché era, dopo
Margherita, 1945
tutto, urgente ed il chirurgo si sbagliava, anche perché
Margherita non esagera mai le proprie sofferenze fisiche, come
fanno tante donne – ed anche uomini – che piagnucolano per un nonnulla! Comunque anche
Livio Gratton – 126
questa piccola burrasca passò e poche ore dopo l'operazione, ancora all'ospedale, Margherita
aveva ripreso ad allattare il piccino.
Così la nostra vita, continuò ancora per tutto il '44 ed il principio del '45 con un alternarsi di
gioie e di preoccupazioni, risolvendo le difficoltà mentre si presentavano, secondo il principio
evangelico che “basta a ciascun giorno il suo affanno”. Ci fu un succedersi di giorni di sole e di
giorni di pioggia; venne l'autunno, e poi l'inverno e poi la primavera: bambini che crescevano,
lavoro, e sempre un grande amore ed una grande fede, che non ci abbandonarono mai.
Dopo lo sbarco in Normandia si sperava che la guerra finisse rapidamente, ma la folle
ostinazione di Hitler prolungò ancora per molti mesi le sofferenze dell'Europa e costò anche al
suo paese milioni di vittime. Anche le peggiori calamità, però, hanno una fine e si arrivò al 25
aprile del 1945.
Ricordo quelle belle giornate di sole primaverile e le notizie che giungevano della fuga dei
tedeschi e del crollo della Repubblica di Salò; ma a Merate ci furono anche alcuni ultimi
momenti di ansia.
I tedeschi non so per quale motivo avevano insediato in un collegio di Merate da essi
requisito una compagnia di mercenari azerbagianesi, prigionieri del fronte russo, che avevano
accettato di combattere contro l'Unione Sovietica. Erano un centinaio di uomini bene armati, che
nessuno sapeva come si sarebbero comportati. A Merate c'era una mezza dozzina di partigiani,
ragazzi del luogo, armati di qualche rivoltella e qualche fucile da caccia, i quali chiesero
istruzioni al Comando che si era stabilito a Milano. La risposta fu:
“Disarmateli e teneteli prigionieri”; un ordine, date le
circostanze, più facile da dare che da eseguire!
Tuttavia si cercò di convincere il comandante ad
arrendersi in vista dell'inutilità di una resistenza; ma
questi rispose che egli era un soldato ed un uomo
religioso (musulmano) ed avrebbe discusso solo con un
ufficiale regolare o con un prete! A raccontarlo sembra
quasi da ridere, ma il paese era tutto in agitazione. Si
pensò allora di inviare a parlamentare Don Natale, il
giovane viceprevosto, il quale concluse un armistizio,
che durò fino a che, dopo qualche giorno, arrivarono i
carri armati alleati e non so quale fine abbiano fatto gli
azerbagianesi, di cui non si sentì più parlare.
Probabilmente essi temevano che ci fossero ancora in
giro reparti tedeschi e inoltre nell'arrendersi volevano
essere sicuri di non essere rimandati in Russia, dove si
aspettavano di essere trattati come traditori.
Nel concludere questo capitolo del viaggio non posso
Enrico, ca. 1948
non ricordare con orrore l'episodio di Piazzale Loreto, di
cui ci diede notizia la radio e che ci sconvolse
profondamente. La rabbia di un popolo, che ha sofferto e pianto tante vittime per la folle
ambizione di pochi, è comprensibile, ma lo sfogo irrazionale sopra i cadaveri dei colpevoli è
cosa turpe, barbara e vile. Tanto più che tra coloro che vi presero parte, forse più d'uno pochi
anni prima aveva applaudito e inneggiato a quelli sui cui corpi stava ignobilmente sputacchiando.
Viaggio di un astronomo –127
Il 23 maggio dell'anno successivo nacque il nostro quarto figlio. Avevamo lottato anche per
lui, come per Giampaolo, ma i tempi erano cambiati e le difficoltà non furono così gravi. Si
chiamò Enrico, a ricordo del mio grande maestro, e, come secondo nome, Libero.
Alleati entrano a Roma dalla Casilina
Nonna Maria e Nonno Roberto con i primi tre nipoti
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Livio Gratton