Indice Prefazione (di Jacques Liesenborghs) 7 Capitolo primo Il bambino del cuore 11 Capitolo secondo Il bambino attore 25 Capitolo terzo Il bambino sfida 59 Capitolo quarto Il bambino «incollato» 87 Capitolo quinto Il bambino nel mondo 113 Capitolo sesto Il bambino in discussione 133 Capitolo settimo Strada facendo… 143 Bibliografia (di Philippe Meirieu) 147 Il bambino del cuore 17 studiato direttamente e lungamente. In effetti non ero uno specialista né dei licei, né della storia degli istituti scolastici. Avevo solo lavorato al problema dell’apprendimento e del livello delle scuole superiori, ma mi avventurai in territori ben lontani dal mio campo di competenze scientifiche. Fu il momento di una tripla rottura. Rottura con l’università, che fa sempre molta fatica ad accettare che i propri membri lascino il circolo chiuso dei «centri di ricerca» e utilizzino la propria immagine per impegnarsi in un campo considerato «dell’ideologia»; rottura con alcune organizzazioni sindacali con le quali i rapporti diventarono molto tesi, in quanto, arroccate su un conservatorismo potente, si opponevano a qualsiasi cambiamento. E infine rottura con una vita personale al riparo dalle incursioni mediatiche e dalle vicissitudini politiche, dato che cominciai a interessarmi all’evoluzione più globale del nostro mondo, a intervenire nei media e a espormi: un cambiamento di posizione non sempre facile da vivere, né dal punto di vista personale, né da quello familiare. Alcuni l’hanno scoperta attraverso i suoi numerosi libri, altri ascoltando le sue brillanti conferenze o leggendo i suoi resoconti sul settimanale «La Vie». Da dove le viene questa passione di comunicare e condividere le sue ricerche, domande e convinzioni? La passione di comunicare è il naturale prolungamento della mia attività di insegnante e ricercatore. Dobbiamo considerare però che scrivere un testo breve per il grande pubblico richiede più lavoro di un articolo specializzato destinato a una rivista scientifica. In ogni caso, non è assolutamente vero che ci si squalifica se si parla di concetti difficili in un linguaggio accessibile alla maggioranza delle persone, ma purtroppo per molti professori universitari l’esoterismo è costitutivo della propria identità: essere compresi significa essere mediocri! In tal modo l’università non svolge fino in fondo il proprio ruolo nello Stato: rimane incastrata nella sua stessa tecnicità, quando invece, senza rinunciare ad alcuna delle proprie esigenze, potrebbe essere un luogo di apertura e fermento intellettuale. Per me essere docente universitario significa essere un ricercatore rigoroso, ma anche un uomo che si esprime nel dibattito pubblico e, tramite degli scritti accessibili a tutti, partecipa a una migliore «leggibilità» del 18 Infanzia, educazione e nuovi media mondo in campo scientifico, economico o pedagogico, aiutando gli altri ad avere il coraggio di pensare con la propria testa. Oggi a mio avviso c’è una vera carenza in questo senso, che pregiudica gravemente la democrazia. Se l’università diserta il dibattito sociale, finisce per lasciarlo nelle mani dei media e avallare le peggiori semplificazioni. Deve invece essere presente con un atteggiamento modesto: senza «dare lezioni» né disprezzare le persone poco acculturate ma, al contrario, esponendo le proprie elaborazioni teoriche alla prova di una comunicazione rigorosa. All’inizio del XX secolo i docenti universitari erano molto presenti nel dibattito pubblico, sia individualmente che collettivamente. Ed erano anche agli antipodi di questo «estetismo dello scoraggiamento» che va tanto di moda oggigiorno. All’epoca dell’Éducation populaire, l’intellettuale sentiva la responsabilità di dare alla gente delle ragioni per sperare e per battersi. Aveva anche il dovere di comunicare con le persone più modeste essendo «accessibile» ma nel contempo rigoroso. Oggi gli intellettuali si sono rifugiati nel solipsismo, abbandonando il campo della comunicazione nelle mani di giocolieri poco scrupolosi. Trovo che questo sia un vero peccato! Per quanto mi riguarda, una delle cose che amo di più è rispondere a tutto quello che mi viene scritto a proposito dei miei articoli pubblicati su riviste a grande diffusione o dei miei interventi alla radio. Ho l’impressione che la sua riflessione, con i suoi ultimi libri, sia passata dalla classe e dalla scuola a un ambito più ampio, che è quello dell’educazione in famiglia, nelle associazioni, nei quartieri e nei media. È un’urgenza dettata da questi «tempi di crisi»? Questo spostamento dipende da alcuni eventi della mia storia personale. Solo vent’anni fa, o forse anche dieci, sarei stato incapace di scrivere questo genere di libri.4 Ero io stesso che mi mettevo «giù a testa bassa», senza mai alzare il naso abbastanza da riuscire a guardarmi intorno. Ora invece comincio a capire cose che mi derivano dall’essere genitore, professore, cittadino e militante e sento il bisogno di condividerle con gli altri, per non restare intrappolato nelle «forme scolastiche» dell’educazione. Repères pour un monde sans repères e Le monde n’est pas un jouet. 4 22 Infanzia, educazione e nuovi media La pedagogia quindi è storia vecchia… Ma non sono le questioni che affronta a non essersi evolute granché? In realtà l’attività educativa è connaturata all’umanità, poiché consiste nell’aiutare a entrare nel mondo coloro i quali porteranno avanti quello stesso mondo. E l’attività pedagogica è connaturata a quella educativa, dal momento che è cosciente e si esercita in maniera riflessiva e non impulsiva o riproduttiva. Ciononostante, oggigiorno la questione della pedagogia si impone in modo nuovo, poiché abbiamo assistito a un’accelerazione straordinaria della storia. Fino a un secolo fa, i genitori davano ai loro figli l’educazione che a loro volta avevano ricevuto e c’era pochissimo scarto tra una generazione e l’altra. Ora invece l’evoluzione della storia, dei media e delle modalità di consumo ha fatto in modo che anche se volessimo non potremmo più dare ai nostri figli l’educazione che abbiamo ricevuto. Le situazioni sono talmente nuove che praticamente niente di quello che ci è stato trasmesso nel corso della nostra educazione ci permette di rispondere ai problemi che ci pongono i nostri figli. L’uso estensivo della televisione — che ha preso la forma di una dipendenza — è un fenomeno tutto nuovo; il potente avvento di alcune forme di comunicazione tramite il telefono cellulare e altri strumenti elettronici ha cambiato molto le situazioni di vita e vediamo comparire dei comportamenti mai visti prima, per esempio nel campo della sessualità, ai quali i genitori non hanno risposte da dare. Che cosa fare? Rompere l’indifferenza? Abbandonare i nostri modelli? Rifugiarci nella dolce nostalgia dei bei tempi andati? In questo campo i genitori, come gli insegnanti, sono messi di fronte allo stesso fenomeno… Certamente, ma mentre ne siamo coscienti per quanto riguarda gli educatori professionisti, in termini di aiuto ai genitori soffriamo di una grave carenza. Vorrei che il fenomeno fosse preso molto più sul serio e che su tali questioni che riguardano così da vicino le famiglie fossero offerti dei luoghi e degli ambiti di riflessione. Sarebbe bello che in tutti i quartieri e in tutti gli edifici si creassero dei gruppi in cui fossero presenti pediatri, specialisti Il bambino del cuore 23 della lettura, psicologi e pedagogisti. Dei gruppi in cui si potesse discutere liberamente, senza paura di essere giudicati o disprezzati, di questioni «semplici» come: «Mio figlio non vuole più sentir parlare della scuola…», oppure: «Mia figlia di quattordici anni vuole andare a vivere con un trentenne!». Le famiglie si perdono davanti a questi problemi. I criteri per una vita di successo sono talmente cambiati che bisogna prendersi il tempo per riflettere. E, se è vero che occorre diffidare di quei nuovi «sacerdoti» che dicono di avere tutte le risposte e la fanno da padroni sia nelle sette che nella psicologia spicciola, è anche vero che non ci si può arrivare da soli. Di fatto, la questione pedagogica è diventata una questione sociale e politica. E al cuore delle sue convinzioni c’è sempre la certezza in merito all’educabilità di tutti... Effettivamente è questo il nodo cruciale: credo che ciascun essere umano sia educabile, che non si abbia mai il diritto di disperare di nessuno e che si debba chiedere il meglio a ciascuno per farlo arrivare alla meta. Questo fu il punto di partenza del mio operato e delle mie prime rivolte contro tutte le forme di esclusione. Più tardi, grazie al difficilissimo lavoro svolto da mia moglie con le persone disabili, scoprii fino a che punto questa «scommessa dell’educabilità» permetteva di promuovere l’umanità nell’uomo (anche in quello che ci appare più debole) contro qualsiasi evidenza e qualsiasi fatalismo. E questa oggi resta la nozione base che specifica la posizione pedagogica. Non si può mai dire: «Non ce la farai mai». Occorre avere la modestia di non fare del futuro la riproduzione del passato e anche avere il coraggio — alcuni dicono la follia — di non rassegnarsi all’insuccesso. 26 Infanzia, educazione e nuovi media In due sue recenti opere, si è dedicato a coniugare il verbo educare in (quasi) tutti i tempi. Da tali opere ho estrapolato una formula che mi ha colpito e che possiamo usare come punto di partenza: «Dobbiamo sfuggire all’oscillazione psicotica tra la ripresa dell’autoritarismo e lo scadere nel fatalismo rassegnato. È solo allora che entreremo dentro l’educazione». Questo discorso, oltre che giusto, è di grande attualità. Viene però voglia di dirle: «Sì, va bene, ma come si fa?». Non è facile rispondere! Io stesso, come genitore, mi sono dibattuto in questa oscillazione. Ad esempio, ricevendo una cattiva pagella o vedendo mia figlia rientrare alle due del mattino, mi sono ritrovato a dire: «Basta, ora ne ho abbastanza di questa storia! A partire da questo momento devi cambiare registro… e d’ora in poi sarò io a tenere in mano le redini della situazione…». In seguito, una settimana più tardi, verificando che non ero riuscito a mantenere ciò che avevo promesso e che la cosa non aveva funzionato, ho affermato: «Dopo tutto la vita è tua e ne puoi fare quello che vuoi. Non posso decidere io al posto tuo!». Allo stesso modo, quando seguo gli insegnanti stagisti nelle classi, sento dire loro più o meno le stesse cose, ossia prima: «Vedrete che le cose cambieranno: d’ora in poi vi aiuterò uno per uno a fare il vostro lavoro e non potrà esserci proprio nessuno che resterà indietro!», e un’ora più tardi: «Dopo tutto non posso farveli io i compiti! Dovete impegnarvi, assumendovi le vostre responsabilità…». In effetti vi è sempre un’oscillazione tra autoritarismo e lassismo, che è quasi costitutiva dei nostri comportamenti di educatori. Per il bambino però questo risulta molto destabilizzante, poiché trova di fronte a sé un adulto che passa dall’onnipotenza all’impotenza e non riesce ad avere un’immagine stabile del suo referente e delle sue attese nei suoi confronti. Il bambino si trova in una situazione molto difficile e, nella maggior parte dei casi, non riesce a uscirne se non con la fuga, la chiusura in se stesso e talvolta anche la violenza. Credo che si possano aiutare gli educatori a prendere coscienza di questa oscillazione, a discernere cosa è discutibile e cosa non lo è e a distinguere gli impegni che possono essere assunti da quelli che è inutile assumere, visto che non li si manterrà mai. Questo lavoro di discernimento è essenziale per l’educatore e naturalmente porta a riconoscere ciò che dipende da sé e ciò che dipende dall’altro. Il bambino attore 27 Come si vede, ci sono cose che non dipendono da noi. Ad esempio, non posso imparare a nuotare o a parlare una lingua al posto di qualcun altro. Per contro, posso far venire voglia a quel qualcuno di imparare a nuotare, proporgli un metodo che lo porti ad avere meno paura di gettarsi in acqua, guidarlo nella sua scoperta del linguaggio o aiutarlo a esprimersi in maniera più rigorosa. Ma in educazione ci sono cose non negoziabili sulle quali il bambino non può intervenire... Altrimenti sarebbe già educato! È evidente che in educazione c’è sempre qualcosa di non negoziabile. Con gli alunni non si discute la proibizione della violenza e tutti gli altri divieti fondamentali senza i quali non è possibile vivere nella collettività, come ad esempio il divieto di commettere incesto, di nuocere e di usare violenza. Occorre che il bambino differenzi ciò che è negoziabile — alla sua età ed entro una specifica cornice — da ciò che non lo è. A partire da questo egli può strutturare la propria personalità, anche a rischio di rifiutare ciò che non è negoziabile, poiché per lo meno sa che cosa sta facendo e io posso iniziare a interloquire con lui su questa base. In sintesi, per un educatore è essenziale distinguere gli impegni che si assume e che può mantenere da quelli che si assume ma che non manterrà mai. Non deve confondere le reazioni umorali con le regole strutturanti, senza le quali il bambino non può crescere. I pedagogisti non hanno mai negato l’importanza delle regole, semmai il contrario! Hanno solo domandato che non si opponga in modo sterile il capriccio dell’adulto a quello del bambino. Hanno auspicato che gli adulti, malgrado la loro fragilità, appaiano come educatori affidabili sui quali si possa contare. In una ricerca ormai vecchia, chiedevo agli alunni di elencare le principali qualità dei loro insegnanti e i principali rimproveri che avrebbero voluto muovere loro. La critica che risultò al primo posto fu: «Insistono sempre su quello che va male ma non sottolineano mai quello che va bene», seguita immediatamente da: «Fanno sempre promesse che non mantengono. Alla lunga non rispettano la parola data e i nostri genitori fanno la stessa cosa!». Come facciamo a educare un bambino a mantenere la parola, se non la manteniamo noi per primi? Meglio essere minimalisti e ostinati piuttosto che massimalisti e velleitari! 44 Infanzia, educazione e nuovi media Sulla stessa linea, pare che oggi i genitori non sappiano più dire di no ai propri figli... Naturalmente saper dire di no è essenziale, ma bisogna capire il perché. L’adulto dice di no perché è sfinito e vuole imporsi a ogni costo, oppure il divieto che impone ha un suo senso? Per spiegare quello che voglio dire, amo raccontare la storia del ciuccio e del pupazzetto. Di recente sono stato chiamato in una scuola dell’infanzia in cui genitori e educatrici erano in conflitto. Alcuni genitori mandavano i propri bambini a scuola con il ciuccio e le insegnanti non erano d’accordo. Ci siamo messi a riflettere tutti insieme sulla situazione e le insegnanti hanno fatto presente: «Quando facciamo lavorare i bambini in gruppo, notiamo che quelli che hanno in bocca il ciuccio restano chiusi in se stessi, non cercano di esprimersi oralmente, ma si limitano a fare dei gesti, spesso violenti, per tentare di imporsi sugli altri. Questi bambini finiscono per strappare il giocattolo dalle mani dei compagni piuttosto che chiederlo… E non possiamo certo decidere di togliere loro il ciuccio dalla bocca lasciandoli soli con il compito di capire — un giorno o forse mai — il senso di quel gesto. Noi educatori abbiamo la responsabilità di far capire al bambino che quando gli togliamo il ciuccio gli diamo la possibilità di accedere a qualcosa che altrimenti non può ottenere!». Così, dopo una lunga discussione, ci siamo trovati tutti d’accordo sulla necessità di fare una distinzione tra la funzione del ciuccio e quella del pupazzetto. Alla fine i genitori hanno ammesso che il ciuccio è un ostacolo alla comunicazione, mentre le educatrici hanno capito che è necessario creare una transizione tra l’universo familiare e quello scolare. Così hanno accettato che i bambini portassero in classe il loro pupazzetto e che, invece che lasciarlo in un cestino all’ingresso della scuola, lo portassero con sé per coccolarlo per qualche momento durante l’orario scolastico, visto che per loro è una sicurezza e diventare un oggetto attorno al quale stabilire una comunicazione. È importante è che il bambino capisca che il divieto non è il risultato di un capriccio dell’adulto ma la condizione grazie alla quale, nel caso dell’esempio, può essere stabilita una comunicazione che gli apporterà molta soddisfazione. Nella pratica, naturalmente, questo compito non è né semplice né immediato e necessita di un vero lavoro pedagogico, oltre che di uno sforzo per articolare in modo intelligente continuità e Il bambino attore 45 rottura — poiché senza continuità si resta nell’illusione sacramentale di una trasformazione miracolosa, mentre senza rottura si rischia di cadere nell’immobilismo. Noto la stessa necessità quando osservo il modo in cui gli adolescenti vivono il rapporto con la legge. Per molti di loro la legge è solo un capriccio dell’adulto e non ha altra legittimità. Su queste basi si arriva presto a un braccio di ferro, che è il contrario di ciò che permette la costruzione di un’autorità legittima. Globalmente gli adolescenti vivono la legge come una norma dettata dalla «tribù nemica». È il segno che non siamo stati capaci di far capire loro che tale legge esiste per proteggerli e non per aggredirli. Oggigiorno c’è parecchio lavoro da svolgere per far comprendere ai giovani che la legge vigente è applicata per proteggerli. Fintanto che la vivranno come un’aggressione nei loro riguardi, la aggrediranno a loro volta e solo quando saranno in grado di percepirla come una protezione potranno iniziare a difenderla. È questa la sfida educativa che ci troviamo di fronte. La scoperta e la nascita alla vita pubblica restano quindi una tappa fondamentale che, tuttavia, è particolarmente difficoltosa in un’epoca in cui regna l’avversione alla politica. In che modo la famiglia può favorire questa scoperta, nel momento in cui l’adolescente diventa adulto? In realtà questo lavoro si deve fare ben prima di arrivare all’adolescenza! Quando porto un bambino a giocare in un giardino pubblico, posso fargli capire che quello che è autorizzato a fare in casa propria, quando è solo, probabilmente in quel luogo non lo potrà fare, poiché lì tutti devono poter convivere e ognuno deve essere libero di svolgere la propria attività senza dare fastidio agli altri o esserne infastidito. Questo è già un buon modo per accedere alla sfera pubblica. Il bambino attore 55 soggiogare una popolazione docile di cui ci si vuole solo assicurare il voto. In breve, credo che oggi occorra avere il coraggio politico di sacrificare le logiche del prestigio a vantaggio di microprogetti che «irrigano» il tessuto sociale alla lunga distanza. Se non ci impegneremo in questo, dovremo abbandonare l’ambizione educativa e, di fronte ai disordini sociali che inevitabilmente seguiranno, dovremo rincarare la dose in termini di repressione. Niente mi infastidisce di più oggigiorno di quella nuova forma di pensiero univoco che dice: «La prevenzione? Ci abbiamo già provato, ma non funziona! Dobbiamo passare alla repressione...». Siamo seri: la prevenzione non è mai stata davvero tentata, e sarebbe proprio tempo di farlo! Parliamo piuttosto degli educatori. Il loro compito è particolarmente delicato e richiede una solida formazione, uno statuto e un riconoscimento che generalmente non sono scontati… Questo è proprio vero. Gli educatori sono sempre più sottoposti a esigenze tecnocratiche e all’obbligo di ottenere risultati a breve termine, quantitativamente misurabili. Ma in educazione è fondamentale prendersi il tempo necessario per plasmare i giovani, accettando di non essere efficaci nell’immediato. In sostanza, è necessario non fissarsi su una logica di redditività a breve termine. Stiamo toccando un punto essenziale: la difficoltà per le nostre società di accettare che le «professioni umanistiche», la cui efficacia non è misurabile soltanto sulla base di criteri quantitativi ed economici, beneficino di un vero e proprio riconoscimento. Le società tradizionali riconoscevano l’importanza di tali professioni e sapevano che, per far funzionare bene l’economia, un certo numero di persone dovevano essere deliberatamente sottratte al sistema produttivo per svolgere il ruolo di mediatori. Persone un po’ al margine, che però sono presenti e sono in grado di rispondere alle esigenze dei bambini e degli adolescenti quando gli altri adulti sono occupati nel circuito produttivo. Le nostre società hanno la tendenza a sopprimere queste funzioni, poiché non sono economicamente produttive e socialmente giustificabili. Ma questo atteggiamento è scandaloso e soprattutto autodistruttivo. Antropologicamente non esiste società che possa sopravvivere senza delle figure non sottoposte alle influenze del mercato, che svolgono 56 Infanzia, educazione e nuovi media funzioni simboliche essenziali. Un piccolo esempio: sostituire il guardiano di un giardino pubblico con una telecamera significa non avere capito nulla della sua funzione. Quel guardiano infatti non era solo un sorvegliante, ma assicurava una presenza che ha una funzione eminentemente simbolica. Lo si prendeva un po’ in giro, ma era una figura di riferimento, che occupava un posto speciale nell’immaginario collettivo. Egli incarnava — nel senso forte della parola — la società intera, accompagnando i bambini per tanti anni lungo il percorso dell’infanzia. Per dirla in poche parole, riempiva di umanità il mondo e solo l’umanità chiama altra umanità. Estremizzando questa logica, oggi tutti i mediatori tendono a scomparire e ciò ha inevitabilmente un riflesso sulle difficoltà di integrazione dei giovani in campo economico. L’esasperazione economica è nemica dell’economia e, del resto, in termini di costo sociale, si tratta sicuramente di un cattivo affare. La società economizza su alcuni posti di educatore, ma spenderà molto di più in seguito per reintegrare o reinserire i giovani che non sono stati seguiti durante la loro adolescenza. Ormai dovremmo averlo capito: il simbolismo è l’unico vero investimento per assicurare la promozione dell’umanità nell’uomo. Non le nascondo il mio stupore di fronte al suo entusiasmo per i consigli comunali dei giovani. Come possono essi sfuggire alle derive che li minacciano e troppo spesso li sopraffanno, come la corruzione della politica, la frattura profonda con gli altri giovani o l’amarezza, come conseguenza di una partecipazione tipo «trappola acchiappa fessi»? Effettivamente troppi consigli sono delle istanze artificiali, ma non lo sono proprio tutti. Le condizioni per evitare le trappole? Un solido lavoro di formazione a monte, nella scuola, operando sui concetti di deliberazione, mandato, responsabilità. Organizzare delle elezioni, in qualsiasi modo si voglia, è molto importante basta che i giovani che si presentano lo facciano per difendere un’idea che vogliono mettere in atto e sulla quale dovranno rendere conto. Credo anche che sia importante che questi consigli abbiano dei veri poteri conferiti dal sindaco che, evidentemente, deve mantenere il diritto di veto e la firma sugli assegni! 62 Infanzia, educazione e nuovi media Torniamo ora ai compiti a casa, che costituiscono il vero pomo della discordia. Alcuni ne vogliono di più, altri di meno. In Belgio una circolare che li limitava è stata messa in discussione e non ha avuto effetti. Stupisce a volte sapere quanto tempo certi genitori dicono di dedicare alla supervisione del lavoro a casa dei propri figli… La domanda di compiti a casa è rivelatrice dell’atteggiamento delle famiglie rispetto alla scuola. Queste famiglie chiedono di far lavorare in modo efficace i propri figli per garantirne il successo, ma nello stesso tempo vogliono controllare di persona che la scuola svolga bene quello che le è richiesto. Per questo esigono che faccia lavorare i ragazzi a casa, cioè nel luogo in cui possono verificare più da vicino quello che sta succedendo. Paradossalmente la pressione dei genitori sulla scuola porta a «esternalizzare» il lavoro scolastico presso le famiglie! Questo, evidentemente, riporta alla disuguaglianza sociale, poiché i genitori non sono uniformemente in grado di supervisionare il lavoro svolto a casa dai propri figli. Inoltre, credo che si ponga troppa enfasi sui compiti. In Francia i testi normativi che vietano i compiti scritti alla scuola primaria autorizzano invece quelli orali, ma prepararsi per un’interrogazione, soprattutto se lo studio non è mnemonico, è più difficile che fare un esercizio scritto. Sul piano pedagogico è in gioco l’articolazione tra ciò che si fa in classe e ciò che si fa fuori. E allora ci si chiede: l’insegnante si prende la briga di accompagnare l’alunno nella conquista della propria autonomia di lavoro o gli trasmette solo delle conoscenze, lasciando che se la cavi da solo? La scuola assicura l’accompagnamento individuale e l’aiuto metodologico, oppure delega questi compiti alle famiglie e agli insegnanti privati? Pertanto, questa questione dei compiti a casa, sia scritti che orali, rinvia alla definizione stessa del mestiere di insegnante. Nel mio libretto I compiti a casa, ho preso l’esempio limite del professore di educazione fisica che si limita a dettare in classe le regole del basket, per poi dare da fare la partita come compito a casa! La questione non si pone solo nella scuola primaria, ma anche nella scuola secondaria di primo grado, dove assistiamo a una vera inflazione di compiti a casa. Talora il lavoro svolto sotto la responsabilità degli insegnanti si limita a una semplice trasmissione di informazioni, mentre l’assimilazione Il bambino sfida 63 è lasciata all’iniziativa degli alunni e delle famiglie. Ma aiutare gli alunni a imparare e accompagnarli nel lavoro personale è una condizione essenziale della democratizzazione dell’accesso alle conoscenze e quindi una responsabilità della scuola e dello Stato. Si tratta di una responsabilità nei confronti di tutti che non può essere delegata ai genitori o rinviata all’aleatorietà delle condizioni sociali particolari e delle storie dei singoli. D’altra parte, i genitori non sono meno responsabili dei propri figli! Non sarà accusato di deresponsabilizzare i genitori e caricare troppo il piatto della bilancia della scuola? Il fatto che i genitori siano preoccupati del successo scolastico dei propri figli non è certamente condannabile. E non è nemmeno condannabile che cerchino tale successo tramite mezzi adattati sia alle proprie finanze che ai propri vincoli. Del resto, se non lo facessero, li accuseremmo di rinuncia! Cionondimeno, tutti questi atteggiamenti individuali combinati producono degli effetti sul sistema, a cui dobbiamo attribuire il giusto qualificativo di emarginanti. Mi sto rendendo conto inoltre che il sistema scolastico sta scivolando in una logica di «servizio»: il bene comune educativo non è più definito in modo chiaro ed è il conflitto degli interessi individuali a dettare legge. D’altra parte, in una democrazia, il bene comune non è riducibile alla somma degli interessi individuali e le istituzioni politiche hanno precisamente lo scopo di costruire tale bene comune laddove, senza di esse, sarebbe travolto dagli interessi individuali. La forza del bene comune è dunque profondamente legata alla solidità e al buon funzionamento delle nostre istituzioni, e al progetto collettivo incarnato dallo Stato. Oggi lo Stato è abbastanza forte da imporre l’idea che gli interessi individuali delle famiglie, pur legittimi, non possono pilotare la scuola? Io non ne sono sicuro. Prendiamo un problema molto semplice, che è quello dell’integrazione sociale. In via teorica pochissime persone si direbbero favorevoli all’idea che occorra creare delle scuole ghetto: quasi tutti sono d’accordo che non debbano esistere e che l’integrazione nella scuola sia una cosa buona. Ciononostante, quando una famiglia si rende conto che il figlio è socialmente o culturalmente isolato, prende la decisione di fargli cambiare scuola, a rischio, in Francia, di 64 Infanzia, educazione e nuovi media scadere in modo più o meno lecito nella settorializzazione scolastica o di utilizzare l’insegnamento privato. Se si tratta dei bambini degli altri siamo favorevoli alla mescolanza sociale ma, quando si tratta dei nostri, preferiamo evitarla! Sul piano individuale non si può dare torto alle famiglie e anche politicamente si può capire che i francesi non siano pronti a sacrificare il futuro dei propri figli per un ipotetico progetto di società di cui non vedono i contorni. Nessun partito politico oggi presenta un’alternativa credibile alla ghettizzazione nelle nostre società. In effetti, non si rinuncia ai propri vantaggi individuali se non se ne comprende il motivo e se non si vede un’alternativa grazie alla quale si possano trovare, a livello collettivo, maggiori vantaggi di quelli ai quali si è individualmente rinunciato. Il tentennamento della stessa sinistra su una questione così decisiva come l’integrazione sociale, la sua incapacità di proporre un vero progetto di società incentrata sull’eterogeneità e sulla solidarietà e la sua mancanza di coraggio nel condannare tutte le forme di ghettizzazione lasciano perplessi anche i cittadini più generosi e li invitano a non sacrificare i propri interessi personali in cambio di «aria fritta»! Il verbo «sacrificare» non è un po’ forte per indicare delle strategie che possono sembrare legittime, soprattutto quando è in gioco l’orientamento professionale? A questo riguardo vorrei distinguere tra scolarità obbligatoria e scolarità facoltativa. Durante la scuola dell’obbligo lo Stato ha il dovere di assicurare a tutti i bambini la padronanza dei fondamenti della cittadinanza. Si tratta di fare in modo che tutti dispongano dei necessari strumenti di comprensione del mondo. In questo campo non possono esserci deroghe, favoritismi o selezioni. Una democrazia degna del proprio nome non può formare i cittadini a due, tre o quattro velocità. Come diceva giustamente Gambetta, «l’obiettivo della democrazia non è quello di postulare l’uguaglianza, ma di farla». E in materia intellettuale, relativamente alla comprensione di ciò che avviene attorno a noi, ai linguaggi fondamentali che permettono di comunicare con i propri simili e alle regole del «vivere insieme», è alla scuola dell’obbligo che spetta il compito di «fare» questa uguaglianza. Il bambino sfida 75 Abbiamo fatto cenno alla dimensione creativa. Vorrei ascoltarla un po’ più approfonditamente sull’educazione artistica a scuola, visto che il ritorno al «leggere, scrivere e far di conto» rischia di oscurare questo tipo di educazione. Del resto, alcuni pensano che quella artistica sia un’attività extrascolastica, con il rischio di escludere i bambini dei quartieri popolari. Possiamo ricordare i primi lavori di Bourdieu sulle visite ai musei e le opere di coloro che dopo di lui hanno mostrato che tutte le offerte culturali non fanno che accrescere le diseguaglianze, poiché entra in gioco la capacità di comprenderle. Una società che si limita a offrire spettacoli, mostre o libri ai propri cittadini adulti non fa che riprodurre e massificare le diseguaglianze. Se si vuole che l’offerta culturale sia equa e non elitaria, occorre che la scuola metta tutti i bambini nelle condizioni di poterne beneficiare. Sarebbe necessario che lungo l’intero percorso scolastico gli alunni avessero la possibilità di ascoltare musica, andare a teatro, emozionarsi per un bel film, poiché è la condizione neccessaria per fare in modo che in seguito siano essi stessi a prendere l’iniziativa in tal senso, usufruendo della cultura. Ma ancora più profondamente, difendere l’educazione artistica a scuola significa difendere non solamente le discipline specifiche ma anche delle pratiche che sono assolutamente decisive nella costruzione del simbolismo (e qui intendiamo il simbolismo nel suo senso più banale e più tecnico, che è quello di ottenere il massimo effetto con il minimo dei mezzi). Tutto il contrario della spettacolarità, che sovraccarica indefinitamente e finisce per impedire di pensare, tanto invischia il soggetto in un vizio di tecnicità inutile. Se leggo un verso di Baudelaire o ascolto alcune note di Mozart, qualcosa risuona in me: è un modo raffinato ma molto efficace per arrivare all’essenziale, un modo per toccare quello che ho di più personale senza però violare la mia intimità, e anche un modo per collegarmi agli altri, pudicamente, senza inutili effusioni. Così, l’arte mi eleva verso l’universalità senza obbligarmi a rinunciare a me stesso e parla a me stesso senza scadere nel pathos. Le mie paure, le mie angosce, i miei sogni, i miei incubi, le mie inquietudini e le mie speranze prendono forma. Posso farle mie nel momento stesso in cui ne colgo tutta la densità grazie all’espressione artistica che mi viene offerta. 76 Infanzia, educazione e nuovi media Perché i bambini di oggi si appassionano ancora alla storia di Pollicino? Perché questa favola li rinvia a una delle loro paure più forti: essere abbandonati dai propri genitori ed essere divorati da un orco. Cosa fa la scuola quando propone la favola di Pollicino? Offre al bambino un oggetto nel quale può riconoscersi senza vedere violata la propria intimità e senza vedersi ridotto alla propria parte puramente patologica. Nello stesso tempo tale oggetto collega il bambino agli altri, alla maestra, ai compagni e a tutti coloro che hanno ascoltato o ascolteranno la storia. Grazie all’arte, il bambino esce dalla propria solitudine e accede all’umanità degli uomini e all’umano che c’è nell’uomo. In maniera più concreta, quali sono le iniziative che ci invita a privilegiare in materia di educazione artistica? È molto importante mettere il bambino in contatto con il lavoro di creazione artistica, e a questo proposito faccio sempre volentieri una distinzione fra tre diversi livelli. Il primo è quello dell’incontro con l’opera, che può avvenire facilmente tutti i giorni, ad esempio ascoltando musica o guardando un dipinto. Il secondo livello è quello dell’incontro con l’artista e con il suo percorso di vita: corrisponde alla scoperta di un pittore, scultore o scrittore e alla demistificazione dell’opera, che in tal modo appare come una creazione propriamente umana, come un percorso e non soltanto come un risultato (l’invito a intraprendere un viaggio). Infine, il terzo livello è quello della creazione autonoma, che prevede che il bambino stesso sia inserito in una situazione di creazione artistica. Qui spesso nascono i malintesi e fioccano le accuse di demagogia. Ad esempio, capita di sentire frasi come: «Per fare della musica contemporanea non basta mettere dei chicchi di riso in un barattolino di yogurt e agitarlo a tempo!». Questo è ovvio, poiché non bisogna mai illudersi che il bambino produca delle opere d’arte grazie alle quali può essere posto sullo stesso piano dei grandi artisti! Quello che possiamo fare è fargli percepire l’esigenza che sta al cuore del gesto artistico. I bambini di otto anni che incollano pezzi di carta colorata non potranno mai creare un quadro di Matisse, ma tramite la pratica artistica potranno arrivare a capire a che cosa stanno mirando e, in tal modo, a che cosa ha mirato l’artista quando ha creato la sua opera. Al di là di tutto, questa è una vera esperienza fondatrice. Il bambino «incollato» 91 diventa praticamente impossibile seguirle. Secondo i programmatori televisivi, pare che l’essere interessati alla politica o alla cultura e lo svegliarsi alle sei del mattino per andare a lavorare siano due esigenze incompatibili! Che strana concezione della democrazia! Questa stranezza è tanto maggiore in quanto assistiamo parallelamente a un eccezionale aumento della potenza del cosiddetto televoto. In linea di principio, il verbo votare dovrebbe identificare il gesto del cittadino che esprime la sua concezione di quello che dovrebbe essere l’interesse generale e rinvia a una scelta sociale. Ora invece lo vediamo utilizzato a proposito di tutto e di tutti, in una valanga di trasmissioni, semplicemente per esprimere le nostre preferenze elettive, gli stili ai quali aderiamo e le persone che ci sono più simpatiche. Il voto è ridotto alla soddisfazione del momento e alle nostre identificazioni personali e questa è proprio la cosa contro cui la democrazia deve lottare costantemente per evitare che la demagogia prenda il sopravvento! Alla fine i politici finiranno per pensare che le elezioni si vincono come l’«Operazione Trionfo». E forse ci siamo già piuttosto vicini. Per entrare nel vivo delle sue analisi, esaminiamo il concetto di siderazione. Possiamo dire che gli uomini, in tutti i tempi, siano stati siderati da questo o quest’altro fenomeno. Ma che cosa c’è di nuovo oggi in tal senso? Effettivamente la siderazione è un fenomeno psicologico che è sempre esistito. Gli psicanalisti la definiscono uno stato in cui il soggetto viene come fagocitato da un buco nero e «sparisce nel proprio godimento narcisistico». Come si dice in tono colloquiale, resta «imbambolato» e perde la propria capacità di distanziarsi. In questo caso non gode più dell’oggetto che guarda, ma dello sguardo che porta sull’oggetto stesso e dell’identificazione assoluta tra il proprio sguardo e tale oggetto. Nella siderazione l’intenzionalità della coscienza risulta completamente «anestetizzata». Ma se è vero che la siderazione è sempre esistita dall’inizio dell’uomo, è anche vero che in passato era guidata dai rituali. Rituali magici, religiosi o artistici che contrassegnavano l’ingresso e l’uscita dal tunnel e individuavano la cesura che esisteva tra la siderazione, sempre identificata come una dimensione fuori dal tempo, e il ritorno all’intenzionalità della coscienza e 92 Infanzia, educazione e nuovi media alle relazioni lucide con il mondo e con l’altro. Probabilmente gli uomini che entravano con una torcia nella grotta di Lascaux venivano effettivamente «acciuffati» dalle immagini che vedevano e ne restavano siderati. Tuttavia sapevano che uscendo dalla grotta si sarebbero risvegliati. Al contrario, quello che mi sembra caratterizzare la siderazione di oggi è il fatto che sia diventata un fenomeno globale, scollegato da qualsiasi rituale antropologico. La siderazione è inserita in una gigantesca macchina commerciale, il cui obiettivo è quello di incollare gli individui allo schermo più spesso e più a lungo possibile, facendoli letteralmente «imbambolare». Compito che la televisione assolve appieno... La televisione è un formidabile strumento per fare sia il meglio che il peggio di tutto. Quello che mi infastidisce è che sia lasciata in balia del mercato, visto che oggi sembra che tutti siano rassegnati a pensare che quello dei media sia un campo concorrenziale che non può essere veramente regolamentato. E poiché è il mercato a reggere le sorti della televisione, ciascuna rete può legittimamente lanciarsi nella folle corsa all’audience. L’unica cosa importante è tenere la gente incollata allo schermo a guardare una determinata trasmissione. Così, la siderazione diventa una modalità di funzionamento normale. Se non fossimo impegnati in questa corsa all’audience, ci potremmo permettere altre modalità. Ma poiché proprio l’audience funziona grazie alle quote di mercato ed è necessario accaparrarsi la quota maggiore e ottenere i maggiori proventi pubblicitari possibili, il fenomeno da combattere diventa lo zapping. E la maniera migliore per impedire alla gente di fare zapping è fare in modo che resti incollata allo schermo — o, appunto, siderata. La conseguenza di tutto ciò è una gara a folle velocità tra l’autore e il telespettatore: l’autore deve premere i tasti della sua console prima che il telespettatore prema quelli del suo telecomando. La sopravvivenza stessa delle reti dipende da questo: occorre captare a qualsiasi costo l’attenzione di chi guarda e impedirgli di fuggire via. E da qui un doppio eccesso: da una parte la contrazione delle sequenze, l’accelerazione del montaggio e la moltiplicazione delle immagini che si susseguono in modo ravvicinato; dall’altra parte la provocazione sotto tutte le sue forme: si resta incollati Il bambino «incollato» 93 allo schermo per vedere «fino a dove si può arrivare» con gli effetti speciali, la volgarità, l’orrore, la pornografia e l’imbecillità. Si fa qualsiasi cosa per evitare che il telespettatore cambi canale. La concorrenza tra le reti — sempre più numerose e sempre più agguerrite — pone dunque in modo radicalmente nuovo la questione della siderazione e dovrebbe portare a interrogarci sulla fondatezza di questa concorrenza. Se c’è una questione che la sinistra non ha mai seriamente affrontato è proprio quella della legittimità dell’economia di mercato in materia di audiovisivi. Secondo lei, quindi, è l’abbinamento siderazione-telecomando che fa danni. In effetti, questo piccolo oggetto ha invaso tutti i settori della nostra vita quotidiana. Crede che abbia modificato radicalmente il nostro rapporto con il mondo? I mediologi, sulla scorta di Régis Debray, hanno dimostrato chiaramente che gli oggetti non sono solamente dei «mediatori», ma influiscono decisamente sul nostro rapporto con il mondo e con gli altri. Ma prima di parlare del telecomando, facciamo un altro esempio ed esaminiamo a cosa porta oggi l’uso massiccio del telefono cellulare. In effetti non diamo abbastanza importanza all’impatto che questo strumento può avere sul rapporto tra le persone, sulla dinamica dei gruppi, sulle relazioni affettive con i propri cari e, più globalmente, sulla strutturazione della persona. L’adolescente che è sempre «attaccato» al cellulare e gestisce in tal modo tutte le proprie esigenze relazionali non ha lo stesso rapporto con la temporalità, l’affettività, la sessualità e l’amore che solo pochi anni fa aveva un suo coetaneo che non conosceva e non utilizzava tale strumento. Il telefono portatile esaspera il desiderio di sapere tutto sull’altro e di risolvere tutto all’istante. Sviluppa il desiderio di essere in osmosi permanente con l’altro, il gusto del possesso e i rapporti fusionali. In tal modo si passa molto più velocemente dalla passione alla rottura. Tutto deve essere regolato all’istante e molto più rapidamente di quanto si faceva in passato, quando si comunicava a viva voce, con il buon vecchio telefono fisso oppure, necessariamente, tramite la posta. Si ha torto quando si pensa che l’introduzione del cellulare non abbia fatto altro che migliorare e velocizzare le comunicazioni 94 Infanzia, educazione e nuovi media che prima avvenivano in modo più rallentato. Un tale strumento attiva delle modalità di pensiero che possiamo definire infantili: il desiderio di vedere tutto e sapere tutto, l’illusione che il mondo sia totalmente trasparente e la folle speranza di poter agire su di esso in tempo reale e in assoluto, trasmettendo via via i propri ordini, come fanno gli speculatori nel recinto delle grida di una borsa valori. Triste concezione dei rapporti umani! E questa è la prova — se mai ce ne fosse bisogno — che, come ha detto lei, un semplice strumento può modificare radicalmente il nostro rapporto con il mondo e con gli altri. Ed è quello che osserviamo nel caso del telecomando… Naturalmente il telecomando è uno strumento di grande utilità in molti ambiti, come ad esempio gli ospedali, i servizi ai disabili e certe professioni. In tutti questi casi è un mezzo che prolunga la mano dell’uomo, lo libera dai vincoli tecnici e gli permette di intraprendere le azioni complesse in modo più veloce, efficace e agevole. Tuttavia, nel suo rapporto con la televisione, il telecomando è diventato il vettore di una particolare forma di espressione della regressione infantile. Ma qui dobbiamo capirci bene: l’infantilità non è comparsa con il telecomando, ma è ciò di cui tutti i bambini e tutti gli adulti devono disfarsi per accedere all’autonomia, nel senso filosofico del termine. L’infantilità, nella definizione che abbiamo già dato, è la volontà costante di comandare il mondo, la convinzione che l’universo si riduca a quello che si vede e, in definitiva, a quello che si può controllare. Educare significa invece aiutare il bambino a liberarsi da tale infantilità, in modo da accedere alla consapevolezza che l’universo non è riducibile solo a ciò che lui può pensare, che il mondo e gli altri possono fargli resistenza e che non ha il potere assoluto sugli esseri viventi e sulle cose. E se mi capita spesso di mettere sotto accusa il telecomando, è proprio perché è lo strumento della promozione sistematica dell’infantilità. Esso fa leva sul bambino che c’è in noi, sviluppando tale regressione e facendone il principio del nostro rapporto con il mondo. Fermiamoci un attimo a pensare che cosa può rappresentare questo strumento per un bambino che, tramite esso, accede a decine o centinaia di canali in brevissimo tempo. Egli ha l’impressione di poter ottenere la soddisfazione immediata di tutti i propri Il bambino «incollato» 95 desideri, riuscendo a passare da un cartone animato a un gioco, da un documentario a una partita di calcio, da un film pornografico a un concerto, da una fiction alle notizie in diretta, ma anche (e soprattutto!) riuscendo a chiudere il becco a chi gli dà fastidio, lo annoia o semplicemente non lo lusinga a sufficienza. E tutto ciò schiacciando pochi tasti, senza il minimo sforzo e con un risultato immediato! È il trionfo della pulsione soddisfatta «in tempo reale». Lei non va troppo per il sottile quando scrive che il telecomando «riunisce quattro principi che, combinati, costituiscono una conferma dell’onnipotenza infantile e sono portatori di una regressione individuale e collettiva verso l’infantilità». Potrebbe spiegarsi meglio? È un altro modo di presentare quello che abbiamo appena detto. Quali sono questi quattro principi mirabilmente simboleggiati da questo «fallo high-tech»? Il principio della miniaturizzazione ludica, il principio della connessione diretta del soggetto con il mondo, il principio del passaggio all’azione immediata e infine il principio della sovrapposizione totale tra realtà virtuale e realtà concreta. 106 Infanzia, educazione e nuovi media tutti siamo impastati, utilizzando le opere culturali, con parole e immagini adatte alla loro età. Dobbiamo permettere loro di vedere la violenza nella pratica, farsi colpire, giocare mentalmente, avvicinarsene, distaccarsene, immaginarne le conseguenze e mettersi al riparo dai suoi effetti devastanti. Tutta questa attività mentale, che è nostro compito stimolare, permette di metabolizzare la violenza e trasformarla in pensiero, in riflessione e anche in morale. Essa, in sostanza, deve far pensare. Proprio in questo consiste la sfida e proprio da questo può derivare la giusta linea di condotta: quando tutto è mostrato e palese non c’è più nulla da pensare! È impossibile distaccarsi, riflettere e comprendere e in tal caso il passaggio all’azione è inevitabile. Secondo me la simbolizzazione della violenza attraverso i racconti è una necessità educativa, sempre che, naturalmente e come abbiamo già detto, si tenga a debita distanza dall’oscenità. Ancora una parola sulla sua concezione di oscenità… L’oscenità è la telecamera che fruga in quello che si crede essere il reale, fino nel profondo delle sue viscere, e che cerca di farci godere di questa esplorazione. Così l’occhio si introduce in ciò che abbiamo di più intimo, arriva fino al fondo della ferita, dell’anima e della coscienza, abolendo qualsiasi ritegno, cercando di eliminare la minima opacità e scandagliando sistematicamente il fuori campo. Tutto deve essere visto: non suggerito, ma esibito. L’oscenità può essere di carattere sessuale, come nel caso della pornografia, oppure derivare dal sangue, come in certi film dell’orrore. Può anche esprimersi sul piano psicologico e frugare in tutti gli angoli della nostra vita personale e interiore, come accade in certe trasmissioni che giocano sulla rivelazione spettacolare dell’intimità di una persona che è famosa o che lo vuole diventare. In certi casi vengono allestite situazioni che favoriscono il voyeurismo, quando ad esempio si approfitta della televisione per favorire dei ricongiungimenti familiari, che mettono le persone coinvolte nella condizione di dover presentare pubblicamente le proprie emozioni, con le telecamere che vanno a cercare anche la più piccola lacrima con un’insistenza terrificante. La messa in scena è volgarmente manipolatrice, le persone sono ridotte a marionette e ciononostante la siderazione funziona, visto che alcuni guardano questi programmi immedesimandosi totalmente negli interessati, altri godono di questa nudità psichica e altri ancora si domandano fino a dove intende arrivare la televisione. In effetti, uno dei Il bambino «incollato» 107 vantaggi non trascurabili di questa spirale di oscenità è quello di riuscire a «incollare» allo schermo anche coloro che disapprovano e guardano soltanto per capire ciò di cui sono capaci i media. Del resto le trasmissioni di questo genere proliferano e ciò è dovuto in gran parte al rafforzamento, nella nostra società, della «psicologia spicciola» e di tutta quell’enfasi sullo sviluppo personale che invade gli scaffali delle nostre librerie e trionfa sulle nostre antenne televisive. Ma attenzione: non voglio assolutamente negare l’importanza di un vero lavoro psicologico sulle persone che soffrono intimamente (anche se su questo punto la psichiatria francese è messa proprio male!), credo però che oggi la «vulgata» psicologica sia diventata un discorso egemonico che produce tanti effetti negativi. Tutti si sentono autorizzati a interpretare i fatti e i gesti degli altri anche nelle scuole: se un bambino non riesce a imparare a leggere, la causa è sicuramente l’assenza del padre, con i problemi familiari connessi! Gli insegnanti invece dovrebbero ribaltare il problema: è insegnando ai bambini a leggere molto che questi ultimi riusciranno ad affrontare meglio i problemi familiari. E inoltre questa dominanza della psicologia fa passare in secondo piano la mediazione culturale. L’educazione scommette invece sul fatto che l’incontro con oggetti culturali come i racconti, le carte geografiche o le leggi fisiche aiuta l’uomo a elevarsi al di sopra delle difficoltà, piuttosto che invischiarsi in esse. La cultura libera l’uomo dai pregiudizi e gli permette di entrare in rapporto con gli altri uomini. La psicologia spicciola, al contrario, ci rinvia continuamente a noi stessi ed è il culto dell’egocentrismo! In tal modo ci chiudiamo ciascuno nel proprio guscio, a coltivare il nostro egocentrismo e tribalismo. Questo trionfo dell’enfasi è il contrario del vero lavoro clinico che affronta in modo serio le realtà umane in tutto il loro spessore e rifiuta l’interpretazione selvaggia. Tutto ciò contribuisce a creare quell’illusione di trasparenza di cui parlavamo in precedenza, che scandaglia l’intimità del soggetto invece che fargli realmente posto. Secondo me esiste un principio etico fondamentale: non posso sapere quello che passa nella testa dell’altro e nessun sistema di interpretazione mi permetterà mai di capirlo completamente. E com’è ovvio bisogna intendere quel «non posso» in senso normativo, poiché anche se per disgrazia ci riuscissimo, non ne avremmo il diritto. L’accettazione dell’opacità della coscienza dell’altro è la condizione stessa dell’etica: se l’altro non mi resta in parte sconosciuto e se la sua coscienza non mi è in parte impenetrabile, non posso avviare con lui un rapporto da soggetto a soggetto. 130 Infanzia, educazione e nuovi media che tali questioni sono numerose, difficili, complesse e appassionanti, ma non vediamo forti impulsi e meno che meno grandi mezzi! E nonostante tutto questo, sono sicuro che potrebbero essere fatte delle trasmissioni di riflessione sull’educazione belle, vere e lontane da qualsiasi esaltazione della spettacolarità a ogni costo! Ma occorre trovare le persone capaci di farlo e dare loro qualche mezzo. Penso che occorra più che «qualche mezzo!» Considerando le modalità e i successi attuali, c’è bisogno dei mezzi per creare prodotti interessanti e di grande qualità, in ore di elevati ascolti e per un pubblico molto ampio. Sicuramente è un compito ambizioso… Effettivamente abbiamo il diritto di aspettarci una maggiore audacia da parte delle reti pubbliche. Sono convinto che la televisione potrebbe svolgere un ruolo determinante nel dare impulso al dibattito democratico, mettendo a disposizione dei cittadini servizi e inchieste che consentirebbero loro di prendere coscienza delle sfide in gioco e di comprendere le decisioni che vengono adottate a tutti i livelli. Mi impressiona il fatto che le democrazie abbiano sempre la tendenza a far passare le scelte che operano — che sono comunque politiche — come delle scelte puramente tecniche, e così la democrazia diventa schiava della tecnocrazia. In questo modo non si avvia un dibattito chiaro e aperto a tutti i cittadini e non si danno a questi ultimi i mezzi per giudicare le scelte che vengono operate: chi conosce il costo reale di un chilometro di autostrada rispetto a quello della costruzione di una scuola? La televisione dovrebbe dirci queste cose, presentandoci i diversi scenari possibili e le loro conseguenze a medio e lungo termine. Sulle questioni che interessano tutti i cittadini, la televisione potrebbe essere non solo interessante, ma anche di stimolo alla democrazia. Speriamo che arrivi qualcuno che, alla fine, riesca a dare un bello scossone in tal senso. Ma per ora siamo ancora lontani, visto che la televisione non fornisce nemmeno le informazioni di base sui propri prodotti e sulle proprie scelte! Chi sa quanto può costare un Il bambino nel mondo 131 telegiornale, un programma di attualità sociale, un documentario o i diritti di ritrasmissione dei gran premi automobilistici? I dirigenti pensano che le cifre dell’audience siano indicative della domanda dei telespettatori, che vengono trattati come consumatori e non come cittadini! Le reti pubbliche non dovrebbero privilegiare un’offerta che punta sull’intelligenza? Sono totalmente d’accordo. Sarebbe bene che ciascuna trasmissione, nei suoi titoli, inserisse anche i propri costi. Sarebbe una cosa molto semplice da fare! Gli altri media, ossia le radio, i quotidiani, le riviste e Internet, non dovrebbero assumere su di sé la propria parte di lavoro — cosa che forse li porterebbe a relativizzare o addirittura sopprimere le hit e le altre classifiche il cui unico criterio è l’audience? Purtroppo il sistema delle hit e di tutte le altre classifiche è profondamente inscritto nell’economia di mercato, di cui i media non fanno altro che riprendere il principio. D’altra parte, proprio in questo, sono collegati a una moltitudine di giornali, riviste, siti Internet e supporti di tutti i tipi, che generano essi stessi delle star, che a loro volta generano delle vignette per i bambini, che generano degli sms, che generano degli articoli di stampa, ecc., creando una sorta di circolo vizioso in cui rimaniamo invischiati. A ciò si aggiunge un fenomeno assolutamente avvilente: i best of, ossia i «migliori estratti» delle «migliori» trasmissioni. Presto avremo anche i best of dei best of! Ormai la televisione non ha per oggetto che se stessa: quando si fa il giro delle trasmissioni di dibattito e di varietà — che peraltro si stanno fondendo tutte nel genere unico dei talk-show — si ritrovano praticamente sempre le stesse persone e persino gli stessi conduttori, che si invitano da una rete all’altra. Perché allora non creare un circuito chiuso? A questo punto spegniamo le telecamere e lasciamoli in pace a divertirsi tra loro! Per tirare le somme, si può solo sperare che i cittadini si sveglino, prendano maggiori iniziative e che i genitori con i propri figli, gli 132 Infanzia, educazione e nuovi media insegnanti con i propri alunni e i gruppi di giovani si esprimono e si battano affinché i loro punti di vista siano riflessi dai media. È un’esperienza sociale straordinaria per i bambini quella di constatare che le loro reazioni e i loro suggerimenti hanno un’eco, sono pubblicati sulla stampa e ricevono riscontri scritti… È una sfida straordinaria e in questo campo sono pronto a seguirla ovunque! Abbiamo criticato molto la televisione e alcuni forse hanno pensato che siamo dei nostalgici che sognano un passato ormai lontano in cui i media non avevano ancora assunto il potere che hanno oggi. Ma nei nostri propositi non c’è alcuna nostalgia e non siamo dei tecnofobi! Ci battiamo affinché queste favolose invenzioni dell’intelletto umano che sono i media non siano messe al servizio della stupidità! È una cosa diversa! C’è molto da sperare e molto da lavorare per fare in modo che i media non ci facciano sprofondare nell’infantilità, ma ci trattino da cittadini, ci aprano delle prospettive, ci permettano di abbandonare il nostro egocentrismo e liberarci delle nostre tendenze narcisistiche, invitandoci a buttare via il telecomando e le sue illusioni e prendendo in mano il nostro destino insieme agli altri. È necessario scegliere: o il telecomando o la democrazia! Strada facendo… 143 Capitolo settimo Strada facendo… Lei ci ha detto che dobbiamo assumere una posizione di resistenza più decisa: resistenza allo strapotere del mercato, all’infantilità dei media, al dilagare degli interessi individuali a discapito del bene comune e all’indifferenza carrieristica dei politici. Ma non è sempre facile. Viviamo in un’epoca in cui sono di casa frasi come: «Ma a che scopo, alla fine?» oppure «Purtroppo è così!». Un’epoca di disincanto in cui le idee, seppur proposte con entusiasmo, non hanno più un grande impatto! Effettivamente stiamo vivendo un’epoca strana in cui abbiamo ottenuto tutto e niente! In un mondo irrimediabilmente condannato all’idolatria, la democrazia sarà solo un’illusione; se ciascuno sarà attratto inevitabilmente dal suo simile e rifiuterà l’alterità, l’integrazione sociale sarà una chimera. L’Éducation populaire sarà cosa vecchia e la società selezionerà in modo naturale un’élite ripiegata su se stessa, che disprezza la «plebaglia» dedita ai divertimenti mediocri. Il servizio pubblico sarà un rudere d’altri tempi, poiché solo la concorrenza acerrima potrà produrre la qualità. E in questo scenario la prevenzione avrà dimostrato la sua impotenza, lasciando campo libero alla repressione. Oggi tutte queste idee si stanno infiltrando nelle coscienze, perfino di coloro che si dicono «progressisti». Per me nessuna di esse è da considerarsi vecchia, per il buon motivo che non abbiamo mai cercato seriamente di metterle in atto. 144 Infanzia, educazione e nuovi media Contrariamente a quello che si sente dire, la prevenzione non è mai stata davvero tentata. Non si è mai realmente investito su progetti concreti in grado di dare ai giovani in maggiore difficoltà un altro orizzonte rispetto alla marginalità o alla delinquenza, non si è mai cercato di sviluppare a livello di massa delle alternative alla prigione e all’esclusione e non si è mai lavorato per creare delle sanzioni riparatrici capaci di reintegrare gli individui nella società dalla quale, per loro responsabilità, sono stati esclusi. Dobbiamo smettere di dirci che dopo il lassismo generalizzato l’unica cosa da fare è imporre la repressione! In realtà non ci siamo mai comportati tanto diversamente. Contrariamente a ciò che si può credere, il servizio pubblico reso ai cittadini — a tutti i cittadini — fondato su un contratto chiaro con lo Stato, non è mai stato messo veramente alla prova. Non abbiamo mai lavorato a un programma solido, che la nazione potesse imporre legittimamente alle proprie istituzioni, non abbiamo mai portato i cittadini a riflettere veramente sulla qualità dei servizi pubblici e, all’interno di tali servizi pubblici e in modo sistematico, non abbiamo mai messo a disposizione delle risorse gratuite che evitassero il ricorso al settore privato per far fronte alle inefficienze. Dobbiamo smettere di pensare che solo il mercato faccia girare il pianeta Terra e, in definitiva, dobbiamo creare un servizio pubblico degno del suo nome! Diversamente da ciò che gli intellettuali mediatici affermano, l’Éducation populaire non è mai stata realmente messa in atto. Certamente ha a suo favore delle realizzazioni ammirevoli, ma in Francia, dal Front populaire, non ha mai rappresentato una vera priorità politica. Non abbiamo veramente mai voluto che le università, gli istituti scolastici e le strutture culturali nel loro insieme fossero completamente aperte a tutti. Ci viene imposta l’apertura dei negozi la domenica e i giorni festivi, ma non si dà alcun reale impulso per fare in modo che le biblioteche, le palestre e i laboratori di informatica delle scuole superiori siano aperti per più della metà dell’anno civile. Allo stesso modo non viene data alcuna spinta per favorire la creazione artistica qualitativa e democratica. Per questo dobbiamo smetterla di credere che la massa non voglia una cultura di qualità e che, a parte qualche concessione elitaristica all’intelligentsia, sia meglio finanziare l’«evasione»! Contrariamente a ciò che certi politici lasciano intendere sulla scorta dell’estrema destra, l’integrazione sociale non è mai stata veramente appog- Strada facendo… 145 giata. Abbiamo sempre relegato gli immigrati nei ghetti, abbiamo svuotato i centri città dei loro modesti abitanti per consegnarli nelle mani dei facoltosi commercianti, abbiamo isolato le scuole professionali per «scaricarvi» gli alunni che hanno fallito nelle discipline «nobili» e ora ci chiediamo se non dovremmo finanziare massicciamente le «comunità» culturali o religiose! Certamente non si tratta di vietare agli uomini di creare delle comunità di affini, ma il ruolo dello Stato è quello non di sovvenzionare il comunitarismo, ma di dare impulso a tutto ciò che «fa società», promuovere il riconoscimento della differenza e del lavoro comune. In pratica, dobbiamo smettere di ripeterci che «chi si assomiglia si piglia» e che ci vengono dati i mezzi per unirci e creare una collettività! Infine, contrariamente a quanto affermano numerosi intellettuali, perfino la democrazia non è mai stata realmente applicata. Certamente ritengo che non si possa vivere senza un valore trascendente, ma ci siamo veramente domandati se tale valore trascendente non possa essere proprio la ricerca collettiva del bene comune? L’agorà, come valore di riferimento, sarebbe senza dubbio possibile, ma ciò naturalmente a condizione che si sia esigenti sulle condizioni di esercizio della democrazia: nessun cumulo di mandati; nessuna possibilità di rinnovo di questi ultimi, per impedire agli uomini politici di fare campagna elettorale mentre stanno esercitando il potere; una «sacralizzazione» delle istanze parlamentari, i cui dibattiti, in Francia, sono spesso vissuti dai cittadini come una farsa concordata in anticipo; lo sviluppo sistematico dei «consigli» dei cittadini, in appoggio alla democrazia rappresentativa. In poche parole, un vero cantiere, in cui faremmo bene a metterci a lavorare sodo, piuttosto che continuare a mugugnare, con qualche lacrimuccia, sull’agonia della democrazia! Ma come aiutare concretamente i giovani e gli adulti a prendere coscienza che il futuro non è scritto, che hanno un potere più grande di quanto credono e, come dice lei, che devono «articolare promessa e progetto?» Articolare promessa e progetto significa fare continuamente la spola tra il micro e il macro. Il male che ci sta uccidendo è la rottura tra questi due livelli, mentre sarà la capacità di vedere il macro nel micro e viceversa 146 Infanzia, educazione e nuovi media che ci aiuterà a ritrovare il senso. Occorre essere capaci di vedere nel piccolo progetto portato avanti a tre o quattro mani in un piccolo quartiere l’anticipazione di una società più giusta e umana. Ma occorre anche impegnarsi nella politica nel senso più ampio, superando i confini del proprio clan, del proprio quartiere, del proprio comune, della propria regione, del proprio Paese e della Terra stessa, per pensare il mondo come un tutt’uno sul quale abbiamo collettivamente un potere. Articolare promessa e progetto significa essere capaci di avere una visione globale e di impegnarsi in attività locali, minime ma coerenti con le finalità. D’altra parte, è proprio questo il percorso che abbiamo seguito nel corso di tutta la nostra intervista. Abbiamo iniziato a parlare della necessità per il bambino di staccarsi dalla propria immediatezza per poter andare oltre se stesso e prendere coscienza dell’esistenza dei propri genitori e, dopo di essi, degli altri bambini che hanno altri genitori, degli altri quartieri oltre quello in cui abita, delle altre città, delle altre civiltà, delle altre convinzioni religiose e filosofiche e così via. In seguito abbiamo cercato di mostrare che questo movimento si prolunga nella politica e nel lavoro, per creare delle collettività solidali e definire insieme il bene comune, in una scala sempre più vasta che arriva fino all’universo intero, come ci insegna l’ecologia. È questa capacità che apre progressivamente l’orizzonte allo sviluppo dell’umanità e dell’individuo senza però chiedere a quest’ultimo di rinunciare alla propria personalità. Ed è la stessa capacità che è creatrice di universalità, ma non dell’universalità arrogante ereditata dal secolo scorso, che consiste nell’imporre al mondo i nostri riferimenti, ma di un’universalità modesta, che si costruisce nello sforzo di innalzamento al di sopra degli interessi immediati del singolo e della «tribù». Ecco il compito che ci dobbiamo assegnare se non vogliamo finire, telecomando alla mano, invischiati nelle sabbie mobili della nostra infantilità.