Indice
Prefazione (di Jacques Liesenborghs)
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Capitolo primo
Il bambino del cuore
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Capitolo secondo
Il bambino attore
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Capitolo terzo
Il bambino sfida
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Capitolo quarto
Il bambino «incollato»
87
Capitolo quinto
Il bambino nel mondo
113
Capitolo sesto
Il bambino in discussione
133
Capitolo settimo
Strada facendo…
143
Bibliografia (di Philippe Meirieu)
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Il bambino del cuore
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studiato direttamente e lungamente. In effetti non ero uno specialista né dei
licei, né della storia degli istituti scolastici. Avevo solo lavorato al problema
dell’apprendimento e del livello delle scuole superiori, ma mi avventurai in
territori ben lontani dal mio campo di competenze scientifiche.
Fu il momento di una tripla rottura. Rottura con l’università, che fa
sempre molta fatica ad accettare che i propri membri lascino il circolo chiuso
dei «centri di ricerca» e utilizzino la propria immagine per impegnarsi in
un campo considerato «dell’ideologia»; rottura con alcune organizzazioni
sindacali con le quali i rapporti diventarono molto tesi, in quanto, arroccate
su un conservatorismo potente, si opponevano a qualsiasi cambiamento. E
infine rottura con una vita personale al riparo dalle incursioni mediatiche
e dalle vicissitudini politiche, dato che cominciai a interessarmi all’evoluzione più globale del nostro mondo, a intervenire nei media e a espormi:
un cambiamento di posizione non sempre facile da vivere, né dal punto di
vista personale, né da quello familiare.
Alcuni l’hanno scoperta attraverso i suoi numerosi libri, altri ascoltando le sue brillanti conferenze o leggendo i suoi resoconti sul settimanale «La Vie». Da dove le viene questa passione di comunicare
e condividere le sue ricerche, domande e convinzioni?
La passione di comunicare è il naturale prolungamento della mia attività
di insegnante e ricercatore. Dobbiamo considerare però che scrivere un testo
breve per il grande pubblico richiede più lavoro di un articolo specializzato
destinato a una rivista scientifica. In ogni caso, non è assolutamente vero che
ci si squalifica se si parla di concetti difficili in un linguaggio accessibile alla
maggioranza delle persone, ma purtroppo per molti professori universitari
l’esoterismo è costitutivo della propria identità: essere compresi significa
essere mediocri! In tal modo l’università non svolge fino in fondo il proprio
ruolo nello Stato: rimane incastrata nella sua stessa tecnicità, quando invece,
senza rinunciare ad alcuna delle proprie esigenze, potrebbe essere un luogo
di apertura e fermento intellettuale.
Per me essere docente universitario significa essere un ricercatore rigoroso, ma anche un uomo che si esprime nel dibattito pubblico e, tramite
degli scritti accessibili a tutti, partecipa a una migliore «leggibilità» del
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Infanzia, educazione e nuovi media
mondo in campo scientifico, economico o pedagogico, aiutando gli altri
ad avere il coraggio di pensare con la propria testa. Oggi a mio avviso c’è
una vera carenza in questo senso, che pregiudica gravemente la democrazia.
Se l’università diserta il dibattito sociale, finisce per lasciarlo nelle mani dei
media e avallare le peggiori semplificazioni. Deve invece essere presente con
un atteggiamento modesto: senza «dare lezioni» né disprezzare le persone
poco acculturate ma, al contrario, esponendo le proprie elaborazioni teoriche
alla prova di una comunicazione rigorosa.
All’inizio del XX secolo i docenti universitari erano molto presenti nel
dibattito pubblico, sia individualmente che collettivamente. Ed erano anche
agli antipodi di questo «estetismo dello scoraggiamento» che va tanto di
moda oggigiorno. All’epoca dell’Éducation populaire, l’intellettuale sentiva
la responsabilità di dare alla gente delle ragioni per sperare e per battersi.
Aveva anche il dovere di comunicare con le persone più modeste essendo
«accessibile» ma nel contempo rigoroso. Oggi gli intellettuali si sono rifugiati
nel solipsismo, abbandonando il campo della comunicazione nelle mani di
giocolieri poco scrupolosi. Trovo che questo sia un vero peccato! Per quanto
mi riguarda, una delle cose che amo di più è rispondere a tutto quello che
mi viene scritto a proposito dei miei articoli pubblicati su riviste a grande
diffusione o dei miei interventi alla radio.
Ho l’impressione che la sua riflessione, con i suoi ultimi libri, sia
passata dalla classe e dalla scuola a un ambito più ampio, che è
quello dell’educazione in famiglia, nelle associazioni, nei quartieri e
nei media. È un’urgenza dettata da questi «tempi di crisi»?
Questo spostamento dipende da alcuni eventi della mia storia personale.
Solo vent’anni fa, o forse anche dieci, sarei stato incapace di scrivere questo
genere di libri.4 Ero io stesso che mi mettevo «giù a testa bassa», senza mai
alzare il naso abbastanza da riuscire a guardarmi intorno. Ora invece comincio a capire cose che mi derivano dall’essere genitore, professore, cittadino
e militante e sento il bisogno di condividerle con gli altri, per non restare
intrappolato nelle «forme scolastiche» dell’educazione.
Repères pour un monde sans repères e Le monde n’est pas un jouet.
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Infanzia, educazione e nuovi media
La pedagogia quindi è storia vecchia… Ma non sono le questioni
che affronta a non essersi evolute granché?
In realtà l’attività educativa è connaturata all’umanità, poiché consiste
nell’aiutare a entrare nel mondo coloro i quali porteranno avanti quello
stesso mondo. E l’attività pedagogica è connaturata a quella educativa, dal
momento che è cosciente e si esercita in maniera riflessiva e non impulsiva
o riproduttiva.
Ciononostante, oggigiorno la questione della pedagogia si impone in
modo nuovo, poiché abbiamo assistito a un’accelerazione straordinaria della
storia. Fino a un secolo fa, i genitori davano ai loro figli l’educazione che a
loro volta avevano ricevuto e c’era pochissimo scarto tra una generazione
e l’altra. Ora invece l’evoluzione della storia, dei media e delle modalità di
consumo ha fatto in modo che anche se volessimo non potremmo più dare
ai nostri figli l’educazione che abbiamo ricevuto. Le situazioni sono talmente
nuove che praticamente niente di quello che ci è stato trasmesso nel corso
della nostra educazione ci permette di rispondere ai problemi che ci pongono i nostri figli. L’uso estensivo della televisione — che ha preso la forma
di una dipendenza — è un fenomeno tutto nuovo; il potente avvento di
alcune forme di comunicazione tramite il telefono cellulare e altri strumenti
elettronici ha cambiato molto le situazioni di vita e vediamo comparire dei
comportamenti mai visti prima, per esempio nel campo della sessualità, ai
quali i genitori non hanno risposte da dare. Che cosa fare? Rompere l’indifferenza? Abbandonare i nostri modelli? Rifugiarci nella dolce nostalgia
dei bei tempi andati?
In questo campo i genitori, come gli insegnanti, sono messi di fronte
allo stesso fenomeno…
Certamente, ma mentre ne siamo coscienti per quanto riguarda gli
educatori professionisti, in termini di aiuto ai genitori soffriamo di una grave
carenza. Vorrei che il fenomeno fosse preso molto più sul serio e che su tali
questioni che riguardano così da vicino le famiglie fossero offerti dei luoghi
e degli ambiti di riflessione. Sarebbe bello che in tutti i quartieri e in tutti
gli edifici si creassero dei gruppi in cui fossero presenti pediatri, specialisti
Il bambino del cuore
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della lettura, psicologi e pedagogisti. Dei gruppi in cui si potesse discutere liberamente, senza paura di essere giudicati o disprezzati, di questioni
«semplici» come: «Mio figlio non vuole più sentir parlare della scuola…»,
oppure: «Mia figlia di quattordici anni vuole andare a vivere con un trentenne!». Le famiglie si perdono davanti a questi problemi. I criteri per una
vita di successo sono talmente cambiati che bisogna prendersi il tempo per
riflettere. E, se è vero che occorre diffidare di quei nuovi «sacerdoti» che
dicono di avere tutte le risposte e la fanno da padroni sia nelle sette che nella
psicologia spicciola, è anche vero che non ci si può arrivare da soli. Di fatto,
la questione pedagogica è diventata una questione sociale e politica.
E al cuore delle sue convinzioni c’è sempre la certezza in merito
all’educabilità di tutti...
Effettivamente è questo il nodo cruciale: credo che ciascun essere
umano sia educabile, che non si abbia mai il diritto di disperare di nessuno
e che si debba chiedere il meglio a ciascuno per farlo arrivare alla meta.
Questo fu il punto di partenza del mio operato e delle mie prime rivolte
contro tutte le forme di esclusione. Più tardi, grazie al difficilissimo lavoro
svolto da mia moglie con le persone disabili, scoprii fino a che punto questa
«scommessa dell’educabilità» permetteva di promuovere l’umanità nell’uomo (anche in quello che ci appare più debole) contro qualsiasi evidenza e
qualsiasi fatalismo.
E questa oggi resta la nozione base che specifica la posizione pedagogica.
Non si può mai dire: «Non ce la farai mai». Occorre avere la modestia di
non fare del futuro la riproduzione del passato e anche avere il coraggio —
alcuni dicono la follia — di non rassegnarsi all’insuccesso.
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Infanzia, educazione e nuovi media
In due sue recenti opere, si è dedicato a coniugare il verbo educare
in (quasi) tutti i tempi. Da tali opere ho estrapolato una formula
che mi ha colpito e che possiamo usare come punto di partenza:
«Dobbiamo sfuggire all’oscillazione psicotica tra la ripresa dell’autoritarismo e lo scadere nel fatalismo rassegnato. È solo allora che
entreremo dentro l’educazione». Questo discorso, oltre che giusto,
è di grande attualità. Viene però voglia di dirle: «Sì, va bene, ma
come si fa?».
Non è facile rispondere! Io stesso, come genitore, mi sono dibattuto in
questa oscillazione. Ad esempio, ricevendo una cattiva pagella o vedendo mia
figlia rientrare alle due del mattino, mi sono ritrovato a dire: «Basta, ora ne
ho abbastanza di questa storia! A partire da questo momento devi cambiare
registro… e d’ora in poi sarò io a tenere in mano le redini della situazione…».
In seguito, una settimana più tardi, verificando che non ero riuscito a mantenere ciò che avevo promesso e che la cosa non aveva funzionato, ho affermato:
«Dopo tutto la vita è tua e ne puoi fare quello che vuoi. Non posso decidere
io al posto tuo!». Allo stesso modo, quando seguo gli insegnanti stagisti
nelle classi, sento dire loro più o meno le stesse cose, ossia prima: «Vedrete
che le cose cambieranno: d’ora in poi vi aiuterò uno per uno a fare il vostro
lavoro e non potrà esserci proprio nessuno che resterà indietro!», e un’ora
più tardi: «Dopo tutto non posso farveli io i compiti! Dovete impegnarvi,
assumendovi le vostre responsabilità…». In effetti vi è sempre un’oscillazione
tra autoritarismo e lassismo, che è quasi costitutiva dei nostri comportamenti
di educatori. Per il bambino però questo risulta molto destabilizzante, poiché
trova di fronte a sé un adulto che passa dall’onnipotenza all’impotenza e non
riesce ad avere un’immagine stabile del suo referente e delle sue attese nei
suoi confronti. Il bambino si trova in una situazione molto difficile e, nella
maggior parte dei casi, non riesce a uscirne se non con la fuga, la chiusura
in se stesso e talvolta anche la violenza.
Credo che si possano aiutare gli educatori a prendere coscienza di questa
oscillazione, a discernere cosa è discutibile e cosa non lo è e a distinguere gli
impegni che possono essere assunti da quelli che è inutile assumere, visto
che non li si manterrà mai. Questo lavoro di discernimento è essenziale per
l’educatore e naturalmente porta a riconoscere ciò che dipende da sé e ciò
che dipende dall’altro.
Il bambino attore
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Come si vede, ci sono cose che non dipendono da noi. Ad esempio,
non posso imparare a nuotare o a parlare una lingua al posto di qualcun
altro. Per contro, posso far venire voglia a quel qualcuno di imparare a
nuotare, proporgli un metodo che lo porti ad avere meno paura di gettarsi
in acqua, guidarlo nella sua scoperta del linguaggio o aiutarlo a esprimersi
in maniera più rigorosa.
Ma in educazione ci sono cose non negoziabili sulle quali il bambino
non può intervenire... Altrimenti sarebbe già educato!
È evidente che in educazione c’è sempre qualcosa di non negoziabile.
Con gli alunni non si discute la proibizione della violenza e tutti gli altri
divieti fondamentali senza i quali non è possibile vivere nella collettività,
come ad esempio il divieto di commettere incesto, di nuocere e di usare
violenza. Occorre che il bambino differenzi ciò che è negoziabile — alla
sua età ed entro una specifica cornice — da ciò che non lo è. A partire da
questo egli può strutturare la propria personalità, anche a rischio di rifiutare
ciò che non è negoziabile, poiché per lo meno sa che cosa sta facendo e io
posso iniziare a interloquire con lui su questa base.
In sintesi, per un educatore è essenziale distinguere gli impegni che si
assume e che può mantenere da quelli che si assume ma che non manterrà
mai. Non deve confondere le reazioni umorali con le regole strutturanti, senza
le quali il bambino non può crescere. I pedagogisti non hanno mai negato
l’importanza delle regole, semmai il contrario! Hanno solo domandato che
non si opponga in modo sterile il capriccio dell’adulto a quello del bambino.
Hanno auspicato che gli adulti, malgrado la loro fragilità, appaiano come
educatori affidabili sui quali si possa contare. In una ricerca ormai vecchia,
chiedevo agli alunni di elencare le principali qualità dei loro insegnanti e
i principali rimproveri che avrebbero voluto muovere loro. La critica che
risultò al primo posto fu: «Insistono sempre su quello che va male ma non
sottolineano mai quello che va bene», seguita immediatamente da: «Fanno
sempre promesse che non mantengono. Alla lunga non rispettano la parola
data e i nostri genitori fanno la stessa cosa!». Come facciamo a educare un
bambino a mantenere la parola, se non la manteniamo noi per primi? Meglio
essere minimalisti e ostinati piuttosto che massimalisti e velleitari!
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Infanzia, educazione e nuovi media
Sulla stessa linea, pare che oggi i genitori non sappiano più dire di
no ai propri figli...
Naturalmente saper dire di no è essenziale, ma bisogna capire il perché.
L’adulto dice di no perché è sfinito e vuole imporsi a ogni costo, oppure il
divieto che impone ha un suo senso?
Per spiegare quello che voglio dire, amo raccontare la storia del ciuccio
e del pupazzetto. Di recente sono stato chiamato in una scuola dell’infanzia
in cui genitori e educatrici erano in conflitto. Alcuni genitori mandavano i
propri bambini a scuola con il ciuccio e le insegnanti non erano d’accordo.
Ci siamo messi a riflettere tutti insieme sulla situazione e le insegnanti hanno
fatto presente: «Quando facciamo lavorare i bambini in gruppo, notiamo che
quelli che hanno in bocca il ciuccio restano chiusi in se stessi, non cercano
di esprimersi oralmente, ma si limitano a fare dei gesti, spesso violenti, per
tentare di imporsi sugli altri. Questi bambini finiscono per strappare il giocattolo dalle mani dei compagni piuttosto che chiederlo… E non possiamo
certo decidere di togliere loro il ciuccio dalla bocca lasciandoli soli con il
compito di capire — un giorno o forse mai — il senso di quel gesto. Noi
educatori abbiamo la responsabilità di far capire al bambino che quando
gli togliamo il ciuccio gli diamo la possibilità di accedere a qualcosa che
altrimenti non può ottenere!». Così, dopo una lunga discussione, ci siamo
trovati tutti d’accordo sulla necessità di fare una distinzione tra la funzione
del ciuccio e quella del pupazzetto. Alla fine i genitori hanno ammesso che
il ciuccio è un ostacolo alla comunicazione, mentre le educatrici hanno
capito che è necessario creare una transizione tra l’universo familiare e
quello scolare. Così hanno accettato che i bambini portassero in classe il
loro pupazzetto e che, invece che lasciarlo in un cestino all’ingresso della
scuola, lo portassero con sé per coccolarlo per qualche momento durante
l’orario scolastico, visto che per loro è una sicurezza e diventare un oggetto
attorno al quale stabilire una comunicazione.
È importante è che il bambino capisca che il divieto non è il risultato
di un capriccio dell’adulto ma la condizione grazie alla quale, nel caso
dell’esempio, può essere stabilita una comunicazione che gli apporterà
molta soddisfazione. Nella pratica, naturalmente, questo compito non
è né semplice né immediato e necessita di un vero lavoro pedagogico,
oltre che di uno sforzo per articolare in modo intelligente continuità e
Il bambino attore
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rottura — poiché senza continuità si resta nell’illusione sacramentale di
una trasformazione miracolosa, mentre senza rottura si rischia di cadere
nell’immobilismo.
Noto la stessa necessità quando osservo il modo in cui gli adolescenti
vivono il rapporto con la legge. Per molti di loro la legge è solo un capriccio
dell’adulto e non ha altra legittimità. Su queste basi si arriva presto a un
braccio di ferro, che è il contrario di ciò che permette la costruzione di
un’autorità legittima. Globalmente gli adolescenti vivono la legge come
una norma dettata dalla «tribù nemica». È il segno che non siamo stati
capaci di far capire loro che tale legge esiste per proteggerli e non per aggredirli. Oggigiorno c’è parecchio lavoro da svolgere per far comprendere
ai giovani che la legge vigente è applicata per proteggerli. Fintanto che
la vivranno come un’aggressione nei loro riguardi, la aggrediranno a loro
volta e solo quando saranno in grado di percepirla come una protezione
potranno iniziare a difenderla. È questa la sfida educativa che ci troviamo
di fronte.
La scoperta e la nascita alla vita pubblica restano quindi una tappa
fondamentale che, tuttavia, è particolarmente difficoltosa in un’epoca
in cui regna l’avversione alla politica. In che modo la famiglia può
favorire questa scoperta, nel momento in cui l’adolescente diventa
adulto?
In realtà questo lavoro si deve fare ben prima di arrivare all’adolescenza!
Quando porto un bambino a giocare in un giardino pubblico, posso fargli
capire che quello che è autorizzato a fare in casa propria, quando è solo,
probabilmente in quel luogo non lo potrà fare, poiché lì tutti devono poter
convivere e ognuno deve essere libero di svolgere la propria attività senza
dare fastidio agli altri o esserne infastidito. Questo è già un buon modo per
accedere alla sfera pubblica.
Il bambino attore
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soggiogare una popolazione docile di cui ci si vuole solo assicurare il voto. In
breve, credo che oggi occorra avere il coraggio politico di sacrificare le logiche
del prestigio a vantaggio di microprogetti che «irrigano» il tessuto sociale alla
lunga distanza. Se non ci impegneremo in questo, dovremo abbandonare
l’ambizione educativa e, di fronte ai disordini sociali che inevitabilmente
seguiranno, dovremo rincarare la dose in termini di repressione. Niente mi
infastidisce di più oggigiorno di quella nuova forma di pensiero univoco
che dice: «La prevenzione? Ci abbiamo già provato, ma non funziona!
Dobbiamo passare alla repressione...». Siamo seri: la prevenzione non è mai
stata davvero tentata, e sarebbe proprio tempo di farlo!
Parliamo piuttosto degli educatori. Il loro compito è particolarmente
delicato e richiede una solida formazione, uno statuto e un riconoscimento che generalmente non sono scontati…
Questo è proprio vero. Gli educatori sono sempre più sottoposti a
esigenze tecnocratiche e all’obbligo di ottenere risultati a breve termine,
quantitativamente misurabili. Ma in educazione è fondamentale prendersi
il tempo necessario per plasmare i giovani, accettando di non essere efficaci nell’immediato. In sostanza, è necessario non fissarsi su una logica di
redditività a breve termine.
Stiamo toccando un punto essenziale: la difficoltà per le nostre società di accettare che le «professioni umanistiche», la cui efficacia non è
misurabile soltanto sulla base di criteri quantitativi ed economici, beneficino
di un vero e proprio riconoscimento. Le società tradizionali riconoscevano
l’importanza di tali professioni e sapevano che, per far funzionare bene
l’economia, un certo numero di persone dovevano essere deliberatamente
sottratte al sistema produttivo per svolgere il ruolo di mediatori. Persone
un po’ al margine, che però sono presenti e sono in grado di rispondere alle
esigenze dei bambini e degli adolescenti quando gli altri adulti sono occupati
nel circuito produttivo. Le nostre società hanno la tendenza a sopprimere
queste funzioni, poiché non sono economicamente produttive e socialmente
giustificabili. Ma questo atteggiamento è scandaloso e soprattutto autodistruttivo. Antropologicamente non esiste società che possa sopravvivere
senza delle figure non sottoposte alle influenze del mercato, che svolgono
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Infanzia, educazione e nuovi media
funzioni simboliche essenziali. Un piccolo esempio: sostituire il guardiano
di un giardino pubblico con una telecamera significa non avere capito nulla
della sua funzione. Quel guardiano infatti non era solo un sorvegliante, ma
assicurava una presenza che ha una funzione eminentemente simbolica. Lo
si prendeva un po’ in giro, ma era una figura di riferimento, che occupava
un posto speciale nell’immaginario collettivo. Egli incarnava — nel senso
forte della parola — la società intera, accompagnando i bambini per tanti
anni lungo il percorso dell’infanzia. Per dirla in poche parole, riempiva di
umanità il mondo e solo l’umanità chiama altra umanità.
Estremizzando questa logica, oggi tutti i mediatori tendono a scomparire e ciò ha inevitabilmente un riflesso sulle difficoltà di integrazione
dei giovani in campo economico. L’esasperazione economica è nemica
dell’economia e, del resto, in termini di costo sociale, si tratta sicuramente
di un cattivo affare. La società economizza su alcuni posti di educatore,
ma spenderà molto di più in seguito per reintegrare o reinserire i giovani
che non sono stati seguiti durante la loro adolescenza. Ormai dovremmo
averlo capito: il simbolismo è l’unico vero investimento per assicurare la
promozione dell’umanità nell’uomo.
Non le nascondo il mio stupore di fronte al suo entusiasmo per
i consigli comunali dei giovani. Come possono essi sfuggire alle
derive che li minacciano e troppo spesso li sopraffanno, come la
corruzione della politica, la frattura profonda con gli altri giovani o
l’amarezza, come conseguenza di una partecipazione tipo «trappola
acchiappa fessi»?
Effettivamente troppi consigli sono delle istanze artificiali, ma non lo sono
proprio tutti. Le condizioni per evitare le trappole? Un solido lavoro di formazione a monte, nella scuola, operando sui concetti di deliberazione, mandato,
responsabilità. Organizzare delle elezioni, in qualsiasi modo si voglia, è molto
importante basta che i giovani che si presentano lo facciano per difendere un’idea
che vogliono mettere in atto e sulla quale dovranno rendere conto.
Credo anche che sia importante che questi consigli abbiano dei veri
poteri conferiti dal sindaco che, evidentemente, deve mantenere il diritto
di veto e la firma sugli assegni!
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Infanzia, educazione e nuovi media
Torniamo ora ai compiti a casa, che costituiscono il vero pomo della
discordia. Alcuni ne vogliono di più, altri di meno. In Belgio una circolare che li limitava è stata messa in discussione e non ha avuto
effetti. Stupisce a volte sapere quanto tempo certi genitori dicono
di dedicare alla supervisione del lavoro a casa dei propri figli…
La domanda di compiti a casa è rivelatrice dell’atteggiamento delle
famiglie rispetto alla scuola. Queste famiglie chiedono di far lavorare in
modo efficace i propri figli per garantirne il successo, ma nello stesso tempo vogliono controllare di persona che la scuola svolga bene quello che le
è richiesto. Per questo esigono che faccia lavorare i ragazzi a casa, cioè nel
luogo in cui possono verificare più da vicino quello che sta succedendo.
Paradossalmente la pressione dei genitori sulla scuola porta a «esternalizzare»
il lavoro scolastico presso le famiglie!
Questo, evidentemente, riporta alla disuguaglianza sociale, poiché
i genitori non sono uniformemente in grado di supervisionare il lavoro
svolto a casa dai propri figli. Inoltre, credo che si ponga troppa enfasi sui
compiti. In Francia i testi normativi che vietano i compiti scritti alla scuola
primaria autorizzano invece quelli orali, ma prepararsi per un’interrogazione, soprattutto se lo studio non è mnemonico, è più difficile che fare un
esercizio scritto.
Sul piano pedagogico è in gioco l’articolazione tra ciò che si fa in classe
e ciò che si fa fuori. E allora ci si chiede: l’insegnante si prende la briga di
accompagnare l’alunno nella conquista della propria autonomia di lavoro
o gli trasmette solo delle conoscenze, lasciando che se la cavi da solo? La
scuola assicura l’accompagnamento individuale e l’aiuto metodologico,
oppure delega questi compiti alle famiglie e agli insegnanti privati? Pertanto, questa questione dei compiti a casa, sia scritti che orali, rinvia alla
definizione stessa del mestiere di insegnante. Nel mio libretto I compiti a
casa, ho preso l’esempio limite del professore di educazione fisica che si
limita a dettare in classe le regole del basket, per poi dare da fare la partita
come compito a casa!
La questione non si pone solo nella scuola primaria, ma anche nella
scuola secondaria di primo grado, dove assistiamo a una vera inflazione di
compiti a casa. Talora il lavoro svolto sotto la responsabilità degli insegnanti
si limita a una semplice trasmissione di informazioni, mentre l’assimilazione
Il bambino sfida
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è lasciata all’iniziativa degli alunni e delle famiglie. Ma aiutare gli alunni a
imparare e accompagnarli nel lavoro personale è una condizione essenziale
della democratizzazione dell’accesso alle conoscenze e quindi una responsabilità della scuola e dello Stato. Si tratta di una responsabilità nei confronti
di tutti che non può essere delegata ai genitori o rinviata all’aleatorietà delle
condizioni sociali particolari e delle storie dei singoli.
D’altra parte, i genitori non sono meno responsabili dei propri figli!
Non sarà accusato di deresponsabilizzare i genitori e caricare troppo
il piatto della bilancia della scuola?
Il fatto che i genitori siano preoccupati del successo scolastico dei propri
figli non è certamente condannabile. E non è nemmeno condannabile che
cerchino tale successo tramite mezzi adattati sia alle proprie finanze che ai
propri vincoli. Del resto, se non lo facessero, li accuseremmo di rinuncia!
Cionondimeno, tutti questi atteggiamenti individuali combinati producono
degli effetti sul sistema, a cui dobbiamo attribuire il giusto qualificativo di
emarginanti.
Mi sto rendendo conto inoltre che il sistema scolastico sta scivolando
in una logica di «servizio»: il bene comune educativo non è più definito in
modo chiaro ed è il conflitto degli interessi individuali a dettare legge. D’altra
parte, in una democrazia, il bene comune non è riducibile alla somma degli
interessi individuali e le istituzioni politiche hanno precisamente lo scopo
di costruire tale bene comune laddove, senza di esse, sarebbe travolto dagli
interessi individuali. La forza del bene comune è dunque profondamente
legata alla solidità e al buon funzionamento delle nostre istituzioni, e al
progetto collettivo incarnato dallo Stato.
Oggi lo Stato è abbastanza forte da imporre l’idea che gli interessi individuali delle famiglie, pur legittimi, non possono pilotare la scuola? Io non ne sono
sicuro. Prendiamo un problema molto semplice, che è quello dell’integrazione
sociale. In via teorica pochissime persone si direbbero favorevoli all’idea che
occorra creare delle scuole ghetto: quasi tutti sono d’accordo che non debbano
esistere e che l’integrazione nella scuola sia una cosa buona. Ciononostante,
quando una famiglia si rende conto che il figlio è socialmente o culturalmente
isolato, prende la decisione di fargli cambiare scuola, a rischio, in Francia, di
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Infanzia, educazione e nuovi media
scadere in modo più o meno lecito nella settorializzazione scolastica o di utilizzare l’insegnamento privato. Se si tratta dei bambini degli altri siamo favorevoli
alla mescolanza sociale ma, quando si tratta dei nostri, preferiamo evitarla! Sul
piano individuale non si può dare torto alle famiglie e anche politicamente
si può capire che i francesi non siano pronti a sacrificare il futuro dei propri
figli per un ipotetico progetto di società di cui non vedono i contorni. Nessun
partito politico oggi presenta un’alternativa credibile alla ghettizzazione nelle
nostre società. In effetti, non si rinuncia ai propri vantaggi individuali se non
se ne comprende il motivo e se non si vede un’alternativa grazie alla quale si
possano trovare, a livello collettivo, maggiori vantaggi di quelli ai quali si è
individualmente rinunciato. Il tentennamento della stessa sinistra su una questione così decisiva come l’integrazione sociale, la sua incapacità di proporre un
vero progetto di società incentrata sull’eterogeneità e sulla solidarietà e la sua
mancanza di coraggio nel condannare tutte le forme di ghettizzazione lasciano
perplessi anche i cittadini più generosi e li invitano a non sacrificare i propri
interessi personali in cambio di «aria fritta»!
Il verbo «sacrificare» non è un po’ forte per indicare delle strategie
che possono sembrare legittime, soprattutto quando è in gioco
l’orientamento professionale?
A questo riguardo vorrei distinguere tra scolarità obbligatoria e scolarità
facoltativa. Durante la scuola dell’obbligo lo Stato ha il dovere di assicurare
a tutti i bambini la padronanza dei fondamenti della cittadinanza. Si tratta
di fare in modo che tutti dispongano dei necessari strumenti di comprensione del mondo. In questo campo non possono esserci deroghe, favoritismi
o selezioni. Una democrazia degna del proprio nome non può formare i
cittadini a due, tre o quattro velocità. Come diceva giustamente Gambetta,
«l’obiettivo della democrazia non è quello di postulare l’uguaglianza, ma
di farla». E in materia intellettuale, relativamente alla comprensione di ciò
che avviene attorno a noi, ai linguaggi fondamentali che permettono di
comunicare con i propri simili e alle regole del «vivere insieme», è alla scuola
dell’obbligo che spetta il compito di «fare» questa uguaglianza.
Il bambino sfida
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Abbiamo fatto cenno alla dimensione creativa. Vorrei ascoltarla un
po’ più approfonditamente sull’educazione artistica a scuola, visto
che il ritorno al «leggere, scrivere e far di conto» rischia di oscurare questo tipo di educazione. Del resto, alcuni pensano che quella
artistica sia un’attività extrascolastica, con il rischio di escludere
i bambini dei quartieri popolari.
Possiamo ricordare i primi lavori di Bourdieu sulle visite ai musei e le
opere di coloro che dopo di lui hanno mostrato che tutte le offerte culturali
non fanno che accrescere le diseguaglianze, poiché entra in gioco la capacità
di comprenderle. Una società che si limita a offrire spettacoli, mostre o libri
ai propri cittadini adulti non fa che riprodurre e massificare le diseguaglianze.
Se si vuole che l’offerta culturale sia equa e non elitaria, occorre che la scuola
metta tutti i bambini nelle condizioni di poterne beneficiare. Sarebbe necessario che lungo l’intero percorso scolastico gli alunni avessero la possibilità
di ascoltare musica, andare a teatro, emozionarsi per un bel film, poiché è
la condizione neccessaria per fare in modo che in seguito siano essi stessi a
prendere l’iniziativa in tal senso, usufruendo della cultura.
Ma ancora più profondamente, difendere l’educazione artistica a scuola
significa difendere non solamente le discipline specifiche ma anche delle
pratiche che sono assolutamente decisive nella costruzione del simbolismo
(e qui intendiamo il simbolismo nel suo senso più banale e più tecnico,
che è quello di ottenere il massimo effetto con il minimo dei mezzi). Tutto
il contrario della spettacolarità, che sovraccarica indefinitamente e finisce
per impedire di pensare, tanto invischia il soggetto in un vizio di tecnicità
inutile.
Se leggo un verso di Baudelaire o ascolto alcune note di Mozart,
qualcosa risuona in me: è un modo raffinato ma molto efficace per arrivare
all’essenziale, un modo per toccare quello che ho di più personale senza
però violare la mia intimità, e anche un modo per collegarmi agli altri, pudicamente, senza inutili effusioni. Così, l’arte mi eleva verso l’universalità
senza obbligarmi a rinunciare a me stesso e parla a me stesso senza scadere
nel pathos. Le mie paure, le mie angosce, i miei sogni, i miei incubi, le mie
inquietudini e le mie speranze prendono forma. Posso farle mie nel momento stesso in cui ne colgo tutta la densità grazie all’espressione artistica
che mi viene offerta.
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Infanzia, educazione e nuovi media
Perché i bambini di oggi si appassionano ancora alla storia di Pollicino? Perché questa favola li rinvia a una delle loro paure più forti: essere
abbandonati dai propri genitori ed essere divorati da un orco. Cosa fa la
scuola quando propone la favola di Pollicino? Offre al bambino un oggetto
nel quale può riconoscersi senza vedere violata la propria intimità e senza
vedersi ridotto alla propria parte puramente patologica. Nello stesso tempo tale oggetto collega il bambino agli altri, alla maestra, ai compagni e a
tutti coloro che hanno ascoltato o ascolteranno la storia. Grazie all’arte, il
bambino esce dalla propria solitudine e accede all’umanità degli uomini e
all’umano che c’è nell’uomo.
In maniera più concreta, quali sono le iniziative che ci invita a privilegiare in materia di educazione artistica?
È molto importante mettere il bambino in contatto con il lavoro
di creazione artistica, e a questo proposito faccio sempre volentieri una
distinzione fra tre diversi livelli. Il primo è quello dell’incontro con
l’opera, che può avvenire facilmente tutti i giorni, ad esempio ascoltando
musica o guardando un dipinto. Il secondo livello è quello dell’incontro
con l’artista e con il suo percorso di vita: corrisponde alla scoperta di
un pittore, scultore o scrittore e alla demistificazione dell’opera, che in
tal modo appare come una creazione propriamente umana, come un
percorso e non soltanto come un risultato (l’invito a intraprendere un
viaggio). Infine, il terzo livello è quello della creazione autonoma, che
prevede che il bambino stesso sia inserito in una situazione di creazione
artistica. Qui spesso nascono i malintesi e fioccano le accuse di demagogia. Ad esempio, capita di sentire frasi come: «Per fare della musica
contemporanea non basta mettere dei chicchi di riso in un barattolino
di yogurt e agitarlo a tempo!». Questo è ovvio, poiché non bisogna mai
illudersi che il bambino produca delle opere d’arte grazie alle quali può
essere posto sullo stesso piano dei grandi artisti! Quello che possiamo
fare è fargli percepire l’esigenza che sta al cuore del gesto artistico. I
bambini di otto anni che incollano pezzi di carta colorata non potranno
mai creare un quadro di Matisse, ma tramite la pratica artistica potranno
arrivare a capire a che cosa stanno mirando e, in tal modo, a che cosa ha
mirato l’artista quando ha creato la sua opera. Al di là di tutto, questa è
una vera esperienza fondatrice.
Il bambino «incollato»
91
diventa praticamente impossibile seguirle. Secondo i programmatori televisivi, pare che l’essere interessati alla politica o alla cultura e lo svegliarsi
alle sei del mattino per andare a lavorare siano due esigenze incompatibili!
Che strana concezione della democrazia!
Questa stranezza è tanto maggiore in quanto assistiamo parallelamente
a un eccezionale aumento della potenza del cosiddetto televoto. In linea
di principio, il verbo votare dovrebbe identificare il gesto del cittadino che
esprime la sua concezione di quello che dovrebbe essere l’interesse generale
e rinvia a una scelta sociale. Ora invece lo vediamo utilizzato a proposito di
tutto e di tutti, in una valanga di trasmissioni, semplicemente per esprimere
le nostre preferenze elettive, gli stili ai quali aderiamo e le persone che ci
sono più simpatiche. Il voto è ridotto alla soddisfazione del momento e
alle nostre identificazioni personali e questa è proprio la cosa contro cui la
democrazia deve lottare costantemente per evitare che la demagogia prenda il
sopravvento! Alla fine i politici finiranno per pensare che le elezioni si vincono
come l’«Operazione Trionfo». E forse ci siamo già piuttosto vicini.
Per entrare nel vivo delle sue analisi, esaminiamo il concetto di
siderazione. Possiamo dire che gli uomini, in tutti i tempi, siano
stati siderati da questo o quest’altro fenomeno. Ma che cosa c’è
di nuovo oggi in tal senso?
Effettivamente la siderazione è un fenomeno psicologico che è sempre
esistito. Gli psicanalisti la definiscono uno stato in cui il soggetto viene come
fagocitato da un buco nero e «sparisce nel proprio godimento narcisistico».
Come si dice in tono colloquiale, resta «imbambolato» e perde la propria
capacità di distanziarsi. In questo caso non gode più dell’oggetto che guarda,
ma dello sguardo che porta sull’oggetto stesso e dell’identificazione assoluta
tra il proprio sguardo e tale oggetto. Nella siderazione l’intenzionalità della
coscienza risulta completamente «anestetizzata».
Ma se è vero che la siderazione è sempre esistita dall’inizio dell’uomo,
è anche vero che in passato era guidata dai rituali. Rituali magici, religiosi
o artistici che contrassegnavano l’ingresso e l’uscita dal tunnel e individuavano la cesura che esisteva tra la siderazione, sempre identificata come una
dimensione fuori dal tempo, e il ritorno all’intenzionalità della coscienza e
92
Infanzia, educazione e nuovi media
alle relazioni lucide con il mondo e con l’altro. Probabilmente gli uomini
che entravano con una torcia nella grotta di Lascaux venivano effettivamente
«acciuffati» dalle immagini che vedevano e ne restavano siderati. Tuttavia
sapevano che uscendo dalla grotta si sarebbero risvegliati. Al contrario,
quello che mi sembra caratterizzare la siderazione di oggi è il fatto che sia
diventata un fenomeno globale, scollegato da qualsiasi rituale antropologico.
La siderazione è inserita in una gigantesca macchina commerciale, il cui
obiettivo è quello di incollare gli individui allo schermo più spesso e più a
lungo possibile, facendoli letteralmente «imbambolare».
Compito che la televisione assolve appieno...
La televisione è un formidabile strumento per fare sia il meglio che
il peggio di tutto. Quello che mi infastidisce è che sia lasciata in balia del
mercato, visto che oggi sembra che tutti siano rassegnati a pensare che
quello dei media sia un campo concorrenziale che non può essere veramente
regolamentato.
E poiché è il mercato a reggere le sorti della televisione, ciascuna rete
può legittimamente lanciarsi nella folle corsa all’audience. L’unica cosa importante è tenere la gente incollata allo schermo a guardare una determinata
trasmissione. Così, la siderazione diventa una modalità di funzionamento
normale. Se non fossimo impegnati in questa corsa all’audience, ci potremmo
permettere altre modalità. Ma poiché proprio l’audience funziona grazie alle
quote di mercato ed è necessario accaparrarsi la quota maggiore e ottenere i
maggiori proventi pubblicitari possibili, il fenomeno da combattere diventa
lo zapping. E la maniera migliore per impedire alla gente di fare zapping è
fare in modo che resti incollata allo schermo — o, appunto, siderata.
La conseguenza di tutto ciò è una gara a folle velocità tra l’autore e
il telespettatore: l’autore deve premere i tasti della sua console prima che
il telespettatore prema quelli del suo telecomando. La sopravvivenza stessa
delle reti dipende da questo: occorre captare a qualsiasi costo l’attenzione
di chi guarda e impedirgli di fuggire via. E da qui un doppio eccesso: da
una parte la contrazione delle sequenze, l’accelerazione del montaggio e
la moltiplicazione delle immagini che si susseguono in modo ravvicinato;
dall’altra parte la provocazione sotto tutte le sue forme: si resta incollati
Il bambino «incollato»
93
allo schermo per vedere «fino a dove si può arrivare» con gli effetti speciali,
la volgarità, l’orrore, la pornografia e l’imbecillità. Si fa qualsiasi cosa per
evitare che il telespettatore cambi canale.
La concorrenza tra le reti — sempre più numerose e sempre più agguerrite — pone dunque in modo radicalmente nuovo la questione della
siderazione e dovrebbe portare a interrogarci sulla fondatezza di questa
concorrenza. Se c’è una questione che la sinistra non ha mai seriamente
affrontato è proprio quella della legittimità dell’economia di mercato in
materia di audiovisivi.
Secondo lei, quindi, è l’abbinamento siderazione-telecomando che fa
danni. In effetti, questo piccolo oggetto ha invaso tutti i settori della
nostra vita quotidiana. Crede che abbia modificato radicalmente il
nostro rapporto con il mondo?
I mediologi, sulla scorta di Régis Debray, hanno dimostrato chiaramente che gli oggetti non sono solamente dei «mediatori», ma influiscono
decisamente sul nostro rapporto con il mondo e con gli altri. Ma prima di
parlare del telecomando, facciamo un altro esempio ed esaminiamo a cosa
porta oggi l’uso massiccio del telefono cellulare.
In effetti non diamo abbastanza importanza all’impatto che questo
strumento può avere sul rapporto tra le persone, sulla dinamica dei gruppi,
sulle relazioni affettive con i propri cari e, più globalmente, sulla strutturazione
della persona. L’adolescente che è sempre «attaccato» al cellulare e gestisce
in tal modo tutte le proprie esigenze relazionali non ha lo stesso rapporto
con la temporalità, l’affettività, la sessualità e l’amore che solo pochi anni fa
aveva un suo coetaneo che non conosceva e non utilizzava tale strumento.
Il telefono portatile esaspera il desiderio di sapere tutto sull’altro e di risolvere tutto all’istante. Sviluppa il desiderio di essere in osmosi permanente
con l’altro, il gusto del possesso e i rapporti fusionali. In tal modo si passa
molto più velocemente dalla passione alla rottura. Tutto deve essere regolato
all’istante e molto più rapidamente di quanto si faceva in passato, quando si
comunicava a viva voce, con il buon vecchio telefono fisso oppure, necessariamente, tramite la posta. Si ha torto quando si pensa che l’introduzione del
cellulare non abbia fatto altro che migliorare e velocizzare le comunicazioni
94
Infanzia, educazione e nuovi media
che prima avvenivano in modo più rallentato. Un tale strumento attiva delle
modalità di pensiero che possiamo definire infantili: il desiderio di vedere
tutto e sapere tutto, l’illusione che il mondo sia totalmente trasparente e
la folle speranza di poter agire su di esso in tempo reale e in assoluto, trasmettendo via via i propri ordini, come fanno gli speculatori nel recinto
delle grida di una borsa valori. Triste concezione dei rapporti umani! E
questa è la prova — se mai ce ne fosse bisogno — che, come ha detto lei,
un semplice strumento può modificare radicalmente il nostro rapporto con
il mondo e con gli altri.
Ed è quello che osserviamo nel caso del telecomando…
Naturalmente il telecomando è uno strumento di grande utilità in molti
ambiti, come ad esempio gli ospedali, i servizi ai disabili e certe professioni.
In tutti questi casi è un mezzo che prolunga la mano dell’uomo, lo libera dai
vincoli tecnici e gli permette di intraprendere le azioni complesse in modo
più veloce, efficace e agevole. Tuttavia, nel suo rapporto con la televisione,
il telecomando è diventato il vettore di una particolare forma di espressione
della regressione infantile. Ma qui dobbiamo capirci bene: l’infantilità non
è comparsa con il telecomando, ma è ciò di cui tutti i bambini e tutti gli
adulti devono disfarsi per accedere all’autonomia, nel senso filosofico del
termine. L’infantilità, nella definizione che abbiamo già dato, è la volontà
costante di comandare il mondo, la convinzione che l’universo si riduca a
quello che si vede e, in definitiva, a quello che si può controllare. Educare
significa invece aiutare il bambino a liberarsi da tale infantilità, in modo da
accedere alla consapevolezza che l’universo non è riducibile solo a ciò che
lui può pensare, che il mondo e gli altri possono fargli resistenza e che non
ha il potere assoluto sugli esseri viventi e sulle cose.
E se mi capita spesso di mettere sotto accusa il telecomando, è proprio
perché è lo strumento della promozione sistematica dell’infantilità. Esso fa
leva sul bambino che c’è in noi, sviluppando tale regressione e facendone il
principio del nostro rapporto con il mondo. Fermiamoci un attimo a pensare
che cosa può rappresentare questo strumento per un bambino che, tramite
esso, accede a decine o centinaia di canali in brevissimo tempo. Egli ha
l’impressione di poter ottenere la soddisfazione immediata di tutti i propri
Il bambino «incollato»
95
desideri, riuscendo a passare da un cartone animato a un gioco, da un documentario a una partita di calcio, da un film pornografico a un concerto,
da una fiction alle notizie in diretta, ma anche (e soprattutto!) riuscendo
a chiudere il becco a chi gli dà fastidio, lo annoia o semplicemente non lo
lusinga a sufficienza. E tutto ciò schiacciando pochi tasti, senza il minimo
sforzo e con un risultato immediato! È il trionfo della pulsione soddisfatta
«in tempo reale».
Lei non va troppo per il sottile quando scrive che il telecomando
«riunisce quattro principi che, combinati, costituiscono una conferma
dell’onnipotenza infantile e sono portatori di una regressione individuale e collettiva verso l’infantilità». Potrebbe spiegarsi meglio?
È un altro modo di presentare quello che abbiamo appena detto. Quali
sono questi quattro principi mirabilmente simboleggiati da questo «fallo
high-tech»? Il principio della miniaturizzazione ludica, il principio della
connessione diretta del soggetto con il mondo, il principio del passaggio
all’azione immediata e infine il principio della sovrapposizione totale tra
realtà virtuale e realtà concreta.
106
Infanzia, educazione e nuovi media
tutti siamo impastati, utilizzando le opere culturali, con parole e immagini
adatte alla loro età. Dobbiamo permettere loro di vedere la violenza nella
pratica, farsi colpire, giocare mentalmente, avvicinarsene, distaccarsene,
immaginarne le conseguenze e mettersi al riparo dai suoi effetti devastanti.
Tutta questa attività mentale, che è nostro compito stimolare, permette di
metabolizzare la violenza e trasformarla in pensiero, in riflessione e anche in
morale. Essa, in sostanza, deve far pensare. Proprio in questo consiste la sfida
e proprio da questo può derivare la giusta linea di condotta: quando tutto
è mostrato e palese non c’è più nulla da pensare! È impossibile distaccarsi,
riflettere e comprendere e in tal caso il passaggio all’azione è inevitabile.
Secondo me la simbolizzazione della violenza attraverso i racconti è una
necessità educativa, sempre che, naturalmente e come abbiamo già detto,
si tenga a debita distanza dall’oscenità.
Ancora una parola sulla sua concezione di oscenità…
L’oscenità è la telecamera che fruga in quello che si crede essere il reale, fino nel profondo delle sue viscere, e che cerca di farci godere di questa
esplorazione. Così l’occhio si introduce in ciò che abbiamo di più intimo,
arriva fino al fondo della ferita, dell’anima e della coscienza, abolendo
qualsiasi ritegno, cercando di eliminare la minima opacità e scandagliando
sistematicamente il fuori campo. Tutto deve essere visto: non suggerito,
ma esibito. L’oscenità può essere di carattere sessuale, come nel caso della
pornografia, oppure derivare dal sangue, come in certi film dell’orrore. Può
anche esprimersi sul piano psicologico e frugare in tutti gli angoli della nostra
vita personale e interiore, come accade in certe trasmissioni che giocano
sulla rivelazione spettacolare dell’intimità di una persona che è famosa o
che lo vuole diventare. In certi casi vengono allestite situazioni che favoriscono il voyeurismo, quando ad esempio si approfitta della televisione per
favorire dei ricongiungimenti familiari, che mettono le persone coinvolte
nella condizione di dover presentare pubblicamente le proprie emozioni,
con le telecamere che vanno a cercare anche la più piccola lacrima con
un’insistenza terrificante. La messa in scena è volgarmente manipolatrice, le
persone sono ridotte a marionette e ciononostante la siderazione funziona,
visto che alcuni guardano questi programmi immedesimandosi totalmente
negli interessati, altri godono di questa nudità psichica e altri ancora si
domandano fino a dove intende arrivare la televisione. In effetti, uno dei
Il bambino «incollato»
107
vantaggi non trascurabili di questa spirale di oscenità è quello di riuscire a
«incollare» allo schermo anche coloro che disapprovano e guardano soltanto
per capire ciò di cui sono capaci i media.
Del resto le trasmissioni di questo genere proliferano e ciò è dovuto in
gran parte al rafforzamento, nella nostra società, della «psicologia spicciola»
e di tutta quell’enfasi sullo sviluppo personale che invade gli scaffali delle
nostre librerie e trionfa sulle nostre antenne televisive. Ma attenzione: non
voglio assolutamente negare l’importanza di un vero lavoro psicologico sulle
persone che soffrono intimamente (anche se su questo punto la psichiatria
francese è messa proprio male!), credo però che oggi la «vulgata» psicologica
sia diventata un discorso egemonico che produce tanti effetti negativi. Tutti
si sentono autorizzati a interpretare i fatti e i gesti degli altri anche nelle
scuole: se un bambino non riesce a imparare a leggere, la causa è sicuramente
l’assenza del padre, con i problemi familiari connessi! Gli insegnanti invece
dovrebbero ribaltare il problema: è insegnando ai bambini a leggere molto
che questi ultimi riusciranno ad affrontare meglio i problemi familiari. E
inoltre questa dominanza della psicologia fa passare in secondo piano la
mediazione culturale. L’educazione scommette invece sul fatto che l’incontro
con oggetti culturali come i racconti, le carte geografiche o le leggi fisiche
aiuta l’uomo a elevarsi al di sopra delle difficoltà, piuttosto che invischiarsi
in esse. La cultura libera l’uomo dai pregiudizi e gli permette di entrare in
rapporto con gli altri uomini. La psicologia spicciola, al contrario, ci rinvia
continuamente a noi stessi ed è il culto dell’egocentrismo! In tal modo ci
chiudiamo ciascuno nel proprio guscio, a coltivare il nostro egocentrismo
e tribalismo.
Questo trionfo dell’enfasi è il contrario del vero lavoro clinico che
affronta in modo serio le realtà umane in tutto il loro spessore e rifiuta
l’interpretazione selvaggia. Tutto ciò contribuisce a creare quell’illusione di
trasparenza di cui parlavamo in precedenza, che scandaglia l’intimità del
soggetto invece che fargli realmente posto. Secondo me esiste un principio
etico fondamentale: non posso sapere quello che passa nella testa dell’altro e
nessun sistema di interpretazione mi permetterà mai di capirlo completamente. E com’è ovvio bisogna intendere quel «non posso» in senso normativo,
poiché anche se per disgrazia ci riuscissimo, non ne avremmo il diritto.
L’accettazione dell’opacità della coscienza dell’altro è la condizione stessa
dell’etica: se l’altro non mi resta in parte sconosciuto e se la sua coscienza
non mi è in parte impenetrabile, non posso avviare con lui un rapporto da
soggetto a soggetto.
130
Infanzia, educazione e nuovi media
che tali questioni sono numerose, difficili, complesse e appassionanti,
ma non vediamo forti impulsi e meno che meno grandi mezzi!
E nonostante tutto questo, sono sicuro che potrebbero essere fatte delle
trasmissioni di riflessione sull’educazione belle, vere e lontane da qualsiasi
esaltazione della spettacolarità a ogni costo! Ma occorre trovare le persone
capaci di farlo e dare loro qualche mezzo.
Penso che occorra più che «qualche mezzo!» Considerando le modalità e i successi attuali, c’è bisogno dei mezzi per creare prodotti
interessanti e di grande qualità, in ore di elevati ascolti e per un
pubblico molto ampio. Sicuramente è un compito ambizioso…
Effettivamente abbiamo il diritto di aspettarci una maggiore audacia
da parte delle reti pubbliche. Sono convinto che la televisione potrebbe
svolgere un ruolo determinante nel dare impulso al dibattito democratico,
mettendo a disposizione dei cittadini servizi e inchieste che consentirebbero
loro di prendere coscienza delle sfide in gioco e di comprendere le decisioni
che vengono adottate a tutti i livelli. Mi impressiona il fatto che le democrazie abbiano sempre la tendenza a far passare le scelte che operano — che
sono comunque politiche — come delle scelte puramente tecniche, e così
la democrazia diventa schiava della tecnocrazia. In questo modo non si
avvia un dibattito chiaro e aperto a tutti i cittadini e non si danno a questi
ultimi i mezzi per giudicare le scelte che vengono operate: chi conosce il
costo reale di un chilometro di autostrada rispetto a quello della costruzione
di una scuola? La televisione dovrebbe dirci queste cose, presentandoci i
diversi scenari possibili e le loro conseguenze a medio e lungo termine. Sulle
questioni che interessano tutti i cittadini, la televisione potrebbe essere non
solo interessante, ma anche di stimolo alla democrazia.
Speriamo che arrivi qualcuno che, alla fine, riesca a dare un bello
scossone in tal senso. Ma per ora siamo ancora lontani, visto che
la televisione non fornisce nemmeno le informazioni di base sui
propri prodotti e sulle proprie scelte! Chi sa quanto può costare un
Il bambino nel mondo
131
telegiornale, un programma di attualità sociale, un documentario o
i diritti di ritrasmissione dei gran premi automobilistici? I dirigenti
pensano che le cifre dell’audience siano indicative della domanda dei
telespettatori, che vengono trattati come consumatori e non come
cittadini! Le reti pubbliche non dovrebbero privilegiare un’offerta
che punta sull’intelligenza?
Sono totalmente d’accordo. Sarebbe bene che ciascuna trasmissione,
nei suoi titoli, inserisse anche i propri costi. Sarebbe una cosa molto semplice da fare!
Gli altri media, ossia le radio, i quotidiani, le riviste e Internet, non
dovrebbero assumere su di sé la propria parte di lavoro — cosa che
forse li porterebbe a relativizzare o addirittura sopprimere le hit e
le altre classifiche il cui unico criterio è l’audience?
Purtroppo il sistema delle hit e di tutte le altre classifiche è profondamente inscritto nell’economia di mercato, di cui i media non fanno altro
che riprendere il principio. D’altra parte, proprio in questo, sono collegati
a una moltitudine di giornali, riviste, siti Internet e supporti di tutti i tipi,
che generano essi stessi delle star, che a loro volta generano delle vignette per
i bambini, che generano degli sms, che generano degli articoli di stampa,
ecc., creando una sorta di circolo vizioso in cui rimaniamo invischiati.
A ciò si aggiunge un fenomeno assolutamente avvilente: i best of, ossia i
«migliori estratti» delle «migliori» trasmissioni. Presto avremo anche i best of
dei best of! Ormai la televisione non ha per oggetto che se stessa: quando si
fa il giro delle trasmissioni di dibattito e di varietà — che peraltro si stanno
fondendo tutte nel genere unico dei talk-show — si ritrovano praticamente
sempre le stesse persone e persino gli stessi conduttori, che si invitano da una
rete all’altra. Perché allora non creare un circuito chiuso? A questo punto
spegniamo le telecamere e lasciamoli in pace a divertirsi tra loro!
Per tirare le somme, si può solo sperare che i cittadini si sveglino,
prendano maggiori iniziative e che i genitori con i propri figli, gli
132
Infanzia, educazione e nuovi media
insegnanti con i propri alunni e i gruppi di giovani si esprimono e
si battano affinché i loro punti di vista siano riflessi dai media. È
un’esperienza sociale straordinaria per i bambini quella di constatare che le loro reazioni e i loro suggerimenti hanno un’eco, sono
pubblicati sulla stampa e ricevono riscontri scritti…
È una sfida straordinaria e in questo campo sono pronto a seguirla
ovunque! Abbiamo criticato molto la televisione e alcuni forse hanno pensato che siamo dei nostalgici che sognano un passato ormai lontano in cui i
media non avevano ancora assunto il potere che hanno oggi. Ma nei nostri
propositi non c’è alcuna nostalgia e non siamo dei tecnofobi! Ci battiamo
affinché queste favolose invenzioni dell’intelletto umano che sono i media
non siano messe al servizio della stupidità! È una cosa diversa! C’è molto
da sperare e molto da lavorare per fare in modo che i media non ci facciano sprofondare nell’infantilità, ma ci trattino da cittadini, ci aprano delle
prospettive, ci permettano di abbandonare il nostro egocentrismo e liberarci
delle nostre tendenze narcisistiche, invitandoci a buttare via il telecomando
e le sue illusioni e prendendo in mano il nostro destino insieme agli altri.
È necessario scegliere: o il telecomando o la democrazia!
Strada facendo…
143
Capitolo settimo
Strada facendo…
Lei ci ha detto che dobbiamo assumere una posizione di resistenza
più decisa: resistenza allo strapotere del mercato, all’infantilità
dei media, al dilagare degli interessi individuali a discapito del
bene comune e all’indifferenza carrieristica dei politici. Ma non è
sempre facile. Viviamo in un’epoca in cui sono di casa frasi come:
«Ma a che scopo, alla fine?» oppure «Purtroppo è così!». Un’epoca
di disincanto in cui le idee, seppur proposte con entusiasmo, non
hanno più un grande impatto!
Effettivamente stiamo vivendo un’epoca strana in cui abbiamo ottenuto
tutto e niente! In un mondo irrimediabilmente condannato all’idolatria, la democrazia sarà solo un’illusione; se ciascuno sarà attratto inevitabilmente dal suo
simile e rifiuterà l’alterità, l’integrazione sociale sarà una chimera. L’Éducation
populaire sarà cosa vecchia e la società selezionerà in modo naturale un’élite
ripiegata su se stessa, che disprezza la «plebaglia» dedita ai divertimenti mediocri.
Il servizio pubblico sarà un rudere d’altri tempi, poiché solo la concorrenza
acerrima potrà produrre la qualità. E in questo scenario la prevenzione avrà
dimostrato la sua impotenza, lasciando campo libero alla repressione.
Oggi tutte queste idee si stanno infiltrando nelle coscienze, perfino di
coloro che si dicono «progressisti». Per me nessuna di esse è da considerarsi
vecchia, per il buon motivo che non abbiamo mai cercato seriamente di
metterle in atto.
144
Infanzia, educazione e nuovi media
Contrariamente a quello che si sente dire, la prevenzione non è mai
stata davvero tentata. Non si è mai realmente investito su progetti concreti
in grado di dare ai giovani in maggiore difficoltà un altro orizzonte rispetto alla marginalità o alla delinquenza, non si è mai cercato di sviluppare
a livello di massa delle alternative alla prigione e all’esclusione e non si è
mai lavorato per creare delle sanzioni riparatrici capaci di reintegrare gli
individui nella società dalla quale, per loro responsabilità, sono stati esclusi.
Dobbiamo smettere di dirci che dopo il lassismo generalizzato l’unica cosa
da fare è imporre la repressione! In realtà non ci siamo mai comportati
tanto diversamente.
Contrariamente a ciò che si può credere, il servizio pubblico reso ai
cittadini — a tutti i cittadini — fondato su un contratto chiaro con lo Stato,
non è mai stato messo veramente alla prova. Non abbiamo mai lavorato a
un programma solido, che la nazione potesse imporre legittimamente alle
proprie istituzioni, non abbiamo mai portato i cittadini a riflettere veramente sulla qualità dei servizi pubblici e, all’interno di tali servizi pubblici
e in modo sistematico, non abbiamo mai messo a disposizione delle risorse
gratuite che evitassero il ricorso al settore privato per far fronte alle inefficienze. Dobbiamo smettere di pensare che solo il mercato faccia girare il
pianeta Terra e, in definitiva, dobbiamo creare un servizio pubblico degno
del suo nome!
Diversamente da ciò che gli intellettuali mediatici affermano, l’Éducation populaire non è mai stata realmente messa in atto. Certamente ha a suo
favore delle realizzazioni ammirevoli, ma in Francia, dal Front populaire, non
ha mai rappresentato una vera priorità politica. Non abbiamo veramente mai
voluto che le università, gli istituti scolastici e le strutture culturali nel loro
insieme fossero completamente aperte a tutti. Ci viene imposta l’apertura
dei negozi la domenica e i giorni festivi, ma non si dà alcun reale impulso
per fare in modo che le biblioteche, le palestre e i laboratori di informatica
delle scuole superiori siano aperti per più della metà dell’anno civile. Allo
stesso modo non viene data alcuna spinta per favorire la creazione artistica
qualitativa e democratica. Per questo dobbiamo smetterla di credere che la
massa non voglia una cultura di qualità e che, a parte qualche concessione
elitaristica all’intelligentsia, sia meglio finanziare l’«evasione»!
Contrariamente a ciò che certi politici lasciano intendere sulla scorta
dell’estrema destra, l’integrazione sociale non è mai stata veramente appog-
Strada facendo…
145
giata. Abbiamo sempre relegato gli immigrati nei ghetti, abbiamo svuotato i
centri città dei loro modesti abitanti per consegnarli nelle mani dei facoltosi
commercianti, abbiamo isolato le scuole professionali per «scaricarvi» gli
alunni che hanno fallito nelle discipline «nobili» e ora ci chiediamo se non
dovremmo finanziare massicciamente le «comunità» culturali o religiose!
Certamente non si tratta di vietare agli uomini di creare delle comunità
di affini, ma il ruolo dello Stato è quello non di sovvenzionare il comunitarismo, ma di dare impulso a tutto ciò che «fa società», promuovere il
riconoscimento della differenza e del lavoro comune. In pratica, dobbiamo
smettere di ripeterci che «chi si assomiglia si piglia» e che ci vengono dati i
mezzi per unirci e creare una collettività!
Infine, contrariamente a quanto affermano numerosi intellettuali,
perfino la democrazia non è mai stata realmente applicata. Certamente
ritengo che non si possa vivere senza un valore trascendente, ma ci siamo
veramente domandati se tale valore trascendente non possa essere proprio
la ricerca collettiva del bene comune? L’agorà, come valore di riferimento,
sarebbe senza dubbio possibile, ma ciò naturalmente a condizione che si
sia esigenti sulle condizioni di esercizio della democrazia: nessun cumulo
di mandati; nessuna possibilità di rinnovo di questi ultimi, per impedire
agli uomini politici di fare campagna elettorale mentre stanno esercitando
il potere; una «sacralizzazione» delle istanze parlamentari, i cui dibattiti,
in Francia, sono spesso vissuti dai cittadini come una farsa concordata in
anticipo; lo sviluppo sistematico dei «consigli» dei cittadini, in appoggio
alla democrazia rappresentativa. In poche parole, un vero cantiere, in cui
faremmo bene a metterci a lavorare sodo, piuttosto che continuare a mugugnare, con qualche lacrimuccia, sull’agonia della democrazia!
Ma come aiutare concretamente i giovani e gli adulti a prendere
coscienza che il futuro non è scritto, che hanno un potere più
grande di quanto credono e, come dice lei, che devono «articolare
promessa e progetto?»
Articolare promessa e progetto significa fare continuamente la spola
tra il micro e il macro. Il male che ci sta uccidendo è la rottura tra questi
due livelli, mentre sarà la capacità di vedere il macro nel micro e viceversa
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Infanzia, educazione e nuovi media
che ci aiuterà a ritrovare il senso. Occorre essere capaci di vedere nel piccolo
progetto portato avanti a tre o quattro mani in un piccolo quartiere l’anticipazione di una società più giusta e umana. Ma occorre anche impegnarsi
nella politica nel senso più ampio, superando i confini del proprio clan, del
proprio quartiere, del proprio comune, della propria regione, del proprio
Paese e della Terra stessa, per pensare il mondo come un tutt’uno sul quale
abbiamo collettivamente un potere.
Articolare promessa e progetto significa essere capaci di avere una
visione globale e di impegnarsi in attività locali, minime ma coerenti con le
finalità. D’altra parte, è proprio questo il percorso che abbiamo seguito nel
corso di tutta la nostra intervista. Abbiamo iniziato a parlare della necessità
per il bambino di staccarsi dalla propria immediatezza per poter andare oltre
se stesso e prendere coscienza dell’esistenza dei propri genitori e, dopo di
essi, degli altri bambini che hanno altri genitori, degli altri quartieri oltre
quello in cui abita, delle altre città, delle altre civiltà, delle altre convinzioni
religiose e filosofiche e così via. In seguito abbiamo cercato di mostrare che
questo movimento si prolunga nella politica e nel lavoro, per creare delle
collettività solidali e definire insieme il bene comune, in una scala sempre più
vasta che arriva fino all’universo intero, come ci insegna l’ecologia. È questa
capacità che apre progressivamente l’orizzonte allo sviluppo dell’umanità e
dell’individuo senza però chiedere a quest’ultimo di rinunciare alla propria
personalità. Ed è la stessa capacità che è creatrice di universalità, ma non
dell’universalità arrogante ereditata dal secolo scorso, che consiste nell’imporre al mondo i nostri riferimenti, ma di un’universalità modesta, che si
costruisce nello sforzo di innalzamento al di sopra degli interessi immediati
del singolo e della «tribù». Ecco il compito che ci dobbiamo assegnare se
non vogliamo finire, telecomando alla mano, invischiati nelle sabbie mobili
della nostra infantilità.
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Infanzia, educazione e nuovi media