il fantastico
prove di scrittura
III D
a.s. 2008/2009
La collana nella cenere
23 maggio
Bene, visto che non ho niente di meglio da fare, comincio a scrivere questo
diario, che mi è stato regalato tempo fa, per il mio ultimo compleanno, da mio
fratello. Sinora non avevo avuto seriamente intenzione di utilizzarlo. Ma in
questo posto sperduto di montagna è l’unica cosa che mi è rimasta da fare.
Direi che è buona regola iniziare con le presentazioni.
Mi chiamo Tamara, Tamara Sabini. Ho sedici anni, altezza un metro e
sessantacinque, ho dei capelli biondi che di bello hanno solo il colore: sono
ribelli e spinosi, vanno da tutte le parti e non c’è modo di farli stare come
dovrebbero; se non li porto legati con un’infinità di forcine, sembra che abbia
appena infilato le dita nella presa della corrente. Gli occhi sono blu scuro. Mi
piacciono i miei occhi – tanto quanto odio il mio nome e i miei capelli.
Frequento il terzo anno del liceo classico della mia città con risultati
abbastanza soddisfacenti. Nulla di eccezionale, ma almeno non rischio
nessuna materia a settembre.
Nel tempo libero (che è davvero poco) adoro disegnare, leggere romanzi
(soprattutto fantasy e avventura) e sognare ad occhi aperti.
Da un paio di mesi mi sono messa con Sean, che ha la mia stessa età, i capelli
più ribelli dei miei se possibile, una calma invidiabile (che sconfina
nell’indolenza a volte) e tutto sommato direi che mi piace proprio. Se non
altro con lui mi sento finalmente rilassata e libera di vivere i miei sedici anni
senza il pensiero delle mie responsabilità di sorella maggiore.
Ho infatti due fratelli più piccoli, uno peggio dell’altro.
Il maggiore si chiama Karl (con la “K”, usare la “C” era troppo banale per i
miei genitori evidentemente), ha tredici anni ed è un vero terremoto. È
sempre in giro con i suoi amici e sta a casa il meno possibile (non che ci sia un
vero motivo per rimanerci). Credo non abbia mai aperto un libro di scuola in
vita sua, nonostante i miei sforzi.
Si ficca in ogni genere di casino. È una vera e propria calamita per i guai.
Ha capelli ed occhi castani (non so bene da chi abbia preso, visto che mia
madre ha i capelli rossi e gli occhi verdi mentre mio padre è biondo con gli
occhi azzurri).
Come me e Gabriel ha una capigliatura che ricorda molto un riccio; ma tanto
lui è un ragazzo, risparmia sul gel.
Gabriel è il mio fratellino più piccolo. Ha otto anni, capelli rossi come
mamma, occhi azzurro ghiaccio come papà. La sua pelle è talmente chiara che
sembra fatto di porcellana; detto così sembra molto poetico, ma di fatto
appena c’è un po’ di sole devo stare attenta a spalmargli chili di crema solare
per evitare che da bianca la sua pelle diventi dello stesso colore dei capelli.
Se dovessi descriverlo con un aggettivo credo che sceglierei “inquietante”.
Strano aggettivo per un bambino di appena otto anni, eppure se conosceste
mio fratello vi assicuro che è azzeccato.
Si muove praticamente senza far rumore, e ha la bruttissima abitudine di
comparirti alle spalle quando meno te lo aspetti; ho rischiato non so quanti
infarti per colpa sua. Parla pochissimo, ma mai a sproposito. Ho la fastidiosa
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sensazione che gli basti un’ occhiata per capire la situazione, e che sappia
benissimo quando gli mento. So che è assurdo, ma non posso farci niente. Ha
una vera mania per gli insetti: li prende, li uccide e poi li apre con un
coltellino per vedere come sono fatti dentro. Ho detto che è inquietante.
È il primo della classe anche se passa una mezz’oretta scarsa sui libri; va bene
che è alle elementari, ma mi ricordo che alla sua età io per ottenere i suoi
risultati dovevo faticare molto di più.
Ma la cosa più assurda è che non ha amici. Non che gli altri bambini non lo
accettino o cose simili, è lui che si isola. O meglio, vedo che se gli altri lo
cercano e lo coinvolgono lui se ha voglia ci sta anche, ma mantiene sempre
una sorta di distacco. E non prende mai l’iniziativa. Gli ho chiesto più volte se
voleva invitare amici a casa, ma lui con una scrollata di spalle mi ha sempre
detto che non gli importava. Gli ho anche organizzato una festa per i suoi sette
anni, ma vedendo che non si è divertito e che come se ne sono andati gli
invitati si è precipitato in giardino a cercare delle formiche da sezionare, ho
rinunciato.
Secondo me è preoccupante, e non so davvero cosa fare; ma i miei genitori
sono troppo presi dalle loro occupazioni per accorgersene. Come non si sono
accorti che Karl ultimamente rientra sempre più tardi e che probabilmente
fuma qualcosa di più pesante delle semplici sigarette.
Come non si sono accorti che un paio di settimane fa io non ero affatto in gita
scolastica, ma in campagna da Sean nella sua villa. Non è che fosse difficile da
capire. Ma loro vivono in un pianeta in cui evidentemente noi figli non
esistiamo.
Mamma è una violinista, anche abbastanza famosa. La chiamano spesso in
giro per il mondo a questo o quell’altro concerto. Guadagna molti soldi. Noi in
cambio di quei soldi si può dire che non conosciamo nostra madre. Ma vabbè,
suppongo siano cose che capitano.
Mio padre invece fa il fotografo. Anche lui è sempre in giro, per i vari servizi
fotografici.
È durante un servizio fotografico a Parigi che ha conosciuto mia madre: per
svagarsi la sera è andato a sentire l’orchestra in cui lei suonava. Quando lo
spettacolo è finito lui è andato a parlarle, colpo di fulmine. Il mese dopo si
sono sposati, un anno dopo sono arrivata io.
Quando è a casa papà sta sempre nella camera oscura a sviluppare i kilometri
di rullino che ha utilizzato.
Quando mamma è a casa passa il tempo a suonare il suo adorato violino. Non
fa altro.
Quando sono a casa entrambi trovano un po’ di tempo per uscire assieme. E
magari, se sono particolarmente di buon umore ci chiedono anche come va la
scuola. Che Karl sia stato sospeso, che Gabriel abbia avuto il massimo dei voti
in tutte le materie, che io abbia tutti sei ed un cinque, non cambia nulla.
Sorridono, dicono che l’adolescenza è un’età meravigliosa (da notare che
Gabriel è ancora un bambino), ci raccomandano di fare i bravi, “Contiamo su
di te” mi dicono, sorridono, e argomento chiuso.
“Contiamo su di te un corno! “ mi verrebbe da rispondere, ma non servirebbe
a nulla. A volte vorrei proprio mollare tutto, se anche passassi il tempo che
loro sono via a casa di Sean nemmeno se ne accorgerebbero. Ma non posso
lasciare da soli i miei fratellini.
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Visto il genere di famiglia che mi ritrovo non c’è da stupirsi se quando i miei
sono entrati sorridenti come non mai nella nostra camera da letto dicendo
che avremmo passato una settimana tutti assieme in montagna, né io né i miei
fratelli ci abbiamo creduto veramente. Quando ci siamo ritrovati tutti e
cinque stipati assieme alle valigie nell’auto di papà abbiamo cominciato a
realizzare che forse questa volta facevano sul serio.
Quando ci siamo ritrovati davanti alla baita che ci ospiterà per questa
settimana, abbiamo capito che decisamente non sono abituati ad organizzare
delle vacanze formato famiglia.
L’abitazione infatti si trova in una radura in mezzo al bosco stile favola di
Hansel e Gretel o simili: due ore di cammino per arrivare al paese più vicino.
L’unica strada che arriva in questo posto dimenticato da Dio e dagli uomini è
una strada sterrata. Bello vero?
Ciliegina sulla torta, siamo arrivati giusto ieri, ed è da ieri che non fa altro che
piovere.
Ma a mamma e papà piace tanto questo posto sperduto dove lei può suonare a
tutto spiano e lui può fare servizi fotografici a scoiattoli, daini e non so che
altro.
Dopo aver sistemato tutta la roba mia e dei miei fratelli, fatto un quarto dei
compiti e letto per la quinta volta “il signore degli anelli” non ho trovato nulla
di meglio da fare che cominciare questo diario.
Ed ora direi che sarebbe meglio se mi mettessi a cucinare qualcosa, o se
conosco mia madre, oggi saltiamo tutti il pasto.
24 maggio
Ok, comincio a credere che forse l’aggettivo “inquietante” tutto sommato si
può riferire a questa vacanza improvvisata piuttosto che al mio fratellino.
Decisamente. In questo momento Gabriel sta dormendo pacifico nel mio letto.
Mentre io sto ancora tentando di convincermi che va tutto bene.
D’accordo, iniziamo dal principio. Ieri pomeriggio ha smesso di piovere, così
ho deciso che potevo fare un’esplorazione dei dintorni. Sono andata alla
ricerca dei miei fratelli, ma Karl era sprofondato nel divano del salotto a
dormicchiare e cercare di smuoverlo è una causa persa, mentre Gabriel a
quanto pare aveva avuto la mia stessa idea ed era già uscito. Sempre da solo
quel bambino.
Mamma era in camera a suonare e papà in giro a fotografare scoiattoli.
Ad ogni modo, come prima cosa ho deciso di rifare la strada che avevamo
percorso il giorno prima in macchina: avevo adocchiato un paio di radure
adibite ad area picnic, il che mi sembrava più interessante che vagare senza
meta per il bosco ancora fradicio di acqua.
Arrivata lì mi sono resa conto che non era un granché: un paio di tavoli di
legno marcio con panche annesse, dei cerchi neri delimitati da pietre nei
punti dove erano stati accesi dei falò, lattine e cartacce sparse per il prato
bagnato.
Così ho deciso di tornare indietro.
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La strada sterrata che porta alla baita ad un certo punto si divide in due rami:
uno continua la salita verso la cima della montagna, mentre l’altro, quello che
arriva alla nostra abitazione, prosegue pianeggiante. Bene, arrivata al bivio
stavo per imboccare la strada di casa quando ho notato una terza deviazione
che prima mi era sfuggita: un sentierino ricoperto di sassi che sembrava
andare parallelo alla sterrata che portava alla cima della montagna.
La curiosità è donna dicono; non so se è vero, ma io curiosa lo sono, e visto
che a casa non avevo niente di più allettante da fare, ho deciso di seguire il
sentierino. Mi sono sempre stati simpatici i sentierini sassosi.
Dopo un po’ che salivo, il sentiero ha curvato verso destra, abbandonando la
sterrata. Io ho proseguito tranquilla, non c’era rischio di perdersi. Ma
improvvisamente ha cominciato a tuonare, e prima che potessi decidere di
tornare indietro il temporale è scoppiato. So quanto è pericoloso rimanere in
un bosco quando piove, soprattutto con i fulmini. La baita era troppo lontana,
e così ho deciso di proseguire per un altro pezzetto nella speranza di un
riparo. E un riparo c’era davvero: una sorta di grotta, un buco nel fianco della
montagna in liscia pietra grigia rivestita a tratti di muschio. Mi ci sono
rifugiata per aspettare che passasse il rovescio. Mentre ero lì sentivo tutti i
rumori del bosco, e mi sembrava di udire anche in lontananza delle voci,
come dei richiami che si mescolavano alle urla del vento. Non so dire se fosse
il frutto della mia immaginazione, o se magari un gruppo di pastori o di
cacciatori si trovasse di fatto nel bosco da qualche parte.
Il temporale comunque non è durato molto, ed io mi sono rimessa in
cammino lungo il sentierino; sono così arrivata ad una piccola radura ben
nascosta dalla boscaglia, al centro della quale si trovava il resto di un falò; a
differenza di quello dell’area picnic, questo non era circondato da pietre. A
pensarci ora, non c’erano nemmeno rifiuti tra l’erba. Chiunque abbia acceso
quel fuoco è stato molto incosciente a non usare le pietre per delimitarlo, ma
anche più educato dei turisti dell’area picnic.
Ad ogni modo, la cosa che ha attirato la mia attenzione questo pomeriggio non
è stato né il falò senza pietre né la mancanza di rifiuti, ma uno strano scintillio
nel fango. Mi sono avvicinata: come ho già detto sono curiosa, e poi gli oggetti
scintillanti e luminosi mi hanno sempre attirata come una gazza. Guardando
da vicino mi sono resa conto che si trattava di un ciondolo mezzo sepolto nel
terriccio. Con un bastoncino l’ho dissotterrato: era una goccia, probabilmente
di cristallo, legata ad una catenella argentata. Stavo ripulendo la collana con
un fazzoletto quando una voce mi ha fatta trasalire: “E’ diverso, qui”.
Un’osservazione pronunciata con un tono basso e privo di espressione: mio
fratello Gabriel. Trattenendomi a malapena dall’urlargli contro per lo
spavento che mi aveva fatto prendere, gli ho domandato: “Diverso da cosa?” ,
e lui: “Dall’area picnic”.
Mio fratello: inquietante e criptico.
“Che ci fai qui? Ha appena smesso di piovere, saresti dovuto essere a casa!”
l’ho rimproverato. “Anche tu” mi ha risposto. Fregata. “Comunque ero
venuto a cercarti proprio perché non sei tornata durante il temporale” ha
aggiunto. Io gli ho sorriso. Il mio fratellino, l’unico che fa almeno finta di
preoccuparsi se non torno a casa. “Arrivo” gli ho risposto. Ci siamo avviati
lungo il sentierino, e avevamo fatto appena pochi passi quando, non so bene
per quale motivo, mi sono girata verso la radura. Quello che ho visto mi ha
fatto prendere un colpo: ritto in mezzo allo spiazzo c’era un ragazzo con dei
capelli lunghi e una strana veste bianca. Il tempo di sbattere le palpebre e la
figura era scomparsa. Sono rimasta basita per un po’ a fissare il vuoto, finché
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il richiamo di mio fratello mi ha riportato alla realtà. Agli occhi interrogativi
di Gabriel ho risposto con un vago “Nulla, andiamo”.
Per tutta la sera mi sono chiesta chi accidenti fosse il ragazzo della radura;
ero sicurissima di averlo visto. Ero giunta alla conclusione che doveva essere
uno dei pastori/cacciatori/ altro che avevo sentito gridare durante il
temporale. Come fosse arrivato nella radura senza il minimo rumore e come
se ne fosse andato così velocemente non lo sapevo dire bene, probabilmente
era una sorta di Gabriel adulto.
Ma questa notte è successo qualcos’altro che mi ha dato da pensare.
Dopo cena ho riposto la collana in un cassetto della scrivania. Bene, come mi
sono addormentata, ho sognato che il ragazzo della radura entrava nella mia
camera dalla finestra che dà sul bosco e con l’intenzione di riprendersi
qualcosa che io gli avevo rubato. E si dirigeva verso la scrivania. Per qualche
motivo ero angosciata, sapevo di star sognando ma non riuscivo a svegliarmi.
Finché non ho sentito bussare alla porta della mia camera. Mi sono trovata
seduta sul letto con gli occhi spalancati. Ma svegliarmi non è servito per
niente a calmarmi, anzi! Non appena mi sono resa conto di essere finalmente
desta ho anche messo a fuoco un’ombra chinata verso la scrivania.
Con il
cuore in gola ho acceso la luce: la mia vestaglia appesa al muro si era
impigliata alla sedia della scrivania, in un modo che poteva, al buio, creare
l’illusione di qualcuno piegato sul ripiano di legno. Stavo per rassicurarmi
quando una folata gelida mi ha fatto realizzare che la finestra che dà sul bosco
era aperta! Con un balzo sono scesa dal letto e mi sono precipitata a
chiuderla. Sono sicurissima che quando mi sono messa a letto la finestra non
era aperta. Più che sicurissima. Stavo giusto tornando a letto ripetendomi che
il vento poteva averla spalancata (sese, come no) quando Gabriel si è
affacciato alla porta. “Tamara? Perché non hai risposto? Ho bussato sai!” ecco
a chi dovevo la sveglia. Gli ho sorriso, un po’ nervosamente ad essere sincera,
e gli ho chiesto cosa ci facesse ancora sveglio. “Non riesco a dormire” mi ha
risposto leggermente imbronciato. Ecco un altra delle sue stranezze: Gabriel
dorme pochissimo. La sera va a letto tardi,e alle sei del mattino è già in piedi.
Quando era piccolo ho passato ore ed ore a cercare di farlo dormire,
cantandogli tutte le ninna nanne che conoscevo e raccontandogli tutte le
storie del mio repertorio, fino a farmi andare via la voce, ma lui niente,
sempre con quegli occhi spalancati a guardarmi. E non dormiva. Anche ora
che non vuole più le storie della buona notte so che se si addormenta, si
addormenta tardissimo: se mi alzo nel bel mezzo della notte per andare a
bere, spesso lo vedo seduto sul suo letto a fissare il soffitto.
Gli ho sorriso, più naturale questa volta, e gli ho chiesto se voleva dormire con
me. Lui ha annuito e si è infilato nel mio letto. Mi sono sdraiata al suo fianco e
l’ho abbracciato. Paradossalmente, mentre lo stringevo a me mi sono sentita
rassicurata: nessuna strana presenza avrebbe tentato di entrare in camera
mia ora. Mi sono data della stupida, sono io la maggiore, sono io a dover
proteggere Gabriel, non il contrario. Dopo un paio d’ore a fissare il buio, mio
fratello si è addormentato. E io mi sentivo sveglia più che mai. Per questo mi
sono alzata e sono venuta a scrivere tutto quello che è successo in questo
diario. E devo dire che mi sento meglio. Probabilmente non c’è nulla di cui
preoccuparsi: le voci nel vento erano veramente pastori, o forse era solo
vento. Il ragazzo nella radura è stato frutto della mia immaginazione, oppure
era uno dei pastori. L’ombra in camera mia non era altro che la mia vestaglia.
E la finestra è stata aperta dal vento. C’è sempre una spiegazione logica a
tutto.
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Bene, ora posso andare a dormire anche io.
24 maggio
Ora sono le nove di mattina, dopotutto ho dormito bene – anche se ho ancora
il braccio che stringeva Gabriel tutto formicolante. Il mio fratellino si è
svegliato presto mi ha detto, ma ha avuto la cortesia di aspettare che mi
svegliassi anch’io per alzarsi. Si vede che oggi si sentiva buono. Karl invece
dorme ancora, come al solito. Conoscendolo non si sveglierà prima delle
undici, il che significa che prima di mezzogiorno non avremo l’onore di
vederlo comparire.
Bene, vado a lavare le tazze della colazione, poi cucinerò il pranzo (penso sia
inutile contare su mamma) e infine farò un’altra esplorazione. Deciso. Vado.
Rieccomi, più scombussolata di ieri.
Va bene che sono sempre stata dotata di una fantasia piuttosto fervida. Va
bene che sono sempre stata molto impressionabile. Ma così è davvero troppo.
Davvero.
Come avevo scritto stamattina, nel pomeriggio sono andata ancora in
esplorazione. In esplorazione un corno: in realtà, sono tornata alla caverna di
ieri. Non so bene perché, ma sono tornata. Come ho varcato la soglia ho
avvertito la sgradevolissima sensazione di essere osservata. Mi sono guardata
nervosamente intorno, ma non c’era nessuno. E poi ho capito: era la roccia a
fissarmi! Come ho formulato questo pensiero mi sono data della stupida. La
roccia non può fissare proprio nessuno per il semplice fatto che non ha occhi.
Mentre pensavo tutto ciò, facevo scorrere lo sguardo sulle pareti lisce finchè
non ho incontrato due fori, delle dimensioni di una ghianda, all’altezza della
mia fronte.
Sono rimasta paralizzata. Ecco cosa mi stava osservando. O meglio, ecco
attraverso cosa “un qualcuno” mi stava osservando.
Mi rendevo conto che tutto ciò non aveva il minimo senso. Eppure non
riuscivo a liberarmi della sensazione che fosse proprio così. A quel punto ero
talmente tesa che una specie di scricchiolio della parete bastò a farmi correre
a rotta di collo in una direzione a caso. Sapevo solo che volevo allontanarmi
da quel posto il più possibile. Non appena mi si sono schiarite un po’ le idee
mi sono resa conto che stavo correndo in diagonale verso casa. Ne ho avuto la
conferma quando ho attraversato la sterrata che portava alla cima della
montagna.
Mi sono fermata di botto quando all’improvviso la boscaglia si è aperta per
rivelarmi una piccola radura, del tutto simile a quella che avevo trovato ieri:
zona bruciata dove era stato acceso un falò non protetto da pietre, erba
calpestata e niente rifiuti. Questo però era più recente, in quanto le ceneri
erano ancora secche e si alzavano in piccoli turbini quando il vento soffiava
più forte. Doveva essere stato fatto al più tardi ieri pomeriggio. Stavano
cominciando a tremarmi le gambe: cosa vogliono dire tutti questi falò? Questo
poi era troppo vicino a casa. Mentre tentavo di convincermi che non c’è
assolutamente nulla di inquietante in un falò, è arrivato Gabriel. Nello stato di
nervi in cui mi trovavo in quel momento, il suo: “Anche tu qui !” , privo come
al solito di qualsiasi espressione, mi ha fatto seriamente rischiare un infarto.
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“Gabriel !!!” gli ho urlato contro, pronta a fargli una ramanzina con i fiocchi e
controfiocchi; ma lui si è portato un indice alle labbra mentre mi gelava con
gli occhi, riuscendo a farmi ammutolire e immobilizzare nel giro di un
nanosecondo. Ho già detto che mio fratello è inquietante? Però, per quanto
possa essere inquietante, ora che lui era lì mi sono sentita più tranquilla,
come questa notte. Sto decisamente impazzendo. Lui intanto, silenzioso come
un gatto, si era avvicinato ad un tronco su cui si stava riposando un’innocente
cavalletta. Prima che me ne potessi rendere conto, Gabriel l’aveva
imprigionata nella sua mano. Addio innocente cavalletta. Mi stavo chiedendo
come fosse possibile che un bambino di otto anni fosse così crudele quando
lui mi ha infilato il ciondolo che avevo al collo nella scollatura della maglietta.
Ma quando mi si era avvicinato?! E, cosa ancora più importante, solo allora
mi sono resa conto di avere addosso la collana che avevo trovato ieri nell’altra
radura. Mi sentivo prossima ad uno svenimento. Ho rivolto uno sguardo
interrogativo a mio fratello. Una delle cose che preferisco di Gabriel è che con
lui si può tranquillamente parlare a gesti ed occhiate: capisce tutto. Se avessi
dovuto parlargli, non avrei nemmeno saputo cosa chiedergli: “Perché fai
questo alle cavallette?” “Hai visto anche tu quel ragazzo ieri nella radura ?”
“Torniamo a casa insieme?” “Sai cosa diamine mi sta succedendo?” “Perché
mi hai nascosto il ciondolo?”
Di tutte queste domande, evidentemente lui ha capito solo l’ultima, o le ha
capite tutte ma ha deciso comunque di rispondere solo a quella: “E’ troppo
vistoso e luminoso”.
Mio fratello: inquietante, criptico, ama il buio e passare inosservato.
Il mio contrario.
Detto questo mi ha sorriso, uno dei suoi rarissimi sorrisi, e si è avviato verso
casa. Io sono rimasta a guardarlo scomparire tra gli alberi, una parte di me
che voleva seguirlo (anche per salvare quella povera cavalletta magari), e una
che voleva vagare un po’ per i boschi.
Ho dato retta alla seconda ovviamente: mio fratello di otto anni ha più sale in
zucca di me, nonostante le sue manie di insetti, notti insonni ed isolamento.
E probabilmente un pezzo di legno ha più istinto di sopravvivenza della
sottoscritta, visto che i miei piedi mi hanno riportata indovinate dove? Esatto
, alla caverna. Forse volevo dimostrare a me stessa che non c’era niente e
nessuno che mi osservava. O forse ci sono tornata per caso. O forse era il
ciondolo che mi ci aveva portato, come poco prima. Certo, perché ora i
ciondoli hanno anche volontà propria. “Ragazza posseduta da ciondolo”: fa
molto romanzo dell’orrore. In ogni caso mi trovavo di nuovo lì, di fronte a
quei due forellini nella parete perfettamente liscia. Ma questa volta nessuno
sguardo indiscreto, la caverna era tornata una semplice caverna, come
durante il temporale.
“Visto , Tamara ? Sei solo una stupida fantasiosa” mi sono detta. Non avevo
finito il pensiero che il ciondolo sotto la maglietta ha cominciato a pizzicare.
Mi sono infilata una mano nella scollatura: un ciondolo di cristallo non
dovrebbe pizzicare a contatto con la pelle, no ? Ho stretto la mano a pugno su
di esso. E anche la mano ha cominciato a darmi fastidio. Un pensiero mi è
balenato nella mente: il ciondolo vuole essere trovato. Subito dopo mi sono
data della scema, ma intanto avevo portato fuori dalla maglia il ciondolo e
avevo aperto le dita. Immediatamente, la stessa sensazione di prima mi ha
pervasa. Qualcuno mi stava guardando. Era troppo per me: mi ributtai in una
corsa folle giù per il sentierino. Giunta alla sterrata mi infilai nuovamente il
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ciondolo sotto la maglietta e proseguii a gambe levate fino a casa. Gabriel
stava osservando il corpo sventrato della cavalletta.
Ora ho un sacco di domande che mi affollano la mente tra cui: “E’ tutto vero, o
è frutto della mia mente malata?” “Cos’è questo ciondolo in realtà?”
“Quando Gabriel mi ha infilato il ciondolo sotto la maglietta è stato solo
perché non gli piacciono le cose luccicanti o sa qualcosa? Cosa?”
Sento che mi sta venendo un atroce mal di testa. Basta, vado a preparare la
cena – sperando che Gabriel abbia finito di esaminare la sua cavalletta.
25 maggio
Oggi, onde evitare caverne dotate di occhi, ciondoli che sviluppano una
propria volontà, falò misteriosi e simili ho deciso di starmene in casa
tranquilla ad ascoltare mamma suonare il violino e a guardare le foto fatte da
papà. Ci hanno portati in vacanza tutti assieme, ma sono comunque così
assorbiti dal loro lavoro che non fanno niente per avvicinarsi a noi; o forse
non sanno come rapportarsi con i figli che hanno quasi ignorato per sedici
anni. Ad ogni modo, ho capito che dobbiamo muoverci noi.
Karl ha passato la giornata a poltrire sul divano come suo solito mentre
Gabriel è stato fuori tutto il giorno a caccia di lucertole, cavallette, grilli e non
so che altro. Penso che non abbia questa gran voglia di passare del tempo con
i nostri genitori. Non so, è talmente chiuso ed enigmatico che a volte faccio
fatica a capirlo.
26 maggio
La cosa si fa veramente preoccupante. Credo che quando torneremo in città,
mi farò vedere da uno specialista. Cosa è successo questa volta? Vi starete
chiedendo. Ebbene, ecco cosa è successo.
Ieri sera prima di addormentarmi mi sono resa vagamente conto di indossare
ancora quello strano ciondolo, e altrettanto confusamente ho pensato che
sarebbe stato meglio toglierlo: se anche fosse entrato qualcuno a prenderlo
tanto meglio, sarebbe finito tutto; tutto cosa? Qualsiasi cosa sia cominciata da
quando l’ho raccolto. Perché qualcosa è cominciato. Così ho sfilato la collana
e l’ho gettata in un punto imprecisato della camera.
Beh, mi sono addormentata. E a un certo punto mi sono ritrovata a
camminare per la strada sterrata. Non so come. Davvero. Ricordo che avevo
addosso la vestaglia e gli scarponcini, e seguivo il suono di un flauto.
All’improvviso nel bosco ho intravisto una capanna. Era da lì che veniva la
musica. Mi sono avvicinata come in trance e ho aperto la porta. E lì, in piedi
davanti a me c’era un ragazzo, diverso da quello della radura. Aveva i capelli
lunghi ma neri, mentre quello che avevo visto l’altro giorno sono sicura avesse
i capelli chiari. Questo stava suonando il flauto, un vecchio flauto di legno; le
dita affusolate si muovevano in modo da creare una melodia dolce e
decisamente ipnotica. Quando ha sollevato gli occhi su di me, due occhi color
ghiaccio che mi hanno fatto venire i brividi di freddo, ha smesso
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improvvisamente di suonare. Il flauto è caduto a terra ed è stato come se fossi
stata svegliata da una doccia ghiacciata. Recuperata la lucidità, mi sono resa
conto di essere in camicia da notte, vestaglia e scarponi davanti ad un vecchio
capanno abbandonato. Tremante di freddo e di paura mi sono avvicinata al
flauto che ora giaceva per terra. Non sapevo dove fosse finito l’essere (non mi
sento di chiamarlo “ragazzo”- qualcosa mi dice che non è umano) che
suonava. Ma se ho imparato qualcosa da queste avventure, sarebbe stato
inutile cercarlo, se n’era andato. Ho raccolto il flauto: era polveroso. Il
bocchino era secco, non umido, come sarebbe stato logico se qualcuno
l’avesse suonato fino qualche istante prima. Ho guardato la canna: era
otturata da anni di polvere. Era impossibile che qualcuno avesse appena finito
di suonarlo.
A questo punto credo di essere svenuta. Mi sono risvegliata questa mattina nel
mio letto. Non avevo più gli scarponcini, ma avevo ancora addosso la
vestaglia, e non ero sotto le coperte, come sarebbe stato logico se tutto questo
fosse stato solo un sogno, ma sopra. Mi sono tastata il collo alla ricerca della
collana, ma poi mi sono ricordata di essermela tolta. L’ho cercata sul
pavimento, e dopo un bel po’ l’ho ritrovata in un angolo sotto l’armadio.
Cosa diamine sta succedendo? Qualcuno sta cercando il ciondolo, ne sono
sicura. La prima notte il ragazzo della radura è venuto per riprenderlo, ma
non ha fatto in tempo. Questa notte un altro ragazzo mi ha attirata fuori da
casa credendo che avrei indossato il ciondolo. Ma io l’avevo tolto. Però poi mi
ha riportata a casa, quindi qualunque cosa sia, non vuole farmi del male.
Vero? Oppure sono diventata sonnambula, ed è stato tutto un sogno.
Fantastico! Ma sono sicura di non aver sognato.
Ommamma, sto impazzendo. Lo sento.
Basta, anche oggi me ne starò tranquilla in casa. E il ciondolo rimane nella
scrivania.
27 maggio
Questa volta siamo arrivati al fondo, lo sento. Sono sconvolta. E non so se più
per quello che mi è successo questa notte o se perché per la prima volta nella
vita ho sentito urlare mamma e papà ed in più Gabriel ed io siamo stati messi
in punizione. Io per la prima volta in assoluto, lui… beh, qualche punizione da
me l’aveva anche presa, ma da mamma e papà mai.
Come avevo già scritto, anche ieri sono rimasta in casa tutto il giorno, a fare
compagnia ai miei genitori e a parlare un po’ con Karl. Povero Karl, forse con
la scusa che ormai è grande l’ho un po’ trascurato ultimamente, per passare
più tempo con Sean. Ad ogni modo, sembrava che tutto filasse liscio come
l’olio – fino a questa notte.
Stavo saporitamente dormendo con il ciondolo al sicuro nel cassetto quando
mi sono svegliata di soprassalto con la netta sensazione che qualcosa stesse
andando per il verso sbagliato. Non avevo la minima voglia di alzarmi o anche
solo di accendere la luce – l’avventura notturna della notte prima mi invitava
a rimettermi a dormire, complice il sogno su Sean che avevo appena
interrotto e che speravo di riprendere.
Ma il cigolio della porta della camera di Gabriel mi ha fatto immediatamente
balzare a sedere. Mio fratello può essere silenzioso quanto vuole, ma se una
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porta cigola, cigola. Veloce come non mai mi sono infilata gli scarponi, il golf e
il cappotto e sono uscita in corridoio, giusto in tempo per vedere mio fratello
scendere le scale. Gli sono andata dietro sforzandomi di non far rumore, un
po’ per non svegliare gli altri e un po’ perché ero curiosa di sapere come mai
Gabriel stesse andando in giro in piena notte. Una volta arrivata al pian
terreno ho visto la porta d’ingresso chiudersi e l’ombra del mio fratellino
scivolare via dalla finestra. Col cuore in gola ho afferrato la torcia elettrica che
c’è all’ingresso e gli sono andata dietro. L’ho seguito nella boscaglia senza
avere il coraggio di chiamarlo ad alta voce per paura di richiamare qualcosa
che non era lui – paura stupida, perché se lo avessi chiamato probabilmente
lui sarebbe tornato a casa con me e non sarebbe successo il macello che è
successo. Dunque, come già ho ampiamente descritto, mio fratello è più
silenzioso di un ombra: motivo per cui nel giro di un paio di minuti l’avevo
bell’e che perso di vista. E come se non bastasse non sapevo nemmeno dire da
che parte era la baita. In poche parole mi ero persa. Ero indecisa se tentare
una decisione a caso, aspettare lì l’arrivo di mio fratello/del mattino o
chiamare aiuto quando il suono di risate e musica mi è arrivato alle orecchie.
Perplessa, ho seguito i rumori di una festa che si facevano più vicini man
mano che avanzavo, raggiungendo così una piccola radura rischiarata dalla
luce di un falò. Sorpresa ed impaurita mi sono acquattata dietro alcuni
cespugli ad osservare la scena. Dire che sono rimasta senza fiato è un
eufemismo. Nello spiazzo erboso, attorno al fuoco, danzavano e ridevano le
più belle creature che avessi mai visto. Avevano l’aspetto di ragazzi e ragazze
della mia età o poco più, ma bastava un niente per accorgersi che erano molto
più……antichi. Quelle persone avevano vissuto molto più di me, ne ero certa.
Le loro voci erano morbide, calde e cristalline. Parlavano una lingua che non
avevo mai sentito prima. Avevano tutti corporature esili e aggraziate, eppure
maestose. Ridevano come folletti, ma avevano qualcosa di grave e severo. È
impossibile descrivere efficacemente ciò che ho visto.
All’improvviso li vidi: il ragazzo della radura e quello del flauto. Erano al
centro del cerchio che gli altri avevano formato con le danze. Stavano in piedi
ad osservare la festa, il primo con aria grave, il secondo con un sorriso
scanzonato da bambino pestifero – per un attimo solo mi hanno ricordato
Gabriel e Karl. Ora che avevo la possibilità di vederli bene, mi rendevo conto
che erano …. bellissimi e con qualcosa di nobile. Il primo aveva i capelli
lunghi, colore argento, e gli occhi erano d’oro. Non chiedetemi come sia
possibile, eppure era così. Sulla fronte aveva una mezzaluna blu. Il secondo
era come lo ricordavo la notte che aveva suonato il flauto. Decisi che se volevo
una spiegazione, quello era il momento giusto per chiederla. Mi feci avanti ma
nessuno parve notarmi. “Ehm,….. scusate…” cominciai. Ma non appena quelli
si accorsero della mia presenza il fuoco si spense, e sentii voci venire da tutte
le parti. Non vedevo più nulla, sentivo che venivo urtata in continuazione, e
alla fine caddi a terra. L’ultima cosa che vidi fu il cielo stellato sopra di me.
Sono tornata in me solo quando qualcuno ha cominciato a scuotermi questa
mattina presto. “Tamara!” la voce vagamente preoccupata di Gabriel mi ha
fatto tornare di colpo tutta la lucidità necessaria. Mi sono alzata di colpo.
Prima che potessi chiedergli come mai fosse uscito in piena notte lui mi aveva
già freddato con una delle sue glaciali occhiate di rimprovero. Assurdo, la
maggiore che si becca i rimproveri dal minore.
“Posso sapere perché hai deciso di metterti a dormire nel bosco?” mi ha
domandato con un sopracciglio alzato.
Mio fratello: inquietante, criptico, amante del buio e terribilmente irritante.
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Ero talmente arrabbiata con lui che le parole di rimprovero mi si affollavano
in gola, impedendomi come risultato di dire alcunché.
“Gabriel! Tamara! Grazie al cielo vi ho trovati!!”
L’esclamazione di Karl ci fece voltare contemporaneamente verso di lui.
“Si può sapere cosa ci fate alle sei del mattino nel bel mezzo del bosco?! Avete
idea dello spavento che mi avete fatto prendere? Dello spavento che avete
fatto prendere a mamma e papà? Non li avevo mai visti così !” continuò lui
guardandoci con un misto di rimprovero ed ammirazione.
Rimprovero: l’avevamo fatto preoccupare.
Preoccupazione: lui non era mai riuscito a far preoccupare mamma e papà.
Tra la rabbia e la sorpresa, avevo perso del tutto le mie capacità foniche.
Per tutta risposta, Gabriel sventolò quello che a prima vista sembrava tanto
un topo.
Quella vista bastò per farmi tornare tutta la voce. “Che cavolo è quello?”
strillai saltando quasi in braccio a Karl. Gabriel mi guardò con compassione .
“Si chiama pipistrello ……. Volevo vedere come era fatto” spiegò paziente.
“Tu sei stato fuori tutta notte per dare la caccia a quello schifosissimo ratto
volante!!” gridai con tutta la voce che avevo in corpo. “... E tu? Non dirmi
che volevi solo passare una piacevole nottata all’addiaccio” mi rispose calmo.
A quel punto non l’ho ammazzato solo perché c’era Karl a trattenermi. Per
una volta è stato lui a prendere in mano la situazione, riportandoci entrambi a
casa sani e salvi senza ulteriori intoppi.
Arrivati alla baita mamma e papà ci hanno abbracciati e baciati per poi urlarci
contro tutto l’urlabile e spedirci nelle rispettive camere, dove saremo
confinati fino al ritorno a casa, previsto per domani.
Meglio, almeno eviteremo altri guai.
28 maggio
Evitare altri guai? Povera illusa.
Ieri notte quel genio di Gabriel ha pensato bene di uscire di nuovo. I miei gli
avevano sequestrato il pipistrello, poverino, e quindi non ha proprio potuto
fare a meno di andare a cercarne un altro.
Ma questo è quello che ho scoperto solo dopo che l’ho ritrovato.
Stamattina infatti sono stata svegliata dalle urla angosciate di mia mamma.
Gabriel non era nel suo letto. Nessuno aveva idea di dove potesse essere
andato. Ci siamo messi tutti a setacciare il bosco, io, mamma, papà e Karl. Ma
alle undici ancora nessuna traccia. Mamma ormai era in lacrime e papà
faceva del suo meglio per consolarla. Karl non faceva che ripetere che Gabriel
è il più sveglio della famiglia e che sicuramente se la sarebbe cavata. Cosa di
cui sarei stata sicurissima se non fosse stato per le presenze che avevo avuto
modo di vedere negli ultimi giorni. Proprio il ricordo di questi esseri mi ha
dato la soluzione. Dovevo rendere il ciondolo. Gli elfi, o qualunque cosa essi
fossero, l’avevano preso in ostaggio per avere indietro quello stupidissimo
ciondolo, ne ero sicura.
Sono corsa a casa, ho preso la collana e di corsa sono tornata alla radura del
primo falò. “Eccovi il ciondolo, riprendetevelo, ma ridatemi mio fratello!” ho
gridato. “Per favore” ho aggiunto. Magari erano elfi permalosi. Per un po’
sono rimasta a vedere se qualcuno veniva a riprendere il ciondolo, ma
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ovviamente nulla dava a pensare che ci fosse qualcuno a parte me. Eppure ero
sicura di aver fatto la cosa giusta. Con questa convinzione mi sono riavviata
per il sentierino sassoso che portava alla caverna. Arrivata lì mi sono fermata
a fissare i due buchi nella parete. “Hai visto, il ciondolo è nella radura, ora
rivoglio mio fratello!” ho ripetuto, rivolta alla roccia. Mi sono fatta più avanti
nella caverna ed è stato allora che l’ho visto! Mio fratello rannicchiato in un
angolo. “Gabriel !” ho urlato, con una voce che mi è uscita più straziata di
quanto non avessi voluto. Mi sono buttata su di lui e l’ho scosso per le spalle.
Lui ha subito aperto gli occhi e io l’ho stretto a me in un abbraccio
stritolatore. “…Ti spiace tanto se respiro?” mi ha chiesto infatti Gabriel.
“Scusa” gli ho risposto, e poi sono scoppiata a piangere.
“Guarda che sto
bene… mi sono solo addormentato. Davvero” , ha tentato di rassicurarmi. Mi
sono asciugata gli occhi e l’ho guardato male. “Ma dove sei stato?” gli ho
chiesto. “Ero uscito a cercare un altro pipistrello. I nostri genitori mi hanno
tolto quello di ieri” mi ha spiegato risentito, come se fosse diritto di tutti i
bambini avere un pipistrello da tagliuzzare. “Poi però mi sono perso. O
meglio… non so come spiegarmi” , e questo è grave. Gabriel sa sempre come
spiegarsi. “Era come se girassi in tondo. Però io ero sicuro di andare dritto.
Ma gli alberi erano sempre quelli. Così ho deciso di fermarmi in questa grotta
ad aspettare il mattino. Devo essermi addormentato. Scusa, non volevo farti
preoccupare” ha concluso. Era seriamente dispiaciuto, così l’ho di nuovo
abbracciato. “Hai fatto preoccupare anche Karl, mamma e papà, sai?”
“…Anche Karl?” mi ha domandato. “Sì !” ho confermato. Ho la sensazione
che il mio fratellino in qualche modo ce l’abbia con i miei genitori.
Comprensibile del resto, io e Karl abbiamo badato a lui più di quanto non
l’abbiano fatto loro.
Morale della favola: siamo tornati alla baita, pianti e abbracci di nuovo,
seguiti da urla di vario genere. Valige, tutti di nuovo in macchina diretti a
casa. Alla vera casa, in città, dove non ci sono strani esseri senza tempo che si
aggirano alla ricerca di gioielli perduti.
Ora sono alla scrivania della mia camera, in città, la camera che condivido con
i miei fratelli. Karl si sta facendo una doccia e Gabriel .. è sul suo letto a
sfogliare un libro di scienze. Sugli insetti. Prima mi ha detto: “Ti sei decisa ad
usarlo, alla fine!” . Ci ho messo un po’ a capire che si riferiva al diario.
Effettivamente, era stato lui a regalarmelo.
Bene, ora vado a prepararmi, Sean sarà qui a momenti, andiamo a cena
insieme e poi rimaniamo a casa sua. Mamma e papà stanno ancora un po’ qui
con noi, così si occupano loro di tutto. Finalmente. Forse trovare il letto vuoto
di Gabriel è servito a qualcosa.
Un’ultima cosa: non raccoglierò mai più niente da terra. Mai più. Giuro.
Brambilla Maria Giulia
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Il gesto
Quando finalmente potei sdraiarmi sul mio letto, la notte di quella domenica
di Pasqua, ebbi il tempo di ripensare a tutto quello, così straordinario e al
contempo così spaventoso, che mi era stato raccontato.
Ancora adesso l'inquietudine mi attanaglia, tremo dalla paura, sono
imprigionato dall'incertezza e vi prego, voi tutti che state per ascoltare ciò che
ho da dirvi, di abbandonare la lettura, se non avrete la forza di spingervi fino
alla fine. La storia raccontata inizia così:
“ La lancetta del mio orologio segnava ormai mezzogiorno passato, quando
ebbi la possibilità di uscire dal mio ufficio e dirigermi verso la rosticceria
all'angolo per la pausa pranzo. Lavoravo presso una banca di una grande
metropoli e il lavoro era pesante; ma non mi lamentavo: avevo una casa, una
famiglia, due bellissimi bambini e una comoda residenza al mare, dove
trascorrevamo gran parte delle vacanze estive.
Comprai due tranci di pizza, come di consueto, e scambiai quattro chiacchiere
con il rosticciere, uomo di buona famiglia. Normalmente consumavo il pranzo
sulla panchina di fronte alla fontana del parco, ma quel giorno era occupata e
mi sedetti quindi sui gradini della scalinata all'entrata dell'ufficio postale.
Proprio mentre gustavo il primo trancio di pizza, circondato
dall'interminabile andirivieni delle auto, notai, esattamente dritto davanti a
me, la sagoma di un individuo completamente vestito di nero. All'inizio era
passato indifferente, ma minuto per minuto mi accorgevo che era sempre più
immobile, non un particolare, dalla testa ai piedi, faceva il minimo
movimento. Sorseggiando la mia bibita preferita, abbassai lo sguardo e subito
lo rialzai: la figura nera era proprio di fronte a me, al semaforo, dall'altra
parte della strada. Per poco non sobbalzai: lo spostamento dell'uomo era stato
di una rapidità impensabile. Rimasi come pietrificato, sentivo scorrere
l'adrenalina nelle mie vene.
Mi accorsi che non portava un vestito vero e proprio, ma una serie di stracci
lerci e penzolanti, neri per il sudiciume e la sporcizia. Dal cappuccio strappato
si intravedevano radi capelli, grigi, lunghi, unti. Del resto del corpo, potevo
vedere esclusivamente gli occhi, due fessure, di un azzurro unico e
introvabile, il più bello che avessi mai potuto vedere.
Mi chiesi come fosse possibile, per le persone che erano intorno a me, non
notarlo: chiacchieravano, scherzavano, ridevano, ma nessuno, a parte me,
sembrava essere consapevole di quella presenza. Non riuscivo a distaccarmi:
fissare quegli occhi mi trasmetteva una serenità che non avevo mai provato,
un senso di calma, il rombo delle auto era diventato un rumore lontano, poi
un sussurro e alla fine nemmeno lo percepivo. Traspariva una tale saggezza,
da quello sguardo! Come potrò mai dimenticare la pace e la tranquillità di
quegli attimi?
Ma è quello che successe da lì a qualche minuto che rimarrà impresso per
sempre nella mia memoria, il pensiero fisso da cui non riesco a liberarmi, che
mi soffoca e mi impedisce di rialzarmi.
Accadde tutto in una frazione di secondo: un' auto che passava in quel
momento mi impedì di vedere lo strano individuo, ma, quando guardai
nuovamente, con mio grande sbalordimento, il vecchio incappucciato era
sparito. Avevo ora la percezione di un'ombra sopra di me, che mi sovrastava e
mi teneva incollato ai gradini della scalinata dell'ufficio postale. L'angoscia di
quegli attimi era insopportabile, il tremendo presentimento di essere
osservato e controllato e giudicato.
Mi girai lentamente verso la mia sinistra e l'orrore mi riempì il cuore, mi
offuscò la vista, paralizzò la parte razionale della mia mente.
Proprio accanto a me, seduto come me sui gradini della scalinata, stava un
vecchio coperto di stracci lerci e penzolanti, neri per il sudiciume e la
sporcizia. Dal cappuccio strappato si intravedevano radi capelli, grigi,
lunghi, unti. Non riuscivo a scorgere i tratti del suo viso, ma fui colpito da due
occhi di un azzurro intenso; guardavano un punto fisso, lontano, per me
indecifrabile. Una delle prime cose che trovai anomala in quell'individuo era
la sua immobilità: non solo stava fermo come una statua, ma neppure il vento,
forte quel giorno, riusciva a muovere i suoi capelli, o gli stracci che lo
ricoprivano. Era talmente vicino a me che quasi riuscivo a percepirne l'odore:
era sgradevole, l'odore di qualcosa che si sta deteriorando.
In preda all'ansia, mi guardai attorno, alla ricerca di qualcuno che potesse
aiutarmi, confortarmi, portarmi fuori da una situazione così angosciante, ma
tutto appariva normale, la gente passeggiava e si distraeva, ignara forse del
pericolo che correvo. Non potevo sopportarlo, il mio respiro si fece sempre
più affannoso, trovavo l'unico conforto alla vista di quegli straordinari occhi
blu.
All'improvviso, con un gesto fulmineo, quasi impercettibile, il vecchio protese
le mani proprio dritte davanti a sé. Non capivo inizialmente il significato di
quel gesto e il mio primo impulso fu quello di fuggire, ma poi capii che c'era
qualcosa di più, una prova, una scelta a cui ero chiamato. Rispettivamente
nella mano destra e nella mano sinistra, il vecchio teneva una banconota di
grande valore e un piccolo libretto impolverato. Non conoscevo il titolo del
libro, né il nome del suo autore e subito, con un grande sforzo, domandai al
vecchio quale fosse il significato di quell'azione, ma sono sicuro che non fosse
in grado di percepire le mie parole.
D'istinto, presi la banconota di grande valore.
Ah! Magari potessi tornare indietro e cambiare la mia scelta! Potrò mai
mettermi il cuore in pace e accettare la mia decisione?
Non so se qualcuno dei presenti intorno a me lo avesse notato; di certo a me
sfuggì completamente il modo in cui il vecchio sparì. Ricordo che l'incombere
dell'ombra sopra di me era d'un tratto svanito e potevo sentire nuovamente il
calore dei luminosi raggi del sole di mezzodì sul mio viso.
Ritornando in ufficio, ripensai alla figura del vecchio, e a ciò che aveva fatto, e
decisi che non poteva essere reale: nessun altro si era accorto di lui.
Qualche giorno più tardi, mia moglie ritrovò, riordinando le cose, una
banconota di grande valore, che suscitò in lei meraviglia.
Era reale, allora! Non solo io potevo vedere i segni tangibili del passaggio del
vecchio!
Da qualche tempo si parla di una crisi finanziaria che è destinata a rovinare
intere famiglie e a provocare il licenziamento di migliaia di impiegati. Due
mesi dopo l'apparizione del vecchio, ebbi una violenta discussione con mia
moglie, che se ne andò con i due bambini.
Sono piombato in uno stato di profonda depressione; la paura di perdere il
lavoro e tutto ciò che possiedo mi tiene sveglio la notte. Quando sono già sotto
le coperte, ogni notte, trovo la risposta al mio dolore, alla mia situazione
irreversibile: osservo la banconota del vecchio, l'unico bene materiale che mi
è ormai rimasto e ripenso al libro impolverato e agli occhi blu del vecchio,
quella saggezza, quella serenità, quella pace interiore...... il suggerimento
forse alla tranquillità e alla calma? Ho capito che non sono stato in grado di
cogliere l'aiuto del vecchio, ho agito d'istinto, ho ascoltato la mia indole
corrotta; ora sono perduto, sono incerto, sono angosciato. Banconota o
libretto impolverato?”.
E' di nuovo la domenica di Pasqua, sono ancora sdraiato sul mio letto e così
penso.
Emanuele Frigo
La villa di George Fox
Il signor George Fox viveva fuori città in una bella tenuta che era molto
ampia. Una serie di campi e una piccola boscaglia lo mantenevano al sicuro
dal caos e dal frastuono urbano, pur se, prendendo la macchina, raggiungeva
la città in pochi minuti ogni mattina che andava al lavoro. Un lungo filare di
abeti andava diritto al cancello che delimitava il giardino della villa.
George Fox in quel momento si trovava in una stanza illuminata al secondo
piano, si stava sedendo sulla poltrona per leggere il giornale perché quel
giorno non era andato al lavoro e invece aspettava il ritorno di sua moglie
entro l’ora di cena. Diede una rapida occhiata al suo orologio da polso che
segnava le 5:30 del pomeriggio e prese in mano il quotidiano che gli aveva
lasciato la moglie. Era aperto e piegato su una pagina che aveva interessato la
donna e che lei voleva leggesse anche George. Il titolo era: “Leone scappa
dallo Zoo Winston Wildlife” il parco zoologico che avevano visitato molte
volte e che si trovava a 5 kilometri dalla loro villa. George Fox trasali sulla
poltrona e rilesse attentamente la notizia: in sintesi il guardiano non si era
accorto di una parte danneggiata della gabbia da cui uno dei cinque leoni era
fuggito. George era un uomo calmo e razionale e, consapevole di ciò si
vergognava di un problema che aveva: un frequente sonnambulismo; ma,
nonostante la sua calma, non poté reprimere una forte preoccupazione.
Sapeva che uno di quei leoni feroci si aggirava nei dintorni di casa sua,cosi si
affrettò subito a verificare che la porta di ingresso e le finestre fossero ben
serrate; dopodiché tornò nella stanza al piano superiore e per alleviare il
nervosismo decise di continuare a leggere il giornale. Le ore scorrevano lente
e lui, seduto sulla poltrona, nella penombra sentiva le palpebre sempre più
pesanti mentre voltava pagina e pagina del quotidiano. L’orologio ticchettava
quando George Fox credette di aver sentito un rumore spezzare quel
sottofondo monotono. Il rumore, ne era sicuro, proveniva dall’esterno; cosi si
avvicinò alla finestra, l’unica che non aveva chiuso con le imposte per poter
dare un’occhiata fuori. Scrutò prima gli alberi di fronte a lui e poi fissò i
cespugli sottostanti. Spostò lo sguardo da una pianta ad un’altra del suo
giardino. Si stava per calmare quando infine scorse la chiara e nitida grande
impronta di una zampa di leone. L’orma era impressa sul terriccio morbido
proprio sotto la finestra da cui stava osservando. Il cuore incominciò a
battergli nel petto a ritmo crescente e incontrollabile. Tuonò nella stanza un
ruggito. Il leone si muoveva senza pace sotto la finestra e George scorgeva la
criniera folta e arancione fiammeggiare tra le foglie dei cespugli. Erano
passate parecchie ore da quando la bestia aveva abbandonato lo zoo e George
non voleva immaginare quale fame potesse avere. Ora si muoveva a passi
grandi per la stanza come un moribondo, quasi come il leone. D’un tratto
riacquisi la lucidità e fece il tentativo di telefonare allo zoo per segnalare il
leone. Alzò la cornetta ma restò con l’orecchio attaccato al telefono muto;la
giornata era nuvolosa e un gran temporale che c’era stato quella mattina
aveva causato un guasto alla linea telefonica della casa.
George era chiuso in trappola e non poteva far altro che aspettare: aspettare
la moglie e forse aspettare di essere lui la cena del leone quella sera.
Il leone girava minaccioso intorno alla casa, ma le fantasie impazzite di Fox lo
spinsero a tentare un gesto estremo e pericolosissimo; George sperava di
poter aprire la porta principale di casa sua, correre quanto più veloce poteva
per quei pochi metri che la separavano dal cancello aperto, oltrepassarlo e
richiuderlo rapidamente alle sue spalle lasciando intrappolato tra le alte
sbarre il leone.
Allora George fece dei grandi respiri e scese al piano terra per raggiungere la
porta di ingresso. Si trovò sull’uscio di casa sua con la mano appoggiata alla
maniglia, pronto a compiere l’estremo tentativo e infine apri la porta con un
gesto nervoso e rapidissimo:quello che gli si presentò agli occhi erano le alte
fronde dei cipressi del suo giardino, la cancellata spalancata, pronta ad
offrirsi alla sua fuga e il cielo ampio e grigio. Ma in un attimo la porta era già
richiusa e la sua mano tremante si ritirava dalla maniglia. La tensione era
troppo elevata e George non ce l’aveva fatta, si era fatto sopraffare dai nervi. Il
sudore non aveva ancora finito di colargli dalla fronte quando riapri
istantaneamente la pesante porta, ma questa volta non gli apparve più la vista
del viale libero fino alla cancellata: davanti ai suoi occhi si presentava il
massiccio muso rossiccio del leone e le sue grandi fauci. A George l’urlo mori
in gola e senza avere il tempo di richiudere la porta ritornò sui suoi passi con
le gambe che scattavano quasi fossero loro a guidare il padrone. Ripercorse le
scale all’impazzata e si scagliò nella stanzetta del giornale. Li si trincerò
all’interno e si buttò sulla poltrona dove sprofondò; la testa era imperlata di
sudore e aveva dei giramenti, il soffitto diventò scuro per George…
La signora Fox mosse i suoi tacchi sul viale di casa e fu molto irritata quando
constatò che la porta di casa era spalancata e il salone vuoto e con le luci
spente.
Sali le scale e anche al piano superiore le si offri la stessa scena:i corridoi e le
stanze deserte. Vide che la porta della stanza dove George era solito a leggere
era chiusa e si avviò per aprirla. Era pronta a dare un bel rimprovero al
marito che a quanto pareva aveva speso il giorno a oziare e aveva pure
lasciato distrattamente la porta aperta. Piegò la maniglia ma vide che la porta
era chiusa. Comunque non era chiusa bene e al secondo tentativo la serratura
scattò permettendo alla donna di entrare.
Cosi vide il marito accoccolato sulla poltrona con gli occhi chiusi. Gli si
avvicinò e lo strattonò per un braccio e George si svegliò con un sussulto.
La signora Fox inscenò una sfuriata con il marito, capitato in un nuovo
incubo, che, una volta ripresosi, dovette spiegare la sua disavventura.
Ma ben abituata a quegli episodi di sonnambulismo non diede credito a
nessuna delle sue parole e si indignò con lui, che non osava prendersi le
responsabilità della propria negligenza.
Se solo poco tempo prima uno di loro si fosse affacciato dalla finestra, una
grande impronta di leone, ancora visibile prima di essere cancellata dal
temporale, avrebbe tolto ogni dubbio.
Luca Giordani
Trascrizione del processo n° 660, tribunale di Spingfield,
Illinois, Usa
Il popolo americano contro Philip Scott.
Signor giudice, no, io non sono pazzo.
E allora perché ho indosso questa camicia di forza, mi chiede?
Beh, è perché evidentemente il mio racconto è troppo inquietante e
inverosimile perché questi medici mi credano.
Vuole conoscere la mia storia? Dice che è per questo che sono stato portato
qui? Va bene, se è questo che volete, comincerò dall’inizio, anzi da prima.
Amo la città di notte. Amo correre per le strade poco illuminate, amo
esplorare i vicoli stretti e bui della periferia. Amo provare paura, adoro il
brivido che mi sale lungo la schiena, che mi paralizza, che mi impedisce di
scappare. Ognuno ha le sue manie, e la mia è quella di perdermi nelle
profondità della metropoli.
O meglio lo era. Prima di quella notte.
Avevo deciso di recarmi in una zona in cui non ero mai stato, una parte della
città la cui nomea teneva lontani tutti coloro che non vi si dovevano recare per
ragioni più che valide.
Ma io volevo andarci. Così uscii di casa e mi incamminai, lasciando che i miei
passi mi perdessero nei meandri di quel malfamato quartiere. Persi il senso
del tempo e dello spazio. Mi sembrava di camminare sulle nuvole,
accompagnato solo dal sottile fruscio del vento e dall’ululato straziante di un
randagio nascosto chissà dove. All’improvviso udii un forte tuono e
immediatamente, come se il cielo si fosse aperto, iniziò a piovere: una pioggia
violenta, malevola, che mi spinse a cercare riparo.
Iniziai a correre, incespicando e inciampando, cadendo bocconi nelle pozze
che si erano formate nelle buche del selciato. Alla fine arrivai di fronte ad una
casa che sembrava disabitata. Decisi di entrare. Scostai l’uscio e mi riparai in
quello che pareva l’atrio di un palazzo che in altri tempi sarebbe stato fastoso,
ma che era ora ricoperto da ragnatele e crepe che il tempo impietoso aveva
scavato nei muri, riempiendoli di rughe come il volto di un vecchio saggio.
Non c’era nulla di rassicurante in quella costruzione. Scricchiolii e tonfi
provenienti dal piano superiore mi inquietavano, ma poiché sono sempre alla
ricerca di un brivido che ravvivi la mia monotona esistenza, decisi di salire le
scale.
Feci il mio ingresso in uno spazioso sottotetto, o almeno così pensai, non
avendo altra luce che quella di un lontano lampione che filtrava delle finestre
per giudicare. Iniziai a dirigermi verso il fondo della stanza quando udii un
suono agghiacciante proveniente dal buio.
Sentii quindi qualcosa strisciare verso di me.
E scorsi nelle ombre un’ombra più scura, come se le tenebre stesse avessero
paura di ciò che mi si stava avvicinando e si stessero ritraendo, vidi una
nebbia che pareva trasudare malvagità.
Incapace i muovermi, osservai quella cosa strisciare sinuosamente verso di
me.
Stavo riavendomi dalla paura quando mi prese. Arrivò ai miei piedi e
cominciò
a
salirmi
lungo
le
gambe,
insinuandosi
sotto
i
vestiti,
avviluppandosi attorno ai miei polpacci. Sentii il freddo invadermi. E non
ricordo più nulla.
Mi svegliai la mattina seguente con un terribile mal di testa e realizzai che ero
svenuto sul pavimento. Alzandomi da terra non capii come avessi potuto
spaventarmi tanto la sera precedente. La stanza aveva tutto un altro aspetto
ora che la chiara luce del primo mattino filtrava tra le tende polverose. Scesi
le scale e lentamente mi avviai verso casa. Ma nel tragitto continuavo a
perdere coscienza, come se non fossi io a comandare i miei movimenti, ma
fosse qualcun altro. O qualcosa.
Iniziai a vedere immagini nella mia testa, a provare una rabbia crescente e
senza motivo, che dopo pochi minuti si trasformava in cieco terrore. Penso di
essermi perso almeno una dozzina di volte, al punto che arrivai finalmente
sulla soglia di casa al calar della notte.
Appena entrato fui accolto dalla faccia preoccupata dell’ultima persona che
mi sarei aspettato di vedere: mio figlio Nate.
Mi corse incontro per abbracciarmi e fu allora che sentii come se mi stessero
strappando il cuore, come se un uncino mi stesse aprendo in due il petto e ne
vidi uscire quella stessa tenebra che la notte precedente si era impossessata
del mio corpo. La vidi librarsi nell’aria, aleggiare sopra di noi. E iniziai a
gridare.
Presi il bastone e tentai di colpirla, urlando a più non posso.
Vidi mio figlio guardarmi come se fossi pazzo.
“Papà che cosa stai facendo?”
“Non la vedi forse? Forse che i tuoi occhi sono offuscati?” risposi “le tenebre
del male sono discese su di noi! Guarda, guarda in alto!”
“Ma papà, non c’è nulla”
“Come, non vedi questo fumo nero, questa ombra?”
“Forse sei un poco stanco, perché non ti riposi?”
Fu allora che capii che quella cosa lo doveva aver accecato. Come dite signor
giudice? Che forse lo avevo immaginato? No, non può essere, io non sono un
visionario. Ecco, io non immagino le cose.
Mi trascinò in camera, mi mise a letto e chiuse la porta. Vidi l’Ombra
strisciare sotto la soglia, dalla serratura, riempire completamente la stanza.
Mi sentii soffocare e mi alzai, corsi fuori e urlai con tutto il fiato che mi
rimaneva.
Nate mi tappò la bocca “Cosa stai facendo papà?”
“È entrato in camera mia, mi sta uccidendo”
“Ma cosa? In camera non c’è nulla, torna a letto e cerca di dormire”
“No tu mi vuoi morto, non capisci ecco, la vedi?” urlai di nuovo indicando
l’Ombra che strisciando lungo le pareti si stava avvicinando a noi.
“Papà, non c’è nulla, quante volte te lo devo dire?”
“No, non è possibile, figlio, le tenebre ti hanno accecato, non vedi forse?”
“Torna a dormire, papà”
E fu allora che l’Ombra si mosse. Non già verso di me questa volte, ma verso
Nate. La vidi avvicinarsi a lui, cercai di spingerlo via, gridai ancora, ma Nate
sembrava non accorgersi di ciò che gli stava capitando. Mi spinse via “
Smettila, va bene? La vuoi smettere? Lasciami vecchio pazzo, torna a
dormire”.
L’Ombra sparì nel suo corpo.
Vidi i suoi occhi diventare rossi,il sorriso deformarglisi in un ghigno, le mani
divenire adunche, la pelle rugosa e scura.
Tentai di sfuggirgli. Quello non era più mio figlio. Quell’ombra se ne era
impossessata. Urlai con quanto fiato avevo in corpo, cercai di sfuggirgli, di
scappare, ma quella cosa che un tempo era stata mio figlio mi prese,
sussurrandomi nell’orecchio:
“Papà ti vuoi calmare? Sono io, non lo vedi?”
No, io non lo vedevo, vedevo solo quegli occhi rossi, in cui danzavano insieme
i le acque del mare e la fiamme dell’inferno. Nate, o meglio, l’ombra che ne
aveva preso il posto, riuscì a immobilizzarmi e a chiudermi in camera. Quindi
lo sentii telefonare all’ospedale, perché mandassero qualcuno. Capii allora il
suo diabolico piano: chiudermi in un casa di cura per poter vivere
indisturbato. Ma io non mi sarei arreso, nossignore!
Dopo pochi minuti arrivarono due infermieri che con l’aiuto dell’Ombra mi
bloccarono e mi sedarono.
Mi sentii cadere nell’oblio.
Mi risvegliai chiuso ancora in camera. Gli infermieri erano in sala e stavano
parlando con Nate. Mi avvicinai alla porte per capire cosa stessere dicendo.
“... e dice che si comporta così dalla scorsa notte?”
“Sì, mio padre non ha mia mostrato segni di squilibrio, è sempre stato una
persona normale, calma e tranquilla.”
“Allora non vedo alternativa, dovremo ricoverarlo e ...”.
Mi scostai dalla porta e inorridito indietreggiai.
Non mi sarei fatto portare in uno squallido ospedale lasciando libero quella
specie di mostro!
E presi una risoluzione: quella storia doveva finire.
Aprii tutti i cassetti e infine trovai quello che cercavo: il mio fedele coltello a
serramanico. Lo nascosi sotto la camicia e mi rimisi a letto, aspettando
pazientemente.
Poco dopo la mia attesa fu ricompensata: la porta si scostò e vidi entrare gli
infermieri e Nate.
Li vidi avvicinarsi al letto e allora balzai fuori, mi gettai su mio figlio e, sì, lo
pugnalai più e più volte, incurante degli sforzi che i due infermieri facevano
per impedirmelo. Non mi fermai fino a quando non sentii il suo corpo
accasciarsi tra le mie braccia, le mie mani lorde del sangue del mio sangue.
Nell’attimo che precede la morte, vidi gli occhi di mio figlio tornare normali, e
guardarmi con sorprendente tristezza e compatimento. Riuscii a svincolarmi
dalla presa degli infermieri, non so come, ma scappai dall’appartamento e
una volta in strada iniziai a correre. Corsi più veloce che potevo, senza mai
guardarmi indietro per paura che potessi rallentare e che gli infermieri mi
potessero raggiungere.
Quando fui sicuro di essere abbastanza lontano da casa, mi accasciai contro
un muro e persi i sensi.
Rinvenni, credo, un’ora più tardi, ancora abbandonato contro la parete.
Immediatamente le conseguenze della mia azione mi travolsero: iniziai a
pensare a cosa avevo fatto e, sebbene non provassi rimorso, dal momento che
quello che avevo ucciso non era più mio figlio, pensai che sarebbe stato meglio
per me costituirmi, spiegare ciò che era successo per evitare di essere
perseguito successivamente.
Sono sempre stato un cittadino modello e perciò decisi di dirigermi verso la
caserma più vicina ed è così che mi ritrovo in questa aula.
Cosa dice, signor giudice? Se io sono convinto di aver assassinato mio figlio?
Certo, ci sono anche due testimoni, no? Poi non era mio figlio. Era una
creatura del male. Non posso essere considerato colpevole, ho reso un
servigio alla comunità e ...
Perché state aprendo la porta del tribunale? Questa udienza non avrebbe
dovuto essere a porte chiu...
Nate? Cosa ci fai qui? IO TI HO UCCISO!
L’imputato alla vista del figlio si alza dalla sedia e cerca di aggredirlo,
dimostrando così di essere in condizione di infermità mentale. La condanna
è pertanto commutata a una permanenza a vita in un centro psichiatrico.
Eleonora Martignoni
Quando la normalità si spezza
Sapeva che qualcosa sarebbe andato storto. Ma non poteva immaginare.
Aveva deciso che sarebbe scappato di casa e partito per quel paesino di
montagna sul monte Rosa, con alcuni dei suoi migliori amici. Lo avrebbero
aspettato i quattro giorni migliori della sua vita. O forse no?
D'altronde era ora che facesse qualcosa senza il pesante fiato sul collo dei
protettivi genitori o di qualsiasi altra persona maggiorenne, come se allo
scattare del giorno del 18esimo compleanno si diventasse automaticamente
responsabili.
La notte della vigilia della partenza uno strano sibilo aveva risuonato nella
sua testa: sembrava essere quel fastidiosissimo fischio che le rotaie della
metropolitana producono in curva. Lo aveva impaurito inizialmente, ma il
travolgente sonno aveva fatto sì che quella specie di presentimento svanisse
del tutto nel giro di pochi attimi.
Si svegliò la mattina seguente, dimentico di quello strano presagio. Aveva
preparato con il massimo silenzio la propria valigia, sapendo che se fosse
stato scoperto dai suoi genitori, avrebbe avuto davanti i peggiori giorni,
settimane o addirittura mesi della sua vita.
Arrivato in stazione e riuniti gli amici, si era offerto per fare la coda in
biglietteria. Mentre l'impiegata annunciava il prezzo da dietro il plexiglas, lui
era come in uno stato di incoscienza: assorto nei suoi pensieri; si riscosse solo
dopo che un vecchietto in fila dietro di lui lo fece rinsavire, colpendolo con il
bastone su cui si reggeva.
Saliti sul treno e adagiate le borse, i ragazzi iniziarono a delineare un
programma per la serata, che, a quanto pareva, avrebbero trascorso in una
discoteca. Avrebbero lasciato le borse in casa, si sarebbero preparati
impeccabilmente e si sarebbero dati alla pazza gioia.
Sedutosi al suo posto, aveva iniziato a sudare e ad agitarsi: percepiva ancora
una volta quel fischio. Gli altri ragazzi, preoccupati, lo avevano portato a
sciacquarsi la faccia e tutto sembrava essere tornato alla normalità.
Iniziò a chiedersi se avesse fatto la scelta giusta decidendo di partire: non era
mai stato così impaurito in vita sua. Ma la scelta ormai era fatta.
Ancora una volta udì quel sibilo. Questa volta tentò di celare il suo stato
d'animo agli amici che forse – forse - si stavano preoccupando un po' troppo.
Non si accorsero di nulla e si sentì sollevato.
Arrivati a casa, fecero tutto come da programma. In un'oretta scarsa erano
vestiti di tutto punto ed esaltati per la serata che li avrebbe aspettati.
Lui non ci teneva più di tanto a fare nuove conoscenze, soprattutto femminili:
infatti, a Milano lo aspettava la ragazza che ogni adolescente vorrebbe. Era
alta, dagli occhi scuri, molto simpatica, intelligente ed immensamente carina.
Ma la vista di una sagoma nella scatenata folla danzante lo ammaliò e lo
spaventò allo stesso tempo: aveva ancora una volta udito quel suono, sempre
più forte, sempre più fastidioso. Si avvicinò a lei facendosi spazio tra quel
mucchio di giovani e riuscì a vedere in tutto il suo fascino quella splendida
ragazza che gli rivolse un sorriso, illuminata per una frazione di secondo dalle
luci fugaci.
Dimenticando completamente l'amata, si fiondò al bar: prese per sé un
bicchierino di liquore, tanto per eliminare i freni inibitori, ed un cocktail per
la ragazza; avvicinatosi al divanetto, si sedette accanto a lei, sorridente e
misteriosa. Iniziarono a conoscersi, scoprendo molte cose in comune...
E, infastiditi entrambi dalla ressa scalmanata di ragazzi, decisero di uscire
qualche minuto per fumare una sigaretta.
Nella luce di luna piena, era ancora più divina di quanto avesse soltanto
immaginato qualche minuto prima; finita la sigaretta, notando una smorfia
della ragazza all'entrata del locale, lui le chiese che cosa non andasse e lei, con
una voce musicalmente angelica, gli rispose che non aveva voglia di tornare in
quel baccano, ma che sarebbe voluta salire al rifugio, dove avrebbero passato
la notte insieme...
---Per tutta la valle si sentì un fischio acutissimo. La fune a cui era sorretta la
cabina della funivia si spezzò.
Tutti quella notte in discoteca avevano notato quel ragazzo: dissero che aveva
iniziato a comportarsi stranamente dopo aver fissato per qualche minuto un
divanetto vuoto...
Matteo Nassif
LA PORTA DEGLI INCUBI
Voglio raccontarvi una storia che mi hanno narrato in un osteria nella mia
città natale: Milano. La famiglia Winfrey si stava trasferendo dalla grande
Londra, in cerca di un po’ di pace, nella fredda città di Carlisle in Scozia.
Avevano deciso di comprare una villa costruita in cima ad una collinetta: la
casa era appena stata ristrutturata e la sua peculiarità era una bellissima
porta in stile classico posta nell’enorme salone. Larga circa un metro e mezzo
e alta due, la porta era costituita da due colonne di ordine corinzio e dal
timpano i cui bassorilievi erano stati cancellati dal tempo, oltre quella porta vi
era una scala che portava ad una stanza circolare, posta sotto la collinetta, che
i signori Winfrey avevano deciso sarebbe rimasta inutilizzata. Il camion con il
mobilio aveva già sistemato l’arredamento quando i signori Winfrey
arrivarono con la loro Ford rossa pronti per vivere una nuova vita, serena e
tranquilla. La nuova signora di casa era entrata velocemente per controllare
che gli operai avessero sistemato tutto come voleva: era una donna assai
pignola e logorroica, tutto doveva essere prima supervisionato da lei. Il signor
Winfrey era un uomo che sapeva adattarsi alla situazione. Mentre la moglie
ispezionava la casa lui, era fuori a fare quattro chiacchiere con gli operai;
stempiato, leggermente panciuto e con un naso rosso da farlo sembrare
perennemente ubriaco, amava far ridere la gente, ma in quel momento era un
po’ malinconico, rimpiangeva la sua vecchia città che la moglie lo aveva
costretto a lasciare.
VII NOTTE
Era la settima notte che la famiglia Winfrey dormiva in quella casa, il cielo era
senza Luna e anche le stelle si rifiutavano di brillare e portare luce. Il signor
Winfrey si svegliò, erano ancora le 2:12 di mattina. Non riusciva a prendere
sonno e si continuava a rigirare nel letto, decise allora di alzarsi per andare a
bere un bicchiere d’acqua. Il parquet cigolava sinistro sotto le sue ciabatte.
Accese le luci della cucina, prese il bicchiere e la bottiglia d’acqua dal frigo; fu
in quel momento che si accorse che la porta tanto amata dalla signora era
socchiusa. Sentì un vento gelido toccargli la pelle, andò verso la porta
lentamente, il cigolare del pavimento stranamente si fece più acuto, aprì del
tutto la porta ma non vide nessuno, così chiuse la porta e tornò a letto. Quella
notte non sognò nulla e la mattina seguente si sveglio tranquillo, come se non
fosse accaduto niente.
XIV NOTTE
Sette notti dopo accadde qualcosa di strano, la Luna era una testimone poco
attendibile per quello che sarebbe accaduto, tanto che neanche noi tutt’oggi
sappiamo se ciò che accadde fosse tutta immaginazione del povero signor
Winfrey, o se ciò che vide fosse vero. Erano le 1: 48 di notte il signor Winfrey
si svegliò di soprassalto a causa di un incubo: aveva sognato di essere
inseguito da un demone peloso con sei zampe e una lunga coda piena di
squame. Non riusciva a stare a letto, così si alzo e andò in salotto, per
riflettere e rilassarsi. Fece fatica ad accendere il caminetto: la legna era
umida, e, quando riuscì ad appiccare il fuoco, crepitò rumorosamente.
Guardò la porta di marmo bianco, le sue colonne lucide e lisce. Chiunque
entrasse in quella casa non poteva fare a meno di innamorarsene. Quella
notte, tuttavia, notò infatti che sul timpano sovrastante c’era un piccolo buco.
Andò a prendere la scala e scrutò nel piccolo foro, appoggiò l’occhio, pensò di
aver visto qualcosa, così rimase per un po’ di tempo a guardare per cercare
qualche altro segnale che confermasse che non era tutto frutto della sua
immaginazione. Si accorse che passava un flebile venticello fresco da quel
buco, dopo un po’ di tempo rinunciò e tornò a sedersi sul divano. Lentamente
si assopì davanti al fuoco, dormì tranquillo tutta la notte finché la mattina la
moglie non lo svegliò per andare al lavoro.
XXI NOTTE
La ventunesima notte dall’arrivo dei signori Winfrey in Scozia segnò una
svolta decisiva. Quella notte, come ormai era accaduto altre due volte, l’uomo
si svegliò, erano le 2:06. Guardò fuori dalla finestra e vide il grande occhio
della Luna sopra di lui, che lo scrutava e giudicava tutte le sue mosse. Andò in
salotto a osservare la magnifica porta, come aveva fatto ogni notte in cui era
rimasto sveglio. Era strano inoltre come entrambi i nuovi padroni di casa
avessero una strana ossessione per quella porta, di giorno la signora la puliva,
lucidava e lustrava, di notte il signore la guardava e la contemplava. Quella
notte, il signor Winfrey quando arrivò in salotto la trovò aperta; sentì dei
rumori provenire dall’interno, entrò con un sentimento misto a paura e
curiosità. Al centro della stanza vi era cane nero che stava fermo e lo fissava
con due enormi occhi gialli e i due canini bianchi che luccicavano. Il signor
Winfrey cadde svenuto sul freddo pavimento. Si svegliò la mattina dopo, sul
divano, davanti ai tizzoni ormai spenti del caminetto.
XXVIII NOTTE
Anche questa notte il signor Winfrey si svegliò. Con una cadenza fissa ormai,
ogni mercoledì si destava. Erano le 2:12 di notte la Luna lo guardava assopita,
e disinteressata, forse annoiata: lei sapeva già come sarebbe andata a finire la
storia, l’aveva seguito dall’inizio, anche se non sempre ci eravamo accorti
della sua presenza. Comunque, il padrone di casa si alzò silenziosamente per
non svegliare la moglie. Questa volta però non si recò in salotto; aveva ormai
il terrore di quella porta, e, dopo aver visto quel cane nero, non le si era più
avvicinato. Decise così di uscire sul portico, a prendere un po’ d’aria. Il vento
era stranamente tiepido e soffiava leggero. L’uomo si sedette su una sedia di
legno bianca, si appoggiò al tavolino e accese una sigaretta. Da quando era
entrato in quella casa aveva iniziato a fumare. La moglie non sapeva niente,
altrimenti le conseguenze per lui sarebbero gravi. La cosa più strana era che
la moglie non si fosse accorta di ciò che stava accadendo in quella casa, non
capiva che doveva stare lontana da quella porta. Lui non le aveva raccontato
nulla, ma perché lei non vedeva quello che gli accadeva? Era così cieca o non
le interessava? Mentre era seduto sul tavolino, sentì dei fruscii venire dal
boschetto oltre la strada. Dai cespugli saltò fuori un lupo, con gli occhi accesi
d’ira, si avvicinò lentamente a signor Winfrey. L’uomo era terrorizzato si
schiacciò contro la porta cercando la maniglia, le sue mani erano sudate e non
riusciva ad aprire la porta. Ritentò più volte e alla fine vi riuscì; entrò in fretta
in casa, passò davanti al salotto e vide ancora quella maledetta, magnifica
porta aperta; non gli interessò, salì in camera e vi si chiuse a chiave. La moglie
si svegliò per il rumore, vide il marito seduto sul letto, sudato e bianco, era
terrorizzata. Lui le raccontò tutto, ciò che gli era accaduto dalla settima alla
ventottesima notte. La moglie lo rassicurò, secondo lei erano solo incubi
causati dallo stress, lui doveva solo rilassarsi. Tornarono a dormire, anche
quella notte il signor Winfrey non fece alcun sogno.
XXXV NOTTE
Altro strano mercoledì per il povero Mr. Winfrey, era l’ 1:48 quando l’uomo si
svegliò. Quello che l’uomo avrebbe sentito o pensato di sentire era così
terribile che anche la Luna aveva pregato il fratello affinché la nascondesse.
Così come la prima strana notte, anche ora il cielo era tremendamente buio,
come la mente dell’uomo. Questa volta il signor Winfrey decise di tornare in
salotto, determinato ad affrontare il suo incubo peggiore. Si sedette sul
divano e aspettò. Pensò alla moglie che pochi giorni prima gli aveva dato del
pazzo, ma lui sapeva, di non essere pazzo, sapeva che ciò che aveva visto o
sentito era vero. Quella porta aveva qualcosa di strano. La porta era li,
immobile e imponente, lo sfidava e aspettava una sua mossa. Si alzò e la aprì
di scatto con rabbia. Credeva di poter vincere e di essere il più forte. Quando
entrò non vide nulla solo il pavimento in marmo, bianco, lucido e freddo
come il ghiaccio. Sentì il vento come al solito provenire da un foro sul soffitto.
Infine sentì delle voci, tutt’intorno a lui, che gli sussurravano le parole della
moglie - lui era pazzo - e l’eco ripeteva le parole all’infinito. Si guardò intorno,
vedeva le pareti bianche anch’esse e nient’altro. Pensò che, da quando si era
sposato con quella donna la sua vita era cambiata, aveva dovuto trascurare gli
amici per farle piacere, aveva dovuto chiudere le porte della sua vita perché
potesse restare lei all’interno del suo cuore. Lui avrebbe voluto aver figli, ma
lei no, non voleva “fare la madre”, infine l’aveva costretto ad andarsene dalla
sua casa per fargli vivere questo incubo. Lei era la causa di tutta la sua
infelicità, non la porta che anzi avrebbe dovuto ringraziare per avergli fatto
capire che la sua vita doveva prendere una drastica svolta.
XLII NOTTE
Questa era la notte propizia per attuare il piano del signor Winfrey, la Luna
era terrorizzata, ma curiosa allo stesso tempo, decise di guardare la scena ma
era pronta a chiudere l’occhio appena tutto fosse diventato troppo cruento
per lei. L’uomo si svegliò che era l’ 1:48, l’ora più buia della notte. Scese in
cucina e tirò fuori un coltello dal cassetto delle posate, entrò nella porta di
marmo e lo nascose nel buco sul soffitto, facendo in modo che nessuno lo
vedesse. Torno in camera e svegliò la moglie; le disse che le doveva parlare e
la condusse nella stanza sotto la collina. La moglie era confusa e scocciata,
disse al marito che aveva completamente perso il senno per aver deciso di
svegliarla a quell’ora solo per parlarle. Il marito non le diede ascolto, sapeva
che avrebbe parlato ancora per poco. La moglie si spaventò quando i modi del
marito si fecero più duri, gli intimò di lasciarla andare oppure avrebbe
chiamato la polizia. Lui, di nuovo non le diede ascolto e la portò con forza
nella stanza buia, chiuse la porta dietro di lui. Tirò fori il coltello da buco nel
soffitto, che si sgretolò appena per far entrare un raggio di Luna che illuminò
il marito con una strana luce come se, visto il comportamento dall’uomo, la
Luna avesse deciso di farsi coraggio ed essere testimone di quel terribile fatto.
Il marito, incurante del giudizio del lume, si avvicinò alla moglie, lei
intimidita indietreggiava cercando di farlo ragionare, ma il signor Winfrey,
accecato dalla rabbia, le sferrò un colpo dritto al cuore e colpì la croce
d’argento che la donna aveva al collo. Ritentò immediatamente e la uccise, in
un sol pulito colpo. Soddisfatto, uscì dalla stanza come se non fosse accaduto
niente. Chiuse la porta in modo che non potesse più essere riaperta, lavò il
coltello e lo ripose nel cassetto. Tornò a dormire, non sapendo che chi aveva
visto avrebbe parlato.
XLIX NOTTE
Era passata una settimana da quando il padrone di casa aveva ucciso la
moglie, i vicini si erano accorti della mancanza della donna, ma lui aveva
detto che la moglie era tornata a Londra per curare la madre gravemente
ammalata. In quest’ultima notte la testimone dell’omicidio parlò, a suo modo,
denunciando col suo grande occhio il misfatto del signor Winfrey. Erano le
3:25 quando dei pastori della zona si recarono in cima alla collinetta per
ricercare un agnellino disperso la sera precedente. Si appostarono dietro la
casa del signor Winfrey per avere la possibilità di vedere, dall’alto, la zona
circostante. Restarono lì un’ora; poi uno dei due uomini decise che si sarebbe
spostato, mentre l’altro sarebbe rimasto li, nel caso che l’agnellino fosse
passato da quelle parti. Fu in quel momento che il pastore che si era alzato per
andare a cercare l’animale scorse sotto i sui piedi un buco da cui veniva un
luccichio. Gli uomini si scordarono completamente della bestiola e iniziarono
a scavare speranzosi di trovare delle ricchezze. Continuando a scavare videro
l’orribile scena: una donna morta per una pugnalata al cuore, e, di fianco al
taglio, una croce d’argento tutta deformata che rifletteva la luce della Luna. Di
corsa andarono a chiamare la polizia. La casa dei signori Winfrey fu
circondata da quattro pattuglie. I poliziotti entrarono e acciuffarono l’uomo
che fu condannato all’ergastolo. Infine entrarono nella stanza della porta,
presero il corpo della donna e le diedero una degna sepoltura. La Luna era
ancora li, che giudicava, ora crudele e giusta, le azioni del signor Winfrey e di
quel demone che solo lei sa se esistesse davvero oppure no.
Jacopo Orsilli
10.000 GIORNI DI CALVARIO
James si svegliò di soprassalto, impaurito ed agitato. Si trovava in uno stato di
profondo malessere ed estrema confusione. Gli fu necessario più di qualche
minuto per mettersi a sedere sul letto e rendersi conto di essersi svegliato
completamente sudato alle 4 di notte. Cercò di riordinare le idee e di
ricordarsi che cosa lo avesse ridotto in quel miserabile stato, anche se in cuor
suo sapeva già di cosa si trattasse. Dopotutto, erano quasi 27 anni che gli
succedeva. Tutte le notti. Ormai, con una sfumatura fra l’amaro ed il
malinconico, lui stesso ci aveva fatto l’abitudine, anzi si sarebbe iniziato a
preoccupare se un giorno si fosse alzato calmo e rilassato, pronto ad
affrontare una giornata con forza ed energia.
La realtà era ben diversa. La realtà era che di James Chancellor aveva subito
un radicale cambiamento rispetto a 27 anni prima, rinchiudendosi sempre
più in se stesso ed abbandonando il mondo della realtà per trasferirsi nella
sua personale dimensione, senza permettere a nessuno di seguirlo in questo
suo “viaggio”. Si era isolato in maniera quasi assoluta, aveva smesso di
coltivare amicizie, di proseguire i suoi studi ed i suoi interessi privati; una
metamorfosi shoccante, che nessuno, neanche i suoi amici più stretti, era
riuscito ad evitare o quantomeno a contenere. James sembrava non avere più
nulla da chiedere al mondo, non c’era più niente che fosse capace di
risvegliare quella antica curiosità, che un tempo gli aveva fruttato numerosi
successi nei suoi studi. Il suo abituale consumo di droghe ed alcolici, peraltro
già presente in precedenza, si era notevolmente accentuato; in particolare
aveva iniziato a fare uso di eroina, ed era questo il motivo, la causa del suo
isolamento secondo la maggior parte dei suoi conoscenti.
Ma non era questa la verità. Non era stata l’eroina a cambiare la sua vita;
probabilmente aveva avuto un ruolo determinante nella sua trasformazione,
ma non era stata quella la miccia che aveva scatenato tutto. L’evento che
innescò la metamorfosi, accadde il giorno di Natale del 1981, quando assieme
ai sui genitori venne coinvolto in un terribile incidente stradale. Lui se la cavò
con qualche frattura, ma suo padre morì sul colpo. Sua madre, invece, ebbe
sorte anche peggiore, in quanto entrò in uno stato di coma vegetativo
irreversibile, immobilizzata a vita su di un letto ospedaliero.
James non riuscì a riprendersi da questa drammatica esperienza. Era un fatto
che non riusciva ad accettare, non gli sembrava né possibile né giusto che
fosse successo proprio a lui. Di conseguenza, la sua mente iniziò a perdere il
suo equilibrio, liberando di colpo tutti gli aspetti ombrosi e pessimistici del
suo carattere e causando la complessa situazione in cui si trovava
attualmente. L’unica fonte di “distrazione”, di residuo contatto con la realtà
era data della stesura di un nuovo romanzo, iniziata poco dopo il terribile
fatto, “10.000 giorni di calvario”, che raccontava proprio la sua personale
esperienza. Il protagonista del romanzo, infatti, aveva subito le stesse
disavventure di James, aveva le stesse reazioni, faceva gli stessi sogni.
Era proprio un sogno ciò che assillava James e lo faceva svegliare di
soprassalto nel cuore della notte. Un sogno, una strana visione, un incubo che
lo tormentava costantemente, ogni notte. Infatti, immaginava di trovarsi in
una stanza buia, angusta e senza porte, con al centro un’inquietante figura
seduta per terra, immobile e non ben definita. Inizialmente James non aveva
dato eccessiva importanza a questo fatto, tanto più che si presentava nella sua
mente solo occasionalmente. Ma col passare del tempo, la visione si era
ripetuta, sempre più di frequente, fino a divenire una costante, presente ogni
notte. Inoltre, man mano che essa si ripresentava, gli sembrava di trovarsi
sempre più vicino e di riuscire a cogliere meglio i particolari della figura, che
assumeva maggiore nitidezza. Essa aveva una sagoma umana, anzi era
proprio la figura di un uomo. Bassa, di corporatura tarchiata, dal cranio
rasato e dai lineamenti duri. Ogni notte si aggiungeva un particolare del viso,
che rimaneva pervaso da una sorta di inquietante tranquillità. L’unica cosa
che egli non riusciva a scorgere erano gli occhi; essi rimanevano sempre
chiusi, serrati nella maniera più assoluta. In compenso, sembrava come se la
figura avesse la bocca aperta e da questa uscisse un suono, ma ancora molto
flebile e quasi impercettibile. James, infatti, non era in grado di udire
praticamente nulla, ma questo nuovo particolare contribuiva a generare in lui
una strana eccitazione, un misto di paura, curiosità, rabbia e frustrazione.
Paura, per l’ambientazione del suo sogno e l’incertezza con cui lo affrontava
ogni notte. Curiosità, per il desiderio di scoprire che cosa celasse in realtà la
misteriosa figura, quali fossero gli oscuri messaggi che cercava di
trasmettergli. Rabbia e frustrazione, per l’impossibilità di giungere ad
un’immediata conclusione della “vicenda” e per le difficoltà incontrate nella
ricerca di dare un senso razionale, logico a questo avvenimento che si era
trasformato in una sorta di tormento.
James cercava in tutti i modi di capire che cosa ci fosse dietro a questa sua
visione ricorrente, che si era addirittura intensificata nell’ultimo periodo, ma
non ci riusciva. Erano passati quasi 27 anni da quando era comparsa e lui
aveva iniziato studiarla, ma ancora non era stato in grado di ottenere alcun
risultato. Forse la sua mente ed il suo fisico, logorati da tanti anni di vita
vissuta in maniera sregolata, gli rendevano impossibile comprendere la
soluzione al suo enigma. Poi, con l’avvicinarsi del Natale, due eventi
concomitanti ed estremamente significativi accaddero. Le condizioni di sua
madre subirono un brusco peggioramento, tanto da far presagire che si
sarebbe spenta in poche settimane. Intanto, la voce della sua visione aveva
iniziato a farsi più forte, o comunque lui credeva di sentire qualcosa
provenire dalla bocca dell’oscura figura. Qualcosa di ancora incomprensibile,
ma in ogni caso un suono, monotono, ripetitivo, gracchiante, una sorta di
distorsione metallica. Questa evoluzione dei fatti, questo particolare era
diventato un’ossessione per James, che ancora non ne riusciva a capire il
senso. Cercava in tutti i modi di spiegarselo, di attribuirgli un significato, ma i
suoi erano tentativi vani. Intanto, più lui si sforzava, più la voce si faceva forte
e potente, il suono emesso diventava ancora più duro e fastidioso, particolare
che non aveva altro effetto se non quello di acuire la sua irritazione.
Fu un continuo crescendo: si era infatti rapidamente trasformato in un urlo
inascoltabile, una sorta di trapano che gli bucava la testa e che si presentava
non solo durante il sonno, ma anche in altri momenti della giornata, quando
James era sveglio e cosciente. Poi, nella notte di Natale, all’apice di questo
strazio, James si svegliò nuovamente nel cuore della notte, ma non per colpa
della figura o della voce, che invece non si erano presentate nella sua mente.
Scomparvero entrambe in maniera assolutamente improvvisa ed inaspettata.
James rimase turbato da questo ulteriore sviluppo: che cosa voleva dire? Che
senso aveva questa successione di fatti inspiegabili? Perché questa sorta di
abbandono? Gli sembrava di diventare pazzo, di non avere più il controllo
sulla sua mente e sui suoi sensi. Nello stesso momento in cui questa tempesta
di domande gli vorticava nella testa, si rese conto del perché si era svegliato di
soprassalto: il telefono stava squillando. Alzò la cornetta e rispose; una voce
metallica gli comunicò la notizia che sua madre, dopo 10.000 giorni di agonia,
era morta. Proprio quella notte. James avrebbe voluto urlare, sfogare la sua
rabbia repressa in tanti anni, il suo indescrivibile dolore. Ma qualcosa lo
bloccò, gli fece seccare la voce in gola. Ciò che lo fermò fu proprio il suono del
telefono, dopo che dall’altro capo avevano chiuso la comunicazione. Aveva un
che di familiare. Ricordava proprio l’urlo della figura che da anni lo
tormentava. Lo stesso timbro metallico, duro e distorto. Tutto ciò non è
possibile, pensò James; è solo una mia illusione, se fosse realmente così avrei
dovuto rendermene conto già da tempo. E’ impossibile. E’ solo un prodotto
del mio subconscio, non può esistere, continuava a ripetersi, con un minimo
residuo, un misero barlume della sua razionalità ormai perduta da tanti anni.
Ma ebbe immediatamente la conferma dei suoi inspiegabili pensieri e delle
congetture che non osava ammettere. Si trovò di fronte la figura, protagonista
del suo incubo e della sua stessa vita da tanti anni, seduta a gambe incrociate
per terra, con gli occhi rigorosamente serrati. Ormai nel panico, James si
guardò intorno alla ricerca di qualcosa che lo riportasse alla realtà, ma scoprì
con angoscia di trovarsi proprio nella stanza dove erano ambientate le sue
allucinazioni. Riposò lo sguardo davanti. La figura aveva aperto gli occhi e lo
fissava intensamente. Il suo sguardo ne fu immediatamente catturato e notò
subito un particolare: gli occhi della figura non avevano le pupille. Erano
bianchi, due specchi. E fu lì che James vide la sua immagine nella piena realtà
dei fatti: magra, scarna, scheletrica, con gli occhi lucidi e le orbite infossate.
Completamente terrorizzato, fu sul punto di urlare, di mettersi a correre e
fuggire, ma non ne aveva le forze. Era paralizzato dallo sgomento. A quel
punto udì ancora una volta la voce, ancora una volta il suo orrendo,
inascoltabile suono, che gli penetrava nelle orecchie e si faceva sempre più
forte, tanto da farlo cadere in ginocchio. Lanciò un ultimo sguardo alla figura:
questa, con un movimento lento, portò l’indice della mano destra davanti alla
bocca. Ed improvvisamente il suono cessò. Ma James era caduto sul
pavimento, con la faccia riversa per terra. Non si rialzò più.
Così lo trovarono i vicini, così fu portato via dalla polizia e sottoposto ad
autopsia. Il referto medico parlava di arresto cardiaco dovuto ad un’overdose
di eroina. Fu quindi sepolto nel cimitero accanto alle tombe dei suoi genitori.
Nessuna traccia, invece, della figura, come se fosse scomparsa nel nulla.
L’unico indizio della sua presunta esistenza era quello presente nel romanzo,
rimasto incompiuto ed abbandonato in un angolo della casa del suo scrittore,
ormai dimenticato.
Stefano Palmieri
Il Topo
Non ho mai pensato di scrivere un diario, ma visti gli avvenimenti degli ultimi
giorni credo che raccogliere per iscritto i miei pensieri in modo da riordinarli
sia l'unico sistema utile per non uscire di senno, quindi ho deciso di stilare il
resoconto di ciò che da ormai un mese mi perseguita.
Mi chiamo Carlo Ratti e ho 73 anni, da quando ho perso il mio lavoro e la mia
famiglia 23 anni fa, a causa di un terremoto, per sopravvivere faccio lo
spazzino in un paesello di collina distante due ore di macchina dal più vicino
centro abitato. In questo paese sono ormai noto come “il Topo” sia a causa del
mio cognome, sia a causa del mio lavoro, ma soprattutto perché evito
qualsiasi contatto con la gente; ho anche il dubbio che nessuno si ricordi più il
mio vero nome.
La mia vita da quando sono qui è sempre stata molto riservata, non ho stretto
amicizia con alcuno del paese, ma d'altro canto neanche mi interessa. Per
ridurre al minimo anche i pochi inevitabili incontri che il mio lavoro
comporta svolgo il mio incarico durante la notte e di giorno mi rinchiudo in
una baracca di un vicolo buio della “periferia” del paese di fronte ad una villa
disabitata. Mi ritengo una persona piuttosto fortunata dato che posseggo un
letto dove dormire all'asciutto e quasi tutti i giorni riesco a recuperare
qualcosa da mettere sotto i denti.
Così per 23 anni la mia vita è proseguita senza alcun avvenimento particolare,
se non la morte di un cane randagio che tenevo con me, a cui avevo affibbiato
il nome di Bobby, per il quale non sono comunque riuscito a versare lacrime.
Un mese fa nella villa di fronte alla mia baracca si è trasferita la famiglia
Malrocca, una facoltosa famigliola composta dai genitori e da una figliola in
età da marito.
L'avvenimento è stato sulla bocca di tutti per parecchio tempo dato che in un
paese così sperduto non accade mai niente. La famiglia non partecipa la vita
sociale del paese, il marito ogni mattino esce con la sua auto di lusso e torna la
sera mentre le due donne escono solo per fare compere e la Domenica per la
messa. Se per i curiosi del paese l'arrivo dei Malrocca è stato l'inizio di una
serie di pettegolezzi sul motivo di tale trasloco, per me il loro arrivo ha
significato la fine della serenità e della pace. Quella notte infatti quando uscii
per il mio giro di lavoro notai che dalla finestra della villa la figlia dei
Malrocca guardava assorta nel buio come attirata da qualcosa.
Ovviamente la visione non mi turbò minimamente neanche quando a notte
inoltrata tornai dal mio giro di pulizia delle strade e la ritrovai nella stessa
posizione in cui l'avevo lasciata ore prima.
La mattina dopo alla finestra non c'era nessuno quindi mi convinsi di essermi
immaginato tutta la storia, ma la sera seguente la ragazza era ancora là, al
davanzale della finestra e così per tutte le notti della settimana.
L'ottava notte cominciai a chiedermi cosa stesse guardando in questa
direzione, ma constatato che dalla parte della mia baracca oltre al vicolo e a
una discarica poco più indietro nulla vi era, giunsi alla conclusione che la
signorina ce l'avesse proprio con me. A questo punto fu spontaneo chiedersi
cosa avessi di tanto interessante da attirare tale attenzione, così la sera
seguente mi fermai ad osservare meglio la ragazza.
Mentre aguzzavo lo sguardo giurai di aver scorto un sorriso malvagio su quel
viso che credevo impassibile, che mi attirava verso di lei come un pesce
inevitabilmente viene tratto a riva dalle reti del pescatore. Lo sgomento mi
fece distogliere gli occhi e mi affrettai a iniziare il mio giro di servizio. Da
quella sera tutte le notte le notti quando uscivo dalla baracca stavo ben
attento a non alzare lo sguardo per non incrociare quel ghigno, ma
nonostante tutto sentivo su di me il peso incessante di questa maglia che ,
notte dopo notte, tirava con sempre maggior forza verso quella creatura
demoniaca.
Dopo circa tre settimane cessai di dormire e iniziai a escogitare un piano per
liberarmi di una tale ossessionante presenza, ma ogni volta che la sera uscivo
per il mio giro il tormento di quello sguardo fisso su di me bloccava qualsiasi
mio tentativo di pensiero razionale, lasciando spazio solo al desiderio di
allontanarmi il più velocemente potessi. Come era inoltre possibile che i miei
compaesani non notassero quell'espressione malvagia sul viso della giovane
quando essa percorreva con la madre le vie del paese?
Una sera, uscito per svolgere il mio lavoro non sentì il solito fardello pesare
su di me. Alzai lo sguardo verso la finestra e non vidi nessuno. Stranamente
invece di sentirmi sollevato ciò fece nascere in me un timore che, ad ogni
angolo che svoltavo, si intensificava fino a quando, in preda ad un'ansia
incontrollabile, abbandonai sacco e ramazza e tornai di corsa verso la mia
baracca, rifugiandomici dentro per il terrore di trovarmi improvvisamente
faccia a faccia con quella donna malvagia...
E' due giorni che sono nel mio rifugio rinchiuso, ma ora ho deciso di reagire,
di non scappare più e di risolvere questa situazione una volta per tutte. Dalle
chiacchiere di un passante ho sentito che i due signori Malrocca questa sera
andranno in città a teatro, lasciando la figlia a casa e proprio questa sera ho
intenzione di agire. Quando il signore e la signora usciranno scavalcherò il
cancello sul retro della villa e con una spranga forzerò la porticina della serra
interna da cui entrerò nella casa a cercare la stanza della mia persecutrice che
sta sicuramente escogitando un modo per trascinarmi con sé all'inferno e,
una volta entrato, porrò fine a questo tormento... Ora andrò a coricarmi dato
che questa sera avrò bisogno di tutte le mie forze.
...
La mattina seguente il paese fu scosso da una notizia che per tutto il giorno fu
l'unico argomento di conversazione prima che la routine ne soffocasse anche
l'ultimo ricordo. Un bambino affacciatosi in una baracca aveva trovato
sdraiato su un cumulo di stracci lo spazzino del paese con il viso bianco e le
mani fredde strette attorno al suo diario dell'ultimo mese. L'autopsia stabilì
come causa del decesso un arresto cardiaco.
Al funerale il pomeriggio seguente parteciparono solo il prete, il beccamorto,
e un paio di suore curiose. Sulla lapide accanto alla data della morte non
seppero scrivere altro che: “Il Topo”.
Matteo Perelli
SIMILE SEDUTA
Mi chiamo Luca Losi e ho 17 anni. Sono un ragazzo che va bene a scuola con
una media pari a 7 e a cui piace scherzare e giocare con gli amici. Nonostante
abbia sempre pronta la battuta, sono molto riservato e non mi piace, o meglio,
non sono abituato a condividere le mie emozioni e opinioni con chi mi sta
vicino.
Questo aspetto del mio carattere lo odio e mi fa star male; è da un po’ di tempo
che all’interno dell’ambiente scolastico e tra i miei amici sento parlare di uno
psicologo. L’idea mi lascia perplesso. So che mi aiuterebbe ad aprirmi ma mi
sentirei uno “sfigato” ad andare dallo strizzacervelli. Inoltre da quando quella
ragazza mi ha gentilmente dato un “due di picche” sto passando un brutto
periodo, sento il bisogno di sfogarmi con qualcuno, ma, d’altra parte, non
riesco a vincere l’incapacità di farlo. Ecco perché sto sempre di più
considerando l’idea di andare dallo psicologo, nonostante ritenga questo fatto
stupidissimo.
Finalmente, oggi Martedì 11 Marzo ho vinto i miei pregiudizi, e ho preso in
segreteria scolastica appuntamento per andare dallo psicologo, non avendo
compiti da fare per domani. La seduta me l’hanno fissata alle due e mezza.
Così dopo l’ultima ora di matematica eccomi qui al bar a prendere un panino,
e poi su, all’ultimo piano, nell’ultima aula del corridoio. Mentre le gambe
salgono i gradini, i miei pensieri provano, ancora una volta, come per tutta la
giornata, a farmi cambiare idea. Ecco finalmente l’ultimo gradino e, là in
fondo, quella stupida aula dove tra pochi secondi dovrò entrare. Ormai sono
sulla porta; busso ma nessuna voce risponde. La porta sembra aperta e con
una leggera spinta si spalanca completamente. Sulla sinistra vedo un divano
dall’aspetto molto comodo. Decido di aspettare lo psicologo seduto li sopra,
ma non faccio in tempo a riposarmi due secondi che subito entra un ragazzo
dall’aspetto giovanile. Appena lo guardo non credo ai miei occhi: sento le
gambe cedermi e il cuore a mille. Più la mia incredulità sale, più sento dentro
di me il cuore accelerare. Non è possibile: lo psicologo ha sembianze simili
alle mie, oserei dire che è uguale a me, soltanto invecchiato di una decina
d’anni. Il discorso che mi ero preparato è scivolato via dalla mia mente, non
so cosa dire. La bocca è completamente priva di saliva per lo stupore. Troppo
spaventato, sento le mie gambe agitarsi e, improvvisamente, inizio a correre
via, verso quelle scale che mi avevano portato fin quassù. Corro fino al
parcheggio delle biciclette, e con la stessa foga inizio a pedalare verso casa.
Più mi avvicino a casa, più mi allontano da quella persona, da quell’altro io.
Nella mia testa iniziano a sorgere i primi, ma pesanti dubbi: tutto è stato
un’immaginazione o realmente lo psicologo aveva i miei stessi lineamenti? È
se fosse stata colpa dell’emozione?
Per i giorni successivi ho deciso di non parlarne con nessuno e di far finta di
niente, ma dentro di me sento nascere una curiosità troppo grande che mi
spinge ogni giorno a salire ancora all’ultimo piano della scuola.
Così
sette giorni dopo eccomi qua davanti allo sportello della segreteria
a chiedere un altro appuntamento. La seduta è fissata per oggi pomeriggio.
Ormai non vedo l’ora di affrontare questo casino. La paura che avevo provato
trovandomi davanti quella figura è completamente svanita, vinta dalla
curiosità. E così, come speravo, ancora una volta dopo aver aperto la porta di
quell’aula, che ormai aveva perso ogni connotazione stupida, mi ritrovo
davanti un ragazzo sulla trentina scarsa con la mia stessa riga di capelli, il mio
stesso colore sbiadito degli occhi e persino quella stessa cicatrice che mi ero
fatto da bambino sulla fronte. A differenza della prima volta, ecco che sento
fuoriuscire dalla mia bocca un timido “Salve”. Non riesco ancora a capire se
anche lui si sia accorto della nostra somiglianza. Lo psicologo senza parlare,
accenna un gesto di saluto. A differenza di quanto pensassi, il fatto che lo
psicologo mi assomigli mi fa sentire meno in soggezione e fin da subito riesco
a sfogarmi e a spiegare tutti i miei problemi. Più vado avanti e più continuo a
prendere appuntamento, anche perché noto miglioramenti. Ormai non temo
più il fatto che lo psicologo abbia le mie stesse sembianze, ma continuo a
chiedermi quale sia il significato. E poi è più vecchio di me. Più cerco di
trovare una spiegazione, più mi accorgo di girare a vuoto. La situazione inizia
però ad affascinarmi. Soprattutto non riesco a capire perché durante le
sedute non parli, nonostante me l’avessero descritto come un tipo socievole a
cui piace stare con i ragazzi. Ci sono quindi molti aspetti che mi sono oscuri.
Di certo continuo a migliorare e credo lo notino anche i miei amici con cui mi
sto confidando sempre di più.
Sono passate quattro settimane e lo psicologo non ha ancora aperto bocca.
Forse è come ero io: riservato e soggiogato dall’incapacità di sfogarsi con
qualcuno. Però è il suo lavoro quello di continuare a parlare e a tirare fuori
dalle persone le loro paure, i loro rimorsi e le loro emozioni. Più vado avanti,
più provo la sensazione di essere diventato io il dottore e lo psicologo il
paziente. Anche la sua espressione sembra confermare la mia ipotesi. Io sono
guarito, o meglio, ho capito che sfogarmi ogni tanto fa senz’altro bene,
tuttavia l’altro io continua a stare male. Quello stesso io che, mentre parlo, mi
ascolta e sembra completarmi. Mentre parlo mi sembra di dialogare con me
stesso e raccontando ciò che mi turba sento le mie parole e le mie emozioni
diventare una cosa sola. Questa sensazione esaltante la sto provando
soprattutto ora, nella mia ultima seduta in cui continuo a raccontare i miei
ricordi più belli di questi primi anni passati al liceo. E più parlo, più sento
l’aria di una leggera brezza passare attraverso le finestre chiuse dell’aula e
improvvisamente vedo sparire lo psicologo e con lui quell’io malato che mi
aveva accompagnato fino ad ora. Con mia sorpresa, non mi sento né stupito
né spaventato da questo strano avvenimento e non ho nessuna certezza che
ciò che mi è capitato sia effettivamente successo. So di certo che non mi
interessa più di tanto, ora sono finalmente cambiato.
Ora, di fianco alla mia Graziella nel parcheggio delle bici, sono pronto per
andare a casa e pronto per un nuovo viaggio.
Matteo Peroncini
Giovanni
Passate alcune settimane la famiglia Elescano si stabilì nella nuova casa. Era
come l'aveva descritta Julio: una bella casa, molto grande, di due piani più la
mansarda e con un balcone al secondo piano dal quale si apriva una magnifica
vista. Ormai la neve si stava sciogliendo e gli alberi del giardino di fronte
incominciavano a germogliare con l'arrivo della primavera.
Mario, il più piccolo, correva di qua e di là impaziente nel vedere la sua
cameretta; Karla, invece, era molto calma. Era stata sempre così, silenziosa e
taciturna. Ormai aveva compiuto il suo dodicesimo anno, ma fin da piccola
non era cambiata; i suoi genitori avevano pensato che ormai raggiunta
l'adolescenza si sarebbe aperta, ma non era così.
I genitori dopo aver sistemato le valigie, giunta la sera si prepararono a
dormire e salutarono i loro figli. Anche mentre dormiva, Mario era
sorridente. Era sicuramente lui il più contento per il trasloco, infatti non
aveva mai avuto una camera tutta per sé. Karla invece era rimasta sveglia
nella sua camera, vicino al balcone ammirava le luci dei lampioni che
illuminavano la città; mentre era assorta nei suoi pensieri sentì degli strani
rumori venire dalla mansarda, ma non se ne preoccupò, pensando che
fossero solo dei rapaci notturni. Non c'era da preoccuparsi, quel luogo era
rimasto vuoto per alcuni anni e ora c'erano solo le valigie che la famiglia vi
aveva portato.
Il mattino seguente i bambini si svegliarono, pronti per andare nella nuova
scuola. Non erano tristi per i loro vecchi amici poiché li avrebbero potuto
rivedere il sabato e la domenica.
Laura dopo essersi sposata ed aver avuto Karla aveva smesso di lavorare.
Prima era impiegata in un'agenzia immobiliare e ora passava le giornate
accudendo i figli e pulendo la casa, facendo cioè le cose che fanno tutte le
madri. Dopo aver salutato i figli era andata al supermercato per preparare il
pranzo e, al ritorno, aveva visto una strana macchia nera sopra il tetto. Non
l'aveva notata prima a causa della neve, perciò giunta a casa decise di andare a
controllare, ma salita in mansarda, le sembrò che tutto fossa a posto e perciò
non disse nulla al marito, non ritenendo che fosse importante.
I giorni trascorsero sereni.
Ormai non c'era traccia della neve e i bambini si erano trovati bene con i
nuovi compagni. Una sera però accadde qualcosa di molto strano: a notte
fonda, Karla sentì di nuovo degli strani rumori dalla mansarda, ma questa
volta la ragazzina decise di salire le scale incuriosita. Giunta di sopra, vide
una scena spaventosa: una pozza di sangue e un bambino che piangeva e
batteva con una pietra il pavimento. Non lo vide in volto; spaventata, corse
via dai suoi genitori. Karla indicò loro il luogo dove aveva visto il bambino,
ma essi non videro niente e, pensando che la bambina avesse avuto un
terribile incubo, la rimisero a letto.
Karla non dormì tutta la notte e così il giorno dopo chiese alla madre di non
andare a scuola, perché si sentiva male.
Laura si allontanò per qualche ora, come ogni giorno, per le incombenze
quotidiane, ma al ritorno si trovò davanti a una scena spaventosa: il corpo
senza vita della figlia era stato ritrovato nel giardino. Una vicina, sconvolta,
raccontò di aver visto Karla gettarsi dal balcone.
Il medico stabilì che la ragazzina si era rotta l'osso del collo nella caduta,
provocandosi anche un'emorragia interna.
La polizia non trovò alcuna impronta, alcuna effrazione, insomma, non trovò
alcuna prova per attribuire la morte ad un omicidio. L'unica spiegazione
plausibile fu che Karla si fosse gettata volontariamente e, anche se i genitori
non credevano possibile una cosa del genere, la morte della ragazzina fu
considerata un suicidio. Pochi giorni dopo si celebrò il funerale.
I genitori , disperati per la morte della ragazzina, furono colpiti dal
comportamento di Mario che, benché avesse solo sei anni aveva capito
esattamente la situazione, ma non aveva mai versato nemmeno una lacrima.
Sembrava sereno, come se non fosse successo niente, come se in lui tutto
fosse rimasto invariato, sempre sorridente e vivace. I genitori pensarono che
questo comportamento fosse solo una maschera per coprire il suo dolore, ma
quando cercavano di parlargli della morte della sorella lui cambiava discorso
o non li ascoltava. Un giorno disse” Lo so cos'è successo a mia sorella, è
inutile che me lo ripetiate, tanto Giovanni mi ha detto che insieme ci
divertiremo, non avrò più bisogno di una sorella”, Laura spaventata chiese chi
fosse questo Giovanni e il bambino gli disse che era quello che abitava nella
mansarda. Aveva la sua stessa età ed ogni notte giocava con lui. I genitori,
seriamente preoccupati dallo stato del bambino,fissarono un appuntamento
con uno psicologo.
Il piccolo,tutto sorridente parlò con un uomo con gli occhiali, abbastanza
anziano; rimasero nella stanza per circa un'ora, poi l'uomo con gli occhiali
disse che Mario, a causa del forte trauma subito per la morte della sorella,
aveva creato un amico immaginario, con il quale poteva sfogarsi e
tranquillizzarsi; disse ai due coniugi che non c’ era niente di preoccupante:
molti bambini creano degli amici immaginari, ma con l'età essi scompaiono e
i bambini se ne dimenticano.
I genitori si rassicurarono, ma da quel giorno chiusero a chiave la mansarda e
proibirono al figlio di salirvi. Mario non se ne preoccupò.
Dopo la morte di Karla la sua camera era stata svuotata, le sue cose erano
state portate nella mansarda e la stanza era stata chiusa.
Una sera, mentre i genitori guardavano la televisione, nella stanza sottostante
a quella della figlia sentirono dei rumori provenienti dalla camera, perciò
decisero di andare a vedere cosa stesse succedendo, pensando che Mario
stesse combinando uno dei suoi soliti giochi; trovarono la porta con la
maniglia rotta e, entrati si trovarono davanti a uno spettacolo agghiacciante:
il figlio salito sul balcone stava camminando sul parapetto e, quasi
ipnotizzato, diceva frasi incomprensibili “Hai visto come sono bravo Giovanni
?”, “Tanto se cado non mi faccio niente vero, tu mi aiuterai ,vero?”, Julio
ordinò al figlio di scendere dal balcone, ma Mario non l'ascoltava. La madre
era come paralizzata dallo spavento; il padre si avvicinava cautamente, con la
paura che il figlio potesse cadere da un momento all'altro. Intanto Laura, che
si era ripresa, scese in giardino per cercare aiuto. Fu allora che la donna vide
vicino al figlio un bambino con gli occhi completamente neri, i capelli
scompigliati e molto gracile. Capì solo a quel punto che la figlia aveva avuto
ragione non aveva sognato. Questa volta però non si mise a urlare, si fece
forza e iniziò a parlare al bambino “Per favore lasciaci in pace! noi non ti
abbiamo fatto niente. Perché ci fai questo?. Lascia in pace il mio bambino!” a
queste parole la donna iniziò a piangere e il bambino scomparve. Il giorno
dopo Laura andò dall'agenzia immobiliare che aveva offerto la casa al marito
e scopri il nome dei vecchi proprietari.
Dopo alcune ricerche ritrovò in una biblioteca un giornale della città in cui
lesse la storia di un padre di famiglia che una sera, preso da un raptus d'ira
nei confronti della moglie, l'aveva uccisa con un coltello da cucina; il figlio
aveva cercato di scappare nascondendosi nella mansarda tra vecchie scatole.
Fu ritrovato trucidato da decine di coltellate, insieme al corpo del padre, che
si era suicidato. Vicino al bambino c’era una grossa pietra con la quale, forse,
aveva tentato di difendersi.
Laura convinse il marito a ritornare alla loro vecchia casa. Passarono i mesi,
tornò l’inverno e poi la primavera; una sera, mentre Julio parcheggiava l'auto,
Mario, divenuto a un tratto pensieroso, chiese:”Mamma che cos'è quella
macchia sul tetto?”
“Niente tesoro, solo un po' di neve sporca che è caduta”.
Walter Rivera
La paura dell’innocenza
Era agosto e il sole riscaldava quel paesino immerso nella fitta e verdeggiante
vegetazione delle montagne transilvaniche. Tutto trascorreva come sempre:
gli uccelli cantavano, gli anziani si ritrovavano in piazza a parlare, gli uomini
lavoravano nelle fabbriche mentre le donne accudivano i figli nelle proprie
case e, i bambini, riscaldati dai raggi del sole, giocavano nei campi.
Tuttavia tra tutte queste persone ce n’era una che si distingueva dalle altre: la
piccola Sofia. Era una bambina di appena sette anni ma, a differenza degli
altri bambini, preferiva andare in biblioteca per fare la cosa che le piaceva
maggiormente, leggere. Sofia, infatti, era molto attratta dai libri che
parlavano di esseri speciali, in particolar modo dei vampiri.
In quella zona circolavano molte leggende riguardo all’esistenza dei vampiri,
legate in particolar modo all’ormai famoso e leggendario conte Vlad, in altre
parole Dracula.
Le persone del posto, ormai abituate a queste dicerie, vivevano giorno dopo
giorno come se niente fosse, non curanti del fatto che quella creatura
malvagia e soprannaturale potesse seminare morte e desolazione tra loro.
Sofia, invece, avrebbe voluto che tutte quelle leggende e superstizioni
riguardanti quell’essere si rivelassero vere per qualche istante, così da darle
l’opportunità di osservare da vicino il vampiro, sebbene ciò fosse anche molto
pericoloso.
Venne la sera; nella camera della piccola si stagliavano sul pavimento dei
deboli raggi di luna che filtravano dalle finestre. Sofia era nel suo letto e
fissava pensierosa il soffitto; fuori c’era la luna piena e lei sapeva bene che le
creature soprannaturali, come i vampiri, potevano apparire proprio in serate
come quella. Così, volgendo ogni tanto lo sguardo al grande disco bianco che
illuminava la notte, decise di restare sveglia nella speranza di assistere a
qualcosa di straordinario.
La notte trascorreva inesorabile senza alcun evento particolare e il pendolo
ticchettava regolarmente: era quello l’unico rumore nella camera della
bambina.
Erano già le tre del mattino e Sofia, quasi vinta dal sonno, stava per
abbandonare le sue speranze quando udì un rumore proveniente dal piano
inferiore. Rimase immobile ad ascoltare. Il rumore si fece più forte, e ancora
più forte, come se si stesse avvicinando; in effetti, sembrava proprio uno
scricchiolio di passi: qualcuno stava salendo e ormai era quasi davanti alla
sua porta.
A questo punto la piccola scese dal letto e si avviò a passo felpato verso la
porta, voleva scoprire chi o cosa facesse quel rumore; aveva il cuore in gola.
Afferrò la maniglia: il rumore s’interruppe. Aprì la porta: niente, fuori dalla
sua camera tutto taceva.
Ritornò così nel suo letto decisa a prendere sonno, quando un lieve fruscio
attraversò la stanza e mosse leggermente le coperte. Sofia si mise a sedere di
scatto. Appena volse lo sguardo alla sua sinistra, verso la luna, rimase
impietrita, e un brivido, le corse lungo la schiena…Tutto era così surreale, ma
vero allo stesso tempo; tutte le leggende, le dicerie e le superstizioni che si
erano diffuse nella zona erano diventate realtà…Lui era lì davanti ai suoi
occhi…Era Dracula il vampiro. Non aveva un aspetto spaventoso, bensì da
nobile e gentiluomo.
Nel frattempo l’atmosfera si faceva sempre più lugubre e misteriosa; là fuori,
appollaiato su qualche ramo nell’ombra, stava un gufo che con il suo richiamo
lento ma continuo, rendeva la notte ancora più spettrale, come se avesse
saputo che qualcosa di terribile stava per accadere.
Il lume acceso sul comodino della piccola si spense, come un soldato colpito a
morte che lentamente esala l’ultimo respiro; ora tutto era illuminato e
rischiarato solo dalla luna.
La creatura iniziò a muoversi a lenti passi nella stanza, avanti e indietro,
come se avesse voluto conoscere meglio la bambina osservando gli oggetti che
le appartenevano. A un tratto, giunto davanti alla finestra, si fermò, lanciò
un’occhiata gelida verso il letto e ritornò a guardare fuori; si udì un altro
rumore,
questa
volta
più
stridulo
e
agghiacciante
del
primo…Improvvisamente alzò la testa al cielo e una grande e sonora risata
echeggiò nell’aria. Si avvicinò al letto della bambina…
Il suo intento era di mordere la bambina per succhiarne il sangue ma, proprio
mentre si preparava a fare ciò con i suoi denti aguzzi, Sofia, istintivamente, gli
afferrò la mano; un brivido le percorse la schiena, poiché la mano dell’essere
era ghiacciata.
La piccola aveva finalmente realizzato il suo più grande desiderio, in altre
parole vedere un vampiro vero e addirittura riuscire a toccarlo.
Nessuno sa cosa accadde da lì in poi ma una cosa è certa: nessuno rivide mai
più la piccola Sofia…
Andrea Romano
Nel buio
Camminavo per le strade della città deserta. Anche la guardia civile, i vigili del
fuoco e quell'esercito di volontari avevano temporaneamente sospeso la loro
opera di ricerca.
Avvertivo un'atmosfera di solitudine disperata e implacabile: in quella piccola
città medievale non esisteva più niente. Pochi lampioni lungo la strada
illuminavano i miei passi e il viale non era più circondato ai lati da file di case,
bensì da tonnellate di macerie, polvere e tristezza.
Nell'ombra generata dalla penuria di luce intravidi tra le macerie ai lati della
strada una figura, forse femminile, chinata e apparentemente assorbita nella
ricerca di qualcosa. Incuriosito, mi soffermai ad osservare l'immagine scura
che si aggirava tra le rovine. Un nastro di plastica rosso e bianco circondava le
zone della catastrofe e mi impediva di avvicinarmi: probabilmente il luogo era
già stato oggetto di scavi e ricerche dei soccorritori.
La donna era coperta da lunghi veli neri, ma il suo corpo però non mi
appariva definito, bensì sembrava quasi trasparente, come uno spettro: era
come un'ombra leggera e sottile. Un lamento sottile e acuto mi giungeva come
una litania sacra, lunga, monotona, malinconica. Il suo sguardo si spostava
rapido al di sopra dei cumuli di terra, mattoni e cemento.
La vidi poi afferrare qualcosa da terra. Prese un pupazzo di peluche, forse un
orsacchiotto, lo tastò, lo spolverò. Lo annusò e lo strinse forte al petto. Se il
corpo della donna era quasi trasparente, il pupazzo era ben definito. Un
passante distratto, osservando di sfuggita la scena, avrebbe forse visto solo un
orsacchiotto aleggiante nell'aria, come una piuma, senza accorgersi del corpo
ombroso e spettrale della donna.
Improvvisamente vidi la figura levitare, librandosi nell'aria. Ruotava su se
stessa con una lentezza armoniosa e calma. Il suo viso si alzò fiero rivolto
verso il cielo terso di nuvole, le sue braccia allargate, come in un abbraccio
alle stelle. La mano destra stringeva ancora l'orsetto di pezza. Il corpo era teso
e inarcato, i cenci che la ricoprivano vorticavano e sibilavano. Mi parve di
scorgere una fievole luce sprigionarsi dal movimento armonioso del corpo e
degli stracci, ma non sufficiente per spezzare l'oscurità della notte e donare
corporeità alla persona. Ad un tratto, la figura rotante nell'aria si tuffò in un
lampo tra le macerie, e parve scomparire dentro di esse.
Dopo quelli che mi parvero pochi secondi, udii un grido acuto diffondersi
nella città fantasma. Non un urlo di disperazione, di terrore, bensì di
sorpresa. La figura emerse poi dai mattoni, il corpo lungo e disteso. Le
braccia stringevano il corpicino magro di un bambino, vivo. Il piccolo era
abbracciato al corpo della madre e, nella trasparenza delle figure, pareva
fondersi con esso.
Gli sguardi dei due mi parlavano di profondo amore, di speranza e di vita. La
donna levitò nuovamente nell'aria, emanando una luminosità più intensa, più
forte e sicura che in precedenza. Lentamente vidi i due corpi divenire sempre
più pallidi. Le due figure venivano portate via da una leggera brezza, finché
una secca e improvvisa folata di vento li cancellò totalmente dalla mia vista.
L'evento di quella sera mi rimase impresso, ma non più di uno dei tanti
ricordi in quella giornata trascorsa nella città distrutta dal terremoto. Era una
mia fantasticheria, una serie di immagini prodotte dalla mia immaginazione
impressionata dalle tante immagini di dolore e distruzione?
I giorni successivi i media continuarono nella conta delle vittime del
terremoto: i dispersi diminuivano, i cadaveri aumentavano.
La stampa raccontava storie di intere famiglie seppellite, distrutte dalla
tragedia. In particolare un racconto impressionò e commosse l'opinione
pubblica: il ritrovamento del cadavere di un bambino.
Il piccolo aveva forse sei anni, ed era sepolto tra la macerie della casa davanti
alla quale mi ero soffermato quella notte. Tonnellate di mattoni lo avevano
per giorni nascosto alle ricerche attente delle autorità.
Capelli biondi e bianca carnagione. Coloro che trovarono il corpo riferirono di
un'espressione serena e rassicurante sul viso del bambino. Il bimbo era
rannicchiato e avvolto da cenci e stracci di colore nero. Il piccolo stringeva
con la manina destra un oggetto che fatico a dimenticare. Due occhi grandi
laccati di nero, il nasino un piccolo triangolo rosa, il corpo ricoperto da
morbido pelo sintetico: era un tenerissimo orsacchiotto di peluche.
Marzio Schena
SABATO 535
“Mamma, corri qui all’ospedale!!! Papà non ce l’ha fatta!! Ma c’è dell’altro, ti
prego fai il più in fretta possibile”.
Il padre di Mathilde, Joseph, era da tempo malato e dopo una lunga
sofferenza aveva raggiunto sua madre, quella donna che per lui era stata
l’unico appiglio in età giovanile dato che il padre se ne era andato per lavoro e
non aveva mai più fatto ritorno.
La moglie di Joseph, in uno stato di semitrans dovuto al brusco risveglio,
aveva notato nell’oscurità della notte due sagome che la fissavano – “Chi è??
Chi c’è??continuava a ripetere la donna. Non appena ebbe acceso la luce si
accorse però che la stanza era vuota e con lei non c’era nessuno, nemmeno
una minima traccia di quelle due strane figure. Vide solo uno dei tanti post-it
che era solita attaccare sulla porta di casa che giaceva vicino al suo letto; si
avvicinò e lesse: SABATO 535.
Dopo averlo fissato a lungo senza trovare nessuna spiegazione a quelle parole,
si vestì frettolosamente, scese le scale e si lanciò in macchina; suo marito era
molto più importante di due figure nate forse dalla sua immaginazione, alle
quali però non riusciva a smettere di pensare.
Durante il viaggio in auto che la separava dall’ospedale dove Joseph giaceva
esanime nel suo letto, con la tristezza che le trafiggeva il cuore, ripensava
continuamente alle due sagome di quella notte:da quello che i suoi occhi
avevano potuto intravedere nell’oscurità sembravano due contadini.
Ripensava soprattutto a come avessero fatto a dileguarsi in quella frazione di
secondo intercorsa tra il ‘tic’ dell’interruttore e l’accensione dell’abatjour.
Arrivò alla conclusione che: ‘Forse non erano due persone ma due fantasmi’ ;
proprio così, non potevano essere altro che due fantasmi, esattamente come
raccontavano tutti i libri che aveva letto. I fantasmi si presentano come
sagome irriconoscibili che fissano le persone che hanno davanti, ma non
appena si cerca di capire chi siano si dileguano in un batter d’occhio. Ma chi
erano quelle due figure, o meglio, di chi erano quei due fantasmi… ‘ Di solito
tornano per concludere un lavoro lasciato a metà ’, ma alla sua mente non
faceva ricondurre nulla questa credenza popolare, non confermata nei suoi
amatissimi libri.
E guidava , come un automa che quella strada l’ha memorizzata e non la
dimentica mai, lungo il percorso casa-ospedale che le era ormai abituale in
queste ultime settimane, ma, afflitta dal dolore e dai pensieri, aveva sbagliato
strada ritrovandosi nella campagna dietro l’ospedale, dove, davanti ad un
rudere, si trovavano due contadini col loro bambino per mano. Tornata in se
riprese la strada e raggiunse Mathilde in ospedale.
La figlia le raccontò che il padre Josehp in punto di morte aveva sbarrato gli
occhi, fissando nel vuoto qualcosa che si dirigeva verso l’esterno della camera:
Mathilde raccontò inoltre di aver avvertito una strana sensazione, di aver
sentito qualcosa che la accarezzava in modo unico, come solo sua nonna
riusciva a fare quando la piccola Mathilde le si sedeva sulle gambe. E questa
sensazione la ragazza l’aveva provata un attimo prima che il padre sbarrasse
gli occhi e spirasse.
Helen prese il telefonino per cominciare il giro delle telefonate tra i parenti e
avvisarli della morte del marito.
In quel caldo sabato pomeriggio d’estate volse lo sguardo all’orologio della
camera da letto che, come disse la figlia, si era stranamente fermato quando il
padre aveva esalato l’ultimo respiro, alle 17:35. Helen capì tutto.
Darko Tafuri
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Il fantastico - Prove di scrittura - AS 08/09