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Collana
LIBRETTI ROSSI
—6—
Il libretto rosso di Garibaldi
a cura di Massimiliano e Pier Paolo Di Mino
© 2011 Alberto Castelvecchi Editore Srl
La riproduzione (parziale o totale), la diffusione,
la pubblicazione su diversi formati e l’esecuzione
di quest’opera, purché a scopi non commerciali e
a condizione che vengano indicati gli autori, il contesto originario e si riproduca la stessa licenza, è liberamente consentita e
vivamente incoraggiata.
Prima edizione: gennaio 2011
Purple Press è un marchio
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00198 Roma
Tel. 06.8412007 - fax 06.85865742
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ISBN: 978-88-95903-43-9
Cover: Sandokan Studio
IL LIBRETTO ROSSO
DI GARIBALDI
a cura di
Massimiliano e Pier Paolo Di Mino
Purple Press
¢
L’unico eroe di cui il mondo ha mai avuto bisogno
si chiama Giuseppe Garibaldi.
CHE GUEVARA, 1955
PREFAZIONE
La rivoluzione non è un pranzo di gala
Ci hanno insegnato che non esistono più i miti, o che non ne
abbiamo più bisogno. In cambio ci danno per articolo di fede che
quello di cui abbiamo bisogno è produrre e comprare coscienziosamente. Sarebbe più onesto e corretto dire, quindi, che i vecchi
miti sono stati soppiantati, con utile operazione teologica, da un
nuovo racconto della vita, non meno fantasioso di qualsiasi altro
racconto. In questa bella favola si immagina la vita come una
competizione senza limiti, con leoni e gazzelle che, in barba alla
loro reale natura, vivono una vita insonne gli uni cacciando e gli
altri fuggendo.
Si capirà, dunque, come siano divenute viete, per non dire
pericolose, le vecchie storie che ci avvertivano degli eccessi egotici degli eroi, come Achille e le sue schiere di ubbidienti mirmidoni pronti al massacro, o Beowulf che manda a marcire tutto il
regno pur di dimostrare il suo valore. Ci dicono che sono robe da
scuola piena di polvere.
Non godere più dei benefici di tali avvertimenti porta a conseguenze visibili, oggi, agli occhi di tutti.
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La metafisica commerciale contemporanea deve considerare
come vere nemiche quelle storie che ci guidavano nel mondo con
coraggio, generosità e astuzia, per esempio la storia di Odisseo, il
Re contadino che torna a casa e, con il servo Eumeo, un giovane
figlio e una moglie abbandonati, caccia gli usurpatori e pratica
giustizia e libertà. Spengler diceva che la civiltà sarà salvata da un
plotone di soldati: è vero, ma il plotone è sempre composto dalla
gente più strampalata.
Pensate, poi, se un mito ce lo troviamo incarnato, ed è addirittura il nostro eroe, un eroe di questo mondo. Anzi di due,
molto concreti e poco trascendentali: un eroe il cui avvento non
va aspettato con fede. Pensate se questo eroe è quello di cui il
mondo sentiva veramente il bisogno (ce lo assicura il comandante Ernesto Che Guevara), e si chiama Giuseppe Garibaldi.
Certo, è esistita una retorica risorgimentale, ma è stata concepita attraverso una serie di santini oleografici particolarmente
adatti a togliere nerbo ai protagonisti della rivoluzione nazionale.
Il tutto aveva come fine quello di dimenticare che quella italiana
fu una rivoluzione, che chi voleva una patria per gli italiani voleva per loro anche la terra, i diritti, la giustizia e l’uguaglianza.
Il punto era – ed è ancora – far dimenticare che, in quanto
rivoluzione, il risorgimento italiano non fu un pranzo di gala.
Una tale memoria, ancora venti anni dopo l’Unità, avrebbe
potuto indurre qualcuno – e in alcuni casi indusse – a recriminare con le armi che l’Italia non era realmente come era stata pensata da chi aveva lottato per essa, e che forse il risorgimento doveva
ancora essere fatto: Bresci, lavando il sangue dei milanesi sterminati da Bava Beccaris, si proponeva un atto di giustizia patriottica.
Claudio Magris, tempo fa, facendo alcune considerazioni
sulla mancata nascita dell’Italia, ragionava sulla rimozione e riduzione a retorica parruccona di tutto il grande movimento patriot12
tico e democratico del Risorgimento. E insisteva su come il non
aver tratto alimento mitico ed epico dalla nostra Storia ci abbia
portato a non averne una e, quindi, a non esistere come collettività nella vita concreta e quotidiana. Ma basterebbe ancora pensare al «Risorgimento senza eroi» di Gobetti.
E al Risorgimento privato, prima di tutto, di Giuseppe
Garibaldi, e alle sue aspirazioni spirituali e politiche.
Statue ed effigi del biondo eroe hanno certo ingombrato in
misura straordinaria i parchi e i giardinetti del nostro Paese. Ed è
stata usata una cura meticolosa nel segnalare tutti i posti dove
Garibaldi ha dormito. L’effetto finale è quello di un eroe a cavallo, quando non dorme. Un eroe poco pericoloso.
Forse l’ultimo a sentirne il fascino, e quindi il pericolo, fu
Benito Mussolini, che inventò il culto mariano di Anita, sperando di appannare dietro le gonnelle amazzoniche della famosa consorte un mito che temeva potesse brillare più del suo: entrambi
duci, ma Mussolini senza aver fatto mai una guerra. E così, nel
1932, durante i festeggiamenti della morte di Garibaldi, che coincidevano con la celebrazione del decennale fascista, fu eretto un
monumento ad Anita, le cui ceneri furono pomposamente traslate da Nizza a Roma. Garibaldi, messo in secondo piano, diventava tacitamente un precursore del Regime.
È stato un lungo e proficuo lavoro di fantasia storiografica
quello che ha permesso di svuotare e deformare un mito in progresso, cioè capace di agire nella Storia e nella quotidianità di un
intero collettivo nazionale.
Garibaldi, nella sua vita, ha visto crescere un sentimento
attorno alle sue imprese, alle sue vittorie e alle sue sconfitte, che
dall’ammirazione, passando per l’amore, è diventato la manifestazione entusiasta di un culto religioso popolare. I contadini accorrevano al suo cospetto per far battezzare i loro bambini. E il suo
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aspetto da nazareno ha avuto non meno successo fra le dame
inglesi. Ogni suo intervento nella scena pubblica del suo tempo,
così come ogni disdegnoso rifiuto a prendervi parte, era motivo
di riflessione politica. Garibaldi che corre a difendere il sogno
della Roma repubblicana. Garibaldi che si imbarca per conquistare da solo all’odiato Borbone il pezzo maggiore d’Italia. Garibaldi
sull’Aspromonte, questa volta contro i Savoia. E poi a Mentana.
Ma a anche a Digione e ovunque un popolo chiedesse terra e
libertà. Folle di giovani studenti, rivoluzionari e avventurieri,
presi tra la borghesia come tra i popolani delle città, vivevano nell’attesa di un nuovo gesto dell’eroe, e ogni sua chiamata poteva
essere certa della risposta immediata di tutti. Tutti erano sempre
pronti a lasciare la casa, il lavoro e le donne per armarsi più di spirito rivoluzionario che di armi, e seguire la loro guida.
Garibaldi era un appello vivente alla coscienza e alla passione
di tutti.
Proprio di tutti. Anche dei moderati, così come dei conservatori e dei reazionari a vario titolo, dei monarchici e degli aristocratici, dei difensori dell’assolutismo e della Chiesa, che risponderanno all’appello garibaldino con il meno cortese degli odi.
Da qui la demolizione accurata di un mito.
Fatta l’Italia; fatta dell’Italia un’espressione geografica sotto il
marchio della monarchia sabauda, i Savoia compiono l’azione
imprudente di far suonare alla coscienza popolare Garibaldi
come un bandito, un sovversivo fra i più pericolosi, un campione
dell’illegalismo.
È difficile non notare che questo potrebbe piacere a molti. E
a molti piacerà. Nella Storia molti saranno quelli che sogneranno
ancora, come Garibaldi, di andare contro il vento che fischia e la
bufera che infuria verso la patria del ribelle, del sovversivo, insomma, dove sorge il sol dell’avvenire.
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La Chiesa imbocca la strada più accorta e sensata. Il Vaticano,
alla radice del cui successo c’è l’invenzione del martirismo, e che
sa bene come si costruisce l’immagine di un eroe, decide che la
cosa migliore con Garibaldi è fare come se non fosse mai esistito.
Ancora oggi, grazie all’accorto lavoro di demolizione e demonizzazione da una parte, e dall’altra quello ancora più accorto
della damnatio memoriae, la figura del nizzardo si riduce a qualcosa fra il macchiettistico e il truce. Garibaldi, nella coscienza italiana, può essere qualcosa che si colloca fra un avventuriero e un soldato privo di pensiero, se non proprio lo scemo del villaggio
descritto da Ermanno Cavazzoni. Uno scemo a cui, però, non è
dispiaciuto rubare e ammazzare, come dimostra il fatto che portava i capelli lunghi, mezzo mediante il quale nascondeva astutamente la mancanza di un orecchio, che in Sudamerica gli avrebbero tagliato come ladro di cavalli. Era pure millantatore, perché
non avrebbe mai combattuto davvero: la spedizione dei Mille, per
dirne una sola, era pagata insieme dai Savoia, dagli inglesi, da
tutta la massoneria e da chissà quante altre entità che non vollero mancare all’occasione. Infine non gli è mancato di fare anche
il negriero nel mare della Cina.
A un documentato vaglio storico, tutte queste chiacchiere
denunciano lo sforzo maldestro di una fantasia interessata.
Interessata, nei primi anni del Regno così come ancora oggi, a
colpire in Garibaldi un mito rivoluzionario. Più precisamente:
socialista.
Non pochi socialisti, ma con non poca difficoltà dialettica,
hanno sentito questa natura essenziale di Garibaldi. Il socialismo,
nelle sue diverse sfumature, è certamente una dottrina. Garibaldi,
che non era un pensatore, di dottrine non ne espresse molte.
Infine, Pertini dovrà considerare l’eroe dei due mondi come un
mito resistenziale e, in quanto tale, mito per tutti coloro che, pur
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con diverse appartenenze, hanno lottato e lottano per la giustizia
e la libertà. Garibaldi, per il grande socialista, è «l’eroe delle nazionalità oppresse, l’assertore inflessibile dei loro diritti e il combattente generoso per la loro difesa». Craxi, che già guardava a destra,
lavora di lima per smussare il personaggio. Gli dispiace che
Garibaldi abbia asserito in maniera inflessibile e abbia anche
combattuto, sebbene in maniera generosa. Così congegna per
l’eroe la trovata di un socialismo sentimentale, come se fosse un
Edmondo De Amicis con il fucile in mano.
Forse sarebbe meglio, per un personaggio mitologico come
Garibaldi, pensare a un socialismo mitologico, cioè essenziale e
connaturato nella specie umana. Piuttosto che quello che gli antropologi sovietici cercavano nei cosiddetti «primitivi», ovvero quello
che batte nei cuori di tutti e che spinge a ribellarsi alla sopraffazione e al sopruso. Il problema con questo socialismo è che non seduce l’intelletto: non c’è molto da pensare davanti all’evidenza che
chi è in vita vuole vivere la sua vita in libertà e decoro. La complessa e fantasiosa spiegazione aristotelica sulla giustezza della schiavitù, o l’astruso apologo di Agrippa sulla bellezza organica dello
sfruttamento dell’uomo sull’uomo, impegnando l’ingegno hanno
un successo, con ogni evidenza, maggiore della semplice constatazione che ogni essere tende a voler vivere in giustizia e libertà, dove
le due parole devono essere intese come sinonimi.
Le più grandi verità si riducono a constatazioni semplici sulla
realtà. Ed è a causa del fatto che l’uomo tende ad avere in orrore
sia la semplicità che la realtà, che la cultura greca ha escogitato,
come mezzi di rivelazione delle realtà essenziali, l’enigma, la poesia e il mito.
Ma ancora, se Garibaldi è un mito, è un mito in progresso. È
un mito che agisce nella Storia, che ha un suo sviluppo, una sua
biografia, una sua presa diversamente sfumata sulla realtà. È un
mito incarnato. Lo stesso quindi si può dire del suo socialismo
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che, per essere essenziale e basilare, pure si è rivestito di pensieri e
di parole, di quei proclami, di quelle lettere, della stesura di quei
manifesti politici che qui raccogliamo, e che seguono il filo di una
biografia che è il romanzo di formazione di un eroe socialista, della
voglia di avventura che lo porterà a immaginare che sulla terra, realizzato il programma dell’Internazionale, infine brillerà il sole.
Garibaldi, figlio di un marinaio, nei suoi sogni infantili si
deve essere sempre visto perso nei mari e in balìa delle più incredibili avventure. Se non fosse stato per i genitori, però, che speravano di indirizzarlo verso qualche tranquillissima carriera borghese, non sarebbe diventato il nostro eroe. Anzi, il merito maggiore
va decisamente a sua madre Rosa che, da fervente cattolica, non
aveva altro desiderio per il figlio che farne un prete. A questo
scopo gli scelse come maestro proprio un buon prelato, tale don
Giaccone o don Giaume (Garibaldi, che con costui imparò a
odiare i sacerdoti, non ricorderà mai il nome). Qualunque fosse
il nome dell’uomo di religione, il suo fine era di fare entrare il
nostro in seminario. Il suo mezzo era di allettarlo con corroboranti sedute scolastiche nella cucina di casa Garibaldi, al Quai Lunel.
Il giovane Garibaldi riuscì a disertarle quasi tutte, preferendo a
queste le peregrinazioni nel porto. Le poche che subì volentieri
concernevano la storia romana, in particolare quella repubblicana. Risultato finale: diventare prete non se ne parlò proprio, mentre, con il cuore pieno delle gesta del tirannicida Bruto, Garibaldi
appena adolescente salpò per il mare.
Quello di diventare un nuovo Bruto è però ancora un sogno
vago, e tale rimarrà in questi primi anni di ignote avventure. Pare
scorrazzi per il Mediterraneo, da giovane romantico. Vede il Mar
Nero e Odessa, e incontra perfino i corsari greci, che lo fanno
prigioniero.
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Perché abbia luogo la sua reale conversione a eroe socialista
bisogna aspettare il marzo del 1833, quando si imbarca a
Marsiglia a bordo della Clorinda, alla volta dell’Oriente. Tra i passeggeri che deve trasportare ci sono tredici esuli politici francesi.
Dodici apostoli più un Messia, Émile Barrault. Insieme formano
la Mission des compagnons de la femme. Barrault, del resto, cercava
di assomigliare al nazareno anche nell’aspetto fisico: barba lunga
e sguardo spiritato. Era un seguace delle idee di Claude-Henri de
Saint-Simon, uno dei primi pensatori socialisti. Il suo socialismo,
dopo lo spartiacque di Marx, sarà annoverato fra i pioneristici: un
socialismo utopico. Marx stesso riconoscerà a Saint-Simon il
merito di aver compreso il nesso fra la questione politica e quella
economica, e l’impossibilità di risolvere la prima senza la seconda. Il pensiero di Saint-Simon, volendo schematizzare, potrebbe
essere ridotto a una critica dell’arretratezza delle società aristocratiche, da una parte, e alla fondamentale barbaria e anarchia del
capitalismo dall’altra. La sua soluzione è una riorganizzazione del
capitalismo.
Influenzato certamente da Platone, immagina la sostituzione
progressiva di ogni governo politico con uno Stato amministrato
interamente da scienziati, riuniti in un ordine gerarchico che ha
la funzione di gestire al meglio lo sviluppo della cosa pubblica e
la distribuzione delle risorse e dei beni. Per scienziati, SaintSimon intendeva i ricercatori di tutte le discipline dello scibile, da
quelle matematiche alle letterarie, dagli artisti ai politici. La
gestione dello Stato, però, non è tutta in mano agli scienziati, perché questa va spartita con i lavoratori. Sono i lavoratori a produrre la ricchezza di una società, e quindi sono loro a dover governare questa società insieme agli scienziati. L’uomo è il prodotto del
proprio lavoro, e ciò che gli va riconosciuto si calcola in merito a
questo. In questo modo Saint-Simon individuava due classi socia18
li attori sostanziali della storia: gli industriels, ovvero i produttori,
e gli oisifs, gli oziosi, cioè nobili, preti, monarchi, alta borghesia.
Una differenza che si sostanzia fra chi produce e spesso non consuma, e fra chi consuma e non produce. In un’elaborazione successiva del suo pensiero, Saint-Simon radicalizza questa visione
che spartisce la società fra sfruttatori e sfruttati, accogliendo
l’obiezione che un capitano di industria produce e consuma certamente, mentre un operaio produce e altrettanto certamente è
impedito nel godimento dei beni da lui prodotti.
La classe rivoluzionaria, per Saint-Simon, diventa esclusivamente il proletariato. Questa correzione del suo pensiero, però,
viene operata all’interno di un sistema che ormai ha più a che
fare con la teologia che con la teoria politica. I suoi seguaci operano, infatti, all’interno di una sorta di riforma del cristianesimo
radicale. Questi nuovi cristiani, guidati da Enfantin, procureranno un po’ di noie al governo francese il quale, appena si accorge
del contenuto rivoluzionario degli scritti e dei proclami di questi
stravaganti frati laici riuniti in una bizzarra setta, si vedrà ben contento di espellerli dal Paese.
La maggior parte degli accoliti della formazione sansimoniana rientrò nell’ordine costituito, ma dodici di questi, guidati da
Barrault che, come ex-commediante, non aveva difficoltà a calarsi nel ruolo del redentore e del Mosè, presero la via dell’esilio per
cercare in Egitto una terra libera dove sviluppare la loro idea e
teologia.
Come abbiamo visto, durante questo loro esodo incrociano la
strada di Giuseppe Garibaldi, che ormai ha ventisei anni, è un
marinaio provetto (la nave la governa in seconda) e smania sempre di trovare un progetto rivoluzionario a cui prestare il proprio
braccio e il proprio ardimento. Aveva giusto bisogno di un maestro che gli indicasse la via.
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Barrault è il primo intellettuale che Garibaldi conosce. Era un
uomo che sapeva parlare proponendo una visione del futuro rigorosa, per quanto venata di toni profetici e mistici. Senza entrare
nello specifico del contenuto, è certo che i discorsi, anzi le lezioni, che Barrault impartì a Garibaldi, ridotti all’essenza di poche
parole chiave, ebbero un grande effetto sul futuro eroe. La fantasia di Garibaldi elaborarò a lungo quei concetti, che lo aprirono
a una visione spirituale che non solo approfondiva il suo anti-clericalismo, ma lo sospingeva verso una concezione panteistica e
animistica della realtà. Sviluppati negli anni, questi concetti porteranno più volte Garibaldi a fare affermazioni che, pur digiuno
della lettura di Platone e di Aristotele, univano la visione di un
mondo dotato di anima e vivente in tutte le sue parti a quella di
un dio che soprassiede alla sua struttura (e che altro non è che il
nous, la ragione). Negli atteggiamenti pratici, si sa che Garibaldi
aveva certe manie francescane: non tollerava torti nemmeno a un
filo d’erba, ed era evangelicamente pronto, da vecchio, ad affrontare una tempesta e la propria artrite deformante per andare a salvare una pecora smarrita.
Ancora più di questa concezione spirituale della vita umana,
però, ebbero effetti fondamentali nella sua formazione altri due
concetti.
Il primo, in puro stile sansimoniano, è che al mondo ci sono
gli sfruttati e gli sfruttatori, e che ai primi tocca ribellarsi. Il secondo è che ci sono uomini che, da soldati, si possono fare eroi di
questa ribellione.
Garibaldi non aspettava che di sentire queste parole, e di farle
intimamente sue senza particolari mediazioni intellettuali.
È pronto ad essere l’eroe che farà insorgere i popoli per le
rivendicazioni nazionali. Guiderà gli oppressi contro gli oppressori. I popoli di tutta la terra potranno godere della libertà grazie a
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lui. Una volta chiaro il progetto, l’unica cosa che doveva fare era
rivolgersi all’uomo che predicava con forza e coraggio questo
verbo ormai da anni.
La madre di Garibaldi griderà che i sansimomiani gli avevano
rovinato il figlio. In realtà durante il suo viaggio sulla Clorinda
Garibaldi avrà un altro incontro, non meno fondamentale del
primo. Ne parla nelle Memorie, lì dove si dilunga su un incontro
con un italiano che definisce «il credente di Taganrog». Si presume che questo credente rispondesse al nome di Giambattista
Cuneo, marinaio affiliato alla Giovane Italia. Fu costui a parlargli di patria, e soprattutto di Mazzini, nonché a fornirgli l’indirizzo marsigliese del grande cospiratore.
Così, quando nel 1833 la Clorinda sbarca di nuovo a Marsiglia,
la prima cosa che Garibaldi fa è cercare Giuseppe Mazzini, che lo
affilierà alla Giovane Italia.
Quello che ne segue costituisce il grosso della carriera eroica
del nostro. Nel corso di questi anni Garibaldi non sembra riflettere molto sul socialismo. In verità assorbe gli spunti sansimoniani profondamente, applicandoli nelle sue imprese e nei suoi fallimenti. Tutti gli episodi di questa lunga avventura costituiscono i
capitoli della formazione pratica delle sue idee di rivolta e di giustizia. Garibaldi è un uomo d’azione, ed è anche molto pratico.
Rivendicherà sempre con orgoglio di aver mirato alla realizzazione dei suoi ideali piuttosto che a una loro inappuntabile formalizzazione teorica. E, per usare le sue parole, sarebbe stato disposto a fare un patto col diavolo (come fece) purché prendessero vita
concretamente.
D’altro canto pure Garibaldi arriverà a formulare il suo pensiero socialista. Per farlo bisognerà aspettare che il socialismo,
uscito dall’embrionale fase utopica, venga elaborato con Marx in
termini contemporanei, e che diventi una forza politica attiva.
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Solo allora il concretissimo Garibaldi potrà mettere al servizio
della causa la sua esperienza concreta.
Un’esperienza che, da quel 1833, lo vede impegnato su ogni
fronte rivoluzionario.
Appena esordiente, Mazzini lo incarica subito di un’importante missione: quella di nascondersi tra le file dell’esercito regio
sabaudo per convertire più militari possibili alla causa della liberazione nazionale italiana. Con il nome di Cleombroto assolverà
questo compito e si metterà con solerzia al servizio di un’intensa
attività cospiratoria, che sfocerà nel fallito tentativo insurrezionale che nel febbraio del 1834 si proponeva di abbattere la monarchia sabauda sollevando Genova. Quest’esperienza gli fornirà
alcuni dubbi, ancora vaghi, sui metodi di Mazzini, che aveva sentito odore di rivoluzione patriottica in Piemonte lì dove si agitava, in realtà, una questione sociale: gli operai sabaudi, sull’esempio dei vicini francesi, già ben organizzati, ambivano, più che a
una patria, a una ribellione diretta contro il patronato. Mazzini
rimarrà sempre piuttosto estraneo alla questione sociale ed economica, e Garibaldi, molto più in là nel tempo, dovrà concludere
che la sostanziale differenza che li divide stava nel fatto che
Mazzini, a differenza sua, non era socialista.
Poi Garibaldi è costretto a una fortunosa fuga in Francia e, da
qui, al suo primo esilio americano, dove potrà mettere il suo braccio armato di ideali di giustizia e libertà al servizio di tutte le cause
disponibili. L’aver combattuto per la realizzazione delle repubbliche brasiliane e uruguayane, lo porterà un giorno a ritenersi in
diritto di proclamarsi precursore del socialismo e primo internazionalista. Di certo imparerà tutto ciò che è necessario sapere
sulle tecniche di guerriglia e sulla prassi rivoluzionaria, compreso
il non trascurabile elemento di come comunicare con le popolazioni i messaggi di rivolta e creare benevolenza attorno all’eserci22
to di liberazione. Garibaldi impara a creare il mito di se stesso a
beneficio di una causa, ed è certo che l’esperienza sudamericana
gli fornirà la fama necessaria per tornare in Italia, suscitando gli
entusiasmi di tutti i patrioti.
D’ora in poi sfrutterà la sua autorità in ogni occasione, innanzitutto durante la difesa della Repubblica Romana del 1849,
quando il suo solo nome crea entusiasmo e coesione fra la popolazione. A Roma Garibaldi avrà modo più che mai di ponderare
su quanto sia pratica l’incombenza di difendere un ideale. Non
solo la Costituzione della Repubblica, mai applicata, sviluppava le
istanze più democratiche del secolo (malgrado la soppressione di
alcuni articoli di ispirazione socialista), ma la pratica della ridistribuzione della terra, e ancora di più la partecipazione totale alla
vita rivoluzionaria da parte del popolo, fecero di questa effimera
repubblica una esperienza utopica incarnata delle più eccezionali. Per questo motivo di eccezionale vigore doveva essere, secondo
Garibaldi, la difesa armata della sua esistenza. Su questo si scontrerà in maniera definitiva con Mazzini, che tenterà di mantenerla in vita facendo ricorso a vie diplomatiche che impedirono a
Garibaldi di portare a termine le sue campagne. Garibaldi imparò in quell’occasione che assolutamente non si deve pensare che
una rivoluzione sia un pranzo di gala. Lo imparò vedendo franare un sogno. E perdendo tutto in prima persona. Fuggirà da
Roma, vedrà disperso il suo esercito, vedrà morire sua moglie e
conoscerà l’esilio per dieci anni.
Garibaldi passerà un decennio da anonimo marinaio in giro
per i mari orientali. Avrà modo di riflettere molto e fare un bilancio costruttivo che equilibri i rapporti fra la spinta rivoluzionaria
e la pragmatica con cui una rivoluzione può essere realizzata.
Riflessioni che non sono andate a vuoto. Garibaldi sarà il primo
a dover lamentare che l’unità di Italia, di cui è stato uno dei prin23
cipali motori pratici e ideali, alla fine ha deluso tutte le aspettative. Sarà il primo a dover gridare con voce lacerata che non aveva
combattuto per un’Italia dei privilegi per pochi, dello sfruttamento del meridione, dell’ingiustizia sociale. Eppure, al ritorno dal
suo esilio decennale sa che, se la rivoluzione andava fatta, andava
fatta usando ogni mezzo: compreso quello di allearsi con il diavolo, o i Savoia. Non si trattava di tradire la Repubblica con l’ideale che portava con sé. Si trattava di realizzarla da un punto privilegiato.
Per questo motivo, fatta – sebbene male – l’Italia, dopo l’impresa dei Mille, dopo l’Aspromonte, dopo Custoza, Garibaldi
potrà dedicare maggior tempo a speculare sui contenuti della sua
rivoluzione.
Garibaldi si appresta a diventare davanti a una platea internazionale un eroe socialista, a cominciare dall’inaugurazione del IX
Congresso delle società operaie tenutosi a Firenze nel 1861, quando il generale fu scelto come presidente e membro permanente
della commissione. Da allora l’eroe dei due mondi fu sempre ben
lieto di aderire a tutte le attività del movimento operaio, fino a
comparire come nume tutelare del decimo Congresso delle società operaie tenutosi a Parma nel 1863.
Nel 1864, anno fondamentale per il socialismo di Garibaldi,
entra in rapporti con Bakunin. Il loro incontro a Caprera è
immortalato nei ricordi del grande sovversivo russo: una notte
incantata di gennaio (ma il clima, dice Bakunin, è di quelli che in
Russia si godono d’estate) e tante ore per sognare insieme di portare la rivoluzione in ogni parte dell’Occidente. Dopo il loro
incontro Garibaldi si darà molto da fare per appoggiare la causa
dell’indipendenza polacca e rumena. È diventato l’incarnazione
della rivoluzione. Nell’aprile 1864, in qualità di detta incarnazione, viene invitato a Londra, dove riceve la calorosa accoglienza
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non solo delle dame inglesi ma anche delle società operaie dell’isola.
Una voce sola si leva contro Garibaldi, quella di Carlo Marx,
che si rifiuta di sottoscrivere un messaggio di saluti all’eroe. La
considerazione che Marx ebbe sempre di Garibaldi, come di
Mazzini, era delle meno lusinghiere. Malgrado ciò, il viaggio di
Garibaldi fu seguito con interesse dalla stampa progressista.
Consacrato, durante questo viaggio, come l’uomo della lotta
indefessa per il progresso, la rivendicazione dei diritti umani e
dello Stato libero, il 1864 finisce per Garibaldi in trionfo. Nel settembre del 1864, infatti, nasce l’Associazione internazionale dei
lavoratori. Garibaldi ovviamente vi aderisce, diventando uno dei
personaggi di spicco del movimento democratico europeo di ispirazione giacobina.
Garibaldi è uno dei rivoluzionari più famosi del mondo
ormai, quando nel settembre 1867 si tenne a Ginevra il primo
Congresso internazionale della Lega per la pace. Ora, non solo
Garibaldi è pronto per concedersi a certe riflessioni teoriche, ma
l’intero movimento socialista è maturo per un’elaborazione politica programmatica di carattere esteso e compiuto in cui il generale avrà agio nell’intervenire. È in questa data, dunque, che
Garibaldi si accosta realmente, sebbene a modo suo, al socialismo
moderno.
Garibaldi partecipa, osannato, al Congresso. E assume una
parte intellettuale di primo piano, cioè esponendo il suo pensiero, elevato a sistema, in un programma politico dettagliato. La sua
esposizione suscita entusiasmo e allarme insieme. Per lo più si
sente il bisogno che questo pensiero, dettato con una foga da proclama di guerra e intriso qui e lì di misticismo guerrigliero, sia
meglio spiegato. Fribourg, operaio proudhoniano, esponente
della commissione dirigente, interpella Garibaldi su un punto.
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L’eroe ha dichiarato che «soltanto gli schiavi hanno il diritto di far
la guerra ai tiranni!». Fribourg vuole sondare la natura del radicalismo di Garibaldi.
«Questa massima», afferma Fribourg, «è anche la nostra, ma
noi la intendiamo in un senso più largo».
«In che senso?», replica Garibaldi.
«Voi forse vi limitate alla tirannia politica, ma noi vorremmo
abbattere anche quella religiosa».
«Sono d’accordo con voi».
«Noi non vogliamo nemmeno la tirannia sociale».
«Ancora una volta sono d’accordo. Guerra alle tre tirannie:
politica, religiosa, sociale. I vostri princìpi sono i miei!».
Garibaldi fa suoi i princìpi dell’Internazionale. Gli serviranno
per rielaborali nella sua visione delle cose.
L’anno seguente, nel 1868, Enrico Bignami fonda «La Plebe.
Periodico democratico», un foglio di tendenza socialista-proletaria. Nel primo numero viene ospitato un saluto di Garibaldi:
Carissimo Enrico!
Il titolo di «Plebe», con cui volete fregiare il vostro giornale, è
molto onorevole. Dalla feudalità dei baroni a quella dei monarchi, dai bravi di quell’epoca ai nostri bravi moderni, la plebe è
sempre stata oppressa e oltraggiata.
Propugnandone i diritti, voi vi siete assunto una responsabilità
grave. Ma voi vincerete, avendo da parte vostra la vera forza e
giustizia. Vi prevengo però che se non tentate di strappare la
plebe alle botteghe dei negromanti, sarà un affare lungo.
Un caro saluto dal vostro
Giuseppe Garibaldi
La causa del popolo, quella operaia e sociale sono ormai suo
appannaggio esclusivo.
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INDICE
Prefazione
La rivoluzione non è un pranzo di gala
9
11
IL SOL DELL’AVVENIRE
Appello alla democrazia
Signor direttore del giornale «Il Risveglio»
Alla direzione del «Secolo» di Genova
Alle donne italiane
Deputato Elia
Alla Società del Tiro in Ganzo
Al direttore del «Gazzettino Rosa» di Milano
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PATRIA E LIBERTÀ
All’illustre russo Alessandro Herzen
Ai messicani
Agli italiani
A Louis-Blanc
Al direttore del «Siècle»
Al signor Eugenio Popovich
Alle genti slave sotto la dominazione austriaca e ottomana
Ungheresi
Signor Enrico Guesnet
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Ai miei compagni d’armi dell’Italia centrale
Ad Alessandro Herzen
Al generale Mieroslawski
Al popolo di Stoccolma
Agli amici di Spagna
Al comitato della emigrazione slava meridionale
Alla gioventù di Pesth
A’ miei amici di Grecia
Al Comitato della festa di Huss
Ai fratelli dell’Erzegovina e agli oppressi dell’Europa orientale
Al direttore della «Capitale» per i combattenti rumeni
Agli abitanti della Costa d’Oro
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GUERRA E PACE
Alle potenze d’Europa
Alcune parole agli ufficiali e militi dell’esercito
Ai romani
A Trieste e Trento
Alla direzione del «Secolo»
Alla gioventù
Proclama agli italiani
Ai miei compagni d’arme
Alle Squadre Cittadine
Agli elettori del Collegio di Cicogna
Ai Triumviri della Repubblica Romana
Alla direzione del «Movimento» di Genova
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LA SOCIETÀ DEL DEMONIO
Il prete
Cristo
La religione del vero
Al signor Giovanni Rampana di Palazzolo sull’Oglio
A Giuseppe Mussi
Clelia ovvero il Governo dei preti
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DALLA CAMICIA ROSSA ALLA TUTA BLU
Ai deputati delle Associazioni operaie italiane
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Alla Società operaia – Bologna
Alla Società operaia napoletana
A’ soci della Fratellanza artigiana – Firenze
Agli operai della Francia
Alla Società degli operai – Brescia
All’Associazione degli operai – Bergamo
Alla Società degli operai – Asti
Alla Fratellanza operaia – Firenze
Alla Società operaia – Napoli
Alla Società operaia – Genova
Agli operai italiani in Londra e alla loro banda musicale
Alla Società operaia – Viareggio
Alla Società operaia – Millesimo
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Finito di stampare nel mese di gennaio 2011
presso Arti Grafiche Cecom Srl
Bracigliano (Sa) per conto di Alberto Castelvecchi Editore Srl
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