CATALOGO
Nota introdut tiva
Il catalogo degli opifici idraulici individuati è stato suddiviso in due sezioni distinte. Nella
prima si inseriscono le strutture che è ancora possibile localizzare con precisione sul territorio, sia
per la presenza di resti materiali, che per la conservazione del toponimo, che per la registrazione
topografica in fonti particolarmente recenti. La seconda sezione comprende invece un certo numero
di opifici, ben documentati ed individuabili come singole strutture produttive sulla base delle
informazioni contenute nella fonti scritte, ma che non hanno lasciato traccia sul terreno, o
addirittura dei quali non si conosce l’esatta ubicazione originaria, a causa della scomparsa dei
toponimi o delle troppo vaghe indicazioni topografiche fornite dai documenti. Per ciascuna sezione
è stata quindi compilata una scheda specifica, con voci differenti, che si adattano alla diversa natura
delle informazioni disponibili. Si è scelta una numerazione progressiva dei siti in numeri arabi nella
prima sezione ed in numeri romani nella seconda.
La scheda utilizzata nella prima sezione si articola in quattro parti: la prima rappresenta
quella che si può definire la carta d’identità del sito e comprende le informazioni relative alla sua
ubicazione, alle condizioni del terreno, alle caratteristiche dei resti materiali presenti, ai dati storici
disponibili sull’opificio. In particolare sotto la voce “notizie storiche” sono state esposte
sinteticamente sia le informazioni reperite nella eventuale bibliografia riguardante il sito, che i dati
ricavabili dallo studio della documentazione inedita. Inoltre si è talvolta proposta una personale
interpretazione delle fonti, tendente a ricollegare alcune evidenze materiali con particolari accenni o
riferimenti topografici e toponomastici contenuti nei documenti, che non sono sempre
automaticamente riferibili ai resti presenti oggi sul terreno. La seconda parte della scheda contiene
la descrizione particolareggiata, e talvolta la trascrizione integrale, delle fonti documentarie
riferibili all’opificio in questione, corredate dalle indicazioni archivistiche e talvolta da note
riguardanti il tipo di documento consultato. Sono state inoltre riportate tutte le diverse
denominazioni che nelle fonti documentarie, anche a distanza di pochi anni, vengono attribuite allo
stesso opificio. [223] La terza parte della scheda riguarda invece le caratteristiche idrauliche e
tecnologiche della struttura in questione, qualora i resti materiali siano sufficientemente conservati
da permettere una lettura attendibile di questo specifico aspetto. Le voci sono state selezionate in
base alla sperimentazione di una “Scheda di Opificio Idraulico” durante le ricognizioni sul campo e
riguardano sia i modi di derivazione e sistemazione delle acque che i dati relativi all’edificio vero e
proprio ed ai tipi di meccanismi in esso alloggiati. La quarta parte riguarda esclusivamente i siti in
cui sono presenti tracce di operazioni siderurgiche: vi vengono descritte le caratteristiche
archeometallurgiche del sito ed i dati archeometrici ricavabili da un’osservazione macroscopica
delle scorie raccolte in superficie1.
La scheda utilizzata nella seconda sezione comprende ovviamente un numero di voci molto
più limitato rispetto alla precedente e si articola in due parti: nella prima, di carattere più generale,
si tenta di individuare il singolo opificio sulla base delle indicazioni toponomastiche delle fonti e si
1
Per tale descrizione si sono seguiti i criteri proposti in Bachmann, 1982; Cucini-Tizzoni, 1992.
©1997 Edizioni All’Insegna del Giglio s.a.s., vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale
forniscono i dati storici su di esso disponibili (secondo le modalità utilizzate anche nella parte
precedente); inoltre, combinando insieme ed interpretando le informazioni contenute nei documenti,
si cerca di individuare con la maggior precisione possibile l’originaria ubicazione della struttura in
questione ed il corso d’acqua che forniva l’energia idraulica. La seconda parte contiene, anche in
questo caso, la descrizione particolareggiata e talvolta la trascrizione integrale delle fonti
documentarie riguardanti l’opificio idraulico individuato. Alla fine di ciascuna scheda, in entrambe
le sezioni del Catalogo, viene fornita la bibliografia eventualmente esistente sull’opificio idraulico
trattato.
TAVOLA DEL LE ABBRE VIAZION I UTILIZ ZATE N EL CATALOG O
ASS = Archivio di Stato di Siena
AVG = ASS, Archivio Venturi Gallerani
C. I. I. = Carta Idrografica d’Italia, 1893
Catasto Toscano = ASS, Catasto Toscano (Leopoldino), poi Italiano
C. M. GR. = Corpo Minerario di Grosseto
DBB = ASS, Diplomatico Bichi-Borghesi
DP = ASS, Diplomatico Prefettura
DT = ASS, Diplomatico Tolomei
DU = ASS, Diplomatico Università
DOM = ASS, Diplomatico dell’Opera Metropolitana
KSG I = ASS, Conventi 161
KSG II = ASS, Conventi 162
KSG III = ASS, Conventi 163
LBB = ASS, Ms. B 74 (Legato Bichi Borghesi)
QC = ASS, Quattro Conservatori [224]
Sezi one I: sit i locali zzabili sul terr itorio
Sito : 1
UT: 1
Località: Ferrieraccia
Comune: Monticiano
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 III
coord.: 1.678.90/4.779.06
Quota slm: 274
Morfologia: pianura fluviale di fondovalle
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi
Acqua: torrente Gonna
Condizioni del suolo: bosco di castagno
Uso del suolo: incolto
Visibilità: discreta
Descrizione Sito: terreno lievemente digradante in direzione N-S compreso entro un’ansa del
torrente Gonna, che lo delimita sui lati E, S, O. Vi sorge un complesso produttivo composto da
varie strutture, alcune delle quali pertinenti ad un’area per la lavorazione del ferro (UT 1): [225] si
presentano attualmente allo stato di rudere. Un altro edificio, immediatamente adiacente alla ferriera
sul lato E, è pertinente ad un impianto molitorio con abitazione (UT 2) di costruzione piuttosto
recente ed in buono stato di conservazione. Entrambe le strutture facevano uso dell’energia
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idraulica fornita dal torrente Gonna mediante gli annessi gora e bottaccio, attualmente ancora ben
visibili. Il sito dista in linea d’aria circa 1,2 Km dal paese di Monticiano ed è raggiungibile, dalla
strada verso S. Lorenzo, per lo stradello in direzione Podere Guazzara e poi a piedi scendendo
attraverso il bosco fino al torrente Gonna.
Descrizione UT: ruderi di un edificio di forma rettangolare, ad ambiente unico, destinato alla
lavorazione del ferro. All’esterno del lato N è addossato un ambiente rettangolare, in gran parte
crollato. Diverse scorie sono state rinvenute sparse intorno all’edificio ed in particolare davanti
all’ambiente esterno; non è stato però possibile individuare nelle vicinanze i veri e propri accumuli
di scorie che, data la lunga attività della ferriera, dovevano essere di una certa consistenza: è
ipotizzabile che essi siano stati asportati nel nostro secolo per essere rifusi.
Notizie storiche: grazie all’abbondanza di indicazioni reperibili nella documentazione scritta
ed alla sostanziale conservazione dei toponimi, è sicura l’identificazione di questi resti con la
ferriera detta “di Gonna” o “Nuova” o “di Sotto”. Questa ferriera, azionata dall’energia idraulica fin
dal momento della sua costruzione, è documentata a partire dal 1317, anno in cui la comunità di
Monticiano vende a Ghino Azzoni i diritti di sfruttamento delle acque del torrente Gonna.
L’impianto rimase di proprietà della famiglia Azzoni fino al 1406, quando il comune di Siena
confiscò i beni di Antonio Azzoni, dichiarato ribelle, e li cedette alla comunità di Monticiano: si
trattava della metà delle ferriere di Gonna e di Ruota; il fratello Gabriello si accordò quindi coi
Monticianesi e cedette loro la propria metà della ferriera di Gonna trattenendo per sé la proprietà
intera di Ruota. L’impianto di Gonna appartenne in seguito ai Gabrielli ed infine ai Venturi, che lo
mantennero in attività fino alla fine del XVII sec., apportandovi varie migliorie: in successione ne
furono proprietari Camillo, Achille - che nel 1545 acquistò anche i diritti sui boschi della ex ferriera
del Lago (Sito I) ñ, Augusto ed Ascanio - che intorno al 1620 fu coinvolto in un lungo processo col
comune di Monticiano a proposito dello sfruttamento dei boschi per uso di ferriere ñ, Giovanni.
L’impianto risulta in rovina e già da molto tempo abbandonato nel 1771.
Definizione: ferriera
Periodo: Medioevo ed Età Moderna
Cron. iniziale: inizi XIV sec.
Cron. finale: fine XVII sec.
Font i
Toponomastica nelle fonti: ferriera “Nuova”, “di Sotto”, “di Gonna”
1317: “L’acqua del fiume Gonna, il sito per far la steccata, fiuto, gora e con la privativa che
non potessero togliere altri la detta acqua dalla parte di sopra fu venduta per lire 30 dalla comunità di
Monticiano a Ghino di Azzone per uso della Ferriera del detto Ghino.” (AVG, T. 102, p. 364, regesto
settecentesco di originale perduto).
1319: “Ghinus Azzonisì possiede “unam petiam terre laboratorie boscate et lamate cum
hedificio fabrice et fabrica positam in dicta curia in loco dicto Collegrande cui ex una flumen
Gonne ex una via ex una fossatusì, per staia 13,50 e valore di lire 513,10 (Estimo, 69, c. 151v).
1333: accordo stipulato da Vanni, Pietro e Antonio di Ghino Azzoni con alcuni carbonai per
far tagliare legname da carbone “per uso di ferriere” (AVG, T. 102, p. 467, regesto settecentesco di
documento perduto). [226]
1351, agosto 29: “La Comunità di Monticiano fece quittanza e liberò da tutti i dazj, prestanze e gravezze reali
e personali, imposte e da imposti, gli signori Ghinuccio, e Jacomo del già Vanni e Pietro del già Ghino, tutti degli Azzoni
di Monticiano, divenuti cittadini senesi, et i loro eredi e successori e promesse di non molestarli in perpetuo, e lasciarli
pacificamente possedere et usufruttare tutte le loro possessioni, selve, edifizi col corso dell’acqua come avevano goduto
per l’avanti.” (AVG, T. 102, p. 367, regesto settecentesco di originale perduto).
1389, febbraio 10: “La metà per indiviso d’un edifizio o via Ferriera con la metà degli attrezzi
posta in luogo detto Gonna fu venduta da Cione del già Ghinuccio Azzoni agli signori Maso, Pietro
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e Buonsignore figli del già Iacomo di Vanni di Ghino Azzoni con la metà per indiviso di tutte le
possessioni e beni che esso possedeva posti a confino delle terre della Canonica e del fossato del
Risanguigno per prezzo di fiorini 600.” (AVG, T. 102, p. 375, regesto settecentesco di documento
perduto).
1406, febbraio 14: decreto con cui il comune di Siena confisca i beni di Antonio di Pietro
Azzoni, dichiarato ribelle, e li vende alla comunità di Monticiano. Vi compaiono degli edificia ferri,
uno dei quali è l’edificium de Rota con i suoi boschi, mentre dell’altro non si specifica il nome: da
un contratto dell’anno successivo (v. sotto) si desume che si trattava dell’edificio di Gonna. Di tutti
questi beni Antonio Azzoni era proprietario per metà, mentre l’altra metà apparteneva a suo fratello
Gabriello (DP), v. anche Sito 4.
1407, aprile 16: contratto con cui Gabriello di Pietro Azzoni, in cambio della metà della
ferriera di Ruota, confiscata al fratello Antonio, cede alla Comunità di Monticiano “dimidiam pro
indiviso edificii Ghonne videlicet dominium edificii carbonilis venarie stecharie ghore aque fluens rotand[um]
reticinorum mantaciorum acutinum malleorum tanalliarum ferramentorum et instrumentorum pertinentium et
expectantium ad dictum edificium ferri situm in curia et districtu castri Montisciani predicti supra fluminem Ghonne
quod appellatur edificium de Subtus cui ex uno flumen Ghonne ex alio Bernardi olim Niccolai Bernardi de Senis ex alio
fossatus de preti et à capite steccharia Antonii Jacobi Vannis de Senisì (AVG, T. 31, fasc. 14, copia
dell’originale).
1460: “La Comunità di Monticiano l’ano 1460 vende due edifici da far ferro a Cristofano di Nanni Ghabrielli
con più patti e specialmente che potesse detto Cristofano legniare per detti edifici di là dal fiume de la Ghonna e nelle
ripe che sono dalla Ghonna in qua senza alcuno reservo, anzi con espressa dichiarazione che per servitio di detti edifitij
possino li lavoranti e maestri di detti edefitij legnare come sarà di loro piacere [...]. Questi due edifici uno si chiama il
Difizio di Sotto o vero il Difizio Nuovo il quale aveva la facoltà de legnare nel poggio di Camerata confinante il fiume
della Ghonna il fiume della Bolsa il piano del Compegno i frati eremiti di Monticiano et il fiume del Risanguigno si
come appare in una divisione fatta la Comunità di Monticiano con li Azzoni nell’anno 1407 [...] che si fa arghumento
che tutti li altri boschi che sono dalla Ghonna in là e nelle ripe che sono dalla Ghonna in qua sieno dell’altro edifizio il
quale si chiamava il Difizio del Lago o vero il Difizio Vecchio.” (AVG, T. 44, fasc. 3, regesto del documento
originale), v. anche Sito I.
Data imprecisata: “l’Edifizio Nuovo detto l’Edifizio di Sotto dopo i Gabrielli giunse nelle
mani di Camillo Venturi poiché lui stesso lo vendette al proprio fratello Achille Venturi.” (AVG, T.
44, fasc. 11, memoriale del 1618 che cita documenti non più reperibili).
1545: il comune di Monticiano vende ad Achille Venturi i boschi che erano un tempo di
pertinenza dell’Edifizio del Lago “ed essi boschi si largischino ad altro Edifizio Nuovo oggi di esso Achille et in
quelli possi legnare per uso d’esso Edifizio Nuovo, solo ad un fuoco per far ferro, stando ferme e salde tutte le ragioni del
detto Edifizio Nuovo quale ha sopra li detti boschi e di poter fare un Distendino a esso suo Edifizio Nuovo se li verrà
bene”. [227] La comunità si riserva di poter tagliare in questi boschi solo per i “bisogni della casa e
della terra” e di poter concedere appezzamenti in cui innestare castagneti domestici ad eccezione
che nei polloneti di Montecuoio, che restano interamente sottoposti all’Edifizio Nuovo. Inoltre la
comunità vende al Venturi “una anchudine atta al Edifizio del Ferro” (AVG, T. 40, fasc. 2, copia
del documento originale), v. anche Sito I.
1570, maggio 20: nota di attrezzi rimasti nella ferriera tra cui compaiono “Li mantaci che
sono rimasti che sono nuovi e co le tavole nuove e ferramenti de le tavole da le Canne in fuore, Li
Canali e Canalette sono montati, Ogiello buono, Legname rimasto tagliato [...], Bogha che si
comprò da Milio Saracini, Maglio rifatto l’ano passato grande e buono, La rifacitura de la Ancudine
fra ferro e acciaro e spese a manifattori, Paio di primacioli per il maglio che vi sono rimasti nuovi,
Quadro del focinale di ferro, Paiuolo padella accietta ascia segha bacinetta” (AVG, T. 33, fasc. 1).
1575: la ferriera di Gonna, proprietà di Emilia Petrucci, moglie di Achille Venturi, passa alle
figlie suor Laura ed Eritrea, le quali la vendono a Persio di Camillo Venturi per 200 fiorini (AVG,
T. 31, fasc. 27).
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Seconda metà XVI sec.: “Persio Venturi ha locato a cuocer il carbone per il prossimo lavoro
da farsi alla sua ferriera di Gonna e per l’uso o bisogno di detta ferriera a Domenico Agnolo et
Jacomo di Francesco di Montemignaio” con l’impegno di “venir a cuocer detto carbone a’calende
d’Ottobre prossimo avvenire al luogo ove sono fatte e si faranno le legna per servizio di detta
ferriera, e quello promette cuocer a far a’uso di buono e diligente carbonaio et mantener detto
edificio di Gonna fornito di carbone et che per causa sua no’habbia da perder tempo et mancando
volesse esser tenuto a tutti i danni di detto suo principale” (AVG, T. 40, fasc.2).
1582: la vedova ed i figli di Persio Venturi danno in affitto la ferriera di Gonna ai figli di
Agnolo Venturi con varie convenzioni fra le quali: “Che li detti Heredi d’Agnolo Venturi sieno
tenuti a pigliar per stima da stimarsi per huomini Comuni, per maglio, ciabatta, bogha, achaletta,
ruote et tutti li altri ferramenti e massaritie appartenenti alla detta ferriera e quelle alla fine del fitto
relassare parimente per stima e chi ha da rifare rifaccia l’una all’altra parte così nel meno come nel
più, in denari contanti et per simile di mantaci e augello, che sieno tenuti detti Heredi d’Agnolo
Venturi pigliar a peso le altre massaritie di detta ferriera cioè tanaglie, verghelle, oncini da colar la
vena, zeppe e mazze [...]. Che le dette Herede di maestro Persio sieno tenute a tutte le spese durante
l’affitto che ordenariamente si costuma et è solito per li altri di canali, canalette, chiosi e chioselli,
muraglie e muro di bottaccio e no facendole possino li detti Heredi di maestro Agnolo Venturi farle
essi e metterle in conto al fitto” (AVG, T. 40, fasc. 2).
1587: vendita fatta dai figli di Persio Venturi ad Augusto ed Ascanio di Agnolo Venturi di
vari beni fra cui “una ferriera posta nel fiume della Gonna, Comune di Monticiano” (AVG, T. 2, p.
19).
1616, giugno 12: Ascanio Venturi commissiona al maestro Pavolo di Santi “una ruota da
mantaci alla bresciana con la sua cighagnola, e quanto fa di bisogno per menare i mantaci eccietto li
ferramenti quali li doverò dare io, essia della maggiore grandezza che si potrà fare con li spalloni
alti, e li coppi spessi, e longhi acciò che consumi manch’acqua che sia possibile, e sia a sei remi. Le
canalette e setolo per la detta ruota chuperte, et assetto il ...ttone[?] al setolo. Un par di ciocchi
grandi. Una cieppa per mettare sopra la massa secondo che usano i bresciani. Per sconfichare le
quoia dei mantaci che aviamo a Brenna e rivederle di quello avessero di bisogno con ogni sorta di
ligna [...]. Che deve cavare i ciocchi vecchi, e far le buche recipienti per mettare i nuovi si come
ancora deve far cavare la buca per mettare la cieppa che ci va la massa.” (AVG, T. 33, fasc. 3).
[228]
Data imprecisata (tra 1602 e 1620 ca.): processo tra Ascanio Venturi e la Comunità di
Monticiano a proposito del taglio di castagni per le ferriere; il Venturi si difende dicendo che
“pretendano che dal Venturi non si possa far tagliare cerri il per che dicano che quando la Comunità
alienò l’edificio (che a que’ tempi lavorava alla casentina) non se ne consumava, at ancora perché
fino a ora non s’è usato farne tagliare [...] e quanto ch’alla casentina non sia solito adoperarsi cierro,
se li niegha [...] come la ferriera de Signori Bolgherini nella corte di Torniella ha lavorato sempre
alla casentina e pur quella Comunità li concesse che potesser far tagliare 300 o vero 350 passi per
hano di cerro, questo il Venturi lo dice per levare la massima ch’àn fatto che lavorando alla
casentina non fusse in uso d’adoperare carbone di cerro che poi quant’alla quantità allui non è
ristretta [...] e quanto a far lavorare a la bresciana questo alla Comunità non à da importare né può
impedire ch’un padrone non possa esercitare le cose sue in qual modo migliore che può.” (AVG, T.
44, fasc.8).
1622, luglio 4: Giovanni Venturi commissiona al maestro Obizo Martinelli da Castel del
Piano un “mantaco murato nella nostra ferriera di Gonna cioè di dar di mano in mano il disegno et
ordine alli huomini che ci terremo a lavorare [...] la fattura di canali [...] obbligandosi a farlo di tutta
perfettione et in modo che renda fiato bastevole per posser lavorare il ferro, e caso che no soffiasse
vuolsi esser obbligato ad ogni nostro danno spesare.” (AVG, T. 33, fasc. 3).
1631: “Un altro edifizio da ferro detto Gonna andante con Mantaco di Muro, come quello di
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Ruota, con gora stichaia carbonili stalle magazini e massaritie che vi sono, posto nel fiume della
Gonna vicino al castello di Monticiano circa 1 miglio [...] ha legname a sufficienza, quanto che
questa Ferriera quando va Primavera asciutta non lavora se non 6 mesi dell’anno non avendo allora
il Fiume acqua bastevole.” Segue la nota delle spese (vena, vetturali, manutenzione ecc.) necessarie
in un anno per far lavorare la ferriera (AVG, T. 40, fasc. 8).
Fine XVII sec.: “Ha un altro edifizio parimente da ferro, posto nel fiume detto la Gonna quale
ha il tetto rovinato e rimettendosi in essere e riducendosi ad una Ramiera [...] potrebbe render più
centi scudi l’anno, non essendoci a 30 miglia alcun simile edifizio alla città di Siena e li calderai di
Siena desiderano aver una simil fabbrica di Rame per la vicinanza, che sarebbe di 12 in 13 miglia a
Siena et anco questo edifizio ha li suoi boschi” (AVG, T. 40, fasc. 7).
1771: a proposito della ferriera di Gonna si dice “esser già dismessa e diruta tal ferriera. Il
tempo preciso in cui gli Signori Venturi Gallerani dismessero la lavorazione del ferro nella detta
ferriera resta ignoto e si sa solamente che vi si lavorava nel 1692 come rilevasi dai libretti delle
spese e conti con i ferrazuoli che finiscono nell’anno 1692.” (AVG, T. 102, p. 450).
Cara tteristi che idra uliche
Sbarramento: non ne rimane quasi traccia, se non i resti di un muro, in pezzame irregolare
legato con malta, di sostegno all’argine sul lato destro del torrente, in corrispondenza dell’imbocco
della gora. è probabile che si trattasse di una steccaia di pali infissi nell’alveo, quindi una struttura
deperibile, ma con rinforzi in muratura ai lati nei punti di maggior pressione dell’acqua.
Presa d’acqua: situata all’estremità della gora, consiste in due tratti paralleli di muro,
conservati in elevato per m 1,50; la muratura è a sacco con paramento in pietre parzialmente
sbozzate di piccole e medie dimensioni legate con malta. Il muro a S ha uno spessore di 70 cm ed è
conservato in elevato per una lunghezza di m 4,50, ma se ne possono seguire i filari più bassi per
circa altri 10 m; il muro a N ha uno spessore di 85 cm, si presenta leggermente ricurvo verso
l’esterno ed è conservato in elevato per una lunghezza di m 2,40; [229] la larghezza dell’imbocco
dell’acqua è di circa 90 cm. Sull’estremità di entrambi i muri è presente una scanalatura verticale
entro cui probabilmente si incastrava una saracinesca, che permetteva di regolare l’afflusso
dell’acqua nella gora. La presa d’acqua si presenta attualmente interrata e distante dal torrente circa
12 m ma, osservando i depositi alluvionali, si può vedere che in passato, per la presenza della
steccaia, il torrente scorreva in questo punto in un alveo notevolmente più largo.
Canale di alimentazione: gora a cielo aperto delimitata da argini di terra alti ca. m 1,70; è
larga mediamente m 1,60 e lunga nel complesso circa 200 m. Segue per un tratto iniziale di circa 95
m un andamento NO-SE parallelo al corso del torrente, compie poi una curva in direzione NE per
altri 45 m fino a giungere ad un muro di sbarramento, più basso dell’argine della gora, che
evidentemente funzionava da scolmatoio per tracimazione in caso di quantità eccessiva d’acqua,
immettendola in un canale secondario in comunicazione col torrente. La gora forma quindi un
angolo retto in direzione N proseguendo per altri 30 m fino all’imbocco del bottaccio, una breve
galleria sotterranea, con arco d’ingresso in laterizi, passante sotto la strada che conduce al mulino.
Sul lato interno del bottaccio (N) la galleria è tamponata con pietre a secco.
Bacino di raccolta: bottaccio rettangolare, largo 8 m e lungo 14, orientato N-S, delimitato su
tre lati da un argine di terra e sul lato E da un muro di contenimento in pietre irregolari o
parzialmente squadrate. In tale muro, all’estremità N, si nota in basso una apertura quasi del tutto
interrata, che comunica con l’altro lato: è probabile che da qui l’acqua cadesse sulla ruota idraulica.
Da segnalare, infine, che sul lato N l’argine del bottaccio è stato in parte abbattuto.
Edificio: a pianta rettangolare, largo m 8,60 e lungo m 10, si appoggia sul lato O al declivio
del terreno, trovandosi quindi ad alcuni metri di dislivello rispetto al bottaccio: ciò consentiva la
caduta dell’acqua sulla ruota. Ad ambiente unico, non presenta tracce di suddivisioni interne né di
solai; una struttura nell’angolo NE, chiaramente successiva, sembra essere un forno da pane
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aggiunto quando la ferriera era ormai inattiva. Sono ben conservate le pareti N ed O, è in gran parte crollata quella
E, mentre quasi non resta traccia di quella S, se non l’aggancio dell’angolo con la parete O. Il lato N
presenta delle aperture: in basso a destra un arco in laterizi mette in comunicazione con l’esterno; in
basso a sinistra un altro arco in laterizi, largo 90 cm, immette in un passaggio voltato a botte che
comunica con l’interno dell’ambiente a nord ed è caratterizzato dalla presenza di un deposito di cenere bianca ed
arenarie alterate dal calore. Poco al di sopra di questi archi, inoltre, sono presenti 4 piccole buche (cm 15◊15)
poste tutte alla stessa altezza: le due centrali, distanti fra loro circa 1 m, sono passanti e comunicano
con l’ambiente a nord, le due laterali sono chiuse; riguardo alla funzione di queste aperture,
possiamo ipotizzare che si tratti di alloggi per il sostegno di strutture lignee, forse connesse con
l’incastellatura del maglio oppure dei mantici. All’esterno dell’ambiente principale della ferriera,
sul lato N, si trova un piccolo ambiente addossato successivamente all’edificio; ha perimetro
rettangolare (m 2,20◊4,50) e doveva essere notevolmente sviluppato in altezza, a giudicare dal grande
ammasso di pietre di crollo. L’apertura di accesso, sul lato E, è costituita da un arco tondo con ghiera in
laterizi: è quasi completamente ostrui-ta ma, per quanto è possibile vedere, introduce in una sorta di galleria con
volta a botte; anche in corrispondenza di questa apertura è presente un deposito di cenere bianca.
Ruote: non ne rimane evidentemente alcuna traccia, ma sia la struttura dell’edificio,
appoggiato ad un dislivello del terreno che permette di disporre di un certo salto d’acqua, sia la
destinazione a muovere i mantici ed il maglio, permettono di ricostruire con sicurezza la presenza di
una o più probabilmente due ruote verticali ‘per di sopra’. Niente si può ipotizzare sui meccanismi.
[230]
Dati archeo metallurgici
Min. trattato: ematite
Metallo prodotto: ferro
Tipo di operazione: riduzione, forgiatura, produzione ghisa
Materiali presenti: scorie, minerale
Tipo di Scoria: A e B
Media frg.: max cm 12, min. cm 4
Campionatura: sono state raccolte tutte le scorie individuabili; non sono stati individuati gli
accumuli di scorie
Scoria Tipo a: Colore int.: grigio chiaro, molte striature per ossidazioni ferruginose. Colore
est.: da grigio a marrone. Magnetica: si. Tapped: no. Weathering: patina biancastra (calcite?),
numerose ossidazioni ferruginose superficiali molto evidenti. Struttura: esterno irregolare, spugnosa
internamente ed esternamente, molto eterogenea e ricca di ferro non ridotto; molte bollosità
irregolarmente distribuite. Porosità: frequentissime (struttura spugnosa) di forma irregolare e
dimensioni molto variabili. Inclusioni: numerose tracce di grossi frammenti di carbone.
Osservazioni: sono molto pesanti, forse si tratta di concrezioni formatesi entro il forno (furnaceslags) e non di scorie vere e proprie.
Scoria Tipo b: Colore int.: grigio/nero con iridescenze. Colore est.: da grigio chiaro a marrone
ferruginoso. Magnetica: impercettibile. Tapped: si. Weathering: patina biancastra e depositi di
calcite anche molto spessi, che formano quasi uno strato in superficie. Struttura: superficie esterna
inferiore con bollosità e tracce non evidentissime di scorrimento; superficie superiore con piccole
porosità circolari. Porosità: interno spugnoso, vetroso, porosità frequenti di forma ovoidale con
superficie interna molto lucida, dim. medio-piccole. Inclusioni: no.
Bibliografia: Borracelli, 1984, pp. 54-55 e nota 19; Giovagnoli, 1992, p. 9.
Sito : 1
UT: 2
Località: Ferrieraccia
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Comune: Monticiano
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 III
coord.: 1.678.90/4.779.06
Quota slm: 275
Morfologia: pianura fluviale di fondovalle
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi
Acqua: torrente Gonna
Condizioni del suolo: bosco di castagno
Uso del suolo: incolto
Visibilità: discreta
Descrizione Sito: v. UT 1
Descrizione UT: edificio a pianta rettangolare (lung. 11 m, larg. 7,60 m) adiacente, sul lato S,
ai ruderi della ferriera (UT 1).
Notizie storiche: l’esistenza del mulino, denominato nelle fonti “mulino di Sotto” è
documentata a partire dal 1683, quando tutto il complesso degli edifici della ferriera di Gonna è
ormai da tempo di proprietà della famiglia Venturi; l’impianto molitorio fu quindi edificato in epoca
piuttosto tarda ed affiancato all’edificio precedente in modo da sfruttare la disponibilità d’acqua e le
strutture accessorie già esistenti. I Venturi lo concedevano in affitto a terzi, a differenza della
ferriera, che gestivano personalmente. [231] L’edificio del mulino appare già in cattivo stato alla
fine del XVII sec. e del tutto in rovina nel 1771. Tuttavia deve essere stato restaurato, vista la
registrazione nella Carta Idrografica del 1893, ed utilizzato fino a tempi piuttosto recenti, a
giudicare dalle sue condizioni, almeno come abitazione.
Definizione: mulino da macina
Periodo: post medievale
Cron. iniziale: XVII sec.
Cron. finale: XVIII sec.
Font i
Toponomastica nelle fonti: “Molino di Sotto”
1683: concessione in affitto di due mulini sul torrente Gonna. Uno è il “Molino di Sopra”
detto il “Molinello”, l’altro è il “Molino di Sotto” (AVG, T. 39, fasc.4)
Fine XVII sec.: elenco di beni appartenenti alla famiglia Venturi, fra i quali “altro edificio
andante da ferro posto nel fiume detto la Gonna con sue ragioni [...] con un molino a due palmenti
malamente in ordine a canto al detto edificio di ferro” (AVG, T, 40, fasc. 3).
1771: “Nota come il sopraddetto Mulino, presentemente diruto, si denomina il Mulino di
Sotto, ed è accanto alla Ferriera di Gonna, parimente diruta.” (AVG, T. 102, p. 481).
1893: Numero d’ordine: 200. Canale che alimenta l’opificio: gorello (lung. m 150; dislivello m 6). Modo di
derivazione: steccaia di pali e fascine. Denominazione: Ferrieraccia. Uso: molino da cereali. Caduta: m 4,50. Portata in
litri: max. 95; min. 4; ord. 30; non è continua. Durata in mesi: max. 4; min. 4; ord. 4 (C. I. I., pp. 294-295).
Cara tteristi che idra uliche
Sbarramento: v. UT 1
Presa d’acqua: v. UT 1
Canale di alimentazione v. UT 1
Bacino di raccolta: v. UT 1
Edificio: grande edificio a tre piani; il piano terreno è diviso in due ampi vani con ingresso
indipendente: a destra la stalla, a sinistra il mulino vero e proprio; i piani superiori dovevano essere
destinati ad abitazione. Sotto la stanza della macina si trova il carceraio, ambiente stretto e lungo,
alto 1,70 m, simile ad una galleria, con pareti in muratura di pietre squadrate e volta a botte in
laterizi; l’ingresso è costituito da un arco in laterizi che si appoggia sulla roccia tagliata
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artificialmente. Sulla parete di fondo del carceraio sono visibili le due bocchette da cui l’acqua a
forte pressione usciva per colpire le pale dei ritrecini.
Condotte: una condotta forzata doveva mettere in comunicazione il bottaccio con il carceraio,
dove erano alloggiate le ruote; attualmente però, poiché il bottaccio è in gran parte interrato, non è
visibile alcuna apertura d’imbocco per l’acqua.
Ruote: si trattava di due ruote orizzontali di cui non è rimasta traccia.
Meccanismi: rimane solo una coppia di macine nell’ambiente a pianterreno.
Canale di rifiuto: semplice canale a cielo aperto in direzione del Gonna.
[232]
Sito : 2
UT:1
Località: Molinello
Comune: Monticiano
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 III
coord.: 1.678.00/4.778.80
Quota slm: 281
Morfologia: pianura
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi
Acqua: torrente Gonna
Condizioni del suolo: bosco misto
Uso del suolo: incolto
Visibilità: scarsa
Descrizione Sito: terreno scosceso a gradoni, in direzione del torrente Gonna, su cui sorge un
complesso produttivo composto da varie strutture, una delle quali pertinente ad un impianto
molitorio (UT 1) ed altre strutture murarie allo stato di rudere, di difficile lettura ed interpretazione,
poste a S-E nelle immediate adiacenze del mulino (UT 2). Presso la confluenza del Gonna col
Risanguigno si trova ancora la steccaia in muratura che permetteva l’approvvigionamento della
gora. Il sito si trova ai piedi del paese di Monticiano, a meno di 1 Km di distanza, ed è raggiungibile
a piedi per lo stradello che scende dal Podere Cerbaione.
Descrizione UT: impianto molitorio a ritrecine in discreto stato di conservazione, dotato di
bottaccio, condotte forzate, carceraio, canale di rifiuto.
Notizie storiche: il mulino, fatto costruire da Agnolo Venturi nel 1585 insieme all’adiacente
forgia da ferro, insiste sopra ai ruderi di un edificio precedente. I Venturi lo concedevano in affitto a
terzi, a differenza del “distendino”, che gestivano personalmente. Secondo notizie orali l’impianto è
rimasto in attività fino agli anni ‘50 del nostro secolo. Sempre da testimonianze orali risulta che,
come molti altri mulini di questa zona dall’economia povera, era destinato a produrre farina di
castagne piuttosto che di grano.
Definizione: mulino da macina.
Periodo: post medievale
Cron. iniziale: 1585
Cron. finale: XX sec.
Font i
Toponomastica nelle fonti: “Molinello”, “Molino di Sopra”
1595: “Molino et distendino aviamo a Monticiano, si fa rogato chome l’ano 1585 si chomprò
il sito dalla chomunità” (AVG, T. 4, p. 101, libro di memorie di Ascanio Venturi).
1612-1622: due contratti d’affitto del mulino, nel secondo dei quali si prevede che “noi li
doviamo mantenere l’edificio andante et egli si obbliga a rimondare il bottaccio [...] et se si
rompessi qualche macina vuolsi esser tenuto al pagamento di essa, et anco all’annettatura di ralle,
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pontaroli e martelline” (AVG, T. 39, fasc. 3).
1628: il mulino compare tra le proprietà di Giovanni Venturi insieme all’adiacente distendino
(AVG, T. 2, p. 96).
1693: contratto di affitto in cui si prevede che “il signor Angelo Venturi Gallerani sia obbligato a mantenerli
macina, retrecini, pali et a rimondar la gora”; vi si elencano gli attrezzi esistenti che consistono in “una mazza di
ferro, un palo di ferro, una martellina, uno scarpello tutto ferro, un’ascia, una statera grossa, una pala di ferro, una zappa,
un Bozzolo di rame, un cassone, un bigonzo et una lucerna.” (AVG, T. 39, fasc. 4).
1792: ultimo contratto di affitto reperibile (AVG, T. 102, p. 479).
1821: nella mappa sono ben visibili l’edificio del mulino, il bottaccio, la gora (Catasto
Toscano, Comunità di Monticiano, Sez. A, part. 62 e 63).
1893: Numero d’ordine: 198. Canale che alimenta l’opificio: gorello (lung. m 250; dislivello
m 6,50). Modo di derivazione: steccaia di pali e fascine. Denominazione: Molinello. Uso: molino da
cereali. Caduta: m 4,30. Portata in litri: max. 70; min. 3; ord. 25; non è continua. Durata in mesi:
max. 4; min. 4; ord. 4 (C. I. I., pp. 294-295). [233]
Cara tteristi che idra uliche
Sbarramento: situato subito prima della confluenza del Fosso Risanguigno nel Gonna.
Struttura semicircolare, convessa verso monte, composta da un filare di grosse pietre squadrate
sormontate da un filare di laterizi murati di taglio: provoca a monte un innalzamento del livello
dell’acqua permettendo l’alimentazione della gora; verso valle l’acqua tracimando forma una
piccola cascata. La struttura, particolarmente nella parte superiore in laterizi, sembra di epoca
moderna.
Presa d’acqua: costituita semplicemente dall’imbocco della gora, scavato nel terreno, senza
elementi in muratura.
Canale di alimentazione: attraversava il piccolo pascolo adiacente al mulino sul lato E ed è
stata obliterata in tempi recenti. Nella raffigurazione del Catasto Toscano è ben visibile la
situazione originale.
Bacino di raccolta: bottaccio rettangolare (ca. 10 m per 20) di profondità imprecisabile
perché in parte interrato; delimitato da muri sui lati E, S, O e da un argine di terra, lungo il quale
correva la strada di accesso, sul lato N; riceveva acqua dalla gora tramite una apertura a bocca rettangolare (1
m per 0,80 m) posta sul lato est.
Edificio: di forma rettangolare, a due piani, con un piccolo ambiente aggiunto sul lato
posteriore (N). La facciata principale si trova sul lato S, che guarda verso il torrente, e presenta
diverse aperture: la porta d’ingresso affiancata sui due lati da finestrini, due finestre al piano
superiore. Le murature sono in ciottoli e pietre irregolari miste a laterizi. Al di sotto della stanza a
pianterreno, dove erano collocate le macine, si trova il carceraio, ambiente seminterrato stretto e
lungo simile ad una galleria, il cui arco d’uscita si trova in asse con l’ingresso del mulino. L’edificio
cinquecentesco sembra essere stato costruito utilizzando le rovine di un edificio precedente: lo si
può chiaramente vedere osservando la parte inferiore dell’angolo SE, che presenta una tecnica
costruttiva completamente diversa da quella del resto dell’edificio. Si tratta, infatti, di un grosso
muro in filaretto con paramento in grandi pietre ben squadrate disposte su filari regolari (di cui
alternativamente uno di maggior spessore ed uno di minor spessore) sul quale si impianta la parete
più recente.
Condotte: due condotte si aprono sul lato E del bottaccio ed adducevano l’acqua a fuoriuscire
a forte pressione per colpire i ritrecini collocati nel carceraio. Hanno un imbocco di 1 m per 1,30,
sono fortemente strombate verso l’interno, molto inclinate per collegare i due diversi livelli del
bottaccio e del carceraio, lunghe circa 3 m, interamente foderate in laterizi all’interno.
Ruote: impossibile esplorare, per timore di crolli, l’interno del carceraio e verificare se se ne è
conservata qualche parte. Si trattava comunque di due ritrecini.
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Canale di rifiuto: canale a cielo aperto in direzione del Gonna attualmente interrato e poco
leggibile; la raffigurazione del Catasto Toscano lo mostra chiaramente: era lungo ca. 300 m, con
andamento parallelo al corso del torrente, nel quale sboccava nei pressi di un altro mulino (Sito 3).
Altri canali: è da notare, nella mappa del Catasto Toscano, la presenza di un canale che, circa
500 m a S del mulino, deviava l’acqua del Fosso Risanguigno conducendola a sboccare nel Gonna
poco prima dello sbarramento, evidentemente per garantire un maggior approvvigionamento idrico.
Altro: a S del bottaccio, a diversi metri di dislivello più in basso, si apre nel terreno lo sbocco
di una canaletta sotterranea che serviva a scaricare l’acqua in eccesso all’esterno nei pressi del
canale di rifiuto; è tagliata in un grosso blocco di roccia. Attualmente l’acqua non defluisce più
verso il torrente e ristagna formando un bacino piuttosto profondo.
Bibliografia: Giovagnoli, 1992, p. 15 [234]
Sito : 2
UT: 2
Località: Molinello
Comune: Monticiano
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 III
coord.: 1.678.00/4.778.80
Quota slm: 281
Morfologia: pianura
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi
Acqua: torrente Gonna
Condizioni del suolo: bosco misto
Uso del suolo: incolto
Visibilità: molto scarsa
Descrizione Sito: v. UT 1
Descrizione UT: consistenti strutture murarie semisommerse poste a S del bottaccio del
Molinello (UT 1). Uno dei muri, di notevole altezza, rappresenta il proseguimento verso S del muro
di contenimento del bottaccio e forma un angolo retto con un’altra parete, ad andamento E-O, ed un
altro angolo retto con un lacerto di muro, in gran parte crollato, posto in direzione N-S. Si viene
così a formare una sorta di ambiente contiguo al bottaccio, attualmente quasi del tutto invaso
dall’acqua stagnante che fuoriesce dalla canaletta di scolmo di quest’ultimo. Le murature sono in
grossi ciottoli e pietre squadrate.
Definizione: forgia?
Notizie storiche: in base alle indicazioni dei documenti è possibile ipotizzare che si tratti dei
resti della forgia, contigua al mulino, fatta costruire da Agnolo Venturi nel 1585, la quale sfruttava
le stesse strutture idrauliche accessorie. Questa struttura lavorava in connessione con le due ferriere
di Ruota e di Gonna, entrambe di proprietà dei Venturi, ed aveva una certa importanza, da quanto
appare in una istanza dei proprietari alla Magona del Ferro. Tuttavia l’identificazione dei resti
ancora visibili è difficile poiché, a causa dell’acqua che invade la struttura, è stato possibile attuare
solo una osservazione a distanza. Non sono state rinvenute scorie della lavorazione del ferro a
conforto di questa ipotesi, ma si deve tenere conto dell’inaccessibilità dell’area contigua ai ruderi,
della fitta vegetazione e del deposito alluvionale di fango e ciottoli che ricopre il terreno.
Periodo: post medievale
Cron. iniziale: 1585
Cron. finale: XVII sec.
Font i
Toponomastica nelle fonti: “Distendino” in località “Caduta della Gonna”
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1585: “L’Edifizio del Distendino fu edificato dal Signor Ascanio Venturi in luogo detto la
Caduta della Gonna, nell’anno 1585, qual sito comprò dalla comunità di Monticiano, con staia
quattro in circa di terra per il prezzo di fiorini trenta [...]. Si rileva solamente la costruzione del
Mulino ma per quanto si vedrà appresso, deve esservi stato fabbricato il detto edifizio del
Distendino” (AVG, T. 102, p. 461, regesto settecentesco che cita documenti più antichi).
1595: “Molino et distendino aviamo a Monticiano, si fa rogato chome l’ano 1585 si chomprò
il sito dalla chomunità.” (AVG, T. 4, p. 101). [235]
1622, agosto 16: contratto di affitto del Molinello in cui si specifica, da parte dei proprietari,
che “volendo noi far lavorare il distendino no ci possa impedire, conché procuriamo segua con
minor suo incommodo.” (AVG, T. 39, fasc. 3).
1628: patrimonio di Giovanni Venturi in cui compaiono “un mulino posto nella corte di
Monticiano longo il fiume della Gonna con l’edifitio detto il Distendino appresso detto fiume con tutte le
loro terre, ragioni e pertinentie.” (AVG, T. 2,p.96).
1640 ca.: “Prima et alli Venturi o a chi di mano in mano diverrà padrone delli infrascritti
edifizi, a ciascuno di essi sia lecito in perpetuo per risarcire e mantenere andanti et in piedi le due
loro ferriere, una detta Ruota e l’altra Gonna, il distendino et il mulino essistenti nella Gonna
insieme colle stecchaie, gore, gorelli, instrumenti e massaritie necessarie per detti quattro edifici e
per ciascuno di essi sia lecito tagliare per tutte le parti della comunità.” (AVG, T. 44, fasc. 12).
Metà XVII sec.: varie carte con le quali Lattanzio Bulgarini, Bartolomeo Bandinelli ed i
Venturi, tutti padroni di ferriere, si rivolgono alla Magona del Ferro, che ha proibito di vendere in
Siena ferro lavorato al distendino. Si testimonia il fatto che il distendino sul Gonna, anche se non in
continua attività, è di grande importanza per la lavorazione del ferro (AVG, T. 34, fasc. 4).
Bibliografia: Giovagnoli, 1992, p. 15.
Sito : 3
UT: 1
Località: Molino Nuovo
Comune: Monticiano
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 III
coord.: 1.678.28/4.779.06
Quota slm: 290
Morfologia: pianura
Geologia: scisti siltosi, quarziti
Acqua: torrente Gonna
Condizioni del suolo: bosco
Uso del suolo: incolto
Visibilità: scarsissima
Descrizione Sito: ristretta area di terreno quasi pianeggiante, compresa all’interno di una
piccola ansa del torrente Gonna, che la delimita sui lati O, E e N. Dista ca. 800 m in linea d’aria da
Monticiano ed è raggiungibile dal Molinello (Sito 2) con un sentiero che costeggia e poi attraversa a
guado il Gonna.
Descrizione UT: piccolo impianto molitorio abbandonato, in cattivo stato di conservazione,
semicrollato e coperto da vegetazione fittissima.
Definizione: mulino da macina
Notizie storiche: in base alla toponomastica appare probabile l’identificazione con un
impianto molitorio fatto costruire dai Venturi intorno al 1671; da testimonianze orali sappiamo che,
come molti altri mulini di questa zona, caratterizzata da un’economia piuttosto povera, era destinato
alla produzione di farina di castagne più che alla macinazione di cereali.
Periodo: post medievale
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Cron. iniziale: 1671
Cron. finale: dubbia [236]
Font i
Toponomastica nelle fonti: “Molin Nuovo”
1671: lettera di Filippo d’Elci ai Venturi nella quale si parla della “fabbrica del nuovo Mulino
nel fiume della Gonna.” (AVG, T. 39, Fasc. 4).
1893: Numero d’ordine: 199. Canale che alimenta l’opificio: gorello (lung. m 150; dislivello
m 6). Modo di derivazione: steccaia di pali e fascine. Denominazione: Molin nuovo. Uso: molino da
cereali. Portata in litri: max. 90; min. 4; ord. 30; non è continua. Durata in mesi: max. 4; min. 4; ord.
4 (C. I. I., pp. 294-295).
Caratteristiche idrauliche
Canale di alimentazione: non ne rimane quasi traccia; si trovava a SE dell’edificio ed era
lungo solo poche decine di metri.
Bacino di raccolta: si individuano le tracce del bottaccio, sul lato SE dell’edificio,
attualmente quasi del tutto interrato ed invaso da macchia; si distingue l’arco d’accesso dell’acqua
alla condotta sopra la quale è ancora possibile transitare.
Edificio: non ispezionabile all’interno a causa dei crolli, era a due piani mentre non è
possibile determinare il numero dei vani che lo componevano; si tratta comunque di un impianto
molto piccolo. La facciata principale si trova a NO, sul lato che guarda il torrente, ed è da esso
separata da un breve ma ripido scoscendimento. Le murature sono in pietre, ciottoli e laterizi.
Ruote: utilizzava sicuramente il tipo a ritrecine, probabilmente una sola.
Sito : 4
UT: 1
Località: Ferriera
Comune: Monticiano
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 III
coord.: 1.678.48/4.773.26
Quota slm: 263
Morfologia: pianura
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi
Acqua: torrente Farma
Condizioni del suolo: pascolo
Uso del suolo: incolto
Visibilità: buona
Descrizione Sito: terreno pianeggiante delimitato a S, E ed O da un’ansa del torrente Farma, a
N dalle scoscese pendici del Poggio al Carpino. Vi sorge una complessa struttura produttiva,
destinata alla lavorazione del ferro, composta da vari edifici: la ferriera vera e propria, che faceva
uso dell’energia idraulica fornita dal torrente Farma mediante gli annessi gora e bottaccio, inoltre
una abitazione ed ambienti di servizio vari (stalle, carbonili) tutti di costruzione piuttosto recente. Il
sito si trova in una zona molto isolata e selvaggia, quasi del tutto disabitata, non coltivata e coperta
da fitti boschi di querce e castagni, secondo il paesaggio caratteristico di tutta la valle del Farma; è
raggiungibile con lo stradello che dalla località Croce a Consoli scende fino al torrente.
Descrizione UT: edificio di forma rettangolare ad ambiente unico, privo di copertura ma ben
conservato negli elevati, destinato alla fusione e lavorazione del ferro. All’esterno del lato NE è
addossato un ambiente rettangolare, perfettamente conservato in tutto l’elevato. Tutta l’area intorno all’edificio
fino al Farma, ed il greto del torrente stesso, sono interamente cosparsi di scorie anche di grandi
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dimensioni. Secondo notizie orali i grandi accumuli di scorie situati nei pressi della ferriera sono
stati asportati durante la Seconda Guerra Mondiale per essere rifusi a Piombino. [237]
Notizie storiche: grazie all’abbondanza di informazioni reperibili nelle fonti scritte non c’è
alcun dubbio nell’identificazione di questa struttura con la ferriera detta “di Ruota”. La prima
menzione di questo impianto si trova in un testamento del 1331, dal quale appare già diviso in tre
parti appartenenti a privati. Nel 1379 la ferriera apparteneva per metà agli Azzoni: l’altra metà era
di proprietà dei Lottorenghi, signori del Belagaio, che nel 1390 la cedettero ad Antonio e Gabriello
Azzoni. Dopo la confisca dei beni del ribelle Antonio nel 1406, Gabriello si accordò con la
comunità di Monticiano e cedette la propria metà della ferriera sul Gonna in cambio della metà di
Ruota. A partire dal 1445 gli Azzoni affittarono l’impianto a terzi: nel 1448 lo presero in affitto
Tommaso e Giovanni di Agnolo Venturi. Da questo momento, per oltre cento anni, Ruota rimase
sempre in gestione ai membri della famiglia Venturi, finché nel 1571 Emilio Azzoni vendette la
ferriera ad Agnolo di Mariano Venturi. I Venturi ne mantennero la proprietà fino almeno al XVIII
sec. e vi apportarono importanti migliorie. Da notizie orali risulta che la ferriera è rimasta in attività
fino a fine XIX-inizi XX secolo.
Definizione: ferriera
Periodo: Medioevo ed Età Moderna
Cron. iniziale: inizi XIV sec.
Cron. finale: XIX sec.
Font i
Toponomastica nelle fonti: “Difitio di Ruota/Rota”
1331, maggio 30: testamento di Cennino di Giannino da Monticiano che possedeva, tra gli
altri beni, la terza parte della ferriera posta in luogo Piano di Rota, sul torrente Farma, con i boschi
ad essa spettanti. Le altre due parti appartenevano a Tollo di Giovanni. Il testatore lascia erede
universale il figlio Giannino e, nel caso di prematura morte di quest’ultimo, il monastero di San
Galgano (AVG, T. 102, pp. 364-365, regesto settecentesco di originale oggi perduto).
1374: testamento di Pietro di Ghino Azzoni, tra i cui beni compare “el difitio al presente di
Rota in su la Farma” (AVG, T. 40, fasc. 3, regesto dell’originale).
1379: strumento di lodo fra gli Azzoni ed il comune di Monticiano, dal quale risulta che gli
Azzoni possedevano la metà della ferriera di Ruota (AVG, T. 4, p. 151, memoriale cinquecentesco
di Agnolo Venturi, che cita docc. più antichi).
1382, novembre 27: strumento della divisione, fatta presso la Corte della Mercanzia di Siena,
dei beni di Iacopo e Quirico Lottorenghi: Iacopo riceve la proprietà di Ristonsa e metà dell’edificio
di Ruota col suo terreno e le sue masserizie (AVG, T. 42, fasc. 3, copia dell’originale).
1390, febbraio 16: contratto della vendita fatta da Francesco di Jacopo del Belagaio ai fratelli
Gabriello e Antonio di Pietro Azzoni. Vengono vendute, per un totale di 625 fiorini d’oro, la tenuta
di Ristonsa, quella di Viteta ed inoltre “medietatem pro indiviso unius edifitii sive fabrice apte ad fieri
faciendum et cudendum ferrum cum medietate indivisa domorum omnium et carbonilium et venariorum mantacorum
rotarum stabulorum canalium incudinum malleorum gore goricellorum et bottacii et carbonum et vene et
ferramentorum, instrumentorum omnium ac lignaminum cesorum et rerum aliarum omnium pertinentium et
expectantium ad ipsum edificium seu fabricam predictam et ad possessiones suprascriptas superius nominatas et
confinatas, que fabrica vulgariter dicitur el difitio di Rota”. Strumento rogato in Siena, davanti alla loggia
della Mercanzia, dal notaio Salerno di Giannino di Siena (AVG, T. 31, fasc. 11, copia
dell’originale; un’altra copia dello stesso documento è inserita anche nel fasc. 12 dello stesso tomo).
[238]
1406, febbraio 14: decreto ufficiale del comune di Siena col quale si confiscano e si vendono
alla comunità di Monticiano “omnes domos, possessiones, vineas, edificia, nemora, silvas, pascua et
soda cum omnibus iuribus et pertinentiis suis que fuerunt domini Antonii Petri de Ghinazonibus
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rebellis comunis Senarum”; vi si specifica, tra l’altro, che “in dicta venditione etiam tradatur dicto
comuni Montisciani pars silvarum positarum in curia Tornielle et Belagai iuxta confines Monticiani
ultra Farmam quas ipse dominus Antonius habebat et hodie habet Comune Senarum communem
cum Gabrielle Petri de Ghinazonibus predicto, que silve sunt prope unum ex hedificiis ferri
predictis et appropriate ad ipsum hedificium quod vocatur hedificium de Rota” (DP).
1407, aprile 16: accordo fra Gabriello Azzoni e la comunità di Monticiano a proposito dei
beni confiscati al fratello Antonio: l’Azzoni cede la propria metà della ferriera sul Gonna in cambio
della metà della ferriera di Ruota (AVG, T. 31, fasc. 14); v. anche Sito 1 UT 1.
1406-1407: petizione degli abitanti di Torniella al comune di Siena a proposito dei soprusi
commessi da Gabriello Azzoni nei loro confronti; si lamenta il fatto che, volendo sfruttare il legname
esclusivamente per fare carbone, l’Azzoni, con azioni anche violente, impedisce ai Torniellini l’accesso ai boschi di
Ristonsa dove essi, per antichi diritti consuetudinari, erano soliti raccogliere legna e mandare i porci a
pascolare. Segue lo strumento di lodo del 1407 nel quale si sentenzia che Ristonsa è possesso
indiscutibile di Gabriello Azzoni il quale ha diritto di sfruttare i boschi per qualsiasi uso, compreso
produrre carbone; gli abitanti di Torniella possono altresì mandarvi le bestie a pascolare ed usare la
legna per il fuoco (AVG, T. 42, fasc. 18)
1445, luglio 13: Petra, figlia di Gabriello di Pietro Azzoni, come tutrice di Gabriello di
Pavolo Azzoni, concede in affitto ad alcuni mercanti senesi tutte le possessioni e case del suo
pupillo nella corte di Monticiano con la “Ferriera di Rota” ed i boschi ad essa spettanti nelle corti di
Monticiano e di Torniella (AVG, T. 102, p. 382, regesto settecentesco di documento perduto).
1448: Tommaso e Giovanni di Agnolo Venturi prendono in affitto la ferriera (AVG, T. 31,
fasc. 25, regesto di documento perduto).
1559: Agnolo di Mariano Venturi forma una compagnia con Paris Bulgarini per far lavorare
la ferriera di Torniella e dopo due anni “si messe in detta compagnia la feriera di Rota de Ghino
Azoni quale tenemo a fitto per essere stata guasta dalla guerra” (AVG, T. 4, p. 24, memoriale del
1567).
1567, settembre 12: divisione di beni fra Paolo, Orazio ed Emilio, figli di Ghino Azzoni: ad
Emilio tocca la ferriera di Ruota con tutti i beni e i boschi ad essa spettanti (AVG, T. 31, fasc. 23).
1571, giugno 13: Emilio Azzoni vende ad Agnolo di Mariano Venturi “edificium aptum ad
faciendum ferrum”, detto la ferriera di Ruota, “cum suis domibus, stabulis et carbonilibus,
bottaccio, goris et gorellis, canalibus et malleis, incudinibus et omnibus aliis instrumentis, situm in
comuni et curia Montisciani, et omnia terrena prativa solita retineri pro dicto edificio sive ferreria
prope dictum edificium et de bonis ipsius edificii quibus a pluribus flumen Farma et ex pluribus
bona comunis Montisciani” (AVG, T. 1, p. 150r).
1571-73: libretto di memorie di Agnolo Venturi sul modo di governare la ferriera di Ruota.
Fornisce importanti informazioni sulla manutenzione delle infrastrutture idrauliche,
sull’organizzazione ed i tempi del lavoro, sulle caratteristiche tecnologiche dell’impianto (AVG, T.
33, fasc. 2, integralmente pubblicato a cura di R. Giovagnoli, cfr. Venturi, Ruota).
1575: Agnolo Venturi fa costruire la capanna e la stalla di Ruota (AVG,T.4,p.27).
1578: sentenza del magistrato senese in cui si dichiara che la possessione di Ristonsa, prima
degli Azzoni, appartiene ora ad Agnolo Venturi. In precedenza era in parte lavorativa ma al
momento è tutta boscata, in gran parte di castagni; si specifica quindi che “nel detto podere di Ristonsa detto
Agnolo e gli Azzoni hanno sempre per lo dietro cotto del carbone per uso della sua ferriera di Rota.” (AVG, T.42, fasc.
19). [239]
1579: Ascanio figlio di Agnolo Venturi fa memoria della costruzione del ponte di Ruota, in
parte edificato in legno ed in parte con sostegni e sponde in laterizi e pietra (AVG, T. 4, p. 89).
Data imprecisata (XVI sec.?): schizzo a penna in cui compaiono la ferriera di Ruota, il Farma,
il fossato Rotaio, il fossato del Tufo, il Belagaio (AVG, T. 42, fasc.3).
Data imprecisata (XVI sec.?): acquarello raffigurante Ruota, il Farma, il Belagaio (AVG, T.
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40, fasc. 1).
Data imprecisata (XVI sec.?): intero inserto di piante schizzate a penna raffiguranti il
Belagaio, il poggio di Ristonsa, Ruota, il Farma (AVG, T. 42, fasc. 20).
Prima metà XVII sec.: decine di contratti coi quali i Venturi incaricano carbonai provenienti
da Montemignaio del taglio e della produzione del carbone per la ferriera. Inoltre anche contratti
con vetturali per il trasporto della vena. Alcuni riguardano anche la ferriera di Gonna (AVG, T. 34,
fascc. 1 e 2).
1627: gli eredi di Ascanio Venturi ricordano che il padre avrebbe voluto costruire per la
ferriera una “stecchata di mura”, che sarebbe stata di grande utilità all’impianto siderurgico, e li
aveva esortati a costruirla loro stessi. Egli aveva anche indicato il luogo più adatto e cioè “a capo li
prati di Ruota [...] perché si giudica buon fondo e buone sponde e terzo perché ivi il letto del fiume
è assai largo perciò saria manco pericolosa la sticchata”. I suoi figli ed eredi sono propensi a seguire
il consiglio e a far stendere dei progetti, ma al momento devono rimandarne la realizzazione perché
non hanno abbastanza denaro. Tuttavia “vero è che se si potessi rifondare la ferriera et abassare il
rifiuto, come si crede la stecchata andaria tanto basso, et sarebbe molto meno spesa di quello si
crede e perciò potria essere che presto si facesse, il che Dio ci conceda” (AVG, T. 4, p. 119).
1631: “Un edifizio da ferro detto Ruota [...] posto nel Comune di Monticiano longo il fiume
della Farma dal quale si piglia l’acqua per detto edificio circondato da una parte dalla gora la quale
reca commodo di poter adacquar tutte le terre e prati [...] e dall’altra parte il predetto fiume et ha il
mantaco fatto di muraglia [...]. La quantità di boschi e ragioni di taglio che ha la predetta ferriera e
particolarmente di là dalla Farma è tale che per servitio di un fuoco sono di avanzo [...] e però si
potria ridur l’edifitio con due fuochi essendone capacissimo il guscio di esso; ma bisognerebbe farci
una stechaia di muro”. Segue la nota delle spese necessarie per far lavorare Ruota per un anno
(AVG, T. 40, fasc. 8).
1674: piante e disegni per la costruzione della nuova steccaia di Ruota: vi compaiono il
profilo della costruzione, la pianta del fondo e dell’armatura, uno schizzo del fiume e la pianta
generale degli edifici (AVG, T. 33, fasc. 4).
Data imprecisata (dal contesto post 1682): “consiste in un edifizio andante da ferro, posto nel
fiume della Farma con steccata di muro, ove può fabbricarsi da 60 a 120 migliara di ferro l’anno, di
buona qualità, quale si spaccia il gran parte nel luogo, et ha le pollonete proprie di castagno et altro
legname per detta fabbrica di ferro, poste in più Comunità” (AVG, T. 40, fasc. 7).
Cara tteristi che idra uliche
Sbarramento: è situato circa 500 m a monte dell’edificio della ferriera; si tratta di una
imponente struttura, sorta di diga larga ca. 3,5 m, che in origine sbarrava l’intero corso del torrente
e si presenta attualmente crollata nella parte centrale; è realizzata con una muratura di ciottoli e
pietre legati con malta, a formare una specie di conglomerato che ingloba anche alcune grosse rocce
affioranti dall’alveo. [240] Questa struttura è la steccaia costruita nel 1674, ben documentata nelle
fonti anche da disegni e piante. Lo sbarramento più antico, invece, doveva essere realizzato secondo
la tipica tecnica a file di pali infissi nell’alveo ed era situato a valle rispetto al più recente.
Presa d’acqua: complessa struttura costituita da un imponente muro (spessore 2,80 m, altezza
ca. 3 m) che accompagnava la parte iniziale della gora, con andamento parallelo al corso del
torrente, per una lunghezza totale di 27 metri. Formava con la diga un angolo retto e doveva
provocare un notevole innalzamento del livello dell’acqua a monte, permettendone l’incanalamento
nella gora attraverso una apertura rettangolare posta circa a metà della lunghezza del muro.
Muratura in pietre prevalentemente squadrate legate con malta, zeppe in laterizio. L’apertura di
accesso alla gora è delimitata e foderata all’interno con laterizi; doveva essere equipaggiata con una
saracinesca regolabile.
Canale di alimentazione: è difficile individuarne sul terreno il percorso completo, ma la
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mappa del Catasto Toscano ne offre comunque una raffigurazione chiara. Nel tratto iniziale seguiva
per circa 150 m un andamento parallelo al torrente (l’argine deve essere crollato per l’erosione del
Farma stesso; in alcuni punti sono visibili tracce di una muratura di sostegno), poi se ne allontanava
e, seguendo la curva di livello per altri 400 m, giungeva con un percorso quasi rettilineo alla
ferriera. Il tratto terminale, attualmente ancora ben visibile, passava sul retro degli edifici adibiti a
carbonili e dava accesso al bottaccio mediante un breve tratto sotterraneo ostruito completamente a S, ma ben
visibile dall’interno del bottaccio (lato N); vi sboccava attraverso un arco con ghiera in laterizi
attualmente quasi del tutto interrato.
Bacino di raccolta: immediatamente retrostante alla ferriera, che sovrasta con un forte
dislivello, sul lato NO; ha forma rettangolare (8 m per 11 m) e profondità imprecisabile a causa del
deposito di humus che lo ha in parte colmato. Il lato SO è delimitato da un muro nel quale si apre
l’arco di accesso dall’acqua dalla gora, il lato NO consiste in un argine di terra, il lato SE è
sostenuto dalla parete della ferriera, sul lato NE è visibile un tratto di muro di sostegno ma la
situazione non è molto chiara. L’angolo S è crollato.
Edificio: a pianta rettangolare, largo 7 m e lungo 11 m, si appoggia sul lato NO al declivio del
terreno, venendosi quindi a trovare a diversi metri di dislivello rispetto al bottaccio: ciò consentiva
la caduta dell’acqua sulle ruote. Ad ambiente unico, non presenta tracce di suddivisioni interne né
di solai; tutti i muri perimetrali sono conservati in elevato per almeno 3,5 metri. Le murature sono
in pietre irregolari non squadrate e ciottoli, con presenza di zeppe in laterizio. La porta d’ingresso si
trova sul lato SO; non vi sono finestre. Il lato NE presenta alcune aperture: nell’angolo destro in
basso un’apertura ad arco, quasi sepolta, comunicante con l’ambiente a NE; al di sopra di questa
una apertura dai contorni irregolari che immette all’interno dell’ambiente a NE. Circa a metà di
questa parete si trova una struttura in pietre e laterizi a base rettangolare che si appoggia al muro per
tutta la sua altezza ed aveva forse funzione di contrafforte: nella parte superiore, infatti, sorregge
alcuni archetti di sostegno al tetto. A sinistra di tale struttura, in basso, si trova un’apertura ad arco,
larga 1 m, che mette in comunicazione l’interno della ferriera con lo spazio antistante l’ambiente a
NE. Quest’ultimo, in ottimo stato di conservazione, si addossa all’esterno dell’edificio principale
della ferriera; sul lato NO è appoggiato al declivio del terreno. Il perimetro esterno è rettangolare (m
2,70◊6) e costituito da potenti murature di spessore variabile tra 80 cm e 1,30 m; ha un notevole
sviluppo in altezza ed è conservato in elevato per ca. 4 metri. Oltre alle aperture già descritte
comunicanti con l’interno della ferriera, tale ambiente presenta una apertura di accesso principale
sul lato SE: si tratta di un arco con ghiera in laterizi che immette nella parte i nterna, sorta di
corridoio, l ungo 5 m e largo 1 ,20, con volta a botte in laterizi e pareti in pietra. [242] Nella
volta, a circa 1,65 m dall’arco di ingresso, è presente una apertura che comunica con un ambiente
superiore, sorta di camino o scivolo con forma grossomodo di un t ronco di piramid e
rovesciato (base min ore di m 1◊0,7 e base maggiore d i m 1,20 ◊3,50) con i lat i e gli
spig oli ricu rvi. La muratura che ne fodera l ’interno è reali zzata in terament e in
laterizi. Nel complesso ques ta strut tura sembra pres entare molte somiglianze con
l’ambiente addossato sul lat o N dell a ferriera di Go nna (v. Si to 1 UT 1), che è p erò
più piccolo e quasi interamente crol lato.
Ruote: non ne rimane alcuna traccia, così come dei meccanismi relativi al sistema di
ventilazione ed al maglio. Osservando la struttura dell’edificio, si può ipotizzare che due ruote
idrauliche, di tipo verticale per di sopra, fossero posizionate rispettivamente all’esterno del lato SE e
del lato NO.
Canale di rifiuto: attualmente non è più visibile ma dalla raffigurazione del Catasto
Leopoldino risulta che con un breve percorso in direzione N (ca. 50 m) scaricava di nuovo nel
Farma.
Altro: attorno alla ferriera, e talvolta ad essa addossati, sono presenti alcuni edifici di servizio;
inoltre, a S, una grande abitazione con stalla. Tutti sono successivi alla ferriera vera e propria.
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Dati archeo metallurgici
Min. trattato: ematite
Metallo prodotto: ferro
Tipo di operazione: riduzione e forgiatura
Materiali presenti: minerale, scorie
Tipo di Scoria: A e B
Media frg.: max. 25 cm, min. 3 cm
Campionatura: sono stati campionati piccoli quantitativi delle scorie presenti sul sito
Scoria Tipo a: Colore int.: grigio scuro. Colore est.: grigio scuro. Magnetica: impercettibile.
Tapped: si. Weathering: patina rossastra in superficie. Struttura: compatta, superfici lisce con
iridescenze metalliche; sottotipo con superficie mammellonare superiore. Porosità: piccole, circolari,
distribuite soprattutto nella parte centrale. Sottotipo con porosità più frequenti, irregolari, distribuite
irregolarmente. Inclusioni: no.
Scoria Tipo b: Colore int.: marrone scuro ferruginoso. Colore est.: marrone scuro ferruginoso,
striature per ossidazioni. Magnetica: no. Tapped: no. Weathering: ossidazioni ferrose superficiali,
depositi di calcite. Struttura: spugnosa sia esterna che interna; superficie molto scabra con porosità
presenti ovunque. Porosità: frequentissime, di forma irregolare e dimensioni variabili. Inclusioni:
molte tracce di frammenti di carbone.
Bibliografia: Giovagnoli, 1992.
Sito : 5
UT: 1
Località: Pod. Montestigliano
Comune: Sovicille
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 I
coord.: 1.681.20/4.786.40
Quota slm: 200
Morfologia: versante collinare
Geologia: calcari cavernosi
Acqua: fiume Merse
Condizioni del suolo: bosco
Uso del suolo: incolto
Visibilità: scarsa
Descrizione Sito: ripido versante collinare, coperto da bosco, che a gradoni scoscesi scende
dal poggio di Montestigliano fino al fiume Merse. Il sito si trova ad una quota di circa 15 m sopra al
livello del fiume, in prossimità del sentiero che costeggia la gora dei mulini di Brenna ed Orgia (Siti
15, 16, 17), nel punto più esterno dell’ansa che il fiume forma ai piedi del Poggio di Montestigliano.
Descrizione UT: resti di un edificio, probabilmente un mulino, situati nelle immediate
vicinanze della sponda destra della gora, nei pressi di una chiusa (equipaggiata in epoca recente con
parti in cemento e meccanismi in ferro) che mediante una saracinesca lignea permette la fuoriuscita
dell’acqua in eccesso dalla gora verso il fiume. Si tratta di un muro a sacco in filaretto, dello
spessore di 1 m, costruito con grandi blocchi di calcare perfettamente squadrati e disposti in filari
regolari; è conservato in lunghezza per 7 m ed in altezza per circa 3 m, ha andamento N-S
ortogonale a quello della gora e si appoggia al declivio del terreno, che in questo punto scende quasi
a picco verso il fiume; all’estremità S il muro forma un angolo retto verso monte. Un secondo tratto
di muro, ortogonale al precedente, si trova sull’altro lato del fosso di scolmo dell’acqua dalla gora, e
poteva forse congiungersi col primo. Sulla sponda sinistra della gora, parallelo ad essa, si trova un
altro tratto di muro, che viene a trovarsi circa 2 m più in alto di quelli descritti sopra: difficile dire
se fosse in relazione con essi, anche perché la tecnica costruttiva è molto diversa (piccole pietre non
squadrate disposte irregolarmente).
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Notizie storiche: data la posizione immediatamente a ridosso della gora è estremamente
probabile che questi muri siano i resti di un impianto idraulico che utilizzava le stesse strutture
accessorie (steccaia, presa d’acqua, canale di alimentazione) che derivavano l’acqua del fiume
Merse verso i vicini mulini “del Pero”, “Serravalle” e “Palazzo” (per la descrizione delle quali si
rimanda ai Siti 15, 16, 17 ). La tecnica muraria, che riporta all’ambito medievale, fa propendere
verso l’identificazione con uno dei mulini sul Merse, citati nella documentazione di XIII-XIV sec.,
di cui è scomparso il toponimo e che sono stati precocemente abbandonati. In particolare è quasi
certa l’identificazione, data la perfetta corrispondenza delle indicazioni topografiche contenute nelle
fonti, con l’impianto chiamato de Saxis, de Sasse, a le Saxa: si parla infatti della via che da
Castiglion Balzetti, passando per la località Campalfi (toponimo che ancora oggi designa un podere
nelle vicinanze del sito), andava verso Torri e Stigliano. L’esistenza di impianti molitori (nei
documenti si parla di molendina) così denominati, ci è nota da un atto del 1245 contenuto nel
Caleffo Vecchio del comune di Siena: da esso risulta che l’impianto esisteva già quando l’abbazia di
Torri si accordò col comune di Siena per costruire alcuni mulini sul Merse (vedi Siti 15 e 16).
Inoltre alcune notizie si ritrovano nel Constituto del 1262 ed in quello volgarizzato del 1309-1310.
Oltre ad un accenno alla strada che conduceva a questi impianti, vi è una intera rubrica dedicata al
trasporto del grano ai mulini e viceversa: i proprietari di questi impianti erano obbligati a
provvedere in proprio alle bestie da soma nei mesi da giugno a novembre. Questo impianto, di
proprietà dell’abbazia di Torri, forse uno dei primi costruiti in questa zona, fu ceduto per metà
all’abbazia di S. Galgano nel 1288, per la necessità di disporre di denaro liquido. Dalla registrazione
nella Tavola delle Possessioni sappiamo che nel 1318 la proprietà di S. Galgano si era ridotta ad 1/3
della struttura e nel 1320 ulteriormente ad 1/4: gli altri proprietari erano ancora il monastero di Torri
ed inoltre un tal messer Cione Alamanni, subentrato nel frattempo presumibilmente per le quote
alienate da S. Galgano.
Definizione: mulino da macina e gualchiera
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: metà XIII sec.
Cron. finale: XIV sec.
Font i
Toponomastica nelle fonti: mulini “de Saxisì, “de Sasse”, “a le Xassa”,
1245, gennaio 20: si cita il “molendinum de Saxisì, a valle del quale dovranno essere costruiti
i nuovi mulini in comproprietà fra l’abbazia di Torri ed il comune di Siena (Cecchini, 1932-1991,
II, pp. 549-552), vedi anche Sito 15 e Sito XVI.
1262: in una rubrica del Constituto si parla della necessità di porre guardie forestali nei
boschi in corte di Mallecchi e Ripinata cioè una zona “cui ab uno latere est fossatus de Ripiombole
et ex (altera) via, que venit de Stigliano et Turri, per quam itur ad molendina de Saxis, de subtus
flumen Merse, de super Macereta” (Zdekauer, 1897, p. 370), vedi anche Sito XI.
1262: rubrica riguardante il modo di trasportare il grano dalla città di Siena ai mulini sul
Merse: si stabilisce che il trasporto sia a carico dei proprietari stessi dei mulini che si trovino situati nel
tratto di fiume “a molendinis a le Xassa usque ad molendina domini Orlandi Bonsignoris et consortum de Foiano”;
questi proprietari sono infatti obbligati a tenere un mulo o un cavallo per ciascun palmento (Zdekauer, 1897, p. 352).
1288, maggio 10: Placido, abate dell’abbazia di Torri, “pro expediendis debitis usurariisì,
vende per 1800 lire senesi a Bartolomeo, cellerario del monastero di S. Galgano, la metà per
indiviso “totius molendini sive molendinorum dicte nostrae abbatie de Turri et gualcheriarum et domorum ipsorum
molendinorum et palmentorum molarum reticinorum gore fuiti torcitorii et steccati [...] quod molendinum dicitur
molendinum de Saxis vel de Saxe et est positum in flumine Merse sive de Mersa cui molendino vel quibus molendinis
et rebus et possessionibus infrascriptis ex uno latere et desuper sive a capite est flumen Merse ex alio latere est via
publica que venit a Castillione Bençetti per planum Campalfi et vadit ad Stillianum et revertitur per quandam viam
veterem que venit a dicto Stilliano et vadit ad dicta molendina”; vende inoltre un pezzo di terra ed una casa “in dicta terra
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que domus dicitur molendinum de Volta positum iuxta sive prope dicta molendina superius confinata quibus ex uno
latere est flumen Merse ex alio fuitum dictorum molendinorum, de subtus est quedam possessionem sive terram dicte
abbatie”, e si trova nelle vicinanze della rocca “de Saxisì. L’abate concede inoltre a tutti i monaci e conversi
del monastero di S. Galgano la possibilità di fare legna in tutti i boschi di pertinenza dei detti
mulini. “Item medietatem pro indiviso omnium iurium et actionum [...] que et quas dicta abbatia habet vel aliquis pro
ea in terris nemoribus seu boschis et possessionibus aquis et pascuis et pasturis et aliis rebus dicte abbatie que sunt vel
habet ipsa abbatia a supradicto steccatu dictorum molendinorum supra versus castiglionem Bençetti usque ad fossatum
de Ripiombaiolo et immictit in flumine Merse”. Concede inoltre piena facoltà a monaci e conversi di S.
Galgano di fare “traboccatorium vel traboccatoria seu torcitorium vel torcitoria” purché senza danno dei predetti
mulini “pro mandanda derivanda seu mictenda aqua dictorum molendinorum ad alia molendina inferiora [...] et etiam
evacuandi et evacuari faciendi reaptandi et reactari faciendi dicta molendina vendita et eorum goram fuitum torcitorium
vel torcitoria traboccatorium vel traboccatoria steccatum seu steccatam gualcherias foveas et omnes res necessarias
dictorum molendinorum” e di poter effettuare tali lavori anche attraverso le terre dell’abbazia di Torri
(KSG, II, cc. 124 r-126 v).
1309-1310: volgarizzazione della rubrica del Constituto del 1262 riguardante il trasporto del
grano (Lisini, 1903, vol. II, pp. 68-69).
1318: il monastero di S. Galgano possiede la “tertiam partem pro indiviso unius petie terre
laboratorie boscate vineate et sode et lamate cum molendino et gualcheriis positam in curia de
Brenna loco dicto Volta e La Saxa cui ex una gora, ex una flumen Merse, et ex duabus Abbatie de
Torri”. La parte di S. Galgano è stimata 1420 lire, l’intero è stimato 4262 lire2. “Relique partes sunt
Abbatie de Torri et domini Cionis Alamanni” (Estimo, 118, c. 285v.)
Sito : 6
UT: 1
Località: C. Ferriera
Comune: Chiusdino
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 I
coord.: 1.680.16/4.785.22
Quota slm: 210
Morfologia: pianura di fondovalle
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi
Acqua: fiume Merse
Condizioni del suolo: bosco e macchia
Uso del suolo: incolto
Visibilità: scarsissima
Descrizione Sito: stretta fascia di terreno pianeggiante, un tempo coltivato ed attualmente
coperto da fitta macchia, delimitato ad O dal fiume Merse, ad E dalle pendici del Poggio della Ragnaia.
Vi sorge un grande podere abbandonato, totalmente invaso dalla vegetazione e quasi inaccessibile, distante circa 50 m
dal fiume. Il sito dista ca. 3 Km da Brenna ed è raggiungibile con un sentiero che costeggia la riva sinistra del Merse.
Descrizione UT: sul lato O del podere, costruito in epoca moderna, sono stati individuati i
resti di un edificio più antico, destinato alla lavorazione del ferro, sopra al quale è stata edificata la
struttura attuale. Si tratta di alcuni tratti di murature: una parete ad E costruita con apparecchiatura
irregolare di pietre di varie dimensioni, alcune delle quali squadrate, conservata in lunghezza per
4,3 m ed una altezza massima di 1,5 m; al centro è ben conservata una apertura ad arco con ghiera
in laterizi, tamponata in epoca recente, larga 1 m ed alta 1,15 m: si tratta probabilmente della bocca
2
Il testo è stato modificato con alcune correzioni datate 1320, evidentemente per registrare
dei passaggi di proprietà avvenuti nel frattempo: la parte dell’abbazia di S. Galgano è adesso la
“quartam”, con un valore di 1065 lire.
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del forno, viste le tracce di arrostitura presenti sui laterizi dell’arco. La lunghezza totale originaria
di questo lato era di 6,70 m: sono ancora visibili una parte dell’angolo N e l’angolo S formato con
un’altra parete, di cui restano pochi filari (altezza max 50 cm; lunghezza 5,30 m) di grosse pietre
squadrate (si noti che sia in questa muratura che in quella sopra descritta tali conci sembrano essere
di riutilizzo, forse provenienti da un edificio precedente, costruito con una tecnica regolare tipo
filaretto, mentre qui sono inseriti in una apparecchiatura irregolare e piuttosto approssimativa); su
questo lato sono presenti in basso due piccole aperture passanti (larg. 40 cm), foderate in laterizio,
di cui si ignora la funzione.
La ripulitura dell’humus nell’area antistante la bocca del forno ha permesso di individuare
frammenti di ceramica seicentesca, molto carbone, concrezioni con inclusioni ferrose probabilmente
provenienti dalle pareti interne del forno. Un grande accumulo di scorie è stato invece individuato
circa 40 m a N-O dell’edificio: con una ripulitura superficiale è stato accertata una larghezza alla
base di oltre 15 m ed una analoga estensione in altezza lungo il declivio del terreno. Il terreno si
presenta scurissimo, molto ricco di carbone frammisto a scorie di piccole e medie dimensioni,
brillante per la presenza di pulviscolo e minutissimi frammenti di minerale.
Per quanto riguarda le caratteristiche idrauliche dell’opificio, poche sono le evidenze ancora
visibili: lungo il sentiero che segue il Merse in direzione S rimangono alcuni tratti di un canale
artificiale che pare da identificarsi con la vecchia gora; a circa 500 m a S dell’edificio il fiume è
sbarrato da una struttura precaria contemporanea a formare un bacino di una certa ampiezza e
profondità: è probabile che questo fosse il punto di sbarramento delle acque anche in antico.
Notizie storiche: il sito è identificabile con la ferriera detta di “Campo Starchi” o “di Brenna”,
di proprietà dei Saracini, padroni anche del vicino Castiglion Balzetti, la cui attività è documentata
dalla fine del XVI sec., ma che quasi certamente esisteva già in precedenza. Secondo una notizia
pubblicata dal Dini, infatti, nella prima metà del XV sec. una compagnia mercantile smerciava in
Arezzo partite di ferro provenienti da Brenna: è molto probabile una provenienza dall’impianto
identificabile con questo sito. Non si hanno notizie sull’epoca di cessazione dell’attività.
Definizione: ferriera
Periodo: Medioevo ed Età Moderna
Cron. iniziale: inizi XV sec. ?
Cron. finale: dubbia
Font i
Toponomastica nelle fonti: ferriera di “Campo Starchi”, “di Brenna”
1600, aprile 6: la moglie e gli eredi di Salustio Saracini danno in affitto ad Alessandro Scaramucci ed Astilio
Vannini, entrambi fabbri di Siena, “uno edifitio da far ferro detto la ferriera di Campo Starchi in Corte di Castiglion
Balzetti et il distendino continuo al detto edifitio,la stalla, carbonili et ancho la casa et capanna che è solito servire per tale
Edifitio a Brenna per anni tre [...]. Item li detti affittuari dover pagare tutte le massaritie che sono necessarie a detta
ferriera cioè li ferramenti a peso di stadera et gli altri [...?] salvo che le ruote, albori, ciocchi, mantaci et altri legniami et
questi s’intendino pigliarli e rendergli lavoranti e no altrimenti la stima [...]. Item le dette Rede et sua tutrice sieno
obbligati mantenere muraglie tetti e finestre [...]. Item le dette Rede sieno obblighati mantenere l’acqua al detto Defitio
talmente che possa lavorare del lor proprio senza pregiudizio di detti affittuari et lor possin lavorare.” (AVG, T. 69,
fasc. 13).
1610, novembre 19: Enea Saracini dà in affitto a Giovanta di Salustio Saracini la sua parte
della ferriera di Campo Starchi per tre anni (AVG, T. 69, fasc. 3).
1612, giugno 15: la ferriera di Campo Starchi è presa in affitto da Ascanio Venturi che, alle
stesse condizioni contrattuali, subentra a Giovanta di Salustio Saracini (AVG, T. 69, fasc. 13).
Dati archeo metallurgici
Min. trattato: ematite
Metallo prodotto: ferro
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Tipo di operazione: riduzione e forgiatura
Materiali presenti: minerale, scorie
Tipo di Scoria: tipo A e B
Media frgm.: max cm 5, min. cm 3
Campionatura: sono state campionate solo minime percentuali delle scorie presenti
Scoria Tipo a: Colore int: grigio scuro. Colore est.: grigio scuro. Magnetica: impercettibile.
Tapped: no. Weathering: rare ossidazioni ferrose superficiali. Struttura: superfici esterne inferiori
lisce, forma appiattita; in alcune superficie mammellonare e superficie superiore scabra. Porosità:
molto frequenti, piccolissime, circolari, distribuite uniformemente ovunque. Inclusioni: no;
Osservazioni: potrebbe trattarsi di scorie di forgia
Scoria Tipo b: Colore int.: marrone scuro ferruginoso. Colore est.: da grigio scuro a marrone
scuro ferruginoso. Magnetica: impercettibile. Tapped: no. Weathering: ossidazioni ferrose
superficiali, talvolta forti depositi di calcite e molte ossidazioni. Struttura: molto spugnosa sia
interna che esterna, irregolare, molte bollosità e porosità distribuite su tutta la superficie. Porosità:
frequentissime, di forma e dimensioni irregolari. Inclusioni: molte tracce di frammenti di carbone.
Osservazioni: probabili furnace-slags
Bibliografia: Dini, 1984, p. 98
Sito : 7
UT: 1
Località: Mulino del Tifo
Comune: Monticiano
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 II
coord.: 1.682.40/4.773.64
Quota slm: 234
Morfologia: pianura
Geologia: depositi alluvionali antichi, terrazzi alti
Acqua: torrente Farma
Condizioni del suolo: bosco e macchia
Uso del suolo: incolto
Visibilità: scarsissima
Descrizione Sito: stretta striscia di terreno pianeggiante nel fondovalle del Farma, delimitata a
S dal torrente ed a N dalla strada che unisce Iesa al podere Vignacci.
Descrizione UT: impianto molitorio del quale è stato possibile individuare la posizione
originaria, ma i cui resti conservati si limitano a lacerti di muro del tutto illeggibili e all’arco in
laterizi di uscita dell’acqua dal carceraio: sono situati tra la strada ed il torrente ed avvolti da
fittissima macchia. Nel catasto ottocentesco compare la raffigurazione del canale di alimentazione
del mulino: era lungo complessivamente circa 750 metri e seguiva un percorso quasi parallelo al
torrente prelevando acqua anche dal Fosso Riguardio, affluente del Farma. La presa d’acqua si
trovava su un breve tratto rettilineo del corso del torrente compreso tra due anse, in corrispondenza
del guado che la vecchia strada proveniente da Siena compiva per risalire verso il Belagaio; è da
notare che proprio in questa zona, ma al di là del Farma sul versante grossetano, si trovano i resti di
un altro opificio idraulico, quest’ultimo destinato alla lavorazione del ferro (Sito 22).
Definizione: mulino da macina.
Notizie storiche: il mulino è documentato col toponimo corrispondente a quello attuale
esclusivamente nel Catasto Toscano del 1821 e nella Carta Idrografica del 1893 ed è stato, secondo
notizie orali, travolto e distrutto da una piena del torrente Farma alcuni decenni fa. I resti materiali,
praticamente inesistenti, non offrono alcun appiglio per una datazione di questo edificio al periodo
medievale. Tuttavia le fonti scritte di XIII sec. documentano l’esistenza di un mulino sul Farma, in
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luogo designato col toponimo non più esistente di Pelago Mare, situato nelle vicinanze del Fosso
Riguardio, cioè in corrispondenza del luogo dove si trovava il Mulino del Tifo. Inoltre mi sembra da
sottolineare la particolare posizione del sito, posto proprio nei pressi dell’antica viabilità in
direzione della Maremma, a pochissima distanza dai ruderi di Renna e della ferriera del Belagaio, in
una zona in cui transitava anche una direttrice che, lungo il Farma, risaliva la valle da Petriolo fino a
Torniella3. Questi dati, insieme alla tendenza generale degli opifici idraulici a persistere nello stesso
luogo, consentono forse di ipotizzare una origine medievale di questo impianto molitorio e di
proporne l’identificazione col mulino di Pelago Mare descritto nelle fonti.
Periodo: dubbio (Medioevo ?)
Cron. iniziale: dubbia (metà XIII sec.?)
Cron. finale: XX sec.
Font i
Toponomastica nelle fonti: mulino di “Pelago Mare”
1243, marzo 24: Amadore figlio “domini Branceschi” in proprio e per suo fratello Onorato
dichiara di concedere a Paganello “domini Guidi de Monteciano et Vesconte domini Bernardini [...]
omnem ius et actiones et petitionem michi et dicto fratri meo competentia in quodam molendino
posito in Pelago mare et in resedio eiusì (KSG, II, cc. 12v-13).
1259, gennaio 22: Uguccione “domini Ranerii Codenacii”, tanto in proprio quanto
nell’interesse dei fratelli Pepone e Ugo, cede a Paganello Jamorde ogni diritto ed azione che aveva “in
stecchato et eius resedio rapediarterio (?) cuiusdam molendini positi in flumine Farme in loco qui dicitur Pelago Mare”
(KSG, II, cc. 79v-80).
1261, marzo 12: Donna Emilia, vedova di Paganello, e Jacomo suo figlio vendono a
Paganello figlio di Iammorde “duas partes et dimidiam de sex partibus unius molendini et resediis
positi in flumine Farme et Pelago di Mare cum rispareco et terra sicut est designatum ad viam de
Riguardo et vadit ad fuitum molendini domini Guglielmini de Gallo et Peti Ranerii et cum toto
legnamine quod fuerit necesse de inceps ad dictum molendinum” (KSG, II, c. 11r-v).
1261, aprile 11: “Vesconte domini Bernardini” vende a Paganello di Jammorde la “sextam partem pro
indiviso unius molendini positi in flumine Farme et Pelago di Mare” secondo confinazioni uguali a quelle del
documento precedente, “cum stecchatis et gora et fuitis et resedio et duccis et ferramentisì; vende inoltre dei
poderi nella zona, che confinano da un lato col Farma, da un lato con la curia di Renna, da un lato
con la curia del castello di Tocchi, da un lato con Monticiano (KSG, II, c. 12 r-v).
1304, novembre 18: Nerio di Giovanni di Monticiano, come procuratore del convento di S.
Galgano, dà in affitto per tre anni, per tre moggia e tre staia di grano all’anno, a Viuccio di
Giovanni della pieve di Corsano, dimorante a Belagaio, “unum molendinum aque cum una casetta
et uno sive jardino positum in curia de Moverbia in flumine Farme”. Il locatore promette di fornire
a Viuccio tutte le cose necessarie al funzionamento del mulino: “materias necessarias et opportunas
dare et consignare in dicto molendino item omnia et singula ferramenta opportuna dicto molendino,
aquam continuam a steccharia usque a copomgni (?) dicti molendini, omnibus et singulis sumptibus
et expensis dicte abbatie et conventus et si contingeret quod dicta steccharia dicti molendini prefati
propter pluviam vel fortunam temporis ledaret vel magagnaret unde dictus molendinus molere non
posset”, Viuccio avrebbe dovuto versare solo una parte dell’affitto di quell’anno (KSG, II, cc. 20r21r).
3
La viabilità esistente nel periodo medievale lungo il Farma è ben documentata da una
rubrica dello Statuto del Comune di Siena del 1309-1310 (Lisini, 1903, vol. II, p. 91): “Anco statuto
et ordinato è che li signori de le vie del comune di Siena sieno tenuti et debiano fare acconciare,
spianare et dirizare la via la quale è dal bagno a Petriuolo infino al castello di Castillione longo
Farma et da Iesa, et da Renna, et dal Belagaio, et da Bagnuolo, et da Tarsinata, et da l’altre
comunanze de la contrada, le quali usano la detta via”.
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1821: raffigurazione del piccolo edificio del mulino con la sua gora (Catasto Toscano,
Comunità di Monticiano, sez. M di Moverbia, part. 158-159).
1893: Numero d’ordine: 205. Canale che alimenta l’opificio: gorello (lung. m 800; dislivello
m 6,30). Modo di derivazione: steccaia di pali e fascine. Denominazione: Tifo o Farma. Uso:
molino da cereali. Caduta m 3,40. Portata in litri: max. 85; min. 7; ord. 29; non è continua. Durata
in mesi: max. 4; min. 4; ord. 4 (C. I. I., pp. 294-295).
Sito : 8
UT: 1
Località: S. Galgano
Comune: Chiusdino
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 III
coord.: 1.675.40/4.779.10
Quota slm: 290
Morfologia: pianura
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi
Acqua: fiume Merse
Condizioni del suolo: bosco
Uso del suolo: incolto
Visibilità: scarsa
Descrizione Sito: terreno pianeggiante, coperto da fitto bosco, collocato circa 750 m in linea
d’aria a S dell’antica abbazia di S. Galgano nella sottostante pianura fluviale, a poca distanza dal
Merse. è delimitato a N ed E da un campo incolto e a S da un fosso quasi privo di acqua che corre in
direzione O-E verso il fiume.
Descrizione UT: grandi accumuli di carbone, misto a scorie ed a piccoli frammenti di
minerale, distribuiti su un’area di circa m 50 per 50. La concentrazione maggiore consiste in un
cumulo alto ca. 3 m situato al centro dell’area; la ripulitura della sezione esposta di questo
accumulo non ha evidenziato una stratificazione orizzontale delle scorie, ma piuttosto la presenza
nella parte superiore della sezione stessa di una lente di terreno argilloso di colore grigio con
macchie rosse di argilla concotta. Sulla superficie di tutta l’area si riscontra la presenza di una
notevole quantità di frammenti di coppi e di laterizi (alcuni con evidenti tracce di arrostitura) e
poche pietre; non sono presenti strutture in elevato. La zona caratterizzata dalla presenza di scorie è
delimitata sul lato O da un fossato artificiale privo di acqua e quasi del tutto colmato all’estremità
N, che corre in direzione N-S e risulta pieno di scorie di grandi dimensioni; è da notare che tale
fossato, interrotto dallo stradello che immette nel campo, sembra continuare in linea retta in
direzione N per oltre 200 m lungo il limite del bosco: è ipotizzabile che si tratti di un canale
connesso con l’alimentazione di strutture produttive idrauliche.
Notizie storiche: gli accumuli di scorie e le concentrazioni di laterizi sono con tutta
probabilità da interpretarsi come i resti di una ferriera, che utilizzava l’energia idraulica, posseduta
dai monaci di S. Galgano lungo il fiume Merse. Poche sono le indicazioni delle fonti scritte
riguardanti l’attività siderurgica del monastero: sappiamo che i monaci acquistarono nel 1278 la
diciottesima parte di due mulini, una gualchiera ed una ferriera (Sito XVIII) sul Merse e che nel
1369 diedero in affitto due ferriere sullo stesso fiume a membri della famiglia Azzoni, che avevano
in questo periodo importanti interessi nella gestione degli impianti di Monticiano [v. Siti 1 (UT 1) e
4]. Non si hanno notizie successive sulla cessazione dell’attività siderurgica. Nel 1952 una parte
degli accumuli di scorie presenti sul sito furono asportati per essere rifusi.
Definizione: ferriera
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: XIII sec.?
Cron. finale: XIV sec.
Font i
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1369: “I monaci di San Galgano fecero un mandato di procura nella persona d’uno dei detti
monaci per agire interessi del monastero per il quale procuratore ratificò l’affitto di due ferriere
poste sopra la Merse che erano state affittate alli signori Azzoni.” (AVG, T. 102, p. 371, regesto di
originale oggi perduto), v. anche Sito XVIII.
1952, 16 Sett.: istanza di concessione per l’asportazione di scorie ferrifere. “La zona richiesta
in permesso di ricerca per scorie ferrifere in località Podere Alessandro ricade interamente nel
comune di Chiusdino e precisamente sulla riva sinistra del fiume Merse presso l’abbazia di S.
Galgano. Da alcuni saggi superficiali effettuati dai richiedenti è stato individuato un cumulo di
scorie ferrifere ricoperto da terreno boscoso, fra la sponda sinistra del fiume Merse e la strada
campestre che dalla casa colonica S. Margherita conduce al fiume suddetto [...]. Non è stato
possibile eseguire una precisa cubatura del deposito. Si presume tuttavia che la quantità di scorie
utilizzabili sia di circa 1000-1200 tonnellate. Il materiale che si trova immediatamente sotto il
terreno vegetale si presenta in pezzi minuti, bollosi e poco pesanti. Analisi eseguite [...] hanno
rilevato un contenuto di ferro inferiore al 50% [...]. Si ignora l’origine storica delle scorie in
questione e nelle vicinanze del cumulo non si sono notati avanzi di antiche fonderie”. Viene
accordato un permesso di un anno per l’asportazione di 500 tonnellate di scorie (C. M. GR., 47-213,
888).
Dati archeo metallurgici
Min. trattato: ematite
Metallo prodotto: ferro
Tipo di operazione: riduzione
Materiali presenti: minerale, materiale di fornace, scorie
tipi di Scoria: tipi A e B
Media frg.: max. 25 cm, min. 3 cm
Campionatura: sono state campionate minime percentuali di ciascun tipo individuabile sul
campo.
Scorie Tipo a: Colore int.: grigio piombo con iridescenze azzurre. Colore est.: grigio/nero.
Magnetica: impercettibile. Tapped: si. Weathering: depositi di calcite, ossidazioni ferrose
superficiali. Struttura: spugnosa, con distribuzione irregolare delle bollosità; superfici con tracce di
scorrimento superiori. Porosità: molto evidente, bollosità di varie dimensioni molto frequenti,
disposte in modo non uniforme, che denotano il raggiungimento di uno stato liquido accentuato
conseguente ad una alta temperatura. Inclusioni: scarsissime tracce di frammenti di carbone.
Scorie Tipo b: Colore int.: grigio piombo con iridescenze. Colore est.: grigio scuro.
Magnetica: no. Tapped: si. Weathering: alcuni frgm. presentano una patina esterna arrossata.
Struttura: scorie allo stato molto frammentario con struttura interna spugnosa ma molto più densa
rispetto al tipo A. Superfici esterne lisce, forma estremamente appiattita. Porosità: piccole, circolari, frequenti. Inclusioni:
no. Microscopia: matrice = fayalite; presenza di tracce bianche ramificate = wustite o magnetite, ma più probabilmente
wustite; piccole gocce iridescenti = acqua; tracce di minerale = ferro. Si tratta di una lavorazione
molto raffinata (free flowing), con buona composizione, buona temperatura, non attività di forgia
ma riduzione di ottima qualità.
Bibliografia: Enlart, 1891, pp. 230-231; Cucini-Paolucci, 1985, p. 448; Borracelli, c. s., p. 17.
Sito : 9
UT: 1
Località: Mulino delle Pile
Comune: Chiusdino
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 III
Quota slm: 328
Morfologia: pianura
coord.: 1.670.86/4.778.84
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Geologia: alluvioni antiche, terrazzi alti
Acqua: fiume Merse
Condizioni del suolo: area in parte fabbricata, in parte a bosco
Uso del suolo: incolto
Visibilità: scarsa
Descrizione Sito: vasta area pianeggiante delimitata sui lati N, E, N-O dall’ampia ansa che il
fiume Merse forma ai piedi del Poggio della Badia, e sul lato S-O dalla strada che conduce a
Luriano. Dista 2 Km in linea d’aria dal paese di Chiusdino.
Descrizione UT: grande edificio sormontato da una torre, in buono stato di conservazione ma
ampiamente rimaneggiato in tempi recentissimi, un tempo destinato alla macinazione del grano.
Notizie storiche: le prime notizie reperibili nelle fonti scritte, e riferibili con certezza a questo
opificio, risalgono alla seconda metà del XVI sec., ma la tipologia architettonica a torrione sembra
ricondurre all’ambito medievale. Alcuni mulini acquistò in questa zona l’abbazia di Serena nella
prima metà del XIII secolo (v. Sito XX), ma le indicazioni topografiche e toponomastiche dei
documenti sono vaghe e respingono nel campo della pura ipotesi ogni tentativo di identificazione di
una di tali strutture con l’edificio tuttora esistente. Nel XVI sec. il mulino apparteneva alla comunità
di Chiusdino che lo cedette forse all’abbazia di Serena quando vi giunsero i monaci vallombrosani.
L’impianto è rimasto in attività fino al nostro secolo; secondo i dati della Carta Idrografica del
1893, vi era ubicata anche una gualchiera.
Definizione: mulino da macina e gualchiera
Periodo: Medioevo ?, Età Moderna
Cron. iniziale: dubbia
Cron. finale: XX sec.
Font i
Toponomastica nelle fonti: “Molino di Chiusdino”, “Mulino delle Pile”
1580 ca.: pianta di una serie di terreni che si dipartono dal fiume Merse, probabilmente in riferimento ad alcune
proprietà devolute dalla comunità di Chiusdino alla Badia di Serena quando, nei secoli XVI e XVII, vi giunsero i
monaci vallombrosani. Vi compare in primo piano un mulino, facilmente identificabile con quello delle Pile, del quale si
riconoscono il corpo rettangolare allungato, la torre che lo sormonta, la gora di alimentazione ed una struttura simile ad
una chiusa con saracinesca nei pressi del punto di presa dell’acqua (QC, Piante, 205: cm 44,5 per 30,5, penna ed
acquarello su carta ).
Data imprecisata (sec. XVII?): raffigurazione che sembra riferirsi alla realizzazione di una
steccaia, atta a garantire una migliore alimentazione del mulino. L’autore, con un disegno curato e
chiarissimo nei particolari, ha cercato di evidenziare soprattutto le opere di derivazione e
sistemazione delle acque: sono ben visibili la steccaia, costruita con la tecnica a grossi pali infissi
nell’alveo, la gora con due punti di scolmo (uno in muratura), il bacino di raccolta dotato di canale
di scolmo verso N (con didascalia “cataratta”), l’edificio del mulino col corpo rettangolare, la torre sopraelevata,
tre archi in basso dai quali fuoriesce l’acqua per finire nel canale di rifiuto e tornare al fiume. Si
riscontra una perfetta corrispondenza del disegno con la topografia attuale (QC, Piante, 187: cm 40
per 23,5, penna ed acquarello su carta).
1676: “Molino della Comunità: serve questo fiume [Merse] a tenere andante un Molino della
Comunità oggi dato a linea a Michel Angelo Perrini per mog. 5 di grano et a tutte sue spese del
mantenimento della steccata posta in mezzo al fiume e costata di gran denaro alla Comunità, e
questo è stato il motivo dell’allinearlo. Serve questo molino non solamente per il bisogno di tutto il
paese, ma ancora a molte terre, e castelli, che ne hanno bisogno quando l’estate va asciutta. Vi era
di già poco lontano dal mulino un Ponte di sassi molti anni fa caduto né mai rifatto vedendosene
solo le vestigia.” (Gherardini, Visita, p. 107).
1893: Numero d’ordine: 207. Canale che alimenta l’opificio: gorello (lung. 750 m, dislivello
m 11). Modo di derivazione: steccaia di pali e fascine. Denominazione: Pile. Uso: molino da cereali
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e gualchiera. Caduta m 5,10. Portata in litri: max. 850; min. 400; ord. 550; è continua. Durata in
mesi: max. 3; min. 3; ord. 6. Osservazioni: portata costante per due macine, in inverno per tre; nei
mesi di siccità, per una macina (C. I. I., pp. 294-295).
Cara tteristi che idra uliche
Sbarramento: i resti della steccaia si trovano immediatamente adiacenti al ponte sul Merse
della strada che conduce a Luriano. Sono visibili 5 grossi pali presso la sponda destra e 2 presso la
sinistra, profondamente infissi nell’alveo del fiume e sporgenti in altezza per circa 1 metro. La parte
centrale, così come l’armatura di sassi e fascine trasversali, è andata perduta.
Presa d’acqua: non visibile perché del tutto interrata
Canale di alimentazione: gora a cielo aperto ancora individuabile nel suo percorso anche se
colmata in diversi punti; costeggia con andamento rettilineo per ca. 700 m la strada di accesso al
mulino.
Edificio: di grandi dimensioni, costituito da un corpo rettangolare allungato sormontato da
una torre quadrangolare. Attualmente è visibile solo a distanza perché completamente recintato in
quanto adibito a set per la realizzazione di spots pubblicitari. è stato interamente dipinto di bianco e
rimaneggiato con l’aggiunta sull’esterno del lato E di una falsa ruota verticale in legno.
Ruote: si trattava di tre ruote orizzontali
Canale di rifiuto: corre in direzione E-O per circa 50 metri.
Bibliografia: Vichi, 1990, pp. 79, 96
Sito : 10
UT: 1
Località: Il Mulinaccio
Comune: Monticiano
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 III
coord.: 1.676.52/4.781.40
Quota slm: 271
Morfologia: pianura
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi
Acqua: fiume Merse
Condizioni del suolo: area in parte edificata e pascolo
Uso del suolo: incolto
Visibilità: discreta
Descrizione Sito: vasta area pianeggiante lungo il fiume Merse, distante in linea d’aria circa 2 Km dall’abbazia di
S. Galgano e 3 Km da Monticiano, delimitata ad E, N ed O dal fiume stesso ed a S dalle prime pendici delle colline
che risalgono verso il paese.
Descrizione UT: impianto molitorio distrutto; l’area su cui sorgeva è stata completamente
sconvolta dall’edificazione, in epoca contemporanea, di un grande fabbricato ospitante varie attività
artigianali. Dell’antico edificio non rimane quindi alcuna traccia, ma si sono conservati il toponimo
ed anche il sistema di alimentazione del mulino mediante un canale, ancor oggi denominato Le
Gore, che corre in direzione SO-NE dal fiume Merse fino all’area attualmente edificata per poi
proseguire in linea retta, come canale di rifiuto, sboccando di nuovo nel Merse.
Notizie storiche: impianto molitorio di proprietà dell’abbazia di S. Galgano, il più antico di
cui si abbia notizia. La prima menzione, infatti, risale al 1216, e si trova in un atto di concessione
del vescovo di Volterra ai monaci cistercensi riguardante lo sfruttamento idraulico nella zona: in
questo atto l’impianto è gia definito vetus, con probabile riferimento al fatto che fu il primo mulino
di proprietà dell’abbazia. Metà di questo impianto (di cui si parla al plurale come di molendina) fu
poi venduta dall’abbazia ad un gruppo di privati nel 1223; da questa vendita derivò una lunga lite, i
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cui termini non sono del tutto chiari, che si protrasse fino al 1249, e che vide l’autorità pubblica
schierarsi dalla parte del monastero. Alla fine del XV sec. i monaci concessero ai Venturi di
utilizzare l’acqua che fuoriusciva dal mulino per un loro impianto di forgia (vedi UT 2): da questo
momento in poi la struttura viene indicata col toponimo attuale di “Mulinaccio”. Ancora una
menzione si riscontra in alcune carte riguardanti una lite coi Venturi del 1677. Secondo notizie orali
il mulino è rimasto in attività fino al nostro secolo ed è stato distrutto da un incendio.
Definizione: mulino da macina e gualchiera
Periodo: Medioevo ed Età Moderna
Cron. iniziale: inizi XIII sec.
Cron. finale: inizi XX sec.
Font i
Toponomastica nelle fonti: “Molendinum vetus Sancti Galgani”, “Molinaccio”
1216, giugno 30: si tratta della concessione all’abbazia di S.Galgano, da parte del vescovo di
Volterra Pagano Pannocchieschi, di alcuni privilegi riguardanti la possibilità di derivare acqua per
alimentare mulini ed inoltre del possesso di terreni boscosi; nel descriverne i confini si specifica che
“a parte orientali est planities montis qui dicitur Seppi ad pedes cuius montis ab orientali parte est
situm suprascriptum molendinum vetus Sancti Galgani cum planitie sibi pertinenti” (KSG, I, c. 329
r-v)
1221, agosto 24: cessione al monastero di S. Galgano, da parte di alcuni privati, della quarta
parte dei “boski de Casalina pro indiviso et insulam positam ad molendinum veterum et petiam
unam terre positam iuxta ipsum molendinum similiter. Confines ipsius petie terre hii sunt a primo
latere Vitali Baronci de subtus abbatie Sancti Galgani de super flumen Merse; confines insule
molendini veteris hii sunt a primo latere Gerardus Rubeus de subtus Petro ab alio latere steccaiam
molendini et ex aliis lateribus similiter Sancti Galgani” (KSG, I, cc. 305v-306 r).
1223, agosto 1: Giovanni abate di S. Galgano, col consenso dei monaci, vende a
Mangiavacca di Gherardo Rossi, Uliviero Guaschi, Ventura di Orlando medico, Novellino Gherardi
del Belagaio, Bencivenne Gherardi del Tasso, Paganello Corti, Azzolino Nastasi, Palmiero
Paganucci, Parapaldo Affricini, Aldobrandino Guidi, Lucchese Rigucci, Romeo Rustichelli
mercante, “medietatem pro indiviso molendinorum positorum in Mersa in loco qui dicitur Molendinum Vetusì con
tutte le loro pertinenze “videlicet fuiti, gore, stecchati, macinarum, ferramentorum et edificii et supelletilium que
sunt in domibus dictorum molendinorum quibus molendinis ex omnibus partibus est monasterii predicti”, al
prezzo di 500 den. senesi (KSG, II, c. 65r).
1223, agosto 1: convenzioni stabilite tra l’abate di S. Galgano e gli acquirenti del mulino.
L’abate promette loro che “si necessarium fuerit vel utile molendina dicta removeri de loco ubi
nunc sunt et expedierit ipsa constitui alibi, ad eorum constructionem et edificationem concedam de
terra monasterii predicti que est circa Mersam a capite camporio Doli usque ad molendina heremitarum
quondam, que sufficiat pro molendinis construendis ubicumque intra hos fines magis expedierit ea construi”; in
questo terreno l’abate si riserva di poter in seguito costruire altri mulini o restaurare i preesistenti
mulini degli Eremitani. L’abate promette inoltre di anticipare metà delle spese necessarie per queste
costruzioni, e che farà trasportare con buoi e bufali del monastero la legna grossa necessaria per il
mulino. Mangiavacca e gli altri mercanti acquirenti promettono di far portare senza interruzione né
frode salme di frumento a macinare al mulino e non portarle a macinare in altro luogo. Nel caso in
cui per qualche motivo questo impianto non potesse macinare, gli acquirenti si impegnano a portare
il grano nei mulini del Piano di Campora (KSG, II, cc. 65 v-66v).
1249, novembre 17: in seguito alla lite tra gli acquirenti di una parte dei mulini e il
monastero, a causa della quale il monastero si era rivolto anche al podestà di Siena, il rettore del
castello di Monticiano, Falcone Signorucoli, dovette intervenire e, non volendo avere problemi col
monastero, sciolse gli acquirenti dal contratto stipulato, lo revocò e promise a Ugone, cellerario del
monastero, di non permettere più che i soci andassero a macinare l” per tutto il tempo del suo
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mandato; assicurò infine ad Ugone che avrebbe mantenuto indenne il monastero, sotto pena di 25
libbre di denari senesi per ogni volta che si fosse venuti meno alla promessa (KSG, II, cc. 65 v66v).
1249, novembre 19: frate Vivolo, “sindicusì del convento, rivolge una petizione a Bernardino
Foschi, podestà di Siena, chiedendo di far “relaxare preceptum et prohibitionem quod fecit dictum
comune sive dictus rector pro comuni hominibus de Monticiano et maxime Bonamico Romei,
Venture Gerardi, Novellino et Parapaldo et Venture Baronis, Adote Mangiavacche, Guidoni
Luchesi, merchatoribus de Monticiano aut Benencase procuratori eorum pro eis, quod bladam et
salmas frumenti non deferant ad molendina dicti monasteri molendi causa adque dictam bladam ad
molendum deferre tenebantur ex contractu inhabito inter eos vel eorum antecessores et monasterium
supradictum propter quem preceptum et prohibitionem molendina dicta impediuntur molere et quasi
non lucrantur unde dictum monasterium dampna gravia sustinuit et substinet”. Il podestà di Siena
stabil” allora che “salvo iure mutandi et dictam querelam et dampna extimo 100 librarum
denariorum. Quibus comuni et universitate et Rectore iam dictis legiptime citatis et perentorie
requisitis et non venientibus per se vel per legiptimum responsalem pronuntiamus dictum sindicum
nomine dicto monasterio fore mictendum in possessionem bonorum dicti comunis pro mensura
extimationis iam dicte” (KSG, II, cc. 68v-69r).
1249, novembre 24: in seguito alla sentenza del podestà di Siena, il suo nunzio Restauro di
Pietro “dedit tenutam et introduxit [...] donnum Matheum pisanum monachum et sindicum
monasterii S. Galgani recipientem et stipulantem nomine dicti monasteri de parte comunis de
Monticiano de domo molendini Ripetrosi positi in flumine Merse contra dictum comune de
Monticiano 100 librarum denariorum senensium minutorum pro sententia contra dictum comune”
(KSG, II, c. 69v).
1677: varie carte riguardanti una lite sorta tra i Venturi e l’abate di S. Galgano a proposito del
possesso di alcuni terreni nei pressi della confluenza del Fosso Gallessa nel Merse; si documenta
l’avvenuto cambiamento del corso del fiume e si fornisce una pianta della zona controversa nella
quale sono raffigurati anche il “Mulinaccio” ed “i vestigi del ponte rotto della Merse”4 (AVG, T. 41,
fasc. 9).
1821: raffigurazione del sito del “Molinaccio” col suo sistema di alimentazione (Catasto
Toscano, Comunità di Monticiano, sez. U di Canonica).
1893: Numero d’ordine: 208. Canale che alimenta l’opificio: gorello (lung. m 2000; dislivello
m 16). Modo di derivazione: steccaia di pali e fascine. Denominazione: Molinaccio. Uso: molino da
cereali e gualchiera. Caduta m 4,90. Portata in litri: max. 850; min. 400; ord. 550; è continua.
Durata in mesi: max. 3; min. 3; ord. 6. Osservazioni: portata costante per due macine, in inverno per
tre; nei mesi di siccità, per una macina (C. I. I., pp. 294-295).
Cara tteristi che idra uliche
Sbarramento: non ne rimane alcuna traccia visibile, ma in prossimità della presa si nota che il
livello dell’acqua è molto più profondo e l’alveo più stretto di quanto non avvenga immediatamente
a valle. Probabilmente si trattava della tipica struttura a pali verticali infissi profondamente nel letto
del fiume e non di uno sbarramento più robusto con parti in muratura.
Presa d’acqua: è stato possibile individuarne le tracce, attualmente quasi del tutto interrate,
circa 1 Km a S-O del sito del mulino, esattamente nella posizione indicata dalla mappa del Catasto
Toscano. Si tratta dei resti di due murature parallele, che formavano una imboccatura larga 2 m,
4
La costruzione di questo ponte è documentata dal Costituto del Comune di Siena del 13091310 (cfr. Lisini, 1903, vol. 2, p. 133), che vi dedica una rubrica specifica nella quale si stabilisce
“che nel fiume de la Mersa sopra lo passo, el quale si fa da Monticiano verso Sancto Galgano, nel
quale passo già molti huomini periro, si faccia et fare si debia uno ponte a l’expese de’comuni de la
contrada”.
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profondamente rimaneggiate in epoca recente con aggiunta di parti in cemento, di una saracinesca e di
meccanismi in ferro.
Canale di alimentazione: canale che corre su un letto pensile con argini di terra sopraelevati
in alcuni tratti di circa 2 m rispetto al livello del terreno circostante. è nel complesso ben
conservato, anche se privo di acqua e in parte colmato, e se ne può seguire il percorso con facilità.
Allo stato attuale è largo 1 m e profondo 80 cm. Circa a metà del percorso si trova una struttura di
scarico delle acque eccedenti, che consiste in una muratura in pietra e laterizi dotata di saracinesca
in legno.
Bacino di raccolta: non ne resta traccia poiché il terreno in questo punto è stato del tutto livellato per la
costruzione dei fabbricati attuali; è ben visibile nelle mappa del Catasto Toscano un bottaccio piuttosto ampio con la
tipica forma triangolare allungata.
Edificio: distrutto da un incendio agli inizi del nostro secolo, è stato soppiantato dall’edificio
attuale, che mantiene però la stessa posizione e lo stesso orientamento N-S di quello originale. Dalla
mappa del Catasto Toscano si ricava che doveva trattarsi di un edificio imponente, di ampiezza
anche maggiore di quella dei grandi mulini ancora esistenti nella zona di Orgia e Brenna (Siti 15,
16, 17).
Ruote: in base a testimonianze orali di anziani della zona, si ricava con certezza che
l’impianto era dotato di ruote orizzontali; probabilmente, vista la grandezza della struttura e la sua
importanza, il mulino constava di diversi palmenti.
Canale di rifiuto: ancora ben visibile il canale scavato nel terreno con sez. a V e pareti molto
inclinate; è largo 5 m al livello del terreno e 2 m sul fondo, profondo 2 m e lungo complessivamente
m 250. Attualmente vi scorre ancora dell’acqua, che però non proviene più dalla gora, ma dai campi
situati a monte tramite una canalizzazione che passa sotto la strada.
Altri canali: un canale secondario, ancora visibile, si dipartiva dal bottaccio in direzione S-E
e, dopo aver compiuto un angolo retto, confluiva di nuovo nel rifiuto.
Bibliografia: Canestrelli, 1896, p. 109; Barlucchi, 1991, p. 91.
Sito : 10
UT: 2
Località: Il Mulinaccio
Comune: Monticiano
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 III
coord.: 1.676.54/4.781.46
Quota slm: 271
Morfologia: pianura
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi
Acqua: fiume Merse
Condizioni del suolo: arato
Uso del suolo: coltivazioni foraggere
Visibilità: buona
Descrizione Sito: vedi UT 1
Descrizione UT: spargimento di scorie ferrifere distribuite su una superficie di circa 200 mq
in un campo posto immediatamente a N-E dell’edificio denominato Mulinaccio, in prossimità del
canale di rifiuto dell’antico mulino di proprietà dell’abbazia di S. Galgano (UT 1). Sono presenti
anche frammenti di ematite elbana, laterizi ed alcuni frgg. di ceramica (invetriata, 1 frg. di maiolica
arcaica, 1 frg. di graffita arcaica della metà del Quattrocento); inol tre un pezzo di argill a
concotta int erpretab ile come un frammento di una struttura p roduttiv a. Non v i è alcu n
rest o di murature in elevato . è poss ibile proporre u na interpretazio ne come resti di un
impi anto per la lavo razione del ferro (riduzione?) d atabile fine XIV-ini zi XV secolo.
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Notizie storiche: secondo le indicazioni topografiche fornite dalla documentazione scritta, in
questo luogo Antonio e Mariano Venturi fecero costruire una forgia idraulica da ferro alla fine del
XV secolo. La datazione ricavabile dai reperti ceramici rinvenuti, tuttavia, sembrerebbe retrodatare
l’attività siderurgica nel luogo di circa un secolo: non è escluso che in tutta questa zona si svolgesse
già da tempo la lavorazione del ferro (cfr. anche UT 3), forse in relazione con l’attività del
monastero di S. Galgano, che possedeva tra l’altro il contiguo impianto molitorio (UT 1).
L’impianto costruito dai Venturi, che nel 1567 risulta già inattiv o da 45 anni, vi ene acqu istato
da Scipione Ventu ri in previsione di un ripristin o dell’attività, evident emente mai
avvenuto, vi sto che nel 1579 viene o rmai definito semplicemente “chasa”.
Definizione: impianto per lavorazione del ferro (riduzione?) e distendino.
Periodo: Medioevo, Età Moderna
Cron. iniziale: fine XIV-inizi XV sec.
Cron. finale: seconda metà XVI sec.
Font i
Toponomastica nelle fonti: “Distendino/ Battiferro di S. Galgano”
Epoca imprecisata (dal contesto si deduce un riferimento alla fine del XV sec.): “Mariano et
Antonio Venturi fecero fare un battiferro o distendino nell’abbadia di S. Galgano presso al mulino,
hoggi detto il Mulinaccio, quale tornò in parte alli figli di Antonio et essi lo donarono a Agnolo
Venturi.” (AVG, T. 40, fasc. 4, regesto di documenti perduti).
1567: “Battiferro da distendare il ferro da fare chiodi quale avevamo già nella parte di Santo
Galgano presso al loro mulino della Mersa presso alla ghiesa per via era in comunione co e figli di
Antonio Venturi nostri gugini e nella divisione facemo fra loro e noi l’ano 1537 [...]. Questo
distendino overo battiferro lo fenno fare Antonio Venturi e Mariano nostro padre e c’era compagnia
con certi fiorentini delli Squarcialupi con certe convenzioni fra loro”. Questa struttura, dopo un
abbandono di 45 anni, nell’anno in cui si scrive è stata ricomprata da Scipione Venturi, fratello di
Agnolo, in previsione di riprendere il lavoro; si specifica che il distendino funzionava per licenza dei
monaci di S. Galgano col patto di ricevere l’acqua dal loro mulino in cambio del pagamento di un certo quantitativo di
cera all’anno (AVG, T. 4,p. 25).
1579, aprile 2: Scipione Venturi dà in affitto a Nicolò Sergardi una sua “chasa” presso
l’abbazia di S. Galgano che era stata costruita dai suoi antenati “per servizio di distendere il ferro da
fare chiodi che pigliava l’acqua quando usciva dal molino di S. Galgano api’ il convento.” (AVG,
T. 31, fasc. 31).
Dati archeo metallurgici
Min. trattato: ematite
Metallo prodotto: ferro
Tipo di operazione: riduzione?, forgiatura?
Materiali presenti: minerale, scorie, frammento di forno (?)
Tipo di Scoria: tipi A e B
Media frg.: max. 8 cm, min. 3 cm
Campionatura: sono state raccolte tutte le scorie presenti in superficie
Scoria Tipo a: Colore int.: grigio piombo con iridescenze, venature color ruggine per
ossidazione. Colore est.: grigio scuro e marrone scuro. Magnetica: no. Tapped: si. Weathering:
notevoli depositi di calcite, ossidazioni ferrose superficiali. Struttura: molto spugnosa, irregolare
distribuzione delle porosità. Sporadiche tracce di tapping, in alcune sembra quasi assente. Porosità:
molto frequenti, medio-piccole, di forma irregolare. Inclusioni: molte tracce di frgm. di carbone.
Scoria Tipo b: Colore int.: grigio scuro. Colore est.: grigio scuro lucido. Magnetica: no.
Tapped: no. Weathering: depositi di calcite, ossidazioni ferrose superficiali. Struttura: superficie
inferiore piuttosto compatta, presenza di bollosità ma non spugnosa. Porosità: circolari, medio-
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piccole, non molto frequenti. Inclusioni: piccolo frgm. di quarzo.
Bibliografia: Giovagnoli, 1992, pp. 12-13 e nota 37
Sito : 10
UT: 3
Località: Le Gore
Comune: Monticiano
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 III
coord.: 1.676.22/4.781.10
Quota slm: 271
Morfologia: pianura
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi
Acqua: fiume Merse
Condizioni del suolo: vegetazione erbacea
Uso del suolo: pascolo
Visibilità: nulla
Descrizione Sito: v. UT 1
Descrizione UT: area pianeggiante nella quale viene segnalata la presenza di scorie ferrifere
in una istanza di concessione per sfruttamento minerario dell’anno 1952 (C. M. GR., 47/217, 917, 7
Ottobre 1952). La richiesta specifica che la zona in questione “’ ubicata a circa Km 3 a N-NO
dell’abitato di Monticiano, tra la strada statale Senese-Aretina ed il torrente Merse. Su terreno
agricolo pianeggiante senza alberi, coltivato a grano, circa m 200 a S-SO della casa ‘il Mulinaccioè
si riscontra un certo quantitativo di scorie ferrifere distribuito su circa mq 300 [...]. Scorie ferrifere
costituite da ciottoli di minerale più o meno ridotto dal fuoco, con presenza anche di oligisto,
magnetite ecc. Lo spessore del deposito è al massimo di cm 50-70. Si calcola di poter ricavare un
totale di 400-500 quintali di scorie con tenore di ferro dal 40% al 50% [...]. è difficile stabilire
l’origine di tali scorie”. Attualmente l’area descritta non è più coltivata ma adibita a pascolo e
recintata: a causa della vegetazione erbacea la visibilità è del tutto annullata e non è quindi possibile
verificare la presenza o meno delle scorie descritte dalla fonte.
Notizie storiche: -
Definizione: area di lavorazione del ferro
Periodo: dubbio
Cron. iniziale: dubbia
Cron. finale: dubbia
Sito : 11
UT: 1
Località: Defizio
Comune: Chiusdino
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 12O II
coord.: 1.680.30/4.781.80
Quota slm: 227
Morfologia: pianura
Geologia: depositi alluvionali antichi, terrazzi alti
Acqua: fiume Merse
Condizioni del suolo: bosco, macchia, vegetazione erbacea
Uso del suolo: incolto
Visibilità: scarsissima
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Descrizione Sito: area pianeggiante di forma triangolare allungata, delimitata ad E dalla
sponda sinistra del fiume Merse, ad O dalle pendici scoscese del Masso degli Zingari e del Poggio
Romitello. Il sito si trova in una zona piuttosto selvaggia, non abitata, priva di viabilità. è
raggiungibile, dalla località Casa Vecchia, con un difficile cammino attraverso i boschi oppure, dal
Podere Mallecchi, con un sentiero parallelo al Merse e poi passando a guado il fiume. L’area che, a
differenza della zona circostante, si presenta priva di vegetazione ad alto fusto, doveva essere in
passato disboscata e probabilmente coltivata.
Descrizione UT: in questa località viene segnalata la presenza di accumuli di scorie ferrifere
in una istanza di concessione per sfruttamento minerario dell’anno 1952 (C. M. GR., 47/218, 907;
10 Nov. 1952). La domanda specifica che “la zona richiesta in permesso è stata controllata sulla
carta topografica e sul terreno e si è riscontrato che i cumuli di scorie da asportare ricadevano circa
200 m a N della zona richiesta, in località Podere Defizio [...]. Il cumulo accertato di scorie si
estende su un’area rettangolare di m 25 per 15 ed i limiti sono stati accertati con piccoli scavi.
Accettando come altezza media del cumulo il valore di m 1,20 ne risulta un cubaggio di 400 m cubi
di scorie miste a terra per un tonnellaggio complessivo probabile di circa 300 tonnellate. Circa 20 m
ad O di questo cumulo ne esiste un altro, meno visibile perché spianato e ricoperto di terra vegetale,
ma che è stato individuato con alcuni piccoli scavi. La consistenza di questo secondo cumulo non si
è potuta valutare neanche in via approssimativa [...]. I cumuli di scorie in località Podere Defizio
sono ubicati vicino ad una antica fonderia, di epoca etrusca, di cui rimangono tracce di muri in
pietrame [...]. Dalla visita dell’area richiesta è risultato che nel versante E della collina Masso degli
Zingari esistono le tracce di vecchi lavori minerari ed esattamente l’imbocco di due vecchie gallerie
ormai franate e ricoperte da fitta boscaglia. Si suppone che con questi lavori si coltivò un
giacimento di minerali di ferro, ematite e magnetite, che poi venivano fusi nel vicino forno”. Due
successive ricognizioni effettuate sul luogo e la ripulitura del terreno dalla vegetazione, non hanno
dato alcun risultato: non si è riscontrata traccia delle scorie descritte dalla fonte né dei resti di alcun
edificio. Anche le gallerie citate dall’istanza di concessione non sono state individuate.
Notizie storiche: il toponimo “Defizio”, che ancor oggi contraddistingue la località in
questione, è già di per se stesso molto interessante, in quanto con tale specifico termine (nelle sue
varianti “hedifitium”, “defitium”, “deficio”, “edifizio” ecc.) nella documentazione medievale si
designano spesso le strutture destinate alla lavorazione del ferro ed in particolare quelle che
facevano uso dell’energia idraulica. Tale dato, associato alle particolareggiate indicazioni fornite
dall’istanza di concessione mineraria, porta con buona certezza ad ipotizzare la presenza nel sito di
una ferriera idraulica di epoca medievale. Il fatto che attualmente non vi siano più tracce di scorie o
di strutture murarie è spiegabile con l’asportazione totale degli accumuli negli anni ‘50 del nostro
secolo.
Definizione: ferriera ?
Periodo: Medioevo?
Cron. iniziale: dubbia
Cron. finale: dubbia
Sito : 12
UT: 1
Località: Bagni di Petriolo
Comune: Monticiano
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 II
coord.: 1.687.14/4.772.20
Quota slm: 157
Morfologia: pianura di fondovalle
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi alti
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Acqua: torrente Farma
Condizioni del suolo: bosco
Uso del suolo: incolto
Visibilità: discreta
Descrizione Sito: angusta striscia pianeggiante sul fondovalle del Farma, che scorre in questa
zona profondamente incassato fra alte colline coperte di bosco ed in questo punto forma un bacino
largo e piuttosto profondo. Il sito si trova circa 150 m a S-O dei ruderi delle terme medievali di
Petriolo ed è raggiungibile con un sentiero lungo il Farma.
Descrizione UT: il mulino, noto esclusivamente dalle fonti scritte, è stato completamente
distrutto dalla costruzione del grande ponte sul Farma della S. S. 223 Siena-Grosseto. Rimangono
poche tracce di murature.
Notizie storiche: sappiamo che nella seconda metà del XIV sec. l’Ospedale di S. Maria della
Scala aveva degli interessi in un mulino ubicato presso i bagni di Petriolo; nel 1380, infatti, ne
vendette la metà. Non è possibile stabilire se potesse trattarsi dello stesso impianto documentato
ancora nel Catasto del 1821 e nella Carta Idrografica del 1823. Non se ne hanno altre notizie.
Periodo: dubbio
Cron. iniziale: dubbia (metà XIV sec.?)
Cron. finale: XIX sec.
Font i
Toponomastica nelle fonti: mulino di Petriolo
1821: raffigurazione del “molino”, col “gorello” e la “gora” (Catasto Toscano, Comunità di
Monticiano, sez. H di Petriolo, part. 101 e 102).
1893: Numero d’ordine: 206. Canale che alimenta l’opificio: gorello (lung. m 800; dislivello
m 6,50). Modo di derivazione: steccaia di pali e fascine. Denominazione: Petriolo. Uso: molino da
cereali. Caduta m 3,70. Portata in litri: max. 90; min. 7; ord. 31; non è continua. Durata in mesi:
max. 4; min. 4; ord. 4 (C. I. I., pp.294-295).
Cara tteristi che idra uliche
Canale di alimentazione: dalla mappa del Catasto Leopoldino risulta costeggiare il torrente
per ca. 700 metri; attualmente sono visibili le tracce del tratto terminale del canale, circa 50 m,
quasi totalmente interrato. In un punto in prossimità del viadotto si osserva un tratto di muro,
probabilmente di sostegno alla gora lungo la sponda del torrente; si tratta di una muratura in pietre di pezzame
molto irregolare con presenza di alcuni conci più grandi squadrati e zeppe in laterizio, conservata in
lunghezza per 6 m ed in altezza per 2 m, con fondazione sulla roccia della riva del Farma.
Bacino di raccolta: attualmente non più visibile, dalla mappa catastale risulta di piccole
dimensioni e forma molto allungata.
Edificio: nel punto in cui è raffigurato dal catasto Leopoldino si riscontrano tratti di murature
in laterizi e pietre molto irregolari. Dalla mappa si ricava che si trattava di un edificio piuttosto
piccolo.
Ruote: vista la conformazione del terreno, doveva trattarsi di un mulino a ruota orizzontale,
probabilmente ad un solo palmento.
Bibliografia: Epstein, 1986, p. 89
Sito : 13
UT: 1
Località: Mulino Ornate
Comune: Monticiano
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 II
coord.: 1.686.82/4.777.04
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Quota slm: 158
Morfologia: versante collinare
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi
Acqua: fosso Ornate
Condizioni del suolo: vegetazione erbacea
Uso del suolo: pascolo e incolto
Visibilità: discreta
Descrizione Sito: terreno lievemente digradante in direzione E lungo la sponda sinistra del
fosso Ornate a poca distanza dalla sua confluenza nel Merse. In questo punto transitava anche la
vecchia strada grossetana che attraversava l’Ornate per mezzo di un ponte ora crollato.
Descrizione UT: impianto molitorio distrutto, ridotto ad un ammasso di grandi pietre
squadrate, unico resto dell’edificio. Né gora né bottaccio sono più visibili: secondo la mappa
catastale la gora era lunga ca. 600 m e seguiva con andamento sinuoso il corso dell’Ornate. Le
dimensioni non sono precisabili: dalla mappa catastale e da notizie orali si ricava che doveva
trattarsi di un impianto piccolo, con poca autonomia di macinazione a causa della scarsità
dell’acqua.
Notizie storiche: un mulino esistente su questo corso d’acqua è registrato nella Tavola delle
Possessioni del 1320; non se ne hanno notizie successive fino alla registrazione nel Catasto del
1821 e nella Carta Idrografica del 1893; è stato completamente distrutto dalla costruzione di un
viadotto della S. S. 223 Siena-Grosseto. Secondo notizie orali l’impianto, a ruota orizzontale, non
macinava cereali ma castagne, come molti altri impianti impianti di tale tipo in questa zona
dall’economia povera. Era già in rovina al momento della distruzione.
Definizione: mulino da macina
Periodo: dubbio (Medioevo?)
Cron. iniziale: dubbia (XIV sec.?)
Cron. finale: anni ‘50 del nostro secolo
Font i
Toponomastica nelle fonti: mulino “in flume de l’Ornate”, mulino “Ornato”
1320: nella Tavola si registra la metà di un mulino “in flume de l’Ornate”, con “domusì e
palmenti (Estimo, 74, c. 305 v.).
1821: raffigurazione del mulino col suo “gorello” che costeggia l’Ornate (Catasto Toscano,
Comunità di Monticiano, sez. E di Castel di Tocchi, part. 28).
1893: Numero d’ordine: 204. Canale che alimenta l’opificio: gorello (lung. m 700; dislivello m
9,80). Modo di derivazione: steccaia di pali e fascine. Denominazione: Ornato. Uso: molino da cereali. Caduta m 6,90.
Portata in litri: max. 95; min. 7; ord. 32; non è continua. Durata in mesi: max. 4; min. 4; ord. 4 (C. I. I., pp. 294-295).
Sito : 14
UT: 1
Località: Mulino di Mugnone
Comune: Sovicille
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 I
coord.: 1.684.66/4.785.62
Quota slm: 175
Morfologia: pianura
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi
Acqua: fiume Merse
Condizioni del suolo: vegetazione erbacea
Uso del suolo: coltivazioni foraggere
©1997 Edizioni All’Insegna del Giglio s.a.s., vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale
Visibilità: buona
Descrizione Sito: campo pianeggiante situato nella pianura ai piedi del Poggio Pescille,
distante in linea d’aria dal paese di Orgia circa Km 1,5; confina ad E con la sponda sinistra del
fiume Merse ed è facilmente raggiungibile dalla strada in direzione Cerreto a Merse.
Descrizione UT: grande edificio, costituito da vari corpi di fabbrica giustapposti, abbandonato
ed in rovina, situato a pochissima distanza dal fiume.
Notizie storiche: il mulino di Mugnone compare per la prima volta nelle fonti scritte nel 1237,
quando due privati donano all’Ospedale di S. Maria della Scala 3/8 dell’impianto. Seguono acquisti
da parte dell’Ospedale o donazioni allo stesso nel 1240 e 1248, un contratto di affitto nel 1272,
l’appropriazione da parte dell’Ospedale di parti del mulino in seguito al mancato pagamento di
debiti contratti da alcuni comproprietari nel 1274 e 1275, infine altri acquisti di quote-parti nel
1281, 1284, 1286 (Putrino, 1993-1994, pp. 82-89); da documenti del 1275 e 1277 sappiamo che vi
avevano alcuni interessi anche membri della famiglie Incontri e Tolomei. Il mulino era diviso in
parti fino ad 1/32. All’inizio del XIV sec. l’Ospedale stipulò vari contratti per locare in affitto il
mulino, in uno dei quali, del 1313, si prevede la costruzione di due pile per gualcare i panni
(Putrino, 1993-1994, p. 89). Successivamente non se ne hanno altre notizie nella documentazione
scritta fino alla registrazione di un mulino così chiamato nel Catasto del 1820. L’impianto è rimasto
in attività fino alla Seconda Guerra Mondiale.
Definizione: mulino da macina, poi anche gualchiera
Periodo: Medioevo ed Età Moderna
Cron. iniziale: metà XIII sec.
Cron. finale: prima metà XIX sec.
Font i
Toponomastica nelle fonti: mulino di “Mugnone”/”Mugnoncino”
1237: il giudice Bonagrazia figlio di Iacomo e Bonincontro di Ruggero Guazzetti, per
rimedio ai loro peccati, donano a Cacciaconte rettore dell’Ospedale di S. Maria “integram nostram
partem videlicet de octo partibus tres partes pro indiviso molendini de Mugnone” (Ospedale, 71, cc.
317v-318r).
1275, settembre 4: Roffredo di Bramanzone per un totale di lire 3200 vende ad Andrea del fu
Cristofano Tolomei una gran quantità di terre confinanti col fiume Merse ed inoltre la sua parte del
mulino detto del Mugnoncino. Di seguito, ma nell’anno 1277, Boncambio di Bramanzone di Incontro
vende allo stesso Andrea varie case e terre nei pressi del Merse e la sesta parte del mulino di
Mugnoncino (DT).
1277, novembre 8: Boncambio di Bramanzone di Incontro vende ad Andrea del fu Cristofano
Tolomei varie case e terre presso il Merse e la trentaduesima parte del mulino di Mugnone (DT).
1825: la mappa raffigura un “mulino da cereali” denominato Mulino di Mugnone che riceve
acqua non dal Merse, dal quale pure si trova a pochissima distanza, bensì da un canale proveniente
da O (Catasto Toscano, Comunità di Sovicille, sez. L di Orgia, part. 94).
1893: Numero d’ordine: 201. Canale che alimenta l’opificio: gorello che capta la sorgente del
pantano di Orgia (lung. m 650; dislivello m 7,50). Modo di derivazione: canali raccoglitori.
Denominazione: Mugnone. Uso: molino da cereali e gualchiera. Caduta: m 3,90. Portata in litri:
min. 200; ord. 200; non è continua. Durata in mesi: ord. 12. Osservazioni: l’acqua delle due sorgenti
del Pantano di Orgia è sufficiente per un palmento in azione continua; si deve solo fermare due ore
al giorno perché si riempia la stessa gora (C. I. I., pp. 294-295).
Cara tteristi che idra uliche
Canale di alimentazione: questo mulino, almeno nella sua forma più recente, presenta la
peculiare caratteristica di non ricevere l’acqua dal pur vicinissimo fiume Merse, ma piuttosto da un
fosso che ha origine ai piedi del Poggio Pescille e, scorrendo in linea retta in direzione O-E,
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raccoglie le acque di scolo dei campi circostanti e quelle che scendono dalle alture che delimitano il
piano di Orgia. Si tratta quindi di un canale artificiale di raccolta delle acque sorgive e superficiali
per evitare l’impaludamento della pianura; quest’area è infatti particolarmente ricca di acqua, che
scorre in abbondanza non solo in questo canale ma anche in molti altri di stesso tipo nelle vicinanze,
tutti sboccanti nel Merse.
Bacino di raccolta: non ne rimane traccia ed anche dalla raffigurazione della mappa catastale ottocentesca
sembra che l’acqua scorresse direttamente al di sotto dell’edificio.
Edificio: grande struttura costituita da diversi corpi di fabbrica giustapposti, probabilmente di
epoche diverse. La maggior parte delle murature non sembrano risalire al periodo medievale:
soltanto il corpo situato a S, di forma rettangolare, costruito con muratura di pietre irregolari e pietre
angolari ben squadrate, anche se molto rimaneggiato, è paragonabile col tipo di apparecchiatura
utilizzata nei vicini mulini medioevali “del Pero” e “Serravalle” (Siti 15 e 16). L’edificio deve
essere stato pesantemente modificato nella sua struttura originale, e probabilmente più volte
ricostruito in alcune sue parti, a causa dei danni subiti durante le piene del Merse: da notizie orali
risulta infatti che, in caso di straripamento del fiume, il mulino restava sommerso fino a metà
altezza. L’interno non è ispezionabile a causa dei crolli.
Ruote: si trattava certamente del tipo a ritrecine.
Canale di rifiuto: attualmente del tutto obliterato, è però ben visibile nel catasto ottocentesco.
Bibliografia: Putrino, 1993-1994, pp. 82 e sgg.
Sito : 15
UT: 1
Località: Mulino il Pero
Comune: Sovicille
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 I
coord.: 1.681.90/4.786.22
Morfologia: pianura
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi
Acqua: fiume Merse
Condizioni del suolo: area fabbricata
Uso del suolo: incolto
Visibilità: molto buona
Descrizione Sito: il sito su cui sorge il mulino si trova all’estremità NE del paese di Brenna su
un’area pianeggiante, occupata da vari edifici, delimitata a N dalla strada che conduce al paese e a S
dal canale di alimentazione del mulino stesso.
Descrizione UT: imponente mulino fortificato, ben conservato in tutta la sua altezza,
complessivamente poco rimaneggiato, anche se in parte vi si addossano alcuni edifici di epoca più
recente. Molto ben conservato il sistema di alimentazione idrica ed in particolare la lunga gora che,
con un percorso di diversi chilometri, deriva l’acqua dal fiume Merse conducendola fino a questo
impianto ed ai successivi mulini Serravalle e Palazzo (Siti 16 e 17).
Notizie storiche: questo impianto è con sicurezza identificabile, sulla base delle indicazioni
topografiche e toponomastiche contenute nelle fonti scritte, con uno dei due mulini costruiti nei
pressi di Brenna dall’Abbazia di Torri, in comproprietà col comune di Siena, attorno alla metà del
XIII secolo. A questa fase risale anche la costruzione del complesso sistema di alimentazione idrica
che riforniva tutti i mulini della zona e che raggiungeva alti livelli di applicazione tecnica. Nel 1258
il comune di Siena vendette la propria metà all’abbazia di S. Galgano e ad alcuni privati. Nella
seconda metà del XIV sec. l’Arte della Lana di Siena vi possedeva una gualchiera. Poche le notizie
riguardanti questo edificio in epoca post-medievale: si sa comunque che è rimasto in attività fino
agli anni ‘50 del nostro secolo. L’aspetto attuale dell’edificio risale probabilmente alla fase di
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fortificazione di fine XIV sec., che fu necessaria a causa della crescente insicurezza delle campagne.
Definizione: mulino da macina e gualchiera
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: prima metà XIII sec.
Cron. finale: XX sec.
Font i
Toponomastica nelle fonti: “Molino del Pero”, “a li perelli”, “al pero”, “de Brenna”
1245, gennaio 20: il comune di Siena prende i monaci ed i conversi dell’abbazia di SS.
Trinità e Mustiola di Torri sotto la propria tutela; l’Abate Alberto promette allora al podestà
Leonardo Buccadabate di “facere et construere a molendino de Saxis inferius usque ad moram que
est super stechatam Cathalani et filiorum Guazini et ab inde supra in flumine Merse, duas domos
eque bonas de muro et calce et altitudine et amplitudine ut sunt domus dicte abbatie que sunt ibi
supra in dicto flumine, excepta Volta, et in qualibet earum quattuor molendina pro ipsa ecclesia et
comuni Senensi et ea constructa et completa [...] bene actata et preparata cum stecchatis, goris,
fuitis, et molis et feramentis et omnibus apparatibus suis prout melius expedierit sine fraude
expensis omnibus et fortuna monasteri supradicti. Et terram in predictis necessariam conferre que
est pro maiori parte monasteri supradicti, de quibus omnibus cum predicto comuni societatem
contraho et facio pro eo monasterio supradicto”. Per 5 anni tutti i proventi sarebbero andati
all’abbazia come compenso della spese sostenute, e tutte le riparazioni necessarie sarebbero state
fatte a carico del monastero; trascorsi i 5 anni gli edifici sarebbero passati in piena comproprietà. Vi
era anche la promessa di cessione, se il comune lo avesse ritenuto necessario, dei diritti sulla metà
dei mulini, delle cose che contenevano e della terra su cui erano stati costruiti, con garanzia di
evizione della terra concessa dal monastero. Si prometteva inoltre di “construere a molendino de
Saxis superius in terra monasterii, una cum dicto comuni, unum hedificium in quo possint quattuor
molendina et terram necessariam conferre et hoc si comuni dicto placuerit”: i diritti sarebbero stati
da subito a metà col comune di Siena. Inoltre, se in futuro il comune avesse voluto edificare dei
mulini in luogo detto Citinaia Longa, gli sarebbe stato permesso e concessa la terra necessaria
insieme a tutta la legna e le pietre indispensabili per la costruzione (Cecchini, 1932-1991, II, n. 370,
pp.549-552); v. anche Siti 17, 5, XVI.
1258, dicembre 2: il comune di Siena, avendo bisogno di denaro per pagare le spese della
costruzione delle mura cittadine ed estinguere i debiti contratti presso gli usurai, con l’approvazione
del Consiglio Generale della Campana e del Popolo, vende a Viviano, monaco e procuratore
dell’abbazia di San Galgano, e a Viviano di Giullo la metà (a Viviano di Giullo la quinta parte della
metà, al monastero i restanti 4/5 della metà), a Pietro di Scotto di Domenico e Jacopo Angheleri
l’altra metà (a Iacopo la quarta parte della metà, a Pietro i restanti 3/4 della metà) del mulino del
Palazzo di Orgia ed inoltre la “medietatem pro indiviso duarum domorum et molendinorum positorum et
positarum in dicto flumine in contrata de Brenna quas domos et molendina Comune Senarum habet comunia cum
monasterio Sancte Mustiuole de Turri cum goris fuitis torcitoriis aquarum cursibus alveis domibus palmentis molis
ferramentis ducciis capomalliis plateis terris cultis et incultis lapidiciniis massaritiis hedificiis et instrumentis et
habilitatibus et accessibus et egressibus suis usque in vias pubblicasì per un prezzo totale di 4250 lire senesi
(KSG, II, cc. 81-82v); v. anche Sito 17.
1260, aprile 25: Donno Galgano monaco di S. Galgano compra da Pietro figlio di Scotto
Domenichi quattro parti di diciotto parti dell’intero di “duarum domorum et molendinorum et
molarum que sunt in eis et ferramentorum et massaritiarum et instrumentorum et gorarum et
omnium pertinentiarum eorum positorum in flumine Merse ad Brennam in loco dicto i perelli”;
acquista inoltre da Viviano di Giullo una parte di diciotto parti dell’intero delle suddette case e
mulini (KSG, II, cc. 94v-95v); v. anche Sito 17.
1262: diversi riferimenti a questi mulini, alla loro costruzione e manutenzione ed alle
infrastrutture viarie ad essi connesse furono inseriti nel Constituto del comune di Siena (Zdekauer,
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1897, pp. 316, 370).
1309-1310: in una rubrica del Costituto del comune di Siena, con la quale si regolamentano le
unità di misura della farina, si cita il “molino de Brenna” (Lisini, 1903, vol. II, p. 68).
1318: il monastero di S. Galgano “habet quartam partem pro indiviso unius petie terre
laboratorie et vineate cum domo et molendino posite in curia Brenne loco dicto Molino del Pero [...]
relique partes sunt Abbatie de Torri et heredum Vive et Ianini Bernardi”; la parte di S. Galgano è
stimata 549 lire e l’intero 2199 lire5 (Estimo, 118, c. 285v).
1391, ottobre 14: petizione da parte dell’Arte della Lana che possiede “in flumine Merse
edifitia et gualcherias in loco dicto al Pero. Quod edifitium et gualcherias dicta ars est in
compositione vendere dictis vestris civibus dicte artis cum certis modis et conventionibus inter
partes habitis inter cetera”. Si richiede che “ibi per dictos cives debeat fieri duo palmenta et fiat ibi
fortilitium quod teneri et custodiri possit ab omni gente inimica quando casus accideret quem deus
avertat. Et hoc fit ad hoc quando panni portabuntur ad gualcherias et quando deferretur ibi granum
ad macinandum per vestros cives possint habere refugium tam de personis quam de rebus in dicto
fortilitio et istud videtur esse utilissimum pro vestra civitate. Quia si casus accideret quod gente
inimica veniret [...] istud novum molendinum quod fieri intenditur cum molendina heredum Iacobi
Vannis Ghini que propinqua sunt fulcirent de macinatu totam vestram civitatem et de aliis
molendinis que sunt in vestro comitatu et massisì (Consiglio Generale, 197, c. 16r-v).
1825: raffigurazione del “Molino del Pero” con la sua gora e bottaccio (Catasto Toscano,
Comunità di Sovicille, sez. O di Brenna e Stigliano).
1893: Numero d’ordine: 209. Canale che alimenta l’opificio: gorello (lung. m 5100; dislivello
m 42). Modo di derivazione: steccaia di travi, fascine e sassi. Denominazione: Pero. Uso: molino da
cereali e da scorza. Caduta m 4,30. Portata in litri: max. 550; min. 360; ord. 360; è continua. Durata in mesi:
max.4; ord.8. Osservazioni: portata costante per 3 macine d’inverno e 2 d’estate (C. I. I., pp. 294-295).
Cara tteristi che idra uliche
Sbarramento: si tratta di una steccaia a sbarramento totale dell’alveo del fiume Merse, lunga 46
m e larga 5,5 m, in un punto situato circa 2 Km a monte del mulino. La tecnica costruttiva con cui è realizzata
consiste nell’infiggere profondamente nel letto del fiume varie file parallele di pali in modo che
sporgano in parte sopra il livello naturale dell’acqua; gli spazi fra i pali sono poi riempiti con
fascine, intrecci di giunchi e sassi. Il livello dell’acqua viene quindi innalzato a monte formando
una sorta di bacino largo e profondo, mentre a valle l’acqua che tracima sopra la steccaia si
distribuisce in modo ineguale su un ampio letto caratterizzato dalla presenza di isolotti ed aree
asciutte. è ovvio che, trattandosi di una struttura costruita con materiali deperibili e soggetta ad una
forte usura, quella attualmente visibile è il risultato di modifiche e ricostruzioni avvenute
successivamente nei secoli: è comunque un chiarissimo esempio della tecnica impiegata anche in
epoca medievale.
Presa d’acqua: si trova pochi metri a monte della steccaia; consiste in un muro in pietra,
largo 3 m ed alto altrettanti sopra il pelo dell’acqua, che sbarra l’ingresso della gora e permette di
regolare l’afflusso dell’acqua per mezzo di una saracinesca di legno equipaggiata con meccanismi
in ferro. Sul lato verso la gora è visibile, semisommersa, la bocchetta quadrangolare di
alimentazione larga 50 cm. Il primo tratto della gora è sostenuto su entrambi i lati da murature in
pietra.
Canale di alimentazione: canale artificiale, in cui scorre tuttora acqua abbondante, che, con
un percorso complessivo di oltre 6 Km, collega il Merse con i mulini del Pero, di Serravalle e del
5
Il testo è stato modificato con alcune correzioni datate 1320, evidentemente per registrare
dei passaggi di proprietà avvenuti nel frattempo: la parte dell’abbazia di S. Galgano è adesso “de
decem octo partibus quactuor partesì, con un valore di 488 lire.
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Palazzo. Nel tratto iniziale si discosta dal fiume e compie una curva in direzione del Podere
Campalfi, segue poi un tratto quasi rettilineo fino ai piedi del Podere Montestigliano. Da questo
punto in poi il canale scorre parallelo al fiume, seguendo la curva dell’ansa, ma si trova a circa 15 m
di dislivello rispetto al corso d’acqua principale; è mantenuto in quota lungo le pendici della collina
grazie al profondo scavo dell’alveo ed alti argini di terra; inoltre in alcuni punti sono state scavate
delle gallerie artificiali, dotate di sostegni in muratura, per attraversare alcuni speroni di roccia che
ostruivano il percorso del canale. Giunto in prossimità di Brenna il canale compie un angolo retto in
direzione E e costeggia il paese fino a giungere al mulino. Secondo notizie orali, fino ad alcuni decenni fa la gora
veniva periodicamente svuotata e ripulita, offrendo così anche ottime possibilità per la pesca.
Bacino di raccolta: in prossimità del mulino la gora si allarga a formare un bacino triangolare
allungato; qui l’acqua, sbarrata dalla parete S dell’edificio, saliva di livello ed entrava nelle condotte
forzate. Sul lato E il bottaccio era dotato di una chiusa che regolava l’altezza dell’acqua e
all’occorrenza la deviava del tutto o in parte in un canale secondario che confluiva di nuovo nella gora
sul fronte dell’edificio.
Edificio: alta torre quadrangolare costruita con una muratura a corsi subregolari di pietre non
squadrate, zeppe in laterizio, grandi pietre angolari ben squadrate; la parte inferiore è a scarpa.
Piccole finestre originali ad arco tondo si trovano in alto sui lati S, N, O; non vi sono aperture
d’ingresso nella facciata della torre (lato N). In alto sono presenti piombatoi in mattoni su mensole
di tre pietre stondate aggettanti successivamente, ora semidiruti. Altri identici sono sul fronte E.
Alla sommità è visibile una merlatura completa in pietra, ora sormontata da un tetto in lamiera, con
feritoie in molti merli. L’interno dell’edificio non è accessibile. Accanto alla torre, addossato al lato
E, si trova un corpo rettangolare più basso, probabilmente coevo, nel quale si apre a metà altezza la
porta d’ingresso ad arco tondo cui si accede con una scala, rifatta, che scavalca la gora. All’interno,
a pianterreno, vasto ambiente coperto da volta a botte in pietra.
Condotte: attualmente non visibili in quanto si trovano sul lato S, cui si addossano altri
edifici.
Ruote: si trattava di ritrecini; secondo notizie orali, in epoca recente erano 6.
Meccanismi: diverse macine sono riutilizzate nei pressi dell’edificio o abbandonate negli
ambienti annessi.
Canale di rifiuto: sul fronte dell’edificio l’acqua che fuoriesce in basso dall’interno del
mulino si ricongiunge con il gorello di scolmo del bottaccio e defluisce di nuovo nella gora che
prosegue verso il mulino di Serravalle.
Altro: nell’edificio annesso alla torre sul lato O si trovava un frantoio idraulico di cui restano
in situ le mole. All’esterno del corpo E si trova una vasca, dotata di meccanismi in ferro, che
secondo notizie orali serviva fino ad epoca recente per lavare la lana.
Bibliografia: Repetti, V, p. 546; Cammarosano-Passeri, 1976, pp. 375, 379; PiccinniFrancovich, 1976, p. 264; Balestracci, 1981, pp. 137-138; Barlucchi, 1991, pp. 93, 102.
Sito : 16
UT: 1
Località: Mulino di Serravalle
Comune: Sovicille
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 I
coord.: 1.682.56/4.787.26
Quota slm: 186
Morfologia: pianura
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi
Acqua: fiume Merse
Condizioni del suolo: area fabbricata
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Uso del suolo: incolto
Visibilità: buona
Descrizione Sito: area pianeggiante, occupata da vari edifici e da un complesso industriale
(cotonificio) ora abbandonato, situata lungo la strada che conduce a Brenna, circa a metà percorso
tra il paese ed il bivio per Orgia.
Descrizione UT: mulino fortificato a torrione, conservato in tutta la sua altezza ma
ampiamente rimaneggiato, cui si addossano vari edifici di epoca più recente. Molto ben conservato
il sistema di alimentazione idrica ed in particolare la gora che proviene dal Mulino del Pero e
prosegue poi verso il Mulino del Palazzo.
Notizie storiche: questo impianto è da identificarsi con uno dei mulini costruiti alla metà del
XIII sec. dall’abbazia di Torri in comproprietà col comune di Siena. In seguito, suddiviso in varie
quote-parti, appartenne anche a privati cittadini ed al monastero di S. Galgano. Poche sono le
notizie riguardanti questo edificio in epoca post-medievale: da notizie orali si sa che è rimasto in
funzione, ma solo per la macinazione di mangime per animali, fino al nostro secolo, mentre i cereali
venivano macinati nel mulino interno al complesso industriale ad esso affiancato in epoca moderna.
Probabilmente anche questo edificio subì interventi di fortificazione nel XIV sec. come il vicino, e
per molti aspetti simile, Mulino del Pero.
Definizione: mulino da macina
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: prima metà XIII sec.
Cron. finale: XX sec.
Font i
Toponomastica nelle fonti: mulino “de Serravalle”
1245, gennaio 20: v. Sito 15
1271-1272: molti contratti di vendite, da parte di privati, di terreni posti nelle vicinanze del mulino di
Serravalle. Gli acquirenti sono il monastero di S. Galgano, il monastero di Torri, i figli di Scotto Dominici,
Viva e Giullo figli di Viviano Giulli: tutti vengono definiti “consortes in molendino de Serravalle” (KSG, II, cc. 109117).
1281, gennaio 13: Viviano di Pandolfino, per 400 lire senesi, vende a frate Maffeo del
monastero di S. Galgano una parte di dodici di un mulino posto nel Merse “in plano quod est inter
Stillianum et Orgiam quod vulgariter dicitur molendinum de Serravalle” (KSG, II, cc. 95v-96v).
1318: il monastero di S. Galgano “habet quartam partem pro indiviso quorundam
molendinorum positorum in curia Stilliani in flumine Merse cum domibus et terra laboratoria dictis
molendinis contigua cui ex una via, ex una via, ex una Mersa Vechia et ex una Mersa Vechia”; la
proprietà è stimata in tutto 4000 lire e per la parte del monastero 1000 lire (Estimo, 118, c. 284r).
1825: raffigurazione del “Molino di Serravalle” con gora e bottaccio (Catasto Toscano,
Comunità di Sovicille, sez. O di Brenna e Stigliano, part. 1 e 2).
1893: Numero d’ordine: 210. Canale che alimenta l’opificio: gorello (lung. m 5100; dislivello
m 42). Modo di derivazione: steccaia di travi, fascine e sassi. Denominazione: Serravalle. Uso:
molino da cereali. Caduta m 5,10. Portata in litri: max. 1100; min. 720; ord. 720; è continua (C. I. I.,
pp. 294-295).
Cara tteristi che idra uliche
Sbarramento: v. Sito 15
Presa d’acqua: v. Sito 15
Canale di alimentazione: v. Sito 15; dal Mulino del Pero la gora corre parallela al fiume,
lungo la strada di Brenna, ed in prossimità del mulino di Serravalle compie una curva verso NE per
confluire nel bottaccio.
Bacino di raccolta: presso l’edificio la gora si allarga a formare un bottaccio triangolare
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allungato, attualmente completamente invaso dalla vegetazione, di profondità non precisabile, largo
12 m sul lato verso l’edificio, dal quale è separato da un passaggio transitabile. Sul lato S si trova
una chiusa di scolmo che permette la fuoriuscita dell’acqua dal bottaccio in un canale secondario.
Edificio: grande torrione in pietra, molto rimaneggiato, costruito con una muratura simile a
quella del Sito 15 (filari subregolari, pietre non squadrate, grandi pietre angolari ben squadrate) ma
in peggiore stato di conservazione. Non sono individuabili aperture originali se non forse una porta
ad arco a pianterreno sul lato E; sempre su questo lato, alla sommità, sono visibili due mensole di
tre pietre stondate successivamente aggettanti. A S è addossato un corpo più basso coevo ma assai
rimaneggiato, a N un altro corpo più recente. L’interno non è accessibile.
Condotte: non visibili a causa dell’acqua e della vegetazione che invadono il bottaccio,
passavano con un tratto sotterraneo sotto il passaggio transitabile che divide il bottaccio
dall’edificio.
Ruote: di tipo orizzontale, probabilmente in numero elevato.
Canale di rifiuto: quello originale si trovava sul lato E e reimmetteva l’acqua nella gora (ben visibile nella
mappa catastale ottocentesca); attualmente è del tutto scomparso, infatti l’acqua del bottaccio in epoca moderna è stata
deviata, mediante un canale sotterraneo di cui è visibile la saracinesca, verso il complesso produttivo
industriale (mulino e cotonificio) che si trova accanto all’edificio medievale. Di qui, con una canalizzazione
sotterranea, attualmente scoperta per lavori, si reimmetteva nella gora.
Bibliografia: Cammarosano-Passeri, 1976, p. 396; Balestracci, 1981, pp. 137-138; Barlucchi,
1991, p. 93.
Sito : 17
UT: 1
Località: Mulino del Palazzo
Comune: Sovicille
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 I
coord.: 1.684.26/4.787.52
Quota slm: 284
Morfologia: pianura
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi
Acqua: fiume Merse
Condizioni del suolo: area edificata
Uso del suolo: incolto
Visibilità: ottima
Descrizione Sito: area pianeggiante compresa tra il fiume Merse, la strada che conduce ad
Orgia e la strada che collega Rosia con la SS 223. Vi sorgono diversi edifici, risalenti a varie
epoche, situati a pochi metri dalla strada, circa 1 Km prima del bivio per Grosseto.
Descrizione UT: imponente edificio, molto ben conservato anche se circondato da fabbricati più recenti,
destinato in passato alla macinazione dei cereali. Attualmente sono in corso dei lavori di ristrutturazione di parte degli
edifici circostanti: per questo motivo sono stati effettuati lo svuotamento e la pulizia della gora e del bottaccio annessi.
Notizie storiche: il mulino fu costruito nella sua forma attuale dal comune di Siena nel 1246,
al tempo del podestà Gualtieri da Calcinaia, come si legge in una iscrizione in volgare posta sopra
l’arco d’ingresso. Nel 1258 il comune, che aveva necessità immediata di denaro, lo vendette, diviso
in varie quote-parti, al monastero di S. Galgano e ad alcuni privati. In seguito il monastero
cistercense ne rilevò altre quote. Nel 1289, in seguito ad una lite, fu messo in comproprietà con il
monastero di S. Eugenio di Siena. Dalla Tavola delle Possessioni del 1318 sappiamo che l’impianto
aveva ancora un valore molto elevato ed era così suddiviso: il 25% spettava al monastero di S.
Galgano, il 25% al monastero di S. Eugenio, il 50% agli eredi di Pietro Scotti e di Viva Viviani.
Poche le notizie riguardanti questo mulino posteriormente al XIV sec.; è rimasto in attività fino al
©1997 Edizioni All’Insegna del Giglio s.a.s., vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale
nostro secolo.
Definizione: mulino da macina e gualchiera
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: 1246
Cron. finale: XX sec.
Font i
Toponomastica nelle fonti: mulino “de Palatio”, “Al Palaçço”, “Palatii”, “de Orgia”
1246: “MCCXLVI. Al tempo de Gualcieri da Calcinaja Podestà Guido Striga Raniero Lodi
Orlandino de Casuccia feice” (Iscrizione posta sopra la porta d’ingresso del mulino).
1258, dicembre 2: il comune di Siena, in difficoltà economiche in seguito ai debiti contratti
con alcuni usurai per raccogliere il denaro necessario alla costruzione delle mura cittadine, decide di
vendere “molendinum dicti Comunis Senarum positum in flumine Merse in plano Orgie [...] cum domo palatio seu
domibus palmentis ferramentis molis que nunc sunt ibi vel alibi empte sunt pro predictis molendinis [...] cum ducciis et
capomalliis, massaritiis, edificiis ferramentis hutilitatibus instrumentis plateis terris cultis et incultis goris, fuitis torcitoriis
et aquarum cursibus et alveis et accessibus et egressibus earum usque ad vias publicasì; in particolare si vende a
Viviano, monaco e procuratore del monastero di S. Galgano, e a Viviano Guillielmi, che acquista a
proprio nome, “medietatem pro indiviso molendinorum et rerum infrascriptarum videlicet tibi Viviano Guillielmi tuo
nomine recipienti et ementi pro quincta parte pro indiviso dicte dimidie et tibi domino Viviano monacho ementi et
stipulanti pro dicto monasterio pro reliquis partibus pro indiviso dicte dimidie”. Viene venduta inoltre a Pietro di Scotto
ed a Jacopo Angheleri “aliam medietatem pro indiviso dictorum molendinorum et subscriptarum rerum venditarum
videlicet tibi Iacoppo Angelerii ementi pro te et tuo nomine pro quarta parte pro indiviso dicte proxime dimidie et tibi
dicto Pietro ementi et stipulanti pro te et dicto patre tuo et fratribus tuis ut dictum est pro reliquis partibus pro indiviso
omnibus eiusdem dimidie de molendino [...]. Preterea si contingeret vobis esse necessarias vel utiles aliquas terras vel de
aliquibus terris pro bono statu et acconciamento dictorum molendinorum sive gore vel fuiti vel cursus aque sive fluminis
Merse promictimus vobis compellere omnes homines quorum fuerint terre dicte vendere vobis [...] et cogere omnes
homines quibus fuerit utile dictum opus vel cursus mictendus tenere ad expensas dictas et in eas conferre videlicet
quemlibet eorum secundum utilitatem quam inde habuit et alveus Merse veteris remaneat et remanere debeat vobis
dictis emptoribus et tenentibus ad ipsas expensas. Insuper promictimus vobis quod si contingeret aliquo tempore quod
Comune Senarum vel alius pro Comuni Senarum vellet mictere vel mutare alveum dicti fluminis per alios cursus vel
meatus vel per aliquas alias partes quo modo currat advertere flumen dictum”, il comune di Siena dovrà restituire agli
acquirenti o a coloro a cui questi ultimi avevano concesso i mulini, il prezzo pagato (il totale era di 4250 lire) ed inoltre le
spese aggiuntesi nel frattempo per modificare o riadattare i mulini, le gore, i rifiuti ecc (KSG, II, cc. 81-82V)6.
1258, dicembre 3: Ugolino del fu Bartolomeo, procuratore del comune di Siena, mette in
“corporalem possessionem” dei beni ceduti il monastero di S. Galgano e gli altri acquirenti (KSG,
II, cc. 82v-83r).
1260, aprile 25: Donno Galgano monaco del monastero di S. Galgano compra da Pietro di
Scotto quattro parti di nove dell’intero mulino del Palazzo e da Viviano di Giullo una parte di nove
dello stesso mulino7 (KSG, II, cc. 94v-95v).
1262: rubrica del Costituto del comune di Siena nella quale si prevede che “quicumque
goram vel stecchatam molendini olim comunis Senarum, positi in plano de Orgia, ruperit vel
fregerit vel in aliquo alio leserit, vel aliquid predictorum fieri fecerit, vel aliquid fecerit, propter
quod aqua libere ad molendinum venire non possit, vel ipso molendino vel eius hedificio aliquod
6
La registrazione di questa vendita viene inserita anche in una rubrica apposita del Constituto
del Comune di Siena del 1262 (cfr. Zdekauer, 1897, p. 323).
7
Si tratta probabilmente di una falsa vendita, come risulta dalla suddivisione delle quote tra i
proprietari nel 1262 (v. sotto), nella quale non compare alcun cambiamento rispetto alla situazione
del 1258
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dampnum intulerit, puniatur in XXV lib. pro qualibet vice [...] et si penam solvere non potuerit, eum
de civitate et iurisdictione Senarum exbanniam; et tamdiu exbannitus exsistat, quousque solverit
dictam penam” (Zdekauer, 1897, p. 351).
1262, marzo 3: dichiarazione di pieno accordo tra gli acquirenti a proposito del mulino del
Palazzo, un tempo del Comune di Siena e da questo interamente venduto insieme a metà di due
mulini a Brenna. Delle nove parti che componevano il tutto, 4 parti sono del monastero di S.
Galgano, 4 parti sono di Pietro ed Arcolano e degli altri figli di Pietro di Scotto Dominici, ed una
parte è di Dietaviva e Giullo figli di Viviano Giulli (KSG, II, 89v-90).
1262, luglio 20: Viviano Pandolfini e frate Matteo, converso di S. Galgano, si trovano a dirimere una vertenza
sorta tra Pietro di Scotto, Viva di Viviano, il monastero di S. Galgano, proprietari del mulino del Palazzo di Orgia, da una
parte, ed i proprietari del vicino mulino delle Guazzine (il Monastero di Torri, Tommaso e Bartolomeo di Pietro,
Pacinello Cernasini, Orlandino Rustichini) dall’altra, a causa “torcitorii quod vocatur Stecchatella positi in pede lame
predictorum domini Thomasii et consortum que lama est inter dictum molendinum de le Guaççine et molendinum
Palatii”. Gli arbitri scelti per risolvere la questione dichiarano che il detto torcitorio “debeat et stare et permanere”
all’altezza “que indicet scilicet quod ponatur corda in cruce et in fundo crucis que est in lapide seu termino lapideo cum
calcina murato posito et fixo in terra seu lama predictorum domini Thomasii et consortum prope dictum torcitorium et
pretendatur dicta corda usque ad crucem et in fundo crucis que est in alio lapide seu termino lapideo cum calcina murato
posito et fixo prope dictum torcitorium in terra heredum Spinelli Pandolfini [...] et recta linea ad cordam et
archipendolum pretendatur corda usque ad aquam gore seu fuiti que vel qui est iuxta dictum torcitorium ita quod
altitudo aque non excedat altitudinem dicte corde et designationis crucium. Et si aliquo tempore dictum torcitorium seu
aqua dicti fuiti vel gore excederet dictam altitudinem vel elevaretur aliter quam sint dicta signa liceat abbati et abbatie et
monacis dicti monasterii de Turri et eorum familiariis et nuntiis et predictis domino Thomasio et consortibus et eorum
nuntiis sua auctoritate deprimere et abassare dictum torcitorium et aquam usque ad mensuram et designationem et
modum supradictum sine contradictione et molestia dicti monasterii Sancti Galgani et dicti Pietri et eorum consortium
[...] item si aliquo tempore dictum torcitorium seu aqua dicti fuiti et gore deprimeretur vel abbasseretur a dicta
designatione inferius liceat abati et abbatie et monacis Sancti Galgani et eorum familiariis et nuntiis et dicto Pietro et suis
consortibus et eorum nuntiis sua auctoritate elevare et extollere dictum torcitorium et aquam usque ad mensuram et
modum et designationem supradictam”. La sua larghezza doveva restare invariata ed entrambe le parti potevano
“munire et actare dictum torcitorium de muro seu lapidibus vel lignamine vel quacumque alia materia prout sibi
placuerit sine contradictione alterius partisì (KSG, II, c. 85 r-v).
1273, marzo 10: Lando del fu Scotto Dominici vende due parti di nove del mulino “de Palatio”
con tutte le sue pertinenze. Di queste due parti egli vende 2/8 a frate Maffeo del monastero di S. Galgano, 5/8 e 1/8
rispettivamente a Viva del fu Viviano e Arcolano di Scotto Dominici; il tutto per 800 lire senesi (KSG, II,
cc. 86r-87r).
1273, giugno 17: Magalla moglie di Lando di Scotto, figlia di Giullo, vende due parti di nove
che possedeva del mulino del Palazzo: 2/8 a frate Maffeo del monastero di S. Galgano, 5/8 a Viva
di Viviano, 1/8 ad Arcolano di Scotto Dominici (KSG, II, c. 87r-v).
1289, dicembre 29: soluzione della lite tra S. Galgano con i suoi soci (Arcolano di Scotto e
Viva di Viviano Giulli), che possiedono il mulino del Palazzo, e l’abbazia benedettina di S.
Eugenio, che possiede a non molta distanza il mulino della Pedriera; tale lite era sorta in quanto la
vicinanza dei due impianti causava danni reciproci. Si decise di mettere in comproprietà i due
mulini per evitare liti, spese e pericoli che potessero sorgere (KSG, II, c. 102r-v); v. anche Sito X.
1290, gennaio 31: v. Sito X
1318: il monastero di S. Galgano “habet quartam partem pro indiviso unius possessionis
ortive cum oppiis mediante gora, palatio, molendino et gualcheriis posite in curia de Orgia loco
dicto Al Palaçço”; la sua parte è stimata 1265 lire, l’intero 5601 lire (Estimo, 118, c. 284r).
1318: “Vannes domini Arcolani de Scottis habet octavam partem pro indiviso unius
possessionis ortive cum oppiis mediante gora cum palatio et molendino et gualcheriis posite in curia
de Orgia in loco dicto Al Palaçço”. La sua parte è stimata 632 lire, l’intero 5601 lire (Estimo, 97, c.
©1997 Edizioni All’Insegna del Giglio s.a.s., vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale
43r).
1318: “Salimbene domini Arcolani de Scottis [...] habet octavam partem pro indiviso unius
possessionis ortive cum oppiis gora palatio molendino et gualcheriis posite in curia de Orgia in loco
dicto Al Palaçço”; la sua parte è stimata 632 lire e l’intero 5601 lire (Estimo, 118, c. 41r).
1825: raffigurazione del Molino del Palazzo, definito “molino da cereali”, circondato da casa,
stalla, rimessa, cappella (Catasto Toscano, Comunità di Sovicille, sez. L di Orgia, part. 63-66).
1893: Numero d’ordine: 211. Canale che alimenta l’opificio: gorello. Modo di derivazione:
steccaia di travi, fascine e sassi. Denominazione: Palazzo. Uso: molino da cereali. Caduta m 4,10.
Portata in litri: max. 1100; min. 720; ord. 720; è continua (C. I. I., pp. 294-295).
Cara tteristi che idra uliche
Sbarramento: v. Sito 15
Presa d’acqua: v. Sito 15
Canale di alimentazione: v. Sito 15; la gora, provenendo dal mulino di Serravalle, corre
parallela al fiume e poi compie un angolo retto verso S seguendo il percorso della strada che
proviene da Rosia.
Bacino di raccolta: non è presente un vero e proprio bottaccio, ma un semplice allargamento
della gora a formare un bacino allungato e stretto; attualmente è vuoto in quanto l’acqua della gora
è stata deviata a monte del mulino.
Edificio: Esterno: grande edificio a tre piani, di forma rettangolare, in filaretto (corsi regolari
di pietre grossolanamente squadrate). Sul lato SE si trova la porta d’ingresso ad arco acuto
sormontata da una iscrizione in volgare che ricorda la costruzione dell’edificio, in basso 4 aperture
di uscita dell’acqua a sesto acuto (si vedono le imposte degli archi, successivamente tagliati e
rialzati), due delle quali sormontate da piccole finestrine con architrave monolitico. Al primo piano
sono 3 finestre rettangolari, al secondo una finestra ad arco tondo originale ed una ad arco ribassato
aggiunta; sul lato NO al primo piano piccole finestre rettangolari, al secondo una finestra con arco
tondo originale, una finestra ad arco ribassato più tarda. Alla sommità sono presenti tre mensole di
tre pietre stondate successivamente aggettanti (due sul lato SE, una sul lato NO). Numerose le buche pontaie.
Interno: la porta sormontata dall’iscrizione dà accesso ad un vasto ambiente che occupa tutto il piano terreno, dove un
tempo erano alloggiate le macine; è coperto da una volta a botte in pietra e vi si conserva un bel pavimento,
probabilmente originale, a grandi lastroni lapidei.
Condotte: non più visibili quelle originali, attualmente sostituite da una struttura aggiunta in
laterizi dotata di saracinesca in legno e ferro che si appoggia al lato NO dell’edificio (visibile perché
il bottaccio è vuoto).
Ruote: del tipo orizzontale; data la mole e l’importanza dell’edificio, dovevano essere
presenti in numero elevato.
Meccanismi: all’esterno del lato SE sono abbandonate due grandi macine (largh.: 1,30 m;
spessore: 45 cm).
Canale di rifiuto: l’acqua, dopo essere fuoriuscita dai 4 archi a sesto acuto sul lato SE,
rifluiva in un canale, ora privo di acqua, che con un percorso rettilineo sbocca nel Merse.
Bibliografia: Repetti, 1835, IV, pp. 34-35; Cammarosano-Passeri, 1976, p. 396; Barlucchi,
1991, p. 93.
Sito : 18
UT: 1
Località: C. Castiglioni
Comune: Sovicille
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 I
Quota slm: 240
coord.: 1.679.20/4.785.42
©1997 Edizioni All’Insegna del Giglio s.a.s., vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale
Morfologia: alta collina
Geologia: Verrucano, scisti siltosi, quarziti
Acqua: Fosso Ricausa
Condizioni del suolo: bosco
Uso del suolo: incolto
Visibilità: buona
Descrizione Sito: stretta valle incassata tra le pendici scoscese del Poggio l’Alberino a N e del
Poggio delle Ragnaie a S, lungo la quale scorre il torrente Ricausa. Il sito del mulino si trova a
pochissima distanza da Castiglion Balzetti, all’interno dell’ultima ansa che il torrente forma prima
del tratto rettilineo finale con cui sbocca nel Merse; è raggiungibile con un sentiero che costeggia il
corso d’acqua.
Descrizione UT: impianto molitorio di piccole dimensioni, ben conservato in tutte le sue
parti, così come nelle strutture idrauliche accessorie. è situato immediatamente a ridosso del
torrente, sopra uno sperone roccioso che forma un forte dislivello col corso d’acqua stesso.
Notizie storiche: il mulino è noto esclusivamente dalla registrazione nel Catasto Toscano del
1821 e nella Carta Idrografica del 1823: non si hanno quindi notizie sulle origini. Anche le
strutture murarie conservate sono di epoca moderna.
Definizione: mulino da macina
Periodo: Età Moderna e Contemporanea
Cron. iniziale: dubbia
Cron. finale: XX sec.
Font i
Toponomastica nelle fonti: “Molino del Ricausa”, “Molino Castiglione”
1820: raffigurazione dell’edificio del mulino, ma non della gora e del bottaccio (Catasto
Toscano, Comunità di Chiusdino, sez. O di Brenna e Stigliano).
1893: Numero d’ordine: 194. Canale che alimenta l’opificio: gorello (lung. m 250; dislivello
m 10,50). Denominazione: Castiglione. Modo di derivazione: chiusa in muratura di pietra. Uso:
molino da cereali. Caduta: m 7,60. Portata in litri: max. 7; min. 3; ord. 4,50; non è continua. Durata
in mesi: max. 4; min. 4; ord. 4. Osservazioni: nei mesi invernali la gora si riempie due volte al
giorno e nei mesi estivi una volta. La gora impiega 3 o 4 ore a svuotarsi (C. I. I., pp. 292-293).
Cara tteristi che idra uliche
Canale di alimentazione: canale a cielo aperto parallelo al torrente, lungo circa 200 metri.
Bacino di raccolta: bottaccio di forma rettangolare allungata situato sul lato N-E dell’edificio,
profondo ca. 5 m e largo 20. è delimitato su tre lati da alti muri in laterizi.
Edificio: quadrangolare, di piccole dimensioni, consta di un piano terreno ad unico ambiente
dove rimangono ancora due coppie di macine, ed un piano seminterrato costituito da due carcerai
affiancati, perfettamente conservati e praticabili, coperti con volte a botte.
Condotte: due condotte forzate sotterranee dal bottaccio conducevano l’acqua a forte
pressione sulle ruote alloggiate nei carcerai; non sono più visibili gli imbocchi dal bottaccio, ma
sono invece ben conservate le bocche di uscita sulla parete di fondo dei carcerai.
Ruote: sono ancora in situ gli alberi motori di legno dei ritrecini, privi del mozzo e delle pale.
Canale di rifiuto: data la vicinanza col torrente, l’acqua, fuoriuscendo dai carcerai, defluiva
immediatamente nel Ricausa.
Sito : 19
UT: 1
Località: Frosini
Comune: Chiusdino
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Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 IV
coord.: 1.674.56/4.785.50
Quota slm: 292
Morfologia: versante collinare
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi
Acqua: Fosso Frelle
Condizioni del suolo: vegetazione erbacea
Uso del suolo: incolto
Visibilità: discreta
Descrizione Sito: campo leggermente digradante in direzione O-E, confinante con la sponda
sinistra del Fosso Frelle, posto all’interno di un’ansa formata da quest’ultimo. Si trova circa 500 m a
S dell’abitato di Frosini, lungo la strada principale.
Descrizione UT: piccolo impianto molitorio a ritrecine, con modesta capacità produttiva, data
la scarsissima portata d’acqua del torrente, destinato ad esigenze locali. Ben localizzabile in base
alla mappa del Catasto ottocentesco, esiste tuttora ma è stato ampiamente rimaneggiato in tempi
recentissimi per ricavarne un’abitazione; una completa intonacatura rende impossibile verificare
l’eventuale esistenza di murature medioevali. La vecchia gora, brevissimo canale raffigurato nel
Catasto, è stata completamente obliterata. Restano tracce del bottaccio, di forma triangolare
allungata, delimitato da muri in laterizi. L’edificio è piccolo, a pianta rettangolare, e si appoggia sul
lato N al declivio del terreno.
Notizie storiche: l’esistenza di un impianto molitorio sul Frelle in curia di Frosini, che
apparteneva per metà alla vicina pieve di S. Giovanni al Monte, ci è testimoniata per la prima volta
nel 1245: in tale anno il pievano, a causa dei debiti che gravavano su questo centro religioso, vende
all’abbazia di S. Galgano la propria parte dell’impianto. Nel 1271 risulta che il monastero ne
possedeva 3/4, mentre 1/4 apparteneva al conte di Frosini Ugolino ed a Messer Filiano della Suvera.
Questi ultimi, nel 1273, vendettero al monastero il castello di Frosini e la sua curia, con tutti i loro
possedimenti ivi ubicati, la giurisdizione e tutti i diritti signorili: tra le proprietà elencate compare
anche la quarta parte del mulino sul Frelle. In seguito non si hanno altre notizie di mulini su questo
corso d’acqua, fino alla registrazione dell’edificio attuale nel Catasto del 1820. I resti materiali non
offrono alcun appiglio per datare la struttura ancora esistente al periodo medievale: identificarla con
un mulino di XIII sec. è quindi possibile solo in via del tutto ipotetica. Bisogna comunque
sottolineare il fatto che, esaminando la morfologia del corso del Frelle, questo luogo appare forse
come l’unico adatto all’impianto di un mulino: si può quindi pensare che almeno il sito non sia
mutato dal Medioevo all’Età Moderna.
Definizione: mulino da macina
Periodo: dubbio (Medioevo ed Età Moderna?)
Cron. iniziale: dubbia ( XIII sec.?)
Cron. finale: XIX sec.
Font i
Toponomastica nelle fonti: mulino di “Frelle/Frella/Frilli/Flelli”
1245, novembre 5: Bonaventura, plebano della pieve di S. Giovanni a Monte, nomina
procuratore Orlandino di Paganello per decidere della vendita di “unius molendini positi in flumine Frelli subtus castri
de Fruosini de medietate ipsiusì (KSG, III, c. 316 v).
1245, dicembre 30: “Cum plebes Sancti Iohannis de Monte mole debitorum nimium
gravaretur [...] ego Bonaventura plebanus plebis iam dicte presentia et consensu canonicorum ipsius
plebis [...] vendo et trado tibi Foresi abbati monasterii vel abbatie Sancti Galgani [...] medietatem
unius molendini pro indiviso positi in curia de Fruosini in flumine quod Flelli dicitur” (KSG, III, c.
316 v).
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1271, gennaio 31: Galgano, abate del monastero di S. Galgano, a proposito di “tribus partibus
molendini tam incepti quam fiendi positi a la lama al bagno iusta flumen de Frelli in curia de
Frosini” conviene con il conte Ugolino di Bartolo detto Moscone, proprietario della quarta parte, di
non vendere, donare, alienare concedere ecc. alcuna parte di tale impianto (KSG, II, c. 258 v).
1273, novembre 26: “Nos Ugolinus quondam Bartoli contis qui vocor Moscone de Frosini et
Filianus quondam domini Filiani de Suvera” vendono al monastero di S. Galgano la terza parte per
indiviso “iurisdictionis et signorie seu rectorie Castri et curie de Frosini” con porte, fossati, muri, carbonaie, vie, piazze
dello stesso castello e la terza parte per indiviso dei pascoli, boschi, selve, foreste, terre, uomini, villani, che essi
possiedono nel castello e nella sua curia; inoltre si cedono “omnia nostra iura et dictiones petitiones et exactiones et
requisitiones condictiones [...] in terris cultis et incultis vineis palatiis in domibus et plateis hominibus et villanis et in
molendinis et in difitiis molendinorum et in pensionibus et affictis et in censis forestis nemoribus paschuis in fossis muris
et carbonariis et plateis et viis et portis dicti castri de Frosini cum introitis et exitibus dicti castri et in fontibus et aquis vivis
et mortuis et quarum alveisì. Segue l’elenco dei beni venduti, tra i quali compaiono il palazzo comitale
nel castello di Frosini, case all’interno del castello, molti pezzi di terra sparsi nella corte e la
“quartam partem unius domus molendini cum omnibus suis iuribus et pertinentiis cum toto suo ferramento et
furnimento positi in flumine de Frelli de Frosini” (KSG, III, cc. 1r-3r).
1820: raffigurazione di un “mulino” con la sua “gora” sul Fosso Frelle a S dell’abitato di
Frosini (Catasto Toscano, Comunità di Chiusdino, sez. B di Frosini, part. 100 e 101).
1893: Numero d’ordine: 195. Canale che alimenta l’opificio: gorello (lung. m 300; dislivello
m 9,50). Denominazione: Frella. Uso: molino da cereali. Caduta: m 5,80. Portata in litri: max. 3;
min. 1; ord. 3. Durata in mesi: max. 6; min. 3; ord. 3. Osservazioni: lavora sempre a raccolta. La
gora si svuota in un’ora. Si fanno per sei mesi una gorata al giorno; per 3, due gorate al giorno, per
3, tre o quattro gorate al giorno (C. I. I., pp. 292-293).
Sito : 20
UT: 1
Località: Casal Cerro
Comune: Civitella Marittima
Provincia: Grosseto
Carta top. reg.: Q. 120 II
coord.: 1.692.96/4.772.36
Quota slm: 114
Morfologia: pianura alluvionale di fondovalle
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi
Acqua: fiume Merse
Condizioni del suolo: vegetazione erbacea, macchia
Uso del suolo: incolto
Visibilità: scarsa
Descrizione Sito: vasta area pianeggiante delimitata a N dal fiume Merse, a S-O dalle pendici
delle colline che salgono verso Pari. Il sito si trova sulla riva destra del Merse, poco prima della sua
confluenza nell’Ombrone, e dista circa 3 Km in linea d’aria dal paese di Pari.
Descrizione UT: grande edificio in passato destinato alla macinazione dei cereali, oggi
abbandonato ed in rovina, di difficile accesso a causa della fitta macchia che ricopre le murature. In
cattivo stato e non chiaramente leggibili si presentano le strutture idrauliche accessorie di cui era
dotato.
Notizie storiche: la prima menzione di questo impianto, ultimo a valle prima della confluenza
del Merse nell’Ombrone, è reperibile nella relazione del Gherardini del 1676; si trattava di un grande
impianto, sempre attivo grazie all’abbondanza di acqua, di proprietà della Comunità di Pari, che lo
concedeva in affitto a privati. Anche le strutture murarie confermano una datazione ad epoca
moderna. Il mulino fu danneggiato da una piena nel 1741 e furono necessari lavori di ripristino.
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Non si hanno notizie precise sulla data del suo abbandono: probabilmente, anche dopo la cessazione
dell’attività molitoria, continuò ad essere usato come semplice abitazione.
Definizione: mulino da macina e gualchiera
Periodo: post-medioevale
Cron. iniziale: XVII sec.
Cron. finale: dubbia (XIX sec. ?)
Font i
Toponomastica nelle fonti: Mulino di Pari
1676: “In questa corte vi è un molino della Comunità dato a linea alla fameglia de’ Fondi con
annuo canone di sei moggia e mezzo di grano. Prende l’acqua questo molino dalla Merse, che non
gli manca mai, e supplisce non solo ai bisogni di Pari, e sua corte, ma anco a quella di molti luoghi
vicini, poiché vi sono tre palmenti, et una gualchiera” (Gherardini, Visita, p. 30).
1741: relazione dell’ingegner Pierantonio Montucci riguardante i danni causati dal fiume
Merse durante una piena invernale causata da una frana; in particolare, a proposito del mulino, si
specifica che “Il mulino della Comunità di Pari egli è posto presso il fiume Merza, e lontano al presente dal
medesimo fiume per lo spazio di tavole 76, e con il suo gorello, dalla colta, camina con cinque piegature una misura di
tavole 572 finché giunge all’incile, o abboccatoio, poco sotto la foce del fiume Farma nella Merza, dove si vede la
steccata ben alta per far gonfiare l’acqua dei due fiumi, e farla correre per il gorello, à benefizio del medesimo mulino
[...]. Nelle piene, accadute nella passata stagione dell’inverno, fu da’ quei fiumi rotta la steccata e portata via quasi mezza,
onde cessò di passare l’acqua al gorello, ed il mulino restò immacinante” per cui per rimediare si dovette
costruire una piccola steccaia nel Farma e prolungare il gorello a captare l’acqua solo di
quest’ultimo, in attesa di rifare la steccaia principale. Inoltre vi furono gravi danni ai campi vicini
ed alle sementi, senza contare il fatto che “restò ancora ripieno tutto il rifiuto del Mulino, che si dovette rivotare
speditamente dal mugnaio per poter macinare”. Riguardo alla struttura del mulino si accenna al “carceraio”
ed ai “ritrecini” e si propone di costruire “una steccata traverza à quattro ordini con fascine di
scopo, pali, e pertiche” (QC, 1963, cc. 72-74).
1741: si tratta della pianta che in origine accompagnava la relazione sopra descritta. Vi è
raffigurato un breve tratto del fiume Merse poco prima della sua confluenza nell’Ombrone e più in
particolare si va dallo sbocco del Farma sino a quello del rifiuto del Mulino di Pari. è ben visibile la
steccaia danneggiata, il canale di alimentazione e quello di rifiuto; il mulino vero e proprio è
raffigurato come una grande casa di forma rettangolare, con tre grossi archi su un lato in basso, dai
quali fuoriesce l’acqua (QC, Piante, 238, cm 41,5 per 32,5; penna a acquarello su carta).
1893: Numero d’ordine: 70. Canale che alimenta l’opificio: gorello. Modo di derivazione:
sassaia trasversale a secco. Denominazione: Pari. Uso: molino. Caduta: m 5,55. Portata in litri: max.
121; min. ñ; ord. 121. Regime: perenne (C. I. I., pp.330-331).
Cara tteristi che idra uliche
Sbarramento: non è più visibile, ma se ne ricava una idea molto precisa dalla descrizione
delle fonti e dalla raffigurazione della pianta dei Quattro Conservatori (v. sopra). Si trattava di una
steccaia a sbarramento totale in diagonale dell’alveo del fiume Merse, subito dopo la confluenza col
torrente Farma. La tecnica costruttiva prevedeva diverse file parallele di pali infissi nel letto su cui
si intrecciavano fascine in orizzontale.
Presa d’acqua: dalle fonti non si ricava alcuna indicazione che faccia pensare a qualcosa di
più che un semplice imboccatoio scavato nel terreno.
Canale di alimentazione: semplice canale a cielo aperto lungo ca. 2 Km; se ne può seguire
ancora il percorso, che corrisponde perfettamente a quello raffigurato dalla pianta seicentesca.
Attualmente si presenta totalmente invaso dalla vegetazione e quasi privo di acqua.
Bacino di raccolta: non più visibile attualmente perché l’area intorno all’edificio è coperta da
una macchia impenetrabile. Anche nella raffigurazione seicentesca non appare chiaramente, perché
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coperto in prospettiva da un piccolo edificio annesso al mulino. è probabile che non fosse molto
ampio e che anzi consistesse in un semplice allargamento della gora nel tratto finale.
Edificio: grande fabbricato di forma rettangolare a due piani, più un piano seminterrato dove
erano alloggiate le ruote. Coperto da fitta macchia e poco leggibile: non sono più individuabili gli
archi di entrata ed uscita dell’acqua e in particolare il lato che dà verso il canale di rifiuto sembra
rimaneggiato con la realizzazione di grandi aperture al posto degli archi di uscita dal carceraio (fase
in cui il mulino era stato trasformato in semplice abitazione?). Le murature, di epoca moderna, sono
realizzate con materiale locale, soprattutto ciottoli fluviali, e grandi pietre squadrate angolari;
laterizi sono usati come zeppe e per delimitare le aperture.
Ruote: di tipo orizzontale, dalle fonti sappiamo essere tre. Niente si può dire riguardo ai
meccanismi della gualchiera citata nelle fonti, di cui non rimane alcuna traccia.
Canale di rifiuto: semplice canale a cielo aperto sul lato SO dell’edificio (il più prossimo al
fiume).
Bibliografia: Vichi, 1990, p. 78
Sito : 21
UT: 1
Località: Torri
Comune: Sovicille
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 I
coord.: 1.680.86/4.789.58
Quota slm: 196
Morfologia: pianura
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi
Acqua: torrente Rosia
Condizioni del suolo: area edificata e giardino
Uso del suolo: abitativo
Visibilità: molto buona
Descrizione Sito: area pianeggiante delimitata a N-E dal torrente Rosia, a S-O dalla strada che
collega Rosia con la SS 223; è attraversata dal fosso del Mulinello e dista in linea d’aria ca. 250 m
dal paese di Torri.
Descrizione UT: edificio di medie dimensioni, in passato ospitante un impianto molitorio, ora
ristrutturato come abitazione, ben conservato nella sua struttura muraria originale. Sono invece
molto rimaneggiate le aperture ed è scomparso, in seguito alla creazione del giardino circostante la
casa, il sistema di alimentazione idraulica dell’antico mulino.
Notizie storiche: l’esistenza di questo impianto, che utilizzava le acque del torrente Rosia, è
documentata per la prima volta nella Tavola delle Possessioni di XIV sec., in alcune confinazioni di
terre adiacenti, appunto, ad un “Molinello”. Il toponimo diventa invece “Mulino di Torri” in alcune
piante settecentesche, raffiguranti il sistema di fossi che drenavano il piano di Orgia, nelle quali
compare l’edificio del mulino; la sua posizione è inoltre registrata nel Catasto ottocentesco. Le
strutture murarie conservate riportano certamente al periodo medievale, con una tipologia che
sembra risalire al XIV sec.
Definizione: mulino da macina
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: inizi XIV sec.
Cron. finale: XIX sec.
Font i
Toponomastica nelle fonti: “Molinello”, “Mulino di Torri”, “Mulinello”
1318/20: si registra “unam petiam terre laboratorie positam in dicta curia [Torri] loco dicto la
Rosia cui ex una heredum Guiducii Ugolini et ex duabus Molinelli et ex una Fatii Bonfigliuoli” ed
©1997 Edizioni All’Insegna del Giglio s.a.s., vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale
inoltre “unam petiam terre laboratorie positam in dicta curia et loco cui ex duabus Molinelli et ex
una aqua Rosie et ex una Lenzi Venture” (Estimo, 2, c. 95r).
1784: pianta realizzata da Bernardino Fantastici e Alessandro Nini raffigurante il torrente
Rosia, il fosso Testiera, il fosso Serpenna ed altri canali minori facenti parte del sistema di
drenaggio del piano di Orgia. Vi compare in alto il “Mulino di Torri” con il suo bottaccio (QC,
Piante, 276, cm 54,5 per 18,5; penna ed acquarello su carta).
1825: raffigurazione del “Botro Rosia” e del “Mulinello”, con la sua gora di derivazione
(Catasto Toscano, Comunità di Sovicille, sez. K di Torri, part. 69).
1893: Numero d’ordine: 193. Canale che alimenta l’opificio: gorello (lunghezza m 1750;
dislivello m 18,50). Modo di derivazione: pietraia stabile. Denominazione: Molinello di Torri. Uso:
molino da cereali. Caduta: m 4,50. Portata in litri: max. 7; min. 2; ord. 5; non è continua. Durata in
mesi: max. 4; min. 4; ord. 4. Osservazioni: lavora a raccolta tutto l’anno, eccetto in tempo di
pioggia. Per 4 mesi una gorata al giorno; per 4, due gorate al giorno; per 4, tre o quattro gorate al
giorno. La gora si svuota in meno di 2 ore (C. I. I., p. 292).
Cara tteristi che idra uliche
Canale di alimentazione: attualmente non è più visibile nei pressi del mulino perché colmato in
tempi recenti. Secondo il Catasto ottocentesco un piccolo canale, lungo ca. 750 metri, derivava l’acqua dal torrente
Rosia e la conduceva fino al mulino.
Bacino di raccolta: sono visibili tratti semicrollati dei muri di sostegno del bottaccio sul lato N
dell’edificio, ora utilizzati come delimitazioni del giardino. Non sono definibili le dimensioni. Il bottaccio non viene
raffigurato nella mappa del Catasto ottocentesco, mentre compare, in modo molto approssimativo, nella
pianta settecentesca.
Edificio: di forma quadrangolare (ca. 6 m per 7 m), a sviluppo verticale, consta di tre piani e
con probabilità anche di un piano seminterrato dove un tempo erano ospitate le ruote. è realizzato
con una muratura a corsi regolari di ciottoli con pietre ben squadrate agli angoli (forse di
reimpiego); zeppe e restauri in laterizio, finestre e porta d’ingresso ad archi ribassati in laterizio.
Sono presenti buche pontaie. Sul lato E è addossato un corpo più basso non coevo.
Ruote: probabilmente si trattava di ritrecini; non se ne conosce il numero.
Meccanismi: una macina è collocata all’esterno del lato S, appoggiata al muro nei pressi
dell’ingresso al piano seminterrato.
Canale di rifiuto: colmato nei pressi della casa, prosegue con un tratto rettilineo lungo ca. 300
m verso il Rosia.
Bibliografia: Moretti-Passeri, 1988, p. 46; Vichi, 1990, pp. 74-76
Sito : 22
UT: 1
Località: Belagaio
Comune: Roccastrada
Provincia: Grosseto
Carta top. reg.: Q 120 II
coord.: 1.680.90/4.773.26
Quota slm: 227
Morfologia: pianura fluviale di fondovalle
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi
Acqua: torrente Farma
Condizioni del suolo: bosco
Uso del suolo: incolto
Visibilità: discreta
Descrizione Sito: angusta area pianeggiante nel fondovalle del Farma, delimitata a N-E dal
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torrente stesso ed a S-E dalle ultime pendici del Poggio al Nibbio. Il sito si trova in una zona isolata,
disabitata e con scarsa viabilità, secondo il paesaggio caratteristico di tutta la valle del Farma. è
raggiungibile a piedi con un percorso di circa 3 Km che dal castello del Belagaio scende fino alla
valle.
Descrizione UT: varie strutture murarie in pessimo stato di conservazione, in gran parte
interrate. Si tratta di un piccolo edificio rettangolare (ca. 7 m per 5), vicinissimo al Farma, realizzato
con una muratura molto irregolare di ciottoli e pietre non lavorate; la parete NE è recentemente in
gran parte crollata a causa delle piene del torrente. Subito adiacenti sul lato SO di questa struttura,
restano le tracce di un altro ambiente rettangolare un po’ più grande. Si trattava probabilmente in
entrambi i casi di ambienti di servizio (carbonili?) della ferriera. La ferriera vera e propria si trova
leggermente più discosta dal Farma: ne rimangono alcuni tratti dei muri perimetrali e di una parete
interna che la suddivideva in due ambienti stretti ed allungati; era lunga, per quanto ancora visibile,
almeno 14 m e larga 10. Le murature sono molto irregolari e realizzate in ciottoli e pietre appena
sbozzate, non sono presenti laterizi ma solo frammenti dei coppi della copertura. Intorno all’edificio
principale si riscontrano tratti di altri muri di cui è impossibile determinare la funzione. Pochissime
sono le tracce delle strutture di alimentazione idraulica della ferriera: si limitano a tracce del canale
della gora, che costeggiava il Farma molto da vicino ed era rinforzata da murature di sostegno sul
lato verso il corso d’acqua; non è stato possibile determinare la posizione del bacino di raccolta.
Grandi accumuli di scorie miste a carbone e minerale polverizzato si trovano sparsi nelle vicinanze
dei ruderi: presso l’edificio principale un cumulo largo 5 m, lungo 10 ed alto 2 costituito da scorie
molto frammentate; lungo un fosso prosciugato a S-E della ferriera si trova un altro accumulo
subcircolare molto grande (20 m per 20) la cui sezione, tagliata dal fosso, è alta 3 m; le scorie in questo caso
sono di medie e grandi dimensioni.
Notizie storiche: la ferriera, di proprietà dei Lottorenghi, signori del castello del Belagaio,
viene citata per la prima volta in una divisione di beni del 1382. Un documento del 1390 ne ricorda
l’edificio ed i carbonili. L’impianto veniva dai Lottorenghi affittato a terzi: sappiamo che nel 1560
la prese in gestione Agnolo Venturi, futuro proprietario del vicinissimo impianto di Ruota (Sito 4),
e che rimase in affitto a membri della famiglia Venturi fino almeno al 1681. Da questa data non se
ne hanno altre notizie ed è probabile che abbia cessato l’attività.
Definizione: ferriera
Periodo: Medioevo ed Età Moderna
Cron. iniziale: seconda metà XIV sec.
Cron. finale: fine XVII sec.
Font i
Toponomastica nelle fonti: “edifizio del Belagaio”
1382, novembre 27: presso la Corte di Mercanzia della città di Siena, Jacomo e Quirico
Lottorenghi fanno la divisione dei loro beni; a Quirico spetta la “possessione in corte del Belagaio con l’edifizio” (AVG,
T. 42, fasc. 3, copia del documento originale).
1390, febbraio 13: definizione dei confini della tenuta di Moverbia tra l’abbazia di S. Galgano
e la comunità di Monticiano, nella quale si specifica che il confine “va giù per detto fossato per
infino alla Farma e mette in Farma di riscontro all’Edifizio e Carbonigli del Belagaio e quelli sono
fra detta Abbazia e Comunità” (AVG, T. 31, fasc. 5, copia del documento originale).
1560 ca.: intorno a questa data lavora in questa ferriera, come affittuario, Agnolo Venturi
(AVG, T. 33, fasc. 2).
1612: la ferriera, ancora di proprietà dei Lottorenghi, era stata data in affitto ad Ascanio
Venturi, che in questo anno finisce il suo contratto (AVG, T. 69, fasc.10).
1681 ca.: vari conti e pagamenti che attestano l’attività della ferriera almeno fino a questo
anno (AVG, T. 69, fascc. 1-4).
Dati archeo metallurgici
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Minerale trattato: ematite
Metallo prodotto: ferro
Tipo di operazione: riduzione, forgiatura?
Materiali presenti: minerale, scorie
Tipo di Scoria: A, B, C, D
Media frg.: max. cm 15, min. cm 2
Campionatura: sono state campionate minime percentuali di tutti i tipi di scorie presenti sul
sito
Scoria Tipo a: Colore int.: grigio scuro. Colore est.: da grigio scuro a marrone. Magnetica:
impercettibile. Tapped: no. Weathering: depositi di calcite, ossidazioni ferrose superficiali.
Struttura: superficie inferiore scabra, superficie superiore irregolare e in parte cordoniforme, in
parte porosa. Porosità: frequenti, grandi, irregolari. Inclusioni: carbone. Osservazioni:
probabilmente si tratta di una scoria formatasi sul fondo del forno (cake).
Scoria Tipo b: Colore int.: grigio piombo con iridescenze. Colore est: grigio scuro.
Magnetica: no. Tapped: si. Weathering: alcuni frgg. presentano una patina esterna arrossata.
Struttura: stato molto frammentario, con struttura interna spugnosa ma densa, superfici esterne lisce,
forma appiattita. Porosità: piccole, circolari, frequenti.
Scoria Tipo c: Colore int.: grigio scuro. Colore est.: grigio scuro. Magnetica: impercettibile.
Tapped: si. Weathering: patina rossastra, rare ossidazioni ferrose superficiali. Struttura: superfici
esterne superiori a tratti lisce e lucide, con tracce di scorrimento che denotano scarsa fluidità;
superfici inferiori irregolari con distribuzione diseguale delle bollosità. Porosità: molto frequenti, da
grandi a piccole dimensioni, forma estremamente irregolare. Inclusioni: tracce di carbone.
Scoria Tipo d: Colore int.: grigio scuro. Colore est.: da grigio/nero a marrone. Magnetica:
impercettibile. Tapped: no. Weathering: depositi di calcite, ossidazioni ferrose superficiali.
Struttura: molto irregolare, superfici bollose e porose, molto spugnosa senza tracce di scorrimento.
Porosità: molto frequenti, forma irregolare, da piccolissime a medio-grandi. Inclusioni: tracce di
carbone.
Bibliografia: Guideri, 1986-1987, pp. 202-203; Cucini-Guideri-Paolucci-Valenti, 1989, p. 87,
fig. 3; Giovagnoli, 1992, p. 9 e nota 21
Sito : 23
UT: 1
Località: C. Ferriera
Comune: Roccastrada
Provincia: Grosseto
Carta top. reg.: Q 120 III
coord.: 1.675.72/4.772.08
Quota slm: 306
Morfologia: pianura
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi
Acqua: torrente Farma
Condizioni del suolo: bosco
Uso del suolo: incolto
Visibilità: discreta
Descrizione Sito: area pianeggiante situata ai piedi della collina su cui sorge il paese di
Torniella; è delimitata a N e N-E dal corso del torrente Farma, a S dalle ultime pendici della collina
sopra citata. La zona, un tempo coltivata, si presenta attualmente abbandonata e coperta da
vegetazione spontanea. Il sito è raggiungibile mediante una strada a sterro che dalle prime case del
paese scende per ca. 500 m in direzione del fondovalle.
Descrizione UT: edificio rettangolare abbandonato, in gran parte crollato e coperto da fitta
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vegetazione, un tempo destinato alla lavorazione del ferro; restano tracce dei forni di riduzione e
delle strutture accessorie che sfruttavano l’energia idraulica fornita dal vicino torrente Farma. Si
affianca sul lato E ad un mulino (UT 2). Tutta l’area circostante agli edifici e la stessa strada
d’accesso sono completamente disseminate di scorie di diverse dimensioni.
Notizie storiche: l’esistenza di questo opificio ci è nota a partire dal 1559, anno in cui il
proprietario, un membro della famiglia Bulgarini, forma una società con Agnolo Venturi, affittuario
della vicina ferriera di Ruota. In un memoriale del 1628, tuttavia, si afferma che la ferriera era attiva
da oltre 200 anni, il che ci riporterebbe alla prima metà del ‘400. Da un documento del 1620
sappiamo che questo impianto lavorava “alla casentina”, cioè secondo il metodo diretto. Nel 1876 il
Grottanelli ricorda che l’impianto era ancora in mano ai Bulgarini; la Carta Idrografica del 1893 ne
documenta l’attività fino a questa data.
Definizione: ferriera
Periodo: post medievale
Cron. iniziale: metà XVI sec.
Cron. finale: fine XIX sec.
Font i
Toponomastica nelle fonti: ferriera “di Torniella”
1559: Paris Bolgarini forma una compagnia con Agnolo di Mariano Venturi “a lavorare la
feriera sua di Torniella per fare el ferro e si f’ per due anni”; inoltre si proseguì per altri due anni
inserendo nella compagnia anche la ferriera di Ruota (AVG, T. 4, p. 24, memoriale del 1567); v.
anche Sito 4.
1620 ca.: processo tra Ascanio Venturi e la Comunità di Monticiano a proposito del taglio di
castagni per le ferriere; il Venturi si difende dicendo che “pretendano che dal Venturi non si possa
far tagliare cerri il per che dicano che quando la Comunità alienò l’edificio (che a que’ tempi
lavorava alla casentina) non se ne consumava, et ancora perché fino a ora non s’è usato farne
tagliare [...] e quanto ch’alla casentina non sia solito adoperarsi cierro, se li niegha [...] come la
ferriera de Signori Bolgherini nella corte di Torniella ha lavorato sempre alla casentina e pur quella
Comunità li concesse che potesser far tagliare 300 o vero 350 passi per hano di cerro, questo il
Venturi lo dice per levare la massima ch’àn fatto che lavorando alla casentina non fusse in uso
d’adoperare carbone di cerro che poi quant’alla quantità allui non è ristretta [...] e quanto a far
lavorare a la bresciana questo alla Comunità non à da importare né può impedire ch’un padrone non
possa esercitare le cose sue in qual modo migliore che può.” (AVG, T. 4, fasc. 8); v. anche Sito 1
UT 1.
1628: memoriale secondo il quale all’epoca l’impianto di Torniella lavorava da più di 200
anni (AVG, T. 33, fasc. 10).
1676: “Edifitio di ferro: vi scorre il fiume della Farma, coll’acqua del quale si tiene di
continuo andante un Edifizio di Ferro attinente a Lattanzio Bulgarini” (Gherardini, Visita, p. 275).
1778-1783: vari contratti di affitto della ferriera insieme al mulino; si prevede che si debbano
mantenere in buono stato tutti gli attrezzi. A carico del locatario sono il mantenimento della
steccaia, la pulitura dei gorelli e la manutenzione generale del mulino e della ferriera (AVG, T. 95,
fasc. 4).
1876: “La ferriera già posseduta dagli antichi signori distante un Km dal paese fu ceduta in
enfiteusi ai Bulgherini dal magistrato dei Conservatori nel 1743, i quali l’affittarono diverse volte e
sempre vantaggiosamente. Merita di essere rammentata la pescaia che trattenendo le acque del
Farma serve di motore ad un mulino, a tre macine, ed alla ferriera. Questa serra è formata da una
base in pietra e cemento della larghezza di 45 m e per la lunghezza di 10 m accompagna il corso del
fiume. L’altezza è di m 7, ai lati sono due muraglioni fasciati di pietra lavorata a scarpello.
Quest’opera fu restaurata o del tutto costruita a spese della repubblica” (Grottanelli, 1876, p. 149).
1893: Numero di riferimento alla carta: 107. Canale che alimenta l’opificio: gorello del
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molino. Modo di derivazione: sassaia trasversale a secco. Denominazione: Ferriera. Uso: ferriera.
Caduta m 5,80. Portata in litri: max. 161; ord. 161. Regime: perenne (C. I. I., pp. 330-331).
Cara tteristi che idra uliche
Sbarramento: diga di pietre e ciottoli con basamento in muratura a sbarramento totale del
corso del torrente, affiancata sulle due sponde da muraglioni di contenimento.
Canale di alimentazione: canale a cielo aperto in gran parte interrato e visibile solo nel tratto
terminale; la parte iniziale e centrale è stata del tutto obliterata per spianare un campo nelle
vicinanze dell’edificio. è largo alla base 2 m, delimitato da argini di terra alti allo stato attuale 1,20
m, dotato di una chiusa per lo scolmo delle acque eccedenti verso un fosso che scarica di nuovo nel
Farma. è completamente disseminato di scorie anche di notevoli dimensioni.
Bacino di raccolta: bottaccio molto ampio, di forma rettangolare (fronte m 25, lato sin. m 30,
lato des. m 40), delimitato da argini di terra. Si trova sul lato N degli edifici ed è separato da questi
ultimi mediante un muro in pietra di tecnica irregolare.
Edificio: di forma grossomodo quadrata (lato 12 m), ad unico ambiente, non presenta, per
quanto visibile al di sopra dei crolli e della vegetazione, tracce di divisioni interne né di solai. Sono
in parte conservate le pareti N ed E, è quasi del tutto crollata la facciata (lato S). Ben conservato il
lato O, che presenta una complicata struttura formata da ben quattro archi in laterizio affiancati,
probabilmente bocche dei forni all’interno dei quali si riduceva il minerale di ferro. La struttura si
presenta comunque di difficile lettura ed interpretazione. Le murature sono irregolari, realizzate con
pietre non squadrate e laterizi.
Condotte: sul muro che delimita il bottaccio dal lato adiacente agli edifici è visibile un
passaggio, in gran parte invaso dalla vegetazione, delimitato da due grandi pietre sui lati, che
sostenevano una saracinesca, attraverso la quale l’acqua si riversava in una sorta di corridoio
formato dalle due pareti affiancate del mulino e della ferriera e dotato di un certo dislivello. Sul lato
S, cioè in facciata, il corridoio è delimitato da un muro nel quale si apre un arco che permetteva
l’uscita dell’acqua verso il canale di rifiuto.
Ruote: una ruota verticale era probabilmente alloggiata nel corridoio tra gli edifici del mulino
e della ferriera descritto sopra. Non ne resta traccia.
Canale di rifiuto: l’acqua in uscita dal mulino e dalla ferriera si riversava in un passaggio
voltato a botte, che passa sotto la strada di accesso agli edifici, e defluiva in un canale a cielo aperto
delimitato da argini di terra in direzione del Farma.
Dati archeo metallurgici
Min. trattato: ematite
Metallo prodotto: ferro
Tipo di operazione: riduzione
Materiali presenti: minerale, scorie
Tipo di Scoria: A e B
Media frg.: max 25 cm, min. 4 cm
Campionatura: sono state campionate solo minime percentuali delle scorie presenti sul sito
Scoria Tipo a: Colore int.: da grigio scuro a marrone. Colore est.: da grigio scuro a marrone.
Magnetica: si. Tapped: no. Weathering: molte ossidazioni ferrose superficiali. Struttura: spugnosa
sia int. che est., superficie inferiore scabra e porosa ma più compatta della superiore, che si presenta
molto porosa ed irregolare. Porosità: molto frequenti, grandi, di forma irregolare. Inclusioni: molte
tracce di grandi frammenti di carbone alcuni dei quali ancora presenti. Osservazioni: osservando la
forma convessa della superficie inferiore si può ipotizzare che si tratti di un cake cioè un fondo di
fornace.
Scoria Tipo b: Colore int.: grigio chiaro, striature per ossidazione. Colore est.: grigio scuro.
Magnetica: no. Tapped: si. Weathering: depositi di calcite. Struttura: superficie superiore
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mammellonare con tracce di cordoni di scorrimento appiattiti, superficie lucida; la superficie
inferiore leggermente convessa presenta tracce di giacitura su terreno. Porosità: frequenti, irregolari.
Inclusioni: tracce di frammenti di carbone.
Bibliografia: Guideri, 1986-1987, p. 102; Cucini-Guideri-Paolucci-Valenti, 1989, pp. 88-89,
figg. 4 e 5; Giovagnoli, 1992, p. 9 e nota 21.
Sito : 23
UT: 2
Località: C. Ferriera
Comune: Roccastrada
Provincia: Grosseto
Carta top. reg.: Q. 120 III
coord.: 1.675.72/4.772.08
Quota slm: 306
Morfologia: pianura
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi
Acqua: torrente Farma
Condizioni del suolo: bosco
Uso del suolo: incolto
Visibilità: buona
Descrizione Sito: v. UT 1
Descrizione UT: edificio rettangolare, in ottimo stato di conservazione, completo in tutte le
sue parti e ancora dotato di copertura, un tempo destinato all’attività molitoria. Sono ancora visibili
le strutture accessorie che sfruttavano l’energia idraulica fornita dal vicino torrente Farma. Si
affianca sul lato O ai ruderi dell’edificio della ferriera (UT 1)
Notizie storiche: le strutture murarie, perfettamente conservate, riportano all’ambito
medievale e risalgono almeno al XIII secolo. Nella Tavola delle Possessioni di Torniella, del 1320,
si cita più volte un mulino lungo il Farma, con tutta probabilità da identificarsi con l’edificio in
questione. Alcune notizie, poi, compaiono in associazione all’attività della contigua ferriera. Anche
il mulino era di proprietà dei Bulgarini che lo concedevano in affitto a terzi. è rimasto in attività
fino agli anni ‘50 del nostro secolo.
Definizione: mulino da macina
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: XIII sec.
Cron. finale: XX sec.
Font i
Toponomastica nelle fonti: mulino “in loco dicto Campo Sperolo”, “mulino di Ferriera”
Desc rizione fonti
1320: viene registrata “unam petiam terre laboratorie positam in loco dicto Campo Sperolo
cui ex una Ghani monaci ex una flumen Farme et ex una Ghora molendini” (Estimo, 67, c. 11r).
1320: “unam petiam terre laboratorie [...] positam in Campo Sperolo cui ex una dicta Ghora
[...] ex una flumen Farme” (Estimo, 67, c. 66r).
1778-1783: vari contratti di affitto della ferriera insieme al mulino; si prevede che si debbano
mantenere in buono stato tutti gli attrezzi. A carico del locatario sono il mantenimento della
steccaia, la pulitura dei gorelli e la manutenzione generale del mulino e della ferriera (AVG, T. 95,
fasc. 4); v. anche UT 1.
1876: descrizione della pescaia in muratura che alimentava il mulino e la ferriera (Grottanelli,
1876, p. 149); v. UT 1.
1893: Numero di riferimento alla carta idrografica: 107 bis. Canale che alimenta l’opificio:
gorello del mulino. Modo di derivazione: sassaia trasversale a secco. Denominazione: Ferriera. Uso:
molino. Caduta m 5,80. Portata in litri: max. 161; ord. 161. Regime: perenne (C. I. I., pp. 330-331).
©1997 Edizioni All’Insegna del Giglio s.a.s., vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale
Cara tteristi che idra uliche
Sbarramento: v. UT 1
Canale di alimentazione: v. UT 1
Bacino di raccolta: v. UT 1
Edificio: di forma rettangolare (8 m per 14), a due piani divisi in due ambienti, con un piano
seminterrato; in ottimo stato di conservazione. La muratura è realizzata in filaretto, a corsi regolari
di grandi bozze squadrate. Diverse aperture originali si trovano in facciata (lato S): porta d’ingresso
ad arco, ai lati due finestre rettangolari con architrave monolitico; al primo piano una finestra
rettangolare coeva ed una posteriore. Sul lato N, verso il bottaccio, porta rettangolare all’altezza del
primo piano. Tetto a due falde coperto da coppi ed embrici.
Condotte: nel muro che delimita il bottaccio sul lato dell’edificio si aprono due condotte
forzate che conducevano l’acqua a forte pressione sulle ruote alloggiate nel carceraio. Hanno
imbocco rettangolare (condotta sin.: alt. 1,5 m, larg. 1 m; condotta ds.: alt. 1,5 m larg. 1,30 m)
delimitato da laterizi, sono fortemente inclinate e strombate verso il basso; le murature sembrano
essere state molto rimaneggiate in epoca moderna.
Ruote: si trattava di due ruote del tipo orizzontale; il carceraio è inaccessibile e non è stato
possibile verificare se ne rimane in situ qualche traccia.
Meccanismi: una macina rimane ancora in situ nell’ambiente a pianterreno del mulino.
Canale di rifiuto: v. UT 1
Bibliografia: Guideri, 1986-1987, p. 102; Cucini-Guideri-Paolucci-Valenti, 1989, pp. 88-89,
figg. 4 e 5.
Sito : 24
UT: 1
Località: S. Lorenzo a Merse
Comune: Monticiano
Provincia: Siena
Carta top. reg.: Q. 120 II
coord.: 1.684.30/4.779.22
Quota slm: 250
Morfologia: fondovalle
Geologia: scisti siltosi
Acqua: fosso Faulle
Condizioni del suolo: bosco
Uso del suolo: incolto
Visibilità: buona
Descrizione Sito: angusto fondovalle in cui scorre il fosso Faulle, profondamente incassato ai
piedi del Poggio Leccetelli. Il sito si trova ca. 750 m a S-O del paese di S. Lorenzo a Merse ed è
raggiungibile attualmente solo risalendo a piedi lungo il fosso a partire dal paese.
Descrizione UT: piccolo impianto molitorio abbandonato, in discreto stato di conservazione,
che sfruttava l’energia idraulica fornita dal Fosso Faulle. Sono ancora ben visibili anche le strutture
accessorie di alimentazione.
Notizie storiche: l’esistenza di questo mulino è documentata per la prima volta nella relazione
del Gherardini nel 1676; ne viene poi registrata la posizione nel Catasto ottocentesco e nella Carta
Idrografica del 1893, secondo la quale l’edificio ospitava anche una gualchiera. Secondo
testimonianze orali avrebbe cessato l’attività all’inizio del nostro secolo.
Definizione: mulino da macina e gualchiera
Periodo: post-medievale
Cron. iniziale: XVII sec.
©1997 Edizioni All’Insegna del Giglio s.a.s., vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale
Cron. finale: inizi XX sec.
Font i
Toponomastica nelle fonti: mulino “Faulle”
1676: “Vi è un molino fabbricato in Beni di Comunità. Questo non è sufficiente per il
consumo del paese, onde conviene andare a macinare al Fiume della Mersa.” (Gherardini, Visita, p.
50).
1821: localizzazione della “casa ad uso molino” con la sua gora (Catasto Toscano, Comunità
di Monticiano, Sez. C di S. Lorenzo, part. 502 e 503).
1893: Numero d’ordine: 202. Canale che alimenta l’opificio: gorello (lung. m 600; dislivello
m 8,80). Modo di derivazione: steccaia di pali e fascine. Denominazione: Faulle. Uso: molino da
cereali e gualchiera. Caduta m 4,50. Portata in litri: max. 97; min. 4; ord. 22; non è continua. Durata
in mesi: max. 4; min. 4; ord. 4 (C. I. I., pp. 294-295).
Cara tteristi che idra uliche
Canale di alimentazione: breve gora a cielo aperto
Bacino di raccolta: bottaccio rettangolare posto sul lato S dell’edificio e da esso separato da
un passaggio transitabile, sotto al quale passano le condotte. Il lato verso il mulino è sostenuto da un alto
muro di contenimento. Un muro delimita anche il lato E mentre su quello O è presente un argine di terra.
Piuttosto ampio e profondo.
Edificio: piccolo edificio rettangolare ad un piano con unico ambiente, più un piano
seminterrato dove erano collocate le ruote idrauliche. Quest’ultimo consta di due carcerai con archi
d’uscita in pietra, alti m 1,70 e larghi m 2,20; attualmente sono in parte allagati, ma è comunque
visibile dall’esterno la bocchetta di uscita dell’acqua nella parete di fondo. Le murature sono
realizzate con piccole pietre non squadrate e ciottoli; la tipologia riporta all’epoca moderna.
Condotte: due condotte, perfettamente conservate, si aprono nel lato N di contenimento del
bottaccio. Hanno bocca rettangolare (alt. m 1,20, larg. m 1,50) e sono fortemente inclinate e
strombate verso l’interno; le murature interne sono foderate in laterizi.
Ruote: due ruote di tipo orizzontale di cui non rimane alcuna traccia.
Canale di rifiuto: semplice scoscendimento lungo pochi metri in direzione del fosso Faulle.
Sito : 25
UT: 1
Località: Castellaccio
Comune: Civitella Paganico
Provincia: Grosseto
Carta top. reg.: Q. 120 II
coord.: 1.684.90/4.772.62
Quota slm: 161
Morfologia: pianura di fondovalle
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi
Acqua: torrente Farma
Condizioni del suolo: bosco
Uso del suolo: incolto
Visibilità: discreta
Descrizione Sito: area pianeggiante nel fondovalle del Farma situata alla destra di una stretta
ansa formata dal torrente, vicinissima ai ruderi dell’antico Castiglione “iuxta Farmam” (oggi
Castellaccio), ma sulla sponda opposta e quindi attualmente in provincia di Grosseto. Il luogo è
particolarmente caratteristico e ben riconoscibile in quanto in questo punto il corso d’acqua è quasi
sbarrato e costretto ad aggirare una potente formazione rocciosa prima di tornare sull’asse di
scorrimento usuale. La riva sinistra del Farma si presenta quindi come una parete di roccia
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completamente liscia e perpendicolare di aspetto suggestivo, la riva destra è invece pianeggiante,
sabbiosa e discretamente agibile anche se coperta da bosco. Il sito è raggiungibile a piedi da Solaia
o per una strada privata dal Pod. Fontanini.
Descrizione UT: sono stati individuati alcuni resti di murature nelle immediate adiacenze del
Farma. Il tratto meglio conservato è lungo 12,5 m, con andamento N-S parallelo al torrente; si tratta
di un muro a sacco, dello spessore di 75 cm, con paramento in pietre di medie e piccole dimensioni,
sbozzate in forma rettangolare, non spianate, con faccia di spacco, disposte in filari regolari, legate
da abbondante malta giallastra. All’estremità S in basso si nota un arco, appena distinguibile perché
completamente interrato, che dà accesso ad una galleria voltata a botte; circa alla metà della
muratura si apre una bocchetta rettangolare. All’estremità N il muro fa angolo con quello che
sembra essere un ambiente rettangolare, del tutto illeggibile a causa della vegetazione; al di là di
questi ruderi, in direzione N, altre murature affiorano, come prosecuzione del muro principale, per
circa 15 m. Al di là delle murature parallele al torrente, non sono presenti altri ruderi visibili ed il
terreno si presenta molto scuro e carbonioso. A causa del forte interro alluvionale è stata rinvenuta
una sola scoria, oltre a frammenti di minerale. Niente rimane delle opere di derivazione delle acque
verso l’edificio, per cui si può soltanto dire, osservando la morfologia del terreno, che sarebbe stato
possibile scavare un canale quasi pianeggiante ed alimentare una ruota idraulica ‘per di sotto’. Si
deve notare che il sito si presenta particolarmente adatto per lo sfruttamento dell’energia idraulica,
in quanto l’ansa a gomito crea di per sé una strozzatura a valle dell’edificio ed il torrente vi
accumula detriti a formare una sorta di “steccaia” naturale: a monte quindi il livello dell’acqua
cresce, l’alveo si presenta compatto e profondo anche in periodi molto siccitosi.
Noti zie stor iche: le uniche menzioni di ques ta strut tura pro duttiva, destinata alla
ridu zione e lavorazi one del ferro, s ono cont enute nella Tavol a delle Possessi oni del
1318 /20. L’i mpianto era divi so in tre parti della qu ali una apparteneva ad Angelo
Chiarimbaldi, possessore di altri beni in zona, una a Vanni Cambi, cittadino senese, e l’ultima ai
figli ed eredi del conte Ugolino Ardengheschi, signori del castello stesso. L’edificio era circondato
da ogni lato dai possedimenti di questi ultimi8. Il valore totale di questa struttura produttiva, 1500
lire, era il più alto fra quelli degli impianti siderurgici registrati nella Tavola. Non abbiamo notizie
sulla cessazione dell’attività, ma essa avvenne probabilmente con la crisi di metà XIV secolo e non riprese
mai più; del resto il castello stesso appare in declino nel XV sec. e fu probabilmente del tutto abbandonato alla
metà del ‘400 (Ginatempo, 1988, p. 222).
Definizione: ferriera
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: inizi XIV sec.
Cron. iniziale: metà XIV sec.?
Fonti
Toponomastica nelle fonti: “hedifitii [...] in loco dicto Chiusa ultra Farmam”
1318: nell’elenco delle proprietà di Angelo Chiarimbaldi si registra la “tertiam partem indivisam duarum
domorum et hedifitiorum actorum ad ferrum colandum et faciendum cum eorum apparatibus positorum in curia
Castillionis iuxta Farmam cui undique sunt filiorum contis domini Ugolini. Extimatam dictam tertiam partem in
quingentis librarum nam in totum extimatio predictorum est mille et quingentarum librarum”. La somma totale dei beni
di Angelo ammonta a 1183 lire (Estimo, 97, c. 62r).
1320: i figli ed eredi del conte Ugolino di Castiglione possiedono la “tertiam partem pro
indiviso duarum domorum et edifitiorum in ipsis domibus existentium actorum ad faciendum
ferrum positorum in curia Castillionis iuxta Farmam in loco dicto Chiusa ultra Farmam quibus ex
quattuor partibus est filiorum contis, quorum reliquae partes sunt Vannis Cambii et Angeli
8
Per le notizie relative al castello ed ai suoi proprietari si vedano Repetti, 1833-1846, I, p.
594; Lisini, 1893, p. 109; Cammarosano Passeri, 1976, p. 343.
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Chiarimbaldi”; è stimata 446 lire, 13 soldi, 4 denari (Estimo, 96, c. 193v).
Dati archeometallurgici
Min. trattato: ematite
Metallo prodotto: ferro
Tipo di operazione: riduzione
Materiali presenti: minerale, scorie
Tipo di Scoria: A
Media frgm.: Campionatura: è stata rinvenuta un’unica scoria
Scoria Tipo a: Colore int.: grigio scuro con iridescenze. Colore est.: marrone scuro
ferruginoso opaco. Magnetica: impercettibile. Tapped: no. Weathering: ossidazioni ferrose
superficiali. Struttura: faccia inferiore piuttosto compatta con alcune grandi bollosità; frattura
irregolare; la parte superficiale è molto ossidata e forma una sorta di strato esterno. Porosità: non
frequenti, piccole, circolari, distribuite irregolarmente. Inclusioni: no.
Bibliografia: Borracelli, 1984, p. 54 e nota 17.
Sito: 26
UT: 1
Località: Podere Cerrone
Comune: Murlo
Provincia: Siena
Carta top. reg.: 120 II
coord.: 1.688.16/4.776.02
Morfologia: pianura di fondovalle
Geologia: alluvioni fluviali, terrazzi bassi
Acqua: fiume Merse
Condizioni del suolo: bosco
Uso del suolo: incolto
Visibilità: buona
Descrizione Sito: il sito su cui sorgeva il mulino si trova in un’area pianeggiante, attualmente
denominata Molinaccio, situata ai piedi dei colli che scendono da Montepescini, compresa
all’interno di un’ampia ansa formata dal fiume Merse, che la delimita sui lati E, S, S-O. Il luogo si
trova attualmente subito al di fuori di un fondo chiuso, utilizzato per l’allevamento dei cinghiali, di
proprietà del Demanio Regionale. Per accedervi è necessario discendere da Montepescini fino al
torrente Ornate e qui, previa autorizzazione del Demanio, farsi aprire i cancelli della tenuta da un
incaricato; dopo aver proseguito fin oltre il Podere Cerrone, oltrepassare di nuovo la recinzione e
inoltrarsi nel bosco fino in prossimità del fiume, dal quale parte il vecchio canale di accesso
dell’acqua al mulino, ben visibile e percorribile con facilità.
Descrizione UT: cospicui resti di un mulino, quasi interamente crollato ma relativamente ben
leggibile nelle sue componenti architettoniche; inoltre tracce di alcuni edifici adiacenti. Ancora ben
conservato il sistema di alimentazione idrica ed in particolare il grande bottaccio rettangolare in
muratura ed il lungo canale che, con un percorso di oltre 200 m, derivava l’acqua dal fiume Merse
conducendola fino a questo impianto.
Notizie storiche: dell’esistenza di un mulino in questa zona abbiamo notizia dall’Estimo del
1318-1320, dal quale risulta che la comunità di Montepescini possedeva la sesta parte di un mulino
con gualchiera sul Merse in località “al Mulino”, nei pressi del fossato “Arrighi Cerboni”. Sulla
base di altre confinazioni descritte nella stessa pagina dell’Estimo, diventa molto facile localizzare il
punto esatto in cui si trovava il mulino: il fossato di Cerbone, infatti risulta ubicato nei pressi del
poggio Casoli (“el poggio di Casole”) e del fosso Ornate (Estimo, 78, c. 31r). I dati toponomastici
corrispondono perfettamente con la posizione dei resti individuati, i quali erano del resto già
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registrati nel Catasto del 1821, dal quale risulta che il mulino era all’epoca allo stato di rudere. Non
si riscontra invece alcuna corrispondenza con i toponimi che designano le confinazioni del mulino
di Rigocervio (Sito VIII) anch’esso ubicato nel distretto di Montepescini: ciò porta ad escludere che
si trattasse dello stesso impianto.
Definizione: mulino da macina e gualchiera
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: inizi XIV sec.
Cron. finale: XVIII sec.
Fonti
Toponomastica nelle fonti: “loco dicto al Mulino”
1318/1320: la Comunità di Montepescini “habet sextam partem terre laboratorie et boscate
positam in dicta curia, loco dicto al Mulino, cum palatio, domo cum molendino et gualchiera super
ea, cui ex uno flumen Merse, ex alio via, ex alio fossatus Arrighi Cerboni” (Estimo, 78, c. 31r).
1821: nei pressi della località Podere Cerrone, proprio sul Merse è registrata la posizione di
un edificio definito “molino diruto”; adiacente ad esso un secondo edificio, definito “casa diruta”;
non vengono raffigurate le opere di derivazione delle acque (Catasto Toscano, Comunità di Murlo, sez. N di
Vallerano, part. 174 e 175).
Caratteristiche idrauliche
Sbarramento: perduto
Presa d’acqua: attualmente è difficile da individuare; nel punto in cui il canale di derivazione
sembrerebbe iniziare, la quota del terreno risulta di alcuni metri più alta rispetto al letto del fiume;
ciò è spiegabile sulla base di diversi fattori: in primo luogo il fiume è in fase erosiva e di
conseguenza scorre a quota inferiore rispetto ai secoli passati, in secondo luogo la presenza in
antico delle opere di sbarramento, oggi perdute, faceva sì che il pelo dell’acqua si innalzasse a
monte della presa, inoltre il canale di derivazione si presenta in parte interrato ed era quindi
probabilmente più profondo di quanto non appaia oggi. Infine la presenza di alcune opere in
muratura in corrispondenza del punto in cui il canale si incontra con il fiume e soprattutto una fossa
di forma rettangolare probabilmente formatasi in seguito al crollo di un ambiente sotterraneo, fanno
pensare che in origine la presa fosse costituita da un breve tratto di galleria.
Canale di alimentazione: lungo canale artificiale che, con un percorso complessivo di oltre
200 m, collega il Merse con l’edificio del mulino. Presenta un andamento rettilineo che in pratica
attraversa l’intera ansa formata dal fiume in questo tratto; è delimitato da possenti argini di terra,
che in alcuni punti sono alti circa 2 m; in certi tratti del canale sono visibili lacerti di murature di
sostegno in pietre irregolarmente sbozzate. Circa alla metà del percorso sono presenti alcune
strutture, molto probabilmente relative ad una chiusa che permetteva di deviare l’acqua in eccesso
entro un canale secondario comunicante col fiume.
Bacino di raccolta: grande bottaccio rettangolare, quasi del tutto interrato, addossato al lato N
dell’edificio; è delimitato da grossi muri, costruiti con bozze di pietra squadrate disposte su filari
regolari, ben conservati sui lati S e O. è largo 19 m e lungo almeno 30.
Edificio: edificio rettangolare ad un solo piano, di 19 m per 12, in gran parte crollato. è
possibile individuare almeno 4 ambienti interni. Rimane in piedi l’angolo E, mentre le altre
murature sono conservate in elevato per circa 1 m. è possibile distinguere tra le strutture murarie
almeno due fasi costruttive: la prima, probabilmente di ambito medievale, è caratterizzata da muri
di notevole spessore (anche oltre 1 m) in pietre squadrate disposte su filari regolari, legate da
abbondante malta biancastra, senza impiego di laterizi se non per rare zeppe; la seconda, certamente
più recente, è caratterizzata da murature in pietre non sbozzate, di dimensioni e apparecchiatura
irregolari, con largo impiego di laterizi.
Condotte: nel muro che delimita a S il bacino di raccolta, in basso, si intravede una apertura
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completamente interrata, che sembrerebbe essere un arco di accesso dell’acqua ad un sottostante
carceraio.
Ruote: le tracce dell’arco descritte precedentemente fanno ipotizzare l’impiego di ruote
orizzontali.
Canale di rifiuto: non è visibile un canale vero e proprio; il fronte dell’edificio, tuttavia, dista
soltanto pochi metri dal fiume, verso il quale l’acqua in uscita poteva facilmente defluire.
Altro: accanto al mulino, in direzione N-E, si notano le creste dei muri perimetrali di un
grosso edificio rettangolare (forse la “casa diruta” descritta nel Catasto ottocentesco); è possibile
che si trattasse di un semplice annesso o di una abitazione o anche della gualchiera citata nelle fonti.
Anche sulla piccola altura retrostante al mulino si notano vari lacerti di murature ed un notevole
spargimento di pietre, laterizi e coppi.
Bibliografia: Passeri, 1995, pp. 73 e 78
Sezi one II: siti non localiz zabili s ul terri torio
Sito : I
Topon omastica nelle f onti: “Difizio d el Lago”, “Difizio Vecch io”, “Di fizio di
Sopra”
Notizie storiche: il “Difizio del Lago”, ubicato lungo il torrente Gonna, viene per la prima
volta menzionato in un contratto dell’anno 1460, quando viene venduto dalla Comunità di
Monticiano a Cristofano Gabrielli. Questo impianto, tuttavia, doveva esistere già almeno dagli inizi
del XIV sec., poiché in questo stesso documento, come in altri posteriori, viene denominato anche
“Difizio Vecchio”, per distinguerlo dal “Difizio Nuovo o di Sotto”, sempre sul Gonna (Sito 1 UT
1), le prime notizie del quale risalgono al 1317. Inoltre questa struttura è identificabile con uno dei
due edifici siderurgici in rovina (l’altro è probabile che sia la ferriera di Ripaccio, v. Sito II) che la
Comunità di Monticiano nel 1427 dette in affitto ad alcuni privati intenzionati a rimetterli in attività.
In altri documenti è designato anche col nome di “Difizio di Sopra”. Successivamente l’impianto
divenne proprietà di Cristofano Gabrielli, i cui figli lo vendettero a Paolo Azzoni, proprietario della
ferriera di Ruota, nel 1493; quest’ultimo lo cedette nel 1498 a Federigo Galli, riservandosi però il
taglio nei boschi di pertinenza della ferriera per uso dell’impianto di Ruota. Il “Difitio del Lago”
dovette in seguito tornare di proprietà del comune di Monticiano, visto che nel 1545 la Comunità
cedette tutti i diritti sui suoi boschi ad Achille Venturi, proprietario del “Difitio Nuovo”: da questa
vendita si deduce anche che l’impianto non doveva più essere in funzione.
Ubicazione probabile: la ferriera si trovava nel territorio del comune di Monticiano, a poca
distanza dal centro abitato, lungo il corso del torrente Gonna. In base alle indicazioni
toponomastiche contenute nelle fonti è possibile localizzarne la posizione originaria con una certa
precisione: la definizione “Difitio di Sopra” collocato “a piej la terra” di Monticiano fa ipotizzare
una ubicazione leggermente a S, cioè a monte, rispetto al “Difitio di Sotto”, i cui ruderi sono stati
individuati in località Ferrieraccia (Sito 1 UT 1); il “Difitio Vecchio” doveva quindi venirsi a
trovare poco a S-O di Monticiano lungo il corso d’acqua. Poco chiaro è invece il motivo per cui tale
impianto era detto “Difizio del Lago”, visto che nella zona non è presente alcun bacino idrico che
possa giustificare tale nome: una spiegazione è forse possibile col fatto che il luogo proposto per
l’ubicazione della ferriera coincide con una zona ancor oggi designata nella toponomastica locale
col nome di “Laghi”. Una ricognizione effettuata esplorando il greto e le sponde del Gonna per
circa 4 Km a monte della località Molinello non ha dato alcun risultato.
Acqua: torrente Gonna
Definizione: ferriera
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: inizi XIV sec.
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Cron. finale: prima metà XVI sec.
Font i
1427, gennaio 6: Giovagnolo di Giovanni Parisii cuoiaio, Berto di Agnoletto di Luca calzolaio e Ceccarino di
Turino di Cenni lavoratore della terra, tutti di Monticiano, prendono in prestito da Niccolò di Galgano di Guccio Bichi
1522 lire e 4 denari “ex causa faciendi duo hedifitia destructa, apta ad faciendum ferrum que habent ex conducto a
comuni et hominibus Montesciani prefati et causa emendi venam pro dictis hedifitijs [...] et pro ferramentis et aliis
necessariis et utilibus dictis hedifitijsì (DBB, vol. I, n. 50).
1460: è La Comunità di Monticiano l’ano 1460 vende due edifici da far ferro a Cristofano di
Nanni Gabrielli con più patti e specialmente che potesse detto Cristofano legniare per detti edifici di
là dal fiume della Ghona in qua senza alcuno reservo [...]. Questi due edifici uno si chiama il Difizio
di Sotto o vero il Difizio Nuovo [...] come appare per una divisione fatta la Comunità di Monticiano
con li Azzoni nell’anno 1407 [...] dal che si fa arghumento che tutti li altri boschi che sono dalla
Ghonna in là e nelle ripe che sono dalla Ghonna in qua sieno dell’altro edifitio il quale si chiamava
il Difitio del Lago o vero il Difitio Vecchio” (AVG, T. 44, fasc. 3, regesto di documento perduto);
v. anche Sito 1 UT 1.
1493: “L’ano 1493 li heredi di Cristofano di Nanni Ghabrielli vendono per fiorini 200 a
Pavolo Azzoni un loro edificio da far ferro posto nella corte di Monticiano chiamato il Difitio
Vecchio con tutte le sue ragioni di boschi li quali boschi necessariamente erano tutti quelli che
erano dalla Gonna in là et nel luogo detto Le Ripe della Gonna in qua eccietto però quelli
appartenenti al Difitio di Sotto o vero Difitio Nuovo” (AVG, T. 44, fasc. 3, regesto di documento
perduto).
1493: richiesta da parte di Pavolo di Gabriello Azzoni, nella quale si dice che “come havendo lui
nuovamente comprato da Antonio Ghabriegli e frategli uno de loro difitii de ferro posto ne la corte di Monticiano in sul
fiume de la Gonna cioè il Difitio di Sopra ed i suoi boschi et co le ragioni et pertinentie sue. Et havendo et essendo
similmente suo el difitio del ferro di Rota. Domanda di gratia che li dicti due suoi difitii de ferro sieno et essere
s’intendino huniti insieme et che tutto el legname che lui ha ne la corte di Monticiano esso Pavolo possi tagliare et fare
tagliare per carboni et per altro al mestiero ex ratio et bisogno de decti suoi difitii” (AVG, T. 31, fasc. 17).
1498: scrittura privata con la quale Pavolo di Gabriello Azzoni vende a Federigo di Meo di
Gallo la ferriera detta “Edifizio Vecchio di Sopra” sul Gonna, che aveva comprato da Cristofano
Gabrielli (AVG, T. 31, fasc. 18).
1505: contratto di vendita ufficiale del “difitio da fare ferro posto ne la corte di Monticiano in sul fiume de la
Gonna chiamato il Difitio Vecchio di sopra” ceduto da Paolo di Gabriello Azzoni a Federigo di Meo di Gallo con
scrittura privata del 1498. Si prevede che rimangano a Paolo Azzoni i diritti su tutti i boschi appartenenti a questa ferriera,
che egli si riserva per uso della sua ferriera di Ruota (AVG, T. 31, fasc. 20).
1545: “Il Comune et uomini di Monticiano da e vende e trasferisce ad Acchille di Girolamo
Venturi cittadino senese tutte le ragioni et azzioni che ha et aver potesse sopra li Boschi di là dalla
Gonna per causa dell’Edifizio del Ferro detto l’Edifizio del Lago in su la Gonna a piej la terra con
obbligazione di non poter vendere mai detto Edifizio della Gonna, essi boschi si largischino ad altro
Edifizio Nuovo” (AVG, T. 40, fasc. 2, copia del documento originale); v. anche Sito 1 UT 1.
Data imprecisata (XVII sec.?): “La Comunità, che nel frattempo deve aver acquistato dal
Gallo l’Edifizio Vecchio vende ad Achille Venturi le ragioni sui boschi di là dalla Gonna pertinenti
al Difizio del Lago il quale in quel tempo no era più in uso” (AVG, T. 44, fasc. 8).
Data imprecisata (XVII sec.?): “Castello [Monticiano] presso al quale era il lago di detto
Edificio.” (AVG, T. 44, fasc. 8).
Bibliografia: Giovagnoli, 1992, p. 14
Sito : II
Toponomastica nelle fonti: ferriera di “Ripaccio”
Notizie storiche: una “fabrica” posseduta da Pigino Pieri in località Ripaccio viene citata per
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la prima volta nella Tavola delle Possessioni di Monticiano del 1319. Tale impianto probabilmente
cessò la sua attività con la crisi di metà XIV sec.; questa ipotesi è suggerita da un documento del
1402, nel quale si parla del “sito” della ferriera di Ripaccio come di un rudere in cui si trovano
“muri e muracci”, venduto da Antonio di Angelo di Monticiano ad Antonio e Gabriello Azzoni,
proprietari anche delle ferriere di Ruota sul Farma (Sito 4) e Nuova sul Gonna (Sito 1 UT 1).
Probabilmente gli Azzoni acquistarono questo impianto in previsione di un ripristino dell’attività,
ma esso non dovette avvenire e possiamo ritenere che il rudere sia passato alla Comunità di
Monticiano insieme agli altri beni confiscati ad Antonio Azzoni, dichiarato ribelle, nel 1406 (v. Sito
1 UT 1 e Sito 4). Sembra dunque assai probabile che la ferriera di Ripaccio sia uno dei due impianti
siderurgici in rovina che nel 1427 vengono dati in affitto dalla Comunità di Monticiano ad alcuni
privati, i quali volevano rimetterli in funzione (l’altro era la ferriera del Lago, cfr. Sito I).
Ubicazione probabile: la ferriera si trovava nel Comune di Monticiano, lungo il corso del
torrente Gonna. Sia il toponimo “Ripaccio”, sia quello del vicino guado “di Coppa” sono
attualmente perduti: non è quindi possibile stabilire con precisione l’originaria ubicazione di questo
impianto produttivo. Si ritiene, tuttavia, che i resti di muri in filaretto inglobati nelle murature
cinquecentesche del Sito 2 UT 1 appartenessero ad un opificio di XIII secolo, probabilmente
identificabile con una delle due ferriere documentate in questa zona lungo il torrente Gonna, e cioè
appunto la ferriera di Ripaccio. Lo studio dei toponimi citati nella Tavola tra le confinazioni della
località Ripaccio, infatti, permette di collocare quest’ultima grossomodo in corrispondenza
dell’attuale Molinello.
Acqua: torrente Gonna
Definizione: ferriera
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: inizi XIV sec.
Cron. finale: XV sec.
Font i
1319: “Piginus Pieri” possiede “unam petiam terre boscate cum fabrica et logia positam in
dicta curia in loco dicto Ripaccio cui ex una flumen Gonne”, di staia 8 e del valore di lire 737 e
soldi 7 (Estimo, 69, c. 465r).
1402, febbraio 19: “La metà per indiviso del sito d’una ferriera con la metà della gora,
steccaia, bottaccio, nel qual sito erano muri e muracci posto in contrada detta Ripaccio. Item un
pezzo di terra boscata in detto luogo à piedi della quale vi è il fiume Gonna e da altra parte la strada
che conduce al vado di Coppa [...] furono venduti da Antonio del già Angelo da Monticiano agli
signori Antonio e Gabbriello del già Pietro Azzoni per fiorini 34. Istrumento rogato in Siena da
Salerno di Giannino e ricopiato da Luca di Nanni di Pietro di Giannino.” (AVG, T. 102, pp. 378379, regesto settecentesco di originale perduto).
1427, gennaio 6: v. Sito I
Bibliografia: Borracelli, 1984, pp. 54-55 e nota 19
Sito : IIIa
Toponomastica nelle fonti: fabbrica di “Piana” o di “Piano di Ghonfienti”
Notizie storiche: struttura destinata alla lavorazione del ferro menzionata per la prima volta in
un contratto del 1308 col quale il proprietario Nerio di Giovanni di Monticiano acquista una certa
quantità di legname, probabilmente destinato alla produzione di carbone. Nel 1319 questa struttura
viene registrata nella Tavola delle Possessioni, sempre come proprietà di Nerio di Giovanni: in
questa occasione si cita anche la presenza di una gora che forniva energia idraulica all’impianto. è
incerto se si trattasse di una vera e propria ferriera, nella quale avveniva la riduzione del minerale,
oppure di una forgia. Non se ne hanno altre notizie in seguito ed è quindi ipotizzabile che abbia
cessato l’attività con la crisi di metà ‘300.
©1997 Edizioni All’Insegna del Giglio s.a.s., vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale
Ubicazione probabile: i due documenti riguardanti questa struttura forniscono poche
indicazioni utili per localizzare la sua posizione originaria: infatti il toponimo “Piano Gonfienti”
attualmente non esiste più, anche se sappiamo che si trovava nei pressi del Merse. Tuttavia il
termine “Gonfienti”, che nella toponomastica medievale sta spesso ad indicare la confluenza di due
fiumi, compare diverse volte in documenti di XIII sec. che riguardano la zona di MonticianoChiusdino, dai quali si ricava che il luogo chiamato Gonfienti era delimitato da una parte dal Feccia
e dall’altra dal Merse: è probabile quindi che la “fabrica” di Nerio di Giovanni fosse ubicata proprio
nella pianura alluvionale formatasi alla confluenza dei due fiumi.
Acqua: fiume Merse e fiume Feccia
Definizione: ferriera o forgia
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: inizi XIV sec.
Cron. finale: dubbia (metà XIV sec. ?)
Font i
1278, dicembre 1: in un contratto di vendita si parla della “tertiam partem unius petii terre pro
indiviso siti in loco dicto Gonfienti cui a primo latere currit flumen vocatum Feccia ab alio possidet
Canonica Sancti Iusti. Item tertiam partem unius petii terre pro indiviso siti in loco vocato Gonfienti
cui a primo latere est flumen Merse” (KSG, II, c. 5 v).
1308, ottobre 4: Paolo di Orlando da Siena del popolo di S. Pietro a Ovile vende per lire 15 a
“Nerio olim Johannis de Monticiano totum lingnamen vel lingnaminem (?) vivum et mortum
ementi et stipulanti nomine vice pro sotietate edifitii de Piana”; il legname si trovava su un
appezzamento di terreno in località Montecuoio (DU).
1319: “Nerius Johannisì possiede “unam petiam terre laboratorie positam in dicta curia in loco dicto Gonfienti
cui ex una Ghora fabrice ex una goricelli, ex una strata comunis et ex una flumen Merse [...] item [...] unam petiam terre
laboratorie et lamate et cum domo positam in curia de Monteciano in loco dicto piano di Ghonfienti et cum hedificio
fabrice” per staia 1,75 ed un valore di lire 1183 e soldi 7; possiede inoltre altri terreni nel medesimo
luogo, detto anche “Al Dificio”, confinanti con la “gora fabrice” ed il fiume Merse. Il totale dei
possedimenti di Nerio di Giovanni nella curia di Monticiano ammonta al notevole valore di lire 8533,7; è da
notare che vi sono compresi molti terreni a bosco e specialmente di castagni (Estimo, 69, cc. 426r-427 v).
Bibliografia: Borracelli, 1984, pp. 54-55 e nota 19
Sito : IIIb
Toponomastica nelle fonti: mulino di “Gonfienti”
Notizie storiche: la prima notizia riguardante questo impianto molitorio compare nel 1280 in
un contratto di vendita di tre mulini sul Merse situati rispettivamente nelle località di Ripetroso,
Campo Buolichi e Gonfienti: l’acquirente della diciottesima parte di queste strutture è il monastero
di S. Galgano. Nel 1337 il Capitolo dell’abbazia fece in modo di impedire al comune di Monticiano
di costruire un altro mulino in questa zona, con tutta probabilità proprio perché non ne derivasse
uno svantaggio per l’edificio preesistente. L’ultima menzione di un impianto molitorio in località
Piana risale al 1351 ed è probabilmente riferibile, anche in assenza di indicazioni topografiche più precise,
allo stesso mulino citato dai documenti precedenti.
Ubicazione probabile: v. Sito IIIa
Acqua: fiume Merse
Definizione: mulino da macina
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: seconda metà XIII sec.
Cron. finale: seconda metà XIV sec.
Font i
©1997 Edizioni All’Insegna del Giglio s.a.s., vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale
1281, febbraio 11: Contessa, “filia domini Octinelli” e moglie “domini Aldelli iudicisì, per 125 lire vende a
frate Giovanni medico, che riceve per l’abbazia di S. Galgano, “octavam decimam partem pro indiviso trium domorum
molendinorum et macinarum et ferramentorum et stecchatarum et gorarum et fuitorum et gualcheriarum et terrarum et
lamarum et nemorum ad dicta molendina pertinentium et omnium massaritiarum et bonorum pertinentium et
spectantium simili modo ad dicta molendina”, i quali mulini si trovano sul Merse, il primo in luogo detto Ripetroso, il
secondo in luogo detto Campo Buolichi, il terzo “ibi prope in dicto flumine in loco dicto Gonfienti” (KSG, II, c. 70 r-v).
1337, giugno 8: il Capitolo dell’Abbazia di S. Galgano, per impedire al comune di
Monticiano di costruire un mulino sul Merse “in luogo detto Gonfienti, in Contrada di Piana” per
uso degli uomini di Monticiano e “in danno del detto monastero”, decide di acquistare un pezzo di
terra posto nelle vicinanze del luogo in cui si doveva edificare il nuovo mulino, di proprietà di
Cenni di Ranieri di Siena. Tale decisione è motivata dal fatto che “comprandosi detta terra, il detto
Mulino non poteva farsi perché l’acqua aveva il suo corso per la terra del detto Cenni e però il detto
Sottopriore propose che si comprasse detto pezzo di terra per il prezzo che sopra [50 lire senesi]
acciò venisse impedita la fabbrica di detto mulino, alla qual proposta acconsent” il detto Capitolo e
monaci, giudicandosi tal compra utilissima per il detto monastero” (LBB, p. 105v, spoglio
dell’originale perduto).
1351, aprile 21: Donna Tora de’ Saracini da Siena dichiara suo procuratore il marito Jacopo
di Lapo perché prenda possesso “de quadam medietate pro indiviso cuiusdam molendini cum
quadam petia terre videlicet boctaccio prope dictum molendinum cum gora goricellis stecchata
boschis terris et pratis ad dictum molendinum pertinentibus et expectantibus positis in curia de
Monticiano in loco dicto Piana”, che era stato dato in concessione a Iacobo di Orlando, monaco del
monastero di S. Galgano (DP).
Sito : IVa
Toponomastica nelle fonti: mulino di “Lupinari/Lupinare”
Notizie storiche: nel 1264 un mulino sul Merse in località Lupinari appartiene per 1/6,
insieme ad un mulino in località Ripetroso, alla Canonica di S. Giusto di Monticiano.
Comproprietario doveva esserne il comune di Monticiano, visto che nel 1276 quattro parti e mezzo
di questi stessi due impianti (di quello di Lupinare si specifica che comprendeva anche una
gualchiera) vengono venduti al monastero di S. Galgano dal vicario del comune, nella necessità di
reperire fondi per estinguere debiti contratti con gli usurai. Altre due parti, che il comune aveva
venduto agli eremiti di S. Pietro di Camerata, furono immediatamente da questi ultimi cedute
ancora una volta all’abbazia di S. Galgano. La presenza di questo impianto viene successivamente
registrata anche nella Tavola delle Possessioni del 1319. Un ultimo accenno alla gora del mulino di
Lupinare, nell’anno 1341, si trova in una divisione di terre fra gli Azzoni e S. Galgano.
Ubicazione probabile: le indicazioni topografiche e toponomastiche contenute nella
documentazione scritta sono del tutto insufficienti per tentare una pur vaga localizzazione di questo
impianto. Di sicuro si può dire soltanto che era ubicato sul fiume Merse nel territorio del comune di
Monticiano. Il toponimo Lupinari è attualmente riferito, sia nella cartografia moderna che nella
toponomastica locale, ad un piccolo corso d’acqua, situato a N-E di Iesa, che costeggia il poggio di
Siena Vecchia e confluisce nel fosso Ornate, a sua volta affluente del Merse. è quindi possibile che
in antico questo nome si estendesse a tutta la zona compresa tra l’attuale Fosso Lupinari ed il corso
d’acqua principale.
Acqua: fiume Merse
Definizione: mulino da macina e gualchiera
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: seconda metà XIII sec.
Cron. finale: metà XIV sec.
©1997 Edizioni All’Insegna del Giglio s.a.s., vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale
Font i
1265, gennaio 1: Buonfigliolo priore e rettore della Canonica di S. Giusto di Monticiano
riceve da alcuni privati 13 moggia e 12 staia di grano come affitto della sesta parte per indiviso
“molendinorum de Ripetroso et Lupinari positorum flumine Merse curte de Monticiano” (KSG, II,
c. 43 r-v); v. anche Sito V.
1277, febbraio 12: Tancredi di Guidotto, vicario del comune di Monticiano, essendo
necessario vendere molti beni del comune a causa dei debiti contratti in seguito alle devastazioni
operate nel territorio dalle milizie della Parte Guelfa di Siena, vende a frate Giovanni medico, che
riceve per l’abbazia di S. Galgano, 4/24 per indiviso del mulino di Ripetroso e “quatuor partes et
dimidiam de viginti quatuor partibus pro indiviso molendini de Lupinare positum in dicto flumine
Merse cum domo et gualcheria palmentis et molis, goris et stecchariis aque ductis et torcitoriis, cum
terris et nemoribus atque lamis, cum ferramentis et retecinis et omnibus aliis massaritiisì, al prezzo
totale di 400 lire senesi (KSG, II, c. 57 r-v); v. anche Sito V.
1277, febbraio 13: i frati dell’Eremo di S. Pietro di Camerata, che avevano comprato dal
comune di Monticiano 2/24 delle case e mulini di Ripetroso e Lupinare, avendo difficoltà a pagarli,
decidono di venderli a frate Giovanni medico, che riceve per l’abbazia di S. Galgano (KSG, II, cc.
70v-71v); v. anche Sito V.
1319: in alcune confinazioni di terre situate in località “Lupinari” si cita più volte la “gora
molendini” (Estimo, 69, cc. 238r, 296r, 310v, 367r).
1341, agosto 15: “Certi terreni in luogo detto Piana e in luogo detto Lupinare a confino della
gora di un mulino toccarono in parte agli signori Vanni, Pietro e Antonio figli di Ghino Azzoni
nelle divisioni che fecero coi monaci di S. Galgano.” (AVG, T. 102, p. 365, regesto settecentesco di
originale perduto).
Sito : IVb
Toponomastica nelle fonti: “fabrica” di “Lupinari”
Notizie storiche: nella Tavola delle Possessioni di Monticiano del 1319, nella descrizione dei
confini di alcune particelle di terreno, si menziona una “gora fabrice” ubicata nei pressi di un
mulino (Sito IVa): molto probabilmente tale indicazione topografica è indizio dell’esistenza in
questa località di un impianto produttivo destinato alla lavorazione del ferro, per la riduzione o per
la forgiatura, che utilizzava l’energia idraulica. Niente di più si può dire a proposito di questo
impianto poiché non se ne hanno altre notizie in seguito.
Ubicazione probabile: v. Sito IVa
Acqua: fiume Merse
Definizione: impianto per la lavorazione del ferro
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: inizi XIV sec.
Cron. finale: dubbia
Font i
1319: descrizione di un terreno in località “Lupinare”, che confina “ex una gora fabrice, et ex
aliis duabus portionalibus molendini” (Estimo, 69, c. 310v).
Sito : V
Toponomastica nelle fonti: mulino “de Ripetroso”
Notizie storiche: un impianto molitorio con questo nome è documentato per la prima volta nel
1249: il comune di Monticiano ne deve cedere una parte all’abbazia di S. Galgano, in seguito ad
una sentenza a suo sfavore a proposito di una lite riguardante il Mulino Vecchio (v. Sito 10 UT 1).
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Oltre al comune ne era comproprietaria la Canonica di S. Giusto di Monticiano. Il monastero di S.
Galgano ne acquistò negli anni quote sempre crescenti: nel 1276 4 parti e mezzo dal comune di
Monticiano in difficoltà economiche, nello stesso anno due parti dagli Eremiti di S. Pietro di
Camerata, nel 1280 una parte da Contessa di Ottinello, nel 1303 un’altra da Iacomo e Guccio di
Orlando. Nel 1317 una parte del mulino viene lasciata in eredità a due frati, non sappiamo se
dell’abbazia stessa. L’ultimo accenno alla gora del mulino è del 1337.
Ubicazione probabile: il mulino era ubicato sul fiume Merse nel territorio di Monticiano;
l’unica indicazione topografica che permette di precisarne la posizione è quella contenuta nelle
confinazioni del contratto del 1276, nel quale si nomina il poggio “de Castellare”: questo toponimo
esiste anche attualmente e designa un’altura situata a N-O di Monticiano, che divide il paese dalla
valle del Merse. è quindi molto probabile che il mulino si trovasse sulla sponda destra del fiume ai
piedi della collina citata.
Acqua: fiume Merse
Definizione: mulino da macina
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: metà XIII sec.
Cron. finale: prima metà XIV sec.
Font i
1249, novembre 24: in seguito alla sentenza del podestà di Siena, Restauro di Pietro, suo
nunzio, “dedit tenutam et introduxit [...] donnum Matheum pisanum monachum et sindicum
monasterii S. Galgani recipientem et stipulantem nomine dicti monasteri de parte comunis de
Monticiano de domo molendini Ripetrosi positi in flumine Merse contra dictum comunem de
Monticiano in 100 librarum denariorum senensium minutorum pro sententia contra dictum comune”
(KSG, II, c. 69v); v. anche Sito 10 UT 1.
1265, gennaio 1: Buonfigliolo priore e rettore della Canonica di S. Giusto di Monticiano
riceve da alcuni privati 13 moggia e 12 staia di grano come affitto della sesta parte dei mulini “de
Ripetroso” e di Lupinari posti sul Merse in corte di Monticiano (KSG, II, c. 43 r-v); v. anche Sito
IVa.
1277, febbraio 12: Tancredi di Guidotto, vicario del comune di Monticiano, preferendo
piuttosto vendere alcuni beni del comune che sottostare “insatiabili voragini usurarum”, in seguito
ai debiti contratti a causa delle devastazioni compiute dalla Parte Guelfa di Siena, nomina come
procuratore Fillio di Ventura, che a nome del comune si incarica di vendere a frate Giovanni
medico, che riceve per l’abbazia di S. Galgano, “quatuor partes de viginti quatuor partibus pro
indiviso molendini de Ripetroso positi in flumine Merse cum domo, palmentis, et molis, fuitis goris
aque ductis et torcitoris et stecchariis cum terris nemoribus et lamis expectantibus ad dictum
molendinum et cum ferramentis et retecinis et omnibus aliis massaritiis quibuscumque
expectantibus ad dictas partesì; inoltre 4 parti e mezzo di 24 parti del mulino di Lupinare. I confini
della località Ripetroso sono il Merse, i possedimenti del monastero di S. Galgano, le terre di
Guidone Maffei e dalla parte di sopra il “podium qui dicitur Castellare” (KSG, II, c. 57 r-v); v.
anche Sito IVa.
1277, febbraio 13: i frati dell’Eremo di S. Pietro di Camerata, che avevano comprato dal
comune di Monticiano 2/24 dei mulini di Ripetroso e di Lupinare, non potendo pagarli, li rivendono
al monastero di S. Galgano (KSG, II, cc. 70v-71v); v. anche Sito IVa.
1281, febbraio 11: Contessa di Ottinello vende a frate Giovanni medico, che riceve per l’abbazia di S. Galgano,
la diciottesima parte di tre case e mulini con tutte le proprietà e gli annessi di loro pertinenza situate in curia di
Monticiano, sul fiume Merse, una delle quali “in loco qui dicitur Ripetroso” (KSG, II, c. 70 r-v); v. anche
Sito IIIa.
1303, ottobre 29: Chello di Dietaviva e Guccio di Orlando, maestri dell’arte della legna,
cittadini senesi, vendono a Donno Gregorio di Jacopo, monaco del monastero di S. Galgano, una
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parte del mulino di Ripetroso (KSG, II, cc. 71v-72).
1317, maggio 17: Meuccio del fu Fedino da Monticiano, per prezzo di 50 lire, vende a Frate
Giovanni e Frate Benedetto suoi fratelli la ventiquattresima parte del mulino di Ripetroso (DP).
Bibliografia: Canestrelli, 1896, p. 27
Sito : VI
Toponomastica nelle fonti: “Fabrica”, “Le Fabriche”
Notizie storiche: nella Tavola delle Possessioni di inizi XIV secolo, nella curia di Frosini,
sono registrati i toponimi “Fabrica” e “le Fabriche”, oggi perduti, posti in località Vespero. è
possibile che si tratti di un riferimento a strutture per la lavorazione del ferro ed il fatto che si
nomini un fosso potrebbe suggerire l’utilizzo dell’energia idraulica; si tratta tuttavia soltanto di
un’ipotesi.
Ubicazione probabile: il toponimo Vespero esiste ancora oggi e designa un podere circa 3
Km in linea d’aria a N-O di Frosini, nel comune di Chiusdino. Ai piedi della collina su cui sorge il
podere scorre un modesto torrente chiamato Fosso Foci, affluente del Feccia: l’esplorazione del
greto e delle sponde di questo corso d’acqua non ha prodotto alcun risultato.
Acqua: Fosso Foci
Definizione: struttura produttiva del ferro?
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: inizi XIV sec.
Cron. finale: dubbia
Font i
1318: si registra la “tertiam partem pro indiviso unius petie terre sode positam in dicta curia
loco dicto Fabrica” (Estimo, 2, c. 66r).
1318: si registra una terra “positam in curia Castri de Fruosine loco dicto le Fabriche cui ex
duabus monasterii Sancti Galgani, ex una via” (Estimo, 2, c. 97v).
1318: si registra “unam petiam terre sode positam in dicta curia [Frosini] loco dicto le
Fabriche cui ex duabus dicti monasterii [S. Galgano] et ex una via” (Estimo, 118, c. 261v).
1318: si registra “unam petiam terre [...] positam in curia de Fruosine loco dicto le fabriche
cui ex duabus fossatusì (Estimo, 118, c. 261v).
Bibliografia: Borracelli, 1989b, pp. 320-321
Sito : VII
Toponomastica nelle fonti: mulini “de Campora”, “Usugne”, “Uxognoli”
Notizie storiche: un contratto di vendita del 1209 testimonia per la prima volta l’esistenza, in
località Campora, di ben quattro mulini ed una gualchiera appartenenti ai conti di Civitella. In altri
documenti successivi questi impianti saranno chiamati anche mulini “Usugne” o “Uxognoli”. è
difficile dire se si trattasse di quattro veri e propri edifici diversi oppure se si intenda, col termine
“molendina”, diversi palmenti riuniti in una o due strutture. Negli anni seguenti questi impianti
devono essere passati, almeno in parte, nelle mani del monastero di S. Galgano: nel 1216, infatti, il
vescovo di Volterra concede privilegi per lo sfruttamento delle acque in relazione a questi mulini, e
nel 1218, in un contratto di vendita di un appezzamento di terra, si dice esplicitamente che i quattro
mulini e la gualchiera appartengono al monastero. Ulteriori diritti sugli impianti di Campora
vengono acquisiti dal monastero con una donazione dei diritti sulle decime ricevuta nel 1221 dai
conti di Civitella, e con due acquisti di quote-parti fatti nel 1223. Dai documenti citati si deduce che
vantava diritti su queste strutture anche la pieve di Luriano. Nella Tavola delle Possessioni del 1318
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un singolo mulino in questa località è registrato tra le proprietà del monastero di S. Galgano. Non se
ne hanno notizie successive ed è probabile che gli edifici siano caduti in disuso relativamente
presto, visto che nel XVI sec. si parla di un solo mulino, ormai in rovina, in questa località.
Ubicazione probabile: gli impianti in questione erano situati lungo il fiume Merse, nella corte
di Luriano, nella località detta “piano di Campora”. Tale toponimo esiste ancora oggi e designa una
vasta pianura situata ca 1,5 Km a S-O dell’abbazia di S. Galgano, ma sulla sponda opposta, cioè
destra, del fiume. Le altre indicazioni toponomastiche dei documenti non corrispondono più ai
toponimi attuali ed è quindi difficile precisare ulteriormente l’originaria posizione degli impianti.
La via pubblica che viene più volte menzionata dovrebbe identificarsi col tracciato dell’antica
strada maremmana, che passava proprio nel mezzo della pianura di Campora.
Acqua: fiume Merse
Definizione: mulini da macina e gualchiera
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: inizi XIII sec.
Cron. finale: dubbia (XVI sec.?)
Font i
1210, febbraio 21: Ranieri di Ciolo, Paganello e Bernardino di Ugolino e Bonifazio di Guido,
quest’ultimo per parte propria e per il fratello Bernardino, vendono per 200 libbre di denari senesi a
Burgundione di Dono di Luriano “quattuor molendina et unam gualcheriam posita in curte et districtu Luriani
que sic decernuntur: ex uno latere et de subtus labit fluvius Merse, de super via, ex alio latere planum de Campore cum
omnibus rebus super se et infra se habentibus cum goris et casis et stecchariis et terris et ad hedificatione et redificatione”
(KSG, I, c. 360 r).
1216, giugno 30: il vescovo di Volterra, Pagano Pannocchieschi, concede ai monaci di S.
Galgano di “commode providere in aque ductibus molendinorum et parte aliqua pascuorum et silvarum, inter quas
idem Monasterium noscitur esse situm”; inoltre concede all’abate Giovanni “habilitatem opportunitatem
fructum et usufructum et plenam facultatem integraliter et totaliter faciendi et construendi aque ductus per terram
nostram et episcopatus et per terram nostrorum hominum ubicumque est, et reperiri poterit in loco et recepta fuerunt
idonea et opportuna pro molendinis vestris positis vocabulo quod dicitur Campora et pro aliis molendinis novis sub ipsis
positis et pro aliis molendinis veteribus et construendi ac ponendi steccatas, goras, fuitos [...]. Quibus prefatis aque
ductibus presentibus vel futuris et steccatis dictorum molendinorum hii sunt confines videlicet: quod a superiore parte est
terra vel locus qui dicitur cella Martini quam retinet Uguccio quondam Iannutii et sunt isti confines tenentes usque ad
inferiora molendina posita in loco qui dicitur Moricci” (KSG, I, c. 329r-v).
1218, novembre 30: Uguccione di Iannone vende a donno Diodato, priore del monastero di S.
Galgano, due pezzi di terra situati “in Campora super quas est gora cum steccaria quactuor
molendinorum et unius gualcherie dicti monasterii, quibus terris ex uno latere Castagnoli quondam
Guaççeroni de Lugriano, alio quorumdam hominum domini Pagani episcopi vulterrani, de super
via, de subtus monasterii” (KSG, I, c. 313r-v).
1220, gennaio 8: in una confinazione di beni permutati tra l’abbazia di Serena e l’abbazia di
S. Galgano si citano come punto di riferimento topografico i “molendina Usugne in fluvio Merse”
(KSG, I, cc. 349r-350r).
1221, ottobre 11: “dominus Bonifatius filius Guidonis de Civitella pro anima mea et meorum
parentum mera et pura liberalitate”, in proprio ed a nome del fratello Bernardino, dona all’abbazia
di S. Galgano “omnem ius et actionem utilem ac directam quod et quam habeo in molendinis de
Campora excepto iure quod ibi habet Nerlusì; inoltre cede “totum ius decimarum de dictis
molendinis michi concessum a donno plebano de Lugriano” (KSG, I, cc. 359v).
1223, giugno 1: Ildibrandino di Ugo Turacci di Montieri vende all’abate di S. Galgano
“integram meam partem molendinorum positorum in Mersa que est octava pars cum omnibus iuris pertinentibus
scilicet fuitu macinis gora stechato et hedificiis et curte et cum omni iure spectante ad partem predictam et cum omnibus
que habet infra se et super se et appellatur locus ubi posita sunt molendina predicta planum de Campora quam partem
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pro indiviso habebam in molendinis predictis et predicta parte mihi erat vobiscum comunia et cum monasterio dicto
quibus molendinis ex omnibus partibus est monasterii predicti pro pretio LXXX librarum denarioum senensium [...]. Et
promicto vobis quod faciam huic contractui consentire Nerllum de Lugriano et eius uxorem et uxorem meam et iura
que in dictis molendinis habent vobis cedere et eis renuntiare” (KSG, I, cc. 345v-346r).
1223, 6 agosto: “Castagnolus quondam Guaççeronis de Lugriano” vende al monastero di S.
Galgano un pezzo di terra “que est posita accapite stecchaiam molendinorum de Campore” (KSG, I,
cc. 419v-420r).
1223, settembre 20: Burgognone di Novellino da Luriano con la moglie Alamanna di
Alamanno di Chiusdino vende per 330 denari senesi a donno Ildibrando priore del Monastero di S.
Galgano “integram meam partem molendinorum positorum in flumine qui dicitur Mersa que
dicebantur quondam molendini Uxognoli et que emi a comitibus de Civitella cum omni iure et
actione seu petitione quod et quas in eis habeo et teneo possideo et cum omnibus suis pertinentiis
[...] quibus ex uno latere est planum quod dicitur Campora ex alio dictus fluit fluvius supra via
publica subtus supradictus fluviusì (KSG, I, c. 359 r-v).
1318: “item dictum monasterium Sancti Galgani habet unam petiam terre lamate et sode cum
molendino via mediante in loco dicto Campora cui ex una flumen Merse et ex una plebis de
Lugriano” (Estimo, 118, c. 294v).
Fine XVI sec.: i Venturi possiedono “la metà di un mulino guasto” in luogo detto Campora,
che confina con “il fiume della Merse e il fiume di Seggi in tre luoghi e per il mezzo vi passa la
strada maestra” (AVG, T. 40, fasc. 4).
Bibliografia: Canestrelli, 1896, p. 3
Sito : VII I
Toponomastica nelle fonti: mulino di “Rigocervio”
Notizie storiche: conosciamo l’esistenza di un impianto molitorio detto di Rigocervio da una
semplice citazione del Constituto del comune di Siena dell’anno 1262 (in cui si parla al plurale di
“molendina”) e da un contratto del 1338, col quale un membro della famiglia Tolomei vende alcune
quote-parti di questo mulino ad un Forteguerri.
Ubicazione probabile: sia il toponimo “Rigocervio” che quello del guado “a lo Stellaio” sono
attualmente perduti; sappiamo dunque soltanto che il mulino in questione si trovava sulla sponda
sinistra del fiume Merse, nel distretto di Montepescini. Doveva essere quindi uno degli ultimi
impianti su questo corso d’acqua prima delle confluenza nell’Ombrone, forse proprio l’ultimo, a
giudicare dal tono della rubrica del Constituto, che sembra indicare la località Rigocervio come
estremo limite a valle del tratto del Merse in cui il comune progettava di costruire dei mulini.
Acqua: fiume Merse
Definizione: mulino da macina
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: metà XIII sec.
Cron. finale: metà XIV sec.
Font i
1262: rubrica in cui si parla del progetto di costruire mulini sul Merse in un luogo compreso
tra i mulini di Mallecchi “usque ad molendina de Rigocervio” (Zdekauer, 1897, p. 351).
1338, febbraio 18: Angelo di Deo Tolomei di Siena vende per 200 fiorini a Francesco di Ciampolo Forteguerri
quattro parti e mezzo “molendini quod dicitur et vocatur molendinum de Rigocervio positum in flumine Merse seu
quod molit et macinat ex aqua et de aqua fluminis Merse in districtu Montispiscini comitatu Senarum et domorum et
casamenti eius, fuiti et gore et torcitorii et stechate predicti molendini et petie terre super qua est dictum molendinum et
lame et prati et orti positorum iuxta et prope dictum molendinum cui molendino [...] ex uno latere est flumen Merse ex
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altero via que mictit seu qua itur ad guadum a lo Stellaio, et molarum seu macinarum palmentorum bocolorum palorum
tremogiarum noctularum bigonzorum et ceterorum instrumentorum et arnesium et massaritiarum tam de ferro quam
ligno dicti molendini” (DT).
Sito : IX
Toponomastica nelle fonti: gualchiera di Mallecchio/ Mallecchi
Notizie storiche: il primo accenno alle presenza di impianti idraulici in località Mallecchi è
contenuto nel Constituto del comune di Siena dell’anno 1262: in tale fonte si fa riferimento a
strutture definite “molendina”. Nella Tavola delle Possessioni del 1318 la registrazione di alcuni
edifici designati col toponimo “a le gualchiere”, posseduti a Mallecchi dall’Arte della Lana di Siena
in comune con l’abbazia di Torri, permette di precisare con sicurezza che gli impianti idraulici in
questione erano destinati alla follatura dei panni di lana. L’attività delle gualchiere di Mallecchi sarà
ampiamente attestata in seguito anche nella documentazione relativa all’Arte della Lana. è dubbio il
momento di cessazione dell’attività.
Ubicazione probabile: il toponimo Mallecchi si conserva tuttora, sdoppiato a designare due
località diverse, anche se contigue, situate nelle vicinanze del fiume Merse. La prima è il Poggio
Mallecchi, nel comune di Monticiano, situato circa 3 Km a N-O del paese, che scende con pendici
fortemente scoscese in direzione del fiume Merse e del torrente Gonna; tuttavia proprio l’impervietà
delle sponde del corso d’acqua principale, dovuta alla forte erosione, e la mancanza pressoché
assoluta di aree pianeggianti di fondovalle, rendono questo sito particolarmente inadatto
all’impianto di opifici idraulici. Molto più rispondente ad una esigenza di questo genere sembra
invece la seconda località, cioè il Podere Mallecchi, nel comune di Sovicille, ubicato ai margini
dell’area pianeggiante compresa tra il Merse e le pendici del Poggio al Gallo. La documentazione
scritta non offre altre indicazioni che permettano di precisare ulteriormente la posizione originaria
delle gualchiere. Una ricognizione effettuata nei pressi del Podere Mallecchi - attualmente una casa
colonica abbandonata - non ha permesso di riscontrare tracce di edifici medievali né di strutture
destinate allo sfruttamento dell’energia idraulica.
Acqua: fiume Merse
Definizione: mulini e gualchiere
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: metà XIII sec.
Cron. finale: dubbia
Font i
1262: rubrica in cui si parla del progetto di costruire mulini sul Merse nel tratto compreso “a
molendinis de Mallecchio usque ad molendina de Rigocervio” (Zdekauer, 1897, p. 351).
1318: l’Arte della Lana di Siena possiede nella zona di Mallecchi la metà di un vastissimo
podere, esteso 2850 staiori, cioè 370 ettari e mezzo; l’altra metà appartiene alla vicina abbazia
benedettina di Torri. La proprietà è stimata per la parte spettante all’Arte della Lana 1352 lire, 18
soldi e 6 denari. Vi sorgevano anche “quibusdam hedificiisì designati dal toponimo “a le
gualchiere” (Estimo, 95, c. 245).
Bibliografia: Cherubini, 1974, p. 253
Sito : X
Toponomastica nelle fonti: mulino “Pedrerie”, “de la Petriera”, “loco dicto La Pedatra”
Notizie storiche: un impianto molitorio detto della Petriera viene citato per la prima volta nel
1289, quando, per risolvere una lite, si decide che il monastero di S. Eugenio di Siena, che ne è il
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proprietario, lo debba mettere in comune con il monastero di S. Galgano ed i suoi soci insieme al mulino del Palazzo.
Successivamente l’abate di S. Eugenio cederà la propria quota agli altri comproprietari. In seguito tale
impianto comparirà sia nel Costituto del 1309-1310, sia nella Tavola delle Possessioni del 1318, tra i possedimenti del
monastero di S. Galgano (1/4) e di Vanni di Arcolano (1/16).
Ubicazione probabile: dell’impianto in questione si può dire soltanto che era ubicato sul
fiume Merse, nel territorio di Frontignano, lungo la strada che percorreva la valle in direzione di
Macereto e Petriolo. Visto il coinvolgimento in una lite a proposito dei danni reciproci causati dalla
vicinanza con il Mulino Palazzo, è assai probabile che fosse ubicato lungo la stessa gora che
alimentava anche quest’ultimo e quindi sulla sponda destra del fiume.
Acqua: fiume Merse
Definizione: mulino da macina
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: seconda metà XIII sec.
Cron. finale: metà XIV sec.
Font i
1289, dicembre 29: soluzione della lite tra S. Galgano e soci, che possiedono il mulino del
Palazzo, e l’abbazia benedettina di S. Eugenio, che possiede a non molta distanza il mulino della
Pedriera, sorta in quanto la vicinanza dei due impianti causava danni reciproci. “Cum lis et questio
moveretur inter monasterium S. Galgani [...] et nobiles viros dominum Arcolanum quondam Scocti Dominici et Vivam
olim Viviani Gullielmi cives Senarum ex una parte et abbatiam S. Heugenii [...] ex alia parte ratione et occasione
cuiusdam domus molendinorum dicti monasterii S. Galgani et predictorum domini Arcolani et Vive positorum in
flumine Merse que domus molendinorum vocatur molendinum de Palatio. Et occasione cuiusdam alterius domus
molendinorum dicte abbatie S. Heugenii site in flumine Merse que domus molendinorum vocatur molendinum
Pedrerie et etiam occasione stecchariarum et torcitoriorum et cursum aquarum ipsorum molendinorum propter que
utrique domui molendinorum in molendo lesiones et dampna maxima inferuntur non molendo libere ut oportet. Et de
predictis litibus et aliis que predictarum occasione rerum oriri possent [...] statuerunt ad concordiam devenire volendo
ipsas domos molendinorum inter se ad invicem comunicare et in comuni reducere ut evitentur expense et pericula”. Si
pensò dunque di mettere in comune la proprietà “ita quod medietas pro indiviso dicte domus molendinorum et stecchati
et torcitorii et cursus aquarum dicti monasterii S. Galgani et dictorum domini Arcolani et Vive cum eorum pertinentiis et
iuribus sint et esse debeant dicte abbatie S. Heugenii et medietas pro indiviso dicte domus molendinorum et stecchati et
torcitorii et cursus aquarum dicte abbatie S. Heugenii cum eorum pertinentiis et iuribus sint et esse debeant predictorum
monasterii S. Galgani et domini Arcolani et Vive” (KSG, II, c. 102r-v).
1290, gennaio 31: il mulino di Palazzo ed il mulino di Petriera devono essere messi in
comune e divisi in parti nel seguente modo: “scilicet quod dictus dominus Bandinus abbas dicte abbatie S.
Heugenii et capitulum [...] debent teneantur et debeant dare et tradere dicto monasterio S. Galgani et predictis domino
Arcolano et Vive, medietatem pro indiviso dicte domus molendinorum de Pedreria et palmentorum et molarum et
reticinorum et fuiti et gore et omnium massaritiarum et ferramentorum ad ipsas res spectantium quocumque nomine
censeantur. Item medietatem pro indiviso unius petie terre et lame posite infra Mersam et goram dictorum
molendinorum de Pedreria cui desuper est inboccatorium et de subtus est torcitorium. Item medietatem pro indiviso
unius petie terre vinee et lame posite subtus dictum molendinum, inter fuitum et Mersam cui a capite sunt domus
dictorum molendinorum et desubtus est fuitum qui mictit in flumine Merse”. Il legname che si trovava su
quest’ultimo pezzo di terra doveva, però, rimanere per 12 anni all’abbazia di S. Eugenio, che poteva
farne ciò che voleva; si dovevano inoltre dividere gli orti posti al di là della gora, tre parti del bosco
di Filetta e inoltre si prevede che “teneatur et debeat dictus dominus Bandinus abbas [...] dare et concedere
licentiam et liberam potestatem predictis monasterio S. Galgani [...] et domino Arcolano et Vive appodiandi in terra dicte
abbatie S. Heugenii que est ultra Mersam versus Orgiam quandocumque voluerint steccarias dictorum eorum
molendinorum de Palatio et evacuandi goram et fuitum dictorum molendinorum de Palatio in terris et super terris dicte
abbatie S. Heugenii que sunt iuxta et circa goram et fuitum ipsorum molendinorum de Palatio”. Per quanto riguarda
l’altra parte, si stabil” “quod dictum monasterium S. Galgani [...] et predicti dominus Arcolanus et Viva titulo
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permutationis et cambii prout de iure melius fieri potest et debet teneantur dare et tradere dicto domino Bandino abbati
dicte abbatie S. Heugenii [...] medietatem pro indiviso dicte domus molendinorum de Palatio et gore et fuiti et
palmentorum et molarum et reticinorum et torcitoriorum et omnium massaritiarum et ferramentorum ad ipsas res
spectantium quocumque nomine censeantur et medietatem totius lignaminis dicte gore et fuiti et medietatem pro
indiviso orti dictorum molendinorum omnium pertinentiarum et iurium et rerum predictarum”. Si prevedeva che a
nessuno fosse permesso fare una spesa superiore alle 10 libbre negli edifici dei mulini senza
consultare le parti, inoltre “quod goram fuitum steccharia vel torcitorium dictorum molendinorum Pedrerie non
possint vel debeant mutari de locis ubi nunc sunt nisi prius esset in concordia cum dicto Bandino [...]. Item quod
steccharia dictorum molendinorum Pedrerie non possit vel debeat incidi vel abbassari aliquo modo vel causa ita quod
dictum molendinum non habeat aquam continue fluminis Merse ad molendum comode ad quinque palmenta in ieme
et estate”. Chi, poi, avesse voluto vendere o alienare la propria parte, era tenuto ad informare i soci
con atto pubblico, e se gli altri comproprietari avessero voluto comprare tale quota avrebbero avuto
diritto di prelazione e avrebbero potuto acquistarla allo stesso prezzo di un estraneo (KSG, II, c.
100r-101v).
1290, marzo 22: l’abate del monastero di S. Eugenio di Siena, proprietario dei mulini di
Pedrerie ne cede la quarta parte al monastero di S.Galgano, l’ottava parte ad Arcolano Scotti,
l’ottava parte a Viva di Viviano Giulli (KSG, II, cc. 98v-99v).
1309-1310: “Anco statuto et ordinato ‘, che una fonte si faccia et fare si debia ne la contrada
di Frontignano presso al molino de la Petriera [...]. Et le predette cose si facciano a l’expese delli
uomini et de le persone de la contrada et de li uomini e’ quali ànno a fare al bagno a Maciareto et
Petriuolo (Lisini, 1903, vol. II, p. 123).
1318: “Vannes domini Arcolani” possiede la “sextam decimam partem pro indiviso unius
molendini et unius petie terre [...] cum domo positam in curia de Frontignano in loco dicto la
Petriera” (Estimo, 97, c. 158).
1318: il monastero di S. Galgano “habet quartam partem pro indiviso unius molendini cum
domo et unius petie terre laboratorie sode boscate et vineate posite in curia Frontignani loco dicto
La Pedatra”; la parte del monastero è stimata 802 lire, l’intero 3209 lire (Estimo, 118, c. 285r).
Sito : XI
Toponomastica nelle fonti: mulino “de Foiano”, “prope Pontem de Foiano”, “in contrata de
Serlione”, “in contrata de Serleone sive Pontis de Foiano”
Notizie storiche: è possibile seguire le vicende di questo impianto molitorio quasi anno per
anno, grazie all’abbondantissima documentazione conservata nel Diplomatico dell’Opera
Metropolitana. La costruzione del mulino dovette avvenire attorno agli anni ‘60 del XIII sec., come
dimostrano almeno 4 contratti di acquisti di terre nella zona Serleone-Foiano stipulati a tale scopo
negli anni 1257-1259. Nel 1262 il mulino di Foiano viene citato nel Constituto del comune di Siena,
nella rubrica riguardante l’obbligo, da parte dei proprietari di impianti particolarmente lontani dalla
città, di mantenere a proprio carico le bestie da soma per il trasporto del grano da macinare (la
stessa norma sarà inserita anche nella volgarizzazione del 1309-1310). Dal Constituto risulta che era
di proprietà di Orlando Buonsignori “et consortesì: come apparirà da documenti successivi, tali soci
erano alcuni membri della famiglia Incontri. Negli anni 1271-1272 cominciano ad interessarsi a
questa struttura il monastero di S. Galgano, che rileva 1/3 del mulino appartenente agli Incontri, e
l’Opera di S. Maria di Siena, che rileva 1/6 appartenente ad Ugolino Balzi che a sua volta l’aveva
acquistato da Orlando Bonsignori. Seguono diversi complicati contratti riguardanti l’affitto o
l’acquisto di parti del mulino, alcuni dei quali mascherano senza dubbio dei prestiti su pegno
fondiario, che coinvolgono alcuni dei Bonsignori ed altri privati loro soci. Nel 1282 la situazione
del mulino è la seguente: 20/60 appartengono a S. Galgano, 16/60 all’Opera di S. Maria, 24/60 a
Fazzino di Niccolò Bonsignori. Nello stesso anno il comune decretò la distruzione e lo spostamento
della steccaia in altro luogo, per i danni causati al ponte di Foiano e ai bagni di Macereto. Nel 1305
la situazione della proprietà del mulino è identica a quella del 1262, mentre nel 1318 la struttura
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risulta divisa esattamente a metà tra S. Galgano e l’Opera. Seguono diversi contratti di affitto del
mulino e delle gualchiere fino a dopo la metà del XIV secolo.
Ubicazione probabile: l’impianto si trovava vicino a S. Lorenzo a Merse (Foiano),
probabilmente sulla sponda destra del fiume, poco a monte del ponte che scavalcava il Merse nei
pressi delle terme di Macereto.
Acqua: fiume Merse
Definizione: mulino da macina e gualchiera
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: metà XIII sec.
Cron. finale: seconda metà XIV sec.
Font i
1257, agosto 6: Giovanni e Piero di Bernardino di Foiano promettono di vendere alcune terre
che possiedono presso Serlione necessarie “molendino quod debet fieri in dicta contrata de
Serlione” (DOM).
1257, agosto 27: Paltone di Giovanni di Tocchi promette ad Ildino di messer Lambertino di vendere e fare carta
“de omnibus terris quas habeo apud Serlione” che fossero necessarie “molendino quod debet fieri in dicta contrata de
Serlione” (DOM).
1257, settembre 20: Bencivenne e Corso di Tocchi promettono a Buonodato Guerreri di
vendere e fare carta “de omnibus terris quas habemus apud Serlione” necessarie “molendino quod
debet fieri in ista contrata de Serlione” (DOM).
1259, giugno 29: nuova vendita di terre a Buonodato di Guerrero destinate alla costruzione
del mulino di Serlione (DOM).
1262: rubrica riguardante il modo di trasportare il grano dalla città di Siena ai mulini del
Merse: si stabilisce che il trasporto sia a carico dei proprietari dei mulini stessi che si trovino situati
nel tratto di fiume “a molendinis alexassa usque ad molendina domini Orlandi Bonsignoris et
consortum de Foiano”; questi proprietari sono infatti obbligati a tenere un mulo o un cavallo per
ciascun palmento per portatre il grano da Siena a macinare ai mulini (Zdekauer, 1897, p. 352); vedi
anche Sito 5.
1265, marzo 17: Orlando “miles, filius olim domini Bonsignoris iudicisì a nome proprio e di suo nipote
Niccolò di Bonifazio Bonsignori vende a Iacomo di Ugolino Balzi volgarmente chiamato Balza
“molendinum positum prope Pontem de Foiano in loco dicto Sarleone et omnes terras possessiones
et lamas que sunt in contrata de Sorripa que pertinebant et pertinent ad molendinum de Sorripa et domos ipsius
molendini [...] et fuitum stecchatas gualcherias torcitoria ferramenta molasì (DOM).
1271, marzo 28: Iacomo del fu Ugolino Balzi, detto Balza, vende a frate Melano operario
dell’Opera di S. Maria di Siena la sesta parte per indiviso dei suoi beni posti nella zona di Foiano, tra i
quali la sesta parte “totius molendini et edifici cum suis omnibus fornimentis acconciamentis steccatis goris casamentis
macinis et ferramentis positi in flumine Merse”. Tutti questi beni Ugolino li possedeva in comune con Orlando
Bonsignori, Andrea di Iacopo e i figli ed eredi di Enrico di Iacopo Incontri (DOM).
1271, marzo 28: frate Melano operario dell’Opera di Santa Maria di Siena si dichiara debitore
a Iacomo del fu Ugolino Balzi, detto Balza, di 600 libbre di denari senesi minuti per completare il
pagamento del prezzo “sexte partis totius molendini et edificii cum suis pertinentiis positi in flumine Merse subtus
pontem de Foiano” (DOM).
1271, marzo 30: donno Galgano abate del monastero di San Galgano, nomina frate Melano,
converso dello stesso monastero, e frate Giovanni medico procuratori del detto monastero per
comprare “totam et integram partem molendini et possessiones eiusdem in flumine Merse siti” dagli
eredi del fu Enrico di Iacomo Incontri (DOM).
1271, aprile 8: Andrea del fu Jacomo Incontri per 1/6 dei beni sotto descritti ed i fratelli
Bartolomeo, Giovanni, Andrea ed Enea figli di Enrico di Iacomo Incontri per un altro sesto dei beni
sotto descritti vendono a Melano, frate e procuratore dell’abbazia di S. Galgano, per 2500 libbre,
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tutti i loro possedimenti di Foiano, ed in particolare “tertiam partem pro indiviso totius molendini
positi in flumine Merse subtus locum ubi fuit Pons de Foiano et eius casamenti et domorum
stecchati gore torcitorii” (KSG, II, 122 v-124r).
1271, maggio 9: frate Melano, con Ugolino di Biliotto e Ristoro di Vitale, mercanti senesi
suoi fideiussori, si fanno debitori di lire 215 a Bartolomeo di Ormanno detto Meo per quelle da lui
avute in prestito per comprare alcune parti del mulino di Foiano da Ugolino Balza (DOM).
1272, marzo 23: frate Melano operario dell’Opera di S. Maria riceve in affitto per tre anni da
Ranieri ed Enrico di Orlando Bonsignori, da Martinuccio di Guglielmo ed Armino del fu Armino
“sedecim partes ex sexaginta partibus pro indiviso molendini et gualcheriarum et hedificii
positorum et positarum in flumine Merse et contrata que dicitur Sorleone” per 12 moggia di
frumento all’anno (DOM).
1272, marzo 23: Martinuccio di Guglielmo per la quarta parte, Armino di Armino per un’altra
quarta parte, Ranieri ed Enrico di Orlando Bonsignori per metà (così divisa: Ranieri per due parti di
detta metà, Enrico per 4 parti di tale metà) promettono a frate Melano operario dell’Opera di Santa
Maria di vendergli, fra tre anni, per 1400 libbre di denari senesi, “sedecim partes pro indiviso ex
sexaginta partibus rerum subscriptarum videlicet molendini et gualcheriarum et hedificii positorum
et positarum in flumine Merse et contrata de Sorleone sive contrata pontis de Foiano et domorum
pertinentium sive spectantium ad ipsum molendinum et eorum stecchatorum et gorarum et
torcitoriorum et fuitorum et molarum et ferramentorum et muniminum et acconciamentorum et
finimentorum”. Le confinazioni del mulino corrispondono perfettamente con quelle descritte nel
documento del 28 Marzo 1271 con cui Ugolino Balzi vende i suoi beni a Melano; si tratta quindi
dello stesso mulino. La promessa di vendita nasconde probabilmente una garanzia per un prestito
ricevuto su pegno fondiario (DOM).
1272, maggio 1: frate Melano a nome proprio e di Iacomo del fu Ugolino Balza, dichiara di
aver ricevuto 1400 libbre di denari senesi per aver venduto a Martinuccio di Guglielmo e ad Enrico
di Orlando 16 parti di 60 del mulino posto sul Merse in contrada di Sorleone o contrada del ponte di
Foiano. Si tratta sicuramente di una falsa vendita: sembra infatti la restituzione, da parte di
Martinuccio ed Enrico, del prestito ricevuto precedentemente su garanzia delle 16 parti del mulino,
che ora, estinto il debito, ricevono indietro (DOM).
1278, marzo 14: Martinuccio di Guglielmo ed Ermino di Ermino (per la metà), Enrico di
Orlando (per 5 parti dell’altra metà) e Ranieri di Orlando (per due parti della stessa metà) vendono
per 1500 libbre a frate Villa procuratore dell’Opera di S. Maria tre parti per indiviso di 16 parti che
possedevano delle 60 parti di vari possedimenti tra i quali “molendini et gualcheriarum et
hedifitiorum positorum in flumine Merse et contrata que dicitur Serleone sive contrata Pontis de
Foiano et domorum pertinentium seu spectantium ad ipsum molendinum et ipsius molendini
stecchatarum et gorarum et torcitoriorum et fuitorum et molarum et ferramentorum” (DOM).
1282, settembre 6: Il Consiglio dei Quindici Governatori e Difensori della Città e del Popolo
di Siena delibera “de destruendo et destrui faciendo stecchatum quod est supra pontem de Foiano
pro eo quod multum offendit et posset offendere dictum pontem et etiam multum offenditur
Balneum de Macereto”. Si stabilisce quindi “quod dictum stecchatum destrui debeat et vastari pro
conservatione et utilitate dicti pontis et balnei. Et quod aliud stecchatum fieri debeat super Balneum
de Macereto in loco ubi melius videbitur convenire expensis Comunis Senarum prout in constituto
continetur predicto super facto vero gore et terrarum emendari per quas debeat micti Gora Nova fuit
in concordia et stantiavit dictum Consilium quod dicte terre si opus fuerit et dicta gora micti et fieri
debeat expensis illorum qui partem habent in dicto molendino prout prata tetigerit dictarum partium
secundum formam dicti capituli constituti” (KSG, II, c. 121v).
1282, settembre 23: Don Giunisio abate del monastero di S. Galgano ed il capitolo nominano
frate Magno, converso dello stesso convento, sindaco e nunzio speciale per ricevere dal comune di
Siena e dai Quindici Governatori e Difensori del Popolo 500 libbre di denaro “pro faciendo seu fieri
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faciendo stecchato et pro facienda et fieri facienda gora molendini positi subtus pontem de Foiano
quod molendinum vulgariter dicitur Molendinum de Foiano” il quale appartiene a loro per la terza
parte ed un tempo apparteneva a messer Niccolò di Bonifazio “in cuius locum nunc Comune
Senarum succedere se dicit pro parte que olim eidem continuit de sexaginta partibus totius
molendini viginti quactuor et pro alia parte pertinere ad Operam S. Marie de ipsi 60 partibus 16 [...].
Quod stecchatum et quam goram fieri facere tenebatur Comune Senarum sumptibus et expensibus
suis occasione destructionis et dissipationis quam comune Senarum fieri fecit de stecchato veteri
dicti molendini positi super pontem predictum et prope ipsum pontem” (DOM).
1282, ottobre 24: vi fu un Consiglio Generale su tale questione; in base a sopralluoghi e
valutazioni fatte da alcuni esperti venne deciso dove costruire la nuova gora, quanto terreno ci
volesse e quanto costasse. La zona che andava verso Surripe fino al fiume e verso la strada pubblica
doveva ospitare la steccaia; la parte che invece si sviluppava tra il mulino di Surripe verso la Merse
fino all’imboccatura della gora di quello di Foiano, tracciando una linea retta, diventava sede di
torcitorio e gora; quest’ultima doveva essere di 16 braccia di larghezza secondo la misura delle
canne senesi. Inoltre osservando con cura lo steccato distrutto di Ponte a Foiano, videro che il primo
si era abbassato e rotto da un lato dall’alto verso il basso e aveva danneggiato la cateratta della gora
cosicché l’acqua non poteva scorrere fino al mulino, che quindi non poteva lavorare (DOM).
1305, maggio 22: atto con il quale si chiarisce la situazione del mulino di Foiano. Si dichiara
che metà dei beni un tempo spettanti a Fazino figlio di Niccolò Bonsignori nelle curie di Macereto,
Foiano e Tocchi, di cui si fa l’elenco, sono e spettano a pieno diritto al monastero di S. Galgano e
all’opera di S. Maria, “videlicet in primis domus molendini et gualcherie et fuitus et ghora et stecchata et torcitoria et
gittus cum molis malliis pilis et ferramentis et massaritiis omnibus dicti molendini positi in flumine Merse”. Infine
dunque 16/60 appartenevano al Comune di Siena e all’Opera del Duomo, 20/60 a S. Galgano, 24/60 a Fazino di messer
Niccolò Bonsignori (DOM).
1305, giugno 2: accordo tra Fazzino di Niccolò Bonsignori, il monastero di S. Galgano e
l’Opera di S. Maria in modo tale che a questi ultimi “liceat libere [...] facere mictere et construere et
manutenere et fieri et micti et construi et manuteneri facere per totum terrenum dicti Faççini [...]
iusta flumen Merse [...] ghoram et stecchatam et torcitoria et gittus pro molendino dictorum
monasterii et comunis et operis positi in flumine Merse et contrata Pontis de Foiano” pagando a
Fazzino 12 libbre per ogni staio di terreno utilizzato (DOM).
1309-1310: volgarizzazione della rubrica del Constituto del 1262 riguardante il trasporto del
grano (Lisini, 1903, vol. II, pp. 68-69).
1313, settembre 15: il monastero di San Galgano, in pieno accordo con l’Opera di S. Maria di
Siena, decide di dare in affitto la propria parte del mulino di Foiano (DOM).
1318: il monastero di S. Galgano “habet medietatem pro indiviso unius petie terre vineate et
ortive cum palatio domo et molendinis et gualcheriis et terra laboratoria et soda et prativa posita in
dicta curia de Foiano in loco dicto Sallone [...] Aliam vero medietas dictorum rerum est Opere
Sancte Marie”. La quota di S. Galgano è stimata 941 lire, l’intero 1882 lire (Estimo, 118, c. 298 v).
1329, marzo 22: il mulino, appartenente per metà al monastero di S. Galgano e per metà
all’Opera di S. Maria viene dato in affitto per 5 anni a Dato Sozzi di Murlo; nel contratto si
elencano “molendina domos molendinorum et gualcheriarum [...] posita in valle Merse in contrata Pontis Foiani cum
tribus molendinis macinantibus cum eorum fornimentis et cum quattuor pilis gualcheriarum cum eorum fornimentis et
cum tribus paribus macinarum et tribus retecenis, tribus tremogiis, tribus palis de ferro, tribus nottolis ferreis, tribus rallis
de ferro, tribus spolettis ferreis et cum una caldaria raminis cum sua canna raminis pro dictis Gualcheriis, cum quinque
circulis ferreis macinarum, cum uno boççolo cum sua catena ferrea, tribus tendis, uno stario ferreo cum duobus martellis
pro macinis, cum uno picchone cum duabus punctis, uno scarpello ferreo, una maççuola de ferro, una ascia ferrea, uno
palo grosso ferreo pro molendino et una nottola de ferro uno palo ferreo pro molendino levando, una lucerna, uno
pennato ferreo, uno succhiello fracto, una tina et cum duabus vegetibus fractis seu sfondatis, cum uno bigonçello et uno
crivello et cum una scala mannaiuola”. Si danno inoltre in affitto vari appezzamenti di terra situati attorno
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al mulino, la cantina e la stalla annesse al mulino. L’affitto annuo era di 26 moggia di buon
frumento. L’affittuario promette di non riaffittare i beni ricevuti a terze persone, di mantenerli in
buono stato per tutto il tempo del contratto e di restituirli come li ha ricevuti; si impegna inoltre a
mantenere la gora e la steccaia a proprie spese, tranne nel caso che esse fossero state devastate dalle
piene al punto che il mulino per mancanza di acqua non avesse potuto macinare. Lo stesso valeva
per le distruzioni subite dal mulino in caso di guerra; in entrambi i casi l’affittuario non sarebbe
stato tenuto a versare l’affitto (DOM).
1334, agosto 30, 1338 aprile 1, 1339 novembre 23, 1348, febbraio 11, 1352, giugno 2: si
susseguono vari contratti di affitto del mulino (DOM).
Sito : XII
Toponomastica nelle fonti: mulini delle “Guaççine Vecchie” e delle “Guaççine Nuove”
Notizie storiche: due mulini contigui chiamati Guazzine, appartenenti ad alcuni privati,
vengono venduti nel 1256 in parte al monastero di S. Galgano, in parte a membri della famiglia
Scotti e della famiglia Giulli (si tratta di alcuni di coloro che parteciperanno, sempre con S.
Galgano, anche all’acquisto del mulino Palazzo nel 1258). Più che di una effettiva vendita è
probabile che si tratti di una cessione come garanzia per un prestito su pegno fondiario, poi
riscattato. In effetti i succitati acquirenti non compaiono tra i proprietari dei mulini delle Guazzine
in una lite dell’anno 1262, ma acquisteranno effettivamente le quote-parti in questione solo nel
1266. La gora dei mulini viene citata in alcune confinazioni fino all’anno 1280, in seguito non se ne
hanno più notizie.
Ubicazione probabile: le indicazioni topografiche contenute nelle fonti permettono di
ricostruire con una certa precisione l’ubicazione originaria di queste strutture: si trovavano nella
pianura che separa il poggio su cui sorge Orgia da quello di Stigliano, erano a valle rispetto al
mulino di Serravalle e a monte rispetto a quello del Palazzo, probabilmente lungo la stessa gora che
alimentava questi ultimi, visto che sappiamo che il canale di rifiuto delle Guazzine Nuove defluiva
nella gora del mulino Palazzo.
Acqua: fiume Merse
Definizione: mulini da macina
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: metà XIII sec.
Cron. finale: fine XIII sec.
Font i
1256, giugno 5: Bartolomeo figlio di Pietro vende ad Ugone e Matteo, frati del monastero di
S. Galgano, quattro parti di nove, a Pietro ed Arcolano Scotti quattro parti di nove, a Dietaviva e
Guglielmo figli di Viviano Guglielmi una parte di nove che possedeva del mulino delle Guazzine
“quod quidem molendinum positum est et situm in flumine Merse inter villam de Stilliano et
castrum de Orgia quod vulgariter vocatur le Guaççine Vecchie et octo partes pro indiviso unius
domus posite subtus dictum molendinum et domos eiusdem que vocatur le Guazzine Nove”. Si
tratta probabilmente non di una vendita effettiva ma di un pegno, poi riscattato, in quanto in seguito
(v. sotto), nel 1266, il fratello Tommaso rivenderà esattamente la stessa quota (KSG, II, cc. 119r120v).
1262, luglio 20: soluzione della vertenza sorta tra Pietro di Scotto, Viva di Viviano, il
monastero di S. Galgano, proprietari del mulino del Palazzo di Orgia da una parte, ed i proprietari
del vicino mulino delle Guazzine (il Monastero di Torri, Tommaso e Bartolomeo di Pietro,
Pacinello Cernasini, Orlandino Rustichini) dall’altra, a causa “torcitorii quod vocatur Stecchatella
positi in pede lame predictorum domini Thomasii et consortum que lama est inter dictum
molendinum de le Guaççine et molendinum Palatii” (KSG, II, c. 85 r-v).
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1266, giugno 5: Tommaso giudice, figlio di Pietro, vende ad Ugone e Matteo frati del
monastero di S. Galgano 4 parti di nove, a Pietro Scotti 4 parti di nove, a Guglielmo del fu Viviano
Giulli una parte di nove della casa e mulino delle Guazzine Vecchie e della casa e mulino delle
Guazzine Nuove (KSG, II, cc. 105r-106v, il testo è praticamente identico a quello del doc. del
1256).
1268, novembre 29: Viviano di Pandolfino vende a frate Matteo del monastero di S. Galgano
un pezzo di terra posta “in plano Brenne in loco dicto ad Campora inter molendina Guazzina Nova
et Vetera in qua petia terre est et vadit fovea torcitorii sive torcitorium dictorum molendinorum que
dicuntur Guazzina Vetera”.(KSG, II, cc. 104v-105r).
1281, gennaio 13: Viviano di Pandolfino per 400 lire vende a frate Maffeo del monastero di
S. Galgano due parti del mulino di Serravalle. Descrivendo le confinazioni si parla del mulino delle
Guazzine Nuove, che confina con quello di Serravalle, il cui rifiuto un tempo defluiva nella gora del
mulino del Palazzo (KSG, II, cc. 95v-96v).
Sito : XIII
Toponomastica nelle fonti: “Molino Vecchio” “Molendinum Veterem” (sul Feccia, da non
confondere col Mulino Vecchio sul Merse).
Notizie storiche: l’esistenza di questo mulino, unico documentato sul fiume Feccia, è nota per
la citazione in numerose confinazioni di terre vendute da privati soprattutto al monastero di S.
Galgano nel periodo 1232-1283. Questa struttura, per le indicazioni topografiche, è probabilmente
da identificarsi col mulino sul Feccia di proprietà dell’Abbazia, registrato nella Tavola delle
Possessioni di inizi XIV sec. all’interno della grangia di Valloria.
Ubicazione probabile: sappiamo soltanto che era situato nella curia di Frosini, a confine con
quella di Castiglion Balzetti, nel Pian di Feccia, a non molta distanza dallo sbocco del Frelle, e che
era interamente circondato dai possedimenti dell’abbazia di S. Galgano.
Acqua: fiume Feccia
Definizione: mulino da macina
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: prima metà XIII sec.
Cron. finale: prima metà XIV sec.
Font i
1232, giugno 17: Bonaventura, plebano della Pieve “de Monte” permuta con il monastero di
S. Galgano una terra posta nella curia di Frosini in cambio di un’altra terra posta “super
molendinum veterum” che confina su un lato con il fiume Feccia (KSG, III, c. 318 v).
1240, gennaio 29: Guidinga e Aldobrandesca del fu Fede vendono a Dolcetto del fu Pero due
pezzi di terra nella curia di Frosini dei quali il primo è posto nel Piano di Feccia ed il secondo “in
pede Molini Vecchi” a confine col Feccia (KSG, III, cc. 331v-332r).
1250, aprile 23: Vitale ed Ugolino di Giovanni di Tamignano, con il consenso delle rispettive
mogli, vendono a Giovanni del fu Guido di Pietro e a Benvenuto del fu Viviano di Tamignano metà
di una terra “in curia de Frosine in loco qui dicitur Molino Vecchio” che confina con la curia di
Castiglion Balzetti (KSG, III, c. 27 r-v).
1267, gennaio 10: Ugolino di Bartalo detto Moscone vende a Galgano procuratore del
monastero di S. Galgano un pezzo di terra posta “in curia de Frosini in loco dicto Molino Vecchio”
che confina col fiume Feccia (KSG, III, cc. 43r-43v)..
1267, gennaio 10: Figliano di Monaldo de Suvera vende a frate Galgano procuratore del
monastero di S. Galgano un pezzo di terra “in curia de Frosini in loco qui dicitur Molino Vecchio” che confina
con la pieve del Monte (KSG, III, cc. 42v-43r).
1267, marzo 1: Paganello di Iammorde, con il consenso di Ugolino di Bartalo, conte di
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Frosini, vende a frate Ugo di S. Galgano una terra posta in corte di Frosini in luogo detto Mulino
Vecchio (KSG, III, c 402 r).
1267, marzo 10: Filiano di Monaldo de Suvera e Ugolino di Bartalo di Frosini mettono,
tramite un loro procuratore, il monastero di San Galgano in possesso di alcune terre in luogo detto
“Molino Vecchio” (KSG, III, c. 272 r).
1267, novembre 23: Ranieri del fu Corrado di Frosini vende a Donno Enrico monaco del
monastero di S. Galgano un pezzo di terra “in curia de Fruosini in loco dicto Mulino Vechio”
(KSG, I, c. 22r-v).
1270, agosto 23: Piero di Pero da Tamignano e la moglie Guillia vendono a Rinforzato
monaco e procuratore del monastero di S. Galgano un pezzo di terra nella curia di Frosini “in loco
dicto Molino Vecchio” (KSG, III, cc. 41v-42v).
1271, febbraio 11: Ugo di Corrado di Frosini vende al proprio fratello Ranieri un pezzo di
terra “in curia de Frosini in loco dicto ad molendinum veterem [...] cui ex tribus est abbatie Sancti
Galgani, quarto est flumen Fecisì (KSG, I, c. 23).
1272, febbraio 14: Ranieri del fu Corrado di Frosini vende a frate Giunta del monastero di S.
Galgano un pezzo di terra “in curia de Fruosini in loco qui dicitur ad molendinum veterem cui ex
tribus partibus est dicti monasterii ex parte est flumen Feccie” (KSG, I, cc. 21v-22).
1283, giugno 22: Guido di Buonfigliolo da Frosini vende ad Ugolino del fu Ildibrandino da
Siena, che acquista in proprio e per Spinello, Niccoluccio e Andrea del fu Ranuccio Forteguerri una
terra posta in corte di Frosini in luogo detto “Mulino Vecchio” (KSG, III, cc. 267v-268r).
1318: il monastero di S. Galgano possiede “unam petiam terre laboratorie vineate et sode cum
sex domibus cum claustris plateis et molendino cum duobus palmentis positam in dicta curia
[Frosini] loco dicto Vallora et piano de Feccia et Frelle cui ex una flumen Feccie, et ex tribus via”.
Tale proprietà era di staia 687,50 e valeva 3721 lire e 13 denari (Estimo, 118, c. 267r).
Sito : XIV
Toponomastica nelle fonti: mulino “in curia Castiglionis Benzetti”
Notizie storiche: struttura molitoria nota esclusivamente per la registrazione nella Tavola
delle Possessioni del 1318. Apparteneva per 1/36 a Neri de’ Saracini, il quale era anche possessore,
con la sua consorteria, del cassero e fortilizio di Castiglion Balzetti. Non se ne hanno altre notizie in
seguito.
Ubicazione probabile: non abbiamo indicazioni topografiche precise; era probabilmente
ubicato nel tratto di fiume più vicino al castello.
Acqua: fiume Merse
Definizione: mulino da macina
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: inizi XIV sec.
Cron. finale: dubbia
Font i
1318: “Nerius olim Cinque de Saracinis de Senis [...] habet unum trigesimum sextum unius
petie terre sode laboratorie et vineate cum domibus molendino et oppiis posite in curia Castiglionis
Bençetti cui ex una flumen Merse et ex aliis partibus predicti Nerii et consortum. Quam idem habet
cum quibusdam suis consortibusì (Estimo, 97, c. 31 r).
Sito : XV
Toponomastica nelle fonti: mulino in corte di Montarrenti
Notizie storiche: il mulino, registrato nella Tavola delle Possessioni di inizi XIV sec (Estimo,
197, c. 33) apparteneva per 1/3 a Simone di Giovanni di Torri, per metà a Guiduccio di Andrea di
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Rosia, e per una porzione non specificata a Giovanni Meschiati; quest’ultimo, cittadino senese e
membro dell’importante famiglia Petroni, era il maggiore possidente del comune di Montarrenti
(possedeva 8 case nel borgo, una platea, 11 casalini nel borgo, pezzi di terra e svariate case nel
luogo). Giovanni Meschiati locava il mulino a Simone di Giovanni di Torri. Non se ne hanno altre
notizie in seguito.
Ubicazione probabile: una campagna di ricognizione realizzata nei dintorni del castello di
Montarrenti ha permesso di individuare sul versante N-E, ai margini del torrente Rosia, resti di
strutture murarie, attribuibili probabilmente ad un piccolo mulino.
Acqua: torrente Rosia
Definizione: mulino da macina
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: inizi XIV sec.
Cron. finale: dubbia
Bibliografia: Lisini, 1893, p. 201; Balestracci, 1981, p. 141; Bartoloni et alii, 1984, pp. 267268; Francovich-Roncaglia, 1988, p. 136.
Sito : XVI
Toponomastica nelle fonti: mulino “de Volta”
Notizie storiche: una struttura molitoria denominata “molendinum de Volta” è citata tra le proprietà dell’abbazia
di Torri nel 1245, nell’accordo stipulato con il comune di Siena per costruire mulini sul Merse (cfr. Sito 15). Nel 1288,
quando l’abate di Torri vende il mulino “de Saxisì (Sito 5) all’abbazia di S. Galgano, cede anche la struttura di Volta, ora
definita “domusì, il che fa pensare che vi sia cessata l’attività molitoria. Nel 1318 “Volta” viene citata come semplice
“locus dictusì in relazione al mulino “La Saxa”.
Ubicazione probabile: il mulino era ubicato nei pressi della non identificabile rocca “de
Saxisì (l’attuale Montestigliano?); si trovava subito a valle del mulino “de Saxisì lungo la stessa
gora di alimentazione, sul versante dell’altura di Montestigliano. Alcuni resti murari individuati
recentemente in questa zona sulla sponda del Merse non sono esplorabili perché semisommersi
dalle acque del fiume.
Acqua: fiume Merse
Definizione: mulino da macina
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: prima metà XIII sec.
Cron. finale: fine XIII
Font i
1245: nell’accordo tra l’Abbazia di Torri ed il comune di Siena si specifica che i mulini da
edificarsi dovranno essere “ut sunt domus dicte abbatie que sunt ibi supra in dicto flumine, excepta
Volta” (Cecchini, 1932-1991, II, pp. 549-552); v. anche Siti 5 e 15.
1288, maggio 10: l’abate di Torri vende al monastero di S. Galgano la metà del mulino “de
Saxisì ed inoltre un pezzo di terra ed una casa “in dicta terra que domus dicitur molendinum de
Volta positum iuxta sive prope dicta molendina superius confinata quibus ex uno latere est flumen
Merse ex alio fuitum dictorum molendinorum”; tale casa si trova nelle vicinanze della rocca “de
Saxisì (KSG, II, cc. 124r-126v); v. anche Sito 5.
1318: il monastero di S. Galgano possiede una terra con mulino e gualchiera “in curia de
Brenna loco dicto Volta e La Saxa cui ex una gora, ex una flumen Merse et ex duabus Abbatie de
Torri” (Estimo, 118, c. 285v); v. anche Sito 5.
Sito : XVII
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Toponomastica nelle fonti: mulino “in loco vocato Piano di Mersa”
Notizie storiche: il mulino è noto dalla registrazione nella Tavola delle Possessioni del 1318
tra i possedimenti di Giovanni Petroni. In questo periodo i Petroni, famiglia senese, sono in possesso di
estesi beni in questa zona e del castello di Montecapraia, che nel 1318 risulta diviso tra Giovanni e Caterino (Estimo, 97,
c. 54r). Nel 1342 sorse tra i fratelli una lite per la costruzione di una steccaia sul Merse.
Ubicazione probabile: sappiamo soltanto che era ubicato lungo la sponda destra del Merse, in
corte di Montecapraia, probabilmente nelle vicinanze del castello, che sorge sulle alture dominanti
la Val di Merse.
Acqua: fiume Merse
Definizione: mulino da macina e gualchiera
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: prima metà XIV sec.
Cron. finale: dubbia
Fonti
1318: Giovanni Petroni possiede “unam petiam terre laboratorie et vineate et sode cum domo molendino
et palatio et gualcheriis posite in dicta curia [Montiscaprarii] in loco vocato Piano di Mersa cui ex una est flumen Merse
ex una via et ex unaipsius Iohannis predicti”; tale possessione è stimata 3125 lire (Estimo, 97, c. 41v).
1342, marzo 6: lite tra Caterino del fu Petrone di Accoridore e suo fratello Giovanni a
proposito di un pezzo di terra posto in corte di Montecapraia, contrada di Val di Merse. I Nove
Conservatori eleggono come arbitri alcuni Consoli della Mercanzia che fanno misurare e stimare
quanto terreno sia necessario a Giovanni per “una steccaia per un suo molino sul fiume Merse [...]
sentenziando che sia lecito a detto Giovanni costruire detta steccaia e che Caterino debba vendergli
il terreno a ciò necessario [...] e che detto Giovanni per mantener la steccaia possa prendere dal
possesso di detto Caterino stara quattro di terra e allamarla con salci e oppi” (LBB, p. 207v, spoglio
di originale perduto).
Sito : XVIII
Toponomastica nelle fonti: Notizie storiche: impianto siderurgico, associato a due mulini ed una gualchiera, appartenente
per 1/18 a Giovanna di Giacomo Lambardi di Monticiano e da questa ceduto, nel 1278, al
monastero di S. Galgano insieme ad alcuni diritti bannali e molto altri beni (case, terre) distribuiti
nel castello di Monticiano e nel suo territorio. è probabilmente da identificarsi con una delle due
ferriere sul Merse date in affitto dai monaci agli Azzoni nel 1369. Non sappiamo quando cessò
l’attività.
Ubicazione probabile: non vi sono indicazioni topografiche
Acqua: fiume Merse
Definizione: ferriera
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: metà XIII sec.
Cron. finale: seconda metà XIV sec. ?
Font i
1278, dicembre 1: “Ego Iavanna filia olim Iacobi Lambardi de Monteciano, uxor Ruberti filii
olim Iohacchini, cum consensu et auctoritate et iussu dicti Ruberti mariti mei et Ildibrandini
quondam Ildibrandini patrui mei [...] vendo do trado iure perpetuo tibi fratri Iohanni medico de
ordine Sancti Galgani ementi pro monasterio Sancti Galgani tertiam partem unius domus pro
indiviso site in Monticiano [...] item unam domum cum appenditiis suis sitam in burgo dicti Castri
[...] item podere unum positum in Monte cum domo et terris [...] item unum appendicium situm in
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Burgo Monticiani [...] item unum ortum situm in loco vocato Schianceto [...] item tertiam partem
unius petii terre pro indiviso siti in loco dicto Vignalia [...] item tertiam partem unius petii terre pro
indiviso siti in loco vocato Lupinari [...] item tertiam partem unius petii terre pro indiviso siti in loco
vocato Camposa [...] item tertiam partem unius petii terre pro indiviso siti in loco vocato Campora
[...] item tertiam partem unius petii terre pro indiviso siti in loco vocato Gonfienti cui a primo latere
currit flumen vocatum Feccia [...] item tertiam partem unius petii terre pro indiviso siti in loco
vocato Gonfienti cui a primo latere est flumen Merse [...] item tertiam partem unius petii terre pro
indiviso siti in loco vocato Cancelle [...] item tertiam partem unius petii terre pro indiviso siti in
loco vocato Filicaia [...] item tertiam partem unius petii terre pro indiviso siti in loco vocato Pelago
Vigo [...] item unum petium terre cum castagneto situm in silva Tençonorsi [...] item tertiam partem
pro indiviso duorum petiorum terre sitorum in loco vocato Colle Grande [...] item octavam
decimam partem pro indiviso duorum molendinorum et unius hedifitii a ferro et unius Ghualcherie
cum terris et lamis et nemoribus et arboribus et omnibus suis pertinentiis sitos in aqua fluminis
Merse; et dictas possessiones tibi vendo cum Curatura platee quam habeo vel habuerunt
predecessores mei et cum pensionibus quas habeo recipere vel predecessores mei habebant recipere
in dicto Castro de Monticiano ab hominibus vel personis dicti castri aliquo modo vel iure et vendo
tibi ementi ut dictum est omnes alias possessiones que ad me pertinent vel pertinere possent in dicto
Castro de Monticiano, et eius curia et districtu et in aliis locis superius nominatis mei iuris et
proprietatisì (KSG, II, cc. 5 r-6v).
1369: “I monaci di San Galgano fecero un mandato di procura nella persona d’uno dei detti
monaci per agire interessi del monastero per il quale procuratore ratificò l’affitto di due ferriere
poste sopra la Merse che erano state affittate alli signori Azzoni.” (AVG, T. 102, p. 371, regesto di
originale perduto), v. anche Sito 8.
Sito : XIX
Toponomastica nelle fonti: “Molendinum Bernardesarum”
Notizie storiche: l’unica notizia relativa a questo impianto risale al 1220, quando Bernardo di
Ranieri di Ticchianello vende al monastero di S. Galgano 1/3 di un appezzamento in località
“Molendinum Bernardesarum”, sul quale si prevedeva di riedificare un mulino che, come si evince
dal contesto, doveva esistervi in precedenza ed essere andato in rovina.
Ubicazione probabile: nel documento citato non vi sono indicazioni topografiche oltre al
toponimo “vado Bonacheta”, oggi non più rintracciabile
Acqua: fiume Merse
Definizione: mulino da macina
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: inizi XIII sec.
Cron. finale: dubbia
Font i
1220, gennaio 9: “Ego Bernardus filius quondam Ranerii de Tichianello [...] vendo vobis
donno Deodato priori venerabilis monasterii Sancti Galgani [...] tertiam partem pro indiviso terre
posite in loco qui dictum est Molendinum Bernardesarum in fluvio Merse in vado Bonacheta ad
construendum et rehedificandum ibi molendinum [...]. Et concedo vobis et dicto priori pro ipso
monasterio licentiam plenam et potestatem integram [...] hedificandi et construendi ibi molendinum
cum aqueductu gora et sticcharia et redito suo” (KSG, I, c. 417r-v).
Sito : XX
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Toponomastica nelle fonti: “molendina quondam Guaschi”
Notizie storiche: l’esistenza di questi impianti molitori è testimoniata da un unico documento
dell’anno 1220. Con tale atto l’abate di S. Maria di Serena, presso Chiusdino, permuta alcuni beni
con l’abbazia di S. Galgano: in particolare cede ai monaci cistercensi delle proprietà nei pressi di
Ticchiano ed a Campora ricevendo in cambio alcune terre poste nei pressi del fiume Merse, dove si
trovavano i mulini un tempo appartenuti a Guasco (con tutta probabilità dei Guaschi di
Roccatederighi). Dal contesto si evince che questi impianti erano da tempo in rovina e viene
esplicitamente dichiarata l’intenzione, da parte dell’abbazia, di riedificarli.
Ubicazione probabile: nel documento citato non si trovano indicazioni precise riguardo
all’ubicazione dei mulini, tuttavia dal contesto generale sembra di capire che l’abbazia di Serena, in
un momento di crisi e generale riorganizzazione dei propri possedimenti, ceda a S. Galgano dei beni
piuttosto decentrati, forse in cambio di beni più vicini alla sede abbaziale, che si trovava ubicata su
un colle esattamente lungo il Merse. Di conseguenza, se tale ipotesi è esatta, gli impianti in
questione dovevano trovarsi a poca distanza dal monastero.
Acqua: fiume Merse
Definizione: mulini da macina
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: inizi XIII sec.
Cron. finale: dubbia
Fonti
1220, gennaio 8: “donnus Bonus abbas monasterii de Serena, donnus Gualterius camerarius
[...] iure permutationis, venditionis et donationis [...] dederunt cesserunt et mandaverunt donno
Deodato priori monasterii Sancti Galgani recipienti pro ipso monasterio ac conventu presenti et
futuro totum et quicquid ipsi de Sirena vel aliquis alius pro eis vel eorum nomine habent vel abere
possunt [...] intra subscriptos fines: scilicet sicut trait a superiori parte superioris Camurli et Silva
Remundata et trait per Costamçenam et vadit per Filicariam et redit in fluvium Fecie et venit per
Feciam et redit in Mersam usque ad vadum ipsius et quicquid habent in Tichiano et eius pertinentiis
et vel aliquis alius pro eis. Et sicut vadit per eundem Camurlum supradictum et trait per Gallessam
et recidit recte ad fontem de Rigineta et inde redit ad molendina Usugne in fluvio Merse. Et
quicquid dicti de Sirena vel alii pro eis habent in loco qui dicitur Campora [...]. Pro qua
permutatione venditione et donatione9 confessi sunt [...] se habere a dicto priore Sancti Galgani et
monasterio ipso medietatem pro indiviso totius terre citra et ultra Mersam ubi costructa fuerunt
molendina quondam Guaschi et costruenda et rehedificanda sunt, que medietas extimata est centum
librarum bonorum denariorum senensium”. Cinquanta libbre si dovranno spendere per riedificare e
ricostruire tali mulini. Tale metà viene ceduta “cum omni iure et pertinentiis suis tam aque ductu
quam sticaria gora et reditibus ad dictam terram ubi costructa fuerunt dicta molendina et costruenda
et rehedificanda sunt pertinentibusì. Si promette che durante la ricostruzione dei mulini e una volta
riedificati non ci sarà da parte dell’abbazia di S. Galgano alcuna molestia all’abbazia di Serena
(KSG, I, cc. 349r-350r; si veda anche KSG, I, cc. 361v-362v, stessa data: il testo è praticamente
identico).
Sito : XXI
Toponomastica nelle fonti: “molendina Bonacorsi”
Notizie storiche: l’unica notizia relativa a questi impianti risale all’anno 1223 quando
Lictfredo di Bonacorso vende al monastero di S. Galgano i suoi mulini con tutte le loro pertinenze
9
Nel testo “et donatione et donatione”.
©1997 Edizioni All’Insegna del Giglio s.a.s., vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale
Ubicazione probabile: non vi sono indicazioni topografiche
Acqua: fiume Merse
Definizione: mulino da macina
Periodo: Medioevo
Cron. iniziale: inizi XIII sec.
Cron. finale: dubbia
Font i
1223, marzo 9: “Ego Lictifredus quondam Bonacorsi iure dominii vendo et trado tibi donno
Dono”, priore del monastero di S. Galgano, per 22 libbre di denari pisani, “molendina mea que
habui cum domino Crivello Rainerii Bonacorsi et cum Bernardo in flumine Merse que vulgariter
appellabantur molendina Bonacorsi cum gora steccharia et fuitu aque et cum omnibus suis
pertinentiis que antiquitus habuerant et cum hiis que habent supra se et infra se ad dicta molendina
spectantibus et cum omnibus iuribus et actionibus competentibus dictis molendinisì (KSG, I, c.
345r-v).
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Fig. 38 - Tavol a sinott ica degl i opifici censit i.
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V. Catalogo, p. 223